GRICE ITALO A-Z G GA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gaetani:
la ragione conversazionale e ’implicatura convesazionale di Catullo -- APVD
NEAPOLIM – filosofia italiana – Luigi Speranza (Martano). Filosofo italiano. Grice: “I like Gaetani, for one, he
is a duke – and kept beautiful gardens at Martano – he philosophised on the
‘ottocento’, as any philosopher from the Novecento would!” Figlio di Carlo, conte di Castelmola, e Giuseppina
Chiriatti. La famiglia Gaetani annovera oltre al ramo dei Castelmola, anche
quello dei Laurenzana, di cui si ricorda il Barone Di Laurenzana, esponente del
movimento radicale. L'insegna araldica dei Castelmola è costituita da uno scudo
forgiato di due strisce blu ondeggianti che lo attraversano in senso
trasversale. I G., prima Caetani, vantarono alcuni papi, tra cui Bonifacio
VIII. Il padre, Carlo, avvocato, fu
ripetutamente eletto tra le file dei radicali nel Consiglio comunale di Napoli.
Da Napoli attiene, fino a tutta la Grande Guerra, alla cura del patrimonio
fondiario in Martano, acquisito dal matrimonio con Chiriatti. Questa infatti si
era trasferita a Napoli dopo l'uccisione del facoltosissimo padre Paolo,
nell'ambito di una torbida vicenda che vide infine coinvolta la madre di le quale
mandante, assieme al prete Mariano, dato che i due erano in tresca. Diviso il
patrimonio tra le due figlie Giuseppina e Paolina Chiriatti, e la madre stessa,
vennero iniziati i lavori di costruzione del palazzo Chiriatti-G.. A Palazzo
Chiriatti-G. la famiglia venne a dimorare mentre man mano la gestione delle
fortune familiari passava in capo a G., che si impegna in un'ardua opera di
bonifica e di razionalizzazione colturale, culminata con l'acquisto di diversi
macchinari ad alta tecnologia. E però proprio il malfunzionamento
dell'attrezzatura finalizzata all'estrazione dell'acqua dai pozzi, bene
capitale nelle aride campagne della zona, a determinare l'infiacchimento del
capitale di famiglia e il progressivo indebitamento verso il Banco di Napoli,
che culmina con la fine del fascismo.
Frattanto G., che si fregia del
titolo di duca, a seguito del matrimonio con la duchessa d'Ascoli, Leopoldina,
si dedica alla FILOSOFIA, mentre, del resto, ha a ricoprire la carica di provveditore
a Potenza. La sua filosofia e ispirata dalla Francia, della che e un grande
amatore, nonostante il fascismo e nonostante la sua adesione al regime, che ad
un certo punto ne impedì la circolazione in Italia. Crociano, segue lo schema
tracciato dal maestro, mentre l'ultimo ricordo della natia Martano e un canto
dedicato alle tradizioni grike, di cui raccomandava appassionatamente la
conservazione e il culto. Nei giorni
furenti che precedettero il Referendum istituzionale appoggia in pubblici
comizi la Monarchia, e per questo paga dazio dovendosi allontanare all'indomani
del voto e rifugiarsi in Napoli, tutto teso negli studi letterari. Altre saggi:
Villon (Napoli); “Un carteggio inedito di F. Bozzelli (G.), L'Aquila, Masseria,
Martano (Lecce); “Un bilancio letterario” (Roma); “Per onorare un maestro: il
Torraca, Napoli); “Catullo” (Roma); L'Ottocento” (Napoli); “La bancarotta del
rosso: commedia in tre atti (Lecce); “Per la venuta del Duce” (Lecce); “Bernardo
Bellincioni, Galatina (Lecce); “Il benedettino-cistercense d. Mauro cassoni nel
Tempio, nella scuola, negli studi (Lecce); “Ricordi di Croce” (Napoli); Vicende tipi e
figure del Casino dell'Unione” (Napoli); Napoli ieri e oggi: passeggiate e
ricordi” (Milano-Napoli); “Apud Neapolim” (Napoli); Fonti storiche e letterarie
intorno ai martiri di Otranto, Napoli. "Catullo" rimanda qui.
Se stai cercando altri significati, vedi Catullo (disambigua). Sirmione,
busto di Catullo Gaio Valerio Catullo (in latino: Gaius Valerius Catullus,
pronuncia classica o restituta: [ˈɡaːɪʊs waˈlɛrɪʊs kaˈtʊllʊs]; Verona, – Roma)
è stato un poeta romano. Il poeta è noto per l'intensità delle passioni amorose
espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli
Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei
componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e
degli Alessandrini in generale. Indice 1Biografia 1.1Origini
familiari 1.2Trasferimento a Roma, vita sociale e letteraria 2 Opera 3Il mondo
poetico e concettuale di Catullo 4Note 5Bibliografia 5.1Rassegnebibliografiche
5.2Traduzioni italiane 5.3Commenti 5.4Studi 6Altri progetti 7Collegamenti
esterni Biografia Il busto di Catullo presso la Protomoteca della
Biblioteca civica di Verona. Origini familiari Catullo da Lesbia, dipinto
di Lawrence Alma-Tadema (1865). Gaio Valerio Catullo proveniva da un'agiata
famiglia latina che aveva contribuito a fondare la città di Verona, nella
Gallia Cisalpina; il padre avrebbe ospitato Q. Metello Celere e Giulio Cesare
in casa propria al tempo del loro proconsolato in Gallia. Per quanto concerne
gli estremi cronologici della sua biografia, San Girolamo pone l'87 a.C. e il
57 a.C. rispettivamente come data di nascita e di morte e specifica che appunto
egli morì alla giovane età di trent'anni. Tuttavia, poiché nei suoi carmi
accenna ad avvenimenti che riportano all'anno 55 a.C. (come l'elezione a console
di Pompeo e l'invasione della Britannia da parte di Cesare), si è maggiormente
propensi a ritenere che egli sia nato nell'84 e morto nel 54 a.C., dato per
certo il fatto che sia morto a trent'anni. Trasferimento a Roma, vita
sociale e letteraria Trasferitosi nella capitale, si suppone intorno al 61-60
a.C., cominciò a frequentare ambienti politici, intellettuali e mondani,
conoscendo personaggi influenti dell'epoca, come Quinto Ortensio Ortalo, Gaio
Memmio, Cornelio Nepote e Asinio Pollione, oltre ad avere rapporti, non molto
lusinghieri, con Cesare e Cicerone; con una ristretta cerchia d'amici
letterati, quali Licinio Calvo ed Elvio Cinna fondò un circolo privato e
solidale per stile di vita e tendenze letterarie. Durante il suo soggiorno
prolungato a Roma ebbe una relazione travagliata con la sorella del tribuno
Clodio, tale Clodia. Clodia viene cantata nei carmi con lo pseudonimo
letterario "Lesbia", in onore della poetessa greca Saffo, molto cara
a Catullo e proveniente dall'isola di Lesbo. Lesbia, che aveva una decina
d'anni più di Catullo, viene descritta dal suo amante non solo graziosa, ma
anche colta, intelligente e spregiudicata. La loro relazione, comunque,
alternava periodi di litigi e di riappacificazioni ed è noto che l'ultimo carme
che Catullo scrisse all'amata fu del 55 o 54 a.C., proprio perché in essa viene
citata la spedizione di Cesare in Britannia. Da alcuni suoi carmi emerge,
inoltre, che il poeta ebbe anche un'altra relazione, omosessuale, con un
giovinetto romano di nome Giovenzio. Catullo si allontanò, comunque, varie
volte da Roma per trascorrere del tempo nella villa paterna a Sirmione, sul
lago di Garda, luogo da lui particolarmente apprezzato e celebrato per il suo
fascino ameno, situato nella sua terra di origine e che per questo induceva al
poeta distesi periodi di riposo. Seguì Gaio Memmio in Bitinia: in quella
circostanza andò a rendere omaggio alla tomba del fratello situata nella
Troade. Quel viaggio non recò alcun beneficio al poeta, che ritornò senza
guadagni economici, come sperava al momento della partenza, né la lontananza
riuscì a fargli riacquistare la serenità perduta a causa dell'incostanza e
dell'indifferenza di Lesbia nei suoi confronti. Fu tuttavia una nota positiva
la visita alla lapide del fratello, in occasione della quale scrisse il Carme
101 (a cui si ispirò in seguito anche Foscolo per la poesia In morte del
fratello Giovanni). Catullo non partecipò mai attivamente alla vita politica,
anzi voleva fare della sua poesia un lusus fra amici, una poesia leggera e
lontana dagli ideali politici tanto osannati dai letterati del tempo[6]. Disprezzava
infatti la politica di allora, dominata da politici corrotti che servivano
soltanto il proprio interesse: riteneva dunque che favorire l'uno o l'altro non
significasse niente di meno che aiutare l'uno o l'altro a perseguire il suo
vantaggio personale. Tuttavia, seguì la formazione del primo triumvirato, i
casi violenti della guerra condotta da Cesare in Gallia e Britannia, i tumulti
fomentati da Clodio, comandante dei populares, fratello della sua celebre
amante Lesbia e acerrimo nemico di Cicerone, che verrà da lui spedito in esilio
nel 58 a.C. ma poi richiamato, i patti di Lucca e il secondo consolato di
Pompeo. Una nota da sottolineare è il Carme 52 dove, per usare le parole di
Alfonso Traina, "il disprezzo della vita politica si fa disprezzo per la vita
stessa": (LA) «Quid est, Catulle? quid moraris emori? sella in
curuli struma Nonius sedet, per consulatum peierat Vatinius: quid est, Catulle?
quid moraris emori?» «Che c'è, Catullo? Che aspetti a morire? Sulla sedia
curule siede Nonio lo scrofoloso, per il consolato spergiura Vatinio: che c'è,
Catullo? Che aspetti a morire?» (Carme) Opera Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura
latina. Marco Antonio Mureto, Catullus et in eum commentarius, Venetiis,
apud Paulum Manutium. Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Liber (Catullo). Il liber di Catullo non fu ordinato dal poeta
stesso, che non aveva concepito l'opera come un corpo unico, anche se un
editore successivo (forse lo stesso Cornelio Nepote a cui è stata dedicata la
prima parte dell'opera) ha diviso il liber catulliano in tre parti secondo un
criterio di tipo metrico: i carmi da 1 a 60, sotto il nome di "nugae"
(letteralmente "sciocchezze"), brevi carmi polimetri, per lo più
faleci e trimetri giambici; i carmi da 61 a 68, i cosiddetti "carmina
docta" d'impronta alessandrina e per lo più in esametri e distici
elegiaci; i carmi dal 69 al 116 sono gli epigrammi ("epigrammata"),
in distici elegiaci. Il mondo poetico e concettuale di Catullo Il
poeta Catullo legge uno dei suoi scritti agli amici, da un dipinto di Stefan
Bakałowicz. Catullo è per noi uno dei più noti rappresentanti della scuola dei
neòteroi, poetae novi, (cioè "poeti nuovi"), che facevano riferimento
ai canoni dell'estetica alessandrina e in particolare al poeta greco Callimaco,
creatore di un nuovo stile poetico che si distacca dalla poesia epica di
tradizione omerica divenuta a suo parere stancante, ripetitiva e dipendente
quasi unicamente dalla quantità (in riferimento all'abbondanza dei versi di
quest'ultima) piuttosto che dalla qualità. Sia Callimaco che Catullo, infatti,
non descrivono le gesta degli antichi eroi o degli dei[7], ma si concentrano su
episodi semplici e quotidiani. Per giunta, i neòteroi si dedicano all'otium
letterario piuttosto che alla politica per rendere liete le loro giornate,
coltivando il loro amore solo ed esclusivamente alla composizione di versi, tanto
che Catullo dichiara nel carme 51: «Otium, Catulle, tibi molestum est:/otio
exsultas nimiumque gestis» «L'ozio per te, Catullo, non è buono;/ nell'ozio
smani e ti scalmani» (traduzione a cura di Nicola Gardini). Talvolta il poeta
ostenta il suo disinteresse per i grandi uomini che lo circondavano e che
stavano scrivendo la storia: «nihil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere»
«non m'interessa, Cesare, di andarti a genio» (carme 93), scrive al futuro
conquistatore della Gallia. Da questa matrice callimachea proviene anche il
gusto per la poesia breve, erudita e mirante stilisticamente alla perfezione.
Si sviluppano, originari dell'alessandrinismo e nati da poeti greci come
Callimaco[8], Teocrito, Asclepiade, Fileta di Cos e Arato, generi quali l'epillio,
l'elegia erotico-mitologica e l'epigramma, che più sono apprezzati e ricalcati
dai poeti latini. Catullo stesso definì il suo libro expolitum (cioè
"levigato") a riprova del fatto che i suoi versi sono particolarmente
elaborati e curati, le poesie raffinate e curate. Una delle caratteristiche
peculiari della sua poetica è, infatti, la ricercatezza formale, il labor limæ,
con cui il poeta cura e rifinisce i suoi componimenti. Inoltre, al contrario
della poesia epica, l'opera catulliana intende evocare sentimenti ed emozioni
profonde nel lettore, anche attraverso la pratica del vertere, rielaborando
pezzi poetici di particolare rilevanza formale o intensità emozionale e
tematica, in particolare come nel carmen 51, una emulazione del fr. 31 di
Saffo, come anche i carmina 61 e 62, ispirati agli epitalami saffici. Il carme
66, preceduto da una dedica ad Ortensio Ortalo, è una traduzione della Chioma
di Berenice di Callimaco, che viene ripreso per mostrare l'adesione ad una
raffinata elaborazione stilistica, una dottrina mitologica, geografica,
linguistica ed infine la brevitas dei componimenti, con la convinzione che solo
un carme di breve durata può essere un'opera raffinata e
preziosa. Svetonio, Vita di Cesare, 73. ^ Chonicon, ad annum. ^ Carme 113,
2. ^ Carmi ^ Secondo un'indicazione di
Apuleio nell'Apologia, 10, la donna a cui si riferisce Catullo rimase vedova di
Quinto Metello Celere, sicché si può pensare a Clodia. Al riguardo si veda il
carme 93: «Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere / nec scire utrum sis
albus an ater homo» - «Non mi interessa affatto piacerti, Cesare, né sapere se
tu sia bianco o nero». ^ Eccezion fatta, forse, per i carmina 63 e 64. ^
Morelli Alfredo Mario, Il callimachismo del carme 4 di Catullo, Cesena:
Stilgraf, Paideia: rivista di filologia, ermeneutica e critica letteraria:.
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Gaio Valerio Catullo / Gaio Valerio Catullo (altra versione), su LibriVox.
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di Catullo tradotto in italiano, su spazioinwind.libero.it. Il Liber di Catullo
con concordanze e liste di frequenza, su intratext.com. Le grotte di Catullo,
su smugmug.com. Scansione metrica del Liber di Catullo, su rudy.negenborn.net.
La Chioma di Berenice: traduzione di Alessandro Natucci, su
digilander.libero.it. Il carme 64: traduzione di Alessandro Natucci (PDF), su
classiciscriptores.weebly.com. Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Letteratura Categorie: Poeti romani Romani Nati a
Verona Morti a Roma Gaio Valerio Catullo Epigrammisti Valerii Poeti italiani
trattanti tematiche LGBT Salvatore Gaetani. Gaetani. Keywords: APVD NEAPOLIM, l’implicatura
di croce. Croce, Catullo -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gaetani” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gagliardi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Marino).
Abstract.
Implicatura. Keywords: implicatura. Filosofo italiano. Grice: “I like Gagliardi; I spent some time with medics at
Richmond, talking Greek! Anyhow,
Gagliardi shows why the Angles prefer physician – since ‘medicare’ is such a
trick!” – Grice: “Philosophically interesting bit is that Gagliardi applies
‘medico’ and qualifies it with ‘morale’!” –Nacque a un feudo dei Colonna, nell'area
dei Colli Albani, come riferisce Moroni nel suo “Dizionario di erudizione,” e
come riferito dallo stesso G. nel in "L'idea del vero medico fisico e
morale formato secondo li documenti ed operazioni di Ippocrate" (Roma). In
effetti, il cognome G. esiste all'epoca a Marino ed è tuttora tramandato. E
impegnato in ricerche morfologiche, microscopiche ed anatomo-patologiche a
proposito delle ossa, compiendo importanti scoperte in questo campo: in “Anatomia
delle ossa illustrata con le nuove scoperte", Roma, descrive per primo la
struttura lamellare dell’ossa. Inoltre effettua alcuni esami e ricerche
comparative tra le ossa umane e quelle del vitello. Descrive probabilmente per
primo un caso di tubercolosi ossea. La sua opera è piuttosto lodata, e l'“Anatomia”
è ristampato. Fa importanti studi sul "mal di petto". Filosofa
sull'educazione morale. Da anche ammonimenti contro i guaritori ciarlatani e
fornì alcuni suggerimenti deontologici. Abita nel rione Sant'Angelo, presso via
delle botteghe oscure. In questa strada, un suo servo è ucciso misteriosamente
nottetempo. Durante le villeggiature dei papi presso la villa pontificia di castel
Gandolfo G. ha il privilegio d’offrire la frutta al papa. Alessandro VIII gli
confere un titolo nobiliare, ma non sappiamo quale. I suoi lavori, conservati
nelle maggiori biblioteche di Roma, rivestono un particolare interesse se anche
anni dopo la loro scrittura, il vice-direttore dell'ospedale San Martino di
Genova, Arata, da alle stampe una lettera inedita di G. sull'itterizia. Si ha
svolto un proficuo lavoro di ricerca su G., scoprendo anche una firma del
medico in margine ad un saggio discusso all'università La Sapienza. Altre
opere: “L'infermo istruito nelle scuole” (Roma); “Consigli preventivi e
curativi in tempo di contagio dati in forma di dialogo” (Roma); “Relazione de’mali
di petto che corrono presentemente nell'archiospedale di Santo Spirito in
Sassia” (Roma); “L'educazione morale” (Roma) – H. P. Grice: “Live, and let live
– if not necessarily amongst me!”. “Come sopra l'influenza catarrale che
presentemente regna in Roma e Stato ecclesiastico” (Roma). Si veda
l'annotazione di “Due baiocchi” in "Castelli Romani", Bossi,
Dell'Istoria d'Italia antica, Enciclopedia Treccani Sterpellone, I protagonisti
della medicina, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Lucarelli, G., Giornale de' letterati
d'Italia, Ros, La "relazione de’male di petto" en el ambiente anatomo-clínico
romano -- Dynamis: Acta ad medicinae scientiarumque historiam illustrandam; Moroni,
Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Emiliani; Lucarelli,
Memorie marinesi, Marino, Biblioteca Torquati, Ordinamento universitario dello
Stato Pontificio Tubercolosi ossea; G., Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Medico, anatomista (forse Roma - forse ivi. Protomedico nello Stato
pontificio, esercitò la sua professione soprattutto a Roma acquistando notevole
fama. Il suo nome è legato all'anatomia, in partic. del sistema osseo, di cui
diede un'esposizione, Anatome ossium novis inventis illustrata (1689), nella
quale, tra l'altro, descrive la struttura lamellare delle ossa. Alla ricerca
morfologica e microscopica unì anche quella anatomopatologica.1 te cose
senza profondarvi in alcuna di efse, ed allora appunto diverrete più capaci di
fare maggiori progressi, e tanto più se vi servirete per regolatore delle
vostrej operazioni di quel saggio avvertimento feftina lente: Esplorerò
dunque con private conferenze l'animo di ciascun di voi separatamente, per
meglio accercarmi di ciò,che vi farà bisogno, non potendo il Medico dare ajuto
al suo Infermo s se prima non avrà ben conosciute le cagioni del suo male, e
spero in oggi; e domani di potere ricavare da voi ciò, che sarà più necessario,
ch'Io sappia, per meglio indirizzarvi. Ritiriamoci ora à fare il privato esame,
per potere Lunedì prossimo dar principio alle nostre Giornate. M Nella
quale si moftra cofa fi ricerchi d'eljena ziale per efere Medico je ciò,
che gli rechi ornamento. Avveddi jeri dal vostro parlare; che non
siete tutti voi di genio uniformi,perche conobbi bene,
che tal'uno di voi non restava persuaso, et altri più ; ò meno,
s’appagavano delle mie ragioni, e riflettendo, che ciò possa nascere dalla
diversità delle vostre menti più o meno sublimi, et animofe. Quindi è, che
prima d'inoltrarmi nel presente ragionamento, stimo necessario di premettere
una breve partizione delli vostri ingegni, à fine di regolare ciascuno di voi
secondo la propria capacità : Ecer tamente, conforme nell'esterno non vi
assomigliate trà voi, così ancora nell'interno sarete differenti, cioè, che non
avrà ciascuno di voi la medesima capacità, et apertura di mérite ; il medesimo
talento, ē spirito, la medesima memoria, e ritentiva, et il medesimo giudizio,
o perspicacia d'ingegno; onde, ciò suppofto, io non potrò con la medesima
misurd, e regola mostrare à tutti voi ciò, che vi converrà d'essenziale, è
d'ornamento per potere diventare veri Medici. Dunque mi converrà
necessariamente dividere left fenziale dall'ornamento, perche l'effenziale
dovrà competere egualmente à voi, che fiete di mente più sublimi, che agli
altri d'inferiore capacità : L'ornameiro poi, perche non potrà competere
egualinente, nè potrà essere in tutti voi uniforme, bisognerà regolarlo fecondo
la propria capacità, e genio di ciascuir di vois con pensare al modo, che
poffino l'ingegni inferiori uguagliare per altra via ancora nell'ornamento li
più subliini ; E ciò servirà primieramente per dare un'ottima direzzione
alle menti di maggior capaci. tà, in farli conoscere ciò, che si debba di elli
premettere d'essenziale, per poscia potersi avanzare in quello di più, di cui
saranno capaci. In secondo luogoperche non si confondano, et avviliscano le
menti meno sublimi, anzi per istruirle, et ani. marle insieme à fupplire con
l'Arte al di, fetto di Natura, Certo, che ognuno di voi deve avere il
medesimo fine, cioè di divenire Medico; Onde dovrà unitamente con gl'altri
incaminarsi per la medesima strada, e fino à tanto, ch'abbia conseguico il suo
in, tento ; Mà perche chi si trova in forze maggiori trà voi è portato
facilmente dal suo spirito ad uscire dalla careggiata, quindi è, che bisognerà
idearsi un caso, che dia un buon regolamento à tutti unitamente, che sarà il
seguente : Vi fia trà voi chi posseda in contanti due, chi trè, e chi
quattro talenti, e che voglia ciascuno per uso proprio fabricarsi una casa
compita, che abbiad d'avere il medesimno uso, e la medefima fruto
struttura, certo è, che li fondamenti converrà, che li facciate uniformi, il
sopra terra dovrà alzarsi eguale, le stanze doyranno essere di numero, e
capacità consimili, altrimenti non avrà la medesima struttura. In idearsi
queste case non potrà l'Architetto eccedere la spesa di due talenti, altrimenti
non potria senza indebitarsi compire la sua fabrica,chi di voi hå che due foli
talenti; Si dolerà facilmente con l'Architetto chi ne hà d'avantaggio, perche
non gl'abbia delineato fabrica più sontuosa, à cui facilmente egli risponderà,
è meglio, che litalenti vi avanzinoy che manchino, perche li potrete impiegare
in ornato, e così la vostra farà più bella comparsa ; Sentendo questo voi, che
avete soli due talenti vi dolerete ancora coll'Architetto, che non vi rimarrà
cosa da spendere per ornarla, e perciò la voftra fabrica non potrà comparire
bella al pari delle altre, vi risponderà il medesimo, abbiate pazienza, che vi
darò il modo per far comparire vaga la vostra ancora al pari delle altre : Mă
se per vostradisgrazia spenderete li vostri talenti senza le buone regole
dell'Architettura, é voglia ognuno di voi farsi una casa à suo genio . Vois che
avete quattro talenti vorrete fare il doppio degli altri, vi profonderete più
del bisogno ne' fondamentis farece muri più larghi; l'alzerete più dell' altri;
con tutti li vostri quattro talenti Atenterete à copritla ; con che denari poi
la stabilirete? A che servirii la magnifiċenza della vostra casa, non potendola
in tutto compire per renderla usuale? Tanto peggio seguirà in voi, che
possedete meno, se nella vostra fabrica spetdeste più di quello; che dovete je
po tete; correreste pericolo di non poterla ricoprire, onde vi rimarria affatto
infruto tuosa, Altro inconveniente ancora potrid fascere si nell'uno,
come nell'altro caso, che saria di risparmiare ne' fondamenti qualche porzione
de’talenti per impiegarla nell'ornáto, iii questo modo le vostre cafe fariano
sempre in pericolo di rovina. $e, con tutta la sua bella apparenzas fatta
[ocr errors] ad imitazione di quei Mercadanti, che ciò che hanno tengono in
mostra, e questi sono quelli, che ben spesso si veggono fallire. Questa
fabrica, ch'ora vi hò ideato è appunto la Medicina Pratica, la quale fi deve da
tutti voi apprendere, e nella medema conformità, affinche ne ricaviate un
metodo di medicare uniforme, facile, e sicuro, e se in apprenderla voi, che
siete dotati d'ingegno più subliine degl'altri, vorrete stendervi più in oltre
delli vostri Compagni, vi confonderete con facilità con tutto il vostro bel
talento, perche fzcilmente il vostro spirito grande vi farà divagare in quelle
cose, che apprese in altritempi, che resivi più capaci, meglio lo capirete, et adatterete
al vostro bisogno. Șia per esempio, se in questo tempo, che attendete alla
pratica, vi venisse fantasia di leggere, et imparare molti, e diversi liftemi,
e li varj metodi di medicare, che Lono nella Medicina, questo vi reccherà confufione,
contenendo tanta diversità di pensieri,d'ideese di modi con tutto che la
7 verità delle cose sia una sola, onde con Fagione riferisce Lacuna, (a)
ch'esclamava à suoi tempi Galeno : Judicij veri difficultatem liquidò oftendunt
tot, tàmque variæ hærefes, quòt in Arte Medicâ reper riuntur; E tanto
maggiorinente, che quefti distogliendovi da quel bell'ordine, che voi
avevate preso in offervare l'andamenti de? mali con li vostri propri occhi, vi
faranno acquistare una pratica fimile alla vostra ideata fabrica, che non farà
côpita, et in conseguenza non ne potrete cavare quel profitto,che ne
riporteranno li voftri Compagni, li quali à cagione della maggiore
attenzione, che hanno in apprendere quella sola,non divertendosi in altro, se
ne approfitteranno bene, e la loro pratica sarà compita, e potrà avere il
suo uso, giacchè al parere di Cicerone : (6) Affiduus ufus, uni rei deditus,
die Ina genium ; et Artem fæpè vincit ; Sicchè in questa parte eforto tutti voi
à non applia care ad altro, allora che prendete lame pra(a) Comment 1.
Aphorism. 1. ex Lecuno in Epit, (6) Cicero pro Cornel. Balb. 1 [ocr
errors] pratica, che à quell'esercizio, che fate, eccettuatone alcuni tempi
destinati per Ja Notomia, e per la Boštanica, Perfezionati, che farete in
detta, pratica, et appreso, che avrete un metodo facile, e più sicuro di medịcare,
allora converrà di ornarla di altre cose, che abbiano correlazione con la
Medicina, secondo il proprio genio, e capacità, con fermo proponimento però,
che non vị abbiano da distogliere dallo studio di er fa, nè da confondere ciò,
che auete con li propri occhi offeryato più volte, eţurto ciò, che avețe
appreso per ornamento non l'avrete da profeflare come negozio principale,
altrimenti vi distoglierà da quello, che avevate già acquistato dị buono nella
- Medicina, ma sopra di cio più diffusamente ne tratteremo in ap: presto
Questą praticą, appunto acquistatą, mediante le reiterate esperienze, e
diligenti osservazioni fatte intorno li Malati è quello, che fi ricerca
d'essenziale nel Medico, et oltre di questa ogn'altra cosa, che s’acquisterà di
più gli servirà d'ornamento maggiore : Che sia così,per consolazione di yoi,
che siete d'ingegni meno sublimi, yeniamo alle prove. La prima sarà con
l'autorità d'Ippocrate chiara, e testuale ; Dice dunque, egli:(a) Ars fane
medica jām mihi tota inventa ese videtur, quæ fic comparata eft, ut fingulas,
da consuetudines, temporum occasiones doceat. Qui enim hoc pactó Artis Medicæ
cognitionem habet, is minimum ex, fortuna pendet, fed et citrà fortunam, çum
fortunâ rectè eam adminiftrabit ; Firma enim eft Ars tota Medica, cjusque
prçceptiones, ex quibus conftat dr. Consistendo dunque tutta la Medicina
in sapersi ciò, che sia solito à farsi, e le congiunture de' tempi, nelle quali
fi deve operare, queste chi meglio di voi le potrà sapere, avendole con li
yostri propri occhi più volte osservate? e bastando ciò per bene medicare,
secondo la dottrina d'Ippocrate, sarete dunque, mediante la vostra buona
pratica, allora già divenuti Me(a) Hippocr. in lib. de loc. in
bom.nesa Medici; E fe poi desiderate sentire sopra ciò più chiaro parere
d'Ippocrate, legge. xe De decenti ornatu, dove così vi parla ; Sint cu in
memoria tibi morborum curatio. da harum modi, quo multipliciter, quomodò
in fingulis fe habent; bọc enim principium eft in Medicina, medium, et finis =
che sono appunto questi il costitutivo del. l'essenziale: Sia all'oppofto
tal'uno ornato di tut, te le scienze, nià che non abbia acquistato ancora in
Medicina una buona pratica, questi non si potrà dire con tutte le sue scienze
Medico pratico, perche non saprà ben mcdicare, e gl'accaderà per l'appunto,
ciò, che succederia ad un'insigne Geo. grafo se volesse viaggiare senza la
guida, queiti nelli bivj, ò trivj sbaglierebbe la strada, per non averne la
buona pratica, e con tutto, che possedeffe la situazione di tutto il mondo, in
un piccolo tratto di paese si smarrirebbe; Mà tutto questo con Pesempj più
chiari ve lo farò costare, Tralasciando di riferirvi un lungo Catalogo
de' Medici, che hanno scritto in fola sola Medicina pratica, e che
fiorirno con gran lode, mentre vissero, senza effere ornaci d'altre scienze,
perche lo potre te, volendo, con li vostri proprj occhi rincontrare, leggendo i
loro libri ; Vi riferirò solamente alcuni casi accaduti à Medici, ch'avevano
appreffo di noi molta ftima', per essere versatiliminella buona pratica di
medicare, e si poteuano annoverare trà quelli, di cui parla, Ippocrate nel
libro De Arte : Viri hujus Aricis periti, re ipfi lubentiùs, quàm vero bis
demonftrant ; li quali vennero al cimento con Medici di maggior grido di loro
nelle altre scienze, e ciò, che ne seguì . Gio: Giacomo Baldini ne fù uno
di questi, il quale efsendo folamente un buon Pratico, e dotato d'isperimentată
prudenza, era per li fuoi pingui guadagni molto invidiato da alcuni di quelli,
che li riconoscevano in molte scienze superiori di gran lunga à lui, s'abbattè
egli una volta in un consulto con due Medici delli più celebri nella
facondia, 1 B с рiй e più versati in molte altre scienze,e
per tal cagione poco conto facevano di lui; Ora questi avevano già premeditati
li loro discorsi molto eruditi, à fine, che meglio comparisse à tutta una
nobile Udienza, che vi dovea intervenire, la poca sufficienza, et infelice modo
di di(correre del Baldini, furono sì lunghi li sudetti eruditiffimi
ragionamenti, e s'ina oltrarono tanto in cose fuori del propofito, che in vece
di dilettare annojarono tutta l'Udienza, et avvedutofi di ciò il buon Pratico,
in vece di gareggiare con loro nell'eloquenza, fece un breve di. scorso, mà
tutto indirizzato all'urgente bisogno, conobbe meglio degl'altri il male, lo
confermò con l'autorità puntuale d'Ippocrate, fece il suo pronostico mortale,
che si verificò in breve, venne alla cura, propose alcuni rimedj, e terminò il
consulto con applauso uniuersale di tutta quella nobile Udienza, diccndo
: : mo, che ha discorso à proposito, e se ne partì tutto contento, e
consolato. Gio [ocr errors][merged small] 1 1 Giovanni
Tiracorda già in questo Archiospedale degnissimo Decano, che nella pratica
Medica aveva quei bei lumi, che felicirano le cure ardue, si abbattè in un
consulto con un Medico catedratico eruditissimo nelle lingue, c Greca in
ispecie, nelle Matematiche, ed ancora nella Teologia ; L'Infermo era
Oltramontano y poco prima giunto in Roma, che li ainmalaffe, ed in tempo di
aria sospetta, il' di cui male fù creduto dal sudetto eruditiffimo Professore
eflere una febbre etica, e con tali, erante ragioni s'ingegnava di provarlo in
ispezie per il pollo basso che aveá, che fariano per certo bastate à formarne
liga gran ležzione in cattedra. In tanto il buon Pratico Tiracorda penaya in
fentire ciò, che conosceva non potersi in modo alcuno verificare, e dovendo
egli concludere, con breve discorso fece capire essere il male del povero foratieri)
una febbre maligna,e di pelimo costume, che se presto,e validamente non era foc
corso farebbe morto, disse ciò, che con veniva B2 [ocr
errors] veniva farsi con sollecitudine, e l'esito funesto, in breve
seguito, ne fù il Giudice, chi di loro avesse meglio conosciuto il
male, Riferirò per terzo ciò, che seguì ad Antonio Piacenti
mio Maestro, la di cui perizia nel ben medicare è nota, per via vere ancora
molti, che furono da effo ne’loro gravi mali bene assistiti, onde per essere io
interessato, non m'inoltrcrò di vantaggio in lodarlo, e lascierò, che facciano
altri quella giustizia, che le sue gloriose ceneri meritano. Questi ebbe
occasione più volte di trovarsi alsieme co' Professori di molto grido, per le
varie scienze, che possedevano, e vedevo, che il suo configlio, ò era
feguitato, ò volendosi fare diversamente per lo più si sbagliava; Accadde
una volta nella cura di un'Infermo, che pativa di un male graue di testa,
creduto da esso procedere da pienezza d'umori viziofi, che nel basso ventre dimoravano,
c per ciò gl’aveva proposto il dejettorio, che à ciò si oppose chi era versato
più di luiin altre scienze fuori della pratica medicinale, con il motivo, che
l'evacuazione glavria inolto pregiudicato. Stette egli faldo nella proposta già
fatta, quale fù esaminata da altri Profeffori, e conclusa: ed eseguita che fù,
l'efito moftrò d'onde procedeva il male, e chi l'aveva meglio accertato,
posciache mediante l'evacuazione ne rimnase libero. Due gran motivi si
poffono dedurre dalli riferiti casi, uno di confolazione per voi, che non avete
genio ; ò abilità all'acquisto di altre scienze, vedendo, che nella vostra
sfera pratica; abilitati che sarete, potrete ftare à fronte con quelli di più
letteratura di voi, purche abbiate prudenza, e giudizio in sapervi ben
regolare; e l'altro servirà d'avvertimento à voi d'ingegno più perspicaces che
desiderate apprendere tutto lo scibile, à non fidarvi folamente sù quello, ch'è
ornamento Medico, dovendo ancor voi poffedere Fondatamente, al pari degl'altri,
quella buona pratica Medica, ch'è la direttrice del ben curare, senza
[merged small][ocr errors] la quale sono inutili tutti gl'altri ornamenti:
Consolatevi però ancor voi, che bramate d'apprenderli : perche quando saranno
uniti alla buona pratica, vi ferviranno ancor'elli di scorta, e vi faranno
divenire eccellenti Medici, et in prova di ciò non vi mancano esempj di cafile,
guiti, che fanno conoscere quanto accrescano di chiarezza alle nostre menti le
Filosofie sperimentali, la Ģeometria, l'Aftronomia, et altre scienze, che
porfono avere correlazione con la Medici. na, mà per ora potrà bastarvi
l'oracolo d'Ippocrate allora, che scrivendo à Tel, Lalo gli notificò: Geometria
mentem acuit, e longè Splendidiorem reddit ; e nel libro de Aere, Aquis, et locis
; Ad Artem Medicam Astronomiam ipfam non minimum, fed plurimum poteft conferre
; Ben'è vero, che rari fono quelli, a'quali datum eft adire Corintum, perche
tutte queste cose averle, poffederle, e maneggiarle à quel segno, che conviene,
cnon più oltre non a ricerca minor prudenza di quella, che aveva il Re
Mitridate iu reggere un Coco [ocr errors] Cocchio tirato da bravi,
e numerosi de strieri, altrimenti andandosene tutte in pampani, e fiori, che
non legano, produrranno pochissimo frutto, quantuns que fosse vaghiflima la
loro prima ap. parenza. Sicché parmi d'avervi à bastanza mostrato, che
l'essenziale del Medico non consiste in altro, che nella buona, e soda pratica
acquistata mediante le re. iterate osservazioni di ciò, che fiegua nelli
progrefli de’mali, e quanto fiac. quisterà di più fia tutto ornamento. E
da questo si possono comprende reli gran vantaggi, che necessariamente nel ben
medicare, non solamente li giovani praticanti, ed asistenti ne riportano dalle
continue osservazioni che si fanno negli spedali ove sono numerosi gl'infermi,
mà ancora gli professori primarj, che ivi esercitano, potendo questi, mediante
le reicerace osservazioni, che si fanno in lunga serie di anni, acquistare
molta perizia pratica, e franchezza ancora nel medicare, conforme, che ogn'uno
di esli ben se ne avvedeje lo confeffa. E finalmente, acciocchè non resti
quanto vi hò detto infructuofo,converrà, che ora vi mostri come vi dovrete
contenere nell'acquistare detta pratica tutti assieme, e conformé, fi dovrà
regolare ciascun di voi ; secondo la propria capacità, in quello, ch'è ornamento,
mà effendo questi più punti, che meritano matura riflessione, bisognerà
riportarli alla Giornata di domani, venite però tutti, e voi precisamente,
ch'avere più brio, e spici:o più vivace deglalri preparati di sofferenza,
perche sarà Giornata di attenzione, e mortificazione infieme. [ocr
errors][merged small] [blocks in formation] Nella quale si fà vedere ciò, che
dovre farsi da tutti unitamente per ben confeguire una buona prática, e quello,
che dovrà operare ciaschedino secondo la propria capacità per uguagliarsi a'
Comia pagni in quello, ch'è ornamento. Mi : I dispiace
nella Giornata di jeri accennato, ch'oggi vi mortificherei, perche jacula
prævisa minus feriunt ; Mi persuado, che di già farete venuti preparati per
sentire da me rimproveri sopra li vostri poco lodevoli portamenti, da me più
volte osservati, mà abbiateci pazienza ò perche ciò G fa per voftro bene.
Ditemi di grazia à che fine venite in questo luogo pieno di miserie ? Frana
camente mi risponderete : A prendere la pratica di Medicina; e questa in che
modo la prendete yoi più disinvolti, et allegri, che mostrate d'esfere più
spiritofi degl'altri? Con paffeggiare per lo Spe. daledale, confabulando
trà di voi sopra le novelle di queito mondo? Questo non è il modo da prendere
pratica di Medicina, nella quale si richiede una fomma applicazione, mà più
tosto da divertirvi: Sappiate, che lo Spedale non è luogo da perderci
inutilmente il tempo in divertimenti, e svari, perche è ripieno di aria
infetta, chi non brama d'approfita tarsi non si curi dimorarvi, mà se ne vada
in aria migliore, e più amena di fta, che farà per lui più utile, e sicura, e
non mi faccia cestar bugiardo, poiche in cal guisa continuando, non folamente
daria à divedere che la Medicina sia Arte lunga, mà ancora, che non si possa in
conto alcuno acquistare, essendo questo tutto l'opposto di ciò, che da
principio vimostrai. 15 TMarcello disse, rimproverando li suoi foldati,
che non aveano fatto come e doveano, e poteano il loro uffizio: Mula ta
vidi Romanorum corpora, fed Romanum vidi neminem; e così ancora io potrò
direfin'ora di voi: Multa vidi discipulorum [ocr errors] corpora, fed
difcipulum vidi neminem ; Spero però, che conforme servirono di stimolo a' suoi
soldaţi le parole risentite di Marcello per fare, che superassero nel giorno
susseguente Annibale,cosi le mie moveranno ancora gl'animi vostri in ay. venire
ad operare con più attenzione, e fervore di prima scusandovi del passa
perche non sapevate ancora in che modo vi dovevate contenere ; Qual mutazione,
oltreche recherà à voi gran vantaggio, si perche più prestamente vi sbrigherete,
e con miglior ordine v’im. poffefferete della buona pratica Medica, à cui
devono indirizzarsi tutte le vostre operazioni, sarà ancora di mia somma
consolazione. Prima però di porvi à questo ftudio pratico farà di
mestiere, che possediate, oltre il buon costume, l'Istituzioni Me diche, con le
quali diverrete già iniziati à questo nuovo esercizio, essendo legge
d'Ippocrate di non doversi praticare altrimenti, ordinando egli (a) doppo
aver detto: I* Hippocratis lige : detto: Institutionem à puero fit
moribus generofis, venendo alla Medicina pratica, Hæc verò cum facra fint,
facris hominibus demonftrantur, prophanis verò nefas priùsquàm foientiæ facris
initiati fuerint ; e facendo voi diversamente non potrete capire ciò, che vi si
presenterà d'offer= väbile, e s’aveste ancora appreso la cognizione de'mali, vi
recheria quefta un sommo vantaggio, insegnando Ippocrates che Qui autem
fignorum cognitio: nem habuerit is: folus ritè ad curationem aggredietur, caso
che nò procurerete, che sia questo il primo vostro studio, e lo farere ; con
discrivere in un libretto di memorie tutti li segni, che fanno venire in
cognizione di quel tal determinato male, con indicarvi quali sono li essenziali
; ex. gr. dell'Angina, dell' Epátiride &c. é quelli, che sono distintivi;
che fanno conoscere, se sia Colico, Ò Nefritico il male, se fia vera, ò falfa
gravidanza, e così proseguendo in tutti quei casi confimili, che hanno
bisogno di la lib.de Media
[ocr errors] [ocr errors] di qualche segno proprio, che meglio li faccia
comprendere, e tutto ciò è necessario à farsi, perche attorno l’Infermo dalli
segni si rinviene il suo niale, e questi sono neceffarj d'averli à memoria,
perche all'ora non si può ricorrere à leggerli ne’libri, quando sareçe
interrogati, che male quello sia ; Dovrete ancora lasciare in detto libretto di
memorie molto spazio di casta bianca in ciasche, dun caso, doppo avervi
descritti gl’accennati segni per notarvi ciò, che biso, guerà in
appresso, Acquistata, ch'avrete la cognizione de' mali più frequenti, e
che vagano in quella stagione, e questo in breve tempo lo potrete fare,
incomincierete ad osservare il modo, con il quale si curano, et in quel
medesimno libretto dove avrete descritti li segni, v.g. della Punfura,
capitandovi d'osservare il detto male, verrete descrivendo la cura, e
mutazioni, che di giorno in giorno eslo anderà facendo, tanto in meglio, che in
peggio, con tutto ciò, che offerverece di riguardevole, mà succintamente
con qualche contrasegno indicativo,per non fare scrittura voluminosa. Di
dette cure da offervarsi contentatevi di prenderne poche da principio, e le più
facili, per poterle esattamente confiderare, e capire bene, quali in progresso
di tempo l'anderete moltiplicando, e scegliendo secondo vedrete meglio poterle
possedere, e comprendere; Avvertite però non caricarvenc troppo, nè di
tralasciarle, se non ne avete veduto l'evento felice, ò funesto, quale noterere
per meglio impoffeffarvi nelli pronoftici da farsi in casi consimili, nelle
congiunture, che vi si presenteranno . E tutto questo è coerente al consiglio
d'Ippocrate dato nella sua legge, ove dice : Ad bec longi temporis induftriam
accedere neceffe eft, quod disciplina veluti gravidata felicitèr, et benè
crescendo maturus fructus efferat. Lo studio, che dovrete fare in casa
sarà di leggere solamente dui, ò trèlibri pratici de’migliori, che potreteavere
si antichi, che moderni scelti dal Direttore vostro Macítro, et in quelli
procurerete rincontrare se ciò, ch'avete osservato si uniformi alli loro
sentimenti, e noterete, in che cosa consista il di- . yario, per domandarne
sopra ciò la cagione à chi sarà vostro Direttore nella pratica, ò almeno alli
Medici Affiftenti di detto Archiospedale, che sono già pratici, de' quali
ancora vi dovrete prevalere in molte occorrenze, potendoli avere più pronti, e
nel luogo istesso dove vi esercitate, Mà perche le conferenze accrefcono
fervore, e facilitano insieme li progressi, per cagione dell’utile emulazione,
e di sentire da? Compagni qualche cosa di più, che talvolta non fi sapeva ;
Quindi è, che almeno una volta la settimana vi dovrete congregare tutti insieme
per conferire ciò, che ogn'uno avrà acquistato di più nel suo esercizio
pratico, et à questa conferenza potria avere qualche sopraintendenza il Medico
Af fiftente di guardia, che deve necessaria. mente [ocr errors]
mente essere nello Spedale permanente ; E quando sarete disposti à tal’utile
esercizio non avrete da affaticarvi in cercare luogo à propofito, conforme era
neceffario prima, perche voi, che di presente ftudiate avete avuta la sorte
propizia, mediante l'animo generofo, e magnitico di Monsig. Illuftriffimo Gio:
Maria Lang cifi, cho con tanti suoi incominodi, c con si considerabile spesa, à
publico bene, hà stabilito sì grandiosa, e nobile Libraria, ed in questo
medesimo luogo, dove vi esercitate, potrete ivi radunarvi, e fare con tutti li
vostri commodi l'utilissime conferenze, con quel di più, che ne potrete
ricavare da'vn'abbon, dantislima scelta di libri, che vi si custodiscono d'ogni
scienza, et in particolare, assai più numerofi d'ogn'altra in Medicina. Qual
commodo fe l'aveflimu avuto noi, che ora fiamo avanzati negl'anni, in nostra
gioventù, quanto mai ci faria stato grato; poiche per fare conferenze allora,
bisognava andare in luoghi privati à dare incommodo, e pure si face
vano vano con fervore conforme seguì int cafa del Dottor Girolamo
Brafavola, dove ogni Lunedì si teneva congreffo publico, e si leggevano un
difcorso con due problemi Medici, oltre le conferenze, che si facevano fopra
altre materie, concernenti la Medicina, è detto.congreffo continuò con fervore
per molti anni, e con profitto di chi lo frequentava. Talmente che tutta vostra
la colpa fària se voi ora che avețe derta commodità la trascuraste', non
potendosi ciò attribuire ad altro, e con vostra somma vergogna, che al poco
desiderio, che aveste di approfittarvi. Vi riuscirà più commodo di fare
alcune diligenze intorno alli Malati, che vi fiere scelti da offervare, prima
della visita del Medico Principale, che consor feranno d'interrogarli, con
descrivere ciò, che vi troverete di novità per essere sbrigati, e pronti nel
tempo della visita, nella quale sentirete voi ancora il polso à tutti
gl’Infermi del Quartiere per impoffeffarvi delle differenze di esia
C e ciò e ciò farete con qualche attenzione particolare, per meglio
comprendere ciò che nel giorno vi scorgerete differente dalla mattina, e nelle
visite susseguenti, ciò, che di divario dalle antecedenti, ed in ispecie se più,
ò meno celeri, se più, ò meno eguali, se più, ò meno duri, se più alti, ò più
basli, e molte altre differenze, che avete gia letre nel trattato de' Polfi, ed
occorrendovi sopra di ciò alcuna difficoltà, non abbiare timore di spiegarvi, e
di dirlo à chi vi sopraintende, perche da tutti con somma cortesia vi sarà
spianata; Starete attenti quando s'interrogano li Malati nuovi per rinve- ;
nirne l'idea del male, et offerverete il modo, che si tiene con quelle persone
idiote, che non sanno rispondere à ciò, che si domanda loro, et apprenderete la
gran pazienza, che bisogna averci, per potervene servire ancora voi
abbattendovi in Gimili Infermi idioti. Vi porrete à mcmoria quell'idea, che dal
Medico Principale farà stabilita à quel male, e pet non dimenticarvene la
noterere in un libretto conforme vien praticato da. gl’Afiftenti, con
notarvi insieme il no me dell'Infermo, e numero del letto, invigilerete in
sentire, e capir bene cutte le ordinazioni, che si faranno, con rincontrarne
ancora li suoi effetti, non trascurerete di sentire ciò, che si dice del
pronostico del male, e d'ogn'altra cosa concernente tal'infermità, ed in
ispecie in quelli, che vi siete scelti per osservare, e facendo yoi ciò, che vi
hò decco, vi assicuro, che quell'Arte, che Ippocrate chiamò lunga, la farete
divenire più breve di quello, che vi credevate, potendo yoi in tal guisa con
facilità non solamente apprendere il modo più sicuro di medicare, mà ancora la
franchezza del ben pronosticare, conforme insegna Ippocrate : (0) Eventa igitur
per experientiam cognita prædicenda, id enim gloriam adfert, c cognitu ejt.
facile. *Terminata, che farà la detta visita seguirete il Medico, che vi
conduce inpratica per osservare le visite, che sono per la Città, nelle quali
procurerete di fare le vostre osservazioni nel miglior modo, che vi sarà
permesso. Con il sudetto vostro Direttore, e Maestro conferirete tutte le
difficoltà, che vi occorrono, con animo però decerminato d'apprenderne li loro
documenti, essendo questi li semi di quanto di buono in voi germoglierà à
suo tempoo conforme disse Ippocrate nella sua legge : Doctorum præcepta feminum
rationem habent, non già di contradire con pertinacia à quello, che verrà da
esso detto, e risoluto, ed imiterete in ciò le Api, che succhiano il mele da'
fiori, è non già le Vespi, che pungono con li loro aculei colui, à cui si
approssimano. Credetemi, che la modestia, e li buoni costumi, l'attenzione, e
la docilità ne? giovani formano la base stabile di tutti li loro avanzamenti,
dove, che il mal costume, la pertinacia, la garrulità, e la petulanza affatto
l'atterrano, elanniçhilano. Nelli [ocr errors] [ocr errors] Nelli
tempi poi, che saranno prof fimi alle offervazioni anatomiche comincierete ad
alleggerirvi dalle occupa. zioni Mediche, per attendere con più fervore alla
Notomia, e procurerete in quelle vicinanze di trovare un'Indice delle
oftenfioni, che fi faranno, per istudiare preventivamente ciò, che pu- .
blicamente si dimostrerà, ed in oltre vi troverete presenti à tutte le
preparazioni delle parti, che si faranno in privato, non solo per meglio capire,
et impofseffarvi di quello, ch'avete letto, mà ancora per mostrarvene già
pienamente istrutti quando le vedrete publicamente dimostrare i Non
trascurerete, essendovi occafioni d'aperture de cadaveri, di trovarvi presenti
à quelle, e tanto maggior mente se avrete osservato li mali di quei poveri
defonti, e se non l'avrete visitati, procurerete informarvi delle loro
infermità, perche mediante tali ispezioni verrete meglio in cognizione del
luogo affetto, e di qualche cagione ancora di detto C 3 detto
male, e noterete in succinto nel vostro libretto ciò, che si farà rinvenuto in
quelle di considerabile, acciocchè vi resti memoria per prey aleryene à suo
tempo. Ed affinche meglio le possiate ritrovare, riporterete in un repertorio
per ordine alfabetico ciò, che offeryato avrete, tanto nelle cure de inali,
esiti de’madesimi, che aperture de' cadaveri, senza lasciare nè pure un giorno
di non notarvi qualche cosa offervata, e questo l'andrete bene spesso
rileggendo, à fine non vi scordiate di ciò, che una volta apprendeste.
Quando si faranno l'ostensioni bota taniche non occorrerà, che trascuriate
l'altre vostre applicazioni mediche,perche non richiedono queste
quell'attenzione, ch'è necessaria per la Notomia. E tanto più, che durano tutta
una stagione, onde basterà, che per tal'effetto Jeggiare qualche libro
bottanico, e con l'esercizio oculare ricontriate nell'Orto Medico le più usuali
per meglio conocerle, le quali per voi possono esse re [ocr errors]
re sufficienti con la notizia delle loro virtù. Impiegato, ch'avrete
il primo ane no, con fervore, in fare tutto ciò, che fin'ora vi hò
detto, ristrignerete poscia in una nota tutti quei mali più
essenziali à saperfi, che ancora non avevate offervati, à fine, che
capitandovi possiate in quelli continuare li vostri studj, imitan.
do quei Giardinieri, che vogliono for mare un vago prato di fiori ;
Questi colo tivano tutto quel terreno, e con buona ordinanza vi
dispongono li semi, à fine non vi resti del sodo incolto, ove non
nascono fiori, mà sol'erbe campestri, e che li fiori, che nascono, non
resting trà loro confusi. Quando avrete già offervato
ocularmente le cure de' mali più riguardevoli, e frequenti, e quelle occorsevi
di nuovo, l'avrete più volte ancora rincontrate nelle cose essenziali,
uniformi, e che possederete già la Notomia, elsendo divenuti capaci di meglio
discernere ciò, che fate, all'ora converrà, che [ocr errors] vi
applichiate à rinvenire le cagioni de? mali, e non prima, perche essendo tante,
e così diverse tra loro le cagioni descritte dagli Autori in un medeliino male
per la diversità di sì numerosi sistemi, novamente inventati, che se
Galeno à fuo tempo giudicò al parere di Lacuna che : Judicis veri difficultatem
liquido ostendunt tot, tantæque variæ hæreses, quot in Arte Medicâ reperiuntur
; Che giudizio accertato ne potreste formare voi ora, che sono cotanto più
cresciute, prima d'essere nella pratica bene istrutti? Oggidi li giovani sono
così perspicaci, per non dire arditi, che li raziocinj, che già udirono da’loro
Maestri, quali come buona femenza dovriano conservare, et aspettare, che con il
tempo crefceffero, conforme ordina Ippocrate nella sua legge: Tempus omnia hæc
ad plenam nutritionem confirmat, in vece di çoltivarli ora non li seguitano
più, et in vece di quelli se ne scegliono delli più vaghi, onde quando ciò
abbia da esfere è pur meglio, che l'apprendiate quandofiete divenuti più
suficienti à farlo, ed all'ora appunto, che sarete à pieno informati dell’idee
de'mali, delli loro sina tomi, del modo, che s’abbiano à curare, e dell'esito,
che possono avere, perche potrete allora con più sperimentato giudizio sceglervi
quel raziocinio intorno alle sudette cagioni morbose più adattabile degl'altri
al vostro bisogno: Sentite di grazia come al proposito ve lo infinua Ippocrate
: (d) Preclara enim res eft, quæ ex opere, quod quis didicit proficifcitur
oratio ; Écon maggior chiarezza in altro lạogo, dove così parla : Ncque priùs
ad ratiocinationis perfuafionem quàm ad ufum cum ratione conjunctum animum
adhibere ; Ratiocinatio enim in eorum, quæ fenfu comprehenduntur recordatione
quadam confiftit ; ed in appreffo : Nullum ex his, quæ folâ ratione concludun-,
tur fructum percipere licet, verùm ex his, qua operis demonstrationem habent,
fallax enim, et ad errorem proclivis affeverario; Ed operandosi da voi in
questo modo, effendo già divenuti più abili, e capaci, da un principio più
accertato ricaverete un ražiocinio è certo, ò per lo meno probabile, dove che
facendosi diversamente con impoffeffarvi prima d'ogn'altra cosa delli raziocinj
in aria, e di bella comparsa, che possono con danno notabile preoccupare le
vostre menti, e quefti effendo Icelti da voi per mero genio, fenza saperne il
perche, vi faranno dedurre delle conseguenze, che vi pareranno certe, ed
evidenti, le quali in atto pratico le troverete diverse das quelle ve l'eravate
figurate; onde per acquistare pofcia la buona pratica vi converrå deporli,
conforme è convenus to farli da altrui, che se ne sono ayveduri, per non
continuare ne' loro pregiudizj, e sentite come à meraviglia fi ritrovano
costoro delcritti da Ippocrate: Venuste
enim cognitionis intelligentia apud iftos sparsa ejš . Cum igitur hi ex
neceffitate indocti exiftant eos ad utilem *xercitationem cohortor . Mà veniamo
all' esempio per caminare con più chiarezza. S'idei il più bell'ingegno, che
frà voi si trova, che il tal male proceda da un' acido esaltato, è da un calore
eccellivo, ne dedurrà subitamente con la sua perspicacia, dunque và curato con
gli alkalici, ò con gl’attemperanti. Volesse Iddio, che ciò si verificaffe, non
avreste per certo bisogno d'affaticarvi tanto intorno l'Infermi per apprendere
la vera pratica, perche in questo modo diverreste presto Medici; Mà non è
questo il modo da caminare con licurezza, perche se quella cagione non è
accertata farà neceffariamente incerta ancora la conseguenza da quella dedotta,
la quale potrà talvolta produrre all'innocenti Infermi un nocabile danno,
perche Gi tra{curerà di far quello, che s’è osservato altre volte effer loro di
giovamento per andare in traccia à ciò,ch'è incerto, e so. lamente da noi
ideato. Qual verità udite con che chiarezza si ricava da Ippocrate: Quidquid
artėm artificiosè di&tum ef(d) Hippide deciørd. (e) Id, in lib.de
tracept 1 efem(f) In lib.pracept: eft, Hippocr.de decobabitki [ocr errors] eft,
non autèm factum, viam, rationem artis expertem arguit.. Opinabile fiquidem
fine actione infcitiæ, nullius artis indicium eft ; Opinatio enim cum præcipuè
in Arte Medicâ, eâ quidèm utentibus crimini vertitur; His verò qui eâ indigent
exitium afferty fi namque fuis verbis perfuafi exiftim mant se opus ex
scientia profectum novisse, quemadmodùm aurum adulterinum igni probatur,tales
se ipfi etiàm produnt ; e ciò lo conferma ancora nella sua legge, dicendo, che
la sola opiņione ignorationem parit . Il modo dunque praticabile più sicuro
sarà di dedurre la cagione demali dalla già accertata cura, osservata più
volte profittevole, con que’lumi, che vi darà di più la Notomia, e quando anche
per questa strada non se ne rinvenisse la più certa, non potrà nascerne quel
pregiudizio già accennato, perche la cura anderà a suo dovere, essendo fatta
secondo le buone osservazioni pratiche; oltre di che caminando voi con
quest'ordine non vi regolerete con l'incertezza dell'opinioni degl'uomini,ogni
giorno variabili, mà bensi con la certezza delli giudizi di Natura, sempre più
accertati, come divinamente considerò Cicerone allorche diffe : Hominum com.
menta delet dies, naturæ judicia confirwsat. Quindi è, che Pittagora non
fenza cagione faceva tacere li suoi scolari sinche aveffero compiti cinque anni
di studio, perche voleva, che cominciassero à parlare quando appunto capivano
ciò, ch'elli dicevano, e veramente chi presto parla non ha premeditato ciò, che
dice, e chi non hà premeditato ciò, che dice, parla à caso. Per conferma
di quanto vi hò detto, ed à fine non prevarichiate ora, che avere da me sentito
dire qual potesse esfere il inodo facile sì, mà non già sicuro, da prestamente
liberarvi dall'intraprese fatiche, v'addurrò altri sentimenti
d'Ippocrate,da’quali non potrete discostarvi se vorrete essere tenuti suoi veri
seguaci, dice egli ( b :) parlando in termini difare progresso nella Medicina :
At vero in Medicina iampridem omnia fubfiftunt in eaque principium, via inventa
eft, per quam præclara multa longo temporis fpatio sunt inventa, bu reliqua
deinceps invenientur; Si quis probè comparatus fuerit, ut ex inventorum
cognitione ad ipforum investigationem feratur, Qui verò his omnibus rejectis,
ac repudiatis aliam inventionis viam ; aut modum aggrediatur, to aliquid Je
invenise jactitat, is cùm fallitur, tùm alios fallit, neque enim iftud ullo
pacto fieri poteft. Ippocrate dunque vuole, che dalle cose accertate si passi
all'investigazionc di esse,per meglio discernere ciò, che in quelle non fosse
ancora palese,mà non già, che dalle incerte si pasli à fare al. cuna
investigazione, dicendo chiaramente, che chi farà diversamente ingannerà se
stesso, e gl'altri, e tutto ciò vie. ne più precisamente individuato
redarguendo quelli, che dalle cagioni incerte ne vogliono dedurre una certa
cura, come si legge in appresso: At verò nunc ad cos, qui novâ quadam ratione
artem ex přo." propofita materiâ investigant nostra revera
tatur oratio fiquidem eft calidum, aut fria gidum, aut ficcum, aut humidum,
quod hominem lædit, et eum, qui rectè mederi volet opporret calido per
frigidum, frigido per calidum, ficco per bumidum, et humido per ficcum
opitulari . Exhibeatur mihi aliquis naturâ non admodùm robuftâ, fed
imbecilliore; qui triticum crudum, et inelaboratum edat, quale ex areà
fuftulit, carnes crudas, et aquam bibat, ex qua victus ratione non dubium eft
quin multa, gravia fit perpeffurus. Nàm et doloria bus conflict abitur,
et imbecillo erit corpore, O ventriculus corrumpetur, nequè vitam diù tollerare
poterit . Quodnàm igitur ità affecto præfidium comparandum Calidum nè,
aut frigidum, an ficcum, an humidum? Siquidem horum quodque fimplex eft.
Namque fi quod lædit ab his ipfis eft diversum contrario disolvere convenit,
velut ipfifatentur - Eft enim certifima, et evidentiffima medela, sublatis
quibus utebatur cibis, pro tritico panem exhibere, da pro crudis
carnibus coctas, dj insupèr vinum propi narly nare, neque fieri
poteft, quin his commu: tatis convalefcat ; e questa accertata cura come si è
ritrovata, se non dal vedere, che le sudette cose hanno altre volte conferito
in simili casi? Seguitate pure la strada calcata da' noftri maggiori, se
non volere errare, per la quale ebbe origine, e si è avanzata la vera Medicina,
e questa è quella dell'offervazioni, conforine chiaramente confessa Ippocrate.
dicendo : Neque verò pigeat ex plebeis sciscitari fi quid ad curandi
opportunitatem conferre videatur, fic enim censeo artem univerfam coma
moftratam fuiffe, quod fingula ex fine abi fervata, ad eadem aggregata fuerint.
Animum igitur adhibere oportet fortuit,e occafioni, qu& plerumque fe offert,
quæque cum utilitate, et lenitudine conjuncta eft, quàm cum sollicitatione, et forti
defenfione; e ricavate pure li vostri raziocinj dalle cagioni de' mali, dalle
cure à voi note, ed in quella conformità, che più vi appagano, che ottenuti in
questa guisa, se non fi) Hipp.praceptiones . [ocr errors][ocr
errors] non dimostrativi, faranno almeno innocenti, non potendo recare
pregiudizio alcuno, e state fermi in tale proposito, per l'esempio
di più d'uno, conforme, che diceffimo, à cui è convenuto mutare li
raziocinj delle cure dapoi, che hanno osservato in pratica meglio
gl'andamenti de' mali, e non prima d'allora si sono accertati, che
l'opinione era assai diversa dalla verità, conforme nel suo sogno ci fà
conoscere Ippocrate, ( a ) non solo perche li comparvero assai differenti
trà di loro, mà perche la verità dimorava appresso Democrito, che
non s'ingannava, e l'opinione trà l’Abderiti già pregiudicati, per la falla
loro credenza, che Democrito delirasse. Appreso, che voi avrete le
cagioni ancora de'mali, all'ora sarete arrivati à qualche
perfezione maggiore, potendo, rotto già il silenzio Pittagorico, con
fondamento parlare, e con franchezza ancora medicare, resterà solo
d'istruirvi in che modo si dovrà contenere ciasche duno Hippo in epiß. Pbilope.2. [ocr
errors][merged small] D [ocr errors] duno di voi in ornare, secondo la
propria capacità ciò, ch'avrete acquistato tutti in commune. > Parlerò
prima con voi di mente fu. blime, e generofa, che vi pare un troppo angusto
campo la sola Medicina, onde per far conoscere a tutti la vostra maggiore
abilità, volete stendervi più oltre, ed all'acquisto d'altre scienze,conforme
nelle private conferenze apertamente diceste, ove tal’un di voi mostrò genio
grande d'apprendere le Mattematiche, altri l'Astrologia', e chi per ornamento
le Lingue straniere, et in ispecie la Grecaj e chi per divertimento ancora
l'erudizioni Istoriche i Mi dispiace d'aver sentito dire, che trà voi yi
fia chi lo faccia per genio grande, perche questo vorrei, che tutto lo ponefte
alla fola Medicina's qual dovrete profeffare, onde viva pur sempre caurelato, e
circospetto chi di voi hà fimit geniono che non gli faccia perdere
-Hamore à cid, ch'avrà dianzi acquistaso; perch'è solito, che chi apprende
congenio grande una cosa nuova, trascura necessariamente ciò, che
prima se non per genio, almeno per impegno lo appagaya . Io per me
non posso, nè devo op pormi à quanto deliderate, si perche è
onefto, sì ancora perch'essendo all'ora voi già divenuti
Maestri vorrete fare à vostro modo ; Vi dò solo questo conseglio, che
facciate regolare la vostra in clinazione fempre dalla prudenza, e
dal giudizio, e che non la lasciare in tutta sua libertà, e facendo
voi in questo modo non potrete errare, perché le sudette virtù mai non
permetteranno, che fi din ftacchi dalla Medicina già appresa, nè
che nel fare li nuovi acquisti gli rubi quel tempo, già destinato per
lei, e final mente faranno in modo, che non l'apprendiate à quel segno di
poterle profeffare, mà per solo ornamento, e per poterne ancora voi
discorrere in quella parte, che possa servire alla Medicina.
Mà vediamo d'ajurare, e consolare insieme voi altri, che restereste
altrimena 1 [merged small][ocr errors][merged small] [ocr
errors][ocr errors] timesti, non solamente per la separazione, che faranno da
voi li vostri compagni, inà eziandio per la cagione di essa . In primo luogo
parliamo chiaro intorno a'vostri difetti, per dare à ciascheduno di essi il suo
rimedio, s'è possibile. Dilli s'è poffibile,perche se sarete affatto inetti, et
incapaci mutate mestiere, conforme hò fatto fare à qualcheduno di simile
inabilità, perche altrimenti vi affaticherete in darno fino, che viverete, mà
re, ò la vostra memoria apprende con qualche difficoltà, tenétela continuamente
esercitata, che migliorerà, volendo CICERONE (vedasi), che: Affiduus usus uni
rei deditus, et ingenium, a artem fepè vincit ; ò il vostro giudizio non è
pronto, ajutatelo con l'attenzione, e vigilanza, date tempo, che si farà,
perche molte piante fioriscono prima, et altre sono più tardive; ò il vostro
discorso è alquanto infelice, e non siete pronti, esercitatevi nclli discorsi
publici, bene imparati à memoria, discorretela continuamente con li
vostri CICERONE (vedasi) pro Cornelio Balbo. [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] vostri compagni più franchi di voi, fae tevi animo, et abbiate
forma fiducia, che il vostro timore cesserà. Aspettate ora da me di
sapere il modo, che dovrete tenere per adornare ancor voi l'opera già fatta, à
fine di non iscomparire trà gl'altri vostri compagni, e con
ragione. Già voi non vi curate d'uscire dalla Medicina, in questa dunque
converrà trovare l'ornamento, che sia adattato al vostro bisogno, e
doppo fatta matura rifeflione, non trovo miglior conseglio di
quello, che fi ricava da Prospero Marziano Medico di grand’ingenuità,
all'ora, che ricercando la cagione, perche li Medici antichi erano tanto
stima ti, et onorati assai più di quelli, che vivevano à suo tempo,
egli fù di fentimento, che procedeffe ciò per effer stati.
glantichi versatillimi ne' pronostici, e non vi sia discaro à sentire ciò,
ch'egli diffe : Cur prisci Medici tanti habiti fint apud homines, ut non folùm
primas in Ci. Prosper Martian. 2.prediff. perf.23. e [ocr
errors] D 3 civitatibus, ac Regnis tenerent, Regibus Principibusque
imperarent, fed etiàm summus honos, Diisque folis præstari folitus, Medicis
tribueretur, admiranda enim circà agrotos, et præftitife, et prædixise eft.
necessarium ; Sicut vice versâ mirum non eft ifi nunc adeù vvilitèr tractentur,
quando nèc in curando, nèc in prædicendo quidquam spectabile pr&tent
noftri, cum ea faciant tantummodò, a dicant, quæ ipfis idiotis sunt manifefia,
et tamèn'artis pradantiam noftrorum temporum continuò jaEtant imperiti, Medicinamque
posteriores ditasse profitentur, fed veniunt excufandi, eo quod antiqua
thefauros adhùc non percepere, quibus tota quidem Hippocratis do. Etrina plena
eft; Verùm præfens liber, [h.c. prædiétionum secundus ) adeò abundat, ur folus
paupertatem, cu miferiam artis noftrorum temporum indicare fufficiat, nam quis
nostrum eft qui centefimam partem eorum cognofcere poffit, qu& antiquiores
Medicos comunitèr prævidere confueviffe in hoc libro teftatur Hippocrates ;
Sicchè voi per fare spicco, et essere molto stimati nella [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] nella professione impoffeffatevi
bene de! pronostici d'Ippocrate, che uniti alla buona pratica acquistata,
vedrete, che vantaggi questi vi recheranno, et effendo stati ricavaci da molte
offervazioni uniformi, accadute in più secoli, non vi serviranno d'ornamento
inutile,mà bensi molto profittevolese necessario, e tanto maggiormente se
spoglierere ancora ciò, che v'è di migliore nell'Epidemj, ed in tutti gl'altri
divini libri d'Ippocrate, per mettervene à memoria più, che potrete, å
fine di serviryene secondo li i bisogni, che vi si presenteranno, e que
sto studio lo farete in quell'ore, nelle quali vi persuaderete, che li vostri
compagni le terranno impiegate all'acquisto d'altre scienzcacciocchè vi cresca
il fervore ad apprenderle con emulazione. Ornati, che sarete tutti nella
conformità, che s'è detto, ogn'uno di voi ne farà la bella comparsa ne
consulti, ed all'ora si conoscerà chi di voi avrà fatta i miglior
elezione del compagno, e si rina contrerà, che voi, ingegni, ch'eravatemeno
apprezzati degl'altri, per la voftra applicazione, e prudenza, certamente, che
non iscomparirete tra gl' altri di maggior talento di voi. Se il modo,
che vi hò proposto non farà buono, e profittevole trovatene altro
migliore,& acciocche lo possiate rinvenire più commodamente sia posto ogn'
un di voi in sua libertà di sceglierlo à fuo piacere. S'avete genio di studiare
prima della Medicina altre scienze, cosa ne feguirà facendosi, che non potendo
sapere ancora cosa vi possa bisognare vi converrà ftudiarle ex profeso, e se
l'avrete apprese con genio à quel fegno, che le pofliate profeffare, ciò, che
studierete in appreffo; con minor piacere, lo subordinerete alla prima, che di
già possedere. te, mà ne seguirà peggio ancora, che tutto farete meglio,
eccettuatone il Medico, conforme vi farò costare in appresso. Se il genio
vi porterà ad apprenderle insieme con la Medicina, che ne feguirà? Ciò appunto,
che accade à chi [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors] in un
medesimo tempo getta in un camро semi diversi, e mescolati, e che ne
raccoglierà? Un frutto confuso, e quem sto ancora à voi potrà succedere, poiche
la bella ordinanza è quella, che facilita, e felicita le grand'imprese, dove
che la confusione le preverte, e le annichila. Inoltre s'avrete studiate
le Mattematiche, con gran genio, e studio profondo, e vorrete poi fare il
Medico niuna cosa di Medicina vi appagherà, cercherere in essa le dimostrazioni
evidenti, e non trovandole, che ne seguirà, se non sarete nella pratica ancora
versatiffimi? Che per temenza d'errare vi formerete un metodo di medicare à
vostro modo, con pochi rimedj, creduti da voi sicuri à non poter nuocere, e
semplici, come fono Occhi di granci, Stibio diaforetico, Sperma ceti, un poco
di Caffia, qualche ottava di Tartaro di Bologna, qualche Clistiero, qualche
bevuta d'ac. qua di Nocera, Oglio d'Amandole dolci, Sangue ircino preparato,
Corno di Cervo filosofico, Giacinto bianco, e cofe [ocr
errors][merged small] cole simili, tutte sicure à non poter nuocere, et in questa
conformità vi regolerete tanto ne' piccioli, ne' gravi, che ne' gravissimi
mali. Questo è un modo sicuro, mà nell'infermità benigne, e leggiere, non già
in tutti i casi gravissimi, ne' quali è chiamato il Medico per dare un pronto
riparo, non già per complimento, per espugnarlo, ò almeno per retundere la sua
veemenza, e questo pretenderete di farlo con cose innocenti? ch'è il medesimo,
che dire con cose attività ? Queste dunque adoprerete ne' bisogni
inaggiori, ne' quali : Melius eft anceps experiri remedium quàm nullum. Rimedi
sicuri vi persuaderetç, che siano quelli, che non possono fugare il male ?
Questa sarà una licurezza inutile, mentre non rileva il pericolo, sarà
sicurezza, per chi assicura, non già per chi deve essere assicurato, perche se
in quefta borasca si sommerge la Nave,non è tenuto chi assicurò al rifacimento
del perduto, mentre che và tutto à danno dell'aficurato. Un tal modo di
operare lo di poca [ocr errors] lo potrebbe ancora esercitare,
chi non sapesse altro di Medicina, perche già ch'è sicuro non ci vorrà
grand'arte per praticarlo, mentre l'arte consiste in la. per conoscere ciò, che
in un caso potrebbe nuocere, e nell'altro giovare, e per questo effetto si
chiama il Medico, onde essendo gl'accennati rimedi sicuri, e non potendo
nuocere à ch'effetto vi sarà bisogno del Medico per darli? Oltre di che, per
parlarvi ingenuamente, questo modo di medicare è assai confimile à ciò, che
fanno coloro, ch’imparano la scherma, che per non offendere, nè effere offesi
adoprano certe smarre senza taglio, ed in vece di punta acuta hanno ivi un
bottone di ferro foderato di pelle, ò cottone, qual sorte d'arme sicura in
tempo di pace, di ch'efficacia sarà all?ora, che l'inimico ci affalisce con
armi pungentiffime, lo potremo offendere, à almeno difenderci da effo? Credo di
nò con questa sorta d'armi sicure, ci converrà per certo adoprare almeno armi
eguali, e se saranno superiori riusci. ranno [ocr errors] ranno
migliori ; il fimile appunto succederia quando il male grave alfalisse, se
questo lo voleste espugnare con l'accennati rimedi sicuri, combattereste seco
con quell'armi appunto senza taglio, e fenza punta, poco atte à fare validas
difesa. E non basterà in questi casi Parme sola, mà converrà saperla ben
maneg. giare, per fare que' colpi sicuri riservati a' soli Maestri dell'arte,
quali come li fapreste fare se mai non aveste maneggiate simili armi,
volendovene talvolta prevalere? Sò, che questa voce di medicamento
sicuro, che non può nuocere'è molto plausibile appresso alcuni, che la considerano
superficialmente, mà capita bene, è molto nociva, poiche nel bisogno più
urgente non è tempo di passarlela con cose di poca attività, richiedendo quello
ajuti maggiori, ò equivalenti alIneno ad esso, e tutto ciò, ch'è sicuro.
à non nuocere non basta per rimuovere ciò,che nuoce, onde se non
ammazzano direttamente possono almeno indirettamente nuocere, per la
cagione, che non sono sufficienti à rimuovere ciò, che puol’ammazzare.
Ippocrate,che conobbe tal verità assomigliò il Medico al Governatore della
Nave: questi appunto trovandosi in una borasca di mare cofa dovrà fare ? Deve
in primo luogo alleggerire la Nave, con gettar via ciò, che più l'aggrava,
acciocchè tando più galleggiante non venga ricoperta dall'onde; Voi già mi
capircte, onde non occorrerà mi spieghi di vantaggio, potendo considerare da
voi medefimi, che alleggerimento rechino a'corpi, che si ritrovano nella
tempesta del inale, eripieni di viziosi umori, si piccoli, e poco efficaci
medicamenti. Io non pretendo già porvi in difcredito li dettirimedj,
perche in qualche caso possono essere profittevoli : Per esempio ne' veleni
corrosivil'oleofi, ed in qualche altro caso ancora grave sono utilissime le
copiose beure d'acqua, e cose simili, mà che siano sufficienti questi
per per curare tutti li mali, dicovi apertamente di nò, perche in molti
mali gravi convengono altri rimedi più efficaci, conforme ordinò Ippocrate :
(d) V alentibus verò morbis, valentin natura medicamenta exbibeantur ; et altrove
: Extre. mis morbis extrema remedia optima funt. Anzi, che se si
tralasceranno da voi li più efficaci in quei casi, che competono per
sostituirvi questi più leggieridico, che peccherete d'omissione gravemente,
potendone nascere pregiudizj gravi alli vostri Inferini in trascurar ciò, che
li compete,per dar loro ciò, che non può recare profitto equivalente al
bifogno. E quando il solo differire un rimedio possa recare del danno, come
bene avvertì il divino Ippocrate: Cum enim ab omni ante aliena fit
procrastinatio, tùm verò maximè in Medicina, in qua di. latio vitæ periculum
affert ; quanto maggiore lo recherà l'omiffione, essendo difetto più
conliderabile della dilazione Ne (d) Hipp de loc. in hom. (e)ld.in
epift.ad Crat. Nè per cimore d'essere tacciati di omiffione dovrete fare
d'avantaggio di quello, che fiete tenuti di fare, perche all'ora incorrereste
in un'altro errore, non inferiore al primo, mà come vidovrete in ciò regolare
ve l'insegna Ippocrate nel primo Aforismo in tal guisa: Seipfum præftare
oportet opportuna, et quit decent facientem. Se divenuti Profeffori
d'Astrologia farete ancora il Medico, non vi capiterà Infermo, che non vorrete
alzargli las figura del decubito, non gli darete ri. medj se non che a' buoni
aspetti de' Pianeti, e fuggendo li cattivi,cosa ne seguirà? Che perdendosi
l'occasione pronta d'operare, l'Infermo se n'andrà all'altro mondo à
riconoscere più da vicino li suoi malefici Pianeri, stanteche Occasio præceps,
à quella bisogna, che indirizziate tutta la vostra attenzione, oltre di che vi
servirete d'una scienza più incerta della Medicina per accertare ciò, che in
essa crederete fallace. E se ornati di tutte l'erudizioni Istoriche vorrete
esercitare ancora las Medicina per far pompa in quello, che meglio saprete, et è
di vostro genio, comincierete à discorrere con li vostri Infermi,ò con altri,
che ivi si troveranno presenti ab Urbe conditâ fino al tempo dell'Impero
Romano, e con vostro sommo piacere, il meno poi, che farete sarà di pensare
all'Infermo, che avete avanti gl’occhi, à cui dovete dare ajuto. Iddio
guardi, che tal’uno di voi, ch'avefse più spirito, che prudenza, s'annojasse di
far ciò, che ho detto intorno l'osservazioni Mediche, e si volesse porre
à fare il Medico senz'avere acquistato un buon metodo di medicare, affidato
solo in una gran scelta di belle, ed efficaci ricette, questi sarebbe simile à
colui, che custodisce delle bellissime armi, mà non le så maneggiare, ed in
conseguenza caderia in uno delli maggiori errori, che si possino mai commettere
nella Medicina, cioè di divenire un gran Ricettante, e de' più validi, e
pronti rimedi si Chimici, che Galenici, che avemo, e non sapendo il modo
d'adopee rarli l'applicheria à casa, con tutto, che fi fosse ideato d'imitare
un Capitano, che per conseguire la vittoria fi serve di valorosi soldati, e
questo modo d'ope, rare quanto possa riuscire dannoso, lo lascerò considerare à
voi, per quando farete divenuti già provetti ; solo riflettete ora, che quel
Capitano, che non sa comandare li suoi valorosi soldati, in ve. ce di vittorie
riceverà bene spesso delle sconfitte, e quel troppo ardire indica ignoranza,
come afferi Ippocrate: (a) Audacia verò, artis ignorationem arguit : E in altro
luogo :(b) At quod temerè fit nullo modo fubfiftere videtur, sed nomen tantùm
inane efle . Non riuscendo dunque tanti altri modi ricercati da voi sarà
neceilario,che seguitiate quello, che v'è stato da me proposto, con il quale
farete sicuri di abilitárvi à poter divenire veri Medici E )quan(a)
Hippocr. de lege. Idem in lib. de
Arte,pro ftri fore inp Ver ner te, fo fe quantunque
fiatc trà voi d'abilità difu. guali, et in particolare per quel profittevole
uso, che potrete ricavare dalle diligenti, creiterate offervazioni fatte
intorno l'Infermi, non potendosi questo apprendere in altro modo, conforme
giudicò Ippocrate : (a) Usus namque, qui in fapientia, tùm in arte ei adjuncta,
doceri nequit ; e questo di quanta efficacia fia, sentitelada Cicerone: (b)
Aljungant ufum frequentem, qui umnium Magiftrorum precepta fuperaf. Mà
non vorrei, che tornaste ora à contriftaryi, voi, che fiete di natura
malinconici, parendovi forse troppo, quanto v’hò proposto per neceffario in
acquistare la buona pratica, perche se vorrete diyentare veri Medici, ed eflere
compresi nel minor numero di quelli, di cui parlò Ippocrate nella sua legge
così: Medici nomine quidèm multi, re ipfa perpauci, sarà necessario, che
facciate dal canto voftro ogni posibile, et à fine pro(c) Hipp.de decenti
ornatu . (d) Cicero 1.de Oratore . [ocr errors] proseguiare con maggior
fervore li vostri studj, vi mostrerò in domani quella fortuna propizia, che vi
potrà toccare in premio delle vostre virtuose fatiche. Venga pure chi di voi la
desidera ottenere, che gli farò conoscere quella forte, ch'è sempre favorevole,
non essendo soggetta à vicende, à fine, che di efla se ne innamori.
1 [ocr errors][merged small][merged small] GIORNATA III. Nella
quale si mostra la fortuna, che deve defiderare, e procurare il vero
Medico, e la via più figura per ottenerla, A D un gran
cimento oggi m'espon in volervi mostrare la vostra buona fortuna,
posciache desiderandovela propizia, durevole, e senz'essere soggetta á vicende,
qual potrà essere mai questa fortuna sì prospera Quando nè le grandezze, nè gl’onori,
nè le ricchezze, né le delizie, e piaceri – H. P. Grice on S. N. Hampshire on
J. L. Austin, “I have the pleasure – yours faithfully” --,cose cotanto bramatç
nel mondo, la possono in cale stato costituire? Appena è arrivato l'uomo alle
grandezze, od onori sommi, che questi cominciaio da bel principio à
contriftarlo, alle ricchezze, che l'infaftidiscono, alle delizie, e piaceri,
che questi ancora non gli rechino goja, e confiderabile danno: in somma si scorge
chiaraméte,che Nemo fua forte contentus. [ocr errors][ocr errors] In
conferma di ciò riferisce Ippon crare nella lettera scritta à Damageto, che
Multi fene&tutem exoptant, cumque cò pervenerint gemunt, nulloqae in fatu
firmâ mente perfiftunt . Principes, ac Reges privatum beatum prædicant,
privatus Re. gium Imperium affe&tat, qui rem publicam regit, artificem
tamquàm periculi expertem laudat, artifex verò illum velut in omnia potentiam
exercentem. E pur questi quan to mai avranno desiderato fimili fortu. ne,
quanto vi ayranno faticato peč conseguirle, et ottenute, che l'ebbero, punto ne
rimasero contenti; Ela cagione di ciò fù, che questi andavano in traccia della
bell'apparenza della fortu. na fallace, non glà della di lei sostanza ftabile,
e quello, ch'è peggiore, la cer. cavano ancora fuor di strada, conforme nella
sudetta lettera fi legge: Rettam enim virtutis viam puram, minimèque af peram,
ac inoffenfam non cernunt ; Questa via dunque bisognerà, che ancora vi mostri,
acciocchè pofliate tutti ottenere il yoitro intento, ed io uscire dal
mio. E 3 cie [merged small][ocr errors] [ocr errors] cimento
con reputazione ; state attenti per non isbagliarla, perche si tratta di fare
acquisto di una fortuna stabile,eterna, e non soggetta á vicende. Che il
Medico debba essere foriu. nato non vi cade ombra di difficoltà ; mentre, che
se fosse diversamente, chi mai fi vorria prevalere dell'opera di coPii, al
quale la forte foffe contraria, Paveffe affatto abbandonato, e che non gli
piovessero addosso da per tutto, che infortunj, e miserie, da ogn’uno sarebbe
certamente sehernito, e per necessità gli converria mutar mestiere, sicchè è
incontrovertibile, che Oportet Medicum fe forfanatum Mà qual fia questa
fortuna, che strada dobbiate tenere in cercarla, e ciò, che dovrete fare per
confeguirla, procurerò ora mostrarvi con la buona fcorta d'Ippocrate, à fine
non possiate sbagliare. Due sorti di fortune fi ritrovano descritte da
Ippocrate, una delle quali 110 lib.de loc:in hom. 1quali è quella,
ch'è fuori di noi, et ope* ra independentemente da noi, e l'altra, ch'è sempre
con noi, et opera conforme noi vogliaino . Quella, ch'è fuor di noi così
apa punto egli la descrive : Sui enim juris eft, Fortuna, nulli imperio paret,
neque ad cujusquam votum fequitur; qudla poi, ch'è sempre con noi l'accenna con
dire : Mihi enim foli bi fortunatè afequi, idemque infortunatè non assequi
videntur, qui recte quid ei malè facere fciunt, e dependendo il bene, ò male
operare da noi, la for tuna dunque, che da ciò resulta, da noi dependerà, e
sarà questa per sempre inseparabile da noi medesimi. La fortuna dunque,
ch'è fuori di noi è quella, ch'è affatto cieca, e non considera il merito di
chi benefica, ma dà à chi più le aggrada di vantaggio ancora di quello, che il
beneficato da ella sappia mai desiderare : Talvolta ad un Contadino avvezzo å
zappare la terra, fà discoprire un tesoro; capace à farlo divenire molto ricco,
con tutto, che le sue 1 E 4 fue brame fossero di pochi
soldi; Ad un? altro ancora più miserabile farà conseguire una grazia nel
giuoco, che lo toglierà per sempre dalle sue miserie, e tutto ciò proviene-,
perche vuol fare à suo modo, giacchè Sui juris eft, nulli imperio paret
L'altra poi; che risiede in noi, è quella, che secondo, che la trattiamo ella
ci corrisponderà, se la vorremo propizia, se variabile, fe peffima, propizia,
variabile ; e pelima ancora l'otterremo, conforme da ciò, che Ippocrate
c'insegnò li puol dedurres et ancora dall'esperienza di coloro, qui rectè quid,
vel malè facere fciunt, giornalmente vediamo. Certamente, che la prima
fortuna non è quella, che deve essere desideratiz, e procurata da voi, che non
dovete zappare la terra, nè tampoco dilettarvi del giuoco, ed anco maggiormente,
ch'effendo cieca, forda, e per non dispensare à dovere le sue grazie ingrata
ancora, questa non deve effere defiderata da voi, che dovete conseguire il
premio per giu Aizia, stizia, ed à quel segno, che vi si deve
; Oltre di che la sua sola istabilità bafte, rebbe per farvela
odiare, dovendo voi defideíare una forte stabile, e permanente; per
non provarne le di lei vicende, Esclusa dunque la prima forte,
neceffariamente dovrete contentarvi della se conda; e tanto
maggiormente, che la potrete regolare à vostro piacere. In trè
modi dunque potrete fabri carvi la vostra fortuna, ò buona, ò variabile, ò
peffima, se la vorrete buona, dovrete operar bene, conforme
v'inse gnò Ippocrate nel detto libro in tal gui la : Fortunatè enim
affequi eft rectè facere, hoc enim, qui fciunt faciunt, ed allora
cià otterrete, quando scaccierete affatto da voi li
vizj, e farete in modo, ch'ella sem pre ammiri le vostre virtù, e
si ponga in soggezione, quando anche non voleffe, di
operare a'vostri vantaggi. Se poi la bramerete variabile, fatela CONVERSARE
colle vostre virtù, e con li vostri vizj, che imparerà dal diverso modo
d'opera re, che li pratica trà esli ad effere variag
bile [ocr errors] 2 1; bile ancor essa. Qual modo
l'indicd ancora con dire : Ego verò fi
omnibus modis ditefcere voluiffem ; cioè se per via di virtù, e de vizj
avesse voluto fare fortuna, non ad vos decem talentorum gratid, fed ad magnum
Perfarum Regem proficiscerer ; con che fece conofcere ancora l'incostanza di
detta fortuna, rimirandosi ella ben {peffo istabile, sì in quei fervigj, che
dependendo dalla volontà di molti con la sola virtù non s'acquistano, come bene
speiso l'esperimentano i Medici condotti; che nelle Corti, ove trà molti altri
la provorno tale Seiano e Bellisario.Se poi vorrete farla divenite pellima,
consegnatela in potere de' vostri vizj, che apprenderà da questi i loro pessimi
costumi, e perima certamente diverrà, ed udite con quantas chiarezza ve lo dice
egli nel libro sopracitato : Qui enim non reftè quid facis, non fortunate
afēqui poterit? quum reliqua, que æquum eft facere non faciat. Talmente, che la
vostra buona fortuna, the voi do! (f) In epif.Abderir. Hippo
dovete procurare è quella che proviene dalle vostre buone, e virtuose opere, c
questa l'avrete propizia, e ftabile fino, che vorrete, effcndo subordinata al
vostro sapere, e volere, giacchè al parere d'Ippocrate nel luogo sopracitato,
effa fi può felicemente conseguire, da chi sda e vuole: Et facile eft ipfam
felicitèr alle. qui, fi quis fciens uti velint, d'onde faa cilmente n'è nato
quel detto: Virtute dua cey comite fortuna. Non basterà però d'avervi ciò
brem vemente accennato, per potervi cons sicurezza determinare il modo, che dov
vrete tenere in procurare questa buona, e tanto desiderabile fortuna, perche
ciò, che vi hò detto fin'ora, non è sufficiente à farvi capire in che maniera
vi dovrete contenere, allora, che sarete Eper porvi in viaggio per
cercarla, e ciò, che dovrete fare nel progresso di quello, 6 quanto di felice
ne potrete riportare dalla vostra lunga, ò breve navigazione, onde sarà
necessario, che per meglio esaminare li sopr’accennati punti, che cifiguriamo
d'essere già presenti al porta dell'imbarco, e che nel fare detto viaggio mi
serva della seguente ideata maniera per iinitare ancora in ciò Ippocrate, che
dovendo andare a trovare la sua fortuna in Abdera, conforme udirete in
appreffo, ancor egli vi si porcò per mare, ed in una nave non presa à caso, mà
scelta da lui con molta cautela,come si legge nella lettera prima scritta à
Damageto, che comincia : Cum apud te Rbodi ejem Damagete, navem illam vidi, cui
Solis infcriptio inerat, quæ mihi perpulbhra, puppi probè, idoneâ carinâ
inAructa, muliaque transtra habere vifa eft, tu verò eam comendabas c. cam ad
nos mitrito @c. E tutto ciò, non senza gran mistero, mentre circospetto, e con
il buffolo da navigare avanti gl’occhi deve viaggiare chi cerca la fortuna, e
deve per tale effetto scegliersi un bastimento sicuro. Questo Porto
è appunto il luogo, da dove s'intraprende, il camino verso il Tempio della
felicità, ove dovrete por. ancora tarvi 1 tarvi, per
conseguire la buona forte a. e queste trè navi sono già qui allestite per
ogn’uno di voi, che voglia fare il sudetto viaggio, converrà, che à vostro
piacere ve ne scegliate una di esse, mà prima, che facciate tal'elezione, nella
quale facilmente potreste ingannarvi, fentite da me un breve ragguaglio di tali
bastimenti, del loro modo di viaggiare, de pericoli, che s'incontrano, e dell'
esito, che si hà della navigazione in ciascheduno di efli. Mirate colà à
finiftra, quella si chiama la nave del Sole, ivi la Prudenza regge il timane,
la Giustizia invigila al buffolo, la Fortezza regola l'antenne ela Temperanza
sopr'intende al tutto: ivi non risiedono altro, che virtù,e tutte attente alli
loro assegnati ministerj. Per entrare in questa si ricercano due requiz fiti, e
sono i Attestato di abilità, e provę di buoni costumi, altrimenti chi n'è
privo, non vi fi può imbarcare. L'altro bastimento, che stà alla deftra,
li chiama la nave di Giano, questa hà [ocr errors][ocr errors] hà
parimente buoni Piloti, che sono le accennate virtù, che regolano la nave del
Sole, mà vi è solamente di male, che vi si trovano alcuni vizj, e tra questi vi
è il proprio interesse, la Politica,la Menzogna, l'Adulazione, il Secondo fine,
vestiti tutti di Zelo, ela Malizia, che s'infinge tutta umile, in somma vi sono
con le virtù mescolati li vizj, che per dimorare insieme con esse conviene loro
di stare molto circospetti, e tramutati in altri sembianti, e per entrare in
detto bastimento, non si ricerca altro attestato, che dell'abilità. Il
terzo poi, situato nel mezzo, che fà sì bella comparsa, si chiama la nave
felice : ivi al timone presiede la Malizia, al bussolo sopr’intende l’Inganno,
lw vele si maneggiano dall'Astuzia, la Maledicenza,e l'Impostura consultano
continuamente trà esse cose gravi, la Lussuria, la Gola, con tutti li vizj
consimili festeggiano, ciripudiano tra loro, ed allettano chiunque vedono- ivi
approfsimarsi ad entrare nella loro nave, dicen do [ocr errors][ocr
errors][merged small][ocr errors] do à tutti: Per entrare quì trà noi non si
ricercano tanti requisiti; qui non serye abilità, li buoni costumi non
s'apprezzano, basta, che abbiate genio à gustare de’noftri piaceri, che
subitamente vi ammetreremo, e condurremo in un trata to al porto della
felicità. Vado vedendo, che tal'uno di voi è portato dal proprio genio di
eleggerli questa nave, che ha il nome felice, con tutta l'apparenza di
prosperità, senza pensare più oltre, conforme:(8) Magna pars hominum eft, que
navigatura de teme peftate non cogitat. Mà riflettete bene à ciò, che fate,
poiche non bisogna tosto fidarsi di quel bel nome, e di quella prima vaga
comparsa, conviene ancora ri. flettere al fine, che può avere una simile navigazione,
che ora vi spiegherò. Si ftaccherà questa nave dal porto con allegria, mà
nel viaggio incontrerà molti pericoli, perche non è regolata dalla Prudenza, e
quantunque la Malizia, e l'Inganno facciano quanto pollo [merged
small][merged small][ocr errors] no, (g) Sexeca de
Traxq.Anims.sapoll. 1 no, acciocchè non si sommerga, nulladimeno
questa non potrà sfuggire il passo dell'Ignominia, che stà situato un buon
tratto di camino prima di giugne. re al porto della felicità, (dove bisogna
neceffariamente arrivare per ottenere la buona forte) si rimira ivi uno scoglia
grande, ove è la residenza maggiore di tutti li vizj, hà nella sua estremità,
ver, so il sudetto porto alzate due gran colonne, ove è scritto : Non plus
vltrà, affinche sappiano tutri li vizj, che fino colà possono giugnere, mà che
più oltre è vietato loro il passare. Approdata, che sarà detta naye al sudetto
scoglio, è su, bitamente visitata, e ciò, che di viziosa ivi si trova, con
tutti'li viziosi, e vizj loro viene arrestato, non potendo anda, re più oltre
simil pefte, cosa di buono vi potrà mai essere dove fono tanti vizj,
consideratelo voi? Onde farà necessario, che tutto ivi rimanghi in potere de'
vizj. Che faranno all'ora quei miserabili, che s'imbarcarono in fimile
navę, renduti schiavi de'proprj vizj ; qual fortunaspropizia avranno ritrovato,
quando, che la loro pessima ancora l'abbandonorà, per non restare ancor essa
schiava ed il tormento maggiore, che avranno, farà di rimirare con li propri
occhi tra, passare quelli, che navigano ne i bastimenti del Sole,e di Giano
ancora,fe chi viaggia in questa fi farà regolare dalle virtù ; oh che cattiva
elezione avreste fatto mai se aveste condesceso al vostro genio ! come vi
trovereste, che farele in fimili miserie, privi della libertà, e della forte?
Plinio ciò predisse faggiamente, dicendo, ( a ) che Habet has vices conditio
mortalium, ut advere fa ex fecundis, ex adverfis secunda ne 2
cantur. Sicchè fuggire, per quanto potete, i simili imbarchi, che vi
conducono, non al porto della felicità, mà bensì à quello ?
dell'ignominia, e delle miserie ; onde bisognerà, che vi scegliare è la
nave del ? Sole, ò quella di Giano per giugnere ti al desiato porto della
felicità, per ri, F tro(a) In Panegir. at Trajan. [ocr
errors] 2 [ocr errors] trovare la vostra buona fortuna Il proprio
genio vi farà inclinare talvolta d'entrare più costo in quella di Giano, con la
quale crederete di poter ritrovare una miglior fortuna, à questo non mi
opporrò, perche dove vi è la prudenza, e la giustizia, sc farete à lor modo,
con tutto, che vi siano vizi ancora, questi non potranno molto nuocervi; Mà
prima di entrarvi, sarà bene, che sappiate il viaggio, che fanno, si questa, à
cui vi porta il vostro genio, che quella del Sole, che voi poco gradite, e che
tributo portano sì l’una, che l'altra al Tempio dell'Eternità, affinche meglio
fiate informati di tutto, prima, che vi determiniate all'imbarco.
S'incaminerà con prospero vento la nave di Giano verso il porto della felicità,
incontrerà nel camino varie tempeste, mà la Prudenza, e la Giustizia, che la
regolano, le opereranno senza il disturbo de’vizj, le supereranno tutte con la
loro buona condotta; capiterannó molte, e varie occasioni assai vantag
giose, [ocr errors][ocr errors][ocr errors] giose, se n'approfitterà più,
ò meno chi farà ivi imbarcato, secondo, che si consiglierà con li vizj, ò con
le virtù, fe darà orecchie a’yizj, et in ispecie al proprio interesse, gli
dirà, che tutto può fare, fe alla Giustizia, se non quello, che deve, ch'è
convenevole, e giusto, arriverà all'accennato passo dell'ignominia si fermerà
per iscaricare ivi tutti i vizj, con tutto quello, che di vizioso fi ritrovi
nella ricerca generale, che ti farà della nave, e se per disgrazia di chi ivi
s'imbarcò, Coffe ftato guadagnato da? vizj, e fossero questi in detto viaggio
divenuti arbitri della sua volontà, resterà ivi tutto l'acquisto fatto,come
cosa proveniente dalla loro viziosa industria, e quel, ch'è peggio, ne seguirà
del mifero passeggierofatto schiavo, ciò, che successe à chi navigò nel
bastimento felice, le povere virtù con l'infelice forte abbandoneranno chi le
tradì, chi le vilipese, e se n'andranno altrove à ritrovare chi meglio le tratti.
Succedendo poi diversamente, è cie l'in [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] F 2 [ocr errors][ocr errors] l'imbarcato abbia fatto
tutto quello che gli fu suggerito dalla virtù fattosi il sudetto espurgo, e
lasciati ivi tutti i vizj, proseguirà la nave il suo viaggio verso il porto
della felicità, dove appena giunta, che si scaricherà tutto ciò, che fi porta
al Tempio dell'Eternità, e lo presenterà la Gloria avanti il Tribunale della
Giustizia eterna, che ivi à tal'etfetto presiede, domanderà questa, se quel
tributo, che si offerisce sia stato in alcun tempo inescolato con robbe viziose,
et inferce, risponderà la Gloria, che quantunque fia venuto accompagnato da'
vizj, nulladimeno, che sia Rato già espurgato à bastanza nel pallo
dell'Ignominia, dove tutto ciò, chew d'inquinato vi era, fù lasciato assieme
con i vizj; non basta, risponderà la Giuftizia, è tributo, che ha avuto
comercio una volta con cose infette, non deve andare à dirittura al Tempio
dell'Eternità, fi consegni al Tempo, che gli faccia fare una lunga, e rigorosa
quarantena onde bisognerà aspettare la discrezio [merged small][ocr
errors] ne del Tempo, quando le vorrà eternare! Il viaggio poi, che fà la
nave del Sole, è bensì più adagiato, perche que fta non naviga à tutti i venti,
hà delle tempefte, mà le supera, perche la regge la Prudenza; non fà grandi
acquisti, mà fono sicuri, perche li regola la Giustizia, nel passo
dell'ignominia non si ferma punto, perche non hà seco li vizj, che la facciano
trattenere per il loro sbarco, giugne finalmente al porto della fesicicà, non
avendo quanto si porta per offerta avuto in alcun tempo comércio con cose
infette, e viziose, appena presentato dall'Umiltà senza pompa avanti il
Tribunale della Giustizia, che questa fubitamente ordinerà, che si trasporti
tutto al Tempio dell'Eternità, eflendo cose pure, e non sospecte d'inquinamento
alcuno, e che fi registri ancora trà gli Eroi il nome di colui, che
l'offerisce, ed ecco la sua fortuna divenuta già stabile, ed eterna, per
goder’ancor'effa i favori dell'Eternità. AveteAvere già sentito il tutto,
ora siete in istato di deliberarvi, e di prendere quel partito, che vorrete per
consiglio mio, imbarcatevi pure nella nave del Sole, se avete tutti li
requisici necessarj, che sono abilicà, e buoni costumi, e se ne siete privi,
procurareli pure à tutto costo, perche farerc più sicuri di portare
offerte, fe non molto considerabili, alimeno sincere, ed affai gradite
dall'Eter nità, se lo farete di controgenio : Durum eft confcendere navim
; sappiare però, che è un quieto vivere, dove l'ainbizione non perturba la
fantasia, l'ira non rode il cuore, l'invidia non consuma le mi. dolle, la
superbia non accieca, e dove finalmente tutti gl'altri vizj non possono punto
nuocere, ftantechè non vi dimorano, l'ingresso vi parer à duro, mà il rimanente
vi riuscirà felice, e quando non aveste altro motivo di sceglierla, vi doyria
animare å farlo, che Ippocrate per andare in Abdera à cercare la sua forte non
fi fervi della nave felice, nè di Giano, mà benisi di questa del Sole, e
la : CO- . [ocr errors][ocr errors] comendò non solo prima
d'averla provata, mà molto più dapoi, dicendo; (b) Cui cum Solis figno, etiam
fanitatem apponito cùm re verâ, prospero numine vee la fecerit . E certamente,
che prospero numine ancor in questa si navigherà per, essere regolata dalle
sole virtù. Se poi sarete risoluti di cercare la vostra forte sù la nave
di Giano, procurerete almeno di non navigare à curti li venti, e terrete
frenato il vostro inte. resse,acciocchè quando la Giustizia non potrà navigare,
esso non ordini il disancoramento, e che quando la Sincerità vorrà operare,
allora l'Adulazione non la turbi, e finalmente difautorerete tutti li vizj, che
ivi ritroverete, e li porrete in catena, come tanti schiavi, altrimenti sotto
specie, ed ombra di virtù v'inganneranno sempre: Fallit enim vitium fpecie
virtutis, umbra. Operando voi in questa maniera, acquisterete più gloria,
che se navigate nella (b) In 1.6 2.epift. ad Damagetum. F4 [ocr
errors] nella nave del Sole, perche vi farete saputi ancora difendere
dagl'inimici domestici, e la vostra fortuna restando ammirata del vostro inodo
d’oprare, vi sarà molto propizia, e gli darete voi medesimi stimolo
d'invigilare à vostro favore, vedendo, che operate per eternarla; sappiate
però, che in tutto il tempo di detta navigazione, vi converrà stare
vigilantissimi, e non meno di quelli, che passeggiano sopra precipizj, mà à far
questo hoc opus : bic labor eft. Da queste trè figurate navigazioni,
comprenderete non solo ciò, che nel corso di vostra vita vi potrebbe accadere,
mà il modo ancora di schivarne ogni finiftro, che fosse valevole à ritardarvi
l'acquisto della buona fortuna, perche se voi da bel principio vorrete darvi in
preda a' viziosi piaceri, che progreffi mai potrete fare ? E che fortuna
prospera potrete conseguire? Ed incominciando una volta à gustare le viziose
delizie, non avrete più palato capace di assaporare il nettare delle vir
tù; [merged small][ocr errors] [ocr errors][ocr errors] tù ; la malizia,
l'inganno, e la frode vi sosterranno sino che gl'è à grado, mà alla tine avendo
conseguito ciò, che bramavano da voi, vi lasceranno cadere, anzi forse ajuter
anno, come fanno l'infidi compagni, nel precipizio maggiore delle miserie, nel
quale ritrovandovi, di chi vi dovrece lagnare? forse che della vostra mala
sorte innocente, quando, che voi medesimi ne licte stati glautori. La vostra
fortuna non ha mancato, ella troppo hà fatto per esservi propizia, ambiva di
favorirvi, mà voi all'ora la tenevate lontana, perche credevate, che il
trovarvi in delizie, in ispafli, e viziosi divertimenti, fosse il miglior
negozio, che potreste mai fare : E se talvolta v'infinuava la strada delle
virtù con qualche stimolo interno, voi la rigettavate con dispreggio, onde
meritamente esclama contro costoro Ippocrate : (c) Indoetus autèm qui eft,
quomodò fortanatè affequi poffit? Si quid enim etiàm affequatur, non
Memorabilem fanè fucceffum babebit ; Qui enim (c) Hippode locis in
bom. 3. A 3 [ocr errors] cnim non rectè quid facit, non
fortunate affequi poterit, quum reliqua, quæ æquum et facere, non faciat;cd
altrove :(d) Ego verò ut fortuna quidem quavis in re non nibil tribuo, ità
certè cenfeo malè à morbis curatis, ut plurimùm adverfam fortunam contingere ;
e nell'epistola à Damagero così dice, parlando di simili sfortunati viziosi:
Eorum res adversas derideo,eorum infortunia intento rifu excipio. Veritatis
enim instituta violant. Se poi vorrete seguitare la strada di mezzo, e
mantenervi amico delle virtù senza discostaryi affatto dalli vizj, e questa con
tutto sia meno pericolosa, non è molto sicura, perche quantunque in essa farete
più ricchezze, stante il fecolo corroto, il buon nome non l'acquisterete
stabile, e di lunga durara, edin conseguenza incostante farà la vostras fortuna,
inercèche tutti quegl’artifici usati, quelli difettucci d'adulazione di qualche
bugiòla à tempo, e di quelle mormorazioncelle coperte, di quel zeloaf De
Arteaffettato, e giustizia con il secondo fine, modi più tosto appresi da
Correggiani ozioli, che da buoni Maestri, scoperti, che saranno dagl’uomini di
stima, e di senno, questi vi perderanno quel concetto, che prima avevano di
voi. Oltre di ciò, che vita mai infelice sarebbe la vostra, dovendo servire à
due Padroni Deo, Mammona : Deo, ch'è il Protettore delle virtù, et Mammona de'
vizj: Nemo poteft duobus Dominis fervire, Deo, Mammond . Mà dato ancora
il caso, che vi riusciffe di farlo, che vantaggio ne ricavereste mai, mentre le
dolcezze dell' ingenuità ve le amareggierà l'adulazione, quelle della giustizia
ve le dissapo, rerà il proprio interesse, quelle del zelo l'attolicherà il
secondo fine, vivereftę continuamente inquieti, stando sempre vigilanti, che
non si scoprissero li vostri difetti, perche vorreste passare per ingenui, e
non sareste, per giusti, e prende reste ogni arbitrio contro il dovere, con
qualche cosa di vantaggio -; ficchè il partito più sicuro farà di vivere
lontani da, 1 da'vizj, e starsene con le fole virtù ; perche
quantunque le ricchezze non vi pioveranno addosso da per tutto, nè l'aura
popolare vi porterà molto in alto, con tutto ciò quel buon nome, quel buon
concetto, che formeranno di voi gl’uomini sensati, non vi sarà mai tolto,
durando sempre stabile ; perche è fondato sù le vostre virtù, permanenti sù il
vostro onore immutabile, che est Splendor virtutis, come S. Ainbrogio negli
Officj asserisce. Onde voi operan+ do bene otterrete la sorte stabile, conforme
ve lo predice ancora Ippocrate, (e) dove così parla : Fortunatè enim affequi
eft re&tè facereshoc autem qui sciant faciunt, e d'avantaggio, viverete con
una somma tranquillità d'animo,perche goderete tutto quel gran dilettoyche
apportano le virtù a' loro seguaci, non potendosi ciò per altra via conseguire,
mentre: (f) Semita certè=Tranquilla per virtutem patet unica vitæ ; nè per
questo non istabilirete la vostra casa, anziche 1 le). Deloc.in hom. [f]
Juvenalis forira 10: meglio degl'altri, e per due ragioni, la prima, per
avere fatto li vostri acquisti onoratamente con le sole virtù; l'altra poi,
perche il mondo non è così spopolato d'uomini, che amano, e seguitano le virtù,
quanto da alcuni si crede, essendovene di molti, onde voi, che se guitare
questa buona via ò sarete pochi, ò numerosi; se pochi, viverete bene, perche
da molti Tarete stimati, fe poi į farete numerosi, converrà, che li
viziosi ancora, ch'avranno bisogno dell'opera vostra s'accommodina alli
vostri retti costumi. Caminando dunque voi per la via delle sole virtù,
potrete senza fallo conseguire la vostra buona sorte, e por trete allora dire
çon ragione: Nos te, Nos facimus fortuna Deam,
coloque locamus Dove che caminando voi diversamente, appena vi sarà
permesso il poter dire: Nos facimus fortuna Deam, mundos que
locamus, Stan [ocr errors] Nos te, Stanteche appena sù
l'aura popolare iftabile, in tal caso, la potrete appog. giare, nella quale non
si cura punto Ippocrate di fondare la sua fortuna, come da più motivi si rica,
c primieramente, da ciò, che scrive egli à Democrito, manifestandogli, che dal
volgo, disprezzatore delle buone opere, ricava più tosto riprensione, che
onore, con che fà credere, ch'egli non procura có compiacergli da cattivarselo,
affinche aveffe detto bene di lui, e l'avesse onorato, perche la sua politica
solo consiste in operare conforme si doveva, ed in far ciò, che solamente è decente
al vero medico, conforme si spiega nel primo de' suoi aforismi in tal guisa. Se
ipsum præstare oportet, quæ decent facientem – H. P. Grice: “What an honest
chap does” --; e ciò in termini prù preciâ l'individua affai meglio in altro
luogo, dove così dice : Neque verò
gratiam, qua tibi homines demerearis subtrabo, cum fit Medici præftantia digna,
eorum autem, que per Instrumenta adhibentur, et de mon Hipp in lib
de præcepto monftrationis eorum, quæ fignificant, reliquarumque ejusmodi
memoriam adeffe oportet, quod fi vulgi tibi audientiam comparare voles, id non
valdè gloriosè insti. tuas, neque tamen cum ostentatione portia. câ fiat,
industrie enim impotentiam arguit, neque certè probo induftriam multo labore
partam in alium ufum transferri, quod per Se fola ut eligatur grata fit ;
Inanem enim fucı laborem cum ambitiofà oftentationes tibi impones. In
oltre tal verità si ricava ancora, dall'aver egli ricusato il servigio del
potentiffimo Rè Artaserse, mentre certa cosa'era, che se avesse desiderato
d'acquistare l'aura popolare, non doveva egli ricusarlo, poiche ritrovandosi in
un tal posto, senza dubbio alcuno tutta la Persia saria corsa ad onorarlo,
niuno averia potuto più dir male di lui per tema di non incorrere
nell'indignazione del Rè potentissimo Artaferse, onde con averlo ricusato dà à
divedere, che egli non fi curava punto di dett'aura popolare, nè delle
ricchezze, e fortuna, che dacssa provengono, conforme apertamente fi spiegò
nella lettera scritta alli Abe deritani, dicendo ivi: Ego verò fi omnibus modis
ditefcere voluifem viri Abderia tæ, nè decem quidè m talentorum gratiâ ad vos
venirem, fed ad magnum Perfarum Regem proficiscerer, ybi &c. E per
far conoscere meglio à tutti, ch'egli non caminava per la via dell'aura
popolare, nè delle ricchezze, mà bensì per quella della sola virtù volle
portarsi in Abdera, folainente per visitare, e trattare con Democrito, e questo
perche lo faccffe lui medesimo lo confesso, dicendo : Eum autem gravibus, firmis moribus ele
præditum intelligo ; talmente, che stimò egli fortuna maggiore quella, che
sperava ottenere con trattare con un'uomo di questa sorta, per apprenderne da
esso qualche buon dor cumento, non solamente de i dieci talenti offertigli
dagl’Abderiti,inà ancora di tutte le ricchezze, e grandezze insie: me della
Persią, et udite con quantan chiz in etir. Abderit. [ocr errors] chiarezza
lo dice : Rex Perfarum nos ad fe vocavit
nefcius mibi potiorem of fapientiæ, quàm auri rationem . E finalmente,
acciocchè meglio comprendiate, che quanto v'hò detto intorno alle trè strade,
che vi sono per cercare la fortuna, o qual di queste dobbiate scegliere,
s'uniformi sempre più con i sentimenti del gran Maestro, confermiamolo ancora
con l'accennate trè vie di cercare la fortuna, contenute in detta lettera.
Primieramente con il quomodocumque ditefcero ci addita un bivio, cioè tanto la
strada, che conduceva in Persia, à fare acquisto di cesori, e grandezze
considerabili, che quella di Abdera, che allettava all'acquisto di dieci foli
talenti ; La prima di queste egli non la ftimò à proposito, perche conduceva in
paesi barbari, inimici, e dove vi era la peste ; La seconda nè tampoco, perche
dubitava, che quel vizio dell'inte, resse, que' dicci talenti, avessero possuto
rendere servile, e schiava la sua virtù, G cosa (a) Hippo in epiß.
Denetr. cosa fece egli per battere su'l sicuro, fi fabricò la terza via,
espurgata da ogni vizio, e prima d'incaminarti per essa la descriffe in tal
guisa all’Abderiti: Mihi verò ad vos venienti, non Natura, neque Deus argentum
promiserit . At nequè vos [viri Abderite] per vim obtrudite, fedlia berè artis
liber â elle finite operâ . Qui autem mercede operam fuam locant, hi fcien.
sias, tamquàm ex priore libertate manci. pio dantes, fervire cogunt . Oh
Ippocrate, se questi tuoi documenti fossero stati mai dati à rivedere à quel
Quinto Petilio Pretore Urbano, à cui pervennero in mano i libri del dia
finganno composti da Numa Pompilio, certamente che,ò l'averia fatti brugiare,
conforme che fece quelli, o pure ti averia fatto quel favore, che fecero gli
Abderiti al suo Democrito, che lo dichiarorno pazzo, e fi faria servito come
Precote delle seguenti cognecture per dichiararti cale, primieramente avrias
dedotto contro di te, che tu per portarti da Democrito, da cui non potevi
sperare bene alcuno, perche appena aveva un Platano, che lo difendeffe dal
Sole, ed un sedile di pietra, dove potesse sedere, mostrasti smoderato
desiderio d'andarvi, conforme costa nella prima lettera scritta à Damageto,
dove così dicit Navem ad nos mittito, fed fi fieri poteft, Hon remis, fed
alarum remigio instruct amo res enim, eu amicitia urget. In oltre, che
per benc andare in Persia, dove, oltre offerte sì grandiose, eri
tanto desiderato da un Rè potentissimo, cu fosti prontissimo à rie cusar la
chiamata, conforme costa nella lettera da te scritta ad Hiftano, senza
riflettere, che quel potentissimo Rè poo teva distruggere la tua Patria per tua
cagione. Chi dunque procura, ed effettua con tanta sollecitudine, ed anfietà
una cosa, che non gli può recare profitto alcuno, e ricusa con altrettanta
prontezza ciò, che gli può moltissimo giovare, senza considerare ciò, che può
sopravenire di male dal ricusarla ; certamente, ch'egli si può condannare per
pazzo. Saria stata però troppo ingiusta que [ocr errors] quefta
sentenza di Petilio, quando l'avesse cosi pronunziata, poiche per condannare
un'uomo savio per pazzo, prio mierainente si ricercano più rilevanti prove di
queste : in oltre bisognava dargli le sue difefe', in cui deducesfe lc sue:
ragioni prima di condannarlo, nelles quali faria stato dedotto, primieramente,
che non sussisteva in fatto, che da Democrito non se ne poteva sperare bene
alcuno, costando dall'Ippocratica confeffione, quanto mai di bene egli ne
ficavasse, ch'è questo: Tum ego
Democrite præftantisime magna hofpitalitatis tud munera mecum in Co reportabo,
cùm multa me fapientia tua admonitione compleveris. Prçco enim tuarum laudum
rem vertor, quod natura humana veritatem inveftigasti, a mente complexus es;
Acceprâ autem à te mentis curatione discedo ; La grand'ansietà dunque di andare
à fare simili acquisti, non era indizio di pazzia, ma bensì di somma prudenza,
di sommo giudizio. Che poi per noneffere andato in Persia foffe censurato a
torto è chiaro, mentre non avendo alcun bisogno di quanto gli poteva da ciò
risultare, conforme egli confesso: Nos
vietu, veftitu, domo, omnique read vitam neceffariâ cumulatè frui ; Perfarum
autem opibus uti, nequè mihi æquum eft; non doveva esporsi di andare à fervire
popoli barbari, ed inimici, e quanto erano maggiori l'offerte, che gli faceva.
no, tanto più lo costituivano loro schia, vo. E quando vi fosse andąco, cosa
mai averia riportato? Oro, argento, onori sommi, e grandezze, e quetti potevano
paragonarli all'acquisto, che fece, con Democrito, di dottrina, e faviezza di
mente maggiore? Ed essendo egli andato per curare uno creduto pazzo, per
cagione di quel medesimo ei ritornò più savio, e più dotto di quello, che era
prima ; e da ciò fi può dedurre quanto mai bisogna stare cautelato à dichiarare
pazzi coloro che non sono potendo queIti tali talvolta illuminare ancora i
Savja L'or In epif. Hylani. [ocr errors] L'ottima dunque di queste
trè ftrade fi scelse Ippocrate, per acquistare la sua fortuna, e Pottenne
profpera, stabi. le, ed eterna i poiche fino, che il mondo durerà, la fua
fortuna ancora sarà ri. fplendente; per questa voi dunque vi dovete indirizzare
le volere effere suoi veri seguaci, e questa ancor meglio la scorgerete, dapoi,
ch'avrere nella Giornata di domani udita la gran deformi. tà de' vizj, ed il
danno grande, che possono apportare questi al Medico, che caminasse per quella
via, giacchè conto traria juxtà fe pofira magis elucefcunt, GIOR
[blocks in formation] Nella quale si tratta delli vizj, mostrando quanti
pregiudizi poffona apportare al Medico, e le in lui alcuni di esli pana
fcufabili, almeno quelli, che sembrano Ermafroditi. [ocr errors][merged
small] Na dura, ed ardua Provincia og gi intraprendo per voi, dovendo
parlare contro la corrutela del tempi, ' lati, e contro uno stile già
invecerato, con tutto ciò bramando voi sapere da me il vero per non ingannarvi,
dirò con Seneca ; (f) Quaramus quid aprime fa&tum fit, non quid
ufitatissimum, et quod nos in poffeffione felicitatis eterna conftituat, non
quod vulgo veritatis peffimo interpreti probatum fit. Vorrei potcre
scusare ancor io li vizj, conforme fanno quelli, che li rimirano solamente
mascherati con gli abiti delle virtù à fine di consolarvi, sc cofa
G4 [merged small][ocr errors] [ocr errors] 104 Dell'Idea del vero Medico.
cosa difficile vi sembrasse mai il poteryene affatto spogliare. Per esempio ricoprono
la bugia con il manto della prudenza, e dicono, ch'è prudenza di celare
all'Infermi la verità, perche ciò fi fà per loro bene, acciocchè non si
contristino maggiormente del male, che foffrono. Gli adulano ancora talvolta se
defiderano qualche cosa, che non competa loro, con tutto, che possa molto
nuocere, sotto pretesto d'aver carità, ed à fine, che vietandola non
s'inquietino maggiormente, e così vanno ricoprendo molti altri vizi per
renderli familiari, e meno deformi . Mà perche hò promesso di parlarvi con
chiarezza, e fincerità, non potlo, nè devo adularvi. Li vizj li dovrete cenere
per vizj; e le virtù per virtù : Li vizj, e le virtù le dovete considerare,
come due linee p2rallele, che non possono in alcuna delle loro
particombagiarli, come due contrarj diametralmente opposti, che non possono tra
loro convenire; Dovete con. fiderare li vizj come mostri spaventofi,
che che avvelenano con l'alito chiunque ad effi fi avvicina, come dunque
ardin, Tete d'accostarvi ad essi per ricoprirli? Mà conceduto ancora, che
si poteffero mai travestire, ditemi di grazia, viaggiorefte voi con una
comitiva di ladroni, benche fossero travestiti in abito di gatantuomini,
caminereste sicuri di non effere offesi da essi, con tutto, che fossero sì
civilmente adornati a Certamente mi risponderece di nò: Tali apa punto fono li
vizj, poniamoli addosso quelmanto, che volemo, e questo non facendoli mutare il
loro perverfo costume, sempre vizj saranno, sempre nuoceranno di molto ; E
siccome li Leoni, e le Tigri per quante carezze loro fi fac ciano mai
deporranno la fierezza, cosi ancora al parere di Seneca: Vitia nun, quàm bona
fide manfuefcuniş trasmutateli pure in che sembiante volete, anzi, che essendo
questi travestiti, faranno de danni peggiori, perche non potendosi conoscere
per vizj à prima vista, non li potranno subitamente scacciare da
chiKabborrisce, onde ancora trà questi ayeriano all'ora maggior campo libero da
machinare le loro infidie, ed acciocchè meglio putiare scoprire li loro
tradimenti, contentatevi, che ve ne descriva qualch’uno di quelli, che nel
Medico fono più decestabili, e nocivi, con pers mettermi che non servi
quell'ording solito à praticara da chi tratta di esli, perche essendo fregolati
non meritano di effere trattati con buon'ordine, ba. standomi solo di farvi
capire la loro deformità, c quanto erano mai da Ippo, crate odiari, e creduti
nocivi al vero Medico, mentre giudicò essere parte di buona Medicina il
saperfi:(8) Qua faciunt ad demonftrandam incontinentiam quæftuofam, et fordidam
Professionem ixexplebilem habendi fitim, cupiditatem, de traditionem,
impudentiam, fiquidem iftas Spectant ad eorum cognitionem dc.e non già à fine
di seguitare, må bensì di fug. gire fimili diferci. La bugia, inimica scoperta
del ge nerc De decenti
babita. nere umano, come tratta li suoi fidi re. guaci et Li separa,
scoperti che sono, dal publico, e privato commercio de viventi, fà, che niuno
presti loro più fede, gli costituisce infami, e li pone il più delle volte in
evidente pericolo di vita, facendoti publicare ciò, che non fù mai verità, e
questa come si potrà scusare nel Medico in ispecie, in cui ella è reato più
grave, che non è in altri Profeffori, sì di Legge, come ancora di Teologgia, e
che ciò sia, veniamone alle prove, Dica una bugia il Procuratore al suo Cliento
gli potrà pregiudicare nella robba, venendo talvolta à perdere mediante quella
la sua lite ; La dica un Teologo, che abbia di già prevaricato, à chi è da lui
diretto nello spirituale, gli farà perdere l'anima ; La dica il Medico al suo
Ammalato, gli farà perdere la robba, la vita, e l'anima insieme, ed ecco
l'esempio chiaro: Dica il Medico al suo Infermo, il di cui male si avanza : Lei
stia di buon'animo, che la sua infer. mità non è di gran momento, li
segni non [ocr errors] nonsono mortali, Ella guarirà, fi fidi di
me, viva pure sicuro, e riposato ; mediante questa bugia l'Infermo non pensa a'
casi suoi, non aggiusta le partite dell' anima, che premono tanto, non fà
téItamento, non dinunzia li suoi crediti, è ripostini segreti, non accresce
diligenze, acciò la sua cura sia allistita da Me. dici più esperti, si avanza
tanto in un tratto nel male, che si sopisce, o sų aliena di mente, resta
incapace à fare cosa alcuna di proposito, e se ne muore, ed ec che ha
perduto la vita, la robba, e l'anima ancora, se per ispeciale grazia di Dio non
fù illuminato à pentirsi de' suoi peccati prima, che diveniffe incapace à
poterlo fare, e questi sono trè reati nati da una sola bugia, la quale benche
dete ta à fine di sollevargli lo spirito, in vece di ciò gli hà cagionato
un'improvisas morte, per lui così svantaggiosa. Dis spongono le leggi, che li
delitti sono maggiori, e più qualificati, quando li delinquenti ne hanno
commessi numero maggiore, è della medesima fpeçie, ò CO, equivalenti,
ficchè calcolandosi mag. gior numero di tali reati nella bugia del Medico, che
in quella del Legista, e del Teologo, in conseguenza viene, che è più grave
delitto la bugia nel Medi. co, che negl'altri due sopr'accennati Profeffori. In
oltre se il Medico, per persuadere al suo Infermo, acciò prendesse con maggior
fiducia il rimedio da lui propostogli, affermasse, che quel medesimo avesse
giovato ad altrui, e ciò non fosfe vero, rincontrandosi poscia la verità, in
che discredito rimarria ape preffo à cui disse tal menzogna, certo è, che non
lo terria in avvenire più nel numero de' veri Medici, mà bensì di
parabbolani,de' quali Ippocrate cosi disse: (h) Virtutis apud ipfos modus eft,
id quod deteriùs eft, mendacii enim ftudium exercent ; e parlando de' Medici
menzogneri così disse: Quapropter
veritate nudati, omnem improbitatem, ac ignominiam ing duunt. L'adulazione è
vizio, che s'infinua dol(h) In epiß. Domag. Dedec.bablik, dolcemente, e con
galanteria, è un veleno, che fi beve fraposto con un'apparente netrare, e
questa parimente nel Medico cresce in qualità di reato, posciacchè dica
qualsifia altro Adulatores à taluna, ch'è deforme, non meno di aspetto, che
povera di abilità.: Voi Giete una bellissima, una compitissima, egalantiffima
Giovane, fiete eccellente in molte cose; nelle quali non avete chi vi fuperi ;
le darà compiacimento bensi con formo suo diletto, ma non l'ucci derà ; Dica il
Medico ad una sua Infer. ma, che desidera gustare un grappolo di uva: V. S. ne
puol mangiare un poco, perche bisogna condescendere qualche volta al desiderio
dell'Inferma, quod face pit nutrit, lo faccia pure liberamentes Se la povera
adulata Inferma lo farà, non folamente vi averà compiacimento, e diletto per
allora, mà poscia potrà ancora morire per tal cagione, non è quem sto caso già
da me inventato, mentre si legge in Ippocrate seguito nella figlia di
Eurianatte, che per aver gustata l'uvale crebbe non solo notabilmente il male,
mà se ne morì, dice egligdoppo di avere narrato, che l'era sopragiunta la
refrigerazione delle parti estreme il delirio: Ifta autèm ut ferebant ex deguftata uva huic
contigerat ; potrete dunque voi nel Medico scufare l'adulazione omicida per
conciliarvi la grazia dell'Infermo ? Risponderà Ippocrate certamente di no,
perche dice egli in termini precisi dell'adulazione nella regola dal vivere: Is velut res horrenda vitari debety a gratia
vitanda per quam unitas deperit. E non solamente è reato gravissimo nel
Medico l'adulazione in ciò, che riguarda la regola del vivere, mà ancora nel
prescrivere medicamenti . V'incontrerete in molte contingenze, nelle quali
gl'Infermi, ò glastanti proporranno riinedi, ed il più delle volte quegli, che
non saranno à proposito, in questi casi avvertirete bcnc à non adulare il genia
di chi li propose', mà doverete fare ciò, che il bisogno richiederà, e non
altri menti: Epid.lib.3./46.2.egroting (in) Do
pracipe. [ocr errors][ocr errors] per adula menti: Conforme ancora,
se venendo proposto da altri Medici ciò, che non vi parerà essere
profitcevole all'Ammalato, in tal caso non dovereste zione tacere, e
lasciar correre ciò, che fù proposto da altrui, mà bcnsi con tutta
civiltà addurre li vostri motivi, cra gioni, che avete in contrario, à
fine venghino esaminati,essendo questo l'obbligo de veri Medici, conforme
Ippocrate insegnò, dicendo: Qui quidquid
do&trinâ acceperunt in medium profen et facultate dicendi utuntur, ad gratiam
comparati, et pro gloria,qua indè provenit decertare parati,doctrinam fuam ad
veritatis lucem repurgantes. Dell'Ateismo vizio esecrando non ve ne saria
d'uopo parlarne, perche egli è cosi repugnante, che chi hà uso di raa gione mi
pare assai difficile vi poffa in effo cadere, con tutto ciò, perche certe
proposizioni, che sparse, e feminate alle volte fi ritrovano in alcuni libri,
che vengono da lontani paesi, potriano alle menti De decohabitu. runt, 1 0
[ocr errors][ocr errors][ocr errors] inenti di voi, che volete volare troppo i
alto,recare qualche disturbo, non istimo superAuo di dar loro sopra ciò
qualche luine, à fine stieno più circospette, e cautelare, e
particolarmente nel sentire certe proposizioni dirette à ridurre le
operazioni animaftiche alla sola machi26 na, e struttura del corpo fatta
dalla na tura, con sì mirabile artificio, guarda tevene pure da
queste, perche hanno de l'ateismo nascosto, e tenete fermo, che en vi voglia
sempre un primo Movente di . ftinto, e separato dalla struttura, perche
de quantunque la detta struttura fia necef. faria alli moti interni, ed
esterni, nulladimeno senza il primo Moyente, che è l'anima
rationale nell'uomo, cessa ogni li moto regolato, come si scorge chiara.
mente ne' cadaveri, ne' quali con tutto, che rimanga la mirabile
struttura, separata ch'è l'anima dal corpo iyi ogni mole to regolato
finisce. Nè solamente nel leggere ciò, che viene scritto converrà stare
cautelati, e circospetti, mà ancora in quello fi sente [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] riferire intorno alle pazzie di coloro, che,
per essere reputati di singolar dottrina, tralasciorono di credere ciò, che
dovevano, perche non capacitava le loro meni materiali, se non ciò, che con li
propri occhịrimiravano, ò palpavano con le loro mani, contro de' quali Sant'
Agostino fortemente inveisce, chiamanı doli uomini di carne. Spero
dunque, che per quanto leggerete di male in questo genere, ò sentiFete dire,
non diventerețe così pazzi, che vi vogliate assomigliare alle bestie, Je quali,
in ciò, che riguarda il dare un minimo contrasegno interno d'eternità, punto
non s'assomigliano all'uomo,mentrechi mai di effe ha saputo ritrovare il modo
di scolpire, ed intagliare l'effigie brutale di alcuna della sua, ò d'altra
fpecie, come seppe inventare l'industria umana? ed ancora in durissime pietre,
per conservarla visibile, tale quale appunto ella fù vivente, per secoli
innumcrabili? e ciò donde è proceduto ? se non da quell'interno desiderio,
che l'uo ) [ocr errors] Puomo hà in fe fteffo
d'eternità. L'Ira è un vizio, che deforma li suoi seguaci, li quali
conforme diffe un sayio Letterato, molto da me stimato, eriverito, fe questi li
potessero rimirare nello specchio, allora, che sono nel suo furore, yedendosi
divenuti così deformi, e trasfigurati in mostri,odierebbono,non solamente cal
vizio, anziche se medesimi; Modo tenuto dalli Spartani,che per fare concepire
orrore all'ubriachezzas conduccyano li loro figliuolini in certo tempo
dell'anno, nel quale fi concedeva libertà d'ubriacarsi, in luogo publico,
affinche questi vedessero, che deformę spettacolo cagionava tal vizio, per
concepirne in avvenire di esso maggior spavento . Voi dunque per meglio
apprendere à che segno dobbiate tenere lontana da voi l'ira, non accaderà velo
moftri con parole, essendo di maggior efficacia, che rimiriate con li vostri
propri occhi, in chi si trova adirato, più al vivo una tale, c tanta deformità,
giacchè: H 2Segnius irritant animos demiffa per aures [ocr
errors] Quàm quæ funt oculis subiecta fide "libus, E così
comprenderete meglio ancora, se tal vizio sia tollerabile nel Medico, che deve
avere sempre l'animo compofto, conforme comanda Ippocrate de Medico : Eum
quoque spect are oportet, ut animi temperantiam excolat, non taciturnitate
folùm, verùm etiam reliquâ totius vita moderatione, quod ad illi comparandam
gloriam plurimum affert adjumenti ; e più chiaramente, ancora lo comanda in
altro luogo, (a) dove dice: Ne quid perturbato animo facias ; Ed è la cagione
appunto di ciò, perchè il Medico, che deve invigilare con somma attenzione alle
cure de' suoi Infermi, non deve avere la mente turbata, per poter meglio
discernere li partiti megliori, e più profittevoli, che dovrà prendere à prò de
fuoi Malati, ed à tale effetto Ippocrate comanda, che sia incombenza del
Medi co (a] Inlib de decora. co il sedare litumulti, ordinandoli ef
pressamente:(6) Tumultus verbis caftiges, G ad omnia fubminiftrandi te
prome ptum adhibeas. [ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Converrà però prima in voi medesimi se mai
foste dall'ira predominati, che sediate li vostri interni cumuli, per poter
muovere più facilmente glaltri con il vostro buon'esempio ad imitarvi. Mà
vi sono alcuni Iracondi, che credono essere cosa nociva alla salute il
ceprimere in un subito li loro primi moti, onde per tal cagione lasciano termin
nare il loro corso : Mà quanto questi s'ingannino lo fà vedere Ippocrate con
dire : Ira contrabit, cor, pulmonem in fe ipsa, din caput, et calida, bumidum;
il qual testo Vallesio così la spiega : Ira eft furor fanguinis circa cor c.
hinc fit ut fervente Sanguine,cor, pulmo, et caput calefcant, et repleantur.
Nimirùm fanguis fervore tumet, et venas, arteriasque tumefacit, fed ob
vebementem calorem, qui illis in locis eft, co contrabitur ubi[b]
Dodec.hab. 6.Epid.fe5.4., [merged
small][merged small][merged small][ocr errors][merged small] [ocr errors] [ocr
errors][ocr errors] H 3 ubique fanguis. Undè fit, ut multis ob iram
oculi, du vene frontis intumefcant, et tota facies rubore suffundarur, eo
tempora pulfent, et caput doleat, quin do febris fuu perveniat . Si persuadono dunque questi, che gl'accennari danni
che cagiona l'Ira à parti sì principali, sia più vantaggio di pazientarli, che
di rimuoverli? Onde non dovrete in conto alcuno farvi dominare dalla
collera, e non solamente per quello che riguarda la buona direzione della cura,
mà ancora li vostri proprj avanzamenti, stanteche quel povero Infermo pur
troppo annojato dal suo male, avvedutofi, che ancor voi gli accrefcere
moleftia, adirandovi per ogni piccola cagionc,se ne disfarà facilmente per non
potervi più soffrire. La Superbia nella Medicina à che segno sia deforme
riflettetelo in Menecrate Medico, che insuperbito forfe per effergli alcune
piccole cure riuscite felici, ed ayer sentito dire, che Esculapio, in quei
tempi rozzi per tal cagione fù annoverato trà Dei, egli volendolo su
pe [ocr errors][ocr errors][merged small][merged small][merged small]
perare, scrivendo ad Agesilao Ř è de Spartani ; pose nella soprascritta : Ager
filao Regi Menecrates Juppitèr ; gli calzò bene però la risposta, che gli fù
data da quel saggio Rè in tal guisa : Menecrati Medico Agefilaus Rex mentis
fanitatem; nè fù ciò sufficiente per reprimnere la sua superbia, mentre
riferisce Leone Sansio, (d) che : Eo furoris in hoc genere delatus eft, ut
quofcumque liberaffet à morbo jurejurando anté sanitatem rcceptam adıētos,
Jecum deindè benevalentes adduceretistatis temporibus tamquam fervos;
atquè jatellites, eâ tamen lege, ut alius quidèm Herculis insignibus indutus ;
alius Apollinis babitum gerens ; alius Mercurii perfonam fuftinens, alius
aliumi mutatus in Deum, Menecratem, utpote Jovem Optimum Maäimum Dii minorum
gentium sequerentur. Onde converrà, che la teniate lontana da voi, per non
essere stimati pazzi, e maggiormente quando vi troverete nell' auge delle
vostre prosperità, perche allora la superbia molto vi potria nuocere, fc
[d] In Florid.9.prafat. [merged small][merged small][merged small][merged
small][ocr errors][merged small][merged small][merged small] H 4 se foste
da efla dominati, allora vi sforzeria à distaccarvi dalli vostri più antichi, e
cari amici, solamente perche vi conobbero prima, che le vostre fortune
incomincialfero : E pafferia ancora più oltre allora il suo ardire, fe ella potesse
dominaryi à suo modo, meiltre vi faria prendere tal compiacimento di tutte le
vostre, sì grandi, che picciole opere, come se fossero singolari, e da
niun'altro fattibili à quella perfezzione, che voi fatte l'avrete, senza
permettervi punto d'indugiare å formarne concetto, con forine far fi deve delle
cose proprie, almeno fino a tanto, che dal tempo fiano tolte dalle mani
dell'Adulazione, e pofte in quelle della libera sincerità, à fines che doppo
averle ben confiderate dia loro il suo giusto valore, secondo il quale, e forse
meno deve stimare le cores proprie, chi si trova in prosperità di fortuna, per
goder egli il favore dell'adulazione. Onde in tutti gli stati, e maggiormente
in quello di prosperità, nel quale sarete più oiservati da tutti
doveteseguitare l'ottimo conseglio d'Ippocrate, (e) che dice : Medicum
urbanitater quamdam fibi adjunétam babere convenit, affinche possiate effere da
tutti tenuti cortesi, umani, e senza superbia. La defiftimazione, ed il
disprezzo del compagno è un vizio dependente dalla superbia, onde develi dal
vero Me dico abborrire, al parere d'Ippocrare: Ne superbus, do inhumanus
videatur ; E tanto più, che deve essere d'animo modesto, e cemperato, di ottimi
coitumi, umano, e giusto, conforme egli giudicò nel libro de Medico : E se il
Si. gnore diede à voi maggior talento degl' altri vostri compagni, perche nel
coufronto, che ne fate, in vece di ringraziarlo, mostrate più tolto di
biasimarlo, con dire, che difetraffe in non fare uguale à voi chi è d'inferiore
capacità di voi, potendo il disprezzato rispondervi : Ipfe fecit nos, et non
ipfi nos; Dunque, che colpa è la mia 2 E non avendo voi ragione da dotervene
meco, prendeteveland con Tel Dedec.org. [ocr errors] con chi mi hà
fatto ; sicchè fuggire pure fimil vizio, che può ancora paffare
più oltre,inentre da quel disprezzo,da quella disistimazione
nascendone il discredi to del vostro compagno, chi sà, che non vi
facessero divenire pessimi Medici, fervendovi di caloccasione per
procurare qualche servigio di colui, che fù da voi posto in
discredito? Olère di che;chi foste mai di simile viziosa natura disprezzeria
ancora bene spesso quelli piccoli mali, che in breviffimo tempo
possono divenire giganti con non piccolo discapito della sua
esistimazione. Qando mai potessero fcufarsi, che non credo, in
alcrui li vizj spettanti alla gola, che sono la crapula, e l'ubriachezza,
nel Medico sempre faranno molto condannati, perche dovendo egli
giornalmente opporsi a' defideri depravati de' suoi Infermi, con ordinar
foro las dieta, come mai potrà persuadergliela, se non gli darà
egli buon'esempio? Facendo più profitto questo di qualunque ragione, al
parere di Seneca, che vuole, che [ocr errors] 1 [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] 20 che (f) Longum iter eft
per præcepta, breve, et efficax per exempla. E se poi de' la vostri disordini
ne fossero stati spettatori in li vostri Infermi, come mai potreste per
fuader loro il contrario, di ciò, che voi seco faceste? Se volete dunque essere
ub bediti fiate fobri, e tali certamente dooi vrete essere, se non
vorrete essere peg{ giori de' bruti stessi, perche conforme riferisce
Ippocrate:(g) Sitit quidem Aper, oli sed quantum aquæ appetit, Lupus vero
di. laniato quod Je se obtulit necesario alimento, quiescit; Mà quando tutto
ciò non vi bastasse vi doveria far abborrire que fti vizj la sola rifellione,
che questi poffono ó abbreviarvi la vita, ò per la meno rendervela
penosa, fino, che viverete. co Non essendovi cosa nel mondo più nociva
della Lussuria, chi potrà mai scue farla negl’uomini, quando, che la vedianio
sì moderata, e sì ben' regolata dal solo istinto di natura in quasi tutte le
bestie prive dell'uso di ragione, alla riserva folainente di alcune poche,
trà quali Epift. In cpif.Demag: [ocr errors][ocr errors]
ti [ocr errors] quali vi sono quelle, che più s'assomis gliano all'uomo,
che sono li Scimiotti, e Gatti mamoni, rare volte li bruti à confusione de'
sensuali fi veggono do. minati da detto vizio, se non sono proffimi
à quei tempi destinati dalla natura, per la moltiplicazione della loro fpecie,
solamente il Lussurioso è più brutale di effi, che non ha in ciò hà in
ciò tempo determinato, essendo in ogni tempo dominato dal suo vizio, che lo
consuma, et annichila, conforme riferisce Ippocrate : (b) Ep annorum quidem
temporum ordo terminus eft brutis ad choitum, at homo perpetuò insano libidinis
aftrostimulatur. Qual'estro infano di libidine faria più, che in altri
detestabile nel Medico, fe non lo sapeffe reprimere con la sua continenza,
posciacchè dovendo egli giornalmente conversare con donne conforme avverti
l'istesso Ippocrate:() Et omni horâ mulieribus, virginibus illi occurrunt;
Sicchè Iddio guardi, ch'egli non corrispondesse con tutta fedeltà à quella
(h) In epift.Damage (i) De doc.ork [ocr errors] per ca.
quella somma confidenza, à cui gione della sua profeflione; viene
ammeslo, diverria ogni suo trascorso reato gravillimo, sì proprio, che
della profellione isteffa, talınente, che l'innocente Medicina ancora ne faria
calunniaca. Onde voi, che desiderate far molti progrelli in essa, dovrete
vivere lontani, e detestare simil vizio ; Altrimenti perdereste ogni
speranza di fare un minimo progresso in effa ; Converrà dunque,che
fedelmente offerviate il seguente giuramento d'Ippocrate : Juro &c.fed
castam, bu ab omni fcelere puram, tùm vitam, tùm ætatem meam
perpetuò præftabo. Ecercamente, che non dovrete fare diversamente,
sì per li vostri avanzamenti, che per profitto delli vostri Infermi, mentreche,
come mai potreste applicare con attenzione alli vostri vantaggi, alle cure de'
vostri Infermi, se le vostre menti in quel tempo divagassero altrove, e fossero
distratte in linili oba brobriosi pensieri ? Confido dunque,che con la vostra
prudenza, e temperanza [ocr errors][merged small] nonnon sarete per
cadere in simili reati, che sono detestati da putti, per essere mancamenti
commessi in mestiere di buona fede, conforme è la Medicina,
L'Ingratitudine è vizio ancor esso detestabile, per essere aborrito ancora
dalle fiere, essendosi osservata tal’una di esse aver usata gratitudine al suo
benefattore ; mà questa sarebbe ancora più detestabile, se nella Medicina
seguisse, che lo Scolare si mostrasse ingrato al suo Maestro, mostreria
certamente, è una natura molto perversa, ò di aver perduto l'uso di ragione,
mentre qual gratitudine mai potria egli sperare, che non l'usò à cui tanto era
tenuto, quali progrefli mai potria fare, allontanandosi da chi gli porge la
mano per sollevarlo, e promoverlo? Credo,che un simile yizio, Ò Giovani
generosi farà sempre lontano dalle vostre menti, conforme deve stare dalla
mente di chi spera divenire Maestro, per il motivo di non aver à ricevere il
fimile contracambio da' suoi Scolari, che stimolati dal suo mal'esempio
faria facile facile loro riuscissero essi ancora ingrati.
Quindi è, chę Ippocrate per esimere li suoi Şcolarida un fimile
obbrobriofo artentato gli faceva obligare con poliza e promettere con
giuramento le seguenti cose: Juro, et ex fcripto Spondeo planè
obfervaturum, Præceptorem quidem, qui me hanc artem edocuit, Parentum
loco ha biturum, eique cùm ad viftum, tùm etiàm ad usum neceffaria,
grato animo communiçaturum, et fuppeditaturum, ejusque poftea ros
apud me eodem loco 9.quo germanos fratres, eofque, libanc artem
addifcere volent,absque mercede, fyngraphâ edoctu [ocr errors][ocr
errors][merged small] rum &c. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Da
un'altra poco inferiore ingratie tudine spero vi guarderete voi, che ambite avanzarvi
per la via delle virtù, et è, che se sarete da qualche vostro come pagno fatti
chiamare à dar consiglio, ò in loro assenza sostituiti à curare tal* uno de'
suoi Malati, non tramerete contro loro insidie, per subentrare in sua vece,
stanteche tal’enorme ingratitudia ne, non è usata, fe non da quelli, che sono
ignoranti, e che diffidano per la buona via delle virtù potersi avanzare ; e
per tal cagione si servono di quella del vizio ; Onde con ragione consigliava
Ippocrate al Medico à non prevalersi delli Softituti ignoranti, ftanteche
de’loro errori ne resta debitore colui, che li propone, in questo caso però non
ne re, steria punto debitore, poiche pagheria il mancamento commesso con la sua
elpulfionc, et affinche non abbiate da ri, cevere fimile ingratitudine v'iinpegnerete
quanto meno potrete di promovere ignoranti, e maliziosi, 34 0 fono e
€ L'invidia, che per lo più proviene dalla mancanza di ciò, che si
desidera, è d’altri si vede possedere, come la potrere seguitare senza
condannare voi stesi inabili à potere conseguire ciò, che bramate, avendolo
potuto ottenere un' altro vostro compagno, questa non vi avyedete, che vi fà
dichiarare da voi medesimi da poco, e codardi ? Onde impiegherete aflai meglio
tutto quel tenipo,e pensieri,che malamente li spregano [ocr errors][ocr
errors] in invidiare il bene altrui, con cercare di conseguire ciò, che
desiderate, per le sue yie proprie, et oneste, e credetemi, che questo vizio
non regna se non negli animi vili, e codardi, trà quali voi, che avete abilità,
e spirito vi dovete vergognare di esservi annoverati,e tanto maggiormente, che
questi viziofi furono da Democrito giudicati ancora stupidi, ed
ignoranti,allorche ad Ippocrate disse:(a) Et certè fufpicor pleraque in Arte
tuâ aut per invidiam, aut per ingratitudinem palàm contumeliâ affici ; et in
appresso dice, Cum fint ignorantes, quod melius eft dama nant, calculoruin enim
fuffragia stupidis attribuuntur, nequè ægrotantes fimùl ap probare
volent, neque ejusdem Artis focii bi teftimonio confirmare, cùm invidia
obfter Gr. Veritatis enim nulla eft cognitio, nei què teftimonii
confirmatio, Ed è certamente cosa assai difficile, i che li seguaci di
simil vizio poffino con tenersi nel semplice desiderio di ciò, che da
essi è invidiato, senza passar più oltre [ocr errors] ne (a) In
epift.Damaget. in procurarlo ancora, e con modi ignominiofi, anziche si
serviranno talvolta della calunnia, e dell'inganno, per confeguirlo, e vi pare,
che simili maniere fiano degne del vero Medico rationale ? Quando Ippocrate (b)
giurò, che : Medicum ratione utentem, alterum numquàm invidiosa calumniaturum?
Mà che siano modi praticati solamente da quelli, che Forensem quæftum fectantur,
trà quali non faria convenevole, che voi fofte annoverati. Mà acciocchè
possiate mantenervi lontani da simile obbrobrioso yizio, sarà necessario, che
vi dia alcuni utili avver. timenti, che sono: Vedendo yoi avanzare qualche
vostro compagno nellinegozj,è cosa nacurale,che fentiate dentro di voi un certo
stimolo, che incomincicrà da principio a farvi contriftare,e questo sarà
appunto il primo seme, che insinuerà dentro di yoi l'invidia per farvi divenire
suoi seguaci, di questo, affinche efla non trionfi di voi, è servitevene
disprone per avanzarvi ancor voi, con imitarlo, se il detto vostro
compagno opererà conforme si deve, ò di remora, fe vedrete, ch'egli
si avanza per la via del vizio, ed in tal caso, con riflettere
solamente, che à voi non conviene d'invidiare ciò, ch'è disdicevole al
vostro onore, detto seme verrà in un tratto diItrutto. In oltre sappiate,
che non dovete rimirare solamente l'efteriore comparla, che fà il vostro
compagno, mà ancora dovrete rillettere à quanti disaggi, che talvolta
soffrirà egli per effajalle fatiche eccellive,all'inquietitudini
grane di, alla scarsezza del tempo, ch'egli hàg che gli toglierà
ancora il riposo necessario, le quali cose se tutte le rifletterete,
certamente in vece d'invidiarlo, più tosto lo compatirete, e direte con VIRGILIO
(vedasi): Non equidem invideo miror magis. A tempo di Seneca vi era
un certo vizio vagabondo, chiamato da lui Core curfatio, che necessitava li
suoi scguaci andar girando continuamente per las I 2 Città
[ocr errors][ocr errors] Città allo sproposito cercando li negozi senza aver
prima determinato nella loro mente quali, mà solamente quei, che à ventura si
presentavano loro d'avanti, e questo tal vizio lo descrive per
un'inquieta dapocaggine, un perdimento di tempo, con non altro profitto,che
d'una certa stanchezza di corpo,acquittata per tanto girare ora in quà, ora in
là. Galeno, conforine egli riferisce nel principio del suo merodo, fù da
alcuni di quelli, che pareva, che l'anassero più degl'altri, stimolato
fortemente à seguitare questo vizio, dicendogli, che se non tralasciava
d'essere tanto indagatore del vero, e non si accomodava allo stile di quel
tempo, d'andar girando tutta la mattina, à visitare per complimento li Signori,
e la sera d'andare à cenare seco, non saria stato amato, nè averia contratto le
loro amicizie, riferendolo appunto in tal guisa : Me verò ex iis, qui me unicè
diligere funt visi, nonnulli fæpè increpant, quòd plus justo veritatis studia
Jim addiétus, quafi nec mibi ipfi ufui, niec ipfis [ocr errors]
[merged small][merged small][merged small][ocr errors][merged small][ocr
errors][merged small][ocr errors][ocr errors] ipfis in totâ vità fim
futurus, nifi, et ab hoc tanto veritatis indagande studio defiftam,
da manè salutando circumeam, vefperi apud potentes cænem. His
enim artibus tum amari, tùm amicitias conci liari, tùm verò
pro artificibus haberi &c. Ed in tanto non volle egli
condescende re à farlo, perche la giudicò per cofa impropria
di chi era seguace di ottimo Maestro, soggiugnendo in appresso
da poi averne commendato alcuni di que fti : At horum nemo, nèc
mane potentium fores ipfos falutaturus, nè vefperi cænaturus frequentabat,
fed ficut Hefiodus cer, cinit : Namque alium ditem cernens cui
deeft, quod agatur : Ipfe folum vertit tauris, et semina ponit.
Onde fuggirete ancora voi simile vizio, se desiderate d'essere veri
seguaci d'Ippocrate. La Pertinacia, e lo spirito di contradizzione sono
due difetti nel Medico di sommo rimarço, e non si possono per con
[ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors] I
3 conto alcuno in lui scusare ; se vi contaminasse mai il primo, vi
costituirebbe ignoranti, cogliendovi quella bella proprierà, che hanno li
Dotti, ch'è : Sapientis eft mutare confilium ; vi faria anche di peggio,che vi
costituirebbe simili alle bestie, perche farebbe divenire ancor voi incapaci di
ragione, e perciò venendo esclusi dal commercio degl'uomini savj cosa fareste
infectaci di simile vizio? Se poi, che Iddio je me liberi fofte invali da quel
'cattivo spirito di contradizzione y guai alli vostri Infermi, perche venendo
loro proposto da altri ciò, che si deve, e voi non volendo, che fi eseguisse,
mà più tosto in vece di quello, altra cosa contraria, come anderebbe l'a cura
facendosi à vostro modo, se foste ancora pertinaci? Ippocrate insegnò à questo
propofito ciò che si debba Fare, e che ne risulti di male facendosi
diversamentc, et è: Neque fanè indecorum fuerit fi Medicus in rei præfentis
anguftiâ, circà agrum verfaturz imperitiæ etiam tenebris circumfufus, alios
quoque accerfiri jubeat, quo communi confilio, que in rem agri sunt
disquirantur, et illi ad præfidiorum facultatem operas fuas confoTint; e cosa
ne seguirà seregneranno trà di essi questi vizj? De eo munimini ambitiosè
contendere, se ipfos ludibrio exponere, Sicchè voi, che sperate divenire veri
Medici Ippocratici, vi converrà tenere lontani da voi tali vizj, che tanto vi
potriano pregiudicare. etiam [C] Hipp.præcept. L'Avarizia fù
talmente odiata da Ippocrate, che se avesse potuto l'averia del tutto sbandita
dal mondo, poiche scrivendo à Crateva erbario famofiffimo de' suoi tempi, così
appunto gli manifeftò il suo desiderio : Quod si Crateurs amaram pecuniæ
cupiditatis radicem excindere poffis, ut nulla ejus reliquia extent, hoc probè
teneto, quod unâ cum hominum corporibus, etiàm malè affeétos purgaremus, fed
hæc quidem in votis habenda : Tanto scrisse Ippocrate, con tuttoche non gli
fossero ancora giunti à notizia li documenti di Demnocrito, cheportandosi
poscia alla sua cura in Abdera da lui medesimo sentì, trà quali vi fù questo
contro l'avarizia: Quinàm enim Leo aurum
defolium in terrum abdidit? Quinàm Taurus, alienum ufurpandi cupiditate, ad
prælium impetu quodam delarus eft &c. e con ragione così esclamava
Democrito scorgendo l'uomo caduto in tal vizio peggiore de'bruti. Quanto
mai cresca la deformità dell'ayarizia in chi è avanzato negl'anni sentitelo da
Cicerone:(6) Avaritia senilis vituperanda eft maximè : Poteft enim quidquañ
effe abfurdius, quàm quo minus via restat, eò plus viatici quærere? Mà
più d'ogn'altro la saria obbrobriosa nel Medico, perche essendo stato da
Ippocrate dichiarato fimil vizio per male più grave della pazzia, cgli farà
tenuto non solo di crederlo tale, mà ancora di medicarlo, onde se in vece di
far ciò lo procurasse, ecustodisse in femedesimo con diletto, in qual trascorso
egli incorreria? E certamente più grave, e me inefiß.Damag. [e] In Cat,Maior. [blocks
in formation] e meno scusabile faria, che in ogn'altro, per non aver egli
apprezzato li documenti d'un tanto Maestro, che sono li seguenti: (f)
Miserabilis sanè eft humana vita, quòd ad eam totam intolerabilis are genti
cupiditas, velut hybernus flatus pervaferit, ad quem morbum infania graviarem
curandum, utinàm Medici umnes potiùs concurrerent. E lo dimostra in termini
precisi altrove, () dove così saggiamente consiglia : Neque verò exigenda
mercedis cupiditate duci oportet, nifi ut ad artem edifcendam tuos inftruas,
fuadeoque nè in eo inhumanitèr nimis te geras, fed et opum affluentiam, et facultates
refo picias, interdùm gratis cures, itaùt memoris gratitudinis potiorem,quàm
præfentis existimationis rationem habeas. Quòd fi thofpiti, vel egeno largiendi
occafio se te offerat his, vel maximè fuccurrendum eft. Qui enim erga homines
humanum fe exhibuerit, is artis amore teneri censetur. Cofa dirà l'Avaro, et altri
viziosi leggendo, tanti ottimi consigli, dati loro da Ippo crate? [f] In
epif. Senar. Abderit. [5] Inlibede prai: [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] crate 2 Mi persuado; che quello appunto, che diffe Quinto Pecilio
Pretore Urbano, riferito da Livio, allorche ebbe terto li libri di Numa
Pompilio, che erano stati tanti secoli sepolti : Se fe eos in ignem coniecturum,
perche, dos legi, fervarique non oportere; e questo perched non per altro,
perche egli era Pretore, e non gli compliva, che altri sapessero, che molte
cofe, ch'egli faceva erano mal fatte, poiche que' libri altro non contenevano,
che di rimuovere ciò, che non era ben fatto, e ciò, ch'era sommamente
pregiudiziale al popolo, trattandosi in quelli De dissoluendis falsis
religionibus. Questo vizio certamente non è scusato da chi è di mente sana,
nè da chi ben riflette à quanti disaggi mai soggiacino li miseri avari senza
potersi sapere ad utile di chi lo faccino. In BENEFICIO PROPRIO – H. P. Grice,
the principle of conversational self-love -- certamente che nò, poiche non
altro, che travagli ne ricavano dal cumulare, che fanno; A prò degli Eredi 2 nè
tampoco, perche se potessero immaginarsi, che gl’eredi volessero go
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godere con ispendere liberamente, priveriano fubitamente dell'eredità, fic. che
di questi solamence Padrone ne rimarrà l'avarizia, inentre per sodisfarla esi
cumulano, c questa, che ne farà di tanti avanzi ? facilmente non sapenda
servirsene li consegnerà al lusso, affinche disipandoli in un tratto ne
impingui altri Avari. Ippocrate odiava il lusso grandemente, à segno, che
compose un libro contro di effo, ch'è appunto quello De Decenti ornatu, nel
quale non solamente incarica à Medici di fuggirlo, mà dà ancora per cagione del
lusso il modo di distinguere li veri Medici da Parabolani, de quali ultimi
parlando, così dice: Si enim conventu facto ambitiofa, e quem fuofâ fuâ
profeffione decipientes in urbium circulis verfantur, Quos ex veftitu, cum
cæteris ornamentis, quis cognofcere poterit, quin etiam quò fumptuofiùs ornati
fuerint, cà majori odio adversandi, ab eis, qui eos confpexerint, fugiendi ;
dove de veri, e buoni Medici cosi ne parla : Quia bus [ocr
errors][merged small][ocr errors][ocr errors] bus non ineft exquisitus, nequè
cariofus ornatus, qui fe fe excultus venuftate, cu frugalitate, non tam ad
fuperfluam curiofitatem,quàm ad optimam existimationem, prudentiam, e animi
moderationem compararunt, ad inceflum verò eo femper sunt habitu ; Sicchè dal
Medico seguace d'Ippocrate devesi fuggire il lusso per quanto gli preme la
propria riputazione ; certe mode straniere, e galanti non gli competono, come
si legge (b): Peregrie nus cultus immodicus calumniam tibi com. parabit .
Tiberio s'ingannò, allorche propoftofi in Senato di proibire il gran luffo di
quei tempi, essendo egli di sentimento contrario, persuadendoli, che in
lasciarlo correre à briglia sciolta, da se medefimo si faria stancato, e perciò
disse : Nos pudor, divites satietas, pauperes egestas in meliùs mutet; qual
vergogna ne' suoi {moderati succeffori punto non si mirò mentre in Nerone si
vidde à che segno s'inoltrasse il lufto. Mi persuado però,ch'egli si volesse
ingannare per altro fine politico, mentreche girandosi dal
lusso continuamente la ruota della fortuna, gli compliva più di
vedere tante muta. zioni di stato ne' suoi sudditi, che disau.
torato chi li cagionava, e tanto mag giormente che avendo questo vizio
un dominio tirannico s'uniformava al suo governo . Tiraneggia per
verità il luffo li suoi seguaci, mentre l'impoverisce e vuole
eliggere da tutti gradimento di quanto male fà loro. Ordina, che
dalla Persia, e dall'Indie sia trasportato un drappo non più veduto,
forza li suoi sem guaci à prenderlo ad ogni maggior coito, e fà, che
oltre il gran dispendio ringrazjno quel Perfiano, quell'Indiano
ancora, che lo portò, perche appagò il loro desiderio, li quali ne
resteranno facilmente ammirati, non meno di quello ne rimanesse Tacito,
allorche li Romani per abbassare gl’animi dell’Inglesi, li fecero
assuefare à molti costumi loro, e da essi non più praticati, e
l'appresero per foimo favore, mà ben se ne ayvide Ta [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] cito del fine, che in ciò si aveva dicendo: (i) Que
humanitas cenfebatur, cùm efet Species fervitutis. L'Infedeltà, e
Fellonia sono vizi confederati, e detestabili in ogni qualità di Persone, mà
più d'ogn'altro nel Medico, posciache ogn'uno ciò, che ha di più prezioso, che
sono la vita, e l'onore glielo fida; Onde se csso mancaffe, à cui gli prestò
tanta fede, che gastigo mai li potrebbe trovare de' maggiori, che lo potesse
punire à bastanza, avendo commesso un reato di fimil forta, un mancamento di
buona fede ? Sicchè odiateli pure simili vizj esecrandi, conforme l'abborriya
Ippocrate, non volendo insegnare la Medicina à chi non aveva giurato prima sù
tutte le Deità ciò,che segue, cioè: Nequè cujusquam precibus adducturus, alicui
medicamentum letale propinabo, neque hujus rei author cro, nequè simili ratione
mulieri pellum subdititium ad fætum corrumpendum exhi bebo, In Vita
Agricola. In lurejuri Hippocr. [ocr errors][merged small][ocr
errors][merged small] bebo, fed caftam, ab omni fcelere puram, tùm vitam, tùm
diatem meam perpetuò præftabo . Sicchè con ragione, e con giusti motivi verrà
escluso chi mai in fimili vizj cadesse dall'effer vero Media co, e degno
seguace d'Ippocrate, Non è piccolo difetto nel Medico l'essere troppo
curioso di quelle cose, che non fanno al suo mestiere, conforme tra l'altre
sono li fatti domestici de' suoi Infermi; onde da tal vizio ye ne dovre. te
aftenere,perche tal curiosità vi potria tenere distratti da quel negozio, à cui
dovete principalmente applicare, ch'è il ben dirigere le cure de vostri
Infermi, come y'astringe il giurainéro d'Ippocrate,ch'è questo:In quafcumque
domos ingrediar, ob utilitatem Ægrotuntium intrabo. Mà di più di questa
ancora può efa fere viziosa la troppa curiosità delle cose moderne, e
peregrine, e particolarmente ne' Medici giovani, che non pofsedono ancora la
Mcdicina à quellas perfezzione, che fi richiede ; onde da questo vizio
v'asterrete, sì perche vi fa [ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr
errors] ria divagare inutilmente in cose, che ancora dal tempo non sono state
ben digerite, come ancora vi terria lontani da ciò, che farà necessario di
fare, cioè d'impossessarvi bene di quanto è stato da molti secoli confermato, à
segno, che diverreste periti nelle novità incerte, rimanendo inesperti
nell'accertate da lungo tempo, quali poscia sentendole vi giugneranno nuove,.
sopra di che mi riporto à ciò, che disli nella secondas Giornata, nella quale
mostrai, come vi dovrete regolare per divenire Medici. Solo ora vi foggiugno
quello, che à questo proposito ne dice Ippocrate, ed affinche meglio
discerniate tutto il vizioso, per tenerlo lontano da voi: (m) Multæ namque ad
ambitiofam quamdam operam comparat& videntur, ea videlicet, qua de nulla re
utili quaftiones agitant ; E quali siano le cose utili nella Medicina, lo
spiega in appresso soggiugnendo : Priusquàm verò ad Ægrum ingrediaris, fac
cognitum habeas quid agendum fet ;. ple(m) De dec.org. che
pleraque enim non ratiocinatione, fed au» dia xilio indigent : E se ciò
non fosse chiaro ida à sufficienza passiamo al libro De Fractua
cioè ris, dove parlando de' Medici, qui sao da pientiam fibi falsò
arrogant, così chiaracha mente dice : Verùm enimverò multa hoc stil modo hac in
arte æftimari folent. Quod la enim peregrinum eft, nèc dùm conftat an en utile
fit, confueto, quod jam norunt utile elle anteponunt, quodque ab ufu
communi day abhorret ei, quod eft probè cognitum ; e non evi vi sia discaro di
sentire quanto mai à ci proposito redarguisce Ippocrate coloro, ei che vanno
cercando le belle idee : ei Hujufmodi igitur, ubi præellem non tàm de vi
curandi ratione cum illis conferrem, verùm, m ut auxilium ferrent audactèr
peterem : Veo d. nuste enim cognitionis intelligentia apud eito istos Sparfa
eft, cum igitur, bi ex necesitait; te indocti existant, eos ad utilem
exercitaci- tionem cohortor, ubi prçceptorum cognitione .: deftituuntur.
L'Ozio padre di tutti li vizj, se non t; lo terrete lontano da voi, vi potria
farperdere tutto ciò, che di buono aveste mai acquistato; Egli è capace di
farvi nauseare le virtù, d'arrestarvi nel mezo della vostra carriera,
d'abbatęrvilo spișito, e finalmente di trasfigurarvi in quella mostruosa
figura, che più sarà di suo genio, e sențite appunto, come ne parla Ippocrate
di questo pessimo vizio: Quod enim
otiofum eft, nilque agit ad improbitatem viam affectat, ad eamque rendit ;
Talmente che per divenire voi yeri Mcdici, dovrete fuggir l'ozio, deftruttore
d'ogni yostro bene; c per ciò farç, vi dovrete ancora astenere dalle frequenti
musiche, dalli ridotti de' Novellifti, e da altri consimili divertimenti, ne?
quali non si puol'acquistare altro, che dį pascere inutilmente la curiosità, ed
il proprio genio, e ciò con ragione fi puol giudicare tempo perduto, perche
profitto alcuno da essi non se ne ricava. Gran infortunio sarebbe della
Me. dicina, quando v'entraffe la Malizia à corteggiarla, avendo questa già
impa rato Dedecenti
babits, [ocr errors] rato adimitare tutte le bạone virtù con finzioni
soprafine, ed in che guisa, ne parleremo più diffusamente in appresso;
Solamente ora vi avvertirò, che se tal? uno di yoi reftasse mai inferrato
da fimi31 le vizio diyerrebbe subito uniforme à 1 quei Medici descritti da
Ippocrace :(9) Qui quidem Perfonarum, quæ in Tragediis producyntur maximè
fimiles esse videntur ; mentrechę farebbe tante comparse difi ferenti,
quante gliene dettasse la sua madi lizia nelle congiunture à lei opportune, ci
mà come termineria la tragedia lo moAd stra Ippocrate chiaramente doppo aver N
avvertito, che Orium, ignavia mali tiam quærunt, soggiugnendo: Hi enim - Sunt, qui fora frequentant,
ruditate, ac Ti infcitia sua imponentes, et circulis Civita tum verfantes
; Talmente che per non cheffer yoi posti nel numero di Parabolani
necessariamente vi converrà fuggire, afe e detestare fimil vizio . Il timore, e
l'ardire, con tuttoche K 2 sem In Hippocratis lege. Hippoer.de dec. habitu. [ocr
errors][ocr errors] 2. [ocr errors] sembrino trà di loro contrarj,
nulladimeno vengono molto biasimati da Ippocrate nel Medico, dichiarandoli in
lui per segni viziosi d'ignoranza, dicendo egli : (e) At verò imperitia malus
eft thefaurus, malaque opes reconditæ iis, qui ram tùm opinione ipfi, tùm
revera possident fecuritaris animi, du lætitiæ expers, timiditatis, et audaciæ
nutrix; Ac timiditas quidem impotentiam, Audacia verò artis ignorationem
arguit. Perloche non di potrete nè segúitare, nè scusare, nè anco sotto lpecie
nel primo di circospezzione, e nel secondo di spirito, perche diversi sono trà
loro il timore, e la circofpezzione, l'ardire, e lo spirito . Il timore vi farà
perdere l'occasione pronta, che vi si presenterà di operare per non faperla voi
conoscere, ma non già la circospezzione, che nasce dal poffe dere molto bene
ogni danno, ed ogni profitto, che ne poffino risultare da ciò, che voi farete,
onde questa vi renderà folamente per breve tempo irresoluti, e fino (e)
Hipp Text. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] e fino a tanto, che
averete bilanciato il bene, et il male, e conosciuto, ch'avrete quale delli due
prevalga, sarete prontissimi esecutori di quanto avrete deliberato. L'ardire
poi per essere temerario vi porterà con violenza ad operare, onde non vi farà
diftinguere quando ve ne dobbiate servire, dove, che lo spirito, che vi rende
perspicaci, et accorti, Ve. lo farà ben capire, quando fia tempo. opportuno di
farlo, conforme egregiamente avverti Ippocrate: Temeraria namquè proclivitas, do
promptitudo,quam. vis valdè fit utilis, despectui eft, at confiderandum quando
bis uti liceat. L'Odio è un vizio, che trà li maggiori può divenire il
primo, quando fi stenda fino alli ultimi confini della sua iniquità, cioè alli
benefizj ricevuti, pafsando allora à quell'esecrando reato, che solamente trà
gl'uomini regna, esfendone le bestie più fiere esenti, conforme da tanti esempj
registrari nello Istorie si può comprendere, et in ispecie di (f) In
lib.de Medica [merged small][ocr errors][merged small] K 3 [ocr
errors] [ocr errors] di quel fiero Leone, che nell'Anfiteatro Romano il' véce
di divorare il suo Beriefattore condannato ivi ad bestias, lo difese dalla
violenza delle altfc, mà quellos che si rende più considerabile, si è, che alle
volte', quanto č maggiore il benefizio, tanto più viene perseguitato dall'odio,
giacchè al parere di Tacito: (g) Beneficia coʻusquè leta sunt, dùm videntur
exfolvi poffe, ubi multum antevenere pro gratia odium redditur; Darebbe l'animo
à voi non dico di seguitare' vizio sì obbrobrioso, e ripugnante' ad ogni
in il pretesto del naturale di chi lo segue, inclinato a farlo, per non potersi
moderare. Senticenc però prima d'impegnarvi à ciò, cosa ne diffe ad Ippocrate,
quel grand’amatore della giustizia Democrito:(b) Plerique' verò quæ natur&
hoc adSéribentes Benefactorem odio' habent, co parům abeft ut indignè ferant fi
debitores effe puténtur, fed eu pleriquè artis ignorantiam in se ipfis habeotes,
a imperiti Annal. lib.4. [h].
Epiß. ad Damageexiftentes, id quod meliùs eft purgant intero
stupidus enim fiant suffragia. Talche il solo sospetto
d'essere infetti da un fimile vizio, vi renderia incapaci per
sempre di quanto voi bramate conseguire. Quanto mai sia
difficile d'esprimere tutte le trame dell'ingarinoz ed impostura,
sentitelo riferire da Ippocrate in tal guisa : Difficile eft multorum malorum
machinatricem folertiam verbis exprimere, cum eorum fit infinitas quædami
din bis cum dolofis conimentis prava mente inter le conversentur; apud
eos autèm virtutis modus habetur, quod eft deteriùs; mendacia enim amant, do in
bis fe exercent, voluptatis ftudium extollunt; legibus minime
parentes a Certamente che meglio non fi poteva da Ippocrate esprimere
l'inganno vizio tanto diletto da' maližiofi Impostori, mentre da questi li modi
più improprj, che si praticano sono credati per loro virtù, nè fi seguita da
efi altro studio, che della menzogna, nè fi atten de (i) In
epist.Domaget. [merged
small][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors] K
4 1. avendo de ad altro, che à piaceri,
e diversimenti, fenz'alcun timore di gastigo. Le tristizie di costoro non
si pofsono mai à bastanza esprimere, stanteche, fingendosi questi
Mcdicis con modi improprj. accreditano li loro medicamenti, non
punto di rossore ne di servirsi di testimoni corrotti, che con menzogna:
attestino il gran giovamento, che das quelli ne ricevettero con tuttoche non se
ne fossero mai prevaluti, nè di ripromettere ne' mali incurabili quella certa
salute, che non è in potere de' Medici,, quantunque espertislimi, il farla
conseguire ; In oltre giudicano graviffimi, e inortali tutti quei mali, benche
di sua natura leggieri, purche rechino aglo Infermi qualche apprensione,
affinche credano questi esfere stati mediante la. loro virtù risanati, e
d'avantaggio, per non essere riconvenuti d'aver errato ne? pronostici, parlano
con doppio linguag. gio, à tal’uno diranno, che quel tale Ammalato deve
necessariamente morife,& ad altri, che deve infallantemente mie
[ocr errors] rllanare, per avere pronto si nell'ano, che nell'altro evento chi
contesti la loro, fimulata perizia in sapere ben prevedere gl’esiti de' mali;
Milantano in oltre costoro i loro grand’arcani, con i quali fi vantano d'avere
refuscitato molti, già fatti spediti da Medici. Solamente dico. no con verità,
che in mano loro niuno. muoja, perche ridotti che li hanno in: pessimo stato di
salute, abandonano li loro Infermi, non potendoli più lusingare con le solite
false speranze di salute, de' quali prima fi servivano per ifmugnere le loro
borse. Per inantenersi poi in creditozli pongono forto alte protezioni, e
sfuggono d'incontrarsi con Medici dotti, ed esperti, non porendo ftare à fronte
con chi ben sa discoprire la loro ignoranza . Al divino Ippocrate furono note
alcune di queste verità, mentre egli (1) così ne parla : Qui igitus in
ignorantia profundo fubmerfi funt, ij prædicta ( cioè l'operare con ingenuità)
minimè percipiunt, cum Medici nomine iz digni [] Intib.præcepat
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] 'digni re ipfà comprobent ;
quàm repente evetti fint, fortune tamén egentes per die vites
quofdam ex anguftiis emergunt virique es éventu nominis celebritatem
adepti &c. ed in appreffo : Qui certè ad curationem non accedunt ;
ubi vident miserabilcm effe affectionem, c ejulatibus plenam,
aliorum-Medicorum congreffum fugiunt; e in altro luogo: (m) Qui igitur
eos reprébena dunt qui viltis à morbo manus non admovent, non minùs
adhortantur ad ea fufcipienda, quæ attingere fas non eft ; quàm que fas
eft, in eoque apud eos qui nomine tenus Medici sunt admirationem fibi
conciliant, ab artis verò peritis ridentur. Mà crescerebbe più
oltre ancora l'iniquità di costoro, quando ; che unisfcro alle loro male arci
l'ippocrisiaj conforme che più volte si è osservato' ins ral'uno di essi,che
postosi adosso un'abito di fimulata penitenza, e' čutto umile con li seguenti
artificj procurava di maggiormente accreditarli. Introdotto, ch'egli era
clandestinamente in qualche cura in lib.de Arte, čura, doppo di aver
fatte molie insolite, ed affetrate offervazioni intorno all'Ammalato, cosi
incominciava à parlare : Io coinpatisco infinitamente li Signori Medici, che lo
curano s perche questo è un male'assai oscuro, e difficile à ben curarsi, non
essendo ciò da cutti, fin qui scorgo, che hanno fatto tutto quello, che
sapevano", nè io drdisco di biasimare ciò, che fino ad ora harino fatto,
perche quest'abito ; che porto in doffo non mi permette di dir male del mio
prosimo, nè di togliere la riputazione à Profeffori cotanto accreditatie tanto
maggiormente, che quando anche non foffe ftato fatto a fuo' dovere ciò, che si
è fatto sin’ora', non siamo più in tempo d'impedirlo, dico bene, che io
peccherei mortalmente, se non' dicelli libera.. mente ciò, che debbasi fatie in
avvenire, questo male à conto mio và curato in tal guisa : Primieramente gli si
devono dare i tali, e tali' rimedi, e dipoi develi fare in questo modo, e ac fi
opererà diversamente, io mi protesto che questo poveroInfermo se ne morirà
quanto prima ; e lo. vedrete con vostro cordoglio. É fe tal
uno degli astanti più prudente lo pregava d'abboccarsi con li Medici della
cura, à fine di comunicar loro questi suoi sentimenti, ei ricusava tal
congresso, con pretesto, ch'essendo odiato da tutti li Medici per
la sua ingenuità, e dottrina non fariano mai condescesi à quanto di
buono egli avesse proposto, onde, che reputava non solamente superduo
tale abboccamento, må ancora non praticabile da un suo pari, che deve,per
l'umiltà, che profetava, effere injinico delle difcordie; onde avessero
pure fatto ciò, che ad esli pareva, e piaceva, bastando gli d'aver
accennato il gran pericolo, ed il modo insieme più sicuro da
sfuggirlo per mera carità di giovare à quel povero Infermo così
aggravato, non già per interesse alcuno, da cui egli n'era lontanisiino.
Infinite confusioni cagionarono simili parole pietose in più cure,
stanteche tal’uno de' più creduli, che vi si trovorno presenti, diffe :
Sentiste, con che [merged small][ocr errors] modestia parlava quel
sant'Uomo, se non fosse così scrupolofo, oh quanti errorici averia discoperti,
commesli da' noftri Medici ignoranti in questa cura ! Si vede però, ch'egli
intende, perche hà fatto certe osservazioni particolari intorno all'Ammalato,
che non le abbiamo vedute fare da' noftri Medici. Ed altri di più consigliavano
à licenziare tutti li Medici per farlo curare da esso folo, per-. fuadendofi,
ch'egli l'averia certamente guarito . Quali danni ne riportino li poveri
Infermi da costoro, che Medicorum congreffum fugiunt,gli espresse assai bene, e
con pochissime parole Ippocrate nel sopracitato libro, dicendo ivi; Ægroti verò
dolore conflictati in utrâque improbia tate natant ; cioè in quella
dell'ignoranza, e dell'inganno di simili viziosi Impostori. Quello però,
che reca non ordinaria meraviglia si è, che il popolo più volte caduto à dar
fede à fimili viziosi Impostori con danno notabile, et evidente della propria
falute ritorna di bel nuo nuovo a creder loro, et à restarne
insieme nuovamente deluso, conforme ancora che con tutto abbiano questi nociuto
à molti, niuno contro di essi dell'offesi ne fà risentimento, e la cagione di
ciò / non puol'essere altra, che godono questi quel vantaggio, che hanno le
donne di mala vita, da cui ne s'allontanano molti, che da esse furono
danneggiati, nè alcuno contro di esse ne fà rilentimento proporzionato al male
ricevuto', e ciò cre. do, che segua sì nell'uņo, che nell'altro caso,per la
vergogna,che ogn’uno di essi hà di manifestarsi con atto publico per imprudéte,
onde perciò pazienta,e ţaçe. E finalmente se per disaventura un fimile
yizio contaminafle mai il Media co dotto, ma politico, oh quanti danni ancor
peggiori di questi apporteria à molti, posciacchè inestandosi al ben radicato
sapere l'inganno, e l'impostura, che frutti velenosi mai produrrią unas fimile
pianta ? e nocenda questi senza effere creduti nocivi, non solamente trà l'idioti,
mà ancora trå li più cautelati, e cir. ) ) e circospetti
troveriano lo smaltimento, c per non diffondermi più oltrc, dirò solamente che
il Medico dorco, e politico, quando che fosse divenuto Impostore, avendo egli
perduto la sua ingenuità diverrebbe allora non solamente tiranno de' suoi
Infermi, facendo loro arţificiosamente credere, che da esso depende lą loro
falute, anziche la vita isteffa, e che non poțriano nè pure un momento di più
yiyere, quando si allontanassero dal suo consiglio,& ajuto,mà ancora di
tutti gli altri Professori ingenui, potendoli conculcare à suo piacere per
prevalersi egli delle frodi somminiftrategli dall'inganno, alle quali non
potendo contraporre le proprieşper esserneprivi,conviene loro cedere, per non
sapersene schermire, giacchè Års luditur Arte. Fuggite dunque yoi, che ambite
di mantenervi ingenui, e divenire veți Medici fimil vizio, e voi, à cui specta
d'invigilare alla publica salute. Non tantum tollerate nefas hanc tole
lite peftem. Ded [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr
errors] Del miserabile vizio dell’Ignoranza poco sarà d'uopo parlarne, sì
perche vi è già nota la sua deformità, sì ancora perche vi vedo incaminati à
gran passi per la strada della sapienza,solamente vi riferirò per vostra consälazione,
affinche prestamente ne diveniate veri possessori di questa, ciò, che Ippocrace
à questo proposito insegnò, con una bella somi glianza, et è: Non alitèr
enim ac Miniftri, et Miniftræ in domibus tumultuantes, ac ceriantes, fi quando
de repente eis hera adfuerit, attoniti conquiefcunt, fimilitèr etiàm reliqua
animi cupiditates malorum, hominibus funt administre, at ubi fapientia in
conspectum fe dederit, tanquàm mancipia reliqui affe&tus difcedunt. Insegna
parimente Ippocrate nell'iscoprire li seguaci di tal vizio il modo da conoscere
li Medici ignoranti, mà di ciò non devo parlarne, perche il mio fine è diretto
à detestare li vizj, fenza andar cercando li viziosi. Non però tacere devo il
gran danno, che questi apportanoalla povera Medicina riferito da Ippocrate irel
principio della sua legge in tal guisa : Omnium profectò artium Medicina
nobilisfima, verùm propter eorum, qui eam exercent ignorantiam c. omnibus
artibus iàm longè inferior habetur. Finalmente con la Maledicenza
terminerò io ancora di dir male de vizji questa è un vizio assai incivile,
perche opera sempre contro li buoni costumi, e contro la civiltà, questa
certamente non si dovrà seguitare da voi, venendovi da Ippocrate tanto proibita
nel libro : De Medico, che in tal guisa incomincia: Hoc fcripto Medico
imperamus, eo dicimus, dove tra l'altre cose, che coinanda vi sono le seguenti:
Ut animi temperantiam excolat, non taciturnitate folùm, verùm etiàm reliquâ
totius vitæ moderatione, bom nis, ac honeftis fit moribus, et æquus in omni
vitæ confuetudine fe præftare debeat ; Le quali cose come le potrete osservare,
essendo maledici ? Ed affinchè meglio comprendiate quanto il ben moriggerato
Ippocrate odiasse questo vizio, passia L mo [ocr errors] mo à
rillettere ciò, ch'egli dice nel libro De Arte, il quale comincia così :
Non nulli turpitèr in sectandis artibus artifi. cium suum collocant,
neque id, quod facere Se credunt meo quidem judicio obrinent,
sed Jue scientia oftentationem faciunt aci E poi soggiugne :
Qui verò ea, quæ ab aliis sunt inventä inhoneftorum verborum artificia
contaminare contendit, nequè quida quàm corrigit, fed à
peritis inventa, apud imperitos traduçit . Is fanè prudentice exiftimationem
tueri velle non videtur, fed potiùs naturam fuam, aùt ignoratiam nem malitiosè
prodere : Solis enim artium ignaris, hoc opus competit, qui ambitiofiùs quidem
contendunt, neque tamen improbie tate suâ ullo modo præftare poffunt, ut
aliorum opera, vel recta calumnientur, vel non recta repræhendant : Eos igitur,
qui in alias artes hoc modo invadunt,coerceant, fi poffint, quibus hæc cura
eft, quorumque id intereft. Vedete voi à che segno odiava il divino Ippocrate
li maledici, che voleya, che fossero ristretti, essendo indegni di convivere
tra uomini di ono. re [ocr errors] [ocr errors] re. Crederei, che
quanto hà detto cosi chiaramente, et al propoliço Ippocrate vi pofsa bastare
per odiare un limil vizio, e tanto maggiormente se rifletterete, che quanto voi
direte di male degli altri, altri ancora ne potranno dire di voi, ficchè
parlate bene degl'altri, Ò tacete Țacerò ancor Ia per non nausearvi di
vantaggio nel descrivervi la laidezza di tutti gl'altri vizj, sperando, che
ciò, che vì hò detto di questi pochi,pofsa baftare, per farvi prendere odio a
tutti gli altri, ed à quel segno, che li viziofi lo porteranno facilmente alle
virtù, qual? odio pero spererei, che in un subbito deponessero į viziosi, se
spogliati per pochi momenti d'ogni loro difetto, si aboccaflero insieme con
effe, allora cofa disebbono sentiamolo da Seneca; Quidquid opravi inimicorum execrationem puto;
Quidquid timui Dii boni quantò melius fuit, quàm quod concupivi cum multis
inimicitias gefi, et in gratiam ex odio res L 2 dii De Vita beata –
cf. H. P. GRICE, EUDAEMONIA --. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] dii
buc. quid aliud quàm telis me opposui dc. Avere inteso come parlerebbero bene li viziosi se
avessero la forte dili berarsi da? loro difetti solamente per breve tempo,
approfittatevene dunque voi, giacchè per sempre, se vorrete, potrete effere di
mente capaci di conoTcere la loro deformità, e fuggirla. Mà quando mai credeste
per cosa molto difficile di potervene affatto spogliare, fate almeno, che con
le vostre virtù vi si fra. meschi solamente tanto di vizioso, quanto
communemente si tollera nell'oro di lega bassa, c non più, che non arriva ad
avvilirlo, nè à fargli perdere il suo vago Splendore. Passerò ora alla
seconda parte per esaminare se li vizj ermafroditi si possino alıneno tollerare
nel Medico. Per vìzio ermafrodito intendo quello, che dalla malizia, e
dall'inganno viene talmente trasmutato in virtù, che difficilmente si potrà
discernere, se prima non si scoprono le sue parti vergognose, che و
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] che fino ad ora non hanno
sapuco, ne potuto ricoprire. Sia per esempio, se la malizia,e
l'in ganno vogliono, sono capaci di trasfi gurare così bene la
superbia in umiltà, l'iniquità in zelo di giustizia, che
diffi, cilmente senza l'ajuto del disinganno, che
scopre le loro vergogne, li potranno distinguere. Nel prino caso si
serviran no facilmente de' seguenti artificj. Da rete à suo tempo voi
un'opera alla luce, ò vi riuscirà felice la cura di un male
grave, è cosa facile, che ne abbiate del compiacimento interno, e questo
avvanzandosi più del dovere, è facile ancora, che palli à farvene qualche
poco insuperbire, di quell'opera, di quella bella cura, cosa faranno la
malizia, e l'inganno per farvene affatto insuperbire ? Ri. copriranno la
piccola vostra superbian con il manto dell'umiltà, et in congiuntura, che
sentirà lodarvi gl'insinueranno in tal guisa à rispondere : Questo non
sono cose degne di lode, sono bagattelle, non meritano d'essere lodare da
un Vir: L3 tuofo suo pari, sono parsi di un debbole ingegno ; Chi sentirà
si limili risposte resterà sorpreso da üná tanta umiltà, ed állora maggiormente
s’infervorirà dilo darvi, entrerà nelli meriti della causazed allora appunto
avranno compito il loro negozio,in farvi maggiormente insuperbire, che cosa
converrà fare per iscoprire le vergogne alla in ascherata superbia, per
conoscere se quella umiltà sia stata vera ; ò fimulata; bisognerà ricorrere al
disinganno, che la scopra. Aspetterà questi facilmente la congiuntura
proposito, et in vece di lodaryi dirà tutto quello, che la finta yostra umiltà
aveva già detto di voi, con qualche par, ticolarità di più, che sarà vera, sì
perche il disinganno non mentisce; sì ancora perche i chi è capace
d'insuperbirli, non essendo di gran prudenzaś può in qualche cosa trascorrere ;
Allora sentendosi la superbia toccata sul vivo lacererà in un tratto il bel
manto dell? umiltà, e da se medesima mostrerà le fue vergogne rispondendo :
Come ! non fono [ocr errors] [ocr errors][ocr errors] ز sono
cose degne di lode? sono parti di un debbole ingegno sono
bagáttelle? sono tutte cose d'eterna memoria ; voi non le capice,
perche liete un'ignorantë. Che ne dite ? questa è quell'umiltà, che
una volta parlava così bene; è forse scusabbile nel Medico avendo questa
un naturale si fraudolento? Mi persuado, che ora, che la conoscere
; non la scuserete, anzi la biasimerete più costo. Nel secondo caso se
venisse in pen siero à tal’uno, che Iddio non voglia, di
promovere al servigio d'un'Ipocondria co da lui curato qualche suo
amorevole, mà dovendosi rimovere chi attualmente lo serve, e
competencemente bene, sen za l'ajuto della malizia, e
dell'inganno.». non si poiria ciò effettuare. Questi cacci vi vizi
per servirlo, che cosa faranno ? procureranno di vestire l'iniquità
con abito di zelo di giustizia, e che diča à
quell'Ippocondriaco, ch'è vero, che viene servito bene da quel suo
Ministro, mà che premendogli tanto la sua salute, il suo
zelo, et il suo obligo richiedono [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] gli procuri sempre li suoi
vantaggi, ed in ispecie trattandosi di propria salute, e di salute, che gli
premetanto, per 12 conservazione della quale il signor Tale soggetto nel suo
mestiere unico, che non hà pari, saria veramente à propofito, mà non per questo
è dovere di far perdere il pane à chi lo ferve, si dice solamente, che lo
sappia, che vi è chi lo servirebbe assai meglio, caso che capitasse mai
congiuntura ; Fatti, che hà l'iniquità questi projetti ad un'Ippocondriaco, che
non brama altro, che vivere, con tutto quel di più di male, che sentirà
dire per altre vie di quel povero galantuomo, che lo
serve,procurate da chi vuole lubentrare; Credete voi, che non si
effettuerà fimile tentativo dall'iniquità? Forse prima di otto
giorni farà espugnata la Piazza, perche tanto si batterà, che si farà
breccia, e vi si porrà dentro, e di sì bella impresa ne trionferà la sola
iniquicà. Voglio, che sia vero, che il Ato ne sia capace, má vediamo
un poco se il fine è stato retto, e se il zelo digiu stizia
1 che il propo [ocr errors] [ocr errors][merged small] stizia ne fù
egli il primo motore? Chi avrà procurato simile ingiustizia, certainente, che
non sarà molto eccellente nel suo mestiere, perche chi è tale, è ancora giusto,
e prudente, dunque ve ne saranno de' più esperti di lui. Ciò supposto
procuriamo, che il disinganno ne faccia le sue diligenze, e questo facil. mente
farà infinuare al sudetto Ippocondriaco, che giacchè hà megliorato nella
mutazione di quel suo Ministro, procuri ancora di mutare il Medico, e ne trovi
un'altro megliore di quello, che ha presentemente, e piacendogli
tal'insinuazione, cd effettuandola, cosa dirà colui, quando si vedrà fuori del
servigio? fi lamenterà forsi del torto, che gli ha fatto, avendolo tanto tempo
ben servito ? mà di chi si lamenterà? dovrà dolersi di se medesimo, perche gli
è stata fatta quell' ifteffa giustizia, ch'esso hà procurato foffe fatta
altrui; Dà dunque a conoscere chi operò in questo modo, che non ebbe per fine
il zelo di giustizia, perche questo non gli è piacciuto, mà forse ne [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] ebbe [ocr errors][ocr
errors] ebbe qualchedun'altro di quelli, che low no chiamati secondi fini, cosa
ne dite voi di questo vizio ermafrodito et vi pare di poterlo scusare nel
Medico; e se ve ne fofreche non credo ; tal’uno trá efi to scusereste forse ?
Io per me lo scuserei nella forma appunto, che diffe di fimili viziofi
Democrito ad Ippocrate: (b) Cum igitur tot indigenas; e miferas ánimas videamus
quomodò eorum vitam ejusmodi intemperantja deditam ludibrio. non bao beamus
2 Molte altre frodi,tramåte dalla malizia, e dall'inganno potrei orá
riferirvij fe non dubitäsli, palesate; che fosseros che tal’uno ( di voi non
dico, che siete di ottima inclinazione ) sentendole riferire se ne potesse
abusare; onde in ciò procurerò con Tacito più tosto Artem oblivionis, quàm
memoria. Avete già udito la gran deformità de' vizj, il danno, che
apportano a'suoi seguaci, ed il non doverfi seguitare ; nè fcufare in conto
alcuno, che possonofervirvi di motivi efficacissimi per tenerli lontani da vois
purche non si siano di già radicati ne' vostri cuori, nel qual caso faria
necessaria la gran Medicina proposta da Ippocrate per isvellere affatto li
vizj, ch'è la seguente: (C) Equidem omnes animi morbos vehemences(che sono
appunto i vizj) insanias reputo ; cùm opiniones quasdam, da vifa rationi
fufcitant, ex quibus fanéscit s qui per virtutem repurgatur.Preparerò dunque
per la giornata di domani la sudetta Mediciija,dalla quale se ne avrete bisogno
rimàrrete certamente sanatis casos che nò, preservati almeno da fimili
infezioni, in avvenire . Venite tucci, che vi aspetto con desiderio ; perche
sarà Giornata di molto profitto quella, in cui si parla delle virtù. [ocr
errors][merged small] [blocks in formation] Nella quale. fi discorre
dell'acquisto delle virtà, e del bene, che apportano al vero Medico, e se
alcuna di effe fi poffa in lui cenfurare non Vanto mai sia
infelice, e miferabile la condizione umana,lo dimostra. 110 non
solamente li vizj,mà anca. ra le virtù, posciacchè li primi,che tanto nuocono,
spontaneamente in noi germogliano, e le seconde, che sono così utili,
senza reiterare fatiche, et una lun. ga, et industriosa coltura si acquistano.
Appena nasce l'uomo, che in lui subitamente l'ignoranza si manifesta, e quel
primo vagito, che dà n'è il primo contrafegno, mentre non ne sà ancora il
perche egli lo faccia : Cresce, ela malizia fi scopre, l'ira, e la gola si
manifestano ; S'inoltra nella gioventù, e la lussuria si risente, e di mano in
mano, che gl’anni fi avanzano, li vizj tutti un dop [ocr
errors][ocr errors] doppo l'altro fi veggono germogliare; Con ragione
dunque disse Democrito : (d) Totus homo ab ipfo ortu morbus eft ; e
ne assegna la cagione : Talis enim ex materno cruore Sanie permixto
promicuit Infelice, e miserabile dunque condizio ne umana, che per
fare acquisto di ciò, che l'è nocivo, punto non hà d'affaticarsi, perche
spontaneamente li vizj li fanno possessori di noi, essendo concepiti, e
nascendo con noi medesimi, e questa è la cagione, perche erunt vitia
donec homines, dove, che per ottenere ciò, ch'è di nostro sommo
bene dupplicate fatiche si ricercano; La prima delle quali consiste
nello svellere da noi le tanto impoffeffate radici de vizj, e l'altra d'andare
à poco à poco introducendo in sua vece li semi delle virtù, e ciò non basta,
perche conviene ancora di cuftodirli fino à tanto, che siano assicurate
bene le loro radici, per non essere dove sono se, mentari suolo
nativo. E perche ò lante virtù spontaneamente ancor voi, ccon
quel(d) In epi.2.Damaget. [ocr errors][ocr errors][merged
small][ocr errors][merged small][merged small]
quella medesima facilità non germoglia.. te in noi per renderci felici?
Conosco, che voi fiere un'attributo divino, ma non per questo, vi dovęte tanto
sdegnare di unirvi con noi, che siamo creati ad im. magine, e fimilitudine di
Dio, conosco ancora, che per ricevervi li richiede abitazione espurgara da ogni
iminondezza, pura, e proporzionata à voi, e se per questa cagione voi state
lontane da noi, la colpa non sarà la vostra, mà bensì di noi medesimi, che
siamo quelli, che vi impediamo l'ingresso, e che ritardiamo si gloriofe
conquiste, che ci possono rendere beati, con trascurare ciò, che voi
richiedete Oggi sì, che voglio far prova di voi per conoscere à che segno
liano gli animi vostri generosi, e se avere ancora acquistato l'uso di ragione,
potendo, se vorrete, ciò che si trova d'infelice in voi commutarlo in
prosperità, e ciò, ch'è disgrazia in fortuna: Accingetevi pure, se ne sarete
sprovisti, all'acquisto delle belle virtù, se ambite divenire Semidei,
dicendo apertamente Ippocrate, ches
Medicus Philofophus Deo &qualis habetur ; e cosa voglia intendere per
Medici Filosofi lo spiega divinamente in appresso, cioè quelli, che habent, quç
faciunt ad demonstrandam incontinentiam, quatuoSam, ac sordidam profefionem,
inexplebilem habendi fitim, cupiditatem, detraa &tionem, impudentiam ; che
sono per l'appunto quelli, che seguirano le virtù, ed hanno in abbominazione li
vizj. Sbandito dunque, che avrete da voi ogni vizioso inquinamento, e
perciò renduti più capaci dell'acquisto delle eroiche virtù, proporrò in primo
luogo ciò, che concerne alla Religione, come quella, ch'è la suprema di tutte
le virtù, et ancora la loro base fondamentale, in cui sono appoggiate tutte le
altre. La religione quanto debba essere àc cuore al Medico,
sentitelo da Ippocrate: Hactenus igitur
cum sapientia, communionem, eorumque etiàm plurima habet Medicus, nam et Deorum
cognition [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] дет
(C, &f) Hippode $65.0TMnem ipfe potiffimùm animo complectitur, cumque aliis
in affe&tibus, et casibus Medicina multum Deos colere comperitur duc. e
tutto ciò lo afferisce dapoi di avere insegnato, che nella Medicina vi era
ancora: Superftitiofi metus aversatio preAantia Divina . E non solamente à
benefizio vostro ciò converrà, che facciate, mà ancora à prò de' vostri
Infermi, perche venendo ogni bene dal Cielo, nelle vostre più gravi, e
pericolose cure converrà, che non vi fidiate della vostra fola perizia, mà
ancora, che supplichiate Dio, che vi assista con la sua santa grazia à bene
indirizzarle; qual pio sentimento si ritrova ancora descritto in Ippocrate, e
dato à coloro, che disprezzando gli ajuti Divini, fi raffidavano solamente ne'
loro incantesimi, à cui cosi parlò risentitamente; (8) Quos contrafacerc
decuerat, facra facere nimirùm, et precari, ad Templa deducere, Diis fupplicare
; e sotto dice: Maxima ergò, fceleratisima peccata Deus expiat, dapu
rificat De morbo facro.. rificat
tuteláque noftrâ existit ; e non imitando voi la gran pietà di tanto Maestro
come potrete essere annoverati trà suoi seguaci ? A questa viene in
seguela la Prudenza, la quale è una virtù al parere di Democrito riferito da
Ippocrate, che non solamente fà conoscere, e bene distinguere il prasente, mà
ancora fà prevedere il futuro: (a) At folus hominis sensus recta intelligentia
eminùs splendescens. Quod præfens, et futurum eft prævidet; E questa è quella,
che toglie ogni confufione, e libera da qualunque pericolo chi la poisede : Qui
enim hæc ipsa prudenti cogitatione difponunt, ii et facilè liberantur, meum
risum fubleuant ; E questa non si può ottenere senza prima rimovere da noi
tutti quei vizj, che prevertono la nostra mente, trà quali li principali sono
l'ira, la superbia, l'avarizia, l'invidia, e l'inganno, li quali sono tutti
capaci di farla prevaricare, e renduta che sarà per la mancanza di
M que(a) Epist. ad Damag. [ocr errors] questi quieta, e tranquilla,
la Prudenza con maggior facilità si potrà acquistare. Senza questa bella
virtù, regolatrice di tutte le buone operazioni, non pensate di potere
esercitare la Medicina, perche come vi potrete regolare senza effa, allorche
v'incontrerete in Maláci indiscreti, e disobbedienti, in mali simulati, in
controversie con altri Profeffori, ed in tanti altri emergenti, che vi possono
giornalmente accadere, in quali laberinti vi trovereste? in quante confufioni,
se non aveste la scorta della Prudenza, quali inquietudini provereste se foste
privi di sì bella virtù ? (6) Non poteft effe vita jucunda, à qui abfit
Prudentia, come disle Cicerone; Cni possiede detta virtù hà quanto di buono
poffa mai desiderare, ftanteche Nullum
Numen abest fi fit Prudentia. Quindi è, che Ippocrate fino, che visse non
solamente fi fece regolare in tutte le fue operazioni da questa virtù, come
nelle sue memorie si scorge, mà consiglia li suoi seguaci, e comanda loro
insieme à non discostarsi punto dal suo patrocinio, insegnando ancora il modo
per acquistarla, conforme da moltislimi suoi documenti potrete comprendere, de'
quali ve ne riferirò quei soli, che sono registrati nel libro De decenii habitu,
dove doppo aver descritto il vestire positivo del Medico accreditato, soggiugne
: Qui se fe, ex cultus venuftate, frugalitate, non tàm ad fuperfluam
curiofitatem, quàm ad optimam existimationem, prudentiam, e animi moderationem
compararunt; e passando à ciò, che deve provedersi di necessario con(b)
5.Tufculon. Juven.fat.10 per
il suo mestiere, lo avvertisce, che sia prudente in farlo, altrimenti : Horum
penuria mentis inopiam, at detrimentum affert ; Vuole anco in appreffo, che usi
prudenza in prevedere ciò, che può avere di bisogno j'Infermo, che non operi
con animo turbato, che sedi le confusioni, e li tumulti, che sgridi l'Infermi
disobbedienti,l'intimorisca, mà insieme con prudenza, che Blandè eos
excipiendo, consoletur, confor [ocr errors][ocr errors] [ocr errors][ocr
errors] me ancora, che avverta di non li prevalere di Sostituti imperiti,
affinche de' loro mancamenti non resti esso debbitore, e quelli, che opereranno
in tal guisa cosa acquisteranno? Gloriam tùm apud majores, tùm apud pofteros
fibi comparabunt; e finalmente insegna il modo di conseguire con facilità la
sudetta virtù, soggiugnendo : Qui etfi non multarum rerum cognitionem habent,
earum tamen ufis afliduo prudentiam affequuntur . Apprendercla dunque
ora, che fapete il modo facile per conseguirla, caso,che non ne foste proveduti
à sufficiene za, per imitarlo anco in questa. La Giustizia, una delle
altre virtù principali confifte, al parere di Galeno, di dare à ciascheduno
ciò, che gli compete: Naturæ iustitiam
in eo confiftere, ut quod unicuique competit distribuat ; E. questa non la
potrete acquistare, se da voi non terrete lontana l'iniquità, con turti li suoi
vizj feguaci, che sono le passioni, l'adulazione, ed altri, che operano tutto
il contrario di ciò, che alla Giustizia piace. Il bene, che
apporta detta virtù è dupplicato, perche non folamente benefica chi la
riceve, mà ancora, chi l'esercita; chi la riceve ottiene tutto quello,
che deve desiderare, e conseguire, e chi l'esercita non puolessere
censurato à ragione, perche le sue operazioni saranno sempre regolare
con giustizia, e tutta quella giustizia, che si fà, si riceve
ancora da altrui, in ciò, che riguarda gli proprj avanzamenti
ftanteche Fundamentum perpetud coe
mendationis, famæ eft juftitia, fine qua nihil effe poteft laudabile.
Meritamente dunque compete al giusto di fiorire come la Palma : Juftus ut
palma florebit, perche conforme la Palma quanto è più caricata di
grave peso, tanto maggiore mente sormonta, così ancora il giusto,
quanto più fi procura deprimerlo, tanto maggiormente viene
inalzato. Questa eroica virtù non solamente viene incaricata da
Ippocrate al Medico [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][merged small] M 3 con CICERONE (vedasi) i.de Offic. con
precetti, dicendoli : (f) Æquum autem in omni vitæ confuetudine se preo ftare
debet ; e ne assegna la ragione, foggiugnendo: Cum omnibus in rebus multum fit
in justitia præfidii; mà ancora fù da lui medesimo seguitata, conforme in tutte
le sue memorie si può rincontrare, trà quali per non dilungarmi, riferirò
solaméte ciò,che si legge in una lettera da lui scritta al Senato di Abdera,
nella quale dicc à tal proposito : Ego verò fi omnibus modis ditefcere
voluiflem viri Abderita, nè decem quidem talentorum gratiâ ad vos venirem, fed
ad Perfarum Regem proficifcerer, ubi Urbes tote opibus humanis refertiffime
occurrissent; e ne assegna la cagione, perche ei non lo fece foggiugnendo:
Regias autèm opes ignominia mihi futuras, opulentiam Patria inimicam
reportaffem, quibus circumaffuens Urbium Grecia deftructor exifterem ; Antepofe
dunque Ippocrate à sì confiderabiliffimi proprj vantaggi il publico bene, fù
dunqu'egli perciò disinteressarissimo,e come tale De Medico. [ocr errors] tale fece
conolcere à che segno amava la giustizia, non potendolo chi veramente l'ama con
prove più demostrative far costare, che con quelle dell'essere di.
finteressato. Custodire dunque la Giustizia co. me pupilla delli vostri
occhi, perche questa è quella, che vi può rendere feli. ci, non potendoyi
mancare cosa alcuna, quando la vostra mente sia giusta, come viene espresso in
due versi esametri scol. piti sopra la Porta Romana di Marino mia Patria, Feudo
Nobile dell'Eccellentiffima Casa Colonna, che sono: Hic tibi tuta quies, do que
cupit odia virtus. Defisietquè nihil, fo mens non deficit equa,
Infeparabile dalla Giustizia deve effere la Fortezza, pofciacchè non sempre li
potrebbe eseguire ciò, che la prima dispone senza l'autorità della seconda.
Ippocrate diede la legge conforme fi avevano da regolare gl'Infermi,mà ordinò
ancora al Medico fuo Esecutore, che M 4 che in caso di
trasgressione de' suoi Malati fi armasse di fortezza per farla eseguire :
Eumque à fuis cupiditatibus deterreat, bu fimul quidèm cum amaru-, lentiâ
vehementèr increpet . E questas virtù come s’acquista ? con togliere da noi
ogni timore, ogni pufillanimità, con invigorire lo spirito, e rendere l'animo
pronto, et obbediente ad eseguire ciò, che li viene dalla discrera Giustizia
ordinato'. Doppio bene parimente ne nasce mediante la sudetta virtù ; Il
primo è, che sono sicuri gl'Infermi curati da chi è giusto di non essere
adulati, ponendosi da essi in esecuzione tutto ciò, che loro compéte, e non di
vantaggio, e l'altro è, che chi la possiede ne riceve stima, erispetto,ponendo
in sogezzione coloro, con quali si tratta . Örnatevi dunque voi ancora di
quefra neceffaria virtù, dovendo nelle occorrcoze resistere alli'defiderj
dopravaci de voftriInfermi, male avvezziin sanità ز [ocr errors] à
cra Hippode decenti ornatu, [merged small][merged small][ocr errors]
* crapulare giornaliente, e dovendo opporvi à ciò, che fuor di proposito
verrà motivato dagli aftanti, come potreste resistere, se non foste
armati di fortezza, e costanza, neceffariamente caderefte
nell'adulazione con danno sì della loro Calute', che della vostra
riputazione; oltre di che con pochi contradittori vi abbatterete,
perche conoscendovi di quell'animo descritco d’ORAZIO (vedasi); Justum;
tenacem propofiso virum. Non civium ardor prava jubentium, Nec vultus
instantis tyramni: Mente quatit. Per loro quiete più di uno vi
lascierà stare senza recarvi moleftia. La temperanza è quella virtù,
che frena –H. P. GRICE – “On weakness of the will” -- li nostri smoderati
desiderj, e li restrigne dentro i limiti dell'onesto – H. P. Grice: “Whan an
honest chap does” --, e ci rende finalmente padroni di comandare à noi stessi ;
Quindi è, che Democrito, fiinproverando coloro, che hanno defiderj smoderati, disse : Et cùm multis dominare velint, fibi
ipfos imperare ne queunt : Hipp.
epif.Damag,queunt ; Senza questa bella virtù nelle maggiori prosperità non si
puol godere di quelle e Alessandro il Grandes appena ebbe notizia, che vi erano
più mondi, che subitamente si concristòs e perdette tutto quel contento, che
forli aveva ris cavato dalle coniquifte di più Regni, perche gli crebbe
subitamente il delide, rio ambizioso di fare maggiori progrefli. Come
s’acquisti questa virtù linsegno Seneca s con dire : Sani erimus, cu modica
concupifcemur, fi unusquisque se numeret, metiatur fimul corpus, fciatquè
hec multùm capere, nec diù pode ; Nihil tamen æquè tibi profuerit ad
temperantiam omnium rerum, quàm frequens cogitatio brevis avi, a bujus incerti,
quidquid facies refpice ad mortem ; Octima Media cina, e degna veramente di
quel gran Morale per moderare i nostri sfrenati desiderj. E con ottimi
sentimenti ancora si ritrova registraro in Ippocrate in tal guisa: Quod fi quis
omnia, quæ facit pro viribus mente verfaret, vitam ab omni cafu (h)
Epif.94. (i) Inepif. Damago cafu immunem fervaret, se ipfe probè non
fcens, fuam ipfius concrétionem apertè intelligens, cupiditatis ftudium in
infini, tum non extenderet, fed naturam divitem, et omnium alumnam per ea, quæ
abundè suppetunt, sequeretur. Quemadmodùm autèm optimus corporis habitus
affectionum periculum denunciat s lic magnus rerum fucceffüs lubricus
eft. Elsendo dunque tanto utile questa virtù, quanto è desiderabile la
propria felicità, la dovreté bramare, e procurare insieme, e non solamente per
vostro proprio bene, ma ancora delli vostri Infermi; perche se sarece immersi
profondamente nelli vostri fmoderati desiderj, avrete la mente sempre così
distratta da quelli, che à tutt'altro penserete, che à ciò, che possa essere di
profitto agli Ammalati, e se pure lo farete, farà cog mence stanca, per breve
tempo, e di paffaggio, doveche avendo roli delide, rj onesti, questi poco vi
affaricheranno la mente, onde avrete campo di applicare con più attenzione alle
cure, e da [merged small][ocr errors] [ocr errors] inferioris che eravate
al negozio, divers sete superiori, alleggeriti che ne farete, con notabile
vantaggio di chi si prevalerà dell'opera vostra. E tanto maggiormente,
che l'offervanža di si bella virtù non fù solamente incaricata da Ippocrate a'
suoi seguaci, comandando loro:(2) Eum quoque Ipe&t are oportet, ut animi
temperantiam excolat, non taciturnitate folùm, verùm etiàm reliquả totius vite
moderatione Quòd ad illi comparandam gloriam plurimum affert.adjumenti ; Ed
altrove: (m) Bonum Medicum minimè impellit ut fuam atilitatem quærat, verùm ut
potiorem fuæ existimationis rationem habeat ; Itaques longè satiùs eft à
morbo fervatis exprobrare, quàm perniciosè habentes emungere ; Mà di più per
darci esempio la volle egli medesimo religiosamente osservare, po. sciacchè
chiamato dal Rè Artaserse, e con che promesse !.(n) Auri igitur quana fum
volet, reliquaquè quibus indiget effuse ei De Medico. De
precept. Ix epift... Hellefp.Præfee. 6110 ei exhibeto, di ad nos
mittita, cum Perform rum enim optimatibus eodem erit honore; Şicchè la promessa
confilteva in ricchezze, commodi, et onori à quel fegnio, che ne ayeise potuto
defiderare, cosa rifpo e il modeftiffimo? Quàm celerrime refcribe, nos vietu,
veftitu, domo, omniquè re ad vitam neceffaria cumulatè frui; Pere sarum autèm
opibus uri neque mibi fquum eft; E scrivendo à Demetrio manifesto
anche meglio la sua moderazione, di, cendoli: (P) Rex Persarum nos ad fe
vocavit nefcius mihi potiorem effe fapientiæ, quàm auri rationem; Chi altro
farebbe itato di animno sì moderato in fimili congiunture, che ad una chiamata
di un Rè potentissimo, alle offerte sì grandiofe si fosse potuto contenere con
quella moderazione Ippocratica di ricusarle? Ne crediate, che Ippocrate non
considerasse li vantaggi, che ne poteva riportare, perche in congiuntura, che
ricusando, per non rendere schiava - la scienza Medica delle venalità, li dieci
talenti offer [ocr errors] tigli In epift.2. Hystania In epift. Demetr.
. tigli dalli Abderitani per la cura di Democrito, così loro rispose : Ego
verò ja omnibus modis ditefcere voluiffem viri Abderit, ne decem quidèm
talentorum gratiâ ad vos venirem, sed ad magnum Perfarum Regem proficifcerer,
ubi Ürbes tot& opibus humanis refertiffimæ occurriffent dc. divitiæ non
funt pecuniæ undequaquè comparat&; Magna enim sunt virtutis facra, quæ à
juftitiâ non teguntur, Jedin apertum fe proferuntur. Ex morbis quajtum non
facio. Sono tutti questi esempi, che provano un'eroica moderazione di
animo, una somma temperanza, e se è vero ciò, che riferisce Seneca, (r) che
Platonc, ed Aristotele ricavassero più profitto dalli costumi di Socrate, che
dalle sue parole. Questi del nostro Ippocrate sono tali, che possono bastare à
togliervi dalIa mente ogni (moderato desiderio per farvi divenire seguaci di sì
eroica virtù, come è la Temperanza, ed allora potrete con essa ridervi di
quelle vagheapparenze di felicità da alcuni tanto apa prezzate, consistendo
tutte in fottilidima superficie, mentre dentro di se, non altro contengono, che
incommodi. Un legno dorato fà una vaga apparenza,mà dentro di se, non altro
nudrisce, che molte tarle, che lo divorano, nè vi G2 discaro à sentire ciò, che
ne dice Seneça: (S). Et cum auro teita profundimus quid aliud, quàm mendacio gaudemus ? Scimus
enim fub illo auro feda ligna lati. tare buco omnium istorum, quos incedere
altos vides bracteata felicitas eft, infpice, e disces fub iftâ tenui membrana
dignitasis quantùm mali lateat . Sicchè
la vera felicità non consiste nell'esterna apparenza, non nella superficie
vaga, må bensì nel godere internamente una tranquilla calma, che dalla bella
apparenza esterna più costo viene turbata, che dotta. Hò cercato, come si
fuol dire, per mare, e per terra un ritratto al naturale della verità
pro per farvelo vedere, mà non l'hd 17
Epiß.115. 1 1 l'hò potuto ritrovare à proposito, perche, chi
l'hà dipinta con il viso coperto, chi dentro un pozzo al bujo, chi l'hà
profondata anco più bassa, onde non sapevo come fare per farvela vedere, non
troyandola delineata in formas ostensibile . Mi venne in pensiero diricercare
in Ippocrate, fe in occasione, che fù per curare Democrito l'avessi à forte
potuto vedere nel suo emi abbattei per l'appunto nel sogno, che egli fece
prima di andare in Abdera, nel quale al vivo descrive la Verità, ed in quella
guisa appunto, che gli comparve in sogno, (t) ve la descriverò ancora io. Gli
parve di vedere, nel primo spuntare dell'Aurora una bella Dea alta, e
risplendente, ornata positivamente, e senza pompa, li suoi occhi risplendevano
come dui scintillanti stelle, ed avendolo preso per la mano lo conduceva per la
Città di Abdera à passo lento, e finalmente nel disparire, che fece ella gli
disse, ch'era la Verità, e che nel giorno pozzo, se(1) Is Epift.P
hilop. 3 [ocr errors][ocr errors] seguente lo aspettava da Democrito
do. ve dimorava. Meritano veramente molte circo. stanze di questo
misterioso logno d'efservi interpretare; La prima delle quali è la sua maestosa
bellezza, e questa denota, che la verità è degna di essere da tutti amata; La
seconda il suo ornamento positiuo, e senza pompa significa, che non hà bisogno
di francie, nè di altri abbellimenti superfui ; La terza, li suoi occhi
risplendenti mostrano, che ella abbia necessità di buona vista, dovendo vedere,
e ben discernere li vizj, che la perseguitano; La quarta, con il prendere per
la mano Ippocrate fà comprendere, che non vuole contraere amicizia con
gente di cattivo costume, perche bene li avvedeva, che appreffo ad Ippocrate
non si accostavano nè la bugia, nè l'adulazione; La quinta il condurlo à palli
lenti inferisce, che chi vuole andare accompagnato con la verità non deve
caminare in fretta, mà adagio, come faceva Ippocrate. La festa il dire, che
lo N aYC [ocr errors] averebbe aspettato da Democrito, dove
ella dimorava, significa, che non ama le grandezze del mondo, ne vuole fare la
fua comparsa, se non in quei luoghi, dove alla è conosciuta, e rispettata con
fchiettezza, e sincerità. Obella Dea, se questi sono li voftri
fentimenti, date à divedere, che voi fiete troppo folitaria, modesta, e
circospetta; E perche non frequentate luoghi più magnifici, e non vi fate
vagheggiare publicamente ? Forse, che temete di faziare chi vi rimira con il
vostro afpetto, conforme fù detto di Poppea Sabbina bellissima Dama de' suoi
tempi, per non farsi vedere in publico, che col viso coperto ? E finalmente,
perche non conversate con persone di sfera inaggiore de poveri Filosofi, con
quali domesticamente voi trattate? Sapete come risponderà facilmente la Verità:
lo son contenta di ftarmene così solitaria, perche fono troppo odiata,
sentendomi dire da per tutto : Veritas odium parit ; ed io, che abborrisco di
soggiacere à quest' [ocr errors] odio, per vivere quiera, e tranquilla,
son forzata nel mondo à ftarmene folie faria ; Solamente nel Cielo godo ogni
libertà, ivi sono amata da tutii, ivi sono il Caduceo di eterna pace, e fapete
per. che ? Perche ivi l'Invidia non mi perseguita, l'Adulazione non mi
tradisce, l’Iniquità, è la Malizia non mi possono punto nuocere, come dunque
posso io in Terra liberamente conversare, senza pormi à rischio di perdere
quanto ho di buono, quanto ho di pregiabile, ch'è ciò, che dico. Se io
comparisle da per tutto, non potrei fare di meno di non incontrarmi bene spesso
con miei iniqui, e fraudolenti persecutori, e se questi, che fanno tante prede
mi guadagnassero con lodare la inia bellezza, e mi facesseroprevaricare, non
farei più virtù, onde per mantenermi tale, quale devo essere sono forzata
vivere in folitudine con il mio bene accostumato Democrito. Avrete da
quanto vi hò descritto sin'ora compreso non solamente la bele N 2
lezzalezza della Verità, mà ancora li suoi divini costumi, onde fi accinga pure
ogni uno di voi à sposarla, perche cosa più bella, ed utile di questa non
potrete ritrovare, e tanto maggiormente, ch'è affai facile à potervi fortire
una simile ventura, bastandole, che finceramente l'amiate, che farà tutta
vostrą. Vi avverto però, ch'ella è gelofillima, ondę vi converrà per conviverci
in pace odiare la menzogna, l'adulazionc, l'iniquità, e l'inganno, altrimenti
vi perderefte in un'istante la sua grazia. Mi perfuado, che lo farete di
cuore, perche Ippocrate, ch'ebbe la sorte, come dilli, di rimirarla una sola
volta, ccome in sogno, ne restò così invaghito di ella, che fino, che visse
l'amò fedelmente, à segno di esporsi ad evidente pericolo di perdere tutto il
suo acquistato concetto; Posciacchè nella cura di colui, ch'era avvezzo di
vivere à suo capriccio, e perciò facilmente fù ferito in testa, confesso
candidamente di averlo curato male, dicendo, ivi : Hoc me latuit
[ocr errors] latuit sectione opus habere, deceperunt aux sèm me
future.(a) Biasimerà taluno di quelli che amano più la loro estimazione,
che la Verità questa tua confeffione publica ò Ippocrate, trattandosi di
un'errore di questa forta, c tanto maggiormente, che niuno ti forzava à
palesarlo, e ti diranno : Dovevi pure prevedere, che la maledicenza avrebbe
fatto contro di tè quanto poteva per iscreditarti, à cui egli rifponderia
facilmente, se vivesse, non mi dà faftidio, che si mormori di me, purche io non
tradisca la Verità, hò voluto lasciare quest'esempio,acciocchè li miei seguaci
non cadano in simile errore, e segua pure contro di me quel male ne så seguire
; Sapete, che danno ne hà riportato Ippocrate da simile confessione ? Due elogij
frà gl'altri, capaci à renderlo glorioso per tutta l'eternità, che sono li
Teguenti: Cornelio Celso così ne parla di questo fatto : A futuris fe deceptum effc L16.5.Epid <grot.-7. effe Hyppocrates
memoriæ prodidit, more fcilicèt magnorum virorum ; et fiducian magnarum rerum
habentium; Năm tevia ingenia ; quia nihil habent, nil fibi detrahunt; magno
ingenio, multaque nihilominùs babituro convenit etiàm fimplex veri errò: ris
confeffio; præcipuèque in eo ministerio, quod utilitatis causâ pofteris
traditur, ne qui decipiantur eâdem ratione ; qua quis antè deceptus eft.
Quintiliano ancora lo commenda in tal guisa: Hyppocrates clarus in Arte Medicâ
videtur honeftifimè fecife, dùm proprios quofdam errores confeffus eft, boc
fine, nè posteri peccarent. Certamente, che non avrebbe riportáte tante
lodi Ippocrate, se avesse tenuta celata tal verità, e se non avesse confessati
li propri errori, non li darebbe tanta credenza à ciò, che dice. Dunque
animateyi voi ancora à ree guitare un sì glorioso Maestro, e non remete dalla
Verità, che sposerete, doverne riportare alcun svantaggio, anzi te Lib.z.
cap.8. [ocr errors][ocr errors] tenete per infallibile di poterne voi ana
cora ricavare glorie immortali. Il difensore maggiore, ch'abbia la Verità
è il Disinganno, egli è quello, che discopre ciò, che si fà contro di essa, che
impiega ogni sua attenzione, et efficacia à suo prò, non prendendosi alcuna
soggezione de' vizj, anco maggiori, in manifestare le loro iniquità; Hà
finalmente tal possanza, che qualunque Verità più occulta la rende palese à
tutti Niuno senza il di lui ajuto sarebbe capace d'avvertire alli proprj errori
; onde converrà se vorrete seguitare la Verità paffare con esso lui ancora
buona corriso pondenza, rispettarlo, e farvelo vostro amico di confidenza ; Vi
avverto però, che se vorrete veramente confederaryi con il Dilinganno, non
dovrere effere ostinati, nè pertinaci nella vostra opinione, perche altrimenti
nel meglio vi abbandonerà, onde converrà di farvi regolare in tutto da lui, e
vedrete come vi favorirà nelli maggiori vostri bifogni. Se non si fosse
fatto regolare Ippo: crate da questa eroica virtù, come mai fi sarebbe potuto
avvedere del sopr’accennato errore, e d'altri, e proprj, e del Medici suoi
coetanei, che egli riferisce ; Certo è, che se fosse stato pertinace nella sua
opinione il Disinganno non gli avrebbe fatto conoscere la Vericà qual' era, et in
ispecie nel caso di quell'Ancella di anni dodici, nella quale ei confessò,:(d)
Hoc cognitum eft rectè fe&tione opus habere, fecta eft autèm non velut
opportebat, fed quantùm reli&tum eft, pus in ipso factum est ; Et in questo
confeffa, che non fù fatto il taglio à suo dovere . Nel male di Eupolemo, chi
gli averia manifeftato:(e) Hic videbatur biberari pofle, fa unicâ amplå
feftione fectus fuiffet ; E perche non si fece ? Mortuus eft. Conforme
ancora nel caso di quell' Uomo quafi leproso, (f) che andando al bagno di acqua
solfurea guarì dal male,che aveva, mà morì poscia Idoprico per la retrocesfione
del primo; E di Scamandro, à cui gli
accelerò la morte un potente folutivo, come avrebbe possuto dire : Videbatur
plus temporis fubstinere potuille. nisi ob vim pharmaci; E nel figlio di
Teoforbo :( 6 ) Huic exulcerats est alvus fortitèr à magnâ pharmaci vehementia,
moru tuus eft autèm tertiâ die poft potionem ; Nella moglie di Antimaco, à cui
: (i) Datum eft potu Elatherium vehementius, quàm opportebat, pou mortua eft
circà mediam noctem; In quell'uomo Eubeo, (i) il quale:Cùm bibiffèt pharmacum
expurgans fres dies purgabatur, e mortuus eft ; E nel caso di Artandro, (m) il
quale : Sanus erat à catapotio extinctus eft ; E finalmente in quello di
Trinone, (n) lasciando di riferirne altri : Cùm ad nervum fanè parum
medicamentum erodens fuiset adhibitum, opistotono mortuus eft. Dunque
queste utili memorie, che noi leggiamo in Ippocrate tutte le dovemo al
Disinganno, che gliele fece cos nofcere. Ovirtù così sublime, perche ancora non
consigliaste tanti altri Profeffori eccellenti, che scriveffero ancor esli con
questa Ippocraticà ingenuità nello scoprire li propri errori à pofteri; Quanto
bene averia apportato à noi simile verità; Hanno scritto; è vero, molo te
mirabili osservazioni, mà hanno ancora con quelle più tosto cantato li loro
trionfi, che compianto le altrui sventure. Fate almeno, che li secoli venturi
godano di questo bene, et à voi toccherà di ereditäre ò Giovani ingenui questa
purità di scrivere Ippocratica ; se vi uniformcrete conforme egli fece alli
consigli del vostro disinganno: yemo (g) Epid.lib.5.&gr.15. Ep.lib.5.&gr.17. ( Ep. lib.s. agr.18. Ep.lib.5.agro3s. Lib.s. agr.42: Lib.gi .gr.74 La vigilanza à che segno
sia neceffaria nel Medico, ne dà non piccolo contrasegno il sagrificio, che
bramava Esculapio del Gallo, fiinbolo della vigilanza, volendo facilmente
quell'antico Nume della Medicina far capire a suoi seguaci ciò medianto, che
desiderava da essi, più d'ogn'altra cosa, la vi [ocr errors]
) [ocr errors] vigilanza, e con ragione, stanteche nella Medicina : 60 )
Occafio præceps; occafio in que tempus non multum ; E se à prenderla quando si
presenta, non li fà con atten zione è cosa facile di perderla, con dia scapito
di ciò, che si poteva ottenere in vantaggio dell'Infermo ; Quindi è, che
Ippocrate dà titolo di ottimo Medico à colui solo; che prevede le cose future,
dicendo : Medicum prænotionem adhibere optimum effe mihi videtur ; Prenoa scens
enim, et prædicens apud ågrotos, da prafentia, et præterita, et futura ; E
questo non già per altra via, che per quella della vigilanza, si può
ottenere. Per conferma di ciò fà à proposito la somiglianza, che apporta
Ippocrate del Medico con il Governatore
della nave, che si ritrova in tempeita, à cui non conviene già dormire per non
sommergersi insieme con il suo baltimento trà l’onde; Ed in verità yi converrà
essere nelle vostre cure molto circospetti, e vigilanti, non (0)
Hipp.Præceptiox. (9) De veteri Medio. (p) Di Prenot.
non essendo sufficiente la fola vostra pea tizia, mentre che al parere
d'Ippocrate: Bonis autèm Medicis
fimilitudines pariunt errores, ac difficultates; E cresce maggiormente à tempi
noftri tal neceffità per cagione della separazione, che ha fatto la
Medicina dalla Cirugia, e Farmacia, perche fe allora baftava una parte di
vigilanza, dicendo il detto Ippocrate : Nec folùm feipfum præftare oportet
opportuna facientem, verùm, e agrum, affidentes de exteriora, a' quali dovendo
invigilare il Medico, acciò non trascurino di fare ciò, che da esli si deve,
ora maggior obligo gli corre di dupplicarla per questa nuova aggiunta. Nè
vi riferirò, per perfuadervi ad essere vigilanti, l'esempio, che ne diede in se
stesso Ippocrate, per non avervi à ripetere tutto ciò che abbiamo di esso,
mentreche non fi legge nelle sue opere cosa che non denoti una somma
avvedutezza, una grandissima vigilanza, et in ifpecie ne' suoi pronostici,
ne'quali fi puol Epid. lib.6.dift,
&: puol dire con ragione, che ancora de Bercore collegit aurum, onde
spero, che con rincontrarle ocularınente à fuo tema po, sempre più vi crescerà
lo stimolo di efsere vigilanti, e tanto maggiormente ne sarete, quando in
quelle leggerete, (che : Vigilantia verò &c. ad vitæ boneftatem refert .
Majorem enim apud alium fibi gratiam conciliat, fi ad artem traducatur, eique
decus, ob gloriam comparat ; et in appresso: Bonus Medicus vigens ipfus artis
opifex nuncupatur. Della Vigilanza è compagna inseparabile, e fedele la
fatica, la quale per essere opposta all'Ozio padre di tutti li vizj, li può
chiamare madre di tutte le virtù, e questa nella Medicina è cosi essenziale,
che senza essa è impoflibile di poterli acquistare, esercitare, ed ampliare,
A voi dunque, che desiderate essere veri Medici converrà accingervi à
triplicara facica. La prima vi servirà per fare acquisto della Medicina; La
secon dada per impiegarla nell’efercizio di effa, ela terza finalmente
per lasciare degną memoria di voi in ampliarla à quel fegno', che vi farà
permesso dal vostro ingegno. Già della prima ne fù discorso nella seconda
Giornata, nella quale fù moftrato ciò, che si debba fare per conseguire la
buona pratica ; mi resta fola. mente ora da soggiugnervi, che quella sola non
può bastare per farvi vivere ripofati, e senz'altra briga, ftanteche
quantunque, fia sufficiente per potere esercitare la Medicina, nulladimeno per
essere ancor voi annoverati trà Proferfori più esperti, e capaci di dare più
accertati consigli vi converrà infino al fine di voftra vita faticare in fare
sempre nuovi acquisti, restandoyi tuttavia molto da apprendere, sì per
incontrarvi alle volte in mali non più osservari, conforine Celso avvertì,
dicendo : Sæpè vero etiàm nova incidere genera morborum, che per essere la
Medicina scienza sì va#a, che niuno fin'ora ha potuto scoprire li suoi ultimi
confini, nè Ippocrate, nd tampoco Esculapio, che ne furono l'Inventori,
conforme egli confessa ingenuamente :(t) Ego enim ad finem Medicinæ non perveni,
etiamfi iàm fenex fim, nequè enim ipfius Inventor Esculapius. Quale
appunto debba essere la seconda fatica nel professarla, così ve la descrive:
(1) Crebro ægrum invife diligentem considerationem adhibeas, ut iis, qui
decepti sunt per mutationes accurras; Facilior enim tibi cognitio fuppetet,
fimula què te promptiùs expedies • Instabilitèr enim moventur quæ in humidis
confiftunt. Questo testo è così chiaro, che non hà bisogno di dichiarazione
maggiore, ris' chiedendo da voi Ippocrate nell'esercizio pratico la fatica
unita alla vigilanza, e facendo voi in questo modo vi assicura, che minori
brighe avrete, perche presto tirarete à fine ciò, che facendo con trascuraggine
vi apporterebbe maggiori incominodi, La terza fatica è arbitraria, e
viene fo(t) In Epif.Democt (0) De decenti babiru. [ocr errors]
folamente abbracciata da quelli fpiriti investigatori, che hanno unita la
vivacità dell'ingegno alla prudenza, e questi per il desiderio, che hanno
di eternare li loro nomi, riescono in tale opera profittevoli, de' quali credo,
che frà voi ve ne farà caluno abile, dal quale spero non si ricuserà fatica sì
gloriosa,abbracciata, e consigliata insieme da Ippocrate, dicendo: (*) Nunc
verò ea, quibus summo studio prudentes incumbere debent, partim quidèm à
majoribus excerpta, partim verò etiàm nunc per nos inventa ad te
fcripfimus. Nè delista taluno di voi, che sia abile à sì gloriosa impresa
d'effettuarla per vedere impallidito di volto, emaciato di corpo, et invecchiato
prima del tempo chi abbracciò fimile fatica; posciacchè da quell'emaciazione di
corpo, da quel pallore di volto, e dal comparire più vecchio, ch'egli sia, gran
benefici ne hà ritratti che sono,maggior vivacità di mente, senno, e
prudenza. Mà (x) In Epif ad Reg.Demetr. [ocr errors] Mà quando
ancora da tal gloriosa cagione ne risultasse qualche fisico svantaggio, fi
bilanci qualsia peggiore, se quefto, ò pure quello, che ne proviene dall'ozio;
e si vedrà senza fallo, che l'oziofi non solamente sono soggetti ad infermità
peggiori di quello fieno gli ftudiofi, mà ancora, che terminano più presto la
loro miserabile vita, onde non è prudenza il temere ciò, che può recare minor
danno per andare in traccia à ciò, che ne può recare maggiore, e con lo
svantaggio di più, che à prò degl'affaticati Letterati stà sempre preparata un'
eternità di gloria, dove, che à danni de gl’oziofi una perpetua
ignominia. Non mi stenderò di vantaggio in esaminare le altre virtù, che
restano perche vi si richiederia più tempo di una sola giornata, e tanto più,
che poffedendo voi le già descritte vi si renderanno famigliari tutte le altre;
Solamente del più bel frutto, che producono le virtù, ch'è il buon costume, non
sarà fuori di proposito oggi parlarne, stante che che questo da
Ippocrate viene stretta. mente incaricato al Medico, per farvi conoscere
insieme à che segno egli lo profeffava. Il buon costume è un'abito essence
ziale per la vita civile, acquistato solamente da chi poliede un'aggregato di
moltiffime virtù', trà quali risplendong la prudenza – TEMPERANZA – H. P. Grice:
“On weakness of the will”, la sincerità – H. P. Grice: the desideratum of
conversational candour --, la gratitudine, l'umiltà, la discretezza, la benedicenza
– cf. H. P. Grice, Ill-will, the principle of conversational benevolence --, l'urbanità,
e la convenienza, e questo abito deve essere continuato, perche se la superbia,
l'ira, l'ambizione, et altri vizi di fimile perversa natura l'interrompono, il
buon costume passa fubitamente in cattivo, Chi hà la forte di poffederlo è
ricchisiino, mentre hà un tesoro, del quale quanto più ne fpende, tanto più
resta in capitale; Per csempio, chi hà il buon costume di lo-, dare, non
solamente non riceve alcun discapito dalle lodi, che dispensa, mà n'è perciò
egli ancora lodato. Devesi nondiineno usare prudenza in non eccedere molto con
affettazione ne' buonicostumi, ftantęche alle volte, quando sono soverchiamente
adoperati, e con affettazione nauseano, et in vece di apportare del bene,fanno
del male, e tanto maggiormente, quando ciò viene regolato da qualche secondo
fine, nel qual caso la lode istessa può essere nociva, e perciò ebbe à dire
Tacito ; Peffimum inimicorum genus laudantium. A che segno sia necessario
al Medi, co il buon costume, mediante il quale viene colta ogni ambiziosa
contesa, lo dimostrò Ippocrațe doppo di aver fatto, conoscere la necessità, che
vi sia di consultare con altri professori li mali oscuri, soggiugnendo: De eo
minimè am. bitiosè contendere, fe ipfos ludibrio exponere; Pofciacchè fimil
maniera non è propria de' Medici racionali, mà solamente di quelli triviali,
che : Forenfem queftum fectantur, conforme egli dice in appreffo. Nè
solamente il mal costume pone in discredito chi lo esercita, mà passt O
2 per De Præcept, per causa sua ancora nell'innocente Medicina la
calunnia ; L'esempio è chiaro : Contrasteranno due Medici tra di loro
acerrimamente, se fi debba, ò no dare un'orzata in un male acuto, se debbali, ò
nò colare,fe prima debba darsi, ò doppoi il seccimo giorno, e se sia
praticabile ayanti, che il male sia terminato, le quali essendo questioni
inutili, e come fi fuol dire, di lana caprina, perche con l'esperienza fi può
rincontrare se ne posfa feguire quel gran danno, che si figura chi contradice,
onde finili contese non poffono à mio credere autenticare al che
l'imprudenza, e mal costume di chi le promove, e picciol male recheriano, se la
colpa di ciò restafse trà li foli Artefici altercanti, il peggio è, che ne
passa alla Medicina la calunnia; Quest'esempio non è stato inventato da me,
ritrovandofi descritto da Ippocrate così bene, che non vi recherà punto di noja
il sentirlo riferire: Que igitur ignorantur bee funtó quanam de causâ in morbis
acutis, quidam Medici toto vita tempore in Ptifanî non colatâ exhibenda
perfeverents rectè fe curare existiment; Quinàm etiàm omni ratione contendunt',
ne ullo modo hordeum æger devoret, quoad indè magnum fecuturum detrimentum
exiftiments morbis (b) De ration. Tic.in morbiacut. tro,
verùm per linteum excolantes ejus fuccum porrigunt . Horum etiam nonnulli,
nequè Ptisanam craffam, neque succum exhibent, ubi quidem dùm feptimum diem
eger attigerit, alii verò dùm in totum morbus judicatus fuerit ; E ciò, che da
simili altercazioni ne fiegua l'esprime in tal modo : At verò Ars tota magnam
quidèm apud vulgum calumniam fubftinet, ut nullam omninò Medicinam efe
exiftiment a kquidem in acutis morbis, in tantùm inter Te diffentiunt Artifices,
ut quæ alter exhi. bet, veluti optima reputans, etiàm mala alter
exiftimet. Due ingiurie vi farei nel medesimo tempo, se pretendesli
d'insegnarvi il buon costume: una saria di riputarvi male accostumati, che
per ļa Dio grazia non siete, e l'altra di credervi stolidi, ed
incapaci di ragione, per non esservi approfittati di ciò, che vi disli,
detestando quei vizj, che costituiscono il mal cos ftume. Continuare di
buon'animo á fuggire li vizj, e seguitare queste virtù, che vi hò mostrato, e
non dubitate, perche Hi vostri buoni costumi in breve diverranno ottimi, et acciò
possiate conseguire con più facilità fimil sorte vi rappresenterò alcuni
costumi eroici d'Ippocrate, li quali vi potranno fervire di norma in moltissime
vostre occorrenze, che vi si presenteranno facilmente à suo tempo. Egli fù
così esemplare nell'offervanza degli ottimi costumi, che non sò fe trà Medici (
alla riserva di quelli dia chiarati già Santi) ve ne sia stato, ò ve ne sia di
presente, chi lo possa uguagliare La Pietra del paragone per cono. fcere
se il costume sia ottimo sono li onori, ftanteche honores mutant mores, onde
quando l'onorato non cambia li fuoi costumi in peggio per cagione dell? onore
ricevuto's tenete pure per certo, che ) che il suo costume
sia ottimo. E la ca. gione di ciò è, perche con gli ottimi regna l'umiltà in
grado eroico, e dove è questa, la fuperbia non s'accosta, fa. pendo per
esperienza, che inutilmente impiegheria ogni sua fatica, e la superbia è
quella, che perverte il buon co. stume, mà contro l'ottimo non fi ci
meriti, ) Che Ippocrate abbia ricevuti onori fommi non trovo fi
controverta da ale cuno, mentre fù chiamato dal Rè potentiffimo Serse, con
promesse di ciò, che egli avesse saputo desiderare, oltre di costituirlo
Magnato della Persia, fù cre duto ancora, che discendeffe dal Dio Esculapio,
che fosse in grazia del Rc Demetrio', e di molti altri Potentati, e finalmente,
che ricevesse dagli Ateniefi onori maffimi, non solo umani, mà ancora divini
effo vivente, come costa per Senatus Consulto, ch'è questo : Ut igitur conftet
Populum Athenienfem Græcis femper utilitèr confuluife, utquè dignam pro meritis
Hyppocrati gratiam referat, decrevit Poo 0 4Populus ut is magnis
mysteriis ; Hor fecùs at Hercules Jovis filius publicè initiaretur, O coronâ
aureâ mille aureorum coronaret tur. Coronam ipfam Quinquatribus magnis in
gymnico certamine pręcone proclamante, omnibus Coorum liberis liceat non
fecùs às Atheniensium Athenis pubertatem ageres quod coram Patria ejufmodi
virum proCreavit, Hyppocrates verò, ut Civitatis jis re, victu in Pritaneo toto
vita tempore donetur. E questi commi onori qual mücazione produsero ne'
suoi costumi? niuna appunto, mentre non furono capaci di farlo insuperbire,
come fi legge nella sua lettera, che scrisse già divenuto vece chio à Democritó
: Et ego fanè plus repræhenfionis, quàm honoris ex arte mihi confecutus videor
; Vedete quanto stimava l'onori maslimi, e se s’infuperbivad punto di quelli,
credendoli inferiori ad una picciola riprensione, dico picciola, perche delle
grandi non n’era capace un’Ippocrate . Più gli premeva, per quanto li può
congetturare dalla mede fima lettera, la cagione delli ònori,mentre
mostrava di dolersi, che eisendo diyenuto già vecchio non era potuto ancora
giugnere à tutta la perfezione dell' Arre; volendoci forsi con questo far
conofcere, che non sono tanto pregiabili gli onori, quanto è la cagione, che li
produce, ch'è la virtù, la quale dipende tutta da noi, doveche gl'effetti di
quella dipendono dall'altrui volontà; Avendo dunque Ippocrate resistito à non
fare alcuna mutazione nelli suoi buoni coftumi in tanti, e tali onori ricevuti,
è contrasegno evidente, che foffero arri. vati al grado dell'ottimo, nel quale
solamente, come fi è mostraro, sono im.mutabili li costumi. Che vi sia
stato à luo tempo, ò dapoi fino al presente chi abbia.conseguito limili onori,
non se ne ritrova memoria, per quanto fia stata cercata, onde non hà
alcun'altro Medico avuto occasione, doppo di lui di mostrare ugual costanza del
suo buon costume in fimili prosperità; Ricevendo dunque voi onori,
faprece [ocr errors] [ocr errors][ocr errors] con l'esempio di un tanto
Éroe, confora me vi doyrete contenere affinche le prosperità, che ne risultano
da esli, non vi facciano, conforine appunto fecero prevaricare li antichi
Romani, che fusono ne' primi secoli della Repúblicas esemplari in bontà, mà
avanzandoli pom fcia nelle ricchezze andavano declinando, e finalmente
nell'auge delle loro felicità, e grandezze da buoni divennes ro cattivi, onde
con ragione esclamò Tacito : Felicitate corrumpimur. Mi di{piacerebbe però
sommamente,che simili sventure si verificassero in voi, perche goderei vedervi
tutti esemplari, e degni imitatori d'Ippocrate, non solamente nella dottrina,
mà ancora negli ottimi costumi Mi rimane per totale conferma del mio
intrapreso assunto di corroborare con altri esempi ciò, che hò proväto con le
ragioni ancora. Il primo de'quali sarà di farvi vedere, con quanta
civiltà egli scrise de gli antichi intorno à quelle cose che effi 11011[ocr
errors][ocr errors][ocr errors] non sapevano, e che furono dalla sua induftria
inventate . Dice egli intorno la regola del vivere : Alii quidem aliud
ättigerunt, totum verò nes unus quidem adhùc ex his, qui antè extiterunt ;
Neque tamen eorum quisquam reprehendendus, quòd invenire non potuerint ; quin
potiùs Jaudandi omnes'; quod quædam inveftigao tione aggreffi fint ; Neque ergò
que recta dieta non funt argüere decrevi, fed his, qué abundè funt cognità
affentiri in animo habeo ; quæ igitur ab iis, qui antè nos fuerunt reétè
di&ta funtzde bis fieri non poteft fi alitèr ferihatur, ut reétè fcribam,
quæ verò non rectè dixerunt fi ea quidem, quod ità non habeant redarguero nihil
profecero ; E cosa abbia fatto in questo caso lo dice in appresso, cioè: Que
non rette fuerint cognita aperiam; Quin etiàm qua corum nultus, qui antè me
fucrunt explicare aggreffus eft qualia fuerint demonftrabo ; Ed altrove con chę
prudenza ne parla:(a) Sed nequè de victus ratione quid quàm [c] Dx
viftus ratione lib.i. [d] De ratione vitus in grutis. [ocr
errors] quàm effatu dignum veteres fcriptis tradiderunt, eamque, quamvis magna
res fit, omiserunt s Varia tamen morborum fingua lorum genera, multiplicemque
eorum divid fionem non ignorarunt quidàm. Avete of servato con che creanza, con
che giua stizia; e con che prudenza ne parla un' Ippocrate de' suoi Antichi,
scusandoli in ciò, che non seppero, e non pregiudicandoli punto in seguitare, e
confeffare ciò, che di buono efi dissero; Si è praticato questo buon costume da
alcuni de' noftri Moderni verso li Antichi? Mi pare di leggere, per dire il
vero, più tosto il contrario, anzichè mi sono avveduto, che taluno di efli há
palleggiato con tal fasto invidioso dace sopra quelle gloriose ceneri, che ne
sono rimasto molto scandalizato, rifettendo, che Ippocrate con li suoi Antichi
diversamente faceva, nė vi riferirò da vantaggio per non farvi nauseare di ciò,
che essi ancora hanno fatto di bene .; Per fecondo vedremo, come egli fi
portò in quelle cose, che lo toccavanoal vivo. Gli pervennero à notizia
alcune predizioni (e) credute da Prospero Mar. ziano suo
Espositore accurato, Astrologgiche, che appresso gli Egizj si praticavano in
quei tempi, che erano alli Greci ancora ignote, le quali non li
piacevano, mentre disse : Egnautèm hujuf modi vates effe nolo; e con
ragione, per che gli pervertevano ciò, ch'egli con tanta
diligenza aveva ricavato dalle proprie offervazioni intorno alli
prono stici de' mali, e che aveva appreso dagl'altri, e pure con questa
modestia si con tonne : Prædictiones Medicorum referun tur permultæ
tùm præclar&, tùm admira tione dignæ, quales neque equidèm
prædixi, neque quemquàm, qui prædiceret, audivi; e cosi
destramente se ne liberò senza contradirle . Questa maniera sì
dolce non è stata già praticata nel giugnere à notizia
tante belle invenzioni Anatomiche ; contro la circolazione del sangue
cosa non fù detto mai? Senza possedere un'ottimo costume non
fi può lodar ciò, che (e) Lab.2.Prædi&ionum [ocr errors]
che perverte un'abito fatto da lungo tempo, e che si è praticato per lunga
serie di anni. Per terzo riferirò comę egli firegelaya quando era
necessitato à palesare qualche errore commesso. Questo lo faceya senza
individuarne l'Autore, ece cettuatone li proprj, li quali publicamente
confessava, come già fentiste, parlando del disinganno, e questo, da chi vien
praticato Solainente d'Ippocrate fi racconta fimile ingenuità, et in caso
ancora, che abbią apportato laws morte, Per quarto finalmente per far
trionfare la sua gran bontà riferirò il giuramento, ch'egli fece, che nella
Medicina à suo tempo non vi era alcun Medico razionale, che non fosse di buoni
costumi, e questo giuramento, chi lo farebbe à tempi nostri ? Onde bisogna neç
ffariamente confeffare, che unico fia stato Ippocrate non solamente nella
dottrina, mà ancora nell'ingenuità de' costumi; [f] In lib.de præcept, [ocr
errors][ocr errors] ftumi ; Sicchè con ogni giustizia li com. pere il
principato nella Medicina, che egli da tanti secoli pofliede. Dovrete yoi
dunque per essere tee nuti degni, e veri suoi seguaci non folaa mente
abbracciare,& uniformarvià ciò, ch'egli scrisfe in Medicina, mà ancora
ftrettamente osservare quanto nella morale si debba fare, ftimando forG il
buon' Ippocrate più necessarj li buoni costumi al vero Medico, delli suoi
Fisici docu. menti, mentre questi li lasciò in libertà di ciascheduno di
seguitarli, mà li primi con giuramento forzava tutti ad offer. varli
esattamente, obligandoli a giurare di essere grati, di vita incolpabili,
onorati, casti, giusti, modefti, pudichi, fedeli, e di somma segrerezza, e
sentite sotto che pena l'obligava: Hoc igitur jusjurandum, fi religiosè
obfervavero, ac minimè irritum fecero, mihi liceat cum fummâ apud omnes
existimatione perpetuò vitam felicem degere's et artis uberrimum fruEtum
percipere, quod fi illud violavero, pejeravero, contraria mihi contingant
; E quan [ocr errors] E quanto mai il buon costume nel Medl
att [ocr errors] mente si può comprendere da ciò, dice
nel libro Di lege : Quifquis enim Medicine scientiam fibi vere
comparare volet eum his ducibus voti fui compotem fieri
oportet natura, dottrina, moribus generofiss è chiunque di questi
ne farà privo, come uomo profano, diverrà im meritevole gli
sia dimostrata una scien za sì facra, conforme e la Medicina,
soggiungendo ivi : Hæc verò cum sacra fint, facris hominibus
demonftrantur, prophanis verò nefas, Sono dunque, secondo la mente
d'Ippocrate, effcnziali nel Medico le virtù morali, e nientemeno di quello
fieno li documenti Fisici, ed in conseguenza ancora come tali apporteranno
necessaria- . mente un commo bene al vero Medico, non potendo esser tale, se
non ne farà ornato à sufficienza, conforme in termi. ni precisi più
diffusamente lo dimostra lo stesso Ippocrate nelli libri De Medico, © De
Decenti ornatu, e nel libro De Pre و ( 9 ceptionibus, ove
affinche non se ne possa dubitare l'attesta con prova legale, cioè mediante il
suo giuramento, ch'è questo : Hoc namque jurejurando affirmare audeam, Medicum
ratione utentem, alterum nunquàm invidiosè calumniaturum, fic enim animi
impotentiam prodit. Verùm id potiùs faciunt, qui forensem quastum
seEtantur . Sicchè per essere veri Medici razionali dovrete essere ornati di
virtù, e non contaminati da’ vizj, conforme sono quelli, che per essere meri
mercenarj non meritano il titolo di vero Media co, quantunque fossero nelli
documenti Medici versati ; e perciò saggiamente egli nel libro De Lege
asserisce: Non folùm verbo, fed etiam opere Medici existimationem tueri
oportet; ch'è quanto dovevo mostrarvi nella prima parte. Se poi alcune
virtù fi poffino giuftamente censurare nel Medico, che è la seconda parte del
mio discorso, in qualche caso crederei di sì, conforme con un'esempio riferito
da Ippocrate brevemente vi farò vedere. P TutteTutte le virtù hanno
un fine retro, e se fi lasciano operare à tutto loro potere s'inoltrano con
tanto fervore, che da alcune di esse in vece di ricavarné profitto, se ne
riporterà del danno, La Giustizia, et il Zelo, tra le altre, fe si cferciçano
con sommo rigore, et à quel segno, che arriva la loro autorità. Quefte sono
capaci di porre cutto il mondo in sconcerto, e perciò diffe Salomone:(+) Noli
effe juftus multùm; onde è necessario unirlo alla civiltà per renderle
fruttuose.Simili fconcepci appunto potrebboro giornalmente accadere nella
Medicina, fe il Medico si voleffe fervire della sola Giu. ftizia, del solo zelo
con quell'Inferma male avvezzo in fanità à fare à fuo modo, allorche
trasgredendo alla regola di vivere,fosse da esso con tutta giustizia riprefo,
et afpramente sgridato di tal’erróre, cosa se ne ricaverebbe di profitto da çal
giuftiffima,mà indiscreta riprensione? Se non che, ò l'Infermo facesse
peggio in; (1) Ecclef.cap.79 1 [ocr errors] in avvenire, e
che senza alcun profitto perdesse ogni çispetto à chị lo riprese, ed in questo
ca fo giustamente il Medico verria censurato, perche non si servi in fare una
simile riprensione del prudens ziale consiglio d'Ippocrate, (a) che dice ciò,
che deve fare, doppo di averlo afpramente {gridaco,& è : Simulque cum
commonefaciendo, et blandè excipiendo consoletur ; et altro ve dice :
Condonandum aliquid consuetudini ; Quel poco di dolce, che gli porgerà doppo
l'amaro della riprélonę opera tato di bene che faràche la Giustizia usata
divenga profittevole, Il ţimile pariinentě ne seguirà se voi, con zelo
poco discreto, vorrete riprendere taluno, che sia ricaduto in mali venerci ;
questo tale, quanto più lo [griderețe, tanto peggio farà, bisogna dolcemente
che gl'infinuate, e gli facciate capire il danno, et il pericolo, che gli può
sopravenire da fimili ricidive, le miserie, la morte penosa inevitabile saranno
quelle, che, inlinuate con gius [ocr errors] (a) In lib.præcept.
[ocr errors] dizio, lo potranno più facilmente perfuadere di fuggire simili
errori, perche questi motivi restano impressi per lungo tempo nella mente, mà
le gridate, che passano presto in oblivione, riescono infruttuose, perche
sentendosi con animo irritato, non s'apprendono quanto: fi dovriano . Molti
altri esempi potrei apportarvi, mà credo, che li riferiti pollino essere
sufficienti per farvi capire tal verità ; Volete dunque, che le vostre virtù
non fiano censurate, accompagnatele, e non le fare operare fole, e fate appunto
conforme si suol praticare con le donzelle vistose à fine non si mormori di
loro che accompagnate con altre donne più provetre, e prudenti possono trattare
in privato, e comparire in pliblico senza taccia. Mi persuado che li
documenti, le ragioni, e gl'esempj d'Ippocrate, che vi (hò addotti fin'ora,
saranno senza fällo sufficienti a farvi incaminare per il retto fentiero delle
virtù, il quale spianato in tal guisa, fe à caluno di voi paresse tut
tavia [ocr errors] tavia disastroso, non occorrerà s'affati
chi di vantaggio, perche per lui non fa. ranno à proposito le virtù, e
per tanto se ne viva pure à suo bell'agio con li suoi vizj diletti,
nè occorrerà, che in domani quivi si presenti, perche voglio in avvenire
parlare solamente a quelli, che hanno generosamente determinato
d'abbandonare affatto li vizj, e seguitare le sole virtù.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][merged small][merged small][ocr errors] GIORNATA nella quale s'accenda
il modo di prévalerfi del consiglio delle virtù contra l'infidie de vizj,
affinchè il vero medico poffan godere una vita iranquilla, e
lasciare di se doppio morte una gloriufi memoria : [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] On mio contento non ordinario
vi vedo oggi, prima del solito, quì tutti preferiti; posciacchè
averidoviderto nel fine della Giortiada di jeri, che chi nơn s'era già
determinato di seguitare le fole viétừ, non occorreva ch'oggi forfè venuto;
temevo che almeno quelli, che gliscorgevo più pensoli degli altri, foffero
mancati; Mà vedendo quì ancor voi, e più ilari, e disinvolti del consue. to, è
chiaro contrafegno, che le vostre menti, che si ritrovavano nelle Giornate
passate ambigue, non sapendo ancora à che partito appigliarsi, abbiano già
déterminato di seguitar le virtù, avendo jeri gustato, e meditato in
appressoquanto di benc da elle ne possa risultaa re; Onde tutto il giubilo
interno; che voi ora provares non nasce da altro, che dall'essere divenuti
padroni del vostró volere. Spero dunque, che tutti inGeme äverere avuto la
medesima forte d'allontanarvi affatto da' vizj, e di confederarvi con le sole
virtù, e queste fatele ora padrone dispotiche della vostra voz lontà, e non
temere de viżj, che fuor di voi fi ritrovano, che possano essi punto nuocervi,
con tutto che vi tramaffero continue insidie per lo sdegno concepi . to contro
di yoi's che ve ne siete da efti affatto allontanati, perche farà curau delle
virtù il difendervi: Vi säria gran timore quando questi inimici teneilero
tuttavia assediato il vostro cuore, e fiorreffero liberamente d'intorno alla
voftra volontà ; Allora sì che tion potreste fidarvi delle loro insidie,
ftanteche in tal caso le virtù non potriano affiftervi. Vivete dunque cautelati
á non tradire. voi stesli orche ne fiece liberi; e questo seguiria facilmente
quando apriste qual [ocr errors] che segreta porta, per dove poteffero
i'vizj dentro di voi tornare. Per altro faccino pure fuori di voi
quel più, che possono s che punto non vi potranno danneggiare.L'esempio
l'abbiamo chiaro ne I ROMANI, che fino ch'ebbero Annibale nell'Italia stiedero
con ragione molto mesti, ed affitti per il timore delli gran danni, che poteva
loro apportare, mà appena partito, sollevorno lo spirito, con tutto che
proseguisse à molestarli, e di niuna cola elli ebbero più spavento, che della
guerra intestina, la quale alla fine fù cagione, che perdelfero la loro
libertà. Parerà oggi discorso superfluo il mio,mentre voi avêdo in
abbominazione li vizj;ed essendovi dichiarati seguaci delle virtù, potrete con
la guida di esse consigliare più tosto gl'altri, che aver bisogno di Direttore,
con tutto ciò perche non avete à bastanza ancora acquiftato Puso di prevalervi
di effe, non vi farà infructuoso il sentire da me in compendio quel bene, che à
suo tempo, ed [ocr errors] [ocr errors] in tutti i vostri maggiori
bisogni, questo vi apporteranno, potendo ciò ancoras fervire per confermarvi di
vantaggio della vostra lodevole risoluzione. E cominciando prima dalla
Religione, che con puro cuore profeffate, poiche Non fi comincia ben se
non dal Cielo ; Qucfta non solamente vi darà lume, e vi fervirà di scorta per
quello che riguarda l'eternità, mà vi configlierà di fare fempre uniti con le
virtù, facendovicon chiarezza vedere la deformità de' vizj, e li gran danni che
apportano; Quindi è, che neceffariamente la fapienza deve ftare unita con la
Religione, conforme diffe Lattanzio : Homines ideò falluntur, quòd aut
Religionem fufcipiunt omissá Sapientiâ, aut Sapientia foli student omissa
Religione, cum alterum fine altero non poffit effe verum ; Oltre di che vi farà
conofcere meglio di che forta d'amici avrete da fare elezione, perche fe vi
abbattete con taluno di coloro, che sono affatto increduli di ciò, che non
veggono, v'in [ocr errors] [ocr errors] finuerà, che questi non sono à
proposito per voi, che ci trattiace quanto porta il mero bisogno ; ma non più
oltre, perche questi sono tenuti da Sant'Agostino per tomini carnali, dicendo ;
In homine carnali tota regula intelligendi est consuetudo cernendi quod solent
videre credunt ; quod non folentznon credunt; conforme ancora, che fuggiare
ogni altro vizioso, è che v'intrinfechiare solamente con chi è seguace delle
virtù, e finalmente vi terrå fempre circospetti in non prestare fede à ciò,che
leggerete, ò sentirete dire; che poffa in qualche parte alienarvi dal suo vero
sertimento Non ritrovandovi ora in istato di potere profeffare la Medicina,
per non essere totalmente esperti in essa, vi converrà cercare ottimi
Direttori, nella di cui elezione consigliandovi con la Pradenza, v'insinuerà,
che vi appoggiate -à quell'appunto, che descrive Cicerone in tal guisa : Eft
igitur adolescentis majores natú vereri, ex iisque deligere optimos, e
probatisimos, quorum confilio, atque au auctoritate vitantur :
Ineuntis enim ætatis, inscitia ferum conftituenda da regenda prudentiâ
eft. V’insinuerà d'avantaggio la giustižia come vi dovrete contenere per
acquistarvi il loro affetto, che sarà, oltre l'accennato ossequio, di esser
loro fede li, e schiecti z di moftrarvi sempre pune è tutali, obbedienti,
e diligenti in tutti li affari, che v'insporranno, perche operando või in
questa guisa, non solamento v'istruifanio con tutto l'amore, må vi loderanno da
per tutto, dalla quale preventiva commendazione germoglieranno à suo tempo li
principi delle vostre fortune', e troveretegià spianata la ftria da de voftri
progreni s állorché principierete à medicáre. Intraprendendo con questi
felici principj l'attual'esercizio della Medicinás allorche' già farete
divenuti esperti, non pafferă lungo tempo, che molti di prevaleranno dell'opera
vostras et allora appunto li vizj vi comincieranno à muoa vere guerras e
Vinvidia farà la prima ämoà molestarvi. Questa già da bel principio vi
aveva fissato adosso li suoi maligni sguardi, mà non prima di vedervi avanzati
si muoverà per suscitarvi contro li suoi seguaci, e le comanderà, che spargano
da per tutto, che fiere troppo giovani, che non avete ancora pratica
sufficiente, e che dicano con finto zelo : Oh poveri Malati, che si pongono
nelle voItre mani, se questi guariscono seguirà per miracolo, non per la vostra
perizia, e se vedrà, che ciò non basti per arrestaryi ne' vostri progrelli,
invigorirà allora li suoi comandi, e farà disseminare dalli medesimi, che siete
veramente infelici, mentre quanti Malati vi capitano, tanti ne muojono, e che
non sanno capire, come siano così pazzi coloro, che vi chiamano. Sentendovi
calunniare à torto in tal guisa, cosa dovrete fare? Non altro, che consigliarvi
con la Prudenza, e con la Giustizia, che vi favoriranno assai bene :
primieramente vi esorteranno a non prendervene alcun fastidio, perche è affai
migliore la vostra forte و sorte, per essere invidiati, che
non è quella delli vostri calunniatori, che non hanno chi l'invidj, mà appena
tal’uno, che li compatisca. Vi consiglieranno poscia à non prendervela con quei
miseram bili, e vili esecutori dell’Invidia, perche operano come suoi schiavi,
non già come uomini liberi, e se foffero in loro libertà opererebbero come voi,
che aba borrite simili iniquicà. Vi consiglieranno bensì à mortificare
l'Invidia in questa forma, cioè, di contraporle la vostra umiltà, quando
d'Invidia vedrà, che voi non siete ricorsi alla vendetta rarne il suo ajuto, mà
in sua vece vi servite dell'Umiltà, resterà talmente forpresa, e confusa, che
si vergognerà in avvenire di ciinentarsi più sola con voi, avyedendosi di non
potervi abbattere ; mà cosa farà per non cedere? Si unirà con il Dispreggio, e
con lo sdegno per necessitarvi à ricorrere alla Vendetta. Questi vizj
baldanzosi comanderanno à qualchuno de' suoi petulanti seguaci, cine vi faccia
una mala creanza, e vi mo per implom desti senz'averne data occafione, in
queIto caso ricorrete subbitamente per consiglio alla Prudenza, che vi farà
capire, che di tal'ingiuria, non ne doyete chiedere fodisfazione dalli seguaci
del Dispregio, e dello sdegno, perche quei, che seguitano questi yizj, come
imprudeņti, sono ancora pazzi, et į pazzinon essendo capaci di discernere ciò
che fạnno, non sono tenuti di renderne conto; Contro li principali dunque, et autori
caderà il vostro sdegno, e questi, come vi consiglierà che li mortifichiace ?
Non già con la vendetta, perche questo appunto desidereriaạo che faceste, cioè,
che ricorreste ad un'altro vizio, che vi tradise, e cogliessę nel mezo per
forzarvi å rendervi à loro discrezione, inà bensì con la sola sofferenza tanto
da essi temuta per il grandanno, che loro apporta, et affinche lo facciate con
aniino generoso vi riferirà li seguenti casi. A Diogene filosofo del PORTICO
ROMANO, mentre stava disputando particolarmente della collera, gli fù da un
protervo giovane fpu Sputato in faccia, sopportò egli il tutto
piacevolmente, e da savio, e solo disse: Io non vado veramente in collera, mà
non lasciò però di dubitare, fe in questa occasione doveffi farlo. Catone
mentre staya difendendo una causa ricevette da Lentulo giovane seditioso ua
folenne sputacchio nella fronte, egli si nettó, e rasciugò la fronte, et armato
di una gran sofferenza, solo diffe: lo affermarò à tutti, ò Lentulo, che fi
gabbano quelli, che negano, che tù abbi bocca. Rifettendo voi dunque
all'ingiuria maggiore della vostra fatta ad uomini di tanta stima, et al modo,
che si conțennero vi si renderà più facile l'esecuzione del confimile ripiego
propostovi dalla prudenza, mediante il quale avvedutosi il Dispregio, e lo
Sdegno, che in vece di quocervi vi hanno accresciuto ftima appresso tutti,
desisteranno ancora eff di più moleftärvi, vedendosi dalla vostra sofferenza
delusi, e vinti, Arriverete al fior degl'anni avan. [ocr errors] zati già
ne' commodi, et in conseguenza con più lautezza nudriti. Allora vorrà
facilmente la lussuria cimentarsi con voi, e per farvi qualche danno
considerabile, vitenderà molte insidie, vi farà trovare occasioni pronte;
procurera, che siate con vezzi, e lusinghe adescati; Allora cosa farere?ftate
faldi,perche sarà contro voi questa una gran guerra, mentre non avrete campo in
quel punto preso di consigliarvi con le virid, ftanteche : Vinum, et Mulieres
faciunt prevaricare Sam pientes., come ben diffe Salomone. State faldi, che è
pur troppo vero, che molti si sono arrenati per questa cagione nel meglio
de’loro avanzamenti : Vi converrà dunque procurare di prevenire l'infidie della
lussuria, e non aspettare di cssere prevenuti da effe, e questo lo farere,
quando sarete prossimi à quel tempo con chiamare à consiglio generale turte le
virtù per risolvere cosa sia efpediéte,che facciate,ò di accasarvi,e con chi,
ed in che tempo, ò di continuare lo Aato libero,e con che cautele maggiori,La
Prudenza, e la Giustizia vi con figlieranno facilmente à prender mor glie, con
il motivo gịultiflimo,che quel la vita, che da voltri genitori riceveste con voi
non si estingua, mà che per la conservazione della propria specie law
propaghiate ne posteri, ed à buon fine ancofa, che non abbiate tanto da
impazzirvi nella vostra vecchiają à cercare l'eredi, conforme ad alcuni, che
non mai fi cușorono del titolo di padre è accaduto; La sola difficoltà si
rifringerà allo sciegliere chi faccia per poi, perche la Prudenza, e la
Giustizia vi vorranng consigliare diversamente da quello si pratica in alcuni
luoghi, dove il folico di cercare chị abbią dotę groffa, chi sia bella, e
fpiritosa; la Prudenza non vorrà, che cerchiate questo, in primo luogo, mà
bensì, chi sia di buoni natali, di perfetta faļute, e di ottimi costumi, ¢
ben’educata ; e con ragione, perche non deve essere affare di minore impostanza
l'accasarsi, di quello, che sia di fær compra di un cavallo; e se per
comprare un [merged small][merged small][merged small][ocr errors]
[merged small][ocr errors] un cavallo ( che non riuscendo buono fi può
subitamente dar yia) fi ricerca in primo luogo la buona razza, fe fia fano, e
se abbia vizio'alcuno, perche nel pro- : vedersi della compagnia inseparabile
non si hanno da fare fimili diligenze Sicchè trovato che ayrete chi abbia le
condizioni sudette stringete, senza più indugiare, il vostro matrimonio, con
quella dote, che avrà, senza ricercarne d'avantaggio, che farete un'ottimo
negozio, perche quattro faranno le doti, che prenderete, una sola apprezzata, e
trè inestimabili, per non effervi prezzo, che le uguagli', e saranno, la buona
nascita,la salute, e gli ottiini costumi, con la buona educazione, et avvertite
à non fare diversamente, per non cadere nella sventura di Socrate, che fi
abbatte in una inquietisima Santippa. Circa il tempo in cui lo dovrete fare
viconsiglieranno, che non lo facciate nè troppo giovani, nè croppo vecchi, mà
bensì nell'età virile, ed allora appunto, che ayrete stabilito un'assegnamento
suffi ciente 1 [ocr errors] ciente per il inantenimento
della vostra fameglia, e non prima, pèrche si ricerca fenno, e
cominodica per effere, buon Padre di fameglia. Non troppo giovani,
per non distogliervi da vostri studj, ed avanzamenti, ne' quali non
sarete ancora bene stabiliti, nè troppo vecchi, per non lasciarli, se
avrete figliuoli, troppo immacuri, e senza avyiamento, e per non
foccombere ancor yoi fotto il peso del matrimonio prima di quello,
che fareste vivendone disciolti, conforme à tanti è accaduto,
Şe poi voi adurrete alla Prudenza, e Giustizia li seguenti motivi, che
avete esimervida simile legame, che sono; ò che già vi è nella
vostra fameglia, chi sia atto à sostenere un simil peso, ò che dubitate, che la
moglie, e l'educazione de'figliuoli vi possano distogliere dalla voftra
professione, qualche altro inotivo à voi folamente noto non crediare, che yi
forzeranno già à farlo, vilascięrano in tutta yostra libertà, vi consogneranno
bensì alla Fortezza, e Tempe Q: per [ocr errors] ranza,
} ranza, acciocchè vi consiglino, e prestino ajuto in caso, che la
Luffuria vi fa. ceffe qualche violenza . Il consiglio, che quefte virtù vi
daranno sarà facilmente, che siate circospetti, ed appena, che vi sarete
avveduti di qualche laccio, che yi tenderà la Lussuria di troncarlo,e prima che
vi poniate il piede, che siate fempre cautelati nel parlare, ę fentendo qualche
parola equivoca, l'interpreciate sempre à favore dell'onestà, né la crediate
detta per voi, che ricevendo qualche cortesia insolita, la crediate fatta
solamente per isperimentare la vostra modestia, e non ad altro fine, onde la
cancellerete subitamente, acciò la rimembranza di quella non turbi la vostra
fantasia ; Che vi moftriate sempre sostenuti più tosto, che galanti in certe
occasioni di confidenze, dalle quali con bel modo procuriate di liberarvene,
che da certi luoghi sospetti,se ne potrete fare a meno, ne stiate lontani, et andandovi,
procuriate efservi in ore, che vi fieno altri, perche al parere di Seneca :
Magna pars peccatorum tollitur fe peccaturis teftis alibi Aat(a);
ed ivi non vitrattenjate più del bisogno necessarios e sempre con
discorsi serj, ed uniformandovi alli consigli della Fortezza,
e Temperanza non diffidate punto della loro allistenza nelli maggio
si vostri bisogni, che dureranno lino à tanto. che sarà in auge il
fervore della vostra gioventù . Il vizio della gola vorrà
aticor'egli fare tutti li suoi sforzi contro di voi in decto tempo
più profpero di vostra vita, per vedere se vi potesse adescare; e
cofa farà a comanderà facilmente à qualchedano de' suoi ricchi
feguaci, che facen do uno de' fuoi sontuolillimi pranzi, o
cena; conviti ancor voi; considero, che vi troverete in quel
punto preso incri garislimi, perche rifletterete allora, che
le ricuserete tale invito, sarete' tenuti per uomini
incivili, che non gradite li favori, e cortefie, che vi fi fanno;
fed l'accetterete,metterere ad un gran risico Ja vostra temperanza,
onde vi converrà Episi 11.di questo ancora chiederne preventivo Consiglio
s. per aver pronto il suo fano imedio per quando vi capitaffe il bio
fognb. si Consigliandovi preventivamente con la Prudenzás.per sapere in
che modo allora vi dovrete contentere, sarà facilesi chievi dica;;che se
viritroverete in luoo ghi dove sia solito, e che frequentemente li Medici fiano
convitati, et intervenghino in fimili bancheteis. non ricusate tali inviti s
perche quelle cose, che sono folite', nou recanto alcuna aimniirazione, non
facendosene caso,basterà solamente; che yi sappiate regolare con giadizio in
non pregiudicare di molto alla vostra consueta fobrietás perche
nuocerestu e è più li denti nel masticare, che la gola nell'inghiottire
si e diportandovi in tal guisa,la gola avrà poco guadagnato con voi; Sepois
dove voi dimorerete, non fosse in uso, mà solamente, che di rado li Medici
v'intervenissero con modo al fai civile, che lo ricusiate pure,non man..
candovi legittima scusa, mentre ò la vo(tra complessione non assuefatta à
fimili disordini, ò qualche cura riguardevole, che avrete in quel tempo, queste
vi potranno efiinere onestamente da qualunque taccia d'inciýiltà . 03.15
Sò che vi appagherete di tal distinzione saviazfatta dalla Prudenza, effendo.
voi capaci di riflettere, che dove i Mea dici ricevono spesso simili correfie
fono molto stimati, ed in conseguenza i loro difetti non sono con tanta
attenzione norati da tutti, come l'opposto segue dove di detta stima si
penuria. E certamente l'esperienza hà fatto vedere, che nel secondo caso,
quando li Medici si sono voluti azardare à fimili cimenti, se ne sono poscia
pentiti, ftante che, ò per non essere cosa solita, ò mediante la curiosità di
vedere in che modo si regolavano coloro, che tanto biafie mano la crapula,
hanno ritrovato iyi molti spettatori de' loro portamenti, che li hanno posti in
qualche suggezio. R 4 [ocr errors] ne, he', mediante la quale ;
se hanno procutato di contenerli nella sobrietà, hanno. fentito
de'motteggiametitizñiehte da effi graditi, e se hanno disordinato, gli sono
giunti all'orecchie certi sussurri della's fervitů z che diceva : Il buon
Medico che biasima tanto li disordini, egli troppo fà peggio di noi, andiamo à
credere cið, ch'egli dice; Se poi taluno di elle fia restato gabbato dal vinos
non hà troVato già chi l'abbia seusato ; conforme fece Seneca a favore di
Catone; impuitato di fimile vizio, dicendo, che non poteva essere, che un
Catone fi ubriacasses mà quando che ciò fosse stato vero, in un Catone fimile
vizio faria passato in virtù . Mà non si sono già pentiti quelli ; the
civilmente ricufarono fimili inviti, mentre fattisi capaci coloro, che
desideravano di vederli crapolare; dalli giusti motivi apportaci per iscusa,
rimasero più tosto edificati, che disgustati da fiinili repulse, ed in segno di
ciò ne diedero in avvenire attestati di maggior ftima: Ne ро [ocr
errors] [ocr errors] potrei di questi efempj riferire alcuni a mà, per non
dilongarmi troppo, ftimo bene di tralasciarli . Sicche, per vincere la gola, il
partito più sicuro sarà di fuga gire l'occasioni pronte di crapolare con
un'onesta ritirata, conforme la Prudene za configlia : Stabilito che
avrete il vostro itato à quel fegno che potrete ; non solo per decentemente
vivere, e mantenere con decoro la voftra casa j mà ancora con la vostra
economia accrescerla commodamente; allora l'ingordigia, e l'infariabia lità di
cumulare vi comincieranno et muover guerra, e quello, che farà più formidabile
con apparenze vantag: giofe v'infidieranno alla vita, mentre vi Itimoleranno, e
vi violenreranno infieme ad accettare tutto ciò che vi si pre fenterà davanti,
e fe quefto non bastera à renervi nottése giorno occupati, vi ftimoleranno à
procurarne de' nuovi fervigj, e certainente non per altro fing, che per
distruggere in breve il vostro inzia dividuo con una eccelliva fatica,
con una 1 250 Dell'Idea del vero Medico. una continua
inquietudine di animo,con una perpetua schiavitudine, credute tutse dal Mondo
pazzo per felicitàe per prosperità di fortuna Cosa dovrete dunque fare
per rimuovere da voi un sì evidente pericolo di vita, che vi sovrasta 2 Vi
converrà certameute prenderci rimedio prima, che questi nemici facciano breccia
nel vostro cuore., e parlamentino con il vo. ftro desiderio, perche altrimenti
con lo fplendore dell'oro li guadagneranno, ed il suo rimedio ficuro farà, che
quando ' non ifta concento di ciò che hà, e vorrà procurare cofe
maggiori, di consigliarvi tosto con la Prudenza, che questa facilmente lo
quieterà con dirvi : Cofa bramate d'avantaggio a non avete, più di quello vi
bisogna rimirate quanti altri, che hanno accor essi egual merito alvoftro, sono
più attempati di voi, e pure non sono così ben proveduti, come voi fiere:
Ditemi, che tempo avete, che vi avanza, quando appena ne resta tanto,che basti
per lo studio necessario's e pery il bisognevole riposo ? E quale di
questi due tempi vorrete impiegare nelle cure di più, che deside rate
confeguire ? forse il primo ? La Giustizia se'ue sdegnerà per non esser vostro:
Forse il secondo, che è cutro vostro et come potrete vivere s fapendo voi, che:
Quod caret alterna requie durabile non eft. Riflettete attentamente, che lo le
pioggie curte cadessero sopra pochi campi, in vece di ravvivarli, e rendera li
più fécondi, opprimeciano più costo quanto di verde li ricopres e che la gran
Providenza,che saggiamente opera, dispensa il publico bene à prở di cucţi;
facendo, che il Sole non per pochi, mà bensi per tutti risplenda', c finalmente
che le taluno vorrå soverchiainente cam ricare il suo stomaco, anco di
dolcissimo cibo, gli converrà ben spesso soffrire aspri dolori di ventre.
Risplende molto l'oro, må riflettere ancora, ch'è più' grave di qualunque altro
metallo, onde neceffariamene ammaffarne di molto non si può G può
senza restarvi affatto oppresli id Breve sotto il suo grave peso, o per la meno
perderci la propria libertà; Quindi è, che faggiamente Curio ricusò da'.
Sanniti tutta quella gran quantità di oro, che gl'avevano portato 5 dicendo
foro, che esso credeva cosa più gloriosa il poter comandare à chi molt'oro
possedeva, di quello che fosse il possederne di molto ; volendo in tal guisa
farci ca. pire, che non si poteva cumulare oro in: gran copia, e mantenere la
sua libertà. Il mio configlio dunque è, che freniate il vostro defiderio, acciò
non bramjata nè pure una cura d'avantaggio di quel le, che potrete commodamente
reggere, e tanto maggiormente, che quefta voce Cura appresso li Latini non
significa altro, che Briga, è travaglio, ex eo quod cor edat, dw excruciet,
delle quali conviene ayerne folamente tante,quante baftino à poterle fofferire,
e non più, verificandosi in esse più, che in ogn'altra cosa quel detto: Ne quid
nimis . Sentitene però il parere della Giustizia per res go: [ocr
errors] golarvi fino dove vi potrete stendere; per non incorrere nella
caccia d'insaziabili. Voi sarete facilmente rimasti per
ora appagati di quanto vi avrà detto la Prudenza, à segno,
che non vi curerete sentire altro conseglio, con tutto ciò
per convenienza almeno sarete tenuti,aven dovi ciò la sudetta
incaricato, di sentir ne il parere della Giustizia, intorno al
vostro regolamento, e con tale occasione vi potrete consigliare ancora
sopra un certo ripiego, che facilmente il vo ftro desiderio
visuggerirà, cioè di all.com gerirvi de’ servigi antichi per
proveder vi de' nuovi di maggior vostro profitto, e minor
briga, il quale non lo dovrete porre in esecuzione senza
l'approvazio ne della Giustizia. Esposto, che avrete a questa
fanta virtù ciò, che bramate sapere, ella cortesemente y'insegnerà ciò, che
dovrete fare intorno al vostro regolamento, che sarà di misurare in primo luogo
le vostre forze, et il tempo, che vi resta libero, [ocr errors] e poi
l'impiego, che vi si presenta, e se rincongrerete le misure proporzionate trà
di loro, accettatelo pure, senz'alcun timore della taccia d'insaziabili; Vi
suggerirà però, che stiate bene oculati in prenderne le dette misure à suo
dovere, affinchè non reftiate ingaonati, perche . altrimentiaffatto infructuofo
riusciria il fuo configlio,ed acciocchè non segua un tale errore, vi darà lei
medefima dug meze canne, una delle quali la troverete molto scarfa, e l'altra
affai vantaggiosa; con la prima yi ordinerà, che miluriate le voitre forze, et il
tempo, che vi ayanza ; con la feconda l'impiego, che vi li presenta, e
prendendo voi le misure in questa guisa yi assicura la giustizia, che non
potrete errare. Doye che facendoli da voi diversamente, tutte le altre meze
canne, che adoprerete ve le porgerà il yostro desiderio fatte à suo modo, e
saranno tutte yantaggiose di molto quelle, con le quali misurerete le vostre
forze, et il tempo, e scarsiffime quelle, delle quali yi servirete per misurare
l'occasio ni, [ocr errors][ocr errors] ni, e questa è la cagione
de? sbagli, che fi prendono contro il volere della giustizia, c per due capi,
(primieramente, perche chi misura in cal guisa erra per abbreviare la lunghezza
di fuá vita, divenendo omicida di fe medesimo, sì ancora per il danno,chie nc
poffono riceveré alcunische ad ore affai incongrue, ed à mente stracca gli
cocca per fimilisbagli essere curati. In glçre vi dirà apertamente, che
non dovrere in conto alcuno disfarvi delli servigi antichi per prenderne de'
nuovi in fua veće, perche non avete alcuna giusta cagione di farlo, anziche
facendolo, mostrereite una somma ingratitudine in abbandonare chi in
temро de' vostri bisogni vi fù grato, e chi vi favori ne' vostri
avanzamenti, non con altro motivo, che de' yostri maggiori vantaggi ; se
poielli, senza alcuna vostra colpa, fi alienaffero da voi, in questo solo caso,
perche volenti nan fit injuria, lo potreste fare senz'alcuna taccia
d'ingratitudine; e së esercitaste la Me256 Dell?idea del vero Medica,
Medicina in certi luoghi lontani, dove alcuni li prevalgono di un Medico fino à
tanto, che lo vedono incominciare à far negozj, ed allora se ne disfanno per
prenderne à proteggere un altro : İyi basterebbe pazientare un poco, che vi li
presenterebbe l'occasione di poter: lo fare, mà dove ciò non li costuma vị
convien’essere grati, e costanti, fische sarete capaci di medicare, Con
tutto che resterere per qualche tempo appagati di quanto vi hanno consigliato
la Prudenza, e la Giustizia perche il vostro desiderio yerrà conținuamente
bersagliato daļli sudettį ab. bominevoli vizj, sarà necessario, chcimploriate
l'affiftenza della Fortezza, e Temperanza, acciò perseveriare sempre Itabili
nell'offervanza di detto consiglio, et il maggior bene, che dette virtù vi
potranno apportare, sarà d'infinuaryi diverse istorie di coloro, che per essere
Itati insaziabili, nel colmo delle loro credute prosperità sono mancati, eche
infelice memoria di esia ne fią rimasta trà noi [ocr errors] و
[ocr errors] noi, mentre chi ha lasciato la sua fameglia appena slattata, senza
indirizzo, a senza guida, chi intricata la sua eredità, per non aver avuto
tempo in vita di ben'impiegare li suoi avanzi; chi, doppa fofferta una
lunghissina, e dispendiosa infermità, acquistata per li suoi grans Strapazzi,
appena hà lasciato tanco, che bastasse al suo funerale; e finalmente cosa sia
stato detto di tutti doppo morti, cioè, che non'ınericavano d'essere compatiti,
perche erano morti per colpa loro, avendo voluto abbracciare troppo, e più di
quello, che potevano reggere, çon tutto quello, che la maledicenzą gradita, e
senza timore alcuno så inventare di peggio contro i poveri des fonti,
Impresli, che avrete sì spaventosi esempj nelle vostre menti, con la riferfione,
che il simile seguirebbe in voi, fc cadefte in tali errori, non temeţe
più, che il vostro disiderio possa essere superato da simili vizj, perche
questi gļi serviranno di un gran freno, R Nelle Nelle vostre
maggiori prosperită l'Adulazione ancora vi farà doppia guerra la prima
confifterà in ispargere di voi più lodi di quelle, che meriterete, per
risvegliarvi contro l'Invidia, quando fi foile mai adormentata, mà trovandovi
già premuniti de' buoni avvertimenti dativi dalla Prudenza, non vi potrà punto
nuocere in questo primo asfalto, e se uniręcę alla fofferenza una profonda, e
fincera umiltà, supererete l'Adulazione, el'Invidia nel medesimo tempo,
Màvedendofi da voi la maliziosa Adulazione fchernita, adoprerà tutte le sue
frodi per violentarvi ad essere suoi seguaci, e per farvi divenire per forza
Adulatori, come farà mai ? Sentite bene; Pren. derà l'occasione di qualche cura
grave, nella quale intervengano molti parenti, et amici dell'Infermo, e vi farà
da queiti porre in angustie di diventare Adulatore per forza, per
li seguenti impulsi : Vi dirà taluna di esli, questo male si aggrava, perche
non gli fate applicare quattro vefficatorja se ne morirà senza
questo [ocr errors][ocr errors][merged small][merged small] questo
rimedio, e la colpa farà tutta yostra, che trascurate un rimedio sì efficace.
Un'altro vi dirà: perche non gli date una buona Medicina da tirare giù ? lo
volete lasciar morire senz'ajuto? ayver, cite, se muore, fentirere, che si dirà
di voi, à me basta di avervelo avvisato. Vi sarà ancora trà essi chị vi
ayyertirà, che se gli cavate sangue morirà certamente, perche non gli conviene;
e d'avantaggio vi dirà, che se lo cayerere lo amazerete, e derro male farà per
appunto un'infiammagione interna, nella quale non conviene ciò, che viene
proposto, e gli sarà necessario quanto viene ritardato. Vedete in chę angustie,
in che laberinţi vi troverefte, se non aveste la Prudenza configliera ?
Imitercste senza dubbio, ò quel Medico, à cui un tempo fà, fù suggerito da
un'amico dell'Infermo, in un caso simile, un certo riinędio, dicendo, che lo
proponeva, perche cra esso ancora mezo Medico ; A cui alquanto alterato gli
rispose: et io son tutto Medico, conviene dunque, che la mecà ce [ocr
errors][ocr errors][merged small] fi: 28 1 da al tutto; Io, che sono
tutto, non voglio che si dia, non si deve dunque dare; O pure quell'altro, che
ritrovan. dosi in un fimile intrigo», doppo aver dette le sue ragioni, senza
profitto, rifpose : Giacchè loro Signori ne fanno più di me, facciano loro la
cura, e se ne andiede via, mà ciò non lodandolo la Prudenza, sentirete dunque
da lei, in che forma vi dovrere regolare. Sentendo riferire da voi questo
fatto la Prudenza disapproverà molta, che chi non è Professore, ardisca così
francamente di proporre, ed escludere quelli rimedj, che in mali sì gravi danno
molto da pensare alli medesimi Professori provetti, e che pongano à cimento li
onorati, con modi si violenti, di diventare Adulatori, e facilmente in tal
guisa vi consiglierà: Dite le vostre ragioni à chi bisogna, con animo composto,
e questi, ò fi appagheranno di quelle, ò nò, se ne resteranno fodisfatti,
rimarrà già terminata la controversia, e potrete fare liberamente à vostro
modo, se poi persisterahtio ancora ostinati nella loro opinione, allora
suggerite, che tratrandosi di un male sì grave con tante controversie,
desiderate nella cura di avere altri professori compagni per meglio risolvere
ciò, che si debba fare ó e procurate, che con sollecitudine ciò segua y
acciòcchè la lunga dilazione non pregiudichi all'ammalato, e che ne consulti
siano presenti coloro, che fuscitorno le controversie, affinche sentano con
quante circospezioni sono serviti gl'Infermi, ed ancora se avranno qualche cosa
di più la poffano dedurre à tutti. Facendo voi à modo della Prudens za,
non dovete avere più timore di prevaricare, perche la Fortezza vi assisterà, c
consolerà insieme, l'assistenza sarà di non farvi prendere in questi casi certi:
dannosi ripieghi, che sariano, in vece de' vefficanti d'applicare li senapismis
di un purgante, dare un leniente, ed in tanto d'andare differendo la sanguigna,
facendovi conoscere, che l'operare in questo modo non è da Medico, mà
bensi [ocr errors] 9 [ocr errors] da Adulatore, e che quancunque
questi tali nelli funesti eventi fieno dall’Adulazione tenuti indocenti, e
difefissorio però dalla Giustizia creduti rei di gran colpa s con tutti quelli,
che ne diedero l'occasione, e vi confolerå parimente la Fortezza con dirvi: Si
poffono chiamare tempi felici nella Medicina li presenti, non vedendoli ora
l'Adulazione premiata à quel segno, che era ne' tempi di Galeno, nè la
lincerità così vilipesa; Allora trionfavano li Medici Adulatori, erano ricchi,
e potenti gerano stimati, e riveriti, ogn’uno facęya à gara di fayòrirli, eli
onorati, sinceri, e docti se ne stavano abbandonati, derisi, evilipeli, e se
non fosse stata la mia grand'alistenza,che prestavo loro, nè pure úgo ne
sarebbe rimasto di efli, anzi Galeno isterlo, che non avesse prevaricato per
quanto venivano violentati dall'Adulazione :' So, che presterete fede à quanto
vi dico, mà volendovene accertar meglio di quanto fuccedeva in quei cempi
leggere ciò, che Galeno riferisce nel primo del suo [ocr errors]
me. [merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr
errors][ocr errors] metodo, che appunto è questo: Eoque jure fit cum ægrotare
cçperint Medicos advocent, non quidem optimos į utpotè quos per Sanitatem
noscere nunquam ftuduerunt, fed eosy quos maxime familiares habent ; quique
ipfis maximè adulentur, qui du frigidam dabünt; si banc popofcerint, lavabunt
cùm juferint; a nivem; vinum= que porrigent poftremò quidquid jubebitur
mancipiorum ritu facient &c. itaque non qui meliùs arten callet ; fed qui
adulari aptiùs novit apud iftos magis in pretio eft, buic omnia plana's
perviaque funt, huic ædium fores patent ; hic brevi efficitur dives,
plurimùmque poteft &c. Quali violenze oggidì sono cessate, mercèche hanno
imparato molti à proprie spese à non commertere più la loro vita in mano
degl'infidi Adulatori, e perciò essendo mancati per loro l'impieghi, e li gran
guadagni, che in breve facevano,è mancato ancora quel grand'impulso, che vi era
à dover effere Adulatori per essere adoperati, e tutto questo mi costa
per essere io la Fortezza, che affifto à quei ز e. lig a fe ne be
he ni dy 112 to 5, 10 generofi spiriti,che abborriscono l'Adulazione, et abbandono
quei vili, che se le danno in preda Se poi non bastasse all'Adulazione
d'avervi fatto violentare da parenti, ed amici, mà volesse ancora farvi forzare
dall'Infermo isteffo à divenire suoi fem; guaci, in questo caso, fatte che
avete le diligenze propostevi dalla Prudenza; e. che mediante quelle egli non
resti appagato, la Giustizia non vi violenterà già à continuare il servigio, vi
forzerà bensì à non divenire Adulatore, onde in questo caso, con tutta civiltàs
procurerete ( quando l'Infermo' non deliri) di consegnare ad altri ciò, che non
fà per la vostra riputazione ; ben’è vero, che questi sono casi rarissimi
avendo molte altre cose da penfare l'aggravato Infermo, che di voler'essere
adulato, con tut per farvivedere, che ve ne sia stato qualcheduvo, che
abbia desiderato di cllcre adulato fino alla morte, viriferirò la presente
istoria : Una persona di qualità cospicua, molti anni sono, dovendosi
pro to ciò [ocr errors] [ocr errors] provedere di Medico; ne scelse
uno tutto di suo genio, ed avendolo participato al suo amico di confidenza ;
questi in vece di rallegrarsene seco se ne condolse, dicendogli apertamente,
che poteva fare meglior'elezione, essendovene tanti più esperti del già eletto
3 replicò à questo: Lolo-sò beniffimo, mà hò voluto pren derne uno, che faccia
à mio modo ancora quando mi trovo ammalato, perche io non poffo Coffrire quel
Medico, che allora mi voglia forzare à fare à suo modo, gli rispose saviamente
l'amico : Signore, chi fà à suo modo quando ft benes: conviene, che faccia à
modo del Medico quando ftà male, non poffo lodare la sua elezione, con tutto
che sia di suo genio, perche si tratta di Medico, à cui si consegna la propria
vita, non già di un servidore di mera comparsa ; che poco importa di che
abilità egli sia, mà non paffarono molti anni, che detto Signore cadde inferino
di lunga, e fiftidiosa malacia, che terminò finalmente, per essere vissuto à
suo inodo in un'ascelfo interno, espurgava della marcia per feceffo, la vidde
l'isteffo Infermo, che diffe, non farà marcii, må bensì il pangrattato, che hò
preso questa mattina lo domandò al suo Medico, che gli rispose per dargli
gufto, quello appunto et Signore, e con quel pangrattato se ne mori, adulato
sempre fino al fine della fua vita. L'Iniquità, e l'Inganno confederati,
nôn porerido più Toffrire, che voi godiare quella bella tranquillità interna
per cagione delle vostre virtù, vorranno ancora effi con le loro frodi
adoperare ogni sforzo possibile per turbarla ; ed in fare ciò vi toccheranno
facilmente nel più vivo, inolestandovi in qualche cosa di vostra somma premura,
e doppo di aver consultato trå fe più danni,risolve, ranno alla fine di farvi
perdere il servigio di quelli, che vi sono più á cuore, € tanto si
adopereranno,e con tanti mezi s'ingegneranno, che finalmente gli riufcirà ciò,
che bramavano i onde voi, senza faperne il perche, e senza averne data
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] data alcuna occafione,
essendosi con in? sidie segrete proceduto, all'improviso vi troverete esclusi
da quel servigio da voi tanto prediletto. E che farete allora? vi dolerete
forse con la Giustizia ; che siete stati licenziati à torto ? Avvertite, che
facendo in tal guisa imitereste Santippa, che si doleva della morte di suo
marito, perche si faceva morire å torto, à cui il sapience Socrate rispose : E
che desideravi forse, che io foli fatto morire à ragione ? questa appunto è la
mia gloria, che sono fatto inorire à torto. Sicchè alla Giustizia non vi
cooviene ricorrere, må berisi dapoi che fi sarà alquanto calmato quel senso,
che neceffariamente vi avrà apportato una nuova ingrata, ed improvisa, dovrete
ricorrere alla Pradenza per riceverne il suo configlio à fine di poter più
spedicamente restituire all'animo vostro quella bella calma, che dall’Iniquicà,
e dall'Inganno gli era stata rubata : La Prudenza senrendo da voi tal
novità vi consolerà certamente, ftate al [ocr errors][merged
small][ocr errors] allegri, dicendovi, che questa è una's grazia, che vi fà la
Divina Providenza, facendovi capire, che vi dovete alquana: to staccare da ciò,
che nel mondo vi è più caro, per confidare solamente in lei, che non mai hà
abbandonato chi fedelmente la serve. E di che vi dolete? forse perche perduto
avete un servigio à voi caro ve ne restano pure tanti altri? com- .. partite
tra questi il vostro affetto, che così non avrete fatta perdita alcuna
potendone del vostro amore ricevere da molti maggior ricompensa di prima, ò
pure (che sarà meglio ) questo vostro amore non gradito dagl'uomini
accrefcetelo à Dio, che vi recherà molto maggior profitto di quello, che vi
rendeva prima. E se veramente amate di cuore quella casa, che avete perduta g
non vi dovete contristare della perdita vostra, mà bensi della sua, avendo
lasciato voi, ch'eravate già istrutti da tanto tempo nelle complessioni, e mali
di chi ivi conviveva per prenderne uno affatto novizio, che prima, che ne qa divenuto
1 capace à quel segno, che voi siete, vi vuole del tempo affai, et in
tanto come anderà? e poi se questo nuovo eletto fù complice ancor'egli nelli
segreti trattati dell’Iniquità, e dell'Inganno, che bell. acquisto, che averà
fatto, prendendo uno di simili costumi in vostra vece, che fiete uomini di
onore, talche non voi, mà chi vi lasciò hà occasione d'afAliggersi, perche
danno à se stesso feçe, non à voi, che per essere esenti da questa briga ne
ricevere sollievo ; chi è pari. mente entrato in luogo vostro, se pur? egli è
complice, come disfi, ayrà molta occasione da contristarsi per la finderesi,
che gli resta di non avere operato come dovea, e per il timore, che un giorno
il fimile possa succedere à lui ancora.Quietatevi dunque, giacchè rammarico
alcuno non vi resta d'averli mal serviti, con questa ferma fiducia, che in quel
sito ( come tante volte è accaduto ) da dove la malvagità, e l'inganno hanno
tolto à viva forza un virgulto, la Giustizia vi pianterà un vago, e glorioso
lauro con [ocr errors] con questo motţo ;Ųno avulo splendidior non
deficit alter; molto di più vi potrei dire, se non lo riputaffe superfluo,
poiche gl’animi vostri ben moriggeräti con pochi motivi si sodisfano, e li
calma. no, allorche vengono da accidenti im. provisi turbati, Udifte come
vi consolo bene la Prudenza, e con che fortį motivi, li quali fe li cerrețę
impressi nelļe vostre menti, quantunque vi giungano simili accidenti in
avvenire, punto non vịcontristeranno, avendo questi forza di disporre gl'animi
vostri à foffrirli coftantemente, ed in conseguenza di fare, che li sudetti
vizj delle loro iniquità non trionfino. L'Ambizione yorrà ancor'effa
nell' auge delle vostre fortune tentare, fe potesse fare con yoi quaļche
acquisto; s'ingegnerà di porvi nella mente idee grandiofe, viftimolerà à molte
imprese, con pretesto di rendervi a' pofteri gloriofi : Per esempio, fe
y'insinuerà di comporre qualche vago sistema di Medicina, qualche nuoyo metodo
di medicare, à qualche altra cosa non pensata, nè tencat fin'ora da altri, e
voi ricorrere subbita. mente alla Prudenza per consiglio, e vedrete come
v'indirizzerà bene ; intorno à nuovi sistemi, e metodi di medicare vi farà
questo dilemma: O ve ne sono trà gl’inventari de' veri,ò nò; Se ye ne sono,
perche non li seguitate? che cosa yolete cercare di megliore della. verità? Se
poi non vi è cosa ancora accertata in quelli, avendoyi per tanti secoli
frayagliato una infinità d'uomini dotti, cosa yi persuaderete di fare di
vantaggio ? non vi avvedete, che indarno faticherefte ancor voi, senza speranza
alcuna di gloria, e se pure la conseguiste saria per pochi momenti; Il sistema,
ed il metodo corrispondono al tutco, e quando questo non regge, e non suflifte,
è se. gno evidente, che le fuc parci costitutive fono difertose; Impiegate
dunque ogni voftra fatica in accertare, e rendere palese qualche parte di esli,
che vi avvedrere, che sia oscura, ò che manchi, la quale benchc minima,
nulladimeno una gran gloria vi apporterà, allorche l'averete accertata, e
rinvenuta, e lascierete tali imprese grandi a' pofteri, che fi renderanno più
facili a'medesimi, ale lorchè acquistate, saranno maggiori notizie delle loro
parti costitutive,di quel, le ve ne fieno al presente; E per non effere creduți
imprudenti scegliere di queste le necessarie, come avvertì CICERONE (vedasi), dicendo:
Alterum est VITIVM – H. P. Grice: a carpenter’s tool, vide “Virtues and Vices”
--, quòd quidàm nimis magnum gran ) ftudium, multamque operam
in res abfcuras, atque diffaciles conferunt, eafdemquè non necesarias; e quelle
ancora, che sieno proporzionate alle vostre forze, come insegnò Orazio :(b)
Sumite materiam vestrisqui firibitis aquam. Viribus, et verfate diù quid
ferrere cufent Quid valeant humeri. E perciò vi consiglierà la Prudenza d'impiegarvi in
yostra gioventù intorno į a' ritrovamenti Anatomici, Chimici, of[a] Primo
de Officiis. (b] De Arte Poetica. osservazioni Mediche e d'altre
cose utili, che richiedono ayvedutezza di mente, buona vista,
afsiduità, pazienza, e sanità, e questi accertati, che sono
incontrovertibili, rimangono per fempre, e vi dissuaderà in detta età di
dare alla luce trattati di nuovi modi di inedi. carc,essendo allora
appunto come i frut ti fuori di stagione, che non hanno tutta la
loro sostanza, dovendosi ciò maturare nell'età avvanzata, e colma
d'esperienze pratiche, dal che si può dedurre la ca-gione, perche
talvolta ne’libri,che trattano di pratica, alcune cose, che vi fi
ritrovano non si verificano punto, e ciò proviene, perche furono
descritte da Medici, che non avevano ancora tutta l'esperienza
necessaria per meglio accertarle. Vedendo questo vizio di non avere {
potuto nella vostra persona fare alcun guadagno, vorrà far prova, se per
l'amore, che portate à qualche vostro figliuolo vi potesse far prevaricare, e
vi anderà suggerendo à poco a poco, che avendo S voi [ocr
errors][ocr errors] voi de' buoni Protettori, gli procuriate, mediante il loro
ajuto, qualche titolo nobile, qualche carica onorifica superiore alla vostra
condizione per inalzarlo, e dargli insieme attestato del vostro amore, e benche
questo non cada nella persona vostra direttamente, con tutto ciò, venendo procụrato
da voi, tanto sarete tenuti consigliarvege con la Prudenza, anzi con la
Giustizią-ancora, e consigliandovi con queste virtù vi diranno concordemente,
che il maggior benc, che voi potrete fare a' vostri figliuo, li sarà, il
procurare con ogni maggiore judustria, che divengano capaci, e meriteyoli di
dette cariche, di detti titoli, che così, con poco ajuto de' vostri Protettori,
potranno à suo tempo conseguire ciò, che sapranno desiderarc, e gloriosamente,
venendo loro ciò conferito à cagione del proprio mcrito, ed operando voi in tal
guisa, l'Ambizione nonpotrà trionfare di voi; trionferebbe bensì, quando che
voi usaste violenze in procurar cose, delle quali non ne fossero [ocr
errors] me [ocr errors] meritevoli, nel qual caso ancora quanto farete
loro ottenere sarà per l'appunto consimile à quel titolo nobile, e speciofo,
che si legge nel frontispizio di qualche libro, à'cui la materia
rozzamente, senza dottrina in esso trattata non gli corrisponde, che in
vece ne formi concetto di esso chi lo legge, e considera, lo muoye più tolto al
risos e perciò resta in un cantone derelitto, senza che alcuno più lo
consideri, L'Avarizia con duplicato pretesto di zelo vi assalirà
ancor'effa, ftantechę se non avrete figliuoli, ò nipoti y’infinuerà, che
facciate degl'avanzi più che potrete, à fine di stabilire qualche degna, e
grandiosa memoria di voi à prò de' posteri; fe poi gli averete, li facciate
ancora per lasciarli più commodi, ed in questo frete bene circospecti,
poichè Fallit enim vitium fpecie virtutis, du umbra; Onde appena,
che in voi fentirete certi impulli, certi stimoli infolici di cumulaà tali
effetei, consigliatevi con 13 S2 PruePrudenza, e con la Giustizia, le
quali vi faranno capire ciò, che dovrete fare, c vi diranno facilmente intorno
alla memoria grandiosa, che meditate di lasciasciare, essere meglio, che la
lasciare ale quanto meno magnifica, e senza alcuno ajuto dell'Avarizia, che
grandiosa con viziosi avanzi, perche tutto quel di più, che mediante il vizio
l'accrescerete, in vece di apportarvi gloria, vi recherà ignominia, e che
rispetto al cumulare di vantaggio per li figliuoli, e nipoti non lo facciate,
perche quello lascierete loro di più,acquistato con Avarizia consumerà ciò, che
avrete onestamente acquiftato, in oltre che voi siete tenuri di lasciar loro
tanto, che li bafti à potersi avyanzare ancor'essi nelle virtù, stante
che : Haud facilè emergunt quorum vir tutibus obftat Res
angufta domi . : E v'infinueranno d'avantaggio, che Ippocrate v'insegnò'
chiaramente à tal proposito ciò, che dovete fare, dicen dovi [ocr
errors] [ocr errors][merged small] dovi: Neque verò exigende
mercedis cupiditate duci oportet, nisi ut ad artem edifcendam tuos
instruas; E che quando gli averete duplicato, ò triplicato ciò, che
fù lasciato à voi, e vi bastò per divenire virtuosi, sarete giudicari da
tutti per buoni Padri di fameglia, e che avvertiate bene, che certe
ricchezze, che superano la propria condizione, e per altro non
bastano à mantenersi in altra sfera superiore, sono
pericolosissime, perche à cui fi lasciano, volendosi trattare quefti
d'avantaggio di quello, che compete loro, preftamente le dißiperanno,
conforme l'esperienza quotidiana lo dimostra ben? fpeffo, per non
volere questi tali ad altro impiego applicare, che à
quello dello dispendioso diverti mento, non servendo ftrertiffimi
Fide commiffi, nè altri legami inventati per impedirlo;
ftanteche nella medesimais conformità, che da'viventi si passeggia
sopra li sepolcri de’defonti, cosi ancora per l'appunto si
passa sopra le loro vo [ocr errors][ocr errors] lon De
pracept. Dell'Idea del vero Medico. lontà, e che quello, à cui dovrete
invia gilare più d'ogn'altra cosa farà, di lasciarli virtuosi, ben’educati, e
con buoni avviamenti, che allora, quantunque li lascierete con mediocri
commodi, da se medesimi potranno divenire ricchi, e con questo vantaggio
maggiore, che quelle ricchezze, che da se medesimi fi accumuleranno, non già le
disliperan10, conforme bene speffo in quelle, che si ereditano succede.
Ponderate bene questi consigli, e servitevene, se volete in tutto abbattere
l'Avarizia. Incominciando voi à porre il piede nella vecchiaja, à cui
conviene di cedere, ve ne avvedrete facilmente, quando che non potrete con
quella facilità di prima reggere le voftre solite occupazioni, ed allora cosa
farete? Non altro certamente che di consigliarvi con tutte le virtù, che
v'indirizzinó per qual via dovrete caminare acciocchè voi, li quali sarete
utili alla Republica per la lunga esperienza, che avrere, possiate più
lungamente giovarle. La [ocr errors][ocr errors][ocr errors] La
Prudenza, come Maestra di tutte le altre virtù vi dirà, che non è
convenevole d'abbandonare tutti quei fervigj di coloro, che da voi per lungo
tempo ne hanno ricavato del profitto nella loro salute, ed anco lo sperano in
avvenire, per la fiducia, che hanno in voi, efsendo in istato ancora di potere
ben'oprare, nè tampoco parte di elli, perche faria molto odiofa una tale vom
ftra parziale risoluzione ; onde voi non potendo disfarvene, per non sentire
ilamenti dei vostri clienti, vi converrà perfare di andare sostituendo
qualcheduno, che vi poffa alleggerire almeno la fati ed acciò abbiate
facilità in eleggerlo, vi apporterà le trè malime sostituzioni, che il mondo
tutto rimirò nel primo secolo della commune falurcs cioè: La prima, che fù
fatta d’OTTAVIANO (vedasi) in persona di Tiberio ; La seconda da Galba in
quella di Pilona ; e la terza da Cocceo Nerva in quella di Trajano; ed in tal
guisa facilmente v'istruirà, dicendovi : Nella prima Augusto ebbe una
$4 pelli [ocr errors] pessima intenzione,inentre scelse un soggetto
di reprobi costumi; un Tiberio ben noto per la sua iniquità, ed al sostituente
più di ogn'altro, stanteche: Comparatione deterrimâ fibi gloriam quafavisse.
Nella seconda vi fù ottimo fine, perche fù eletto un meritevole, solamente si
mancò ne i mezi, e di questo ne fù cagione l'avarizia di Galba, giacchè: Confit
at potuiffe conciliare animos, quantulacunque parci jenis liberalitate, c
perciò ebbe l'esito infelices Nella terza finalmente tutti li requisiti furono
ottimi, non vi fù punto di vizioso sì nel principio, che ne i mezi, e fine, e
perciò fù gloriofiflima. Queste, benche fie00 state sostituzioni maflime,
nulladime‘no possono servire di norina ancora nelle picciole, mentre dalla
prima ne ricaverete, che vi sarà che vi sarà poco bene accostumato; chi
farà vizioso non meriterà di essere da yoi eletto ; Dalla seconda ne dedurrete,
che chi elegge deve stare lontano dall'avarizia, e non esser punto
do[b) Tasit. Annal Tacit. Hia.Jib.1. redominato da questo vizio, se
brama, che tutto vada felicemente ; Sicché la terza, in cui concorrono tutte le
buone condizioni farà quella, che si dovrà imitare da voi per fare una degna
elezione,mentre non fù già eletto da Cocceo Nerva Trajano per cagione di
parentela, nè di {moderato amore, che gli portasse, mà bensì per il suo merito,
e per la bontà de' suoi costumi, e non ebbe già per fine principale di
gratificare l'eletto, mà solamente coloro, che doveano effergli. fudditi, e
perciò riuscì un'ottimo Imperatore, e felicissimi tempi furono chiamati quelli
del suo Impero. Non intendo già per questo di consigliarvi d'abbandonare li
parenti, gl'amici, e quelli, che più d'ogn'altro ainate, perche ciò non saria
ragionevole, anzi vi dico, che fiere tenuti à preferirgli ad ogn'altro eguale,
ed anco qualche poco superiore à loro, conforme vi ordinerà la Giustizia
isteffa, vi avverto solamente, che non vi serviate della parentela,
dell'amicizia, e dell'amore per inicroscopio, acciò ز [ocr errors]
vingrandischino di molto il soggetto, che prendete di mira per sostituirlo,
altrimenti v'ingannerete, e chi lo mirerà fenza questi microscopj se ne
avvederà molto benes conforine capirete anco voi istelli rimirandoli
fpassionatamente ins fimile forma : E' ud verso affai trito; mà però che cade
molto al proposito quello, che dice: Quifquis amat ranam, ranam
putat effe Dianam; E la cagione fiè, perche l'amore non solamente så
ingrandire il merito, mà ancora så ricoprire li difetti degl'oggetti amati. Se
farere dunque voi la vostra elezione con rimirare li soggetti calig quali
realmente sono 1109 alterati, per quali vi pofsono parere, non solamente sarà
questa gradita, e profitcevole, mi eziandio riuscirà per voi gloriosa, conforme
seguì à Cocceo Nerva, à cui la maggior gloria, che gli fia rimasta trà tante
altre è quella ; di aver'egli saputo eleggere un Trajano per fuo successore
all'Impero, e solo da questi ogn'uno [ocr errors] ora comprende à qual
segno giugnesfero la sua prudenza, il suo giudizio, e la sua integrità, ed
essendo questi documenti della Prudenza per appunco coerenti à ciò, che
Ippocrate c'insegna, cioè :At verò imperitis nunquam quidquàm procurandum
committes. Sin minùs ejus, quod malefactum eft vituperium in te recidet &c.
non potrete da esli punto discoItarvi. Palliamo ora all'incunbenza, che
dovrà avere questo vostro sostituto, il quale essendo da voi scelto di buoni cos
stumi, e dotto, caminerà in curto fecon: do la vostra direzione, onde
profitcevole in conseguenza sarà, à cui l'avrete proposto, perche ne riceverà
da esso un servigio alliduo, animato dal vostro prático configlio, e di questo
ve ne prevalerete da principio ne'casi più leggieri, per poi, fecondo che
v’andrete inoltrando negl'anni, avanzarlo ne'.gravi, con questo però, che
abbiate l'occhio arrento al servigio, con visitare ancor voi di quando in
quando gl'Infermi, per diriga gerli meglio con li vostri più accertati consigli,
e facendo voi in questo modo non solamente non avranno fcapitato punto li
voftri Infermi, anzi che più toito acquistato, restando loro tutto il voAro
consiglio come prima con l'afiftenza maggiore del giovine sustituito, che da
voi, mediante le vostre occupazioni, non lo potevano esiggere, e precisamente
nelle ore più fastidiose, e tutto questo benefizio sapete perche lo
riceveranno, ftanreche il sostituto fù scelto da voi, e da voi non preso à
caso, mà bensì capato trà li buoni per il migliore, dove che se fosse stato
preso per via di raccomandazioni, e senza la vostra dependenza, non
caminerebbero le cose così felicemente, poiche sdegneria tal da voi
independente sostituto caminare con le yostre direzioni, volendo far'egli à suo
modo, e non saria picciolo favore,quando ve lo facesse, in caso di qualche
controversia, di non ispargere da, che voi siete vecchi rimbambiti, e che
quan; De dec.orn. non [ocr
errors] non fiete più capaci di medicáre, per iscreditarvi con fimili menzogne,
e da ciò qual vantaggio se ne riporteria à prò degl'Infermi, se non che una
confusione, una inquietudine continuata, ponendosi in dubbio talvolta à chi de*
due fi dovesse prestar maggior fede, se al giovane petulante, e scostumato,ò al
vecchio, benche ingiustamente vilipeso; Con ragione dunquc Ippocrate inveisce
contro costoro, che per vie indiretre si avanzano, dicendo: (e) Quàm repentè
evecti fint, fortunæ tamèn ægentes per divites quofdam ex anguftiis emergunt
utrique exi eventu nominis, celebritatem adepti, et in pejus ruentes luxu
diffluunt, quæ in arte nulli rationi reddende sunt obnoxia negligunt ac.
In questo proposito il Disinganno, che hà il cuore sincero vi scoprirà un'altro
pregiudizio delli massimi, che corrono trà alcuni, che non sono nella
professione versati, quali credono per cosa utile nelle cure le controversie,
edissenzioni trà Medici, e dicono, che essendo trà essi discordi, si scopra
allora meglio la verità, confondendoli da quefti tali ciò, ch'è disputa
virtuofa, utile anzichè neceffaria, dalla diffenzionc, e discordia superflua, e
viziosa, nata dal mal costume . Il Disinganno vi scoprirà il tutto, e vi dirà:
la disputa neceffaria è quella, che risulta da qualche indicazione dubbiofa per
meglio discernerla, e questa trà Professori esperti, e di buoni costumi termina
prestamente ; perche seguitandofi da elli solamente il configlio megliore, in
un subito si accertano, le quali ragioni, e quali motivi prevalgono, se
gl’affermativi, ò pure li contrarj, ed à megliori concordemente si appigliano ;
Dovechè la diffenzione, e difcordia, che proviene dal mal costume, che per lo
più viene fomentata da puntigli, e germoglia da picciole occasioni, non
solamente è molto dannofa, inà perche si yà al cattivo, non mai viene affatto
terminata,stanreche in simili contenzioni = Qui velit ingenio cedere
nullus eriti [ocr errors] erit ; ela cagione di ciò n'è, perche
tutto proviene dalle volontà discordi,che non amano di unirsi assieme, nel qual
caso lę ragioni più valide, li motivi più evidenti, ò non appagano, ò non si
vogliono capire, à segno, che alla fine annojarifi del troppo altercare, in
vece della decifione letteraria fi passa qualche volta all' obbrobriosi
improperj, senza ricavarne altro profiețo, che : Şeipfos ludibrio exponere,
come insegnò Ippocrate, € questo è per appunto quell'ideato bene', che à prò
degl'Infermi se ne riportą da fimili contese, sicchè non v'è altra strada, che
quella della concordia, à cus uniteci il consiglio già propostovi dalla
Prudenza, et approvato dalle altre virtù entrando voi nella vecchiaja, se
bramate con vantaggio,e profitto de' vostri Infermi alleggerirvi dalle fatiche,
nel qual caso trovădoyi aggravati dall'ostinata Discordia, la Giustizia non vi
obligherà à paziétare di vataggio,mà farete, che ogn’uno si serva pure à suo
piacere, Lib. de Praçept. [ocr errors] Inoltrati, che poi sarete
nella vecchiaja, che ve ne avvedrere pur troppo, se non vi vorrete lusingare,
dalla notabile mutazione, che proverete in voi da quello, ch'eravate una volta,
poiche le forze del vostro corpo languiranno, il vostro perspicace ingegno, la
vostra. gran memoria, la vivacità del vostro fpirito, il discorso così spedito
non si scorgeranno più quelli, che già furono, rincontrandoli ogn'uno molto
mutati. In tale stato inevitabbile, cosa vi converrà fare? Non altro
certamente, che d'imitare quei celebri Pittori, che per non perdere quel
glorioso nome, che per lo passato aveano acquistato, allorche si avvedono, che
i loro pennelli non sono più à dovere regolati dalla tremolante mano li
sospendono per trofei delle loro opere già fatte, e terminano in questa guisa
gloriosamente il loro mestiere. Seneca assomigliò faggiamente la vecchiaja
alla nave, che comincia per la sua antichità à scomporsi, dicendo: Quem 12 [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Quemadmodùm in Have, que
sentinam trabit uni rime, aut alteri obfiftitur : Ubi plurimis
locis laxari cæperit, q cedere, fuccurri'non poteft navigio dehiscenti :
Ità in fenili corpore aliquatenùs imbecillitas fuftineri, c
fulciri poteft, ubi tamquàm in putri ædificio omnis junctura
dilabitur, Odùm alia excipitur, alia difcinditur circumspiciendum eft
quomodò exeas . E potendo egualmente la detta nave, che il vecchio,
pericolare nel suo consueto viaggio, converrà dunque ad ambedue
prendere il sicuro porto per prolungare più, che sia poflibile il suo
essere. Mà questo distaccamento vi parerà il più duro, il più difficile di
qualunque altra cosa, che averete emendata in voi sino à quel tempo; sì perche
quest'impotenza insensibilmente se ne verrà ayanzando, onde in un subbito non
ve ne potrete avvedere, e forse non prima di allora, che voi sarete renduti
affatto inabili per la repugnanza grande, che hà Pumana natura à dichiararsi
inabile, come ancora, perche non godendo più T quel е quella
bella perspicacia di mente, quella pronta risolutezza di prima, non saprete
così bene, come una volta, scegliere, e prontamente eseguire li buoni consigli
della Prudenza, e se il buon'abito fatto non vi ajuterà allora à fare tal
risoluzione, infingardamente procrastinando di giorno in giorno ad effettuarla,
farete più tosto voi prevenuti dalla neceflità, di prevenirla ; Sicchè prima,
che voi abbandoniate li negozj; elli averanno lasciato voi's Quindi è, che per
non cadere in fimile obbrobriofa miseria converravvi, per ben consultarla, nè
d'afpettare allora, che la vostra mente farà notabilmente deteriorata, nè, per
eseguirla, quando sarete molto proflimni al non potere più operare, e quanto
queste risoluzioni più generosamente intraprese saranno, tanto più
gloriosamente, e facilmente vi riusciranno, nè crediate, che un simile
distaccamento, con tutto che la nostra natura vi repugni, lo sia impoflibile à
farsi, mentre lì è veduto praticare da più d'uno, e trà gli altri dalMedico
Romolo Spezioli, il quale nel colmo delle sue prosperità, doppo un lungo
servigio della Regina Cristina di Svezia, di gloriofiflima memoria, che
continuò finche ella visse; doppo essere ftato Medico Pontificio della santa
memoria di Alessandro Ottava, incaminatosi già per la via Ecclesiastica,
proseguì questa, e lasciò affatto nell’auge delle sue occupazioni, e della sua
età con generosa risoluzione, contento di ciò che aveva acquistato, l'esercizio
della Medicina, nè alcuno de' suoi clienti si è potuto dolere con ragione di
lui, perche li abbandonò è vero, mà per servire folo à Dio, che
con quanta esemplarità egli lo faccia, offenderei non solamente la fua modestia
con riferirlo, mà temerei ancora, con fargliene molti encomj, che non restaffe
à bastanza appagato chi con occhio fincero giornalmente rimira le fue degne
operazioni. Nè devo in questo proposito paffare sotto silenzio il ritiro,
che fece Antonio Piacenti di felice memoria, mio di T 2 let
[ocr errors][ocr errors] lettissimo Maestro, avendo voluto egli tra le altre fue
virtù, per compimento della sua gloria collocarvi questa ancora del bel
distaccamento dal mondo,e nell' istabilirlo mi disse, che lo faceva per
prevenire la sua inevitabbile impotenza, ftimando, che il prevenirla fosse cosa
più vantaggiosa, che d'effere da effas prevenuto per gl’esempj, che aveva
offervati in alcuni, che quantunque decrepiti, e finemorati, con tutto ciò non
vollero lasciare di fare il Medico' più per rendersi ridicoli appreffo li
giovani, che punto non li compativano, che di effere a' suoi Infermi
profittevoli, e con ammirazione di tutti ponevano à pericolo quel buon concetto,
che avevano fino allora acquistato, per un tenuiffimo, c miserabbile premio,
del quale non nc avevano alcun bisogno, per essere già divenuri molto
ricchi. Sicchè per isfuggire simili sventure vi converrà d'andar pensando
in tempo opportuno, e quando ancora sarete con fegtimenti vegeri, à questo buon
ritiro, c fino [ocr errors] la e fino da quel tempo appunto,
che.co“ mincierete ad alleggerirvi le fatiche, perche ciò, che la Prudenza
allora vi consigliò fù tutto preordinato à questo effetto, e la prima
diligenza, che vi converrà fare sarà di agiustare li yoftri affari domestici in
quella forina appunto, che fogliono praticare quei saggi viandanti, che devono
sempre stare allestiti per passare in remotislimi paesi, e che non possono
indugiare punto, allorche sono ayyifati per partenza. Questi tengono
sempre pronto ciò, che fà di bisogno per il loro viaggio, si aggiustano le loro
puntuali rimelle, e poi danno la sopraintendenza generale di ciò, che possedono
à chi fedelmente lo custodisca, ed à tal ministero eleggono un proprio
figliuolo,se farà prudente economo,e fenza vizj,altrimenti un'estranco di
provata fedelcà, economia, e prudenza . Dato un buon fefto, che voi
averen te alli vostri affari domestici in tanto, che anderete vedendo se
caininerà tutto à vostro modo, per poterlo emendare, [merged small][ocr
errors] [ocr errors] fe in qualche cosa difettasse, à fine di non avervi più da
inquietare intorno ad csso, fupplicherete le virtù, che vi configlino, e
preftino il loro ajuto, in questo penultimo paffo, che dovrete fare, le quali
avendovi sempre affiftito per lo paflato, certamente che non vi abbandoneranno
nel meglio, ed allora appun che vi trameranno infidie la fastidiofaggine,
l'impazienza, il sospetto, l'incostanza, l'amore proprio, con il soverchio
timore di ciò, ch'è inevitabbile, vizj tutti, che aspettano il quando voi
farete languenti non meno di corpo,che di mente, per dominarvi à fuo modo ; nel
qual compaflionevole stato cosa fareste mai di buono, se non ayelte le virtù
consigliere? Queste divideranno facilmente il loro conGglio in sette
parti; La prima farà il quando lo dovrete farê; La feconda il come; La terza
dovë; La quarta con chi; Quinta; con che preparamenti; Sesta, cosa dovrete
allora fare; Ela settima, che cosa fuggire. Primo, ز Primo ;
circa al quando, vi dirà la Prudenza, che allora appunto facciate il vostro
distaccamento, quando che proverete sensibile il peso degl'anni, che la memoria
vi anderà notabilmente mancando, e che fentirete la fatica, benche allegerita,
molto molesta, ed averete allora giusto motivo di pensare solamente à voi
stessi, senza più indugiare à farlo. Secondo, intorno al come lo doyrete
fare, vi consiglierà la Giustizia di usare ogni maggior civiltà possibile in
licenziarvi da tutti quelli, che si prevagliono di voi, con far loro conoscere,
che fino à tanto, che avere potuto, non avete risparmiato nè fatica, nè
incommodi per servirli bene, ma ora, che vi sono mancate le forze, il solo
buon'animo, che vi resta, non lo credere sufficiente per li loro bifogni, e che
li confoliate insieme, che avendoli già voi proveduti di soggetti non inferiori
à voi, potranno essere da questi in avvenire affai bene affiftiti; Ne seguirannofacilmente
varj atti di reciproca tencrezza, mà fate, dirà la sudetta virtù, che questi nè
vi distolgano dalla risoluzione già fatta, nè vi pongano in qualche forta
d'impegno d'averla in qualche loro occorrenza, ò imprudentemente da ritrata
tare, ò mancar loro di parola. Terzo, nè vi consiglieranno già, che vi
scegliate qualche solitudine remota per fare il vostro ritiro, mà bensì
un'appartamento assolato della vostras casa, nel quale vi sia minore strepito,
anzichè vi dissuaderà la Prudenza, se aveste mai qualche pensiero
d'allontanarvi dal. la Città, d'effettuarlo, per li seguenti motivi, perche ne'
piccioli luoghi non potrete ritrovare tutti quei commodi, nè godere di quei
vantaggi, che nelle fole città vi sono, dove il governo risiede, la civiltà, e
la convenienza rcgnano, doveche al contrario questi mancano, ò almeno
scarseggiano, oltre il correre rischio di penuriare di molte cose, s'incontrano
facilmente de' disguki, à cagione della poca cognizione, e civiltà,
che ivi li suol praticare, et in ispecie con quelli, che la dottrina, et il
valore l’inalzò, essendo perciò molto dall'inciviltà odiaci, e benche
Scipione il Grande nel suo, non tutto volontario ritiro in
Linterno; (perche lo fece per accomodarsi alla necelli:à di quei
calunniosi tempi) avesse la sorte di essere stato venerato da molti
uomini facinorofi,che ivi accorsero per ainmirarlo, è stato egli
quasi singolare in questo, mentre altri furono assai diverLamente
trattati, trà quali basterà riferirne uno solo,mirabbile
per l'accidente, che vi s'incontro. Venne volontà nel secolo
passato ad un' Officiale maggiore di guerra,doppo molsi illustri fatti
felicemente occorsili, di ritirarsi alla sua picciola patria, già dia venvto
vecchio, per godere ivi la sua quiete. Mà appena giontovi, che incon minciò ad
essere deriso, e beffeggiato da quei rpstici abitatori; Ditali impropri
trattamenti se ne rammaricava il valo, roso vecchio, mà per non prenderla con
tanti, andava disimulando. Si suscita. [merged small][ocr errors][ocr errors]
tono in questo mentre alcuni principj di guerra, ed ecco all'improviso Inviati
con sacchetti d'oro, che andavano cercando quel merito così vilipeso da quella
rustica progenie, allora quel meritevole prendette spirito, e per mortificare
li suoi persecutori fece spandere quell' oro alla vista di tutti, che ammirati
attoniti, e confusi ebbero occasione di ravvederli del loro errore ; mà se
quell' oro non compariva, il merito ivi non già risplendeva. Mà perche
avanzandovi nella vecchiaja non potrete sapere à che segno la vostra salute si
di corpo, che di mente vi potranno reggere ; Quindi è, che per compire
faggiamente il corso di vostra vita, le virtù vi consiglieranno à sceglicre chi
potrà essere à proposito per voi, allorche vorrete vivere solamente à voi
medefimi, tanto in caso di felice, che di penosa vecchiaja, e facilmente yi
diranno la Prudenza, e la Giustizia : fceglietevi å tal'effetto un Direttore
spiricuale de' più dottia e discreti, che vi COR [ocr errors]
conservi vivi li yoftri abiti virtuofi. Una amico fido, e prudente, che vi
suggerisca ciò, che dovrete operare, caso che, ve ne dimenticaste, che
sopraintenda.a’ vostri interessi,acciocchè non fieno trafcurati,per negligenza
di chi li maneggia. Un parente amoroso, e disinteressato, per supplire
all'amico, e dare anco soggezione à chi vi serve, ed un servidore abile, che vi
allista con carità, amore, e discretezza, e questi non basterà, che yeli siate
scelti, mà dovrete ancora mane tenerveli ben’affetti, altrimenti disguftandoli
con voi, vi troverete intrigati a, e sappiate la cagione del disgusto de' trè
primi, quale potria effere ; l’incommodo, senza loro utile, delle frequenti
visite, e brighe continue per voi, mediante le quali annojari, fi potriano
facilmente alienare da voi;mà per rimediare à quefto, non dovrete fare altro,
che di fervirvi della potentissima efficacia di qualche cortesia usata loro si
che, se ve ne farà d'uopo, cambierà in un tratto ogni più dura fatica in
ispasso", ogni noja in ز piacere, ed ogni più grave disaggio
in dilettevole divertimento ; caso poi, che non ve ne fosse molto bisoglio,
diportandovi voi con esli grati, essi ancora verso di voi saranno più
diligenti, aslidui, ed affezionati : Munera, crede, mihi placant, bomines
que, Deosque ; E renete pure per certo, che favolosi sono quei casi, che di
alcuni Gentili fi raccontano, che tutto elli facevano per puro amore, e che
l'incommodo maggiore degl’altri era da questi lo più ricercato; Mà però con il
servidore abile, che dovrà stare affiduo con voi, per tenerlo contento, vi
converrà praticare due modi, uno privativo, che consisterà in non maltractarlo
nè con fatti, nè con parole, dovendo voi, che avrete bisogno di lui,
acquistarvi il suo amore, e facendo voi diversamente, in vece di guadagnaryelo,
più tosto lo perderefte, quando che ve qe portasse : E vero, che difettando
egli, lo dovrete correggere, mà pero con maniera umana, con farglicapire'il suo
fallo, non già con ingiuriara To, e caricarlo di strapazzi, perche venendo
trattato da voi in tal guisa, cosa ne seguirà ? O che vi abbandonerà nel
meglio, e voi come rimarrefte? O continuerà a fare peggio di prima, e voi cam
fa avreste acquistato ? E l'altro positivo, che consisterà in fargli capire,
che voilo amate di cuore, e non per solo vostro vantaggio, mà come fosse un
vostro figliuolo, e che ciò sia, lo crederà allora appunto quando si vedrà
trattato bene da voi, comandato con discretezza, c meglio di ogn'altro glielo
farà capire, quando si vedrà regalato da voi con giudizio, e questo regalo non
consisteria in altro, che di usargli un'amorevolezza pecuniaria, à proporzione
del vostro potere, ogni anno nel vostro giorno natalizio,con promettergli
negl'anni venturi sempre di raddoppiarla, e questa, con tutto che sia una gran
cosa in apparenza, voi, che sarete avanzati negl’ anni, la potrete ufare con
più generosità de' padroni giovani,che sperano di cains pare lungo tempo, et al
servidore gli sarà grato à segno, che non lascerà cosa, che possa giovare à
farvi vivere più luagamente, che non la procuri. Avrà fempre timore, che non vi
disgustiare, che non patiate, et allora appunto lo avrete già interessato nella
vostra vita, e nericaverete un'ottimo servigio. pare Quinto, oltre
li preparamenti neceffarj già da voi fatti per sostentamento, e
sollievo del corpo, vi consiglieranno facilmente, et in ispecie la Fortezza, à
farne ancora degl'altri per l'animo, non meno necessarj de primi, e questi
saranno di proyedervi di molta sofferen ed ilarità, che facilmente ve ne
bifogncranno, acciò non venga turbata la vostra bella tranquillità di animo,
che goderere, santeche trà mali familiari dell'inoltrata vecchiaja yi fi
annovera quello ancora della fastidiosaggine, e questa non con altro rimedio si
puo curare che con l'abbituara sofferenza ; E perche danneggiano ancora
di molto pell’età avanzata la malinconia, et il di za, [merged
small][ocr errors] disgusto; Quindi è, che per tenerli lone tani, vi è d'uopo
dell'ilarità, mediante la quale solamente diverrete ad essi superiori.
Sesto, parerà forse cosa impropria à chi udirà, che voi come Medici
provetti possiate avere di bisogno allora del parere altrui intorno à ciò, che
dovfete, ò non dovrete operare, mà fe ben rifletterà, che non mai fù nocivo ad
alcuno il caminare con il consiglio della Prudenza, e della Giustizia in
ispecie, cambierà facilmente parere, e tanto maggiormente, che niuno in caufa
propria puol'essere competente Giudice e più precisamente in quella età, in cui
tutto ciò, che abbiamo di meglio, allora languisce; Le virtù luderte vi diranno
à tal proposito, che non crediate già,che il vostro ritiro abbia à servire per
totale riposo del vostro corpo, 8c acciocchè se ne stia affatto ozioso, et infingardo,
perche passereste in tal caso, da un'estremo vizioso all'altro, senza profitco
alcuno, essendo questo egualmente nocivo dell' dell'anrecedente,
perche, come ben sapete, consistendo la vita nel continuo movimento de fluvidi,
che dentro il nostro corpo si aggirano, et ancora, che questo venga agevolato
dalle pressioni musculari, sicchè ogni qualvolta cefferete di muovervi, non
avendo tanta forza li muscoli, in istato di quiete, di propellere,
neceffariamente seguirà, che detti duvidi lentamente scorreranno, e più
d'ogn'altro ne' vecchi, impoveriti de' spiriti, onde in conseguenza ne verrà,
che la vira iftelsa ne riceverà del danno notabile, mancandole ciò, che se le
deve, per il suo più necessario prolongamento, oltre di che ne' vecchi cade
un'altra necessità particolare di doversi muovere, et è, perche tendendo eli
alla ficcità, li loro tendini, e legamenti, atti più dell'altre parti à
contraerla, cessando di moverli si possono irrigidire à segno, che impediscano
loro affatto il poter più camminare, conforme più chiaramente fi scorge in quei
vecchi, che à cagione di qualche loro [ocr errors] indisposizione
per lungo tempo forzatamente giacciono in letro, li quali, benche abbiano
superato quel male, che li teneva al riposo, nel volere camminare
si accorgono di non poterlo più liberamente fare come prima. Il sudetto
ritiro dovrà servire bensì per riposo, e calma della vostra mente,
già stanca per li soverchi pensieri, la quale non dovrete', nè potrete
quietare con renderla affaito oziosa, mà bensì con contracambiare
quei di già nojosi con altri più ameni, ! quei cotanto laboriosi, con
altri, che non la stanchino di vantaggio, mà più tosto la ricreino,
conforme in appresso diremo. Mà ritornando al moco, che
vi competerà di fare, questo sarà appunto quello, (vi dirà la
Giustizia ) che altrui di età avanzata voi avrete consigliato, cioè
di farlo in tempi sereni, et aria ri. scaldata dal Sole, non già
irrigidita della notte, et allora appunto, che il vostro stomaco ayerà
digerito il cibo, con quefta avvertenza di più, che avvedendovi di non potere
continuare l'esercizio, a quel segno di prima, lo modererete, non tutto in un
tratto, ma bensì à poco à poco, finche vi poniare in una regola di poterlo
continuare, senza voftro disaggio, et à quel segno, che lo stimerete necessario,
e ve lo permetteranno levostre indisposizioni, che soffrirete, et acciocchè sia
continuato per quando non potrete uscire à cagione de' tempi fred. di ventofi,
ò umidi,lo farete in casa. Solevano à tal'effetto una volta li vecchi praticare
l'esercizio chiamato dell'attacco, che conGsteya in istringere con le mani un
certo ferro foderato di corame, che era conficcato in due lati prossimi ad
un'angolo della stanza, all'altezza di un'uomo, al quale attaccati, non
solamente si distendevano, mà con maggior agilità ancora movevano faltellando
li piedi, modo appreso forse da Eumene, che ritrovandosi assediato, per avere
più agili li suoi cavalli, caso che gli fosse convenuto fuggire, in un modo
assaiconfimile a questo li esercitaya, mà fù nel fea secolo passato
già dismesso tal'esercizio, con molti altri neceffarj alla salute,e
non se ne sà comprendere altra cagione, se non perche, non erano
commodi, stanteche strapazzavano il corpo', il che fi congettura dal
vedere, che da allora in qua non si è aèreso ad altro, che à cerçare
questo commodo, fe pure commodo si potrà chiamare ;
(soggiugnerà la Prudenza) ciò, che incommoda la salute ; Commodo si potrà
dire una carozza,che posi shule Molle con cignioni lunghi, che non
isbarta punto, allorche le sue ruote urtano ne' faili, per chi foffre il
inale di pietra nella vellica, per chi parisce bruciori di orina, per una
giovane gravida, folita di abbortire, perche ò non possono soffrire lo
sbattimento, ò è loro nocivo; onde : conviene, che facciano conformc è
loro permesso; Mà per un giovane sano, à cui lo
sbattere gli conferisce alla salute, afsodandogli la sua buona
complessione commodo non si deve chiamare,mà bensi incommodo, perche
presto glicla in [ocr errors][ocr errors][ocr errors] ز [ocr errors]
0 el [ocr errors] .com commoderà. A questo proposito vi
riferirò un caso terribile di un Cavaliere, il quale à cagione di propria
commodità non moveva nè pure un dito, se non gli era accompagnato da chi lo
serviva, fi faceva fino imboccare, quanto mai egli era commodo ; onde lo
conduffe la sua pazzia à diventare un tronco, mercechè volendo una volta
muovere un braccio, non lo poteva più fare,un piede nè tampoco, e come un
ciocco gli convenne vivere, se pure quello vivere li [ocr errors][ocr
errors] poteva dire, Dall'esercizio corporale ritorniamo à quello della
mente, la quale, conforme dicemmo, non la dovrete stancare di vantaggio con
cose laboriose ayendo voi à tal'effetto bramato, e procurato il vostro ritiro,
mà nè tampoco converrà di tenerla affatto oziosa, acciocchè non ritorni à
coltivare le specie antiche, non sapendo, che altro fi fare. Nel principio del
vostro distaccamento, come vi suggerirà la Prudenzala terrete occupata in
diverse cose, con il suo rin par [ocr errors][ocr errors]
partimento dell'ore più proprie ad esse. Ne darete alcune agl'esercizj
fpirituali à prò dell'anima vostra, secondo il configlio del vostro
Direttore,qualche altra servirà per l'esercizio corpcrale, e le rimanenti alla
quiete della mente faranno da voi destinate in due maniere, cioè, con leggere,
ò sentirlo, e con il riposo; Li libri da leggere, proprj per tal'effetto, già
ve li sarete scelti, allorche vi preparaste per il ritiro, e si può supporre,
che saranno inorali, prediche, vite più esemplari de' Santi, e cose confimili,
e se vi sarete serbato qualche libro Medico, questo facilmente non tratterà di
altro, che del regolamento della vecchiaja, e del modo conforme si possa più
agevolmente ella sopportare, et inoltrandovi finalmente nella penosa vecchiaja,
non troverete maggior refrigerio, e sollievo, che di uniformarvi in tutto nella
volontà di Dio, e se giornalmente farete qualche meditazione sopra la morte, vi
recherà questa del vantaggio, perche divenendo perciò superiori [ocr
errors] ad effa, non vi potrà punto contristare, allorche da vicino la
scorgerete venire, e tanto maggioripente se meditandola rifletterere, che se ne
viene per togliervi dalle miserie, e collocarvi in un'eternità di bene, essendo
voi vissuti con le buone direzioni delle virtù, non già con le lufinghe fallaci
de vizj. Settimo, finalinente, diranno le vir. tù, se volessimo
rammentarvi tutto ciò, che non è convenevole, che ora facciate inolto averelimo
da dirvi, solamente alcune cose vi avvertiremo, nelle quali potreste facilmente
cadere . La prima delle quali sarà, ( se vorrete caminare con le buone
direzioni della Prudenza ) che avendo voi una volta per giusti motivi risoluto
di lasciare la Professione, non mai più dovrete pentirvenç, e ritornar di bel
ouovo à profeffarla», se non in quel caso impossibile, che voi cựngiovenifte,
altrimenti facendolo acquisterefte ritolo,ò d'instabili, imprudenti, ò per la
meno di superbi, potendosi da ciò .cognetturare, che allora non lo facesteper
impotenza, mà bensì per isdegno concepito per non vedervi stimati à
quel segno, che bramavate di essere. La seconda, se vi venisse mai
volontà di mutare, senza giusta, et urgentili ma occafione, il vostro già
fatto tefta mento, mà solamente per motivo di me gliorarlo, che non
lo facciate, vi coman deranno la Prudenza, e la Giustizia in
conto alcuno, mentre questo saria uno delli maggiori
infortunj, che vi poteffe allora accadere, perche se quello, che
avrete fatto in tempo, ch'eravate con sentimenti più vegeti,
ora non è di vo stra sodisfazione, come potrà fodisfarvi
l'altro fatto da voi, dapoiche vi siete ritirati, à cagione di debolezza,
non nie- 110 di corpo,che di mente la quale entre rà prestamente, per
essere in quella età sospettosa nella casa della dubietà, mà
ritrovandofi ancora languida, e piena di timore tosto le
sembrerà un laberinto, non sapendone rinvenire la strada das
uscirne, e perciò la sera penserà ad una cosa, e depofta
quella, la mattina ad un' altra, [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] V 4 altra, oggi farà di un
genio, e domani facilmente di un'altro, e durando per qualche tempo così
incostante, non folamente si confonderà, mà s'inquieterà ancora ; onde quel
tempo, che avevate dato alla calma del vostro animo, in questo modo glielo
rubbereste per darlo alla vostra inquietudine, fenza ricavarne un minimo
profitto, perche se pure giugnefte à fine di stabilire la vostra ultima
disposizione, sarà questa assai peggiore della prima, e se non arriverete à
compirla, l'inquietudini riccute, che giovamento viaveranno apportato ? E
quanto dette virtù vi hanno ordinato, l'esperienza pur troppo l'hà fatto
vedere, mentre chi nel suo ritiro hà avuto simile tentazione, non solamente è
vissuto inquietissimo tutto quel tempo, che aveva destinato alla sua quietc, mà
hà fatto una nuova disposizione del suo avere così intrigata, così confusa, che
hà dato di fe molto da dire . In niun tempo si deve andare in traccia
dell'ottimo, essendo questa distruttivo del bene, mà [ocr errors]
1 mà in questo stato meno d'ogni altro nel quale è molto espediente
di dare orecchie à ciò, che si legge in Tacito, ed è : Confilium,
cui impar erat fatu permifit ; E certamente, che quando siete meno capaci
di risolvere, è pur meglio, che lasciate correre ciò, che faceste
di vostro genio quando eravate più atti, che di mutarlo divenuti
meno sufficienti ancora ad emendarlo. Vi pregiudicherà per terzo
ancora di molto la troppa curiosità, et in ispecie de
fatti domestici, come ben vi avverri tirà la Prudenza, perche più
d'una volta sentirete cose tali, che vi turberanno notabilmente la
vostra quiete,& affinche dal non ricercarli fi scanzi ogni
pregiudizio, fate., che quel vostro amico, quel vostro parente, de' quali
da principio parlammo, gli diano il suo rimedio, ci
pensino essi, che meglio di voi lo faran(no, e senza inquietudine vostra.
E caso poi, che la necessità portaffe di farvenc consapevoli
sfuggano per quanto si può di dirvelo di sera, per non togliervi
0 [ocr errors] il riposo della notte. La quarta intorno à
ciò, che dovrete fuggire in caso di qualche incommodo abituato, che da soverchi
anni procedere, la Giustizia, e la Temperanza vi diranno : Ricordatevi, che una
volta in altri non l'avreste curato, mà folamente mitigato; onde non facciate,
che la molestia, che vi recaffe vi stimoIalle ancora à divenire carnefici di
voi medesimi, con pretendere di farvelo curare, conforme à più di un Medico
avanzato negl’anni è accaduto, per esserfi voluto esporre al taglio della
pietra, quantunque ad altri così avanzati in età non l'averiano
consigliato.Questa penfione, che Iddio hà posto sù il gran benefizio della
lunga età che vi ha conceduta, vuole, che da voi fi paghi, altrimenti il
fudetto benefizio mancherà prestamente 5 Limnolesti pruriti esterni, li
bruciori d'orina, le vigilie frequenti, che bene spesso ne' vecchi accadono,
fapete pure, che non vanno curati con rimedi eradicativi, mà mitigar ben
fi de [ocr errors] 1 [ocr errors][ocr errors] devono con cose
anodine, trå quali il latte, amico de vecchi asciutti hà il primato,
e per essere ancora egli il pris mo querimento, che si prende, non
è disdicevole, che non venendo à cagionc del soverchio sonno
ritardato, sia ancora Pultimo, conforme praticò con profitto Fabio
Mafsimo nella sua età decrepiti. Per quinto avvertimento vi
con verrà stare molto circospetti per non cadere in certi
errori, che li vecchi li stimano sussidi dell'età cadente,
ftanteche provando languidezza di forze fi, portano con desiderio
(moderato à pre valerli de’yini più generosi, e di altri più
fpiritosi liquori, intorno a' quali vi ricorderà la Temperanza, che
sapete pure quanto di male apportino alla inlanguidita tefta,
all’inaridite viscere, e quanto di solfo communicano alli nitrofi
fluvidi, ed in conseguenza di che danno essi siano, che voi ben lo
sapete, onde in vece di questi vi servircte più ļosto
del perfetto cioccolato, de' buoni brodi, de' vini gentili, e
delicati, c di altri liquori consimili, presi con moderazione, e con questa
distinzione, che effendo taluno di voi grasso, et avendo disposizione al
soverchio sonno prenderà spesso il cioccolato la mattina, nel doppo pranzo, ò
di sera il caffè, ò il the, è la bollitura di salvia, sc poi sarà dimagrito, e
sottoposto à vigilie, las mattina frequenterà più tosto un brodo con la fetta
del pane ivi bollita, e del cioccolato se ne servirà qualche volta doppo pranzo
immediatamente, conforme ancora in vece del thè, e del caffè ricorrerà all'uso
della bollitura dell'orzo abrustolato, resa grata con qualche odoroso liquore,
all'emulsioni fatte in brodo, con semi di meloni, in particolare fe farà
molestato da pertinaci vigilie. Per fefto, fuggite ogni sorta di be vanda
gelata, vi diranno la Fortezza, e la Temperanza, quantunque la moleIta fete,
che alle volte suole travagliare li vecchi vi rendesse ansiosi di effe, perche
sapete pure quanto danno vi po triano [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] triano recare, et in vece di queste
servis teyi delle bevande attualmente calde, che vi smorzeranno con
più facilità la sete per quella cagione à voi nota, che sciogliono
li liquori caldi più facilmente quei fali, che titillando le papille
del gusto non solamente le costringono, mà recano ancora aridità à
tutta la membrana interna del palato, et esofago increspandola à guisa di carta
pecora, e questi con il liquore caldo vengono più facilmente
sciolti, et ancora le parti inaridite con più prontezza fi distendono,
doveche dalle gelate ne segue l'opposto, e per questa cagione tali acque
sono consimili à quelle, che Quò plus sunt potæ, plus
fitiuntur aqud; E perciò non si sà capire per qual cagione in
particolare ne' vecchi sia stato difmesso il bevere caldo tanto praticato
dagli antichi Romani, e tanto maggiormente, che dall'abuso di dette acque
gelate ogn'anno ne seguono delli casi funesti, coine ben sapete ; Dal
soverchio bere, con tutto che non sia gelato, ve no asterrete
ancora, effendoyi noto quanto di male possa apportare alli stomachi
debilitati dagl’anni, potendo non sólamente inlanguidire li fermenti digestivi,
mà opprimere insieme preventivamente quel calore, che stà per finire.
L'esperienza dimostra chiaramente, che le piante annose inaffiate à suo dovere
si conservano, mà soverchiamente più preftamente mancano, Per settimo,
v'avvertiranno la Prudenza, e la Giustizia di non porvi in una regola rigorosa
di vivere, con il motivo della moderazione del vostro esercizio consueto,
perche la natura già affuefatta da tanto tempo à quella quantità di nutrimento,
vedendolo tutto in un tratto notabilmente scemare ne riceveria incommodo
considerabile, costando pur troppo per esperienza, che alcuni vecchi,li quali
l'hãno voluta tanto ristrignere preltamente sono mancati. Quello, che dovrete
praticare sarà di guardarvi da certi cibi di dura cozzione, di cattiva
qua qualità atti à poter nuocere, per altro nella quátirà l'anderete moderando
con occasione, et avyedendovi di non poterla ben diggerire, allora l'anderete
scemando, mà però lentamente, accioca chè non riesca molto fenfibile derta
mutazione, perche è cosa evidente, che allora appunto, che i vecchi allentano
di mangiare, poco resta loro di vita. Peggiore di questo ancor saria, se
cadefte in quella opinione tanto dangosa, che per vivere fano sia neceffario di
prender cose, che non facciano escrementi, mà che con l'odore delle vivande,
con qualche brodo di sostanza, si possa meglio, e con più salute campares di
quello si faccia con tante altre cose piene di parti escrementose, perche la
Datara vuole fi camini per le sue strade ordinarie, vuole da tutti egualmente
efiggere ciò, che brama . Quell'incommodo, che vi reca nel restituire le feccie
ella sà per quali fini lo faccia, non è à caso. Non n'elimè già Alessandro
Magno dal suo fetore, conforme che li suoi Cor teg teggiani
adulandolo dicevano, perche ella non sà cosa sia signoria, e grandezza fà che
la morte (a) Æquo pulsat pede pauperum tabernas, Regumque Turres.
Per tre gran benefici la natura volle, che vi fossero li tanto odiati
escrementi: Primo, perche dentro di noi si facilitassero mediante queste tante
digeftioni, che vi si fanno, conforme l'esperienze chimiche ad evidenza lo
dimostrano, in tante digestioni fatte con il Fimo, e da quì rifletcete quanto
s'ingannino coloro, che procurano anziosamente à forza di tanti reiterati
purganci star-, ne senza; Per secondo, che nell'uscire che fanno impari à
conoscere ogn’uno se stesso, à che segno debbasi insuperbire chi dentro di se
conserva fimili fetidillime materie; E il terzo per convincere chi non credesse
il primo, con farlivedere quanta fecondità questi rechino alli terreni sterili,
che colsuo beneficio divengonono fertiliffimi, talche erroneaè à priori
quell'opinione di potersi nudrire con cose, che non abbiano escrementi,
conforme ancora tale à pofteriori si dimostra per essersi veduto chi l'hà
voluto praticare divenire un marafino, che in breve fini i suoi giorni.
Per ottavo, et ultimo finalmente, ch'è forse il più forte di tutti, vi diranno
le virtù : Guardatevi da quelli trè gran persecutori de' vecchi, che sono, la
caduta, il catarro, et il corpo soverchiamente lubrico ; La caduta, voi sapere
molto bene, che per due gran motivi è nella vecchiaja più dannosa, che in altre
etadi, sì per essere li vecchi di mi. nor vigore, e li più facili à terminare
la lor vita, ritrovandosi arrivati allo scorto di effa, sì ancora, perche
cadendo come un tronco ciò, che viene loro percoffo riceve colpo pieno, non
venendo riparato dall'agilità delle mani, nè dallo scanzo della vita, come
segue ne' giovani di maggior agilità di loro, onde per evitare una simile
fventura dovrete andare sempre con il vostro bastone, ne fa [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] farere come alcuni, che
l'abboriscono per mofrar braura, quando braura più tosto sembreria l'ayere in
mano il bastone di comando"; onde non senza mia stero fù chiamato da’
Latini il bastonc della vecchiaja Scipio, et il prendere Sufcipio.
L’occasioni di prendere li catarri à che segno le dobbiate fuggire,
l'efperienza altrui ve ne fece maestri, (vi suggerirà la Temperanza) mentre
osservaIte, che chi li espose all'aria rigida, chi ftiede in luogo
soverchiamente caldo, chi disordinò in cibi grossi, come sono il formaggio,
legumi, et alrre cose consimili furono da essi moleftati, converrà dunque à voi
ancora fuggirli, se non avrete quell'erronea massima, che ebbe quel Medico, che
disordinava molto, sù la fiducia, che niuna cosa gli potesse nuocere, dicendo,
che li Legislatori non sono soggetti alle leggi, mà gli convenne soffrire la
morte immatura per questa sua falsa credenza; e finalmenre quanto dobbiate
stare cautelati, per non incor rere 1 rere nella foverchia
lubricità di ventre, non occorrerà vi sia suggerito, sapendo i da voi
medesimi, che l'abuso de' dolciu mi, cde'frutti producono fimile
indifposizione. L'irascibile ancora spesso in, citata con l'abuso de' cibi
caldi per accrescere pungoli alla bile, quanto la poffino rendere frequente
nell'età avanzata lo sapete assai bene, con tante altre cagioni, che farà
superfluo viliano ram, mentate. i Essendo voi dunque nel corso
della vostra vita camminati sempre con le dii rezioni delle virtù, avete da
sperare fer mamente di potere incontrare una gloriosa morte, perche esse
in quel vostro estremo bisogno, più che non fecero in é altri,vi
assisteranno; La Prudenza vi farà soffrire ciò, ch'è inevitabile, con
animo generoso ; La Giustizia sperare quel pre7, mio, che sarà dovuto
alle vostre gloriose opere ; La Fortezza vi darà cuore da refiftere
intrepidi ad ogni patimento più duro ; e finalmente la Temperanza vi consolerà,
con farvi vedere, che trà X 2 quel [ocr errors][ocr errors] ز
quelli molti, che vissero, pochi ne giunsero all'età voftra ; onde voi, che
avrete sempre dato saggio di tanca moderazione, come potrete non contentarvi di
essere già vissuti à bastanza, potendo con intrepidezza dire : Vixi, quem
dederat curfum for tuna peregi; Sicchè felice sarà la vostra morte, et invidiabile
da tutti, nè crediate che fiano per abbandonaryi queste doppo morte, perche
allora più che mai saranno inseparabili da voi,posciacchè quando ancora eravate
viventi si poteva dubitare, che potefte essere, ò nò, prudenti, giusti, forti,
e temperari, perche in realtà potevate dare occasione à dette virtù d'alienarsi
da voi, mà doppo morte, che tal cagione finì, non si potrà più dire di voi, che
prudenti, giusti, forti, e temperati non foste, ficchè resteranno allora da voi
eternamente inseparabili le vostre virtù. E chi mai rimarrà doppo morte più
glorioso di voi? forse il ricco? questo no, perche le sue ricchezze già
al [ocr errors] Ja morte, allora passarono in altri, non sono
più fue; Forse il potente ? nè anco, perche la sua grandezza è
rinchiusa allora dentro la sua urna, et il suo potere è diventato un niente;
Forse chi ottenne fingolari prerogative di natura, come sono la somma
bellezza, salute, e robustezza di corpo? questi nè tampoco, perche
quelle già furono, e non sono più doppo restando un nulla, giacchè:
Quod fuit, non eft pro nihilo reputatur . Solamente dunque chi vive
seguace delle virtù può sperare di ritenere ancora per se doppo morte
quanto gadè in vita, e fù suo proprio, con tutta quella gloria
imınortale, che acquistò chi visse virtuosamente, de' quali parlando
Ippocrate così dice: Quique hac viâ incedunt gloriam tùm
apud majores, tùm apud pofteros fibi comparabunt, ch'è quanto dovevo
mostrarvi. Ed eccoci giunti al fine della festa Giornata, e
convenevole sarà di ripo sarci,farci, in venerazione di chi creò
l'Universo, giacchè egli ancora requievit die Septimo ab universo opere, quod
patrarat, do benedixit diei feptimo, et fanétificavit illum [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] X 3 De decenti babita,
è à priori Horat.Carnr. odc 4 fa. dicom (e) Hipp.de
Pracepticx. fo quan De pracept: fione [d]
Epidem.lib.5. @grot.28. ex Valefio. [e] Epid.. ægrot.7. Epidilib.5.>.g.
ap In epift. Abderit. Epift.6. rano In Comment Hipfoer. de
Fraft. fers 18 epiß. Damogit, alla In epif Philop. K per(a)
In lib.præcepto ch' Th. In lib.de pracept: fprone [b) De
preception. Set era In 2.epiji. ad
Domeg. 1 F 3 i [ocr errors]
fare 1 (h) Hippocr. de veteri Medico C2 pra(c) De decerti
babits. In. Morale, DE'FIGLIUOLI e Medica di G. Sopra
l'educazione morale, deDICATA ALLA SANTITA'DI N.S. INNOCENZO XIII,
Neglectis urenda filix innascitur agris Hor. Sat. 3. lib. I. In
ROMA, MDCC XXII. Nella Stamparia di Pietro Ferri alla Minerva.
Con licenza de'Superiori . [blocks in formation] [ocr errors] sien
L Titolo gloriofifsimo di Padre Universale, it quale viene fo lamente
attribuito all'Altissimo Merito di Voltra Santità, mi rende più a
3animoso à consagrarle la prcfentc Opera sopra l'educazione de'figliuoli
Morale, e Medica, con ferma speranza, che Ella comc zelantissimo amatore del
buon costume non solamente la riceverà sotto il potentissimo fuo patrocinio; ma
le farà di vantaggio godere gl'effetti della sua somma clemenza ; mercecche non
permetterà già qucsta, che rimanga infruttuoso ogni qualunque suo documento
profittevole allo stradamento de'figliuoli per farli divcnire amanti dellc
virtù, cd aperti nemici de' vizj, essendo tal desiderio appunto il maggiore che
possa avere un'ottimo Pan dre; mente dal principio del suo
Gloriofiflimo Pontificato ha fatto la S. V. colle operazioni più gloriofe
conoscere al mondo tutto; vedendosi tanto il suo Paterno Zelo, quanto la sua
somma beneficenza indiri, zati folamente al giusto, ed all' onesto, gastigando
i 'rei, c premiando i meritevoli: conforme appunto costumarono tanti Santillimi
Pontefici suoi Antca natì di gloriofiffima memoria. Talmente che l'Eroiche
Virtù in V. Beatitudine essendo ereditarie, si trovano profondamente radicate,e
queste di fimin le natura debbono neceffaria, men, a 4 zarsi,
seppure l'ottimo potranno sormontare. i Nè lì veggono nell' Antichissima, c
Nobilissima Famiglia de Conti ereditarie l'eroiche virtù dc'suoi Maggiori nei
foli Sommi Pontefici ;. mentre risplendono questo ancora, in tutti gli altri,
c. con applausi universali; cssendosi veduti do. po la dcgnissima esaltazione
di V.B. al Trono Pontificio, nc' più a Lei congiunti di Sangue la medesima
nioderazione di animo, ed affabilità princicra ; assegno chc,non senza
ammirazione,fan ben conoscere a tutti, che le presenti felicità non han
na a gli animi generosi, e forti, in cui regnano abituate l'Eroiche
Virtù. In tempi dunque felici, o fortunati,ne'quali la verità svelata pud
comparire avanti al Principe, godo la forte di presentarle prostrato à
Santissimi Piedi di V.B. e consagrarle inficmc qucfte mie fatiche, diret. te
non ad altro, che al publico bene; mostrando queste a Padri di faniglia,non
folamente l'obbligo loro, ma cziandio il modo più facile d'indirizare benc i
proprj figliuoli, affinche non divengano elli viziosi per. turbatori della
publica quie te. ritevole dell'efficace Patrocinio del Principe,
essendon'egli di essa vigilantissimo Custode: Contribuendo dunquc alla felicità
del Principato la buona cducazione de'figliuoli, como cagione della publica
quicte; affinchè là S. V. possa godere tutta quella lunga serie di anni felici,
che ardentemente le bramo con ogni maggiore offequio la supplico à volerlo
rendere degno del suo Supremo Patrocinio, potendo questo accrescere alle sue
prove, e ragioni momento di forza bastevole a renderle più convincenti nel
ripulire gli animi rozi,dano, e baciandole i Santillimi Piedi con profonda
venerazione mi umilio. Di Voftra Beatitudine Omilifs,e fedeliss.
Suddito Domenico Gagliardi. AL C On rilevanti motivi ho
intrapre so lo scrivere sopra l'Educazione de' figliuoli : primieramente,
perchè leggendola Sacra Scrittura ho con chiarezza conosciuto l'obbligo grande
col quale da essa viene aftretto ciascun Padre ad educar bene i propri
figliuoli; ordinando l'Ecclesiastico al 30. Curva cervicem ejus in juventute,
fu tunde latera ejus, dum infans eft, ne forte induret, Ego non credat tibi, Er
erit tibi dolor anime . Doce filium tuum, E'operare in illo, ne in turpitudinem
illius offendas; e trovandomi molti figliuoli era anch'io compreso nel numero
di questi . Incominciando dunque a cercare qual modo foffe il migliore, per
sodisfare a’mici doveri, benc mi avvidi alla prima, ch'era d'uopo conosce
per congetturare meglio ove le proprie inclinazioni li aveffero portati . In
feguela di questo considerai, che indarno si sarebbe affaticato ogni qualunque
ben’esperto educatore, se l'educando difetrasse nella esatta regola del vivere,
quantunque fosse dotato dalla natura di un'ottima indole ; mercecche il
nudrimento, eccedente in quantità, e qualità, potrebbe cagionargli internamente
tal moto inordinato negli spiriti, che fosse capace di togliere alla sua mente
quella limpidezza neceffaria a chi ha d'apprendere la buona educazione .
Si avanzò più oltre la mia mente coi suoi pensieri, cominciando a meditare se
co gli ajuti medici, allorchè già introdotto negli educandi l'accennato interno
sregolamento, si fosse potuto questo calmare; c con molti lumi ricevuti da
Ippocrate, ove tratta de Aere Aere, Aquis, EX Locis, arrivò a
comprendere, che potevano queste giovaredi molto in tale occasione.
Accertatomi per le fudette rifleffioni, che l'educazione de' figliuoli poteva
trattarsi da un Medico provetto, appartenendo appunto ad ello più che ad ogni
altro il conoscere i temperamenti, donde nascono i naturali, la regola del
vivere, ed il modo di calmare gi’interni moti inordinati de’fluidi, mi accinsi
a tale impresa, non potendomisi addoffare da critici, che io abbia contravenuto
al documento, che insegna Orazio nella sua Arte poetica a chi brama di scrivere
con profitto, cioè: Sumite materiam veftris qui fcri bitis
æquam Viribus, et versate diu quid fer re recufent, Quid
valeant humeri. E per corrispondere con attenzione, grandezza
dell'argomento intrapreso, formai alla prima la seguente partizione di
effo. Divisi primieramente la presente Opera in due parti, cioè in
Morale, c Medica, affinche con facilità maggiore ti riuscisse di apprendere
quanto scris vo trovandolo non confuso. Nella prima Decade troverai
descritti molti avyertimenti, che dò, acciocche chi voglia accasarsi; possa
provederli di ottima moglie; nè ti paja ciò fuori del nostro proposito ; perchè
se non si abbatcerà in una moglie prudente, ed onesta, duc gran mali riceverà
l'educazione de' suoi figliuoli; il primo de'quali sarà ereditario dicendol’
ArioIto: Di vacca nascer cerva non vede sti, Ne mai colomba
d'aquila, nè figliaonefti E l'altro poi come potrà queste ajutarti ad educarli
bene, fe non sapràche cosa sia la buona educazione, per non averla mai in se
medesima sperimentata? Laonde conviene conchiudere, che la base fondamentale
della buona educazione consista in iscegliersi una ottima consorte; ed avendola
trovata, fi danno parimente molti documenti utili per mantenerla costante nel
suo buon costume ; ed inoltre si mostra di quai modi si doverd fervire avendo
sbagliato alla prima nel provedersi di effa, affinche molto minori divengano i
suoi infortunj. Nella seconda Decade principia. 1'Educazione Morale de
figliuoli; ed in questa scorgeranno i Padri di famiglia quanto siano tenuti
d'invigilarci, e quali inconvenienti nascono dalle loro era, [ocr
errors] zio la similitudine de campi, nc'quali fa vedere di che pregiudizio sia
questa, dis cendo: Neglectis urenda filix innascitur agris E che le
Madri non debbansi abu, fare dell'amore verso i figliuoli, essendo questo
trascorso molto nocivo allawi buona educazione, a segno che, se molti non
avessero avuto l'asilo materno per esimersi da gastighi, averebbero depofti
quei vizj,percui poscia divennero infelici . Troverai parimente documenti
facili, e profittevoli, de quali potrà ogniuno feryirsi sccodo le diverse loro
inclinazioni per educarli. E perch'è il compimento della buona educazione
l'istradarli a ciò, che doveranno applicarsi, quindi è, che si tratta ancora
del modo, col quale si doveranno provedere i figliuoli secondo gl'impieghi, de
que quali si conosceranno meritevoli ; e dandosi il caso per
lorosventura, che i genitori morissero, trovandosi elli di tenera età, si
propone ciò, che pare conveneyole a farsi in simili calamitose cótingenze:e'
per non lasciare poi in abbandono i poveri, che non ponnoricevere tutti quegli
ajuti da Macstri conforme possono avere i figliuoli de'bene Itanti, fiè pensato
anche ad essi per dare un ripulimento più universale contro vizj,essendo tal
semenza in tutte le condizioni degli uomini perniciofiffima per la Republica.
Quattro sono gli interlocutori ideali della presente opera : Sempronio giovane
molto accorto, il quale brama d'istruirsi; Mecenate, e Publio prudenti
direttori, ed il Medico provetto, per dilucidare alcune cose appartenenti alla
Medicina. Mi fono servito di Publio ammogliato per la sperienza grande,
chc che si trova colui, il quale per molti an ni è vivuto in tale stato:
di Mecenate sciolto da tal legame, periscoprire quel di più,chenon può eslere
noto, a chi hà moglie,rimirando le cose più sincere chi si trova in disparte,
enon ha abbagliato la vista dalle proprie passioni. Inoltre raccontando
Publio cioca chè costumavası fare in tempi meno rilassati, farà maggiormente
conoscere la differenza de'correnti, et additerà ancora il modo, che si
potrebbe tenere per emendarli,quando questi discordafsero molto da quelli . Nè
potrà dolersi alcuno di quanto io con tutta sincerità procuro di darti a
notizia; essendoche conforme il Medico non può trovare il rimedio opportuno al
male se non forma l'idea giusta, con esaminare esattamente la natura, cagione,
e gli effetti di esso, così ancora nel ritrovare isimedj ai vizj, che sono mali
dell'animo b 2 caca [ocr errors] è necessario sapere precisamente
la natura, le cagioni, e li cattivi effetti di esli ; oltre di che, non
parlando io in particolare di alcuno, ma solamente in generale diciò, che
è detestabile, non si potrà dolere di me se non chi da se medefimo conoscerà
d'essere macchiato di tali difetti,come a tale proposito disse S. Ambrogio
ne'suoi serm.pag.102. Ego non de omnibus loquor Etc. ego neminem nomino :
conscientia fua unumquemque conveniat. Averei potuto ancor darui la
feconda parte; ma per maturare meglio alcune cose contenute in essa ci è d'uopo
di maggior tempo, c per iftabilirle ancor con provo più convincenti; ti baa Iti
per ora un picciolo abbozzo di ella affinchè poffi da questo comprendere il
progresso da me tenuto per compire una educazione più generale . Quattro sono i
punti Medici prinche convenga nel tempo, che sono già cipali, che si
tratteranno nella Decali de terza, in ordine alla buona educazione; il
primo fiè quello, che deesi fare per vantaggio di essa, prima di concepire
figliuoli: Il secondo, cioc [ocr errors] in ito lif [merged
small][merged small][ocr errors][merged small][merged small] per cola
[ocr errors] concetti, e dimorano nell'utero materno; il terzo che far si
debba, dati che sono alla luce, e finattanto, che dura la loro pucrizia: Il
quarto finalmente, ciocche convenga allorchè sono in età, nella quale dee in effi
manifestarsi l'uso di ragione, indugiando questo. Nel primo si farà
vedere assai difficile il potersi avere figliuoli di buona indole, e docili, se
tra marito, e moglie regneranno continue discordie; se faranno l'uno, o l'altra
di essi dediti all'ubriachezza, ed alla crapula; con dimostrare loro donde ne
provengala cagione; oltre le sperienze dimostrative di ciò. b 3
Nc [blocks in formation] [ocr errors] Nel secondo, che non debba una
deviata madre tenere la medesima vita, che faceva, prima di concepire; con
mostrarle ancora gl' incomodi che può ricevere ella medesima, ed il feto, che
porta riell'utero, per tal cagione, e quanto possa venire danneggiata la buona
educazione da questo. Nel terzo si farà conoscere, dati alla luce, di
qual latte debbano nutrirsi, e qual regola in cffi debba tenersi, allorche
saranno slattati, per deprime. re quel principio, che si scorgesse avvanzato in
loro a danni della buona educazione; e qual cuftodia abbia d'aversi di esli,
affinche non divengano di cattiva complessione, la quale sarebbe molto
pregiudiziale alla buona educazione, E finalmente nel quarto, vedendosi
questi ne' buoni documenti morali non fare progressi, fi esamina sela
sero avere pofsanza tale da deprimere, o innalzare alcuni principj in esli, o
foverchiamente assottigliati, o più del dovere sopiti; mediante i quali ne
nascesse ostacolo alla mente nell'apprendere, e ritenere i documenti necessari,
e questo sedebba farli con ajuti più efficaci mostrandoci anche Orazio, che
Incultæ pacantur vomere sylve. Nella quarta Decade poi troverai dieci
ragionamenti sopra i vizj, e le virtù, con esaminarsi ancora ifrutti di ambidue
; e servendo questa come di una appendice all'opera, goderà il vantaggio di
efsere trattata con ragioni, e documenti filosofici, medici, morali, e
naturali, secondocheayerà d'voро di essi ; et intanto si sono queste
materie poste nel fine, per non dilungare troppo i ragionamenti, potendo ciò
renderli tediosi; ed essendo per altro neceffario il farc: ben
comprendere a tutti quanto di buond, o cattivo nasca dalla buona, o cattiva
educazione; doveva questo non trattarsi solamente di passaggio, conforme si era
già fatto nelle antecedenti conferenze; ma farfene bensì particolari
ragionamenti a parte per dimostrarlo con più di chiarezza, potendone da ciò
risultare un infinito bene; conciosiacosache fàconoscere chiaramente il nostro
Ippocrate nella risposta, che diede agli Adderiti, essere feliciquei Popolizi
quali ben sapeano, che la loro sicurezza non consisteva nelle alte torri,cd in
altre materiali fortificazioni;mà bensì nella bontà de Citradini,e ne'loro
prudenti consigli:spiegandosi ivi : Beati profectò funt populi, qui sciunt
bonos viros suaesse munimenta, nonturres,neque muros, fed fapientum. vi. rorum
sapientia confilia ; É venendo interrogato Socrate nel convivio de'sette
fa fapienti di Platone, qual fosse la più ben munita Città, egli rispose
: Que bonos viros habet . Quale la più felice : In qua præfe&ti focietate
conjunguntur: E finalmente qual fosse la migliore di tutte, egli disse: In qua
plurima virtuti premia proposita sunt . Nè può di ciò dubitarsene, insegnandoci
l'oracolo della Divina Sapienza al 6. Multitudo fapientum fanitas orbis.
Spero finalmente, che saranno ricevute queste mie fatiche con animo benigno da
quei, che sono amanti delle virtù, e se faranno vilipesc da chi ha già fatto
l'abito di āteporre i vizja queste,verranno da essi più costo a loro mal grado
onorate; riputandole di pregionó dissimile a quelle cose solite da essi a
pofporsi; mi basterà, che fiano grate a chi possiede il buon costume, ed utili
a chi brama di acquistarlo, perchè gid sono divenuto capace, che nel mondo
erunt vitia conec homines; con questa diferenza solamente del più, o del
meno,nè io pretendo di vantaggio. Vivi costante nel bene operare per continuare
ad essere felice, e far conoscere agl’infelici viziofi colla tua tranquillità
di animo meglio le loro mi serie. Si videbitur Reverendissimo Patri
Sacri Palacii Apoftolici Magiftro. N. Barcbarius Episc. Bojanen.
Vicefg: APPROVAZIONI. Etta, è considerata di G., intitolata
l’Educazione de figliuoli morale ; o medica ; per commissione dei Padre
Reverendiffimo Gregorio Sel. Seri Maestro del Sagro Palazzo Apoftolico; non ci
hò trovarà cosa vervna, chic fia contraria alla Fede, o clic offenda i buoni
costumi . Con verità bensi poffo; c debbo attestare; che una tale opera per mio
sentimento è degna di uscire in luce, perchè oltre l'effere or: nata di scelta
crudizione, e di soda dottrina ; può essere molto fruttuosa ; ed al publico, ed
al privato, spiegandosi ia essa con dotta; e giudiziola chiarcze [ocr
errors] za la maniera di ben educare la prole, affare di somma importanza, come
è ben noto a chi non hà cicco l'intendimento, ed offuscata la ragione. Cosi ne
giudico ; c francamente mi persuado, che altrimente non ne giudicherà chiunque
col leggerla dalla forza del vero G conoscerà obbligato ad approvare con giusta
lode il zelo ben commendabile, e con eso l'erudito, e saggio faperc del
chiarissimo autore, che per la publica utilità non hà ricusato di addosCarG acl
colmo delle sue Mediche applicazioni una cale fatica, che ben lo palesa non
meno versato negli studi più propri della sua professione, che negli altri, per
cui sono degnamente accreditati i più celebri per fama di erudizione. Io
Fra Tomaffo Maria Minorelli de'Pre dicatori Maestro di Sagra Teologia, «
Bibliotecario Cafanastense Per P Er commissione del
P.RñoGregorio Selleri Macstro del Sagro Palaze zo Apostolico avendo letra,
e confiderata l'opera dell'Eccellentiffimo Signor Doctor Domenico Gagliardi,
intitolata L'Educazione de figliuoli morale,e Medica, non avendo trovato nella
medesima mala fimc repugnanti alla nostra Santa Fede, ed alla bontà de costumi,
nè discordanti da i buoni fondamenti della nostra Professione di Medicina la
considero degna di publicarli con la Stampa questo dì 20. Gennaro 1722.
Michelangelo Paoli IMPRIMATUR. Fr. Gregorius Selleri Ordinis
Prædica corum Sac.Palat. Apoft. Magift. Delle Conferenze,
PSopra l'elezione della Moglie, e sue condizioni più essenziali. Sopra l’età più propria, epro.
porzionata di accasarsi ; e quale sia svantaggio maggiore, farlo prima del
tempo convenevole, 9 nella vecchiezza : Dove la mostra,in che cose
faa esenziale l'uguaglianza nei Matrimonj; e quali jvantaggi nascano
dalle disuguaglianze in queAte. Sopra gli antichi costumi, pras
ticati appreffo alcuni Popoli per la generazione ; ę se sia più vantaggioso lo
scoprire scambievolmente i propri, corporali difetti, prima di sposarsi, o
l'occultarli. Nella quale si mostra, in che modo si maritino le belle, le
ricche, ę le deformi quantingue povere.
Nella quale si esaminano piut distintamente i pregiudizi, che
risultano dai matrimonj fatti senza l'intervento della Pruden74.Sopra i difetti,
e le virtu delle donne. Come si
debba regolare l'uomo colla moglie scelta di ottime qualità. Come si
debbano regolare i saggi mariti con le mogli imprudenti, e viziose . Sopra i ripiegbi prudenziali, che
debbonsi prendere in diverse occorrenze dalle mogli saggie, incontrandosi
in viziosi, ed indiscrefi mariti,
Sopra l'educazione Morale de'figliuoli, Nella quale si mokra, che
co Ta sia edncazione, cui appartengo piid di ogni altro; e sefia
necessario luogo particolare, ove debba farsi . Intorno a quello, che debbas farsi da
Genitori per educar bene i figliuoli .
Intorno all'uffizio, e qualita dell’Ajo, e dei Maestri . Sopra l'educazione delle Pin gliuole, Sopra l'etd opportuna d' apa prendersi
le scienze, ed il modo più facile per accer tarsi delle particolari
inclinazioni de'figliuoli . Sopra gl'
impieghi, che do vranno darsi da saggi Padri a figliuoli ben’educati, e
dotti. Come debbano i Padri rego larsi nel provedere i figliuoli
ingnoranti, e viziosi. Sopra il
modo di ben collacare le figliuole.
Sopra l'educazione de Pupil li : e come debba ciascuna portarsi
verso i suoi Genitorį defonti,
Sopra l'educazione de'figliuoli poveri, e donde venga questo
danneggiata . 539 [ocr errors]
Sempronio, ( Mecenate . [ocr errors] Sem. Engo
talmente af frettato da mici cogiunti a prender moglie, che non mi lasciano
vivere, sti molandomi giornalmente di farlo; a segno che, per non poterli
più sentire, sono in necessità di compiacer loro : solamente due core mi
ritardano; e fono l'educazione de figliuoli, che possono nascere,e la cura, la
quale fi dec avere di esli, efsendo in ciò inesperto ; per altro mi trovo già
pronto a consolarli : istruitemi, Mecenate, in queste, potendo voi fare due beneficj
in un tempo;cioè, d'istruire me, econsolar' efli, che tanto bramaDo le mie
nozze. : А Mer. Mec. Mà questa moglie,ci è già scelta
approposito per voi ? Sem. Ci sono tante giovani oggidi belle, galanti, e
ricche, che essendo anche io giovane,e commodo di beni di fortuna la posso
scegliere a mio genio, e fodisfazione in brevissiino tempo. Mec. Però non
sò se tutte queste belle, galanti, e ricche, faranno per cala voftra,leggendo
in Ateneo che: demens eft, qui oculis uxorem accipit : come fece appunto
Monimo il quale, avendo sposata una Giovane, senza ricercare prima i suoi
costumi, divenne infelicillimo marito; c dolendosi della sua {ventura con
Olimpia madre di Alessandro, lo riprese della sua trascuragginc, usata nello
sceglierla. Sem. E che ! la dovrò prendere forse deforme, scoriese, e
povera ? Mec. Neanco questa farebbe al caso voftro. Sem. E chi
dunquc doverò prendere? Mec. Una's clic lia donna di propo,
fito, Sem, [ocr errors][ocr errors] Sem. E quelle, che sono
belle, egalanti, sono donne ancora di propofito. Mec. Mà non tutte buone
per voi. Sem. Quali saranno quelle, che voi Itimate buone per me?
Mec. Quelle appunto, che sapranno softenere con senno, e con prudenza la metà
del peso della casa, e dell'educazione de figliuoli; onde quando voi la
tropaste di queste qualità avercre risparmiato la metà del penfiere
dell'educazione, e cura de figliuoli; e queste sono appunto quelle Itimate
appropolito da Plauto, in Stiche, ove dice: UI per orbem cum ambulent
Omnibus, os obturens, ne quis meritò maledicat fibi. Essendo queste
ornate di tutte quello desiderabili prerogative, descritte daw Seneca in
O&avia. Probitus, fidesque conjugis, mores, pue dor placeant inarito.
Sem. Io credea, foffe fufficiente, che ja moglie sapeffe far figliuoli, c chou
ogr’una di queste fosse a propofito.Mec. Per farli, lo credo ancheio, ma non
già per educarli bene, e per adempire quanto dee' una vera madre di famiglia;
essendo che per far questo liricerca, che sia dotata di senno e di prudenza' :
vi avvedete voi ora del vostro errore, e che come si suol dire, ponevate il
carro avanti i buovi, con istruirvi nell'educazione de' figliuoli, senza sapere
ciò, che ci vuole per iscegliersi una buona moglie: e se v'incontrasto in una
imprudente, garrula, e contenziosa, à che vi gioverebe il sapere educar bene i
figliuoli, se quanto di buono voi operaste, ella sarebbe capace distruggere
colla sua imprudenza, e garrulità ?, allor sì che fareste caduto in quella
fyentura descritta dal Poeta Saririco : Semper habet lites, alternaque
jure gia lectus In quo nupta jacet, minime dormia tur in illo .
O.pure vi abbatteste in una, che fosse di quella natura superba, descritta dal
me. desimo, la quale dicesfc; Нос [ocr errors] voluntas ; Imperat
ergo viro. In questi casi educate bene i figliuoli se potere . Sem. La
bramerei savia, e prudente, ma vorrei, che foffe anche gentile, e galante ;
perche le donne di fattezze grossolane non mi sono mai andate a genio.
Mec. Se questa sarà sana, e prudente non ci hò cosa incontrario, ma se poi
colla sua gentile, e delicata complesfione ci fosse unira qualche
indisposizione di animo, e di corpo, il che suole alle volte accadere, non vi
consiglierei a farlo. Sem. E perche ? Mec. Vi porreste in tal caso a
pericolo di fare una cattiva razza; eredicandog da figliuoli non meno il bene,
che il inale di effe ; ed hò sentito da Medici, che più dalle Madri, che da i
Padri questo si ritragga, per il nutrimento dato loro quei nove mesi, che li
portano nel ventre nè fi può fperare, che [ocr errors] A 3
che dal seme velenoso del nappello nasca un giglio, o una rosa: non sarebbe
poco, quando meno velenosa germogliasse quella pianta, che dee ello produrre :
e poi voi, il quale vi dilettate de cavalli, dovreste sapere per isperienza,
che quelli nati da cattiva razza, riescono i meno generosi; e perciò dovete
anche riflettere, che il limile poffa seguire negli uomini, come lo descrisse
Orazio. Fortes creant ur fortibus, du bonis : Et in juvencis, eft
in equis patrum Virtus : nec imbellem feroces Progenerant
aquile columbam . Sem. In maggior confusione di prima ora mi trovo, sentendo da
voi, lian neceffario ancora di scegliere una donna savia, e prudente per
moglie; onde, per liberarmi da tanti guai, seguiterò le vostre orme, e viverò
libero da questo legame anche io, e dicano ciocche vogliono i miei
parenti. Mec. Non fatedi grazia, Sempronio, questo sproposito,
Sem. [ocr errors][ocr errors] Sem. E voi perche l'avere fatto ?
Mec. Non aveva allora la sperienzas d'adesso ; nè mi abbatiei in consigliere
sincero; e sappiate, che mi sono pentito più volte, e particolarmente
avanzaadomi negl’anni, di averlo fatto. Sem. E per quali motivi?
Mec. Perche non anderei tanto lambiccandomi il cervello in cerca del mio erede
(briga dolorosa dell'età avanzata) se avesli figliuoli. Sem. Essendo voi
tuttavia robusto, farefte anche in tempo di farli. Mec. E che vi dispiace
forse la mina robustezza, che me la vorreste far perdere? non sono più in
tempo di farli; hò procurato finora di non esser ridicolo, et ora più del
passato son tenuto di farlo, e voi mici varrefte far diventare per cantare di
me forse ciocchè disse il Taffo di Vincilao : Vincilao, che sì grave, e
faggio innante Canuto pargoleggia, e vecchio amants : Queste risoluzioni,
Sempronio, deona fare in gioventù, per poter vedere i suoi figliuoli
bencincaminaci prima di mori. re, essendo che a me potrebbe succedere ciò che
dice Plauto: Poft mediam ætatem, qui ducit uxorem, Si eam fenex
prægnantē fortuitò feceris, Quid dubita's quin fiet parasū
nomen puero . Poftumus? Sem. Dunque saranno ridicoli tani vecchi,
che si accasano,e con giovanette anche belle? Mec. Io non debbo entrare
nei freci altrui, debbo bensi pentire 2 cali miei, ora che ho il pieno uso di
raggione, acquistato cò gli anni; ma questi sono discorsi fuori del nostro
proposito, dovendo voi risolvervi a prender moglie, per non avervi a pentire
poi ancor voi di non averla pigliata ; e per ciò dovere farvi ora istruire in
quello, ch'è necessario per fare un ottima elezione. Sem. E da chi?
Mec. Da colui, che la seppe far ottima, e perciò gode vita felice, e
tranquilla.Sem. Ma io non vorrei, Mecenate mio, palesare alero, che à voi il
mio interno; perche sapete pure qual vento spiri oggidì, che si van cercando id
fecti alcrui per mantenere allegre le nostre notturne assemblee, laonde di
scoprendo le mic debolezze ad un'altro, sarebbe cosa facilissima si
divulgoffero fra molci. Mec. Viverenino in tempi infelicissim mi, re in
Citcà si vasta la secretezza re. gnasse in me solamente, Sem. Mà non
potreste voi solo istruire mi in cucto, essendo vomo di molta fperienza nelle
cose del mondo. Mec. In teorica potrei darvi molti avvertimenti, ma in
cose pratiche nors posso consigliarvi ; perche essendo io sciolto da limil
legune, no ho avuta occasione di approfittarmi in tal faccenda. Sem. Oh
quanto mira meglio colui, il quale stà in disparte, i difetti dongeschi di
quello facciano i mariti! e come giudice spassionato, quanto li distingue anche
meglio! Mec. Voi sapete quanto vi amo, u per: perciò non lascierei
cosa alcuna, che non facessi per consolarvi; mà conos . cendo io, che meglio
potreste essere iftruito in tutto coll'intervento di chi averà navigato
felicemente molti anni per questo gran mare, perche vi amo, dico questo ;
potendo egli molte cose aver conosciute in atto pratico,alle qualinon possono
giungere le mie teoriche. Sem. Se lo giudicare necessario bisognerà farlo
: ma chi sarà ral'consigliere? Mec.Ci sarebbero Publio Roscio,che per lo
spazio di quaranta tre anni, e vivuto in pace con sua moglie. Massimo
trentanove anni parimente, senza contendere,e Silvio Paterno trentadue;ora
sceglietovi, chi volere di questi. Sem. Oh bene avete trovati i parenti
più prossimi à Noè, che sono in questa Città ! quai consigli mi potranno dare questi
vecchi decrepiti, che non firicordano del seguito nel dì avanti; e poi a tempi
loro non usandofi le galanti maniere constumate oggidì, a che mi fervirebbono i
loro ancichi consigli, non pra. praticabili a tempi nostri?
Mec. Tutte queste eccezioni, che da. te loro sono in vantaggio vostro; per,
che, se non si ricorderanno quello, che udiranno da voi, niuno risaprà i fatti
voftri, e se, senza tante galanti maniere di oggidì, fi feppero far amare dalle
loro consorti, insegnando a voi i modi, da loro tenuti, ci guadagnerere molto
in saperli, e se non siete ancora informato della capacità de’vecchi,
apprenderes la da Ovidio, Jura fenes norint, dow quid liceata que,
nefasque, Falque fit inquirant, legumque exa. mina servent. E da Cicerone,
il quale, de Senectute, così parla del Vecchio: Non facit en que juvenes, at
verò multa majora, meliora facit ; non enim viribus, aut ves locitate corporis
res magne gerantur, fed confilio, authoritate, fententia, quia bus non modo non
arbari, fed etiam auga. ri senectus folet. Laonde faggiamento l'Ecclef. al 25.
dico ;- Corona fenun muba ta peritia : Sem Sem. Sceglietene dunque
uno di quefti a vostro genio, e quello, che conoscerete più approposito per il
bisogno mio. Mec. Publio sarebbe più al caso, per. che quantunque egli
meno si ricordi delle cose presenti, conforme sono tutti i più vecchi, ha
felicissima memoria nel ricordarsi delle passate:e poi avendo numerola
famiglia, e così bene accostuinata, saprà anche istruiryı nella educazione di
essa. Sem. Attenderò dunque con anfierà i consigli di Publio; ma faprà
istruirini incio, che riguarda la cura, che si dec avere per conservare la
prole con buona falute Mec. L'esperienza, avuta in molte cõgiunture ad
esso accaduce lo averà facilmente renduto capace, a darvi qualche buon consiglio
in questo ancora; ma non già con tanta esattezza cõforme farebbe chi foffe
profeffore di Medicina. Sem. Sarebbe dunque bene u’interveniffe uno di
questi; c difcegliere tra periti il migliore Merg. Mec. Il vostro
Dottore è pratichiffimo, avendo avuti molti figliuoli, è anche ingenuo, e sò
che vi ama di cuore, onde migliore di ello non saprei sccglierlo. Sem.
Così è: or ditemi, come doverò contenermi nelle nostre conferenze? Mec.
Domanderete quando si presenterà l'occasione tutto quello, bramate di sapere; e
non vi vergognate di fare anche quesiti di poco rilievo ; perche non facendoli,
rimarrete con perplessità in molte cose. Sem. Come si farà per informare
Publio,che al Dott. parlerò io modelimo' Mec. Sara inia cura d'informarlo
di tutto, e già che siamo di primavera potremo portarci al mio giardinetto,
contiguo alle mura della Citrà, ove come disse il Petrarca: Non palazzi,
non teatro, e loggia, Ma in lor vece un abete, un faggio, un
pino, Fra l'erba verde, el bel monte vicino, Levan di terra
al ci el nostro intelletto, E faremo ivi due volte la settimana le nostre
conferenze. Sem. Mà non sarebbe meglio, per approfittarmi prestamente, il
farle tre volte ? Mec. Vicompiacerò anche in questo, purche le
occupazioni degl’aleri lo permettano ; ma voi, Seinpronio, averete già dato
luogo nel vostro cuore a qualche oggetto, perche bramate sapere con
sollecitudine se quefto ci abbia da rimanere,viconsiglierei però quádo ciò
fosse, a spogliarvene prima, per applicare tutto il pensiero a quella, che converra
à yoi, et alla vostra casa, che vientri per meglio stabilircela,
Sem. Non sono determinato ancora, quantunque abbia posto l'occhio in più parti,
onde posso facilmente spogliarmene affatto, e starò con anfietà attendendo
l'avviso del giorno, in cui si darà principio alle nostre conferenze.
DECADE CONFERENZA Sopra l'elezione della Moglie, e fue condizioni
più ellenziali. Mecenate, Publio, Sempronio, e Medico. Mec. O
notificato à Publio ciocchè voi bramate da esso, il quale vi copatisce a
maggior segno; posciache egli ancora si trovò in un fimile
laberinto,allor che dovea prender Moglie, comc jeri appunto mi disse, e da lui
medesimo sentirere ora con vostra confolazione. Pub. Quantunque anch'io
venifli Atimolato da mici Genitori ad accasarmi andavo nulladimeno téporeggiado
d'effettuarlo;perche apprendeva fosse schia vitudine grande la vita
cognugale, ma la ritrovai, per verità, assai diversa das quello, che io mi avea
figurato ; et efsendo stato sempre mio costume, anche da giovane di regolarmi
col consiglio d'uomini favii, c provetti, mi portai da un di questi mio amico,
che non aveva alcun interesse in cal affare, per consigliarmi seco, fe dovessi
risola vermi a prender moglie, il quale uditas ch'ebbe tale proposta,
cortesemente mi disse: figliuol mio è tempo ormai, che vi risolviate di farlo ;
perche avendo voi già l’età di venticinque anni poiere esser capace d'indrizare
una donna per la buona strada, quantunque aveste sbagliato in isceglierla nelle
cose meno essenziali, e sappiate, che l'uomo savio bene spesso fa divenire la
moglie non dissimigliante da lui, siccome l'imprudente donna precipita l'uomo
poco avveduto : figuratevi alla prima di dover navigare per un vasto oceano
dover essere voi il nocchiere, che guida la nave : sappiatevi ben
regolare nelle [ocr errors] e di [merged small][merged
small][ocr errors][merged small][merged small][merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] nelle tempeste, per non sommergervi ; prendetela sana, ben
accostumata, e di buon parentado, non vi lasciate abbagliare dalla bellezza,
dote, e nobiltà; e risolvetevi ; perche quanto più differirete, altrettanto
inaggiore sarà il morivo di pentirvi della tardanza: raccommandatevi al Signor
Iddio, essendo che: A Domino autem propriè uxor bona, come disie Salomone;
procuratela giovane, nè tardate di vantaggio. Sem. Quanto mi consolo, che
vi siete ancor voi trovato in fimile laberinto; e son sicuro, che perciò
compatirete le mie debolezze. Pub. Vi comparisco a maggior segno figliuol
mio, fatevi però animo ; perche quantunque paja la vita conjugale alla prima di
un gravissimo peso, quando però questo viene portato concordemento d'ambedue,
riesce molto leggiero, an. zi foare'; e tal fortuna l'hò sperimenta. --ta io
medelimo. Sem. Vi abbatteste à caso in sì buona compagnia, o pur faceste
preventivos [merged small][ocr errors][ocr errors] diligenze per
isceglierla 2 Pub. Le feci certamente esatciflimus per non operare da
balordo ; perche se per provederci de' cavalli, cani, anzi di vili giumenti si
fanno efatte diligenze', acciocchè siano sani, edi buona rizzi; quattro
maggiormente sono neceffario queste nello provedersi di moglie, come
puntualmente si trova registrato in Tcognide, Canes quidem, a afinos querimus,
• Cyrne, dequos Generofos, cu hec quisque vult ex bona progenie Sibi
parare ; uxorem aurcm ducere malam Ex mala progenie non curat 1. Vir
bonus ; modo fibi pecunias multas 1offerat. * Sem. E qual modo teneste in
farle? - Pub. Avendo posto l'occhio ad una Gentildonga modesta,non diriguale
alla mia condizione, et in età nubile, miraccomunaadai di cuorc al Medico, che fa.
Noriva la mia casa, acciocchè avessesavesle ben Dell'Elezione della Mog. 19
procurato di accertarsi della sua salute, avvertito à non ingannarsi, per non
ave. re a fare ancor esso la penitenza del suo fallo; posciache se fosse stata
mal sana, dovendola curare, briga maggiore gli averebbe apportata; senza
speranza di premio straordinario ; per esserne egli Itaro la cagione, che fosse
entrata in inia casa; ciò però dilli per ischerzo. m Sem. E detto Medico,
come lo potcs va scoprire, se non l'avesse avuta ini cura ? Pub. Penetrò
tanto, che mi bastò, Sum. Com'egli fece ; Pub. Avendo
confidenza col suo Speziale, segretamente cercò nel di lui libro maltro, se vi
era descritto alcune medicamento, servito per effe lei, e non trovandovi cosa
di rilievo, mi disse : ftiamo bene di salute, perche none, si è mai purgata
. Sem. E leu fosse fervita di qualches altro Speziale? Pub. Questo non si
costumava di fare in quei tempi tanto allo Speziale, quanto al Medico.
Una volta, ch'essi erano ftati ammessi, fino alla morte continuavano,
ed'eravamo per ciò ben serviti; imperciocchè con molto amore effi s'in.
tereflavano ne i nostri vantaggi,conforme comprenderete da quanto soggiungerò.
Non si appagò già l'affezzionato Medico di questa fola diligenza usata', mà
volle far di vantaggio, e fu d'abboccarsi col Dottore, che medicava in quella
casa,introducendo seco discorso sopra la poca salute, che godevano alcune
giovani, ch'egli curava, attribuendone la cagione di ciò al poco esercizio,
ch'esse facevano ; e di poi passò à domandargli, di quali rimedij egli si
prevaleva per conservare in salute quella, che doveva appunto essere la mia
futura fpofa, la quale in appareaza mokravas essere più sana dell'altre; cui
replicò, ch'avendo ella sortito un ottimo temperaméto, no aveva d'uopo
dell'opera lua, et in segno di ciò nel mal de vajuoli da ella sofferto appena
cgli vi fu chiamato nel oel fine', tanto la natura le fu propizia,
che senza alcuno ajuto medico fece il fuo corso felicemente; e con questa
seconda diligenza mi accertò della buona salure, ch'ella godeva. Sem.
Questo favore toccherà à voi, Dottore, di farmelo... Med. Non mi ponete
di grazia in Gmile intrigo ; perche non essendo io si avveduto, non vorrei
errare nello scoprire gli altrui difetti : e poi se îi desse il caso, che io
avelli curato quella giovane, l'onor mio n'anderebbe di mezo, discoprendovi la
verità delle cose con, fidateini. Sem. Della vostra avvedutezza punto non
dubito: e poi porrò la mira a qualcuna, che non fia medicata da voi; onde non
mi contriftate col recufare di f.2vorirmi ; perche altrimenti sarete voi
cagione, che io non prenda moglie, noa potendomi fidare meglio di alcun altro
in questo, se non di voi. Med. Per servirvi la vedrò, considererò il suo
temperamento, e fisonomia; B 3 mà mà tante altre diligenze,
praticate per Publio, non vi prometto di firle; perche ora non si costuinano
più molte cose, che si facevano allora. Sem. L'usanze buone non si
debbono dismerrere mai, io mi dichiaro con voi, non per ischerzo, come diffe
Publio, mà con tutto il fenno: che se non sarà fana, toccherà à voi di curarla
senza fperanza di ricompensa, succedendomi per colpa vostra tale
sventura'. Mega Vorrci, Sempronio, che mi mostraste qual privilegio voi
avere più del Dottore di dismettere l'usanze buone; essendo ch'è pur usanza
buona riconoscere col dovuto guiderdone il Medico, il che voi volete
disinertere', obbligandolo di più ad osservare quello, che fa per
voi. Sem. Lo dicevo per animarlo, 20ciocchè lo facesse con più fervore:
non già tutte le cose, che si dicono si fanno. Mec. Questo però non è già
premio, che animi, mà bensì minaccia, che avvilisce più costo ; olore di che
non è già fatto di proporre con tanta franchezza ciò, che non si vuole
praticare, Sem. Non parliaino più di ciò; palliamo al costume ; questo in
che dee cons Giftere, avendomi voi significato, non essere necessario, che la
moglie lia garbata, e galante? Mec. Cerra cofa è, che il buon costume
della donna, non dee coolisterer in questo, mà bensì in aver cura delle casa,
in saperla ben reggere, e gover: nare di cui parlando ne? ;suoi Proverbij
Salomone diffe : Confickeravit. Jemitas domus fue, panem otiofa non comedia Ed
il Nazianzeno nei suoi documenti che da alle vergini, così dice Neque domibus
cxternis olideas, neque menfis. Ed altrove contro le donne più del doc
yere ornate, così parla . Mos eft mulieribus [res pretiofa] domi
manere [ocr errors] Plurimum, et divinis alloqui sermonibus Telaque,
fufoque ( hoc enim munus eft mulierum)Ancillis opera distribuereservos vitare,
Labiis vincula ferre, oculis,atq;genis: Neq; pedē exirà
vestibula Sepè babere; E Menandro comico greco così dice, Intus manere mulierem
oportet oportet :: Bonam, egredientes autem foras nullius pretii
sunt . Sem. Come scopriste, Publio, che fosse di questo costume la vostra
Conforte? Pub. Avevo in quel tempo un servitore molto affezionato, et insieme
accorto, diedi ad effo segretamente l'incombenza, che lo aveffe scoperio ; e fi
pora tò egli così bene, che in brieve fui informHo ditutio. Sem.' E come
fece? Pub. Conduffe, ove questi sogliono ricrearsi, un certo fuo
conoscente, il quale da molto tempo serviva in quella casa, e dopo d'essersi
insinuato avvedutamente appresso di lui,introdusse discor. so, come è lor
costume, sopra le stravaganze de padroni, et interrogato, che l'ebbc de
cractamenti, che riceveva dal fuo suo, passò alla giovane, di cui
ne diffe un infinito bene, con individuargli alcune particolarità, le quali
denotavano forfe savia, c prudente . Sem. Questi come poteva essere apa
pieno informato delle qualità della gior vane, non trattando in quei tempi lei
padrone con servitori? Pub. I servitori in ogni cempo sono ftati curiofillimi
di scoprire i fatti de'padroni, et anco i più segreti', come ava vertì
Giovenalc. Scire volunt fecreta domis, atque inda timeri. E siccome
sempre vi è stata qualche affezionata corrispondenza tra essi, e le donne di
servigio, onde per questa via, ciocche effi nonodono, ne offervano, lo
penetrano : nè è stato mai possibile, che le donne di servigio ili fiano
astenute dal'non palesare i difetti del: le padrone, almeno a questi loro favo
riti, per mostrare con elli confidenza. Sem. Vi bastò quefta sola notizia
? Pub. Procurai in oltre rincontrarl24 da più parti prima di crederla ;
pofçiag che che udito efferii da quella casa partita disguitata una
donna, fecidiella prenderne inf rmazione, la quale contesto le medelime
cose,che dette aveva il servitore; ed essendo uniforine à questo notizie il
publico conceito, che di essa fi aveva nel vicinato, mi appagai del suo buon
costuine ie non feci altre dili. genze intorno à questo. ni Sem Manon
sarebbe stato ineglio vi foste informato da qualche Uomo das bene? Pub.
Non lo stimai neceffario, avendo rincontrato da più parti il medesimo: e poi
per dirvela giusta, chi è buonio non è curioso d'investigare gli altrui
difecii; ed anco sapendoli si guarda molto bene dal publicarli..."
Sem. Il vostro Ulisse, Mecenate, sa, rebbe approposito per iscoprire gli altrui
difetti in Mec.. Ma non in questo affare, perche egli cicala troppo: si
ricerca in tale affare chi sia destro, e serio, che compri, c non venda.
Sem. Sem. Palesatemi ora, Publio, qual modo usaste nell'informarvi della
prosapia della vostra Conforte ? Pub. Vi era in quel tempo un certo
sfaccendato investigatore de' fatti altrui, il quale andava curiosamente
cercando le memorie delle antiche famiglie negli Archivi ; cui feci parlare dau
un'amico, è che mostraffe desiderio, tanto delle notizie della mia famiglia,
quanto dell'alcra, con fargli promertere un convencvole riconoscimento per le
sue fatiche'; e per verità in brieve tempo d'ambidue pose in chiaro quanto
circa ad un secolo a poteva tro. vare, e seorgendo verificarsi ciocchés aveva
detto della mia, prestai fedes à quanto aveva ritrovato dellal, tra; e vedendo,
che fiftava quasi del pari tanto nel bene, quanto nel male's non ini curai fare
diligenze di vantag. gio'intorno a questo ancora potendomi bastare. Sem.
Dunque quantunque sapeste, che in quella viera qualche eccezione,
non [ocr errors] [merged small][ocr errors] non ne faceste caso?
Pub. Mà se vi era questa nella mias ancora, come potevo farne caso, do. vendoci
ne' Matrimonj servare uguaglianza. Mec. Credete forse, Sempronio, che
tutti noi descendiamo da Cerari, e che per non interrotta serie di molti secoli
le nostre famiglie siano state sempre illuftri? Se li potesse ora ritrovare la
de. scendenza vera degli Arsaci; e Tolomei, oh quanti di questi si troverebbero
esercitare arti vili, e forse core peggiori ancora . lo per tal motivo no mi
fon punto curato di far ricercare dell'albero della mia casa, se non l' ulcimo
secolo ; e tanto maggiormente, che un mio amico, il quale si mostrò più curioso
di me, bramandolo di due, dopo di avere speso di molto in ricercare i fatti
de'suoi antenati; vi trovò alcune cose, che forse nulla li piacquero, o fece
tralasciare l'opera:solamente queIto guadagno vi fece, che non milançava più la
sua nobiltà, come prima.Som. Di avere però l'albero della sua casa lo stimo
neceffario, affinche i posteri seguirino i loro illustri maggiori.
Mec. Lo credo anch'io, mà però non conviene farne publica mostra, se uon cui
averà trà suoi ascendenti chi abbia goduta la Sovranità, mediances la quale
degnamenre merita la preminenza sopra tutte le altre una sì illustre famiglia.
Potrei riferirvi à questo proposito ciò, che fece un saggio Prencipe, cui fu
presentato l'albero de'suoi antenati; lo rinirò egli ben bene, et essendoli
avveduto, che l'adulazione vi avca innestare alcune cose ideali, lo fè piantare
profundamente in una fund Villa, atfinche da quello germogliaffed l'albero
de'suoi descendenci più glorioso, essendoche lo fc piantare ivi ad onta
dell'adulazione. Med. Licredo anche utili detti albe. ri per prova della
salute goduta dagli asccadenti ; posciache se il Padre mori ottuagenario, il
nonno parimente in età decrepita, conforme anco l'atavo, ed il tritayo,
sarebbe questa una provas grande della perfetta falure in quella famiglia; e
tanto più se questa si proyaffe ancora per parto delle donne; dove che se
fossero morti giovani, e vi foffero regnati tra eli mali creditarj, farebbe far
un cattivo negozio, d'incftare a piante si cattive la propria. Sem.
Riuscirà ora cosa difficile à potersi sapere i difetti del casato, col quale
dov.erò apparentare, per non esserci più quegli avveduti indagatori dei difetti
altrui. Mec. Non dubitate, perche non ci è questa penuria ; sono stati, e
saranno sempre nel Mondo niolti, a quali premono più i farti altrui, che i
proprj, ricavandune da ciò notabile guadagno ; basterà essere loro grati,
perche di quc sto vivono, per altro ne troverete molti: e poi ci sono ora tanti
manoscritti, e libri anche stampati, i quali trattano delle nostre famiglie,
che vi si renderà più facile di quello, che credete, à Caperlo giusto ; Sc però
non averanno, tore scritto con passione, clivare; il che si difeerne
facilmente, non potendosi mai celare questi canto, che non si scuoprano.
Sem. In questo supplicherò voia favoriemi, avendone già pratica di molte ; Ini
mette solamente pensiere il mor do di scoprire ciò, che accennò il Dor
concernente all'età, che fieno viyuti, et alla loro falute, ed in questo ancora
vi prego, Dottore, che mi ajutiate. Med. Questa non è incombenza di
Medico, dovendo egli cercare i vivi per 'risanarli, se sono infermi ; ma ai
morti qual bene potrà apportare, ricercandoli? Sem. Apporterete à me il
bene, le non lo farcte a defonti, con trovarmi moglic, che descenda da famiglia
sana, ed in conseguenza ancora a miei descendenti. Mec. Il Dottore ha da
fare, non gli date questa briga ; vi voglio inícgnare io il modo per
uscoprirlo; posciache, fc [ocr errors][ocr errors] se la famiglia,
colla quale voi volete app arentare, sarà illustre, e di antica pro fapia, ci
saranno tante lapidi sepotcrali,ove son descritti i fatti degli ascendenti, ed
ivi troverete anche gli anni, che questi vissero; se poi saranno famiglie
moderne, l'invidia farà palese più di quello, che bramerete sapere di cfle,
ritrovandosi ricche. Sem. Passiamo ora all'età più propria
d'accasarsi. Mec. Voi,Sempronio, vorreste essere in un sol congresso
istruito di tutto; riferrete di grazia, che Publio è vecchio, ed il Dottore ha
le sue occupazioni ; non ci abuliamo della loro sofferenza.; e poi non è già
vostro vantaggio di far lunghe conferenze, perche meno a apprendono li troppi
documenti, di quello si faccia udendone pochi per volta; differiamolo dunque
alla seguente Conferenza. Conferenze sopra l’età più propria, e
proporzionata di accasarsı ; e quale fia svantaggio maggiore, farlo
prima del tempo conyenevole, ò nella vecchiezza. [ocr errors][ocr errors]
Sempronio, Publio, Mecenate, e Medico. [ocr errors][ocr errors]
Sem. 01, Publio, che avete avuto fortuna nel vostro accasamento, ditemi
di grazia: in qual'età cravate,quádo prédeste moglie? Pub. Appena
io avca terminato l'anno. vigelimo quinto. Sem. E la vostra sposa qual’età
avea? Pub. Era allora appunto entrata nel vigefimo. Sem. Perche non la
prendeste prima?Pub. Perche non mi pareva di avere acquistato ancora turto quel
conosciméto necessario per far passaggio a detto stato. Oltre di che trovando
scritto questo Sacramento per ultimo, ftimai bene d'effectuarlo dopo l'età
stabilita da conferirsi il Sacerdozio, per non errare. Sem. Ma prendono
pur tanti moglie prima di questa età? Pub. Da ciò forse deriva, che molti
fi lagnano ancora di essersi accafati ; ed è cola facile, che per non sapersi
in quell'età iinmarura regolare con giudizio, e prudenza, incontrino più
disastri, che consolazioni, Sem. Dunque avendo i vecchi più fperienza,
senno, e prudenza de giovani converrebbe aspettarsi a farlo fino all' età
fenile. Pub. Per altri motivi però, apportati da Euripide, non si dee
aspettar tanto, dicendo egli: Et nunc juvenes adhortor omnes, Ne in
senecture nuptias celebrantes [ocr errors] Vix liberos procreént;nec enim
voluptas eft, Sedres inimica mulieri fenex vir, Ed
altrove, Amarus juveni uxori fenex maritus. Sem. Sono però accaduti à
rempi noftri cafi felici ne’vecchi sposati con le giovani, ed hanno avuto
prole. 3 Pub. Questi matrimonj bisogna, che riuscissero assai infelici
anticamente;podi sciacche di Omero racconta Erodoto į nella di lui vita, che
sdegnatoli egli con tro alcune donne,che sacrificavano à Co. rcre
in un trivio, imprecase loro questo o gran male. Audi flavi Ceres precor,
hoc mihi perfi ce votum: Hanc numquam juveni matronam junge I
marito, Sed tremulo fit nupta feni, cui vertice cani Fundantur crines, E
non avendo saputo augurare loro infortunio peggiore di questo;qual felicisà
dunque potranno essi godere? Potrà [ocr errors][ocr errors] effere tal
volta, che le donne di oggidi fieno divenute più savie di quello fossero
allora; o pur,non trovando alcune di esse mariti giovani fi contentino di
quelli, che possono avere, senza contristarsene punto; se pure non è qualche
caso singolare questo da voi riferito, il quale non è sufficiente à formare
Aato. Sem. Bramerei in primo luogo sapere da voi, se debba essere uguale
l'età dell' uomo à quella della donna, per servare in tutte le cose perfecta
uguaglianza? Pub. Appunto per cagione di proporzionata uguaglianza, non
debbono essere ambidue di consimile erà, perche deesi, come ben'avvertì
Euripide regolar questa dalla durazione della fccondità, non dagli anni,
dicendo egli. Malum eft juvenem uxorem adolescenti conjungere. Diuturnior
autem eft marium vigor, Fæmineum verò corpus citiùs puberta. sc deftituitur
. Sem. [ocr errors][ocr errors] Sem. Quefta differenza di età in
che doverà consistere, e quanti anni doverà avere più l'uomo della donna?
Pub. Sopra questo particolare ini persuado, che non si possa dare certa, c
determinata regola;contutto ciò potrà dire il Dottore, quello ch'egli ne
senta. Med. Aristotele pone la fecondità dell'uomo fino all'età di 70.
anni, e quella della donna sino à 50.jma perche ora forse sono le complessioni
deceriorate, e perciò non si osserva, se non di rado giugnere à questo termine,
voglio in ciò regolarmi con quello, che piu } frequentemente suole
accadere,il quale appunto è; rispetto all'uomo incirca al 60.anno; et alla
donna intorno al 40. talmente che nello spazio di 20. anni, confifterebbe
detta fecondità di più o nell'uomo che nella donna.Ciò ftabilito, ogni
qual volta nou trapali in detrá - proporzione il triplo l'età dell'uomo
sempre farà in uguaglianza g rispetto al sempo di poter generare; purche
non C 3 VCI yenga variata da qualche indisposizione
morbofa. Sem. Sicche dunque un uomo di 40. anni farebbe- nell'uguaglianza,
prendendo una giovane, che ne avesse venti? Med. Così è: uscirebbe bensì
da calc proporzione, se la prendesse di 14.anni; poiche trovandoli la donna
nell'età di anni 34.avendone il marito 60. sarebbe già divenuto sterile sei
anni prime di effa. Sem. E se la donna fi accalaffe in età maggiore di
quella del marito, che ne potrebbe seguire da ciò? Pub. Le riuscirebbe
certamente pii facile di fare à suo modo; imperciocche non prendendosi quella
soggezione del marito, che suole apportare di più l'anzianità, disporrebbe, tụtto
à fuo piacere; ed Iddio guardi,che la diffcrenza degli anni foffe tale, che il
marito le potess’essere figliuolo, allorsi, che lo vor. rebbe tenere, e
regolare da subordinato in tutto à se medesima : e poi è da riflet. tersi, che
difficilmente inducendoli ladonna, se nő è molto stimolata dal senso, à
congiungersi in macrimonio con ginvani di tanta disparità; onde in questo caso
soffrirebbe il povero marito per molti capi penc considerabili: solamente
la gelosia, che ne potrebbe ella avere gli i recherebbe tormento grando; olere
di chc, comc vuole Leonide, sarebbe senza prole, e senza moglie,
posciacche egli dice: Conjuge nec frueris, nec frueris
fobole . Sem. Io, che non voglio tanti guai, la bramo più giovane di mie; mà
diremi, Dottore, qual'è l'età competente della donna,per cffer moglic?
Med.La giovane può prendere marito allor'appunto, ch'è atca à concepire, effédo
divenuta già dóna;c può succedere questo alle volte nell'età di 12. anni,
altresì di 13., 0.14.3 e più tardi ancora ; onde in detço tempo porrebbe divenire
sposa. Mes. Sarebbero però quelle di 12., 0 13.anni spose immature; e non
só quanto potessero riuscire buone mogli; poi che [ocr
errors][ocr errors] C 4 che lasciando la conliderazione di do. versi
queste scegliere uno stato nel quale conviene perseverare fino alla morreu, cd
in conseguenza averebbero bisogno di più maturo senno per fare detto passo: e
senza riflettere a tanti disaggi, che ponno incontrare nei primi parri;
doinando, come si sapranno bene regolare col marito, e nell'educare i figliuoli? Med.
Hò considerato anch'io queste difficoltà; mà dall'altro canto è da riAettersi
ancora, che prendendoli così giovanette ; si possono ind rizare, come li vuole;
ed abbiano l'esempio nelle piante, le quali allorche sono tenere, con facilità grande
le poisiamo piegare a nostro compiacimento ; mà non già questo accade allorche
sono indurate VIRGILIO (si veda) parlando di domar la gioventù, dice, che
nell'età più tenera con più facilità succeda. viamque infifte domandi, Dum
faciles animi juvenum, dum mobilis ætas. Mec. Io mi maraviglio, che. voi
co [ocr errors] me [ocr errors] me Medico non vi opponiate 'a
maritag: gi di età si tenera, potendo meglio di chi non è vecfato in medicina
conoscere il danno, che possa apportare alle cenere giovani similc mutazione di
stato Med. Non vi maravigliare di questo, perche noi circgoliamo nel modo di
vivcre colle consuetudini de? paefi', insegnandoci il nostro Ippocrate, che:
dandum fit aliquid regioni, et confuetudini; e non per questo, che qualche.caso
liano seguito funesto, debbong esse variure, essendoche cziandio consimili cali
fe, guono nelle più adulce, pericolando queste ancora ne parti. Mec:
Lasciamo le consuetudini dan parte, e dicemi di grazia, se inariterelte una
vostra figliuola in età si tenera? Med. Ci penserei alquanto, et anderei
procrastinando il trattato, fin tanto che li assodasse un poco più negli anni;
c tanto maggiormente, se non fosse ben complessa; poiche non vorrei, che nel
cominciare si prestamente à far figliuo. li, quello, che dovesse andare in
suo [ocr errors] crc [ocr errors] crescimento, G.deviasle
altrove..' Sem. Si differiranno facilmente quefti maritaggi, per non
ispropriarsi della dote, e voi alori Medici, che fiete renuti alquanto
interessati, forse per ciò differirete di effettuarli. Med. Non fiamo però sì
ftolidi, che non riflettiamo, che la dilazione non paga debito, e che questo
fodisfacendosi fpedicamente ci libera da cravagli di doverlo pagare. Sem.
Qual'età voi realmente credere più propria da prendersi marito? Med. Se la
giovane goderà prospera falute, mi persuado, che intorno al vigelimo anno lia
la più convenevole ; le poi foffe gracile, si potrebbe anche in. dugiare
qualche anno di più, per meglio ftabilirsi; purche non paffalse il vigefimo
quinto; ftantccche facendoli talri. soluzione di accasarsi, per godere prole
sufficiente alla conservazione della fami. glia, ciè d'uopo di figliuolanza,
che fopraviva, e ci fiano ancora de'maschi, e ciò nello spazio di 20. anni di
fecons [ocr errors][ocr errors][ocr errors] dità si può commodamente
ottenere. Semi Talmente che, chi bramasse di avere più numerola
figliuolanza,gli coverrebbe prendere una giovane di 15. anni? Med. Per
istabilire bene la sua casa, non fi dee solamente procurare il nuinero
defigliuoli, mà ancora la robustezza, e vitalità de'medefini; e questi,co. me
vuole Aristocile nella sua politica, nascendo da padri giovanetri, sono di poco
vigors, almeno i primogeniti, i quali fogliono per lo più accafarsi. Quindi è,
che TACITO (si veda), ove parle de'costumi de'Germani, dice; che tras essi le
vergini fi maricavano già adulte, cche perciò passasse ne'figliuoli la
robustezza dei genitori. Sem. E l'età dell'uomo più congrua di accasarsi,
quale sarà ? Med. Quella appunto, che si contiene erà lo spazio di 25.,
30 anni; quando ciò da altro impedimento non venga ritardato. Mes, Lo
credo anch'io, che da molte cagioni potrà essere ritardato: im. percioche, se
averà egli impieghi,i quali richiedono applicazione grande, e non si troverà
sufficientemente proveduto di beni di fortuna, per sostentare la famiglia; fe
non goderà salute competente; se in casa averà molte sorelle, e madre in
particolare, che fosse donna risentita, in questi casi doverà indugiare a
farlo, fin tanto almeno, che si troverà in istato più opportuno, non essendo
convenevole porli sotto ad un giogo di questa forta con simili impedimenti
svantaggiosi alla quiere conjugale. Semi Vorrei sapere, quali danni
risulterebbono, s’io tardasli a prender moglie fino alli anni 35. Mec. Se
voi tarderete tanto, temo, * che non la prenderete più, e per ducor motivi:
primièramente perche trà tana to facilmente' vi potreste deyiare, cd
abbattendovi in qualche donna scaltrita, saprà ben'ella distorvi da tal penfie
ro con le sue arti; e guai a voi, le fi af fomigliaffe questa a quella donna
impu dica,descritta da Salomone al 7. dc' suoi Proverbj, la quale ;
ornatu meretricio prçparata ad capiendas animas; e con quali artificj !
victimas pro faluse vovi, hodiè reddidi vota mea ; idcirco egreffas fum in
occursum tuum, defiderans te vin dere, e reperi ; intexui funibus lectulum meum,
ftravi tapetibus pietis ex Ægypto, aspersi cubile meum mirra, a aloe br. E poi
trovandovi in quell'età, farà facile, che comincierete a rifertere sù
l'incertezza di poter'invecchiare, e facilmente direte ; come anderebbe allora
la niiafamiglia séza’l mio stradaméto;qual pensiero, se non vi distogliesse
affitto, vi renderebbe almeno irrisoluto nell'effettuarlo; onde farc à mio
modo, risolvetevi, e non procrastinate di vantaggio: perche altrimenti vi seguirà
cioco ch'è accaduto à me medeliino, che mi fono invecchiato senza successione.
E sapere, che diranno di voi le donne, elsendovi avanzato negli anni? Questi è
vecchio, che ne vagliamo fare? E perciò converrà allora, volendola
prendere, accommodarvi a chi troverete, con le condizioni che da ella vi
saranno date; dove che adesso farà a vostro modo quella, che vorrete
prendere. Sem. Questo certamente sarebbe svantaggio grande per me; laonde
non bisognerà perderci teinpo. Pub. E tanto più sollecitamente vi
risolverete,sentendo li pregiudizj grandi, ricevuti da cui tarda moltó a pren.
dere moglie,i quali sono anche maggioridi quelli, che possono accadere à chi lo
fà prima del tempo. Sem. Quali sono, Dottore, questi Matrimonj fatti
prima, ò più tardi del dovuto tempo? Med. Li preventivi sono; se un
giovanetto fi accasaffe in età di 15.9 16. anni; e li tardivison quelli, che si
fanno, allorche tal’uno è divenuto già veça chio, Sem. Quali danni
apporterebbe ad un giovane lo accafarli di 15. anni? Med. Questi accompagnandosi
con, una giovanetta coetanea, non saprebbe [ocr errors] regolare le sue
operazioni; c s'egli in quello primo fervore fregolato pregiudicaffe allo
proprio individuo, quanti svansaggi ne riporterebbe? E qual'indi. rizzi sarebbe
capace di dare a suoi figliuoli, avendo egli bisogno di chi lo dirigeffe? E
stando tuttavia in crescimeto, defraudandofi questo per il diyiamento della
miglior parte del suo sanguc iinpiegata nella troppo sollecitas generazione,
come potrebbe convertirli in suo beneficio ? Oltre di che noll possono fperarsi
frutti perferti da simili piante, le quali non sono arrivate an. cora alla loro
perfezione, Pub. Aristotile nel 7. della sua Politica fà sopra di questo
un'ottima riflerfione ; cioè, che fimili figliuoli, che pajono quasi coetanei a
Padri, poco rispetto portano loro, querclandofi sovente sopra il governo della
casa contro di efli. Med. Ci sono però alcuni cafi, che debbonsi
eccettuare dall'accénata regola, e tra questi sono quelli unichi,
cd [ocr errors] ed antichi rampolli di qualche illustre, e ricca
famiglia, che per non vederlas estinta, fi procura in età tenera di accafarli.
Siccome ancora, se si vedesse un giovanetto ben complesso, che comincialle a
deviarhi, non avendo chi lo tenesse a freno;onde per non vederlo precipitare,
converrebbe accasarlo, senza indugiare di vantaggio ; ed in questi casi li
doverà prendere un'altra inisura, competendo loro piu tosto una saggias
giovane, che avesse qualche anno di più di loro, affinch'essa regolaffe alcune
operazioni concernenti alla salute, potendo la moglie saggia molto adoperarfi
in fimili affari. Sem. I poveri vecchi allorche foffero robufti, perche
non potrebbero divenire fposi anch'elli? Med. Perche, conforme dice
Euripide. Sed, aut feneétus Veneri valere jubet; Aut Venus senibus
molefta eft. Onde per tal cagione si accelerarebbero la inorte, çssendo anche
potenti, e ritrovandosi inabili a questo, si contristerebbero per molte
cagioni:primieramente per essersi accinti ad un'impresa, nella quale non
riescono abili perlochę verrebbero anche derisi,e beffeggiati da
giovani, e per non vedersi corrisposti dalle loro conforti con quelle
maniere cortofi, ch'elli vorrebbero, e final mente per essere privi
della bramatas. prole, come descrive VIRGILIO (si veda): Nec dulces
natos, Veneris nec prçmian noris. E vi parc,che questi poffano
vivere contenti? Con ragione dunque Blepirone appresso Aristota ne
diceva: -Heu, mihi infeliciis qui senex. cxiftens duxi
uxorem. E Menandro esprimendo le fvcnturc de?. vecchi amanti, così
fayella: Nurde miferius poteft daramante Seine, Hifi
alius fenex amans; Nam, qui frui cupis rebus, à quibus
Propten tempus, quomedò ille non mi Jerefte), 06.01.10
D Mere [ocr errors][ocr errors] arasiit Mec. Ia questo
li credo infelici anch? io, leggendo in Catullo: Er fenis amplexus culta
puella fugit. Ed in Arenco ciocche disse Teognide, ch'è appunto. Sero
Viro juvenis uxor magna calamiras. Cymba fine anchora, effractisq;
Tudensibus. Pub. Udite ciocche dice Plauto di questi: Tum capire cano
amas fenex nequif fime? Si unquàm vidiftis pictum amantem, bem
illic eft. Ed OVIDIO (si veda), ch'era informatiffimo de' genj delle donne di
quei tempi, così ebbe a dire: Que bello eft habilis, Veneri quoque
convenir, stas ; Turpe fenex miles, turpe fenilis amor. Quos petiere
Duces annos in milise aforit Hos petir in focio bella puella viro.
Laonde, qnando a vecchi venitfe in fantasia di preader moglie, a
configlino con 2 con ORAZIO (si veda), il qualc dice:
Intermiff - Venus diu Rursùs bella moves:parce precor precor, : Non fum qualis
eram. Sem. Riceveranno questi certamente, prendendo moglie, svantaggi
affaimag. giori di quelli, che incontrano i giovanerti? Med. Senza fallo;
posciacche questi, crescendo loro con gli anni il senno, u la robustezza, vanno
incontro al tempo migliore ; dove quelli sempre più u precipitano nel più
miserabile: or re dere voi, Sempronio, che danni apporta il diffrire
tanto lo accasamento Mec. Ho conosciuto però un vecchio, il qual, essendo
caduto nelle reti di Venere, piangeva dirottamente la sua sventura; e volendolo
io confolare, persuadendomi, che li lagnasse dell'errore commesso; cgli mi
rispose : oh che fallo hò commiffo io a non prendere moglic, quando era
giovane! poiche fe valoroü so mi son portato nell'età inaridica della un
vecchiezza, quanto più farei stato nel, [ocr errors] 2 la verde
giovenile? Gli replicai però: guai à voi, se in quel tempo foste stato così
dedico à fimilc piacere; posciacche vi averebbe farro inyecchiare prima del
ecinpo; dicendoli dell’ainor lafcivo. Ef juvenis juvenes, qui facit ille
fenes. E per meglio illuminarlo gli apportai l'iscrizione sepolcrale di
Menelao, ch'è questas Inter opus medium lafcivå mørte for lutus; Hic
fitus eft, dom init jam Menelaus bumum; Qui blande. Veneri visa
facraverat Haud aliter vitam ponere juffus eraf. Sem. Or ditemi: questa
uguaglianza come dec essere nelle altre cose? Pub. L'esamineremo in
appresso. [ocr errors] [ocr errors][merged small] CONFERENZA
[merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Dove si mostra,in che cose sia
esenziale l'uguaglianza nei Matrimonj; quali svantaggi
nascano dalle disuguaglianze in queste. Sempronio; Publio,
Mecenate's Medico. M [ocr errors] Sem. I persuado,
Publio, che non essendo seguite trà voi, clas voftra conforte, al. tercazioni,e
discors die, averece goduta la sorte di una perfectisfima uguaglianza in
tutte le cose. Pub. In tutte è impossibile poterlos ottenere ; bafta
solamente, che difuguaglianza non sia nelle più esenziali, nelle quali
certamente fui fortunato,ef. fendo di verificato in me il Proverbio di Salomone:
Qui inuenit mulierem bonam, invenis bonum : du auriet jucunditatem à
Domino Sem. E queste quali sono? Pub. La prima è il genio buono
uniforme in ambidue: e questo non potrete credere, quanto mai trà noi foffe
reciproco; poicche, quanto io volea,senza repugnanza alcuna cra grato anche ad
effa ; ed in quello poteva immaginarini, che fosse stato di sua sodisfazione,
ci concorreva anche la mia, à segno, che delle nostre volontà, sen'era formata
una sola ; onde di noi con ragione si poteva dire, ciò ch'è registrato
nell'Ecclesiastico al 25.,ch'è grato à Dio, ed à gli uomini: Vir, et mulier
benè fibi confentientes . Sem. Sicche dunque se vi potevate immaginare,
che avesse deliderato un, bell'abito, ò una nobile Stufiglia allas inoda, voi
l'avereste compiaciuta prontamente Pub. Non desideravano le mogli queAte
cose in quei tempi, ne'quali non costu. [ocr errors] costumavano;
bramavano bensì di avej re provisioni abbondanti di lini, cana pc, e
cottoni per farne lavorare copio se biancherie ; di vedere fatte le
provi. i sioni à tempo debito, di quanto bisogna per servizio di casa cutto
l'anno; di avere otrimi maestri per istruire bene i figliuoli; e servitù
fedele, e benc accoltumata. Sem. O tempi felici: non poteva io essere
nato allora! Pub. Ed io vorrei trovarmi giovane in questi coll'uso di
ragionc, cd esperienza, che godo: Sem. E la seconda quale sarà? Pub.
Che questo genio uniforme fi ftabilisca sopra le virtù cristiane, e morali in
primo luogo; c di poi in tutto le altre cose utili per lo stabilimento della
casa,cd in queste è stata veramente seinpre singolare; imperciocche vedendo,
che bramavo di sodisfare all'. obbligo, che corre ad ogni benestante, di
sovvenire i poveri, essa ancora facea le sue parti con mia somma
consolazio D4 ne; ne; e nel rimanente vedendomi artento agli
affari domestici, s'ingegnava per quanto poteva, di sollevarmi in molte cose;
talmentecche hò sperimentato in me ciò, che diffe. Appollonide: Certè
inter homines Non aurum, non regnum, non divitia. .. rum luxus Voluptates tam
eximias prebent, Quam buni marici, et uxoris pia Volunt as jufta, et legitimè
affecta. Sem. Lo credo anch'io[facendo voi cosi]che potevare godere una
perpetua felicità. Pub. E voi ancora la potrete godere, se farete il
medesimo. Sem. I tempi calamitofi, ne'quali siamo, non lo
permettono. Pub. Se dipenderà da tempi, converrà avere pazienza ; perche farà
irremcdiabile; mà se dipédeffe poi da voi,senza fallo potrete porvi rimedio:
or'vediamo,da chi dipenda. I tépi calamitofi dāneggiano co carestie,
pestilézcguerre, terremuoti,c tempeste ; c queste non effens
20 [ocr errors] effendoci ora crà noi, come possono corbare il
regolamento della propria casa? Onde vedere, che dipende da noi', non da tempi
; dunque à torto vi lagnate de'tempi ; essendo voi, non cfli l'origine della
vostra infelicità; e se poressero questi parlare, direbbero in loro dif colpa:
voi ci calunniare à torto, per ricoprire i vostri mancamenti; perche vi piace
tale modo di vivere, e vi dilet. ta, quanrunque ne moftriate un'appa.
rente rammarico. Sem. Si pratica oggidi fare diversa. mcate d' allora i conviene
accomodarli ai più: bisogna averci pazienza. Puh. Questo è un pretesto
peggiore i dell'antecedente; perche voi conoscere, che fate male; ed
avere la cognizione, che non facendolo fareste felice; porche dunquc lo fate,
dipendendo da voi il farlo, ò non farlo? Ohcecità ! volere piuttosto effere
imitatore di chi voi conofcete; che faccia male, che di quellig che operano
bene; e poi, se voi dite che ci vuole pazićza,perche vi
lagnate? Som. [ocr errors][ocr errors] Sem. Operavano allora cutti
in questa forma? Pub. Io non andava cercando, se vi era caluno, il quale
diversamçare operaffe ; perche volendo prendere l'esempio da chi lo faceva ;
questi solamente rimiravo, per imitarlo. Mec. Sempronio mio, non vi
avanzate più oltre in questo, perche Publio. vi convincerà di vantaggio; e vi
farà anche conoscere, che i vecchi non sono storditi, conforme alcuni credono;
efsendo che al parere di Plutarco;la mente in vecchiaja ringiovenisce.
Sem. Vi è altro trà le cose neceffarie. da fervarli uguaglianza? Pub.
Nella ftatura ancora ci vuoly, se non totale uguaglianza, almeno proporzione ;
posciacche, se sarà la spora pigmea, ed il marito gigante, se ne avyodrà ella
ne'parti, ed in alere segrete occasioni ancora ; laonde à questo proposito parla
OVIDIO (si veda): Quam male inæquales veniunt ad aran tra juvenci,Tam premitur
magno conjuge nuptas minor. : Sem. Sarebbe dunque bene prendernc prima le
misure di ambidue per formarne una giusta pariglia. Pub. Non è ciò
necessario, nè conve. niente ; perche coll'occhio ancora fi può discernere la
notabile disuguaglia, za. Debbo ancora avertirvi, che li rim cerca la
proporzione de'beni di fortuna; ? perche se vi apparentaste con gence mi
lerabile, alla vostra casa coccherebbe il mantenerla: altrimenti non vi sarà
pace con vostra moglic; perche la vora rà soccorrere di nalcolto, sc non potrà
farlo palesemente. Sem. E la Nobiltà dee entrare ancora essa trà le cose
necessarie da ugu2 gliarli? Pub. Questa uguaglianza non è ftia mata
essenziale, secondo il sentimcnto i di Platone, registrato nel tive del
suo Regno; ovcper teffere la tela della buo. na discendenza, cgli procura
di moa strare, non ricercarli cosa più effenzia, le [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] ke ne'maritaggi, che d’innestare le virtù
; per esempio, al temperamento forte unire il moderato : onde potendo questa
unione formarsi con inferiori di condizione ancora ; non si ricercheranno nè
ricchezze, nè poffanza, nè altre credute dal mondo vantaggiofe condizioni, per
tesserla a suo dovere; come appunto lo fà contesfare à Socrates; perche egli
considera talc affare in ordine al bene univerfale, non particolare di ciascuno
; persuadendosi, che congiungendoli in tale forma, fi potesfc porre il mondo in
migliore consonanza. Ed in conferma di questo, cade in acconcio la bella
concione, fatta dawa Camulejo Tribuno della plebe l'anno 310. ab Urbe condita,
la quale viene riferita da LIVIO (si veda); e dimostra questa con vive ragioni
tutti quei vantaggi, che possono apportare i maritaggi scambie. voli trà
nobili, c plebei alla Republica. Io però mi persuado, che più decoroso fia,
secondo l'apparenza del Mondo, fceglierla non plebca. Mec. [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Mec. Voi
dice benc, Publio ; malo colla nobiltà fosse unito il mal costume scegliere te
forte piuttosto una Meffalina, che una ben'educara, c prudente plebea per
vostra consorte? Pub. Questo poi nò ; perche in tale caso mi perfuado
minor caccia, porerne ricevere, sposando una plebea, la quale col suo buon
costume,.c fenno, in brieve tempo fi farebbe conoscere non dissomigliante à
quelle nate nobili; doveche la nobile mal’educata, e viziola, degenerarebbe in
plebea fenza fallo. Mer. Vedete dunque, che la sola nobiltà non dee attendersi,
mentre voi medesimo la posponere al buon coftu. Sem. Vi sono esempj di
nobili savj, che abbiano sposate giovani ignobili? Pub, Molcillimi. Vifu
Teodofio lin. peratore, il quale antepose la figliuola di un povero Filofofo à
cutte le più nobili, riconoscendola meritevole di tale grandezza, per la fua
buona educazioac. Ed Abramo che desiderò, volen do [ocr errors]
1 70 me. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] do prendere
moglie? Uditelo das. Ambrogio: Difce quid in uxore queratur : "Non aurum,
non argentam quafivis Abraham, non poffiones, fedt gratiam bons indolis :
lib.i. de Abr. Sem. Nella bellezza, ò deformità fi dovrà cercare
proporzione? Pub. Qualche forta sarà bene di procurarla ; perche, fe
diforme sarà il inarito, c bella la moglie, dirà ogni rivale, ammirato di
questo; con Virgilio : Mopfo Nisa datur, quid non fperemus amantes! !
Oltre di che in un continuo tormento di gelosia fi ponc, chi la prende éon
fimile disuguaglianza; e tanto maggiormente, dicendo Giovenale : Rara eft
concordia forma, Atque pudicitia. 21 che viene anche confermato dal Petrarca in
tal guifa : Due gran nemiche erano insieme ago gionte: Bellezza,
ed'oneftade Oltre di che poi [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Fastus
ineft pulcbris, fequitur superbiaus formam. Sem. Nelle ricchezze fi
dee cercare od uguaglianza? Pub: Quella appunto, che fu detta i dell'ecà,
cioè, che sempre fiano ad una certa proporzione inferiori quelle della
cala, con cui volete apparentarvi, perche, come disse ben Marziale:
Inferior Matrona fuo fit, Prifce marito, 4 Non aliter fiunt femina,virque
pares. Sem. Sc uno volcffe prendere moglic in lontani paesi, e di diversi
linguaggi, indurrebbe questo disuguaglianza alcuna? Pub. Forse che si,
quando non s'incontrasse donna di gran fenno; perche il costume, e modo di
vivere differenti, prima, che si accomodino a quelli, che troveranno, possono
fare nafcere molti diffapori ; se pure potranno mai uniformarli; come ne
dubitano Emilio Probo: Non cadem omnibus funt honefta atque turpia, fed omnia
majorum inftitusis, judicant ; nemaque nibil rectum puosat, nifi quod patriæ
moribus convenit. Ed Ovidio così canto: Nefcio que nasale folum dulcedine
cun stos Ducit, immemores non finit effe fui. Beo'è vero però, che in
quei luoghi, fe Veducazione delle giovani fosse mi gliore di quella del
vostro paese, forse che potrebbe questa accrescere vantaggio a voi. Sem.
Se il marito farà dotto, indur. rà disuguagliáza l'effere la moglie
ignorante Pub. Anzi più tolo disuguaglianzas apporterebbc, fe fosse
dotta, ed erudi-$perche come vuole Giovenale; Non habeat matrona, tibi qua junctae recumbit
Dicendi genus, aut curtum fermones rotatum. Torqueat enthimema, nec
biftorias soins ? omnes, Sed quædam ex libris, non intelli. Ed udite, come dice l'Ecclesiastico di
ques [merged small][ocr errors] queste al 28. Lingua tertia mulieres vin
ratas ejecit, o privavit illas laboribus fuis; Qui respicit illam non babebis
rea quiem, nec habebit amicum in quo requieJoar. Mec: Posso a questo
proposito riferire ciò, che è accaduto a tempi noftri. Vi tù un dotto
Jurisconsulto, che aveva una sua figliuola, e volle addottrinarla nelle materie
legali,cd avendo acquistato detta giovane molta perizia in esso le
convennc,morto il padre, prédere, inarito, e si trova la povera giovane
talniente confusa nelle faccende domestiche, che si pentiva grādemente di avere
applicato allo studio, dicendo: che mi serve ora di sapere le leggi, non avendo
įmparato quello, che mi conviene fapele per governare la casa? Sem. Già fu
parlato della uguaglian. za, o proporzione, ch'essere dee tra l'uomo, e la
donna intorno all'età; ina se portasse la necessità, che un attempato unico
della sua famiglia dovesse prédere moglic, pornon lasciarla cftinguc:
E [ocr errors] re re, ditemi, Dottore, quale sarà l'età, se non
proporzionata, almeno più fe. conda della donna, con cui dovesse con.
giungersi Med. Quella, nella quale più facilmente li concepisce, ch'è tra
i venti, e li venticinque anni. Sem. Orsù Mecenate risolviamoci ambidue a
prendere moglie, potendo ogn' uno di noi provedersela della medesima ctà, e non
permettere, che la vostra famiglia si illustre fi cftingua in voi. Mec.
Crede essermi già bastantemente spiegato nella prima conferenza, ma voi non
avete capito le mic raggioni, tornando la seconda volta a configliarmi 'l
medesimo, con mostrare premura maggiore per la mia descendenza, che per me;
onde vi torno a dire, che nella mia età non è più convencvole lo aceafarli;
dicendo Euripide: Verùm fonecta jubet valere Cypridem, Et ipfa rursus
senibus infensa est venus. Quindi è, che Sofocle interrogato allorch'era già
vecchio s'egli esercitava [ocr errors] a più gli atti venerei: Iddio me
ne guardi diffe, che io mi sono guardato un pezzo fa da coresti, come da
una impetuofa, e violenta tirannide, Valerio Mallimo lo riferisce. Sem.
Io ne domando scusa, dichiza randomi non averlo detto a questo fine, Delidero
ora faperc i pregiudizj; EI che apportano ne' matrimonj le disus guaglianze; ed
in primo luogo; fe faranno di genio differenti tra loro. Pub. Dice
Salomone: Melius eft habitars in terra deferia, quam cum mulieu rerixoja, litigiofa;
onde vi potrete i figurare di vedere la casa piena di con fufione, ove
regnano genj differenti; pofciache ciocche vorrà il marito, ve nendo ad
essere disapprovato dalla moglie, onon fi effettuerà, o per la meno I in
qualche parte verrà variato, e que Ito medelimo darà occafionc à
discordie perpetue tra effi, fe il marito non averà la prudenza di Giove,
cui Giunone si opponeva sempre come vuoo le Omero, Dum moliuntur,dum
comitur annus est. Sem. Ed il rimedio per questo, quaEin le
farebbe? Pub. Lo diremo a suo tempo. Sem. Ho conosciuto marici alti
due palmi più delle mogli, e il doppio più i grossi, ne da questa
disuguaglianza ho veduto seguirne inale alcuno. Med. Ed io ; che fon più
vecchio di voi, ho medicato più d'una di questo nel tempo, che stavano per
partorire, ridotte a termine di morte, per non poter dare alla luce i loro
figliuoli, se non dopo alcuni giorni, e coll'ajuto del Chirurgo, e di queste,
alcune sono pei rite. Succederà a quelle di avere parto felice che nella
gravidanza avendo fi avuta inappetenza grande, il feto si sarà poco
nudrito; e perciò rimanendo picciolo, questi non averà ftentato ran to
nel uscir fuori; o pure la cassa del o corpo della madre, con quanto è
neces sario, per rendere meno difficile il parto, sarà stato in queste
proporzionato al bisogno. Ma preventivamente alcu [ocr errors] ne di
queste cose non costumandoli ri. conoscere tra noi, conforme appresso alcuni popoli
li faceva, e perciò, per esimerki da tal pericolo, conviene riAeterle prima del
maritaggio, toccan. do questo a'padri di famiglia. sem. Sc un bel giovane
prendeffe per moglie una donna deformc, che male potrebbe ciò apportare?
Pub. Niuno, quando però foffe egli fodisfatto, e la donna fosse prudente, e non
l'avesse presa per cagione di grofsa dote; perche si farà quest'invaghito delle
sue rare qualità, ed averà egli facilmente appreso da Salomone ne' suoi
Proverbj, che: Fallax gratia, e vana eft pulcritudo: mulier timens dominum ipfa
laudabitur. Sem. E se il motivo di prenderla foffe Itata la dote
Mec. Seguendo per lo più simili deliderij in giovani, i quali penuriano di beni
di fortuna, la pace tra essi dyrerebbe lintanto, che la dote foffe in picdi: mà
appena consumata questa, allo. ra 1 [ocr errors]
racomincierebbero reciproche doglian. ef ze; quelle del marito sarebbero,
diri. trovarsi vicina la moglie deforme, e della donna di non vedere più
la sua dote, Caduceo di pace tra di loro. Sem. Dandosi però vincolata, ciò
non potrebbe seguire. Mec-Non si può ottenere questo in limili
disuguaglianze ; perche vogliono tali sposi libero il danaro, per vincolarsi
cili colla deformità della moglie, finche dura la doce. Sem. Non so capire
perche s'abbiad d'apparcntare con casc men facoliose ; perche questo apporterà.
svantaggio nella dote. Pub. Ma però quiere maggiore, ove entrerà limile
sposa; perche quella giovane, la qual’esce da una casa, ove con gran laurezza
viveva, difficilmente potrà acomodarli alla vostra, ove 1101 i potrete con quel
fasto trattarla; onde da ciò ne nasceranno amarezze continuc; o pure
(arece forzato, volendola consolare, ad impoverirvi prestamente. E4
Sen. of [ocr errors] Sem. Il prendere una moglie nata in paesi
lontani potrebbe forse recare gran vantaggio ; perche non avendo parenti
vicini, sarebbe più ossequiosa al marito, nè lo disgusterebbe, e ciò farebbe
felicità grande. Pub. E voi credete, che 'l Padre fia sì sciocco, che non
penserà ancora di raccomandarla à chi lia d'autorità, acciocchè le assista in
caso di bisogno? c quando avesse cgli difetrato in questo, credere voi, che chi
parte dal suo pae. sc, sia così insensata di non sapere col suo ingegno trovare
chi la protegga in un suo urgente bisogno? Qual patrocinio cal volta sarà molto
più autorevole; ed efficace di quello, potesse ricevere da suoi congiunti: non
v'invaghite di straniere, se non in caso, che mancare sero donne del paese, ove
voi dimorate. Mec. Sono andato più volte rifectendo, che non sarebbe
forse svantaggio lo sceglierla, non dico da paesi remoti, ma da città
convicine, e mi ha mosso que in questo pensiero Giovenale, con
dire Malo Venofinam, quam te Cornelia [ocr errors][merged small]
Grascorum, fi cum magnis virtutibus be affers Grande supercilium, et numeras
in dos be te sriumphos ; id Perche queste riescono più docili, eve
nendo in città più nobile, gradisco no ?: quanto si fa loro, più delle proprie
cita tadine, e fogliono ancora eslerc meno dedite al luflo, Pub. Vi sono
le sue difficultà in queste i . ancora . Imperciocche Carone, con e tutto
che fosse uomo sì faggio, quanti di guai ebbe con la sua moglie Acrorias I
Paola, quantunquc povera, e nata in ¿ un villaggio ? fu questa superba, vio2
lenta, e debole di mente. Laonde a tal propofito S. Girolamo lib. 1. in
Joviniznum diffe; Nequis putet si pauperem dy xerit fatis fe concordie
providili &c. E bij maggiormēte ora che il lusso ha polto il piede da
per tutto; ne crediare che vorranno vestirc con minore pompa delle E
2 Fu [ocr errors] Junonem autem non adeo accuso, neque irafcor,
Semper enim mihi consueta eft impedire quidquid intelligo, Sem. Ma quale
rimedio ci sarebbe in questo caso per fuggire le discordie? Pub.
Conoscendo' voi il costume di vostra moglie, che sia di contradirvi, come
espresse Terenzio, Novi ingenium mulierum Nolunt ubi velis, ubi
nolis Cupiunt ultro. In questo caso ordinate tutto l'opposto di ciò, che
bramare, per esser ubbidito. Sem. E se avesse poco fervore nellas pictà, e
trascurassc alquanto gli affari domestici, scorgendo quancunque suo marito
attcntiffimo a tutto? Pub. Sarebbe segno, che avesse altre cole, credute
da essa di premuras maggiore di queste, che le andasse. ro per la mente; perche
non si trascurano affari si rilevanti, se non da quel. le, di cui disse
Terenzio; ciccadine, se non s'incontrerà in savie, c prudenti. Sem. Mi
piacerebbe di avere una moglie, la quale mi sollevasse con qualche storietta ;
perche dunque il fatirico dice: Nec historias feiat omnes? Pub. Perche,
con sapere le donne molte storie, essendo cosa facile il poterG abusare di
qualcuna di esse, niun vantaggio vi apporterebbe; e sappiate che ci sono libri
molto lascivi, i quali non comple in conto alcuno, che da esse si leggano,
confessando tal verità Ovidio medesimo quantunque fosse impudico, con dire:
Eloquar invitus, teneros no tange poetas, Summoveo dores impius ipfe
meas. Callimacum fugito non eft inimicus e mori, Er cum Callimaco tu
quoque Coe noces . Carmina quis potuit tutò legifeTibulli ? Veltua, cujus Opus,
Cintia fola fuit ? Quis potuit lecto durus difcedere Gallo? Er mea, nefcio
quid, carmina tale fo E [ocr errors] [ocr errors] E poi due cose
non si possono fare: die vertirsi nel leggere, e reggere la casas; e
dovendo a voi premere la secondands ( conviene ch'essa abbandoni la prima ;
¢ sappiate, che Giovenale dice a questo proposito Quis ferat
uxorem,cui conftent omania? Mer. Plutarco però dice, che sarebbe di
profitto al marito d'istruire la moglie nella geometria, ed in alire cores o
dottrinali, ed onoratissime ; perches ď allora si spoglierebbe affatto delle
leg. gierezze, e vanirà de pensieri, e si aAterrebbe dal
danzarc, Pub. Che la moglie s'istruisca nei buoni documenti morali, e di
pietà da mariti è cosa ucile, e lodevole; maw, che s'impieghi ad
apprendere la geomei tria, quando fi trovare inadre di più fi: gliuoli,
non so come le potesse riuscire avendoli d'intorno, per lo strepito ch'
delli fanno; se poi fi allontanaffe da elli, ecco che l'educazione loro
anderebbe a male. Sarebbe ciò solamente tollera. bile in una donna itcrile,
avendo servis tà tù sì buona, della quale si potesse ad chiusi
occhi fidare, per divertirsi con tale scienza, c passare la noja che le
recherebbe il trovarsi senza figliuoli; per altro se abbiamo d'aspettare, che las
geometria tolga la yanità donnesca, regnerà questo difetto per sempre nelle
donne : e poi la mia moglie, che nulla sa di geometria, odia la vanità, ed i
balli; dunque possono fuggire detti vizi quelle ancora, che non sono
geometre. Sem. Vorrei sapere distintamente, che cosa fia questo
matrimonio; perche dovendomi accasare bramo di esserne informato, per non
operare alla cieca in così rilevante materia? Mec. L'udirete da me nella
venturas conferenza. CON [merged small][ocr errors][ocr errors]
Sopra gli antichi costumi, praticati apprello alcuni Popoli per la
generazione; e se sia più vantaggioso lo scoprire scambievolmente i proprj
corporali difetti, prima di sposarsi, o l'occultarli. Mecenate,
Sempronio; Publio e Medico. i Mec. On mi ftéderò molto nel
riferirvilan. tichissima libertà de? Greci, nè tampoco l'incestuoli modi
de' Persiani, praticati ne gli atti conjugali, per non contaminare le vostre
orecchie; mentre i primi a guisa di bestie moltiplicavano, conoscendo i
figliuoli solamen te te le loro madri, comme scrisse Tzetzes
Iftorico Gracorum priùs mulieres per Greciam, Non quemadmodum nunc,
conjungebantur legitimis viris, Sed inftar jumentorum mifcebantur omnibus
volentibus; Erant igitur unius naturæ tunc filii, Sobas agnofcentes
matres, non patres, Ed i secondi non avevano orrore di esse. re figliuoli, c
mariti, come riferisce Catullo, Nafcatur magus ex Gelli, matrique nefando
Conjugio, con discat Persicum aruspi cium, Nam Magus ex matre,
donato gigne tur oportet i Si vera eft Perfarum impia religio.
Sem. Ma il Cielo lasciava impunici fi effecrandi delitti Mec. Non
già; perche, come si ricaya dal fudecco Tzetze furono mediante il diluvio
puniti, dicendo egli in appreffo.a Poft illud, quod in Ogygis tempore
inci. dit diluvium, Cecrops acceffit ad Aibenas Gracia,
Has Ashenas cū vocaffet ex Soi Ægypti, Cum multis aliis rebus commoda
vis Gracia; Tùm lege conftituit mulieribus nuptias 5 legitimas, 1M
Ex quibus filii cognoverunt duos pa rentes. Anzi per farvi conolcere,
che la natura stessa abborrisce l'incestuosi connubj, vi posso apportare molci
csempj de bruti, tra quali, non solamente il camelo lo ha in orrore, uno de'
quali ammazzò il suo cuftode, che lo ingannò a coprire la madre, appena
avvedutofene, coine riferiscono Aristocile, ed Eliano; ma PLINIO (si veda)
ancora racconta, che nellad campagna di Rieti vna cavalla avvedu tasi di
questo, immediatamente si prei cipitasse, e Varrone fcriffe, che un ca
vallo per la medesima cagione faceffe tale impeto contro il suo armétiero, che
l'uccidcffe:e dell'elefante raccora il me deliof desimo avvenimento
Lirense. Sem. Ma come faceano a riconoscersi i figliuoli da'
Padri,avendoli cosi confufamente generaci; Pub. Appreffo alcuni Popoli,
allorche i figliuoli aveano compito il quinto anno, quei, che più li
assomigliavano a gl’incerti padri, erano tenuti da essi per loro
figliuoli; come racconta Stob. Ser. 42. Sem. Quanto è stato peggiore il
mondo in quei tempi di quello fia oggidi ! Mec. Se voi sapeste il
rimanente, ftu. pirere anche di vantaggio. Sem. Eche, vi sono state altre
scelleratezze ancora? Mac. Contentatevi di non udire altro per ora ; e
lasciate simili notizie, per quando farete più proveito : passiamo aderlo a'
tempi incno infelici. Ristabilito, che fu il matrimonio, s'introduffe da alcuni
popoli il contratto della vendita delle loro figliuole, cioè da' Greci, Traci;
Aliri, Arabi, Indiani, ed al, tri, come da Tiraquello nelle sue leggi
COS [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] conjugali
si racconta, e Sofocle introo duce le donne, che cosi favellano fopra
dició: Ubi verò ad pubertatem hilares pervenimus Pellimur foras,
atque divendimur Procul à Diis patriis, a parentibus, Alia quidem
peregrinis, alia barbaris. De' quali parlando Pomponio Mela riferisce, che: proba,
formof&que in pretio erant. Sem. In quei tempi saranno stati con:
ienti i padri, nascendo loro figliuole, e non già mesti, conforme ora sono, che
debbono dotarle, mercecch'essi allora ne ricevevano utile grande; oltre I di
che saranno state anche molto più cu stodire queste mogli a caro prezzo
com prate di quello si faccia ora, ch'effe b con grosse doti comprano noi;
poiche offervo, che se un cavallo ci costa molK to, abbiamo somma premura
di esso. Mec. L'interessati padri può effere, di che lo faceffero, ma non
già i buoni, che le amavano, e perciò riflettevano, F [ocr errors]
ancora, che se non portavano dote le loro figliuole, non acquistavano, ovc
foffero entrate, dominio alcuno. Ele mogli fi ftimano c rispettano ancor adeffo
da giusti, e saggi mariti, per questa modelima cagione; e poi quelle, che
portano grosse doci fanno ben farli portare rispetto anche da’mariri non favj,
dicendo Giovenale : Intolerabiliùs nibil eft, quam fæmina dives. Dicendo
ancora Cleobulo appreffo Stobeo: Si babebis uxorem ditiorem, aut nobiliorem,
dominos habebis, non affines. In oltre si costumava da altre nazioni ancora
comprarsi dalle mogli i mariti; conforme fi ricava da Virgilio; Teque fibi
generū Thethis emas omnibus undis. E Boetio, nel lib.z. de Commenti alla
topica di Cicerone, così parla. Tribus modis uxor habebatur, usu,farre,
et coemptione; fed confarreatio folis Ponsificibas conveniebat; quæ autem in
mamum per coemprionem conveperat, hæc [merged small][ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] mater familias vocabatur &c.; Sem. Si
è costumato in alcun tempo, che non fa corsa tra contracnci dote ale cuna
ne’inaricaggi? Mec. Nelle leggi di Solone, Licurgo, e di Platone fu
stabilito questo ; ben è vero però, che la sperienza has fatto conoscere, che
fuccedevano più di rado i matrimonj, per non effervi il suo fuflidio dotale ;
essendocche pochi vi erano', che volessero soccomettersi al grave pero di
essi, senza il follievo della dote; onde vedendoli dan ciò risultare notabile
danno alla Republica, LA PRUDENZA ROMANA ftabilì con leggi le doti,da
consegnarsi alle figliuole, per sostentare non solamente li peli del
matrimonio, ma per allettare maggiormente ancora, mediante effe, gl uomini a
prender moglie, come disse il Satirico, Veniunt à dote sagitsa. Pub. Erano
certamente troppo pregiudiziali fimili leggi, dalle quali lcfcludevano le dori;
c perciò Aristotilo discordò dall'opinione del suo Macftro Platonc provando ne'
suoi Problemi, che fia cosa obbrobriosa prendere moglie indotata; e che sia
anche gran pazzia di colui, che lo facefle, dovendo egli riflettere al peso,
che se gli accresce: onde sopra di ciò interrogato Anafsandro, cgli 'rispose;
che sarebbe divenuto servo certamente colui il quale bisognoso prendeva moglie
indotata; perche in vece di se solo, dovea alimentare più persone. Quindi è,
che con somma prudenza fu risoluto nel Concilio Arelatcose; che non si dovesse
fare matrimonio alcuno senza dotc, como riferisce Fontanella. Sem. E'
stato costumato da nazione alcuna il prendere più d'una moglie nel medesimo
tempo? Mec. Anzi tuttavia dagl'infedeli fi pratica ; ben è vero però, che tra
eli le mogli sono trattate, come schiave, tenendosi racchiuse, e guai a voi,
Sempronio, se vi fosse permesso più di unas moglie, allora vedreste in che
travagli maggiori vi porrebbero le donne, che go [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] godono la libertà, ond'è stato fantisfimo il provedimento,
che unica fia la conforte. Sem. E da chi ebbe origine, questo matrimonio in
fimile forma? Pub. Dal grande Iddio; posciacche, crcato Adamo, formò Eva,
e glicla died'egli medesimo per conforte; onde ad iinitazione di questo gran
matrimonio dce ogni fedele contentarsi di una's fola compagna, e di rispettarla
ancora, conforme fece il primo marito, il quza le allorche la ricevette per sua
sposas, così disse : Hoc nunc os ex ossibus meis, caro de carne mea, hæc
vocabitur virago, quoniam de viro fumpta eft : quamobrem relinquer homo patrem
fuum, a matrem, adbarebit uxori suæ, derunt duo in carne una; e da ciò
comprendere, quale ftima li debba fare della propria moglie. Sem. Ma
tornando alle doti, queste da principio in che quantità furono ftabilire ? Mer,
Non fu allora ciò determinaco, ben [merged small][merged small][ocr
errors] F 3 ben è vero però, che in appresso, essendo divenute ecceffive,
furono stabilite in una certa quantità, secondo le condizioni delle persone; e
particolarmçate nei domini, ben regolati. Sem. E questo viene
offervato? Mec. Qualche volta, ma non sempre; fentendosi assegnate a
caluni in fommas più considerabile degl'altri,quantunque fiano della medesima
condizione Pub. Mi piacerebbe lo stabilimento fiffo, secondo lo fato
delle persone, ma da che proviene questa inosservanza? Mec. Dal lusso
accresciuto, il quale effendosi anch'esso posto tra le spese necessarie per il
sostentamento matrimoniale, viene anche considerato per tale da chi dee
accasarsi ; e perciò dice, tanta dote io voglio, per pocer fare quello, che si
costuma dagl'altri. Pub. Qnando io preli moglie, e per qualche cempo in
appreffo, et contentava ogn’uno di ricevere competente dore; perche questo
lusso di oggidi non non vi era. More [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] Mec. A tempo ancora, che vivevas Gnco Scipione, le doti parimente erano
molto proporzionate al vivere di allora, ascendendo la più pingue, quale ebbe
Magulia, che fu chiamata las dotata, a cinquecento mila affi, come riferisce
Valerio Maffimo. Sem. Non erano dunque si tenui les doti ascendendo a
tanta somma. Mec. Avvertite Sempronio, che gli affi non erano già scudi;
ma solamente ogo’uno di essi arrivava appena al valore di quattro de' noftri
quattrini di rame; onde turci icinquecento mila afli formavano la somma di
circa quattro milas fcudi de' noftri; e poi le più frequenti erano di dieci
mila asli, come ebbe Tacia figliuola di Cesone, il quale non era ignobile, e
cal somma appena ascendeva a scudi ottanta, Sem. Ma da che proveniva, che
corressero doti si tenui in quei tempi ? Mec. Non da altro, che dal non
efservi lusso, Sem. Ma perche non si pone dal Principe [ocr
errors][merged small] F4 cipe sopra di ciò LA PRAMMATICA? Pub.
Perche aon ci è bisogno in queIto della sua autorità. Sem. Come non ci è
bisogno? Pub. Ditemi, Sempronio, se voi poteste senza l'autorica del
Principe far cosa, che fosse anche di sua fodisfazione, vi sarebbe bisogno
della sua autorità per farla? Sem. Non ci sarebbe certamente di uopo di
essa. Pub. Or ditemi, s'è in voftra libertà, nel farvi un'abito, spenderci
50. ò pur 100. scudi, ed in una carrozzas 500.Ò 1000. in questo vi astringerà
forfc il Principe alla spesa maggiore? Sem. Certamente, che no;
Pub. Perche dunque non lo fate confiftendo in qưesto la PRAMMATICA? Sem.
Perche gl'altri non costumano di farlo. Pub. Or dunque domandate a questi,
che pongano efl'LA PRAMMATICA, non al
Principe, il quale non comanda, che fi ecceda gel lufto, Mec. A questo
proposito essendo ftato supplicato TIBERIO (si veda), a porre moderazione
all'eccellivo lusso, che correvad in quel tempo, egli negò apertamente di
farlo, dicendo come riferisce Tacito: Pauperes neceffitas, divites fatietas,
Nos pudor in melius muter; onde da ciò comprendete, che noi siamo i padroni di
prendere quelle misure, che più ci aggradano nei nostri trattamenti; et udite
da TACITO (si veda) medesimo, come mai lo espresse al vivo nel secondo de' suoi
Annali: Cur ergò olim parfimonia pollebat? Quia sibi quisque moderabatur : non
ritrovandoli Gneo Fabrizio, e Quinto Emilio, che un tondino, ed una saliera di
argento, per servirsene nei sagriticj; per altro tenevano da se lontano ogni
luflo, conforme fecero ancora i Publicoli, i Curj, i Scauri, et altri valoroG
uomini, i di cui pensieri non si aggi. rayano già intorno alle ricchezze, ma
bensi agli onorevoli Consolati alle me. ravigliose Dittature, ed ai Trionfi,
per çimagcre immortali nella pofterità: cos me [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] me riferisce Valerio Malimo : Sem. Hò
capito a bastanza, e conofco, che il mancamento viene da noi. Notificatemi ora,
Dottore, quali sono questi difetti corporali delle donne, i quali voi meglio
degli altri conoscerere: Med. Non posso servirvi in ciò, ele sendo che
quanto sò di occulco, non, debbo palesarlo. Mec. Il Dottore è compatibile
in questo, perche s'entrasse egli in disgrazia delle donne, potrebbe dire di
aver finito di fare il Medico; imperciocche, comincierebbero queste a dire, che
tutti di suoi infermi muojono, e perciò sias sfortunatissimo nel medicare, e di
vantaggio sia un vecchio stordito, che non sappia ove si abbia la testa; e
sapere purc, che queste muovono gl'animi colla loro eloquenza più di Demostene;
onde lo porrebbero in una totale defiftimazione, non facendoli scrupulo alcuno
di far ciò quanrunque fosse di pregiudizin grande a professori, il dicui merito
effe non sanno conoscere, per vedersi [ocr errors] [ocr errors][ocr
errors] da effe anteporfi gl'adulatori a questi. Med. Non è questo il
motivo, che mi ritarda il palesarli, ma bensì, l'avere io qualche segreto di
cal’una, che si trova con qualche imperfezione, onde non vorrei, che mi
credesse manca. core di fede, figurandofi, parlaffi di lei: per altro, non mi
ritarderebbe già di farlo quello, che voi avete accennato; perche, se dicessero
mal di me, diverrei Medico fortunato, essendo che non medicando, non mi
potrebbe morire alcuno, e per questo riposo ancora goderebbe la mia mente
tranquillità maggio [ocr errors][ocr errors] re. Mec. Queste sono
belle rifleffioni, ma però ad ogn'uno piace l'effere adopera to, e questo
senza protezione difficile mente si conseguisce. Med. Piacerebbe a me
ancora quan. do ciò non distruggeffe il mio individuo; e cercherei ancor io
queste pro- tezioni, quando accrescessero dotčrina; ma non potendo le
stelle cramandare i quci benigai inguda, ch'effe non hanno onde
onde per tal cagione mi persuado, che queste ancora non potranno addottrinare.
Voi conoscere il mio naturale ; di grazia non diciamo altro. Sem. Se non
diremo altro, non termineremo la nostra conferenza, ed io rimarrò senza essere
istruito. Mer. Vi consolerò io, ch'essendo già vecchio, niū fastidio mi
prédo delle doglianze feminili, non curandofi esse più trattare meco. Vi
persuaderete forse, Sepronio, che tali difetti personali occulti sieno cose
grandi, essendo, che il Dottore ricusò palesarveli? questi non sono altro, per
quanto mi vado immaginando, che un poco digobba, la quale viene ben uguagliata
da buftini ripieni nella parte mancante . Sono qualche palmo di giunta
ne'calcagni, per potere coparire al par delle altre ; qualche piaghetta,ò
fistola occulta,o ferore di naso, ò di bocca ; ò pure altro impedimento,
mediante il quale si rendono infeconde: Ma non crediate già, che tutte le donge
abbiano fimili imperfezioni, effendo [ocr errors] do solamente alcune
poche queste così imperfette. Pub. E' certamente curioso quel
caso riferito a tal proposito da San Vincenzo Ferrerio nei suoi
fermoni. Aveva un giovane sposato una donna, la quale gli parea di
giusta ftatura, rimase poi cgli quando la vide porsi a letto mancata in
un momento per metà. Dubito da principio, che gli fosse stata
cambiata, mà miratala bene in viso, si avvide effe. re la medesima,
onde stimò bene dirle, cosa avesse fatto dell'altra metà della sua
persona ; l'accorta non fece altro, che mostrargli le sue pianelle, ò
trampani per la loro grandezza, che appunto allora si era cavati, i quali non
erano inferiori all'altezza della base di una colonga. Sem. Fra
tutte l'accennate imperfec zioni, niuna mi darebbe maggior faItidio del fecore
del nalo, ò della bocca; perche io, che sono dilicato, non potrete credere, che
avversione ciò mi recherebbe; onde di questo, prima difpofarla, voglio
ben'accertarmi in vicinanza tale, che possa scoprirlo io medefimo. Pub. E
che ? forse temete, udendolo per relazione altrui, d'incontrare las bontà di
quelle donne, che redarguite, perche non avessero palesato il fetore della
bocca de loro mariti, effe rispofero ; che credevano, che tutti gl'uomini
odorassero in quella forma? D.Hier. in Jovin. Sem. Come si potrebbe fare
per isco. prire quefti difetti corporali occulti? Mec. Doverebbero
palesarsi reciprocamente alla prima, altrimenti, essen. do il matrimonio un
contratto, vi farebbe inganno, ciò non facendosi: E fe nei contratti delle
compre de' schiavi, ò cavalli, quando la frode fi scuopre, esli si possono
riscindere, così mi persuado, che sia in questo, cadendo-yil'inganno in cose
essenziali alla fecondità; oltre poi, quando non si poteffc riscindere, quante
occasioni daranno di perpetui disturbi tra di effi fimili diferti.
Sem, [ocr errors][ocr errors] 3 Sem. Şi è dato mai il caso, che
siang palesati questi prima delle nozze? Mec. Molti esempj ci sono, e tra
gli alori, quello di Crate Filosofo Teba. no, cui portando grand'amore
Hipparchia, la quale aveva non inferior genio col FILOSOFO, che colla sua
doctrina, onde richiedendolo per marito, che, fece egli ? si scoprì il dorso,
cmostrolle la sua gibbosità; e di poi posto in terra il maorello, bastone, e
tasca, che 2veva, le disse: Signora, queste sono tutte le mie supellectili, la
mia defor mirà già l'avete veduta, onde considerate seriamente ciò, che fare
per non. avervene a pentire. La saggia donnarei plicogli, che aveva già
sufficientemen te proveduto ogni bisognevole, e confiderata ogn'altra
cosa, e perciò credeva, che più bello di lui, e più ricco non fosse nato al
mondo; onde che l'avesse pure condotta dove voleva, come sua moglie . Ed il
simile fece ancora nel discoprire la sua gibbofità il Padre di Sergio Galba a
Livia Occellina Daman mol per mo molto ricca, è bella, per non
ingannarla. Sem. Bisogna, che queste non credersero deformità
svantaggiosa la gobbas de’loro mariti, perche hò osservato i figliuoli di
cocefti molto diritti, e belli; mà vorrei sentir riferire qualche caso di
donna, che avesse scoperto all'uomo i suoi difetti. Pub. Vi fu una
giovane bellissima amata teneramente da un Gentiluomo, il quale avédola farta
chiedere glie, fi scusò ella di non poterlo compiacere, onde da simile ripulsa s'accese
di desiderio maggiore, per averlas; mà che fece la savia giovane, vedendo,
ch'egli non defifteva ? gli fe intendere, che lei medesima gli averebbe
palefata la cagione, per la quale ritardava di condescendere alle sue brame, e
c011"certato il luogo, ed abboccatisi insienie gli scoprì il suo petto, e
felli vedere un canchero, ch'aveva in una zinna, dicendogli,Signore, questa
carne, ch'è incominciata ad incadavcrirli voi amato [ocr errors][ocr
errors] ta [ocr errors][ocr errors][ocr errors] canto! Rinase egli
confuso nel rimira, re tale spettacolo, il quale frenò in gran parte
quell'ardente amore, che le portava's desistendo in avvenire di farla più
importunare. Sem. lo credea, che le donne non fossero facili a scoprire i
loro difetti, sarauno però rari questi esempi: Mec. Il simile credo
anch'io, e da ciò facilmente oasceranno molte contese cra mariti, e mogli,
d'onde provengono i divorzj, e fe li palesaffero alla prima scambievolmente i
loro difetti, forfe che non seguirebbero; posciache essendune ainbidue
consapevoli, non li pom trebbero allora dolere, se non di loro
medefimi. Sem. Perche non si potrebbero fare ri. conoscere ambidue prima
del matrimos nio per meglio accertarsene? M26. Questo ripiego fu
disapprovato, quantunque lo aveffe proposto Platone; onde che fi dirà
apportandolo you?' Evi pare, che l'oneltà lo debba permettere? Appena le leggi
Romane antiche tolle. G [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
[ocr errors] 98 Conf. 4. Dec.
prima il rarono una tale ricognizione nell'uomo, proibendola efprenainente
nelle donne: e re Platone aveffe osservato cioccheri feriscono Plinio, e
Solino, che i cadaveri delle donne galleggiano sù l'ondes con il ventre
all'ingiù, e degli uomini all'opposto, cercamente, che averebbe appreso dalla
natura il documento di doverte, trattare con maggior onestà, vedendoli
naduralmente risplendere un non fo che di modestia in eile, anche dopo morte.
1. Pub. A questo propofito lessi in Plufarco, con mią grande ammirazione,
ciocch'egli racconta di quelle Vergini Milelie, le quali, divenute pazze a
cagione d'influenza peftifera,che ivi vagava, erano forzate dal loro delirio a
morire appiccare, e questi spectacoli giornalmente fi trimiravano nella Città
di Mileto ; fenza che le preghiere, e le dagrimé de' genitori potessero impedirli;
solamente il contiglio di un Savio porè rimuoverlig. e fu di procurare con
decreto del Senato, che tutte quelle,che si sospendessero in avvenire, forfero
esposte nude in nezo alla piazza a vita di ogniiuno:Indusfe nella fancatia di
cucina te le giovani tale spavento, ufc4to sopra di ciò l'editto, che manco
affatto Porrido fpettacoto, aftenendoli age'unas in avvenire di farlo ; perche
concerioz per cola assai peggiore perfere veduta ignuda, benche morta, che
vestica ap. piccata . Med. Due altri fatti poffo riferire anch'io di
donne savie: Polisena fu unas di queste, di cui così ne parla
Euripi de, At illa jam moriens tamen Multum providit, ut
honeftè caderet . Celaretque', que celare oculos virorum
oportet i Ed Ovidio ancora, nelle sue Metamorfosi, così dice della
medesima, Tunc quoque cura fuis partes velare, pudendas Cum caderet,
castique decus fervare; pudoris ; E l'altra fu Olimpia madre di
Alessan dro il Grande, che trovandoli proffiina alla morte, con i propri
capelli, e vefti ricopriva ciocche l'onestà non permetteva - Acimirasle
scoperto . Sem. E chc G farà delle belle, delle ricche, e delle brutte, e
povere ancora, come troveranno queste marito? Mes, L'udirete in
appreso. [ocr errors][ocr errors][merged small] [ocr errors][merged
small] [ocr errors] Nella quale si mostra, in che modo si maritino le
belle, le ricche, e le deformi quantunque povere.
Mecenast, Sempronio, Publio, et Medico. Mec. A lunga
sperienzando che hò del mondo, grá cose mi ha fatto conoscere intorno a matrimonjoli
qua, li per essere contracti, come fu detto, hò scoperto in effi ancora i
suoi scnsali, conforme fono negli alori trafichi. In quei fatti a doves re de
quali già parlammo hò offervato sempre mezana la Prudenza, la le non già di
approveccia di alcuna fensaria per se medesima, come sogliono qua,
praticare gli altri sensali dc' matrimo. nj. Sem. Quali sono questi
altri? Meci Amore, l' Ambizione, e las Bugia. Sem. Che fofle Amore
sensale Ò, 'mezano de' natrimonj' lo sapevo anch? io; ma questi alori mi
giungono nuovi; e come mai l'Ambizionc potià trattare i matrimoni? Mec.
Vi sarà una giovane brutta ral. volca, e povera, c perciò Amore l'averà
abbandonata'; ma perche si trove rà umfratello, che si potrebbe avanzare nelle
armi, ò nelle letrere, che farà l'Ambizione? li metterà a trattare il di lei
matrimonio, e con motivi si efficaci darà ad intendere, che da quel mari.
taggio, ne risulteranno vantaggi tali a prò di quel giovane, cui la propong,
che lo porranno in grandezze, edonorificenze molto considerabili in breves
tempo. Sem. Ma non li avvede, ch'ella è de forme Mero Mec. In
questo l'Ambizione s'inge. gnerà di non fargliela comparire tanto brocca con
mostrarli, che ci sono tante più deformi di effe, le quali pure hanno trovato
marito; e di poi gli caricherà tanto le specie dell'apparence bene futuro, che
arriverà ancora, quantunque. fyfle brutiifiina a fargliela comparire vaga a
segno, che lo farà divenire diella amante. Sem. Ma questi sarà impazzito,
se non diftinguerà ciocche a leoli esteriori si fa palese. Mec. Credere
forse voi,che solamen. ce Amore faccia impazzire gli Orlandi? l'Ambizione
ancora è capace di farlo; e questa appunto è la sensaria, ch'ella brama: cioè
di vedere fuori de'suoi sen. rimenti anche gli uomini savj, e talvol? ta quelli
ancora, che si stimavano capaci di dare ottimi consigli ad altri. Sem, Ed
Ainore, che fensaria ritraer da? suoi maritaggi? Mes. Non altra ; che di
vederli in brieve tra di loro disgustati, essenda,che come si luol dire per
proverbio; chi per amore si prende, per rabbia li lascia. Sem. Ela
Prudenza, che ne ritrae di sensaria? Mec. Di vederli con perfecta pace tra
elli, di sentirli dire con Ausonio trai di loro : Uxor vivamus, quod viximus',
dove teneamus, Nomina, qua primo fumpfimus in than)lamo: Nec ferat
ulla dies, ut commutemur in Ævo, Quin juvenis tibi fim, tuque
puellas mibi. Sem. Questa per verità è un'ottima fenfaria, che
volentieri si può pagare da curti,e con fomino diletro.Ma palliamo ora all’Avarizia
; com’enera questa nei matrimoni, vedendosi introdottas oggidi tanta pompa, e
splendidezza in elli, che pajono più costo trattari', u regolati dalla
prodigalirà sua nemica. Mec. Cosi non ci cotraffe: vedrete una giovane non
solamenté bructa, ma [ocr errors][merged small] anche mal sana, ricca
però affai: e chi mai [poserebbe questa, con cucce le sue ricchezze, se
l'Avarizia non trattasse il suo parenrado ? Sem. E come mai ella opera
? Mer. Si porrà d'intorno ad un bel giovane, ma povero, e gl'infinuerà,
che quel partito potrebbe farlo divenia re molto riccbi e gli riempirà la
testad fcema, che si ritrova, di molte, ei molte migliaja di scudi; dicendogli,
che potrà allora godere, e stare allegramente; e susurrandogli qualche altra
cosecca di più alle orecchie, lo farà fare in tutto, e per tutto a suo modo;
fenza che gli amici lo possano più rimuovere con tutta la rectorica di
Cicerone, e l'energia di Demostene. Sem. Questi ancora mi sembra un paz-s
zo. Ben è vero però, ch'è caso raro, effendoci fatto divenire dall'Avarizia i
posciache i suoi seguaci non buttando il loro non sono tenuti pazzi; conformea
potrà contestare il Dottore', che conos sce, che cosa fja pazzia,
Mede [ocr errors] Med. Cilono però diverse specie di questo male; laonde
se non sono di quefta fpecie di di:Sipare il loro gli Avari sa-, ranno di
qualche altra; mentre alcuni di essi, per non ispropriarli del danaro,
divengono tiranni di se medefimi i ed inoltre, quanti Avari vi sono stati, che
per leggiere cagioni hanno dato la morce a se incdelimi, e quetti di riputere:
voi forse savj? e tornando al caso proposto, à me pare, che per avarizia
coftui spreghi il meglio, che si ritrovas, ch'è appunto il fiore delli suoi
anni, spofando una donna mal fana, e brutta Sem, Che sensaria mai può guadagnare
l'Avarizia in far questo? Mer Ella spera di potere acquistare tanti seguaci di
più, quanti poveri arricchisce per questa via, essendoche quando erano poveri,
non potevano: cflere Avari, perche non avevano mo-> do da cumulare i dove
che arricchiti poffono averlo. Sem. Mà come potrà avanzare? dicendogli, che
faute, che avesse il pa. ren rentado, averebbe goduto, e sarebbe
ftato allegramente, e questo non si può tare da quelli, che vogliono
cumula Meo. Voi non capice il parlar equivoco dell'Avarizia ; ella non
già intende il godere, e stare allegramente dispendiofo, ma bensì quello di
cumulare, creduto da efla, e suoi seguaci piacere, e contento maggiore di tutti
gli alori"; è ben vero però, che in questi cali rimane ella fovente delusa
; posciache i giovani dislipano tanto in tali occalioni, che bene spesso si
pente l’A. varizia di esservisi ingerita. Semi Com'entra la Bugia
ne'matri. monj? Mec. In quanti se ne fanno, senza le direzioni della
Prudenza essa vuole-ingerirsi, e per un verso; d per Palero ci vuole avere in
questi la sua parte. 7 Sem. Si dice però communemente, che la Bugia abbia
le gambe corte, onde fi fcoprirà, e non potrà perciò fare breccia. diri
Mele 1 Mec. Non è così perche non opera già sola. Se Amore per esempio
trarre. rà un parentado, essa pronta vi accorre, e si affatica tanto per fare
apparire quel. la giovane, per cui si tratta, savia, prudente, e di abilirà: ò
quel giovane di costumi angelici, e di abilità sommas; quando per verità farà
tutto l'opposto. Sem. Mà quelto in brieve si può scoprire. Mec.
Prenderà ben ella il contratempo, e quando vedrà che i genj, mediante Amore,
saranno cominciari as collegarsit, allora, ciocche ella dirà, sadà creduto per
vero; nè fi pafferà più oltre per iscoprirlo, quantunque fosse falfifsimo: lo
fomina in tali occasioni la Bagia si affatica tanto; che arrivò as dire un
Filoloto, che s'ella non si ri-, mescolaffe à questo segno si troverebbe per
certo il mondo.più spopolaco notabilinente Sem. E come ? e perche ?
Mec. Popolandoli il mondo, median-> te i matrimonj, quando questa non
aju.taffe à farli, oh quanti di meno ne le guirebbero! Onde per mancanza di
effe molto fcemerebbe ; talmente ch'essad lo mantiene cosi popolato .
Sem. Non credo però; che abbia tanta parte in essi, quanta voi dite.
) Mec. Ed io credo di vantaggio ancora; imperciocche dicemi: nel mondo,
quali sono più numerosi, i buoni, ò i carrivi? Sem. Questo calcolo non so
chi l'abbia fatto : ti dice bene da pertutto, che gran parte in esso vi sia di
cattivi. Men E credete voi, Sempronio, che questi trovassero moglie, se la
Bugiai non ricoprisse i loro vizja: Sem. Io credo di nò; Mec.
Dunque non facendosi tutti questi, che danno considerabile apporterebbero alla
popolazione del mond? Sem. Ditemi, che fensaria ella riceve? Mec.
Non altra, che di trionfare allorche li scuoprono gl'inganni da efsa orditi; e
li prende sommo piacere del lc de discordie, e dissensioni, nate da
ciò tra in arirari. Sem. Oh che razza di gusti deprava Mic. Quéli
appunto sono i piaceri, che li prendono i vizj, non confiitendo in altro, che
nel vedere precipitato chiunque dura loro fede, e perciò non iè bene di
prevalerli, Sempronio, della opera loro in conto alcuno. Semi Mirpersuado, che
la Prudenza non tratterà fimili mariraggi, onde pochi faranno quelli, nel quali
effa s'in. trometterà : per efeinpio, se sarà bella da giovane, lascierà
trattare il suo pa. rentado ad Ainore, ed effa fi discolto. rà.
Mec. Non è così ; perche la Prudenza non è già tanto indiscreta, che odj la
bellezza, c fe vedrà, che colla beh - lezza ci fia unica anche l'onestà, ed
il buon costume, li tratterà, e concladerà infieme; ma quando poi fi
ávvedesse, che colla bellezza, questi non ci fossero, allora ne lafcierà la
libertà ad Amore, che le marici a suo piacere : Sem. Mà ci sono elempj di
queste belle accasate dalla Prudenza? Pub. Tanti appunto, quante donne
helle hanno mantenuta la fede illibata) ai loro mariti; e di queste Plutarco ne
riferisce molte, parlando delle donne illuftri į confessando ancora l'Ariosto
nel canto non esservene stata mai pea nuria di esse, con dire: E di
fedeli, e caste, e faggie, e forti Stare ne fon, ne pur in Grecia, e
ithead [ocr errors] Roms, Ma in ogni parte, ove fra
gl'Indi, gl’Orti Dell'Esperidi il Sol spiega la chioma; Delle
quai sono i pregi, e glonor mortis Sì ch'appena di mille una
finoma, E questo perche avuto hanno a'lor tempi I Scrittori
bugiardi, invidi, ed empji. lSem. E nci maritaggi con ricche doti s'ingerisce
mai la Prudenza, effendo disuguali di condizione ? Mes. In questi ancora,
quando ritrova, che amili ricchezze fono venu te te per vic oneste;
descritre così da Sene's ca de Vila beat a cap.2 3. Nulli detractas, nec alieno
fanguine cruentas, fine cujufquam injuria parias, fine fordidis quæstibus,
quarum tam honeftus fit exitus,quàm introitus, quibus nemo ingemifcat, nifi
malignus. E non scorgendo di mal cofume chi le poflede, li conclude ancora;
perche come mostró Platone į non induce disuguaglianza disdicevole las fola
disparita di condizione. Sem. Quale farebbe questa disugua. glianza
disdicevole? Mec. Sarebbe appunto, se un nobile, per cagione della gran
dote, volefse sposare l'unica figliuola map educa. ta di un vile, e sordido
arcista; l qual matrimonio non solamente darebbe da dire a molti, ma ancora per
lungo tempo sarebbe privo di potere conversare con uguali, chi prendesse una
fimile Spofa, Sem. Vi fuschi di Te in fimile congiuntura, che de
mormorazioni solamente per qualche tempo duravano, mà chc che le
grosse dori rimanevano per sem., pre; io però non sono di genio si vile.
Méc. Credo, che voi manterrete il decoro di Gentiluomo,má replico bensis a
colui, che punto non lo consideras :: che i figliuoli ancora riinangono per :
seinpre di somiglianti inclinazioni, e co. ituini; essendoli osservato in
molii, che hanno voluto canto digradare dalla lo-> ro condizionc, con
prendere per moglie giovani mal nate, e di poco buon co-> itume',
'credirarsi da loro descendenti » gonj vili, c plebej; cosa alai più dannoia, e
pregiudiziale, di quello sieno le mediocri picchezze nelle famiglie ile luftris
onůc perciò il poeta Satirico conrra di questi disle, Scilicet expectas, us
tradat mater boSo do neftosigilom Aut alios mores, quam quos babet? E
quell'altro anche canto Infequitur leviter filia matris iter... Olere
diche certi matrimonj fatti con tanta disparità di condizione, se non, averà
prudenza la moglie, riescono ang che infaufti a mariti; come provò Fulvio, il
quale avendo sposato una Ichigvå, fu dalla medeliina tradico, denunziando ove
egli era nascosto, csendo tra i proscritti in tempo del Triumvirato. Sem.
Vorrei anche sapere, fela Prudenza tratti marrimonj didonne brurce, e
ditettofe. Mec. Questi ancora maneggia, quando ci trova il suo conto; cioè a
dire che quella da voi creduta deformità non pregiudichi a fare figliuoli, nè
alla pace doinestica. Sem. Io mi perfuado, che la brut. tezza poffa
ritardare 'ambidue ; perciocche, come si potrà amare una donna deforme e non
amandoti questa, come li potranno avere figliuoli, ed esserci la pace domestica
di Mec. Dovete sapere, Sempronio ; che due bellezze sono nelle donnc ;
una delle quali è di fola apparenza, e perciò viene detta eftcriore, e l'altra
inter, Da, la quale risicde nell'animo: la pri. [ocr errors] ma si rende
inanifesta ad og i uno, che Ja rimira; la seconda poi, quanto più si nasconde
tanto maggiormente risplende'; quale di queste due voi bramerefte, Sempronio,
che avesse il primo luogol nella vostra sposa ? Sem. Quella, che porelli
vedere, we godere insieme. Meci Questa sarebbe lefterna, che per breve
tempo la potreste vedere, er godere ; essendocche prettamente fier nisce,
venendo da' Poeti assomigliatas alla rosas Collige virgo rofas dum fos novus,
o nova pube's, Er memor efto, ruum fic properare tuum. Ed altri:
Rofa viget breve tempus, fi autem pra terierit Quærens
invenies.non rofas, fed fpinas. E Seneca dinle Anceps.forma bonum
mortalibus, Exigui donum breve temporis, U velox celeri peide
laberis: H 2 8. Ed [ocr errors][ocr errors] Ed il Petrarca ancora
così ne parla Questo noftro caducong fragil bene, Cb'è vento ed
ombra, ed ha nome beliade. L'altra bensì, effendo radicata
nell'ani. ino, non languisce in alcun tempo; anzi che in certe contingenze fa
vedere quanto opera in conservare la pace domeftica. Vi potrei a questo
proposito addurre molti csempj; ma quello riferito da Enea Silvio della moglie
di un celebre Medico Sanesc fa al nostro propofito. Questa era molto deforme,
nulladimeno, per le fue rare viciù, l'amaya suo marito svisceratamente,
chiamandola la sua buona Ladiç; ed appunto d'onde possa ciò nascere lo spiega LUCREZIO
(si veda), dicendo: Nee divinitùs interdum, Venerisque sagittis,
Deteriore, fit ut a forma muliercula ametur; Nam facis ipfa fuis interdum
fæminar factis Morigerisque modis, cu mundo corpore cultu Ur fucile
insuefcat fecum vir degere vitam. Sem. Ma effendoci l'efteriore, perche
non potrebbero ancor'acquistare 1.1 bellezza interna coll'industria
de’lo"ro mariti? Moc. Onanto siete buono, Sempronio, che vi volete
affaricare in merte, re "il giudizio, ove non sia ; e non sapite, che
fin'ora non è bastato l'animo ad alcuno di porcelo: bisogna pregare Iddio, che
non vi abbarciate in caluna, che penurj di effo; perche altrimenti è tuito
tempo perduto quello, che s'impiega per farlo entrare, ove non sia. Pub.
Sempronio procurare di grazia di stare cautelato; perche questa bellezza
esteriore, che voi tanto bramare, fi uniforma alle volte a quella dei tempi
degl'Egizj, ch'erano belli di fuori, e e brunti al di dentro : oltre di che
apprendere questo utiliffimo documento da S. Girolamo : non facilè cuftodisor,
quod omnes amant, O in quo totius popu. li vosa fufpirant; e canto
maggiormente, [ocr errors] H 3 .te, che il Nazianzeno la chiama :
temporis, et morbi ludibrium : Santamente, dunque l’Ecclesiastico dice: Ne
respicias in muliere speciem, nec concupiscas mulierem in fpecie. Scm.
Coinc fa la Prudenza a conosce. re, che questo giudizio vi lia, ove law
bellezza non regna? Mec. Lo comprende ben ella allorche rimira una
giovane modesta, circospetra nel parlare, non curiosa, ftabile, attenta, ed
applicata a fare ciocche dee; onde la reputa perciò giudiziosa; mà le poi la
scorge incostante, disapplicata, curiosa', garrula, c vana, que. Ito le basta
per crederla imprudente, c non fi prende penfiere alcuno di essa. Sem. Ho
udico raccontare più volte, che alcune giovani pri na di maritarsi fieno ftatc
tenute per giudiziose, e prudenti, ma che poi fattefi (pose sieno diveoute l'opposto
di quello, che dianzi erano reputate, per avere sciolta labri. glia a tutti
quei vizj, che tenevano ce.Mec. Bisognerebbe con esattezzas esaminare, per
colpa di cuilia ciò provénuto, se di effe, o de i loro mariti; u se fi
rincontraffe, che avessero in ciò peccato i mariti, sarebbero esse degne di
compaffione, dovendo come subordinate regolarli secondo quello, che a medelimi
vedranno operare; potendo ancor esse scusarfi, come fecero le don. ne Ebrce
allorche furono riprese, perche fagrificavano nell'Egitto, le quali dillero:
Numquid fine noftris viris fecimus? fer:. Sem. Come Opera la Prudenza per
concludere fimili matrimoni? Mec. Primieramcnte con fare riflettere al
giovane, che brama di accasar fi, quale sia il fine principale del matrimonio,
cioè per ottenere figliuoli, o che questo non fi orriene mediante los bellezza,
ma bensì per la sanirà del corpo;: onde che non debba quell'anceporsi a questa
; ficcome ancora cons fare confiderare i danni, che potrebbe qucla bellezza
ofteriore apportare [ocr errors][ocr errors] mariti, li quali provò
appunto Uria per la bellezza di Bersabea ; ed Abramo uomo saggio per isfugirli,
che cosa facelle, avendo Sara per moglie, donna. belliffima, allorche dovea
andare in E. gitto, e fu, Gen. Novi quod pulchra fis mulier, et quod cum
viderint te Ægyptii di&turi funt : uxor illius eft, interfcient me, o te
refervabunt : dic ergò obfecro te, quod foror mea fis &c.: Eche quando
simili infortunj, non accadersero per cale cagione, potrebbero per altro
succedere dicendo Leucippo:che la bellezza sia una saetta, la quale ferisce con
maggiore velocità di quellow, che viene scoccata dall'arco : e Ciro che debbali
più temere questa, del fuoco, il quale non offende in qualche distan. za
conforme fa la bellezza; insegnando l’Ecclefiaftico al 9. Propter Speciem
mulieris multi perierunt, et ex bac concipifcentia quafi ignis exardefcit :
oltre di che gli farà ben capire, che non solamente,egli viventesquefta polsa
danneggiarlo, ma cziandio clinto che sarà, c CON [ocr errors] con
qaciti motivi lo ani nerà a scize glierti per inoglie più costo la laggine, che
la bella. Sem. Mà come dalla moglie belles potrà strapazzarli il maritu
defanto? Mec. Lo comprenderete dal seguente avvenimento riferito da
Petronio Are bitro. Dimorava in Efeso una Matrona, non meno bella, che stimata
da tutti di fomma pudicizia; ed essendole morto il inarito, non solamente
dirottitfunamente lo pianse, mà, accompagnatolo al sepolcro, delibero volere
ivi termic nare la sua vita con esso; nè fu porabile, che i parenci, anzi il
Magistrato stesso la potessero rimuovere daral penfiero. Già sofferri. avea
cinque giorni di rigorosa astinenza, quando un sol. dato, il quale cuftodiva
alcuni cadaveri de ladri, ch'erano stari, giustiziati vicino a quel sepolcro,
si avvide di notte, che usciva un cerro lume da unas contigva casetta, ed udiva
insieme ivi piangerl; vi accorse, cd animalo vi entro, e calato che fu dove si
piangeva, ap [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Conf. Dec. prima
appena vedute due donne'appreffo ad un cadavero, sen tornò in dietro a prendere
la sua poca cena, e ritornato che fu, cominciò a consolarle con offerire loro
quel poco di ristoro, che feco portato avea. La più addolorata, la qual'era la
sudetra Matrona non mostrò punto di gradire le cortesi esibizioni del feldato,
anziche più costo'raddoppiava ischiamazzi con svellersi i capelli, e
percuoterfi maggiormente il perto : non si perdette egli di animo per questo,
ma fi accosto all'altra, ch'era la fervente, offerendole cortesemente il vino,
che avea ; ed ella non fi moftro canto ritro. fa; posciache'riftoroffi con
quello, e guftò ancora il cibo'; ed indi si pose ad efpugnare la pertinacia
della sua padrona, e tanto le leppe dire, che alla fine la vinse, eristoroffi
anch'ella. Vedendo il soldato, efferli renduta in questo, passò più oltre', e
coll'ajuto della fervente gli riusci di prenderla per moglie, non dispiacendo
alla vedova l'aspetto del fudecco giovane ; ¢ ciò fu concluso frete
[ocr errors][ocr errors] frettolosainente . Dimorarono tre giorni in decto
sepolcro i sposi, uscendo appena di noite tempo il soldato a provedere ciocche
faceva d'uopo per alimcatarsi tutti. In questo montre da' parenti degli
appiccati fu portato via uno di quei cadaveri, ed avvedutofene il
sole dato lo palesò alla sua fpofa tutto contristato ; dicend le, che non
era coaveniente di aspettare la sentenza del giudice, essendo egli incorso
nella pena di vita, per la sua trascurata custodia ; on. de
che gli avesse pure preparato il luo. go per fepelirlo allieme coll'altro suo
inarito, essendo egli già disposto a darli la morte . Ciò udico, la
compaffionevole donna rispose: non sia mai, che io abbia da vedere due de' mici
carifli. mi mariti, defonti nel medesimo tempo; desidero più costo
appiccare il inorto, che di perinettcre, che il vivo perisca: deh
prediamo questo cadavero,e collo? chiamolo, ove manca quello del ladro.
Ubbidi prontamente il soldaco ; e nel di seguente cucco il popolo f
maravi. Conf. s. Doc. prim. gliò, coine inai quel njorto, così teneramente
pianio, fosse stato posto sopra un paribolo: Sem. Talmente che saranno
tutte finzioni quei gran pianti, e schiamazzi, che fanno le donne vedendo morti
i mariti? Mec. Per lo più cosi credo anch'io ; perche, non avendo queste
la prudenzas virile, con faciliià grande fi pongono as piangere, ma noui tono
già così gli uo. mini. Pub. Voi mostrato di non avere letto Filostrato in
Sofijt.: il quale raccontas ciò, che fece Erode il Sofista nella morte di sua
moglie, ch'è questo appunto. Non si contentò egli di averla pianta
dirottilmamente, stando anche sopra terra, ma volle continuare a farlo tutto il
rimanente di sua vita : e come se le inura della sua casa pocessero essere as
parte del suo dolore, le fè tutte vestire di bruno, e la sua casa fu dall'alto
al barlo così bene dipinta a color nero, chu rendca gränd'orrorc: inoltre
volle, che tutti quei, ch'erano al suo servigio fof. sero mori, o per
natura, o per arte: cgli stesso si fè cignere co’carboni il vol. to, per
portare ancora in fronte la di. visi del suo dolore. Tutti i suoi mobili anche
i piatii, e bacili', ne' quali li lavava crano neri . Passò del tempo in questa
bizaria, senza volere udire alcu. no di quei, che volcano persuaderlo a
cambiare risoluzione. Lucio, che gliera amico, gli aveva più volte parlato di
questa materia, mà senza frutto; allas tine una sola parola di scherzo lo
guada. gnò. Le sue serventi lavavano un giorno alla fontana certe rape; le vide
Lucio, e domandò, fe quelle doveano servire per la tavola del loro padrone, il
che affermarono; se ciò è cosi disse Lucio ; riferitegli da mia parte, ch'egli
fa un gran torto alla sua moglie, e che non dee mangiare rape bianche in casas
vestita tutta di nero ; onde che si era infinitamente maravigliato, com' egli
non riparasse a cosi grave disordine, dovendo il suo bere, cd il suo
mangia. [merged small][ocr errors][ocr errors][merged small] TC re
essere vestiti come lui di gramagliw; ed a queste parole cominciò ad aprire gli
occhi, per vedere, e riconoscere le sue stravaganze, e questi era pur Filosofo
non già donni! Sem. Iftruitemi di grazia meglio sopra i matrimoni, fatti
senza l'intervento della Prudenza, per non cadervi. Mec. Nella: ventura
conferenza vi consoleremo. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small] 100, avendola me CONFERENZA Nella quale
si esaminano più distintamente i pregiudizj', che risultano dai matrimonj farci
fenza in l'intervento della Prudenza. Sempronio, Publio,
Mecenate © Medico OL Uanto mai mi ha contriftato la storia
riferita della cru. dele donna di Efe. fo glio considerata . Pub. Non
bisogna sgomentarsi, Sempronio, per fi lieve cagione ; perche. primicramenre
chi fa, le veridico lia tutto ciò, che in esta si racconta parendoini molto
inverisimile, che li di lci parentis cd amici l'avessero del cute [ocr
errors] to cata, avendo, oltre i natali, Giulio s Conf. Dec.
prima qualche concerto maggiore, per lo sviscerato amore mostrato verso
suo marito; oltre di che, chi potrà mai credere, che una donna, i dopo efsere
stata cinque giorni, con tanta attinenza, poreise pensare, non che effettuare
ciò, che fi lppone facesse : e poi, quando' realmente fosse ciò foguito, vi
posso riferire moltissini esempj dimogli fedeliflime, le quali o per vero
dolore sono morte, quando videro i loro consorti estipfi, è dettero chiari
atteftati del loro fincero, e costante amore. Laodamia fù una di queste, la
quale mori di cordoglio sopra il çadavere di Protesilao fuo marito, ucciso da
Etrore. Ed Artemisia a che segno amò le ceneri di Mausolo suo marito, che fin
volle, stemprate tolle sue lagrimc, dar loro ricetto nel suo corpo ingojandole
a poco a poco! 'E finalinente, per non diftendermi di vantaggio nel riferirne
inolte altre: Peponilla moglie dime riferisce Xitilino, sotto l'Impero di
Vespasiano, aon visse nove anni con suo marito dentro un sepolcro, ove diede la
vita a due figliuoli? e questa lo tenne lontano dal supplicio, per quanto le fu
permesso, non già ve lo mandò? Sem. Tutto va bene; ma però, che una donna,
dopo tante lagrime sparse per suo marito, l'abbia esta condannato al patibolo,
mi pare grave, e detestabilc facro; posciache, se non amava quel cadavero, à
che fine bagnarlo di tante lagrime? e se poi l'era ficaro, come mai ebbe tanto
cuore di fare un' atto si crudele contro di esso, feuzan averle data occasione
alcuna? Mec. Quell'iniqua fantesca fu la cagione di tanta fceleratezza;
impercioc" che la povera padrona, dopo cinque giorni di dolorofa
inedia sofferta, non trovando dalla morte pietà alcuna in voler porre fine ai
suoi cordogli, e vedendosi imporcunara dalle preghiere di essa s’induffe à
prendere quel poco diria ftoro', offertole non già da pareoti, che
I l'ave [ocr errors][ocr errors] l'avevano abbandonata, mà bensì da
un cftranco, che fu la ruina della sua réputazione, perche chi d'altrui preode,
se Iteffa vende. Sem. Mà come! nc anco dentro il repolcro è sicura la
pudicizia, ed allas prcfenza del marito defonto! Mec. Diceva il Re
Filippo, che non era inespugnabile quella fortezza, ove fusse potuto entrare un
mulo carico di oro; e voi credere sicura una donna bella, guardata da una sola
fancesca in luogo remoto? quando trovandofi già languida è affalita da un
soldato armato, giovane bello, ed avvenente, ristorandola col cibo, adulandola,
e lusingandola insieme con dolci parole. A queIto proposito cade in acconcio il
proverbio di Salomone. Mulierem fortem quis inveniet? E tanto inaggiormente,
quando il marito giace estinto, e perciò nè può correggerla, nè punirla. Sem.
Queste ragioni non mi appaga. no punto, onde per non avere a cadere in fimili
infortunj, bramerei che voi con [ocr errors][ocr errors] con la
vostra solita ingenuità mi scopriIte molti altri pregiudizj, che potrebbero
nafcere, non avendo la Prudenza parte uc'maritaggi ; e perche avete voi
conversato molto in yostra gioventù, vi sarere incontrato facilmente in, più
contrasti nati tra i mariti, e mogli. Mer. Gli hò uditi certamente fpefso
riferire, e letti ancora; e quantunque non li abbia provati, per essere vivuto
libero, con tutto ciò sono appicno informato di molciffimi avvenimenti in
fimili materie. 1 Sem. Or dunque, in quelli fatti per opera d'Amore,
senza intervento della Prudenza, che vi avere offervato di inale ? Meo. Ne
hò veduci tanti di questi principiare bene, ma poi cambiare in un tratto la
bella apparenza, ed allas fine rerminare infelicemente ancora. Sem. Come
cominciali bene, e poi mutarfi? fe: Chi ben comincia, bà la metà
dell'opra? Mec. E pur così è seguito ; impera cioc [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors] I 2 ciocche
alla prima, in quel fervor di afferro, la sposa era tenuta in pianta di mano;
ma appena intiepidito questo de qualche lieve cagione mutava faccia il tutto, e
quel grand'amore in breve pafsava in noja, ed alla fine questa si avanzava al
dispregio. Quindi è che l’Ap. piense disse: 174 Ef modus, dulci, nimis
immodera ta voluptas Tædia finitimo limite semper babet : Cerne nouas
fabulos rident florente colore Piet a, velut primo vere coruso at
bumus, Cerne diu tamen bas, hebetataque lumina fleetas, Et tibi
conspectus nausea mollis erit. Pub. Voi, Sempronio, avete lascia.
to il meglio, cioè, Non si comincia ben se non dal Cielo. E credete, che
facendosi il matrimonio per opera d'Amore senza l'intervento della Prudenza,
sia esso cominciato dal Cielo? Sem. E perche no, avendol per fine
la la conservazione della propria specie? Pub. Il fine è fanto, ma
il da voi proposto mezo, per conseguirlo, non è buono;non dovēdosi ricorrere ad
Amore per farci conseguire una buona moglie, ma bensì a Dio, conforme c'insegna
Salomone : Uxor prudens à Domino · Sem. Per quali motivi si avanzano di
poi al dispregio? Mec. Per molti ; lasciando in disparte l'interesse della
dote (molto tenue per l'ordinario nelle donne belle) promessa, e per lo più non
pagata; che suole frea quentemente turbare la pace domeftica: Il primo de'
quali è il dominio, che vuole acquistare la donna bella sopra il marito;
imperciocche come vuole Mcnandro : Superba res eft pulchra mulier: E
pretenderà per giustizia di poterlo efiggere mediante il favore, che gli hà
fatto di prenderlo, essendofi veduta vagheggiare da tanti altri, che la
bramavano per inoglie. Il secondo sarà la gelolia, che apporterà tra loro una
continua guerra. Sem. Come la gelosia, essendosi pre . fi per amore? Mer.
Amore medesimo, che li uni, per prendersi di elli diletto, s'ingegnerà di
suscitarla; e per promoverla, ba. sta, che faccia concepire ad un di effi un
minimo sospetto di essere passato in altri quell'affetto, ch'egli godeva
intiero; non essendo altro la gelosia al parer di CICERONE (si veda), che :
Ægritudo, 6x quod alter quoque poriatur co, quod ipse concupicris, e come
questa operi uditelo dal Taffo N'arde il marito, e dell'amore al
fuoco Ben della gelosia s'agguaglia il gelo, E va in guifo avanzando
a poco, a poco Nel tormentato petro il folle zelo, Che da ogni uomo
l'afronde in chiuso loco; Vorria celarlo a tutti occhi del
Cielo. Sem. Mà questa Publio potrebbe anche nalcere, quantunque la
Prudenzas avesse avuto parte in detto matrimonio, Pub. Difficilmente, essendo
che aves reb [ocr errors] rebbe ella saputo scegliere una donna
saggia, che avesse colte fiınili ombre, quando fossero nate nella mente del
marito, senz'occasione alcuna, e che non fosse ella stata capace di
suscitarvele. Sem. E come potrebbe far questo una donna? Pub.Con
fuggire ogni eccesso di vanità; insegnando S. Crisostomo nell’onilia 21. al
popolo: Ornatus Zelotypia fuSpicionem ingerere folet; cd in appresso, che ;
modeftia ornatus omnem improbar fufpicionem expellis, omni autem vinculo
formius conjugium conciliat. Sem. Vi sono casi seguiti di donne,
ch'abbiano usata tanta prudenza? Pub. Certamenre, che ve ne sono molti
antichi, e moderni ancora: tra gli antichi, la moglie di Focione, di Trajano,
et Alpolia moglie di Ciro, e di Arcasserse, e tra moderni. Madama di Chantal,
come scrive il Padre Cordier uclla sua famiglia Santa, fu unan di quefte;
posciache ella non G vede.rs giammai meglio vestita, che quando [ocr
errors] doveva trattenersi col marito; se doveva egli andar fuori, e fare
qualche viaggio, non orna mai il suo corpo, che quando cia di
ritorno : le fu detto un giorno, troyandofi lontano da molto teippo il Barone
suo marito: Madamas ogn'un crederà, ch'abbiate vendute le vostre velti, ed i
vostri ornamenti, voi non li fate più comparire, come se dubitafte, che da
alcuno dovessero esservi rubati: non mi parlare di questo rispose ella,
pofciache gli occhi, a' quali devono piacerc,sono cento leghelungi di quà.
Riferisce anche il medesimo, che la Ducheffa di Gandia Vice-Regina di Catalogna
avesse una somma modederazione nel yeftiré, non curandosi di portare abiti di
fera, nè con oro. Una delle sue confidenti prese parimente un giorno ardire di
così favellarle: Madama di altro non discorre per tuttas questa città, che
della riforina de' vostri abiti, pare', che sempre voi diveniate di minor
condizione di quella, fiecc Aata; più vi fi accrescono beni di for
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors][merged small] fortuna, meno ve ne service ; cui rispose:2 ine non dà il
cuore di portare nè seta, nè oro, quando il mio marito vas sempre ricoperto di
un'aspro cilizio, ed in questo anche riflettere, quanto operi il buon'esempio
del marito, per frenare la vanità donnesca. Sem. E quelli, che tratta
l'Ambizione senza l'intervento della Prudenzas, che fine fortiscono? Mec.
Pellimo, stante che, non verificandosi punto quanto s'era da essa promeso, li
riinane con moglie deforme, ed indotata; e di vantaggio ancora, è con molti
figliuoli sulle spalle; ed alle volte ancora privi di elli', senza speranza di
poterli ottenere, per la poca falua te di fimile consorte. Sem. Se vi
avesse avuto mano la Prudenza, come si potevano fuggire queste disgrazie?
Pub. Avcrebbe con maggiori cautele questa consigliato, cfaininando
atcentamente, che fondamento potevano avere le milácate speranze; ç
rinvenute le [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] le acree, ed insuffiftenti, averebbe dilsuaso
più costo, di effettuarlo; ò per la meno nella dubietà di cffe averebbe
assicurato meglio le buone qualità dellas donna, affinche'andando le speranze a
male, fosse piinasto questo di certo: di aver una donna prudente in casa,la
quale quantunquc povera, come vuole Salomone. Sapien's mulier edifcat domum
fuam. Ne averebbe già permesso a Tiberio, che avesse sposato Giulia, las quale
oltre il disprezzarlo, come non uguale a lei; ci faceva lecito di vivere a luo
piacere; conforme riferisce Tacito nel primo de' suoi Anoali. Ne tampoco Silio
averebbe sposaro Meffalina, vivente Claudio, se la Prudenza vi forse
intervenuta:nè già di Claudio Mellalina sarebbe stata conforte. Sem. E li
matrimonj fatti dalla solas Avarizia, che danni possono apportarc? Mec.
Maggiori di quello, che vi potrete mai perfuadere; posciache in tali casi non
li sposa già la giovane, mà bensi la dote i mercè che : veniunt à dote;di
fagitta ; onde considerare voi, come ella ella sarà trattata dal marito, e che
amoal re le porterà; quando l'affetto non è inndi dirizzato alla moglie,
ma bensì tutto alinero interesse; ed avvedutali effa di E essere posposta
ad una cosa inanimatas, che dirà, e farà mai, troyandosi ricBt ca? Sem.
Bisognerà ben, che soffrá, I ftia focto l'ubbidienza del marito 1 Mec. Voi
fempronio non avere letto Anafsandro, e perciò parlare in cal # guisa, il
qual dice, Si quis pauper pecuniofam uxorem 1 Duxerit, non uxorem, fed
dominam habeti [ocr errors] Cujus eft famulus, de
feruus; E credete forse, che quancunque pajano fortunati coloro, che
prendono grof. u se dori, realinente siano sempre? Oh quanto sono
infelici ! come conobbs o anche Menandro con dire: Quisquis uxorem unicam
heredem cupit adfcifcere Divitem,is vel irasis pænamluit Diis, Vel
inf. lix effe vult s-sub nomine fortunati. Sem. Gran cose si dicono da questi
poeti, che fono favole; lo vedo, che le grosse doti arricchiscono le
cafe. Meca Li poesi son chiamati Vates da’ Latini, qual voce significa
anche indo. vino, ed in questo ho osservato, che per lo più l'hanno indovinato;
oltre di che tra efli vi sono stati Filosofi celebri. Io non nego, che
qualch’uno prendendo groffe doti Gi sia potuto arricchire; essendosi però
incontrato con moglie saggia; mà quanti li fono finiti di fpiantare per questa
medesima cagiore, elsendosi abbattuti in mogli imprudenti? Sem. E come ciò
può accadere, prendendofi quantità grande di danaro in fimili matrimoni?
Mec. Per questo medelimo segue;po. fciache addolorato diceva Demenao. Argentum
accepi; dote imperium ven didi. Laonde, comandando esse, sono capaci di
darli fondo, con difsiparlo in bre ale fon ve tempo; ed eccovi
appunto il guadagno, che si ricava da effe. Sem. Questo però seguirà,
quando di incontreranno mariti, che non sapranno farG ubbidire. Mec.
Porrà accadere agl'altri ancora dicendo Giovenale; Intolerabilius nihil
eft, quam fæmina EI dives, i Ed andare a cozzar con queste ? andate
le a riprendere; ed affinche Gate meglio informato ; udite ciocche dice a
questo et propofito Artemone, fazio, ut fcias Quid periculi fir dotata
mulieri convi cium dicere. Si potranno con facilità maggiore reg. gere
bensì quelle, che non averanno portata dote, come si ricava da un detto greco:
Sponfa indotata non habet libertatem, fiuè audaciam loquendi. Sem. Questo
ardıre lo potranno avere forse le belle. Mec. Lo hanno le brutte ancora
re [ocr errors][ocr errors] fa [ocr errors] saranno ricche, e
superbe, come vien riferito da Gellio, Me miferum, qui Corbulam duxi, et talenta decem Nanam, mulierculam, cubitalem,
cujus Superbia adeò intolerabilis eft! Sem. Ed in che cosa potrà gettare
il fuo la moglie, dovendo essere soggetta al marito? Mec. Chi è ricca,
come abbiam detto, non vuole stare soggetta ad esso; onde vorrà spendere a luo
modo: se vedrà, che una sua uguale condurrà tre servitori, ella per la sua
grossa dore, pretenderà condurne sei, bramerà anche gli abiti di inaggior
valuta; Carrozze più nobili, e suntuose s e vorrà effe. refrattara in tutte le
cose con magnificenza superiore alle altre; e se il marito non si troverà
commodo di farlo, elibirà cfla medesima la sua dore, per fupplire a quanto
bisogna; e durando molto que, fta vita, anderà in malora la dore, con tutto il
capitale del inarito. Or vedete, che fortuna s'incontra nel prendersi
grof. [ocr errors][ocr errors] is grosse doti, e che svantaggi ne
riceveranno da questa anche i loro figliuoli. Sem. In questo io vorrei
mostrare spirito, e farla fare a mio modo. Pub. Vi voglio riferire un caso
a quefto proposito assai curioso; Una certas giovane, che si trovava ricca
dote, la prima sera, che cenò col suo marito, non volle gustare cosa alcuna, e
ftando in tavola molto contristata, le fù domandato ; da che ciò provenisse, e
qual occasione la rendeffe così meftas,' ella rispose; come volete, che io
man. gi, se non vi è l'uomo nero, che ini ser1 va in tavola ; e non hò
piatti d'argen, proporzionati alla dote, che hò portata : il marito le rispose,
che nel giorno seguente averebbe fatto trovare più d’un uomo nero, i quali
l'avercbbero servita, come desiderava : fec'egli comparire nel tempo del
delinare due mori ben neri, acciocche la servislero, s'icfierà per tal cagione
la giovane a segno, che si levò di tavola, e nacquero da ciò infiniti disturbi
tra di elli,onde vedete voi, Sempronio, che vantaggi risultano dall'essere
risentito in fiinili contingenze: bisogna pregar Iddio, che la moglie ricca,
sia ricca anche di senno, aliriinenti la casa andrà in malora, quantunque
avesse portato il doppio di dote. Sem. Hò udito sempre dire, che las metà
della dore non si possa alienare, e che li fidecommiffi rimangono sempre in
piedi; come dunque potranno seguire l'accennati dilapidamenti? Mec. Il
lusso però oggidì hà usurpato il privilegio di poter alienare ogni reliduo
dotale, e di svincolare ancora ogni più stretto fidecoaimiffo Sem. Mà in che
modo? Mec. Si fingono pericoli di case, che stanno per cuinare, e per tal
cagione di toglie ogni più stretto vincolo, posto sopra i capitali: mà passiamo
ad altro, perche questa è materia molto lagrimevole. Sem. Talmente che a
derro vostro re alla moglie ricadesse quaich'eredità; con [ocr
errors][ocr errors] converrebbe rinunziarla, per non incorIf rere in fimili
fventure ? Mec. Muta faccia il cafo ; perche la moglie, ch'è vivuta
qualche anno col marito, trovandosi molti figliuoli, ed a vendo già passato
quei primi fervori del. le nozze, ne' quali si spende molto, non averà genio
più a dissipare, ed effendosi assodata nel governo della casa, se pur
farà qualche sfarso di più, sarà con i moderazionc, e proporzionato al suo
Itato, Sem. Or io ho capito, come si abbia da scegliere la moglie, che
sia di tutto proposito; cioè nè povera, nè riccas, e che abbia più cervello,
che bellezza, acciocche non si abbia da dire di essaie : quello mi fu
raccontato una volta, che dicefle la scimmia, effendo entrata nella
bottega di un arteficet, che lavorava modelli di cera, ove prendendo nelle
inani una bella cesta, dopo di averla ac carezzata, e baciata, mettendo
den| tro di essa la mano, c trovatala vota gridò: Oh che bella gefta, mà
de manca il cervello ! K Pube [ocr errors] Pub. Or sì, che
voi la capite per il suo verso; e scegliendola di questa forta allora sì, che
farere forçunato, e potrete dire di avere presa una grandislima dote, conforme
è succeduto a me: evi voglio raccontare ciocche ini seguì nel tempo, che io era
sposo : mi fù domandato da un mio, amico, che dote io avca ricevuto, e
trovandomi sodisfatto delle buone qualità della mia compagna, gli rispofi ; che
credeva di aver ricevuto cento mila scudi ; rimase egli ammirato, sapendo, che
io non eras folito di milantare le mie cole, nè fimile dote fi costumava
allora, folamente mi replicò: in che corpi li avete ricevuti? cui soggiunfi, in
contanti dieci mida, ed in giudizio il rimanente ; egli di pose a ridere; cd io
non ho avuta sin ora occasione alcuna di contristarmi di ciò. Sem.
Desidererci ora sapere, che altri miali, poffa apportare la Bugia, concludendo
etsa il matrimonio? Mec. Se lo-traria di passaggio, non suolo apportare
danni molto conlidera 1 i bili; mà se poi s'interna nelle cose
cffenziali, guai a chi si fida di essa; pofciache se ricoprirà i mancamenci
d'una donna impudica a segno, che quel povero uomo, che la vuole sposare, la creda
una casta Penelope; effettuandolo diverrà infelice; e se vorrà fare com
parire le ricchezze dello sposo affai e maggiori, s'ingegnerà ben ella di
pro: curarlo, e con infolite maniere : che non ha fatto a giorni nostri
in fimile afa fare! e arrivata fino a fingere le note dell'avere, nelle quali
vi erano regiftra ti molti crediti fruttiferi, senza il no* i me de? debitori;
con pretesto, che si celano questi, perche, essendo fiignori di qualità,
non volevano essere nominati; e nebanchi ancora non è arrivata a fare
apparire grosli depositi in faccia di Tizio, i quali erano mere imei
prestanze, che nel dì susseguente tor navano a credito di Sempronio suo
vefo posseditore? Sem. Bisognerà dunque vivere molto caurclaro'nci
trattati de matrimonj,per K 2 non [ocr errors] non essere
dalla Bugia tradito sin Mer. Udite di più : se una poverad giovane sarà
ingannata da esla's facendole apparire il suo futuro sporo ricco; che tenga
carrozza; si trovi las cafa ben fornita di preziose suppellettili, a segno che
le faccia credere che quel partito sia una gran fortuna; cadendo. vi in
effettuarlo, in un tratto si avvede. rà, che il cutto fù mera apparenza; pois
che appena consumato il matrimonio, sparisce il palazzo incantato di Armida, e
li cavalli, o carrozza tornano al fuo padrone; e per vivere conviene dar di
mano alla sua dore, trovandosi il mari10 fpiantato. Vi voglio raccontare una
storiella, nella quale scoprirete l'astuzia usata da uno di questi
miserabili,che con inganni giunse a sposare una ricca giovane. Se ne stava egli
nel giorno fta. bilito per le nozze penlierofo, e mesto, a segno che la Suocera
si mofle a domandargli cosa egli aveva; cui replicò, che certamente non aveva
cosa alcuna ; fco. perte, che furono di poi le fue miseric,G dolse leco la
medesima, ch'era statas da esso ingannata ; replicò il ribaldo: fignora lei si
ricorderà benissimo, che's io le diffi nel tal giorno, domandando i mi
cosa io aveva, che niente le replicai? che occasione dunque ella ha da
dolerlei dime, se le palesai la verità, con dirle', che nulla avea. Sem.
Accadono questi cali? Mer. Cosi non accadeffero, anzi ve ne sono
de'peggiori ancora. Sem. E quali sono? Mec. Volendo la Bugia
accasare un giovane deviato, che farà? comincie. rà a lodare il suo buon
costume, la sua modeftia, a fegno, che lo farà compa0 rire in
iftato d'innocenza cadendo las povera fpofa a credere questo,
tuttaa allegra acconsentirà, non solamente al matrimonio, mà
sicuramente ancoras converserà seco; non dico altro, che in breve
diverrà un cadavero, mediantc i quel malo;-col-quale l'averà mal
concia. Şom. Sono vesiquefi cali, Dottore? Med K 3
Med. Accadono, e non di rado;quando però liamo avvisati in tempo, diamo loro il
suo rimedio ; ma allorche il malfattore vuol fare da Medico., la finisce di
stroppiare con quei secreti, che talvolta averà egli in se medelimo provati, i
quali applicati in una compleffione gentile, essendo rimedji mercuriali,
potranno in vece di giovamento apportarle danno notabile. Pub. Questi
pregiudizj tempo fà non seguivano; imperciocche, se allora cal uno cadeva in
fimili mali, îi faceva prima curare, e risanato, ch'era perfertamente prendeva
moglie. Sem. Talmente, che questa Bugia ne matrimoni cagiona danni molto
confiderabili, ond'io procurerò di tenerlas lontaga allorche tratterò il mio
accalamento. Mec, Bisognerà, che stiáre però molto avvertito; posciachc
comparirà travestiça; e sotto specie dį verità per ins gannarvi. Sem, Io fona
un bell'umorcänon cres derò 1121 N derò allora
all'istefa verità, per non di ingannarmi, giacche la Bugia fi vestu dei suo
manto. Mec. Alla verità conviene prestarlo d fede in ogni tempo, mà
però vi è il modo da discernerla, quando cssa sia pura, ò simulata. Sem.
E come? Mec. Quando voi vedrete ingrandire le cose assai più di quello,
che fieno ve. risimili, ivi ftà nascosta la menzogna, e datele la tara di due
terzi meno di quello vengono rappresentate, che così di poco sbaglierete. E se
vedrete poi in alcune altre ufarsi artificj, c diligenzu u maggiori, di
quello, che convenga, per farvele credere, e voi togliete tre terze parti
a ciò, che fi dice, e credete solamente quello, che rimane, che così
l'indovinerere. Sem. Dovendo io prendere moglie poco fastidio mi prendo
dei difetti de gli uomini, vorrei bensì sapere quei i delle donne,
da' quali doverò guardarini. K 4 Mer. [ocr errors] Mec. Nella
ventura Conferenza farete istruito in questi. Pub. Bisognerà fargli
conoscere ancora le virtù di esse, affinche fappia difcernere quali siano le
buono. [ocr
errors][merged small][ocr errors][merged small] CONFERENZA VII. Sopra i difetti, e le Virtù delle donne.
Sempronio, Medico, Mecenate e Publio, M Sem. I persuado
Dottore, che niuno meglio di voi conoscerà les imperfezioni delle donne,
effendo voi meglio di ogni altro informato de' naturali, e tempera menci
loro. Med. Secondo il parere di Democri. to, le povere donne soffrono,
per cam gione dell'utero, seicento mali di più degli uomini ; come si legge
nella lettem ra da esso scritta ad Ippocrate', over Sexcentum arumnarum mulieri
auctorSem. Io non voglio sapere da voi li mali dell'utero, ma bensì quelli
dell'animo, non quelli, che sono ad effe di moleftia, ma quei che possono
altrui ancora nuocere, conforme sono i loro vizj. Med. Di questi ogni
uno, che per qualche tempo le abbia trattate, ne può effere bastantemente
informato . lotor110 poi al temperamento delle donne, vi poffo ben dire, che
una volta fu promossa questa gran disputa ; qual foffe più caloroso, l'uomo, ò
la donna, e dipoi essersi molto dibattute le ragioni dell'una, e dell'altra
parte, fu detto, che quando la donna non fia di temperamento più caldo di
quello dell'uomo, non si possa mettere in dubio che non sia più callida di esso
; cioè a dire più astuta Pub. L'aluzia però, quando non è maliziosa, c
fraudolenta, non entra tra i difetti deteftabili; dicendo Teren. zio in Andria
i Aftutum fallere difficile eft. [ocr errors] [ocr errors]
201 [ocr errors][ocr errors] Onde questa può ftimarsi avvedutezžas,
Jodata dall'Ecclesiastico al 19. Aft ut us agnoscit fapientiam. Mec.
Nelle donne però farà sempre detestabile, non essendo quefte fcarse
di malizia, e d'inganni, al parerc di Se1 neca in Hippolyto :
1 Sed dux malorum foemina, d fcelerum artifex, E di Plauto in
milite: Quid pejus muliere ; atque audacius? Quid? Nibil. Ed
ARIOSTO così ebbe a dire di effe Non siate però tumide, efastofe +
Donne per dir,che l'uom fia vostro figlio," Che dalle spine nascono
le roje, E d'una ferid'erba nafce il giglio. Importune', Superbe, e
dispettose Prive di amor; di fede, e di consiglio; Temerarie,
crudeli, inique, ingrate, Per peftilenza eterna al mondo nate.
Pub. Piano di grazia, Mecenaco; cliente perche parlando in tal guifa',
correcc pericolo di essere lacerato dalle donne come fucceffe ad
Orfeo, di cui parlaw Platone dell’ACCADEMIA ne' suoi simposj. CONVITO. Per
tal unas, che sia stata cattiva tra effe, con questo vostro modo di parlare
cosi generale, pregiudicate a tante illustri femmine degne di eterna memoria,
anzi che as vostra madre medefma, e con essa a voi ancora. Leggere,l e opere di
Pisana, è di Marinelli, che troverete ivi, quanti più iniqui, escellerari uomini
vi sono stati, che donne; onde ci comple stare cheri; e tanto maggiormente, che
le donne cattive, fono appunto come le vipere, le quali, sc non vengono
compresse, o con altri modi irritate, non mordono già, nè avvelenano; ina gli
uomini perverfi, non sono già così, assomigliandoli al lupo quel detto greco:
homo homini lupus: da cui non giova punto l'allontanarsi; perche ello va
cercando di danneggiare. E parliamo con tutta sincerità; avete voi veduto mai alcuna
donna andare di. predando i. paffaggieri per terra, ò per mare, conforme, fanno
gli uomini E giacche avere apportato l'ARIOSTO con [ocr errors] 1
[ocr errors][ocr errors] tro di esse, perche non riferite ancoras el ciò, che
dice a loro favore? che apporDe tai nella conferenza quinta, ch'è
appunto: E di fedeli, e caste, Saggie, e forti State ne fon ne pur
in Grecia, e in ROMA; ti Ma in ogni parte, ove fra gl'Indi, 6
"gl’orti Dell'Esperide il fol spiega la chioma, Delle quai sono
i pregi, e gi’onor morti, Si ch’appena di mille una fi noma, E questo,
perche avulo hanno a lor sempi Iscrittori bugiardi, invidi, empj. E
finalmente doverebbe bastare ciocche dicono Socrate, e Platone di esse
per frenare la lingua di chi ne dice male, 1 cioè, che sono capaci
molce di effe d? amministrare la republica ancora. Mec. Bisognerà dunque
credere, che le donne non abbiano difetti, per non pregiudicare a
qualcuna, che tra esse fia ed Itata buona? Pub. Io non pretendo difendere
les cattive, ma fulamente cancellare lo buone del numero di queste, nè
voglio fcu 1 scusare i vizj, chc insidiano le donne ; ma se
le Virtù non isdegnano di accompagnarsi con effe, come posso tenerle çelate in
pregiudizio di cante? e precisamente di quelle di cui l'Ecclesiastico. ne fa
gloriosi encomj,chiamandole : Lucerna splendens ; columna aurea super bafes
argenteas ; fundamenta æterna: Laonde, Mecenate, non dobbiamo in conto alcuno
dir male delle donne; poffiamo bensì censurare quei difetti, che le
perseguirano; perche facendo in tal guisa non fi potranno dolere di noi le
buone, le quali non danno a' vizj ricerto; no tampoco, se taluna cadeffe a
darglielo, farà contro di noi risentimen. 10 alcuno, per non dichiararsi da se
medelima viziosa : e regolandoci con que. Ita norma faremo conoscere, che non
odiamo le donne, ma bensì quei vizj, che da loro medefimc debbonli odiaren come
loro capitali nemici. Sem. Iftruitemi dunque, Mecenate, sopra questi
vizj, scorgendovi molto informato di effeMec Di alcuni ne fono informato; ma
cutti tutti io non li so: perche mi fido' guro che siano tanti appunto, quanti
so. i no i caratteri Cineli: vi posso riferire li più principali, che
doverebbe fapere ogni marito, per potersi ben regolares scorgendoli nelle
mogli. Il primo di questi è la Vanità, la quale ha un gran i seguito di
altri vizj, a se fubordinati, mà cominciamo ora da questa, che die ď poi
parleremo degli altri. Sem. Che cosa è precisamente, ed in che consiste
questa vanità? :) Mec. Credo, che fia un vižio, tanto in esse, quanto
negli uomini effeminati, diretto a procurare ftima maggiore, che competa loro
in genere di bellezza. Sem. Spiegatevi di vantaggio affinche possa comprendere
meglio quanto avete detto. Mec. Ciocche dilli mi pare chiaro, con tutto
ciò mi spiego più diffusamente, e dico: che se una donna, ò-un uomo effeminaco
deformi procureranno pre all prevalersi di superfui
abbellimenti a fine di comparire belli, pretendendo das ciò ricevere stima
maggiore nel concetto delle persone intorno alla loro bel. lezza. Questi
saranno vani. Sem. Dunque le belle non saranno vane, non avendo d'uopo di
fienili abbellimenti. Mec. Ponno cadere queste ancoras in detto vizio ;
quando paresse loro di non essere tanto belle, che abbiano a rapire il cuore di
tutti, e perciò effe credessero colla vanità di potere diveairvi a quel segno.
Sem. Come fono numerose le donne di questo genio? Mer. Poche sono quelle,
che non lo abbiano ; la moglie di Publio è tras quefte, che odiano la
vanità. Sem. E che! la vostra moglie, Publio, non si ornava, come le
altre, quando è giovane ?: Pub. Si ornava in quella forma, che io
desiderava, a fine di compiacermi, non già per fare pompa di fa con altri. Sem.
[ocr errors][ocr errors] 1 1 Sem. Come vi contenevate per firla di
perseverare in cotal guisa? posciache a alcune per breve tempo
incominciano a farlo, mà dipoi vedendo le altre, che fi adornano,
b-lasciano trasportare dal i mal costume anch'efle Pub. Avevå ella fomma
venerazione alle fentenze de' Santi Padri, ed affinche meglio le comprendeffc,
l'erano da me spiegate : onde adducendole sopra ciò quella bella sentenza di S.
Cipriano, che dice: Non eft pudica, qua affeet at animum altorius movere, etiam
Jalva corporis caftitate ; fi afteneva ella perciò dal vestire con pompa,
dovendo uscire di cafa, Sem. Se faceffero tutte cosi, andrebbe la maggior
parte assai positivamente vestira ; imperciocche li mariti per non u
ispendere, non direbbero già loro, che fi ornassero, e studierebbero
giorno,' notte fentenze contro la vanità. Mes. Che male ciò apporterebbe
loro 2 Sem, Non altro, che si farebbe di ef fe oggidì poca ftima; essendo
che, chi non fa la lụa comparsa, come le altre, non è punto contiderata. Mec. E
te taluna la faceffe con inde. bitarti, chi sarebbe di queste due più
considerata, la yana, ò la modefta? Sem. Certamente quella, che più di
ornaffe, perche niuna và cercando, come questa comparsa si faccia, effepdo
molto noto quel detto : Unaè bibe'as, quaris nomo, Sedopor. tet babere.
Mec. Si cercano, come anche voi diceste, più i fatti altrui oggidi, che i
proprj; onde per questo motivo yi ammetto, che sarebbe più considerata la
ya-na, che la modefta; e poi quando quefti non si cercassero, non credo già,
che i mercanti vogliano donare il loro; onde dipoi,che averanno aspettato un
pezzo, forzati a domandare giudicialmente il loro nelle publiche udienze vi
pare, che possa stare celato? ell'essere conf. derata in questo modo, vi pare,
che posla apportare decoro, ò vituperio? Pub, [ocr errors][ocr
errors] d Pub. Senza queste vostre rifellioni, di forma cattivo concetto
delle vane solamente a rimirarle, şi era ornata Thamar c deposti avea gli abiti
yedoyili più modefti, e Giuda quando la vide i in quella forma, che
concerto ne fè di effa? Suspicatus eft efe meretricem: Genef. vedere
dunque yoi, Sempronio, come sono considerare le vane da parenti anche più
congiunri? Sem. Dicemi, che altro pregiudizio apporti questa
yanicà? Mec.Quando esce fuori de’suoi limiti, hà due altri vizj, che per
l'ordinario noll'abbandonano, e sono la prodi. galità, e l'impudicizia
Sem. Sono queste certamente due peflime compagne, le quali possono apportare
gran male, infidiando alla roba, ed all'onore; mà è seguitata da alţri
vizj? Mer. E più correggiata la yanità das cu efli, di quello sia un
Generale di esser cito da 'suoi Officiali, posciacche 120 fuperbia, l'invidia,
il dispreggio, l'ineganno, con molti altri di questa perversa natura, a vicende
la servono, onde chi è vana, è anche superba, invidiosa, dispreggiatrice, e
fraudolenta, tramando sempre inganni, e frodi. Pub. In conferina di
questo, diffe S. Crisostomo. In Gen.fim Homilia. A corporis cultu innumera
frunt mala, arrogantia, que intus nafcitur, defpectus proximi, faftus spirisus,
animą corruptio, voluptatum illicitarum fomes &c. Sem. Questa vanità
fino a che segno potrebbe tollerarsi nelle donne? Mec. Sarebbe certamente
indifcreto quel marito, che non tollerasse alla moglie giovane una mediocre
vanità, quantunquc da questa fi poffa facilinente fare passaggio alla grande ;
dee bensi per tema di ciò egli ftare vigilante, affinche non trascenda questa i
suoi limiti, li quali le vengono prefissi dall'onesto: e lidee questa tollerare
ancora, affinche s'inducano alcune più facilmente a pren. dere marito. Pub.
Sant'Agostino riprese rigorofa men [ocr errors] [ocr errors] mente
Eudicia per voler andare troppo ncgletta nel vestire, e le fè incendere, che
averebbe dimostrata umiltà maggiore con ubbidire a suo inarito, che a vestirsi
di panno vile, per lo spirito di contradizione, esclamando il Santo :
quid absurdius, quam mulierem de bumi. I li vifte fuperbire ? Sem. Come
li conoscerà, che questa trascenda i limiti prefilli dall'onesto a Mer.
Allorche una donna vorrà ricoprirsi di gioje, e di oro, e quello è peg.
gio, senza riflettere se le sue entrate liano sufficienti a poter fare tante
spele, venendone di ciò ripresa da Ovidio poeta lascivo, dicendo: Quis
pudor eft cenfus corpore ferre Juos? Ed altrove. Gemmisque
auroque teguntur Omnia, pars minima eft ipfa puellae fui. E
Properzio dice anche di più. Matrona incedit cenfus induta nepatum
Pub. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] L 3 Pub. Seneca nella
Benef. dice ancora : Video uniones non fingulos fingulis auribus comparatos;
jam verò exerci14 aures oneri ferendo funt ; junguntur interje, et infuper alii
binis fupponuntur Non faris muliebris injania viros fubjegerat, nifi bina ar
terna patrimonia auribus fingulis pependisent. Ma meglio di ogni alero S.
Ambrogio : De Nabut. Ifrael. cap.s. lo fa capire . Dele&tantur compedibus
mulieres dummodo auro ligentur non putant onera effes fi pretiofa funt: non
pusant vincula efi, fi in iis shefauri corufcant : delectant de vulnera, ut
aurum auribus inferatur, do margarita depen. deant c. E finalmente conchiude .
Non parc unt dispendio, dum indulgent cupidisati. Laonde fantamenre dice
l'Ecclefiafte; Averre faciem tuam à muliere compta. Sem. Må se sarà
nobile, non potrà fare di meno, quantunque le sue rendi. te foffero tenui, di
non ornarsi pomposamente, vedendolo praticare da chi è mcno дobile di
ella. Mece [ocr errors] Mes. Ditemi per cortesia, forle che questa
sua nobiltà, senza danaro, potrå fodisfare il costo di tante pompe? Sem.
Mi perfuado che nòsmå pare una certa cosa, il comparire meno delle alo tre,
alla quale, chi è nobile non si può accomodare. Mec. Anzi queste, per fár
comparire maggiormente la loro nobiltà, non doverebbero soggettarsi a cose
vandag per far conoscere inlieme, ch'essa rin fplenda assai più dell'oro, e
delle gioje. Sencite, ciò che diffe a tale proposito la saggia moglie di
Focione ; come riferisce Plutarco nella di lui vita. Şi trovava un giorno
questa illuftre Dama ins conversazione di altre donne, ornate tutte
pomposamentes vi fu chi le disse: perche non era venuta essa ancor adornata
come le altre, cui rispose: che le bastava per ornamento la virtù di suo
marico, al che non seppe che replicare la più curiosa, e vana delle
altre. Pub. A questo proposito dice Aristocile, che il buon ornamento
nelle don ne', non debba già consistere nella pompa, mà bensì nella
modeftia, e nel modo onesto, e decente di vivere ; il quale fu da Aspasia
praticato, come riferisce Eliano, quantunque ella avesse avuto per mariti
due gran Monarchi; cioè Ciro, et Artafferse, ciò non ostante fi feppe ella così
bene guardarc dalla soverchia curiosità, e pompa, che recò am mirazione a tutto
l'universo. Elodando PLINIO (si veda) la moglie di Trajano, non seppe apportare
fatto più glorioso di queIto a suo favore: che di efferli, come donna mantenuta
sempre lontana dallas vanità superflua. Sem. E se l'entrare fossero
sufficienti, potrebbe dirsi vana una, che trascendeffe i sudet i limiti?
Mec. Se la vanità non fosse unira col. la prodigalità, forse che in questa, se
non trascendeffe molto, sarebbe rollera bile, ma il vizio della prodigalità non
le permetterà moderazione alcuna; posciache: Prodiga non sentit pereuntem
fæminas fenfum. E poi credete voi, che'l fine, per cui fi orna a quel segno,
fia sempre onesto? non lo credetre già Seleuco, quel gran Legislatore de'Locri,
il quale fè quefta legge; che non fosse permesso ad altre donne di ornarsi
pomposamente, se non a quelle che volevano amoreggiare, e fare anche di peggio;
e sappiare, che, fù questo un gran rimedio contro la vanità; posciache divenne
quel Dominio per qualche tempo modeftiilimo, spor gliandosi le donne delle loro
fupes Aves pompe. Quindi è, che da saggio padre operò Lisandro, come riferisce
Plutara co, con rimandare a Dionilio tiranno le preziose vefti, che aveva
mandate in dono alle sue figliuole, con tutti gli altri ornamenti; con fargli
incendere; che averebbero più tosto tali ornamenti viruperato le sue figliuole,
in vece di or. narle. Sem. E le ricchissime, che non soggiacciono al
pericolo d'impoverire,perche non poffono fare tutto quello sfara fo, che
bramano? 1 [ocr errors] tutte Mec. Non tutto quello, che si
può, è convencvole a farli. Giovanna di Navarra consorte di Filippo il Bello,
trovandosi in Burges, mortificò molte Dame, che andarono a visitarla con abiti
sontuofiffimi, dicendo loro. Credeas effere in questa città io solamente la
Reging, mà ne trovo mille. Pub Chi brama servirsi bene delle proprie
ricchezze, non dee impiegarle per fodisfare le sue voglie, ed in cose
superflue; dee ancora pensare and quelle, che sono maggiormente necef• farie,
che ornano l'anima, come insegna S. Cipriano dicendo : locupletem te effe dicis
e utere divitiis, fed ad bonds are tes; divitem te fentiant pauperes
&c. Sem. Se taluna fosse deforme, potrebbe ornarli più dell'onesto
per comparëre bella e Mec. Faccia pure quanto può la deforme, che fempre
scoprirà di vantage gio la sua deformità; e guai a quelles, povere damigelle,
che vi harno a conbattere, perche rimirandofi allo fpero [ocr
errors] chio, deteriorare più costo con quelli abbellimenti,
che li pongono, si persuadono, che per difetto di effe ciò deo
tivi', non sapendo bere addattarli, ed a questo proposito cosi
parla Giovenale, Quid Pfecas admifit, quænam eft
culpa puella Si tibi difplicuit nasus tuus? Sem. Consideriamo i
sarti quanti rimproveri riceveranno di vantaggio Mer. Vi fù uno di questi
gli anni scorfi, che avendo portari alcuni abiti ad una ricca, e deforme, ed
allorche se li provava, diffe, che non erano ben fata ti; perche non le stavano
bene al viso ; quel povero uoino vi ebbe un pezzo fof. ferenza, må alla fine le
disse: Signora io gli ho fatti a misura della sua vita, alla quale vanno
benissimo, non già del suo viso; onde questa non è colpa mia, mà deila natura,
se non stanno bene ad effo. Sem. E le brutte, è belle, che siano
adoperando i bellectiglo fanno per vanitá a Moc. Mec. Questo certamente è
molto dubioso; posciache, se lo fanno per essere stimate più belle,
s'ingannano, mentre ogni uno, che le rimira, le tienes per copie mal dipinto,
non già per ori . ginali, e voi sapete ; quanto lieno più timati gli
originali delle copie, quantunque pajano ben colorite; e poi quel mal odore,
che tramandano quegli unguenti posti sul viso, come le possono rendere amabili?
ed udite Plauto, come ne parla, Vei fefe sudor cum unguentis fociavit
illico, Ibidem olent, quafi cum una multa jura confundit coquus, Quid
oleas, nefcias ; nifi id unum male olere intelligas. E Giovenale così
dice: Interea fæda aspectu, ridendaque's multo Pane tumet facies, aut
pinguia popeana Spirat, hinc miferi vifcantur Labra marici. Ed in
appresso; Tal Tot medicaminibus, coctaque filiginis Offas
Accipit, et madido, facies dicetur anni ulcus? E guai a queste se
intervenissero al giuo, .co, che inventò Frine, riferito da E rasmo lib. 6.
Apophtegn.pofciache si troverebbero confufe, e mortificate. Ef sendo ella in
conversazione di donne; tra quali ben si avvide effervene non poche bellettate,
introdusse il giuoco del1e penitenze, uscendo a forie chile doveffe comandare;
e toccando a lci, ordinò, che fosse portato un gran carino pieno d’acqua, e che
ciascuna dovesse ja varsi il viso, come ella faceà ; 'non poterono le altre
scufarfi, effendoli'impegnate ad ubbidirç, e ne seguì da ciò tal
metamorfofi,che li domandava il nome ad alcune non riconoscendosi più per
quelle, ch'erano prima. Pub. Bisognerebbe, che leggeffero S.Ambrogio :
Examer. per illuminarsi, ove dice: Deles picturam' mulier, f vultum tuum
materiali candore,oblinius, fi acquifito rubore perfundas : ila la pi&tur a
via, non decoris eft ; illa pi. Eura fraudis, non fimplicitatis eft ; illance
pictura temporalis eft, aut pluvia, aut Judure fergiiur : illa pi&tura
fallit, de ripit, ut neque illi place as, cui placere de laderas,
qui:nielligit non tuum, fed alicnum effe, quod placeas, et tuo displiceas
auctori, qui vidiet opus fuum efl deletun; ed apporia inoltre, lib.i. de
Virginibus, un dilema affai calzante a questo propofito, dicendo, fepulchra es,
quid abscomderis? fi deformis, cur te formosam effe mentiris? neç tud
conscientia, nec alieni gratiam erroris habitura? Şem. Lo faranno
çalvolta le bruite per ricoprire ļa ļoro deformità. Mes. Quanto s'
ingannano queste; posciache in vece di ricoprirla più costo in tal guisa la
rendono palese a tutti; cfsendo che non potendo mai fare in modo, che non si
conosca ciocche di più del naturale si sono poste sul viso, das Joro medesime
si discuoprono per defore mi, çon pregiudizio anche delle bells, Şe
[ocr errors] [ocr errors] se ciò facessero; perche saranno queste ancora
credute di ayere difetti tali, che abbiano d'uopo di essere ricoperti; E se poi
la deformità proveniffe dall'improporzione delle parti, che non è male da
biącca, come la potranno rimcdiare? posciache converrebbe in tal calo inventare
il modo da profilare mcglio il naso, ristringere la bocca, e di slargare la
fronte, ed a questo non potendo ațrivar esse senza maggiormente deformarli,
perche dunque li pongono a garreggiare col Divino Artefice, che così le formò
per fini a lui ben ooti? Sem. Hò udito però, che quelle, che cadono in
fimile errore, sia impoffibile, che possano più aftenersi dal non farlo, e
queste in che modo le coayincereste Publio? Pub. Sono certamente infelici
quelle donne, che non piacciono a se medefime, come disse S. Cipriano, de Bon.
Pud. femper eft mifera, que non fibi places qualis eft. Onde queste
difficilmense potranno convincerli; con tutto ciò, quan: Tollens
ergo quando' mai godessero un momento di mente tranquilla, domanderci loro,
se amano più la bellezza dell'anima, è quella del corpo, e dicendomi, come è
più verifimile, ch'amino più quella dell'anima, apporterei loro ciocche dicc S.
An:brogio: in Examer 6. cap. 8. ergo membra Ch ifti faciam membra
meretricis? Abfit, quod fi quis adulteret opus Dei; grave crimen admittit,
grave eft enim crimen, ut pures, ut melius te bomo, quam Deus pingat . Grave
eft, ut dicat de te Deus, non cognofco 16lores meos, non agnofco imaginem meam,
non agnofco vultum, quem ipse" formavi, Rejicio ergò quod meum non eft,
illum quare, qui te pinxit, cum illo habeto confortium, ab illo fume gratiam,
cui mercodem dedifti. Quid refpondebis ? ed udite ancora quanto lo detefta S.
Cipriano de Habit wirg. Manus Deo inferunt quando illud, quod ille formavit,
reformare, transfigurare contendunt, nefcientes quod opus Dei eft omne
quod nafcitur:Diaboli, quodeumque mutatur ac, tu te exi, Jimas impunè
Laturum tam improbare meritatis audaciam Dei artificis offenfama Ut enim
impudica circa bomines, du inn cefta fucis lenocinantibus non fis,' corruptis,
violatisque, qua Dei funt péjor adultera derineris dc. Sem. Quelle, che
fi bellettano, mi persuado certamente, che non averanno uditi gliaccennati
sentimenti di queisti Santi; perche in verità, sc riflettes sero attentamente a
ciò, che questi di cono, fi alterrebbero dal farlo; mà vor: rei sapere in oltre
da voi, Dottore, se pollano queste lordure, che si pongor Ho le donne sul viso,
essere di nocumento alla loro salute? Med. Sono senza dubio molto
dannosi; perciocche se il tingerfi solamenrei capelli ha apportato a molte la
mor- to, come riferisce Gal. de comp.medic. fec. locos, cap.3. de tinet.capil.
oye dice: Non folum enim in periculo verfatas fape frio -fæminas ; fed mortúas
ex perfrigeratione capitis per hujufmodi pharmaca induéta, Ed Aczio parimeate
afferisce di averne vedute morire alcune per tale cagione apoplettiche, e
tabide; quanto più facilmente potranno es. fere danneggiate da cosmetici, ne'
quali entra il solimato? E posso io asserirvi di avere veduta più di una di
queste divenute, ò asmatiche, ò apopletriche, à paralitiche, ò idropiche in érà
proverra; senza poi quel danno, che suode recare in gioventù a tutte, ne' loro
denti ; e gignive; nè preftino fede a coforo, che fabricano belletti, quantun.
que dicano di averli fatti fenza folimato, poiche le gabbano. Sem. Si che
dunque aon gioveranno ne per l'anima, ne per il corpo? Mas come si doveranno
regolare i poveri mariti, fe queste fi oftinaffero in voleres tutte le cose
alla moda 2 Mer. Io non farei altro, che spiegare loro i seguenti vèrsi
di Properzio ar. vocato di effe : Quid juvat arnato procedere vitta ca
pillo Et tenues Cos vete movere finns? Aut quid orontea crines
perfunderes mirra? Teque peregrinis vendere
muneribus? Naturęque decus mercato perdere cultu? Nec finere in
propriis membra nitere bonis estir's Ed altroye: Nunc etiam
infectos demens imitance Britannos Ludis, o caterno gincta colore caput,
E soggiunge : Ut natura dedit, fic omnis recta figura, Turpis
Romano Belgicus ore colar E Plauto ancora, che pone in derisione queste
tante variazioni di mode : dicendo in Epidico Quid ifta ? Quo quotannis
nomina in In veniuntur noua Tunicam rallama tunicam spilam Linteulum, Cæcisium,
Indosiatam, Palegiatam. Calšbulan, aut Crocotulam. er. Pub. Allai
meglio facente, Mecenate, a fare intendere loro ciò che dice San Cipriano dihi
de babitu Kirginum ; ovewi . Ceterùm fi tu te fumptuofiùs cumas,
per publicum notabiliter incedas, oculos in se juventutis illícias', fufpiria
adolefcentum poft te trabas, concupifcendi libidinem nuFrias, peccandi fomitem
yuccendas, ut fi ipfa non pereas, alios tamen perdas, velut gladium te, du
venenum videntibus se prabeas * excufari non potes, quafi mente cafta fis, do
pudica s redarguit te cultus improbus id impudicus ornatus, conforme lo fa
conoscere Aufonio in Delia, od ei Delia, nos miramur,'eft mirabile, quod
tam Diffimiles eftis ruque, fororque túa ; ?> Hæc habitu casta, cum non fit
caffats videtur, Tu preter cubium nil meretricis habes. Cum caffi nores sibi fint, buic cultus
honeftus, Te tamen, cultus damnat, caftus cam. Sem. Parfando ora
all'ira, queltas noir mi pare, che abbia tanto dominio i nelle donne, quanto
negli uomini, aven do [ocr errors] do veduto adirati più questi,
che quelle alcune volte, che mi sono abbattuto seco in Gimili contingenze.
x Mec. Non doverebbero certamente le donne adirarfi ; pofciache divengono
allora talmente deformi, che più non si riconoscono, .quanto mai li
erasfigurano; onde avendo effe in orrore la deformità, doverebbero anche odia.
re la cagione di essa ; Ma yoi, Sempro, nio, le averete facilmente trovate in
bonaccia, non già in tempo di furore ; e perciò dite, che vi pajono gli uomini
più colerici di esse; fe però vi foste abbattuto nel vedere adirata Ja moglie
di quel povero, Grammatico riferito lepidamente da Ausonios diversamente para
lcreste ; mentre di essa cosi dice: Anma', virumque docens, atque arma
virumque peritus. Non duxi uxorem, fed magis arma do 1 Namque dies fotos
y Botafque ex ordine ! noctes. Liribus oppugnat a, meques meumque
Ata [ocr errors] M 3 giam ! Atque, ut perpetuis dotata à
Marre duellis risin Arma in me follit, nec datur ulla quies: Jamque
repugnanti dedam me, wide nique victum Jurget ob hoc folùm, jurgia quod
fuOltre di che Salomone, che non 'mentisce, dice ancora: non eft ira fuprà iram
mulieris. Sem. Non saranno però ofinate les donne, che averanno i marici
più rifenciti di effe, e non tanto buoni, come era il sudetto Grammatico?
0:0, Mec. L'oftinazione alle volte liavanza tanto in effe, che le rende
incorre. gibili, come comprendercte ancora dal feguente avvenimento riferito
dal Poga gi. Vi fu una di queste» che dopo ave. rc ricevuto moltisms bastonate
da fuo marito, non potendola far ritrattare dall'ingiuria, che gli facea,
chiamaadolo pidocchiofo,la calò anche nel poz .30, fin tanto che poteva parlare
sem.. pre [ocr errors] pre fu percinace nel medesimo disprego gio ;
finalınente, avendo anche la te. ita fommersa nell'acqua, colle unghie de deti
grosli soprappoftę gli faceva cenno di quello, che averebbe colla voce
pronunziato, se avesse potuto Oltre di che il vizio della vendetta facilmente
di collega con esse, dicendo: Giovenale: Vindicta Nemo magis gaudet, quam
femina. Sem. Le finzioni, e le menzogne and che segno s'internano
acll'animo dona, nesco? Mec. Nelle donne scaltrite più affai, che nelle
milense: Ben è vero però, che se s'incontreranno in mariti accorti,
apporteranno loro gran danno le proprio finzioni, e menzogne; come appunto
seguì alla moglie di Teodofio à allas quale avendo egli donato un pomo di
eccessiva grandezza, volle ella gratifi care con esso uno de principali Signori
della corte, il quale due giorni dopo mandollo in dono all'Imperatore; quantunque
mostrasse apparentemente di gradirlo n'ebbe per ò egli intern
rammarico;perloche essendo cornato dipoi dall’Imperatrice, domandandole, se
riteneva più quel bel pomo; gli rispose, che lo aveva mangiato, ed avendola
pregata, che avesse fatta matura riflessione a quanto diceva, ella ostina.
tamente confermava il suo derto; allora l'Imperatore per convincerla lo fè
portare in sua presenza, ele disse: Voi Giete una finta donna ; ne mostrò in
av. venire feco più confidenza. Sem. Hò uditi con molto mio rammarico i
difetri donnefchi; consolatemi ora voi, Publio, con riferirmi le Virtù delle
donne, ed in ispecie qvelle, che ponno apportare profitto alli mariti. et Pub.
La Prudenza, e l'Amore Gince. ro sono le principali virtù, che debbono
risplendere nelle mogli. Sem. Ma di queste Virtù sono capaci Je donne?
Pub. Non può dubitarf di ciòyinenero le le ftorie non solamente
profane, ma faa cre ancora lo confermano, e presentemente vediamo anche
risplenderé mole cisime di effe con fimili virtù. Sem. Perche duaque fi
dice tanto ma le delle donne Pub. La cagione di ciò la trovo in Euripide,
il quale dice: Miferrimum eft muliebre genus, femel Nam, quæ peccant
etiam immeritis Dedecorifque funt mulieribus, communicant vituperium, Mala
non malis, Ma questo, e un abuso grande, ed in. giusto posciache contro di noi
altri uomini non si costumà addollarsi a' buon il vituperio de' cattivi, e qual
ragione dunque vuole, che ciò militi contro di effe ? Ovidio però le difende da
tale in. giusta maledicenza con dire: Parcite paucarum diffundere crimen
ist Spectesur meritis quaque paella fuis. Sem. Voglio credere
che donnes prudenti vi siano ffate ayendo udita rasa omnes:
raccontare molci saggi farci delle Porzie, Cornelie, Paoline, e Paoline,
e di altre; Mà di queste, che con amore sincero abbianoamato i loro mariti
vorrei udirne riferire qualche altro csempio per meglio accertarmene. Pub.
Vi posso fodistare in questo picnamente, e principiando dal grande, e fincero
amore', che mostrarono a loro mariti carcerarile donne Spartane;men. tre queste
andando a visitarli li ferono vestirc de iloro abici, ed effc rimasero
carcerate: pafferò poi a riferirvi, ciocche fè Cabadis Reina di Persia, la
quale parimente liberò suo marito carcerato con vestirâ ella de' suoi abiti, e
rima. nere priva della sua libertà, c vita ancora · Riferisce parimente il
Tarcagnota un fatto molto riguardevole a tales proposito. Avendo ottenuto per
capi. tolazione di uscire solamente le donne dalla città di Vespergia cariche
di quello, che più loro piaceva, abbandonando queste oro, e supellectili
preziose, she avevano, trasportarono sulle spal. le [ocr
errors][ocr errors] le i loro più congiunti. Ed udite finalmencé un esempio
singolare dell'amorce sincero di una saggia Regina, riferito dal Padre Cordier
Roberto Re della gran Bertagna si trovava ferito con una laetta velenata, fu
giudicato da’Medici per unico riinedio il farla succhiare da cui avesse voluto
esporre la propria vita, per salvare quella del Re; la Regina sua moglie fi
mostrò prontislima di farlo, ma non voleva in conto alcuno il Re permetterle,
che si esponesse a tal pericolo. Chę fè l'amorosa moglic ! aspetto, che fosse
addormentato, ed allora appunto, sciolta la ferita, succhiolla intrepidamente,
e con tanto felice successo, che rifano il Re, senza riportarne nocumento
alcuno l'amorosa Consorte. Sem. Persevereranno queste prudenti, ed
amorose consorti semipre nella. medesima forma? Pub. Se faranno i mariti
prudenti in faperle bene diriggere, lo fåranto, come udirete nella seguente
ConfeTenzi. CONFERENZA Come si debba regolare l'uomo colla moglie
scelta di ottime qualità. Sempronio, Publio, Mecenase, e
Medico M Som. perfuado, chief sendo la giovane di ottimi
costumi,non civoglia grandparte nel regolarla, po sciacche da se mca
delima sapra ben governarsi. Pub. Non è già così, Sempronio ; quantunque
sia buona, ci vuole anche attenzione in reggerla, affinche non divenga cattiva,
perche conforme fi dice, che prendendo marito, muci sta10, può anche cambiare
costume; im, [ocr errors] L2perciocche il corso è di molti anni, é fi dee
navigare in un mare, nel quale s'incontrano de'scogli, e continuando la
metafora, descrittami da quel vecchio, che la donna sia la nave; questa quan.
tunque non abbia difetto alcuno, da se fola, e senza chi la indirizzi, a fola
di: screzione de' venti, che sono i suoi pen• ficri, non può giugnere al
defiato porto della felicità, onde conviene, che l'uomo faccia da nocchiere, e
non dor ma; quantunque fia bonaccia. Sem. Infegnatemi, dunque come do. vrò
regolarmi, per non errare? Pub. Potrò riferirvila direzione del la quale
io fteffo mi sono servito, eve: drete, fe questa vi aggrada. Sem. Avendola voi
posta in esecuzio. nc felicemente, poffo fperarne anch'io profitto. Pub.
Ebbi alla prima quest'avverte11za di non addomesticarmi seco in ecceso fo, ma
solamente, quanto bastava per -farle conoscere, ch'io l'ama, c perciò la
rispetta, ferviva, ed oporava s mà mà çon tenere sempre un tale
qual den, coroso fuftegno. Procurava in oltre, ché non iscopriffe il mio
debole, c per fare prova del suo afferto, di quando in quando, mi facea da essa
scorgere penberolo, ed alle volte ancora alquanto mesto: non li assicurava ella
di ricerca. fc la cagione di ciòs solameore dopo qualche giorno, faccosi animo,
mi diss fe: Signore, yorrei vedervi allegro, comc debbono essere i spost ; fe
poffo io sollevarvi in cosa alcuna, eccomi pronta': comandatemi, ed
indirizzatemi che non ricoferò di obbedirvi. Mi senti a tale corcese offerta
immediatamente giubilare il cuore, e le rispoli con faccia ilare : Signora
viringrazio delle obliganti esibizioni, che voi mi fate, u vi afficuro, che me
nc prcvalerò, avendomi molto sollevato con questo voftro corcese parlare : E
guitai immediatamente di quella confolazione registrata nell'Ecclesiastico al
26. Gratia mulieris -Sedula delectabit virum fuum, copaiba ljus impinguabit. Sem.
6 [ocr errors][ocr errors] Sem. E se fosse entrata in sospetto, che voi
non l'aveste amata? Pub. Questo non poteva crederlo perche, come diffi, la
rispetta, cd onora con particolare artenzione; cd essendo ella prudente, ben fi
avvedeva, che della sua persona era sodisfattiffimo; sospetta bensì, come
mi riferi dipoi, il che da altre cagioni ciò veniffc; u con bel modo
tanto fè, che alla fine un i giorno, dapoi avere presa meco confia denza
maggiore, interrogandomi sopra ciò, seppe da me la cagione de' mici turbati
penfiori; cioè: che questi dcrivavano dal timore, che io aveva di non cffere
ancor baltantemente capace di cducare bene i figliuoli, e di non sapere
mantenere fino alla morte il reciproco affetto coniugale a quel segno, che fi
dovea. Sem. Che rispofe ella? Pub. Con volto ilare mi replicò, che a
questo dovea anch'effa contribuire la sua parte, ic perciò ca ayefli pur
deposto la metà di detti pensieri, ch'erano tuoi. Sem. [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Sem. E se vi aveffe risposto; penfiamo ora a
darci bel tempo : figliuoli non po abbiamo quando quefti nasceranno Gi farà,
come li potrà, non ci contriftiamo ora di quello, che non è presente.
Pub. Non fi parlava così in quei rempi, ne' quali il divertimento non erao
anche divenuto affare creduto rilevan. te, ed essenziale, che richiede sfe
giornata intera ; era bensì creduco effenziale il provedere quanto faceva
d'uopo, ed il prevedere ciocche poteva fuccca dere. Sem. Vi manrenne la parola
data di sollevarvi, quando sopravenne il bisagno Pub. Fè anche di
vantaggio, pofcix che fcoperto ch'ebbi il suo buon animo, un giorno così le
parlai: Signora mia, voglio, che camminiamo di buon conia certo in reggere la
casa ; abbiamo tansto assegnamiento, che può bastare as Amantenerci nel nostro
stato decorosamente ; pofliamo tenere tre fervitori, due per lei, ed uno per mc,
una ser [ocr errors] vente, ed una matrona, ed avere la noftra
carrozza, che serve ad ambiduc; of dividiamo ora l'incumbenza: voi pen+ ferere
alla tavola, alle biancherie, ed io al rimanente; dell'esazioni
voglio ne fiare anche voi consapevole per vom ftro governo ;
ficcome ancora dell'esito, per caminare di buon concerto tra noi nello
spendere: debiti non voglio ne facciamo, nè avanzi considerabili
fino a tanto, che abbiamo l'assegnamento fiffo, c non amministriamo tutte
le rendite; e basterà, che solamente poniamo da parte ogni anno qualche
cosa, per fupplire alle stagioni fterili, alle ritardate rescoffioni, ed
alle spese straordinarie, per non ritrovarci allora bilognosi di danaro:
All'educazione de'figliuoli penseremo concordemente, allorche Iddio li
manderà. Sem. Ed essa accettò queste brighe? Pub. Anziche mi
ringraziò; mostrandofi contentissima, per averla pofta a parte del
governo. Sem. E se aveffc risposto; io non vo- glio ingerirmi in questo
affare ; pensateci voi, col maestro di casa; perche non voglio prendermi questo
tedio? Pub. Sarebbe stata troppo ardıca simile risposta in quei tempi, ne
quali crano molto rispettati dalle mogli i mariti, contentandoli vivere
subordinate ad effi, e non succedca già come dice l'Ecclefiaftico. Mulier si
primatum babeat, contruria eft viro fuo; perche qucfta maggioranza non la
godevano. Sem. Mà come riusciva in quelle cose, che le toccavano di
fare? Pub. A maraviglia bene; posciache aveva la matrona, ch'era donna
savia, e consigliandosi con essa lei, divenne in breve tempo espertisfima in
tutte quelle cose, che le appartenevano. Sem. Chi potrà trovare oggidi quefta
matrona non costumandosi più tal servigio? e poi quando anche si trovassc,
diventerei ridicolo, se prendesi, per servire mia moglie, la matrona.
Pub. Perche ridicolo? forse che fa. rebbe cosa mal fatta? Som. [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Sem. Non
dico mal facta, mà effendo in disufo, farebbe segnato a dito, chi
l'introduceffe. Pub. Mà da chi? forse da' savj, u prudenti? Sem.
Non credo da questi ; mà bensi da tutti quelli, che non costumano te.
nerla. Pub. Or io di questi non mi prendcrei soggezione alcuna; mi dispiacereb.
be bensì, che i savj biasimassero le mie operazioni; imperciocche possono farvi
altro dispetto costoro,che non son savj, che di non conversare con esso voi? E
che perdita da ciò riceverefte? ogni qual volta questo provenga, non per
cagione di cosa malfatta, mà più tosto decorosa, ed onesta, che sono vantag.
giose per voi ; nel qual caso efli li renderebbero meritevoli della censura de'
savj. Io vi poffo ingenuamente confessare, che se non fosse stata in cafa mia
la matrona, che avesse indirizato da pria. cipio la mia consorte, non averci
già goduta quella tranquillità di animo fpe [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] rimentata fino al presente; posciacche questa matrona essendo nata
civilmente, e così ancora trattata da me, dando alla mia conforte buoni
conligli, la istruiva ottimamente, e perciò non vi è stata occasione alcuna di
discordie tra noi; il che non sarebbe già seguito, se fi fosse configliata con
qualche donnas ordinaria, e giovane, da cui facilmente pellimi consigli
averebbe ricavati. Sem. Questa matrona itava al fervia gio
attuale? Pub. Quantunque fosse falariata, era però distinta dall'altra
donna, che mi serviva, e faceva molce cofe spontaneamente di più di quelle, che
le toccavano, per l'amore, che portava alla casa, ove sperava terminare i suoi
giorni; non costumandofi licenziare queste, fe non per cagioni assai gravi, le
quali raro volte accadevano ; e quando la Signora partoriva, essendo
pratichisimas; non li può esprimere, che aflistenza le presta in tutto quello,
lc occorre; ed in tempo di malattie cra singolare; 2 re; oltre di
che nell'educare bene i figliuoli, e le femine in ispecie, cra mol. to
eccellente, sapendosi far amare, a rispettare insieme: or vedere voi quali
danni ha apportato privarsi di effe. Sem. Mà perche è stato dismesso si
buon fervigio ? Pub. Io precisamente non lo sò, può essere, che sia noto
a Mecenate. Moc. Io ho udito riferire più voltes che queste volessero
fare troppo lezelaati, e perciò fi fia verificato in esse la favola di Efopo,
ove parla del trattata di accordo fatto tra il lupo, e la pecor ra,contro la
soverchia custodia de' cani; e per verità, vi erano alcune, di esse, che
facevano la guardia alle figliuolo più di quello, che facciano i cani alle
pecore; -mà questo non era motivo fufficiente per dismettere un servigio
cotanto utile al decoro, ed onestà dellas casa, conosciuto ciò, anche da
Tibullo quantunque molto lascivo, mentre egli consigliò: At tu casto precor
maneas, fanétique pue Aft [ocr errors] dorisa N3 Affideat
cuftos fedula femper anus. Sem. Come regalavate, Publio, fperso la vostra
sposa? Pub. Oltre le mancie solite del Natale, e del giorno mio natalizio,
che consistevano in dodici piastre per.volta, e quando si riscotevano grosse
somme, fempre qualche moneta di oro le davas, perche mi è piaciuto, ch'ella
'manegiafle danari. Sem. E che ne faceva. Pub. Quando arriva a
cumulare la somma di cinquanta scudi, creava un cenfo, e la metà del frutcabo
di effo dispensava a poveri, c fi verificava in lei ciò, che dice Salomone
delle donne savie: Manum fuam aperuit sinopi, et palmias suas extendit ad
pauperem, dell'altra si serviva per vestirdi:. ;1 Sem. E le fpilte non se
l'era riservate ne' capicoli matrimoniali? LifPubi Questo non costumava allora
non facendofi tanto consumo di effe,come 'oggidì, che liveste alla
moda. Sem. Eche a non fi vertiva alla moda in quel temposPub. Si vestiva
all'usanza propria det [ paese, quale era di non cangiare sì di sovente,
quella, che correva. Sem. Non è questa la vera moda, mà bensì quella, che
oggi si porta da paeli stranieri, ed indi a pochi meli, venen, done un'altra, la
prima non si usa più, perche le ultiine sono quelle, che dilectano, ed appagano
gli occhi . Pub.E degli abiti di vecchia moda anche in buono essere che
fe ne fa? Sem. Si esitano a quel prezzo, che fi trova, e con discapito
grandissimo, Pub. Come costa questo vestire all? ultima moda, perche io,
che vivo all antica, non ne sono in formato? Sem. Costa assai per verità,
essendo che bisogna pagare sempre di più del suo valore quel drappo di nuova
moda; mà ad alcuni ciò non da fastidio, perche i mercanti sono cosi cortesi',
che lo danno in credenza. ti ''p Pub. Questa, per parlarvi con tutta
fincerità, mi pare la vera moda diandare in malora; perche estendo sì
cari, Conf. Dec. prima ed il mercante volendo alla fine essere pagato, che
si farà allora, non essendovi danaro per sodisfarlo? Mec. Si mucerà paese,
e per verità quando questa nuova moda non era tanto in uso non si vedevano già
i galant' uomini, divenuti per essa miserabili, nè mutare paese, essendo per
loro poco sicuro quello, ove vestirono a tutta moda. Sem. Con chi
coversava la vostra fposa? Pub. Con i suoi parenti più proflimi, li quali
in giorni festivi, in occasione di male, ò di altri bisogni venivano as
visitarci, ed altresì noi con effi loro facevamo. Sem. Ma non recavano
noja fimili conversazioni Pub. Anzi erano di sollievo grandislimo;
essendoche i capi di casa fi ritiravano in disparte a difcorrere fopra gť
iatereffi domestici; consigliandosi tras loro, per meglio regolarti, nel far
colcivare la campagna, ne irinvestimenti da da farsi, e nel governo
economico della casa: le donne poi colli ragazzi, ftavano divertendosi tra
loro. Sem. Ed in che? Pub. Nel domandare, che profitto facevano i
figliuoli, che belli premj avevano avuti da loro maestri, e come fi portavano
le figliuole ne'loro lavori, i quali bene spesso portavano seco queste, per
farli vedere ; e ciò serviva per eccitar emulazione tra elli a portarli
meglio in avvenire, lodandosi, e premiandos ancora chi s'era portato
benc. Sem. In detto tempo a costumavad giocare? Pub. Questo non fi
fa, eccettuato, che in tempo di carnevalc. Sem. Si giocava alle ombre in
detto tempo? Pub. Questo si costumava; posciache ove si giocava, non vi
era Sole. Sem. Voglio intendere colle carte di fpade, bastoni, coppe, e
danari. Pub. Queste ne pur si conoscevano in quel tempo da esse, e se
l'avessero co no [ocr errors] nosciute, non averebbero giocato con
carre tantó-misteriose, le quali fanno vedere, che le spade, i bastoni, e le
coppe, malamente adoperate consumano tutto il danaro. Sim. Ele conedie li
udivano allora? Pub. Queste erano frequentare', ò'da curiofi forestieri, è
da paesani ožiofi per alcro le donne se n'altenevano; e se non era più,
che qualche rappresentazione facra, fatta di giorno, avevano rossore di
comparirvi. Sem. Eli passeggi si costumavano ins quel tempo? Pub.
Passeggiavano ancora, mà per essercitare iutto il corpo a beneficio della
salute, non già come si fa oggidi, per 'indolirli folamente la schiena, a
cagione di tanti inchini, che Gi fanno, fenza muovere un paffo. Sem. Lecafe,
come erano bene a dobbate Pub. Asai meglio', che non sono adesso,
rimirandovisi appcfi nelle pareti di effe akuni quadri di carte', ches
er [ocr errors][ocr errors] ga in erano le piante delle tenute, che
si possedevano,dalle quali et ricavava groffi ffimo frutto, ed allora non vi
era tanto luffo; poiche loro, ch'oggidì s'impie in apparenze superflue
d'indorature, e nelle vanità alla moda, fi ipendeva in quei tempi assai meglio
in compre diterreni, e di alcre cose fructifere. Ne si commettevano già furti
di piatti, fottocoppe, bacili, candelieri, ed altri vali di argento ; perche
questi allora. erano. assai meglio custoditi ; effendo pochi elli, che gli
aveano, e perciò di rado ancora venivano adoperati. Sem. Sapete Mecenate, che
mi crovo confuso a cagione di questo racconto fatró da Publio, riflettendo a
ciò, che sarebbe più utile, mà non lo potrò seguitare, per il diverso costume
introdotto oggidi; e dichiarandomi volere vivcre così, non troverò moglie;
dall' altro canto a seguitare il modo, che si tiene, sono arrivato a
comprendere, che è molto dannoso per cutti i verfi. Dunque che dovrò fare? Mec.
Di non isbigottirvi punto per qucsto. Scegliete voi il modo, che credece
migliore, e dichiaratevi pure apertamence, che questo volete seguitare e
troverete ciò non oftante moglie, u forse senza d'uopo di ricercare tanto al
minuto il costume; posciache quelles giovane,che si contenterà di essere
tratcata in questa guisa, sarà certamente fac via, e bene accostumata.
Sem. Mà se le altre non la vorranno trattare per non seguitare ciocche effe
fanno, come si troverà? Mec. Che pregiudizio risulterà a voi et ad effa da
questo, che farebbe la voftra fortuna? anzi voi medelimo lo do. vreste
procurare, affinche non la deviaf. sero dai suoi doveri. Sem. Or io così
farò, e dica ogn'uno ciocche vuole ; perche hò uditi molti mariti sospirare
frequentemente; da che provenisse questo, non lo só precisamente, sò bene, che
senza cordoglio non ti sospira . Or ditemi, che altro doverò fare per
mantenerla costante nel fuo [ocr errors] suo buon costume?
Pub. Nun altro, che di non darle al. cun mal'esempio, e di tenerla
continuamente occupata in devozioni; affari do. mestici; e nell'educazione de'
figliuoli; perche la vita oziosa è pessima, dicenda l'Ecclefiaftico: Mitte
illum in operationem, ne vacet; multam enim malitiam docuit
otiofitas. Sem. Come mi dovrò contenere intorno alla devozione? Pub.
Le darete in questo voi huono esempio, conforme richiede l'obligo voltro ;
imperciocche tanto io, quanto la mia conforte cravamo favoriti dal medesimo
direttore spirituale, c trequentavamo sovvente le nostre devozioni; la sera poi
colli figliuoli, e servitù fi recitavano alcune preci, e li leggevano anco
libri fruttuosi per l'anima, ed in oltre da noi si sovvenivano bene spelso i
poveri, e da ciò ne hò ricavato quel bene, che si trova registrato
nell'Ecclefiaftico: Mulieris bona beatus Vir, numerus enim annorum illius
duplex. Sem. In che altri affari domestici la tenevate
occupata? Pub. Effendomi avveduto, ch'aveya desiderio di copiosa
biancheria, ordinavo, che fossero proveduti nelle fiere canape, lini, e
cottone, é vedendole si rallegrava molto, e li faceva filare, e reffere a suo
modo; e ciò per verità la teneva impiegata qualche ora del giorno, ingegnandosi
ancor essa di filare, ò d'inaspare; e facendosi le bucate in casa, rinnacciava
a maraviglia, quanto ne aveva bisogno, affieme colla matrona ; ed io
rimirandola cosi diligente ne godevo fommamente, vedendo verificarsi in essa
quella condizione ancora di donna saggia, descritta da Salomone: Quafivir
lanam, d linum, operara eft confilio manuum suarum. Sem. La conducevate in
Villa? Pub. In certe belle giornate lo praticavo; anzi che le faceva
vedere le nostre tenute, e tutti quegli stabili, che la casa godeva in
campagna, con istuirla ancora, sopra quello che si poteva fars [ocr
errors] fare di van aggio, per renderli più frutriferi; sopra di che ne
ricercavo ancora il suo parere, da poi che la vidi ben, informata di
tutto Sem. E qual bisogno avevate di configlio donnescovoi, che fiece sì
esperto in tali affari? Pub. Il prendere consiglio giova agli inesperti,
e non pregiudica mai a i pratici; e poi sapere voi il mio fine qual’ era:che,
se Iddio mi avesse chiamato a se prima di essa fosse riinasta informata. di
tutte le cose: e sappiate, che le povere vedove sono gabbate da loro miniftri,
quando non si trovano informace degl'interessi domestici; il che non legue già
allorche fanno ciò, che debbas farsi. Ne crediate già, che sia cosa im, propria
alle donne d'essere informate della campagna, ponendo tra le condizioni di
saggia donna Salomone anche questa: Consideravit agrum, a emis eum: De fructu
manuum fuarum planiavit vineam. Sem. Nell'educazione de' figliuoli,
che [ocr errors] che diligenze usavate Pub. Eravamo tanto io,
quanto essas attentiffimi a tutte le loro operazioni, per poterli di ogni
minimo difetto correggere da principio; eflendo che le piante velenose fi
svellano alla primas con facilità grande dalla terra,mà allorche sono ben
radicate v'è d'uopo di maggiore facica. E riflettendo che tanto si fà, e quanta
industria si pones per ridurre docile un cavallo da maneggio, mi pare che
questa sia più necessaria d'impiegarla a pro de' figliuoli, da quali vantaggi
maggiori si ritraggono senza fallo, che da cavalli. Sem. Come viriusciva
facile il correggerli? Pub. Per verità facilisimo, perche erano docili; e
questo beneficio l'hò riconosciuto dal buon naturale della madre, il qual passò
anche ne'figliuoli; scorgendoli bene spesso all'opposto i vizj de genitori
paffare ne' figliuoli ancora. Sem. Quale induftria usavate nel di.
riggerli ?un canto viera l'altarino con tutti li suoi Pub. La prima fu
d'istruirli nella pietà cristiana, e d'insinuarla bene ne'lo. si ro cuori ;
primieramente col buono esempio, e poi colle parole; ed era vely ramente
di consolazione grande il vede re quei figliuolini attenti, e divoti nel
fare orazioni ; e di poi, per meglio afficurarmi delle loro naturali
inclinazioni, aveva fatto preparare per divertirli varie cose in una stanza
spartata, ove in [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] arneli; sin altro l'armariuccio con certe armi di legno tinte, che
sembravano di ferro ; vi erano ancora in altra parte din versi giocarelli
puerili, ed altrove qual che libretto in una picciola scanzia ; c nelle ore di
recreazione li conducevo ivi, affinche si divertisfero. Quei ch'erano portati
dal genio all'Ecclefiaftico, correvano alla prima all'altarino, el ornavano in
quella forma į che l'ayeano veduto in chiesa; e ciò serviva per renderli maggiormente
attenti alla devozione: altri poi secondo le loro incli O [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] na. nazioni si divertiyano, coi libri,
è colle armi,e di rado alcuni di efli li spas, favano co i
giocarelli; e stava attentiflimo osservando quelli, che perseveravano nel
medesimo genio; perche conforme averete ancora voi osservato, non è
fempre uniforme l'inclinazione de’ragazzi, e mi sono finalmente
accertato, che quelli, ove il genio li porta, sono stabiliti in
esso divenuti adulti, coltivavperò sempre le loro inclinazioni, vedendole
disposte al buono. Mec. Gli Archieli foleano condurre i loro
figliuoli ad una fiera, per comprendere i loro genj, e quei, che vedeano
desiderosi di provederli de' libri, li mandano all'Accademia, quei
poi, che aveano compiacimento a rimirare le armi, li
deftinavano per la guerra. Sem. E le figliuole,
che facevano? Pub. In altra ftanza fi syariavano,afliftite ò dalla Madre, ò
dalla Matrona,ove erano coscinetti, per commodo das cucire ; ferri da fare
calzette, piccio. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
Dell'Elezione della Mog. arr le conocchie, ecommode per filare ; e diverse
pupazzine vestite, ò da spose, ò da monache ; ed ivi ancora chi affifteva
loro', fcorgeva Vinclinazio ni, ch'avevano", rimirando a’quali di queste
cose le porta il genio; ed in fatti quella, che si fè monaca, non si divertiva
in altro, che in ispogliare, e rivestire la sua pupazzetta in abito da monaca,
e l'altra, che prendette marito, sempre giocolava colla sua pupazzetta vestira
da sposa. Sem. Felice coppia! non saprei anch' io abbattermi in simile
compagnia. Pub. La troverete anche voi cercandola, perche non è già
estinta nel mondo la razza di quelle di cui parlò l'Ecclesiastico. Mulier fortis obleEtat virum
fuum, de annos vitæ illius in pace implebit. Sem. Sì bene, mà se per mia sventura m'incontrafí in
una, che non fosse così buona; che doverò fare in sal caso? Meca,
L'esaminereino nella venturas [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] conferenza, nella quale meglio anche apprenderete il modo,
che dovrete tenere in, fare perseverare la buona, costante nel suo lodevole
costume avendola scelta per vostra conforte, CON, the te
CONFERENZA [ocr errors] Come si debbano regolare i faggi mariti
con le mogli imprudenti, e viziofe. Publio, Mecenate, Sempronio,
et Medico Pub. O, ch' hò navigato lungo tempo per questo vasto
Oceano degli ammogliati, posso servire di fida scorta a voi,che doyete
entrarvi. Le maffime principali, che dovrete tenere sono queste : primieramente
di operare più col buono esempio, che con semplici parole, confessando Platone,
ed Aristocile che maggiore profitto fi ricavava da ciò, che si vedeva fare a
Socrate, che da' suoi morali documenci. Quindi è, che'Plutarco ne' suoi
ammaestramenti matrimoniali ebbe a dire: che non preten. da il marito di far
divenire la moglie buona economa, s'egli coll'esempio non le mostrerà efferlo
anch'effo: onde non recherà maraviglia, ciocche diffos Ovidio. Dum fuit Artrides una contentus,
illa, Caffà fuit, vitio eft improba fuftaus viri. Mec. L'esempio però di Socrate appresso la sua moglie
Santippe nulla giovava, Pub. Sapete perche ? Si abbatte il una donna
talmente pazza, che dovea più tosto essere legata colle catene, che ammonita
con esempi, e parole: mà di questo ne parleremo a suo tempo. Or proseguendo il
mio discorso; in secondo luogo deesi togliere ogn'occasione, che possa farle
cambiare di buona in cattiva, perciocche quantunque ottima da principio, per
trascuraggine del marito può divenire peffima, ed in che mo [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] modo uditelo da Euripide. Sed
nunquam nunquam [ neque enim, femel dicam Oportet prudentes, quibus
eft uxor, Ad uxorem in domibus accedere finere Mulieres, ipfæ enim
præceptores funt malorum. E che più ! Levina donna da
principio caftiffima per la libertà, che le diede suo marito
di andare vagando per il mondo, quanto, quanto si mutaffe mutasse,
sentitelo da questo Épigramma. Cafta, nec antiquis cedens Levina Sabinis,
Et quamvis tetrico triftior ipsa viro, Dum modo Lucrino, modò fe
permitrit Averno, Et dum Bajanis fæpè fovetur aquis, Incidit
in flammam, juvenemque fequuta, relicto Conjuge, Penelopes venit, abiit
Helena. E d'onde ciò avvenne, se non dalla libertà, che le diede il
marito ? Nè Mefsalina averebbe già commessa quella sì enorme scelleragine
di sposarli con Silio [ocr errors][ocr errors][ocr errors] publicamente, e nel
palazzo imperia, le, fe Claudio Imperatore l'avesse condotta seco ad Oftia; del
qualc attentato parlandone Tacito arrivò a dire : laborabit annalium fides; c
credete forse, che se Ottone non avesse lodata a quel segno la bellezza di
Poppea Sabina sua moglie alla presenza di Nerone, glie l'averebbe tolta? non già;
ma il pazzo arrivando a dire, nel levarsi dalla menfa dell'Imperatore, che se
ne andavas lieto a trovare sua moglic stupore di bellezza, a lui solo
concedura, e desiderata da tanti, e volete chc Nerone, udendolo non
s'invaghisse di essa ? Sem. Averanno forse da tenerli chiu. se le mogli
per far verificare, ciocche disse il Satirico ? Pone feram choibe, fed quis
custodiet ipfos Custodesē cauta eft, et ab ipfis inci pit uxor.
Pub. Io non intendo dire questo, mà folamente di trattarle, come diffe Tacito del
popolo Romano, che: nec tam, tam [ocr errors][ocr errors] fam
feruitutem pati poteft, nec totam libertatem, cioè colla misura di mezo,
discreta, e giudiziola e finalmente conviene compatire molte leggiere debolezze
di effe con non farne calo, di quelle particolarmente, ove non si scorge
malizia, e cattivo fine; ¢ quando mai vi fosse d'uopo di rimedio, non dee
questo darsele in publico, nè con istrepito contenzioso, e riflettere a ciò,
che dice Plutarco; che Venere fù collocata dagli antichi vicino a Mercurio,
affinche con arte, ed avvedurezza, e non con violenza in tali faccende li
procedesse ; e lasciando il profano da parte, vediamo che rispetto avesse a sua
moglie il nostro primo padre Adaino : dipoi di avere detto, ch'era una porzione
di se medesimo; cioè: cara de carne mea; soggiunse quamobrem relinquer bomo
patrem fuum, et matrem, &adbarebit ukuri sud, do crunt duo in carne una
Gen. Sem. Questo però mi reca gran tercore, perche se Adamo trattò così
bere sua: sua mnoglie, ed erano nel Paradiso terrestre ; ne- ella
poteva essere stata crea . ta da mano più perfetta, contuttociò ingannò suo
marito a segno, che tutti noi ce ne risentiamo, che farà dunque una figliuola
di essa in questo mondo? Pub. Fu fedotta però dal serpente, allorche
Adamo dormiva, onde apprendetene dà ciò questo documento: di non dormire,
quando vi sia il serpente, che tenti sedurre voftra moglie. Sem. Mà qual
serpente ci sarebbe, se io sposarsi una giovane, che da zitellas aveffe dato
sempre saggio di somma mo. deftia ; ed appena entrata in casa mias, cominciasse
a dire; voglio un'altro abito alla nuova moda: queste gioje non; sono legate
all'usanza; voglio lo scarabattolo, come hanno le altre mie pari; qual
ferpente la tenterebbe in questo caso, per farla parlare in tal guisa?
Pub. Sarebbero due non che un fojo, li serpenti; cioè l'eccessiva vanità, e
l'ambizione proprie ò insinuate,e quefti converrebbe scacciarli,er. [ocr
errors] Sem. Ed in che modo? Pub. Voi averece già scelta la giova.
CH ne nata da? savj, e discreti parenti, and mutt quali avrete
facilmente manifeftato l'animo voftro, in che forma la vorretes trattare;
accordandomi ciò, mi pare, cosa quasi impossibile, che una giovane
ben'educara possa alla prima avanzarsi Q a domandare imperiosamente
ciocche be brama; se pure non sarà stata mal con figliata; da qualch’una
poco prudente, i onde per ovviare questo, converrà, che alla prima stiate
attento di non farlas trattare, se non con quelle, che voiconoscerere savie, e
prudenti, delle quali potrete essere sicuro, che non sarà configliata a questo;
ò pure se voi medelimo nolle darete mal'esempio; conforme a questo proposito
avvertiscePlutarco, ne? suoi precetti matrimoniali, oye dice; vir corporis
ftudiofus, uxorem reddit la sciviori cultui deditam ; voluptuofus amas,
toriam, et libidinosam; boni, honestique amator, modeftam, et honeftam: E
sog. giugae di vantaggio; nè putes à super, [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] mo, fuis, profusifque fumptibus uxorem temperaturam;
fi te ad hæc omnia minimè contemnentem confpiciat', quin potiùs auratis poculis,
pietifqae cubiculis, mulorum, et equorum phaleris gaudentem videat; non enim
fieri poteft, ut à mulieribus luxus removeatur, quo viri circumfluunt. Sem. Mà
come farà praticabile il pri se terrà visite publichce ove ogn' una farà
a gara di comparire con maggior pompa dell'alere? Pub. Se conoscerete,
ch'ella abbias la prudenza della moglie di Focione, di cui già parlammo,
permetteteglielo pure liberamente; perche farà della natura di quella, di cui
parla l’Ecclefiaftico al cap. 26. Mulier fenfata, tacita non eft immutatio
eruditæ animæ : mà per al. fro, se non farà di tal senno vi porrete ad evidente
cimento di essere forzato a tractarla meglio delle altre, e con pompa maggiore,
per esfere sposa novella. Sem. Ma queste non si potranno fuggire;
imperciocche lo potrebbero incon fra: [ocr errors] trare
inimicizie, ricusa adofi ; ò per la a meno li darebbe moito da dire à tuttaa la
città. Pub. Se non si potranno fugire, e voi permettetele.
[ocr errors] Sem. Mà facendolo poi bisognerà, che seguiti ciocche praticano le
altre. Pub. Non è da porsi in dubio. Sem. Consigliacemi dụnque, che
dovrò fare. Pub. Non mi dà l'animo. Sem. E perche? Pub. Perche
scorgo più volonterolo voi di queste visite, di quello che sarà la voftra
sposa, compiacendovi forse, che si vedano le vostre grandezze, e sono molti del
vostro genio', che mostrano in apparenza dispiacimento di tal cosa, che
internamente con ardenza la bra. mano; e fanno come diffe Tacito di Ti. berio:
Specie recufantis vebementiffime cupiebat. Sem. Mà è possibile, che non ci
siad mezo termine per isfuggire queste prime vifte, senza che rimanga alcuno
disgutaco? Pub. [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][merged small] Pub. Si potrebbe questo trovare,ogni qualvolta però non
abbiate voi compia. çimento di averle. di Sem. E questo quale sarebbe?
Pub. Di condurre la vostra sposa fuofi della città in distanza tale, che non
rioscisse facile alle altre di venirla a visitare. Sem. E chi sà, se la
sposa fi contentasse di questo? Pub. Non vi contenterete voi; perciocche
una giovane bene accostumatas farà ciocche vorrete : toccate voi ora colle
mani, che i mariti sono per lo più arrefici delle loro ruine, e non le povere
mogli. Sem. Mà andando fuori, e poi tornando, faremo nei medefimi termini
di prima, rispetto à queste visite : Pub. Così credo anch'io ; pofciache
vorrete fodisfare allora al desiderio,che avere di riceverle; mà udite di
grazias, ciò che ne potrebbe nascere di buono da questa vostra lontananza dalla
città: Che intanto voi col vostro giudizio po tre [merged small][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] trefte istradarla in modo, che non
sarà poi facile, che diça, qucsto voglio, po: sciache le potrete far
ben conoscere i precipizi, che nascono dall'ecceffivo lusso, ed i
danni, che apporta l'ambi, zione;ed averefte inoltre in quelto mentre,
che dimorerete in villa, tempo op: portuno d'istruirla ancora nella
buona economia, la quale è l'unico antidoto contro la prodiga
vanità. Sem. Insegnatemi dunque, che dovrò fare fin tanto che
staremo in villa? Pub. Contratto, che averete trà voi quel santo amore
conjugale, le farete comprendere, che guadagno abbia recato alla vostra casa
l'efferyi portaticolà, e che per farle conoscere, che voi non l'avete fatto già
per avarizia, ma per esimervi bensì dalle confuloni, u disturbi, che nascono da
tante visite, e rivisite, che si costumano, donare ad effa la metà di detta
somma avanzatas; affinche ne faccia una soccita di animali, ò la rinvesta a suo
piacere, c commodo, e procurerete, che facendosi detta foccita, non abbia
questa disgrazia alcuna per più anni, con foggiacere voi as quei discapiti, che
l'inclemenza delle Stagioni potrebbero apportarle, e vedrete in atto pratico y
qual amore effa. porrà all'economia. Le prime impresfioni sono quelle, le quali
radicateli negli animi foftri tanto del bene', quanto del male, difficilmente
fi cancellano più, mentre che, Quo fuerit imbut a recens feruabir
odo rem Tefta diu. Sem. Questo mi piace affaislimo; perche mi
concilierà l'amore di essa, edonerò senza fare discapito alcuno ; mentre
ciocche dono, rimane in cafa; mi farebbe discaro bensì, quando andaffe in börfá
de mercanti: Mà se in progrefso di tempo desiderasse qualche abito, come mi
dovrò regolare? Pub. Dovrete invigilare di provederla preventivamente di
ciocche è necefsario al decente ornato, secondo il voItro grado ; affinche non
sia forzatas [ocr errors] chiedervi cosa alcuna. Sem. Mà se ciò non
ostante lo facesse, hò da negarglielo? Pub. Se voi la scorgerete
attaccatas, al danaro non glielo negate, questo si, che in vece di spendere
voi, date la moneta ad ella, acciocche la spenda a suo modo, Mec. A
questo proposito posso riferire un caso accaduto. Venne voglia ad una donna
civile di farsi una certa scuffia alla moda; il di lei marito, ch' era accorto,
non glie la negò; ben è vero, che le diede il danaro nuovo di zecca per
farsela ; ella cominciò à con, tare, e ricontare dette monete, li le parvero
assai belle, e perciò non s’induceva à spenderle; le domanda į egli
pallato qualche tempo, se fi cras ancora fatça la scuffia; cui rispose,
che non aveva potuto trovare cosa appropo. fito; le replica: fatela
quando vi piaci ce, perche il danaro è vostro, e se lo Ha volere impiegare in
altro, fate voi; mà ella non lo spese già per goderselo. P Sem
: [ocr errors] le qua [ocr errors][ocr errors] Sem. E se fosse
liberale ; che non fa. ceffe conto del danaro ? Meo. In questo caso
pariinente non mostrare renitenza in sodisfarla ; dite bensì, che commetterete
fuori, e farété venire merletti più belli, e più alla moda di quei, che sono in
città; perche intanto, ò le passerà la voglia di farsela, ò si murerà la moda,
come si vede giornalmente accadere, e potrebbe anche darli il caso, che un
giorno fi rendeffe capace di ciocche disse Crate, FILOSOFO: che ornamentum eft,
quod orhaf:ornat autem quod mulierem boneftiorem reddit. Quindi è, che secondo
quel detto greco: Mulieri ornamentum mores, e non [ocr errors]
durum Sem. E se le venisse tentazione di porfi qualche manteca nel viso,
per comparire più vaga? Pub.Ciò non dovrete tolerarlo in conto alcuno
riso.it Sem. Che averò da fare? sgridarlas .forse, e mortificarla
inleme Pub. [ocr errors] fa Pub. Questo poi nd; pofciache me.
no verrece seco alle brutte, meglio semnot pre farà per voi, ed affinche
possiate di in ciò regolarvi con prudenza, vi rifeac rirò per convincerle
dolcemente, cioc che dice Zenofonte nell'economico, ch' è questo: Die
mihi uxor, nonne hisce legibus matrimonium inivimus, ut quod effet utrique
faculsatum, invicem communica. remus? annuit illa . Jam ait, fi poftquam tu
tuam portionem bonæ fidei contulifes, ego pro veris gammis fiétitias, prò auro
puro, adulterinum darem, prò torquibus aureis vitrum auri bracteis oblitum prò
monilibus folidis, ligna 'auro, argen to, incruftamentis obducta, num boni
confuleres, aut judicares, me plus tibi contuliffe ; fi talibus technis tibi
imponerem, quam fi quod baberem', uti eft in medium conferrem? quod illa
excipiens, cave, inquit, ne mibi talis fis, neque enim te ex animo amare
pollem; quo audiio ille fic perrexit : atqui nos in hoc potisimum convenimus,
ut alter alteri corporum Noftrorum copiam faceremas, quod P. 2 [ocr
errors][ocr errors] h cum Pub. Nira maltrattato ? cum uxor
annuiset. Sum ne, inquit, tj bi gratior, aut carior futurus, fi corpins boc,
uti eft, nullo medicamento vitiatum Communicem, an fi os,oculofque minio
infestos tibi ofculandum preberem? At ego in. quit uxor; minimum nunquam
attigerim, neque fucatos oculos gratius, quam tuos afpexerim . Et mihi, ait
ille, puta mentem eamdem effe: nec tam mentito (quem tu cerufit, fib:oque
inducis) colore delectari, quam tuo nativa. Quo tam commado sermone caftigata
mulier abjecit omnia tectoria, formaque medicamenta. Onde di questo
convincentissimo ragionamento vi potrete anche voi prevalere per ridurla a suoi
doveri, senza contendere seco, Sem. E se diveniffe fastidiosa, iraconda, e
garrula, che dovrò fare? Pub. Tutto l'opposto di quello, che farà lei, imperciocche
altrimenti sarà la. casa vostra un continuo inferno. Sem. Come si potrà
praticare questo Pub. Non vi potrà fare mai peggio di uxor.
unda, quello, che faceva Santippe a Socrate, e pure la sopportava,
come viene dea scritto da Bigo poeta: Ferendum eft Socratis
exemplo quodcumque peregerit Xantippen, fiquidem convitia
multas moventem, Cum blando argueret, fædatus defuper Nil nifi
deterso, poft tanta tonitrua, dixit Vertice, se pluviam non
ignorante se quutang Sem. Bisognerebb’essere però Socrate per sopportare
tanta ingiuria. Pub. Cominciando ad operare da Socrate potreste anche voi
divenire simile ad esso ; posciache interrogato per qual cagion'cgli sopportava
tanti strapazzi ricevuti dalla sua insolente moglie, risponde: Cum illam domi
talem perpetior, infuefco, dw exerceor,'ut ceterorum quoque foras patulantiam,
et injuriam facia liùs feram; laonde con sopportare l'in giu [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] P 3 [ocr errors] giurie della
vostra moglie, diverreste Socrate anche voi. Sem. Mà se fosse altera,
ambiziosa di commandare, e non volesse fare ciocche dal marito le veniffe
ordinato Pub. Socrate sopportava questo ancora. Sem. Mà voi, Mecenate,
che non fieţe Socrare, che fareste? Mec. Vi posso riferire ciocche fecero
alcuni in fimili casi, e con profitto . Vi fu una certa vedova, cui erano morti
trè mariti, a cagione dei gran disgusti dati loro da essa ; non trovava questas
più alcuno, che la volesse prendere per moglie, un giovane alla fine, sapendo
ch'era divenuta inolto ricca la volle sposare; mà cosa fè questi? ordinò, che
fosse trovato il cavallo più indomito, che fosse nella città, con ordinare al
fuo cocchiero, che nella mattina feguente alle sue nozze lo avesse fatto andare
furiosamente per il cortile del suo palazzo, e che avesse di poi eseguito
puntualmente ciocche da esso gli fareb, be 1 be stato
comandato; in quella macci na il cavallo fè furie grandi; venne cuole
riosità alla sposa di vedere da che pro cedesse quel gran rumore, che udivano
in si affacciò alla feneftra, e nel medesimo tempo ancora vi accorse lo
sposo, il quale domandò al cocchiero, la cagione di ciò, cui rispose: Signore,
è unas beftia, che non si può domare, e perciò ogni giorno farà il medesimo;
allora egli comandò, che fosse trucidato, conforme crudelmente seguì; la povera
sposa rimase attonita da sì risoluto comando, c voltatosi lo sposo verso di
effa, le dice: Signora mia, quando le bestie non G poffono domare è necessario
di venire à queste risoluzioni : das dovero, che mutò ella modo di vivere, e di
leone divenne agnella. Vi fù parimente una moglie assai disobediente, alla
quale avendo ordinato il marito, che non fosse uscita di casa ogni giorno, e
tornata di notte, mà vedendo, che colle buone non ricavava profitto
alcupo; udite un giorno quello le fece nel [ocr errors] P 4
tor tornare a casa : teneva'pronte le forfici, e le recise i capelli,
dipoi le disse : oh adesso andare fuori di casa quando volete, che farete una
bella comparsa: sapete voi, che se ne aftenne, ed in avvenire fu più
obediente a suo marito. Sem. Vedete voi, Publio', che con mostrarsi
risentito, si possono anco togliere i difetti donneschi? Pub. Questi sono
casi rariffimi, che felicemente riescano: I più frequenti però fanno vedere il
contrario. Nacque una volta competenza tra il Sole e l'Aquilone, a chi di loro
fosse riuscito più agevole, a togliere da dosso il mantello ad un viandante :
si adoperò con tuttas la sua violenza il secondo, mà, ftringendoselo alla vita
chi lo portava, non fu mai possibile farglielo lasciare : cominciò dipoi il
Sole, senza usare violenza, a percuoterlo coi suoi continuati raggi ; refiftè
egli per qualche spazio di tempo; mà alla fine et spogliò non solamente del
mantello, ma del giuppone ancora; e da questa ápologo.com, pren:
[ocr errors] i prenderete se riesca più utile la violenob za, ò la piacevolezza
continuata per ri muovere i difetti donneschi: ed OVIDIO (si veda)
che le conosce bene, così canta. Define, crede mibi, visin irritare
vetado Obfequio vinces aprius ipfe tuo. Sem. E se fosse ostinata in
non volere cedere mai, mai, allorsì, crederei, che fosse d'uopo prevalera di
quel rime dio contenuto in questi due versi: Rendon più frutta donne,
afini, e noci A cbi ver loro ha le mani più atroci. Pub. E da cui
apprendeste, Sempronio, modo sì ingiusto, e villano das trattar le mogli? forse
che dall'indiscreto Ercolano Sanese? il quale, conforme racconta il Dolce nel
secondo del. le istituzioni delle donne, avendo comprati certi tordi, mentre li
stava mangiando con sua moglie, le diffe ; se aveva mai veduti tordi più grassi
di quelli ; vi replicò la moglie; ch'erano merli, mà, volendole far capire il
marito, ch'erano tordi, non fu mai possibile, crsendofi oftinata nella sua
falsa credenza;alla fine, dopo le contese, l'Ercolano fi avanzò a percuoterla
col bastone, il quale non tolse già la sua pertinacias; posciache in capo
all'anno disse al marito, che in quella medesima sera era Itata così malamente
trattata per quei maledetti merli, ch'egli diceva essere tordi; e convennegli
fare l'anniversario ancora, con batterla nuovamente, come accadè in molti anni
seguenti. Or vedere, che profitto apportano le battiture alle donne pertinaci?
Poteva l' Ercolano crederli anche per storni; perche ciò non diminuiva loro già
il sapore: mà, se fosse egli stato sotto la censura di Catone, non averebbe
certamente commesso fimili attentati; imperciocch'egli voleva, che i mariti,
che percuotevano le mogli, foffero puniti col medesimo gastigo, che si dava a
coloro,che rubavano nei tempi dei loro Dei, come riferisce Plutarco. ES.
Crisosto. mo nella umilia epift. D. Pau. li ad Corinthios, così dice: Neque
verberandam uxorem dico, abfit: ultima nam [ocr errors] 201
[ocr errors][ocr errors] namque ignominia eft non ejus qui verberatur, fed qui
verberat &c. e dipoi, vos viros illud admoneo, nullum fit tam
magnum peccatum, quod ad verberandum uxorem vos compellat, per lo che
meritamente canta Guazzo: Offende il Cielo se il santo amor
discioglie Quel che con empia man baste la moglie. Sem. E se
si credesse impudica, li ha da fare da Socrate in permetterglielo ? Pub.
Questo poi nò : fi dee bene fare da Socrate in non ingannarsi nel crederla cale,
quando non fosse ; perche alle volte la gelosia fà travedere le ombre per
corpi; e fa credere, anche le menzogne rapportate da uomini sceleraci per cose
vere; ed udite a tale proposito questo prodigioso fatto. Si trova al servigio
di S.Elisabetta Regina di Portogallo un paggio di ottimi costumi, u perciò da
effa amato, di cui si prevale va per suo elemofiniero ; fu questi ca*
lunniosamente imputato appreffo al Re di soverchia confidenza verso la
sua pa. drona, ed anche reciproca di essa verso . di [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] di lui; fu data credenza alla calunnia ; onde
il Re adirato fè ordinare ad un fornaciaro, che avesse gettato dentro
l'ardente fornace il primo paggio, che nel di seguente gli mandava; comandò
dunque all’innocente, che si portafíe colà; mà perche udà sonare la campana di
una chiesa, mentre era in viaggio, la sua devozione lo spinse ad andare verso
quella parte ove si trattenne in ascoltare più messe qualche spazio di tempo;
mà, perche il Reviveva impaziente di udire il successo, ftimò bene inviarvi
l'altro paggio calunniatore, il quale, essendo arrivato il primo, conseguì il
meritato gastigo, ch'era preparato per l'innocente : ed arrivato poi il secondo
portò al Re l'avvifo, di essere ftato ubbidito; e risaputali poscia las
cagionedal Re, perche fosse egli indugiato tanto, ben si avvide della sua
innocenza, e della giustizia di Dio. Viene riferito dal P. Crodier. Sem.
Mà corne potrò conoscere d'a. vere occafione di dubitarne con fondamento?
Pub [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub. Se voi per esempio non
ufafte a ad Jei tutta quella fedeltà dovuta, ò pure se per cafî
faceste conversare gioventù in più vistosa di voi, e con tutta libertà;
allorsì forse forse, che, se non fosse più, che la carta Penelope, ne potreste
alquanto dubbitare. Sem. Ed in questo caso, che dovrei fare per
correggerla, e gaftigarla ancora bisognando?, Pub. Bisogna, ch'esaminiamo
prima chi foffe il reo principale in questo caso, se voi, ò essa? Sem.
Sarà essa lei, perche io voglio, che sia pudica. Pub. Voi volere, chefia,
e fate ogni possibile, che non lia. Sem. E come? Pub. Con darle
primieramente mali esmpio col vostro cattivo modo di operare; e poi con darle
commodo di fare ciocche ella vuole. Credetemi, Semipronio, che le donne,se non
hanno il cattivo esempio dato loro di mariti, ad ditficilmente s'inducono
a far male, Scn 3 d Sentite ciocche dice a tale
proposito Euripide, Stulla quidem fumus mulieres,
non nego, Cum autem infit hoc animis, peccat maritus Faftidiens
connubia, imitari vult Mulier viruń, co aliui parare ama fium. Ed
operandosi in questa guisa, tutto questo procede per colpa de' mariti, e
sentitene ora il parere de' Santi Padri, | Agostino così dice, de adult.
conjug. Periniquum effe videsur, ut pudicitiam vir ab uxore exigat, cum ipse
non exhibeat, ed inoltre dice, ui quales volumus uxores noftras invenire, ipfe
nos inveniant, du fi intactam quærimus, intatti fimus ; c Lactanzio, de vero
cul. Exemplo continentiæ docenda uxor, ut fe caftè gerat, iniquum eft enim, út
id exigas, quod ipse præftare non poffis; e poco in appresso, uxorem ejus qui
circa corrumpendas alienas uxores occupatur, exemplo ivcitatam, aut imitari se
putare,aut vindicare; e l'uomo di Dio Giob così parla, fi deceptum eft
cor meum fue 2 per per muliere, a fi ad oftium amici mei infi
diatus fum, fcortum alterius fit uxor mea, od fuper illam incurventur alii, e
notare quella parola alii, che denota, che non sarà un solo. Sem.
Ma se per colpa mia non venisse, ed ella fosse sì pazza, che volcsse trau
dirini, che dovrò fare? Pub. Questo sarebbe caso rarissimo, s poiche avendola
scelta di famiglia onorata; non facendole mancare cosa alcu. na, e non dandole
veruna occalione di tradirvi, sarebbe una grandiflima ini. quità, fe lo faceffe
; in questo caso dunt. que da principio dovere stare vigilantes alla di lei
custodia con fare molte caure diligenze. Sem. E da che me ne potrò
avvedere? Pub. In primo luogo dal suo affetto til vero, che s'intiepidirà
verso di voi, ef sendo che questo non può portarlo a dụe gel medesimo
tempo Sam. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Sem. E se fosse
finta, come potrò di. stinguere il vero dal fimulato affetto ? Mec. Con
un poco di tempo ve ne av. vedreste beniffino, con dirle, che volete fare un
lungo viaggio con essa lei, e cominciando a porre all'ordine ciocche fa di bisogno,
per farvi conoscere risoluto ; può essere, che da principio diffimuli, onde se
vedrete, che in progresso di tempo ella li contristi, almeno in assenza vostra,
credere pure, che qualche cattivo pensiere le va per las mente, essendo
quaGi impollibile, che chi hà simili attacchi, non si rammari. chi allorche dee
allontanarsi; e tanto maggiormente, quando non abbia avu. ta in altri tempi
repugnanza alcuna di viaggiare. Sem. Io che dovranno confiftere
l'accennate diligenze ? Pub. Principalmente in vedere, che fidata servicù
voi avete in casa ; posciache, se farà al vostro servizio qualcuno bizarro, che
faccia spese disorbitanti, di questi non vi fidate punto, che non
ten [ocr errors] di tenga mano, perche d'onde gli vengoo? no l'entrate da
spendere tanto, non ba stando la sola paga per far queste ? licenziatelo
dunque alla prima, e se il ma le da ciò procedeffe, tal volta potrebbe in
questo solamente bastare.In oltre sareb-'. be anche ben fatto,
sospettando voi dela la di lei fedeltà, d'intraprendere qualche viaggio ad
onefto titolo di devozio ne; con andare a visitare qualche Santi
tuario; ed in tale occasione le userere, delle cortesic più del ordinario, per
riscaldare quell'affetto, che si era inties pidito verso di voi; e fatela girare
un gran pezzo, che così le ritornerà il rens no, che aveva incominciato a
perdere; e voi sapete, Dottore, quanto bene può apportare il viaggiare in
questi casi. Med. Certo è, che allontanandoci da quell'oggetto, che turba
l'animo postro, può quefto più facilmcórc cálmarfi, conforme lo conobbe anche
Proper: zio dicendo: Unum erit auxilium mutatis Cinthia terris
Quan 1 [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Quantùm
oculis, animo tàm procul ibis. Amor. Ma per addurvi autoricà più propria
vi apporterò ciò, che ne dice Cornclio Celso : Mutare debere regiones, fi mens
redis, annua peregrinatione effe jaDandos. Sem. Hò da farne alla prima
risenti. mento, cominciando a sospeccarne con fondamento Pub. Questa è
materia molto gelofa ; onde con prudenza grande doverà cratcarli, e con molta
circospezione. Mec. Così credo anch'io, rifetten. do a ciò, che dice
Ausonio: Toxica zelotipo dedit uxor maca ma wire. Sem. Mà se il caso si
avanzasse tant' oltre, che mi accertalli di tale misfatto? Pub. Due
rimedi ci sarebbero, un o legalc, cl'altro suggerito dalla somma
prudenza, o fancità, Sem. Lasciamo il legale; l' altro qualid? Pub,
Marc'Antonio FILOSOFO impera [ocr errors] bi tore prudentissimo diffimula,
come racconta Giulio Capitolino; il gran torto 1 fattogli da Faustina sua
moglie, dicenddo di esso: tantùmque abfuiffe, ut de cas ejufque adulteris
fupplicium ex lege fumeret, ut illos fibi non ignotos (gran virtù in chi
tutto poteva ) pra ceteris ad ve#rios honores, et magistratus promoveret
s du in iis Tertullum, quem cum ea prandena sem aliquandò deprebenderat.
E S.Paolo Eremita, come vien riferito da Socr. in fripart. Historia. Avendo
ritrovato la sua moglie adultera, che fec' egli. Nil aliud, quam tacitè
subrifis, jureque jurando affirmavit, fe nunquam cum ca concubiturum, ad
adulterum au tem; tibi, inquit, tam babeto, et cuma 1 difto adberemum
abiit. Mec. Rimali sorpreso da maraviglia, Dottore, quando lesti nel lib.
de cap. util. ex adverfis, come mai il vostro Carda no autore di esso ;'
uomo sì celebre, vi abbia posto gli utili, che ne' possa riportare il marito
dalla moglie adultera; pour essendoche quanto da fimile misfattorisulta, è
tutto danno, e' vituperio. Med. Non parla ivi il detto autore dell'utile
onesto, e decorofo, mà bensi di quello, che si ricava (per servirmi della frase
di Tacito) Ex induftria facinorofa ; ed avendo egli intrapreso l'affunto di
ricavare da tutte le avverGità quell'utile, che ponno dare, da questo non si
poteva ritrarne altro che un vàntaggio viziolo e detestabile chiamandolo egli
medesimo:surpe auxilium. Sem. E se li moftcafie gelola di me? Pub.
Sarebbe segno, che molto vi amasse, nel qual caso, facendole cono. fcere, che
sono vani quei sospetti, che concepisce di voi, che vivete, comes debbono i
buoni mariti, farebbe colas facile, che deponeffe tal gelosia. Sem. Ma se
non vivefli offervantiflimo, ed andafli in qualche luogo un poco fospetto,
solamente per divertirmi, mà fenza fare inale alcuno 1 Pub. Evoi
tralasciate di andarvi,che così cesserà ancora.la gelosia; altrimensi quel
vostro divercimento xi.cofterà са [ocr errors][ocr errors] caro,
togliendovi la pace domesticas; e rifertere di grazia allo spaventofo fuccesso
seguito nell'isola di Lenno; ove, le donne per gefolia z ch’ebbero, che i loro
marici fi foffero invaghiti di alcune belle schiave, congiurarono contro di
essi talmente, che divennero ftudiofamente tutte vedove in una notte: oltre di
che, udite ciò, che dice l’Ecclefiaftico al 26. Dolor: cordis, do luctus mulier
zelotipa : : Sem. Mà se pretendeffe poi,che io so. disfaccffi al debito
matrimoniale di vantaggio, che fosse convenevole, cho dovcrò fare? Pub.
Avendola voi scelta di buoni coo stumi, non avere da temere questo ; se pures
non ile darete occasione di farlo! Sem. E quale sarebbe questa ? Pub.
Potrebb’essere il gran confumo di cioccolata, e pistachiara, di rosolà, e vini
generosi, e di altre cose, che accendeffero il sangue, che si faceffe in
casa vostra ; orde basterebbe, che lo toglie te via; imperciocche,
[ocr errors] Sine Cerere, Bacco friget Venus. Sem. E se questo rimedio
non baItasse? Pub. Allor conviene ricorrere alla prudenza, con farle ben
capire, che quello sarebbe il modo da farla divenire prettamente vedova; e che
per non farle provare una così infelice fyenturas, dovete opporvi alle sue
eccedenci brame. Mer. Ad un certo marito, che si tro. váva spesso in fimili
angustie, gligiovò molto il fare l'astrologo, posciache non mostrava già di
opporli a quanto deside, rava la moglie, ma bensì le diceva, ch' cra d'uopo
trovare prima nell'Effemeri. di, se in quel punto G farebbe generato figliuolo
sano; ed alle volte le dava ad intendere, che sarebbe nato cieco, altresi
zoppo, onde in questo modo operava tanco, che li basta per indurre a fare a suo
modo la credula moglie. Sem. E se non volesse applicare a farai
domestici, come mi doycrò conteacre ? Pub. 7 [ocr errors][ocr
errors] #1 Pub. Bisognerà, che voi claminiace boy bene d'onde ciò
provengà ; pofciache, se nascesse per cagione di qualche indis1
posizione di testa sopravenutale il non ad potere applicare i converrebbe,
che voila comparifte, cd in tal caso potrcbI be fupplire la matróna a quanto
ad ella spettava, 18 Sem. Si che dunque non potrò fare di meno di
non provedermi di questa matrona, potendonc avere bisogno grande di essa?
Pub. Questo non è da porta in dubbio, fe bramercte, che la direzione della
vostra casa vada bene, e non vorrete voi medefimo fare da donna, Sem. E se
non provcnifle dall'accennata cagiones Pub. Doverete anche informarvi, se
ciò procedeffe, perche qualcuno voftro favorito le volefle fare da sopraftante,
il che non sarebbe conveniente, ed in tal calo to doverefte ammonire a defi.
ftate, quando nollo vogliate rimuovere, ed allora vedretc, cho e Ha sarà
appli ciui 1 [ocr errors] cata, ò pure, se si divertisse ia
altre cose per dare sodisfazione a voi, ael qual caso non potrebbe applicare
alli facci domestici: per esempio, se vi veniffe voglia, che imparasse, a
sonare, a cantare, e ballare, ò pure qualche linguage gio straniero,
certamente, che non potrebbe ella applicare con attenzione a tante cose ; onde
mutando voi fimile pensiero la vedrete tornare attentissima alle cose domeftiche,
Sem. Mà se non vi fosse alcuna delle fudette cagioni, mà che per il suo catcivo
nacurale volesse inquietarmi con operare da pazza, che doverò fare? Pub.
S. Crisostomo insegna in questi casi gell’amilia 26. epist. 1. D. Pauli ad
Corinthios, che cosa si debba fare: cioè quello, appunto, che pratica un buono
agricoltore nel coltivare il sao campo, il quale, fe lo conosce sterile,
procura di ajutarlo con industria, per farlo divenire fecondo; e non per
questo, sem mentato che abbia ivi il grano, nafcendovi dell'erbs.catcive, si
duglefe. co, perche le abbia prodotte ; mà beni sì con sofferenza grande le
carpisce a po co a poco, senza danneggiare punto quel seme di
frumento, che ivi vede - germogliato. Or perche non si ha dad praticare
il medesimo colla moglie? fors' ella è meno meritevole del campo di ricevere
simili ajuti ? è forse il seme umano inferiore a quello del frumento? ed udice
ciò, che dice il fudeko Santo: quotiescumque aliquid molefti domi contigerit,
fi quid uxor peccaverit, confolare, cu noli marorem augere Licèt enim omnia
proiicias, nibil, moleftius continger, quàm non, babere benevoham domi uxorem;
licèt quodcumque dixeris peccafuni, nuha lum magis dolendum, quam cum uxorlu
Jeditionem habere. Quod fi inuicemones ra ferenda funt, multo magis uxoris, fi
pauper fi, noli exprobrare fistulta, noli ei infultare ; fed efto modeftior.
Etes nim tuum membrum et Garo una fa&i cfis. Sed falta eft cbrid auracundai
Igitus dolendum eft, nox irafcendum ut e poi soggiunge. Quod fi
vorberaveris [ocr errors][ocr errors] exafperabit morbum; afperisas enim
mare fuetudine,, non alia afperitate disolui Sem. E sc le veniffe voglia
di vedere tutte le comedie, andare a' festini, c di frequentare tutti gli altri
divertimenti, che doverò fare Pub. Arendola alla prima assuefatta
diversamente, come potrà venirle tale volonca ? E quando in particolare averà
più figliuoli, ò pure farà anche gravida: non li potrebbe dare altro caso, che
le faceftc mutare costume voi mcdefimo, divenendo curioso, c vagabondo :
mantenetevi costaoce nel ben operare i ch'ella ancora persevererà nelles
medefima forma; ed usatele ancora in quei tempi qualche amorevolezza di
vantaggio, per tenerla contenta. Mer. Questo lo credo anch'io ben fatto,
avendo conosciuto un certò marito, cui era discaro, che la sua moglie, c
figliuole fossero andate alle comedies et ad altre publiche feste, mà che cosas
egli faceva ? in cambio di questo, leroy [ocr errors] o galava in quei
tempi frequencemente, dando loro l'equivalente a quello, che
averebbe potuto spendere in fimili died vertimcoti; e quantunque ad effe
dispia cesse per allora di non andarvi, nulladi. meno vedendo quelle
insolite cortelier, si consolavano, e terminato poi ch'eras # quel tempo,
diceva la madre alle fi gliuole: nulla averemmo guadagnato di buono, se
fossimo state alle comedie, dove che da non averle vedute, ne ab. biamo
ricavato molto; e poi per verità erano una volta proibice alle donne certe
feste notturne, come da LIVIO (si veda) si rica che in compendio, e questo:
Viri per noctem fæminis, dousenere etati turpiter miscebantur . Qua nc
comperts, fuere S.C. fublata, din mulros animadverfum fuit. E Svetonio lo
conferma nella vita ancora di Octaviano Augusto Sem. Ditemi finalmente,
se uno avefin se pensiere di sposare una vedova, come du fi doverebbe regolare
in diriggerla? Pim. Se questa averà avuto un mari [ocr errors] Ate
condizioni unite è cosa difficilissima,co saggio, sarà facile parimente, che un
altro faggio marito la poffa regolare, mà elsendo stata assuefatta di fare a
sno - inodo, non si potrà mai piegare a far diversamente : posciache una pianta
assodata con cattiva piega, non si può più addirizare. Io non consiglierei a
prendere queste per moglie,se non chi(quando fosse tuttavia in età di farlo) si
trovarfe molti figliuoli, e non avesse tempo d'invigilare attorno ad effi; e
che fosse pienamente accertato, che la detta vedova avesse dato faggio di somma
prudenza in casa del defonco marito; e che in oltre non avesse figliuoli
proprj, nè fosse più in iftato di farli, e li trovaffe prospera falute; mà chi
abbia tutte que di trovarla dall'altro canto non essendoci queste, si
prepari-pure a soffrire molti travagli, chi vorrà applicare a fimili matrimonj,
poiche queste fogliono effere troppo scaltrite. Sem. Vado riflettendo, che
molti di Q uesti buoni consigli non saranno prati [ocr errors] [ocr
errors] [merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] cabili
nei nostri tempi, onde se I ddio non ci provede, non sò come potremo più
softenerci in avvenire. Pub. Perche non sono praticabili forse che non
dipende ciò da voi? Sem. Dipende da me, mà è dura cosa di essere il primo
riformatore degli abusi. Pub. Non si fanno già queste riforme colla corda
al collo, come disponevano le leggi di Ligurgo; c poi non sareste già il primo
voi, essendoci i Curj oggidi ancora, ma questi non si rimirano già per non
averli da in mirare; onde questo sarebbe appunto quello, che vi doverebbe
animare a farlo: posciachei non volendovi gli altri seguitare, non
riferterebbero con attenzione a quello, che voi operafte. Sem. E nella
ventura Conferenza sopra clie fi tratterà? Pub. Bisognerebbe confolave
quelle povere mogli-faggie, che G abbattono in mariti viziofi, ed insegnare
loro coinc debbanfi contenere in simile sveninca.CONFERENZA Sopra i ripieghi
prudenziali, che debbonsi prendere in diverse occorrenze dalle mogli saggic,
incontrandosi in viziosi, ed indiscreti mariti. Sempronio, Publio,
Mecenate, € Medico. Semi mag Iferitemi, Publio, quali sono i
vizj,de' mariti cattivi. Pub. Questi sono molti, e forse non
minori di quelli delle mogli pellime : iinperciocche, fe farà egli
trascurato, da tal difetto ne verrà il precipizio di tutta la casa: se prodigo
peggio che peggio : se avaro, farà mancare ancora quello, che sarà necefsario:
fe fcapestrato, guai a quella povera moglie, che dovrà combattere
fe [ocr errors] [ocr errors] seco: se giocatore, fi porrà a pericolo in
una sola notte di perdere quan, to egli possiede : se lascivo, non li con.
tenterà dell'onesto: fe affatto impotente, poco amore per lo più suole avere
verso la moglie : sc goloso fuori dimo. do, oltre di soggiacere a continue infermità,
è oppresso anche da dobbiti. Or vedere in che miserie Gi troveranno le saggie
donnc in mano di costoro? E se per disgrazia fi abbattessero ancosa in taluno
debole di senno, che avesse appresso di se qualche servitore fcal. trito, il
quale lo dominaffe, c lo facesse fare a suo modo, oh quanti disaggi se
converebbe soffrire ! Sem. Come dunque li doverà regolare una donna
saggia, ed attenta col 04rito trascurato ? Pub. Con ama rlo teneramente,
quancunque fi avveg ga della sua trascurag. gine. Sem. E come lo potrà
fare? Pub. La prudenza le infinuerà di far. lo, per vedere, fe per questa
via lo po acres [ocr errors][ocr errors] réffe indurre ad essere
applicato,, perciocche, fe per sua sventura facefle il contrario, e cominciasse
a sgridarlo, certamente ch'egli si mostrerebbe assai più trascurato ; e credete
pure per co. fa certa, che colle buone più profitto ne ricaverà, che
irritandolo. Sem. E se vedeffe, che ciò non ostanu Te', continuasse ad
cssere trascurato, doyrå ella perfeverare in questo grand'amore? Pub. Senza
fallo ; anzi che, invece di scemarlo; più costo, glie lo dee accrescere; poscia
sche, se non sarà più, 'che'affatto iosensato, fi avvedrà alla fine, che lo ama
di puro caore ; ed accertatoli di questo, come potrà fare di meno di non amarla
anch'effo ? Platone, allorche gli fu riferito, che Zenocrate Two scolare
enipiamente parlaffe di esso, * *ffpofe : non essere credibile : ut quem
tantoperè amaret, ab eo invicem non di ligeretur; ed intal proposito dice
Sene• Ed Lpift.g. Ego tibi monftrabo amatorium Dane medicamente fine berba,
fine ullius 0 [ocr errors][ocr errors][ocr errors] er veneficæ
carmine; fi vis amari, amau. :l Ed udite anche ciò, che dice S. Ago stino
: Nulla est major ad amorem in vitai tio, quam prævenire amando. Sem. E
che le gioverà questo reciproco amore, quando le cose domestiche andranno di
male in peggio? Pub. Assai più di quello, che voi credete; imperciocche
quando sarà ac. certata di questo reciproco amore, ed informata insieme dei
disordini domestici, in certe congiunture, che le donne fanno prendere, lo
saprà con dolci maniere ben'effa illuminare. f Sem. Ed illuminato, che
fosse, se non sarà capace di operare di vantaggio, a che gli potrà
servire? Pub. A molte cose ; imperciocche prenderà ben' ella un'alera
simile congiuntura, e ne otterrà ciò, che saprà bramare; che farà appunto il
maneggio dispotico della casa: e vi pare, che questo amore abbia operato poco a
far. le spuntare tanto dominio? Sem. E se glie lo negasse? R
Pube [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub.
Non è possibile, che ciò faccia, se pon farà più che inumano. Sem. E se
fosse? Pub. Allora converrebbe prendersi altre vie, senza però scemare
punto del suo cordiale affetto. Sem. Queste quali sarebbero ? Pub.
Essendo egli trascurato sarebbe cosa facile, che potesse la saggia donna
trovare qualche buon canale fecreto,da far penetrare a chi comanda lo stato,
nel qual li trova quella infelice casa. Sem. Basterà poi questo, per farlo
divenire applicato? Pub. Oh quanto opera tale istanzas fatta da faggia, e
pudica moglie! si udirå all'improviso dichiarato unEconomo al trascurato
marito, e si verificherà in Jui il proverbio di Salomone: Qui ftultus eft
ferviat fapienti ; ò pure quell’al feruus fapiens dominabitur stultis
filiis : e recherà ammirazione, che non potrà penetrare, donde fia provenuta
tale istanza, non potendosi egli mai persuadere, che l'abbia procurata la
sofferentiffima moglie. Ed ecco rimediato a tutto senza strepito,
e concesa alcuna; non dovendosi a queste esporre le faggie donne;
conformc lo dimostra il sacrificio, che costumava presso i gentili farsi
2 Giunone Dea delle nozze, cui non ardevano già le vittime, alle
quali non era stato prima levato il fiele, egettaro via, per denotare,
che non debbano mai marito, e moglie adirarsi insieme. Sem. Qualche volta
però è riuscito alla moglie, che ha mostrato perto, di ottenere
ciocche voleva da suo marito. Pub. Sì bene dal marito prudente,mà
non già dall'imprudente, e vizioso . Santipre non averebbe già fatto fare a fuo
modo, fe invece di Socrate foffe stato marito suo l'Ercolano, di cui parlammo ;
e ragionando noi ora de' mariti viziosi, e mogli saggie, nulla gioverebbe a
queste,il mostrare petto;anzi facendolo doverebbero cancellarsi dal
numero delle prudenti. mi Se fosse prodigo, come ella si [ocr errors]
dovrà contenere ? Pub. Oltre di amarlo, come si è detto di sopra, dovrà
guardarsi dal riprenderlo soverchiamente, e con modi aspri per non irritarlo
maggiormente; insegnando Plutarco, che l'austerità della donna dee, come quella
del vino, renderá giovevole, e grata, non già amara, e dispettosa, conforme
quella del. l'aloe. Sem. S'indurrà facilmente la moglie, per goder ella
ancora de' suoi fcialacqui, a non riprenderlo. Pub. Non è così ;
perciocche la donna faggia patisce fuori di modo, nel vedere dilapidarsi la
casa; anzi che procurerà di non goderli per quanto può, u fi conterrà nel
vestire pulita si, ma senza alcuna vanità; mostrando Plutarco, che l'unico mezo
per acquistarli la grazia del marito, fia la vita esemplare, lontana da cutte
le vanità superflue: cu quando il marito, la volefie forzare a far
diversamente, sarà capace di scusarfi con un santo pretesto di divozione,
dal [ocr errors][ocr errors] dal quale venga moffa a vestirsi di unj
abito votivo, cd accompagnerà ancor'a questo astinenze, ed orazioni, per
ottenere da Dio la grazia, che il marito fi ravvegga. Sem. E le ciò non
ostante, egli continuafle nella medelima forma, non sarebbe pur ineglio, che
godesse ancor essa, potendo in tal guisa dar gusto as suo marito? Pub.
Non lo farà essendo prudente; perciocche considererà, ch' essendo due a
dilapidare, più prestamente si darebbe fondo a tutto; mentre due deAtrieri, che
concordemente corrono al precipizio, poco indugiano a cadervi; dove che, quando
uno di essi è refio, lo può ritardare di vantaggio. Sem. Sin ora però non
iscorgo riparo alcuno. Pub. E credere voi, che il marito, vedendola così
ben composta, e così esemplare nella modestia, a lungo andare non s'illumini?
Quello esempio, çh'egli avrà continuamente avanti gli [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] occhi, sarà di tanta efficacia, che finalmente lo farà
rayvedere: ed udite ciò, che dice Euripide a cale proposito: Domiperdam
etiam virum probibet UXOR Bona, ci conjuncta, fervat domum. Mà
meglio ancora apprenderete tal verità da S. Crisostomo in Joan. Homil. Nil
potentius muliere bona ad inftruendum, et informandum virum, quodcumque
voluerit: neque tam lenitèr amicos, neque, magistros, neque Principes patietur,
ut conjugem admonentem, atque consulentem. Habet enim voluptatem. quamdam
admonitio uxoria, cum plurimùm amet, cui consulit. Multos poffums afferre viros
asperos, immises per uxores mites redditos, et manfuetos; ipfa enim mensa,
lector. E conclude:fi prudens erit, et diligens, omnes vincot. Sem. Tutto
questo bene si potrà ottenere, allorche avrà dilapidato ogni cosa; ed à che le
potrà giovare l'effersi tanto affaticata, allorche averà ricevu., to il colpo
facade? Pub. [ocr errors] Pub. Non è così, Sempronio; perche se
indugiass’egli molto à ravvedersi, non già trascureranno i propri parenti ò pure
colui, che aveffe con autorità suprema a porgervi riparo, mossi dalla gran
sofferenza della saggia donna. Sem. Ma non sarebbe rimedio più speditivo,
che intentasse la donna il giudizio contro di esso, per farlo dichiarare
dilapidatore? Pub. Questo non farà mai chi è saggia; perche considererà
molto bene, che dopo un simile paffo non vi sarebbe più pace tra loro : e poi
diciamola giusta, per via di liti, se facesse il marito comparire, che in vece
di effere dilapidatore, fosse più costo economo, che cosa se li potrebbe fare?
sapete pure, che i raggiri non mancano. Sem. Quale sarebbe dunque il
rimedio per ovviare fimil male, quando colle buone non si potesse
ottenere? Pub. Di porre un'altra testa capace à governare bene la casa, in
vece di quella, che governava male, qual sarebbeappunto un'altro Economo, per
fare verificare ciò, che dispone l'Ecclesiaste: Servo fenfato liberi
serviant. Sem. Io bisogna, che parli, come la intendo: ho veduto alcuni
Economi in breve tempo arricchirsi con queste ainministrazioni; onde non
vorrei, che simili economati servissero di apparenza; mà che poi in sostanza le
cose continuaffero nella medesima forina ad andar male; con questa differenza
solamente; che quello, che si deteriora, non apparisca, passando nascostamente
in borsa dell'Economo; il che mi perfuado, che possa esser'errore peggiore del
primo ; mentre facendolo il padrone confumerebbe il suo; mà l'Economo fi
apo proprierebbe quello degli altri. Pub. E di quelli, che hanno
amministrato con ucile considerabile dell' economato, ne avete veduto
alcuno? Sem. Di questi ancora. Pub. E de' prodighi, chi avete
osservato, che non abbia dissipato tutto il fuo? Serg Sem. A
lungo andare niuno. meh Pube Or dunque complirà alla Republica, che vi sia
detto economato; e 1 particolarmente, se la moglie sarà pruI dente, e non vorrà
anch'essa approvece ciarsi di qualche cosa; nel qual caso i non potrà già
l'Economo fare dispotica mente a suo piacere, avendo ch’invigi li
attentamente alle sue operazioni : 0 i poi se questi si arricchiscano, ponno
far lo con altri impieghi onoratamente, essendo uomini di somma
abilità. Sem. Mà non sarebbe meglio, che separasse la sua dote, e
riconoscesse il fuo? Pub. Queste voci di mio, e tuo non sonavano bene alle
orecchie di Platone; e le detesta Plutarco in bocca delle mogli, volendo che
tanto il bene, quanto il inale sia comune tra efli: ed io credo, che questa
reciproca comunanzas fia molco vantaggiosa per il marito; pera che se la moglie
crederà per sue ancora tutte l'entrate della casa, non ispenderà con tanta
facilità queste in cose sus per: [ocr errors] perAue, essendo le
donne di natura tenacissiine nello spropiarsi del proprio. Sem. E se
foffe Avaro a quel segno, che per ingordigia di cumulare moltoro facesse
mancare il bisognevole alla moglie, ed a' suoi figliuoli? Pub. Questo non
dovrebbe farsi, e da persone civili maggiormente, essendo padri di famiglia ;
tanto per non dire a’figliuoli mal'esempio, quanto perche dee l'uomo civile
lasciare a posteri gloriosa memoria di se medesimo; questa non si acquista già
mediante l'oro viziosamente radunato; perche non sarà più suo dopo morte,
passando all' erede, per lo più prodigo, il dominio di effo, il quale
scialacquandolo ravviverà bensì l'ignominiosa memoria dell'Avaro, che lo
cumulò; dicendo ogn'uno allorche lo vedrà spendere malamente in bagordi,
crapole, e luffi: vedere dove và l'oro dell'Avaro? onde à che gli sarà servito
l'effere stato tiranno di se medesimo nel cumularlo, e che bei vantaggi ne avrà
riportato? Quindi è, che non 0. non senza inistero fà da
un'ombra del suo inferno domandare ALIGHIERI (si veda) all'Avaro. Dicci,
che 'l sai, di che sapor è loro 3 Mec. Se l'avesse doinandato à Crasso,
averebbe risposto francamente, ch'era molto amaro amaro, come dice il
Petrarca. E vidi Ciro più di sangue avaro, Che Crafo d'oro, e l'un,
e l'altro n'ebbe Tunto alla fin, che a ciascun parves amaro.
Mec. Fu data una bella risposta à colui, che trovandosi presente al
sontuoGislimo funerale fatto dal figliuolo generoso al Padre zvaro, domandò ad
un suo amico : che averebbe detto il defonto se fosse risuscitato, ed avefle
veduti tanti lumi di cera ardere nel medesimo tempo, quando egli vivente, in
casa sua, non pocea Coffrire, che più di una lucer, na di olio ardeffe ; cui
rispose : nullas certamente, posciache tuito s'impic-. gherebbe in estinguere
prestamente col suo fiato quei lumi, affinche non li logoralsero di vantaggio;
ayerebbe bensi [ocr errors][ocr errors] mu mutato con sollecitudine
il testamento; perche tal generoso erede non gli sareb. be piaciuto. Sem.
Vorrei sapere, che dovrà fare la povera moglie, e come lo potrà amare,
trovandosi priva del bisognevole? Pub. Ciò non oftante conviene, che lo
ami, lo serva, e gli faccia tutte le maggiori finezze poslībili, con mostrarne
anche piacere de' suoi sordidi avanzi, fintanto che sarà divenuta padrona del
suo cuore per regolarlo à suo modo. Sem. E questo appunto egli defidererà;
mà in tanto la meschina patirà doppiamente, facendolo di contragenio. Pub.
Abbia un poco più di sofferenza; perche guadagnato, che avrà l'animo di esso,
farà allora ciocche vuole, essendoci moltissimi esempj di Avari fatti divenire
anche prodighi dalle mogli; onde quanto sarà più facile a renderli persuali, di
dover fare le loro convenienze: Mec. Si racconta dal Sabellico un
ingegnosa maniera, della quale si servi ladem faggia moglie di un Signore molto
avatro. Questi per ammassare quantità im mensa di oro, che si produceva
dalle di miniere, scoperte nel suo dominio, tei nea impiegati à tal opera tutti
i conta dini, che coltivavano la tèrra ; e perciò n'era nata grandissima
carestia, per la quale correva pericolo di essere tagliato in pezzi l'autore di
essa, se las iaggia moglie colla sua prudenza non lo aveffe illuminato. Questa
dipoi di csferfi ben internata nel suo affetto fè dan molti artefici formare
coll'oro tante vivande, quante n'erano necessarie in un sontuosislimo
banchetto, e perfezionare segretamente che furono, invitò fuo marito à definare
nel suo appartamento, e portatovig rimase egli ammirara allas prima,
nel vedere quel sontuoso imbardimento di vivande, tutte di oro, e fi persuade,
che ciò fosse itato fatto per ; una.vaga prima comparsa ; mà rimirane. do in
appresso, che non compariva a'.tro, che oro in varie forme di vivaride lavorato,
le disse ; Signora; e quan do do verranno le vivande da potersi mangiare
? Replicogli la moglie, che trovandosi tutti li contadini applicati alle
miniere, non si attendeva più à coltivare la terra ; onde bisognava accomodarsi
à mangiare oro, perche de' soliti comestibili già si penuriavad affatto ; fi
avvide egli del suo errore, e fe dismettere tal lavoro per attendere à quello,
ch'era più neceffario, e dopo piamente utile per la conservazione del suo
individuo. Sem. Essendo il marito scapestrato, che cosa dovrà fare
l'infelice moglie? Pub. Arinarsi di' una santa sofferenza con amarlo più,
che sia possibile. Sem. Maltrattando però anch' ellas con fatti, econ
parole; non sò, come potrà continuare ad amarlo, e fopportarlo. Pub. Non
potendosi cimentare seco la saggia moglie, non potrà farne di meno; perche
altrimentine anderebbe sempre di sotto ; come accenna OVIDIO (si veda) nei
Fasti. Quid faciet? pugnet? Vincetur fæmina pugnans. E parlando altrove
d'Ipemnestra, le fe dire : Che deggio io far del ferro? in che con viene
Coll’armi una donzella 2 io più conformi Ho le braccia, le man, la forza,
ib cuore All'ago, all'apo, alla conocchia, al fufo, Che
all'armi crude, e bellicosi ferri . Laonde sempre meglio farà à soffrire, 1
andandolo bensì illuminando a poco ad poco con dolci modi, mediante i
quali le fiere stesse depongono la loro crudel. tà; e s'egli non averà un cuore
più cru do di quello delleone, non incrudelirà - certamente contro di
essa, raccontando Plinio di questo animale : ubi sævis, in viros,
plus, quam in fæminas fremeres 1 veluti natura eum docuerit mulieres mi
tius, quam viros elle tractandas. E for tuttavia perseverasse à rampognarla,
si serva di quell'avvertimento, che diero no [ocr errors] no
i capitani di Ciro ai suoi soldati : che venendo i loro inimici alla zuffa
gridan. do, con silenzio gli avessero accolti ; mà se tacendo, andassero efli
ad inveftirli gridando; dal che ne cavo Plutarco layvertimento, che debbano
tacere le donne, allorche vedono i mariti adiraci; quando sono mesti bensì
debbano animarli, e dar loro sollievo con affettuose, ed efficaci parole.
Sem. Voglio credere, che la moglie manierosa lo possa addolcire à fine, che
seco non contrasti; mà fuori di casa come lo potrà trattenere, che non prenda
impegni di duelli, ò di riffe? Pub. Quello, che seguirà fuori di casa,
essa non potrà cercamente impedirlo, essendoche non dee andargli appreffo; lo
domerà bensì in questo caso qualcun'altro, perche vexatio dat intellecium ;
onde maltrattandolo qualcuno, ò effo altri, in ambidue i modi potrebbe
mettere giudizio; poiche, feri. ceverà, oh quanti mutano vita dopo di avere
fofferta qualche disgrazia confide. [merged small][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] derabile, e se offenderà altri, il gasti. go ancora, che
gli sovrasterà lo potrebu be far ravvederc . Mer. Hò conosciuto molti di
questi, che hanno perseverato qualche tempo nelle loro stravaganze, e poi si
sono domati, e particolarmente quei, che hanno sofferte considerabili
sventure. Pub. Alcuni di questi ancora si ravveggono allor, che divengono
padri di numerosa famiglia, crescendo loro il pensiero di provederla, e
particolarmente avendo molte figliuole ; onde non dee mai la saggia donna
disguItarsi con fimili mariti; dee bensì raccomandarli al Signore, che li
faccia ravvedere, ed abbandonando le vanità mondanc, attendere al governo
dellas sua casa più diligentemente, che sia poflibile. Sem. Essendo
giocatore, come dovrà regolarsi con esso lui ? converrà che lo seguiti
anch'essa per darli sodisfazione? Pub. Per andare in rovina prestamente,
cosi potrebbe fare. Sem. Forse che nò; perche tal volta perdendo uno,
vincerebbe l'altra, e maggiormente, che sogliono le donne vincere sempre ; onde
potrebbero andare le cose compensate, e senza veruno discapito. Pub. E se
perdessero ambidue, bella compensazione, che seguirebbe! Le donne possono
vincere con licurezza solamente quando si contentino di fares perdite
maggiori,terminato il giuoco, è prima di principiarlo; per altro sono anch'esse
soggette alle perdite. Mec. E curiofo,ciò che accadette una volta in mia
presenza : giocava un mio amico con una donna alquanto atrempata, ed avendo
egli carte superiori, io gli disli, che non le avesse scoperte, e fi foffe
fatto vincere, giocando con una donna. Questi mi rispose, che non las teneva
più per donna altrimenti, avendo passico li quaranta anni, mà bensì per
uomo. Sem. Or ditemi,
che cosa debbas fare? Pub. [ocr errors][ocr errors] [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub. Amare, e sopportare il marito, ed i suoi
difetti. Sem. Questa è la solita canzona; mà intanto in una notte potrebbe
giocarsi tutto il suo; ed allora che le averebbe giovato l'amare, ed il
sopportare? I. Pub. Dite voi dunque ciò, che dovesse fare per darvi più
opportuno riparo . Sem. Diricorrere, farqi sentire con iftrepito, per
impedire, che non potefse più giocare. Pub. Oh bene ! É non sapete voi,
che nitimur in vetitum ; onde questo sarebbe à appunto il motivo di fargliene
venire maggior desiderio di prima ; e se avesse dismesso per lo passato
il giuoco à meza notte, di farglielo durare in avvenire sino à giorno, per fare
dispetto all'imprudente moglie. Sem. Mà che dovrà fare questa infei lice
donna? Pub. Non altro, che sofferire, ed amare, più che mai, ed udite
ciò, che dise S. Ambrogio Sec. Offic. Quid tam ino. [ocr errors][ocr
errors] S 2 S [ocr errors][ocr errors] inolitum, atque impreffum
affe Etibus humanis, quam, ut eum amare inducas in animum, à quo te amari
velis? Sem. Penurierà la casa del necessario, non si pagherà la servitù,
i debiti cresceranno, le tenure deterioreranno, anderà tutto da male in peggio,
e questo sarà appunto il frutto del soffrire, ed amare. Pub. Forse, che
lo schiamazzo della moglie, quantunque giugnesse à quel fegno descritto da
Virgilio: Fæmineum clamorem ad. cæli fidera's tollunt. potrebbe dare
riparo à tanti mali? certo che no, mentre, come dicemmo, diverrebbero maggiori.
A tal pro- en pofito cade in acconcio la risposta, che diede il Re Filippo à
coloro, che lo fti- dic molavano à muovere guerra ai Greci, i quali beneficati
da esso sparlavano della sua real persona, che fu quefta : Quanto peggio
farebbero, se fossimo nemici la loro? Sem. Però se io fosfi ne. suoi
piedi, [ocr errors] non [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] non potrei essere così amoroso di un marito, che procura di mandare la
casa in malora. Pub. E che fareste dunque di vantaggio? 50 Sem. Sei
iniei parenti non mi volesseed ro dare ricetto in casa loro, me ne
sta rei in un appartamento separato, e pro. 1 curerei di non
trattarlo più; perche, come si suol dire: occhio non vede, cuor non duole.
Pub. Sarebbe questa certamente una gran pazzia conosciuta anche da Euiripide
per tale; mentre egli fa dire ad Giunone; non esserci altro rimedio
più opportuno, di questo, per riconciliare gli animi, che il
conversare insieme, dicendo: Ho disegnato a lunghi lor
contrasti Ho giammai di por fine con un modo Segreto, e nuovo
a lor, unırli insieme. i Onde qual vantaggio riporterebbe dallo ftare
lontana dal marito, e di abbandonare affatto il letto nuzziale, fe non di
eternare le discordie? e se non sapete, che [ocr errors] S 3
che cosa guadagna la donna, con fare la disgustata, udirelo da Salomone: Qui
confundit domum fuam poffidebit ventos ; onde fi ritroverà alla fine colle mani
piene di vento, e questo sarebbe appunto tutto il guadagno, che averebbe
fatto. Mec. Io, che in mia gioventù sono fato amico di qualche giocatore,
il qual faceva grosse perdite, in occalione, che taluno di effi mi riferiva le
sue sventure, non potevo contenermi di non domandare, se la sua moglie n'era
consapevole, e mi dicea, non avere potuto farne diineno di non palesargliele,
allora, che dovendo fodisfare la grossa perdita già fatta, gli era convenuto
più volte chiedere le gioje, per impegnarle, non trovandosi pronto il danaro;
cui replicavo : che schiamazzi averà fatto ella trovandosi doppiamente
disgustata; e rimaneva ammirato nell'udire, che qualcuna di effe con prontezza
grande glie le dava; e di vantaggio mi riferiva, che non vi era già pericolo,
che la trovasse colcata, quando cornava quancunque avesse tardato molto; anzi,
che con faccia molto allegra li dava la buona sera, allorche lo vedeva
comparire; e mirallegravo seco dellas buona sorte, che godeva nelle sue
sventure, essendosi abbattuto in una sì prudente moglie; ne mi poteva
contenere, avendo seco confidenza, di non riprenderlo in tale occasione con
dirgli: c voi siete sì crudo, che non avete comparfione di farla ogni sera
tanto parire: troppo fo, mi dicea egli; perche se non pensasli ad essa
talvolta, che mi trovo sotto nel giuoco,chi sà quando lo avessi terminato, e
che perdita maggiore avessi fatto; allicurandomi inoltre che di tanti incomodi,
che le aveva recati, ne averebbe avuta viva rimembranzada à suo tempo, per farla
godere, se soprayiyeva ad esso, pensando di lasciarlas erede, non avendo
figliuoli; conforme appunto è seguito ; onde la sua sofferen· za, fu alla
fine rimunerata . Sem. Ed in quei giocatori, che avevano le mogli risentite, vi
siete mai abbattuto? Mec. [ocr errors] S4 Mec. In questi
ancora, e domandan. do loro, che dicevano le mogli allorche sapevano le loro
grosse perdite, vi fu tra questi chi in tal guisa mi rispose: il maggiore
tormento, che io abbia allorche fo qualche groffa perdita è di vedere
inviperita mia moglie, cui chiedendo le gioje, per impegnarle, me le hà sempre
negate ; mà io l'hò mortificata con vendere altre cose, ch'erano di sua somma
fodisfazione ; affinche conoscesse, che io era il padrone. Pub. Vedere
dunque, Sempronio, quanto sia meglio soffrire in questi casi, che fare
risentimento; e voi Mecenate, di grazia cessate di dir male più delle donne,
avendo confeffato, che vene sono delle prudenti ancora . Mec. Sono però
queste di fimile natura rariffime, non contentandosi per lo più le mogli di
farli impegnare le gioje, e particolarmente à sodisfare per le perdite fatte
nel giuoco. Sem. Come debbonsi le mogli regolare, quando scorgogo i
mariti diviati a Pub [ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr
errors] mente, Pub. In niuna altra occasione si conosi sce meglio
la donna saggia, quanto in fi questa; imperciocche le tocca sul più 1 vivo;
onde doverà adoperarvi cutta la prudenza poffibile per divertirlo. Sine
tanto, che il fatto sarà secreto, non dee darsene per intesa; e se taluna lv
rapportasse, che viene tradita da fuo marito, dee ella replicarle con
risentimento: ch'egli l'ama, e crede ferma che per questa cagione non le
possa fare un simile torto, dee però servirsi dell'avviso, per rincontrare
dalle mutazioni, che scorgesse in lui, tanto nell'affetto, quanto nella stima
verso di lei, se debba prestarle fede. Sem. Doverà dunque lasciar correre
trascuratamente, senza darci riparo, male fi considerabile, una donna in
particolare, che non gli da occasione alcuna di farle simile torto? Pub.
Ho udito dire da' Medici, che ci siano alcuni rimedi, che sono peggiori del
male, al quale si applicano ; onde non vorrei, che questo fosse uno di
quelli; palesatemi dunque voi qual credereste in questo caso essere il suo
rimedio più valido, quando non vi piacciano i più beoigni. Sem. Di
fuggirsene immediatamente in casa de' suoi genitori, con animo di non tornare
più da suo marito. Pub. Questo appunto sarebbe uno di quei peffimi rimedi,
posciacche dandofegli campo libero in avvenire di fare, ciò, che vuole,
accrescerebbe non folamente il male antico, mà ne produrrebbe, anche degli
altri, che sono las totale discordia conjugale, ed il divul. garsi da pertutto
ciò, che non è bene, venga publicato. Sem. Che cosa dunque ella dovrà fa,
per non morire accorata, dimorando in casa del marito ? Pub. Conyerrebbe,
in questo caso principalmente, ch'ella ben apprendesse quel consiglio dato da
Platone as Zenocrate, qual fù: che sacrificate alle grazie, per essere più
avvenente, che per lo passato; e così con dolci maniere [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] re [ocr errors][ocr errors] re potrebbe facilmente
conciliarsi il suo affetto ; dicendo Salomone che: Mulier gratiofa invenit
gloriam. E quali debbano essere queste dolci maniere ; non occorre, che mi
diffonda per istruirne le donne, cfsendone di effe maestre: diro solamente, che
se la palma, ch'è un albero insensato arriva, come vuole Plinio, à piegarsi,
allorche stà vicino alla sua palma femina, volete, che il marito ancora non si
renda alle piacevoli maniere di una saggia moglie? È interogata Livia Drufilla
da una Dama, perche faceva fare ad Augusto marito suo ciò, ch'ella volea; così
rispores : perche fo volentieri quello, che io conosco essere di Cesare in
piacere, e non ricerco i fatti suoi, come racconta Dione. Sem. E se faceffe
praticare per casas una sua qualche donna Atraniera, come la potrà
tollerare? Pub. Anzi la dee, per non irritare maggiormente l'animo di suo
marito, e farle corresie ancora, mostrando di non essere consapevole di cosa alcuna
; conforme appunto fè Terzia Emilia moglie del maggiore Affricano, la quale,
non solament’egli vivente, diffimulò di fapere, che suo marito amaya una
fuas schiava, mà dopo la morte di esso las fè libera, e la diede per moglie ad
un suo liberto ; come racconta Valerio Massimo. Ed Omero riferisce di
vantaggio, che la moglie di Antenore aveffe egual cura di un figliuolo fpurio
di esso, di quello, che avea de proprj, per non disgustarfi suo marito.
Plutarco ancora racconta nel libro delle donne illuftri, che Stratonica si
prendesse il pensiero di educare bene i figliuoli di Dejotaro suo marito,
quantunque forsero nati da Elettra sua serya : oltre poi quello, che dice
la facra Genefi di Sara, ė di Rebech ab 16. et 30. Sem. Questo però non
lo porrà mai fare una moglie di spirito ; non potendo questa soffrire un simile
torto . Pub. Quefte, che hò riferite, avevano spirito, cprudenza; ne mi
persua [ocr errors][ocr errors][merged small][merged small][ocr errors]
deco, [ocr errors][ocr errors][ocr errors] derò, che possiate darvi à
credere, che - Olimpia madre di Alessandro il Grande lie non avesse
spirito, e pure questa, venendole rapportato, che Filippo suo marito era
talmente invaghito di una giovine di Teslaglia, che si credea communemente,
foffe ammaliato; volle conon scerla, ed appena veduta, che l'ebbe le disse :
Tecum enim philtra babes, quanto mai le parve bella ! e non fu questa picciola
finezza il dire ad una sua rivale, che rapiva il cuore di tuti. Mec. Io
so, che alcuna di queste per aver ricevute.cortesie obbliganti dalle saggie
mogli, sono fervite di mezane, per riconciliare l'affetto era effe,e i loro
mariti : altre poi, che hanno ricevuto strapazzi,sono state cagione di odj mag.
giori tra essi; onde seinpre hà giovato alle mogli saggic, di non inafprire
maggiormente la piaga con irritarla. Pub. Un'ottimo ammaestraméto vien
dato à queste da Plutarco, ed è di non allontanarsi mai dal marito, perche
facenda altrimenti, la rivale diverrà af for [ocr errors] [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] soluta padrona, non solamente del letto mà
ancora della casa tutta, Sem. Mà durerà sempre questo disordine?
Pub. Non durerà, perche la prudente moglie saprà vincere col tempo las violenza
dell'altra, come ben cspreffe Ofeo Poeta: Capitur ergo ab infirmis
celer, Aquilamque brevi testudo vincit. E la testuggine appunto, essendo
Gimbolo della donna onefta, non recherà maraviglia, se questa ancora frenerà il
volo dell'aquila, con aspettare però l'occafione opportuna, la quale potrebbe essere,
allorche li fa dimora in villas, ove l'amica non fosse presente; ed il maggiore
argomento che potesse addurre per allontanarlo dall'amore impudico, sarebbe
appunto di fargli conoscere colle buone, il cattivo esempio, che ne prendono i
figliuoli; con insinuargli ancora,per giuoco,quel detto di una pudica donna,
tratta å forza dal Re Filippo: deh lasciami andare, gli disse, per
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na, Il che tutte le donne, portata via la lucer sono simili ; mà se
poi imitasse quella prudenre Gentildonna Sicilianad di cui fa menzione
Lodovico Vives, nella Christiana fæmina, quanto mai u lo renderebbe à se
affezionato? Questas andava osservando ciò, che facevano i servitori, che
fosse al padrone marito suo più grato, e quello ella facea di sua mano
studiosamente; se bene talora con estrema fatica fua, quello poi, ch'era di
meno travaglio, fatica, e noja, comandaya à servitori. Sem. Mà quando non
fosse deviato altrove il marito, che cosa porrà fare la i donna savia, à fine,
che non ecceda con i essa lei in pregiudizio della propria falute? Pub.
La saggia donna non dovrà mostrarsi renitente à fodisfare le brame di E fuo
marito ; ben è vero però, che dee'as 1 poco a poco, andargli dolceinente
infio nuando il danno, che potrebbe appor tare l'immoderata frequenza
degli arti conjugali, potendogli questi abbrevia Per que. re anco
la vita con danni notabili della sua famiglia ; e starà ben ella
circospetta nell'ordinare vivande, calorose per la mensa, ed ancora nel
tenerlo lontano dallo frequente uso del cioccolato,
erosolì. Crescere res poset nimiùm damnofa libido. Come vuole
Ovidio . Sem. Prometteste, Dottore, di mostrarmi sino à che segno poffa
giugnere l'uomo in pagare il debito matrimoniale senza discapito della propria
salute. Med. Epicuro, Democrito, Averroe, ed altri Filosofi ancora
credettero, che sempre sia molto dannoso l'uso venerco: Altri poi lo credono
solamente, allora, ch'eccede i limiti dell'onesto. Sem. Or io non voglio
andare cercando malanni ; per battere al sicuro mi contento starmene senza
prendere moglie ; perche la propria salute mi dee premere molto più della
moglie. Med. Ditemi di grazia, Sempronio, senza andare in collera: Voi
che avete fpiriti generosi, fe venisse un esercitoDell'Elezione della Mog. 289
per distruggere la vostra patria, per salvare la propria vita, abbandonereste
la difesa di essa é o pure vi porreste ad evidente pericolo di morte per
difenderla? Sem. Sarei un gran codardo, quando l'abbandonaffi; dovendo
per sua difesa porre à pericolo la vita con tutte le mie sostanze Meda E
per conservare la vostra specie, la quale può difenderla ne' suoi bisogni,
perche ricusate di farlo? non ponendo già ad evidente pericolo, nè vita, nè
roba, contenendovi dentro i limiti della moderazione, esponendovi in tal caso
solamente à pericolo di soffrire qualche moderato, e breve disaggio: e se
voftro Padre fosse stato di questo sentimento come farefte voi [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] naro ? Sem. Converrà dunque farlo ; mind
u questa moderazione nell'uso venereo, in che doverà confiftere? Med.
Primieramente in fuggirlo più, che sarà possibile la state: dicendo Cel. co 10,
aftate in fptum, fi fieri poteft, abftinen., dum; e nell'autunno dice:
neque autumno utilis venus eft; nel rimanente poi dell'anno non abufandovene
sarà sempre meglio per voi, Sem. Mà da che potrò comprendere tale
abuso? Med. Dalla stanchezza, che riceverete dopo di esso, perseverando
questa, per qualche tempo, nella forina, che descriffe OVIDIO (si veda) di
averla osservata in un amante Vidi ego cum foribus laljus prodiret amator
Invalidum referens ; emeritumques latus, Sem. E cadendo io in questo, che
rimedio averò da praticare? Med. Aftenervene per qualche tempo, dicendo VIRGILIO
(si veda) nella Georgica; Nulla magis vires industria firmat Quam
Venerem, cæci fimulos aver tere Amoris, E di questo niuno meglio, che voi
ne potrà essere giudice s purche sia la voItra mente libera, e non
preoccupatas dall [ocr errors] [ocr errors] dall' estro
libidinoso. Şem. E per fuggire questo, qual ri# medio sarebbe opportuno
? Med, Il vitto moderato, e la moglie - favia sono i veri antidoti per
indurre moderazione nelli cimenti di venere. Pub. Vedere dunque,
Sempronio, quanto possa giovare una saggia donnas nel fare prolungar la vita à
suo marito ? prendetelo dunque à buon fine, quan do la vostra moglie vi
frenaffe in que1 fto, facendolo per noftro bene. Met. Or io non vorrei
starmene raffi, dato alle donne sopra di ciò; perche affai di rado fi
riceverebbe da effe tale beneficenza;vorrei più tosto prendere l'efeinpio dai
bruti, i quali, toltone quei tempi prefisli loro dalla natura, non si ac.
costano più alle femine, nè tampoco ef: se appetiscono i maschi; ed udite
come lo conobbe bene Democrito riferito, Dottore, dal vostro
Ippocrate nellas u lectera scritta à Damageto; Anniversa riorum temporum
ordo, brutis quidem danimantibus coitus finem adfert, homo T2
verò [ocr errors] [ocr errors] verò infano libidinis stimulo continenter
agitatur. Sem. Dandosi il caso, che il marito fosse impotente, ne viverà
contristatas la povera moglie di questo? Pub. Prescindendo dal rammarico,
che averà, trovandosi priva di figliuoli, credetemi, ch'essendo prudente, non
fi prendera di ciò fastidio alcuno;perche considererà ben'ella, che quel
momentaneo diletto è compensato da molti altri tormenti, che îi soffrono, non
solamente nelle cattive gravidanze, e laboriofi parti, mà quello, ch'è di
travaglio maggiore, nell'educar beoe i figliuoli, de' quali taluno alle volte
riesce scapestrato laonde se rifletterà à ciò che dice l’Ecclefiaftico. Utile
eft mori fine filiis quam impios habere, aidarà pace essendo priva di
elli. Sem. Io conoseo alcune di queste sterili, che non fanno alcro, che
sospirare; eso che volentieri introdurrebbero il giudizio del divorzio. Pub. Ed
io conosco più di una di que [ocr errors] 2 fte,
fte, che si trovano nella medefima nave, le quali stanno contentiflime, e
pensano perseverare col suo marito fino allas morte, quantunque sia impotente.
E forse credono quelle, che il tentare questo divorzio sia qualche delizioso
divertimento ? Sappiano, che converrà loro esporsi à prove, e recognizioni, che
danno molto da cicalare per tutta la citrà. Ed inoltre, facendo ciò,
mostreranno ancora di essere libidinose,deliderando avere più validi
mariti. Sem. Mà coine ci potrà essere pace i tra simili conjugi?
Pub. Se la moglie sarà prudente, non i ci sarà discordia alcuna; perche vedenÛ
dofi il marito così impotente, procurerà per altre vie divertirla, se non
fürà del tutto disamorato. Sem. Mi persuado, che poco averà · da dolerâi
la moglie del marito goloso, quando però
faccia anche ad essa gufta10 re qualche delicata viyanda? Pub. Non è
così; perche la donnas prudente di questo fi rammarica al parodi tutti gli
altri difetti, essendo che fis mile vizio persevera per lo più fino allas morte
; onde con facilità grande può far impoverire; conforme si legge nell'
Ecclesiastico al 21. Qui diligit epulas in egeftate erit, qui amat vinum, Q
pin. guia non ditabitur. Oltre poi imali, che suole apportare alla
salute. Sem. Mà comc ci potrà dare rimedio ? Pub. Conosco anch'io,
che farà cola difficile il poterlo affatto rimuovere, mà la prudenza, e
l'ingegno donnesco potranno darvi bensì qualche riparo, con guadagnarsi
l'affetto del suo marito, il quale acquistato, se le réderà à poco à poco
facile à titolo di sanità, d'introdura, re qualche moderazione ia effo :
avvertali però, che la servitù rimanga in qual. À che parte compensata di
quegli avanzi della mensa, de' quali soleva partici; parne, altrimenti questa
per tal cagione sarà capace suscitare discordie traefo sa, e suo marito, con
inventare infinite menzogne, Sem. 11 [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] [ocr errors] Sem, Ed abbattendosi con mariti di la mente
debole, come hanno da fare per di rimuovere dalla loro grazia certi servis I
tori favoriti, che li dominano? Pub. La donna, che colla sua pru. denza
può giugnere à rimuovere dal cuore di suo marito caluna, che lo porfedeya
indebitamente, con quanta facilità maggiore potrà allontanare questi,quando
voglia abusarli della dilui grazia ; ed in ciò non occorre istruirla di
vantaggio, essendone espertissimas; basterà solamente accennarle, che faccia
passaggio delle cose leggiere, e nelle gravi norf operi con violenza grande,
per non porlo in impegno di sostenerlo ; mà venendo l'occasione opportuna in
qualche fuo trascorso rilevante, gli faccia conoscere, ch'ella non opera per
passione, ma bensì per suoi vantaggi. Sem. E se aveffe anche la Suocera
cartiva, la quale consigliaffe suo figliuolo à Itrapazzarla, che cosa doverà
fare? Pub. Di sopportarla, amarla, erispettarla, come costuma fare con
fuo [ocr errors] [ocr errors] marito; perche non nascono già per altra
cagione le discordie tra suocera, u nuora, che dalla gelosia, che hanno le
madri, che i figliuoli amino più le mogli ch'esse, da cui ricevettero
l'efsere Sem. Mà se ciò non ostante continuarse à fare il medesimo, non
sarebbe me. glio di metterla in discredito appresso il figliuolo, à fine che
non le desse più credenza? Pub. Questo non dee fare la donna saggia'; dee
bensì riflettere à ciò, che, fi costumava nella città di Lepidi in Affrica per
meglio imparare à soffrire. Racconta Plutarco, che ivi era costu che nel
giorno seguente alle nozze la sposa mandasse à domandare alla suocera una
pentola, la quale le venivad negara ; e questo si facev'à fine che, non G
sdegnafre, le in avvenire le avesse negato alcuna cosa. Sem. Converrebbe
ora discorrere fopra le stravaganze grandi, che nascono tra i marişi çattivi,
cle mogli peffime, [ocr errors][ocr errors] me, [ocr errors][merged
small] Pub, [ocr errors] Pub. Non è certamente neceffario parlarne ;
posciacche, à chi darebbes l'aniino di consigliare costoro, che sono incapaci
di ragione ? Bisogna, che tra loro si aggiustino, e fogliono per lo'. più
essere concordi', perche niuno di loro può rinfacciare all'altro i difetti,
elsendone ambidue colmi. Il danno è bensì de' poveri figliuoli, che non si
educano bene, tanto per l'esempio cattivo, che danno loro, quanto per la
direzione, della quale eli penuriano : ben è vero però, che quando questi li
avanzano alle discordie', non effendoci mezo capace à poterli più riconciliare
tra loro, solamente l'autorità del prencipe può impedire le rovine maggiori che
possono nascere per i dilapidamenti delle loro sostanze, 'à fine și non vedea
ce mendichi i loro discendenti. Sem. Sarebbe però un vantaggio grande,
che tutti i mariti catrivi prendesse. ro mogli (imili ad essi ; perche alloran
per i buoni rimarrebbero le buone solamente. Pub. Pub. Succede
frequentemente così, essendo questi portati dal loro genio ad amare simili ad
essi, secondo il proverbia : aqualis æqualem delectat, ý semper à fimili fimile
amatur. Il che viene confermato dal Nazianzeno, dicendo: Pulli quidem
pullis amici, coruique corvis, [ocr errors] Et furnis sturni, puro
autem pretiofus. eft purus: Meglio però di tutti l'insegna l’Ecclesiaste:
Diligit fimile fibi, dow omnis homo fimilem fibi, omnis caro ad fimilem fibi
conjungitur, omnis homo fimili sui sociabitur. Onde se accaderà, che una
catciva giovane prenda un buon marito non sarà già di sua volontà, mà verrà
bensì sforzata da' parenti à farlo, e das quefto nc nascerà quello appunto,
che, dice l'Ecclefiaftico. Mulieris ira, o irreverentia, et confufio magna: on-
; de guai à chi toccherà limile infortunio. Sem. Mà che potrebbe fare chi li
trovafle in simili miserie?Pub. Di prevalersi di quest' ottimo consiglio,
riferito.da Gel. in Sat.Menip. Vitium uxoris's aut tollendum, aut ferens dum ;
perche : Qui tollit vitium, uxorem commodiorem præftat, qui ferte se fe
meliorem facit. Sem. E cui riuscì il potere far questo in core rilevanti
? Pub. Tra gli altri à Socrate; come ris ferisce Plutar.de Choib. ira: il
quale avendo seco à defináre Euridemo, quando nel meglio si alzò in piedi
Sancippe, e dopo di avere caricato di villanie socrate roversciò la tavola in
terra; onde Euridemo si alzò in piedi addolorato per partirli; cui Socrate
disse con gran Aemma: non accadè poco innanzi in casa tua, che una gallina
yolando fece l' isteffo ? e pure niuno vi fu, che li contriftaffe disinile
avvenimento; perche dunque voi ora lo fate 2 Sem. Non si è parlato
Gin'ora, come fì abbiano da regolare le povere donne per iscegliersi un buon
marito Pub. Nom dçe la donna sceglierli as suo suo compiacimento il
marito; mà bensì riceverlo da' suoi più congiunti, e di questo ne parleremo
nell'educazione de' figliuoli, mostrando le diligenze, che doveranno farg da'
padri å fine di provederle bene. Sem. Spererei di sapere scegliere las
moglie, ora che ini trovo in ciò istruito; mà sposata che l'avefli mi troverei
intricato nell'educare i figliuoli, quando Iddio me li concedeffe, non avendo
ancor appreso à bastanza il modo das regolarmi per bene diriggerli. Pub.
Nella seguente Decade tratteremo di questo. [ocr errors][merged small]
Sopra l'educazione morale de' figliuoli CONFERENZA nella quale si mostra,
che cosa sia educazione, cui appartenga più di ogni altro; e se sia
necessario luogo particolare,ove debba farsi. Sempronio, Publio,
Mecenate e Medico. [ocr errors] Sem. N che consiste
l'educazione? Pub. Nello svellere da gli animi de' tcneri figliuoli tutti
quei vizi, che spontaneamente germogliano in elli, e nell inestarvi in
loro vece i preziosi gerini delle virtù ; effepdoche, come ben'er preffe
VIRGILIO nella Georgica parlando degl'innesti ; Pomaque degenerant, fuccos
oblita priores, sem. Come! in noi spontaneamente nascono i vizj!
Pub. Non è da dubitarnę mentre nascono molti vizj con noi medesimi insę.
gnandoci il Profeta : Ecce enim in iniqui, tatibus conceptus fum; du in
peccatis concepit me mater mea; verità conosciutas, anche da' gentili ;
posciacche Orazio così scriffe: Nam vitiis nemo finè nafcitur.
Optimus Qui minimis ur getur . E Democrito, che ; totus homo ab ipfo are
fu'morbus eft ; ed inoltre, che secondo l'età in noi germogliano i vizi propri
di effe, i quali se non saranno a tempo dçbito estirpaţi, quei della puerizia
fivedranno adulti nelle altre età; ma vie peggio ancora, che vedo verificarsi
ciò che diffe Orazio nell'Odę 6. lib.3. cioè i Ætas parentum pejor avis
tulit Nos nequiores, mox daturos Pro ille eft, Sopra
l'educ. de figliuoli. 303 Progeniem vitiofiorem, E da ciò comprenderece à che
segno debba essere ora l'educazione più esatta di prima. Mec. Ed io che
soglio conversare spesso co' miei amici ho veduto più di una volta, in
occasione, che questi as. pertavano qualche visita di soggezione, verificarli
ciò, che dice Giovenale nella satira, Hofpite ventura ceffabit nemo
tuorum ; Verre pavimentum, nitidas oftende columnas, Arida cum tota
defcendat aranea tela, Hic lavet argentum, vasa aspera fergeat
alter, Vox domini fremit inftantis, virgam. que tenensis.
Ergo mifer trepidas ne stercore fæda cao ning Atria difpliceans oculos
veniensis amici, Ne perfufa luto fit porticus, tamen uno Semodio
foobis, her emendat fervulusE quel ch'è peggio ancora, che vedo verificarli
appresso alcuni ciò, che se gue: Illud non agitas, ne sanctam
filius omni. Afpiciat fine labe domum, vitioqae carentem, Sem.
Vi concorre altro alla cattivas Educazione, che la trascuraggine ulata in
non eftirpare à tempo debito gli ac GE cennati difetti Pub. Potrebbero
anche renderla peg el gior e i cattivi esempj dati a' figliuoli, luz dicendo
Giovenale nell'accennata satira. Sic natura jubet velociùs, du citiùs
nos Corumpunt vitiorum exempla domeftica magnis Cum
subeant animos auctoribus . Quali cattivi esempi potrebbero a’proprj
accrescere gli altrui difetti . Sem. Mà come possono essere capaci in di
cattivi esempi i teneri fanciulli non distinguendo questi ancora il bene dal
male? Pub. Pub. Dice Plutarco nell'educazione de' figliuoli, che
s'imprimono gli ammaestramenti in elli conforme appunta fanno nella cerà molle
i sugelli, e che perciò il divino Platone saggiamente avertisce le balie à non
raccontare loro favole di ogni sorta, mà solamente u quelle, che ponno
essere giovevoli al buon costume;confermandoci ciò S.Ba, filio, il
quale, scrivendo à quei dellas città di Neocesarea, confessò loro
di ellere debitore di una buona parte della sua divozione alla
nutrice, la quale, non perdendo mai alcun sermone di GREGORIO (si veda),
li serviva di molti belli derti uditi da esso in tutte le congiuntùre,
che se le presentavano per imprimnerglieli benc nel cuore ancora
tenero; laonde saggiamente diffe Focilide: Mentre fanciullo lei, virtute
impara, Ma oltre il malesempio, pregiudicano anche ad elli molto le
carrive insinua. zioni, Sem. Ma questi mali esempi non sa.
ranno dati già loro dai genitori, quants [ocr errors] 3 ci
[ocr errors] [ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small] cunque fossero viziosi;
perche vediamo i ciechi desiderare i figliuoli bene illuminati, ed i zoppi, che
questi liano liberi, e spediti al moto: ne tampoco infinueranno loro cose
cattive. Pub. Così appunto dovrebb’essere, e pure ciò non liegue;
posciache alcuni hanno voluto insinuare à i loro figliuoJini l'invecchiati
difetti da' quali esli erano contaminaci. Vi furono due di questi, di cui fa
menzione ENEA (VIRGILIO (si veda)) Enea Silvio libr. 1. comment.; che dediti
all'ubriachezza procuravano, appena slactati ch'erano i loro figliuoli, di
affuefarli al vino facendone gustare loro de' più generofi, che si trovassero;
ed uno fti, persuadendosi, che non averle il suo figliuolo bastantemente bevuto
vino di giorno, volle di notte, in tempo chc dormiva,farglielo ingojare con un cannellino;
mà perche sonnacchioso corceva la bocca ingiuriò aspramente las moglie ;
dicendole, che non era suo fi. gliuolo legittimo, per non affomigliarsi ad
esso, cui tanto piaceva il vino. E vi [ocr errors] ed uno di que
[merged small][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] re [ocr
errors] recherà orrore il sentire di vantaggio bu quello, che riferisce S. GREGORIO
(si veda) di un li esecrando bestemmiatore il quale ingi nuava ad un suo
figliuolino di cinque anni di ritrovare bestemmie anche infoJite, e riferisce
ancora il gastigo, che da Dio ricevette per sì detestabile dclitro, Mec.
Mà senz' and are cercando gli antichi esempi ; non ci è stato à giorni noftri
un Padre, che premiava de' suoi figliuoli quello, che cimentandoli co i
suoi fratelli, rimaneya vittorioso nel d fare à pugni? cosa tanto crudele,
che non fi racconta già praticata da gladiatori ROMANI tra fratelli, Sem.
Le Madri però non saranno state così perverse nel mal'educarli, Pub.
Queste ancora sono state colpevoli di ciò; scrivendosi di Draomirad:
Principessa molto vana, che per colpa fua diveniffe Boleslao parricida, e
fratricida ; dove che il fratello Vinceslao educato da Ludimilla sua ava
molto fagi gia, e pia divenne un Sanco, come nela la sua vita si
riferisce; e da ciò comprendere quanco di profitto apporti la buona
educazione. Mec. Questo non è da porfi in dubio, scorgendoli anche ne
bruti profittevole; mentre racconta Plutarco, che Licurgo per fare conoscere
tal verità a? Spartani fè comparire due cani, uno de quali era avvezzato per la
caccia, e l'altro, dedito in tutto alla sua naturale inclinazione, non
attendeva ad altro, che à leccare pentole di cucina, e nel mede: simo tempo à
vista loro fè portare anche una lepre, ed un carino di broda : nel vedere il
primo fuggire la lepre li pose a seguirla ; e l'altro se ne andò verso il
catino; soggiungendo egli a’Spartani: così faranno appunto i vostri figliuoli
ancora, se saranno, ò nò istruiti. Quindi è che avendo Tolomeo Re di Egitto
domandato ad un Savio quale foffe las negligenza maggiore, che regnava tra gli
uomini, egli prontamente rispore : ch'era la trascuragginc nell'educare i
figliuoli, mercecche da questa infinitimali ne potevano nascere. Sem. Mà à chi
dev'essere più à cuore questa educazione? Pub. A coloro, cui dev'essa
maggiormente premere, che sono i genitori, e questi debbono con industriose, e
diligenti manière spogliarli d'ogni difetto, e d'andare ne i loro teneri
cuori giornalmente istillando il prezioso liy quore delle virtù, senza
desistere mai; essendoche, come avvertì Plutarco questa voce costume,
pronunziata in lingua Greca, significa anche continuo esercizio, onde da ciò si
può comprendere che non ci vuole trascuraggine nell'educare i figliuoli.
Riferisce ORAZIO, le diligenze in ciò usate da suo padre; verso di lui lib. 1.
Sat. 6. che furono. Sed puerum est ausus Romam portare docendum; Ipfe
mihi cuftos incorruptiffimus omnes Circum doctores aderat, quid mulia?
pudicum, Qui primus virtutis bonos, fervavit ab omni Non folùm facto
verùm opprobrio quo que furpi. Santamente dunque ordina Salomone ne' suoi
proverbj : erudi filium tuum, do refrigerabit te, et dabit delicias anime
tudo Sem. Mà le saranno i Padri talmente occupati, che non abbiano tempo
das poterlo fare? Pub. Se averanno occupazioni più riLevanti di questa,
saranno compatiti, caso che nò, sono tenuti di farlo, e non facendolo meritano
la riprensione del vecchio Crate,qual disse;contro costoro: Dove andate
meschini, d voi, che nel cercare di farvi ricchi movete ogni pietra; e
nondimeno de' voftri figliuoli, a' quali lieto per lasciare le vostre facoltà,
vi prendere poco pensiero ; al che sog. giugne Plutarco, che questi operano in
quella maniera, come se alcuno governaffe bene le sue scarpe, e de i piedi non
fi curaffe punto. Or ditemi di grazias qual potrà essere l'occupazione più
riguardevole di questa ? Sem. [ocr errors][ocr errors] [ocr errors]
Sem. I publici affari, per esempio, oltre il decoro personale, i quali
ricercano somma attenzione, e si può dalli buona amininistrazione di questi
ricavarne molta gloria, e molto lustro, vantaggiosi ai figliuoli ancora,
onde perciò non potranno distrarsi per educarli bene. Pub. E questo
lustro, e gloria se si estingueffe nc'figliuoli mal educati qual i
acquisto averebbero fatto i Padri? Gli Ateniesi nelle feste di Cerere
faceano un misterioso giuoco, ed era, che comparivano avanti l'alcare quei
destinati ad effo à prendere ivi un luine acceso, qual dovea porgersi ad
un'altro, che in una decerininaca distanza lo stava aspettando, per consegnarlo
ancor esso ad altri, che in egual lontananza lo atrendevano: se il detto lume
si foss' estinto prima di giugnere all'ultima mera, era in libertà di ogni uno
beffeggiare colui in inani di cui si estinguěya. E Platone fu di se. timento
nelle sue leggi, che: gignentes, alentes liberos vitam tanquam 1
lampada alii aliis tradunt. Or figuratevi ancor voi, che questo splendore, che
voi dite debba passare ne' posteri; come rimarrebbe colui, che per la sua malas
educazione lo estingueffe? in che ludibrj egli li troverebbe venendo da tutti,
beffeggiato? e sapendosi, che vi ebbe colp’anche la poca applicazione del padre
in educarli, dirà facilmente qualcuno : quanto era meglio un poco meno di
luftro, mà più durevole nella sua descendenza. Mec. Da questo dunque
procederà, che alcuni figliuoli di uomini illustri sono di costumi tanto
diversi da efli, che pajono più tosto nati dal disonore, averanno quelli
facilmente difefcato nell' educarli. Pub. Plutarco ne adduce ancora un
alıra cagione credendo egli che i fi. gliuoli degli uomini illustri divengano
facilmente superbi, ed arroganci; e lo comprova coll'esempio di Diofanto
figliuolo di Temistocle, il quale solevas, dire ne cerchi, che tutto ciò, che
li fos se se piaciuto sarebbe anco al popolo d'A. tene piaciuto;
perche quello, che voleva egli voleva la inadre; e quello che la madre
Temistocie, e quello che Temistocle anco tutti gli Ateniefi. Sem. Credo
però, che più comparibili polfano essere le Madri se diferteranno in deira
educazione, essendoche alcune di esse hanno impiegato turte le ore del giorno
in adornarli, in ricevere, ò fare visite, in passeggi, ò conversazioni;
talmente che pochissimo tempo potrebbe rimanere loro di badare a'
figliuoli,quando non foffero diftrarte anche nel giuoco. Pub. Già sono
capace, che premono oggidi ad alcune più i divertimenti, che i propri
figliuoli. E vi pare, Sempronio, che debbanli queste scusare? Non averanno
certameote occasione alcuna di lagnarli, se faranno questi cartivas riuscita; perch'esse
vi hanno difettato non solamente colla trascuraggine, w cziandio col mal
esempio dato loro ies S. Girolamo scrivendo a Leta non diffgià, che foss'esfa
scufabile, dando a'figliuoli mal esempio, mentre così parla: Nihil in te, et in
patre suo videat, quod fi fecerit peccer. Sem. Non si potrebbe supplire
coiu Maestri, et Aij alla propria trascurag gine? Pub. Si potrebbe
in caso di necessità; mà però è assai differente l'industria,che adoperano i
propri genitori da quellas, che sia l'altrui, ed eflendo questa à proporzione
dell'amore, quanto maggiore sarà quella de' propri genitori, che più di ogni
altro li ainano? Si suol dire ingeniofus amor, e questo appunto è quello, che
li ricerca nella buona edu. cazione . Sem. Se dunque li può supplire,
saranno scufabili quei genitori, che sostituiscono in loro vece chi lo
faccia. Pub. Non per questo però debbonli affatto allontanare da efsa,
senza averci qualche sopraintendenza particolare, e non usando questa non si
potranno mai scusare, Mer. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Meg. Siete
Publio troppo rigoroso, e questo credo, che proceda, perche voi foste
l'educatore de' vostri figliuoli; mà non sono ora più quei tempi felici, ne'
quali si pensava di lasciarli più rosto ben educati, che ricchi; non sarà poco,
che abbiano ora i figliuoli un Ajo di ti. tolo, che non li lasci almeno
precipi. tare in tutti i vizj ; onde da alcuni, che sono arrivati a conoscerlo
a è trovato quel santo ripiego di porli nei seminarj, assai giovanetti, e prima
che la malizia fi avanzasle in elli. Pub. Or io non mi sono curato di
porre i miei figliuoli in questi seminarj; perche ho voluto fare a modo del
Profeta, il qual dice: Filii tui ficut novelle oliva. tum in circuitu menja
tuk. Sono questi seminarj fantissimi, istituci ostimi per ap: prendere il rimore
di Dio, mà oh quanto fà di più quel Padre amoroso, ed actento, quella Madre
faggia, e divora, in educarli in tutto, avendoli appreffo di loro ! e questo
ben lo conobbe Orazio ringraziando suo padre della buo V è
C. na sua educazione in tal guisa . Laus illi debetur,à me gratia
major; perche: obiiciet nemo fordes mihi. Mac. Voi aveste però la fortc,,
che vi furono i vostri figliuoli, tanquam novelle olivarum; perche, se
riflettiamo alli rami di elli, sono simbolo di pace, e tali appunto sono li
vostri ellendo dotati di ottimo naturale ; fe al frur. to, è vero
ch'essendo immaturo, inolto amaro, ma questo con industria diviene anche dolce,
ed il fimile è seguito in elli, essendo giovani; se poi final. mente al sugo,
che da' suoi frutti maturi si esprime, ch'è l'olio, questo non fà alcun
movimento, solendosi dire per proverbio : è cheta come l'olio, e contimnili à
questo sono anche i vostri figliuoli, contro de' quali aon si è senci. to alcun
richiamo fin'ora, e spero, che trovandosi già avanzati negli anni, cresceranno
sempre più in bontà: mà se in vece di novella olivarum Iddio ve li avelse dati,
come piante di mirto, questi non iftavano bene in circuitu menja tud.
Sem. [merged small][ocr errors][merged small][merged small][merged
small][merged small][ocr errors] [ocr errors] Semi E per qual cagione,
producendo il mirto un fiore gratissimo ? Mer. Sì bene, mà però senza
alcun frutto, ed è pianta dedicata à Venere, e tra esli facilmente si annidano
i serpenti, e se fossero ftati di limile cattiva natura i vostri figliuoli,
Publio, come vi fareste contenuto con efli loro? Pub. Gli averei ben
domati io; perche più fieri de'Leoni non potevano già essere, e pur questi
coll'arre divengono mansueti, e vi assicuro, che non averei fatto da cerusico
pietoso; avendo appreso da Salomone il rimedio qual'è; nos li subtrabere' à
puero disciplinam ; fi enim percufferis eum virgâ, non morietur. Més. Sapete
pur, che Dione, con forme racconta Plutarco nella sua vita, per il soverchio
rigore usato, e fatto ufare, nell'educare il suo figliuolo, fu cagione, che per
disperazione cgli si precipitasse da una finestra: il rigore paierno non è
sempre moderato, per cagione, che il più delle volte questo parsa dal soverchio
amore, al foverchio deg no; e poi i Padri vorrebbero in un tracto
estinguere tutti i difetti de’loro figliuoli, e questi han d'uopo di tempo
preparatorio non meno, che le valide medicine, come fa il Dottore. Med,
Questo è veriflimo, perche dandoli un violento rimedio, senza prepa, sare prima
gli umori, danno maggiore potrebbe apportare ; quindi è che il noItro Ippocrate
c'insegnò: Corpora cum quis purgare volucrit oportet Auida facere, Pub.
Però se Neocle non avesse usato tanto rigore, con arrivar sino à privare della
sua eredità il figliuolo, certamente, che la Grecia non avrebbe avu. PC
to il gran Temistocle, il quale ritrovan. doli in tali angustic ricavò dalla
necefficà la virtù, essendo che bene spesso : veWatio dat intellectum.
GULE Mec. Questo esempio appunto fa conofcere, che sotto padri tanto rigorofi non
possono educarli bene i figliuoli ; fpc posciache avendolo diseredato lo mandò
ancora fuori di casa, e perciò averàalırove trovato chi lo cducasse con più
discretezza; e poi questo fu un bene per accidente, il quale assai di rado rie.
sce con tanta felicità, rimirandosi dall' altra parte infiniti, che discacciati
da' propri genitori, datisi in preda maggiormente de vizj, terminarono
infelicemente la loro vita negli spedali, ò disperati, di trovare modo da
vivere, presero il soldo militare, per foftentarli in quel breve tempo, che
vissero. Pub. Or io sono di questo parere, che debbano i propri genitori
educare i loro figliuoli; perche, se saranno buoni, e docili, riuscirà facile
l'educarli; re poi perversi, ed ostinati niuno credo, che potrà usare
diligenza, ed attenzione maggiore di cfli: saprete pure quel che seguì tra lo
scolare, ed il maestro, fingendo il primo di studiare diceva sotto voce : tu
credi, che io studj, e non istudio, al quale sotto voce anche risspoodeva il
secondo: e cu credi, che jo mi curi di questo che nulla mi preme. Mec. Voi dite
orcimamche, perche fete capace di farlo, e fiete anche pru. dente,
mà come pretendete esiggere tutto questo da un Padre imprudente, e
vizioso, il quale non rifletterà punto à quel saggio documento di
Giovenale registrato nella Satira 14. il quale è:Maxima debetur puero
reverentia, so quid Turpe paras, nec tu pueri contempferis
annos, Sed peccaturo obfiftat tibi filius infuns, Nam fi quid
dignum cenforis feceris ira, Quandoque fimilem tibi; te non corpore
Bantung Nec vuleu dederit, murum quoque filius, et cum Omnia
deterius tua per veftigia peccer. Pub. Allorsì, che converrebbe trovare
chi foffe capace di farlo, per la ragione, che Giovenale medefimo apporta
successivamente nella Satira da voi citata: Unde tibi frontem,
libertatémque parensis Cum facias pejora fenex?
Wacuumque cerebro Jampridem
capul huc venioja cucurbito quçrat. Mà però, che l'educatore insieme
coll' educando dimorassero in propria casa. Mec. E se in casa propria,
oltre il mal esempio, la laurezza del vivere ritardassero i loro
progressi? Pub. Confesso,che in questo caso converrebbe mandarli fuori,
ed in paesi anche remoti; acciocche il mal esempio, e la trascuraggine grande
de' genitori, colà non giungeffero.Mà è possibile, che questi, a' quali non
dev'esser cosa di maggior premura di questa, possano as proprio compiacinento
dare mal efempio a' figliuoli? e poi se non sono prudenti, perche s'inducono à
divenire Padri ? Certa cosa c,che i figliuoli mal ducati non apporteranno loro
altro, che confulione, dicendo l’Ecclesiastico al 22. Confusio pat.is eft de
filio in disciplinato. Mer. Il mondo oggi corre cosi, mol. ti sono. Padri
di nome, e solamente perche li hanno generati, onde perciò con vie.
[ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] X viene
ricorrere ad altri Padri savj, u prudenti, che gl' istruiscano, e fuori del
proprio nido, essendo ora gran parte de' genitori divenuti imitatori de' corvi,
è dello struzzolo, che gli abandonano, non già delle aquile, che con tanta
attenzione istruiscono i loro polli. Pub. Polliamo dunque conchiudere,
che se i genitori saranno capaci, e diligenti nell'educare i loro figliuoli,
niu. no meglio, di efli potrebbe farlo; e fe nella casa paterna si vivesse,
come conviene non sarebbe d'uopo cercare altro luogo per educarli,potendosi con
profit. to istruire in effa. Sem. Che doverà fare il buono educatore, sia
Padre, è estraneo, per isvellere da efsi i difetti? Moc. Questo lo
vedremo nella seguente conferenza. CON [merged small][ocr errors]
Intorno à quello, che debba farsi da'Genitori per educar bene
i figliuoli. Mecenate, Sempronio, Publio, e Medico Mес. L peso
maggiore, che abbiano i Padri, mi persuado che sia l'educazione dei figliuoli
s perche si tratta di navigare sempre contro acqua, dovendo opporsi bene
spesso alle loro cattive inclinazioni, e superarle à forza d'ingegno; e si
trovano alle volte torrenti si rapidi, che si rende assai difficilc poterli
alla prima superare. Sem. Non mi fono risoluto fin ora di prender moglie;
perche hò consideratoanch'io le molte difficoltà, che s'incontrano in questi
tempi à ben’educare i fi. gliuoli, ne' quali vedo, che appenas slattati che
sono, pretendono di fares à lor modo, senza avere alcun riguardo à quanto viene
ordinato loro da'genitori. Mec. Non vi sgomentate per questo ; Sempronio
mio, essendoci il suo rimedio, quando chi sopraintende há prudenza, e la
prendere, come li suol dire, la lepre col carro. Vi dirò io sci avvertimenti
generali, che vi potranno molto giovare, allorche sarete Padre di famiglia ;
nel particolare poi sarete meglio istruito da Publio. Ed il primo farà; che
tanto voiquanto la vostra con. forte diare loro buono esempio. Sem. Ed in
quali cose? Mer. In tutte; perche se voi sarete in continue discordie con
vostra moglie, come potrete correggerli, quando mai foffero discordanti tra
fratelli? se vorrete, che non disordinino nel nutrirsi, come lo potranno fare
vedendovi cra po [ocr errors] [ocr errors][ocr errors][merged
small] polare giornalmente se li bramerece divori, come potranno essere, se non
mostrerete voi coll'esempio, ciò, che volete, ch'essi facciano 3 E scoprendovi
tutti dediti agli spasli, e piaceri, come pretenderece,che siano applicari allo
studio, divagandosi ancor elli collaa mente nel pensare di fare il simile
quanto prima, per imitarvi? non fate 10 una parola, che quel difetto, che
volete da effi (vellere lo rimirino in voi medeliini, dovendo voi imitare
Agricola, quando fi portò al governo dell'Inghilterra, allorche si trovava
molto rilassata, il quale prima da se medelimo cominciò à dare il buono
esempio. Sem. Ed il secondo qual sarà ? Mec. Di trattarli ugualmente
tutti, senza mostrare parzialità benche minima verso alcuno. Sem. Che
male potrebbe apportare questa parzialità paterna. Mes. Infinito ; percioche
usandola voi, non solamente darette occasione di odio tra fratelli, ed ecco,
che invece [merged small][ocr errors] che il pre ce di svellere da
esli i vizj gli accrescere. ste di vantaggio, mà ancora, che il diletto sarebbe
meno attento degli altri ad approfittarsi de' vostri buoni docu. menti,
persuadendosi egli, che' compacirete i suoi difetti, per l'amore, che loro
mostrate, e gli altri,dal mal esempio di questo, che profitco farebbero?
Igenitori debbono: imitare il Sole, e la Luna, che risplendono ugualmente as
benefizio di cutri: e sappiate che la parzialità, che usò David per Ammone fu
la sua ruina ; impercioche questa lo fè divenire incestuoso, e quell'amore
troppo tenero, che fè trascurare tal mi. sfatto,incitò Abfalone à divenire
fratri. cida; mancamenti tutti derivati dalla connivenza paterna. Sem. Il
terzo qual sarà? Mec. D'accomodare l'animo vostro alla dolcezza, ed al
rigore secondo le occasioni, che vi si presenteranno. Sem. E queste quali
saranno? Mec. Se voi li vedrete attenti, e che et approfittino dei buoni
documenti che [ocr errors][ocr errors][ocr errors] avete dati loro, in
quel tempo sarà opportuna la dolcezza; mà se poi vedrete, che trascurino, e
diferčino, dovrete servirvi del rigore per correggerli. Sem. In tutti i
loro trascorsi mi dove. rò contenere ugualmente severo? Mec. Ci sono alcuni
difetti, de' quali non si dee far caso, essendo prudenza alle volte non darsene
per inceso; altri sì, benche minimi in apparenza, non debbonsi lasciare
impuniti : per esempio una tal inavvertenza, nata più tosto da disapplicazione,
che da disubbidienza è compatibile; mà non già una benche picciola bugia, ò una
finzione maliziosa anche minna, dovendosi quefte con risentimento svellere
affatto dow principio; perche se prendono piedes non li svellono più; ed in
correggerli di queste non dovete usare il rigore alla prima, mà bensì colle
buone far loro confeffare la verità, e conoscere il mancamento, e dipoi con
risentimento ainmonirli, facendo loro capire, per quan. to sarà poflibile, la
deformità grande [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr
errors][merged small] di tali vizj, con non perderli sopra quefti più di mira;
concioliacosache come insegna l’Ecclesiastico al 20. Mores hominum mendacium fine
bonore: du confufro illorum cum ipfis fine intermifione. Sem. Il quarto
quale sarà ? Mec. Di essere tanto voi, quanto las Madre sempre concordi
in ammonirli; perche se un di voi li coreggerà, e l'altra li vorrà scusaro, non
solamente non fi approfitteranno della correzione, mà prenderanno animo di far
peggio, trovando chi li difenda ; ed in questo errore fogliono cadere
frequenteinente le Madri con danno evidente della buona educazione; come par
che l'accenni Salomone ne' suoi proverbj al 29. Puer qui dimittitur voluntati
sur confundit miirem suam : ond'effe, per non cadere in questo, debbono imitare
quelle faggio miatrone del testamento vecchio tra le quali che non fece Sara
per l'educa. zione d'Isac, Rebecca di Giacob, od Anna di Samuele; siccome
ancora Sansa Monaca, S. Celinia, che fecero ofetime educazioni de' figliuoli,
dilendo ne da queste nati un S. Agostino, un S. Remigio: tra le
quali merita anche di essere annoverata la pia, e zelance
Madre di S. Andrea Corfini, che non desistè giammai d'industriarsi
Gintanto, che non lo vide di lupo cambiato in agnello.
Sem. Riferitemi ora il quinto. Mec. Dovete parimente tener celato
l'amore, che portate loro, ne tampoco con quotidiani gaftighi far loro credere,
che Giete disamorato affatto verso di essi ; perche il soverchio amore li farà
prendere troppa confidenza con voi ; ficcome alli continui gastighi facendovi
il callo,non li prezzeran più. Quella correzione risentita, fatta à suo tempo,
cou parole, che li pungano, serve as molei di stimolo maggiore ad operare bene,
più di quello che facessero le sferzate. La scimmia, allorche si moftras madre
sviscerata de suoi parti,con troppo ftringerseli al lato li uccide, e questo
segue per lo soverchio amore, che por [ocr errors] porta loro, non
già per isdegno. Il destriero più generoso colle continue sferzate divien
reftio. Ordinariamente de Madri sogliono peccare di troppo affetto, ficcome i
Padri di soverchio rigore; e da ciò ne viene, che più amorosi li portano i
figliuoli verso le Madri, che verso i Padri, de'quali hanno bensì maggior
timore. Sem. Ed il sesto finalmente? Mec. Di non farli trattare in
assenza vostra con persone, che possano distrug. gere quanto di buono avere in
esli inlinuato; posciache debbono anche credere, che cutti abbiano da operare
in quella forma, che voi prescrivere, che elli vivano; e se per disavventura
udiranno da qualche malvagio consigliero maslime contrarie alle vostre, quanto
male apporterebbero queste infinuandosi in quelle tenere menti, e non atte ancora
à ben discernere qual sia il veleno, e quale l'antidoto. Ne vi starò sopra di
ciò à riferir esempj, perche di Umili miserie ne accadono giornalmentes
[ocr errors] E te, come voi ben sapere ; vi addurrà solamente ciò che si
osserva in un certo animale (come riferisce il Salier Hs: - Juppon:) che
dimora in una montagna del regno di Gotto nel Giappone, il quale è
in grandezza, e figura fimile al lupo; viene però ricoperto da un
pelo morbidiffimo al par della seta, e la sua carne è delicatissima
al gusto; entra questo animale bene spesso nel mare; mas se per sua
sventura s'inoltra molio in effo, diviene pesce, ricoprendosi di squame, de'
quali essendone stato presentato uno al Re di Gotto, che per metà era divenuto
squamoso, e nel rimanente conservava il suo morbidissimo pelo, fè ciò conoscere
tal verità. Or se il conversare co pesci può far divenire un'animal si morbido
anch'effo squamoso,che farà l'innocente giovanetto conversando cou cattivi? Che
apprenderà di buono da quel lacche vizioso? da quel cocchiere scapestrato, è da
altri viziosi? quando non facesse altro discapito, imparerà a correre, ò pure à
guidare land carrozza, oh che belle prerogative di un giovane nato per
governare, e reggere qualche parte del Mondo! Quindi è che rettamente ordina
l’Ecclefiaftico al 7. Difcede ab iniquo, et deficient man la abfte. E S.
Agostino scrisse che : fitcilius eft fortem stare in martyrio, quam in pravå
societate. Sem. I Genitori, Publio, debbono ugualmente essere à
parte dell'educazionc Pub. Certamente, che sì; mà però in modo, che
uniforine vada la dettaa educazione, e perciò debbono in tutto portarli
concordeinenre: si possono bene tra loro dividere alcune incombenze; per
esenipio la Madre, essendo assidua, e non vagabonda, averà maggior campo
d'infinuare loro, ed anco di fare apprendere in primo luogo ciò che riguarda
alli precetti Divini, dovendoli allan sofferenza donnesca questa lode, che, per
non attediarsi punto in replicare le medesime cose infinite volte, riescono in
ciò lingolari, cd in segucla d'iftruir. [ocr errors] li nel Galateo oon
affetrato, e vano, ma bensì nel serio, ed in quello, che insegna ciò, che
appartiene ad un gentiluomo cristiano, il quale non solamente è diretto alle
cose mondane, mi alle divine ancora; e sopra tutto al rispecto, e venerazione,
che si dee à Dio in ogni tempo, come dispone l’Ecclesiastico. Serva timorem
illius, do in illo veterafce; perche soggiunge: Quis enim permanfit in mandatis
ejus, et dereli&tus eft? aut quis invocavit eum, et difpexis ilum?
Sem. Ed il Padre quale incombenza doverà prenderli? Pub. Essendo un poco
grandicelli, e come li fuol dire già smammari, dee il buon Padre cominciare ad
iftruirli in modo, che possano riuscire graci, ed utili alla Republica, come
faggiamence viene avvertito da Giovenale : Gratum eft, quod patria civem,
popu loque dedifi Si facis,ut patria fit idoneus, utiliser E per fare
questo dev'essere vigilaore',non solamente à rimuovere da elli certi primi
difetti, che sogliono in quell'età manifeítarli, come sono la pertinacia, e
disubbidienza, con certa vivacità di spirito contenziosa, e questo farlo più
tosto con uno sguardo severo, e con minaccie, che con percosse in sì tenera età
; e qualche volca ancora il togliere loro parte della colazione è un gastigo
molto profittevole; mà divenuti, che saranno alquanto più capaci dee istillar
loro maslime nobili, cd onorate, e replicatamente, à fine, che se le imprimano
bene nel cuore. Pub. E queste quali sono ? Pub. La prima, ch'è la
più essenzia. le, sarà di amare sopra tutte le creature Dio, e di venerare
tutci i Sanri, con fare loro comprendere, che tutto il bene, che abbiamo, viene
da Dio, e che non amandolo, non lo potremo da esso conseguire, non potendo
avere altro, che lui, che ci soccorra nei nostri maggiori travagli: dicendo
appunto l’Ecclefiaftico. Timenti deum non occur. rent [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] rent mala, fed insentatione Deus illums
confervabit, et liberabit à malis, Sem. E dopo questa ? Pub. La seconda farà di amare
il noftro prossimo come noi medesimi, e di non fare altrui ciò, che sarebbe
discaro à noi stesi ; e far loro di vantaggio capire, che ognuno sarebbe
miserabile in questo mondo, se non fosse soccorso dal compagno: e venendo
l'occasione di comprare qualche cosa, andare infinuan. do loro in quel punto
questa verità, che se quel povero uomo non avesse faticato per noi, se sarà
farto per esempio, noi anderemmo nudi, ò vestiti al più di pampini, con mostrar
loro ancora, che conviene sodisfarlo delle dovute mercedi, affinche possa
vivere per averci à servire con puntualità un'altra volta: Capitando lavoratori
di campagna farà bene che conprendano,che se quei miserabili non iftassero di
giorno al sole, e di notte allo scoperto,non si mangierebbes quel bel pane, nè
li berebbe quel buon vino, che ci portano in tavola, onde [ocr
errors][subsumed][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
[ocr errors] degli altri che debbonsi con prontezza sodisfare, acciocche
possano con amore attendere à coltivare la terra, che li produce mediante la
loro industria; e non perdere alcuna delle occasioni, che capitano per meglio
imprimere in quei teneri cuori l'amore verso il prossimo, clas puntualità in
fodisfare quanto si dee a' poveri mercenarj. Sem. Offervo però quei, che
sono più puntuali in sodisfare,peggio serviti Pub. Non è così, Sempronio,
può effere che vi sia taluno, che operi con questa ingratitudine, mà
nell'universalc offervo, che chi ben tratta è ben tractato, e poi non ci dee
già muovere à ben operare il proprio vantaggio; mà bensì, perche in coscienza
liamo tenuti di sodisfarli puntualmente, ed udite che grave eccesso commette
colui, che traIcura di farlo: Panis egentium, dice l' Ecclesiastico. vita
pauperum eft : qui detrabit illum bomo fanguinis eft. Qui aufert in fudore panem,
quafi qui occidis pre [ocr errors] proximum fuum . Qui effundit fanguinem, e qui fraudem facit
mercenario, fratres. funt. Mec. Queste massime sono certamen. te
necessarie, affinche divenuti adulti non si facciano guadagnare dal mal esempio
di alcuni, che costumano di fa. re ciocche non conviene; e sarebbe anche
necessario nel medesimo tempo d’INSINUARE ne'loro animi la benevolenza
neceffaria verso la servitù ; affinche la possano riscuotere reciproca dalla
medefima ; perchè, conforme chiaramente fa conoscere Seneca nell' Epistola, è
falso quel detto : Quot servi tot hoftes, dicendo egli: non habemus illos
boftes, fed facimus; per non tratçarli in quellas guila: Quemadmodum tecum fuperiorem
velles vivere. Onde io sono camminato sempre colle massime di questo grande
Uomo nel inorale; che il servitore: 60lat magis dominum, quàm timeat, e për
cagione di ciò assegna: quod Deo fatis eft, quod colitur, eu amatur; onde che
più di questo noi non dobbiamo esiggere, Y da [merged
small][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] da noftri servitori, e tanto più
che non paseft amor cum timorë mifceri. Pub. Dice questo grand’uomo
cercamente il vero ; perche se non farà reciproco l'amore tra il servidore, ed
il Padrone, avendo continuamente questi. al.lato,continua sarà ancora
l'occasione prossima di rammarico tra efl; e fatto che averà l'abito in questo,
non potrà più aftenersi di non contriftarlo, per ogni lieve cagione. Sem. Dunque,
Mecenate, al parere del vostro Seneca non si potranno licenziarei servitori,
chcli porteranno male? Mec. Non pretend' egli questo; ma folamente, che
non fieno i Padroni in fervos fuperbiffimi, crudeliffimi, dow contumeliofiffimi
; come pocrete vedere nella citata Epiftola. Sem. Essendo però noi li Padroni,
toccherà ad efli soffrire qualche noftra ftravaganza. Pub. Dobbiamo anche
noi riflettere, fino a che segno possano quest' esferes forferte da cali perchè
se le nostre stravaganze fossero grandi, e continue, ci renderemmo
noi meritevoli di riprenfione: vietandoci l'Ecclefiaftico il farlo al 4.
ove così dice: Noli effe ficut leo in doa mo tua evertens domesticos
tuos, et oppria mens fubjeétos tuos . E c'insegna di van-' taggio,
come ci dobbiamo portare co") fervitori senfati al settimo,
dicendoci: sonladas fervum in veritate operum, neque mercenáriun danten
animam fuam. Servus sensatus fit sibi dilectus, quas ani: ma sua ;
ne defraudes illum libertate, nebo que inopem derelinquas
illum, Sem. Ma se divenissero a noi importuni, contradicendo a quello,
che noi bra. miamo di fare, doveremo anche collea rarli?
Pub. Se saranno fedeli, e parleranno per zelo a bneficio voftro, dovrete
non solamente tollerarli, ma eziandio amar-, li più di prima; perche farà
segno, che non vi adulano,facendo cosa ucile a voi, quantunque la considerino
svantaggiosa a loro medefimi, con moftrarne voi dispiacere ; ed udite l'oracolo
dell'Eccle siasti [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] Aico al 33. Si eft tibi seruus fidelis, fortis bi quafi
anima tua: quasi fratrem, fic cum tracta, quoniam in janguine anima comparasti
illum. sibaforis eum iniuftè, in fugam convertetur. É cosa averete acquistato
con perdere per vostro capriccio un servitore tanto fedele? quando ne trovarete
un' altro fimile ad eiro ? et abbiate da me questa certa notizia, che
l'adulazione ne' servitori, si è avanzata a questo segno, per il dispiacere,che
alcuni Padroni mostrano nell'udire la verità fincera : laonde esli, per non
perdere la loro grazia, vengono forzati ad adularli, c tradirli insieme. Ma
vorrei, che questi, che hanno a male di udire da fervitori la verità, facessero
attenta riflessio. be a quello che dice Giob. che è questo: Si contempla fubire
judicium cum Servo meo, e ancilla mea, cum discepia. rent adversus me : quid
enim faciam cum Surrexerit ' ad judicandum Deuse du cum quaferis quid
respondebo illi ? Nunquid non in utero fecit me ; qui et illum operatus eft, et
formavit me in vulva unus? Semp. Sem. Quando però saranno grandi li
figluoli li scorderanno di questi utili avvertimenti. Pub. Non sarà così
quando il Padre, oltre il rammentarli frequentemente, li praticherà esso
ancora, dal di cui buono csempio comprenderanno meglio, che debba farli così. Sem.
Vorrei sapere, Publio, fe il Pa. dre possa condurre i suoi figliuoli a vedere
le maschere? Pub. Anzi dee farlo, con que sta avvertenza però d'imprimere
ne loro cuori, che quei,che con sembianti sì deformi, e spaventofi si
trasmutano,sono paz. zi, e che quei sconci gefti, e parole oscene, chc dicono,
sono tutticffetti della loro pazzia, con infinuare loro, che divenendo effi
grádinon lo facciano per non essere anch'elli tenuti pazzi. Sole. vano i
Spartani fare ubriacare i schiavi, c li facevano vedere a loro figliuoli, af.
finchè prendessero orrore all’ubriacheza za da quelle pazzie, che da fimile get
tc agitata dal vino fi commetreyades rem ied effendo riuscito a
quelli profittevole; fperarei, che facesse il fimile anco a quefti, e tanto
maggiormente non avendo il mal'esempio da i genitori, perchè se ne aftengono,
cd essendo veriffimo quel detto : Quo fuerit imbuta recens fervabit ode
Tefta diu. Impreffe che faranno da principio ne' cuori de' fanciulli fimili
verità, difficil. mente si cancelleranno più. Sem. E crescendo negli anni,
et avan. zandosi nella capacità, che averaano da fare i genitori? Pub. Di
prevenire tutti concorde mente i mali, ne'quali potessero cadere; insegnandoci
l'Ecclesiastico. Antò languorem adhibe medicinam, per lo che doveranno porre un
antemurale a vizj in questa forma: Già efli averanno cominciato ad aver l'uso
di ragione, e potranno comprendere qual fia il male, et il beno, cominciando a
conoscere gli effetti dell’uno, e dell'altro; onde venendo loro questi meglio
spiegati comprende ranranno con più facilità qual mostro orrendo sia
l'uomo vizioso, e quanto preggiabile sia colui, che abborrisce i vizi, quanto
odiati da cucci siano i primi, ed amati li secondi, prenderanno in questa forma
ancor efi orrore al vizio; efe non averanno compagni più che cattivi, i quali
vadino seducendoli, come potrà cflere, che non s'incamminino ancor'eff
per la buona via? ed una volta, che fi sono incamminati per essa colla
grazia di Dio, e con l'occhio paterno vigilante sarà cosa difficile il
discostarsi più das quefta. Sem. E delle massime di onore, e de puocigli
cavallereschinon ne discorrere? Pub. E che credete voi, Sempronio, che le
massime di Dio non siano anch'effe di onore, e cavalleresche? Impoffel fatevi
bene di queste, che tutte le altre vengono di seguito ; non sapete voi, che la
prima vircù: Eft vitium fugere, fapientia prima Stultitiâ caruifle. Datemi uno,
che abbia in orrore il via zio, cche lo fugga, che io lo crederò perfetto in
cutro.Sem. Io credeva, che queste matsime dovessero servire per i figliuoli,
che s’indirizano alla vita religiofa,non per quel. li, che debbono vivere nel
mondo, ove senza aver un poco d'inganno pare, che non a polla convivère;
Pub. Quanto ficte in errore ; perchè ugualmente sono necessarie le mailime di
Dio per i Religiosi, che per i fecolari, dovendo tutti indirizarci per la via
dell' ecernità ; nè crcdiate che godano quelli, che vivono,come voi dite al
mondo, van. taggio alcuno di più di coloro, che ope. rano come si dee; anzi
sono infelicillimi, et uditelo dall'oracolo dell'Ecclesiastico. V et duplici
corde, d. labiis fceleftis, du manibus malefacientibus, peccatori terram
ingredienti duabus viis. Va disolutis corde, qui non credunt Deo; et ideo non
protegentur ab.co. Va his, qui perdideruns Justinentiam, et qui dereliquerunt
vias rectas, diverterunt inue vias pravas. Et quid facieni cum infpicera
esperit Dominus? Se dunque lo mafime del mondo faranno differenti da
queste abban, [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] -
abbandonatele puré, che non fanno per voi, perchè come vi troverete senza il
-Patrocinio di Dio? Sem. Dicemi, se in casa ci saranno,oltre i genitori,
altri parenti, li doveran. no ancor questi ingerire nell' educazione Pub.
Questi ancora, ma però più con dare loro buon' csempio, che con pas role;
posciache è cola inolto difficile, che tutti questi siano uniformi nelle buone
direzioni di effa'; oode fe taluno di questi-inlinuasse tal cosa, la quale
sembrasse differente a quella, che udi da'genitori, o ficonfonderebbe, o per lo
meno non prestérebbe la dovuta crea denza a quanto verrà foro insinuato da suo
Padre, è questo lo mostrerò col segucnce. esempio . Nel domare i pola Icdri [
che "polledrucci anco possono chiamarsi i figliuoli, avendo bisogno'ral
volta ancor esli di effere domati ] fcfaranno diversi li cozzoni, non folamen
te ci vorrà più tempo in renderli docili, ma ancora potranno correre pericolo
di pren. [ocr errors][merged small] -prendere qualche vizio; perchè
fentendo, oggi una mano più gravę, nel di seguente altra più legiera,e certe
speronate differenti dalle altre, pon comprenderanno così bene quello, che
doveranno fare; e cal, volca inasprendoli diverranno anche restj. Se questi
parenti fossero tutti uniformi, e caminaffero colle medesime direzioni,
potrebb'effere meno male, ma sempre meglio fa, che sia uno solo quel complesso,
et armonia vaiforme de propri genitori savj, e prudenti, da'quali una sola
volontà li forma. Sem. Voi, Publio, che avete educa. toi vostri figliuoli
da voi medesimo, in, segnatemi di quali documenti xifiere servito per iftruirli
nelle þuo be creanze, cda cui gli apprendelte per potermene ancor'io prevalere
a suo tempo. Pub. Per non crrare mi sono servito di quci, che non possono
fallire, aven, doli ricavati dalla Sacra Scritsura. Sem. E che parla
quefta ancora delle buone creanze, che debbono insegnarli a'figliuoli?
Pub. [ocr errors][ocr errors] Cena Pub. Divinamente ne tratta l'
Ecclefiaftico. ove dice: Utere, quafi himo frugi iis, que tibi apponuntur, ne
cum manduces multum, odio babearis; cela prior causa disciplina, el noli
nimius effe, ne forsè offendas. Et fi in medio multorum fe. disti prior
illis, e exsendas manum fuam, nec prior pofcas bibere. Sem. E del
rispetto, che debbe avetfi a Maggiori, ne parla? Pub. Di questo ancora al
32. dicen. do: Adolefcons loquere in quâ causå vix', fibis interrogatus fueris;
babeat caput rée Sponfum fuum ; in multis efto quasi infciusi, audi taceus
fimul' quçrens. In me dio Magnarum non presumas, et ubi sunt fenes non multùm
loquaris : talmente che leggendo voi attentamente la Sacrae Scrittura, potrete
divenire un'ottimo educatore de i vostri figliuoli. Sem. Vorrei sapere
ancora qual vizio giudicace peggiore di tutti gli altri, in un uomo civile, è
facoltoso, sopra il quale fia d'uopo d'invigilarci più, che negli altri, per
porerlo affatto svellere da figliuolis [ocr errors] Pub. Io ho stimato
sempre tutti i vizj per pesimi, non effendoci alcuno di effi tollerabile;
quello però, che ho sempre proccurato di svellere con più attenzione da miei
figliuoli, è stato l'avarizia; perchè ho sempre creduto, che, crescendo questa
avesse superato tutti gli alcri, figurandomi l'avaro come una lacuna,che
assorbisce in fe moltiffimi rivi, che debbono scorrerc ad inaffiare, e rendere
fecondi molti campi; onde che, stagnando effi, possono apportare notabile danno
a molti, c.quel ch'è peggio con danno notabile di chi li divia: ed udine, come
a propofito l'efpreffe \'Eccicfiaftico al s.F4 et alia infirmitas peffima, quam
vidi fub Jole : divitia conservala in malum Domini fui, pereunt enim in
afflictione peffima, et in appresso miserabilis prorsùs infirmitas : quomodo
venit,fic revertetur . Quid ergo prodeft ei, quod laborauit in ventum ? Cunétis
dicbus vitæ fua comedit in tenebris, et in con ris multis, et in ærumna, aique
friftitiâ ed il perche lo efpresc Orazio con dire Jemper Avarus eget. Sem. Ora
io, che ho udito tanto, non sarà mai pericolo, che divenga avaro, sembrandomi
la vita di questi infelicissima . E tornando all'educazione: se il Padre non
fosse capace di educare, ela Madre fosse poco prudente, chi si dove. rà
sostituire in loro vece? Mec. Buoni Maestri, è se saranno ricchi,
potranno provedersi anche dell' Ajo, di cui discorreremo nella ventura
Conferenza. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] CONFERENZA
Intorno all'uffizio, e qualità dell'Ajo, Ĉ dei Maestri: [merged
small][ocr errors] V [ocr errors] Sem. Ual'è l'uffizio dell'ajo? Pub.
L'Ajo dee attendere precisamente al costume, ed a ciò ch'è ordina.
to ad effo. Sem. Ed al Maestro, che apparticoche di fire? Pub. Oltre
quello, che riguarda il costume, dee ancora insegnare loro le scienze, et tutto
quello, che ha da premettersi per il conseguimento di elle. Semp. Ma non
potrebb’essere anche Ajo Ajo il Maestro, giacche attende questi al
costume ancora ? Pub. Alcuni lo praticano ; altri poi più facoltosi
provedono di Ajo, è dit Maestro i loro figliuoli, credendo il far ciò diligenza
maggiore. Semp. Ma realmente, chi di quefti fa meglio? Pub. Se
s'incontrasse un uomo versacissimo nell’una, e nell'altra profesione, mi
perfuado: che questi foffe di profitto maggiore, ma per essere raris : fimi
quefti,quindi è, che chi può li provede dell'uno, dell'altro. Sem. Che
condizioni dee avere l’Ajo? Pub. Dovcado egl'istruire nel costume, lo
doverà avere anche otti mo in priino luogo, dovrà essere prus Idente, ed
accorto, industrioso, e diri piego prontojalliduo, crudito nelle ftoorie,
non molto colerico, sostenuto, che di abbia ancora parti da faríi amare,
fia prarichissimo delle cose del Mondo, e se fosse versato in medicina,
sarebbe anche ile requisito. Sem. [ocr errors] Sem, -Mà trovare
tante parti in un uomo farà cosa molto difficile. Pub. E perciòi rari
fono quei, che facciano l'uffizio loro come si richiede; contenrandoli', alcuni
Padri di averly nobile sì, mà nel riinanente, come si diffe; folamente di
citolo, battando loro di avere l'ombra, e non tutto l'effenziale di efia,
persuadendosi, che questa possa essere sufficiente. Sem. E come,
anderebbe Gmil'educa. zione? Pub. Quafi nella medesima maniera, che se
non ci foffe chi la dirigeffe, porendo fare l'educando a fuo modo . Mac.
lo so, che dovendosi provede re un Signore di qualità dell'Ajo, furongli
proposti diverli ; trà quali vi era un nobile,'mà poco erudito; un Poera
infigne ; ed un eccellente Geografo, ed Aftrologo insieme ; niuno di questi
volle al suo fervigio ; ricufando il primo, per il motivo, che di nobiltà il
suo figliuolo nè aveva a sufficienza; al secondo oppose, che Aimava fi fosse
potuto trop. U troppo divagare dal suo ufficio chi at tendeva
a comporre poemi, nè volle il che terzo, perchè dubitava che l'aveffe
fated to troppo girare colla mente, non che avendo altro, che discorrere
seco, che di cielo, e di terra: alla fine gli è proposto un buono
Istorico, eccellente Fi. losofo, e Matcematico, questi disse fà al mio
bisogno: perchè gli mostrerà come fi dee yiyere cogli esempi altrui,
l'insegnerà a tirare le linee recte, ed a prendere col compasso le misure
giuste 3 ; e lo fermo al suo fervigio, Sem. In qual'età li dee porre
sotto la cuftodia dell'Ajo l'educando? Pub. Più prestamente, che si
può. Sem. Mà 'non sarebbe fpefa superdua questa, ponendosi in età, nella
quale non è ancora capace di comprendere i buoni documenti? Pub. Non li
chiama mai spesa super, fua quella, che et fà per educare i propri figliuoli,
essendo ucilisfimo rinvesti. ·mento,perciocchè, acquistato che averanno elli le
virtù si troveranno un gran tesoro, e non soggetto alle vicende della fortuna;
ed in quella età, quantunque non comprendano i buoni documenti, nulladimeno
questi in qualche parte, cominciano ad imprimerli nella loro mente oltre; di
che quanto gioverà, per conoscere le inclinazioni nacive l'averli ayuci in
custodia da çenerį anni? Meç. Si disse tempo fà di uno, che gettava il
danaro avendo posto l’Ajo al figliuolo di età adulta, e divenuto già alquanto
vizioso, perchè non averebbe allora potuto egli più emendarlo, aven. do prelo
già possesso in esso i vizj. Pub. Questo lo credo anch'io ; per. chè le
piante tenere sono quelle, che si possono piegare a proprio compiacimento, dove
che le già cominciare ad assodarfi vogliono crescere co’loro di. fepti,
quantunque ci si adoperi ogni in. duftria per emendarli. Quindi è che
l'Ecclefiaftico così ordina. Filii ribi sunt, Erudi jllos, et curva illos à
pueritia illorum. Sem. nes [ocr errors] Sem. Qual onorario si
dee dare all' ile Ajo? Pub. Non ci è danaro, portandosi be che
uguagli il beneficio, ch'egli apporta, onde deefi generosamente trattare,
Mec. V'era un’mio amico', che solea dire che se avesse trovato un educatore, a
suo modo, per i suoi figliuoli, non solamente lo averebbe trattato assai bene,
mà di vantaggio gli averebbe anche la. sciato nn grosso legato nel suo
tcftamento, per maggiormente animarlo ad impiegare ogn'industria poffibile pro
de fuoi figliuoli, Pub. Costui mostrava conoscere cer. tamente l'utile
maggiore de suoi figliuoli; perchè ben comprendeva, che rimanendo dopo la sua
morte efli bene educati quancunque fossero alquanto meno ricchi di beni di
forcuna, sarebbe questo stato compensato dall'utile assai più riguardevole, che
risultaya loro dalle virtù acquistate, posciache al parere di CICERONE (si
veda). Ora:pro Sexto: virtus in [ocr errors] tempeftate fava quieta eft, lucer
in tenebris, expulsa loco manet tamen, atque hş. ret in patria, Splenderque per
fe semper, neque alienis unquam fordibus obfolefcit, quale sorte cerçamente non
godono le richezze. Sem. In qual modo si hanno da prevalere della loro
industria, e prudenza nell'educarli? Pub. Secondo l'età si debbono anche
regolare. Nè teneri fanciulli con maniere foavi debbono insinuare loro quello,
a che dicemmo essere tenuti i propri genitori, ę fucceffivamente fecondo
vedranno i narurali così debbono opcrare Som. Di quante fpecie possono
essere questi naturali? Pub. E quì presente il Dottore, che meglio di me
potrà fodisfarvi ; iftruite, lo di grazia in questo brevemente e con termini
chiari da capirsi da ogn'uno: Med. Secondo la diversità de temperamenti
sono varj ancora i naturali; posciache questi da quelli in gran parta
des [ocr errors][ocr errors][ocr errors] derivano, ed effendo quattro le
specie bi principali de temperameati a quattro sorte ancora si potranno
ridurre li naturali de figliuoli, cioè all'igneo, o biliofo, che dir vogliamo,
al femmatico, al melanconico, o al soverchiamente allegro, detto fanguigno. Ci
sono poi altre specie subalterne, che nascono dalle diverse mescolanze dei
liquidi, che nella massa umorale predominano, de quali ora non ne
parlo. Sem. Per meglio distinguerli dunque i doverebbe l'Ajo essere
Medico ancora. Med. Cimancherebbe questo d'averci anche da impazzire
co'ragazzi, forse che non ci danno da fare a bastanza allora che sono
infermi? Sem. Questi naturali sono sempre uniforme in tutte l'età?
Med. Sogliono variare fpeffe volte nelle mutazioni di esse, offervandoli ciò
manifeftamente. Sem. E per quali cagioni? Med. Perchè varia la massa de
Avidi, secondo che ci avanziamo nell'età acquis [ocr errors][ocr
errors] 2 3 acquistãdo energia maggiore alcuni fer, menti col crefcere
gli anni, ficcome questa si può scemare ancora accostandoci alla
vecchiaja. Sem. Come si dovrà regolare con chi è di naturale
biliosoa, Med. In quefti, per quanto si può, è sempre meglio servirsi
della dolcezza; poscia che colle afprezze maggiormente si accendono, ed allora
divengono pertinaci. Sem. E se di questa si abusaffero? Med. Allora
la dolcezza dell' Ajo dee cambiarsi in rigore per far loro conofcere, che nel
mele, e nel zuccaro ancora è nascosto l'amaro. Pub. Di questo già raggionammo
baftantemente nella paffata conferenzas istruendone i Padri, onde non stiamo.a
dilungarci di vantaggio Med. Siami permesso di aggiungere, a quanto fù
detto, una mia rifeflione, ed è quefta : che le severe correzioni riescono più
utili fatte a sangue freddo, canto per profitto dell'educando quanto per
vantaggio dell'Ajo, che può senza ira insinuargli le sue più mafurate
ammonizioni, e restano anche maggiormente iinpresse ricevute di mattina a
ventre vuoto, essendo la mente anche più limpida, dove che ricevute allorche si
trovano già agitati dall'errore commesso, non sono cosìcapaci di
comprenderle. Sem. Come si doverà contenere co' sanguigni. Med.
Questi sono più facili de primi ad educarli ; perchè sogliono essere
difinvolti ;basterà tenerli frenati in certi eccelli, ne quali potrebbero
cadere', di soverchia allegria, e curiosità, ed avvicinandosi all'età giovenile
tenerli lontani da cose veneree. Sem. Che potrà fare il povero Ajo allor
che sono grandicelli, ed averanno quei stimoli, che fanno prevaricare anche i
saggi? Medi Il miglior antidoto, che fias contro li stimoli della
lussuria c, di condurre qualche volta i giovani ne noftri Spe. [ocr
errors][ocr errors][merged small] 24 spedali, ed in tempo, che si faccias
qualche amputazione di parti genitali putrefatte, a cagione del morbo gallico:
e cercamente induce loro tale spavento sì crudele spettacolo, che si sono
alcuni di questi spogliati affatto di fimili pensieri, per l'orrore conceputo
allorchè udirono, che da donne era ve. nuto quel tanto male, e che per esse
conveniva soffirire sì atroce tormento di ferro, e di fuoco, e di vantaggio di
non essere più uomo. Sem. Ec i malinconici come vanno trattati? Med.
Questi appunto sono quelli, che fanno fofpirare non solamente i poveri Aji, mà
ancora noi quando essi sono malati; perchè hanno un naturale stravagantissimo,
é maggiormente fe regierà in elli qualche porzione di umore chiamato
atrabilare: bene è vero però, che nell'età tenera non hà tal'umore. quella
energia, che si manifesta colcrefcere essi negli anni, e questi ò danno al
byono, e divengono eroi, ò al pessimo, elo. [ocr errors] [ocr
errors] e sono molto iniqui, e perversi; debmit bonsi dunque con grande
industria queili fti trattare, e senza usar loro molta vioslenza, e
più coll'affiduirà, e colli efemin pj fatti da lor medesimi leggere, o rifei
riti di persone viventi da loro cono, of sciute, che con aspre sferzate;debbonsi
anche tenere divertiti, et applicaci a più cose, alle quali abbiano
genio. Sem. Come divertiti, et applicati, parendo queste cose
contrarie Med. Divertiti, dico, con far loro prendere aria amena,
conducendoliins villa più frequentemente degli altri, et i applicati alle
volte a cose diverse dallo studio, come farebbe il suono, il quale se
sarà di loro genio li può tenere lontani da que pensieri tetri, che
occupa no continuamente le loro menti; ma di o questo converrà
discorrerne più diffusamente a suo tempo. Pub. Egliflemmatici come van
regolati? Med. Questi sono quelli, che se non faranno onore all'Ajo gli
recano almeno poo [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
pochi travagli; perchè fogliono essere pacifici, e tardi d'ingegno: Ben'è vero
però, che nelle mutazioni dell'età sogliono alle volte sciogliersi, e divenire
un poco più spiritosi, e fare ancora com petente riuscita. [ocr
errors] Sem. Come suole essere, Publio, di profitto l’Ajo, facendo anche da
Maeftro, nelle scienze ? Pub. Se terrà lo stile praticato da Mae. Ari,
riuscirà egregiamente come dicemmo; ma se vorrà poi insegnare colla medesima
maniera le scienze, che insinua il buon costume,anderà tutto
peffimamente. Sem. E perchè Pub. Lo stile tenuto dagli Aji in
istruire nel buon costume è d' infingare tutto in voce, il quale nulla giova
per fare loro apprendere con fondamento le frienze; perchè queste sarebbero
superficialmente adattate, et à quella guifas appunto, che G soprapone loro
ridotto in fogli al legno, il quale col tempo di. sperdendol rimane legno ciò,
che mo. Atraa [ocr errors] tre ftrava di essere oro, dove che il
Maes po stro, professore esperto, procura d'in= finuarle nella mente
colle sue regole, e collo scritto, affinche abbia pronto il comodo di
ricordarli di quello, che si fosse mai dimenticato. G Mec. Ora comprendo
da che fia pros ceduto, che viaggiando molti anni fono udj in una Città
discorrere alcuni giovani co molto spirito in ogni scienza, i quali per essere
di poca età mi recarono ammirazione ; ma avendo avuto curiosità alcuni anni
dapoi di sapere se profitto maggiore avessero farto, mi fu risposto, che
avevano più tosto deterio. rato; bisogna dunque che il loro Ajo gli de
aveffe istruiti a braccia, e non con fon10 damento. Pub. Nerone, che fu
istruito da Seneca in questa guisa, fece alla prima las sua bella comparsa, ma
terminò poi u peffimamente. Sem. L'autorità dell' Ajo sin dove fi
Atende? Pub. Tanto'oltre, quanto quella del Padre,dovendo essere
amplifima, a fine che f. rendano ossequioli, et obedienti ad effo, Mec.
Le Madri però sono quelle, che procurano di ristrignerla,imponendo loro, che
non li gastighino, nè li sgridino, ma che li compatiscano se non si
approfittano de’loro documenti; e questo lo fanno per rimore, che non fiammalina,
e bene spesso,per questo timore di male ideale, ne nasce il certo male della
possima educazione loro ; perchè per non disgustarle gli Aji fanno a lor modo,
comportando quanti difetti efG hanno: le saggie madri però lasciano che li
gastighino ad arbitrio loro, eli correggano secondo il bisogno, conoscendo
queste per isperienza, quello che per dottrina ancora conobbe Salomone al
prover. 22. ftultitia colligata eft in corde pueri, d virga disciplina
fugabit Cam. Sem. Debbono usare distinzione alcu, na in questo, secondo l'erà ?
Pub. Essendo l'Ajo prudente saprà rego: ne [ocr errors] golarsi
anche in questo, et accomoderă i il gastigo secondo l'erà, econ quei mo.
di, che conoscerà effere all'educando più sensibili ; per esempio se lo
scorgessc goloso, il fargli sottrarre qualche pietanza in tavola gli sarà di
gran gastigo ; se giocoliero, togliendoli quell'ora di divertimento, lo
toccherà lül vivo; e fe averà un certo roffore in sentirsi sgridare, questo
sarà appunto l'opportuno suo gastigo; in somma il migliore sarà quel. lo, che
si renderà più sensibile. Sem. Può l’Ajo per qualche suo af. 1 fare
allontanarsi da effo? Pub. Per quanto meno farà possibilu dee farlo;
perche non mancano scelerati adulatori, i quali, per guadagnarsi la grazia de
padroni giovani,infinuano loro ciò, che può dilettarli, quantun. que lia
pregiudiziale, e per ciò se mai doveffe allontanarsi da effo per qualche tempo,
dee avere di chi possa fidarsi in sua assenza . Sem.E qual sorta di
divertimento deb, bono permettere loro? [ocr errors] [ocr errors]
Pub, :: Pub. Tutti quelli, che non sono viziofi, e fono ad esli geniali,
per esempio il giuoco delle boccie, della palla, del volanıę, ed altri, anche
più laboriosi di questi, competenti alla loro età. Sem. Nel tempo che
sono direrti li fi. gliuoli dall’Ajo possono i Padri educarli ancor effi?
Pub. Se saranno capaci di uniformarfi alle buone direzioni dell'Ajo, pofranno
qualche cosa contribuire ancor essi, L'incombenza loro però è di offeryare qual
profitco facciano, e di sentirne anche il parere di più persone capaci sopra i
loro buoni progrefli, esaminati che li averanno; per altro scorgendo, che yą.
da tutto a lyo dovere non debbono con fondere i figliuoli con documenti diffc.
reori, ne contristare l? Ajo con varjare il loro metodo; bafterà la loro
vigilante Lopraintendenza ; mà muta quando non vogliano come doverebbero,
effimedelimi in tutto instruirli. Sem. Bramerei ora sapere le condi.
zioni che doyerà avere un ottimo Mae. Aro Pub. [ocr errors][merged
small] [ocr errors] Pub. In primo luogo dev'essere di via ta esemplare, dotto,
c prudeme, siccodel me è necessario ancora, che abbia buo na
comunicativa, per farsi ben capire, fia sostenuto, diligente, e si sappia
far 1 amare, e temere, e sia anche pratico delle tristizie de figliuoli,
per non farq gabbare da effi. Sem. Trovandogi un uomo di tante buone
qualità potrebbe anche servire I per maestro di casa, ed elascore nelme,
desimo tempo; perchè facendosi ben ca. pire, indurrebbe più facilmente i
debi, tori a pagare ciò, che debbono particos e larmente ora, che sono
tanto renitenti di farlo, Med. Questo e uno degli errori mal. fimis
perch'essendo talunò ottimo per un impiego 2 con darglicne tanti fi fa in modo,
che divenga trascurato in tutti; essendo grito quel detto; Pluribus intentus
minor eft ad fingula fenfus. Or io coftumo questo s chi mi serve., faccia
solamente l'ufficio suo; perchè considero, che non sia poco, che li riesca in
una sola cosa, cosa, ed ho provato con isperienza, che se taluno
procura ingerirsi in più, confondendole tutte, ne pur una ne farà bene.
Pub. Voi Sempronio vi figurate, che fia picciolo affare l'insegnare a figliuoli
le dottrine, e ben picciolo il generarli, mà non già il farli divenire uomini
eccellenti; perchè in un istante si generano, e con poca fatica, mà per bene
addottrinarli non solamente vi è duopo di molti anni, mà ancora di attenta, ed
induftriosa applicazione. Per abbozzare una statua ci vuole poco, mà per
ridurla a somma perfezzione numero infinito di sealpellate di più ci vogliono;
C riflettendo voi al valore della statuas abbozzata, ed a quello della ridotta
a perfezione, ben comprenderete il van. tagio di più che ne ricaveranno i
vostri figliuoli dal Maestro, che istruisce con profitto. Sem. Io lo
dicca a buon fine; perchè risparmiandosi qualcheservitore,mi riufciva più
comodo di fargli un buono af4 fegnamento, acciochè viveffe contea. to.
Pub. Glie lo dovete fare senza accrom (cergli maggiori brighe, se bramare, to
che la statua da voi abbozzata abbia iti ma, e valore grande, Mec.
Veramente in quei casi conviene deporre l'avarizia', ed ogni parkmonia ; e non
fare come quel Padre sciocco riferito da Plutarco, che domandando ad Aristippo
; quanto paga. mento ricercava per ammaestrare il suo figliuolo, udendo
domandare inillo dramme rispose ; questo è troppo ; perchè con mille dramme
potrei comperarç un servo; çoi saggiamente replicò: duna que averai due
servi, tuo figliuolo, e e quello, che comprerąi: facendogli conoscere,
che se non era bene ammacftrato, sarebbe diyenuto un servo il fuo figliuolo
ancora. Sem, Quale farà l'incombenza del Macftro? Pub. Gjà per
quanto appartiene al co. fune seguirerà quello, che si è detto CON
[ocr errors] Аа 1 con cominciare prima da Dio;' nel rimanente poi
lasciate pensare ad esso, per; che avendolo scelto pratico, e dotto faprà
secondo l'età, e capacità andarlo itruendo come fi dee: bensi voi di.
chiaratevi apertamente com voftri fi, gliuoli alla sua presenza, che volete,che
lo ftimino, ed obbediscano da Padre, con dargli ogni più ampla facoltà di
coreggerli, e gaftigarli severamente in ralo di bisogno; perchè bramare di
riconofcere per figliyoli solamente quei, che studieranno, e faranno passata
nelle ccienze 1 Mec. Quanto fu mai eroico l'atto, che fece l'Imperatore
Teodosio ; impercioche avendo scelto Arsenio per Maestro del fuo figlinolo, ed
avendogli detto; Pofthac tu magis pater ejus quam ego, come riferisce il
Baronio all’A.380-avvenne un giorno, che passando Teodo, 'fio per la camera,
oye Arsenio faceva la repetizione a suo figliuolo, osserva, che il Maestro fe
ne stava in piedi, e lo [colaro affifos ne bo potè coptcnere di non
[ocr errors][ocr errors] non dimostrare ad Arsenio il suo dispia çimento;
veramente gli disse ini avvcdo, che voi non sapere far bene il vo. ftro
uffizio; tenete, tenere il grado di Maestro, e non di scolaro: Sagra Mac fta,
replicò Arsenio, non sarebbe punto convenevole, che io mi ponelli a se. dere
per dar la lezzione ad un Imperatore; ciò udito Teodofio tolfe la Coro, na di
capo al suofigliuolo,c comando ad Arsenio, che fedesse; et ad Arcadio suo
figliuolo, che stasse in piedi colla testad á scoperta, fin tanto che il
Maçstro gli parlaffe, Sem. E se non faceffero tutto quello i profitto,
che io defiderasli, che averò el da fare? Pub, Vedere, Sempronio, parliamo
chiaro, i Padri yorrebbero dopci in bre. yiflimo tempo i loro figliuoli,
onde in quefto non abbiate tanta fretta, lasciateci porre il sempo neceffario
per impof sessarsi bene; må se poi vi accorgette, nel che oon dare tempo
al tempo non li apejet profitrassero, doveţe esaminare d'onds A a 7
prox, [ocr errors] erro [ocr errors] [ocr errors] provenga la
cagione, e se saranno più Hgliuoli, vedendo, che taluno di edi li di
approfittaffe, e gli altri rimanessero indietro, la colpa non sarebbe del MaeItro,
ma bensi dei figliuoli, e che non applicassero, o che non fossero di mente
ancor capace di apprendere. * Sem. E se la cagione venisse dal Mae. Itro, che
fosse disapplicato, contenzio, so, o troppo bestiale ? Pub. E'voi
trovarene un'altro į mas non date fede loro alla prima; perchè dopo, che
averanno ricevuto il gastigo verranno a piangere da voi, el dole. che il
Maestro fia bestiale; ma non diranno già la cagione giusta; per çui li ha
gastigati; ed in questo caso avvertite a non dar mai ragione a loro trovandosi
presenti,anzicon volto afpro sgridageli, e dite loro che lo averanno meritato:
informatevi però bene come è andato il fatto, per ritrovare la verità.
Sem. Ma venendo per colpa de figliuoli che averà da fare? Pub,
ranno, Pub. Se saranno disapplicati, vedete ancor voi di usarci
diligenza, con promettere loro premi per animarli ad essere più attenti ; e fe
poi venisse dall'incapacità in qualcuno, bisogna averci pazienza; e rimirate le
dita delle vostre mani, che ancor’esse non sono uguali, e pur la mano turta
insieme fa l'uffizio suo; così parimente sarà la figliolanza, quando venga
secondo la sua capacità impiegata bene. Sem. Dolendosi il Maestro di
questo, e dichiarandosi di non poterci aver più pazienza? Pub.
Confolatelo, et animatelo ad averci ancor effo pazienza, conforme conviene, che
P abbiate ancor voi Mec. Si doleano con Antipatro i MaeAtri, che i suoi
figliuoli non volevano per tante fatiche, e diligenze usate loro, approfittarsi
punto dei loro documenti, e per consolarli egli dicevan che vi era un paese nel
mondo, ove le parole si gelayano in tempo di verno appena uscite dalla bocca, a
cagione digio freddi ecceffivi, che le racchiudevano nell'aria, ma appena
comparfa la primavera, fgelandoli queste allora si udivano. Non dubitate,
diceva loro che verrà ancora in essi la primavera; ed alloras queste parole,
che odon'ora da voi, fi Igeleranno ancor effe; continuate pura parfare, per,
per uđitne all'ora di vantago Sem. Dovero comparire nel cempo, che si fa
scuola? Pub. Anche, frequentemente s per ve. dere che si fa, per aninarli
insieme a portarfi bene, c tenerli in freno. Sim. Stimate neceffario ohre
di tea net loro il Maestro di mandarli alle fouo: le publiche? Pub. Per
godere di quei vantaggi, che apporta l'emuluzione può essere utile : debbonfi
però avvertire due cofe; la prima, che vadano sempre accompagnati dal
reperirore, perchè del fetvis rore in curto non vi dovete fidare, poa tendolo
indurre fare a lor modo:Pal. tra poi che fixno vicini in feuola a come pa
[ocr errors][ocr errors] mpagni bene accostumati, perchè ivi po. trebbero
divenire maliziosi trattando con carrivi. eri Mec. Bisogna ancora
stare molto cau., telato nello scegliere questi reperitori, detçi comunemente
Pedanti, perchè vi è stato tra esfi cal’uno, che insegnaya of a'
figliuoli il fare la fabbatina, il giuoco delle carte, et altri vizj in vece
delle virtù; e vi è stato chi di questi ancora così iniquo, che ha
procurato, che abbandonaffe il figliuolo la casa paterna, dopo d'ayer rubaro al
Padre qualche fomma di danaro considerabile, e seco conducendolo fuori di stato,
per ispre. garla. Onde se non si sappia che siano di ottimi costumi, non
debbonli consesgnare ad effi i propri figliuoli, per non ricevere quella
riprensione, che fece Diogenç Sinopio a quei di Megara, dicendo loro, come
riferisce Eliano, che fi contentava di essere più rosto un ariete della lor
mandria, che loro figliuolo, perchè a custodire quello impiegavano uomini
fedelilimi, et ad iftruire questi ripų [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] A a 4 riputavano abile chiunque fi folfe
loro abbattuto dinanzi. Sem. E le figliuole fi debbono regola. re nella
medesima forma? :) Pub. In alcune cose non vanno regolate così, conforme
udirete nella seguente conferenza. CONFERENZA. w CON [ocr
errors][merged small][merged small][merged small] Semn. He differenza cie tra l'educazione dei С
figliuoli, e quella delle figliuole ? Pub. Primieramente, che queste, non
dovendosi incamminare per la via delles fcienze, non hanno d'uopo di tanti
maeftri; e poi essendo diverli i loro vizj, e naturali inclinazioni, debbonsi
quefticon differenti manicre correggere, Sem. quali sono questi vizj
delle figliuole, Pub. La vanità par che nasca con lo ro, quçfta opera, che
moltissime di effe [ocr errors] cffe sino dalla nascital
par che mostrino compiacimento in fegtir lodare la loro bellezza : ha poi
la maggior parte di cffe, un certo difpreggio, il quale viene da alcuni creduto
per vivacità di fpirito; altre poi fin d'allora moftransi vezzofe, e molto
affabili; e vi sono ancora di quelle, le quali danno a divede. re appena nate
la loro dispettosa rozzezza, contrafegni tutti non leggieri di ciò, che possa
nell'età pid avanzata ope. rare la loro naturale inclinazione. Sem. Di
correggere tali difetti cui partiene principalmente. Pub. Alle madri, che con
affiduità amorosa aflifton loro ; dovendo i Padri portarsi giornalmente fuori
di casa per affari, che li tengono alle volte lungo tempo occupati; c quefte
avendo bisogno di una affidua cuftodia da niuno meglio, che dalle Madrila
poffono riccvc, re: debbono però i Padri per quaaco fa. rà perineslo
lorosinvigilarci attenicamene te anch'effi. Sem. Che dovranno fare le Madri in
quella tenera età, nella quale ne put capiscono ciò che loro si dice?
Pub. Poffono far tholco, con impea dire ancora, che non rimirino, ed odino ciò
che non è convenevole; perchè quello, che mostrano inclinazione alla vanità;
non bisogna cominciare ad ornarle vanamente, pe å far loro certi ýczzi
disdicevoli, perchè s'imprimono quelle vanità, e quegli atti con facilità
grande in si tenera età; quelle bensi che mostrano dispettosa rozzezza possono
follorarli con fimili vezzi per inco minciare a poco y a poco a
renderle più [ocr errors][ocr errors] umane. [ocr errors] Sem. E di
poi cominciando a capire, che dovrà farsi? Pub. Allora farà tempo
d'incomina ciare a far loro apprendere, che la bela lezza della donna non
confiste ja altro che nella bontà de'coftumi. Sem. Oh capiranno beneche
cosa dano costumi le picciole figliaole? Pub. Non importa, perchè
quantunque allora pon lo capiscano, nulladime nos [ocr errors][ocr
errors] no, effe continuando ad udirlo a fuo tempo ben lo comprenderanno;
basta che allora non si secondino le innate inclinazioni loro viziose.
Sem. Mà fe la Madre avesse compiacimento di essere stimata bella, c fpiritofa,
e forse anche vana, come potrà istruire la sua figliuola diversamente da sè
medesima, e che non abbia da compiacerli anch'essa di ciò? Pub. Ora
entriamo nei guai grandi, perchè se la Madre non diriggerà bene tal affire,
l'educazione anderà pellina menic. Sem. In questo caso che dovrà
farsi? Pub. Quello appunto, che fù da me praticato, di provederli d'una
buona matrona ; e se questa fù utile alla mia famiglia, essendovi la Madre capace,
evigilance; quanto più sarà geceffaria in questo caso, che voi mi
rappresentare? Sem. Lo credo anch'io; dunque essendo duopo provedersi
della matrona, ditemi quai requisiti dovrà avere per far bene l'uffizio fuo ;
perchè essendog [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] dismesso questo buon servigio, non si potranno
trovare con facilità quelle, che siano esperte. Pub. Non dev' essere
giovane, nè vecchia, mà di età conlistence. Sem. Perchè non vecchia, pocendo
quest' avere maggiore sperienza del mondo? Pub. E vero, mà la vecchiaja
ancora la può rendere più fastidiosa, e meno attenta : e poi se dovrà cuftodire
le vostre figliuole, che hanno da nascere, chi sà se fosse allor viva; e
vivendo farebbo decrepita, quale età non lega molto colla gioventù, e perciò
non sarebbe ad effe accetta,dec ancora essere di buo. ni costumi, e pia,di
parentato civile, ed onoraco, prudente, discreca, attenta, affezzionata, che
sappia ben cucire di bianco, leggere, fcrivere mediocres mente, e che non sia
curiosa di leggere: libri profani, e lascivi. p9 Sem. O che mal farebbe,
se leggere ancora l'istorie profane, potcado fervire si di effe per meglio
iftruirlo? Pub. Le storie profane non tutge conferiscono alla buona educazione,
el, fondovene alcune molto nocive ad essą come già dicemmo, onde chi sà, che
prendendo diļetto in udirne riferire alGuna di queste, non prendessero amo, re
anche l'educande a simile lectura Sem. E se sapesse la lingua francese, o
spagnuola, non sarebbe maggior van taggio, per insegnare loro quel parla. xe,
che oggidi è tanto in uso. Pub. Che pretendete? forse di mari, farle in
Francia, o in Ispagna? Sem. Non lo dico per questo fine, mà veáendo
qualche lignora di quei paeli, o trovandoli con alcuna, che la parlasse,
sarebbe da esse capita, e por trebbero risponderle. Pub, Voi
vorreft'educare le vostre fi, gliuole per far pompa del loro spirito, e non vi
accorgete, che quefta non è la sua strada; e qual nccefficà avete,cheessa
converfino, e tratejno con gence ftraniera s volere forse, che apprendano į
cofumi loro diffepsadi dai noftri? Sem, [ocr errors] [ocr errors] GB [ocr
errors][ocr errors] Sem. Non
bramo quefto, mà hò sentito dire, che sia vantaggio grandes e l'avvezzarle
disinvolte, e spiricosc, perchè più facilmente fi maritano queste, Pab.
Voi prendereste moglie di spiritofa, e disinvolta Şem. Io non già, ora
chc sò come debi ba sceglierli. Pub. E perchè dunque volete incam, minare
le vostre figlie per una via, che voi la ftimate non recta e non vi avve, dere,
che in ţal guisa mostrarefte di amarle poco a Sem. Il saper ricamare
ancora mi per, suado, che la requisto necessario nella matrona: i Pub.
Per far che ? per educarle forse nella vanità e non sapete, che cosi fa
comincia bel bello; posciache dalla sem ta fi paffa al’oro, e dall'oro alle
perle per formarne ricami di gran valore. Cor. 4, nelia madre dei Gracchi
fe conoscere a quella gentildonna Capuana, la quale 0 era
alloggiata in sua cafa, allorchè moArolle i ricami ida effa farsi,per mio
fvario. bano essere i layori delle Madri, con farde yeder i suoi
figliuoli, ed in qual forma da effa fi aducavano, che non era già nelle vanità,
mà bensì nelle virtù . Sem. Bramerei almeno, che sapesse insegnar loro un
poco fuono, e di canto, Pub. Questo poi sarebbe peggio, per: che
l'educherebbe cantarine, et im. parandolo per vostro syario, non lo di
fimparerebbero già, per non dilectare an, che gl'altri. Sem.
Contenendom’io in questo vo. fro antico rigore mi farefte mutare il mondo.
Pub. Io non pretendo tanto : voi mi vichiedere del regolamento della vostra casa;
c chcaforse pretendece che da queta debba prendere la norma tutto il mondo a
facciano gli altri ciò che vogliono, mi basterebbe di ottenere, che voi, che
ricercate il mio parere appren. deste ciò, che dovrete fare, Sem. Io
resto perfuafiffimo di quanto dite per benefizio mio, ma sifetto añ,
cora [ocr errors][ocr errors] cora nel medefimo tempo a quello, che li il
mondo dirà, operando diversamente da quanto ora li costuma dalla maggior
parte. Pub. Qual parte del mondo stimate voi, che sia più saggia, la
maggiore, o la minore? Sem. Ho udito sempre dire, che sia la minore,
Pub. Or dunque; perchè da voi medelimo volete porvi nel numero de i meno saggi?
deh seguitate la più sana, e non vi prendere fastidio alcuno dell' altra,
quantunque sia più numerosa: prendete di grazia la mira verso quò eundi
dum, non quò itur. Sem. Rimango persuaso, e quanto m'insegnafte voglio
risolutamente fare. Or ditemi per mia istruzione; scelto che averò questa
matrona, della quale voglio provedermi prima di prendere moglie, che averò da
fare io, e qual' incumbenza apparrerrà ad essa? Pub. Voi, allor che le
consegneretç la vostra figliolanza, le direte: che Bb fia [ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] lia cura sua
d'istruirla principalmente nella pietà, e devozione, e che rimuova da essa
tutti i difetti allorche li ye desse comparire, senza indugiarvi un momento;
anzi che meglio farebbe an. cora, se preveniffc al bisogno con semi, narę
anticipatamente ne’loro animili preziosa semenza delle virtù, e che per questo
procuri di non perder la mai di vifta : e vedendo ch'ella li porti diligente
nel suo uffizio usatele più gratitudine, affinche non habbia da parerle penosas
quella vita tanto soggetta, che farà; e credetemi, che il premio è il maggiore
incentivo a farci fare con amore quelle cose, che senza di esso ci parrebbono
molto penose. Mec. Questo è certiffimo, posciache chi mai li porterebbe
il primo a scalare una muraglia, difesa da tanti nemici are mati, se non se
{perasse da questo un premio grande ? Sem. Fatto che avrò le mie parti,
in che forma essa adempirà le sue ? Pub.. Nato che sarà alcuno de' vo
[merged small][ocr errors][ocr errors] ftri figliuoli, principierà il suo
minister ro con invigilare, venendo lattato, dalla balia, a quanto sara
necessario, con i fare anche da soprabbalia, nè permetteo ra già, come dicemmo,
chc oda,quan tunque non le comprenda ancora, cer, i te canzone amorose,
nè pure, che fifli i suoi occhi innocenti a'rimirare certi datti
scomposti, et indecenti; perchè quantunque non siano allora da esso
conosciuti per quel che sono, nulla dime, no in progresso di tempo, conforme fi
apprendono le parole, così ancora può insinuarsi nell'animo qualche
cintura noSeminaciva di tali difetti; e procurando, che D in vece di quelle
oda, e rimiri cose profittevoli, cd oneste, delle quali se ne i
apprenderà alcuna particella, resterà questa a benefizio dell'educazione,
e i procurerà ancora nel tempo della lacta zione colle buone sue maniere,
di principiare ad affezionarselo. Sem. Che dovrà fare dipoi? Pub. Già
toccherà ad effa slattarlo, e si perderà il sonno più di una notte. Sem,
[ocr errors][ocr errors][ocr errors] liri Sem. Sarà bene, acciocche non
lo perdiamo anche noi, di tenerlo in qualche mezanino lontano dalle nostre
stanze, Mec. Per questa cagione sono andato io più volte in collera co i
miei amici, avendo osservato lontani dal loro appartamento i figliuoli anche
lattanti,per timore, come dicean'o, che non turbarsero il loro riposo, e diceva
loro: pere dete pur tanto tempo, e vegliate tanto per il giuoco, e continue
conversazioni, oh bene non potete vegliare un poco pe’vostri figliuoli? E se
non lo volece perdere voi, cui tanto debbono premere, vi persuadete forse, che
le donne mercenarie di servigio vorranno perdere il fonno? Dormiranno ben bene,
e lasciefanno piangere chi vuole; ma da questo quanti mali ne saranno seguiti
lo faprà meglio il Dottore. Med. lo dalle offervazioni fatte sono arrivato
a conoscere questa verità; che più fortunati siano nel mascere, e nel imorire i
poveri, che i ricchi; perchè quelli dalle proprie Madri sono lattaţi, eand
custoditi diligentemente con amore;docal ve che questi sono consegnati alla
indi screta servitù, e trattati assai diversadai mente in tutto ; e posso
riferire a que fto proposito di averne curati alcuni,che caduti dal
letto, per trascuraggine delle balie, ebbero a perdervi la vita, ed altri, per
il gran pianto fi allentarono, negando cal volta loro il latte le balie,
allorche ne avevano bisogno; e per avere loro ripercosso secretamente il lat.
time, quanti ne sono periti? Giccome ancora quanti ne sono morti af gati per
averli tenuti negligentemente nel proprio letto? avvenimenti tutti, che afa sai
più di rado G odono accaduti tra po veri, quantunque questi siano assai i
più numerosi, che i bene stanti. Della morte dei ricchi non parlo, perchè
ave. rete uoi medesimo osservato questi, be ne spesso, per li soverchi, e
conculcati: rimedj, dati loro, più facilmente, che i poveri perire, et alle
volte in mano de Ciarlatani. Pub, Se voi dunque avercte amore
per [ocr errors][ocr errors] Bb 3 per i vostri figliuoli non
li terrete lontaa ni dalle vostre stanze in ogni tempo per. che tal vicinanza
darà stimolo maggiore alla matrona di avere per loro più attenzione, et all'altre
donne di fare me . glio il loro uffizio. Sem. Riferitemi ora il modo, che
doverà tenere in appresso per conoscere meglio s'ella, operi a suo
dovere? Pub. Già fu discorso, ma non sarà mai a bastanza, di quello, che
dovrå farli intorno ad imbeverarli ben bene del fan. to cimor di Dio, e
crediate pure per cofa certa, che questo è il fondamento principale della buona
educazione; efsendo esso solamente capace di rimuovere tutti i vizj, non
porendo questi far breccia ove si ricrova benradicato: è vero però, che questo
feme santo noni basta piantarlo solamence, na decli col. rivare sempre con
atrenzione, e fervore, acciocche non perisca, essendo che a poco a poco
germoglia ne teneri par. goletti, ed in questo doverete aricor voi invigilarvi.
In seguela poi dovrà, appe 19 and appena che le figliuole
faranno capa. ci, tenerle impiegate ad apprendere qualche lavoro di quei
necessarj a saperG dalle donne, che sono il cucire, far calzerte, cessere, e
filare, e questi disporli secondo l'ctà, e capacità loro: nel medesimo tempo
impareranno a leggere, e di poi a scrivere, e questa sarà l'incumbenza, che
dovrà avere intorno al lavoro, Sem. O ben le donne civili, e nobili
averaono da teffere, e filare che han. no forse da procacciarsi il vitto con
que. fti lavori Mer. Intorno al filare non avete occasione di
risentirvene, perchè è torna, ta l'usanza di farlo; non sò però se per
bizzarria, o per profitto ; averere pur veduto, Sempronio, nelle case civili
conocchie sì ben fatre, che fanno venire la voglia di adoperarle anche a noi
al. tri uomini. Sem. Queste le ho veduce certamente, ma però stare
oziose, onde mi perfyadeva, che fossero state fatte per col locarle
dentro i loro scarabattoli nonri: mirandole punto adoperate. Mer.
Nonaveranno filato in presenza vostra, perchè non avendo voi moglie non era
tempo ancora, the imparaste a filare alla moda. Pub. Le caste donzelle in
questo s'im: piegavano anticamente, e tralasciando di riferire, che lo
facessero Penelope, Lucrezia, et infinite Matrone Romane; Alffeandro Magno fi
vestiva co gli abiti teffuti dalle fue Sorelle, come racconka Curzio; et Augusto
non portò già altri abiti, che quelli, che dalla sua Moglie, Figliuola, e
Nepoti erangli ftati fatti, come riferifce Svetonio: Onde se no li vergognavano
queste di farlo, per qual motivo potranno aftenersene le tanto inferiori ad
effe? Sem. Ma fe non avessero genio di fardo, tanto più non vedendolo
praticarea alle Madri? Pub. Questo genio può farfi venire con riferir loro
qualche bell'esempio, et appunto de racconta uno il Surio nel di fe
fecondo di Maggio, che se coinincies ranno a gustare le cose di Dio sarebbe
assal a propogto: dice dunqu'egli, che andando S. Antonino Arcivescovo di
Firenze, per una contrada di qite!la città vide un buon numero di Angeli,
che formavano come un corpo di guardias e sopra il tetto di una povera
časa; li ven, ne in pensiere di catrarvi, e di riconoscere l'occasionc y per
cui meritava canto favore da Dio; non vi trovò, che und Madre con tre sue
figliuole, le quali filavano per guadagnarsi un poco di pane, e stavano con
gran modestia : vedendo il Santo il bisogno, che avevano, fc loa to una buona
limosina :-Dopo qualche tempo ripassando per la medesima strada vide, che la
stessa casa era ricoperta di piccioli folletti, armati di tutti quei stromenti,
che fogliono portare li dediti alla libertà del mondo : entrò, evide le
medesime, che passavano il tempo a ridere, scherzare', e motteggiare, e fare le
belle: Riferito questo, si poa trebbe soggiungere loro, che se Iddiogradisce
canto il non stare in ozio in quelle, che sono miferabili, quanto più lo
gradirà in effe, che spontaneamente, e fenza bisogno alcuno lo fanno e
credetemi, che non mancano modi per fare applicare le figliuole, effen. do
queste più docili demaschi. Sem. Oltre il lavoro, che averanno da fare di
vantaggio ? Pub. In tutte le cose deve esservi la buona ordinanza, la
quale tutta dcpende dal sapersi ben compartire il tempo, onde queste essendo
pratiche divideráno Je ore def giorno in questa guisa ; la pri. ma della
mattina, dette che saranno le figliuole, e veftite di tutto punto, sarà
impiegata al servigio di Dio con fare orazione, o sentire qualche cosa di
quanto esso vuole da noi; ciò fatto dcefi ristorare colla colazione moderata il
corpo, per poi passare quelle ore deftinate al lavoro; e terminate queste,
conviene di fare alquanto esercitare il corpo in cose non violence, e
permettendolo il tempo, in aria con affatto [ocr errors] rac [ocr
errors].. 395 K tacchiusa. Avvicinandosi poscia l'oras del definare
converrà prendersi il nutrimento a proporzione dell'età, e poi dopo di questo è
neceffario godere alquan. to di riposo, per potere alle ore destitiate tornare
al solito lavoro. Sem. Sino a qual'età possono i maschi ftare sotto la
custodia della matrona? Pub. Fin tanto appunto, che, cono. scendo le
lettere dell'alfabeto, possono consegnarli al Maestro, per tenerli in quelle
ore, che dovrà far egli scuola fotto la sua custodia; ben è vero peròs che non
essendovi l’Ajo,possono ritornare, per quelle ore, destinate al diverti
mento, sotto la cuftodia della medelima $ matroni. Semi. Nascendo tra
fratelli, e sorelle qualche contrasto come doverå regolarli la marrona?
Pub. Sogliono i fanciulli vivaci essere molesti alle forelle, e da ciò ne
nascono bene spesso trà loro reciproche aleercam zioni, mà se la matronal
manterrå fotenuta a segno, che non pregdano les [ocr errors][ocr errors]
confidenza, avendone rimore di essa, difficilmente si avanzeranno a contendere
tra loro, ma caso che la sua efficacia non bastasse,dee di ciò farne
consapevole il Padre, o il Maestro, affinchè pensano a prendervi il più
opportuno rimedio con tenerli separati. Sem. Crescendo le figliuole in età, e
scoprendosi in esse qualche differto donnesco, come li dovrà regolare la matrona
per estirparlo? Pub. Non aspetterà quefta, essendo prudente, che giungano
fimili diffetti a manifestarsi ; perchè come dicemmo procurerà con preventivi
ripari di ab. batterli prima che si manifestino. Sem. Venendo le
figliuole negli anni, ne' quali sogliono alcune cominciare a contristarsi, e
fofpirare, che averà da fam rela matrona? Pub. Le figliuole ben' educate
difficilmente cadono in fimili debolezze; ma quando mai ciò seguisse in alcuna,
alJora si conoscerà il senno, e la prudenza della matrona; posciachè si saprà
inters! [ocr errors] e nare nella sua confidenza per consigliarl a
far cose non disdicevoli alla sua condi* zione,ed a lasciarsi regolare dal suo
amo. roso Padre. 3 Sem. Ma non sarebbe meglio, quando si vedellero
contristate, porle in monastero per compire l'educazione? Pub. Se sarete
sicuro, che colà possano vivere con più ritiratezza, che in casa vostra, ed
abbiano migliori direttrici cui dia l'animo di calinare le loro passioni,
potrebbe farsi; mà se poi vivessero con libertà maggiore, qual vantaggio ne
ricaverebbero ? Sem. Vivono colà tanto ritirate, che la porta di rado si
apre; ne viene permefso l'ingresso libero ad alcuno. Pub. Qucfto non basta
se gli occhi, c le orecchie staranno maggiormente aperte; perche per esse po
lono entrare le cagioni de' sospiri: e poi voi, Sempronio,mostrate di non
fidarvi della voftra matrona, la quale totalmente dipende da voi, enon
diffidate punto di tanţe servenci de’monafterj, sopra le qua; [ocr
errors] di autorità niuna voi avere. Sem. Sarà ben vigilante in questo
chi averà cura dell'Educayde, Pub. Voi y’ingánate$épronio, se crede, te, che
l'altrui vigilanza superi quella de genitori attenti, e capaci : onde mi
perJuado, che nella casa paterna queste ftiano meglio, che altrove, Mec.
Voi dite bene, Publio, che fiee te capace di custodirle come li dee, mà datemi
un Padre, ed una Madre, che ad ogn'altro pensino, che all'educazione delle
figliuole, e tanto maggiormente se non averanno una tale donna capace, e fedele
a ben diriggerle, o saranno prive di Madre, la sola casa pater. na sarà
sufficiente a custodirle? Pub. Credo certamente di no. Mec. Or
dunque, che fi hà da fare in questo caso per non lasciarle a discrezione
dell'infida servitù ? o bisognerà, chę qualche faggia parente la conduca in casa
sua, o porle in monasterio, sotto Ja direzione di saggia Maestra, Pub. Non è
questo il rimedio appro; od [ocr errors][ocr errors] priato al loro male,
che congste in una gran passione, la quale non si: può rimovere da esse senza
cósolarle.Ne certamente si cureranno già di ricevere i queste in casa
loro le saggie parenti: e ricevendole le imprudenti qual vantaggio ne
potreste Iperare ? E ponendole in monaftcro sotto la cura di
faggiaMaestra qual bene potranno ricevere da essa ef$ sendo tra loro
discordanti di genio ? fa rebbe più capace tal una di queste di sedurre
altre compagne,a far che si unifor massero al suo genio, più tosto, che
di u mutarlo; onde nè ad esse, nè al monastero oi tornerebbe conto, che vi
entrassero, 1 Intorno poi al sudetto riincdio ne parleremo a suo luogo, e
tempo, Şem. E quelle figliuole, che non avea se ranno le accennate
paflioni ponno eduei carsi ne monasteri? Pub. Se i loro genitori sarın
capaci, ed attenti, e viveranno all'antica, non fra farà d'uopo cercare altra
casa, che las paterna per educarle, come dicemmo parlando de figliuoli
della Conferenzís [ocr errors] 1, della presente decade ; mà se poi foffe
il contrario,non sarebbe buona per esse, ¢ converrebbe anche fanciulle
racchiuderle in monafterio, affinchè si discostas sero dalrimirare i mali
efsempj domesti ci, specialmente quei, che potrebbero dalle Madri ricevere,
Sem. Vorrei che mi diceste, Mecenate, in che possono difettare le Madri nella
educazione dellc figliuole? Mec, In due cose principali, che sono l'eccessivo
amore che portan loro, e la libertà che vogliono mantenere per fare ancor
esse tutto a lor modo. L'amore non le permetterà di contriftarle, ne
riprenderle, e la libertà, che vogliono godere, le disanimerà a procurare di
farle vivere diversamente da quello ch'esse coftumano, e vi voglio riferire un
caso seguito in mia presenza, Si trovavano in una conversazione alcune
gentildonne in tempo di carnevale, le quali domandavano l'una l'altra quante
volte avevano condotte, le loro figliuole alle commediese per verità non udj
già che alcu na if ve le avesse condotte poche volte; vi fù f,
bensì la più attempata dell'altre, che hin disse in tempo ch'ella era zitella
rare tudi volte G costumava condurvele, e se non # era modeftiffima l'opera,
che si recitava cui non potevano già udirla le zitelle; vi fù chireplicò
ancora che non si poteva oggidi far di meno di non condurle;perchè altrimenti
fi contrifterebbero tanto, che non ci si potrebbe più vivere ; non dico
altro,che vedo il mondo andare da male in peggio come predisse Orazio.
Sem. Oh consideriamo come anderà l'educazione delle cittadine, e dello à plebce
! Mec. Sappiate, che a queste fi è dato da qualche tempo in qua un'ottimo
regolamento, essendosi aperte scuole publiche in ogni Rione, e mantenute
dalla generosità del nostro Prencipe, - ove vengono dirette da Maestre
molto esemplari numerose figliuole,molte delle quali si tratrengono ivi
tutto il giorno; onde non solamente hanno occasione tutte di apprendere il
fanto timor di Сс Dio, Dio, ed il buon costume, ma eziandio
d'approfittarli in molti lavori dooneschi utili, e necessari per la casa,
tenendoli in oltre lontane da quelle occasioni, che potrebbero in esse
introdurre difetti; onde fpererei, che quando questo fanto istituto giuagesse
ad eliere sufficienre anche per le più miserabili, un'infinito bene, e
più universale se ne porelle ricevere Sem. Bramerei ora di sapere quale
sia il tempo più opportuno d'apprendersi de fcienze? Pub. Si parlerà di
questo quando ci rivedremo, [ocr errors][merged small] [ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] 1 Sopra l' età opportuna d'apprendersi le
scienze, cd il modo più façile per accertarsi delle par. ticolari
inclinazioni de' figliuoli, Sempronio, Publio, Mecenate, et Medico,
[ocr errors] Pub. A proporzione delle cose li può chiamare ànima del
mondo; essendo che questa lo mäntic ne, clo fà risplen. dete: sconcerto
grande certamente formano quelle cose, che sono prive di efsa. Se per sua
sventura veniffe genio ad uno, che avesse voçe rauca abituata di fare il
Musico, non doverebbe certamen Сс 2 quali deb
bago Z S Semo 11 [merged small][ocr errors] [ocr
errors][merged small] onde to H fpo. F 2
Dum Sem, A 2 Mec.. ÇON: IOI ani te egli
effettuarlo; perchè non troverebbe, quando anche giugnesse a saper cantare, chi
si prendesse diletto del luo ingrato canto. Converrà dunque in tutte le cose
prendere la sua proporzione giusta, con proccurare attentamente, in fare ciò,
di non ingannarli. Sem. L'erà dunque proporzionatas ne' figliuoli per
apprendere le scienze quale sarà? Pub. Quantunque secondo il loro
spirito, e capacità deel cio regolare. Nulladimeno prima di dodici, o tredici
anni farà difficile, che questa sia proporzionata. E tanto maggiormente, che DEBBONSI
PRIMA APPLICARE AD IMPARARE LA LINGUA LATINA PER MEGLIO INTENDERLE. Sem. HO
SENTITO DIRE DA QUALCUNO CHE LA LINGUA *LATINA* SI PUO IMPARARE COME SI
APPRENDONO GL’ALTRI LINGUAGGI O DELLA MANIERA CHE S’IMPARA LA *LINGUA NATIVA* O
DIPO COL SENTIR PARLARE ALTRI CHE LA POSSEDENO. Pub. Vedete, Sempronio, se voi
bra. mate fare da buon Padre di famiglia, sia. tc * t'e a mico di
fare poche novità nell'edu care, et istruire i vostri figliuoli, e fere
vitevi di questo avvertimento,che i Maa rescalchi, che non inchiodano i
cavalli da essi ferrati, sono quelli, che pongono il chiodo nella guida
vecchia. Anzi che vi dico di vantaggio, che se vi abbaca tefte per vostra
disgrazia in Maestri, che $ volessero sperimentare modi nuovi per
addottrinarli, non vi prevalete di loro; i perchè avendo i vostri figliuoli
perduto ; tempo in mano di questi, converrebbe farli tornare da capo.
Mer. Vi fu a questo proposito un cer. to Maestro di musica, chiamato
Timor teo, che pretendeva doppia mercede et da quei, che avcano imparato
l'arrej 1 senza buoni fondamenti, adducendone op per cagione, che doppia facica
glicon veniva fare; cioè, che disimparasfero essi ciò che avevano
appreso, e poi d’indi fegnare loro le vere regole dell'arte : onde se
dupplicata riuscirà la fatica a Maestri nel caso, che non avessero pre. sa la
strada diritta, il fimile seguirebbe Cc 3 an. [ocr errors][ocr
errors] anche a voi per doverli far dilimparare ciocche malamente
apprefero. Pub. E poi,che cosa averebbero a fa. re i figliuoli allorchè
non hanno ancora la capacità di apprendere le scienze e quando mai ne acquistassero
alcuna parte di esse, seguirebbe ciò per la felicità di memoria; ina non
capirebbero già quello che elli avessero appreso, nè tampoco saprebbero
prevalera di quel documento generale, non ben capito,in molte particolari
contingenze; onde tal'età non sarebbe proporzionata per fare acquisto delle
scienze. Sem. Ma se caluno avesse ingegno, e capacità maggiore degli
altri, perchè non potrebbe questi esserae capace anche nella tenera età?
Pub. Dee benli avvertirsi di vantaggio in questi se convenga allora porli a
fimili laborioli studi ; perchè il buono agricoltore, quancunque abbia un campo
fertilissimo, a suo tempo vi getta il seme, e lo fa riposare ancora, per non
vederlo divenire sterile, e poi chi sà [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] si, che non sia un fiore senza frutto quello, che
comparisce prima del suo tempo 2 e che poi allorche gli altri,erci đuti
di minor ingegno si vedranno cari, chi di frutti, questi non si rimiri
spogliaco di efi? ricordiamoci, che: nil violentum durabile. Met. Aveva
un giovanetto di questi fatto una bella composizione in lode di un gran
Personaggio, e recieztala alla sua presenza con tanto spirito, che ne. i
rimase ogn’uno degl’ascoltanti ammira to; il meno ingegnoso, é fpiritoso,
che vi era tra efli, domandò al suo Maestro, che ivi si trovava presente, sçra
ftaja composta dal detto figliuolo, cui rispoe fe di fi ; e voltatosi
egli a quel Personag gio gli dise : fogliono alcuni avere spirito, c
capacità grande da giovanetti, la quale perdono poi avanzati che sono o
negli anni. Udendo questo il figliuolo 1 rispose prontamente a costui: ma
voi Sigaore, da giovanetto bello spirito, c | capacità che averete ayura
! Rimafer quel Signore in vdir si propra, ed argu Сс 4 ta ta
risposta, la quale fe credere a tutti la composizione essere fata fua. Sem.
Questi ingegni dunque, per quanto ho udito, averanno d'uopo più tosto di
ritegno, che di stimolo. Pub. Voi non dovere dubitare di ciò, vedendolo
praticare giornalınente nella vostra scuola di cavalcare, ove tra i precerci,
che averete avuci, vi sarà questo, di non lasciare la libertà del freno a quei
destrieri, che sono più fpiritoli degli altri. Sem. Come mi dovrò
regolare per conoscere, che sieno i figliuoli proporzionati più ad una, che ad
altre scienze? Pub. Dovrece principalmente fare esplorare il loro genio
ftabile qual Ga, eriflettere,fe corrisponda questo alla loro capacità, e
disposizione naturale. Sem. Come si potrà conoscere, che fia stabile
questo genio? Pub. Ciò di discerne benissimo; pofciache i figliuoli dalla
più tenera età cominciano a mostrare le loro inclinate egli effettuarlo ;
perchè non troverebbe, quando anche giugnesse a saper cantare, chi si prendesse
diletto del luo ingrato canto. Converrà dunque in tutte le cose prendere la sua
proporzione giu. sta, con proccurare attentamente, in fare ciò, di non
ingannarli. Sem. L'erà dunque proporzionatas ne' figliuoli per apprendere
le scienze quale sarà? Pub. Quantunque secondo il loro spirito, e
capacità deel cio regolare ; nulladimeno prima di dodici, o tredici anni farà
difficile, che questa sia proporzionata ; e tanto maggiormente, che debbonsi
prima applicare ad imparare la lingua latina, per meglio intenderle. Sem.
Ho sentito dire da qualcuno, che la lingua latina li potrebbe imparare come Gi
apprendono gli altri linguag. gi, o nella manicra, che s'impara la lingna
nativa, o dipoi col sentir parlares altri che la possiedono. Pub. Vedete,
Sempronio, se voi bra. mate fare da buon Padre di famiglia, sia. tc
* t'e a mico di fare poche novità nell'edu care, et istruire i vostri
figliuoli, e fere vitevi di questo avvertimento,che i Maa rescalchi, che non
inchiodano i cavalli da essi ferrati, sono quelli, che pongono il chiodo
nella guida vecchia. Anzi che vi dico di vantaggio, che se vi abbaca
tefte per vostra disgrazia in Maestri, che $ volessero sperimentare modi nuovi
per addottrinarli, non vi prevalete di loro; i perchè avendo i vostri
figliuoli perduto; tempo in mano di questi, converrebbe farli tornare da capo.
Mer. Vi fu a questo proposito un cer. to Maestro di musica, chiamato
Timor teo, che pretendeva doppia mercede et da quei, che avcano imparato
l'arrej 1 senza buoni fondamenti, adducendone op per cagione, che doppia facica
glicon veniva fare ; cioè, che disimparasfero essi ciò che avevano
appreso, e poi d’indi fegnare loro le vere regole dell'arte : onde se
dupplicata riuscirà la fatica a Maestri nel caso, che non avessero pre. sa la
strada diritta, il fimile seguirebbe Cc 3 an. [ocr errors][ocr
errors] anche a voi per doverli far dilimparare ciocche malamente
apprefero. Pub. E poi, che cosa averebbero a fa. re i figliuoli allorchè
non hanno ancora la capacità di apprendere le scienze e quando mai ne
acquistassero alcuna parte di esse, seguirebbe ciò per la felicità di memoria ;
ina non capirebbero già quello che elli avessero appreso, nè tampoco saprebbero
prevalera di quel documento generale,non ben capito,in molte particolari
contingenze; onde tal'età non sarebbe proporzionata per fare acquisto delle
scienze. Sem. Ma se caluno avesse ingegno, e capacità maggiore degli
altri, perchè non potrebbe questi esserae capace anche nella tenera età ?
Pub. Dee benli avvertirsi di vantag. gio in questi se.convenga allora porli a
fimili laborioli studi ; perchè il buono agricoltore, quancunque abbia un campo
fertilissimo, a suo tempo vi getta il seme, e lo fa riposare ancora, per non
vederlo divenire sterile, e poi chi sà [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] si, che non sia un fiore senza frutto quello, che
comparisce prima del suo tempo 2 e che poi allorche gli altri,erci đuti
di minor ingegno si vedranno cari, chi di frutti, questi non si rimiri
spogliaco di efi? ricordiamoci, che: nil violentum durabile. Met. Aveva
un giovanetto di questi fatto una bella composizione in lode di un gran
Personaggio, e recieztala alla sua presenza con tanto spirito, che ne. i
rimase ogn’uno degl’ascoltanti ammirato; il meno ingegnoso, é fpiritoso, che vi
era tra efli, domandò al suo Maestro, che ivi si trovava presente, sçra
ftaja composta dal detto figliuolo, cui rispoe fe di fi; e voltatosi egli
a quel Personag gio gli dise : fogliono alcuni avere spirito, c capacità
grande da giovanetti, la quale perdono poi avanzati che sono o negli anni.
Udendo questo il figliuolo 1 rispose prontamente a costui: ma voi
Sigaore, da giovanetto bello spirito, c | capacità che averete ayura !
Rimafer quel Signore in vdir si propra, ed argu Сс 4 ta
ta risposta, la quale fe credere a tutti la composizione essere fata fua,
sem. Questi ingegni dunque, per quanto ho udito, averanno d'uopo più tosto di
ritegno, che di stimolo. Pub. Voi non dovere dubitare di ciò, vedendolo
praticare giornalınente nella vostra scuola di cavalcare, ove tra i precerci,
che averete avuci, vi sarà questo, di non lasciare la libertà del freno a quei
destrieri, che sono più fpiritoli degli altri. Sem. Come mi dovrò
regolare per conoscere, che sieno i figliuoli proporzionati più ad una, che ad
altre scienze? Pub. Dovrece principalmente fare esplorare il loro genio
ftabile qual Ga, eriflettere,fe corrisponda questo alla loro capacità, e
disposizione naturale. Sem. Come si potrà conoscere, che fia stabile
questo genio ? Pub. Ciò di discerne benissimo; pofciache i figliuoli
dalla più tenera età cominciano a mostrare le loro inclinapo [ocr errors]
ruti zioni, et in proseguimento di essa li vanno spiegando meglio, et alla fine
avvici. nandosi al tempo di risolversi, la palesano espressamente, ed in questo
caso è veramente stabile, e fissa. Oh quanto die si conobbe
bene fin da suoi teneri anni il genjo di Marco Catone : posciache
quanrunque venisse violentato con fiere minaccie a fare cosa da esso
creduta disdicevole da Quinto Popedio Latino, si mantennc sempre costante
nel suo sentimento; il di cui animo intrepido G. avanzò, crescendo negli anni;
posciache condotto alquanto più grandicello, da Sarpedone fuo
pedante a casa di Silla per visitarlo, e vedendo nel cortile di
decto palazzo la lista de' proscritti, eb. be a dire: è possibile,
che non vi sia chi ammazzi un tiranno sì crudele comes Silla?
domandò egli al suo pedante un coltello, dicendogli, che ad esso farebbe
riuscito facile il poterlo uccidere; perchè fi poneva a sedere accanto a
lui come riferisce Valerio Massimo, Sem. E se nell'ecà genera
avessero mostra, strato qualche inclinazione ad una scien. za, e poi dopo
qualche anno li fossero invogliati di qualche altra, ed alla fine, venuto il
tempo da determinarli, voJeffero apprenderne alera differente da queste, che
doverà farsi? Pub. Questi sono di genio istabile, e non li fiffano mai,
onde a qualunque fcienza si applicheranno, non sarà mai di lor piena
sodisfazione, ed in questo caso consigliatevi con chi ben conosce. rà il loro
talento, come sono i Macítri, e da esli comprenderete in quale fcienza ciascun
di loro potrà riuscire più atto, e fare in modo, che in quella fi
applichi. Sem. Ma fe moftraffero non avervi geni? Pub. Questo si fa
venire con far suggerire loro, che quella scienza, la qua. Je si crede
proporzionata alla loro abilità, sia la più bella, la più nobile, la più utile,
c la più dilettevole, che li accomoderanno senza indugio a volerla
apprendere. Sem. [merged small][ocr errors][merged small] Sem.
Sarebbe necessario, che m'in formaste ancora sopra la facilirà, che uno possa
avere in apprendere più una scienza, che un'altra Pub. Se voi scorgerece
un figliuolo serio, e prudente, per quel che potrà portare la sua età, divota,
e che inclis ni all'ecclesiastico, questi pare nato per istudiare Teologia, Se
serio parimente, e prudente, volonteroso di studiare, s che tal volta nelle
picciole altercazioni nare tra fratelli effo fi frapponga, e mostri voler
giudicare, chi di loro abbia corto, o ragione, a questi fate pur studiare
Legge, che diverrà un'altro Bartolo. Se poi obiecterà, sarà riflessivo, tirerà
frequenti conseguenze, questi averà cutti'li buoni requisiti per divenire
un'eccellence filosofo . Se lo vedrere ingegnoso in adattare, e difporre i suoi
giocarelli puerili, prendere misure di alcune cose, il suo genio lo porterà ad
apprendere le Marcematiche ; conforme seguì in Protagora, ed in Biagio Pa.
fcali:c fs lo mirerete sonrinyamente ap [ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] applicato a disegnare, o rimirar picture, la sua
inclinazione naturale lo porterà a fare il Pittore : finalmente se lo vedrete
afliduo nel tempo, che qualcuno sia malato in casa, e desideroso d'allistergli,
c stare con attenzione ad ascoltare ciò, che dirà il Medico, il genio, e
l'abilicà lo portano a studiare Medicina. Sem. Se sarà nobile però come
potrà effere Medico, non costumandoli das pertutto che questi esercitino cale
pro feffionc Pub. Dunque sarebbe affai fortunato uno de’vostri figliuoli;
se fosse Medico; perchè essendo singolare, che stimas grande averebbe egli, e
che belli acquisti apporterebbe a casa vostra? Sem. E se tal uno
morteggiaffe, che odoraffero questi alquanto di cattivo? Pub. E voi fate,
ciò che fè Vefpafiano a Tito, allorchè riseppe, che aveva ciò motreggiato,
quando pofe la gabella fopra l'orina, cioè di fargli odorare i danari, che da
detta imporzione furono esatti, e trovò il buon figliuolo, che [ocr
errors] [ocr errors][ocr errors] il modo di medicar cavalli, alcuni nou 3
che non avevano alcun cattivo odore, Dita ed il (mile seguirebbe anche in
questi. Mec. Vorrei sapere da voi, Sempro>nio, se vi sia stato alcun
nobile, che abbia imparato a medicare cavalli? Sem. Che voi non lo
fipete! essendo. !ci quel vostro amico, che non solamen te lo sà fare, mà
anco l'esercita, peel rò nobılmente. Mec. Oh Dio buono,per medicare le
bestie s’ha da impiegare senza alcun moc teggiamento un nobile ! e per
curare un -2.14 uoino tanto più nobile di esse hà d'ave. mai retinore di essere
motteggiato! più no bile dunque farà creduto da questi of l'esercizio del
Manescalco, che quello del Medico, giacchè quello è esercitato da nobili,
e questo da essi viene abbor. rito? Pub. Hanno dato alla luce libri,sopra
bili, tra quali vi è Pasquale Caraccioli Cavaliero Napolitano, e Marino Gir,
zoni Senatore Veneto; laonde potrebbero meglio impiegarsi i nobili nello
elpi scrivere di medicina, per imitarc Corne. lio Celso nobile Romano.
Med. Vi è stato anche a giorni nostri Roberto Boile nobile, e ricco Inglese, il
quale non hà risparmiato, ne spefa, ne fatica per accrescere la filosofia
fperimentale; e quanto di bene egli abbia fatto, le sue opere lo mostrano,
avendolo queste renduto glorioso a’posteri. Mec. In questo particolare
bisogna, che io parli contro di noi medesimi : per ispregare le nostre
ricchezze in lussi, lo facciamo prontamente; per impiegarle poi a beneficio
della viriù, non ci sappiamo indurre, perchè pajono ad alcu. ni spregate,
quantunque realmente non fiano. Mà torniamo al nostro assunto. Sem. Vorrei
sapere dal Dottore, da che proceda la varietà dei genj. Med. Questo
secondo il mio debole fentimento credo, che da temperamenti poffa in gran parte
derivare, perchè colui, ch'è malinconico averà genio as cose serie, il bilioso
ad altre più risoluto, il demmático gradirà la quiete, ed 1 [ocr
errors][ocr errors] il sanguigno amerà la varietà delle cose, e poi
rifletto, che l'arie ancora, ove alcuni nascono, ponno contribuire molto
alla determinazione de genj, essendoche vi sono alcuni luoghi,ove quasi
tutti attendono ad un solo metiero, ed in un tal clima li osservano
genj affai differen, ti dall'altro; ben è vero però, che alle volte
ancora le altrui fortune fanno venire il genio più ad una cofa, che ad
un'altra per esempio l'essere un semplice Soldato divenuto Generale, ha
fatto venire il genio a più d'uno di seguitare la guerra : l'avere
lasciato un Medico ricchezze considerabili, ha dato motivo a molti di
applicare alla Medicina ed il fimil è accaduto nell'altre
professioni. Leggo però che nella Cina, cd in alcuni altri dominj fuori
dell'Europa quefi genj sono già fissati, non essendo permesso ad
alcuno il fare differente mestiero da quello di suo Padre., e perciò
colà igenj sono stabili non potendoli yariarere a suo
modo. Sem. E se quedo genio, che taluna do [ocr errors]
de'figliuoli hà, non corrispondeffe alla sua capacità, che doverà farsi?
Pub. Questo suole per lo più corrifpondere, quando nasca spontaneamente, e aon
da impegno; perchè ci potrebb' essere taluno, che avendo genio il suo compagno
di applicare, per esempio alla legge, e questa quantunque non geniale
nulladimeno per non discoftarli da esso, volesse anch'egli ftudiarla, ed in
questo caso, vedendo voi, che non avesse quell'abilità, che tale profes. fione
richiede, potreste farlo allontanare dal detto suo amico per qualche tempo,
senza che penetrasse il perchè, e così il genio, che nasce dall'impegno,fi
muterà facilmente, quando non vi concorra anche il proprio. Sem. Come mi
potrò allicurare, che fia proporzionato il genio, e l'abilità alla scienza, la
quale bramano di acquiItare? Pub. Niuna cosa vel potrà far meglio
conoscere, che lo profitio, che faranno ja quclle, perché è impossibile
che con [ocr errors][ocr errors] di concorrendovi l' abilità, ed il
genio, questo non si faccia anche da principio, ed accertato, che
voi sarete di ciò vivea te pur quieto di mente, che ci è la sua of
proporzione. Sem. E se non ci sarà detto profitto, G doveranno levare da
questa per porli ad apprendere alcra scienza? Pub. Conviene maturare bene
fimile si risoluzione, per conoscere meglio don de proceda il non farsi
profitto, poten. do ciò nascere da due cagioni, cioè,o da fimulata
inclinazione, o da inabilirà : se provenissc dalla prima potrete fare da
qualche loro confidente scoprire i qual fia la loro propria inclinazione,
; dove il genio li porti, e prima di perdere maggior tempo ponereli in
quellas ad essi geniale ; se poi nascerà dalla inabilità, ovunque li porrete,
questa farà sempre impedimento al conseguimento di essa. Sem. E se procedesse
dall'essersipenriti, ritrovandola più difficile di quello, che se l'erano
figurata ? Dd
Pub. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] Pub. Questi cenereli per istabili, poltroni, che poco di
buono ne potrete tiçayare; perchè ovunque gli applicherere, sempre faranno il
medesimo, non avendo fermezza, ge sofferenza per la fatica, Sogliono però alle
volte alcuoi di questi rimetçerli nella buona strada, quando ciò venisse da una
certa pufillanimità di cuore, onde farà bene di ajugarli da principio con buoni
repetitori, mediante i quali animandosi, prosegui. ffono poi con profitto,
Sem. E se non ayeffe taluno genio a fofa alcuna, come mi doyero regolare
Pub. Vi potrete con questi regolare a yostro modo, ogni qual volca či liau
Pabilità, e l'ingegno ; perchè sogliono alcuni per modestia in tutço, e per
tut: to forromergersi al volere paternoję queIti riescono per lo più virtuofi,
ogni qual voltą abbia l'ayerţenza di farli applicare a quella scienza, che Gia
proporzionata al loro talento, come già di. femmo Sem. Stimate bene che nel
tempo,i che applicano alle scienze si possano, pare per loro divertimento, far
applicare al plin suonogal canto, o ad altri civili diverčia 0,1 mçnti? open
Pub, Şe li yoletę far divertire day quells, fateli applicare anche a questi, A
Colui, che applica, e li approfita in cose ferie, non bisogna distrarlo
con çosę amene, perchè le prendeffe cal vol. i ha genio grande a queste
come ande, rebbero, Sempronio mio, le serie an zi che, se ne
moftrassero efli genio,dove. a fe da questo diftorli, con dire loro, che
approfittati, che saranno nelle scienze, yoi medelimo volere, che si divețiano
o in quelle, ed in turti gli alțri civili orna mengi . In un caso
solamente fi potrebbe ciò permettere, cioè quando il figliuolo fosse di
temperamento molto malin. conico, e çetro per solleyargli l'animo
contriftato, Sem. E se la foyerchia applicazione allo {tudio danneggiasse
la salute, che converrà farsi, Dottore? Med. Primieramente procurerere, DI?
che [ocr errors][ocr errors] illbuono per evitare i nocu. che si
moderi ciocche sarà eccessivo; perchè quello che non fi può apprendere ia un
giorno, fi apprenderà nell'altro, e fe voi vedrete, che ciò non basti, levateli
affatto dallo studio ; perchè è me. glio il figliuolo fano, quantunque fias
ignorance, che dotto divenuto inabile a godere il frutto delle sue faciche: e
non vi fate dare ad intendere da parabolani, che a forza di rimedi possa
superarsi tal incomodo, perchè in tal caso averà due nemici, che lo
perseguiteranno; cioè l'applicazione soverchia, ed il rimedio da taluno
credulo, o malizio. menti di effa, quando lo specifico rimedio consiste nella
totale rimozione dall'applicazione: Sem. Approfftrati che saranno i
figliuoli, che dovrà fare il buon Padre di famiglia per provederli
bene? Pub. Ci penseremo trattanto, e la di. scorreremo in
appreffo. CONFERENZA sopra gl' impieghi, che dovranno darsi da faggi Padri
a' figliuoli ben’educati,, e dotti. Pub. o sviscerato ainore de
Padri verso i figliuoli, li fa bene spesso cadere in molti eccelli, e
partis colarmente allorche questi nascono ; pofciache fino da quel punto
di figurano alcuni di efi, e senza alcun fondamento, di far loro ottenere
grandezze, et onori confiderabili, e per ciò allora dispongono d'indirizare il
primo per l’Ecclesiastico, a fin che giunga a sublimi posti; di acca fare il
fe con el Dd 3 [ocr errors] condo, e fargli ottenere
una groni lima dote : d'incamminare il terzo per un generalato di esercito: ed
al quarto ; c quinto di dat per moglie figliuole ereditieres e ricche,
acciocche poffano passare la quelle famiglic ad ereditarne archie il cognome. Se
tali chimere, senza verun fondamento ideates riuscisfero, oh chie bella cosa
che sarebbe! l'averebbero con quefti modi certamen. té accomodati tutti affai
bene: mà benedetta sia quella volta, che pur una di queste si verifichi in
tutto ; posciachè al destinato per l'ecclefiaftico viene genio di prender
moglie; a quello per la moglie di farsi ccclefiaftico, o religioso; all'altro
per condurre eserciti d'imparate a guidar bene un biroccio ; o muta i fei; ed
agli altri destinati, pet rostegno di famiglie altrui, di rovidare, per quanto
poisono s la propria, con giuochi, é bagordi ; a quali si darino in preda : e
sapete ciò da che nasce dal non avere i Padri appreso bene da Salomone. quello
che debbatio fare, qual'è? Cor. bos st bominis difponii viam fuam,
fed Domini eft. n diriģere grefus fuos; onde per voler fare to tutto da se
medesimi, perciò non poffo. ! nio avere buon fine i loro disegni . of Mec.
Questo l'ho confiderato anche dio più volte, in occasione, che seativa I dire a
Padti: questo l'ho già destinato i per la tal via ; e quello per quell'altra s
# conforme ch'elli fossero stati arbitri del la Providenza Divina, che
regge turto, a difpofitoti assoluti delle inclinazioni de figliuoli ; é
volendo ammonire sopra di ciò talun di quefti, mitróncava il dia scorso con
dire che già poneva da para te gli assegnamenti necessari, e che pensava ancora
alle fpefe straordinarie ; per i quando avessero conseguito quelle caris
che; che bramavano di fare orretiere 2 figliuoli; ed era quelto trent'aniti
primas che le potessero conseguirt, onde mi sembra vano le loro menti teatri di
commedie, ove fiori personaggi paffeggiano. Sem. Non ci averanno dunque das
penfare, i Padri allorche nascono i Ai gliuoli di far conseguire loro vantaggi?
DI 4Pub. Non hanno allora da pensare a questo, mà bensì di proccurare, che
divengano abili a conseguire quella buona sorte, che Iddio 'averà preparata a meri.
tevoli: e perciò fantamente un saggio Padre aveva in una tela fatti dipingere i
suoi figliuoli colla sola camicia, e con questa iscrizione. Tocca a Dio
lo stabilire In che guifa han da vestire . Volendo significare, che a lui
non toccava fare altro, se non ricoprirli colla camicia, affinchè non
comparisfero affatto nudi ; nel riinanentę poi si uniformavi colla volontà di
Dio, acciocche li avesse rivestiti a suo modo, e che questa prima copertura non
consisteva in altro, che nella buona educazione, alla quale dovea cffo pensare;
onde non prima, che fiano educati, ed istruiti questi nelle virtù,possono i
Padri comprendere, che voglia Iddio disporre di eli. Sem. Qual di questi
il Signore Iddio averà disposto per acca farsi? E sem. Quello, che conoscerece
più (e frio, sano, e sensato, e che averà inclina. kizione a questo,
perchè avere pur udito bu qual capacità, e segno ci vuole per prenaf dere
moglie? Sem. Se il primo genito, al quale si suol dar moglie, non avesse
tutte queste condizioni, e foffe volonteroso d'accasarsi, che si averà da
fare? Pub. Se gli mancaffe la sanità, o faviezza sarebbe segno, che Iddio
non vo. lesse; e voi potreste sostituire ad esso chi fosse più capace..
Sem. É se ci fosse il maggiorasco, che ma potrò far io venendo egli chiamato
as [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] Pub. Farete dal canto
vostro tutto quello, che potrete; perchè non manca. no, ripieghi in simili
contigenze, per farlo rinunziare a questo, con serbarli un buon assegnamento;
mà se poi non vi riufciffe converrà averci pazienza; perchà vostra non è la
colpa, mà di chi lo chiamò a questo, che non pensò a tanto. Sem. E per
l'ecclesiastico, chi dielli a doverà incaminare, Pub, [ocr errors]
Pub. Il più docilc, dotto, e divoto. Sem. E se non avess' egli tal
genio? Pub. Sarebbe segno che Iddio non lo volesse per questa via,
e voi sostituitene un altro ad effo, che l'abbia, quartunque foffe men dotto; o
pute incominciatead istradarlo per questa via alla lon. tana, che può essere's
che tal genio gli venga. Sem. É quale sarebbe questa via Pub.
Quella della Avvocatura, se fará inclinato alle materie legali; mà non to fare
Avvocato di dome, perchè cið (crvirebbe a nulla. Sem. Come mi dovrà
regolare in far questo? Pub. D'incaminarlo per la medesima via, che
calcarono quelli che sono riufciti eccellenti in tale professione; i quali
ne'primi anni cominciarono a rivolta. fé protocolli negli offizj de
Notari. Sem. Mà una persona nobile non potrà far questo. Püb. E
percið non potranno forfe giugnere ancora alla perfezione di quellig che lo
fecero: More [ocr errors][ocr errors] Med. Vannio pure alla guerra
ventu. fieri moltissimi nobili con pericolo giornalmente di morte, e cominciano
meri fanci di volontà; perchè dunques non possono fare ancor questo, nel quale
non li incontra un fimile pericolo, ed il fine ancora, è retrissimo, onoratiffimos
crfendo diretto all'atimigistrazione della giustizia? sem. E dipoi che
dovranno fare Pubs Prendere pratica delle cause appreffo i migliori
Curiali, ed esercitari in questa, passare a prenderla dagli Avvo. cati con
iftare sotto la loro dettatvra, se forà bisogno: e finalmeiite im poffeffati,
che saranno in detta pratica ascoltare attentamente per qualche tempo i Giudici
de primi tribunali; ed allor si, che po. tranno porsi a fare gli Avvocati, tros
Vandofi colmi di doctrina, e di sperienza. Sem. Esercitato che averanno
l'Avvocatura che faranno? Pub. Avendo acquistata perizia maga giore in
tal ministerio, c per averlo lom de. [ocr errors] deyolmente
qualche tempo esercitato, potranno per giustizia, non già per grazia pretendere
i migliori posti della Republica, e di grado in grado avanzandosi, potranno
conseguire ciò, che bra. mano: Sem. E’lsudetto genio come verrà ?
Pub. Chi averà amministrato con rettitudine la giustizia, sarà senza dubio
rimunerato da Dio; se lo fè a Salomone per avere solamente mostrato desiderio
di esser giusto, fupplicandolo di ciò, come fi legge al 3. dei Rè: Quia
poftulafti ver. bum hoc, bu non petiffi tibi dies multos; nec divitias &c.
ecce feci tibi fecundum Sermones tuos &c. fed, hæc que non poftulasti, dedi
tibi : divitias fcilicet, do gloriam; ed udite ciocche dice per bocca d'Isaia
al 51. Facite justitiam &c. ed ins appreffo: Beatus vir, qui facit hoc; e
nel libro della sapienza al primo : diligite ju, ftitiam, qui judicatis terram
; come volete dunque che, a questi non dia las vocazione ancora di servirlo;
cffendogli sì grata la sua servitù.Sem. Se taluno di eisi volesse farsi re,
ligioso, che dovrò fare? Pub. Non altro ch'esplorare se fia vera
vocazione, o soggestiones perchè se farà vera vocazioneld, dioè, che lo chiama;
onde a questa non dovete opporvi s perchè si sono veduti gastighi assai
evidenti fulminati contro chi si è opposto al Divino Volcre, : Sem. Come mi
porrò accertare di questa vera vocazione? Pub. Dovete alla prima mostrare
res nitenza in dargli permissione, che lo faca cia : conducerelo continuamente
con esso voi, ed informarelo sinceramente di tutte le difficoltà, che potrebbe
in. contrare nella vita religiosa; come anco delle astinenze, ad altre
penitenze, che tra effi fi costumano, con doverfi privare della propria
volontà, allorchè sarà religioso; e se si manterrà sempre saldo, é costante nel
suo proposito, crem dete per certo, che farà vera vocazione. Sem. Mà non
sarebbe bene, che lo condücelli alle conversazioni, alle comig me
medic, ed ai passeggi per divertirlo me, glio, caso che lo vedcili
malinconico? Pub. Questo poi non dovretç fare; perchè allor îi che
perderebbe quanto di buono egli acquisto nell'educazione; e non facendoli poi
Religioso vi farebbe fofpirare, per averlo voi con defii mo: di improprj
sedotto, E non crediatę gia che facendosi Religioso, per vera vocazione,egli
viverà infelice, anzi che sarà il più contento, e felice degli altri, per, che
godono questi, quando non abbia. no ambizione, ed altri attacchi mog, dagi,
sommą tranquillità d'animo, Sem, Sicchè dunquc sarebbe bene, che facefî
venirç a qualcun aloro ancosa la yolontà di farsi religioso, giacchè elli
vivono così feļici, e particolarmense a quelli, che fossero incapaci di alcu,
no impiego della Republica. Pub. Ayversite, Sempronio, di non far questo,
con modi suggestivi, per fini mondani; come sarebbero, per far di, venire gli
altri fratelli,che sono al secolo più facologi mediapre l'augumento delo
la la sua parte șinunziara, o perchè non saperç a che impiegarlo, mentre
questo non piacerà a Dio, onde contentatevi di dare solamente a Dio quelli,
ch'esso yuole, e non quelli che non fanno per voi, come sogliono pure troppo
effettuar re alcuni, che sc hạnno raluno de figliuo, li difertosi, o di poco
fennolo consacra no a Dio, essendo questo il sacrificio apo punto di Çaigo, che
gli daya le vittiine più magre, e tanto maggiormențe chę essendo questi turti
suoi operarj? come volere, che poslano fervirlo bene, se non avranno capacità
sufficiențe di farlo? Mec, Sarebbero dunque, come quelle vittime, che si
offerivano agl'Idoli di Moloc, ed a quello di Sapurno dai Gentili, che morivano
nelle loro braccia jufocate senza esser capaci di alçro, che di
piançi. Sem. Se paluno et volçís'elimçre da qualunque impiego per starsene
senza pensare a cosa alcuna,che averò da fare? Pub. Coltui bramerebbe
darG all'ozio, e non è volontà di Dio, che stia l'uo l' uomo ozioso
leggendosi nella Geneli al 2. Pofuit eum in paradiso voluptatis, ut operaretur,
e se in luogo di delizie non volle, che stesse ozioso l'uomo, come lo
permetterà nel mondo? quando allorchè ye lo pose gli disse: In Judore vultus
fui vefceris pane tuo, donec rever. teris in terram ; quale poi fa il danno,
che apporta l'ozio uditelo dall'Ecclefiastico al 33. Multam malitiam docuit
otio. fisas; e maggiormente questo può nuocere a chi hà beni di fortuna',
perchè essendo l'ozio il padre di tutti i vizj, che ne seguirebbe da questo?
Allorsi che la buona educazione gli gioverebbe poco; onde per ovviare a ciò
potreste farli suggerire, se bramasse entrare in corte ove fi sta per lo più a
sedere, gon si fatica, ne fi applica a cose di rilievo, discor, rendosi bensì
delle novelle della città, e del mondo,e li fà una vita neghittosa,la quale
farà facilmente confacevole al suo genio, e perciò, che la provasse un poco:
caso poi, che ricusasse questa ancora, allora vedete a chc aveffe genio, e
la. [ocr errors][ocr errors] sciateglielo fare, perchè sempre sarà
meglio, che faccia qualche cosa', che stia coralmente in ozio ; e tra
gl'impieghi onorevoli ci sono la pittura, nella quale alcuni malinconici i sono
con genio esercitati: il lavoro alcorno: il dar las vernice indiana, ed altre
cose simili, confacevoli a chi non voglia intraprendere affari di suggezione,
ed udite ciocchè consigliava ancora San Girolamo Epist. ad Ruftic. Vel fifcellam
texe junco, vel canistrum piecte viminibus; più costo che ftare ozioso.
Sem. E se tal uno di essi volesse applicare a far negozj di cambi, e ricambi,
edsagl’affitci'de dazj, averò da permetterglielo? Pub. Ci penserei prima
d'accordarglielo; non solamente perchè nostro Signore Gesù Cristo levò S.
Matteo da far simili esercizj, mà ancora, perchè questi impieghi, che mediante
un fallimento, o altri accidenti del mondo ponno scomodare di molto, non sono
negozj licuri, anzi azzardolidimi in chihà da perdere molto del suo ; che
questo lo faccia chi poco può discapitare di proprio gl’è
tollerabile. Sem. Avendo taluno genio alla caval. lerizza, e li dilettasse
di mantenere più cavalli di quelli, che Geno necessarj, averò da
collerarglielo? Pub. Essendo tal genio diretto alle bestie, quando fi
eccedesse nel numero, o nell'amore verso di effe, non sarebbe tollerabile:nel
numero, perchè al parere del Petrarca: in Dial. de equo; Quot equorum mores
totidem equitum pericula; e nell' amore, perchè gl'uomini quantūque grádi, che
vi cadettero, furono di ciò biasi. mati; tra’quali Alessandro, Augusto, ed
altri. Quindi è, che faggiamente dispone il Deutero. Rex non multiplicabit fin
bi equos; or dunque come potrà ciò permcttersegli, essendo anche
dispendioso? Sem. Vado or riflettendo come G rę. goleranno quei figliuoli
educati benc da Maestri,criusciti eccellenti nelle scienze, se non averanno i
Padri attcari, e capaci di dar loro direzioni buone in [ocr errors]
j tempo, che debbono prendere stato: © che faranno ancora quci nati da
Padri poco nobili, e meno ricchi,effendo d'uopo riflettere a tante cose per
accomodarli bene? Pab, La gran providenza di Dio supa plisce a questo;
effendoche : bong menfi fuccurrit Deus,Allorchè questi faranno divenuti capaci,cd
abili, da loro medesimi comprenderanno qual ha il volere Divino, ed avanzandosi
colla loro prudenza giugneranno felicemcate fin dove Iddio averà disposto, che
arrivino. Sem. Io sono rimasto sorpreso allo volte nel vedere cerți mal
educati, e poco dotti, ed anco per vie indirctte, giu. gnere a gran posti; ed
altri, alle volte quanrunque di vita esemplarc, meritevoli, e capaci, rimanere
indietro, Pub. Questo ancora è un arcano della Providenza Divina;
posciachc essas I tollererà, che caļuno s'avanzi per queste ich vie; mà che?
vedendosi questi nell'au, ge delle loro fortunc cadere a terra, çi i fa
credere, che senza il Divino ajuto for [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors] formino la statua di Nabucdonosor, 12 quale mediante un
picciolo falsolino s' atterra, come appunto provò Sejano. I E quelli poi, che
rimirate non avanzarsi, avendo merito, Iddio conosce, che quel posto,che voi
credere, che compete. rebbe loro, e non lo conseguiscono, non fàrà per
loro,effendoche, oc'incontrerebbero delle disgrazie, o pur sarebbe dannoso alla
loro eterna salute, e di quefta verità non dubiterere punto ; perchè alle
volte: honores mutani mores, ondes chi sà, che in questi non seguisse cosi? se
volete udire altre ragioni sopra di ciò leggete Seneca che tratta diffusamcnte
di questo nel libro:quare bonis viris mala accidant cum fit Providentia.
Sem. E che dice di più di questo? Pub. Tra le altre cose urili dice la
Providenza Divina a coloro, che di ciò si prendono rammarico al cap. 6. Quid
habetis quod de me queri pofitis vos, quibus recta placuerunt? Aliis bona falsa
circum. dedi, animos inanes velut longo, falla. rique fomnio luff, Auro illos,
argento, ebo [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] ebore
ornavi: intus boni nibil eft. Ifti quos profęlicibus aspicitis fi non quâ
occurrunt, sed quâ latent videritis, miferi sunt, fordidi, turpes ad
fimilitudinem parietum fuorum extrinfecus culti. Non eft ifta folida, sincera
folicitas: crufta eft, quidem tenuis. It aque dum illis licet ftare, co
ad arbitrium suum oftendi, nitent, da imponunt cum aliquid incidit, quod
difurbet; ac detegat, tunc apparet quantum alta, ac veræ feditatis alienus
Splendor absconderit. Vobis dedi bona certa, manfura quanto magis versaveritis,
et undique inspexeritis, meliora, majoraque permisi vobis, metuenda contemnere,
cupienda fastidire. Non fulgetis extrinfecus: bona veftra introrsum obverfa
sunt. Non egere feu licitate fęlicitas veftra eft. Ferte fortiter,
bc. Sem. Sin ora abbiamo discorso intorno al modo da provederli senza
soccorrerli di proprio, vorrei, che ora m’ istruiste come mi doverò regolare
con efli loro nel sovvenirli, vivendo io, e dopo la mia morte? Pub,
[merged small][ocr errors] Ec 3 Pub. Questo è un prudente quesito, e
dev'esaminarsi seriamente, dependendo da questo il mantenimento ancora della
buona educazione acquistata ; posciache bene spesso conforme diffe Tacito:
felicitate corrumpimur. Sem. Come dunque mi dovrò regola. re
coll'ammogliato? perchè non vorrei pensare al suo mantenimento, fentendo
giornalmente molci dolersi de loro Padri, che non li provedono in tempo
opporcuno di quanto fa loro bisogno; oltre di che sò ancora, che così pensa mio
Padre trattarmi. Pub. Voi dovrete affegnargli unas convenevole, c
fufficient entrata, che pofsa baftare per il suo mantenimento; con questa
considerazione di vantaggio di accrescerla, secondo che anderà mul. riplicando
la famiglia. Sem. Mà non averà d'avere qualche cosa di vantaggio del
bisognevole? Pub. Qualche cosarella credo anch’io di fi, perchè accadono
alle volte certe spefarelle impensace, alle quali nonfi farà dato il suo
equivalente assegnamento; mà per altro non debbono i buoni Padri di famiglia
essere molto generoli co'suoi figliuoli ammogliati. Sem. E per qual cagione? Pub.
Perchè dagli affegnamenti soprabbondanti ne nascono il lusso, las crapola, e
cento altri vizj. Sem. Mà se farà ben’educato non caderà in questi
trascorsi. Pub. L'essere ben’educato opererà, che questi non si dolga del
conveniente, e giusto assegnamento fattogli da suo Padre ; mà per altro fate,
ch'egli si ritrovi denaroso, troverà ben più d'uno, che gli li porrà d'intorno
per farglielo spendere in cose voluttuose, onde toglieregli affatto l'occasione
di far questo, che vivererc voi più quieto, ed egli più fano Sem. Si
dovrà quest'ingerire nell'amministrazione dell'azienda? Pub. Anzi sarà
necessario, che lo facciate istruire in tutte le cose, dovendo egli, non
solamente dopo la vostra mor [merged small][merged small][ocr errors] te
reggere la casa, mà eziandio se mai per disgrazia voi v'inabilitaste; o pure
per la soverchia età volerte attendere alla quiere. Señ. Ed agl'altri
figliuoli dovrà farsi assegnamento per farli vivere da se? Pub. Questo
nò: li doverece bensì voi provedere di quanto farà loro'bisogno, al più, che vi
potreste stendere; sarebbe d'assegnare loro un tanto per vestirsi, con qualche
cosarella di più, mà non già con prodiga mano; perchè l'abbondanza del danaro è
la rovina dei giovani, anco ben educati, e credetemi, ch' io sò qualche cosa in
questo particolare, e Mecenate ne sarà talvolta informato più di me. Mec.
Voi dire la verità, poichè se un figliuolo di famiglia maneggierà danaro, sarà
corteggiato da più d'uno, e tentato da questi a prendersi divertimenti d'ogni
genere, dove che se non averà, questi Teduttori faranno come le formiche, che
non li accofano ove gon è grano; come dice Ovidio. Hora [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Horrea formicæ tendunt ad inania nunquam
Nullus ad amisas currit amicus opes. Sem. Guadagnando taluno di questi, dovrò
continuare a fare con effo lui quello, che fo con gl' altri? Pub. In
questo caso voi potreste fargli da economo, affinchè non ispregasse, con
rinvestire in faccia sua i suoi guadagni, per animarlo ad accrescerli; ed
infieme, per eccitare gli altri fratelli ad imitarlo; e continuerete voi a
mantenerlo, essendo la casa non bisognofa ; mà se non bastassero l'entrate al
comune mantenimento, il figliuolo bene educato spontaneamente vi soccorerà col
proprio guadagno; non potendol prevalere del consiglio di Solone, come
riferisce Plutarco: che solamente i figliuoli, abbandonati da loro Padri, non
fossero tenuti, allorche questi avessero avuto bisogno di esser soccorsi da
figliuo, li, efli didarglielo. Sem. E se uno de miei figliuoli foffo;
destinato a qualche giverno, o 'alera [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small] ca. [ocr errors] carica dispendiosa, per
servigio del Prencipe? Pub. In questo caso,Sempronio, con. verrà,che voi
facciate tutti li sforzi por. fibili in soccorrerlo, anche oltre il
bisognevole:e per queste cótingenze debbo. no i buoni Padri avere cumulato
danaro per prevalersene, e non bastando, pofsono anche fare debito; perchè
questo si chiama rinvestimento, che a suo tempo, oltre il decoro, recherà anco
utile alla casa. Sem. Vediamo ora come dovrò lasciarli dopo la mia morte,
ed in primo luogo come averò da contenermi coll' ammogliato; se lasciarlo
padrone libero, o usufruttuario con fare la primoge, nitura? Pub.
Lasciandolo voi, che sia arrivaco in età affodata, e senza vizj, attento alla
casa, e versato nel maneggio di effa, potreste anche fare di meno di legarlo
con fidecommisso; con tutto ciò, perchè non potrete sapere i naturali de'
figliuoli, che da esso nasceranno, e se [ocr errors] e se sarà in
tempo, per qualche accidca: te di poterlo far esto, non sarebbe male
d'istituirlo, con lasciare ad esso qualche porzione libera, per fargli
conoscere, che non diffidate della sua bontà, ed at. tenzione in moltiplicare
la roba. Sem. Ed agl’altri, che dovrò lasciare Pub. Un Ogorevole
mantenimento per potere decentemente vivere fecon. do la loro condizione, ed a
colui, che foffe capace di avanzarsi nelle cariche, qualche cosa libera per
poterlenc prea valere ne'suoi urgenti bisogni, quando le averà ottenure ; må
dite che farefta di vantaggio voi, Mecenate ? Mes. Avendo veduto, che
alcuni apa pena eftinti i genitori, quantunque fora to la loro dirczione
foffero ftati mode tariflimi in tutto, pull adimeno pelle o pompe
funebri, clutto incominciarona di a slargarli in modo, che non mostravano o
essere più quci di prima, cosi ben disci· plinati nella parhimonia; questo dico
mi o farebbe, avendoqualche rimedio, acciocche non foffe in tutta libertà loro
di manifestare quel ge nio ch'era quando vivevano i padri fie mulaco,a fine di
precluder loro affatto la via di darsi all'eccessivo lusso. Pub, Sapete
pure quanto sia difficile il volere regolare le cose canto al minuto dopo
morte? e quante disposizioni si fanno, che non fi osservano dagli eredi? or
come potrete far mai, ch'elli allora fieno buoni economi di quello, che non è
più vostro? Mec. Tutto va bene, mà però certe cose possono farfi eseguire
anche dopo morte, perchè li dispongono in vita, ed allor'appunto, che sono
proprie; onde perchè non le potrei conseguire difponendo, che si dovesse
ogn'anno rinvestire una parte dell'entrate, la quale io credelli soprabbondante
al loro decente sostentamento? Pab. E che pretenderefte farne di tal
vincolato investimento? Med. Vorrei che dovesse servire per dotare le
figliuole ; e credetemi, che que [ocr errors] [ocr errors] queste
doti d'oggidì, che sono divenute eccessive, sono la rovina delle care, onde
quando queste non si dovessero linen. brare da' capitali mi persuado, che
sarebbero esenti dal deteriorare per questa parte. Farei ancora assegnamento
maggiore a Cadetti, di quello, che alcuni costumano di fare, e particolarmente
a quei, che sono ben incaminati per la strada della letteratura, o militare,
non servendo questo scarso, ed insufficiente assegnamento ad altro, che a fare
maggiormente spregare a primogeniti, godendo più grosse rendite del loro
bisogno con pregiudizio de progressi altrui, perchè in sostanza tutti debbonli,
e gualmente considerare per figliuoli, e fenza demerito alcuno dell'amore
paterno portandoli tutti seco rispettofi. Sem. Voi Mecenat vorreste
reftringere tanto i poveri Primogeniti, che poco rimarrebbe loro per vivere,
perchè una parte dell'eredità paterna la vorreste porre a moltiplico, ed oltre
di questo pre [ocr errors][ocr errors] pretendere ancora di accrefcere
gli assegnamenti consueți de Cadetti; onde stencerebbero i poveri Primogeniti a
vivere anchę mediocremente, Mer, lo non hò preteso di appor. car ļoro
danno alcuuo, ma bensi più fofto giovamento, liberandoli dallas penosa briga di
dover pensare alle dori delle loro sorelle, e figliuoic, facendo trovare queste
pronte in tempo, che ne potranno avere bisogno, Şem, Sę tante deligenze
si dovranno praticarç per li figliuoli ben educati, e dosti, che doverà farsi
per quei, che non si farango approficcati nell'educa, zione, e nelle
scienze Pub. L'esaminaremo ia appreso, SON [ocr
errors][merged small] Come debbano i Padri regolarsi nel provedere i
figliuoli ignoranti, ç yiziosi, Publio, Sempronio, Mecenate, et Medico. [ocr
errors][merged small][ocr errors][ocr errors] Pub. Alomone non solamente
notificò il giubilo grande,che godono i Padri allorche vedono i lo ro
figliuoli ben di. sciplinati, come al 23. dc suoi Proyerbj dice ; Exultat
gaudio paser jufti : qui fapientem genuis lætabitur inco; Må eziandio espresse
il rammarico, che ne hanno quei, che li vedono viziofi al decimo ferrimo ove
dice; Ira patris filius ftultus, dolor matris, qua genuit eum.
Quindi è, che è, che l'Ecclesiastico al 16. conchiude: Utile eft
mori fine filis, quàm impios habere. Sem. Questi cattivi, e viziosi forse
non averanno avuto dircttori nei loro teneri anni, che gli abbiano
ben'educari. Pub. Ci sono di quei, che l'ebbero an. cora, e pure da essi
niun giovamento ne riportarono Sem. Come è possibile questo? Pub.
Dovete voi sapere, che quando il vizio è radicato nel cuore de figliuoli, e che
di la si propaga al capo, ardua impresa fi renderà il poterlo svellere, perchè
fi rende allora effo quali padrone della volontà? Sem. Mà perchè questi
non possono. coll'educazione estirparsi dal cuore, e dalla mente quando di effa
fi foffero impoffesfati ancora è Pub. Ardua impresa, come disi farà
prenderla con vizj chiamati da Salomone nelle sue Parabole al 2 2. Stultitia
colligata in corde pueri; e tanto maggior. io figliuoli, pensare allnde
mente quando chi n'è contaminato non coopererà ancor ello per rimuoverli?
Sem. E come potrà farac di meno, avendo avanti gli occhi canti buoni esempj, ed
udendo saggi documenti, e ragioni convincentisfime! Pub. Si trovano questi
talmente accecati, e sordi, che non veggono, nè capiscono nè esempj, nè ragioni
; e queIto nasce ancora dal loro naturale, egenio perverso, che in vece di
apprendere, e vedere con loro profitto li fà porre in deriGone quanto odono, e
veggono, come saggiainente insegna Salomone al 15. de suoi Proverbj: Stultus
irridet disciplinam patris fui, qui autem cuftodit increpationes astutior
fiet. Sem. Questi genj perversi donde nascono? Pub. Dalla poca
cognizione dell'onefto, e del vero bene, e da questa deriva, che credono ogni
qualunque cosa, che appag! la loro volontà, per onesta, quautunque sia
detestabile, ed avendo, fatto in tal falfa ccedenza l'abito, quc FF
Ito [merged small][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors] Ito palsa in naturalezza, e genio, per es. ser
divenuta la loro fantasia quasi consimile a quei cristalli con artificio
lavorati, che fanno comparire le cose proporzionate,e belle per i isconcie,e le
íconcie per belle, e proporzionate . Sem. Indicatemi ora qualcuno di que.
Iti vizj tanto perversi. Pub. Se voi scorgerete in un fanciullo certa
crudeltà ferina, qual fù di colui, che con un ago cavava gli occhi a cerci
uccelli : d'altri che feriva col coltello, o bastone il compagno, e scorgendo
sgorgare sangue maggiormente s'infieriva: o pure una certa inclinazione a
trafugare, e nascondere cose non comestibili, prese anco da qualche scrigno:
l'essere pertinace, e perseverante nel non dire mai verità, e fare qualche
danno per imputarlo altrui; overo quantunque corretto,e gastigato più volte il
continuare tuttavia a non volere apprendere cose di Dio, con avere dispiacere
di sentirne anche parlare ; imparando ben l'altre dannose al buon costume : non
rispettare [ocr errors] i i genitori, anzi beffeggiarli di più quanworld
do sono da elli correcci; e tutti questi di fetti crescendo esli negli
anni vedendosi avanzati più rosto, che diminuiti, credete pure, che limili vizj
sono già divenuti padroni del cuore, e della volon. tà. Mec. Vi fù uno di
questi, che in età di cinque anni ammazzò con coltello un fuo compagno, e
non essendo capace, i per essere di sì tenera età, di gastigo, o
proporzionato a tal'eccesso, commesso anche con crudeltà per li
rinovati colpi, a che gli diede, fu fatto caftrare in pe na da quel
Prencipe dominance, dicendo egli, che non voleva razza di simili fiere nel suo
dominio. Sem. Mà hò udito riferire più volte, che pur si rendono máfuete
le fiere ache o più crudeli; com'è poflibile dunque, che questi, in
qualche modo, dall'industrias umana non si possano domare? esaminiamo di
grazia, se vi poress’essere qual che rimedio, per rendere mansueci anco o
questi, o pur datemi sopra cio, per mio Ff 2 re regolamento,
qualche buon consiglio ; perchè, fe Iddio per gastigarmi mi desse un di quefti
figliuoli, io sarci il più infelice uomo tra tutti i vivenci. Pub. Lo
credo, e perciò bisogna, che cominciare da or'a supplicarlo, che non vel dia,
ed essendo egli sì misericordio. fo, potrete dopo reiterate preghiere an. che
sperarlo; e voi, Dottore, avete alcun rimedio di quelli, che chiamare
eradicativi per isvellere questi vizj? Med. Se non foffero cotanto
radicati spererei disì, mà farò qualche studio particolare, anche intorno a
questi, per vedere se G trovasse alcuno specifico, almeno, che potesse minorar
loro tant' orgoglio, Pub. Se si trovaffe questo sarebbe gran vantaggio;
perchè allora coll'educazione li potrebbe fare qualche cosa di più, se non in
cutti, almeno in alcuni di esli, onde pensateci seriamente, e fare qualche
sperienza tractanto, per riferire a suo tempo ciò, che averete ritrovato
giovevole. Sem. [ocr errors. Elio Sem. Mà intanto insegnatemi
almeno quello, che li potcffe fare di vantaggio 11 nell'educare questi,
perchè poi, che averà ritrovato qualche rimedio il Dotcore, mi informerà di
quello. Pub. Se fi potesse discernere in tempo, che prende il latte quel
figliuolo,in cui la crudeltà volesse fare progresi, la prima cosa che farei,
sarebbe, di mutargli la nutrice, se fosse donna risentita, e tiera, ed in vece
di questa gli farei dal Dottore scegliere un latte di balia pacifica, e
femmatica; effendocche di ciò me ne porge morivo quello, che seguì all'imperatore
COMMODO (si veda), il quale per essere stato nudrito da una donna rifen
tita, e barbata come un uomo, data gliela affinchè diveniffe generoso; mà
in vece di questo divenne un gladiatore, per non dilergarfi di
altro, che di sangue, j e di caroificine, ed hà ben creduto talun che
appunto detta balia fosse figliuola di gladiatore. Med. Olrre lo
sceglierla proposito, fi potrebbe anch'essa far nudrire di erbe,ed altri cibi
di tenue sostanza, e toglierle ache affatto l'uso del vino, e slattato che
fosse il fanciullo converrebbe non fargli gustare, ne vino, ne carne per alcuni
anni; mà è cosa difficiliffima, per non, dire impossibile, a conoscer quisto
ne? bambini. Sem. A questi sarebbe bene, fin dalla tenera età cominciare
ad usarglı gran rigore per vedere di domarlo? Pub. Se si verificasse
realmente che le vespe muojono nell'olio, e risuscitano nell'aceto, converrebbe,
per estinguere vizj li perniciofi, valerli più costo del dolce lenitivo, che
dell'afpro pungente; contuttociò per assicurarsi meglio con. viene regolarfi
secondo gli effetti, che produrranno in loro i gastighi ; essendoche xlcuni
fanciulli nella tenera era acora s'infieriscono allorchè fi veggono perciotere
colla sferza, onde senza pro ditco alcuno questi di batterebbero, come
insegnò Salomone: ne suoi Proverbi. fi contuderis ftultum in pila quafi pofanas
feriente de super pile, non aufes retur ab eoftultitia ejus Semo erli
che Sem. Ponendosi questi per la buona via, con deporre gran parte della
loro fierezza, si potrà sperare, che divengano buoni? Pub. Dee sempre
temersi, che possano ricadere nel medesimo eccesso, non potendosi ne anco alle
bestię togliere af. fatto la fierezza nativa, quantunque mostrino essere
divenute mansuete. Mec. Riferirò a questo proposito ciò che seguì di un
Leone : questo era divenuto apparentemente fi mansueto,chę girava per tutta la
città senza recare molestia ad alcuno; mà abbattendosi un giorno in un
macellaro, che portava sulle spalle un gran pezzo di carne, se gli avventò alla
vita, lo ferìgravemente colle unghie,e se non era pronto a dargli la detta
carne,l'averebbe anche sbranato. Così mostrò la sua fierezza, che teneva di
anzi celata. Sem. E quelli, che mostrano inclinazione al furto ?
Pub. Questi ancora, se Iddio non gli ajuta', termineranno malamente la
lor [merged small][ocr errors] Ff 4 loro vita; effendo cosa assai
difficile, per non dire impoffibile, il poter svellere af. fatto tal vizio ;
perchè quanrunque alcuni non siano forzati dal bisogno, las cattiva loro
inclinazione li porta a rubare, Sem. Si possono questi gastigare colle
sferzate? Pub. Così fi dee fare, perch'essendo vili di natura, enon
superbi come i primi, dalle percoffe possono ricevere profitto, almeno in
aftenersene per qual che tempo. Mec. Abbiamo l'esempio di colui,
che condannato a morte per ladro, conducendosi al paribolo fè premurofiffima
istanza di rivedere sua Madre, ed oricnura che l'ebbe, avicinoffi tanto ad
essa, che coi denti le svelre un orecchia, dicendole: per colpa voftra io vado
al paribolo, perchè, fe foffi ftato da voi ga. ftigato da piccolo, non vedreste
tale spettacolo, ne tampoco io soffrirei queIta ignominiofa morte. Pub. E
neceffario ancora condurli a 31 2 vedere far giustizia, e con
tal occasione insegnare loro qual gastigo meritano quei, che rubano', e che in
oltre sono semprc miserabili questi infelici, come ben conobbe Salomone al is,
de' suoi proverbj:Alii rapiuni non fua, et femper in egeftate funt, Mec.
Un simile obbrobrioso speccacolo indusse una volta gran terrore ad uno
quantunque ftolido mendico ; poscia che per essere stato giustiziaco un
monctario falso, aveva una collana appesa al collo di dette monete falsificato
da esso, e credendo il mendico, che per quelle monete foffe fatto morire, al.
lorchè taluno gli esibiva una moneta di argento, la ricusava con allontanarli
da eslo, contentandofi solamente di quelle di rame, che non le aveva vedute
appese in quella collana di vituperio. Sem. Mostrando poco rimor di Dio,
e meno rispecto a genitori? Mec. Questo appunto, essendo il vi. zio
peggiore di catti, diviene incorrig. gibile per opera de'genitori. [ocr
errors][ocr errors] Sem. E per opera di chi fi potrebbe emendare? Mec.
Polemone essendo giovane fu viziofiffimo a segno che si portò un giarno alla
scuola di Zenocrate, non già per apprendere da esso alcun buon documento, mà
bensì per disturbare più tosto quei, che aveano genio d'apprenderli; avvedutofi
di ciò il saggio filosofo, cominciò a favellare sopra il vivere onesto, e li
vantaggi, che da esso firiportavano, e con tali convincenti ragioni, che rimase
sorpreso il vizioso giovane a segno, che abbandonò i suoi viziosi compagni per
seguitare Zenocrate, da i di cui buoni documenti, u modo di vivere esemplare,
si cambia da peffimo, ch'egli era, in ortimo, e da ciò ne deduco, che ancor voi
non dovete indugiare un momento di più, essendo il figliuolo in età capace, di
non mandarlo in qualche esemplare seminario, affinchè, co'i documenti, e colli
buoni esempj apprenda, e miri ciocche fare gli convenga; e proccuracedi non
farlo tornare più a casa vostra, se non averà mutato costume, e state ancor voi
lontano da esso, mostrandovi dif. gustato del suo modo di vivere'; e sapranno
ben quei buoni directori, ayvezzi a domare fimiliceryelli, allertarlo al bene,
e con modi più spedienti correggerlo, e punirlo, affinchè li emen. di.
Pub. Debbono parimente i Padri ftare cautelati nel gastigare i viziosi loro
figliuoli, divenuti grandicelli, perchè fi potrebbe dare il caso, che questi
sentendosi percuotere, fi rivoltassero contro di essi, e li zn al trattassero
ancora: Sem. Se per disavventurà de poveri genicori rimanessero questi
incorriggibi. li, che fi averà da fare per provederli? Pub, Udite come mai
parla bene a in questo proposito l'ecclesiastico. Confufio Patris eft de filio
indisciplinato: onde come potrà mai in simile confun fione régolarsi egli con
prudenza! Certa cosa è, che per prender moglie questi non sono buoni ;
per Rcligios- neanco; . de [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr
errors] de maneggi della Republica non sono capaci; talmente che non sapranno,
che impiego potessero far loro ottenere. Sem. Perchè non sarebbero buoni
a prendere moglie ; pofciachè chi sà, che divenendo capi di casa non mettessero
giudizio? Pub. A voi darebbe l'animo di convivere insieme con costoro, se
vi foffero compagni Sem. A me difficilmente. Pub. Or dunque, perchè
volere porli a convivere con una giovane senza fpe. rienza? ed a che vica
infelice fiespor. rebbe questa con marito si vizioso? E poi roi procurate fare
il poffibile per togliere da effo i vizj, e non essendovi ciò riuscito,
pretendere forse far razza de suoi difetti In quanto poi, che il prendere
moglie li possa fare mutar coItume, non è credibile ; perchè, se Mulieres
faciunt prevaricari fapientes, che faranno a vizioli di questa specie? Ne fi
potrà persuadere alcuno, che questi tali non abbiano già provato le
dissolu., sez: [ocr errors][ocr errors][ocr errors] tezze di
Vegere, perchè i vizj al parere di Seneca non vanno mai foli; e se quem ste non
hanno moderato il loro orgoglio, che più potranno acquistar di buono
conginngendosi in matrimonio Il dir poi, che si prenderanno il pensiero dei
loro tigliuoli nell'educarli, questo è lontano dal vero ; perchè li vorranno
bensì allevare limili adelli, e quando ciò non riuscisse loro palcsemence,
mediante le diligenze usate in contrario dalle madri, faranno il possibile
nasco, ftamente di conservare in effi, alincno in propri difetci, acciocche non
li dica, che non liano loro degni figliuoli; come ap parisce dagli esempj
dell'ubriaco, e de beftemmiatore riferici di sopra . Sem. E qualcuno di
questi perchè non si potrebbe indirizzare per la vian Ecclefiaftica Pub.
Peasate voi che questi abbias vera vocazione di caminare per queIta santa
via. Sem. Mà se G dichiaraffe, che a volesse indirizare per essa, e mi
pregafle, che [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr
errors][ocr errors] che gl'impetrafli qualche pingue beneficio, averò da
ricusare il farlo 2 Pub. Certamente che sì, perchè quefi farà mosso
dall'intereffe, cioè dal conseguire l'utile del pingue beneficio, non già dal
servire a Dio, come far dovrebbe ; onde farà non diffimile a colui, che brama
prendere moglie, non per il fine del santo Matrimonio, mà per l'intereffe della
pingue dore, che si ritrova colei, che vuole sposare. Mec. A proposito di
groffa dote fece una donna accorta una bella burla al suo futuro sposo: Ella
era per verità alquanto deforme, e perciò più d'uno dicca al giovane, che la
voleva prendere, il qual era molto bello, che l'aveffe rimirata meglio prima di
sposarla,cui rispondea, che li bastava di effettuare il matrimonio, per dare di
mano alla grossa dore, che aveva; per altro, che di tal moglie punto non si
curava i Fù ciò riferito alla giovane, la quale fe portare da una sua
damigella, allorchè fi dovea spofare, una grolla borsa di danaro in Chiesa,
ed aspete [ocr errors] [ocr errors][ocr errors] aspettò, che il parroco
avesse domandato allo sposo se la voleva,il quale udito ciò disse, senza
indugiarvi punto: disi; allora l'accorta donna si fe sporgere la preparata
borsa, e tenendola nelle mani, allorchè fu ricercata anch'essa del suo
consenso, nulla rispondeva ; ne fi sapeva che fine doveffe fare quella borsa;
perchè il futuro sposo si speranzava, che dovesse servire per un publico
donativo per effo, ed i Chierici, che fosse la mancia per loro : alla
fine stimolata più volte a rispondere ella disse; se questo fignore si è
dichiarato volersi sposare collas mia dore, questa, mostrando la borsa,essendo
parte di essa, mentre non risponde, è segno, che non lo vuole qual consenso
dunque hò da dare io s'egli brama la mia doce, e non già me? e così confuso, e
mortificato partì il giovane ; onde non vorrei, che facesse il beneficio ancora
il Gmile, di ricusarlo, facendo con esso l'amore a cagione della sua
dote. Pub. E poi dovreste anche rifletreredi quanto scandalo sarebbe un
ecclefiastico vizioso, dovendo cgli essere lo fpechio de'buoni costumi; ne
fperace, che questi,che si muovono per fimile fine possano divenir buoni; ponno
divenire benli peggiori impiegando il danaro sa. gro in cose viziose.
Sem. E se caluno di questi volesse applicarsi al governo della Republica, c
chiedesse il mio ajuto,per poter e ottencre qualche posto per via di favori, e
di regali; perchè non ho da compiacerlo? Pub. Questo ne tampoco doverete
fare, perchè se fosse d'uopo amministrar la ! giustizia, nó direbbe già egli
quello, che dice GIULIO (si veda) CESARE: che per un Regno di poteva far torto
alla giudizia, perchè lo farebbe per assai meno, effendo ano che capace
di farlo per sodisfare an folo de suoi viz); onde tanto voi, quanto chi vi
avesse contribuito entrerette a parte di tutte l'ingiustizie, ed iniquità chia
capace di commettere un vizioso. Sem. Che dunque doverei fare, per non
vivere da disperato, quando avelli alcuno di questi? Pub. [ocr
errors] Pub. Mandarlo alla guerra per fargli provare come Gi vive, cd alle
volte qucIta è l'unica medicina di questi cali; perchè se fono fanguinarj
possono faziarsi del sangue de nemici; se attendono alla rapina
nc'saccheggiamenti possono sodisfare la loro ingordigia;se poco cimorati di
Dio, e niente rispettoG a genitori, vedranno quanto temere Gi debba, e
rispetrare un Capitano quantunque non gli abbia creati, o generaci; onde
poirebbe essere, che il Signore Iddio gli toccaffe il cuore, e facesse
comprende, re, che se tanto li fa per un uomo, quant. to di più fi doverà fare
per Iddio, e per chi lo gencrò !e sappiate, che dalle lega gi di Mosè venivano
questi condannati ad esser lapidati dal Popolo, come nel Deuteronomio. Si
genuerit homo filium contumacem, da proteruum, qui non audiat Patris, aut
Marris imperium, co coercitus obedire contempferit, appraben. dent cum, ducent
ad seniores civitatis illius, et ad portam judicii, dicentque ad ços c.
lapidibus eum obruet populus Civis Gg tatis [ocr errors][ocr
errors][merged small][ocr errors][ocr errors] taris, ut auferatur malum de
medio ucStric. onde in vece di vedere fimile spettacolo sarà pur meglio mandarli
alla guerra, la quale faggiamente fu difi. nita: Infolefcentis generis humani
tonfura. Sem. E se ricufaffe di andare alla guerra? Pub. E voi
figuratevi, che vi sia già andato, e fatto prigione ; onde rinchiudetelo in
qualche fortezza : non avendo però commessi ancora reati gravi, affinchè non
siano puniti dalla giustizia con morte ignominiofa; conforme qualche volta è
seguito; e tenerelo ivi fin tanto che camperere, che così farcte sicuro, che
non commetterà gravi eccelsi, trovandosi guardato, e custodito, Non bisogna
però, che prendiate cal risoluzione a sangue caldo, mà fateci matura
riflessione: c regolatevi ancora col consiglio di qualche faggio, e buono
amico, Sem. Per dopo la mia morte comes avero da disporre le cose ?
Pub. Pub. Con lasciare a cattivi figliuoli ma solamente tutto quello, che
non potrei te cogliere loro, non per odio persona le; mà de loro vizjicon
questa condizio. ne però, ch'effendosi ravveduti, dopo un triennio di vita
esemplare, poffino godere un tanto dei frutti della vostra eredità; e
perseverando nel ben operare abbiano ancora d'avere qualche accrescimento
maggiore ; qual perdano intieramente, ed immantinente, ricornando a menare vita
scandalosa. Sem. E se fingeranno di essere divenuti buoni a fine di poter
godere quel i frutto maggiore? Pub. Non sarà meglio, che facciano così, che
operino sfacciaramente male? de l'interno Iddio solamente lo rimira; le
l'esterno appena è palese a gli uomini, i quali di questo solamente pouno
appagarsi; e poi vi è stato qualcuno ancora, ch’hà incominciato a menar
vita migliore, per conseguire qualche premio, che poi si è ravveduto da
dovero. Mec. Vi è l'esempio di quel Soldato, che [ocr
errors][ocr errors] bu COM [ocr errors] [ocr errors] che si
racconra essere stato convertito da S.Francesco Saverio : Questi era un pessimo
uomo, ed iracondo a segno, che non averebbc sofferta una parola anche
indifferente, che non l'avesse appresa detta per lui, e volesse anco
vendicarsene . Le ainmonizioni, ed esortazioni faccegli dal Santo nulla
giovavano; alla fine li disse mostrandogli una moneta di oro, se voleva
guadagnarsela rispose francamente di sì : or sù dunque replicò il Santo venire
meco, e giriamo d'incor. no l'esercito ; Io la porterò in mano, affinchè la
miriate, e voi non avete a fare altro, che di sopportare con pazienza quello,
che udirete dire contro di voi. Fù dato principio alla grande ope. ra,ed egli
rimirando con occhi tifi l'oro, si rideva di quanto male udiva contro di sè, e
cerininato felicemente il giro, guadagnò il premio. Allora il Santo tiratolo da
parte gli disse: figliuolo mio per una si vile mercede voi avere potuto
sopportar tanto, e per un Dio non poteie sofferire una minima particella
diquesto? il Signore Iddio in quel punto $ gli toccò il cuore, e fi ravvide per
sempre. Sem. Mà se poi i difetti de' figliuoli non fossero gravi a questo
segno, e fos. sero di quelli, che pure non disdicano ganto, per essere divenuti
ormai familiari, potrebbero con questi proporsi a sudetti ministeri, ed
impieghi ? Pub. Spiegatevi apercamente, quali voi intendere per questi
vizj familiari? Sem. Per esempio se caluno di esli avesse principiato da
14: 0 15. anni a dimorare la maggior parte della notte fuori di casa, e
quancunque suo Padre l'avesse più volte ammonito, che non lo facesse, ed effo
ciò non oftante continuafle; contraeffe debiti; e perchè è figliuolo di
famiglia, non potendosi obbligare, facesse obbligazioni dette pagherà. con
grandissimo difcapito, senza data, per firmarla dopo la morte di suo
Padre; ed altre cosarelle non tanto familiari; come dir male del profimo, di
mancare alle volte alla parola data; ne ga: [ocr errors][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] GS 3 [ocr errors]
gare ciò, ch'egli averà avuto; e se riyscirà, di gabbare il compagao nel
giuoco; con altri piccioli vizj di questa forte? Pub. Cofarelle, piccoli
vizj voi chiamate questi! E non riflettere,che quando il giovane li sarà
abituato in questi ugua. glierà egli taluno de vizioli di primo rango: ad uno
che sarà avvezzo la maggior parte della notte dimorare fuori di sua
casa, e sarà giovane, voi volere impetrare beneficj Ecclesiastici, ed im.
picghi gelosi della Republica ? Và forse a studiare in quelle ore, o a farsi la
disciplina negli oratorj, quando i studj, e questi sono ferrari? e come vi
persuadete, che possano adempire l'obbligo loro, effendo scarf di dottrina, e
di buoni costumi, ed applicati a cose, in cui per la meno inutilmente si perde
il tempo a e fatta che averete rifcllione agli altri loro vizj, che avete
apportati ; consigliatevi colla vostra coscienza se lo potrete fare : mà
esaminiamo di grazia donde ciò proceda, e se sia solamente colpa de figliuoli
canto deviamento. Sem. [ocr errors][merged small] Sem. É' loro
certamente; perchè hò sentito lagnarsene i Padri di questo, col. le lagrime su
gli occhi. Pub. Questo fu il pianto del coccodrillo, che piagneva il suo
figliuolo allorchè lo aveva ucciso: come si sono portati questi Padri
nell'educarli? Sem. Certa cosa è, che tante diligenze, quante ne hò udite
nelle nostre conferenze,non le han faute. Pub. Or dunque, se non gli
hanno educati bene, a dolgano della loro trafcuraggine, perchè viziosi li
vollero efli. Sem. Mà che averanno da fare ora? Pub. Questa penitenza
appunto, che Iddio manda loro;di sopportare figliuo. li viziogi . Sem. Ci
sarà pure qualche rimedio? Pub. Ciè certamente, ed è questo; di fare alli
piccioli nepoti ciò,che non fece. ro a loro figliuoli, cioè di educarli bene;
perchè altrimenti, non essendo capacii loro Padri di fare questo, i vizj non li
fyelleranno mai dalle loro famiglie: Sem. Voi diceste, che questo cocchi
al Padre, Pub, [ocr errors][merged small][ocr errors] Gg 4
Pub. Sibene quando sia capace di farlo, e vi pare, che questi viziofi fiano
abili ad educare i figliuoli a suo dovere? Il loro mal esempio come permetterà,
ch'essi apprendano le virtùd Onde quantunque schiamazzino alle volte redendo i
loro figliuoli viziosi,č incerco se lo facciano per zelo di amore, o per
invidia, perchè non possono essi più con. tinuare fimile vita rilassata essendo
vecchi. Sem. Io hò cap to a bastanza, ed ora compreоdo la cagione; perchè
nell'universale non si possono affatto estirpare i vizj, mà voglio
approfittarmene per casa mia, per non avere anche io a fare il pianto del coccodrillo.
Ma le povere figliuole come si doveranno provedere? essendo gran disgrazia
loro, quando capitassero in mano di simili viziofi. Pub. Esamineremo
anche questo, nà non è ora tempo ; perchè richiede affare si rilevante lungo
ragionamento. CON [merged
small][merged small][ocr errors][merged small] [ocr errors] Pub. Onfesso ingenuamente che non séza rigione alcuni Pa.
driffi contristano ál. lorchè nascono tan, co loro figliuole; perchè il
penfare a collocarle bene non è piccolo intrico, chiamandoli questo affare
dall'Ecclefiaftico opera grande dicendovi: Trade filiam, et grandes opus
feceris, o bomini fenfato da illam; posciache saranno state educate alcune di
effc col timore di Dio, senza lusso,c vagità, modeste comc fi dee, istruite
inquanto è necessario per il buon regolamento di una casa; mà che servirà loro
tutto questo, se capiteranno in mano di un marito imprudente, vizioso, ed
indiscreto! e fimile appunto a quello, ch' ebbe quell'innocente Giustina, il di
cui Epitatio sepolcrale è questo. Immitis ferro secuit mea colla
mari. [ocr errors] Dum propero nivei folvere vincla pedis Durus,
ante thorum, quo nupér nupta coiur, Quo cecidis noftrę
virginitatis honos. Nec culpâ meruisse necem bona Numina testor, Sed
jaceo fasi forte perimpia mei Discise ab exemplo Juftine, difcite
patres Ne nubat fatuo filia veftra viro. Or vedete Sempronio, che gran
facenda è questa ! Mec. La conobbe afrai bene Democr. appresso Stob.
dicendo: Qui bonum generum nactus eft invenis plium, qui verò, malum, fimul et filiam
perdidit: quindi è, che [ocr errors] che saggiamente fù conligliato
da Temiffocle quel Padre, che desiderava das effo fapere, cui dovesse dar per
moglie l'unica sua figliuola; se al dotto povero, o al ricco vizioso, replicò
egli a mè aggrada più l'uomo, che ha bisogno di ricchezze, che le ricchezze,
che hanno bisogno di uomo : come dice Val. Mas. Sem. Mà quando si sono
fatte le diligenze necessarie, e fiè già rincontrato, che sia imprudére, e
vizioso chi la vuole perché non si esclude fimile soggetto? Pub. Se voi
sapeste quante fraudolenti manifatture Gi fanno, per avere unas giovane savia
per moglie, stupireste; anzi quante più d'imperfezzioni hanno i giovani, che
vogliono accasarli seco, tanto maggiormente queste si adoperano, tanto si fa,che
alla fine riesce fimile facenda. Sem. Mà chi sono questi, che faranno
tante manifatture, non essendo capace un fimil giovane di farle? Pub. Se
non sarà cgli, saranno ben’i suoi congiunti, i quali raffidati, che per
[ocr errors] [ocr errors] Il fingo della futura sposa cffo possa divenire
saggio, tanti ponti di oro le faranno, che alla fine caderà a dire di sì.
Sem. Mà i genitori come lo permetteranno? Pub. Saranno ancora effi
sforzati a chinare la cesta, quando colla linguas non poteffero arrivare a
proferire quel doloroso sì. Sem. Saranno dunque anche i suoi genitori
poco prudentia Pub. Oh bene : non fiete voi ancora a pieno informato dal
mondo; mà ne ben Mecenate. Mec. Ne sono pur troppo, anzi fono arrivato a
conoscere, perchè fi dica insa geniofus amor; avendo scoperto, che amore aguzza
l'ingegno de fuoi fenfali, e rende anche artificiofa la lingua alla
menzogna. Sem. Mà che potrebbero fare questi, quando il Padre steffe
faldo in non volergliela dare? Mes. L'ingegno agguzzato fi ferve dell'autoricà,
e la dispone in modo, che [ocr errors][ocr errors] niuno più degno di
merito si affacci a chiederla, per rispetto di colui, col quale si tratta: e
sapere pure, che in questi cali, per non fare inimicizie, non li vicne mai alla
negativa scoperta, potendovi costringere ad addurre un ignominiofa cagione,per
cui far non si vuole: Siprude bensì un mezzo, termine, quale è che la giovane
pensa di farsi monaca; laonde in questo mentre dal sudetto pretendente fi fanno
affacciare tutti li peggiori, ed i più scapestrati giovani, che siano nella
Città a chicderla,e cutci inferiori di condizione ad ello; talmente che il
Paedre, che la vorrebbe maritare, trovan dofi annojato, alla fine li
piega, per non che trovare soggetto migliore, che la fac. i cia domandare: e
tanto più, che si tro verà circondato da consiglieri già guadagnati da
chi la pretende. Sem. Sarà dunque peggiore, e più id svantaggiosa la
condizione della donna nell'accasarsi, che dell'uomo. Pub. Non ci è
dubbio alcuno, perchè l'uomo non è ricercato, ne violentaco per
[ocr errors] en [ocr errors] per parte della donna, mà beasi effa da chi
la brama. Mec. Può essere,che quando voi prendeste moglie ciò non li
coftumaffe ; mà ora posso dirvi di certo, che questo li pratica, essendo
seguito in persona mia, che ho avuto più d'una richiesta fe.voleva accasarmi
colla tale, senza ricercarla. Sem. Or io quantunque non fia versato
sufficientemente nelle cose del mon. do, procurerei segretamente di trovare un
giovane favio, quantunque meno ricco, e la darei a questi; perchè sposata, che
fosse,hò sempre udito dire, che: multa facta tenent, così finirebbe ogni
conresa. Pub. In somma in questi casi, chi più sà, più s'inviluppa nelle
difficoltà; onde alle volte riescono migliori certe risoluzioni fatte senza
tante rifellioni; c voi Sempronio, non avete detto male; mà non saprete già
scegliere questo giovane savio così all'infretta; converrà dunque che
l'impariats, ed [ocr errors][ocr errors] Ff 3 Ес
Pub. [ocr errors] 1 [ocr errors] 1 Sem. Come si doverà dunque
fare per conoscerlo? Pub. Il Padre che ha figliuole da mai ritare
dev'essere un Argo, per rimirare nel medesimo tempo cento giovani, ed
offervare i loro andanlegri. Mec. Oggidì però non è necessario averne
tanti ; perchè con soli due occhi moltissimi difetti li possono ritrovare ne
giovani, ed in breve; quantunque non corrano quei calamitosi tempi, che accenna
Giovenale alla satira 13. Humani generis mares sibi noffe volenti
Sufficit una domus, paucos confus me dies, do Dicere te miferum poftquam
illic vec [ocr errors] neris, [ocr errors] Pub. Fatemi piacere
dunque voi, Mecenate,d'istruirlo in questo giacchè fiece più pratico di mè nel
discernere i giova. nili mancamenei correnti; perchè a tempo mio la gioventù
viveva diversamen. te, e perciò fi ftentava più in iscoprire i loro difetti.
Mec. Lo faro, perchè non voglio, ri CU: [ocr errors] cusandolo, che
vi confermiate nellas credenza di qnello, che di me sospettafte,che io fia
nimico delle doone,poscia. chè io ammiro la virtù in alcune di esse, e perciò
non vorrei, che questa mancafse affatto, abbattendosi in viziofi mariti: onde
se voi, Sempronio,vedrere un giovane accompagnarfi, e conversare continuamente
con taluno, conosciuto da voi per vizioso y tencte pur ancor esso per tale,
senza fare altra diligenza; verificandoli quel proverbio:all'accoppiar ti
veggio. Sem. E se fi desse il caso, che questi non converfaffe con
altri? Mec. Questo è difficile oggidì, che fi conversa tanto; mà se
caluno fuggisse le conversazioni,mirate bene la sua firo. nomia, e se la
scorgerete tetra, e inalinconica tenerelo pure per uomo infociabile, e non
senza i suoi difetti proprj; se poi foffe allegro, disinvolto, e non
converfasse oggidi con altri, formatene buon concetto di esso; perchè lo farà a
cagionc, che non troverà coma pa de pagni bene accoftunati uguali
ad effo. Sem. Vorrei qualche altra regola,per meglio potermene avvedere ;
perchè se non conoscefli per viziofi quei, co’quali egli conversalle, potrei
ingannarmi. Mes. Se voi vedrete un giovane stare in chicfa con poca
divozione, e discorserc ivi co i compagni comc farebbe in piazza, questi farà
poco timorato di Dio; se frequenrerà le feste, cd i passeggi, e rimirerà con
grand'arrenzione le donne, in cui si abbaite, farà egli effemminato; se
dispreggerà i suoi compagni, cvorrà avere sopra di essi una certa superiorità,
farà superbo ; se li piacerà vestire con pompa, sarà vanos se poi oggi dirà una
cosa, c domane ne farà una alıra, farà incostante; e finalmente se frequenterà
i ridotti, ove si giuoca, gran genio egli avrà a questo vizio; in somma da se
medesimo colle sue operazioni manifeftcrà i suoi difetti. Sem. Starei
fresco, se aventi d'accomodare una mia figliuola in questi tempi, dovendo fare
tante diligenze; mi cor. H vers pa [ocr errors] verrebbe
prendere la fantcrna di Diogene, ed andare per la città dicendo: homi. nem
quæro, e caminare più di un giorno per trovare, chi fosse in cucco; e per
turto, senza alcun de'detti diferci. Moc. Mà chi non vuole affogarla, dee
anche servirsi del cannocchiale di BONAIUTI (si veda), che scuopre le macchie
del sole. Sem. Io mi persuado, che se i Padri, c le Madri riguardassero
al minuto curti i differti, pochi troverebbero moglie. Mer. Sarebbe questo
la fortuna de i giovani; perchè non trovandola allorsi che incomiacierebbero a
spogliarfi do loro vizj, ed in breve diverrebbero bene accostumari, ed a tale
proposito posso riferirvi ciò, ch'è seguito in una riguardevole città. Affinchè
iCadetti andassero con più fervore, di quello faccano, alla guerra,
cominciarono le donnc a non ammettere alle loro conversazioni coloro, che non
avevano fatte almeno dues campagne in gucrra viva; conciofiacofache li
reputavano vili, e codardi. Servi tale renitepza di Aimolo grande a tutta
la Die la gioventù per andare alla guerra; segnoche pochi furono
quci, che non Si seguitassero i primi, che vi andarono: or se una fimile
ripulsa molte canti ad andare incontro alla morte; dovrebbe
certament’essere di stimolo maggiore, per andare incontro alla vita migliore,
quando questi non trovasfero inoglie. Pub. Vedete voi, Semprouio, che
sconcerti sono questi, di non potere con facilità come prima trovare mariti a
proposito per le figliuole, c.questo da che na. sce, se non dalla cattiva
educazione della gioventù ? rifecrcte dunquc quano co debba premcre
questo affare anco alla Repubblica, Sem. Io lo scorgo molto bene; mà che
fi dovrà fare ritrovandoci in queste an. [ocr errors][ocr errors][ocr
errors] Mec. Quello che dice quel FILOSOFO, che presc per moglie una donna
allai picciola, allorchè fu interrogato, perchè l'avesse scelta così, egli
rispose : perchè del male conveniva prenderne il minore: il fimile anche dirò
io de'mariti difetto Hhafi; di prendere quei che hanno vizj me. no
considerabili, che fono appunto quelli che riescono men disdicevoli alla
condizione del galantuomo. Sem. Maritandofi dunque con questi, che buona
direzione doverà darfcle da genitori? Mes. Debbono i genitori allorche le
maricano non seguitare quel caccivo costume di alcuni, che le consigliano a
farli rispectare, e ftare sostenute con tutti, di non farli sottomettere alla
prima, perchè diverranno, così facendo, infelicissime, quantunque portassero
groffa dote, mà le consiglino bensì nella forma, che fecero i genitori di Sara,
allorchè la consegnarono per isposa al secondo Tobia con groffa dore; ed uditc
ciocchè fecero Tob, 10. Apprebendentes parentes fo. liam suam ofculari funs
eam, et dimiferunt ire monentes eam, bonorare foceros, diligere maricum, regere
familiam, gubernare domum, da se ipsam inreprebensibilē exhibere. Sem. E
se un Padre avesse tre, o quattro figliuole, che si volessero mari
tare [ocr errors][ocr errors][ocr errors] tare cuite, chc dovrà egli
fare, non efrendo molio ricco? Mec. Maricarle, con dar loro quella dote
più congrua, che può. Sem. Mà li scomoderebbe troppo privandosi di sì
considerabile somma di danaro, o quantità di roba, che con. veniffe dar loro
maritandole turce. Mec. E come potrebbe farac di me00? Sem. Potrebbe
farlo beniffimo con efortarlca fará Monache. Mec. E se non Gi volessero
fare? Scm. Non mancano modi al Padre accorto, che ci facciago, o colle
buones ocolle cattive. Mec. Padre voi chiamare colui, che vuole sforzare
la volontà delle figliuole? chiamatelo Padrigao, non accorto, màcrudele; perchè
qual delitto hanno queste commesso da chiuderle in vitas. contro il loro
genio? Sem. Come chiuderle in vita, trattantandosi'di darle, e
consagrarlo a Dio? Mes, Non si chiama darle a Dio, [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] qualia quando la loro volontà non ci concorra, nè consacrarle
a lui, quando non ci sia il lor consenso : questo li chiamná porle a penare
continuamente, non avendole iddio chiamare a questo stato: ( guai a quei Padri,
che lo faranno, perchè del bene, facendone tanto poco, che non basterà loro,
punto non ne parteciperanno: del male si che ne faranno partecipi di molto,
essendo capaci di farlo, trovandoli in iftato di disperazione. E fappiate, che
mi fù riferito un caso orribile di una di quelle, fatta Monaca per forza, la
quale, quando ebbe eseguito quanto defideraya il Padre, lo chiamò alle grate
del Monastero, cgli disse alle orccchie: fignor Padre or farcte conten. to, che
mi avere levata di casa.in que: fto mondo non ci rivederemo più; må bensi
nell' altro ed in pellimo luogo, perchè ci danneremo ambiduc . E che vitupero è
questo ; per far godere i maschi, li hanno da porre in disperazione Je
feminine? Se voi non potere dar loro dieci mila sçudi di dorc, dategliene
me no, [ocr errors] cina no, ed acca sacele; quando
volontaria. mente non siano inclinate alla vita reli giosa. Non vi
chiederanno già quel tal e giovane per i sposo, mà vi faranno dire bensì,
che la loro vocazione sarebbe di accasarli . Starà dunque al Padre marii
tarle a chi più gli aggrada ; mà so ben io da che ciò procede. Sem. E da
chc? Mec. Dall'eccellive doti, che corrono, le quali oltre il
dispendio,che apportano per le spese grandi, che si richiedono allorchè â
prendono, angustiaao ancora quando hango a darli altrui nel maricarsi le
figliuole. Sem. Or io non voglio nell'anima. mia questo peccato; fe li
vorranno maricare cutte, le lascierò mnaritare; mi diremi: che dote farebbe
proporzionata, Publio? Pab. Quella, che fi foleva comune. mente costumare
prima, che foffero inse dal Prencipe, come già dicemmo; e se [ocr
errors] Hh 4 feaveste da trattare co persone discrete, potreite anche di
loro francamente, che non vi curate di tanti lussi, e perciò volece dare quella
dote, che si costumava in quel tempo, che questi non vi erano: o fi
contenteraano, e voi averete fatto doppio negozio, essendovi anche accertato di
appareatare con gence discreta, e capace; se poi non lo vorranno fare, averete
scoperto, che non sono a proposito per vostra figliuola, volendo clli vivere
con pompa, e lusso eccellivo. Sem. Questa dote li dovrà consegnare
libera? Pub. Questo poi nò; perchè potreb. be alienarli, c restare la
voftra figliuola indotata, Sem. E se non vorranno concludere il
matrimonio fenza la dote libera? Pub, E voi sconcluderelo affatto ;
perchè è un pessimo segno, quando si pretenda questo, denotando che ci sia
bisogno in quella casa di danari. Questo sì, che sposata che farà, consegnare
allo fpolo quanto gli avste prometo; perechè non porrere immaginarvi mai, quan.
ti difturbi aascono tra conjugi per quem fta benedetta dote promessa, e non pio
gaca ; provando bene spesso le povero mogli, per tal cagione, molti mali trace
tamenti. Sem. E se non mi trovali il danaro pronio? Pub. Prendcrelo
più costo ad interesse, e perciò i saggi Padri di famiglia sogliono essere
buoni econoini, con met. tere da parte ogni anno qualche fommi di danaro, per
essere anche puntuali allorchè locano le loro figliuolc; e fanno coato allora
di fare vantaggioso rinvs. Itimento. Som. Sarebbe dunqne bene, che s'iq.
dutriassero i Padri di famiglia coi trafichi, e s'impiegaffero con fervore in
fare confiderabili avanzi. Pub. Di far qucfto non sono cenuri in costo
alcuno; bilta ch'elli non fcia. lacquino le loro rendire, perchè li poslono
anche fare avanzi congderabili in questo modo, ellendo che: Parfimonias eft
magnum veftigab. Sem. [ocr errors][ocr errors] 1 [ocr errors]
di ; Sem. Almeno lo doverebbero fare, avendone molte da maritare.
Pub. Neanco; perchè il buon Padre re, ed avendole educate bene,molti
concorreranno a prenderle, e con onesta doto,perchè porranno a cõro la buona
educazione per qualche migliajo di scudi, essendo realmente essa
l'equivalente;onde saggiamente diffe. Plauto in Aulu. Dummodo morata rectè
veniat dotata eft fatis, ed Orazio nell'ode 24.li: 3. Dos eft magna
parentum Virtus, metuens alterius oiri Certo federe
caftitas. Sem. Oggidi vogliono però dote, e non chiacchiare. Pub. Sì
quelli che s'innamorano della dote, o vogliono spendere più della loro
pollibilità; quelli però, chcbramerango avere una moglie saggia, conlide.
reranno in primo luogo le sue buone qualicà, e di queste faranno maggior ca.
pitale, che della dore, la quale è mero bene di fortuna, dove che quelle,
non fo [merged small][ocr errors][ocr errors] [ocr errors]
solamente non sono soggette alle sue incostanti vicende, mà sempre
crescono di valore, onde faggiamente Orazio ebbe a dire nella r.
Epistola. Vilius argentum eft auro, virsusibus au- [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] Sem. E se il Signore mi delle', in 32stigo de mici peccati,
una figliuola risentita, vana, pronta, loquace, contenziosa, che con tutta la
buona educazione non si fosse potuta mutare, volendo questa marito, che
averò da fare? Pub. Trovarle uno simile a Socrate, che fu li sofferente
colla sua dispetrosa Sancippe ; cioè a dire un giovane sodo, prudente, non
iracondo, mà soItenuto. Mec. Vi fu però quel filosofo,il quale diede una
sua figliuola simile a questa ad ug fuo nemico, e ricercato perchè avesse ciò
fatto, rispose: per gastigarlo: Sem. Doverò in quello caso contenermi
nella moderata dore? Pub. Per levarvi di casa una figliuo: la di questa
forra, non dovete reftare per dat [ocr errors] . Deco feconda la
doro, perche date allo sposo un grande osso da rodere, onde, è di dovere, che
gli diate ancora un poco più di polpa, per consolarlo, cd a fine, che ci abbia
ancora un poco più di soff:renza. Sem. E se questa, la prima volta, che
contrastasse con suo marito, tornaflc a casa mia ? Pub. Voi
immediatamente dovete rimandarla a casa sua, senza darle alcun ricetto, e
sgridarla ancora; acciochè non fi avezzafle a farlo più in avvenire ; con dirle
apertamente, che colà hà da mori. re, perche se il Padre comincierà a darle
ricetto, è finira; ogni giorno seguirango'nuovi sconcerti, e perciò il Profeta
saggiamente disse: Obliviscere domum Pa. tris tui. Mec. Un saggio Padre
in fimile avveniincnto fè questo: Si portò egli medelimo colla sposa dal
genero, e gli disse. Per grazia vi chieggo, che per questa prima volta le
perdoniate per amor mio, nà se mai succederà cosa fimilc in avvemire, datele
pure quel gastigo, che vor. гс [ocr errors] rece; perchè io non
intendo più inters porre nè pur una minima parola a suo favore ; anzi che non
la reputerò più per mia tigliuola, trasgredendo i vostri, e miei comandi. Ella,
che crede, che suo Padre fosse scco andato per isgridare fuo marito, perdè
l'orgoglio a segno, che in avvenire muco modo di vivere. Sem. Se avelli
una figliuola brutta, c mal fina, e volelle marito, che avcrò da fare?
Pub. Primeramente vi dovrete informare col vostro Dottore,se possano i suoi
difetti pregiudicarle nel pártorire, con porre a risico la sua vita; accertato
che farete di questo, che non poffa seguire, maritätela pure nel miglior modo,
che potretc, darele anche buona dote per avere un uomo di
propofito. Mec. Vi fu molti anni sono una lice per cagione, ch'essendosi
sposata senza il consenso de suoi Genitori una giovane, perchè il di lei Padre
pretendevas darle la dote stacutaria, e lo sporo ne chiedeva di vantaggio ;
essendo che oltre gli altri difetti, che aveva era statas sempre senza denti :
giunse queftas istanza all'orecchie del Prencipe, il quale ordinò che
fossero alla rolitas dote accresciuti duc mila scudi di più, per uguagliarc i
difetti, che aveva la sudetta sposa. Sem. Mà se non si affacciaffe
alcuno, che li voleffe, non si potrebbe stimolare a farsi Monaca? Pub.
Questo sarebbe peggiore facrificïo dell'altre, che volevare dare a Dio, essendo
stata rifiutata da tutti gli uomini; e militando per questa ancora le medefine
ragioni, non lo dovete fare ; se non farà chiamata da Dio a questo stato; onde
la potrete tenere in casa vostra, e procurate, che ha servita più degli altri
voltri figliuoli:non dovendo voi permetrcre che all'interne sue imperfezzioni,
vi si aggiungano anco gli esterni (trapazzi. Sem. E con quelle che
averanno la vocazione di farsi Monache, come mi doverò contenere ?,
Pub. [ocr errors] Pub. Primieramente di far esplorare beo bene la loro
volontà, per accertarvi, le lia vera vocazione, c non disperazione ; perchè
alcune in questa cadono alle yo!ce, e precisamente quando non possono avere
quel marito, che bramano; e scoperto che ayerere, che siano chiamate da Dio, adocchiare
tre, o quat. tro Monasterj de più osservanti, į di diversi istituti, e
fare ad effe leggere le i loro regoles acciocchè sappiano ciò, che doveranno
fare; e dipoi dice loro, che fi scelgano quell'istituto,che piace loro, e
fatele pur monacare. Sem. Sarà bene di tenere loro una conversa
per forvirle? Pub. Sc alcuna fosse stroppia, venendole permesfo,fatelo,
per altro non inno. vate cosa di vantaggio di quello, che ivi fi suole
praticare dalle altre ; questo sì che dovrete far loro il livello costumandosi,
e consegnarlo, acciocchè lo faccia. no riscuotere a loro modo,affinchè nó
abbiano da stare dopo la vostra mortc all' indiscretezza de fratelli, i quali
foglio [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] [ocr
errors] no essere molto trascurati in soddisfarle, e trattatele in modo, che nő
abbiano bi. sogno di soccorso altrui; perchè così viveranno staccatiffime dal secolo. Sem.
E se qualcuna volesse imparare a cantare, efsendol già dichiarata di far. fi
Monaca? Pub. Non permetterei quefto ; perchè, se poi fi mutasse, ilche
sarebbe cosa ficile cantando delle belle ariette, voi rimarrette colla
cantarina in casa; ditele bensì che lo imparerà allorchè larà Monaca, perchè
ivi averà delle altre compagne ancora, colle quali si potrà esercitare per
meglio apprenderlor Sem. E se volesse viaggiare un poco per il mondo,
prima di chiudersi? Pub. Questo neanco firebbe ben fitto; perchè col
viaggiare si può vedere, e trattandosi,udire più d'una cosa, che potrebbero
rimuoverla dal suo fervore, e. quando questo desiderio procedesse per cagione
di divozione, conducerela in qualche luogo de più vicini, ove sia qual. chc
divoro Santuario, per consolarla. Soma 1'1 Sem. Se bramasse
vestirsi da sposa prima di monacarsi, e ricoprirli di gioje, hò da
permetterlo? Pub. Alifte por motivo di potersi fare l'antichissima
consuetudines per altro doyendofi sposare col Signore, non mi pajono simili
abiti da esso graditi, mà ben. † sì i più modefti: Una sola riflessione in et favor
di ciò ci potrebbe essere, che si portassero per dispreggio, facendo
vedere allorchè li spoglia di esli per rivestira dei sacri, che li rinunziano
tutte le pompe, e vanità mondane. Sem. Rimanendo redove le figliuole,
averò da riceverle più in casa inia? Pub. Effendo uscire da casa vostra,
ed essendosi già dimenticate, come vuole fil Profeta,di essa, non siete più
tenuto di riceverle :- e perciò fi foleva ancora nei Kriti degli átichi
Romani praticare colle Spose di muoverle nell'uscire dalla casa
paterna più volte in giro affinché si die : menticassero affatto di ritornavi
più . Sem. Mà se rimaneffero vedovc affai giovani,e senza figliuoli,che averebbero
da fare così solc li Pub. [ocr errors] Pub. In questo caso, se volessero
corparvi, mostrerebbe essere crudele quel Padre, che ricusaffe riceverle.
Sem. E volendoli queste rimaritare toccherà al Padre penfarci? Pub. Lo
ponno fare senza il di lui consenso; bene è vero però, che le fuggie figliuole
fogliono col consiglio pacerno regolarsi in tutte le cose, ed in particolare in
affare di tanta premura, conforme è questo. Sem. E se avesse più
figliuoli anche pargoletti potrebbe penfare il Padre prima di morire a qualche
ripiego, affinchè fossero questi ben' educaci;perchè rimaritandoli la loro
Madre poco penlicro Gi prenderebbe di effi il Patrigno nell'edu. carli.
Pub. A questo ci vuole un poco di tempo per rillerrerci bene, onde ne pare
leremo nella seguente.i Sopra l'educazione de Pupilli: e come debba ciascuno
portarsi verso i suoi genitori defonti. [ocr errors][ocr errors][ocr
errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr errors] Mec. A pena maggiore, che possa avere il Padre moribondo,
essendo egli in sen. timenti, mi persuado che sia questa: di lasciare i
figliuoli pargoletti, dubicando, che non solamente possano esserc danneggiati
nella roba, mà ezian. dio nell'educazione; posciache rifletterà facilmente, che
quando la Madro pallasso alle seconde nozze, poco penGaro li prenderebbe di
elli il Patrigno, ela pro propria Madre molto certamente farebbe
dividendo l'affecto per merà trà elli, cd i figliuoli gencrati col secondo
marito. Laonde la loro educazione Iddio sà comc anderebbe. Sem. Mà ti è
pur bastantemente proveduto 'a tali sventure, con Tutori, e Curatori; come
dunque potrebbe andar male l'educazione di effi, venendo cosi bene
affiftiti? Mec. Può essere, che a tempi antichi li Tutori fossero di
giovamento a Pupil. li : oogidì però tra questi fanno nulla i mediocri; fanno
bensì del gran male i cattivi, e gli occimi, che operino all'antica sono così
pochi, che non sò se arriveranno al numero di quelli buoni, di cui parla
Giovenale: Boni quippe homines numero vix funt totidem quof
Thebarum poriæ, vel divitis oftia Nili. Sem. Udii pur da voi, Publio,
nella Conferenza decima della decade passa. ta;effere utili alla Republicà gli
Economi; or come dunque i Tutori, essendo an [ocr errors][ocr
errors] anch'elli Economi, possono apportarc e questo gran mile. Pub. Tra
l'Economo, ed il Tutore ci è differenza potabile; conciofacosache all'Economo
non appartiene l'educazione de figliuoli; ed essendo egli splendidamente
riconosciuro delle sue fatiche procura di servire con somma fedeltà, per
accrescere, o mantenersi almeno il credito acquistato, a fine di essere ados,
perato in altre fimili contingenze; essendo che per profeffione lo esercita;
dove che il Tutore, dovendo anche invigilare alla educazione, vedendosi poco, O
nulla riconosciuto delle sue maggiori fatiche, non è cosìgeloso della sua
estimazione in cal ininisterio, per non cu. rara punto di fimile briga
inutile, fpecialmente chi non opererà per virtù, la qual'è da pochi seguirata,
e maggiora mente se non si vede rimunerata secondo il sentimento di Giovenale,
il quale dice: Quis enim virtutem ample&titur ipfam Prema fi
tollis? Laon. [ocr errors] 0 li 3 Laonde non recherà
maraviglia se eras efli vi saranno de cattivi. Sem. E questi, che mali
potrebbero apportare, Mecenate? Mer. Primieramente di lasciar fare a
figliuoli ciocche eff vogliono, e poi ponno prendere tanto amore alla roba
de’Pupilli, che se vogliono, possono arri. vare ad appropriarsene buona parte
di cffa. Sem. Edin che modo ? Mec. Faranno comparire debiti
antichi, i quali furono gia pagati, ed accordandoli con detti finti creditori,
fi divideranno per metà il furto, dando loro indietro l'antiche ricevure ;
lascic. ranno vendere all'incanto i corpi più frucciferi, ed effi vi faranno
offerire sot. to mano; et farà cal vendita, nella quale farà grossa senfaria a
lor favore; faranno rinvestimenti con persone fallite, e non senza
considerabilitimi approvesci loro; in somma, per non infpiegarmi di vantaggio,
sarebbe assai meglio, che questi non ci fossero ; perchè almeno se
spregasscro i figliuoli anderebbe per sodisfare i capricci di chi n'è
padrone. Sem. Costumeranno di far questo i più bisognofi. Mec.
I bisognosi lo faranno per biso . gno, ed i non bisognosi per arricchirsi di
vantaggio. Sem. Mà è possibile, che nel Mondo ci sia gente così iniqua
che lo faccia? Mec. Questa è questione di fatco; di. cendomi il mio
Procuratore, che giornalmente accadono liti di rendiinenti de'conti in cause de
Pupilli, e che si vedono prodotti certi libri di amministrazione così
intricati, per ricoprire le magagne, che ben si scorge essere stati fatti così
da gente molto maliziosa. Sem. Talinente che voi non lodate, che si diano
a Pupilli questi Tutori? Mer. I cattivi certamente noa posso
lodarli. Sem. E quali saranno i buoni? Mec. Quelli, che ricuseranno
di accettar qucfte brighe Sem. I cattivi non sono a proposito, i buoni non
vogliono accettarle; dunque bisognerà cadere a prédere per necelfità i
mediocri, che non fanno nè bene nè male. Oh confideriain corne p')trà andar
bene l'educazion de figliuli! Mec. E perciò doverebbe ogni b:100 Padre di
famiglia aver un amico confidente di lom na integrità, è che fosse anche
informato de fuoi interelli, e que. fti impegnarlo da molto tempo prima ad
accettare, se li delle mai il caso, ch' egli morisfe in tempo, che i suoi figliuo.
li avessero bisogno di guida, che voleffe fargli carità di tenerli, ed
allevarli, come se foffero fuoi ; senza però discapito di borsa; ed è cosa
facile, che prene desse allora l'impegno di farlo, perchè fi lusingherebbe, che
ciò non fosse per seguire in breve. Sem. Signor Mecenate mio, scusate.
mi, se passo taor'olore; vedo oggidi il mondo così corrotto che dubiterei
molto, che l'amico si ponesse anche in luogo di Padre con isposare la moglie
del l'amico rimasta vedova. Mec. [ocr errors] Mec. Questo non
doverebbe farli da un buono amico, Sem. Questo ancora è di fatto,
conoscendone qualcuno, che lo hà bevislimo praticaco, e lo sò con tutto che io
ab. bi. meno anni di voi. M:c. Losò anch'io; mà questo diceva per vedere
di fuggire il maggiôr male; or dunque bisogna conchiudere, che doppia disgrazia
lia, quando i Padri muojono giovani, Sem. In fimile intrico dunque o
biso. gierà, che il Dotcore trovi rimedio, che in tal erà non si inuoja, o pure
tro. Vire chi poffi fedelinente indirizire cali Pupilli: avete voi, Doctore, un
simile rimedio? Med. Rimedio per non morire non si è trovato fin'ora; ben
è vero però, che a prolungare la vita con tenersi lon, tani da cerci spropositi
massicci, che possono abbreviarla, a questo si può are rivare. Sem. Ed in
che modo Med. Contenendosi con moderazione nel [ocr
errors][ocr errors] nell'esercizio conjugale; perchè ci so. no taluni, che si
pongono alla disperata in tale facenda, come se nel dì seguente la moglie
dovesse essere loro rubata, senza avvederfi, che ruberà la morte elli alla
moglie, continuando tal vita; oltre poi tanti altri disordini accompagnati a
queste. Bisogna dunque, che viva re. golato chi ha figliuoli di tenera età, e
non li fidi della gioventù ; perchè que. sta tradisce bene spesso, e che consideri
il danno, che apporterebbe alla sua famiglia, con morire prima
d'invecchiarli. Sem. Questo si può fare ; mà se non baftaffe ? perchè hò
veduto morire anchci giovani non aminogliari, e ben regolati ancora; che
doverebbe dunque farli per terminare la vita non tanto dolorosamente?
Pub. Hò udito riferire, che in alcune città vi lia una specie di magistrato,
composto di persone di sperimentata integrità, le quali invigilano a questo ;
onde introducendoli trà di noi potrebbe con consolar molto i Padri,
cui seguiffc fimil e disgrazia duplicata, per lasciare i figliuo li non
atti ancora a poterli da se regola [ocr errors] re. [ocr errors]
Sem. Questo mi piacerebbe, e vi prometro, che procurerei ach'io di entrare in
derto magistrato. Pub. Se vi avelli da porre io, due di difficoltà ci
avrei; la prima, che fiere troppo giovanezessendo cariche da con. ferirsi
a persone di provetta e à, e l'al tra perchè voi lo chiedete, essendo che
A finili impieghi, doyendosi conferire a solimericevoli, aleuoi di questi
più toe $ fto li ricusano, che li domandino; ed è a cosa cerca, che colui, che
brama un ins cumbenza, non solamente senza lucro, mà di molto incomodo
ancora, qualche fine vi hà per lo più vantaggioso per se.. medesimo, il quale
potrebbe rendere infructuoso ogni vantaggio, che da ello, si speraffe .
Serth Che averebbero da fare quefti? Pub. Primieramenre d'inventariare
fedelmente tutto quello, che avesse la. [ocr errors] sciato quel defonto,
di eficare poi il superfluo, e non fruttifero, e rinvestire il ritratto in
faccia de Pupilli, con fare le cose chiare, e senza procacciarli emolumento
alcuno. Sem. E che altro? Pub. Di dare fefto immediatamente
all'educazione; con porre nel migliore feminario i maschi, se saranno di erá
ca. paci, e le femmine in un Monastero dei più csemplari. Sem. Ele
rendite chi le amministrerà? Pub. Un ministro salariato, che fia capace, o più
secondo l'azienda che foffe, i quali rendessero esatto conto ad uno dei detti
sopraintendenti dell'operato ogni settimana, per potersi poi, da più di elli
congregati ogni mese, risolvere gli emergenti più difficili, che ac.
cadeffero. Sem. E degli avanzi, che si farebbe? Pub. Andarli
rinvestendo, allorche foffero arrivati ad una certa somma, con tutte le dovute
cautele acciocchè fosse. ro fatti a ragione veduta.Sem. Nello stabilirli poi
divenuci adulti chi ci penserebbe? Pub. Quci deputati medesimi, che sopra
intendono all'amministrazione. Sem. E se caluno di questi avesse
figliuolo, o figliola, ed apparenrasse cilin eli: 0 pur faceffe quello che fu
obiettaco a Tutori. Pub. Vi sarebbero sopra di ciò, le suc regole, in
quali casi li dovesse proibi. re, o ammettere tra esli l'apparentarli; perchè
quando mai fossero eguali, che male farebbe l'appareatare con gente scelta, e
capace a bene dirigere. Oltre di che con qual amore di vantaggio liarebbe
amministrata quella roba ; ¢ qual educazione più vigilante riceverebbero questi
in cal casoBafteşebbe, che non entraffero poveri in detra soprainten denza
affinchè non seguissero casi disdif cevali, che daffero occalione di inormo,
rare, ed essendo questi scelti nobili, c bencftanti, non li indurrebbero a far
quelle cose, che furono obiercare a Tucori, c tanto più ch'essendo molti a
for pra [ocr errors] sopraintendere difficilmente tra questi vi
sarebbe chi potesse, anche volendo, defraudare iPupilli in cosa alcuna per la
vigilanza degli altri. Sem. E se in detta amministrazione seguisse
qualche disgrazia, chi sarebbe teauto a risarcirla? Pub. O questa
seguirebbe casual. mente, senza colpa altrui, ed in questo caso non sarebbe a
ciò tenuto alcuno, mà se poi ci fi scorgesse inalizia ; il delinquence farebbe
obbligato a risarcirla. Sem. A fare ottenere loro buoni impieghi, e
provedecli di cariche proporzionate alle loro condizioni, e capacità, chi vi
doverebbe pensare, fatti aduki ? Pub. Il medesimo inagiftrato, atinchè
con ragione di potessero chiamare quei, che lo compongono veri Padri della
Patria, cgran sollevatori de Pupilli ; mà divenuti questi capaci sapranno da se
medesimi farli strada per il conseguia mento di effe. Sem. Sino a quale
ctà doverebbero Rarc fotto tal depucazione? Pub. 11 [ocr
errors] Pub. Le femmine fino a canto,che fora ossero collocate; i maschi poi
non sareb* be male in tempi si calamitosi, che vi stessero fino a tanto,
che fossero atti, è 1 capaci di sapersi regolare da se mcdefifoto mi
nell'amninistrazione de loro beni. Sem. E se caluno di questi rimaneffe d
incapace di operare a dovere? Pub. Affinchè non dilapidaffe il fuo,
converrebbe tenerlo soggetto sin tanto, i che vi fosse chi porelle prendere
partii colare direzzione di effi, come sarebbe di qualche fratello di giudizio,
o altro pa• from rente ricco; pio, ed onorato. Sem. Mà questi pareori,
perchè non potrebbero anch'elli prendersi il pensie. iro di amministrare detta
roba de Pupilli, alineno lin tanto, che foffe ftabilico fimile
magiftrato? Mec. I Parenti, Sempronio mio, talia dc quali però, sono
peggiori degli altri, perchè prendono maggior contidenzas colla roba de
fuoi parenti è perciò facilmente se l'appropriano;onde di questi non vi
prevalec, se non quando li scor gere gerete con lunga sperienza,
che siano ve. ramente difinteresati, Pub. dove sono andati quei parenti
antichi, che avevano premura maggiore della roba de loro congiunti,che della
propria : hò veduto io alcuni di que. Iti mettere fuori somme confiderabili di
danaro per folicvarli nelle loro angustic, ed ancor fenza alcuna usura ; ve ne
fu uno tra gli altri, che prese l'amministrazione di un luo cognato, il quale
eras quali che fallito, e lo ripose in piedi, con liberarlo da tutti i debiti
da esso fatti, che ascendevano a fomma molto considerabile. Sem.
Ritornando alla grand'opera di cariià del sudetto Magistrato, mi perfuado, che
in quei luoghi, ove li costu. i Padri morranno senza avere da pensare
all'indirizzo, che dover ango avere i
loro figliuoli divenuti Pupilli. Pub. Occalione non hanno di ricercare
altri inodi : posciache questo Magiftrato pensa non solamente a diriggere i
Pupilli ricchi, ma anche quei che riman goo [ocr errors] gono con
mediocre commodo. Sem. Oh luoghi fclici, ove la morte non reca tanto
cordoglio, divenendo ivi l'amore, e l'autorità paterna a guisa di fenice,
che rinascono, ed alle volce più i profittevoli a figliuoli di quello, che
fos fero prima a cagione dei Padri trascura#ci, e nel costume, e
nell'economia, e se per questi ancora ci fosse qualche cenfoi se, quanto
anderebbero meglio le cose? Mer. Voi, Sempronio, che non avein te ancora
piena sperienza del mondo vorrelte aggiustarlo in un tratto; come
fogliono fare alcuni zelanti giovani, allorch' entrano a governarne qualche
particella di efto. Abbiare de me questo configlio, cavato da Licurgo, che
nelle riforme bisogna camminare affai lenta. mente, e con molta circospezione,
per non cadere in peggio. Sem. Che doveranno fare i figliuoli per
mostrarâ grati verso i loro genitori defonti? Pub. Due cosc, la prima è
di mante, gere nel mondo la meinoria onorovolsdielli, e l'altra, che
maggiormente preme, di alleggerire le loro pene, che possono foffrire
nell'altra vita. Mec. La prima dagli Egizi li praticava con imball mare i
corpi de' loro genitori, e questi conservavano anco gli atavi, i tritavi, con
quel auiero maggiore degli ascendenti, de quali furono eredi, e con quanta
stima, c vencrazione universale! che se ac loro sommi bifogni avessero avuto
necessità di danari, impegnando una di queste mumie, ne trovavano quanti
facevano loro bisogno ; perchè avevano il pensiere di riscuoterle in breve. Gli
antichi Romani ancora fabricano tempj alle memorie de’loro Padri, o per lo meno
ftatue per mano di eccellenti scultori. Sem. Come si doverà fare per
mantenere viva la memoria de genitori? Mec. Se sono stati illustri per le
loro rare virtù, e maneggi, debbonsi anche imitare da figliuoli, per fare
scorgere a chi non li conobbe, di essere le loro virtù passare in effi;
insegnandoci l’Ecclelia. [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
ftico al 11. che in filiis agnofcitur vir. Sem. E se avesse dato alla
luce opero letterarie, doverà imitarlo in queste? Mer. Certamente più in
queste che pcll'edificare ville sontuose, posciache quelle di Cicerone, e di
Seneca fono già da gran tempo distrutte, ma non già i loro libri, i quali
continuano i loro anni sempre più gloriofi alla fama. Pub. Fù interrogato
un favio, se fosse più defiderabile l'acquistare un regno, o l'avere dato alla
luce qualche operas dottrinale, utile a posteri; rispose egli che la seconda;
perchè della prima non pofsiamo eslerne altro, che meri usufrutruarj,
privandoci della proprietà di esso la morte, dove che della feconda ne Gamo
perpetui poffeffori, accrescendo più tosto la morte il valore di essa, e perciò
con ragione diffe Giovenale: sat. Libera fi dantur populo fuffragia quis
să Perditus ut dubitet Senecam preferre Neroni. Sem. E se non
avessero fatto cofa alcuna memorabile ? Kka Mer. [ocr
errors] Mec. Debbono i figliuoli incominciare a farl’elli ; perchè diccndoli
poi fatte dal figliuolo del rale, anco i genicori faranno partecipi della
gloria di efsi. Sem. E se fosse stato un gran Capitano, ed il figliuolo
non avesse quel coraggio, che si richicde in tal carica? Mec. Procuri
egli di uguagliare la fua gloria in cose concerncati alla pace; perchè si
dira:il Padre fè prodezze grandi in guerra, e questi le ha fatte in affari
di pace. Sem. Lasciando debiti più del suo capitale dovrà il
figliuolo fodisfarli del fuo, quando avesse? Mec. Certamente che sì, per non
farlo dichiarare fallito ; e di vantaggio le fors' egli ne paeli Elvetici, per
non riceverne infamia; cottumandog colà gaftigare anche i defonci, che per
malizia feceto più debiti del loro capitale. Sem. E se avesse ricevuto
fuo Padre qualche ignominioso gastigo?. Mec. Dove egli allontanarli dos
quel qu I paesc, per non udirne dir male pui blicamente, non potendolo
scusare; per altro se fosse stato cattivo a quel segno, che non avesse
merita co‘limiles ignominia, doverà colle opere buone, e a gloriofe
cancellare ogni memoria po. co buona di esso; perch' essendo pro? prietà
della luce scacciare le tenebre così ancora delle buone operazioni
pre fenti è di cancellare la memoria delle 8 carrive passate.
Sem. E se lo avesse privato dell'eredi. tà parerna doverà farannullare il
testa. mento, avendo ciò fatto senza cagione? Mec. Sofferendo ciò farà
credere, che certamente lo faceffe fenza cagione, i poichè facendo
altrimenti, se non l'ebbe allorchè lo fè, la previde, per dichia. rarsi
dopo la sua morte il figliuolo concrario alla sua volontà, e di ciò ne dierono
un memorabil'esempio i figliuoli di Metello, i quali, quantunque esclisfi
contro le leggi, non vollero,per riverenza dovuta ai Padre, far istanza alcuna
in contrario. Sem. Kk 3 Sem. Se un Padre ainoroso de fuoi
figliuoli, ed anche pio, volesse, allorchè stà vicino à morte, far distribuire
qualche fomma confiderabile di danaro a poveri, ma perchè l'amore verso i
figliuoli lo portasse a farne effi consapevoli, per vedere se fossero contenti
di ciò, come dovranno contenerfi in fimi. le affare? Mec. Uniformarsi in tutto,
e per tutto al volere paterno, c sappiate che Iddio non solameate gradirà tal
atco, mà lo rimunererà ancora. Pub. Un caso prodigioso si racconta a
questo proposito nel Prato spirituale di un uomo dabene, e fomnmo
elemosiniere', il quale, ritrovandosi vicino a morte, chiamò il fuo figliuolo,
cui dopo avergli fatto vedere una gran somma di danaro disse:figliuolo,che
gradirete più, che vilasci questo danaro, o pure, che vi deputi Gesù Cristo per
vostro curatore rispose il figliuolo: averò più accaro il mio Gesù per
curatore: ciò udito fece dispensare a poveri tutto queldanaro: cosa fè il
giusto, e supremo Curatore? Si ritrova in Costantinopoli, ove egli dimorava, uno
de'principali, ch'aveva una sola figliuola, la quale per essere ricchissima
veniva da molti desiderata per moglie ; il gran Curatore dell'orfano ispirò
alla Madre di essa, che infinuaffe a suo marito, qualmente la loro figliuola
avesse più bisogno di un uomo faggio, che di ricchezze, e che maritandola a
qualche Signore correva pericolo ch'ella fosse malamente trattata: Piaccque cal
consiglio al marito, il qnale repplicolle : preghiamo dunque Sua Divina Maesta,
che glielo dia a foo compiacimento, ed andare voi in quefto punto alla
Chiesa a supplicarla,e có. ducetemi quello, che immediatamente entrerà in
Chiesa dopo di voi; qual fù appunto il pio, e generoso pupillo, dal suo grã
curatore arricchito in un istáte. Mec. Or vedere voi, Sempronio, ch'
effetri buoni produce l'uniformarii colla pia volontà del Padre, e quanto si è
detto del Padre doyerà aacora inrcn. der, [ocr errors][merged
small][ocr errors] Kk 4 dersi della Madre, in tutto quello, che
apparterrà a figliuoli. Sem. In che doverà con Gftere il bene che sono
tenuti di fare i figliuoli, per l'anima dei loro genitori? Mec. In
sodisfare in primo luogo tutti i loro debiti, e legati pij, ed adempio re
prontamente le loro disposizioni. Sem. Må se non ci saranno danari
pronti, si averanno d'alienare gli effetti? vi saranno pure i suoi tempi da
sodisfarli con commodo? Mer. Sapete che detti effetti, ne' quali ci è
debito; non vanno considerati come propri, e per ciò, non entrando nell'eredità
a favore dell'erede, che gli dee importare, che si vendano? fe poi li vuole
appropriare a se, ci prenda danari sopra, se non gli hà, e fodisfaccia chi dee
averc;; e se per cagione di detta dilazione quella povera anima penaffe
intanto, oh che bcll'amore moftrerebbe il figliuolo per suo padre,
lasciandolo cor. mentare ! Il più chiaro contrafegno di affetto verso fuo Padre
è questo, di ob be [ocr errors] Les bedirlo sollecitamente in
fodisfare cioco che diipone li faccia seguita la sua morte Pub. Or io
sono di questo parere, che non si debba aspettare fino alla morte a
fodisfare i debiti contratti, c le opere o pie, che si vogliono fare, e
maggior meate mi sono confermato in questo leggendo, che vi fosse un
certo uomo civile sì, mà assai povero, non avendo altro, che quattro Sparvieri
avvezzati alla caccia, coi quali si alimentava; vc nendo egli a morte
chiamò tre suoi fi& gliuoli, ene lasciò uno per ciascuno, di cendo
loro, che il quarto lo vendeffero, e ne facessero tanto bene per l'anima
sua morto che fosse. I detti figliuoli il di venente, per vivere se
ne andarono alla caccia coi quattro uccelli, uno de quali
seguitando la preda non tornò più: cominciarono a contrastare tra loro di
chi fosse il perduto, ed ogn'uno giurava, che quello, che era
ritornato, ed aveves sulle mani era il suo ; fi accordarono alla
fine, che il perduro era quello, che dove impiegarli in beneficio
dell'anima del [ocr errors]! [ocr errors][ocr errors] del
loro comune Padre; il quale rimase privo di quel bene. Sem. Oltre di
questo doveranoo far altro? Mec. Avere giornalmente una viva memoria di
essi, col raccomandarli a Dio in tutte l'orazioni, che faranno, fervencemente;
perchè non è picciolo il bene, che da cfli ricevettero, conGitendo in tutto il
loro etlere, e ciò facendo oltre il sodisfare a propri doveri, daranno anche
chiaro indizio deila loro buona cducazione. Sem. Vorrei sapere da voi,
Publio, so la vedova possa essere capace di ben’ educare i propri figliuoli, parendomi
che da principio ne dubitaffe Mecenate, con dire, che non farebbe poco a
dividere il suo amore materno tra i primi figliuoli, e gli altri avuti col
secondo marito, Pub. Perchè nò ; quando ella perseyerasse costante nello
stato vedovile, fosse dotata di senno, e prudenza, ftesse attenta, ed avesse
petio da farsi ftimare, c rispettare da efl, e Mecenate parla del
na delle vedove, che prendono altro marito, non di quelle di cui diffe OVIDIO
(si veda), [ocr errors] che. bes 01 ol Sustinent
in viduâ triftia figna domo. Sem. A trovare però oggidi chi sia il dotata
di tante virtù sarà cosa molto difficile, dicendo di queste Giovenale. Rara
avis in terris nigroque fimillima cygno. Pub. Si a voi, Sempronio,
che forse of anderete solamente in cerca de diferti ili donncschi, mà non già a
chi brama di trovare le virtù, per approfittarsene, o gi ainmirarle; e
non crediare già, che ogbe gidi le virtù sieno affatto efiliate dal d mondo,
anzi sappiare, che quando paa re, che i vizj (i dilatino maggiormente, do
allora è il tempo, ch'esse li affaticano in trovare ricetto dai più lavj,
per risplendere maggiormente: ed io vi poffo finceramente palesare, che ci sono
presentemente alcune vedove, le quali vivono con tanta csemplarità, che ponno
uguagliarsi alle antiche matrone, delle quali i Scrittori fecero tanti grandi
elogj. Sem. Bisogna che queste vivano molto ritirare; c da ciò trascerà che, da
me non son conosciute, laonde notificatemi chi sono, affinche possa anche io
fodarle, ed onorarle, come meritano, ed apprendere insieme dalle loro operazioni
qualche urile documento. Pub. Mostrare certamente troppa cu. riosità,
Sempronio, con volerle conoscore', e se avete deliderio di apprendere qualche
documento dalle loro operazioni, questo lo potrete appagare con udire le
relazioni dell'operato da esse, e tanto maggiormente, che queste non operano a
fine di acquistare gloria, må bensì di bene istruire i loro tigliuoli, e perciò
non fi curaro punto di essere lodate da alcuno, ed a voi è vietato anco il
farlo dall'Ecclefiaftico dicendo: Ante mortem non laudes hominem
quemquam. Sem. Informatemi dunque del modo, che questo hanno tenatoy e
tragono in educare i figliuoli? Pub. Quefte, Sempronio, sono quela
le res ope mogli, che amarono di vero cuore i loro
mariti, e perciò appresero da Didone ciò, che rifeșisce nel quarto
dell'Eneidi VIRGILIO (si veda): Ille meos primus qui me fibi junxit
ame- Abftulit ille, babe ai fecum, fervetque sepulchro. laonde
quantunque rimase vedove nel più bel fiore degli anni, non vollero
giammai acconsentire a rimaricarsi; inà bensì rimirando ne'figliuoli
qualche par. ic de’loro genitori collocarono in elli, per tal
cagione cutto il loro materno affetto; e non li potranno mai
baftantemente esprimere le deligenze da esse usare a pro dei
loro vantaggi; posciache, ia cuftodire, ed accrcfcere le sostanze di
clli, che cosa non fanno mai? Sem. E come possono, essendo mancato il capo
di casa, crescerle? Pub. E pure ciò non ostante, l'hò osfervato in più di
una di effe, c quello, che mirende ammirazione, senza fordida economia, perchè
mantengono illo [ocr errors][ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors] ro to grado decoroso, senza scemarlo puoto: laonde sono
meritevoli di quell'encomio, che fa CICERONE (si veda) a Craffo, ed a Scevoli,
chiamando il primo moderatiffimo nello fpendere fra i fplendidi, e l'altro
splendidiffimo tra i moderati; vi potrei anche dire di vantaggio, che avendole
osservate e faccillime jipitatrici del bombice, il quale per formare la sua casa
poge tutta la sua miglior softanza in essa, onde spero, che l'imiteranno anche
dopo morte, con divenire farfalle per volarsene più speditanicnte al
Cielo. Sem. Hò udito esaggerare tanto cótro il luffo nelle passare
conferenze ; como mai queste si fanno così bene regolare in tempi, ne quali ci
troviamo.? Pub. Vidifli parimente in quelle, se ben vi ricorderete, che
non mancava presentemente ancora, chi viveffe net costume ancico, e che non si
osservalle da tutti chi operava in tal forma; perchè pochi erano l'imitatori di
efli, c da ciò nasce, che queste di regolano con tanta aggiustacezza,
perchè vivono a quella usanza, e se li vagliono di qualby che cosa dello
presente, lo fanno con gran moderazione, e più per salvare una certa
apparenza, a fine di non singolarizzarsi, che per vanità. Sem. Mà
nell'educarli di che norma si servono? Pub. Di quell' appimnto, di cui
già i parlammo, ina con grandiilima atten#zione; folamente di vantaggio hò
osserte vato, che avendo quefte già bene im bevuti i figliuoli del
rispetto dovuto ad effe ne'ceneri anni, divenuci poscia più ci adulti,
deposto il rigore priiniero si so no servite più costo della
piacevolezza; coli ed in questo modo hanno continuato ad elggere curta la
venerazione ad else dovuta da figliuoli. Sem. E nel provederli d'impieghi
comc li porrano? Pub. Volelle Iddio, che con tanto fervore operaffino noi
alori Padri conforme esse fanno' in questo; effendoche taluna li ha così
ben accomodaci, che: non non si è renduta loro fenfibile la perdita
fatta del Padre, trovandosi presen!emente in istato tale, che possono
contentarsi. Sem. Oh fortunati figliuoli; se io fossi nei loro piedi, non
mi dimenticherei gianımai di tanto beneficio ricevuto da effe. Pub. Ed io
pasferei più oltre, cioè a riflettere i disaggi, che averano sofferto, per fare
conscguire questo bene, e quanto averanno cenuto occupata la mente co’pensieri,
e quante vigilie averanno sofferte. Or ditemi, vi pare che qucftc, che operano
in tal forma, si possano paragonare alle antiche Porzie, alle Cor. nelie, alle
Avie, ed alle Pauline che cosa fecero quelle più di queste, che meritarono la
corona di pudicizia, pero effere vivate nella stato vcdovile esem. plarissime
e Sem. Certamente che meritano qucm Ite ancora di esser coronate, e
credecemi, Publio, che questo vostro racconto mi hà sommamente confolatozed
animato ingeme a prendere moglie; perchè se io arrivafli á scegliermi una di
queste, morrei certamente men contristato, avendo chi supplirebbe le mie veci
nel ben educare i figliuoli. Mec. Abbiamo finora parlato della cducazione
dei figliuoli de benestanti, e di quelli de' poveri non abbiamo fatta menzione
alcuna. Pub. Conyerrà certamente discorrere anche di questi, essendo cosa
essenziale ondc lo porteremo alla ventura Conferenza. [merged small][ocr
errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors]
CONFERENZA Sopra l'educazione de' figliuoli poveri, e donde venga queita
danneggiata. Publio, Mecenate, Sempronio, i Medico.
Pub. He bella cosa farebbe, se nel monС do ognuno viveffe conforme
richiede l'obbligo cristiano: di non fare altrui, ciò, che a se dispiace:
oh bell’armonia, che nascerebbe da questo allorsì che ciascuno potrebbe vivere
ad occhi chiuli, non trovandosi chi ingannasso il coinpagno ; c tanre sorte di
supplicj, inventare per reprimere', c. gastigare la malizia degl'uomini
rimarrebbero affas. [ocr errors] to oziose; e li ministri di Giustizia a
che | servirebbero, essendo ciascuno retrislimo giudice di se medesimo?
Oh felice, c mi fortunato vivere che sarebbe, essendo ritornato il secol
d'oro, nel quale come lo descriffe OVIDIO (si veda) ne suoi fasti. Proque
metu populum fine vi pudor ipfe regebar, Nullus erat justis
reddere jura labor. E Giovenale nella fac. Cum furem nemo timerer
Caulibus, aut pomis, tu aperto vive.ret borte, Mà quanrunque fiafi tanto
affaticato Platone per farlo ritornare, appena c rimasto ogni suo
pensiero riposto nel ga binetto delle sue Idee, senza recare vei runo
profitto; onde si può conch iudere, che questo probabilmente non
tornerà [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors][merged small]
Sem. Mà non fi potrebbe almeno far ritornare quello di argento ? perchè a
sopportare da gran tempo in qua il secolo di ferro, già divenuto rugginoso,
fembra dura, ed insoffiribile cola. L12 Sem. [ocr errors]
Pub. Questo è difficile; e non meno, che a far divenire un pezzo di ferro
argento; intorno al cui lavoro tanti ci si affaticano indarno. Non sarebbe poco
se a questo di ferro,che noi abbiano, il quale ben diceste, che sia divenuto
rug. ginoso, se gli potesse dare una ripulitura, affinchè non comparisse tanto
deforme, come presentemente par, che sia diveDuto Sem. Facciamolo dunque ; ma
da che parte di esso si doverà principiare? Pub. Da quella più tenera,
come abbiamo fatto finora nei nobili, cioè dalla tenera gioventù, ove la lima
può più facilmente attaccare : cominciate voi dunque a portarmi il lavoro, che
io li. merò. Sem. Qiello, che' mi premerebbe più d'ogni altra cosa,
sarebbe che in. cominciassimo a ripulire un poco i servitori. Pub. La
ruggine in questi è troppo dura; come volete voi, che limi, efsendo di già
quefti divenuti adulti; por [ocr errors][ocr errors] tatemeli giovaneci,
che io cominciero limarli. Sem. E come potranno questi allora discernerli?
Offervandoli, che ne pur i loro figliuoli hanno genio a fare tal meftiero;
ideandosi tanco i Padri, quanto effi, allorchè cominciano a conoscere i
vantaggi della vita civile, di voler parfare ad effa,con avanzarli di
condizione. Pub. Dunque se non si sà precisamente chi voglia incaminarli
per questa via, cominciamo da tutti i figliuoli poveri, che cosi comprenderemo
quelli da incaminarsi in cursi li mestieri nel inedeliino tenipo. Sem.
Che doverà farfi in questi prima di ogni altra cosa? Pub. Quello appunto,
che già dicem. mc:infinuare bene nell'animo loro il fan. to timor di Dio,
base fondamentale di O tutte le virtù morali, e cristiane Sem. E chi
doverà far questo? th Pub. I loro genitori. Sem. E se questi non ne
avessero appreso tanto, che hastaffc loro? Pub. Ci sono i Parochi de'quali è
incombenza,non solamente di proccurare, che fieno istruiti i figlioli, mà
anche, i genitori medelimi, Mec. Se ci fosse un fol pastore in una gran
greggia di pecorelle, molte ne divorerebbero di più i lupi ; onde come potranno
baltare questi, che sono pochi a tanci? Pub. Ci sono i Maestri, che
supplisco. no ancor ela. Mec. Mà quelli che non hanno modo da
tenerli? Pub.Sogovi tante scuole per i poveri, che possono ben ivi
apprendere ciocche appartiene a questo Mec. Mà fe trascureranno di andarvi,
ed intanto innoltrandosi i vizj come firi. medierà? Pub. Colgastigo, che
servirà dierempio agli altri, che non ci cadano, ed a tal effetto ci è per
questi la casa di correzione, ove sono severamente morti. ficati. Mec. Vorrei,
che vedeflimo, Publio, se [ocr errors][ocr errors] fc ci fosse modo
di non avere rovente bisogno di limili gastighi; perchè vado rifcttcndo, che
molti pochi sono correcti da eso; e quantunque ci licno le forche alzate, tanto
i delicti fi comincitono gel inedefimo tempo. Pub. E che prerendete
forse, che nel monda non feguano delicti? Mec. Non pretendo tanto, mà
solamente che sceinino questi più notubilincnte, ed in conseguenza ci sia meno
duopo digastigo. Pub. E come fareste per procurare che minor numero deili
presenti ne leguillero? Mec. Vorrei in diverse parti della cietà
scegliere i più caritativi ; e pii artetici, che ci foffero in ogni
profeflione, ed a questi consegnare, e raccomandare più di uno dei giovanetti,
arrivati in età di poter cominciare ad apprendere i principi di quell'arte,
alla quale 'mostraffero inclinazione, ed abilità. Pub. E prima di detto
tempo chi ne averebbe il pensiero di andarli istruendo nel beo operare? Mr. [merged small][ocr
errors][merged small][ocr errors][merged small] [ocr errors] Mec. Ci sono pur tanti pii, cd esemplari operarj,
zelantisfimi del buon costume, cui non recherebbe gran briga l'invigilare sopra
di elî, con un ben regolato ripartimento, li quali per rimediare a'disordini
maggiori, che incontrasfero doverebbero avere chi desse loro assistenza, e
braccio autorevole; e credetemi, che dupplicato bene da ciò ne risulterebbe:
cioè, che non anderebbono in quelle ore vagabondando per la città, e li
approfitterebbero insieme di molti buon iavvertimenti, e cosi la gregge
averebbe pastori a proporzione del fuo bisogno: e fapere pure, che quantunque
tanto si operi da questi zelancisfimi nello svellere i vizi già adulti,
nulladimeno per lo più poco, o niente di frutto da cfsi si ottiene, onde mi
parrebbero fatiche con profitto maggiore queste impiegate, allorchè i vizi sono
anco teneri, potendosi allora con più facilità sradicare; che quando sono già
adulti,senza tralasciare però d'invigilare a fradicare anche questi
assodati. Pub. [ocr
errors][ocr errors][merged small][ocr errors] Pub. E chi manterrebbe detti figliuoli da quei artefici;
acciocchè l'istruiffero fin tanto, che il loro lavoro meritalse
premio? Mer. Sarebbe facile qui tra noi a trovarsi il modo, essendoci si
numerose, e considerabili limosine di pane, da diftribuirli a poveri; nè si
potrebbe dubicare in conto alcuno, che questi non folsero tali; onde sarebbero
con giustizia, e profitto impiegare in essi ; nè potrebbero gli altri dolerli,
perchè verrebbero anche distribuite colla discreta propora zione rispetto agli
altri bisognosi invalidi; ne apporterebbero gran briga cinque, o sei ragazzi di
questi, provedusi già di pane, avendoli in bottega; ecenendo loro gli occhi
sopra, non potrebbero andare vagabondando in cerca de vizj conforme
facevano. Pub, E'pensiero questo da macurarsi meglio per discernere, che
vantaggio conliderabile potesse apportare. Sem. E se avessero genio di
studiare? Mec. [ocr errors][ocr errors][ocr errors] Mer. Di questo
ne discorreremo nel fine. Sem, Or ditemi dunque quali sono i vizj
familiari a ragazzi poveri? Mec. Possono essere innumerabili, se non sono
sradicati alla prima da qual. cuno, e tanti appunto, quante sono l'erbe dannose,
et inutili, che nascono in una siepe abbandonata da chi la coltivi. Posciache
questi poffono essere primieramente affatto ignoranti dei misteri della Santa
Fede; non hanno in bocca altre parole, che difonckte, appreses per istrada, e
ral volia per essere figliuolini nè pur fapranno i loro ligniti. cati; fi
afsucfaranno da teneri anni al rubare, e cominciando dalle core commefibili
faran passaggio all'altre ancora; diverranno poi tanto impertin nenti, che
daranno fastidio a tutti; bugiardi, fraudolenci, bestemmiatori, e malizioli a
segno, che quabrunque fico no di dieci, e undici anni saranno già capaci in
pratica di tutti i vizj concernenti alla luffuria. Puo. [ocr errors] [ocr
errors][ocr errors] De i buos [merged small][ocr errors][ocr errors]
[ocr errors] prove, e do po [merged small][ocr errors][ocr
errors] Sem. Ma è poflibile, Dottore, che in sì tenera
età facciano questo? Med. Io più d’uno di questi ho vedy. to venire zoppi
all'ospedale per ca. gione di buboni gallici, che avevano acquistati con tali
viziose ritrovata la verità gli ho anche mol. to bene sgridati.
Sem. Da che diviene questa gran facilità di cadere in fimili vizj? Med.
Lo spiegò Socrate a Teodata bellissima meretrice, allorche li gloriava di
superarlo nel saper sedurre più facilmente essa i suoi scolari,di quello avess'
cgli potuto fare colla sua dottrina in rimuovere dal suo amore i suoi drudi,
con risponderle, che lo credeva, nè punto fi maravigliava di ciò; perch'ella li
tirava all'ingiù, et a seconda del precipizio con poca sua fatica dove ch'egli
dovendoli tirar fuori da questo aveva d'uopo impiegarvi fatica maggiore; come
riferisce Eliano, Sem. Oh so, che crescendo questi vizj con gli apoi,
quanci mali effetti eli pros [ocr errors][ocr errors][merged
small][ocr errors][ocr errors] [ocr errors] Conf. Dec. feconda produrranno!
riempiranno per la meno le galee di genec facinorosa, se pur que. fti non
anderanno sulle forche; onde conosco anch'io, ch'è troppo necessario darci
riparo, altrimenti di questi viziosi ne toccheranno ad ogn'uno per servitori, o
per arrifti: ma come fi potrebbe fare almeno, che non cre. scessero di
vantaggio? Mes. Se non li trova il modo, che non vadano vagabondando per
le piazze, e di cenerli lontani da quei, che fono un poco più adulti di essi,
sempre correranno tali pericoli; e perciò lag. giamente ordinò Ligurgo, che i
figliun. li fossero allevati per i villaggi, e gli Egizi non li faceano porre
alla mensa per cibarsi, se prima noa avcano corso a piè nudi due, o cre leghe.
Ed appresso i Parci, se i loro figliuoli non avevano colla frezza colpito, e
fatto cadere il pane, che posto avevano in luogo eminente, non facevano gustar
loro altro; conforme ancora facevano le donne dell'Isole Baleari, ma colla
fionda, c CO: [ocr errors][ocr errors] così li tenevano occupati,
affinchè non aveflcro campo di avanzarli ne'vizj. Ma trovandosi tra noi
impicghi con direttori discreti, sarebbero questi affai più profitcevoli;
potendoli eziandio formare scuole d'apprendere arti, dove fossero istruiti, e
nella pierà, et in quel mestiero al quale applicassero di genio ; ma per opere
sì magnifiche crè cose si ricercano, le quali sono ; l'autorità del Prencipe ;
valido soccorso; et allistenza allidua di uomini pii, ezclanti del buon
costume. Sem. Ma vi è pur S. Michele a Ripas grande ove si fa tutto
queito; perchè dunque andate cercando altro? Mec. Abbiamo certamente tal
Ospizio Apostolico utiliffimo, esantißimo, ove col timor di Dio G avvezzano, e
si approfittano ancora in diverse arci, era sendo usciti di là molti, ch'erano
prima senza indirizzo, e modo da softcocarli, divenuti capaci d'alimentare se
medesimi, e le loro famiglie; ma questo folo non è sufficiente per educare
tutri i [ocr errors][ocr errors][ocr errors][ocr errors] nigliuoli
poveri, che sono nella Città; nè è poffibile moltiplicarne canti altri
confimili ad effo, che foffero fufficienti; onde bisognerebbe trovare un modo
praticabile, acciocche fossero istruiti nella medesima forma, ma senza ag.
gravio di spesa equivalente alla proporzione di quella. Pub. Tutto si
potrebbe fare, ma però se non si toglieffe prima quello, che dasse loro mal'
esempio, gioverebbe a nulla. Meo. Questo è veriffimo; perchè entrando
caluno al servizio, quantunque fosse semplice, e di buon costume,' fe
cominciarse a comandargli il suo padione certe cose, che non li possono dire in
pubblico, effendo indecenti, como potrebbe far di ineno obbedendolo as non
divenire ancor esso diviato? effen. do che: a bove majori discit arre minor, Se
quantunque foffe sobrio, e vedeff: continuamente banchettare, et a vesse tutto
il commodo da disordinare anch' effo, come non diverrà gologfimo? E
par [ocr errors][ocr errors][ocr errors] last particolarmente se si
abbatteffc in chi, come dice Giovenale, Radere tubera terra Boletum
condire, codem in jure na, tantes Mergere facedulas didicit
Sco ap Et cana monstrante gula. Se si accorgerà poi, che manchi di
parola, imparerà anch'esso a farlo dicen. do: se lo fa il mio Padrone, ben lo
posso far arch'io, perchè farà forse oggi di civiltà prar carlo. Voi
dunque, Semi pronio, vidolete attorto dei servirori; doleceri bensì dei
padroni, che gli accoltumano viziosi. Sem. Ma io per la
Dio grazia non fò di questo, e pure mi sono capitati molci cattivi
fervitori. Pub. Saranno stati prima corrotti da altri padroni se non gli
avete corrorti voi, e perciò imparare a non mutarli tanto spesso, potendovi
abbattere ins peggiori, i quali non sarebbero più correggibili: Barbatos
licet admoveas, mille inde magiftros. Mec. Non solamente i servitori si
approfittano del mal'esempio de' padroni, ma tutti gli artisti, e mercanti
ancora, dandosi da caluno di esli a questi, invece del danaro, che avanzano,
certe mercaozie, le quali non trovano ad clitare, e le pongono a prezzi
altissimi, e da ciò essi imparano ad alterare i conti, ed in che forma!
Sem. Ma ci sono pure i periti, che li rivedono, e tarano? Mec. Si bene, ma
però elli l'informano, e fanno ben loro capire, che hanno ricevuto, a ragione
di contanti, assai di meno di quello pretendevano di aver dato loro, a cagione
dei prezzi alterati delle robe ricevute. Sem. Sicche faranno un bel guada.
gno questi, che daranno roba in vece di danaro; e ditemi, Dottore, se ciò si
pratica collo Speziale ancora? Med. Taluno per quanto ho udito lo
fa. Sem. Consideriamo, che buone medicine daranno loro questi, che sono
così malamente pagari. Med. Med. Li poveretti troppo fi sforzano
die a servirli bene; ma certa cosa è, che vo gliono starci in capitale
almeno, c peri ciò non daraano già loro i migliori ri1 nedj. Pub. I
mercanti Moscoviti, prima che it fosse data loro la libertà di uscire dal El
Regno, avevano una bella maniera di contrattare, la quale era di chiedere
soSelamente il giusto prezzo delle loro mer canzic, e guai a colui, che
l'avesse altea si raco; posciache sarebbe caduto in pene sd gravissime.
Mec. Sicoftumerebbe tra noi ancora, 1 se correffe puntualmente il danaro;
må dovendosi tener morto questo più anni, e poi pagarfi Iddio sà come,
bisogna pur, ch'ella pensino al modo, che debbo. no tenere per
guadagnarci ; diano dunSe qne i primi ad edi buon csempio, che fa raono
imitati. Sem. E per fare, che i servitori non divengano viziosi, olcre il
non dar loro mal'esempio, che si potrebbe fare di e vantaggio?
Mer. [ocr errors] Mm Mec. Bisogn' anche procurare, che non abbiano
occasione di addocrinarli in certe cose, che mal'interpretate da efli, da buone
che sono potrebbero divenire pesime; e vi riferirò a tale proposito un esempio.
Si abbatte un giorno un mio amico, che seco aveva due fervi. tori, ad udire un
certo discorso morale, fatto da un buon religioso, mà molto semplice, sopra il
furto, e venuto al par. ticolare, a che fomma questo doveste giugnere per
essere peccaminofo, avvedutosi egli, ch'erano attentissimi i suoi fervitori in
udirlo, chiese incontinente licenza,con iscusa di dover fare certo ur.
gentislimo negozio in quel punto; mà come egli, ini riferì il negozio era, che
non udifícro questi, che li potesse con ficura coscienza rubare una anche
minima cosa, perchè, come diceva, costoro l'averebbero reiterato tante volte in
un giorno, che in breve mi farei impoverito. Pub. Mi persuado ancora, che
non convenga dar loro il comodo di approvecciarsi malamente, con fidarsi alla
sjeca di cili, dando loro gran maneggio; per [ocr errors][ocr
errors][ocr errors] perchè la comodità appunto fà l'uomo ladro. Mec. Vi
era uno di questi, il quale prendeva cutto all'ingrosso, e con vantaggio
grande, e dipoi lorivendeva a minuto, ed a prezzo rigoroso al suo padrone, e vi
faceva giornalmente guada. gno considerabile, scusandosi in far ciò,
ch'era per sua industria, perchè non gli aveva ordinato di far
questo il suo padrone. Onde ingannavasi costui in credere di non aver obligata,
ad effo tutta la sua industria, come difatto avea. Sem. Sarebbe dunque
riuscito van taggioso per loro se avessero studiato, ed appreso le buone
dottrine. Mic. Se avessero fatto questo non si porrebbero a servire, come
dice uno di questi al suo padrone, allorchè lo sgrida, ch'era un ignorante, cui
replicó: signore se fossi dotto non servirei, mà bensì averei chi mi
servisle. Sem; Ne hò però ayuti di quei, che sono stati alla scuola, e
sapevano anco ra un poco di latino. Ner. [ocr errors][merged small][ocr errors][ocr
errors][merged small][ocr errors] Mm 2 Mec. Mà che serviva loro questo? Sem. A nulla; mà
però se non mori. vano i loro Padri si sarebbero tirati aranti nello studio, e
forse sarebbono riusciti uomini dotti. Mer. Vorrei, ch'esaminaflimo ora
qual fosse meglio: chei figliuoli dei poveri s'incaminassero per la strada
delle lettere, o pure fi ponessero da principio ad apprendere le arti,
Sem. E che pretendereste forse voi impedire, che ogn’uno non s'incamini a suo
bellagio per la via, che giudica per se più vantaggiosa? Capece pure, che vi
sono stati molti plebci, che sono riusciti in esso come accennò ORAZIO (si
veda) fat. Multos fape viros nullis majoribus oj tos, Ei vixise probos,
magnis du honoribus auctos. Mec.
Questi non saranno stati però miserabili, perchè dice ancora Giove Haud facilè
emergunt quorum virtutibus ebfas. Res angufta domi. e poi se taluno di
questi, inà molto di rado, è riuscito, oh quanti sono andati a
inale! onde vorrei, che vedeffimo quali di questi fieno quelli, che
possono essere capaci di compire questa carriera, ed a quali non
getti conto. Perchè il sen. tiere delle scienze, é assai lungo, ed
crto, ed ha difficile ancora il suo ingresso; come bene lo descrive Silio
Italico dicendo. Ardua faxofo perducit semita clive, Aspera
principio, nec enim mihi fallera, mos est, profequitur labor ad
nitendum intrare volenti. Onde chi non potesse caminarvi fino al fine, che
farcbbe trovandosi nel mezo di esso? non vorrà tornare indiccro per vergogna,
nè potrà ivi foftentarli., per essergli mancata la provisione neceffaria; onde
non sa a che partito appigliarsi; dove che la via delle arti, efiendo assai più
piana, e più breve, ed ancomeno dispendiosa, li renderà più facile, e
[ocr errors] Mm 3 van. vantaggiosa a questi di poterla
cerminare. Sem. Sicchè dunque farà meglio, e più vantaggioso per loro d’incaminarsi
per il sentiero delle arti, giacchè questo si renderà più facile a poveri di
compirlo. Mec. Così credo anch'io, perchè almeno giugneranno a
guadagnarli il pa. ne più spedicamente, e con minor pericolo di rimanere
inesperti. Sem. Come pensate voi di fare questa scelta, di chi sia capace
d’incaminarsi per essa, e chi per l'altra più piano delle arti. Mec. Se
per esempio ci fossero figliuo. li di mediocre talento de poveri artisti, o di
vedove, che appena colla loro fati. ca arrivano ad alimentarli parcamente,
questi sarebbero perduti, volendoli incaminare per la trada delle scienze, e
maggiormente, se saranno i loro genitori avanzati negli anni ; perchè morendo
questi, chi li softenterà trovandoạ nella carriera a qualcuno di quei, che sono
nel principio del camino può essere, che; torni indietro, econ
ripugaanza grande si ponga ad apprendere qualche arre, quelli, che
saranno però più inoltraci, vergognandosi di farlo, come si trove. ranno i
meschini, non avendo chi più li sostenri? talmente che per procac. ciarli il
vitto saranno costretti di fare ogni viltà, purchè salvino l’apparenza del
proseguimento di tale impiego, ch' esli si avevano figuraco di voler
esercitare; laonde poftisi in doslo una toghetta, ed un perucchino, ne quali
consiste il loro capitale, tutti lindi si porranno, essendo ignoranti, a far da
guasta mestiere: e vi pare che questi possano apportare utile alla republica,
stroppiando cause, se prenderanno la via legale? e quello ch'è peggio, che se
per quella della medicina s'incamineranno quanti ne animazeranno impunemente?
Olere poi il discredito, che ne riceverebbono professioni (i nobili, per
cagione di essi. Sem. Mà perchè se ne prevalgono di questi?
Mec. [ocr errors] Mm 4 Mec. Perchè la maggior parte, chc litigano
sono ignoranti; e simili a questi ancora sono quelli, che si trovano malati;
onde come potranno discerneru questi a che segno giunga la di loro abilità?
ctanto più, che quantunque penuriando di dottrina i guasta mestieri, non si
trovano già scarû di malizia, per dare ad intendere lucciole per lanterne
quando vi sia duopo, essendo questi gran; mensognieri. Sem. Quali voi
crederefte, Mecenate, che potessero incaminarli per la via del le scienze con
sicurezza maggiore? Meo. Quelli solamenre a quali il Padre morendo in
questo mentre, poresse lasciare 'ranto, che fosse sufficience a poter terminare
i loro studj, cche fossero di buono ingegno; perchè se non saranno cali gertato
averebbero quel danaro, e rimanendo mendichi, ed ignoranti, questi ancora fi
porrebbero a fare molce viltà, e perciò l'Ecclesiast. csclama. Propter inopiam
multi deliquerunt; de'quali così ebbe anco a dire ORAZIO. Ma Magnum
pauperies opprobrium jubet. Quiduis ad facere et pari, Virtutisque
viam deferit arduam. Sem. A chi toccherebbe di farne la prova del loro
ingeg:10, e capacità? Mec. Niuno meglio de' loro maestri, che li avessero
cominciati ad istruire sarebbe più a proposito; mà taluni di questi alle voltc
consigliano i poveri Padri con poca carità a fare proseguire loro l’opera
mal’incominciara. Pub. Sapere, Mecenate, che non è disprezabile pensiero
questo da voi apportato, e rifletto ora anch'io, che il voler porre con tanta
facilità i poveri all'acquisto delle scienze possa essere una delle cagioni,
che ritardano più tosto la buona educazione, e mi inaraviglio che non si dia
già dato opportuno riparo a questo inconveniente, Mec. Sicte pur pratico
del mondo, e non riflettere, che non tutto arriva all' orecchie di chi vi può
dare rimedio, perchè se vi giugnessero tutte le cose, quanti buoni regolamenti
si prendereb [ocr errors][merged small] Res nale fac. 3:bero dalla
vigilanza di effo. Pub. Che imparassero i figliuoli de’ poveri, a
leggere, scrivere, e l'abaco lo stimerei necessario ; mà che questi poi si
applicassero alli studi delle scienze, non avendo nè capacità necessaria, nè
modo da foftentarli, ora che voi ave. te mostrato tanti inconvenienti lo stimo
dannoso anch'io. Sem. Come fecero Publio, quei celebri filosofi antichi, i
quali erano affatto privi de’beni di fortuna, a divenire così dotti; efsendomi
stato raccontato di Diogene, che appena avesse una botte per
difendersi dall'inclemenze dell'aria : e di Socrate, chę altre di calcare sem,
pre la terra co’piedi nudi, appena venisse ricoperto da un sordido
mantello. Pub. Affinchè meglio comprendiate la verità di quanto diffi,
dovete sapere, che considera AQUINO la povertà in due maniere; ove parla:
Contra genti. Jes; cioè: aut ex coactâ neceffitate, aut ex propriâ voluntate.
Questi filosofi da voi mentovati erano poveri; perchè non [ocr
errors][ocr errors][ocr errors] si curavano punto de'beni della fortuna,
e riputandoli dannosi non istudiavano di cumulare richezze, quantunque
das queste 'venissero adescati . Mentre, che non fa Alessandro il
grande per rimuovere dalla sua bramata povertà Diogene, quantunque in
darno? Quan,. to non fi adoperò Archelao per fare divenire ricco Socrate ? mà
egli per liberarsi dalla di lui generosa importunità li fè intendere, che in
Atene a vile prezzo si vendevano le farine, e che colà le acto que nulla
costavano; e perciò questa voin lontaria povertà, non folamente non li contristava,
mà serviva loro più tosto di ajuto per la filosofia; come riferisce 1
Stobeo, fer., che confeffalse, l'isteiro Diogene. Anzi Epicuro passò più
oltre, come si ricava da Seneca nell'epift. persuadendosi egli, che
la volontaria poi vertà, la quale si uniforma alle leggi di natura, non
debba riputarsi povertà, į inà più tosto ricchezza superiore a tutte 3 le
altre, di qual sentimento, oltre molti altri filosofi, è ancora
Democrito; men [ocr errors][ocr errors] tre tre venendo egli
interrogato, come ri. ferisce Scobeo, qual fosse il vero modo da divenire molto
ricco, rispose: con divenire povero di desiderio. Sem. Potrebbero dunque i
nostri poveri figurandoli volontaria la loro forzata povertà, divenire Filosofi
ancor efli. Pub. Non è più quel tempo antico, nel quale i poveri si
contentavano audrirli di solo pane, ed acqua, o di sole erbe, come riferisce
Eliano, che faceffe Diogene; onde questa povertà volontaria, senza un special
dono di Dio si renderà impollibile a conseguirsi. Sem. Vorei sapere,
perchè questa povertà forzata abbia da ritardare l'acquisto delle scienze, c la
volontaria più tosto da promoverlo? Pub. Perchè la forzata contrifta
fortemente l'animo, apprendendo chi la sof. fre di essere infeliciffimo, dove
che la volontaria, riputandoli per feliçità da cui si gode, lo rende sommamente
cranquillo: Laonde chi mai coll'animo con, [ocr errors] tristato potrà
applicare a cose tanto serie, conforme sono le scienze? le quali richiedono
attenta meditazione da cui brama d'approfittarsene. Quindi è, che Aristotile
nel primo della sua Etica ebbe con ragione a dire: Impoffibile eft indigentem
operari bona; e più chiaramente nel secondo della politica. Impossibile eft
inte digentem ftudio vacare; c non potendosi i poveri di spontanea volontà
chiamare in digentes,non milita contro di esli l'autorità di Aristotile; perchè
questi hanno ciocche, fà d'vopo al loro necessario sostentamento, ed è ciò
sufficiente per effi, avendolo fatto conoscere Socrate, riferito da Stobeo al
serm. allorchè diffe: Si res 'mea mibi non fufficiunt, du ego ipfis fufficio,
as fic etiam ipfa mibi; al opposto i poveri, che non hanno povero il loro
desiderio ancora, non li appagano punto di ciò, chè si trovano, braman. do
sempre di vantaggio, sembrando loro quanto hanno per esli insufficiente, c per
tale cagione vivono perperuamente contristati. Or ditemi, Sempronio, se
[ocr errors][ocr errors] avere da dire altro intorno al morale? Sem. Non
altro certamente intorno a questo, e credo di avere udito tanto, che se me ne
approfitterò saprò scegliere la noglie approposito, ed allevare nel buon
costume anche i miei figliuoli, che nasceranno. Mi rimane solamente di sentire
dal dottore, quali vantaggi potrebbe apportare all'educazione la filosofia, e
specialmente in quei figliuoli, che ricalcitrano nello approfittarfi de buoni
documenti morali. FIL. Di questo ne tratteremo domani. – “I have a train
to catch.” Grice: “I like
Gagliardi. In honest Italian prose, he manages to write a treatise for the
week: the first day (or giornata) and so forth. It is an empirical ethical
treatise along Aristotelian lines of the type I classify as ‘is’ rather than
‘ought’. Recall that the fundamental question I pose for pragmatics is why
maxims ought to be followed rather than being, as they are, mainly and ceteris
paribus followed! My answer to that is in three stages, and the first ‘answer,
dull and empirical’ is that the maxims ARE, as a matter of EMPIRICAL fact,
followed. This far Gagliardi goes – and succeeds!” – Grice: “He wrote
extensively, knowing British parents, how a father must take care of his son,
or at least find him a good tutor!” Domenico Gagliardi. Gagliardi. Keywords: “a
dull (if at a certain level adequate) answer to the fundamental question about
the conversational categoric imperative”; moralia, etica, mos, ethos – Grice on
morality – morals – educazione – “We learn not to tell lies from our parents”
Hardie, Ethica Nichomachaea, la formazione del carattere. “Empirical fact we’ve learned since childhood
and it would be difficult to diverge from the practice” – “This is a dull
empirical.” -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Gagliardi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza --
Grice e Gaio: la ragione conversazionale e l’accademia a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A member of the Accademy. Although he appears to have enjoyed a
significant reputation, next to nothing is known about him. Porfirio mentions
commentaries on Plato by G. that may have been edited by his pupil Albino. Gaio.
Luigi Speranza --
Grice e Galba: la ragione conversazionale e il principe filosofo -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Mussonio: deportato da Nerone, pardonato da Galba –
Deportato da Vespasiano, pardonato da Tito.
Luigi Speranza --
Grice e Galeno: la ragione conversazionale e la scuola d’Antonino – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Brought to Rome by Antonino.
Luigi Speranza --
Grice e Galetti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Filosofo. Emporium.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Galimberti:
la ragione conversazionale, l’implicatura converszionale, e l’imaginario
sessuale – filosofia monzese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Monza). Abstract. Grice: “I find, like Aristotle, amicizia
quite an aporia!” Keywords: amore. Filosofo monzese. Filosofo
Lombardo. Filosofo Italiano. Monza,
Lombardia. Grice: “I like
Galimberti: he has philosophised on amore, amicus, amicizia – all topics of my
interest – while I am into vyse, he is into the seven capital vyses! He also
has spoken about speech: the ‘parole nomade,’ and the ‘equivoci’ of the
‘anima.’ – In general his philosophy is about nihilism and the idea of man in
the age of ‘techne’ (ars).” Il suo
maggior contributo riguarda lo studio del inconscio e il simbolo (contractio), inteso
come la base primeva e più autentica dell’uomo – ‘logica simbolica’. Nasce
a Monza, la mamma maestra di elementari e il padre deceduto. Le necessità della
famiglia l’obbligano a lavorare. Frequenta le scuole superiori in seminario.
Terminati gli studi liceali classici, si iscrive al corso di laurea in Filosofia a Milano. Si
laurea quindi con Emanuele Severino con lode, con “La logica di Jaspers”. Fra i
suoi maestri, anche Bontadini. Studia fenomenologia del corpo con Borgna a
Novara. Insegna a Monza e Venezia. Studia con Trevi.“E se "filo-sofo"
non volesse dire "amante del sagio" ma "saagio dell'amore",
così come "teo-logo" vuol dire dotto *su* Dio e non ‘parola di Dio’,
o come "metro-logo" vuol dire scienzato delle misure e non misura
della scienza?” “Perché per la forma greca ‘filo-sofo’ questa *inversione*
della morfologia nella implicatura? Perché il filosofo greco si struttura come
un logico che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per
rinchiudersi nell’academia, dove, tra iniziati, si trasmette da maestro a
discepolo quesso che lo face un ‘sagio,” e che non ha nessun impatto
sull'esistenza e sul modo di condurla. E per questo cheda Socrate, che indica
come la sua condotta "l'esercizio di morte", ad Heidegger, che tanto
insiste sull' “essere-per-la-morte”, il filosofo si e innamorato più del saper
morire che del saper vivere. Al centro della sua riflessione sta il corpori
degli uomini, che, in un mondo sempre più dominato dalla tecnica, si sentono un
"mezzo" nell'"universo dei mezzi", riuscendogli sempre più
difficile trovare e dare un senso alla sua vita, alla sua esistenza. Si deve
trovare un senso al radicale disagio, alla tragicità del suo esistere, anche
attraverso il recupero dell'ideale antico greco-romano, evitando mitologie.
Il suo maggior contributo consiste nel porre la dimensione del simbolo (coniactum
– the idea is that you throw two things together so that the recipient may
compare them, one becomes the ‘symbol’ – coniactum – of the other – cf. Grice
on Peirce on symbol) alla base primordiale della ragione conversazionale, che
ha inteso ordinare il simbolo (mito, no logos) – dunque l’ambilavenza delle
cose ma non l’equivalenza generale di significati. Il simbolo (coniactum) è il
sustratto pre-razionale. Rappresenta un caos originario che ragione tenta di
arginare. Siamo razionali (apolineo) per difenderci dal simbolo dionisiaco. Il concetto
fondamentale del simbolo non è l’equi-valenza generale, ma l’ambi-valenza.
Riprende Freud e Jung, fondendone con Nietzsche, Severino e Heidegger. Importante
è stato il costante riferimento a Husserl e Jaspers. Il filosofo cerca la “comprensione”
(verstaendnis – cf.. Grice on ‘understand’ – ‘understanding,’ literally, slang
for a leg) e non la spiegazione (verklaerung) del comportamento umano. La psicologia
filosofica o rationale (l’anima di Aristotele) non può operare una
trasposizione tout-court dei metodi e dei modelli concettuali delle scienze
naturali perché, così facendo, l'uomo verrebbe ridotto a mero evento naturale,
fisico, come ha luogo, per esempio, in psichiatria. Contrario, poi, al
dualismo di Cartesio, Galimberti ha anche fatto riferimento al metodo
fenomenologico e al funzionalismo per consentire altresì, alla psicologia
filosofica o rationale, la comprensione e la descrizione fenomenologica di
quelle strette relazioni che intercedono fra nostri corpori assieme al
significato che queste relazioni comportano. E e tutto ciò lo porterà ad
abolire, di conseguenza, ogni distinzione concettuale fra ”salute“ e
”malattia.” Insiste sull'inconsistenza della contrapposizione tutta occidentale
fra scienza e fede – fiducia -- individuando come questa seconda – la fiducia,
cf. English ‘trust,’ truth’ -- sia in realtà l'elemento fondativo dell'intera
coscienza occidentale, all'interno anche della scienza e della tecnica. Scienza
e fede non dovrebbero mai confliggere, è importante che nessuna delle due
invada il campo dell'altra. Tematizza innanzitutto il passo della Genesi
in cui Adamo è definito "dominatore della Terra, sui pesci dei mari e
sugli uccelli del cielo", collocando l'uomo in una posizione privilegiata
rispetto agli animali e la Natura in sé e legittimandolo a operare su di essi
per alimentare la propria esistenza. In quanto il progresso è l'affermazione di
questo primato umano, la tecnica (Greco techne, Latino, ars) è indubbiamente
l'ipostasi che sigilla costantemente quest'affermazione sull'indifferenza
naturale. La coscienza della techne (Latin ‘ars’) tecnica è formulata come una
risposta alle fatiche naturali, si appellerebbe, dunque, a una condizione strutturale
di eminenza consegnata da Dio e propugnata dalla persistenza di un animale sui
generis. Riconosce la cristianità come il carattere di una scansione
temporale che identifica il passato come spazio del peccato, il presente
dell'espiazione, il futuro della redenzione e salvezza. Questo semplice modello
triadico ha una ricorrenza quasi ossessiva nelle forme occidentali, fra le
quali la medicina (malattia, diagnosi, cura), psicoanalisi (disturbo, terapia,
guarigione), scienza (ignoranza, sperimentazione, scoperta). La triade è il
"coefficiente a-storico" necessario a profilare la possibilità di un
progresso, che si esercita eminentemente nello scenario tecnico. Qui, l'uomo
che soccombe alle fatiche naturali della sopravvivenza, del parto e del lavoro
(così come minacciato nella Bibbia) ha modo di riscattare la propria difficoltà
attraverso mezzi che ne purificano endemicamente l'opera, al costo di un esaurimento
delle risorse naturali. Ma, in fondo, la loro esistenza è preposta a
questo. Non si definisce né "credente" (in senso cattolico) né
"non-credente", ma "greco-romano", nel senso di colui che
vuole recuperare la visione del mondo della civiltà greco-romana, in modo
nietzschiano e heideggeriano (si veda anche Il detto di Anassimandro, un noto
saggio di Heidegger sul pensiero greco arcaico), fondendola però con la pur
antitetica visione cristiana: la morte e la vita vanno pertanto prese sul
serio, e non minimizzate pensando a un'altra vita ultraterrena. La ragione è
importante perché, come nel detto "Conosci te stesso", fornisce
all'uomo il senso del proprio limite. Approfondisce molto la tematica del
concetto di tempo e del suo rapporto con l'uomo. La sua indagine evidenzia come
nell'età degli antichi – eta greco-romana, eta classica -- non si pensasse al
tempo come lineare ed escatologico, tanto meno vi era associata l'idea di
progresso. Essi concepivano l'essere come kyklos (tempo ciclico, l’eterno
ritorno di Nietzsche), come un ciclo in cui ogni evento è destinato a
ripetersi. Nella filosofia greco-romana antica era impensabile che l'uomo
potesse esercitare un controllo sul cosmo, o di imporre su di esso i propri
fini. La dimensione dell'uomo era inserita armonicamente all'interno dei cicli
naturali che si susseguivano necessariamente e senza alcuno scopo. Nel ciclo
infatti il fine (in greco telos) viene a coincidere con la fine e la forza
propulsiva (in greco energheia, actus) porta all'attuazione dell’ergon,
l'opera, ciò che è compiuto. Il ciclo si manifesta dunque con l'esplicitarsi
dell'implicito.Il seme diventerà frutto solo alla fine del ciclo di crescita e
maturazione stagionale, e il frutto coinciderà con il fine del seme, con il
dispiegarsi completo dell'energia e delle potenzialità implicitamente contenute
in esso. Nel ciclo, in cui tutto si ripete, non si dà progresso: di conseguenza
divengono fondamentali la memoria dei cicli passati e quindi la parola dei
vecchi, deposito di esperienza, e l'educazione, come trasmissione della memoria
e dell'esperienza passata. Tuttavia, l'uomo è da sempre tentato di conciliare
il tempo ciclico della natura con il tempo umano, che è un tempo “scopico” (dal
greco skopein, che indica un guardare mirato). Con questa operazione l'uomo
vuole reintrodurre scopi umani nel tempo naturale, naturalmente privo di scopi.
Emerge qui dunque la necessità propriamente umana di progettarsi, cioè di
gettarsi-fuori di sé verso un obiettivo, cercando di dotare di senso la propria
esistenza. Questa tendenza tuttavia, può armonizzarsi con il “kyklos” solo se
l'uomo vive con la consapevolezza tragica di non poter oltrepassare i limiti
posti dalla natura, primo tra tutti la sua mortalità. In caso contrario, egli
si macchierà di hybris (superbia), la tracotanza, l'unico vero peccato riconosciuto
dalla saggezza greco-romana.In termini esemplificativi, il cacciatore esercita
il suo guardare mirato nel bosco (skopos) e solo in questo tempo progettuale e
nella compresenza di mezzi e fini, il suo arco diventa strumento e la lepre
l'obiettivo. Si tratta di un tempo lineare che si muove tra due estremi: i
mezzi e i fini (la ragione come phronesis or prudentia).V'è tuttavia un elemento
che si inserisce tra questi termini, impossibile da controllare, ovvero il kairos,
il tempo opportuno, che è anche imprevedibilità, e che può determinare o meno
l'incontro tra mezzi e fini. Non è dunque nelle possibilità dell'uomo il
tessere il proprio destino. Egli deve saper cogliere il kairos, la circostanza
favorevole, e in essa espandere sé stesso. Questo equilibrio tra tempo
naturale, umano e del kairos è stato sconvolto dall'uomo nell'età della
tecnica: obiettivo di quest'ultima è infatti quello di ridurre fino ad
annullare la distanza tra mezzi e scopi (in cui si inseriva il kairos,
l'imprevedibile) per realizzare così un controllo e un dominio assoluti sul
mondo, che da cosmo a cui accordarsi è divenuto natura da dominare, e per
portare a compimento una tirannia completa del tempo umano. Con l'età della
tecnica abbiamo scatenato il Prometeo che gli dèi avevano incatenato,
determinando il trionfo del potere della techne sulla necessità (in greco
ananke) della natura, fino alla paradossale situazione in cui la tecnica non è
più strumento nelle mani dell'uomo ma è l'uomo a trovarsi nella condizione
di mero ingranaggio, funzionario inconsapevole dell'apparato tecnico. Riflettendo
sulle modalità in cui l'uomo abita il mondo, approfondisce il concetto di
‘corpori.’ Studiando genealogicamente il concetto di corpo dal periodo romano
antico – quale e la etimologia di corpo? Quella di Platone e terribile: soma
sema -- mette in contrasto le diverse
modalità in cui esso è stato osservato. I corpori – corpus romano, pl. corpora
– corpore -- sono visto come organismi da sanare per la scienza, come forza
lavoro da impiegare per l'economia (body-abled man), come carne da redimere per
la religione, come inconscio (id) da liberare per la psicoanalisi, come
supporto di segni (semiotica corporale – la semiotica dei corpi) -- da trasmettere
per la sociologia – un segno e un medio fisico – l’immagine e percipita per un
corpo – un corpo mittente – un corpo che recive il messagio – semiotica fisica.
L'uomo e capace di cappire significatum ambi-valente (uno senso Fregeiano e una
implicatura – “He is a fine friend +> He is a scoundrel). Questo
significatum ambivalente e fluttuante e quello che il corpo ha da sempre
assunto. Questa ambivalenza del segno fra corpo 1 e corpo 2 nasce dal suo
sottrarsi all'uni-vocità (or aequi-vocita – or aequi-segno) di una teoria
psicologica categorizzante, concedendosi invece una “con-fusione” de un codex
di senso fregiano e un codex di implicatura, con i quali i corpori sono costituito.
Per salvarsi di un panico creato da questa ambivalenza (significatum fregeano,
significatum griceianum), si sigue il principio d'identità, collocando i
corpori di volta in volta sotto un equi-valente generico che gli garantisse uni-vocità
o aequi-vocita (quando l’implicatura e cancellata). Cogliendo lo sfondo in cui
i corpori si mostrano, si evidenzia la legge fondamentale che lo governa,
ovvero lo “scambio” (o ‘con-versazione’) simbolica – il simbolo e il
significatum griceiano -- in cui tutto è re-versibile e non vi è demarcazione
tra significati – questo che Grice chiama la ‘indeterminazione disgiontiva
infinita: il corpo significa che p1 o p2 o p3 o … L'ambivalenza del segno è una
legge inclusiva per cui ciò che è, è sì sé stesso (principio d’identita), ma
anche altro da sé (principio della negazione – diaphoron). In questo modo i corpori conservano la sua
oscillazione simbolica tra vita e morte: oscillazione che non posse eliminarsi
tracciando una violenta disgiunzione tra vita e morte, tra ciò che è (l’ente,
il ‘being’ di Grice) e ciò che non è (vide Grice, “Negazione e privazione).Proposito
conclusive è quello non tanto di emancipare o liberare i corpori dalla
restrizione impostagli dal senso apolineo fregeiano (che non avrebbe altro
effetto che confermare i limiti in cui i due corpori sono reclusi), bensì
quello di restituire i corpori alla sua originaria innocenza. Si è sempre
schierato su posizioni fortemente anticapitaliste, esprimendosi e professandosi
inequivocabilmente comunista. è stato ufficialmente richiamato da Venezia a
volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri
autori. Questo per aver riportato alcuni brani di altri autori senza citarli
in. Tutto ha avuto inizio quando in seguito a un articolo de Il Giornale è emerso
che aveva copiato "una decina di brani" di Sissa per un saggio. Ha
ammesso di aver violato il diritto d'autore riservandosi di riparare al danno. Ciò
non ha comunque soddisfatto Sissa perché “quello non chiedere scusa, piuttosto
un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi. Con il passare
del tempo sono emersi altri precedenti analoghi. Infatti anche per il saggio su
Heidegger, copia Zingari. I due arrivarono a un accordo che prevedeva
l'ammissione da parte di G. dell'indebita appropriazione intellettuale nelle
successive edizioni del libro e da parte di Zingari l'impegno "a non
tornare più sulla questione". Oltre a Sissa e Zingari sono stati copiati
testi di Cresti, Natoli e Bradatan. Per difendersi, dice che "in ogni ri-elaborazione
però, c'è uno scatto di novità". L'inchiesta giornalistica de Il Giornale ha
accertato che due dei saggi, presentati al concorso a Venezia erano stati
copiati da altri autori. La commissione giudicante composta all'epoca non si
accorse del fatto. Il rettore ha detto che "non ho, ora come ora, estremi
per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a
farlo. Di mio posso dire che in ambito umanistico si producono troppi testi e
che questo è uno dei fattori che causano l'impossibilità di fare controlli
accurati. Nello specifico, secondo me dovrebbe essere G., nel suo interesse, a
chiedere la convocazione di un giurì o comunque a rispondere e a specificare le
sue posizioni.”Nel giugno la rivista
L'indice dei libri del mese ha pubblicato nel proprio sito un lungo articolo su
altri copia-incolla. In particolare il saggio sul mito è stato indicato come
costituito al 75% da un "riciclaggio" di suoi scritti precedenti, per
il restante 25%, una ristesura di intere frasi e paragrafi, presi da altri
autori, quasi identici agli originali. Le accuse mosse a G.i sono poi diventate
un saggio, “La mistificazione intellettuale (Coniglio Editore, ), in Bucci,
elenca i nomi dei pensatori da cui avrebbe tratto parti di testi senza citare
la fonte. Vattimo ha dichiarato al Corriere della Sera: «si scrive anche a
distanza d'anni dalla lettura; la spiegazione è plausibile. Lui cita l'autore
la prima volta; poi ci mette quelle frasi che ricorda anche senza
virgolettarle. Il sapere umanistico è retorico. Noi si lavora su altri testi,
si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nella
filosofia è tutto un glossare. C'è chi copia dagli altri e chi da sé stesso».Altre
opere: ROMA SERMO ROMANVM -- Milano, Mursia). Agire (Milano, Apogeo); Amore. Assisi, Cittadella Editrice,.Tra il dire
e il fare. – dire e una forma di fare --
Il viandante della filosofia, con Marco Alloni, Roma, Aliberti,.Parole
d'ordine, Milano, Apogeo,. Amore.
Milano, AlboVersorio. Amante, amato, amico --” Napoli-Nocera Inferiore (SA),
Orthotes,. “Il bello” Napoli-Nocera
Inferiore (SA), Orthotes,. Eros e follia, Mariapia Greco, Lecce, Milella
Editore. Fenomenologia del corpo, Milano, Feltrinelli – cf. Grice on ‘body’ –
in “Personal Identity” “I fell from the stairs” -- Dall'inconscio al simbolo,
Milano, Feltrinelli, 2“Equivoci” (Milano, Feltrinelli); Parole nomadi, Milano,
Feltrinelli; I vizi capitali e i nuovi vizi, Milano, Feltrinelli. Amore,
Milano, Feltrinelli. Treccani. G., nato a Monza, è stato professore incaricato
di Antropologia Culturale e professore associato di Filosofia della
Storia. Professore ordinario all'università Ca' Foscari di Venezia, titolare
della cattedra di Filosofia della Storia. Titolo opera: Le cose dell'amore. Il
libro è di: saggistica, cioè appartiene al genere letterario dei saggi.
Sommario: Riassunto per capitoli: “Amore e trascendenza”: La metafora di Dio è
sempre stata collegata alla metafora dell'amore, nel senso che senza la
presenza della trascendenza, cioè che è al di là dei limiti di ogni conoscenza
possibile e quindi superiore alla ragione umana, l'amore perde la sua forza e
la sua capacità di leggere il mondo. Rimane un enigma dove l'amore vede in Dio
la sua trascendenza, e Dio vede nell'amore la sua natura,e questo intreccio non
presenta sentimentalismi ma solo il nesso tra amore e trascendenza. I “Amore e
sacralità”: La sacralità è dovuta dal desiderio dell'uomo di immortalità
e quindi dal desiderio di conservare la sopravvivenza dell'individuo e della
totalità dell'essere. Oltre al sacrificio, un altro modo di sperimentare la
morte della propria individualità è l'orgasmo, l'apice della vita sessuale,
durante il quale l'Io e il Tu si dissolvono, e ciò è reso possibile dalla
fiducia reciproca. “Amore e sessualità”:
Il sesso non è qualcosa di cui l'Io dispone, ma è qualcosa che dispone
l'Io, aprendolo così alla crisi. Nella sessualità, la meta non è il
godimento dell'Io, ma il suo perdersi negli abissi dell'anima, i quali si pensa
siano rimasti disabitati, e che invece possono riapparire durante quel
rinnovamento della vita a cui l'Io cede ogni volta che ha un rapporto sessuale
e quindi nesso con l'altra parte di sé. “Amore e perversione”: La perversione è
sempre stata giudicata negativamente, perché concepita come sinonimo di
devianza, degrado, ribrezzo e ripugnanza. Il perverso non cerca la
trasgressione, ma la sua aspirazione è di raggiungere uno stato dove è
soppressa ogni nozione di organizzazione, struttura, separazione e dl'universo
di differenze da cui prende avvio ogni principio d'ordine. Il godimento del
perverso non deriva dalla sessualità, ma dalla sessualità portata a quel limite
oltre il quale c'è l'incontro con la morte. “Amore e solitudine”: La
mitologia greca aveva divinizzato la masturbazione, perché era
espressione di autosufficienza e indipendenza dagli altri. Ma questo atto venne
condannato, nell'età dei Lumi, dalla scienza medica e dall'economia: la prima
sosteneva che essa provocava malattie, mentre la seconda affermava che era uno
spreco. Osservando invece il fenomeno della masturbazione da un'ottica diversa
da queste due discipline, questo "vizio dell'adolescente" non appare
come un qualcosa da combattere, ma un qualcosa su cui fare leva per integrare gradualmente
la sessualità. "Amore e denaro": La prostituzione è uno scambio
di sesso e denaro che caratterizza il regime sessuale della nostra società, e
che viene alimentato da un desiderio di rapido miglioramento delle proprie
condizioni economiche. Infatti, di fronte al denaro tutto diventa merce: quando
un uomo paga una donna, non le riconosce alcuna interiorità sua propria,
arrivando a considerarla più come un "genere" che come
"individuo". "Amore e
desiderio": L'amore è un'illusione di stabilità emotiva. Questo sentimento
necessita novità, mistero e pericolo, ma deve saper combattere il tempo, la
quotidianità e la familiarità. infatti, la ricerca della sicurezza e
della stabilità porta l'amore al suo degrado, perché così facendo essa non
prevede l'avventura, la tensione e il senso del rischio che alimentano la
passione. "Amore e idealizzazione": La percezione della realtà è una
costruzione attiva, dove l'immaginazione, la fantasia, il desiderio, di cui
l'idealizzazione amorosa è una figura, intervengono a trasfigurare i dati della
realtà. Da ciò si deduce che l'oggettività è un'ideale impossibile, e infatti
la convinzione di conoscere l'altro in modo oggettivo è una delle tante
illusioni create dalla passione per evitare la delusione. "Amore e seduzione": Nella vita
quotidiana, la trasparenza riesce ad allargare l'orizzonte e lo scenario
dischiuso dall'immaginazione. Infatti il desiderio si trova in ogni fessura
della realtà che lascia trasparire un'ulteriore senso: quello dell'irreale e
de-reale. Il corpo dell'altro diviene così uno specchio che riflette il nostro
desiderio, e questo corpo non deve essere mai nudo, perché la seduzione si
esprime attraverso le vesti, gli accessori, i gesti, la musica. "Amore e pudore": L'amore prevede
che ad amare e ad essere amato sia il nostro Io, una delle due soggettività
presenti in ogni individuo e che, contro la sessualità generica, impone
la barriera del pudore. Essa però non limita la sessualità ma la
individua, sottraendola a quella genericità in cui si celebra il piacere senza
riconoscere l'individualità. E' importante sottolineare che il pudore non è un
sentimento esclusivamente sessuale, ma ha anche una valenza sociale che si pone
alla difesa dell'individuo contro la pubblicizzazione del privato. "Amore e gelosia": Nella nostra
società, dove la sussistenza dipende sempre meno dalla solidità dei vincoli
familiari, la gelosia è vista come un sentimento arretrato che ostacola
la libertà e la sincerità dei singoli. Essa, cha affonda le sue radici
nell'infanzia non per la progressiva rinuncia da parte del bambino al
possesso esclusivo del padre o della madre, ma perché durante questo periodo
chiunque ha provato sentimenti come la solitudine e la paura di essere
abbandonati, altera la percezione, l'attenzione, la memoria, il pensiero e il
comportamento. Per avere controllo su questo potente stato d'animo, bisogna
separare progressivamente l'amore dalla ossessività, cioè civilizzarla.
"Amore e tradimento": Il tradimento risiede nella fiducia originaria,
dove non c'è traccia neppure del sospetto, perché non sorgono ne
l'interrogazione ne il dubbio. Ma la scoperta di quest'ultimo segna la nascita
della coscienza, e questo atto è indicato dal tradimento. Sono presenti diverse
reazioni al tradimento: la vendetta, che non emancipa l'anima ma la
irrigidisce; la negazione, in cui l'individuo che ha subito una delusione tenta
di negare il valore dell'altro; il cinismo, che fa credere che l'amore sia
sempre una delusione; il tradimento di sé, che porta a tradire sé stessi e le
proprie esperienze emotive; la scelta paranoide, un atteggiamento legato più
alla sfera del potere che a quella dell'amore.
"Amore e odio": L'odio è il compagno inevitabile dell'amore, e
la sopravvivenza di questo sentimento amoroso non dipende tanto dalla capacità
di evitare l'aggressività, che è il riflesso dello stato di pericolo in cui si
trova la persona che ama, quanto dalla capacità di viverla e oltrepassarla. In
amore, l'individuo può accettare la dipendenza verso la persona amata, oppure
per riscattarla trasforma la passione amorosa in passione aggressiva, carica di
odio, dove il messaggio finale è che non si può fare a meno di questa
persona. "Amore e passione":
A differenza dell'amore, la passione non segue le regole, ignora il
governo di sé, non conosce il limite e non dipende da progetti. Per questo è
possibile dire che l'amore è cristiano, mentre la passione è pagana. La
passione cerca rassicurazione, ma nello stesso tempo vuole essere smentita,
rifiutata e delusa, perché attribuisce all'affetto, alla domesticità, all'amare
e all'essere amato poca importanza. Questo perché la passione conosce il
destino e non lo scambio, in quanto l'altro è considerato solo come materia per
la sua creazione, ovvero la fantasia, la quale si alimenta del dubbio e dell'incertezza.
"Amore e immedesimazione": L'alienazione nell'altro per amore di sé
approda o nell'assimilazione con la persona amata, che porta alla perdita della
propria identità, o nel possesso della persona amata, con la tendenza ad
escluderla dal mondo. Gl’amanti chiamano amore questa reciproca
immedesimazione, e questa rinuncia di sé e della propria libertà non esprime
solo un rapporto di dipendenza, ma una vera e propria condizione di
alienazione. Il mantenimento in amore della propria autonomia non solo evita
l'identificazione con la persona amata, ma consente il recupero di se
stesso. "Amore e possesso": La
passione, quando non approda nell'immedesimazione con la persona amata, si
indirizza verso il possesso, che riduce le relazioni della persona amata, e in
cui l'amante non ama propriamente l'altro, ma solo il potere che esercita
sull'altro. Dunque, chi ama per possesso non si accontenta del possesso del
corpo e del godimento sessuale che ne deriva, ma pretende che la persona amata
lasci per lui tutto il suo mondo, e che lo ami non solo per la sua evidente
identità, ma per le sue qualità nascoste. Solo a questo punto il suo desiderio
di possesso è soddisfatto ma, con la sua soddisfazione, anche la sua passione
si estingue, perché non era amore per l'altro, ma era perverso amore di sé.
"Amore e matrimonio": La nostra società è caratterizzata
dall'individualismo, in cui l'individuo vive in base alla sua personale
idea di felicità, senza più subire l'influenza delle norme tradizionali. Attualmente,
l'amore è slegato da ogni riferimento sociale, giuridico e religioso, e si sta
diffondendo la figura de "l'uomo della passione", che attende
dall'amore qualche rivelazione su se stesso o sulla vita in generale. Da una
parte quindi l'amore-passione, che rappresenta l'evasione dal mondo per
raggiungere in sogno la felicità assoluta, dall'altra l'amoreazione che fonda
il matrimonio, che non evade dal mondo ma assume in esso il proprio impegno.
"Amore e linguaggio": L'amore utilizza le parole per dare espressione
a ciò che la logica non sa cogliere. Infatti, i paradossi del linguaggio
dell'amore cercano di infrangerla, perché la logica include la normalità e la
quotidianità, mentre l'amore vuole esprimere l'eccesso, l'insolito, e non può
farlo se rispetta le regole della ragionevolezza. Questo eccesso concede
all'amore nuove libertà di cui ha bisogno, perché essa nasce quando è
totalizzante, e infatti il linguaggio dell'eccesso pretende la totalità, dove
odio e amore possono confluire e passare l'uno nell'altro. "Amore e follia":
L'amore è quasi sempre stato considerato come un qualcosa posseduto dall'Io.
Freud smentisce ciò sostenendo che non esiste una ragione onnipotente che guida
la volontà che governa le ragioni, in quanto la psiche umana non è razionale.
Fu Platone il primo ad interessarsi alle regole della ragione e agli abissi
della follia. Egli con il termine follia indica un'esperienza dell'anima che
sfugge a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarla e disporla in
successione. B) Tesi dell'autore:
L'amore non può esistere senza un raggio di trascendenza. C'è una
profonda affinità tra il sacrificio e l'atto d'amore. L'amore non rinnega il
sesso e l'erotica. L'amore deve sapere accettare anche la perversione. La masturbazione è segno di solitudine. Con
la prostituzione ciò che si vuole comprare non è il sesso ma il potere su
un altro essere umano. E' importante saper conciliare il bisogno di sicurezza
(l'amore) e il desiderio di avventura (la passione). L'idealizzazione amorosa
influenza la nostra percezione della realtà.
La vera seduzione è possibile solo quando il corpo non si riduce a quel
significato univoco che è il sesso. Il
pudore è quel sentimento che difende l'individuo dall'angoscia di perdersi
nella genericità animale. La gelosia è il rovescio della passione,
dell'intimità e della dedizione che caratterizzano l'amore. Il tradimento è il lato oscuro dell'amore,
che però è ciò che gli conferisce il suo significato e che lo rende
possibile. L'odio è il compagno
inevitabile dell'amore, perché esso è la risposta a quella minaccia che è
l'amore. A differenza dell'amore, la passione non conosce limite e regole. L'amore non prevede la rinuncia di sé. L'amore come passione è il desiderio di
potenza assoluta su di una persona. Il matrimonio non è supportato da alcuna
buona ragione, perché nelle cose dell'amore la ragione non ha gran voce in
capitolo. L'amore si affida al linguaggio per esprimere l'intreccio della
nostra anima. L'amore è un cedimento
dell'Io per liberare in parte la follia che lo abita. C) Impressioni riportate
nella lettura: A mio parere, il libro "Le cose dell'amore" è stato
molto coinvolgente per i temi trattati: l'autore, grazie alla sua esperienza di
vita e alla sua abilità di scrivere che non è da sottovalutare in uno scrittore,
riesce a descrivere tutte le sfumature dell'amore senza cadere nella banalità e
nella monotonia, tendendo sempre accesa nel lettore la voglia di proseguire la
lettura. Ciò è favorito anche dal fatto che molti dei temi affrontati si
riscontrano nella vita quotidiana di ognuno di noi, cioè ci riguardano da
vicino perché fanno parte della società in cui viviamo: l'amore legato al
denaro, e quindi al fenomeno della prostituzione, che è un problema diffuso in
Italia; l'amore legato al pudore, un aspetto necessario per vivere in comunità,
che quindi ha una valenza sociale; l'amore legato alla gelosia, la quale è
vista come un sentimento che, in una società in cui sta avvenendo
l'emancipazione dell'individuo, ostacola la libertà e la sincerità dei singoli;
l'amore slegato dal matrimonio, in quanto nella nostra società si sta
diffondendo l'individualismo. Difficoltà incontrate nella lettura: Durante la
lettura del libro "Le cose dell'amore", ho riscontrato delle
difficoltà nella comprensione di alcune frasi o parole. In qualsiasi lettura è
fondamentale capire e interiorizzare tutto ciò che sta scorrendo sotto i nostri
occhi, e porsi delle domande per essere certi di aver appreso tutto in maniera
corretta. Se si tralascia anche un solo particolare perché non lo si riesce a
comprendere fino in fondo, andando avanti nella lettura si svilupperanno sempre
più problemi di condiscendenza. In questo libro ho riscontrato più di una
frase, o semplicemente delle parole, che hanno sollevato delle difficoltà nella
comprensione dei concetti-chiave. Ad esempio, prima di continuare lalettura mi
sono dovuta soffermare su parole di cui non conoscevo il significato e che
ostacolavano la mia interpretazione di questo testo, alcune delle quali sono:
ambivalenza, assedio, avvedutezza, dissoluzione, ineffabilità, millanteria,
parossismo, prevaricazione. In particolare, ho dovuto cercare informazioni
relative al significato di due parole, trascendenza e alienazione, perché
entrambe sono temi importanti affrontati. Era dunque necessario approfondire il
concetto contenuto in queste due espressioni per raggiungere l'obiettivo di
questa lettura: accrescere le nostre conoscenze. Inoltre ho avuto modo di
riflettere in modo più attento e accurato sul termine
"immedesimazione", che era già stato per me oggetto di studio in
alcune discipline, ma non era mai stato così legato alla quotidianità, così
vicino al nostro ambiente di vita. In conclusione, questo libro mi ha dato
l'opportunità di ampliare il mio sapere, e soprattutto mi ha dato l'occasione
di approfondire il concetto di alcune parole, elencate precedentemente, prima a
me estranee. Scheda del libro Introduzione: L’uomo, troppo spesso, tende
a definire l’amore legandolo a significati che, in realtà, non gli
appartengono completamente. G., attraverso un’attenta analisi, s’introduce
all’interno del sentimento più incomprensibile ed equivocato di tutti i tempi.
Egli non definisce l’amore, ma associa a questo i tanti falsi sinonimi
che gli vengono attribuiti, cercando di dimostrare che i termini non sono
equivalenti ma solo in relazione. Graficamente, dunque, l’amore e i falsi
sinonimi potrebbero essere rappresentati da due insiemi, con un’ampia parte
compenetrata, ma non sovrapposti. Il risultato evidente risulta
essere un passaggio dalla amore è… ad una più ricca ed attenta osservazione di
amore e… definizione abituale di Amore e... L’amore viene analizzato in
tutte i suoi aspetti, dalla trascendenza, sacralità alla perversione,
seduzione, denaro, dal pudore al tradimento, dall’immedesimazione,
possesso al matrimonio, dal linguaggio alla follia. Il sentimento più
oscuro sembra nascere da un incantesimo della fantasia che fa idealizzare in un
essere la persona amata e cessare con il tempo che, favorendo la realtà,
finisce col produrre una disillusione delle aspettative, trasformando la
passione, l'idealizzazione, iniziale in un affetto privo di partecipazione e
trasporto. Le conseguenze, talvolta, possono essere anche molto gravi tanto da
tramutare la passione in una patologia e sostituire ai poeti d'amore degli
psicologi. La vicenda divina è legata anche all'atto sessuale in cui l'uomo
trasgredisce, eccede, cadendo sotto il peso della passione che non rappresenta
solo uno smarrimento del desiderio e di se stesso ma anche un vero e proprio
patire. "il desiderio, per quel che ancora le parole significano, rimanda
alle stelle: de-sidera" (Le cose dell'amore, 1) Come scrive l'autore,
l'amore e la trascendenza vanno di pari passo e dal momento che il significato
della parola desiderio rimanda alle stelle, quando esso con il tempo si
estingue, non c'è più elevazione dell'anima che è in grado, trascendendosi, di
lasciarsi superare. L'amore e la trascendenza, dunque, sono legati non da un
rapporto reciproco, ma dal sentimento che viene sviluppato per le cose che non è
possibile possedere. Il saggio risulta essere molto interessante nelle
tematiche e negli accostamenti tra gli argomenti e permette, attraverso l'uso
di un linguaggio comune di poter essere compreso da diversi tipi di lettore,
trattando,infatti, un tema senza età e senza la necessità di particolari
conoscenze umane o scientifiche permette a tutti di immedesimarsi, interrogarsi
ed interagire conil testo ed è proprio questa compenetrazione del lettore che
crea una polisemia di significati e sempre diverse chiavi di lettura sia da
altre persone sia dal tempo che muta le circostanze della vita. L'autore riesce
a non abbandonarsi mai in trattati banali o superficiali finendo in discorsi
pesanti ed inconsistenti ma inserisce diverse tonalità che mantengono viva la
curiosità e la voglia di proseguire la lettura. La contemporaneità in cui vive
gli permette di rapportare al testo l'esperienza personale, permettendo che
venga identificata o differenziata da quella altrui. Le tematiche attuali, lo
stile concreto e il narratore in cui è possibile identificarsi mostrano,
dunque, l'ottima riuscita del libro. "Amore non è solo vicenda di
corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella
pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta." (Le cose
dell'amore). conseguenza si tende ad innamorarsi solo delle persone che la
fantasia porta a sognare ed idealizzare e a cadere in depressione o nel
deprezzamento di se stessi se il sentimento non è ricambiato, poiché, senza
l'immaginazione, che influenza la percezione ed esalta la realtà il desiderio
di sicurezza potrebbe far cessare sul nascere l'amore per la paura di non
essere corrisposti. L'amore, tuttavia, nelle sue molteplici identificazioni ha
anche un lato oscuro, riconosciuto nel tradimento. Esso rappresenta sia il
dolore per fine della fiducia, che l'inizio dello sviluppo della coscienza,
infatti, solo chi si concede senza avere la sicurezza di non essere tradito può
provare il vero amore. La coscienza può, emancipandosi, portare al perdono e
decidere di passare oltre oppure può svilupparsi in vendetta, cinismo,
svalutazione o malattia, e dal momento che questa è la strada più percorsa
generalmente è bene che non si realizzi come pratica insincera ma come
reciproco riconoscimento, dove chi ha tradito non cerca scuse e chi ha subito
prende atto ed eventualmente accetta il cambiamento poiché tradire qualcuno,
qualsiasi sia il rapporto che lega, è già una possessione che inizia il
processo di arresto della propria crescita. L'amore e l'odio, invece,
coesistono perfettamente, poiché solo chi ama davvero sa odiare e solo chi odia
veramente è, in realtà, in grado di amare. Essi rivelando che, per vivere bene,
non si può fare a meno d'altre persone, sono i soli, unici e veri sentimenti.
"Amore, come Socrate ce lo ha descritto, non è tanto un rapporto con
l'altro, quanto una relazione con l'altra parte di noi stessi" l'amore e
le caratteristiche che gli vengono associate mettono in relazione l'uomo con la
parte folle del proprio essere da cui si era discostato nel tempo. " Ora
che vi ho detto tutto sull'amore, non crediate che io ne sappia più di voi: il
ragazzino, il bimbo appena nato ne sanno quanto me. L'unica differenza è che
lui, che non ha anni e ancor meno esperienza, crede ancora a ciò che lo
tormenta; mentre noi, che siamo carichi di anni e di esperienza, cerchiamo di
affidarci a essi per rendere meno dolorose le nostre illusioni. Eppure con
tutto ciò, sappiamo forse amare meglio di lui?" (M. Chebel "Il libro
delle seduzioni") Galimberti conclude la sua opera con questa breve
citazione, in essa è racchiuso, infatti, tutto il significato dell'amore. Un
sentimento inspiegabile che non è possibile conoscere né completamente né in
modo uguale o simile ad altre persone, una sensazione che gratifica i bambini,
poiché nella loro innocenza la vivono senza tormenti e ansietà pur conoscendola
come gli adulti. AMORE È... "l'amore è un fiore delizioso, ma bisogna
avere il coraggio di andarlo a cogliere sull'orlo di un abisso spaventoso"
(le cose dell'amore) L'amore è il più importante tra tutti i sentimenti, dal
momento che è possibile associarlo a tutti gli altri. Esso è difficile da
trovare e spesso viene confuso con altri molto simili ma mai uguali. Solo chi
ha il coraggio di lottare, di sfidare, di mettersi in gioco, di rischiare può
ottenere il vero sentimento ricercato o in ogni caso non vivere nell'illusione,
riconoscendo i falsi sentimenti che cercano continuamente di insidiare un posto
che non appartiene a loro. La fatica di condurre il "gioco" attraverso
la strada se pur più reale, più complicata porta ad una felicità certa e vera
che permette di non patire grandi sofferenze ma solo piccole illusioni
riconoscendo che il male apparente non è in realtà vero male così come ciò che
si definisce generalmente come bene non sempre è il vero bene. Nella
Introduzione al suo celebre libro del 1983 Il corpo(Feltrinelli, Milano, pp.
11-16), Umberto Galimberti così si esprimeva: È forse tempo che la
psicologia incominci a pensarsi contro se stesse a comprendersi al di là della
sua nominazione idealistica che la propone come «discorso sulla psiche, quindi
su quell'unità ideale del soggetto che la grecità ha promosso col termine ????,
e a cui la psicologia non s'è ancora sottratta neppure nella sua più moderna espressione
scientifica. Ma pensare contro non significa pensare l'opposto,
mantenendosi su quel medesimo terreno d opposizione in cui il conflitto, così
come si genera, si riassorbe. Pensare contro significa pensare fino in fondo,
quindi andare alle radici, scavando il fondo su cui si impianta il
radicamento. Questa operazione che rimuove la solidità delle radici,
disloca la psicologia dal luogo che s'è data, quindi la dis-orienta, la sottrae
al suo oriente, alla sua origine storica. Quest'origine è rintracciabile
nella cultura greca e precisamente in quel momento in cui la specificità
dell'uomo è sottratta all'ambivalenza delle sue espressioni corporee per essere
riassunta in quell'unità ideale, la psyche, che da Platone in poi, per tutto l'Occidente,
sarà il luogo del riconoscimento dell'unità del soggetto, della sua identità.
Ma questo luogo di identificazione contiene già il principio della
separazioneperché, come coscienza di sé, la psyche incomincia a pensare per sé,
e quindi a separarsi dalla propria corporeità. La prima operazione metafisica è
stata un'operazione psicologica. Nata con un significato semplicemente
classificatorio per designare quei libri aristotelici che erano collocati dopo
(µ?ta) i libri di fisica (t? f?s???), la «metafisica» ha guadagnato ben presto
e coerentemente un significato topico che designa un al di là della natura,
quindi una scienza dell'ultrasensibile che si differenzia dal mondo dei corpi
perché, contro il loro divenire e mutare, rappresenta l'immutabile e
l'eterno. L'idea platonica è il modello di questa separazione e
contrapposizione, e la psyche, essendo «amica delle idee, incomincerà a
considerare il corpo come suo carcere e sua tomba. Una volta che la
verità è posta come idea, l'opposizione tra ideale e sensibile, tra anima e
corpo, diventa l'opposizione tra vero e falso, tra bene e male. Valori logici e
valori morali nascono da questa contrapposizione che la metafisica ha creato e
la scienza moderna ha mantenuto, rivelando così la sua profonda radice
metafisica se è vero, come dice Nietzsche, che «la credenza fondamentale dei
metafisici è la credenza nelle antitesi dei valori». A questo punto per
la psicologia, pensarsi contro se stessa, pensarsi fino in fondo, fino al fondo
della sua origine storica, significa pensarsi contro questa antitesi di valori
che non la realtà, ma lo sguardo metafisico, con cui la psicologia ha generato
se stessa, ha instaurato. È uno sguardo che ancora ospita la psicologia come
residuato di quell'idealismo che, a partire da Socrate e Platone, ha percorso
l'Occidente come suo lungo errore. Da questo errore la filosofia si è
emancipata con Nietzsche che ha denunciato quel retro-mondo, quell'«al di là
inventato per meglio calunniare l'al di qua», ma non la psicologia, che così
rimane la più occidentale delle scienze e quindi la più metafisica, se per
metafisica intendiamo il pensiero della separazione, il puro d?a ß???e??,
da cui nascono quelle antitesi denunciate da Nietzsche e fedelmente riportate
dal discorso psicologico sulla norma, dove si disgiungono ragione e
follia. Fattasi carico della logica della separazione inaugurata dalla
disgiunzione platonica tra corporeo e ideale, la psicologia, se vuol essere
coerente a se stessa, non può parlare del corpo se non impropriamente, se non
per un'infedeltà al suo statuto scientifico, a meno che per corpo non intenda
l'idea di corpo che come scienza s'è data. Ma se il corpo anatomico, a cui
questa idea si riduce dopo che lo psichico è stato separato e autonomizzato,
non è luogo in cui la psicologia si riconosce, allora del corpo la psicologia
potrà parlare propriamente solo se si pronuncia contro se stessa, contro lo
statuto della separazione, che è poi quell'origine metafisica da cui la
psicologia è nata, ha fondato se stessa come scienza, e ancora si
conserva. Come luogo della revisione psicologica, il corpo parla
simbolicamente, non nel senso in cui la psicoanalisi parla dei simboli per
ribadire un'altra separazione, quella tra conscio e inconscio, dove
nell'inconscio si ritrova il rovescio dell'iperuranio platonico, il 'vero'
significato di ciò che si manifesta, ma nel senso di abolire la barra che ha
separato l'anima dal corpo inaugurando la 'psico-logia'. Abolire la barra
significa mettere assieme, s?µ-ß???e??. Proponendosi come simbolo, il corpo
abolisce la psicologia come storicamente s'è pensata in Occidente, la
sradica dalle sue radici storiche, che sono poi quelle metafisiche e
idealistiche, e così la costringe a pensarsi contro se stessa. Questo
pensiero che è contro, perché pensa fino in fondo, fino alle radici, incontra
la corporeità che, nel suo sorgere immotivato e nel suo ambivalente apparire,
dice di essere questo, ma anche quello. L'ambivalenza così dischiusa non è
ambiguità, ma è quell'apertura di senso a partire dalla quale anche la ragione
può fissare l'opposizione dei suoi significati,e quindi quell'antitesi dei
valori in cui si articola la sua logica disgiuntiva quando divide il vero dal
falso, il bene dal male, il bello dal brutto, Dio dal mondo, lo spirito dalla
materia, l'anima dal corpo. Queste opposizioni sopprimono l'ambivalenza
(?µf?) con cui la realtà corporea originariamente appare nel suo duplice
aspetto, come un Giano bifronte, per instaurare quella bivalenza (bis) dove il
positivo e il negativo si rispecchiano producendo quella realtà immaginaria da
cui traggono origine tutte le «speculazioni». Diciamo immaginaria perché la
realtà non può mai di per sé essere negativa se non per effetto di una
valutazione. Ma se il negativo è da interpretare semplicemente come il
«valutato negativamente», allora la negatività attiene essenzialmente al
giudizio di valore. Proponendosi come questo, ma anche quello, il corpo, come
significato fluttuante, che si concede a tutti i giudizi di valore, ma anche si
sottrae, con la sua ambivalenza li fa tutti oscillare. Luogo e non-luogo del
discorso, esso opera quel taglio geologico nella storia che ne rivela tutte le
stratificazioni. Da centro di irradiazione simbolica nella comunità primitiva,
il corpo, infatti, è diventato in Occidente «il negativo di ogni valore» che il
gioco dialettico delle opposizioni è andato accumulando. Dalla «follia» del
corpo di Platone alla «maledizione della carne» nella religione biblica, dalla
«lacerazione» cartesiana della sua unità alla sua «anatomia» ad opera della
scienza, il corpo vede proseguire la sua storia con la sua riduzione a
«forza-lavoro» nell'economia dove più evidente è l'accumulo del valore nel
segno dell'equivalenza generale, ma dove anche più aperta diventa la sfida del
corpo sul registro dell'ambivalenza. Qui «sfida» non significa che il
corpo si oppone a qualcosa o a qualcuno, ma semplicemente che non si affida a
una pienezza di senso e di valore, non perché abbia obiezioni o riserve che
qualsiasi discorso sarebbe in grado di recuperare o di assorbire, ma perché
quella pienezza di senso e di valore è cresciuta sulla sua negazione che, se da
un lato ha lasciato il corpo senza senso, senza nome, senza identità,
dall'altro gli ha dato la possibilità di diventare il contro-senso, colui che
dissolve il Nome e risolve l'identità nelle sue adiacenze: A enon A, perché
questo è il gioco dell'ambivalenza simbolica, e insieme la strada con cui il
corpo può recuperarsi dalle divisioni disgiuntive in cui la struttura
metafisica del sapere psicologico l'ha confinato. Questo recupero è
possibile perché il gioco dell'ambivalenza è aperto prima che il sapere
metafisico fissi le regole del gioco, ma proprio perché le regole vengono dopo,
questo gioco è imprevedibile, perché nessuna determinazione posta in gioco
conosce la sua destinazione. L'unica certezza è quella che non ci si può
sottrarre alla necessità del gioco, non si può dire l'ultima parola sul gioco e
fermarlo per sempre. Per la sua natura ambivalente, infatti, il corpo è
una riserva infinita di segni, entro cui lo stesso sapere psicologico, che ha
individuato nella psyche lo specifico dell'uomo, diventa a sua volta un segno,
una modalità di ricognizione che non può pretendere di dire qual è il senso
ultimo del corpo. Qui il corpo si cela non perché nasconde se stesso, ma perché
in esso i segni sovrabbondano sulle capacità che il sapere psicologico ha di
ordinarli. Il volume di senso indotto dai segni del copro prevale infatti sulla
costituzione dei significati istituiti dalla rappresentazione che il sapere
psicologico s'è fatto. Si tratta allora di demolire la semplicità della
rappresentazione psicologica dissolvendola nella pluralità di senso che la
sovrabbondanza dei segni produce. Se ciò non accade, se la psicologia non
si pensa contro la rappresentazione che si è data a partire da quell'alba greca
in cui ha preso avvio l'autonomizzazione della psyche, la psicologia non
giungerà mai alla comprensione dell'espressività originaria del corpo, ma sarà
costretta ad errare, perché ignora l'errore che è alla base della sua
fondazione epistemica, della sua nascita come scienza. Si tratta di un
errore che non investe solo il sapere psicologico ma ogni sapere razionale
quando, sottraendosi alla polisemia della realtà corporea, si afferma come
asserzione incontrovertibile su di essa. In questo passaggio dalla verità come
ambivalenza alla verità come decisione del vero sul falso, il sapere razionale
dimentica di essere una procedura interpretativa tra le molte possibili per
porsi come assoluto principio, dimentica di essere un inganno necessario per
dirimere l'enigma dell'ambivalenza, e in questa dimenticanza diviene un inganno
perverso. Contro questo inganno il corpo rimette in giuoco la sua natura
polisemica rifiutandosi di offrirsi all'economia politica esclusivamente come
forza-lavoro, all'economia libidica esclusivamente come fonte di piacere,
all'economia medica come organismo da sanare, all'economia religiosa come carne
da redimere, all'economia dei segni come supporto di significazioni. In questo
rifiuto il corpo sottrae a tutti i saperi il loro referente, e alle economie,
che su queste codificazioni hanno accumulato il loro valore, sottrae il loro
senso. Ciò è possibile perché, nonostante le iscrizioni, nel loro immaginario,
abbiano cercato di dividere il corpo in quei settori in cui era possibile
ricondurlo all'equivalente generale in cui si esprime di volta in volta
l'economia di un sapere, il corpo è ambivalente, è cioè una cosa, ma anche
l'altra, per cui: o la decisione del sapere sulla divisione del corpo, o
l'ambivalenza del corpo sulla frammentazione dei saperi, con conseguente
dissolvimento del loro valore accumulato. Per sfuggire a questa
alternativa, che è inevitabile dal momento che ogni sapere è un'assunzione di
prospettiva, quindi una selezionedella visione che diviene condizione
preventiva per la delimitazione del vero e del falso, occorre riguadagnare il
terreno su cui il sapere occidentale è cresciuto. Questa consapevole
riappropriazione non è una regressione, non è l'abbandono del solido terreno
del sapere, al contrario, è la ricostruzione genealogica del suo
significato. Riproporre l'ambivalenza del corpo non significa quindi
rifiutare il sapere razionale, né tanto meno accettarne la resa, ma significa
andare alle radici di questo sapere e scoprirlo per ciò che esso è: nulla di
più che un tentativo per far fronte all'ambivalenza della realtà corporea che,
così riscoperta, è ciò che dà ragionedelle molteplici ragioni. Queste
ragioni che i saperi tendono a soddisfare non possono più proporsi con assoluta
verità, perché ormai si è scoperto che la verità non è nella lotta tra
l'asserzione vera e quella falsa, ma l'apertura nell'universo del senso che
l'ambivalenza della realtà corporea custodisce come luogo da cui partono tutte
le decisioni scientifiche. Si tratta di un senso che sta prima di ogni significato,
e che nessun significato promosso dalla decisione scientifica può abolire,
perché è prima di ogni inizio e continua oltre ogni conclusione. Ne
consegue che alla metafisica dell'equivalenza produttrice di quei significati
con cui in Occidente si sono fatti circolare i corpi secondo quel preciso
registro di iscrizioni che di volta in volta li de-terminavano, e sulle cui
determinazioni sino nati i vari campi del sapere, il corpo sostituisce il gioco
dell'ambivalenza, ossia di quell'apertura di senso che, venendo prima della
decisione dei significati, li può mettere tutti in gioco col corredo delle loro
iscrizioni in quell'operazione simbolica in cui il sapere perde la sua presa,
perché la delimitazione dei campi in cui da sempre si è esercitato si è simbolicamente
con-fusa. Questa è la sfida del corpo, una sfida che è già iniziata se
c'è da dar credito a quella «crisi delle scienze europee» denunciata da
Husserl. Niente di più benefico. Sono i primi effetti di quella violenza
simbolica rispetto a cui quella razionalistica è in ritardo di una generazione,
perché ancora crede in una controparte, e quindi non sa che ogni parte e ogni
controparte altro non sono che l'effetto di quell'operazione disgiuntiva che
ogni ragione mette in atto per affermare il proprio sapere. Ma quando la
realtà immaginaria, prodotta dalle opposizioni polari in cui si articola ogni
sapere razionale, non riesce più a farsi passare per realtà vera, in quel gioco
di specchi che si frantumano a contatto con la polisemia della realtà corporea,
allora si è più vicini all'ambivalenza, non per una contrapposizione dialettica
o per un'opposizione organizzata, ma perché là dove tutte le maschere sono
cadute, compresa quella della bivalenza codificata, ogni termine che ruota su
se stesso si s-termina. Questo è l'esito simbolico che attende l'ordine
strutturale di ogni sapere. E già se ne vedono le tracce. Seguendole, il corpo
consegna ogni ontologia e ogni deontologia alla geo-grafia, alla grafia della
terra, la più dicente, la più descrittiva, quella che non accorda privilegi
metafisici, perché non conosce la mono-tonia del discorso, ma l'ambi-valena
della cosa. Fra tutte le numerose pubblicazioni di G., questa è, forse,
quella che maggiormente gli ha dato visibilità e lo ha designato quale uno dei
più popolari maitres-à-penser della filosofia italiana contemporanea. È
anche un'opera caratteristica, perché in essa G., curatore di rubriche di
psicologia su svariate riviste illustrate, si fa campione di una rivolta della
psicologia contro se stessa e cerca di scalzarne le basi storiche e
ideologiche, in nome di un «pensarsi fino in fondo» che equivarrebbe, nelle
intenzioni dell'autore, a un completo rovesciamento della sua prospettiva e
delle sue stesse finalità. Il punto da cui muove Galimberti per sferrare
il suo attacco alla psicologia è che quest'ultima, «la più occidentale delle
scienze, e quindi la più metafisica», è nata sull'idea della separazione di
corpo e psyche che, partendo da Platone, percorre come un filo rosso tutta la
storia del pensiero occidentale. Secondo l'Autore, la specificità dell'uomo è
stata sottratta all'ambivalenza delle sue espressioni corporee in nome
dell'unità ideale, quella - appunto - della psyche, divenuta l'elemento
fondamentale della sua identità. Ma il corpo, per G., è portatore di un
messaggio ambivalente (non equivoco, ci tiene a precisare), secondo il quale
mostra di essere questo, ma anche quello. Egli non si prende il disturbo di
precisare meglio questi concetti, considerandoli - evidentemente - di per sé
chiari. Afferma invece che l'ambivalenza suggerita dal corpo realizza una
«apertura di senso» (bella espressione, ma altrettanto vaga del questo e
quello), grazie alla quale la ragione ha la possibilità di fissare
l'opposizione dei suoi significati, ossia l'aborrita «antitesi dei valori», che
ha l'imperdonabile impudenza di voler distinguere il vero dal falso, il bello
dal brutto, il buono dal cattivo. Tale antitesi dei valori è, per G., la
somma di tutti i vizi della filosofia; riprendendo il concetto da Nietzsche,
egli la ritiene responsabile della lacerazione e della schizofrenia del
pensiero occidentale, del quale traccia una veloce panoramica per mostrare -
con accenti severiniani - che esso è stato un lungo, deplorevole errore, in
quanto basato sulla metafisica e, quindi, sul dualismo. E il dualismo, si
capisce, è un male, perché crea arbitrariamente un al di là, dal quale poter
meglio calunniare l'al di qua; ovvero, per dirla in termini più razionali,
perché si basa su una logica disgiuntiva che sa, vagamente, di sulfureo
(d?a-ß???e??, la separazione, etimologicamente fonda il nome del Diavolo,
«colui» che separa). Questo, dunque, è un punto centrale della
argomentazione di G.: il pensiero che separa è malvagio ed erroneo; dunque,
tutto il pensiero dell'Occidente, essendo dominato dall'idealismo e dalla
metafisica, è un pensiero erroneo e foriero di tristi conseguenze. La
ricetta per uscire da questo vicolo cieco non è, come si potrebbe pensare, la
logica unitiva, bensì il pensiero dell'ambiguità, dove le cose sono queste e
anche quelle, allo stesso tempo; ossia, dove rinviano a una polisemia che può
essere interpretata, volta a volta, in un senso come nell'altro. Anche la
psicoanalisi è una scienza metafisica, anzi, la più metafisica di tutte, perché
reintroduce, attraverso la contrapposizione di conscio e inconscio, la
lacerazione platonica e cristiana tra anima e corpo, tra spirito e materia; e
fornisce una immagine distorta dell'uomo. È a partire da questo punto che
il ragionamento di G. si fa propriamente filosofico, oltrepassando il campo
ristretto della psicologia. Invece di accettare l'ambivalenza del corpo,
la logica disgiuntiva (dell'economia, della medicina, della religione e della
psicanalisi) instaura la sua «bivalenza», dove il positivo e il negativo si
rispecchiano in un gioco di riflessi che rimanda sempre a una rigida
contrapposizione, a una polarità di «interpretazioni della realtà». Ma perché
interpretazioni? Perché, per G., non esistono il positivo e il negativo, bensì
la valutazione positiva e la valutazione negativa di fatti e situazioni che
potrebbero essere anche i medesimi, guardati però da differenti punti di
vista. Eccoci arrivati, dunque, nel castello del mago Atlante, dove le
cose non sono quelle che sono, ma quelle che vorremmo (o che temiamo) che esse
siano. Come in un labirinto di specchi, a metà fra Borgés e PIRANDELLO
(si veda), noi nulla sappiamo delle cose che vediamo e con le quali ci
confrontiamo, bensì emettiamo giudizi di valore che ce le fanno percepire in un
modo piuttosto che in un altro. Rashomon di Kurosawa o Sei personaggi in cerca
d'autore: sia come sia, la negatività è un giudizio di valore; e il corpo, da
Platone in poi, è il negativo: dunque, la negatività del corpo è frutto di un
giudizio di valore. Anche se sostiene di non indulgere a una modalità di
pensiero irrazionalistica, G. sostiene che ogni ragione si serve di una logica
disgiuntiva allo scopo di affermare se stessa, ossia il proprio sapere. Così,
la psicologia afferma la separazione della psyche dal corpo, per poter
affermare il proprio sapere su di essa; esattamente come l'economia politica
afferma la separazione della forza-lavoro dalla totalità della persona, per
poter affermare il suo controllo sulla prima (e a danno della seconda).
Senonché, le opposizioni su cui si articola ogni sapere razionale sono, in
realtà, «immaginarie»: non attengono alla dimensione della realtà, ma a quella
dell'alienazione dalla realtà. Ci si potrebbe chiedere in che cosa questa
realtà ulteriore, questa realtà vera che sta dietro la facciata della realtà
(immaginaria), sia più reale di quella; su che cosa fondi la sua pretesa di non
essere vittima dell'alienazione metafisica; in base a quali criteri la si possa
considerare più concreta, più effettuale della deprecata «antitesi dei
valori». G. non affronta esplicitamente la questione, ma sembra intuire
la possibile critica e anticipa eventuali obiezioni affermando che, quando il
pensiero è capace di accettare l'ambivalenza (e non la bi-valenza, che è
tutt'altro) delle cose, allora cadono tutte le maschere e si è più vicini alla
loro realtà. O meglio, egli non adopera l'imbarazzante espressione «realtà»;
glorifica l'ambivalenza in se stessa, come concetto del tutto auto-evidente;
gli basta impedire che il pensiero duale, oppositivo, bivalente, non riesca a
farsi passare per la «realtà vera». Ma questa «realtà vera», in ultima
analisi, esiste o non esiste? G. non risponde, l'abbiamo già detto; si limita
ad osservare, con ironia un po' pesante, che coloro i quali si attardano nel
pensiero oppositivo - che, dice, è di per sé violento - non sanno di essere in
ritardo rispetto alle lancette della storia: perché credono ancora in una
controparte, e non sanno che «ogni parte e ogni controparte altro non sono che
l'effetto di quell'operazione disgiuntiva che ogni ragione mette in atto per
affermare il proprio sapere». Vi sono echi minacciosi in questa
affermazione (il trotzkiano «cestino della spazzatura della storia» ove
precipitano i non rivoluzionari, in tempi di rivoluzione), ma anche un po'
patetici (l'ultimo soldato giapponese che continua a combattere nella giungla
per una guerra che è vane questioni, senza rendersi conto di appartenere a una
razza che si è estinta. Si tratta di una posizione quanto mai radicale,
poiché equivale alla condanna senza appello di tutta la filosofia occidentale,
da Platone in poi; anzi di ogni sapere, «dal momento che ogni sapere è
un'assunzione di prospettiva, quindi una selezionedella visione che diviene
condizione preventiva per la delimitazione del vero e del falso».
Ma il vero e il falso, in se stessi, non esistono; così come non esistono
le verità di principio, ma solo le verità di fatto. Non esistono verità, dunque
non esistono saperi che possano presentarsi come portatori di verità: i saperi
sono sempre strumentali, parziali, relativi. È incredibile: siamo in
piena sofistica, che Socrate aveva già brillantemente confutato circa
ventitré secoli fa; ma G. ci presenta le sue conclusioni come se fossero
qualcosa di staordinariamente nuovo, riconoscendosi - casomai - un continuatore
radicale dell'opera di Nietzsche. Queste ragioni che i saperi tendono a
soddisfare - afferma G. con la massima disinvoltura -non possono più proporsi
con assoluta verità, perché ormai si è scoperto che la verità non è nella lotta
tra l'asserzione vera e quella falsa, ma l'apertura nell'universo del senso che
l'ambivalenza della realtà corporea custodisce come luogo da cui partono tutte
le decisioni scientifiche». E aggiunge che «si tratta di un senso che sta prima
di ogni significato»; ma, di novo, non ci spiega in che modo egli arguisca
l'esistenza di questo «senso originario», dato che tutti i sensi che noi diamo
alle cose forzano la loro vera essenza. Arrivati a questo punto, possiamo
fare alcune osservazioni conclusive. Punto primo: che il pensiero
idealistico sia stato tutto un lungo errore, forse bisognava sforzarsi di
dimostrarlo e non darlo per scontato al principio di un libro interamente
dedicato alla discussione degli effetti negativi di un tale errore. Punto
secondo: che non esista alcun criterio di verità, è posizione filosoficamente
rozza e semplicistica. Altro è affermare che la verità è difficilmente
accessibile, altro è affermare che ogni verità è una forma di violenza che i
saperi cercano di imporre per fondare se stessi. LA FILOSOFIA è frutto di
sottili distinzioni, di una particolare sensibilità per le sfumature; ma qui,
sulla scorta di Nietzsche, si fa filosofia veramente a colpi di martello (e non
è un complimento). Punto terzo: che il corpo sia il luogo privilegiato in
cui la realtà ci svela il suo volto ambivalente, aiutandoci a liberarci dalle
pastoie alienanti del pensiero disgiuntivo, è - ancora una volta - posto ma non
discusso, e tanto meno dimostrato. Eppure è fin troppo facile osservare
che, se l'introduzione della psyche ha relegato il corpo al ruolo di negativo,
l'esaltazione del corpo che fa G. sembra ribaltare la prospettiva, senza
modificarla «alle radici» (come egli sostiene di voler fare). Ossia, a questo
punto è la psyche che rischia di diventare il negativo o, quanto meno, il luogo
dell'errore, dell'illusione, della disgiunzione. Ma sarebbe perfettamente
inutile muovere una simile obiezione a G.: egli vi risponderebbe, come ha fatto
in più occasioni, che la psyche non è altro dal corpo, che è corpo anch'essa,
perché tutto è corpo. La sua intera filosofia non è che una
assolutizzazione della corporeità; e, pur di sostenere questa tesi, egli arriva
a sostenere, senza batter ciglio, che l'anima è una «invenzione» dei cristiani,
avvenuta nel IV secolo dopo Cristo (cfr. il nostro precedente articolo G. e la
morale, Arianna. Ma davvero basta dire che tutto è corpo, per eliminare
l'antitesi dei valori e restaurare l'età dell'oro del pensiero (del pensiero?)
ambivalente, dove le cose sono finalmente se stesse e non quello che noi
giudichiamo che esse siano? Ora, è verissimo che la vita, nel suo livello
immediato e quotidiano, procede per giudizi di valore che sono spesso
affrettati, imprecisi, immotivati e, soprattutto, soggettivi. Da ciò, tuttavia,
non discende che il rimedio consista nel proclamare la relatività di tutti i
valori e l’inesistenza di ogni criterio di verità. Questo sarebbe quel che si
dice curare il mal di testa con le decapitazioni. Esistono altri livelli
di esistenza - non solo di tipo razionale, su questo siamo d'accordo con G. -,
ai quali è possibile accedere, e nei quali si può intravedere, pur senza
possederlo interamente, un criterio di verità capace di sottrarre le cose al
gioco degli specchi della loro incessante mutevolezza. Se non credessimo
a questo, dovremmo non solo sospendere ogni giudizio di valore, ma rinunciare a
ogni possibilità di avvicinarci al vero, al bello e al buono; in altre parole,
dovremmo ritirare un rigo su ogni possibilità di fare non solo psicologia, ma
anche filosofia. Queste, e non altre, sono le conclusioni coerenti del
ragionamento di G.: per cui, ad essere rigoroso, egli dovrebbe dichiarare non
la riforma della psicologia, ma la sua soppressione radicale; e, quanto alla
filosofia, la sua estinzione irreversibile. Come è possibile continuare a
ragionare in termini filosofici, se dobbiamo prendere atto che non esistono
controparti, ma solo ambivalenze che è possibile tirare ora in qua e ora in là,
secondo il nostro umore del momento? Si badi: quello che propone G. non è
un pensiero complementare, come lo è - ad esempio - il taoismo, il quale,
giustamente, ci ricorda che non esiste luce senza buio, caldo senza freddo,
gioia senza dolore. No, si tratta qui di un relativismo puro e semplice: io
dico che questa cosa è calda, tu dice che è fredda; forse lo dirò anch'io,
domani, se me ne verrà la voglia; per intanto, abbiamo ragione tutti e due. Io
ho la mia verità, tu la tua; e sappiamo che entrambe sono vere, o che entrambe
possono esserlo, o che entrambe lo sono state o lo saranno. Il
relativismo è una cattiva filosofia, anzi è l'impossibilità di fare
filosofia. Eppure, questi sono gli applauditissimi maitres-à-penser della
cultura odierna.Umberto Galimberti. Galimberti. Keywords: il sessuale,
l’immaginario sessuale, sesso, Why did the Romans need to distinguish between
‘amatus’ and ‘amicus’? -- amore, follia, jung, simbolo, sole-fallo, simbolo,
simboli di jung, I corpi d’amore, I corpi d’amore sessuale – immaginario
sessuale, immaginario collettivo sessuale, cose dell’amore, platone, il
convito, I corpi, I gesti – I gesti dei corpi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Galimberti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Galli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Carru). Filosofo italiano. Celestino Galli. Interesting
philosopher. Not to be confused with Galli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Galli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’amore – scuola di Montecarotto – filosofia anconese –
filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Montecarotto). Abstract. Grice: “My method in philosophical
psychology has room for love!” Keywords:
love. Filosofo italiano. Montecarotto, Ancona, Marche. Compiute gli studi
classici con assoluta regolarità, si iscrive alla Facoltà di Filosofia a Roma,
dove ha come maestri, tra gli altri, Varisco e Barzellotti. Da Varisco apprende
il rigore del metodo negli studi filosofici. Da Barzelotti aprende la passione
per le ricerche storiche e le vaste esplorazioni letterarie. Si laurea sotto
Barzellotti con il massimo dei voti dopo aver discusso “Kant e SERBATI” (Lapi,
Citta di Castello); Insegna a Senigallia, Bologna, e Firenze. In “I principii
della scuola, con particolare riguardo alla scuola elementare” (Il Risveglio
Scolastico, Milano). Insegna a Cagliari e Torino. Figura centrale della
filosofia italiana, G. esordisce con una ricerca sullo sviluppo della filosofia
kantiana e quella di SERBATI; temi che non solo non si stanca mai di ampliare
ma affina in ulteriori indagini. Esegue vaste indagini sulla storia della
filosofia. Socrate, Platone, Aristotele, Cartesio, BRUNO (si veda), Leibniz, e Renouvier. «L'uno e i molti” (Chiantore, Torino)
certifica la teoria. Gli procura l'interesse di larga parte del mondo
filosofico italiano per le conclusioni sui rapporti tra il sentimento e la
reflessivita. Ampie le discussioni, e talora vivacissime, su autori
contemporanei, dai quali esige rigore, chiarezza e intransigenza speculativa.
Organo di polemiche e di interventi nella vita della cultura italiana
contemporanea è «Il Saggiatore», da lui fondata, Privo di ambizioni mondane,
sempre affabile, ama la compagnia delle persone colte e la conversazione delle
anime semplici, destinate al bene e alla verità. Confida soprattutto nella
scuola, veicolo ideale per dare alle generazioni nuove volontà, serietà, cultura
adeguata ai tempi. Una scuola che studia, senza divagare e che sappia attingere
costantemente alle fonti del sapere, ama ripetere. Grazie al suo ininterrotto
lavoro di studioso, il mondo accademico italiano ha beneficiato di un numero
impressionante di sue pubblicazioni, fatto di saggi, manuali per le scuole,
opuscoli e articoli per riviste specializzate. Si dedica all'arte e alla
religione, completando, in questa maniera, il panorama delle sue indagini. La
Scuola media statale di Montecarotto ha aggiunto all'intestazione il nome di
"G.". Altre saggi: La
filosofia teoretica dei manuali, Oderisi, Gubbio, Dialettica dello spirito”
(I., Oderisi, Gubbio); “Lineamenti di filosofia, Azzoguidi, Bologna; La
dimostrazione dell'esistenza del mondo esterno e il valore pratico delle
qualità sensibili secondo Cartesio, Oderisi, Gubbio); Renouvier. II. La legge
del numero, D. Alighieri, Milano, Le prove dell'esistenza di Dio in Cartesio
(Valdes, Cagliari);:La dottrina cartesiana del metodo, D. Alighieri, Milano); “La
filosofia di Leibniz: Facoltà di Magistero, Torino, Statuto, Torino); “Studi
cartesiani, Chiantore, Torino); “Cartesio, Chiantore, Torino, “Dall'essere alla
coscienza, Chiantore, Torino); “L’idealismo” (Gheroni, Torino); “PComenio,
Gheroni, Torino); “La Filosofia greca: I sofisti, Socrate, Platone. Torino.
Facoltà di Magistero. heroni, Torino, Leibniz, Milani, Padova); “Carlini ed
altri studi; da Talete al "Menone" di Platone; il problema di
Cartesio, per la fondazione di un vero e concreto immanentismo, Gheroni,
Torino, Corso di storia della Filosofia: Aristotele, Gheroni, Torino, Da Talete
al menone di Platone, Gheroni, Torino, Tre studi di filosofia: pensiero ed
esperienza, sulla persona, su Dio e sull'immortalità, Gheroni, Torino Socrate
ed alcuni dialoghi platonici: Apologia, Convito, Lachete, Eutifrone, Liside, Jone,
Giappichelli, Torino, Linee fondamentali d'una filosofia dello spirito, Bottega
d'Erasmo, Torino, L'idea di materia e di scienza fisica da Talete a Galileo,
Giappichelli, Torino, L'uomo nell'assoluto, Giappichelli, Torino, La vita e il
pensiero di Giordano Bruno, Marzorati, Milano Sguardo sulla filosofia di
Aristotele, Pergamena, Milano, Platone, Pergamena, Milano; Di carattere
pedagogico Filosofia (Oderisi, Gubbio). Idealismo, spiritualismo ed
esistenzialità nella metafisica in Galli; Cartesio, in Italia. Dizionario
Biografico degli Italiani, Volume 51, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Persée. Portail de revues en sciences
humaines et sociales, su persee.fr. There is another Galli, who also did
philosophical studies – but his brother was more famous, the author of Tabula
philologica. Platone FEDRO
FEDRO: Dalla casa di Lisia, Socrate, il figlio di Cefalo, e vado a fare una
passeggiata fuori dalle mura. Ho passato parecchio tempo là seduto, fin dal
mattino; e ora, seguendo il consiglio di Acumeno,(2) compagno mio e tuo, faccio
delle passeggiate per le strade, poiché, a quanto dice, tolgono la stanchezza
più di quelle sotto i portici. SOCRATE: E dice bene, amico mio. Dunque Lisia
era in città, a quanto pare. FEDRO: Sì, alloggia da Epicrate, nella casa di
Monco, quella vicino al tempio di Zeus Olimpio.(3) SOCRATE: E come avete
trascorso il tempo? Lisia non vi ha forse imbandito, è chiaro, i suoi discorsi?
FEDRO: Lo saprai, se hai tempo di ascoltarmi mentre cammino. SOCRATE: Ma come?
Credi che io, per dirla con Pindaro, non faccia del sentire come avete
trascorso il tempo tu e Lisia una faccenda «superiore a ogni negozio»? (4)
FEDRO: Muoviti, allora! SOCRATE: Se vuoi parlare. FEDRO: Senza dubbio, Socrate,
l'ascolto ti si addice, poiché il discorso su cui ci siamo intrattenuti era,
non so in che modo, sull'amore. Lisia ha scritto di un bel giovane che viene
tentato, ma non da un amante, e ha comunque trattato anche questo argomento in
modo davvero elegante: sostiene infatti che bisogna compiacere chi non ama
piuttosto che chi ama. SOCRATE: E bravo! Avesse scritto che bisogna compiacere
un povero piuttosto che un ricco, un vecchio piuttosto che un giovane, e tutte
quelle cose che vanno bene a me e alla maggior parte di voi! Allora sì che i
suoi discorsi sarebbero urbani e utili al popolo! Io ora ho tanto desiderio di
ascoltare, che se facessi a piedi la tua passeggiata fino a Megara e, seguendo
Erodico,(5) arrivato alle mura tornassi di nuovo, non rimarrei dietro a te.
FEDRO: Cosa dici, ottimo Socrate? Credi che io, da profano quale sono, ricorderò
in modo degno di lui quello che Lisia, il più bravo a scrivere dei nostri
contemporanei, ha composto in molto tempo e a suo agio? Ne sono ben lungi!
Eppure vorrei avere questo più che molto oro. SOCRATE: Fedro, se io non conosco
Fedro, mi sono scordato anche di me stesso! Ma non è vera né l'una né l'altra
cosa: so bene che lui, ascoltando un discorso di Lisia, non l'ha ascoltato una
volta sola, ma ritornandovi più volte sopra lo ha pregato di ripeterlo, e
quello si è lasciato convincere volentieri. Poi però neppure questo gli è
bastato, ma alla fine, ricevuto il libro, ha esaminato i passi che più di tutti
bramava; e poiché ha fatto questo standosene seduto fin dal mattino, si è
stancato ed è andato a fare una passeggiata, conoscendo, corpo d'un cane!, il discorso
ormai a memoria, credo, a meno che non fosse troppo lungo. E così si è avviato
fuori dalle mura per recitarlo. Imbattutosi poi in uno che ha la malattia di
ascoltare discorsi, lo ha visto, e nel vederlo si è rallegrato di avere chi
potesse coribanteggiare con lui (6) e lo ha invitato ad accompagnarlo. Ma
quando l'amante dei discorsi lo ha pregato di declamarlo, si è schermito come
se non desiderasse parlare: ma alla fine avrebbe parlato anche a viva forza, se
non lo si fosse ascoltato volentieri. Tu dunque, Fedro, pregalo di fare adesso
quello che comunque farà molto presto. FEDRO: Per me, veramente, la cosa di
gran lunga migliore è parlare così come sono capace, poiché mi sembra che non
mi lascerai assolutamente andare prima che abbia parlato, in qualunque modo.
SOCRATE: Ti sembra davvero bene. FEDRO: Allora farò così . In realtà, Socrate,
non l'ho proprio imparato tutto parola per parola: ti esporrò tuttavia il
concetto più o meno di tutti gli argomenti con i quali lui ha sostenuto che la
condizione di chi ama differisce da quella di chi non ama, uno per uno e per
sommi capi, cominciando dal primo. SOCRATE: Prima però, carissì mo, mostrami
che cos'hai nella sinistra sotto il mantello; ho l'impressione che tu abbia
proprio il discorso. Se è così, tieni presente che io ti voglio molto bene, ma
se c'è anche Lisia non ho assolutamente intenzione di offrirmi alle tue
esercitazioni retoriche. Via, mostramelo! FEDRO: Smettila! Mi hai tolto,
Socrate, la speranza che riponevo in te di esercitarmi. Ma dove vuoi che ci
sediamo a leggere? SOCRATE: Giriamo di qui e andiamo lungo l'Ilisso,(7) poi ci
sederemo dove ci sembrerà un posto tranquillo. FEDRO: A quanto pare, mi trovo a
essere scalzo al momento giusto; tu infatti lo sei sempre. Perciò sarà per noi
facilissimo camminare bagnandoci i piedi nell'acqua, e non spiacevole, tanto
più in questa stagione e a quest'ora.(8) SOCRATE: Fa' da guida dunque, e
intanto guarda dove ci potremo sedere. FEDRO: Vedi quell'altissimo platano?
SOCRATE: E allora? FEDRO: Là c'è ombra, una brezza moderata ed erba su cui
sederci o anche sdraiarci, se vogliamo. SOCRATE: Puoi pure guidarmici. FEDRO:
Dimmi, Socrate: non è proprio da qui, da qualche parte dell'Ilisso, che a
quanto si dice Borea ha rapito Orizia?(9) SOCRATE: Così si dice. FEDRO: Proprio
da qui dunque? Le acque appaiono davvero dolci, pure e limpide, adatte alle
fanciulle per giocarvi vicino. SOCRATE: No, circa due o tre stadi più in giù,
dove si attraversa il fiume per andare al tempio di Agra: (10) appunto là c'è
un altare di Borea. 2 Platone Fedro FEDRO: Non ci ho mai fatto
caso. Ma dimmi, per Zeus: tu, Socrate, sei convinto che questo racconto sia
vero? SOCRATE: Ma se non ci credessi, come fanno i sapienti, non sarei una
persona strana; e allora, facendo il sapiente, potrei dire che un soffio di
Borea la spinse giù dalle rupi vicine mentre giocava con Farmacea, ed essendo
morta così si è sparsa la voce che è stata rapita da Borea (oppure
dall'Areopago,(11) poiché c'è anche questa leggenda, che fu rapita da là e non
da qui). Io però, Fedro, considero queste spiegazioni sì ingegnose, ma proprie
di un uomo fin troppo valente e impegnato, e non del tutto fortunato, se non
altro perché dopo questo gli è giocoforza raddrizzare la forma degli
Ippocentauri, e poi della Chimera; quindi gli si riversa addosso una folla di
tali Gorgoni e Pegasi (12) e un gran numero di altri esseri straordinari dalla
natura strana e portentosa. E se uno, non credendoci, vorrà ridurre ciascuno di
questi esseri al verosimile, dato che fa uso di una sapienza rozza, avrà
bisogno di molto tempo libero. Ma io non ho proprio tempo per queste cose; e il
motivo, caro amico, è il seguente. Non sono ancora in grado, secondo
l'iscrizione delfica, di conoscere me stesso;(13) quindi mi sembra ridicolo
esaminare le cose che mi sono estranee quando ignoro ancora questo. Perciò
mando tanti saluti a queste storie, standomene di quanto comunemente si crede
riguardo a esse, come ho detto poco fa, ed esamino non queste cose ma me
stesso, per vedere se per caso non sia una bestia più intricata e che getta
fiamme più di Tifone, oppure un essere più mite e più semplice, partecipe per
natura di una sorte divina e priva di vanità fumosa.(14) Ma cambiando discorso,
amico, non era forse questo l'albero a cui volevi guidarci? FEDRO: Proprio
questo. SOCRATE: Per Era, è un bel luogo per sostare! Questo platano è molto
frondoso e imponente, l'alto agnocasto è bellissimo con la sua ombra, ed
essendo nel pieno della fioritura rende il luogo assai profumato. Sotto il
platano poi scorre la graziosissima fonte di acqua molto fresca, come si può
sentire col piede. Dalle immagini di fanciulle e dalle statue sembra essere un
luogo sacro ad alcune Ninfe e ad Acheloo.(15) E se vuoi ancora, com'è amabile e
molto dolce il venticello del luogo! Una melodiosa eco estiva risponde al coro
delle cicale. Ma la cosa più leggiadra di tutte è l'erba, poiché, disposta in
dolce declivio, sembra fatta apposta per distendersi e appoggiarvi
perfettamente la testa. Insomma, hai fatto da guida a un forestiero in modo eccellente,
caro Fedro! FEDRO: Mirabile amico, sembri una persona davvero strana: assomigli
proprio, come dici, a un forestiero condotto da una guida e non a un abitante
del luogo. Non lasci la città per recarti oltre confine, e mi sembra che tu non
esca affatto dalle mura. SOCRATE: Perdonami, carissimo. Io sono uno che ama
imparare; la terra e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, gli uomini in
città invece sì . Mi sembra però che tu abbia trovato la medicina per farmi
uscire. Come infatti quelli che conducono gli animali affamati agitano davanti
a loro un ramoscello verde o qualche frutto, così tu, tendendomi davanti al
viso discorsi scritti sui libri, sembra che mi porterai in giro per tutta
l'Attica e in qualsiasi altro luogo vorrai. Ma per ì l momento, ora che sono
giunto qui io intendo sdraiarmi, tu scegli la posizione in cui pensi di poter
leggere più comodamente e leggi. FEDRO: Ascolta, dunque. «Sei a conoscenza
della mia situazione, e hai udito che ritengo sia per noi utile che queste cose
accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che chiedo perché non mi
trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono dei benefici che hanno
fatto, allorquando cessa la loro passione, mentre per gli altri non viene mai
un tempo in cui conviene cambiare parere. Infatti fanno benefici secondo le
loro possibilità non per costrizione, ma spontaneamente, per provvedere nel
migliore dei modi alle proprie cose. Inoltre coloro che amano considerano sia
ciò che è andato loro male a causa dell'amore, sia i benefici che hanno fatto,
e aggiungendo a questo l'affanno che provavano pensano di aver reso già da
tempo la degna ricompensa ai loro amati. Invece coloro che non amano non
possono addurre come scusa la scarsa cura delle proprie cose per questo motivo,
né mettere in conto gli affanni trascorsi, né incolpare gli amati delle
discordie con i familiari; sicché, tolti di mezzo tanti mali, non resta loro
altro se non fare con premura ciò che pensano sarà loro gradito quando
l'avranno fatto. Inoltre, se vale la pena di tenere in grande considerazione
gli amanti perché dicono di essere amici al sommo grado di coloro che amano e
sono pronti sia a parole sia coi fatti a rendersi odiosi agli altri pur di
compiacere gli amati, è facile comprendere che, se dicono il vero, terranno in
maggior conto quelli di cui si innamoreranno in seguito, ed è chiaro che, se
parrà loro il caso, ai primi faranno persino del male. D'altronde come può
essere conveniente concedere una cosa del genere a chi ha una disgrazia tale
che nessuno, per quanto esperto, potrebbe tentare di allontanare? Essi stessi,
infatti, ammettono di essere malati più che assennati, e di sapere che
sragionano, ma non sanno dominarsi; di conseguenza, una volta tornati in senno,
come potranno credere che vada bene ciò di cui decidono in questa disposizione
d'animo? E ancora, se scegliessi il migliore degli amanti, la tua scelta
sarebbe tra pochi, se invece scegliessi quello più adatto a te tra gli altri,
sarebbe tra molti; perciò c'è molta più speranza che quello degno della tua
amicizia si trovi tra i molti. Se poi, secondo l'usanza corrente, temi di
guadagnarti del biasimo nel caso la gente lo venga a sapere, è naturale che gli
amanti, credendo di essere invidiati dagli altri così come si invidiano tra
loro, si inorgogliscano parlandone e per ambizione mostrino a tutti che non
hanno faticato invano; mentre coloro che non amano, essendo più padroni di sé,
scelgono ciò che è meglio in luogo della fama presso gli uomini. Inoltre è
inevitabile che molti vengano a sapere o vedano gli amanti accompagnare i loro
amati e darsi un gran da fare, cosicché, quando li vedono discorrere tra loro
credono che essi stiano insieme o perché il loro desiderio si è realizzato o
perché sta per realizzarsi; ma non provano affatto ad accusare coloro che non
amano perché stanno assieme, sapendo che è necessario parlare con qualcuno per
amicizia o per qualche altro piacere. E se poi hai paura perché credi sia
difficile che un'amicizia perduri, e temi che se sorgesse un dissidio per un
altro motivo la sventura sarebbe comune ad entrambi, mentre in questo caso
verrebbe un gran danno a te, perché hai gettato via ciò che più di tutto tieni
in conto, a maggior ragione dovresti temere coloro che 3 Platone
Fedro amano: molte sono le cose che li affliggono, e credono che tutto
accada a loro danno. Per questo allontanano gli amati anche dalla compagnia con
gli altri, per timore che quelli provvisti di sostanze li superino in
ricchezza, e quelli forniti dì cultura li vincano in intelligenza; in somma,
stanno in guardia contro il potere di tutti quelli che possiedono un qualsiasi
altro bene. Così, dopo averti indotto a inimicarti queste persone, ti riducono
privo di amici, e se badando al tuo interesse sarai più assennato di loro,
verrai in discordia con essi. Chi invece non si è trovato a essere nella
condizione di amante, ma ha ottenuto grazie alle sue doti ciò che chiedeva, non
sarebbe geloso di chi si accompagna a te, anzi odierebbe coloro che rifiutano
la tua compagnia, pensando che da costoro sei disprezzato, ma trai beneficio da
chi sta assieme a te. Perciò c'è molta più speranza che dalla cosa nasca tra
loro amicizia piuttosto che inimicizia. Per di più molti degli amanti hanno
desiderio del corpo prima di aver conosciuto il carattere e aver avuto esperienza
delle altre qualità individue dell'amato, così che non è loro chiaro se
vorranno ancora essere amici quando la loro passione sarà finita; per quanto
riguarda invece coloro che non amano, dal momento che erano tra loro amici
anche prima di fare questo, non è verosimile che la loro amicizia risulti
sminuita dal bene che hanno ricevuto, anzi esso rimane come ricordo di ciò che
sarà in futuro. Inoltre ti si addice diventare migliore dando retta a me
piuttosto che a un amante. Essi lodano le parole e le azioni dell'amato anche
al di là di quanto è bene, da un lato per timore di diventare odiosi,
dall'altro perché essi stessi danno giudizi meno retti per via del loro
desiderio. Infatti l'amore produce tali effetti: a coloro che non hanno fortuna
fa ritenere molesto ciò che agli altri non arreca dolore, mentre spinge coloro
che hanno fortuna a elogiare anche ciò che non è degno di piacere, tanto che
agli amati si addice più la compassione che l'invidia. Se dai retta a me,
innanzitutto starò assieme a te prendendomi cura non solo del piacere presente,
ma anche dell'utilità futura, non vinto dall'amore ma padrone di me stesso,
senza suscitare una violenta inimicizia per futili motivi, ma irritandomi poco
e non all'improvviso per motivi gravi, perdonando le colpe involontarie e
cercando di distogliere da quelle volontarie: queste sono prove di un'amicizia
che durerà a lungo. Se invece ti sei messo in mente che non possa esistere
amicizia salda se non si ama, conviene pensare che non potremmo tenere in gran
conto né i figli né i genitori, e non potremmo neanche acquistarci amici
fidati, poiché i vincoli con essi ci sono venuti non da una tale passione, ma
da altri rapporti. Inoltre, se si deve compiacere più di tutti chi ne ha
bisogno, anche nelle altre cì rcostanze conviene fare benefici non ai migliori,
ma ai più indigenti, poiché, liberati da grandissimi mali, serberanno la
massima gratitudine ai loro benefattori. E allora anche nelle feste private è
il caso di invitare non gli amici ma chi chiede l'elemosina e ha bisogno di
essere sfamato, poiché costoro ameranno i loro benefattori, li seguiranno,
verranno alla loro porta, proveranno grandissima gioia, serberanno non poca
gratitudine e augureranno loro ogni bene. Ma forse conviene compiacere non chi
è molto bisognoso, ma chi soprattutto è in grado di rendere il favore; non solo
chi chiede, ma chi è degno della cosa; non quanti godranno del fiore della tua
giovinezza, ma coloro che anche quando sarai diventato vecchio ti faranno
partecipe dei loro beni; non coloro che, ottenuto ciò che desideravano, se ne
vanteranno con gli altri, ma coloro che per pudore ne taceranno con tutti; non
coloro che hanno cura di te per poco tempo, ma coloro che ti saranno amici allo
stesso modo per tutta la vita; non coloro che, cessato il desiderio,
cercheranno il pretesto per un'inimicizia, ma coloro che daranno prova della
loro virtù quando la tua bellezza sarà sfiorita. Dunque tu ricordati di quanto
ti ho detto e considera questo, che gli amici riprendono gli amanti perché sono
convinti che questa pratica sia cattiva, mentre nessuno dei familiari ha mai
rimproverato a coloro che non amano di provvedere male ai propri affari per
questo motivo. Forse ora mi domanderai se ti esorto a compiacere tutti quelli
che non amano. Ebbene, io credo che neanche chi ama ti inviti ad avere questo
atteggiamento con tutti quelli che amano. Infatti né per chi riceve benefici la
cosa è degna di un'uguale ricompensa, né, se anche lo volessi, ti sarebbe
possibile tenerlo nascosto allo stesso modo agli altri; bisogna invece che da
ciò non venga alcun danno, ma un vantaggio a entrambi. Io penso che quanto è
stato detto sia sufficiente: se tu desideri ancora qualcosa e pensi che sia
stata tralasciata, interroga». FEDRO: Che te ne pare del discorso, Socrate? Non
è stato pronunciato in maniera straordinaria, in particolare per la scelta dei
vocaboli? SOCRATE: In maniera davvero divina, amico, al punto che ne sono
rimasto colpito! E questa impressione l'ho avuta per causa tua, Fedro,
guardando te, perché mi sembrava che esultassi per il discorso intanto che lo
leggevi. E dato che credo che in queste cose tu ne sappia più di me ti seguivo,
e nel seguirti ho partecipato al tuo furore bacchico, o testa divina! (16)
FEDRO: Ma dai! Ti pare il caso di scherzare così ? SOCRATE: Ti sembra che io
scherzi e che non abbia fatto sul serio? FEDRO: Nient'affatto, Socrate, ma
dimmi veramente, per Zeus protettore degli amici: credi che ci sia un altro tra
i Greci in grado di parlare sullo stesso argomento in modo più grande e copioso
di lui? SOCRATE: Ma come? Bisogna che il discorso sia lodato da me e da te
anche sotto questo aspetto, ossia perché il suo autore ha detto ciò che
bisognava dire, e non solo perché ha tornito ciascun termine in modo chiaro,
forbito e puntuale? Se proprio bisogna, devo convenirne per amor tuo, dal
momento che mi è sfuggito a causa della mia nullità. Infatti ho posto mente
soltanto all'aspetto retorico del discorso; quanto all'altro, credevo che
neppure Lisia lo ritenesse sufficiente. A meno che tu, Fedro, non abbia
un'opinione diversa, mi è parso che abbia ripetuto due o tre volte gli stessi
concetti, come se non avesse a disposizione grandi risorse per dire molte cose
sullo stesso argomento, o forse come se non gliene importasse nulla; e mi
sembrava pieno di baldanza giovanile quando mostrava com'era bravo, dicendo le
stesse cose prima in un modo e poi in un altro, a parlarne in tutti e due i
casi nella maniera migliore. 4 Platone Fedro FEDRO: Ti sbagli,
Socrate: precisamente in questo consiste il discorso. Infatti non ha
tralasciato nulla di ciò che meritava d'esser detto in argomento, tanto che
nessuno mai saprebbe dire cose diverse e di maggior pregio rispetto a quelle
dette. SOCRATE: In questo non potrò più darti retta: uomini e donne antichi e
sapienti, che hanno parlato e scritto di queste cose, mi confuteranno, se per
farti piacere convengo con te. FEDRO: Chi sono costoro? E dove hai ascoltato
cose migliori di queste? SOCRATE: Ora, lì per lì, non so dirlo; ma è chiaro che
le ho udite da qualcuno, dalla bella Saffo o dal saggio Anacreonte o da qualche
scrittore in prosa.(17) Da cosa lo arguisco per affermare ciò? In qualche modo,
divino fanciullo, sento di avere il petto pieno e di poter dire cose diverse
dalle sue, e non peggiori. So bene che non ho concepito da me niente di tutto
ciò, dato che riconosco la mia ignoranza; allora resta, credo, che da qualche
altra fonte io sia stato riempito attraverso l'ascolto come un vaso. Ma per
indolenza ho scordato proprio questo, come e da chi le ho udite. FEDRO: Ma hai
detto cose bellissime, nobile amico! Neanche se te lo ordino devi riferirmi da
chi e come le hai udite, ma metti in atto esattamente il tuo proposito. Hai
promesso di dire cose diverse, in maniera migliore e non meno diffusa rispetto
a quelle contenute nel libro, astenendoti da queste ultime; quanto a me, io ti
prometto che come i nove arconti innalzerò a Delfi una statua d'oro a grandezza
naturale, non solo mia ma anche tua.(18) SOCRATE: Sei carissimo e veramente
d'oro, Fedro, se pensi che io affermi che Lisia ha sbagliato tutto e che è
possibile dire cose diverse da tutte queste; ciò, credo, non potrebbe capitare
neanche allo scrittore più scarso. Tanto per incominciare, riguardo
all'argomento del discorso, chi credi che, sostenendo che bisogna compiacere
coloro che non amano piuttosto che coloro che amano, abbia ancora altro da dire
quando abbia tralasciato di lodare l'assennatezza degli uni e biasimare la
dissennatezza degli altri, il che appunto è necessario? Ma credo che si debbano
concedere e perdonare simili argomenti a chi ne parla; e di tali argomenti è da
lodare non l'invenzione, ma la disposizione, mentre degli argomenti non
necessari e difficili da trovare è da lodare, oltre alla disposizione, anche
l'invenzione. FEDRO: Concordo con ciò che dici: mi sembri aver parlato in modo
opportuno. Pertanto farò anch'io così: ti concederò di stabilire come principio
che chi ama è più ammalato di chi non ama, e quanto al resto, se avrai detto
altre cose in maggior quantità e di maggior pregio di queste, ergiti pure come
statua lavorata a martello a Olimpia, presso l'offerta votiva dei Cipselidi!
(19) SOCRATE: L'hai presa sul serio, Fedro, perché io, scherzando con te, ho
attaccato il tuo amato, e credi che io proverò veramente a dire qualcosa di
diverso e di più vario a confronto dell'abilità di lui? FEDRO: A questo
proposito, caro, mi hai dato l'occasione per un'uguale presa.(20) Ora tu devi
parlare assolutamente, così come sei capace, in modo da non essere obbligati a
fare quella cosa volgare da commedianti che si rimbeccano a vicenda, e non
volermi costringere a tirar fuori quella frase: «Socrate, se io non conosco
Socrate, mi sono dimenticato anche di me stesso», o quell'altra: «Desiderava
dire, ma si schermiva»; ma tieni bene in mente che non ce ne andremo di qui
prima che tu abbia esposto ciò che sostenevi di avere nel petto. Siamo noi due
soli, in un luogo appartato, io sono più forte e più giovane. Da tutto ciò,
dunque, «intendi quel che ti dico»,(21) e vedi di non parlare a forza piuttosto
che spontaneamente. SOCRATE: Ma beato Fedro, mi coprirò di ridicolo
improvvisando un discorso sui medesimi argomenti, da profano che sono a
confronto di un autore bravo come lui! FEDRO: Sai com'è la questione? Smettila
di fare il ritroso con me; poiché penso di avere una cosa che, se te la dico,
ti costringerà a parlare. SOCRATE: Allora non dirmela! FEDRO: No, invece te la
dico proprio! E le mie parole saranno un giuramento. Ti giuro... ma su chi, su
quale dio? Vuoi forse su questo platano qui? Ebbene, ti giuro che se non
pronuncerai il tuo discorso proprio davanti a questo platano, non ti mostrerò e
non ti riferirò più nessun altro discorso di nessuno. SOCRATE: Ahi, birbante!
Come hai trovato bene il modo di costringere un uomo amante dei discorsi a fare
ciò che tu ordini! FEDRO: Perché allora fai tanti giri? SOCRATE: Niente più
indugi, dal momento che hai proferito questo giuramento. Come potrei astenermi
da un tale banchetto? FEDRO: Allora parla! SOCRATE: Sai dunque come farò?
FEDRO: Riguardo a cosa? SOCRATE: Parlerò dopo essermi coperto il capo, per
svolgere il discorso il più velocemente possibile e non trovarmi in imbarazzo
per la vergogna, guardando verso di te. FEDRO: Purché tu parli; quanto al
resto, fa' come vuoi. SOCRATE: Orsù, o Muse dalla voce melodiosa, vuoi per
l'aspetto del canto vuoi perché siete state così chiamate dalla stirpe dei
Liguri amante della musica,(22) narrate assieme a me il racconto che questo
bellissimo giovane mi costringe a dire, così che il suo compagno, che già prima
gli sembrava sapiente, ora gli sembri tale ancora di più. C'era una volta un
fanciullo, o meglio un giovanetto assai bello, di cui molti erano innamorati.
Uno di loro, che era astuto, pur non essendo innamorato meno degli altri aveva
convinto il fanciullo che non lo amava. E un giorno, saggiandolo, cercava di
persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che
chi ama, e gli parlava così : «Innanzi tutto, fanciulfo, uno solo è l'inizio
per chi deve prendere decisioni nel modo giusto: bisogna sapere su cosa verte
la decisione, o è destino che si sbagli tutto. Ai più sfugge che non conoscono
l'essenza di ciascuna 5 Platone Fedro cosa. Perciò, nella
convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo all'inizio della ricerca e
proseguendo ne pagano le naturali conseguenze, poiché non si accordano né con
se stessi né tra loro. Che non capiti dunque a me e a te ciò che rimproveriamo
agli altri, ma dal momento che ci sta dinanzi la questione se si debba entrare
in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo di comune
accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale forza abbia; poi, tenendo
presente questa definizione e facendovi riferimento, esaminiamo se esso apporta
un vantaggio o un danno. Che l'amore sia appunto un desiderio, è chiaro a
tutti; che inoltre anche chi non ama desideri le cose belle, lo sappiamo. Da
che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama? Occorre poi tenere
presente che in ciascuno di noi ci sono due princì pi che ci governano e ci
guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l'uno, innato, è il desiderio
dei piaceri, l'altro è un'opinione acquisita che aspira al sommo bene. Talvolta
questi due princì pi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta invece sono
in disaccordo; talvolta prevale l'uno, talvolta l'altro. Pertanto, quando
l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria
ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione
verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La
dissolutezza ha molti nomi, dato che è composta di molte membra e molte parti;
e quella che tra queste forme si distingue conferisce a chi la possiede il
soprannome derivato da essa, che non è né bello né meritevole da acquistarsi.
Il desiderio relativo al cibo, che prevale sulla ragione del bene migliore e
sugli altri desideri, è chiamato ingordigia e farà sì che chi lo possiede venga
chiamato con lo stesso nome; quello che tiranneggia nell'ubriachezza e conduce
in tale stato chi lo possiede, è chiaro quale epiteto gli toccherà; così, anche
per gli altri nomi fratelli di questi che designano desideri fratelli, a
seconda di quello che via via signoreggia, è ben evidente come conviene
chiamarli. Il desiderio a motivo del quale è stato fatto tutto il discorso
precedente ormai è pressoché manifesto, ma è assolutamente più chiaro una volta
detto che se non viene detto; ebbene, il desiderio irrazionale che ha il
sopravvento sull'opinione incline a ciò che è retto, una volta che, tratto
verso il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a esso
congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto prendendo nome
dal suo stesso vigore, è chiamato eros».(23) Ma caro Fedro, non sembra anche a
te, come a me, che mi trovi in uno stato divino? FEDRO: Certamente, Socrate! Ti
ha preso una certa facilità di parola, contrariamente al solito! SOCRATE:
Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente divino, percio non
meravigliarti se nel prosieguo del discorso sarò spesso invasato dalle Ninfe:
le parole che proferisco adesso non sono lontane dai ditirambi.(24) FEDRO: Dici
cose verissime. SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poiché
forse quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene via. A questo
provvederà un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro discorso al
fanciullo. «Dunque, carissimo: cosa sia ciò su cui bisogna prendere decisioni,
è stato detto e definito; ora, tenendo presente questo, dobbiamo dire il resto,
ossia quale vantaggio o quale danno presumibilmente verrà da uno che ama e da
uno che non ama a chi concede i suoi favori. Per chi è soggetto al desiderio ed
è schiavo del piacere è inevitabile rendere l'amato il più possibile gradito a
sé; ma per chi è malato tutto ciò che non oppone resistenza è piacevole, mentre
tutto ciò che è più forte o pari a lui è odioso. Così un amante non sopporterà
di buon grado un amato superiore o pari a lui, ma vuole sempre renderlo
inferiore e più debole: e inferiore è l'ignorante rispetto al saggio, il vile
rispetto al coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha abilità oratorie,
chi è tardo di mente rispetto a chi è d'ingegno acuto. è inevitabile che, se
nell'animo dell'amato nascono o ci sono per natura tanti difetti, o anche di
più, l'amante ne goda e ne procuri altri, piuttosto che essere privato del
piacere del momento. Ed è altresì inevitabile che sia geloso e causa di grande
danno, poiché distoglie l'amato da molte altre compagnie vantaggiose grazie
alle quali diverrebbe veramente uomo, danno che diventa grandissimo quando lo
allontana da quella compagnia grazie alla quale diventerebbe una persona molto
assennata. Essa è la divina filosofia, da cui inevitabilmente l'amante tiene
lontano l'amato per paura di essere disprezzato, così come ricorrerà alle altre
macchinazioni per fare in modo che sia ignorante di tutto e guardi solo al suo
amante; e in questa condizione l'amato sarebbe fonte di grandissimo piacere per
lui, ma del massimo danno per se stesso. Quindi, per quanto riguarda
l'intelletto, l'uomo che prova amore non è in nessun modo utile come guida e
come compagno. Poi si deve considerare la costituzione del corpo, e quale cura
ne avrà colui che ne diventerà padrone, dato che si trova costretto a inseguire
il piacere anziché il bene. Lo si vedrà seguire una persona molle e non
vigorosa, non cresciuta alla pura luce del sole ma nella fitta ombra, inesperta
di fatiche virili e di secchi sudori, esperta invece di una vita delicata ed
effeminata, ornata di colori e abbellimenti altrui per mancanza dei propri, intenta
a tutte quelle attività conseguenti a ciò, che sono evidenti e non meritano
ulteriori discussioni. Ma stabiliamo un punto essenziale, e poi passiamo ad
altro: per un corpo del genere, in guerra come in tutte le altre occupazioni
importanti, i nemici prendono coraggio, gli amici e gli stessi amanti provano
timore. Perciò questo punto è da lasciar perdere, dato che è evidente, e
bisogna passare invece a quello successivo, cioè quale vantaggio o quale danno
arrecherà ai nostri beni la compagnia e la protezione di chi ama. è chiaro a
chiunque, ma soprattutto all'amante, che egli si augurerebbe più d'ogni altra
cosa che l'amato fosse orbo dei beni più cari, più preziosi e più divini;
accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre, parenti e amici, ritenendoli
causa d'impedimento e biasimo della dolcissima compagnia che ha con lui. E se
possiede sostanze in oro o altri beni, egli penserà che non sia facile da
conquistare né, una volta conquistato, trattabile; ne consegue inevitabilmente
che l'amante provi gelosia se l'oggetto del suo amore possiede delle sostanze,
e gioisca se le perde. Inoltre l'amante si augurerà che l'amato sia senza
moglie, senza figli e senza casa il più a lungo possibile, poiché brama di
cogliere il più a lungo possibile il frutto della 6 Platone Fedro
sua dolcezza. Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato alla maggior
parte di essi un piacere momentaneo; per esempio all'adulatore, bestia
terribile e fonte di grande danno, la natura ha comunque mescolato un piacere
non privo di gusto. E così qualcuno può biasimare come rovinosa un'etera o
molte altre creature e attività del genere, che almeno per un giorno possono
essere occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia quotidiana
dell'amante, oltre al danno che arreca, è la cosa di tutte più spiacevole.
Infatti, come recita l'antico proverbio, il coetaneo si diletta del coetaneo
(credo infatti che l'avere gli stessi anni conduca agli stessi piaceri e
procuri amicizia in virtù della somiglianza); tuttavia anche il loro stare
insieme genera sazietà. Inoltre si dice che la costrizione è pesante per
chiunque in qualsiasi circostanza: ed è proprio questo il rapporto che, oltre
alla differenza d'età, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno più
vecchio sta assieme a uno più giovane, non lo lascia volentieri né di giorno né
di notte, ma è tormentato da una necessità e da un pungolo che lo conduce a
destra e a manca procurandogli di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare
l'amato e a provare tutto ciò che lui prova, sì da mettersi strettamente e con
piacere al suo servizio. Ma quale conforto o quali piaceri darà all'amato per
evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di tempo, arrivi al
colmo del disgusto? Quando quello vedrà un volto invecchiato e non più in
fiore, con tutte le conseguenze già spiacevoli da udire a parole, per non
parlare poi se ci si trova nella necessità di avere a che fare con esse; quando
dovrà guardarsi in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentirà
elogi inopportuni ed esagerati, come anche insulti già insopportabili se
l'amante è sobrio, vergognosi oltre ogni sopportazione se è ubriaco e indulge a
una libertà di linguaggio stucchevole e assoluta? E se quando è innamorato e
dannoso e spiacevole, una volta che l'amore è finito sarà inaffidabile per il
tempo a venire, in prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte
promesse condite di infiniti giuramenti e preghiere e in virtù della speranza
di beni futuri, a mantenere il legame già allora faticoso da sopportare. E
allora, quando bisogna pagare il debito, dato che dentro di sé ha cambiato
padrone e signore, e assennatezza e temperanza hanno preso il posto di amore e
follia, è divenuto un altro senza che il suo amato se ne sia accorto. Questi,
ricordandosi di quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con
la stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora; quello
per la vergogna non ha il coraggio di dire che è diventato un altro, né sa come
mantenere i giuramenti e le promesse fatte sotto la dissennata signoria
precedente, dato che ormai ha riacquistato il senno e la temperanza, per non
ridiventare simile a quello che era prima, se non addirittura lo stesso di
prima, facendo le stesse cose. Perciò diventa un fuggiasco, e poiché l'amante
di prima ora è di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il suo stato
e si dà alla fuga.(25) L'altro è costretto a inseguire tra lo sdegno e le
imprecazioni, poiché non ha capito tutto fin dal principio, cioè che non
avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di necessità è privo di senno, ma ben
più chi non ama ed è assennato; altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una
persona infida, difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno sa per le
proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo più
assoluto per l'educazione dell'anima, della quale in tutta verità non c'è e mai
ci sarà cosa di maggior valore né per gli uomini né per gli dèi. Pertanto,
ragazzo, bisogna intendere bene questo, e sapere che l'amicizia di un amante
non nasce assieme alla benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi;
come i lupi amano gli agnelli, così gli amanti hanno caro un fanciullo». Questo
è quanto, Fedro. Non mi sentirai dire di più, ma considera ormai finito il discorso.
FEDRO: Eppure io credevo che fosse a metà, e che tu avresti speso uguali parole
per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto compiacere lui e indicando
quanti beni ne derivano; ma ora perché smetti, Socrate? SOCRATE: Non ti sei
accorto, beato, che ormai pronuncio versi epici e non più ditirambi, proprio
mentre muovo questi rimproveri? Se comincerò a elogiare l'altro, cosa credi che
farò? Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle quali tu mi
hai gettato deliberatamente in balia? Perciò in una parola ti dico che quanti
sono i mali che abbiamo biasimato nell'uno tanti sono i beni, ad essi opposti,
che si trovano nell'altro. E che bisogno c'è di un lungo discorso? Di entrambi
si è detto abbastanza. Così il racconto avrà la sorte che gli spetta; e io,
attraversato questo fiume, me ne torno indietro prima di essere costretto da te
a qualcosa di più grande. FEDRO: Non ancora, Socrate, non prima che sia passata
la calura. Non vedi che è all'incirca mezzogiorno, l'ora che viene chiamata immota?
Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo detto; non appena farà più
fresco, ce ne andremo. SOCRATE: Quanto ai discorsi sei divino, Fedro, e
semplicemente straordinario. Io penso che di tutti i discorsi prodotti durante
la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere più di te, o perché li pronunci di
persona o perché costringi in qualche modo altri a pronunciarli (faccio
eccezione per Simmia il Tebano, (26) ma gli altri li vinci di gran lunga). E
ora mi sembra che tu sia stato la causa di un mio nuovo discorso. FEDRO: Allora
non mi dichiari guerra! Ma come, e qual è questo discorso? SOCRATE: Quando
stavo per attraversare il fiume, caro amico, si è manifestato quel segno divino
che è solito manifestarsi a me e che mi trattiene sempre da ciò che sto per fare.
E mi è parso di udire proprio da lì una certa voce che non mi permette di
andare via prima d'essermi purificato, come se avessi commesso qualche colpa
verso la divinità. In effetti sono un indovino, per la verità non molto bravo,
ma, come chi sa a malapena scrivere, valido solo per me stesso; perciò
comprendo chiaramente qual è la colpa. Perché anche l'anima, caro amico, ha un
che di divinatorio; infatti mi ha turbato anche prima, mentre pronunciavo il
discorso, e in qualche modo temevo, come dice Ibico, che «commesso un fallo»
nei confronti degli dèi «consegua fama invece tra gli umani».(27) Ma ora mi
sono reso conto della colpa. FEDRO: Che cosa dici? 7 Platone Fedro
SOCRATE: Terribile, Fedro, terribile è il discorso che tu hai portato, come
quello che poi mi hai costretto a dire! FEDRO: E perché? SOCRATE: è sciocco e
sotto un certo aspetto empio. Quale discorso potrebbe essere più terribile di
questo? FEDRO: Nessuno, se tu dici il vero. SOCRATE: E allora? Non credi che
Eros sia figlio di Afrodite e sia una creatura divina? FEDRO: Così almeno si
dice. SOCRATE: Ma non è detto da Lisia, né dal tuo discorso, che è stato
pronunciato tramite la mia bocca ammaliata da te. E se Eros è, come appunto è,
un dio o un che di divino, non sarebbe affatto un male, e invece i due discorsi
pronunciati ora su di lui ne parlavano come se fosse un male; in questo dunque
hanno commesso una colpa nei confronti dì Eros. Inoltre la loro semplicità è
proprio graziosa, poiché senza dire niente di sano né di vero si danno delle arie
come se fossero chissà cosa, se ingannando alcuni omiciattoli troveranno fama
presso di loro. Pertanto io, caro amico, ho la necessità di purificarmi; per
coloro che commettono delle colpe nei confronti del mito c'è un antico rito
purificatorio, che Omero non conobbe, ma Stesicoro sì . Costui infatti, privato
della vista per aver diffamato Elena, non ne ignorò la causa come Omero, ma da
amante alle Muse quale era la capì e subito compose questi versi: Questo
discorso non è veritiero, non navigasti sulle navi ben costrutte, non arrivasti
alla troiana Pergamo.(28) E dopo aver composto l'intero carme chiamato
Palinodia gli tornò immediatamente la vista. Io pertanto sarò più saggio di
loro almeno sotto questo aspetto: prima di incorrere in un male per aver diffamato
Eros tenterò di offrirgli in cambio la mia palinodia, col capo scoperto e non
velato come allora per la vergogna. FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose più
dolci di queste, Socrate. SOCRATE: Veramente, caro Fedro, tu intendi con quale
impudenza siano stati pronunciati i due discorsi, il mio e quello ricavato dal
libro. Se un uomo dall'indole nobile e affabile, che fosse innamorato di uno
come lui o lo fosse stato in precedenza, ci ascoltasse mentre diciamo che gli
amanti sollevano grandi inimicizie per futili motivi e sono gelosi e dannosi
nei confronti dei loro amati, non credi che avrebbe l'impressione di ascoltare
persone allevate in mezzo ai marinai e che non hanno mai visto un amore libero,
e sarebbe ben lungi dal convenire con noi sui rimproveri che muoviamo ad Eros?
FEDRO: Per Zeus, forse sì, Socrate. SOCRATE: Io dunque, per vergogna nei suoi
confronti e per timore dello stesso Eros, desidero sciacquarmi dalla salsedine
che impregna il mio udito con un discorso d'acqua dolce; e consiglio anche a
Lisia di scrivere il più in fretta possibile che, a parità di condizioni,
conviene compiacere più un amante che chi non ama. FEDRO: Ma sappi bene che
sarà così : quando avrai pronunciato l'elogio dell'amante, sarà inevitabile che
Lisia venga costretto da me a scrivere un altro discorso sullo stesso
argomento. SOCRATE: Confido in ciò, finché sarai quello che sei. FEDRO: Fatti
coraggio, dunque, e parla. SOCRATE: Dov'è il ragazzo a cui parlavo? Faccia in
modo di ascoltare anche questo discorso e non conceda con troppa fretta i suoi
favori a chi non ama per non aver udito le mie parole. FEDRO: Questo ragazzo è
accanto a te, molto vicino, ogni qualvolta tu voglia. SOCRATE: Allora, mio bel
ragazzo, tieni presente che il discorso di prima era di Fedro figlio di Pitocle,
del demo di Mirrinunte, mentre quello che mi accingo a dire è di Stesicoro di
Imera, figlio di Eufemo. Bisogna dunque parlare così : «Non è veritiero il
discorso secondo il quale anche in presenza di un amante si deve piuttosto
compiacere chi non ama, per il fatto che l'uno è in preda a "mania",
l'altro è assennato. Se infatti l'essere in preda a mania fosse un male puro e
semplice, sarebbe ben detto; ora però i beni più grandi ci vengono dalla mania,
appunto in virtù di un dono divino. Infatti la profetessa di Delfi e le
sacerdotesse di Dodona,(29) quando erano prese da mania, procurarono alla
Grecia molti e grandi vantaggi pubblici e privati, mentre quando erano
assennate giovarono poco o nulla. E se parlassimo della Sibilla (30) e di tutti
gli altri che, avvalendosi dell'arte mantica ispirata da un dio, con le loro
predizioni in molti casi indirizzarono bene molte persone verso il futuro, ci
dilungheremmo dicendo cose note a tutti. Merita certamente di essere addotto
come testimonianza il fatto che tra gli antichi coloro che coniavano i nomi non
ritenevano la mania una cosa vergognosa o riprovevole; altrimenti non avrebbero
chiamato "manica" l'arte più bella, con la quale si discerne il
futuro, applicandovi proprio questo nome. Ma considerandola una cosa bella
quando nasca per sorte divina, le imposero questo nome, mentre gli uomini
d'oggi, inesperti del bello, aggiungendo la "t" l'hanno chiamata
"mantica". Così anche la ricerca del futuro che fanno gli uomini
assennati mediante il volo degli uccelli e gli altri segni del cielo, dal
momento che tramite l'intelletto procurano assennatezza e cognizione alla
"oiesi", cioè alla credenza umana, la denominarono
"oionoistica", mentre i contemporanei, volendola nobilitare con la
"o" lunga, la chiamano oionistica.(31) Perciò, quanto più l'arte
mantica è perfetta e onorata della oionistica, e il nome e l'opera dell'una
rispetto al nome e all'opera dell'altra, tanto più bella, secondo la
testimonianza degli antichi, è la mania che viene da un dio rispetto all'assennatezza
che viene dagli uomini. Ma la mania, sorgendo e profetando in coloro in cui
doveva manifestarsi, trovò una via di scampo anche dalle malattie e dalle pene
più gravi, che da qualche parte si abbattono su alcune stirpi a causa di
antiche colpe, ricorrendo alle preghiere e al culto degli dèi; quindi,
attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il
tempo presente e futuro, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per
chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto. Al terzo posto
vengono l'invasamento e la mania provenienti dalle Muse, che impossessandosi di
un'anima tenera e pura la destano e la colmano di furore bacchico in canti e
altri componimenti poetici, e celebrando innumerevoli opere degli antichi
educano i posteri. Chi invece giunge alle porte della poesia senza 8
Platone Fedro la mania delle Muse, convinto che sarà un poeta valente
grazie all'arte, resta incompiuto e la poesia di chi è in senno è oscurata da
quella di chi si trova in preda a mania. Queste, e altre ancora, sono le belle
opere di una mania proveniente dagli dèi che ti posso elencare. Pertanto non
dobbiamo aver paura di ciò, né deve sconvolgerci un discorso che cerchi di
intimorirci asserendo che si deve preferire come amico l'uomo assennato a
quello in stato di eccitazione; ma il mio discorso dovrà riportare la vittoria
dimostrando, oltre a quanto detto prima, che l'amore non è inviato dagli dèi
all'amante e all'amato perché ne traggano giovamento. Noi dobbiamo invece
dimostrare il contrario, cioè che tale mania è concessa dagli dèi per la nostra
più grande felicità; e la dimostrazione non sarà persuasiva per i
valent'uomini, ma lo sarà per i sapienti. Prima di tutto dunque bisogna
intendere la verità riguardo alla natura dell'anima divina e umana,
considerando le sue condizioni e le sue opere. L'inizio della dimostrazione è
il seguente. Ogni anima è immortale. Infatti ciò che sempre si muove è
immortale, mentre ciò che muove altro e da altro è mosso termina la sua vita
quando termina il suo movimento. Soltanto ciò che muove se stesso, dal momento
che non lascia se stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di
movimento anche per tutte le altre cose dotate di movimento. Il principio però
non è generato. Infatti è necessario che tutto ciò che nasce si generi da un
principio, ma quest'ultimo non abbia origine da qualcosa, poiché se un
principio nascesse da qualcosa non sarebbe più un principio. E poiché non è
generato, è necessario che sia anche incorrotto; infatti, se un principio
perisce, né esso nascerà da qualcosa né altra cosa da esso, dato che ogni cosa
deve nascere da un principio. Così principio di movimento è ciò che muove se
stesso. Esso non può né perire né nascere, altrimenti tutto il cielo e tutta la
terra, riuniti in corpo unico, resterebbero immobili e non avrebbero più ciò da
cui ricevere di nuovo nascita e movimento. Una volta stabilito che ciò che si
muove da sé è immortale, non si proverà vergogna a dire che proprio questa è
l'essenza e la definizione dell'anima. Infatti ogni corpo a cui l'essere in
movimento proviene dall'esterno è inanimato, mentre quello cui tale facoltà
proviene dall'interno, cioè da se stesso, è animato, poiché la natura
dell'anima è questa; ma se è così, ovvero se ciò che muove se stesso non può
essere altro che l'anima, di necessità l'anima sarà ingenerata e immortale.
Sulla sua immortalità si è detto a sufficienza; sulla sua idea bisogna dire
quanto segue. Spiegare quale sia, sarebbe proprio di un'esposizione divina
sotto ogni aspetto e lunga, dire invece a che cosa assomigli, è proprio di
un'esposizione umana e più breve; parliamone dunque in questa maniera. Si
immagini l'anima simile a una forza costituita per sua natura da una biga alata
e da un auriga.(32) I cavalli e gli aurighi degli dèi sono tutti buoni e nati
da buoni, quelli degli altri sono misti. E innanzitutto l'auriga che è in noi
guida un carro a due, poi dei due cavalli uno è bello, buono e nato da cavalli
d'ugual specie, l'altro è contrario e nato da stirpe contraria; perciò la
guida, per quanto ci riguarda, è di necessità difficile e molesta. Quindi
bisogna cercare di definire in che senso il vivente è stato chiamato mortale e
immortale. Ogni anima si prende cura di tutto ciò che è inanimato e gira tutto
il cielo ora in una forma, ora nell'altra. Se è perfetta e alata, essa vola in
alto e governa tutto il mondo, se invece ha perduto le ali viene trascinata giù
finché non s'aggrappa a qualcosa di solido; qui stabilisce la sua dimora e
assume un corpo terreno, che per la forza derivata da essa sembra muoversi da
sé. Questo insieme, composto di anima e corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il
soprannome di mortale. Viceversa ciò che è immortale non può essere spiegato
con un solo discorso razionale, ma senza averlo visto e inteso in maniera
adeguata ci figuriamo un dio, un essere vivente e immortale, fornito di
un'anima e di un corpo eternamente connaturati. Ma di queste cose si pensi e si
dica così come piace al dio; noi cerchiamo di cogliere la causa della perdita
delle ali, per la quale esse si staccano dall'anima. E la causa è all'incirca
questa. La potenza dell'ala tende per sua natura a portare in alto ciò che è
pesante, sollevandolo dove abita la stirpe degli dèi, e in certo modo partecipa
del divino più di tutte le cose inerenti il corpo. Il divino è bello, sapiente,
buono, e tutto ciò che è tale; da queste qualità l'ala dell'anima e nutrita e
accresciuta in sommo grado, mentre viene consunta e rovinata da ciò che è
brutto, cattivo e contrario ad esse. Zeus, il grande sovrano che è in cielo,
procede per primo alla guida del carro alato, dà ordine a tutto e di tutto si
prende cura; lo segue un esercito di dèi e di demoni, ordinato in undici
schiere. La sola Estia resta nella dimora degli dèi; quanto agli altri dèi, quelli
che in numero di dodici sono stati posti come capi guidano ciascuno la propria
schiera secondo l'ordine assegnato.(33) Molte e beate sono le visioni e i
percorsi entro il cielo, per i quali si volge la stirpe degli dèi eternamente
felici, adempiendo ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro chi
sempre lo vuole e lo può; infatti l'invidia sta fuori del coro divino. Quando
poi vanno a banchetto per nutrirsi, procedono in ardua salita verso la sommità
della volta celeste, dove i carri degli dèi, ben equilibrati e agili da
guidare, procedono facilmente, gli altri invece a fatica; infatti il cavallo
che partecipa del male si inclina, e piegando verso terra grava col suo peso
l'auriga che non l'ha allevato bene. Qui all'anima si presenta la fatica e la prova
suprema. Infatti quelle che sono chiamate immortali, una volta giunte alla
sommità, procedono al di fuori posandosi sul dorso del cielo, la cui rotazione
le trasporta in questa posa, mentre esse contemplano ciò che sta fuori del
cielo. Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai cantato né mai canterà in modo degno
il luogo iperuranio.(34) La cosa sta in questo modo (bisogna infatti avere il
coraggio di dire il vero, tanto più se si parla della verità): l'essere che
realmente è, senza colore, senza forma e invisibile, che può essere contemplato
solo dall'intelletto timoniere dell'anima e intorno al quale verte il genere
della vera conoscenza, occupa questo luogo. Poiché dunque la mente di un dio è
nutrita da un intelletto e da una scienza pura, anche quella di ogni anima cui
preme di ricevere ciò che conviene si appaga di vedere dopo un certo tempo
l'essere, e contemplando il vero se ne nutre e ne gode, finché la rotazione
ciclica del cielo non l'abbia riportata allo stesso punto. Nel giro che essa
compie vede la giustizia stessa, vede la temperanza, vede la scienza, 9
Platone Fedro non quella cui è connesso il divenire, e neppure quella che
in certo modo è altra perché si fonda su altre cose da quelle che ora noi
chiamiamo esseri, ma quella scienza che si fonda su ciò che è realmente essere;
e dopo che ha contemplato allo stesso modo gli altri esseri che realmente sono
e se ne è saziata, si immerge nuovamente all'interno del cielo e fa ritorno
alla sua dimora. Una volta arrivata l'auriga, condotti i cavalli alla
mangiatoia, mette innanzi a loro ambrosia e in più dà loro da bere del nettare.
Questa è la vita degli dèi. Quanto alle altre anime, l'una, seguendo nel
migliore dei modi il dio e rendendosi simile a lui, solleva il capo dell'auriga
verso il luogo fuori del cielo e viene trasportata nella sua rotazione, ma
essendo turbata dai cavalli vede a fatica gli esseri; l'altra ora solleva il
capo, ora piega verso il basso, e poiché i cavalli la costringono a forza
riesce a vedere alcuni esseri, altri no. Seguono le altre anime, che aspirano
tutte quante a salire in alto, ma non essendone capaci vengono sommerse e
trasportate tutt'intorno, calpestandosi tra loro, accalcandosi e cercando di
arrivare una prima dell'altra. Nasce così una confusione e una lotta condita del
massimo sudore, nella quale per lo scarso valore degli aurighi molte anime
restano azzoppate, e a molte altre si spezzano molte penne; tutte, data la
grande fatica, se ne partono senza aver raggiunto la contemplazione dell'essere
e una volta tornate indietro si nutrono del cibo dell'opinione. La ragione per
cui esse mettono tanto impegno per vedere dov'è sita la pianura della verità è
questa: il cibo adatto alla parte migliore dell'anima viene dal prato che si
trova là, e di esso si nutre la natura dell'ala con cui l'anima si solleva in
volo. Questa è la legge di Adrastea. L'anima che, divenuta seguace del dio,
abbia visto qualcuna delle verità, non subisce danno fino al giro successivo, e
se riesce a fare ciò ogni volta, resta intatta per sempre; qualora invece, non
riuscendo a tenere dietro al dio, non abbia visto, e per qualche accidente,
riempitasi di oblio e di ignavia, sia appesantita e a causa del suo peso perda
le ali e cada sulla terra, allora è legge che essa non si trapianti in alcuna
natura animale nella prima generazione. Invece l'anima che ha visto il maggior
numero di esseri si trapianterà nel seme di un uomo destinato a diventare
filosofo o amante del bello o seguace delle Muse o incline all'amore. L'anima
che viene per seconda si trapianterà in un re rispettoso delle leggi o in un
uomo atto alla guerra e al comando, quella che viene per terza in un uomo atto
ad amministrare lo Stato o la casa o le ricchezze, la quarta in un uomo che
sarà amante delle fatiche o degli esercizi ginnici o esperto nella cura del
corpo, la quinta è destinata ad avere la vita di un indovino o di un iniziatore
ai misteri. Alla sesta sarà confacente la vita di un poeta o di qualcun altro
di coloro che si occupano dell'imitazione, alla settima la vita di un artigiano
o di un contadino, all'ottava la vita di un sofista o di un seduttore del
popolo, alla nona quella di un tiranno. Tra tutti questi, chi ha condotto la
vita secondo giustizia partecipa di una sorte migliore, chi invece è vissuto
contro giustizia, di una peggiore; infatti ciascuna anima non torna nel luogo
donde è venuta per diecimila anni, poiché non rimette le ali prima di questo
periodo di tempo, tranne quella di colui che ha coltivato la filosofia senza
inganno o ha amato i fanciulli secondo filosofia. Queste anime, al terzo giro
di mille anni, se hanno scelto per tre volte di seguito una tale vita,
rimettono in questo modo le ali e al compiere dei tremila anni tornano
indietro. Quanto alle altre, quando giungono al termine della prima vita tocca
loro un giudizio, e dopo essere state giudicate le une vanno nei luoghi di
espiazione sotto terra a scontare la loro pena, le altre, innalzate dalla
Giustizia in un luogo del cielo, trascorrono il tempo in modo corrispondente
alla vita che vissero in forma d'uomo. Al millesimo anno le une e le altre,
giunte al sorteggio e alla scelta della seconda vita, scelgono quella che
ciascuna vuole: qui un'anima umana può anche finire in una vita animale, e chi
una volta era stato uomo può ritornare da bestia uomo, poiché l'anima che non
ha mai visto la verità non giungerà mai a tale forma. L'uomo infatti deve
comprendere in funzione di ciò che viene detto idea, e che muovendo da una
molteplicità di sensazioni viene raccolto dal pensiero in unità; questa è la
reminiscenza delle cose che un tempo la nostra anima vide nel suo procedere
assieme al dio, quando guardò dall'alto ciò che ora definiamo essere e levò il
capo verso ciò che realmente è. Perciò giustamente solo l'anima del filosofo
mette le ali, poiché grazie al ricordo, secondo le sue facoltà, la sua mente è
sempre rivolta alle entità in virtù delle quali un dio è divino. Quindi l'uomo
che si avvale rettamente di tali reminiscenze, essendo sempre iniziato a
misteri perfetti, diventa lui solo realmente perfetto; dato però che si
distacca dalle occupazioni degli uomini e si fa accosto al divino, è ripreso
dai più come se delirasse, ma sfugge ai più che è invasato da un dio. Questo
dunque è il punto d'arrivo di tutto il discorso sulla quarta forma di mania,
quella per cui uno, al vedere la bellezza di quaggiù, ricordandosi della vera
bellezza mette nuove ali e desidera levarsi in volo, ma non essendone capace
guarda in alto come un uccello, senza curarsi di ciò che sta in basso, e così
subisce l'accusa di trovarsi in istato di mania: di tutte le ispirazioni divine
questa, per chi la possiede e ha comunanza con essa, è la migliore e deriva
dalle cose migliori, e chi ama le persone belle e partecipa di tale mania è
chiamato amante. Infatti, come si è detto, ogni anima d'uomo per natura ha
contemplato gli esseri, altrimenti non si sarebbe incarnata in un tale vivente.
Ma ricordarsi di quegli esseri procedendo dalle cose di quaggiù non è alla
portata di ogni anima, né di quelle che allora videro gli esseri di lassù per
breve tempo, né di quelle che, cadute qui, hanno avuto una cattiva sorte, al
punto che, volte da cattive compagnie all'ingiustizia, obliano le sacre realtà
che videro allora. Ne restano poche nelle quali il ricordo si conserva in
misura sufficiente: queste, qualora vedano una copia degli esseri di lassù,
restano sbigottite e non sono più in sé, ma non sanno cosa sia ciò che provano,
perché non ne hanno percezione sufficiente. Così della giustizia, della
temperanza e di tutte le altre cose che hanno valore per le anime non c'è
splendore alcuno nelle copie di quaggiù, ma soltanto pochi, accostandosi alle
immagini, contemplano a fatica, attraverso i loro organi ottusi, la matrice del
modello riprodotto. Allora invece si poteva vedere la bellezza nel suo
splendore, quando in un coro felice, noi al seguito di Zeus, altri di un altro
dio, godemmo di una visione e di una contemplazione beata ed eravamo iniziati a
quello che è lecito chiamare il più beato dei misteri, che celebravamo in
perfetta integrità e immuni dalla prova di tutti quei mali che dovevano
attenderci nel tempo a venire, contemplando nella nostra iniziazione mistica
visioni perfette, semplici, immutabili e 10 Platone Fedro beate in
una luce pura, poiché eravamo purì e non rinchiusi in questo che ora chiamiamo
corpo e portiamo in giro con noi, incatenati dentro ad esso come un'ostrica.
Queste parole siano un omaggio al ricordo, in virtù del quale, per il desiderio
delle cose d'allora, ora si è parlato piuttosto a lungo. Quanto alla bellezza,
come si è detto, essa brillava tra le cose di lassù come essere, e noi, tornati
qui sulla terra, l'abbiamo colta con la più vivida delle nostre sensazioni, in
quanto risplende nel modo più vivido. Per noi infatti la vista è la più acuta
delle sensazioni che riceviamo attraverso il corpo, ma essa non ci permette di
vedere la saggezza (poiché susciterebbe terribili amori, se giungendo alla
nostra vista le offrisse un'immagine di sé così splendente) e le altre realtà
degne d'amore. Ora invece soltanto la bellezza ebbe questa sorte, di essere ciò
che più di tutto è manifesto e amabile. Chi dunque non è iniziato di recente, o
è corrotto, non si innalza con pronto acume da qui a lassù, verso la bellezza
in sé, quando contempla ciò che quaggiù porta il suo nome; di conseguenza
quando guarda ad essa non la venera, ma consegnandosi al piacere imprende a
montare e a generare figli a mo' di quadrupede, e comportandosi con tracotanza
non ha timore né vergogna di inseguire un piacere contro natura. Invece chi è
iniziato di recente e ha contemplato molto le realtà di allora, quando vede un
volto d'aspetto divino che ha ben imitato la bellezza o una qualche forma
ideale di corpo, dapprima sente dei brividi e gli sottentra qualcuna delle
paure di allora, poi, guardandolo, lo venera come un dio, e se non temesse di
acquistarsi fama di eccessiva mania farebbe sacrifici al suo amato come a una
statua o a un dio. Al vederlo, lo afferra come una mutazione provocata dai
brividi, un sudore e un calore insolito; e ricevuto attraverso gli occhi il
flusso della bellezza, prende calore là dove la natura dell'ala si abbevera.
Una volta che si è riscaldato si liquefano le parti attorno al punto donde
l'ala germoglia, che essendo da tempo tappate a causa della secchezza le
impedivano di fiorire. Così, grazie all'afflusso del nutrimento, lo stelo
dell'ala si gonfia e prende a crescere dalla radice per tutta la forma
dell'anima; un tempo infatti era tutta alata. A questo punto essa ribolle tutta
quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi mette i denti nel
momento in cui essi spuntano, ossia prurito e irritazione alle gengive, la
prova anche l'anima di chi comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano
ribolle e prova un senso di irritazione e solletico. Dunque, quando l'anima,
mirando la bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e
fluiscono (e che appunto per questo sono chiamate flusso d'amore) (36) e ne
viene irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece
ne è separata e inaridisce, le bocche dei condotti donde spunta fuori l'ala si
disseccano e si serrano, impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso
dentro assieme al flusso d'amore, pulsando come le arterie pizzica nei
condotti, ciascun germoglio nel proprio, tanto che l'anima, pungolata tutt'intorno,
è presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo della bellezza si allieta.
In seguito alla mescolanza di entrambe le cose, l'anima è turbata per la
stranezza di ciò che prova e trovandosi senza via d'uscita comincia a smaniare;
ed essendo in stato di mania non può né dormire di notte né di giorno restare
ferma dov'è, ma corre in preda al desiderio dove crede di poter vedere colui
che possiede la bellezza: e una volta che l'ha visto e si è imbevuta del flusso
d'amore, libera i condotti che allora si erano ostruiti, riprende fiato e cessa
di avere pungoli e dolore, e allora coglie, nel momento presente, il frutto di
questo dolcissimo piacere. Perciò non se ne distacca di sua volontà e non tiene
in conto nessuno più del suo bello, ma si dimentica di madri, fratelli e di
tutti i compagni, e non gli importa nulla se le sue sostanze vanno in rovina
perché non se ne cura, anzi disprezza tutte le consuetudini e le convenienze di
cui si ornava prima d'allora ed è disposta a servire l'amato e a giacere con lui
ovunque gli sia concesso di stare il più vicino possibile al suo desiderio;
infatti, oltre a venerarlo, ha trovato in colui che possiede la bellezza
l'unico medico dei suoi più grandi travagli. A questa passione cui si rivolge
il mio discorso, o bel fanciullo, gli uomini danno il nome di eros, gli dèi
invece la chiamano in un modo che a sentirlo, data la tua giovane età, ti
metterai ragionevolmente a ridere. Alcuni Omeridi citano due versi, credo presi
da poemi segreti, riguardanti Eros, uno dei quali è piuttosto insolente e non
del tutto corretto come metro; essi suonano così : I mortali lo chiamano Eros
alato, gli immortali Pteros, ché fa crescere l'ali.(37) A questi versi si può
credere oppure non credere; non di meno la causa e la sensazione di chi ama è
proprio questa. Ora, se chi è stato colto da Eros era uno dei seguaci di Zeus,
riesce a sopportare con più fermezza il peso del dio che trae il nome dalle
ali; quelli che erano al servizio di Ares e giravano il cielo assieme a lui,
quando sono presi da Eros e pensano di subire qualche torto dall'amato, sono
sanguinari e pronti a sacrificare se stessi e il proprio amore. Così ciascuno
conduce la sua vita in base al dio del cui coro era seguace, onorandolo e
imitandolo per quanto gli è possibile, finché resta incorrotto e vive la prima
esistenza quaggiù, e in questo modo si accompagna e ha relazione con gli amati
e con le altre persone. Quindi ciascuno sceglie tra i belli il suo Eros secondo
il proprio carattere, e come fosse un dio gli edifica una specie di statua e
l'abbellisce per onorarla e tributarle riti. I seguaci di Zeus cercano il loro
amato in chi ha l'anima conforme al loro dio:(38) pertanto guardano se per
natura sia filosofo e atto al comando, e quando l'hanno trovato e ne se sono
innamorati, fanno di tutto affinché sia effettivamente tale. E se prima non si
erano impegnati in un'occupazione del genere, da quel momento vi mettono mano e
imparano da dove è loro possibile, continuando poi anche da soli, e seguendo le
tracce riescono a trovare per loro conto la natura del proprio dio, perché sono
stati intensamente costretti a volgere lo sguardo verso di lui; e quando
entrano in contatto con lui sono presi da invasamento e tramite il ricordo ne
assumono le abitudini e le occupazioni, per quanto è possibile a un uomo
partecipare della natura di un dio. E poiché ne attribuiscono la causa
all'amato, lo tengono ancora più caro, e sebbene attingano da Zeus come le
Baccanti,(39) riversando ciò che attingono nell'anima dell'amato lo rendono il
più possibile simile al loro dio. Coloro che invece erano al seguito di Era
cercano un'anima regale, e trovatala fanno per lei esattamente le stesse cose.
Quelli del seguito di Apollo e di ciascuno degli altri dèi, procedendo secondo
il loro dio, bramano che il proprio fanciullo abbia un'uguale natura, e una
volta che se lo sono procurato imitano essi stessi il dio e con la persuasione
e 11 Platone Fedro l'ammaestramento portano l'amato ad assumere
l'attività e la forma di quello, ciascuno per quanto può; e lo fanno senza
comportarsi nei confronti dell'amato con gelosia o con rozza malevolenza, ma
cercando di indurlo alla somiglianza più completa possibile con se stessi e con
il dio che onorano. Dunque l'ardore e l'iniziazione di coloro che veramente
amano, se ottengono ciò che desiderano nel modo che dico, diventano così belle
e felici per chi è amato, qualora venga conquistato dall'amico che si trova in
stato di mania per amore; e chi è conquistato cede all'amore in questo modo.
Come all'inizio dì questa narrazione in forma di mito abbiamo diviso ciascuna
anima in tre parti, due con forma di cavallo, la terza con forma di auriga,
questa distinzione resti per noi un punto fermo anche adesso. Uno dei cavalli
diciamo che è buono, l'altro no: quale sia però la virtù di quello buono e il
vizio di quello cattivo, non l'abbiamo precisato, e ora bisogna dirlo. Dunque,
quello tra i due che si trova nella disposizione migliore è di forma eretta e
ben strutturata, di collo alto e narici adunche, bianco a vedersi, con gli
occhi neri, amante dell'onore unito a temperanza e pudore e compagno della fama
veritiera, non ha bisogno di frusta e si lascia guidare solo con lo stimolo e
la parola; l'altro invece è storto, grosso, mal conformato, di collo massiccio
e corto, col naso schiacciato, il pelo nero, gli occhi chiari e iniettati di
sangue, compagno di tracotanza e vanteria, dalle orecchie pelose, sordo, e cede
a fatica alla frusta e agli speroni. Quando dunque l'auriga, scorgendo la
visione amorosa, prende calore in tutta l'anima per la sensazione che prova ed
è ricolmo di solletico e dei pungoli del desiderio, il cavallo che obbedisce
docilmente all'auriga, tenuto a freno, allora come sempre, dal pudore, si
trattiene dal balzare addosso all'amato; l'altro invece non cura più né i
pungoli dell'auriga né la frusta, ma imbizzarrisce e si lancia al galoppo con
violenza, e procurando ogni sorta di molestie al compagno di giogo e all'auriga
li costringe a dirigersi verso l'amato e a rammentare la dolcezza dei piaceri
d'amore. All'inizio essi si oppongono sdegnati, al pensiero dì essere costretti
ad azioni terribili e inique; ma alla fine, quando non c'è più alcun limite al
male, si lasciano trascinare nel loro percorso, cedendo e acconsentendo a fare
quanto viene loro ordinato. Allora si fanno presso a lui e hanno la visione
folgorante dell'amato. Scorgendolo, la memoria dell'auriga è ricondotta alla
natura della bellezza, che vede di nuovo collocata su un casto piedistallo
assieme alla temperanza; a tale vista è colta da paura e per la reverenza che
le porta cade supina, e nello stesso tempo è costretta a tirare indietro le
redini così forte che entrambi i cavalli si piegano sulle cosce, l'uno,
spontaneamente perché non recalcitra, quello protervo decisamente contro
voglia. Ritiratisi più lontano, l'uno per vergogna e sbigottimento bagna tutta
l'anima di sudore, l'altro, cessato il dolore che gli veniva dal morso e dalla
caduta, a fatica riprende fiato e incomincia, pieno d'ira com'è, a ingiuriare,
coprendo di male parole l'auriga e il compagno di giogo perché per viltà e
debolezza hanno abbandonato il posto e l'accordo convenuto. E costringendoli di
nuovo ad avanzare contro la loro volontà a stento cede alle loro preghiere di
rimandare a un'altra volta. Quando poi è giunto il tempo stabilito ed essi
fingono di non ricordarsene, lo rammenta a loro con la forza, nitrendo e
trascinandoli con sé, e li obbliga ad accostarsi di nuovo all'amato per fare i
medesimi discorsi; e quando sono vicini tende la testa in avanti e rizza la
coda, mordendo il freno, e li trascina con impudenza. L'auriga, sentendo ancora
più intensamente la stessa impressione di prima, come respinto dalla fune al
cancello di partenza, tira indietro ancora più forte il morso dai denti del
cavallo protervo, insanguina la lingua maldicente e le mascelle e piegandogli a
terra le gambe e le cosce lo dà in preda ai dolori. Quando poi il cavallo
malvagio, subendo la medesima cosa più volte, desiste dalla sua tracotanza,
umiliato segue ormai il proposito dell'auriga, e quando vede il bel fanciullo,
muore dalla paura; di conseguenza accade che a questo punto l'anima dell'amante
segua l'amato con pudicizia e timore. Poiché dunque l'amato, come un essere
pari agli dèi, è oggetto di ogni venerazione da parte dell'amante che non
simula, ma prova veramente questo sentimento, ed è egli stesso per natura amico
di chi lo venera, se anche in precedenza fosse stato ingannato dalle persone
che frequentava o da altre, le quali sostenevano che è cosa turpe accostarsi a
chi ama, e per questo motivo avesse respinto l'amante, ora, col passare del
tempo, l'età e la necessità lo inducono ad ammetterlo alla sua compagnia;
infatti non accade mai che un malvagio sia amico di un malvagio, né che un
buono non sia amico di un buono. E dopo averlo ammesso presso di sé e avere
accettato di parlare con lui e stare in sua compagnia, la benevolenza
dell'amante, manifestandosi da vicino, colpisce l'amato, il quale si avvede che
tutti gli altri amici e parenti non offrono neppure una parte di amicizia a
confronto dell'amico ispirato da un dio. Quando poi questi continua a fare ciò
nel tempo e si accompagna all'amato incontrandolo nei ginnasi e negli altri
luoghi di ritrovo, allora la fonte di quei flusso che Zeus, innamorato di
Ganimede, (40) chiamò flusso d'amore, scorrendo in abbondanza verso l'amante
dapprima penetra in lui, poi, quando ne è ricolmo, scorre fuori; e come un
soffio di vento o un'eco, rimbalzando da corpi lisci e solidi, ritornano là
dov'erano partiti, così il flusso della bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso
gli occhi, e di qui per sua natura arriva all'anima. Quando vi è giunto la
incoraggia a volare, quindi irriga i condotti delle ali e comincia a farle
crescere, e così riempie d'amore anche l'anima dell'amato. Pertanto egli ama,
ma non sa che cosa; e neppure è a conoscenza di cosa prova né è in grado di
dirlo, ma come chi ha contratto una malattia agli occhi da un altro non è in
grado di spiegarne la causa, così egli non si accorge di vedere se stesso
nell'amante come in uno specchio. E in presenza di questi, il suo dolore cessa
esattamente come a lui, se invece è assente allo stesso modo di lui desidera ed
è desiderato, perché reca in sé una sembianza d'amore che dell'amore è
sostituto: però non lo chiama e non lo crede amore, bensì amicizia. Più o meno come
l'amante, ma in misura più debole, desidera vederlo, toccarlo, baciarlo,
giacere con lui; e com'è naturale, in seguito non tarda a fare cio. Quando
dunque giacciono insieme, il cavallo sfrenato dell'amante ha di che dire
all'auriga, e pretende di trarre un piccolo guadagno in cambio di tante
fatiche; invece quello dell'amato non ha nulla da dire, ma, gonfio di desiderio
e ancora incerto abbraccia e bacia l'amante, manifestandogli affetto per la sua
grande benevolenza. Così, nel momento in cui si congiungono, non è più tale da
rifiutare di compiacere da parte sua l'amante, se viene pregato di soddisfare;
ma il compagno di giogo assieme all'auriga 12 Platone Fedro si
oppone a ciò, obbedendo al pudore e alla ragione. Se dunque prevalgono le parti
migliori dell'animo, quelle che guidano a un'esistenza ordinata e alla
filosofia, essi trascorrono la vita di quaggiù in modo beato e concorde, poiché
sono padroni di sé e ben regolati, avendo sottomesso ciò in cui nasce il male
dell'anima e liberato ciò in cui nasce la virtù; e alla fine, divenuti alati e
leggeri, hanno vinto una delle tre gare veramente olimpiche, di cui né la
temperanza umana né la mania divina possono fornire all'uomo un bene più
grande.(41) Se invece seguono un genere di vita piuttosto grossolano e privo di
filosofia, ma ambizioso, forse, in stato di ubriachezza o in qualche altro
momento di negligenza, i loro due compagni di giogo sfrenati, cogliendo le
anime alla sprovvista e portandole nella stessa direzione, possono compiere la
scelta che tanti considerano la più beata e mandarla ad effetto; e una volta
che l'hanno mandata ad effetto, se ne avvalgono anche in futuro, ma raramente,
poiché fanno cose che non sono approvate da tutta l'anima. Anche costoro vivono
in amicizia reciproca, ma meno di quelli, sia durante l'amore sia quando ne
sono usciti, credendo di essersi dati l'un l'altro e di aver ricevuto i più
grandi pegni, che non è lecito sciogliere perché ciò condurrebbe
all'inimicizia. Al termine della vita escono dal corpo senz'ali, ma col
desiderio di metterle, cosicché riportano un premio non piccolo della loro
mania amorosa; infatti non è legge che coloro i quali hanno già iniziato il
cammino sotto la volta del cielo scendano di nuovo nella tenebra e camminino
sotto terra, bensì che trascorrano una vita luminosa e felice compiendo il
viaggio in compagnia reciproca, e che una volta rinati rimettano le ali assieme
per grazia dell'amore. Questi doni così grandi e così divini, o fanciullo, ti
darà l'amicizia da parte di un amante. Invece la compagnia di chi non ama,
mescolata con temperanza mortale, capace di amministrare cose mortali e misere,
dopo aver generato nell'anima amata una bassezza lodata dal volgo come virtù,
la farà girare priva di senno attorno alla terra e sotto terra per novemila
anni. Questa, caro Eros, per le nostre facoltà, è la più bella e virtuosa
palinodia che abbiamo potuto offrirti in dono e in espiazione, costretta a
causa di Fedro a essere pronunciata, oltre al resto, anche con alcune parole
poetiche. Ma tu concedi il perdono per le cose di prima e serba gratitudine per
queste, e, benevolo e propizio, non togliermi e non storpiarmì per la collera
l'arte amorosa che mi hai dato, anzi concedimi di essere in onore tra i bei
fanciulli ancor più di adesso. E se nel discorso precedente io e Fedro abbiamo
detto qualcosa che a te suona stonata, attribuiscine la colpa a Lisia, che del
discorso è padre, e fallo desistere da simili prolusioni, volgendolo alla
filosofia come si è volto suo fratello Polemarco,(42) affinché anche questo suo
amante non sia nel dubbio come ora, ma dedichi senz'altro la sua vita ad Eros
in compagnia di discorsi filosofici. FEDRO: Mi unisco alla tua preghiera,
Socrate: se questo è meglio per noi, che avvenga. Da un pezzo ho ammirato il
tuo discorso per quanto l'hai reso più bello del precedente; quindi temo che
Lisia mi appaia misero, quand'anche voglia opporre ad esso un altro discorso.
Recentemente infatti, mirabile amico, un politico lo biasimava criticandolo
proprio per questo, e in tutta la sua critica lo chiamava logografo;(43) perciò
forse si tratterrà per ambizione dallo scrivercene un altro. SOCRATE: Ragazzo,
la tua opinione è ridicola, e quanto al tuo compagno sbagli di grosso, se credi
che si spaventi così al minimo rumore. Ma forse pensi che chi lo biasimava
dicesse quello che ha detto proprio per criticarlo. FEDRO: Così pareva,
Socrate; del resto sei anche tu conscio che coloro che nelle città hanno il
massimo potere e la massima reverenza si vergognano a scrivere discorsi e a
lasciare propri scritti, temendo l'opinione dei posteri, cioè di essere
chiamati sofisti. SOCRATE: Ti sei scordato, Fedro, che la dolce ansa ha preso
il nome dalla lunga ansa del Nilo (44) e oltre all'ansa dimentichi che gli
uomini di governo piu assennati amano tantissimo comporre discorsi e lasciare
propri scritti, almeno quelli che, quando scrivono un discorso, apprezzano a
tal punto chi li loda da aggiungere in testa per primi i nomi di quelli che li
devono lodare in ogni singola occasione. FEDRO: In che senso dici ciò? Non
capisco. SOCRATE: Non capisci che all'inizio del discorso di un uomo politico
per primo viene scritto il nome di chi lo loda! FEDRO: E come? SOCRATE: «Il
consiglio ha deciso», dice più o meno, ovvero «il popolo ha deciso», o
entrambi, e ancora «il tale e il tal altro ha detto» (e qui lo scrittore cita
se stesso con grande reverenza e si fa l'elogio). Poi si mette a parlare,
mostrando a chi lo loda la sua abilità, talvolta dopo aver composto uno scritto
assai lungo. O ti pare che una cosa del genere sia altro che un discorso
scritto? FEDRO: Non mi pare proprio. SOCRATE: Quindi, se il discorso regge,
l'autore esce di scena tutto lieto; se invece viene escluso e radiato dallo
scrivere discorsi e dall'essere degno di scriverli, piangono lui e i suoi
compagni. FEDRO: E anche molto! SOCRATE: è chiaro dunque che non disprezzano
questa attività, ma l'ammirano. FEDRO: Sicuro! SOCRATE: E allora? Quando un
retore o un re è in grado di raggiungere la potenza di Licurgo, di Solone o di
Dario (45) e di diventare un logografo immortale nella sua città, non si crede
forse egli stesso pari agli dèi mentre ancora vive, e i posteri non pensano di
lui la stessa cosa, contemplando i suoi scritti? FEDRO: Certamente! SOCRATE:
Credi allora che uno di costoro, chiunque sia e in qualunque modo sia ostile a
Lisia, lo biasimi proprio perché scrive discorsi? 13 Platone Fedro
FEDRO: Non è verosimile, da ciò che dici, poiché a quanto pare criticherebbe
anche il proprio desiderio. SOCRATE: Allora è chiaro a tutti che non è cosa
turpe in sé lo scrivere discorsi. FEDRO: Ma certo. SOCRATE: Ora però io ritengo
turpe questo, il pronunciarli e scriverli in modo non bello, ma riprovevole e
disonesto. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: E allora qual è il modo di scriverli bene
e quale il modo contrario? Abbiamo bisogno, Fedro, di esaminare a questo
proposito Lisia e chiunque altro abbia mai composto o comporrà uno scritto sia
pubblico sia privato, in versi come un poeta o non in versi come un prosatore?
FEDRO: Chiedi se ne abbiamo bisogno? E per quale ragione uno, oserei dire,
vivrebbe, se non per i piaceri di questo tipo? Non certo per quelli per cui
bisogna prima soffrire, altrimenti non si prova godimento, come sono quasi
tutti i piaceri del corpo, che per questo motivo sono stati giustamente
chiamati servili. SOCRATE: Tempo ne abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che
in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra testa e
discorrendo tra loro, guardino anche noi. Se dunque vedessero che anche noi
due, come fanno i più a mezzogiorno, non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci
lasciamo incantare da loro per pigrizia della mente, giustamente ci
deriderebbero, considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in
questo luogo di sosta come delle pecore che passano il pomeriggio presso la fonte;
se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto a loro come alle Sirene
senza essere ammaliati, forse, prese da ammirazione, ci daranno quel dono che
per concessione degli dèi possono dare agli uomini. FEDRO: E qual è questo dono
che hanno? A quanto pare, non l'ho mai sentito. SOCRATE: Non si addice davvero
a un uomo amante delle Muse non averne mai sentito parlare.(46) Si dice che un
tempo le cicale erano uomini, di quelli vissuti prima che nascessero le Muse;
quando poi nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni di loro restarono così
colpiti dal piacere che cantando non si curarono più di cibo e bevanda e senza
accorgersene morirono. Da loro in seguito ebbe origine la stirpe delle cicale,
che ricevette dalle Muse questo dono, di non aver bisogno di nutrimento fin
dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo né bevanda fino
alla morte, e di andare quindi dalle Muse a riferire chi tra gli uomini di
quaggiù le onora, e quale di esse onora. A Tersicore riferiscono di quelli che
l'hanno onorata nei cori, rendendoli a lei più graditi, a Erato di chi l'ha
onorata nei carmi d'amore, e così per le altre, secondo l'onore che ha
ciascuna. A Calliope, la più anziana, e a Urania, che viene dopo di lei,
riferiscono di quelli che trascorrono la vita nella filosofia e onorano la loro
musica, poiché esse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani,
emettono tra tutte le Muse la voce più bella.(47) Per molte ragioni, quindi, a
mezzogiorno bisogna parlare e non dormire. FEDRO: E allora bisogna parlare.
SOCRATE: Dobbiamo dunque esaminare quello che ora ci siamo proposti, ossia come
è bene pronunciare e scrivere un discorso e come non lo è. FEDRO: è chiaro.
SOCRATE: I discorsi che saranno pronunciati in modo bello e decoroso non devono
forse implicare che l'animo di chi parla conosca il vero riguardo a ciò di cui
intende parlare? FEDRO: A tal proposito, caro Socrate, ho sentito dire questo:
per chi vuole essere un retore non c'è la necessità di apprendere ciò che è
realmente giusto, ma ciò che sembra giusto alla moltitudine che giudicherà, non
ciò che è veramente buono o bello, ma che sembrerà tale, poiché il convincere
il prossimo viene da questo, non dalla verità. SOCRATE: «Non parola da
buttare»(48) dev'essere, Fedro, ciò che dicono i sapienti, ma si deve esaminare
se le loro affermazioni sono valide. Anche per questo non bisogna lasciar
cadere quanto ora è stato detto. FEDRO: Hai ragione. SOCRATE: Esaminiamolo
dunque in questo modo. FEDRO: Come? SOCRATE: Se volessi persuaderti a
difenderti dai nemici acquistando un cavallo, ed entrambi non conoscessimo un
cavallo, ma io per caso sapessi di te solo questo, che Fedro reputa sia un
cavallo quell'animale domestico che a orecchie assai grandi... FEDRO: Sarebbe
ridicolo, Socrate. SOCRATE: Non ancora. Ma lo sarebbe nel caso che, per
convincerti sul serio, componessi un discorso di elogio dell'asino chiamandolo
cavallo e sostenendo che tale bestia è assolutamente degna di essere acquistata
sia per uso domestico sia per le spedizioni militari, utile per il
combattimento in groppa, valente a portare bagagli e vantaggiosa in molte altre
cose. FEDRO: Allora sarebbe davvero ridicolo. SOCRATE: E non è forse meglio
essere ridicolo e amico piuttosto che esperto e nemico? FEDRO: Così pare.
SOCRATE: Pertanto, quando il retore che non conosce il bene e il male inizia a
persuadere una città che si trova nelle sue stesse condizioni, facendo non
l'elogio dell'ombra dell'asino come se fosse del cavallo, ma l'elogio del male
come se fosse il bene, e presa dimestichezza con le opinioni della gente la
persuade a operare il male anziché il bene, quale frutto credi che mieterà in
seguito la retorica da quello che ha seminato? FEDRO: Sicuramente non buono.
14 Platone Fedro SOCRATE: Ma buon amico, abbiamo forse svillaneggiato
l'arte dei discorsi in modo più rozzo del dovuto? Essa forse dirà: «Cosa mai
andate cianciando, o mirabili uomini? Io non costringo nessuno che non conosca
il vero a imparare a parlare, ma, se il mio consiglio vale qualcosa, a prendere
me solo dopo aver acquisito quello. Questa dunque è la cosa importante che vi
voglio dire: senza di me, anche chi conosce le cose come sono in realtà non
saprà essere più persuasivo secondo arte». FEDRO: E non dirà cose giuste, se
parlasse così ? SOCRATE: Sì, se i discorsi che si presentano le rendono
testimonianza che è un'arte. In effetti mi sembra di udire alcuni discorsi che
vengono a testimoniare che essa mente e non è un'arte, ma una pratica priva di
arte. Un'autentica arte del dire senza il tocco della verità, afferma lo
Spartano,(49) non esiste né esisterà mai. FEDRO: C'è bisogno di questi
discorsi, Socrate: su, portali qui ed esamina cosa dicono e in che modo.
SOCRATE: Venite avanti, nobili rampolli, e persuadete Fedro dai bei figli (50)
che se non praticherà la filosofia in modo adeguato, non sarà mai in grado di
parlare di nulla. Fedro dunque risponda. FEDRO: Chiedete. SOCRATE: La retorica,
in generale, non è l'arte di guidare le anime per mezzo di discorsi, non solo
nei tribunali e in tutte le altre riunioni pubbliche, ma anche in quelle
private, la stessa sia nelle questioni piccole sia in quelle grandi, e non è
affatto di maggior pregio, almeno quando è retta, nelle cose serie che in
quelle di poco conto? O come hai sentito parlare in proposito? FEDRO: No, per
Zeus, assolutamente non così, ma soprattutto nei processi si parla e si scrive
con arte, come pure nelle assemblee pubbliche. Non possiedo informazioni più
ampie. SOCRATE: Ma allora, a proposito dei discorsi, hai sentito parlare solo
delle arti di Nestore e Odisseo, che hanno messo per iscritto a Ilio nei
periodi di tregua, e non di quelle di Palamede? (51) FEDRO: Per Zeus, neanche
di quelle di Nestore, a meno che tu non faccia di Gorgia un Nestore, o di
Trasimaco e Teodoro un Odisseo.(52) SOCRATE: Forse. Ma lasciamo perdere
costoro. Tu dimmi piuttosto: nei tribunali gli avversari cosa fanno? Non fanno
affermazioni tra loro contrastanti? O cosa diremo? FEDRO: Proprio questo.
SOCRATE: Riguardo al giusto e all'ingiusto? FEDRO: Sì . SOCRATE: Allora, chi
opera in questo modo con arte, farà apparire la stessa cosa alle stesse persone
ora giusta, ora, quando lo voglia, ingiusta? FEDRO: Come no? SOCRATE: E in
un'assemblea popolare farà sembrare alla città le stesse cose ora buone, ora,
al contrario, cattive? FEDRO: è così . SOCRATE: E non sappiamo che il Palamede
di Elea (53) parlava con un'arte tale da far apparire agli ascoltatori le
stesse cose simili e dissimili, una e molte, ferme e in movimento? FEDRO: Ma
certo! SOCRATE: Dunque l'arte del contraddire non si trova solo nei tribunali e
nell'assemblea popolare, ma a quanto pare in tutto ciò che si dice ci sarebbe
questa sola arte, se mai la è veramente, con la quale uno sarà capace di
rendere ogni cosa simile a ogni altra in tutti i casi possibili e per quanto è
possibile, e di mettere in luce quando un altro fa la stessa cosa e lo
nasconde. FEDRO: In che senso dici una cosa del genere? 5OCRATE Se cerchiamo in
questo modo credo che ci apparirà evidente. L'inganno si verifica di più nelle
cose che differiscono di molto o in quelle che differiscono di pOco? FEDRO: In
quelle che differiscono di poco. SOCRATE: Ma è più facile che non ti accorga di
essere arrivato all'opposto se ti sposti poco per volta che se ti sposti a
grandi passi. FEDRO: Come no? SOCRATE: Dunque chi ha intenzione di ingannare un
altro senza essere ingannato a sua volta deve distinguere con precisione la
somiglianza e la dissomiglianza degli esseri. FEDRO: è necessario. SOCRATE: Ma
se ignora la verità di ciascuna cosa, sarà mai in grado di discernere la somiglianza
dì ciò che ignora, piccola o grande che sia, con le altre cose? FEDRO:
Impossibile. SOCRATE: Dunque, in coloro che hanno opinioni contrarie alla
realtà degli esseri e si ingannano, è chiaro che questa impressione si insinua
attraverso certe somiglianze. FEDRO: Accade proprio così . SOCRATE: è possibile
allora che uno possieda l'arte di spostare poco a poco la realtà di un essere
attraverso le somiglianze, conducendolo ogni volta da ciò che è al suo
contrario, o viceversa di evitare questo, se non ha cognizione di cosa sia
ciascun essere? FEDRO: Non sarà mai possibile. SOCRATE: Dunque, amico, colui
che non conosce la verità, ma è andato a caccia di opinioni, ci offrirà un'arte
dei discorsi ridicola, a quanto pare, e priva di arte. FEDRO: Pare di sì .
15 Platone Fedro SOCRATE: Vuoi dunque vedere, nel discorso di Lisia
che porti e in quelli che noi abbiamo fatto, qualcuna delle cose che definiamo
prive di arte e conformi all'arte? FEDRO: Più d'ogni altra cosa, poiché ora noi
parliamo in certo qual modo a vuoto, non avendo esempi adeguati. SOCRATE: E per
un caso fortunato, a quanto pare, sono stati pronunciati due discorsi che
recano un esempio di come chi conosce il vero, giocando con le parole, possa
condurre fuori strada gli ascoltatori. Ed io, Fedro, ne attribuisco la causa
agli dèi del luogo; ma forse anche le profetesse delle Muse, che cantano sopra
la nostra testa, possono averci ispirato questo dono, poiché io non sono certo
partecipe di una qualche arte del dire. FEDRO: Sia come dici tu. Solo spiega
ciò che affermi. SOCRATE: Su, leggimi l'inizio del discorso di Lisia. FEDRO:
«Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia per noi
utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che
chiedo perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono...»
SOCRATE: Fermati. Bisogna dire in che cosa costui sbaglia e opera senz'arte,
non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Non è forse evidente per chiunque almeno
questo, che siamo d'accordo su alcune di queste cose, in disaccordo su altre?
FEDRO: Mi sembra di capire il tuo pensiero, ma esprimilo ancora più
chiaramente. SOCRATE: Quando uno dice la parola "ferro" o
"argento", non intendiamo forse tutti la stessa cosa? FEDRO: Certo!
SOCRATE: E quando si tratta dei termini "giusto" e "bene"?
Non siamo portati chi in una direzione, chi in un'altra, e siamo in conflitto
gli uni con gli altri e persino con noi stessi? FEDRO: Proprio così ! SOCRATE:
Dunque concordiamo su alcune cose, su altre no. FEDRO: è così . SOCRATE: In
quale dei due campi siamo più facilmente ingannabili e la retorica ha maggior
potere? FEDRO: Quello in cui vaghiamo nell'incertezza, è evidente. SOCRATE:
Pertanto chi si accinge a praticare la retorica deve innanzitutto aver distinto
con metodo queste cose e aver colto un carattere peculiare di entrambe le
forme, quella in cui è inevitabile che la gente vaghi nell'incertezza e quella
in cui non lo è. FEDRO: Chi avesse colto questo, Socrate, avrebbe compreso
un'idea davvero bella. SOCRATE: Inoltre credo che, nell'occuparsi di ciascuna
cosa, non debba lasciarsi sfuggire, ma debba percepire con acutezza a quale
delle due specie appartiene ciò di cui intende parlare. FEDRO: Come no?
SOCRATE: E allora? Dobbiamo dire che l'amore appartiene alle questioni controverse
oppure no? FEDRO: Alle questioni controverse, non c'è dubbio. O credi che ti
sarebbe stato possibile dire quello che poco fa hai detto su di lui, ossia che
è un danno sia per l'amato sia l'amante, e al contrario che è il più grande dei
beni? SOCRATE: Parli in modo eccellente; ma dimmi anche questo, giacché io a
causa dell'invasamento non lo ricordo troppo bene: se all'inizio del discorso
ho dato una definizione dell'amore. FEDRO: Sì, per Zeus, in modo davvero
insuperabile. SOCRATE: Ahimè, quanto sono più esperte nei discorsi, a quel che
dici, dici, le Ninfe dell'Acheloo e Pan figlio di Ermes rispetto a Lisia figlio
di Cefalo! Può darsi che dica una sciocchezza, ma Lisia, cominciando il suo
discorso sull'amore, non ci ha costretto a concepire Eros come una certa realtà
unica che voleva lui, e in relazione a questo ha composto e condotto a termine
tutto il discorso seguente? Vuoi che rileggiamo il suo inizio? FEDRO: Se ti
sembra il caso. Tuttavia ciò che cerchi non è lì . SOCRATE: Parla, in modo che
ascolti proprio lui. FEDRO: «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito
che ritengo sia utile per noi che queste cose accadano; ma non stimo giusto non
poter ottenere ciò che chiedo, perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli
innamorati si pentono dei benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro
passione...». SOCRATE: Sembra che costui sia ben lungi dal fare ciò che
cerchiamo, se mette mano al discorso non dall'inizio ma dalle fine, nuotando
supino all'indietro, e prende le mosse da ciò che l'amante direbbe al suo amato
quando ormai ha smesso di amarlo. Oppure ho detto una sciocchezza, Fedro, mia
testa cara? FEDRO: è certamente la fine, Socrate, quella intorno a cui compone
il discorso. SOCRATE: E il resto? Non ti pare che le parti del discorso siano
state buttate lì alla rinfusa? O ciò che è stato detto per secondo risulta che
per una qualche necessità doveva essere messo per secondo piuttosto che un
altro degli argomenti trattati? A me, che non so nulla, è sembrato che lo
scrittore abbia detto in maniera non rozza ciò che gli veniva in mente; e tu
sei a conoscenza di una qualche arte di scrivere discorsi, in base alla quale
lui ha disposto questi argomenti così di seguito, uno dopo l'altro? FEDRO: Sei
troppo buono, se credi che io sia in grado di vedere nelle sue parole in modo
così preciso! SOCRATE: Ma penso che tu possa dire almeno questo, che ogni
discorso dev'essere costituito come un essere vivente e avere un corpo suo
proprio, così da non essere senza testa e senza piedi, ma da avere le parti di
mezzo e quelle estreme scritte in modo che si adattino le une alle altre e al
tutto. FEDRO: Come no? 16 Platone Fedro SOCRATE: Esamina dunque il
discorso del tuo compagno, se è composto così o in altro modo, e troverai che
non differisce in nulla dall'epigramma che secondo alcuni è stato scritto sulla
tomba di Mida il Frigio.(54) FEDRO: Qual è questo epigramma, e cos'ha di
particolare? SOCRATE: è questo qui: Vergine bronzea sono, e sto sull'avello di
Mida. Fin che l'acqua scorra e alberi grandi verdeggino, stando qui sulla tomba
di molte lacrime aspersa, annuncerò a chi passa che Mida qui è sepolto. Capisci
senz'altro, come credo, che non c'è alcuna differenza se un verso viene
recitato per primo o per ultimo. FEDRO: Tu ti fai beffe del nostro discorso,
Socrate! SOCRATE: Allora lasciamolo perdere, così non ti crucci (eppure mi
sembra che contenga parecchi esempi ai quali gioverebbe porre attenzione,
cercando di non imitarli in alcun modo); e passiamo agli altri due discorsi. In
essi, mi sembra, c'era qualcosa che per chi vuole fare indagini sui discorsi è
conveniente esaminare. FEDRO: A che cosa alludi? SOCRATE: In qualche modo erano
opposti: uno diceva che si deve compiacere chi ama, l'altro chi non ama. FEDRO:
E con molto vigore! SOCRATE: Pensavo che tu avresti detto il vero, cioè con
mania: ciò che cercavo è appunto questo. Abbiamo detto infatti che l'amore è
una forma di mania. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: E che ci sono due forme di
mania, una che nasce da malattie umane, l'altra che nasce da un mutamento
divino delle consuete abitudini. FEDRO: Giusto. SOCRATE: Distinguendo quattro
parti di quella divina in relazione a quattro dèi, abbiamo attribuito
l'ispirazione mantica ad Apollo, quella iniziatica a Dioniso, quella poetica
alle Muse, la quarta ad Afrodite ed Eros, e abbiamo detto che la mania amorosa
è la migliore. E non so come, rappresentando con immagini la passione amorosa,
forse toccando da un lato un che di vero, dall'altro uscendo un po' di strada,
abbiamo composto un discorso non del tutto incapace di persuadere e abbiamo
levato quasi per gioco, con parole misurate e pie, un inno in forma di mito in
onore di Eros, mio e tuo signore, Fedro, e protettore dei bei giovani. FEDRO: E
almeno per me, un discorso davvero non spiacevole da ascoltare! SOCRATE:
Prendiamo dunque in esame solo questo, come il discorso sia potuto passare dal
biasimo alla lode. FEDRO: Cosa intendi dire con ciò? SOCRATE: A me pare che il
resto sia stato fatto realmente per gioco; ma in alcune di queste cose dette a
caso ci sono due procedimenti di cui non sarebbe spiacevole se si riuscisse a
coglierne con arte la potenza. FEDRO: Quali? SOCRATE: Il primo consiste nel
ricondurre le cose disperse in molteplici modi a un'unica idea cogliendole in
uno sguardo d'insieme, così da definirle una per una e da chiarire ciò su cui
si vuole di volta in volta insegnare. Per esempio, nel discorso fatto poco fa
su Eros, una volta definito ciò che è, a prescindere se sia stato detto bene o
male, è appunto grazie a questa definizione che il discorso ha acquistato
chiarezza e coerenza interna. FEDRO: E dell'altro procedimento cosa dici,
SOcrate? SOCRATE: Esso consiste, al contrario, nel saper dividere secondo le
idee in base alle loro articolazioni naturali, senza cercar di spezzare alcuna
parte, alla maniera di un cattivo macellaio; ma come i due discorsi di poco fa
concepivano la dissennatezza dell'animo come un'idea unica in comune, e come da
un corpo unico hanno origine membra doppie dallo stesso nome, chiamate destra e
sinistra, così i due discorsi hanno considerato anche la componente della
follia come un'idea per sua natura unica in noi: il primo discorso, tagliando
la parte di sinistra, e poi tagliandola ancora, non ha smesso prima di aver
trovato in queste divisioni un certo qual amore chiamato sinistro e di averlo a
buon diritto biasimato; l'altro discorso invece ci ha condotto nella parte
destra della mania e vi ha trovato un amore che ha lo stesso nome dell'altro,
ma è divino, e dopo aavercelo posto innanzi lo ha elogiato come la causa dei
nostri più grandi beni. FEDRO: Dici cose verissime. SOCRATE: Io, Fedro, sono
amante di questi procedimenti, delle divisioni e delle unificazioni, al fine di
essere in grado di parlare e di pensare; e se ritengo che qualcun altro sia per
sua natura capace di guardare all'uno e ai molti, lo seguo «tenendo dietro alle
sue orme come a quelle di un dio». E quelli che appunto sono in grado di fare
ciò, lo sa un dio se la mia definizione è giusta o meno, fino a questo momento
li chiamo dialettici. Quelli che invece hanno appreso da te e da Lisia ciò di
cui si è discusso ora, dimmi tu come conviene chiamarli: o è proprio questa
l'arte dei discorsi, grazie alla quale Trasimaco e gli altri sono diventati
abili a parlare essi stessi e rendono tali gli altri, che vogliono coprirli di
doni come dei re? FEDRO: Sono uomini regali, sì, ma non esperti delle cose che
chiedi. Ma mi pare che tu dia il nome giusto a questo metodo, chiamandolo
dialettico; quello della retorica invece pare ci sfugga ancora. SOCRATE: Come
dici? Potrebbe forse esserci qualcosa di bello, che anche senza questi procedimenti
si apprende lo stesso con arte? Né io né tu dobbiamo assolutamente
disprezzarlo, ma dobbiamo appunto precisare che cos'è ciò che rimane della
retorica. FEDRO: Rimangono moltissime cose, Socrate, almeno quelle che si
trovano nei libri scritti sull'arte del dire. 17 Platone Fedro
SOCRATE: Hai fatto bene a ricordarmelo. Per primo, credo, all'inizio del
discorso dev'essere pronunciato il proemio; sono queste che chiami le finezze
dell'arte, non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Al secondo posto viene una
narrazione seguita da testimonianze, al terzo le argomentazioni, al quarto le
verosimiglianze. Poi vengono la conferma e la riconferma, così almeno credo che
dica l'eccellente uomo di Bisanzio, il Dedalo dei discorsi. FEDRO: Vuoi dire il
valente Teodoro? SOCRATE: Come no? E poi sia nell'accusa sia nella difesa vanno
fatte una confutazione e una controconfutazione. E non tiriamo in ballo il
bellissimo Eveno di Paro, che per primo trovò l'insinuazione e gli elogi
indiretti; (55) alcuni sostengono che pronunciasse persino dei biasimi
indiretti in poesia per esercitare la memoria (in effetti era un uomo abile). E
lasceremo riposare Tisia e Gorgì a,(56) i quali videro come il verosimile sia
da tenere in conto più del vero e con la forza del discorso fanno apparire
grande ciò che è piccolo e piccolo ciò che è grande, vecchio ciò che è nuovo e
al contrario nuovo ciò che è vecchio, e scoprirono la brevità dei discorsi e le
prolissità infinite su ogni sorta di argomento? Una volta Prodico,(57) sentendo
da me queste cose, scoppiò a ridere, e sostenne di aver scoperto lui solo i
discorsi di cui l'arte abbisogna: né lunghi né brevi, ma misurati. FEDRO:
Parole molto sagge, o Prodico. SOCRATE: E non menzioniamo Ippia? Credo che
anche l'ospite eleo voterebbe con lui.(58) FEDRO: Perché no? SOCRATE: E come
parleremo dei Templi alle Muse dei discorsi innalzati da Polo, ad esempio la
ripetizione o il parlare per sentenze e per immagini, e dei Templi alle Muse
dei nomi di cui Licimnio gli fece dono per la composizione del bello stile?(59)
FEDRO: E le opere di Protagora,(60) Socrate, non erano più o meno di questo
tipo? SOCRATE: Una certa Correttezza dello stile, ragazzo, e molte altre belle
cose. Ma quanto ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e la
povertà, mi pare che l'abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio, uomo
d'altronde straordinario nel suscitare la collera nella gente e poi
nell'ammansire chi aveva fatto adirare incantandolo, come soleva dire, e
potentissimo nel lanciare e sciogliere calunnie in ogni modo. Sembra poi che ci
sia comune accordo tra tutti sulla conclusione dei discorsi, alla quale alcuni
danno il nome di riepilogo, altri un altro nome. FEDRO: Intendi il ricordare
per sommi capi agli ascoltatori, alla fine del discorso, ciascuno degli
argomenti trattati? SOCRATE: Intendo questo, e se tu hai qualcos'altro da
aggiungere sull'arte dei discorsi... FEDRO: Cose da poco, che non vale la pena
di dire. SOCRATE: Lasciamo perdere le cose di poco conto, e vediamo piuttosto
in piena luce quale potenza dell'arte hanno le cose di cui abbiamo parlato, e
quando. FEDRO: Una potenza davvero forte, SOcrate, almeno nelle adunanze del
popolo. SOCRATE: Infatti l'hanno. Ma guarda anche tu, o esimio, se la loro
trama non sembra anche te, come a me, slegata. FEDRO: Purché tu lo dimostri.
SOCRATE: Allora dimmi: se uno si presentasse al tuo compagno Erissimaco o a suo
padre Acumeno e dicesse loro: «Io so somministrare ai corpi farmaci tali da
riscaldarli e raffreddarli, se lo voglio, e se mi pare il caso tali da farli
vomitare e persino evacuare, e moltissime altre cose del genere. E dal momento
che ho queste conoscenze sono convinto di essere un medico e di far diventare
medico un altro a cui comunico la scienza di queste cose», cosa credi che
direbbero dopo averlo ascoltato? FEDRO: Cos'altro se non chiedergli se sa anche
a chi e quando bisogna fare ciascuna di queste cose, e in quale misura?
SOCRATE: E se allora rispondesse: «Non lo so affatto: ma sono convinto che chi
ha appreso queste conoscenze da me sia a sua volta in grado di fare ciò che
chiedi»? FEDRO: Direbbero, credo, che quell'uomo è pazzo, e che crede di essere
diventato un medico per aver sentito qualcosa da qualche libro o per aver usato
casualmente dei farmaci, senza avere alcuna conoscenza dell'arte. SOCRATE: E se
uno si presentasse a Sofocle e ad Euripide dicendo che sa comporre discorsi
lunghissimi su un argomento piccolo e piccolissimi su un argomento grande,
commoventi, quando lo vuole, e al contrario spaventevoli e minacciosi, e tante
altre cose del genere, e che insegnando ciò crede di trasmettere il modo di
comporre una tragedia? FEDRO: Credo che anche costoro, Socrate, riderebbero se
uno pensa che la tragedia sia altra cosa che l'unione di questi elementi ben
connessi tra loro e accordati con il tutto. SOCRATE: Però non lo
rimprovererebbero con villania, credo, ma come un musico, se incontrasse un
uomo che crede di essere esperto nell'armonia, perché il caso vuole che sappia
come si fa a produrre il suono più acuto e quello più grave, non gli direbbe
villanamente: «Disgraziato, tu sei pazzo!», ma in quanto musico gli direbbe, in
modo più affabile: «Carissimo, chi vuole essere un esperto di armonia è
necessario che conosca anche questo, tuttavia nulla vieta che chi ha le tue
capacità non sappia neppure un poco di armonia; tu infatti conosci le nozioni
necessarie e preliminari dell'armonia, non come si produce l'armonia». FEDRO:
Giustissimo. SOCRATE: Allora anche Sofocle direbbe a chi si esibisse di fronte
a loro che conosce i preliminari dell'arte tragica ma non il modo di comporre
una tragedia, e Acumeno direbbe all'altro che conosce i preliminari della
medicina, non la scienza medica. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: E cosa pensiamo
che direbbero Adrasto voce di miele o Pericle, (61) se sentissero parlare degli
accorgimenti che abbiamo elencato poco fa, cioè parlare conciso, parlare per
immagini e tutte le altre cose che abbiamo 18 Platone Fedro scorso
affermando che erano da esaminare in piena luce? Forse per villania, come
abbiamo fatto io e te, si rivolgerebbero con parole aspre e rudi a chi ha
scritto queste cose e le insegna spacciandole per retorica, oppure, essendo più
saggi di noi, ci lascerebbero di stucco dicendo: «Fedro e Socrate, non bisogna
essere aspri, ma indulgenti, se alcuni, non essendo a conoscenza della
dialettica, non hanno saputo definire cosa mai sia la retorica e in conseguenza
di questa condizione, possedendo le nozioni necessarie e preliminari dell'arte,
hanno creduto di averla scoperta; e impartendo queste nozioni ad altri
ritengono di averli istruiti compiutamente nella retorica e presumono che i
loro discepoli debbano procurarsi da sé nei discorsi la capacità di esporre
ciascuna di queste cose in maniera convincente e di collegare tutto l'insieme,
come se fosse opera da nulla!». FEDRO: Ma può anche darsi, Socrate, che sia
proprio un qualcosa del genere cio che concerne l'arte che questi uomini
insegnano e presentano per iscritto come retorica, e mi sembra che tu abbia
detto il vero; ma allora come e dove ci si può procurare l'arte di colui che è
veramente esperto di retorica e persuasivo? SOCRATE: Riuscire a diventare un
perfetto campione della retorica, è naturale, Fedro, e forse anche necessario,
che sia come negli altri campi: se per natura sei portato alla retorica, sarai
un retore famoso, a patto d'aggiungervi scienza ed esercizio; ma se manchi di
una di queste qualità, resterai imperfetto. Quanto poi all'arte connessa a ciò,
non mi sembra che il metodo proceda nella direzione in cui vanno Lisia e
Trasimaco. FEDRO: Qual è il metodo, allora? SOCRATE: Si dà il caso, carissimo,
che Pericle sia stato probabilmente il più perfetto di tutti nella retorica.
FEDRO: Perché? SOCRATE: Tutte le grandi arti hanno bisogno di sottigliezza e di
discorsi celesti sulla natura, poiché questa elevatezza di pensiero e questa
capacità di condurre tutto ad effetto sembrano provenire in qualche modo da
qui. E Pericle, oltre alla buona disposizione naturale, si acquistò anche
questo: imbattutosi, credo, in Anassagora,(62) uomo di tal fatta, si riempì di
discorsi celesti e giunse alla natura dell'intelletto e della ragione,
argomenti intorno ai quali Anassagora si diffondeva ampiamente, e da qui ricavò
quello che era utile per l'arte dei discorsi. FEDRO: In che senso dici ciò?
SOCRATE: Il modo di procedere dell'arte medica è lo stesso della retorica.
FEDRO: E come? SOCRATE: In entrambe bisogna dividere una natura, in una quella
del corpo, nell'altra quella dell'anima, se tu, non solo per esercizio e in
modo empirico, ma con arte, vuoi procurare all'uno salute e vigore
somministrandogli medicine e nutrimento, e trasmettere all'altra la convinzione
che desidera e la virtù offrendole discorsi e occupazioni rispettose delle
leggi. FEDRO: è verosimile che sia così, Socrate. SOCRATE: Ritieni dunque che
sia possibile comprendere la natura dell'anima in modo degno di menzione senza
conoscere la natura dell'insieme? FEDRO: Se si deve dare qualche credito a
Ippocrate, che è degli Asclepiadi,(63) senza questo metodo non è possibile
neanche comprendere la natura del corpo. SOCRATE: E dice bene, amico; tuttavia
bisogna confrontare il discorso con quanto afferma Ippocrate ed esaminare se si
accorda. FEDRO: Certamente. SOCRATE: Allora esamina cosa dicono sulla natura
Ippocrate e il discorso vero. Non bisogna forse ragionare così riguardo alla
natura di qualsiasi cosa? Innanzitutto si deve considerare se ciò in cui
vorremo essere esperti noi stessi e in grado di rendere tale un altro sia
semplice o multiforme; poi, se è semplice, si deve esaminare quale potenza ha
per sua natura nell'agire e su che cosa la esercita, o quale potenza ha nel
subire e da che cosa la subisce, se invece ha più forme bisogna enumerarle e
vedere per ciascuna di esse ciò che si vede per un'unità, cioè in virtù di che
cosa è portata per sua natura ad agire e su che cosa, o in virtù di che cosa a
subire, che cosa e da che cosa. FEDRO: Può essere, Socrate. SOCRATE: Dunque il
metodo privo di questi procedimenti somiglierebbe all'andare di un cieco. Chi
invece persegue con arte una qualsiasi cosa non è da rassomigliare a un cieco o
a un sordo, ma è chiaro che, se uno vuol trasmettere ad altri discorsi fatti
con arte, dimostrerà puntualmente l'essenza della natura di ciò a cui rivolgerà
i suoi discorsi; e questo sarà in qualche modo l'anima. FEDRO: Come no?
SOCRATE: Perciò tutto il suo sforzo è teso a questo, poiché in questo cerca di
produrre persuasione. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: è chiaro dunque che Trasimaco
e chiunque altro offra seriamente l'arte della retorica, innanzitutto
descriverà e farà vedere con la massima precisione l'anima, se per sua natura è
una e tutta uguale o multiforme come l'aspetto del corpo; diciamo infatti che
questo è dimostrare la natura di una cosa. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: In
secondo luogo, in virtù di che cosa è per sua natura portata ad agire, e su
cosa, o in virtù di che cosa è portata a subire, e da che cosa. FEDRO: Come no?
SOCRATE: In terzo luogo, classificati i generi dei discorsi e dell'anima e le
loro proprietà, passerà in rassegna tutte le cause, adattando ciascun genere di
discorso a ciascun genere di anima e insegnando quale anima, da quali discorsi
e per quale causa viene di necessità persuasa, quale invece non viene persuasa.
19 Platone Fedro FEDRO: Sarebbe bellissimo se fosse così, a quanto
pare! SOCRATE: Pertanto, caro, ciò che verrà dimostrato o detto in altro modo
non sarà mai detto o scritto con arte, né su questo né su un altro argomento.
Ma quelli che oggi scrivono le arti dei discorsi che tu hai ascoltato sono
scaltri, e pur conoscendo molto bene l'anima sono portati a dissimulare;
perciò, prima che parlino e scrivano in questo modo, non lasciamoci convincere
da loro, credendo che scrivano con arte. FEDRO: Qual è questo modo? SOCRATE:
Già usare le espressioni appropriate non è cosa facile; ma per quanto mi è
possibile voglio dirti come bisogna scrivere, se si intende farlo con arte.
FEDRO: Dillo dunque. SOCRATE: Poiché la forza del discorso sta nella guida
delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia
quante forme ha l'anima. Esse sono tantissime e di svariate qualità, e di
conseguenza alcuni uomini sono di un certo tipo, altri di un altro; e dato che
le forme dell'anima risultano così divise, a loro volta sono tantissime anche
le forme dei discorsi, ciascuna di tipo diverso. Per questo motivo gli uomini
di un certo tipo si lasciano facilmente persuadere da discorsi di un certo tipo
su determinati argomenti, mentre gli uomini di un altro tipo, sempre per questo
motivo, sono difficili da persuadere. Perciò chi vuole diventare retore deve
innanzitutto tenere in adeguata considerazione queste cose, poi, osservando il
loro modo di essere e di operare all'atto pratico, dev'essere in grado di
seguirle acutamente con le sue facoltà intellettive, altrimenti non avrà mai
niente più dei discorsi che ascoltava quando frequentava un maestro. E quando
sappia dire in modo adeguato quale genere di uomo viene persuaso e da quali
discorsi, e sia in grado di accorgersi della sua presenza e di provare a se
stesso che si tratta di quell'uomo e di quella natura sulla quale vertevano a
suo tempo i discorsi, e poiché ora è di fatto presente deve riferirle questi
discorsi nella maniera prevista, per persuaderla di determinate cose, una volta
che dunque sia in possesso di tutti questi requisiti, sappia cogliere i momenti
giusti in cui bisogna parlare e quelli in cui bisogna trattenersi e sappia
discernere l'opportunità e l'inopportunità del parlare conciso, commovente o
indignato e di tutte le altre forme di discorso che ha appreso, allora l'arte è
realizzata in modo bello e compiuto, prima no. Ma se uno manca di una qualsiasi
di queste cose quando parla, insegna o scrive, e afferma di parlare con arte,
vince chi non si lascia persuadere. «E allora?», dirà forse il nostro
scrittore. «Fedro e Socrate, la pensate così? Dobbiamo forse definire in altro
modo l'arte che è detta dei discorsi?». FEDRO: è impossibile in altro modo,
Socrate; eppure sembra un lavoro non da poco. SOCRATE: Hai ragione. Proprio per
questo bisogna rivoltare tutti i discorsi sottosopra ed esaminare se da qualche
parte appare una via più facile e più breve per giungere ad essa, così da non
procedere inutilmente per una via lunga e aspra, quando è possibile percorrerne
una corta e liscia. Ma se hai da qualche parte un aiuto, per averlo ascoltato
da Lisia o da qualcun altro, cerca di richiamarlo alla memoria e di dirlo.
FEDRO: Così, per fare una prova, potrei, ma non me la sento, almeno adesso.
SOCRATE: Vuoi dunque che io riferisca un discorso che ho ascoltato da alcuni
che si occupano di queste cose? FEDRO: Perché no? SOCRATE: D'altronde, Fedro,
si dice che è giusto riferire anche le ragioni del lupo. FEDRO: Allora fa' così
anche tu. SOCRATE: Dunque, essi sostengono che non si devono magnificare e
levare così in alto queste cose, con tanti giri di parole; infatti, come
abbiamo detto anche all'inizio del discorso, chi intende essere
sufficientemente esperto nella retorica non deve certo partecipare della verità
circa questioni giuste e buone, o uomini tali per natura o per educazione,
poiché nei tribunali non importa proprio niente a nessuno della verità su
queste cose, ma importa solo ciò ch'è atto a persuadere: è il verosimile, a cui
si deve applicare chi intende parlare con arte. Talvolta infatti non bisogna
neanche esporre i fatti, a meno che non si siano svolti in maniera verosimile,
ma solo quelli verosimili, sia nell'accusa sia nella difesa, e in genere chi
parla deve seguire il verosimile, dopo aver detto tanti saluti alla verità;
poiché è appunto questo che, se percorre l'intero discorso, procura tutta
quanta l'arte. FEDRO: Hai esposto, Socrate, proprio le ragioni che adducono
quelli che danno a vedere di essere esperti nell'arte dei discorsi; mi sono
ricordato che già in precedenza abbiamo toccato brevemente tale argomento, e
sembra che ciò sia di enorme importanza per chi si occupa di queste cose.
SOCRATE: Sicuramente hai studiato con precisione proprio Tisia: quindi Tisia ci
dica anche questo, se per verosimile intende qualcosa di diverso da ciò che
sembra ai più. FEDRO: E che altro? SOCRATE: E avendo fatto questa scoperta, a
quanto pare, di saggezza e d'arte insieme, ha scritto che se un uomo debole e
coraggioso, che ha percosso un uomo forte e vile e gli ha portato via il mantello
o qualcos'altro, viene condotto in tribunale, nessuno dei due deve dire la
verità, ma il vile deve asserire di non essere stato percosso dal solo uomo
coraggioso, questi deve confutare ciò ribattendo che erano loro due soli, e
servirsi del seguente argomento: «Come avrei potuto io, data la mia condizione,
mettere le mani addosso a una persona come lui?». L'altro non ammetterà la
propria viltà, ma cercando di dire qualche altra menzogna offrirà subito
materia di confutazione all'avversario. E anche negli altri campi le cose dette
con arte sono più o meno di questo genere. Non è così, Fedro? FEDRO: Come no?
SOCRATE: Ahimè, sembra che abbia fatto la scoperta davvero sensazionale di
un'arte nascosta, Tisia o chiunque altro sia e da qualunque luogo si compiaccia
di trarre il nome! Ma a costui, amico, dobbiamo dire o no... FEDRO: Cosa? 20
Platone Fedro SOCRATE: Questo: «O Tisia, da tempo noi, prima ancora che
tu venissi qui, ci trovavamo a dire che questo verosimile viene a nascere nei
più per somiglianza col vero; e poco fa abbiamo spiegato che chi conosce la
verità sa scoprire benissimo le somiglianze. Perciò, se hai qualcos'altro da
dire sull'arte dei discorsi, lo ascolteremo; altrimenti daremo credito a ciò
che abbiamo esposto or ora, cioè che se uno non enumererà le nature di coloro
che lo ascolteranno, e non sarà in grado di dividere gli esseri secondo le
forme e di raccoglierli uno per uno in un'idea, non sarà mai esperto nell'arte
dei discorsi, per quanto è possibile a un uomo. E non potrà mai acquisire
queste capacità senza molta applicazione; ad essa il sapiente dovrà indirizzare
i suoi sforzi non per parlare e agire con gli uomini, ma per poter dire cose
che siano gradite agli dèi e fare ogni cosa in modo a loro gradito, per quanto
è nelle sue facoltà. Infatti i più saggi tra noi, Tisia, dicono che chi ha
intelletto deve prendersi cura di compiacere non i compagni di schiavitù, se
non in modo accessorio, ma i padroni buoni e che discendono da uomini buoni.
Perciò, se la strada è lunga, non meravigliartene, in quanto per raggiungere
grandi traguardi bisogna percorrerla, non come credi tu. D'altronde, come dice
il nostro discorso, anche queste fatiche diventeranno bellissime grazie a quei
traguardi, se uno lo vuole». FEDRO: Mi pare che si stia parlando in modo
bellissimo, Socrate, se davvero qualcuno ne è capace. SOCRATE: Ma per chi
intraprende azioni belle è bello anche soffrire, qualunque cosa gli tocchi di
soffrire. FEDRO: Sicuro. SOCRATE: Quanto si è detto a proposito dell'arte e
della mancanza di arte nel fare discorsi sia dunque sufficiente. FEDRO: Come
no? SOCRATE: Rimane la questione della convenienza e della non convenienza
della scrittura, quando essa vada bene e quando invece sia sconveniente. O no?
FEDRO: Sì . SOCRATE: Sai allora come, nell'ambito dei discorsi, potrai
acquistarti il massimo favore di un dio con le tue azioni e le tue parole?
FEDRO: Per niente. E tu? SOCRATE: Io posso raccontarti una storia tramandata
dagli antichi; il vero essi lo sanno. E se noi lo trovassimo da soli, ci importerebbe
ancora qualcosa delle opinioni degli uomini? FEDRO: Hai fatto una domanda
ridicola! Ma racconta ciò che dici di aver udito. SOCRATE: Ho sentito dunque
raccontare che presso Naucrati, in Egitto, (64) c'era uno degli antichi dèi del
luogo, al quale era sacro l'uccello che chiamano ibis; il nome della divinità
era Theuth.(65) Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e
l'astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la
scrittura. Re di tutto l'Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città
della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il
suo dio Ammone.(66) Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che
dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse
l'utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a
seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava.
Molti, a quanto si racconta, furono i pareri che Thamus espresse nell'uno e
nell'altro senso a Theuth su ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo
ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza,
o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa
è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza». Allora il re
rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c'è chi sa partorire le arti e chi sa
giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi
intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il
contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di
esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la
dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori
mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai
scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della
sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: ascoltando
per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte
cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché
sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti». FEDRO: Socrate, tu
pronunci con facilità discorsi egizi e di qualsiasi paese tu voglia! SOCRATE: E
pensa che alcuni, mio caro, hanno asserito che i primi discorsi profetici nel
tempio di Zeus a Dodona venivano da una quercia! Agli uomini di allora, dato
che non erano sapienti come voi giovani, bastava, nella loro semplicità,
ascoltare una quercia o una roccia, purché dicessero il vero; ma forse per te
fa differenza chi è colui che parla e da dove viene. Non miri infatti solamente
a questo, se le cose stanno così o diversamente? FEDRO: Hai colto nel segno, e
mi sembra che riguardo alla scrittura le cose stiano come dice il re di Tebe.
SOCRATE: Allora chi crede di tramandare un'arte con la scrittura, e chi a sua
volta la riceve nella convinzione che dalla scrittura deriverà qualcosa di
chiaro e di saldo, dev'essere ricolmo di molta ingenuità e ignorare realmente
il vaticinio di Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano qualcosa in più
del riportare alla memoria di chi già sa ciò su cui verte lo scritto. FEDRO:
Giustissimo. SOCRATE: Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per
la verità, di simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di
fronte come cose vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in
venerando silenzio. La medesima cosa vale anche per i discorsi: tu potresti
anche credere che parlino come se avessero qualche pensiero loro proprio, ma se
domandi loro qualcosa di ciò che dicono coll'intenzione di apprenderla, questo
qualcosa suona sempre e 21 Platone Fedro solo identico. E, una
volta che è scritto, tutto quanto il discorso rotola per ogni dove, finendo tra
le mani di chi è competente così come tra quelle di chi non ha niente da
spartire con esso, e non sa a chi deve parlare e a chi no. Se poi viene offeso
e oltraggiato ingiustamente ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, poiché non
è capace né di difendersi da sé né di venire in aiuto a se stesso. FEDRO: Anche
queste tue parole sono giustissime. SOCRATE: E allora? Vogliamo considerare un
altro discorso, fratello legittimo di questo, in che modo nasce e quanto è per
sua natura migliore e più potente di questo? FEDRO: Qual è questo discorso e
come, secondo te, nasce? SOCRATE: è quello che viene scritto mediante la
conoscenza nell'anima di chi apprende; esso è in grado di difendersi da sé, e
sa con chi bisogna parlare e con chi tacere. FEDRO: Intendi il discorso vivente
e animato di chi sa, del quale quello scritto si può a buon diritto definire
un'immagine. SOCRATE: Per l'appunto. Ora dimmi questo: l'agricoltore che ha
senno pianterebbe seriamente d'estate nei giardini di Adone (67) i semi che gli
stessero a cuore e da cui volesse ricavare frutti; e gioirebbe a vederli
crescere belli in otto giorni, o farebbe ciò per gioco e per la festa,
quand'anche lo facesse? E riguardo invece a quelli di cui si è preso cura sul
serio servendosi dell'arte dell'agricoltura e seminandoli nel luogo adatto,
sarebbe contento che quanto ha seminato giungesse a compimento in otto mesi?
FEDRO: Farebbe così, Socrate: sul serio per gli uni, diversamente per gli
altri, come tu dici. SOCRATE: Dovremo dire che chi possiede la scienza delle
cose giuste, belle e buone abbia meno senno dell'agricoltore con le sue
sementi? FEDRO: Nient'affatto. SOCRATE: Allora non le scriverà seriamente
nell'acqua nera, seminandole attraverso la canna assieme a discorsi incapaci di
difendersi da sé con la parola, e incapaci di insegnare in modo adeguato la
verità. FEDRO: No, almeno non è verosimile. SOCRATE: Infatti non lo è. Ma a
quanto pare seminerà e scriverà i giardini di scrittura per gioco, quando li
scriverà, serbando un tesoro da richiamare alla memoria per se stesso, nel caso
giunga «alla vecchiaia dell'oblio»,(68) e per chiunque segua la sua stessa
orma, e gioirà a vederli crescere teneri. E quando gli altri faranno altri
giochi, ristorandosi nei simposi e in tutti i divertimenti fratelli di questi,
egli allora, a quanto pare, invece che in essi passerà la vita a dilettarsi in
ciò di cui parlo. FEDRO: è un gioco molto bello quello che dici, Socrate,
rispetto all'altro che è insulso: il gioco di chi sa divertirsi coi discorsi,
narrando storie sulla giustizia e sulle altre cose di cui parli. SOCRATE: Così
è in effetti, caro Fedro: ma l'impegno in queste cose diventa, credo, molto più
bello quando uno, facendo uso dell'arte dialettica, prende un'anima adatta, vi
pianta e vi semina discorsi accompagnati da conoscenza, che siano in grado di
venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non siano infruttiferi, ma
abbiano una semenza dalla quale nascano nell'indole di altri uomini altri
discorsi capaci di rendere questa semenza immortale, facendo sì che chi la possiede
sia felice quanto più è possibile per un uomo. FEDRO: Ciò che dici è molto più
bello. SOCRATE: Ora che siamo d'accordo su questo, Fedro, possiamo giudicare
quelle altre questioni. FEDRO: Quali? SOCRATE: Quelle che volevamo indagare e
per le quali siamo arrivati a questo punto, ossia esaminare il rimprovero
rivolto a Lisia circa lo scrivere i discorsi e i discorsi stessi, quali fossero
scritti con arte e quali senz'arte. Ciò che è conforme all'arte e ciò che non
lo è mi sembra che sia stato chiarito opportunamente. FEDRO: Così almeno mi è
parso: ma ricordami ancora una volta come abbiamo detto. SOCRATE: Se prima uno
non conosce il vero riguardo a ciascun argomento su cui parla o scrive e non è
in grado di definire ogni cosa in se stessa, e una volta che l'ha definita non
sa dividerla secondo le sue specie fino ad arrivare a ciò che non è più
divisibile, quindi, dopo aver scrutato a fondo allo stesso modo la natura
dell'anima, trovando la specie adatta a ciascuna natura non dispone e regola il
discorso secondo questo procedimento, offrendo discorsi variegati a un'anima
variegata e dalla piena armonia, discorsi semplici a un'anima semplice, non
sarà possibile, per quanto è conforme a natura, maneggiare con arte la stirpe
dei discorsi né per insegnare né per persuadere, come il discorso fatto in
precedenza ci ha chiaramente indicato. FEDRO: Risulta in tutto e per tutto così
. SOCRATE: Riguardo poi alla questione se sia bello o turpe pronunciare e
scrivere discorsi, e quando un rimprovero sia rivolto giustamente oppure no,
non ha forse chiarito ciò che abbiamo detto poco fa... FEDRO: Cosa abbiamo
detto? SOCRATE: Che se Lisia o altri ha mai scritto o scriverà su argomenti
d'interesse privato o pubblico, proponendo leggi o scrivendo un'opera politica,
nella convinzione che in ciò vi sia una grande solidità e chiarezza, allora il
biasimo ricade su chi scrive, che lo si dica o meno: poiché il non distinguere
realtà e sogno in ciò che è giusto e ingiusto, male e bene, non può davvero
evitare di essere riprovevole, quand'anche tutta la gente lo apprezzasse.
FEDRO: No di certo. SOCRATE: Chi invece ritiene che nel discorso scritto su
qualsiasi argomento vi sia necessariamente molto gioco e che nessun discorso
con pregio di grande serietà sia mai stato scritto né in versi né in prosa (e
neanche pronunciato, come i discorsi dei rapsodi che sono recitati senza essere
sottoposti a vaglio e non mirano a insegnare, ma a persuadere), 22
Platone Fedro ma che i migliori di essi siano realmente un mezzo per
aiutare la memoria di chi già conosce l'argomento, e ritiene che solo nei
discorsi sul giusto, sul bello e sul bene, pronunciati come insegnamento allo
scopo di far apprendere e scritti realmente nell'anima, vi sia chiarezza,
compiutezza e pregio di serietà; e inoltre è convinto che discorsi tali debbano
essere detti suoi come se fossero figli legittimi, innanzitutto quello che reca
in sé, nel caso si trovi che lo possiede, poi quelli che discendenti e fratelli
di questo, sono nati allo stesso modo nell'anima di altri uomini secondo il
loro valore, e ai rimanenti manda tanti saluti; bene, un uomo siffatto, Fedro,
è probabile che sia tale quale tu e io ci augureremmo di diventare. FEDRO: Io
voglio e mi auguro in tutto e per tutto ciò che dici. SOCRATE: Dunque, per
quanto riguarda i discorsi, ormai abbiamo scherzato abbastanza: tu ora va' da
Lisia e digli che noi due siamo discesi alla fonte e al santuario delle Ninfe e
abbiamo ascoltato dei discorsi che ci ordinavano di riferire a Lisia e a chi
altri componga discorsi, a Omero e a chi altri abbia composto poesia epica o
lirica, e in terzo luogo a Solone e a chiunque nei discorsi politici abbia
scritto dei testi con il nome di leggi, quanto segue: se ha composto queste
opere sapendo com'è il vero e può soccorrerle quando ciò che ha scritto viene
messo alla prova, e quando parla è in grado egli stesso di dimostrare la
debolezza di quanto è stato scritto, una persona del genere non deve essere
chiamato col nome di costoro, ma con un nome derivato da ciò a cui si è
dedicato con serietà. FEDRO: Quale nome gli assegni dunque? SOCRATE: Chiamarlo
sapiente, Fedro, mi sembra che sia cosa troppo grande e che si addica solo a un
dio; chiamarlo invece filosofo o con un nome del genere sarebbe a lui più
adatto e conveniente. FEDRO: E niente affatto fuori luogo. SOCRATE: Chi invece
non possiede cose di maggior pregio di quelle che ha composto e ha scritto,
rivoltandole su e giù per lungo tempo, incollandole l'una con l'altra o
separandole, non lo dirai a buon diritto poeta o autore di discorsi o scrittore
di leggi? FEDRO: Come no? SOCRATE: Riferisci dunque questo al tuo compagno!
FEDRO: E tu? Cosa farai? Non bisogna lasciare da parte neanche il tuo compagno.
SOCRATE: Chi è costui? FEDRO: Isocrate (69) il bello. Cosa riferirai a lui,
Socrate? Come lo definiremo? SOCRATE: Isocrate è ancora giovane, Fedro:
tuttavia voglio dire ciò che prevedo di lui. FEDRO: Che cosa? SOCRATE: Mi
sembra che per doti naturali sia migliore a confronto dei discorsi di Lisia, e
che inoltre sia temperato di un'indole più nobile. Perciò non ci sarebbe
affatto da meravigliarsi se, col procedere dell'età, proprio grazie ai discorsi
cui ora pone mano superasse più che se fossero fanciulli quanti mai si sono
dedicati ai discorsi, e se inoltre questo non gli bastasse, ma uno slancio divino
lo spingesse a cose ancora più grandi; giacché nell'animo di quell'uomo, caro
amico, c'è una forma naturale di filosofia. Pertanto io riferisco queste cose
da parte di questi dèi al mio amato Isocrate, tu fa' sapere quelle altre al tuo
Lisia. FEDRO: Sarà così . Ma andiamo, poiché anche la calura si è fatta più
mite. SOCRATE: Non conviene rivolgere una preghiera a questi dèi prima di
metterci in cammino? FEDRO: Come no? SOCRATE: O caro Pan e voi altri dèi di
questo luogo, concedetemi di diventare bello dentro, e che tutto ciò che ho di
fuori sia in accordo con ciò che ho nell'intimo. Che io consideri ricco il
sapiente e possegga tanto oro quanto nessun altro, se non chi è temperante,
possa prendersi e portar via.(70) Abbiamo bisogno di qualcos'altro, Fedro? Da
parte mia si è pregato in giusta misura. FEDRO: Fa' questo augurio anche per
me; le cose degli amici sono comuni. SOCRATE: Andiamo! 23 Platone
Fedro NOTE: 1) Celebre oratore ateniese vissuto tra il quinto e il quarto
secolo a.C., di cui restano 34 orazioni giudiziarie. Il discorso sull'amore che
gli viene attribuito nel dialogo è probabilmente fittizio. Il padre Cefalo,
originario della Sicilia, aveva una fabbrica d'armi al Pireo; nella sua casa è
ambientata la Repubblica. 2) Noto medico dell'epoca. 3) Epicrate era un oratore
democratico; Morico, forse il proprietario precedente della casa, era un
cittadino ateniese che per le sue ricchezze e il suo lusso divenne frequente
bersaglio dei poeti comici. 4) Pindaro, Isthmia 2. 5) Erodico di Megara, divenuto
poi cittadino di Selimbria, era un medico famoso per il suo regime di vita
"salutistico"; Platone lo menziona anche nella Repubblica e nel
Protagora. 6) I Coribanti erano i sacerdoti della dea Cibele, i cui culti erano
caratterizzati da una forte valenza orgiastica. 7) Piccolo fiume che scorre
vicino ad Atene. 8) Il dialogo è immaginato in piena estate, a mezzogiorno. 9)
Borea, vento del nord, rapì Orizia, figlia di Eretteo, re di Atene; in cambio
concesse agli Ateniesi il suo favore nelle battaglie navali. Farmacea, citata
poco sotto, era una ninfa cui era sacra la fonte dell'Ilisso. 10) Demo
dell'Attica. 11) Letteralmente 'colle di Ares', era un'altura in Atene dove
aveva sede il più antico tribunale della città, formato dagli arconti usciti di
carica. 12) Sono tutti esseri mitologici. Gli Ippocentauri o Centauri, nati
dall'unione di Issione con una nube, erano metà uomo e metà cavallo. La Chimera
era un mostro con tre teste, una di leone, una di capra spirante fuoco, una di
serpente. Le Gorgoni, mostri marini, erano Steno, Euriale e Medusa; le prime
due erano immortali, mentre Medusa, che aveva il potere di pietrificare con lo
sguardo, era mortale e fu uccisa da Perseo. Pegaso era il cavallo alato nato
dal sangue della testa di Medusa tagliata da Perseo; con il suo aiuto
Bellerofonte uccise la Chimera. 13) «Conosci te stesso» era appunto il precetto
scritto nel tempio di Apollo a Delfi. 14) Tifone o Tifeo, figlio di Gea e del
Tartaro, era un drago dalle molte teste che emettevano fumo e fiamme; al termine
di una dura lotta Zeus lo fulminò e lo scagliò sotto l'Etna. Il suo mito è
ricordato in Esiodo, Theogonia 820 seguenti. Da Tifone ha avuto origine il nome
comune indicante un vento caldo portatore di tempeste. Nel testo greco c'è un
gioco di parole, intraducibile in italiano, con il quale Tifone viene
paretimologicamente accostato al participio di "túpho" ('fumare',
'bruciare') e, tramite l'aggettivo privativo "atuphos" a
"tuphos" ('vanità', 'orgoglio', superbia'). Nel dialogo Platone fa
uso più volte di simili giochi verbali, impossibili da mantenere nella
traduzione, per creare paretimologie. 15) Alle Ninfe, divinità dei boschi e dei
fiumi, Socrate in seguito attribuirà il dono dell'ispirazione. Acheloo, oltre
ad essere un fiume della Grecia centrale, era anche dio dei fiumi. 16) Una
locuzione simile ricorre in Omero, Iliade libro 8, verso 281. 17) Saffo è la
famosa poetessa lirica di Lesbo vissuta tra il settimo e il sesto secolo a.C.,
autrice di carmi soprattutto d'amore omoerotico, divisi dagli Alessandrini in
nove libri; di essi ci sono pervenuti un'ode intera, una quasi completa e
parecchi frammenti di varia lunghezza. Anacreonte di Teo, lirico monodico del
sesto secolo, fu autore tra l'altro di poesie amorose dal tono leggero, di cui
restano pochi frammenti. Non è invece possibile sapere a quali autori in prosa
si allude nel passo. Gli arconti ateniesi, al momento di entrare in carica,
giuravano che se avessero trasgredito le leggi di Solone avrebbero innalzato a
Delfi una statua d'oro della loro grandezza e peso. 19) Cipselo fu tiranno di
Corinto nel sesto secolo e fondò una dinastia di tiranni. L'offerta votiva cui
si allude era forse una statua. 20) Immagine derivata dalla lotta: Fedro
intende che Socrate a sua volta ha offerto il fianco a una critica. 21)
Pindaro, frammento 105 Snell-Maehler (citato anche in Meno). 22) Il testo greco
gioca sull'assonanza tra "ligús", 'dalla voce melodiosa', e
"ligús" 'Ligure' (con lambda maiuscolo). Questo gioco paretimologico
è probabilmente alla base della leggenda secondo cui i Liguri erano amanti del
canto. 23) Socrate istituisce un nesso paretimologico tra "èros" e
"róme" ('forza'). Il ditirambo, componimento lirico corale associato
al culto di Dioniso, ai tempi di Platone era in piena decadenza. Qui il termine
ha una connotazione negativa, indicando una forma di invasamento non ispirata
da "mania" divina, e quindi non mediata dal logos. 25) L'immagine è
ricavata da un gioco fatto con un coccio (óstrakon), nero da una parte e bianco
dall'altra; i giocatori, divisi in due squadre, sceglievano un colore e a
seconda di quello che risultava lanciando il coccio dovevano fuggire o
inseguire. La metafora significa che l'amante, prima inseguitore, ora fugge
l'amato. 26) Simmia, prima pitagorico, poi discepolo di Socrate, è uno degli
interlocutori del Fedone. 27) Ibico, frammnto 310, Page. Poeta lirico corale
del sesto secolo a.C., di lui restano un'ode e pochi frammenti. 28. Stesicoro,
poeta lirico corale, visse nel sesto secolo a.C. Secondo una leggenda perse la
vista per aver accusato Elena di infedeltà in un carme omonimo e la riacquistò
per aver scritto la Palinodia (la 'Ritrattazione'), in cui sosteneva che Paride
non aveva portato a Troia la vera Elena, ma un fantasma con le sue sembianze;
questa versione del mito fu ripresa da Euripide nell'Elena. Omero invece, non
avendo fatto la stessa cosa, rimase cieco. Allo stesso modo Socrate pronuncerà
una ritrattazione del discorso precedente su Eros, nella quale solleverà il dio
dalle accuse che gli aveva mosso. 24 Platone Fedro 29) A Delfi, in
Beozia, c'era il più famoso santuario di Apollo, che dava i responsi per bocca
della sua sacerdotessa, la Pizia; a Dodona, nell'Epiro, c'era un santuario di
Zeus. Questo nome designava in origine una, in seguito più sacerdotesse di
Apollo, di cui era nota l'ambiguità dei responsi; la più celebre era la Sibilla
di Cuma, in Campania. 31) L'arte divinatoria, in greco "mantike",
viene fatta derivare da "manikos" cioè 'affetto da mania'; il
composto "oionoistike", di invenzione platonica, viene ricondotto a
"oieris" ('opinione', 'credenza'), e accostato a
"oionistike", ovvero l'"arte di trarre gli auspici" dal
volo degli uccelli. Il gioco paretimologico, di cui si è provato a rendere
ragione nella traduzione, è importante in quanto è funzionale al rovesciamento
della tesi sostenuta da Lisia. 32) è il celebre mito dell'anima come una biga
alata, metafora complessa e non facile da interpretare. Se infatti l'auriga
rappresenta palesemente la ragione, non è del tutto chiaro il significato dei
due cavalli; è poco soddisfacente l'interpretazione tradizionale, secondo cui
il cavallo nero rappresenterebbe l'anima concupiscibile, quello bianco l'anima
impulsiva, e l'intera immagine sarebbe da intendere come la tripartizione
dell'anima che Platone teorizza nella Repubblica (libri 4 e 9). Infatti nel
Timeo si dice che anima concupiscibile e anima impulsiva sono mortali, mentre
qui i due cavalli fanno parte proprio della struttura dell'anima immortale,
come prova anche il fatto che essi si nutrono di nettare e ambrosia, cibo e
bevanda degli dèi, e che tale struttura è comune sia all'anima umana sia a
quella divina. è preferibile pensare che i cavalli indichino due componenti
opposte connaturate comunque all'anima immortale, che l'auriga ha la funzione
di conciliare per trovare un equilibrio. 33) Estia, dea del focolare, nella
cosmologia antica veniva identificata col centro dell'universo, che era
immobile; per questo essa, unica tra gli dèi, non viaggia per il cielo. Le
divinità che guidano le dodici schiere sono probabilmente quelle olimpiche. 34)
L'Iperuranio, il luogo 'oltre il cielo', è il mondo delle Idee. Luogo
metafisico, immagine della sfera dell'intelligibile che nella sua immutabilità
trascende la realtà sensibile, esso è raggiungibile solo dell'anima. 35)
Adrastea, letteralmente 'l'inevitabile', in questo caso è una personificazione
del destino; in Repubblica (libro 5) impersonifica invece la vendetta. Viene
qui esposto il destino escatologico delle anime e la teoria della metempsicosi,
argomento che ha una più ampia trattazione con il mito di Er nel libro decimo
della Repubblica. Nel Fedro l'assegnazione della vita futura è strettamente
determinata dalla misura in cui le anime hanno contemplato la pianura della
verità prima di tornare sulla terra, poiché ad esso corrisponde il grado di
verità connesso alla vita in cui si reincarnano. 36) Altro gioco verbale basato
su una paretimologia il termine "imeros" ('desiderio'), collegato per
assonanza ad Eros, viene fatto derivare da i-, radice di "eiri" ('andare'),
"mer-" radice di "méros" ('parte'), "ro-", radice
di "roé" ('flusso'). 37. Gli Omeridi erano una scuola di aedi
nell'isola di Chio che la tradizione voleva fondata dallo stesso Omero.
Invenzione platonica sono sia i poemi segreti cui si allude ironicamente sia i
due versi citati, nei quali c'è un gioco di parole tra "Eros" e
Ptéros" (epiteto scherzosamente coniato da "pterós" ('alato'),
probabilmente suggerito da quei passi omerici (Iliade libro 1, versi 403-404;
libro 14, verso 291; libro 20, verso 74) in cui si dice che gli dèi chiamano le
cose in modo diverso dagli uomini. 38) è impossibile conservare nella
traduzione il gioco tra il genitivo "Diós" ('di Zeus') e l'aggettivo
"dios", solitamente reso con 'splendente' o 'divino'. Le Baccanti o
Menadi erano le sacerdotesse di Dioniso. 40) Zeus, innamorato di Ganimede,
bellissimo fanciullo frigio, in forma di aquila lo rapì sull'Olimpo, e ne fece
il coppiere degli dèi. Per il gioco linguistico su "imeros", la nota
36. 41) L'espressione significa che né la temperanza umana esaltata da Lisia,
né la follia divina di per sé bastano a costruire una scienza nel senso pieno
del termine, ma occorre una giusta mescolanza delle due cose; questo, in ultima
analisi, può essere il senso del mito della biga alata. L'immagine agonistica,
più che a tre differenti gare, allude probabilmente al fatto che per vincere
nella lotta bisognava atterrare l'avversario tre volte. Figlio di Cefalo e
fratello di Lisia, fu vittima delle persecuzioni politiche sotto i Trenta tiranni.
43) Ad Atene la frequenza dei processi e l'assenza del patrocinio legale, che
obbligava l'accusatore o l'accusato a parlare personalmente in giudizio,
avevano fatto nascere la professione del logografo ('scrittore di discorsi'),
che preparava su commissione i testi da pronunciare in tribunale; le orazioni
di Lisia sono appunto la testimonianza della sua attività di logografo. Il
termine ha nel contesto una connotazione negativa, tanto da essere poco sotto
equiparato a sofista. Il parallelo ritorna più avanti, dove si allude ai
compensi che i sofisti chiedevano per i loro insegnamenti. 44) L'espressine, un
po' enigmatica, significa probabilmente che da una cosa semplice ne è derivata
una difficile. Figura storicamente indeterminata, Licurgo fu, secondo la tradizione,
il legislatore di Sparta. Uomo politico e poeta, annoverato tra i sette saggi,
Solone attuò, durante il suo arcontato (594-593 a.C.), una riforma dello stato
ateniese che prevedeva la divisione dei cittadini in classi in base al censo.
Dario primo, re di Persia dal 521 al 485 a.C., fu il promotore della prima
guerra greco-persiana. 46) Il mito che segue è probabilmente creazione
platonica. Il canto delle cicale è metafora dell'ispirazione a comporre
discorsi ma anche del rischio, da parte dell'ascoltatore, di lasciarsene
ammaliare senza sottoporli a vaglio critico, un atteggiamento passivo che le
cicale stesse, intermediarie tra gli uomini e le Muse, non approvano. 47) Sulla
scia del catalogo esiodeo (Theogonia 75 seguenti), le Muse qui citate hanno
nomi parlanti Tersicore è 'colei che gioisce dei cori', Erato è connessa con
Eros, Calliope è 'dalla bella voce', Urania 'la celeste'. 25 Platone
Fedro 48) Omero, Iliade libro 2, verso 361. 49) Per Spartano qui si
intende semplicemente una persona che dice la verità in modo franco e
lapidario. 50) I "figli" di Fedro sono i discorsi che ha indotto gli
altri a fare. 51) Nestore, il più vecchio dei guerrieri greci a Ilio, era
famoso per la sua eloquenza persuasiva. Abile, e soprattutto astuto parlatore
era notoriamente Odisseo. Anche Palamede, l'eroe che smascherò un tentativo di
Odisseo di non partecipare alla guerra di Troia, era fornito di capacità
oratorie. 52) Gorgia di Lentini, nato tra il 485 e il 480 a.C. e morto
vecchissimo dopo il 380 a.C., fu uno dei principali esponenti della sofistica;
a lui è dedicato l'omonimo dialogo di Platone. Delle sue numerose opere restano
pochi ma significativi frammenti. Il sofista Trasimaco di Calcedonia, vissuto
nel quinto secolo a.C., è uno dei personaggi della Repubblica, dove difende in
modo combattivo la sua idea della giustizia come diritto del più forte. Teodoro
di Bisanzio, attivo nella seconda metà del quinto secolo a.C., scrisse un
trattato di retorica. 53) Allusione ironica a Zenone di Elea (quinto secolo a.C.)
e ai paradossi con i quali cercava di confutare dialetticamente i concetti di
molteplicità e movimento; famosi sono i paradossi della freccia e di Achille e
la tartaruga. 54) Mida era il leggendario re della Frigia che per avidità di
ricchezze chiese e ottenne da Dioniso di poter trasformare in oro tutto ciò che
toccava; ma poiché anche tutto ciò che voleva mangiare o bere diventava oro,
pregò il dio di liberarlo da questo dono funesto. L'epigramma citato è
attribuito a Cleobulo di Lindo, uno dei sette saggi. Poeta e sofista
contemporaneo di Socrate. 56) Tisia fu maestro di Gorgia e iniziatore, assieme
a Corace, della scuola retorica siciliana. 57) Prodico di Ceo, uno dei più
importanti esponenti della sofistica, discepolo di Protagora e maestro di Socrate.
58) Ippia di Elide, il celebre sofista da cui prendono il titolo due dialoghi
di Platone. 59) Polo di Agrigento e Licimnio di Chio furono discepoli di
Gorgia; il primo è uno dei protagonisti del Gorgia di Platone. Nel passo si
allude probabilmente a opere di retorica dei due sofisti, come poco sotto a
proposito di Protagora. 60) Protagora di Abdera, protagonista dell'omonimo
dialogo Platonico, visse ad Atene nell'età periclea. Considerato il principale
esponente della sofistica, è ricordato soprattutto per il suo agnosticismo
religioso, che gli valse una condanna per empietà, e il suo relativismo,
sintetizzato nella massima «l'uomo è misura di tutte le cose». Nulla ci rimane
delle sue numerose opere. 61) Adrasto, il re di Argo che guidò la spedizione dei
sette contro Tebe, è rappresentato da Eschilo nelle Supplici come abile
oratore; l'epiteto «voce di miele» gli è già riferito da Tirteo (frammento 9,8
Gentili-Prato). Adrasto è qui usato come eteronimo di un personaggio
contemporaneo, forse un sofista. Anche Pericle, lo statista ateniese del quinto
secolo che radicalizzò il processo democratico della polis portandola al
massimo splendore, è qui ricordato, con un tocco d'ironia, per le sue capacità
oratorie. 62) Anassagora di Clazomene (quinto secolo a.C.) visse per molti anni
ad Atene, dove ebbe come discepoli Pericle e lo stesso Socrate. Punto cardinale
del suo pensiero è l'esistenza di un principio razionale che dà ordine al
mondo, da lui chiamato "nous" ('intelletto'). 63) Ippocrate di Cos, vissuto
tra il quinto e il quarto secolo a.C., fu il fondatore della medicina antica;
l'epiteto di Asclepiade deriva da Asclepio, dio della medicina. Di lui e dei
suoi discepoli resta un considerevole numero di scritti riuniti nel cosiddetto
corpus Hippocraticum. 64) Città sul delta del Nilo, sede di un emporio
commerciale greco. 65) Theuth o Thoth era il dio egizio dell'invenzione, che i
Greci identificavano con Ermes; rappresentato con la testa di ibis, era scriba
nel tribunale dei morti. Con questo mito Platone assegna alla scrittura un
valore puramente "ipomnematico", ovvero la considera un mero supporto
alla memoria, e non veicolo di sapienza; la trasmissione del vero sapere resta
per lui affidata all'oralità dialettica. 66) «La regione superiore» è l'alto
corso del Nilo. Thamus, leggendario re dell'Egitto, viene considerato un
eteronimo dello stesso Ammone, una delle principali divinità egizie, venerata
da una potente casta sacerdotale e identificata dai Greci con Zeus; poco sotto
infatti, la risposta da lui data a Theuth è chiamata «vaticinio di Ammone». 67)
I «giardini di Adone» erano recipienti in cui d'estate si piantavano semi che
nascevano entro otto giorni e subito morivano; il rito simboleggiava la morte
prematura di Adone, il bellissimo giovane amato da Afrodite. Allo stesso modo i
«giardini di scrittura», ovvero i discorsi scritti, devono essere intesi come
una forma di gioco, poiché i veri discorsi latori di verità sono affidati alla
dimensione orale. 68) Citazione poetica di autore ignoto. 69) Il retore Isocrate
(436-338 a.C.) fondò ad Atene una scuola in competizione con l'Accademia
platonica; di lui restano 21 orazioni. Isocrate era fautore di un'alleanza di
tutte le città greche sotto la guida di Filippo di Macedonia, in vista di una
spedizione contro i Persiani. 70) Pan, figlio di Ermes, era la principale
divinità agreste del pantheon greco, venerata soprattutto in Arcadia;
presiedeva alla pastorizia e per questo era rappresentato con sembianze
caprine. Pan compare già come protettore del luogo assieme alle Ninfe, e per
questo Socrate gli rivolge la preghiera conclusiva. «Oro» è da intendersi in
senso metaforico come ricchezza della sapienza. Platone Il Convito APOLLODORO
Credo proprio di essere bene informato di quello che mi chiedete. Infatti,
l'altro giorno, me ne stavo venendo in città, da casa mia, dal Falero, quando
uno che conoscevo, vedendomi di spalle, mi chiamò da lontano e, con tono
scherzoso, mi fa: «Apollodoro il falerese, m'aspetti un momento?» lo mi fermo e
l'aspetto e quello: «Ti stavo cercando ansiosamente, Apollodoro, perché volevo
sapere qualcosa di preciso sui discorsi che fecero Agatone, Socrate, Alcibiade
e tutti gli altri, al banchetto, discorsi d'amore, a quanto pare; me ne ha
accennato un tizio che ne aveva sentito parlare da Fenice, il figlio di
Filippo, ma mi disse che ne eri al corrente anche tu. Lui, in realtà, non ne
sapeva molto. Raccontami tutto tu, quindi, perché nessuno meglio di te, può
ripetermeli, i discorsi del tuo amico. Ma, prima di tutto, c'eri o non c'eri a
quella riunione?» «Si vede proprio che questo tizio ti ha male informato se
credi che quella riunione di cui stai parlando è avvenuta poco tempo fa e che
io, quindi, vi abbia potuto partecipare.» «Credevo di sì.» «E come hai fatto a
pensarlo, Glaucone? Non sai che da parecchi anni, ormai, Agatone non s'è più
visto qui e che, d'altra parte, non ne son passati ancora tre da quando io me
la faccio con Socrate, che gli sto sempre dietro, per conoscere quello che dice
e quello che fa? Prima d'allora gironzolavo qua e là e mi pensavo di far chissà
che cosa, mentre ero l'essere più miserabile che c'era sulla faccia della
terra, come te, adesso, che credi ci siano altre cose da fare meglio della
filosofia.» «C'è poco da prendere in giro. Dimmi, piuttosto, quand'è che c'è stata
questa riunione.» «Eravamo ancora ragazzi e fu quando Agatone s'ebbe il premio
per la sua prima tragedia, precisamente il giorno dopo i sacrifici che lui e
quelli del coro vollero fare per festeggiare la vittoria.» «Allora ne è passato
del tempo! Ma a te chi te n'ha parlato. Proprio Socrate?» «Magari. Fu, invece,
la stessa persona che ne parlò a Fenice, un certo Aristodemo, del distretto di
Cidateneo, uno mingherlino, sempre scalzo. Era presente alla riunione perché
era un patito di Socrate, più di tutti, a quel tempo. Ad ogni modo, di quanto
mi riferì costui volli chiederne anche a Socrate che mi confermò quanto l'altro
m'aveva raccontato.» «E, allora, perché non me lo racconti anche a me? Questa
strada che porta in città è proprio fatta apposta per conversare.» Strada
facendo, così, ci mettemmo a parlare di questo ed ecco perché, come vi ho detto
in principio, sono al corrente della cosa. Se devo, quindi, raccontarla anche a
voi, eccomi pronto, anche perché, quando si tratta di filosofia, sia che ne parli
io o che ne senta parlare, provo sempre un immenso piacere, a prescindere dal
vantaggio che penso di ricavarne. Quando, invece, sento certi discorsi, i
vostri specialmente, discorsi di gente ricca, di persone d'affari, che barba,
ma anche che pena, amici miei, che vi credete di far chissà cosa e poi non fate
il resto di nulla. Può essere che voi, da parte vostra, mi crediate un povero
diavolo e supponiate che, in effetti, io lo sia, ma di voi, io non lo suppongo
soltanto, ne sono convinto. AMICO Sei sempre lo stesso tu, Apollodoro, sempre
che dici male di tutti e di te stesso; io credo che per te, tranne Socrate,
tutti gli altri siano soltanto dei disgraziati, tutti quanti, a cominciare da
te. Perché poi ti chiamino «il Tranquillo», questo proprio non riesco a
capirlo, con tutti i tuoi discorsi sempre così aspri verso gli altri e te
stesso, tranne, appunto, che per Socrate. APOLLODORO Ah, sì? Io, dunque,
bellezza, dato che penso così di voi e di me, sarei un pazzo e un esagitato?
AMICO Ma ora lasciamo perdere questo, Apollodoro, piantiamola di litigare, e,
come t'abbiamo pregato, raccontaci quali furono questi discorsi. APOLLODORO E
va bene, presso a poco furono questi... ma, aspettate, sarà meglio che
incominci dal principio, come me li ha riferiti Aristodemo. Egli mi riferì di
aver incontrato Socrate tutto bello lisciato, con un paio di sandali ai piedi
(cosa stranissima) e di avergli chiesto dove stesse andando tutto così bello. E
Socrate: «A pranzo da Agatone; ieri, infatti, alla premiazione per la sua vittoria,
riuscii a svignarmela perché tutta quella folla mi dava fastidio, ma gli
promisi che, oggi, sarei andato da lui. Ecco perché mi son fatto bello: lui è
un bello e, sai com'è. Ma perché non vieni anche tu, che fa, anche se non sei
stato invitato?» Ed io, così mi riferì Aristodemo: «Va bene, come vuoi.» «E
allora andiamo,» fece, «e cambieremo il proverbio dicendo che ‹a, pranzo, dal
buon Agatone, van senza invito le brave persone›. Del resto, Omero, non solo
l'ha modificato, questo proverbio, ma l'ha addirittura capovolto: infatti,
mentre ci ha sempre descritto Agamennone come un guerriero in gamba e Menelao,
invece, come uno smidollato, ecco che ti fa presentare quest'ultimo, senza
essere invitato, a pranzo da Agamennone, che aveva allora allora fatto un sacrificio
e si stava mettendo a tavola, lui, un mediocre, alla mensa di un valoroso.» E
Aristodemo: «Ma Socrate, corro anch'io, allora, questo rischio, non come dici
tu ma nel senso che scrive Omero, di andare, cioè, io, uomo da nulla, senza
essere invitato, a pranzo da un sapiente. Vedi tu, che mi ci porti, come devi
metterla per giustificarti, perché io non dirò che son venuto da me, ma che sei
stato tu ad invitarmi.» «Ma sì, andiamo, ci penseremo per la strada a quello
che dobbiamo dire.» Si dicevano questo, mi raccontava Aristodemo, quando si
posero in cammino. Ma, lungo la strada, Socrate si fece pensieroso, meditando
chissà su che cosa, e restandosene indietro e quando lui si fermava per
aspettarlo, gli diceva di andare pure avanti. Quando Aristodemo giunse alla
casa di Agatone, trovò la porta aperta e qui, mi disse, gli capitò un fatto
curioso: un servo gli corse subito incontro e lo condusse dove i convitati
erano già tutti seduti, in procinto di mettersi a pranzo. Appena Agatone lo
vide: «Oh, Aristodemo,» fece, «arrivi proprio al momento giusto, per mangiare
un boccone con noi; se è per qualche altro motivo che sei venuto, lascialo per
dopo. Ieri ti ho cercato, proprio per invitarti, ma non sono riuscito a
trovarti. E Socrate? Come mai non è con te?» «Io mi volto indietro,» continuò a
raccontarmi, «e, infatti, non lo vedo più. Dissi, allora, che ero con lui e
che, appunto da lui ero stato invitato a quel pranzo.» «Hai fatto benissimo, ma
dov'è che s'è cacciato?» «Un attimo fa era dietro di me; sarei proprio curioso
di sapere anch'io dove può essere andato.» «Suvvia, ragazzo, non ti sbrighi?»
fece Agatone, «va a vedere dov'è Socrate e tu, Aristodemo, siediti là, vicino a
Eressimaco. Continuò a raccontare così, che mentre un servo gli dava da lavarsi
per mettersi a tavola, un altro venne a dire che quel bel tipo di Socrate se ne
era andato nell'atrio della casa vicina e se ne stava lì tutto immobile: «L'ho
chiamato,» riferì, «ma lui non vuol venire.» «Ma che sciocchezze stai dicendo?»
gridò Agatone. «Torna a chiamarlo, insisti.» «Allora, intervenni io,» mi
raccontò sempre Aristodemo, «pregandolo di lasciarlo tranquillo perché era una
sua abitudine quella di isolarsi tutt'a un tratto, e di restarsene immobile
dovunque si fosse trovato: ‹Vedrete che verrà, ne sono certo, ma ora non lo
disturbate, lasciatelo tranquillo›.» «Ah, va bene, va bene, se lo dici tu,»
commentò Agatone. «Però voi, ragazzi, ora portateci da mangiare. Voi mi mettete
in tavola sempre quello che vi passa pel capo, se non vi si sta addosso, ed io
non me ne son mai presa troppo la briga; ma oggi, fate conto come se foste
stati voi ad invitare queste persone e me e quindi, trattateci bene e fatevi
onore.» Così mi raccontò che si misero tutti a mangiare e che Socrate, intanto,
non si faceva vivo. Spesso Agatone insisteva. perché lo mandassero a chiamare,
ma lui lo sconsigliava. Finalmente Socrate fece la sua comparsa e non s'era
mica fatto aspettare poi tanto tempo, come di solito faceva: cioè quando il
pranzo era circa a metà. E Agatone che stava seduto in fondo: «Qua, qua,»
esclamò, «Socrate vieniti a sedere vicino a me, così, gomito a gomito, con un
sapiente, io potrò godere della grande scoperta che hai fatto davanti ai
portoni; è chiaro che qualcosa l'hai dovuta pur sempre scoprire, altrimenti
mica ti saresti mosso, tu.» E Socrate, sedendosi: «Sarebbe una bella cosa,
Agatone, se la sapienza potesse scorrere da chi ne ha di più a chi ne ha di
meno, soltanto che ci si mettesse uno vicino all'altro, come l'acqua che
attraverso un filtro passa dal bicchiere pieno a quello vuoto. Se anche per la
sapienza è così io sarò onoratissimo di starmene al tuo fianco; sono convinto
che sarò colmato da parte tua di tanta e bella sapienza, perché, vedi, la mia,
seppure ne ho, è ben misera, assai discutibile, vaga come un sogno, mentre la
tua, invece, così luminosa, così ricca di possibilità, tanto che, proprio ieri,
nonostante la tua giovane età, s'è rivelata e ha brillato in tutto il suo
fulgore davanti a più di trentamila greci.» «Sei un mascalzone tu, Socrate,»
fece Agatone, «ma fra poco ce la vedremo, io e te, in fatto di sapienza e
giudice sarà Dioniso. Intanto, per ora, pensa a mangiare. E così, continuò a
raccontarmi Aristodemo, Socrate si sedette e quando ebbe finito di mangiare,
insieme agli altri, fece le libagioni, poi cantarono tutti in onore del dio,
compirono gli altri riti dovuti e poi si misero a bere. A un tratto, mi riferì
Aristodemo, Pausania se ne uscì in queste parole: «Ehi, amici, non possiamo
andarci più piano? Francamente devo dirvi che mi sento male dopo la gran bevuta
di ieri e che devo pigliare un po' di respiro; e così, penso anche per molti di
voi: ieri c'eravate un po' tutti. Guardate, dunque, com'è che ci possiam
moderare un po'.» E Aristofane: «Pausania ha ragione. Non scherziamoci troppo
col vino; io mi sento ancora come una spugna zuppa, per ieri.» E allora
intervenne Eressimaco, il figlio di Acumeno: «Ottima idea. Su, coraggio, voglio
sentirne qualche altro; e a te, Agatone, come va col vino?» «Macché, anch'io
niente bene.» «Benissimo,» s'infervorò Eressimaco; «è proprio una fortuna per
me, per Aristodemo, per Fedro e per tutti quanti gli altri se voi, che in fatto
di bere ce la mettete tutta, oggi non vi sentiate in forma: di fronte a voi,
infatti, siamo dei pivellini. Per Socrate è un altro discorso: lui se la cava
benissimo sempre; sia che oggi si beva o meno, lui è sempre a posto. Ma, dato
che, mi pare, qui, oggi, nessuno ha troppa voglia di bere, io credo che se vi
parlassi dell'ubriachezza e del male che fa, la cosa non vi sarebbe sgradita;
come medico, è chiaro, devo dirvi che ubriacarsi fa male e che io non vorrei
mai bere più di un tanto e darei lo stesso consiglio agli altri, specie quando
il giorno prima s'è alzato un po' troppo il gomito.» «Sicuro,» intervenne
Fedro, quello di Mirrinunte; «sai che ti ascolto sempre, specie quando parli da
medico; e farebbero bene ad ascoltarti anche questi altri, se hanno un po' di
giudizio.» E così si trovarono tutti d'accordo di evitare una sbornia, per
quella volta e bere ciascuno per quel che gli andava. E poiché, ora,»
riprese Eressimaco, «siamo d'accordo che ognuno potrà bere solo quello che
vuole senza che nessuno stia lì ad obbligarlo, io propongo di mandare a spasso
la suonatrice di flauto, che è entrata ora (che se ne vada a suonare per conto
suo o, dentro, dalle donne) e noi, invece, di restare un po' qui, oggi, a
chiacchierare insieme; potrei anche dirvi di cosa, se volete.» Tutti, allora,
almeno così riferì Aristodemo, approvarono e lo esortarono a proporre
l'argomento. E così, Eressimaco, incominciò: «Inizio come la Melanippe di
Euripide, non sono mie le parole che sto per dirvi, infatti sono di Fedro. È
Fedro che ogni volta, tutto sdegnato, mi dice: ‹Non è una indecenza,
Eressimaco, che i poeti si mettano a comporre inni e canti a tutti gli dei e
che per Amore, invece, per un dio di quella specie, per un dio così grande, non
ce ne sia uno, tra tanti, che abbia scritto un solo verso di lode? Se pigliamo
i sofisti di fama, quello stesso grand'uomo di Prodico, per esempio, ti scrivono
in prosa di Ercole o di altri; e questo sarebbe niente se non mi fosse capitato
tra le mani il libro di un gran cervellone nel quale, costui, non faceva niente
po' po' di meno che l'elogio sperticato del sale e della sua utilità: di questi
elogi ne puoi trovare dovunque, in abbondanza. E pensare che si spreca tanta
fatica per simili argomenti e, poi, per Amore non s'è ancora trovato nessuno,
almeno fino ad oggi, che s'è sentito di celebrarlo degnamente: ecco come si
tratta un dio simile.› Secondo me Fedro ha proprio ragione. Quindi, è mio
desiderio fargli questo regalo e mostrarmi compiacente e, nello stesso tempo,
profittando dell'occasione, niente di meglio, a mio avviso, per tutti noi, di
rendere onore a questo dio. Se siete d'accordo anche voi potremmo passare il
tempo così: ognuno di noi, cioè, io penso, per esempio partendo da destra,
dovrebbe fare un discorso in lode di Amore, si capisce meglio che può; e che
cominci proprio Fedro che è il primo della fila e che, d'altro canto, è stato
lui proprio a darci l'idea per un simile argomento.» «Nessuno sarà contrario,
Eressimaco,» intervenne Socrate, «a cominciare da me che affermo di essere un
esperto soltanto in cose d'amore, né Agatone, né Pausania, figuriamoci poi
Aristofane che tra Bacco e Venere, ci passa la vita, e nemmeno questi altri a
quanto vedo. C'è un fatto però, che noi che siamo seduti quaggiù, per ultimi,
veniamo a trovarci in svantaggio; comunque, se i primi diranno quel che devono
dire e lo diranno bene, a noi basterà. E, allora, buona fortuna, Fedro,
comincia a fare le lodi di Amore.» Al che tutti quanti approvarono e fecero eco
alle parole di Socrate. Ora, quello che ciascuno disse, Aristodemo non lo
ricordava bene e, dal canto mio, io stesso, ora, non ricordo più, tutto quello
che lui mi riferì, tranne le cose più importanti e, perciò, vi potrò ripetere
solo quei discorsi che mi parvero più degni di ricordo. E, così, il primo
a parlare, mi raccontò, fu Fedro che incominciò presso a poco col dire che
Amore è un dio possente, meraviglioso, tanto fra gli uomini che fra gli dei per
molte e tante ragioni ma, soprattutto, per quel che riguarda la sua nascita:
«Egli ha il vanto,» continuò Fedro, «di essere, fra tutti, il dio più antico e,
prova di questo è il fatto che non ha genitori e mai nessuno ne ha parlato,
prosatore o poeta che fosse. Esiodo ci dice che ci fu dapprima il Caos: la
Terra dall'ampio petto, sicura sede e poi per tutti sempre e, poi, Amore
Insomma, secondo questo poeta, dopo il Caos ci furono queste due divinità:
Terra e Amore. E Parmenide così narra la genesi: Primo di tutti gli dei creò
Amore Con Esiodo concorda Acusilao. Quindi, da più fonti, si conviene che Amore
è antichissimo. E, così com'è il più antico, è fonte, per noi, di grandissimi
beni. Io, infatti, non so se vi sia un bene maggiore che avere, fin da giovani
una persona virtuosa da amare o anche viceversa, che ci ami. E, in effetti,
niente come Amore può dare all'uomo quei principi che valgono per vivere
rettamente tutta la vita, non la nascita, non gli onori, non la ricchezza,
niente di questo. Ma a quali principi voglio alludere?, mi chiedo: alla
vergogna per le brutte azioni e al desiderio di buone, senza dei quali né stati
né individui possono mai realizzare qualcosa di grande e di bello. E, inoltre,
io dico che un uomo innamorato, sorpreso a commettere una brutta azione o a
subirla, se la sua viltà non gli consente di difendersi, non proverà mai tanto
dolore se lo vede il padre o l'amico o chiunque altro, quanto se lo vedesse la
persona amata, E lo stesso è per quest'ultima, che se fa qualcosa di male si
vergogna soprattutto se è vista da chi la ama. Oh, se ci potesse essere una
città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi sarebbe modo migliore
di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e rivaleggiare tra loro nelle
belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco dell'altro, anche se in
pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero. Perché l'uomo innamorato
sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli
occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata, piuttosto preferirebbe
centomila volte morire; e, d'altronde, abbandonare la persona cara, non
prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c'è nessun uomo tanto vile cui
Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se fosse posseduto
da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura. Insomma, lo stesso
soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in taluni eroi, Amore,
come un suo dono, suscita in quelli che amano.E poi, solo quelli che amano sono
pronti a morire per gli altri e non solo gli uomini ma anche le donne. Vedi
Alcesti, per esempio, la figlia di Pelia che per noi greci è la più bella prova
di ciò che dico, la quale fu la sola a voler morire al posto del suo sposo che
aveva pure un padre e una madre; costei fu tanto più sublime, nel suo cuore di
donna, acceso, appunto dall'amore, da far apparire i parenti di lui quasi degli
estranei al loro stesso figliolo, legati a lui soltanto dal nome. E questo
gesto fu giudicato così bello non solo dagli uomini ma anche dagli dei, che
questi, pur concedendo solo a pochi, tra i tanti che compiono belle imprese, il
privilegio di vedersi restituita alla luce la loro anima, consentirono a questa
fanciulla il ritorno alla terra, commossi del suo gesto; questo dimostra che
gli dei apprezzano moltissimo lo zelo e la virtù che nascono dall'amore. Orfeo,
invece, il figlio di Eagro, te lo rimandarono fuori dall'inferno senza che
avesse ottenuto nulla, mostrandogli solo la falsa immagine della sua donna, per
la quale egli era sceso nell'Ade e non gliela restituirono, considerandolo un
debole (suonatore di cetra com'era) perché non aveva avuto il coraggio di
morire per amore, come Alcesti, ma, vivo, era riuscito a penetrare nell'Ade e
con l'astuzia. Ecco perché gli inflissero questa punizione e lo fecero morire
per mano di donne. Non così Achille che onorarono invece e mandarono alle isole
dei beati perché per quanto egli fosse già stato avvertito dalla madre che se
avesse ucciso Ettore sarebbe morto mentre se l'avesse risparmiato sarebbe
ritornato in patria e lì avrebbe finito vecchio i suoi giorni, preferì scendere
in campo per Patroclo, per l'amico che amava e vendicarlo e morire per lui, non
solo, ma per lui morto; per questo gli dei profondamente ammirati gli resero
onori grandissimi, come quello che aveva tenuto così alto nel suo cuore l'amico
amato. Eschilo dice un'inesattezza quando afferma che era Achille l'amante di
Patroclo, lui che non solo era più bello di Patroclo ma di tutti gli altri eroi,
imberbe ancora e quindi molto più giovane di lui come dice Omero. La verità,
però, è che gli dei pur onorando assai questo sentimento d'amore, volgono più
la loro ammirazione, le loro lodi a colui che ricambia l'amore di chi lo ama,
piuttosto che a quest'ultimo. Colui che ama è cosa più divina di chi si lascia
amare, perché un dio lo possiede; per questo gli dei onorarono maggiormente
Achille che non Alcesti e gli dischiusero le isole dei beati. Per concludere io
affermo che Amore è il più antico degli dei, il più degno di onori, quello che
più può infondere agli uomini virtù e felicità, sia mentre vivono che dopo la
loro morte.» Questo, presso a poco, a quanto mi riferì Aristodemo, fu il
discorso di Fedro. Dopo di lui parlarono altri, però non ricordava molto. E
così passò a riferirmi il discorso di Pausania che prese a dire: «Non mi pare
che tu abbia ben impostato il tuo discorso, Fedro, così come hai troppo
semplicisticamente fatto le lodi di Amore. Se, infatti, Amore fosse uno solo,
la cosa sarebbe potuta anche passare; ma il fatto è che non è uno soltanto e
quindi è più giusto precisare prima qual è che bisogna lodare. Ed è a questo
errore che io cercherò di rimediare, in primo luogo dicendo quale Amore
convenga lodare e poi facendone in modo degno l'elogio. Tutti riconoscono che
non si può concepire Venere senza Amore. Se di Venere ce ne fosse una sola, lo
stesso dovrebbe dirsi di Amore, ma poiché due sono le Veneri, due saranno anche
gli Amori. Non sono forse due le dee? Una, la più antica, che non ebbe madre,
la figlia del Cielo, che appunto chiamiamo Celeste, l'altra, più giovane,
figlia di Giove e di Dione, che chiamiamo Pandemia. Ne consegue che l'Amore che
convive con quest'ultima, giustamente vien chiamato Pandemio, l'altro, Celeste.
Gli dei, in verità, bisogna onorarli tutti, ma ora, di questi due, occorre pur
dire quali sono gli attributi. Intanto, ogni azione ha questo di
caratteristico: che per se stessa non è mai bella o brutta. Per esempio: quello
che noi ora stiamo facendo, cioè bere, cantare, discutere, in se stesso, non è
che sia bello, ma lo diventa dal modo con cui questa azione viene compiuta:
onestamente e rettamente, è bella, altrimenti, la stessa azione è cattiva. Lo
stesso è quando si ama: non ogni Amore è bello o degno di lode, ma solo quello
che spinge a nobilmente amare.«Orbene, l'Amore che convive con la Venere
Pandemia, è ovvio che sarà anch'egli Pandemio, cioè volgare e si comporta un
po' alla carlona; questo tipo d'Amore vien prediletto dai mediocri che non fan
differenza a giacersi con donne o giovincelli di cui amano, oltretutto, più il
corpo che l'animo, anzi preferiscono gli esseri sciocchi, tutti presi come sono
dall'atto carnale, senza un briciolo di buon gusto, e accade così che finiscono
per comportarsi come capita, bene o male che sia. Questo perché un simile Amore
deriva dalla Venere più giovane che, nascendo, s'ebbe i caratteri della femmina
e, insieme, quelli del maschio. L'altro Amore, invece, deriva dalla Venere
Celeste che anzitutto non partecipa della natura femminile ma solo di quella
maschile (e questo è l'amore per i giovinetti) e, in secondo luogo è più antica
e immune da ogni forma di libidine. Così, quelli che sono infiammati da questo
Amore, volgono le loro predilezioni al sesso maschile presi come sono da ciò
che, per natura, è più vigoroso e dotato di più aperto intelletto. E in questa
passione per i giovani è facile riconoscere quelli che sono nobilmente
infiammati da questo Amore; costoro, infatti, non si legano ai giovani se non
quando questi hanno già una loro maturità intellettuale e vedono spuntare la
prima barba. Io penso, infatti, che chi per amarli attende che essi giungano a
questa età, lo fa per poter convivere poi tutta la vita con loro in una dolce
intimità e non per ingannarli, per approfittare della loro ingenuità e
sbeffarli, piantandoli poi in asso per correre dietro a un altro. Anzi ci
vorrebbe proprio una legge che vietasse di aver relazioni amorose con i
minorenni, per evitare che si sciupi tempo e fatica per un esito incerto; con i
ragazzi, infatti, non si sa mai come vada a finire, se faranno una buona
riuscita o meno, sia per quel che riguarda le doti fisiche che per quelle
morali. I galantuomini se la pongono da sé questa legge, ma per i dongiovanni
da quattro soldi, sarebbe proprio necessario far qualcosa in proposito, così
come abbiamo impedito, meglio che s'è potuto, che avessero rapporti intimi con
donne di condizione libera. Sono questi che han fatto degenerare la cosa a tal
punto che ora c'è gente che afferma che è brutto corrispondere chi ci ama; e lo
dice proprio perché ha davanti agli occhi l'esempio di questi tipi, privi
affatto di buon gusto e di un minimo di pudore, giacché nessuna cosa, se è
fatta nei dovuti limiti e secondo onestà, può giustamente tirarsi dietro un
qualche biasimo. Negli altri Stati, intanto, le leggi sull'amore non sonio di
difficile interpretazione, regolate da principi assai semplici, così come
concettosi e ingarbugliati sono da noi. Nell'Elide, per esempio o a Sparta o
anche in Beozia, dove la gente non è abituata a far bei discorsi, viene, molto
semplicemente, riconosciuto che è bello corrispondere chi ama e nessuno,
giovane o vecchio che sia, si sognerebbe di dire che è cosa brutta; questo, a
mio avviso, perché non vogliono pigliarsi troppo la briga di persuadere i
giovani, inesperti come sono nell'arte del dire. Nella Ionia, invece, e in
molte altre parti dove predominano popolazioni non greche, la cosa è ritenuta
vergognosa; presso i popoli stranieri, del resto, proprio per i loro regimi
tirannici, anche l'amore che uno può portare alla sapienza o alla ginnastica, è
cosa disonesta. Infatti, io penso che ai governanti non convenga che sorgano
tra i sudditi nobili e forti proponimenti o salde amicizie o identità di
vedute, tutte cose, queste, che è proprio l'amore, di solito, a
far nascere. E questo l'hanno imparato anche qui da noi i nostri tiranni,
come l'amore di Aristogitone e l'intrepida amicizia di Armodio, abbiano
distrutto il loro potere. Pertanto, là dove si ritiene che è cosa disonesta
corrispondere chi ama, ciò è dipeso dalla mediocrità dei legislatori,
dall'arroganza dei governanti e dalla viltà dei sudditi; laddove, invece, la
cosa è ritenuta senz'altro bella, in linea assoluta, è stato per la pigrizia di
chi ha fatto la legge. Quindi, da noi, vige una consuetudine più bella che
altrove ma, come dicevo prima, non è facile, però, interpretarla. «Si
pensi, infatti, che da noi si reputa più bello amare alla luce del sole che di
nascosto, amare, poi, soprattutto, chi è virtuoso e nobile anche se è più brutto
degli altri e che si dà un incoraggiamento straordinario a chi ama, non
ritenendo affatto che la sua sia un'azione vergognosa, anzi è motivo di
orgoglio riuscire nel proprio intento ed è quasi un disonore, invece, fallire
nella conquista e che la legge accorda all'amante, per le sue imprese amorose,
la libertà di fare cose addirittura straordinarie e di riceverne lode, cosa che
se uno facesse con altre intenzioni e per altri fini, si tirerebbe addosso il
biasimo di tutti. Se uno, infatti, volendo farsi dare del denaro da qualcuno o
desiderando ottenere un pubblico impiego o qualche carica, si mettesse a fare
quel che gli amanti fanno per i loro fanciulli, suppliche, scongiuri, per
ottenere quello che bramano, i giuramenti che fanno, tutte le notti che passano
fuori davanti all'uscio del loro amore, tutti i servizi a cui si piegano,
quelli più infimi, cui nessuno schiavo s'adatterebbe, costui si vedrebbe
ostacolato in questo suo modo di fare, non solo dagli amici ma anche dai suoi
avversari che gli rimprovererebbero queste smancerie e questo servilismo,
richiamandolo al dovere e vergognandosi per lui; se tutto questo uno, invece,
lo fa per amore, acquista addirittura pregio e la nostra legge glielo consente,
senza che su di lui ricada biasimo alcuno, come se, in effetti, compisse una
cosa bellissima. Ma quello che è ancora più straordinario è che, a quanto
dicono i più, solo a chi ama è concesso, quando giura e poi non mantiene il
giuramento, di ottenere il perdono degli dei perché, a quanto si dice, in amore
non c'è giuramento che valga. È per questo che sia gli dei che gli uomini hanno
concesso, a chi ama, un'assoluta libertà, come ci provano le nostre leggi.
Tutto questo autorizzerebbe a credere che in questa nostra patria, amare e
corrispondere chi ama è ritenuta cosa bellissima. Eppure quando i genitori ti
mettono alle calcagna dei loro figlioli un pedagogo, col preciso incarico di
tenerli lontani dai loro corteggiatori, quando i compagni e i coetanei fanno
quasi succedere uno scandalo se si accorgono di qualcosa del genere, mentre i
più anziani lasciano che dicano e non intervengono a queste esagerate reazioni,
a guardar bene tutto questo sembrerebbe proprio che qui da noi l'amore sia
considerato cosa del tutto disonesta. Il fatto è, a mio avviso, che la cosa sta
invece così: non c'è nulla di assoluto, come accennai prima, e niente è bello o
brutto per se stesso, ma diventa l'uno o l'altro a seconda che sia fatto bene o
male. Così, l'amore diventa cosa spregevole se, senza alcun buon gusto, uno si
concede a un essere spregevole, è cosa bella, invece, quando lo si fa
onestamente con persona onesta. Ed amante del tutto indegno, volgare, è colui
che ama più il corpo che l'animo, perché costui, infatti, non è costante, preso
com'è da cosa che non dura. Quando, infatti, sfiorisce la bellezza del corpo,
di quel fiore che amava, egli ‹fugge lontano, scompare› e addio promesse e
belle parole. Chi, invece, ama qualcuno per la bellezza del suo animo, gli
resta fedele per tutta la vita, perché s'è congiunto a cosa che dura. Perciò le
nostre leggi si prefiggono di ben individuare tutti costoro per accordare, agli
uni, ogni favore e mettere al bando gli altri e per questo si esortano gli
amanti a insistere nelle loro profferte e gli amati a schermirsi, cercando
così, per questa specie di gara, di stabilire a quale delle due categorie
appartengano gli uni e gli altri. Per questo motivo è ritenuta gran brutta
cosa, prima di tutto, lasciarsi sedurre, così, in quattro e quattr'otto, senza
dar tempo al tempo, che, in fondo, si sa, per tante cose è un gran maestro; in
secondo luogo, lasciarsi incantare dal denaro o dalle prospettive di cariche
politiche, sia che il giovane per qualche violenza subita si intimorisca e si
metta in condizione di non reagire, sia che, prospettandogli la possibilità di
far denaro o di avere successo in politica, egli non vi rinunci sdegnosamente:
infatti, nessuna di queste cose è sicura e durevole, oltre al fatto, poi, che
da esse non potrà mai nascere una lunga amicizia. Quindi, secondo la nostra legge,
non c'è che una strada perché l'amato possa onestamente corrispondere e
compiacere l'amante, ed è questa: come non è affatto vergognoso e umiliante,
per chi ama, sottoporsi per il suo amore, a ogni sorta di schiavitù, così c'è
una sola servitù volontaria, non indecorosa o infamante: quella che ha per
oggetto la virtù. «Ed è norma ancora, da noi, che se uno si mette al servizio
di un altro ritenendo che ciò possa contribuire a renderlo migliore nel campo
del sapere o in qualche altra virtù, questa sottomissione volontaria non è
vergognosa, né servile. Occorre, pertanto, che queste due norme, quella
sull'amore dei giovinetti e quella sul desiderio di acquistar sapienza o
qualsiasi altra virtù, si fondano insieme se si vuole che sia veramente una
cosa bella che il giovane conceda le sue grazie a un amante. Infatti quando
l'amante e la persona amata s'incontrano, ciascuno, ligio a una sua precisa
condotta, cioè l'uno disposto a servire il giovane che gli ha concesso i suoi
favori e a servirlo onestamente, l'altro, con la stessa onestà, a seguire la
volontà di chi lo rende sapiente e migliore e quando il primo sia veramente
capace di dare senno e virtù e l'altro veramente desideroso di educarsi e
d'acquistar, in ogni modo, sapienza, quando questo avviene, quando queste due
direttrici convergono a un unico fine, oh, allora, si è cosa bella che la
persona amata conceda i suoi favori a chi l'ama, altrimenti niente da fare. In
questo caso essere ingannati non è nemmeno mortificante; in tutti gli altri
casi, ingannati che si sia o meno, c'è da arrossir di vergogna. Se un giovane,
infatti, in un miraggio di ricchezza, si è lasciato sedurre per denaro e poi
resta ingannato perché s'accorge che il suo seduttore è povero, questo giovane,
compie un'azione molto spregevole, perché s'è rivelato quel che egli era: un
uomo capace di darsi a chiunque per sete di denaro e questo non è bello. E per
un ragionamento analogo, se lo stesso giovane, invece, si fosse concesso a
persona virtuosa, riconoscendo che sarebbe divenuto migliore proprio in virtù
di quella corrispondenza e poi fosse stato ingannato perché il suo amante s'è
rivelato persona del tutto mediocre, priva di qualsiasi virtù, ebbene questa
delusione è motivo di compatimento; infatti, egli ha dimostrato di esser pronto
a dar tutto se stesso a chiunque, ma per la virtù e pur di diventar migliore, e
questo, certo, è tra tutte, cosa bellissima. In conclusione, il concedersi per
ottenere, in cambio, virtù, è bello. Questo è l'Amore della dea celeste,
celeste egli stesso, degno in tutto di venerazione da parte dello stato come
dei singoli individui, che spinge gli amanti e le persone amate, ciascuno per
quel che gli compete, a preoccuparsi soltanto d'essere virtuosi. Quanto agli
altri amori, provengono tutti dalla Venere Pandemia, volgare. Questo è quanto
ho improvvisato, Fedro, così su due piedi, a proposito di Amore.» Dopo la pausa
di Pausania (guarda un po' che giochetti di parole ti sto a fare, che
m'insegnano i dotti), a quanto ebbe a riferirmi Aristodemo, toccava ad Aristofane,
senonché, vuoi per la pienezza di stomaco, vuoi per qualche altra causa, costui
aveva il singhiozzo e, quindi, era nell'impossibilità di parlare. Si rivolse,
allora a Eressimaco, il medico, che gli era seduto accanto: «Cerca di liberarmi
da questo singhiozzo, Eressimaco,» gli disse, «o, almeno, prendi tu la parola,
finoa quando non si sarà calmato.» «Cercherò di venirti incontro in un modo e
nell'altro; parlerò io al tuo posto e poi interverrai tu quando ti sarà
passato; intanto cerca di trattenere il respiro per qualche minuto e vedrai che
il singhiozzo se ne andrà, oppure bevi un sorso d'acqua, fai dei gargarismi e,
se persiste, prendi qualcosa che ti solletichi il naso e cerca di starnutire e
vedrai che, con un paio di starnuti, per quanto ostinato, ti passerà.»
«Sì, ma tu sbrigati a parlare,» insistette Aristofane, «intanto io cercherò di
fare come tu dici.» E così Eressimaco incominciò: «A mio avviso, mi par
necessario che cerchi di concludere il discorso che Pausania ha iniziato così
bene ma che poi non ha portato a termine. Che Amore sia duplice, ci sembra
distinzione esatta; ma che esso non alberga solo negli uomini attratti dalle
belle creature, ma in tutti gli altri esseri, a loro volta presi per altre
forme, negli animali, per esempio, nelle piante e comunque in tutte le creature
viventi, io credo di averlo dedotto dalla medicina, la nostra arte e, altresì,
come Amore sia grande e meraviglioso iddio, presente ovunque in ogni cosa umana
e divina. Comincerò, quindi, a trattar l'argomento da un punto di vista medico,
anche in omaggio a questa arte. La natura dei corpi è tale che essi hanno in sé
questo duplice Amore; infatti, per il corpo, malattia e salute sono, come tutti
sanno, due condizioni diverse e contrarie e, come tali, perciò, non appetiscono
e non desiderano mai le stesse cose. In poche parole, altro è il desiderio che
prova la parte sana, altro quello che sente la parte malata. E come Pausania
diceva poco fa che è bello concedersi a un amante virtuoso e vergognoso è,
invece, darsi a un dissoluto, lo stesso è anche per i corpi per cui è cosa
bella, anzi doverosa, favorire lo sviluppo delle parti sane di ciascun
organismo (e, in fondo, proprio questo è il compito del medico) ed è male,
invece, farlo per le parti malate per le quali occorre agire con intransigenza,
se si è veramente capaci nell'arte medica. Infatti, la medicina, per dirla in
breve, è la scienza che studia le tendenze affettive dell'organismo nel suo
riempirsi e svuotarsi e chi sa distinguere in queste tendenze, le buone dalle
cattive, costui è un gran medico; chi, poi, queste tendenze le sappia anche
modificare o suscitarne una al posto dell'altra o stimolarne qualcuna laddove
non ve ne siano e invece dovrebbero esservi o, addirittura, cancellare quelle
che vi sono, costui, allora, sarà proprio un maestro eccellente. Bisogna,
infatti, che le parti di un organismo che sono tra loro incompatibili si
riconcilino e trovino una loro reciproca armonia. E gli elementi più
incompatibili sono quelli contrari, freddo e caldo, amaro e dolce, secco e
umido e così via; e poiché ad aver saputo conciliare ed armonizzare tutti
questi contrari è stato nostro padre Asclepio, egli, come dicono questi poeti e
come anch'io sono convinto, è il fondatore di questa nostra scienza. Tutta la
medicina, dunque, come vi sto dicendo, è governata da questo dio, come del
resto la ginnastica e l'agricoltura. Quanto alla musica, poi, basta un minimo
di riflessione perché tutti comprendano che essa si comporta alla stessa
stregua delle altre arti, come anche Eraclito, del resto, forse vuol dire,
sebbene non si esprima in termini molto chiari: ‹L'unità in sé discorde,› dice,
‹con se stessa s'accorda, come l'armonia dell'arco e della lira.› Ora, è
assurdo pensare che l'armonia sia mancanza di accordi o che nasca da elementi
ancora discordanti tra loro. Egli, forse, voleva dire che essa nasce da
elementi prima discordanti, l'acuto e il grave, per esempio, che si son poi
accordati per virtù della musica; infatti, non è certo possibile che l'armonia
risulti da suoni tuttora discordi tra loro quali l'acuto e il grave. In verità,
l'armonia è consonanza e la consonanza è accordo; non è possibile, ora, che vi
sia accordo da cose discordi finché restino tali, come impossibile è che vi sia
armonia quando gli elementi discordanti non abbiano trovato il loro accordo;
così come anche il ritmo, del resto, che risulta dal veloce e dal lento prima
discordi tra loro ma poi armonizzati insieme. E l'accordo fra tutti gli
elementi, come per quelli di prima era dato dalla medicina, così per questi è
dato dalla musica che produce, quindi, tra loro, reciproca armonia e
corrispondenza. La musica, quindi, per quanto riguarda il ritmo e l'armonia, è
scienza d'amore. Non è difficile, poi, individuare nella stessa costituzione
del ritmo e dell'armonia questa sua peculiarità, in quanto in essa non vi sono
le due specie d'amore. Quando però si compongono ritmi e armonie per la gente
(ed è questa, propriamente, ciò che si chiama composizione musicale) o si
eseguono fedelmente melodie e partiture altrui (e questo è virtuosismo), allora
sì che viene il difficile e occorre un bravo artista. E qui si torna al
discorso di prima, cioè che bisogna compiacere alle persone per bene o a quelle
che ancora non lo sono ma vogliono diventarlo e conservarsi il loro amore che è
poi quello bello, quello celeste, l'amore di Afrodite Urania; quello di
Polimnia, invece, è l'amore pandemio, volgare, cui bisogna concedersi con
prudenza e che dobbiamo, a nostra volta, con prudenza concedere per goderne
senza tuttavia farne abuso. Del resto, anche nella nostra scienza è molto
importante sapersi ben destreggiare con i desideri per la buona cucina in modo
da saperla gustare senza poi ammalarsi. E così nella musica, nella medicina e
in tutto il resto, sia nelle cose umane come in quelle divine, occorre tener
presenti, per quanto possibile, l'uno e l'altro amore, dovunque contenuti
entrambi. «E anche le stagioni dell'anno, nella loro successione, son
colme di questi due amori e quando gli elementi contrari di cui parlavo prima,
il caldo e il freddo, il secco e l'umido, cadono sotto l'influenza dell'amore
benigno che li armonizza e li compone sapientemente, allora le stagioni recano
abbondanza e salute agli uomini, agli animali e alle piante e non portano alcun
danno. Quando, invece, ha il sopravvento l'altro amore, con tutta la sua
violenza, ecco, allora, rovine e distruzione ovunque, ecco la causa di
pestilenze e di molti altri simili morbi per gli animali e le piante; e,
infatti, il gelo, la grandine, la rubigine derivano dalla violenza e dal
disordine con cui si manifestano queste tendenze d'amore. La scienza che,
attraverso il moto degli astri e il succedersi delle stagioni indaga questi
fenomeni, si chiama astronomia. Inoltre, tutti i sacrifici e i riti a cui
presiede l'arte profetica, nel loro insieme (sono essi a mantenere un rapporto
tra gli uomini e le divinità) non hanno altro scopo che di custodire e
salvaguardare l'Amore; ogni scelleratezza, infatti, nasce perché non si
dimostra buona disposizione nei riguardi dell'amor benigno, né, in quel che si
fa, lo si tiene nella dovuta stima e lo si onora. Cose, invece, che si
concedono tutte all'altro amore, sia per quel che riguarda i rapporti con i
propri genitori, vivi o morti che siano, sia quelli con gli dei. A queste cose,
appunto, l'arte profetica è destinata, per cui deve sorvegliare gli amori e
apprestarne i rimedi; e la divinazione è all'origine dell'amicizia tra gli dei
e gli uomini in quanto, delle tendenze umane, conosce quelle che si volgono
alla giustizia e alla pietà. Dunque, tanto grande e vasta, anzi, universale è
la forza d'Amore, ma quello che si volge al bene con saggezza e giustizia sia
nei nostri rapporti umani che in quelli degli dei tra loro, ha forza ancora
maggiore e ci dà la felicità e ci fa vivere nella concordia e nell'amicizia con
tutti e con chi è migliore di noi, cioè con gli dei. Forse anch'io ho
tralasciato molte cose, mio malgrado, in questo elogio d'Amore; se l'ho fatto,
è compito tuo Aristofane rimediarvi; se, invece, vuoi onorare il dio in altro
modo, fallo pure, dato che il singhiozzo t'è passato.» E così, mi riferì
Aristodemo, cominciò a parlare Aristofane che disse: «Veramente è passato ma
solo con lo starnuto, tanto che io mi meraviglio come il corpo umano, così ben
fatto, abbia proprio bisogno di tanto rumore e solleticamenti, come lo
starnuto. Sta di fatto, però, che il singhiozzo è cessato appena ho
starnutito.» «Ma, mio caro Aristofane,» ribatté Eressimaco, «sta un po' attento
a quel che fai; ti metti a far dello spirito proprio ora che devi parlare e
così mi costringi a stare sul chi va là per ogni tua parola, nel caso ti
saltasse in mente di dirle grosse, e sì che potresti parlar tranquillamente.»
«Hai ragione, Eressimaco,» ammise Aristofane, ridendo, «fingi come se non
avessi detto nulla. Ma non stare sul chi va là mentre parlo perché io ho
proprio paura, non tanto perché, forse, con quello che sto per dire, farò
ridere, il che potrebbe essere anche piacevole e coerente con la mia musa, ma
perché mi farò invece deridere.» «Sì, sì, va bene, Aristofane, tu prima lanci
il sasso e poi nascondi la mano; mettici attenzione, invece, e parla come se
dovessi dar conto di quello che dici; da parte mia, intanto, vedrò di lasciarti
tranquillo.» Per dir la verità, Eressimaco,» cominciò Aristofane,
«io avrei in mente di fare un discorso diverso da quello tuo e di Pausania. Io
credo, infatti, che di tutta questa potenza dell'Amore, gli uomini non se ne
siano accorti per niente, altrimenti gli avrebbero innalzato templi grandiosi,
altari, gli farebbero sacrifici magnifici e, invece, nulla di tutto questo
mentre sarebbe la prima cosa da fare. Nessuno come lui, tra tutti quanti gli
dei, è amico degli uomini, viene in loro aiuto, cerca di curarne i mali, la cui
guarigione, forse, sarebbe la più grande felicità del genere umano. Quindi, io
cercherò di svelarvi la sua potenza e voi, a vostra volta, la rivelerete agli
altri. Per prima cosa, dovete rendervi conto cosa sia la natura umana e quali
siano state le sue vicende; per il passato, infatti, essa non era quella che è
oggi. Nel principio, tre erano i sessi dell'uomo, non due, il maschio e la
femmina, come ora: ce n'era un terzo che aveva in sé i caratteri degli altri
due, ma che oggi è scomparso e del quale resta soltanto il nome: l'ermafrodito.
Esso, infatti, era un essere a sé stante che, nell'aspetto esteriore e nel
nome, aveva dell'uno e dell'altro, cioè, del maschio e della femmina; oggi,
ripeto, non resta che il nome che, per di più, ha un significato infamante.
Inoltre, la figura di questo essere umano era arrotondata, dorso e fianchi
formavano come un cerchio; aveva quattro mani e quattro erano pure le gambe;
aveva anche due facce, piantate su un collo anch'esso rotondo, completamente
uguali e attaccate, in senso opposto, a un unico cranio; aveva quattro
orecchie, doppi gli organi genitali e, da tutto questo, possiamo immaginarci il
resto. Camminavano in posizione eretta, come noi, volendo potevano spostarsi in
qualunque direzione e, quando correvano, facevano un po' come i nostri
saltimbanchi che gettano in aria le gambe e capriolettano su se stessi: e
poiché gli arti erano otto, appoggiandosi su di essi, procedevano, a ruota,
velocemente. I sessi erano tre, perché quello maschile aveva avuto origine dal
sole, quello femminile dalla terra e l'altro, con i caratteri d'ambedue, dalla
luna, dato che quest'ultima partecipa del sole e della terra insieme: perciò
avevano quell'aspetto e si spostavano rotolando, perché somigliavano a quei
loro progenitori. Avevano una resistenza e una forza prodigiosa, nonché un'arroganza
senza limiti, tanto che si misero in urto con gli dei e quel che dice Omero di
Efialte e di Oto, che tentarono di scalare il cielo, va riferito a
costoro. «E così Giove e gli altri dei si consigliarono sul da
farsi ma non seppero risolversi: non era il caso di ucciderli, infatti, come i
Giganti, e di estinguerne la specie a colpi di fulmine (il che sarebbe stato
come far sparire onori e sacrifici agli dei da parte degli uomini) e del resto
non era possibile continuare a sopportare oltre la loro tracotanza. A furia di
pensare, Giove, finalmente, ha un'idea: ‹Ho trovato il sistema,› esclamò,
‹perché gli uomini sopravvivano ma, nello stesso tempo, divengano più deboli e
la smettano con la loro prepotenza. Ecco che li taglierò, ciascuno, in due,› continuò,
‹così diventeranno più deboli, e, dato che aumenteranno di numero potranno
esserci anche più utili. Cammineranno su due gambe e, se non si metteranno
tranquilli e faranno ancora i prepotenti, li taglierò ancora e cosi impareranno
a camminare su una gamba sola, come nel gioco degli otri.› Detto fatto, si mise
a tagliare gli uomini in due come si tagliano le sorbe quando si mettono a
seccare, o come si divide un uovo col crine. E via via che tagliava, poi,
raccomandava ad Apollo che a ciascuno gli rivoltasse il viso e la metà del
collo dalla parte del taglio in modo che l'uomo, vedendosi sempre la sua
spaccatura, diventasse più mansueto; Apollo, infine, provvedeva a chiudere le
altre parti. Girava la faccia e, tirando la pelle, tutta verso quel punto che
noi ora chiamiamo ventre, come chi fa per chiudere coi lacci una borsa, faceva
una specie di groppo, che legava proprio in mezzo alla pancia, quello che noi
chiamiamo ombelico. Spianava, poi, le molte rughe e modellava il petto usando
un arnese un po' simile a quello che adoperano i sellai per spianare, sulla
forma, le grinze del cuoio: ne lasciava, però, qualcuna, nei paraggi del ventre
e intorno all'ombelico, in ricordo dell'antico castigo. Fu così che gli uomini
furono divisi in due, ma ecco che ciascuna metà desiderava ricongiungersi
all'altra; si abbracciavano, restavano fortemente avvinti e, nel desiderio di
ricongiungersi nuovamente, si lasciavano morire di fame e di accidia, non
volendo far più nulla, divise com'erano, l'una dall'altra. Quando, poi, una
delle due metà, moriva, quella rimasta in vita, se ne cercava un'altra e le si
avvinghiava, sia che le capitasse una metà di sesso femminile (che oggi noi
chiamiamo propriamente donna) che una di sesso maschile; e così, morivano.
Allora Giove, impietosito, ricorse a un nuovo espediente: spostò il loro sesso
sul davanti; prima, infatti, l'avevano dalla parte esterna e generavano e si
riproducevano non unendosi tra loro, ma alla terra, come le cicale. Dunque,
trasferì questi organi sul davanti e, così facendo, rese possibile la
procreazione attraverso l'unione del maschio nella femmina; lo scopo era quello
di far generare e di perpetuare la specie grazie a un simile accoppiamento tra
maschio e femmina; se, invece, l'unione fosse stata fra maschi, dopo un po'
sarebbe venuta sazietà da questo connubio e così, una volta separatisi,
sarebbero potuti ritornare al lavoro e alle altre cure della vita. Da tempi
remoti, quindi, è innato negli uomini il reciproco amore che li riconduce alle
origini e che di due esseri cerca di farne uno solo risanando, così, l'umana
natura. «Quindi, ciascuno di noi è come la metà di un unico
contrassegno, dal momento che fu tagliato in due, come le sogliole, e va
continuamente in cerca dell'altra metà. Ora, tutti quegli uomini che son
derivati dalla divisione di quel doppio essere, cioè, dall'ermafrodito, come
l'abbiamo appunto chiamato, sentono tutti l'attrazione per le donne e da lì
provengono anche la maggior parte degli adulteri; così pure hanno la stessa
origine le donne che vogliono il maschio e le adultere. Invece, le donne che
son derivate dalla divisione di un essere di sesso femminile, sono frigide nei
riguardi dell'uomo e sentono, piuttosto, attrazione per le altre donne e da qui
sono nate le lesbiche. Quegli uomini, infine, che son nati dalla divisione di
un essere maschile, van dietro ai maschi e, finché son ragazzi, per il fatto
che son parti di maschio, amano gli uomini e godono di giacersi stretti
abbracciati con loro. Questi sono i ragazzi, i giovinetti più in gamba, dotati
di un'indole virile; c'è della gente che dice che costoro sono degli
svergognati, ma sbaglia: non per impudenza, infatti, fanno questo ma perché
sono arditi, valorosi e virili e, come tali, cercano il loro simile. E questa è
la prova migliore: in età matura, soltanto costoro diventano dei veri uomini e
partecipano alla vita politica. Da adulti, poi, sono loro ad amare i fanciulli
e se non fosse perché la consuetudine un po' ve li costringe, se dipendesse
dalla loro natura, certo non penserebbero affatto a sposarsi e ad avere dei
figli, anzi sarebbero contentissimi di vivere così da scapoli. Insomma, da qui
nascono quelli che amano gli uomini o si lasciano da essi amare, preferendo
sempre chi ha la loro stessa natura. E quando uno incontra quella che fu la sua
metà, non solo chi si sente attratto verso i fanciulli, ma anche ogni altro,
sente allora nascere in sé quel sentimento di amicizia, di intimità, di amore
per cui non sa più vivere separato dall'altro, nemmeno un istante, tanto per
dire. E questi che passano insieme la loro vita non ti saprebbero nemmeno più
dire quello che vogliono per loro; e io penso che nessuno crederà che sia
soltanto l'attrazione fisica a tenerli così appassionatamente uniti; è certo
che l'anima loro cerca qualcos'altro, che non sa definire ma che vagamente
intuisce. Se, per esempio, mentre stanno dolcemente insieme, comparisse Efesto,
con gli strumenti del suo potere e chiedesse loro: ‹Cosa vorreste, uomini,
l'uno dall'altro?› e vedendoli incerti chiedesse ancora: ‹Non desiderate,
forse, diventare una cosa sola in modo che non possiate mai separarvi, né di
giorno né di notte? Se è questo che volete, io vi unirò, vi fonderò in una
stessa natura così che da due voi diventiate uno e la vostra vita la viviate
come un essere solo e quando morrete, anche laggiù, nell'Ade, possiate essere
uno solo invece di due, uniti da un'unica morte. Vedete un po', allora, se è
questo che desiderate, se è questo che vi basta ottenere.› Dunque. se udissero
queste parole, siamo convinti che nessuno dei due rifiuterebbe, nessuno
mostrerebbe di voler altro, anzi, ognuno penserebbe di aver finalmente udito le
parole che da tanto tempo sognava di ascoltare, diventare cioè di due una sola
cosa, unirsi, confondersi nella creatura amata. E la ragione di tutto questo è
che tale era la nostra antica natura e che noi eravamo uniti; e lo struggimento
per quella perduta unità, il desiderio di riottenerla, si chiama amore. Ripeto,
noi, prima eravamo un essere solo ma poi, per i nostri falli, da dio siamo
stati divisi, un po' come gli Arcadi lo sono stati dagli Spartani.
E c'è da temere che se non saremo obbedienti verso gli dei, verremo ancora
tagliati e vagheremo un po' simili a quelle figure in bassorilievo, segate in
due lungo la linea del naso, che si vedono sulle steli, ridotti come dadi a
metà. Occorre, perciò, che ogni uomo consigli gli altri ad essere pii verso gli
dei, sia per evitare questo male, sia per ottenere quel bene al quale Amore ci
volge e ci guida. Nessuno sia ostile ad Amore (chi lo è, è inviso agli dei);
perché se gli saremo amici, se ci riconcilieremo con questo dio, noi riusciremo
a trovare e a congiungerci con la nostra anima gemella, cosa che oggi capita a
pochi. E non insinui Eressimaco, canzonandomi per questo che sto dicendo, che io
voglio alludere a Pausania e ad Agatone (molto probabilmente essi sono tra
questi pochi e hanno entrambi natura virile). Ad ogni modo io dico, in
generale, di tutti, uomini e donne, che la razza umana sarà felice nella misura
in cui ciascuno realizzerà il suo amore e troverà la sua creatura amata,
ritornando così all'antica condizione. Se questo è il bene più grande, ne
consegue che, nelle presenti condizioni, la cosa migliore è quella che più gli
si avvicina: incontrare l'amante che meglio ci sappia corrispondere. Se,
dunque, vogliamo levar lodi al dio che ci può dar tutto questo, è ad Amore che
dobbiamo inneggiare il quale, per ora, favorisce il nostro incontro con chi ci
è affine e, un domani, ci darà le più grandi speranze che, se noi ci mostreremo
riverenti verso gli dei, ci restituirà l'antica natura e, risanandoci, ci
renderà felici e beati. Questo, o Eressimaco,» concluse, «il mio discorso su
Amore, diverso dal tuo, a quanto vedi. Come ti ho pregato, non starmelo a
canzonare, dato che dobbiamo ancora sentire quel che diranno gli altri, anzi
gli ultimi due, perché non sono rimasti che Agatone e Socrate.» «E
va bene, t'accontento,» rispose Eressimaco, «anche perché il tuo discorso m'è
proprio piaciuto; anzi, se non sapessi che Socrate e Agatone son ferratissimi
in fatto d'amore, avrei proprio paura, con tutto quel che s'è detto, che
rimanessero a corto d'argomenti. Ma, nonostante questo, invece, mi sento
sicuro.» E Socrate, intervenendo: «Eh, già, Eressimaco, perché tu hai già detto
la tua e bene anche; ma se ti trovassi qui, al mio posto o meglio nella
posizione in cui mi troverò quando Agatone avrà finito anche lui di fare il suo
bel discorso, saprei immaginare la tua paura, e quanta anche, come ce l'ho io
adesso.» «Non m'incanti, Socrate,» fece, di rimando, Agatone, «tu vuoi proprio
confondermi facendomi credere che queste persone son tutte qui ad aspettare
chissà cosa dal mio discorso.» «E io, allora, sono uno smemorato, Agatone,»
replicò Socrate, «se credessi che ora tu hai paura di noi che siam qui in
pochi. Ho visto il tuo coraggio, la tua sicurezza quando sei salito sul podio
con gli altri attori e hai abbracciato con uno sguardo tutto il teatro pieno
zeppo, poco prima di rappresentare la tua opera.» «Ma che c'entra, questo,
Socrate?» ribatté Agatone. «Non mi crederai mica tanto infatuato per una
rappresentazione teatrale, da non capire che per uno che abbia un po' di buon
senso, poche persone intelligenti fan più paura di una folla di sciocchi?» «Non
sarebbe bello da parte mia, Agatone,» insisté Socrate, «se ti pensassi capace
di un pensiero volgare. So benissimo che se ti venissi a trovare fra persone
che tu ritenessi sapienti, ne saresti preoccupato più che se fossi in mezzo a
un mucchio di gente; il fatto è che noi non siamo tali e, del resto, c'eravamo
anche noi, lì, non più che folla tra la folla. Se tu, invece, ti incontrassi
veramente con dei sapienti, ti vergogneresti davanti a loro, se ti accorgessi
di far qualche brutta figura, non credi?» «Certo, dici bene,» ammise. «E se tu
la brutta figura la facessi davanti alla folla, non ti vergogneresti?» A questo
punto intervenne Fedro e: «Mio caro Agatone,» disse, «se stai lì a rispondere a
Socrate, te le saluto le cose che stavamo dicendo, ma tanto a lui non gliene
importa niente, basta che abbia qualcuno con cui discutere, specie poi se è un
bel ragazzo. Con questo non è che io non ascolti volentieri una discussione di
Socrate, ma certo che ora mi sta più a cuore l'elogio di Amore e avere, da
ciascuno di voi, il rispettivo discorso. Pagate al dio il vostro debito e poi
discuterete come vi pare.» «Dici proprio bene, Fedro,» esclamò Agatone; «niente
mi impedisce di parlare; con Socrate non mancheranno certo le occasioni per
discutere.» «Io desidero prima dirvi com'è che intendo impostare
il mio discorso, dopo entrerò nel vivo della questione. A me pare che tutti
quelli che hanno parlato finora non abbiano celebrato il dio ma soltanto posto
l'accento su quanto gli uomini siano felici per quei beni di cui, appunto, quel
dio è la causa; nessuno ha detto chi sia propriamente costui che ci offre tutti
questi beni. Orbene, l'unico metodo giusto per far qualsiasi elogio, di
qualunque cosa, è quello di illustrare prima chi sia, in effetti, quello di cui
si parla e poi di quali beni sia la causa. Ecco perché noi dobbiamo prima
lodare Amore per quel che egli è, poi per i doni che ci reca. Intanto io
affermo che tra tutti i beatissimi dei (se m'è lecito dirlo e non è peccato)
Amore è il più beato perché è il più bello e il più buono. Il più bello
soprattutto perché è il più giovane degli dei, Fedro. Egli stesso ce ne dà la
prova migliore fuggendo dinanzi alla vecchiaia che, tutti sanno, è veloce e ci
casca addosso più presto di quel che dovrebbe. Naturalmente Amore la odia e non
le si avvicina nemmeno da lontano. Giovane com'è, invece, sta sempre con i
giovani e ha ragione l'antico detto che il simile s'accompagna sempre al suo
simile. Ed io, pur consentendo con Fedro in molte cose, non condivido il fatto
che Amore sia più antico di Crono e di Giapeto. Ripeto, invece, che è il più
giovane di tutti gli dei, eternamente giovane e tutti quei vecchi fatti tra gli
dei che raccontano Esiodo e Parmenide, accaddero per opera di Necessità, non di
Amore, ammesso pure che quei due abbiano detto il vero. Non ci sarebbero state,
infatti, mutilazioni, catene e tutte quelle altre violenze se Amore fosse stato
in mezzo a loro, ma solo amicizia e concordia come è ora, da quando egli regna
sugli dei. Dunque egli è giovane e non solo, è gentile. Il fatto è che gli
manca un poeta, un poeta come Omero che ne esalti la delicata bellezza. Di Ate,
per esempio, Omero dice non solo che è una dea ma che, appunto, è delicata
(almeno i suoi piedi sono tali), quando scrive: morbidi sono i suoi piedi che
non accosta alla terra ma ella procede sfiorando le teste degli uomini. E mi
pare che egli ci abbia dato una bella prova della sua delicatezza col dirci che
non cammina sul duro ma sul morbido. Serviamoci, anche noi, per Amore, dello
stesso indizio a conferma che è delicato; egli, infatti, non cammina per terra
e nemmeno sulle teste degli uomini che, poi, tanto morbide non sono, ma tra le
più tenere delle cose che esistono egli procede e dimora: egli, infatti, ha
posto la sua sede nel cuore e nell'animo degli uomini e degli
dei; non però in tutte le anime indistintamente. Se, infatti, ne
trova una rozza, fila via, se gentile invece, vi resta. Dato, quindi, che egli
è sempre a contatto, e non solo con i piedi ma anche con tutto se stesso, con
le più tenere tra le tenerissime cose, necessariamente deve essere
delicatissimo. Il più giovane, dunque, e il più delicato; ma oltre a questo è
duttile. Non potrebbe piegarsi in tutte le direzioni e entrare di soppiatto
nelle anime e così uscirne se fosse rigido; la leggiadria, per consenso comune,
è la prova evidente delle fattezze armoniche e flessuose che Amore possiede.
Infatti, fra l'amore e la bruttezza c'è sempre reciproca guerra. La bellezza
del suo incarnato ci dice che egli indugia tra i fiori, poiché Amore non resta
dove non v'è cosa in fiore o che sia avvizzita, sia essa corpo o anima o altro,
ma dove tutto è fiorito e olezzante, là si posa e dimora. «Sulla bellezza del
dio può anche bastare, per quanto ce ne sarebbe ancora da dire. Ma ora parliamo
delle sue virtù. La cosa che prima di tutto bisogna notare è che Amore non fa
torti a nessuno, né a uomini né a dei e nemmeno ne riceve. Egli non subisce
violenza (ammesso che subisca qualcosa), perché essa non lo tocca, né con
prepotenza fa quel che fa, ma ognuno serve Amore spontaneamente in ogni cosa; e
quando c'è accordo reciproco tra due volontà, ‹le Leggi che sono le regine
degli Stati›, dicono che è giusto. Oltre che la giustizia, Amore possiede in
sommo grado anche la temperanza. Tutti son d'accordo nell'affermare che la
temperanza consiste nel dominio delle passioni e dei piaceri. Ma non c'è nessun
piacere più intenso dell'Amore e quindi se tutti gli altri sono meno intensi,
sono inferiori a lui che, perciò, trionfa e ha il dominio sulle passioni e sui
piaceri e, come tale, è in sommo grado, temperante. Per quanto riguarda la
forza, ad Amore ‹neanche Marte può stargli a fronte›. Non è, infatti, Marte che
conquista Amore, ma Amore che seduce Marte, amore di Venere a quanto si dice; e
chi possiede è più forte di chi si lascia possedere: quindi, vincendo chi è più
forte degli altri, egli è il più forte di tutti. Della giustizia, quindi, della
temperanza e della fortezza del dio, s'è già detto; resta ora da dire della sua
sapienza: per quanto è possibile, bisogna cercare di non tralasciare nulla.
Intanto, per prima cosa per rendere onore alla nostra arte, come Eressimaco ha
fatto per la sua, dirò che questo dio è poeta cosi sapiente da far diventare
tali anche gli altri; in effetti, ognuno diventa poeta se è toccato da Amore,
anche se non ha mai avuto prima a che fare con le Muse. Da qui possiamo trarre
la conferma che Amore, in generale, è buon poeta in ogni genere di produzione
artistica. Infatti, ciò che uno non ha e non conosce, non può certo darlo, né
insegnarlo a nessuno. E, infatti, chi è che vorrà contestare che la creazione
di tutti gli esseri viventi non avvenga per la sapienza d'Amore che genera e fa
crescere tutte le creature? E, inoltre, nell'attività artistica non sappiamo
forse che chi ha per maestro questo dio diviene famoso e illustre, chi invece
non è toccato da Amore resta oscuro? L'abilità nel tiro dell'arco, la sapienza
nella medicina, l'arte profetica, Apollo le ha scoperte sotto l'impulso del
desiderio e dell'amore, così che anch'egli può dirsi discepolo di questo dio,
come le Muse per le loro arti, Efesto per l'arte di forgiare metalli, Minerva
per quella del tessere e Giove, infine, per quella di governare sugli dei e
sugli uomini. Fu cosi che tutte le questioni tra gli dei si appianarono, da
quando Amore comparve in mezzo a loro, si capisce, Amore della bellezza, perché
delle cose brutte non c'è amore; mentre, come ho detto, prima d'allora, molte e
orribili cose, a quanto si dice, accadevano tra gli dei, perché regnava
Necessità. Ma dopo che nacque questo dio, si amarono le cose belle e ne venne
per gli dei e per gli uomini abbondanza di beni. Così, Fedro, mi sembra proprio
che Amore, bellissimo e buonissimo com'è, rechi anche agli altri bellezza e
bontà. Quasi quasi mi vien da dire in versi quello che fa, per esempio così:
pace agli uomini reca, calma sul mare tregua ai venti e, nel dolore, il
sonno. Egli ci libera dal timore di essere estranei a noi stessi, ci dà un
senso di calda intimità, ci invita a partecipare a riunioni come questa, a
feste, a danze, a sacrifici di cui diventa un po' l'auspice, assicura la
benevolenza, allontana ogni rancore, largo in favori, incapace di malvagità,
benigno, buono, esempio ai saggi, ammirato dagli dei, invidiato dagli infelici,
posseduto dai fortunati, padre della Delizia, dell'Eleganza, del Fasto, della
Grazia, del Desiderio, della Bramosia, sollecito verso i buoni, incurante dei
malvagi, nelle fatiche, nelle paure, nelle passioni, nelle conversazioni, è
guida, guerriero, compagno di lotta, salvezza provvidenziale, ornamento di
tutti gli dei e di tutti gli uomini, duce meraviglioso e perfetto che ognuno
deve seguire e celebrare con inni degni di lui, partecipando al suo canto col
quale egli ammalia il cuore degli uomini e degli dei. Questo, Fedro, il mio
discorso in omaggio al dio, svolto un po' celiando, un po' con ben dosata
gravità, secondo le mie capacità.» Quando Agatone ebbe finito di
parlare, raccontò Aristodemo, ci fu uno scroscio di applausi da parte di tutti
i presenti che riconobbero come il discorso del giovane fosse stato degno di
lui e del dio. E, allora, Socrate volgendosi ad Eressimaco: «E così, figlio di
Acumeno, ti sembra ancora fuori posto il mio timore di prima o non ho forse
previsto giusto, poco fa, quando ho detto che Agatone avrebbe parlato benissimo
e che io mi sarei trovato in un bell'imbarazzo?» «Per il primo punto,» rispose
Eressimaco, «ti do anche ragione, cioè quando dici di aver previsto che Agatone
avrebbe parlato bene, ma che tu, poi, ti trovi nell'imbarazzo questo proprio
non lo credo. Ma come faccio a non esserlo, mio caro, e come me chiunque altro
dovesse parlare dopo un discorso così bello e così interessante? Certo in
qualche parte non è stato stupendo come nel resto, ma verso la fine chi non
sarebbe rimasto sbalordito di fronte a tanta bellezza di vocaboli e di
espressioni? Quasi quasi, pensando che non sarei mai stato capace di dire
qualcosa che solo si avvicinasse a tanta bellezza, stavo per fuggirmene dalla
vergogna. Perché il suo discorso m'ha fatto venire in mente Gorgia, tanto da
farmi sentire nella stessa situazione di cui parla Omero, temevo proprio, cioè,
che alla fine Agatone con il suo discorso, gettasse sul mio la testa di Gorgia,
di quel formidabile oratore, togliendomi l'uso della favella e facendomi
diventare di pietra. E ho capito, allora, di essere stato proprio un ingenuo
quando ho accettato di celebrare, insieme a voi, Amore, dicendo che ero un,
esperto su questo argomento, mentre invece, e me ne accorgo adesso, non sapevo
un bel niente, persino come si fa un elogio qualunque. Da quell'ingenuo che
sono credevo che nel fare l'elogio di chicchessia o di qualcosa si dovesse dire
la verità e che questa era la cosa fondamentale; poi pensavo che bisognasse
scegliere, tra le cose vere, le più belle e disporle nel modo migliore; ed ero
tutto contento del fatto mio, sicurissimo che avrei fatto un figurone dato che
conoscevo esattamente il modo di imbastire un elogio. E, invece, a quanto pare,
non è così che si fa un bell'elogio: bisogna al contrario fare le lodi più
sperticate e più belle, corrispondano o meno al vero: si vede che eravamo
d'accordo di lodare Amore, così, per burla, non di farne l'elogio seriamente.
Ed è per questo, credo, che voi tirate in ballo ogni sorta di argomenti e li
affibbiate ad Amore e affermate che egli è questo e quello ed è la causa di un
sacco di cose in modo che appaia bellissimo e perfettissimo ma, è chiaro, a chi
non lo conosce, non a quelli che ne sanno qualcosa. Sfido io che, così, il bel
panegirico è presto fatto. Ma io non conoscevo un simile sistema di far gli
elogi e proprio per questo fui d'accordo con voi di pronunciarne uno anche io,
seguendo il mio turno: la lingua lo promise, non il cervello. E, allora,
statevi bene, perché io un elogio con questo sistema non ve lo faccio, è più
forte di me. La verità, invece, se volete, eccomi qua, pronto a dirvela, a modo
mio, senza far gare con nessuno perché non ho proprio voglia di farmi ridere
dietro. Vedi tu, quindi, Fedro se è proprio necessario un discorso di questo
genere e sentire come veramente stanno le cose, a proposito dell'Amore, con
quei termini e con quello stile poi che lì per lì mi passeranno per la mente.»
Ma Fedro e gli altri, mi riferì Aristodemo, lo invitarono a parlare come
volesse. «E va bene, Fedro, però lasciami prima fare una piccola domanda ad
Agatone, perché voglio mettermi un po'd'accordo con lui e poi parlerò.» «Ma
figurati,» commentò Fedro, «fa pure.» E allora Socrate cominciò presso a poco
così: «Dunque, mio caro Agatone, m'è parso proprio buono l'inizio del tuo discorso
quando hai detto che prima di tutto bisogna esporre quale sia la natura d'Amore
e poi passare alle sue opere; un esordio che mi è proprio piaciuto. Ma ora,
dato che hai così magnificamente parlato su tutto quel che riguarda la natura
d'Amore, dimmi una cosa: Amore, è amore di qualche cosa o amore di nulla? Bada
che non ti chiedo se amore per una madre o per un padre (sarebbe ridicolo
chiedere se Amore sia amore verso la madre o il padre), ma come se ti chiedessi
a proposito del padre: il padre è padre di qualcuno o no? tu, certo, mi
risponderesti, se volessi darmi una risposta appropriata, che il padre deve
essere necessariamente padre di un figlio o di una figlia, non ti pare? Ah,
certamente,» ammise Agatone. «E la stessa cosa è per una madre?» Era d'accordo
anche in questo. «E rispondimi ancora,» proseguì Socrate, «a una piccola cosa
per capire meglio dove voglio arrivare: se ti chiedessi: e allora, un fratello,
come tale, è fratello di qualcuno?» «Sicuro che lo è.» «Fratello di un fratello
o di una sorella?» «D'accordo.» «Prova a dire la stessa cosa a proposito di
Amore: Amore è amore di qualcosa o amore di nulla? Certo amore di qualcosa. Ebbene,
riprese Socrate, questo tientelo per te bene a mente e dimmi, invece: Amore
desidera o meno ciò di cui è amore? Certo, rispose. E quel che egli desidera e
ama, l'ama e lo desidera perché lo possiede o proprio perché, invece, gli
manca?» «Probabilmente perché non lo possiede,» rispose. «Sta attento,» insisté
Socrate, «che non si tratta di probabilità, ma è necessariamente logico che si
desidera quello che non si possiede; quando si ha una cosa, invece, non la si
desidera affatto. Di qui non si scappa ed io ne sono assolutamente convinto, tu
no, invece?» «Ah, anch'io lo sono,» fece. «Ben detto. Ed effettivamente uno che
lo è già potrebbe desiderare di essere grande? E essere forte uno che è già
tale?» «Dopo quel che s'è convenuto, è impossibile.» «Effettivamente, non può
essere privo di queste qualità chi le ha già.» «È chiaro.» «Eppure,» osservò
Socrate, «se uno che è forte, volesse esser forte o se è veloce, volesse essere
veloce o, ancora, se è sano, volesse esser sano, dato che qualcuno potrebbe
pensare, di fronte a un esempio simile o a casi del genere, che vi siano
persone che pur possedendo tutte queste qualità, tuttavia le desiderano sempre
(ti sto dicendo questo per non lasciarci trarre in inganno); ebbene, Agatone,
se ci pensi, costoro che al momento posseggono queste qualità, è inevitabile
che le abbiano, lo vogliano o meno, e se le posseggono già, come possono
desiderarle? Ma se uno dicesse: ‹lo che son sano voglio essere sano o, pur
essendo già ricco, voglio essere ricco e desidero questo che già posseggo,› gli
potremmo rispondere: ‹Tu, caro mio, che hai già ricchezze, salute, forza, vuoi
continuarle ad avere anche per l'avvenire, giacché, per il momento, tu voglia o
non voglia, già le possiedi; pensa un po' se, quando dici che desideri le cose
che hai, tu non voglia dire, invece, semplicemente, che desideri di possedere
anche per l'avvenire quello che oggi già possiedi.› Credi che non sarebbe
d'accordo?» E Aristodemo mi riferì che Agatone lo ammise. Socrate allora
proseguì: «E desiderare che per l'avvenire ci siano preservate le cose che noi
già possediamo oggi, non vuol forse dire amare quel che ancora non si possiede
o di cui tuttora non si dispone?» «Certo,» ammise. «E quindi, se Tizio o Caio
desiderano qualcosa, sarà sempre ciò di cui ancora non dispongono, che ancora
non hanno o quelli che essi stessi non sono o di cui si sentono privi; non è
tutto qui il loro desiderio e il loro amore?» «Senza dubbio,» fece. «Bene,
ricapitoliamo, allora, quanto s'è convenuto. Amore, prima di tutto è amore di
qualcosa e, in secondo luogo, di ciò di cui si è privi?» «Sì, sempre.» «E
adesso ricordati quello che hai detto poco fa, che cioè l'Amore tende a
qualcosa. Se credi cercherò io di ricordartelo: se non sbaglio, tu hai detto,
su per giù, che le questioni tra gli dei s'aggiustarono grazie all'Amore del
bello e che per le cose brutte non c'è amore; non è questo che hai detto?» «Sì,
questo,» ammise Agatone. «E l'hai detto molto opportunamente, mio caro,»
riprese Socrate; «e se le cose stanno così, Amore, che altro è se non amore del
bello e non del brutto?» «D'accordo.» «Ma non abbiam detto che si ama ciò di
cui si è privi, ciò che non si ha?» «Sì,» fece. «Dunque, l'Amore, non ha la
bellezza, ne è privo.» «Per forza.» «E allora? Chi è privo di bellezza, chi non
ne ha, tu lo chiami bello?» «Affatto.» «Se le cose stanno così, tu sei sempre
del parere che Amore sia bello? Temo proprio, Socrate, di non capir più niente
di quel che ho detto,» esclamò Agatone. «Eppure hai parlato bene, Agatone,»
incalzò Socrate. «Ma dimmi un'altra cosetta: quello che è buono, secondo te,
non è anche bello?» «Per me sì.» «Se, dunque, Amore non ha la bellezza e se
quello che è bello è anche buono, egli sarà anche privo di bontà.» «Io non sono
in grado di contraddirti, Socrate e quindi sia pure come tu dici.» «È la
verità, Agatone carissimo, e tu non puoi contestarla; Socrate, invece, sì, lo puoi
contraddire e la cosa non è per niente difficile.» «Ma sì, via, ora ti lascerò
in pace. Vi racconterò, piuttosto, quello che sull'Amore, mi disse un giorno
una donna di Mantinea, Diotima, molto dotta sull'argomento e su un'infinità di
altre questioni. Figuratevi che una volta, con i sacrifici che fece fare agli
ateniesi, prima della peste, riuscì a ritardare l'epidemia di dieci anni. Fu
lei a erudirmi nelle questioni d'amore e quindi, partendo dalle conclusioni che
Agatone ed io abbiamo tratto, cercherò di ripetervi, come posso, a parole mie,
il discorso che ella mi fece. Ebbene, proprio come tu dicevi, Agatone, bisogna
definire prima chi sia Amore, quale la sua natura e poi le sue opere. Ora io
penso che la cosa più facile per me, sia quella di seguire lo stesso metodo che
usò quella straniera quando discusse con me. Anch'io, infatti, le dicevo un po'
le stesse cose che ora mi ha ripetuto Agatone, cioè che Amore è un grande dio,
che è amore di cose belle ed ella cominciò a confutarmi con gli stessi argomenti,
precisamente, che io ho usati ora con costui, cioè che Amore non è né bello
(per usare le mie parole) né buono. Ed io: «Ma com'è che dici questo, Diotima?
Allora Amore è brutto e malvagio?» «Ma che? Ora ti metti pure a bestemmiare?»
fece lei. «Credi forse che ciò che non è bello debba necessariamente essere
brutto?» «Sicuro, io sì.» «E credi anche che chi non è sapiente, sia ignorante?
Ma non ti accorgi che c'è sempre una via di mezzo tra sapienza e ignoranza? E
quale? Avere un'opinione giusta, ecco, ma senza poterne dare una spiegazione;
non sai,» fece «che questo non è sapere (e come può esserlo se non se ne sa
dare una spiegazione?), ma non è nemmeno ignoranza (e come, infatti, potrebbe
se coglie nel vero?). Insomma, la retta opinione è qualcosa di simile, una via
di mezzo tra la sapienza e l'ignoranza.» «È vero quello che dici,» ammisi io. E
quindi non insistere a credere che ciò che non è bello debba essere, a tutti i
costi, brutto e ciò che non è buono, debba esser malvagio. E così anche a
proposito di Amore, visto che anche tu sei d'accordo che non è buono né bello,
non pensare che debba essere malvagio e brutto,» concluse, «ma qualcosa tra
questi due estremi.» «Eppure,» obbiettai io, son tutti d'accordo che è un dio
potente. Tutti chi?» ribatté lei, «quelli che non sanno o anche quelli che
sanno? Tutti quanti. Ma come fanno, Socrate, a dirlo un gran dio,» fece lei,
ridendo, «se affermano che non è nemmeno un dio?» «E chi sono questi? Uno,
intanto, sei tu, l'altra sono io. Ma come fai a dir questo?» «Semplice. E tu,
infatti, rispondimi: non affermi che gli dei son tutti beati e belli? avresti
il coraggio di dire che qualcuno non è bello o non è beato?» «Santo cielo, io
no,» risposi. «E beati, secondo te, non sono quelli che hanno bontà e
bellezza?» «Sicuro.» «Ma non hai convenuto che Amore desidera le cose buone e
belle, proprio perché ne è privo?» «Già, certo.» «E, allora, come può essere un
dio chi non ha né bellezza né bontà?» «Ah, no, assolutamente.» «Vedi, dunque,»
concluse, «che anche tu affermi che Amore non è un dio. Ma, allora,» chiesi,
«chi sarebbe Amore? Un essere mortale?» «Ma niente affatto Ma allora? Come nel
caso precedente, qualcosa di mezzo, tra, il mortale e l'immortale. E cioè,
Diotima? Un demone possente, Socrate, che come tutti i demoni, sta tra il
divino e l'umano.» «E qual è il suo potere?» chiesi. «Quello di interpretare e
di recare agli dei le preghiere e i sacrifici degli uomini e, agli uomini, i
comandamenti e i premi degli dei per i sacrifici compiuti; nel suo ruolo di
intermediario, egli colma l'enorme distanza tra gli uni e gli altri, così
l'universo risulta in se stesso collegato. Da lui procede tutta l'arte della
divinazione, tutta la scienza sacerdotale, per quel che riguarda i sacrifici e
le iniziazioni e poi gli incantesimi, ogni sorta di profezie e la magia. Dio
non scende a contatto con l'uomo ma è attraverso i demoni che egli parla e ha
rapporto con gli uomini, sia quando sono svegli, sia durante il sonno; e chi è
sapiente in queste cose è un ispirato chi invece s'intende d'altro, esercita,
per esempio, una diversa arte o un mestiere qualsiasi, non è che un manovale.
Molti sono i demoni e di ogni specie. Amore ne è uno.» «E suo padre e sua
madre,» chiesi, chi sono? È, una cosa lunga,» fece, «ma te la racconterò
ugualmente. Quando nacque Afrodite, gli dei si trovavano a banchetto e, tra gli
altri, c'era anche Poro, il figlio di Metide. Avevano già finito di pranzare,
quando giunse Penia, per elemosinare, dato che sontuoso era stato, il banchetto
e se ne rimase sull'uscio. In quel mentre Poro, gonfio di nettare (il vino
infatti non era ancora conosciuto), se ne uscì nel giardino di Giove e, mezzo
ubriaco com'era, s'addormentò. Allora, Penia, sempre afflitta dalle sue
angustie, pensò se non le fosse possibile avere un figlio da Poro e così gli si
stese al fianco e restò incinta di Amore. Per questo Amore è compagno e
ministro di Afrodite, perché fu concepito nel giorno della sua nascita ed è,
nello stesso tempo, amante del bello perché bella è Afrodite. D'altro canto,
per il fatto che Amore è figlio di Poro e di Penia, si trova in questa
condizione. Anzitutto è sempre povero e tutt'altro che delicato e bello, come i
più se lo figurano; anzi è grossolano, mezzo selvatico, sempre scalzo,
vagabondo, dorme sempre per terra, allo scoperto, davanti agli usci e nelle
strade, sotto il sereno, perché ha la natura della madre ed è tutt'uno con la
miseria. Per parte del padre, invece, è fatto per insidiare ciò che è bello e
buono, essendo di natura virile, audace, violento, gran cacciatore, sempre
pronto a tramare inganni, amico del sapere, ricco di espedienti, tutta la vita
dedito a filosofare, abilissimo imbroglione, esperto di veleni, sofista.
Inoltre né immortale, né mortale, ma, in uno stesso giorno, sboccia rigoglioso
alla vita e muore, poi torna a vivere grazie a mille espedienti e in virtù
della natura paterna; sfumano tra le sue dita le ricchezze che si procura, così
che Amore non è mai al verde e mai ricco. Inoltre è a mezzo tra sapienza e
ignoranza. Ecco come: nessun dio s'occupa di filosofia, né ambisce a diventar
sapiente (ché già lo è), né, del resto, chi è sapiente, si dedica alla
filosofia; d'altra parte, nemmeno gli ignoranti si dedicano alla filosofia, né
ambiscono a diventar sapienti; e questo è il brutto dell'ignoranza, che chi non
è né bello, né buono, né saggio, crede, invece, di esserlo abbondantemente;
naturalmente chi non si accorge di esser privo di qualcosa, non desidera quello
di cui non sente il bisogno.» «Ma, allora,» feci io, «chi sono, Diotima, quelli
che si dedicano alla filosofia, se non sono né i sapienti, né gli ignoranti?» Ma
è chiaro, mi rispose, anche un bambino lo capirebbe che son quelli che
stanno in una posizione intermedia, tra, i primi e i secondi e, tra questi, c'è
anche Amore. La sapienza, infatti, è tra le cose più belle e Amore ama le belle
cose e, quindi, necessariamente, è anche filosofo e, come tale, sta fra il
sapiente e l'ignorante. E la sua origine è un po' la causa di tutto questo: suo
padre è sapiente e pieno di estro, ma sua madre, invece, non lo è affatto, è
ignorante. Tale, Socrate, è la natura di questo demone. Come poi tu immaginavi
che fosse, non c'è da meravigliarsi; per quel che ho potuto capire dalle tue
parole, credevi che Amore fosse colui che si ama, non colui che ama. Ecco
perché, io penso, ti sembrava così bello. Infatti, chi è amato è veramente
bello, seducente, perfetto, degno di ogni felicità; colui che ama, invece, ha
un altro aspetto, quale io ti ho descritto. Ed io: «E sia, straniera, tu parli
bene, ma se tale è Amore, che utilità arreca agli uomini? È questo che ora
cercherò di chiarirti, Socrate. Tale, dunque, è Amore e così è nato: Amore del
bello, come tu dici. Se qualcuno, ora, domandasse: ‹In che senso, Socrate e
Diotima, l'Amore è amore del bello› o più precisamente, ‹chi ama le cose belle,
ama, ma ama che cosa? Che diventino sue, risposi. Ma questa tua risposta, mi
precisò, esige che si ponga un'altra domanda, di questo genere, per esempio:
Che cosa gliene viene a chi possiede le cose belle? Io risposi che, a una
domanda simile, non sapevo sul momento che dire. «E immaginiamo, allora,
incalzò, che uno al posto del bello mettesse il bene e che chiedesse: ‹Via,
Socrate, chi ama il bene, ama, ma ama che cosa? Che diventi suo,» risposi. E
che cosa gliene viene a chi possiede il bene?» «A questo,» dissi, «mi è più
facile rispondere: sarà felice. E, infatti, concluse, è proprio per il possesso
del bene che le persone felici sono tali e non è proprio il caso di star lì a
chiedersi perché uno vuole essere felice. Mi pare che la domanda abbia già
avuto la sua risposta definitiva. È vero quello che dici, ammisi. E allora,
questo desiderio e questo amore, credi siano un po' comuni a tutti gli uomini e
che tutti desiderano sempre possedere il bene o pensi diversamente?» «Sì, io
credo proprio che siano comuni a tutti, feci. E, allora, Socrate,» continuò,
«come mai non diciamo che tutti quanti gli uomini amano dato che tutti
desiderano sempre le stesse cose, ma diciamo, invece, che solo alcuni amano ed
altri no?» «Anch'io me ne meraviglio, ammisi. «E non devi stupirtene,» riprese,
«siamo noi, infatti, che prendiamo, dell'amore, soltanto un aspetto e a questo
solo diamo il nome generico di ‹amore›, mentre per il resto usiamo altri
appellativi. Cioè, chiesi. «Ecco, tu sai che la poesia è creazione ed ha un
significato quanto mai vasto; tutto ciò, infatti per cui qualcosa passa dal non
essere all'essere, è poesia e, quindi, ogni attività creativa è poesia e tutti
i creatori sono poeti. È vero. Ma intanto,» continuò lei, «sai che non tutti
sono chiamati poeti, ma con altri nomi; di tutte le attività creative, solo
alcune e precisamente quelle che si occupano della musica e della metrica, noi
chiamiamo poesia; solo questa è poesia e poeti, solo quelli che si dedicano a
questo particolare aspetto della poesia. È vero,» ammisi. E così è anche per
l'amore. In genere ogni desiderio di bene e di felicità è, per ognuno,
‹possente e ingannevole amore›, ma mentre quelli che cercano di realizzarlo per
altre vie, come per esempio attraverso i guadagni o l'educazione fisica o la
filosofia, noi non diciamo che amano né che sono amanti, gli altri, invece,
quelli che seguono e preferiscono un particolare tipo d'amore, ne prendono
anche il nome generico: amore, amare, amanti.» «Sembra proprio che tu abbia
ragione,» confermai. Eppure va in giro un certo discorso secondo il quale gli
amanti sono quelli che cercano la loro metà. La mia opinione, invece, è che non
esiste amore né per la metà, né per l'intero, a meno che, mio caro, non si
tratti di un bene; perché gli uomini si lascerebbero tagliare volentieri e mani
e piedi se li credessero dannosi per loro, perché io credo che nessuno ami le
cose proprie a meno che ciò che ci appartiene non sia il bene e ciò che ci è
estraneo, invece, il male; infatti, gli uomini non amano altro che il bene. Non
pare anche a te? Per Giove, a me sì, ammisi. E, dunque, possiamo senz'altro
affermare che gli uomini amano il bene? Sì, confermai. Ebbene, non bisogna
aggiungere che essi, questo bene, desiderano anche possederlo? Sicuro. E non
solo possederlo per un momento, ma per sempre?» «Sicuro, anche questo bisogna
aggiungere,» feci. «Per concludere, l'amore è possesso perenne del bene. È
verissimo quello che dici, feci. Ora, se questo è l'amore,» proseguì,
«quando è che la sollecitudine e lo sforzo di quelli che, in ogni modo e in
ogni azione, lo perseguono, può chiamarsi, appunto, amore? Quand'è, insomma,
che questo succede? Sai rispondere? Se lo sapessi, Diotima, non sarei così
pieno di meraviglia per la tua sapienza, né sarei venuto da te per imparar
tutto questo. E, allora, te lo dirò io: quando si concepisce nel bello, sia da
parte del corpo che da parte dello spirito.» «Bisognerebbe essere indovini,»
azzardai io, per capire quello che dici ed io, proprio non lo sono.» «Mi
spiegherò più chiaramente,» fece. «Tutti gli uomini, Socrate, hanno in loro,
nel corpo come nell'anima, un seme fecondo e quando giungono a una certa età,
come per un bisogno naturale, desiderano produrre qualcosa; concepire nel
brutto, però, non è possibile, nel bello, invece, sì. Così l'unione dell'uomo
con la donna è procreazione ed è veramente quest'atto una cosa divina, questo
concepire e generare è veramente ciò che di immortale ha la creatura che pure
ha vita mortale. Ma tutto ciò non può avvenire nella disarmonia; e disarmonia,
rispetto a tutto ciò che è divino, è il brutto, come il bello è armonia. Quindi
la bellezza fa da Parca e da Ilitia al miracolo della vita. Per questo, quando
chi ha dentro di sé un seme fecondo, si avvicina al bello, diventa sereno,
atteggia a letizia l'animo suo e allora crea, produce; quando, invece,
s'accosta al brutto, allora, s'incupisce, si chiude in se stesso tutto
afflitto, si ritrae, si ravvolge e non genera ma resta col suo seme fecondo e
ne soffre. Di qui, nella creatura feconda e già ricca, sorge un intenso
desiderio per tutto ciò che è bello perché il bello soltanto libera chi lo
possiede da atroci doglie. Infatti, Socrate, conclude, Amore non è amore del
bello, come tu credi. Ma, allora, cos'è? produrre e creare nel bello. E sia, ammisi.
Sicuro, conferma lei. E perché questo generare? Perché generare è quanto di
sempre rinascente e immortale vi possa essere in una creatura mortale. E
l'immortalità è naturale che si desideri come il bene, almeno da quel che
abbiamo convenuto se è vero che amore è possesso perenne del bene; ne consegue,
inoltre, da tutto questo discorso che l'amore è amore di immortalità. Queste
cose ella mi insegnava, quando indugiava a parlarmi di questioni d'amore e, un
giorno, mi chiese: «Quale pensi, Socrate, sia la causa di tutto questo amore,
questo desiderio? Non vedi in che terribile stato son tutti gl’animali, sia
quelli che camminano sulla terra che quelli che volano nel cielo, quando son
presi dal desiderio di generare, malati tutti d'amore, prima per il desiderio
d'accoppiarsi tra loro, poi per la cura e per l'allevamento dei loro nati, e
son pronti a combattere per essi, perfino i più deboli contro i più forti e a
dare la vita oppure a lasciarsi morire di fame per nutrirli e a far qualunque
altra cosa. Gli uomini, si può dire, che facciano tutto questo perché dotati di
ragione ma, negli animali, donde proviene questa disposizione all'amore? Sai
dirmelo?» E io ancora ad ammettere di non saperlo. «E credi,» continuò ella,
«allora di diventare un esperto nelle questioni d'amore se non sai nemmeno
questo?» «Ma proprio per questo, Diotima, come t'ho già detto, io son qui,
perché so che ho bisogno di maestri. Dimmela tu, dunque, la causa di queste
cose e di tutto ciò che riguarda l'amore.» «Orbene, se tu sei convinto che
l'amore, per natura, tende a ciò su cui più volte s'è discusso, non devi
meravigliarti; anche ora vale il discorso di prima che cioè la natura mortale
tende, sempre, per quanto le sia concesso, di essere immortale. E le è
possibile in un modo soltanto, attraverso la procreazione, per cui essa lascia
sempre un essere nuovo al posto del vecchio, il che succede anche nella vita di
ogni creatura, quando si dice che resta sempre la stessa; si dice, per esempio,
che uno è sempre la stessa persona, da quando è bambino fino a che è vecchio;
in effetti, si dirà che è sempre lo stesso individuo, benché in lui molte cose
si mutino; ma si rinnova continuamente, perdendo sempre qualcosa, nei capelli,
nelle sue ossa, nel suo sangue, insomma in tutto il suo corpo. E non solo nel
corpo, ma anche nell'animo: sentimenti, abitudini, modo di pensare, desideri,
piaceri, dolori, timori, ognuna di queste cose non resta sempre la stessa in un
individuo, ma si rinnova e poi muore. Ma quel che è ancora più straordinario è
che anche le nostre cognizioni non solo nascono e periscono e quindi noi non
siamo sempre gli stessi nemmeno per quel che riguarda il nostro sapere, ma
ciascuna, presa in se stessa, segue, anch'essa sempre la stessa sorte. Infatti
quel che si dice esercitarsi nello studio presuppone che qualche cognizione
possa sfuggire; dimenticare, infatti, vuol dir perdita di cognizioni,
l'esercizio nello studio, invece, suscita un nuovo ricordo al posto di quel che
s'è perduto e salva il sapere in modo che esso appaia sempre eguale. Del resto
è in questo modo che si perpetua tutto ciò che è mortale, non col rimanere
sempre e immutabilmente se stesso, come ciò che è divino, ma lasciando - ciò
che invecchia e vien meno - qualcosa di nuovo al suo posto in tutto simile ad
esso. Ecco, Socrate, conclude, in che modo tutto ciò che è mortale, sia esso
corpo od altro, ha la possibilità di partecipare dell'immortalità; diversamente
non c'è altro mezzo. Non stupirti, quindi, se ogni creatura, per legge
naturale, cura e protegge il suo seme, perché in tutti, questo zelo e questo
amore nascono dal desiderio dell'immortalità.» Ed io sentendola
parlare così, tutto stupito, le chiesi: Ma sapientissima Diotima, sono proprio
vere queste cose?» Ed ella con un fare tipicamente cattedratico: Persuaditi
pure, Socrate, che è proprio così; basta che tu faccia caso al desiderio di
onori che hanno gli uomini; se tu non riflettessi a quel che ho detto, ti
meraviglieresti della loro follia, considerando quanto grande è il loro
desiderio di diventar famosi e acquistar gloria immortale per l'eternità e come
per questo siano disposti a correre tutti i rischi, più che per i loro figli e
sperperare ricchezze, sopportare fatiche, sacrificare perfino la loro vita.
Credi proprio che Alcesti sarebbe morta per Admeto o Achille per Patroclo o il
vostro Codro per conservare il regno ai figli, se essi non avessero creduto che
sarebbe rimasta immortale la loro memoria, quale oggi noi la serbiamo?
Assolutamente,» disse. «Invece, credo che ognuno faccia di tutto per ottenere
merito imperituro le fama gloriosa (e questo quanto più si è migliori)
affascinato com'è dall'immortalità. E così quelli che han fecondo il corpo si
volgono essenzialmente alle donne e il loro modo d'amore si risolve nel
generare figli e così procurarsi secondo loro, immortalità, memoria e felicità
per tutto il tempo a venire. Quelli, invece, che han feconda l'anima (e ve ne
sono fecondi spiritualmente più di quanto non lo siano nel corpo), di una
fecondità, beninteso che si addice all'anima, ma quale? la saggezza e ogni
altra specie di virtù,» diceva, «di cui tutti i poeti sono gli artefici,
insieme a quegli artigiani che hanno il nome di inventori; la più alta e più
bella forma di saggezza è quella relativa all'ordinamento dello Stato e di ogni
organismo sociale, quella che prende il nome di prudenza e di giustizia.
Dunque, quando uno di quelli, quasi esseri divini, fin da giovane, ha l'animo
fecondo di tali cose e quando, giunto all'età giusta, desidera creare e
produrre, io credo che anche lui vada alla ricerca del bello in cui generare;
perché nel brutto non lo farà mai. Quindi, fecondo com'è, sentirà maggiore
attrazione per le belle sembianze che per le brutte, figuriamoci poi se, in
più, incontra un'anima bella e gentile; quando si rallegra di questo felice
connubio, accanto a una simile creatura egli sentirà tutto un fervore di
ammaestramenti sulla virtù e sul come un uomo per bene debba comportarsi,
iniziando, così, la sua opera di educatore. Infatti, penso che a contatto con
una bella creatura, convivendole accanto, egli esprima e dia alla luce ciò che
da tempo custodiva dentro e, o che le stia vicino o che le stia lontano, sempre
la porta alla memoria e nutre, insieme con lei, ciò che è nato dalla loro
unione; e tra loro nasce un'intimità, un legame molto più profondo di quello
che lega i genitori ai figli, un affetto più intenso dato che hanno in comune
figlioli più belli e immortali. Ognuno preferirebbe figli simili piuttosto che
creature umane e guardando a Omero o a Esiodo o agli altri grandi poeti non può
non provare invidia pensando quale progenie, immortale essa stessa, essi hanno
lasciato, che ha loro assicurato memoria e gloria eterna o, se tu vuoi, diceva,
figli come quelli che Licurgo lascia a Sparta, a salvezza di Sparta o meglio
ancora di tutta la Grecia; così presso di voi è onorato Solone per avervi dato
le leggi e così altrove, altri grandi uomini, sia in Grecia che
nei paesi stranieri, che hanno compiuto molte e belle opere, realizzando ogni
sorta di virtù. Per questi loro fieli sono già stati tributati ad essi molti
onori, il che mai nessuno s'ebbe per quelli di carne e di ossa. Ebbene,
Socrate, io penso,» continuò, «che anche tu potresti essere iniziato alle cose
d'Amore, ma fin qui; a un grado più alto, a quello contemplativo, cui si giunge
appunto passando attraverso questi stadi, sempre che si proceda sulla via
giusta, non credo tu sia adatto. Tuttavia te ne parlerò egualmente e farò del
mio meglio,» disse; «tu cerca, intanto, di seguirmi come puoi. Dunque,»
incominciò a dire, «è necessario, prima di tutto che chi vuol tendere a questo
fine, debba, fin da giovane, avvicinarsi alla bellezza fisica e, sin
dall'inizio, se chi lo guida lo dirige bene, amare una sola persona e ad essa
rivolgere i migliori discorsi; successivamente dovrà pur rendersi conto che la
bellezza che alberga nel corpo di una persona, è sorella di quella che può
esservi in ogni altra e che quindi se bisogna ricercare quella bellezza che è
insita nelle forme visibili, sarebbe sciocco pensare che essa non sia identica
e uguale per tutti i corpi; convinto di questo deve, allora, sentire trasporto
per tutti quelli che hanno belle sembianze e frenare un po' la sua passione nei
riguardi di una sola persona, riconoscendo come ciò sia meschino e mediocre.
Ma, infine, deve ben comprendere che la bellezza spirituale ha pregi assai
maggiori di quella fisica, di modo che se dovesse incontrare una creatura
dall'anima bella ma dal corpo non florido, se ne contenti egualmente ed
ugualmente se ne innamori e le mostri sollecitudine e sia l'autore di discorsi
tali che rendano migliori i giovani, per cogliere poi, da qui, la bellezza che
è nelle azioni e nelle istituzioni umane e comprendere come essa sia, ovunque,
sempre se stessa e persuadersi come la bellezza fisica sia ben piccola cosa.
Dopo le attività umane, si rivolga alla scienza per conoscerne la bellezza e
ammirarne l'ampio dominio sul quale ormai ella si spande: così non sarà più
come uno schiavo, preso d'amore per un sol giovinetto o per un solo uomo o per
una sola attività, non sarà più succube inetto e meschino ma, rivolto allo
sterminato oceano della bellezza e contemplandolo, potrà dar vita a molti e bei
discorsi, a splendidi pensieri concepiti nell'amore infinito per la sapienza
finché egli stesso, rinvigorito e arricchito, non riuscirà a scorgere che una
scienza unica che ha per oggetto la stessa bellezza. Ma cerca, ora,» continuò,
«più che puoi, di farmi attenzione. Chi è stato, via via, guidato fin qui
nelle questioni d'amore attraverso la contemplazione delle cose belle, quando
sarà giunto al termine di questa iniziazione, scorgerà, Socrate, a un tratto,
una meravigliosa bellezza, quella stessa che era un po' la ragione di ogni sua
precedente fatica, una bellezza, anzitutto, eterna, che non ha origine né fine,
che non cresce né si consuma e, inoltre, che non è per un verso bella e per un
altro brutta o che a volte sì e a volte no, né bella da un punto di vista e
brutta da un altro, né bella qui e brutta là, come se lo fosse per alcuni e per
altri no, né, questa bellezza, gli apparirà con un volto o con due mani, né
come qualcosa che possa riferirsi ad alcunché di corporeo e nemmeno come
discorso o come dottrina, né come quella che possa esistere in qualche altra
cosa, in altri esseri viventi, per esempio, o nella terra o nell'aria o
altrove, ma quale essa è, in sé e per sé, sempre uniforme e mentre tutte le
altre cose belle che di quella partecipano, nascono e periscono, essa non ha
alterazione di sorta, in più o in meno, non subisce mutamento. E così, quando
sollevandosi dalle cose terrene, in virtù anche dell'amore che si porta ai
giovinetti, uno comincia a scorgere questa bellezza, allora potrà dire di
essere vicino alla meta. Infatti questo è il retto cammino per procedere da
soli o insieme a una guida verso le questioni d'amore, cominciare, cioè, dalle
cose belle di quaggiù e, avendo come fine ultimo questa bellezza, innalzarsi
continuamente, come su una scala, da uno a due, da due fino a tutti i bei corpi
e da questi alle belle occupazioni e poi alle belle scienze, finché non si
giunga a quella scienza che di null'altro è scienza che della stessa bellezza e
finché non si conosca, giungendo, così, alla meta, il Bello in sé. Questo, caro
Socrate,» diceva la straniera di Mantinea, è il momento della vita che più di
ogni altro, per un uomo, val la pena di vivere: quando giunge alla
contemplazione della Bellezza in sé. Se una volta sola tu riuscirai a vederla,
oh, ti sembrerà assai più preziosa dell'oro o di una veste o degli stessi bei
fanciulli e giovinetti che ora guardi non senza un palpito e per i quali, tu e
molti altri, se fosse possibile, rimarreste anche senza mangiare e senza bere,
pur di poterveli sempre contemplare e stare in loro compagnia. Cosa
succederebbe allora, continua a dire, se uno riuscisse a vedere la bellezza in
sé, in tutta la sua adamantina purezza e non già quella offuscata dalla carne,
dai colori, da tutte le altre vanità terrene, se gli riuscisse, insomma, di
scoprire la Bellezza in sé, divina e uniforme? Credi forse che sarebbe
miserabile la vita di quest'uomo che fissasse quel punto, lassù e lo
contemplasse come va contemplato, congiunto con esso? Ed è soltanto in quel
punto,» continuava, «contemplando la bellezza con quella facoltà che la rende
visibile, che egli potrà dar vita non a parvenze di virtù, dato che non è a una
falsa immagine di bellezza che egli si è accostato, ma a una virtù vera, per il
fatto che egli è nella verità; non pensi, del resto, che avendo dato vita alla
virtù vera e avendola continuamente alimentata, costui potrà diventare caro
agli dei ed essere anch'egli immortale, se mai altro uomo lo è stato? Queste
cose, Fedro e anche tutti voi, Diotima mi ha detto ed io ne sono rimasto
persuaso e come tale, quindi, cerco ora di persuadere gli altri che per il
conseguimento di tanto bene, non è facile che l'uomo trovi chi possa meglio
soccorrerlo dell'Amore. Per questo io affermo che ogni uomo deve onorare Amore,
come io stesso faccio esercitandomi nelle sue discipline ed esorto gli altri a
fare altrettanto ed ora e sempre esalto la potenza e la forza d'Amore, nel modo
che ne sono capace. Ed ora, Fedro, questo discorso giudicalo, se credi, come un
elogio d'Amore, altrimenti definiscilo pure come meglio ti piace. Quando
Socrate ebbe concluso, continuò a riferirmi Aristodemo, e mentre tutti ne
elogiavano il discorso, Aristofane stava per intervenire, perché Socrate aveva
a un certo punto, fatto un'allusione sul suo conto a proposito di una certa
teoria. Ma ecco che, a un tratto, si sentì picchiare alla porta dell'atrio e,
poi, un gran vociare, come di gente allegra e la voce di una suonatrice di
flauto. «E, allora, ragazzi, non correte a vedere?» esclamò Agatone ai servi;
«se è gente di casa, fatela pure entrare, altrimenti dite che abbiam già finito
di bere e stiamo riposando.» Dopo un po' si udi nell'atrio la voce di
Alcibiade, ubriaco fradicio, che urlava a squarciagola chiedendo dove fosse
Agatone e che lo conducessero da lui. Egli, infatti, comparve sulla soglia,
sostenuto dalla suonatrice di flauto e da alcuni della compagnia e s'avanzò
verso i convitati, incoronato da una folta ghirlanda di edera e di viole e con
la testa piena di nastri. Salve, amici, esclama, «lo volete con voi, a bere, un
uomo già completamente ubriaco? Oppure possiamo soltanto mettere questa corona
in testa ad Agatone, dato che siamo venuti per questo e poi filarcela subito?
Ieri non mi è stato possibile venire e così eccomi qua ora, con questi nastri
in testa, per passarli su quella di uno che, senza offesa per nessuno, è il più
sapiente e il più bello di tutti. Ma voi ridete perché sono ubriaco? E ridete
pure, tanto lo so; ma, piuttosto, ditemi, posso o non posso entrare? Berrete
con me, o no?» Tutti allora si misero ad applaudirlo e gli dissero di entrare e
di prender posto in mezzo a loro. Anche Agatone lo invita ed egli si fa avanti
sorretto dai suoi amici e, togliendosi dal capo i nastri, fa le mosse di
incoronarlo senza accorgersi che Socrate era proprio lì, sotto i suoi occhi, al
punto che, quando egli si pose a sedere in mezzo a loro, questi dovette
scostarsi per fargli posto. Non appena si fu accomodato, cominciò ad
abbracciare Agatone e a cingerlo di ghirlande. Ragazzi, veniva, intanto,
dicendo Agatone, slacciate i sandali ad Alcibiade, ché si metta comodo e sia
terzo tra noi due.» Benissimo, approva Alcibiade, «ma chi è questo terzo?» e
così dicendo si volse e vide Socrate; a quella vista fece un balzo: Santi numi,
esclama, ma chi è questo? Proprio Socrate? Ti sei messo qui per giocarmi ancora
qualche tiro e mi compari davanti, al tuo solito, quando meno me l'aspetto. Che
sei venuto a fare? E perché ti sei messo qui e non vicino ad Aristofane o a
qualche altro che voglia fare lo spiritoso? Ma tanto hai fatto che ti sei
piazzato vicino al più bello.» E Socrate: «Vedi un po' di difendermi tu,
Agatone, perché l'affetto di quest'uomo mi sta dando non pochi fastidi. Da
quando, infatti, mi sono legato a lui, non posso più guardare una persona di
bello aspetto, né stare un po' a conversare con nessuno perché, geloso e
invidioso com'è, mi salta su e me ne dice un sacco e poco ci manca che non mi
metta le mani addosso. Sta attento, quindi, che anche ora non me ne faccia una
delle sue e cerca di mettere un po' di pace tra noi e difendimi, se egli vuol
farmi ancora qualche sfuriata, perché comincio proprio ad aver paura delle sue
manie e del suo temperamento eccessivo.» «Niente affatto,» gridò Alcibiade,
«fra te e me, nessuna pace e di quello che hai detto faremo i conti dopo. Ora
tu, Agatone,» riprese, «dammi un po' di questi nastri, ché incoroni anche lui,
questa testa meravigliosa, in modo che non s'abbia poi a lagnare che ho cinto
te di ghirlande e lui niente, lui che nel parlare vince tutti e sempre,
non una volta sola, come te, ieri. E così dicendo prese dei nastri e incoronò
Socrate, mettendosi, poi, comodo. E allora signori, esclama quando si fu
messo a suo agio, «mi sa che qui volete fare gli astemi; non ve lo posso
permettere; bisogna, invece, bere, così eravamo d'accordo. Fino a quando non
avremo preso l'avvio, i brindisi li dirigo io. Avanti, Agatone, fa portare una
bella coppa, di quelle grandi, anzi, anzi, non ce n'è bisogno; invece, ragazzo,
dà qui quel vaso per tener il vino in fresco.» Ne aveva, infatti, intravisto
uno che conteneva più di otto quartini abbondanti. Dopo esserselo riempito, se
lo scolò per primo; poi disse di riempirlo per Socrate, soggiungendo: Amici
belli, con Socrate, però, non c'è niente da fare: più gli se ne versa e più ne
beve e non c'è caso che si ubriachi. Infatti, appena il servo versò, Socrate
prese a bere. Ma Eressimaco, intervenendo. Ma così che facciamo, Alcibiade?
Vogliamo proprio starcene coi bicchieri in mano, senza dire una parola, senza
cantare un po', vogliamo proprio darci sotto come tanti assetati? Salve, mio
caro Eressimaco, esclama allora Alcibiade, «ottimo figlio di ottimo e
assennatissimo padre.» «Salute anche a te,» rispose Eressimaco, «e, allora, che
facciamo?» «Ai tuoi ordini, siamo qui per obbedirti: poiché un medico regge da
solo il confronto con molti. Perciò, comanda quello che vuoi.» «Stammi a
sentire, allora,» fece Eressimaco; «prima che tu venissi si era stabilito che
ognuno di noi, partendo da destra, facesse un discorso in lode di Amore, come
meglio ne fosse capace. Noi abbiamo già tutti quanti parlato, tu, invece, no e
dato che hai bevuto, è giusto che ora tocchi a te; dopo, potrai proporre a
Socrate quello che vorrai e lui, a sua volta, passerà l'invito al compagno che
è alla sua destra e così gli altri.» «Oh, un'ottima idea la tua, Eressimaco,»
fece Alcibiade, «solo che non puoi mettere a confronto il discorso di un
ubriaco con quello di gente che s'è mantenuta sobria; e poi, mio caro, tu ci
credi a quello che Socrate ha detto un momento fa? Non lo sai che è invece,
tutto il contrario? Questo qui, se io mi metto in sua presenza a fare le lodi
di qualcuno, uomo o dio che sia, solo per il fatto che non si tratta di lui,
mica me le risparmia le legnate.» «Ma la vuoi piantare? fa Socrate. «Per mille
tempeste,» rimbeccò Alcibiade, «è inutile che protesti; in tua presenza io non
posso lodare nessun altro.» «E allora, fa così,» intervenne Eressimaco; «se
vuoi, loda Socrate. Come dici? fa Alcibiade. Vuoi proprio, Eressimaco, che io
me la pigli con questo tipo e mi vendichi davanti a voi? Ma che ti salta in
testa,» intervenne Socrate, «di prendermi in giro con la scusa dell'elogio? Ma
che intenzioni hai?» «Dirò la verità e tu vedi se ti garba.» «Allora, sicuro,
la verità te la concedo, anzi voglio che tu la dica.» «Eccomi subito a te,» fece
Alcibiade, «e tu, intanto fa una cosa: se io non dico il vero, interrompimi se
vuoi e dì pure che sto mentendo, per quanto io, di bugie, non ho intenzioni di
dirne. Se, poi, nel riferire i fatti, io non andrò per ordine, non
meravigliarti, perché non è certo facile, nello stato in cui sono, fare
l'elenco ordinato e completo di tutte le tue stranezze. Ebbene, signori, io,
Socrate comincerò a lodarlo così, per immagini. Lui, crederà che io voglia
continuar nello scherzo e invece, le immagini mi serviranno per precisare la
verità, non per scherzare. Comincio col dire, infatti, che egli somiglia a quei
sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori, che hanno in mano zampogne
e flauti, fatti in modo che, aprendosi a metà, mostrano, all'interno, immagini
di divinità; e soggiungo anche che somiglia al satiro Marsia. Eh, sì, Socrate,
ci somigli proprio, almeno nell'aspetto, tu stesso non puoi negarlo; e sta a
sentire come poi ci somigli anche nel resto. Non sei forse petulante, e ti
posso portare i testimoni se non vuoi ammetterlo. E non sei un suonatore di
flauto? E come assai più portentoso di Marsia. Lui aveva bisogno dello
strumento per incantare gli uomini a forza di fiato e così, anche oggi, deve
fare lo stesso chi vuol suonare le sue melodie; (quelle che suonava Olimpo,
infatti, erano di Marsia, che gliele aveva insegnate). Insomma le sue melodie,
sia che le suoni un flautista di vaglia o una suonatrice di mezza tacca, sono
le sole a commuoverci, a farci quasi sentire il desiderio di dio, divine come
sono e di iniziarci ai suoi misteri. Tu soltanto in questo gli sei diverso, che
senza strumento, con le sole parole, ottieni lo stesso risultato. Infatti noi,
quando ascoltiamo qualcuno che parla, fosse pure il più bravo oratore di questo
mondo, di quello che dice, non ce ne importa niente, per così dire, proprio
niente di niente; quando invece ascoltiamo te, o anche soltanto un altro che
riferisce i tuoi discorsi, fosse pure un buono a nulla, quanti ne siano,
uomini, donne o giovani, restiamo tutti sbalorditi e affascinati. Quanto a me,
signori, se non temessi di passare completamente per ubriaco, vi direi, dietro
giuramento, quello che ho provato e provo ancora quando questo qui comincia a
parlare. Quando lo sto a sentire, il cuore mi si mette a battere forte, peggio
di quello dei Coribanti, alle sue parole mi vengono giù le lacrime e vedo tutti
gli altri, ma tutti, quanti ne sono, che provano la stessa impressione. Quando
invece sentivo parlare Pericle o altri bravi oratori, mi rendevo conto che
anch'essi parlavano bene, eppure non provavo niente di simile, non mi sentivo
l'anima in tumulto, né turbata al pensiero di essere una ben povera cosa. Ma
per costui, invece, per questo Marsia qui, quante volte mi son sentito come se
non mi fosse più possibile vivere come vivevo. E non dirai mica, Socrate, che
tutto questo non sia vero? Ed io sono convinto che anche adesso, se decidessi
di ascoltarlo, non riuscirei a resistere e proverei le stesse emozioni. Egli,
inevitabilmente, mi farebbe persuaso delle mie molte deficienze e che, perciò,
invece, di badare un po' a me stesso, m'intrigo dei fatti degli Ateniesi. E
così, mio malgrado, io mi tappo le orecchie, come se fossi in mezzo alle sirene
e scappo via perché non voglio mica invecchiare vicino a lui. Soltanto davanti
a quest'uomo io ho provato una cosa che nessuno mi sospetterebbe: quella di
vergognarmi. Davanti a lui solo, io mi vergogno, perché riconosco che non ho la
forza di contraddirlo, di oppormi a quello che mi dice di fare, ma poi, appena
mi allontano da lui, ecco che mi lascio nuovamente prendere dal favore
popolare; così lo evito e lo fuggo e quando lo vedo, solo a pensare a tutte le
cose di cui mi ha convinto, arrossisco dalla vergogna. Tante volte mi farebbe
addirittura piacere che non fosse più a questo mondo, anche se poi, so
benissimo che questo mi addolorerebbe assai di più e così, con un uomo
simile, non so proprio come fare. E così, questi sono gli effetti che io e
tanti altri proviamo per le melodie che questo satiro sa tirar fuori dal suo
flauto. Ma state ancora a sentire come egli somiglia anche nel resto a quelli
cui l'ho paragonato, e quale straordinario potere egli ha. Mettetevelo bene in
testa, costui nessuno lo conosce: ma ve lo farò conoscere io, dato che mi ci
trovo. Guardatelo qui, Socrate, pronto sempre a innamorarsi dei bei giovanotti,
a corteggiarli, a perdere addirittura la testa; mica poi che capisca qualcosa,
non sa proprio niente, almeno dall'apparenza. E questo non significa essere un
sileno? Altro che: lo stesso aspetto esterno di una di quelle statuette di
sileni; ma dentro, se lo aprite, ve la immaginate, commensali miei, la saggezza
che ha? E poi, dovete sapere che a lui, non gliene importa niente se uno è
bello, anzi lo tiene in così poco conto, che non ne avete l'idea; e se uno è
ricco e ha tutto quello che, secondo la gente fa beato un uomo, egli dice che
tutto questo non vale un bel niente, anzi che noi stessi siamo addirittura
delle nullità, questo ve l'assicuro io. E per giunta passa la vita, poi, a fare
il finto tonto e a pigliarsi un po' gioco di tutti. Se poi fa sul serio, però e
si lascia veder dentro, non so se l'avete mai viste le bellezze che ha. Io però
le ho viste, una volta, e mi son sembrate così divine, così preziose, stupende
e straordinarie, che mi sentii soggiogato e pronto a fare tutto ciò che Socrate
avesse voluto. Credendo che egli s'interessasse alla mia bellezza, pensai che
era proprio un'occasione e una bella fortuna la mia se, cedendogli i miei
favori, avessi potuto apprendere da lui tutte le cose che sapeva: io infatti
andavo tutto superbo della mia bellezza. Con queste intenzioni, allora, io che
prima non ero solito restarmene da solo con lui, senza la compagnia di un
servo, un bel giorno congedai il mio schiavo e rimasi solo con lui. Bisogna che
ve la dica tutta la verità e voi fate attenzione e se dico bugie, Socrate,
smentiscimi pure. E così me ne rimasi solo soletto con lui ed io credevo che
egli avrebbe subito attaccato con quei discorsi che di solito un innamorato fa
al suo ragazzino, quando si trovano a tu per tu ed ero tutto contento. Invece,
niente da fare ma, come al solito, parlò con me e giunta la sera, se ne andò.
Vedendo questo, lo invitai, allora, a far ginnastica insieme a me, cominciai a
esercitarmi con lui e speravo di concludere qualcosa. Anche lui, in verità,
faceva i suoi bravi esercizi con me e lottavamo insieme, spesso senza che
nessuno fosse presente. Ebbene, ve lo devo dire? Non ne cavai un bel niente. E
quindi, visto che in questo modo non combinavo nulla, pensai che con un uomo simile
bisognasse adoperare le maniere forti, altro che lasciar perdere, dato poi che
mi ci ero messo, e vedere un po' come andava a finire la faccenda. E così lo
invita a cena, addirittura come fa uno spasimante quando vuol far cascare la
persona amata. Macché, mica accettò subito; tuttavia, dopo qualche tempo, si
convinse. La prima volta che venne, però, volle andarsene subito, appena
mangiato; quella volta io mi vergognai un po' e lo lasciai andare. La volta
appresso, però, gli tesi il laccio e dopo che finimmo di mangiare, gli
impiantai una discussione che si protrasse fino a tarda notte e così, quando
fece le mosse di congedarsi, io gli dissi che ormai s'era fatto tardi e quindi
lo convinsi a fermarsi. Così egli si mise a riposare in un letto accanto al mio,
lì dove aveva cenato: nella sala, nessun altro avrebbe dormito tranne noi due.
Fin qui niente di male nel mio racconto e anzi potrei continuare a parlare di
fronte a tutti ma, a questo punto, io non vi darei più nulla se,
anzitutto, nel vino, come dice il detto (aggiungeteci pure i bambini o meno)
non vi fosse la verità e poi perché mi sembrerebbe proprio una cosa ingiusta,
dal momento che sto facendo l'elogio di Socrate, passare sotto silenzio il suo
nobilissimo comportamento. Oltre a questo, ancora, io mi sento come uno che è
stato morso da una vipera che, a quel che si dice, non vuol raccontarlo a
nessuno, tranne a quelli che sono stati anch'essi morsi, ai soli, cioè, che
potrebbero comprendere e compatire i suoi gesti e tutte le frasi che si dicono
sotto l'influsso del dolore. Ed io che sono stato punto dal morso più doloroso
e nella parte che più duole al cuore o all'anima o come vuoi chiamarla,
trafitto e punto dai ragionamenti filosofici che penetrano più profondamente
del dente di una vipera specie quando afferrano l'anima di un giovane non
mediocre e lo spingono a fare e a dire qualunque cosa... io che mi vedo dinanzi
un Fedro, un Agatone, un Eressimaco, un Pausania, un Aristodemo, un Aristofane
(e bisogna anche nominarlo Socrate?) e tanti altri, tutta gente un po' patita e
fuori di sé per la filosofia. Eh, sì, per questo, ora, voi tutti, mi starete a
sentire. E mi compatirete per quello che è accaduto allora e per quanto sto per
dirvi ora. E voi, famigli e quanti ne siete, rozzi o villani, tappatevi con
grossissime porte le orecchie. Dunque, signori, quando la lampada fu
spenta e i servi se ne furono andati, pensai che non era più il caso di star lì
a gingillarsi ma di esprimergli chiaramente le mie intenzioni. «Dormi,
Socrate?» perciò gli chiesi scuotendolo. «Nient'affatto,» mi rispose. «Sai
cos'ho pensato? Cosa? Che tu mi sembri l'unico amante degno di me, però mi pare
che tu esiti a dichiararti. Però, sai, io ho deciso; credo proprio che sia da
sciocchi non esserti compiacente in questo, come in tutto il resto, se tu ne
avessi bisogno, dei miei amici per esempio, delle mie sostanze. Perché, vedi,
niente mi sta più a cuore che diventare il più possibile migliore e nessuno, io
penso, può far meglio di te al caso mio. Anzi mi vergognerei molto di più, di
fronte alle persone intelligenti se non compiacessi un uomo simile, che non
dinanzi alla gente ignorante se gli cedessi. E lui, dopo essere stato lì a
sentirmi, col suo solito fare un po' ironico. Mio caro Alcibiade, risponde, può
darsi proprio il caso che tu non sia uno sciocco se è vero che io ho tutto
quello che tu dici e se c'è in me una specie di potere che ti possa far
diventare migliore. Se è così, devi aver visto in me un'irresistibile bellezza,
di gran lunga superiore alla tua e, rendendotene conto, ora cerchi di far
comunella con me, di metterci le mani addosso e barattar bellezza con bellezza
e così concludere, alle mie spalle, un affare non poco vantaggioso; cerchi,
insomma, di pigliarti una bellezza vera in cambio della tua che è apparente e
pensi proprio di scambiare oro con rame. Ma benedetto figliolo, fa più
attenzione, ché tu non t'inganni nei miei riguardi, dato che io non sono
proprio nulla. Il fatto è che l'occhio della mente comincia a veder chiaro
quando s'affievolisce quello del corpo e per te, ce ne vuole del tempo. Ed io
dopo averlo ascoltato: «Per quel che mi riguarda, le cose stanno cosi ed io non
ho detto nulla di diverso da quello che penso. Tu, piuttosto, devi decidere
quello che è meglio per te e per me. Così va bene, mi risponde. In seguito
vedremo e faremo quello che ci sembrerà meglio per tutti e due a proposito di
questa faccenda e anche per il resto. Quanto a me, dopo quello che aveva detto,
e ora che avevo udito la sua risposta, come se gli avessi lanciato un dardo,
pensavo d'averlo già bell'e trafitto. E così, senza dargli la possibilità di
dire una parola di più, balzai su e gli gettai addosso il mio mantello (infatti
eravamo d'inverno) ficcandomi, poi, sotto quello suo, logoro, e stringendolo
nelle mie braccia (sì, proprio costui, questo essere veramente divino e
meraviglioso) e tutta la notte gli stetti disteso vicino. Nemmeno questo,
Socrate, puoi dire che non è vero. Ebbene, nonostante che io avessi osato
tanto, si dimostrò superiore e mi disprezzò beffandosi della mia bellezza,
schernendola; e si che io credevo di non essere mica poi tanto male, o giudici
(sì, giudici dell'insolenza di Socrate); ebbene, sappiate, ve lo giuro su tutti
gli dei e le dee, che io dopo aver passato la notte accanto a Socrate, mi alzai
come se avessi dormito con mio padre o con mio fratello maggiore. Dopo
tutto questo, ve lo immaginate come ci rimasi. Da una parte l'idea di essere
stato disprezzato, dall'altra la mia ammirazione per le sue qualità, per la sua
saggezza, per la sua forza d'animo. Mi resi conto di aver proprio incontrato un
uomo quale non avrei immaginato, per rettitudine e per fortezza. E così non
riuscii né a pigliarmela con lui e, quindi, troncare ogni rapporto, né, d'altro
canto, a trovare il modo di conquistarlo. Sapevo benissimo che col denaro non
c'era niente da fare: è più invulnerabile d'Aiace di fronte alle frecce, ed ora
anche l'unico modo con cui pensavo di poterlo conquistare, m'era fallito. Privo
così d'argomenti, schiavo quasi di quest'uomo, come nessuno lo fu mai d'alcun
altro, gli stavo sempre dietro. Tutto questo accadde prima della campagna di
Potidea, durante la quale combattemmo insieme e fummo anche compagni di mensa.
Ricordo che alle fatiche era più resistente non solo di me ma di tutti quanti
gli altri; quando poi si restava bloccati, tagliati fuori, come capita spesso
in guerra e così ci toccava patir la fame, la capacità di resistenza degli
altri non era niente al confronto della sua; quando invece c'era abbondanza,
lui era il solo a godersela veramente; e a bere, poi, vinceva tutti, non perché
ci fosse portato, ma solo quando ve lo spingevano e quello che è straordinario
è che mai nessuno ha visto Socrate ubriaco e di questo, io credo che ne avrete
anche ora una prova. Quanto poi a sopportare i rigori dell'inverno (e lì il
gelo non scherza), era addirittura straordinario. Ricordo che, una volta,
durante una gelata terribile, mentre tutti se ne stavano chiusi dentro e se
qualcuno usciva, s'infagottava fino all'inverosimile e si fasciava i piedi con
panni di feltro e pelli di pecora, lui se ne andò in giro con quel suo solito
mantelluccio che porta sempre, camminando sul ghiaccio, a piedi nudi, assai
meglio di quelli che avevano le scarpe; e i soldati lo guardavano un po' in cagnesco
credendo che, così, egli li volesse umiliare. E a questo proposito,
bisogna proprio sentire ‹quello che ancora fece e sostenne quest'uomo animoso, laggiù,
durante la spedizione. Tutto preso non so in quali pensieri, una volta se ne
rimase in piedi, immobile a meditare, fin dal mattino presto e, poiché non
riusciva a venirne a capo, non la smise, ma continuò a restarsene tutto assorto
nelle sue riflessioni. Era già mezzogiorno e i soldati cominciarono a farci
caso e a passarsi la voce, tutti stupiti che Socrate, pensando a chissà cosa,
se ne stava lì dal mattino presto. In conclusione, col calar della sera, alcuni
soldati della Ionia, dopo il rancio, portarono fuori, all'aperto, i loro
pagliericci (s'era, infatti, in estate) per dormire al fresco ma anche per star
lì un po' a vedere se quel tipo se ne fosse rimasto immobile tutta la notte. Ed
egli lì se ne restò fino a che non si fece mattino e non spuntò il sole; dopo
di che, fece al sole una preghiera e se ne andò. E in battaglia, poi, se volete
sentire, perché anche questo bisogna riconoscergli. Quando ci fu quello scontro
in cui i generali mi dettero una ricompensa al valore, nessun altro mi salvò
tranne costui che non volle lasciarmi lì ferito ma riuscì a portarmi in salvo
con le mie armi. Ed io, Socrate, in quell'occasione, insistetti perché la
ricompensa la dessero a te (neanche in questo caso tu potrai riprendermi e
dirmi che sto mentendo). E poiché i generali, considerando il mio rango,
volevano dare a me la ricompensa, tu fosti più zelante di loro perché venisse a
me attribuita invece che a te. E non è finita, signori miei, perché bisognava
vederlo Socrate, quando il nostro esercito è rotto a Delio. In quell'occasione
io ero col mio cavallo, lui a piedi, con tutte le sue armi. Tra lo scompiglio
delle truppe in fuga, dunque, egli ripiegava insieme a Lachete. Io per caso
sopraggiungo e, vedendoli, grido di farsi coraggio, assicurandoli che non li
avrei abbandonati. In quella occasione meglio che a Potidea, potetti ammirare
Socrate, anche perché, a cavallo come ero, avevo meno da temere. Prima di tutto
dimostrava un controllo superiore a quello dello stesso Lachete;
secondariamente parve anche a me quello che tu stesso, Aristofane, hai detto di
lui che cioè anche là egli camminava come qui, tutto altero gettando occhiate
di traverso, tenendo sempre sott'occhio amici e nemici, facendo capire a tutti,
anche a distanza, che se qualcuno lo avesse attaccato, egli era il tipo che si
sarebbe difeso strenuamente. E così procedeva sicuro insieme al compagno, perché
è proprio vero che quelli che si comportano così in guerra, i nemici nemmeno li
toccano, mentre incalzano chi si dà a gambe levate. E ancora per molte altre
cose, tutte straordinarie, Socrate andrebbe lodato. Probabilmente, però, queste
altre qualità si possono anche trovare in qualche altro; quello che invece è
meraviglioso è il fatto che lui non è simile a nessun uomo del passato né del
nostro tempo. Ad Achille, per esempio si potrebbe avvicinare, in un certo qual
modo, Brasida e altri e per Pericle potrebbe trovarsi una certa somiglianza con
Nestore o Antenore e non con questi soltanto e altri paragoni se ne potrebbero
far sempre. Ma quanto a quest'uomo, per il suo modo di fare, per i suoi
discorsi, è impossibile trovare uno che gli somigli, nemmeno lontanamente, né
tra i viventi, né tra gli antichi, a patto che uno non lo volesse paragonare,
appunto come dicevo, lui e i suoi discorsi, ai sileni e ai satiri, ma non certo
a un uomo. Anzi, a proposito, i suoi discorsi (me ne ero dimenticato di
precisarvelo prima) sono proprio come i sileni che si aprono. Infatti, se
uno si mette a sentire i discorsi di Socrate, all'inizio, gli sembreranno
addirittura ridicoli, come sono tutti inviluppati per il di fuori, da termini e
da sentenze, una specie di pelle di satiro petulante; infatti, non fa altro che
parlare di asini da soma, di fabbri, di sellai, di conciatori e sembra che dica
sempre le stesse cose, tanto che se uno non se ne intende o è uno sciocco, gli
riderebbe dietro. Ma se cerchi di aprirli, i suoi discorsi, e di guardarvi
dentro, prima di tutto ti accorgerai che sono i soli, tra tutti, ad avere un
loro senso profondo, poi che sono addirittura divini, ricchi di ogni virtù
possibile e immaginabile, volti al sublime o meglio a ciò che deve tener
presente chi voglia diventare un vero galantuomo. Questo è quanto ho da dirvi
in lode di Socrate, amici miei. Quanto al biasimo io ve l'ho già mescolato,
riferendovi le offese che mi ha fatto; del resto egli non s'è comportato così
solo con me, ma ha fatto lo stesso con Carmide, il figlio di Glaucone e con
Eutidemo, il figlio di Diocle e con molti altri, tutta gente che egli ha
ingannato fingendo, appunto, la parte dell'innamorato, con la conseguenza che
furono, invece, costoro ad innamorarsi di lui. E questo lo dico anche per te,
Agatone, ché non debba cascarci anche tu in modo che, fatto esperto dalle
nostre disavventure, tu possa stare in guardia da costui e non debba imparare,
da citrullo, a proprie spese, come dice il proverbio. Appena Alcibiade ebbe
concluso, l'ilarità fu generale, proprio per quel suo modo franco di parlare,
anche perché, così, aveva fatto capire di essere ancora innamorato di Socrate.
«Mi sembra, invece, che tu, Alcibiade, non abbia proprio bevuto per niente,»
esclamò a un certo punto Socrate, «altrimenti non l'avresti rigirata tanto
abilmente, nascondendo il vero scopo del tuo discorso e alludendovi solo alla
fine, come un di più, come se tutto il tuo parlare non fosse stato per seminar
zizzania tra me e Agatone, fissato come sei che io debba amare solo te e nessun
altro e che Agatone devi amarlo soltanto tu e gli altri niente. Ma non t'è
andata bene e questa tua farsa a base di satiri e di sileni è apparsa evidente.
Mio caro Agatone, costui non deve spuntarla e bada tu che, tra me e te, nessuno
venga a mettere disaccordo.» E Agatone, di rimando: «Ah, sì, Socrate, forse hai
proprio ragione. Ora capisco perché s'è venuto a piazzare tra me e te, proprio
per dividerci. Ma sta fresco, anzi, eccomi qua che ti torno vicino.» Oh,
benissimo, fa Socrate, mettiti qua, al mio fianco.» «Santo cielo,» esclamò
Alcibiade, «quante me ne fa passare quest'uomo. Vuole sempre stravincere; ma,
almeno, mio straordinario amico, lascia che Agatone resti tra noi due.»
«Impossibile,» fece Socrate. «Infatti tu hai fatto, in questo momento, le mie
lodi ed ora tocca a me farle a quello che mi sta a destra. Quindi, se Agatone
se ne viene vicino a te, non può mica mettersi a fare il mio elogio prima che
io non abbia fatto il suo, ti pare? Piantala, quindi, tesoro, e non essere geloso
se elogerò questo giovane: io desidero molto tesserne le lodi.» «Iuh, iuh,
Alcibiade,» si mise a fare Agatone, «non è proprio il caso che io me ne resti
qui, anzi, mi alzo subito perché le lodi di Socrate io le voglio avere. Eh,
già, commenta Alcibiade, la solita musica; quando c'è Socrate, niente da fare
con i belli. Guarda un po' anche adesso, come ha saputo trovarsela facilmente
la sua ragione, in modo che costui gli si strofini al fianco. E così Agatone si
alza per mettersi vicino a Socrate, quando a un tratto, una numerosa brigata di
buontemponi si fece sulla soglia e trovando la porta aperta perché qualcuno era
uscito, irruppe dentro di filato verso di noi e ognuno si trovò comodamente il
suo posto. Ne nacque un baccano dell'altro mondo e si perse ogni misura, tanto
che ci demmo a bere a più non posso. Allora Eressimaco, Fedro e qualche altro
se ne andarono, continuò a raccontarmi Aristodemo. Quanto a lui è vinto dal
sonno e dormì profondamente anche perché le notti erano lunghe; si svegliò
ch'era giorno e che i galli cantavano. Quando aprì gli occhi, vide che gli
altri o dormivano ancora o se n'erano andati e che solo Agatone, Aristofane e
Socrate erano svegli e bevevano da una grande coppa che si passavano da
sinistra a destra. Socrate stava discorrendo con loro, ma Aristodemo disse che
non ricordava quello che si dicevano dato che non li aveva seguiti fin dal
principio e, poi, perché (almeno così disse) era tutto insonnolito, ma che, in
conclusione, Socrate stava persuadendo i due amici ad ammettere che uno può
comporre ugualmente sia commedie che tragedie e che chi, per vocazione, è poeta
tragico, sarà anche poeta comico. Quelli, costretti ad ammetterlo, ma senza
capir molto, sonnecchiavano. E ci disse che fu Aristofane ad addormentarsi per
primo, poi, a giorno fatto, anche Agatone. Socrate, quando li vide
addormentati, si alzò e se ne andò e lui, Aristodemo, com'era sua abitudine, lo
seguì. Giunto al Liceo si lavò e, come al solito, trascorse il resto della
giornata, poi verso sera se ne andò a casa a riposare. Educazione
guerriera Il filosofo G., voce narrate dell'educazione fascista scriveva:
"La possibilità, la necessità della lotta armata è immanente alla
coscienza nazionale, è presente in ogni momento di questa. E non c'è dunque
educazione veramente, vigorosamente nazionale, che non sia ache educazione
guerriera."Una delle caratteristiche fondamentale – e forse la piu nuova e
significative – che la scuola italiana e andata gradatamente acquistando e che
sta per trradursi in aao nella piena chiarezza e precision delle idee direttive
e della organizzazione tecnica, e l’impronta guerriera. Nel dominio
dell’educazione, in cui tutta la vita di un popolo si riflette e da cui insieme
trae alimento e vigorose affermazione, si fa valere, cosi, quell’attuarsi
categorico della coscienza nazionale, che e la missione del Fascismo nella
storia d’Italia. La coscienza militare, lo spirito guerreiero, non e qualcosa
di diverse della coscienza nazionale; bensi costituisce con questa un duplice
aspetto della elevazione dell’individuo al disopra del bene proprio
particolare, per attuare le ragioni ideali della vita: un duplice aspetto in
quell concetto della vita come missione, onde l’individuo perisce nelle sue
forme superficiale e caduche e si sostanzia de realta universal ed eterna. Al
dispora della nazione non esiste, invero, non puo esistere una organizzazione
che equamente diriga e governi l’atttivita dei singoli gruppi sociali-nazionale
e instauri, attraverso la composizione dei contrasti, un armónico equilibrio. La
possibilita, la necessita della lotta armata e immanente alla coscienza
nazionale, e presente in ogni momento di questa; e la coscienza di essa e la
preparazione dell’animo atto a combatterla sono; diremmo quasi, una seconda facia
della coscienza nazionale. E non c’e dunque educazione veramente, vigorosamente
nazionale, che non sia anche educazione guerriera. Ma non basta. Il compito
specific dell’educazione guerriera, la preparazione alla lotta armata, ha un
suo proprio carattere – in connessione con la natura e le esigenze di tale
lotta – per cui non e soltanto il riflesso o, direbbesi, l’ombra
dell’educazione nazionale, ma da questa in certo modo si distacca e su essa
reagisce, aumentandone e integrandone il valore; e aumentando e integrando,
inoltre, il valore anche dell’educazione generale. La preparazione alla lotta
armata e in vero preparazione: 1) alla rinunzia piu complete al proprio io
particolare; poiche si tratta di ninunzia alla vita, il primo ed il massimo dei
beni e da tutti presupposto; 2) alla rinunzia – sia pure momentanea e quale
mezzo a una superior affermazione – anche alla propria personalita spirituale,
mediante l’obbedienza pronta ed intera: poiche la lotta e azione e nulla v’ha
di piu dannoso e folle che discutere quando e il momento d’agire. Fornisce
quell’agilita e pronezza di movimenti e quella resistenza alle fatiche e forza
muscolare, in cui la lotta armata ha uno dei suoi mezzi piu essenziali. Non
solo; per il riscio che e inerente a molti esercizi ginnastici, anche si
rifugga dale acrobazie – con le quali si sarebbe fuori dal dominio educativo –
essa e buon addestramento dell’animo alla lotta. L’educazione guerriera ha un
contenuto per ricchezza ed importanza infinitamente superior a quello dell’educazione
fistica; ma include questa necessariamente dentro di se. Giovera in ultima
accentare agli sports, in quanto non significhino virtuosismo, ossia abilita
tecniche e capacita fisiche prese come fine a se stesse, ma si dispongano nel
Quadro generale dell’educazione quale stimolo allo sviluppo dell’uomo. Essi in
questo caso sono il naturale sbocco dell’educazione fisica, o meglio
l’educazione fisica nella pienezza della sua attuazione; poiche accentuano il
momento del rischio e del consequente necessario dominio di se. Ma non bisogna
esagerare riguardo al valore degli sports in ordine all’educazione guerriera.
Questa ha il suo fondamento in un mondo ideale che a quelli e compiutamente
estraneo; e si riferisce ad una condizione di cose in cui ben altro sir ischia
che non qualche slogatura ed ammaccatura, e in cui l’Eroe non attende il
plauso, ma si vota sereno e deciso al sacrifizio che, anche, rimanga oscuro.” Gallo
Galli. Galli. Keywords: il fedro, sull’amore, metafisica dell’amore, fisiologia
dell’amore, dialoghi dell’amore, dialoghi sull’amore, sul bello, l’uno e i
molti, unum et multa – the one and the many – Plato – Aristotle – Parmenides’s
aporia – D. F. Pears, “Universals” in Flew, Rosmini, Bruno, ermetico, Galileo, Serbati,
Carlini, idealismo, idealismo critico, dialettica dello spirito, Renouvier,
educazione guerriera, Sparta, Platone, Siracusa, dorio, guerriero, sacrifizio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Galli” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Gallio: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Lucio Giunio Gallio – An orator with a reputation for his knowledge
of philosophy. He adopts Lucio Anneo Novato, the elder brother of Seneca.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Galluppi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Tropea). Abstract.
Grice: “There was I at Brighton, preparing for the lecture, and came across
Galluppi, so I thougt to myself: Great tribute!” Keywords: meaning, significazione. Filosofo
tropese. Filoofo calabrese (padre siciliano). Filosofo Italiano. Tropea, Vibo
Valentia, Calabria. “Gallupi is a great one; and much can be philosophised
about his philosophy of the ‘parola come segno del pensiero’” – Grice: “On top,
he was a Baron!” -- Eessential Italian philosopher. Figlio del barone Vincenzo e della nobildonna
Lucrezia Galluppi, entrambi della stessa famiglia Galluppi, una delle antiche
famiglie patrizie di Tropea. Dopo lo studio della lingua latina, apprese filosofia
sotto Ruffa. Trasferitosi a Santa Lucia del Mela, compì il corso elementare di
filosofia e presso il Seminario vescovile della cittadina peloritana.
Intraprese dunque lo studio a Napoli sotto Conforti. Sposa Barbara
d'Aquino, da cui ebbe quattordici figli, otto maschi e sei femmine.
Trascorre le giornate di libertà nella residenza privata di famiglia, cioè
Palazzo Galluppi, sulla Strada Provinziale a Caria, frazione di Drapia, alla
biblioteca o al giardino. Pubblica a Napoli “Sull'analisi e la sintesi”.
Durante i moti aderì alla causa liberale sostenendo la riforma costituzionale
dello stato e protestando quindi contro l'intervento repressivo degl’austriaci.
Si riavvicina alla monarchia. Insegna filosofia a Napoli. Membro dell'Accademia
Sebezia e dell'Accademia Pontaniana di Napoli, degl’affatigati di Tropea (il
‘furioso’), di quella del Crotalo di Catanzaro e della Florimentana di
Monteleone. Il suo merito maggiore consiste nell'avere introdotto in
Italia Kant. Le Lettere filosofiche sono definite il primo saggio in Italia di
una storia della filosofia. A G. sono dedicati il convitto nazionale, il liceo
di Catanzaro e il liceo di Tropea. A Tropea, la sua città natale, è attivo
il centro studi Galluppiani, associazione culturale dedita alla ripubblicazione
dell'opera omnia del filosofo e che di recente ha decretato l'ampliamento dei
fini statutari, fino ad accogliere e curare altre interessanti iniziative di un
certo spessore culturale. Periodicamente, il centro organizza il congresso
degli studi galluppiani, importante appuntamento di respiro nazionale, animato
da studiosi e saggisti provenienti da tutta Italia. L'attuale presidente è
Meligrana. Altre personalità di notevole importanza nella storia del centro
studi galluppiani sono Pugliese e Cane, filosofo, appassionatissimo studioso
dell'opera di Galluppi. Una vera dedizione, la sua che non è mai venuta
meno fino alla fine della sua vita. Organizzatore infaticabile di seminari,
simposi e conferenze, ha cercato di far conoscere il pensiero del G., favorendo
la pubblicazione dell'opera inedita "La filosofia della matematica"
la cui edizione lo ha visto anche quale curatore. Su G. pubblica numerosi saggi
ed articoli in quotidiani e riviste specializzate. Altre opere: “Memoria
apologetica” (Napoli, Vincenzo Mozzola-Vocola); “Grice, ovvero, Sull'analisi e
la sintesi” (Napoli, Verriento); “La conoscenza, o sia analisi distinta del
pensiere umano, con un esame delle più importanti questioni dell'Ideologia, del
Kantismo e della Filosofia trascendentale” (Napoli, Sangiacomo); “Filosofia”
(Messina, Pappalardo); “Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia,
relativamente a’principii della conoscenza umana da Cartesio insino a Kant
inclusivamente” (Messina, Pappalardo); “Logica”; “Metafisica” (Firenze,
Tipografia della Speranza); “La volontà” (Napoli, Giachetti); “Storia della
filosofia” (Napoli); “Opera a cui si aggiunge l ‘Elogio funebre scritto da
Pessina, autore del Quadro storico dei sistemi filosofici” (Milano, Gio.
Silvestri); “Autobiografia”, “Scritti”
(Milano, Dumolard); La filosofia del Galluppi e le sue relazioni col
Kantismo, (Napoli, Morano); “Lettere filosofiche” (Bonafede, Palermo); “Epistolario
Lettere private. Inedite e rare, Franco Ottonello, Milano, Franco Angeli
("Filosofia e scienza nell'età moderna" Collana a cura della Sezione
di Milano dell'Istituto per la storia della filosofia. Dizionario biografico
degli italiani. Quella specie di deduzione con
cui da una causa, che cade sotto i sensi, deduciamo un efetto, che sotto i
sensi non cade, o da un effetto, che cade sotto i sensi, deduciamo una causa,
che sotto i sensi non cade, quando la connessione fra la causa e l'effeto non
si presenta a noi come necessaria, è fondata su questa verità sperimentale, le
cause simli producono o son accompagnate da effetti simili; ed effetti simili
suppongono cause simili. Tutti e due questi modi di dedurre i fatti, che
immediatamente non si sperimentano, costituiscono l’argomento detto di
analogia. Si argomenta dunque per analogia, quando dair osservazione di
soggetti simili si deducono qualità simili, e quando da cause simili si
deducono effetti simili, o da effetti simili si deducono cause simili. Ma
resistenze, che si deducono, sono di due manière. Alcune possono essere oggetto
di esperie tua, altre non possono esserlo. Sebbene quando vedo l’acqua, che non
ho ancora bevuto, e che giudico di aver essa la qualità di estinguermì la sete,
non abbia ancora sperimentato in questo caso particolare la qualità di cui
parlo; pure è essa un oggetto di esperienza, poiché posso di fatto
sperimentarla, bevendo l’acqua che ho presente. Sebbene prima di vedere la
liquefazione della neve, io la deduco dalla vicinanza del fuoco. Pure questa
liquefazione può colpire i miei sensi, ed essere un oggetto di esperienza. Ma
vi sono infiniti casi, in cui l’esistenze che si deducono, non possono divenire
oggetto di esperienza. Domandato ad un uomo perchè egli crede un fatto, che
succede in luoghi ove non è, per
esempio, che il suo amico soggiorna alla campagna, o viaggia per la
Francia, egli vi darà per ragione un altro fatto: allegherà una lettera che ha
da lui ricevuto, alcune risoluzioni che gli vide prendere, alcune promesse che
gli ha sentito fare. Ora in tutte queste deduzioni, si suppone, che alcuni dati
moti dipendono dalla volontà dell’amico; si suppone in conseguenza, che il suo
corpo sia animato da uno spirito simile al nostro. Ora lo spirito dell’amico, e
le modificazioni inieinc di esso, non possono giammai divenire un oggetto di
esperienza: noi non possiamo giammai sortire da noi stessi, e sentire l’anima
sua, e ciò che in
essa acca(k; noi dunque qui argomentiamo da una esistenza, che è un
oggetto sperimentale, ad un altra esistenza, che per noi non può giammai
divenire un oggetto di esperienza.
Quando vedo la lettera, di cui si parla io giudico, che fu l’effetto de’ moti
del corpo dell’amico, giudico inoltre, che questi moti furono l’effetto della
sua volontà. Ora questa volontà
io non la posso sentire giammai, risalgo dunque qui da un effetto che colpisce
i sensi miei ad una causa, che non può giammai divenire un oggetto di
esperienza. Similmente se vedo piangere un uomo giudico che egli è afflitto,
ora l’afflizione di lui non puògiammai divenire un oggetto di esperienza per
ne; io dunque deduco qui da ciò che sperimento una causa,
che non posso sperimentare. Ora si
domanda: una tal deduzione è es M legittima? Allora che vedo un uomo, io vedo
un corpo simile al mio: se lo vedo camminare vedo questo corpo eseguire certi
moti simili a quelli, che io fo quando voglio camminare, da ciò conclude, che I
moti del corpo che vedo suppongono una causa
simile a quella, che ho
sperimentato, vale a dire uno spirito, che vuole tali moti. Pare dunque, che
questo caso possa ridursi alla stessa spezie di quello di sopra, cioè alla
deduzione di una causa simile
da un effetto simile. Ma vi ha qui una
differenza, di cui bisogna tener conto. Quando dal vedere un orologio deduco
1’esistenza di un artifice, io ho osservato non solo gli effetti simili, ma
anche le cause simili, vale a dire, ho veduta molti orologi fra i quali ho
trovato della similitudine, ed Ito veduto ancora molti artefici di orologi, fra
I quali ho trovato ancora della similitudine. Ciò non accade, quando da’ moti
del corpo di un uomo deduco l’esistenza di uno spirito simile al mio, da cui
questo corpo è animato. Io non ho giammai sperimentato un altro
spirito,all’infuori del mio, quindi non lio giammai sperimentato la
similitudine delle cause, da cui derivano gli effetti de' quali si parla, io
dunque esco qui fuori deirespcnenia: se avessi erimontato piìi volte che alcuni
moti di altri corpi simili al mio derivano da spiriti simili al mio, allora la
mia deduzione avrebbe lo stesso fondamento dell’analogia, la quale mi autorizza
a dedurre da effetti che sperimento,simili aquelli che ho sperimentato, cause
simili aquelle che ho sperimentato. Ma qui siamo in un caso diverso;io sono
racchiuso nella sola osservazione di una causa sola: ho sperimentato in me solo
che alcuni dati moti procedono da un atto di volontà. Ma non 1’ho sperimentato
in altri, nè posso giammai sperimentarlo; or chi mi autorizza a concludere da
un caso solo una legge costante, ed universale della natura? Nell'argomento di
analogia si conclude per un caso ciò che abbiamo sperimentato costantemente in
tutti gli altri, che ci son occorsi: ho sperimentato molte volte, che il fuoco
posto in vicinanza della neve la liquefa, nè mi è occorso alcun caso, in cui
non abbia ciò sperimentato: vedendo del
fuoco posto in vicinanza della neve concludo, per questo caso particolare, ciò che ho
sperimentato costantemente nella
moltitudine degli altri casi. Ma quando
al veder muovere gli altri uomini giudico, che sono animati da uno spirito
simile al mio, procedo tutto al rovescio dell’analogia, poiché da un solo caso,
vale a dire da ciò che sperimento in me, giudico tutti gli altri. Questa
obbiezione merita di esser esaminata, poiché l’analisi dei motivi
de’nostri giudizi è1’oggetto della logica. Io ho camminato un
numero incalcolabile di volte, per varie direzioni, ed in vari luoghi. Ho
sperimentato questo fatto costantemente unito al mio volere. Ho sperimentato
fra il cammino di una volta equello di un altra una similitudine, ed una
similitudine fra l’atto di volere di una volta e quello di un altra. Ho dunque
qui sperimentato che effetti simili procedono da cause simili, vale a dire, che
il camminare consiste in moti volontari. Quando dunque veggo camminare un altro
uomo io concludo per questo caso particolare quello che ho sperimentato nella
moltitudine de’casi particolari occorsi in me stesso; non esco dunque dell’analogia, con cui si concludeda
molli ad uno. È nondimeno incontrastabile, che l'illazione non può giammai
divenire sperimentale, poiché 1’esistenza della volontà in un altro uomo, che
io deduco dal vederlo camminare, non può giammai divenire per me un oggetto di
esperiaiza come può divenirlo questa illazione: il fuoco che vedo liquefarà la
neve a cui è vicino: Ma ciò mi sembra, che non tolga alcuna forza alla
deduzione, che esaminiamo. Quando dal vedere il fuoco posto
in vicinanza della neve deduco la liquefazione di questa, io giudico prima
dell'esperienza; ressere perciò l’illazione di natura a poter divenire un
giudizio sperimentale,non influisce nella deduzione, L’illazione è vera per me
per la sua connessione colle premesse; non già perchè è un giudizio, il quale
può confermarsi coll’esperienza. Similmente, l’illazione di analogia, con cui
giudico che gl’altri corpi umani, fuori del mio, sono animati da uno spirito
simile al mio (“OTHER MINDS” WISDOM), è vera in forza della sua connessione
colle premesse, e l’impossibilità che ha questo giudizio di divenire
immediatamente sperimentale; non toglie mica il valore della deduzione. Ma qui
conviene aggiugnere qualche cosa molto importante. Che i moti chiamati
volontari, e che scorgo ne’corpi umani, non dipendano da una causa meccanica,
ma da una causa intelligente, mi sembra una verità necessaria della stessa
natura delle verità necessarie, che esprimono le leggi del moto. Se io sono ricco o potate, e deadcro d'innalzare un edifìzio, mille
braccia agiscono, e la mia volontà ha il suo effetto. La mia voce non ha fatto
impressione sul corpo de’travagliatori,
se non die per mezzo dell’aria, e no nha prodotto nell’atmosfera on’ agitazione
suflìciente a muovere de’corpi molto piìi piccoli di quelli che eseguono gl’ordini miei. La mia voce dunque non produce
l’effetto come causa meccanica. Bisogna perciò che un principio diverso dall’agitazione
dell'aria, o dalla mia parola produce questo moto ne’corpi, e che la mia parola
determina questo princijiio a produrre
i moti, che chiamiamo voloiitai. Non si può riguardar la mia parola, se
non che o come un molo eccitato nell’aria, o come l’espressione della mia
volontà. La mia parola non ha potuto come causa meccanica produrre i moti,
de’quali parliamo, perchè ciò come abbiamo veduto, è contrario alla legge del
moto, che un piccolo moto ne produca uno maggiore; al che si aggiunga, che la
mia parola non avrebbe prodotto moto
alcuno nell’Ottentotto, o in un altro
individuo che parla un linguaggio
diverso dal mio: per la sola
espressione della mia volontà ha dunque potuto la mia parola determinare
ad agire il principio del moto de’corpi
die mi hanno ubbidito. Questo principio è perciò un’intelligenza, poiché ha
conosciuta la mia volontà nelle mie parole. La proposizione dunque: vi tono
alcuni moti ne’ corpi umani dieerti dcU mio corpo, iquali hanno per causa una
causa intelligente, mi sembra di verità necessaria. La proposizione poi: vi
sono alcuni moti ne’corpi umani dècer si dal mio corpo i quali hanno per causa
la volontà di uno spirito simile al mio, e per conseguenza tali corpi sono
animati come il mio, è di verità contingente, e poggiata sull’analogia.
Concludiamo nell’argomento di analogia si deducono spesso cause, (M non
possono divenir giammai un oggetto d’esperienza, sebbene sieno simili ad
altre cause, che si sperimentano. Vi sono nondimeno alcune deduzioni d’esistenze
che non possono divenire sperimentali, le quali deduzioni danno verità
necessarie in risultamento. Questa
seconda parte della conclusione enunciata si conferma da quello che si dice nell’ideologia circa resistenza dell’assoluto. Questo non
può certamente divenire un oggetto d’esperienza, intanto la sua esistenza è il
risultamento di un raziocinio legittimo, in cui una delle premesse è una
verità sperimentale. Noi diciamo; se vi
è il condizionale, et deve essere l’assoluto. Questa proposizione esprime un
giudizio analitico, e necessario: vi e
il condizionale. Questa seconda proposizione esprime un giudizio sperimentale;
vi è dunque l’assoluto. L’illazione è una verità necessaria. L’empirimo ci
riserra nel solo circolo dell’esistenze, immediatamente sporimetitali; nè ci
permette di passare da ciò, che cade immediatamente sotto 1’esperienza, a
ciò che
sotto la stessa immediatamente non cade.
Io vi ho fatto vedere il contrario; vi
ho dunque dimostrato la falsità dell’empirismo. L’argomento d’analogia
è fondato sul rapporto
d’identità. Ma l’identità può fra
due cose essere maggiore o minore.
L’identità fra il mio corpo ed il corpo di un altro individuo, che io chiamo
uomo, è maggiore di quella che passa tra il mio corpo ed il corpo di un CAVALLO.
Ora si domanda: tino a qual grado d’identità l’analogìa è un argomento
valevole, cioè un argomento certo ì È
questo un problema di difllcile soluzione. L’analogia ci rivela dunque
1'esistenza degli altri spìriti simili
al nostro. L’esperienza c’insa, che alcuni moti volontari in noi nascono, o
sono accompagnati da alcune affezioni interne del nostro spirito. Vedendo in
conseguenza moti simili in altri corpi umani, attribuiamo agli spiriti
animatori di tali corpi affezioni simili a quelle che abbiamo sperimentato in
noi. Allora che sono affetto EFFETO dal
sentimento della sete, corro a bevere ad una fontana che a me si presenta. Se
dunque vedo un altro uomo camminare verso una fontana, e bevere, giudico, appoggiato
sull’analogia, che egli sia modificato dal sentimento della sete, e che voglia
bevere. In queste deduzioni analogiche dove osservare ciò che vi ho detto circa
1'aspettazione del futuro simile al passato, ili bisogna distinguere il
sentimento della deduzione meditativa. La dottrina generale che ivi vi ho
spigato, può applicarsi all’oggetto che ci occupa. Noi supponiamo ne’nostri simili delle anime
alla nostra simile. Noi facciamo tali
suppozioni in forza della I^gc della
nostra immaginazione, non già in forza de’raziocini, che abbiamo
sviluppato. Io suppongo l’incontro di
due uomini, privi sino a questo momento di ogni commercio,ancora cògli animali;
ridotti per conseguenza al circolo stretto de’propri sentimenti, e delle proprie operazioni. Ciascuno di essi
vede nell’altro un essere che gli rassomiglia in tutte le cose, che presenta le
stesse forme, possiede gli stessi organi, ne fa un simile uso. Egli crede
dunque il corpo che lo colpisce, animato da uno spirito. Or ecco, secondo la
mia dottrina, come si opera questo fatto intellettuale. Io suppongo che un di
questi uomini vegga l'altro camminare, questa percezione risveglia i fantasmi
simili del proprio corpo camminante in varie volte, e perciò anche i fantasmi
del proprio me affetto in tali circostanze da tali e tali modificazioni. Queste
riproduzioni si fanno con somma rapidità in modo che non posson essere fissate
dall'attenzione. Esse sono perciò obbliate l'istante appresso, in cui si son avute, intanto la percezione del corpo
simile al proprio determina l’attenzione
non solamente ad essa sola, m’ancora
alla percezione simultanea
del proprio me, e lascia
fuire le percezioni successive simili del proprio
corpo camminante in varie volte. La
piercezione del me
riprodotta si lega perciò a quella del corpo presente del mio
simile, invece di legarsi a quella riprodotta del proprio corpo camminante,
che si
è obbliata, e questo legame
costituisce il sentimento
interno di questa
specie di credenza.
L' obblio delle
percezioni riprodotte del
proprio corpo camminante
in varie volte,
nell’atto che rimane
quella riprodotta del
proprio me, fa si,
che questa ultima
si associi a quella presente del corpo simile. La
percezione riprodotta del proprio me rimane, perchè la percezione del corpo camminante
e quella del proprio me son legati
naturalmente in una
comune attenzione; essendo
associate dalla natura
stessa. Quella riprodotta del
corpo camminante s’ecclissa,
perchè quella del corpo
simile camminante richiama
l’attenzione. Lo spirito
trasporta dunque fuor di lui col pensiere l’idea del proprio me, che egli
immagina, e che stabilisce nel seno di quelle forme, che colpiscono i suoi
sguardi, ed a traverso delle quali il
suo sentimento immediato non può penetrare. Egli presta dunque il suo me al suo
simile, 1’anima della vita che respira in se stesso, e concepisce 1’esistenza
di un altro uomo. Tale mi sembra la spiegazione del sentimento della credenza che
esaminiamo. Risulta dalla stessa che noi concependo ciò che pensano gl’altri
uomini, non usciamo mica da
noi stessi. Nelle
nostre proprie idee
noi vediamo le
loro maniere di
essere, la loro
stessa esistenza. Da ciò avviene,
che 1’uomo misura
dal proprio spirito quello degl’altri,
dal che nascono molti orrori. Noi non possiamo accuratamente determinare lo
stato dei fanciulli; e conoscere perciò
l’epoca in cui hanno luogo le loro abitudini intellettuali. Ma egli mi sembra
incontrastabile, che queste abitudini si
formano in loro mediante la rapiditll di talune associazioni. I fanciulli
percepiscono negl’altri uomini
de’ corpi simili al proprio: &si sperimentano alcuni moti
spontanei del loro
corpo ed altri
simili ne percepiscono
nei corpi degl’altri
uomini. Queste similitudini,
ed altre, che si
manifestano piu tardi, determinano le associazioni di cui ho
parlato. Ma non solamente i moti
volontari che osserviamo negl’altri,
ci menano a supporre
nel loro spirito
alcune medincazioni. Ma ancora
certi moti e cambiamenti
necessari, che son gli stessi effetti
meccanici i quali accompagnano
i sentimenti interni dell' anima, come
il tremore e la
pallidezza nello spavento, le
grida, e le lagrime nel
dolore, il riso – risus signifiat
laetitiam interiorem, lacrima significat dolorem --, e il
tripudio nell’allegrezza. Questi
si manifestano incontanente da se
medesimi, anche ne’
fanciulli appena nati, principalmente i gridi ed il lamento
che accompagnano il dolore. Concludiamo. Noi
poniamo per mezzo di alcuni
cambiamenti che osserviamo ne' corpi altrui pervenire a conoscere ciò che
accade nel loro spirito. Questa conoscenza può essere meccanica o sia il
risultamenlo del sentimento
prodotto da alcune
rapide associazioni, e può
essere ancora l’illazione
di un RAZIOCINIO legittimo di analogìa. Possiamo
dir la stessa cosa in modo breve. Questa conoscenza può essere o istintiva o RAGIONATA.
Da ciò si vede che non è necessaria una
prima CONVENZIONE (cf. Grice: Meaning has nothing to do with convention) fra gl’uomini
acciò s’incomincino a intendere fra loro. LA NATURA rende gl’uomini tali che, conversando
insieme essi s’iiit elidono ENTENDONO naturalmente anche SENZA L’ISTITUZIONE della
lingua. Seguiamo la supposizione de’due'solitari. Sebbene 1'uno abbia compreso
ciò che accade nello spirito dell’altro, non tì è ancora un linguaggio
propriamente detto – SENSU STRICTO, ma SENSO LATO; perchè non si ‘parla’ se
non quando SI CERCA DI FARSI INTENDERE
(il papagallo – Maurice, Locke); e se 1’uno de’due individui penetra il
pensiero dell’altro (TELEMENTAZIONE) ciò è accaduto senza che questi cercasse a
farglielo conoscere – senza avere l’intenzione della sua intenzione
communicativa di ser reconosciuta. I due individui di cui parliamo, osservano,
eh’eglino sono stati compresi, ed allora CERCANO DI FARSI COMPRENDERE, e nasce
cosi il primo linguaggio. Sviluppiamo
questa dottrina. Abbiamo veduto,
che il corpo degl’altri uomini
ci presenta alcuni
avvenimenti, la percezione de’quali ci fa conoscere ciò che accade nel
loro spirito. Ciò LA CUI IDEA ECCITA L’IDEA DI UN’ALTRA COSA CHIAMASI SEGNO (Il
fumo e segno del fuoco, la nubbe oscura e segno di piuvia. Nel corpo di un altr’uomo
vi sono dunque de’SEGNI delle interne modificazioni dello spirito animatore di
questo corpo. Siccome tali SEGNI son tali per la costituzione DELLA NOSTRA
NATURA, cosi si chiamano
SEGNI NATURALI. Vi sono, in conseguenza, de’segni naturali de’pensieri o
modi di essere dello spirito degl’altri uomini. Ma non solamente vi sono di quello
o questo SEGNO NATURALE de’pensieri altrui; ma 1’uomo può conoscere che vi
sono, cioè può conoscere che, con alcuni dati mezzi, si può manifestare altrui
ciò che si sperimenta internamente nello spirito proprio. Supponiamo, che uno
de’ due nomini supposti pianga, gridi, si lamenti, senza avere l’ intenzione dì
manifestare all’altro il dolore, che egli sente; intanto 1’altro sapendo, che
questi gridi, e questi lamenti sono soliti ad accompagnare il dolore, conosce
da questo segno il dolor dell’altro, ed accorre al soccorso di lui, questi
perciò comprenderà da tutto questo che egli è stato compreso. E se avviene
altra volta, che si trovi affetto dal dolore, ed in bisogno del soccorso dell’altro, piange e grida
coll’INTENZIONE (non solo volunta o desiderio) di manifestare all’altro
il proprio dolore. GRICE: A PIROT ABLE TO EXPRESS. Così gl’uomini incominciano
dal comprendersi scambievolmente. In seguito conoscono che sono stati compresi,
e finalmente si determinano a farsi comprendere. Cosi si osserva in tutt’i
fanciulli comunemente. A principio essi GRIDANO, e si lamentano costretti
unicamente dalla forza del dolore, SENZ’AVER L’INTENZIONE di manifestarlo con
questo o quello segno agl’altri, anzi senza sapere neppure che cosa alcuna si puo
ESPRIMERE col pianto e colle grida. Ma appresso, avendo imparato che con tali
segni si ottiene l’altrui soccorso, cominciano a valersene avvertitamente per
manifestare il loro dolore, e
ricevere il soccorso
che bramano. Ciò
di cui gl’uomini
si servono, per
manifestare agl’altri i propri pensieri, chiamasi SEGNO ARTIFICIALE. Un segno naturale
divenne dunque NATURALMENTE naturalmente un segno ARTIFICIALE. Qui ha
termine l’educazione della
natura per le
nostre scambievoli comunicazicmi.
La natura insegna
all’ uomo che egli può
farsi intendere. E l’uomo può
non solamente servirsi de’mezzi NATURALE che LA NATURA gl’ha
mostrato per la COMUNICAZIONE NATURALE de’propri pensieri, ma può ancora ritrovarne degl’altri simili. Il primo e più
semplice mezzo di comunicazione NATURALE, NON ARTIFICIALE, che si offre allo
spirito, si è quello di ripetere con riflessione ciò eh’egli fa dapprincipio,
senza prevederne le conseguenze, cioè di riprodurre quelle azioni, per mezzo
delle quali li si è fatto comprendere. Così si forma un primo linguaggio, che
può chiamarsi ‘lingua’ della natura, poiché esso non si compone se non che di
questo o quello SEGNO NATURALE, vale a dire di questo o quello SEGNO di cui LA NATURA HA già senza di noi
rivestito i nostri pensieri spreti, per
renderli sensibili agl’altri. La lingua della natura è insufficiente per
manifestare agli altri tutt’i nostri pensieri. GRICE
MEANING REVISITED: “We need to extend beyond an utterance that refers to one’s
psychological state.” Noi
abbiamo al presente la lingua de’suoni
articolati. I filosofi disputano sull’origine di esso. La quistione si
versa sull’esistenza, e sulla possibilità, cioè si cerca; gl’uomini hanno esH DA
SE stessi ISTITUITA la lingua. Questa ricerca suppone quest’altra. Gl’uomini
abbandonati austusi possono istituire la lingua. I nostri sacri libri, c’insegnano
che Adamo ed Èva (o l’uomo da Polifemo) SONO creati da divino (Polifemo) in uno
stato adulto con delle conoscenze in istato di riflettere e di COMUNICARSI i
loro pensieri. Il divino ù maqiiesta
all’uomo innocente ne’primi
istanti della creazione. Il divino (Polifemo) è dunque
l’autore primitivo del linguaggio. Ma io suppongo, dice Condillac, che, qualche
tempo dopo il diluvio, due bambini dell’uno, e dell’altro sesso siensi trariati
ne’ deserti, avanti che conosceno 1’ aso de’ vocaboli. A fare questa
supposizione, egli dice, io sono spinto dal fatto del giovane di
Chartres rapportato nelle memorie dell’accademia delle scienze. È questi del’età di 23 a 24 anni
sordo e muto di nascita. Comincia con gran sorpresa di tutta la città tutto ad
un colpo a parlare. Si sa da lui che, tre
o quattro mesi prima, egli udisce il suono delle campane, ed è stato
estremamente sorpreso da questa sensazione novella ed incognita. In seguito gli
è sortita una specie di acqua dell’orecchia sinistra, ed acquisce l’udito in
tutte e due le orecchie. Egli impiega tre mesi ad ascoltare, senza nulla dire,
assuefacendosi a ripetere sotto voce
le parole, ch’ali
udisce, ed esercitandosi
nella pronunciazione, e nelle
idee legate a’vocaboli. Io non so come questo fatto pu
autorizzare il filosofo francese, a fare
la supposizione di cui parla, se non perché ciò mena a poter supporre, che due giovani di sesso diverso
sordi e muti di nascita, possono traviarsi ne’deserti o ne’boschi, indi
incontrarsi, e dopo l’ incontro ricever
tutti e due rudito. Questa supposizione non ha niente di assurdo;
ed è perciò lecito al filosofo di cercare, se in una tale supposizione questi
due giovani possano ISTITUIRE una società, ed un linguaggio. A ciò si può
aggiungere, che si rapporta, essersi in vari tempi vari fanciulli trovati
ne’boschi. Uno ne è sorpreso nell’Asia in compagnia de’ lupi, un altro dell’età
di circa 12 anni in Weteravia, un altro di 16 è scontrato fra una torma di
pecore selvatiche nell’Irlanda, un altro di nove fra gl’orsi nelle selve della
Lituania. Uno ne fu scoperto presso ad Hamelen nella Sassonia, una fanciulla
presso a Lwlla nella provincia di
Utrecht, ed un’altra è arrotata presso Chalons. Io per altro non comprendo come
questi fanciulli abbiano potuto vivere, se sono stati abbandonati, o perduti
prima di potersi alimentar da se stessi, ed in conseguenza prima di avere una
lingua. Si potrebbe supporre che principiano a parlare, quando si smarrirono. Ma
che poi, nella solitudine, interamente obliano quanto hanno imparato. Or si domanda. Se due di questi di sesso
diverso, si fossero per avventura incontrati nella stessa foresta, che sarebbe egli
avvenuto? E per limitarci all’oggetto delle nostre ricerche, domandasi:
avrebbero essi ISTITUITO una
lingua. Tralitsciando dunque, sull’origine del linguaggio,
la quistione di
fatto, è egli lecito di
esaminare quella della
possibilità (cf. Grice on the contract in contractualism), o di cercare
se gl’uomini abbandonati
a loro stessi possono
istituire una lingua? L’esame di una tal quistione è molto
utile, per ben conoscere, e misurare le forze dello spirito umano, e queste ricerche ipotetiche ci menano ancora
a risultamenti che hanno luogo nel fatto reale. Io aggiungo dippiu, che alcuni
autori [ALIGHIERI, GELLI] anche su l’autorità de’nostri libri divini, hanno
creduto, che le lingue attuali – comme la lingua italiana -- sieno state
istituite dagl’uomini coll’uso delle loro forze naturali. Ecco come può essere
accaduta la cosa. Nel famoso avvenimento
della costruzione della torre di
Babele, per forza miracolosa, è cancellata dalla mente degl’uomini la
memoria intera del primitivo linguaggio. In seguito di un tale miracolo, gl’uomini
si divideno a torme secondo i rapporti di parentela e di amicizia, e si
stabilirono hi diverse parti
della terra. Sono dunque
abbandonati a se stessi, per
istituirsi un linguaggio; e così perduto
interamente il linguaggio
primitivo dì cui è stato autore il
divino stesso, le nuove lingue, che nasceno
sulla terra, sono un prodotto dello spirito umano. In questo modo si spiega
come gl’uomini perduto, per forza del
miracolo, la primitiva lingua, non si
sieno più scambievolmente intesi nelle lingue rispettive. Questa opinione
ammette un solo miracolo, quale è quello della memoria perduta della lingua
primitiva, laddove nell’opinione contraria bisogna supporre una gran
moltitudine di miracoli, l’uno in forza del quale gli uomini abbiano perduto la
memoria del linguaggio primitivo, e gli altri con cui il divino abbia istitue i
diversi linguaggi, che hanno luogo dopo
dell’avvenimento. Ora si puo dire,
non e verisimile, che il divio
moltiplica inutilmente i miracoli. Checché ne sia di tale opinione, noi
esamineremo qui la quistione della possibilifb. il rispetto che il filosofo deve
alla religione divina, che c’illumina, mi conduce a questa digressione. Per
esaminar la quistione proposta continuiamo la supposizione di sopra, e partiamo
dal punto ove siam rimasti. Abbiamo veduto che gl’uomini per natura si
comprendono scambievolmente. che conoscono di essere stati compresi. che con
ciò si fanno naturalmente un linguaggio artificiale, che è il linguaggio della
natura. Vale ad ire che fanno uso di questo o quello segno naturale, per
manifestare agl’altri i propri pensieri. Ma il bisogno non potrebbe spingere gl’uomini,
a migliorare, cioè ad acrescere questo linguaggio della natura, ritrovando
de’segni analoghi? Il pianto ed i gemiti
manifestano -- risus significat
laetitiam interiorem -- agli altri il
dolore da cui
un individuo è affetto. Ma non manifestano lyica la CAUSA
del dolore. Ora gl’uomini hanno spesso
bisogno, per essere soccorsi, dì manifestare agl’altri la CAUSA del loro dolore.
Per tale oggetto alcune volte bastano le circostanze. Uno de’due suppposti
solitari cade in una fosa egli non può senza l’altrui soccorso cavarsene fuora.
Egli grida -- 1’altro accorre, e si avvede della CAUSA del dolore del suo
simile. Parimente se uno de’due è
inseguito da una bestia feroce, e grida, l’altro conosce dalla circostanza la
causa del dolore del compagno. Spesso nondimeno la CAUSA del dolore non
apparisce dalle circostanze.Tutti generalmente acquistiamo l’abito, allorché ci
sentiamo in alcuna parte addolorati, di recare colà la mano. Se dunque uno
de’due supposti solitari sente dolore in
qualche parte, egli grida, e la mano corre naturalmente alla parte addolorata. L’altro accorrendo alle
grida, e spingendo per avventura lo sguardo là, dove è corsa la mano
dell’altro conosce il luogo del dolore e se la CAUSA del dolore è una ferita, o
una contusione, o qualche altra cosa visible; allora conosce chiaramente questa
causa. Qualora l’uno vorrà porgere all’altro alcuna cosa, amendue stenderanno
la mano l’uno per darla, el’altro
per prenderla. Questo moto
della mano potranno da si naturale divenire un SEGNO
ARTIFICIALE – o non naturale, come dice H. P. Grice --, così si puo indicare la
causa del dolore recando la mano su la parte addolorata; e si potrà da uno
de’due individui volendo dire all’altro che non è vicino qualche cosa; e, non
volendo o non potendo muoversi, stendere la mano con entro la cosa che gli vuol
PORGERE. L’altro similmente se cosa alcuna brama aver dal compagno, porge la
mano vota per prendere ciò che desidera. Fin qui non si esce ancora dalla lingua
della natura. Ma già siamo al termine d’una altra lingua a cui la prima ci mena. Vi sono due specie di cose di cui gl’uomini
hanno bisogno di eccitare le idee negl’altri. Alcune possono nel momento stesso
colpire i sensi tanto di colui che vuol parlare quanto di colui a cui si vuol
parlare. Altre sono lontane o almeno
invisibili, e non esistono nel momento, se non che nello spirito di
colui che vuol farsi comprendere. Tiguardo alle prime, basta che colui che vuol
parlare cioè che vuol farsi comprendere ecciti l’attenzione del suo compagno, e
la diriga sull’oggetto
che gli vuol
mostrare. Abbiamo veduto che
il gesto può
esser NATURALE e divenire un SEGNO ARTIFICIALE. Ma alcune volte non è cosi.
Supponiamo che uno de’due solitari voglia mostrare all’altro un oggetto lontano
ma che può esser veduto. Egli avverte il suo compagno per un GRIDO, ed allora
che questi volge a lui gli sguardi. Il primo dirige lo sguardo sull'oggetto -- un
serpe_, che vuole mostrare all’altro, e fa uso del dito (fingerwave, handwave),
per meglio mostrargli la direzione, che
prende lo sguardo suo. L’altro rimite, e la sua curiosità lo porta ad
osservare ciò che occupa il suo compagno. Questo grido, questo gesto, forma una
prima spezie d’un SEGNO ISTITUITO
(stablished), che si
possono chiamare segni indicatori
(INDICARE – CONTENUTO DITTIVO, INDEX).
Osservate che il segno di cui parlo non e un segno
INVOLUNTARIO SPONTANEO INCONTROLLABILE e naturale, perchè il grido è naturale
nel dolore e nel piacere. Il grido diviene da naturale artificiale *per* (con
l’oggetto di) denotare il dolore, o il piacere. Ma l’uno de’ due solitari
avendo osservato, che l’altro, quando egli manda fuori il grido, diriga a lui il proprio sguardo, FA USO CONTROLATO E
VOLONTARIO di un grido per obbligare il compagno a fissare su di lui lo
sgiiardo. Cosi, il grido s’estende a denotare ciò che denota questa proposizione di modo impoerativo: “volgiti a me.” Inoltre lo stendere [verbo in
infinitivo – cf. Grice MEANING] il dito (finger wave, hand wave) verso
l’oggetto (serpe) che si vuol mostrare non è un SEGNO NATURALE, ma un segno ICONICO
analogico, poiché vi ha una similitudine fra il moto che fa il dito
(finger-wave handwave: I KNOW THE ROUTE --- oohh: “VIENI”), ed il moto che far
dovrebbe il proprio
corpo per ginngerc
all’oggetto che si vuol
mostrare. Questi due moti avendo
la stessa direzione,
o pure, la direzione del dito (FINGERWAVE,
HANDWAVE, I KNOW THE ROUTE) è identica colla direzione che prende lo
sguardo. Per tal ragione io credo,
che il gesto di cui parlo dove
riguardarsi piuttosto come un SEGNO
ICONICO IMITATIVO ANALOGICO, poiché il
moto del dito (fingerwave, handwave) imita
nella direzione il
moto che far
dovrebbe il proprio corpo per giungere pel cammino più corto all’oggetto
che si vuol mostrare, o pure imita la direzione dello sguardo. Ma servendo tal
gesto ad indicare un’oggetto (UN TIGRE), che può nello stesso momento colpire i
sensi de' due solitari, gli si pùò dare il nome di SEGNO INDICATORE (INDEX –
INDICAT – DICTIVE CONTENT, CONETUTO DITTIVO). Questi due segni indicatori di
cui parliamo equivalgono; a queste due proposizioni in modo imperativo: “volgiti
a me” + “guarda là”. Vi ha inoltre de’ segni imitativi, i quali servono a
denotare alcune cose future, od altre
cose che nel momento non possono colpire i sensi di tutti e due i
solitari. Supponiamo, che uno di questi sia in A (St. Giles), 1'altro sia lontano
ma a vista del primo in B (Banbury), che l’oggetto lontano ma a vista di tutti
e due sia in C (Christ Church). Inoltre cl» il primo, non potendo muoversi per
andare io C voglia manifestare all’altro che vada in C, e che prendendo
l’oggetto bramato ivi posto, lo rechi a lui in
A. Ecco come io immagino, che la cosa potrà farsi. Il primo, con un
grido,eccita 1'attenzione del compagno. Indi STENDE IL DITTO (FINGER-WAVE) nella
direzione della linea fra A e B. Poi, la muoverà nella direzione di una linea
parallela a quella fra B e _C_. Con questo moto, egli ‘dice’ (INDICA – ESPLICA
ma non IMPLICA) al compagno che vada da B in C. E questo moto è un segno IMITATIVO
del moto che il compagno dee fare [INDICANTE DI UNA VOLIZIONE], per secondare
il desiderio dell’altro'io A. Questo
moto, che il compagno dee fare è *una cosa futura* che non può nel momento
colpire i sensi de’due solitari. Ecco dunque come con de’segni imitativi si
possono denotare un’oggetto assente. Supponiamo, inoltre, che l'individuo posto
in B si conduca in C. L’altro, che si trova in A, stende il suo braccio da A
verso C in posizione orizzontale. Indi fa un moto col braccio imitativo di
quello che dee fare il compagno per prendere l’oggetto posto in C. Dopo di ciò
ritornando a mettere il braccio nella stessa posizione orizzontale, lo ritrade
a se con un moto contrario a quello, con cui rha steso, e che è imitativo di
quello che dee fare il compagno per *venire* da C in A. Con i segni imitative
dunque si puo denotare le cose invisibili nel momento. Questi segni imitativi
si possono eseguire in vari modi. Così, per denotare una *serpe* si può sull’arena
designare la sua forma, o il suo moto tortuoso. Abbiamo veduto che vi sono
de’segni naturali delle nostre
interne modificazioni, e che UN SEGNO ORIGINALMENTE NATURE PUO DIVENIRE
ARTIFICIALE, e così costituire un primo linguaggio, significazione,
comunicazione, manifestazione, che abbiamo chimato ‘linguaggio’ della natura
(cf. Condorcet, ‘comunicazione d’azione’).
Abbiamo detto inoltre che 1’uomo può con altri segni accrescere questo ‘linguaggio’
della natura, ed abbiamo chiamato i segni che accrescono il linguaggio della
natura, segni indicatori e segni imitativi. Ora qual principio può guidare
l’uomo a ritrovare le ultiqie SPECIE DI SEGNI? Nella logica pura lo spirito è
naenato nel passare analiticamente d’una proposizione ad un’altra, ad una certa
similitudine che passa fra l’una e l’altra. Il
princìpio della similitudine è dunque un principio d’invenzione, e
questo principio ha condotto gl’uomini, partendo dal ‘linguaggio’ della natura,
a ritrovare i segni indicatori ed i segni imitativi, queste due SPECIE DI SEGNI
possono perciò chiamarsi segni ANALOGICI. Difatto, fra il moto del mio dito
(finger wave, handwave), con cui mostro l’oggetto lontano, ed il moto che
dovrei fare col mio corpo, per arrivare, pel cammino più breve all’oggetto, vi
si osserva una similitudine: una
certa similitudine si osserva
eziandio tra un segno analogico imitativo
e ciò di cui è l'imitazione. Le interne
modìficazioni dello spirito possono manifestarsi per mezzo de’moti del corpo.
Il desiderio, il rifiuto, l’avversione,
il disostosi esprimono per mezzo de’moti del braccio, della testa, e per mezzo di quelli del corpo intero, moti
piò o meno vivi, secondo la vivacità, con cui ci portiamo verso di un oggetto,
o ce ne allontaniamo. Tutti i sentimenti dell’anima possono esser espressi
dalle posizioni del corpo. Esse dipingono di una maniera sensibile
l’indifferenza, l’incertezza,
l’attenzione, e le altre affezioni interne. Ora se ripetendo queste
azioni, e posizioni del corpo, si denota insieme, che esse non si riferiscono
ad affezioni presenti, allora denoteranno le modificazioni, da cui siamo stati
affetti. L’analògia acquista
spesso una grande estensione. Cosi, per esempio, quando voglio attendere
ad un oggetto, die colpisce i miei occhi, dirigo lo sguardo verso di esso. Questa direzione (GRICE’S FROWN) è segno
dell’attenzione dello spirito. Ma io posso ancora rivolgere la mia attenzione
ad un oggetto invisibile. Se dunque per denotare quest’ultima attenzione, mi
servo della direzione dello
sguardo, questo segno si
estende al di là di ciò, che naturalmente denota. Allora
che io peso un corpo, lo paragono
ad un altro; pesare è dunque paragonare. Ma paragonare
non è sempre pesare;
perciò, quando, per esprimere l’azione intellettuale che
paragona, io prendo nelle due mani de’corpi, come fo quando viglio pesarli,
questa azione è trasportata a denotare *più*
[IMPLICATURA come eccedenti – ‘Hasn’t been to prison yet: ‘He might’) di
quello che denota
in origine. Questa
TERZA specie di
segni, che l’analogìa
somministra agl’uomini, si puo
chiamare SEGNO FIGURATO. L’unione de’ segni
indicatori, imitativi, o figurati
costituisce il linguaggio analogico. Cosi, un segno naturale, divenendo
segno artificiale, costitoiscono il linguaggio della natura. Gl’uomini, guidati
dal principio della similitudine, partendo dal principio della natura,
inventano il linguaggio analogico. Ma fa d’uopo considerare l’ultimo
linguaggio, di cui abbìam parlato,
in colui che per parlarlo lo trova: ed
in colui che l’intende. Nel primo, il principio della similitudine guida la
meditazione a produrre nuove idee. Nel secondo il principio della similitudine
riproduce alcune idee simili a quelle che modificano attualmente lo spirito.
Quando colui che vuol parlare fa uso il primo di alcuni gesti, per denotare
alcuni dati pensieri, li, guidato dall’analogia, INVENTA QUESTI SEGNI (GRICE
DEUTERO-ESPERANTO), e questi segni, e questa invenzione è un prodotto della
meditazione. Ma colui che ascolta intende questi segni in forza del principio
meccanico dell’associazione dellé idee. Fra i principi particolari compresi
sotto questo principio generale, si contiene il principio della similitudine. In
forza di questo principio, il moto del dito riproduce l'idea del moto simile
del corpo intero, e questa riproduce quella delle modificazioni interne dello
spirito legate col moto del corpo intero. Colui che istituisce il linguaggio
per farsi intendere è attivo. Quegli che intende il linguaggio btituito è passivo.
I gesti, i moti del corpo, ed un SUONO INARTICOLATO costitubeono il linguaggio
chiamato da Condillac ‘linguaggio’ o COMUNICAZIONE O SEGNO d’azione. Su di esso
deve fare ancora due osservazioni. 1..° un tal ‘linguaggio’ o SIGNIFICAZIONE o
COMUNICAZIONE esiste ancora e esso accompagna quello del SUONO ARTICOLATO. Un
oratore parla eziandio coi gesti, colla posizione del corpo, co’ moti del
corpo, e principalmente co’moti degl’occhi (TURN TAKING IN CONVERSATION –
GRICE). Ciò che si chiama mimica
consiste appunto nell’arte di far concordare il ‘linguaggio’ d’azione con
quello del suono articolato. 2.° col
solo linguaggio d’azione, anche dopo l’istituzione di quello del suono ARTICOLATO,
alcune nazioni incivilite esprimevano de’ lunghi discorsi. PRESSO I ROMANI i
pantomimi rappresentano de’pezzi interi, senza PRO-FERIRE (utter) una parola
(PARABOLA), li bisogna dunque, che i pantomimi, partendo dal linguaggio della
natura prendeno l’analogb per guida, e
così poterono pervenire a farsi intendere. La scrittura santa ci somministra
ne’profeti molti esempi di questo linguaggio analogico d’azione. Così, per
darne un esempio, ad ogetto di denotare che la Giudea ch’è imita con Dio, è poi
stata da Dio rigettata e dispersa per la sua superbia ed idolatria, il profeta
Geremia, per l’ordine di Dio, si cinge con una cintura di lino i lombi, indi si
toglie questa cintura, e presso l’Eufrate in un forame di una pietra la
nasconde. Dopo molti giorni, ritorna aprendere la nascosta cintura, e la trova
infracidita in modo, cf)’ è inutile per qualunque uso. Nella profezia di
Geremia si possotm trovare molti esempi di questo linguaggio analogico d’azione.
Se i moti del nostro corpo da quello o questo SEGNO NATURALE divenne il SEGNO
ARTIFICIALE, e se questo linguaggio può essere accresciuto dall’analogia,
quello d’un SUONO che da SUONO NATURALE è ancora divenuto un SEGNO ARTIFICIALE
(“Ouch”), non puo similmente essere accrescinto dall’analogia stessa. Se un
selvaggio, per denotare il moto che dee fare, secondo il suo desiderio, il suo
compagno, può servirsi di un moto simile del suo DITO (hand-wave, finger-wave),
perchè, per *denotare* il muggito del bove, il belare delle pecore, il rumore
del tuono, non puo egli adoperare un suono simile. L'analogia che 1’ha menato all’invenzione dei primi
segni, dee menarlo ancora all’invenzione de’secondi. Il bisogno di *denotare*
questi suoni degl’oggetti o le cose sonori,
mena il sdvaggio a produrre fuori
de’ suoni imitativi (ouch), e così
nascono le prime voci radicali del linguaggio de’ suoni ARTICOLATI. Questi
suoni non poterono essere dapprincipio se non che mono-sillabi, come lo prova
l’esempio de’fanciulli (“da”). Ma l’analogia non è il solo principio del
linguaggio del suono ARTICOLATO, poiché non
sempre si debbono *denotare* un _suono_, o una cosa sonora (OUCH). Per
denotare dunque le cose che non mandano suono, l'analogia fa però conoscere agl’uomini,
che possono servirà d’un suono ARTICOLATO (non-iconico), per far à
comprendere. Ciò posto
se un selvaggio si
trova nel bisogno
di farsi comprendere, se non
trova altro mezzo
per ottenere il
suo fine, se non
quello del suono – la profferenza
vocale, OUCH --, perchè non puo
egli produrre un suono
arbitrario, il quale, poi compreso dall’altro, divenne un segno comune –
ESTABLISHED. Per rendere sensibile ciò che dico,supponiamo, che ì due solitari
immaginati siensi perduti di fbta, e che l’uno voglia ritrovar 1’altro, egli
conosce certamente che non puo far comprendere all’altro questa sua volontà se
non che per mezzo d’un suono. Egli manda dunque fuori un grido (“OOOOH – Indian
love song”). Questo GRIDO (OOOOH – Indian love call – cf. OUCH) da principio
non è, come ognun vede, se non che un puro EFFETTO NATURALE (cf. GRICE, OUCH).
Se il DOLORE è naturalinente sonito d’un suono INARTICOLATO (“Ouch”), dal pianto (lacrima significat dolorem, risus
significat laetitiam interiorem) e dal gemito (“OUCH” – groan); perchè il
bisogno di spiegarsi, e di MANDAR FUORI (PRO-FERRIRE) un suono, non
potrà esser seguito d’un suono QUALE che siasi? Noi non possiamo determinar la RAGIONE
(non meramente CAUSA) per cui il selvaggio MANDA FUORI un tal suono piuttosto
che un altro, come, volendo camminare, non possiamo conoscere la ragione (e non
meramente causa) perchè abbiamo mosso il piede diritto anzi che il sinistro, o
questo anzi che quello. Questa ragione (e non meramente causa) può consistere,
almeno in parte, nella varia posizióne meccanica del nostro cervello, e
generalmente di tutto il nostro corpo. Ma saniamo lo sviluppa della nostih
ipotesi. L’ALTRO selvaggio, sentendo il grido, di cui si parla, accorre a
ritrovare il suo compagno (principio d’aiuta mutua conversazionale), e come
amendue osservano che un tal grido HA LA FORZA (VIM, SIGNIFICATIO) di far che
l’uno ritorni all’altro, i due solitari se ne serviranno appostatamente. lu tal
caso la voce di cui parliamo ha lo stesso significato del verbo “vieni.”
(GRICE: “I KNOW THE ROUTE”). Può dunque l’uomo ritrovare un suono ARTICOLATO
NON IMITATIVO (arbitrario, non-iconico, artificiale), per denotare agli altri
le sue interne modificazioni – e anche una modificazione, per esempio, del
clima (“Piove – Andiamo alla caverna”). Egli può trovarsi nel bisogno di farsi
comprendere dal suo simile con un suono. Da un tal BISOGNO nasce la VOLONTÀ e
INTENZIONE di mandar fuori un suono. Questa volontà ha il suo effetto, ed un
suono è da lui mandato fuori. Questo suono è tale e non altro, perchè tale e
non altro è lo stato fisico del corpo che produce il suono (o del clima esterno
– stato esterno, non interno – “Piove – andiamo alla caverna), e lo STATO morale
ancora dello spirito animatore di questo corpo. Ecco spigata la nascita del SUONO
ARBITRARIO (Ouch). Ciò che ho detto è provato coll’esempio de’fanciulli. Eglino
innanzi che abbiano appreso a parlare,
quando bramano alcuna cosa ardentemente, nell’atto che si sforzano di
acceimarla co’gesti, e co’ movimenti del corpo, per
lo più proferiscono
insieme una qualche
voce, poiché lo spirito, quando si trova in qualchegr ave bisogno mette
ad un tempo tutte le sue facoltà in azione. Questo è comune alle BESTIE ancora.
Anzi i sordi muti medesimi, benché
nemmeno sappiano di aver voce, ciò non ostante per non so qual movimento
meccanico, mentre s'impegnano di spiegarsi co’lorogesti,
principalmente quando si tratta di cose che molto l’interessano e che non
possono facilmente farsi comprendere, mandano anch’essi
quando una, e quando un’ altra voce. Gl’uomini possono
dunque istituire de’ SUONO ARTICOLATO ANALOGICO (ouch ouch), e possono
istituire ancora un SUONO ARTICOLATO ARBITRARIO. Lo chiamo ARBITRARIO non già
perchè e prodotto senza una
ragion sufficiente, ma perchè
non e un SUONO ICONICO O
IMITATIVO O ANALOGICO. Qual similitudine, per esempio, può mai trovarsi fra
questo suono “cielo,” ed il complesso delle sensazioni visuali che ci desta in
una notte tranquilla il firmamento 7£ perchè la costituzione fisica e morale,
in cui si son trovati gl’inventori delle lingue – come la lingua latina,
CAELVM, e l’italiana, CIELO -- allora che sono ndl bisogno di, con un suono, *denotare* uno
stesso oggetto, è stata varia non solamente per la natura, e per gl’abiti
contratti, ma eziandio per i climi, ed i siti. Perciò in diversi luoghi di
questo globo terraqueo nasceno DIVERSI suoni
primitivi – cf. glottal clicks --, come è provato pelle radici di tutte
le lingue cognite. n fatto de’fanciulli prova senza replica che gl’uomini
possono arrivare a comprendere la lingua
arbitraria. E meditando attentamente su di questo fatto si può intendere come
ciò possa avvenire. Supponiamo che un fanciullo apprende il *significato* del
vocabolo ‘gallina’ (Grice, SHAGGY), il che può accadere unendosi d’alcuno alla *pronunciazione*
(realizzazione fisica) del vocabolo “gallina” (shaggy) l’*indicazione* del
volatile dal vocabolo denotato. Supponiamo, inoltre, che il fanciullo vede una
gallina _morta_ e che il giorno seguente
ascolti d’uno della famiglia questa proposizione: la gallina jeri morì, si
accorgerà che si vuole denotare l’avvenimento della morte della gallina accaduto
il giorno innanzi. Supponiamo ancora che
la proposizione: “La gallina jeri morì” siasi udita più volte dal fanciullo in
modo che egli 1'abbia impressa nella sua memoria; « che avendo veduto una cagna
partorita il giorno avanti, e sapendo il signifìcato del vocabolo “cagna”,
ascolti la seguente proposizione: “La cagna jeri partorì.” Ecco la serie de’fatti
intellettuali che in tal caso hanno luogo nello spirito del fanciullo. egli
intende che, colla proposizone, “La cagna jeri partorì”, si denota il parto
della cagna da lui il giorno antecedente osservato: la pronunciazione del vocabolo “jeri,” per la le
dell’associazione delle idee, riproduce nel suo spirito l’altra proposizione, “La
gallina jeri mori.” volendo intendere il significato di ciascun vocabolo delle
due proposizioni, il fanciullo dirige la meditazione sulle stesse. paragonando
le due proposizioni fra di esse, e coi fatti dalle stesse denotate, non meno
che i fatti stessi fra di loro, il fanciullo vede che le due proposizioni sono IDENTICHE
[token] nel vocabolo “jeri” e che
i due fatti significati
sono IDENTICI nella circostanza
del tempo in cui sono accaduti; essendo
tutti e due accaduti nel GIORNO
PRECEDENTE A QUELLO IN CUI SI PARLA. con questi paragoni il fanciullo intende
il significato del vocabolo “jeri” ISOLAMENTE considerato (GRICE:
UTTERANCE-PART). 6.° dopo di ciò comprende eziandio il significato ISOLATO (GRICE UTTERANCE PART) de’ vocaboli “morì” e “partorì”;
poiché avendo compreso il significato in confuso delle due proposizioni, ed
indi il significato distinto del vocabolo “jeri,” e sapendo dall’altra parte il
significato distinto de’vocaboli “gallina” e “cagna”, conosce che i vocaboli “morì” e “partorì” sono destinati
a denotare i due avvenimenti, e ne apprende perciò il loro distinto
significato. Questo esempio fa vedere che i fanciulli meditano (BROOD OVER) prima
di apprendere la lingua più di quello che comunemente si crede; e che le
nozioni soggettive d’identità, e dì diversità sono ANTECEDENTI alla conoscenza
della propria lìngua – latina, italiana --, e servono ai fanciulli per farla
loro apprendere. I vocaboli o PAROLE o denotano gl’oggetti de’nostri pensieri, o l’azione dello spirito su di
questi oggetti. “Pietro è con Paolo”, i vocaboli Pietro e Paolo denotano gl’oggetti
de' nostri pensieri ; i
vocaboli, con denotano l'azione dello
spirito su dì quest’oggetti. Ma ciò richiede
ancora una maggiore
spiegazione. Il vocabolo “con” *significa* l’azione dello spirito che
attribuisce a Paolo il rapporto di *compagnia* con Pietro. Ma acciocché lo
spirito ha la nozione soggettiva di tal
rapporto, è necessaria la comparazione di Pietro con Paolo riguardo alla loro
esistenza in un certo tempo ed in un certo spazio. Questa comparazione
aggiunge all'idea assoluta di Paolo il rapporto di compagnia con Pietro. La
voce, parola, vocabolo (preposizione), “con” esprime un tal rapporto, e
per questa ragione un tal vocabolo può riguardarsi
eziandio come SEGNO dell’azione dello spirito
che compara. Pur tuttavia essendo il rapporto un prodotto
della comparazione preliminare all’atto del giudizio, è maggior esattezza il
distinguere i vocaboli che denotano l’azione dello spirito, in vocaboli di
giudizio (“è” – Frege, segno d’asserzione) ed in vocaboli di rapporto (“con”). £ questa distinzione si trova in un opuscolo
di GIGLI (si veda) intitulato “Metafisica
del linguaggio” (Milano). Secondo
questa osservazione i vocaboli si distinguono in vocabbli di cosa, in vocaboli
di giudizio ed in vocaboli di rapporto. Così nella proposizione, “Pietro è con
Paolo,” [O PER USARE L’ESEMPIO DI GRICE, PIETRO STRAWSON E FRA PAOLO
GRICE E DAVIDE PEARS] i vocaboli “Pietro” (Strawson) e “Paolo” (Grice) – o
CATONE E CICERONE -- son vocaboli di cosa o oggeto [linguaggio-oggeto], il
vocabolo “è,” esprimendo l’atto del giudizio, è vocabolo di giudizio, ed il
vocabolo “con” [o FRA] è vocabolo di rapporto. Esso denota insime l’azione
comparativa, ed il
rapporto di questa
azione. Secondo la grammatica
generale e ragionata di Porto Reale, i
vocaboli si distii^cno in due classi. Alcuni
vocaboli – alcune parole -- significano gl’oggetti o CONTENUTO de’nostri pensieri; altri
significano la forma, e la
maniera de’ nostri pensieri
di cui la
principale è il giudizio. Questa distinzione
mi sembra giusta è chiara. I vocaboli o le parole,
MATERIALMENTE considerati [SOOT, SUIT] sono o radicali o derivati, 0 toHituiti.
Radicali, o PRIMITIVI, son quelli vocaboli o quelle parole, che non
nascoti derivati, e sostituiti, e cosi
ad accrescere notabilmente il linguaggio
e la lingua italiana (CASA, CASETTA, CASINA). Difatti quanti nomi
sostantivi non si possono trarre dagl’aggettivi, quanti aggettivi
da'sostantivi, quanti nomi da'verbi, quanti verbi da'nomi? I sostantivi nerezza, bianchezza, lunghezza ec. tutti vengono da nero, BIANCO, lungo. Gl’aggettivi celeste, terrestre, marmo
ec. derivano da CIELO, terra, mare. I nomi speranza, amore, dolore, volontà ec.
derivano dai verbi sperare, amare, dolere, volere. 1wirbi “velare”, vestire ec.
nascono da velo, veste. Inoltre quante parole formar non si possono dall’unione
di due o più altre? I LATINI unendo il verbo “esse” a varie PROPOSIZIONI,
ne facevano: AD-ESSE, ab-esse,
obesse, in-esse, proc-esse, prod-esse, sub-esse; super-esse,
inter-esse. Dall’unione poi di un
nome e di un verbo, quanti altri composti
facessero i greci e gl’ebrei,
e quanti ne facciano i cinesi, e tutti gl’orientali, è abbastanza
noto agl’eruditi. Tutte le lingue
originali, che diconsi lingue madri, hanno pochissime radici primitive, per
mezzo delle varie combinazioni di queste compongono un gran numero di vocaboli. Gl’uomini dunque, per MANIFESTARE
agl’altri i propri pensieri, hanno potuto istituire il linguaggio dei suoni articolati.
Questa invenzione è la causa principale che ha condotto il genere umano a quel grado di
coltura e di perfezione in cui oggi lo vediamo. LA LINGUA FA L’ANALISI del
pensiere [cf. GRICE SIMPLE IDEAS PREDICATES PROPOSITIONAL CONTENT], e come sia
un valevole soccorso per la meditazione. Ma indipendentemente dalla influenza
che ha pel progresso delle nòstre conoscenze, considerato riguardo
all’individuo -- o gl’individui,
i conversanti -- che se ne serve, ne ha
una notabilissima considerato riguardo alla
società, e relativamente all’individuo,
che ascolta e riceve le altrui conoscenze. Il linguaggio può essere
considerato come un mezzo che fa progredire lo spirito nella propria
meditazione; ed ancora come un MEZZO DI COMUNICAZIONE scambievole de’pensieri
degl’uomini. Nel primo caso serve d’istrumento all’azione meditativa, per
ritrovare la verità; nel secondo presenta allo spirito de’nuovi materiali pelle
sue conoscenze. Gl’uomini non potendo esistere in tutti i luoghi nè in tutti i
tempi; segue che non tutti possono osservare tutti i fatti. Un uomo può perciò
aver osservato de’fatti che un altro non ha osservato (IL POMMO E EDIBILE). Se
dunque il primo COMUNICA al secondo le sue osservazioni, questi conosce de’
fatti che non ha osservato; e questa conoscenza ha per motivo1’altrui
testimonianza, e costituisce ciò che si chiama certezza morale. Domandate, per
esempio, ad un napolitano, il quale non sia mai uscito di questa città, perche
egli crede l’ esistenza di tante altre città, di Roma, di Milano, di Parigi, di
Madrid, di Londra, di Timbuctoo d’Atlantide d’Utopia ec. Vi adduce per motivo
la testimonianza d’altri uomini che hanno veduto le città nominate, ed egli è
tanto certo dell’esistenza di queste quanto lo sarebbe, se le vedes» co’propri
occhi. Non basta che un uomo conosca un fatto che un altro ignora. È necessario che abbia la volontà di NARRARE – e narrare
il vero [GRICE, il principio dell’aiuta conversazionale], afllnchè l’altro non è
dalla testimonianza del primo *ingannato*. Per disgrazia dell’umanità la
volontà d’ingannare i propri simili si trova non poche volte negl’uomini; e non
poche volte ancora accade che gl’uomini INGANNINO
[mislead] non già perchè VOGLIONO INGANNARE [wilfully mislead], ma
perchè O non hanno conosciuta
esattamente il vero, O sono stati d’altri ingannati. Da ciò lo scetticismo prende
il motivo di combattere la certezza morale. Ma dicano quello che vogliono gli
scettici, l’esperienza ci manifesta
queste due verità,
un uomo può aver conosciuto de’fatti che un altro, o non puo conoscere o
non conosce. vi sono alcuni fatti di tal natura, su de’quali non si trova
giammai concordemente fallace la testimonianza di coloro che gl’hanno
osservati. Non si è trovata giammai fallace la testimonianza di coloro che sono
stati in Napoli nell’assicurarmi dell’esistenza di questa città. L’esperienza
stessa me ne ha assicurato, poiché
essendo io stato in Napoli (ma
nato a TROPEA), ho ammirato io stesso co’miei occhi questa magnifica città, ed
ho così trovata verace l’altrui testimonianza. La stessa esperienza ripeto
circa molti altri fatti. È dunque una verità di esperienza quella che
stabilisce, essere la concorde testimonianza di altri uomini circa alcuni
fatti, un motivo leggittimo dei nostri giudizi
Vi sono, è vero, degl’uomini che narrano de' fatti de’ quali non sono
stati testimoni oculari, e su de’quali sono stati d’altri INGANNATI
[deceived], e vi sono ancora di quelli che volontariamente MENTISCONO [lie]. Ma
vi sono eziandìo de’testimoni non solamente oculari di alcuni fatti, ma
testimoni tali che non somministrano alcun motivo di dubitare della
loro veracità. È questa una verità che la propria
giornaliera esperienza ci manifesta. Chiunque non ha veduto Bonaparte è sicuro
nulla dì meno, pella testimonianza d’altri, che vi sia stato un uomo così chiamato, il quale ha
esercitato il sommo potere nella Gallia, perde poi il trono, ed è MORTO
PRIGIONERO nell’Isola di S. Siena Elena. Cf. Grice, I KNOW CORSICA, I KNOW OF
CORSICA. A suo luogo parleremo de’limiti della certezza morale. Qui mi son ristretto a stabilire la sua esistenza.
Per istabilirla ho stimato di salire a’suoi primi princìpi. Ho fatto vedere che
un uomo può intendere un altro, che l’uomo può voler essere inteso, e che da
ciò nasce la prima SIGNI-FICAZIONE, il primo SISTEMA DI COMUNICAZIONE o linguaggio
chiamato linguaggio della natura. L’analogia può accrescere un tale linguaggio e
far nascere ancora alcuni vocaboli
radicali analogici. Il bisogno può
menare poi gl’uomini a stabilire altri vocaboli radicali arbitrari; e
che così ha potuto nascere il linguaggio, de’suoni articolati. L’esperienza
m’insegna che vi sono delle cose circa le quali altri non s’ingannano, nè si
propongono d’ingannarmi. Da ciò concludo che
l’altrui testimonianza, cioè la
lingua volontaria degl’altr’uomini, può in molti casi, circa ì fatti, essere un
motivo legittimo de’nostri giudizi. Io non posso coesistere a tutte le
generazioni, ed a tutti
i luoghi. La mia durata è breve. Il mio luogo è quasi un punto nello
spazio. Intanto vi sono moltissime cose, die m’importa di conoscere, e che sono
accadute prima della mìa nascita, o che accadono in luoghi più o meno lontani
da quello ove io mi trovo. La testimonianza altrui mi è dunque necessaria per
l’acquisto di tali
conoscenze. La lingua de’suoni, come l’italiano, o il calabrese, è una
lingua passeggiera e limitata ad alcuni luoghi. Un uomo che per mezzo delle
parole COMUNICA agl’altri i suoi pensieri non può farlose non che nel tempo in
cui egli parla e ne’luoghi ne’quali può estendersi il suono delle sue parole.
Un gran problema presentai al genere umano: il problema consiste a trovare
il mezzo di
estendere a tutti i tempi ed
a tutti i luoghi la lingua limitata della parola. Voi
già comprendete l'importanza del problema enunciato, e che la soluzione
di esso dee formare la seconda epoca del progresso delle umane conoscenze
ponendo la prima nella nascita del
linguaggio parlato. I fatti ovvi e
ripetuti incessantemente sogliono destar poco l’attenzione del volgo
degli uomini, e perciò non gli recano sorpresa. Vi ho
fatto sopra osservare quale studio fanno i fanciulli per
apprendere, sin da’ loro primi anni, la lingua della parola; intanto si crede
forse che essi non meditino affatto; appunto perchè comunemente iiiuno cerca di
conoscere come i fanciulli apprendano tal linguaggio. E un errore il credere che
le cose sieno state in tutti i tempi come
sono in un certo tempo. Qui è il
luogo di fare uso di questa
importante osservazione. La nostra educazione letteraria incomincia,
dal fare apprendere a’fanciulli le
lettere dell’alfabeto. Ma v’ingannereste credendo che la scrittura, vale a
dire,l’arte di dipingere la parola e di parlare agl’occhi, sia stata conosciuta
nella prima fanciullezza del genere umano. Noscorsi de’secoli prima che siensi
trovate le lettere dell'alfabeto: la scrittura non è stata conosciuta che molto tardi. Siccome
questa ci somministra un motivo molto fecondo di conoscenze, cosi è necessario,
dopo di aver cercato l’origine del linguaggio parlato, di cercar quella del
linguaggio scritto. Qual mezzo si può presentare agli uomini, per perpotuafc la
memoria de’fatti accaduti? In primo
luogo si può osservare un tal mezznello
stesso linguaggio parlato. La propagazione del genere umano si
fa in modo che gl’individui d’una età vivono insieme per qualche tempo coi loro
antenati e coi loro discendenti. Un uomo può dunque narrare alla sua
fìgliuolanza tanto quello che egli stesso ha veduto quanto quello che c^Ii ha
udito da suo padre, da suo avo, ed a tutti coloro, che sono stati testimoni
oculari de’fatti accaduti prima della sua nascita, e del tempo in cui egli
avesse potuto osservarli, questo uomo essendo il primo testimone di udito, costituisce
il secondo anello della testimonianza. Gl’altri che ascoltano il fatto da lui
narrato ne costituiscono il terzo, il quarto ec. Così si forma una serie non
interrotta di testimoni oculari, e costituisce ciò che chiamasi tradizione
orale. La maniera più generalmente adoprata ne’primi tempi, per osservare la tradizione orale, è quella
di comporre una specie di ode o di cantico – L’ENNEIDE DI VIRGILIO. ARMS AND
THE MAN. – o gl’ANNALI d’ENNIO – ROMOLO E REMO -- Cotesta sorte di poesia
racchiudeva le principali circostanze degli avvenimenti che volevano
alla posterità tramandarsi.
Vedasi questo uso stabilito ne’secoli più remoti appo tutte le nazioni,
tanto dell’antico che del nuovo continente. Dopo la sommersione dell’esercito
di Faraone nel mare rosso, Moisè, e gl’istraditi composero un cantico di lode,
e di ringraziamento al Signore, nel quale cantico è espresso questo memorabile
avvenimento, come si legge nell’esodo. Al mezzo della tradizione orale, per conservare
la memoria degl’avvenimenti passati, si è aggiunto quello di alcuni grossolani
monumenti. L’uso dei primi secoli è di piantare un bosco, d’innalzare un
altare, o un monte di pietre, di stabilue delle feste [OVIDIO], e di comporre
de’ cantici in occasione di avvenimenti
riguardevoli. Quasi sempre davasi a’luoghi ove sono accaduti de’fatti
memorabili, un nome relativo ai fatti ed alle circostanze (MONTE PALATINO).
L’istoria di tutte le nazioni somministra molte prove ed esempi di queste
antiche costumanze. Si vedono i patriarchi innalzare un altare nei luoghi, ove è
loro apparso il Signore, piantare de’boschi, fare dei monti di pietra in
memoria de’principali ancnimenti della loro vita c dare a’ luoghi, ove sono
accaduti de’nomi che ne richiamassero la memoria. Se si consultano gli
scrittori romaniprofani, questi attestano lo stesso. Ne’contorni di Cadice
vedevansi in altri tempi delle pietre ammassate, le quali si dicevano essere i
monumenti della spedizione dell’ERCOLE ITALIANO nella Spagna.Tutte queste
differenti pratiche hanno servito a rinfrescare la memoria de’fatti memorabili,
e a perpetuare le scoperte importanti. La tradizione supple allora alla
mancanza della scrittura. I padri spiegano a’loro figliuoli l’origine di questi
monumenti, e gl’istrueno de’fatti, i quali ne sono stati la cagione. Io chiamo
tradizione tanto la tradizione orale quanto l’unione della tradizione orale coi
monumenti. Fra lo spezie dei monumenti composti dagl’uomini, ad oggetto di perpetuare la memoria de’fatti passati,
untt. delle principali, che siasi
presentata al loro spirito, è stata la
rappresentazione degl’oggetti corporali. I primi uomini pensarono
naturalmente, d’impiegar questo
mezzo, per rendere i loro pensieri
sensibili alla vista, e cominciarono dal
presentare agl’occhi il ritratto degli oggetti dei quali volevano parlare. Per
fare conoscere, per cagione di esempio, che un uomo uccide un altro,
eglino disegnano una figura umana stesa
per terra, ed una altra in faccia di quella dritta con un’arma alla mano. Per
fare intendere che alcuno è abbordato per mare in un paese, rappresentano un
uomo assiso sopra una barca, e così del resto. Da quello che degli antichi
monumenti è rimasto, puà assicurarsi, che in prima origine l’arte dello
scrivere consiste ili una rappresentazione informe e grossolana degl’oggetti
corporali. L’uomo di sua natura imita facilmente, ed in ogni nazione vedesi la
gente portata a ricopiare gl’oggetti che le si presentano. Le nazioni più
selvagge, o quello le quali hanno minor relazione e commercio con i popoli
colti, possiedono con tutto ciò una certa idea dell’arte del DI-SEGNARE, vale a
dire di rappresentare, beiichò rozzamente, gl’oggetti della natura. L’onir brache produce ogni corpo sopra una
superficie che gli sia opposta, quando il corpo si oppone al passaggio della
Ince, ha somministrate le prime idee del DI-SEGNO. Tirando su i limiti
dell’ombra alcune linee, allora che l'ombra
sparisce, la figura descritta con
queste linee è [ICONICAMENTE] simile alla figura del corpo che getta L’OMBRA.
Dopo le prime esperienze i primi popoli tentano di rappresentare, e di copiare
gl’oggetti senza l’ajuto della loro ombra. Hanno a poco a poco avvezzata la
mano a lasciarsi guidare dall’occhi o, ed a seguire le proporzioni suggeritele
dalla vista. Il DI-SEGNO nella sua origine consiste solamente nella
circoscrizione del contorno esteriore degl’oggetti. Si tenta dopo di esprimere
le parti interiori, che L’OMBRA [silhouette] NON DI-SEGNA, come per cagione di
esempio una testa, gl’occhi, il
naso ec. Il carbone, la creta ec. possono somministrare
a’primi uomini la maniera di DI-SEGNARE sopra il legno, sopra la pietra ec.
come ancora si sono eglino esercitati in ciò sulla sabbia, sulla terra molle
ec. Hanno in seguito con l’ajuto dei sassi, e di altri strumenti taglienti
procurato d’imprimere DE-SEGNI sopra le materie solide. La forma che prendono i
corpi molli insinuati ne’corpi duri, e l’impronta che lasciano i corpi duri
applicati a’corpi molli, hanno su^rito a’ primi uomini l’arte del modellare.
Questa ha a poco a poco prodotta quella
dell’intagliare nel legno, nella pietra, e nel marmo. In questa maniera il DI-SEGNO,
la scoltura, l’intaglio hanno la loro origine. Queste arti, a mio credere, hanno
preceduto la pittura. Hanno queste rappresentazioni degl’oggetti corporali
servito per molto tempo invece della scrittura
propriamente detta. Io chiamo
la rappresentazione degl’oggetti
corporali scrittura figurativa. Questa maniera di scrivere richiede
molto tempo. Si pensa perciò di renderla più semplice, ed invece di DI-SEGNARE per
intero a cagion d’esempio, un uomo, un albero, un cavallo, si DI-SEGNANO le
parti principali che li fanno conoscere; come per esempio la testa, la mano,
Marte (MASCHIO) e Vennere, ec. Ma questa scrittura fìgurativa non puo essere
suffìciente per esprimere tutti i pensieri degl’uomini. Vi sono molte cose che
non si possono dipingere, come sono lo
spirito, le sue facoltà, le sue modificazioni. È impossibile di parlare delle cose
materiali, senza unirvi delle idee die
non sono capaci d’immagini. Come
per esempio, descrivere
l’immagine dell’affermazione, e della negazione? Fa d’uopo dunque inventare i
segni di queste idee intellettuali e 1’analogia guida gli uomini a trovarli. Si
concepì una certa similitudine fra alcune qualità che si osservano negl’uomini, e quelle che si osservano negl’animali, e per esprimere, che un
uomo è in queste qualità simile ad un certo animale, si dice più brevemente, che il tale uomo è un tale
animale [un leone]. Cosi, per dire di un uomo, che li è prudente, che li è astuto, che è fiero e
crudele, si dice, che è un serpente
[PRUDENTE], una volpe [ASTUTO], una tigre [FIERO E CRUDELE]; DI-SEGNANDO dunque
l’immagine di questi tali animali si DI-SEGNANO *mediatamente* --
FIGURATIVAMENTE – l’immagini delle qualità spirituali (PRUDENZA, ASTUZIA, FIEREZZA
E CRUDELTA] di cui si tratta. Una tale rappresentazione costituisce ciò che
chiamasi geroglifico. I cinesi per cagion di esempio, per denotare che FoAt,
primo fondatore del loro impero, è dotato di prudenza, e di sagace ingegno, lo DI-SEGNANO
col capo umano unito ad un corpo di serpente.
Il successore di FoA», di nome
Xino, ad oggetto di denotare, che egli si applica all’agricoltura, ed
incomincia a porre i bovi sotto il giogo, lo DI-SEGNANO col capo di bove unito
al corpo umano. Gl’antichi denotarono la giustizia, dipingendo uvergine cogl’occhi bendati, tenendo in una
delle mani una bilancia, ed in un'altra una spada. La vergine figura la giustizia; la bilancia DENOTA
CHE che la giustizia consiste a dare a ciascuno il suo dritto, la spada SIGNIFICA
CHE la giustizia dee infligger la paia dovuta a’delinguenti, gl’occhi bendati
finalmente DENOTANO CHE denotano CHE la giustizia e IMPARZIALE e non dee avere
alcun riguardo alle persone, ma deve
agire conformemente alla legge, senza esser mossa da motivi estrinseci. Si vede
qui che la similitudine concepita fra alcuni
modi de’corpi, e le qualità dello spirito, dettò questo
geroglifico. La giustizia è una nozione astratta, e le nozioni astratte
sussistono sole nello spirito. Passa perciò una certa similitudine fra
l’astrazione e la personificazione, una
vergine non è macchiata da
alcuna impurità corporale, e la giustizia
dee esser monda da qualunque difetto. Quando per dare ad un altro una
quantità di merce, questa si pesa, ciò si fa per dargli ciò che gli appartiene.
Le similitudini fra alcune modificazioni del corpo, e quelle dell’animo si
deducono da ciò, che le prime sono i SEGNI NATURALI delle seconde. Denotando le
prime si denotano mediatamente le seconde. E siccome le prime son capaci
d’immagini corporali, così lo sono MEDIATAMENTE [FIGURATIVAMENTE] anche le
seconde. E questa rappresentazione mediate costituisce il geroglifico. Da ciò
si vede che la scrittura geroglifica si è unita alle volte alla scrittura
figurativa, come si vede ne’due esempi di
Fohi, e di Xino. Alle volte è stata
impiegata solq come
nell’esempio recato della
giustizia. Si vede inoltre,
come questo modo
di scrivere fa
le veci delle
proposizioni verbali. Cosi,
per cagion di
esempio, i geroglifici rapportati valgono
pel significato quanto
queste proposizioni verbali:
F(M fu
dotalo di sagacità. Xino pronwtse
¥ agricoltura, e pose « bovi sotto il giogo, fa giustizia dà a ciascuno U
tuo dritto, infligge la pena dovuta
a'delinguenti, né si lascia muovere
da motivi estrinseci. Osservate, che ne’geroglifici enunciati si trovano i segni
relativi al sogetto, al predicato, ed al verbo delle proposizioni rapportate.
Così il capo di forma umana nel primo geroglifico donata il soggetto della
proposizione cioè Fohi, il corpo serpentino denota il predicato, cioè la
segacità, e l’unione del capo umano al corpo serpentino denota l’unione del
predicato al soggetto significato dal verbo fà. Nel secondo geroglifico,
il corpo
di figura umana
denota il soggetto
della proposizione cioè
Xino. Il capo bovino denota il
predicato cioè l’aver promosso l’agricoltura, e l’aver posto i bovi sotto il giogo;
l’unione poi del capo bovino alla forma umana denota l’unione del predicato al
soggetto, espressa dal verbo promosse. Nel terzo geroglifico, il soggetto
della proposizione è significato dalla vergine; la bilancia, la spada,
la benda denotano i
predicati della proposizione, e l’unione di queste cose al
corpo della vergine denota l’unione de’predicati al soggetto.
Da ciò segue che un geroglifico può esprimere diverse proposizioni, osia una
proposizione composta. Ciò si vede chiaramente nel geroglifico recato della
giustizia. Wolfio riferisce che un certo Comenio, volendo formare il
geroglifico dell’anima, dispose de'punti
in modo da
formare una figura
simile a quella che presenta
l’ombra, prodotta dal corpo
umano su di
un piano perpendicolare all'orizzonte, ed opposto
direttamente al corpo umano, ed al lume. I PUNTI, secondo i geometri, essendo PRIVI
D’ESTENSIONE, *denotano* la SEMPLICITÀ dell’anima. La figura del corpo umano
costruendosi, per mezzo de'soli punti, senza l'intervento di alcuna linea, *denota*
la sostanzialità dell’anima umana, la quale sussiste indipendentemente dal corpo.
I punti, essendo disposti in modo, che necessariamente formano la figura del
corpo umano, *denotano* l’unione dell'anima col corpo, la quale unione si forma dall’autore della
natura, indipendentemente dalla volontà dell’anima. Finalmente questi punti, essendo dispersi
in tutta la figura del corpo umano, *denotano* la dottrina degli scolastici, cioè che l’anima
NON È NELLA GLANDULA PINIALE come vuole Cartesio, o nel cervello come cuole
l’ACCADEMIA, o nel cuore, come vuole il LIZIO, ma è tutta in
tutto il corpo
e tutta in ciascuna
parte. ir geroglifico
comcniano equivale perciò
alle scienti proposizioni. l.° l’anima
è semplice: 2.° l’anima è una sostanza. L’ anima, indipendentemente
dalla sua volontà, è unita al corpo. 4.” 1' anima esiste tutta in tutto il
corpo, e tutta in ciascuna parte. Dopol’invenzione della scrittura geroglifica
portata al più alto grado di perfezione,
di cui è capace, resta ancora agli uomini di farp l’ultimo sforzo per ritrovare i caratteri
alfabetici, che sono i SEGNI del
suono [AUSTIN/GRICE, DE INTERPRETATIONE] non già degl’oggetti. Vi
sono stati in
ogni tempo degli
spiriti sublimi, i quali colle
loro invenzioni hanno ampliato notabilmente la sfera delle umane
cognizioni, ed hanno spinto velocemente il genere umano verso quel grado di coltura, in cui
(^gi te vediamo. Un
vocabolo (“shaggy”) è un SUONO o composto (“sha”, “shaggy”), o semplice (“a”). Per rendere durevole QUESTO SEGNO basta dunque
stabilire de’segni permanenti
de’ suoni semplici (AUSTIN/GRICE,
DE INTERPRETATIONE), che compongono i vocaboli. E per tale oggetto basta stabilire per segni de’suoni semplici ALCUNE
FIGURE – in lingua latina, 24: A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V X Y Z --,
e la scrittura alfabetica è trovata.
Ma (pianto tempo è egli trascorso, priachè una verità
cotanto semplice si presenta allo spirito
de’padri nostrii. Si vuole
render permanente il linguaggio
passaggiero della PAROLA (PARA-BOLA); e
non si pensa
di decomporre i suoni
ARTICOLATI [prima articolazione: sh- a, sha], e di stabilire de’segni
permanenti de’suoni semplici che compongono i vocaboli. Lo spirito intraprende
de’cammini lunghi e tortuosi per tramandare alla posterità la somma delle sue
conoscenze. La scrittura è prima
figurativa perfetta indi
figurativa imperfetta. poiché si
designarono prima gl’oggetti interi, indi le loro parti principali. In seguito
divenne geroglifica, indi sillabica, e finalmente alfabetica, lo dico prima sillabica, e poi
alfabetica, poiché penso coll’illustre Goguel autore dell’opera su 1’origine
delle leggi, delle arti, e delle scienze, che dopo la scrittura
geroglifica sono trovati
i segni de’suoni delle sillabe
de’vocaboli, prima che si trovassero i segni de’suoni semplici che compongono i
suoni delle sillabe. In questa maniera di scrivere, la quale chiamasi scrittura
sillabica non s’impiega se non che un solo carattere per iscrivere ciascuna
sillaba, di cui vien composta una parola (PARABOLA). Non si esprimono allora né vocaboli, né consonanti.
Noi, per esempio, per iscrivere la
voce “pane” /pane/ impieghiamo quattro
lettere o fonemi: /p/ /a/ /n/ /e/. Nella scrittura sillabica non vi
bisognano se non che due caratteri: /pa/ e /ne/. Ora supponiamo
che la pronunciazione del
vocabolo “pane” risvegli l’idea del
suono “cane,” e questo quella del suono “sane,” e che lo spirito mediti,
e paragoni fra di essi questi suoni. Egli li decompone in sillabe, e trova, che
la sillaba “ne” è la stessa in tutti e tre questi suoni, il che gli viene
ancora insegnato dalla stessa scrittura
sillabica, poiché lo stesso carattere
indica il suono della sillaba “ne” in tutti e tre i vocaboli enunciati. Questa identità conosciuta mena lo
spirito a notare la diversità de’ suoni “pa,” “ca,” e “sa,” che sono
le prime sillabe
di questi vocaboli. Ma in questa
diversità lo spirito trova ancora
una identità nella desinenza. Tutte e tre queste sillabe cadono nel suono “a”.
Ciò conduce lo spirito a separare nelle
sillabe “pa,” “ca,” “sa,” il suono “a” dagl’altri suoni che vi si uniscono. E
siccome egli ha trovato i caratteri de’suoni “pa,” “ca,” e “sa,” così trova il
carattere del suono “a,” e quelli
de’suoni “p, “ “c,” e “s,” e
la scrittura alfabetica
è già trovata. Ecco
dunque i passi, che ha
dovuto fare lo
spirito per ritrovare
la scrittura alfabetica, egli conosce che la maggior parte de’vocaboli sono
de’suoni composti, e che potevano perciò DECOMPORSI in altri snoni. 2.° egli
conosce che puo stabilire segni di segni [GRICE – TYPE, U – versus
TOKEN, u]], e segni permanenti di
segni passaggieri; egli
stabilisce de' caratteri, che sono
segni permanenti del
suono delle diverse
sillabe, e così nasce la scrittura sillabica. egli conosce che la
maggior parte delle sillabe sono de’suoni composti ancora, e siccome trova
de’caratteriche sono segni delle sillabe, trova ugualmente de'caratteri che sono
segni de’suoni semplici;
e così è nata la
scrittura alfabetica. Alcuni eruditi,
frai quali Goguet,
pretendono che i caratteri alfabetici sono derivati da'segni
geroglìGci, e che quest’ultimi hanno a poco a poco introdotto il metodo breve
delle lettere alfabetiche. Questa opinione è falsa sotto
un certo riguardo,
sebbene possa esser
vera sotto di
un altro. Per presentacela
quistione sotto un
aspetto filosofico, può cercarsi.
Lo spirito umano puo, senza passare per la scrittura figurativa, e geroglifica,
passare immediatamente dal linguaggio della PAROLA [PARA-BOLA] al
linguaggio permanente della
scrittura alfabetica? È certo,
che puo, poiché fra i passi, che egli
dove fare, partendo dalla considerazione
della PAROLA [PARA-BOLA], per giungere
alla scrittura alfabetica non vi sono certamente quelli della scrittura
figurativa e geroglifica. Si può cercare S.''.La scrittura figurativa e
geroglifica dove condurre naturalmente lo spirito alla scrittura alfabetica. La scrittura figurativa e
geroglifica non hanno relazione alcuna colle lettere dell’alfabeto, e per
tal ragione non possono condurre lo spirito a ritrovare la scrittura
alfabetica. Ma possono sotto un
altro riguardo influire a questa
invenzione. Queste due scritture sono imperfette
assai, e complicate. Lo spirito accorgendosi della loro imperfezione e
difficoltà, puo da ciò rivolgere la meditazione a rendere più semplice, e
facile il sistema de’segni permanenti. Si può cercare 3.° La figura de’segni
geroglifici Jta puo server allo spirito, per concepir la figura de' primi
caratteri alfabetici. Le ragioni addotte da Goguet provano, che lo puo.
Paragonando, egli dice, con
attenzione quello che a
noi rimane dei
caratteri egiziani, colle figure geroglifiche intagliate sopra gl’obelischi
e gli altri monumenti, si ricava che le
lettere egiziane tirano da’geroglifici
la loro origine. Nell’alfabeto degl’etiopi, e nelle lettere majuscole
degl’armeni si trovano i vestigi assai
chiari della scrittura antica geroglifica. A queste ragioni se ne può
aggiungere un’altra. Col progresso del tempo il rapporto di similitudine tra il
geroglifico e la idea da esso significata, non si è piu ravvisato. Ciò è
accaduto per due ragioni
l.° alcuni rapporti
[figurativi – metaforici -- META-ICONICI – GRICE] di similitudine sono troppo
lontani. Si esprime, per esempio, l’impudenza per [BY] una MOSCA, la
scienza per una FORMICA. 2.° allorché sono
moltiplicati i volumi, si cerca il modo di abbreviare, e perciò invece
del geroglifico primitivo si fa uso di un altro carattere, che noi possiamo
chiamare la scrittura corrente de’geroglifici. Esso rassomiglia a’caratteri
cinesi. Dopo d’essere stato da principio formato dal solo contorno della
figura, divenne in stanilo una sorta di nota, hi questo stato il
geroglifico puo riguardarsi
come il segno del vocabolo. Tosto che si hanno
da’segni permanenti de’vocaboli, puo
pensarsi di dare
de’segni permanenti alle
sillabe, ed indi a’suoni
semplici di cui è
composto il suono delle sillabe. L’essenza de’caratteri alfabetici si è
l’essere isolatamente considerati SEGNI
solamente di suoni [cf. AUSTIN/GRICE, DE INTERPRETATIONE], non già di
idee. I caratteri, per esempio, a, e, i,
o, u, b, c, ec. [cf. GRICE, DISTINCTIVE FEATURES –
FONEMI, FONEMA, ALLOFONICO], isolatamente
considerati nuli’ altro SIGNIFICANO
se non
che alcuni suoni.
I caratteri poi della scrittura fìgurativa, e geroglifica, non denotano suoni ma idee, l’immagine di un serpente denota
l’idea del serpente, quella della prudenza ec. Le nostre cifre arabe,1, 2, 3,
4, 5, 6, 7, 8, 9, 0, sono ugualmente segni d’idee, non di suoni. Essi si
leggono diversamente presso le diverse nazioni, sebbene sieno ì segni delle
stesse idee. Questa differenza è della
massima importanza. Colla divcisa combinazione di un piccol numero di
caratteri, si possono scrivere tutti i vocaboli di una lingua parlata. Ma
quando i segni della scrittura sono segni d’idee non già di suoni, il numero di
questi segni dee corrispondere al numero de’vocaboli, il che rende il numero
de’caratteri molto grande, e perciò esige uno studio lungo, e difficile, per
apprendere a leggere,e scrivere, come è provato per l’esempio de’cinesi. È
questo un grande ostacolo al progresso della conoscenza. La gente di studio è obbligata
a sottrarre il tempo necessario, per apprendere le scienze, ed impiegarlo a
saper leggere e scrivere. L’arte di leggere e scrivere essendo di molto poche
persone, il resto della nazione dee restare nella ignoranza. Dello stesso
inconveniente partecipa anche in parte la scrittura sillabica, poiché il numero
de’caratteri, per significare ciascuna sillaba è di gran lunga maggiore di
quello, che è necessario per denotare i suoni semplici, di cui il suono di
ciascuna sillaba è composto. Così, per cagion di esempio con questi tre
caratteri alfabetici, a, b,c, si possono scrivere le seguenti sìllabe, ab, ba,
ac, ca,
bac, cab. In questo esempio il numero dei caratteri sillabaci è
doppio del numero de’ caratteri alfabetici. Se suppone quattro caratteri
ahabetici, a, b, c, e, il numero ddle combinazioni di questi caratteri, presi
due a due, è maggiore del doppio, cosi avremo, ab, ba, ac, ca, ae, eb, be, ec.
Uno de’ vantaggi dunque della scrittura alfabetica sulle altre scritture si è
il piccol numero de’segni, di cui ha bisogno la prima scrittura. È vero, che le
nostre cifre arabe sono per tale oggetto perfettissime, mentre con dieci
caratteri possono scriversi tutti i numeri possibili. Ma un tal vantaggio lo
debbono alla formazione delle idee da queste cifre designate, poiché queste
idee si formano tutte colla ripetizione della stessa idea che è quella dell’UNITÀ.
Un altro inconveniente della scrittura geroglifica si è l’incertezza del
significato. Uno stesso geroglifico può denotare cose molto diverse fra di
esse. Cosi la immagine del serpente dinota questo animale, la prudenza, e
’universo. L’immagine del lepre dinota questo animale, il candore, e la
timidità. L’invenzione del linguaggio della parola, el’invenzione della
scrittura alfabetica, che rende permanente il primo linguaggio di sua
natura passeggierò, fanno che l’uomo
possa gettare il suo sguardo in tutti i luoghi, ed in tutti I
tempi.L’esperienza c’ins^a, che gl’uomini possono, per mezzo della scrittura, trasmetterci
dei fatti che son veri e che la concorde testimonianza degli
scrittori circa alcuni fatti non si è giammai trovata fallace. Tutte le
gazzette dell’Europa all’epoca, in cui Bonaparte scese al trono della Francia annunciarono
questo avvenimento. Tutte le gazzette ugualmente hanno annunciato la morte del
sommo pontefice Pio VII. L’esperienza dei propri occhi avrebbo
potuto assicurare colui, che
avesse dubitato, della verità di
tali fatti. I fatti consegnati negli scritti possono colla conservazione degli
scritti, che li contengono, trasmettersi
alle future generazioni. È questa eziandio
una verità di
esperienza. Vi sono dunque
de’fatti accaduti in tempi lontani,
de’quali fatti noi possiamo conoscere
la verità. Il linguaggio
passaggiero della parola; quello
permanente della scrittura
alfabetica, e quello dei monumenti, possono dunque circa alcuni fatti,
essere motivi legittimi dei nostri giudizi. Tutti questi motivi concorrono a stabilire
la certezza morale. Credo utile d’addurvi un altro esempio, in conferma di ciò
che vi ho detto. Un terribile tremuoto, poi seguito d’altri, cagiona dei danni
notabili alle Calabrie, ed ancora alla città di Messina. Gl’abitanti
dei paesi danneggiati
sono obbligati di
uscire fuori dalle
loro abitazioni, e dì costruirsi
delle baracche per
abitarvi; alcuni le
hanno costruite in
lontananza dei paesi
diruti quali rimasero
perciò deserti. Cosi accadde, per
esempio, a Briatico, che è costruito di nuovo vicino al mare, e Briatico
antico presenta allo spettatore i segni delle sue mine. Altri hanno costruite
le nuove abitazioni in un suolo contiguo all'antico abitato. Cosi accadde a TROPEA, le cui nuore abitazioni sono
costruite lungo ed all'intorno della strada detta dell’Annunciata. Molti, che sono
stati testimoni oculari dell’avvenimento, vivono ancora molti
altri appartengono alle seguenti
generazioni. I primi narrano ai
secondi l’orìgine delle mine
che colpiscono i loro
occhi, non meno che
l’orìgine delle nuove
abitazioni, ciascuno testimone
oculare è istruito
dalla esperienza, che tanto egli, che gli
altri testimoni oculari narrano il
vero, e che coloro i quali narrano il fatto ad altri, per averlo
eglino inteso narrare da’testimoni oculari, narrano il vero. L'esperienza
dunque c’insegna, die vi sono dei testimoni di udito, la di cui testimonianza è
verace,e che la tradizione orale unita ai monumenti può trasmettere alle
generazioni future i &tti
accaduti ne’tempi da
queste generazioni lontani. La
memoria di questa tremuoto si trova depositata in una moltitudine di scritti, i
quali ancora rimangono, ed i cui autori più non sono. La propria esperienza
istruisce dunque cisscun testimone oculare di questa importante verità: che per
mezzo de’monumenti, della tradizione orale e della scrittura alfabetica, si può
conservare la conoscenza
di alcuni fatti
passati. Intorno alle idee politiche del G., e più sulla condotta da lui tenuta nell’alterna vicenda
degli avvenimenti politici di cui è piena la storia di Napoli nel periodo della sua virilità, non si può dire
davvero che abbondino i documenti, né
che abbiano fatto tutta la luce
desiderabile gli studi consacrati a questo lato della biografia galluppiana da Tulelli, dal
Guardione e ultimamente d’ Arnone. Il
quale ha scritto in proposito una memoria molto accurata, ma per giungere
a una definizione di G. considerato sottol’aspetto politico, la quale è in
aperto contrasto coi documenti più sicuri da noi posseduti. Anche G.,
secondo l’Arnone, sarebbe stato un giacobino! Della sua dottrina liberale
e del suo atteggiamento risoluto in favore delle pubbliche libertà e
contro 1 intervento austriaco non è possibile che dubiti chi conosca i
frammenti che diè il Tulelli de’ suoi Pensieri filosofici sulla libertà
compatibile con qualunque Tulelli, Intorno alla dotte. ed alla vita
politica del bar. P. G., notizie ricavale da alcuni suoi scritti inediti
e rari, negli Atti della li. Accad. delle scienze mar. e poi. di Napoli. Guardione,
Due opuscoli di G., prec. dallo studio critico Dei concetti civili e
politici apportati da P. G. nella rivoluzione, Messina, D'Amico; a
proposito di questo opuscolo, Gentile nella Critica, V; N. Arnone, P. G.
Giacobino, negli Studi dedicati a Torraca nell’anniv. della sua
laurea, Napoli, Perrella. forma di governo, e i due opuscoli Della
libertà di coscienza e Lo sguardo d' Europa sul Regno di Napoli,
ristampati dal Guardione. Ma da quel liberalismo al giacobinismo
c’è un bel tratto. Né i documenti dell’Amone riscoperti 1
nell'Archivio provinciale di Catanzaro bastano a superarlo. Da
questi documenti apprendiamo che G. chiede un passaporto per
recarsi a Palermo « per attendere ad alcuni di lui affari litigiosi. Il Re
faceva rispondere dal Segretario di grazia e giustizia al Preside di
Catanzaro, che a G. si sarebbe accordato il passaporto, « quando non vi sia
niente contro il medesimo. Il Preside si rivolse per informazioni al
Vescovo e al Governatore di Tropea. Il Vescovo, il 16 ottobre,
rispose: Quantunque apparentemente il suddetto sembri un giovane
morigeratissimo, e studioso anche di materie teologiche, pure non gode
buona fama, perché si pre¬ tende aversi ingoiato con lo studio vari
errori della vana filosofia, per cui fu, anni sono, denunziato sino a
Roma, e ne’ pochi giorni della falsa assunta Repubblica fu impiegato a
far traduzioni, per cui stiede lungo tempo trattenuto nel Pizzo: timoroso poi
all’eccesso, si andiede in Cosenza dopo liberato dal Pizzo; ed ora
vorrebbe andarsi in Palermo, dove ha degli interessi; ma per questi
meglio sarebbe andarvi il padre don Vincenzo [il padre di G.], mentre non
debbo io, né V. S. 111 . mettersi deve in compromesso nelle circostanze
nelle quali siamo. Tropea aveva avuto anch’essa il suo albero della
libertà e un governo repubblicano. Ma per pochi giorni. AH’avvicinarsi delle
schiere Gli è sfuggita la comunicazione che ne aveva fatta Gaetano
Capasso, alla Riv. Stor. del Risorg. ital. [Vedi ora, per un'altra
denunzia di pretesi discorsi giacobini del Galluppi, F. Scandone, Il
Giacobinismo in Sicilia, nell'A refi. Stor, sic., G. GIACOBINO del Ruffo la plebaglia aveva
abbattuto albero e governo, e uh comitato di cittadini era andato
incontro al Ruffo a Mileto, a prestargli ubbidienza. Per la quale il
Ruffo volle alcuni ostaggi, che fece tra¬ sportare a Pizzo. Tra essi
venne incluso il Galluppi, che per altro dopo alcuni giorni fu rilasciato
senza nessuna condanna. Aveva, secondo il vescovo sanfedista ',
tradotto qualche documento francese, forse qualche proclama o
decreto dello Championnet; ma la stessa voce raccolta dal vescovo della
gran timidezza del filosofo, ci spiega molto facilmente perché G.,
invitato dai giacobini della piccola città, dove forse era solo a
conoscere il fran¬ cese (e non lo conosceva né pur lui molto) e quando costoro tenevano il campo, non
potesse esimersene, pur non avendo un grande entusiasmo per la causa
repubblicana. Certo, non si compromise, se nella ristaurazione non patì
nessuna noia; e se il tenente colonnello don Giovanni de Mendoza,
governatore di Tropea, pur dopo diligenti investigazioni, non riusciva a
trovare nulla a carico di lui. « Mi sono informato, scriveva costui
il 19 novembre al Preside di Catanzaro, « dalle persone più probe e
timorate di Dio di questa ... città; però ho chiamato il decano don
Saverio Polito, il teologo Grillo, il penitenziere don Vinc. M.
Mazzitelli, il P. M. Carmelitano fra Carmelo Maria Collia ed il parroco
di San Demetrio di questa città, e dalle di costoro estragiudiziali
deposizioni, che presso di me si conservano, rilevai che G. è onesto, probo, e
di morigerati costumi; che frequenta spesso li Santi Sacramenti e la
chiesa, ove si fa vedere attento, e pieno di divozione; e che ad altro
non bada, se non allo studio, essendo anche un giovane virtuoso, 1
Su lui vedi la stessa memoria dell'ARNONE Vedi la mia pref. al voi. del
Toraldo, Saggio sulla filos. di G., Napoli. ”4 e da bene, e
che mai diede veruno scandalo; ma, per quanto cercai sì dalli stessi
testimoni, che da altri sapere l’oggetto per cui si volesse portare in detta
città di Palermo, non fu possibile sapersi la cagione, perché da
ognuno s’ignorava. Soltanto ho risaputo, che il di lui padre
don Vincenzo è siciliano, ed ivi tiene degli effetti, per cui suole
spesso andarvi anche col suddetto don Pasquale suo figlio: ma non posso
fame a meno farle presente esser stato, per quanto pubblicamente si dice,
il detto G. uno degli ostaggi di questa città chiamati dal sig. Vicario
generale nel Pizzo, ove [si] trattenne molti giorni e poi è liberato
senza veruna pena. Il Preside di Catanzaro si attenne al Consiglio
del prudente vescovo, e propone al Segretario di Stato che il
passaporto non è accordato. E non è accordato. Ma lo chiede poi, invece
del figlio, il padre, Vincenzo, che l’ha. Segno che a Palermo hanno
realmente bisogno di recarsi, l’uno o l’altro, per loro interessi
di famiglia. Pei quali forse egualmente G., reduce da Pizzo, invece
di fermarsi in Tropea, recossi a Cosenza, di dov’è la moglie, Barbara
d’Aquino. Non credo pertanto che questi documenti catanzaresi
bastino a farci annoverare il filosofo calabrese nella numerosa schiera dei
giacobini contemporanei. Certo nei Pensieri filosofici sulla libertà,
propugnando il principio della libertà di coscienza e di tolleranza
religiosa, egli ha parole forti contro coloro che dimenticano lo
spirito del Vangelo e non hanno ritegno di tramutare la religione nell’
istrumento del disordine, della persecuzione e della strage»; e non
dubita, ricordando i recenti fatti del Regno, di scrivere che « se
l’universalità del clero e del popolo di questo bel regno avesse
conosciuto il vero spirito del cristianesimo e la purità delle massime
del Vangelo, non si sarebbe visto un cardinale comandare delle
masse di ribaldi e di fanatici, ed innalzare il venerando vessillo della Croce
per segno dell’assassinio e d’ogni sorta di iniquità; né si vedrebbero
oggi con orrore tanti preti e frati alla testa delle masnade degli
uomini i più infami e più scellerati » Ma quando G. scrive di
queste parole che pur dimostrano bensì il liberale, ma non il
giacobino a Napoli erano tornati i
francesi con Bonaparte, il cui governo, J, gli aveva conferito 1’ ufficio di
controllore delle contribuzioni; e a Giuseppe era anche successo
Murat. Tutt’altro che giacobino è apparso a me qualche anno fa da un
suo brutto sonetto pubblicato in un giornale di Tropea 3 da Toraldo 4. Il
sonetto infatti dice: Della Patria il dolore, il lutto, il pianto.
La rea sorte fatai veder non voglio. Di Marte, di Bellona il fier
orgoglio. L’augusto trono di Minerva infranto, Spesso sedendo al bel Sebeto
accanto Col cor trafitto dal più fier cordoglio, Pria che de'
Franchi vacillasse il soglio. Dico nel mio pensiere, e piango
intanto. Un ferro io prendo. Occhi miei, non piangete, Grido nel mio
furore; io corro or ora Sollecito
a varcar l'onda di Lete. Ma già l’Angiol divin, che accanto
giace. Di man mi toglie il ferro, e grid’allora: Verrà
Fernando: tornerà la pace! Il primo editore fa precedere al sonetto le
seguenti notizie: « Dal manoscritto rilevasi che il sonetto mede-
1 Tulelli, op. cit., pp. 109, in. * ArnoneL’ Eco di
Tropea. 4 E da me ristampato con qualche correzione di
punteggiatura, per renderlo un po' meno oscuro, nell’opera Dal Genovesi a
G., Napoli (2 a ed. in 2 voli., col titolo di Storia d. filos.
ital. Da Genovesi a G., Milano; ora in Opere complete di Gentile, a cura
della Fond. G. Gentile, Firenze, Sansoni). simo fu letto alla
nostra Accademia degli Affatigati (assorta allora ad altissima fama),
alla quale G. appartene col distintivo il Furioso, e apparisce dedicato a
Ferdinando, come chiusura di un discorso, letto all’Accademia anzidetta,
sul medesimo argomento. Dalla parte opposta ove è scritto il sonetto, si
legge: Ferdinando Augusto, principe magnanimo, nell’ impetuoso
turbine che minaccia l'indipendenza nazionale, corri a salvarci. I
destini della nostra nazione son legati alla tua esistenza. — Ferdinando viene.
Napoli è salvo. Il mio discorso accademico è terminato. Firmato: G. fra gl’Affatigati
il Furioso. Siegue dietro il sonetto dello stesso
Accademico. Riproducendo il curioso documento, mi parve che discorso e
sonetto si potessero riferire alla reazione; e, dietro a me, anche Cesare
ritenne che il sonetto alludesse alla restaurazione di quell’anno. Ma
non tutto a quella prima impressione mi restava chiaro degli
accenni contenuti nel sonetto; e le difficoltà ora oppostemi dall’Arnone mi
persuadono che sonetto e discorso vanno spostati di sedici anni.
Prescindendo », dice Arnone che non ha potuto vedere il giornale di
Tropea, al quale io mi riferivo, e le cui notizie ora qui integralmente
riportate mi pare che tolgano ogni dubbio intorno alla paternità del
discorso e del sonetto, « prescindendo dalla loro autenticità maggiore o
minore (?), il sonetto e il brano del discorso accademico non possono mai
riferirsi alla reazione. Infatti, nel sonetto stesso si Cesare, Taranto e
mons. Capecelatro, Martina Franca, testr. dalla Riv. Apatia ), p. n: «Il
Capecelatro non fu solo a non aver fede nella durata della Repubblica. Se
egli non anda a Napoli, non vi anda neppure Delfico, chiamato a far
parte della Giunta del Governo, mentre G., che pure ha principii
liberali, recitava, all'Accademia degli Affaticati di Tropea, un brutto
sonetto, che si chiudeva: Verrà Fernando : torna la pace . trova la
designazione del tempo a cui si riferisce ; giacché, col verso Pria che
de’ Franchi vacillasse il soglio, l’autore, stanco del fier orgoglio di
Marte e di Bellona, deve assolutamente alludere alla prossima caduta del trono
di Murat 1 . Io guardo bensì al settimo verso del sonetto, su cui
giustamente ha fermato la sua attenzione l’Amone; ma guardavo anche al quinto:
Spesso sedendo al bel Sebeto accanto, che contiene anch’esso una
determinazione cronologica non trascurabile. E poiché era noto che G. è a
studiare a Napoli, pensai che per soglio dei Franchi si dovesse in¬
tendere per l«appunto il trono di Francia di Luigi XVI, che cadde quando G.
dimora al bel Sebeto accanto. E vedevo nel sonetto un’enfatica e
grottesca rievocazione delle ansie, da cui l’animo dell'autore
sarebbe stato assalito fin dall’ 89 quasi presago dei lutti che la
Rivoluzione francese preparava alla sua patria. Non tutto, di certo,
restava chiaro, come non tutto precisamente diventa chiaro se s’intende, come
propone ora l’Arnone, che col soglio dei Franchi l’autore designi
il trono di Murat. Ma vien colmato il grande intervallo che
rimaneva, secondo la mia ipotesi quando avvenne il ritorno di Ferdinando
IV a Napoli, che il Furioso avrebbe celebrato. Ma, se accetto
che il v. Pria che de’ Franchi vacillasse il soglio alluda alla prossima
caduta del trono di re Gioacchino, e ne argomento in conseguenza che tra la
fine di marzo 1815, quando Murat dichiara la guerra all’Austria, e labattaglia
di TolentinoG. Dove essere a Napoli non capisco perché l'Arnone soggiunga
: A me parrebbe che il discorso accademico potesse riferirsi al tempo del
viaggio di Ferdinando I Borbone pel congresso di Lubiana, quando
appunto il8 l’indipendenza del Regno di Napoli era minacciata
dall’intervento austriaco. Quando G. recita il suo discorso accademico è
chiaro che Ferdinando non era più lontano, ma già tornato a Napoli
(Ferdinando viene, Napoli è salvo); e l’accademia celebra la
ristaurazione. È vero che G. trepida per l’indipendenza nazionale, a causa
dell’ intervento austriaco a Napoli; ma gli austriaci sono chiamati da
Ferdinando, che non puo perciò essere cantato come il salvatore
dell’indipendenza; laddove nel '15 il Murat alla legittimità, a cui
s’appellavano gli ambasciatori del Congresso di Vienna e tutti i principi
delle vecchie dinastie, opponeva in Napoli il principio dell’ indipendenza;
e a G., già murattiano, i disastri dell’esercito napoletano e l’entrata
degli austriaci nel Regno dovettero realmente parere la più pericolosa
minaccia alla indi- pendenza di questo, finché non si ripresentò
Ferdinando, a riavere, dopo il trattato di Casalanza, dalle mani
dell’ imperatore d’Austria le redini del suo Stato due volte abbandonate.
E le preoccupazioni che G., come quanti altri avevano servito il
governo francese, dovette, prima di quel trattato, nutrire gravissime e
angosciose per la propria sorte, o almeno per l’uificio che da nove anni
teneva, possono anche spiegarci la disperazione da cui nel sonetto dice
d’essere stato preso per l’imminente crollo di quel governo.
E l’osanna al Borbone, dopo il trattato di Casalanza, in cui
l’imperatore d’Austria garantiva la sorte di tutti Volse i suoi maggiori
pensieri alle cose interne; reputando che più dei maneggi e dei discorsi
valere gli dovesse il voto dei soggetti e la forza dell'esercito, in
tempi nei quali menavasi vanto dell’amore dei popoli e della pace. Raccolse
in quattro adunanze i migliori in¬ gegni napoletani, e lor disse che per
gli ultimi avvenimenti, acquistata da noi piena indipendenza politica, era suo
debito riordinare il regno senza o soggezione, o somiglianza,, o
gratitudine ad altro stato, così adombrando le tollerate catene per nove
anni»: P. Colletta, Storia del Reame di Napoli. i funzionari del
passato regime, era pel controllore delle contribuzioni dirette nella
Provincia di Calabria ulteriore l’espressione d'un sentimento sincero. Né
giacobino, dunque, né antigiacobino. Ma liberale e patriota, se non nel
senso del 1799, in quello più antico della tradizione paesana di Napoli e
della posteriore storia italiana. Del suo patriottismo e
liberalismo son documento bastevole gli opuscoli politici che G. scrive
in cui ripiglia le idee dei Pensieri filosofici, rimasti inediti, e
scendeva in campo a difesa della libertà e dell’ indipendenza minacciata
dall’Austria. Ma la lettura di questi opuscoli, o almeno dei due a noi
pervenuti e qualche anno fa ristampati da Guardione, induce
piuttosto a ricollegare G. alla tradizione di Giannone, del Tanucci, di
Vico e di Filangieri, anzi che a ricondurlo sotto l’influsso esotico del
giacobinismo rivoluzionario. Nei Pensieri filosofici (di cui si
conoscono soltanto alcuni frammenti pubblicati dal Tulelli) egli ha già II sonetto pare tuttavia debba
riferirsi non al 1815, ma all’anno seguente. Perché gl’affaticati in cui
esso è letto come ci è fatto sapere da un suo storico, riunivasi raramente;
anzi dal 1801 il silenzio sostenne sino a quando nella Chiesa dei
Liguorini, canta del Santo fondatore dell’Ordine » (forse il 2 agosto
quando ricorre la festa del Liguori): N. Scrugli, Discorso storico
intorno all’Accad. degli Affaticati, annesso alle Notizie archeologiche e
storiche di Portercole e Tropea, Napoli, Morano. Ma le notizie raccolte
dallo Scrugli non sono esattissime. Infatti, secondo lui, l’Accademia
degli Affaticati sarebbe stata vietata nella reazione, e non sarebbe più
risorta fino al '48; laddove vi fu certamente recitato il discorso di G. che
qui appresso si pubblica. Opuscoli filosofici della libertà
individuale: Della libertà di coscienza e delle conseguenze che ne
derivano riguardo al matrimonio, dell’Autore del Saggio filosofico sulla
critica della conoscenza, Messina, presso Antonino D’Amico Arena; Lo
sguardo d'Europa sul Regno di Napoli, di G. di Tropea, in Messina,
presso Papparlardo. Entrambi gli opuscoli sono stati ristampati dal
Guardione, op. cit., e della sua ristampa io mi son qui servito. aderito
a quelle dottrine liberali, che il Filangieri aveva propugnate nella
Scienza della legislazione. « Per fissare », aveva detto, i dritti del
pubblico potere, bisogna partire dal considerare lo stato di natura come
anteriore allo stato politico, se non in ordine di tempo, almeno in
ordine di ragione. Tutti gli uomini sono per natura in uno stato di
libertà, in cui ciascuno può fare ciò che gli piace, senza dipendere da
un altro, posto ch’egli non offenda gli altrui diritti. Ogni uomo non ha
dunque altro dritto per rapporto ad un altro che di non farsi
molestare nell’esercizio dei propri dritti. Or questo dritto che ciascuno
ha per rapporto agli altri, nella civil società è confidato al pubblico
potere, il quale è custode e vindice dei dritti di ciascun cittadino contro gli
attentati degli altri ». Movendo da questo principio, a differenza
del Rousseau, G. separa nettamente il dominio giuridico-politico da
quello della religione. Riconosce che la potestà politica dee curare che
i cittadini sieno virtuosi. Ella dee riguardare come un male la
depravazione del loro spirito; dee mettere in opera quei mezzi che
promuovono la virtù ed arrestare i progressi del vizio; e però può parere
che abbia bisogno del soccorso della religione. Ma è d’uopo distinguere
tra virtù e virtù. Le leggi, dice Portalis, non dirigono che alcune
azioni determinate; la religione regola il cuore. Le leggi sono relative
al cittadino; la religione s’impadronisce di tutto l’uomo. Ma se le leggi
arrestano il braccio e la religione regola il cuore, dico io, dunque, che
la depravazione del cuore non dee punirsi che dalla sola religione, vai
quanto dire, dal solo Dio che n’è l’autore; ella è dunque estranea
alla sanzione della legge. Se le leggi non son relative che al cittadino,
e la religione s’impadronisce dell’uomo, le leggi devono dunque
contentarsi della sola virtù civile e lasciare alla religione le virtù
dell’uomo. Egli bisogna distinguere l’uomo giusto agli occhi dell’eterno,
che tutto vede, dall’uomo giusto civilmente. Chi è giusto innanzi a
Dio, lo è anche civilmente, perché la sua legge vuole che si obbedisca
alle potestà costituite; ma si può esser giusto civilmente, senza
esserlo, naturalmente, secondo la religione. Le opinioni religiose
pertanto non cadono sotto la sanzione delle leggi, e l’irreligiosità non può
esser punita Ogni maniera di persecuzione del resto è contraria allo
spirito del Cristianesimo. Intorno al quale G. scrive una delle poche
pagine eloquenti, che siano uscite dalla sua penna. Questa religione
divina, egli dice, annuncia agli uomini una morale che perfeziona
la natura. Lo spirito del Vangelo non è che imo spirito di
fratellanza e di amore. Esso è contrario allo spirito di persecuzione e
di ferocia. Se non siete ricevuti ed ascoltati, dice G. C. ai suoi discepoli,
scuotete la polvere delle vostre scarpe e partite. I primi banditori del
Vangelo non impiegarono altre armi per la sua propagazione, che la
forza della parola. La religione deve avere la sua sede nello spirito, e
lo spirito non rigetta l’errore e non abbraccia la verità, se non a proporzione
dei lumi che egli riceve, e trattandosi di religione, a proporzione
della grazia celeste che il Padre de’ lumi gli dispensa. Le prigioni, le
forche, le mannaie, i roghi non cambiano certamente lo spirito dell’uomo, e
l’incredulo non lascia d'esser tale, ancorché vada ad esalare il suo
spirito fra i tormenti più crudeli. L’uomo abusa di tutto. La ministra
della pace e della pubblica tranquillità divenne col progresso del tempo in
mano del superstizioso e del fanatico, l’istrumento del disordine, della persecuzione
e della strage. Questo mutamento di condotta, non della religione, che in
se stessa è santa ed immutabile, ma ne’ suoi ministri, fu sorgente
d’incredulità. Nell’opuscolo sulla Libertà di coscienza la stessa
questione è ripresa e approfondita sì dal rispetto - Gentile, Albori.
I. speculativo e sì da quello politico. Vi ritroviamo quella morale
kantiana, che è professata negli Elementi, nelle Lezioni di filosofia e
nella Filosofia della volontà. La regola della moralità delle azioni è la
coscienza uniforme alla legge»: legge puramente formale anche per
G. Il quale infatti soggiunge. Si può agir male seguendo una
coscienza erronea, ma si agirà male ancora facendo il bene in
contraddizione dei dettami di una coscienza erronea ». E su questi principii,
rannodandosi alle dottrine liberali di FILANGIERI (si veda), fonda la sua
dimostrazione del diritto del matrimonio civile abolito nel Regno
dal codice: il quale aveva stabilito non potersi celebrare
matrimonio legittimo « che in faccia alla Chiesa, secondo le forme
prescritte dal Concilio di Trento. Già nell'opuscolo precedente aveva
provato che « la libertà del pensiero è il primo diritto inalienabile
dell’uomo; e che tale libertà è illimitata. Ora, se questa libertà
è illimitata, se la moralità consiste nella conformità della
coscienza alla legge, o meglio, della volontà alla legge della coscienza,
ne viene per conseguenza che quelle azioni, le quali debbono essere
necessariamente in armonia col pensiero, non possono giammai essere
forzate; ma debbono rimanere nel campo libero del privato
cittadino. Potrà intervenire il diritto positivo nel culto religioso
esterno; ma non nel culto interno. E in quello esterno non potrà di certo
intervenire per obbligare il cittadino ad un culto contrario alla propria
credenza, bensì per permettere un dato culto e impedire quindi che
venga offeso e turbato da chi non vi si conformi ». Ma deve
10 Stato permettere tutti i culti? Tra il Montesquieu contrario e
il Marmontel favorevole alla libertà dei culti, G. dichiara di non voler
esaminare di proposito 1’importante questione », poiché egli si occupa
piuttosto della libertà individuale, e però della sola libertà di
coscienza, laddove la libertà del culto supporrebbe un gruppo sociale che
abbia abbracciato un culto diverso da quello di altri gruppi, ed esce
quindi dalla sfera del diritto indi¬ viduale. Tuttavia ritiene
conveniente che si possa per ragioni politiche non permettere l’esercizio
pubblico di un culto diverso da quello stabilito. Quanto al
matrimonio, dato il suo interesse pubblico, esso rientra nella sfera di
attività del potere politico: che ha il diritto di far leggi positive sul
matrimonio, le quali, lasciando illeso il diritto naturale, determinino
ciò che la natura non determina, e che ha influenza su la felicità
nazionale»; ma deve limitarsi a «prescrivere le condizioni per la
validità del matrimonio come contratto civile, e lasciare alla libertà del
cittadino, se vuole al contratto unire la forma religiosa, che T innalza
a sacramento. Altrimenti verrebbe ad esser lesa la libertà di
coscienza, ossia quell’ essenza della morale, che G. chiama legge di natura o
diritto naturale. Tale principio a Napoli è riconosciuto dal codice
francese; e certo quella legislazione, tranne il mormorio di qualche
fanatico, che osa chiamarsi teologo, non produsse fra noi il menomo
disordine. Ma, tornato Ferdinando, i superstiziosi spaventarono la
sua coscienza ». Quindi il matrimonio rientrò nel puro dominio
ecclesiastico. E si fa dippiù, dice G.: il Concordato diede alla Chiesa
il potere giudiziario sul matrimonio; potere, che dee esercitarsi in
conformità del codice del Vaticano, e così la sovranità temporale
rimase spogliata de’ suoi sacri ed inalienabili diritti sul matrimonio ».
G., nelle cui parole è agevole sentire l'eco della tradizione
giannoniana, ora che Napoli sembra risorta a più libera tuta per
l’ottenuta costituzione, parla in nome della filosofia («la filosofia non
dee oggi temere di alzar la voce contro di questi abusi) ; e chiede
che il matrimonio torni ad essere per lo Stato contratto civile; e
protesta contro la censura preventiva. stabilita nella Costituzione
spagnuola, per i libri che trattino di religione. Il secondo
opuscolo, assai più importante per la conoscenza delle sue idee politiche,
quantunque rechi anch’esso sul frontespizio la data, non par che possa
essere anteriore ai primi del febbraio 1821. Infatti v’ è detto che
« un’armata austriaca si fa vedere in volto minaccioso nella bella Italia » 1
2; con accenno evidente, se non erro, all’ordine del giorno del barone di
Frimont, di cui si ebbe notizia a Napoli tra il 15 0 il 20 di quel
mese In quei giorni un altro filosofo napoletano, Borrelli, compone
un inno di guerra, che, messo in musica dal Rossini, fu cantato al San
Carlo la sera del 21 febbraio. La seconda strofa diceva: O
straniero, che guerra ci porti, Chi ti offese ? quell’ ira perché?
Va, rispetta la terra de' forti.... Ma sprezzante 1’iniquo c’
invade, Ha di sangue nell’occhio il desir. Cittadini,
tocchiamo le spade: Qui si giuri svenarlo o morir! G. dal
fondo delle Calabrie rivolge all’Europa (ma fin dove sarà giunto ?) il
suo opuscoletto, enfatico nella forma, ma savio ed acuto nella sostanza,
per scongiurare anche lui l’invasione straniera e la soppressione delle
libere istituzioni. Rifa brevemente, con giudizi che ricordano l’alta
intelligenza storica di Vincenzo Cuoco, la storia di Napoli, a
conferma del principio, che oppone alle prepotenti pretese del- [Rist.
cit., Vedi De Nicola, Diario napoletano in calce all'Arch. slor. napol.
l’Austria: che la storia se la fanno i popoli da sé, e interromperla ad
arbitrio è violenza, e lo stato violento non è durevole.
Tutto, egli dice, « cangia incessantemente nel mondo ; ma tutto
cangia gradatamente... Questo principio igno¬ rato o negletto ha spesso
fatto abortire i migliori pro¬ getti di riforme ». I grandi avvenimenti,
che pare mutino d’un tratto miracolosamente lo stato di un popolo,
in realtà sono l’effetto d’un « concorso di cause, al quale
l’unione di una picciola causa dà quella forza stupenda, onde hanno
origine gli avvenimenti che formano l’epoche delle nazioni ». Come dai
patiboli del '99 si potè giungere alla libertà del '20 ? G. studia
questo problema. La rivoluzione, per lui, è la conseguenza degl’errori
commessi dal governo borbonico (G. parla sempre di Ministero);
quando, dopo aver favorito in tutti i modi le tendenze liberali promosse
e alimentate dalla filosofìa, a un tratto, spaventato dalla Rivoluzione
francese, che intanto aveva accelerato il movimento degli animi verso la
ri-generazione politica, esso volle violentemente arrestarsi, e tornare
indietro, e dichiarò guerra al liberalismo, e si propose di ripiombare la
nazione nella barbarie. La venuta dei francesi fu la piccola causa che
fece rovinare il trono, le cui fondamenta erano state da lunga pezza
lentamente scavate da’ suoi ministri. Così i Giacobini, che s’appigliarono alla
massima della perfetta imitazione dei francesi, senza chiedersi se
Napoli fosse preparata alla democrazia, e alla democrazia francese, come
1’Issione della favola, invece di Giunone, abbracciarono la nuvola.
Giudizio che non è certo quello di un giacobino. Successe la reazione; e
il governo, anzi che mostrarsi ammaestrato dagli avvenimenti passati,
tornò cieco, feroce, dispotico; e accrebbe quindi sempre più il desiderio
d’un cangiamento. Aggiungi l’azione continua della Francia sulle
cose d' Italia, e gli errori della diplomazia: ed ecco Bonaparte e
Gioacchino, che non sono più i francesi, ma i correttori e moderatori dispotici
della libertà, i quali compiono l’abolizione del feudalismo nel Regno, e
vengono via via elevando la coscienza civile della nazione. Questa al
ritorno di Ferdinando è già matura per la Costituzione: la cui richiesta
per altro è affrettata dagli errori che toma sempre a commettere
il Ministero. Fra i quali G. non manca di ricordare il concordato
ignominioso, che annienta tutte le riforme dall’epoca dell’augusto
genitore di Ferdinando fino al suo ritorno fra noi. Mostrata la
necessità storica della rivoluzione del 1820 e della costituzione che
Napoli s’era con essa conquistata, il filosofo protesta contro l’intervento
straniero, e minacciosamente esclama: Un’ invasione è ella facile
nelle attuali circostanze della nostra nazione? Il '99, il 1815 sono gli
stessi tempi per noi del 1820? Si è mai veduto in altri tempi, allorché
il nemico ci minacciava, l’agricoltore, l’artista, il prete, il monaco
stesso domandare l’iniziazione nelle società patriottiche per emettere il
giuramento di vincere, o di morire per la difesa della costituzione e del
trono? Siamo così abituati a rappresentarci G., attraverso i suoi saggi meramente
speculativi, dove non spunta mai favilla di passione umana, o un accenno
storico, o un’allusione personale, e attraverso le memorie di quel
suo insegnamento universitario, tutto chiuso, nel periodo di puro raccoglimento
spirituale per Napoli, nella speculazione sopramondana.: che questa
specie di G. inedito, agitato dalle preoccupazioni politiche e storiche
del mondo in cui visse, ci riesce di uno strano sapore nuovo e d'un vivo
interesse. E ne viene aggiunta una linea caratteristica e simpatica
alla figura del nostro vecchio e caro scrittore; che viene ad
occupare anche lui il suo posto non pur nella storia del liberalismo
italiano, ma in quella schiera di acuti pensatori improntati della più schietta
italianità, i quali, rifacendosi direttamente o indirettamente da VICO
(si veda), si opposero all’ astrattismo antistorico e rivoluzionario
di Francia. Lungi, dunque, dall'apparirci un giacobino, G.,
pel suo modo d’intendere e giudicare gli avvenimenti contemporanei, ci si
presenta come un liberale, penetrato del senso della realtà e razionalità
della storia. Né questa figura viene menomamente turbata dal
nuovo documento che qui appresso si aggiunge a queste note: un altro suo
discorso accademico, letto a Tropea (nella solita Accademia degli
Affaticati) in lode questa volta di Ferdinando II, pel suo avvenimento al
trono Discorso che io ho avuto sott’occhio nell’autografo, e
trascritto fedelmente. Esso, ad ogni modo, non può suscitare né
meraviglia, né rammarico in nessuno che ricordi con quali lieti auspicii
salisse al trono il nipote di quel Ferdinando, a cui iG. aveva
inneggiato nel 18x5. « La giovanezza del re », scrisse lo stesso
Set¬ tembrini nella sua Protesta, « la recente rivoluzione di
luglio in Francia, e i movimenti di Romagna, alzarono la nazione a
novelle speranze ». E molto meglio nelle Ricordanze: «Quando re Ferdinando II saliva
sul trono delle Sicilie, cominciò bene, e a molti parve un buon principe.
Ogni giovane a venti armi è buono, come ogni fanciulla a quindici anni è
bella. In un suo Manifesto dichiarò di voler rammarginare le piaghe
che da più anni affliggevano il Regno, ristorare la giustizia, riordinare
le finanze, promuovere le industrie ed il commercio, assicurare in ogni
modo i beni dei suoi amatissimi popoli. Quando poi diede un’amnistia, per
la quale tornarono a le loro famiglie molti esuli, molti prigionieri, le
speranze crebbero e l’allegrezza fu grande. Gli uomini savi dicevano che
egli aveva fatto una brutta orazione funebre a suo padre; ma gli davano
lode perché scacciò parecchi ministri e servitori, che durante il
regno di Francesco avevano fatto mercato d’ogni cosa, perché
restrinse le spese della casa sua, tolse via le cacce, e volle vivere con
certa semplicità e parsimonia, che il popolo chiamò avarizia. Pareva a
tutti cortese perché dava udienza a tutti, domandava, rispondeva,
provvedeva subito, e ricordava i nomi di quanti aveva una volta
veduti. Anche Nerone, uscì a dire, uno di quei giorni, esso Settembrini
tra giovani suoi amici e maggiori d’età: anche Nerone cominciò col quam
mallem nescire scribere. L’ è scopa nuova, ma di quella mala erba: fate
che s’usi, e vi riuscirà Borbone come il padre, e come l’avolo. E
gli diedero del matto '. « Io che sono stato vittima del suo insaziabile
dispotismo » — scrive Nisco nell’accingersi alla storia del suo regno, e
che ne porto ancora i ricordi ai piedi ed ai polsi, rifarò con
civile orgoglio la storia dei suoi primi anni di regno, i quali
sono andati confusi con quelli che seguirono, massime dopo il
quarantotto, quando la natura borbonica, ridestandosi ampiamente in lui, lo
menò a divenire l’avver¬ sione non pure d’Italia, ma d’ Europa ». E
ricordando la soddisfazione generale di quei primi mesi del nuovo
re, raccontava : Alle acclamazioni dei popoli facevan eco i
prosatori ed i poeti di quel tempo, e nell’entusiasmo della sperata
redenzione, sventuratamente poi tradita, vennero fuori giovani ed uomini
egregi, fra i quali Filioli, i Baldacchini, i Dalbono, Ruffo e quella
sublime donna, che mai non si contaminò di servo encomio, Guacci. E
quando 1 Ricord., c. V., rimosso ogni ostacolo derivante da colpe
politiche al conseguimento dei pubblici uffizi, abilitò all’esercizio delle
pubbliche cariche gl’ impiegati ed i militari destituiti per le politiche
vicende, concedè ai detenuti in carcere, espatriati, esiliati e
condannati napoletani e siciliani alle galere e all’ergastolo di
ritornare nelle loro famiglie, Saverio Baldacchini il chiamò in un
suo inno, Padre a tutti, che il gaudio Del perdonar provò;
e dall’animo purissimo della giovane Guacci si elevò quella
nobilissima esclamazione Oh ! lieto il sire, Che nell’amor dei
popoli riposa Al coro delle lodi si unì adunque anche il filosofo di
Tropea, tuttavia controllore delle contribuzioni, col seguente discorso; in cui
l’adulazione del suddito par s’indirizzi all’ idea dell’ottimo sovrano
piuttosto che alla persona del giovine monarca ; onde si direbbe che a
tratti assuma il tono dell’ammonimento anzi che del panegirico. Alcuni
accenni di dottrine filosofiche, che vi si mescolano, come i riferimenti
ai concetti del bello e del sublime, dimostrano il già sessantenne
filosofo incapace di distrarre la mente dalle sue astratte meditazioni. E
questo è forse l’ultimo scritto, in cui gh accadde di volgere attorno uno
sguardo, per esprimere il suo pensiero su fatti e personaggi contemporanei.
. 1 N. Nisco, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli,
Napoli, Morano. Pel felice avvenimento al Trono delle Due
Sicilie di FERDINANDO II Discorso Accademico di G.
Di letizia ripiena, Accademia illustre, io ti rimiro. Con la
rapidità del fulmine l’arrugginita cetra riprender ti vedo. Il tuo vivo
ardore, di scioglier la lingua al canto, espresso nel tuo volto io leggo.
Sì, dell’estro che ti accende, l’oggetto io ben ravviso. Un giovine eroe
ascende sul trono di Ruggiero: il dolore, che ingombrava i nostri
cuori, sparisce: in tutti i volti degli abitatori delle Due Sicilie, con
vivi ed espressivi colori, la gioia dipinta si vede. Un grido di letizia
dappertutto rimbomba. Ma non è la gioia il solo effetto, che la
comparsa del giovine Re sul trono ha universalmente prodotto ne’nostri
cuori. Un vivo sentimento di ammirazione e di devozione verso la sacra
persona di lui, si è immantinente acceso ne’ popoli di qua e di là del Faro.
Ferdinando II, l’augusto discendente di tanti Re, non solamente quel sentimento
fa nascere, che, in una ridente primavera, l’aspetto d’una deliziosa
campagna, negli animi sensibili alle bellezze della natura e dell’arte,
suole produrre; ma quel sentimento eziandio produsse, che in una
vasta pianura, la veduta dell’azzurra volta del cielo, in una notte
serena, l'anima colpisce dell’osservatore attento a contemplar
l’universo. Ferdinando II è dunque un oggetto non solamente
bello, ma sublime. Come bello, la sua G. GIACOBINO ? I3I
comparsa sul Trono ha inondato di letizia il cuore de’ suoi popoli;
come sublime, di ammirazione e di devozione gli ha colpiti. Il bello ed
il sublime producono diverse affezioni morali: l’uno rallegra, ed in
certe circostanze fa pianger di tenerezza. L’altro l’ammirazione e la
devozione produce. Nondimeno, quando il sublime si riguarda come una
causa, che su la nostra felicità influisce, all’ammirazione ed alla
devozione fa esso succedere la confidenza e la letizia. Tale è il
sentimento, che provano i soldati di un’armata, quando sanno che il loro
generale è uno Scipione, un Alessandro, un Camillo ; e tale appunto
è quello che in noi produce la vista di Ferdinando II sul trono delle Due
Sicilie. Se il bello ed il sublime l’oggetto sono dell’eloquenza e
della poesia, se senza un oggetto, che sia defl’una e dell’altra qualità
fornito, il genio dell’oratore e l’estro del poeta languiscono; se l'alto
personaggio, che è l’oggetto di questa letteraria adunanza, è dell’una e
dell’altra qualità eminentemente adorno, con ragione, Consesso illustre della
città di Alcide, di estro animato ti veggo, per fare oggetto de’ tuoi
canti l’augusto principe, che al Trono ascende di Carlo III. Con ragione,
cogli occhi a me affissi, che dell’onore di esser tuo oratore son
fregiato, attento ti miro. Tu vuoi udir dal mio labbro la dipintura
dell’alto personaggio, che verso di lui attira i nostri sguardi. Tu
brami, che i motivi io ti esponga, che dalla velocità incalcolabile del
pensiero aggruppati insieme, i sentimenti di gioia, di ammirazione e di
devozione ne’ nostri cuori producono. Ferdinando II è bello: nel suo volto
dipinto si vede la candidezza deH’anima sua, ed una certa
misteriosa espressione del buon senso, del buon umore, del brio, 1
Tropea, città, secondo la leggenda, di Ercole. Vedi Nicola Scrugli,
Notizie archeologiche di Portercole e Tropea, pp. 15-17. della
benevolenza, della sensibilità e delle altre amabili disposizioni. Con
questa sua bella fisonomia e colle sue belle maniere, la letizia egli
sparge ne’ nostri cuori. Ma non è questo il punto di veduta, sotto di cui
io mi propongo di dipingerlo. Ferdinando II ci ha colpiti di ammirazione e di
devozione, ed a questi sentimenti è successa la speranza e la letizia.
Egli è dunque un oggetto sublime. Un oggetto sublime è grande. Egli è,
per conseguenza, grande. Ma qual grandezza siam noi costretti ad ammirare
in lui ? Sarà forse quella degli Alessandri, e de’ Cesari ? Quella vera
grandezza, che in questi gravi capitani dell’antichità noi ammiriamo, si trova
bensì nel nostro Eroe. Ma questa non è quella, che più immediatamente ci
colpisce, e che più in lui risplende. Una grandezza guerriera può trovarsi
negli uomini i più nefandi. Siila non era insieme un gran capitano, ed mi
mostro di crudeltà ? Ferdinando II è grande, perché conosce i
doveri di un Re. Egli è grande, perché adempie i doveri di un Re. È
questo l’oggetto del mio discorso. Parte Prima Un pensiere è grande,
allora che esso è esteso. Un pensiere che, nella sua espressione la più
semplice, comprende tutti i pensieri particolari, che vi si rapportano, è
un pensiere grande; e l’anima, che lo sente in sé, sperimenta un sentimento di
grandezza. Il sentimento della grandezza è il sentimento della forza o
del potere. Colui che possiede una verità generale, sente che ha in
suo potere tutte le verità particolari che vi son comprese. Egli è
simile a colui che, posto su la cima di un alto monte, comprende, con un
semplice sguardo, un vasto e variato orizzonte. Floro ci desta un
pensiere grande quando ci rappresenta, in poche parole, tutti gli errori
di Annibaie dicendo: Allora che poteva servirsi della vittoria, amò
meglio goderne. Una consimil grandezza si ravvisa nell’ idea, che egli ci
dà di tutta la guerra di Macedonia, quando dice: «Il vincere fu
l’entrarvi». Uno spirito sublime racchiude le verità particolari in una
che sia la più generale, e per conseguenza la più semplice.
Ferdinando II, asceso sul trono de’ suoi antenati, vede, con un
colpo d’occhio, tutti i doveri di un Re: egli li racchiude in un
principio generale. Il suo pensiere è grande: egli che lo concepisce, è
grande in conseguenza. La prima parte del mio discorso accademico è
terminata. È terminata? Accademia illustre, ti credi tu forse,
con questo mio breve parlare, delusa nella tua aspettazione ? Hai tu
forse sperimentato un sentimento dispiacevole, simile a quello che
sperimentar suole uno spettatore di un’azione teatrale, allora che una causa
improvvisa lo chiama in altro luogo, ed interrompe il suo piacere ? Ma
cesserà in te questo momentaneo doloroso sentimento. La rapidità
incalcolabile del sentimento mi ha fatto attraversare, in un baleno, un
vasto spazio. Io non ho potuto arrestare la sua impressione. Lo
scotimento prodotto nell'anima da qualche grande oggetto, l’alza
notabilmente sopra il suo stato ordinario. Si desta in lei una specie di
entusiasmo piacevolissimo finché dura, che le fa comprendere, con uno sguardo,
una moltitudine di oggetti, ma da cui l’anima tosto ricade nella sua
ordinaria situazione. Percorrerò dunque di nuovo, ed a passi osservabili,
lo spazio trascorso. Iddio, eh’ è il legislatore dell’intero
universo, diede all’uomo una legge, e la impresse nel cuore di lui.
L’uomo è dalla sua natura determinato allo stato della civil società. In
questo stato solamente può egli perfezionar se stesso, ed adempiere la
sua destinazione. L’uomo ha in se stesso le tendenze, i mezzi e la legge
di vivere nella civil società. La società civile non può sussistere senza
un essere morale, dotato del potere legislativo ed esecutivo. Un
tal essere è il Sovrano. Nelle monarchie semplici, il sovrano è il
Re. Ma Iddio ha voluto l’esistenza della civil società su la
terra, per la felicità degli uomini; 1’esistenza dunque della sovranità,
come ordinata a quella della civil società, è voluta da Dio per la
felicità degli uomini. Queste semplici riflessioni ci menano infallibilmente
alla conoscenza del principio generale della morale de’ Re. La
destinazione dei Re su la terra è di rendere, per quanto è loro
possibile, felici i loro sudditi. Ecco il principio luminoso e
sublime, che tutti racchiude i regi doveri. Ma non udiamo noi
forse questa sublime e consolante filosofìa annunciarsi a’ popoli delle
Due Sicilie, nel primo momento del suo avvenimento al trono,
dall’augusto Ferdinando II ? Ascoltiamo la sua voce sovrana in
quell’ammirabile proclama, che destò ne’ nostri cuori l’ammirazione e la
devozione per la sua sacra persona, e che di vera gioia gl' inondò. Il
giorno otto di novembre dello scorso anno 1830 Ferdinando II ascese sul
trono, ed in quell’ istesso giorno egli così parlò a’ suoi sudditi
: Avendoci chiamato Iddio ad occupare il Trono de’ nostri augusti
Antenati, sentiamo l’enorme peso, che il supremo Di¬ spensatore de’ regni
ha voluto imporre sulle nostre spalle, nel- l'affidarci il governo di
questo Regno. Siamo persuasi che Iddio, nell’ investirci della sua
autorità, non intende che resti inutile nelle nostre mani, siccome neppur
vuole che ne abusiamo. Vuole che il nostro Regno sia un Regno di
giustizia, di vigilanza, e di saviezza, e che adempiamo verso i nostri
sudditi alle cure paterne della sua Provvidenza. 1 II proclama si
può leggere nella Collezione delle leggi e de' decreti reali del Regno
delle Due Sicilie, sem. II, Napoli, Stamp. Reale. A voi, gran Dio,
che avete nella vostra mano il cuore de’ Re, per inclinarlo secondo la
vostra volontà sempre santa, grazie siano rese del prezioso dono, che
nella vostra misericordia ci avete concesso. Non mica nel furore
del vostro giusto sdegno, ma nelle vedute imperscrutabili della
vostra misericordia, voi ci avete inviato a reggere i nostri destini il
giovane eroe, che ci sorprende colla sua sublime sapienza. Egli riconosce
che non dee punto abusare dell’autorità di cui voi l’avete rivestito;
che è suo sacro dovere, di far che regni fra di noi la giustizia, e
che egli sia il felice istrumento delle cure paterne della vostra provvidenza
su di noi. Ciò è lo stesso che riconoscere esser egli destinato da
voi a render felici i suoi sudditi. Ciò è lo stesso che proclamare
il principio generale della morale de’ monarchi. Il principe, che così parla a’
suoi popoli, non ha mica il crine canuto: egli è un giovanetto, che
ha appena compiuto il quarto lustro della sua età. Egli è dunque dotato di
un’anima grande ; ed è con ragione, che qual Grande è salutato da’ popoli
delle Due Sicilie. Un’anima grande ha solamente potuto concepire il
pensiero sublime, che tutta racchiude la morale de’Re; ed un’anima grande
ha potuto, invece di essere distratta dallo splendore del Trono,
specialmente in un’età giovanile, concentrar tutta se stessa nell’espressione
de’ propri doveri, ed esserne profondamente penetrata. Nell’ammirabile
proclama il nostro gran Re non solamente conosce la sua augusta destinazione
nel governo de’ suoi popoli, ma vede ancora i mezzi principali, che
debbono fargli conseguire il gran fine. Egli scovre nel principio le
illazioni. Egli vede, in primo luogo, che gli uomini non possono esser
febei, senza esser virtuosi: egli conosce T intima relazione, che passa
fra la virtù e la Religione; che i sentimenti rebgiosi conducono
alla virtù, come la virtù conduce alla Rebgione. Egli comprende che la
vera religione viene in soccorso della pubblica autorità, e per estendere la
sanzione delle leggi, e per ottenere ciò che esse non possono
prescrivere, e per evitare ciò che esse non potrebbero sempre
giugnere ad impedire; ed egli conclude, che dee proteggere la
divina Religione, che c’ illumina. I grandi, dice il celebre Massillon, «
non son grandi se non perché eglino sono le immagini della gloria del
Signore, ed i depositari della sua potenza. Eglino dunque debbono
sostenere gl’ interessi di Dio, di cui rappresentano la maestà, e
rispettare la Religione, che sola rende rispettabili loro stessi.
Dalla Religione volge il nostro gran Re lo sguardo alla giustizia.
Egli vede che la felicità de’ cittadini richiede una gelosa custodia de’
loro diritti. Egli conosce che questa custodia è il sacro dovere del
potere giudiziario. Egli è convinto che il Re nell' istituzione di questo
potere, e nell’elezione de’ membri, che debbono comporlo, deve porre
la maggiore attenzione che gli sia possibile. Il cittadino dee, sotto la
protezione della legge, e del pubblico potere, vivere tranquillo: egli
non dee temere che i suoi diritti sieno violati. Magistrati, a cui la
regia maestà consegnò la spada di Temi, ascoltate la voce del sapiente
legislatore. Tutti i miei sudditi, egli dice, debbono essere uguali agli
occhi della legge. I tribunali debbono essere un santuario, che la
corruzione, la prepotenza, T intrigo, non debbono giammai profanare. Se i
giudici debbono essere indipendenti nelle loro sentenze, eglino non
debbono essere legislatori. L'accordar grazie ed eccezioni è una funzione
estranea al loro potere. L’impero della legge dee essere
universale. Noi vogliamo dice il Proclama che i nostri tribunali
siano tanti santuari, i quali non debbono mai essere profanati dagl' intrighi,
dalle protezioni ingiuste, né da qualunque umano riguardo o interesse.
Agli occhi della legge tutti i nostri sudditi sono uguali, e procureremo
che a tutti sia resa imparzialmente la giustizia. I cittadini non possono
essere felici, se lo Stato non è ricco. Uno Stato, dice un celebre
politico, non si può dire ricco e felic.e, che in un solo caso, allorché
ogni cittadino con un lavoro discreto di alcune ore può como¬ damente
supplire a’ suoi bisogni ed a quelli della sua famiglia. Un lavoro
assiduo, una vita conservata a stento non è mai una vita felice. I dazj
eccessivi sono contrarj alla felicità di cui parliamo; ed i dazj debbono
essere eccessivi, allora che il Tesoro generale dello Stato presenta un
voto. E qui l’anima grande di Ferdinando II ci si mostra allo scoverto.
Egli non dirige il suo sguardo su le pompe de’ Re, su i palagi de’
Grandi, ma lo dirige su i cenci, e su i tugurj de’ poveri e degl’
infelici. Al suo penetrante sguardo tosto si svela lo spettacolo
doloroso della soma pesante de’ dazj, che gravita sul suo popolo. La
sua grande anima ne è profondamente penetrata, ma non abbattuta. Le
grandi passioni innalzano l’anima, e scovrire le fanno degli oggetti
incogniti agli uomini ordinari. Ferdinando II vede quasi nel momento
stesso il voto spaventevole del Tesoro generale, ed i mezzi di
ripararlo. La grande opera della instaurazione delle reali finanze, è
tosto nella gran mente del Principe magnammo già delineata. La felicità
de’ cittadini richiede ancora, che lo Stato sia temuto e rispettato al di
fuori. Ad un si grande oggetto conferisce un’armata disciplinata,
valorosa ed animata dal nobile ardore di gloria. E Ferdinando II si fece già
ammirar da capitano, prima di farsi ammirare da Re. Augusta
filosofia! Se io a te consagrai sin da primi anni la mia vita, se non ho
avuto altro scopo ne miei scritti, che di annunciare la verità al genere
umano, se tu vedi che io ardisco di parlare ad un Re, da te non si
concepisca contro di me alcun sospetto, che mi avvilisca a’ tuoi sguardi. No,
l’adulazione non ha profanato il mio linguaggio. Io non ho prestato al
mio Eroe i miei 10 - Gentile, Albori. I. pensieri, per formarmi un
prototipo di mia immagi¬ nazione. Io gli ho osservati in lui, che nel suo
proclama gli esprime. Io ho dunque, senza rimorso di arrossire al
suo cospetto, il diritto di concludere : Ferdinando II è grande
perché egli conosce i doveri di un Re. Parte Seconda
Ferdinando II adempie egli i doveri di un Re ? Il tempo, in cui
1’Eroe di questo discorso regna su di noi, non è ancora di tre mesi; ed
egli ha tali e tante cose operato, che con ragione i sudditi suoi, nella
sincerità del loro cuore, 1' hanno unanimemente acclamato per
Grande. Ferdinando II è un personaggio straordinario. Pe’ personaggi di
tal fatta i giorni sono anni, e gli anni sono de’ secoli. I loro passi
sono di una rapidità incalcolabile, ed agli occhi degli uomini ordinar]
sembrano de’ prodigi- Eglino, quando anche la loro vita fosse molto
corta, formano l’epoche della storia; perché producono quei
memorabili avvenimenti, che cambiano lo stato de’popoli, e fanno a questi
percorrere un cammino diverso. I loro nomi resistono al furore del tempo,
che tutto distrugge. Ferdinando II ascende al trono de’suoi antenati,
nell’aurora della sua vita. Un uomo ordinario sarebbe stato sedotto dallo
splendore del Trono: egli avrebbe sdegnato le penose cure del governo di
un Regno; egli sarebbe stato colpito dal fasto de’ grandi. Il giovin
Eroe chiude gli occhi alle pompe incantatrici del Trono, ed attento
gli rivolge su i mah del suo popolo. Egli non vuol assidersi in mezzo de’
grandi pria di piangere cogl’ infelici. Una serie d’infausti avvenimenti
produce torrenti di mali, ed immerge nel dolore e nel pianto gli
abitatori di queste belle contrade. Un muro di separazione s’innalza fra
di noi. Esso divide i sudditi da’ sudditi. Quelli della parte sinistra son
privi della vita civile, nell’atto che la necessità ne chiama degli
altri, che sono insufficienti, alle pubbliche cariche. Il potere
giudiziario perde tanti ragguardevoli magistrati. L’amministrazione tanti
prudenti e savj amministratori. La indizia tanti valorosi campioni. Gran
Dio, chi riparerà i nostri mali ? Voi avete udito i gemiti de buoni
e virtuosi cittadini di questo bel Regno: la vostra voce finalmente dal
Cielo si è udita. Popoli delle Due Sicilie, rasciugate le vostre lagrime
: i vostri cuori si aprano alla gioja. Un Re di un’anima eroica ascende
sul Trono: egli sanerà le vostre piaghe : egli vi farà risorgere a
nuova vita. Sì, il core magnanimo di Ferdinando il Grande è
commosso all’aspetto de’ mah di una gran parte de sudditi suoi. Egli
sente, nella sua clemenza, che, essendo l’immagine di Dio e del Redentore
divino su la Terra, dee qual padre correre ad abbracciare il figliuol
prodigo. Egli vede, che la discordia in un Regno è la sorgente di
mali deplorabili, e che un principio saggio dee farla cessare. Egli conosce,
che i Re debbano regnare su i cuori de’ loro sudditi. Il memorando
decreto è pubblicato. Il muro di separazione è rovesciato. La gloria di
Ferdinando II sarà immortale ». Tacete, animucce infelici, in cui
la calunnia ha posto la sua sede, tacete. Che cosa mai dir vorrete ? Che
il Reai Decreto or ora citato è una finzione ? Che esso non avrà
alcuna esecuzione? No, l’anima eroica di Ferdinando II non cape siffatta
bassezza. I reali Decreti del dì 11 del corrente gennaio 3 vi
ammutoliscano. Ferdi- [A questo punto d'altra mano, in margine: «La
tempesta politica fa traviare dal retto cammino anche i migliori talenti.
L’atto sovrano del 18 dicembre 1830 portava un indulto in favore dei
condannati come rei di Stato, e di coloro che per ragioni politiche si
trovavano esclusi dagli impieghi civili e militari. 3 Allude ai due
decreti nn. 104 e 106, emanati con quella data da Ferdinando II, col
primo dei quali si cercava di curare le piaghe ALBORI DELLA NUOVA
ITALIA nando II regna senza distinzione, su i cuori di tutti i
sudditi suoi. Tutti si riguardano quasi fratelli, perché vivono sotto T
impero di un Re, che è loro Padre. DalTuna all’altra estremità delle Due
Sicilie una sola voce si ascolta : Viva l’Eroe! Viva Ferdinando II il
Grande! Tutti sì, tutti son pronti a versare per un tanto clemente
Monarca il loro sangue. La virtù non dee amarsi che per se stessa, e
sarebbe, in buona filosofìa, un distruggerla il riguardarla qual
mezzo per la felicità. Ma è essa una verità incontrastabile, che l’uomo
virtuoso sarà felice, ed il vizioso infelice. Quale spettacolo più
commovente per l’anima di Ferdinando II di quello che gli presentò la capitale
ne' giorni ix, 12 e 13 di gennajo, e la relazione, che certamente gli
pervenne, della letizia universale innalzata sino al più vivo entusiasmo
di tutto il Regno ? Il piacere di rendere milioni di uomini felici, e di
vedersi da essi adorato ne ha esso forse un eguale su la terra ? Il
Principe magnanimo intese nel suo cuore, che egli ha tanti soldati,
quanti sudditi conta il suo regno. Egli vide il suo Trono immobile, la
sua gloria immortale. La grand’opera della rassicurazione delle reali
finanze la dicemmo già delineata nella gran mente del nostro Eroe.
La mano incomincia tosto ad eseguire il disegno profonde che erano nelle
finanze del Regno, sopra tutto dei domimi continentali, per le conseguenze
fatali della straniera usurpazione: gli avvenimenti disgraziati del 1820#; si
esponeva con leale franchezza il deficit della tesoreria generale di
Napoli, che ammonta a 4 345 251 ducati; per colmare gradualmente il quale
si annunziava una serie di lodevoli economie nella milizia e nei
ministeri, oltre straordinari rilasci della cassa privata del Re e
dell'assegnamento della R. Casa; l’abolizione del cumulo degli stipendi;
l’imposizione di una ritenuta ai soldi e pensioni superiori a 25 ducati
mensili; e in compenso pel « sollievo della parte più bisognosa del
popolo » si diminuiva della metà il dazio sul macino. Con l’altro decreto
veniva prescritta « una generale economia nelle spese a carico dei comuni di qua
del Faro per invertirla nella diminuzione de’ più gravosi dazi comunali».
Vedi Collezione cit., a. 1831, sem. I, pp. n-17, e 18-20. G.
GIACOBINO? I4I del pensiere. I Re imprimono alle loro azioni un
carattere di gloria, che spinge i sudditi ad imitarle. L’idea di
grandezza si associa a quella delle azioni de’ grandi, e l’impero delle
idee associate sul cuore umano è molto esteso. Quindi la virtù, quando si
scorge nelle azioni de' grandi, di qualunque grandezza essi sieno
adorni, rende la virtù rispettabile su la terra. Guidato da questo
sublime pensiere, Ferdinando II incomincia da sé la nobile impresa. Que’
insti spazj di terra riserbati alla caccia de’ Re son tosto restituiti
all’agricoltura. Questa misura diminuisce le spese relative alla persona
del Re, ed aumenta la pubblica ricchezza. Un rilascio è conceduto dalla
borsa privata del Principe: altro ne è fatto dall’assegnamento della Casa
reale. La classe degl’ impiegati è chiamata ad imitar l’esempio del
Reggitor supremo dello Stato: ed il reai Decreto del di 11 gennaio
contenente una diminuzione di dazj, vien tosto a colpirci di ammirazione
e di gioja. Se tali sono le imprese di Ferdinando II in men
di tre mesi, che cosa non dobbiamo noi sperare in un lungo regno,
che gli auguriamo felice ? Egli ha promesso la restaurazione della
giustizia. La sua promessa è sacra ed immutabile. Il passato ci autorizza
a sperare il futuro. Sì, il cittadino vivrà tranquillo sotto 1 * impero
della legge. Il regno di Astrea rinascerà su le nostre contrade. Ed
io non posso trattenermi di finire col poeta latino: lam
redit et virgo, redeunt Saturnia regna, lavi nova progenies caelo
demìititur alto. Con la pubblicazione del suo proclama il Giornale
ufficiale annunziava le sue disposizioni per l’abolizione delle cacce »:
N. Nisco, Gl’ultimi trentasei anni del Reame di Napoli. G. è stato detto
a ragione gran riformatore della filosofia italiana ; e aspetta ancora un degno
illustratore della sua vita e del suo pensiero . Noi ne diremo soltanto quanto
è neces sario al disegno di questo lavoro. Nasce a Tropea, in Calabria dal
barone Vincenzo e da Lucrezia G., una delle più antiche famiglie patrizie di
quella cittaduzza. Fattii primi studi di latino, è mandato a scuola di
filosofia e matematica d’un abile maestro, tal Ruffa, che gli pone in mano la
Logica di GENOVESI (si veda) e la Geometria di Euclide; e l'innamora talmente
di questi autori e di queste discipline, che G., anche innanzi negli anni, non
rivede quei saggi senza una certa commozione. Ma non si ferma a GENOVESI (si
veda); perchè alcuni suoi compagni l'induceno a leggere la Teodicea del grande
avversario di Bayle. E G. ne è invogliato a studiare tutto il sistema nelle
opere del Wolff, come anche ad applicarsi alla teologia, poichè nella scuola si
è introdotto, scrive egli stesso, un certo misticismo. Studi teologici e
metafisici continua a coltivare a Napoli, dove si reca, da Palermo, ove il
padre qualche anno prima aveva condotto la famiglia. Frequenta le lezioni di
teologia di Conforti, il Sarpi napoletano, e quelle di greco di Baffi; entrambi
vittime gloríose. Studia la Bibbia, la storia antica, l'ecclesiastica, la
patristica, Vedi il brano autobiografico pubblicato da PIETROPAOLO nella
Rivista di filosofia scientifica di Morselli, &., e ripubblicato da TORALDO
nel suo Saggio sulla filos. di G. e le sue relazioni col kantismo, Napoli,
Morano ( dove per una gvista è stampato
amabile per abile. specialmente
Agostino. Ma, per la morte del suo minor fratello Ansaldo, dove rimpatriare per
attendere all'azienda domestica ; e sposa Barbara d'Aquino di Cosenza, dalla
quale ha quattordici figli! Negl’elementi di psicologia egli stesso ricorda la
sua numerosa figliuolanza, che nella sua casa non grande gli impede co'suoi
strepiti infantili di studiare la filosofia e le matematiche, senza la sua
grande passione per questi studi. Persistetti, egli dice, e l'esercizio mi pose
in istato, che io me ditavo tranquillamente, non ostante i giuochi strepitosi,
i pianti e le grida de’ragazzi. Per rispondere alle censure che certi
ecclesiastici avevano fatto di alcune sue proposizioni, pubblica una Memoria
apologetica Nè tralasciava frattanto di coltivare la filosofia : ma i saggi
filosofici che legge, com'egli c’informa, sono tutti della scuola cartesiana. Legge
Condillac, e qui comincia la seconda epoca della sua vita filosofica. Le opere
di questo filosofo fecero cambiare la direzione dei suoi studi nella filosofia,
lo compresi, - ci dichiara G., – che prima di affermare qualche cosa su l'uomo,
su Dio e su l'universo, bisogna esaminare i motivi legittimi dei nostri giudizi
e porre una base solida alla filosofia; che bisogna perciò risalire all'origine
delle nostre conoscenze, e rifare in una parola il proprio intendimento. Così
egli scrive quando è molto progredito nella critica della conoscenza, e aveva,
si può dire, approfondito il problema. Forse la prima lettura di Condillac non
gli diede quella netta coscienza, che parrebbe da queste parole, dell'im
portanza della questione gnoseologica . Certo, l'avviò per questa strada, che è
la strada maestra delle filosofia moderna, facendolo ritornare sul Saggio di
Locke. E primo frutto di questi nuovi studi fu nel 1807 un opuscolo
Sull'analisi e la sintesi; le due ; 2.a ed., Firenze, Pagani. Anche Vico nella
sua vita ricorda con quella sua disinvolta vanità di esser * uso sempre a
leggere o scrivere, o meditare » tra lo strepito de' suoi non pochi figliuoli.
In Napoli, pei torchi di Vincenzo Mozzola - Vocola. Autobiografia citata.
Napoli, Verriento. Tirato in pochi esemplari non messi in vendita,
quest'opuscolo è divonuto oggi rarissimo. Una copia è conservata dalla
Biblioteca Universitaria di Napoli, nella Miscellanea Imbriani. I facoltà che occuperanno un posto primario
nella filosofia dello spirito galluppiana. Tutto intento a' suoi studi, e senza
allontanarsi mai da Tro pea, se di là « con l'occhio e col pensiero, come
immaginava in un suo affettuoso elogio Vista, non si sarà rivolto « alla
prossima Cotrone, ed ai suoi costumi ed alle sue idee trovato un modello nella
vita e nella sapienza del divino Pita gora; certo avrà seguito gli avvenimenti
politici dei for tunosi tempi del decennio francese in Napoli, com'è certo che
partecipò vivamente con l'animo alle riforme liberali allora at tuate o
vagheggiate. Scrisse anche un opuscolo Sulla libertà com patibile con ogni
forma di governo, rimasto inedito. E da re Gioacchino è nominato controllore
delle contribuzioni della provincia di Catanzaro. Della parte da lui presa alla
vita pub blica contemporanea si ricorda pure un opuscolo, Lo sguardo
dell'Europa sul Regno di Napoli, in difesa degli ordini costituzionali
napoletani minacciati dal Congresso di Lai bach, e contro l'intervento
straniero. E altri due opuscoli avrebbe indirizzati al Parlamento napoletano,
l'uno Sulla libertà dell co scienza e l'altro Sulla libertà della stampa;
opuscoli ora irrepe ribili, ma che non dovevano contenere niente di diverso
dallo scritto Su la libertà compatibile con ogni forma di governo, di cui
larghi squarci e transunti furono pubblicati; nei quali il Nostro mostrasi
largo fautore di ogni libertà, 4. Quando scrisse l'opuscolo Sull'analisi e la
sintesi G. ancora non conosceva nulla di Kant, secondo che egli stesso ci
attesta. La conoscenza di questa filosofia, egli dice, non cam biò punto la
direzione dei miei studi ; io continuai le mie appli [Memorie e scritti di L.
LA VISTA, Firenze, Le Monnier, Vedi quel che no dice TULELLI in un'interessante
memoria Intorno alla dottrina ed alla vita politica del bar . P. G. - Notizie
ricavate da alcuni suoi scritti ine diti e rari, negli Alti della r. Acc. delle
scienze mor . e pol. di Napoli. Il TULELLI pubblicò un'altra memoria : Sopra
gli scrilli inediti del bar, P. G. negli stessi Atti, Vedi l'opuscolo più sotto
citato di BISOGNI, Omaggio Vedi la prima delle due memorie del Tulelli. Pare
tuttavia che nella reazione G., che allora trovavasi a Tropea, non abbia
mantenuta quella condotta che si conveniva a un amico della libertà . Nell'Eco
di Tropea) TORALDO, al quale pure si deve il citato Saggio sulla filosofia di
G. con appendice di scritti inediti, ha pubblicato questo bruttissimo sonetto
recitato dal Nostro noll'Accademia degli Affaticati di quella città : cazioni
su l'intendimento umano, ma profittai molto delle fati che del filosofo di
Koenisberg ; io riconobbi il merito dei problemi elevati dalla filosofia
critica, sebbene trovai insufficiente la so luzione che questa ne avea dato .
Le meditazioni da me por tate su la filosofia critica, elevarono molto più alto
i miei pensieri e mi presentarono delle nuove vedute nella scienza dell'intendi
mento umano. E vedremo infatti quanta parte del criticismo kantiano si
rispecchi nel Saggio filosofico sulla critica della co noscenza, di cui il Nostro
pubblico i primi due volumi a Napoli, [Questa prima conoscenza di Kant provenne
a G. dalle esposizioni nè complete nè esatte di Villers e di Kinker e Della
Patria il dolore, il lutt, il pianto, La rea sorte fatal veder non voglio, Di
Marto, di Bellona il fler orgoglio, L'augusto trono di Minerva infrant, Spesso
sedendo al bel Sebeto accanto Col cor trafitto dal più fler cordoglio, Pria che
de' Franchi vacillasse il soglio, Dico nel mio pensiere, e piango intanto. Un
ferro io prendo. Occhi mici, non piangete, Grido nel mio furore ; io corro or
ora Sollecito a varcar l'onda di Loto. Ma già l'Angiol divin, che accanto
giace, Di man mi toglie il ferro, e grid'allora Verrà Fernando: tornerà la
paco! Il sonetto è conservato su un foglio volante, che reca dalla parte
opposta queste parole che sono la conclusione di un discorso accademico
:Ferdinando augusto, principe ma gnanimo, nell'impetuoso turbino che minaccia
l'indipendenza nazionale, corri a salvarci. I destini della nostra nazione son
legati alla tua esistenza. Ferdinando viene, Napoli è salvo. Il mio discorso
accademico è terminato. E poi : G. fra gl’affatigati il furioso. Siegue dietro
il Sonetto dello stesso accademico A me pare che discorso e sonetto possano
riferirsi alla reazione. Le frasi di questo passo meritano particolar
considerazione per quel cho si dirà più innanzi del pensiero galluppiano. Pei
torchi di Domenico Sangiacomo. Seguirono altri 2 vol. Messina, Pappalardo; poi
un 5.° e un 6. °, per cui l'opera fu compiuta,, presso lo stesso Pappalardo. In
Napoli fu incominciata la 2.a edizione migliorata ed accresciuta. Philos. de Kant, ou principes
fondamentaux de la philos. trascendentale, Metz, 1807. ( 4) Essai d'une
exposition succincte de la Critique de la Raison pure ; trad. du l'ol landais
par. J. le F.; vedi su questi e gli altri
primi scritti francesi sul Kant l'im portante memoria del PICAVET, La philos.
de Kant en France, proposta alla sua trad. della Critica della Ragion pratica
(Paris, Alcan). dalla Storia comparata dei sistemi filosofici del Degerando.
Egli non seppe mai il tedesco, nè mai conobbe la traduzione latina di alcune
opere kantiane, già ricordata, fatta dal Born; nè era uscita peranco la
traduzione che il cav. Man tovani fece della Critica della ragion pura, e che
sarà poi la sua fonte principale. Pubblica gl’Elementi di filosofia contenenti
la Logica pura e la Psicologia, e promette l'Ideologia, La logica mista, la
Filosofia morale, che infatti uscirono in altri volumetti, e una Storia
filosofica ragionata, che un avvertimento dell'editore al quinto volumetto
annunzia non si sarebbe piu pubblicata avendo l’autore su l'oggetto intra presa
un'opera estesa. E questi saggi, i migliori testi di filosofia per le scuole
che si siano avuti finora in Italia, per i loro squisiti pregi didattici
d'ordine e di chiarezza, si divulgarono presto per tutta Italia, procacciando
molta fama al benemerito autore. Scrive alcune lettere sulla storia della
filosofia, indirizzate a Fazzari, che a Tropea insegna gli Elementi di lui e
desidera da lui stesso di essere orientato in mezzo al caos delle opinioni, che
al presente scrive G. nella prima lettera — agitano il mondo filosofico, e di
essere sovrattutto informato della filosofia critica. E queste lettere l'autore
raccoglieva in un bel libro, piccolo di mole ma che è il primo degno saggio di
storia della filosofia in Italia, il quale diede [Nè soppe tanto di francose da
tradurre da questa lingua sonza errori di senso. Vodi per un esempio
curiosissimo la mia prefazione al Saggio di TORALDO. Aggiunse più tardi gl’Elementi di
teologia naturale. Si fa a Firenze una edizione di tutti questi Elementi di
filosofia con aggiunte dell'autore e note di P.(OMPILIO ) T.(ANZINI) S. (
COLOPIO ), pubblico lettore; ristampata a BOLOGNA. Di questa Storia della
filosofia non è pubblicato poi che il primo volume contenento il primo dei duo saggi
d’Archeologia filosofica, che l'autore intende premettere all'opera. Ne conosco
solo l'odizione di Milano, Silvestri, nella quale precode l'Elogio funebre
scritto da PESSINA. Lellere filosofiche sulle vicende della filosofia
relatiramente ai principii delle cono scenze umane da Cartesio sino a Kant
inclusicamente, Messina, Pappalardo. Le lettere in questa edizione sono
tredici. Una 14. ne aggiunse l’A. alla 2.a edizione (Napoli), con un Discorso
di BLANCH per venire fino a Cousin e a SERBATI. E questa 2. edizione è
riprodotta in quella di Firenze, Fraticelli. occasione al Romagnosi di scrivere
una Esposizione storico-critica del kantismo e delle consecutive dottrine. E
altre cinque Lettere sull’ontologia indirizzd a un amico, dove si adopera a
mettere in chiaro, da un punto di vista kantiano, la futilità dell'ontologia
wolfiana. Ma queste lettere non sono venute in luce che recentemente. Per tutti
gli scritti già divulgati G. s'è reso noto per tutta Italia; e SERBATI, appena
stampati suoi Opuscoli filosofici, glielo invia da Milano, dichiarandoglisi
obbligato se egli, che ha arricchita la filosofia, quella scienza avvilita e
profanata nei nostri tempi, anzi distrutta, avesse voluto aggradire l'opera e
comunicargli qualche lume relativo alle materie che sono in esse contenute. E
si stabilì fra i due filosofi un carteggio assai istruttivo per chi voglia
conoscere le relazioni storiche delle rispettive loro dottrine . Varie
accademie l'aggregano a’loro soci. Fra esse la Sebezia e la Pontaniana di
Napoli. Quivi G. torna; e subito vi pubblica una traduzione dei Frammenti di
Cousin, con una prefazione e una dissertazione del traduttore, in cui si
confuta il domma del l'unità della sostanza, ove però son comprese le
osservazioni di G. intorno alle altre dottrine di Cousin non accettate. Avendo
meditato su di questo sistema filosofico, trovo in esso delle vedute sublimi,
ed insieme un errore pe Che ne scrive
prima una recensiono nella Biblioteca Italiana, di Milano. Nella stessa
Biblioteca. Vedi Opp. filos . ed . e ined ., di G. D. R. con annotazioni di
GIORGI, Milano. Su questo scritto e in generale sul Kantismo in Romagnosi vedi
l'art. del CREDARO nella Riv. di filos. Italiana. Vedi ciò che ne ho detto
nella prefazione al citato Saggio di Toraldo. Dovo queste lettere sono stato
tutte cinquo pubblicato per la prima volta. Solo le prime due sono state edito
da PIETROPAOLO, Scritti inediti di P. Gall. nella Riv, filos. scient.. Vedi GENTILE,
Rosmini e Gioberti (Pisa, Nistri). La
filosofia di Cousin, trad . dal francese, ed esaminata dal bar. P. G., a spese
del N. Gabinetto lotterario. Si incontra anche una postilla del traduttore
relativa ad alcune massime morali di Cousin,
ricoloso. Quindi, accompagnando la traduzione con la detta dis
sertazione, ei credeva di porre il lettore filosofo in istato di conoscere non
solo la filosofia di Cousin, ma di giudicarla. Il saggio frutto presto molto
favore all'eclettismo francese a Napoli, e specialmente al suo capo, che dal
canto suo fa conoscere G. in Francia, e anche fuori per mezzo dell'amico
Hamilton, che in un giornale filosofico di Edimburgo scrive un articolo sul
Nostro. A Napoli è persuaso da amici a chiedere la CATTEDRA di logica e METAFISICA
vacante. Presentato al ministro degl’interni marchese di Pietracatella, questi,
udito il suo desiderio, l'invito a cimentarsi a un esame. Ma egli con sdegnosa
semplicità calabrese risponde. E chi c'è a Napoli che possa esaminare G.?
L'amico che lo presenta rimane sconcertato. Ma il nostro filosofo ha il suo
decreto di nomina. Con che festa noi, narra Settembrini con quanta calca tutte
le colte persone si anda a udire la sua prolusione, e poi le lezioni che egli
appollaiato su la cattedra detta con l'accento tagliente del suo dialetto! Ci
sono sempre i maldicenti, i quali diceno che egli è mezzo barbaro nel parlare,
ma in quel parlare è una forza di verità nuova, ma l'ingegno è grande, e il
cuore quanto l'ingegno. Da una novella prova delle sue attitudini didattiche
dando alle stampe un'opericciuola: Introduzione allo studio della filosofia. Ma
nel seguente anno, primo del suo insegnamento, coi primi due volumi della
Filosofia della volontà dedicati al marchese di Pietracatella, poi e --- Si
conservano nella biblioteca del Cousin, appartenente alla Ropubblica, le
lettere a lui di G. Vedi l'art. da me pubblicato su Cousin e l'Italia nella
Rassegna bibliograf. della letter. ital. Cousin fa tradurre in francese dal
Peisse suo discepolo le lettere di G.; o questi da Trinchera le lezioni di
Cousin Sulla filosofia di Kant, aggiungendovi egli delle note, come è notato a
suo luogo. Un'affettuosa commemorazione di G. fa Cousin all'Accademia di
Francia, o pubblica nel Journal des Économistes, riportato nell'Omnibus di
Napoli, dove G. scrive su Cousin. Vedi FIORENTINO, Man . di storia della
filos., Napoli; SETTEMBRINI, Ricordanze, Napoli, e il Discorso cit . di
BORRELLI, ammontati a quattro, già composti a Tropea, comincia a pubblicare le lezioni
di logica e METAFISICA, dettate a Napoli, vero modello di quel lucidus ordo
tanto raccomandato da Venosino. Ne compì la stampa; di cui fa una seconda
edizione e una terza; ristampata da Tramater. A proposta di Cousin, in
concorrenza con Hamilton che ha un solo voto, venne nominato socio
corrispondente dell'Accademia delle scienze di Francia. E, a proposta di
Guizot, Filippo lo insigne della croce della Legion d'onore Ei se ne sdebita
con le sue Considerazioni filosofiche sul l'idealismo trascendentale, ossia sul
sistema di Fichte, memoria presentata all'Istituto di Francia, accademia delle
scienze morali e politiche; e mandando più tardi, poco prima di mo rire, uno
scritto su la teodicea dei filosofi antichi, che fu inserito come il precedente
negli Atti dell'Accademia. Pubblica una Storia della filosofia. Vi si tratta
della filosofia greca, non però secondo la successione delle scuole, sibbene
considerando e criticando le diverse opinioni dell'antichità sull'origine
dell'universo e del genere umano fino ai neo-platonici. Una siffatta opera,
dice in un elogio funebre dell'autore un affettuoso discepolo saria stata
monumento novello di gloria italiana, se a nostra disavventura la vecchiezza,
le malattie, le sciagure non avessero di tale infievolito l'animo di lui, ch'ei
non potè vederla compiuta, ed a perfezione condotta. Infatti gl’ultimi anni
della vita del nostro filosofo sono amareggiati da sciagure che ne affrettarono
la morte. Già uno dei figli maschi è caduto, com'ei narra, vittima del furore
d'un sconsigliato. Ed egli ne scrive e stampa (Messina) l'elogio. Poi gli è morta
la moglie. Ora, in una insurrezione scoppiata a Cosenza perde la vita un altro
suo figlio, Vincenzo, che è capitano. Il vegliardo Vedi la lettera di Guizot in
LASTRUCCI, P. G. studio critico, Firenze, Barbèra Stampate in italiano, da'
torchi del Tramater. Negl’Atti dell'Accademia francese sono pubblicato come la
successiva memoria in francese. Elogio funebre di G., per E. PESSINA, in Op.
cit ., p. XIII. ne fu profondamente addolorato e agli amici che tentavano con
fortarlo disse : « Avrei desiderato che morisse per una causa più nobile e
giusta. Borrelli ne disse degnamente le lodi presso al letto funebre, fra una
folla, che recarono a spalla la salma compianta alla chiesa di S. Nicola ; e
gli celebrarono funerali solenni nella chiesa di Sant'Orsola a Chiaia, in cui
recita un'orazione il gesuita Curci. Campagna piange la morte del filosofo in
un sonetto filosofico, lamentando che con lui si partisse dalla terra Una
favilla dell'eterno lume. Dall'Accademia delle scienze morali e politiche a G.
venne eretto un busto a Napoli, da lui onorata con molti altri spiriti magni.
Molti saggi ha ancora in animo di pubblicare, oltre i ricordati, e molti
manoscritti di lui ci son rimasti, ora in deposito presso la Biblioteca
nazionale di Napoli, i quali fan testimonianza della larga estensione degli
studi fatti da lui in teologia, storia dell'antica e moderna filosofia,
filologia greca e latina, storia, matematica, astronomia. Meno vita modesta e
di grande raccoglimento: assorto negli studi, visse veramente per la scienza,
in cui riuscì ad imprimere orme profonde, rinnovando la filosofia italiana.
Egli infatti è il solo dei filosofi napoletani da noi studiati, dopo GENOVESI (si veda), che esercita una
influenza molto notevole al di fuori del regno, su tutti gli studi filosofici
nazionali, Pubblicato nel Museo di scienza e lett.; v. DE SANCTIS, La letter .
ital., Napoli, Morano, e nota di CROCE] Oltre la memoria ricordata di Tulelli,
vedi l'olenco dei mss. galluppiani nel l'opuscolo citato di Pietropaolo. Per la
biografia v. anche PALMIERI, Elogio stor . del bar. G. con alcuni poetici
componimenti recitati in un'adunan za tenuta per cura di Palmieri in Napoli.
V'è oltre l'elogio un sonetto di Campagna, un carme latino di A, Mirabelli,
alcune sestine d’Anzelmi, un'ode latina di Guanciali e un sonetto improvvisato
dall’egregio poeta Regaldi che per una congiuntura si trova presente alla
nostra adunanza, - Vedi anche la necrologia Morti e morenti di CORRENTI,
Rivista europea, ristamp. in Scritti scelti, ed. Massarani, Roma, Sonato.
L'articolo di RACIOPPI, Il Bar, P. G., nel Poliorama pittoresco; l'opuscolo di
BISOGNI, Omaggio alla memoria del b. P. G. nell'occasione che in Tropea il
Munic. e la Prov. innalzano una statua all'illustre filosofo, Napoli, Morano (
in 11. Nella quattordicesima delle Lettere filosofiche G., volendo determinare
le relazioni della sua filosofia, ch'egli chiama sperimentale, col criticismo
kantiano, si fa a descrivere le varie fasi attraverso le quali era passato il
suo pensiero . Ma la de scrizione non è molto accurata ed esatta. Abbiamo visto
come fino circa ai trent'anni suoi autori sono Leibniz, Agostino e i filosofi
della scuola di Cartesio; e si può dire che egli fosse in un periodo di
dommatismo metafi sico, che rimase poi sempre nel fondo del suo pensiero ; non
solo perchè molto più tardi, quando aveva studiato anche Kant, con tro di
questo egli affermava che « la filosofia è essenzialmente dommatica, e non può
essere che dommatica. Essa dee contenere delle verità assolute; ma anche per
altre ragioni: La lettura di Condillac gli fa intendere, che c'era una que
stione preliminare dą risolvere prima di ogni metafisica : ricer care, cioè, i
motivi legittimi dei nostri giudizi, quindi risalire all'origine delle nostre
conoscenze, rifare, egli dice, l'intendimento. Condillac e Locke cangiarono
insomma la direzione de' suoi studi. Segue perciò fino circa a quando venne a
conoscenza di Villers e di Degerando, un periodo pre-kantiano di revisione
della conoscenza; al quale periodo appartiene l'opuscolo Sull'analisi e la
sintesi, In questo egli concede a Locke e ai suoi seguaci, che tutte le nostre
idee hanno origine da' sensi, che pertanto tutte le nozioni universali vengono
a formarsi dal paragone degli oggetti particolari, e che le cognizioni
particolari ci menano alle nozioni universali, e non già viceversa. Ma si
propone la questione se lo spirito, tosto che ha formate le nozioni universali,
possa paragonarle, scovrirne i rapporti, e quindi applicare questa cognizione
universale alle idee particolari, racchiuse nell'idea universale, che si è
paragonata colle questo opuscolo è pubblicato uno scrittorello inedito di G.
Sulla semplice apprensione). Uno studio biografico ha pure dato in luce
PIETROPAOLO, nel Pensiero contemporaneo di Catanzaro. Non c'è riuscito di
vedere la biografla pubblicata nel Giornale dell'equilibrio, citata dal
Palmieri, scritta da TULELLI sopra note comunicatemi questi dice, accennando
molto probabilmente a questa biografia dall'autore medesimo; Atti della R.
Accad. d. scienze morali e polit. Letl.
filos. Sull'analisi altre . Per es ., delle due proposizioni generali ogni
cerchio ha tutti i suoi raggi uguali e ogni corpo è grave, nella seconda tra
corpo e gravità non havvi una connessione necessaria e il loro rapporto non può
affermarsi se non mediante il soccorso dell'espe rienza ; nella prima invece è
nell'idea del cerchio la ragione di affermare l'uguaglianza de' suoi raggi; e
fra le due idee v'è un legame necessario, che non dev'essere attestato
dall'esperienza. V'ha dunque, conchiudeva il Galluppi, verità generali cui lo
spi rito non perviene dalle verità particolari (sensazioni), « ma per mezzo del
semplice paragone delle idee universali, ch'egli si ha formato; e v'ha poi
verità generali che derivano dalla cognizione delle singole verità particolari,
che ci fornisce l'esperienza. Le une costituiscono le conoscenze a priori e
necessarie ; le altre le conoscenze a posteriori e contingenti. Le prime sono
principii ana litici, in quanto si devono all'analisi delle idee generali già
acquisite per l'esperienza; laddove le seconde sono un prodotto della sintesi
delle verità particolari, non altrimenti che le idee universali. Sicchè già
nell'opuscolo G. arriva a quella forza analitica e forza sintetica di cui fa
nel Saggio il fondamento di ogni giudizio, distinguendolo net tamente dalla
sensibilità. In quell'opuscolo si poteva egli dire ancora puro empirista?
Certo, egli fa ancora, come Locke, derivare dalla sensazione ogni idea
universale, e puramente speri mentale faceva ancora la materia delle conoscenze
a priori. Giacchè le idee generali, fra cui può ammettersi un rapporto neces
sario a priori, sono esse stesse sperimentali a posteriori . Tutta quanta la
materia della nostra cognizione deriva dall'esperienza. Ma un a- priori si
ammette nella sintesi, che, elaborando il dato immediato dei sensi, ci conduce
alle idee universali e alle cono scenze contingenti, e più nell'analisi che ci
fornisce conoscenze indipendenti dall'esperienza . In quell'opuscolo adunque
l'empiri smo crudo cui il lockismo per mezzo dei sensisti francesi era stato
ridotto, non era accettato. E notevole sovrattutto era in esso questa netta
distinzione tra conoscenze a priori necessarie e co noscenze a posteriori
contingenti, fatta da G. quando igno rava affatto la distinzione kantiana di
giudizi analitici e sintetici alla quale corrisponde precisamente. Ne pare
ch'egli allora cono scesse i Saggi filosofici sull’intelletto umano dell'Hume,
nel quarto dei quali ritrovasi quella distinzione tra i legami di causalità,
fon damento delle cose di fatto e relazione d'idee, scoperte per mezzo di
semplici operazioni della mente, che giustamente si è voluto preluda alla
teorica di Kant.Nel suo Saggio, la posizione di G. si determina assai più
chiaramente. Egli, bene o male, ha già studiato Kant, e combatte l'empirismo di
Condillac, d’Elvezio, di Tracy; di quel Tracy, che ancora a Firenze, al dire
d'un arguto scolaro di Cousin, rappresenta le chef et maitre, celui qui l'a
dit; e dichiara che la geometria, questa scienza pura, razionale, è la pietra
immobile su cui va a rompersi la macchina debole dell'empirismo; e che, infine,
non è vero esattamente ciò che egli aveva ammesso o, almeno, non aveva
combattuto, nell'opuscolo: derivare cioè tutte le idee universali dal paragone
delle particolari. Parve a lui che la critica di Kant fosse una vera rivolu
zione. La rivoluzione kantiana, scrive nella prefazione del Saggio, merita, più
di quel che si crede, l'attenzione dei pensatori. Asseriva bensì, che il
criticismo non fosse altro che un neo logismo, sotto il quale non si faceva
passare che una questione vecchia, quella dell'origine delle nostre idee. Ma le
prime parole della sua prefazione erano tuttavia le seguenti. L'oggetto di
quest'opera è la critica della conoscenza, o l'esame della realtà della scienza
dell'uomo. Che cosa posso io sapere? Son io capace di conoscenze reali? Quali
sono i motivi legittimi di queste conoscenze? Quali sono i limiti prescritti al
mio spirito, limiti che non gli è permesso di oltrepassare senza precipitare
nell'abisso dell'errore ? Tali sono le ricerche sublimi ed importanti che mi
occuperanno. Ora queste sublimi ricerche, come tutti sanno, sono appunto quelle
del criticismo kantiano ; che se è una rivoluzione, sarà cer tamente una
novità. Vedi JAJA (si veda), Saggi filosofici, Napoli, Morano. E a quel saggio
di Hame è G. ricondotto da Kant, nella IX delle sue Lettere filosofiche, per
spiegare, esponendo la critica del concetto di causa fatta da Hume, perchè la
lettura di essa svegliasse Kant dal suo sonno dommatico . Ma ivi, ricordando la
distinzione di Hume tra cose di fatto e relazione d'idee, non ne avverte punto
la parentela con la divisione kantiana dei giudizi. Vedi GENTILE, Rosmini e
Gioberti. Se non che, a giudizio di G.,
la critica di Kant, lungi dallo stabilire la realtà della conoscenza, tende
radicalmente a distruggerla; che i suoi risultati sono essenzialmente scettici
; e quindi una buona dottrina della conoscenza non può costruirsi se non in
opposizione a quella critica . Una critica, insomma, ci vuole ; ma non quella
di Kant. E quale dunque? Noi non esporremo ne' loro particolari le teorie di G.
e le critiche delle altrui dottrine ond'egli stabilisce le pri me. E poichè col
Saggio filosofico la sua dottrina è già fissata, senza seguire l'ordine
cronologico delle opere, possiamo dall'una e dall'altra di esse raccogliere i
tratti caratteristici della sua fi losofia e farne un corpo compiuto. G., come
gli antichi psicologi metafisici ammette un sistema di facoltà dello spirito; e
a capo di tutte pone la co scienza o sensibilità interna. Questa è la facoltà
per la quale lo spirito percepisce, sente se stesso, il me, la cui esistenza è
una di quelle verità primitive, che ci sono attestate dall'esperienza, ma non
si possono dimostrare ; come già pensano Cartesio e Leibniz. Nè vale
l'obbiezione che noi non percepiamo se non le nostre modificazioni, e che
l'idea del me si dedurrebbe percið da quella delle modificazioni, pel principio
che non v'ha atto senza soggetto. Non v'ha sentimento delle proprie
modificazioni donde si possa separare quello del proprio essere; perchè non si
può percepire l'astratto, ma il concreto, non il dolore, ma il me dolente. Il
me adunque è un dato dell'esperienza, che bisogna ac cettare come una verità
primitiva di fatto ; e l'atto con cui lo si apprende, è la percezione
immediata. Qui G., ritornando alla posizione cartesiana, ne sente tutta
l'importanza. Egli osserva nel Saggio filosofico, che il defi nire, come si fa
comunemente, l'idea per la rappresentazione dell'oggetto nella mente, separando
cosi l'oggetto dalla mente, e il far consistere quindi la norma della verità
nella conformità della nostra rappresentazione con l'oggetto esteriore, apre
irrepa rabilmente la porta allo scetticismo. « Se gli oggetti, se la re gione
dell'esistenza son separati dallo spirito, chi getta un ponte per passare dal
pensiero all'esistenza, all'oggetto ? Questo ponte si fa consistere nelle
immagini degli oggetti. Lo spirito, dicesi, possiede le immagini degli oggetti
; ma in questo caso lo spirito non potrà giammai conoscere la conformità di
queste immagini cogli originali, e la verità andrà sempre lungi da lui. Me [Saggio]
morabili parole, per cui G. non solo non
è un prekan tiano, come credono i più, ma va innanzi al Kant dei neokan tiani ;
del quale egli in questo luogo discopre espressamente il vizio principale,
notando che il fenomenismo critico è una con seguenza della falsa posizione
volgare dell'oggetto rispetto al sog getto, presunta dalla definizione
dell'idea testé riferita. L'idea del me, a proposito della quale l'autore fa
queste osservazioni, non ci deve esser data da una percezione che sup ponga il
termine percepito opposto al soggetto percipiente. L'Io ed i suoi modi non sono
separati dall'atto della coscienza, ma gli sono presenti. La coscienza li
prende dunque immediatamente, e fra questa percezione e gli oggetti percepiti
non v'ha alcun intervallo . Questa coscienza, questa percezione è dunque
l'appren sione e l'intuizione della cosa percepita. E le intuizioni, secondo G.,
son vere, non perchè son di accordo cogli oggetti, ma perchè elleno agiscono
immediatamente sugli oggetti, e li prendono. Nè bisogna cercare di definire la
percezione, perchè non se n'ha se non una nozione semplice, e ognuno pud solo
rimettersene alla propria coscienza per istruirsene . Il semplice, adunque, il
principio da cui parte G., è questa immediata coscienza di sè, che egli dice
percezione o in tuizione ; la cui verità è fondata nella identità dell'essere e
del pensiero, come in Cartesio . « Tutta la scienza dell'uomo riposa su la base
unica della coscienza di se stesso (Saggio)
. Sicchè la filosofia del G. è un vero soggettivismo, come si può vedere anche
dal suo concetto della filosofia. Che cosa è mai la filosofia? Ella è,
rispondono alcuni filosofi, la scienza di ciò che è . In conseguenza ella è la
scienza dell'uomo, del mondo, di Dio. Una tal definizione suppone, che l'uomo
possa giugnere a conoscere se stesso, il mondo e Dio. Ma, dicono altri
filosofi, bisogna prima esaminare se l'uomo può saper qualche cosa ; e su qual
fondamento può egli saperla . La conoscenza dei nostri mezzi di conoscere è
certamente una conoscenza prelimi nare alla scienza delle cose. Da ciò segue
che la filosofia pud riguardarsi sotto due aspetti, o come la scienza delle
cose, o come la scienza della scienza umana. Considerata sotto il primo aspetto,
ella può chiamarsi scienza oggettiva; considerata poi sotto il se condo, può
chiamarsi scienza soggettiva. Ma se la filosofia è la scienza prima, la quale
dee contenere la legislazione di tutte le Li investono, dice più innanzi. altre
scienze, voi vedete bene esser necessario di considerarla nel secondo aspetto.
A cið tende la celebre massima dell'antichità conosci te stesso . Io dunque la
riguarderò come scienza sogget tiva. E scienza della scienza la definisce già
negli Elementi di ideologia. Negli Elementi di filosofia morale la dice : la
scienza del pensiere umano, distinguendola in teoretica e in pratica, secondo
che studia l'intelletto o la volontà. Egli ha insomma un concetto moderno della
filosofia, giustificato dal suo principio : che è la coscienza di sè. Ma come,
partendo da tale principio, egli costruisce la realtà conoscitiva? E qual
carattere dà al suo soggettivismo la sua costruzione? Prima di tutto, avverte
giustamente G., bisogna di stinguere l'ordine cronologico delle nostre
conoscenze dall'ordine scientifico, Noi abbiamo con la prima sensazione e come
fonda mento di essa la coscienza del nostro Io ; ma essa non è certo una
coscienza di riflessione. Vale a dire, c'è di fatto questa co scienza che è il
Primo scientifico ; ma non si rivela se non alla riflessione filosofica
posteriore, molto posteriore, cronologicamente. Perchè questa coscienza
primitiva si rivelasse effettivamente, lo spirito dovrebbe cominciare da un
giudizio ( lo esisto ), ed essere già in possesso dell'idea astratta di
esistenza, laddove ei comincia invece da una percezione o sensazione che voglia
dirsi . Comincia da una percezione complessa : dalla percezione del me che
riceve delle modificazioni, dalla percezione del me che percepisce il fuor di
me. Ora lo spirito presta successivamente la sua attenzione ai diversi elementi
che compongono l'oggetto di questa prima percezione, decompone, divide questo
oggetto ; poi lo ricompone di nuovo e forma il giudizio, che è perciò il pro
Lett. filos., lett. Questo stesso concetto è svolto nella Prolusione:
Introduzione alle lezioni di logica e di metafisica del bar . P. G., Napoli,
Gabinetto bibliografico e tipografico (ristampata in fronte alle LEZIONI di
logica e di METAFISICA) e nelle primo tre di questo lezioni. Vedi puro il suo
articolo Filosofia nella 1." dispensa dello Ore solitarie, rivista diretta
allora da Riola, Mancini e Curion, più
tardi da solo Mancini. Nella Continuazione delle Ore solitarie ovvero Giorn. di
scienze morali, legislat. ed econom., è un altro scritterello del G.: Sul
panteismo di Lamennais. Saggio filos.,. dotto dell'analisi e della sintesi
della percezione complessa. Sic chè bisogna ammettere nello spirito, oltre la
facoltà della sensibi lità ( interna o coscienza, ed esterna), quelle
dell'analisi e della sintesi. 22. Il fuor di me ci viene offerto adunque dal
me, da quella coscienza che cogliendo il me lo coglie modificato dal fuor di
me. Questa coscienza, che il Galluppi dice pure sensazione, corri sponde, come
bene osserva Spaventa, alla coscienza sensibile dell'Hegel ; è l'unità ancora
confusa ed indistinta di soggetto ed oggetto. Allorchè, dice il Galluppi, la
modificazione esterna « è percepita col me, che modifica, io non ho ancora che
una per cezione ; ma quando ella è riguardata come distinta dal me, e poi
riunita a lui dall'atto dello spirito, io allora giudico Saggio, lib . I, §
18). Ora, se conoscere è questo distinguere e unire, è chiaro che conoscere [GRICE
COTCH] per G. non è sentire ( percepire [GRICE POTCH]), ma giudicare. Quindi
egli combatte i sensisti, insistendo sulla dif ferenza sostanziale che corre
tra sentire e giudicare, notando come giudicare importi necessariamente un
rapporto, e come non sia possibile indicare l'impressione esterna, l'organo
sensorio che ci manifesta la conoscenza del rapporto. La forza analitica e la
forza sintetica dello spirito sono distinte dalla sensibilità; come già aveva
sostenuto nell'opuscolo. La coscienza sensibile è adunque l'unità fondamentale
del conoscere ; l'unità che è condizione dell'analisi e della sintesi, ne
cessaria a tutti i nostri giudizi. Ma come si giustifica questa unita ? Il fuor
di me è sentito, dice G., come un molteplice del quale ciascuna parte è
distinta dall'altra e le modificazioni di una parte non sono, nel mio
sentimento, le modificazioni delle altre . Il tronco di un albero è distinto
dai rami : ciascun ramo è distinto da un altro : il moto di un ramo può stare
senza il moto di un altro e di tutto l'albero. Questa molteplicità si raduna
nel me, il quale alla coscienza si rivela sempre lo stesso, sia che [Saggio
filos., ed Elem . di Psicologia. Lo stesso è detto negli Elem, di Psicol..
Saggio G. riferisce un notevolissimo passo dell'Emilio di Rousseau sul valore
del giudizio ; passo che conferma la parentela che col fllosofo ginevrino ha
quello di Koenigsberg. Elem . d'Ideologia] ragioni, che giudichi, o che
percepisca ; talchè « il soggetto di un giudizio può avere una composizione
fisica ed una unità logica che gli vien conferita dal pensiero, che appunto
sintetizza nella sua unità il molteplice fisico . Questa unità del pensiero
s'addi manda unità sintetica, la quale se si ravvicina a quella forza analitica
e forza sintetica che s'è accennata, s'intenderà come un'attività distintiva e
unitiva insieme . E un'attività sintetica originaria dell'essere conoscitore
appunto è ammessa dal G. Ora la coscienza di sè coglie adunque l'Io che
sintesizza, uno e semplice, indivisibile. E l'unità sintetica del me, suppone
percið l'unità metafisica del me stesso che è la semplicità o spi ritualità del
principio pensante. Senza di essa non sarebbe possi bile la scienza, poichè la
scienza suppone la riunione di tutti i pensieri da' quali si compone; ed
essendo un pensiere distinto dall'altro, come si farebbe l'unione di questi
pensieri senza un centro di unione? Ove si incontrerebbero i diversi raggi del
sapere ? L'agente che costruisce, è necessario che abbia tutti i materiali
della costruzione. L’io di Newton, ripete qui G., che ritrova il calcolo
sublime è lo stesso io che ha apappreso la numerazione aritmetica. Senza l'unità
metafisica del me non sarebbe possibile l'unità sintetica del pensiere, e senza
l'unità sin tetica del pensiere non sarebbe possibile alcuna scienza per
l'uomo. Questa unità sintetica della coscienza originaria ha una intrin seca
parentela, come ognun vede, coll'appercezione originaria di Kant. Col quale G.
s'accorda nel ritenere che l'essenza particolare specifica dello spirito umano
ci è ignota affatto. Ma data questa coscienza originaria, che forza analitica e
sintetica insieme, tutte le nostre conoscenze derivano, secondo G., dai sensi ?
Nel libro I del suo Saggio filosofico egli, rife rendosi allo scritto, scrive :
Io suppongo in tale opu scolo che tutte le idee universali derivano dal
paragone delle particolari ; ma cið non è vero esattamente, poichè vi sono
alcune idee soggettive. La tesi degli empiristi che non ammettono nella nostra
conoscenza se non elementi oggettivi, è insostenibile. Elem . d'Ideol. Lettera
a SERBATI, Tropea nella Sapienza, rivista di filos. e lettere. Cfr. GENTILE, Rosmini
e Gioberti. Elem . d'Ideol.; cfr . Saggio Saggio] ma In quell'autobiografia
intellettuale che è nella quattordicesima delle sue Lettere filosofiche G.
dice, che il problema della sua filosofia dell'esperienza fu questo : « Ma lo
spirito umano è un agente ; e colla sua azione non potrebbe forse sviluppare
dal suo interno qualche elemento che egli non riceve, ma che produce ? E questo
elemento soggettivo non potrebbe forse esser tale, che lasciasse intero
l'elemento oggettivo, che cooperando collo stesso non recasse alcun nocumento
alla realtà della conoscenza, l'estendesse e la fecondasse? Infatti, questa
rimaneva la più grave difficoltà del G. contro l'a priori: che l'a priori con
la sua soggettività scalzasse la realtà della conoscenza, come rimproverava a
Kant per le forme dell'intuizione e dell'intelletto e come rimproverava al
Rosmini per la idea dell'Ente indeterminato. Perchè egli non ebbe il giusto
concetto delle categorie kantiane, ritenendole quasi preformazioni
dell'intelletto . Del resto, nella critica che fa delle idee innate, pure
avendo combattuto nel primo libro del Saggio l’in natismo di Leibniz, si può
ben dire che ne accetti il principio ne gli Elementi di ideologia. Egli
distingue idee accidentali all'intelletto e idee essenziali. Le une non tutti
gli uomini possono formarsele, perchè non a tutti è dato di avere le sensazioni
che sono il materiale donde l'analisi può ricavare coteste idee . Le altre non
mancano a nessun uomo, perchè derivanti da sensazioni co muni a tutti . Sicchè
anche le idee essenziali dell'intelletto pre suppongono l'esperienza ; e se per
idee innate si vuole intendere idee, che non sono il prodotto della meditazione
(analisi) su i sentimenti (sensazioni), tali idee non hanno esistenza » . Ma, «
se per idee innate s'intendono quelle idee, di cui ogni uomo porta
costantemente in se stesso i germi per isvilupparle, e che ogni uomo capace di
meditare pud in qualunque luogo ed in qua lunque tempo acquistare, idee che ho
chiamato idee universali all ' intelletto, l'esistenza di siffatte idee mi
sembra incontrastabile ... Noi conveniamo con Locke, che tutte le nostre idee
hanno la loro origine ne' sentimenti: conveniamo ancora, che tutte le idee sono
acquistate ; ma crediamo di dover fare distinzione fra idee generali, e di
ammettere alcune idee per l'acquisto delle quali ogni uomo porta costantemente
in se stesso i materiali necessari; da questi germi, che sono nello spirito si
sviluppano le idee essen [Vedi il mio Rosmini e Gioberti, p. 79 e sgg. ziali al
pensiero umano, e che si ritrovano in tutte le lingue. Donde è chiaro che G. tiene
per innate nel senso leibni ziano, di attitudini, disposizioni, germi, coteste
idee essenziali all'intelletto, quali sarebbero le idee di corpo, spazio,
causa, unità, numero, ecc .; comecchè tutta la sua Ideologia sia una deduzione
di queste e altre simili idee dalle sensazioni. Ma, quali sono queste
sensazioni o sentimenti portati costan temente da ogni uomo in se stesso ? Se
ogni uomo li possiede co stantemente, essi sono necessari, essenziali
costitutivi dello spirito. Lo spirito è questi stessi sentimenti. E come
potrebbe es sere altrimenti, se tali sentimenti devono servire alla formazione
di idee essenziali all'intelletto (facoltà conoscitiva in generale)? G. dice,
che essi sono i sentimenti « che in qualunque luogo, ed in qualunque tempo
modificano lo spirito di ogni indi viduo del genere umano. Dunque, essi sono
immanenti real mente allo spirito, nè questo si può concepire senza di essi.
Ora tal carattere nella filosofia del Galluppi compete solo ai senti menti del
me e del non me inscindibilmente legati fra loro, costi tuenti il gran fatto,
il Primo, dal quale deve cominciare la filosofia. Questo fatto è universale per
tutti gli uomini, per tutti i luoghi, e per tutti i tempi. Il complesso de '
sentimenti racchiusi in questo fatto dee dunque riguardarsi come essenziale
all'umano intendi mento. Il quale, fornito della forza di analisi e di sintesi,
può con la sua azione feconda sviluppare da questi sentimenti e così produrre
tutte le idee che gli sono essenziali. Ma la stessa produzione è essenziale, se
i prodotti sono essenziali ; tal chè lo spirito, partendo dall'indistinta e
oscura coscienza del me e del fuor di me, non raggiunge il grado
dell'intelletto, se non per questa spontanea produzione che fa, mediante
l'attività ond'è for nito, delle idee di sostanza, causa, corpo, spazio, tempo,
unità, numero, ecc., di cui ha in sé i germi indefettibili. Intorno al valore
di questo virtuale a priori di G. si può esser tratti in inganno da certe sue
espressioni, dalla sua polemica contro l'innatismo, dal bisogno da lui così
spesso e for temente affermato dell'esperienza, che è esperienza sensibile,
come unica sorgente delle conoscenze reali . Ma bisogna attender bene al valore
della sensibilità nella teoria di G.. La sua sen sibilità è coscienza, è sentir
di sentire, è l'unità ancora indistinta di soggetto ed oggetto, che egli
concepisce come Primo attivo e [Saggio] produttivo ; di cui vedremo quanto si
gioverà a fondare l'ogget tività del conoscere . Ora, dato questo Primo
come coscienza sen sibile, egli non può ammettere più un intelletto opposto al
senso e ricco a priori di determinazioni dal senso indipendenti. Perchè
l'intelletto è uno sviluppo del senso e le sue determinazioni es senziali non
possono non essere contenute virtualmente nel senso insieme con l'attività che
possa dallo stato virtuale portarle al l'attuale, fecondandone i germi. E
questo è, come tutti sanno ora o dovrebbero sapere, il vero concetto dell'a
-priori kantiano, preparato dalle virtualità innate di Leibniz ; e in que sto
concetto il Galluppi evidentemente sorpassa e si lascia addietro il kantismo
volgare, com'egli l'intese e come tuttavia si vuol sostenere dai neocrịtici,
che concepiscono senso e intelletto in assoluta opposizione, in un dualismo
inconciliabile . Questo punto della filosofia di G. non è stato studiato e
apprezzato ancora abbastanza. La idea essenziale di G. corrisponde preci
samente all ' acquisitio originaria, con cui Kant define il suo a priori nella
famosa lettera a Eberhard, come l'idea accidentale all'acquisitio derivativa.
Sono idee acquisite le idee essenziali come tutte le altre idee ; ma esse sono
le acquisizioni originarie che la coscienza fa per la sua propria attività
salendo al grado del l'intelletto . 29. Fermata questa teoria, G. ha ragione di scrivere : « Io non ho ammesso
idee anteriori a ' sentimenti, in modo che non gli suppongano neppure come
condizione ; ma ho ammesso alcune idee essenziali all'intendimento, ed ho
stabilito questa dottrina sopra solidi fondamenti... lo nego le idee innate nel
senso di idee anteriori ed indipendenti assolutamente da' senti menti ; io le
ammetto nel senso di idee naturali, o d'idee per l'acquisto delle quali si
possiede una disposizione o virtualità naturale. E poichè così viene a dire il
medesimo del Kant bene inteso, a me pare che abbia pur ragione di soggiungere :
« Io dunque credo di aver trovato il mezzo di conciliazione fra i due sistemi
contrari su la formazione delle nostre idee » ; come è merito reale di Kant,
che naturalmente G. non poteva riconoscere, di avere operato siffatta
conciliazione del puro em pirismo e del puro intellettualismo. Il meglio che se
ne sia detto sono le tre pagine di SPAVENTA, nella sua mo moria Kant e
l'empirismo, rist . in Scrilti filosofici, Napoli, Morano Saggio. Per fare
intendere meglio la propria dottrina G. la raffronta a quella di Leibniz.
Conviene con l'autore dei Nuovi saggi sull’intelletto che lo spirito non è
tabula rasa; che vi sono molte idee, che lo spirito ricava dal fondo del
proprio essere, meditando sul sentimento di se stesso » ; non solo gli accorda
che sono in noi queste disposizioni e virtualità naturali, ma am mette certe
modificazioni passive o sia i sentimenti, che contengono i materiali o le
condizioni di tutte le idee naturali. E, dichia rando meglio la dottrina del
Leibniz, ripete che riconosce con lui esservi « molte idee essenziali
all'intendimento, che l'anima non ha bisogno di ricavare dalle impressioni de '
sensi esterni, ma che può ricavare dal proprio fondo. Le idee sono innate come
attitudini o virtualità naturali. E questo ritiene anche G. « Ma io non mi
contento di rimanermi in idee vaghe : io determino le mie espressioni. L'anima
nostra ha un'attitudine, una preformazione naturale per alcune idee ; poichè :
1. ° ella ha originariamente ed incessantemente i sentimenti necessari a for
marsi tali idee; 2. ° questi sentimenti sono i materiali delle idee, o le
condizioni indispensabili per le idee ; 3.0 l'anima ha origi nariamente nella
sua natura le facoltà necessarie per formarsi tali idee; 4. ° l’anima ha in sé
originariamente la disposizione, che pone in esercizio le facoltà elementari
della meditazione. Data questa dottrina, ch'egli ben dice non potrebbe esser
contrastata dalla stessa scuola di Locke, s'intende agevolmente perchè G.
continui sempre, in tutte le opere sue, a com battere l'a - priori kantiano,
inteso come parte di conoscenza già formata avanti all'esperienza ; esperienza,
che era per lui, come vedremo, la sorgente dell'oggettività, della realtà del
sapere umano. La filosofia è essenzialmente dommatica, egli ha detto ; e kan
tismo per lui significava scetticismo, in grazia appunto di quel l'a -priori
soggettivo, anteriore ad ogni esperienza, onde reste rebbe inquinata, secondo
la teoria di Kant, tutta la conoscenza. Pure riuscì anch'egli a certe idee soggettive,
che ammise come costitutive della conoscenza, e innocue, benchè soggettive,
allá realtà di essa . Quali sono cotali idee? Per rispondere a questa domanda
bisogna dare un cenno delle sue teorie dell'analisi e della sintesi. Queste due
facoltà non sono soltanto, come s'è visto, il fondamento di ogni giudizio, ma [Meditazione
dice G. l'analisi e la sintesi insieme.] il fondamento anche di ogni idea
universale. Giacchè ogni idea universale nasce dalla sintesi degli elementi
comuni che l'analisi discopre in più percezioni simili. L'analisi e la sintesi
sono quindi le forze produttive di tutto il conoscere. L'analisi precede ;
segue la sintesi . L'una si presenta sotto quattro forme : come atten zione
propriamente detta, quando lo spirito si ferma a considerare un solo degli
oggetti fornitigli dal senso, escludendo tutti gli al tri ; come attenzione
parziale, quando lo spirito contempla soltanto una parte dell'intero oggetto,
che gli si rappresenta ; come astra zione modale, quando lo spirito separa il
modo dal soggetto cui inerisce ; e come astrazione del soggetto, nel caso
inverso, [La sintesi è di tre specie : sintesi reale, quando lo spirito unisce
ciò che gli vien dato congiunto dalla esperienza, cioè la relazione tra il
soggetto e le sue modificazioni, o quella tra causa ed effetto ( epperò v'ha
propriamente due specie di sintesi reale) ; sintesi ideale oggettiva, quando
scopre relazioni logiche tra oggetti reali ; sintesi ideale soggettiva, quando
scopre, come avviene nelle matematiche pure, relazioni logiche tra idee nostre,
non imme diatamente forniteci dall'esperienza; cioè le relazioni tra le idee
generali. La siņtesi non può riunire se non per rapporti, le cui no zioni
devono essere possedute dallo spirito, a mo' di categorie . E alle quattro
maniere di sintesi corrispondono quattro nozioni di rapporti, le quali, per ciò
che s'è osservato, dovrebbero essere di lor natura tutte soggettive : e sono le
nozioni di sostanza, causa, identità e differenza ; idee essenziali
all'intelletto umano, « sem plici vedute dello spirito, le quali derivano dalla
sua facoltà di sintesi. Rapporto, come aveva notato il Laromiguière nelle sue
Le zioni di filosofia, è l'atto della comparazione o l'idea che risulta da
questo atto . « Ora se la comparazione, dice G., è una sintesi, e se il
risultamento di questa sintesi è un'idea che non [Elementi di psicologia;
Saggio Saggio G distingue ancora la sintesi immagi nativa come la facoltà di
riuscire in una percezione complessa, alla quale non corrisponda alcun oggetto
naturalo, diverse percezioni di cui ciascuna ha un oggette naturale fuori
dell'attuale combinazione ( Saggio, e Psicologia) . Ma s'intende cho questa
sintesi non ha valore teorico o conoscitivo, ma solo pratico od estetico .
Saggio. Alcune dello idee semplici, dice ivi più sotto, sorgono dall'attività
sintetica e queste sono i rapporti risulta da un'impressione, e che non ha
percið un oggetto reale al di fuori, segue che vi sono idee semplici, le quali
sono sola mente soggettive ed un prodotto della sintesi. Suppongono le
sensazioni, ma sono prodotti semplici dell'attività sintetica dell'in
telligenza. Infatti seguono, come ogni idea di rapporto, al para gone, che è
un'azione dello spirito . Pel paragone non basta che si abbiano nello spirito
insieme due percezioni : è necessaria l'a zione che riferisce l'una all'altra.
Parrebbe adunque, che le idee dei rapporti, queste vedute dello spirito, o modi
della sua attività sintetica, non differissero punto dalle categorie kantiane.
Ma l'autore afferma recisamente il contrario . Non vuole aver nulla di comune
con Kant; vuol fondare una vera filosofia dell'esperienza, e afferma come una
delle esigenze ineluttabili della filosofia, che la connessione fra le
esistenze, per cui è possibile la scienza, non deve essere una creazione dello
spirito, bensì un dato dell'esperienza; cioè del senso, che per lui, come
vedremo, è norma dell'og gettività del conoscere . Insomma, nota un suo critico,
gli elementi soggettivi ammessi da G. son sempre determinati da qualche cosa di
reale che si trova negli oggetti ; e Kant percið è scettico, G. no. Ed in
verità esso, G., scrive che la stessa connes sione deve essere un dato
dell'esperienza, quando si tratta di og getti esistenti che dan luogo alla
sintesi reale : e che questa sin tesi « riunisce gli elementi reali di un
oggetto reale ; e li riunisce perchè li trova realmente riuniti. Così, dicendo
: Io son sensitivo, riunisco al me le sensazioni : ora tanto l'io che le
sensazioni son cose reali, e realmente le sensazioni son cose reali, c
realmente le sensazioni sono unite al me. Quest'unione non è dunque l'opera del
mio spirito : io non posso fare altro che conoscerla distinta mente . Questa
sintesi copia dunque, dirò così, la realtà delle cose, ed è per cid che io la
chiamo sintesi reale. Or dunque, queste idee di rapporti sono o non sono un pro
dotto dell'attività sintetica del soggetto? Qui, s'è detto, havvi una flagrante
contraddizione. Sentire un rapporto, secondo G. è un espressione assurda ; e la
connessione delle esistenze, che è un rapporto necessario, non si potrebbe
sentire ; eppure si deve . « Se fosse creata da noi cotestà connessione, scrive
Fioren (Saggio Saggio Saggio LASTRUCCI Saggio; cfr . Psicologia] tino, la
realtà della scienza sfumerebbe; e G., impaurito delle conseguenze, contraddice
ai suoi principii . Il nesso tra il me, sostanza, e le sue sensazioni, tra la
sensazione e la causa esterna, cotesto doppio rapporto è sentito . Ei non osa
dire sen tito, e dice : è dato. La questione è importante e merita ogni più
seria considerazione. Prima di tutto bisogna distinguere, come fa G., le due
nozioni di causa e di sostanza, da quelle di identità e diver sità. Le une sono
un prodotto della sintesi reale, le altre della ideale ; le une sono dei veri
rapporti reali, le altre semplici rap porti logici . Ora questi rapporti logici
sono veramente creati dallo spirito, nascono per l'attività di questo, sono
idee dello spirito e nulla fuori di queste idee. Di esse l’autore dice che « lo
spi rito non riceve dal di fuori questi elementi semplici ed essenziali delle
sue conoscenze, ma li ricava dal proprio essere, cioè li produce . Esse
corrispondono appuntino alle categorie kantiane . Nè vale opporre, come altri
ha fatto, che anche questi rapporti presuppongono l'esperienza, e ricevono da
questa i termini, fra cui intercedono . I termini fuori del rapporto, ho detto
altrove, cioè prima del rapporto, sono termini del rapporto ? E si badi che
dell'esperienza G. ha un concetto tutto kantiano, perchè essa consiste, secondo
lui, nel giudizio, il quale vede un rap porto fra i nostri sentimenti. Il solo
errore del criticismo, che ha de ' semi preziosi di verità, consiste nell’aver
troppo generalizzato riguardando « tutti i modi di connessione fra le nostre
percezioni come soggettivi, negando la sintesi reale, confondendo l'esperienza
primitiva, cui la sintesi reale dà luogo, con l'esperienza secondaria,
scientifica e comparata, che è produzione soggettiva della sintesi ideale .
Dunque, a confessione di G stesso, egli è schietta mente kantiano nella teoria
della sintesi ideale, come attività sin tetica generatrice delle due idee di
rapporto, identità e diversità, all'occasione delle sensazioni, che ne sono
condizione indispen sabile. (La filos. contemp. in Italia, Napoli, Morano
Psicologia Saggio LASTRUCCI G. (Saggio) non parla di esperienza, ma di
sensazioni, supposte cronologicamente como a condizione indispensabile » delle
idee d'identità e diversità. Saggio. Vedi anche Lettere filosof. Soggettive pur sono le idee di causa e di
sostanza . Ma G. distingue fra soggettivo e soggettivo . V'ha, egli dice, il
soggettivo rispetto all'origine, e v’ha il soggettivo rispetto al valore ; e
altrettanto dicasi dell'oggettivo. Altra è la questione dell'origine delle
conoscenze, altra è la questione della realtà loro. « Io dichiaro, scrive
l'autore, che per oggettivo in tendo ciò che nelle nostre cognizioni deriva
dagli oggetti che si conoscono, e per soggettivo ciò che nelle stesse deriva
dal soggetto conoscitore. Questi due vocaboli si prendono ancora in un altro
senso, quando si parla della realtà delle nostre conoscenze: l'oggettivo dinota
allora quell'elemento della nostra conoscenza, a cui corisponde una realtà in
sè, ed il soggettivo dinota ciò a cui non corrisponde nessuna realtà. Dunque le
idee di causa di sostanza sono soggettive per l'origine, ed oggettive rispetto
alla realtà, epperò si dicono relazioni reali, laddove, quelle di identità e di
diversità sono soggettive, e per l'origine e pel valore, e son dette perciò
semplici relazioni logiche . E però resta fermo, che anche le idee di sostanza
e di causa siano un prodotto dell'attività sin . tetica dell'intelligenza,
perchè da essa derivano ; il senso è inca pace di darcele. Se non che esse,
invece di avere un semplice valore logico, hanno una corrispondenza nella
realtà, pel nesso, che è tra la sostanza e i modi, tra la causa e l'effetto. Ma
G. dice che il rapporto della sintesi reale ( sia di causa, sia di sostanza ) è
dato dall'esperienza . Si, ma devesi inten dere, dato rispetto alla realtà
oggettiva di cotesto rapporto. Dato in quel luogo di G., che pur bisogna metter
di accordo con tutta la sua dottrina, vale solo oggettivo (rispetto al valore).
La difficoltà vera è la seguente : come ciò che è soggettivo rispetto
all'origine, può essere oggettivo rispetto al valore ? Que sto è lo scoglio
della filosofia della esperienza propugnata da G.; ma è pur uopo notare i
grandi sforzi fatti da lui per evi tarlo. S'egli si fosse sempre ricordato
dell'osservazione, dianzi ac cennata, relativa alla comune definizione delle
idee : che cioè non bisogna separare ed opporre oggetto a soggetto, ove non si
vo glia incorrere nello scetticismo, non avrebbe avvertita nessuna dif ficoltà
in questa questione della sintesi, circa la soggettività della sua origine e
l'oggettività del valore. Egli non avrebbe concepito un'oggettività distinta
dalla soggettività. Saggio. 43. Di quell'osservazione fondamentale si ricorda
certamente nella sua teoria dell'oggettività di tutte le sensazioni, quando af
ferma che la sensazione è la intuizione dell'oggetto, e sog giunge: Per non far
nascere equivoco in una materia molto importante, io chiamo intuizione la
percezione immediata dell'og getto, in modo che l'esistenza della percezione
supponga neces sariamente quella dell'oggetto. Se ogni sensazione è di sua na
tura la percezione di un oggetto esterno al principio sensitivo, se
quest'oggetto non è rappresentato dalla sensazione, esso è dunque reale, come è
reale la sensazione. La realtà dunque del l'oggetto sentito mi è data dall'atto
della coscienza; il quale mi . dà la realtà della sensazione : ecco dunque la
realtà esterna fra le verità primitive di fatto ; ecco risoluto uno dei
problemi fon damentali nella critica della conoscenza (Saggio) . In tutta la
teoria dell'oggettività del conoscere si può dire adun que, che G. confermi ciò
che aveva detto fin dal primo capitolo del suo Saggio circa la coscienza, o
conoscenza prima, conoscenza del me e dei suoi modi ; coscienza fatta
consistere appunto in un'intuizione immediata, tale che « fra questa perce
zione e gli oggetti percepiti non v'ha alcun intervallo. Pare che per tutta la
sfera della conoscenza immediata ei sia disposto a chiedere, come aveva chiesto
infatti a proposito della comune definizione delle idee in generale. Se gli
oggetti, se la regione dell'esistenza son separati dallo spirito, chi getta un
ponte per passare dal pensiero all'esistenza, all'oggetto? Argomento insolubile, com'egli dice, ai
filosofi dommatici. Senso ed oggetto,
sia che si tratti di senso intimo o di senso esterno, non si possono
scompagnare. Il senso è la misura adeguata e sicura della realtà, comecchè il
dato del senso debba poi venire elaborato dalla forza analitica e sintetica
dello spirito onde si perviene alle idee e a'giudizi. Il senso costituisce, per
le idee e i giudizi cui dà luogo, l'esperienza primitiva o imme [G. non ammette
l'incosciente. La scuola di Leibniz ammotte delle percezioni di cui non si ha
coscienza : alcuni Allosofi adottano questa opinione ; ma molti altri, co'
quali io son d'accordo, non ammettono alcuna percezione, di cui non si abbia
coscienza. Non si può percepiro alcun oggetto come un fuor di me, senza perco
pire il me, poichè la percezione di un di fuori è ossenzialmente la porcezione
di più oggetti ; se non vi ha due oggetti, non vi è un di fuori. Se la
percezione di un ſuor di me non è possibile senza quella del me, segue che non
possono esservi nello spirito delle percezioni senza osser sentite. Elem . di
psicologia] diata; immediata rispetto all'oggetto, in cui s'appunta imme
diatamente nella intuizione. Dall'esperienza primitiva va distinta poi la
comparata, o derivata o secondaria, la quale consta dei giu dizi d'identità o
diversità che noi portiamo sulle idee offerteci dalla primitiva esperienza :
giudizi d'un valore puramente logico e soggettivo . I giudizi della esperienza
immediata hanno per og getto gl'individui. Questa acqua ha la qualità di
estinguer la sete . Questo calorico liquefà la neve vicina . Sono giudizi
particolari, che non si possono generalizzare, nè possono costituire
l'esperienza secondaria, fondamento delle scienze, se con le impressioni
sensibili, coi dati oggettivi non si combinano quegli elementi soggettivi, che
sono le due vedute dell'identità e diversità . Per dire la propo sizione
generale : l'acqua estingue le sete, - io devo, in seguito alle successive
esperienze delle varie acque che m'hanno estinto la sete, comprendere sotto una
nozione generale tutte queste acque, e le azioni loro di estinguer la sete ; il
che significa che lo spirito dee vedere un rapporto d'identità fra questi
soggetti particolari e fra le loro particolari qualità; rapporto d'identità che
il senso non mi può fornire ; perchè esso non mi dà che successivamente le
singole acque. Della scienza si potrà dire giustamente che è una costru zione
soggettiva per mezzo dei materiali offerti dalla esperienza primitiva. G., in
verità, non può attribuire altro valore che questo, che è il kantiano, alla
scienza. Se la conoscenza vera della natura ci vien fornita dalla scienza,
anch'egli deve dire cnl Kant, che lo spirito, legando gli sparsi caratteri
datigli dal senso, costruisce il gran libro dalla natura . Eppure.egli ritiuta
(Saggio) una tal soluzione. « La distinzione delle due esperienze, egli dice, è
della più alta importanza, per determi nare il valore delle nostre conoscenze.
È della più alta importanza, perchè se i rapporti di sintesi ideale
nell'esperienza derivata sono soggettivi, quelli di sintesi reale nell'altra
espe rienza sono essenzialmente oggettivi; in questa esperienza (pri mitiva )
l'esistenze son date allo spirito : egli ne è spettatore, e non il conoscitore
: una connessione fra l'esistenze gli è anche data : egli dee conoscerla, non
ispiegarla o comprenderla. Ma questa distinzione non tocca punto la
soggettività della scienza, in quanto prodotto della sintesi ideale ; anzi la
conferma. G. [Saggio] nella epistemologia è un kantiano puro. Checchè egli ne
dica, tale è la sua dottrina. Ed ecco la stridente contraddizione cui lo
condusse il suo voluto sperimentalismo. La scienza, la parte più certa della cono
scenza, è soggettiva ; e la conoscenza sensibile è di sua natura oggettiva; che,
per lui, è come dire che la scienza è rosa dal tarlo dello scetticismo, laddove
l'esperienza sensibile è certa e reale . Le conoscenze necessarie ed universali,
che sono il pernio di ogni specie di conoscenze, hanno un valore puramente
logico, e le conoscenze contingenti e particolari sono reali . Il che avrebbe
dovuto condurre G. al più schietto nominalismo ; perchè se le nostre conoscenze
veramente oggettive, sono quelle dateci dai giudizi particolari dell'esperienza
immediata, sfuma la realtà dell'universale . E un realista G. certamente non
Egli combatte tuttavia l'empirismo nominalistico di taluni seguaci del Locke,
come l'Helvetius, i quali negano le idee universali, asse rendo che quelle, che
tali appariscono, non sono se non termini generali, vocaboli vôti di senso . «
Perchè, dice G., al ve dere un uomo che non abbiamo giammai veduto, noi diciamo
è un uomo ? Se non avessimo un'idea universale di questa specie, come vi
rapporteremmo quest'individuo? L'esistenza delle idee universali nello spirito
è talmente attestato dalla intima coscienza, che si dura fatica a supporre che
vi sia stato chi l'abbia contra stata » (Saggio) . Nè anche Locke, secondo G.,
nega le idee universali ; e come Locke egli è concettua lista . Siamo sempre lì
: la cognizione universale, scientifica ha sì un valore, ma un valore logico. E
al Rosmini, che gli dichiarava in una sua lettera di non vedere « come dal
soggetto possa venire l'universalità e la neces sità delle cognizioni . Il
soggetto è essere particolare e contingente, e non può produrre un effetto
maggiore di sè » ; egli rispondeva, che la necessità che ha luogo nelle
cognizioni, è una semplice « legge logica del pensiero umano, da non confondersi
con la ne cessità metafisica; legge logica espressa dal principio di contrad
dizione, e, come ogni altra modificazione dell'anima nostra, me ramente
soggettiva . E aveva un bel ribattere il Rosmini, che la necessità logica e la
necessità metafisica non sono in fondo che una sola necessità ( in questo punto
è tutta la novità, non pic Cita il
Saggio, dove Locke spiega la gonesi delle idee universali.] cola, – di
SERBATI verso G.) : « Io non suppongo mica, replicava G., che vi sia una
necessità metafisica distinta dalla necessità logica ; ma solamente combatto
quei filosofi che riguardano quella necessità, che è meramente logica, come una
necessità metafisica, che trasformano la prima nella seconda. L'origine di tal
necessità logica mi sembra già determinata ; essa è nella natura del soggetto
noi non dobbiamo cercarne la causa efficiente, ma arrestarci alla causa formale
di tal neces sità. La sua scienza, perciò abbiamo detto altra volta, come
quella di Kant, s'è chiusa nella cerchia invalicabile del fe nomeno; sicchè
egli riesce, per la scienza, a quel criticismo che voleva correggere . Gli
sarebbe bastato estendere la - sua teoria della sensibi lità o meglio
dell'esperienza primitiva alla esperienza secondaria . Non l'ha fatto, perchè
gli premeva salvare la realtà del mondo esterno ; e così s'è messo in
disaccordo con se stesso, accoppiando al criticismo puro dell'epistemologia il
più crudo dommatismo nella gnoseologia. I due elementi in lui non si fondono, e
un'in tima contraddizione travaglia tutta la sua filosofia. 49. Infatti ammessa
giustamente come soggettiva l'origine della nozione che abbiamo della
connessione reale delle cose ( come sostanza o come causa, sussistenza, egli
dice per lo più, ed effi cienza ), il valore oggettivo delle medesime non può
essere e non è infatti in G., che una semplice affermazione dommatica. La
percezione del me è la percezione di un soggetto con le sue modificazioni.
Sicchè, egli dice, nella coscienza del me, – che è il principio della nostra
filosofia, è data « 1. ° la connessione fra la percezione e l'oggetto ; 2.º fra
il soggetto e la modificazione ; 3." fra la causa e l'effetto, il che vale
quanto dire, che in questo fatto primitivo ci è data la base della filosofia, e
la realtà delle nostre conoscenze. Su per giù, è sempre questa la dimostra
zione data da G. della realtà delle connessioni tra sostanza e modi, tra causa
ed effetto. Le connessioni sono reali, perchè il me, termine reale della coscienza
è soggetto (sostanza ) di modifi cazioni, e queste modificazioni a lor volta
sono effetto dell'azione del mondo esterno . Ma i termini noi possiamo
percepire, non i rapporti: e i termini in quanto connessi nel loro rapporto non
pos siamo percepirli, se non applicando ad essi quelle nozioni di rap Rosmini e
Gioberti. Saggio.] porto, onde già dobbiamo essere forniti. Chi ci garantisce
che i rapporti, che con queste nostre vedute, di origine soggettiva, noi
scorgiamo tra i termini percepiti, abbiano un fondamento ogget tivo ? Chi ci
costruisce questa volta il famoso ponte di passaggio dal soggetto all'oggetto ?
Chi ci sottrae a quell'argomento inso lubile ? Il dommatismo è evidente. C'è un
passo, nel terzo libro del Saggio, contro la sin tesi a priori di Kant, che
merita qui speciale considerazione. Il filosofo di cui parliamo, – scrive G.,
ha confuso l'operazione sintetica co'suoi prodotti, che sono le percezioni del
rapporto fra le idee paragonate. Allora che lo spirito rapporta un termine
della relazione all'altro, egli esegue una sintesi, la quale è il principio
efficiente che pone un termine rapportato. Lo spirito nel termine rapportato
vede un rapporto, ed esegue con ciò un'analisi, indi unisce questo rapporto,
che aveva separato dal termine rapportato allo stesso termine, e compie il
giudizio. Lo spirito, prima della comparazione, non aveva che il termine della
relazione : dopo la comparazione ha un termine rapportato : l’atti vità
sintetica ha dunque posto dal suo fondo, nel termine della relazione, il
rapporto, e questo rapporto è un elemento sogget tivo aggiunto all'oggettivo.
Quale che sia il valore di questa osservazione contro il giudizio sintetico a
priori ( io non credo che ne abbia alcuno ; chè il giudizio è già avvenuto con
quella prima operazione dell'attività sintetica, che consiste nel rapportare i
termini), certo è notevole e giusto il concetto del soggettivismo dei rapporti
accennato qui dall'autore; ma vi apparisce pure evidente falso concetto che ei
s'è formato dell'oggetto. Termine e termine rapportato son cose
differentissime; il primo è un dato, il secondo è il prodotto di quel principio
efficiente, che è la sintesi. Ma il termine è termine in quanto è termine
rapportato ; sicchè il termine si può dire che venga posto, rità, dall'attività
sintetica dello spirito . E questa è la dottrina di Kant. Ma se il Galluppi ne
avesse piena consapevolezza, non do vrebbe dire, che lo spirito PRIMA della
comparazione non aveva che il termine della relazione. No, non aveva niente :
non c'è prima il termine, l'elemento oggettivo, a cui dopo venga ad ag
giungersi l'elemento soggettivo, il rapporto : termine e rapporto nascono ad un
parto, nè lo spirito può percepire il termine della relazione, senza il
rapporto, nè questo rapporto è nulla di concreto fuori dei termini ai quali
viene applicato . Questo prima e questo dopo, di cui parla G., accusano quella
separazione di oggetto e soggetto, quella opposizione da lui già criticata come
punto di partenza donde non sia dato arrivare a una conoscenza certa. Sicché,
anche per le nozioni di identità e diversità ( alle quali, s'intende, egli si
riferisce nel passo ora citato) G. si di batte nelle strette della soggettività,
come qualcosa di differente e assolutamente opposta a quella oggettività, che
s'era proposto di fondare contro il criticismo kantiano. Ma le sue velleità
empi ristiche rompono sempre in quel principio fondamentale della co scienza di
sè, preso dalla filosofia di Cartesio, onde si nutrì, come abbiamo notato, la
mente di lui nel suo primo periodo speculativo. E la conclusione del Saggio
filosofico è che tutti i motivi dei no stri giudizii (senso intimo, sensi
esterni, evidenza, memoria, razio cinio e testimonianza degli altri uomini) «
hanno per motivo me diato ed ultimo il senso intimo » : e quindi « tutta la
scienza dell'uomo riposa su la base unica della coscienza di se stesso, e
chiunque tenta di toglier questa base è indegno, che si ragioni con lui ;
poichè non si ragiona col nulla. E così nella chiusa delle Lettere filosofiche.
Io ho poggiato – dichiara l'autore su la veracità della coscienza la veracità
di tutti gli altri nostri mezzi di conoscere ... ; non si può supporre la
veracità di alcun mezzo di conoscere senza supporre la veracità della
coscienza, e supponendo la veracità della coscienza, la veracità di tutti gli
altri nostri mezzi di conoscere segue necessariamente. Così, secondo me,
l'aliquid inconcussum è nella coscienza, ed essa è la base di tutto il sapere
umano. Ma se si ricordasse sempre, che principio e aliquid incon cussum è la
coscienza, G. non dovrebbe parlare mai di quella oggettività indipendente dal
soggetto, alla quale vuol ripor tare le relazioni di sostanza e di causalità ;
e in verità non riesce a scoprirne che una origine soggettiva e a darne una
giustifi cazione, come s'è visto, fondata unicamente sul sentimento del me. Si
potrebbe dire, che egli parla di un oggetto soggettivo for nitoci dalla sensazione,
che da lui è detta di sua natura oggettiva . Egli, infatti, rigetta la
distinzione di qualità primarie e secondarie, come arbitraria e falsa, e
sostiene che tutte le nostre sensazioni [Saygio] soggettive, nè più nè meno di
quel senso del tatto, in cui Condillac indicava il filo d'Arianna col quale si
potesse uscire dal labirinto della soggettività, « convengono in ciò, che tutte
sono le percezioni di un soggetto esterno ; son differenti, poichè sono i modi
diversi di percepir questo soggetto : questi modi diversi di percepirlo
costituiscono per noi le diverse qualità degli oggetti esterni, le quali sono
perciò i diversi rapporti di questi oggetti con noi; e che, « qualunque ipotesi
si adotti su la natura de ' corpi, è incontrastabile che il mondo dei corpi non
esiste nel modo in cui ci apparisce ; e che noi non conosciamo dei corpi se non
le qualità relative », talchè il pensiero bensì è una realtà in sè, « ma
l'estensione non è almeno certo se sia una realtà o un fenomeno e addirittura «
la conoscenza che noi abbiamo de ' corpi è meramente fenomenica . E però G. non
può parlare se non di un oggetto soggettivo, di un oggetto termine essenziale
del soggetto. Ma allora perchè contrapporre oggetto a soggetto, e sin tesi
reale a sintesi ideale? Siamo sempre nella sfera del soggetto, e l'attività
sintetica dello spirito darà luogo sempre a una sin tesi ideale . Dov'è il
punto di separazione tra la res e l'idea ? Non rampollano entrambe dalla
coscienza di se? Per metter d'accordo G. con se stesso dovremmo dire, che
quello che ei dice sintesi reale e sintesi ideale non siano se non due gradi
della sintesi soggettiva, qualche cosa di simile della sintesi di primo e di
secondo grado, che Spaventa e Tocco han rilevate in Kant. Vale a dire,
bisognerebbe anche la sintesi reale ritenere pura operazione soggettiva; ma non
tanto soggettiva quanto la ideale, perchè l'una si esercita su una relazione
che la coscienza, questo ultimo motivo, questa. norma suprema della verità,
attribuisce al mondo esterno, lad dove l'altra non ragguaglia che termini
aventi un valore logico. La sintesi reale coglie, diciamo così, i rapporti
degli individui, in cui, secondo G., consiste la realtà; la sintesi ideale
coglie, invece, i rapporti che intercedono tra le idee generali, già formate
per la forza analitica e sintetica dello spirito. Di modo che la materia della
sintesi reale è oggettiva, nel senso che di Elem. di Psicologia. Non vi ha
fenomeni nel santuario del mio essero, dice G., Saggio, Saggio] cemmo poter
avere per G. l'oggetto; e la materia della ideale è una pura formazione
soggettiva. E se la coscienza ha da es sere sempre la fonte della verità, se
noi non possiamo parlare di altra verità, se non di quella che tale apparisce
alla coscienza, i rapporti che si scoprono dall'attività sintetica nella
materia og gettiva saranno rapporti reali, e si potrà pur dire che siano og
gettivi pel valore ( poichè il valore è attestato dalla coscienza); e i
rapporti che dalla stessa attività sintetica si scoprono nella materia
soggettiva, non possono avere più che un valore logico, perchè sono rapporti di
concetti, ci concetti nel concettualismo di G. non sono reali. Alla coscienza i
rapporti appariscono tali quali appariscono i termini che essi connettono; fra
termini oggettivi, rapporti reali; fra termini astratti e soggettivi, rapporti
ideali. I termini infatti non possono essere percepiti per quel che sono, se
non coi loro rapporti, coi quali e pei quali vengono ad essere quei dati
termini. Ma allora non bisogna separare la facoltà dell'analisi e della sintesi
da quella della sensibilità (o coscienza ), come fa G.; perchè la sensibilità
come tale non potrà mai percepire un rapporto, come bene avverte G. stesso.
Allora bisogna andare molto più addentro, che questi non sia andato, nel
concetto dell'unità del me. Certo è che G., mosso a scrivere il suo Saggio, che
è la sua opera capitale, dal bisogno di assodare la realtà del conoscere contro
la critica di Kant, non riesce a distrigarsi dal soggettivismo nella
epistemologia; e nella gnoseologia vi riesce solo contrapponendo al criticismo
kantiano un oggetto, che non è tale se non per un dommatismo preso dalla
coscienza volgare, e che non può non metter capo nella tesi scettica del
criticismo, appena venga innanzi alla riflessione scientifica. La sua stessa
critica perpetua di Kant, e quell'oscillare continuo tra le lodi più sincere e
il biasimo più acerbo del criticismo, dimostrano l'acutezza del suo spirito,
che intende la gravità del problema sol [SERBATI scrive al p. Giacomo Maso et Roma:
Pare a lei che la filosofia di G. è veramente sana? Noti bene, non metto in
dubbio le intenzioni dell'ottimo calabrese, a cui professo sincera stima. Parlo
solo della sua filosofia. Di questa dubito, o piuttosto non dubito; perocchè
agl’occhi miei ella si volge in circolo perpetuo dentro al soggetto-uomo, e nel
soggetto-uomo non vi ha nulla d’immutabilo: manca il punto fermo a cui
appoggiare la leva. Vedi La Sapienza] evato dal Kant, e insieme la sua
impotenza ad uscire da quel cerchio sconfortante segnato dal filosofo di
Koenigsberg attorno allo spirito umano; l'impotenza in cui rimase per non
essere salito al concetto adeguato di quella coscienza, che è il primo della sua
costruzione filosofica. E dopo quattro libri di discussioni, di polemiche
contro quei filosofi, trascendentali, che non si sa se siano filosofi che
ragionano, oppure frenetici che delirano, il saggio filosofico finisce
anch'esso nella tristezza del mistero: La scienza umana è limitata. Essa può
successivamente perfezionarsi. Ma essa non può oltrepassare certi limiti. Non è
più reciso l'ignorabimus di Reymond. E il primo limite dello spirito umano,
secondo G., è questo: noi abbiamo una nozione generale della sostanza, ma noi
non conosciamo affatto la natura, o come suol dirsi, l'essenza di ciascuna
sostanza in particolare. E fin qui ha ragione Kant. Secondo limite: ignorando
le prime sostanze, ignorar dobbiamo il come le cause efficienti producono i
loro effetti; e l'efficienza è per noi un mistero. Dunque nè anche nel ritener
soggettivo il rapporto di causalità ha poi un gran torto Kant! Ma tutto quello
che è incomprensibile, non è mica assurdo, avverte G.; e questo basta a salvare
la creazione. Terzo limite: noi ignoriamo affatto le qualità assolute de’primi
componenti de'corpi; noi conosciamo alcune qualità relative di alcuni aggregati
delle prime sostanze della materia. I corpi non sono tali quali a noi si
manifestano. E questo, in verità, è un po ' più di quel che sostiene Kant: pel
quale, se il NOUMENO va distinto dal fenomeno, appunto perchè ignoto, non si
può dire che differe dal fenomeno stesso. Differe? Non differe? Se a queste
domande si desse una risposta, non si ha più un noumeno. Qui, dunque, G. è più
kantiano di Kant. Quarto limite: la conoscenza importa successione, processo,
passare da un principio a ciò che ne procede : ma Dio è ne [Passo del Saggio
che CREDARO raccomanda a coloro che fanno di G. un kantiano; ni kantismo in
Romagnosi, Riv. ital. di filos.Vedi il celebre opuscolo Ueber d. Grenzen d .
Naturerkenntniss, Lipsia; e LANGE, Gesch. d . Materialismus, Iserlohn Saggio Saggio,
lui gazione assoluta di ogni successione: in questo essere infinito non vi è
alcuna cosa che precede l'altra; perciò la sua natura ci è perfettamente
inesplicabile ed incomprensibile. I metafisici intanto non si credono tutti
incapaci di comprendere la natura divina; ma uno di essi, e de' più moderati, GENOVESI
(si veda), avendo tentato, per esempio, di concepire in che modo questo mondo è
architettato dal divino progenitore, non è riuscito che a una spiegazione
contraddittoria. Il volere spiegare l'atto creatore intelligente è una
contraddizione; poichè è un supporre qualche cosa antecedente a (come GENOVESI
(si veda) è costretto a porre nel divino progrenitore prima l'essere e poi il
conoscere, prima il conoscere e poi il volere o l'operare. Questo è
incomprensibile, e lo scrutatore della divina maestà resta oppresso dalla sua
gloria proposizioni che non hanno forse il rigore scientifico della dialettica
trascendentale, ma che riescono, mi pare, al medesimo risultato. Che più? Kant
riconosce come tutti i filosofi il grande valore delle matematiche; ma anche in
esse G. trova dei limiti. Noi conosciamo esattamente, egli dice, le relazioni
logiche tra le nostre idee astratte; e ne son prova l'aritmetica e la
geometria. Ma noi non conosciamo tutte queste relazioni, perchè il loro numero
è inesauribile; e la conoscenza di queste relazioni non si estende quanto le
nostre idee. La nostra scienza è percið molto limitata sotto tutti i riguardi
egli conclude: ed è la conclusione del Saggio intero, vale a dire della sua
filosofia sperimentale. Questo mi pare criticismo schietto, sufficiente di
certo a fare ascrivere G. alla direzione kantiana, pur con tutte le sue più o
meno ragionevoli invettive contro il soggettivismo di Kant; se anche Testa, che
altri dice l'unico kantiano che abbia avuto l'Italia, è pur persuaso che Kant,
distruggendo il sensismo, non fosse riuscito a sostituirvi altro che un sistema
soggettivo che distrugge la scienza verace. Molto ha contribuito a mascherare
il kantismo galluppiano, e ben più che le sue dichiarazioni e le sue proteste,
che non [Vedi il capo X ed ultimo del lib. IV del Saggio . CREDARO, Testa e i
primordii del kantismo in Italia, Rendic. Acc. Lincei. Vedi dello stesso
CREDARO Il kantismo in Romagnosi (Riv. it. d. filos.), dove si oppone a chi fa
di G. un kantiano, uno dei soliti passi del Saggio contro il trascendentalismo.
Come scrive nel suo ultimo libro La mente di Taverna, Genova hanno o non
dovrebbero avere molto valore per la valutazione del critico, alcune speciali
dottrine, che basta accennare brevemente. E in primo luogo: rifiuta nientemeno
che la stessa sintesi a priori, che è come dire il nocciolo sostanziale del
kantismo. La distinzione che la scuola trascendentale pone fra i giudizii
analitici ed i giudizii sintetici a priori è assurda. Queste son parole di G..
E qui non si tratta di una semplice affermazione. C'è anche la prova. Se le due
idee A e B non hanno alcuna identità fra di esse, lo spirito non può
riguardarle che come distinte, e senz'alcun legame fra di loro: è impossibile,
dunque, ch'egli vi percepisca un rapporto necessario di convenienza fra di
esse: dire in conseguenza che lo spirito dee percepire necessariamente un
rapporto di convenienza fra due idee diverse è affermare che lo spirito puo
pronunciare una contraddizione evidente. Tutt'i giudizi necessarii debbono, in
ultima analisi, risolversi nel principio di contraddizione: essi son dunque tutti
analitici, ed i giudizii a priori non possono essere che necessarii. Ammettere
dei giudizi necessarii non poggiati sul principio di contraddizione è un
assurdo manifesto. Se lo spirito non vede alcuna contraddizione nell'opposto di
un suo giudizio, egli non può certamente riguardarlo come necessario. I giudizi
sintetici a priori non possono dunque esistere. Somiglia non po’, a dir vero,
al ragionamento di quel tale aristotelico restio agl'inviti di GALILEI (si
veda) di guardare attraverso il cannocchiale. Ma è il ragionamento di G.; e
questo basta allo storico, il quale dirà che il filosofo di Tropea, chiuso nel
cerchio della logica formale e nel ferreo apriorismo delle sue regole, non puo
ammettere e non ammise il risultato principale della Critica kantiana, che è la
sintesi a priori. In effetto, egli dice negl’elementi di logica pura, un
principio sintetico, puro, a priori come Kant lo suppone, è una cosa contraria
alle nozioni fondamen tali di una sana logica. Infatti, egli soggiunge,
prescindendo dall'esperienza, nella sfera delle mie idee, io non posso unire B
con A, se non riconoscendo che B è uguale ad A, o ne fa almeno parte. Che se B
eccede A in estensione in valore, come potrei attribuire ad A, come sua
proprietà, tale eccedente di B, non ritrovato in A? Saggio. Così la critica del
Saggio è confermata negl’elementi con esplicito appello alle leggi della logica
formale, per la quale certamente non è possibile la sintesi a priori kantiana,
perchè l'identità non è conciliabile colla differenza, e se la necessità
richiede l'identità, rifugge dalla differenza. È inutile mostrare il valore
della critica galluppiana, fondata come quella di Degerando con cui va
raffrontata, e quella stessa di SERBATI, sopra l'intelligenza della sintesi a
priori de sunta dalla sola Introduzione alla Critica della ragion pura (nella
2.a edizione) coi famosi esempii: 7 + 5 12 ecc. Giova piuttosto ricordare che
la vera sintesi a priori non con siste propriamente nell'unione di predicati a
soggetti, onde siano già belli e formati i concetti; bensi nella formazione
medesima dei concetti: problema, di cui non s'accorse affatto G., a proposito
di Kant, ma riproduce, del resto, e risolve egualmente nella sua teoria
dell'analisi e della sintesi, che, munite dei rapporti soggettivi dell'identità
e diversità, servono anzi tutto alla formazione delle idee, e nella sua teoria
del giudizio, essenzialmente distinto dal sentire, e necessario alla percezione
di qualsiasi rapporto. Questa della sintesi a priori è uno dei motivi
prediletti della critica italiana intorno alle dottrine del Kant, e ricorre
spesso nei saggi di G. Ma non è la sola teoria kantiana che egli [Ma, so
sintesi a priori e logica formale sono assolutamente inconciliabili, non
bisogna conchiudore: dunque, aut aut: o si rifiuta la sintesi a priori, o si
rifiuta la logica formale. Su questo punto si fa molta confusione. Vi torna su
in un lavoro; qui vuole solamente aggiungere, che la dottrina della sintesi a
priori fa parte della teoria della formazione delle conoscenze; laddove la
logica formale studia i rapporti delle conoscenze già formate o delle
conoscenze in sè; e notare, che, se il pensiero non ha da essere un quissimile
del vano lavoro delle danaidi, non s'ha da far consistere solo in un
accroscimento delle conoscenze, ma anche in un'intuiziono delle già acquisite.
Un anonimo nota in un opuscolo molto arguto e tagliente contro il nuovo
professore dell'università che le belle ed acute riflessioni, con cui G.
combatte negl’elementi della logica pura il giudizio sintetico a priori, sono
tolte da LAROMIGUIÈRE, Leçons de philos. Vedi : Degl’lementi e della Introd. allo
studio della filos. del celebre Bar. Galluppi, giudizio dato all'editore da un
suo amico, Napoli, De Bonis. L'opuscolo reca di Napoli. Scritto con molta
vivacità e castigatezza di lingua, rimprove a G. l'inesattezze di certi suoi
esempii presi dalla geometria e dall'algebra, l'ignoranza in generale delle
scienze fisiche e naturali, la scarna o niuna cognizione dei classici antichi
combatta. Anzi, non v'è quasi teoria esposta nella critica della ragion pura
che venga risparmiata nel saggio galluppiano e nelle parti delle altre opere
che ne dipendono. Lo spazio, il tempo, le categorie, lo schematismo, la
dialettica trascendentale gli offrono materia di lunghe e energiche
discussioni, il cui scopo è sempre la confutazione di Kant. Aggiungi le
frequenti proteste contro il trascendentalismo e l'idealismo, che per G.
equivalgono allo scetticismo, proteste nelle quali G. unisce a Kant Fichte e
Schelling, per quel poco che ne puo conoscere da traduzioni o esposizioni
francesi; ed è evidente che il lettore sbadato e il critico ottuso non
potessero e non possano vedere il filosofo di Tropea che agl’antipodi di quello
di Koenigsberg. Il vero è che per
un'esatta intelligenza delle dottrine di questo, il primo incontra
insormontabili difficoltà nei limiti della sua cultura; la quale non si estende
oltre la letteratura filosofica italiana e francese e alle traduzioni (allora
pochissime e affatto insufficienti) che ci sono in queste lingue delle opere
tedesche. Quello che puo intravvederne indirettamente, è naturale che gli dove
riuscire oscurissimo, e restargli innanzi con tali lacune, che s'egli ne ha
coscienza, non è certo provato alla critica della filosofia tedesca. Egli,
scrittore chiarissimo e pensatore analitico per eccellenza, manifestamente
soffre nello studio che puo fare di quegli scrittori. Nella critica di Fichte,
sforzandosi d'intendere il vero signifi della filosofia, la leggerezza
nell'appigliarsi alla moda francese, e quindi la pedanteria e confusione del
metodo analitico imitato dagl’ideologi, e perfino i barbarismi e l’improprietà
di espressione. L'opuscolo pare fa una certa impressione. Galluppi risponde col
silenzio. Ma i suoi pupilli con due opuscoli: D’un giudizio dato d’ignoto
giudice sur alcune parole del chiarissimo B. P. G. appella MORENO, Napoli,
Trani; Al giudizio dato d’un anonimo su talune opere del chiarissimo P. G.
risposta di PISANELLI, Napoli, Ruberto o Lotti. Curioso l'opuscolo di Pisanelli
nella parte in cui difende G. scrittore, per l'enfatica digressione che vi è
contro il purismo. Per questa parte invece Moreno riconosce che G. non è puro
elegante e gentil dicitore; il che non toglie ch'ei è, alla sua volta, pessimo
scrittore. Vodi le Considerazioni filosofiche sull'idealismo trascendentale e
sul razionalismo assoluto, Napoli. Di Schelling non pare che conosce nulla di
originale, all'infuori della trad. francese di Bruno. Di Fichte cita la trad.
francese della Bestimmung des Menschen.] cato della costui dottrina dell'io
puro, dichiara ai colleghi del l'Accademia francese. Qui l'oscurità alemanna
comincia ad affliggermi. Io che non amo ne' discorsi filosofici, se non che la
chiarezza e la precisione, son qui circondato dalle più dense tenebre. E
termina la sua memoria invocando le regole wolfiane De stylo philosophico, e
domandando agl’amici della verità e del progresso della filosofia, se lo
scrivere i trattati filosofici in un modo più oscuro di quello, in cui è
scritta la teogonia d’Esiodo, è esso un segno di progresso verso la verità o
pure verso l'errore. Altri più recentemente si son lagnati dell'oscurità di
alcuni scrittori filosofici, e si son levati in difesa del bello stile. Ma,
come nel caso di G., molto spesso l'oscurità che si vede negl’autori, non
dipende da un loro difetto, sibbene dalla insufficienza nostra a intenderli;
chè nessuno è chiaro a chi non sia preparato e non procuri in ogni modo e con
ogni mezzo d'intendere. Comunque, la dottrina di G. è cosa ben distinta e
diversa dalla sua intelligenza e dalla sua critica di Kant; e della prima è
indubitabile che s'ispira a Kant e non riesce a risultati essenzialmente
differenti. In sostanza egli è più kantiano di Kant. Questi, criticata la
ragion pura, nega il valore scientifico, oggettivo, della metafisica, ma le
riconosce un ufficio regolativo [CF. STRAWSON, PROFESSOR OF METAPHYSICAL
PHILOSOPHY], e scrive una metafisica della natura come una metafisica dei
costumi. Ma G. si rinchiude in un assoluto psicologismo, per usare parola
giobertiana; e, pienamente conseguente alla sua filosofia dell'esperienza,
tiene fermo alla dottrina dei limiti della scienza umana; e alla metafisica
sostituisce l'ideologia. La sua cattedra ufficiale è di logica e METAFISICA. Ma
egli nella Prolusione annunzia che tratta della filosofia teoretica, ossia
della scienza dell'umana scienza, e da pertanto la legislazione suprema di tutte
le scienze. La metafisica tratta, egli dice, delle idee essenziali all'umana
ragione. Nella prima lezione rifiuta la definizione della filosofia data da
Wolf, sostenendo che egli volle una [Ricordo per semplice curiosità che
sostenne il kantismo di G. RoDRIQUEZ, Lett. sulla filos. sogg . ed oggettiva DEL
BARONE G., Messina; cui rispose SIMONETTI, Analisi critica della Lettera ecc.
Napoli, Fernandes, Lezioni di log . e METAFISICA] definire piuttosto l'infinita
sapienza conforme a quel suo enunciato che Deus est philosophus absolute
summus, e attribuendo alla filosofia wolfiana il difetto ascrittole appunto da
Kant, di confondere la cosa con l'idea della cosa. Nella seconda lezione
commenta il suo concetto della filosofia come scienza del pensiere umano ne’suoi
elementi, nelle sue funzioni e nelle sue leggi; nozione, fa notare, della più
alta importanza. Prevede la possibile osservazione. Ma è il pensiero il solo
oggetto della filosofia? E la ontologia, la cosmologia, la teologia naturale,
la fisica? Queste scienze, risponde G., in parte si riducono alla ideologia,
scienza del pensiero, e in parte escono fuori dal campo della filosofia.
L'ontologia studia alcune nozioni universali, essenziali all'umano
intendimento; e la dottrina delle nozioni, delle idee non appartiene forse alla
scienza del pensiero? Lo stesso dicasi della cosmologia e della teologia
naturale. Sicchè G. conchiude. Tutte le parti dunque della metafisica
appartengono alla scienza del pensiere umano. Quanto alla fisica, in parte è
filosofia (psicologia, per le relazioni che questa scienza studia tra i fatti
fisici quali sono in sè e i fatti fisici quali appariscono a noi, e teologia);
e in parte, quale si tratta comunemente nelle scuole, se non può ridursi a
rigore alla scienza del pensiero, è nondimeno una scienza che le è contigua, e
che serve a rischiarare, ed a perfezionare la filosofia intellettuale. Sicché
la metafisica, nel sistema du G., è bella e ita assolutamente. E se la
filosofia per lui si divide com'è detto nella lezione in filosofia speculativa
o teoretica, che studia l'anima (soggetto del pensiero) in quanto conosce, e in
filosofia pratica, che studia l'anima in quanto vuole, è chiaro che nè anche
questa puo essere fondata su alcun principio metafisico. Kant non arriva a
questo punto. Ma prima di accennare i principii di G. nella filosofia pratica,
bisogna fare un'altra osservazione generale, che ci pare di non poca importanza.
Nella Prolusione G., vantando le ragioni del metodo sperimentale, avverte che
non bisogna però mutilarlo. Anzi prenderlo tutto intero nelle sue specie e ne’suoi
risultamenti; ne confonderlo con l'empirismo; giacchè la filosofia
intellettuale, come egli chiama quella che insegna, non ammette solamente
quelle esistenze, che cadono immediatamente sotto l'esperienza; ma quelle
ancora, che l’esperienze sperimentali suppongono necessarie. Quindi ella deduce
tanto dall'esistenza del mondo materiale, che da quella del mondo
intellettuale, che a noi si manifesta, l'esistenza eterna d’un’intelligenza
creatrice. E ciò in modo simile a quello in cui l'astronomia, partendo dal
cielo empirico, pone un cielo razionale. Il cielo razionale sarebbe il cielo
costruito dall'astronomo mercè la forza portentosa del calcolo, della geometria
e del raziocinio, onde si sbalza dal centro del planetario sistema la terra, e
vi si pone il sole; si trasforma in masse di meravigliosa grandezza quei
piccolissimi corpi, che sembrano tanti chiodi affissi nel firmamento, si
determina le distanze, le orbite ed i tempi delle rivoluzioni de’pianeti. Sicché,
per G., anche la filosofia intellettuale, la ideologia, la filosofia
dell'esperienza, con tutti i suoi limiti, ha il suo cielo razionale; come l'ha
del resto il criticismo con la sua cosa in sé. Ma la cosa in sè per Kant è un
puro concetto limite, di cui s'afferma l'essere non il come; che si afferma,
non si conosce; laddove G. dedica tutta la seconda parte della sua ideologia,
che intitola Teologia naturale, allo studio dell'assoluto e de’suoi attributi,
come se Kant non è mai esistito. Il nome di questo qui non ricorre se non nelle
ultime pagine, dove è detto insensato il suo impegno di contrastarci la
possibilità di una teologia naturale e filosofica. Ma tutta questa parte
evidentemente è non solo in contraddizione con la critica kantiana, ma anche
con lo stesso Saggio dell'autore, la cui conclusione riesce a quella dottrina
dei limiti della scienza. Che dire adunque del vero pensiero di G.? È vero,
come è detto nel saggio, che lo scrutatore della divina maestà resta oppresso
dalla sua gloria? O è vera la teologia delle lezioni? Le due dottrine sono
certamente inconciliabili. E io non dubito d’asserire, che se G. non scrive le lezioni
per i suoi pupilli a NAPOLI in uno de’periodi di più cupa servitù intellettuale
che attraversa il pensiero italiano, la seconda parte dell’ideologia non
sarebbe stata scritta. Questa opera, dice l'autore nella prefazione delle lezioni,
non è mica la ripetizione dei miei Elementi di filosofia nè di altra mia opera
antecedente. E nota altresì che serbando le leggi essenziali di un metodo, può
questo ricevere delle variazioni accidentali. Intende egli alludere alla
teologia naturale, di cui tratta per la prima volta in queste Lezioni? Si noti
che non parla di nuovi svolgimenti del suo pensiero, ma di variazioni di
metodo; onde non puo accennare a parti ora per la prima volta trattate della
sua filosofia che non importa alcuna modificazione di principii. Si noti anche che
la seconda parte dell'Ideologia è come appiccicata alla prima. Solo alla fine d’una
lezione, dell’ideologia, l'autore dice. L'essere è o finito o infinito. Io
divido perciò l'ideologia in due parti, nell'ideologia del finito ed in quella
del l'infinito. E in questa distinzione così accennata è tutta la ragione della
teologia naturale o ideologia dell'infinito, cui son dedicate le ultime lezioni
del corso. Le dottrine non essoteriche hanno ben più stretti legami coi
principii sostan ziali dello spirito d’un pensatore; e questi le fa sempre
sgorgare specialmente quando siano dottrine così importanti, rispetto a quella
filosofia dell'esperienza, onde G. si
proclama sempre assertore le fa sempre sgorgare, bene o male, dalle dottrine
per l'innanzi professate, le pone, bene o male, in accordo con esse, per
rimanere esso stesso d'accordo con sè medesimo. Nell'opera di G nulla di tutto
questo. Io propendo pertanto a non attribuire alcun valore a quella parte delle
lezioni nel sistema delle idee galluppiane. Non penso già che egli le detta e
le pubblica contro la sua coscienza, ma certo contro la sua coscienza
filosofica. Egli pensa certamente quanto scrive e insegna degl’attributi
divini; ma quella parte del suo pensiero non è stata da lui elaborata
filosoficamente ne coordinata quindi alla sua speculazione. Chi insegna e non
s'è trova nel caso del nostro filosofo, di esser costretto da un programma a
insegnare anche ciò che il suo spirito non ha maturato e fatto suo, e
insegnarlo quindi nella forma in cui ordi nariamente si dà, e in cui è pur bene
che sia offerto all'intelletto del pupillo? Chi non si trova a dover insegnare
qualcosa di più di quello che in buona fede e a rigore potrebbe dir di sapere,
o di quello ond'egli può dirsi veramente persuaso? Chi oltre a ciò che, per sè
e per altrui, deduce chiaramente da’propri principii non ha insegnato
qualcos'altro, che da quei principii sinceramente non sa derivare nè per altrui
nè per sè? G. non ha per sè una teologia più filosofica di quella che è esposta
nelle [Della religione tratta anche negl’elementi di filos. morale. Ma se la
sbriga in un breve capitolo, che non ha nessuna pretensione filosofica, e si
limita a una semplice notizia molto compendiosa del concetto della religione
cristiana.] sue Lezioni; in questa fermasi il suo pensiero; ma stimo che non vi
s'acquetasse; perchè una consapevole o inconscia insoddisfazione dove fargli
sentire che nella sua filosofia dell'esperienza non c'è posto per quella
teologia. S'è accennato che sulla fine della teologia naturale l’autore si
ricorda dell'impegno insensato di Kant di contrastare la possibilità di una
teologia. E che fa egli per combattere l'assunto kantiano? Scrive così. Kant
insegna che i giudizii su cui la teologia naturale – cf. WILDE’S READERSHIP IN
NATURAL THEOLOGY -- e filosofica poggia, sono sintetici a priori e fenomenici,
privi di una assoluta realtà. Egli dice che le verità necessarie della teologia
naturale non sono mica identiche, ma sintetiche; e che le verità di fatto non
sono che mere apparenze, che fenomeni privi della realtà noumenica ed assoluta,
indipendente dal nostro modo di vedere. G., nella critica della conoscenza segue
passo passo la dialettica kantiana; e volendo parlar con giustizia, non può
negarmisi, che l'ha invincibilmente distrutta. G. mostra che i giudizii
sintetici a priori sono assurdi; mostra eziandio che le verità sperimentali ci
danno pure delle conoscenze delle cose in se stesse considerate. Questo è
tutto. Ora, poniamo che è esatta l'esposizione del pensiero del Kant. Ma la
critica della sintesi a priori non giustifica, tutto al più, che la posizione
dell'assoluto, come avviene per l'appunto nel Saggio dello stesso G.; dove
partendo dalla pretesa impossibilità dei giudizii sintetici a priori, si dice,
contro Kant, che non è tale neppure il principio: dato il condizionale, si deve
dare l'assoluto; e si conchiude quindi che il condizionale dell'esperienza è
reale in sé, non fenomenico, e che nella sua realtà è pur data quella
dell'assoluto. E nel Saggio tutto finisce li. E la conclusione dell'opera è
quella che ab [Acoopna al Saggio filosofico; Lez. Quindi accenna alle critiche
che alla sua confutazione della sintesi a priori aveva mosse ROVERE (si veda) nel
Rinnovamento e lo ribatte. Un'ottima osservazione contro questa deduzione fa
col suo solito acume Tesia, il quale crede come SERBATI che G. non mova un
passo fuori del soggettivismo. È falsa, egli dice, la premessa che il
condizionale sotto il rispetto del condizionale sia un termine dato
dall'esperienza. Quosta non ci dà che sensazioni e sentimenti. Ma le sensazioni
non sono il condizionale? Si, sono, ma non ci sono date come tali
dall'esperienza. La qualità d'essere condizionale è una veduta dello spirito,
non è nella sensazione, opperò non è trovata nella sensazione. Vedi Le ricerche
apolog. del crist, del popolo da Bignami esaminate, Lugano] biamo vista. Gli
attributi divini son dichiarati incomprensibili. Nè quell'assoluto del Saggio
differisce molto dalla cosa in sè kantiana. Ma nelle lezioni non c'è solo
l'assoluto, bensì la scienza del l'assoluto; e non viene giustificata. La
conclusione dell'opera si limita ad affermare che mostrando l'oggettività delle
nozioni di sostanza, di causa e dell'assoluto, il criticismo è rovesciato, e la
realtà della conoscenza è stabilita. Sono le ultime parole delle lezioni; ma
potrebbero essere a miglior ragione le ultime del Saggio, perchè in quelle si
cerca di provare qualcosa più dell'oggettività della nozione che la mente
possiede dell'assoluto. Se la teologia naturale avesse avuto nella mente di G.
la stessa saldezza dei principii più genuini della filosofia dell'esperienza,
la sua etica non avrebbe mancato di esservi subordinata. Invece ne è
assolutamente indipendente. Anzi, pure inspirandosi all'idealismo kantiano, non
tiene affatto conto dell’esigenze sentite dal Kant nella Critica della ragion
pratica e nella FONDAZIONE DELLA METAFISICA DEI COSTUMI. Forse egli non conosce
nulla direttamente di queste opere, e della morale kantiana non dove avere che
l'indiretta notizia fornitagli dalle solite esposizioni francesi. Non per
questo si può dire con certi critici, che i suoi quattro volumi della Filosofia
della volontà non contengono nulla di nuovo, anzi, di fronte a Locke ed Hume,
ed a tutta la specula zione contemporanea, segnano un sensibile regresso verso
il vecchio rancidume metafisico e teologico. Chi giudica così non deve avere
grande familiarità con questo rancidume, e certo è assolutamente falsa la sua
sentenza, che la morale galluppiana sia ispirata all'idealità patristica e
scolastica. Non si potrebbe dire nulla di più inesatto intorno a quella morale.
Basta una sommaria esposizione per convincersene. Bisogna prima di tutto
osservare, che G. insegna filosofia teoretica o, com'egli dice, intellettuale;
e non v'ha quindi occasione di trattar mai la morale. Ma egli pubblica un volumetto
del suo manuale scolastico, gl’elementi della FILOSOFIA MORALE [cfr. AUSTIN,
WHITE’S PROFESSOR OF MORAL PHILOSOPHY, dopo Hare]; e prima d'assumere
l'insegnamento scrive La filosofia della volontà, Vedi l'art. La speculazione di P. G., Rivista
di filos, e sc. affini di BOLOGNA. In essa, secondo che egli dichiara nella prefazione,
si propone di trattare in un'opera estesa lo stesso argomento di quegl’elementi,
ma col metodo stesso del saggio filosofico, ossia con la discussione e l'esame
delle varie dottrine relative ad ogni materia. Ma non dove aver compiuto il
lavoro prima di salire la CATTEDRA di logica e METAFISICA; e non pare che vi
sia potuto più tornare; sicchè non tutte le parti del volumetto degl’elementi
vi sono riprese e novellamente trattate con quella maggiore larghezza, che
l'autore s'èproposta. E il disegno di essa, delineato sulla traccia degl’elementi,
gli rimase colorito meno che a metà. Nella Filosofia della volontà comincia dal
distinguere nell'uomo l'agente fisico della natura, disposto o mosso ad operare
pel fine della propria felicità, e l'agente morale, disposto o mosso ad operare
dal principio del proprio dovere. Distingue anche i movimenti che nel corpo
umano si osservano, in meccanici, che non dipendono dalla volontà, e volontari,
per cui sol tanto l'uomo può dirsi agente. Chiama quindi filosofia della
volontà quella scienza che fa conoscer l'uomo considerato come un agente; e
divide questa scienza in quattro parti. Nella prima, dice esamino l'uomo considerato generalmente come
un agente. Nella seconda l’esamino sotto l'aspetto d’agente morale. Nella terza
sotto l'aspetto d’agente fisico. E nella quarta finalmente l'esamino riguardo
alla sua esistenza in uno stato futuro, dopo il fenomeno della morte; e ciò in
conseguenza della sua virtù e de' suoi vizi. Questo il disegno. Ma delle
quattro parti ideate i primi tre volumi dell'opera e il primo capitolo del
quarto trattano solo la prima. Gl’ultimi due capitoli di questo quarto volume e
dell'opera iniziano appena la trattazione della seconda, com'è svolta negl’elementi;
e DELLA TERZA E DELLA QUARTA NON C’È NULLA; laddove negl’elementi l'una, intitolata
De' mezzi per esser felice, è trattata con relativa larghezza, e dell'altra c'è
pure un cenno col titolo, Della religione. Sicché, quantunque l'autore
appaiasse questa sua filosofia della volontà col saggio filosofico, come
l'opera contenente la sua filosofia pratica accanto a quella contenente la [I
primi due volumi, presso Giachetti in Napoli; il 3.° vol., presso la stamperia
Tramater in Napoli. La dedica al MARCHESE DI PETRACATELLA reca Napoli] a sua
filosofia teoretica; è evidente, che se la filosofia della volontà presenta
discusse con grande ampiezza questioni brevemente accennate negl’elementi, di
questi non può fare meno chi voglia acquistare un concetto compiuto delle
teorie pratiche galluppiane; e in essi deve principalmente attingere quella
parte di coteste teorie, che spetta più propriamente alla morale. Dal disegno
stesso dell'opera maggiore si scorge un pregio non comune in questo ramo della
filosofia del nostro: voglio dire la pienezza del suo concetto dello spirito
pratico. Egli, com'è chiaro già da quelle semplici indicazioni, non vede tra la
felicità e il dovere quella dualità inconciliabile, in cui si dibatte l'etica
prima di Kant e nello stesso Kant; quella dualità che finisce inevitabilmente,
secondo l'uno o l'altro pensatore, o con la negazione dell'uno o con la negazione
dell'altro principio, o nel concetto puramente utilitario o in quello del puro
disinteresse. G. vede che sono due i fini dell'umano volere: due fini però
conciliabili tra loro, sì che uno non importi la negazione dell'altro. L’uomo
infatti è agente fisico e agente morale insieme; e per es sere agente fisico
non cessa di essere agente morale; e viceversa: segno manifesto, che tra i due
fini non c'è opposizione assoluta. La confutazione perentoria dell'utilitarismo
(UTILITARIAN, FUTILITARIAN) dal punto di vista etico sta in questo concetto,
che G. vide nettamente, come apparrà meglio dalla notizia che ora ne daremo.
Tutta la prima parte della sua filosofia pratica s'aggira adunque intorno
all'attività in generale dell'uomo: è, come noi diremmo, una semplice
psicologia pratica. Parla quindi del desiderio, della volontà, dell'influenza
della volontà sull’intelletto, e viceversa, e in generale dei principii motori
della volontà, e della libertà umana. Questa è la trattazione più ampia, e
occupa quasi per intero il secondo e il terzo volume della Filosofia della
volontà. Non avendo voluto G. lasciare
senza risposta nessuno degl’argomenti che sono stati addotti contro l'esistenza
del libero volere. Della volontà il nostro dice che non può definirsi. Ne fa una
facoltà, avvertendo bensì, che le diverse facoltà, che concepiamo nel nostro
spirito, non sono certamente tanti agenti diversi: esse non sono che lo spirito
stesso considerato relativamente ad una determinata specie di modificazioni,
che avvengono in lui. Si potrebbe intendere per volontà la facoltà [Quindi,
secondo l'autore, è volontà il nostro spirito stesso considerato relativa di
volere; ma questo come ogni atto semplice non può definirsi, e non se ne può
altrimenti avere la nozione che dirigendo la nostra attenzione sul sentimento
che abbiamo di questo atto, ossia ricorrendo alla nostra personale coscienza.
La volontà senza gl’atti di volere è indeterminata come volontà; è lo spirito
stesso in generale. La determinazione della volontà è la produzione de’voleri
particolari; e siccome, dice G. stesso, lo spirito è il principio efficiente
de'voleri, così può dirsi tanto che lo spirito determina se stesso, quanto che
la volontà determina se stessa. La volontà, come nota Locke, va ben distinta
dal desiderio. Un idropico, malgrado il desiderio di bere, si astiene
dall'acqua. Egli dunque DESIDERA DI BERE, ma NON VUOL bere. In tali casi vi
sono desiderii opposti, fra i quali la volontà si determina. Per G. tra
desiderio e volere c'è una recisa differenza. Quello non è, come ordinariamente
si crede, un fatto d'attività dello spirito, ma, come oggi si direbbe, un fatto
puramente emotivo; quel misto di piacevole e di spiacevole onde lo spirito è
affetto per la percezione d'una sensazione in se stessa piacevole, ma assente,
e però causa d'un dispiacere tanto maggiore, quanto più lontano è il futuro, in
cui si pensa che essa sarà provata, Quando, come fa Wolff, si vede nel
desiderio uno sforzo, un'avversione, un'inclinazione, o ci si contenta di
metafore fallaci, o si confonde col desiderio il volere, onde i movimenti
corporei sono l'effetto. Sforzo, tendenza, inclinazione, allontanamento son
tutti vocaboli, che applicati all'anima non presentano alcun senso. Come dal
desiderio, la volontà va distinta dall'intelletto; sicchè può parlarsi di
un'influenza esercitata dalla volontà sul l'intelletto, come di un'influenza
esercitata dall'intelletto sulla volontà. Quanto alla prima, G. vede un potere
della volontà perfino nelle sensazioni, in quanto lo spirito può esporre o pure
sottrarre i propri sensi all'azione de’corpi esterni; e quindi procurarsi o
privarsi di alcune date sensazioni. Quindi mente a quella specie di
modificazioni, che abbiam chiamato voleri. Insomma, gl’atti singoli
presuppongono un quid nella natura dello spirito; o questo quid è la volontà. Filos.
d. vol., Psych, emp. L'autore s'accorge che questo potere della volontà si
esercita indiretta ci parla di sensazioni volontarie e sensazioni involontarie;
e come i desiderii sono un effetto delle sensazioni, trova che vi sono e
desiderii volontari e desiderii involontari; e come anche i fantasmi seguono le
sensazioni, anche tra i fantasmi pone la stessa distinzione nel campo
dell'immaginazione. Quando si passa dalla sensibilità alle facoltà dell'analisi
e della sintesi, non si tratta più di un potere indiretto, ma im mediato della
volontà sull'intelletto; e dicesi attenzione; nel cui studio l'autore si
trattiene con diligenza e acutezza, che fan degne quelle pagine di esser lette
ancora, pur dopo tanto progresso nella conoscenza dei fenomeni psicologici. E
come l'analisi e la sintesi sono le due attività spirituali onde vengono
prodotte tutte le conoscenze, l'impero su di esse vale l'impero su tutto il
conoscere. Che più? L'associazione è anch'essa volontaria e involontaria.
L'abito, questa seconda natura morale, può dirsi anch'esso volontario, quando
consta della ripetizione volontaria di atti volontari; e conferisce a
quell'educazione onde ognuno è responsabile, poichè egli ne è l'artefice. I
giudizii temerarii sono colpevoli, perchè volontari; in essi l'attenzione si
volge a fantasmi, cui non dovrebbe rivolgersi, e l'uomo vuol manifestare i
giudizii che da quei fantasmi deriva, confondendo l'immaginare col giudicare.
Infine, da questo impero della volontà sull’intelletto la distinzione dei
moralisti di ignoranza vincibile e invincibile. In quanto all'influenza
dell'intelletto sulla volontà, è chiaro: che la vita dello spirito, come nota G.,
comincia dalle sensazioni. Ora queste, secondo che sono piacevoli o no,
determinano lo sviluppo dell'attività dell'anima; suscitano i desiderii che
influiscono sulla volontà. Quindi nasce il problema: in quanti modi
l'intelletto influisce sulla volontà? E se ciò che nel nostro spirito dispone o
eccita la volontà all'atto di volere, dicesi principio attivo della volontà, si
domanda: quanti sono i principii attivi della volontà? E non sono RIDUCIBILI
TUTTI AD UN SOLO PRINCIPIO, come sue varie modificazioni? Elvezio concentra
tutti i principii dello spirito nella fisica sensibilità. Ma, annientata così
tutta l'attività dell'anima, e mente; ma non vede che pertanto in questi casi
trattasi d'un impero del volere sul corpo, e non propriamente sull'intelletto.
Tutta questa dottrina dell'influenza della volontà sull'intelletto è anche negl’Elem.
l’uomo riguardato come solamente sensitivo ed animale, la virtù nei saggi d’Elvezio
scomparve dall'universo, e vi è rimpiazzata da un grossolano egoismo. L'uomo
per Elvezio è tutto ciò che le cause esterne lo fanno essere. Egli rica le
conseguenze logiche più rigorose dal sensismo del Condillac, che uso tutti i
riguardi per la morale e per la religione, ma non ragiona coerentemente al suo
principio della sensazione trasformata. Elvezio parte dallo stesso principio, e
ne deduce illazioni che fanno orrore. Ma, come è falso nella filosofia
intellettuale che tutto sia sensibilità fisica o da essa derivi, com'è falso
ridurre il giudizio che è attività sintetica e analitica, al mero fatto passivo
della sen sazione, così è falso nella filosofia pratica non distinguere dalla
passività del senso l'attività e la libertà della volontà, e non riconoscere
l'origine soggettiva del dovere. Non è vero che tutto lo spirito sia
sensibilità; e perciò il presupposto elveziano è privo di fondamento. Non è
vero che i piaceri e i dolori, che agiscono sul volere, sieno in ultima analisi
sempre piaceri o dolori fisici provenienti da sensazioni; è incontrastabile,
che vi sono anche piaceri o dolori intellettuali provenienti da pensieri.
Quindi una prima divisione dei principii motori della volontà o motivi:
desiderii inriflessi, quelli in cui lo spirito è passivo, e principii riflessi,
in cui lo spirito è attivo. I primi si possono dire anche semplicemente
desiderii, gli altri, ragioni. I principii irriflessi si possono ridurre a
sette; appetito fisico (fame, sete, amor fisico), desiderio della propria
eccellenza, curiosità, sociabilità, desiderio della gloria, emulazione e
potere, affezioni. La ragione è principio d’atti volitivi come principio
economico e come principio morale; o, come G. dice, in quanto esamina ciò che
conviene alla nostra felicità, fa il calcolo dei beni e dei mali, e dirige le
nostre azioni a produrre un certo stato dell'anima; e allora si chiama prudenza
; e in quanto ci mostra il bene e il male morale, e ci comanda di far l'uno e
non far l'altro; e allora può dirsi ragione legislatrice della nostra volontà. I
principii della prudenza sono quattro: un piacere che ci priva di maggiori
piaceri è un male; un piacere, che ci produce maggiori dolori, è un male. Un
dolore, che ci libera da maggiori dolori, è un bene. Un dolore, che ci produce
maggiori piaceri, è un bene. A questo punto l'autore si propone la questione
della libertà, alla quale dedica la maggior parte del l'opera sua, ma della
quale noi ci sbrigheremo in poche parole. Questa è la parte più vecchia della
sua filosofia, e una delle meno logicamente dedotte dai principii della sua
speculazione. In essa egli sente la forza del pregiudizio come impedimento
insormontabile alla visione della verità più evidente; e ci si vede la
sopravvivenza di una vecchia dottrina, che mal si connette all'organismo del
nuovo pensiero; anzi vi rimane aggiunta e giustapposta come membro morto che
l'artificio collochi al posto di quello che manca in un corpo vivo. Dal suo
concetto dell'unità metafisica dell'io, dal suo concetto delle facoltà come
semplici principii costitutivi della natura dello spirito, G. avrebbe dovuto
esser condotto a più elevato e concreto concetto della libertà, che non sia
quello da lui ancora difeso a forza di sottigliezze ingannevoli e d'illusorii
ragionamenti. Egli vede la distinzione tra sensibilità, intelletto, e volontà,
di cui fa tre facoltà distinte, ma pur facendole scaturire dall'unico io, non
giunge a scorgerne la recondita unità. E veramente, separato l'intelletto dalla
volontà, da ciò che v'ha d’umano, di spirituale nella volontà, non è possibile
altro con cetto di questa, all'infuori di quel vuoto volere, che è il
fondamento della libertà bilaterale. Questa è la libertà a cui giunge G.: la
libertà per cui nell'atto stesso che vogliamo [GRICE SCRATCH MY HEAD], potremmo
non volere; quel potere, che non si esercita, e la cui essenza stessa è di non
esercitarsi nel momento stesso che lo sentiamo. Questa libertà del volere è
determinata nettamente dal suo confronto con la necessità del sillogismo. La
coscienza ci attesta, che noi non siamo liberi di tirare o non da due premesse quella
data conclusione, laddove ci attesta il contrario rispetto ai singoli atti del
volere. E siccome [Nella Filosofia della volontà tutto finisce con la
enumerazione di queste leggi. Negl’Elementi invece, tutto un capitolo è
dedicato ai MEZZI PER ESSER FELICE (CF. GRICE, SOME REFLECTIONS ON HAPPINESS).
Quivi fra i piaceri intellettuali si annovera il piacere estetico; e quindi i passi
contengono una breve trattazione di estetica. Elem. La libertà, io dico, è il
potere di volere, o di NON volere un oggetto percepito; Filos. d. vol.] la
coscienza è quel fatto fondamentale, a cui il filosofo deve sem pre far capo,
la sua testimonianza basta a provare la realtà della libertà. Tutti gl’argomenti
contrari non reggono alla critica. Ma negl’Elementi G., prima di appellarsi al
testimonio della coscienza, ricorre a un argomento, che rivela subito la
paternità kantiana. Nella coscienza del dovere e del premio o delle pene che
spettano all’azioni si comprende, egli dice, la coscienza della nostra LIBERTÀ
(cf. GRICE FREEDOM). Non si comandano le azioni necessarie, come non si comanda
ad un sasso il cadere se non è sostenuto (FREE FALL). Le azioni necessarie non
sono riguardate come meritevoli nè di premio, nè di pena. La coscienza della
legge interiore contiene la coscienza della propria LIBERTÀ (GRICE FREEDOM).Il
comando suppone in colui, a cui è diretto, il potere di eseguirlo e di NON
eseguirlo. Devi; dunque, puoi, dice Kant. Non bisogna, del resto, porre G. fra
le anticaglie pel suo concetto della LIBERTÀ (GRICE FREEDOM). L’INDETERMINISMO
ANZI È UNA DELLE CONCEZIONI OGGI ALLA MODA; E NON MANCA IN ITALIA DI
RAPPRESENTANTI; i quali si sforzano di combattere il concetto della direzione
unica ed unilineare degl’atti del volere, ponendo nello spirito un
irriconciliabile dualismo, che lacera internamente l'unità dell'individuo
umano, e sta quasi condizione necessaria, se non sufficiente, della libertà
morale. E ancora uno dei più acuti psicologi che ha l'Italia afferma che il
concetto del volere libero, cioè non coatto estrinsecamente (libertas a
coactione), nè intrinsecamente (libertas a necessitate) è una verità, la quale,
sebbene accanitamente combattuta da molti e sotto molti rispetti, resta sempre
inconcussa per chi, scevro da pregiudizii e forte nelle convinzioni morali, non
si lascia smuovere da’sofismi ne turbare dalle difficoltà. Il vero è, che una
questione mal posta non può aver mai la sua vera soluzione; e potrà sempre far
accettare or l’una or l'altra di due opposte soluzioni. Quella del libero
arbitrio è stata appunto una questione mal posta, per l'indeterminatezza del
con cetto del volere, su cui si fonda. Giacchè, se si determina rigorosamente
il volere, è impossibile escluderne la ragione, e non vedere quindi, che se han
torto gl’indeterministi a difendere la libertas Filos.; cfr. gli Elem. Vedi il
lodato saggio di PETRONE, I limiti del determinismo scientifico, Modena, Roma;
cfr . BOUTROUX, De la contingence des lois de la nature, Paris. BONATELLI,
Elem. di psicologia e logica, Padova]a necessitate, non hanno minor torto i
deterministi a combattere la libertas a coactione: gl’uni perdendosi in una
vuota creazione dell'intelletto astratto, gl’altri rompendo nello scoglio
fallace del meccanismo. E dire che non è mantato chi ponesse bene la questione,
e le desse quindi una soluzione da soddisfare le opposte esigenze e dissipare
tutte le difficoltà! Stabilita, comunque, l'esistenza della libertà morale, si
tratta per G. di risolvere questo problema: esiste un bene e un male morale? E
ne chiede la soluzione, anche questa volta, alla coscienza. L'esistenza del
bene e del male morale, e per conseguenza di una legge morale naturale, è una
verità primitiva attestataci dalla nostra coscienza. Darne una dimostrazione è
impossibile, senza avvolgersi in circoli viziosi, al pari di chi volesse
provare allo scettico l'esistenza e la realtà del nostro conoscere. La
coscienza ci dice che esiste una legge morale naturale, ossia necessaria ed
originaria che si dice dovere: indipendente dalla legge positiva, come
dall'opinione altrui, valida nel segreto dell'anima nostra. Donde viene a noi
la nozione di essa? Chi indipendentemente dalla legge positiva mi comanda di
non uccidere un uomo, di RENDERGLI IL DEPOSITO, CHE MI HA CONFIDATO? È la mia
ragione, la quale comanda alla mia volontà. Son io che comando interiormente a
me stesso. Questo comando non mi viene dunque dal di fuori; ma dall'interno del
mio essere. Il predicato dei giudizii morali è l'idea del dovere; e questa idea
viene da noi, dice il nostro filosofo, non dagl’oggetti. La nozione del dovere,
egli dice anche esplicitamente, è una nozione soggettiva essenziale alla nostra
ragione. Meglio non si potrebbe dire. Altro che rancidume, e idealità
patristica e scolastica! Nessuna più esplicita e più coraggiosa proposizione
avrebbe potuto pronunziarsi in omaggio al moderno, al vero soggettivismo.
Soggettivo il dovere, ma anche essenziale: questa è la giusta definizione non
solo del vero soggettivo, ma anche del vero oggettivo, dopo Kant, quando bene
s'intenda. E nella morale G. riproduce Kant bene inteso, senza esitazioni e
senza limitazioni. Annunziata la soggettività del dovere egli dice con accento
di sincerità commovente. È questa una verità per me evidente, e credo che tale
sembrerà a chiunque vi rifletta di buona fede. Filos. d. Vol. Tutto ciò trovasi
anche negl’Elementi. La nozione del dovere rende la ragione ragion pratica o
legislativa (tutta terminologia kantiana, come si vede). Essa è essenziale alla
ragione, e perciò potrebbe dirsi innata. Ma non sono già innati i principii
della morale, ossia i singoli doveri. Non uccidere: se questo precetto fosse
innato, dovrebbe esser tale anche l'idea d’omicidio, la quale ci viene invece
dall'esperienza. L'uomo è però costituito di tal natura, che la nozione del
dovere sorte, nelle occasioni, dal suo proprio fondo. Insomma, quel che vi ha
di a priori in G., come in Kant, è la forma del giudizio pratico; e la materia
è data dall'esperienza. In che consista il dovere, non è determinato in quella
nozione soggettiva ed essenziale, che costituisce la Ragion pratica. Di a
priori nello spirito e quindi di essenziale nei fatti etici non havvi che il
predicato onde si giudicano le azioni morali: cioè appunto la forma.
Soggettivista come Kant, G. è del pari formalista nella morale. La nozione del
dovere, egli dice, sorte dall'interno di noi medesimi, ed applicandosi alle
azioni che si presentano allo spirito costituisce quei giudizii, che sono
precetti o COMANDI – COMMANDAMENTI o MANDAMENTI. Questi precetti, in
conseguenza, son proposizioni *SINTETICHE*; poi chè essi sono un prodotto
necessario della sintesi della RAGIONE, che aggiunge ad alcuni dati atti liberi
l'elemento del dovere. Questi giudizii, sebbene suppongano alcuni dati
sperimentali, non sono però sperimentali. Essi possono, in conseguenza,
riguardarsi come giudizii A PRIORI. Questa dottrina non ha bisogno di commento.
In essa l'implacabile avversario del Saggio filosofico riconosce la verità del
sistema di quel grande uomo, com'egli lo chiama nella morale, che è Kant, In
varie parti delle mie opere filosofiche, dice nella Filosofia della volontà, io
ho mostrato l'assurdità de'giudizii SINTETICI A PRIORI,, ammessi dalla scuola
di Kant. Ma i giudizii sintetici di cui ho io parlato nelle mie opere di
filosofia teoretica, sono giudizii teoretici, non già giudizii pratici. E negli
Elementi di morale. I giudizii sintetici a priori TEORICI mi sembrano assurdi.
Ma dall'esame profondo della nostra facoltà di volere son forzato di ammettere
i giudizii sintetici A PRIORI PRATICI, i quali son precetti. Mi sembra
impossibile lo stabilire altrimenti la moralità delle azioni. Elem., Filos.
della vol.. Fuori di questo soggettivismo morale G., come Kant, non vede altro
che EUDEMONISMO (alla Grice/Ackrill), o morale dell'interesse (alla Butler),
come egli dice; e questa gli pare soltanto una morale apparente. Quando
s'intende la giustizia come un interesse bene inteso, si finisce
necessariamente col sommettere la giustizia a qualche cosa che non è la
giustizia. Distinguendo l'interesse bene inteso dal male inteso, non si pongono
in opposizione due interessi differenti.Al contrario, si pone in fatto, che non
vi ha che un interesse unico, che l'uomo giusto e l'uomo ingiusto hanno
egualmente in veduta; e che fra essi non vi ha che questa differenza, che
l'uomo giusto è un uomo accorto, e l'ingiusto un imbecille. Ora contro questa
concezione morale militano tre argomenti. La volontà dell'uomo virtuoso
differisce intrinsecamente da quella dell'uomo vizioso. Laddove nella morale
dell'interesse la volontà d’entrambi è unica; perchè entrambi vogliono la cosa
stessa: il proprio utile (UTILITARIAN, FUTILITARIAN). La virtù vera è una dote
del volere; e nella morale dell'interesse, invece, sta tutta nell'accortezza
dell'operare; poichè col cuore più perfido si può saper fare il proprio utile. La
legge morale dee essere assoluta ed universale. Invece la morale utilitaria è
fondata sulla situazione ipotica dell'uomo, la quale, cambiandosi, cambia
parimenti nell'uomo il principio di direzione, e la virtù diviene vizio, il
vizio virtù. Sicché la morale utilitaria è falsa, distruggitrice d’ogni vera
virtù si privata che pubblica. La virtù è causa della FELICITÀ; poichè, se
diviene mezzo, cessa di essere virtù. La morale è essenzialmente disinteressata.
La virtù è amabile per se stessa, indipendentemente dal premio, che la segue.
Ma la coscienza di averla praticata dev'essere un piacere puro distinto dal
piacere preveduto dal premio, ed indipendente da questo. Nella Filosofia della
volontà l'autore sostiene che se il principio dell'utile non può produrre la
virtù, nondimeno può concorrere col principio del dovere a produrla. Non manca
tuttavia di notare che tale concorrenza non impedisce, che l'azione sia
prodotta dal principio disinteressato del dovere; poichè il princi [Filos. d.
vol. G. non ammetto che dall'utile proprio possa nascere l'utile altrui, che
l'egoismo, come ora si direbbe, possa generare l'altruismo. L'uomo nulla può
amare fuori di se stesso se non per se stesso. Fil. d . vol.; Elementi] pio
dell’utile in tal caso toglie solamente o diminuisce gl’ostacoli all'esercizio
della virtù. Sicché, insomma, non è una vera e propria concorrenza. L'azione
morale è effetto unicamente del principio del dovere assoluto e universale, CATEGORICO.
Pare che G. si opponga alla rigidezza razionalistica della morale di Kant; ma
in realtà sono d'accordo nella medesima dottrina. Negl’Elementi l'autore pare
accenni veramente a Kant, dove dice. Alcuni filosofi alemanni hanno preteso che
l'ubbidienza al dovere dee esser l'effetto del puro rispetto della ragione per
la legge, senza alcuna specie di piacere, nè di amore. Una tal dottrina è
falsa, e contraria alla testimonianza irrefragabile della coscienza. Ma egli spiega
così il suo pensiero. Non si dee esser giusto e benefico, per esser felice;
poichè anche quando la moralità non fosse una sorgente di felicità, non si
dovrebbe abbandonare. Ma più la virtù è pura e disinteressata, più vivo è il
piacere, che risulta dalla coscienza di averla praticata. Il piacere unito
all'esercizio del proprio dovere dispone all'azione doverosa la volontà
dell'essere ragionevole. Ma non bisogna confondere le conseguenze di un fine
col fine stesso. L'uomo virtuoso vuole il dovere per se stesso: e questo è il
fine ultimo della sua volontà; egli, in conseguenza, non fa il dovere per lo
piacere; ma il piacere non lascia di accompagnare la pratica del dovere. Ora
questa dottrina è in opposizione a un kantismo mal inteso: al kantismo cui s'allude
da Schiller nel famoso epigramma sullo scrupolo di coscienza. Ma Kant, in
verità, non ammette meno di G. quel piacere che consiste nella soddisfazione
che ci dà la coscienza d'aver adempiuto il proprio dovere; ma come G. tene a
distinguere questo piacere morale consecutivo all'azione virtuosa dal piacere
patologico a cui uò essere ispirata un'azione non virtuosa; ad affermare che il
sentimento morale è conseguenza non principio P. es. nella prefazione alla
Tugendlehre scrive. Ich habe an einem Orte (der Berlinischer Monatsschrift) den
Unterschied der Lust, welche pathologisch ist, von der moralischen, wie ich
glaubo, auf die einfachsten Ausdrücke zurückgeführt. Die Last nähmlich, welche
vor der Befolgung des Gesetzes hergeben muss, damit diesem gemässgehandelt
werde, ist pathologisch, und das Verhalten folgt der Naturordnung; diejenige
abor, vor welcher das Gesetz hergeben muss, damit sie empfunden werde, ist in
der sittlichen Ordnung. Werke (ed.
Rosenkr.); cfr . Krit. pr. Vern., in Werke.
della moralità. Kant bensì
osserva che il piacere per l'atto virtuoso compiuto e il rimorso per il delitto
presuppone che si sa apprezzare il valore del dovere e l'autorità della legge
morale; ond’è che la legge morale è il fondamento di questi sentimenti, non
viceversa. Si deve essere, dice Kant, almeno per metà di già galantuomini per
potersi fare un’idea di tali sentimenti. Osservazione che mi pare perentoria
contro ogni specie d’EUDEMONISMO (alla GRICE). Sicché, anche per questo
rispetto, la morale di G. riproduce quella del Kant. Nella morale G. si attiene
al criticismo del saggio filosofico. La sua morale, come quella di KANT, è
indipendente dall'esistenza di Dio. All'ateo, con la sola considerazione
dell'umana natura può provare l'esistenza del bene e del male morale,
indipendentemente dalla considerazione dell'utile. Perchè l’ateo, qualora non
voglia esser sordo alla voce della coscienza, non può non riconoscere una legge
morale, che gli comanda di esser giusto e benefico. Giacchè il dovere si
conosce per se stesso, è un elemento semplice di tutte le verità morali, che
sgorga dall’intimo di noi stessi. Le difficoltà d’altri incontrate a dedurre
dalla natura umana per sè considerata la legislazione morale, derivano dalla
inesatta e incompleta comprensione di questa natura; cui si attribuisce solo il
principio dell'utile e si nega il principio morale. Si parte dal principio che
nella natura umana non vi può essere altro principio RAZIONALE d’azione che
quello della propria felicità. Ora qual meraviglia che partendo da un principio
insufficiente a generare il dovere non si giunga ragionando con conseguenza ad
una verità pratica? Anzi, secondo G., l'idea del divino non è sufficiente a
spiegarci l'origine del dovere: perchè una conoscenza teoretica non è
sufficiente a generare un principio pratico. Ma, dice GENOVESI (cf. GRAZIA,
FILOSOFIA ORTODOSSA), LA RAGIONE umana è fallibile: è spesso traviata dal
personale interesse. Eppero i suoi dettami non possono essere norma delle
nostre azioni. E G. replica, che questo scoglio non si evita certo con la tesi
dell'origine di [Cfr. del resto questo passo di G. I difonsori della moralo
dell'interesso bene riguardano il rimorso come motivi, che debbano determinar
l'uomo a fare il proprio dovero. Ma noi sostenghiamo, che l'uomo virtuoso dee
fare e fa il proprio dovere per se stesso, indipendentemente dagl’effetti che
seguono dalla pratica della virtù e da quelli del vizio. Filos. vina della
morale. Perchè la legge morale bisogna sempre che sia conosciuta dagl’uomini; e
conosciuta, naturalmente, per mezzo della loro RAGIONE. Nè maggior valore ha
l'argomento a cui arrestavasi TAMBURINI (si veda): che non si può concepire
legge senza legislatore. Il legislatore, dice G., è essa LA RAGIONE, in quanto
ragione pratica. Un ultimo punto d'incontro di G. con Kant è il seguente.
Secondo il filosofo italiano è un principio essenziale della RAGION pratica che
la virtù è degna di premio, il vizio è degno di pena: giudizio *SINTETICO* A
PRIORI. Ora, se noi crediamo a questo principio, dobbiamo pure credere
all'immortalità del nostro spirito; perchè l'uomo virtuoso in questa terra non
è sempre felice, nè sempre sfortunato il malvagio. Che il vizio dev'esser
punito intanto è indimostrabile, come che la virtù debb’esser premiata. E
indimostrabile, perchè è un giudizio *SINTETICO*. Ma è legge inalterabilmente
impressa nella realtà del mio essere; è la voce di quella RAGION pratica, che è
la legislatrice delle nostre azioni, e che non ci può ingannare, se la virtù
non è nome vano. Uno stato è necessario in cui quel principio ha il suo valore
reale, la sua piena esecuzione. Inoltre, io trovo nel santuario del mio essere
la necessità d'una ricompensa della virtù e d’una punizione del vizio; vi trovo
pertanto la necessità di un giudice supremo. Vi è dunque un'intelligenza
suprema, infinita, assoluta, che si manifesta a tutti gl’esseri intelligenti.
Questo supremo legislatore e giudice è il divino. È, comesi vede, su per giù,
la teoria kantiana dei postulati della RAGION pratica. Ma G. sente la
difficoltà che s'oppone a una deduzione teoretica da un'esigenza morale, e si
domanda: possiamo noi sulla semplice esistenza delle nostre affezioni in noi,
stabilire la realtà degl’oggetti di esse? Anche al Kant si affaccia un problema
simile; e fa escogitare quella teoria del primato della RAGION pratica sulla
ragion teoretica, che è una vera rinunzia a ogni diritto di vero e proprio
filosofare, e perciò a ogni fondamento filosofico della stessa morale. G. non
fa motto di questa teorica, forse convinto della sua manchevolezza, e tenta
ogni via per distrigarsi dalla difficoltà ravvisata. Ma non pare che le ragioni
trovate lo persuadano bene. Giacchè, infine, Elem. Vedi l’ottime osservazioni di
MATURI, Principii di filosofia, Napoli, si prova a dimostrare l'immortalità
dell'anima, indirettamente, dimostrando che non si può provarne la mortalità.
Se pure que sta può dirsi dimostrazione. Egli dice in sostanza, dopo qualche
esitazione. L’esperienza ci mostra che gl’oggetti delle nostre affezioni sono
reali. Ma fra le nostre affezioni c'è la tendenza alla immortalità. Dunque
l'anima è realmente immortale. Bisogna riconoscere che in generale le nostre
tendenze naturali non sono defraudate del loro oggetto. Una di queste tendenze
è la curiosità. E non possiamo noi forse, dice G., spesso soddisfare la nostra
curiosità. Questo spesso, veramente, guasta, e non poco, l'argomentazione dell’autore;
il quale si contenta di constatare con l'esperienza. Non vi ha alcuna tendenza
nel cuore umano la quale non possa qualche volta raggiungere l'oggetto cui ella
tende. Qualche volta! Dunque l'asserzione dell'immortalità dell'anima non è
nulla d'apodittico. È meramente problematica. Per dirla schietta, il nostro
filosofo è convinto che il domma dell'immortalità importi alla filosofia morale
come il più fermo sostegno della virtù infelice ed un freno potente alla
licenza del vizio. Ma chiuso nel suo sperimentalismo, ignaro degl’espedienti
mal fidi del Kant, non sa fondare teoricamente il suo principio, non sa darne
una giustificazione filosofica. Più filosofo nella sua impotenza degl’odierni
prammatisti, che con la maggiore disinvoltura creano una metafisica per uso e
consumo della morale, quasi che lo spirito ha fine più degno del vero. Quasi
che il bene potesse fare a meno di essere il vero bene. Stabiliti comunque i
suoi principii generali della morale, che sono principii essenzialmente
formali, come tutti i principii soggettivi, si può rimproverare a G. ch'egli ne
deduca i singoli doveri. Ma anche in questo egli s'accorda col KANT, la cui dottrina
della virtù, nella seconda parte della metafisica dei costumi, per quanti
sforzi facesse l'autore di salvare il suo formalismo, è in assoluta
contraddizione col principio formale da cui si vuol derivare. Il formalista
così nella logica come nella morale deve lasciare alla storia il compito di dare
un contenuto alle leggi soggettive, epperò necessarie ed universali, dello
spirito. Certo, con tutti i suoi difetti, che non sono solamente suoi, anche
nella morale G. rappresenta un progresso immenso Elem. della filos. morale,
cap. sui filosofi precedenti. In conchiusione, egli con le sue ispirazioni
kantiane, co'suoi studi accuratissimi su tutta la gnoseologia post-cartesiana
si libera dalle angustie del sensismo e dello spiritualismo dommatico; e inizia
in ITALIA un nuovo periodo speculativo; nel quale il nostro pensiero,
rinsanguato delle idee più vitali della filosofia tedesca, si solleva con SERBATTI
e con GIOBERTI a un'altezza non più toccata da noi dopo i grandi pensatori del
Rinascimento. Galluppi errs in calling natural
semiotics, ‘il linguaggio dell natura,’ since no tongue is involved!” But we
can forgive him for that since he genially realizes, unlike King Alfred, that
one can use ‘dire’, ‘con questo moto del ditto, egli dice al compagno che vada
da B in C” Segno figurato, motto dei bracci quando imito il moto de pesare para
figurar paragonare. – Grice: “Gallupi’s scheme is a complex, and much better
than Locke. He
notes that ‘natural’ can apply to ‘sign’, and it is a natural fact that men
will start using ‘natural’ signs in an artificial way – this he calls ‘natural
sign’ – in that it is already an utterer making the gesture, as when he
sneezes, intentionally. Galluppi has always in mind the dyad, what he calls il
‘compagno’ – so he plays with fifty variants on a theme. A makes a gesture –
with the finger, with the arm --. Galluppi speaks of the ‘proposizione’ being
communicated even in these cases – a ‘grido’ is equivalent to the proposizione
that the compagno is to ‘turn his attention towards the utterer’ – In the
‘natural’ sign, as used in communication, we are already in the realm of the
artificial – only a black cloud naturally means rain – Galluppi hardly dwells
on a ‘grido’ signifying pain in a natural way. He notes that we progress. And
he keeps looking for the reasons in the utterer and the addressee for all this.
So like me, he looks for a motivational rationale – a ‘semantic’ freedom – or
‘prammatica’ as he would say. Since he is an illuminista, he is only concerned
about this in terms of a minimal taxonomy of signs. So between the signs used
in communication he distinguishes three types: the imitative, the indicative
(different criteria) and the figured sign – not figurative – ‘segno figurato’ –
when a lot of pantomime takes place. It is only THEN that he explores the
arbitrariness: one loses one’s compagno, and utters, “Where are you?” – so
since this worked, they agree that ‘Where are you’ will mean, “I lost you –
where are you?” --. And then we have a full lingo – or semiosis. He rightly
thinks that his is an improvement over Lucrezio!” Pasquale Galluppi. Galluppi. Keywords: gesto, grido, gemito,
moto del ditto, dolore, causa del dolore, circustanza, segno naturale, segno
istituito, segno commune (istituito per la comprensione mutua), segno
arbitrario, segno artificiale, segno imitative, segno indicatore, segno figurato,
segno analogico, segno figurativo -- gesto della mano, lo sguardo, communicare,
sentire, volere, Gentile, il canone nella storiografia filosofica italiana –
Gentile su Galluppi. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Galluppi," per
Il Club Anglo-Italiano,The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Galvano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’arte naturale – filosofia torinese – scuola di Torino –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Abstract.
Grice: “I often use ‘gesture’ when I want to explain communication
teleologically, and so did Cicero! -- Keywords: gesture. Filosofo torinese. Filosofo
piemontese. Filosofo Italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Galvano; he has
philosophised on aesthetics, on ‘spirit and blood,’ and on polytheism, citing
Sallust!” Frequenta la scuola a
via Galliari, animata da Casorati. Fonda
L'Unione Culturale di Torino. Promuove il “Movimento Arte Concreta” – cf. Arte
Astratta Insegna all’Accademia Albertina. Dizionario Biografico degl’Italiani. FONDAZIONE GIORGIO AMENDOLA E ASSOCIAZIONE
LUCANA LEVI Mantovani Motto G. Fare, pensare, vivere la
pittura"i Pmm gr s m dz de 2zpA—A_t} PA "o Saggi di MANTOVANI MOTTO BOTTA OLIVIERI G. Fare,
pensare, vivere la pittura Aver puntato il senso della propria vita sui
segni e sui colori sarà stata magari una puntata inutile ma non elusiva e
non insincera G.] FONDAZIONE AMENDOLA AssociaziIoNE LUCANA IN
PieMONTE Carto LEVI MOSTRA D'ARTE DI G. Torino presso la Sala
Mostre dell’Associazione Lucana Levi e della Fondazione Amendola
Con il Patrocinio di Con la collaborazione di REGIONE CONSIGLIO wc I
GALLERIA TORINO olii MIN FEONIE DEL PIEMONTE att Sen DEL
PIEMONTE Quello è stato un biennio segnato dalle notevoli difficoltà
imposte dalla pandemia da Covid-19. Alla luce delle molte restrizioni, la
Fondazione Amendola ha cercato, nel limite del possibile, di proseguire
con le proprie attività di divulgazione e promozione culturale
adattando spazi e metodologie alle esigenze del periodo, rispondendo
all'emergenza coronavirus con iniziative dinamiche e creative, passando
per la fruizione digitale per permettere agli utenti di restare a casa,
come le disposizioni prescrivono, senza perdersi dei contenuti
culturali. Sotto questa prospettiva e, nonostante le molteplici
difficoltà, il lavoro svolto per ricordare l'artista torinese G. è stato
importante. La Fondazione Amendola ha ritenuto opportuno offrire alla
città di Torino e non solo, la possibilità di accedere gratuitamente
all'incontro con l’opera artistica e intellettuale di una delle figure di
spicco del panorama artistico italiano della seconda metà del novecento.
L'iniziativa, di rilievo nazionale, ha permesso di raccogliere artisti e
intellettuali di tutta Italia che hanno collaborato con G. e che tuttora
ricoprono un ruolo fondamentale nella produzione culturale del nostro Paese. Cerabona
Presidente della Fondazione Amendola Studi, Convegni, Ricerche della
Fondazione Amendola e dell’Associazione Lucana Levi Presidente
Fotografie delle opere PROSPERO CERABONA CORONGI Curatore mostra e
catalogo Direttore Responsabile MANTOVANI CERABONA Scritti di
Redazione MANTOVANI, MOTTO, BOTTA, ADRIANO OLIVIERI DOMENICO CERABONA,
FERRARI Progetto ed allestimento MANTOVANI MOTTO, IL RINNOVAMENTO Fotocomposizione EDITRICE
IL RINNOVAMENTO Ente promotore Fondazione Amendola VIDEOIMPAGINAZIONE
GRAFICA DI TESTI E IMMAGINI Associazione Lucana in Piemonte Levi VIA
TOLLEGNO TORINO Si ringraziano per il prestito delle opere e la collaborazione:
Galleria del Ponte (Torino), Civica Galleria d'Arte Contemporanea Filippo
Scroppo (Torre Pellice), Stefania e Testa, Liliana Dematteis, la famiglia
Maggiorotto e tutti gli altri prestatori che hanno preferito restare anonimi.
Si ringrazia Barzan per la realizzazione delle docu-interviste. G. e la
pittura Mantovani G.: la fedeltà alla pittura Motto Da discepolo a
interprete. G. e Casorati Botta Gli occhi fervidi e il sapore di
cenere. G.: Decadentismo, Simbolismo, Art Nouveau Olivieri Opere esposte ARTE
DI VENEZIA GATMAZH TEAOZ GANATOZ XXVI: ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D
G. BIENNALE Foto Giacomelli - Venezia FOTOTECA
ASA. G. e la pittura. Mantovani Da pittore, G. pone tre
livelli d’indagine; come qualsiasi artista intelligente, se non fosse
che, nel caso suo e di non molti altri, i tre livelli si presentano
specialmente complessi e coltivati con consapevole separatezza e problematica
interconnessione: Il primo livello comporta chiedersi che
pittore G. sia stato e, ovviamente, interrogarsi sulla specie e
sulla qualità della pittura (delle pitture) che ha messo in opera nel
lungo percorso, sicuro e tortuoso, che lo ha impegnato pressoché
ininterrottamente. Il secondo livello comporta mettere a fuoco la
concezione (le concezioni) ch'egli ha elaborato della pittura, in quanto
da critico (e autocritico: nella sua scrittura, l’autoritrattoè un vero e
proprio genere!) si è occupato dell’arte, in particolare della pittura,
conuna intensità, una pervicacia, una curiosità sempre sveglia,
direi aggressiva, in un'epoca provocatoria e insieme minacciata dalla
condiscendente banalizzazione. Ma, forse, il nodo più difficile da
sciogliere è quale rapporto ci sia tra il praticante pittura (è questa
l’arte scrive di sé della quale
ab- biamo, bene o male, una qualche esperienza vissuta e non
crediamo se non ai discorsi che nascono da questa esperienza”, dove si
radica anche la militanza del critico) e il teorico che usa gli strumenti
del filosofo, dell’antropologo, dello psicanalista, dello storico (da
competente, eppure mai imprigionato dallo specialismo? e anche meno
dall’appartenenza) Si può daffermare che ogni suo scritto è occasione per
una autoanalisi. Come, d'altra parte, che l'autobiografia non è mai cronaca
contingente, invece occasione per andare oltre la cosiddetta evidenza dei
fatti, per indagarne radici e proiezioni. G., La pittura, lo spirito e il
sangue, in “Tendenza” Torino, in G., La pittura, lo spirito e il sangue,
a cura di Mantovani, Il Quadrante, Torino; G., Diagnosi del moderno, a
cura di Ruffino, Aragno editore Torino. Gallino, in AG., Atti del
Convegno, Torino a cura di Pinottini. Bulzoni editore, Roma: "Se
l’eclettismo diventa una condizio- ne dell'esercizio dell’arte, è anche
la qualificazione dello status dell’intellettuale, che, in ogni specifico
ambito d'indagine, è sollecitato a non perdere di vista la visione d'insieme
dei problemi. La polemica di G. contro la specializzazione, quale
esclusiva procedura del sapere, risponde a tale regola metodologica.
In- dubbiamente, in ogni attività culturale, è necessaria una
partico- lare competenza, ma, al di là del suo confine, s'impone l'esigenza
del controllo unitario dei suoi esiti e delle sue
interpretazioni”. Ruffino, (Com)plessi galvanici, introduzione a Diagnosi
del moderno, cit.,: “Contro lo specialismo, ... G. sferra una controffensiva
senza tregua e a tutto campo: sul piano pratico, opponendo al tecnicismo la
tèchne (nel suo caso quella pittorica); sul piano morale, opponendo alla
provvisorietà della posa il rigore della presa di posizione (ma mai
irrigidita in partito preso); sul piano estetico, opponendo ai miraggi di
progresso illi- mitato espressi dal Funzionale le ragioni dell’Organico,
capace di suscitare creazioni vive. Interessato “da una parte all'eredità
del tardo romantici- A. G. con Mariacarla e Pino Mantovani, Racconigi per
affrontare la pittura, alla quale riconosce una singolare
centralità. Tutti questi temi mi hanno per decenni accompagnato e
sollecitato. I miei primi interventi su G. pittore risalgono, la
presentazione ad una personale presso la Maggiorotto di
Cavallermaggiore, seconda di una serie dedi- cata ai protagonisti del MAC
torinese; ma già nel marzo dello stesso anno avevo tracciato, con
la collaborazione dei miei allievi in Accademia, un quadro della
pittura degli anni Cinquanta a Torino nel Museo Civico di Casa Cavassa a
Saluzzo’, sulla falsariga delle indicazioni che Galvano aveva for-
nito a T. Sauvage? per una storia ancora regionale dell’arte italiana nel
Dopoguerra; e sul catalogo della mostra Arte a Torino, nel smo e del
decadentismo: Mallarmé e Bergson, ‘esoteristi e filosofi della vita’,
psicanalisi ed esistenzialismo, dall'altra alla severità dello storicismo
crociano e all'esempio del rigoroso metodo critico negli studi di storia
dell’arte Lettore di Klages, di Jung o di Guénon, ma anche studioso di
Kant e di Hegel (G., Perché non possiamo non dirci crociani, in “Numero. Attento
a Freud come a Jung. Curioso delle storie, nel tempo e nello spazio,
pronto a coglierne, nella comune umanità, le differenze e le istruttive
potenzialità. 5 Pittura a Torino, a cura di G. Mantovani, catalogo
della mostra, Museo Civico di Casa Cavassa, Saluzzo. Sauvage (pseudonimo
di Schwarz) Pittura italiana del Dopoguerra; Ed. Schwarz, Milano, il
testo fu ripubblicato con integrazioni e il titolo La pittura a Torino in
“Letteratura”, Torino, successivamente in A. G., La pittura; e G.,
Diagnosi. Arte a Torino, a cura di Bandini, Mantovani, Poli, catalogo
della mostra, Torino salone d’onore
dell’Accademia Albertina, dedicavo a G. l’intervento, anche oltre gli
anni definiti nel titolo. Mi trovo, pertanto, a incrociare in queste
pagine scritti pubblicati in un arco di tempo di circa quarant'anni, con
il proposito, spero non solo narcisistico, di organizzare in di-
scorso unitario contributi sparpagliati e spesso di non facile
reperimento. Proprio dalla presentazione Maggiorotto poi variamente
elaborata per occasioni ulteriori dedicate appunto al MAC, come il
catalogo per la esposizione del MAC torinese sempre curata dalla
Maggiorotto alla Expo Arte Fiera Internazionale di Arte Contemporanea di
Bari, la presentazione del catalogo Albino Galvano, Proferio Grossi,
Luiso Sturla, Artecentro, Milano, fino al saggio sul movimen- to
torinese nel volume per la mostra MAC/ESPACE TORINO È VIa S. GIULIA
TORINO Pre. PARISOT |F. SCROPPO Bollettino «Arte
Concreta. all’Acquario di Roma—mi parlogico cominciare, non
tanto perché uno dei primi approcci al tema
allora potevo anche contare sul rapporto diretto con Galvano, ma
devo dire che la sua disponibilità non era invasiva e tanto meno arcigna
rispetto alle inter- pretazioni che venissero proposte del suo impegno
quanto perché vi si pongono i fondamenti del mio interesse per l'artista
/critico / filosofo. L'incipit che sceglievo allora mi pare sia ancora il
migliore possibile; non mio, intendiamoci, invece proprio di Albino
che Il saggio e rielaborato come prefazione a G., La
pittura, lo spirito e il sangue, cit. Mantovani, Pittori concreti a
Torino, in MAC-ESPACE - Arte concreta in Italia e in Francia, a cura di Canani
e Genova, catalogo della mostra, l'Acquario Romano, Roma, ed Bora,
Bologna. così aveva concluso un asterisco sul Bollettino “Arte
Concreta; “E scopriremo che è un programma [quello del MAC le cui
premesse erano già nei romanzi dei tempi della nonna? Tanto meglio,
almeno avremo evitato l'equivoco più antipatico che grava sull'arte
astratta: che si tratti di cosa moderna 0, peggio, d'avanguardia.
Una fulminante risposta al nemico Borgese che sul Corriere della Sera,
aveva definito A’ rebours di Huysmans, un romanzo, fonte peraltro
di tuttele velleità estetiste dell'avanguardia: fornendo unovvio spunto
polemico non saprei quanto consapevole, nel caso addirittura masochistico
a chi da anni si occupava del rapporto tra le cosiddette
“avanguardie” ela linea dal Romanticismo al Simboli- smo; ma anche agli
amici di Milano che si riconoscevano nel programma di Sintesi delle Arti
pubblicato nello H | FIL sintesi allo studio b 24
dal 21-2 al i: se ? i fi 5 5!
È s7 A. G. riproduzione di Verso Occidente, Biennale di
Venezia stesso Bollettino, che prevedeva “il diretto concorso di tecnici
e artisti, sul piano della stretta collabora- zione, per il
raggiungimento finale d’un concreto il quale aderisca alla funzione in
armonia di colleganza fra il mondo della forma, lo spazio e
l'applicazione pratica dell’opera collettiva”! viva il design, la
grafica e l'estetico diffuso, dunque. Come non bastasse, G. conclude
l'asterisco citato rigettando qualsiasi attualismo:” Che bel giorno
quello in cui potremo lavorare in pace al compito che la storia ci ha
affidato, certi che nonè sulla misura della contingente attualità L'asterisco,
cioè l'osservazione, la messa a punto marginale è il contributo che
Galvano sceglie per intervenire criticamente liberamente sui Bollettini
del MAC (e altrove). 11 E Passoni, Le arti e la tecnica, Arte Concreta,
ried. anastatica, a cura della galleria Spriano, Omegna. che il nostro lavoro
verrà giudicato! Il fatto è che G. non intende escludere tutta la
complessità di rimandi e proiezioni, soggettivi ed oggettivi, che i
linguaggi dell'immagine specialmente quando non siano troppo condizionati
da tecniche o ideologiche motivazioni si portano dietro e dentro, e che,
del resto, la cultura moderna indaga con particolare impegno e
analizza con rinnovata strumentazione, mentre altri linguaggi
dell’immaginario—la poesia, la narrativa, lamusica stanno sperimentando a
tentoni forme “nuove” (o vecchie !? o antiche, al punto d’essere originarie.
Neppure, d'altra parte, egli intende abbandonare la pittura come
linguaggio specifico, proprio quella tradizionale (tela, carta o
qualunque supporto piano, disegnoe colore, gesti e tracce a formar
figure); per quanto metta in conto uno spostamento dall’iconico
all’aniconico, dal descrittivo all’evocativo, dall’allusivo
all’emblematico, dal geometrico al rit- mico al gestuale; ciò che non
precluderebbe peraltro “la possibilità di uno scambio e di una
penetrazione sempre possibili nell'esercizio di una lettura
figurativa per elementi, segno, colore, movimento, materia ecc.
Confessiamo di essere segretamente d'accordo con Borgese [quando invita a
rileggere A’ rebours]. Perché l'essere agli antipodi [delle scelte di
Huysmans e delle preferenze in pittura del suo eroe Des Esseintes] è
troppo vitalmente legato a ciò che rifiuta per non riprenderlo su di un
piano meno esterno: e le citazioni dalla Blavatzky e da Steiner del Kandinsky
della ‘Geistige’, l'appartenenza a circoli teosofici di Mondrian giovane,
il fatto che uno dei primi scritti italiani sull'arte astratta sia di J.
Evola sono ben significativi di un rapporto ambivalente — di rifiuto per
la ca- rica letteraria, moralistica o immoralistica, del simbolismo
speso alla spicciola nell’allusività delle immagini e della messa in
scena, e insieme di accettazione di quel gusto di allusioni e
suggestioni, di segrete corrispondenze tra immagini e speculazioni che
nelle sue due facce: sensualmente umbratile l'una, simbolicamente
intellettuale l’altra hanno ostinatamente tentato di aprirsi una strada — sia
pure affidandosi alla romantica barca ‘ebbra’- dalle varie forme di resa
alla prosasticità del realismo”. Ancora dall'asterisco citato di G. in “Arte
concreta”. Azzardo un'ipotesi (certo suggestionato dal recente catalogo
della mostra La regione delle Madri. I paesaggi di Osvaldo Licini, Elec-
ta, Milano, in particolare dal saggio di Bracalente, Licini oltre la
geometria: una primordiale genesi del mondo): che Galvano non abbia
ignorato “Valori primordiali”, e in particolare l’opera di F. Celiberti,
anche lui proveniente da studi di storia delle religioni, tanto
importante per Licini proiettato dalla fine degli anni Trenta oltre la
geometria, specialmente nell’incrocio tra teosofia, esisten- zialismo e
fenomenologia (Paci e Banfi), e per comuni interessi per Spengler,
Klages, Guénon ... e per l'alta poesia romantica. Dipingere con colori e
pennelli ... è stata una costante del mio lavoro nei suoi vari cicli,
anche quando come spettatore ho pregiato e difeso esperienze varie e
opposte. Ma è certo che, se è venuto via via recuperando alla mia
pittura quell’attaccamento alle gidiane nourritures terrestres che
confessa- vo in un altro mio scritto, nei quadri qui presentati esse
hanno perso ogni ghiottoneria che non sia quella dell'occhio
contemplan- te: in bocca è solo sapore di cenere. Ciottoli, fossili: l'eco
della vita in ciò che non ha vita o non l’ha più. G., Autopresenta-
zione della Personale, Piemonte Artistico Culturale,
Torino). Libretto di iscrizione a magistero. non diversi da
quelli che consentono la valutazione di ogni buona pittura”! Perfino le
‘’ giuste ragioni” concesse ai concretisti milanesi sembrano far parte
di un gioco alquanto provocatorio, portando il discorso dal livello
tecnico a quello culturale ed etico, di una eticità sempre esposta, in un
certo senso negativa (“demoniaca”, nella cultura occidentale, di
radice inevitabilmente cristiana anche nella più spinta laicità). Firmando
con Biglione, Parisot e Scroppo quello che a ragione o a torto è
considerato il manifesto del movimento torinese, G. aggira gli
ottimistici programmi dei milanesi, espressi nei manifesti dell’ Arte
Organica, del Macchinismo, del Disintegrismo, dell'Arte Totale!’
che sanno ancora tanto di Futurismo, e dichiara che carattere essenziale
nella scelta dei nuovi adepti è la “responsabilità liberamente assunta
sul limite più impegnativo ... di lotta contro ogni conformismo e
pigrizia intellettuale” nel campo della pittura come in diversa
applicazione estetica e pratica, senza compromessi e “senza pudore”. Il fatto è
che G. (e G., presentazione della collettiva, Bordoni, G., Jarema,
Parisot, Scroppo, Galleria del Fiore, Milano Cfr. “Arte Concreta L'unico
atteggiamento ragionevole è quello di lavorare attendendo colla sincerità di
chi sa che lo spirito ama le posizioni estreme ed attive, non i
compromessi”. (G., L'evasione, in “Il Selvaggio”, 15 gennaio 1940,
ripubblicato in G., Diagnosi del moderno (cur. Ruffino). con lui Parisot,
Scroppo, Montalcini, Biglione e Carol Rama, per nominare tutti i torinesi
che aderiscono più o meno convinti al MAC)ha dietro le spalle una ventina
abbondante d’anni di lavoro non ovviamente mirato allo sbocco astratto.
Basta pensare alla frequenza orgogliosamente esibita fino
all'ultimo della scuola di Casorati (sul quale elabora un importante
saggio che punta non poco sulla stagione simbolista sull'argomento si
rimanda all'intervento in questo catalogo di Botta), al rapporto
con il neoimpressionismo dei Sei, in va- riante espressionista; al fatto
che egli medita, continua a meditare sul significato e sul valore della
scelta moderna”, essenziale, inevitabile, ma problematica nelle
ragioni, nei modi, negli obiettivi; infine, che ha una formazione teorica
e storica — aggiungerei una struttura psicologica ed una educazione — che
non gli consentono di utilizzare a cuor leggero la strategia del
manifesto, di ascendenza futurista, e in genere le dichiarazioni
programmatiche!8: una questione di carattere e di stile oltre che di
metodo e di cultura. Del resto, G. affronta il tema in testi
antecedenti di alcuni anni, ne utilizzo uno in particolare: La pittura,
lo spirito e il sangue”, che uscì nel 1946 sul primo ed unico numero
della rivista “Tendenza”, nell’ambiziosa prospettiva dei direttori
responsabili — lo stesso G. ed Oriani — Rivista mensile di Arti figurative. Certo
esistono di G. saggi più importanti come quelli che elenco
innota?°, dove il tema è affrontato con argomentazioni analitiche e
storicamente complesse, ma continuo a trovare snodo esemplare nella
vicenda dell'artista il brevesaggio citato. Anche la data è importante, a
guer- Il dubbio, lo scetticismo, l'ambiguità come tensione fra op-
posti sono fondamenti del suo metodo, che non è irrazionale, invece di un
razionalismo critico che mai cede allo schema ideolo- gico o alla rigida
consequenzialità. Nonacaso ho scelto il titolo del saggio come titolo per
la citata Antologia di G., edita dal Quadrante, Torino. Diversi saggi di
grande respiro, G. pubblica negli anni immediatamente successivi alla
seconda Guerra mondiale. Elenco in ordine cronologico quelli ripubblicati
sull’Antologia citata, consenziente l’autore: Aspetti del problema
estetico dell’esistenzialismo, Atti del Congresso internazionale di Filosofia,
Castellani e C ed., Roma;
L'esistenzialismo, a cur. Castelli ZUBIENA (si veda), Milano; Storicità e
significato dell’arte “astratta”, in Archivio di filosofia”, Milano, “Galleria di Lettere ed Arti;
Medioevo e Romanticismo, “Questioni” n. 2, 1955; Vita e forma in alcune
ricerche di estetica contemporanea, Atti del IIl Congresso In-
ternazionale di Estetica, Venezia 1956, edito dalla “Rivista di Esteti-
ca”, Torino 1957; Le poetiche del simbolismo e l'origine dell’Astrattismo
figurativo, Studi in onore di L. Venturi, Roma. All'elenco si aggiungono
i saggi pubblicati in successive occasioni: in partico- lare sul catalogo
della Antologica postuma: Omaggio a G., a cura di Fossati, Garimoldi, M. C.
Mundici, catalogo della mostra, Circolo degli Artisti, Torino e, con
scelta assai più ampia ma ancora lontana dalla completezza, sulla recente
antologia: A. Galvano, Diagnosi del moderno, cit. ra appena finita;
come significative le collaborazioni, che elenco per segnalare la
ricchezza e la varietà dei contributi, intesi a coprire in tutta la loro
estensione le cosiddette Arti figurative: C. Mollino e U. Mastro-
ianni, Monumento ai Caduti per la liberazione d'Italia; R. Chicco, ... et
le tableau quittè nous tourmente et nous suit; I. Cremona, Dal cannone
alla Secessione; A. Dragone, Disegni, acqueforti e acquerelli di Bozzetti;
Oriani, Costa; Mollino, Gusto dell’Architettura organica; O. Navarro Il
messaggio della cultura; ancora G.,
Woyzeck di Biùchner, Oriani, Breve discorso su due films di Cocteau.
Aggiungo e non è un dato secondario—dopo una pagina redazionale, quindi
d’Oriani che proviene dall'esperienza futurista” e dello stesso Albino “che
proviene dal purismo casoratiano e dal neoimpressionismo
venturiano”, dove si rivendica, dalle due parti inconciliabili (ma
l’inconciliabilità è segno di forza, di utile tensione) la gratuità
dell'atto creativo rispetto alla riflessione critica, e l'autonomia del
giudizio critico rispetto alle generalizzazioni dell'estetica, in un
tempo storico che minaccia di deludere chi aveva sperato che la fine
del regime politico e culturale comportasse il recupero pieno della
libertà e la sua pratica esplosiva. L'avvio del saggio è forte, al solito
compromesso, e ancora una volta lo propongo. L'appello della pit-
LA PITTURA, LO SPIRITO E IL SANGUE L'appello della pittura risuona dal
profondu del nostro sangue ancora
con quell’urgenza — come nei quindici anni quando sostituiva in camuff:imenti
impegnati sino alle estreme ragioni della possibile azione, gli slanci
religiosi o i presentimenti sessuuli. Ma le vie dell'Eden sono perdute, e
sarà vano lo sforzo di ricostruire un itinerarioche approdi al-
l’innocenza d'allora, che vi riscatti la sin troppv chiara coscienza del
carattere composito e compro. messo di ogni atto umano che non sia di
rinunzia: il peccato fondamentale dell’arte. Invano da anni
l'estetica crociana, non per nulla irritata coll’uomo pascoliano troppo chiaramente
preanunciante le scoperte freudiane {e contro Freud i erociani si
armeranno della più ipocrita in- comprensione) cerca di riprendere e di
legittimare, con la sterilizzata convinzione del carattere « teore.
tico» dell’arte, il troppo scoperto alibi kantiano del « bello come simbolo del
bene morale. Credo siu venuto il momento di confessare schiettamente che
il bello, proprio questo bello artistico che ci brucia sin dalla
giovinezza ogni possibilità di rassegnazione e di conformismo, è
piuttosto il simbolo del male morale. Tanto, anche eticamente. dla questa
franchezza non perderemo nulla. Soltanto Nietsche ha insistito con
sufficiente chiarezza su questo carattere, profondamente vitale e perciò
profondamente « immorale » dell'attività artistica: contro il quale assai
poco mi paiono va- lere le due obiezioni che implicitamente o
esplici- tamente vengono mosse dagli idealisti e dagli spiritualisti. Se
per i crociani ma credo che in GENTILE (si veda) l'implicita ammissione,
inevitabile data l’identificazione di arte e sentimento e
l’inseparabilità dell'agire dal conoscere, di quanto sì è detto,
fosse più che sospettata dall'autore anche se la reto. rica di cui
sempre fu ammalato gli impedì di ammetterlo in termini chiari; che tuttavia non
mancano nei più diversi fra i suoi seguaci o avversari- seguaci: dal
primissimo ABBAGNANO (si veda) disciogliente tatto il reale in
irrazionalità, appunto con una reductio ad absurdum dell’attualismo, ad EVOLA
(si veda), a SPIRITO (si veda) se per i crociani, si diceva, la
scappatoia di ridurre l’arte a pura conoscenza, giocando sul doppio ruolo
confuso insieme del- l’« intuizione » permette di evitare lo spinoso problema,
i recenti spiritualisti ma anche fra di. loro Stefanini, ad esempio,
ammettendo una insufficienza dell’arte alla vita pur nella auto- ì enza
in ordine al proprio valore peculiare, finisce collo svalutare moralmente
l’arte candidamente invece sermoneggiano sulle comuni radici del bello e
del buono (nel secolo scorso queste niaiseries di solito avvenivano su di
uno sfondo ontologistico vagamente giobertiano, oggi lo gnoseologismo
idealistico generalmente è rispettato anche dagli spiritualisti che
dell’idealismo dovrebbero esser avversari) e ci avvertono che il tormento
dell'urtistu che insegue con il diuturno lavoro il fan- tasma che sempre
gli sfugge è profondamente morale! ; Dio volesse che fosse veramente
così. E che si potesse sul serio sperare che all'artista, dopo la
conquista su cui ha tutto giocato, della propria immagine, fosse anche
riservato per soprappiù il paradiso delle religioni e delle etiche!
Sarà meglio invece guardarci chiaramente in faccia e chiederci se
veramente per il puradiso provvi. sorio della bellezza non giochiamo la
salvezza della nostra anima
ammesso che «questa espressione abbia un senso: quello cristiano,
+ quello di una etica laica ma generalmente è cripto-cristiana
anch'essa riconoscere per che cosa abbiamo scommesso; chè le conseguenze
del nostro pari atiche se lo avremo
perduto non diventerunno duv- vero peggiori per quest’atto di
franchezza. Rimane inteso che su questa rivista, che non è
dedicata a studi filosofici, non potremo farlo che sotto l'angolo della
pittura; ma poichè è questa arte della quale abbiamo, bene 0 male. una
qual che esperienza vissuta e poichè d'altra parte non crediamo se
non ai discorsi che nascono da questa specie d'esperienza, la cosa non
sarà fuori posto. La coscienza rimane inquieta. E poichè
sente che tutto nel problema implica la discussione delle RAMA
Disegno Da «Tendenza, disegno di Rama. tura risuona dal profondo del
nostro sangue ancora con quell’urgenza
come nei quindici anni quando sostituiva in camuffamenti impegnati
sino alle estre- me ragioni della possibile azione, gli slanci
religiosi o i presentimenti sessuali”. Geniale, perché collega
direttamente, intimamente la pittura (ma in genere i linguaggi creativi)
alla natura, al sangue appunto, affermando “il carattere profondamente
immorale dell'attività artistica” già sostenuto da Nietzsche,
negato o perlomeno arginato invece da Idealisti e Spiritualisti; e
insistendo sulla presenza di una volontà non risolta nella pura
contemplazione, né risolvibile, dato ilsuo orientamento verso l’immagine.
La cosaè particolarmente evidente nelle arti figu- rative e la multiforme
e aperta a direzioni divergenti attività ne è il paradigma. Ed è appunto
ciò che è sfuggito all’idealismo, a causa della artificiosa
distinzione di teoretico e di pratico, come al confusionismo attualistico che
confinando l’arte nella sfera dell’immediato sentimento cade di fatto in
un troppo semplicistico naturalismo. La distinzione fra teoretica e
pratica è certo valida, ma all’interno di ogni singolo atto spirituale
nella sua integrità, ché la vita spirituale presenta questi due aspetti
come facce sempre distinte, sì, ma sempre inseparabili.
Conclude G. (e in questa direzione trova sostegno nella
fenomenologia di Alain?!, ne “L'Immaculée Conception” dei surrealisti e in
Breton, più che nella poetica di Valery, almeno quando troppo
insiste sul pieno controllo cosciente dell'artista nell’elabora-
zione dell’opera): ‘Qui bisogna pensare ad una volontà tutta inconscia,
individuante e non ancora individuata (come Schopenhauer presente) e
ad unopposto momento rappresentativo che solo giustifi- ca il
valore estetico dell'immagine raggiunta negando nel sogno l’ebbrezza del
movimento fisiologico. Con un salto di parecchi anni, de La
pittura, lo spirito e il sangue ad una autopresentazione Utilissimal’ampia
citazione in proposito da uno saggio inedito di G., riportata da Garimoldi G.:
progetto di una nuova cultura, in Omaggio a G. In Alain ovvero Chartier]
l'accento cade molto più che nell’estetica idealistica, sul momento del
fare che su quello del conoscere, e sulla resistenza del mezzo sentita
come condizio- ne positiva ed essenziale al sorgere del fantasma
artistico, fanta- sma che non sarà più un'immagine al tutto congiunta a
priori ad una materiale estensione che la traduce, ma che sorgerà
insieme all'atto di esecuzione e che soltanto a posteriori rispetto a
que- sto avrà la sua concretezza. L'opera non nasce nella testa o
nel cuore, nell’intelletto o nel sentimento, per poi essere realizzata
nella pietra o sulla tela, ma, direi, nel vivo pulsare del sangue al
polso quando questo gioca le resistenze e le tensioni, gli scatti e le
flessioni del pollice e della mano nell’urto con il resistente ma-
teriale. La scultura e la pittura sono meno la realizzazione visiva di
un'immagine mentale che la materiale traccia lasciata da un gioco di
ritmi fisiologici. È in particolare Merleau-Ponty (AUSTIN HATED HIM – GRICE –
after Royamount_ a sviluppare il tema, per esempio negli studi dedicati a
Cézanne. lino Vieeate colla (o crlize pus (olenda,
cuni (aza sr net&uk' a fr suina und la gut rin % NAM (dA Pene
più 0 me0 Ara la rr tn he Ut forata ME TISHOI: RE Peas LA LALA
Les al caso TU fi e fa dii Lo val poco comi pila
est; ua dn AA Prima pagina della lettera di A. G. a Adriano
Villata. — scritta a mano “quasi si trattasse di una lettera destinata
solo all'amico [il “Caro Villata”, gallerista], nella quale ci si può
confidare e divagare come l'umore o la nostalgia suggeriscono” —, G/
ritorna sul rapporto fra il concepire e il fare, tra il fare e il
decodificare il senso in più o meno risolutive lettere; ancora una volta
mettendosi in gioco, ma senza alcuna intenzione di assumere valore
esemplare o chiedere scusa 0 simpatia, esponendosi in tutto lo
spessore di sensibilità e intelligenza, di impossibilità (a meno
che non si scelga o si accetti la rinuncia) di sottrarsi all'impulso
profondo. E anche senza compiacimento narcisistico: ci si esprime non per
coltivare l'emozione ma per darne testimonianza e, per quanto
possibile, esporla a sé e ad una analisi non priva di crudeltà, comunque
oggettiva. È interessante seguire il filo del discorso, che nella scelta
del tono dimesso non è meno teso del solito. Prima motivazione del
movimento pendolare tra pittura e scrittura, così esposto al giudizio e
all’ironia dei colleghi dell'una e dell'altra banda: l'appartenenza
“ad una generazione [quella di Cremona, di Maccari, di Mollino, per restare
tra amici] e ad un ambiente Ripubblicata in G., La pittura, lo spirito e
il sangue.; e in G., Diagnosi del
moderno, cit., All'inaugurazione di una sua personale. in
cui questo male, se male, era quasi una ragione d’orgoglio. Era la generazione
dei nati all’inizio del secolo, che raccoglieva dai protagonisti del
rinnovamento dell’arte (secessionista o avanguardistico, rappresentato
per Albino, in primo luogo e per sempre, dal maestro Felice Casorati),
una eredità che era non meno di esperienza materiale che di
elaborazione intellettuale, un atteggiamento aperto, anzi tentato
da molteplici contraddittorie curiosità e linguaggi espressivi (ma il
quasi suggerisce l’affacciarsi di qual- che incrinatura nella certezza
adamantina esibita dai predecessori, forse anche per il confronto
inevitabile con una generazione successiva che tornerà a proporre
arroccamenti specialistici). Seconda motivazione. Tutto quantohai
odiato o amato nei giochi e nella noia dell'infanzia alimenterà
peruna vita quanto produrrai, buono o meno chesial. I nutrimenti terreni
avranno un bel essere filtrati in parole, in segni e colori, in note, in
spettacolo, il loro repertorio non muta, non lo hai scelto, ma ne
sei stato scelto, e tu sei quello che essi ti hanno fatto, la tua libertà
non può consistere che nell'essere loro fedele sino alla fine, libertà di
adesione non di ripudio, e libertà nella misura in cui con il tuo
ripensamento e il tuo scavo li trasformi da passivo esser fatto in
attivo assecondamento della sorte che essi ti hanno assegnato, in
obbiettivazione in cui il loro oscuro sgorgo, la loro inconscia matrice,
si chiarisce nell'opera, nel segno formato e consegnato all'oggetto che
ti rivela agli altri e in cui assumi responsabilità di confessione e
di 10 proposta”. Insomma, è proprio il rilancio dal
fare al pensare e dal pensare al fare che definisce una identità
intuita come destino e accettata come scelta. Ma se rimane “ovvio”
il rapporto fra i nutri- menti terreni e ciò che uno diviene e fa nel
tempo, è anche vero che “una immagine retrospettiva di sé è sempre
un’interpretazione che porta il peso della mutata identità
dell’interrogante, del penoso carico di nostalgie, ricordi, rimpianti e
rimorsi e ogni interpretazione, specialmente nell'impegno
auto-biografico, è anche una falsificazione”, per quanto cerchi di
evitare tanto l’apologia ideologica quanto la “disgustosa e mimetica”
confessione personale. Giusto nel mezzo, fra le due citazioni (è il caso di ricordare che è il tempo
della svolta neodada e pop che mette in crisi e addirittura annichilisce
alcuni dei pittori più convinti), G. mostra d’avere di questo destino
ironica e malinconica ma anche dura consapevolezza. Del fallimento egli
tesse un sistema, secondo i miti di Prometeo e Sisifo, riscoperti
come”moderni” dal Romanticismo all’Esistenzialismo. “Finis
picturae? Il punto si identifica con questo estremo di coscienza
contraddetta e irritata: la certezza che la via senza uscita dell’arte
oggi non ha nemmeno l'alibi della professione, del successo, del
guadagno, ma soltanto il fascino senza illusioni di una fedeltà a
un impegno individuale, quasi di una scommessa con la propria
intelligenza e con la possibilità e i limiti del nostro stesso
temperamento!”. Diventano così esemplari l’ultima e penultima
produzione di G. pittore, alla quale viene dedi- cata in questa mostra
una intera sezione con i ciottoli le foglie i frutti, i relitti,
proseguita con “i paesaggi (rocce, alberi, isole), i nudi, le
macchie[|...]”:esemplare neltentare una trascrizione di archetipi,
congelati inluoghi comuni della pittura, tipi, generi e maniere (il
fascino baudeleriano dei luoghi comuni! Ma già muovevano nella stessa
direzione ireos e cespugli d'iniziotracce che regrediscono
attraverso lamemoria nella gesticolazione elementare e prima i segni
asemantici, prima ancora (siamo nella seconda metà dei ‘60) le bandiere,
i nastri, i nodi e così via: tutte figure emblematiche, primarie e
coltissime, che niente hanno a che fare con la semplificazione, la
banalizzazione pop. La pittura ivi coincide con la costruzione delle im-
magininominabili (nona caso varianti dell'icona della cosa, anzi del
frantume, astratta da qualsiasi contesto, su un fondo bianco che è il
segno di una definitiva separazione dallo scorrere fenomenico), e insieme
la pittura è automatismo oggettivo, registrazione fredda della
emozione costruttiva (se non creativa): infatti presentata tipicamente
come nodo, descrizione dell’a- G., La pittura a Torino, cit.
»m®) da cor. 4 È ut me rematori E ua Br su :
Pa ù LE a Con Gorza a Palazzo Te, Mantova
zione dell’annodare, avvolgere, intricare-intrigare, 0 dello sciogliere e
liberare (vedi la bellissima immagine scattata, credo, alla galleria
Martano). Ma è tutta la vicenda di G. pittore e critico che
val la pena di ripercorrere in mostra, sia pure per cenni e con
discutibili tagli. Danotarel’uso ch'egli fa dell’insegnamento
casora- tiano: del maestro, G. non assume passivamente il
platonismo, consapevole che il rapporto di Felice con la pittura è dal
principio e resta nel tempo un rapporto decadente, che diventa eticamente
sano e formalmente classico solo per un atto di volontà tanto mirabile
quanto falsificante; sarebbe meglio dire critico, con vettore opposto,
sia pure, a quella che sarà la scelta di G.. Che il travestimentosia
storicamente giustificato su un modello rispettabilissimo come
quello gobettiano, non vuol dire che la sua sostanza più vera non
debba essere riconosciuta nonostante, attraverso la corazza ideologica e
formale ritrovando il nucleo profondo, ’malato”ma straordinariamente
vitale. Di G. è da approfondire l’espressionismo che del
resto condivi- de con altri della sua generazione: Nella
Marchesini, Montalcini, Martina, Cremona, Rama. In tal senso ci si
potrebbe chiedere che peso abbia avuto, localmente, Spazzapan che
esaltava l'ispirazione e deprecava l'istinto (viene in mente la
teoria di Klages, che insiste sulla attrazione magnetica traimmagine e
“anima”, ben distinta, l’anima ispirata e creativa, dall’istinto che è
del corpo, come dalla volontà decidente e dotata di facoltà riflessiva
che è dello spirito”); e anche Levi, l’unico dei Sei che partecipi
intimamente all’espressionismo europeo, e, fuori sede, i romani, Scipione
in particolare al quale Albino dedicò una bellissima recensione,
che è lo stesso anno della prima edizione del Casorati. In un
saggio intitolato Perché non possiamo non dirci crociani, in “Numero G.
sottolinea che la sua generazione “decadente” deve a Croce specialmente
questo: d'essere stata messa nella condizione di “accettare senza
malafede e senza rimorsi i dati di quella cultura di tardo
romanticismo che, così feconda quanto a ricchezza e sottile
sensibi- lità di ricerche particolari, tanto si è dimostrata incapace di
una sistemazione totale... [insomma di poter essere] decadente malgrado
Croce, grazie proprio al riscatto che il metodo crociano offriva”. Che è
un modo ottimo anche per comprendere come coerenza di sistema e
incoerenza pragmatica siano in G. strettamente congiunte in dialettica
tensione: la coerenza consistendo nella allarmata coscienza critica,
nella responsabilità che non può consentirsi “nessuna comoda complicità”,
l’incoerenza nell'essere ogni scelta un esito che, per quanto imperfetto,
è sempre compromesso e rappresentativo. Come a dire che la vitalità
della ricerca costituisce un valore, non meno che l'aspirazione ad una
sistemazione che finalmente rappresenti una “identità”, forse meglio “la
libertà di essere identici al proprio destino”. Perciò G. non
intende, tanto meno come pittore, tagliare i ponti col passato (il suo
passato, oltre che la storia); invece semina il cammino di tracce, di
residui, vorrei quasi dire fisiologici, di lapsus, così che in ogni
momento il cammino sia ripercorribile o almeno riconoscibile, ma
anche sostituibile. Egli, in effetti, sa che nulla va distrutto e non
consuma sacrifici liberatori. Per lui in particolare (adatto il titolo di
un importante saggio), La sublimazione astrattista non liquida
l'erotismo del Liberty, semmai ne prende le distanze, per poterlo
rimettere in circolo, come in un processo alchemico in perenne
rinnovamento. Così G. passa necessariamente da un con-
cretismo geometrizzante, che di fatto ironizza ma non banalizza - la
geometria come privilegiata ma- G., Per un'armatura, Lattes, Torino nifestazione della razionalità e della
chiarezza, ad un concretismo informale che libera la possibilità di
una pittura scritta usando il campo come tabula rasa 0 pagina intonsa,
dove il gesto può scorrere ed intricarsi, e/o come dimensione praticabile
in tutto il suo spessore magmatico, a sua volta ironizzato dalla
scoperta di una ritmica, di una metrica essenziale. Come adire che è
nella pittura nell'arte chesi realizza, assumendo evidenza di mito visivo,
feticcio laico, l'unico progetto possibile senza illusioni razionaliste e
moralismi ideologici. Un momento certamente fondamentale,
sarei tentato di dire il perno sul quale ruota il resto è quello: quando
la natura del gesto s'incontra felicemente conlo schema, generando una
concrezione araldica, l'intenzione simbolica con il simbolo ricono-
sciuto nella memoria collettiva; ennesima variante della tradizione
dell’ornato, raccolta e riavviata dal Liberty: insieme puro gesto e
automatismo assolutamente impuro. In questa mostra, il momento avrà
adeguata evidenza. Ma è anche vero che Galvano si guarda bene dal
protrarre artificiosamente quel momento (diciamolo pure, straordinario,
quasi senza confronto in Italia), tanto che si prenderà negli anni
immediatamente successivi una pausa di riflessione che produrrà anziché
pittura saggi teorici che culminano in Artemis Efesia, per
riprendere il filo (la matassa) della pittura con proposte (in apparenza)
assai differenti: le bandiere, i nastri, 1 padiglioni, gli anelli di
Moebius. Che cos'è la pittura per G., allora? Scrive di lui l’amico /
avversario Argan, che ha scommesso sul progetto ideologico, vincente almeno per
un certo periodo storico: “Egli non risponde una volta per sempre, con
una definizione filosofica: infatti ciò che vuol sapere è che cosa
sia la pittura in questa precisa condizione della cultura, della coscienza,
dell’esistenza, e quale sia il suo grado di vitalità, quali le sue
possibilità di sopravvivere in uno spazio ogni giorno più
ristretto. Non gli si potrebbe dar torto, se non fosse che
proprio l’opera e ciò che la sottende, l’opera come atto critico, questo
è appunto il suo contributo filosofico, e anche la sua testimonianza
sapienziale, che trascrivo da una autopresentazione: Dunque la
pittura, una meditazione sulla morte imminente o il recupero della gioia
ottica nello spazio ripercorso in termini di colore e di luce, sia
pure della luce irreale della memoria e del sogno? O la scenografia di
ambigue emersioni dall’inconscio? Davvero non saprei dirlo, e, forse, è
inutile porsi le domande. Forse anche soltanto la monotona
iterazione Argan, in catalogo della personale, Galleria Unimedia,
Genova G., Autopresentazione, in catalogo della mostra, Piemonte
Artistico Culturale, Torino di una passione per il dipingere, che ripercorre
con insistenza sigle che non è più capace di vivificare colla
curiosità e il gusto avventuroso della giovinezza”. Tante pitture,
allora, e però tutte mirate ad essere presenza di pittura e non
illustrazione di concetti. Pittore concettoso, a volte, mai concettuale
nel senso di illustratore di concetti: aggiungo, nel segno di una ineludibile,
per quanto mascherata vocazione poetica.” Si deve citare, almeno una
volta, Sanguineti, allievo e amico, grande estimatore di G. Mi trovo forzato a
pensare che, alle radici del lavoro di G., come artista e come
studioso, stia un'immagine è la parola giusta che accenna all'uomo
come animale che è capace di immagine. E dunque un’antropologia fondata
sopra la facoltà della visione, In formula perfetta, a conclusione
di Storicità e significato dell’arte astratta, G. precisa. L'opposizione
affermata da Mallarmé tra la concretezza della vue e l’allusività delle
visions, l'affermazione di Alain che il poeta è l'opposto del
visionario perché sa di non vedere sino a che la mano non abbia realmente
costruito nello spazio l'oggetto che la passione progettava, sono
divenute nella co- scienza del pittore concreto l'imperativo di una
scelta tra il peso della memoria e la libertà pericolosa di una
iniziativa tutta affidata al risultato”. Garimoldi, nel saggio più volte
citato, sottolinea che G. pone come centro dell’arte l’insoluto rapporto
fra espressione ed enigma” (che cosa di più chiaramente collocato
sulla linea romanticismo-simbolismo come la vede Albino?), citando una
autopresentazione del La seconda parte di questo scritto elabora
liberamente tre testi: in ordine cronologico, Témoignage de notre dignité,
in Figure d'Arte, artisti a Torino, cur. Balzola, Cavallo, Ghinassi, Mantovani,
Alberti ed., Pescara; A proposito del pittore Albino Galvano, in
Attraverso il Novecento. G. a cura di Pinottini,
Bulzoni ed., Roma; G. pittore, catalogo della mostra, Galleria del Ponte,
Torino Sanguineti, Contro la ragione, “La Stampa Un saggio singolare, dove
Sanguineti è figura nodale nella messa in circolo della linea liberty;
linea che Casorati, Cremona, Mollino e G. avevano mantenu- ta viva con
originali apporti nella prima metà del secolo, è L'altra faccia della
luna Origini del neoliberty a Torino di Elvio Manganaro, Libria ed.,
Melfi. Al saggio citato si deve la conoscenza di un testo di G.: Processo alla
pittura in “Il Selvaggio, che dà originale contributo alla interpretazione
della vicenda artistica della sua generazione, che “si gioca tutto nello
spazio che separa le Uova da quelle, o tra l’”Icaro senza ali e le
ali senza volo del Sogno, di Casorati naturalmente, perché proprio
Casorati è appartenuto paradigmaticamente ai due mondi quello della
figlia di Iorio e quello della Jeune Parque. Manganaro, L'altra faccia della
luna. G., Storicità Garimoldi, G Progetto di una nuova cultura, in Omaggio.
Si dà arte solo quando il non differente operare a fini strumentali o di
puro edonismo è impedito e stravolto dai sedimenti di una vicenda
individuale che s'insinuano e dominano dove pretendeva condurre il
gioco la razionalità del progetto decisionale. A questa condizione in ogni
tempo si è cercato di opporre la dignità dell’autocontrollo, certo
vanamente, ma anche proficuamente perché la possibilità di
coinvolgere gli altri non consiste se non nel pun- tualizzato istante di
tensione in cui lascia materiale traccia di segno o di tocco quel gioco
d’insidie; l'istante in cui l’inspiegata vicenda interiore si fa immagine
ed EMBLEMA Con Bartoli a Palazzo Te, Mantova, La discutibile scelta di
privilegiare la pittura come via di accesso alle molteplici attività di G.
obbliga a segnalare gli autori che affrontano il caso con particolare
intelligenza e puntuale CULTURA FILOSOFICA. Sanguineti, in catalogo
Antologica; Tessari, nello stesso catalogo, e G. e il mito, in Figure
d'Arte, Carchia, Prefazione a Artemis Efesia, nella riedizione, cit.; Fossati, Autopresentazione, mostra personale,
Galleria Weber, Torino Garimoldi, M.C. Mundici (a cura di), catalogo
della mostra al Circolo degli Artisti; A. Balzola, G. e D'Adda:
l'immagine matrice, in Figure d'Arte; Gallino, e Salza, G. e Jung, in G. Ruffino,
Introduzione in G. Diagnosi del moderno, A parte, segnalo il “ritratto”
che ne fa Fossati, presentando Omaggio a G.; e le memorie che in circa
trent'anni di colloqui non di rado centrati su Casorati, Cremona e G. si puo
raccogliere da Gorza, l'unico artista di generazione successiva che per
cultura e gusto potesse essere accostato a G.. È proprio Gino a volere
una mostra comune con il significativo titolo di Sincronie a
Mantova in Palazzo Te; riannodando il filo della presentazione che Albino
gli aveva dedicato dieci anni prima, per l’Antologica nello stesso luogo. Si
ricorda all’inaugurazionela presenza di Bartoli, documentata anchein una
fotografia dove il geniale interprete di Licini sembra inchinarsi
al geniale interprete di Artaud. Più recentemente, sempre al Te,
una giornata di studio dedicata a Bartoli è stata anche l'occasione per
rievocare la figura di G. con Tessari. Anche Tessari è mancato.
Prova di ritratto e un Uomo riservatissimo, comea volte chi non si
neghi alla mondanità, anzi se la imponga come esercizio. La
leggendaria disponibilità, senza ombra di debolezza, realizza una delle
forme più aristocratiche dell'etica, per discrezione in maschera di
rigore professionale. Essenziale un fondo di malinconia, come misura di
una perdita irreparabile, e di nostalgia per una totalità
irreversibilmente frantumata. Tra distacco soggettivo e oggettiva
commozione scorre l’impurità di un continuare a vivere, si scrive
in tracce stenografiche il diario di un sedotto e di un seduttore
per forza di un gentiluomo piemontese. Sensualissimo lettore;
scrittore capace di costruire macchine logiche come trebbie di tortura, e
di avvolgere in sontuose inestricabili ragnatele (costante una specie
di dolcezza, cui tanto meno resistono rigidi baluardi): trascurabile vi è
l'inganno, perché la circonvenzione è ignobile, specialmente
d'incapace. Come un dovere coltiva il diletto: su questo
piano potrebbe essere magistrale se non fosse troppo fine e
pericoloso un tal modello. Nel suo sistema, la pittura rappresenta il
concreto. Distratto semmai da irridu- cibile curiosità, non è mai
astratto. Ireos, sassi e conchiglie sigillano una storia sostanzialmente
coerente, perché osano confronto con il principio e la fine: così su una
pietra tombale si posano cose e il tempo vissuto, relitti nudi, epifanie
senza velo. Omaggio a G. Catalogo mostra antologica, Palazzo Chiablese,
Torino Catalogo mostra antologica, Circolo degli Artisti, Torino. Atti
del convegno, a cura di M. Pinottini, Torino Antologia di scritti di A. G., a
cura di A. Ruffino, Aragno Electa Piemonte G. cur. Pinottini
BIBLIOTECA DI CULTURA BULZONI G.: la fedeltà alla pittura
Motto Il magistero casoratiano e la prima figurazione Galvano
nacque a Torino l’anno d'esecuzione delle Demoiselles d'Avignon di
Picasso che segnò l’imporsi e il susseguirsi delle avanguardie: « che nel
bene e nel male problematico doveno caratterizzare, inconcomitanza
concrisi umane, politiche e sociali ben più gravi, ilnostro secolo
sino a porre oggi il problema della morte dell’arte qualunque cosa si intenda
sottolineare con questo termine apocalittico. G. pur muovendosi nel
solco della modernità, affondava le sue radici in una meditata e
personalissima assimilazione di riferimenti pittorici dell'Ottocento e
del primo Novecento, ben lontano dalla reazione e dall’inattualità.
Apparteneva all'ambiente casoratiano e alla sua scuola «divenuta il
centro di un'opposizione cortese, tacita che non esclude, la cosa è molto
torinese, rapporti amichevoli o per lo meno corretti con gl’avversari. Venne
segnata la temperie di una Torino moderna (tuttavia non futurista) di
seguito enunciata in pochi assunti utili a comprendere l’ambiente
artistico nel quale G. s'introduce: la comparsa di FCasorati alla
Promotrice come artista rivoluzionario e di rottura; la breve
esistenza di Gobetti e il suo cenacolo antifascista; le polemiche e la
reazione dell'ambiente cittadino alle scelte di gusto antinovecentiste
di Venturi rivolte all'arte di nuovi primitivi, gl’impressionisti;
il fugace percorso del gruppo dei sei di Torino (coagulato e promosso dal
duo Persico e Venturi) che rinunciarono a Roma madre per Parigi
amica; e la vitalistica apertura culturale europea del finanziere,
collezionista e mecenate Gualino. Dopo un precoce apprendistato con il
pittore Pisano e il maestro di disegno Vannini, l'educazione di G. all'arte
contemporanea si svi- luppò suriviste di settore (in
particolare”“Emporium” e “L'art vivant”) e attraverso la frequentazione
delle Biennali veneziane. Alla rassegna G. puo osservare dal vivo
la pittura di Felice Casorati che rappresentò «la scoperta del mondo
nuovo e spre- giudicato che si apriva alla nostra cultura:
l'ingresso del mondo “moderno. Ai iscrisse alla Scuola Libera di
Pittura di Casorati (sorta a Torino e strutturatasi maggiormente dnella nuova
sede di via Galliari, antistante l'abitazione di Riccardo Gualino. Il suo
magistero, lontano da G., Autobiografia, in Pizzetti e Givone (cur.), G., catalogo della mostra,
Palazzo Chiablese, Regione Piemonte, Torino Galvano, Torino e i «Secondi
futuristi», in G., Diagnosi del moderno. Scritti scelti cur. di Ruffino,
Aragno, Torino G. (al centro, seduto) e (da sinistra, in piedi, tra gli
altri) Scroppo, Maugham, Galvano, Cremona, Casorati, Rama, Bertolè, Valpellice. Ogni
sistematicità d'accademia, non è solamente estetico ma anche pregno
dell'eredità etica e politica gobettiana: un debito verso quel «fanciullo
puro» che esigeva «fedeltà e non lacrime»®. Per Galvano il punto fondamentale
della sua formazione fu il trovarsi par- tecipe di un ambiente che lo
salvò «tanto dal rischio di un'adesione acritica al regime imperante
[...] e da quello ben più grave [...] di un'immersione o som-
mersione nella Torino di quel tipo di borghesia che amava in pittura
Giacomo Grosso». L'insegnamento del «platonico» Casorati, pervaso «d’una
signorile severità», verteva su l’«insieme» e il «tono». Dal saggio Casorati
di G. (Hoepli, Milano) si legge che il Maestro consigliava agli allievi di
«imparare a vedere il più semplicemente possibile la forma di quella
determinata massa tonale, di quella determinata massa
chiaroscurale, non la forma dell'oggetto. La forma serve qui a
distruggere la linea ed a passare al colore [...]»*. Il clima della
scuola di via Galliari fu efficacemente narrato da Lalla Romano ne Una
giovinezza inventata: «Verso sera venivano sovente visite: Rossi,
Soldati, Levi. Levi ridacchia con lei sull'indirizzo classicistico della
scuola, dove gl’allievi più ambiziosi preparano un bozzetto per il
quadro. Ride ma affettuosamente. C'è UNA BASE CULTURALE COMUNE: IL DISPREZZO
PEL FASCISMO. I nomi citati sono solo una parte delle personalità
con cui G., all’inizio degli anni Trenta, instaurò un duraturo
rapporto amicale sulla via del confronto artistico, tra gli altri:
Montalcini, Bonfantini, Chicco, Cremona, i sei e Gobetti, Iniziative
d'arte a Torino, in “L'Ordine Nuovo Casorati, in “Il Mondo”, G., Autobiografia
G., Casorati, L. Romano, Un invento, Einaudi, Torino Argan, ma anche
Mollino, Mila, Ginzburg ed Antonicelli. La pittura
postimpressionista di G. si orienta in un contraddittorio intento di tenere
insieme i valor plastici di Casorati e quelli dei Sei» il cui risultato
«pesante e impastato» fu autocriticamente espresso dall'artista
stesso. Anche una certa l’arte d'oltralpe praticata da stranieri fascina
G. (Vlaminck, Terechkovitch, Krog), mentre i rimandi nostrani furono
indirizzati alchiarismo lombardo eai tonalisti romani. Quei loro mezzi
misi sfasciano ed intorbidivano tra le mani, rimanendo parentele
d’accatto o esperimenti di lettura, ed enorme riusciva la dispersione e
la perdita di tempo. Un repertorio antinovecentista di temi iconografici
ricorrenti segnò quel periodo: pesci, molluschi, conchiglie, vecchi libri
accartocciati, crocefissi e acquasantiere barocchi, nudi tortili come
molluschi e paesaggi incerti tra quegli andamenti sinuosi e un
modesto cezannismo che era nell’aria, G. s’inserì nel circuito espositivo nell’anno
in cui le arti si avviavano verso la loro FASCISTIZZAZIONE di forma con
l'istituzione del SINDACATO FASCISTA a cui venne affidato il compito di gestire
le manifestazioni espositive periodiche sul territorio nazionale.
Il rapporto con la società artistica di un Novecento sarfattiano (a un
passo dallo smantella- mento definitivo) e della retorica celebrativa di
Stato era destinato tuttavia a un sostanziale fallimento. A
Torino G. esordì nell'alveo casoratiano in due mostre della scuola. Sono regolari
le sue presenze alle espo- sizioni annuali della Promotrice di Belle Arti
con più sporadiche puntate alla Società degli Amici dell’arte. Il
filosofo ZANZI (si veda), in una recensione riguardante un'esposizione di
vendita torinese del 1934, sagomava i tratti pittorici di G.: sfuggito
anzitempo alla disciplina rigorosa della scuola di Casorati. Il Galvano
in certe composizioni di nature in silenzio ricorda la chiara e sapiente
pittura del Maestro, in altri quadroni ricerca l’effetto della
pennellatona agile ed abile, cara passione di qualche
post-impressionista»". Alle rassegne di carattere nazionale Galvano
prese parte alla I e alla Il Quadriennale romana dove vi fu una discreta
rappresentanza torine- se e piemontese: Felice Casorati e il suo
discepolato (Paola Levi Montalcini, Nella Marchesini, Sergio
Bonfantini, Emilio Sobrero), Daphne Maugham, G., Autobiografia G., in
catalogo della mostra, Galleria La Giostra, Asti Zanzi, in “La Gazzetta
del popolo G. e Scroppo alla I Mostra Internazionale dell'Art Club,
Palazzo Carignano, Torino. parte dei sei ( Levi, Menzio,
Paulucci), Milano, Mastroianni, ICremona. Alla Biennale di Venezia G.
presenzia con un’opera nella stessa sala di Casorati e allievi, mentre
nell'edizione espose isolato (a Chessa venne dedicata un'ampia
retrospettiva, Menzio e Paulucci comparivano attigui). In
questo periodo sono da indagare infine le par- tecipazioni alle quattro
edizioni del Premio Bergamo. Fuuna manifestazione, insieme al Premio
Cremona, che svelò la dialettica artistica italiana: due componenti
antitetiche dello stesso volto del regime. Il primo (promosso da Bottai),
più elitario, «si riallacciava a un versante dell’arte italiana
colto, internazionale e post-impressionista»!* suscitando polemiche
nell’ala più intransigente del fascismo; il secondo (voluto da Roberto
Farinacci) era sintonizzato sull'onda delle mostre hitleriane.
AII Premio Bergamo del 1939 (in giuria Casorati, Funi, Longhi e
Argan) il terzo riconoscimento venne suddiviso tra cinque concorrenti: si
evidenziava la presenza romana di Capogrossi e quella piemontese
con Menzio, Paulucci, G. e Martina (è presente anche Galante, non
premiato). Al secondo Premio Bergamo G. riceve una particolare menzione e il
suo dipinto fu acquistato dal Ministero dell'Educazione Nazionale.
Galvano espose anche alla terza e alla quarta edizione (vincitore
l’intimista Menzio), la rassegna scandalo della Crocifissione di
Guttuso, reinterprete drammatico e rabbioso di un’iconografia
mutuata dal sacro: anticipazione in chiave cubista della militanza
postbellica. Il ventennio Trenta-Quaranta contrassegnò
inol- AA.VV, Gli anni del Premio Bergamo: arte in I talia intorno
agli anni Trenta, catalogo della mostra, Bergamo, Electa, Milano tre il
compimento della formazione intellettuale di G. che si laurea (con GAMBARO
(si veda) ed ABBAGNANO (si veda) con una tesi sulla pedagogia della
religione: atto dell’approfondito confronto con le tematiche spiritualiste,
antropologiche e filosofiche, in primis l'influenza di CROCE (si veda) e
Bergson. Tra le sue prime prove di critica d’arte si possono
menzionare il saggio su Spadini in “L'Arte” diretta da Venturi; il saggio su Spazzapan
in “Orsa”; le collaborazioni con il periodico milanese “Le arti plastiche
e la redazione delle cronache d’arte torinese per Emporium. Si ricordano
inoltre i volumi (per l'editore
fiorentino Nemi) L'arte egiziana antica, L'arte dell'Asia occidentale e
centrale, L'arte dell'Asia orientale; il saggio Casorati edita da Hoepli
(uscirà una seconda edizione) e Tre nature morte: Casorati, Menzio,
Paulucci pubblicato a Torino. È assistente alla Cattedra di pittura di
Paulucci all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino ed insegna
storia FILOSOFIA negli istituti liceali. Tra gl’allievi con i quali
mantenne profondi legami si ricorda
Sanguineti. Dalla fase espressionista verso l'astrattismo, al
termine del conflitto bellico per Galvano e gli artisti della sua
generazione s'impose il confronto con l'avanguardia, l'Europa e il
moderno. «Moderna non è soltanto l’arte prodotta nel periodo in cui
viviamo, ma quella che di voler essere moderna ha programmatica
intenzione! [ Che assume come categoria predicativa l'affermazione di
novità rispetto ad una situazione di cultura storicamente
conclusa. Il concetto di moderno si chiarisce, così come un concetto
etico per cui l'avversario non è
un modesto o nullo artista, ma il traditore di una causa totale, il
reazionario che non merita pietà e al quale non giova la buona fede».
Queste lucide affermazioni di G. aiutano a delineare un settore della
sua linea di pensiero che contribuì ad animare il vivace dibattito
degli intellettuali torinesi, fautori di quel compatto blocco culturale
che tentò una ricostruzione «morale e civile» della società. La
posizione politica di G. dopo la Liberazione è abbastanza distante
dall’ideologia estetica del fronte comunista. L'urto non è tanto fra
tradizione e innovazione, anche meno tra astratto (o concreto) e
figurativo ma tra militanza costruttiva ed autonomia critica. G.,
Moderno, in Enciclopedia Universale dell'Arte, vol. IX, Fondazione Cini,
Roma-Venezia Mantovani, Il malessere dell'arte, in G., La pittura, lo
spirito e il sangue, a cura di G. Mantovani, Quadrante, E;
Negli anni postbellici il complesso confronto- scontro con Croce è
ineludibile e la posizione di G. (sviluppata in anni più tardi nel
fondamen- tale scritto Perché non possiamo non dirci crociani)
merita qui qualche breve accenno. L'intuizione pura, come atto teoretico
astorico, non poteva prescindere dalla soggettività dell’«opera manuale».
La polarità non sussisteva tra il bello crociano, simbolo del bene
morale e il suo opposto, quanto tra lo «spirito» (il momento razionale -
contemplativo) e il sangue (il principio vitale inconscio che in ultimo
concretizza l’opera con il linguaggio scelto). Scriveva Galvano nel
numero unico del periodico “Tendenza” (coideato con Oriani): Questo bisogno
del sangue che ignora l’astratto spirito e gli anatemi e le accuse
di naturalismo degl’idealisti o quelle d’immoralità degli spiritualisti è
essenziale all'opera di pittura. Essa cade o sussiste con il sangue non
con lospirito»!. L'attività di critico d’arte seguitò in quegli
anni anche su quotidiani come La Nuova Stampa e Mondo Nuovo. La pittura di G.
si apre ad una fase espressionista slargandosi e semplifi- candosi
in campiture bidimensionali dai contorni lineari marcati e attraverso
l’uso di un cromatismo timbrico. In un testo di autopresentazione l'artista
esplica. Così quando, Guttuso guardando a Picasso, Birolli e quelli di
“Corrente” sbirciando l’espressionismo, diedero altro indirizzo
alla pittura italiana, mi trovai in ritardo rispetto a quei coetanei e ai
loro discepoli molto più giovani di me, e con un bilancio piuttosto
negativo. Tentavo così una soluzione in un breve periodo di
esasperazione “espressionistica” del segno, dove l’“illusivo” si
trasforma in “allusivo” IMPLICATURA COME ALLUSIONE ED ILLUSIONE) a quelle
immagini che puo considerare suoi. G. puntualizzava inoltre di
essere stato tentato verso «esperienze varie di carattere cultu-
ralistico, fra cui un primo richiamo al liberty che allora fu aspramente
rimproverato da certi critici (Podestà) come incomprensibilmente
anacronistico ma che almeno come recupero critico, rappresentava
un'anticipazione di interessi e recuperi diventati di moda un ventennio
più tardi. Nella Torino della Ricostruzione gli spazi espositivi sono
esigui; molto spesso sorgevano in simbiosi con una libreria come per
esempio la Faber, dove G. partecipa
ad una Antologica di Maestri contemporanei. Alla personale di G. presso la Libreria del Bosco «ci troviamo
di fronte ad un artista dalle varie esperienze», denota Torino G., La
pittura, lo spirito e il sangue, in “Tendenza” G., Galleria la Giostra G., Autobiografia
Gatto su “L'Unità”, e proseguiva: «riesce spesso a lievitare le
acquisizioni culturali ed a tradurle in efficienti risultati creativi».
Il molteplice approccio stilistico, confessato dallo stesso G. nell’auto- presentazione, è qui
confermato: «leggero impressionismo, decorativismo un po’
orientale, motivi che tendono a risolversi in figurazioni quasi
astratte». La fase pittorica più recente, concludeva Gatto, «pare
indirizzarsi verso una pittura dominata da una volontà ed un’ansia di
sintetismo formale»?. Alla Biennale di Venezia del 1948 (la prima
edi- zione al termine del ventennio fascista nella quale emersero
le linee essenziali degli sviluppi dell’arte moderna europea) Galvano
partecipò su invito con cinque opere (nudi e nature morte del 1947-48) in
sala con Martina e Paulucci. In quell’edizione fu parecchio vasta
la partecipazione di artisti torinesi sulla via dell’astratto: Sandro
Cherchi, Mario Davico, Garelli, Gorza, Montalcini, Mastroianni, Moreni,
Parisot, Rama, FScroppo. All’edizione, nuovamente su invito, G. è presente con
tre opere (in sala con Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Turcato,
Vedova, Zigaina). Si registrarono nume- rose partecipazioni
dell'artista a rassegne nazionali di verifica diretta degli sviluppi
artistici contemporanei, tra cui la Quadriennale romana e la mostra collettiva Arteastratta e
concreta presso la Galleria Nazio- nale d’arte moderna di Roma (il
comitato esecutivo era composto da Joseph Jarema, Palma Bucarelli e
Giulio Carlo Argan). Il testo di Galvano in catalogo analizzava la
ricerca concretista propria e dei torinesi verso una direzione lontana
dal «formalismo astratto» insenso stretto e intesa attraverso la
«‘“proiezione” nelle strutture dell'oggetto stesso di una carica emotiva,
che asua volta presuppone la totalità spirituale dell'artista
impegnato, ed impegnato “responsabilmente”, in una prospettiva, in una
scelta, in una “Weltanshaung”, cioè in ultima analisi in un punto di vista
etico e metafisico. Non può perciò stupire che anche a Torino siano
proprio gli artisti più responsabili di fronte a un loro mondo interiore
a volgersi a questa pittura. Superfluo cercar nel dato estrinseco del
gusto un’unità “munici- pale” o di gruppo: se mai l’unità “torinese” di
questi pittori è nella condizione di cultura cui lo stesso schivo
etalvolta un poco scontroso raccoglimento della città in cui essi
lavorano, è, per taluna delle ragioni accennate, propizia»”!.
Rilevanti furono inoltre le sortite extranazionali. In occasione della
mostra nizzarda, Peintres de Turin, Galvano definì forme e colori delle
sue com- Gatto, Mostra d’arte. Galvano al Bosco, in “L'Unità”.
G., in Arte astratta e concreta, catalogo della mostra, Galleria
Nazionale d’arte moderna, Roma. Con Paulucci, G. e Scroppo. Conferenza al
Circolo degli Artisti, Torino. posizioni come «feticci laici»,
«costanti di sentimenti e impulsi» che non necessitavano di riportarlo a
una rappresentazione esteriore e imitativa. La topografia
spirituale di questo mondo che non è né meccanica né architettonica, ma
piuttosto organica e determinata soprattutto dalla tensione tra le forze
elementarie vitali pressanti, da una parte, e l'aspirazione religiosa o
me- tafisica dall'altra, che vuole dominarle e oggettivarle nello
spirito delle tradizioni filosofiche e religiose alle quali nei miei
quadri faccio a volte allusione anche attraverso i titoli stessi.
Al Premio Parigi (itinerante anche a Cortina d'Ampezzo) il critico
Luigi Carluccio seguita di rimando: L'artista si è portato sempre su
posi- zioni di ricerca mantenendo tuttavia vivo il dialogo fra i
suoi istinti pittorici e le sue meditazioni.
Il temine feticcio laico annota con felice incidenza che
all'origine degli impulsi e dei sentimenti è sempre vivo lo stesso
dibattito tra la pressione vitale di forze elementari, naturali, e
l'aspirazione ad ordinarle in una ragione metafisica. Il
rivolgersi all'arte d'oltralpe (già a partire dalla mostra Arte francese
d'oggi, Roma e Torino) ebbe degli echi a Torino con le sei edizioni della
rassegna Pittori d'Oggi Francia- Italia promosse da Carluccio e
alle quali Galvano partecipò alla prima e alla terza, così come figurava ai
due Premi Saint Vincent messi in piedi dalla fronda democristiana
capeggiata da Carluccio in re-Carluccio, in Mostra Nazionale del Premio Parigi
catalogo della mostra, Cortina d'Ampezzo e Parigi Con Chessa e Matteis.
azione al Premio Torino, troppo polarizzato a sinistra secondo il
critico. È di vitale importanza ricordare infine il ruolo di G. come
animatore culturale nel clima di fermento postbellico, dapprima
impegnato attivamente come promotore dell’Unione Culturale
(raccolse intellettuali antifascisti tra cui Einaudi, Mila,
Antonicelli, Venturi e tra gli artisti Casorati, Menzio, Levi) e
come propugnatore di due rassegne artistiche: la I Mostra Internazionale
dell'Art Club a Torino e la Mostra d’arte contemporanea di Torre Pellice.
La prima con presidente Casorati e segretario Scroppo, organizzata dalla
sede torinese dell'Art Club, un'associazione apartitica internazionale
— mirava a presentare le nuove voci artistiche italiane e di
diversi stati esteri. La seconda, aveva sede a Torre Pellice, che «pur
nella modestia delle proprie possibilità, possiede, come centro delle
Valli Valde- si, una secolare tradizione di cultura che ha i suoi
particolari caratteri di pensiero e di ispirazione. È stata ideata insieme a
Scroppo, artista e critico valdese, (nativo della Sicilia ma
inseritosi dalla metà degli anni Trenta nell'ambiente cittadino) e
da Bertolè notaio e illuminato collezio- nista di moderno. La Mostra
d’arte contemporanea appuntamento estivo annuale protrattosi per un
Mostra d'arte italiana contemporanea, catalogo della mostra, Collegio
Valdese, Torre Pellice quarantennio al quale G. espone
assiduamente—trasformòla cittadina della provincia torinese in un polo
culturale aggiornatissimo sulle ricerche artistiche nazionali e con
qualche non rara puntata internazionale. Il Movimento Arte Concreta
Il confuso ribollire di tendenze astratteggianti, che impera anda
delineandosi verso l’elusione dell’astrazione su base mimetica in
favore del concretismo. Una lucida definizione della corrente venne
offerta da Dorfles in un saggio, il così detto manifesto del Movimento
Arte Concreta fondato a Milano insieme a Munari, Monnet e Soldati. Dorfles
precisa il concetto di concreto che non cerca di creare delle opere d’arte
togliendo lo spunto o il pretesto dal mondo esterno e astraendone
una successiva immagine pittorica, ma che anzi andava alla ricerca
di forme pure, primordiali, da porre alla base del dipinto senza che la
loro possibile analogia con alcunché di naturale avesse la minima
importanza. L'adesione formale al MAC di G. e un gruppo di
giovani torinesi — Biglione, Parisot, FScroppo e in seguito Rama e
Montalcini — avvenne. A Torino il coagulo del Movimento rappresentò una
sfaccettata unione di poe- tiche, abbastanza distante dal rigore
costruttivista delle soluzioni compositive lombarde che fondava le sue
basi nell’Astrattismo storico internazionale e locale degli anni
Trenta. In questa sede non è possibile analizzare la presa di coscienza
sulle radici dell'avanguardia delle personalità torinesi e ci si limita
al solo caso di G.. 1] distacco di G. dal comitato promo- tore del
Premio Torino (la prima manifestazione locale di arte attuale italiana
dopola fine della guerra)non avven- ne solo per posizioni politiche. Come
chiariva Giuliano Martano, nel catalogo della mostra Arte concreta a
Torino, per una parte di artisti si trattava di una scelta di «lettura in
quelle matrici dell'avanguardia europea quasi in contrapposizione alle
matrici trovate allora in un neonaturalismo e del Fronte nuovo delle arti.
Per G. e il discepolato della scuola di Casorati, alla quale riconoscevano
la creazione di «una terra concimata pronta a recepire, stratificazione
di cultura altezzosase vogliamo, ma attenta. Aveva purelasciato
ineredità una figurazione latente, una scansione dell’og- getto che verrà
dai torinesi lentamente e sofferentemente decantata»°. Uno smarcamento,
dunque, in totale buona Sauvage,
Pittura italiana del dopoguerra, edizioni Schwarz, Milano. Dorfles, Manifesto
del MAC, ora in Arte concreta a Torino catalogo della mostra, Sala
Bolaffi, Torino Martano, in Arte concreta a Torino pace del Maestro, che anche
G. intraprese: la via verso l’astrattismo ben circoscritta e
lineare. La sua poetica, tra i torinesi, era la più distante
dal concretismo «proprio perché non è mai d'origine sperimentale ma la
sua avanguardia si pone sempre come una verifica dello sperimentalismo.
Si pone insomma come contrasto immediato fra una realtà esterna ed una
realtà interna quasi avida di controllare im- mediatamente sul terreno
stesso dell’accadimento, la validità dell’accadere, e di controllarlo
appunto in via sperimentale»? Gli aspetti strettamente
contenutistici della pittura di G. sono in diretto contatto con i suoi
interessi in quanto studioso di filosofia e FILOSOFO e storia delle
religioni. Griseri nota che gli entusiasmi per Kandinskij volto
all’astratto e per il primo Kupka giungevano a una presa di posizione
nell’ambito dell’arte non figurativa, chiarita in numerosi saggi, in cui
G.lumeggia la derivazione dalla secessione di Klimt di molta arte
contemporanea in una interpretazione nuova dei rapporti art
nouveau- Liberty e astrattismo. Degli scritti galvaniani degli anni
Cinquanta ai quali Griseri si riferisce citiamo almeno: Storicità e
significato dell’arte “astratta, Dal simbolismo all’astrattismo, Le
poetiche del Simbolismo e l'origine dell’Astrattismo figurativo. Gl’intendimenti
del manifesto del MAC torinese sono piuttosto netti. Più in generale
erano incontrapposizione con il dibattito dilagante in quegli anni
che scindeva gli artisti tra formalisti e realisti, con- tro il
neopicassismo ed estranei al «pudore» del compromesso dell’astratto-concreto di
Venturi. A livello localelalororicerca era indirizzata
all'emancipazione dall’orbita casoratiana, dal neoimpressionismo dei
Sei e dal secondo futurismo con il quale condividevano lo spirito
avanguardistico, ma certamente non gli in- tenti. Biglione, Galvano,
Parisot e Scroppo firmarono il testo programmatico, con la responsabilità
di «lotta contro ogni conformismo pigrizia intellettuale». «Se il
nome stesso di arte concreta sta a significare il desiderio di rigore di
chi ha rotto ogni ponte con tradizioni storicamente esaurite per
sostituire la loro ricerca d'una diretta presentazione d’oggetti in
cui si vengano obiettivando i bisogni spirituali dell’uomo, come negli
strumenti del suo lavoro quo- tidiano si proiettano i suoi bisogni
materiali. G., pur immerso in una personalissima ricerca non figurativa,
nel periodo che all'incirca si estende, sviluppò una maggior
Griseri, G., in Dizionario Enciclopedico, Utet, Torino Biglione, A.
Galvano, A. Parisot, F. Scroppo, in “Arte con- creta” Caramel, Mac
Movimento Arte Concreta Electa, Milano adesione al MAC. Lo spazio dei
suoi dipinti, asciugato dall'andamento curvilineo delle partiture, si
popolò di forme squadrate dalla linearità spigolosa. Tuttavia, la
freddezza costruttivista e il rigore logico del concretismo erano solo
apparenti; l'artista puntava al contrario «ad un'arte che preservi il
dialogo tra gli schemi astratto-geometrici e quelli
compositivamente più liberi, moduli grafici e forme archetipiche
non direttamente razionalizzate. Un precoce avvicinamento ai
concretisti lombardi lo si data. G. èpresente a Milano in due collettive:
con Scroppo (presentati da Monnet) presso la Libreria Il Salto, cenacolo
della pittura concreta milanese e alla mostra di pittura astratta
italiana. Astrattisti milanesi e torinesi allestita alla
Bompiani dove esponevano i piemontesi Costa, Davico, Mastroianni,
Parisot, Scroppo, Spazzapan). I maggiori rappresentanti della corrente di
entrambe le regioni figuravano, G. compreso, anche alla II e III
Mostra d’arte contemporanea di Torre Pellice. L'allineamento al MAC
di G. fu palesato anche dalla sua presenza ad esposizioni promosse
dal gruppo. La sortita d'esordio dei torinesi (Biglione, G., Parisot, Scroppo
ai quali si aggiunsero anche Davico, Merz eGiannattasio) avvenne
alla Saletta Gissi di Torino con la mostra Pittori astratto-concreti di
Milano e Torino. Non fu però la prima presenza organica del concretismo
in città poiché presso Il Grifo si affacciarono alcuni esponenti
milanesi così come alla Quadriennale Nazionale d’Arte di Torino
dove comparve una nutrita schiera di astrattisti tra cui anche G..
Commentando la mostra presso Gissi, sul bollettino Arte concreta G, esibe
la profonda sicurezza di una non superficiale accoglienza nell'ambiente
cittadino e rilevava la sfaccettatura di posizioni della compagine
torinese che collimavano in una base comune di principi. Principi
che possono riassumersi in una profonda fiducia nella capacità dell’uomo
ad esprimersi e a comunicare con gli altri uomini, attraverso il
puro linguaggio delle forme, attraverso l’organicità e la coerenza
ch’esso sa imprimere ad un discorso i cui vocaboli non hanno bisogno di
essere immagini e finzioni per legarsi a una sintassi espressiva e,
nei casi più felici, poetica. La politica espositiva del
gruppo torinese non Mulatero, in P. Mantovani, I. Mulatero (a cura di),
Lucide inquietudini. Storie singolari dell’astratto-concreto, Civico
Museo d’arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta G., Mostra di pittori
concreti di Milano e Torino alla Saletta Gissi, in Arte concreta n. 9
cit., ora in L. Caramel, Mac Movimento Arte Concreta Con un'opera dalla
serie i Nastri. ebbe seguito se non l’anno successivo alla
Galleria 5. Matteo di Genova. L'eccezione è rappresentata da G. che
figurò in svariate mostre organizzate dal MAC, si ricordano qui le
principali: Pitture di G. in un esperimento di sintesi, presso lo
Studio b24 di Milano (valla pena rimandare agl’asterischi galvaniani di
quel periodo, quasi privati manifesti sui bollettini Arte concreta che
chiariscono la sua posizione all’interno del movimento) e lo stesso anno
a Torino da Gissi esposero pittori concretisti italiani e francesi (G.
presenta collages polimaterici di ascendenza prampoliniana); sempre al
Torino l’anno successivo G. è presente ad una mostra allestita
dallo Studio b 24 in occasione del Salone dell'Automobile. Si
menziona a parte la collettiva presso la Galleria il Fiore di Milano dove
G. espone insieme a Bordoni, Jarema, Parisot e Scroppo. Nello
scritto introduttivo al catalogo elaborò stringenti analisi nei riguardi
di un’«arte figurativa che non ripeta ma continui la natura», invitando
il visitatore a riflettere «che l'apparente chiusura ad una più
ovvia comunicazione di queste opere nulla intende precludere alla
possibilità di uno scambio e di una penetrazione sempre possibili
nell'esercizio di una lettura figurativa per elementi, segno colore,
movimento, materia, ecc., non differenti da quelli che consentono la
valutazione di ogni buona pittura. Non sono da dimenticare infine
le presenze alle Biennali veneziane con la sua produzione
concretista e la ripresa espositiva alle rassegne della Società
Promotrice di Belle Arti di Torino. Dall'Informale al
neoliberty floreale, il logico passaggio all’astrattismo di G. culmina in una fase di tensione tra impaginatura
attenta alle squadrature neoplastiche e colore tonale impastato. La
vibrazione cromatica delle campiture, ottenuta attraverso una libera
stesura di pennellate, lo portò a un lento e graduale sfaldamento delle
sue strutture geometrico-architettoniche a favore dell’indipendenza
dell'immagine e al protagonismo di una componente espressiva. Sul piano
formale il gesto pittorico si faceva emancipato e l’organicità
della materia riprendeva vigore. Si segnò qui il definitivo
passaggio di G. all’Informale, lontano dall’interpretazione del
neona- turalismo propugnata dal duo Carluccio-Arcangeli (è proprio che
sono presentati a Torino l’artisti informali presso La Bussola
nell'esposizione Niente di nuovo sotto il sole, titolo che rivelava la
volontà di mantenere una continuità con il passato e la natura.
L'evoluzione del concretismo impose a G. (e alla compagine torinese
del MAC) un binario doppio di direzioni che nonsiindirizzò
all’antipittura quanto piuttosto alla scelta di rimanere dentro la
pittura nell’opzione di un astrattismo lirico che lo condurrà verso
l’Informale. Un Informale, sosteneva G., affine alla declinazione di un LINGUAGGIO
ASEMANTICO in cui tuttavia potessero trovare esito quelle ALLUSIONI O
IMPLICATURE PRAMMATICHE SIMBOLLISTICHE che hanno un posto ben rivelato
dai titoli dei suoi quadri del periodo astratto-concreto Rica pe
Una delle prime esposizioni che offrirono un G. smarcato
dall’astrattismo di matrice con- creta fu la personale alla
Biennale di Venezia mirabilmente introdotta d’Argan. La radice comune
della sua pittura è la distinzione netta tra i concetti di forma e
immagine. L'idea di forma è inseparabile dall'idea di arte come
rappresentazione, implica sempre un contenuto di nozioni, un riferimento
alla natura, un G., in Bordoni, G., Jarema, Parisot e Scroppo,
catalogo della mostra, Galleria Il Fiore, Milano G., Autobiografia G., in Bordoni, Galvano,
Jarema, Parisot e Scroppo G., Autobiografia processo dioggettivazione. L'idea
diimmagine supera ildualismo dioggetto e soggetto, la relatività
costante di quod significat e quod significatur; mira a designare
un assoluto valore d’esistenza, a sostituire alla rap-presentazione
un'immediata semantica. Segue Argan. La sua è la ricerca di un'immagine
che non abbia determinazioni dirette o indirette nel mondo esterno,
che non si manifesti per via di similitudini o allegorie, che dichiari
esplicitamente le sue origini e le sue ragioni esclusivamente umane, che
si ponga ad un tempo come noumeno e come fenomeno. Così la materia,
non la forma, diventa mito ed immagine; e la materia è il colore, ma
anche IL SEGNO, la linea, il punto. G. venne invitato da Ragghianti per
una personale alla Strozzina di Firenze. Nell’autopresentazione l'artista
tenne a ribadire ancora una volta le convinzioni e la coerenza del suo
percorso pittorico che lo avevano condotto all’Informale. La formazione
spirituale si ècompiuta, esplica G., attraverso la sua adesione
alle correnti non figurative, a quell'inversione del simbolismo
nell’astrattismo che ho cercato di spiegare storicamente in sede critica.
Perciò a Kandinskij e al Kupka agli americani Pollock e Tobey, ai
polimaterici di Prampolini. L'unico germe di “manifesto” è quello sul
feticcio laico. Feticcio cioè metafisica, ma laico cioè antimetafisica.
Crede si possa essere antimetafisici solo nella misura in cui si è contro
le false metafisiche. Nel caso dell’arte contro la falsa ispirazione,
l'evasione sentimentale. Il mezzo informale di G. vira verso
accezioni neoliberty. La copertura totale della tela della prima fase si
distillò per mezzo di uno sfondo neutro solcato da grafismi pittorici
orientati sempre meno verso un'immagine quanto in direzione di
archetipi floreali e calligrammidi scrittura gestuale. Galvano
recuperava, seppur allusivamente, attraverso una nuova definizione di
immagini, la figuratività «trasformando o meglio puntualizzando i
feticci laici in emblemi esplicitati in forme larvali di iris, i
fiori paradigmatici del Simbolismo. Oltre alle regolari presenze alle
Promotrici torinesi e alle mostre annuali di Torre Pellice, si segnalano
la puntata alla collettiva berlinese presso la Maison de France, le
partecipazioni al Premio Bergamo, ai Premi Arezz e Fiorino.
(Firenze) e alla Quadriennale romana. Di particolare rilevanza in quel
periodo furono Argan, in catalogo della Biennale di Venezia, Venezia
G., in catalogo della mostra, Galleria La Strozzina, Firenze G.,
Autobiografia Due mostre. La personale presso Il Canale di Venezia
presentata da Edoardo Sanguineti che così ultimava il suo scritto: «I
fiori Mallarmé ci costringono anche a riguardare di nuovo in faccia
la posizione dell'artista las que la vie étiole, portando cosìla pittura
ad assolvere a un compito, molto forte e molto importante, di
smascheramento dell'avanguardia, nella forma, secondo le possibilità
“moderne” di uno estraniamento. Nella collettiva (G., Scroppo e
Montalcini) al Quadrante di Firenze, Dorfles, accogliendo gl’enunciati di
Sanguineti, alluse altresì ad un significato orientaleggiante delle
pitture di G. che avevano: accolto nella loro matrice compositiva
quasi il vuoto il sunyata di certa arte zenista, purrimanendo lige a una
composta scansione di ritmi dell’Abendland. Pittore dunque in
senso tradizionale si define G. che ricusava le forme antipittoriche,
schiuse alla strada dell’arte-oggetto (della quale si interessò in
sede teorica), per abbracciare una «simulazione d'avanguardia». Un
profondo disagio lo conduce a compiere una pausa dalla pittura causata
probabilmente dal cortocircuito innescato a causa di intendimenti
antitetici perseguiti dal parallelo mestiere di critico e di artista.
Come rimarcava Argan: Sanguineti, in catalogo della mostra, Il
Canale, Venezia, Dorfles, Tre pittori torinesi, in G., Montalcini,
Scroppo, catalogo della mostra, Il Quadrante, Firenze, G., Autobiografia Con
Scroppo. la confluenza dei due percorsi di pensiero (e la sua
pittura è tutta pensiero) sono difficili e interiormente sofferte.
Assumono infine un ruolo fondamentale nella produzione saggistica
di Galvano i due volumi pubblicati in quel periodo: Per un’Armatura
(Lattes) e Artemis Efesia. Il significato del politeismo greco (Adelphi).
Sono opere difficilmente classificabili che attingono alla filosofia,
alla storia delle religioni, alla psicoanalisi e all’antropologia. I due
studi affron- tano il problema dell’interpretazione sia culturale
che psicologica di un passato che ci coinvolge direttamente e sono
al tempo stesso processo di autoanalisi in merito al rapporto tra una
figura-feticcio un’armatura
tardomedievale e un idolo greco e l’area
psichica della coscienza. È certamente per G. la fase
più feconda di collaborazione con periodici e riviste tra cui le torinesi
Sigma, Cratilo”e come redattore di Questioni(Galleria di Arti e Lettere”)
con Ciaffi, Lattese e Navarro per Lattes. Una menzione a parte merita il Argan,
in catalogo della mostra, Unimedia, Genova Roberto, G., Dizionario
biografico degli italiani, Treccani, Milano contributo Le tigriimpagliate
per il primo numero d’Azimuth fondata da Manzoni e Castellani. Per
“Letteratura” nG. pubblicò La pittura a Torino, un lucidissi-
mosaggio che inquadra, da testimone diretto, l’arte torinese del
dopoguerra. Successivi furono i notevoli contributi sulla situazione
artistica cittadina tra cui: Per lo studio dell'Art Nouveau a Torino,
Torino e i “secondi futuristi” e La pittura a
Torino. Bandiere, Nastri, Griffonages e SEGNI ASEMANTICI. Con
l'esposizione Erbe e Bandiere, presso la Galleria Botero di Torino,
Galvano sentì «il bisogno di affiancare e poi sostituire gli emblemi
ispirati alla natura con quelli di carattere artificiale più spogli
e tendenti in qualche modo a una nuova astrazione». In mostra le
forme organiche dai tratti guizzanti dell'ultimo Informale di G. sono
accostate, in un felice trait d'union, con la nuova produzione
attraverso la serie delle Bandiere. In uno scritto critico perla suddetta
mostra Chepes sottolinea. Le sue erbe alghe, le sue flammulae, più che
bandiere, sembrano, ad analizzarle, vive, agitate da sentimenti, da
spasimi da aneliti, da desideri. L'artista perseverò nella coerenza linguistica
della sua ricerca che ancora una volta, nei più nuovi risvolti, non
si collocò in un'immediata e netta inserzione in correnti o gruppi
operativi. Gli estesi panneggiamenti svolazzanti dai colori accesi che si
stagliavano su fon- di neutri riecheggiavano quasi un'antica
tradizione araldica. I riferimenti pittorici non erano di certo
estranei al linearismo sensuale del Liberty, anche nella sua declinazione
decorativa, rammentando inoltre suggestioni neobarocche. Un commento di
Mollino, riguardante un'architettura baroccheggiante di Galvano dipinta
degli anni Quaranta, potrebbe restituire puntualmente le atmosfere delle
recenti Bandiere espresse in uno: «scenario di questo tempo
immobile nella chiara decisione di un arabesco che non si placa che in un
ordine senza indulgenza, ma vivo di un amore disincantato»?
Furono ancora le Bandiere ad essere esposte nel 1968 per una
personale a Cremona alla Galleria d’arte I Portici. Gli stendardi
svolazzanti davano la prova di una profonda conoscenza degli allora
attuali linguaggi pop e forniscono anche un «grave riverbero di
anti- chità» rendendo l’immagine «imminente e insieme assente che
par scelta e fabbricata per un pubblico Tutti gli scritti qui citati sono
reperibili in G., Diagnosi del moderno, G., Autobiografia Chepes, in “Borsa
Arte Mollino, in S. Cairola, Arte italiana del nostro tempo, senza tempo e
d’ogni tempo Proprio per questo è significante perché carica di
intenzioni contrad- dittorie e fortemente drammatiche, nella dialettica
che stabiliscono tra l’esperienza passata e l'avvento, e la
necessità del presente. G. si rivolse alla nuova serie pittorica dei
Nastri mantenendo una viva tangenza allo sviluppo formale del periodo
MAC. L'oggettivazione del dato geometrico si sostituì con una figurazione
elementare di armonica tridimensionalità sull’estensione della
tela. Le masse sventolanti e libere, nelle quali si evidenzia una
ben nota propensione per l’ellissi e il semicerchio, proseguivano
l'indagine sullo spazio volumetrico. Giuliano Martano asseriva appunto di
un'astrazione intellettuale, in cui i segni, i ghirigori, sono veri e
propri simboli codicillari, incognite d’equazione, libertà della memoria.
Nastri che si dipanano nel quadro senza né capo né coda e sono le
bandiere di prima rese a brandelli, sono una forma chiusa che si apre,
che da circonlocuzione diventa INTER-LOCUZIONE. Presso la Saletta d'Arte
contemporanea di Cu- neo, G. presenta questa figurazione elementare
di volute concave e convesse di recente produzione, che si palesavano,
secondo Giorgio Brizio, «dall’uso parco e strettamente pensato delle
timbrici- tà cromatiche. Basandosi su toni primari, operando
esclusivamente sulla opacità della parte in ombra, Galvano può, in una
suddivisione doraziana dell’in- fluenza tonale, usare la direttrice
cinetica del timbro per equilibrare il dinamismo globale della
partitura spazio-occupato, spazio-vuoto. La personale alla Galleria Martano
di Torino assunse il significato di una ricapitolazione, dal MAC al
presente, in cui gli elementi nastriformi si erano evoluti, in forme
dall’aspetto cellulare e in moduli verticali e curvilinei. Tracce
realizzate a carboncino, impreziosite da lievi velature scariche di
colore, campeggiavano solitarie sulla tela; la dimensione gestuale fu
affiancata dall'espressione intellettiva dell'atto primario del
dipingere. Questi moduli nella linea filogenetica della sua pittura
non- figurativa «appaiono anche maggiormente legati ai dettami
grafici di una cultura passata attraverso quell’inversione del simbolismo
nell’astrattismo che riaffiora con l’organicità delle sue forme così tese
ed essenziali, rispondenti ancora una volta a quella logica interiore che
resta come la matrice vera di ogni opera di G. Una sala personale della
Mostra d'arte di Torre Pellice venne dedicata a Fezzi, in
catalogo della mostra, Galleria d’arte I Portici, Cremona Martano, G., in
“Pianeta Brizio, in catalogo della mostra, Saletta d'arte, Cuneo Dragone in
Stampa sera, G. che vi espone una ventina di opere. L'artista presentò
efficacemente al pubblico la sua recente svolta pittorica: sente il
bisogno di logorare la forma, di intercettarne la presunzione di
organicità, sgranandone il supporto disegnativo in pochi cenni grafici su
cui il colore nonagisse più come elemento qualificante ma soltanto come
sottolineatura allusiva. Come nel ritmo stesso delle vicende vitali, a
una stagione di estroversa aggressione della percezione dello spettatore
si avvicendava una fase di ripiegamento sulla discrezione, sulla riserva,
sultono contenuto. Coevi furono i Griffonages e i Segni dell'alfabeto
asemantico lavori con scritte quasi illeggibili rese «come puro
segno e gioco lineare non senza un, fra ironico e intenerito, strizzar
l'occhio al concettualismo. Si ha la personale genovese alla Galleria
Unimedia per la quale Saguineti imple- mentò la troppo riduttiva
definizione del G. doppio, critico e pittore, trascendendo anche
nella saggistica e nella FILOSOFIA e invitando a vedere con totale
persuasione la forza della sua lezione rispecchiata, con eguale fedeltà, nelle
sue pagine e sopra le sue tele». Il discorso si reiterava anche
nello scritto critico di Argan che chiudeva con un interro- gativo
dal quale G. non si discostò mai: Che cos'è la pittura? Ciò che vuol
sapere è che cosa sia la pittura in questa precisa condizione della
cultura, della coscienza, dell’esistenza, e quale il suo grado di
vitalità, quali le sue possibilità di sopravvivere in uno spazio ogni
giorno più ristretto. Tra la ripresa dopo l'interruzione pittorica e
si ricordano infine le puntuali presenze a collettive con cadenza annuale
come la Promotrice delle Belle Arti e le mostre del Piemonte Artistico
e culturale di Torino; le rassegne estive di Torre Pellice e due
edizioni dell’Incontro di artisti piemontesi e liguri a Bordighera Si
reimpose per G. un nuovo approccio rivolto alle forme naturali: la
ripresa di una figurazione espressionista pervasa d’un realismo
quasi visionario e il fascino recuperato, come confessò lo stesso
artista, per le gidiane nourritures terrestes. G. sembra sentirsi
quasi responsabile d'un tradimento verso la pittura allorché, per
coerenza, operò una sintesi tra l’elemento naturale e il non figurativo che gli
consentì G., Personale di G., in mostra d’arte contemporanea,
catalogo della mostra, Scuole comunali, Torre Pellice G., Autobiografia
Sanguineti, in catalogo della mostra, Unimedia, Genova Argan, in catalogo
della mostra, Unimedia, SZ Nella bottega
dell'antiquario. un'impaginazione astratta servendosi di forme non
inventate, non di natura cerebrale ma veramente esistenti, Riemerse,
con la serie dei Cespugli, la fascinazione per i cespi di iris, tema
dominante di inizio anni Sessanta, ma questa volta non più giocato con la
«gestualità irruente» del colore spremuto direttamente sulla tela,
eredità del linguaggio informale, ma attraverso un sedimen- tato
approccio di sottili velature di pittura a olio utilizzata come gouache
che si rifaceva alle delicate tinte dei moduli di qualche anno
precedenti. Gli sfondi bianchi svuotati erano percorsi esplicita-
mente da segni grafici e scritte che sembrarono dischiudere uno spiraglio
perfino alla poesia visiva. Fu Galvano stesso, riferendosi a questi lavori
— esposti in una personale presso la Weber di Torino a parlare d’archetipo
floreale dove il fiore dell’iris scandisce l’intrico dei segni, grafismi
di parole o di immagini, altre volte rigidamente modulari o, almeno non
anco- ra piegati all’allusione significativa. ‘Cespugli Spinardi, in
catalogo della mostra, Piemonte Artistico e Culturale, Torino perciò in
contrapposizione ai glifi dell’”alfabetico asemantico” e dei griffonages
che li avevano preceduti. Segue la serie dei Motivi vegetali (Ciottoli, Foglie,
Frutti, Relitti). La riappropriazione di una rappresentazione
ottica- mente realistica fu solo apparente; il candore neutro dei
fondiesaltava una suggestione di tridimensionalità attraverso la
scansione prospettica degli oggetti. Tali elementi solitari erano
estraniati dal loro contesto naturale e inseriti negli spazi illusori di
questa pittura d’assenza. Sul cadere diogni riferimento a
contenuti simbolici o anche solo sentimentali della pittura di G., ne
scrive Guasco nel saggio che introduce lagrande mostra retrospettiva
dell'artista organizzata a Torino dalla Regione Piemonte. Tali
opere, per Guasco, non sono più emblemi né simboli che rimandano a
un ulteriore significato. Per essi si può forse parlare di sospensione di
senso”(per usare un termine di Barthes), di un muto stupore di fronte
alla vita e alla natura. Le foglie morte e i relitti di G.
rifiutano il significato, e quindi ogni commento, o spiegazione. Il
cespuglio spezzato è solo un cespuglio spezzato; le foglie, anche se
rosse, autunnali, non sono les feuilles mortes. Con avvio del
decennio Ottanta ne i Paesaggi (Rocce, Alberi, Isole) vi fu il riutilizzo
di una stesura cromatica che spesso occupava l’intera tela con un
conseguente recupero dell'effetto tonale. Gli spazi desolati, le muse
inquietanti, che G. propose in questa fase suggerirono a Fossati richiami
alla pittura metafisica. Luoghi, intanto, vuoti, svuotati di
allotrie presenze, come è giusto siano le radure vuote e silenti, per il
camminante che vi si ferma a pensare e meditare. Luoghi di pensiero e di
inconsci sofismi: con i relativi feticci oppure archetipi, teste in
gesso di eroi, manichini nel pictor optimus; rami sassi acque per G.. L'artista,
con le serie di guazzi su carta di Nudi e Macchie sperimenta infine, una
pittura liquida fatta di segni colantiin un'inversione di «sgor- bi
cromatici di netta matrice informale. Confessa ai lettori del catalogo della
Micrò. Ancora una volta ho voltato gabbana e me ne scuso a chi può dare
fastidio, G., in catalogo della mostra, Weber, Torino, Guasco, in N.
Pizzetti e G. Givone (a cura di), G. cit., Fossati, Per un omaggio a G., in P.
Fossati, F. Garimol- di e Mundici (cur.), Omaggio a Albino Galvano,
catalogo della mostra, Circolo degl’artisti, Torino, Electa, Milano .G.,
in catalogo della mostra, Micrò, Torino ma vuole ricordare che vi è stata
una sua stagione d’eriffonages che a questi fogli ultimi molto si
apparenta, anche se là il segno prevaleva, monocromo. Perciò dico a mia difesa
il diritto di difendersi è sempre riconosciuto ai colpevoli —
versatilità, capricciosità sì, incoerenza no. Molti furono gli spazi espositivi
torinesi che accolsero le personali di G. inquadrando la sua fase
pittorica, tra cui: laWeber, il Piemonte Artistico e Culturale, la
Cittadella e la Micrò. Occasioni
extracittadine rilevanti furono presso la Morone di Milano, la Villata
a Cerrina Monferrato e la bipersonale insieme a Gorza presso Palazzo Te a
Mantova. Si rammentano poi l’antologica presso la La Cittadella di
Torino; la vasta esposizione organizzata dalla Regione Piemonte presso
Palazzo Chiablese di Torino che esplora l’intera carriera dell'artista
(corredata da un notevole apparato critico in catalogo) e le mostre
retrospettive all’Accademia di Torino. Costanti furono inoltre le
partecipazioni a collet- tive come alla Promotrice torinese, alla
Galleria Martano e all'esposizione Torino tra le due guerre presso la
Galleria d’arte moderna di Torino. Infine, nell’ambito della rinnovata
attenzione perlostoricizzato Movimento Arte Concreta, Galvano
figurò in svariate mostre a: Cavallermaggiore, Torre Pellice, Gallarate,
Aosta. G. muore a Torino. La dichiarazione conclusiva sugli
intendimenti di una pratica pittorica perseguita per l'arco di una
vita intera è affidata a Galvano stesso e permette di afferrare almeno un
aspetto di questa multiforme e primaria figura di artista, critico e
intellettuale italiano del Novecento. «Di una sola coerenza credo di
poter- mi vantare, ma è coerenza che in qualche modo mi sequestra
al di fuori di tanta arte contemporanea: la fedeltà alla tela, al colore
ai pennelli. In parole povere ho sperimentato molto, forse troppo e
troppo disper- sivamente, ma non mi sono mai sentito vicino alle
ricerche di chi avevarifiutato o cercato un'alternativa ai mezzi tecnici
che poi vuol dire anche espressivi di una tradizione che va dal
Cinquecento agl’impressionisti, ai fauves, agl’espressionisti. Fedeltà o
incapacità di uscire dalla routine? Non sta a me deciderlo. Ne
rivendico la responsabilità o il merito. G., in catalogo della mostra, Palazzo
Te, Mantova Alla presentazione del volume "La pittura, lo spirito e
il sangue, Da discepolo a interprete. G. e Casorati Botta
Quando mi presentai alla scuola di via Galliari, cioè allo studio
di Casorati, ha dietro le incerte aspirazioni dettate da una pretesa mia
attitudine al disegno. Poco, ma abbastanza, insieme alla passione per la storia
dell’arte, perché seguissi con attenzione sulle riviste (specialmente Emporium)
le Biennali veneziane che mi educarono al gusto per l’arte. Con
queste parole G. apre la sua auto-biografia scritta per una mostra
retrospettiva torinese, definendo sin da subito le proprie origini di
formazione e circostanze di aggiornamento. Nato nell’anno in cui, con le
Demoiselles di Picasso, l’arte occidentale vede chiudersi il ciclo
iniziatosi alla fine del duecento, si iscrive al liceo classico Cavour
insie-me ad ARGAN (son vicini di banco), e presto interrompe gli studi per
dedicarsi interamente alla pittura, seguendo inizialmente le indicazioni
di artisti intercettati attraverso le conoscenze familiari. Un temperamento
vivo e curioso, il suo, che più che seguire le letture e gli studi che il
percorso scolastico gli impongono, preferisce accrescere le proprie
conoscenze con una formazione isolata, fatta di letture personalissime.
Si seppelle cinque-sei ore al giorno in biblioteca sostiene in
un'intervista. Lì incomincia a leggere La Critica. Legge Bergson. Nell’atteggiamento
che caratterizza l’artista, concentrato ad inseguire le proprie passioni
piuttosto che le strade già battute, si può forse leggere una continuità
nella scelta di rivolgersi a Casorati come maestro, una decisione non
così scontata in una Torino dove gl’orientamenti estetici sono ancora
influenzati dall’ingombrante figura di Grosso e dall’insegna- mento della
paludata Accademia Albertina. G. ha una fascinazione improvvisa
verso l'artista torinese, arrivata attraverso l'osservazione di- G.,
Autobiografia, PizzETTI, Givone (cur.), G., catalogo della mostra (Torino,
Palazzo Chiablese), Regione Piemonte, Torino ARGAN, G. [presentazione],
in XXVIII Bien- nale di Venezia, catalogo della mostra (Venezia), Alfieri
Editore, Venezia. Non sono tra i primi della classe. Troppe cose c'interessano,
che non hanno nulla a che fare col programma, e ne discutevamo per interi
pomeriggi, dimenticando le versioni di latino e i problemi di matematica.
Forse quell’amicizia di ragazzi ci costa qualche esame ma, almeno per lui,
non è un'esperienza inutile. G. parla d’un apprendistato presso Vannini,
maestro di disegno a cui è stato indirizzato dal pittore Pisano amico di
famiglia, che ha spesso occasione di veder al cavalletto G.,
Autobiografia Intervista di Lanzardo ad G., in Fossati, GarmoLpi, Munpici (cur.),
Omaggio a G., catalogo della mostra (Torino, Circolo degli Artisti),
Electa Piemonte, G. alla mostra personale di Palazzo Chiablese, Torino.
Archivio Storico della Città di Torino, fondo Gazzetta del Popolo. retta
di alcuni suoi dipinti presenti nelle collezioni del museo cittadino:
“Alla Galleria di Torino — sostiene egli stesso nell’autobiografia gli sono
cioè piaciuti piuttosto i bianchi di tempera con il rosso dei coralli o il
cielo spugnoso del bozzetto per il ritratto della signora Wolf che il neo-quattrocentismo
del Ritratto della sorella. Indicazioni sintomatiche di un interessamento
che si rafforza man mano e che è destinato a diventare decisivo per
il suo ingresso nella scuola dopo la visita alla Biennale
veneziana, nella quale Casorati espone,” oltre ad otto dipinti, anche due
statue destinate al proscenio per il teatro Gualino. Galvano è colpito,
in questa occasione, ‘“[dal]l’azzurro o il paglierino di stoffe e legni
in Daphne che le pose ricercate dei nudi. G., [autobiografia], in Albino
Galvano, catalogo della mostra (Asti, Galleria La Giostra, 1952), Asti;
relativamente ai dipinti di Casorati citati si veda il catalogo generale
dell'artista BERTOLINO, F. PoLi, Felice Casorati. Catalogo generale. I
dipinti Allemandi et C., Torino. Da qui in poi citato come (Bertolino, Poli G. autobiografia
Relativamente alla Biennale scrive: Quella volli visitarla di persona e
vi fui impressionato specialmente da Felice Casorati, sicché decisi,
scoperto che abitava a Torino, di iscrivermi alla sua scuola.” (Ip.,
Autobiografia; in quell’occasione, oltre al Ritratto di Daphne Ber-tolino,
Poli, Casorati espone l’opera Ragazze dormenti o Mozart, ricordata da G. nel
suo racconto autobiografico. L'ingresso alla scuola lo vede
inserirsi in un ambiente già consolidato, accresciuto notevolmente d’iscritti
rispetto al nucleo fondante di stretto discepolato del suo studio che
sta tra l'accademia e il monastero. La scuola libera di pittura,
inaugurata in via Galliari, è ormai una realtà pubblica, che riunisce
maestro e allievi e li vede impegnati come fronte coeso nelle
esposizioni cittadine e nazionali. La serietà e la dedizione alla pittura sono
le caratteristiche fondamentali che danno l’accesso alla scuola: lo si
rica dalle impressioni che risuonano con continuità tra i commenti e i
ricordi degl’allievi che in tempi diversi affrontano l’alunnato
casoratia- no.! G. non fa eccezione: “L'accoglienza fu, come era
nel suo stile, di una signorile severità”.! Ma, al di là delle incertezze
iniziali, il maestro sem- bra essere più colpito dalla spiccata vivacità
intel- lettuale del giovane allievo piuttosto che dalle sue
capacità pittoriche: “credo che — sottolinea Galvano raccontando di se
stesso — abbia avuto subito per l’uomo la simpatia e la stima che poi
sempre mi di- mostrò, forse assai più scarsa la fiducia nelle mie
possibilità di pittore, il che mi fu ottimo stimolo a intestardirmi e ad
impegnarmi a fondo. Lo scolaro “intelligente ma noioso, predicatorio,
secondo il ricordo di Romano, anche lei discepola di Casorati, presenta
le sue opere per la prima volta con il gruppo di allievi all’Esposizione
d’arte allestita nello studio di via Galliari. L'esposizione intima, alla
sua seconda edizione, è aperta al pubblico di interessati (a visitarla, sono
perlopiù personalità del milieu intellettuale ANTI-FASCISTA cittadino) e
vuol essere una raccolta dei lavori più notevoli eseguiti dagli
allievi nello scorso anno. La prova generale della scuola non
sembra però garantire a G. l’accesso all’im- G. fissa la sua presenza
nella scuola G., Autobiografia GOBETTI, Felice Casorati pittore, Torino
Per uno studio sulla scuola di Casorati e sulle vicende espositive della stessa
si veda Cavallaro, La scuola di Casorati, tesi di laurea, Facoltà di
filosofia, Torino, relatore: Rovati; Poi, Cavallaro (cur.), La scuola di
Casorati ed Cefaly, catalogo della mostra (Catanzaro, Complesso
monumentale di San Giovanni), Rubettino, Soveria Mannelli testimonianze e
memorie dei suoi discepoli, in Pianciola (cur.), Il critico e il pittore.
Gobetti, Casorati e la sua scuola, Aras Edizioni, Fano G., Autobiografia
Romano, Un invento, Einaudi, Torino, PauLuccCI, Cronache torinesi. Scuola di
Casorati, in “Le Arti Plastiche Su questo argomento si veda A.
BOTTA, Felice Casorati nelle. minente esposizione alla Galleria Valle di
Genova organizzata probabilmente da tempo che vuol essere l’occasio- ne
per riunire una selezione più stretta degli allievi. Dove attendere ancora
qualche mese, in primavera, prima di assistere alla presentazione di un
suo dipinto (accolto per accettazione dalla Giuria) alla Biennale. Riuniti
attorno al maestro, gl’allievi di Casorati occupano la sala 30, attigua
alla fortunata e discussa retrospettiva di MODIGLIANI (si veda) ordinata
da Venturi, che non manca di far nascere alcune corrispondenze e
letture parallele con le opere dei ca- soratiani. Da questo
momento in poi G. incomincia ad essere presente con continuità alle mostre
della scuola. Una conferma che arriva già a poche settimane di distanza
con la partecipazione alla 88° esposizione della Società Promotrice delle
Belle Arti con ben quattro dipinti. Ancora alla fine dell’anno il suo
nome si registra tra gli allievi presenti alla III Esposizione d’arte di
via Galliari,' mentre viene segnalato come uno dei casoratiani che espongono -
questa volta senza il maestro alla mostra torinese degl’Amici dell’
Arte. Se fino a questo momento le opere di Galvano non sembrano
sollecitare più di tanto l'interesse della critica forse perché il
modello del maestro è troppo riconoscibile nella sua pittura, l'occasione
della I Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma apre ad un interessamento che
coinvolgerà da lì in poi anche il giovane artista torinese, presente con
il dipinto Estate, riprodotto per l'occasione sulla nota rivista milanese
La casa bella. G., ancora coeso al gruppo almeno fino al marzo di
quell’anno (la sua presenza è confermata in una mostra di “scuola”
allestita alla galleria Milano, Esposizione dei pittori Casorati, Bay,
Bionda, Bonfantini, Marchesini, Maugham, Mori, prefazione di G. Pacchioni,
catalogo della mostra Genova, Galleria Valle), Genova Sitratta del
dipinto Paese con un ponte; cfr. Catalogo XVII Espo- sizione Biennale
Internazionale d'Arte catalogo della mostra (Venezia) Venezia Pautucci,
Cronache torinesi. Scuola di Casorati, in “Le arti plastiche ZANZI,
Cronache torinesi. La mostra degli “Amici dell’Ar- te Emporium, Torriano,
Cronache d’arte. Note alla I Quadriennale, in “La casa bella”, marzo
1931, p. 57. Relativamente alla partecipazione degli artisti piemontesi
alla rassegna romana si veda L. IAMURRI, Levi, Paulucci e gli altri.
Presenza torinesi alla Quadriennale, in M. Cossu, C. MicHELLI (a cura
di), Cultura artistica torinese e politiche nazionali, catalogo della
mostra (Roma, Galleria Nazionale d'Arte), Electa, Milano Cfr. Bay,
Bionda, Bonfantini, Casorati, Chicco, Cremona, Donati, G., Levi, Maugham,
Marchesini, Mennyey, Mori, catalogo del- la mostra (Milano, Galleria
Milano), Milano Copertina del catalogo della mostra alla Galleria Milano,
Milano incomincia a dar segni di cedimento rispetto allo sta- tuto
casoratiano e nei confronti della scuola. Un di- Stacco progressivo che
si rende evidente nell'esercizio Stesso della pittura, che lo vede
ricercare una propria indipendenza e nuove vie di espressione. La
Promotrice diventa per lui un terreno di confronto nel quale presentare
le più recenti ricerche, filtrate at- traverso nuovi modelli nel
frattempo subentrati e maturati, chiariti con lucidità — a distanza di anni
dallo stesso artista. Mi affascina il tentativo di ricostruzione
formale del mio maestro e, contemporaneamente e contraddittoriamente, gl’esiti
dell’impressionismo e postimpressionismo, sia nelle loro accezioni originali
sia nelle riprese locali dei sei e, in genere, la pittura di colore e di
tocco, ovviamente legata a una visione naturalistica. Nel duplice e, in
certo senso, contraddittorio intento di tener Insieme i valori plastici
di Casorati e quelli cromatici dei Sei il risultato diveniva naturalmente
pesante, impasta- to, anche perché subivo fortemente l'influenza di
una certa pittura francese, o meglio di una pittura che si faceva
in Francia spesso da stranieri, che allora agli inizi degli anni trenta
mi affascinava dalle pagine dell’Art Vivant. Assente il maestro, G. è presente
con tre opere. La Composizione con figura, in particolare, riprodotta G.,
Autobiografia sia in catalogo che sulla rivista Emporium, mostra gli
esiti dell'aggiornamento condotto sugli esempi dei post-impressionisti
francesi e sulle proposte figurative dei sei (sciolti ufficialmente, come
gruppo), che si riconosceno nella linea di rinnovamento dell’arte
contemporanea tracciata da
Venturi. Il passaggio, da questo momento in poi, è
breve. Complice un disfacimento generalizzato della scuola stessa,
il pittore, alla mostra degl’Amici dell'Arte allestita nell'autunno del
medesimo anno, è considerato già da tutti un ex allievo. Ma la sua
fedeltà al maestro e l'amicizia che li lega lo vedranno partecipare
ancora ad una mostra di scuola, allestita nel teatro di Pavia. Accanto
agli ex compagni, G. diventa una presenza eccentrica. Le sue opere, che
spaziano tra i generi (dalla natura morta al paesaggio), mostrano la sua
indecisione circa la strada da intraprendere, alla luce delle più recenti
scoperte, passando dall’espressionismo all'impressionismo senza un attimo
d’esitazione. La rottura con Casorati o presunta tale, coincide con il
suo esordio di critico e con il suo avvicinamento a Venturi, al quale viene
introdotto dal suo compagno di studi Argan G. pubblica un saggio sull’illustre
rivista trimestrale L'Arte, che vede Lionello impegnato nella
condirezione accanto al padre Adolfo. La presenza del figlio, professore
a Torino, apre il periodico al dibattito sulle arti contemporanee, fino a quel
momento escluso dai contenuti tradizionali della rivista. Il saggio
Armando Spadini e il gusto degli impressionisti? mostra l'avvicinamento
di G. alla critica venturiana, già evidente nel titolo del contributo, che
riecheggia il più celebre volume, e che si conferma nei contenuti e nel
soggetto stesso dell'articolo. ZANzZI, Cronache torinesi. L'Esposizione
Interregionale della Promotrice di B. A., Emporium Rossi sulle pagine dell'Italia
letteraria sottolinea come G. sia ormai “teso a tutt'uomo alla ricerca di
costru- zioni personali Rossi, Una mostra interregionale, in
L'Italia letteraria, mentre Zanzi, sulla Gazzetta del Popolo, rileva come
la distanza tra allievo e maestro sia ormai sensibile sia da un punto di
vista cromatico che formale: G. - fa notare - sta liberandosi dai grigi e
dalle tristezze casoratiane e ora si esperimenta, con accortezza e
con gusto, nelle esperienze di Matisse e di Friesz Zanzil], L'arte
al Valentino. Mostra regionale del Sindacato delle Belle Arti, Gazzetta
del Popolo, Cfr.e.z. [E. Zanzi], Agli “Amici dell'Arte” pittori, scultori,
ar- chitetti, decoratori. La mensa degli avieri ideata da Balbo, Gazzetta
del Popolo Sornini, Alla mostra Casorati II, in “Il Popolo di Pavia Cfr. G.,
Autobiografia Spadini e il gusto degl’impressionisti, L'Arte VENTURI, Il gusto
dei primitivi, Zanichelli, Bologna Accanto all'impegno pittorico, piuttosto in
crisi in questo periodo (“per una dozzina d'anni, mi mossi un poco
a casaccio”), G. intraprende gli studi universitari presso la Facoltà di
magistero. Una scelta che è dettata non tanto dalla sua ben nota passione
per le materie filosofiche o dalla sua curiosità innata, ma più
semplicemente da problemi economici che lo obbligano in fretta e furia a
prendere una laurea e ad iniziare l'insegnamento in istituti. La fine del
suo percorso di studi, che si conclude con una tesi sulla pedagogia della
religione discussa con GAMBARO (si vda) ed ABBAGNANO (si veda), coincide
con la ripresa dell'attività di critico ma anche di saggista, che si fa
particolarmente intensa e che lo vede collaborare con le riviste Il
Selvaggio ed Emporium. Al di là dell'abbandono della scuola di Via
Gal- liari, Casorati resta per Galvano un solido punto di
riferimento, non tanto come esempio figurativo o di pratica pittorica da
seguire, ma come rappresentate di un modello culturale autorevole e
indipendente pre- sente in città. L'amicizia tra i due, avviata e
riconfermata in più occasioni, sembra in questo giro di anni
intensificarsi ulteriormente, antici- pando il sodalizio che porterà alla
pubblicazione della monografia per la collana “Arte Moderna Italiana” di
Scheiwiller nel 1940, dedicata integralmente al maestro. Incomincia a
collaborare con Emporium occupandosi di curare la sezione Cronache
torinesi del mensile. Questo nascente incarico gli permette di affrontare
e commentare l’attività artistica piemontese, confrontandosi con un universo
legato ad una rivista nota ed ampiamente diffusa e discussa. Casorati è
sempre presente nei suoi articoli: viene seguito passo passo da G. sia
nelle vesti di pittore che di organizzatore culturale, offrendo in
special modo la propria attenzione all'impresa della galle- G.,
autobiografia Intervista di Lanzardo a G. Da ascriversi sempre al rapporto con
Venturi sono i tre volumi di G., apparsi per Nemi di Firenze (L'arte
egiziana antica; L'arte dell'Asia occidentale e centrale; L'arte
dell'Asia orientale), pubblicati nella collana “Novissima enciclopedia
monografica illustrata”. Casorati sa rispettare la personalità
dell'allievo anche quando non era affatto d'accordo sulla visione
dell’allievo. Infatti quei pochi che sono venuti fuori tra i molti che ci sono Bonfantini,
Chicco, Montalcini, ed io, ci siamo subito allontanati da Casorati pur
restando suoi amici, pur essendo sem- pre aiutati da lui sul piano
pratico per mostre ed esposizioni. [Ma Montalcini ed io siamo passati
all’astrattismo, poi all’informale, tutte cose che Casorati ma non ci ha
mai tolto né la sua amicizia né la sua protezione. In questo è veramente un
grandissimo signore, Intervista di Lanzardo a G. G., Casorati, Arte
moderna italiana Serie Pittori Hoepli, Milano ria “La Zecca, avviata dal
maestro a Torino insieme a Paulucci in via Verdi Se appare piuttosto
chiaro come G. tenti con i mezzi a sua disposizione di promuovere e sostenere
l’amico Casorati nelle sue molteplici attività, il maestro, dal canto
suo, cerca di aiutare il suo ex-allievo nel suo percorso di pittore. È lo
stesso G. a dichiarare apertamente, molti anni più tardi, come la sua
affermazione al premio Bergamo sia in realtà frutto di un aiuto arrivato
dallo stesso maestro: “Casorati è molto potente mi fa accettare al Premio
Bergamo, mi fa sempre dare qualche premio, per cui mi trovai agganciato.
Presente con continuità G. si aggiudica per ben tre anni i premi in denaro del
concorso. Solo nella seconda edizione non compare tra i vincitori, ma la sua
opera viene acquistata dal ministero dell'educazione nazionale a
titolo di incoraggiamento. È data alle stampe il saggio “Casorati” scritto
da G., apparsa per Hoepli di Milano. Il saggio si inserisce all’interno
dell’ambiziosa collana Arte Italiana inaugurata e coordinata da Scheiwiller,
immaginata per raccogliere uno
dopo l’altro gli artisti italiani più noti del tempo, attraverso piccole
monografie illustrate, introdotte da un testo critico che viene di volta
in volta scelto dall'editore o dall'artista protagonista del
volume. In questo caso, è infatti Casorati a suggerire il nome del
giovane critico a Scheiwiller, incaricandolo di aggiornare radicalmente
la precedente edizione di Giolli, ormai vecchia di quindici anni. Il
saggio di G. non si colloca, all’epoca, come una novità di genere nella
letteratura artistica del pittore, ma rientra in un panorama già
piuttosto sedimentato di studi sul maestro, che si occupano di fornire uno
sguardo complessivo sull'intera produzione raggiunta sino a quel momento.
Il volume La collezione Della Ragione, in “Emporium, Torino.
Maccari alla Zecca, Emporium, Torino. Mostre alla “Zecca”, in “Emporium, Torino.
Mostre alla Zecca, Emporium, Intervista
di Lanzardo a G. G., Felice Casorati, cit. Per uno studio sulla mono-
grafia si veda Botta, G. e Casorati. La mongrafia per la collana Arte Italiana
di Scheiwiller, tesi di specializzazione, Università degli Studi di
Udine, relatore: Fergonzi. Giotty, Casorati, Arte italiana, Serie
Pittori, Hoepli, Milano. lo studio di Giolli, infatti, limitava
necessariamente l'indagine sull'artista. di Gobetti, che si propone come una
rico- struzione cronologica del percorso artistico (nonostan- te la
limitatezza della produzione casoratiana) apre la strada a numerosi
tentativi di interpretazione e ordi- namento dell’opera del maestro, non
limitati alle pubblicazioni di carattere monografico (il caso successivo
— come si è detto — è quello di Giolli) ma rintracciabili anche
all’interno di contributi meno estesi che, a partire dal saggio di Venturi
uscito su Dedalo, diventano sempre più frequenti nei tempi a
venire, anche sotto forma di presentazioni nei catalo- ghi delle
esposizioni. La critica contemporanea studia la produzione di Casorati
secondo principi e approcci molto differenti che, verso la metà degli anni
Venti, tendono a farla rientrare in quel processo di costituzione di
un'arte nazionale ufficiale: un’annessione ai pittori non pienamente
condivisa dall'artista che è esplicitata nel saggio di Sarfatti apparso
sulla Rivista Illustrata del Popolo d’Italia e che contribuirà a determinare
una lettura della pittura di Casorati divisa “tra estetica e
lettera- tura”, destinata a rimanere ancora per molto tempo
identificativa del suo lavoro. Intorno agli anni Trenta il lavoro
di Casorati rientra già nell'ottica di una ricostruzione storica più ampia
dell’arte italiana ed internazionale: le pubblicazioni di Sarfatti, di
Guzzi, di Costantini, di Brizio e di Nebbia,
esaminano Casorati secondo una prospettiva generale (con le inevitabili
ed ulteriori opinioni contraddittorie), ma sono tutte piuttosto concordi a
identi- Gost, Casorati pittore, VENTURI, Il pittore Casorati, Dedalo Mostra
individuale di Casorati, Esposizione d'Arte, Venezia, catalogo della
mostra, Venezia, Ferrari, Venezia PACCHIONI, Casorati, in Exposition
d'’artistes italiens contemporains, catalogo della mostra (Ginevra, Musée
Rath), Foa, Torino, Rossi, Felice Casorati, in Artistes Italiens, exposition,
catalogo della mostra (Ginevra, Galerie Moos), Richter, Ginevra
BERNARDI, 25 opere di Felice Casorati nel salone de La Stampa, catalogo
della mostra (Torino), La Stampa”, Torino. Per una ricognizione sulla fortuna
critica Casoratiana si veda P. THeA, La critica e Casorati: profilo e
antologia, in LAMBERTI, Fossati, Casorati, catalogo della mostra
(Torino, Accademia Albertina), Fabbri, MilanoSARFATTI, Pittori. Felice
Casorati, in Rivista illustrata del Popolo d’Italia In. Storia della pittura
moderna, Cremonese, Roma; Guzzi, Pittura italiana contemporanea. Origini
e aspet- il, Bestetti et Tumminelli, Treves, Roma-Milano; COSTANTINI,
Pittura italiana, Ulri- co Hoepli, Milano; Brizio, Ottocento Novecento,
Utet, Torino NEBBIA, La pittura, Società editrice libraria, Milano
ARTE MODERNA ITALIANA G. CASORATI HOEPLI.
MILANO EDITORE Casorati, Ulrico Hoepli, Milano ficare nell'opera del
medesimo una tendenza interna e personalissima alla corrente
novecentista. Le difficoltà nel rintracciare una linea condivisa per la
sua arte era già stata evidenziata da Debenedetti (filosofo torinese, come
Gobetti, prestato anche lui alla critica d’arte) con l'articolo Casorati
e la critica d'arte, nel quale sottolineava come L'arte di Casorati pare
fatta apposta per isconcertare gli schemi che la più scientifica critica d'arte
s'è data come sicuri oramai ed incontrovertibili, evidenziando nelle
conclusioni tutte le contraddizioni di una generazione: “Linea, dunque,
no: forma plastica, no: colore, no: o quanto meno né la linea, né la
forma, né il colore intesi come schemi esclusivi ed esaurienti,
nell'accezione data dai critici, che di quegli schemi si sono fatti, non
pure gli interpreti, ma i banditori. E questa è l’involontaria polemica
del Casorati contro la critica d’arte. Davanti a questo
insieme di opinioni e approcci differenti, G. si dimostra sin da subito
molto perplesso verso i suoi predecessori, affermando in maniera
categorica come Ciò che è mancato più ad una critica concludente su
Casorati è appunto una comprensiva ‘lettura’ delle sue pitture, e
sintetizzan- DEBENEDETTI, Casorati e la critica d'arte, L'Italia
letteraria G., Casorati do poi, nelle prime pagine della monografia, i
termini di questa fortuna critica che è anche incomprensione sedimentata
verso l’artista, almeno fino alla metà degli anni Venti: Casorati ha
goduto di un momento di fortuna quando la sua pittura, forse proprio
perché meno urtante a prima vista di quella di altri pittori di
avanguardia, ebbe tutti i suffragi e specialmente a quelli della critica
che voleva essere alla pagina, ma salvando il rispetto per la
tradi- zione [...] Erano i tempi in cui la pittura del novecento
appariva come uno sforzo neoclassico in polemica con l’arte futurista da
una parte, con l’aneddotismo elegante dall'altra, la pittura di Casorati
ha una sua funzione in Italia per liberare il medio pubblico dagli
en- tusiasmi per Grosso, per Sartorio, per Dall’Oca Bianca. Rispetto ai
precedenti studi la posizione di G. è fin da subito ben chiara: risiede
nell'approccio preferenziale con cui affronta l’opera di Casorati,
total- mente inedito sino a quel momento, che viene ribadito in più
punti della monografia. In apertura del volume il critico-pittore sottolinea
come la sua analisi non si circoscriva a una rilettura analitica e
distaccata della produzione casoratiana, ma si sviluppi attraverso una
consapevolezza fondata sul ricordo della propria formazione: Casorati
pittore scrive richiamandosi ai suoi rapporti col maestro è stato
per molti della mia generazione una esperienza di importanza capitale in
ordine alla formazione del gusto e all'orientamento di una cultura non
soltanto limitata a fatti di specie figurativa. La pratica di di-
scepolato presso di lui e la frequente consuetudine di Casorati uomo,
hanno valso ad alcuni di noi come un'esperienza fra le più profonde e
decisive anche per quanto riguarda la vita morale. L'insegnamento di
Casorati, oltre a fornire una solida base di rudimenti pittorici insieme
agli stru- menti per uno sviluppo individuale delle personalità
artistiche, è la chiave sempre secondo G. per la comprensione stessa
dell’opera del maestro, chiarita metaforicamente in un passaggio del
testo. Casorati è uno di quei pochissimi artisti che dopo il rapimento
delle muse non rimangono incoscienti di quanto in loro è avvenuto; lo
capiscono ed aiutano a capirlo agl’altri. Un concetto che viene ribadito,
in maniera ancora più chiara, verso la fine del suo lungo contributo per
Scheiwiller. Non molti di noi allievi hanno saputo da quelle parole
imparare a dipingere decentemente, ma certo tutti a leggere i suoi quadri un
poco meglio. Con queste premesse G. vuole dimostrare come la
vicinanza al maestro gli permetta di avere una visione privilegiata,
lucida e fedele del suo lavoro, elevando la lettura delle opere ad
un’originalità vicina alle intenzioni del maestro, più di quanto gli
altri possano avere. Al di là degli schieramenti e dei tentativi di
categorizzazione che, a più riprese, hanno interessato il lavoro di Casorati
tra assimilazione al gruppo novecentista, ascendenza neoclassica o, ancora,
appartenenza alla poetica metafisica, G. sceglie il sostantivo platonismo
per riassumere gli esiti figurativi ottenuti dall'artista, un’indicazione che
gli permette di liberarsi da ingombranti etichette sino a quel momento
attribuite all'opera del pittore. È un'affermazione di Casorati a
suggerire a G. le basi per un'interpretazione platonica delle sue opere:
il critico recupera esplicitamente una dichiarazione del maestro espressa a
margine di un catalogo della Galleria Pesaro, nella quale chiarisce le
proprie intenzioni quasi programmatiche di esercizio pittorico. Dipingere
la verità, dimenticando la realtà superficiale. Un concetto che viene
successivamente ribadito da Casorati, spogliato delle sue implicazioni
categoriche (rinnegate in un secondo tempo dallo stesso pittore) in una
successiva dichiarazione, riportata nel catalogo della prima
Quadriennale romana, con la quale l’ar- tista sottolinea ancora una volta
come il suo distacco dalla realtà dei soggetti sia prerogativa fondante
del suo lavoro: la mia pittura è staccata dalla vita. La posizione
platonica di G. pone il lavoro di Casorati in netto contrasto con la pittura
degli Impressionisti (che godono invece di una notevole for- tuna,
verso gli anni Trenta, a Torino), collocando il movimento francese e il maestro
torinese su due fronti opposti sia da un punto di vista lirico che tecnico:
un sto di Casorati preferiremmo ad ognuna quella di platonismo. Casorati,
[Dichiarazione], in Arte italiana contemporanea, catalogo della mostra
(Milano, Galleria Pesaro), Alfieri et Lacroix, Milano Scritti interviste
lettere, cura di Pontiggia, Abscondita, Milano Scrissi allora nel catalogo
alcune parole per spiegazione del mio lavoro e quasi per contrappormi
all'arte di quel tempo: affermavo di voler dipingere la verità,
dimenticando la realtà apparente; di voler indulgere agli errori che
spesso sono la sola ragione dell’opera d’arte. Queste parole furono
definite un’eresia estetica; in fondo, però, esse volevano spiegare il
carattere di immobilità, di impassibilità dei contorni decisi di forma,
in con- trapposto al più o meno degenere impressionismo di
sfarfalleg- giamenti colorati, di indecisione ottica, di ricerca del
movimento nel vibrare continuo della luce CASORATI, in G. MascHERPa
[a cura di], Casorati e il religioso, catalogo della mostra
[Milano, Galleria San Fedele, Milano, Milano CASORATI, Presentazione, Arte
nazionale, catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle esposizioni), Pinci, Roma
Scritti interviste lettere, E infatti se dovessimo trovare una parola per
definire il gu- IN rifiuto che è categorico e si muove sulla
falsariga delle indicazioni già enunciate dall'artista nella citata
presentazione: “non ho mai capito il movimento qui déplace les lignes’, e
adoro invece le forme statiche la mia pittura nasce, per così dire, dall'interno
e mai trova origine dalla mutevole ‘impressione’ }° consi-
derazioni che vengono caricate di significati filosofici, anche in questo
caso, da G.: Al protagorico impressionismo per cui misura di tutte
le cose è l'uomo individuale, si contrappone dunque il platonico Casorati
richiamandoci all'ordine di una pittura dove le cose appaiono reali in
quanto hanno la maneg- giabilità di ciò che dal flusso delle sensazioni è
ritagliato per opera dell'intelletto. Scodelle o uova, teste o seni
varranno come categoria. Al degenere impressionismo Casorati contrappone,
secondo G., i suoi caratteri di immobilità, di impassibilità, di contorni
decisi, di forma. Alle premesse teoriche fanno seguito le prime verifiche
sulle opere che, a differenza dei precedenti Studi, non seguono uno
sviluppo strettamente cronologico ed organico della produzione casoratiana, ma
si Muovono più liberamente, procedendo secondo l’andamento del discorso. Come
nelle antecedenti occasioni di studio, l’ini- z10 dell'attività pittorica
viene fatta coincidere con le Opere che gli valgono le prime attenzioni
da parte della critica alla Biennale di Venezia ed alla moStra degl’Amatori
e Cultori di Roma. Le considerazioni che investono il dipinto Le vecchie e La
cugina sottolineano nelle ricerche di Casorati un senso drammatico della
vita teso in un’acuta analisi psico- logica in cui non manca una punta di
sensualità, Ma temperata in una specie di serenità letteraria, Motivi che
si pongono in continuità con le formulazioNi espresse in precedenza sia da
Gobetti che da Ventu- Il, attenti entrambi a rilevare l’attenzione
psicologica ed il senso letterario di queste prime composizioni. Il salto
a questo punto si fa subito brusco: l’esclu- Silone di tutta la
produzione degl’anni della guerra, che coincide con il suicidio del padre di
Casorati e con le nuove responsabilità di capofamiglia verso le due sorelle
e la madre, è in linea con le volontà dell'artista, che sceglie di non
conservare le opere di quel periodo, contraddistinte da un simbolismo e
sintetismo decorativo piuttosto anomalo. G., Casorati, (Bertolino, Poli G.,
Felice Casorati, Cfr. Gobetti, Casorati pittore, VENTURI, Mostra di
Casorati, Esposizione d'Arte della Città
di Venezia, cUn passaggio su Le signorine, che libero questa volta da
preoccupazioni di ordine realistico ed orientato verso una completa
subordinazione alla composizione, permette a Galvano di transitare
direttamente su Tiro al bersaglio, anticipando i problemi di annullamento
della terza dimensione già evidenti nel dipinto. Per G. Tiro al
bersaglio rappresenta un’opera cruciale, da cui parte tutta la produzione
più celebrata dell'artista, quella del periodo immediatamente
sucCESSIVO: l’opera significativa Tiro al bersaglio. In essa il
colore e la linea collo scomparire di ogni ricerca della terza dimensione
assumono per la prima volta una organicità che è davvero il segno
dell’impostarsi nella pittura di Casorati dei problemi di cui anche oggi
essa si nutre. Ridotto il qua- dro, colla completa scomparsa delle
ricerche chiaroscurali e mancando ancora l'ulteriore ricerca spaziale, ad
un semplice tappeto di tinte piatte, si comprende facilmente come linea e
colore divengano funzione l'uno dell'altro, tendendo a uno stato in cui
la visione inquietante del pittore raggiunge uno dei più intensi suoi momenti Il
dipinto, in realtà, aveva sino a quel momento goduto di una fortuna
alterna: tacciato di futurismo nella prima presentazione pubblica è
per Gobetti un’opera dai rapporti formali indecisi ancora legata alla
produzione dalla prima metà degli anni Dieci, un lavoro insomma, che
Casorati realizza come prova per testimoniare a se stesso la fine
del suo estetismo e la sua incapacità di fermarsi ormai
all'episodio. La rivalutazione di Tiro al bersaglio, nei fatti trova,
prima di G., un precedente molto prossimo all'uscita della monografia
Scheiwiller: Cremona (anch’egli vicino a Casorati, pur non essendo
mai stato allievo della sua scuola), in maniera analoga a G. ragiona
sull’importanza del colore e sul principio di astrazione presente nel dipinto,
che anticipa le opere più compiute e celebrate degli anni Venti: sottrarre
le cose dai variabili accidenti della luce per penetrare invece il colore
secondo un processo di intelli- gente astrazione. In quella curiosa
vetrina di oggetti vivono infatti quei bianchi spettrali, quei colori
—finti-, che sovente ritroveremo nell'aria rarefatta dove respirano le sue
figure, anche quelle delle parate familiari che Casorati ha sovente
composto con sincera affettuosità ma che appaiono pur sempre affacciate a una
ribalta, in uno scenario freddamente preordinato, sul mondo dal
quale l’artista le ha volontariamente allontanate. Bertolino, Poli Bertolino,
Poli G., Casorati, GOBETTI, Casorati pittore, CREMONA, Felice Casorati, in
“Primato. Lettere e arti d’Ita- La rivalutazione del dipinto si pone
verosimil- mente in linea con le volontà dello stesso Casorati: l’o-pera,
che trova collocazione stabile nell’abitazione dell'artista, è ripresentata ad
una mostra degli allievi e riprodotta per volere dello stesso mae-
stro come prima tavola nella monografia Scheiwiller. Un interessamento
che viene letto da G. come un segno che una pittura senza volume ed una
pittura di colore sembra ancora a Casorati rivelatrice del senso
profondo della sua arte. Le opere aprono la discussione sulla funzione e
l’importanza del colore per Casorati, che viene ampiamente discussa nel
testo e che caratterizza da qui in poi tutta la monografia come
lettura univoca del decennio successivo. Accanto ad una premessa
platonica, che si confronta nuovamente con le opere Meriggio, Lo studio e
Concerto, allontanandole da facili letture estetiche, G. vede in quegli slarghi
formali di pittura un anticipo d’un’esperienza di tono che è chiarissima.
Contrapponendosi alle interpretazioni che vede- vano nella linea e nella
forma plastica le caratteristiche fondanti dell’opera di Casorati G.
valuta la pittura del maestro come una pittura essenzialmente di colore,”
spingendosi a verificare le intenzioni dell’artista e giustificare la scelta di
determinati soggetti e forme piuttosto che altre, proprio in funzione del
colore: Vi sono dei quadri di Casorati, e talvolta proprio i più
formali a prima vista, come Daphne che non si afferrano in tutto il loro
valore se non riferendoli al colore. Casorati ama le forme semplici perché sono
quelle che permettono al colore di stendersi con la sua migliore
ampiezza. È strano come questa semplice verità sia stata tanto spesso
fraintesa, non mancando del resto di contribuirvi la stessa
interpretazione che il pittore ha dato della propria opera”. Una
sensibilità tonale che porta il critico ad accostare come esempio di
‘“straordi- lia”, è quanto mai significativo a questo proposito il fatto
che il pittore abbia tenuto in tempi recenti non lontani ad esporre,
ad introduzione e quasi chiave di sue opere più recenti, quel ‘Tiro
a segno’ piatto e ritagliato fra tutti che volle anche ad inizio di
queste riproduzioni G., Casorati, Il nudo e gl’analoghi Concerto, Meriggio,
Studio, ci presentano un mondo che si presta ad essere interpretato in
modo equivoco, come estetistico, da chi non tenga presente che per
Casorati quelle platoniche accolte di figure femminili ignude, anche se
esse presentano molta eleganza, non hanno veramente valore per questa
eleganza ma solo per lo snodarsi ritmico dei volumi Cfr. (Bertolino, Poli G.,
Felice Casorati, La forma serve a distruggere la linea ed a passare al
colore: essa è, se si vuole, il punto di partenza, ma è proprio il colore
è il punto di arrivo Bertolino, Poli. G., Casorati, ARTE MODERNA ITALIANA
CASORATI II ed. del volume Casorati, Ulrico Hoepli, Milano. nario
pre-casoratismo” l’opera di Vermeer e diTour piuttosto che quella di Ingres,
riferita dallo stesso pittore come modello di riferimento alla
propria pittura nel “Referendum sul quadro storico. A sostegno di questa sua
tesi sul colore G. recupera ancora una volta i ricordi
dell’insegnamento del maestro, affrontando questioni di metodo e di
pratica pittorica vissuta nello studio dell'artista, dove l’osservazione dei
modelli veniva condotta non tanto sulla forma degli oggetti, ma sui
valori tonali dei medesimi: ci limiteremo a notare come quanto resti nel
ricordo di chi è stato alla scuola di Casorati verta essenzialmente
su due punti: l'insieme e il tono. E soprattutto l’insieme come forma il più
sintetica possibile in funzione del tono. La forma intellettualistica di
un oggetto, proprio ciò che interessa di più al pittore formale o
classico, è ciò che Casorati consiglia all'allievo di disimparare, la
for- ma che l'allievo deve imparare a vedere il più semplice- mente
possibile è la forma di quella determinata massa tonale, di quella
determinata massa chiaroscurale, non la forma dell'oggetto. CASORATI,
[Risposta al referendum sul quadro storico Le arti plastiche; Scritti
interviste lettere, .G., Casorati, cit., p. 14. Analoghe impressioni
sì ritrovano in L. RoMAnO, La scuola di Casorati, in L'Arte La discussione sul
colore offre a G. il punto di partenza per affrontare le influenze
cézanniane che, secondo una critica assodata ormai da tempo, avrebbero
avuto un ruolo capitale nell'evoluzione del lessico pittorico
casoratiano, soprattutto per il genere della natura morta. È Venturi a
offrire per primo quest'interpretazione, individuando nell'esperienza
diretta di Casorati alla Biennale, dove, su dipinti di Cézanne
presenti, sono ben sette le nature morte, il passaggio di svolta tra Le uova sul tappeto
verde e Le uova sul cassettone: Le uova sono un motivo di bianco su verde, le
uova sono un motivo di forma geometrica solida e chiara sopra un volume
scuro. Per G., l'avvicinamento al maestro di Aix è da intendersi come
esperienza più morale che pittorica, nella quale l'evoluzione delle sue
natu- re morte rappresenta un processo interno alla pittura stessa
piuttosto che il risultato di quest’incontro. Uova sul cassettone non si spiega
con un riferimento al costruire tonale del Provenzale nella sua essenza
stilistica, puntualizza G., ma solo col metterlo In relazione a quello
che la pittura di Casorati fu prima d'allora Secondo il critico, più che
un precedente stilistico, la lezione di Cézanne offre la verifica di
nuove possibilità espressive; un punto di vista che trova conferma più
tardi nelle stesse dichiarazioni del pittore, che ripercorrono l’incontro
con i dipinti alla Biennale: Tutta la grandezza del Maestro di Aix mi si
manifesta improvvisa. L'emozione che ne provai fu enorme e non fu
un'emozione di sbalordimento o di stupore, che anzi mi sentii preso da
quel senso di calma, di fermezza, di equilibrio, che solo le opere dei grandi
può dare. Equilibrio! Compresi che nella sua pittura trovava il giusto
equilibrio il problema posto e sviluppato in un senso
dell'Impressioni- smo e il grande opposto risolto da tutta la tradizione;
compresi l'aberrazione di una certa critica che non si staccava di insistere
sui problemi di Cézanne: capii che proprio, che Specialmente in quei
difetti è il germe della sua grandez- Relativamente a questo genere si
vedano Fossati, Nature morte di Casorati, LamBERTI (a cur.), Casorati.
Mostra antologica, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, Electa,
Milano BERTOLINO, Dal repertorio di oggetti alle prime nature morte PoLI
(cur.), La natura morta nella pittura di Casorati, catalogo della mostra (Iseo
[Brescia], Sale dell’ Arsenale, Electa, Milano VENTURI, Il pittore Felice
Casorati, Dedalo, Bertolino, Poli; relativamente alle opere si veda In
particolare LAMBERTI, Scherzo: uova (o Le uova sul tappeto verde) e Le
uova sul cassettone, Fossati, Casorati VENTURI, Il pittore Casorati, Dedalo G.,
Casorati za. Compresi che Cézanne è il pittore della rinuncia e che
la rinuncia è la forza della pittura. Non cambiai modo di
dipingere, ero troppo inconsciamente orgoglioso per tentare un
cambiamento di rotta che non avrei potuto fare in alcun modo. Credetti allora
di approfittare della grande lezione di Cézanne proprio irrigidendomi
sulle mie posizioni e cercando solo in profondità. La monografia
Scheiwiller, pensata per aggiornare la precedente di Giolli, in realtà affronta
solo marginalmente la più recente produzione del maestro, sostenendo per le
opere più prossime la piena attuazione del proposito coloristico în nuce
già nei primi anni Venti. Ai ricordi della Biennale, e soprattutto
a quella, G. contrappone le opere esposte nei primi anni Trenta: per La
lezione, Susanna e Lo straniero pone l'accento su come prevalgano in
questi dipinti certe note di rossi improvvisi, il taglio in controluce,
il gusto, almeno nei due primi, di accostare il nudo ad una figura
maschile vestita, un desiderio di atmosfera serena che suggerisce lontananze
chiare e assolate. Motivi pittorici che, spogliati degli elementi
accessori (come la copertina del Selvaggio nella Lezione o, ancora, le
pantofole rosse di Susanna), trovano un'ulteriore compiutezza in Daphne
e Ragazza in collina” delle collezioni dei Musei Civici di Torino,
soluzioni più aneddoticamente umane dove il motivo del controluce sulla
finestra aperta so- stituisce figure familiari o umilmente umane ai
mani- chini, mentre il paesaggio si fa sereno [...] ricavato da
quei campi di Pavarolo ormai cari all’artista”. Come già sottolineato da
Maria Mimita Lamberti, l'apporto di G. si dimostra poi piuttosto
illuminante nell'individuare nel tema del nudo una possibile linea di
lettura della sua produzione, sino a quel momento trascurata rispetto al genere
più discusso della natura morta. Il passo è riportato in Caruccio,
Casorati, quaderni d'arte del Centro Culturale Olivetti, Ivrea,
All'insegna del pesce d'oro, Milano Noi veniamo dall'esperienza della
generazione per cui i quadri rappresentarono lo scandalo che ancora
confonde la classicità coll’accademismo e che scorgeva in quei quadtri,
visti alle esposizioni colla famiglia deplorante o pronta al riso di
fronte alle stranezze dell'arte moderna, pur qualche cosa di inquietante e di
tentatore che non si poteva dimenticare i quadri della biennale rappresentarono invece la scoperta del
mondo nuovo e spregiudicato che si apriva alla nostra cultura G.,
Casorati, Bertolino, Poli, Erroneamente G. attribuisce il titolo Lo studio al
dipinto La lezione esposto alla Biennale. L’opera verrà distrutta nell'incendio
del Glaspalast di Monaco. G., Casorati (Bertolino, Poli). G. indica il
secondo dipinto con il titolo Estate. Cfr. A. G., Felice Casorati, LAMBERTI, I
nudi nello studio, in (cur.), Casorati. Mostra antologica, G. vi riconosce
una traccia di continuità che, a partire dalle Signorine, opera che,
secondo il critico, non è d’intendersi come gruppo SINTAGMA (cf. I
LOTTATORI della TRIBUNA di Firenze) ma come insieme di figure isolate),
arriva sino alla Venere bionda, punto di arrivo e di dissoluzione di
quello che si potrebbe chiamare il tonalismo di Casorati secondo G. il
motivo del NUDO in Casorati si presenta come figura essenziale, come una
forma elementare, categorica, simile a quelle delle scodelle, delle uova,
dei libri”, caratteristiche che, alla pari dei semplici oggetti che popolano i
suoi dipinti, permettono quegli slarghi formali di pittura, oltre alla
possibilità di un tono uniforme capaci di confermare la sua sensibilità
di colorista. Il saggio di G. su Casorati viene ristampata, aggiornato
in alcune sue parti e rivista totalmente per quanto concerne l'apparato
iconografico. Tra la prima uscita e la riedizione, l’interessamento che il
discepolo dimostra nei confronti del maestro è continuo e si attesta con
modalità simili a quelle che avevano contraddistinto il suo precedente
impegno sulle riviste nazionali. Vi si affiancano però nuove prospettive
lavorative. Accanto alla sua attività di pittore e di critico che in questi
anni, oltre alla corrispondenza per Emporium e alla collaborazione per Il
Selvaggio, si amplia con due contributi sulla rivista Le Arti, G. è
impegnato nella nuova veste di assistente alla cattedra di pittura di
Paulucci presso l’accademia Albertina di Torino, assegnata
contestualmente anche a Casorati per l'insegnamento di composizione
pittorica. Incarichi che vengono entrambi costituiti ad personam dal ministero
dell'istruzione nel contesto dei provvedimenti avviati da Bottai a
favore dell’accademie artistiche. Sono questi, inoltre, gli anni
nei quali G consolida una sicurezza economica stabile tanto auspicata
grazie all'insegnamento nelle scuole: prima come professore di figura
disegnata nei licei artistici piemontesi e poi, come docente di FILOSOFIA
nei licei classici. La mostra Casorati Menzio Paulucci, inaugurata
alla Galleria Cigala di Torino, è l’oc- casione per tornare a parlare di
Casorati sulle pagine di G., Casorati,
cfr. (Bertolino, Poli). sa: Casorati, Arte moderna italiana, Serie Pittori,
Hoepli, Milano. Cfr. Darmasso, Casorati e l'Accademia Albertina, in LAMBERTI,
Fossati, Casorati Copertina e pagine del volume Tre nature morte. Casorati
Menzio Paulucci, Carlo Accame, Torino. Emporium”, presente in questa
circostanza con due pittori torinesi protagonisti della scena artistica
cittadina (reduci entrambi dall'esperienza del gruppo dei sei, sicuramente
vicini a Casorati ma mai allievi diretti del maestro: Menzio e Paulucci,
con il quale Casorati intraprende da tempo un rapporto di stretta
collaborazione. Il sodalizio dei tre artisti, che non vuol essere
un principio di ricerca comune ma piuttosto un impegno di politica
culturale condivisa, si ripropone più tardi, in modo analogo, con una
mostra allestita alla Galleria Genova del capoluogo ligure. La
circostanza è anticipata da una pubblicazione autonoma di G., intitolata Tre
nature morte e stampata dalla tipografia Accame di Torino (che pubblica,
nello G., Casorati, Menzio, Paulucci, Emporium”, la monografia su
Casorati di Cremona), in un elegante edizione in folio che riporta come
Sottotitolo i nomi dei tre pittori torinesi. In questa occasione che si propone
di presentare sinteticamente tre opere dei rispettivi pittori, con tanto
di riproduzioni a colori G. sceglie la natura morta come genere
esemplificativo della produzione degli stessi. Un'operazione che
nell’introduzione viene definita come didattica e che si pone in aperta
polemica nei confronti della tendenza a considerare questo genere
come motivo poco adatto alla pittura moderna: ad Ogni esposizione abbiamo
sentito deplorare l'eccessiva presenza di nature morte o esaltare per il
loro scomparire di fronte ai quadri di figura. Una difesa per l'autonomia
e dignità del genere pittorico, che non si risparmia nel chiamare in
campo i precedenti noti di Cézanne, Manet ed ancora Renoir. La
questione non è nuova, ma prende le mosse da un pensiero espresso dal
maestro anni prima, che rappresenta verosimilmente il pretesto per il
contributo di G., che mostra questo taglio così inaspettato. Sulle pagine del
quotidiano torinese La Stampa, Casorati lamentava nell’artico- lo
La crisi delle arti figurative i medesimi problemi di accettazione della
natura morta da parte di pubblico € critica, con presupposti che
sembravano essere gli stessi avanzati ora da G. nella sua
introduzione: Ho sentito dire ed ho letto purtroppo parecchie volte
questa frase: troppe nature morte, troppe mele, troppi aranci, troppi
pomodori ecc. poveri oggetti, vo1 siete i modelli più docili e più esigenti
degli artisti Nei momenti più disperati della mia vita di arti-
Sta, io ho potuto riconciliarmi con la pittura dipingendo umilmente una
scodella, un uovo, una pera. La scelta della natura morta casoratiana verosImilmente selezionata da G. ricade su Le
pere verdi, presentata probabilmente per la prima volta in questa
sede: un’opera che gli permette di riba- dire il principio coloristico
sostenuto nella monografia, che viene qui chiarito con un'attenta
analisi Tre nature morte. Casorati Menzio Paulucci, Carlo Accame,
Torino La presentazione di Nature morte, dovute a tre fra i più autentici
pittori operanti oggi a Torino, potrà anche apparire, ed essere
criticata, come una iniziativa a carattere tendenzioso e polemico. Non sarà
forse il caso di affermare che essa ha piuttosto un intento didattico? E
proprio di educazione del pubblico: degli intelligenti (almeno in
potenza, chè degli ostinati per limitazione Naturale di possibilità, per
passione di parte o per difficoltà di Sclogliersi da presupposti
culturali privi di validità non occorre Hr a comprendere le ragioni per
cui, su di una falsa impo- azione di presupposti, può passare per
atteggiamento polemico, peggio, di conventicola, il semplice intento di
chiarificazione Intellettuale e critica” (Ivi, p.n.n.). i CASORATI,
La crisi delle arti figurative, La Stampa, Scritti interviste lettere, cit.,
Bertolino, Poli. CY della sua pittura (non priva di tecnicismi del
mestiere), che si concentra sui valori tonali e sugli accordi cromatici presenti
nel dipinto, che sottendono sempre secondo G. a problemi ed equilibri di
natura compositiva: Sul fondo rosa e paglia un accordo di
due verdi: crudo e spento, e le chiazze rugginose e calde della putredine
che intacca i frutti; solo dal colore prende realtà il fascino di
questa natura morta, eppure il colore qui non evocherà a nessuno la
categoria della forma aperta o la scioltezza di un pittoricismo
abbandonato: chè Casorati è anche ora il pittore delle forme assolute e
degli elementari geometrici, ma il colore ne rivela, per distinguersi dei
campi continui e dilatati, la purezza, anzi il purismo, di impaginazione
e ce ne propone la più castigata presenza. i colori si subordinano
ad una ragione compositiva a priori in essa si giustifica quel disporsi
graduale di intensità pittorica che può far apparire persino sordo
(e tale veramente sarebbe se non servisse a concentrare ogni
attenzione sull’interno ordinarsi del gruppo centrale, ma pretendesse di
disporsi sul medesimo piano di bel colore dei toni vicini) il colore locale;
necessario a staccare nel castigato e serrato gioco compositivo della
frutta ritagliati sul fondo chiaro, dove più i toni non si distinguono
nella vibrante luminosità, la bruciata profilatura delle foglie. Di
respiro ben diverso, invece, è il contributo Casorati e i torinesi apparso
sulla rivista Pattuglia di Forlì. Nel numero dedicato interamente alle arti
figurative e curato da Testori, G. traccia un bilancio della situazione
artistica torinese: accanto a considerazioni su Casorati in linea con la
monografia Hoepli, abbandona i ricordi della scuola di via Galliari
proponendo una lettura totalmente rinnovata, alla luce dei più recenti
sviluppi espositivi. Menzio e Paulucci rappresentano qui (insieme agli
altri sei, che però non vengono nominati) i pittori che si sono
stretti intorno a Casorati e che, seppur non direttamente allievi
dell'artista, non rinnegano il debito contratto col primo ideale maestro,
né sono da lui sconfessati. Anzi la stima, l'amicizia e la
valutazione dei diversi ed ugualmente validi risultati, da parte
del più anziano rimanevano intatti od accresciuti. Una G,, Tre
nature morte. Casorati Menzio Paulucci, Casorati e i torinesi, Pattuglia. La
rivista, mensile del Guf di Forlì, viene inaugurata e riporta nel
sottotitolo la dicitura mensile di politica, arti e lettere. Il saggio di
G. viene pubblicato nell'ultimo numero della rivista, curato Testori e
intitolato “Omaggio alla pittura”, che si proponeva di fornire un
bilancio dell’ARTE ITALIANA. LA RIVISTA VIENE INTERROTTA E SEQUESTRATA DA
MUSSOLINI per i suoi contenuti non in linea con le direttive in campo
figurativo imposte dal regime. 07 ee (E I TORINESI) E
condizioni che determinarono a To- : sei anni dopo l'altra polemica fra
rino l'orientarsi della pittura degna L. Venturi, a proposito del di
quest'ultimo, di eu- proposito del valore positivo tentici pittori.
Condizioni in cui la eri. tivo delle influenze parigine sull'arte tica ai
pose di per se stessa come po- ita'iana non ha significato diverso. Ora
lemica: © in cui da polemica fu l'one- Gobetti e Venturi sono appunto stà
stessa della critica. La guerra del tra | primi ad esaltare l'opera di
Ca è terminata. Lo stile libe-
sorati. A dispetto danque delle av ty » in architettura, il
neo-pre-ralfuel- versioni del borghese e delle ammira lismo tipo In arte
libertas da cui zioni dell'aggiornato, che esalta insie pure avevano
mosso î primi passi pit- e Carrà 0 © Casorati, l'e tori validi come
Modigliani e Spadini figurativa di quest uveva esaurita ogni pretesa alla
forma- —srebbe un significato diverso, e in certo zione di una coscienza
figurativa nella senso opposto, n quello in cui si è banalità di
un'acquiescenza in cui i svolta la comune esperienza della più fermenti
di possibilità che più tard' vi viva pittura italiana? In parte si deve
scoprirà l'accorto senso del « perver- rispondere affermativamente pEr eg
sai 16 gin lettuale per quello Hgurativo sano ogni evasione
dal fatto pittorico, E che sioo al 1928 la pittura di Casorati quanto per
queste esperienze avveniva anche nelle punte di estrema avanguar- ordine
a le possibilità della linea cur-.ija come in certi distrutti. di- me di
questo è quel complesso frea- —pinti, n quanto si dice. sotto l'influenza F.
Casorati: “Ragazza,. diano avveniva, in modo anche più vol- gel gusto di
Kandiski, cerca i proprii gare è fatuo, mancati Sant'Elia e Boocio
riferimenti non in un mondo mediterra- : ma in uno nordico {quasi a
fedeltà i H È È; i figurativo di Martino
Span- Torino poi: Thover seguitava a eredere viti e di Defendente Ferrari
che guard Memet o di Bestlovea, a confeadero assai più che quello,
volto verso il l'eleganza lineare di MODIGLIANI (si veda) con di
Gaudenzio), non in un'umanità l'imperizia del bambino (e se mai si
assertrice di proporzionata statura mul sarebbe dovuto rimproverargli
un'ele- rondo det orizzonte, ma nel panza sin troppo vicina preoccupazio-
tormento di sentirai oppressa da È ni ostetistiche e contenutistiche
simili amine mirror quelle che limitavano fl eritico) inau- ciò di dramma
per la propria persona, guraodo quella tradizione di contenu- in quanto
finita, Il sottile linguaggio tismo ad oltranza e di cauto e garbato, formale,
la ricerca d'equilibrio compo- ma fondamentalmente deciso, fin de sitivo,
l'astratto rigore della sintesi po- non recevoie » mel riguardi di una
vi- Loveno sì! suggerire, insieme @ certo conda pittoricamente valide a
cui si at- codenze illustrative (i libri aperti, i tiene con
un'ostinazione che ha per io csrtigli) o agli accorgimenti ‘tecnici, meno
2 merito della consequenzialità come l'uso della tempera verniciata, ri-
quel poco di csi valga la pena di rorimenti al quattrocento, mostro. sn
menzione della critica d'arte del quo- non poteva sfuggire ad ‘una
tidiani oggi ancora a Torino. più accorta l'assoluta continuità spi- Un
panorama, come si vede, sostan- rituale che legava il mondo d'allusioni
rialmente simile a quello del resto crepuscolari è le eleganze
cstotizzanti d'Italia, in cui tuttavia, in quegli delle « Vecchie» o
delle Signorine anni dell'immediato dopoguerra, Tori. attraverso 1
paradossi pseudo-formali ba ipo ipa delle
Scodelle è delle Uova nella maniera particolare e gerto senso,
doppia redazione, a tappeto ed s vo- fispetto al resto d'Italia,
polemica, su tume. a questo muovo mondo di non di un doppio piano,
intellettuale e figu: 1meno quintessenziate definizioni umane Rene a pi o
spaziali, anche se nel silenzio di IO) essere esemplificata PO quelle
quinte prospettiche ora quei pro- sizioni reciproche de La Ronda fili
proponessero le loro cadenze non di rivoluzione liberale. Cinscuno più
per la via analitica dei compisci vede quanto diversi gli orientamenti
menti particoleristici, ma per quella umani e culturali. Ma è tipico che
pro? delle sintesi ellittiche. prio fra Cardareti un'occe. Eppure una
così diversa afferma- sione polemica, su Leopardi, porta a zione in
ordine a scoperte pittoriche, una discussione do andava ben una tanto
dialettica decisione nel de- oltre i termini della cortesia. Siamo nel
finire il proprio mondo indipendente. Casorati: “ Bambina. Casorati e i
torinesi, Pattuglia, lettura della scena artistica cittadina che esclude
totalmente i primi discepoli dell'artista che continuano nel frattempo a
dipingere ed esporre, non solo a Torino preferendo invece soffermarsi poi
sull’anomalie figurative intese rispetto al tracciato casoratiano proposte da Spazzapan
e Cremona. Il rapporto tra allievo
e maestro, che è innanzitutto di amicizia, rimane solido negli anni a
seguire, nonostante le scelte di G. si avviino, nel frattempo, verso un
fronte non figurativo della pittura, che lo vedono abbracciare
l’astrazione ed aderire al “Movimento Arte Concreta”, fondando
insieme ad Biglione, Montalcini, Parisot, Rama e Scroppo la sezione
torinese del gruppo. Accanto alla sua attività di critico militante,
più orientata verso le verifiche nel frattempo ottenute con-
testualmente in pittura, tornerà solo raramente ad interessarsi di Casorati,
soprattutto in occasione di letture complessive e bilanci di un'epoca, che
sembra ormai essere lontana nel tempo Cfr. G., Casorati, CAIROLA
(cur.), ARTE ITALIANA del nostro tempo, Istituto Italiano d’Arti
Grafiche, Bergamo, La pittura a Torino, Letteratura. Rivista di lettere e
di arte contemporanea, La pittura, lo spirito e mente da ricerche solo
per certi riguar- questi sforzi d’uomini della cultura mona, Anch'egli amico di
Casorati: ma pre riuscito a cogliere il momento di di parallele, grazie
all'autenticità della universitaria e in tutt'altra la lezione che ne ha
appreso. spontanen concretezza pittorica. Senza realizzazione figurativa
è della schiet ritorno! Un rigore, un'incisività, un'analitica nì- che del
resto questo gli abbia impedito tezza di linguaggio fantastico da essa Nasce
così il gruppo dei sei: tidenza di segno, una predilizione per quell'accorta
coscienza teorica della po- presupposia, s'inseriva nel dialogo della
Menzio, Chessa, Levi, Paolucci, Galanta quei profili nettissimi che gli
permettono sizione di gusto in cui il suo mondo fi- italiana di quegli
anni con una © Jessie Boswell., Fntro e fuari le vidi dare evidenza allucinante
d’inganno gurativo sì determina e del rapporti di validità di proporzioni
che tuttavia man. cende del gruppo, Francesco Menzio isivo alla riproduzione
dei i og- esso col movimento surrealista, di tiene integro il valore
dell'esperienza risulta allora e tale si mantiene, come i: distribuiti poi
questi in un ardine cui, per una curiosa e significativa a della la
personalità più dotata che fosse ap- di fantasia di rara coerenza suggest
vicenda gli interessi destati a Torino memoria 0 più rigorosa- parsa, da
Casorati in qua, fra i pit- rispondere a furono proprio nella cerchia dei
col monte impegnata in un bilanelo della tori torinesi. Un mondo di
compiaci- più profondamente che gene- laboratori dell'originariamente
pittura. Tutti da Fanciullo ad- menti
delicati, d’edonismo controllato rano l'inquietante mondo delle ansocia» sano
Seleaggio, per brev'ora torinese dormentato allo Studio del © schivo, sceglie usa sun umanità d'ele-
i oniriche e dei senza si ppunto, sino alle recenti realizzazioni, al Concerto
»ne henno zione in volti di donne 0 di gnilicato, dei soprasensi di cui non si
itettoniche, nella sede della società nti i risultati più vivi. Poi el si
bambini. Da questo punto di partenza dà lettura, ma cl Ippica di Mollino) che tatti 1 suoli
hnocorse che i valori di tono e di ero appena le due esperienze opposte, ma
frata» per via di quegli emblemi pit- lettori conoscono, ma erano pur
utilizzabili în assai più concordanti nella dissoluzione di ogni e- torici in
cui però Cremona è quasi sem- G. concreto discorso di quanto non si
lamento estrinsecamente contenutistico, facesse dagli epigoni del peggior
otto- del rigoriamo formale casoratiano in- cento. Si afferma che i
Macchiaioli tu-, e del fervore cromatico de rono fra gli artisti
autentici della no- gl’impressionisti per- stra tradizione; si riconobbe
che un ar- misero a Menzio di scontare in puro tista ostile o almeno
appartato di fron- sollecitazioni pittoriche quei dati del te a ricerche
futuriste, metafisiche © sentimento, si defini una visione tanto
neoclassiche era un grande pit- personale quanto coerente dove la mu i si
riscopri l'im- sicalità del colore e la freschezza del pressionismo. Îl
necclassiciamo, nel È È «po vecento » milanese, che
qualcuno git si che delicati non impedirono, anzi fa- definiva nooromantico,
sì innestava, con vorirono lo spiegarsi di una confes- Tosi, in una
tradizione di pittura a- sione umana piena di melanconica no- perta.
Soffici non più cubista predica biltà nel reiterato e come ansiosamento
ed esemplificava un ritorno alla natura interrogato indagare intorno alla
con- in cui l'esperienza di Cézaane non eselu- sistenza pittorica di
quelle persone di deva quella di Fattori: a Torino, do- drumma, così
sottilmente lirico e di ve già intorno a Casorati una scuola cosi pausate
parole, che si muovona tendeva a ridurre a grammatica il sua nelle
composizioni famigliari di Menzio. figurativo, attraverso l’inse- Tanto
Casorati che Menzio del resto guamento universitario, Îl mecenatiamo
qutt'altro che paghi o chiusi nell'au di un collezionista, i più rapidi
con- tosoddisfazione: anzi entrambi sempre tatti con Parigi, rapporti col
gruppo sofferenti dei limiti o della milanese di Persico anch'esso
partito contiagenti stanchezze che potessero cc- in battaglia contro il
neoclassicismo, appannare il gelido speo- la lezione degli impressionisti
è at- chio di formalismi eidetici del primo, tinta direttamente ai grandi
modelli: © Manet, Renoir, Cézanne, in un preciso pida dell'altro.
inquietudine che ci spie senso importante due notevoli carollari). ga il
piegare verso più riscntite ao Paolacei: Piazza Navona l'affermazione che
Cèzanne non meno nitide pro- veva reagito all'impressioniamo, ma lo
filature lineari di Casorati, veva continuato e che perciò la tradi- come
le | ritorni, e, meno zione più viva di movimento an-, da monotonia le
ripetizioni dava proprio cercata in quel discorso 1delle cose meno valide
di Menzio. ln rapido ed atmosferico si, ma tutt'al. modo assai diverso,
ina con accanita tro che occasionale e vedutistico che è commovente
dedizione ad un'ideale stato proprio dei pittori che abbiamo di pura
pittura che esclude tanto citato piuttosto che dei Monet, dei Pis- ogni
intrusione intellettualistica quento surro, di Sisley. Secondo: che
quel- ogni dispersione decorativa Pao l'adesione all'impressionisno non
po. Iucci è venuto sempre più approfon teva che importare, da una parte,
con- dendo una visione grata © improvvisa, Gogh al più libero fsuvinmo,
rivivere il gusto degli impros- che-dn qualche modo e sia pure unilate;
sionisti, proprio di questa fase della ralmente, il linguaggio di Cizanne
ave- pittura torinese, possono essere riat- ivano continuato, Gli strilli
dei varii taccati, in senso diverto, Mar- Ojetti per i salti in lunghezza
da tina, temperamento delicato di colorista Giorgione n Braque naturalmente
non eu cui è stata decisiva l'influenza di si contarono! Ma intanto
quello che te nf gie gi importava fu che la esemplificazione cento
personale una trepida, © vitale dei frutti di quest'esperienza cul- come
smorzata, elaborazione di ogni da- turale fosse data proprio da quei gio-
to tonale degli oggetti, e Spazzavani pittori che sì erano stretti intorno pan
la cui origine è le cui esperienze è Casorati, pur non più così ragazzi
istriano diedero ad una veramente pro da diventar suoi allievi nel senso
sco- digiosa capacità di trasfigurare |pit- lastico della parola, © che
ora nell'inì-1toricamente, attraverso la rapidità della ziare un lavoro
diversamente orientato, acchia e del segno, ogni dato ogget- e vano il
debito contratto col tivo una truculenza cspressionistica re- primo
ideale macatro, nè sono da Jui mota dal raccoglimento degli altri
to- sconfessati: anzi la stima, l'amicizia rincsi e dalla pacata visione
dell'im- © la valutazione dei diveral ed ugual pressioniamo. È di questo
suo pecu- mente validi risultati, da parte del liare atteggiamento ci
restano molti mo- più anziano rimanevano intatti od ec- menti
d'espressione mirabile, speci cootrapporre ai della mano facile è
dell'illustra incomprensioni fra chi incegue un me- tone
occasionale. desio sforzo d'arte, ala pur attra- Opposta invece, per
intento e per ri verso divergenti esperionze di gusto. È all'impressionismo
l'esperienza i sultato, altrettanto si può dire dell'attenzione a
Dittorica inieressantiesima di Italo Cre- Menzio: Ritratto Alla scomparsa del pittore, G.
traccerà un ricordo del maestro, a margine del catalogo della mostra d'arte
contemporanea di Torre Pellice. Non più il colore o il tono, ma quei valori
umani e di rispetto per le diversità appresi durante gli anni di
via Galliari animeranno, in conclusione, questo suo omaggio di discepolo:
poiché è anche la coscienza di questa libertà, prima ancora morale che
estetica, che da Casorati alcuni di noi ricevettero come l’insegnamento
più prezioso, ci è caro chiudere col richiamo ad esso questo saluto al maestro.
Chè le sue opere parlano, per il rimanente, senza bisogno di commento. il
sangue, cur. Mantovani, Quadrante, Torino G., Omaggio a Casorati, mostra
d'arte, catalogo della mostra (Torre Pellice, Collegio Valdese), Tipografia
Subalpina, Torre Pellice. Gli occhi fervidi e il sapore di cenere G.:
Decadentismo, Simbolismo, Art Nouveau Olivieri Approssimarsi
all'opera letteraria di un uomo di cospicua cultura quale è G.,
significa penetrare in una eletta densità speculativa sorpren-
dente se commisurata a un intellettuale defilato in vita e ricorrente
oggi nella ferma e attenta riflessione di pochi storici. Come ebbe a
dichiarare G. stesso In una autopresentazione, non gli si perdona
l'ambiguità di essere scrittore e pittore aggravata dalle stigmate
dell’intellettuale, categoria in cui finì suo malgrado per vocazionale
passione per la cultura. Proprio nell’ambiguità, nel marcare un
confine ideologico sottile, ordinandosi orgogliosamente in disparte insieme
alla generazione degli eclettici Cremona, Mollino e Maccari, ci pare che G. trova
un eccentrico terreno di appartenenza sul quale edificare una propria
filosofia personale sistematicamente relata all’erudizione antropologica,
filosofica, religiosa e pedagogica. Formazione altresì integrata
agli interessi misteriosofici G. stesso ebbe a definire le proprie opere
evocazioni esoteriche vagamente connessi alla cultura torinese d’inizio
secolo e, in modo maggiormente probante, con lo studio di Casorati in via
Galliari dove conosce Daphne Maugham che, dopo avere respirato l’aria
mistica della parigina Académie Ranson, si è trasferita a Torino
dove la sorella con Salice, e Markman si dilettavano già, oltre che
di danza, di teosofia. Redattore e pubblicista prolifico, G. che
inizia ad interessarsi a Steiner e Madame Blavatsky batté gl’argomenti
indigesti alla cultura del suo tempo facendo di sé un intellettuale
atipico che, come ricorda Sanguineti, ispira idee ereticali nei propri
allievi. Autore di pochi saggi, che punteggiarono una carriera meno
prodiga di quella del compagno di studi liceali Argan, conosce Venturi che
lo accolse come collaboratore dell’Arte facendogli inoltre
pubblicare alcuni saggi sulle civiltà extra-europee. L'equivocità tra
critica militante e pratica pittorica fu un banco di prova sul quale
verificare, tra continui rilanci e azzardi, la reciproca tenuta delle
parti. In questo assiduo riversarsi delle specificità discipli-
nari consiste per G. il senso estremo della sua Pittura, votata alla
vanità dell'atto privato, smagata d’ogni velleità economica e
promozionale ma cro- S!uolo rovente dal quale estrarre i concentrati
succhi di un'urgenza creativa. L'incessante ritorno all'arte. ni n G., La
pittura a Torino, Letteratura, La pittura, lo spirito e il sangue, P.MAN-
ia cur., Il Quadrante, Torino, G., Diagnosi del moderno. Scritti scelti, UFFINO
(cur.), Aragno, Torino, L'arte egiziana antica, Firenze; L'arte dell'Asia
occidentale centrale, Firenze; L'arte dell'Asia orientale, Firenze è, Al
Gioberti di Torino dA EdO a ad. come artificio, come fare in sé
autosufficiente, è per G. un difettivo rimedio all’insanabile
scissura della natura umana divisa tra spirito e materia, tra
razionalità e intuizione, e un’imperfetta occasione di confronto tra
individui sul piano partecipabile ed empirico dell'immagine che, pur sempre
aderente alla condizione fabrile, trova la propria natura più
autentica nell'essere essa stessa divisa tra creazione e imitazione.
L'attività poietica, l'agire sulla materia intesa sui presupposti
estetici gettati da Alain (pen- satore scomunicato da Croce), sottrae il discorso
di G. dall’osservanza teoretica idealistica come dall'impegno etico
esistenzialista e, abrogando di fatto la condanna platonica dell’arte,
accetta il va- lore estetico come simbolo del male. L'arte trova
allora la propria eretica ragion d'essere nella forma materiata, così
come l’idolo o il feticcio sarebbero la divinità in presenza e non
l’ipostasi divina. Per questo la pittura per Galvano rappresenta
enigmaticamente il dio visto di spalle. Quando Mosè chiede al Signore di
mostrargli la sua gloria il Signore gli risponde: Farò passare davanti a
te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome. Soggiunse: Ma
tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e
restare vivo. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti
porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò
passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non
lo si può vedere. L'espediente divino narrato nell’Esodo biblico, fatto
laicamente La Sacra Bibbia Saccaggi, Alma Natura, Ave!, pastello su carta
applicata su tela, 68x125 cm., GAM Torino. reagire con esperienze disposte
alle proiezioni, tra cui l’idea del dio pagano che non tace non parla
ma accenna, sarebbe da intendersi per G.
che si era laureato presso la facoltà di magistero di Torino
discutendo con Gambaro e ABBAGNANO (si veda) una tesi sulla pedagogia della
religione” come metafora dell'immagine (il “dio visto di spalle”
appunto), quale unica possibilità mondana di riconquistare l’unità primigenia
dell’uomo. L'azione esercitata dall'artista nelle condizioni oggettive
della materia è, più di una tecnica operativa, un’alchimia ai filosofi G.
preferisce Helmont e Della Riviera che permette il verificarsi di
un'unione tra l'esperienza concreta bloccata nell'immagine e
l’'epifania del dio inteso non in senso devozionale. Sì tratta in
sostanza dell’allontanamento dall'idea crociana di un'arte che
esisterebbe autenticamente solo nell’intuizione e non nella funzione
estrinsecante della materia. L'arte sfugge così al concetto di
rappresentazione candidandosi come opportunità che contemporaneamente
apre allo sguardo rinserrandosi nell’enigma, nella manifestazione del
trascendente. G. percorre incessantemente questa terra di
frontiera: COME FILOSOFO, come storico, come pittore. Prodromo del
percorso pittorico è l’alunnato presso Casorati, scelto peril linguaggio
sufficientemente decantato, sintetizzato e affrancato dal
dato naturalistico per mezzo di un'operazione intellettuale capace
di conferire un ordine platonico agli oggetti dispensati dalla
polverizzazione cromatica impressionistica. Una lezione estetica essenziale
quanto l’austero contesto della scuola. Esemplarità che si
concretizza inunalto profilo morale e umano che Galvano ritiene in
dissolvimento nell'arte moderna con la quale si conclude un ciclo
plurisecolare aprendosene un altro, tumultuoso nel bene ma anche nel
male, dal quale si sentì definitivamente estraneo. Il mondo del secondo
dopoguerra sarebbe affetto da una crisi di moralità alla quale
potrebbe unicamente fare fronte una presa di responsabilità
politica, artistica, religiosa, speculativamente limpida ed esente da
posizioni compromissorie e accomodanti come quelle sostenute dagli
artisti che vogliono salvare i valori della tradizione pur dichiarandosi
moderni. L'intera modernità e l’idea stessa di progresso tecnico a G.
risultano ree di edificare, intorno a un fulcro di ragioni economiche
(Marx) e sessuali (Freud), un presente depauperato dall’opportunità della
variazione imprevista. A una totalità di costruzione legata alla forma,
tipica del Medioevo, si avvicenda insomma una totalità d'impiego legata
allo scopo, decisamente avvilente come comproverebbe per inverso il
moderno carattere apologetico della narrazione tecnica e scientifica.
Giudizio estendibile al fatto estetico per cui all'arte come atto
fabrile, tipico del Medioevo, si avvicenda l’arte come atto
intellettuale, peculiare del Rinascimento. Segue il periodo
reazionario e tradizionalista del romanticismo, caratterizzato dal
recupero programmatico degl’archetipi (Jung) medievali ma rivissuti Per
un'armatura, Lattes, Torino. Senza il contesto sociale entro il quale
quegli ideali si erano formati. La spontaneità medievale diviene nel
Romanticismo programma culturale e come tale è ereditata dal decadentismo
e dal simbolismo, il soggettivismo dei quali impronterà di sé l'espressionismo.
Le avanguardie appaiono dominate dalla pulsione oppositiva alla tradizione
elevando a sistema l'efficienza produttiva di un nuovo codificato
come autoreferenziale, programmatico e inintelligibile ma incapace
di emanciparsi dal dato naturale nonostante esaurirsi dell'esperienza
storica dell’arte illusiva. Gl’epigoni dell’astrazione storica, i concretisti, sono
nvece esonerati da questa soggezione insieme alle retoriche idealistiche
riuscendo, in piena ricostruzione etica e umana, a calarsi completamente
nel dato residuale figurativo, ossia all'evidenza del fatto pittorico. È l’esperienza
che G. intraprende con l'adesione alla branca torinese del MAC, esauritasi
per lui nella spontanea affermazione delle forme curvilinee tipiche del
Liberty su quelle rette e Spigolose dell’astrazione concretistica. In
una sorta di personale contropartita agl’intelessi spiritualistici e
antropologici, G. pensa a Artemis Efesia, Adelphi, Milano. un'arte come
luogo del verificarsi del mito capace di portare a definitiva
decantazione la sua inclinazione espressionistica (rubricata dal
Pallucchini) estraendo- ne la forza panica trasfigurata in una rinnovata
spinta metafisica. Sein ambito artistico risulta evidente come egli
ha risolto insé l’apprendistato casoratiano non assorbendone che un clima d'insieme,
metabolizzando l'aspetto decadentistico della pittura del maestro
celata sotto la rigorosa adesione a una norma di cristallina
evidenza estetica ed etica, sul piano dell'esercizio critico volle
incrinare dialetticamente il sapere con- solidato al fine di cogliere
unitariamente il senso più autentico della modernità. Accostandosi ai
testi suoi maggiori, nei quali dispiega un cospicuo sforzo storico
ma editati in un periodo a loro sfavorevole Per una armatura e Arthemis
Efesia, si ha la sensazione di essere dinanzi a un affascinate
quanto indefinibile prodotto letterario saggio, DISQUISIZIONE FILOSOFICA,
colta divagazione, eccentrico soliloquio, introspezione analitica che,
pensando alla continua permutazione tra scrittura e pittura, indurrebbe
a pensare a una creazione letteraria con statuto indipen-
denteecreativo rifiutato da Galvano incline, viceversa, a una critica intesa
come emanazione di un'attività immanente all'atto creativo. Permane
tuttavia l’eco dell'idea crociana della storiografia e della critica
che, pur non aggiungendo nulla all'opera ma limitandosi a sancirne
la validità poetica secondo l’idea del philo- sophusadditusartifici-
contrapposta all'idea dell’artifex additus artifici sostenuta da Annunzio
e Conti sulla scorta di Ruskin e Pater, attribuisce facoltà filosofiche e
artistiche alla soggettiva sensibilità intuitiva dello storico.
Coscienza temuta e avversata Croce è, per G., un'autorità
intellettuale che in cambio di una piattaforma teoretica esige la
partecipata condanna delle opere che, passate al vaglio di un
accurato approccio metodologico, risultino prive di valore poetico.
Nell’acido corrosivo dell'ironia e dialettizzando gli argomenti con lo
storicismo, Croce condanna il decadentismo nell’accezioni mistiche,
estetizzanti, irrazionalistiche e in quella che crede inconsistenza
filosofica e spirituale, includendo in quel termine tutto ciò che tende a
sviluppi formali astratti e condannando di fatto la fitta rete culturale
e relazionale della modernità. Nonostante ciò Croce ha il merito di avere
reso accessibile e ripercorribile questa fitta topografia anche nella
declinazione contraddittoria e fragilmente raffinata del vituperato decadentismo.
Accettando la condanna crociana, G. confessa la propria passione per
decadenti, esotici, erotici e apostoli misteriosofici, ponendosi
scientemente in una giurisdizione infernale come critico e come artista
nato dalla linea evolutiva del simbolismo. Identifica anzi quello
straordinario momento storico come un estremo malinconico balenio della
civiltà al crepuscolo, un'epoca di transizione divisa tra spirito e
carne, abitata da alcuni tra i più eletti spiriti dell'umanità capaci di
creazioni difformi ma compiute e che lo sperimentalismo modernista
delle avanguardie esaurirà. In una sorta di ribellione alla figura
paterna, G. trasgredisce la raccomandazione crociana di non leggere
Rimbaud, Mallarmé, Valéry e riscopre, anteriormente a Cremona, il modernismo e
la linfa vitale del decadentismo attraverso il quadro metodologico
del filosofo abruzzese inclusivo di fatti estetici anche diametralmente
opposti alle sue idee. G., come alla sua generazione, fu quindi
impossibile non dirsi crociano proprio per l'opportunità G., Perché non
possiamo non dirci crociani, in Numero Arte e letteratura”, Omaggio a G.”,
catalogo della mostra, Circolo degli’artisti, Torino, Fossati, GARIMOLDI, Munpici
(cur.), Electa, G., “Diagnosi del
moderno CREMONA, Il tempo dell'Art Nouveau, Firenze, che quella metodologia
offriva nel sistematizzare l’intera storia. Quello che invece depose fu
lo spirito conciliante dell'estetica di Croce buona, al più, a
banalizzarsi nell’idea d’un museo immaginario. Quando ha il proposito di
approfondire l’immagine cultuale e psicologica dell’efesina Arte-
mide, partì dalla fascinazione prodotta su di lui da un pastello di
Cesare Saccaggi, “Alma Natura, Ave!” (1898), opera collocabile allora,
quando uscì il libro, e tuttora, in un filone di gusto piuttosto
sospetto. Con una serie di pubblicazioni’, si renderà così protago-
nista, a partire dagli anni Cinquanta, del rinnovato interesse per l’arte
Liberty dalla quale trarrà ben più diuna semplice ragione di studio
quanto invece, nella pratica pittorica, una viva permutazione in
allusioni enigmatiche irriducibili a ogni interpretazione, quali il
fiore di iris, destituite dal ruolo di metafore e sim- boli. Questa
continuità formale si chiarisce anche come continuità semantica quando si
consideri come G. e Cremona abbiano ricondotto l’arte astratta in
un comune svolgimento con il Simbolismo e con il Liberty che, di
quest’ultimo, ful’espressione impiegata sul piano della fabbricazione. Da
cui il transitare di G. dalla fase concretistica a quella informale
e, più in là negli anni, a quella araldica di nastri e bandiere per
giungere appunto agli iris. Trascorrere stilistico da non leggersi come
eclettismo quanto piut- tosto come legittimo susseguirsi tra la carica
allusiva assegnata ai reticoli cromatici astratti e la sensibilità
decorativa trasformata in materia fermentata fino alla disgregazione
dalla quale estrarre infine nuovamente il ritmo danzante delle forme
arabescate. Il simbolismo gli consente di riversare il misticismo nella
propria opera di pensatore e, soprattutto, di pittore. L'arte
assume quindi un valore emersivo di forze morali (leggi spirito) del bene
nel momento crociano, del male più tardi in modo nietzschiano prima
ancora che estetiche (leggi sangue); diade debitrice al suo filosofo di
riferimento Klages, altro intellettuale trascurato in ITALIA quanto sospettato
di avere incubato l'ideologia autoritaria tedesca quando invece più
coerentemente dovrebbe essere pensato come un epigono del romanticismo
intuizionista. L'arte tenta un'indiretta conciliazione tra spiritualità e
artificio consegnando alla storia un’estrinsecazione autentica-
mente creatrice e non solo la copia di una copia; non una
rappresentazione ma un esserci immanente. La volontà di accogliere quel
male come necessario gli viene dalla presa coscienza di un'’artisticità,
che arde G., Dal simbolismo all'astrattismo, in “Galleria di lettere
ed arti; Le poetiche del simbolismo e 1‘origine dell'astrattismo
figurativo, Studi in onore di Venturi. Articoli specifici ai quali aggiungere:
L'erotismo del liberty e la sublimazione astrattista, Cratilo, Gabetti
Isola, Casa di Erasmo, Torino. inlui, radicata proprio nelle opere Create
nelle elaborazioni più irrazionalistiche. Come quella immoralità sia
aperta a fertili risultati lo si comprende appoggiandosi all’in-
terpretazione che Galvano offre delle Artemis: bianca come simbolo
coadiuvante di perfezione conchiusa ma Statica, nera come simbolo avverso
di imperfezione e INCompiutezza ma dinamica e che in potenza può
Jenerativamente aprirsi a una riserva di possibilità eventualmente immanifeste.
Per traslato, quindi, la hegatività del Simbolismo si apre a una
plenitudine di risultati. Permane tuttavia il concetto di fondo che
la pittura, come prodotto di una volontà impossibilitata a
realizzarsi nell’ideale, sia il risultato di una caduta la Cul spoglia
materiale sarebbe prova di vanità e disviamento. Come s'accennava sopra, G. si
smarca dall'idea di un'arte quale esempio del bello estetico e del
bene morale, per lui non più coincidenti, ma accetta la disperata
affermazione dell'immagine
come a l Me. È È n IS la t LI
è ® î unico possibile risultato dell'impulso proiettivo
delle aspirazioni individuali o sociali. Pittura che in ultima
istanza è anche piacere sensoriale, vocazionale istinto a testimoniare
(Baudelaire), “vizio assurdo”, vanitas; pittura come atto cultuale che
mantiene in gioco la proiezione degli archetipi, la ricchezza delle
imma- gini aderenti al mistero, almeno per quel poco che la
contemporaneità consente, poiché ilmondo nega ogni giorno più spazio alla
pittura mentre il pensiero bor- ghese, incapace di slanci estetici e
metafisici, permette che in questa duplice assenza si innesti la tecnica,
la pianificazione, la sterile sistematicità. Per G. la nostra epoca
è irrimediabilmente scissa dal significato più autentifico della vita,
dalla sua forza feticistica poiché ha fatto di quel mondo, in cui la
presenza del divino è costante, una favola bella l'iconografia della
quale non è che una lontana immagine idealizzata priva, per i moderni, di
ogni accenno oracolare. Queste ragioni filosofiche, di estremo
interesse, doveno apparire perlomeno eterodosse all'atto della loro
formulazione, divise tra esistenzialismo e fenomenologia e affacciate
all’abisso del mondo preclassico, alle profondità eraclitee. Scostatosi
dall’irrazionalismo di Klages, G. non intende fare di sé un
anti-razionale quanto piuttosto un convinto a-razionale, come indica la
personale concezione d’arte in equilibrio tra ragionevolezza e vaticinio,
secondo un fare né pienamente consapevole poiché eroticamente privo
di volontà intellettiva, né tantomeno completamente incosciente poiché
contemplativo. Pertanto l'ipotesi di G. è più aderente alla poetica di
Mallarmé piuttosto che al pensiero di Valery, perché dove il primo
disidratando e affinando la parola poetica pone le condizioni per un
superamento del modello simbolistico aprendo di fatto alle avanguardie,
il secondo immagina la creatività come un processo logico
ricondotto alla piena luce della razionalità, alla consapevolezza
dell'atto. Esaltando cartesianamente l’intelletto e la coscienza, il
processo creativo per Valery è un'attività spiegabile analiticamente
senza ricorrere a misticismo, vitalismo e spiritualismo. Carnalità,
sessualità e sensualità – CROCE (si ved) aveva biasimato la sensualità
nell'opera di Mallarmé come priva d’anelito d’innalzamento sono invece le
pulsioni vitali del SIMBOLISMO che interessano G. e che la
razionalità, in un prolifico ripiegamento autoanaliti- co, dovrebbe
avocare a sé integrandole senza ripulse pregiudiziali. Speculazione intellettuale
e artistica che rivela tutta l’enigmaticità di G. che oscilla tra
i termini affermati da Mallarmé, e ripresi da Alain, di “vision”,
intesacome vaghezza di ispirazione, e “vue”, intesa come concretezza
dell'oggetto in sé risolto. Se da una parte, sull'esempio di Mallarmé —
il quale pre- cipitò le parole nell’assoluta perentorietà delle
pure idee aspirando infine a una “poésie sans les mots”, G. pare
decidersi per la “vue” aderendo al concretismo astratto come pars
construens dalla quale pretendere risposte formali di esito certo,
dall'altra, per mezzo del multiforme divenire della sua pittura,
apre obliquamente alla possibilità allusiva dell’apparire, accettando di fatto
unesito provvisorio prossimo al concetto di “vision”. L'oscillazione
dalla vaghezza creativa all'evidenza intellettuale di forme e colori
è l’unica risposta contingente possibile per G. che decide di non
decidere tra i termini antitetici asseriti, approfondendolo sguardo
nell'oscurità della creazione e della vita. Medesimamente il G. scrittore
affronta il passato eludendo la descrizione analitica delle epoche
storiche portandone bensì all’emersione CROCE, Poesia e non poesia,
Laterza, Bari, MALLARMÉ, Divagations, Bibliothèque-Charpentier, Fasquelle,
Parigi i reconditi meccanismi, le contraddittorie spinte pul- sionali;
un’organica prassi opportuna a increspare la ricerca storica attraverso
una molteplicità di punti di vista culturali posti in reciproco dialogo e
liberamente sollecitati. Il rischio nell’approcciare oggi la figura
di G. è quello di appiattirne il pensiero, come avverte Sanguineti.
L'illustre allievo aveva compreso come il decadentismo pittorico di un
Moreau o letterario di un Huysmans fossero considerati dal maestro un
indispensabile momento storico. G. mostra insomma un’idiosincrasia per
quelle “mortificazioni crepuscolarmente schifiltose” che impedeno
ai CAMPANA (si veda), agli ONOFRI (si veda), agli UNGARETTI (si veda) e ai MONTALE
(si veda) di superare, senza rifiutarne la carica panica e mitica,
il naturalismo panteistico dell’Alcyone dannunziano. InItalia, l'assenza
del dissolutivo lavacro simbolista si era in sostanza ripercosso nella
crociana deplorazione categoriale per l’arte moderna insieme
all’illusione di potere produrre un'opera estetica autenticamente
nuo- vaeludendo il peccato originario del Decadentismo. Il
tentativo di emanciparsi dal prestigio delle autoritates latine che aveva
tentato D'Annunzio richiamandosi ai romantici tedeschi, apriva gli occhi
di G. ai pre-socratici e alla filosofia moderna (dall’irrazionalismo alla
scuola ermeneutica) che del classicismo aveva assunto il senso
vitalistico, indefinibile e misterioso di una natura come rivelazione del
divino. Da cui l’idea di una suprema ragion d'essere trascendente
alla quale l’arte, per G., dovrebbe aprirsi ma che invece nelle
enunciazioni contemporanee gli pare, con buona pace di Eco, rinserrarsi
in un'opera chiusa. Con un piglio da lettura sociale dell’arte, G.
scrive dell’esaurimento dei rapporti storici tra committenti e artisti e
di come ciò abbia mutato l'originaria destinazione d'uso delle opere,
ridotte così a gratuite provocazioni. Conseguentemente proponeva le
dimissioni delle categorie di giudizio elaborate perle arti visive del
passato da sostituirsi con un equivalente delle letture psicanalitiche
tentate da Sartre su Baudelaire e da Lacan su Poe. Restato sempre
un pittore tradizionalista, G. si dichiara disinteressato a certi sviluppi
artistici lasciando intendere come il problema dell'effimerità dell’arte
compreso l'amato astrattismo geometrico sia anche un problema della
storia dell’arte come disciplina. Su come debba essere poi questa
storiografia G. non si pronuncia se non dichiarando che il problema
della storia dell’arte debba essere anche e SANGUINETI, Contro la
ragione, in La Stampa, G., catalogo della mostra, Palazzo Chiablese, Torino,
soprattutto il problema dell’uomo! Sovvengono le parole destinate a
grande fortuna critica che scrive Belting nei pamphlet intitolati “La
fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte e nel successivo
Das Ende der Kunstgeschichte. Eine Revision nach zehn Jahren nei quali
auspica la fine della storiografia artistica tradizionale a favore
di proposte olistiche e antropologiche avvedute delle mutate circostanze
sociopolitiche, del rimescolamento di cultura alta e bassa, della
suggestione determinata dai linguaggi mediali, dell’emergere di realtà
culturali prima marginalizzate, dell’obsolescenza della funzione
assegnata al lavoro manuale, dell’alterato ruolo di musei e gallerie
d’arte. La prospettiva delineata da G. si tinge di accenti acri quando
denuncia la pacifica cittadinanza ottenuta dagli ismi ridotti alla
non nocenza di prodotti da supermarket immersi in una rete di opportunità
economiche e di complicità professionali. Un terreno culturale desolante
che assume una disillusa trasposizione nella sua pittura ultima,
nei paesaggi desertificati, nella scelta estrema del silenzio creativo
come opzione possibile nonché parzialmente intrapresa. Facendosi
anticipatore di posizioni storiografiche di superamento della canonica
divisione tra antico e moderno e concentrando il periodo rivoluzionario
dell’arte d'avanguardia, in una sorta di personale à rebours G. esprime
l'opinione secondo cui i movimenti artistici successivi si sarebbero
attestati su posizioni di assimilazione manieristica piuttosto che di
irriverente Sovversione peculiare degli ismi nei riguardi della
tradizione rappresentativa. Delinea unastoria dell’arte moderna parallela più
complessa e connettiva come avrebbero potuto scriverla gli artisti ai
quali infine delega idealmente il compito futuro di creare un'ar-
te che, restando nell’ambito non figurativo e senza Impossibili riflussi,
riesca coerentemente a ristorare i Valori artistici e umani del passato.
G. insomma invoca il diritto anon essere moderno, o peggio ancora d
avanguardia, evitando di lavorare sulla contingenza e rifiutando
l'egemonia della critica per privilegiare, In senso dichiaratamente
anticrociano, la poetica degli artisti che al lavoro intellettuale
uniscono la prassi. Insieme alla proposta per un rinnovamento della
Storiografia artistica G. ne affianca un’altra di Natura conservativa
consistente nell’idea di salvaguar- dare le opere minori del modern
style, perlomeno gli Oggetti e gli arredi non ancora distrutti (di
Cometti Per esempio). Immagina la documentazione degli edifici
Liberty finendo per invocare l'allestimento di Una retrospettiva sull’Art
Nouveau internazionale, ma ù G., Cosa nostra, Sigma, Omaggio a G., Diagnosi
del moderno”, avveduta del caso italiano
e piemontese nel dettaglio, da allestirsi nella rinata Galleria di Arte
Moderna di Torino. Caduta nel vuoto la proposta sarà proprio G. a
scrivere un articolo sull’Art Nouveau a Torino e poi, insieme a Balmas e
Guasco, a curare al foyer del Piccolo Regio una mostra dedicata alla
pittura torinese. Sorta di doveroso omaggio a uno stile di vita prima
ancora che d’arte nel quale confluirono la vita delle forme collettive e
l’individualità creativa. Dissentendo da CROCE (si veda), l'interesse di
G. per gl’oggetti si approssima alle idee espresse da GENTILE (si veda) nella
prolusione al corso universitario di storia della ceramica pronunciato
nel Palazzo Comunale di Faenza nel quale il filosofo, saldando arte
e vita, rivendica la dignità estetica dei prodotti artigianali e
industriali di qualità. Si consuma qui l'ennesima contraddizione di un
crociano affine alle idee di GENTILE (si veda) che pur biasima per
densità retorica. Sensibile alle arti dei periodi di transizione e
avveduto della caducità dei giudizi, compresi i propri, per G. ogni
critica obiettiva deve essere sempre un’autocritica. Augurandosi
l'avvento di un esegeta capace di rileggere l’arte tra i due secoli, così
come Sanguineti seppe fare con la letteratura, G. rammenta come la
sua generazione abbia vergato parole sferzanti su Bistolfi fino a pochi
anni addietro valutato un artista di statura europea. Ma fu anche
la generazione di quei giovani i quali, raggiunti gl’anni quando
dovetteroimmaginare una ribellione la fantasticarono conle parole di
Rimbaud, Gide, Lawrence e Huysmans il cui Des Esseintes sembra essere
allora il prototipo di un esteta come MOLLINO (si veda). Dell’amico,
stimato oltre che come professionista di genio anche come
dilettante d'eccezione, G. ammira la capacità di governare con la
formazione culturale crociana (CROCE (si veda)) e il rigore razionale
tipico della sua professione, gl’umori sensuali, avventurosi e ambigui
del suo animo capace di ri-evocare il ritmo aperto e biologico del
Liberty restituendolo nella voluttà degli interni arredati, nell'armonia
architettonica dei pieni e dei vuoti, nella eterogenea e immaginosa
commistione di elementi organici e funzionali. Un'omogeneità che il
termine “surreale” illustra solo parzialmente e che trova una segreta
corrispondenza nelle opere di Cremona come nei molluschi, nelle
conchiglie, negli antichi libri accartocciati e nelle acquasantiere
barocche che G. dipinge. L'identità autopoietica generata da Torino si
manifesta nella condivisione spirituale prodotta da G., Per lo studio
dell'Art Nouveau a Torino, Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e
Belle Arti] questa generazione d’eccentrici intelletti, nella speci- fica
formazione di un genius loci come G. e nel progetto della Bottega
d’Erasmo che Gabetti e Isola disegnano in forme intellettualistiche
neo-liberty. Proprio in quell’anno, “A Rebours” di Huysmans diverrà per G.
il pretesto per puntualizzare le proprie posizioni all’interno del Mac e
più in generale nel modo di intendere il Decadentismo! Quando Borgese
consiglia agl’astrattisti concreti, in chiusura della recensione alla
mostra di G. allestita presso lo Studio di Milano, di rileggersi il
celebre romanzo di Huysmans nel quale, a suo parere, ci sarebbe stato il
necessario per decodificare la loro poetica, gl’aderenti al gruppo
accolsero l'esortazione come una blasfemia da respingersi integralmente.
G. ritenne legittima la protesta dei compagni astrattisti apparendogli
chiaro come Borgese incaricasse l’ipocondriaca, solitaria ed estetizzante
vita del protagonista narrato nel romanzo, di esprimere un'epidermica
quota d’edonismo e di sensualismo ribelle ai disvalori della società
positivistica industrializzata e scientifica, votata al profitto, al
commercio, al nuovo capitale borghese. Dopo di che G., confessando
di aderire parzialmente al pensiero del capitano della brigata
anti-astrattista Borgese, s'inalvea in una lettura sorprendentemente
sincretica aperta al riconoscimento dell’ambivalenza del rapporto tra
astrazione e SIMBOLISMO (SEGNO ASEMANTICO). Al rifiuto delle suggestioni
emotive del SIMBOLISMO, l’astrattismo, secondo G., ne
intellettualizza le allusioni ele corrispondenze, termine apertamente
rimontante a Baudelaire, come strumento oppositivo al dilagare prosastico
del realismo. L'astrattismo del dopoguerra ridurrebbe quindi ai minimi
termini la carica letteraria aumentando quella metafisica, riscattando la
tradizione dei padri nobili dell’astrazione e tesaurizzando nel
contempo (sulla scorta della ricostruzione filogenetica di Pevsner) la
lezione di Toorop, Gauguin, Munch e Klimt insieme a quella degli
antesignani Runge, Blake, ANTONELLI (si veda), Ciurlionis, Kupka; in
sostanza dei precursori che evocarono ancora le leggi del
mondo fisico consentendo agli evoluti linguaggi non figurativi di
divincolarsi più recisamente dalla mimesi. Tra le due guerre, sull'onda della
fenomenologia e della psicologia della forma, si assista a un
aurorale revisionismo storiografico dell'Art Nouveau, anche Persico
ha in animo di scriverne una storia! G. (asterisco di) in, Pitture di G. in
un esperimento di sintesi (testo anonimo), Milano Studio, Arte
Concreta, bollettino Poi in Fossati, “Il movimento arte concreta.
Materiali e documenti”, Martano, Torino, BorcEse, “Corriere della Sera, Pica,
Revisione del Liberty, Emporium, ma sarà con gli anni Sessanta e Settanta che
diverrà condivisa acquisizione la carica anticipatoria ricoperta da
Mackmurdo e dalla cultura figurativa a partire da Blake. Anima nera del
concretismo, Galvano assume un ruolo sovversivo nel movimento proponendo
ine- dite e intelligenti aperture di senso che tuttavia non
giungeranno a ispirare un prolifico dibattito all’interno del gruppo
infragilito dalle difformità tra la posizione intellettuale rigorosamente
metodica dei milanesi e gli arrovellamenti sulla materia fortemente
allusiva espressi dalla linea torinese. Risalendo alle sorgenti
dell’arte astratta, G. riannoda, in antitesi alle letture formalistiche, le
affinità con le fonti spiritualiste di decadentismo e SIMBOLISMO e
pensando alla densità mistica nell'opera di Huysmans sfogata in
occultismo e cattolicesimo con le citazioni della Blavatsky e di
Steiner scritte da Kandinsky, con la prossimità di Mondrian ai circoli
teosofici, con il lirismo magico di segni e colori dell’orfismo di Kupka
e, non ultimo, con uno dei primi testi dedicati all’astrazione scritto d’EVOLA
(si veda). Dandy auto-ironico votato alla marginalità, G. dissemina il
proprio percorso di tracce sulle quali indugiare, trascorrendo
liquidamente da una disciplina all'altra in modo stupefacente per un
intellettuale animato da pura vocazione pedagogica ma riottoso alla
metodicità dello studio scolastico. Attribuire un senso univoco al suo
pensiero equivarrebbe a fraintenderne la filosofia e l’idea stessa di
un'arte come autosufficiente e spontaneistico operare nella ferita aperta
tra vitalismo e intelletto che l’atto artistico non riesce tuttavia a
cicatrizzare. La civiltà intera corrisponde per lui alla fenomenicità
delle immagini da essa prodotte che, in sostanza, aprirebbero al mistero
quale autentico evento metafisico. Intendendo come piani dell’emersione
archetipica i segni dell’arte della quale l’idealismo si limiterebbe a
coglierne l'aspetto teoretico, Alain quello pratico e l’Esistenzialismo
quello etico è troppo semplicistico archiviare la passione di G.
per decadentismo, SIMBOLISMO e modern style, come l'infatuazione
culturale per un'epoca vesperale. Egli si sente invece custode ed erede di
quella lacerante contraddizione, di quella genesi oppositiva, di quella disperata
tensione verso uno spirituale fatalmente arreso alle forme dell’estetismo,
di quella magnifica e perduta sfida, tanto da riversarne la forza vitale
nella personale proteiforme pittura così come nelle progressive illuminazioni
della sua letteratura filosofica e artistica. Opere esposte Lettrice
sdraiata olio su tela 63,5x81 cm Autoritratto olio su tela 23,5x18
cm Astrazione olio su tela 50x60 cm et adi Il giorno olio su
tela 100x80 cm Pacato olio su tela 90x110 cm Composizione in nero
olio su tela 90x110 cm SENZA TITOLO olio su carta 34x48 cm Ercole ed
Anteros olio su tela 85x115 cm Omaggio a Van De Velde olio su tela 80x90
cm 10 Ir1s olio su tela 105x95 cm 10Y1olio su tela 95x110
cm Calligramma olio su tela 100x85 cm Fiori di lago olio su tela
100x120 cm Le jardin de cet astre olio su tela 132x116 cm Ireos olio
su tela 130x115 cm Proposta olio su tela 135x122 cm Pavese olio su
tela 120x110 cm Farfarello e Malambruno olio su tela 80x60
cm Gonfaloni olio su tela 95x80 cm Nastro olio su tela 90x80
cm Nastri olio su tela 60x50 cm Nastri colorati olio su tela 110x100
cm Nastri olio su tela 60x50 cm Nastri olio su tela 60x50 cm
MALI Nastri 60x50 cm ter» IG MOFBEE sie
Tre ir" Saitta SEGNO ASEMANTICO Segni asemantici (dittico) olio
su tela 110x90 cm pari #1 =$ Re |a te n ; 26 SEGNO
ASEMANTICO Segni asemantici (dittico) olio su tela 110x90 cm Artemis olio
su tela120x110 cm Maioresque cadunt olio su tela 90x80 cm
TITO sal olio su tela 70x50 cm SENSA TITOLO olio e carboncino
su tela 80x60 cm Ireos olio su tela 70x60 cm Iris acquarello su
carta 40x30 cm Sa Cespu glio acquarello su carta 40x30 cm Glotre du lon g
desir idees acquarello su carta 40x30 cm Fiori acquarello su carta 40x30
cm VRREET L6 LL AIA USD GOG VE o VERDE IL I BEILET DART DIG SPARI DIO RR
pia I I LITIO ODE LIL Fiori acquarello su carta 40x30 cm Une Fleur
olio su tela 70x70 cm Scrittura acquarello su carta 60x50 cm Sassi e
foglie olio su tela 80x80 cm Foglie morte olio su tela 80x80 cm Ciottoli
acquarello su carta 40x30 cm Labrit, © di DASIO LT R EDLI u
DILODIAT Ciottoli e rocce acquarello su carta 48x35 cm Ciottoli acquarello
su carta 48x35 cm hu ro iiriiRRRE Rocce e ciottoli olio su tela
80x80 cm Rocce e sassi olio su tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su
tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su tela 80x80 cm Opere in
mostra Lettrice sdraiata olio su tela 63,5x81 cm Autoritratto olio su
tela 23,5x18 cm Astrazione olio su tela 50x60 cm Il giorno olio su
tela 100x80 cm Pacato olio su tela 90x110 cm Composizione in nero
olio su tela 90x110 cm s.t. SENSA TITOLO olio su carta 34x48
cm Ercole ed Anteros olio su tela 85x115 cm Omaggio a Van De Velde
olio su tela 80x90 cm Iris olio su tela 105x95 cm Fiori olio su tela 95x110 cm Calligramma olio
su tela 100x85 cm Fiori di lago olio su tela 100x120 cm Le jardin de
cet astre olio su tela 132x116 cm Ireos olio su tela 130x115 cm
Proposta olio su tela 135x122 cm Pavese olio su tela 120x110 cm
Farfarello e Malambruno olio su tela 80x60 cm Gonfaloni olio su tela
95x80 cm Nastro olio su tela 90x80 cm Nastriolio su tela 60x50
cm Nastri colorati110x100 cm Nastri olio su tela 60x50 cm Nastri
olio su tela 60x50 cm Nastri olio su tela 60x50 cm SEGNO ASEMANTICO
Segni asemantici (dittico) olio su tela 110x90 cm Artemis olio su tela
120x110 cm Matoresque cadunt olio su tela 90x80 cm SENSA
TITOLO olio su tela 70x50 cm SENSA TITOLO olio e carboncino su tela 80x60
cm Ireos olio su tela 70x60 cm Iris acquarello su carta 40x30
cm Cespuglio acquarello su carta 40x30 cm Gloire du long desir idees
acquarello su carta 40x30 cm Fiori acquarello su carta 40x30 cm Fiori
acquarello su carta 40x30 cm Une Fleur olio su tela 70x70
cm Scrittura acquarello su carta 60x50 cm Sassi e foglie olio su tela
80x80 cm Foglie morte olio su tela 80x80 cm Ciottoli acquarello su
carta 40x30 cm Ciottoli e rocce acquarello su carta 48x35 cm Ciottoli
acquarello su carta 48x35 cm Rocce
e ciottoli olio su tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su tela 80x80 cm Rocce e sassi olio su tela
80x80 cm Rocce e sassi olio su
tela 80x80 cm GARABELLO ARTEGRAFICA, SAN MAURO TORINESE. Grice: “I don’t see why
Italians are obsessed with art, but Speranza is Italian, so let it be. Speranza
thinks conceptual artists are the only ones – such as Keith Arnatt – worth
analysing. In his more snobbish ways, he thinks to mould the male body was
Pliny’s idea of art – bronze statuary of the ‘nudo maschile’ – Painting comes
only second or third, and only because of the desegno – i.e . the line of
beauty, which is – as shape, where ‘kallon’ resided for the Greeks!” -- Albino Galvano. Galvano. Keywords: arte naturale, Gallupi,
Peirce, Grice. By uttering x (gestus), U means that p” gesto, gestus, Grice’s
use of gesture. il concreto, l’astratto, Sraffa’s gesture. Il gesto di Sraffa, l’implicatura di
Sraffa. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Galvano: implicatura concreta”– The
Swimming-Pool Library. Luigi Speranza, “Grice e Galvano”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gangale:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del dia-letto e la
dia-lettica – scuola di Crotone – filosofia crotonese – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cirò
Marina). Abstract. Grice:
“I distinguish three brands of dialectic in Athens – Socrates’s, Plato’s, and
Aristotle’s – never mind that it all originates in what Italians call ‘Velia,’
south of Rome!” Keywords: dialectic. Filosofo cirese. Filosofo crotonese.
Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Cirò Marina, Crotone, Calabria. Grice:
“I like Gangale; the fact that I taught for years in front of the martyrs
memorial helps!” Porta a termine gli a San Demetrio
Corone. Si iscrive alla facoltà di filosofia di Firenze. Si laurea con “La
logica della probabilita”. Iniziato in massoneria, nella gran loggia d'Italia. Porta avanti la difesa dell’idioletto e del
dialetto. Opere "Rivoluzione
Protestante" (Torino, Gobetti); “Calvino (Roma, Doxa); “Apocalissi della
cultura arabresca” (Roma, Doxa); “Il Protestantesimo in Italia” (Roma, Doxa);
“Il dio straniero” (Milano, Doxa); “Giacomo della Marca” (Napoli); “Salve
regina”; “Fragmenta ethnologica arberesca medio-calabra, Soveria Mannelli,
Rubbettino. “L’arbërisht:
l’utopia. According to Hjelmslev, semiotics is first and foremost a
hierarchy. Its distinguishing feature is that it is guided by a dynamic
principle by which it is split into dichotomies at all levels, yielding
expression and content, system and process, denotative and non-denotative
semiotics, and, within the latter, metasemiotics and connotative
semiotics. This text may be reproduced for non-commercial purposes,
provided the complete reference is given: Badir, The Semiotic Hierarchy,
inHébert (dir.), Signo [online], Rimouski (Quebec), signosemio.com/hjelmslev/semiotic-hierarchy.asp. THEORY.
he terms semiotics and semiotic designate two a priori dissimilar things.
By semiotics, we mean a field of study in which we can formulate a method for
analyzing signifying phenomena, as well as a theory including all the
particulars of this analysis. By semiotic [sg.], we mean the result of a
semiotic analysis. So for example, there is a musical semiotics that seeks to
map out music as a comprehensive signifying phenomenon. And furthermore, from a
synchronic perspective (the music of a given period and culture), if not from a
panchronic perspective (music in general), we can say that music is itself a
semiotic [sg.], being possessed of both a system (distinctions in pitch,
duration, timbre, and so forth) and a process (consistent relations between
sounds in their various aspects). According to Hjelmslev, the
acceptations of semiotics and semiotic must be articulated in relation to one
another. Semiotics as a field of study is (ideally) conformal to the results of
its analyses. As such, it is also endowed with a system and a process. In order
to preserve the distinction between the two terms, we must understand that
semiotics as a whole contains specialized individual semiotics [pl.], some of
which are useful in developing theories and methods (the ones that Hjelmslev
calls metasemiotics), while others are meant to be articulated into semiotic
hierarchies (this is the role of what he calls the connotative
semiotics). Francis Whitfield, the English translator of Hjelmslev's
works, drew up a chart showing the semiotic hierarchy with its constituent
parts (in Hjelmslev; also translated into French in Hjelmslev). The class
of objects The class of objects NOTE: THE LIMITS OF GRAPHICS The
above chart shows only one aspect of the functions identified between semiotic
components: their paradigmatic functions (the relations between classes and
their members). A more complete diagram designed to include the distinguishing
features of semiotics would also show the syntagmatic functions (relations of
implication) that operate between the different components. Tree diagrams do
not really lend themselves to this kind of representation. This is one
difficulty that Hjelmslev himself was unable to completely
resolve. SEMIOTICS AND NON-SEMIOTICS In his first work, Principes de
grammaire générale, Hjelmslev sets out the principle of classification that is
operative in any language [langage]. "Categories as such", he writes,
"are a fixed quality of language. The principle of classification is
inherent in all idioms, all times and all places" (trans. of Hjelmslev).
Thus linguistics, with its three levels of analysis (phonology, grammar, and
lexicology) is a science of categories. However he adds that "the
science of categories must disregard the categories established in logic and
psychology and venture right into language's territory to find the categories
that are characteristic of it, that are specific to it, and that are not found
anywhere outside language's domain" (trans. of Hjelmslev). Hjelmslev soon
extended this domain to include languages other than verbal ones, but not to
the point of including any system of classification. The semiotics [pl.]
make up this larger domain, and they are distinguished from other systems of
classification by a certain uniformity (or homogeneity) that forms the basis of
their analysis at all levels. We find this uniformity first between the
components of any semiotic. By custom, these components are called the
expression plane and the content plane. The reason for this is that as a
general rule, expression forms are visible in the object (they are
"expressed"), whereas it is in the content forms that signification
resides (the semiotic object contains content forms). However, this is beside
the main point, which is that we always analyze a semiotic object (usually a
text) uniformly, with an initial distinction between two components. In other
words, for Hjelmslev, as for Saussure, neither expression nor content can be
given predominance; they must both be analyzed together
(Hjelmslev). ISOMORPHISM AND NONCONFORMITY. It is true that Hjelmslev
subsequently states that the semiotic planes must also not be conformal to one
another; otherwise the distinction between them is nullified (Hjelmslev). It
would require too many theoretical details to explain the principle of nonconformity
here. Suffice it to say that this principle is not directly related to the
issue addressed in this chapter, which is hierarchical organization, and that,
furthermore, nonconformity does not in any way interfere with the isomorphism
of the semiotic planes (that is, their structural parallelism). Although
it doesn't simplify matters any, we must acknowledge that a diagram of
semiotics actually postulates a classification that is itself non-semiotic: It
is a symbolicclassification, for it can be seen as either an expression plane
(the terminology Hjelmslev adopts in his theory) or a content plane (the
meaning assigned to each of the terms it presents), and each of these planes is
conformal to the other. PARADIGMATIC FUNCTIONS In one aspect of semiotic
analysis, we use paradigmatic functions to establish distinctions within the
individual semiotics. A paradigmatic function can always be expressed as two
elements in an ‘either ... or ….’ relation: "either this or that". In
a semiotic, any element of any magnitude (a sound, word, sentence, idea, or
abstract feature) can be analyzed in terms of these functions. There are three
possible results: two constants are identified; there is no constant
identified, so that the elements involved remain as variables; one of the
elements is considered to be the variable of the other. The three types
of paradigmatic functions either this or that, one excludes the other
constant ↓ constant complementarity either this or that, it makes
no difference variable ↑ variable autonomy either this, or
more specifically that constant –| variable specification For
example, in Italian, the MASCULINE is a CONSTANT (of CONTENT) with respect to an
animate beings. Conversely, with respect to inanimate elements, masculine is
regarded as a variable of content. In Italian we refer to a city (Latin
CIVITAS), which have no designated grammatical gender, sometimes as feminine –
but sometimes as masculine. And finally, with respect to the class 'sex'
itself, each one has a variable, since sex has been selected as the constant of
content. Naturally, linguistics aims first to establish constants, in
either a relation of complementarity or of specification. From a paradigmatic
standpoint, the expression plane and the content plane are complementary in
semiotics (e.g., in a verbal language), whereas in a symbolic system (e.g., in
a computer programming language) they are autonomous. Another aspect of
semiotic analysis identifies relations between elements. A syntagmatic function
can be expressed as two elements in a both... and... relation: "both this
and that". Once again, three kinds of syntagmatic functions may be
identified: if one element is present, the other must also be present, and vice
versa; one element does not have to be
present for the other to be present; one element is required for the other to
be present, but not the reverse. The three kinds of syntagmatic functions
both this and that, by necessity constant ↔ constant
solidarity both this and that, by contingency variable –
variable combination this necessarily accompanied by that
variable → constant selection A verbal sentence is the necessary
association of a noun phrase and a verb phrase; they are the two syntagmatic
constants of the sentence. Conversely, there is no consistent relation between
the categories of verb and adverb: the verb can be present without the adverb,
and the adverb can modify something other than a verb (an adjective, such as
pretty, in very pretty). The verb and the adverb are variables relative to one
another. On the other hand, an article requires a noun, but the reverse is not
true; in this relation, the noun is the constant and the article is the
variable. From a syntagmatic perspective, there is always solidarity
between expression and content. If the analysis identifies an expression plane
for a given object, then it must also identify a content plane, and vice versa;
otherwise, the object in question would not be a semiotic object (something we
are not supposed to know before we begin our analysis). NOTE ON
LINGUISTIC LAWS Necessity in syntagmatic functions is quite relative; it
depends on the corpus under study. Caution would prompt us to speak of
consistency rather than necessity, as language is replete with exceptions, and
its rules are subject to rhetorical non-compliance. We are keeping this term
nevertheless, if only to emphasize the predictive intent of linguistic
analysis: whatever consistencies have been recorded in attested texts must
still be valid for future texts. DENOTATIVE SEMIOTICS AND NON-DENOTATIVE
SEMIOTICS Natural languages are the first object of semiotic analysis. Their
systems are identified through the paradigmatic functions, and their processes
through the syntagmatic functions on both planes, expression and content. When
analyzed, texts are equivalent to processes, since they constitute chains of
semiotic elements that are put into relation with one another. Semiotic
analysis can be applied secondly to other kinds of language, with no
theoretical adjuncts, and it is from this extension that it has earned the
name semiotics. But in addition, semiotic analysis can be applied
to a third kind of target: forms of language that cannot be reduced to two
planes (their components are not even in number). These languages [langages]
are termed non-denotative. There are two kinds: the metasemiotics and the
connotative semiotics. A metasemiotic is rooted in a semiotic equipped with a
control plane, so to speak. Through this plane, each element of content takes
on an expression in a denominative capacity. This is what we are
doing when we say that in a certain advertisement for French pasta (to take a
famous example used by Barthes), the yellow and green colours on a red
background (the colours of the ITALIANA flag) signify "ITALIANITÀ"
(Barthes). ITALIANIT is a meta-semiotic expression used to designate the
signification of a visual element such as colour. The same function is in
operation when we say that the expression arbor signifies "tree"
(Saussure), except that, in this case, both expression and content take on meta-semiotic
expressions through the use of distinct typographical markers (italics and
quotation marks) and different languages (Latin and Italian). In this case, they
are called autonyms. Metas-emiotic control helps us to avoid any equivocation
between expression and content in our analysis. Finally, metas-emiotic
expression also has a power of generalization, by allowing categories to be
designated. When we talk about the verb, as we do in linguistics, we are
attributing a name to several syntagmatic functions grouped under this common
denominator. To put it another way, the metasemiotic expression verb can be
used to describe a syntagmatic function that is analyzed in each particular
verb (Badir). It can be helpful to include this control plane in a
specific semiotic, for the human mind seems to be adept at juggling
metasemiotic expressions (writing being the prime evidence of this, and so very
complex). This is how a metasemiotic is formed: one of the planes is the
control plane, and the other is the object semiotic. By doing this, the
metasemiotic once again becomes a binary structure, but with two tiers.
Metasemiotic structure metasemiotic control plane, object semiotic, expression
plane, content plane, CONNOTATIVE SEMIOTICS The plane that is affixed to a
semiotic does not always perform a control function, however. In fact, we can
always affix a third plane to a semiotic in order to account for anything that
has been missed by the analysis, anything that is considered to be a special
case or exception. Variants are the evidence of this analytical
shortcoming. If we wish to account for them in some way nonetheless, then we
define them as invariants within special or narrowed parameters that Hjelmslev
calls connotators. The third plane, then, is formed by considerations that were
not selected in the first-tier analysis (called denotative). This plane
is ordinarily held to be a content plane, since it is assumed that semiotic
objects cannot be intrinsically modified by these considerations. (One senses a
delicate point here, that is admissible only at the discretion of the
analyst). Connotative structure connotative semiotic denotative
semiotic, plane of connotators, expression plane, content plane. For example,
Hjelmslev maintains that any given language may be analyzed equally well
through its written texts or its oral utterances; in other words, that its
rules of syntax, its morphological formations and vocabulary are common to oral
as well as written productions. Certainly anyone can see that this assessment
is not ill founded. Nevertheless, there are distinctions, which have inevitably
been left as variants in the linguistic analysis. Ensuring compatibility
between the analysis of these variants and the first-tier analysis is a matter
of establishing a plane in which orality and writing can be included as two
paradigmatic invariants of content of a particular type: orality and writing
are set up as connotators. In this way, the first-tier analysis remains valid,
although it can always be customized with respect to the newly established
paradigmatic function (Hjelmslev). From a broader perspective, we can use
connotative semiotics to specify which tier of specialization to use for a particular
semiotic analysis, as semiotic analysis is not apt to be applied
indiscriminately to any element of language (this is only true of its
theoretical components, in particular, the ones presented here). In linguistics
we begin by recognizing the plurality of verbal languages, basing our analyses
on distinct corpora for each language. It is the role of connotative semiotics
to establish each language as a connotator. So when we speak of the
"linguistic analysis of French", French is a connotator, as it determines
in which particular case the analysis is valid. At this time, the theory
of semiotic hierarchy has been developed extensively only in the application
for which Hjelmslev initially intended it: the metasemiotic hierarchy of verbal
languages (as illustrated in Whitfield's tree diagram, reproduced in
section. Metasemiotic hierarchy with languages [langues] as the object
semiotics expression plane analysis content plane analysis
internal semiologies paradigmatic perspective phonology lexicology syntagmatic
perspective "morphology" grammar external
semiologies paradigm of historical and geographic connotators
historical and dialectal phonology historical lexicology and
dialectology comparative and historical grammar paradigm of social
connotators sociolinguistics, linguistics of written language
paradigm of psychic connotators pedolinguistics, psycholinguistics, study
of language disabilities paradigm of cultural connotators rhetoric, stylistics,
narratology internal metasemiologies phonetics semantics
external metasemiologies physics and physiology of sound extrinsic
interpretations We will start by discussing the table entries. In the
hierarchy there are two columns dividing the analysis into two components,
labelled expression plane and the content plane. However, this
subdivision does not hold throughout (as in the case of comparative grammar),
either because two different semiotic analyses bear the same name in practice,
or because the analysis is non-semiotic, as it turns out. The hierarchy is
divided into rows representing the object semiotics. First they are divided by
their rank in the hierarchy (semiotic or metasemiotic), next by distinguishing
the denotative semiotics (addressed by the internal semiologies) from the
connotative semiotics (described by the external semiologies). Lastly, the
denotative semiotics are divided into paradigmatic and syntagmatic functions.
It should be noted that the hierarchical structure shown here is reversed in
actual practice, where one always proceeds by progressive expansion, beginning
with denotative analysis, or more specifically, paradigmatic analysis. In
this table, languages are denotative semiotics from the standpoint of the
internal semiologies and metasemiologies; however, they are treated as
connotators from the standpoint of the external semiologies and
metasemiologies. The operation of the latter is dependent on the former.
In addition, the metasemiologies regulate the semiologies by allowing us
to verify whether they are adequate to account for the facts of language
[langage]; however, there is no one-on-one correlation between internal
semiology and internal metasemiology, nor between external semiology and
external metasemiology. For example, a semantic analysis can provide the basis
for a lexical derivation or for a narrative schema. And the physiological
analysis of sound can be used as a descriptor for a phonological invariant
(e.g., using the physiological feature palatal to designate an invariant) or as
a means to describe child language (e.g., the term "labial click",
which describes the onomatopoeia produced by babies 12 months old, also known
as the "kissing sound" – this example is cited in
Jakobson). Morphology should be understood in a specific sense, not
entirely removed from the common meaning, but in a narrower sense. Morphology
deals with what Hjelmslev calls the functions between grammatical forms in his
Principes de grammaire Générale. Finally, note that while linguistics can be
considered as one metasemiotic among others, there can be no objection to
adopting the point of view that semiotics provides cultural connotators for a
comprehensive linguistic analysis. These two perspectives are compatible in
glossematics (Hjelmslev's theory of language) and are even seen to be
complementary, to the benefit of semiotics. top BADIR, S., Hjelmslev, Paris:
Belles-Lettres. BARTHES, R., "Rhetoric of the Image", in The
Responsibility of Forms. Critical Essays on Music, Art, and Representation,
trans. Howard, New York: Hill and Wang, HJELMSLEV, L., Principes de grammaire
générale, Copenhagen: Bianco Lunos Bogtrykkeri, HJELMSLEV, L., Prolegomena to a
Theory of Language, trans. F. Whitfield, Madison: University of Wisconsin.
HJELMSLEV, L., Résumé of a Theory of Language, Madison: University of Wisconsin
Press, HJELMSLEV, L., Nouveaux essais, Paris: Presses universitaires de France,
JAKOBSON, Child Language: Aphasia and Phonological Universals, The Hague:
Mouton, SAUSSURE, F. de, Course in General Linguistics, trans. Baskin, New
York: Philosophical Library. Grice: “I like Gangale. Of course, the Italians
adored him because he got Danish citizenship; also because he understood
Hjemlslev as nobody does! Gangale was practical; he was into his ethnic
minority. He formed good philosophical bond with Gobetti, against Croce and
Gentile. It is obvious that those who know the Gangale of the Albanian studies
won’t make a connection with his fight for protetantism and his adventures with
Italian philosophy, with Doxa and Conscientia – but he got his doctorate and he
was able to immerse in Hjelmslev’s glottology like nobody else did!” Giuseppe Gangale. Giuseppe Tommaso Saverio Domenico
Gangale. Gangale. Keywords: il dia-letto e la dia-lettica, idiolect, dialect,
ethno-lect, idio-letto, dia-letto, ethno-letto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Gangale: dall’idioletto al dia-letto” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Garbo: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la fisiologia
dell’amore – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Abstract. Grice:
“Aristotle found friendship a puzzle, and so do I!” -- Keywords: love, amore,
amicizia. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze,
Toscana. Grice: “I like Garbo; for one I like Firenze, for another I like a
Renaissance man – I’m one!” Grice: “Garbo is extremely interesting at a time
when physis did mean ‘nature’ – the physicist and the physician were the
natural philosophers! At Oxford Transnatural philosophy was created against
Natural Philosophy,” – Grice: “Garbo made the greatest comment on “Love
unrequited” by G&S – by focusing on a ditty by Cavalcanti – Boccaccio loved
the pretentious prose by Garbo on ‘eros,’ ‘amore,’ and ‘cupidus.’ –“ Studia
sotto Alderotti a Bologna. Figlio
di Bono, medico e chirurgo. Sotto il consiglio del padre, fu allievo a Bologna
di Alderotti, suo cognato, poi uno dei più importanti rappresentanti di un riorientamento
della filosofia, all che Garbo diede un contributo importante. Studia sotto Alderotti
per un breve period. Torna presso la casa paterna a Firenze a seguito della
guerra tra Bologna e Ferrara e fu iscritto, a fianco del padre, nella gilda di
Firenze di medici e farmacisti. Le condizioni politiche migliorate gli
consentirono di riprendere i suoi studi e si laurea, successivamente si sposta
a Bologna, dove insegna. Quando Orsini scomunicò Bologna e, quindi, escluse i
cittadini bolognesi dal frequentare lo studio generale, fu, ancora una volta,
costretto a lasciare Bologna. Si transferice a Siena, con l'insolitamente alto
stipendio di 90 fiorini d'oro come "dotore del chomune di Siena". Saltuariamente
si recasse a Bologna nonostante la scomunica. E fu a Bologna che completa il
suo commento su una parte del libro del Canon di Avicenna, tanto da guadagnare
il soprannome di "espositore.” Torna a Bologna, inizia la sua “Dilucidatorium
totius pratice scientie” un commento sul Libro I del Canon. Insegna a Padova, a
causa del "propter malum statum civitatis Paduae" (come afferma nel
suo commento ad Avicenna), riprese a peregrinare tra un'università e l'altra
(anche se è un percorso poco chiaro, a causa delle scarse informazioni fornite
dai biografi e dell'assenza dei documenti). Torna a Firenze e completa
Dilucidarium. Sulla scia dell'esodo della Facoltà di Filosofia da Bologna a
Siena, venne nuovamente nominato dal Comune di Siena, questa volta con uno
stipendio annuo esorbitante di 350 fiorini d'oro, più 100 fiorini, perché teneva
letture a casa sua, la sera. Lavora al suo commento al trattamento con piante
medicinali nel libro II di Avicenna, Canon, cioè "l'Expositio super
canones generales de virtutibus medicamentorum simplicium secundi canonis
Avicennae", che complete dopo il ritorno a Firenze. Commenta sul “Donna mi
prega” di Cavalcanti. Questo commento è conservato in un manoscritto di
Boccaccio ed è stata tradotta in una versione in lingua “volgare”. A causa dell'invidia dei suoi colleghi di
Bologna, fu accusato di essersi appropriato del commento a Galeno di
Torrigiani. Le lezioni riscuotevano
molto successo, allora i suoi colleghi, invidiosi, dettero il compito a un
allievo che viveva con il medico di spiarlo; quest'ultimo scoprì che prepara le
sue lezioni basandosi sul comment a Galeno di Torrigiani, che conserva
segretamente. Il plagio e reso pubblico, addiruttura Ascoli ne fece scherno con
i suoi allievi, e G. e costretto a allontanarsi da Bologna. Sia Tiraboschi che Colle
notarono delle incongruenze cronologiche della vicenda. Torrigiani e co-etaneo
e collega del medico alla scuola di Aldreotti, e successivamente si fece
certosino in tarda età e solo da quel momento, o dopo la sua morte, avrebbe
potuto prendere i suoi scritti. L'episodio,
probabilmente, indica l'atmosfera ostile – tossica -- in cui era immerso G. a
Bologna, per questo è plausibile che decidesse di accettare l'offerta di Padova,
che dopo la crisi causata dalla guerra contro Enrico VII, cerca insegnanti di
fama. Tornato a Firenze, incontra Mussato in preda a un malanno, che
probabilmente aveva conosciuto in precedenza a Padova e che era a Firenze in
veste di ambasciatore di Padova. A Firenze, la sua stima di filosofo si riprese
dai colpi bassi inflitti dai bolognesi; mostra un ritratto cordiale, sapiente
ma non scontroso, con un atteggiamento affidabile e umano, che cercava di
capire i segreti della natura e molto disponibile, questa era la maniera in cui
appariva ai fiorentini. Descritto come una persona arguta in episodi riportati
da Petrarca, che non conosceva direttamente, ma che aveva avuto contatti con G..
Pesso un cimitero, rispose a dei vecchi che lo volevano schernire con queste
parole. La disputa è ingiusta, qui: infatti voi siete più coraggiosi perché
siete a casa vostra. (Rerum memorandum libri, risposta simile a quella di Cavalcanti
nel Decameròn. Un altro episodio, invece, fu la volta in cui un uomo prende in
giro il suo piccolo cavallo dicendogli: "e gli insegni a camminare, ma
dove hai imparato quest'arte?", e G. rispose: "A casa
tua". Quanto torna scrisse le "Recollectiones in Hippocratem de
natura foetus" (Venezia), con la "Expositio super capitula de generatione
embryonis" di Tommaso Del G., suo figlio, e la "Expositio in
Avicennae capitulum de generatione embrionis" di Torre. Il trattato di G.
mostra quanto fosse dipendente dall'astrologia araba. Distingue l'anatomia
dalla fisiologia. Indaga la causa delle malattie ereditarie, dicendo che
dipendono da un vizio organico del cuore, dal quale ha origine lo spirito che
il seme del padre trasmette al nascituro. Tratta anche di argomenti molto
discussi dai filosofi del secolo, come la trasmissione dell'intelligenza tra
generazioni, dell'origine del calore animale e della nascita di piante e
animali per “fermentazione.” Dice nell'Expositio che torna a Firenze non per la
crisi di Siena, ma per altri motivi di cui non si hanno documentazioni. Per
Tiraboschi e Colle, G. non sarebbe mai uscito dall'Italia, mentre De Sade dice
che ad Avignone avrebbe incontrato Ascoli.
Quest'ultimo è il motivo della grave colpa di cui Garbo, insieme al figlio, fu
macchiato dopo il plagio già nominato. Ascoli venne allontanato da Bologna e
sospeso dall'insegnamento poiché accusato di eresia, successivamente giunse a
Firenze con la fama di mago e negromante, al servizio del duca Carlo di
Calabria. Ascoli scrisse "Commentarii in Sphaeram Mundi Ioannis de
Sacrobosco", che si ritiene fosse trattato che egli porta sul rogo,
trattato che fu aspramente criticato da Garbo che gravemente accesi di rabbia e
d'odio contro di lui, perché invidiosi che d'Ascoli fosse preferito come medico
dal duca Carlo. I. Garbo accusa Ascoli di fronte al vescovo d'Aversa e
successivamente lo denuncia all'inquisizione. Questo spinse il duca di Calabria
ad allontanare Ascoli dalla sua corte e dopo fu arrestato dall'inquisitore
Bonfantini. L’accusa era di essere "alieno dal vero dogma della
fede". Ascoli fu bruciato sul rogo. E evidente la responsabilità di Garbo
in questa condanna, per invidia e non per motivi religiosi. G. muore poco dopo
l'esecuzione d’Ascoli. Questo, dice Grice, e causato da un incantesimo di
vendetta lanciato da Ascoli. Altre opere: La figura di G. campeggia se
non come il più grande filosofo di Firenze, sicuramente come quello più
nominato, sia nel bene che nel male, a prescindere dal valore che possono avere
le sue opere a livello della storia della filosofia, infatti rappresenta,
nell'opinione comune, il tipo ideale di filosofo, sia con i suoi pregi, che con
i suoi difetti. Tra le opere che sicuramente possiamo attribuirgli ci
sono ricettari, commenti e trattati. Tra
i vari, ci sono i "Super IV Fen primi Avicennae praeclarissima
commentaria, quae Dilucidatorium totius practicae generalis medicinalis
scientiae noncupatur" (Venezia), dedicati agli studenti bolognesi che
l'avevano seguito a Siena; "Chirurgia cum tractatu eiusdem de ponderibus
et mensuris nec non de emplastris et unguentis" (Ferrara) insieme ad un
trattato sulla lebbra di Gentile da Foligno e uno sulle giunture ossee di
Gentile da Firenze, ampio commento ad Avicenna, Abū l-Qāsim az-Zahrāwī e
ar-Rāzī. In questo e in altri testi, rileva molte inesattezze di Avicenna e
parla con tono di ammirazione dei antichi greco-romani. Altre opere invece non sono state stampate:
"De militia complexionis diversae"; una "quaestio" sulla
flebotomia secondo Ugo da Siena (Bergamo, Biblioteca civica) "Recolectiones super cirurgia
Avicennae" (Modena, Bibl. Estense); Tractatus podagre (San Candido, Bibl.
della Collegiata). E non va dimenticato il commento alla canzone "Donna mi
prega" di Cavalcanti: "Scriptum super cantilena Guidonis de
Cavalcantibus" ("De natura et motu amoris venereis cantio cum
enarratione Dini de Garbo", Venezia, introvabile). Il commento riguardo a
“Donna mi prega” considera l'amore (eros) da un punto di vista strittamente patologico,
come passione, e anche se a volte tende a sovrapporsi a “Donna mi prega”,
esponendo le idee sull'amore di se stesso (“amore proprio”) che quelle di
Cavalcanti, resta un importante document. Suddivide il testo in tre parti.
Nella prima parte, Garbo dimostra quante e che sono le cose, che dello amore si
dicono. Nella seconda parte, Garbo filosofa di quelle, che esser ne determina.
Nella terza parte, la chiusa, Garbo dimostra la sufficienza di quelle cose,
ch'egli ha dette. Nella seconda parte, la più importante, si segue la
dimostrazione sulle *otto* caratteristiche dell'amore: I) dove si produce
(nell’appetito sensitivo); II) chi lo genera? la disposizione naturale del
corpo dell’amante – per non fare menzione digli influssi di Marte su Venere)
quale virtù ha l’amore, dato che è passione d'appetito? Nulla. IV) Quale e
l’effetto dell’amore? La morte che impedisce
le operazioni della virtù vegetativa) quale e l’essenza dell’amore? E una
passione naturale). Che alterazione provoca? Infermità, malinconia, morte. VII)
Che spinge a filosofare sull’amore, dato che non si può celare la passione? Lo
spirito platonico) Se l'amore (o strittamente, l’amare) si dimostri via il
sentire? Si. È evidente che parli come filosofo aristotelico. Per G., l'amore è
una malattia, una passione dell'appetito sensitivo, che può causare a sua volta
molte altre malattie, e per questo va curata, con la dimenticanza e
l'allontanamento, l'"accidente fero" di Cavalcanti è il maligno
influsso di Marte, in congiunzione col Toro e la Bilancia, quando si trova
nella casa di Venere. Altre opere: “Dynus super quarta Fen primi cum
tabula” (Venezia: Lucas Antonius Giunta Florentinus); “Expositio super tertia,
quarta, et parte quintae fen IV. libri Avicennae” (Venezia: Johann Hamann für Andreas
Torresanus); “Dilucidatorium totius pratice medicinalis scientie Expositio
super canones generales de virtutibus medicamentorum simplicium secundi canonis
Avicennae (Venezia); “Recollectiones in Hippocratem de natura foetus; “Dilucidatorium
Avicennae (Ferrara) Expositio super parte quintae Fen quarti Canonis Avicennae (Ferrara,
André Beaufort); “Super IV Fen primi Avicennae praeclarissima commentaria, quae
Dilucidatorium totius practicae generalis medicinalis scientiae noncupatur
(Venezia); Chirurgia cum tractatu eiusdem de ponderibus et mensuris nec non de
emplastris et unguentis (Ferrariae); “De militia complexionis diversae; di cui
un saggio è pubblicato da Puccinotti; Recolectiones super cirurgia Avicennae (Modena,
Bibl. Estense); De generatione embrionis; Dizionario biografico degli italiani.
Boccaccio, Cavalcanti’s Canzone “Donna me prega” and Dino’s Glosses The
enigmatic, indeed disturbing figure of Cavalcanti exercised the imagination of his
contemporaries, especially of his fellow poets. Without naming him once, Dante talks about Guido in
his youthful work, the Vita nuova, telling us that Cavalcanti was the “primo de
li miei amici” (VN III), and that he was one of those who replied poetically to
Dante’s first sonnet. Dante also refers
to Guido’s senhal, Gio- vanna/Primavera (VN). The whole of Dante’s treatise, as a specifi- cally
vernacular composition, is dedicated to this first friend (VN). Amongst Dante’s
Rime, also, there is a companionship sonnet addressed to Cavalcanti, “Guido, i’
vorrei che tu e Lapo ed io,” to which the older poet responded in verse. The
most memorable mention by Dante occurs in canto X of Inferno, where Guido is
the “grand absent,” asked after by his damned father, Ca- valcante de’
Cavalcanti. The accent in the exchange is on Guido’s implied “altezza
d’ingegno,” shared with Dante, and his disdain for some- thing — unspecified —
which Dante by now was pursuing (poetry? theol- ogy?). The poet later
resurfaces as an allusion in Purgatorio XI.97–99, where, in an object lesson in
humility, literary primacy is passed through the Guidos, presumably from
Guinizelli through Cavalcanti, and on to (perhaps) Dante himself. Guido Orlandi,
who wrote the enquiry sonnet, “Onde si move e donde nasce Amore?” which
occasioned Cavalcanti’s famous reply, the doctrinal canzone “Donna me prega,”
paints a picture of the poet in “Amico, i’ saccio ben che sa’ limare,”
stressing Guido’s verbal prowess, but also his consid- erable intellectual
ambition, verging on vanity. Cino da Pistoia, however, in “Qua’ son le cose
vostre ch’io vi tolgo?” reacts angrily to an accusation of plagiarism coming
from Guido, and hints that his own humility is more appropriate than
Cavalcanti’s self-importance. Amongst the other, almost contemporary poets who
mention Cavalcanti is Cecco d’Ascoli (Francesco Stabili), in whose astrological
apology the Acerba, he seemingly takes Guido to task, in detail, for an
erroneous analysis of love’s [heliotropia.org/02-01/usher.pdf 1
Heliotropia heliotropia.org workings (particularly the function of the
irascible appetite, Mars) con- tained in “Donna me prega.” Chroniclers, too,
were fascinated by him, but as much for his propen- sity to engage in partisan
violence as for his intellectual eminence. His contemporary Dino Compagni
refers repeatedly to the powerful Cavalcanti clan’s readiness for
street-fighting, and refers specifically to Guido’s ex- ploits, including his
failed attempt on the life of Corso Donati, who had re- portedly organised an
assassination plot against the poet on the pilgrimage route to Compostela. Dino characterises Guido as “cortese e ardito, ma
sdegnoso e solitario e intento allo studio.” Villani, writing con- siderably later, draws attention
to the prickly nature of Guido’s intelli- gence: “era, come filosofo,
virtudioso uomo in più cose, se non ch’era troppo tenero e stizzoso,” a
description of the philosopher-poet which al- most exactly parallels Giovanni’s
description of Dante himself. Amongst the later novella writers, Sacchetti
would include Cavalcanti as the butt (literally) of a practical joke by a small
child (Trecentonovelle), a jape which in turn is reminiscent of a Boccaccio
novella (Decameron). Cavalcanti figures in the early commentary tradition of
the Comedy, in particular as a response to the pilgrim’s discussion with
Cavalcante de’ Ca- valcanti in Inferno X, and the reference to the two Guidos
in Purgatorio. He also figures to some extent in elucidations of the two
lonely, anon- ymous Florentine “giusti” in Inferno. Commenting upon Inferno X, Guido da PISA (si veda) says
of Cavalcanti “Fuit enim iste Guido scientia magnus et moribus insignitus, sed
tamen in suo sensu aliqualiter inflatus. Habebat enim scientias poeticas in derisum” [This
Guido was great in knowledge and celebrated in character, but nevertheless
somewhat puffed up as to his opinion of himself. For he despised the poetic
discipline]. Guido da Pisa’s interpretation of Cavalcanti’s “disdegno” (Inferno)
as essentially poetical will be influential amongst subsequent commentators. The Ottimo commentary points to Guido’s common
intellectual in- terests with Dante (“similitudine d’abito scientifico”).
Later, when discus- sing the two Guidos passage in Purgatorio XI, the
commentator opines: “E Guido Cavalcanti si può dire, che fossi il primo, che
[le] sue canzoni fortifi- casse con filosofi[ch]e pruove, come si mostra in
quella sua canzona, che comincia: ‘Donna mi prega, perch’io deggia dire.’” The
Selmiano, commenting upon Inferno X, again points to Cavalcanti’s intellectual
im- pact: “Guido fu tenuto del maggiore ingegno e più alto che allora fosse
uomo di Firenze.” The greatest
contribution to the myth of Guido Cavalcanti comes from Boccaccio, who views
the poet essentially through the distorting prism of
heliotropia.org/02-01/usher.pdf 2 Heliotropia heliotropia.org Dante and
the early Dante commentators. In the “Introduzione alla quarta giornata” of the
Decameron, Boccaccio justifies his own persistence with amorousness, even in
his more mature years, by claiming that such a trait was shared with
Cavalcanti, Dante and Cino da Pistoia in their old age. He even suggests that
he could supply the biographical justifications to prove it (“istorie in mezzo”).
The most consistent account of Cavalcanti, however, occurs in Decameron where
Boccaccio applies to Guido a widespread anecdote, with a “lethal” punch-line,
which Petrarch, amongst others, had used some ten years previously in the Rerum
Memorandarum (II, 60) about G., the famous Florentine physician. The tale, now
firmly attached to Cavalcanti, thanks to Boccaccio, will subsequently pass into
the Dante commentary tradition when Benvenuto da Imola glos- ses the two Guidos
passage in Purgatorio. The Decameron
tale has been frequently discussed and minutely ana- lysed: what concerns us
here is Boccaccio’s preliminary portrait of the poet: oltre a quello che egli
fu un de’ migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale, si fu
egli leggiadrissimo e costumato e parlante uom molto e ogni cosa che far volle
e a gentile uom pertenente seppe meglio che altro uom fare; e con questo era
ricchissimo, e a chiedere a lingua sa- peva onorare cui nell’animo gli capeva
che il valesse. [...] Guido alcuna volta speculando molto abstratto dagli
uomini divenia; e per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli
epicuri, si diceva tralla gente volgare che queste sue speculazioni erano solo
in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse. (Decameron) Creatively
interpreting Dante, in order to give the punch-line extra signifi- cance,
Boccaccio deliberately confuses (or rather suggests that the vulgar throng
confuses) Guido with his father, Cavalcante de’ Cavalcanti, for it is
effectively the latter who is amongst the “Epicureans” who “l’anima col corpo
morta fanno” (Inferno). A very similar
portrait of the poet is given in the Esposizioni, where Guido is described as:
uomo costumatissimo e ricco e d’alto ingegno, e seppe molte leggiadre cose fare
meglio che alcun altro nostro cittadino: e oltre a ciò, fu nel suo tempo
reputato ottimo loico e buon filosofo, e fu singularissimo amico dell’autore
[scil. Dante], sì come esso medesimo mostra nella sua Vita nuova, e fu buon
dicitore in rima; ma, per ciò che la filosofia gli pareva, sì come ella è, da
molto più che la poesia, ebbe a sdegno Virgilio e gli altri poeti. (Esposizioni) The phrase
“ebbe a sdegno” clearly shows Boccaccio’s debt to Inferno X.63: “Forse cui
Guido vostro ebbe a disdegno,” and to the view amongst early commentators,
initiated by Guido da Pisa as we have seen, that
heliotropia.org/02-01/usher.pdf 3 Heliotropiaheliotropia.org disdain was
for poetry, not theology. It is this Boccaccian portrait, with a distinctly
Dante colouring, which will inform Filippo Villani’s much later biography of
Cavalcanti in the Liber de origine civitatis Florentie [Book of the Origin of
the City of Florence]. As we have seen, the anecdote in Decameron had been
previously used by Petrarch, who places Dino del Garbo as its protagonist. Dino
was, in addition to being a notable physician (a pupil of Taddeo Alderotti at
Bologna), a lecturer on materia medica at various universities. He had a number
of commentaries to his credit, including a reading of the third and fourth fen
of the fourth book of Avicenna’s Canon, dealing with surgery (a relatively new
area for medicine, traditionally hostile to the knife). He also wrote a general
handbook, based on book one of Avicenna, the Dilucidato- rium totius pratice
medicinalis scientie [Clarification of the Whole Practice of Medical
Knowledge]. According to Giovanni Villani, G. was very touchy about his
academic standing, and took a mortal dislike to Cecco d’Ascoli, at the time a
lecturer on the astronomy of Sacrobosco and Alca- bitius at Bologna, who
publicly accused him of having plagiarised a dead colleague, Torrigiano de’ Torrigiani’s
commentary on Galen. Indeed, Vil- lani suggests that Dino was instrumental in
the passing of the death sen- tence on the astrologer: “molti dissono che ’l
fece per invidia” (Cronica). Popular opinion had it that Dino’s own puzzling
death, very shortly after the astrologer’s execution, was the result of a
posthumous necromantic revenge on Cecco’s part. Cecco wasn’t the only one to
have an interest in Cavalcanti’s canzone “Donna me prega.” G. writes a detailed
Latin commentary on the poem, heavily indebted to Avicenna, Haly Abbas and the
LICEO, which was partially imitated and adapted in a vernacular version
unconvincingly attributed to Egidio Romano. Medical and philosophical interest
in Cavalcanti’s canzone would continue into the Renaissance, with Ficino,
amongst others, clearly in debt to it. G.’s commentary is certainly known to
Boccaccio. Indeed, it has been convincingly argued by Quaglio (“Prima fortuna
della glossa garbiana a ‘Donna me prega’ di Cavalcanti,” in GSLI) that the
unique surviving manuscript of the commentum (an insert in Vatican Chigiano) is
a Boccaccian autograph. This particular transcription, one of the later
documents reinserted into the manuscript – cf. Ricci (Studi sulla vita e le
opere del Boccaccio, Milan-Naples: Ricciardi. The entire MS is reproduced
phototypically in colour by Domenico heliotropia.org 02-01/usher.pdf 4
Heliotropia 2.1 heliotropia.org de Robertis (Il codice Chigiano L. V. autografo
di Boccaccio, Rome-Florence: Alinari). However, already in the Teseida,
Boccaccio shows some fa- miliarity with the commentary. Perhaps he had obtained
the glosses from Dino’s close acquaintance, the poet and jurist Cino da
Pistoia, who had known and corresponded poetically with Cavalcanti, and who had
been teaching Roman law in Naples whilst Boccaccio was a student canonist
there. The commentary, entitled Scriptum super cantilena Guidonis de
Cavalcantibus [Writing on the Canzone of Guido Cavalcanti] has been ed- ited
and published as an appendix by Favati (Cavalcanti, Rime, Milan-Naples:
Ricciardi). A sectionalised summary translation and secondary commentary can be
found in Bird, “The Canzone d’Amore of Cavalcanti According to the Com- mentary
of G.” (Mediaeval Studies). There is a fine
translation and commentary of the glosses by Fenzi (La canzone d’amore di
Cavalcanti e i suoi antichi commenti, Genoa: Il Melangolo. In the Teseida, Boccaccio
furnishes substantial ecphrases of the abodes of Mars and Venus, the tutelary
deities of the two rivals for the hand of Emilia, Arcita and Palemone. The
description of the temple of Venus in book VII, octaves 50 ff., prompts an immensely
long authorial gloss, part of which is on the nature of love itself. In keeping
with Boccaccio’s implied fiction that the glosses are by somebody else, he
refers to himself in the third person as the “author” and reserves the first
person for the fictive commentator. The
gloss labours on through the various symbolic, almost personified qualities (à
la Roman de la Rose) propitious to erotic passion till it reaches the figure of
Cupid, or desire: Alcune ne pone quasi confermative dello appetito eccitato per
le sopra- dette: tra le quali pone Cupido, il quale noi volgarmente chiamiamo
Amore. Il quale amore volere mostrare come per le sopradette cose si ge- neri
in noi, quantunque alla presente opera forse si converrebbe di di- chiarare,
non è il mio intendimento di farlo, perciò che troppa sarebbe lunga la storia:
chi disidera di vederlo, legga la canzone di Cavalcanti Donna me priega, etc.,
e le chiose che sopra vi fa G.. (Teseida, gloss) What is important here is that, for Boccaccio, the
poet’s canzone and the physician’s glosses were already intimately linked,
presumably in a single document (as would be the case in the much later Chigian
MS transcribed by Boccaccio himself). The Teseida self-commentary then
continues, after this parenthesis, with further enumeration of the “author’s”
selection of symbolic qualities, beginning with an elucidation of Cupid’s
darts. But the heliotropia.org/ 02-01/usher.pdf 5 Heliotropia
heliotropia.org first sentence of this continuation shows that Boccaccio was
still thinking in terms of technical definitions of love borrowed from other
sources: Dice sommariamente che questo amore è una passione nata nell’anima per
alcuna cosa piaciuta, la quale ferventissimamente fa disiderare di piacere alla
detta cosa piaciuta e di poterla avere. The phrasing about fervent desire, in
this definition, is reminiscent of a remark in G.’s commentary: est passio
quedam in qua appetitus est cum vehementi desiderio circa rem quam amat, ut
scilicet coniungatur rei amate. (Favati) [it is a certain passion in which
there is appetite along with fervent desire concerning the thing which it loves,
so that it may join with the thing be- loved] But the presence in Boccaccio’s
gloss of the adjective “nata” (even though it could be construed here as meaning
merely “arising”) almost certainly betrays an older source, namely the opening
definition in Andreas Capel- lanus’ De arte honeste amandi: Amor est passio
quedam innata procedens ex visione et immoderata co- gitatione formae alterius
sexus, ob quam aliquis super omnia cupit alte- rius potiri amplexibus et omnia
de utriusque voluntate in ipsius amplexu amoris praecepta compleri. (De amore)
[Love is a certain inborn passion arising from the beholding of and un-
controlled thinking about the beauty of the other sex, on account of which the
person desires above all else to enjoy the embraces of the other person and, by
common desire, fulfil all the commandments of love in this embrace] Andreas
uses the term “innata” to describe erotic passion twice more, in quick
succession, clearly wanting his readers to understand that its endo- genesis is
an important part of his theory of love. “Innata” in the De amore is clearly
adjectival in function, as shown by the following participle “pro- cedens”: but
“nata” in the Teseida may be more in the nature of a past participle. The
lexical fragment survives, however, despite its possible change of status, as a
tell-tale sign of Boccaccio’s prior reading. For Boccaccio, conflating the two
sources was tempting, because G. is clearly indebted, for substantial elements
of his treatise, to the chaplain’s opening remarks on love, as the
characteristic initial combination “passio quedam” already demonstrates.
Boccaccio was not reading Cavalcanti and G. as an inno- cent, then, but rather
as somebody who had already come across authori- tative, if somewhat
obsolescent definitions. The problem for the compiler of the Teseida glosses is
that the two definitions do not match. Andreas heliotropia.org/02-01/usher.pdf
6 Heliotropia heliotropia.org believed that love was intrinsic
(“innata”), the line which Guinizzelli would famously take in his canzone “Al
cor gentil,” whereas G., following Ca- valcanti, declares that this passion was
definitely exterior in origin “cau- sans ipsum principaliter est res
extrinseca” (Favati). Boccaccio at the time of his writing of the Amazon epic
seems totally unaware of the in- consistency between these auctoritates. One
might doubt that Boccaccio had anything more than circumstantial knowledge of
the existence of Dino’s commentary. In other words possibly he hadn’t read it.
But certain of the key words (“appetito” and “generare,” markedly Aristotelian
terms, though present in the De amore, are simply not used as technicisms in
Andreas) imply that he has a good idea of the philosophical slant of G.’s
vocabulary. Unlike Cino da Pistoia, who is quoted unambiguously in the
Filostrato and Rime, textual traces of Cavalcanti in Boccaccio’s fictional and
creative works are rare and tantalising. The meagre harvest of possible (and
hardly provable) intertextuality has been traced by Letterio Cassata, passim in
hisedition of Cavalcanti (Cavalcanti, Rime, Anzio: De Rubeis, esp. index). Branca furnishes more detailed examples (Rime;
Teseida) in Boccaccio medioevale e nuovi studi sul Decameron (Florence:
Sansoni). One could add to
this list, tentatively, perhaps. There is possibly a hint that Boccaccio had a
“cultural memory” of the opening of “Donna me prega” when writing the Filocolo,
for Florio’s love is there de- scribed by an experienced Ascalion as “sì nobile
accidente. It could be, however, that this particular use of “accidente”
(generically a very common term in the early Boccaccio) derives from a reading
of Dante’s Vita nuova, where the distinction between substance and accident in
love theory, probably as an echo of Cavalcanti, is also made (VN). Another
possible reprise of Cavalcanti occurs in the Teseida sequence which generates
the gloss which mentions “Donna me prega” and G.’s glosses. In octave 53 of the
seventh book, Boccaccio describes the musical and visual environment of Venus’
garden, indicating Palemon’s soul in prayer as it visits the bower: ripieno il
vide quasi in ogni canto di spiritei, che qua e là volando gieno a lor posta. Though
“spiritus” was a technical term in medicine, referring to the transmission of
vital and animal forces through the body, the diminutive “spiritelli” is a
characteristic Cavalcantian usage, denoting the hypostatic emanations of
fragmented consciousness characteristic of the “anima heliotropia.org /02-01/usher
Heliotropia heliotropia.org sbigottita.” Guido
even parodied this verbal tic in a sonnet, “Pegli occhi fere un spirito
sottile.” More persuasive
again, in terms of intertextuality with Cavalcanti, is one of Boccaccio’s early
Rime: Biasiman molti spiacevoli Amore e dicon lui accidente noioso, pien di
spavento, cupido e ritroso, Though Branca does not expressly say so in his
commented edition of the Rime in volume V of Tutte le opere (Milan: Mondadori),
this sonnet seems to parodically contrast a pessimistically Cavalcantian view
of love in the first quatrain with a more Guinizellian, positive stance in the
remainder. All in all, though, compared with the massive early presence of
Dante, and later of Petrarch, the verse of Cavalcanti seems to have had little
prac- tical impact on Boccaccio. He seems to have been much more interested (as
the layout of the glosses and the title of the autograph Chigiano LV 176
transcription shows) in “Donna me prega” as a vehicle for G.’s commentary,
rather than as a composition in its own right. G.’s commentary became more
useful to Boccaccio when he came to write the Genealogie and the Esposizioni.
By this time, his appreciation of the question of substance and accident, and
of intrinsic and extrinsic causality, had markedly improved, though his
interest is still anything but scientific. The Genealo- gie passage occurs in
the biography of Cupid, begotten from the illicit cou- pling of Mars and Venus.
Cupid had been the figure, as we have seen, who had given rise to the mention
of G.’s glosses on “Donna me prega” in the Teseida. This time, though used much
more ex- tensively, the Garbian source is not explicitly acknowledged. Est
igitur hic, quem Cupidinem dicimus, mentis quedam passio ab exte- rioribus
illata, et per sensus corporeos introducta et intrinsecarum vir- tutum
approbata, prestantibus ad hoc supercelestibus corporibus aptitudinem. Volunt
namque astrologi, ut meus asserebat venerabilis Andalo, quod, quando contingat
Martem in nativitate alicuius in domo Veneris, in Tauro scilicet vel in Libra
reperiri, et significationem nativitatis esse, pretendere hunc, qui tunc
nascitur, futurum luxuriosum, fornicatorem, et venereorum omnium abusivum, et
scelestum circa talia hominem. Et ob id a phylosopho quodam, cui nomen fuit
Aly, in Commento quadri- partito, dictum est quod, quandoque in nativitate
alicuius Venus una cum Marte participat, habet nascenti concedere dispositionem
phylocaptionibus, fornicationibus atque luxuriis aptam. Que quidem aptitudo
agit ut, quam cito talis videt mulierem aliquam, que a sensibus exterioribus
commendatur, confestim ad virtutes sensitivas interiores defertur, quod
placuit; et id primo devenit ad fantasiam, ab hac autem ad cogitativam
heliotropia.org/02-01/usher.pdf 8 Heliotropia heliotropia.org
transmictitur, et inde ad memorativam; ab istis autem sensitivis ad eam
virtutis speciem transportatur, que inter virtutes apprehensivas nobilior est,
id est ad intellectum possibilem. Hic autem receptaculum est specie- rum, ut in
libro De anima testatur Aristoteles. Ibi autem cognita et intel- lecta, si per
voluntatem patientis fit (in qua libertas eiciendi et retinendi est) ut tanquam
approbata retineatur, tunc firmata in memoria hec rei approbate passio (que iam
amor seu cupido dicitur) in appetitu sensitivo ponit sedem, et ibidem, variis
agentibus causis, aliquando adeo grandis et potens efficitur, ut Iovem Olympum
relinquere, et tauri formam su- mere cogat. Aliquando autem minus probata seu
firmata labitur et adni- chilatur; et sic ex Marte et Venere non generatur
passio, sed, secundum quod supra dictum est, homines apti ad passionem
suscipiendam secun- dum corpoream dispositionem producuntur; quibus non
existentibus, passio non generaretur, et sic large sumendo a Marte et Venere
tanquam a remotiori paululum causa Cupido generatur. (Genealogie) Rather than
provide a translation into English here, we can go straight to Esposizioni V
litt., which is an outstanding example of Boccaccio’s self-volgarizzamento. The
passage occurs in Boccaccio’s literal commen- tary on the episode of Paolo and
Francesca, and is occasioned by Dante’s famous line “Amor ch’al cor gentil
ratto s’apprende” (Inferno). Whereas in the Teseida Boccaccio indulges in a
long account of Cupid’s iconography and dismisses (“per ciò che troppa sarebbe
lunga la storia”) the aetiology of love with a curt reference to Cavalcanti and
G., here in the Dante commentary he inverts the process, omitting the lengthy
account of details Cupid’s portrait (“alle quali voler recitare sarebbe troppo
lunga storia”) so as to concentrate on the explanation of love’s workings. The
passage is prefaced with an apparently perfunctory explanation of Aristotle’s
tripartite distinction of the kinds of love (Nicomachean Ethics), of which more
later. Only the very last periods suffer any change from the content of the
earlier Genealogie text. The
corresponding passage in the Esposizioni, the volgarizzamento of the Gene-
alogie text, reads: Ma, vegnendo a quello che alla nostra materia apartiene,
dico che questo Cupidine, o Amore che noi vogliam dire, è una passion di mente
delle cose esteriori e, per li sensi corporei portata in essa, è poi aprovata
dalle virtù intrinseche, prestando i corpi superiori attitudine a doverla rice-
vere. Per ciò che, secondo che gli astrologi vogliono, e così affermava il mio
venerabile precettore Andalò, quando avviene che, nella natività d’alcuno,
Marte si truovi esser nella casa di Venere in Tauro o in Libra, e truovisi
esser significatore della natività di quel cotale che allora nasce, ha a
dimostrare questo cotale, che allora nasce, dovere essere in ogni cosa venereo.
E di questo dice Alì nel comento del Quadripartito che, qualunque ora nella
natività d’alcuno Venere insieme con Marte parti- cipa, avere questa cotale
participazione a concedere a colui che nasce una heliotropia.org/02-01/ usher. pdf
9 Heliotropia heliotropia.org disposizione atta agl’inamoramenti e alle
fornicazioni. La quale attitu- dine ha ad aoperare che, così tosto come questo
cotal vede alcuna femina, la quale da’ sensi esteriori sia commendata,
incontanente quello, che di questa femina piace, è portato alle virtù sensitive
interiori e questo pri- mieramente diviene alla fantasia e da questa è mandato
alla virtù cogita- tiva e da quella alla memorativa; e poi da queste virtù
sensitive è tra- sportato a quella spezie di virtù, la quale è più nobile intra
le virtù apren- sive, cioè allo ’ntelletto possibile, per ciò che questo è il
recettaculo delle spezie, sì come Aristotile scrive in libro De anima. Quivi,
cioè in questo intelletto possibile, cognosciuto e inteso quello che, come di
sopra è detto, portato v’è se egli avviene che per volontà di colui nel quale è
que- sta passione, con ciò sia cosa che in essa volontà sia libertà di ritenere
dentro questa cotal cosa piaciuta e di mandarla fuori, questa cotal cosa
piaciuta sia ritenuta dentro, allora è fermata nella memoria la passione di
questa cosa piaciuta, la quale noi chiamiamo Amore, o vero Cupido. E pone
questa passione la sedia sua e la sua stanza ferma nell’appetito sen- sitivo e
quivi in varie cose adoperanti divien sì grande e fassi sì potente che egli
fatica gravemente il paziente e a far cose, che laudevoli non sono, spesse
volte il costrigne; e alcuna volta, essendo meno aprovata questa cotal cosa
piaciuta, leggiermente si risolve e torna in niente. E così non è da Marte e da
Venere generata questa passione, come alcuni stimano, ma, secondo che di sopra
è detto, sono alcuni uomini prodotti atti a ricevere questa passione secondo le
disposizioni del corpo: la quale attitudine se non fosse, questa passione non
si genererebbe. The translation
diverges only at the end. Out goes the Ovidian reference to a love-struck
Jupiter preparing to ravish Europa (Metamorphoses), clearly inappropriate for a
commentary to a Christian poem, and in comes a limp and vague reference to
shameful behaviour. Similarly, the very last concessionary formula of the
Genealogie passage, conceding at least the indirect operation of Mars and
Venus, is removed in its entirety, leaving the earlier categorical denial of
astral influence intact. But what of the content? The making of such
contentious horoscopes, predicting a libidinous disposition, could be
dangerous. Villani intimates that one of the reasons for Cecco d’Ascoli’s
misfortune at the stake was his disconcertingly accurate prognosis for his
patron, the duke of Calabria, that his daughter Giovanna, the grand-daughter of
Robert the Wise and future queen of Naples, would be subject to scandalous
erotic excesses on account of her birth under the sign of Mars in the house of
Venus. Though at first sight, Boccaccio is implying that his source in both
pas- sages is the Genoese astronomer Andalò del Negro (almost certainly dressed
up as Calmeta in Filocolo) and that he is quoting from Ptol- emy’s commentator
Haly Abbas and from Aristotle’s De anima, a large section of this treatment,
including the reference to these auctoritates, is in fact lifted from various,
almost contiguous places in G.’s glosses. The heliotropia.org /02-01/usher.pdf
10 Heliotropia heliotropia.org opening sentence is an extremely reductive
paraphrase of a section of Dino’s commentary where the physician indicates the
role of the stars in creating the dispositions of the soul. Dino writes: Alia res
concurrit ad causandum aliquam passionem, que est res ex- trinseca que suam
ymaginem vel speciem causat in virtute sensitiva, ad quam cognitionem vel
apprehensionem consequitur appetitus talis vel talis, in quo appetitu iste
passiones fundantur. Ideo auctor, ut complete ostenderet que est res generans
istam passionem, primo ostendit que est dispositio naturalis corporis que
reddit hominem aptum ut faciliter istam passionem incurrat; secundo ostendit
que est res extrinseca ex cuius ap- prehensione consequitur in appetitu passio
amoris. Secunda ibi: “Vien da veduta forma”; vel
posset incipere ibi: “D’alma costume.” In prima parte quod dispositio
naturalis, per quam aliquis inclinatur ad incurrendum faciliter in aliquam
passionem, ex principiis proprie nati- vitatis hominis contraitur et, inter
ista principia nativitatis alicuius, precipua et principalia sunt corpora
celestia: nam, ut dicit Philosophus in Phisicis, homo hominem generat et sol;
et in De Generatione Animalium dicit quod in spiritu genitivo est natura existens
proportionalis ordinationi astrorum. (Favati) [Something else is involved in causing any
passion, and that is an exte- rior thing causing its image or “species” in the
sensitive faculty, upon the cognition or apprehension of which there follows an
appetite for this or that, in which appetite these passions are established. So
the author, in order completely to show what is the thing which generates this
passion, first demonstrates what is the natural disposition of the body which
makes man suitable for incurring this passion easily; secondly he demon-
strates what is the external thing from whose apprehension the passion of love
follows in the appetite. The second starts “Vien da veduta forma”; or can start
at “D’alma costume.” In the first part he shows that the natural disposition,
by which some- body is inclined to incur some passion, is contracted from the
principles of a person’s own birth, and, amongst these principles of a person’s
birth, the foremost and most important are the heavenly bodies: for, as Aris-
totle says in the Physics, man and the sun generate man; and in The Generation
of Animals, in the generative spirit a nature exists proportion- ally to the
ordering of the stars] Boccaccio’s reference to his astrological mentor, Andalò
del Negro, is an opportunistic amplification of a far less specific passage in
Dino. The Garbian passage, commenting on the canzone, reads: Hoc autem ostendit
in verbo illo quod premisit cum dixit “La quale da Marte viene et fa dimora”:
nam ista passio dicitur procedere a Marte isto modo, quoniam astrologi ponunt
quod, quando in nativitate alicuius Mars fuerit in domo Veneris, ut in Tauro
vel in Libra, et fuerit significator nativitatis eius, significabit natum fore
luxuriosum, fornicatorem et omnibus venereis abusivis scieleratum; unde quidam
sapiens qui dicitur Aly, heliotropia. org/02-01/usher. pdf 11
Heliotropiain “Comento Quadripartiti,” dicit quod, quando in nativitate
alicuius Venus participat cum Marte, dat inamoramentum, fornicationem, luxu-
riam et talia similia, que omnia pertinent ad passionem amoris de quo loquitur
auctor in hac cantilena. (Favati) [He shows this, however, in that word he
placed before when he said “La quale da Marte viene et fa dimora”: for this
passion is said to proceed from Mars in this way. Astrologers claim that,
whenever, at the birth of somebody, Mars is in the house of Venus, as in Taurus
or in Libra, and there is a person to do the child’s horoscope, he will signify
that the child will be lustful, a fornicator, and wicked in all venereal
excesses. Whence a certain sage called Haly in his commentary to the
Quadripartitum says that, when at the birth of somebody Venus participates with
Mars, it grants enamourment, fornication, lust and such like, which all are
con- cerned with the passion of love which the author talks about in this can-
zone.] Boccaccio’s reference to Andalò is rather disingenuous, if the evidence
of the Calmeta episode of the Filocolo is to be believed. For there the empha-
sis in that passage is almost entirely astronomical, with no hint of judicial
astrology, and the authorities consulted are almost certainly limited to
Ptolemy’s Almagest, Andalò’s own Introductorium, rather than the simi- larly
titled work by Alcabitius, and to the Alfonsine Tables. Of Haly’s commentary to
the Ptolemaic Quadripartitum there is not a trace. Boccac- cio’s early
astrological culture, under the sway of Andalò, has been examined in an
important study by Quaglio (Scienza e mito nel Boccaccio, Padua: Liviana) and
its narrative consequences (possibly more tending towards judicial astrology)
in the Filocolo have been investigated by Smarr and Grossvogel. The
adventitious references to Haly in the love definition in the Genealogie and
Esposizioni are a sure sign that the late Boccaccio, whilst acknowledging his
youthful enthusiasms, was now passively accepting and reproducing G.’s quotes
and mentions, rather than referring to material he knew and remembered
intimately and at first hand. What then follows in Boccaccio’s account, namely
the sequence of inter- iorisation, comes from G.’s gloss to the line. G.’s
ordering of the inner processes is, according to Bird, untypical, yet Boccaccio
accepts it without demur: Hic autem est ordo in apprehensione humana, sicut
declaratum est in scientia naturali: quod primo species rei pervenit ad sensus
exteriores, ut ad visum vel auditum vel tactum vel gustum vel olphatum, deinde
ab illis pervenit ad virtutes sensitivas interiores, sicut pervenit ad
fantasiam primo, deinde pervenit ad cogitativam et ultimo ad memorialem. Ab
istis autem virtutibus procedit postea ista species ad virtutem nobiliorem, que
virtus in homine est altissima inter virtutes adprensivas, et ista est virtus
possibilis. (Favati) [For this is the sequence in human apprehension, just as
it is declared in natural science. First of all the species of the thing
reaches the exterior senses, for instance sight or hearing, touch, taste or
smell, thence from these it reaches to the inner sensitive faculties, so it
comes to fantasy first, then comes to the cogitative and lastly to the
memorative faculty. From these faculties this “species” reaches to the nobler
faculty, which in mankind is the highest amongst the apprehensive faculties,
and this is the possible faculty] G. then provides a brief explanation of the
difference between the intel- lectus agens [active intellect], the reasoning
function of individuation and universals, and the passive or possible
intellect, merely concerned with the processing of species resulting from
sensibles. The discussion is not otiose, for G. is aware of Cavalcanti’s
dramatic positioning of love right at the crucial borderline between rational
and sensitive activity. Boccaccio is not at all interested in such
technicalities, and moves on to a matter of much greater concern, namely the
question of the relationship between love and will. The relevant passage from G.
glosses Guido’s assertion that love is “di cor volontate,” but Boccaccio
characteristically leaves out G.’s proessionally inspired mention of the
difference of opinion between Aristotle and Galen concerning the seat of the
sensitive faculties, in the heart or in the head. G. writes: Et nota quod istum
appetitum vocavit voluntatem, que videtur intellectui attinere, ut ostenderet
quod, licet amor fiat in aliquo ex dispositione na- turali per quam quis
inclinatur ad incurrendum faciliter hanc passionem, tamen fit etiam ex
proposito et per electionem, quod pertinet ad volun- tatem, que est libera et
liberi arbitrii, cum se habeat indifferenter ad op- posita; et est simile hic,
sicut etiam est in aliis passionibus ut, verbi gra- tia, de ira. Nam aliquis,
licet sit dispositus ex natura ad faciliter incurren- dum in iram, tamen per
voluntatem potest se retrahere ab ea, et potest etiam in eam incurrere; et
simili modo etiam de amore. (Favati) [And note that he calls this appetite the
will, because the latter is seen to appertain to the intellect, in order to
show that, although love can happen to somebody through a natural disposition
whereby that person is in- clined easily to incur this passion, that person
does so nevertheless on purpose and by choice, and so that is a case of will,
which is free and by free choice, when it is faced equally with opposites. And
it is the same here, just as it is with the other passions, like anger, for
instance. For somebody, even though he may be disposed by nature to get angry
easily, nevertheless through his will he can draw himself back from it, and he
can even indulge in it; and it is the same with love. For Dino, the question is
one of classification: given the working of erotic passion specifically in the
sensitive appetite, it follows that engaging in or disengaging from love is
necessarily a voluntary act, and therefore in part subject also to the operations
of the rational soul, where choices are made. Boccaccio’s rewording changes the
emphasis substantially towards moral philosophy: love is no longer an
ineluctable force, and the potential lover, being free to choose, is therefore
responsible for his own actions in this field as in any other. Love, as a
phenomenon of the soul, is consequent on an initial act of the will, by
accepting or refusing to be drawn further into passion. Though Boccaccio’s
direct quotations from the Garbian glosses are all located in a compact area,
he may have been encouraged to under- line this aspect by his reading further
on in the commentary, for G. refers to the will obliquely later on, drawing on
Haly’s Pantechne, to state more clearly than elsewhere the voluntaristic nature
of passion: amor est sollicitudo melanconica, similis melanconie, in qua homo
iam sibi inducit incitationem cogitationis super pulcritudinem quarundam
formarum et figurarum que insunt ei. (Favati) [love is a melancholic anxiety,
similar to melancholy, in which a man actually brings upon himself the rousing
of cogitation upon the beauty of certain forms and figures which are within
him.] A fragment of this reading of G. can be found in the Decameron, when
Boccaccio describes the aegritudo amoris of the pharmacist’s daughter Lisa, as
she struggles with cumulative “malinconia.” What is more important in the
Garbian gloss is the accent on the will. The lover “sibi inducit incitationem.”
And later again, G. will return to the topic, to explain why nobles have a
greater propensity for erotic pas- sion than those whose existence is marred by
the struggle for economic survival: Secunda causa est quia, licet in amore,
quando est multum impressus, appetitus non sit liber, imo est servus et ducitur
secundum impetum huius passionis, tamen in principio, quando incipit hec passio
in appe- titu, adhuc appetitus est quasi liber, ita ut possit amare et possit
desistere ab amore. Et ideo initium huius passionis incipit multotiens ex
proposito. (Favati) [The second cause is because, though in love for instance
the appetite, when it is much pressed, is not free, indeed it is enslaved and
is led by the impetus of this passion, nevertheless in the beginning, when this
passion starts in the appetite, at that point the appetite is almost free, so
that it can love or desist from love. And so the beginning of this passion
frequently starts from choice.] heliotropia.org/
02-01/usher.pdf Heliotropia
heliotropia.org Whereas in the Genealogie the highlighting of the question of
free will served no particular purpose, and was not set within a moralising
context, in the Esposizioni the moral discussion is crucial. Boccaccio has a
precise task, for he is explaining the sin of those who “la ragion sommettono
al talento” (Inferno). Boccaccio’s own
prior interpretation of this line is rather odd: Eran dannati i peccator
carnali, Che la ragion sommettono al talento, cioè alla volontà. E come che questo
si possa dire d’ogni peccatore inten- dere, per ciò che alcun peccatore non è
che non sottometta, peccando, la ragione alla volontà, vuol nondimeno l’autore
che per quel vocabolo “carnali” s’intenda singularmente per i lussuriosi. (Esposizioni V litt. 46)
Boccaccio, never very consistent when adopting others’ philosophical sys- tems
or terminology, seems to see no difference here between “will” and “desire.” He
seems to have no real understanding of the complexities of appetition. Perhaps
he was thinking of the passage in Dante’s Vita Nuova, where the poet admits to
a struggle between appetite (“cuore”) and reason (“anima”). Maybe he is using
“volontà” to stand for “voglia,” the term Meo Abbracciavacca uses when he
writes “e qual sommette a voglia operazione” (Contini, Poeti del Duecento,
Milan-Naples: Ricciardi). It is no surprise, therefore, to find that Boccaccio
now moves straight from his paraphrase of G. on love and will to a discussion
of whether Paolo, “atto nato ad amare” (Espo- sizioni V litt.) was obliged to
fall in love with Francesca. Boccaccio freely admits that Paolo is ‘flessibile,’
in other words easily swayed, be- cause of his complexion. It is the same concept Boccaccio applies to Dante’s
amorous disposition in the Chigi version of the Trattatello: “inchinevole molto
a questo accidente” (again a fairly Garbian formula), but when it comes to the
famous line: “Amor, ch’a nullo amato amar per- dona” (Inferno), the moralist
suddenly swings into action: Questo, salva sempre la reverenzia dell’autore,
non avviene di questa spezie di amore, ma avvien bene dello amore onesto
(Esposizioni litt.) Here Boccaccio is
returning to the Aristotelian distinction between the three varieties of love
(Nicomachean Ethics VIII.3) with which he had prefaced his discussion in the
Esposizioni. There, he had indicated that the sensual love indulged in by Paolo
and Francesca is the morally inferior “amore dilettevole,” where the pleasure
principle is foremost. It is a defi- nition totally missing from the Genealogie
account of Cupid, even though it had been promised much earlier. Now he claims
that Francesca’s declaration of the inevitable reciprocity of love is
misplaced, for such reciprocity can only happen with “amore onesto.” He backs
this up with the definition to be found in Purgatorio (where Statius’ love for
Virgil causes a corresponding affection in the older poet). But the lovers of
Inferno V are seekers of pleasure only, not seekers of goodness (the “amore
onesto” of Aristotle). But why did Boccaccio, between the Genealogie and the
Esposizioni accounts, suddenly introduce the Aristotelian distinction? What does
it have to do with G.’s commentary? Once again, Boccaccio has been searching
around in the glosses, and has found that the next argument G. engages in is
concerned with is the dual nature of love. One is the common definition: uno
modo comuniter et large, secundum quod est quedam passio per quam inclinatur et
movetur appetitus in aliquam rem que videtur sibi bona propter complacentiam
eius, ratione cuiuscumque actus illius rei: et isto modo non accipitur hic: nam
amor est circa multa, de quo amore non est presens intentio. Et de omnibus
amicis ad invicem est hoc modo amor: quia amici amant se ad invicem, et tamen
non amant se amore de quo est hec presens intentio; et potest etiam esse amore
in uno respectu alterius, et tamen non erit amicitia inter eos: omnis enim qui
est amicus alicui amatur ab illo, sed non omnis qui amat aliquem amatur ab
illo; et ideo, licet omnis amicitia sit cum amore, non tamen omnis amor est cum
amicitia. (Favati) [one way commonly and widely defined, according to which it
is a certain passion by which the appetite is inclined and moved towards
something which seems good to it on account of its pleasurability, by reason of
whatever agency of that thing: and it is not accepted in this way here: for
love concerns many things, about which love it is not Guido’s present intention
to speak. Concerning all mutual friends, love is of this kind: for friends love
each other reciprocally, and yet they do not love each other with the kind of
love which is the topic here; and it can be a question of love in one regarding
the other, and yet there will not be friendship between them: for everybody who
is a friend to somebody is loved by that other person, but not everybody who
loves somebody is loved by that person, and so, even if every friendship is
with love, not every love is with friendship.] In his round-about way Dino is
dealing here with the distinction between love “per concupiscentiam” [for
desire’s sake] and “per amicitiam” [for friendship’s sake]. The first is
properly the subject of Guido’s canzone, whereas the second is Aristotle’s true
friendship, what Boccaccio calls “amore onesto.” Dino’s purpose is to go on to
define the pathology of the illness that derives from amorous excess, the
so-called “ereos,” richly in- vestigated by Massimo Ciavolella (La “Malattia
d’Amore” dall’Antichità al Medioevo, Rome: Bulzoni) and before that by John
Livingston heliotropia.org /02-01/ usher Heliotropia heliotropia.org Lowes (“The
Loveres Maladye of Hereos,” Modern Philology). Boccaccio, uninterested in the
minutiae of such medical matters (though he refers to them in his Valerius
Maximus inspired episode of Giacchetto Lamiens in the novella of the Count of
Antwerp (Decameron), retains the distinction but uses it for a moral purpose.
Paolo and Francesca were free to retreat from their passions, as theirs was an
“amor dilettevole.” Their obstinate refusal to avail themselves of the free-
dom of choice inherent in the birth of such sensual passion led to their
damnation. This issue of free will clearly exercised Boccaccio, for he re-
turns to it belatedly in the allegorical exposition to the canto. The com-
mentator has been explaining why carnal sinners, guilty of excess in what is
otherwise a natural process, are punished more lightly than the other damned
souls, in a circle further from the pit of hell and nearer to God. He then has another go at defining the relative roles
of astrological disposition and free use of the rational faculty of choice:
L’origine del quale, secondo che di sopra è mostrato, par che sia
nell’attitudine a questa colpa datane da’ cieli; la quale parrebbe ne do- vesse
da questo scusare, se data non ci fosse la ragione, la quale ne dimo- stra quel
che far dobbiamo e quel che fuggire, e, oltre a ciò, il libero albi- trio, nel
quale è podestà di seguire qual più gli piace. (Esposizioni V all. 78) But this moralistic view of
erotic passion, prompted by a public reading of the Paolo and Francesca episode
and shaped, selectively, by G.’s glosses to Cavalcanti’s canzone, represents a
very late position, beginning with the first redaction of the Genealogie, and
perhaps impli- citly coeval with some of the thinking behind the remedia amoris
of the Corbaccio. Boccaccio’s earlier allusions to the Inferno V episode seem
to show, instead, that the involuntary nature of love, propounded by Fran-
cesca, prevails. In the Filostrato, for instance, after much sighing and
tearful pillow-soaking, Troiolo finally admits to his friend Pandaro the cause
of his melancholy: he has fallen in love. Boccaccio’s writing at this point is
saturated with reminiscences of the Paolo and Francesca passage from Inferno V.
Troiolo is grateful that Pandaro is inclined to hear of his “martiro,” rhymed
with “sospiro” (Dante: “sospiri” and “martiri”) and is responding to Pandaro’s
“priego” since he is incapable of opposing a “nie- go” (Dante: “priega” and
“niega”). Troiolo then indicates how love took
over: Amore, incontro al qual chi si difende più tosto pere ed adopera in vano,
d’un piacer vago tanto il cor m’accende, ch’io n’ho per quel da me fatto
lontano ciascheduno altro, e questo sì m’offende, (Filostrato) This is a clear
echo of Francesca speaking of how love “al cor gentil ratto s’apprende e ’l
modo ancor m’offende” (Inferno). Boccaccio in paraphrasing “Amor, ch’a nullo amato amar
perdona” here, further em- phasises the involuntary nature of such passion. The
same emphasis can be seen in the Filocolo: in the “court of love” in book four,
Clonico has asked the queen for a judgment on whether an unrequited or a
jealous lover should be more pitied. The
queen passes sentence, saying that the unrequited lover will finally get his
reward, for true love induces inevitable reciprocity in the beloved: ché, ben
che ella si mostri verso voi acerba al presente, e’ non può essere ch’ella non
vi ami, però che amore mai non perdonò l’amare a niuno amato. (Filocolo IV.38.11) The same
concept lies behind that other enamourment clearly inspired by Dante’s Paolo
and Francesca, the Ovid-inspired passion of Florio and Biancifiore in Filocolo
II: their love, too, is caused by Cupid’s agency, they too are apparently
coerced by mutual delight. Florio
clearly considers that such a situation is universal, and affects not only
mortals but gods: Padre mio, sì come voi sapete, né il sommo Giove né il
risplendente Apollo, da voi ora davanti ricordato, né alcuno altro iddio ebbe
all’amorevole passione resistenza; né tra’ nostri predecessori fu alcuno tanto
di virile forza armato, che da simile passione non fosse oppresso. (Filocolo) But perhaps the
most memorable examples of such love apologies come in the Decameron. In the novella of the count of Antwerp, the queen of
France lays bare her passion for the count: Egli è vero che, per la lontananza
di mio marito non potendo io agli sti- moli della carne né alla forza d’amor
contrastare, le quali sono di tanta potenza, che i fortissimi uomini non che le
tenere donne hanno già molte volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io
negli agi e negli ozii ne’ quali voi mi vedete, a secondare li piaceri d’amore
e divenire innamorata mi sono lasciata correre. (Decameron) Though the power of love is emphasised, a
subtle change has now taken place. We now get at least a fleeting admission
that an element of volition was involved (“mi sono lasciata correre”). When we
come to look at the famous justification of Ghismonda, caught in flagrante with
Guiscardo by her jealous father (Decameron), we see the same refined con-
cession. Her speech begins with a reminiscence of the Paolo and Francesca
episode, audible in the pairing “né a negare né a pregare sono disposta.” Ghismonda, at various points, then outlines the sheer
power and durabil- ity of the passion which has overtaken her: Egli è il vero
che io ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l’amer e se
appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarlo. (Decameron) Though the
wording has been altered, the influence of Francesca’s per- during love in
Inferno V is clear: “ancor non m’abbandona” and “che mai da me non fia diviso”.
But then the speech gets down to detail.
It is Ghismonda’s youthful appetite, whetted by previous marriage and now
enforced celibacy, which causes her to cede to her desires: Sono adunque, sí
come da te generata, di carne, e sí poco vivuta, che an- cor son giovane, e per
l’una cosa e per l’altra piena di concupiscibile disi- dero, al quale
maravigliosissime forze hanno date l’aver già, per essere stato maritata,
conosciuto qual piacer sia a così fatto desidero dar com- pimento. Alle quali
forze non potendo io resistere, a seguir quello che elle mi tiravano, sí come
giovane e femina, mi disposi e innamora’mi. (Decameron) Yet, here again, we can see that Boccaccio
clearly imagines there to be a moment of decision, an instance of rational
choosing, even if the flesh (and the sensitive faculties) are predisposed to
“incur such passion.” To sum up then, the evidence for Boccaccio having read
Dino del Garbo early on in his career, earlier than the Teseida, is quite
strong. The gloss on “Donna me prega” is not associated, as one might imagine,
with an interest in Cavalcanti’s vernacular verse, but rather with its
availability as a con- venient manual, accessible to a non medical scholar, on
the “maladye of hereos.” For this reason, perhaps, it became associated with
Boccaccio’s constant re-reading of the Paolo and Francesca episode from Inferno
V. What changed over time was the quality of Boccaccio’s reading of Dino,
starting from an opportunistic level, where the distinction between Capel-
lanus and Del Garbo is hardly felt, and ending with an interpretation which
consciously develops the potential in Dino’s understanding of the role of the
will. The moment of transition, however timid, seems to take place in the years
of the Decameron. Grice: “So here is charming Cavalcanti writing a charaming
love lyrics (Donna mi preigha) and Garbo in his worst Aristotelian jargon
destroying it. I dealt with Blake (“love that never told can be”) and the best
thing is to leave poetry to poets (cf. Austin rebuffing Nowell-Smith’s
inability to understand Donne). The physiology of love is beyond philosophy.
But in philosophy, unlike any other discipline, we respect history, and the
longitudinal history of philosophy ensures that every philosopher will be
familiar with the idiocies Plato makes Socrates says in Convitto about Cupido,
Cupidine, Amore, Eros, Erote, Anterote, and Mars, qua symbol of maleness. In
Italy they were concerned about astrology. Since the future queen of Naples had
been born under the House of Mars, she will possibly be a whore!” -- Aldrobrandino Del Garbo. Garbo. Keywords: appetitus, appetitus sensitivo –
spiegatura dell’amore in termine aristotelichi – amare, sentire, il patico –
fornicazione – latino/volgare – Boccaccio – Petrarca – Alighieri – Cavalcanti
--. de militia complexionis diversae, eros, amore, malattia, Aristotele,
passione, ragione, appetite sensitive, amore, sentire – re-cognosenza da parte
dell’amato dell’amore dell’amante – via senso? Marte – self-love, other-love,
amore proprio, amore a se stesso, amore all’altro. Refs.: Luigi Speranza,
“Garbo e Grice: amore, passione, implicatura” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gargani: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale d’Eurialo e Niso; ovvero, dell’empatia – filosofia genovese – la
scuola di Genova -- filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Abstract. Grice: “There is a word that Cicero uses that
quite summarises my views on conversation: condivisio! Keywords: condivisio. Filosofo genovese. Filosofo
ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “I like Gargani; many of his
essays are pretty interesting: he’s written on the ‘sense’ of ‘true,’ and on
the ‘endless phrase,’ – la frasse infinita – which according to Griceian
principles, must rely on implicature, since it involves a communicational
impossibility!” -- «È un fatto che gli uomini hanno prodotto assai più cose di
quanto siano propensi ad ammettere; ma ciò che essi hanno eretto nella forma di
costruzioni concettuali elevate e sublimi, come se fossero separate dal caso e
dal disordine, corrisponde ad un uso che essi hanno fatto della propria vita.” Si
laurea a PISA sotto BARONE (si veda). Collaborando con Lepschy, allora
professore all'University College di Londra, e conducendo le sue ricerche al
Queen's sotto la guida di Geordie McGuinness. È stato il massimo studioso
italiano di Vitters, e ha contribuito alla diffusione della filosofia di D. F.
Pears. I suoi ambiti di studio sono stati prevalentemente la filosofia del
linguaggio, l'estetica, l'epistemologia, e la psicoanalisi. Di particolare
interesse è anche il suo tentativo di una scrittura filosofica narrativa, come
in Sguardo e destino” (Laterza, Roma-Bari); “L'altra storia” (il Saggiatore,
Milano); Il testo del tempo” (Laterza, Roma-Bari). Altre opere: “Esperienza in Vitters” (Le
Monnier, Firenze); “Hobbes” (Einaudi, Torino); “Vitters” (Laterza, Roma-Bari);
“Il sapere senza fondamenti. La condotta intellettuale come strutturazione
dell'esperienza commune” (Einaudi, Torino ); “Vitters a Cambridge” (Stampatori
Editore, Torino); “Kafka” (Guida, Napoli); “Lo stupore e il caso” (Laterza,
Roma-Bari); “La frase infinita”
(Laterza, Roma-Bari); “Il coraggio di essere” (Laterza, Roma-Bari); “Stili di
analisi” (Feltrinelli, Milano); “L'organizzazione condivisa. Comunicazione,
invenzione, etica” (Guerini, Milano); “Il pensiero raccontato” (Laterza,
Roma-Bari); “Una donna a Milano” (Marsilio, Venezia); “Il filtro creative”
(Laterza, Roma-Bari); “Dalla verità al senso della verità” (Plus, Pisa); “Mondi
intermedi e complessità” (Ets, Pisa); “Il gesto” (Cortina, Milano); “La filosofia
della cura” (ASMEPA Edizioni, Bentivoglio); “L'arte di esistere contro i fatti”
(Lamantica Edizioni, Brescia); “Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto
tra sapere e attività umane” (Einaudi, Torino). Altri contributi Relazione
d'aiuto, sintonia comunicativa e organizzazione sociale, in Il vaso di Pandora,
Dialoghi in psichiatria e scienze umane, Fondazionalismo e antifondazionalismo,
Relativismo e nuovi paradigmi filosofici, Inquietudine, empatia, identità e
narrazione (Pordenone). Eurialo e Niso coppia di amici, guerrieri troiani nella
mitologia greca e nell'Eneide di Virgilio Lingua Segui Modifica Ulteriori
informazioni Questa voce o sezione sugli argomenti mitologia romana e
personaggi immaginari non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono
insufficienti. Eurialo e Niso Nisos Euryalos Louvre LL450 n2. jpg Eurialo e
Niso di Roman, Louvre SagaCiclo Troiano ed Eneide Nome orig.Euryalus e Nisus
Epitetoinsigne per bellezza (Eurialo), fortissimo in armi (Niso), Irtacide
(patronimico di Niso) 1ª app. inEneide di Virgilio, I secolo a.C. circa
(Eurialo) Sessomaschi Luogo di nascitaTroia (Eurialo), monte Ida (Niso)
Eurialo e Niso (in latino Euryalus e Nisus) sono due personaggi che compaiono
in due episodi dell'Eneide di Virgilio. Guerrieri profughi di Troia,
costituiscono un grande esempio di amicizia e di valori che Virgilio teneva a
riportare in vita con la sua opera. Il particolare rapporto che li lega è
definito dall'autore "amore", ciò che nel contesto dell'epoca va
inteso come serena manifestazione di continuità tra l'amicizia fraterna e
l'affettuosità omoerotica. Non è l'unico caso nel poema: anche tra gli italici
nemici dei troiani vi è una coppia siffatta, quella costituita dai due giovani
latini Cidone e Clizio. Il mito Appresentossi in prima Eurïalo con Niso.
Un giovinetto di singolar bellezza Eurïalo era; e Niso un di lui fido e casto
amico.» (Virgilio, Eneide, traduzione di A. Caro, V, 425-428) Eurialo Eurialo
(figlio di Ofelte, un troiano morto durante la guerra di Troia nonché lontano
parente di Priamo) è il più giovane dei due amici, poco più che un fanciullo, e
con la sua grande bellezza riesce sempre a ottenere il favore degli
altri. Partecipa alla gara di corsa a piedi durante i giochi funebri per
Anchise, nel quinto libro dell'Eneide, a fianco dell'amico Niso e riesce a
vincerla grazie all'aiuto del compagno. Nonostante le proteste di Salio, un
altro corridore, che è inciampato a causa di Niso, Eurialo sfrutta le sue
lacrime e il suo bell'aspetto per far sì che gli spettatori parteggino per
lui. Nel nono libro affianca nuovamente Niso nel tentativo di raggiungere
Enea, passando per l'accampamento dei Rutuli addormentati. I due giovani,
approfittando dell'occasione favorevole, compiono un'ingente strage di nemici.
L'inesperienza di Eurialo si dimostra quando il giovinetto ruba
nell'accampamento nemico diversi oggetti di valore, tra cui uno splendido elmo.
Saranno proprio quei trofei a mettere a repentaglio la vita di Eurialo; da una
parte il riflesso dell'elmo attirerà l'attenzione del nemico Volcente sui due
compagni, dall'altra il peso del bottino ostacolerà il giovane in fuga dai
soldati nemici. Eurialo muore trafitto dalla spada dello stesso Volcente in un
bosco vicino all'accampamento rutulo. In quel momento Virgilio richiama
alla mente un altro paragone con il candido corpo esanime di Eurialo, ossia
l'immagine di un fiore purpureo reciso da un aratro o un papavero che abbassa
il capo durante la pioggia. NisoModifica Niso appartiene a una famiglia
illustre: è infatti figlio - al pari di Ippocoonte e dell'omerico Asio - del
nobile troiano Irtaco che aveva sposato Arisbe, la moglie ripudiata da Priamo,
chiamata anche Ida. Egli è, rispetto a Eurialo, più maturo ed esperto, avendo
combattuto insieme ai fratelli nella guerra di Troia. Nel poema è ricordata tra
l'altro la sua passione per la caccia, trasmessagli da entrambi i genitori.
Compare per la prima volta nel quinto libro al fianco di Eurialo nella gara di
corsa, in cui scivola, ma aiuta il compagno a vincere grazie a uno
stratagemma. Successivamente, nel nono libro, Niso si fa avanti per
uscire dall'accampamento dei troiani assediati dai Rutuli e raggiungere Enea,
ma Eurialo vuole seguirlo. Dapprima Niso non acconsente ritenendo il ragazzo
non ancora pronto per affrontare un'impresa tanto rischiosa, ma, data la sua
insistenza, parte con lui. Entrato nel campo nemico, Niso vi uccide parecchi
giovani italici sopraffatti dal sonno, dal vino e dall'inesperienza, imitato
poi da Eurialo. Tenterà invano di salvare l'amico fatto prigioniero dai
cavalieri di Volcente. Il suo affetto per il giovinetto lo spinge a vendicarne
la morte; egli riuscirà nell'intento cadendo però a sua volta. Quinto
libro - La gara di corsaModifica La prima apparizione di Eurialo e Niso risale
al quinto libro dell'Eneide, durante la gara di corsa a piedi svoltasi a Erice
nei giochi in onore di Anchise, il defunto padre di Enea. L'episodio è peraltro
tratto dalla gara avvenuta nell'Iliade fra Odisseo, Aiace d'Oileo e Antiloco,
vinta da Odisseo. Niso si porta in testa, ma scivola inavvertitamente su una
pozza di sangue sacrificale, probabilmente sparso da Eneaprima della
celebrazione dei giochi. A quel punto Salio, un altro partecipante, tenta
di correre per il primo posto, ma Niso, mosso da un profondo affetto per
l'amico, fa uno sgambetto all'avversario che finisce a terra. Di
conseguenza Eurialo sorpassa Salio e vince la gara. Irritato per la
vittoria ingiusta di Eurialo, Salio si lamenta da Enea, ma il pubblico,
commosso dal pianto e dal bell'aspetto di Eurialo, parteggia per il
giovinetto. Enea consegna comunque un premio di consolazione a Salio e a
Niso, rispettivamente una pelle di leone africano e uno scudo forgiato da
Didimaone, e offre al giovane vincitore il premio che gli sarebbe spettato di
diritto, ossia un cavallo con borchie. Nono libro - La sortita notturna e
la morte dei due giovaniNella sortita notturna del nono libro, Virgilio s'ispira
a quella di Diomede e Ulisse nel decimo libro dell'Iliade, dove i due achei
sorprendono nel sonno il giovane re trace Reso e dodici suoi guerrieri.
L'esercito di Turno sta cingendo d'assedio la cittadella dei Troiani sbarcati
nel Lazio; Enea, alla ricerca di alleati, si è recato tra gli Etruschi. Niso si
propone di uscire per andare a raggiungere Enea e avvertirlo del pericolo
imminente, ma Eurialo vuole rimanere al suo fianco, pur sapendo di essere
ancora molto giovane per un'impresa così rischiosa e di poter avere ancora una
lunga vita davanti a sé. Dopo aver ricevuto il consenso dei compagni riguardo
alla loro proposta, Eurialo e Niso si preparano a partire per la loro missione.
Ascanio, il figlio di Enea, promette loro grandi premi, tra cui tazze e
cucchiai d'argento, cavalli, armature, donne e schiavi, mentre gli altri
troiani li equipaggiano con armi adatte all'impresa. I due amici
penetrano nel campo dei Rutuli addormentati. Niso mette al corrente Eurialo
della sua intenzione di farne strage e passa immediatamente all'azione,
aggredendo un amico intimo di Turno, il borioso re e augure Ramnete, che stava
russando nella sua tenda su un cumulo di sontuose stuoie, e con la spada lo
colpisce alla gola; introdottosi quindi negli alloggiamenti di Remo, altro
importante condottiero italico, sgozza l'auriga disteso sotto i cavalli per poi
staccare la testa al suo signore coricato nel letto e ancora al bellissimo
giovinetto Serrano riverso a terra nel suo sonno di ubriaco dopo aver dedicato
al gioco dei dadi buona parte di quella che sarebbe stata la sua ultima notte.
Questi sono i più noti tra i numerosi guerrieri che finiscono vittime di
Niso. Anche Eurialo non resiste alla tentazione di uccidere qualche
italico; un certo Reto, svegliatosi improvvisamente, cerca di nascondersi
dietro un cratere, ma viene ucciso proprio da Eurialo. A questo punto Niso
esorta il compagno a cessare la strage; i due troiani escono dal campo nemico.
Eurialo porta via con sé alcuni oggetti di valore, tra cui l'elmo di Messapo
(un alleato italico dei Rutuli, che non è tra le vittime). Proprio per la
vanità di Eurialo i due amici vengono avvistati da un drappello di trecento
maturi cavalieri rutuli guidato da Volcente; accade infatti che i bagliori
dell'elmo e il suo vistoso pennacchio attirino l'attenzione dei nemici, che
incominciano allora a inseguire la coppia di troiani, rifugiatasi nel
bosco. Gli uomini di Volcente si sparpagliano quindi attraverso passaggi
sconosciuti a Eurialo e Niso, che cercano una via di fuga. Improvvisamente
Niso si ritrova da solo e, correndo a ritroso per cercare l'amico, lo vede
circondato da soldati italici. A quel punto, disperato, scaglia le sue armi
contro i nemici e riesce a uccidere Sulmone e Tago, due cavalieri di Volcente,
il quale, non capendo chi possa essere l'autore di quelle uccisioni, si scaglia
su Eurialo con la spada, trafiggendolo mortalmente. (LA) «Talia
dicta dabat; sed viribus ensis adactus transabiit costas et candida pectora
rumpit. Volvitur Euryalus leto, pulchrosque per artus it cruor, inque umeros
cervix conlapsa recumbit: purpureus veluti cum flos succisus aratro languescit
moriens lassove papavera collo demisere caput, pluvia cum forte gravantur. Mentre
così dicea, Volscente il colpo già con gran forza spinto, il bianco petto
del giovine trafisse. E già morendo Eurïalo cadea, di sangue
asperso le belle membra, e rovesciato il collo, qual reciso dal vomero
languisce purpureo fiore, o di rugiada pregno papavero ch'a terra il capo
inchina. -- Trad. Caro. Niso allora grida disperato e si scaglia con tutta la
sua violenza contro Volcente, conficcandogli quindi la spada nella bocca
spalancata e uccidendolo. Il giovane viene però attaccato dagli altri soldati
presenti e, morendo, si getta sull'amico e si dà finalmente pace. At Nisus
ruit in medios solumque per omnis Volcentem petit in solo Volcente moratur.
Quem circum glomerati hostes hinc comminus atque hinc proturbant. Instat non
setius ac rotat ensem fulmineum, donec Rutuli clamantis in ore condidit adverso
et moriens animam abstulit hosti. Tum super exanimum sese proiecit amicum
confossus placidaque ibi demum morte quievit. In mezzo de lo stuol Niso si
scaglia solo a Volscente, solo contra lui pon la sua mira. I
cavalier che intorno stavano a sua difesa, or quinci or quindi lo
tenevano a dietro. Ed ei pur sempre addosso a lui la sua fulminea spada
rotava a cerco. E si fe' largo in tanto ch'al fin lo giunse; e mentre che
gridava, cacciogli il ferro ne la strozza, e spinse. Così non
morse, che si vide avanti morto il nimico. Indi da cento lance
trafitto addosso a lui, per cui moriva, gittossi; e sopra lui contento
giacque.» (Caro) Conseguenze della morte di Eurialo e NisoModifica Sùbito
dopo la morte di Eurialo e Niso, Virgilio interviene nella narrazione,
assicurando ai due amici un eterno ricordo da eroi tragicamente
sconfitti: Fortunati ambo! Siquid mea carmina possunt, nulla dies umquam
memori vos eximet aevo, dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum accolet
imperiumque pater Romanus habebit. Fortunati ambidue! Se i versi miei tanto han
di forza, né per morte mai, né per tempo sarà che 'l valor vostro glorïoso non
sia, finché la stirpe d'Enea possederà del Campidoglio l'immobil sasso, e
finché impero e lingua avrà l'invitta e fortunata Roma. (Caro) I corpi esanimi
di Eurialo e Niso vengono portati all'interno dell'accampamento rutulo, e quivi
sottoposti a decapitazione. Le teste recise dei due giovani vengono
quindi conficcate su lance e portate davanti al presidio troiano con grande clamore.
In seguito la Fama avverte la madre di Eurialo della morte del figlio. Ella,
sconvolta dalla notizia, corre fuori di casa strappandosi i capelli e urlando.
Ha così inizio un commovente discorso in cui sembra rimproverare il figlio per
non averla nemmeno salutata per l'ultima volta prima di partire per la sua
pericolosa missione, e rimpiange di non aver potuto guidare le sue esequie e
rivedere il suo corpo. La donna sembra non aver più nemmeno la forza di
vivere e implora di essere uccisa dai Rutuli, trafitta dalle loro frecce.
L'ultima memoria a Eurialo e Niso è offerta dai troiani che li rimpiangono con
gemiti e lacrime e riportano in casa la madre di Eurialo. Vittime di
Eurialo e Niso Vittime di Eurialo Le vittime di Eurialo, tutte uccise nel campo
dei Rutuli, sono perlopiù anonime; fanno eccezione: Abari Erbeso Fado
Reto (l'unico che non viene ucciso nel sonno). Colpito di spada al petto, muore
vomitando l'anima insieme al vino e al sangue. Vittime di Niso Cavalieri uccisi
in scontro aperto: Sulmone, colpito mortalmente da un dardo al petto
Tago, ucciso con un dardo che gli trapassa le tempie Volcente, il comandante,
cui Niso conficca la spada nella bocca spalancata Guerrieri sorpresi nel
sonno: Ramnete, augure e re italico Remo, condottiero rutulo Lamiro e
Lamo, guerrieri rutuli al seguito di Remo Serrano, giovanissimo guerriero
rutulo famoso per la sua bellezza, anch'egli al seguito di Remo In questo
elenco vanno aggiunti i tre servi di Ramnete e l'auriga di Remo: ma il verso
«armigerumque Remi premit aurigamque sub ipsis, da alcuni tradotto sopprime
l'auriga ed armigero di Remo è da intendersi per altri come sopprime lo
scudiero di Remo e l'auriga, quindi il numero complessivo delle vittime di Niso
può variare da 12 a 13. In ogni caso Niso è, dopo Enea e Turno, il guerriero
che uccide più nemici nel poema; e tra gli italici che egli sorprende nel sonno
sono ben quattro quelli che subiscono la decapitazione, ovvero Remo, Lamiro,
Lamo e Serrano. Virgilio mette anche un certo Numa tra gli italici uccisi
nel sonno, ma solo nella sequenza che descrive la scoperta della strage. Per
molti studiosi il punto in questione sarebbe uno dei tanti sfuggiti alla
revisione definitiva dell'opera: e poiché Numa viene citato insieme a Serrano,
si pensa che il poeta abbia scritto erroneamente "Numa" in luogo di
"Lamo" o "Remo". Peraltro in un passo del libro X il nome
Numa ritorna, insieme a quelli di Volcente e Sulmone: quest'ultimo viene detto
padre di quattro giovani guerrieri catturati da Enea, che poco dopo appunto uccide,
in mezzo ad altri nemici, un guerriero chiamato Numa, e il figlio di Volcente,
Camerte, biondo signore di Amyclae. Raffronto con l'IliadeModifica Nel
compiere la strage, i due giovani vengono paragonati dal poeta a un leone
vorace che entrato in un ovile affonda i denti sulle inermi pecore; la
similitudine proviene dal modello omerico con la strage dei Traci. La pagina
del massacro compiuto dalla coppia troiana si caratterizza però soprattutto per
la presenza di particolari cruenti, come l'immagine di Reto che vomita la sua
anima intrisa del vino bevuto, e le decapitazioni operate da Niso (Diomede
riserva questo trattamento a Dolone e non ai Traci addormentati); il giovane
eroe tuttavia si astiene dall'incrudelire sulle teste recise delle sue vittime,
divergendo in questo da altre figure epiche (Agamennone e Achille nell'Iliade;
Turno e lo stesso Enea nell'Eneide). L'immagine di Eurialo morente, col
giovinetto che piega il capo come un papavero, è anch'essa mutuata dall'Iliade,
ma richiama un altro passo, quello dell'agonia di Gorgitione, uno dei figli di
Priamo, ucciso in battaglia da Teucro nell'ottavo libro del poema. Il testo
virgiliano contiene anche alcuni tratti di comicità nera (l'augure Ramnete,
amante del fasto, che non riesce a prevedere la propria morte; e l'uccisione
del bizzarro auriga di Remo, sorpreso mentre giace tra i suoi stessi
cavalli). Benché l'episodio della sortita notturna sia modellato su
quella compiuta da Odisseo e Diomede, i troiani presentano tratti che rimandano
più ad Achille e Patroclo per il rapporto che li unisce, ovvero quello di due
guerrieri-amanti. In Niso peraltro si può riscontrare una personalità molto
simile a quella di suo fratello Asio nell'Iliade, caratterizzata da audacia e
irruenza; oltretutto anche Asio soccombe dopo aver tentato di vendicare un
commilitone caduto, Otrioneo, al quale però non è sentimentalmente legato, così
come non risulterebbe avere un coinvolgimento erotico col proprio auriga,
destinato a perire subito dopo di lui. [1]. Interpretazione dell'episodio
Affiora in questi versi lo sgomento di Virgilio di fronte agli orrori della
guerra, che miete lutti su lutti. La guerra non è tra buoni e cattivi: i
troiani cercano una nuova patria, gli italici si sentono minacciati. In nessun
altro punto del poema soccombono così tanti eroi giovani: se si eccettuano
Volcente e i suoi due cavalieri, padri di famiglia, tutti gli altri personaggi
dell'episodio vanno incontro a morte prematura, non ci sono solo Eurialo e
Niso, dato che i guerrieri che i due troiani uccidono nel sonno sono più o meno
loro coetanei: in IX, 161-63 si dice infatti che Turno sceglie per l'assedio
1.400 giovani («bis septem Rutuli muros qui milite servent / delecti, ast illos
centeni quemque sequuntur /purpurei cristis iuvenes auroque corusci»). Gioventù
che va di pari passo con l'imprudenza: i Rutuli si lasciano sopraffare dal
sonno, un elmo sottratto da Eurialo ai nemici sarà all'origine della sua morte.
Ma morire giovani in guerra significa anche guadagnarsi la fama eterna, e a questo
provvede Virgilio che manifesta lo stesso senso di rispetto per tutti i caduti:
guerrieri aristocratici come Niso, Remo e Ramnete (che pur bollato dal poeta in
un primo tempo come superbus per l'ostentazione del suo doppio potere è uno
degli italici che Virgilio metterà tra le vittime maggiormente rimpiante
dall'esercito italico, essendo indiscutibile la sua amicizia per Turno), e
soldati di estrazione non nobile come Eurialo e Serrano. Fortuna
dell'episodio Nell'Orlando furioso di Ariosto i due soldati saraceni Cloridano
e Medoro compiono una sortita notturna nel campo dei cristiani per cercare il
cadavere di Dardinello, il loro signore caduto in battaglia, e vi uccidono
diversi nemici sorpresi nel sonno. Fin qui Ariosto segue Virgilio: diversa è la
conclusione, che vede soccombere il solo Cloridano, mentre Medoro è destinato a
essere salvato dalla bella Angelica; inoltre mancano descrizioni relative al
ritrovamento dei guerrieri uccisi nella strage. Eredità culturaleModifica
A Eurialo e Niso sono stati dedicati due crateri di Dione, uno dei satelliti di
Saturno. Massimo Bubola ha preso ispirazione dall'episodio virgiliano per una
sua canzone scritta in collaborazione con i Gang e da questi incisa in primis,
intitolata Eurialo e Niso, in cui si narra di due giovani partigiani - omonimi
della coppia di personaggi virgiliani - autori di una sortita notturna contro i
nazisti. Anche in questo caso la vicenda si conclude con la morte di entrambi
gli amici. Fonti VIRGILIO (si veda) Eneide. Asio è invece molto più legato al
principe troiano Deifobo, che subito dopo la sua morte decide di vendicarlo
Iliade (Monti) Voci correlateModifica Temi LGBT nella mitologia Irtaco Arisbe
Asio (figlio di Irtaco) Ippocoonte (figlio di Irtaco) Salio Volcente Cloridano
Medoro (Orlando furioso) Ramnete Remo (Eneide) Serrano (Eneide) Lamiro e Lamo
Reto Cidone e Clizio Decapitazione Reso. Eurialo e Niso Portale
Letteratura Portale Mitologia Scienza e filosofia della
complessità. Studi in memoria di G. A cura di Marinucci, Salvia, Bellotti
Collana “I Tempi e le Forme” (Carocci) G.: la filosofia come analisi delle
possibilità di Alfonso Maurizio Iacono Introduzione di Angelo Marinucci e
Stefano Salvia 1. Determinismo, linearità, prevedibilità. Il problema dei tre
corpi da Newton a Poincaré di Salvia Genesi e sviluppo di un problema
scientifico/La prima formulazione esplicita del problema Dalla geometria
analitica all’analisi algebrica/La controversia intorno a 1 r2 Il problema dei
tre corpi ristretto Il Sistema solare è stabile? Dall’analisi algebrica alla
meccanica analitica La meccanica razionale e l’analisi classica Il teorema di
Poincaré: limite invalicabile o nuovo spazio di possibilità? Il problema della
previsione in un sistema deterministico classico di Cintio Il problema dello
studio delle evoluzioni temporali/Sistema dinamico/Il determinismo e il
problema delle previsioni delle evoluzioni/ Evoluzioni caotiche/Dalle singole
orbite alle famiglie di sistemi Il problema della previsione e la dipendenza
sensibile dalle condizioni iniziali 3. Ordine e caos nella scienza moderna di
Fronzoni Introduzione La riscoperta del caos Le biforcazioni Coerenza e
autorganizzazione La turbolenza Stati coerenti localizzati: i solitoni La
sincronizzazione Coerenza e disordine nella meccanica quantistica Entropia e
complessità Network Conclusioni Su
Turing, gli algoritmi, le macchine, la prevedibilità di Bellotti Turing: una
brevissima biografia Una digressione: Penrose contro Turing Algoritmi Macchine
di Turing Un’osservazione finale: sulla prevedibilità del comportamento delle
macchine di Turing 5. Come il futuro dipende dal passato e dagli eventi rari
nei sistemi viventi di Longo Introduzione Storia e dipendenza dal cammino in
fisica: qualche confronto/La memoria: un esempio d’invariante storicizzato/Gli
osservabili biologici e le loro dinamiche evolutive Verso il futuro: sapere e
imprevedibilità/ Tracce invarianti di una storia/Spazi relazionali costruttivi
e invarianza Conoscenza del presente e invenzione del futuro/Il ruolo della
diversità e degli eventi rari Conclusione Possibilità e realtà tra fisica e
biologia di Angelo Marinucci Introduzione/Fisica classica La meccanica
quantistica La biologia Scienza e filosofia della complessità: Studi in memoria
di G., a cura di: Marinucci, Salvia, Bellotti, Carocci, Roma, Il volume
raccoglie i contributi, ampiamente elaborati, presentati al convegno
Possibilità al di là della determinazione. Matematica, fisica e filosofia della
complessità, tenutosi all’Università di Pisa in memoria di G.. Del filosofo
sono ben noti gli interessi filosofici per la questione, nata nella fisica
moderna e in altri saperi, dell’emergere – in sistemi complessi – di
possibilità che vanno, irriducibilmente, al di là della determinazione. Aldo
Giorgio Gargani. Gargani. Keywords: Eurialo e Niso; ovvero, dell’empatia, scambio,
organisazzione condivisa – communicazione – implicatura come condivisa –
empatia – d. f. pears --. Mcguinness, Gargani on Grice – ragione – Treccani -- --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gargani” – The Swimming-Pool Library. Gargani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Garin:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del rinascimento – scuola
di Rieti – filosofia rietesi – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Rieti). Abstract. Grice: “I only knew – and I only formed an
interest – in one short period in the history of philosophy: post-war Oxford
philosophy – Garin’s interests have a wider scope!” Keywords: storia della filosofia. Filosofo rietese. Filosofo
lazio. Filosofo italiano. Rieti, Lazio. Grice:
“Garin is a serious student of what we may call the longitudinal, rather than
latitudinal, unity of Italian philosophy! If ever there is one!” -- Italian philosopher, author of a very rich,
“La cultura filosofica del rinascimento italiano.” And “L’umanesimo italiano” Grice
was Lit. Hum. Oxon, so he knew. Linceo.
Studia sotto Limentani. Frequenta il Liceo classico Galileo. Si laurea sotto Limentani.
Vari studi sull'Illuminismo che confluiranno nel volume sui moralisti inglesi.
Subito dopo la laurea sostenne e vinse il concorso per insegnare nei licei,
cosa che continuò a fare fino a quando vinse la cattedra da ordinario
all'università. Tra i commissari del concorso liceale c'è GUZZO (si veda), una
figura che costituirà un punto di riferimento per G. quanto meno fino ai primi
anni del dopoguerra. I suoi riferimenti culturali non erano costituiti da
intellettuali e politici come Gramsci, ma da filosofi di matrice spiritualista
e cattolica come Lavelle, Senne, Castelli
Gattinara di ZUBIENA (si veda), SCIACCA (si veda) e lo stesso GUZZO (si vedea).
Iscritto al Partito Nazionale, pronuncia al liceo di Firenze una commemorazione
a GENTILE (si veda). Una svolta nelle prospettiva politica, filosofica e
storiografica (le tre cose non vanno separate) si ha con l'uscita dei Quaderni
del carcere di Gramsci, che hanno fortemente influenzato la sua filosofia nel
costante riferimento alla concretezza del pensiero, e con la pubblicazione
delle Cronache di filosofia italiana, fortemente sollecitato da Laterza. Storico
della filosofia molto legato al rigore filologico e al lavoro sui testi,
rifiuta la definizione di filosofo. È tuttavia considerabile tale proprio in
virtù delle sue polemiche anti-speculative e come influente teorico della storiografia
filosofica. Insegna a Firenze. Si ttrasfere a PISA a causa dei perduranti
disordini della rivolta studentesca, di cui non condivide le modalità di lotta
e che considera espressione di astratto rivoluzionarismo. La sua
infaticabile avidità di letture filosofiche lo rende consigliere prezioso. I lincei
gli confere il Premio Feltrinelli per la Filosofia. Altre opere: “Pico: vita e
dottrina”; “Gl’illuministi inglesi. I Moralisti; “Il rinascimento ITALIANO”;
“L'Umanesimo ITALIANO”; “Medioevo e Rinascimento”; “Cronache di FILOSOFIA
ITALIANA”; “L'educazione in Europa”; “La filosofia come sapere storico”; “La
filosofia nel Rinascimento ITALIANO”; “La cultura ITALIANA”; “Scienza e vita
civile nel Rinascimento ITALIANO”; “Storia della FILOSOFIA ITALIANA”; “Dal
Rinascimento all'Illuminismo” “FILOSOFI
ITALIANI”; “ Rinascite e rivoluzioni”; “Lo zodiaco della vita”; “Tra due
secoli”; “Cartesio”; “L’Ermetismo del Rinascimento”; “Gli editori ITALIANI”; “La
cultura del Rinascimento”. Ciò non toglie che l'importanza della
interpretazione del Rinascimento che G. ci dà nei suoi scritti e ci documenta
nelle sue edizioni, pubblicazioni, finissime traduzioni di testi umanistici di
ogni tipo (filosofico, politico, critico, letterario) possa essere, senza
iperbole, confrontata con l'importanza della evocazione del Burckhardt» in Cantimori,
Studi di storia, Torino, Einaudi, la Repubblica, Mecacci L., La Ghirlanda
fiorentina e la morte di Gentile, Adelphi, Milano, su lincei. Fondo G., Il
percorso storiografico di un maestro, Firenze, Le Lettere, Biondi, Dopo il
diluvio. G., l'ombra di Gentile e i bilanci della filosofia, in Un secolo
fiorentino, Arezzo, Helicon,,Olivia Catanorchi e Valentina Lepri, Dal
Rinascimento all'Illuminismo (Atti del convegno Firenze), Roma, Edizioni di
Storia e Letteratura,. Ciliberto, G.. Un intellettuale nel Novecento, Roma,
Laterza,. Raffaele Liucci, Quelle ombre sul delitto Gentile in "Treccani
Magazine", La Ghirlanda fiorentina e la morte di Gentile, Adelphi, Milano,
"Il Gramsci di G., in Archetipi del Novecento. Filosofia della prassi e
filosofia della realtà, Napoli, Bibliopolis, Umanesimo e umanesimi. Saggio
introduttivo alla storiografia di G., Milano, FrancoAngeli, Treccani Enciclopedie
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
Opere di G.. Quando con ritrosia è portato a farne un sobrio bilancio, G. insiste
a dire di essere stato soprattutto un insegnante. Ho sempre insegnato, ripete.
E insegnante lo è stato alla scuola di avviamento al lavoro di
Fucecchio, dei ragazzi di buona famiglia delle Mantellate di Firenze,
alle quali fa lezione sorvegliato da una severa suorina, dei suoi quasi
coetanei del Liceo Cannizzaro di Palermo, poi di quelli del Liceo Vinci di
Firenze, mentre sostituiva uno dei suoi maestri, SARLO (si veda), nell’insegnamento
universitario di filosofia. Insomma, sempre insegna e, come si dice, in
ogni ordine di scuola dall’università in giù. Non saprei dire di G.
insegnante di liceo. Vorrei dire solo qualosa di G. docente universitario.
Credo che ognuno possa sostenere, e con ragione, di aver conosciuto e di
aver avuto un suo G.. Non già perché egli avesse la facoltà di adattarsi
a chi per dovere o per diletto lo volesse ascoltare. Anzi. Ma perché
ciascuno era messo in grado di reagire a quell’incontro con il proprio
carattere, con la propria formazione, con è scomparso G.. Al maestro
fiorentino e alla sua opera la Biblioteca Roncioniana aveva dedicato un
convegno (cfr. Giornata di studi, omaggio a G., Bollettino Roncioniano;
del convegno sono poi usciti gli atti: G.. Il percorso storiografico di
un maestro, cur. Audisio e Savorelli, Firenze, Le Lettere. Pubblichiamo
qui un ricordo di G., che Tonini legge nela cerimonia svoltasi in Palazzo
vecchio, aha quale sono intervenuti il Sindaco di Firenze, Domenici, Cacciali,
Ciliberto, Luzi e Rossi. Il testo è apparso nella brochure Per G.,
Napoli, Bibliopoli, edita a cura di Tonini e Franco, che si
ringraziano per averne acconsentito la ristampa in questa
sede. Tonini le proprie attese. In altre parole egli non intende
plasmare l’ascoltatore, ma solo offrire occasioni, occasioni cui ognuno
doveva e poteva rispondere a suo modo, liberamente.Non che il suo insegnamento è
univoco, uguale dappertutto e per tutti. È un insegnante troppo navigato
per sapere che una cosa è far lezione al pupillo di filosofia assieme,
un’altra ai soli filosofi, come ci chiama, un’altra cosa ancora ai laureati e
laureandi. Sa bene che è diverso rivolgersi ai colleghi in un convegno
di studio, o parlare in una casa del popolo, oppure rivolgersi a tutti,
ai cittadini, come spesso gli è capitato proprio qui nel palazzo vecchio della
sua Firenze. Cambiano i contenuti, mutano i toni, mai il carattere,
l’alta professionalità, medesima sempre la passione. G. non spezzetta mai
il pane della cultura: ovunque, o a chiunque avesse da parlare o da
insegnare, lo sconosciuto pupillo che si presenta all’esame, l’amico e collega,
lo studioso straniero, il laureato, tutti meritano sempre la stessa
attenzione, il medesimo trattamento. Sì che nella sua produzione letteraria le
conferenze lincee e le lezioni al Collège de France stanno insieme agli
scritti, diciamo, d’occasione, senza che il lettore ne colga, se non con
l’aiuto di riferimenti bibliografici, la loro provenienza e la loro
destinazione. Niente gli è più alieno, fisicamente e metaforicamente,
dell’espressione prendere per mano. G. non prende per mano nessuno. Apre un
libro, i cui capitoli anda narrando di volta in volta. Un libro sempre nuovo.
Per chi sa apprezzarlo, quel libro conduce a altri libri, poi a una
collana, infine a una biblioteca, spesso la sua. Un libro somigliante a quello
di un autore a lui carissimo, Sterne, La vita e le opinioni di Shandy
[LIFE AND OPINIONS – GRICE], fatto di parentesi, di divagazioni apparenti,
di vie traverse che sembrano far perdere di vista il contenuto promesso
fino a farlo dimenticare, ma che in realtà indicano tutto ciò che è
necessario per cominciare, più tardi altrove, la lettura. Come in un
libro ciascuno, per proprio conto, doveva specchiarvisi, trovarvi, se
volete, la propria strada, senza ammiccamenti né scorciatoie. E come con
un libro, ciascuno instaura con lui un rapporto individuale: per quanto
paradossale, la sua lezione non consentiva alcuna lettura corale, alcuna
possibilità di dispense, alcuna versione ufficiale. Considera la cultura,
lo ha scritto, la conquista di una più profonda coscienza di sé. E l’università
è cultura. In questo senso il suo non è mai stato un insegnamento
demagogicamente democratico, né si è mai considerato un missionario, né
ha considerato il proprio lavoro una missione. Piuttosto un funzionario, come
amò talora definirsi, civettando con il motivo del trasferimento della
sua famiglia a Firenze, che assicurava un viaggio su un treno sicuro,
tecnicamente aggiornato, ben condotto, ma che, al pari di un capotreno,
non era, e non si considerava, poi responsabile se i viaggiatori scendevano
alle stazioni intermedie e prendevano altre direzioni. Non credo si sia mai
sentito coinvolto nelle scelte altrui, né voleva esserlo. Non si prestava, pur
avendone le doti, a essere il pifferaio fascinatore di candide giovinette
e di timidi giovinotti. Lo considera un tradimento, un traviamento del
suo compito, che è appunto, e solo, quello di insegnare la filosofia, di
insegnare a capirne la storia, di fare cultura, ma sempre altro da
convincere o da portare su una strada che non fosse già in qualche modo
segnata, e segnata individualmente, in chi lo ascolta. Un pescatore anche,
ma un pescatore che getta reti larghe e profonde nelle quali si aspettava che i
pesci entrassero spontaneamente, mai che venissero catturati. I suoi
pesci erano e dovevano essere pupillo non venivano infatti da un esame che ne
aveva certificato proprio la maturità? che egli considerava suoi pari,
almeno per quel che riguarda il cartesiano bori sens, la bona mens, la cosa più
diffusa e più equamente distribuita tra gli uomini, sì che la differenza
tra lui e noi riguardava, galileianamente, l’estensione del sapere, non la
capacità di comprendere. Il severo, severissimo G., che tanto spaventa le
matricole, è un benevolo confessore dell’ignoranza del suo pupillo. E quelli
più maturi imparavano subito che la migliore risposta alle domande che
fioccavano in aula era quella di confessarla subito quella ignoranza,
anche quando si era quasi sicuri della risposta -- ma chi è sicuro di
fronte a G.?. Certo, quell’estensione del sapere costituiva una barriera,
una differenza di cui era consapevole lui e consapevoli noi, una barriera
quantitativa, ci faceva credere, scalabile e riducibile, quasi come una
differenza di età, mai come un’inattingibile diversità, che mai si
trasformava in paternalistica condiscendenza. Quella barriera si sgretolava
nella generosa disponibilità a fornire indicazioni e libri, al reiterato
prestarsi a spiegare non solo le tematiche del proprio corso, ma a offrirsi
di guidare piccoli gruppi alla lettura dei testi (Hegel, Kant o Husserl)
dei corsi di altri colleghi che ci risultassero particolarmente
difficili. Il grande intellettuale non dimentica in nessuna occasione la sua
professione: non solo nel rigido adempimento dei suoi obblighi di docente,
nella proverbiale puntualità, nella scrupolosa preparazione dei corsi (i
‘bauli’ di libri che partivano anzitempo per la montagna), nella paziente e
tanto prodiga lettura dei capitoli delle tesi di laurea, nella curiosità
con cui ogni anno rinnovava l’incontro con i suoi giovani interlocutori.
Aveva trasformato una precoce vocazione in una professione, in un affetto per
il proprio lavoro, prima ancora che per chi dovesse usufruirne, in una
disciplina che scherzosamente at- [G. La lezione di un maestro
tribuiva alle lontane origini savoiarde, ma che forse è la chiave per cogliere
la sua straordinaria e mai dismessa operosità, la freschezza di ogni suo
intervento. G. non è mai stato altro cheun insegnante: poche, modeste e
occasionali le cariche accademiche, nelle quali emergeno un’insofferenza e una
scontrosità imprevedibili nel professore, altrettanto rare quelle
istituzionali o editoriali e solo al termine, o quasi, della sua carriera
scolastica, nessuna, ovviamente, carica politica, in un uomo che ha, come
sa, una grande e perdurante passione civile, per la sua scuola, per la
sua città, per il suo paese. Credo che nulla gli è apparso più estraneo e
spiacevole di esser considerato a capo di qualcosa, fosse un istituto, una
rivista o una cordata accademica. Di fatto non c’è mai stata una scuola
di G., ci sono stati, e ci sono, tanti che hanno studiato e si sono
laureati con lui, che lavorano con lui, che condivideno aspetti e momenti
del suo lavoro, che si sono incontrati con lui, ma niente di più. Incauti,
invidiamo gl’allievi di PRA, che il maestro raduna a S. Margherita o sul
lago di Garda, cui apre la Rivista critica di storia della filosofia, la
collana del centro milanese di storia della filosofia. O quelli di Paci, che si
ritrovano su aut aut, che si incontrano nelle edizioni del Saggiatore,
ricordiamo e riconoscemo quelli di Banfi o quelli emergenti di Geymonat, che
attendeno a imponenti opere collettive, e tanti altri che andano sorgendo
vicino e lontano. G. non ha nulla. Non ha mai diretto opere collettive, non ha
mai organizzato convegni né li ha fatti organizzare, mai collane editoriali.
Quando ciò è avvenuto con l’ISTITUTO NAZIONALE DEL RINASCIMENTO o con il
Giornale critico della filosofia italiana, tutto si è potuto e si può dire,
fuori che fossero espressioni di una scuola o di un gruppo che in lui si
riconoscesse o che in lui fosse riconoscibile. Neanche quando a PISA gli si è
offerta l’opportunità di cogliere ancora una volta una straordinaria e
entusiasta messe di studiosi, è venuto meno il carattere del suo
insegnamento. Lì, come in S. Marco e poi in Piazza Brunelleschi, non ha
mancato di offrire opportunità, un’occasione irripetibile, anzi,
generosamente resa disponibile, ma sempre e solo per chi aveva modo e voglia di
coglierla e di realizzarne le potenzialità, ma lasciando a ciascuno la libertà
di decidere, di interpretare quell’incontro, di farne ciò che voleva. Il
severo G. non rimprovera mai. Non gli è mai venuto in mente di
riprenderci, come capita al suo amico e collega CANTIMORI o a RAGIONIERI, se
mancamo a una seduta di seminario e veniamo sorpresi in biblioteca o, peggio,
al bar. Ma neppure gli è venuto in mente di TONINI portarci nello stesso
bar a prendere un aperitivo o un caffè, come capita spesso con Cantimori
e occasionalmente con Ragionieri. Non vuole essere né un padre, né un
maestro di vita. Non credo neppure che volesse additarci un modello. È piuttosto
una lezione di maturità, di piena e consapevole democrazia intesa come
rigoroso rispetto dei ruoli, quella a cui ci chiama, e che per molti è anche la
prima. Il suo dovere è quello di insegnare, del nostro doviamo
rispondere noi. Scende dalla cattedra per aiutarci a leggere un testo,
per offrirci un’indicazione, per mostrarci un passo di un libro, sede tra
noi a discutere di Cartesio o di Platone, e la lezione puo proseguire nella biblioteca
di facoltà, o vicino ai tavoli della Nazionale o tra i libri di Seeber,
ma senza mai abdicare alla sua funzione. Non è mai sceso a
discutere con noi il corso, la sua organizzazione, le sue modalità. A
ciascuno il suo. Non discute le nostre scelte di vita, i propositi di
lavoro, le carriere. Li considera su un altro piano, nel quale
l’insegnante non dove né puo intromettersi: li accetta. Al massimo
inarcava le ciglia, come nei lavori che gli sottoponevamo, e continuamo
a sottoporgli, quando un impercettibile segno di lapis segnala i dubbi
e gl’errori di sintassi. Cittadino di forti passioni civili, le lascia
tutte, fuorché quella di insegnare, fuori dall’aula. Ë facile sapere come
la pensa, lo leggemo su Paese sera, sull’Unità, su Rinascita, lo seguimo nelle
Case del popolo, al Circolo di cultura, ma non si è mai innescata, con lui, una
forma qualsiasi di intesa, di complicità, oserei dire, che prescindesse
da quella unica e prevalente di insegnante e studente. G. ci ha lasciato
centinaia, migliaia di pagine in cui ci ha insegnato come ricostruire
figure di pensatori grandi e piccoli, da ASTORINI a Cartesio, da CITTADINI
a PICO. Ha ricostruito squarci del nostro passato culturale e civile, da CROCE
a GENTILE, da GRAMSCI a LABRIOLA, da CAPPONI a VILLARI, ci ha dato
testi e momenti del nostro passato FILOSOFICO che hanno costituito e
costituiscono un’eredità operante, viva e vitale per ognuno che voglia fare
una professione simile alla sua. Non ci ha potuto lasciare, ed è
purtroppo destinato a perdersi, quello che gli pareva più importante: la sua
lezione. Mi accorgo, nel concludere, di aver ricordato una scuola,
un’università che non c’è più. Non saprei dire se l’attuale, nella quale molti
di noi si trovano ora, sia migliore o
peggiore di quella. Mi auguro, e lo auguro soprattutto ai più giovani, di
potervi incontrare ancora un insegnante come G. L'insidia implicita nel
concetto stesso di genere letterario ha non di rado contribuito a falsare la
prospettiva necessaria a ben collocare la produzione filosofica dell’umanesimo.
Eta in cui vennero predominando preoccupazioni critiche, in cui tutta
l'attivita spirituale e impegnata a
costruire una respublica terrena, degna pienamente dell'uomo nobile, trova la
sua espressione piu alta in opere di contenuto in largo senso moralistico e di
tono retorico, in cui non solo si consegna un modo di concepire la vita, ma si
difende e si giustifica polemicamente un atteggiamento originale in ogni suo
tratto. Per questo chi voglia andar cercando le pagine esemplari dell’epoca, le
piu profondamente espressive, dovra rivolgersi,
non gia a testi per
tradizione considerati monumenti
letterari, ma alle opere in cui veramente si manifest6
tutto 1'impegno umano della nuova
civilta. Cosi, mentre chi prenda a scorrere novelle umanistiche non potra non
uscir deluso da talune, piu che imitazioni, traduzioni, o meglio
raffazzonamenti, di modelli boccacceschi, quali troviamo, tanto per
esemplificare, in Fazio, pagine di
insospettata bellezza, capaci di colpire
ogni piu raffinata sensibilita, ci si fanno incontro nei trattati e nei
dialoghi di Bracciolini, e perfino nelle opere d’un filosofo di professione,
dall’andamento talora scolasticizzante, qual e Ficino. E proprio Ficino nella Theologia platonica,
presentando gl’uomini travagliati
dalla malinconia della
vita e desiderosi
che tutto sia un
sogno (wforsitan non
sunt vera quae
nunc nobis apparent, forsitan in præsentia somniamus), defmisce nei suoi
particolari espressivi un tema di larghissima risonanza in tutta la letteratura
europea. Sempre FICINO, nel Liber de Sole, pur
parafrasando talora l’orazione
famosa dell'imperatore GIULIANO, fissa i
momenti di quella lalda
del sole che, attraverso VINCI (si veda), arriva
fino all’inno ispirato di Campanella. VINCI (si veda) rimanda
esplicitamente all'apertura del terzo libro degl’Inni naturali di Marullo; ma
chi veramente, ancora una volta, in una prosa di grandissimo impegno, ci offre
tutti i temi di quella si. L'omo nato nobile e in citta libera- come diii
PICCOLOMINI. FICINO, Opera,
Basilea, Petri. (Theol
plat.). lenne preghiera di
ringraziamento alia fonte d’ogni vita e d’ogni luce, e proprio
Ficino. Del quale e la non dimenticabile raffigurazione d’una tenebra totale,
ove e spento ogni astro, che fascia lungamente i viventi, finche di colpo il
cielo s’apre per mostrare colui che e
sola forma visibile del Dio verace. E ficiniana e 1'opposizione del
carcere oscuro e della luce di vita,
della tenebra di morte
e dei germi rinnovellati
dalla luce e dal calore solare,
in cui s’articolera il metro barbaro di Campanella. Ma per rimanere agli
scritti d’un medesimo autore, ALBERTI, non
grande imitatore del
BOCCACCIO, raggiunge invece
la sua piena
efficacia quando costruisce i suoi dialoghi, e sa essere
perfettamente originale pur intessendoli di reminiscenze classiche. Perfino la
tanto celebrata Historia d’Eurialo et
Lucretia di Enea Silvio perde tutto il suo colore innanzi alle pagine dei
Commentarii'*e sono piu facili a dimenticarsi i casi di Lucrezia che non le stanze delle antiche
regine divenute nidi di serpi, o le porpore dei magistrati romani rievocate fra
Tedera che copre le pietre rose dal tempo, o i topi che corrono la notte nei
sotterranei di un convento e il papa che caccia sdegnato i monaci negligenti.
Per non dire di quella feroce presentazione dei cardinali, fissati in ritratti
nitidissimi con rapide Imee mentre per complottare trasferiscono nelle latrine
la solennita del conclave. Poggio consegna a trattati di
morale narrazioni scintillanti
di arguzia, spesso
molto piu facete di tutte le sue Facezie. I mari di Grecia percorsi
sognando d’Ulisse, il fasto delle corti d'Oriente, le belve africane, i fiumi
immensi, et per Nilum horrifici illi anguigeni crocodiliw, si alternano a discussioni
erudite sulle iscrizioni delle piramidi nelle lettere agli amici e nel taccuino
di viaggio di quel bizzarro e geniale archeologo che fu Ciriaco dej
Pizzicolli d'Ancona. E forse il grande
Poliziano ha scritto le sue pagine piu belle nella prolusione al corso sugli
Analitici primi d'Aristotele e nella lettera alPAntiquario sulla morte del magnifico
Lorenzo. Lettere dialoghi e trattati, orazioni e note autobiografiche, sono i
monumenti piu alti della letteratura del Quattrocento, e tanto piu efficaci
quanto meno 1'autore si chiude nelle i. La novella era un genere troppo
definite, troppo condizionato nelle sue linee essenziali d’una tradizione ormai
piu che secolare, perche PICCOLOMINI (si veda) puo eluderne il colorito e gli
schemi PAPARELLI, Piccolomini, Bari, Laterza. forme
tradizionali, quanto piii s’impegna nel problema concrete che lo preoccupa,1 o
s’accende di passione politica nel discorso e nell'invettiva, o si dimentica
nella confessione e nella lettera. Poliziano, che della produzione letteraria
del suo tempo fu il critico piu accorto e consapevole, e che ha dichiarato con
grande precisione i suoi princlpi dottrinali nella prefazione ai Miscellanea,
nella lettera al Cortese e, soprattutto, nella grande prolusione a STAZIO (si
veda) e Quintiliano, ha visto molto bene come all’umanesimo sono intrinsiche
particolari maniere espressive. Proprio nelle prime lezioni del suo corso sulle
Selve di STAZIO (si veda), colla cura minuta che gl’era propria, si sofferma a
dissertare abbastanza a lungo intorno a due forme letterarie tipiche, Fepistola
e IL DIALOGO, accennando insieme al genere oratorio, da cui gl’altri due si
distaccano pur non senza svelare un'intima parentela. L'epistola egli dice e
il colloquio con gl’assenti,
siano essi lontani da noi nello spazio oppure nel tempo: e vi sono due specie
di lettere, scherzose le une, gravi e dottrinali le altre -- altera ociosa, gravis et severa altera. Ma
1'epistola deve essere sempre i. In una compilazione erudita come i Dies geniales di Alessandro d'Alessandro la
discussione filologica si inserisce con eleganza fra il ritratto e il ricordo
senza togliere a questi alcuna grazia,
cosi che la discussione di un testo classico si colloca nella descrizione d’un
compleanno del Pontano o d’una cena di Barbaro, o fa seguito a una lezione
romana di Filelfo (cfr. CROCE, Varieta di storia letteraria e civile, Bari, Laterza. A proposito del DIALOGO e dell'epistola come
forme caratteristiche dell'umanesimo e da vedere quanto dice RttEGG, Cicero und
der Humanismus, Formate Untersuchungen über Petrarca und Erasmus, Zurich,
Rhein-Verlag, anche se a proposito della sua tendenza a ricondurre tutto
a CICERONE e da tener presente la nota che CROCE stese appunto sull'opera del
Rxiegg (Mommsen e CICERONE, in Varieta).
II commento di Poliziano e nel ms. Magliab. vn, (Bibl. Naz. Firenze). II testo
in questione e a c. 4V-5V (est ergo proprie epistola, id quod ex Ciceronis
(CICERONE (si veda)) verbis colligimus,
scriptionis genus quo certiores facimus absentes si quid est quod aut ipsorum
aut nostra interesse arbitremur. Eiusque tamen et aliæ sunt species atque
multiplices, sed duæ præcipuae altera ociosa, gravis et severa altera. Atqui
neque omnis materia epistolis accommodata est. Brevem autem concisamque esse
oportet simplicis ipsius rei expositionem, eamque simplicibus verbis. Multas
epistolæ inesse convenit festivitates,
amoris significationes, multa proverbia, ut quæ communia sunt atque ipsi
multitudini accommodata. Qui vero sententias venatur quique adhortationibus
utitur nimiis, iam non epistolam, sed artificium oratorium. Epistola velut pars
altera dialogi. maiore quadam concinnatione epistola indiget quam dialogus
imitatur enim hie extemporaliter loquentem at epistola scribitur.] breve e
concisa, semplice, con semplici espressioni, ricca di brio, di affettuosita, di motti, di proverbi amulta
proverbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata. Nella
lettera deve prendere un tono troppo sentenzioso e ammonitorio, altrimenti non
si ha piu una lettera ma una elaborata orazione
-- iam non epistolam, sed artificium oratorium. L'epistola e come la battuta singola, e die
rimane quasi sospesa, d’un dialogo velut pars altera dialogi, anche se deve
essere formalmente piu curata del dialogo, che per essere schietto deve imitare
IL DISCORSO IMPROVISATO, mentre l’epistola e per sua natura discorso meditato e
scritto. In tal modo un carteggio viene ad essere un dialogo compiuto e vario;
e non va dimenticato come proprio il
curioso epistolario di Poliziano ci offra un esempio caratteristico di simili
colloqui. Non a caso, colla sua grande sensibilita critica, Poliziano batte proprio su queste
forme: ad esse infatti si puo ricondurre quasi tutta la piu significativa
produzione latina in prosa, poiche anche
il diario, il taccuino di viaggio, si configura di continue come lettera ad un
amico. Cosi, per ricordare ancora l’Itinerarium di Ciriaco d'Ancona, noi vi
troviamo riportati di peso i temi e l’espressioni medesime delle epistole.]
stato detto, ma non del tutto giustamente, che l’umanesimo è una rivoluzione
formale. In verita la profonda
novita formale adere esattamente
a una rivoluzione sostanziale che facendo centro nella CONVERSAZIONE
CIVILE, nella vita civile, po- [Itinerarium: ego quidem interea magno visendi orbis
studio, ut ea quæ iamdiu mihi maximæ curæ fuere antiquarum rerum monumenta
undique terris diffusa vestigare perficiam. Hinc ego rei nostrae gratia et
magno utique et innato visendi orbis desiderio. Epist. Boruele
Grimaldo (ins. Targioni, Bibl. Naz. Firenze):
cum et a teneris annis summus ille visendi orbis amor innatus esset. Del resto
tutta l’opera di Ciriaco e una serie di variazioni di questo
appassionato motivo: summus ille visendi orbis amor,antiquarum rerum monumenta
vestigare, quæ in dies longi temporis labe collabuntur litteris mandare. La
sete di conoscere il mondo, il bisogno di vincere spazio e tempo, di
riconquistare ogni piu lontano frammento d'umanita e di sottrarlo alia morte, e
insieme questo senso concrete del passato trovano in lui una espressione
singolare. Nella medesima epistola a Bruni abbiarno in sieme notizia di un'iscrizione inviata
da Atene ex me nuper Athenis e
della difesa di Cesare contro Bracciolini spedita dall'Epiro ex Epyro hisce
nuper diebus. Cosl, appunto, il Riiegg, (der Humanismus ist eine formale, nicht
eine dogmatische Revolution). neva IL COLLOQUIO COME FORMA ESPRESSIVA ESEMPLARE
(GRICE, CONVERSAZIONE). E se la lettera deve essere considerata velut pars
altera DIALOGI, l’attenzione si polarizza sul DIALOGO: ed IN FORMA DI DIALOGO e
in genere il trattato, d’argomento morale o politico o filosofico IN SENSO LATO,
che rispecchia la vita d’una umana respublica e traduce perfettamente questa
collaborazione voita a formare uomini ccnobili e liberi, che costituisce 1'essenza stessa
della humanitas rinascimentale. La quale celebrandosi nella societa umana tende
a persuadere, a far culminare ogni incontro in una trasformazione degl’altri
attraverso una riforma interiore raggiunta per mezzo della politia litteraria.
Limiti e prolungamenti del colloquio ci appaiono d’un lato la notazione
autobiogranca, dall’altro il pubblico discorso, 1'orazione, che attraverso la
polemica arriva all'invettiva. I cancellieri fiorentini, Salutati e Bruni, ci
offrono esempi insigni di questo intrinsecarsi di filosofia e politica, di questa
prosa che dell’efficacia e potenza espressiva si fa un'arma piu valida delle
schiere combattenti. La lode famosa di Pio alla saggezza di Firenze, e ai suoi
dotti cancellieri le cui epistole spaventano Visconti piu di corazzate truppe
di cavalleria, non e che la proclamazione del valore di una propaganda fatta su
un piano superiore di cultura in una societa educata ad accogliere e a
rispettare la superiorita della cultura. L'incontro di politica e cultura a
Firenze e a Venezia ritrova la valutazione della retorica di un Poliziano e d’un
Barbaro, e giova a definire un'epoca che cerca i suoi titoli di nobilta al di
fuori dei diritti del sangue. La VIRTÙ,
che non e certamente un bene ereditato, e sempre intelligenza, humanitas, e
cioe consapevolezza e cultura. Anche quando, nelle discussioni non infrequenti sull’argomento, si riconosce
il valore della milizia, s’intende una sottile dottrina, ove il valore
personale del capo e intessuto di sapienza. Montefeltro e poco ci importa se il
ritratto è fedele e profondamente addottrinato, e sa che i filosofi descrivendo
le battaglie possono divenire anch'essi maestri dell’arte della guerra. Alfonso
il magnanimo reca seco al campo una
piccola biblioteca, e pensa sempre a filosofi, e sa che la parola bene
adoprata, ossia veramente espressiva, e piu potente d’ogni esercito. C'è appena
bisogno di ricordare che si tratta dei titoli delle opere di Palmieri e di
Guazzo. E ancora il titolo d’un'opera significativa, quella di Decembrio in cui
si rispecchia la scuola di Guarino. II suo motto, racconta Vespasiano da
Bisticci, è che un re non letterato e un asino coronato. II che non significa,
si badi, che ser Coluccio è un vuoto retore, o Alfonso un re da sermone, ma che
la cultura è, essa, viva ed efficace e umana, e perfetta espressione d’una
societa capace d'accoglierla. L'uomo che nella lingua celebra veramente se
stesso -- l'uomo si manifesta uomo essenzialmente nella parola, come si
costituisce in pienezza definendosi
attraverso la cultura, le litteræ che formano la humanitas, cosi raggiunge ogni
sua efficacia mondana mediante la parola persuasiva, mediante la retorica
intesa nel suo significato profondo di medicina dell'anima, signora delle
passioni, educatrice vera dell'uomo, costruttrice e distruttrice delle citta.
Tutto e, veramente, retorica, sol che si ricordi ch, d'altra parte, retorica
e umanita, ossia spiritualita,
consapevolezza, ragione, DISCORSO d’uomini; perche', veramente, l’umanesimo, in
cui tutto è inteso sub specie humanitatis, e humanitas e UMANO COLLOQUIO, ossia
tutto il regno delle muse figlie di Mnemosine che e il piu vero e il piu bello
dei miti. Con semplicita francescana frate Bernardino da Siena, che vede in ser
Coluccio un maestro e in Bruni un amico,
scrive cristianamente le medesime cose. Non aresti tu gran piacere se tu
vedessi o udissi predicare Gesu Cristo, san Paulo, GREGORIO (si veda), santo
Geronimo o santo Ambruogio? Orsu va, leggi i loro libri, qual piu ti piace e
parlerai con loro, ed eglino parleranno teco; udiranno te e tu udirai loro. E,
come dice altrove, le lettere ti faranno signore. II grande Valla parlera di un sacramentum il modesto Bartolomeo della
Fonte dira d’un divinwn mimen: quel nume che dagl’uomini anozze e tribunali ed
are. Per questo le litteræ sono una cosa terribilmente seria, e la
responsabilita d’un termine bene usato e gravissima, e non v'e posto per Fozio.
Per questo la poesia in senso vichiano e da cercarsi la dove si traducono e si consegnano i
discorsi essenziali pella vita dell’uomo. Cosi FLORA, Umanesimo, Letterature
moderne, Ecco secondo Fonzio quello che ottiene la parola: fidem inter se
homines colere, matrimonia inire, seque in una mœnia cogere viribus eloquentiæ
compulit. Per tal modo quella poesia che talora e lontana dai versi e dalle
novelle, e presente ed altissima nella pagina d’un filosofo o nell'appassionata
invettiva d’un politico. La dolcezza del
dire, dulcedo et sonoritas verborum, la luce della forma, lux orationis, che s’invoca
per ogni espressione di vera umanita, vuol far poesia d’ogni UMANO DISCORSO; e
nel momento in cui riesce a tanto toglie ogni privilegiato dominio alle dettere
oziose. Perfino un oscuro erudito come CASSI d'Arezzo sa dirci che in tal modo
nell'eloquenza si unificano tutte le umane attivita, e tutto in essa s’umanizza
davero, e non perche come taluno ha fantasticato, si celebri solo il letterato
ozioso, ma al contrario perche 1'uomo e presente in ogni momento dell'agire:
perche, faccia egli il matematico, il medico, il soldato o il sacerdote, sempre
e innanzitutto e uomo, e il suo sigillo umano imprime ad ogni sua opera
umanamente esprimendola, ossia
rivestendola della lux orationis.
Di qui l’importanza centrale che vengono ad
assumere le TRATTAZIONI SULLA LINGUA, sulla sua storia, sull’eleganza?
ove LA DISCUSSIONE GRAMMATICALE si trasforma di continuo in discorso finissimo
d’estetica: e quel trapassare dal vocabolario, e magari dal repertorio
ortografico basti pensare a Perotto o a Tortelli nell’analisi critica e nella dissertazione storica. Mentre,
contemporaneamente, la storia, che intende farsi vivo specchio della a vita
civile, e per eccellenza eloquente discorso, ossia prosa politica e trattato
pedagogico-morale. Bellissima cosa e infatti come afferma Bruni raccontare
1'origine prima e il progresso della propria citta, e conoscere l’imprese dei
popoli liberi est enim decorum cum propriæ gentis originem et progressus, turn
libe-i. Quasi unum in corpus convenerunt scientiæ omnes, et rursus temporibus
nostris eloquentiæ studiis studia sapientiæ coniuncta sunt d’una lettera di
Cassi a Tortelli, contenuta nel Vat. lat. e pubblicata da GAMURRINI, Arezzo e r Umanesimo, Arezzo,
Cristelli, miscellanea in onore di Petrarca dell'Accademia Petrarca. A
proposito dell’eleganze di Valla scrive Cortesi, De hominibus doctis, ed. Galletti,
Florentiæ, Mazzoni, conabatur Valla vim verborum exprimere et quasi vias ad
structuram orationis. rorum populorum res gestas cognoscere. Cortesi, in quel
felice dialogo De hominibus doctis, che e una vera propria storia critica della
letteratura, appunto discorrendo delle storie di Bruni, batte su questo
incontro della verita con 1'eleganza, che e tutt'uno con quell’armonia di
sapienza ed eloquenza che Accolti celebra quale dote precipua dei fiorentini e
dei veneziani del suo tempo nel dialogo De præstantia virorum sui aevi. Pella
stessa ragione per cui tutto sembra divenir DIALOGO, tutto anche e libro di
storia; e storia e, ancora, colloquio con le eta antiche, con i grandi spiriti
del passato.Bruni nell'introduzione ai commentarii confessa che la grande
filosofia classica fa si che i tempi lontani ci siano piu vicini e piu noti dei
tempi nostri mihi quidem CICERONE (vedasi) Demosthenisque tempera multo magis
nota videntur quam ilia quae fuerunt iam annis sexaginta, e dichiara che e
compito della storia immettere nella nostra vita e nel nostro colloquio il
passato, farlo vivo con noi, quasi picturam quondam viventem adhuc spirantemque.
Palmieri innanzi alia vita d’ACCIAUOLI ci insegna che la storia e una specie d’immortalita
terrena di quanto in noi e, appunto, vita mondanala storia e culto e salvezza
di quella parte mortale che le lettere redimono da morte dilatando la società
umana oltre i limiti del tempo e salvandola dall’oblio e dal destino. Si aprono
qui, tuttavia, a proposito della prosa
latina, due questioni fra loro strettamente connesse e che sembrano in qualche
modo, gia nella loro impostazione, venir contrastando con quei Cosi nel De
studiis et litteris in BARON, BRUNI Aretino humanistisch-philosophische
Schriften, Leipzig. Una giusta valutazione dell’opera storica di BRUNI presenta
Ullman, BRUNI and humanistic historiography, Medievalia et Humanistica e, per
quanto si e sopra osservato su retorica, politica e storia, son da vedere i tre
saggi di BARON, Das Erwachen des historischen Denkens im Humanismus, Hist. Zeitschrift; di RUBINSTEIN,
The Beginnings of Political Thought in Florence: A Study in Mediaeval
Historiography, Journal Warburg Inst.; di CANTIMORI, Rhetoric and Politics in
Italian Humanism, Journ. Warburg Inst.; Corpoream vero partem non omnino
negligendam ducunt, sed tamquam suam in terra recolendam, ideoque desiderant
illam oblivioni et fato præripere caratteri stessi che si sono voluti definire. Come, infatti, parlare
della’umanità d’una produzione che si serve di UNA LINGUA CHE NESSUNO ORMAI USA
e che, dunque, gia nel mezzo espressivo pone come suo canone l’imitazione. In
che modo una FILOSOFIA MIMETICA, RICALCATA SU MODELLI CICERONIANI, puo
oltrepassare i limiti dell’erudizione?
Ma i due gravi problemi, del LATINO umanistico e dell’imitazione classica, gia
tanto dibattuti, hanno oramai offerto anche 1'avvio a una soluzione. Quanto
infatti si obbietta intorno all’uso del latino, in luogo del volgare, e ad una
presunta frattura che s’opera rispetto alla tradizione, deve essere corretto
coll’osservazione che i generi di prosa a cui ci riferiamo, orazioni, trattati,
epistole politiche, DIALOGHI dottrinali, hanno sempre fatto uso del latino. Grice: “As opera was sung in
Italian at the Royal Opera House! The whole point is not to be understood by
the vulgus!” “I enjoy opera, provided it’s in a
language I don’t understand!” -- Non e quindi esatto dire che da un presunto
uso del volgare si torna al latino. È vero invece che al LATINO MEDIEVALE
definite BARBARICO, e cioe GOTO O PARIGINO, dai franci, non gallii, s’oppone un
*altro* latino che si determina e si definisce rispetto ai modelli classici. II
quale latino, che si dichiara, come dice esplicitamente PLATINA, integrate da
tutta la più feconda tradizione post-ciceroniana, ivi compresi i padri della chiesa,
intende rivendicare i diritti d’una lingua nazionale romana contro
l’universalita d’un GERGO scolastico, lo stile PARIGINO della Sorbona, o Vadum Vobis,
non di Bologna, ed innanzi tutto nel
campo d’una produzione costantemente espressa in latino. Giustamente SANCTIS
(si veda) sottoline la frase del VALLA che proclama lingua nostra il latino
vero, che si contrappone al LATINO GOTICO dell’uso medievale. La quale nostra
lingua romana degl’umanisti, che SI PRECISA CON CARATTERI PROPRI COSI RISPETTO
AL LATINO CLASSICO COME A QUELLO BARBARO DEI BARBARI FRANCI, va vista per
quello che essa veramente e, anche
rispetto al volgare: un nuovo latino, in cui la complessita antica cede
il posto alia scioltezza moderna. Il latino degl’umanisti, lingua veramente
viva che aderisce in pieno a una cultura affermatasi attraverso una
consapevolezza critica che si colloca chiaramente nel
tempo defiendo i
propri rapporti cosl col mondo antico come con il medioevo. Il
latino dei grandi umanisti, lungi dal
rappresentare una battuta d'arresto o un
momento di invo- Cosi nella prefazione alle Vite, che
riportiamo per intero. Rilievi utili in proposito ha SABBADINI (vedasi) sia nella Storia del ciceronianismo CICERONE
(si veda), Torino, Loescher, come nel metodo degl’umanisti, Firenze, Monnier.
luzione, si colloca nella storia stessa del volgare. Il latino insegna al
volgare l'eleganza la misura la forza e 1'eloquenza, e il volgare imprime
ne’filosofi umanisti le leggi del suo andamento piano, della sua sintassi
sciolta, dei suoi trapassi intuitivi, della sua eloquenza interiore. Fra il latino, in cui si
rispecchia pienamente tutto un atteggiamento culturale, e il volgare v’e una
collaborazione che del resto si traduce
quasi materialmente nel
fatto che gl’autori
spesso scrivono 1'opera loro in
latino e in italiano. Non sempre si e posto mente al fatto che da MANETTI (si veda) a FICINO gli stessi trattatisti, siano pur
filosofi, stendono anche in volgare le loro meditazioni. E come il loro latino
e davvero una lingua low., cosi il volgare che adoperano non e per nulla
oppresso d’una imitazione artificiosa di modelli classici. Giungiamo cosi
a quello che forse e il punto piu
delicato ad intendersi dell'atteggiamento
di questi: l’imitazione degl’antichi. Che la posizione assunta dagl’umanisti
rispetto agl’autori classici sia
alimentata d’una preoccupazione storica e critica; che essi sono dei filologi
desiderosi innanzitutto di comprendere gl’autori del passato nelle loro reali
dimensioni e nella loro situazione concreta: e cosa ormai in complesso
pacifica. Ora gia questo definisce il
senso di quella imitazione che indica un atteggiamento molto caratteristico.
ACCOLIT dichiara nettamente la parita di valore fra i nuovi autori e i
classici. POLIZIANO (si veda) nella polemica col CORTESI, che e un testo
capitale, confuta tutte le istanze del ciceronianismo, e proclama il valore d’un'intera
tradizione afferrata nel suo sviluppo, rivendicando il senso di tutto il
periodo piu tardo della FILOSOFIA ROMANA (neque autem statim detenus dixerimus
quod diversion sit). Ma dice soprattutto 1'enorme distanza fra una poesia che
fiorisce come libera creazione
su una cultura meditata e fatta
proprio sangue, e l'imitazione pedestre — ilia poetas facit, haec simias.
SPONGANO, Un capitolo di storia della
nostra prosa d'arte,
Firenze, Sansoni, E cosi sono spesso notevoli le version! di
scrittori celebri come latinisti:
TAurispa che traduce Buonaccorso da
Montemagno, Donate ACCIAIUOLI che volgarizza BRUNI, e cosi via. interessante
ritrovare, distesi e volgarizzati, i concetti di un Valla e di un Poliziano nei
filosofi francesi. Per esempio Bellay, scrivendo dopo aver tratto da Valla il
concetto che Roma è grande per la lingua imposta all'Europa non meno che per
l’impero (la gloire du peuple Romain n'est
moindre, comme a dit quelqu'unen l’amplifacation L'Umanesimo e in questa
singolare imitazione-creazione, come la chiama RUSSO: l'umanita fatta
consapevole attraverso il rapporto stabilito con gl’altri uomini
nell'operoso sforzo di raggiungere una sempre pifc alta forma di
vita. Di qui, appunto, il
particolare carattere delle sue piu felici espressioni letterarie. de son
langage que de ses limites) eccolo riprendere POLIZIANO: immitant les meilleurs
aucteurs, se transformant en eux, les devorant, et apres les avoir bien
digerez, les convertissant en sang et nouriture. Solo cosi l’imitazione e giovevole allo scrittore.
Autrement son immitation ressembleroit celle du singe. Cfr. WEINBERG,
Critical prefaces of
the French Renaissance, Northwestern, Evanston,
Illinois, Russo, Problemi di
metodo critico, Bari,
Laterza. G. Antonio Nasce a
Rieti, figlio di Francesco e di Teresa Barbagli. Il nonno, intendente di
Finanza, si è trasferito dalla SAVOIA in Toscana con l’Unità d’Italia; la madre
è originaria di San Giustino nel Valdarno; il padre – allievo di Vitelli, in
rapporti amichevoli con Pasquali, che scrive il suo necrologio su Atene e Roma
– è un valente filologo, con particolare interesse per la storia del romanzo
greco, per Teocrito e per i commenti a Teocrito. La guerra e la fine prematura
e quasi improvvisa ne stroncarono la carriera e costrinsero il figlio ad
assumersi, precocemente, pesanti responsabilità. G. ha, anche per questo,
un'infanzia e un'adolescenza assai difficili e tormentate, che hanno un peso
nel rafforzare i toni disincantati e pessimisti del carattere, controllati, in
genere, dall'ironia e anche dal sarcasmo, pronti però a esplodere nei momenti
di particolare amarezza o di maggior contrasto con i tempi in cui gli
toccò di vivere e di lavorare. Fin da quegli anni – duri e mai
dimenticati – comprese però quale era la sua vocazione e individuò nei libri, e
in uno studio assiduo e disperatissimo, la bussola con cui avrebbe costruito,
con tenacia, la propria vita: bruciando le tappe, si iscrisse alla facoltà di
filosofia a Firenze e si laurea col massimo dei voti in filosofia con una tesi
su Butler [cf. GRICE, SELF-LOVE, OTHER-LOVE], preparata sotto la guida di LIMENTANI
(si veda). A Firenze aveva compiuto anche gli studi elementari e medi,
frequentando il Liceo Galilei, nel quale insegna il padre e dove incontra Maria
Soro, nata a Sassari, che sarebbe poi diventata sua moglie, con rito
civile. G è nato a Rieti in seguito al trasferimento in quella città del
padre, che come professore di liceo aveva girato, si può dire, tutta l’Italia;
ma si considerò sempre fiorentino e conservò per tutta la vita un ricordo assai
vivo degli anni liceali e, soprattutto, di quelli trascorsi nella facoltà di
lettere di Firenze. In quel periodo fece incontri decisivi dal punto di vista
sia personale sia scientifico, e non solo in ambito filosofico; stabilì
rapporti con personalità come PASQUALI (si veda), e conosce compagni di studi
ai quali resta legato tutta la vita, italiani e non italiani: Teicher,
Rubinstein, LUPORINI (si veda), il quale, rievocando gli anni della sua
formazione (Qualcosa di me stesso, in Luporini, a cura di Moneti, Il ponte),
ricorda come G. eccellesse già allora su tutti, e fosse più avanti degli altri
coetanei per maturità e sapere. In quegli stessi anni, G. conosce due
maestri che incisero segni profondi nella sua mente e nella sua personalità
intellettuale e scientifica: SARLO (si veda) e, soprattutto, LIMENTANI (si
veda), che lo avviò agli studi sull'Illuminismo inglese, confluiti nel volume
L'Illuminismo inglese. I moralisti (Milano). Dopo aver insegnato nel Regio
Convitto delle Mantellate, G., ottenuta l’abilitazione in storia e filosofia
riuscendo tredicesimo nella graduatoria generale, fa il concorso per
l'insegnamento di filosofia e storia nei licei per sedi determinate, e lo vince,
dopo essere stato esaminato da una commissione presieduta da GUZZO (si veda). Prende
servizio come professore straordinario di filosofia e storia presso il Liceo
Cannizzaro di Palermo, dove rimane fino a quando – dopo molti tentativi
giustificati da motivi sia familiari sia filosofici – è trasferito a Firenze
per insegnare, come professore ordinario, filosofia e storia al Liceo
Vinci. Gli anni palermitani sono assai importanti e fecondi per G.: per
gli incontri umani e intellettuali che fece e per le ricerche che condusse,
preparando l'importante volume PICO (si veda) Vita e dottrina, pubblicato a
Firenze, ma già pronto a Palermo. È a Palermo che scrive in gran parte il suo
primo saggio di argomento umanistico, servendosi dell’eccellenti biblioteche
pubbliche della città, e frequentando la Biblioteca filosofica a Palazzo Reale,
col suo singolare fondatore e direttore, POJERO (si veda), l'amico di GENTILE
(si veda) e primo editore dell'Atto puro, il bizzarro filosof' noto
dappertutto, sempre teso a cogliere una battuta e a fissarla per scritto (Una
collaborazione lunga una vita, in Belfagor). A spostare G. dagli studi
iniziali sull'Illuminismo inglese verso le ricerche umanistiche e
rinascimentali contribuì una pluralità di fattori: certo agirono la presenza, e
il magistero, di Limentani, che in quegli stessi anni studia il BRUNO 'inglese' sulla scia della importante
monografia su La morale di Bruno. Ma alla base di quello spostamento ci furono
due altri motivi, forse più rilevanti: la centralità assunta a quella data
dall'Umanesimo e dal Rinascimento nella ricerca filosofica europea intorno a
problemi decisivi come la libertà, e la dignità, dell'uomo; il rapporto tra
uomo, mondo, Dio; il carattere e il significato dell'esperienza umana. È stato,
peraltro, G., in un testo degli anni Settanta (lettera a Chemotti, la cui
minuta è conservata presso il Fondo G. della Scuola Normale Superiore di Pisa),
a segnalare la complessità delle questioni che, negli anni Trenta, si
concentravano nella discussione sul Rinascimento: domande di ordine sia
filosofico sia religioso, ma tutte convergenti in una generale interrogazione
sul significato dell'uomo e del suo destino, in un momento tragico della storia
del mondo. È in questo contesto che si inseriscono sia il saggio su PICO
sia il saggio su La "dignitas hominis" e la letteratura patristica
(in La Rinascita) in cui questo intreccio di motivi si presenta in modo
esemplare, con un netto primato della problematica di tipo religioso – anzi
esplicitamente cristiano – e, simmetricamente, con un consapevole distacco
dalle impostazioni di tipo idealistico, comprese quelle risalenti a
Gentile. Come testimoniano anche i molteplici richiami alla
interpretazione Burdach – messa in
circolazione in Italia, anche da Cantimori –, a quella data G. era su un'onda
assai diversa rispetto a Gentile che, pure, fin dal primo momento apprezzò
molto i suoi lavori su Pico, invitandolo a collaborare al GIORNALE CRITICO
DELLA FILOSOFIA ITALIANA, sul quale aveva cominciato a pubblicare con un saggio
su L’etica di Butler. Non si trattava solo di una distanza di ordine
storiografico, evidente, per esempio, nella importanza che già in questi anni G.
comincia ad assegnare alla tradizione ermetica, avviando una ricerca che
avrebbe continuato, sia pure con toni e forme assai diverse, fino ai suoi
ultimi anni -- il saggio su Una fonte ermetica poco nota. Contributi alla
storia del pensiero umanistico, destinato a essere ripreso e profondamente
modificato, uscì originariamente in La Rinascita. Al fondo, rispetto a Gentile,
c'era una forte distanza di carattere strettamente filosofico, come risulta dai
principali riferimenti filosofici di G. in questi anni: Senne, Marcel, Gilson, Lavelle,
forse il più importante di tutti, quello al quale si sentì a lungo più
vicino. Sono tutti autori di area francese e di matrice cristiana,
convergenti, sia pure con toni differenti, nella prospettiva di un
esistenzialismo religioso che appare ben presente negli scritti storici di . sul
Rinascimento di questo periodo, pur mediati, e filtrati, da una armatura di
carattere filologico ed erudito molto forte già in quegli anni (ne è una
conferma il ricco e aggiornatissimo corredo bibliografico del libro su Pico).
Mancano, invece – con l'importante eccezione di Cassirer, presente già nel saggio–
riferimenti altrettanto significativi ad autori di area tedesca, a cominciare
da Heidegger che, in quegli anni, era invece interlocutore privilegiato di
altri importanti esponenti della generazione di G., come Luporini, suo amico
fin dagli anni della Università, ma assai diverso sia per interessi filosofici
che per le strade che avrebbe poi preso sul terreno politico. È una
mancanza che non stupisce, se si considera che la cultura di matrice francese
fu una componente centrale della formazione di G., e che essa – insieme al
pensiero inglese, ma con maggiore forza – ebbe un ruolo centrale nella sua
attività scientifica e anche editoriale, come testimonia l'imponente opera di
presentazione e traduzione di testi capitali del pensiero francese svolta insieme
alla moglie – da Rousseau a Malebranche, a d'Holbach e gl’enciclopedisti. Il
primato della cultura di matrice francese era, del resto, un tratto diffuso
della generazione di G. e, in modo particolare, dell'ambiente culturale
fiorentino: quello che si esprimeva in istituzioni di notevole rilievo come il
Gabinetto Vieusseux – di cui è bibliotecario e direttore Montale –, e LA
BIBLIOTECA FILOSOFICA di Levasti e Marrucchi, una personalità notevole, alla
quale G. rimane sempre legato e che ricorda in pagine molto intense, rievocando
quell'ambiente e quell’atmosfera, in cui vive il ricordo di una figura come
Michelstaedter, alla quale anche G. dedica, a più riprese, molta
attenzione. Tornato a Firenze, ha un incarico di filosofia teoretica
presso la facoltà di lettere e filosofia. Ottenne, poi, la libera docenza in
storia della filosofia. Quando per effetto delle leggi razziali LIMENTANI
(si veda) lascia la cattedra di filosofia morale, la facoltà decide di NON
chiamare su essa un altro ordinario, ma di conferire l’incarico a G., discepolo
– pupillo -- di LIMENTANI (si veda). Nei modi possibili in quei tempi
difficili, G. espressa pubblicamente la sua fedeltà al maestro e tutore con cui
si è formato, tenendo una conferenza presso la BIBLIOTECA FILOSOFICA Biblioteca
di Firenze in cui attacca a fondo ogni forma di storicismo identificato con il relativismo rivendicando,
da un lato, il valore della lotta, e dell'ostacolo, sulla scia di Senne. Ribadendo,
dall'altro, e con massima energia, la distinzione tra vittima e carnefice, tra
perseguitato e persecutore, che nessuna provvidenza storica avrebbe mai potuto,
in alcun modo, risarcire. Dopo la morte di LIMENTANI (si veda), ne redatta un
commosso necrologio, pubblicato in opuscolo insieme alla bibliografia dei suoi
scritti (Limentani, Firenze). Comincia, intanto, a partecipare a concorsi per
ottenere una cattedra universitaria, che riuscì a vincere quando risulta primo
ternato in quello per professore straordinario alla cattedra di storia della
filosofia a Cagliari -- la commissione èformata da Aliotta, presidente,
Lamanna, segretario, Abbagnano, Banfi, e Spirito. Precedentemente partecipa,
venendo dichiarato maturo, a tre altri concorsi, banditi, rispettivamente, da Messina
e da Napoli -- quest’ultimo si svolse in due tornate, per l’annullamento, a
causa di un ricorso, dei risultati della prima. Difficili sul piano
accademico e anche personale, quegli anni sono però fertilissimi dal punto di
vista filosofico. Oltre a una serie di saggi assai importanti usciti, in
genere, su La Rinascita diretta da Papini, con il quale ha, allora, un rapporto
intenso, G. pubblica due importanti antologie: Il Rinascimento italiano, Milano,
commissionatagli da VOLPE (si veda) e stampata nella collana dell'ISPI; e Filosofi
italiani, Firenze, uscita come pubblicazione dell'Istituto nazionale di studi
sul Rinascimento. Si tratta, in entrambi i casi di opere fondamentali,
destinate a lasciare una orma profonda negli studi rinascimentali. Ma lette con
attenzione – e tenendo conto della inclinazione dissimulatoria tipica
dell'epoca –, esse svelano con precisione quali fossero gli atteggiamenti
filosofici e politici di G. in quel momento: una posizione nettamente
antifascista, trasparente nelle pagine dedicate alla critica del tiranno; un profondo
interesse di tipo religioso, già emerso nei primi saggi rinascimentali della
seconda metà degli anni Trenta, e ora pienamente dispiegato nella lunga
Introduzione ai Filosofi italiani, a cominciare dalle pagine scritte sulla
morte, discorrendo di Salutati. Sono temi nei quali la nota religiosa
risuona con particolare forza e vigore, e non solo nei testi sull'Umanesimo. Pubblica
per una piccola casa editrice fiorentina, Cya, una antologia di testi
tolstoiani, Ultime parole, nei quali è affermato con nettezza il primato
della 'riforma interiore' come condizione di ogni riforma di tipo economico e
sociale. Sarebbe stato, del resto, lo stesso G. ricordare che anni prima, nel
pieno della guerra, attraversa una vera e propria crisi di tipo religioso,
subendo a fondo l'influenza di Tolstoj. Sul terreno filosofico è una
inclinazione che si rivela, oltre che sul piano del linguaggio, nel forte ruolo
assegnato a SAVONAROLA (si veda), un autore che gli è sempre carissimo, ma che
arriva ad affiancare al Platone della Repubblica per il Trattato sul reggimento
di Firenze. Spicca anche il lavoro di presentazione e di traduzione dei
testi fondamentali di PICO (si veda): De hominis dignitate, Heptaplus, De ente
et uno, Firenze; Disputationes adversus astrologiam divinatricem -- un'impresa
imponente, che contribuì a mutare in profondità sia l'immagine tradizionale di
Pico, sia quella corrente del Rinascimento, ponendo le basi della
interpretazione generale che G. propone ne “Der italienische Humanismus, pubblicato
nella collana diretta da GRASSI (si veda) per l'editore Francke di Berna, ristampato
poi nel testo originale presso Laterza. Sono saggi resi possibili anche
dal forte sostegno di una figura singolare, ma più importante di quanto in
genere si pensi, della cultura italiana: CASTELLI ZUBIENA (si veda), il quale –
oltre a pubblicare le traduzioni di PICO (si veda) nell'ambito dell’edizione
nazionale dei classici del pensiero italiano promossa dal REGIO ISTITUTO DI
STUDI FILOSOFICI da lui presieduto e del quale G. è anche segretario della
sezione toscana, si impegna con molta tenacia e costanza, a tutti i livelli,
per fargli ottenere un distacco dal Liceo Vinci che gli consentisse di svolgere
con maggiore tranquillità il suo lavoro. G. sottolinea più volte che non
c'è un rapporto meccanico tra storia della cultura e storia politica,
precisando, per esempio, che la crisi e la fine dell'idealismo crociano si
compiono nel 1968, non nel 1945. Non c'è però dubbio che con la fine della guerra
sia iniziata una nuova fase della sua lunga vita sul piano sia intellettuale
sia politico. Dopo un periodo connotato dalla vicinanza a posizioni di
tipo liberal-democratico (come appare chiaro dagli articoli che pubblica
sull'Italiano), si avvicinò infatti, sia pur progressivamente, al Partito
comunista italiano, senza mai iscriversi a esso, ma diventandone, specie negli
anni Cinquanta e Sessanta, uno dei principali intellettuali di
riferimento. Alla base di questo netto spostamento di campo ci furono motivazioni
di ordine intellettuale e di natura politica. Sul primo punto, è decisivo l'incontro
con le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, che recensì subito su Leonardo,
la rivista di cui, divenne redattore – cioè, in effetti, direttore –,
avviando un intensissimo colloquio che sarebbe continuato lungo tutta la sua
vita e che avrebbe inciso sia sulle sue ricerche umanistiche sia sulle Cronache
di filosofia italiana pubblicate per i tipi di Laterza ma preparate dagli
articoli su Leonardo e sul GIORNALE CRITICO DELLA FILOSOFIA ITALIANA fondato da
GENTILE (si veda) e diretto da SPIRITO (si veda). Dal punto di vista
strettamente politico, per quanto possa apparire paradossale, in quella scelta
agì il profondo, e mai venuto meno, interesse religioso di G.: e infatti
profondamente LAICO, NON LAICISTA. Ritene necessario distinguere con chiarezza
ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, anzi pensa che dalla confusione
dell'uno e dell'altro potesse derivare una degenerazione di entrambi. Il
partito della Democrazia cristiana gli apparve come la realizzazione concreta
di questo rischio, con la ripresa, e il potenziarsi, di quelle tendenze che
durante il Regime si erano espresse nel clerico-fascismo, contribuendo, a suo
giudizio, a corrompere il carattere morale degl’italiani. Perciò considera
negativamente l'inserzione dell'articolo 7 nella Costituzione repubblicana, ma
fu per questi stessi motivi che si avvicinò al Partito comunista: per una
scelta di ordine anzitutto morale e, alle origini, religiosa. Pur nel dissenso
con il Partito comunista nella valutazione dell'articolo 7, G. vide in esso la
forza più intransigentemente schierata a favore di una concezione laica dello
Stato e, in genere, della vita, contro il riaffiorare e l'imporsi di una nuova
forma di clerico-fascismo, dannosa, ai suoi occhi, sia per la politica sia per
una autentica esperienza religiosa. I due piani – quello culturale e
quello politico – si intrecciarono e si potenziarono a vicenda, nella
concretezza del suo lavoro, sia in quello sul Rinascimento sia nelle ricerche
sulla filosofia italiana. A quest'ultima aveva già dedicato, per incarico di
Gentile, due volumi pubblicati da Vallardi. Si tratta dell'opera: La filosofia,
da non confondere con la Storia della filosofia uscita per i tipi di Vallecchi:
uno de suoi libri più belli, più vivaci, più liberi. Le Cronache di
filosofia italiana erano, in effetti,
un'altra cosa: una sorta di autobiografia di una intera generazione, quella
nata al tornante del primo decennio del secolo – la stessa di Bobbio, nato
anch'egli, come G., e autore di Politica e cultura, l'altro grande testo
'autobiografico' della loro generazione. A considerare oggi quegli anni, non
appare casuale che due intellettuali di quel livello abbiano avvertito, nello
stesso momento, la necessità di confrontarsi con la propria storia, sia pure da
punti di vista diversi e con strumenti differenti. In G., assai più che in BOBBIO
(si veda), e infatti presente la lezione di Gramsci. Sul piano del metodo,
anzitutto: La filosofia come sapere storico (Bari) si conclude con un lungo
saggio su Gramsci, nato come relazione al Convegno di studi gramsciani,
tenutosi a Roma l'anno prima, ma anche sul piano del merito, cioè di specifiche
valutazioni di uomini e cose, come Togliatti rileva nella sua recensione a
Cronache di filosofia italiana (Rinascita). Non solo: la lezione di
Gramsci, in forme assai mediate e controllate, è visibile anche negli scritti
che G. dedica al Rinascimento. Nonostante che, in questo caso, i giudizi di
Gramsci e G. fossero, proprio nel merito, profondamente
differenti. L’UMANESIMO CIVILE, IL TRAMONTO DI UN MONDO Quando si
parla di G. si pensa, in genere, alla sua interpretazione del Rinascimento come
'umanesimo civile'. È giusto, ma riduttivo per due ordini di motivi. In primo
luogo, essa svolge funzioni e ruoli diversi, anche a seconda del mutare dei
contesti storico-politici. In secondo luogo, a cominciare dagli anni Settanta G.
riformula in modo profondo la sua interpretazione, dislocando l'Umanesimo
civile in zone progressivamente laterali, rispetto al nucleo centrale del suo
discorso (in questo senso è fondamentale Rinascite e rivoluzioni: movimenti
culturali, Roma-Bari: uno dei suoi lavori più importanti, insieme a La cultura
filosofica del Rinascimento italiano. Ricerche e documenti, uscito per i tipi
di Sansoni, nel quale spicca in apertura il saggio – capitale dal punto di
vista dell'Umanesimo civile – su I cancellieri umanisti della Repubblica
fiorentina da Salutati a Scala, pubblicato originariamente in Rivista
storica italiana. All'interpretazione del Rinascimento come Umanesimo civile G.
lavorava, in effetti in convergenza con le ricerche di Baron, del quale fa
pubblicare su La Rinascita un importante saggio. Ma allora esso aveva una
funzione parallela, anzi secondaria, rispetto ai motivi ermetici che G. tendeva
maggiormente a valorizzare, anche in relazione a quell'esistenzialismo
religioso nel quale allora si riconosceva. Negli anni Cinquanta e Sessanta il
quadro muta in modo deciso, e l'Umanesimo civile diventò il motivo
dominante della sua interpretazione, come appare dall'antologia, fortemente
lodata da Cantimori, Prosatori latini del Quattrocento (Milano). I motivi messi
a fuoco nella seconda metà degli anni Trenta erano ripresi, e anzi
energicamente sviluppati, a cominciare dalle tematiche magiche e astrologiche,
cui dedicò due saggi fondamentali; ma essi ora venivano riformulati (per
esempio, cambiò in modo consistente il giudizio sull'astrologia) ed inseriti in
una prospettiva che privilegiava, in primo luogo, la dimensione mondana,
terrestre – appunto, 'civile' del Rinascimento –, dando rilievo centrale al
problema del rapporto tra 'vita contemplativa' e 'vita activa', e valorizzando
in questa luce i grandi cancellieri fiorentini come SALUTATI (si veda) e BRUNI
(si veda). Ne scaturì una nuova immagine del Rinascimento, entro cui
assunsero valore centrale discipline come LA RETORICA, l'arte della memoria o
esperienze filosofiche prima trascurate, o non comprese in modo adeguato, come,
per esempio, il lullismo. Su questo sfondo, G. si pose in termini nuovi
rispetto agli scritti degli anni Trenta anche il problema della genesi e dei
caratteri della scienza moderna, sforzandosi di mostrare come un moto di
cultura strettamente legato nelle sue origini alla vita delle città italiane debba
considerarsi una delle premesse del rinnovamento scientifico moderno (come
scriveva nella Premessa al volume Scienza e vita civile nel Rinascimento
italiano, pubblicato con Laterza: una linea di ricerca, sia detto tra
parentesi, che non ebbe ulteriori sviluppi, anche per i mutamenti che, di lì a
poco, avrebbero sconvolto il mondo storico, coinvolgendo a fondo anche il mondo
storiografico). In questa accentuazione della dimensione civile agì
certamente la lezione metodica di GRAMSCI (si veda), che appare con ancor
maggiore chiarezza nei lavori che G. dedica alla filosofia contemporanea,
specie a quella ITALIANA. Sono importanti, da questo punto di vista, sia La
cultura italiana (Bari); sia, e soprattutto, quello sugli Intellettuali
italiani (Roma), che costituisce, per
molti aspetti, il vertice della presenza, e della influenza, di G. nella
cultura, e anche nella politica, italiane. Se si considera il corso
della sua vita, si può azzardare un giudizio: forse furono proprio quelli gli
anni in cui G. riuscì a stabilire, nel complesso, un rapporto positivo con il
proprio tempo storico, e non solo per i molti riconoscimenti pubblici che ebbe
in quel periodo, dentro e fuori l'Università, in Italia e all’estero. E diventato
professore ordinario di storia della filosofia medievale a Firenze, insegnamento
che tenne per incarico. È poi subentrato a Lamanna come titolare della cattedra
di storia della filosofia presso la stessa Università.
Riconoscimenti, e onori, altrettanto importanti stava avendo anche al di
fuori dell'Università. Socio effettivo dell'Accademia toscana di scienze e
lettere 'La Colombaria', ne era anche segretario generale; eletto socio corrispondente
dei lincei, diventandone socio nazionale. Riceve dalla British Academy la
Serena medal for Italian studies (gl’ultimi italiani che l'avevano ottenuta –
scrive, con orgoglio, al direttore della Scuola Normale comunicandogli la
notizia – sono Longhi e Bandinelli. Al fondo, però, pur considerandosi
anzitutto un insegnante, G. è, a suo modo, un animal politicum, e avrebbe
voluto essere un cittadino. Riusce a esserlo come non gli era accaduto prima e
non sarebbe più successo dopo, intrecciando un'attività scientifica di alto
livello con un impegno civile assai intenso sui temi che gli interessavano
maggiormente, a iniziare dalla scuola, su cui intervenne anche con una
relazione molto dura letta al Teatro Valle di Roma pubblicandola poi in
volume, La cultura nella società italiana, Torino. La situazione muta
profondamente. Quell'equilibrio, sempre fragile e precario, si incrina e G. si
distacca, progressivamente, fino a contrapporsi, dai movimenti culturali e
politici che comincia a scuotere il paese fin dalle fondamenta, nel bene e nel
male. Il punto più aspro del contrasto, anzi la vera e propria rottura, si
produce quando – si legge in una lettera al preside della facoltà di lettere,
Sestan -- minuta nel Fondo G. della Scuola Normale Superiore – e costretto a
interrompere la lezione per il contegno oltraggioso e provocatorio di uno
studente. È una scelta assai meditata, anche se amara, quella di lasciare
Firenze, che è stata la sua alma aater, trasferendosi alla scuola normale superiore
di PISA come professore e anche questa scelta è significativa di storia della
filosofia del Rinascimento. Come scrive al direttore della scuola, Bernardini,
sarebbe stata quella la conclusione migliore, certo la più onorevole, di un
lungo insegnamento (minuta). Questo non significa che da quel momento si
sia disinteressato della filosofia contemporanea, a cominciare da quella
italiana. Anzi: pubblica, con l'editore barese Donato, un saggio importante,
Tra due secoli. Socialismo e filosofia in Italia, riprendendo in forme nuove il
problema del positivismo e riaprendo, in generale, la questione del rapporto
tra eredità positivistiche e filosofia, nelle sue varie diramazioni. Ma il saggio
non ebbe un successo paragonabile a quello tributato al volume sugli
Intellettuali italiani. Nel giro di pochi anni, la situazione era profondamente
mutata e i temi trattati in quel testo, pur così importante, avevano perso peso
e rilievo nel dibattito filosofico italiano, che stava ormai aprendosi, e su
vasta scala, a nuove tendenze estranee alla tradizione nazionale, nel pieno di
una crisi che investiva lo stato italiano fin dalle fondamenta. Effettivamente,
un intero mondo sta cominciando a finire. Tanto più colpisce, in questa
situazione, il saggio che in controtendenza, G. dedica a Gentile
pubblicandone, con l'editore Garzanti, le Opere filosofiche. Aveva ormai 82
anni: nel 1979 era uscito dai ruoli dell'insegnamento, nel 1984 era andato
definitivamente in pensione, nel 1986 era diventato professore emerito della
Scuola Normale. Lascia anche la presidenza dell'Istituto nazionale di studi sul
Rinascimento. E dunque diventato un libero studioso sciolto da qualunque
vincolo di ordine istituzionale, e forse anche questo contribuisce a spiegare
la libertà – e l'atteggiamento 'non conformista', si potrebbe dire – con cui si
confronta con Gentile nella lunghissima introduzione che premise ai testi,
spiegando il senso della sua scelta. Non è un'impresa facile. I rapporti
di G. con Gentile e con Croce sono infatti assai complessi e si modificarono, e
complicarono, con il tempo. Si possono però in sintesi individuare alcuni
elementi di ordine generale. Dal punto di vista filosofico egli si sentì, al
fondo, più vicino a Gentile. Basta leggere le pagine che gli dedicò nella
Storia della filosofia, e accostarle a quelle scritte nello stesso testo su
Croce, per vedere come ne apprezzasse la posizione e quanto fosse invece
distante da Croce. Certo, come dimostrano le cronache, il suo giudizio sull’idealismo
si approfondì col tempo e divenne assai più ricco e articolato. Ma la distanza
di G. dalla 'filosofia dello spirito' non venne mai meno, perché essa
coinvolgeva un punto centrale, allora e poi, della sua posizione. Alle
origini, le ragioni di quella scelta stano precisamente qui. Sul piano
filosofico GENTILE (si veda) appartene a quella filosofia della libertà, specie
di matrice francese, in cui G. riconosce il carattere principale della
filosofia e anche le proprie radici filosofiche. Filosofia della libertà: cioè
azione, praxis, atto, volontà. Sono i motivi che erano presenti anche in Marx,
quelli che gli avevano fatto apprezzare GRAMSCI (si veda), sentire affine la
ricerca dei Quaderni del carcere, e che, nel volume, sottolineò anche in GENTILE
(si veda), vedendo anzi nella sua lettura di Marx la via attraverso cui si era
affermato nel nostro paese il principio della praxis, dell'azione, della
volontà. È per queste stesse ragioni – strutturali, non contingenti – che
G. fu, invece, in sostanza, lontano da CROCE (si veda), pur apprezzandone il
rapporto stabilito tra politica e cultura e l'immenso lavoro: non ne
condivideva la concezione del circolo spirituale; lo sentiva distante per
l'incapacità di afferrare la intima, e insuperabile, tragicità della vita;
rifiuta la dissoluzione dell'individuo empirico, che invece per lui era
fondamentale. Certo, con il tempo maturò un giudizio assai più ricco di
quello espresso negli anni Quaranta; ma alcuni elementi in cui si esprimevano
un distacco, e un dissenso, perfino di ordine generazionale non vennero mai
completamente meno. In occasione del centenario della nascita di Croce, scrive
un bel saggio sui suoi rapporti con Serra (SERRA (si veda) e Croce, in
Belfagor) e, pur facendogli ampi riconoscimenti, non ha esitazione a
schierarsi, proprio per questi motivi, dalla parte di quest'ultimo. Iniziò
una profonda trasformazione del mondo storico, destinata a incidere, in vari
modi, nel mondo storiografico, compreso quello di G., che operò mutamenti
profondi nella sua posizione, a cominciare dalla concezione dell'Umanesimo
civile, che nel ventennio precedente era stato il centro della sua
interpretazione del Rinascimento. Ora venne configurandosi come un ideale; anzi
una ideologia nobile e importante, ma pur sempre una ideologia (come appare nel
Ritratto di Bruni aretino in Atti e Memorie dell'Accademia Petrarca di Lettere,
Arti e Scienze di Arezzo), mentre assunsero rilievo essenziale altri temi,
altri autori, come risulta chiaro dal libro Lo zodiaco della vita. La polemica
sull'astrologia dal Trecento al Cinquecento (Roma-Bari), che raccoglieva
quattro lezioni tenute al Collège de France. Fin dall'inizio della sua attività
G. da rilievo alle tematiche magiche, astrologiche, ermetiche, sistemandole,
poi, nel contesto dell'Umanesimo civile. Ora esse ridiventarono centrali, con
una particolare sporgenza dei testi e dei motivi di carattere astrologico. Alla
base di questo c'era, come sempre in G., un convincimento di ordine
teorico. A lungo era stato persuaso che nella cultura europea fosse
stata presente, e dominante, quella che egli chiama la 'linea PICO (si veda)-Sartre',
secondo cui l'uomo non ha una natura (una specie, una forma), ma è un atto che
si sceglie, per riprendere una sua battuta contenuta nella lettera a Amoroso
minuta nel Fondo G. della Scuola Normale Superiore di Pisa. È un convincimento
coerente con la sua filosofia della libertà, della praxis, del primato della
volontà. Negli ultimi anni furono proprio questi capisaldi che si infransero e
vennero meno sbalzando in primo piano, al posto dei cancellieri fiorentini, filosofi
come POMPONAZZI (si veda) e, soprattutto, ALBERTI (si veda), sostenitori, l'uno
e l'altro, di una concezione totalmente disincantata dell'uomo e della vita,
ridotta o a gioco privo di senso o a una eterna vicissitudine di uomini, di
cose, di sorti. E qui si può osservare come in un microcosmo in che modo lavora
G., e quanto fosse profondo nella sua ricerca l'intreccio tra autobiografia e
storiografia, a loro volta sostenute da una posizione teorica precisa, ma
destinata, al tempo stesso, a importanti variazioni e mutamenti. ALBERTI e s infatti
sempre al centro della sua attenzione, ma venne a lungo inserito nella
prospettiva dell’Umanesimo civile, mentre negli scritti dell'ultimo periodo si
configurò come uno dei principali esponenti di una concezione che vede
nell'uomo niente altro che un ludus deorum, per riprendere l'espressione
utilizzata da Platone nelle Leggi e ripresa nel De fato da POMPONAZZI (si veda). Sono
precisamente questi temi, e queste espressioni (citate puntualmente nello
Zodiaco della vita, e rafforzate dalla scoperta che fa di alcune Intercenali
inedite di Alberti, pubblicate su Rinascimentonel), che attrassero G. quando si
convinse che la linea PICO (si veda)-Sartre si era infranta ed èstata
sconfitta. Né è facile dire quanto in queste posizioni storiografiche avesse
inciso la crisi che fin dalla fine degli anni Sessanta sta travagliando il mondo
storico, dandogli progressivamente il senso – e poi la persuasione – che una
intera epoca della cultura europea stava tramontando, dissolvendo quegli ideali
e quelle utopie che ne avevano sostenuto il cammino, specie nei momenti più
gloriosi come il Rinascimento e l’Illuminismo. In un intreccio
profondo di autobiografia e storiografia, le pagine dell'ultimo G. sono solcate
da toni assai disincantati e pessimistici. Ma neppure in questi anni, e in
questi scritti, egli si presenta al lettore in toni disarmati o vinto: troppo
forte era stata la persuasione di un primato della praxis, dell'azione, della
volontà perché essa potesse venire mai integralmente meno. Stava qui la
sorgente originaria della sua personalità fin dagli anni Trenta, e a essa –
nonostante tutto – aveva cercato di restare fedele, dipanando il filo
essenziale della sua esistenza, nelle diverse situazioni in cui gli toccò di
vivere, per quasi un secolo. Quando muore, a Firenze non ha smesso di pensare all'utopia di un
mondo diverso: come gli avevano insegnato a fare i rappresentanti più eminenti
dell'epoca alla quale aveva dedicato tanta parte della sua esistenza. G.
Il percorso storiografico di un maestro del Novecento, Giornata di studio,
Prato, Biblioteca Roncioniana a cura di Audisio - A. Savorelli, Firenze (si
vedano in particolare i saggi di Cesa, Momenti della formazione di uno storico
della filosofia e di C. Vasoli, Gli studi di E. G. Su Pico; G. e il Novecento,
numero monografico del Giornale critico della filosofia italiana; Ciliberto, G.
Un intellettuale nel Novecento, Roma-Bari; G. Dal Rinascimento all’Illuminismo,
Atti del Convegno, Firenze, a cura di Catanorchi - Lepri, con Premessa di
Ciliberto, Roma-Firenze; Il Novecento di G., Atti del Convegno promosso dalla
Fondazione Istituto Gramsci in collaborazione con l’Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, a cura di Ricci - Vacca, Roma. Grice: “Don’t expect philosophical insight from Garin.
He is at most an amanuensis. But like Gentile, it is helpful, if you are into
minor philosophers, or minor figures, to go through the indexes of his many
compilations. As with Gentile’s Storia della filosofia italiana, Garin’s is
just as boring. Garin makes it more difficult in that he uses two or three
words which we don’t use at Oxford: ‘pensiero’ for philosophy, ‘intellectual’
(‘intelletuali italiani del novecento’) and ‘culture’ (cultura italiana del
ottocento’). By these monickers, he is attempting to include as philosophers
people who we should not!” Eugenio
Antonio Garin. Eugenio Garin. Garin. Keywords: cicerone come umanista –
umanesimo e unamenismi – garin, umanista del Novecento – umanisti e il ritorno
dei filosofi antichi – umanesimo, ovvero, il primo secolo del rinascimento – il
ritorno dei filosofi antichi – retorica umanista – castelli e garin -- le
griceianisme est un humanism!” humus, human, homo sapiens, homo sapiens
sapiens, human vs. person, sapientia, persona -- human, umano, umanesimo – filosofia
romana -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Garin – umano, troppo umano – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Garroni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
di Pinocchio – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Pinoccio flouted the maxim of sincerity!” -- Keywords:
conversational maxim. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo Italiano.
Garroni. Grice: “I like Garroni; he writes very Griceianly: on lying, on
Pinocchio, on semiotics, on Kant – ‘quasi-Kant’ --, and on sense perception
(‘senso e paradosso’, ‘immagine, figura, communicazione’). Inizia la
sua attività in Rai, dove era entrato per un invito di Gualainsieme come
intervistatore e autore di trasmissioni sulla filosofia. Affianca a questo
lavoro l'opera intellettuale di critica e di riflessione sull'estetica,
grazie anche alla sua frequentazione del mondo artistico dell'epoca anni
cinquanta, redigendo anche presentazioni e cataloghi d'arte. Insegna a Roma.
Pur essendosi tenuto fino a quel momento ai margini della vita accademica, con “La
crisi semantica dell’arte” (Roma, Officina), insegna estetica. Porta un rinnovamento
dell'estetica italiana dopo Croce, culminante in una innovativa traduzione
della Critica della facoltà di giudizio di Kant tesa a sottolinearne la co-appartenenza
di tematiche estetiche (l’estetico) ed epistemologiche (il noetico). Cura
Arnheim, Macherey, Mannoni, Lukács, Brandi, Dufrenne, akobson e del Circolo
linguistico di Praga e collaborato alla rivista Rassegna di filosofia, alle
riviste cinematografiche Cinema Nuovo e Filmcritica e alla Enciclopedia
Einaudi.Cura Benedetto, Bottari, Melis,
Fieschi, Vacchi, Greco ecc. L’estetica è una "filosofia non
speciale" il cui compito non deve limitarsi allo studio delle espressioni
artistiche ("il bello", “l’arte” e “la natura”), ma è finalizzato ad
una visione e ad una "costruzione" del mondo fondata sull'esperienza
del “senso” (il sensibile, sentire, sensate). Ciò che va rivendicata è la
portata iudicativa (e non solo volitiva) delle riflessioni kantiane, che
trascendono lo stato empirico delle scienze e vivono operanti nel meglio degli indirizzi
novecenteschi, magari di ciò inconsapevoli. (L’orizzonte di senso). Altre
opere: “Il mito negative” (Roma, Officina); “Semiotica ed estetica.
L'eterogeneità del linguaggio e il linguaggio cinematografico” (Bari, Laterza);
“Progetto di semiotica: il concetto di messagio” (Roma-Bari, Laterza); “Pinocchio
uno e bino” (Roma-Bari, Laterza); “Estetica ed epistemologia. Riflessioni sulla
"Critica del Giudizio"” (Roma, Bulzoni); “Ricognizione della
semiotica” (Roma, Officina); “Estetica e linguistica” (Bologna, Il Mulino); “Senso
e paradosso. L'estetica, filosofia non speciale” (Roma-Bari, Laterza); “Estetica.
Uno sguardo-attraverso” (Milano, Garzanti); “Sul mentare e il mentire” (Castrovillari,
Teda); “Altro dall'arte. Saggi di estetica” (Roma-Bari, Laterza); “Senso e
storia dell'estetica: studi offerti a Emilio Garroni” (Pietro Montani, Parma,
Pratiche Editrice); "Interpretare", in Il testo letterario.
Istruzioni per l'uso, Roma-Bari, Laterza); “Critica della facoltà di giudizio”
(Torino, Einaudi); “Immagine e figura” (Roma-Bari, Laterza); “Scritti sul
cinema: pubblicati dalla rivista "Filmcritica"; Bruno e Cervini,
Torino, Aragno, Creatività, introduzione di Paolo Virno, Macerata, Quodlibet);
“La macchia gialla’ (Milano, Lerici, Dissonanzen quartett. Una storia” (Parma,
Pratiche); “Racconti morali, o Della vicinanza e della lontananza, Roma, Editori
riuniti); “Sulla morte e sull'arte: racconti morali, Parma, Pratiche); Lettere
alla TV”, Monteleone, Storia della Radio e della Televisione italiana,
Marsilio; Una puntata, tratta da Rai Teche, del programma TV "Arti e
Scienze", in cui G. parla del Bauhaus e intervista Zevi e Gropius Presentazione della mostra dell'Autoritratto;
Articolo de La Repubblica; Intervista che riassume la nozione di estetica come
"filosofia non speciale". L'intervista fa parte dell'Enciclopedia
multimediale delle scienze filosofiche. Treccani
L'Enciclopedia italiana". Legalità / Creatività.: G. legge Kant di Romeo
Bufalo, in Studi di estetica, Bologna. LORENZINI, Carlo (Collodi). Nasce a
Firenze, primogenito di Domenico, originario di Cortona, cuoco del marchese
Carlo Leopoldo Ginori Lisci, e di Angiolina (Maria Angela Carolina) Orzali,
figlia del fattore dei marchesi Garzoni Venturi e nata a Veneri (frazione di
Collodi). Degli altri nove figli di casa Lorenzini sopravvissero il terzogenito
Paolo, Maria Adelaide, Giuseppina, e l'ultimo dei fratelli del L.,
Ippolito. È probabile che il L. abbia frequentato le scuole elementari a
Collodi, dove risulta ospitato dagli zii materni Giuseppe e Teresa (forse per
le disagiate condizioni della famiglia a Firenze); l'anno successivo, con il
sostegno economico del marchese Ginori, entrò nel seminario di Colle di Val
d'Elsa. Decise di interrompere gli studi in seminario, iscrivendosi nel maggio
dell'anno successivo al corso di retorica e filosofia delle Scuole pie di S.
Giovannino a Firenze. Terminato il corso trovò subito un impiego nella libreria
Piatti di Firenze, nella quale aveva già svolto lavori saltuari per potersi
mantenere agli studi. La libreria, anche casa editrice, era fra le più
importanti di Firenze e frequentata da molti letterati e patrioti liberali, tra
i quali G.B. Niccolini, principale autore delle edizioni Piatti, considerato
dal giovane L. uno dei grandi scrittori italiani. Il L. aveva incarico di
redigere notizie, recensioni e bollettini bibliografici per il catalogo delle
novità della libreria e strinse profonda amicizia con G. Aiazzi, amministratore
dell'impresa ed erudito bibliotecario della Rinucciniana, al quale restò legato
tutta la vita. Aiazzi avviò il L., che ottenne l'autorizzazione alla lettura
dei libri proibiti, alle ricerche di biblioteca e d'archivio e ne accompagnò le
prime prove come cronista teatrale nella Rivista di Firenze e come critico
musicale nell'Arpa musicale, periodi co milanese animato da C. Tenca,
dove apparve il primo articolo firmato
del L., L'arpa. L., insieme con il fratello Paolo e con Giulio Piatti,
proprietario della libreria, si arruolò nel II battaglione fiorentino e
combatté a Montanara: di questa prima esperienza militare rimangono, nelle
Carte collodiane, tre lettere ad Aiazzi, già notevoli per lucidità
d'osservazione e descrizione. In estate il L. tornò a Firenze e dovette
trovarsi un altro impiego anche per poter aiutare la famiglia colpita dalla
malattia del padre, che morì alla fine di settembre a Cortona. Per
interessamento di Aiazzi fu nominato "messaggiere" (segretario,
commesso) del Senato toscano e arrotondò il modesto stipendio con un'intensa
attività di collaborazione a diverse testate, in particolare, al periodico
democratico Il Lampione di cui fu tra i fondatori. Qui pubblicò numerosi
articoli, per lo più non firmati, tra i quali spiccano alcuni pezzi
anticomunisti e antifemministi e, soprattutto, la serie di ritratti intitolata
"fisiologie" in cui già con matura incisività satirica tratteggiava
caratteri e tipi contemporanei, come quelli contrapposti del "codino"
e del "crociato" (cioè il falso volontario): in essi più che
"mazziniano sfegatato" (come lo definì Martini, p. 168), manifestava
tendenze repubblicane e democratiche derivate da Mazzini solo "in termini
generali" e in "modo indiretto" (G. Candeloro, C. Collodi nel
giornalismo del Risorgimento, in Studi collodiani). Con il ritorno dei Lorena
nel Granducato, L. dapprima rinunciò all'impiego (o ne fu allontanato), poi, in
giugno, fu reintegrato, ma la sua condizione lavorativa dovette restare
precaria, tanto che l'autunno dell'anno successivo si dedicò alla traduzione
dal francese del romanzo La figlia dell'archibugieredi M. Masson che apparve a
puntate nel periodico milanese l'Italia musicale, per il quale compì un lungo
giro tra Emilia e Lombardia come critico corrispondente; con quella rivista
continuò a collaborare per tutto il 1851 (nell'agosto era di nuovo a Milano per
i suoi impegni giornalistici) e quando perdette definitivamente il suo
impiego. Con il 1853 l'impegno del L. come giornalista e pubblicista si
intensificò ulteriormente ed egli divenne una delle firme di punta del
periodico artistico-letterario e teatrale L'Arte(cui collaborava anche I.
Nievo). Nel periodico fiorentino venne pubblicando articoli di critica
musicale, teatrale e letteraria (tra cu una feroce stroncatura del poema
Rodolfo di G. Prati che anticipava di netto le prese di posizione negative di
F. De Sanctis e G. Carducci sul poeta trentino) e prose umoristiche: tra
l'altro, condusse una battaglia contro la pittura accademica convergendo sulle
posizioni dei macchiaioli, i cui più importanti esponenti (T. Signorini, A.
Tricca, S. Ussi) incontrava e frequentava al caffè Michelangiolo. Il tutto
"con uno stile rapido e di presa immediata, che si segnala per il valore e
la modernità del linguaggio" (Marcheschi, in C. Collodi, Opere).
Contemporaneamente, fondò e diresse il periodico teatrale Lo Scaramuccia, per
il quale aveva reclutato collaboratori di livello, tra cui P. Fanfani e il
giovane P. Ferrigni (Coccoluto Ferrigni), poi famoso con lo pseudonimo di
Yorick. Ormai dedito a tempo pieno alla sua attività di pubblicista e
scrittore, estese il raggio delle sue collaborazioni giornalistiche a periodici
quali Lo Spettatore (cui collaboravano, tra gli altri, G. Giusti, N. Tommaseo e
R. Bonghi) e al giornale umoristico La Lente, in cui per la prima volta usò lo
pseudonimo di Collodi (nell'articolo Coda al programma della Lente).
Il L. coltivava anche ambizioni di scrittore teatrale e compose il dramma
in due atti Gli amici di casa ispirato a un episodio reale e in cui si
ritrovano evidenti influssi del romanzo Beppe Arpia di P. Emiliani Giudici:
tentò invano di farlo rappresentare, ma il testo fu bloccato dalla censura,
cosicché più tardi poté pubblicarlo (Firenze), ma non riuscì a farlo mettere in
scena. Pubblica Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica,
nato come opuscolo-guida per viaggiatori in occasione dell'inaugurazione della
ferrovia Leopolda, che collegava appunto Firenze a Livorno. In esso il L.
contaminava e stravolgeva, tentando un'inedita forma di giornalismo umoristico
ispirato al modello di L. Sterne (cfr. Marcheschi, in C. Collodi, Opere), il
genere "popolare" del romanzo e quello "borghese" della
guida di viaggio. Così la narrazione romanzesca, che procede in modo
parodisticamente caotico e con l'intreccio ingarbugliato della narrativa
d'appendice, è inframmezzata da divagazioni con informazioni utili o curiose
per il viaggiatore sulle diverse località toccate dalla ferrovia.
Confortato dal buon esito di critica e pubblico del Romanzo in vapore, il L. si
dedicò alla stesura di un'altra opera romanzesca di carattere parodistico, I
misteri di Firenze. Scene sociali, che uscì a dispense dall'ottobre 1857,
preannunciata dalla stampa sin da maggio ed elogiata per lo stile vivace e
spontaneo. Il romanzo, che restò (forse intenzionalmente) interrotto al primo
volume, intendeva essere sin dal titolo parodia della narrativa d'appendice
alla E. Sue (I misteri di Parigi), ma si risolve, senza il consolante lieto
fine del romanzo popolare, in un'amara critica della società fiorentina, moralmente
e politicamente decaduta, condotta con uno stile fortemente espressivo e
satirico, con esiti non di rado farseschi e surreali. Durante la stesura
di queste opere, il L. proseguì incessantemente la sua intensa attività di
pubblicista e di operatore teatrale. Assunse l'incarico di segretario della
compagnia teatrale Romandiolo-Picena fondata da G. Servadio, facendo la spola
nei mesi successivi tra Ancona, Bologna e Firenze e intrecciando una breve e
tormentata relazione amorosa con il mezzosoprano Giulia De Filippi Sanchioli.
Conclusa la sua attività di segretario della Romandiolo-Picena, tornò per breve
tempo a Firenze, da dove ripartì improvvisamente (forse in seguito a un'altra
infelice relazione amorosa) la primavera successiva, spostandosi tra Milano e
Torino come critico del periodico L'Italia musicale. Nella capitale
sabauda si arruolò nell'esercito piemontese e partecipò come soldato semplice
alla guerra. Dopo l'umiliante armistizio di Villafranca, alla fine di agosto fu
posto in congedo e ritornò a Firenze. Qui, amareggiato e depresso, iniziò a
collaborare come "cronista settimanale" al giornale La Nazione,
diretto dall'amico A. D'Ancona, espressione del gruppo moderato che faceva capo
a B. Ricasoli. E proprio dalla cerchia di Ricasoli, tramite C. Bianchi, gli
venne chiesto di scrivere una replica all'opuscolo La politica napoleonica e
quella del governo toscano del conservatore federalista e neoguelfo E. Albèri,
uscito (con la falsa indicazione di Parigi, in realtà a Firenze) ai primi di
dicembre del 1859. In esso, con un violento attacco contro i toscani
filopiemontesi, i plebisciti e il partito unitario, si propugnava l'istituzione
di un Regno dell'Italia centrale, da assegnare, secondo il desiderio di
Napoleone III, a Gerolamo Bonaparte. Il L. rispose con l'ironico e brioso Il
sig. Albèri ha ragione!( Dialogo apologetico (scritto a Collodi e pubblicato a
Firenze alla fine di dicembre), in cui, fingendo di schierarsi dalla parte del
professore bonapartista, ne ridicolizzava la proposta politica, sottolineando
come sull'ipotesi dell'annessione convergesse la volontà prevalente dei
Toscani. Nel febbraio del 1860, per interessamento del marchese Ginori e
di Ricasoli, ricevette la nomina per il modesto ruolo di commesso aggregato
della commissione di censura teatrale; in marzo condusse dalle colonne de La
Nazione un'accesa campagna in sostegno dei plebisciti annessionistici. Nei mesi
successivi si imbarcò nell'impresa della riesumazione del quotidiano umoristico
Il Lampione, di cui era insieme fondatore, compilatore e direttore (mentre il
fratello Paolo ne era l'amministratore) e che, presentandosi come prosecuzione
del giornale interrotto, intendeva incarnare ed esprimere l'evoluzione (non
solo del L.) dal repubblicanesimo quarantottesco al successivo e più maturo
lealismo annessionistico. A questa amara e disillusa evoluzione politica
corrispondeva del resto l'insoddisfazione personale per la sua posizione
lavorativa, ormai stabile ma modesta e non amata. Ai doveri del suo ufficio il
L. si dedicò sempre senza entusiasmo, anche quando, nel 1864, ebbe la nomina a
segretario di seconda classe nell'amministrazione provinciale di Firenze e poi,
nel 1874, quella a segretario di prima classe: appena poté chiese e ottenne di
essere collocato a riposo. Le non onerose incombenze del suo
impiego, pertanto, non gli impedirono di occuparsi con crescente intensità
delle sue molteplici attività di pubblicista, scrittore teatrale e, infine, di
cultore di cose di lingua. Così, nel novembre 1860, recandosi a Milano per
contattare Tenca e il gruppo del periodico Il Crepuscolo, fu cooptato come
segretario aggiunto nella Commissione promotrice del Panteon italiano, cui era
collegato il progetto di un'edizione nazionale delle opere di Dante. Pubblica
l'opuscolo La Manifattura delle porcellane di Doccia, steso (probabilmente per
iniziativa del fratello Paolo, direttore della fabbrica Ginori) come guida
storica e illustrativa dell'industria dei marchesi Ginori in occasione
dell'Esposizione italiana che si tenne quell'anno a Firenze. L'opuscolo del L.,
che ripercorreva abbastanza fedelmente la linea espositiva di un analogo
volumetto compilato ancora da Albèri circa vent'anni prima, era anche un
"elogio della politica illuminata dei marchesi Carlo ("l'Owen della
Toscana") e Lorenzo, per migliorare le condizioni di vita dei propri
operai" (Marcheschi, in C. Collodi, Opere). Ne Il Lampione, apparve
la commedia Gli estremi si toccano, in seguito ampliata con il titolo La
coscienza e l'impiego, amara satira politica contro l'eterno trasformismo, e in
novembre poté finalmente far rappresentare il dramma Gli amici di casa, rielaborato
sul modello delle opere di V. Sardou in forma di commedia in tre atti:
l'accoglienza della critica fu tiepida, ma unanime consenso ricevette la
vivacità linguistica del testo. Al teatro il L. continuò a dedicarsi per
tutto il decennio successivo sia per dovere d'ufficio (fa parte della Società
d'incoraggiamento teatrale e nella Gazzetta d'Italia apparve un suo importante
articolo tecnico sulla Censura teatrale in Italia) sia come critico e in
qualità di autore. Pubblica a Firenze la commedia in tre atti L'onore del
marito, rappresentata per la prima volta al teatro Niccolini, rivolta non tanto
alla condanna dell'adulterio quanto a sottolineare la vitalità della borghesia
attiva rispetto all'infiacchita e oziosa aristocrazia italiana. In quel periodo
attese anche alla stesura della commedia in quattro atti Antonietta
Buontalenti, che non risulta essere stata rappresentata; risale inoltre la
composizione della commedia in due atti I ragazzi grandi, rappresentata con
scarso successo a Firenze nell'agosto dell'anno successivo. Subito trascritta
in forma di racconto lungo (o romanzo breve), fu pubblicata a puntate nel
Fanfulla con il significativo sottotitolo Bozzetti e studi dal vero. Con esso
per un verso si indicava il registro di spietata lucidità con cui erano
ritratti i protagonisti, viziati dall'ozio, dall'agiatezza e dall'opportunismo
politico; per l'altro si chiariva come il "vero" che si prefiggeva
L., più che quello del naturalismo letterario, era quello nitido, rapidamente
tratteggiato e nettamente chiaroscurato en plein air della contemporanea
pittura toscana. Del resto, anche nell'intensa attività giornalistica
esercitata dal L. nel quindicennio che va dall'Unità, in particolare in La
Nazione, La Gazzetta del popolo e nel Fanfulla, la sua attenzione di notista
politico e di osservatore e commentatore di costume andò concentrandosi, con
toni progressivamente amari e disillusi, sull'esame dei problemi, dei conflitti
e degli scandali dell'Italia appena unificata, con attacchi sempre più ironici
e velenosi contro personaggi e provvedimenti politici (come M. Coppino e la sua
legge sull'istruzione elementare, Q. Sella e la tassa sul macinato, il corso
forzoso e la politica fiscale dei governi della Destra) e soprattutto contro
tipi, costumi e mentalità dominanti, fino all'acme paradossale e sferzante
della Delenda Toscana, sarcastica lettera aperta a M. Minghetti, pubblicata il
30 genn. 1876 nel Fanfulla. Qui, in risposta alla ventata antitoscana
successiva alla polemica sul privilegiato esercizio delle ferrovie, era esposta
la paradossale e sferzante proposta di sopprimere la Toscana stessa,
cancellandola dalla carta geografica del Regno d'Italia. A questa oltranza
polemica, pagata peraltro cara dall'impiegato L., diffidato, in quanto
dipendente del ministero degli Interni, da G. Nicotera e da F. Crispi dal
pubblicare articoli politici, seguì un deciso cambiamento di attività e di
orizzonti. In primo luogo, al giornalismo etico-politico militante
subentrò una fase in cui L. si dedicò al riordino e alla pubblicazione in
volume del meglio della propria produzione pubblicistica (racconti e cronache)
nelle raccolte, dai titoli programmaticamente eloquenti, Macchiette (Milano) e
Occhi e nasi. Ricordi dal vero (Firenze). In esse riunì, senza alcuna
revisione, semplicemente legate con il "filo di refe", come avvertiva
non senza autoironica civetteria nella prefazione di Macchiette, le prove più
tipiche della prosa giornalistica, caratterizzate da "sapienti scorciature
e tagli narrativi" (Asor Rosa) a formare un antinaturalistico ritratto
"alla macchia" dell'Italia contemporanea, schizzato, cioè, "dal
vero" non a "figurine intere" ma con i tratti essenziali dei
"profili", gli occhi e i nasi (prefazione a Occhi e nasi).
Inoltre, si fece più consapevole la sua attenzione, sempre così acuta, ai
fatti di lingua, e tale senso nativo della lingua venne precisandosi in una più
chiara adesione al fiorentino vivo di tono medio. Proprio per questo ènominato
dal ministro E. Broglio membro straordinario della giunta per la compilazione
del vocabolario dell'uso fiorentino, impresa alla quale, peraltro, dette scarso
contributo. L. si indirizzò, dapprima casualmente e occasionalmente, poi
con impegno, assiduità e adesione personale sempre più convinti, verso la
letteratura per l'infanzia. Questa gli offriva un terreno di illimitata libertà
fantastica in cui superare la grigia realtà del presente e insieme la
possibilità di una sua piena partecipazione al clima "fortemente
pedagogizzante" del "mondo morale e intellettuale del tempo",
dominato da un "bisogno incoercibile di guardare al di sotto della
superficie" delle cose (Asor Rosa), dal quale prendevano le mosse i due
diversi ma in fondo convergenti filoni della letteratura verista e della
letteratura moralistica e normativa alla De Amicis. L'occasione per quella
svolta fu offerta al L. dalla dinamica casa editrice fiorentina dei fratelli
Paggi, all'avanguardia nel fiorente mercato dell'editoria scolastica, che gli
propose di tradurre i Contes e le Histoires di Ch. Perrault, nonché le favole
della Contessa di Aulnoy e di Jeanne-Marie Le Prince de Beaumont. La versione,
condotta dal L. con leggere variazioni rispetto agli originali e con stile
piano ed elegantissimo, uscì l'anno seguente con il titolo Racconti delle fate
e le illustrazioni di E. Mazzanti. Da allora, pur riprendendo la
collaborazione al Fanfulla e continuando la sua attività di critico teatrale,
il L. si mosse quasi esclusivamente nel campo della letteratura scolastica e
per ragazzi. Così, sempre presso Paggi pubblicò con discreto esito i due libri
di lettura Giannettino, che sin nel titolo riprendeva il fortunato romanzo
pedagogico Giannetto di L.A. Parravicini, e Minuzzolo: entrambi erano storie di
bambini discoli o svogliati, ricondotti alla scuola e alla normalità dalle
famiglie e da esperienze che li inducevano a riflettere (lo schema è già quello
di Pinocchio, ma le peripezie dei due protagonisti si svolgono sullo sfondo
della Firenze contemporanea). Ormai accreditato tra i più ricercati
autori di libri scolastici e per l'infanzia, il L. (che per le sue opere
pedagogiche ottenne nel 1878 la nomina a cavaliere della Corona d'Italia e
ricevette da Conti, assessore alla cultura del Comune di Firenze, l'incarico di
compilare i libri di testo per le scuole fiorentine) si dedicò con insolita
metodicità alla compilazione di una lunga serie di opere che configuravano una
sezione autonoma, personale e sistematica, all'interno della "Biblioteca
scolastica" della casa editrice Paggi. Nacque così, tra l'altro, una serie
di volumi imperniati sulla figura di Giannettino: il Viaggio per l'Italia di
Giannettino: Italia superiore, seguito nel 1883 dal secondo volume dedicato
all'Italia centrale e nel 1886 dal terzo, sull'Italia meridionale; La
grammatica di Giannettino; L'abbaco di Giannettino(1884); La geografia di
Giannettino; fino a La lanterna magica di Giannettino. Con la loro formula
innovativa questi testi costituirono una novità ben accolta dal mondo
scolastico, ma non sempre apprezzata dai vertici più austeri e arcigni del
ministero della Pubblica Istruzione (cfr. Raicich): le diverse discipline,
infatti, erano esposte in forma decisamente scherzosa e discorsiva, spesso
apertamente dialogica nell'intento di alleggerire la finalità didascalica del
testo e rendere l'apprendimento il più possibile piacevole e
"naturale". Al centro di tale intensa attività vanno inquadrate
la nascita e la complessa vicenda redazionale ed editoriale de Le avventure di
Pinocchio. Il libro nacque per le insistenze di G. Biagi, vecchio amico del L.,
che lo voleva tra i collaboratori del periodico Il Giornale per i bambini di
cui era animatore e che era stato fondato da Martini con l'ambizione di
rinnovare la letteratura infantile italiana. L., ormai stanco e disilluso,
rispose controvoglia inviando all'amico i primi tre capitoli di un testo
intitolato La storia di un burattino (dallo stesso L. definito, con la consueta
autoironia, "una bambinata"), pubblicati nei numeri di luglio del
Giornale. I capitoli successivi apparvero nei numeri dal 4 agosto al 27
ottobre: la vicenda si concludeva al capitolo XV con l'impiccagione e la
presunta morte del burattino. Forse per le insistenze di Biagi e certo per il
successo riscosso dalla storia, il L., dopo molti dinieghi, si decise a
proseguire la narrazione, il cui seguito, con il titolo ormai definitivo di Le
avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, iniziò a essere pubblicato (dal
cap. XVI). La pubblicazione proseguì a ritmo irregolare. Velocissima è la
pubblicazione in volume, che uscì nel febbraio successivo presso Paggi, con le
illustrazioni, di nuovo, di Mazzanti; sempre presso Paggi apparvero, e andarono
presto esaurite, una seconda edizione nel 1886 (lo stesso anno in cui Amicis
pubblica Cuore), una terza di cui non restano esemplari, e una quarta. L'ultima
edizione uscita vivente l'autore fu quella pubblicata nel 1890 presso R.
Bemporad et figlio concessionari della Libreria Paggi. Non è sicuro che il L.
abbia rivisto personalmente tutte queste edizioni, che pure furono stampate con
il suo consenso; è certo, però, che nel corso delle varie ristampe il testo fu
alterato da refusi e banalizzazioni. Se ci si limita alle sole
circostanze esterne della composizione e della pubblicazione di Pinocchio,
dunque, può risultare fondata la qualifica di "capolavoro scritto per
caso" risalente a P. Pancrazi. In essa, oltretutto, è cristallizzata in
un'efficace formula critica la constatazione che la straordinaria qualità
espressiva della "bambinata" ha finito per mettere in ombra il resto
dell'intensa carriera letteraria e giornalistica del L., il quale, se non
avesse scritto il suo capolavoro, sarebbe comunque restato, al di là delle sue
ambizioni teatrali, uno dei protagonisti della narrativa umoristica e
soprattutto del giornalismo della seconda metà dell'Ottocento. In
realtà, nell'archetipica polisemia della fiaba e con l'enigmatica perspicuità
del capolavoro, in Pinocchio convergevano, in una struttura insieme
profondamente coesa, traballante e sfuggente, tutte le componenti e le
esperienze della vita e della carriera letteraria del L.: dalla sua lunga
militanza come scrittore satirico e bozzettista (trasfusa nelle numerose figure
e figurine che animano l'universo del burattino), alla sua intensa attività di
autore di testi scolastici (da cui deriva il registro scherzoso e colloquiale
con cui è condotta la narrazione), alla sua ricerca di una lingua non
letteraria e mediana, che trova piena realizzazione nel toscano
"vivo" in cui la celebre fiaba è narrata. Di tutto ciò non si
accorsero né i contemporanei, che decretarono a Le avventure di Pinocchio un
successo crescente ma circoscritto all'esiguo spazio della letteratura
infantile, mentre la fortuna editoriale della "bambinata" veniva
crescendo fino a farne il libro più letto e tradotto al mondo dopo la Bibbia,
né gli antesignani della critica collodiana (da P. Hazard, a Pancrazi, a B.
Croce, fino ad A. Savinio e A. Baldini), i quali, rivolti a indagare e
rivendicare Pinocchiocome capolavoro della letteratura mondiale, non si
curarono di ricostruirne i nessi con la vita e la carriera del suo
autore. Negli anni della composizione e pubblicazione di Pinocchio, il L.
proseguì la collaborazione al Fanfulla e assunse parte sempre più attiva nella
gestione del Giornale per i bambini, di cui divenne direttore e nel quale
pubblicò racconti e novelle quali Chi non ha coraggio vada alla guerra.
Proverbio in due parti, La festa di Natale e Pipì lo scimmiottino color di
rosa, quest'ultima confluita con altri racconti e memorie, tra cui il brioso
dialogo Dopo il teatro, nel volume Storie allegre pubblicato nel 1887, sempre
presso Paggi. L'anno prima era morta la madre, presso la quale il L.
ancora viveva, e per lui fu un colpo da cui non riuscì a riprendersi. Gli anni
successivi furono i più tristi e solitari della vita del L. che, già minato nel
fisico, venne sempre più chiudendosi in se stesso e isolandosi nel suo lavoro.
L. muore a Firenze improvvisamente. Dopo la sua morte, su incarico del
fratello Paolo, il grammatico e lessicografo purista G. Rigutini ordinò e
raccolse in due volumi (Note gaie e Divagazioni critico-umoristiche, editi
entrambi a Firenze) gran parte delle prose sparse del L., intervenendo con
arbitrarie correzioni e aggiunte ai testi. Rigutini e il fratello Paolo,
inoltre, passarono in rassegna la vasta raccolta delle sue carte, provvedendo a
distruggere quasi tutte le lettere (private o d'argomento politico) che
avrebbero potuto nuocere all'onorabilità del L. e di molti viventi, e
soprattutto molti inediti, al fine di salvaguardare "il buon nome del
Collodi scrittore" (cfr. Paolo Lorenzini [Collodi nipote]). Le non molte
carte sopravvissute furono donate dall'ultimo dei fratelli, Ippolito, alla
Biblioteca nazionale di Firenze. Fonti e Bibl.: Firenze, Biblioteca
nazionale, N.A., 754: Carte Lorenzini, cassette I, II, III; un altro nucleo di
carte è custodito presso l'archivio del Gruppo editoriale Giunti Bemporad
Marzocco di Firenze, erede della casa editrice Paggi (cfr. Minicucci, Tra
l'inedito e l'edito delle carte manoscritte di C. L., in Studi collodiani. Atti
del I Convegno internazionale, Pescia. Altri documenti sono presso
l'Autografoteca Bastogi della Biblioteca Labronica F.D. Guerrazzi di Livorno e
presso la Biblioteca nazionale di Roma. Infine, numerosi cimeli sono conservati
presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze (cfr. i cataloghi Collodi
giornalista e scrittore, a cura di R. Maini - P. Scapecchi, Firenze; Pinocchio
e pinocchiate nelle edizioni fiorentine della Marucelliana, a cura di R. Maini
- M. Zangheri, Firenze). Tra le testimonianze biografiche contemporanee,
i necrologi di E. Checchi e Yorick (rispettivamente nel Fanfulla della domenica
e nella Domenica fiorentina; i profili premessi dai curatori a due successive
edizioni delle Note gaie del L. (a cura di G. Rigutini, Firenze; a cura di I.
Cortona, Lorenzini); G. Biagi, Il babbo di "Pinocchio": C. Collodi,
in La Lettura, Martini, Confessioni e ricordi (Firenze granducale), I, Firenze;
inoltre Lorenzini, Collodi e Pinocchio, Firenze 1954; R. Bertacchini, Il padre
di Pinocchio. Vita e opere del Collodi, Milano, Traversetti, Introduzione a
Collodi, Roma-Bari; Cronologia, in C. Collodi, Opere, a cura di D. Marcheschi,
Milano. Manca un'edizione completa delle opere del L.: il progettato Tutto
Collodi, a cura di P. Pancrazi, è rimasto interrotto al primo volume (Firenze);
la più ampia raccolta attualmente disponibile è quella delle Opere, a cura di
D. Marcheschi, che nella Bibliografia delle opere di C. Collodi dà conto delle
numerose edizioni e ristampe dei testi giornalistici e delle opere minori
(narrative e teatrali) del L.: va inoltre ricordata la ristampa anastatica
della Grammatica di Giannettino, a cura di Geymonat, Firenze. De Le
avventure di Pinocchio si segnalano solo le edizioni di particolare rilievo: le
due edizioni critiche, la prima a cura di A. Camilli, Firenze 1946 (basata
sull'edizione Paggi del 1883); la seconda, a cura di O. Castellani Pollidori,
Pescia 1983 (fondata sull'edizione Bemporad, l'ultima rivista dall'autore -, ma
corredata delle varianti delle precedenti stampe e dei manoscritti
dell'autore); inoltre, le tre edizioni curate da F. Tempesti (tutte pubblicate
a Milano), corredate da un ampio commento e da ricchi apparati documentari;
infine, quella compresa nella raccolta di Opere, a cura di Marcheschi, con
ampio corredo di note. Tra le più recenti, quella (Torino 2002) con introd. di
S. Bartezzaghi e prefaz. di G. Jervis, e quella (Milano) con introd. di P.
Italia e prefaz. di V. Cerami. Per il resto si rinvia (anche per la letteratura
critica) alla Bibliografia Collodiana di L. Volpicelli (Pescia), da integrare
con la citata Bibliografia di D. Marcheschi, aggiornata,, alla consultazione
del catalogo della Biblioteca Collodiana e all'Archivio digitale degli articoli
su C. Collodi e Pinocchio (on-line su internet), gestiti dalla Fondazione
nazionale Carlo Collodi di Pescia. La storia degli studi critici sul L. in
gran parte contributi su Pinocchio) è ricostruita in due ampie panoramiche: Da
Collodi a L.: sulla fortuna critica di D. Marcheschi, in C. L. oltre l'ombra di
Collodi, cur. Viola e Rovigatti, Roma; Pinocchio. Breve storia della critica
collodiana di Bertacchini, in C. L.- Collodi nel centenario. Atti del Convegno,
Roma-Pescia Roma. Pertanto, diamo per esteso solo i riferimenti agli incunaboli
della critica collodiana richiamati nel testo: P. Hazard, La littérature
enfantine en Italie, in Revue des deux mondes, Pancrazi, Elogio di Pinocchio,
in Id., Venti uomini, un satiro e un burattino, Firenze Croce, Pinocchio, in
Id., La letteratura della Nuova Italia, V, Bari; Bargellini, La verità di
Pinocchio, Brescia Savinio, Collodi, in Id., Narrate uomini la vostra storia,
Milano Fazio Allmayer, Commento a Pinocchio, Firenze; Baldini, La ragion
politica di "Pinocchio, in Id., Fine Ottocento. Carducci, Pascoli,
D'Annunzio e minori, Firenze; Pancrazi, Capolavoro scritto per caso, in Id.,
Scrittori d'oggi, Segni del tempo. Inoltre, va ricordato l'impulso dato allo
studio della personalità e dell'opera del L. dalla Fondazione nazionale Carlo
Collodi, a Pescia, soprattutto con una lunga serie di congressi scientifici:
Studi collodiani. Atti del Convegno Pescia; Pinocchio oggi. Atti del Convegno
pedagogico, Pescia-Collodi, C'era una volta un pezzo di legno. Atti del
Convegno La simbologia di Pinocchio", Pescia Milano; Folkloristi italiani
del tempo del Collodi(, Pescia, cur. Clemente - M. Fresta, Montepulciano;
Pinocchio fra i burattini. Atti del Convegno internazionale, cur. Tempesti,
Firenze; Pinocchio sullo schermo e sulla scena. Atti del Convegno
internazionale, a cura di G. Flores d'Arcais, Firenze; Scrittura dell'uso al
tempo del Collodi cur. Tempesti, Firenze; Pinocchio nella pubblicità(, Pescia cur.
Bernacchi, Firenze; Sterne e Collodi. Atti della tavola rotonda, Lucca.
Per il centenario della morte del L. vanno ricordati il volume promosso dalla
Banca Toscana, C. Collodi, lo spazio delle meraviglie, a cura di R. Fedi, con
introduzione di L. Comencini e Suso Cecchi D'Amico, Firenze e le citate
pubblicazioni dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana a Roma: il catalogo C.
L. oltre l'ombra di Collodi; e gli atti del Convegno C. L.- Collodi nel
centenario. Tra gli studi dell'ultimo decennio: M. Raicich, Di grammatica
in retorica. Lingua scuola editoria nella Terza Italia, Roma; G. Cives,
Pinocchio tra realtà e sogno, in F. Cambi - G. Cives, Il bambino e la lettura.
Testi scolastici e libri per l'infanzia, Pisa, Giachery, Tre compari intorno a
un burattino, in Id., La letteratura come amicizia, Roma, Gómez del Manzano -
G. Janier Manica, Pinocchio in Spagna, Scandicci; A. Asor Rosa, Le avventure di
Pinocchio, in Id., Genus Italicum. Saggi sull'identità letteraria italiana nel
tempo, Torino, Citati, Il ritratto di "Pinocchio", in Id., Ritratti
di donne, Milano, Cives, Da "Pinocchio" a "Cuore": due
fortune molto diverse, in Scuola e città, Farnetti, I notturni di Pinocchio, in
Id., L'irruzione del vedere nel pensare. Saggi sul fantastico, Pasian di Prato
Gasparini, La corsa di Pinocchio, Milano Lanza, Lo stolto. Di Socrate,
Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune, Torino; Tempesti,
Pinocchio, in I luoghi della memoria: strutture ed eventi dell'Italia unita, a
cura di M. Isnenghi, Roma-Bari, Spinazzola, Pinocchio et C., Milano Toesca, La
filosofia di Pinocchio, ovvero l'Odissea di un ragazzo per bene con memoria di
burattino, in Forum Italicum, Pizzoli, Sul contributo di "Pinocchio"
alla fraseologia italiana, in Studi linguistici italiani, Randaccio, La "Legge
shandyana del nome" nei personaggi di C. Collodi, in Riv. italiana di
onomastica, Bertacchini, Collodi poeta di teatro, in Nuova Antologia, Biffi,
Alcuni interrogativi su Collodi e Pinocchio, in Studi cattolici; Campa, La
metafora dell'irrealtà: saggio su "Le avventure di Pinocchio", Lucca;
Sterne e Collodi, Lucca, testi di R. Bertacchini, D. Marcheschi, F. Tempesti, Guagnini,
Il "Romanzo in vapore" e la tradizione delle guide e della
letteratura di viaggio, in Id., Viaggi d'inchiostro. Note su viaggi e
letteratura in Italia, Udine, Iermano, Da Parravicini a Amicis: considerazioni
sulla letteratura per l'infanzia tra Risorgimento e Italia umbertina, in Studi
piemontesi, Carosi, Pinocchio. Un messaggio iniziatico, prefaz. di G. De
Turris, Roma; A. Gnocchi - M. Palmaro, Ipotesi su Pinocchio, Milano; Moret,
Pinocchio e le pinocchiate in Francia, in Levia gravia, Tamburini, Il cuore di
Collodi e quello di De Amicis, in Studi piemontesi, Villoresi, La letteratura
poliziesca e del mistero ambientata a Firenze. Contributo per un itinerario di
ricerca, in Archivi del nuovo, Lavizzari, Della disubbidienza in Pinocchio, in
Nuovi Argomenti, Geymonat, Una
grammatica di buon senso, in Collodi, La grammatica di Giannettino, cur.
Geymonat, Firenze; Marello, La dubbia efficacia del paternalismo induttivo, i Castellani
Pollidori, In riva al fiume della lingua. Studi di linguistica e filologia,
Roma, ad ind.; Il giro di Pinocchio in due giornate. Convegno internazionale di
studi, Pisa. Proietti. Ho intervistato G. presso la sua casa di Roma. Pochi
mesi prima avevo deciso, insieme al mio relatore Amoroso, di scrivere un saggio
i sull’estetica di G.. G., molto gentilmente, non solo ha concesso l’intervista
ma l’ha rivista e mi ha fornito indicazioni importanti per la stesura della
tesi. G., nei suoi testi c'è stato un progressivo spostamento di interesse
dalla semiotica all'estetica, in che modo lo descriverebbe? Come lo motiva? Io
mi sono occupato molto prima di estetica che di SEMIOTICA. Ma quando ho
cominciato ad occuparmi di SEMIOTICA, l’interesse non e rivolto solo alle opere
d’arte, anche se l’occasione e questa. Perché mi sono occupato di SEMIOTICA?
Sono stato attratto anch’io nel vortice della MODA della SEMIOTICA. Ma forse ho
anche qualche motivo serio per farlo. Provengo dalla cultura estetica imperante
in Italia, di tipo crociano, dove l’arte viene riportata all’intuizione, e non
si dice quasi nulla di più. Non si sa in alcun modo come l’estrinsecazione di
questa intuizione si strutturi e sia analizzabile. Lo stesso Croce nelle sue
opere critiche conduce analisi critiche vere e proprie in modo assai esiguo.
Poesia e non-poesia e quasi nient’altro. Anche i tentativi che sono fatti sulla
scia 2crociana nell’ambito di arti particolari, nell’architettura da parte di
Zevi, nella musica da parte d’altri e così via, servirono fino a un certo
punto, perché resta pur sempre quelle categoria fissa e indistinta
dell’intuizione. Tanto meno si puo sapere, come pure e nella mente di Croce, se
e quando un’opera d’arte e veramente un’opera d’arte, se si potesse distinguere
fra un’opera d’arte riuscita e un’opera d’arte non riuscita e quindi non più
opera d’arte. Appunto questo intuizionismo mi urta. Non a caso mi avvicinai in
un [Questa intervista nasce dunque come appendice al saggio di Ferrari,
Estetica e FILOSOFIA in G, Pisa. Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi,
Torino] primo momento a Volpe, citato già nel mio saggio e ampiamente discusso
insieme al pensiero di Anceschi, di Formaggio e di molti altri. Perché Volpe?
Perché in lui c’e l’esigenza di riportare l’opera d’arte a un uso specifico del
LINGUAGGIO. In VOLPE insomma l’opera si presenta come analizzabile, ed
effettivamente Volpe conduce ANALISI SEMANTICHE, piacciano o no, più che
analisi sorvolanti sulla mera forma. Tali analisi semantiche si occupano
inoltre anche di varie arti non linguistiche. L’appendice alla Critica del
gusto, che riprende il tema del Laocoonte lessinghiano, contiene infatti
riferimenti, per esempio, alla pittura, e non è un caso che al proposito si
citi Brandi, che non e mai un semiotico, anzi e un accanito ANTI-semiotico, e
tuttavia pone le basi di un’autentica analisi dell’opera d’arte. Tra parentesi:
io apprezzo tuttora moltissimo Brandi, che ho sempre letto. Insomma: mi
interessa di poter disporre di una teoria che permettesse di analizzare, sì, la
struttura delle opere, ma anche la loro struttura COMUNICATIVA. Ero tuttavia
contrario al modo semplicistico allora adottato frequentemente, di prendere
pezzi materiali di opere e classificarli come SEGNI (per esempio, nell’architettura, «capitello»,
«colonna», «base», e così via), e ho tentato invece un’impresa molto più
difficile e in qualche modo più fine, che però si dimostra anch’essa
fallimentare o piuttosto inutilizzabile. Mi sforzo cioè di produrre una
semiotica formale mediante operazioni analoghe a quelle che si conducono sul
linguaggio, dove appunto si arriva a unità formali, non materiali. Monemi e
fonemi, per esempio, non sono pezzetti di frase, ma unità formali costitutive della
sequenza linguistica. Volevo ottenere insomma una autentica leggibilità
dell’opera, non puramente retorica, ma aderente alla sua costituzione. Non
pretendo, certo, di arrivare attraverso l’analisi di un’opera a giustificare la
sua bellezza o non bellezza, il giudizio estetico è un'altra cosa, volevo solo
analizzare e capire l’oggetto, che poteva poi essere opera d’arte o altre cose,
anche non opere d’arte, anche oggetti comuni. Ho intrapreso dunque questa
impresa assai ardua, ma a un certo punto mi sono accorto che quel lavoro puo
forse essere interessante come mero esperimento, ma non porta a niente. In
realtà non porta a niente né la semiotica materiale di tanti altri, né la mia
semiotica formale. Ho avuto una vera e propria crisi teorica dopo aver scritto
Progetto di semiotica, saggio semioticamente troppo ambizioso. La crisi si
risolse con Ricognizione della semiotica, che è una dichiarazione di abbandono
sostanziale della semiotica e un’apertura più decisa, anche se già più che
affiorante nei saggi precedenti, verso altri orientamenti. Una precisazione
importante. Mi sono distaccato dagli studi di semiotica sulla base di un
accorgimento ancora più fondamentale, vale a dire: tento di utilizzare
opportunamente gli strumenti linguistici anche per i linguaggi non verbali e di
arrivare a soluzioni non ovviamente identiche, ma ANALOGHE, nella definizione
del loro codice, e mi sono accorto a un certo punto che neanche il codice
linguistico è un vero e proprio codice. C’è, sì, una parte codificata,
fonematica, monematica e grammaticale. Ma, nell’uso, poi, il linguaggio è
creativo, continuamente si amplia, muta, e così via. E mi sono convinto che
sarebbe stato assurdo pretendere qualcosa di [ G., La crisi semantica delle
arti, Officina Edizioni, Roma. Volpe, Critica del gusto, Feltrinelli, Milano. G.,
Progetto di semiotica. Messaggi artistici e linguaggi non-verbali, Problemi
teorici e applicativi, Laterza, Bari. G., Ricognizione della semiotica. Tre
lezioni di, Officina Edizioni, Roma] più da linguaggi chiaramente ancora meno
codificati, come per esempio il presunto linguaggio figurativo. Mi ha
allontanato dalla semiotica, inoltre, l’approfondimento della filosofia di
Kant. Naturalmente, mi ero da sempre occupato di Kant e in particolare della
terza Critica, e ho tenuto sull’argomento vari corsi di lezioni. E via via che
ando maturando una mia interpretazione di Kant, essa e sempre più in collisione
con una prospettiva semiotica. Non che le opere non siano analizzabili, ma sono
analizzabili con strumenti diversi, non con strumenti propriamente semiotici.
Ma questo è un altro discorso. Come reputa di inserirsi nella tradizione
kantiana in Italia? Quali sono stati e sono i suoi riferimenti imprescindibili
in essa, e come ritiene di averli rielaborati? Chi sono stati e sono i suoi
interlocutori privilegiati? Il riferimento più significativo è SCAVARELLI.
Scaravelli dà un’interpretazione fulminante della terza Critica, mettendo in
evidenza cose che non sono mai state viste, e che invece, dopo aver letto
Scaravelli, risultano addirittura ovvie. Debbo citare anche un autore, un po’
più antico, che pure dice cose molto interessanti: BARATONO, che
sostanzialmente interpreta il principio estetico della facoltà di giudizio come
un principio per la possibilità dell’esperienza particolare della natura e
quindi della scienza. È insomma una parziale anticipazione di Scaravelli. Un
ultimo riferimento notevole è MATHIEU, che è giunto a risultati analoghi nei
riguardi del cosiddetto Opus postumum. Questi sono i miei più importanti
riferimenti. Tutti italiani? Naturalmente ho letto e apprezzato anche molte
opere di studiosi non italiani, da Cassirer a De Vleeschauwer, da Hinske a
Guyer, e così via. Ma sa che cosa si dice, scherzando, ma fino a un certo
punto, in Germania, proprio nell’ambiente di Hinske?, che gli studi kantiani si
sono ormai trasferiti in Italia. I miei interlocutori... non è che io abbia
tanti interlocutori. Insomma: molti che si occupano di Kant non si occupano
molto di me, e io non mi occupo molto di loro. Alcuni interlocutori, sì, li ho,
e ottimi. Per esempio MARUCCI, con cui ho avuto anche una corrispondenza che,
come lei sa, è stata pubblicata, mi pare, in «Studi di estetica». Con Marcucci
sono in ottimi rapporti, abbiamo sempre scambiato idee, mi manda i suoi saggi e
io gli mando i miei. Insomma discutiamo, anche se non siamo sempre d’accordo,
soprattutto sul punto fondamentale dell’interpretazione del principio estetico
della facoltà di giudizio. Ma spesso è più [Le considerazioni più rilevanti
sulla terza Critica sono in: Scaravelli, Osservazioni sulla Critica del
Giudizio, poi in Scaravelli, Scritti kantiani, La Nuova Italia, Firenze. Cfr.
Baratono, Il pensiero come attività estetica. Introduzione alla Critica del
Giudizio, Logos. Mathieu, La filosofia trascendentale e l’Opus postumum di
Kant, Edizioni di «Filosofia», Torino; Kant, Opus postumum, a cura di Mathieu,
Zanichelli, Bologna. G., Marcucci, Lettere kantiane, Studi di estetica] proficuo
non essere d’accordo, che l’esserlo. E ancora: Amoroso. Con Amoroso ho
scambiato idee, ho letto il suo saggio su Kant che apprezzo molto. Per esempio,
ci siamo visti in occasione di un seminario kantiano a Palermo, e abbiamo
parlato a lungo. E ancora Makkreel, che ho conosciuto a Salle, e Rocca, che mi
interessa molto. A proposito di Salle, proprio lì Amoroso ed io scoprimmo,
chiacchierando insieme, non senza stupore e forse con un po’ di disappunto, che
stavamo entrambi traducendo la terza Critica, rispettivamente: Critica della
capacità di giudizio e Critica della facoltà di giudizio. Ma dovrei ricordare
alcuni dei miei allievi, con cui sono molto legato e con cui c’è sempre stato
uno scambio molto forte su problemi kantiani: Giacomo, Montani, Catucci,
Velotti, che ha scritto un bel saggio che si occupa largamente di Kant,
recentemente edito da Laterza. E soprattutto Hohenegger, con il quale ho
lavorato insieme nella traduzione della terza Critica, edita da Einaudi, e
nella stesura della relativa Introduzione. E altri ancora. Rocca è un caso per
me leggermente, come dire?, angustiante, perché è un ottimo studioso ed è per
fortuna d’accordo con me su molti punti, abbiamo anche parlato insieme oltre
che scritto reciprocamente uno dell’altro, però non accetta, al pari di
Marcucci, la mia interpretazione del principio estetico come il principio
stesso della facoltà del giudizio. Eppure Kant dice, mi pare più volte e
chiaramente in tutto il testo, che quello è l’unico principio costitutivo della
facoltà di giudizio, mentre il principio teleologico è soltanto derivato da
quello. Il caso di Rocca è in un certo senso l’inverso del caso di DESIDERI,
che è senza dubbio, anche lui, un studioso bravo, interessante, forse un po’
complicato qualche volta, ma bravo. Perché inverso? Perché recentemente è
uscito un suo saggio, in cui lui riprende in sostanza la mia interpretazione,
che a lui sta bene, al contrario di Rocca. Ebbene, [ Cfr. G., Estetica ed
epistemologia. Riflessioni sulla “Critica del Giudizio” di Kant, Bulzoni, Roma,
con una Premessa dell’autore: Unicopli, Milano); Marcucci, Epistemologia ed
estetica in Kant, Physis. Amoroso, Senso
e consenso. Uno studio kantiano, Guida, Napoli, Seminario promosso dal Centro
Internazionale Studi di Estetica e svoltosi a Palermo, Grand Hotel des Palmes,
Tema del convegno: Baumgarten e gli orizzonti dell’estetica; contemporaneamente
all’uscita di Baumgarten, Lezioni di estetica, a cura di Tedesco, Aesthetica,
Palermo, Hanno introdotto la discussione Amoroso, Ferraris, G., Russo.
Partecipanti: Carbone, Carchia, Angelo, Giacomo, Diodato, Ferrario, Goldoni,
Griffero, Kobau, Lombardo, Mattioli, Mazzocut-Mis, Montani, Pimpinella, Pizzo Russo, Salizzoni, Tedesco,
Tomasi, e Velotti. La relazione di G. e altre relazioni e comunicazioni sono
state poi pubblicate in «Aesthetica Preprint». A Cerisy si svolgono le attività
del Centre Culturel International cerisy.asso.fr). Il Colloquio su L’Esthétique
de Kant si svolse. Gli atti sono stati poi pubblicati in Kants Ästhetik, hrsg.
H. Parret, Walter de Gruyter, Berlin. Kant, Critica della capacità di giudizio,
a cura di Amoroso, BUR, Milano. Kant, Critica della facoltà di giudizio, a cura
di G. e Hohenegger, Einaudi, Torino; Velotti, Storia filosofica dell’ignoranza,
Laterza, Roma-Bari; Rocca, Soggetto e mondo. Studi su Kant, Marsilio, Venezia; Desideri, Il passaggio estetico. Saggi
kantiani, Il Melangolo, Genova] curiosamente non ho mai avuto rapporti
personali con lui, al contrario di La Rocca, se non di sfuggita in concorsi o
cose del genere. E per di più Desideri scrive all’inizio del suo ultimo saggio
che questa idea gli è venuta leggendo una serie di saggi, fra cui il mio, ma
anche quelli di altri che negano recisamente questa tesi. Non capisco bene il
perché. In ogni caso posso dire che con Desideri sono idealmente» in rapporti
di discussione. Più volte Lei fa riferimento alla problematicità di una storia
dell'estetica. In Estetica. Uno sguardo-attraverso si prendono in
considerazione Burke e Batteux oltre a, naturalmente, Kant. Inoltre lì, e per
un certo verso anche in Senso e paradosso, si argomenta intorno alla
possibilità di una rilettura motivata di testi definibili come estetici,
rilettura nella prospettiva del senso che è a Lei propria. Come ritiene quindi
fattibile una storia dell'estetica? E con quali limiti? Non ho mai scritto una STORIA
DELL’ESTETICA (Grice: “Bosanquet, a minor, has!”), né mi è mai venuto in mente
di farlo, e ormai non la scriverò neppure in futuro. Però cominciano a uscire
dei lavori interessanti, cioè esempi di una storia dell’estetica calibrata in
modo diverso rispetto a quello tradizionale: una storia dell’estetica che non
presume di trovare un’estetica dappertutto, tale e quale, così come si è
costituita nel secolo XVIII. Si è ormai consci che si debbono fare distinzioni
opportune. L’oggetto stesso della cosiddetta riflessione estetica, in senso
molto lato, è diverso nei vari tempi, non è affatto identico a quello che noi
chiamiamo opera d’arte bella, una categoria nata storicamente in un certo
tempo. Ci sono, come dico spesso nei miei saggi, somiglianze, identità
parziali, ma anche differenze, talvolta molto forti, tra i vari oggetti sui
quali si esercita la cosiddetta riflessione estetica. Questo significa che non
si può scrivere una storia dell’estetica come storia di una disciplina e che
però si può forse delineare un panorama di tutti quei fenomeni che, in qualche modo,
hanno analogie con ciò che noi, poi, abbiamo chiamato opere d’arte bella e che
richiedono parimenti un principio non intellettuale. Su questa base è nata una
subcollanina laterziana di Cultura Moderna, da me diretta, dedicata ai problemi
dell’estetica e dell’altro dall’estetica, dove sono usciti alcuni ottimi saggi,
per esempio quello di Angelo sull’estetica della natura e dell’ambiente. Dunque,
estetica fino a un certo punto, che non si occupa di opere d’arte, ma di
oggetti diversi che possono essere sottoposti a giudizi di tipo diverso, che
non sono sempre, o quasi mai, puramente estetici, ma coinvolgono altri aspetti
della nostra esperienza. E’ uscito poi un saggio di Guastini sull’estetica ANTICA,
particolarmente interessante, perché riesce a chiarirla senza mai dimenticare
che la LA FILOSOFIA ANTICA non possiede una vera e propria estetica, non solo
perché non sia sanzionata come disciplina, ma perché i suoi [G., Estetica. Uno
sguardo-attraverso, Garzanti, Milano; G., Senso e paradosso. L’estetica
filosofia non speciale, Laterza, Roma-Bari; La serie di Laterza si chiama:
«Temi per l’estetica» ed appartiene alla collana Biblioteca di cultura moderna;
Angelo, Estetica della natura. Bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale,
Laterza, Roma-Bari] problemi erano alquanto diversi. Ebbene, in quel saggio si
vedono bene, come le dicevo, e differenze e analogie. Insomma: questo è appunto
un modo di fare storia dell’estetica senza pretendere di fare la storia di una
disciplina, ma piuttosto la storia di un qualcosa di cangiante che circola
nella riflessione e che tuttavia richiede una qualche condizione comune,
qualcosa come il principio soggettivo della facoltà di giudizio. E del resto io
stesso, il mio saggio, l’ho intitolato L’arte e l’altro dall’arte, con questa
precisa intenzione. Nei suoi più recenti saggi, Lei lamenta il fatto che l'arte
non riesca più ad essere esemplificatrice di una prospettiva di senso: essa
sarebbe solo una reduplicazione e sostituzione dell'esistente. In che modo
valuta questi cambiamenti? Ritiene inoltre che vi siano nell'arte propensioni
opposte a questa tendenza generale? Sull’arte ho poco da dire, ho poco da dire
perché... Guardi, io mi sono interessato moltissimo di arte e storia dell’arte,
occupandomi dell’arte antica e moderna, dai greci fino ai nostri giorni,
compresa l’avanguardia novecentesca. Mi sono avvicinato di più all’arte che si
sta facendo allora e ho scritto anche qualche saggio in onore di pittori che mi
interessavano. Ma questo interesse artistico è un po’ scemato col tempo.
Perché? Un po’ per mie traversie intellettuali, non sempre testimoniate in
saggi, che mi hanno portato su altre strade. Un po’ perché credo che il
giudizio che ho dato sull’arte attuale come riproposizione dell’esistente, con
l’aggiunta di trovate e trovatine più o meno lodevoli, sia abbastanza valido.
Io non so se esistano casi che facciano pensare il contrario, può darsi, non so
dirglielo. Fino adesso non ne ho incontrati... qualcosa di «carino», sì, una
invenzione che richiama l’attenzione... però tutto sommato mi pare che l’arte
nella sua generalità tenda precisamente a quella riproposizione dell’esistente,
attraverso i mezzi tecnologici oggi a disposizione. Le stesse installazioni,
per esempio, che pure sono qualche volta opere di grande interesse, sono spesso
la raccolta di oggetti trovati, ma con intenti diversissimi rispetto a
Duchamps, e richiamano sempre l’esistente tale e quale, o quasi. In effetti è
significativo che anche in quelle opere ci sia spessissimo un te- [Guastini,
Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità, Laterza, Roma-Bari; G.,
L’arte e l’altro dall’arte, Laterza, Roma-Bari; Pochi giorni dopo l’intervista,
G.mi ha inviato una e-mail con la bozza di quello che sarebbe stato davvero il
suo ultimo saggio: G., Immagine Linguaggio Figura. Osservazioni e ipotesi,
Laterza, Roma-Bari. Cfr. G., Relazione interna, relazione esterna e
combinazione delle arti, relazione presentata al Convegno della Biennale Lo
scambio delle arti, Venezia, poi in: G., L’arte e l’altro dall’arte, cit.; G.,
Senso e non-senso, conferenza letta a Coloquio Latino-americano de Estética y
de Critica di Buenos Aires e alla Facultad de Arquitectura Diseño y Urbanismo,
poi in: G., Osservazioni sul mentire e altre conferenze, Teda, Castrovillari; G.,
Crispolti, Greco, Biblioteca di Alternative Attuali, Roma; G., Arte mito e
utopia: 11 dipinti di Bice Lazzari, Tipografia Fonteiana, Roma; G., Il mito
negativo e la pittura di Vacchi, Officina, Roma; Benedetto, Amore Uno: 6
acqueforti, presentate da G., Il Torcoliere, Roma; Benedetto, Galleria d’arte
internazionale Due Mondi, Roma] levisore, quasi che si volesse richiamare
l’attenzione sulle comunicazioni di massa e sul fatto che quello che si mostra
è proprio quello che potremmo incontrare andando in una casa che non
conoscevamo. Naturalmente, non sto facendo previsioni per il futuro. Può darsi
che tutto cambi, basta che emerga una personalità di talento, che faccia del
nuovo diverso da quello che si fa adesso. Ma, a dire la verità, io non credo
molto alle capacità taumaturgiche dei singoli talenti. I talenti sono un fatto,
ma il loro emergere è condizionato dai tempi. E i nostri tempi sono tempi di
degradazione, inadatti a sollecitare i talenti potenziali. Insomma, se l’arte
mi pare giù di tono, non credo affatto che la colpa sia degl’artisti, ma
piuttosto dei nostri tempi disgraziati, che oppongono all’orrore ormai
quotidiano la contemplazione dell’esistente ridotto a immagine televisiva o
telematica. Un filosofo citato nei suoi testi (insieme ad Heidegger e
Wittgenstein) è Dewey. I riferimenti a Dewey, pur significativi, sono più
circoscritti rispetto a quelli nei confronti di Heidegger e Wittgenstein. Per
quale ragione? Quali sono le sue idee ed opinioni sull'autore di L'arte come
esperienza? Perché cito soprattutto Heidegger e Wittgenstein? Ognuno ha i suoi
filosofi preferiti. Oltre a tutto, come è stato detto da Verra, Wittgenstein e
Heidegger sono i due filosofi più importanti. Questo forse sarà un giudizio
estremo. Senza dubbio ce ne sono altri importanti, ma sicuramente questi sono
tra i pochi più importanti. Io trovo motivi di interesse per un certo verso più
in Wittgenstein che in Heidegger. Heidegger non lo accetto per molti aspetti,
ma certo ha intuizioni e riflessioni notevoli. In ogni caso mi hanno aiutato
entrambi, o almeno lo spero, a capire come stanno le cose con la filosofia e
con il problema stesso della filosofia. E qui allora vorrei citare ancora una
volta un altro filosofo, che non cita più nessuno: CARABELLESE. Carabellese è
stato per me un insegnamento fondamentale. Il modo di ricercare di Carabellese
nell’ambito filosofico e stupefacente: la lettura del testo, lo smontaggio del
testo, e lo scavare nel pensiero degli autori, talvolta non senza qualche
coartazione qua e là, ma in ogni caso con serietà e profondità. Confesso di
preferire di gran lunga questo metodo a quello di certi filologi che capiscono
a metà. Quella era la sua caratteristica principale. Io tento di ispirarmi a
quel metodo, anche se l’ammissione può nuocermi presso i filologi. Pazienza.
Cito Dewey per una ragione semplicissima. Perché l’estetica di Dewey è un
estetica precisamente nel mio senso più che non nel senso di molti altri. Non
un’estetica dell’opera d’arte. Ha come oggetto non solo l’opera d’arte, ma
certe esperienze, che rimandano ad un certo principio che è lo stesso di quello
del giudizio estetico in senso stretto. Veramente, Dewey non parla
esplicitamente di principi, ma fa esempi che non hanno niente a che fare con
l’arte, assimilandoli tuttavia a questa sotto un comune denominatore: il pranzo
in un ristorante francese, oppure la tempesta (se ricordo bene) durante una
crociera, e così via. Però cito molto anche Brandi. Brandi, come le dicevo, è
stato molto impor- tante per me, anche per il superamento della semiotica30, ma
soprattutto per alcuni Sul problema interno della filosofia, cfr. Carabellese,
Che cos’è la filosofia?, Rivista di Filosofia; Per le critiche alla semiotica,
cfr. BRANDI (si veda), SEGNO e immagine, Milano, Il Saggiatore] aspetti
filosofici della sua estetica, guarda caso proprio in riferimento allo
schematismo kantiano, e per la sua prodigiosa capacità di lettura delle opere
d’arte. Basta leggere i suoi Dialoghi, l’Architettura barocca, Duccio, eccetera
eccetera, per rendersene conto. Da sempre
Lei ha alternato alle opere filosofiche, opere di narrativa. C'è stata
un'influenza tra i due ambiti? L’argomento dei miei scritti narrativi mi
imbarazza leggermente, dato che cadono del tutto al di fuori dell’ambito dei
miei lavori. Tuttavia non mi imbarazza dirle che li ho scritti con la stessa
attenzione degli altri scritti, e, per di più, che essi meritavano forse
un’attenzione maggiore, al di fuori della ristrettissima cerchia dei miei
lettori, come dire?, convinti. Non è uno sfogo da autore deluso. E’ una
convinzione, credo non immotivata, che non nasce affatto dalla delusione. Ora
lei mi chiede se c’è un’interrelazione tra i due ambiti. Senza dubbio, non può
non esserci, perché sono sempre io che scrivo, quell’io che ha una certa
storia, personale e culturale, e che è arrivato a certi risultati, buoni,
cattivi o mediocri, questo non importa, in fatto di comprensione. E tuttavia
ciò che scrivo nelle opere narrative non serve a spiegare nulla dei miei saggi.
Anzi sarebbe una fonte di fraintendimento utilizzare quegli scritti per capire
i miei saggi filosofici. Sono semmai gli scritti narrativi che esigerebbero una
spiegazione ulteriore da parte dei saggi filosofici. Infatti si pongono in una
posizione più arretrata. Sono, per così dire, una fabulazione interna di chi
deve arrivare ad una vera comprensione cui non arriverà mai. Sono racconti di
personaggi in qualche modo nevrotici e metafisici. Per esempio, ho usato queste
due parole nel sottotitolo del libretto Racconti morali: lontananza e vicinanza.
Ebbene i miei personaggi oscillano precisamente tra la lontananza dal mondo e
la vicinanza al mondo, ma non si pongono mai il problema se questa oscillazione
sia superabile, e quindi non arrivano mai a una comprensione critica della
vicinanza con gli oggetti del mondo, né si pongono il problema se sia possibile
guardare da lontano il mondo intero. In questo senso preciso sono racconti
metafisici che intendono lasciare insoddisfatto il lettore con quella scrittura
elaborata, saltellante, ripetitiva, cosparsa di frequenti contraddizioni, tutte
intenzionali, ovviamente. Infatti questi personaggi nevrotici e metafisici sono
fatalmente ambivalenti e contraddittori. Si potrebbe dire, per autocitarmi, che
non hanno capito [Brandi, Carmine o della pittura, Scialoja, Roma; Brandi,
Arcadio o della Scultura. Eliante o della Architettura, Einaudi, Torino Brandi,
Celso o della Poesia, Einaudi, Torino Brandi, La prima architettura barocca:
Pietro da Cortona, Borromini, Bernini, Laterza, Bari, Brandi, Duccio,
Vallecchi, Firenze G., La macchia gialla, Lerici, Milano G., I tasmaniani,
Bucciarelli, Ancona, G., Dissonanzen-Quartett. Una storia, Pratiche, Parma G.,
Racconti morali o Della vicinanza e della lontananza, Editori Riuniti, Roma; G.,
Sulla morte e sull’arte. Racconti morali, Pratiche, Parma G. si dedica non solo
alla letteratura ma anche alla pittura, alcuni dipinti sono riprodotti nel
libro- intervista: G., Doriano Fasoli, Il mestiere di capire, Edizioni
Associate, Roma; G., Racconti morali, cit.] ciò che io chiamo il
guardare-attraverso. E tuttavia è vero che per arrivarci a capire qualcosa del
genere, non dico quella formula, ma l’atteggiamento mentale che sta dietro a
quella formula, forse bisogna proprio passare attraverso quelle oscillazioni
tra vicinanza e lontananza. Quindi in qualche modo sono una premessa, anzi una
sorta di postfazione, ai testi filosofici. G. non è stato soltanto uno dei
filosofi italiani più importanti, ma anche una figura di intellettuale
complessa e sfaccettata. Trovandosi di fronte alle sue molteplici attività e ai
suoi svariati interessi, si sarebbe tentati di concentrarsi – per i fini di
questo focus di Syzetesis dedicato ad alcuni Momenti di FILOSOFIA ITALIANA sui
suoi contributi più convenzionalmente etichettabili come filosofici, quali
quelli dedicati all’interpretazione del pensiero critico di Kant, tralasciando
tutto il resto: le pratiche di narratore e di pittore (attraversate da
specifiche auto-tematizzazioni teoriche e oggetto di riflessione saggistica),
l’interesse per la psicoanalisi e la linguistica, gli interventi sulle arti
visive, la letteratura e la musica – talvolta affidati a quotidiani,
settimanali o cataloghi, i numerosi saggi, sempre incisivi, su temi di grande
impegno, dalla creatività alla spazialità, dalla verità alla menzogna1. A
questi diversi aspetti dell’attività di Garroni potrò in effetti fare solo
qualche cenno, tuttavia ho scelto di presentarne il pensiero se- condo
un’angolazione in cui il confronto con Kant ha certamente un posto di rilievo,
ma solo in funzione di quella che mi sembra la vera vocazione o passione
dominante di G., e che il titolo di una lunga intervista concessa a Doriano
Fasoli poco prima di morire, nel 2005, mi pare colga bene: Il mestiere di
capire2. L’impegno costante a capire – capire quello che la vita e la storia ci
mettono davanti, capire “dove si sta”, capire “cosa si prova a essere un homo
sapiens”3, capire i prodotti della cosiddetta cultura, capire o com- 1 La
bibliografia più completa degli scritti di G,, curata da A. D’Ammando, è dispo-
nibile sul sito dell’associazione “Cattedra internazionale Emilio Garroni” G. e
Fasoli, Il mestiere di capire. Saggio-conversazione, Edizioni Associate, Roma
2005. 3 Cfr. E. Garroni, Che cosa si prova ad essere un homo sapiens?,
testo introduttivo a A. B. Ferrari, L’eclissi del corpo. Una ipotesi
psicoanalitica, Borla, Roma; G. poi rielabora questo testo in La mente, il
corpo, le cose, in Carignani e Romano, Prendere corpo. Il dialogo tra corpo e
mente in psicoanalisi: teoria e clinica, Angeli, Milano; Il senso
dell’esperienza: G. e l’estetica come filosofia non speciale
prendere la stessa attività di capire e comprendere, cioè la filosofia –
è strettamente legato in G. alla riflessione su quel “senso dell’espe- rienza”
che ho messo nel titolo di questo saggio. Un senso che non è affatto da
intendersi come la pretesa metafisica di cogliere un “senso ultimo”
dell’esistenza, della storia o dell’universo (su cui la filosofia, nella
prospettiva critica adottata da G., ha ben poco da dire), ma neppure come una
dimensione immanente ma pacifica, in cui ci si installa con un po’ di buona
volontà, rassicurandosi che, essendo una condizione antropologica, possiamo
acquietarci nell’ordine vigente delle cose. Tutt’altro: per G. il senso
dell’esperienza è piuttosto un dover essere4, trascendentalmente ineludibile ma
per niente garantito nei fatti, un compito etico irto di difficoltà, intima-
mente paradossale, e sempre strutturalmente pronto a rovesciarsi in non-senso.
Per chiarire ancora qualcosa a proposito del titolo di questo inter- vento (la
sua seconda parte, l’estetica come filosofia non speciale), è bene ricordare
che per G. l’estetica non è affatto una filosofia dell’arte, una disciplina con
un proprio oggetto epistemico o materiale, ma riguarda le condizioni di
possibilità di fare esperienze sensate in genere, nella vita quotidiana, nelle
ricerche scientifiche, in tutte le attività umane, filosofia compresa. L’arte,
semmai, è, o è stata per qualche secolo, un suo referente esemplare. Per G.,
infatti, è la stessa filosofia a doversi comprendere nella sua possibilità non
empirica: la filosofia, come tutte le attività umane, è sì un’attività
empirica, concreta, determinata, ma a differenza di altre attività, che mirano
a produrre effetti pratici o conoscenze, ha piuttosto il compito di
guardare-attraverso le esperienze determinate, per Cfr. G., Sul dover essere
del senso, in appendice a Id., Estetica. Uno sguardo- attraverso, Garzanti,
Milano (seconda ed., Castelvecchi, Roma, con un’introduzione di Velotti, testo
presentato originariamente al convegno dell’Associazione italiana di studi
semiotici “Semiotica ed epistemologia delle scienze umane (Siena). Cfr. G.,
Senso e paradosso. L’estetica, filosofia non speciale, Laterza, Bari G. usa il
termine “guardare-attraverso”, con il trattino, per sottolinearne l’uso
tecnico, quale traduzione del durchschauen usato da L. Wittgenstein nel § 90
delle Philosophische Untersuchungen, ed. Anscombe e Rhees, Blackwell, Oxford, Trad.
it. di Piovesan e Trinchero, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi. È come se
dovessimo guardare attraverso i fenomeni, die Erscheinungen durchschauen: la
nostra ricerca non si rivolge però ai fenomeni, ma alla possibilità dei
fenomeni. Velotti risalire alle loro condizioni di possibilità
intellettuali e non intellettua- li, tra cui appunto una condizione estetica,
come orizzonte di senso dell’esperienza nella sua totalità indefinita e
indeterminabile. Il com- pito di capire è inteso innanzitutto proprio come
questo guardare- attraverso i fenomeni per comprenderli, cogliendone le
condizioni di senso. Il cosiddetto «problema interno della filosofia»7 – con
un’e- spressione ripresa questa volta da Pantaleo Carabellese, che G. ammirava
e le cui tutoriale frequenta da pupilo alla Sapienza – è infatti per G. un
problema fondamentale, che riguarda il paradosso fondante della filosofia, cioè
il suo esercitarsi dall’interno della stessa esperienza dalla quale, a un
tempo, si distanzia per comprenderla, senza mai poter rivendicare un proprio
altrove, un suo luogo metafisicamente appartato. Vorrei partire, però, da
qualche spunto di carattere biografico, ma solo per quel tanto che ci permette
di intravedere l’urgenza anche contingente, socio-biografico-culturale, di
quella passione per il capire stesso, che G. non considera affatto un’esigenza
contingente. G. lavora per diversi programmi televisivi della RAI, in parte
dedicati alle arti, in parte ad altre questioni (si ricorda, per esempio, un
bel documentario su AOlivetti, con quella che divenne la sua ultima intervista.
Lavorava alla RAI per necessità, non per vocazione, per quanto la RAI di allora
fosse culturalmente molto più ricca di quella di oggi. Sono tanti i programmi
che potrei citare a cui G. lavora: tra gli altri, Piazze d’Italia, Musei
d’Italia, Avventure di capolavori, Arti e scienze, Le tre arti, e soprattutto
L’Approdo, iniziato come trasmissione radio- fonica nel 1944, con la direzione
di Seroni e Piccioni, diventato programma televisivo come settimanale di
lettere e arti, più tardi accompagnato da una sua rivista a stampa, nel cui
comitato direttivo si trovavano alcuni dei più importanti intellettuali
dell’epoca (Bacchelli, Bo, Cecchi, Longhi, Ungaretti, a cui bisognerebbe
aggiungere altri col- laboratori di spicco), per non menzionare, nella RAI, la
presenza di figure molto diverse tra loro ma tutte significative, come Carlo
Emilio G., Senso e paradosso Cfr. Dolfi e Papini, L’Approdo: storia di
un’avventura mediatica, Bulzoni, Roma e A. Grasso-V. Trione, Arte in TV. Forme
di divulgazione, Johan et Levi, Monza Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica
come filosofia non speciale Gadda (o, più tardi, di CAMILLERI (si veda),
coetaneo di G., o ancora di ECO (si veda), che di G. è un costante
interlocutore. G. dà conto della sua attività televisiva in un’interessante
intervista da cui voglio prelevare solo una frase, apparentemente ovvia, ma
credo invece rivelatrice del suo atteggiamento inflessibilmente volto al
capire: un curatore o conduttore di una trasmissione culturale, o sulle arti –
dice lì G. – deve essere certamente colto, ma c’è di più: deve essere, nel
campo della letteratura, delle arti figurative, della musica, oltre che colto,
anche intelligente. Sembra, e forse è, un’ovvietà: un conduttore di programmi
culturali non deve essere uno stupido. Deve anche intelligere, deve capire.
Deve insomma essere qualcuno, precisa però subito G. che sia capace di far
vivere un testo, di cogliere un problema che va a fondo, di far vedere o capire
qualcosa di singolare che i più per pigrizia non vedono affatto. Emerge qui
quell’avversione per la pigrizia, la sciatteria, la bana- lità e la
semplificazione come le prime nemiche del capire, e dunque come un tratto
costante di G., che ha avuto conseguenze di ordi- ne diverso: non solo una
prosa ritenuta spesso ardua – in realtà solo molto precisa, scrupolosa,
controllata, mai fumosa o compiaciuta – ma anche l’avversione per una pratica
che oggi seduce molti, anche i filosofi: occupare una casella nell’esistente,
dare un marchio di fabbrica a se stessi, alla propria anche minima
particolarità, e reiterarlo in ogni occasione, per garantirgli la massima
riconoscibilità e diffusione sul mercato delle idee, al costo – naturalmente –
di imbalsamarsi in un prodotto, rinunciando al compito di capire. Questo
compito – inteso da G. come un compito intellettua- le, culturale ed
etico-politico – coinvolge tutte le sue svariate attività: non solo l’estetica
come filosofia non speciale, cioè come filosofia tout-court [“LA FILOSOFIA,
COME LA VIRTU, E ENTIERA – GRICE], benché spesso praticata in una sua forma
obliqua anche in relazione all’arte e alla letteratura; non solo il rapporto
con la psico- analisi o lo studio del linguaggio, su cui sono nati,
rispettivamente, il lungo sodalizio con FERRARI (si veda) e la duratura e
profonda amicizia con MAURO (si veda). Ma anche l’attività giornalistica e nelle
modalità proprie, non certo assimilabili a quelle filosofico-argomentative le
stesse pratiche pittorica e narrativa. G. esordisce con una raccolta di
racconti L. Bolla-F. Cardini, Le avventure dell’arte in TV, Nuova ERI, Torino
Velotti a cui seguiranno altri testi narrativi, pubblicando un’opera
singolare, La macchia gialla, titolo ripreso da un’incisione di Dürer,
riportata sulla copertina del libro, in cui si vede la mano di un uomo che
indica un punto del suo addome, e una didascalia dello stesso Dürer che dice. Là
dove c’è la macchia gialla e dove indica il dito, là mi fa male». È un dolore,
direi, insieme singolare e generazionale, che nel giro di due anni metterà capo
a una lunga analisi della nozione di “crisi” nel suo primo libro
filosofico-estetico – La crisi semantica delle arti12, su cui non posso soffermarmi.
Né mi soffermerò sulla Macchia gialla, se non per citare un primo autoritratto
di G., un autoritratto verbale dell’autore, a cui seguirà venti anni dopo un
secondo autoritratto, questa volta dipinto su cui torna in chiusura. I curatori
della collana Narratori dell’editore milanese Lerici sono due nomi di grande
rilievo del mondo poetico-letterario, BILENCHI (si veda) e LUZI (si veda), i quali presentarono giustamente questa
notizia biografica, o autoritratto semi-ironico dell’autore da quasi-giovane,
come segnato d’acume e humour. Ne riporto qualche riga, che suggerisce una
motivazione anche socio-biografica, per reazione all’ambiente di provenienza,
di quella passione per il “capire” che ho indicato come la passione domi- nante
di G.. È nato a Roma in un ambiente abbastanza sciatto e approssimativo, che
non posso soffrire e al quale sono legato controvoglia, tanto più che certa
piccola borghesia romana ha le sue asprezze ma anche le sue tenerezze. Si è accorto
che anche la sua formazione culturale è caratterizzata dalle stesse
contraddizioni: una cultura apolide e spregiudicata e nello stesso tempo lacunosa
e assai provinciale. Si è LAUREATO IN FILOSOFIA presso la Facoltà di filosofia a
Roma, G., La macchia gialla, Lerici, Milano Il testo, con la relativa
copertina, è reperibile integralmente sul sito dell’associazione “CiEG -
Cattedra internazionale G. 12 Ma, come
ha scritto Ammando all’interno di un’ottima ricostruzione del percorso
filosofico di G. (Il circolo estetico e il guardare-attraverso: la riflessione
sull’arte di G. – Roma”), a cui rimando anche per un’analisi della Crisi
semantica delle arti, si puo affermare, in proposito, che crisi, al pari d’oriz-zonte
e senso, è una parola cara al pensiero di G., almeno sotto il profilo del
problema dell’arte e del suo statuto quanto mai incerto e problematico. Il
senso dell’esperienza: G. e l’estetica
come filosofia non speciale con la quale intrattengo ancora rapporti
abbastanza scialbi. Pubblica saltuariamente saggi, note e recensioni di
filosofia e storia dell’arte su riviste specializzate, settimanali e
quotidiani. La saltuarietà del suo lavoro dipende in parte da una certa
attitudine alla dissipazione, e in parte dalla mancanza di tempo. Da molti anni
collabora infatti alla televisione dove fa un po’ di tutto dedicandomi
prevalentemente in questi ultimi tempi alla redazione e presentazione di
rubriche d’arte, con intenti, dice, nobilmente divulgativi. A queste parole si
potrebbero accostare quelle scritte su richiesta del Manifesto, che aveva
invitato ventisei personalità della cultura a raccontare la propria esperienza
personale di una visita a un museo. G. scelse la Galleria nazione di arte
moderna di Roma: Non so se fosse possibile– con la CULTURA LICEALE imperante,
bene che andasse, in assenza di una mentalità più ariosa, volta a capire, non a
accettare, con giornali e riviste non specialistiche di livello assai modesto
che un museo o una galleria d’arte potessero essere immediatamente formativi
per un ragazzo. Anche le famiglie da cui provenivano sono perlopiù ignoranti e
disinteressate a tutto ciò che non fosse strettamente tradizionale, compresa la
stessa tradizione, più subita come un dato eccelso e di fatto semisconosciuto,
che vissuta come genuina cultura. Non era un atteggiamento conservatore
retrivo, ma semplice- mente passivo. Cosicché chi è riuscito poi a combinare
qualco- sa ha dovuto fare quasi tutto da solo. È in balia della cultura e dei
gusti mediocri della mia famiglia, e della cosiddetta borghesia romana cui essa
apparteneva, ed ècondotto più volte da certi suoi zii, che si riteneno
intenditori d’arte, alla galleria nazionale d’arte moderna. Vuole solo dire che
quella galleria è, nil luogo della mia diseducazione. Il fatto è che una
galleria o un museo non formano nessuno, se non si è già preparati a formarsi
mediante ipotesi, anche sbagliate. Ma lì, in quelle visite sinistre, non erano
in gioco ipotesi o sforzi per capire, ma solo meschine e dogmatiche edizioni
del mondo dell’arte ne varietur. È strano che, crescendo, non mi sia
allontanato per sempre dalle arti figurative. Così che la galleria nazionale
d’arte moderna, ha avuto il me- rito, con il concorso determinante dei miei
zii, di farmi capire G., La macchia gialla, cit., risvolto di
copertina. Velotti come non si guarda un quadro. Che è un’abilità
indimenticabile, come andare in bicicletta. Abbandono ora queste incursioni
biografiche – che pur nella loro rapidità credo siano indicative del modo in
cui G. si situa nei confronti della realtà, e quindi anche della sua attività
filosofica per cercare di indicare sinteticamente il nucleo centrale della sua
rifles- sione più matura, intorno a cui si raccolgono questioni complesse e
interessi anche eterogenei. Ha ricordato CARABELLESE (si veda) – che, al di là
degli esiti del suo ontologismo critico, G. considera uno dei pochi insegnanti
che ho avuto all’università che fosse anche un grande filosofo perché è
probabilmente uno dei tre punti di riferimento italiani più significativi per
il suo pensiero, insieme a SCARAVELLI (si veda) per l’inter- pretazione di Kant
– e poi, su un altro piano, a BRANDI (si veda). È stato infatti proprio CARABELLESE
(si veda) ad aver criticato sia GENTILE (si veda), sia CROCE (si veda) (come
poi farà anche con SPIRITO (si veda) e CALOGERO (si veda) per non aver colto il
problema interno della filosofia, la domanda, cioè, con cui la filosofia
diventa problema a se stessa, si interroga sul suo luogo, la sua possibilità,
le sue pretese. In una postilla Carabellese spiega così l’incomprensione da
parte di Croce e di CALOGERO (si veda) del problema da lui sollevato: Il vero è
che il Croce e il Calogero (anzi il Calogero molto più del Croce) continuano a
porre il problema della filosofia come problema del suo oggetto, cioè non
pongono veramente il problema interno della filosofia, ma soltanto e sempre il
suo problema og- gettivo, e inconsapevolmente confondono questo con quello.
Indicare come la filosofia il genere di realtà che essa dimostra o consente,
come Calogero (filosofia della prassi) e Croce (storicismo) d’accordo fanno,
non è risolvere il problema interno della filosofia, ma non porlo neppure,
ignorarlo. Con tale indicazio- ne, infatti, non si sa e non si ricerca neppure,
che cosa sia mai la filosofia entro quella realtà che essa dimostra. G., Il
piccolo Ottocento italiano”, in MELIS (si veda), La scoperta del museo.
Ventisei guide sulla via dell’arte, Manifestolibri, Roma G. e Fasoli, Il
mestiere di capire, Carabellese, L’ontologismo critico,saggi, Che cos’è la
filosofia, Signorelli, Roma Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica come
filosofia non speciale Il problema della riflessione sul senso, per
Garroni si lega stretta- mente a quello che chiama il paradosso della filosofia
nel suo saggio intitolato appunto Senso e paradosso. L’estetica, filosofia non
speciale. È forse il libro più impegnativo che G. scrive, e certamente uno
snodo centrale nello sviluppo del suo pensiero. Lì G. cita Carabellese e il suo
saggio, e la replica di Croce, sostenendo che entrambi facciano valere
un’esigenza legittima: Carabellese, quella appunto del problema che la
filosofia è a se stessa; Croce, quella di ribadire, quasi con fastidio, che la
filosofia si conquista il suo luogo proprio solo dall’interno della conoscenza
e del fare concreti e storici. Entrambi, in sostanza, intendevano rifiutare
l’idea di un luogo separato della filosofia, ma non si rendevano conto della
parzialità e complementarità delle loro posizioni, che se rettamente intese si
compongono in quello che G. chiamerà appunto il paradosso fondante della
filosofia. Il dissidio tra Carabellese e Croce, infatti, prefigura una
antinomia non risolta, formulata da G. in questo modo: Un problema interno
della filosofia va posto, dato che non è per niente ovvio che questa abbia un
suo luogo appartato e neutra- le [e questa è la giusta esigenza fatta valere da
Carabellese; ma il porlo suppone che un luogo del genere esista e sia ovvio [e
questa è la replica di Croce, che ritiene il problema di Carabellese
insignificante. G. fa notare che il rischio che correva Carabellese, che pure
po- neva un problema genuino di cui Croce si disfaceva troppo frettolo-
samente, era quello di considerare la filosofia, in quanto si pone il suo
problema interno, come una sorta di meta-linguaggio che si esercita su un
linguaggio oggetto già compattamente costituito (una metafisica, o un sistema,
quale era per lo stesso Carabellese il suo ontologismo critico), perdendo di
vista proprio quel paradosso che pure aveva fatto emergere e trasformandolo
così in un paralogismo. Il modo giusto di far valere insieme le esigenze di CARABELLESE
(si veda) e di CROCE (si veda) è invece comprendere la filosofia come
risalimento, o come quel guardare- attraverso che risale dalla concretezza dei
fenomeni, dall’interno dell’esperienza concreta in cui stiamo, alle loro
condizioni di possibilità, senza dar per scontato che una filosofia già si dia
da qualche parte, e senza G., Senso e paradosso Velotti però
neppure vederla disciolta nelle indagini oggettive. Quel «guardare- attraverso»
deve essere inteso dunque come «un guardare-attraverso nel guardare, non un
semplice guardare a meno di un taciuto guardare- attraverso»18. Richiamandosi a Merleau-Ponty [“whom Austin hated” – Grice – “but then
why do you go to Royaumont in the first place?”], G. riassume così la sua
posizione. Una
filosofia di questo tipo include la propria stranez- za, perché non è mai del
tutto nel mondo e tuttavia non è mai fuori del mondo. Questa stranezza, questo
paradosso fondante, era presentato da G. come una posizione fedele alla
tradizione critica, in quanto opposta a posizioni metafisiche, nella specifica
accezione di “non criti- che”, sia di stampo razionalistico, sia di stampo
ingenuamente pragma- tista o empirista. Negli anni in cui in Italia Rorty e il
suo neopragmatismo sembravano raccogliere numerosi consensi (La filosofia e lo
specchio della natura era stato presentato da VATTIMO (si veda) e Marconi, che
aprivano la loro introduzione sottolineando come questo libro si presentasse
esplicitamente come epocale), G. vi scorgeva una delle due prospettive
metafisiche, non critiche, che può assumere lo sguardo della filosofia: da un
lato, infatti, è certamente da rifiutare, con Rorty (e tanti altri) la pretesa
di una God’s eye view, grazie a cui si presume di stabilire come stanno
“veramente” le cose nell’esperienza umana, eccettuandosene: come di chi dicesse
che tra noi e il mondo c’è un filtro fatto di schemi concettuali, culturali o
intuitivi, presumendo contraddittoriamente di vedere la realtà di questa
situazione al di fuori del filtro che varrebbe per tutti gli altri; ma anche di
chi proponeva l’e- sperimento mentale dei “cervelli in una vasca”, magari –
come Putnam (“He had the cheek to say I was too formal! – GRICE) – per
confutarlo: per G., porlo e comunicarlo è già confutarlo; immaginarlo o
escogitarlo presuppone già un linguaggio sensato, pubblico e non escogitato.
Dall’altro lato, altrettanto metafisica si presentava la posizione op- posta e
complementare, apparentemente demistificante, di chi, come il neopragmatista
Rorty, ci dipingesse come insetti intrappolati nel- l’ambra, cioè
inesorabilmente immersi nella realtà e nelle sue determi- natezze, culturali
storiche geografiche, per cui dovremmo rinunciare ad affermazioni che avanzano
pretese universali, e dovremmo conside- [G. e Fasoli, Il mestiere di capire,
Rorty, Philosophy and the Mirror of Nature, Princeton, Trad. di Millone e
Salizzoni, La filosofia e lo specchio della natura, Bompiani, Milano Il senso
dell’esperienza: G. e l’estetica come filosofia non speciale rare
piuttosto la filosofia come un genere letterario tra gli altri. G. replica:
Rorty avrà anche ragione, ma commette un unico errore, affermarlo. È questo
quel taciuto guardare-attraverso – negato in teoria, e quindi fatto valere
metafisicamente come un ritorno del rimosso a cui alludeva G. nel passo citato
poco sopra dell’intervista con FASOLI (si veda), cioè la pretesa di stare
sempre alle determinatezze dell’esperienza, di sbarazzarsi di ogni riferimento
alla sua totalità indeterminabile, ma facendola valere surrettiziamente nella
stessa pretesa di determinare tutta l’esperienza come il darsi di volta in
volta di esperienze solo con- tingenti e determinate. Per G., infatti, non si
tratta né di riguadagnare una posizione di sorvolo, né di muoversi sempre in
aderenza assoluta alle esperienze concrete e determinate, proprio in quanto le
chiamiamo esperienze concrete e determinate. Se davvero ci stessimo soltanto
dentro a tali esperienze, non potremmo dirlo, ci staremmo dentro e basta,
saremmo cose tra le cose. Risalire l’esperienza concreta o guardare-attraverso
i fenomeni dall’interno dell’esperienza concreta è, sì, essere come insetti
nell’ambra, ma con la complicazione decisiva che anche il solo fatto di affermarlo
attesta qualcosa che smentisce quell’immagine, in quanto trascende le
esperienze determinate e attinge all’indeterminatezza del- l’esperienza nella
sua totalità indeterminabile. È questo movimento che G. ravvisa in Wittgenstein
e, in una certa misura in Heidegger sulla scorta dei quali la filosofia si
configura, sì, come un domandare mediante domande determinate, ma che includono
e rivelano un’autotematizzazione del domandare in genere. Questo paradosso
fondante è tutt’uno con la condizione di senso del- l’esperienza e può essere
ricondotto a una delle forme antinomiche tematizzate da Kant, in particolare
all’antinomia della facoltà di giudizio estetica, che, nel modo più schematico,
Kant formula in questo modo. Tesi: il giudizio di gusto non si fonda su
concetti, ché altrimenti se ne potrebbe disputare (decidere mediante prove. Questa
argomentazione, qui appena accennata, viene sviluppata da G. nell’Estetica. Uno
sguardo-attraverso, anche in relazione ad alcuni autori classici e a diversi
autori contemporanei. Su questo punto potrebbe aprirsi un confronto con il
diversificato universo di alcu- ni nuovi realismi-materialismi oggi in voga
(per esempio quello della flat ontology), che propongono una visione degli
esseri umani proprio come cose tra le cose G., Senso e paradosso Velotti Antitesi:
il giudizio di gusto si fonda su concetti, ché altrimenti, malgrado le
differenze dei giudizi, non se ne potrebbe neppure discutere (avanzare
l’esigenza del consenso necessario di altri con tale giudizio. L’antinomia può
irrigidirsi in una contraddizione, oppure essere composta (non eliminata, ma
compresa e resa praticabile), come fa Kant, spiegando che nella prima tesi si
tratta di concetti determinati, nella seconda di concetti indeterminati. Ora,
la struttura di questa antino- mia, e il modo in cui Kant la compone, è omologa
a quella che G. fa valere, per esempio, in relazione al linguaggio, il motivo
per cui Rorty non può affermare quel che l’uso stesso del linguaggio confuta.
Un saggio dedicato a MAURO (si veda), L’indeterminatezza semantica, una
questione liminare, si apre con una frase che annuncia la riproposizione della
struttura dell’antinomia kantiana della facoltà di giudicare, che G. propone
poco dopo: Che il linguaggio sia stato talvolta considerato atto creativo
individuale e irripetibile oppure realizzazione o replica, secondo regole, di
possibilità già interamente previste non è semplice- mente un’alternativa
fondata su due ipotesi esclusive e, prese alla lettera, perfino bizzarre. È
qualcosa di più, in quanto entrambe le prospettive – inaccettabili nella loro
esclusività – fanno valere «un’esigenza che non può neppure essere lasciata
cadere. E infatti poco dopo G. riprende anche la forma stessa dell’antinomia
kantiana, enunciando una tesi e un’antitesi che esigo- no di essere composte:
Tesi: l’uso del linguaggio presuppone la determinazione di uni- tà e regole,
prima di ogni sua presunta possibilità indetermina- ta, ché altrimenti non
potremmo usarlo e non ci intenderemmo nell’usarlo. Antitesi: l’uso del linguaggio
presuppone l’indeterminatezza del- Kant, Kritik der Urtheilskraft, in Id. Werke
in zehn Bänden, ed. W. Weischedel, Wissenschaftliche Buchgesellschaft,
Darmastad Trad. it. di E. G. e H. Hohenegger, Critica della facoltà di
giudizio, Einaudi, Torino G., L’arte e l’altro dall’arte. Saggi di estetica e
di critica, Laterza, Bari. Il saggio era già stato pubblicato nel volume a cura
di F. Albano Leoni et al., Ai limiti del linguaggio, Laterza, Bari. Il senso
dell’esperienza: G. e l’estetica come filosofia non speciale la sua
possibilità, prima di ogni unità e regole determinate, ché altrimenti non
potremmo neppure determinare unità e regole per usarlo e intenderci.
L’antinomia nasce dal fatto che «quando parliamo, usiamo il linguag- gio così e
così, in certe sue espressioni determinate, e nello stesso tempo lo usiamo
nella sua totalità possibile indeterminata o, detto ancora altrimenti, per un
verso il linguaggio richiede come una sua propria condizione l’indeterminatezza
e per altro verso, proprio perché la richiede, la nega in favore delle sue
determinazioni: non si darebbero espressio- ni linguistiche determinate, dotate
di questo o quel significato, se non le comprendessimo come tali, cioè nella
loro determinatezza, e dunque a condizione di un riferimento a una totalità
indeterminata che le rende possibili e che esse negano in quanto, appunto,
determinate. È questo il nodo a cui Garroni arriva sempre, che indaghi il
linguaggio o la percezione [cf. GRICE e WARNOCK on SEEING – VEDERE],
l’organizzazione della conoscenza o le opere d’arte, l’esperienza quotidiana o
la natura dell’homo sapiens. Ed è un nodo che si è chiarito proprio nello
studio assiduo e prolungato di Kant, in particolare della terza Critica, la cui
dialettica presenta quella specifica forma antinomica appena esposta. C’è una
pagina, in questo saggio, che credo chiarisca molto bene il nesso di queste
riflessioni sul linguaggio con la rielaborazione del pensiero kantiano, e che
per questo motivo mi permetto di citare diffusamente. Ma l’analogia tra questa
antinomia [kantiana] e l’antinomia del linguaggio esposta all’inizio non si
ferma tuttavia a un’analogia imperfetta tra le rispettive correlazioni concetto
determinato/ concetto indeterminato e determinazione/indeterminatezza del linguaggio.
C’è in Kant un problema ancora più pertinente rispetto al nostro argomento.
Vale a dire: c’è la questione del rapporto tra la facoltà di giudizio, da una
parte, (per cui, soltanto, la conoscenza empirica effettiva è possibile oltre i
giudizi sintetici a priori dell’intelletto: ciò che Scaravelli ha chiamato
“tessitura analitica di tutti fenomeni”, e il principio della quale facoltà ha
tuttavia statuto non-intellettuale, ma estetico), e la ragione, dall’altra (i
cui concetti non hanno appli- cazione nell’esperienza e tuttavia sono
altrettanto indispensabili Velotti alla conoscenza empirica).
Infatti la nostra conoscenza d’esperien- za, che è, sì, intellettualmente e
sensibilmente determinata procede, per quanto le è dato, mediante costruzione
di concetti, leggi e unificazioni di diversi leggi sotto leggi più potenti, non
sarebbe possibile se non si inscrivesse innanzitutto nell’ambito di un’anti-
cipazione della totalità indeterminata delle possibili conoscenze determinate –
Kant scrive d’una conoscenza di oggetti dati in genere, se insomma,
sull’occasione di rappresentazioni deter- minate, come nel caso esemplare dei
cosiddetti giudizi di gusto, non avessimo coscienza forzatamente non
intellettuale che una conoscenza d’esperienza è possibile. Esperienza possibile,
però, non nel senso della possibilità della conoscenza in genere della prima
Critica, che ci dà appunto solo una tessitura analitica, ma nel senso che è
possibile e ha in generale senso cercare di deter- minarla intellettualmente e
sensibilmente nell’esperienza sotto il principio della facoltà di giudizio. Ma
di questa totalità della conoscenza d’esperienza possibile né abbiamo una
conoscenza a priori, né tantomeno possiamo fare una conoscenza di esperienza.
Non si fa esperienza di un’esperienza in genere. Ne sappiamo qualcosa in, non
con un’esperienza determinata, cioè non la cono- sciamo, ma la sentiamo,
mediante quel Gemeinsinn, senso o sentimento comune, che abbiamo in comune, che
ci assicura a priori della comunicabilità universale delle rappresentazioni e
delle conoscenze, il quale esibisce sensibilmente e indirettamente ciò che non
è propriamente esibibile e che la ragione può soltanto pensare. Qui la ragione,
cioè l’idea indeterminata di una totalità, viene in qualche modo messa in scena
sensibilmente mediante la facoltà di giudizio il cui principio riposa
precisamente sul senso comune o il gusto, cioè mediante il sentire
esteticamente dunque l’interna indeterminatezza del determinato. Sentire
l’interna INDETERMINATEZZA [GRICE INDETERMINACY OF IMPLICATURE] del determinato
è uno dei modi per capire in che modo il paradosso fondante della filosofia fa
della filosofia, come estetica non speciale, una riflessione sul senso
dell’esperienza. Se vogliamo restare sul piano linguistico, possiamo dire
infatti che dare significato ai concetti è determinarli, per esempio mediante
uno schema empirico o trascendentale, sempre a condizione di mettere in gioco
un simultaneo e inevitabile riferimento all’inde- terminato, alla totalità
indefinita del linguaggio o dell’esperienza, che solitamente resta implicita, e
magari viene negata (come accadeva in Rorty), proprio in virtù di un SURRETTIZIO
riferirvisi. Il senso dell’esperienza: G. e l’estetica come filosofia non
speciale. Il gioco delle parti tra senso e significati, e tra senso e non
senso, è affrontato da G. in molte altre occasioni, ma viene tematizzato
direttamente in una conferenza, poi pubblicata in appendice al volume,
Estetica. Uno sguardo-attraverso, con il titolo Sul dover essere del senso. Ora
il problema non è tanto distinguere il senso dai significati, mettere in luce
la condizione estetica di senso come anticipazione estetica dell’esperienza
entro cui i significati possono significare, ma un problema ulteriore:
riconosciuta questa condizione di senso che rende possibile e traspare in ogni SIGNIFICATO
DETERMINATO, non rischiamo infatti di parificare tutti i significati nel loro
essere varianti di sensatezza, ‘seri’ nell’essere sensati come che sia, ma non
altrettanto ‘seri’ nel loro proprio far senso? Come se la filosofia critica,
spinta fino a questo punto, rischi che il senso possa «riassorbire in sé la
sensatezza che esso condiziona. Il senso, così, concederebbe sensatezza a tutti
i sensi e i significati storici e proprio per questo la sottrarrebbe a ciascu-
no di essi, convertendosi esso stesso in non senso». Un esempio concreto di
questo problema, G. lo aveva scorto nel dilemma a cui deve far fronte
l’antropologia in relazione all’etnocentrismo: l’irrinunciabile rispetto che
l’antropologia moderna ha costruito per ogni società altra rischia infatti,
d’altra parte, di parifica- re ogni cultura come una variante di sensatezza,
togliendole “serietà”. Il colonialismo e l’imperialismo, ovviamente
inaccettabili, avevano però almeno il pregio di prendere le culture nella loro
serietà. Ma era proprio questo ciò su cui si interroga G.: non tanto la
questione delle culture altre, ma della nostra stessa cultura. E conclude così.
Le considerazioni appena svolte non hanno una vera e propria conclusione. Si
può dire solo questo: che si è forse messo in luce qui un nuovo ossimoro, o una
forma ulteriore del paradosso G., Estetica. Uno sguardo-attraverso, Cfr. G.,
Senso e paradosso. Si potrebbe sostenere che questo imperialismo della
sensatezza sia stato proclamato e poi smentito da Fukuyama nel suo The End of
History and the Last Man, mentre l’opposto – cioè il prendere la diversità
delle culture nella loro serietà, e tuttavia prenderle così seriamente da
negargli una dimensione comune di senso – veniva proposto di lì a poco da
Samuel Huntington nel suo The Clash of Civilizations and the Remaking of the
World Order. Le due posizioni, insomma, potrebbero rappresentare tesi e
antitesi di una antinomia non composta. Cfr. S. Velotti, Dare l’esempio. Cosa è
cambiato nell’estetica, Studi di estetica Velotti in cui consiste
la filosofia, vale a dire: che il senso pare che debba essere considerato nello
stesso tempo come non-senso, in quanto il suo dare sensatezza è nello stesso
tempo un sottrarla [...] Forse il senso si profila ora come il dover
essere-sensato. E qui, forse, ritroviamo – come già in Kant – la più profonda
congiunzione tra le radici estetiche del senso e le radici etiche del
dover-essere. Il problema del prevalere della sensatezza sui significati e
quindi del rovesciarsi del senso in non-senso è strettamente legato al problema
spinoso della perdita di esemplarità dell’arte, della questione, cioè, se
l’arte non ha progressivamente ceduto a un’aderenza sempre più spinta alla
realtà fino a confondersi semplicemente con la sua ottusità, il suo darsi di
fatto, come mero accompagnamento del senso, avendo per lo più rinun- ciato al
rischio di dare corpo e forma a quella regola che non si può addurre di cui
parla Kant nella terza Critica; una regola indeterminata che, non potendosi
addurre, formulare o esplicitare. può essere, appunto, solo esemplificata in un
esempio singolare, inassimilabile a un esempio inteso come membro di una
classe. Nel denso saggio di G. Immagine Linguaggio Figura troviamo spunti
inediti, ma anche una nuova sintesi di decenni di studi e ricerche. È un libro
bello e importante, che attende ancora di essere esplorato a fondo, in tutta la
sua fecondità, anche in relazione a ricerche in atto nel panorama nazionale e internazionale,
ma che qui non posso affrontare in modo minimamente adeguato. Ricordo solo che
il perno intorno a cui ruota è la nozione d’immagine interna che ha preso forma
attraverso l’assiduo ripensamento del cosiddetto schematismo” kantiano, e che
non è confondibile in alcun modo con l’idea di poter spiegare qualcosa della
percezione o del riferimento al mondo – rimandando a immagini che avremmo nella
testa. Distinte dalle figure che nell’uso comune chiamiamo immagini, ma che non
possono essere altro che elaborazioni, esteriorizzazioni e riduzioni dell’immagini
interne, l’immagini interne sono innanzitutto ispezioni attive e mobili, per
scorci sempre diversi, degli oggetti percepiti, o di queste percezioni
riprodotte, rielaborate e ricordate nell’immaginazione. È da escludere quindi
ogni obiezione legata alla presuppo- [G. Estetica. Uno sguardo-attraverso, G.,
Immagine linguaggio figura. Osservazioni e ipotesi, Laterza, Bari G., Immagine
linguaggio figura. Il senso dell’esperienza:
G. e l’estetica come filosofia non speciale sizione indebita
e circolare di un homunculus che sarebbe a sua volta spettatore di “figure
nella testa”. Figure nella testa non ce ne sono. In questo libro tornano anche
temi antichi come quello, centrale, della metaoperatività, un concetto già
introdotto oltre trent’anni prima, in Ricognizione della semiotica. È
l’anticipazione di uno dei temi più dibattuti, oggi, in ambito cognitivo, sotto
il titolo di metarappresentazioni, ma che in G. si estende già all’intero
ambito dell’operare umano un operare che è senso-motorio, pragmatico e
corporeo, percettivo e cognitivo. In analogia e in correlazione con la funzione
metalinguistica che è sempre implicata nelle funzioni di primo livello del linguaggio,
così come quella costituisce pur sempre una funzione operante solo mediante un
linguaggio di primo livello G. introduce la nozione di metaoperatività come
interna e presupposta in tutte le operazioni umane e praticabile solo mediante
esse. È ciò che distingue, in sostanza, un’operazione del tipo
“stimolo-risposta” da un’operazione che include già dentro di sé una
generalizzazione. Piantare un chiodo con un martello è sì un’operazione
determinata, concreta, e dotata di uno scopo preciso, ma come operazione umana
contiene già dentro di sé una famiglia o una classe di operazioni possibili
qualcosa, dunque, che potrebbe essere chiamato uno schema operativo. In
Immagine linguaggio figura la nostra capacità metaoperativa viene
reinterpretata e specificata proprio in relazione al lavoro di quella che G.
chiama complessivamente facoltà dell’immagine, che è responsabile sia delle
sensazioni come precedenti di un’immagine, sia delle percezioni (le immagini
interne prodotte in presenza degli oggetti del mondo), sia dell’immaginazione
nella sua specificità (delle immagini in quanto riprodotte o
ricordate-rielaborate). Sensazione, percezione e immaginazione sono tutte
«immagini interne», costitutivamente dinamiche, non fissabili in un’icona o
figura materiale, e abitate da qualcosa di non sensibile, [G., Ricognizione
della semiotica, Officina, Roma Cfr. per esempio Sperber, Metarepresentations.
A Multidisciplinary Perspective, Oxford. Una formulazione molto simile dei
rapporti tra linguaggio e metalinguaggio, tra operazione e metaoperazione
all’interno di una prospettiva enattiva sulla percezione, a cui credo sia
riconducibile per molti versi anche quella proposta da G. è possibile
riscontrarla nei saggi di NOË (si veda). Per un confronto, su questi temi, tra G.
e NOË (si veda), cfr. S. Velotti, Tecnica, in Ferrario, Estetica dell’arte
contemporanea, Meltemi, Milano. G., Immagine linguaggio figura Velotti dunque
distinte dall’immagine-SEGNO materialmente intesa, la figura, appunto, e che è
invece sostanzialmente statica. Proprio l’attività artistica, che mette pur
sempre capo a figure per quanto possano essere mobili, processuali,
evanescenti, eventuali è considerata da G. come il venire in primo piano di
questa dimensione metaoperativa una rielaborazione della kantiana conformità a
scopi senza scopo interna a ogni operazione determinata. Ma nel corso di questo
«ripensamento del cosiddetto schematismo kantiano vengono in primo piano
questioni spesso prima trascurate, come quella della corporeità, e viene messa
a punto una nozione che mi pare non fosse stata tematizzata in altri lavori, se
non di sfuggita e appoggiandosi a elaborazioni di diversa provenienza, come
quella d’aggregato. Un aggregato, direi, costituisce una sorta di antecedente
di uno schema, essendo qualcosa di pre-linguistico e pre-concettuale, che deve
dunque precedere in linea di diritto e ipoteticamente anche di fatto anche il
costituirsi di famiglie, in senso wittgensteiniano, oltre che di classi vere e
proprie. Un aggregato è ciò che offre una prima pos- sibilità di riconoscimento
degli oggetti, non come membri di una famiglia o di una classe (che
presuppongono appunto una caratterizzazione di tratti linguistici o una
pertinentizzazione di note concettuali), ed è invece costituito solo
percettivamente da un insieme di casi effettivamente sperimentati o di oggetti
effettivamente usati, quindi di numero finito, anche se via via crescente. Un
aggregato può essere costituito da oggetti assai diversi, legati da una minima
somiglianza e talvolta da nessuna somiglianza, ma solo da un cortocircuito tra
disparati che stabiliscono tra loro un’unità non chiaribile in- tellettualmente
di tipo affettivo, emozionale, fantasticante, vol- to al padroneggiamento di
eventi e cose amate, preoccupanti, esaltanti. Né la funzione dell’aggregato si
esaurisce all’interno della prima infanzia, o nelle ipotesi relative a una
infanzia dell’umanità o in forme di pensiero magico, se, come nota G., Ancora
oggi, nello stesso pensiero occidentale, non possono es- 41 Alludo alle
considerazioni dedicate agli oggetti transizionali di Winnicot in Senso e
paradosso, G., Immagine linguaggio figura Il senso dell’esperienza: G. e
l’estetica come filosofia non speciale sere evitati paradossi liminari,
che denunciano in un certo senso la persistenza dell’ufficio, pur
intellettualmente controllato, dell’aggregato, cioè dell’unione di due termini
diversi e addirittu- ra opposti, in una proposizione unitaria e non più
risalibile. Basta pensare alla kantiana comprensione dell’opposizione tra
incondizionato e condizionato, di soprasensibie e sensibile, e insieme del loro
richiamarsi l’un l’altro necessariamente, all’he- geliana unità di essere e
non-essere, alla questione russelliana di “classe e classe di tutte le classi,
e così via. Voglio però, in conclusione, mostrare un altro autoritratto di G.,
molto diverso da quello, verbale, ricordato all’inizio e consegnato, con
«acume» e «humour» alla bandella della Macchia gialla, perché credo che nelle
pagine di Immagine linguaggio figura si trovi, su un altro regi- stro, una sua
importante eco. È un polittico dipinto da G. sulla soglia dei sessant’anni –
dopo aver subito una seria operazione chirurgica, composto da 13 comparti, che
formano un quadrato di 115 cm per lato. Collezione privata Velotti Alcuni
comparti rappresentano frammenti del proprio corpo, vissuti come oggetti
estranei e familiari a un tempo. Figurano anche strumenti di studio e di
affezione dalla Critica del giudizio a Tempo e racconto di Ricoeur, cose amate,
come il Dissonanzen Quartett di Mozart che dà anche il titolo a un suo
romanzo-saggio. Ma questo è solo un primo riconoscimento di figure presenti nel
dipinto, non certo l’inizio di un’interpretazione. Quando dicevo che la
passione dominante di G. è quella di capire, di comprendere, pensavo anche a
questo dipinto, che credo tro- vi una sua ricomprensione filosofica proprio in
un passo del suo ultimo libro, nelle riflessioni sul corpo e su cosa si prova
ad essere un homo sapiens. Un’operazione chirurgica diventa nelle mani di G. un’occasione per elaborare, anche
operativamente e metaoperativamente, e non solo linguisticamente e
intellettualmente, l’esperienza fatta o subi- ta, anzi proprio per non subire
soltanto l’esperienza comunque subita, ma per esercitare, appunto, quel “dover
essere del senso” già articolato verbalmente. Quel che mi interessa è mettere
in contatto questa ope- razione pittorica, con un passo che, mi pare, le
corrisponde almeno in parte, e che rimanda a quella complementarità tra
determinatezza e indeterminatezza che è al cuore del suo pensiero. Non è
possibile, nota G. in alcune notevoli pagine del suo saggio, mirare a cogliere
l’indeterminato in quanto tale; è possibile farlo solo attraverso il
determinato. E poi si pone una possibile obiezione: È vero: momenti di
apparente non-riconoscimento e totale in- determinatezza percettiva
intervengono in modo tipico quando ci risvegliamo e a volte pare che non
riconosciamo neppure il nostro piede che spunta fuori dal lenzuolo
aggrovigliato. Forse vedremmo, per così dire, solo l’indeterminato e ci
sfuggirebbe affatto il determinato connesso con il riconoscimento di oggetti?
Si può rispondere tranquillamente di no. Salvi i casi di patologie gravi,
quando il mondo può forse divenire solo un magma indecifrabile e viene meno
perfino il senso della nostra identità ma parimenti dovremmo escludere il caso
estremo del coma, se non addirittura dell’essere già morti, il riconoscimento
non G., Dissonanzen-Quartett. Una storia, Pratiche, Parma Una densa e attenta
interpretazione di quest’opera è stata avanzata da Olivetti, dice. Primi
appunti su un Autoritratto di G., pubblicato nel catalogo della mostra G. Un
Autoritratto, Sala Santa Rita dell’Assessorato alle Politiche Culturali del
Comune di Roma. G., Immagine linguaggio figura, Il senso dell’esperienza: G. e
l’estetica come filosofia non speciale viene meno neanche nel caso
di un risveglio depresso e confuso. Si tratta piuttosto di una sensazione di
estraneità degli oggetti e delle nostre stesse parti del corpo percepite come
oggetti indipendenti e in qualche modo estranei. E l’idea di estraneità
modifica il riconoscimento, non lo annulla. Anzi, l’idea di estra- neità del
nostro piede presuppone un riconoscimento proprio in quanto lo riteniamo
estraneo è il nostro piede e per questo ci è estraneo. Solo che il
riconoscimento viene depotenziato e in certo senso avversato. Infatti il nostro
piede non dovrebbe esserci estraneo, ma il fatto è che ci pare assurdo che quel
piede sia cosiffatto e ci appartenga. E insomma la sensazione della stranezza
delle cose del mondo, esterne e nostre. Il che implica un riconoscimento
sgradito, languoroso e stupefatto48. Nelle ultime pagine, poi, il tono sempre
controllato di G., tendente piuttosto all’ironia e allo humour che allo
scoramento, si lascia andare anche a parole amare sul nostro presente (sono gli
anni del ventennio berlusconiano, che abbiamo sperimentato quanto fossero
destinati a cambiare i parametri della vita pubblica, la mente dei cittadini):
Ormai si è istituzionalizzato il banale ed espulso ciò che più con- ta, non
tanto l’arte, di cui ci importa fino a un certo punto e solo a certe condizioni,
ma soprattutto il comportamento civile, le ir- rinunciabili esigenze etiche,
l’interesse alla comprensione delle cose, insomma: la mente dei cittadini, di
cui invece ci importa molto in primissima istanza. E con una specie di apologo
politico di trista attualità ho messo termine a questo saggio. La facoltà
dell’immagine di G. e il suo contributo alla ricerca sulla percezione, i
contenuti non concettuali e l’immaginazione . Il saggio di G., Immagine
Linguaggio Figura, è in parte una ripresa e un ripensamento di alcuni
temi trattati quasi trent’anni prima in Ricognizione della
semiotica Da una rielaborazione dei problemi abbozzati in questo
volume, e grazie a un’assidua interpretazione e rielaborazione del
pensiero kantiano, G. arriva a precisare il rapporto tra le due dimensioni
irriducibili della sensibilità e dell’intelletto in termini di
facoltà dell’immagine, da un lato, e di linguaggio e concetti,
dall’altro. Nonostante Immagine Linguaggio Figura nomini fin dal
titolo il problema della relazione tra queste due dimensioni correlate ma
kantianamente irriducibili dell’esperienza umana, lo statuto del
linguaggio non è qui affrontato nella sua problematicità complessiva
all’interno di tale esperie nza, ma solo in relazione all’«immagine
interna», che deve essere considerata «la premessa e la garanzia della
realtà del significato delle parole del linguaggio. Naturalmente, Relazione
tenuta al convegno di studi “G.: determinazioni e dissonanze, Chieti, G.,
Immagine Linguaggio Figura. Osservazioni e ipotesi, Roma-Bari, Laterza Ricognizione
della semiotica. Roma, Officina. Immagine LinguaFigura, dove G. precisa.
Chiamo complessivamente immagine interna sia il precedente d’un’immagine, sensazione,
sia l’immagine in quanto attualmente prodotta, percezione, sia l’immagine
in quanto riprodotta o ricordata, rielaborata, immaginazione, per distinguerle
complessivamente dalla figura esteriorizzata, per esempio, mediante un disegno.
Perciò mi capiterà di chiamare la facoltà che ne è responsabi le facoltà
dell’immagine, tale da riunire in sé sensazione, percezione, immaginazione. Immagine
Linguaggio Figura. non bisogna cadere nell’errore di considerare l’immagini
interne come figure (Bilder, pictures) che avremmo nella mente. G. conosce
bene la critica wittgensteiniana a quest’idea tradizionale e
insostenibile. Anzi, si potrebbe considerare la teoria dell’immagine interna
come una lunga e meditata replica a chi confonde la critica di
Wittgenstein con un rifiuto di attribuire ogni valore cognitivo o semantico
alla nostra attività percettivo-immaginativa, per attenersi al solo linguaggio.
Per integrare quanto è implicito nel libro a questo riguardo, credo sia oppor
tuno tenere presente l’articolo che G. dedica a Minisemantica
di MAURO (si veda), caratteristicamente
intitolato L’indeterminatezza semantica, una questione liminare. Sia
sul versante della percezione e dell’immagine, sia su quello del
linguaggio e dei concetti, troviamo infatti in quest’articolo
quella correlazione di determinato e indeterminato che è forse il nodo teorico
che G. ha pensato più a fondo e nelle sue molteplici articolazioni: il
paradosso fondante della filosofia, ma a nche dell’esperienza comune di
cui G. parla prima nella voce i paradossi dell’esperienza
scritta per l’enciclopedia Einaudi, e poi in Senso e
paradosso non è altro che un’antinomia inevitabile, modellata
sull’antinomia della facoltà di giudizio della
terza Critica kantiana. La relazione paradossale tra determinatezza e
indeterminatezza è al centro sia della trattazione della facoltà
dell’immagine, sia della facoltà del linguaggio. Qui vorrei, per un
verso, mostrare quale aspetto abbiano assunto nell’ultimo libro certi
problemi già impostati in Ricognizione della semiotica creando
MAURO [si veda], Minisemantica, Roma-Bari, Laterza; G.,
L’indeterminatezza semantica, una questione liminare, in Ai limiti del
linguaggio, cur. LEONI, GAMBARARA, GENSINI, PIPARO, SIMONE,
Bari, Laterza, poi in G., L’arte e l’altro dall’arte. Saggi di estetica
e di critica, Bari, Laterza. G., I paradossi
dell’esperienza, in Enciclopedia Einaudi, Sistematica, Einaudi,
Torino; Senso e paradosso. L’estetica, una filosofia non speciale, Bari,
Laterza così un asse verticale, o di profondità temporale, all’interno de lla
ricerca stessa di G.; per altro verso, però, vorrei tentare qualche rapido
confronto tra alcuni temi fondamentali affrontati in Immagine Linguaggio
Figura e la filosofia contemporanea, soprattutto di area analitica, con
qualche riferimento anche all ’ambito della psicologia cognitiva e
discipline affini. Con il corrodersi della filosofia linguistica, infatti,
o, se si vuole, con l’apertura della linguistic turn al non
linguistico quest’area di ricerca permette di riscoprire il problema della
percezione e dell’immaginazione, creando ambiti disciplinari anche molto
specialistici su questioni strettamente interconnesse: dal problema della
natura della mental imagery a quello dei cosiddetti contenuti non
concettuali della percezione in cui un ruolo di rilievo assume anche la
percezione e la cognizione degli animali non umani, da sempre tenuta presente
da G.; da quello della natura delle rappresentazioni mentali a quello delle
numerose prestazioni assegnate oggi in ambito analitico e cognitivistico
all’immaginazione. A lungo considerata in area analitica come una
“facoltà” nebulosa, indeterminata e quindi sospetta, da qualche anno a questa
parte l’immaginazione è al centro di molte aree di ricerca: se ne parla i
n relazione ai giochi di far finta games of make believe sia nel campo delle
arti che in quello più generale dell’esperienza comune l’ampio
contributo di THOMAS, Mental Imagery, The Stanford Encyclopedia of
Philosophy, cur. ZALTA plato. stanford. edu/ archives/ win2011/ entries/ mental-imagery/.
Si tratta di un buon contributo, ma è sintomatico che proprio allo schematismo
kantiano Thomas dedica uno spazio molto ridotto, e limitato alla schematismo
trascendentale dell’intelletto della prima Critica: aggrappandosi
alla famosa asserzione kantiana secondo cui lo schematismo è un’arte nascosta
nella profondità dell’anima umana, il cui vero impiego difficilmente saremo in
grado di strappare alla natura per esibirlo patentemente dinanzi agl’occhi,
Thomas mette da parte il problema concludendo che Kant, -- in attempting to
grapple with problems about the nature of mental representation that the empiricists
had failed to solve, leaves the process of image formation, and the nature of
image itself, deeply misterious. Cfr. WALTON, Mimesis as Make-Believe. On
the Foundations of Representational Arts, Harvard, (trad. it. di
NANI, Mimesi come far finta, Milano, Mimesis, alle ricerche sull’autismo
considerato da alcuni come una patologia dell’immaginazione, a quelle sull’EMPATIA
e sulla simulazione, ai cosiddetti paradossi della finzione, della
suspense o della resistenza immaginativa, e ai tentativi, o alle rinunce, di
fornire una nozione unitaria di immaginazione che ne comprenda le varie
declinazioni: un’immaginazione pr oposizionale e non proposizionale,
una ricostruttiva e una creativa, e così via 11. Immagine
Linguaggio Figura è stato scritto senza note e senza riferimenti
espliciti ad altri autori o ad altre ricerche contemporanee. Ma è
tutt’altro che un libro estemporaneo o isolato. Anzi, G. lo ha potuto
scrivere liberamente, quasi di getto, solo perché sono almeno trent’anni
che anda elaborando quei pensieri. Abituati ormai a pensare, come è d’uso
nella filosofia analitica, sotto l’ombrello di etichette
generalizzanti, che identificano certi assunti teorici di fondo nei
confronti dei quali occorrerebbe definirsi nel caso della mental
imagery, per esempio, il primo discrimine che troviamo è
quello fotografato dall’annoso e fuorviante dibattito tra
sostenitori delle teorie analogiche e delle teorie PROPOSIZIONALI,
la riflessione di G. sembra condotta in isolamento, e risulta difficile
da collocare sotto un’etichetta univoca. Mentre non credo che le
etichette servano davvero, in quanto tali, a far progredire la comprensione dei
problemi, credo invece che un confronto sostanziale tra le proposte di G. e
quelle elaborate in ambito anglosassone sarebbe molto proficuo per entrambi gli
schieramenti. In ogni modo, se proprio volessimo collocare le posizioni di G.
in quel dibattito che nel bene e nel male è sempre più ristretto,
specialistico, talvolta accecato dai propri tecnicismi, ma altre volte utile a
chiarire i problemi in gioco e a suggerire soluzioni che lì, magari, non sono
contemplate -, potremmo orientarci verso l’ambito delle teorie enattive, enactive,
della percezione e delle Per il nuovo interesse suscitato
dall’immaginazione in ambito anglosassone negli ultimi decenni, e le
relative indicazioni bibliografiche, rimando a VELOTTI, La filosofia e le
arti. Sentire, pensare, immaginare, Roma-Bari, Laterza, in particolare il
cap. 3immagini mentali, che costituiscono una terza via non computazionale rispetto
a quelle analogiche e a quelle PROPOSIZIONALI (cf. Grice, CONTENUTO
PROPOSIZIONALE). Come che stiano le cose rispetto a questi orientamenti,
il confronto approfondito e sostanziale tra le riflessioni di G. e le teorie
della percezione, delle immagini mentali, dell’immaginazione
nel loro ruolo in ambito cognitivo, semantico, estetico,
artistico è un lavoro ancora da fare. Qui offrirò qualche spunto in
relazione al problema dei cosiddetti contenuti non concettuali della
percezione, cominciando però dallo sviluppo interno al pensiero di G.
stesso, e in particolare dall’insoddisfazione per la semiotica
denuncia. Alla domanda se la semiotica è sufficiente a se stessa, G. rispondeva di no, perché la semiotica non
poteva indagare il problema delle condizioni grazie a cui un qualcosa diviene SEGNO.
Lì G. invoca la costruzione di una semantica trascendentale come metateoria di
una semantica empirica e di una semantica logica, e indica il suo oggetto
specifico nei significati trascendentali, cioè negli schemi dell’immaginazione,
affrontati in sede di schematismo trascendentale nella Kritik der reinen
Vernunft. G., d’altra parte, avverte avendo pubblicato Estetica ed
epistemologia l’insufficienza dello schematismo trascendentale della
prima Critica, valido solo per le condizioni de)la conoscenza in
genere überhaupt, ma non per comprendere la conoscenza effettiva o determinata,
e rimanda al principio trascendentale soggettivo, creativo e costruttivo
indagato da Kant nella terza Critica. Nella Premessa a
Immagine Linguaggio Figura si dice che l’enigma dell’immagine interna, G.,
Ricognizione. G., Estetica ed epistemologia. Riflessioni sulla CRITICA
DEL GIUDIZIO di Kant, Roma, Bulzoni, nuova ed. con una nuova premessa, Milano,
Unicopli. G., Ricognizione, vero e proprio tema centrale del saggio, ha
preso forma attraverso l’assiduo ripensamento del cosiddetto schematismo kantiano.
Dunque, una continuità con l’opera, ma certamente anche un’importante
discontinuità: lo schematismo trascendentale, quello dei concetti puri
dell’intelletto, passa decisamente in secondo piano nell’ultimo libro, mentre a
venire in primo piano sono lo schematismo empirico - quello cioè che
permette di pensare la costruzione dei concetti empirici a partire dalla
percezione, che Kant nella terza Critica chiama esempio - e lo
schematismo simbolico, quello che funziona per analogia, in relazione a
concetti non propriamente esibibili e che è responsabile non solo delle
cosiddette opere d’arte bella, ma anche del funzionamento del nostro
linguaggio. Naturalmente, questi diversi schematismi, pensabili grazie alla
distinzione - disponibile solo a partire dalla terza Critica tra uno
schematismo oggettivo e un libero schematismo, si intrecciano sempre nella
produzione effettiva di enunciati e figure significanti, ma devono essere
distinti a livello analitico. Nella Ricognizione della semiotica G.
mette in chiaro come lo schematismo kantiano costituisse il superamento di ogni
concezione ingenuamente referenzialistica del linguaggio. Lì si indicava una
direzione di ricerca che poi si preciserà nel tempo. Si dice. Il referente non
è la cosa stessa, ma il nostro modo di operare sulle cose, di manipolarle
e configurarle come il correlato implicito del linguaggio; l’operazione a
sua volta è questo stesso concreto manipolare, che non può essere
disgiunto peraltro dal nostro rappresentarci le cose e le nostre
manipolazioni delle cose, cioè dal nostro prendere le distanze dagli stimoli
immediati, e che suppone quindi in qualche modo il nostro conoscerle e
parlarne Immagine Linguaggio Figura, Cfr. KANT, CRITICA DELLA FACOLTÀ DI
GIUDIZIO, ed. it. cur. G. e HOHENEGGER, Torino, Einaudi, in particolare l’introduzione
dei curatori. Sull’analogia in Kant v. CAPOZZI, L’inferenze del giudizio
riflettente in Kant: l’induzione e l’analogia, Studi kantiani, G., Ricognizione.
È evidente, mi pare, che l’operazione di cui si parla include anche la
nostra nativa attività percettiva che verrà poi indagata attraverso il problema
della costituzione, della natura e della funzione delle immagini interne.
Distinte dalle figure che non possono essere altro che elaborazioni,
esteriorizzazioni e riduzioni delle immagini interne), le immagini interne sono
innanzitutto dinamiche, sono cioè ispezioni attive e mobili, per scorci sempre
diversi, degli oggetti percepiti, o di queste percezioni riprodotte,
rielaborate e ricordate nell’immaginazione. È da escludere quindi ogni
obiezione legata alla presupposizione indebita e circolare di un HOMUNCULUS
(cf. CUMMINS ON GRICE) homunculus che sarebbe a sua volta spettatore di
figure nella testa. Figure nella testa non ce ne sono. È invece questa
operazione percettiva, dinamica e attiva, che impedisce ogn i regresso
all’infinito, anche se naturalmente non pretende di dare una
spiegazione, in termini oggettivi, di come ciò avvenga. Un ruolo decisivo gioca
qui la nozione di metaoperatività introdotta in
Ricognizione della semiotica e poi ripresa, anche terminologicamente, in
tutta la sua importanza, solo trent’anni anni dopo. È interessante
come, anche in questo caso, G. anticipasse uno dei temi più dibattuti, oggi, in
ambito cognitivo, sotto il t itolo di meta-rappresentazioni, ma che in G. si es
tende già all’intero ambito dell’operare umano, un operare che è pragmatico e
corporeo, percettivo, cognitivo. In analogia e in correlazione con la funzione
metalinguistica che per G. è sempre implicata nelle funzioni di primo
livello del linguaggio, così come quella costituisce pur sempre una funzione
che può essere solo interna al linguaggio di primo livello G. introduce
la nozione di metaoperatività come interna a qualsiasi o perazione umana. È ciò
che distingue, in sostanza, un’operazione del G., Ricognizione, Cfr.
Metarepresentations. A Multidisciplinary Perspective, cur. SPERBER, Oxford
genere STIMOLO-RISPOSTA da un’operazione che include già dentro di sé una
generalizzazione. P iantare un chiodo con un martello è sì un’operazione
determinata, concreta, e dotata di uno scopo preciso, ma come operazione
umana contiene già dentro di sé una famiglia o una classe di operazioni
possibili qualcosa, dunque, ch e potrebbe essere chiamato uno schema
operativo: piantare questo ch iodo, per l’uomo, suppone piantare i chiodi
in generale, cioè un comportamento operativo metaoperativo rispetto a
quello volto alla fabbricazione di strumenti e alla determinazion e di
variabili operative; e il piantare chiodi in generale suppone ul teriormente
l’operare in generale in vista d i possibili variabili operative, cioè un
comportamento specificamente metaoperativo. Persino l’operare per prova ed
errore tipico del comportamento animale non umano - suppone nell’uomo un
piano, una consapevolezza di operare per prova ed errore. Sappiamo che
proprio l’attività artistica è considerata da G. come l’esemplificarsi di
questa dimensione metaoperativa, e che questa dimensione metaoperativa
non è altro che una riformulazione della kantiana «conformità a scopi senza
scopo. La terza parte di ricognizione della semiotica è tutta
incentrata sui cosiddetti linguaggi artistici, che LINGUE PROPRIAMENTE NON SONO,
non solo in quanto PRIVI DI UN CODICE, ma in quanto strettamente
condizionati da un’operatività e da una meta-operatività irriducibili a
linguaggio. Tutte le arti di cui G. lì parla dall’architettura alla musica,
dalla poesia alla narrativa alla pittura sono indagate a partire dal modo in
cui in esse prende corpo questa nostra capacità metaoperativa, di per sé
inosservabile, ma rilevabile in indici empirici in tutti i prodotti umani,
e in modo esemplare nelle opere d’arte. La stessa nozione di stile viene
riletta alla luce del manifestarsi concreto di indici metaoperativi. In estrema
sintesi, questa capacità metaoperativa viene caratterizzata come una
condizione G., Ricognizione nozioni diverse, quali gli oggetti
che Winnicott ha chiamato «transizionali, di quelli che Dummett ha chiamato
proto-pensieri, che sono analoghi poi a quelli che alcuni studiosi
a partire da Evans chiamano contenuti non concettuali della percezione (c
ontraddicendo, dunque, l’idea fatta valere da FERRARIS (si veda) secondo
cui la tradizione kantiana decreta l’equivalenza tra epistemologia e ontologia,
cioè l’assimilazione di tutto il reale, di quel che c’è, a quel che
possiamo conoscerne grazie ai nostri schemi concettuali, gettando così le
premesse del radicale prospettivismo e costruzionismo nietszscheano
secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni, e di qui del
postmoderno, del neopragmatismo alla Rorty, del decostruzionismo secondo cui
niente è fuori dal testo, e così via . affidata a un principio estet ico
che esprime un’originaria adesione del soggetto all’esperienza, e insieme
un’anticipazione distanziante di questa. Già in Senso e paradosso, G.
s’è riferito in un altro contesto agli oggetti transizionali di Winnicott
mediatori tra il narcisismo infantile, o primario, e le relazioni
oggettuali, obbedienti a quel principio di confusività che violerebbe appunto
il principio aristotelico di non contraddizione accostandoli da un lato all’
Unheimliches freudiano e, dall’altro, alla paradossale unità di
determinato e indeterminato che ha nell’opera d’arte e nell’esperienza estetica
una sua manifetsazione esemplare. Non c’è esperienza ben determinata,
apparentem ente solo ovvia, che non presupponga una condizione di
transizionalità o, insomma, un paradosso-senso. E certi tipici oggetti
transizionali non sono che concretizzazioni di un paradosso-senso. Qui si
legittima anche la creatività che viene esemplar mente e più tipicamente
esibita oggi, per noi e dal punto di vista di una riflessione estetica,
da ciò che chiamiamo arte ed esperienza estetica DUMMET, Origins of
Analytical Philosophy, Harvard, ed. cur. PICARDI, Origini della filosofia
analitica, Torino, Einaudi. Il proto-pensiero si distingue dal pensiero
vero e proprio che è esercitato dagli esseri umani per i quali il linguaggio ne
è il veicolo per il fatto di non essere separabile dalle attività e
circostanze presenti non possiamo dare una spiegazione soddisfacente della
nostra capacità di base d’apprendimento e di orientamento nel mondo trascurando
il livello dei proto-pensieri. EVANS, The Varieties of Reference, Oxford.
FERRARIS, tra i tanti testi e articoli in cui sostiene questa tesi, si veda da
ultimo il manifesto del nuovo realismo, Roma-Bari, Laterza. Per una
discussione più articolata di questadel l’esperienza che funziona come unità
costruttiva di un insieme di determinazioni linguistiche e operative», in
dichiarata corrispondenza a quell’unità estetica delle rappresentazioni
di cui si occupa Kant nella Kritik der Urteilskraft. A questo punto
abbandono il saggio per vedere come queste problematiche vengano
riformulate e rielaborate, in modo più adeguato, nel saggio. Il nuovo strumento
teorico che G. mette a punto, al di là del riferimento al principio di una
conformità a scopi senza scopo quale senso e sentimento comune, il
Gemeinsinn kantiano, è la nozione d’immagine interna, proprio a
partire da una rielaborazione del libero schematismo della terza
Critica. Qui la nostra capacità metaoperativa resta una nozione
importante, ed è esplicitamente richiamata nel testo, ma viene reinterpretata e
specificata proprio in relazione al lavoro di quella che G. chiama
complessivamente facoltà dell’immagine, che è responsabile sia delle
sensazioni (come precedenti di un’immagine), sia delle percezioni (le
immagini interne prodotte in presenza degli oggetti del mondo), sia
dell’immaginazione nella sua specificità (delle immagini in quanto
riprodotte o ricordate- rielaborate. Quella che veniva chiamata per lo più
operazione è qui inn anzitutto l’attività di questa facoltà dell’immagine, dal
livello senso-motorio e non ancora associato effettivamente al linguaggio e ai
concetti, fino al suo pieno intrecciarsi con linguaggio e concetti, ma pur
sempre all’interno di una non riducibilità dell’una dimensione all’altra.
Sensazione, percezione e immaginazione sono tutte immagini interne
costitutivamente dinamiche, non fissabili in un’icona o figura materiale,
e abitate da qualcosa di non sensibile, dunque distinte dall’immagine
SEGNO materialmente intesa, che G. chiama figura [ETIMOLOGIA INTERESANTE], e
che è invece sostanzialmente statica. G. Ricognizione, G. Immagine
Linguaggio Figura Una delle nozioni di maggior interesse che emerge
subito assente, direi, negli scritti precedenti è quella di
aggregato. Si tratta di qualcosa di pre-linguistico e pre-concettuale, che deve
dunque precedere in linea di diritto e ipoteticamente anche di
fatto il costituirsi di famiglie, in senso wittgensteiniano, e di classi.
Un aggregato è ciò che offre una prima possibilità di riconoscimento degli
oggetti, non come membri di una famiglia o di una classe che presuppongono
appunto una caratterizzazione di tratti linguistici o una pertinentizzazione di
note concettuali. Un aggregato è invece costituito solo percettivamente –
GRICE, POTCHING, NOT COTCHING -- e costituisce un insieme di casi
effettivamente sperimentati o di oggetti effettivamente usati, quindi di numero
finito, anche se via via crescente. Un aggregato può essere costituito da
oggetti assai diversi, legati da una minima somiglianza e talvolta da nessuna
somiglianza, ma solo da un cortocircuito tra disparati che stabiliscono
tra loro un’unità non chiaribile intellettualmente di tipo affettivo,
emozionale, fantasticante, volto al padroneggiamento di eventi e cose amate,
preoccupanti, esaltanti. Mi sembra di poter dire che G. stia cercando di dar
conto, con una rielaborazione di quella che Kant avrebbe chiamato una
sintesi dell’apprensione, ancora priva di un’unità conc ettuale, della
comune radice di G., Immagine Linguaggio Figura. Ma G. segnala una
revisione tendenziale dell’estetica trascendentale kantiana a un
livello molto più radicale e produttivo, già da Senso e paradosso. Con
la riflessione estetica della Critica del Giudizio, il problema dell’immaginazione
viene in primo piano: nasce u n nuovo schematismo lo schematismo libero,
senza concetti, dell’immaginazione come capacità originaria di
organizzazione delle percezioni. Di conseguenza tende a ridimensionarsi
notevolmente la primitiva estetica trascendentale, nonché la stessa logica
trascendentale, della Critica della ragion pura. Per esempio, che
qualcosa possa essere dato ai sensi solo alle condizioni dello spazio e del
tempo non è che un aspetto, forse non il più originario appunto,
della questione dell’intuizione e della sua elab orazione
nell’immaginazione non più soltanto produttiva e riproduttiva, ma anche
creatrice, non esauribile in termini di ‘forme’ spazio - temporali rispetto a
una materia sensibile. Il centro della questione, di fronte a quell’aspetto, è
ora la lor o interna capacità organizzativa Quanto alla relazione tra
aggregato e oggetto (GRICE OBBLE) transizionale, mi sembra che uno degl’esempi
portati in Immagine Linguaggio Figura non lasci adito ad alcun
dubbio. Nella primissima infanzia, scrive G., prima che il linguaggio
costituisca un vero e proprio ambiente e quindi sotto la condizione di
un’intelligenza prev alentemente senso-motoria, si può ipotizzare che si
producano, nel la manipolazione degli oggetti, riconoscimenti, usi e
aggregati di oggetti in essi variamenti disposti. Un burattino può essere
riconosciuto come un burattino e nello stesso tempo come un
vivente, oggetto d’amore o mostro persecutorio che sia; una copertina o
un lenzuolino possono essere riconosciuti come oggetti d’uso, adatti per
coprirsi e stare al caldo, e insieme come utero della madre, il suo
abbraccio, il suo stesso seno e quindi come una difesa dal mondo esterno non
ancora propriamente conosciuto e dominato; e così via. In questi casi
l’aggregato è lontanissimo dalla formazione di una futura tassonomia
intellettuale, e tuttavia una tassonomia non potrebbe più tardi formarsi se non
fosse preceduta da quello. Se queste forme prelinguistiche di aggregazione e
riconoscimento sono però contrassegnate da una vocazione al linguaggio e
all’organizzazione concettuale, ci si può chiedere se siano pensabili
anche senza questa teleologia evolutiva e se non siano per caso da
pensare come l’analogo più prossim o, con le opportune specificazioni, delle
rappresentazioni che dobbiamo attribuire ad alcune specie di animali non-umani.
A questi, infatti, G. riconosce non una vera percezione interpretante come
quella umana, ma neppure si sente di relegarli in un «ambiente» nettamente
distinto da un mondo come avevano fatto Scheler e Heidegger sulle orme di von
Uexküll. Forse la distinzione vale per l’ambiente sensoriale della zecca,
ma sarebbe diff icile dire la stessa cosa di un cane o delle grandi
scimmie. tesi rispetto a Kant, rimando a VELOTTI, Storia filosofica
dell’ignoranza, Roma-Bari, Laterza. G., Immagine Linguaggio Figura. G., Immagine
Linguaggio Figura. Un mondo, senza darne qui un’impossibile definizione e
accettando della parola solo l’indicazione di un senso complessivo della vita e
delle cose che la avvolgono, è attribuibile anche agli animali non-umani.
Solo che sembra presentarsi non come mondo in immagine, ma come comportamento,
in cui la sensazione, visiva o non visiva, svolge una funzione segnaletica e
non formativa, essenziale, ma non caratterizzante propriamente una co siddetta
immagine del mondo. Mi sono soffermato brevemente sul tema della percezione
infantile e degli animali non-umani perché è diventato forse l’argomento
più forte portato dai sostenitori dei contenuti non concettuali della
percezione. Questo confronto tra le posizioni di G. e quelle dei
sostenitori dei contenuti non concettuali (un’espressione che Garroni non usa
mai) richiederebbe uno studio specifico, come anche la relazione
tra l’ aggregato e i proto -pensieri di Dummett, una nozione elaborata proprio
per dar conto di rappresentazioni che non sono dipendenti dal linguaggio,
proprie sia dunque degli infanti, sia degli animali non-umani (anche se credo
che sia necessario, anche per Dummett [WRIGLEY TO GRICE: MY THESIS WILL BE ON
DUMMETT’S FREGE – PHILOSOPHY OF LANGUAGE. HAVE YOU READ IT? GRICE: NO, AND I
HOPE I WON’T], distinguere tra proto-pensieri suscett ibili di diventare
pensieri, o vocati a diventarlo, e quelli che non lo sono). Se menziono i
possibili punti di convergenza della riflessione di G. sulla irriducibilità
della percezione al linguaggio con quella di alcuni filosofi di tradizione
analitica e psicologi cognitivi, non è per mostrare che il pensiero di G. sta
al passo con i tempi, o li ha precorsi, cosa che sarebbe di pochissimo
interesse. Il fatto è che G. mette in luce spesso senza portare fino in
fondo i dettagli dell’analisi aspetti, implicazioni e dimensioni del
problema che potrebbero essere molto fecondi se messi a contatto con la ricerca
contemporanea propria di quelle diverse tradizioni. Vorrei sottolineare che non
si tratta solo di un generico auspicio di integrazione di prospettive diverse,
ma di confronti concreti G., Immagine Linguaggio Figura Non
solo in EVANS, cit., ma soprattutto, tra gli altri, in C. A. B. PEACOCKE, Does
perception have a nonconceptual content? Journal of Philosophy, e
Phenomenology and nonconceptual content, in “Philosophy and Phenomenological
Research”, e già anche in DRETSKE, Naturalizing the Mind, MIT che
potrebbero portare a risultati sorprendenti forse anche in termini di nuove
acquisizioni conoscitive. Farò due esempi: il primo, già accennato, riguarda
proprio i contenuti non concettuali. Il secondo riguarda invece
l’indeterminatezza delle immagini mentali A. È indubbio che le
principali ragioni che hanno portato la filosofia della linguistic
turn a occuparsi di fenomeni non linguistici, e in particolare di
contenuti percettivi non concettuali, è legata a una serie di ragioni che
trovano corrispondenze abbastanza puntuali in Garroni. E tuttavia, nonost-ante
la loro raffinatezza, spesso queste analisi sono incapaci di vedere aspetti
della questione che una riflessione filosofica come quella di G. aiuta a
scorgere. Le ragioni che hanno dato il via al dibattito sui contenuti non
concettuali sono svariate. La possibilità, riconosciuta da G. con la nozione di’aggregato,
di rappresentare nella percezione stati di cose contraddittori o impossibili da
un punto di vista proposizionale e concettuale [SPERANZA MISE-EN-ABYME E GRICE:
l’esempio che si fa di s olito sono le figure di Escher, o la l’illusione della
cascata di Crane, ma l’aggregato di G., come abbiamo visto
rapidamente, coglie questa possibilità percettiva innanzitutto al livello
dell’immagine interna, e nella sua necessità non solo come fatto
accidentale ed episodico, o artatamente escogitato e realizzato in una figura. Un
secondo argomento è stato proposto da Peacocke, il quale sostene che il
contenuto della percezione è unit-free: percepisco una distanza
CRANE, The Waterfall Illusion, Analysis, Cfr. Immagine Linguaggio Figura,
in cui G. analizza la differenza tra la interpretabilità plurima di
alcune figure, e il ruolo primario nei riguardi della varia
interpretabilità del percepibile giocato dall’indeterminatezza percettiva
propria delle immagini interne in relazione al mondo
reale. PEACOCKE, Analogue content, Proceedings of the
Aristotelian Society, determinata tra me e un oggetto senza per questo dover
usare un’unità di misura. E queste rappresentazioni sono irriducibilmente
nonconcettuali. G., di nuovo appoggiandosi qui implicitamente a Kant,
usa un’argomentazione analoga per mostrare come la percezione ci appaia
legittimamente come soggettiva e oggettiva a un tempo, senza che ci sia nulla
di contraddittorio o ossimorico, in quanto la percezione fornisce valori
oggettivi delle cose, per esempio quantitativi, tali da poter essere
poi esplicitati in rapporti metrici, in un modo che non è ad
evidenza delle cose stesse: lo stesso avvertimento di quei valori
oggettivi è nostro [e questo avvertimento è non
concettuale: nota mia] e, tanto più, la nostra misurazione
non sta nelle cose, ma dipende da un’unità di misura da noi
stabilita idonea per l’esplicitazione concettuale di quei rapporti.
L’avvertimento dei valori quantitativi privo di un’unità di misura è dunque la
condizione, non concettuale estetica, direbbe G. con Kant di ogni
misurazione oggettiva e concettuale. 3. Un terzo argomento, avanzato da Evans e
poi ripreso da molti, è la maggiore finezza di grana della percezione rispetto
alla grana dei contenuti degli atteggiamenti proposizionali. Qui è facile
riferirsi di nuovo a G. nella sua rielaborazione del pensiero kantiano, ma non
tanto in relazione agli aggregati, quanto al libero schematismo e a quelle che
Kant chiamava «idee estetiche» (una modalità esemplare di «immagine interna»,
che Kant stesso designa come «intuizione interna»: « dal punto di vista
estetico l’immaginazione è libera, al fine di fornire, ma in modo non ricercato
una copiosa e inesplicita materia [Stoff] all’intelletto, che
questo, nel suo concetto, non prendeva in considerazione ). E
l’analisi, centralissima, che G. dedica al libero schematismo, non si
limita a un riferimento alle ope re d’arte che sono, per Kant, espressioni
di idee estetiche, ma KANT, Critica della facoltà di giudizio, G.,
Immagine Linguaggio Figura . KANT, Critica della facoltà di
giudizio si allarga alla stessa costruzione di schemi per concetti
empirici. G. precisa infatti che lo stesso schema lo schema empirico,
l’immagine schema o, nel linguaggio della terza Critica
kantiana, l’esempio è possibile dentro il quadro del rapporto dell’intera
immaginazione e dell’intero intelletto: è una scelta di certi tratti
caratteristici nell’insieme di tutti i tratti caratteristici percepibili
di un oggetto, il quale a sua volta non sarebbe possibile se non sullo sfondo
di tutti i tratti caratteristici possibili, percepiti o no, percepibili o no, c
onfusi nell’indet erminatezza della totalità. Non si tratta, è vero, di
una percezione non relazionata ai concetti (dato il rapporto
dell’immaginazione con l’intelletto), ma è anche vero che qui nessun concetto
determinato può corrispondere ai tratti caratteristici percepiti, e anzi un
concetto empirico può formarsi solo su progressive selezioni a partire da una
totalità indeterminata di tratti non già linguisticamente o
concettualmente classificati. Nella prospettiva di G., la maggiore
“finezza di grana” della percezione verrebbe vista in un quadro più ampio
di quello analitico e cognitivista, che ha conseguenze antropologiche,
semantiche, di teoria dell’arte, mentre probabilmente potrebbe guadagnare
a sua volta in precisione e articolazione da un confronto serrato con il
dibattito analitico. 4. Un quarto argomento strettamente collegato al
precedente è stato di nuovo messo in evidenza da Peacocke e da Ayers, e riguarda la possibilità di acquisire
e apprendere concetti empirici. Se non si dessero contenuti non concettuali, o
il nostro ragionamento sarebbe circolare (coglieremmo già concettualmente
contenuti percettivi di cui invece, per ipotesi, dobbiamo costruire i
concetti), oppure dovremmo supporre un innatismo fortissimo e insostenibile.
La G., Immagine Linguaggio Figura, C. A. B. PEACOCKE, A study
of concepts, MIT, e Does perception..., cit.; AYERS, Sense experience,
concepts, and content: objections to Davidson and McDowell, in SCHUMACHER,
Perception and Reality: from Descartes to the Present, Paderborn, Mentis, 2ripresa
da parte di G. delle considerazioni svolte da ECO (si veda) nel suo Kant
e L’ORNITORINCO (che a sua volta si riferiva a G.) fornisce un modello per la
formazione dei concetti empirici proprio a partire dai contenuti non concettuali,
in forma di aggregati, che permette un riconoscimento percettivo anteriore alla
costituzione di uno schema empirico, correlato a un nome comune. Veniamo al
secondo esempio. Discutendo di immagini mentali, alcuni autori di provenienza
analitica hanno sostenuto che una delle caratteristiche che le differenzia
dalle figure (pictures) è la loro indeterminatezza. Sembrerebbe, questo, un
tratto che li avvicina alla tesi di G. sul reciproco correlarsi di
determinatezza e indeterminatezza. Ma non è così. Lo scopo di chi usa questa
argomentazione è quello di sostenere che le immagini mentali, essendo
indeterminate, sono più simili a descrizioni che a figure. L’argomento di
Dennett è abbastanza noto, e rig uarda il numero delle strisce del manto
di una tigre: in un’immagine mentale il numero delle strisce di una
tigre può essere indeterminato, mentre in una figura le strisce devono essere
numerabili, e dunque determinate. In una descrizione, il numero delle
strisce può essere indeterminato (“questa tigre ha numerose strisce sul
manto”), dunque le immagini mentali sono più vicine alle descrizioni che alle
figure. Un’autorità sulla mental imagery come
Thomas insieme a molti altri sostiene che questo argomento non è
valido, perché un’immagine mentale di una tig re potrebbe avere un numero
determinato di strisce, solo che uno potrebbe non fare in tempo a contarle
perché l’immagine mentale svanisce velocemente dalla coscienza. Inoltre,
anche una figura di una tigre potrebbe rendere impossibile contarle, in
quanto sfocata o sommaria, e G., Immagine Linguaggio Figura. Tra
gli altri, DENNETT, Content and Consciousness, London, Routledge et Kegan
Paul; PYLYSHIN, What the mind’s eye tells the mind’s brain: A critique of
mental imagery, “Psychological Bullettin”; tra i critici di questa
argomentazione, TYE, The Imagery Debate, MIT, anche una tigre reale
– presente alla percezione attuale e non immaginata -, data
la natura frammentaria, confusa e sfuggente delle sue strisce, porrebbe molti
dubbi quanto al loro numero 45 . A me sembra evidente come Dennett e gli altri
autori abbiano colto solo di sfuggita un carattere delle immagini mentali o
interne e ne abbiano tratto una conclusione affrettata. E come le
contro-argomentazioni di Thomas (insieme a quelle di molti altri) si mantengano
sullo stesso livello, senza prendere neppure in considerazione la relazione,
ben altrimenti pregnante e ricca di conseguenze, colta da G. tra determinatezza
e indeterminatezza dell’immagini interne e il loro rapporto con
le figure. L’indeterminatezza dell’immagine interna così come viene
pensata da G. - non è una figura sfocata o mancante di alcuni particolari, o
addirittura una figura che sarebbe determinabile se solo avessimo il tempo di
esaminarla nella nostra mente. La correlazione essenziale tra determinatezza e
indeterminatezza che la caratterizza è condizionata dal fatto che è
un’immagine dinamica e multimodale (visiva, olfattiva, tattile, uditiva,
mnemonica, affettiva, viscerale, e così via) e dunque non è in nessun
modo una figura, neppure una figura sfocata o sbiadita o evanescente. È piuttosto
un’operazione nativa e attiva, che, nel caso della percezione visiva, è
non solo filtrata dalla gamma limitata di raggi luminosi a cui è sensibile il
nostro occhio, ma è resa possibile dai movimenti saccadici e di altro
genere dell’occhio, senza di cui non ci sarebbe neppure un’immagine retinica. E
quest’immagine retinica è a sua volta attivamente e selettivamente
rielaborata dalla nostra «percezione interpretante» sullo sfondo di un
contesto oggettivo e soggettivo che si allarga da quello visibile a quello
non visibile, fino ad estendersi alle altre caratteristiche non presenti
(associazioni con altri oggetti e memorie percettive). Il problema
dell’indeterminatezza condizionante dell’immagine interna non è tanto se
possiamo contare o meno certi suoi elementi, quanto quello di darne un
resoconto teorico adeguato, che, per esempio, non si 45
THOMAS, Mental Imagery, 1illuda di poterla considerare come
l’immagine interna di un oggetto già definito e isolato dagli altri oggetti,
dal mondo soggettivo e oggettivo e dal sentimento della totalità
dell’esperienza in cui siamo avvolti. Si possono anche costruire
modellini della percezione più semplici, avendo in vista la costruzione di
macchine per il riconoscimento automatico di certe caratteristiche oggettuali
nel mondo, ma senza illudersi che quei modellini riproducano effettivamente la
percezione umana. Per concludere, vorrei citare per esteso quel che nota G. nel
già citato articolo sulla indeterminatezza semantica a proposito del senso
stesso di una riflessione filosofica. Credo che quel che diceva allora a
proposito del linguaggio e dei linguisti, potrebbe essere ripetuto per la
percezione e i percettologi, come suggerisce l’ultimo esempio che ho
portato: Si mette in dubbio prima che potessero esistere puri linguisti o
puri percettologi, potremmo dire. Forse è proprio vero: non esistono. Anzi,
se l’antinomia che essi inevitabilmente incontrano e si sforzano di
comporre è sempre presente esteticamente in loro e in tutti noi,
linguisti e non linguisti, nell’anticipazione, all’interno dello stesso uso,
del linguaggio in genere nella sua totalità indeterminata, è forse
addirittura possibile sostenere che la cosiddetta filosofia si inscrive
necessariamente in ciò che abbiamo detto coscienza implicita del linguaggio. È
infatti difficile dire cosa sia la filosofia istituzionalmente ma che essa
nasca da un qualche sforzo di comprensione dell’esperienza e del
linguaggio, consustanziale all’esperienza e a linguaggio, nella
stragrande maggioranza dei casi solo una precomprensione o un
avvertimento oscuro di una comprensione, questo sembra tutt’altro che
campato in aria. Ciò comporta una differenza rispetto a una linguistica
che non vuole saperne, di filosofemi? Forse no, se la differenza va
cercata in positivo, in una determinazione dall’alto di principi e metodi.
Forse sì, se invece va cercata in negativo, nell’esclusione che principi
e metodi possano essere qualcosa di assoluto e unilaterale, si ispirino
poi alla indeterminatezza o alla determinazione. Ciò pare plausibile
soprattutto se essa fa emergere più nettamente la coscienza implicita che
ogni nostro uso del linguaggio non è solo un uso particolare ma contiene
una componente di indeterminatezza che lo fa essere paradossalmente proprio
quell’uso e permette di descriverlo proprio come
quell’uso determinato, nello stesso uso effettivo, in tutti i sensi.
Non sarebbe per caso anche un contributo non del tutto insignificante, da un
punto di vista etico e politico, non sospettabile di ideologismo, alla promozione
di una cultura non dogmatica, non settaria e non particolaristica? G., L’indeterminatezza
[cf. GRICE, INDETERMINACY OF IMPLICATURE] semantica. Emilio Garroni. Garroni. Keywords:
l’implicatura di Pinocchio, Freges Sinn – Germanic ‘sinn’ *not* via Latin
cognate ‘sentire’ -- senso, senso fregeiano – senso freegan – “Fregean sense” –
Do not multiply senses -- mentire/mentare/meinen/mean
-- messagio, message, semiotic – sender, recipient, message, emittente,
mittente, recipiente, message, emission, utterance, emitire, to utter – to
‘out’ -- ‘to ex-press’ Lorenzini---- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Garroni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Garrucci—Grice sul ‘stress’ a Roma ed Oxford
– Luigi Speranza – filosofia italiana (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. A jesuist priest, archaeologist,
and art historian. M. Roma. His published work primarily focuses on early
Christian art, numismatics, and inscriptions. He wrote “Storia
dell’arte Cristiana nei primit otto secoli della chiesea.” This six-volume work is considered a monumental history of early
Christian antiquities. The volumes conver Christian catacomb frescoes, gold
glasses, mosaics, and sarcophagi. His ‘Dissertazioni archeologicche di vario
argomento’ is a two-volume collection of archaeological dissertations. Le
monete dell’Italia antica: raccolta generale” is a general collection of coins
from Ancient Italy. Graffiti de Pompei – is a publication on the inscriptions and
graffiti found at Pompei, collected and interpreted. He lso worote “Il crocifisso
graffito in casa dei Cesari” focused on a graffiti crucifixion found in the
palace of the Caesars. Nuova interpretatzione di un vetro cimiteriale ornato
di figure in oro: a new interpretation of an ornamental gold glass from the
catacombs. Classis praetoria misenensis piae vindicis gordianae
philippianae monumenta quae exstant – monumental inscriptions of the praetorian
fleet. De’
canon epigrafici di federico Ritschl e di alcune epigrafi archaice – an exploration
of epigraphic canons. Nacque a Napoli il 23 genn. 1812 da Antonio e da Maria
Gesualdi Sangiacomo. Nel 1826 iniziò il tirocinio nella Compagnia di Gesù e nel
1838, compiuti gli studi letterari e filosofico-teologici, fu ordinato
sacerdote. Fino al 1848 insegnò, tra Napoli (1839-40), Salerno (1841-42) e
ancora Napoli (1843-48), retorica, lingue classiche, ebraico e archeologia
nelle scuole dei gesuiti. Intanto proseguiva gli studi affermandosi
nell'ambiente culturale napoletano, dominato dalla figura di F.M. Avellino,
direttore del Museo Borbonico, promotore avveduto del rinnovamento degli studi
antiquari e fondatore del Bullettino archeologico napoletano, la cui nuova
serie (1852-58) il G. diresse con G. Minervini.
L'esigenza dell'autopsia dei monumenti costituisce l'aspetto più
importante del metodo scientifico del G., che riteneva "dovere di ogni
epigrafista di vedere da sé medesimo gli originali e trascriverli […]. Vi sarà
quindi da confermare le lezioni che erano dubbie, e da emendarle, se
sbagliate" (Le antiche iscrizioni di Benevento…, Roma 1875, p. V). Tra gli
studi di questa prima fase della sua attività scientifica si devono segnalare
le Antichità dei Liguri Bebiani raccolte e descritte… (Napoli 1845) e La storia
di Isernia raccolta dagli antichi monumenti (ibid. 1848). Con le Antichità dei
Liguri Bebiani il G. forniva un primo studio e una trascrizione parziale di uno
dei più importanti documenti epigrafici dell'Italia meridionale, attestante
l'institutio alimentaria traianea nel territorio dei Liguri Bebiani (odierna provincia
di Benevento). La pubblicazione di quest'opera segnò l'inizio di aspre
polemiche - la cui vasta eco nella vita culturale italiana della seconda metà
dell'Ottocento è fedelmente testimoniata dall'epistolario del G. - con i membri
dell'Instituto di corrispondenza archeologica in Roma, in primis con Th.
Mommsen, che nel 1845-46 aveva attraversato il Regno per l'allestimento delle
Inscriptiones Regni Neapolitani Latinae (Lipsiae 1853), le quali dovevano
fungere da banco di prova generale per il futuro Corpus inscriptionum
Latinarum. Il G. era vivamente interessato alla partecipazione all'impresa,
come egli stesso afferma nella prefazione al lavoro sulla flotta di Miseno,
Classis praetoriae Misenatis piae victricis Gordianae Philippianae monumenta
quae extant, studio collecta et commentariis illustrata… (Neapoli 1852); e il
senso della polemica contro la "dittatoria alemanna" è ben chiarito
da una sua lettera, senza data, a G. Minervini in cui auspicava una miglior
difesa contro l'invasione della ricerca tedesca e una minore "ammirazione
per tutto ciò che si chiama il risultato degli studi d'oltremonte"
(Biblioteca apost. Vaticana, Autografi Ferrajoli, sez. IV, nn. 1931-1932). Il 1853 segna una svolta fondamentale nella
vita del G., sospettato già nel 1848 di approfittare dei suoi frequenti
spostamenti per fare propaganda liberale. Espulso dal Regno delle Due Sicilie e
diffidato dal rientrarvi pena la galera, si rifugiò prima a Benevento, dove
aveva rapporti intensi per i suoi studi epigrafici e che era soggetta allo
Stato pontificio, poi a Roma, stabilendovisi definitivamente. Sempre nel 1853
il G. fu designato scrittore della Civiltà cattolica; in tale ufficio poté
dedicarsi interamente allo studio dell'antichità classica e cristiana. Membro
ordinario dell'Instituto di corrispondenza archeologica in Roma dal 1851 e
socio di prestigiose accademie italiane ed europee, intrecciò relazioni feconde
sul piano scientifico con i più noti studiosi dell'epoca e dal 1854 al 1858
soggiornò a più riprese a Parigi, Bruxelles e Londra. I più importanti lavori del G. appartengono a
questo periodo di intensissima attività. Nel 1854 pubblicò a Bruxelles le
Inscriptions gravées au trait sur les murs de Pompéi (2ª ed. col titolo
Graffiti de Pompéi, Paris 1856), opera che, a onta del giudizio espresso da K.
Zangemeister (Corpus inscriptionum Latinarum, IV, p. IX), dimostra la grande
competenza acquisita dal G. nello studio della paleografia latina in ambito
epigrafico. La definizione che della scrittura corsiva dà il G. in quest'opera
(pp. 7 s.) risulta ancora oggi valida. Non a caso, in occasione del
bicentenario degli scavi di Pompei gli fu conferita la medaglia di benemerenza
alla memoria per essere stato un fervente cultore degli studi pompeiani (tutti
raccolti nelle Questioni pompeiane, Napoli 1853) e uno dei precursori degli
studi di epigrafia parietale. Gli interessi del G. per gli aspetti paleografici
dell'epigrafia latina, specialmente quella di età repubblicana, sono inoltre
documentati da una serie di studi, dei quali occorre menzionare almeno I segni
delle lapidi latine volgarmente detti accenti (Roma 1857) - lavoro premiato
dall'Académie des inscriptions et belles lettres e salutato con grande favore
anche dai suoi avversari (cfr. la recensione di W. Henzen in Bull. dell'Inst.
di corrispondenza archeologica, XXX [1858], p. 48), col quale il G. contribuiva
a stabilire la vera natura dell'apex e del sicilicus nelle iscrizioni latine -
e il lungo saggio Dei canoni epigrafici di Federico Ritschl e di alcune
epigrafi arcaiche finora inedite (in La Civiltà cattolica, XXI [1870], 9, pp.
419-430, 649-663; 10, pp. 163-178), nel quale discutendo dell'opera di F.
Ritschl, Priscae Latinitatis monumenta epigraphica (Berolini 1862), aveva modo
di precisare importanti questioni pertinenti agli aspetti paleografici di
alcune iscrizioni latine arcaiche. -ALT
I risultati di questi studi confluirono, poi, nell'ampia premessa
teorica alla Sylloge inscriptionum Latinarum aevi Romanae reipublicae usque ad
C. Iulium Caesarem plenissima, Augustae Taurinorum 1875, I-II (2ª ed., con un
fascicolo di addenda, ibid. 1881), che in due distinte sezioni, numismatica ed
epigrafica, raccoglie tutte le iscrizioni latine fino alla morte di
Cesare. Il G. diede un ragguardevole
contributo anche agli studi di epigrafia italica (cfr. Scoperte falische, in
Annali dell'Instituto di corrispondenza archeologica, XXXII [1860], pp.
211-281; Dissertazioni archeologiche di vario argomento, I, Roma 1864, pp.
59-76) e di epigrafia ebraica (cfr. Descrizione del cimitero ebraico di Vigna
Rondanini sulla via Appia, in La Civiltà cattolica, XIII [1862], 3, pp.
87-97). Con lo studio sui Vetri ornati
di figure in oro trovati nei cimiteri dei cristiani primitivi di Roma… (Roma
1858; 2ª ed., ibid. 1864), il G. costituiva il primo nucleo del vasto progetto,
concepito insieme con A. Martin, della "raccolta di quanti monumenti
cristiani e in Roma e nel mondo cristiano si fossero mai pubblicati o si
trovassero degni di pubblicarsi", come egli stesso afferma nella
prefazione all'opera (p. XXII). Il limite cronologico della raccolta fu fissato
all'VIII secolo. Il progetto, che impegnò il G. in frequentissimi viaggi in
Italia e in tutta Europa, fu poi realizzato con i sei volumi della Storia
dell'arte cristiana nei primi otto secoli della Chiesa (Prato 1872-80),
illustrati da 500 tavole. Nell'ambito
degli studi numismatici, che non occupano il primo posto nell'attività
scientifica del G., va segnalato quello dedicato all'Esame critico e
cronologico della numismatica costantiniana portante segni di cristianesimo,
Roma 1858 (con un'appendice, ibid. 1859).
Intanto il G. era coinvolto in tutte le grandi iniziative della scienza
tedesca e collaborava con E. Gerhard al corpus degli specchi etruschi, con F.
Ritschl alla raccolta delle iscrizioni latine arcaiche; e A. Fabretti gli dava
pubblicamente atto del contributo dato al suo Corpus inscriptionum Italicarum
(Augustae Taurinorum 1867). Dal 1870 il
G. si ritirò nel Collegio Pio latino americano sul Quirinale dove, continuando
a tenere intensi rapporti con gli altri scrittori della Civiltà cattolica,
attese alla stesura delle tre grandi opere che concludevano, nei rispettivi
ambiti dell'epigrafia, della numismatica e della storia dell'arte cristiana, la
sua instancabile attività di studioso: oltre alle già ricordate Storia
dell'arte cristiana nei primi otto secoli della Chiesa e Sylloge inscriptionum
Latinarum aevi Romanae reipublicae, Le monete dell'Italia antica (Roma 1885).
Proprio mentre licenziava per la stampa quest'ultimo lavoro, lo colse la morte,
a Roma, il 5 maggio 1885. Fonti e Bibl.:
Poche notizie riguardanti il G. sono contenute nei documenti d'archivio della
Compagnia di Gesù, tra i quali sono di particolare interesse la breve anonima
biografia manoscritta presente nei Summaria vitae patrum provinciae
Neapolitanae, II (1822-1904), e i verbali manoscritti delle Consulte della
provincia napoletana della Compagnia degli anni 1838-70 (dai quali, fra
l'altro, si apprende la notizia della sua espulsione dal Regno di Napoli: cfr.
Consulta del 20 ott. 1853). La biografia del G. può essere, quindi, ricostruita
soprattutto attraverso l'epistolario, peraltro solo parzialmente esplorato. Il
nucleo principale delle lettere a lui dirette fa parte delle Carte Garrucci
(circa 3000 pezzi) conservate presso la Facoltà teologica S. Luigi in Napoli,
la catalogazione delle quali è tuttora in corso. Un altro consistente nucleo
dell'epistolario del G. è custodito tra gli Autografi Ferrajoli della
Biblioteca apost. Vaticana: di particolare interesse risultano le 43 lettere
indirizzate a G. Minervini negli anni 1847-75. Un terzo nucleo, infine, è
costituito dalle lettere inviate dal G. agli studiosi tedeschi che facevano
capo all'Instituto di corrispondenza archeologica in Roma, custodite
nell'archivio del Deutsches archaeologisches Institut in Roma. Vanno aggiunte a
questi tre nuclei principali le numerose lettere inviate dal G. ai suoi
corrispondenti italiani ed esteri, conservate in diverse biblioteche italiane
ed europee. Di tutto questo ricco
materiale, prescindendo dalla pubblicazione di singole lettere, sono state
edite del nucleo napoletano le lettere inviate al G. dagli studiosi tedeschi
(C. Ferone, R. G. nella corrispondenza di Th. Mommsen, E. Gerhard, F. Ritschl,
in Rendiconti dell'Accademia di archeologia, lettere e belle arti di Napoli,
LXI [1989-90], pp. 33-57); quelle inviate dal G. ad A. Martin e Ch. Cahier
(Id., Lettere di R. G. ad A. Martin e Ch. Cahier, in Archivum historicum
Societatis Iesu, LXIII [1994], pp. 125-139); due indirizzate al G. da B.
Borghesi (Id., Due lettere di B. Borghesi dalle carte di R. G., in Scritti di
varia umanità in memoria di Benito Iezzi, a cura di M. Capasso - E. Puglia,
Napoli 1994, pp. 305-318); quelle indirizzate al G. da G. Conestabile e A.
Fabretti (Id., Lettere di G. Conestabile e A. Fabretti a R. G., in Erudizione e
antiquaria a Perugia nell'Ottocento, a cura di L. Polverini, Napoli 1998, pp.
71-90). Tra i principali lavori contenenti riferimenti più o meno ampi alla
vita e all'attività scientifica del G.: F. Ritschl, Opuscula philologica, IV,
Lipsiae 1878, p. 385; O. Ribbeck, F.W. Ritschl. Ein Beitrag zur Geschichte der
Philologie, Leipzig 1879-81, II, p. 225; W. Froehner, Nécrologie, in Annuaire
de la Societè française de numismatique et archéologie, s. 2, IX (1885), pp.
308-311; F. Procaccini di Montescaglioso, Commemorazione del p. R. G. della
Comp. di Gesù, Napoli 1885 (con elenco molto incompleto e impreciso delle
opere); F. Barnabei, I primi passi di due grandi archeologi, in Arch. stor. per
la Sicilia orientale, XVI-XVII (1919-20), pp. 324-329; A. Sogliano, Intorno al
tempio ritenuto di Vespasiano in Pompei, in Atti della R. Accademia di
archeol., lettere e belle arti, n.s., VIII (1920), pp. 247 ss.; H. Leclerc, G.,
R., in Dict. d'archéologie chrétienne et de liturgie, VI, Paris 1924, coll.
651-664; A. Ferrua, Epigrafia ebraica, in La Civiltà cattolica, LXXXVII (1936),
3, pp. 461-473; G. Boccadamo, La figura di R. G., ibid., LXXXIX (1938), 3, pp.
520-531; Id., Il G. epigrafista, ibid., 4, pp. 436-447, 535-547; Id., Nel
bicentenario degli scavi pompeiani, ibid., XCIX (1948), 4, pp. 389-400,
594-602; L. Wickert, Th. Mommsen. Eine Biographie, II, Frankfurt am Main 1959,
pp. 306 ss.; S. Mazzarino, Germanesimo culturale negli studi romani
dell'Ottocento italiano, in Annuario dell'Università di Padova, a.a. 1972-73,
p. 7 (dell'estratto); H.G. Kolbe, Wilhelm Henzen und das Institut auf dem
Kapitol. Eine Auswahl seiner Briefe an Eduard Gerhard, Mainz 1984, passim (di
particolare interesse per conoscere i giudizi, quasi sempre negativi, espressi
dagli studiosi tedeschi, sul G.); M. De Agostini, I Liguri nel Sannio e la
tavola alimentaria dei Liguri Bebiani, Benevento 1985 (2ª ed.); A. Pasqualini,
La scienza antiquaria e il recupero del patrimonio epigrafico di Benevento, in
Epigraphica, XLVIII (1986), pp. 147-173; C. Ferone, Per lo studio della figura
e dell'opera di R. G. (1812-1885), in Miscellanea greca e romana, XIII (1988),
pp. 17-50 (con bibl. degli scritti del G.); Id., R. G., in La cultura classica
a Napoli nell'Ottocento, Napoli 1991, pp. 175-192; M. Capasso, Un progetto
papirologico di R. G., ibid., pp. 193-198; N. Parise, Ricerche italiane di
numismatica fra 1808 e 1870, in Lo studio stor. del mondo antico nella cultura
italiana dell'Ottocento, Napoli 1993, p. 248; C. Ferone, Gli studi pompeiani di
R. G., Foggia 1996. Sull'intera vicenda della pubblicazione della tavola
alimentaria cfr. ora la riedizione delle Antichità dei Liguri Bebiani e della
Risposta alle osservazioni fatte dall'Instituto di corrispondenza archeologica,
a cura di I.M. Iasiello, Benevento 1997. Si veda
inoltre: Ch. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, III, coll. 1237-1246
(con bibl. incompleta); Enc. Italiana, XVI, p. 405; Enc. cattolica, V, coll.
1947-1950; Diz. ecclesiastico, II, pp. 24 s.; Grande Diz. encicl. UTET, IX, p.
128.Abstract. Keywords: segno, segnare. I SEGNI – H. P. Grice: “Words are not
signs, but accents are! – vide “STRESS” -- DELLE LAPIDI LATINE VOLGARMENTE
DETTI “ACCENTI” DISSERTAZIONE... Raffaele Garrucci m 1 V -- I SEGNI – H. P. Grice: “Words are not
signs, but accents are – STRESS” -- DELLE LAPIDI LATINE VOLGARMENTE DETTI “ACCENTI”
-- DISSERTAZIONE D G D- G- PREMIATA DALL' ACCADEMIA DELL’ISCRIZIONI E BELLE
LETTERE IN FRANCIA ROMA LOl TIIÌ DELLA CIVILTÀ CATTOLICA Borgo nuovo al
Vaticino . 3d Examiner loutes
les inscriptiom latines qui, jusqu'à la fin du V. imr siècle de notre ère,
porlenl des SIGNES D’ACCENTUATION; comparer le resultai de ces recherches
épigraphiques avec les règles concernant l'ACCENTUATION DE LA LANGUE LATINE,
règles données par Quintilien, par Priscien et d'autres grammairiens; consuller
les travaux des philologues moderne sur le mime sujet; enfin essayer d'établir
une thèorie complète de l’EMPLOI DE L’ACCENT lonique dans LA LANGUE DES ROMAINS
-- argomento proposto al concorso , c poi J"l 1801). La dissertazione
che G. da alle stampe, è premiata dall'Instituto. Le leggi del concorso
volevano che fosse dettata O IN LATINO O IN FRANCESE. Ma G. LA DA IN ITALIANO perchè
lui è detto che ancora in questa lingua si puo scrivere. È tanto stretto lo
spazio del tempo che li rimane prima del 6 Aprile nel qual giorno si chiudeva
il concorso, che G. non puo farsi copiare lo scritto, e però dove aspettare che
li si fac trascrivere, e poi il tempo, e i mezzi da farlo stampare. Il
superiore che li governa ha supplito a questa mancanza, e la dissertazione
molto aspettata, finalmente si dà alla luce. Niuno pertanto si attenda un volume,
perocché ne G. ha tempo da scriverlo, nò la materia, ben inteso il programma, G.
dimanda. Se G. avessi voluto scrivere un trattato nuovo sopra la prosodia e
sopra le varie inflessioni di suoni, e le maniere diverse di compensi, SONO
pronti non pochi saggi, nei quali questi argomenti vengono da abili scrittori
trattati maestrevolmente. Ciò facendo, G. non ha soddisfatto al vero e
ragionevole senso ebe solo poteva avere il quesito proposto. demia non può
trattarsi. In fatti qualche buon epigrafista suo amico l’afferma che la
soluzione n'è impossibile. Certamente il quesito suppone veri SEGNI D’ACCENTO quei
che gl’antichi impressero sulle lapidi: e però le dimando tendono a ciò solo.
Or quando si vollero metter d'accordo grammatici e lapidi antiche, i dotti già
osservano che a ritenere come ACCENTI i SEGNI SOVRAPPOSTI alle VOCALI, le
regole grammaticali si trovavano esser trasgredite. Cercando quindi l'accademia
una soluzione definitiva di questa difficoltà sentita fino ad ora dai dotti,
egli è necessario che non sì prevenisse nel quesito medesimo una soluzione già
tenuta senza effetto; - vi - ma piuttosto che si dimandasse se vi è un mezzo da
conciliare I SEGNI DELLE LAPIDI colle leggi dei grammatici intorno GL’ACCENTI. Nel
qual caso l'ultima parte del programma, enfici essayer d'établir une théorìe
complète de L’EMPLOI DE L’ACCENT TONIQUE DANS LA LANGUE DES ROMAINS, non poteva
avere più luogo. G. dove avvertire ciò per sua discolpa; perocché
nell'aggiudicazione del premio le è fatta una censura che dice, la sua
dissertazione, tuttoché incompleta, essere stata giudicata soddisfacentissima.
Non è un lasciar incompila la materia presa a trattare, se G. dopo aver
dimostrato che I SEGNI SULLE LAPIDI NON sono mai ACCENTI, naturalmente s’astene
di trattare Mell'ACCENTO TONICO NELLA LINGUA LATINA. Viddero i giudici deputati
dall'accademia, che, cercate l’origini, e quindi dimostrata la vera natura di
questi SEGNI, indi l’uso che posteriormente ne fu fatto, G. raddrizz il senso
del quesito, e resane possibile la soluzione: l'accordo tra le lapidi e i
grammatici dimandato s’è trovato da G. con dimostrare che non avevano giammai
gli scrittori delle lapidi VOLUTO SEGNARE ACCENTI; è quindi naturalmente dato
il premio a chi aveva sciolta la difficoltà, non ostante 1'essersi opposto, per
fare ciò, alla forinola del quesito, e di aver fatto intendere, ove fosse lo
sbaglio. Tutta la novità del lavoro di G. consiste in rimontare alle ORIGINI di
questi SEGNI, e indagare per qual uso sono essi introdotti: indi nel
determinare come in seguito l’uso introdotto venne modificato, finché dal
notare le VOCALI che si scrivevano prima in DITTONGO, ovvero si raddoppiavano,
perché di natura LUNGUE, si passa a NOTARE le vocali o i dittonghi solo perchè LUNGHI
di natura, senza aver piò. alcun riguardo alla causa della introduzione
primitiva. Osserva dipoi che, introdotta questa moda di ortografia, si vennero
formando insensibilmente quasi due scuole, servendosene alcuni assai parcamente
o dove parca loro richiesto a determinare meglio il senso, o a togliere qualche
equivoco, o a guidare il lettore: mentre altri invece pare che ne volessero
notate quasi tutte le VOCALI LUNGHE. Questa è la sostanza della discussione di
G., intorno alle quale poiché ha ancor qualche giunta da fare, egli è bene che
lo faccia quivi medesimo, senza rimetterlo ad appendici, o ritornare sulla
materia medesima una seconda volta. Laonde G. ha al presente da aggiugnere agl’esempi
dell'uso men parco allegati da me una lapida trovata a Vaison ed ora conservata
nel museo di Avignone, ove l'ha trascritta. Questa epigrafe già nota nella
raccolta del Grutero, vion ri- prodotta nelle Móm. des Antiquaires de Frutice ,
dondo l'ha tratta Henzen, ed inserita in Orelli. Ma la copia non rappresenta
finora veruno dei TANTI SEGNI CHE SONO SULLA PIETRA, e inoltre in luogo di
dodici milioni e 40 milioni di sesterzii, conta dodici e quara nta mila: G. dice
cioè che non è INTESO – H. P. GRICE -- qual valore s'abbiano le note IXDI ,
iXXXXl, avendo trascritto XII e XXXX quasi fosse lo slesso. VASIENS VO Cos a ppro
U d >».) c <f f r l i et volt {™ FLAVO* PRAEFECT itfLlE'NSIVM TRI B ^ N
MfLITVM LEG- XXI RAPACIS PRAEF ALAE THRACVM HETlCVLANIAE PRAtF RTPAE (J FLVMINIS 0
EVPHRATIS QvnisfxTiì REr • pvblicae • iVlie'nsivm i QVOD AD HS IXXXXÌ f SSVRrS
PERD? CEltE'TVR • TESTAMENTO' RELrQVIT • IDEM (J?i .) HSL- AD PORT1CVM ANTE
THERMAS MARMORIBVS 0*RNANDAM L^GAVIT UL.) Nella seconda linea -- perocché la
prima di carattere maggiore non ha vermi SEGNO, la qual moda vedo osservarsi in
altri titoli e ancor nel seguente -- è certo d’impillarsi ad errore dello
scarpellino so è scritto SEPPrO e non SEPPIO, nel resto l'accento, O SEGNO è
posto regolarmente; ed è da notarsi che non vi si tien conto della opinione di
quei grammatici, i quali volevano che s’allungasse l’“i” invece di apporvi il
segno. La citata iscrizione è quella supplita già da Borghesi, che si serve
della edizione datane da Grutero e d’altri, nei quali tutti MANCANO I SEGNI cosi
diligentemente notati d'Accursio, dal manoscritto del quale conservato nella
pubblica biblioteca di Milano G. ha cavato la sua copia. Questa lapida
appartiene ai tempi d’ADRIANO (vedasi), sotto il governo del quale questo L.
Minicio Natale sostene il governo della Pannonia inferiore, essendo stato già
console. Altri crede qui nominata nel IVUEXSIVM, come nella linea t, la colonia
di Frejus, Forum lulii. Ma sono invece i popoli di Api, Apta Julia, delta
ancora lulia Apta, e donde debbono derivarsi i Mienses: non costando che i
popoli di Frejus siansi mai appellati lulicnscs nei monumenti certi, ma
Foroiulienses. E ben a ragione, non bastando nella stessa provincia il titolo
di luliinsu, e questo egualmente poteva SIGNIFICARE – H. P. GRICE -- i Mientts
o Apltnses di Apla Mia, e i Miensa di Forum Mii. 11 testo di PLINIO (vedasi)
II. N. Ili , V (al. IV) , pone Apt fra i Vulgimta, Apta Mia Vulgimlium, popoli
non memorali da verun altro scrittore. L'iscrizione di Vaison rende assai
naturale la correzione di Vulgientium in Yocontium per V'oomiio- rum. Se non si
pone Apt nel distretto dei Voconzii, la capitale dei quali era Vaison, ei non
può spiegarsi come i Vatitnsts Vocontii pongano questa base a C. Sappio il
quale niun merito aveva con loro , ma soltanto coi cittadini di Apt. L.
Minienti . . f. gal. naTALIS COS PROCOS
provine, africae sodali» . auotuTALlS • LEU- AVG- PR PR- Divi TRAL* ni .
parthici . et . imp. traimi . fcaDRIANi • AVG- PROVINO- PAN noniae . inferiori»
. eurator . aLVEI TIRERIS ET RlPARVM • ET cìoaearum . urbi» . leg. divi . traiKtil •
PARTHICI • LEG- UT AVG LEG- Di in . traumi . leg. . . . BIS ' DONATO
EXPEDlTIO'NE DÀCIC/W ab . eodem . doni»
. mHitaribut . CORO'NA VALLARI • MIRALI AVRE* HASTIS • puri» . iti. vexiliit . ii.
/E'G- PR- PR- PROVLNC AFRICAE 7 • PR TRIB- PL- Q- Prov. . . . 7///7/R- VIARVM •
CVRANDARVM ET • L" MINICIVS • L- F-
gal. natoli* . guadroìVIVS VE'RVS F- AVGVR- TRffi PLE'BIS DESIG Q- AVG- ET eodem tempore Xeq. pr. PR. PATRIS PROVLNC- AFRICAE • TR MIL LEG I- ADIVT- P- F-
LEg. xiiii. g. maRT- VIC- ffiVlR- MONETALE A A A* F F BALINEVM munICIPIBVS • SOLO • SVO ET pecunia . tua . FE'CERVNT i È notevole che
ai nomi desinenti in alit, come Augustalis, monetali* e Natalis -- se non lo è
in quest' ultimo per la ragione delle lettere maggiori --, non è NOTATO L’ACCENTO:
nel resto lo scrittore preferisce di allungare le I seguendo l'avviso dei grammatici,
contro a ciò che abbiamo veduto praticarsi dallo scrittore del marmo precedente.
Ancora un'altra novità. L'autore del titolo seguente, che è dei tempi di Caligola,
vuol distinguere dagl’ablativi i dativi, notando quelli, e OMETTENDO IL SEGNO sopra
di questi: inoltre a lui basta di aver CONTRASSEGNATO – cf. H. P. Grice, counter-signify
-- il solo sostantivo come BELLO 7 BRITANNICO, e CORONA AtfREA. G. crede poi
dimenticato l'accento sopra B4VO e sopra DONlS per colpa dello scarpellino.
Ecco la lapida che è già neU Orelli, il quale la trasse dal Maflei; ma I SEGNI
SONO STATI OMESSI da pertutto: la copia che ne G. da, è stata cavata da G.
dall'originale, che è in Torino sotto i portici della Università. Borghesi l'ha
supplita riunendo insieme due frammenti. Nella linea 12 non può es- servi luogo
al supplemento LBg. xi ci. p. f. le , che il Borghesi fa precedere alla
menzione della legione XIIII gemella Marzia Vittrice; e nella linea 13 in luogo
di ICtBVS , supplito per- ciò cum porlHUBVS, l'Accursio legge ICIPIBVS, che
però deve supplirsi municipibu». Ho poi sotlosegnalo le lettere BI alla Un. 6,
e le DIIV1 alla 9, e infine la N alla 10 perchè mancano nella copia
dell'Accursio, e sono nelle altre. La lapida fu trascritta dal detto Accursio
nell'Ar* cidiaconato di Barcellona. - IX L GAVIO L- F •TEL SILVANO prIMIPlLARI
• LEG- Vili- AVG MBVNO • COn- II- VIGILVM irIBVNO • COH XUÌ VRBAN (r.-BVNO .
COH- Xfi PRAETOR dONlS DO'NÀTO A • DIVO • CLAVD BELLO' • BRITANNICO (oRQVIBVS •
ARMILLlS • PIIALER1S CORO'NÀ • ÀVREA PATRONO COLON d. D 0 Alla scuola medesima
appartiene la lapida del museo di Brescia da me ivi tra- scritta .- SEX- DONNIO
ANTONIO VlCANI VICI • MINER ed inoltre la romana, inserita già dall' Orelli
nella sua Raccolta n. 2880 togliendola dalla edizione del Visconti , M. P.
Clero. II, p. 82. La riporto dalla mia copia, per- chè nei due citati editori
mancano i segni , e V ortografia dell' I lungo non viene ossertala. DlIS •
PROPITlS CLAVDIA • TI F- Q VINTA C- IVLItf HYMETO AEDITVO DIANAE . PLANCIANAE
PAEDACO'CO • SVO KAI KA8HTHTH . ITEM TVTCRI A • PVPILLATtf OB • REDDITAM SIBI
AB • EO FIDEUSSIME TVTELAM • ET • C-
1VXIO EPrrVNCHANO • FRÀTRI EIVS ET ltfLIAE • SPORIDI MA MALVE SVAE LIB- LIBERTABVSQ' POSTE EOR V - X - Dal
solo confronto del itfLIO alla lin. 10 si può capire che il lVLltf della Hn. 3
è scritto cosi per errore in vece di iVLIO. Parimenti l'aver scolpito UB e non
LlB ecc. alla linea ultima, come TVTO'RI e non TVTO'RI non può scusarsi
facilmente. 4. All'osservazione fatta di sopra nell'esame della lapida di L.
Gavio Silvano, ove notammo che dei due nomi ablativi uno solo , cioè il
sostantivo vien segnato d'ac- cento, aggiungo, che altri invece usò di notare
il segno soltanto sulla finale del co- gnome , omettendolo sulla finale del
nome. In una di Avignone par certo che non siansi voluti notare d'accento i
dittonghi , essendo intanto ivi diligentemente osser- vato di segnare le
lettere lunghe : eccone 1' apografo che ne ho tratto , poiché né il Sinnondo nè
lo Scaligero vi apposero i segni. Eàsa è inoltre riportata ora a Ntmes, Croi.
468,6; ora a S. Gabriele in Provenza, Grut. 428, 9; ove è più corretta: ma in
ambedue i luoghi si legge trascritto erroneamente FABVLATOR alla lin. 2, in-
vece di FAB. VIATOR: M- SEVE'RIVS • M F FAB- VICTOR • FL£M- RC/M- ET • A/G-
iniVIR- PoNTIF O COL- REIO'R- APOLLINAR SIBI • ET . KAREIAE K Alili F PATERCIAE
OPTDI- V • • FE'CIT A che può servir di esempio la lapida milanese della
famiglia Guzia trascritta da me : in essa manca solo una volta sul PVERO, che
non è peraltro cognome. M- CVTIO ir i iaMuERAE' <tì. i /wa™, CtfTIAE M F-
SABINA E" CtfTlAE • ANATOLE- A VIA E' Ctf TIAE • A PHRO' CLYMENO PVERO TI-
CtfTPVS EPIGONVS arvlas posvrr Cosi l'esperienza dimostra che introdotta una
volta la moda di notar con un se- gno le vocali lunghe o i dittonghi , non ri
tenne poi una comune e costante ma- niera : di che lascio volentieri ad altri
il venir aggiugnendo nuove osservazioni con- tento di averne pel primo posta la
base. rìrragle 3. Nel programma dell'Accademia si cercava ancora che si
raccogliessero gli accenti delle lapidi fino al quinto secolo , ma nella mia
dissertazione ho fatto vedere che non si hanno monumenti che oltrepassino i
primi decennii del quarto, unica essendo la lapida di Graziano che lo nota in
LlBERTATfS cosi fuor di luogo in vece di LIBERTATIS. Ben però mi sembra aver
provato che mal si giudicò nu- ora essersi cessato dall' uso di apporre i segni
poco dopo Traiano : onde gli epigra- fisti, anche primi, avevano dato Onora per
canone cronologico l'accento, per determi- nare da questo lato una lapide ai
tempi di Traiano, o in quel torno. Ancora ho fatto vedere che non sono soltanto
le figure di accenti , ma ancora quelle di punti sulle vocali , e inoltre che
non si cominciano a trovare i segni , circa Divi Augusti tem- pora, siccome
stabiliva il aig. prof. Ritschl, cioè verso gli ultimi anni della sua vita, In
fine ho avvertito che la parsimonia nell' uso di questi segni non deve indurci
a riputare le lapidi più antiche di quelle che no vanno più ricche , tuttoché
ciò sia il più- comune; perocché se ne incontrano eziandio anche di epoca
tarda, v. la p. 26. A conferma dei monumenti di buoni tempi aggiungo qui due
nuove lapidi: la prima copiata da me nel museo di Aix in Provenza , e la
seconda in Roma a porta latina da uno dei due colombarii quivi scoperti. 6.
Appartiene adunque la prima a buoni tempi, siccome dimostra l'andamento della
ortografia e dallo stile , e probabilmente non molto discosta dall'impero dei
Flavii. L ALLIVS VERI • F PAP VERINVSDEC lì- VIR FLAMAVG PROVlX ALP MAR Sfel 1
FL- TALENTIVI FL CASSIAE VXfyRI PIISSIMAE DEF VLATTIÀE * IT FIL MARCELLA E
SOCRVl OPTVMAE V L ALLIO- AVITO F DEC. V L ALLIO • FLA/IAKO F- V ALLIAE •
AVITAE • FIL V La seconda, che è notevole per la copia della lingua, e per la
forma ortografica di MARMORIVS. parmi si possa ragionevolmente porre aUa
seconda metà del primo secolo cristiano : essa è mancante a destra , e forse
ancora di sotto. - xn - Ta'tA * CVRATOR PRIMVS DEDIT • BIVNVS CVM • HOMINI BVS
• VI- OLLASBC- TITVLOS MAR MORIOS - II- IN OSSARIO • I- W • FRON TE FORAS • I-
PONDVS CENTENAR- I' SCRINIA • IUI' TESSELLAS OC- DEVECTA AD LOCVM • INSEQ VENTI
• ANNO • Q Non dissimile da questi due monumenti è il titoletto votivo del
museo di Brescia iti da me copiato , nel quale avresti voluto vedere FÀTJTBVS
DIOICO BIEr F ed invece tu trovi soltanto BrEI. FATABVS DEICO BrEI F V S L M
Laonde egli è ragionevole dedurne , che quel segno in BrEI abbia la forza di
com- pensare 1' assenza del secondo I voluto da altri grammatici , i quali
tenevano per 1' ortografia del doppio I, di che abbiamo parlato a pag. 16, ed
agli esempi ivi ar- recati contro, la opinione del Ritschl, posso aggiugnere
questi due nuovi. Ho copiato il primo di essi in Chiusi , il secondo in
Avignone. I. D li- ti VETIIENO IVSTO Q VETIIENVS 2. C EX IMPERIO TATTTVS
QVARTVS CAlLARO • VSLM Questo secondo fu già malamente trascritto dal Hi marni
e dal Millin , se pur questo secondo noi trasse piuttosto dalla pubblicazione
antecedente (indi si legge nell'Orelli), e tutti due scrivono GAILARO
malamente. Qui poi è ancor notevole come il secondo I è più lungo , della quale
ortografìa vedi le cose notate da mo alla pa- gina medesima 18. Alla qual serie
di monumenti voglio por Dne trascrivendo da una scheda di mano del sig. cav.
Luigi Ferrucci regalatami recentemente da lui , due nuovi ed inediti titoli. Il
primo è stato recentemente scoperto a Cotignola , e dice : FtfFlClA IVCVNDA Il
secondo è di più antica data riferendosi al 1822 quando ne fu inviata dalle
valli di Comacchio la copia al lodato sig. Ferrucci, con la notizia che quel
monumento erasi scoperto in luogo detto Ara. É un cippo semplice che termina di
sopra a piano inclinato. Sulla faccia davanti si legge : PORCvLAR E sembra
indicarsi cosi il noto sacrifizio del porco agli dii Lari 5 Porci» Laribut fa-
cito, per modo di esempio. Che ai Lari si sacrificasse il porco è cosa ben
nota-, ve- dasi Orazio II, Sat. Ili, v. 104; Properzio IV, 1, 23-, e per tutti
Catone R. R.,V ; in fine gli Ercolanesi che ne parlano nel Voi. IV, a p. 03. Il
porcù è quivi messo per porco, del quale scambio i graffiti di Pompei ci danno
un esempio in POSTERV- NON- 0CT0RR1IS, Graffiti di Pompei pi. XVIII, n. 7. 7.
Ho ancora dimostrato a p. 29 essere talvolta gli accenti collocati dallo
scultore fuori di luogo: agli esempii ivi e qui medesimo addotti mi piace di
aggiugnere que- st' altro copiato da me nel museo di Arles : D- M- ET
SECVRrTATI AEMlXrAE EVCAR PlAE C PAQVlVS PARDALAS CONIVGr • CJKRISSlMAE V- A
XXXXI M Vili D- X E « noti ancora che l'
autore di questa scrittura ha allungato 1' I quando è breve , e poi lo ha
lasciato al livello delle altre lettere, quando è lungo. - XIV - 8. Poco più
appresso alla pag. 31 io parlo delle correzioni fatte dagli antichi me- desimi
, provando che la lezione emendata si sovrapponeva talvolta alla erronea senza
radere le lettere sottoposte : onde si convien dedurre , che le linee errale si
accecas- sero col mastice. Ed una buona conferma ora ne trovo nel museo di
Bologna nella voce MlL alla seconda linea di questa epigrafe. M* CLODIVS 1 M*Li
SABLNVS • VI VIB CLAVDI^L SlBl » ET » COE'RANE' tYche » LIB Q Q V- P XXII
Certamente qui lo scarpcllino aveva scolpito MlL- , poscia avvertito dello
sbaglio lo corregge M» L», occultando la lettera I e scolpendo nel mezzo il
punto. Ora, essendo amendue le scritture scoperte , se non si fosse avvertiti a
riconoscere l'antica emen- dazione si darebbe in islrane conghietture per
ispiegare ai tempi dell' Impero un M. Godio senza cognome e che si dà l'appellazione
di soldato sabino. 9. In fine debbo scusarmi coi miei lettori, se ad onta di
tutte le cure che vi ho po- ste, non pertanto occorrono degU errori
tipografici, siccome alla pag. 7 in nota Un. 7, ove deve leggersi Roma e non
Romae, ed alla pag. 13, ove alla linea 2, cominciando da basso, il punto deve
essere collocato sull' I di TVRREIS, e se ne trova discosto. Alla pag. 21, fin.
17 leggi PRTAPVS non PRIAPVS; leggi NlCO- M I I il .S non NÌCOMEDES ; la lapida
di Aelia Procula è ora inserita nel voi. Ili deH'Orelli n. 5704 ma senza i
segni ; pag. 28, lin. 19 GESTAS invece di GFSTAS; pag. 29, lin. 18 leggi
Henzen, non Hensen ; pag. 30, il M del /R nella lapida di Parigi lin. 3 si
supponga fatto a puntini, come suole indicarsi una lettera cancellata. La
leggenda poi è stata finora mal interpretata, intoppando lutti alla costruzione
di essa. Laonde hanno proposto , e sono i più , che Tiberio Cesare e qui detto
Giove Ottimo Mas- simo ; la qual spiegazione mal si accorda col caso CÀESAHE ,
e però non può ap- provarsi. Altri poi ha creduto che sia qui posto l'ablativo
Tib. Cesare Aug. a signi- ficare l'epoca. Spiegazione ancor essa riprovevole:
perchè a questi tempi si dinotava l'epoca colle coppie dei Consoli, e quando si
voleva fare colla data dell'Imperatore regnante non si sarebbe dovuto dir Tib.
Caesare Aug. , ma, a modo di esempio, Anno II , X, XX ecc. Tib. Caesaris Aug.
Pare adunque che la vera interpretazione sia: Digitized by Google - XV - T1B
CAESAREm AVG I0V1 OPTV11 M A X S V M 8
NAVTAE PAR1SIACI PVBL1CE • POS1ERV NT 1 barcaiuoli negozianti di Parigi
dedicarono a Giove Ottimo Massimo a pubblica spesa la statua di Tiberio Cesare
Augusto. Del qua! costume di dedicazioni si è dal dotto Letronne abbastanza
scritto , Rème Archéol. Il , p. 440 sqq. , ed una nuova conferma ce ne ne vien
ora da Palestina j la qual lapida gioverà qui riferire siccome la più
rimarchevole fra le altre. Il eh. sig. Henzen non ha omesso di notarlo alla
pag. 85 dei Mon. Annali e Bull. Gotha, ove l'ha inserita: L SARIOLENVS NAEVIVS
FASTVS CONSVLARIS VTTRJVIAM IN IVN0NAR10 VT IN PRONAO AEDIS STATVAM ANTONINI
AVGVST AP0LLIN1S IS1 TYCHES SPEI ITA ET BANG MINERVAM FORT VN A E PRIMIGENIAE
DONO DEDIT CVM ARA i . Difficoltà delt argomento. Là esame delle iscrizioni
latine che portino dei segni creduti accenti od apici, dalla origine di tal
costume Bno al chiudersi del secolo quinto di nostra era, so poteva giudicarsi
impossibile un mezzo secolo fa, non è a credersi che al giorno d'oggi sia di
facile esecuzione. Per quanto discreto senso si voglia dare alle parole del
programma — Examiner loulet le» intcriptions latines — egli è però sempre vero
che una gran parte d' esse conviene averne percorse e messe a profitto. Ma come
fare? so nò anche dopo il buon esempio datoci dal Marini e dal Gio- venazzi non
si è ancor troppo diffuso il concetto della importanza che hanno i segni che
sogliono accompagnare le iscrizioni antiche? \a maggior parte dei trascrittori
' ancor oggi o non gli avverte sui marmi, ovvero non cura di copiarli - . egli
ò quindi necessario attenersi a quel numero ristrettissimo che trovasi nelle
collezioni, ovvero abpndonare affatto l'idea di eseguire il tema. 1 Se ne
lamenta fin da' suoi tempi il Cittadini ( Della vera origine della lingua
Italiana , e XI) , e ee ne duole il Hurmanno {Auth. lat.): male hoc saepe
neglexisse tapidum litteratorutn tdilores : tuttoché alleghi falsamente in
questo luogo il Muratori : Merito queri- tur Muratorius in nota ad toni. II,
pag. CMXCI, 3; perocché ivi il Muratori osserva rhc la dia- itole , oggi detta
comma , ossia virgola nelle scuole , è antica: Ex his animadvertere licei anti-
2 Com'essa ingenuamente di sé il dottissimo Noria ( Cen. Pis.) : Ipsc etiam
nullam eorumdem ralionetn habendam ducebam. Ed hanno ragione i Maurini quando scrivono : Si Ut accenti paroissent rares
aujourd'hui dans les anciennes inscriptions, c est MflJ doute par- ceque
souvent ils ont ili Mlfl par la copista ( X. T. de Diplom. voi. Ili , 1. Ma I' Orelli arrischia troppo, asserendo
che Frequentiisimi sunt aceenlus in saxis ( Inter, lai. amp. colli ). Dei
collettori più recenti di epigrafi che abbiano trascarati o non veduti gli
apici qui nulla dico: ma nel seguito lo mostrerò col fatto. Ma ancora in questa
condizione non molto favorevole v'è da notare una seconda gravissima difficoltà
di riuscire all'intento. Perocché, se noi incontriamo le collezioni antiche si
rihoccanti di errori anche madornalissimi , come possiamo fidarci di esse supponendo
che gli autori in notare gli apici , cosa cosi poco curata , non abbiano
trascurato di segnarli tutti, ovvero che gli abbiano collocati al loro posto ?
É quindi evidente che ad eseguire un tema di tal natura mancano in gran parte
gli elementi. Però io credo di bene indovinare il quesito dell'Accademia,
quando mi persuado clie in cosa sì ardua ella abbia voluto provocare l' ingegno
e l' industria di coloro che siansi occupati finora in riscontrare sugli
originali le copie conosciute per le collezioni ed in copiare dai medesimi una
buona quantità di epigrafi inedite ; e ciò a profitto dei moltissimi, che non
potrebbero, o perchè non copiarono mai lapidi, ovvero perchè trascurarono di
trascrivere questi segni. Se è cosi, come io credo, dovrò contare fra le
avventure della vita di un epigra- fista che le lunghe fatiche di lui possono
avere qualche effetto : dico effetto , perchè non intendo con ciò di prometter
molto, ma solo di notare che a mettermi al cimento non è valuto poco il vedermi
fornito in gran parte di dati sicuri. 2. Primo quesito. Dottrina dei grammatici
antichi intorno agli accenti, e prima: della definitione. Mi proverò quindi
dapprima di dare un' esatta notizia di ciò che leggesi nei drammatici, e poscia
dirò che cosa le lapidi ne insegnano. Prima d'ogni altro , biso- gna conoscere
le vario denominazioni dell'accento. Aulo Cellio ne insegna che: Qua* Gratti
zfoaùlhz dicunt, eoi veteres dotti tum notas vocum tum moderamento , tum
accentiunculas tum voculationes l appellabant. (N. Alt. L. X 111 C. VI).
Quintiliano aggiugne due altre denominazioni: Tenore* quo* quidem ab antiqui*
dictos tenore* comperi, ut videlicet declinato a Graecit terbo, qui -imi dicunt
tei accentui quo* Gratci Kfc™Jta« vocant. (Inst. Orai. L. I. C. V. p. 38, ed.
Capperonn.). La medesima dottrina ci ripete Donato : Tono* olii accentui, olii
tenore* no- minant (ArsGram. L. I. segm. V. ed. Lindemann). E S. Isidoro:
Accentua graece prosodia, Latini autem et alia nomina habent, nam accentui et
tono* et tenore* di- 1 Gellio ci fa sapere al c. 2ó di questo stesso libro ,
che P. Nigidio nel L. 24 Commenta- riorum Grammaticorum chiamò l'accento
voculalio, e l'acuto segnatamente or superior tonus. or summus tonus. - cunt (Origin. L. I.). È poi singolare
Marziano Capella quando scrive : Accen- tui partim fastigio vocamus, quod
lilterarum capitibus apponantur , partim cacu- mina, tonos vel sonos, graece
qssswìi'a; (De Nupt. P. L. Ili,, ed. Kopp). A darne la definizione prescelgo le
parole di Prisciano che ne lasciò un trattato abbastanza compiuto : Accentui
ttl certa lex et regula ad elevandam et deprimendam tyìlabam uniuscuiusque
parliculae orationis. ( he acccnt. c. II , 2 , ed. Krehl ) ; onde Marziano
Capella con ragiono scrive: Est accenius , ut quidam pulaverunt , anima vo- cis
1 et seminarium musices, quod omnis moduìalio ex fastigiis tocum gravitateque
com- ponila, ideoque accentus quasi accantus dictus est (De Nuptiis philolog.).
Il celebre oratore CorneUo Frontone prima di lui in tal senso usurpò questa
voce , stu- diosissimo, com' era, della proprietà dei vocaboli : Ciiharoedi
soìent unam aiiquam vo- calem ìilteram de Stenore veì de Aedone multi* et
variis accentibus cantare (De oratio- ne, pag. 290 ed. Mai). Inteso cosi
l'accento, lo dividono lutti in acuto , grave e circonflesso : ttic in tria
discernitur, dice Capella, unaquaeque enim sijìlaba aut gratis est, aul acuta,
aut cir- cumflexa (De Nupt. 1. c. cf. Cicer. in Oratore c. 17 , §. 57 inficio,
acuto, gravi ePri- scian. de acc. D, acuiti*, gratis, circumflexus, e Donat. A.
G. L. I, segm. V, e Massi- mo Vittor. IV, 17 e S. Isid. I, XVII, 2, 3). L*
ampliazione di senso, onde a' dieci segni grammatici si trova dato in comune il
nome di accendi», non e so non dell' epoca tarda. Prisciano e S. Isidoro ne
offrono l' e- sempio (Prisc. pag. ÌJG2, Isid. I, XVIII). Parimente non v' ha
differenza intorno alla forma di essi tre accenti : Acutus, di- ce Capella,
accentus notalur virguìa a sinistra parte in dexlram ascendente, gratis au- tem
a sinistra ad dexlram descendente, inflexi signum est sigma super ipsas
litleras de- vexum 2. (Capell.). Donalo definisce il circonflesso in maniera
più comune : Circumflexus nota de acuto et gravi facla ita A ( II , V , 3 ) ; a
cui consente Massimo Vittorino : Circumflexus transversa V item notalur A e S.
Isidoro : Hep tesw|U-' vr,, id est circumflexus, linea de acuto et gravi facto,
exprimitur ita A. Non credo che allra cosa avesse in mente Quintiliano quando
alla voce segnata di accento circonflesso dà il nome di vox flexa ed usurpa il
verbo fleclere. 1 In un trattatine de Caesuris versuum , che il-Gaisford crede
un excerptum del libro d Mallio Teodoro sopra il medesimo argomento, leggesi:
Accenius est anima verborum sive vox syllabae , quae in sermone plus sonai de
ceteris syllabis [Script, lat. rei melricae, Oxonii, ed. Gaisford). 2 Questo
segno nella edizione del Kopp 18U, è .; ma Vossio osserva che: Hanc si
intellexissct Captila, LATINAE NON graecankae litterae nomen imposuisset -- De
A. Grommai., ed. Fu'rtsch. Riguardo all'uso di questi accenti sui marmi o nelle
scritture, G. non conosce veruna testimonianza di antico scrittore che possa
dimostrarsi anteriore a Quintiliano. I MAURINI
(vedasi) scriveno: On est assuré par quelques marbres et par les plus anciens grammai
ricns -- Suet. de ili. G ramni -- , que LES ACCENTS – cf. H. P. GRICE STRESS --
étaient en usage dans l'écriture dès le temps d'OTTAVIANO (vedasi) et dans
l'àge d'or de la latinité. -- N. I. de Diplom. Ma Suetonio SVETONIO
(vedasi) citato da loro non lo dice. Egli parla solo di distinguere e di
adnolare i codici, i quali DUE VOCABOLI – H. P. GRICE, vice, vyse soot suot -- non
‘SIGNIFICANO’ per nulla appor gl’accenti: fJt. Valeritu Probus ) multa exemplaria
contrada emendare ae distinguere et ad notare cu- ravi!, soli nuic, nec uììi
praeterca grammatices parli deditus -- Suet. de ili. Gramm. C. Per quanto gl’antichi
grammatici parlino degl’ACCENTI – H. P. GRICE STRESS -, non vi ha neppur uno di
loro che citi le scritture del secol d’oro, nò lapidi. In P. Nigidio, ap.
Gellio. N. A. C. SS, non e questione allatto di SEGNARE – cf. H. P. GRICE SIGNIFY,
SIGN -- accenti, ma della pronunzia. Quintiliano
e dopo lui Massimo Vittorino ed Isidoro parlano dell'apice, ossia della LINEA
LONGA, che NON è un accento. Questi due ultimi, o per meglio dire Vittorino -- chè
Isidoro lo trascrive da lui --, è l'unico che alleghi monumenti anteriori anche
ad OTTAVIANO (vedasi), ove egli trova il sicilicus sulle consonanti impiegato
per apex, ossia per la linea longa, ma nulla egli ricorda di verun ACCENTO: la
questione non è mai studiata da loro sui marmi j ma di ciò G. dove dire di poi.
G. viene ora alle LEGGI – regole – H. P. Grice -- di SEGNARE – H. P. GRICE
signify -- gl’accenti che ci vengono
tramandate dagl’antichi. In prima convengono tutti generalmente sopra L’INDOLE
DELLA LINGUA – H. P. GRICE PIROTESE – latina – LINGUA LATINA --, che rifiuta l'ACCENTO
ACUTO e l’accento CIRONFLESSO sull’ultima sillaba. Quintiliano scrive in questo
senso: Est in omni voce utique ACUTA; std nunquam plus una, nec ultima unquam,
idtoque in dissyllabis prior -- L. I,V -- ; e: ultima syllaba nec acuta unquam
excitatur, nec flexa circumducitur.” Servio dichiara che 1’uso d’ACCENTUARE –
H. P. GRICE, TO STRESS -- 1'ultima coli' acuto è: CONTRO USUM LATINUM -- ad
Aen. Similmente Donato: Acutus apud latinos penultimum et antepenullimum tenti,
ullimum nunquam. Circumflexus autem non tenebil nisi penullimum locum. Massimo
Vittorino copia da lui; e Capella: Nulla VOX ROMANA – nella lingua latina
pirotese -- duarum aut plurium sylìabarum acuto sono terminatur. Questa LEGGE
DI PRONUNZIA comincia ad avere dell’ECCEZIONI, le quaU aumentano coli'
inoltrarsi dell’impero verso la decadenza. Alcuni grammatici ed alcuni
letterati ai tempi di Quintiliano, che ne parla come di cosa recente, cominciano
già ad introdurre quest'uso, ma nella pronunzia: /aro scio quosdam eruditos,
non- nulhs etiam grammaticos sic docere, sie loqui, ut propter quaedam vocum
discrimina verbum interim acuto sono flniant. Questi per altro restringevansi
quasi ai soli avverbii ed ai pronomi. Del resto s’attenevano all'antica legge. Quod
tamen in adverbiis fere soft* oc pronominibus vindicant, in ceteris veterem
legem sequuntur. Indi arreca per esempio: Quantum et qualè comparante acuto
tenore concludu»*, ut in illis: quae circum litlora rimiro piscosos scopulos.
Ma noi non ne sappiamo più oltre, se non che un sentore se ne ha in ciò che
Fcsto scrive intorno all' avverbio “quando” (s. v), che acuto accento est TEMPORIS
adverbium 1, donde si potrebbe inferire che la dottrina dei TEMPI – Grice,
tense, mood, aspect -- di Quintiliano si mantene ancora a quei di Feslo. Il grammatico
Donalo per altro ne parla ancora con molto riserbo e non allega se non due soli
esempi, nei quali Causa dàcretionis. dice egli, accentuum legem conturbai:
questi sono Pone che a distinzione dell'IMPERATIVO – H. P. Grice, imperative
mode -- prende 1'acuto sull'ultima, ed “ergo” che riceve il circonflesso. Noi
troviamo una conferma in Servio, ma collo stesso riserbo in quanto a Circum ed
Ergo nel secolo quinto. Scrìve egli di Circum : In fine accentum ponùrnu contro
morem lalinum (ad Aen.) dippiu ristrìnge quest' uso al solo caso di
posposizione e ne allega per ragione che VM è breve: Sei correptio hoc facit:
nam praepositio post- posita correpta est sine dubio 3. Più tardi Prisciano
dice-generalmente che: Adverbia si 0 terminantur, differentiae causa in ultimo
servant accentum, ut falsò, si atta» in ultimo, ne putetur nomen esse, ut und,
alids, si C in ultimo, ut isiic, illk. — Ma gli altri grammatici non andarono
mai tanto avanti e non fanno che ripetere Pone ed Ergo, sul primo dei quali
Massimo Vittorino (L) pone l'acuto ed è approva- to dal Vossio ( A.X. 1 42, f):
Rectius Maximus Victorinus qui ponit acutum; nam eam syllabam et Slaro (Aen.
Il, 208, 725) et omnis corripit poetarum manus, sul secon- do ammette il
circonflesso. Capella e Cosenzio (Cap. Ili, — Cos. , Putsch) 1 Cf. Prisc. n. p. 382, 383.
2 Vedi però ciò che nota il Vossio A. G. voi. D, pag. 142, ed. Lind. ed il Kopp
nelle noie a Capella pag. 286. Avvertasi per altro che Prisciano copia in
questo luogo da Donato, e quindi si dovrà leggere anche in esso E rgó e non
Ergò, Bebbenc il Krehl col favore dei codici voglia ritenere quest'ultimo, (ad
Prisc.). Tutte le desinenze in VM erano considerate come brevi neh" antica
poesia, v. Vossio A. G. II, 30. - Cf. Schneider, Bl. I, 1, pag. 135 segg. -
Ramsworn Lat. Gr., 0,2, c. - citati in
questo luogo dal Lindcmann. Ragioni dei dispareri e modo di spiegarli. Dallo
cose qui esposte scorgesi chiaro abbastanza che siccome intorno alla Orto-
grafia grandi furono i dissidii nel tempo specialmente di transizione ; cosi
non minori se ne dovettero eccitare intorno alle leggi di accentuazione. Noi ne
troviamo una prova anche in persona di Quintiliano , non accomodandosi egli
alle novità che si andavano introducendo a' suoi di. La ragione del dissenso
originavasi dalla maniera diversa di etimologizzare e da un gusto più o meno delicato
della Greca armonia. Sotto Nerone, per esempio, i dotti romani erano ancor
fermi a ritrarre sulla penultima o sull' antepe- nultima gli accenti delle voci
eh' erano ossitone presso i Greci : Sobit iuvenibus dottis- simi senes (Atreus)
acuta prima dicere soìebanl, ut necessario secunda gratis esset, ilem Terei,
Sereique. L'uso greco di poi prevalse e Quintiliano slesso non vi si oppone (1,
V). Indi Donato scrive ai tempi di Costanzo come di un costume di già
inveterato : Sane graeca verbo graecis accenlibus proferimus (1 , segm. V), e
Massimo Vittorino: Grat- ta nomina, si iisdem lilteris proferuntur, graecos
accentui habebunt. Nam cum dkimus Thyas, Nals, acutum habebit posterior
accentum; et cum Themisto, Caìypso, Theano, ultimam circumflecti videbimus ;
quod utrumqw ìatinus sermo non patilur, nisi admodum raro (1, p. 275, ed.
Lind.). Una osservazione grammaticale sopra i vocativi dei nomi in IVS valse a
stabilire ai tempi di Gcllio che tali nomi si dovessero proferire coll'acuto
sulla penultima , contro a ciò che si usava da P. Nigidio : onde Gellio scrive
: Si quis nunc Valerium appellans in casu vocandi secundum praeceptum Nigidii
aeue- rit primam , non aberit quin ridealur (N. A.). Perocché si era notato che
nell'antica lingua dicevasi non già Valeri ma Valerie alla maniera greca (cr.
Priscian. VII , p. 303). Prisciano spinge ancora più oltre questa osservazione
ed ordina che nei nomi in C od in AS come Illic, Nottras, anticamente Illicce,
Nastrati*, ritengasi il cir- conflesso sulla medesima sillaba finale : Vnde
relinenl accentum in ultimo quem habe- bant in penultimo (De acc. p. 361). Per
la ragione medesima pone il circoiillesso sul- l'ultima di Maeeenàt, iMrinàs,
Arpinas. Certamente Quintiliano confessa nel romano linguaggio una durezza, cho
non era nella lingua greca : Accentus cum rigore quodam, tum similitudine ipsa
minus tuave* habemus, quia ultima syllaba, nec acuta unquam excilalur , net
flexa circumducitur , sed in gravem tei duas grave* eadit semper : itaque tanto
est sermo graecus latino iu- cundior, eie. (L. XII , X) . laonde non avrebbe
dovuto fare mal viso a queste novità ; ma in lui aveva più forza la tradizione
che egli appella ictus lex sermoni* e vi si attiene irremovibilmente : Uaec de
accèntibus tradita (1, V). Non ostante un tal costume romano generale, non può
negarsi che la romana pro- nunzia, almeno in certi casi, tendesse apertamente
ad accentuare L'ultima , siccome in- -7- genuamente confessa ed ammette lo
stesso Quintiliano. E ciò quando avveniva che nel contesto del discorso due
vocaboli si avvicinassero in modo da non sentirsene la distin- zione: e quindi
non avessero che un accento solo: Nam cum dico, Circum litlora, tamquam unum
enuncio, dissimulata dislinctione : itaque tamquam in una voce una est acuta;
quod idem accidit in ilio Troiae qui primus ab orii. . . . Separata vero haec a
praeeepto nostro non recedant: aut ti consuetuio vicerit, vetus lex sermonis
aboìebitur (1, V 1). Secondando questa tendenza della consuetudine i Grammatici
stabilirono che si ac- centasse l' ultima di un vocabolo unito alla enclitica :
Pronunciationis caussa , eontra usum ìatinum , tyllabis ultimis quibus
parliculae adiunguntur , accentus tribuilur : ut JUusdque, Méne, huixisce (
Servius ad Aen. 1, 116): Mulant accentus adiunctis vocibus, que, ve, ne, ce,
cum tamen compìexiva coniunctio est que, ve cum exple- tiva ut Latiumque
augescere vullis , et, stimuìare meum cor, apud Ac- cium in Pelopidis. Hunquam
migrabit sonus de primis syììabis in postremas praeter parliculas conimela»,
quorum hoc proprium est , acuere partes postremas vocum qui- bus adiunguntur
(Capella, III, pag. 272). Tutto ciò che non si conforma alle leggi di romana
pronunzia è un barbarismo, di- ce Quintiliano. Le leggi, a dirlo in breve, sono
queste : L' acuto non ha luogo se non nella penultima e neirantepenultima : so
la penultima i lunga riceverà un acuto od un circonflesso ; se è breve, l'acuto
si porrà sull' antepcnultima : nei dissillabi la penultima avrà l'acuto o il
circonflesso. L'errore dunque sta -, Quum acuta et gravis alia prò alia ponitur
, ut in hoc Cd- millus , si acuitur prima : aut gravis prò flexa , ut Céthegus,
et hic prima acuta , nam sic media mutalur, aut (lejca gravi, ut Apici circumducta
sequenle, quam ex duabus syllabis in unam cogentes et deinde flectentet,
dupliciler peccanl ( 1 , V ). 1 Dalla pronunzia si gara presto passato col
procedere del tempo a considerare nella declina- zione come una sola parola
quei due vocaboli che l' accento facea sentire all' orecchio come un solo. Di
qua credo nato il SACR VYIEXSES : perocché Diomede approva il sacravia (c. de
dktione, p. 431) ; «1 il SVMMARYDI (Orf//i,), che necessariamente suppone il
summaradis ; ed il SARTATECTI di S. Remigio ap. Floroald. 11. Ecct. Rom. L. 1,
C. Trova qui in tal modo il suo naturai posto anche la tanto vessata ixw.uih
(Vdcrici syll. insci:) ammessa dal Marini (In- ter. Alb. p. INO) cdal Morcclli,
e prima di loro anche dal Winckelmann (ilon. Ani. ined.Iìomae, 1821, p. 10);
negata di poi dal Lobeclt (Aglaoph.): Bonam Deam Bc»**;™ dici aeque ineptum oc
si quis Liberum Patrem grate* k$t?*i™p. dietro audet. D monumento 6 di tal
epoca alla quale sta benissimo una congiunzione di questa natura. 1 Due errori
condanna Quintiliano, l'uso ornai inveterato di scrivere Apici con un t solo
(ex duabus syllabis in unam cogentes) e di apporvi il circonflesso (et dcifide
fltcttnlts). Tutte le edi- zioni leggono costantemente apice, ove ho io rimesso
Apici, perchè quella voce non dà verun sen- Digitized by -8- Queste leggi si vennero
di poi più determinando , senza che soffrissero gravo alte- razione : Donato
prima, e poi più specificatamente Massimo Vittorino ci danno rego- le più
precise intorno all' acuto o circonflesso sulla penultima. Essi insegnano che
se questa è lunga per natura, allora solo riceverà il circonflesso, quando
l'ultima è breve; invece riceverà l* acuto , se è lunga t ultima , come in
Alhénae : In dissgllabis si prior natura ìonga erti et poslerior conepla, prior
circumllectitur ut kóra , Róma ; in tri- sullabis si penultima naturaliler
produeta fuerit ita ut ultima brevis sii , penullimam cir- cumflectimus ut
Cethigus, Romànus, tte. (L). È in ultimo comune l'in- segnamento che i
monosillabi hanno l'acuto se la vocale è breve, il circonflesso se lun- ga ( v.
Prisc. pag. 3(ìì», voi. U, Krchl ). A tulli questi precetti Prisciano non fa
altra giunta se non che : Praepositio semper in fine accentum serrai, ut Apùd,
Antè: Interiectio nuìlam certam regulam retinet, tamen in fine vtl in medio
acuitur , wl Papaé, Evax (pag. 371)-, senza per altro lasciar di protestare che
l'accento in fine è contro regola : Quod est contro regulam la- tinam (pag.
371). Noi vediamo quindi quanto in ciò fossero attenti anche alla fine del V ed
al principio del VI secolo. Non debbo qui preterire che nel resto dei nomi e
dei verbi sui quali non portano i Grammatici veruna osservazione, è generale
insegnamento che l'accento segue la quan- tità delle sillabe , della quale
tuttavia è un segno , non la cagione , siccome ha ben os- servato il Vossio (A.
G. 11,18). so. Il Drss-viLT (nella ed. parig. IS21 J ha ben veduto clic qui tsi
richiedeva un esempio, come Càmillus e Ccthegus , ma non si è trailo
d'impaccio. La ragione si è perchè egli ha male inteso Quintiliano. Egli crede
clic: Vox ea , quae prò Apice debel inveniri , ultimai» frrmin liabeal necesse
est, ut cut» pnxluctione timul fìrctatur , ut quoti non fit si ultima sit
loiuja. L'esem- pio Apici da me adottato è ancora il più confórme agli elementi
che ci offrono i codici. L'uso poi di scrivere APICI in vece d'APICH qui
condannato da Quintiliano, era stalo ancor prima dissua- so da Varrone , che
citasi da Carisio ( Inst. Gramm. 1 , pag. 13 Lindcn. 50 Putsch) il quale in più
luoghi (cf. pag. Il e 39) lo inculca, sebbene osservi che Virgilio scrisse per
l unum : Invc- nimus tamen et per I unum a Virgilio dictum: lllc urbem Palaci:
di che incontro ancora qualche esempio sui nummi delle romane famiglie, come :
P. SERVILI • M P • RVLLI , TI • NI.WCl CF AVGVRIM , L. FVRI , C .V F • BROCCHI
, C CONS1D1 NOXIAN1, oltre ad alcuni altri provenienti dalle lapidi della
seconda metà del secolo settimo di Roma. Digitized by Google i. Secondo
quetilo. Opinioni dei Filologi moderni intorno alla natura dei segni epigrafia
detti accenti. Postoci questo prospetto dottrinale degli antichi Grammatici
davanti agli occhi, egli è tempo di procedere ad una seconda discussione
enunziata così nel programma : Examiner toutes les inscriptions latine* qui ,
jusq' à la fin du V.im Siècle de notre ère, por leni des tigne* d"
accentualion; comparer le rituìtal de ce* recherches èpigraphique* avtc les
règie» concernant V accentuation de la langue latine , rigles donnies par
Quintilien , par Pritcien et d* aulret grammairient — ciò che io ho cercato di
fare nella prima par- te — : contuller les travaux de* philologues moderne* sur
le mime sujet. — Il primo dovere di un erudito che si lancia in mezzo ad una
questione si complica- ta , è di guardar hene se v' è qualche vestigio di
persona che v' abbia praticato prima di lui, del quale possa egli studiare le
tracce. L'Accademia lo ha ben sentito e però di- manda di conoscere le opinioni
dei dotti moderni intorno al soggetto che al presente trattiamo. In una serie
continuata fino all' uscire del secolo decimottavo, d' uomini dotti dei quali
riporlo qui in nota • a disteso i pareri, laquistione vedesi toccata si, ma non
in 1 IL Lipsia, dopo mostrata tutta la difficoltà di crederli accenti, inclina
in Une a riputarli Api- ci: llaec incpla, stulta et a bardis; nisi id tamen
voluerunt Apiccs eos esse, quis insignire»*!, ita suspicor, vorales longas (fle
ruta pronunc. C. XIX). Cosi il Fabrctti : Apicts inquam nomine generico potius
quam accentui quorum viccm et varietatem minime implent, eos cocandos mo- lici
I.ìpsius, et recte quidem {Insc. Dom. pag. 1G7). Né il MalTei si mostra
disposto a contraddire: Yidentur sculptores UH longas ea nota connotare
voluisse syllabas, Mas saltem quas non palerei omnibus longas esse {M. Ver.).
Al MalTei si riporta I* Hagenbuch {Ep. Ep. pag. 273, ed appresso l' Orclli
laser. Lai. 2, pag. 301, §. I ). Il Yossio aveva tenuto un linguaggio
somigliante : Nisi fonasse voluerunl syllabas longas notalas a brevibus
discernere qitodLipsius cernei (A. Gr. Il, 8). Cosi il Zaccaria (Inst. Ant.
Lapid. pag. 280). Parrebbe che gli scultori avesser con esse co- luto denotarci
le sillabe lunghe. Il Noria fu singolare , ammettendo che causa discrelionis si
fossero impressi , e facendo notare che dopo maturo esame , Profeclo nulla alia
causa huius accentui mihi occurrit (Cen. Pis. pag. 207). Più ancora si
allontanò dagli altri il Band ini : • Ha creduto il Fabrctu, e prima di lui
Celso Cittadini, che fossero poste le HQMUe per dinotare le sillabe lunghe. Ma,
a mio parere, non può essere il contrasegno delle sillabe lunghe, se non fosse
che gli antichi Romani nel pronunziare quelle vocali in quelle tali parole
debèo, huHelA, dcdil. le proferissero come lunghe (Obel. di Ces. Aug. pag.
58)»; e pag. 60 : • Crederei che potessero esaere sovrapposi questi apici per
determinare alcuno dei tanti suoni che le vocali dovessero allora avere ».
Finalmente il Winrkclmann, nella lettera al Conte di Brulli, scrive così : •
Presso i Roma- ni, nei loro migliori tempi , era tu uso una specie di accenti
(Winckelm. op. \ol, VII, pag. 221, ed. Prato). . Colle quali parole nulla
sembra che voglia delinirc sul valore di questi segni. Do- po il Marini e'1
Morcelli non si é adottato un linguaggio diverso dai dotti, cosicché convengono
tutu 2 — 10 — modo da volerla onninamente decisa. Stanno fra il si e il no, più
o meno inclinati chi ad un opinione chi ad un' altra. Viene di poi un uomo di
una erudizione immensa e di quel sano giudizio che è Gaetano Marini. Questo
dotto sembra di aver voluto trattar la cosa di proposito, di avervi occupato
assai tempo ed una meditazione conveniente al bisogno. Cominciando egli dal
rivedere i marmi che erano stati trascritti senza questi segni, im- piegar di
poi alcune pagine dell* immortai suo lavoro sugli Arvali a registrarci tutte le
correzioni di tal genere da farsi nel Grutero, nel Fabrelti, nel Guasco, nel
Margarini, nel Passione! ed in altri di minor conto (Are. pag. 37 e 709 segg.).
Ma dopo un tal preparativo quale sgomento non arreca egli, a chi voglia
occuparsi di cavarne un frutto scientiGco ! Ecco le sue parole : « Convicn
confessare che in queste (iscrizioni) tali segni o non sono veri accenti, o se
sono, ve gli hanno gli scultori impressi assai spesso con mol- la sbadataggine
e quasi a capriccio, e poche volte certamente a tenor delle regole per le quali
si sa che furono introdotti. Chi polca aspettarsene due sopra la medesima voce
c talora dissillaba ? Eppure tal cosa è frequente ed osservata già, ed io
aggiungo di averne contali fino a quattro: non occorre adunque darsi pena di
volerne spiegare la posizione per mezzo di regole fisse e certe, e di ridurre
tulto a sistema » (Are.). Col Marini tiene uno tra i più insigni della sua
scuola, Clemente Cardinali: « Gli ac- centi, o si debbono chiamare cosi, ovvero
apici o spiriti, furono oggetto di discussione per molti filologi : ma che cosa
impariamo da quei segni nei marmi? Dissi altrove (6'i'or. Encicl. di \apoli,
Maggio 1818) come io lo credo capriccio de' scarpellini : e se ciò fos- se,
sarebbe inutile il muoverne una qualunque conghiettura (ìscr. Ani. ined. Roma
1823 , pag. 8); e questa è pure l'opinione del Kellermann (Specimen Epìgr. pag.
103 e segg.). Questa decisione cosi netta e recisa del sommo Marini e sua
scuola gitta, a dir ve- ro, la diflidenza in ogni persona che misura bene le
sue forze. Ma come fare? se è pur necessario scuotere questa soggezione e
francare il proprio giudizio, provandoci Vespe- in dare a queste linee il nome
di Accenti e taluno ancora di Apici. Fra questi debbo annoverare il Killer die
pare siasi dilTuso a stabilire questa seconda aentcnw, siccome apprendo dal
Lindc- mann, che nelle noie al Vossio (de A. G. pag. 138), ne avverte: Bitter
\Kl. Gr. Lai. I, pag. 77 sefrj-'-l demonstrat vtramesse Lipsii senttntiam I.
Noi uon sappiamo se il Kopp, quando scrisse: Deaccentibus in universum pracler
re/iV/tws Cmmmalicoj conferendus e recentioribus Fran- ciscus Ritltr [SI. Gr.
Lai. Berol. 1831), licei eius rationes probare in omnibus haudi/uaquam panimi»;
intendesse quella o altra dimostrazione di lui. 4 A«mhI» «r« i mi* rfUpeniiwiM
il Killer, p»» lonftrtiupt ciò ri* w li* «ritto Uaiimtmu ( Ritto Eltm. Gr. Ut. L
I, tmtm Mini dorili»» p«n 83 J ©«*ttori nroml tum a/rictt etu notai Ukt in
qvitvutam monumenti* ton- ai! ,mtU>hi$ apfentn,, |»m trro npieit none eut
(orimi' r am iajs'diSu Kjrrcnl.fi iMmfptoift riérmul rienza che anche i grandi
uomini sentono talvolta del frale di elio e composta V umana condizione. — Mi
sia quindi permesso il dissentire questa volta modestamente dal som- mo
maestro, il quale, come credo poter dimostrarlo , non ha esaminata la cosa da
tutti i suoi lati. Procede egli dalle leggi fissate dai Grammatici , che poi
non trova d' accordo coi monumenti : ed ha perciò ragione di esclamare che
questi o non sono veri accenti, o, se sono , ve gli hanno impressi a capriccio.
Deh ! perchè non ha piuttosto egli provato di vedere, ciò che pur gli pareva
possibile, se questi non fossero veri accenti ? Dimostrerò intanto più appresso
che la vera e primitiva forma del segno impiega- to dagli anticlii pelle vocali
lunghe è ora una virgola , ora un punto ; e solo nei tempi più inoltrati prende
la forma generale di una linea obliqua' e qualche volta ancora di una
orizontale cioè la verissima dell' apice , secondo Prisciano seguito da S.
Isidoro (Priscian. T. Il, p. 362, od Krchl). In una inedita lapida di Atina
impiegasi nello stes- so tempo la ligura della virgola e dell' apice su due
vocaboli vicini : L ' SEPPI • L : L ' PRINCIPIS VIXIT ' ANNOS ' XXII NOLI
DOLERE MATER FACTVP MEo HOC TEMPVS VOLVJTHOCFVIT FATVS MEVS 5. Della origine
dei ugni epigrafici delti accenti. I primi monumenti latini che rechino qualche
segno sulle vocali sono , per quanto io so , le monete delle tre famiglie , la
Furia , la Pomponia e la Postumia. L' asse della prima legge : L FVRI | ROMA ,
il denaro L Fv'Rl CN F | RROCCIH ' HI VIR. Se l'asse , che ci si assicura non
uguagliare un'oncia di peso, non ci scosterebbe di per sè dal 665 , epoca
probabile della legge Papiria che stabili l' asse scmonciale ; ciò non ostante
saremmo richiamati al 680 dall'appellazione di III • VIR che suUa moneta si dà
Furio Rrocco. Ha notato il Cavedoni che tal aggiunto non precede il 680. Nel
suo nuo- vo lavoro, il Cavedoni fissa questo denaro probabilmente al 682.
{Ripostigli, pag. 208). L' altro monelli rt è Pomponio Musa che scrive
costantemente sul suo denaro M V SA ; egli però non precede Furio ; perocché le
monete di lui , che mancavano a Fra- scarolo, tesoro riposto avanti al 686
(Borghesi, Dee. Numism. XV, oss. 1) , trovaronsi in vece a Cadriano , ove
scoprissi un altro tesoro nascosto circa il 700. Ora il Cavedoni stima che
questo triumviro coniò il suo denaro al 690 ( Ripostigli , pag. 212). Questo
medesimo segno trovo io impresso sulla medesima vocale in quelle lapidi che per
la loro paleografia e per la severità del loro stile, e per tutti i caratteri
di cronologia lupidaria, -12- debbono assegnarsi al cadere del settimo secolo
di Roma od alla prima metà dell' olia- vo. A S. Germano (l'antico Catimon) ho
trascritto (Mommscn, Inter. Regni Neap. Lai. n. 733): T • C FtfTlVS 1 EF
CASINAT e dal Museo dell' Aquila (Mommsen. 1. N. L. 5060) : Q CERV1VS • g
PHILOMfSVS VARIASIA SEX L CAESP Quivi
medesimo (Mommsen, 1. N. L. a. 5940, omesso il segno): C • ALLID1VS • V F QVIR
SVRA 11 Marini reca una lapide Albana a cui egli aggiugne lai segno. L' bo
riveduta e rico- piata io nel Vaticano. DIVO itfUO • IVSSV POPVLI • ROMANI
STATVTVM EST LEGE RVFRENA In Teramo (tnltramna PraetuUianorum) mi trascrissi
quest'altra (Mommsen. /. A'. L n. 6194): C RVFRIVS T F CLA AfrlACA P ■ F VXSOR
Ed in Atessa , paese posto fra Lanciano •' Anxanum) e S. Maria del Palazzo
(luvanum ) mi copiai questo bel monumento che pubblico 2 qui la prima volta: 1
La vera forma di questo segno nello iscrizioni più vetuste 6 questo V r , di
P°i «««e in uso la V- Nulla di meno si 6 usalo in questa edizione la unica
figura V, perchè la prima riusci- rebbe più grande delle lettere qui adoperate.
2 Ora leggesi edito dal sig. Caraba nel Bull. ùcU'lnstit. 1831, pag. 27, ma
privo degli acceu- ti , e nel v. 5 manca S1BI. Digitized by Google 13 - C '
fTIVS ' C ' F " LETO OCCID1T HONESTA1 • VITA* • VIXSIT PIVS ET SPLENDIDVS
VT • SIBI • QVISQVE • EXOPTET SE • HONESTE VIVERE *RN * A N . 4,XX Al tempo
medesimo comincia 1' uso di sovrapporre alle vocali un panto. Il primo
monumento è la moneta medesima di L. Furio Brocco sulla quale in alcuni
esemplari da me veduti si sovrappone a FVRI un punto in luogo della virgola. Ed
un punto ugual- mente mi presenta un secondo monumento di epoca certa assegnato
dal Cavedoni al- l' anno 710. Questo è la moneta del Postumio Albino figUuol di
Bruto , che su di al- cuni pezzi legge : ÀLBLNV BR.STI • F, in altri ALBINVS ■
BRVTI • F. All' epoca medesima deve assegnarsi la bella iscrizione beneventana
edita da molli e sino dai tem- pi di Ciriaco. 11 Mommscn la trascrisse anch'
egli recentemente e la diè fra le sue ìnterìpt. Neapol. Lai. a. 1807, omesso il
punto: INFELIX FÀTV PRIOR DEBV MORI MA" Il Borghesi, alla pagina 2il.n. 30
voi. XII, degli Annali dell'Istituto, notò il punto sul- la I della iscrizione
M * Al. lisi , stampata su di un tegolo. Ed io vi aggiunsi {Bull. Napol. a. I ,
pag. 43) una serie ben lunga osservata da me per la prima volta nella celebre
tavola del Giove Libero di Furfone. (Momms. n. 0011). In questa peraltro
veggonsi sovente mal collocati, nè lo scultore che ve li aggiugneva dopo finito
il lavoro della leggenda, ebbe a notarli più avanti della linea undecima per
ragioni a noi ignote. Pur vi sono e si capisce che correva un tal uso quando fu
ordinata questa copia del vecchio monumento, probabilmente nella prima metà
dell'ottavo secolo di Roma. Nella iscrizione di Fiume edita dal Zaccaria (Irutit.
Lapid. U, c. XI, pag. 281, ed. Venezia), il punto vedesi sormontare tutti gli I
non meno che nella lapida eporediese di C. Liccio Firmo data dal Cazzerà (Del
ponderano e delle antiche lapidi Eporediesi, To- nno , 1852 , pag. 20 e tav.
I). Ma par certo che questi punti provengano dai moderni trascrittori. Non cosi
nella iscrizione di Montesarchio (Caudium) che appartiene ai primi anni di
Augusto, nella quale notai il TVRREIS. La pietra è in due pezzi, e questi sono
col- locati in due siti diversi (Momms. /. N. 1855, OMESSO [H. P. GRICE: IMPLICATO
-- il punto. L SCRJBOMVS L • F LIB PATER L SCRIBONIVS L • F • LIBO F PATRONE!
TVRRElS EX D D F C Inedita è questa di Pesco nel territorio antico della
colonia Beneventana, notevole anche pel raddoppiamento della liquida L: M
CAÉCIL1VS C F GAL VIC HEIC SEPVLLTVS EST -- i due “ll” di “SEPVLLTVS” in
monogr. Finalmente a Tor delle Nocelle in una piccola tavoletta funeraria, L’UNO
E L’ALTRO SEGNO – H. P. Grice: “Words are not signs; accents aer – STRESS” -- vedesi
artificiosamente avvicendare. TORCIA (vedasi) la trascrisse male, il Lupoli
Iter Ve- nia p. 124 ed il Mommsen, n. 1718, la riproducono. Niuno dei tanti
segni sebben chiari vedesi osservato nelle copie precedenti : I) M L'f STATI R
E S T V T I Lf) S T *TI VS RE ST VTVS FILI»* CAtf P Appartiene questo titolo a
tempi di decadenza , nè io l' ho prodotto qui se non per di- mostrare l'impiego
simultaneo dei due segni , e però la loro naturale equivalenza t. Rivengo
quindi al proposito. I Non ometterò di notare che oltre a queste due sorte di
segni una terza ne ho incontrato in un marmo Lucerino che mi rimane ancor unica
avuto riguardo ai buoni tempi: M. LVCCIVS. > . L PHILOCALVS mIcroTocisTÉs
(La stampa del Mommsen non ben la rappresenta. Nei tempi seguono" non
farebbe caso ni- questa nè altra forma di apice. Della nalura dei punti e degl’accenti
– H. P. GRICE: STRESS -- epigrafici tovrapposli alk vocali. Ben meditando su
(ali documenti presto ci accorgeremo che una special cagione di- dalla legge
dell'accentuazione non solo, ma ben anche dal bisogno di determinare il
significato antico dei vocaboli ha dato origine a questa novella ortografia;
per con- seguenza , che questa curva lineuccia e questo punto impresso nella V
non è un ac- cento nò un apice. Intanto fo osservare che l'epoca nella quale si
cominciò ad usurpare questo segno è un'epoca di transizione ; e che FvRIVS si
scrisse prima di questo tem- po FOVR1VS per irrefragabile deposizione dei
monumenti. La medesima famiglia Furia sul denaro del 630 legge : M FOVRI L F HU
e sopra un altro nummo del 670 ancora scrive : P FOVRIVS CRASS1PES AED CVR. E
notabile che in quest' anno medesimo 670 mori Accio, l'autore che aveva
introdotto questa ortografia. Egli aveva insegnato a raddoppiare le vocali A ,
E , V , quando fos- sero lunghe , e se dobbiamo credere a Velio Longo , ancora
la 0. Allega Vclio i ma- noscritti di lui veduti da sè , nei quali s*
incontrava MOOREM, PASTOORES , MOO- RVS ; e crederei arrischiar troppo negando
recisamente a Velio Longo la possibilità di un fatto del quale egli si
constituisce testimonio oculare. Altronde non ne esempii siccome crede il
Ritschl ( Jfon. Epig . tria, pag. 33 ) : 00 piane nuìhim : potendo
riconoscersene uno nella voce COHORS che ha il diritto mede- simo dei vocaboli
ARALA, GARA, STAHATVITO, di VEHEMENS, di PREIIENDO, di MERE (in luogo di me,
Quinti!. Insiti. I, o, 21), e di MRR ad essere citata. Dirò piuttosto che forse
il novello costume di raddoppiare, omessa l'aspirata, non passò mai dai mano-
scritti di Accio all' uso comune , al quale sembrano essersi adattati coloro
tra i Romani che adottarono A A, EE, VV. Quanto all'OV edEI, questo non
comincia con Accio, aven- dosene esempii di età molto anteriore, ed
appartenendo evidentemente al sistema della pronunzia, secondo il quale se ri
ve vasi AI od AE per A od E (Del secondo dittongo parla VARRONE (vedasi) de L.
L. V, : In Urbe ut in multis A addito) 01 od OE per 0 , V ; EI talvolta per E,
tal altra per I, di che non e questo il luogo opportuno a fare una piena
discus- sione. Basti solo osservare che questa maniera di dittonghi si conservò
in certe voci per tutto il tempo nel quale si scriveva secondo la nuova
ortografia di Accio. I monumenti della età di Accio mancano finora di esempii
di raddoppiamento non solo dell' Ò ma eziandio dell' I. Di quest'ultima mancano
ancora testimonianze positive: giacché in ge- nerale fu molto inesattamente
attribuito dai Grammatici al solo Accio tutto il sistema del raddoppiare. Per
lo che nulla ne possiamo affermare, fuori della probabilità di una conghiettura
; essere questo uso rimasto senza imitatori, gli scritti dei quali siano per-
venuti a noi. Digitized by Google Della possibilità, oltre all'asserzione
generale che realmente non prova con efficacia, vengono garanti due
contemporanei di Accio: CICERONE (vedasi) e GIULIO (vedasi) Cesare. Di quest'ultimo
notano i grammatici che GIULIO (vedasi) vuole si scrivesse “POMPEIIVS” – e non “POMPEIVS”
--, e vuol dir che analogicamente avrebbe scrìtto cosi tutti i nomi di gente
terminati in “-EIVS.” A tal ortografìa – cf. H. P. GRICE ORTOPOEIA -- bisogna
ridurre 1' OPETREUA di Benevento per concorde consenso di tutti i trascrittori
che fanno autoriti, siccome G. mostra nelle sue Inscr. Beneventana, e la CANV-
LEIlA di una elegante umetta trascritta da LUPI (vedasi) -- Distert. Inoltre
Cicerone raddoppiava questa vocale nei nomi in AIA come MAIIA , AUAX , nel
primo per deposizione di Quintiliano (1 , 4) ; nel secondo per autorità di
Velio Longo (Putsch.), e se deve ritenersi centra l'opinione del Meyer (ad
Quint. L. I), seguito dall'Osann – CICERONE (vedasi), de Rep. --, anche nel
verbo AIIO. A questa maniera si conformano le lapidi che mi danno RAIIVS due
volte (Mi. intcriptionet JVic. Florentii in Bill. Duci Brabantiae) e una
iscrizione pompeiana dipinta, che legge MAIIVS, ed una gradita , che CAIIVS. In
questa teoria per altro sembra essersi voluto rendere me- glio il suono della I
per due vocali \ ma in S. Benedetto di Pescina ossia nel sito del- l'antico
Marubium io leggo ORJIONIS in lapida di assai buoni tempi , e che non posso
afTatto accomunare agli esempii raccolti e prodotti dal Ritschl (Mon. Epigr. Ma
, pag. 31) , creduti da lui dubbii o recentissimi o barbari : Eaque dubia vel
recenti* aetatis tei barbararum regionum vel negìigenter factorum tilulorum. A
buoni tempi parimente si riferisce la lamina Kircheriana LD INGEXVIJS QVI AD
SVBFRAGIA DESCENDVNT, ed il piombo missile pur Kirchcriano ESVRE11S ET ME
CELAS, ed il marmo epore- diese di C Acillio Gaviano FLAMINI DIV1I • CAESAR
(Gazzera, op. cit. pag. 15), e la pietra Atinate del Console L. Arrunzio (a.
731) , XVVIR SACRIEIS, ed un fram- mento di titolo Beneventano inedito con
SMEIS; il quale vocabolo ritrovo ancora colla ortografia medesima in un iscrizione
romana parimenti inedita trascritta da me recen- temente presso uno scarpellino
: EPAPHBODITVS AE CN L . SIGE • ET SQVE . SVIEIS . QVEIQVE ATEIQVE . ERVNT IA .
EORVM . NATEI ERVNT Inoltre aggiungasi il bronzo di Malaga della epoca dei
Flavii ElIVSDEM ed il sopraci- talo di OPETREUA ove si legge VXORII ed il IVLII
dell’iscrizione scolpita sull'obelisco vaticano; nei quali monumenti talvolta
si scioglie la fin EI, ovvero una delle due I si allunga, senza che peraltro si
ometta la I compagna. Di -17- 11 secolo
settimo di Roma declina c col secolo va cominciando a < ortografìa. Se
adunque in quest’epoca precisamente e su quelle medesime voci che s’erano
scritte o con raddoppiamento di vocale o con dittongo, io veggo alla vocale semplice
SOVROPOSTO UN SEGNO – H. P. Grice: “I KNEW it!” -- , ragionevolmente G. dove
conchiudere che QUESTO SEGNO viene ora adottato in questo nuovo SISTEMA – cf.
H. P. Grice: system of signification -- e che la sua natura è non d'INDICARE –
cf. H. P. Grice: INDEX -- precisamente la vocale lunga per natura, ma di
supplire alla VOCALE ORA SOPPRESSA – H. P. GRICE: implicated. – cf. distinctive
features and soot/suit. Se di una cosa già fatta o da farsi intendesse parlare
Terenziano Scauro,G. non sa: certo è che le sue parole esprìmono letteralmente
quello che dopo un ragionamento sul fatto vuore conchiudere G. Scrive egli :
Acciut geminato vocalibus scribi natura longas syllabas voluti, cum aìioqui
aditelo vel molato apice longitudini et brevitatis nota posset oitendi. -- Putsch.
Cosi Quintiliano: Quae ut vocale» iunguntur aut unam longam faciunt ut teiera scripserunt
qui geminatione earum velul apice utebaniur -- L. InstU. Orai. È quindi
opinione dei tempi di Quintiliano e di Terenziano che le lunghe in vece di
raddoppiarle si potevano SIGNIFICARE – H. P. GRICE – CON UN SEGNO – H. P.
Grice: “Words are not signs; accents are!” -- pari all' apice. Avvertasi inoltre
che 1' apice siccome viene descritto non si può riconoscere nella virgola e
molto meno nel punto dei nostri monumenti e che per gli antichi grammatici
mancava ancora un vocabolo proprio a questa noto , vedendosi- che si accomodano
a dirla talora apex , siccome Quintiliano Mario Vittorino -- (Putsch, Gaisf. --
Terenziano Scauro -- Putsch -- ed Isidoro
– Oria. Tal altra ACCENTUS LONGUS – cf. H. P. GRICE: STRESS --, come Diomede – Putsch
-- e Massimo Vittorino -- Putsch Lindem., ovvero LINEA LONGA, con Donato -- Putsch
, Lindcm. Ritter unisce Donato con Diomede e Vittorino. Nelle quali
denominazioni non si riconosce la vera natura nè la origine primitiva di questo
segno , ma soltanto l'uso che se ne faceva di poi , pel quale i Grammatici
poterono confonderlo facilmente colla indole e col valore dell' Apex, del quale
S. Isidoro scrive : Inter figura» littrarum et apicem velerei dixerunt , apicem
dictum propler quod longe sii a pedibus ted in cacu- mine literae apponitur; ut
enim linea iacens super lileras atqualiter ducta. Orig. 7. Se la virgola
sovrapposta alle vocali possa chiamarsi accento od apice, o sicilico. Qual nome
daremo adunque noi ad un segno del quale la indole e la forma nativa non sembra
essere stala mai esaminata nò ricordata dagli antichi scrittori? lo certa- mente
non credo poterlo decidere e lascio volentieri a chi vuole denominar questo se-
gno o accento o apice , tanto sol che non se ne confonda più nè la natura nè la
desti- ; e proporrò solo a maniera di consiglio , che volendosene adottare un
nuovo , si perda di vista che almeno la virgola ritenendo la forma materiale
del sicilico Del resto ciò che se ne è detto panni abbastanza al bisogno : mi
rimane ora di par- lare dell'uso che si venne tacendo di questa nuova teoria
nel secolo di Augusto e nei se- guenti e come ella si dilatasse. 9. Del parco
uso di guato ugno rufte lapidi. Intorno all' uso io veggo sin dal principio
costituirsi due scuole, austera l' una, più liberale l' altra : ma non si che
trascorra a quello smodato lusso notato con tanto mal piglio dal Marini, ove si
mostra si inquieto di avere scontrato perfino a QUATTRO ACCENTI SU D UNA PAROLA
– H. P. Words: “Words are not signs; accents are” -- (Arv.). Ciò avvenne
nell'epoca della decadenza. Di pari passo va lo stile lapidario, prima austero
e castigatissimo, poi talvolta parco all'antica, tal al- tra ricco e copioso,
quindi negletto o lussureggiante e finalmente barbaro. Uopo è produrne alcuni
esempii a confermazione di tale pronunziato. Nel fram- mento di fasti consolari
anteriore al 722, il segno si fa vedere sopra una sola vocale, neh" E di
PÉDIVS, secondo l'apografo del de Winghe (M$. inbibl. duci» Brabantìae). Q.
Vario Gemino fu legato di Augusto ; a Castelvecchio Subrequo (Superaequum) in
quattordici linee non ha che una sola voce segnata, secondo la mia trascrizione
t. Q VARIO Q F GEMINO LEG DIVI • AVG •
fi- PRO COS • PR • TR • PL Q QVAESlT
IVDIC PRAEF • FRtfM • DAND X VIR STL IVDIC CVRATORI AEDIVM SACR MONVMENTOR QVE PVDLIC TVENDORVM IS
PRIMVS OMNIVM PAELlGN SENATOR FACTVS • EST ET • EOS HONORES GESSIT SVPERAEQVANI
PVRLICE PATRONO Un altro bel marmo inedito che mi son copiato a Trasacco legge
: TORINIA • L L NE'ACVLA SIBI • ET PATRONO DSP FECIT I Momm. 5471, ma senza il
sicilico. Digitized by Google Nella pompeiana del 740 leggesi soltanto VARI ,
in altra del 758 appartenente alla me- desima città la sola voce IVSSV ha il
suo segno , egualmente che una sua compagna -- Momms. Al 757 i celebri cenotafl
pisani citati anche dal Fabretti non hanno se non in pochis- sime voci impressi
i segni : Vix quater in priori tabula , bit totie$ in seeunda leguntur in sola
isti» verbi* MlMBVS, MAGISTRATO, BtfS, ATRI, LtfCTV, CASV, COLONIA et iVSSV,
dice il Fabretti, tuttoché il Noris non vi sappia dipoi vedere che solo MANI-
BVS , PECUNIA e COLONIA. A queste fa piccola aggiunta il Cori nelle voci PRIVA-
TIS e MAGISTRATA S nominativo plurale ( Etnac. II , 10 l dieci frammenti della
lapida che ornò una volta il frontone del Tribunal alla basilica di Pompei
pubblicati re- centemente da me 1 , mi danno solo la voce 0*RN. Questa , come
ho dimostrato , ap- partiene al 762-764. Al 768 (epoca determinata in altro mio
lavoro Questioni Pompe- iane , pag. 52 ) una lapida pur Pompeiana legge solo
due voci HOLCCNIO e SACER- DOTI segnate della virgola. Nel museo Campana al
Laterano si legge : CVSTOS SEPVLCRI PENE DESTRICTO DEV« PRrAPVS EGO SVM MORTIS
ET V1TAI LOCV* L'ho trascritto recentemente e vi ho aggiunto il segno
trascurato Onora da tutti. E del 752, secondo il Visconti (Op. varie I, Milano
1827, pag. 55), quest'altra an- cor essa trascritta da me nel Vaticano :
CORNELIA GAETtfLICI F GAET^LICA L'editore non curò notarvi i segni (op. cit.
tav. V, K). Nel Capitolino ho copiato queat' altra : C PONTI C • F - SCA • RVF1 TR • MIL Q AED ' PL
GALERIAE • L • F • VX0R1S MIBITRATY • CNISMI • L Dal museo Campana al Laterano
trascrivo la seguente : I Bull. Arch. Napol. d. ser. voi. D, n. 1 segg. e 23. C
CARRINATIS • C L FLACQ OTXAE dvae Il museo lateranense mi offre le due che
seguono : 1. T COCCEIVS . NlCOMEDES ET
M\frLA • EROTIS FlLIA 2. A • GAB1NIVS NARC1SSVS FORTVNAE PRIM VOTVM • SOLVIT L
M Del 764 è quest' altra , nella quale occorre solo 1VLIVS : l'ho copiata nel
Capitolino. C • IVLIVS AVG LIBERTI LIBERTVS • EROS etc. Dall' epoca or notata
non s' allontana questa parimenti capitolina , che ne fa uso in due sole parole
: CELLI! • PRIMI • AVG • LIB • LIBERTVS ET • GEMINI AE • SVNTVCHE • CON IVGI •
ET FLAVIO • CELERIONI ET HE LENE CELERIANAE FILI1S • POSTERIS QVE • SVIS • FEQT
Pubblicò già il de Lama ( Itcriz. Veltiati 1818 a pag. 102) una lapiduccia di
assai buoni tempi. CopioUa esattamente, ma non intese il segno soprapposto
all'O, giudican- do questa lettera con tale appendice equivalente al Q.
Digitized by Google ASIQAE FRONTINE» (NT mon.) & AEGRlJ™ PLARIAN™ VXORI È
invece l' iniziale d' Aulus detto ancor Gius in alcune lapidi ( come appunto sì
disse plaiutrum e plottrum) ed in qualcuna OHLVS , nato da OHOLVS ( cf. COUORS
e COHRS), come ò in quella che io trascrissi e pubblicai nella storia d'Isernia
a pag. 141 (Momm. /. A*. L.) e comincia OHL • COSENT1VS 1. QuesU scuola trova
un imitatore fin verso la metà del terzo secolo dopo G. C. in Be- nevento. La
lunga leggenda onoraria di Cecilio Novatilliano, che riporterò più appres- so,
in quindici linee è contenta di marcare la sola voce POETAE. Il Marini negli
Anali diede questa , che è nel
Kircheriano ove V ho io ricopiata. LVCR1NAE IVCVNDJ: P LVCRTNVS P L THALAMVS A corNThis fabEr LOC • ENPT EST •
ARGEitf (NPT mon.) SIBI ET SV • PO^ Tranne A e FABER , il segno non si trova
notalo in verun altro luogo. Cosi la bella iscrizione di Oronte, procuratore di
Augusto, che sta ancor ivi, ove la vide il Giovenazzi , nota la voce PRO'C e
non altro, secondo l' esattissimo apografo di questo grand' uomo ( Marini Aro.
pag. 711 ). Appartiene alla medesima epoca augustea la famosa cassa funeraria
di P. Paquio Sceva e di Flavia Consa sua moglie. Questa in dieci lunghe linee
non marca di sicilico se non Etfed EK -- Momms. i. N. L., OMESSO – H. P. GRICE
IMPLICATO -- il segno sopra EA. Una gran folla d* iscrizioni che ricordano
servi e liberti della famiglia imperiale di Augusto si contentano d' imprimere
detto segno nelle sole preposizioni A : leggesi I II Mommscn crede OHL tre
sigle e le interpreta Osta . Hic . Lucius ecc. Ma queste tre let- tere sono
strette fra loro , senza verun intervallo , senza veruna divisione grammaticale
di pun- to ; mentre l' iscrizione ci mostra ancora tutte le lettere bene
spaziate e con a ciascuna pa- rola il suo punto triangolare profondamente
scolpito. Ciò posto non pare affatto probabile, che le supposte sigle siansi
dallo scarpcllino ( e ciò nel bel cominciamento della epigrafe ) si stretta-
mente volute congiungere in un sol vocabolo, senza averne bisogno alcuno. -24-
quindi A IANO MEDIO (Morom.) A TTTVL (id. 68*1), A CORlNTfllS (id. ibid.), A
L1BRIS PONTIFICALIBVS (id. 6831), A BIBL10THECA LATINA APOLLINIS Od. ib.), A
CVBICVLO TI • CAESARIS (id. 6857), A POTIONE (id. 6861). A Gaglia- no, piccolo
villaggio presso Castctvecchio Subequo trascrissi quest' altra lapida : T .
PdkPVLLIVS . L . F . LAPPA fi • VIR • QVINQ TR1B MIL A POPVLO PRAEF • FABR EX • TESTAMENTO • ATBIVM AfCTIONARIVM FIERI ET MERCVRIVM AVGVSTVM • SACRVM PtfNl IVSSIT ARBITRATV • EPAPHRAE • LIBERTI 1
Lasciamo star un altro buon numero di esempi per dar luogo a due ben singolari
monumenti dettati in metro. Proviene il primo da una lapida che si leggeva già
nel Grutero 864,4 ( il Passione! ci. VI , n. 16 ne trascrive da un frammento le
sole prime tre linee), ma che fu poi riveduta dal Marini , il quale vi notò gli
accenti omessi, (Are. pag. 713). Non pertanto in sci versi due sono le voci
notate del segno: C . CANINIVS . C . F A R N • LABEO PATER OMNES HEI MEI SVNT
FTLPVS ILLVM MAN'V 1LLE ILLAH MERETO MISSIT ET VESTEM DEDTT QVOAD VlXSI VlXSERE
OMNES VNA INTER MEOS EVNDEM MI AMOREM PRAESTAT PVERILEM SENEXS MONVMENTVM
INDIQOST SAXSO SAEPTVM AC MARMORE QRCVM STIPATVM MOERVM MV'LTEIS MILLIBVS.
Viene da ultimo il celebre papiro ercolanese , che ci ha conservato laceri
avanzi di un poema intomo alla battaglia ad Aclium colle sue conseguenze in
Egitto. In esso ab- 1 II Muiut. 482, 2, le mette in Roma ; ma il Mamnj, Arv.
548, correggeva questo sbaglio, mentre Morcelli de Stilo CCXXXVI1I la
dichiarava Corana. Il Mommscn che non conobbe la correzione del Marini, sulla
copia del Muratori e del Lupoli, II. Yen., pag. 150, pronunzia: De ipsa
imriptione nihil affirmo; hoc dico non tue Paelignam ( /. N. L. Faltae aut
suspeclae, n. 83t* ). Recente- mente però il sig. Henzen no ha assicurato il
Mommsen o per l'autorità delle Bchede valicane del Giovenazzi, e pel testimonio
del sig. Brunn {Inscr. Latiti. Sekct. Urelliamrum, T. Ili, pag. 423, n. 3883);
nulla di meno non si vede corretta la omissione degli accenti. biamo noi un
solo esempio nella voce ACIES di questo verso -- Kreyssig, Carminit Latini de
B. Aetiaeo ito Alexxmdrino fragmenla, Upsiae: QVALIS AD INSTANTIS ACIES CVM
TELA PAraNTVR In una lapida edita dal Vermiglioli nelle Iscrizioni Perugine
latine , pag. 713 , trica ancor essa, occorre solo SE'DES e DILE'CTAE 1. Non
anteriore al 796 (42 dell'era volgare) nè posteriore all'819 (pag. C. 65) è
que- sto monumento di una liberta appartenente a Claudia Antonia, figliuola di
Claudio Im- peratore. È nel Kircheriano assai bene conservato. Fu dato dal
Muratori pag. 187,3 , e 893,6 , due volte , poi dal Brunati glutei Kircher.
Inscriptiones , pag. 66 , 130); ma non occorre avvertire che ninno vi marcò i
segni : DlS MAND3VS CLAVDIAE ANTONIAE L1B LACUNE PHILIPP VS • RYST1AN PVBLICVS
• AB SACRARIO DIVI AVGVSTI OONIVGI • CARISSIMAE . FECIT • ET • SI DI Ai tempi
di Adriano conservavasi ancora questa scuola severa , e ne viene garante questo
bel cippo del Museo Campana al Laterano dedicato alla Diana , che vi prende il
luogo della Giunone, cioè alla Diana di Elia Procula : D M SACR V M DEAN pila
in b»' AE ET MEMO'RIA E Hit «M» AEL « «coi.- I A E P B CC V L A E P AELIVS •
ASCLEP1ANVS- AVG • LIB ET • VLPIA • PRISCILLA FILI AE . DVLCISSIMAE FECERVNT I
Prima del Vermiglioli l'aveva data coi segni il Marini, Arv. 710. I Sotto
Macrino e Gordiano Pio , anzi piuttosto all' età di questo secondo deve collo-
carsi il marmo onorario posto dai Beneventani all' oratore e poeta insigne M.
Cecilio Novalilliano, che si dà l'appellazione di Preside della Mesia, in vece
di quella di legato. In una leggenda ben lunga di quindici linee , il solo
vocabolo marcato è POÈTA E -- Momms., ma non vi notò questo segno) : M CAECILIO
NOVATILLIA?} C V ORATORI • ET • PO ETAE • INLVSTRI • AL LECTO INTER • CON
SVLARES PRAESIDI PROV MOES SVP- etc. 10. Detfuso men parco di questi ugni. A
tal serie di esempii succedano ora quelli che appartengono ad un'altra scuola
me- no austera ; e sia il primo un ben raro monumento del 744 , non già com'è
pubblicato dal Bandini in un' opera speciale , riprodotto poi dal Zoega De
orig. et twu Obdisc. pag. 51 , dal MorceHi, de stilo, E, pag. 38, e dall'
Orelli n. 36 , ma secondo la mia le- zione , per la quale restano tolti gli
accenti all' 0 di AEGYPTO e di ROMANI : IMP CAESAR • DIVI F AVGVSTVS PONTIFEX •
MAXIMVS IMP Xlì ' COS • XI • TRIB POT XIV AEGVPTO IN • POTESTATEM POPVLl •
ROMANI REDACTA SOlI DCNVM DEWT Dopo del quale debbo collocar gì' insigni
frammenti di funebre elogio, che leggonsi presso il Fabretti, al quale il
Marini fa una buona giunta di segni omessi dal primo tras- crittore (/ni. Alb.
pag. 136) , aggiugnere di poi 1' altro elogio di Murdia , che fu pro- dotto dal
Fea nelle note alla storia dell' arte del Winckelmann III , pag. 202 ( dal
Marini l la riproduce ma non esattamente V Orelli n. 4839 ). Occorrono nei
primi frammenti. t 11 Marini vi ha fallo una breve giunta (Iteri:. Alb. pag.
136) ; 1' ultima emendazione mi è stata comunicata dal Cav. de Rossi. È
notevole PASSA' due volte scritto col segno sull' ultima , tuttoché nominativo.
Vedi però ciò che siamo per dire più appresso Digitized by Google PATRI AE, A,
INANITER , DEBE0 1 ,... E'RVAM , PASSA SI'S, COMVNCTff SALVTARITER TV A obi.
PEDES , RAPSATA , LIVtfRIB REPLETA , RE'S , EDlCTl , MEtfRVM , NCTBSCERENT ;
RAG EFFICACIVS , CUSTODIA obi. SPI- RITÒ gm. PATIETIÀ , (TRATIONI, MER1TORVM,
PRAETERAM PACATO, FORTUNA , PROCE / DEr« , DE'FYTT , AlijTS VIRTVTIBVS ,
DB?IDE*NS , FE'CVN- DITATI , FE'MINIS , ORBITATE ME* , LfBERO'S dePO'NEREM ,
E'LOCVTA , CONCORDIA NOSTRA abl. TV* , FVTVRO'S UBERO'S . . . T tfS TfOS
ADFirmA- RES fulVRVM FATO', LE% VITA abl. CVpidlTAS, NECESSITAS, VERO',
dtfliDENTlA PARTtfS gm. PARARE^ LATO', FIUAaM. FATO', SENSfS MEtfS , CO'NSECRAT
FRVCTfS NON DETtVNT FAMA T\'A FIRMA , ACTIS , STATUS gm. AMISI, prOPVGNATRICEM
, NATVRALIS , VIRE'S, CO'NSTO', CASt»S MEO'S LfCT^M O'RATIONIS , MANE^S
Similmente quello di Murdia i nota del segno quasi quaranta vocaboli QVO'
HEREDE'S tfS ADIIIBITA FACTA CERTAS AUOVA CONTVMELIA VSSV HOT A OBSEQVIO'
CONSENSI VffiO'S UBERO'S VERITATE FE'MINA- RVM PROPRIA CVSTOD1A VARIETATE'S
BONA FAMA ARDVO'M COLENDA E& MATER MODESTIA PROB1TATE PVDICITIA OBSEQVIO' LANIFICIO^
DIU- GENTrA FIDE 7 PAR VLLI SA PIENTI A E' AVT La lapida ha tuttavia bisogno di
essere riveduta o corrotta sull' originale. iVS , che in antico si scrisse
IOVS, come IOVSIT, ed fSSV por VSV, che derivasi de OITI, OITIER, come OITILE.
La Capuana ( Momms. 3629), nei pochi frammenti che ne rimangono, ben dimostra
non esser lontana da questi tempi. In essa son impressi i segni nelle voci :
IVDICIA...CEQVE, PLtfRIMIS, PVBLICE'due volte, OFFICIO'RVM, D ENFICI E'NS,
RE'S, PVBLICA abl. PIACERE', CO'NSCRIPTIS * , DO'NISQVE -- Momm. G. pone allato
a questi monumenti l'elogio di ROMOLO (vedasi) scoperto già in Pompei, ed ora
nel museo borbonico come la precedente. Ivi si leggono queste voci segnate:
RO'MVLVS, MARTIS, RO'MAM, ANNO'S, DVODEQVADRAGINTA 3 -- Momm. È dei tempi di
Augusto la seguente (Momm. 6865) : 1 Makini, Iter. Alb. t 136; indi TOiielu L.
U Fca nelle note al t. MI del Winckcl- mann , pag. 26 , n. 44 , la riproduce
come inedita ; il Rittcr la ricava da MARINI (vedasi). La proposizione CO.N
(piando precede la lettera S e riputala lunga (A. Geli.). L' ultima In
Quadraginta, come in Triginla, In Sexaginta, si riputa lunga -- Serv. ad Acn.
11, Vossio de A. Gr.. Lindem. -- a questi tempi. COSMVS AEDITWS MATRIS ' D
ANTIOCHO SACERDOTE ANNfc • XII EIVSD AB IMP • AVGVSTO • GRATIS" MAN
tfMISSVS i OL SYPRA SVNT H S • N I • DONATIO'NIS • CAVSA MANCIF Insigne poi è
questa tessera , sola in tal genere a portare segni. La pubblicò il Fa- bretti
(/. D. ci. 1) , ma i segni si debbono al Marini (Are.) , che ve li aggiunse :
appartiene all'anno 751 . FADCNI P K • IVN L LENT • M • MES CoS Appartiene a M.
Plauzio Silvano questa bella iscrizione, console nel 752. L'ho tras- critta di
recente e vi ho aggiunto quei segni non marcati dal Nibby (Viaggio I, 115), e
per conseguenza nè dairOrelli che da lui la prende: H PLAVTIVS M F A N SILVANVS COS Vffvm EPVLO'N IIMC SENATVS TRIVMPIIÀLIA ORNAMENTA
DE'CRE'VIT OB R&S IN ILYRICO BENE GFSTAS SATRL\ CN • F VRGVLiNIA VXOR A •
PLAVTIVS M • F VRGVLANIVS VlXIT ANN K 1 1 . Della incostanza nelV uso dei segni
e degli sbagli nel collocarli. Per le quali osservazioni assai bene si apprende
che anche nei primi tempi d' intro- duzione di questa novella ortografia fu chi
intese di servirsene a suo piacimento, senza attenersi a regolo , non così però
che ne abusasse o col numero indiscreto o colla per- versa applicazione. Non
potrebbe quindi passarsi per buona la nota del Morcelli : Non est inficiandum
apices ittiusmodi nullo vocalium longarvm aut brevium discrimine saepe
apposito* te- mere et (ine causa (de Stilo, 1, 11, part. 3 o 9). Più
ragionevole pare il Maffei quan- do scrive : Quandoque eur in eodem titulo
quibusdam litteris appingantur, quibusdam minime, inteìligere non est(Mus.
Veron. pag. 171). Dico per altro che dopo la dimostra- zione della origine di
questo segno , non si potrebbero moltiplicare i casi di uso erro- neo ;
perocché, tranne un piccolissimo numero di eccezioni, generalmente li veggiamo
adoperati procisamente ove per avventura gli antichi avranno notato in altro
modo la vocale lunga. Ma quanto alla incostanza in metterli o tralasciarsi, la
colpa dee essere stata degli scarpellini piuttosto che degli autori delle
epigrafi. A darne un esempio prendo le due lapidi crcolancsi dedicate l'una al
Divo Giulio e l'altra al Divo Augusto (Momm.) -, poniamocele davanti : Io qui
non entro a discutere , perchè siasi voluto imprimere il segno sub" 0 , e
la- sciarne privo 1' I ; essendosi scritto prima DEIVO come si legge su di una
I semina de- dicata per lo appunto a Giulio {St. d' [sernia): GENIO - DEIVI •
1VLI etc. e neh" ara posta sotto al palatino , da me or ora trascrìtta (
OreUi 2133, ed ivi Uensen HI) e altrove : ma non può affatto scusarsi che 1' 0
di AVGVSTO ne manchi. Non sarei per altro tentato di darne la colpa a colui che
consegnò le due iscrizioni allo scarpelUno. Lo stesso dicasi della perversa
collocazione. Strana cosa al certo sarebbe che sopra un monumento elevato a
Germanico si scrivesse il segno o ben due volte sulla seconda sillaba della
voce Coesori, Caesaris: pure leggesi presso il Marini (Art. pag. 710) : DIVO
ifLIOf AVGVSTALE'S DIVO' AVGVSTO AVGVSTfUES SEI DEO . SEI . DETVAE . SAC C SEXTTVS • C • F . CALVINVS . PR DE . SENATI .
SENTENTIA RESTITVIT GERMANICO CAESARI T CAESARIS AVG • F DECVRIO'NVM decreto
-30- A me non fa meraviglia che qualche errore s' incontri sui marmi in questo
gene - re 1 , essendo apertissimo che assai più numerosi sbagli si vengono
osservando nelle leggende (cosa tanto più rilevante) ai tempi medesimi dell'
aurea età. Aggiungasi qui una osservazione che non veggo fatta Onora da altri.
Gli antichi dovevano al certo avere dei mezzi di correggere uno sbaglio occorso
nella pietra, senza che fossero sempre obbli- gati di radere la lettera e di
soprascrivervi un'altra : questo era al certo, come usa an- che oggidì , e
qualche sebben raro esempio antico pervenuto fino a noi ce lo insegna , di
accecare col mastice il taglio aperto. Or , possiamo noi sempre dire che non
furon corretti gli orrori a tempi antichi ; specialmente osandosi allora di
tingere a color rosso le lettere -, col qual mezzo era assai agevole di
sostituire la vera leggenda alla erronea ? Arrecheronne qui duo esempii per 1'
uno e 1" altro uso. n primo è sulla insigne lapi- da dei Naulae Parisiari.
L'hanno fatta incidere gii autori del Nouveau Traili de Diplo- tnatique (Il ,
tav. V) , non senza rimarcare : Celle fameuse inseription du
premier et du plus considérable des bas reliefi GauUns troutés à Notre Dame de
Paris en 1711, a donni beaucoup d'exercice aux plus savans anliquaires de ce
siide (pag. 572). Tutte
le copie che se ne son tratte differiscono tra di loro, nè quella che ci si dà
dai lodati autori merita il nome di esattissima. Ecco la mia trascrizione : T1B
CAESARE AVG IOVI • OPTV" MAXSVMO ift NAVTAE PARISIACI
PVBLICE POSIERV NT- I Tra questi io conto PASSA'
nominativo ripetuto due volte sull' epitelio riferito più avanti, IVVENIS nel
titolo del Museo Modanese edito dal Cavedoni tra i suoi marmi: D f || Q • SOSI
^ GEORol itfVENIS OPTIMI PIENTTSS /s PARENTES VÌXIT • ANN • XL ^ FECER IN
SICILIA • SYRACVSIS VENERI^ S IMomm. 2335) e XOVELLlVs (id.) in Pompei, FlLltf
S presso MARINI (vedasi) [In,), TERTl^S nella collezione di Mommaen. Dal quale
apografo risulta bea chiaro che la seconda M di Optumo fu rasa dagli an- tichi,
i quali scrissero Y 0 più piccolo di sotto perchè mancava lo spazio accanto
alla M della linea superiore, tuttoché l'avessero scolpita in proporzioni più
piccole, che le altre lettere : non è dunque vero che si legga ivi OPTVMMO come
quasi tutti finora tra- scrissero. L ara collocata nel recinto del tempio
Pompeiano che dicono di Venere , ma eh' io ho dimostrato essere di Mercurio e
di Maia, porta due iscrizioni o piuttosto una sola ri- petuta su due facce.
Nella prima leggesi il secondo nome scritto cosi : L SEXTILIVS L • F ma nella
parte opposte, si vede invece scritto L • SEXTILIVS • SVÉ • F qui la L scolpite
sul prenome SEP mostra chiaro che vi fu fatte una correzione : lo che posto,
come le lettere SEP non sono rase in verun modo, egli è necessario conchiudcre
che vi furono ricoperte dal mastice. Dal mastice egualmente credo corretto lo
sbaglio sulla tento rinomate iscrizione di Duilio che a Roma copiai, ove sta
scritto NAVEB © S 5 gli altri danno NAVEBOS coli' Ordii N. EH9, col Grotcfcnd
(Lat. Gramm. 2, pag. 292), col Ciacconio (Coi. Rostr. in Thes. Graev. IV, 181 1
, ; il Ritschl poi no, che la riporte esattamente. Non posso qui omettere una
necessaria avvertenza, che il numero sebben ristretto degli sbagli in materia
di segni vien soventi accresciuto dai trascrittori e da- gl'impressori dei
libri ; che inoltre ho osservato talvolta a torto imputarsi l'antico per mala
interpretazione del senso. Siane documento la bella epigrafe di Telefo edite
del MafTd , uno di coloro che mena alti lamenti intorno alla collocazione dei
cosi detti ac- centi : 'Nam praepoitere adpotiti deprehenduntur non in
frequentar. Io certo vorrei toglie- re da questo numero l'epigramma di che è
parola : eccone la edizione del Maffei mede- simo (Jf. V. pag. 171 ). TELEPIIVS
UKC SE/DE 1VCVNDA POT11VSQVE QVIESCENT DEBITA CVM FAT1S VENERIT HO'RA TRIBVS
UIC LOCVS HEREDI NE CESSERIT INVIOLATI SINT CINERE'S TVM Q\QfS CINA FAVILLA
TEGET TELEPHVS ìliin MR SIBI ET SVIS Il dotto editore si mostra assai mal
conlento del primo esametro ove scopre due er- rori di prosodia in tede
iucunda, errori che il poeta, die' egli, avrebbe potuto facilmente Digitized by
Google 32- evilare se avesse scritto Tekphus hac iucunda sede Pothusque
quiesceni. Non v' era in- tanto veruna ragione di dar questa dispiacevole
lezione all'antico verseggiatore. Peroc- ché iucunda ivi è nominativo, e non
deve affatto leggersi sede iucunda (senso per altro inconveniente in proposito
di un sepolcro ), ma Telephvs, Ivcvnda et Pothvs hac sede quiescent, debita
cutn fatis veneril hora tribus. L' unica licenza che si è presa il poeta è di
allungare la cesura pentemimera in sede. Il Maffei toglierebbe colla sua
transposizio- no anche la cesura eptemimera all' esametro contra ogni legge. Da
questa vera inter- pretazione segue che nel pentametro non si parla affatto
delle (ria fata, come crede il .Maffei, che si ha tratto dietro ancora ORELLI
(vedasi) dal quale vien collocata perciò nel capitolo degli Dii Immortale*, e
richiamato Procopio de B. Golh. 1,25 -.'% -r;>£a ?r:a , 5Ìtu) fi? Tw[j.»5i
tì; i«£pa; vsw^xasi xaXttv. Dopo l'Orelli si è continuato ad invocare a
proposilo delle tria fata questo pentametro, che ne è divenuto famoso. Una
osservazione somigliante mi porterebbe a dare altro supplemento alla lapida
pompeiana di Cacsio Dafno Perocché siccome qui l'aver veduto Iucunda senza
segno sull'ultima mi pose sulla via della vera intelligenza, cosi in quella il
YF.X,\T\ mi mette forte sospetto non sia l'ablativo che tutti han veduto, ma
invece un accusativo neutro plurale. La lapida dice : D D eAESIVS • DAPHNVS
augusTXL NVCERIAE ET stabis AEDEM GENI • STARIMI et araS MARMORP///,. VEXATA
«DE RESTITMT I supplementi dati dal sig. Mommsen combinano in gran parte coi
mici antichi preoccupati di già dall' Ab. Guarini : perocché supplisce egli
Augusta! alla terza linea , Stalli* alla quarta, Ihlapsis marmoribus alla
quinta. Cosi ancora il Mommsen, che rico- nosce un avanzo di V dopo MARMORI :
ma io non posso accordarmi con lui neanche a supporre un errore del lapicida
che avrebbe scolpito MARMOIUVS ed inserito almeno un R più piccolo fra l'I tY
avanzo dell' V ora perduto colla frattura della pietra. , Piuttosto io leggo
MARMORI AM 1 e supplisco avanti aras, o cosa analoga 2. 1 Marmorìus e dei buoni
tempi non meno di Cenali* , di Aria, di Beniwlus, di l'hilu- minus, ecc. Il
supplemento da me proposto aveva non pertanto bisogno di una conferma, sulla
natura del frammento che io voleva fosse un A. Ne dimandai al Mincrvini, ed
egli al 6 Maggio del 18i0 mi rispose. « Venendo ora al principale oggetto di
questa mia lettera vi dico che il re- siduo di lettera nella iscrizione di
Cesio Dafno prestasi meglio ad un A che ad un V : è proprio la estremità
superiore della lettera la quale non offre tale inclinazione da poter essere
giudi- cato il principio di un V. oeDE
credo scritto in luogo di aeì)\. 2 È regola ben nota dei Grammatici che il
neutro plurale aggettivo si accorda con due so- sianuvi singolari di cose
inanimate, com' essi dicono ( v. Lw. XXXVU, 32 ; Cicer. de Fin. V. 12 }.
Digitized by Google — 33 — Le iscrizioni noverate Gnora ci hanno fatto
conoscere i due sistemi invalsi nei primi tempi : col procedere degli anni più
copiose appaiono quelle epigrafi che abbondano di accenti, più scarse quelle
che ne fanno uso parco. Al 764 la plebe di Narbona dedica l'ara a Cesare
Augusto sulla quale scolpita si leg- ge tutta la formola della consecrazione. È
vano cercare nel Millin i segni che pur vi sono. Così TOrelli n. 2489, che la
trascrisse dal Millin Voyage, T. IV, 4, pag. 375, ne manca affatto ed il sig. Artaud che l' ha fatto incidere, Discours sur les médailtei A' Auguste et
de Tibère au revert de l'aulel de Lyon pi. IX, ne ha marcati
solo al- cuni. Altrimenti la segna Grutcro. Ma nella Biblioteca di Bruxelles G.
trova una scheda che la dà copiata a' 3
di Gennaro. 1. Fu il trascrittore diligente tanto da apporre i seguenti SEGNI –
H. P. Grice: “Words are not signs, but accents are – STRESS” --. Alla leggenda
del primo lato v. SÉ — OBLIGÀVERVNT ARAM RECTOREM & PLEBE NOMINI DB
E* QVJÉ AVSPICJtTVS Eli ROMANI.
A quella del lato secondo v. 4 1 ORNARE CAVSA. n municipio Augusto Veicnte, nel
779 , stende un decreto in favore di C. Giulio, Liberto del Divo Augusto (Fabretti
I. R. 170, n. 324 , Morcelli , de stilo). Io la ripeterò qui dietro secondo la
mia trascrizione : I Debbo contentarmi di questa copia, perocché non mi è
riuscito di averne una migliore. CENT VM VIRI mvmciph AVGVSTI VEIENTIS RtfMAE
IN AEDEM VENERIS C.ENETRJCIS CVM C0NVEN1S SENT PLACVIT VNIVERSIS DVM DECRÈTVM
CONSCRIBERETVR INTERIM EX AVCTtfRITATE OMNIVM PERMITTI C • IVLIO DIVI AVGVSTI L
GELOTI QVI OMNI TEMPORE MVNICIP VEICS N(KN SO'LVM CONSILK) ET GRATlA ADIVVERIT
SED ET1AM IMPENSlS SVIS ET PER FILIVM SWM CELEBRAR I VOLVERIT HONOREM EI
iVSTISSIMVM DECERNI VT AVGVSTAL1VM NVMERO' HAREATVR AEQVE AC SI Eff IIONOW
tfSVS LICEATQVE EI OMNIBVS SPECTACVLIS MUNICIPIO NOSTRO BISELLIO PROPRIO INTER
AVGVS TALES CONSIDERE CE'NlSQVE OMNTBVS PVBLICIS INTER CENTVMVIRO'S INTERESSE^
ITEMQVE PLACERE NE' QVOS AB EC LIBERISTE EIVS VEGTrGAL MVNICIPl AVGVSTI
VEIENTIS EXIGERETVR L FAVONIVS LVCANVS
A'CTVM GAETVLICO ET CALVISIO SABINO COS Al fratello di Caligola appartiene il
monumento edito dal Muratori, e dal Guasco, ma a cui il Marini aggiunge i sogni
: NERONI CAESARI GERMANICI CAESARIS F TI • CAESARIS AVGVSTI N DIVI AVGVSTI PRO
N FLAMINI A VG VST ALI SODALI AVGVSTALI SODALI T1TIO • FRATRI • ARVALI FETIALI
QVAESTORI EX S C Altro bel marmo del 791 merita esser riportato a disteso
(Marini, ber. Alb. pag. 13, 1-4, Fea, Indicazione dtlla Villa Albani, pag. 73):
ADFVE'RVNT C SCAEV1VS CVRIATIVS . L PERPERNA PRISCVS " M • FLAVIVS RVFVS 0
T VETTIVS • RVFVS Q CN . OCTAV1VS
SABINVS T • SEMPROMVS GRACCVS P • ACVV1VS P • F • TRO C VE1ANVS MAXIMVS T TARQVITIVS
RVFVS C • itfLIVS MERVLA M TARQMTIVS
SATVRMN L MAECILTVS SCRVPYS Digitized by Google -35- M • KQ\ÌLX • 1VLUN0T (OS P
• NO'NIO • ASPRrNATE VII K If nias PRO' • SALATE • ET • PACE • ET VICTORIA ET • GENIO' CASSARE A\gutti Altra lapida
capitolina dei tempi di Claudio non ha in cinque linee che solo DIS MXNIBVS
notate di segni : DrS MANlBVS TI • CLAVDIVS • BLAS TYS MEDICVS • U • C EST (hic
conditus est). CLAVDIA NICE PATRONO b • M ET AEÌ)VC1VS MAXIMVS • S • P • S • F
Il nobile monumento edito, e dato inciso in rame dal eh. segr. Comm. P. E.
Visconti (Diss. della Rom. Pont. Acead. di Arch. t. Vili, pag. 213), è un
notabile esempio di parsimonia ; perocché in ben sei lunghe linee non incontro
altra voce che queste due : PORTf/f/i. CAVSSA : TI • CLAVDIVS • DRVSI 1 F GAESAR
AVG * GERMANICVS PONTIF ' MAX TRIB POTEST VI • COS DESIGN • ifii • IMP • XR P P FOSSIS DVCTIS A TffiERI OPERIS PORT? .... CAYSSX • EMISSISQVE IN MARE VRBEM INVNDATIONIS • PERICVLO • LIBERAVIT I
monumenti pubblici rarissime volle portano impressi questi segui. Appartiene
all'anno 801 (48 di Gesù Cristo) il bronzo lionese fatto incidere esattamente
dal signo- re Boissieu (Inscr. de Lyon, 18 IG). Tra i rari marmi che seguono
l'orto- grafia introdotta da Claudio è il Fabrettiano D. , n. 22) notato
dell'anno 808 (Cardinali, hcr. Ani. Vtlit., Roma, 1823, pag. 9): TI CLAVDIO •
CAESARE AVG • GERMANICO V SER CORNELIO ORFITO
(OS ISIDI • INVICTAI ET SERMdi M ArDIVS SERJIL1AI AjlOLa* UB AMERIMNVS EX • J
IStf À questo debbono far seguilo i due qui sottoposti tolti dal museo
capitolino : DlS MANIBYS SAC CALAMVS « TI CLAVDlI CAESAR1S AVGVSTl • GERMANICI
PAMPIIILI*NVS EX D D D.S D D A Poppea moglie di Nerone appartiene la lapida
data dall' Orelli n. 733, e corret- tamente riprodotta ora dal sig. Henzen
(Orelli, t. HI, pag. 68) POLYTIMVS POPPAE'AE' \Xfg DISPINSATOR FORTVNAE • V • S
Prima dell' 812, trascritta da me nel capitolino : if LIAE • AVGVSTAE GERMANICI
CAISARIs f AGRIPPrNAf 2 All' 800 di Roma (dopo C. 47) fu Console la seconda
volta Tiberio Plauzio Silvano. Nel suo monumento funebre copiato da me al Ponte
Lucano copiosi ricorrono i se- gni. L'Orelli, che pur cita il Morcelli De Siilo
2, pag. 89 e il Nibby, Viario, I, ì 16 lo produce al n. 730 senza apporvi neppur
uno dei tanti apici che lo rendono importante al sommo. Eccone la mia copia : t
Non conio fra gli sbagli il seguo sul cognome CALAMVS perché probabilmente
deriverà da Calama città della Numidia (Alt., de Civ. Dei, 8 cf Ptol. IV, 2)
ovvero da Calamos città del- la Fenicia Plin. 5, 20, 17 cf. Bokkisg Annoi, ad
Sol Orimi. Che se è cosi, avremo quindi guadagnato che la seconda sillaba di
Catàmos, o Calàma e lunga. Dell'uso poi di de- rivare i nomi servili dal paese
originario oltre alle cose raccolte già dal Cardinali nei Diplo- mi pag. 43 e
dal Borghesi, Suovo diploma. Atti della Pont. Accad. X, 191 ricordo il classico
luogo di Varrone de L. L. VIU, 21 pag. 174 ed. Muller : Tres cum cmerunl Ephcsi
singutos servos, nonnunquam alius declinai nomai ab co qui vendit Artemidorus
atque Artenìidorum sivc Anemoni appellai, alius a regione quod ibi cmit, ab
Ionia, Iona fai. /onam, hnem) : alius quod Eplttsi, Epfiesium. 2 Paragona
l'altra lapida dedicata alla medesima, che é nell' Orelli, 5387 Digitized by
Google TI • PLAVTIO M F-^AS SILVANO' AELIANo PONTIF • SODAL • AVG ffiVIR A A A
F F Q TI CAESARIS LEGAT • LEG V IN GERMANIA PR • VRB y LEGAT ET COMITl CLAVD CAESARIS IN BRITANNA CONSVLl PROCOS
ASIAE LEGAT PROPRAET MOESIAE IN QVA
PLVRÀ QVAM CENTVM BULL EX NVMERO TRANSDANVVIANOR Ab • PRAESTANDA • TRIBVTA CVM CON1VG1B
AC LlBERlS ET PRINCIPB3VS AVT RE'GIBVS SVlS TRANSDVXIT MOTVM ORIENTEM SARMATAR
COMPRESSIT QVAMVlS PARTE MAGNA EXERCITVS AD EXPEDlTIONEM IN ARMENIA M MiSISSET
IGNOTOS ANTE AVT 1NFENSOS P R REGES SIGNA RIMANA ADOTlATtfROS LN RIPAM QVAM
TVEBATVR PERDVXIT RE'GIBVS BASTARNARVM ET RHOXOLANORVM FlLIOS DACORVM FRATRVM
CAPTOS AVT HOST1BVS E'REPTOS REMlSIT AB ALIQVlS I/ORVM OPSIDES ACCE'PIT PER
QVEM PACEM PRCVINCIAE ET OONFffiMAVIT ET PRO'TVUT SCYTHARVM UVOQVrRE'CEM A
CIIERCNENSI QYAE EST VLTRA BORVSTHENEM OBSffilO'NE SVMMOTO PBlMVS EX EA
PROVINCIA MAGNO' TRITICI MODO ANNtfNAM P • R ADLEVAVIT IIVNC LE / GATVM IN * IN
HISPANIAM AD PRAE / FECTVR VRBIS REMISSVM SENATVS IN PRAEFECTVRA TR1VMPHALIBVS
ORNAMENTÒ HONORAV1T AVCTOTtE IMP CAESARE AVGVSTO VESPASIANO VERBIS EX ffRATIONE
EIVSQ I • SS MOE'SIAE ITA PRAEFMT VT NON DEBVERIT IN ME D1FI ERRI IIONOR
TRIVMPIIALIVM EIVS ORN AMENTO'RVM MSI QVOD LATIOR El ' CONTIGIT MORA TITVLVS
PRAE'FECTO VRBIS HVNC IN EADEM PRAEFECTVRA VRBIS IMP CAESAR AVG VESPASIANVS
ITERVM COS FE'CIT -38- Avanli di passare all' Si;, , richiamo l' epigramma del
quale il Mommsen n. li 182 ita congiunto i due frammenti : è di buoni tempi e
reca i segni sopra questi vocaboli : QVAE'MISEIMBERE, QVJClttVS, HORAabl. K
DECIMO, TR*XI, TERTlfS I. ID Tffil VICTVRO PROROGET VLTERIVS. R marmo arvale
edito dal Marini e dal Cancellieri , tav., ci si mostra copioso di apici.
Segnatisi questi sulle voci : GERMANICI, I \ NVAll due volte, ARVALIVM,
COLLÈGIO, NtfNAS COLLE'GI FRATRf M ARVALIYM VtfTA N V\N- CVPÀV1T due volte,
IMMOLATE, CAPITOLO, SVPERIOÌUS ed APtfNIVS. Meno provisto ò il marmo pompeiano
datato dell'815 o in quel torno. Costa di un- dici linee, nè imprime altrove
l'accento (Momm.) che sopra CAVI PjKSTO'RIS. Sotto l' impero dei Flavii , alla
vittoria dell' Imperator Cesare Vespasiano Augu- sto pone una base la Tribus
tucusana eorporit luliani: in essasi legge: lVl.IVS, IVTI (Momm.). Vespasiano
creò in Pompei un incaricato straordinario per la decisione di alcune liti fra
la Comune e i particolari possessori di beni fondi , Suedio Clemente. Or un
programma pompeiano dipinto a pennello che cerca alla magistratura Epidio Sa-
bino interpone il parere di questo Suedio, scrivendo: EX SENTENTI 4 SVEDI CLE-
MENTE SANCTf IVDICIS 2. Anche i graditi danno esempii in questo genere. La
lista di gladiatori che comincia MVNVS M MAES (Graffili de Pompéi pag. 66 ) dà
il sicilico a M v*NVS. Questo scritto non è anteriore a Nerone perchè son
nominati i gla- diatori Neroniani, però l'ho collocato in questo luogo. Altro
graffito pure appartenen- te ai giuochi veduto e pubblicato dall' Avellino
(Bull. Napoì. a. I, pag. I2o) legge : III l'C PVGNATIO. Ai tempi di Vespasiano
si scolpi l'epigrafe onoraria ercolanesc, che legge (Momm. 2400) : 1 Ho citato
Tertiìis più sopra Ira gli esempli del segno erroneamente impresso. A sup-
plemento del v. li di questa graziosa poesia haetil Hauplius, come ci dice il
Mommsen, a me pare peraltro assai leggera cosa; e ripigliando da due versi in
su, leggo cosi: 12. Ne grave sii quatto paucis cognosccn casus 13. Quos tulerim
dubios, et (juam sii dira cupido I i. (Vlterjius nascentem aliquem procedere
hora. LUcrius è nelle Metamorfosi d’OVIDIO (vedasi), li». II, v. 871 : buie
abit ulleritts, mediique per acquora ponti Feri prntdani . . . e se ne trova
qualche esempio anche sui marmi : p. c. nel C. I 6268 2 Vedi ciò che ne ho
scritto nel nuovo Bullellino Archeologico Napolitano II. p. b\ scg. Digitized
by Google FLAVIAE DOMITILLAE IMI» VESPASIANI CAESARu AVO • Riporto all' epoca
medesima dei Flavii V epigrafe di T. Flavio Evaristo nella quale incontro
AjftNTVI, AE'DITYVS, DB 7 MONETA, SILANVM. (Marini, /. Alb. 10) e presso il
Fabrclti (/. 0. pag. 1G8) FLAVIAE, FLAVIA, IÀNVARIA FILIAE' IT/CIT (id. nag.
107, n. 315) T . FLAVIO', T FLAVIO* VETTORI. 1NDVLGEN- TISSIMO' VETTIANC,
FLAVIA. Nel Buììeltino Archeologico Napolitano , I, p. 181 , ho discorso di
Elvidia Pri- scilla, figlia del celebre stoico Elvidio Prisco morto sotto
Vespasiano , e moglie di II. Vcltio Marcello procuratore prima di Nerone , por
testimonianza di Plinio, poi di Ve- spasiano. Una lapida ci dà il Fabretli che
appartiene alla Qglia di una liberta di questa Elvidia I. D. p. 107, n. 32, con
questa nota: liane inscriptiontm vulgatxral Grutcrvs 1120, 2 al non omnino
cxaclc omiuis pracurtim apicibut illis, Qtiibiu syllabae longae tignavi solitae
: i) ? m ILIADI 0 HELVIDlAE PRISCILLA^ DELICIO V A II M XI D XXIIII 0 11ELV1DIA
LA0D1CE' FfLlAE DVIXaSSIMAE' Neh" 83i ultimo della vita di Tito fu incisa
la tavola arvalo che è nel Marini la XXIII. In essa io trovo : itfNIYS,
VESPASIANI, CO'S due volle, itfLIAE, CAPITOLO, SV- PERIOTUS, VACCAS due volte,
CaTELLK/, CABLAR, VESPASIANVS, DOMITI A- NVS, QVtfS, N(ys, NOftas, EOftQVE
SALVCS, Eff, eie. La lapida di Q. Cecilio Feroce non è anteriore al terzo
Flavio , nominandosi sacer- dote Flavialc , sacerdozio instituito appunto da
Domiziano ( Stai. Syh. 1 , 239 , cf. Mari IX, cp. 101, o Suel. in Domit. 4 ) :
la tolgo dal Marini /. A/6, pag. 72. Q: CAE- CIUO FEROCI K ALATO' RI SACERDOTI!
TITIAUVM FLAVIAUVM STVDIO / SO / E'LOQVENTIAE .... FIL10'. L. Valerio rodente
Nardo fiorì ai tempi di Marziale v. Oiann , Jahrb. del Jalm 1828, T. VIII, 05
segg. approvato dal Weichert, Poti. Latinor. rei. pag. 233 e dal Baehr, U. Liti
Ilom. Ecco il titolo del suo sepolcro copiato da me a Nola: NARDV POETA PVDENS
EffC TEGITVR TVMVLO Non posso qui omettere un monumento nel quale devonsi
deplorare più sbagli. Il Mafai lo ha pubblicato il primo (Jf. V.) ; di poi il
Morcelli che lo commenta (de Stilo). Stimo per altro che una novella revisione
sia neces- saria prima d' incolparne onninamente gli antichi , che nè anche nei
tempi molto po- steriori sbagliano si all'ingrosso: CLAVDIA ATTICA ATTICI AVG
LfB-A RyinriO'MBVS 1 IN SACRARIO CERERIS ÀNTlATfNAE 2 r.MP CAESjKR DtfMlTIANO 3
AVG CERMANIC XI COS È evidente che si sarebbe dovuto scrivere A' Rationibu* ed
Imp, poiché la prepo- sizione In è breve davanti al p, e Cae'sar (questo
secondo sbaglio è slato ripreso più sopra). Pareri dei dotti intorno alla
durata dei segni detti accenti; veri termini di questa usanza. Il Winckclmann
nella lettera al Consigliere Bianconi , opp. T. VII , pag. 26 , ed. Prato,
tiene che queste note critiche non compariscono nelle iscrizioni posteriori al
se- colo di Augusto. Poi si restringe a dire che se ne trovavano fino a Nerone
; cosi il Fea. Ecco le parole del Winckelmann : Lettera al Conte di Brùhl ,
opp. T. Mi: Presso i romani nei loro migliori tempi è in uso una specie d’accenti
– cf. H. P. GRICE STRESS -- e le iscrizioni d’Augusto OTTAVIANO (vedasi) fino a
NERONE (vedasi), Fair. Inscr., si distinguono per mezzo di questi: e soltanto
per questo motivo io reputo appartenere a quell’epoca l'iscrizione ultimamente
ritrovata a Roma e priva d'indicazione d'anno CELER PRIMI, etc Un erudito
dunque (Basnage, préf. à l'Hisloire des Juios, . I ARATIONB (Zaccaria, Inst.
Lapid.). 2 ANT1ATD/E »d. 3 DOMITIA? id.) il quale sostiene che tutte le
iscrizioni antiche sono SENZA ACCENTI – “or implicated, as when we say, “I KNOW
– I don’t just BELIEVE it” --, non no ha vedute molte. Sembra che Basnage ha tolto
di peso dal dialogo del Lipsio DE RECTA PRONUNCIATONE, c. XIX questo asserto,
senza curarsi d'intendere che ivi propriamente sono esclusi gl’ACCENTI – cf. H.
P. GRICE, STRESS -- dalle lapidi ma non gl’apici: Lapis ego, si
aeeentiuncuìarum istarum usquam apex. L'opinione generale diffusa da MARINI
(vedasi) e seguita al presente dai dotti si è , che Ir iscrizioni notate di ACCENTI
– H. P. GRICE STRESS --, dicon essi, cominciano con OTTAVIANO (vedasi) e
finiscono quasi onninamente sotto TRAIANO (vedasi) – MARINI (vedasi) Arv.: Dai
moltissimi monumenti rimasi con accenti, conchiudo cho se ne fa un USO GRANDE sotto
OTTAVIANO (vedasi), e dopo, fino a TRAIANO (vedasi), e poco più, e parrai bene
di non sbagliare riferendo a un tal periodo forse tutte le lapidi che ho lette ACCENTATE,
e per le note cronologiche e pell’eleganza delle lettere e dello stile.
Qualcuna è forse anche degl’ultimi tempi della repubblica, e qualcuna di quelli
degl’Antonini; ma rarissime le une e le altre, ni io saprei accennarne pur una.
Ritschl tiene che la : noca doclrina grammaticorum qua iuberetur locaìium
prodnctio apice qucrn ACCENTUM – cf. H. P. GRICE, STRESS -- vocitamus notori,
intaluit circa D. OTTAVIANO (vedasi) tempora (ìlon. Epigr. tria). Del tempo in
che terminasse un tal uso qui non gl’occorre dire. Ma sappiamo almeno che egli
non conosce monumenti molti anteriori al divo OTTAVIANO (vedasi), cioè come
pare al 767, nel qual anno ad OTTAVIANO (vedasi) è decretato il nome di “divus.”
I miei studii siccome mi hanno fatto fissarne i primi esempi al 680 in circa,
cioè a quasi 90 anni prima, cosi mi permetteranno d’ampliare gli stretti
termini posti da MARINI (vedasi) seguito Gnora da tutti, dimostrando che non
sono rarissime quelle che dai tempi di TRAIANO (vedasi) in poi siansi impresse
coi SEGNI – H. P. Grice: “Words are not signs, accent, as in ‘CONtent, vs. conTENT
– are -- -- e (and) versus e (is), ne
(of it, from there) versus ne (neitehr, nor), se (if) versus se (onself), lii
(them versus) li (there), da (from) versus da (he gives)—a different function
is in caffe, citta – stress in that syllable. – a third function is to signal
vowel quality: Pesca (peach) pesca (fishing) – are PRONOUNCED differently –
typially unwritten in causal text – even native speakers often RELY ON CONTEXT
to distinguish between homographs. --; non cessando nel tempo stesso di maravigliarmi
come potesse il dotto uomo affermare che non saprebbe egli accennarne neppur
una. Egli conosce per certo la lapida d’Urso, TUTTA INSIGNITA DI SEGNI, ove è
menzione di un feria <er Consul dei tempi d'ADRIANO (vedasi). Comunque ciò
sia, quello che io conto di più, è di poter dimostrare sotto TRAIANO (vedasi)
non solo, ma ancora ai tempi di ADRIANO (vedasi) e d’Antonino Pio tuttavia in
pieno vigore questa consuetudine. Di TRAIANO (vedasi) che non si esclude da
Marini G. cita la gran base del r. museo borbonico posta da un Settimio
ragioniere della flotta, servo dell'imperator Traiano Germanico Dacico, alla
compagna Flavia-- (Momm., copiata anche da G: fi -- SEPTIMIVS IMP • TRAlXNI
CAESARIS . AVC GERM • DACIC SER DISP CLASSIS FLAVIÀE CÀRAE COXIVGI SANCTISSIMAE
Questa lapida è certamente posteriore alT8S0, nel qual anno Traiano ricevette
l'ap- pellazione di Dacicus. Contemporanee a questo principe sono le lapidi dei
suoi liberti. Eccone tre, due dal Capitolino e la terza dal Kircheriano : 1. D * M H • VLPIVS • AVG • UB SEVTHES FEtlT • EPAPHRODITO' VERNA E' . SVOT
• K/flUSS DE • SE 7 - BENE • MERITO VIXIT ANNO • VNO ME^SffiVS QVINQ DIE'BVS
OCTO 2. D M • S VLPIAE' . ONE^SLMES M VLPIVS • AtfG • UB y AGATHAXGELVS>
CONTYGl FEC1T 3. D . M m VLPIVS • AVG
LfB HIERAX praE^OSITVS • A*RI POTORI caESARIS N FECIT. G. pone a questi
tempi la lapida reatina che dopo altri G. pubblica della sua lettura nelle
Intcript. vet. Reale quae exstant, Bruxcllis. A HERENNTLErVS CESTVS •
NEGOtlATOR. VINJmiVS A SEPTEM CAE'SARIBtfS IDEM MERCATO» (O mon.) OM.MS GENERIS MERCIVM TRANSMARINARVM UCTOR VIV0S • SIRI
FECIT • ET • LD3ERTIS L1BERTABVSQVE SVIS' POSTERISQ . E'ORVM Posteriori o
contemporanee a questo principe sono tutte le iscrizioni dei soldati della
(lotta di Miscno e di Ravenna, che aggiungono il soprannome di Praetoriae di
che esse furono onorate da questo Imperatore ( v. il Vemazza, Dipi, di Adriano
ed il Bor- ghesi tra i miei Monumenta Cla$$it Praetoriae Mi*e*en$i$ , Napoli ,
1852 , pag. 24 ). Eccone due : (Cl.Pr. pag. 43, num. 72, Momm. 2093). DfS MANIH
P PACOftU? • MORO' FABRO* • EX CLASSE PR MlSENENSE NATION • NlCAENS
MX • ANN L MILITATO (IT mon.) ANNIS • XXVIII P PAC0N1VS GRAPTVS PATRONO •
BENEMERENTI (NTI mon.) {CI. Pr. 30$., Momm.). D y • M y • 1 M CECILIO' • LE'TO^ VETERANO'
EX' • Ci/ PR y MIS' • QVI BIX1T ANNfS LXIII MAIA • DONATA BENEMERENTI . COIV Gì •
FECET li sig. Conte Borghcii ha dichiarata una sua opinione intorno alla lapida
di Urtus , conosciuta per più pubblicazioni ( v. Morcelli de Stilo , Orelli) ,
nel Bullettài» Arch. Kapol. nuova serie li, 44 , ove l'aggiudica agli anni
seguenti dopo il terzo Con- solato di Annio Vero (C. I2G). Cosicché dovendo
supporre passati degli anni dal tempo in cui egli si esercitava nelle terme
Troiane e altrove , ella cado probabil - mente sotto l'Impero di Commodo. Ella
è ricca oltremodo di segni : 1 E/a non è necessario avvertire che questa seconda
è ben posteriore a Traiano. I segni che accompagnano 1). M. Ex. CI. pr. Mis.
non sono nò sicilici nè accenti, ma una tal sorta di apo- strophus ( Cf. S.
Isid. orig. 1, XXIII ) in uso nella epigrafia Ialina, di cui in altra occasione
cer- cherò determinar la natura e l'orìgine e la durata. Qui pero non posso
omettere che in taluni li- bri (p. e. neU'Orelli, num. 4800), la positura
(Isid. ih. XIX) si è notata collo stesso segno, che il sicilico , ciò che
potrebbe recar imbarazio , vedendo e. g. PRAEFERRET", CEP1SSET', REL1N-
QVERETVR', LAVDARETVR', eie. neUa lapida di Murdia ( lo ha bon avvertito il
IUtter, Acc. Lai. doclr. pag. 99 ). Lo stesso segno Anale ricorre nella
epigrafe nobilissima di Paquio Scova, in un frammento di decreto imperiale dettato
da Tiberio scoperto a Marubium, (ora e Inserito nel Bull, dell' Instituto di
Roma), nel fine della laudatone funebre prodotta più sopra da noi, OPTO^ ed in
altri dei migliori tempi. In alcune epigrafi molto posteriori a questo aureo
se- colo si omette il punto divisore delle parole, ed in suo luogo vedesi
usurpata la medesima linea. Ke addurrò a maniera di esempio questo litoletto
che ne offre uno dei più chiari modelli : IV W S' IVL1A/ BACCHIS' IVLIO/
EPAPHRO DITO' PATRONO' BENEMERENTE ff FECIT' Digitized fc>y Google VRSVS
TOGATO VITREA QVI PRlMVS PILA Lfsl DECENTER CVM meis lVsCrirvs LA VD ANTE
POPVLC MAXIMIS CLAMO'RIBVS THERMlS TRAI ANI TIIERMIS AGRIPPAE ET TITI MVLTVM ET
NERtfNIS, SI TAMEN M1HI CRE'DITIS, EGO SVM, OVANTE'S (X)NVENITE PlUCREPI
STATVAMQVE AMICI FLO'RIBVS MOLlS ROSÌS FOLIO'QVE MVLTO' ADQVE VNGVENTO'
MARCIDO* ONERATE AMANTES ET MERVM PRO'FVNDITE NIGRVM FALERNVM AVT SE'TlNVM AVT
CAECVBVM VIVO 7 VOLENTI DE / AP0TIIE / CA DOMINICA VRSVMQVE CANTTE VO'CE
CONCORDI SENEM HILAREM IOCCSVM PILICREPVM SCHOLASTICVM QVI VlCIT OMNE'S
ANTECESSORE^ SYOS SEANS? DECORRE ADQVE ARTE SVPTILISSIMA NVNC VE'RA VERStf
VERBA DICAMVS SENE'S SVM MCTVS IPSE FATEOR X TER CCNSVLE VEW PATROW NEC SEMEL
SED SAEPIVS CVIVS LIBENTER DICOR EXODIARIVS. Niuno è messo fuor di luogo , nè
indiscretamente usurpato. Urso ora stalo a buo- na scuola , o piuttosto colui
cbo gli avrà composto il bello epilafio. Neil' impero del Pio Antonino , debbo
ricordare in secondo luogo la insigne base vaslense drizzata dai cittadini d'
Histonium al celebre poeta L. Valerio Pudente loro concittadino, nella felice
occasione della sua vittoria capitolina. Tutta la leggenda che fu scritta sotto
Domiziano vedesi affatto priva di segni \ ma non cosi piacque di fare al tempo
di Antonino, quando fu necessario aggiugnere alla vecchia iscrizione due nuove
linee dichiarative della novella dignità di curatore confidatagli dal Pio L'
au- tore di questa giunta era educato a scuola ben diversa e però scrisse ivi
colle note cri- tiche del segno : CtfRAT REI • P • AESERNLNOR DATO' AB IMP •
OPTIMO ANTONINO AVG PIC Nel 912, 159 di
G. C. anno della vigesima seconda potestà tribunicia di Antonino, la Sehoìa
Artnalurarum delta flotta di Miseno pose una base, la cui iscrizione fu di poi
rasa per scolpirvene un'altra al Prefetto Flavio Mariano Rimase però al lato
destro Te- - -iC- poca della prima dedicazione scritta così (Moinm.; niuno ,
siccome ho avver- tito nelle hrr. di Salerno, pag. 16, vi ha osservati i segni)
: dédlCATA IDIB APRIUB <?umìTLLG / ET PRISCO* COS Conservasi in Rieti la
rinomata lapide dedicata al Padre Reatino dai seviri Augu- stali. Vano è
cercare nelle copie precedenti i segni che niuno dal Ligorio allo Schenar- di
non ve li appone. La formola OR IIONO'REM AVGVSTO'R 1 non ci obbliga a stimar
tal monumento precedere il 914, di G. C. , nel quale la prima volta gover- navano il
mondo Romano due Augusti . l'ho peraltro collocata qui avuto riguardo alla
forma dei caratteri che appella quest* epoca. I segni stanno sulle parole :
HONOREM , AVGVSTO'R, FE'LIX, MODERJTTVS (due volte). Al 165 di G. C. 918 di
Roma e decimo nono della potestà tribunicia di M. Aurelio, fu eretta la base a
L. Licinio Primitivo in Misono. Leggasi in essa: HONORiKTO, RE'S DEDICATO
(Momm.). Il nomo di L. Elio preso da un soldato classiario mi determina a
collocare quella la- pida sotto l'impero di Commodo 2 • DfS MANTR CRAVONIVS CE
L EKR • QVI • ET • BATO*' SCE NOBARBI NATIONE DA . . MANIPL EX ÌUISn) ANN • XI
• VIXlT L • AELIVS VENER Per ragion somigliante e per lo stilo, e per altri
argomenti, io pongo sotto Massimino il L. Giulio del Fabretli (/. D.), che reca
: itfLIVS, X SPECVL/OUS, CE'R 1 AVGVST I'Anoelotti Storia di Ritti, AVGVSTI il
Fabretti e dopo luì il Gudio nella seconda edizione del Ghuteho XCVT1, ma 1'
Okelli preferisce AVGVST, e con lui il Borghesi [BuU. InttU.), ed il Ritschl
(Index Schol.); laonde suppliscono AVGVSTaMaftó. Io ho trascritto la lapida che
dice ÀVGVSTO'R (cf. Henzen, Or. Ili). 2 Ho aggiunti i segni dall' originale ,
che mi son trascritto nel museo del sig. Principe di San Giorgio , prima nè io
, nò il Mommsen , che ne traemmo la copia dal Guarini , potemmo Tarlo -- Momm.,
CI. Prati. Mis. Il nome seguente dopo la lettera C alla linea seconda vedesi
scritto sopra u'tura. SACE'RDOTIBVS, DEDlCATItfN, IMAGINIS, DE'DIT DECVRIO'NES,
DECRE'VE- RVNT, CO'NT V BERNALIS, e sotto M. Antonio Gordiano la classiaria che
è nel Momm. e nella di G. CI, Prati. Mit. pag. 80, n. 244: Il ANTO'NIVS RVFlNVS
MlLES • EX V VICTORIA SIBI ET L • IV LIO APOLLINEI ERARI MfUTI EX fiì DIANA
VlXIT ANNIS XXXVR1 MIL ANN XDV ET
LIBE'RTlS ' LIBERTAfBVS POSTE RlSQVE
EffRVM Nel nuovo trattato di Diplomatica vicn trascritta ed incisa una lapida
di Poiticu (Tav. XXX. II). Questa a motivo di omettere i prenomi e di
accorciare i nomi di famiglia non potrebbe agevolmente riportarsi altrove. La
tavola del Siauve {Mimoir. tur les an- tiquitis du PoUou) non dà tutti gli
accenti ebe presso i Maurini. Leggo in questa edizio- ne : VARENILLAÉ, VARE'Nl,
CoS, FIL1AE' AQVITAN, CO'S, PRO^neio* e forse anche SVA e CVRAVfT. L' iscrizione
metrica della Biblioteca dei PP. Filippini in Na- poli appartiene al 977 , 224
di G. C. per la memoria del console ordinario Appio Clau- dio Sabino. Questa
mostra gli apici sulla voce mKCfSOt del verso 5 (Momms. 2617 ed altri, ma senza
i segni): Degat ut anNO'SO' MEA CLAVDIA LVCIS IN AEVO Verso questi tempi
medesimi e dopo Caracalla fu scolpita la lapida di Nimes ( Hen- zen nell'OreUi
III, 6454): C AEMILIO BERE"' CIANO MAXIMO cDs • vii vmor epvlcn pro'c
SPLENDIDISSIMAE PROVINCIA* NARBONBNSB LEC PROPR PRtfVIN ASlJtE • PRAETORI •
SVPRBMAR • ALLECTO INTER • TRIBVNIC A DIVO MAGN ' ANTO NINO • Q • VRBINO TRIBTfri
LATICLAVIO LEG • UH • SCYTHICAE • ITEM • VD • GEMINlE ITERATO • TRIBVNATV X
VIRO 5 STL1TIBVS rVDICANDIS -48- Ma è poi quest' altra cortamente vicina al 249
di G. C. , 1002 di Roma, nel qual anno P. Bebio Giusto ricevette dai Teancsi l'
onore d* una sUtua (Momm. 4063). Ecco l'epigrafe posta a lui dalla sua consorte
(Momm.): P BaeBìO P • F • TER • 1VSTO 0 VIR AED 0 R CVRAT CAL REIP TEANENS PLO'TIA P • F AVFIDIA IMMANE
MARITO OPTIMO L D D • D Il Marini tuttoché si arresti ai tempi di Traiano,
nondimeno trova una cristiana la- pida con qualche segno (/Ire.). Unica è l'
iscrizione cristiana dell'anno 317 o 330 del Collegio Romano, nella quale si
trova INNOCENTfA, Q\XE, ANN fé, Df ES (Buon. -ir Vetri, ma omette qualcuno dei
segni che furono poi ag- giunti da MARINI (vedasi) I .tre.). Vi pertanto chi
crede che questi segni siano sgraffiaturo : c giudicherebbe forse allo stesso
modo il CRESCENTIO'NI di altra lapida pur cristiana recata dall' Aringhi li,
335; ma qual sentenza porteremo intorno al CVM PLAVULLA di un bel titolo
cristiano edito dal Buonarotli (Vetri)? Sulla epigrafe dedicata a Graziano, che
mi sono copiato in Rieti, è scolpito un se- gno in LlBERTATfS fuor di luogo ;
ma questo errore non deve recare molta sor- presa in tale età. Questo è
peraltro l'ultimo monumento per me conosciuto che mostri segno. Sottentrano di
poi i manoscritti che non sono chiamati a parte del quesito ar- cheologico
dell' Accademia. Io mi rivolgo intanto a trattare una questione assai spino- sa
, ma della quale non potrei passarmi senza lasciar inquieti i miei lettori , e
per vero dire, incompiuto il lavoro intorno a così importante soggetto. Si può
mai credere che gli antichi grammatici non abbiano giammai parlato di que- sti
segni delle antiche lapidi e dei manoscritti quando essi disputano degli
accenti? Ep- pure qualcuno d'essi lo afferma almeno quanto ai manoscritti,
siccome Vittorino, che scrive aversi quegli accenti in molti antichi libri che
andavano ancora per le mani di tutU : ticut apparet in multi* adhuc veleribus
ita tcripli$ libris. Ad eludere la quale difficolta non basterebbe il dire che
ai tempi in che scrive- vano questi grammatici era invalso di dare il nome di
accento, anche a' segni che erano tutt' altro : perocché in qual senso essi li
chiamino accenti lo prova la distinzione che ne fanno di acuti gravi e circonflessi,
i quali nomi non convengono se non ai soli e veri accenti. Ciò posto, se gli
antichi grommatici abbiano mai preso equivoco io non curo : solo dirò, che a
voler sulle lapidi e nei manoscritti gli accenti grammatici, già non dovrem- mo
trovarvi soltanto la virgoletta ' ovvero la linea obbliqua /, che potrebbe solo
corri- spondere alla definizione che essi ci danno dell' arrenda acutut, ma
avremmo da rico- noscervi in pari proporzione l' accentui gratis e, dove
occorre , anche il eircumflexus: e ciò non solo, ma impiegali se non sempre,
almeno comunemente secondo le inflessi- bili regole della lingua latina tanto
reclamate ad una voce da loro. Eppure gli autori di queste epigrafi, oltre che
sono dei tempi più aurei del parlar latino, mostrano ben di conoscere la
proprietà e l'eleganza non solo nelle frasi, sibbene nell'ortografia e nella
paleografia. Con tutto questo colui che dettò la nobile iscrizione all'obelisco
dedicato da Augusto l'anno 7 il avrebbe contro morem Intimati posto l'accen- to
acuto sull'ultima ed impressi duo accenti acuti in RED/KCTA, l'uno e l'altro
con- dannato ad unanimità dai tempi di P. NIGIDIO (vedasi) Figulo fino all'età
di Prisciano. Supporre poi degli sbagli sì madornali in una epigrafe tanto
singolare pel suo destino, pei personaggio medesimo che la ordinava, è presso
che una follia. Percorrasi tutta la serie dello epigrafi recate di sopra ed un
buon numero di altre che leggonsi disperse nei musei o nelle raccolte
epigrafiche, o sarà il vero caso di esclamare col Mureto : Lapit ego, ti accen-
tiunrularum istarum utquam apex (Lips. de recta pronunc. C.XIX). Occorrono si,
è vero, talvolta degli apici messi secondo le regole della lingua e dei
grammatici, e non poteva di fatti avvenire altrimenti, avendo le penultime
sillabe vocali lunghe ed essendo le voci monosillabe; ma come spiegare il gran
numero di segni colle regole grammaticali? Co- me trovare i circonflessi e i
gravi? Dirò riguardo all' apice, a cui si sono mostrati propensi taluni dei
filologi recenti, che nè potrebbero spiegarmi come accada che non vi
corrisponda il segno alla longa lùua insegnata dagli antichi grammatici, nè
come ella non si trovi là precisamente ove avrebbe dovuto far la sua funzione
di determinare l'e- quivoco di un vocabolo; siccome mo/ta e malia, p'aius e
pà/ta, tedet e tèda, manet e mane* , pede e pede ecc. Riscontraci per lo
contrario dei segni cosi fatti sulle lapidi, ed il Marini, coll'usata sua
dottrina e diligenza, ne ha raccolto un buon numero di esempi (Arv. p. 37, cf.
gli Autori del N. C. di Diplom.) -, ma essi dimostrano l'assen- za di una
consonante o di una sillaba e meritano per ciò il nome di notae tcripturarum
dato da S. Isidoro a simili segni (Orio.). Nè sono essi di uso si recente, che
non rimontino a tempi medesimi di Augusto, sic- come in PRONI dei cenotafi
pisani in vece di PATRONI; in CEftlA nel graffito pom- peiano che porta la data
dell' anno 717 in luogo di CENTVRIA; in S1NCERV d' altro graffito pur pompeiano
(Graffiti di Pompei), ed in ifE Grut., 4 ed. in OLLA, Mur. 918, 2, vien
adoperato ad esprimere l'assenza di un M. Per la mancanza di un N si vede in
TRASVÈDERE due volte, Mur,1 ; in CÓSPICVO, ecc. ecc.- Questo metlcsimo uso ha
tal linea su tutte le sigle, tranne le numeriche, ove la sap- piamo impiegata a
distinzione, e più generalmente a moltiplicazione della cifra. Dirò ancora una
parola sul decantato segno grammaticale del circonflesso ss. Il be- nemerito
Canonico de Jorio, che mostrasi sì accurato in tutte le sue copie d'antiche la-
pidi, nelle quali trascrive gli apici quasi solo a suoi tempi, ci dà
netti" Atlante della sua ''««'il di Poxzuoti, Tav. I, n." 21,
un'iscrizione antica da lui scoperta nella grotta detta delia Sibilla. £
dipinta sull'intonaco a color nero e dice : ANTRVM ERAT AÌlQVITER HORRIB.
L'assenza dell' N in anliquiter ci è dimostrata da quel segno che per i
grammatici è il circonflesso 1. Se non dovesse tenersi conto della giusta osservazione
del Lipsio sulla grecanica voce tigma impiegata da Mario Vittorino, e riferita
da me più sopra, troveremmo talvolta delle sigmata transvm* suUe lettere, p. e.
in questa del Momm. 0649. TERENTIÀNO DVLCISSIMO LTciX\TsÙMF ~ Ma chi non vede
che qui ha tal segno l' uffizio di notare or la vocale lunga, or Ut sigla ?
Ricordo bene di avere più sopra risparmiato una critica a Vittorino intorno a
ciò che ci dice del siàlico ; ma se le cose vanno cosi e se io ho dimostrato
che i grammatici non hanno potuto parlar di lapidi, nè dei manoscritti, noi,
per non dare loro un'aperta mentita, diremo che nè anche del sicilico sulle
vocali lunghe hanno parlare, ma che in- tanto, ciò che essi dicono della natura
di tal segno arriva assai opportunamente a buona conferma della scoperta, che
per avventura ci avviene di fare su i monumenti. Quanto ai tibri manoscritti
invocati da qualcun di loro, io ne ho, a vero dire, tutta la diffidenza.
Perocché esistono tuttavia molte antiche scritture sulle pareti pompeia- ne,
sui papiri, sulle pergamene e altrove cosi dipinte come graffile ; ma il fatto
sta che in veruna d'esse non si troverà ciò che i grammatici pretendono. In
queste vedesi, è vero, talvolta alcun segno o linea obliqua da destra in giù a
sinistra, e segnata comu- nemente su tali vocali , ove incontrasi sulle lapidi
come per esempio sull'd preposizio- I ZACCARIA (vedasi) osserva [Intt. Lapid.):
L'accento circonflesso non si è ancor veduto nelle lapide, tenchè essersene i romani
serviti indichi Servio al verso dell'Eneide. ne, sull' abl. o dativo in “o,” ecc.
ma ciò non basta a giustificare il trìplice accento, nè affatto l' impiego di
esso. Se sopra “ós” vedesi UN SEGNO – Grice, STRESS AS NON-CONVENTIONAL
CONVERSATIONAL IMPLICATURA --, egli non è però LA LINEA LUNGA, ossia l 1 aptx
voluto ivi dai grammatici a distinzione della lunga dalla BREVE; ma forse, N
debbo credere ai MARINI (vedasi), a distinzione di 0$ , otsi$ da 0$ , o$$i$ ;
cosi, dicon essi, PONGONO UN SEGNO [per ‘significare’ – H. P. Grice: “Words are
not signs” STRESS -- sull' EXIMfAM, perche ciascuno sia avvertito a non
pronunziare congiunto N'IMIAM. Qui sarebbesi dovuto adoperare la diastole, ai
giorni nostri nei quali abbiamo scoperto tanta copia di vetustissime scritture
sui papiri, sulle pergamene, o anteriori o contemporanee ai grammatici, dove ci
è avvenuto di dover invocare le leggi dei grammatici a spiegarne i RARISSIMI E
SEMPRE UNIFORMI SEGNI che vi scopriamo? Confessiamo adunque che se altre volte,
ora in singoiar modo, i monumenti ci rendono l'importante servizio di cavarci
fuori dagl’equivoci, in che ci avrebbero condotto senza fallo le letture dei
libri anche antichi. Egli è finalmente uopo rispondere all'ultimo quesito dell'accademia
intorno all'uso del SEGNO – H. P. Grice: “Words are not signs, but accents are –
STRESS -- sulle iscrizioni latine dei tempi nostri. G. dice brevemente la sua
opinione: che non debbonsi far leggi ove gl’antichi medesimi mostrano di non
averne avuta nessuna. Ma ciò non ostante, parermi che si debba stare ai buoni
modelli, i quali l'impiegano parcamente. Chi scrive N E/ACVLÀ sembra certo che
l' abbia voluta dedurre questa voce da quella radice ove la lettera “a” è lunga,
wtne ; chi LU3ER , intende [IMPLICATES – H. P. Grice] certamente di ricordare
che anticamente si scrive LEIBER come in un frammento assai arcaico di bronzo
del museo kircheriano. Cosi scrivendo “FVTIVS” si accenna alla radice FVTVM, in
VTIVS ad OITI, OlTILE, in ORNAMENTA ad venustà, in VEKTI 1 al più antico VEITI
se vale il YEITVRIVS cosi scritto nella lamina di bronzo sui confini tra i genuati
e i veturii -- Orelli. Generalmente si fard assai bene ad esser parchi e
seguendo come G. dice i migliori esemplari. Con ciò G. pone fine alla sua
discussione, nella quale esamina l’iscrizioni latine che PORTANO DEI SEGNI – H.
P. Grice: “Words are not signs, but accents are” – STRESS -- creduti
comunemente d’accentuazione. MARINI (vedasi) crede questo un esempio del
sicìlico di Mario Vittorino, allegando che questa voce trovasi ancora scritto
VETTI [Ari.). IMPRIMATUR Butlaoni 0. P. S. P. A. Magister. IMPRIMATUR Fr. Aut.
Ligi Bussi Archiep. Icon. Vicesgcrcns.C. Nome compiuto: Garrucci.
Luigi
Speranza -- Grice e Gartida: laragione conversazionale e la setta di Crotone --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico, G. Succeeds Boulagoras as
head of the sect of Pythagoras. He had spent some time away from Crotone and
returned to the city that had been badly damaged as a result of a feud between
the Pythagoreans and their opponents. G. was so upset by what he found that he
is said to have died of a broken heart. Gartida. Speranza, “Grice e Gartida”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gatti: la ragione conversazionale
dell’implicatura conversazioale – filosofia lombarda -- Luigi Speranza (Milano). Abstract.
Grice: “I love Gatti!” -- Keywords: filosofia della lingua. Filosofo milanese.
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Filosofia della lingua.
SAGGIO SULL’ORIGINE, ESSENZA, E SVILUPPO DELLA LINGUA. Je travaille à me
rendre voyant. MILANO, GENOVA, ROMA, NAPOLI: SOCIETÀ ANONIMA EDITRICE DANTE
ALIGHIERI, ALBRIGHI, SEGATI et C., y Spa 9 apart pi DI x
î 7 STRIP IMRATI OA ss =%: STABILIMENTO TIPOGRAFICO LA PERSEVERANZA, POTENZA
+ £ : AI MIEI DUE FRATELLI CHE ANSIOSI E
TREPIDI VISSERO LE STESSE MIE ANSIE E TREMORI NELL'AUDACE
SOLITARIO MIO ASCENDERE LE CIME PIÙ IMPERVIE DEL VERO ORIGINE ESSENZA E
SVILUPPO DELLA LINGUA. La grandezza delle statue diminuisce
allontanandosene, quella degl’uomini avvicinandoci ad essi. Quale
necessità di DUE DIVERSE LINGUE, l'una del sentimento e l’altra dell’inteletto,
per esprimere il COMUNE CONTENUTO della coscienza? Altro infatti è LA LINGUA
COME LINGUA, ossia come mero fatto estetico, afferma Croce, e altro LA LINGUA
COME ESPRESSIONE del pensiero logico, nel quale caso esso rimane bensì
sempre lingua e soggetto alla legge della lingua, ma è insieme Il
presente saggio, capitolo di un ampio lavoro, di prossima pubblicazione, dal
titolo: La logica nella dottrina estetica di CROCE (si veda) e una nuova
concezione dell’arte viene, qui, ristampato del tutto compiuto, oltre
che notevolmente ampliato, trasformato e riveduto, perchè il direttore
della rivista nella quale apparve per prima, anni sono, non solo,
all’ultimo momento, credette di modificarlo a suo modo, e mutilarlo,
anche, sconciamente, qua e là, quanto, altresì, vigendo ancora e sempre,
nel mondo della vecchia cultura, il costume di condannare
irremissibilmente lo spirito ereticale di coloro che non si sentono in nessun
modo di alimentar d'olio le lampade accese dinanzi ai santi della scienza,
non mi avrebbe, certo, consentita l’odierna stesura dello scritto,
pur rigidissimamente composto nella libertà, franchezza e sincerità della
sua espressione. Tanto più che qui, ora, essendoci anche occorso di avvalorare
magnificamente la tesì che noi opponiamo a quella di CROCE (vedasi) con l’
autorità della filosofia di VICO (vedasi), siamo stati costretti, pur senza
volerlo, a mostrare, altresì, come CROCE (vedasi) non sia riuscito a
comprendere affatto affatto quel pensiero nell’intimo, verace, sostanziale suo
significato. Onde, ad un tempo, ed è ciò che a noi essenzialmente preme,
il nuovo abbagliante fascio di luce, che, sprigionandosi irresistibile dal fondo
della dottrina vichiana (VICO (si veda)), riesce ad illuminarla, oltre
che più intensamente, a pieno, col fugare tutte le ombre che qua e là,
finora, si addensavano in essa, impenetrabili. i e ua
ner! A più che linguaggio. Ora, delle due, l'una: o esso, rimanendo
sempre linguaggio e soggetto alla legge del linguaggio, non può, per ciò
stesso, non rimanere sempre ed unicamente intuizione © immaginazione, e,
quindi, sinonimo di sola fantasia e poesia; ovvero è, anche, 7% che
linguaggio, e cioè concetto, e, allora, come dirlo, più, sinonimo di
sola fantasia e poesia, e non anche d' intelletto e filosofia? Ma,
in tal caso, il formidabile scoppio di un'assoluta
contradizione, celata nelle fondamenta stesse dell’edifizio estetico di
Croce, non manda di schianto tutto in rovina tale edifizio, basato,
appunto, sul presupposto dell’assoluta identità della lingua, od
espressione, con l’arte, od intuizione? Tranne che la frase, più che
lingua, non voglia essere, qui, e non sia che una di quelle espressioni
vuote, non rare nell’ opera di CROCE (si veda), dirette secondo la maligna INSINUAZIONE,
o il perfido SUGGERIMENTO [IMPLICATURA] di Mefistofele a mascherare col
suono della parola l'assenza del concetto: Zè dove manca 1 concetto,
poni la parola; il che, d'altronde, usa bene anche l’ACCADEMIA, sostituendo
il mito al concetto, ogni volta che non gli riusciva di cogliere col
pensiero la soluzione di qualche arduo problema. Ma, in verità, ciò
che non permette di dubitare in nessun modo di quell’assoluta
contradizione è la seguente affermazione di Croce: per effetto
dell’ixcarnazione che il concetto e la logicità ha nell’espressione e nel
linguaggio, il linguaggio è tutto pieno di elementi logici; il che
trae necessariamente a concludere, che: o non è affatto vero che il
linguaggio obbedisce sempre alla sua legge, perchè, per effetto di tale
incarnazione, riesce senz’altro a violarla, impregnandosi, e quindi
contaminandosi, di elementi logici, Logica come scienza del concetto puro;
Laterza, Bari, ovvero che esso è masura/mente o necessariamente, ch'è
lo stesso, il prodotto non solo della fantasia, ma, altresì, dell’
intelletto, nella loro funzionalità sintetica, e perciò non vi può essere
come non vi è, di fatto che un unico linguaggio esprimente,
indifferentemente, il reale concreto od il reale astratto: e cioè
immagini o concetti, ovvero arte e filosofia. Quale la vera di
queste due conclusioni contradittorie? Altrimenti dovremmo credere che in
un medesimo vestito possano bene trovar posto, ad un tempo, due individui,
oppure che un medesimo vestito possa attagliarsi ugualmente bene ad
un fanciullo e ad un uomo maturo, come potrebbero rispettivamente
considerarsi l’immagine intuitiva, assolutamente alogica, e l’immagine
concettuale, così corpulentemente /ogrca. Salvo unica via di scampo che per l'utilità
del momento il che non disgrada punto, in simili casi, al pensiero
di Croce non si voglia scindere il linguaggio dall’intuizione, per ridurlo
« ad un fatto fisico-acustico, aderente al pensiero, ovvero, ch'è lo
stesso, ad una mera guaina di esso, sì che sia facile, vòlta a
vòlta, alla fantasia ed all’intelletto trovarvi posto,
conformandola, naturalmente, ognuno a modo proprio, vòlta a vòlta. Ma
se ciò è da escludere assolutamente, non rimane, sola conseguenza
possibile, un unico linguaggio, frutto, naturalmente, della funzionalità
sintetica di tutte le attività fondamentali dello spirito? Infatti, ogni
intelligenza sinceramente ersosa di scoprire la verità e non già di far
valere, comunque, un proprio modo di vedere alla presenza di tanti elementi logici
nel linguaggio, non avrebbe esitato un istante a ricredersi del proprio
iniziale errore, conchiudendo per l'appunto in logica dt tal
senso: ma non è così, purtroppo, che la pensano o ragionano almeno presso di noi i seguaci della
dialettica hegeliana, pei quali, invero, non è punto lo schema
mentale, arbitrariamente preconcepito, che deve conformarsi o
risultare conforme alla realtà, ma, per contrario, è proprio
quest’ultima, che deve, comunque, inquadrarsi in quello schema: anche se
debba ritrovarsi in esso precisamente come nel famoso letto di Procuste. E
perciò mentre noi seguaci, in tal caso, della logica del LIZIO conveniamo
bene con Croce che l'acqua non può dirsi vino, sol perchè in essa è stato
versato del vino, egli, a sua volta, non sa in nessun modo
convenire con noi che l’acqua, del pari, non può dirsi, più,
neppure acqua, ma sì acqua mista con vino: e cioè fuori di metafora,
il linguaggio, come noi sosteniamo è pur vero che non è opera di sola
logica, ma non è nè pure opera di sola fantasia, ma, sì, dell’una e
dell'altra; ed anzi, per verità, di quella, essenzialmente, più che di
questa, come or ora cercheremo di provare, dopo aver anzitutto
liberata sì fatta quistione, concernente L’ORIGINE E LA NATURA DEL
LINGUAGGIO, da una grave pregiudiziale opposta dagli intuizionisti in genere, e
principalmente del gran maestro dello intuizionismo, Bergson: e cioè che IL
LINGUAGGIO, in quanto prodotto puramente spontaneo e /oz/ours è faire
dello spirito, è, per ciò stesso, da considerarsi come il flusso perpetuo
d’Eraclito, per concludere, poscia, alla inutilità delle forme
grammaticali, non meno che dell'uso o SIGNIFICATO COSTANTE [GRICE, TIMELESS
MEANING, APPLIED TIMELESS MEANING, “MEAN” used in the historical present –
‘shaggy’ MEANS ‘hairy-coated’] della parola, il cui carattere immobile
immobilizzerebbe, naturalmente, ed arresterebbe senz'altro il moto
perpetuo del pensiero, o la vivente fluidità del reale, così come il
gelo arresta lo scorrere od il fluire delle acque di un fiume, Ma
DALIA Zogica. veramente la parola, nella sua immobilità, riesce a
nascondere e sopprimere, agli occhi nostri, la vivente mobilità del
reale? Ma, forse, l'idea stessa di fiume, non è l’idea di un’ acqua
che scorre? Ha un bell’ essere immobile, ed anche solida, la parola
fiume: essa, tuttavia, non cesserà mai di richiamare il ricordo e darci
l’immagine di un’ acqua che scorre; così, anche, il Corzidore dello
statuario antico ha un bell’essere fermo anch'esso: noi sentiamo e
vediamo benissimo che i suoi piedi lo traggon veloce come se avessero l’
ali. Ancora: l’astronomo che calcola l'orbita di Marte, suppone,
forse, Marte immobile? e l'equazione di un movimento quello, ad
esempio, della cometa di Halley si può negare che corra, anch’ essa,
perfettamente come la cometa, con velocità sbalorditiva attraverso
l’infinito? È ben chiaro, adunque, che nessuno pretende di fare scorrere
il gran fiume del reale con fiotti gelati, giacchè le nostre idee, ben
lungi dall’ essere, evidentemente, delle forme congelate di esistenza del
reale, sono, per contrario, delle perenni, luminose vibrazioni di
quell’intima essenza del reale, ch'è la consapevolezza della coscienza
umana. E non è vero, infatti, ch'è proprio a mezzo di esse, o
son esse proprio che, col singolare vibrar luminoso, ch'è proprio di
ognuna, conforme al singolare vibrar dello stato di coscienza in ciascuna
racchiuso, o da ciascuna espresso, ci attestano la perenne mobilità del
reale, o la vivente sua fluidità, che, altrimenti, noi non potremmo in
alcun modo affermare, in quanto solo a mezzo di esse è a noi
consentito d’innalzarci sul presente e guardar lontano, così nel
passato come nell’avvenire, e scorgere, quindi, in tutta la sua
illimite distesa, il corso evolutivo del reale? E ciò, intanto, non
implica, necessariamente, nella natura di quest'ultimo, la presenza di
alcunchè di essenziale e permanente accanto a ciò ch'è puramente
contingente e momentaneo? Altrimenti come potremmo dire che il
reale si evolve, e cioè, assume, appunto, forme di esistenza sempre
più nuove e più progredite, senza supporre, naturalmente, o ritenere,
necessariamente, sempre zz0 il soggetto che tali forme successivamente
assume? Se così non fosse, noi non potremmo parlare di evoluzione, o
divenire del reale, ma solo di un perenne passare di torbidi « flutti di
sensazioni, perdentisi, senza 77c0rdo alcuno, dans la nuit éternelle
emportés sans retour. E se, adunque, la realtà è sempre zza nella sua
essenza, non ostanti, dirò, tutte le sue mutevoli démarches e i
sempre nuovi suoi /resssaillements, e il pensiero umano,
strettamente conformandosi alla natura di essa, di cui esso medesimo
è parte, non fa che cercare il permanente sotto il successivo, e
cioè, cogliere, costante, l' essenza di essa traverso tutti i suoi
rapporti in cui essa viene a trovarsi in quelle mutevoli sue démarches,
fissando, di conseguenza, in espressioni o idee sempre nuove la sempre
nucva fisonomia che essa viene ognora assumendo, come dire che il
pensiero suppone immobili o inerti i termini tra cui vengono stabiliti
quei rapporti? Immobile, sì, è la legge che governa il divenire del
reale principio di causa e, quindi, la funzione conoscitiva che
mira a coglierne l’ intima essenza (principio di ragione) pur traverso le
più svariate sue manifestazioni, ma non i termini di queste, che non
possono non essere necessariamente mobili, dato il perpetuo divenire
della realtà : e cioè le sempre nuove sue relazioni con sempre nuovi
soggetti d’ esperienza. Ma per mobili, però, o mutevoli che tali termini
possano ° essere, non si può, per ciò stesso, ammettere che essi
riescano, | così, ad infirmare l'essenza del reale, chè questo precisamente come notammo per l’acqua non
viene punto a perdere, anche a traverso le più stranamente mutevoli sue
manifestazioni, l’intima sua essenza o la sua identità
fondamentale. La rondinella, infatti, che fende l’aria, si sente, è
vero, fuggire nel tempo e nello spazio, ma non è men vero che essa
si sente, anche, sempre la stessa. Salvo che non si voglia riporre la
realtà proprio nella innumere varietà di toni, o addirittura sfumature
del sentimento, quindi proprio in ciò che essa ha di più accidentale e
caduco, ovvero ch’è lo stesso nel mero cambiamento o nella mera
transizione come tale, più che nel rapporto assolutamente obiettivo tra
noi e le cose, rapporto fondato zx ze, non meno che in intellectu, posto
che l'essere e il pensiero sono parti solidalmente costitutive del reale.
Onde la. conclusione che, se coscienza vuol dirsi il sentimento perpetuo
diun cangiamento, non è, però, il cangiamento come tale che può dirsi
coscienza: la quale, pertanto, in quanto conserva, evidentemente,
immutabile la sua identità fondamentale, pur traverso le più svariate
ripercussioni del sentimento, che le procurano, appunto, quei sempre nuovi
suoi /ressaz/lements, ci vieta assolutamente di ritenere le singole
espressioni od intuizioni così assolutamente individuali da rimanere PER OGNI ALTRO
SOGGETTO conoscente, che non è il creatore di esse, del tutto intraducibili, inclassificabili, val quanto
dire inesprimibili, almeno adeguatamente. E perchè affermare,
allora, che ad ogni impressione corrisponde un’espressione
immancabilmente adeguata? Salvo che non debba dirsi adeguata solo alla
particolare impressione che un medesimo obietto viene a destare in ogni
singolo soggetto, un'adeguazione, quindi, puramente soggettiva,
perchè variabile da soggetto a soggetto conoscitivo: e come mai, allora,
da intuizioni sì fattamente individuali si può pretendere una conoscenza
di carattere urzversale e necessario? ERE o IO Da I,
TRO L. i si a VR Il pensiero, infatti, non può rimanere in
nessun modo chiuso negli impossibili limiti di un’ intuizione
assolutamente individuale, come pretende, anche, il Mosè di Vigny: O
seioneur, J'ai vecu puissant et solitaire! giacchè la possanza è
unicamente nella commozione e vibrazione spirituale estendentisi a
quell’umanità da cui viene e a cui torna l'onda alterna del pensiero e
del sentimento. E fu, tra altro, precisamente in vista di tal
carattere di universalità e necessità, proprio e inscindibile dall’
attività conoscitiva, che noi fummo costretti ad escludere dalla
coscienza intuitiva, come particolare ed esclusivo contenuto di
essa, il sentimento, in Quanto precisa e recisa negazione di tal
carattere. E, peraltro, dato, eziandio, per Croce, la natura
assolutamente ineffabile od INCOMUNICABILE del sentimento, come può egli
pretendere, ancora più assurdamente, di contemplare e gustare le altrui
opere d' arte, rivivendole con le singolari vibrazioni del proprio
sentimento? Ma non ci disse egli che tali opere, per l'impossibilità,
appunto, da parte nostra, di rivivere identico lo stato sentimentale
dell’ artista che le creò, sono, per ciò stesso, assolutamente
intraducibili, sì che ogni nostro tentativo di tradurle fedelmente si
risolve, in realtà, nella genuina creazione di una nuova opera d’arte
accanto ad altra opera d'arte? E che, anzi, lo stesso artista è incapace
esso stesso di rifare identica la propria opera, non potendo rivivere nè
pur esso, puntualmente, quegli stati di coscienza, che trovarono il loro
nitido spontaneo riflesso nella primitiva sua intuizione? In verità,
io non riesco a comprendere qual gusto possa mai trovare CROCE (si veda)
nella coquetterie; che è anche di Renan di contradirsi per mille versi,
ad ogni piè sospinto, e non solo nella medesima pagina, ma nella
medesima frase. Sai ce! Il maggiore rappresentante dell’intuizionismo
Bergson è vero che attribuisce anch’egli al sentimento LA POSSIBILITA DI
PENETRARE L’ANIMA ALTRUI, non meno che delle cose, ma solo in quanto gli
riconosce quel particolare carattere di COMUNICHEVOLEZZA che ad esso deriva da
« cette espèce de SYMPATHIE intellectuelle, par la quelle on se transporte
à l’intérieure d’un obiet. Ma CROCE (si veda) non nega recisamente sì
fatta COMUNICHEVOLEZZA al sentimento, che, per lui, è 470 di ogni
elemento intellettualistico? E, allora, come può pretendere di rivivere
con le singolari vibrazioni del proprio ineftabile sentimento
l’ineftabile palpito di vita onde vibrano le altrui opere d’arte, per
contemplarle e gustarle? E, d'altra parte, la stessa simpaia intellettuale di Bergson,
riesce, forse, anch'essa senza l’aiuto
di tutte le debite operazioni intellettuali a penetrare a fondo la
vita del reale, fino, addirittura, a coîncider avec ce que il a d’unique
et d’INESPRIMABLE? Ma l’unico e l’INESPRIMIBILE, in quanto tali, non sono, per
ciò stesso, INCOMUNICABILI? Tuttavia, ammessa pure la possibilità di quella
coincidenza, noi non diverremmo senz'altro i sosta delle cose, o le cose
stesse, addirittura? e come, allora, queste sarebbero, più, uniche? Ma, a
parte tali assurdità, come mai LA SIMPATIA, senza tutte ripeto le operazioni
dell’intelligenza, potrebbe farci penetrare l’anima delle cose? Senza
dubbio, allorchè io seguo ad esempio con l'occhio un razzo che sale
dritto verso il cielo, io sento in me un movimento che imita la brillante
sua linea di ascesa, uno sforzo parallelo al suo sforzo: può dirsi bensì, allora,
che IO SIMPATIZZO con esso; ma, tuttavia, cotal SIMPATIZZARE non mi
rivela punto ciò che fassa o accade in quel granello di polvere
Revue de Metaphisygue. RT nn (E i ES ardente.
Ancora : quando io scorgo levarsi la luna, e vedo i suoi raggi tremolar
nell'ombra della sera placida e serena, io, pur sentendo l’anima vibrar
simpaticamente con essi, fin quasi a sentirmi dissolvere di .tenera
commozione, al pari della blanda luce, che da quei raggi, tenera
effondendosi, si perde sulle cose, non riesco, tuttavia, in nessun
modo, pur nella maniera più vaga che si voglia, a penetrare, così,
la vita di quell’astro notturno. Del pari, LA VIVA MIA SIMPATIA lper la
primavera, che mi fa, invero, provar nell'anima tutta la freschezza e
verginità di vita di tutte le cose che alla vita si destano fresche e
verginali, e nella persona stessa come una leggerezza o snellezza di ali
di farfalla, può dirsi riesca mai, anch'essa, a farmi cogliere, così, la
vita intima di quella stagione ch'è la gioventù dell’anno? Ma vediamo,
se, almeno nel mondo umano, LA SIMPATIA raggiunga piena e precisa
la sua potenza penetrativa. Io vedo una donna in lagrime uscir dal
cimitero : una tristezza analoga alla sua invade subito l’anima mia; io
simpatizzo intellettualmente con essa, a mezzo del fersiero della causa
che l’affligge: la morte di una persona cara, nel tempo stesso le sue
lagrime tendono a provocare, per sensibile contagio, le mie; io,
dunque, penetro ben meglio nell'anima di questa donna che non nelle
precedenti forme inanimate di reale. Ma chi oserà dire che io ho vera e
piena la intuizione del suo dolore? Ma non accadde, forse, al Guyau, come
egli stesso ci narra in una delle sue più belle liriche, di scambiare
per scoppio di riso l’improvviso singhiozzo di una donna che
tornava dai piedi di una croce levata sur una tomba? D’un cété le jardin,
de l’autre un cimetier; Un seul mur les sépare, et la mèéme
lumière Fait resplendir la feuille inquiète du bois, nen Les blancs
marbres des morts et les rigides croix. dea a Il poeta cammina senza
meta, gli occhi perduti nel fogliame, bevendo a lunghi sorsi l’aria della
primavera: nell'ombra di un sentiero, a passi lenti, una donna procede
innanzi a lui; egli non la vedeva che di lontano: i suoi piedi
visibilmente tremolavano, ed egli non sapeva perchè. D'un tratto un brivido la scosse tutta, e sembrò ch'
ella ridesse di un riso secco e nervoso ; e, per ridere, ella nascose la
testa fra le dita: Quand j’approchai, je vis, légères et limpides Des
larmes qui coulaient entre ses doigts humides: Car c’était un sanglot que
ce rire sans fin, Et cette femme, errant au fond du doux
jardin, Sortait du cimetière. Sicchè Une larme qui
tremble, Un sanglot qui de loin, pour l’oreille ressemble Au rire,
et rien de plus-voilà donc la douleur! C'est tout ce qu'on peut voir
lorsque se brise un coeur. C'est le sieze fuyant qui, pour un jour à
peine, Révèle 1’ infini d’une souffrance humaine. Les plaisirs les
plus doux, les maux les plus amers S'expriment par le mèéme ébranlement
des nerfs Que l’air indifferent propage dans l’espace: Cri de joie
ou d’angoisse, il éclate, il s’efface Et, sans étre compris, glisse sur
l’univers. È questa, dunque, la corncidenza colle cose che ci dì la
stessa simpatia intellettuale? quella conoscenza infallibile e
perfettapromessaci dagli intuizionisti? Un mero choc en retour di onda
nervosa, od anche emotiva? R Giacchè, in realtà, la mia coscienza, in
quanto tale, pur essendo così vicina all'altra, rimane, nondimeno, con
tutta D- evidenza, senza punto penetrarla od esserne penetrata : n
Ainsi jaurai vecu près d’elle inapersu, Toujours è ses cotés et toujours
solitaire! VERS D’UN PHILOSOPHE: Z’ecla/ de rire, Paris,
Alcan. Mi Ah! Que nous sommes loîn l’un de l'autre, Étant
si près! E, forse, Dio stesso può mai riuscir a sondare le altrui
coscienze come la propria? L’oeil était dans la tombe et regardait
Cain ora, se quell’occhio è di Dio, esso pure non può guardare che
dal di fuori; Dio, infatti, non essendo Caino, non può, di conseguenza,
nè sentire nè volere ciò che sente e vuole Caino, e cioè possedere,
appunto, l’anima di quest’ ultimo, Ciò prova chiaro che la. filosofia non
è punto come vorrebbero gli intuizionisti
il sentimento di un fiotto mon- tante di vita interiore, il rapido
bagliore di una stella filante, ma una sintesi razionale e finale di tutta
la nostra esperienza, fondata precisamente sulla determinazione, sempre
più ampia € più precisa, delle relazioni che intercedono tra il
nostro stato di coscienza presente ed il nostro we tutto intero;
fra il nostro me e gli altri esseri; fra gli esseri particolari ed
il tutto, perchè il reale è ciò che inviluppa sempre e dappertutto l’infinito.
Di guisa che più noi lo conosciamo, e più vi scopriamo relazioni
multiple, le quali, pertanto, trovano la più perspicua loro espressione
precisamente in quella insuperata manifestazione del reale che è l’idea, la
quale, adunque, così può rimanere distaccata dall’ intuizione come i
fosforescenti bagliori, che corrono sulle onde del mare ondulato, dalle
onde stesse, che quei bagliori accendono col loro moto. E poichè, intanto,
cosa certa o innegabilmente vera è che il continuo divenire e perenne
trasalir dell’essere coincide col continuo divenire e perenne palpitar
del pensiero, è naturale che, in conformità di questa stessa natura
perennemente 22 fieri del reale, si debba procedere per rag- Prada
E giungere una visione sempre più piena e indefinitamente integrale
della realtà infinita ed eterna, ininterrottamente da un'idea all'altra,
all'infinito ed in eterno. E come, allora, potrebb'essere mai lecito
rinunziare ai precedenti /ermzini della nostra coscienza, e cioè alle
precedenti nostre intuizioni? Ma queste non sono, adunque, le espressioni
assolutamente adeguate, e perciò stesso insuperabili ed immutabili,
dell'essenza delle cose, o del caratteristico, che è in ogni singola
forma di reale? E se tali esse sono, e cioè immagini che attinsero, al
fine, preciso, quel limite assolutamente insuperabile che è segnato dal rapporto
esattamente proporzionale degli elementi o determinazioni onde risulta
l'essenza di ogni forma di realtà; e donde, appunto, deriva alla
conoscenza intuitiva il suo carattere o valore universale e necessario, come si
può pretendere di andare oltre tali immagini limite, senza che la realtà
corrispondente non cessi, per ciò stesso, di essere quella che è?
Giacchè, si sa l’accennammo innanzi l’essenza d'una cosa può trovare la
sua ESPRESSIONE o RAPPRESENTAZIONE intuitiva veramente adeguata solo in
quelle immagini da cui la conoscenza logica, possa, a sua volta, derivare
immediato e preciso quel concetto-limite che le variazioni della realtà
corrispondente non possono ulteriormente superare, senza che questa,
naturalmente, non cessi di essere quella che è. È quanto tuttodì accade
in ordine alle mutevoli quanto fallaci immagini al cui gioco soggiace,
ingenua, la coscienza infantile, ch'è, per ciò, continuamente smentita e
corretta, ad un tempo, dall'esperienza, fino a quando essa non sia
diventata capace di scegliere od assumere come elementi fondamentali od
essenziali delle sue immagini intuitive, quelli, appunto, che, resistendo
alla doppia prova dell'esperienza e della ragione direttrice,
rimangono indici insuperabili per la funzione di assimilazione e differen- Mento,
marziana Pa E |. = ziazione, ad un tempo, in ordine a tutte le
altre possibili forme della realtà, funzione in cui, notammo, si assorbe
e concentra essenzialmente l’attività conoscitiva. Infatti, le
intuizioni o cognizioni umane costruzioni superbamente armoniche del
nostro pensiero non vivono punto, già, per il colorito emotivo che le
riveste, ma, sì, per l'essenza unicamente ch'è nel loro fondo :
quell’essenza, appunto che nessuna variazione della realtà corrispondente
deve in alcun modo riuscir a superare, E se, dunque, sì fatte intuizioni,
in quanto universali e necessarie, sono, per ciò stesso, immutabili e perenni,
come non dover ritenere ugualmente universali e necessarie, e,
quindi, immutabili e perenni, le corrispondenti espressioni, in quanto
adeguate e insuperabili manifestazioni esteriori di quell’intimo moto
armonico del pensiero, che riesce a individuarsi o concretarsi precisamente in
quelle espressioni? Giacchè, si sa, e non si può negare, che quantunque il
rapporto che lega la lingua al pensiero sia di pura a/tribuzione e non di
z2427a, lo sviluppo dei due procede, non di meno, assolutamente di pari
passo, fino al punto che le imperfezioni della lingua sono imperfezioni del
pensiero: il che trae, di conseguenza, a riconoscere che lo sviluppo del
pensiero, senza l’aiuto della lingua, sarebbe stato del tutto
impossibile, in quanto per la coscienza, indipendentemente dalla lingua,
è possibile solo uno sviluppo rappresentativo di natura sensibile, come, ad
esempio, le costruzioni geometriche e meccaniche, il gioco degli scacchi,
un motivo musicale, un'immagine visiva e simili; ma non ostante tutti gli
sforzi, noi non saremmo, certo, mai in grado, senza parlare, di pensare,
ad esempio, che BISOGNA DIR SEMPRE LA VERITÀ – GRICE CANDOUR. Posso bene,
anche, rappresentarmi un albero determinato senza il È: nome
corrispondente, ma PENSARE L’ALBERO in generale, senza la parola, è
semplicemente IMPOSSIBILE: il che prova che solo dal concetto e col
concetto comincia, per la mente, la necessità della parola, e, quindi, la
conoscenza che si pretende universale e necessaria, come, appunto, quella
intuitiva. E se, pertanto, può non essere vero che il concetto esista
prima del segno, certo è, però, — come nota Hamilton che il
concetto ricade, appena formato, nel caos dal quale lo spirito l’evoca, se
IL SEGNO VERBALE non lo rendesse permanente nella coscienza. Questo,
perciò, è assolutamente necessario per assicurare i nostri progressi
intellettuali, per fissare quello che è già acquisito per la conoscenza,
e farne un punto di partenza nuovo per ulteriori progressi. Un
esercito si può spargere sur un paese, ma non lo conquista se non vi costruisce
delle fortezze. Le parole sono come le fortezze del pensiero. Esse ci
permettono di stabilire la nostra dominazione sul territorio che il
pensiero ha già invaso e di fare di ciascuno dei nostri acquisti
intellettuali una base di operazioni per farne dei nuovi. Ovvero,
per adoperare un’altra immagine, il rapporto fra la parola e il
concetto è quello stesso ch’è tra lo scavare un zu7%e/ nella sabbia e la
muratura. Voi non potete procedere avanti nello scavare senza fare ad ogni
passo una vòlta. Ebbene, il linguaggio è per lo spirito quello che la vòlta è
per il tuzzel. Ogni sviluppo del pensiero dev’ essere seguito
immediatamente da uno svilluppo della lingua, altrimenti il primo si
arresta. Dei concetti si possono formare senza la parola, ma sono
scintille che si spengono immediatamente; ci vogliono le parole per dar loro
evidenza, per poterli riunire, per cavar, insomma, una gran luce da ciò
che senza di esse sarebbe stato uno sprazzo di scintille subito spento. Riportato
da MASCI (si veda), Logica; Pierro, Napoli. E, veramente, la moderna
filologia, analizzando e dissecando in mille guise il vivente organismo della
lingua, è riuscita a rintracciare nelle radici gli elementi primitivi
indecomponibili, che SEGNANO, CON LA SIGNIFICAZIONE PRIMITIVA, la prima
unità del pensiero con la lingua, donde, poscia, quel rapporto di
dipendenza reciproca in virtà del quale, mentre il pensiero, nel suo
progressivo sviluppo, e sempre più attivamente all’inizio della sua
produzione, riesce a modificare progressivamente il linguaggio, questo, a sua
volta, non manca di reagire sul pensiero, e dargli un’impronta
individuale e collettiva, ad un tempo. Sappiamo, infatti, che è la lingua
che impone alla coscienza individuale la forma mentale della razza,
e cioè la maniera di fissare (nelle sue forme) le abitudini secolari di analisi
e di sintesi del pensiero di un popolo: onde giustamente è da ritenere,
con Hamilton, che il pensiero senza la lingua o non avrebbe avuto
sviluppo, o ne avrebbe avuto uno del tutto limitato, come ce ne fanno
prova i sordomuti, che, senza l'adozione di un surrogato del linguaggio, non
arriverebbero, con la loro intelligenza, ad elevarsi affatto, o solo ben poco,
al di sopra della intelligenza animale. Infatti, pur la momentanea
mancanza, per momentaneo oblìo, di una data parola, non è, forse, da noi
avvertita a parte la sorda immediata inquietudine che altresì ci procura come
un vero ostacolo che c' impedisce di fissare il corrispondente pensiero,
di isolarlo dagli altri, di porlo con essi in relazione, di riviverlo,
insomma, necessariamente, onde il senso di vera liberazione che noi
proviamo, trovatala, appena, la parola che cercamo? Non solo: ma
l’assoluta mancanza, nella nostra lingua, di date espressioni che valgano
a renderci adeguatamente un dato concetto, non ci costringe a ricorrere
ad altre lingue ni “ SAS per le corrispondenti
espressioni, come, ad esempio, per la parola pietas, che noi siamo
costretti a mutuare dalla lingua latina, non possedendone la nostra una
che adegui perfettamente il concetto da quella espresso? E trovato che
abbian, dunque, le intuizioni la loro espressione adeguata, e cioè posto
che siano, davvero, conoscenza universale e necessaria, come possono, per ciò
stesso, rimanere assolutamente intraducibili, val quanto dire
inattingibili nel loro INTIMO SIGNIFICATO, o nella profonda loro verità
obiettiva? Ese, pertanto, tali esse rimangono, non è giocoforza
ammettere ch’esse, ben lungi dall'essere, per davvero, intuizioni, e cioè
precisamente conoscenza universale e necessaria, altro non sono, in
realtà, che particolari espressioni di singolari ineffabili impressioni di un
wzico soggetto: quello, per l'appunto, che sì fatte impressioni riescì a
provare? Giacchè di assolutamente singolare o insuperabilmente individuale
in una forma di conoscenza veramente universale e necessaria non vi può
essere, al più, che quella frangia o alone, a dir così, che, come ombra il
corpo, naturale ed immancabile accompagna la forma mentis di ogni singolo
soggetto conoscente, quale spirituale riflesso del carattere ch'è proprio
di ognuno di essi, e che prende, comunemente, il nome di stile. Ma
cotal frangia o alone che serve
solo a farci distinguere le creature o immagini d'una medesima ispirazione
creatrice, presso i più diversi artisti: la yarcesca di ALIGHIERI (si
veda) da quella di Pellico ed Annunzio, il Neroze del Racine da
quello d’Alfieri, d’Hamerling, di Costa, di Sinkiewicz non toglie affatto nulla alla intelligibilità
obiettiva, e cioè fer tutti necessariamente identica, di sì fatte
intuizioni, che, perciò, restano identicamente valide come
espressione e: o conoscenza di quella data forma di reale che
ci vogliono apprendere fer #uéte le intelligenze assolutamente. Qualora
|così non fosse, potrebbero mai le intuizioni essere, ad un i tempo, arte
e scienza: e cioè immagine estetica e verità scientifica? La quale,
infatti, non si sa, forse, che, allorchè tale, per davvero, rimane
assolutamente identica per tutte le intelligenze, non ostante la innumere
varietà di espressioni che essa trova presso ogni singolo uomo di
scienza? E cotale identità, qualora non fosse, già, nella immagine
intuitiva, dove potremmo mai ritrovarla? Infatti non ci disse innanzi il
Croce medesimo che l’aere spirabile del concetto non possono essere che /e iwéuizioni? E, in realtà, qualora
quest’ ultimo non fosse in esse, « non sarebbe in nessun luogo: sarebbe
in un altro mondo che non si può pensare, e perciò non è. Ed esso «
permane come qualcosa che è in esse implicito e deve farsi esplicito: vale
a dire come l'essenza delle cose. Non risulta, quindi, in ogni modo
evidente che il valore universale e necessario della conoscenza non può
ritrovarsi o appuntarsi che nell’
essenza dell’obietto di essa conoscenza il solo elemento, a dir così, per
davvero immutabile e permanente nel divenire perenne della realtà che non
A può, per ciò stesso, non essere riconosciuto tale recessariamente
al e universalmente, se vero è che di un medesimo obietto la
intelligenza umana non può nè deve avere che wr solo e medesimo concetto,
donde, appunto, il carattere di universalità e necessità della
conoscenza? E alla stregua di cotal principio logico e gnoseologico
pienamente riconosciuto dalla stessa Logica di CROCE (si veda) come può esser
mai possibile la concezione o figurazione di intuizioni assolutamente
individuali, nel senso da lui propugnato, e cioè del tutto
intraducibili ed inclassificabili? A parte la tangibile contradizione
# adjecto di una conoscenza universale e necessaria, che può,
nondimeno, assumere i più diversi significati non solo pei singoli
soggetti conoscenti, ma eziandio pel medesimo soggetto, da un istante
all'altro come, appunto, l'intuizione di Croce a noi preme soltanto di chiedere
se non è semplicemente un assurdo, e, per ciò, del tutto impensabile,
quanto impossibile, l'esistenza di intuizioni, e, quindi, di forme
della realtà, che sfuggano alla connotazione anche dei predicati più
generali, che Aristotele, prima, e Kant, dopo, ci hanno indicati come
assolutamente indispensabili e, ad un tempo, insuperabili, per la
intelligibilità della realtà: come, appunto, le categorie della
somiglianza e della differenza. Infatti, al di là di tali predicati, o
categorie, non rimane come sappiamo che una sola possibile espressione,
quella formulata dalla mistica: ergo faceamus, ovvero peggio ancora
seguire il malaccorto consiglio del Nietzsche. Penche-toi sur ton propre puits, pour apercevoir
tout au fond les étoiles du gran ciel. Ma chi
non sa che egli, appunto per essere rimasto tutta la vita sospeso a
guardare nel fondo di sè medesimo, fu preso da vertigini, e le stelle del
gran cielo si confusero ai suoi occhi in una immensa notte? E, in
realtà, l'intuizione nel senso
inteso da Croce non è che una oscura buca, in cui non si può discernere
nulla, nemmeno se stessi. Perciò se tacere o rimaner muti non si vuole,
e tanto meno perderci come
Nietzsche nelle tenebre della
follia, non occorre, di necessità, far capo, per la intelligibilità della
realtà, a quelle tanto deprecate categorie del pensiero, che, in quanto
predicamenti od espressioni degl’aspetti e condizioni più generali di esistenza
sotto cui a noi si rivela la realtà, non possono, per ciò stesso, non
contrassegnare, in maniera del tutto obiettiva, tutte le possibili forme
dell’ essere? Lg E se, adunque, la realtà non può essere da noi
concepita se non sotto la specie di sì fatte categorie onde il carattere
universale e necessario della intelligibilità che di 3 essa abbiamo come
mai, poi, le intuizioni possono dirsi od essere 2r/raducibili? Ma la
traducibilità di esse non importa l’uso di quelle medesime categorie che a noi
occorsero per la loro zntelligibilità? E come, allora, si può ammettere
la intraducibilità? Ad una condizione, sì: che la intuizione e la
espressione fossero due e non una; e cioè che il moto interiore o
intelligibile del nostro pensiero I’ intuizione appunto fosse tutt'altra
cosa che l’ immagine esteriore, (parola, suoni, linee, colori ecc.), in
cui tal moto si estrinseca, e cioè /a espressione. Ma il Croce non
avverte reciso ed insistente che l'intuizione e l’espressione sono #4 enon già
due, in quanto, ETA RION Ceti, Di SE DE che
venga appena espressa la parte iniziale di uno schema, che subito e
infallibilmente il nostro pensiero preconcepisce l’altra, che completa lo
schema (così come; per quanto pure; tanto — quanto ecc.).
Sicchè la precisione del SEGNO linguistico, e cioè una forma
grammaticale vera, è solo essa che ci dà, rapido e preciso, il rapporto
pensato, senza aggiungere che, anche quando l’attenzione non si rivolge
ad essa, produce ugualmente l'idea del rapporto e favorisce, così, lo sviluppo
del pensiero logico: e se ciò, intanto, accade, è appunto perchè
l'idea del rapporto vi è scevra di ogni contenuto materiale : il che trae
a concludere che, come il concetto espressione di una vera e propria 7es,
anche se è da esso sussunto a sostantivo una mera qualità o predicato di
essa riuscì a fissarsi nella parola, trovando nella concretezza ed
evidenza di questa la sua rappresentazione adeguata, così il
rapporto, nell’astrattezza della sua essenza, riescì a trovare nella
#mmaterialità della forma la sua espressione adeguata. Ora, dati sì
palpabili rapporti d’' interdipendenza fra la lingua ed il pensiero,
rapporti che risultano, per giunta, una condizione size gua non per lo
sviluppo dell’una e dell'altro, come si può, seriamente, ritenere mero
gioco di artifizio del pensiero ciò che è, invece, mezzo assolutamente
imprescindibile per la sua piena esistenza e sviluppo? Ma son, dunque, un
mero gioco di artifizio le naturali incoercibili tendenze che traggono
ogni essere a perseverare nel suo essere, e cioè pienamente adeguare la
propria esistenza alla propria essenza? Ma non s'è pensato che, se la
tendenza del pensiero all'espressione del rapporto vuoi dirsi o
ritenersi, per davvero, un artifizio, è da concludere, allora, che le più
artificiose espressioni del nostro pensiero, prima e più dei concetti
stessi in quanto senza paragone,
notammo, pnt SII più ricche e complicate di articolazioni o
rapporti logici, in confronto di questi sarebbero precisamente le nostre
intuizioni. Non solo: ma tutte le più elevate manifestazioni od
espressioni del pensiero umano, dalle prime sue riflessioni, o moti intuitivi,
fino alle odierne concezioni dell’intuizionismo e del pragmatismo, assertori,
appunto, di tal gioco sarebbero, forse, tutt'altra cosa che un
perenne, vario, gigantesco, e sia pure smagliante gioco di
artifizio, sottilmente intessuto dal pensiero sulle più varie e
strane e innumerevoli vicende della vita dell’uomo, come della vita
universa? Giacchè, si sa, fuori di ogni rapporto logico, o priva di ogni
rapporto logico, ESPRESSO (EXPLICATURA) espresso o SOTTINTESO (SOUS-ETENDUE,
IMPLICATURA – MILL, GRICE), mon è concepibile nessuna forma od ESPRESSIONE
di pensiero, sia pure la più semplice altrimenti dovremmo negare
che conoscere — come afferma FICHITE significa vedere in relazione: il che sa
precisamente come negare che il sole illumina o riscalda. E
provato, adunque, che la tendenza o funzione essenziale e necessaria del
nostro pensiero è quella di gorre in relazione, come può esser lecito,
poi, negare che le forme grammaticali, che corrispondono a questa
funzione e la esprimono il più analiticamente possibile, non siano
precisamente la più genuina e adeguata sua espressione? E, d'altronde, prova
o testimonianza assolutamente inconfutabile e tangibile della
necessità e adeguatezza di tali forme non rimane vedemmo la stessa
crescente forza di penetrazione, agilità e rapidità, che lo sviluppo del
pensiero trova, per l’appunto, nell'aiuto di sì fatte forme? Ma seguiamo
pure con tutta rapidità, alquanto più da vicino, lo sviluppo del pensiero
nei suoi rapporti con la lingua. Questa, adunque, pur essendo nata
da un bisogno pratico, e, per ciò, tendente immediatamente,
wi oi £ + ES cose, si rivelò, tuttavia, in una fase
successiva, col progressivo affermarsi della intima tendenza del pensiero
all’ espressione del rapporto un esperimento di pensare, che doveva dar
luogo alla forma: e n'è prova, precisamente, oltre che il tentativo
di combinazione delle parole, l’ altro, sopratutto, di piegare parole indicanti
oggetti a significare rapporti logici. In una fase ulteriore le
combinazioni di parole diventano costanti, e le parole adoprate ad
esprimere nessi cominciano a perdere il loro significato indipendente.
Segue una terza fase, nella quale le combinazioni delle parole guadagnano
di unità: le parole, segni di nessi, si aggiungono come suffissi alle parole
denotanti oggetti; però il legame non è ancora saldo abbastanza, chè i punti di
attacco sono tuttavia visibili, l'insieme è un aggregato, non ancora una
unità: dai surrogati di forme si passa agli analoghi di forme; la lingua
è nel periodo di agglutinazione. Finalmente il carattere formale della
lingua si afferma decisamente, l’organismo grammaticale si
completa; la parola diviene un’ unità modificabile in conformità delle
sue relazioni grammaticali solo per un cangiamento di suono, che
costituisce la /fessione. Ciascuna parola è una parte del discorso
determinata, ed ha, insieme, una individualità lessicologica e grammaticale. Di
più, le parole indicanti relazioni, perduta ogni traccia dell'ORIGINIARIO
SIGNIFICATO RADICALE, che, presente ancora, avrebbe potuto oscurarne la
intelligibilità, rimangono puri SEGNI di rapporti, come i segni algebrici,
esprimendo, essi, unicamente, ciò che al pensiero importa che significhino.
Si spiega, quindi, perchè le lingue che hanno vere forme grammaticali
procurano al pensiero, con una singolare chiarezza e precisione, una
singolare agevolezza e facilità e rapidità di movimento: onde la
formazione parallelamente progressiva e, alfine, completa, di due
stupendi organismi: quello del pensiero, nella rigida unità e compattezza
delle sue forme logiche, e quello della lingua, nell'unità, non meno
rigida e compatta, delle sue forme sintattico-grammaticali. E, pertanto,
quest'ultima, nella connessione delle parole nella proposizione, nei rapporti
sintattici fra esse, e nel pensiero che quelle connessioni e questi
rapporti esprimono, non rivela o rispecchia, netta, l’attività logica del
pensiero? Vario, relativo, organico il pensiero, nel suo moto verso le
cose, o verso la conoscenza di esse, e tale anche la lingua e la parola,
mediante l’ARTICOLAZIONE, la FLESSIONE, le forme grammaticali, la SINTASSI. Ed
è naturale: nutrito e cresciuto il pensiero, fin dai suoi primi moti
vitali, insieme con la lingua, non poteva, nella sua naturale,
invincibile tendenza all'espressione del rapporto, non piegarla od
imprimerle tutti gli atteggiamenti e tutte le movenze del suo procedere
essenzialmente discorsivo, come innegabilmente ci provano molte parti del
discorso, che non sono infatti come notammo per altro verso che
indici di direzione del pensiero, schemi verbali di direzioni logiche (così
come; sebbene pure ecc.). E si noti, intanto, che codesto intimo
rapporto di dipendenza reciproca, che lega indissolubilmente lo sviluppo del
pensiero a quello della lingua, non è punto punto smentito o minimamente
infirmato dalla differenza talvolta anche sensibile delle forme
grammaticali-sintattiche che ci vien fatto di riscontrare anche presso
lingue appartenenti al medesimo gruppo: e ciò anzitutto perchè quel rapporto
non è di natura, ma semplicemente di aftribuzione, e, poscia, perchè la
differenza delle forme grammaticali dirette ad esprimere le stesse
relazioni logiche NON MUTA IL SIGNIFICATO o la natura di tali
relazioni. Particolari disposizioni e, dirò anche, particolari RIFLESSI
DI NATURA PSICOLOGICA, dipendenti dai più varî atteggiamenti del pensiero,
oltre che da forme di sensibilità diverse e variabili, in connessione,
per giunta, con particolari condizioni di vita e di ambiente le più
svariate da popolo a popolo — il tutto. punto punto determinabile, come
non è determinabile la collocazione delle forze che impongono alla foglia
turbinata dal vento quella data direzione — hanno dato origine alle più diverse
forme grammaticali per l’espressione di un medesimo rapporto. Fatto questo
eloquentemente confermato, oltre che dalla relativa libertà che presiede
alla formazione e trasformazione delle lingue, dalla presenza di radicali
di- È versi in lingue derivate da un medesimo ceppo (la gallica e
l’italiana). Infatti cotale persistenza della funzione formatrice, anche dopo
la separazione delle lingue, non può essere altrimenti spiegata, che con
l’esistenza di una identica funzione originaria, proprio dl come la
diversa ed anche diversissima sorte che accompagna pel mondo, e quasi istrania,
i figli mati da un medesimo padre non può in alcun modo farci negare la
comune loro origine, nè, d'altronde, riesce a distruggere in essi la
profonda voce ed i vincoli intimamente tenaci del sangue. E, peraltro, chi può
negare che l'apprendimento e sempre più facile intendimento di una lingua
straniera è largamente mediato dalla traduzione $i 0 meno consapevole di essa
nella nostra ? Il che sarebbe del tutto impossibile se le lingue, pur
nella innumere varietà di forme in cui sono riuscite a plasmarsi, non
dovessero la loro origine ad una tendenza o manifestazione
psicologicamente idezzica della coscienza. Identità di tendenza che, frattanto,
per le ragioni testè ricordate, non può, naturalmente, non mostrarci del
tutto vano quanto infondato il tentativo della filologia comparata di
rintracciare il primitivo linguaggio, donde, poscia, tutte le lingue
sarebbero derivate. Infatti la ricerca filologica si è arrestata, impotente,
dinanzi ad una molteplicità che resiste ad ogni. riduzione, e spinge,
quindi, ad ammettere senz’ altro una molteplicità primitiva, dominata,
nelle sue forme somiglianti, i semplicemente da identità di fattori,
senza nessuna causa cla”: storica di derivazione. Ma d'altronde non
manca un modo veramente e, semplice per convincerci della validità
mecessazia di tutti i sistemi di segni – SISTEMA DI SEGNI --, che
l'umanità è riuscita sin qui ad organizzare e far valere come espressione
universalmente intelligibile ht, di tutti i più intimi moti del
nostro pensiero, ed è questo: spogliate la parola di tutti i rapporti
grammaticali-sintattici, Ned î annullate tutte le norme inerenti
alla prospettiva col solo capovolgere — ad esempio — un qualsiasi quadro
o disegno; alterate i rapporti armonici fra le note musicali ed
avrete, precisa, quella lingua da futuristi, che è, senza dubbio,
meno intelligibile di quella stessa degli idioti o dei pazzi, ed un
È disegno che non sarà, certo, più espressivo di quella
lingua, ed una musica, infine, od un'armonia al cui confronto quella
dei popoli più barbari potrà dirsi una sinfonia. E se, adunque, tutti
codesti sistemi di segni espressivi sono wiversalmente intelligibili, e,
per di più, universalmente identici anche nel loro aspetto formale salvo,
in parte, l’espressione linguistica ciò stesso non prova ch'essi re- Dez:
cano una validità necessaria, la cui sorgente è da ricercarsi 3 molto, ma
molto al di là del capriccio o della volontà indi- pr viduale? Infatti
perchè tutti i tentativi di creare una lingua ® universale unica come, ad
esempio, il Volapwk, l’ Esperanto, il Deutero-Esperanto, l'Interlingua
sono falliti miseramente, ognora? Non, forse, pa pil S perchè la
lingua, come vero mezzo o strumento di espressione del pensiero, è ben lungi
dall'essere così una creazione arbitraria dell'individuo, consapevolmente
compiuta secondo una piano ordinato a scopi determinati, come il prodotto
di P una spontanea formazione naturale di ogni individuo,
così dui come può dirsi del proprio organismo fisico? E, in
realtà, essa, come riflesso obiettivo nell’ unità organica delle
sue. espressioni vocali di quel coerente moto interiore che anima
il nostro organismo spirituale, è meno il prodotto del singolo che della
collettività. Infatti l'individuo non. riesce a creare, per suo conto,
che le singole parti, e cioè le singole parole o frasi; ma la lingua, nel senso
dianzi inteso, non può dirsi, certo, tutta lì: e sì che essa richiede.
ben altro; senza dire che ogni singolo atto formativo del linguaggio,
ogni atto di trasformazione, ogni uso nuovo della. lingua rimane diretto
sempre al fatto singolo, mai alla | lingua come tutto. E poichè,
pertanto, la lingua, come mezzo o strumento di conoscenza, è precisamente
e solo nel risul. tato, o nel suo tutto, e questo tutto è, in sostanza,
od essenzialmente, non solo il prodotto delle influenze mutue delle
coscienze individuali più che solo dell’ azione reciproc dei singoli
inventori, che in misura varia lavorano all’ opera comune, come taluni
vorrebbero ma eziandio, e sopratutto, il frutto di una critica sociale
che adotta ed elimina onde. quella forma d'identità di pensare e di
esprimersi tutta propria di ogni popolo è naturale ammettere che il
contributo dell’ individuo nella formazione della lingua scema a
misura. che si va dalla parte al tutto, il quale, perciò, deve
senz’ altro ritenersi come il frutto, principalmente, di quella che
noi comunemente diciamo azzzza collettiva. La quale, se è pur vero che,
come realtà obiettiva, è non altro che un’ astrazione, e non può, perciò,
al pari dell’ individuo, creare affatto un mito, un canto, un poema, una
religione, è non meno vero, però, che, al pari, e più dell’ individuo, è
dessa che nella maniera testè indicata riesce ad acquistare a quel
mirabile strumento che è la lingua, quella precisa e stabile forma
espressiva universalmente intelligibile, senza la quale qualsias ‘iii its ue canto,
o poema, 0 religione, od altra forma che si voglia di conoscenza estetica
od intuitiva, sarebbe, per davvero, nient' altro che un mito. Onde
giustamente il Feuerbach potè affermare che se l’uomo deve alla natura la
sua esistenza, deve, però, all’uomo di essere uomo, e cioè soggetto
spirituale, in virtù, appunto, della sua libera partecipazione al
possesso di quella infinita ricchezza spirituale, frutto di sforzi
millenari, che proprio la lingua, traverso la infinitudine dello spazio e
la eternità del tempo, ci conserva e consente di far nostra, senz'altro
limite che la potenza o capacità di appropriarcela: e di qui precisamente
la singolare rapidità del progresso nella storia umana, in confronto di
quel procedere sì lento della natura, che, davvero, sembra star. Sì che a
buon dritto il Guyau potè chiedersi ed esclamare, ad un tempo: D’où
vient qu'en chaque mot je cherche une harmonie? Je ne sais quelle voix a chanté dans mon
coeur! C'est comme une caresse, et mon oreille épie Et
s’emplit de douceur! E la ricercata armonia nei
nostri accenti, l'eco e la dolcezza del canto altrui nei DOSE cuori è
precisamente perchè la lingua, quale iisaltante d' infiniti sforzi
individuali e collettivi, per veder sempre meglio e più a fondo
nell'intimo del reale, può dirsi governata, nella efficacia espressiva
delle singole sue voci armonicamente connesse nell’ inviolabile struttura
delle sue forme logico-grammaticali, da norme che ricordano bene quelle
stesse che regolano e determinano l’efficacia espressiva dell'armonia
musicale. Nella quale, infatti, ciascuna nota come sappiamo
echeggia nelle altre : tonica, mediante e dominante risuonano
nell’accordo perfetto, e, inversamente, l'accordo risuona in ogni nota;
di guisa che ciò che noi prendiamo per un suono isolato è, per ontrario,
un concerto. E sì fatta legge dell'armonia è noto anche regola non solo i suoni
simultanei, ma ezianlo i successivi, in quanto gli accordi che seguono
vengo ad essere legati in maniera che il primo si prolunga nell'ultimo.
Aveva, quindi, ben ragione ANNUNZIO (si veda) rivolto agli uomini della sua
terra di affermar loro. La mia parola non è solitaria: è l'eco di un
coro che voi non udite e che pure si compone di vostre intime voci.
Avete dinanzi a voi, rivelata, la vostra essenza. Voi credete che io
trasformi tutto in poesia, mentre non altro io fo se non obbedire al
genio cui voi medesimi siete soggetti. Voi mi giudicate dissimile, mentre io vi
somiglio come un fratello purificato. » d Qual mesariglia, quindi,
che la lingua, simile, adunque, nella sua struttira e consistenza —
secondo un'altra immagine di Guyau — Ì LI à ces votes d’église
Où le moindre bruit s'enfle en une immense voix, I «i
Ceri cosmico che ci dà il tutto nella vita del singolo, e il
sine nella vita del tutto. Benissimo: ma, allora, il senti ; | così
inteso, è, forse, tutt'altra cosa che della ragione grosso, a dir così,
invece che al dettaglio ? Infatti, sol p noi non riusciamo, bene spesso,
a cogliere tutte, ad una 4 una, le ragioni complesse e profonde che si
presenta nol massa al nostro sguardo interiore, allorchè ci
decidiamo agire, è, per ciò stesso, lecito arguire che noi agiamo,
tal caso, alla cieca, ovvero che il sentimento che ci ha g dato, sol
perchè non ragionato, sia, per ciò stesso, non. zionale? Ma il sentimento
non ha, per caso, la sing prerogativa che gli viene, appunto, dalle
innume sue connessioni con le direzioni ancora inconsapevoli de
tenuto della coscienza morale in formazione di a7 in confronto della
ragione, le sue vedute, e di av quindi, qual termometro sensibilissimo
della vita spi tutti gli abbassamenti o deviazioni della condotta
dalla segnata dall'ideale morale o dal dovere non anco tutto chiara
alla coscienza riflessa e, perciò, spin; consapevolmente il soggetto
morale lungo le vie del Esso, quindi, non è, in sostanza, che luce sotto
for calore, e solo così inteso può avere ed ha un signil motto
famoso di Pascal: 7 cuore ha delle ragioni ragione non conosce, in
quanto tal conflitto non è, vera pante da tutta la precedente
nostra analisi al rigua non ha nessun contenuto suo proprio,
PES pr Quindi le ragioni del cuore, se veramente ragioni o
sionevoti, non possono, in realtà, rimanere inascoltate o 7 ligibili per
la ragione, sempre che questa, a sua volta, venga presa o intesa in senso
astratto, e cioè come sre meramente raziocinante, e, quindi, affatto «
pensosa tutti i 422 concreti offerti alla riflessione
dall'esperienza 4 esistenza concreta della nostra vita; giacchè tra espeA
e ragione vi ha, per noi, profonda identità: l’ espe-‘enza non è che ragione
concreta vivente ed agente, e la gione non è che l’esperienza stessa,
astratta e quasi con-emplativa delle sue forme essenziali. È chiaro, adunque,
che, per l'umanità, allo stato nor ale, non può esservi che un solo modo
di pensare e di are: pensare e parlare, non solo in armonia e col
condegli altri spiriti: Wie spricht ein Gcist zu anderm Geist,
eziandio, in armonia e col concorso delle cose, e cioè conformità di
quella vera esperienza, che è un tutto ranalmente collegato e stretto ad unità,
in quanto le funzioni nostro pensiero, ben lungi dall'essere come,
cogli ionisti, vorrebbero anche i pragmatisti un apparecdi forme in certo
modo falsificatrici della realtà, sono, vece, non altro, originariamente,
che il prolungamento, in delle funzioni o processi del reale, come ci
attesta, evite, la innegabile cooperazione e solidarietà tra la nostra
enza e la realtà delle cose. Si sarebbe, sì, potuto crea tutti i Nietzsche e i
James che le forme e orie del nostro pensiero fossero delle semplici
/orgnettes iali, che noi fuz4iazzo sul reale, solo qualora noi fosstati
al di fuori o al di sopra della realtà, come un do di forme vuote, senza
contenuto, e cioè fuori di quella LO sj à catena causale
universale causa ed effetto e reciprocità | di tutte le azioni causali
che è l’idea stessa della continuità senza iato nè interruzione della vita del
reale, secondo L gli stessi intuizionisti; ma poichè noi facciamo parte
di tal catena, è, dunque, impossibile ammettere che le forme fon» |
damentali del nostro pensiero non si siano formate e non si esplichino i
funzione, ad un tempo, della nostra propria natura e della natura delle
cose, da cui non siamo separati, ma solo emersi per immergerci,
conoscitivamente, ogni volta che ne veniamo fuori. Sicchè a noi non resta
che ritenere le i funzioni o categorie del nostro pensiero come l’
espressione delle inzer-azioni fra noi e le cose, e cioè i mezzi, direi,
di prendere coscienza delle più diverse azioni reciproche, a cominciare
dalla nostra: esse, quindi, non sono solamente la coscienza della nostra
causalità, ma della stessa causalità È universale; e poichè la causalità
è essenza dell’ essere e la sua rivelazione, le categorie non sono che la
coscienza stessa dell'essere, universalizzate sino ad abbracciare tutto
l'essere: ovvero la diastole e la sistole della vita universa, perchè nel
cuore stesso della realtà, e non già circum praecordia
rerum. Infatti, senza di esse, noi non potremmo dire neppure
esistenti le cose, e tanto meno dotate di tale o tal altra maniera di esistere,
da tutti affirmabile : togliete, invero, dicemmo anche innanzi
l’intelligibilità e l’ insieme dei. rapporti intelligibili, che formano
la realità stessa del reale, e non resterà di essa che quella
inconcepibile astratta potenzialità, quella mera 3ivqus del tutto impensabile,
che è l'ormai. famoso atto puro di GENTILE (si veda).Il che prova
inconfutabilmente che la realtà è assolutamente inconcepibile, astrazion
fatta. di quanto il nostro pensiero vi mette di suo, precisamente. 2
Age con le categorie: onde quella sintesi organica di rapporti
logici in cui, conoscitivamente, consiste il reale. Ora è precisamente
questa impossibilità di concepire il reale senza le forme del nostro
pensiero che ci costringe, inevitabile, a ritenere tali forme come atti
intimi della vita mentale e, ad un tempo, della vita reale immanente
alle cose, a parte anche l’ imprescindibile necessità di ammettere
un'assoluta unità e continuità di divenire o di sviluppo della realtà; il
che, pertanto, viene ad essere confermato, fra altro, anche da sì fatta
inconcepibilità. Per ciò, più che delle forme astratte, o dei modelli
vuoti, ovvero dei « punti di vista » fotografici isolati come si vorrebbe
anche le categorie sono delle forme viventi e dei modelli flessibili in
cui la realtà entra senza giammai rinchiudervisi : quindi, come delle
vere démarches delle cose, precisamente come la funzione vitale della
locomozione è conforme alle leggi obiettive del movimento, come la
funzione dell’ assimilazione nutritiva è conforme alle leggi fisico-chimiche
delle sostanze alimentari e dello sviluppo vitale. E se è pur vero, intanto,
che le forme della nostra esperienza come Kant afferma dipendono
dalla struttura generale dello spirito umano, non per ciò è lecito all’
intuizionismo ed al pragmatismo di aggiungere, a mo’ di conclusione, che « la
struttura dello spirito umano è l’effetto della libera iniziativa di un
certo numero di spiriti individuali » (2). Giacchè, in realtà, pur
potendosi ammettere che taluni individui, per iniziativa davvero
intelligente, ma non già « libera » sì da rimanere sottratta alla natura
delle proprie individuali disposizioni, abbiano introdotto delle
innovazioni, fatte delle scoperte, lasciata la traccia del V. a tal
riguardo, G.: Una visione teleologica del manda, Pet. rella, Napoli BERGSON : Preface de Verité et Réalité di
James. Tosh i loro genio nella tradizione, nella lingua e perfino
nel cervello della razza, non per ciò rimarrebbe spiegato il /oxdo della
nostra costituzione cerebrale, e cioè, ad esempio, la rappresentazione
del tempo e dello spazio, il principio di identità e di causalità.
Infatti tali principî non vorranno dirsi, certo, fortunate ipotesi create
da uomini intelligenti o di genio, dato che essi vengono applicati 6
origine da ogni intelligenza nel suo spontaneo moto di orientamento
spiri. tuale tra le cose e tra gli stessi stati di coscienza: e la
prova assolutamente inconfutabile ci vien data dalla presenza od
esistenza di essi anche negli animali, che non, certo, parlano. E, veramente,
non pochi di essi ad un certo grado d’altezza nella scala zoologica
hanno, con tutta evidenza, più o meno confusa e concreta la
rappresentazione dello spazio e del tempo: tutti, poi, hanno una specie
di credenza pratica e irriflessa nel principio d' identità, in
quanto tutti reagiscono nello stesso modo a delle eccitazioni
simili, e in maniera diversa a stimoli diversi; e tutti, anche, se
in qualche modo capaci di riflettere sulle azioni delle cose e
sulle particolari reazioni da essi opposte, ci danno chiara la testimonianza di
questa loro credenza vissuta e vivente: che ogni cosa ha la sua ragion d'
essere, onde la loro tendenza a cercare le ragioni delle cose nella
misura in cui tali ragioni li interessano, e, talvolta, anche per
semplice curiosità. Tutti, ancora, credono ad una realtà indipendente
dalle sensazio vo ed azioni, ad una correlazione determinata tra le loro
sensazioni ed azioni e questa realtà: il gatto [GRICE ETOLOGIA FILOSOFICA] ad
esempio che, sulle mosse di rubare del formaggio, sente che arriv il
padrone e si dà a fuggire per tema del bastone, ha Lalli N il sentimento
della pluralità costituita da sè medesimo, da padrone e dal formaggio. Ha,
inoltre, il sentimento de realtà della pressa del suo padrone, della
possibilità dell Si CATO battiture e, in fine, della relazione
costante tra la scoperta del furto e la minaccia delle percosse, oltre
che, di conseguenza, la somiglianza tra l’avvenire ed il passato. Il
gatto, adunque, è già schiavo anch’esso delle categorie tanto
descritte dai pragmatisti ed intuizionisti? Esso, infatti, si permette di
distinguere il possibile ed il reale, il passeggero ed il permanente, il
fatto e la causa, l'uno e i più, come se avesse avuto falsato lo spirito
dalla lettura dei Dialoghi dell’ACCADEMIA. Il vero è, dunque, che le forme del
nostro pensiero sono innegabilmente dei punti di contatto tra l'essere ed
il pensiero, dei mezzi per pensar l'essere e far essere il pensiero,
delle identità tra l' intelligibile ed il reale, e tutte si raccolgono nella
categoria razionale e reale per eccellenza che è la ragion d'essere, dato
che il divenire della realtà non è, in fondo, che divenire del pensiero.
Il che prova che la realtà è ciò che è, alla volta, obiettivo e subiettivo:
l’unità delle cose con lo spirito clie le conosce e con l’universo
di cui quelle e questo sono parti costitutive e solidali. È
naturale, quindi, che la filosofia non possa restringersi nè al
semplice sforzo come pretende Comte di raggiungere la piena conoscenza
del mondo, nè, del pari, all’ altro secondo lo Hegel di raggiungere la piena «
coscienza di sè, perchè i due punti di vista sono veri solo se
inseparabili. E ciò è provato ad evidenza dal fatto che quanto più larga
e precisa è la conoscenza che noi abbiamo del mondo che agisce in noi e
sopra di noi, tanto più piena è la conoscenza che noi veniamo ad avere di
noi stessi; e, per converso, quanto più precisa è la conoscenza di quel
tipo di realtà e di intelligenza ch'è in noi, o che siamo noi stessi
onde la virtù, da parte nostra, di concepire ogni altra esistenza ed ogni
altro pensiero tanto più perspicua e più sicura è la nostra conoscenza del
mondo nella sua realtà e intelligibilità. Quindi, qual valore può avere
una filosofia, che, annullando l’aspetto obiettivo della realtà,
riduca quest’ultima all'aspetto puramente soggettivo, o, peggio
ancora, alla mera astratta 3ivaus dell’affo $u70, come dicemmo? E
questa profonda unità delle cose con lo spirito e degli spiriti fra loro
è provata, in maniera inconfutabile, proprio da quel comune sentimento
che ci fa credere alla verità - la quale, infatti, si afferma
wniversalmente, come tale, precisamente ed unicamente allorchè si manifesta
come unità fra il nostro pensiero e gli obietti rivelati dalle nostre
sensazioni, e, poscia, fra il nostro pensiero ed il pensiero altrui, che
ci rivela le nostre sensazioni. È naturale, quindi, che le nostre
espressioni 0 idee sian da ritenere fermamente come scrigni, a dir così,
in cui si celano, come collane di diamanti, le leggi, ad un tempo, del
pensiero e della natura: e perciò non sono da buttarsi via dopo l’
istante della loro creazione; esse, in altri termini, sono delle verità
immobili che noi cercammo sotto il fluire del reale, o sotto la fluidità
delle nostre sensazioni. La differenza, infatti, tra una ciliegia ad
esempio ed una bacca di belladonna, oltre a non essere puramente
nominale, non è nè pure meramente o individualmente soggettiva, com'è provato
dal fatto che, mentre la prima nutre, l’altra uccide il fanciullo che non
riescisse a rt distinguerla dalla prima. Perciò ripeto come
pretendere che i nostri progenitori avrebbero potuto pensare e
parlare a loro talento, secondo la propria comodità? Allora sì che,
per davvero, non ci sarebbe fanciullo, che, piccolo Descartes, non si
sentirebbe, necessariamente, di yewzeltre loul en question, 138 divenendo,
così, essi proprio, i fanciulli, i veri creatori della lingua, e tanto più
quanto più dimentichi o dispregiatori di ogni eredità sociale o spirituale, e
cioè futuristi ad oltranza. Mentre il vero è che, non solo la coscienza
comune e cioè precisamente di quei grandi fanciulli che sono i
popoli nella loro immensa maggioranza di individui non sogna
neppure la possibilità di far della filosofia novatrice o creatrice onde la impossibilità,
per esso, di yemettre en question alcunchè di quanto spiritualmente ha
ereditato dai suoi ante-nati, ovvero anche solo di agire alla luce del gran
lume della dea ragione quanto, eziandio, gli stessi filosofi,
avendo appreso da Platone e da Kant della naturale originaria limitatezza del
nostro sapere, non si attendono minimamente di porre in dubbio simile verità,
e, per ciò contrariamente al Nietsche, e sì, pure, a qualche altro
odierno pensatore fra noi si guardano bene dal ritenere la propria
opinione personale al di sopra delle condizioni universali in cui essi
vivono, e, a meno di esser folli, non pretendono, certo, di essere dei
supermomini. È, dunque, evidente, che le leggi della grammatica, ben
lungi dall'essere forme arbitrarie del nostro pensiero, sono, invece,
espressioni il più possibile adeguate e indispensabilmente zecessarie delle
proprie sue leggi, risultanti, tali espressioni, dalla congruenza attiva e
costante collaborazione del nostro pensiero colla natura e col gruppo umano
di cui siamo parte. E, si noti bene, tale collaborazione onde la
fissità ed universalità del linguaggio, nella immutabilità e universalità
delle sue espressioni e delle sue forme logico-grammaticali non riesce punto
come piace di opporre agl'intuizionisti a ricoprire i nostri stati d’
animo più personali come di una guaina impersonale fabbricata dalla
società. In verità, questa preoccupazione avvertita prima e più di
ogni altro da Bergson è priva di ogni fondamento, in quanto i rigidi
comuni schemi delle forme logico-grammaticali in cui il pensiero, come
contenuto rappresentativo, deve poter essere constretto, qualora voglia
essere, davvero, strumento di conoscenza, se valgono, per l’ appunto, ad
acqui. stargli in quanto tale valore universale e necessario che
altrimenti, abbiam detto, non avrebbe, e non potrebbe in niun altro modo
avere non riescono, peraltro, ad impedire affatto, anzi nè pure minimamente
ostacolare, in quel È suo moto spirituale verso la conoscenza delle cose,
la naturale incomprimibile sua /endenza alla forma soggettiva. E, in
realtà, vi ha, per caso, corrente di pensiero che non presenti delle
particolarità che la distinguano nettamente da quella dello stesso
pensiero presso altri soggetti conoscenti? Senza pur dire che la stessa
particolare corrente di pensiero, che è È propria di ognuno di noi, può,
con tutta facilità, variare da un tempo all’altro. E tali particolarità,
che costituiscono ‘accennavamo come una frangia od alone del pensiero,
possono paragonarsi a quello che sono gli ipertoni rispetto p al tono,
per cui strumenti diversi possono riprodurre diversamente lo stesso tono: ed il
motto comune /o stile è l' uomo vuol esprimere, per l’ appunto, questa
qualità individuale, 0, A dirò così, particolare colorito espressivo, che
il pensiero, pur È nella medesimezza del suo valore oggettivo, 0
significato rappresentativo, tende ad assumere presso le singole
menti, onde la facilità con cui noi riusciamo a distinguere o
riconoscere, come se le avessimo davvero incontrate, od avute _
famigliari, oltre che le creature di ALIGHIERI (si veda0 e di
Shakespeare, e le figure di VINCI (si veda) e del Rembrandt, e i motivi
di Beethoven e del Wagner, le immagini, altresì, rampollate da una
medesima sorgente spirituale d'ispirazione e recanti, | quindi, una
medesima impronta dele, come l’immagine dell'amore cantato da Dante nella
Vita Nuova, e quel offertaci da tutti gli altri poeti del dolce stil
nuovo, non meno de Tue che da Petrarca nel suo Carzorziere e da
Shelley nel suo Epipsychidion ecc. Ed, anzi, quanto più netta e rilevata
è la personalità del soggetto conoscente, tanto più chiaro e
inconfondibile è il colorito espressivo delle sue creazioni intuitive. E
poichè, pertanto, tal colorito raggiunge la più singolare sua tonalità
individuale e la più sicura sua espressione caratteristica proprio nell’ àmbito
della coltura dove, appunto, vige assoluto l’imperio delle forme
Jogico-grammaticali, più che nell'àmbito di quella esperienza comune, in
cui, invece, è quasi completa /’assezza di tali forme, ragione per cui il
parlare di due persone volgari od incolte presenta una uniformità o
identità formale di espressione che invano noi cercheremo nel parlare di
due persone colte, e più invano ancora se, per giunta, di diversa educazione
mentale, come un valente letterato ed un grande scienziato non è gioco- forza concludere che le
forme logico-grammaticali, ben lungi dal distruggere o comprimere,
comunque, la naturale tendenza del pensiero alla forma soggettiva, son
proprio quelle, invece, che, mediante, appunto, la infinita loro varietà
d'intreccio, ed intreccio infinitamente variabile, offrono al pensiero
di ogni singolo soggetto conoscente la più larga possibilità di
rivelare ed affermare quella sua tendenza, nel tempo stesso che prendono
ad acquistare alle sue intuizioni un valore universale e
necessario? Altrimenti come spiegare che cotale tendenza, se non
manca del tutto, è, senza dubbio, punto punto rimarchevole nelle
espressioni delle persone incolte, e manca, altresì, nei fanciulli, che,
al pari di queste, ignorano ancora l’uso delle forme logico-grammaticali? In
ogni modo, non si può negare che pensare significa, in un certo
senso, scegliere: e noi scegliamo, infatti, così nel ragionamento, in cui
cerchiamo come il punto di passaggio da un pensiero all'altro, come nelle
intuizioni, cercando gl’elementi necessarî maggiormente rappresentativi,
ed eliminando gli insignificanti. E proprio in sì fatta scelta, colla
genialità della potenza intuitiva del soggetto conoscente, si rivela, altresì,
e con non minore evidenza, la particolare tendenza espressiva di esso;
giacchè tale tendenza si rivela precisamente nel configurare (e cioè coordinare
e subordinare ch’esso fa) quegli elementi alla stregua, dirò, di un
comune denominatore (e cioè dell’ essenza del reale che è obietto dell’
intuizione, od anche solo di quel particolare aspetto di esso che si
vuole porre in rilievo), e colorirli, altresì, d'un medesimo zoro (quello
offerto od imposto dal carattere sentimentale proprio del soggetto conoscente).
Ed ecco, in tal modo, per dirla con
parole di Croce stesso la ballatella di Cavalcanti ed il sonetto di
Angiolieri, che sembrano il sospiro o il riso di un È istante; la
Commedia d’ALIGHIERI (si veda), che pare riassumere in sè un millennio
dello spirito umano; le Maccheronee di Merlin Cocaio, che sghignazzano
sul Medio Evo tramontante; la elegante traduzione cinquecentesca
dell’Ewesde di Caro; l’asciutta prosa di Sarpi e quella gesuitica frondosa di Bartoli. Nessuna
meraviglia, quindi, che cotal forma di pene. sare, propria di ognuno di
noi, si rifletta persino nei singoli È frammenti delle nostre serie di
pensieri, come non di rado ci provano quegli elaborati 4 mosaico di qualche
alunno, nei quali la varietà di stile dei diversi autori, i cui brani
di. pensiero concorsero alla formazione di tal mosaico, si
mos Breviario che noi proviamo all’ improvviso apparire di una parola
od espressione di lingua straniera nella nostra, non devesi, forse,
alla interrotta uniformità di stile o colorito espressivo ? E non è
questa, altresi, la causa della gradevole sorpresa o disgusto, che, lungo
il procedere discorsivo proprio di una scienza, ci procura così l’
incontro di frasi tutte proprie del dizionario di un’altra scienza,
inserite o non a proposito, come l’uso di forme di ragionamento estraneo
alla sua tecnica logica, dato che ogni scienza, anche, ne possiede una? E
la mescolanza del parlare volgare col letterario non ci procura anch’essa
disgusto per la medesima ragione? Ora, se cotal naturale e, veramente,
insopprimibile tendenza del pensiero a forme espressive
individualmente caratteristiche o caratteristicamente individuali, pur
nella loro universale intelligibilità, riesce ad affermarsi e
raggiungere le più tipiche o singolari sue forme espressive
precisamente nel campo della coltura, in cui il rispetto alle forme
della grammatica e della sintassi è, come sappiamo, condizione sine
qua non per l'accessit in esso dei soggetti conoscenti, non si deve, per
ciò stesso, riconoscere senz'altro, che sì fatte norme sono, per lo meno,
ben lontane dall’oscurare od assorbire, nella loro universale uniformità, il
particolare colorito espressivo di ogni singolo soggetto conoscente ? E
ciò stesso non ci obbliga, d'altro canto, ad escludere, altresì, che esse
possano essere, o siano meri giochi di artifizio, od anche forme
puramente convenzionali da noi arbitrariamente imposte al pensiero?
Giacchè, senza dubbio, in tal caso come giustamente opinano gl’
intuizionisti esse sarebbero riu-scite o bene riuscirebbero come ne fan prova
le forme artificiose del Volapik dell’Esperanto e DEUTERO-ESPERANTO, e
dell’ Interlingua ad impedire l’aftermarsi ed esplicarsi della tendenza
del pensiero alla forma soggettiva, pur riuscendo questa ad estrinsecarsi è
tutto dire anche nei casi di natura patologica, I quali, invero, a
dissoluzione compiuta della personalità normale ci fanno assistere, con
tutta evidenza, alla for- o mazione di nuove personalità, che,
indeterminate dapprima, si vanno, poscia, progressivamente affermando,
fino ad assumere fisonomie del tutto diverse dall'antica, e nei soggetti
ipnotici, poi, l'assunzione di fisonomie nuove si mostra pos: sibile
anche dietro la semplice adozione di un nome. Or tutto. ciò non deve
necessariamente convincerci della naturale ragion d'essere delle forme
logico-grammaticali, onde l'estrema assurdità della pretesa di Croce di volerle
soppresse; il che egli credette di poter fare vietando, con un
tratto penna, l'insegnamento della grammatica nelle nostre scuole?
Pretesa che, certo, non sarebbe nè pur balenata alla sua mente, se questa
avesse avuto il potere di accorgersi che sì fatte forme, oltre che
esigenze fondamentali imprescindibili per la funzione d'intelligibilità
del pensiero, sono, altresì, il fondamento stesso della esistenza di
quest'ultimo, in quanto, appunto, condizioni e termini, ad un tempo, del
nostro fersare? Infatti, non riuscimmo noi a provare innanzi che le
forme logico-grammaticali altro non sono e non vogliono essere, in
sostanza, che espressioni pure e semplici delle relazioni 0! rapporti che
intercedono tra le cose, o tra i singoli elementi di esse, così come le
singole voci o parole non sono che i termini puramente drdicazivi di esse
cose, o dei singoli loro elementi? E come potrebbe, adunque, darsi
conoscenza i intuizione di una qualsiasi cosa fuori, appunto, delle
relazioni con altre cose, o dei rapporti che intercedono i suoi stessi
elementi (70%), sì che possa ritenersi, cotalé intuizione, tutt'altra
cosa che una sintesi, appunto, ri mente coerente di rapporti logici? E
se, adunque, cote rapporti sono, con tutta evidenza, i so/é termini del
nos TORRE pensare, non è, perciò, da ricercarsi unicamente nella
loro netta distinzione e preciso loro significato, o valore logico,
la più netta e precisa intelligibilità della realtà? Nessuno, infatti,
ignora la confusione od oscurità che, immancabile, procura al pensiero la
insufficiente distinzione formale del valore logico-grammaticale di
qualche termine del nostro pensare, come, ad esempio, quella che ricorre
nel famoso responso dell'oracolo a Pirro, che gli ha chiesto se sarebbe
riuscito vincitore nella guerra contro i Romani: Aio te, Aeacide, Romanos
vincere posse. E ciò per di più accade non solo in rapporto al
valore logico delle espressioni, e cioè in tutti i casi che diciamo d’ANFIBOLOGIA,
ma in rapporto, altresì, allo stesso SIGNIFICATO intuitivo della parola, e
cioè anche nei casi in cui questa possiede UN DOPPIO SIGNIFICATO, onde la
famosa quanto ironica lode al debito di Berni: Debito è fare altrui
le cose oneste dunque fare il
debito è far bene. Non solo: ma lo stesso ORDINE DELLE PAROLE nel
discorso non asconde anch'esso il suo valore logico? Quante volte,
infatti, il predicato non occupa esso il posto del soggetto, per
richiamare su di sè l’attenzione e porre, quindi, in vista tutto il valore
in esso riposto dal pensiero? Valgano di esempio le seguenti espressioni.
Mobile e grande, veramente, la persona del Re!; e/ix qui potuit rerum
cognoscere causas. Spesso, ancora, il predicato logico è il soggetto
grammaticale o l'aggettivo che l’accompagna: « 7% sei l'uomo! Tutti gli
invitati sono arrivati, per dire appunto che gli invitati che sono
arrivati sono ## quelli che erano attesi. Invece nella frase, il danaro è
dentro lo scrittoio, quali dei tre elementi può dirsi preponderante o di
maggior rilievo? Non si sa, perchè potrebbe essere così il primo (danaro),
come il secondo (dentro), come anche il terzo (scrittoio). Tutto sta nel
cogliere od indovinare il pensiero o L’INTENZIONE intenzione di colui che parla
[GRICE, UTTERER’S MEANING]; ma dicendo io: è dentro ll scrittoio il
danaro, chi non comprende che l'elemento essenziale è, qui, scrittoio? Ma
potrebb’essere anche dezzro. non ricorriamo, per ciò, in sì fatti casi, e
cioè in manca È. di una qualsiasi specificazione anche in ordine al posto
occupato dalla parola nel discorso, ad una particolare accentuazione o zoro,
col quale prendiamo ad esprimere o pronunciare la parola in questione, e
cioè, nell'esempio addotto, accentuando la voce su denaro, dentro, o scrittoto?
[GRICE: IMPLICATURES OF STRESS]. E se, adunque l’intelligenza ha dovuto
ricorrere fino a simili SOTTIGLIEZZE [IMPLICATURE] pe rendere la lingua
più che mai duttile e perfettamente obbediente ai più lievi moti del pensiero,
non è semplicementi assurdo e ridevole, insieme, chiedere come fanno gl’intuizionisti
l'abolizione addirittura delle forme sin tico-grammaticali per
l’espressione del nostro pensiero? E tuttavia, il tentativo di cotal
soppressione non è stato, fors già, magnificamente compiuto dai
rappresentanti del futurismo? E con quale risultato, per la funzione
intelligibile del pensiero, sa molto bene chiunque abbia avuto occasione di
ammirare qualche saggio dei prodotti artistici di questa nuova
letteratura, il cui merito è precisamente nella mapei imintelligibilità delle
loro espressioni. È Qual meraviglia, quindi, che, in sì fatto caso,
co espressioni, appunto perchè asso/uiamente individuali ri gano,
per davvero, assolutamente intraducibili ed inclascabili? Ma è, dunque, sol
perchè zrsntelligibili, come noi affrettammo a dichiarare innanzi: onde la
conseguenza tangibile, ora, che l'elemento veramente intraducibile in una
forma di conoscenza dichiarata universale e necessaria, non può essere, e non
è, che unicamente e precisimente il particolare COLORITO ESPRESSIVO [FARBUNG –
GRICE] di ogni singolo soggetto conoscente, val quanto dire unicamente la
sua forma mentis, e non già pure il corzerzto oggettivo delle sue
espressioni o intuizioni, come sostiene Croce. Altrimenti
saremmo costretti a chiedergli perchè egli, pur convinto
dell’assoluta impossibilità di renderci, comunque, anche IL SIGNIFICATO ideale
delle immagini estetiche, oltre che la loro forma o COLORITO ESPRESSIVO, potè,
nondimeno, decidersi al tentativo di darci la traduzione sia qualsivoglia
il valore di questa di talune liriche di Goethe: ed in tal caso a lui non
rimarrebbe che: o riconoscere semplicemente pazzesco tal suo tentativo appunto
perchè senza scopo di sorta; oppure confessare il proposito, da parte
sua, di darci, a fianco o di È fronte all'opera d’arte dell’Apollo
Musagete della Germania, DI un’altra opera d’arte non meno grande e
perfetta di quella, E E sia pure: ma perchè, intanto, credette di far
passare s0//0 il nome del Goethe il contenuto ideale di quelle sue
tradu-zioni, e non già sozto il proprio suo nome, se vero è che, col i
mutar dell’originaria forma espressiva di un’opera d’arte, pi. muta,
altresì, il proprio contenuto rappresentativo? È se, pertanto, Croce crede
di attribuire al Goethe e non a sè i fantasmi ideali o l’ideale
fantastico espresso da ognuna i di quelle liriche da lui tradotte, non,
forse, ciò stesso vuol È | significare, anzi testimoniare, che
l’intraducibilità è solo della È forma espressiva e non già pure del suo CONTENUTO
RAPPRESENTATIVO [GRICE, CONTENUTO PROPOSIZIONALE], se questo vien senz'altro
riconosciuto e dichiarato dell’azzore e non già del traduttore? Se così,
di fatti, non vaemtetizizo fosse, con qual miracolo di
pensiero, egli proprio, accanito bi | assertore e propugnatore
di cotal peregrina teoria dell’assoluta intraducibilità del pensiero altrui,
sarebbe mai giunto, poi, sino a distinguere addirittura dei cicli
progressivi «i SENO di prodotti estetici inerenti ad una « wedesima
materia », R =* sf Da = LL come ad
esempio la materia cavalleresca durante
la rinascenza italiana da Pulci ad Ariosto? Mentre, a rimanere
strettamente fermi o coerenti con la sua teoria, noi, non solo non
dovremmo assolutamente poter distinguere 7224/% di nulla in un'opera
d’arte, ma neppure la szessa maderia di un'opera da quella di un’altra;
fino al punto che, qualsi distinzione come, ad esempio, quella di
attribuire il contenuto del Decamerone a Francesco d’ Assisi e quello dei
Fioretti a BOCCACCIO (si veda) sarebbe la più naturale e bene informata
di questo mondo, precisamente come la su contraria ? È questo, infatti,
l’assurdo, possiam dire tangibile, cui direttamente mena » della.
sua dottrina estetica? Il che è tanto vero che proprio io mancato
riconoscimento del valore gnoseologico di tal principio ha tratto Croce il
preteso interprete autorizzato | della dottrina vichiana : autorizzato a
giudizio suo proprio, o di chiunque si voglia a non comprendere aftatto
nulla di tale dottrina, posto ch'egli è riuscito non solo a
falsarla nell'intimo e vero suo significato, quanto a spogliarla,
altresì, di tutto il suo valore filosofico. E mi darò a provare ciò
rapidissimamente, con l’opera di Vico in una mano, e quella 3 di Croce
nell’altra, sì che ognuno abbia modo di convincersi, ancora una volta, come, in
realtà, sia proprio nell’ abito mentale di quest'ultimo interpetrare @
suo 2040, e cioè | nella maniera più capricciosa ed arbitraria per le
ragioni | più volte dette innanzi il pensiero degli scrittori di
cui| si occupa, e specie allorquando l’opera di questi rientra più
direttamente, od essenzialmente, nel dominio dell’arte, o delle dottrine
estetiche. Mi affretto per ciò ad iniziare senz’ altro l'esposizione del
pensiero vichiano, rivolgendomi in particolar modo a coloro che non hanno
avuto occasione di leggere ji la Scienza Nuova ; ragione per cui comincio
proprio come Vico col ricordare loro la necessità o bisogno da
questi avvertito prima di entrare nella diretta trattazione dell’opera
sua di far notare al lettore come il sistema naturale del diritto delle nazioni
di tutti e tre i più celebri | uomini del suo tempo Grozio, Seldeno e
Pufendorfio debba a parere di lui
il suo più grave difetto al fatto. che nessuno dei tre pensò
stabilirlo sopra la Provvedenza divina. Mentre si sa che, per scuoprire
sicuramente | le vere e finora nascoste origini » di cotal dritto, che
investe Principi di Scienza Nuova; a cura di Ferrari, Milano, e concerne
religione, lingue, costumanze, legge, società, g0verno, domicilio, commerci,
ordini, imperj, giudici, pene, guerra, pace, rese, schiaviti, allianse,
insomma duéte le cose divine e umane, occorre, anzitutto, ed
imprescindibilmente, ricercare ed ammettere l’idea di un ordine
universale ed eterno. Altrimenti, come spiegare quel senso comune del
genere umano, o che è lo stesso quella certa mente umana delle
nazioni, che, usando per me227 quegli particolari fini perseguiti dai
singoli individui e « per i quali essi andrebbero a perdersi », dispone
tai fini, fuori e bene spesso contro ogni proposito degl’individui
stessi, a un fine wziversale? Non è, quindi, da meravigliare che cotale /dea,
sotto l'aspetto, appunto, di Pyrovvedenza ordinatrice di tutto il diritto
natural delle nazioni, debba necessariamente rimanere /a fri2a o
principal fondamento di ogni qualunque lavoro » del genere, e, per
ciò, essa non manca, e tale si dimostra per tutta l’opera sua.
Si noti, però, che, in quanto tale, essa non può, naturalmente, non
possedere due propietà primarie, che sono: una /’immutabilità (o
necessità ch'è lo stesso) l’altra /’uzs-versalità; giacchè solo in forza di
codeste proprietà potè venir concesso ad essa « Provvedenza, o Divina
architetta [cf GRICE INGENGNERO] di mandar fuori il mondo delle nazioni colla
regola della sapienza volgare: e cioè di quel senso comune come dicemmo
di ciascun popolo o nazione, che rego. la nostra vita socievole in tutte
le nostre umane azioni, così che facciano acconcezza in ciò che ne
sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione. La convenienza,
poscia di questi sensi comuni di popoli o nazioni tra loro tutte è
la sapienza del genere umano. La quale, per ciò, mane, evidentemente,
come il principio informatore delle utilità o necessità umane
uniformemente comuni a tutte le particolari nature degl’uomini: il frutto
avrebbe. qui detto lo Hegel dell'ASTUZIA [GRICE CUNNING] della ragione. Giacchè,
n sostanza, cotal principio universale, o Divina Provvidenza, non è, pel nostro,
che, per l'appunto, / agwadità dell'umana ragione in tutti, ch'è la vera
ed eterna natu umana: val quanto dire, più semplicemente, 2° dello
spirito, il quale soltanto, in verità, è il princi reale ed assoluto che
informa e dà vita a questo mondo di Nazioni. E, poichè,
intanto, la lingua è l’espressione più univer. salmente intelligibile e
sicura dell'attività spirituale, è turale e conseguente ammettere, che,
qualora essa voglia rimaner, davvero, una forma espressiva wrzversalmente
e ecessariamente intelligibile, debba recare quei due medesir caratteri,
o froprietà primarie, riconosciute all’attività spi tuale. Onde la
necessità intesa bene da Vico di collegare com'egli fa i due motti
che per lui voglio rispettivamente esprimere il carattere di universalità
e ne di Cfr. anche Degnità: «Il senso comune è un
giudi; senza alcuna rifessione, comunemente sezzizo di tutto un ordine,
da tutto | popolo, da tutta una Nazione, o da tutto il Genere wmano. Principi
di Scienza Nuova°, Ed. Truffi Milano J N i CI
EPA AR, i Da cessità del LINGUAGGIO: «a /ove principium
Musae col quale,
addirittura, egli apre la Scienza Nuova — e « as gentium, © sia la
favella immutabile delle nazioni », a quell’altro motto, espressivo
dell'universal principio ch'è lo spirito : Jovis omnia plena. Ed
ecco, così, nell’ « Z4ea tutta chiusa in questi tre motti i*primi due dei
quali, già, possono dirsi bene sottintesi, o sinteticamente ricompresi dall’
ultimo quella chiave maestra, l’espressione per immagini
allegoriche, col suo mirabile segreto, il carattere di unzversalità,
che ci consente, senza dubbio, la più coerente e stupenda visione
sistematica di tutto quel complesso di verità e prove ti di fatto
intorno all'origine, essenza e sviluppo della lingua, che ci rivela
e dette, davvero, una scienza z%ova. E, in realtà, non si può negare
che il carattere o va-lore intelligibile della lingua o della conoscenza
intuitiva, ch’è lo stesso, è strettamente dipendente e correlativo alle
modificazioni della nostra medesima Mente umana. E poichè questa
raggiunge il suo pieno sviluppo a traverso tre fasi — che preannunziano i
#re stati di Comte, non sono, per ciò stesso, da ammettere tre diverse
forme o gradi di conoscenza poetica o intuitiva? Quella della prima
età, detta « divina », in quanto comincia dagli Dei, « con gli
auspici di Giove, e, fatta, per ciò, tutta di « parlari divini ritruovati
dai Poeti Teologhi, che ben « s' intendevano del parlare dei Dei. E quest'età
continuandosi in un secondo momento per
g/i ZEro:, dette luogo alla sapienza eroica, per ricongiungersi,
infine, col tempo storico certo delle nazioni; tempo in cui
si . ù = o dda ebbero, appunto, quei parlari per
rapporti naturali, che dipingono descrivendo le cose medesime che si
vogliono esprimere: della qual lingua si ritruovarono già forniti i Dopo
greci a’tempi d’Omero. i Ora Croce non ha del tutto schernevolmente
quanto inconsapevolmente negato ogni valore filosofico a codesta
distinzione do Vico, distinzione che pure involgé od esprime, | in
realtà, la norma e forma, insieme, veramente fondamentale ond'è governato e si
esplica lo sviluppo della conoscenza, e rimane, altresì, una delle più comuni
verità della. nostra esperienza ? Infatti, che cosa vuol dire, qui, il
Vico, tenendo bene presenti le premesse da noi dianzi a bella.
posta richiamate della sua dottrina ? Semplicemente questo. com’egli,
poscia, in lungo e in largo si affretta a chife rire e dimostrare lungo
tutta l’opera sua: che i primi uomini, privi ancora di favella, o di
par/ari convenuti, non potevano, naturalmente, intendersi fra loro che
ricorrendo precisamente come i Mutoli a
cose ed atti che avevano NATURALI RAPPORTI ALL’IDEE CHE ESSI VOLEVANO
SIGNIFICARE, come, per l’ appunto, ci provano le cinque parole reali con
cui Idantura, Re degli Sciti, risponde a Dario Maggiore, che gli aveva intimato
guerra Man man. E qui, molto acutamente, Vico nota: e avvenne che quasi
tutti i popoli della Grecia ognun pretese essere Omero s cittadino, è
appunto perchè, avendo questi /essuzo i suoi poemi con i mig parlari di
tutta la Grecia, ciascun popolo avvertì in questi poemi i suoi nai
parlari, onde ritenne Omero della propria terra: il che val quanto dire:
carattere più universalmente espressivo acquistato, appunto, dalla
lingua quest’ultimo in confronto di quella di ogni altro del suo
tempo. Le cinque parole reali furono: una ranocchia, un topo, un
uccello, dente d’aratro ed un arco da saettare. La ranocchia significava
ch’ esso nato dalla terra della Scizia, come dalla terra nascono,
piovendo 1’està, ranocchie e di esser figliuolo di quella Terra ; il 4050
significa, esso € topo dov'era nato, aversi fatto la casa, cioè aversi
fondato la gente; /’wece SME però, il genere umano, venendo in
possesso della favella, cominciò a sostituire alle immagini yea/ delle
cose le immagini 272424ve di esse. E però s'intende di leggieri queste non
sarebbero mai potuto divenire mecessaziamente intelligibili fer #/#, qualora
non avessero avuto a fondamento un'idea universale, 0 un pensiero (a
tutti) comune, come, per l'appunto, una qualche cognizione di Dio o della
Divina Provvedenza, di cui, certo, essuzo andava privo. E quale
idea o cognizione più generalmente nota, o a tutti comune, di quella di
Giove, dato che «7 primi popoli erano incapaci d’universali? Ed ecco,
ora, svelato a pieno, e in tutto il suo valore gnoseologico, il segreto
della chiave maestra dell’opera vichiana: l’idea della divinità, in funzione di
categoria dell'uzzversale, pel suo carattere appunto di universalità. E
così Giove nacque in Poesia naturalmente Carattere Divino significa, avere
in esso gli auspici, cioè, che non era ad altri soggetto che a Dio; l’aratro
significa aver esso ridutto quelle terre a coltura, e di averle dome, e
fatte sue con la forza, e finalmente l’arco da saeffare significava
ch’esso aveva nella Scizia il sommo imperio dell’armi da doverla e
poterla difendere. In conclusione, egli, Dario, « contro la ragione delle
genti », gli avrebbe portata la guerra. Veggasi Degnîtà LVII, in fine:
Alla qual FAVELLA (FABVLA) NATURALE (per atti o scopi, ch’avevano
zazzrali rapporti all’ idee ch’essi volevano significare) dovette succedere la locuzion
Poetica per immagini, somiglianze, comparazioni, e naturali propietà.
Questa Degnità è anche il principio dei geroglifici, coi quali si trovano
aver parlato tutte le nazioni, nella loro prima barbarie. E cfr. anche Degnità:
Zdee uniformi nate appo întieri popoli tra essi loro #0n conosciuti
debbono avere un mwofivo comune di vero. Ed altrove: Col carattere divino
di Giove, che fu il primo di tutti î pensieri umani della gentilità,
incominciò parimenti a formarsi la /ineua articolata con l’onomatopea, con la
quale tuttavia osserviamo spiegarsi felicemente i fanciullini: ed esso
Giove è da’ Latini dal Yragor del tuono detto dapprima Iovis; dal fischio
del fw/mine, da’greci è detto Zi03; dal suono che dà il fuoco, ove brucia,
dagli oriertali dovett'essere detto Ur; onde venne Urim, la potenza del
fuoco, dalla quale stessa ragione dovett' a’greci venir detto Odpavés il
Cielo, ed a' Latini il verbo Uro bruciare. E così via ancora, per lunghe
pagine. Ù in alte pet ST-PTRE WEST] gie tificazione,
del segno con la cosa significata, per cui non da meravigliare sia
accaduto che il significato immaginativo della radice e noi avemmo testè
occasione di convincercene sia riuscito a cancellarsi, per non esprimere,
poscia, la parola, che il concetto. Non solo: ma giunto il
pensiero. a sì fatto grado di sviluppo, e cioè a liberarsi da
qualsiasi, schiavità rispetto alle immagini sensibili, e divenuto, per
ciò | stesso, padrone assoluto del materiale della conoscenza, è
naturale che la parola, oltre che ogni traccia del significato radicale,
venga a perdere, anche, ogni autonomia, col pren dere a significare
unicamente ciò che al pensiero importa che significhi : diventa, cioè,
quello stesso che è IL SEGNO algebrico, perchè il concetto rimane, così,
definitivamente fissato nella sua generalità; nè basta ancora: chè
essa) acquista, altresì, la capacità di divenire il soggetto di
tutti. nessi possibili, appunto perchè scomparso in esso quel SIGNIFICATO
RADICALE, che, presente ancora, avrebbe ciò reso impossibile, o non poco
difficile. Si spiega, quindi, chiaro, adesso, perchè,
nell’ascoltari un discorso come innanzi osservammo noi, ben lungi dal tradurre le parole
in immagini della fantasia il che
darebbe luogo è facile supporre a quale tumulto e confusione nella
mente! riusciamo ad afferrare
immediatamente, e con tutta precisione € determinatezza, il senso di
esso. Come, quindi, la duttilità della lingua, e cioè la scente sua
perfezione e precisione come strumento d conoscenza, non devesi
essenzialmente all’ intelligenza? noti bene Croce che NON È PER ARTIFIZIO,
o per la natura tut propria dell’Aomo faer come assevera Bergson la
lingua diventa, progressivamente, strumento di conosc o attività
veramente conoscitiva, col progressivo svilu dell'attività
razionale; così come non è per artifizio o STE priccio che il bambino
pure, coll’affermarsi anche progressivamente del potere della ragione, viene
via via dispogliandosi di tutti i più bassi ed oscuri suoi istinti; ma
unicamente e necessariamente perchè solo a mezzo dell'attività
razionale e cioè in quanto %omo sapiens : la pensi pure al contrario
il Bergson è consentito alla coscienza
umana di elevarsi dal mondo della sensibilità a quel mondo di valori,
che è appunto il mondo dello spirito: condizione essa appunto, la
razionalità, di tutti i valori, perchè condizione size gua won della vita
stessa dello spirito. Ora, poichè l’arte
per affermazione di Croce stesso è il fondamento del mondo dello
spirito, in quanto, difatti, non si può revocare in dubbio, che la
espressione per 77224gini, o poesia, è, « per necessità di natura, e lo
provammo bene innanzi la prima operazione della mente umana », e
per ciò « la lingua materna del genere umano », si può, eo ipso,
concludere col Croce che gli uomini tutti debbono ritenersi poeti ad un
modo? Eppure, oltre la grave fondamentale difficoltà, che in
maniera fix che mai varia, pei singoli soggetti conoscenti, oppone la
insufficiente esperienza, che, in generale, noi si ha della vita interna
delle cose, perchè ci fosse dato di cogliere ad un modo la individualità
vera e propria di esse o della vita intima del reale come innanzi ampiamente mostrammo, non,
fors’ anche, giusto l’ altro grave
impedimento posto in luce dal Bergson fra la natura e noi (che dico?
fra noi e la nostra coscienza) s'interpone un velo, velo spesso per
gl’uomini comuni, velo leggero, quasi trasparente per l'artista ed il
poeta? Quel velo che, impedendoci, ‘naturalmente, di farci vedere e
comprendere le cose per sè stesse, ce le mostra, invece, 7 Riso pp.
142-143; Laterza, Bari; . ea DETTO, \
o VI d Y A Ti, A TRES unicamente sotto
il rapporto che esse hanno coi nostri bisogni, e punto, già, nel loro
naturale clinanzer, o tendenza che le trae a perseverare nel proprio essere. Di
guisa che, di solito, noi non vediamo e sentiamo del mondo esterno
| che solo ciò che i nostri sensi ne traggono per illuminare. la
nostra condotta, e, quindi, essi non ci danno della realtà che una
semplificazione pratica », così come noi non conosciamo, ugualmente, di noi
stessi « che quello che affiora alla superficie e prende parte
all’azione, e cioè non altro che È lo spiegamento esterno della nostra
coscienza, e non già i nostri stati d'animo che si nascondono a noi in
quello che i hanno di intimo, di personale, di originalmente vissuto (1
e. Di conseguenza noi saremmo stati realmente Zulli artisti, solo se la
realtà avesse preso a co/pire direttamente i nostri sensi e la nostra
coscienza », e, quindi, fossimo potuto. entrare in comunicazione immediata
con le cose e noi stessi », giacchè, in tal caso, la nostra anima sarebbe
riuscita a vibrare all’ unisono con la natura. E come, in realtà,
negare che codesto velo abitualmente ed istintivamente se non fatalmente e inevitabilmente,
secondo il Bergson si interpone davvero tra la natura e noi, e fra.
noi e la nostra coscienza, ed è spesso, certo, fra gli uomini comuni, e
leggero e quasi trasparente per gli artisti e poeti, per non ritenere
tangibile, a dir così, l’ assurdità dell’ affe mazione crociana: che noi
si sia #ut: poeti, e ad un modo E sì che è anche comunemente noto,
in quanto cano fondamentale per l’arte e per la vita di essa, e da Cr per giunta, come da niun altro,
forse, di continuo ricordai che
l’opera d’arte dev'essere spoglia di ogni fine inter .
2190902 sato che non fosse, appunto, la più adeguata e genuina
espressione o rivelazione della vita intima del Reale, ragione per cui
diciamo, a tal proposito: che l’arte uéto fa e nulla si scopre, se non
appunto tale intimità di vita delle cose. E allora? i Allora risulta
in ogni modo evidente, che se Croce che pure ha scritto un enorme trattato di
Logica avesse avuto una cognizione
chiara ed esatta dei processi logici onde il nostro pensiero tende come ampiamente vedemmo innanzi ad affermarsi,
appunto, compiuto e coerente organismo logico, indubbiamente, prima stesso
di negare ogni valore alle forme grammaticali del linguaggio, egli si
sarebbe ben guardato di non riconoscere alcun valore alla distinzione
delle tre fasi di sviluppo dell'attività conoscitiva. Fasi, che, in
verità, noi possiamo ridurre senz'altro a due, in quanto,
produttrici entrambe, le due prime, d’espressioni per #rasporto o
metaforiche, la distinzione fra esse viene ad essere, naturalmente,
puramente empirica: e, per ciò, mentre l’una
sintesi delle due prime
rimane creatrice di roi poetici: frutto, appunto, d’intuizioni per
serzgdianza di cose conosciute ; l’altra affermasi creatrice d'immagini
proprie: frutto di diretta intuizione della realtà. Ora, con tal
riconoscimento, è chiaro che il pensiero crociano avrebbe evitato
senz’altro di cadere in una posizione davvero sconciamente
contradittoria. Giacchè, mentre, da un lato, egli ammette bene, col Vico,
che alle origini il pensiero umano, non saffiendo la causa delle cose,
non può, di zecessità, non intuire o concepire la realtà che per
immagini (e solo metaforiche, già), ragione per cui l’uomo non può,
originariamente, non essere foeta (e cioè facitore appunto o creatore d'
272722g7777,come udremo più in là proprio dal nostro), dall’ altro,
contrariamente al Vico, e, quindi, in Fi RARO
VAL ARE cn pp o ped Be 5 iti vien ile x he Masi
RUE ITA TIA RITA fg AI #i% Mes E contradizione con tali
premesse, prende senz’ altro a concludere che l’arte (frutto, adunque, per
quest’ultimo, della seconda fase di sviluppo del pensiero, o, possiamo
dir pure, del secondo momento dialettico del pensiero, in sintesi,
già, col primo, giacchè solo allora, in verità, esso riesce a
creare l’immagini proprie delle cose o della realtà) è « il momento
È della barbarie e ingenuità dello spirito: come dire quel tale «
persar da bestie », tutto proprio di quel primo momento, in cui, per recessità
di natura, € necessità insuperabile lo spirito non può creare che per simzglianza
di cose conosciute, e, per ciò, non altro che #raslati. E cioè quei tali tropi
poetici, o immagini metaforiche, o figure retoriche, che nessuno, mai,
più recisamente e convintamente di Croce ha dichiarato zon arte, anzi
addirittura arzzartistiche 1 Ed è così che si ragiona? E valeva, allora,
la pena, tanti anni sono, di mettere il mondo a rumore con quella crociata,
veramente, e così 7zzz0rosa, contro lo studio, nelle nostre scuole, della
retorica, o anche solo contro la più semplice considerazione generalmente accordata
alle immagini retoriche, se queste, evidentissimamente, sono originarie
quanto necessarie forme successive di sviluppo del pensiero conoscitivo,
e per ciò frutto proprio del primo momento, quello appunto di barbarie e
ingenuità dello spirito, incapace, com’ esso è tal momento, sia « d’
intendere il ro delle cose, che appellar (queste) con voci propie? Onde un
esprimersi, naturalmente, solo « con metafore attuose, simiglianze.
Quindi, più eterna di così, in quanto tale, davvero? Giacchè, infatti, «
fer necessità di natura, la mente umana in entrambe le fasi o
= it, Za GEA e IT. Si Pu, se e SVIENE SI e_N
II Cap FA e na al sti RETTE eeti
sas momenti di sviluppo della sua attività conoscitiva, non
può | abbiamo visto riescire ad
esprimersi altrimenti che dex immagini. Ma non per questo, però, le due specie
d’immagini, o forme d’ espressione poetica, dei rispettivi due momenti, sono
senz’altro da identificare; giacchè le immagini assolutamente allegoriche e,
per ciò, del tutto fantastiche della | a Metafisica poetica: espressione
propria del fr7720 momento; rimangono sempre, pel nostro, di fronte a
quelle del tutto ragionate della Logica poetica: espressione del
secondo momento frutto genuino di
un fersar da bestie, ch îa per ciò appunto, oggidì, afpera intendere si
può, affatto imma: guare non si fuò. Giudichi, quindi, ognuno, con
quanto arbitrio ed insensatezza Croce ha preso a identificare le
due forme d' espressione, onde di rimbalzo, nel campo de cultura (dove,
purtroppo, per inerzia o per incapacità mentale, È: si reputa ed usa in
genere di pezsare e sapere col giurare in verba magistri, anche se,
talvolta, il maestro è tale, com non di rado oggidì, cui, a nostra volta,
saria vergogna ess maestro +) quella orrenda confusione tra Arte e
Poesia, pi cui anche persone dell'altezza mentale, per esempio, di
t Cesareo (che può vantare, fra altro, anche lui la concezia
di un saggio sull’Arte) è giunto con un’
ingenuità dovrebbe essere del tutto impossibile in un uomo di cultu
veramente sino ad affermare: quella dell’uomo de caverne poeta è una
figurazione graziosa ma alquanto can- | zonatoria. Canzonatoria?!!
E perchè, di grazia? Avrebb'egli pretes per caso, che quell'uomo, più che
fer immagini, e come alt mai sublimi divine nel senso vichiano, già: e cioè del tu
metaforiche si fosse espresso per concetti, e magari add Saggio sull’Arte
creatrice, Zanichelli, Bologna. RIVE, et rittura nella maniera concettuale
dello stesso maestro dell’ 27/0 puro, od anche dei suoi cuccioli
metafisicanti, dato che a questi riesce in particolar modo impossibile
concepire la realtà per immagini ? Tanto vero, che se, talvolta, vi si
provano, chi non sa per confessione loro
stessa quali immagini plebee vengon
fuori? Ora tale confusione, e nei domini della più alta cultura, non
prova, evidente, che il concetto di poesia, qual'espressione puramente per
immagini, non è stato fin qui, ch'io sappia, E, in verità, come mai il
Cesareo, che, col suo Saggio su 2° Arte creatrice, ha pur creduto di
poter fissare i lineamenti di una nuova Zsfefica ben diversa da quella
del Croce, e pigliando, già, anche lui, le mosse dalla filosofia del
Vico, la quale, al pari del primo, egli pure ha creduto di poter, qua e
là, correggere ed integrare, abbia, nondimeno, finito coll’intendere anche
lui il concetto vichiano della poesia precisamente a mo’ di Croce, e non
già nell’accezione mille volte datane dal Nostro di immagine allegorica o
metaforica, io non son riuscito a comprendere. E sì, per giunta, che anche
in questo caso il Vico, come prevedendo l’obiezione del Cesareo come,
già, l’altra del Croce non ha mancato nè pure di indicare esplicitamente
le ragioni per cui la poesia nacque prima della prosa. Da tutto ciò e cioè
dalla prova datane innanzi del carattere origizario e necessario delle
figure retoriche, per cui |’ indistru/tibilità di queste sembra essersi
dimostrato La Locuzione poetica esser nata per necessità di natura umana
prima della prosaica ; come per necessità di natura umana nacquero esse
Favole Universali Fantastici, prima degl’universali ragionati, o siano
Filosofici ; i quali nacquero per mezzo di essi far/ari prosaici;
perocchè essendo i Poeti innanzi andati a formare la Zavella poetica con
la Composizione dell’ idee particolari, come si è a pieno dimostrato; da
essa vennero poi i fofolî a formare i parlari da prosa col contrarre in
ciascheduna voce, come in un gezere, le parti, ch’aveva composta la
favella poetica ; e di quella /rase poetica, per esempio, mi bolle il
singue nel cuore, ch'è parlare per propietà naturale e/erza, ed universale
a tutto il genere umano; del sangue del ribollimento e del cuore fecero
urna sola voce com’un genere che da’ Greci fu detto oouazoi, da’ Latini #ra dagli Italiani co//era. Con ugual passo
de’ geroglifici e delle /eflere volgari, come generi da conformarvi
innumerabili voci articolate diverse, per lo che vi abbisognò fior d’
ingegno: co’ quali gezeri volgari e di voci e di lettere, s'andarono a
fare più spedit: le menti dei popoli, ed a formarsi astrattive; onde poi vi si
poterono provenir i Zi/osofi, i quali formano i gereri intelligibili: lo che
quì ragionato è una particella della. Storia dell’idee. cita e
e bd Sa id dtt bici e di dii sÎ #
te orti Ja NOI alt s Ù 4 î À) 5 x "A
i re cs = dee la 7 faro fida: 0h compreso mai da nessuno? Giacchè,
generalmente, s'è preso ritenere
come si ritiene poesia,
unicamente le espressi per versi, strofe, rime ecc., che non solo udimmo
da Vico sono le x/#me espressioni della ragion poetica, quan
altresì, può darsi bene il caso che con tutto ciò, e cioè più sonori
versi di questo mondo, non si riesca punto a f della poesia, e cioè
creare un organismo di immagini ( goriche o proprie che possano essere),
e solo, invece, organismo puro e semplice di concetti. Infatti non si
ritiene, forse, poesia, ed essenzialmente tale, dall’opera capitale di LUCREZIO
(si veda), sol perchè espressa in versi, e punto tale i loghi dell’ACCADEMIA,
a' quali possiamo aggiungere quelli du Leopardi, non che l’opera capitale
di Schopenhauer, in quanto la vincono, e senza paragone, sulla prima, per
ricchezza e potenza espressiva delle immagini? E, tuttavia, andate a dire
nel campo della cultura che queste ultime 0 sono poesia ben più vera
della prima, e cosa più mirabolante ancora esse sono, ad un tempo; opera
d’arte, appunto perchè le immagini ond?’e esprimono la vita del Reale,
oltre che singolarmente proprie, nutrite, anci più che mai di fersiero,
invece che di puro senzimento, come dal mondo turale, in genere, e da
Croce, in particolare, si pretende debbano esse; immagini dell’arte! Si
vedrà alla fine di questa nostra indagine critica a profonda rivoluzione
filosofica ha tratto il nostro pensiero codesto nuovo cetto dell’arte,
nel riesaminare che a noi, di conseguenza, s’impose stregua di cotal nuovo suo
fondamento conoscitivo, tutti gli altri proble pensiero, che comunemente
noi diciamo massimi: rivoluzione, peraltro, implii idealmente nello
stesso pensiero di Vico, inteso, già, nel senso da no: quì indicato, con
le stesse sue parole. Infatti, non escludeva egli, testè,
quivocabilmente, la conoscenza logica quale funzione origizaria, o conoscitiva
del nostro spirito, non essendo essa, per lui, che una mera plificazione
pratica, od espressione puramente schematica della conoscenza | tiva? e
cioè per dirla con le stesse sue parole
una forma co delle parti della favella poetica, in quanto « composizione
delle 3 ticolari (0 note predicative, diremmo noi oggi) delle immagini
intuiti ciascheduna voce, come in un genere: il corcezfo, appunto? Il
che, d’al in maniera inoppugnabile mostrammo anche noi, innanzi, per
nostro Quindi forma vera e propria di conoscenza, 0 conoscenza veramente
0 del nostro spirito, unicamente quella iniziva, che raggiunge appunto
la. piena sua adeguatezza e compiutezza nelle immagini proprie, 0
dell’a ragione per cui, anche, il nostro credè di darle lo stupendo
quanto af. po Eppure, fin dai suoi tempi, il Manzoni non solo
avvertì come ricorderemo più dltre che
il canto desti- appellativo di « lingua maferna del genere umano »,
escludendo eziandio, così, che, in quanto tale, possa esservene
un’altra. E, poi, la stessa /ogica interna della dottrina estetica di
Croce pur affermando egli il
contrario a parole non trae, furse, alla
medesima conseguenza? Egli ci disse, infatti, innanzi, che il concetto è
inconcepibile, fuori dell’ intuizione, o immagine, perchè quivi soltanto,
e in nessun altro luogo, il suo « aere spirabile, salvo ad ammetterlo in
un altro mondo che non si può pensare e perciò non è ». Non solo, ma
chiedendosi anche altrove: Che cosa è la conoscenza per concetti x ?
risponde: È conoscenza di relazioni di cose, e le cose sono intuizioni. E
continua: Senza 2e intuizioni quindi 207 sono possibili î concetti, come senza
la materia delle impressioni non è possibile l’intuizione stessa (Breviario):
onde la conseguenza, perfettamente i regola: che l’attività logica,
dipendendo inevitabilmente da quella estetica, viene ad essere
effettivamente quest’altra attività, serbando, quindi, in fondo, un’
esistenza puramente putativa o convenzionale. Conseguenza intendiamoci che deriva direttamente da un
principio, e del tutto bene fondato, affermato da Croce stesso: un'attività il cui principio dipenda da
quello di un’altra attività, è, effettivamente, quest'altra attività, e
ritiene su sè un’esistenza puramente $u/afiva o convenzionale (Brev.). Come,
quindi, è mai possibile ammettere, logicamente, altra conoscenza se non
solo pulaliva o convenzionale com'è di fatto la conoscenza per concetti oltre quella intuitiva o per immagini, e
riconoscerle, per giunta, un grad »
o valore conoscitivo superiore, a quello stesso di quest’ ultima,
col ritenerla il secondo gradino della conoscenza, nel tempo stesso che
la suprema istanza del pensiero? Ma se le intuizioni, s’è pienamente riconosciuto, quali immagini
$rogrie delle cose o della vita del reale, ci dànno già una conoscenza
perfettamente adegzaza e compiuta del loro obietto, e, per ciò stesso, di
carattere universale e necessario; e, intanto, codesto valore universale e
necessario val quanto dire
essenzialmente /ogico non devesi,
naturalmente, che al concetto implicito in esse, qual’espressione appunto
dell’essezza delle cose », tanto più che il concetto non può trovarsi od
esistere 7 nessun altro luogo fuori delle intuizioni; è lecito sapere
come e dove si potrebbe e dovrebbe trovare altra e superiore conoscenza
fuori ed oltre di questa offertaci dalle immagini intuitive? Solo, certo,
« 72 x altro mondo che non si può pensare e perciò non é. Ma potrebbe qui opporre Croce la conoscenza
logica o per concetti non è, forse, conoscenza di re/azioni di cose, a
differenza dell’altra per immagini, ch’ è intuizione dell’essezza delle
cose? Sia pure. Ma non è altresì vero che «l’operazione da parte della nostra mente di sciogliere i fatti espressivi (od
intuizioni) in rapporti logici % an * Ae Ue
rp i +0 nato a vivere eterno è quello che la lingua trae
dal fe profondo, quanto, altresì, che « /a poesia contata per nu
per raggiungere appunto la conoscenza delle relazioni delle cose, e pass
così, dal primo al secondo gradino della conoscenza: e cioè dall’ arte
filosofia si concreta, a sua volta, per affermazione sempre di Croce ce lo
mostrano, peraltro, ix concreto tutte le più grandiose, geniali
Weztaschauungen, o intuizioni della vita del mondo, che noi dobbiamo all'arte in
un’espressione? E l’espressione non è arte, o intuizione, e punto, già,
; sofia, quindi affatto wferiore grado di conoscenza? Ed affermare,
intanto, che il pensare scenzificamente prende di neces. una forma
estetica, non è, semplicemente, una contradizione in fermi posto che
l’espressione od intuizione non può în nessun modo contenere pensiero
scientifico, e cioè quelle astrazioni a cui essa per dichiarazioni Croce sempre
estremamente ripugna, anzi mon conosce nemmeno #9] Sono contradizioni,
queste, sì stridenti ed insanabili, evidentemente, cui solo la mente del
Croce è in particolar modo capace, come abbiamo vi sin qui. Rimane,
così, pienamente assodato, che per la stessa /ogica interna de dottrina
estetica di quest'ultimo e ce ne assicura egli non meno de mente e
inconfutabilmente anche più oltre, in più altri modi non originariamente,
e per ciò stricto sensu, che un’ zziea forma di cono e suprema istanza,
già, essa stessa, del pensiero: la conoscenza per imm poichè l’altra per
concetti è, in realtà, meramente pufaliva o convenziona Croce ha creduto
di far ammettere anche a Vico un secondo gradino conoscenza, solo per
aver egli preso a scambiare, nell’ interpretare la filo vichiana, il
secondo momento dialettico dell’attività conoscitiva (7r24%i%v4 s che, in
sintesi col primo (la poesia), ci dà le immagini proprie dell’ar cioè la
forma conoscitiva più adeguatamente piena e compiuta che sia di
raggiungere al nostro pensiero con un grado per se stesso wlferior
formalmente diverso della nostra attività conoscitiva. i E sì fatte
illusioni di ottica mentale proprie di
Croce, anche si deb principalmente a quella gioconda quanto facile sua
trovata per interpreti suo dire, il pensiero degli scrittori antichi di
quel tale dialogo di. parla proprio nell’Avvertenza a La filosofia di
Vico dialogo tl antico e nuovo pensiero nel quale solamente l'antico
pensiero viene inte compreso, col piegarlo,com’egli usa, puramente e
semplicemi fargli significare ciò ch'è soltanto nel cervello di lui e
punto già nel p o nella dottrina di quegli scrittori, onde la piena
assoluta sua convinzio aver egli, così, e come altri mai, infallibilmente
inteso e compreso il di quelli, non senza peggio ancora far appello,
quando occorra, all’illusioni, proprio come nel caso in quistione,
ri di sillabe deve finire, rimanendo eterno il suo spirito
nella prosa. E Tommaseo, che gli ha dato sempre ascolto, in
quell'occasione non seppe tenersi come, in altro modo, oggidì Cesareo dal
ribattere. Il metro, il metro ancora più che il ritmo, è un bisogno, non
tanto del senso quanto dell'anima umana e della ragione stessa, che, come
immagine di Dio, ama le cose in misura ed in numero. Quale stranezza!
nota, a sua volta, Borgese. Che c’entra l’infinità di Dio con le dieci o
undici dita, coi numeri della prosodia scolastica e della tombola di
famiglia? Lo spirito si espande, elude regole e strettoie; le dighe fra
prosa e poesia cadono; la prosa diventa il grande organo a mille canne da
cui la ragione parla e il cuore canta. E con ciò si noti nonsi vuol
concludere che la poesia contata per numero di sillabe debba
necessariamente perire. Le matematiche sublimi non aboliscono l’abaco,
la danza delle sfere non prescrive i ballabili, e l’ alto giardinaggio
ammette i fiori che si contano per numero di petali. Bene, quindi, può
nascere la pagina del cielo di burrasca sopra il Lazzaretto nei Promessi
Sposi; e accanto ad essa può sopravvivere, o vivere, il semplice
stornello. E non, forse, lo stesso Canto e perfino il verso, come,
già, tutte le figure retoriche, formano, pel Nostro, parte di « tutta la
suppellettile della favella poetica? Penultima forma espressiva, infatti, della
« agion Poetica è il canto e per w/timo il verso. Ed è ben noto,
invero, che i mutoli mandan fuori i suoni informi carzando ; e gli
scilinguati pur cantando spediscono la lingua a pronunziare; e che, in generale,
anche, gl’uomini sfogano le grandi passioni Degnità dando nel caz/0, come
si sperimenta ne’sommamente addolorati et allegri, E però, mentre, in un
primo momento, gl’uomini mutoli dovettero come fanno i mutoli, mandar
fuori le vocali cantando; di poi, come fanno gli scilinguati, 3
dovettero, pur caz/ando mandar fuori l’articolate di consonanti. Di tal
primo canto de’popoli fanno gran prova i dittonghi È ch'essi ci lasciarono
nelle lingue; che dovettero dapprima essere assai più in numero; siccome
i greci e i francesi, che passarono anzitempo dall’età poetica alla volgare,
ce n'han lasciato moltissimi, come nelle Degnità si è osservato; e la
cagion si è, che le vocali sono facili a formarsi; ma le consonanti
difficili; e perchè si è dimostrato che tai primi La uomini stupidi, per
muoversi a proferire le voci, dovevano sentire passioni violentissime, le
quali naturalmente si spiegano con altissime voci; e la natura porta, ch'ove
uomo a/zi assaî |la voce egli dia ne’ dittonghi e nel canto, come nelle
Degrità si è accennato ; onde poco sopra dimostrammo, i primi
uomini. Greci nel tempo de’ loro Dei aver formato il fri0
verso eroico spondaico col dittongo ra, e pieno due volte più di
vocali, che consonanti. E codesto primo verso dove nascere convenevole
alla lingua ed all'età degl’eroi – COME NAPOLEONE, qual È è il verso
eroico, il più grande di tutti gli altri, e propio dell’eroica Poesia; e
nacque da passioni violentissime di spa- 1 vento e di giubilo, come la
Poesia Eroica non tratta che Ri # passioni perturbatissime ». E nacque,
anzitutto, « sfondaico » } I, dappoi facendosi i% spedite e le menti e le
lingue, v’ ammise il dattilo; appresso spedendosi entrambe vieppit,
nacque il Bi giambico, il cui piede è detto presto da Orazio, come di
tali Ti n % P #9 se Degnità. E continua:
Queste due degnità, supposto che gli Mai autori delle nazioni gentili
eran andati ’n uno stato ferino di destie mute; e che per quest’ istesso
da/ordi non si fussero risentiti, ch’a spinte di violentissime passioni,
dovettero formare le prime loro lingue cantando di i 4 Origini
si son proposte due Degnità; finalmente, fattesi quelle speditissime,
venne la prosa; la quale, come testè si è veduto, parla quasi per generi
intelligibili; ed alla prosa il verso giambico s'afpressa tanto, che
spesso 7ravvedutamente cadeva ai Prosatori scrivendo. Così il canto s'andò ne’
versi affrettando coi medesimi passi, co' quali si spedirono nelle
Nazioni e le lingue e l’idee, come anche nelle Degwità si è avvisato,
Tal Filosofia ci è confermata dalla Storia. Ed è perfettamente vero.
Perchè noi, pur avendo seguìto altra via del tutto diversa dalla sua,
siamo pervenuti alle medesime conseguenze. Non, quindi, ha ben
ragione anche ANNUNZIO (si veda) di affermare, e del tutto
sprezzantemente: Io sono di continuo minacciato dal sistema metrico
decimale dei pesi e delle misure. Sono di continuo sospinto verso la
bilancia e verso la stadera, verso l’endecasillabo e verso l’ottonario,
verso le clausole ciceroniane e verso le cadenze predicatorie. Odo
vantare la coscienza, odo celebrare l’ inspirazione, odo affermare la
rivoluzione. Il mio sorriso persiste; e fa rilucere intorno a me le
carrucole perpetue e le rotaie inflessibili. Ma che farci, se, pur troppo,
come giustamente assevera Borgese — non si dà, in generale, verità quanto
si voglia decisiva, che riesca a sradicare del tutto un errore;
fosse pure il più secco e stremenzito? E, di fatti, il rivelarsi e
progredire della verità non raggiunge altro effetto che quello, soltanto,
di rendere più secchi e noiosi gli errori! E non, forse, perchè codesti
errori sono in particolar modo alimentati e mantenuti in vita proprio da coloro
che prima e più degli altri dovrebbero ripudiarli e concorrere a farli
ripudiare, in Per l’ Italia degli italiani: Bottega di poesia» - Milano. VER” g° CE
TAI Py 9 È ERO POTTER REI TI Ma i / quanto
ritenuti, essi, con qualsivoglia fondamento, maestri È del: pensiero,
rimangono essi proprio i più tenaci e pervi=. caci propagandatori fra i
proprî discepoli o seguaci? Infatti, non, forse, proprio GENTILE (si
veda) che prima e più calo- È rosamente di ogni altro, anche, prese a
giurare 27 verba Crucis, coll’ affermare che il maggiore studio che ci
sia i; intorno al pensiero vichiano è precisamente quello di Croce ha
continuato e continua imperterrito ad alimentare il grave errore in quistione?
E come egli, che ha pur letto e meditato tanto la filosofia di Vico, sia
riuscito ad intenderla e comprenderla proprio nello s/esso modo di Croce lo
sa lui. A noi qui, ora, preme soltanto far notare, che se egli fosse
riuscito a cogliere il significato filosofico e valore conoscitivo della
famosa chia maestra, o principio primo di quella filosofiia,
avrebbi subito compreso, persuadendosi senz’ altro, che se ANNUNZIO (si
veda) ad esempio non avesse scritto pur un verso, ma solo i romanzi a noi
noti, egli sarebbe rimast ugualmente il più prodigioso poeta che abbia
mai visto la stes prima età del genere umano: e cioè il più sublime,
divino quanto inesauribile creatore d'immagini: immagini che em
co gono singolarmente mirabili non solo da brevi insieme di vo ma
quasi, anche, da ogni singola voce, allorchè, almeno, que sono di sua
creazione. E ne abbiamo, tante, in verità, cre da lui singolarmente
immaginose; onde, non a torto, egli ferma di sè: « #ulto m'è visione, e
tutto m'è simbolo. Ma ANNUNZIO (si veda), però, è anche artista, oltre che
poeta, e arti st non meno possente del poeta, per quella « divina
proporzioi che le immagini da lui create recano insuperabilmente,
insuperabilmente, per ciò, immagini proprie delle forme de realtà, che
esse ci vogliono raffigurare, dato che la porzione a dire di Croce stesso, che
ripete sempi mente un concetto di Vico — è la caratteristica fondamentale
delle immagini deil’ arte. Ciò posto, come o donde la esilarante
conclusione del filosofo di Pescasseroli : che l’ arte può ritrovarsi,
anche, in un organismo intellettivo o di concetti, e questo, per ciò,
irdifferentemente, può ritenersi arte o scienza, a seconda che si prenda
a cortemplarlo od esaminarlo nella verità che esso esprime ? Uditelo un pò: «
Ogni opera di scienza è insieme opera d’ arte. Il lato estetico
potrà restare poco avvertito, quando la nostra mente sia tutta
presa dallo sforzo d'intendere il pensiero dello scienziato ed esaminarne
la verità. Ma non resta più inavvertito quando dall’ attività
dell’intendere passiamo a quella del contemplare, e vediamo il pensiero o
svolgersi innanzi limpido, netto, ben contornato, senza parole superflue,
senza parole mancanti, con ritmo e intonazione appropriati, ovvero
confuso, rotto, impacciato, saltellante. Il che significa, dunque,
nè più nè meno, che l’immagine ed il concetto, e cioè un fantasma lirico,
e un pensiero VICO, infatti, nell’orazione in morte di Cimini, richiamandosi
come di frequente al concetto proprio della poesia, la quale udimmo raggiunge,
per lui, il sommo divino suo artifizio allorchè, a somiglianza di Dio, dalla
nostra idea diamo l’essere alle cose che non lo hanno, tiene a chiarire e
precisare : quelli’ Idea, però, che impossidil cosa è esserci venuta in
mente jer li sensi mortali (come le nostre proprietà) i quali, quanto s'
intendono di tutt’altre cose de’ corpi #2n/0 z0n san nulla affatto delle
certe misure e proporzioni de’ corpi onde forse per ciò i valenti
dipintori che sanno l’ ideal bellezza in tela ritrarre hanno il titolo di
divizi » ve di quì 1’ espressione: divina proporzione ricavata da Croce. Il che
vuol dire, in termini nostri, che solo allorquando noi riusciamo colla
nostra mezze, o riflessione, più che coi sensi, a cogliere l’espressione
propria o caratteristica delle cose, la quale viene a noi fornita
unicamente dalla ricerca dell’ordize e valore logico delle stesse loro
zo/e costitutive chè questo e non altro vuol significare, quì, la cera
misura e proporzione dei corpi noi si raggiunge l’immagine e conoscenza
vera e propria di esse cose, Estetica e Breviario è. Bien
e eg RI 1 IT peleee 9 PE NI sl a RI IE O IA TIRATI PIPE
TINI de VIT Lau MARTI n Th CAV; - critico sono la stessa
cosa, formalmente e sostanzialmente; come dire: maschio e femmina la
stessa persona. Infatti Croce non inizia addirittura la sua Zstetica
proprio col richiamare la nostra attenzione sulla natura @ carattere
espressivo assolutamente diverso, che distingue la imagine dal CONCETTO, in
quanto la prima è linguaggio del sentimento, e per ciò conoscenza intuitiva o
dell’individuale, e l'altro LINGUAGGIO dell’ z72/e//etto, e per ciò
conoscenza dell’urnversale Non solo, ma non aggiunge, anche, per maggior
distinzione, che l'una rappresenta il $ri720 grado della conoscenza e
l’altro il secondo? È. E, come, allora, anche sotto tale aspetto
l’ux può essere, ad un tempo, de, e il due 0? Sono, evidente.
mente, contradizioni e assurdità inconcepibili, che potrebber nondimeno,
sparire solo nel caso che si volesse ammetteri una precisa distinzione tra
forma e contenuto, sì da ritenere. l’arte non altro, invero, che mero
involucro delle forme superiori e complessedel pensiero. Cosa che Croce,
per primo, e più recisamente che mai, nega, affermando con SANCTIS (si
veda) che il contenuto è la forma e la forma è il contenuto, giacchè
l’intuizione e L’ESPRESSIONE vengono l'una fuori con l’altra, perchè non
sono due, ma uno. E poichi intanto, l'intuizione, od espressione, non può
rappresentare. che stati d' animo, vale a dire nient'altro che la
fassiozali il sentimento, la personalità, che si trovano in ogni arte
e determinano il carattere lirico », come, per ciò stesso, e può
darci, mai, e, peggio ancora, ad un tempo, il fe dell'artista e del
filosofo, se la contradizion nol consente? di fatti, l’attività intuitiva
od espressiva, al pari dell’ incoe cibile potere posseduto dal re Mida di
trasformare in oi Estetica tutto quello ch’egli toccava con le mani, non
può darci, inevitabilmente, che 7m2m0agizi, e solo immagini e
sempre immagini, e cioè a7rfe e solo arte e sempre arte. E non, forse,
proprio ciò intende affermare Croce stesso là ove dice che L’ESPRESSIONE non
si può neppure paragonare all’epidermide degli organismi, salvo che
non si dica (e forse la cosa non sarebbe falsa neppure in fisiologia), che
tutto l'organismo in ogni sua cellula e in ogni cellula di cellula è
insieme epidermide? Onde la conseguenza inevitabile, e del tutto #2 forma,
che noi, come Prometeo sulla scizia rupe, restiamo sì strettamente ed 7
eferzo incatenati al 97120 gradino della conoscenza da non poter neppure
levare gli occhi a mirare, più che raggiungere, il secondo gradino. Onde
l’ assurdità, per altro verso, da parte di Croce, di porre l'assoluta identità
di arte e linguaggio, defimibili luna per l’altro come dire l’arte col parlare
per sè stesso; giacchè, mentre, da un lato, noi in forza di tale
premessa non possiamo raggiungere, in ess wm20do, il secondo gradino della
conoscenza, e cioè diventare scienziati o filosofi (e, forse, per ciò
Croce non può dirsi filosofo), dall'altro, in compenso, rimaniamo tutti
ver7 e grandi artisti. Che ve ne pare? Non senza fondamento, adunque, il nostro
afferma che la poesia e la metafisica sono naturalmente opposte fra
loro, e per ciò non è mai uno stesso valente uomo insiememente e gran
metafisico e gran poeta della specie Breviario Si noti che questa stessa
sorprendente conclusione negativa, cui, contro ogni previsione e
intenzione di Croce, mena direttamente quanto inevitabilmente la logica interna
della sua dottrina estetica, viene indirettamente accennai a confermare
anch'essa, e magnificamente, tutto il valore gnoseologico del fondamento
teorico di quella tremenda rivoluzione filosofica cui accennammo innanzi, Si
vedrà, si vedrà | sa A bri L |1 NI CITI NL
a MAREA ou Ci EI amo INT TIE Tapi. PH i a Mi
Ò Vedi i Tp, mi I “è Vi SA al .. e
mid e il gua U massima dei poeti nella quale fu frireipe
e padre Omero E potrebb'essere, forse, altrimenti? In possesso
com'è metafisico, o filosofo, della più larga esperienza delle
cose, come potrebb'egli mai concepire la realtà al pari di coli che
è rovesciato nell’ignoranza di tutte le cose, come allorchè si è nella
fanciullezza, per cui la mente, tutta piena di pregiudizi, vi si immerge e
rovescia dentro, mentre, nell'altro caso, « resiste al giudizio dei sensi
e ne fa accorti di non fare dello spirito corpo, onde i pensieri sono
4 tutti astratti, invece che corpulenti, come nel primo caso, in quanto
non altro che immagiri e metaforiche? Ora, generalmente, a cominciare da GENTILE
(si veda) che, oltre vent'anni sono, l’oppose proprio a noi, recensen la
nostra opera su LEOPARDI (si veda) facendosi eco alla interptazione. crociana di
VICO (si veda), tale opposizione tra il poeta e filosofo non viene intesa
STRICTO SENSU (GRICE) e illimitatamente? cioè ritenendosi il poeta non
già nel senso vichiano cui vera quell’ opposizione di creatore d'immagini
a/leg riche, e nutrite, già, essenzialmente di senso, quindi per
nulla verilà, o conoscenza vera, o 72 ze, perchè assolutamen o frutto di rifessione,
e per ciò arte, come potre mai essere in opposizione con le sentenze o
conce di quella mente dritta, ordinata e grave qual a
filosofe conviene, e cioè non valere conoscitivamente nè nè meno che
i concetti stessi, se questi altro non sono c l'essenza astratta od
estratta da quelle, onde solo renza tra essi quella puramente /ormza/e,
per cui mentri prime sono espressioni particolari, o individuate JE.
SL e a rta SETE Pr Sad e, È belt e quindi concrete, le altre generali od
universali, e per ciò astratte? Intanto è accaduto e qui l'origine
del disastroso errore che oggi domina sovrano nel campo della cultura,
in generale, e della conoscenza estetica, in particolare che,
compiutosi il primo passo sulla via dell’ identificazione della poesia
con l’arte, e cioè annullata ogni distinzione fra le immagini
allegoriche, prodotto di « forte inganno di fantasia », (per la mancata
conoscenza, ancora, delle cagioni naturali delle cose, e le immagini
proprie, frutto di riflessione, (e, quindi, conoscenza vera e propria di
esse cose), s'è proceduto senz'altro sino in fondo, coll’attribuire a queste
ultime non solo lo stesso corzezzio delle prime, ad esse fornito
essenzialmente dai sensi, o dal sentimento, quanto, peggio ancora, s'è
preso, altresì, a ritenerle frutto di mera fantasia, senza nè pur l'ombra
dell’intelligenza o della riflessione, e, di conseguenza, senza nessun «» od «
aurori Aurorale una conoscenza che non ignora nè la trasce
medievale, nè la saggia esperienza della vita, non i 74, menti voluttuosi
o la sensibilità animalesca, al pari dell’ eroisn Breviario e del fersiero
della morte; così la commossa dolcezza di un amore tenero e soave, nello
sfondo di una vita tranquilla e serena, come il grido terribilmente
straziante e disperato per la infinita vanità del tutto: cioè, insomma,
nessuno ignora anche dei più vari aspetti e delle forme tutte, le più
diverse, di esperienza. della vita? E se, adunque, l’arte, pur nella
virginea sua purezza di sentimento, si mostra pregna di ogwz sapere,
compreso quello vo/zttuoso, e, per di più, fornita di un gusto, che,
nella sua bocca eloquente, rivela, chiaro, la maturità e perfin la
corruzione, ed in tutto il suo essere vibra l’aridezza di una febbre
insistente che la spinge smapniosa a spremere il succo di tutti gli
ingannevoli frutti che maturano lungo il sentiero della vita, al calore
della più travagliata esperienza umana, come si può non convenire
assolutamente col Vico che l’arte, sia per la filosofia che per la
séorza, come ci disse innanzi più che il momento di barbarie e ingenuità
dello spirito, è, invece, precisamente l’altro: quello della maggiore
consapevolezza e più compiuta esperienza della vita del reale? Di fatti è
solo in questo momento che è dato alla mente umana di cogliere l’immagine
vera e propria delle cose, o il loro caratteristico, onde la più piena e
perfetta conoscenza che, progressivamente, noi si viene ad avere della
realtà. E poichè, intanto, anche pel Croce, codeste intuizioni che ci
danno le immagini proprie delle cose sono udimmo le vere e sole intuizioni
estetiche, non è, per ciò stesso, da convenire che, anche per lui, il
momento dell’arte è proprio questo e non il primo, che in wesswur
modo, invero, può darci immagini frofrse della realtà? Non solo: ma non
arriva, al pari di noi, sino ad ammettere, sia pure a mezzo di una
tremenda contradizione come empre allorchè gli vien fatto di scoprire il
viso della verità che abbiamo anche una grande arte: ed è precisamente butta
sal -4 ITS. le du dl! quella più che mai nutrita di fersiero o
di filosofia, invece | 3 che di sentimento (onde il più completo rovescio
della tesi sostenuta 27 principio nella sua £Zstezica? Così ad esempio
le grandi tradedie del bene e del male y si dello Shakespeare (Otello,
Macbeth, Amleto, Re Lear) sono, per lui, come ognuno ricorda senza paragone
pi pregevoli, esteticamante, che non quelle di pura ispirazione
storica (Antonio e Cleopatra, G. Cesare, Coriolano), le quali, a lor volta, ci
attraggono senza paragone più delle comedie d'amore, tra cui vediamo pur
grandeggiare e splendere, mirabilmente vive, figurazioni estetiche come
Giulietta e Romeo, i Il Mercante di Venezia e simili, che non la cedono,
per intrinseca bellezza, nè pure ai più grandiosi fantasmi tragi a
dire di lui stesso. E così del Goethe: il possente fantasma tragico di
/azsf, quale espressione, appunto, di quella urgente e mai appagata ansia
dolorosa (die Sehknsucht), o di qu profondo e segreto travaglio spirituale,
che « ange e marti la coscienza di quelle nobili esistenze, che una
volontà, quasi fatale, sospinge per entro £ profondi abissi alla ricerca
deli dimora delle Madri, e cioè dell’ /4eale, non giudica, egli, se
paragone superiore alla bella favola di ZAermanz un Dorothea, che pure fu
oggetto del più vivo ertusiasmo, non solo da parte dei filosofi e dei
letterati, ma eziandio di tutta la brava gente: degli onesti borghesi,
delle madri di famiglia, delle zitelle e zitellone dei maestri di scuola
i quali vi trovavano ciò che essi vagheggiavano e desiderava una
esibizione di onestissimi sentimenti e di sagge opere S l’amore che si fa
subito fidanzamento, la cura dei genitori per la felicità dei loro figliuoli la
virtà disavventurat: premiata e una ricca copia di osservazioni e
massime quelle che si accolgono dicendo: è vero senza sfor. rente
paradosso. È la fortuna che una volta Hegel disse mancare ai filosofi e
abondare ai predicatori, che subito soddisfano e commuovono a edificazione,
perchè ripetono cose dî cui gli spetttatori sono persuasi e che hanno
familiari. Perfettamente vero, adunque, che la grande arte è quella,
proprio, più intensamente nutrita di erszero, invece che di sentimento,
onde non a torto MANZONI (si veda) credè nell’Urania di cantare: pncroe
sol quaggiù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la
fortuna delle Grazie attinga; e Schiller, a sua volta, quasi a concludere
: quello che not oggi ammiriamo come Bellezza ci verrà incontro domani
come Verità; onde il fondamento dell'antica credenza che il vate o
poeta fosse indovino. Giustamente, quindi, noi, fin dai primi nostri
scritti sull'arte, affermammo non solo la necessità di
rintracciare V. Goethe, Laterza, Bari; e Shakespeare, (in ARIOSTO (si
veda) Shakespeare e Corneille) Laterza, Bari. E se questa è la grande
arte, come il Croce in lungo e in largo ha creduto di mostrarci con
l’esame delle due maggiori opere d’arte della letteratura inglese e tedesca, è
lecito sapere perchè, poi, la lirica filosofica del Leopardi, come altra
mai, forse, così intensamente nutrita di fersiero, ed espressa, per di
più, come quella di niun altro poeta, per immagini, è, per ciò stesso, da
meno delle sue liriche amorose, anzi, addirittura « z0x poesia »,
contrariamente a quanto egli ha affermato per i due poeti stranieri ? E
così, anche, l’arte d’ALIGHIERI (si veda): perchè questa sale, e sale
alto, molto alto, con le immagini di senlimzento, e cade, poi, cade tanto, fino
a diventare anch'essa w0x poesia, con le immagini di fersiero, sì che
Padre Dante finisce col rimanere al di sotto o da meno di Shakespeare e di
Goethe? Lo sa egli solo, Croce, pel quale, per ciò, del tutto
erroneamente è stato affermato del divino Poeta; A veder tanto non surse
il secondo? Ah! la fede nel libro tedesco inculcata a Croce da SPAVENTA
(si veda) e rafforzata da LABRIOLA (si veda)! (V. Contributo alla critica
di sne stesso; Laterza, Bari). È stata davvero accecante cotal fede per
lui! E potremmo dir anche perchè, ma non occorre: può facilmente supporlo
ognuno un assoluto criterio di valulazione estetica, quanto, al tal
criterio, invenimmo e fissammo precisamente nel grado d’universalità razionale
posseduto o epresso dal motivo is ratore dell’opera d’arte: e cioè non si
crederebbe proprio in quell’elemento o fattore, l'intelligenza, che da
tutti in generale, per quanto senza piena convinzione da part di
qualcuno e da Croce e sua onrevol gente, in particolare, viene assolutamente
escluso dalla funzione creatrice dell’ arte. E però, s' è visto anche, a parole
soltanto, chè, di fatto, colle risultanze critiche dei suoi saggi sul
Goet e lo Shakespeare, come abbiamo visto testè oltre c colla
logica interna della sua dottrina riconosce pienament con noi che proprio
la razionalità del motivo comunque si voglia, questo, sommerso o
identificato colla forma rimane la variabile indipendente, come allora
dissi, alla qu e si deve la variabile intensità d’irraggiamento o potenza
di attraimento o rapimento che un fantasma d’arte, più che altro, a
parità di perfezione, o dall’espressione in ciascuno perfettamente
Jr0fr72 o compiuta, esercita sullo spirito umani che, in quel caso,
appunto, per dirla col Goethe, viene sentir davvero l'accordo con sè
stesso e col mondo. E per ciò presi a concludere senz'altro: le intzioni
estetiche veramente sovrane son precisamente quel) che ci danno il brivido
di quell’oscuro desiderio e di q muto anelito di redenzione dal male e di
liberazione da gioco degli impulsi inferiori, che fanno gravitare in giù
coscienza umana, soffocata dal peso greve della materia: che, comunque,
dèstino in noi anche la più debole eco di quel profondo dramma interiore
che agita e convelle diutur namente la coscienza umana, che, affaticata
dall’ indigenza dell’ infinito, mira al di là del finito, o del limite umano, e
cio au dela de la vie et au dela de la mort. Nessuna
meraviglia, quindi, che le intuizioni estetiche che prendono a
celebrare questa insuperabile antitesi cosmica, e cioè questa
perenne lotta tra l’uomo mouzzenon e l’uomo faenomenon, nel tempo
stesso che cerca d’ indagare il woisterzo eterno dell esser nostro,
riescon più di tutte le altre, o come altre mai, ad esercitare un
profondo e invincibile fascino sullo spirito umano, che, nelle immagini
d’arte espresse da tali intuizioni, vede chiaramente rispecchiate le sue più
intime lotte e i suoi più oscuri tormenti, le sue inconfessate debolezze
e le sue più segrete aspirazioni, le sue più dolorose sconfitte e i suoi
più nobili trionfi: e cioè, in uno, l’immagine e il destino della
propria esistenza; di quell’ esistenza, per giunta, di cui noi stessi,
giorno per giorno, ed ora per ora, veniamo liberamente intessendo la
trama e amorosamente disegnandone l’ immagine morale e spirituale, dato
che l’arte udimmo da Croce stesso altro non è, nè può essere, che
espressione della vita del reale, e per ciò della nostra esistenza
spirituale, sopratutto. E, pertanto, noi amiamo in particolar modo si sa
ciò che, appunto, è frutto dei nostri liberi sforzi, e poichè l’z07z0
libero per dirla collo Schiller ama è legami che lo guidano, s' intende
perchè, poi, noi prediligiamo senz’ altro con la stessa infinita tenerezza di
un padre verso quello dei figli, che venne al mondo sofferente
precisamente ciò il cui possesso fè più dolorosamente, e ad ogni passo,
sanguinare i nostri piedi. Ricordate, infatti, con quanta
commozione, profonda tenerezza e nobile soddisfazione, ad un tempo, il
gentile poeta di Barga ricorda alla sorella i tempi bui e sconsolati
della lor triste e dolorosa giovinezza? Tu scis ut doleant gaudia
nostra, soror! E si noti, per di più, che il sentimento che nasce dalla contemplazione
del più arduo e più universale conflitto, al pari di quello che
accompagna e si manifesta nelle forme della più alta curiosità intellettuale,
è, per ciò stesso, il più atto a tradursi in espressioni che sono le più
elevate e più. vere del sentimento estestico, Il quale, infatti, trova un
estremo eccitamento, o il massimo suo eccitamento, precisamente
nell rappresentazione fantastica della lotta impegnata dalla volontà e
dalla passione contro la necessità dell’ ordine oggettivo. della natura,
cioè nella rappresentazione idealizzata della lotta per l'esistenza, val quanto
dire completamente trasfigurata in lotta morale. Per ciò, quello stesso
sentimento che, nel dominio dell’arte, crea quelle sovrane concezioni
verament insuperabili nel loro genere quali sono la Commedi dantesca
e la tragedia shakespeariana, la lirica filosofica di LEOPARDI (si veda) e
quella della medesima natura di Goethe quello stesso sentimento crea, nel
dominio della morale, l’azione, affermandosi come bisogno di operare, del
sperare, di combattere e soccombere utilmente, onde quell: sottile
voluttà dolorosa: dolendi voluptas, che sospinge, inelut À tabile, l’uomo
a salir d2 collo in collo, e celebrare, pur nell: rovina e dea morte
della sua esistenza Di il priag l'elemento o fermento perenne dell’
antitesi a cosmica E, difatti, nella Commedia dantesca, come nella
trage greca e shakespeariana, nella lirica filosofica di LEOPARDI (si
veda), come in quella di Goethe, nelle quali, $; appunto, come Yale si
accenna Mii Sonde cosmico o°MAE EN carl. ra Figi x « EI sa ta Woo sin
Lei =J i. Pacs it che l’opprime, celebrando, così, tra le forze avverse o
paurose della natura, e al di sopra di essa e della sua muta
eternità, il suo trionfo; e da ciò, o per ciò, le immortali speranze
che sospingono anelante e senza tregua il genere umano lungo le vie che
conducono al regno della Verità, della Bellezza e del Bene, e cioè, per
dirla in uno, al regno di Dio. Ora, cotal mondo dello spirito dato pure
che la lingua fosse riuscita, comunque, a crearne l’ espressione
non sarebbe rimasto ammessa la tesi di Croce nè più nè meno che un
nome vano senza subbietto, ovvero, per dirla più esattamente con parole
sue stesse un'utopia della specie più stolta, perchè utopia del
contradittorio », appunto perchè in quel 7290 del mondo dello spirito,
ch'egli è riuscito a raffigurarci con la sua Zstezica, base o fondamento
di tal mondo, tutto come in lungo e in largo abbiamo potuto constatare
— ci viene fatto di trovare, razze, appunto, lo spirito? Il quale,
pertanto, — e ne abbiamo avuto, anche, ad ogni passo la prova,
nell’aggirarci criticamente per tal regno mai come nella sua assenza
rivela la nececsità della sua fresenza, precisamente sotto la forma
altrettanto imperiosa quanto inflessibile della recessità logica, e cioè a
mezzo, appunto, di quell’imperio universalmente riconosciuto, ch' è
proprio del principio di zo contradizione. G.: L'arte e la sua funzione
creatrice:; Casa Edit, Albrighi Segati e C. Veggasi anche, presso la
stessa casa: il fascino dell’ arte di Dante, nel quale lavoro i principî
teorici sostenuti nel precedente volume hanno trovato la loro diretta
applicazione nelle maggiori opere d' arte antiche e moderne, E
poichè, intanto, la filosofia per Croce è nient'altro che coesenza mentale, la
quale coerenza si trova anche in uomini che vivono in una cerchia assai
ristretta d’esperienza e che la sicugggta degli addottrinati chiama
ignoranti, laddove può accadere che, in quel che davvero è sostanziale,
7g70 ranti siano gli addottrinati e non essi », non si deve, per ciò
stesso, concludere che Croce è senz'altro non filosofo ed gnorante,
insieme? Chè, in PS Verità, come non filosofi sono coloro che non
soffrono dell’ incoerenza e n si travagliano nel superarla », così non
può non essere filosofo anche colù che non scriva di filosofia e perfino
ignori il nome di questa disciplina, e nondimeno abbia compiuto e compia il
lavoro di porre ordine nel suo intelletto eu k di formarsi, come si dice,
idee rette sul mondo e sulla vita, e sia aperto ai dubbi, che hanno
sèmpre virtù di renderlo pensoso, e, per vie non scolastic i di consegua
sempre quel tanto di filosofia che gli bisogna. Non senza ragione si
ammira, talvolta, la « filosofia » di certi modesti uomini, e perfino di
popolani e contadini, che pensano e parlano saggi e posseggono con sicurezza le
verità : sostanziali: non si tratta, in quel caso, di uso metaforico
della parola, ma d uso proprio, e metaforico sarebbe da dire piuttosto
l’uso che se ne fa col largirla ai compilatori di tesi e di dissertazioni e ai
recitatori di lezioni, deserti di spirito filosofico. Quando poi
l'attitudine filosofica giunge a quella forma ampia e inten che investe
tutti o quasi gli ordini dei problemi di un'età, si ha il filoso
specificamente detto o addirittura il genio filosofico, da non
confondersi, certo, punto punto, cogli scrittori e professori di
filosofia. Pongo quest’avvertenza perchè non vorrei che altri, rivedendo in
immaginazione certi volti e figure non interrompesse col riso quello che
vado dicendo. Quel genio filosofico, voglio dire, che sembra così remoto
e alto sugli al uomini e pure è loro così vicino, e raccoglie e unifica i
loro sparsi cona = e converte in precise domande le loro angoscie, e dà
loro risposte, che A se anche non intese dai più o alla prima, si vengono
traducendo in comun convincimenti e sentefize e modificano a poco a poco
l’ ambiente sociale storico. Il filosofo di natura*e vocazione è dominato
dal bisogno della coé renza mentale, e, simile al poeta, anche nelle più
vivaci lotte pratiche, e ne più acerbi dolori, non appena gli accada di
avvertire in sè, per effetto di es un dubbio, una contradizione, una
incoerenza, materia a un problema, si astr e si assorbe nella
meditazione, e vi rimane assorto finchè non abbia affermato o riaffermato
il nesso logico che gli sfuggiva; e in tal riassodato possesso ritrova la
serenità e con essa la forza d’animo per resistere nelle lotte e vincere
i dolori e praticamente operare. Cwifica). li Or poichè in forza di
codesti principi del tutto bene fondati, fissati da CROCE (si veda)
stesso, è da escludere senz'altro, adunque, ch'egli, pel primo, sia
filosofo, appunto per la singolare sua insensibilità diremo al dolore
logico della contradizione, onde la invincibile sua incoerenza mentale,
che proveremo, d’altronde, ìî altre sue opere, senza pur tenere affatto
conto della «superficiale considerazione ch’ egli usa nel trattare i problemi
che concernono la vita dello spirito come spiegare che nel mondo culturale egli
é ritenuto, intanto, addirittura della classe più alta dei filosofi; e cioè filosofo
di natura e vocazione, ragione per cui le sue opere, e l’estetica proprio
più di ogni altra, hanno avuto il particolare onore di essere tradotte in
tutte le lingue di tal mondo? Non s potrebbe, a parer nostro, spiegare
altrimenti questo fenomeno paradossale che riconoscendo, davvero del
fondamento alla famosa domanda dello Champfort Combien faut-il de sots tour
faire un public, e col convenire, d'altra parte, collo Stendhal, che le
opere più largamente diffuse e lodate da sì fatto pubblico sono
precisamentequelle più largamente dosate sul grado di cretineria degli
spettatori e dei lettori. In ogni modo, questa disfatta del pensiero crociano,
ammessa e riconosciuta, s'è visto, ex ore suo stesso per essersi immesso in una
via senza uscita, bene può dirsiuna disfatta in gloria, più superba di
tanti trionfi, in quanto coll’ ammonirci che ogni tentativo di ricalcare
quelle orme sarebbe non altro che un vano sacrilegio, sia pur da parte di
gente inconscia, ci fa ritenere esecrabile e sacra quella via. Tale,
almeno, essa rimane per noi, che da essa appunto traemmo l’avviso ed
ammaestramento, insieme, di percorrere con tanta più saggezza quanto
maggiore consapevolezza la via che abbiam preso a seguire, coll’intento
di raggiungere con maggiore affidamento quel torturante segreto connesso
col più oscuro e fondamentale, insieme, dei selle eriomi della vita
universa, secondo Reymond: l’enigma concernente l’origine del pensiero. Pasquale
Gatti. Keywords: filosofia del linguaggio.
Luigi Speranza -- Grice e Gatti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale poetica – filosofia napoletana – scuola di Napoli – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “When Hampshire wrote an essay on Vico we thought he
had lost his reason!” “At Oxford, Gatti is mainly associated with a music-hall
that was once popular at London!” Keywords: Vico. Filosofo napoletano. Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I
like Gatti. Gatti is a good’un; for one, he philosophised on Aristotle’s
Poetics, something we hardly do at Oxford! And many other things, too!!” -- Nato
di Stanislao e Marianna De Nigro. Studia a Napoli sotto Puoti ed ebbe, come
colleghi, Cusani e Sanctis. Collabora a
“Il concetto di progresso.” E a “Filosofia,” il baluardo del hegelianismo a Napoli.
Le fondamenta del suo pensiero sono da ritrovarsi nell'eclettismo di Cousin,
sul quale scrisse “Di una risposta di Cousin ad alcuni dubbi intorno alla sua
filosofia.” Sostiene che vi sia un fondo di verità comune a tutte le scuole
filosofiche e reputa indispensabile fonderle in un'unica sintesi. Abbandona la
filosofia cousiniana avvicinandosi in maniera decisa all'Idealismo tedesco. Dall’idealismo
nasce la convinzione secondo la quale lo sviluppo interiore della coscienza e
l'evolversi della storia provengono entrambe da un principio comune: la legge
universale della ragione. Influenzato da Hegel e da Schelling, considera la
filosofia attuabile solo all'interno della realtà storica in quanto è la
scienza generale di tutto l'esistente. Si indirizza verso l'estetismo in
“L’arte.” Critica la dottrina aristotelica secondo la quale l'arte è una
riproduzione (mimesi) della natura, contrapponendole la filosofia hegeliana che
ritiene l'arte riproduzione (mimesi) del sovra-sensibile, delle idee, del
noetico. (“L’estetico e mimesi del noetico). In “Della filosofia in Italia” si
sofferma sul pensiero e la cultura italiani contestualizzandoli nella filosofia
europea. Esauritosi il periodo florido della diffusione della scuola hegeliana,
la rivista del Gatti andò incontro ad un lento declino e fallì anche nella
creazione di una nuova testata editoriale chiamata Rivista napoletana di
politica, letteratura, scienze, arti e commercio. Altre opere: “Della fenomenologia”; “Fichte e
il concetto di scienza; “La filosofia della storia in Grecia”;“Filosofia”. Dizionario
biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. treccani. Si
è detto, ora non saprei più da chi la prima volta, e poi da moltisièsovente ripetuto
che VICO autore di un sistema che i suoi contemporanei non poteano intendere come
quello che dovea esse re la scienza di un'altra età, e il frullo di nuovi
germogliamenti dello spirito, non aveaperquestaragione potuto raccoglierein vita
il premio di quella gloriacheinepotipiù idoneia giudicare dellapoteoza dellasua
mente e del valore delle sue dottrine, glidoveanoalarga mano prodigare dopo lamorte.
Or questo modo di considerer la cosa è senza fallo giustissimo quando vel
filosofo napoletano,come in tutti i filosofi del mondo, anziintuttiquelliuominichesonosi
più che mezzanamente sollevati sull'universale, si voglia sceverare due parti
es senzialmente diverse insieme, e che congiunte solo per accidente, co.
stituiscono una dualità permanente nell'unità stessa dell'individuo. Di queste
due parti, l'una tulla relativa è determinata dalle condizioni esteriori della
vita,da'luoghi eda'tempi a cui siappartiene, dagl’uomini da'qualisiè circondato,
dall'educazione stessa che si è ricevuta, dagli studii a cui più si è piega talamente,
dal primo libro che si è letto, dalle prime impressioni d'infanzia, dalle
seguenti occupazioni dalla famiglia, da'parenti, dagliamici. L'altra parte
sottratta a tulte queste contingenze non si appartiene veramente a njun luogo o
tempo determinato ma a tutti del pari, nè ha da far sulla con alcuna speciale condizione
di vita. La prima di queste due parti scende insieme col corpo nel sepolcro e
dopo della morte non se rimango no più tracce, la seconda per contrario
sopravvive all'ultimo giorno ed assicura all'uoino coll'immortalità la
perpetuità della sua presenza fra'più lontani nepoti. Similmente in ogni
sistema per quanto nuovo e profondo e fruttifero essosia, trovasiunaparte che è
direltamente determinata non solo dalle proprie particolarità dell'indole e
dell'ingegno del suo autore, ma si ancora da quelle del luogo e del tempo in cui
venne fuori, inmodo che di questi conservando sempre la special fisonomia, ne
parlecipa spesso agli errori e a'pregiudizii. Questa è quella parte caduca de’ sistemi,
la qual e non sopravvive mai a quelle condi zioni speziali che le hanno dato origine,
eche, quando quelle son cambiate, non ba più niun valore, ed è condannata
all'obblio imman. cabile delle età posteriori, quando caduta nel dominio
dell'istoria, non fa più partedella scienza viva e feconda di conseguenzee di applicazioni
le cui tracce si scorgono presenti, quasi all'insaputa di tutti, in ogni ramo
del sapere e in ogni manifestazione della vita. Conciossiachè non solo ogni nazione,
ma ogni secolo haunasua impronta particolare, ha uno special modo di veder le
cose, una sua propria logica, per la quale anche aquell ecose che tiene per vere
dalle età precedenti, non giunge per i medesimi procedimenti, ma per altre vie,
per altri melodi, per argomentazioni e prove di diversa natura. L'altra parte, quasi
l'altro elemento costitutivo di ogni gran sistema, è per contrario indipendente
da ogni condizione di luogo e di tempo, non ha in sé nulla che sia momentaneo o
relativo, ma stadi per se come un frammino della verilà assolula che mai non
rivelasi lulla intera e nella sua irionfatrice purità nè alla mente di piano
uomo, nè alle investigazioni di niun secolo, imperciocchè è la conquista ideale
dell'umanità che a fierissimo sudore della sua fronte ne va a poco a poco
conquistando ora una ora un'altra parte in mezzo a errori ed acolpe, a mensognee
da violenze, ainganni ed a pregiudizii d'ogni maniera. L'edifizio intanto del sapere
insepsibilmentema irreparabilmente sia ccresce, atteso che lo spirito umano non
d'altra cosa aiulato che dall'opera del tempo, va d'ogni sistema sceverando le
parti false e vane e relative a cerle determinate contingenze, va spogliando
della superflua ed incomoda scoria quella parte di eterna verità che in
ciascuno si rac chiude, la fa diffinitivamente sua e la trasmetle come sacro
deposito e in dubitabile acquisto alla seguente, che facendone suo pro, l'arricchisce
di nuovi progressi, ne'quali quelli che vengono dopo di essa banno ad
esercitare il medesimo lavoro di purificar l'eredità ricevuta e di accrescere
il patrimonio. Cosi la pianta fecondissima della scienz acresce di secolo in
secolo con non interrotta germinazione, non altrimenti che cresce un albero fra
leassiduecure dell'agricoltore che ne innaffia e lelama diligentemente le
radici, e a suo tempo ne taglia colla scure i sermenti vecchi ed isutili. Questa
è quell'aurea catena di cui, se non vado errato, parlava Platone nell’ACCADEMIA,
per la quale l'un secolo trasmette all'altro l'eredità del sapere, come un
sacro deposito che esso è tenuto di accrescerea suo potere e tramandarlo al susseguente;
benchè non tutti i secoli possono ugualmente a ccrescere quel deposito, non
intuttigli elementi secondarii e contingenti che circondano i frammenti della
verità eterna son della medesima natura e nella medesima proporzione con essa.
E questo è pure quell'ecletismo pon artificiale, quale può farloun uomoouna scuola
e che o manca di criteriooneha uno in cerloe si risolve più tosto in sincretismo,
ma reale ed istorico il quale hapersuo autorelospiritoumano stesso che di secolo
in secolo va sceverando da sistemi la parle condizionata e temporanea da quella
che come frammento della verilà assoluta dee restare senza alterazione niusa in
suo perenne dominio. Cosi il frullone abburrattando la farina de discevera il
fiore dalla crusca inutile, e cosi molte verità da' tempi non dico di Arislotile
nel LIZIO ma di PARMENIDE DI VELIA e di ZENONE DI VELIA (VELINO), sono rimaste
tuttavia sulla terra, dove che tutto l'insieme di que'sistemi non è adeguato nè
alla forma nè al fondo del pensiero di generazioni cosi lontane ad essi per distanza
di luoghi e per diversità dit empi. Secondo queste considerazioni è indubitato
che in tutto l'insieme del sistema del VICO trovasi una parte di un valore
assoluto che è ri masta per sempre nella scienza,ed a cui eran troppo immature
le menti de'suoi conleinporanei, i quali o no a neinlesero affattoosolone
frantesero e ne misconobbero la vera importanza. Ma accanto a que sta un'altra ceneha
per la quale il filosofo napoletano legasi diretta menteco'suoitempi, echemeglio
intesaevie piùapprezzatada' coe. lanei non ha più per noiniun valore, ed è
caduta come cosa vieta in dimenticanza. Sicché a lui, come a tutti igrandi
uomini, è avvenuto che per una parteè uomo assolutamente de'suoi tempi, econessi
perquella partesièmorto, dove che per un'altra è contemporaneo de'suoi nepoti,
e per essa a se medesimo sopravvive. Non giả che i puovi filosofi da lui
abbiano preso il concetto della filosofia dell'isto ria,come alcuni sono andati
dicendo, credendo cosi di accrescere, quando invece diminuivan la gloria e
impicciolivan lavera grandezza di colui che voleano magnisicare. Conciossiache
picciolissima gloria, e che soloapochi, e forse a niuno anche dei mediocrissimi
e mancata, si è quella di comporre un sistemache ad altri inun altro secolo
piacerà poi di seguire. Ma grandissima si è quella d’indovina re e quasi
divinare tutta una scienza per la quale la pienezza de' tempi non è ancor
venuta, ed a cui un'altra età dovrà essere condotta per i nuovi progressi dello
spirito, comunque per altre vie, per altri metodi e come per dialettica
deduzione di principii di diversa natura, siccome appunto è avvenuto per la filosofia
dell'istoria molto tempo dopodel VICO, che primo la presenti. Ma non potendo, com'eranaturale,
presentir tutto, procedette senza metodo e senza principii proporzionati da cui
dedurla, sol per induzione da fatti troppo speciali, e in mezzo a tali tendenze
intellettive che rendeano impossibile qualunque ancorchè immaturo saggio
diquelle costruzioni speculativesu cui solo potea la nuova scienza solidamente
stabilirsi. Sicché cadde e rima. se infruttifero l'isolato tentativo sino a che
la stagione più propizia non fu giunta, a cui non furono nascoste levere vie
che poteano condurre alla nuova terra promessa, scoverta da lungida un arditissimo
navigatore che per difetto de'necessarii aiuti appena vi avea potuto approdare,
ma non prenderne sicuramente possesso. Quasipareche lo spirito travedendo di lontano
la novella scienza, avesse fatto un primo tentativo per conseguirla, ma
destituito degli altrezzi e delle armi che a quella conquista si richiede a no,
avesse dovuto temporpeamente mettersi giù dell'opera per fornirsi in silenzio
de'mezzi che gli abbisogna vano, e quando ebbeli tutti presti ed
apparecchiati, ritornare con m a g gior confidenza all'interrotta impresa, e riuscirvi
con miglior successo. Non si vede egli talora quando già la fióe dell'inverno
si avvicina m a ancora la primavera è di lungi, un solitario fiorellino quasi
racco gliendo i primi caloriche si cominciano a muovere per legelateaiuole,
spuntare tra'bronchi eirovi ancora arsidal freddo e bianchi dalla Deve? Ma quel
primo sforzo e troppo precoce della natura riman solo, nèèseguitoda altri sino a
che alla stagione avanzata, nuovi torrenti di calore tutte compenetrando le
zolle più mature, covrono di famiglie innumerevoli di fiori la faccia de'prati
e i dossi delle colline. Qui maggiore è la copia e la bellezza, ma più ammirato
è il fiore del febbraio, infrulluoso e solitario indizio d'una ricchezza a
venire di cui tutti largamente godranno, ma che poca o niuna maraviglia non
saprà più ri svegliare agli sguardi assue fatti. Se poi prendiamo quel sistema
di VICO nel quale appunto ha tra sceso i
confini del suo tempo divinando l'avvenire, vitro veremoma pifestada pertutto la
presenza del giureconsulto nepoletano dellafine del decimo settimo secolo, e
accanto a que'principii che si veggono diventati proprietà eterna della scienza
e son passati quasi nella cosienza universale del genere umano,ne troveremo
altria cui nessuno più non saprebbe attribuire alcun valore, e che si posson dire
caduti per terra e dispersi come cadono e sono disperse dal vento le poche fo
glieseccheche ancora si trovano insu'rami degli alberi a mezzo novembre per
lasciare nudo il tronco che alla nuova primavera di più rigogliosa vegetazione
si dovrà rivestire. Troveremo lui aver messo a capo del suo sistema un dualism
I cui due termini non possono stare insieme, quello cioè di una mente, di una
ragione, di un mondo delle idee che fa colle sue proprie leggi il mondo
de'fatti, e quello di una volontà estranea di cui la scienza non puòtenere niun
conto, essendo che i suoi atti appunto per essere volontarii non si possono sottomettere
a niuna costruzione scientifica, cioè a priori, ma sono essenzialmente
contingenti. Troveremo lui aver detto che la sua scienza del la storia è una
vera teologia delle idee divine, la qual cosa se può esser vera in altr isistemi,
appunto nel suo è falsa. Troveremo averegli traveduto il principio che la
storia dell'umanità si va facendo per mezzo di un successivo passaggio da una
fortuna più materiale a una più spirituale, da una più oscura e incerta di sè a
una più chiara e più consapevole, ma non aver potuto vedere né il come nè le
leggi d i questo cammino, nè tutte le sue conseguenze, nè tutto l'insieme delle
sue applicazioni. Troveremo che dopo di aver veduto la correlazione che è tra
le idee e i fatti, la concepi però a rovescio dicendo che l'ordine delle idee dee
procedere secondo l'ordine delle cose, il che sepureè veroinunsenso tutto
psicologico e a posteriori, è falsissimo, anzi privo affatto di senso, negli
ordini dell'ontologia e dell'istoria. Or lutto quanto illibro della scienza
nuova procedendo a questo modo svela costantemente agli occhi del riguardante
la presenza di due uo mini, l'uno giureconsulto napolelano del decimo
settimosecolo,e l'altro filosofo divinatore di un pensiero che dovea esser
quello di al tri secoli a venire, e predicente una scienza che egli stesso non
in tende a che a mezzo. Ma nelle altre opere questa dualità scomparisce, o almeno
il secondo e nuovo uomo si eclissa tanto darestar quasi tutto intero il campo al
primo, cioè all'uomo dotto dell'età incuigli era sortito di vivere. Le opere
contenute nel volume il cui titolo è in capo di questo scritto sono piùtosto di
questa seconda specie che del la prima, quantunque non bisogna dimenticare
quello che del resto è quasi inutile di dire, cioè che la parte più universale
dalla sua mente non si nasconde mai tanto che e'non si veggano sempre e da per
tut topresenti le tracce di quello spirito che ha pensato il primo sulla terra
una scienza dell'istoria. Io non parlerò delle diverse orazioni su varii subbietti,
delle quali le latine son tradotte in italiano da Pomodoro, che con tanto amore
si è volto il primo tra noi a dare una raccolta compiuta delle opere del
filosofo napoletano. Neppure parlerò della sua vita scritta da lui medesimo e
che anche trovasi nel presente volume,importante sopra tutto per questo,che in
essa trovasi delineala la storia intima della mente di VICO, e vi si assiste
alla generazio ne di tutto il sistema nato nel suo pensiero ( cosa
straordinaria e quasi incredibile ) non di un principio metafisico, che dee
essere la sua vera sorgente, m a più tosto da particolari considerazioni
sull'insieme del DRITTO ROMANO e sull'istoria di ROMA. L'opera di cui più
particolarmente mi propongo di ragionare quella dell'antichissima sapienza
degli Italiani,la quale se pure io non m'inganno stranamente, non solo ci
rappresenta più chiaro VICO del suo secolo, ma non ci rappresenta altro che questo,
nèmaisenzalei dee e le teoriche che erano in voga a quell'età, e fino senza i
pregiudi zi i e gli errori del tempo non sarebbe stata concepita, nė mai,
neppure iltitolo, potrebbe ora saltare nella mente di niuno. Io non parlo delle
speciali teoriche professatevi, di cui alcune si hanno o poco o niun v a lore,
e altre ne hanno uno grandissimo m a non si appartengono a VICO propriamente, anzi
a tutta la filosofia da PARMENIDE DI VELIA a Leibnitz e da Leibnitz a Hegel, ma
quello che merita di esser considerato come pro prio di lui, si è il modo di
deduzione e il procedimento con cui vi è pervenuto, pel quale una volta
messosi, ne ha tirato delle conseguenze istorichee creduto di giungereaunaseria
scoverta filosologica, quan tutto riposava sopra due o tre falsi supposti che
sono il perno intorno a cui si aggira tutta l'opera, e ne formano non meno la
conchiusione che la base. Or ecco in che consiste tutto il sistema. Nell'uso di
alcune voci e modi di dire de’ LATINI VICO ha veduto o creduto di vedere un
profondo significato metafisico, che dimostra un gran progresso fatto in questa
scienza presso il popolo che in quelmodo parlava; dall'uso che essi facevano
delle voci causa eeffetto vero e fallo, ed altre simili egli deduce il sistema
metafisico di cui quelle lo cuzioni erano l'immagine e che dovea trovarsi nelle
menti dico loro che le avean irovale e che cosi le adoperavano. A questa prima
scoverta poi tutta filosofica di sua natura, se ne veniva ad accoppiare come
per consegnenza un'altra filologica o istorica intorno al popolo che era giunto
a cosi profonda sapienza, a cosi riposta dottri na da essere autore e di quella
filosofia e di que'modi di parlare. Certo IL ROMANO non potè essere, delquale sisa
indubitatamente non avere atteso ad altro sino al tempo di Pirro che
all'agricoltura ed alla guerra, diche è mestieri di risalire più indietro sino
al popolo da cui quello di ROMA ricevette con la lingua quelle locuzioni, e lui
senza più dichiarare popolo di profonda dottrina, e presso il quale la metafisica
avea dovuto giungere a uno non comune grado di eccelleoza. Nè la storia ci può
la sciare lungamentein certinellascelta, sapendo siche i due popoli con cui I
ROMANI ebbero ab antico più strelte relazioni si furono i Joni della Apao. Questa
serie di dedazioni ci mena alla giustificazione nel titolo dell'opera,
DELL’ANTICHISSIMA SAPIENZA DEGL’ITALIANI, ciò sono i Joni e gli Etruschi, i quali
per questa via si scovre aver dovuto essere dollissimi in metafisica, e poichè da
essi presero I LATINI gran parte della loro lingua, si trovò questa come per
eredità o più presto per invasione straniera picha di concelli
metafisici,comunque il popolo che la parla ne fosseesso medesinioin consapevole,
ničsi potesse dasèsolo sollevarea tanla altezza.Ne qui le deduzioni istoriche
si arrestano,anzi partendo da quel lepremesse, siè condotti assai più lungi, fino
acongetturare che gli Egiziani quando fioriva appresso di essi e l'imperio e la
potenza e l'ar. dimento delle lontane spedizioni,navigando per il mare interno
che lutto signoreggiavano, avessero doyuto dedurre floride colonic per le cosle
diquelle, ecosiportare in Toscana la loro filosofia. Quivi poiessendo surto una
ssa i gran regno che diede il nome a lulto quel tratto di mare che Lagna di
Toscana fino a REGGIO l'Italia, anche la lingua degli Etruschi si dovette per
quello diffondere, e di questa più dovellero prendere i popoli più vicini del LAZIO.
Per la qual cosa non si dec credere che Pitagora avesse dalla Ionia portato in
Italia la sua filosofia, m a sibbene esser venuto in Italia ad impararla, e sol
dopo di essersi ammaestrato nella metafisica italiana, cio è etrusca, la quale non
era altro che l'egiziana, essersi stabilito in CROTONE e qui vi fondato la scuola.
Di quila sua filosofia si sparse, cando necessariamente imprimendo le sue trac
ce nella lingua, della quale gran parte passò poi a’LATINI, iu guisa che sc ci
ha voce latina di filosofica signicazione, quella si dee tenere essere stala
prima in Egillo, poi in TOSCANA e quindi passala in Magna Grecia. Per questo modo
ne'fossili della lingua latina si trova tutta la sapienza degl’etruschi, e
dalla notomia di quelli noi possiamo ricavare tutta la anctafisica che era in
voga sulle rive di ARNO prima che il TEVERE ba e magna Grecia e gl’etruschi, dei quali d'altra
parte si sa che furon popoli dottissimi, gli uni avendo dato nascimento alla
filosofia italica dell'antichissima sapienza degli altri facendo ampia fede la
purità del la loro religione, l'augusto concetto che essi aveano dell'ente
supremo, i sontuosi sagrisizii, la teologia civile onorata, la naturale
praticata, e con questo l'architettura antichissima e semplicissima,a far
testimo. nianza che essi furon dotti nella geometria prima de’Greci.
gnasse la città de'sette colli. Con un passo di più ma senza allontanar ci dal
sistema di VICO, anzi seguendolo fedelmente, solo affidandoci al l'uso di poche
parole latine, noi possiamo esser sicuri di essere in pieno possesso della
cosmologia e teogonia egiziana. Ho voluto insisterealquantopiù a lungo sulle
vere pretensioni di questo saggio del filosofo napoletano, sol perchè basta
l'esporle nettamen leperchèsene veggano chiaro i lati deboli che sono nè più
nèman co che tutti isuoi lati, la cui poca consistenza połea essere nascosta un
secolo e mezzo fa, m a ora non ha più scudo che la possa difendere da piun
colpo della moderna critica. In alcuni punti poi esso ha contro di sè un
inimico domestico e cognato nel VICO della scienza nuova, il quite le condotto
da altre divinazioni più vicino alla scienza de'nostri tempi epiùlontano a
quella de'suoi, poevade'principiii qual inegano le basi su cui poggia tutto il
libro dell’ ANTICHISSIMA SAPIENZA DEGL’ITALIANI. E in fatti in quel sistema che
più lo ravvicina a noi e più lo stacca da'suoi contemporanei, egli riconosce
tutta l'opera del popolo nella formazione delle lingue, e quasi lo riguarda
senza ambagi come una creazione spontanca di quello, quando spiega tutte le diversitàchesono
fra le une e le altre per mezzo della diversità che passa fra la natura o
icostumi de'differenti popoli. Ma questo principio che veduto in tutta la sua plenitudine
esvolto secondo il rigore della logica sarebbe stato fecondissimo d'importanti
conseguenze, non gl'impedi di arrestarsi m a ravigliato innanzi alle locuzioni
che a lui parvero troppo metafisiche DELLA LINGUA LATINA, per tal modo che dimentico
del popolo edelmon do delle nazioni, ostinatamente volle vedere in quelle
l'opera meditata de'filosofi che dopo di averlo composte e sanzionate
coll'autorità del loro sapere, le sparsero e le feccio adottare al popolo, da
cui poi le ebbero in eredità gli altri che la dottrina e ingran parte la lingua
diquelloereditarono. Ora non i principii, comunque ancora incerti, dell ascienza
nuova condussero VICO aquesta scrie d'idee, ma sibbc ne la filosofia del suo
tempo, contro la qualc egli in gran parte prote stava, e tutto il general modo
concuisiri guardavano allora le cose, e che egli senza saperloe senza volerlo, etalvoitapurvolendo
ilcontra rio, avca comune con tutti.Ora uno de'punti principali della
filosofia del secolo passato si è il non aver riconosciuto in piente
l'opera sponla nea dell'umanità e l'aver veduto da pertutto il prodotto
volontario e riflesso e però consapevole e determinato dello spirito. Nel fatto
della società civile non vide altra cosa che UN CONTRATTO con cui gli uomini si
erano volontariamente convenuti fra sè divivereinsieme per il maggior comodo e la
maggior sicurezza di tutti; nelle religioni non vide che il trovato de’ pochi per
contenere i molti, e farlipiegare coll'au torità di esseri superiori agli umani,
a quelle cose che essi avean risolutoessere d’universale vantaggio o di loro
particolare utilità; nella poesia e nelle arti non vide che l'occupazione di
alcuni uomini di più squisita immaginazione e di maggiore ozio che gli altri, i
quali per loro proprio diletto e per altrui si decideano didarsia quell'esercizio,
seguitando delle regole parte tirate dalla natura stessa delle co se, e parte
stabilite per reciproca convenzione fra quelli che si era no volti al medesimo
non so se mestiero o passatempo; finalmente nelle lingue non iscorse altro che un
sottil ritrovato e una universale convenzione degli uomini, iquali essendosi
accorti di avere l'organo delle voce vie più pieghevole che quello degli altr’animali,
si erano risolutamente decisi, non senza esame, di voler mettere aprofittoquel
Ja flessibilità della gola, e servirsene senza più a render più facili e
speditele loro reciproche relazioni. Da questa teorica non era lungo il cammino
da percorrere per giungere all'ipotesi, o per dir meglio,al la conchiusione del
VICO, il quale, come prima si fu imbattuto in locuzioni che gli par vero avere
del filosofico in sé, subito giudicò non il POPOLO IGNORANTE, ma sibbene
ifilosofiaverne dovuto esseregliautori. Di che senza por tempo in mezzo,si
diede a ricercare dove doveano poter esser que’ filosofi da cui eran venuti
parlari filosofici a un popolo che non ha filosofia, e trovolli nell'ETRURIA e
nella Magna Grecia e, risalendo, nella patria de’ Faraoni. Maisistemi
talvoltasoncuriosi davvero; e curiosissimi sieran questi, i quali negavano le cose
più ovvie, il fatto, la storia, la vita, l'uomo, per accordar tutto a’filosofi;
razza nobilissima e d'ogni considerazione degnissima, ma cosi poco di sua
natura operativa e fattiva da non poter creare non che tutta una Jingua,un
solverbooun articolo. Ora il fatto si è che il popolo, e qui, intendiamoci bene,
popolo valquanto genere umano o spirito umano, il popolo adunque in cerle
cose non è da meno e in certe altre è da più de'filosofi. Ancora non si dee
credere che nello spirito de'filosofi trovisi assolutamente più di quello che
ènello spirito di ogni uomo, cioè nel popolo. E se nelle coloro menti trovasi
tutta chiara ed aperta la teorica della ragione e degli elementi che la
costituiscono, e la scienza delle sue leggi e del nodo come esse operano, la
mente del popolo per mancare di quella teorica o per ignorar quellascienza non
è men ri schiarata dalla medesima ragione, nè men costituita dagli stessi ele.
menti,nè men regolata dalle medesime leggi,conciossiache se cosi non fosse, la
filosofia non sarebbe più la scienza dello spirito umano, ma lascienzadello spirito
de’ filosofi; il che, se io non m'inganno, dove sufficientemente nuocere alla
sua importanza; la sola differenza che passa tra il filosofo e colui che non è
filosofo, si è che l'uno sa quelche egli ha, laddove l'altro loha senza saperlo;
l'uno possiedee pur possedendo e usando della sua possessione,non ha mai posto
mente a quel che egli possiede, dove che l'altro non solo possiede ma si è
occupato di sapere la natura, il valore, le leggi, l'importanza, gl’elementi, il
modo di operare, le relazioni e le condizioni di quello onde egli è in
possesso. Ora le lingue son come figliuole di due madri,cioèsonoilpro. dotto di
due cause che operano ngualmente nella loro formazione, vale a dire delle
attitudini naturali e delle fisiche condizioni degli orga ni della voce da un
lato, e dall'altro della natura morale dell'uomo e delle leggi sostanziali dello
spirito. Di che ogni lingua se nella parte puramente esterna e fonetica
de'suoni, della loro trasformazione e corruzione, e del loro passaggio adaltri secondarii
e derivati, e in tutto quello che riguarda l'istoria naturale della parola,
segue invariabil mente le leggi naturali dell'organizzamento fisico della gola,
in quanto al contenuto interno di essa parola rappresenta tutti i principii
psicologici del pensiero, tutti gli elementi ontologiciche in esso si
rinchiudono, esecondo le leggi logiche del pensiero stesso coordina e dispone
l'espressione estrinseca di tutto quello ch e il pensiero ha lavorato, e che
nelle misteriose profondità della mente è stato apparecchiato. Certo si nella
formazione che nell'esplicamento delle lingue non tutto si può ridurre e
principii razionali, e qualche cosa ci ha che si sottrae all'analisi e dipende
da quella parte inesplicabile dello spirito umano, che senza essere ilprodotto
o l'espressione di una o di un'altra sua legge determinata, risulta dall'azione
nė descrivibile nè determinabile di tutte quante insieme, e dall'opera
simultanea di tutte quelle forze in cui si appalesa la vita nelle sue infinite
manifestazioni. Ma oltre a questa parte che si sottrae ad ogni investigazione e
ad ogni esplicazione scientifica, l'edificio di ogni lingua è legato per la
parte estrinseca alle leggi anatomiche e fisiologiche del corpo, e per
l'intrinseca alle leggi morali dello spirito, in modo che siccome ogni sintassi
nel coordinamento delle parole e delle frasi è regolata dalle leggi logiche del
pensiero, e cosi ogni etimologia rinchiude in sè un sistema compiuto di tutte
le categorie della ragione; e siccome non può trovarsi nello spiri to più o
meno di quel che trovasi nella lingua, in cui talti i suoi ele menti
raggiungono un'esistenza estrinseca ed oggettiva, e cosi non tro vasi nelle
lingue nè più né meno di quel che sia nello spirito nel qua leessee le categorie
dicui esse sono l'espressione hanno la loro esistenza intrinseca e soggettiva. Per
la qual cosa non ci è nulla che sia meno arbitrario e meno convenzionale delle
lingu, nè ci LA LINGUA DI POPOLO COSI BARBARO o selvaggio che non rappresenti e
non contenga in sé un intero SISTEMA DI LOGICA [RUSSELL – STONE-AGE
METAPHYSICS], e UN INTERO SISTEMA DELLE PIU RECONDITE CATEGORIE DELLA RAGIONE. Ben
si vede da quesle cose che egli è possibile di rendere ragiona di quelle parole
latine che sembrano contenere un significato più a stratto e metafisico, senza
avere a ricorrere all'ipotesi di un popolo progredito assai oltre nelle vie
della dottrina e della filosofia, da cui I ROMANI nè dottiné filosofi abbiano
dovuto ricavarle. Già l'ipotesi di VICO incontra nel fatto di tali difficoltà
che niuno oggidi ancorchè men che mediocramente iniziato in certi studii, non
avrebbela concepita nella mente senza voler che di lui si dicesse col proverbio
che egii fossesi posto a pestar l'acqua nel mortaio.E in prima le parole su cui
spezialmente cadono lo investigazioni filosofiche e istoriche di VICO sono di
origine e di formazione cosi puramente latina che e'non si ve de che cosa
abbian da fare con esse gl’etruschi o į Jonii, o come abbia poluto saltare
altrui in mente che I ROMANI lc abbiano prese dalle costoro lingue, o almeno imitato
da essi il modo di adoperarle. Tan!e più che se in ana lingua si possono
trovar parole di origine straniera, il modo di adoperarle non è ma istraniero
opresoin prestanza da altri, MA PROPRIO DAL POPOLO CHE LA PARLA, il quale
nell'usarne, imprime in esse il suggello della propria nazionalità e le fa sue,
senza dire che un popolo per imparare da un altro ad usare secondo un concetto
metafisico le sue proprie o le altrui parole, dovrebbe innanzi imparare da quello
tutto il sistema della sua metafisica, quando non si vuol riconoscere che ogni
lingua, qualunque siesi il popolo che la parla, e indipendentemente da ogni
dojtrina acquisita, è naturalmente e spontaneamente l'espressione di un sistema
di metafisica riposto nel fondo dellaragione, e che costituisce l'essenza stessa
di essa ragione. Per VICO intanto i Latini aveano a ogni modo dovuto imparar
qnelle parole e que'modi di dire du altri popoli più dotti che essi non erano,
e questi popoli non poteano essere che i Jonii e gli Etruschi popoli dottissimi
e con cui I LATINI aveano strette relazioni. Vediamo ora quelche non già ioounaltroma
tutto il sapere del secolo in cui viviamo oppone senza paura di contradizione
al più dotto napoletano del XVIII secolo. Ne è possibile d'incominciare questo
esame senza fermarsi in primo luogo ad un'improprietà di linguaggio che niente
nonpuò giustificare e che in nessun sistema e in nessuna ipotesi non si può
difendere. E veramente non vi è niuno il quale abbia mai pensato a'Jonii o al dialetto
jonico per sostenere la parentela di filiazione tra il Greco e il Latino, e le colonic
greche di cui parla VICO, ca cui attribuisce nella formazione della lingua
latina un'importanza che non si hanno maiavuta, noneranodiJuniima di Dori.Ilfatto
slorico che la storia latina è posteriore
alla greca unito all'altro fatto della relazione di simiglianza fra le due
lingue avca condotto alla con chiusione che l'una lingua dove essere derivata
dall'altra, nè lasciato alcun luogo a dubitare quale si dovesse essere la madre
e quale la figliuola fra la più giovine e la più vecchia. La stessa
argomentazione poi avea fatto determinare più particolarmente questa relazione
di m a ternità fra il latino e il dialetto eolico, che èquello fra dialetti della
Grecia chepiù di affinità si ha colla lingua del Lazio. Intantolenuo
vescovertedella scienza delle lingue hanno dimostrato questa ipotesi
impossibile, havno scoverto nel LATINO tracce di maggiore antichità che
pel Greco si nel sistema de'suoni e si nelle forme grammaticali non che nella
genesi etimologica e nello stato attuale delle parole ; hanno scoverto la
stessa specie e lo stesso grado di aslioilà, e talvolta anche maggiore,che è
tra il Greco e IL LATINO trovarsi eziandio fra le duelin gue classiche ed altre
ancora o meno conosciute o quasi del tutto igno te prima di a questi ultimi
tempi, sicchè è stato forza di ricorrere all'ai. tra ipotesi di una lingna più
antica di esse lulte, da cui come da comune stipitetutte quanteesse, e le altre
ad esse simili discendessero, allontanandosene quale più e quale meno, quale in
una e quale in un'altra cosa, ma ritenendone tutte e la general fisonomia, e il
sistema grammaticale, e il comune materiale delle radici, in mezzo a quelle
differenze che debbono fra’i varii rami di uno stesso tronco essere cagionale
dalle speziali condizioni fra cui ciascuno di essi si è venuto separatamente
formando ed esplicando, sicché la relazione di parentela è rimasta, anzi la
famiglia si è trovata cre sciutadimoltialtrimembri
creduliprimaaffattoestranei,masiè trovato quella parentela essere di fraternità
e non già di filiazione. N ė si può negare che il dialetto eolico sia quello
tra gli altri dialetti dell'antica Grecia che più si rassomiglia al LATINO, ma
invecedi con chiuderne che questo sia nato da quello, si è dovuto inferirne che
esso è come l'anello intermezzo, il punto di passaggio tra le due diverse forme
di una medesima lingua, appunto come la storia naturale ci dimostra molte
specie di animali, molte famiglie di piante, le quali sono l'anello intermezzo fra
due specie di verse del mondo animale otra due diverse famiglie del vegetabile,
e quasi come il ponte per cui mezzolanatura che non procede per salti,dall'una
è passata all'altra.Cerlo molte paro le si possono trovare nel LATINO che vi si
sono introdotte direttamente dal Greco, ma queste o sono di data assai più
recente o sirisesconoa oggetti speciali, ad usi e invenzioni,a trovati
comunicati dal conımercio e dalle esterne relazioni tra due popoli in
quell'epoca e a quella parte della lingua a cui si riferiscono le
investigazioni etmologiche e istoriche di Vico. Di parole straniere che per accidente
sienpassatedauna lin gua a un altra ancorché di diversa indole e di diverse
famiglie se ne trova in tutte le lingue, m a si è questo un fatto tutto
contingente di cui sirende ragioneper mezzodel fatto delle esterne relazioni senzache
nulla se ne possa conchiudere per la forniazione della lingua stessa. La
parola kalamos che è ab antico nel Greco per dinotare la penna o uno strumento
aguzzo, una capna qualunque da scrivere, non è di origine greca, nè se ne trovala
radice nelle lingue affini al greco, ma è di patria affatto straniera, parendo essere
nè più nè manco che il semitico Kalem che in Arabo dinota la penna. Certo verisimilmente
è da credere che avendo i Greci antichissimi appreso da'Fenici, popoli di
stirpe e di lingua semitica, l'arte dello scrivere abbian preso anche da essi
il nome dello strumento da esercitare la nuova arte. Ma dove sono le parole
greche, eoliche, e joniche, come impropriamente il filosofo napoletano direbbe,
corrispondenti a quelle con cui I LATINI esprimeano non già un utensile
materiale, lo strumento di un'arte ignota prima e poi appresa, ma i concetti
più intimi e più astratti dello spirito senza di cui il pensare stesso è
impossibile? Le medesime cose, ma adassai più forte ragione si vogliono
ripetere per l'Etrusco. Che da questa lingua si sieno potute introdurreuel LATINO
delle parole relative ad usi della vita e a cerimonie sacre, è cosa che
facilmente sipuò concedere massime chi pensi che molti riti religiosi
dall'Etruria hauno dovuto passare in ROMA, ma non è possibile di trasformare
questa azione tutta estrinseca, questa introduzione accidentale di alcune
speciali parole, in un'azione più internaequasi primitiva dell'Etrusco sul LATINO.Vero
èche questa non è propriamente l'idea di VICO, nè la conchiusione a cui egli
intende di giungere coi suoi procedimenti etmologici. E già la qui. stione
delle lingue era così poco avanzata, anzi così poco sopposta a' tempi del VICO,
che non ad essa la sua mente si rivolse, non di es sa egli si occupò come
conseguenza e coronamento della sua ipote si, ma sibbenedi quelladella filosofia.
Einfaltinon altrovechein questo punto egli vide l'importanza della sua scoverta,
e assai più che nel libro stesso v'instette nelle sue riposte a varie
obbiezioni mossegli allora contro con una critica, che non vedea,e in gran
parte non poteavedere i veri punti debolie impossibili a sostenere di tutto il sistema.
Quivi si vede che VICO (si veda) pensa di aver fatto una stupenda sco verta
istorica, perocchè vi è detto chiaramente che essendo gli Etruschi cosi
doltissimi in cosi remotissima eti, come si vedea manife. b'o da' modi di dire
metafisici che sol dalla loro lingua avean poluto passare nella latina, si
dovea credere fermamente che la dottrina non avea poluto passare dalla Grecia
in Italia, ma si da questa, cice dall'Etruria in quella, e quindi coordinando
tutte le parti del sistema, ne conchiude che Pitagora non avesse portato
allronde la soa fi losofia inItalia,quando alcontrariosiavea dacredere che
venulo quivi ad appararla, riuscitovi poi dottissimo, si fosse fermato nella
Magna Grecia a formar la sua scuola, sicchè quest'antichissima filosofia che la
rappresentava avea dovuto passare dall' Etruria nel Lazio e dal Lazio nella
Magna Grecia, e in Etruria avea dovuto primitivamente venire dall'Egitto. Ecco
perchè io diceva più sopra che secondo questo sistema, le vere origini di certe
parole e modi di dire della lingua latina si convengono cercarle senza più
nella patria dei Faraoni. Ma tutte queste ipotesi riposano sul falso concetto che
ogni voce di un contenuto edi un valore metafisico supponga un sistema
metafisico divenuto popolare nel popolo che la parla, ogni sistema metafisico
debba essere stato da un popolo portato nel l'altro. Se i Greci non avean
potuto escogitarlo da sè, ma riceverlo da Latini, e i Latini dagl’etruschi, egl’etruschi
dagl’egiziani, non so perchè non si abbiano da spingere anche più oltre le
investigazioni, e cercare da quale angolo più remoto della terra avessedo vato
venir trapiantata sulle rive del Nilo. La scienza moderna che è meno
corriva alle ipotesi, e comunque sia spesso accusata di sognare, più riconosce
l'importanza de' fatti prima di edificare un sistema, va più guardinga in
questa quistione degli Etruschi, e non ostante la grande abbondanza de'falli
che sono a sua disposizione, non ha sapulo per anche decidere che cosa eglino
fossero stati e donde venuteci, nè che cosa si fosse la loro lingua, se cioè
semitica o di origine arja, nè che relazioni si abbia avu ta la loro civiltà
coll'egiziana. A ogni modo le induzioni per cui giungeva Vico alle sue opinioni
intorno all'Etruria niuno è ora che ardirebbedi crederle di alcun peso o di prenderle
in sul serio. Ben sono stati alcuni più moderni che le hanno sostenute, e
avregnacchè l'istoria dimostri come cosa quasi indubitata che la civillà
tenga nel suo corso ilmedesimo cammino che il sole cioè da oriente în
occidente, han voluto che i primi principii d iessa fossero passati dall'Etruria
nella Grecia, ma han cercato con fatli e argomenti e documenti che a VICO
mancavano di sostener la loro teorica, comunque non sieno mai riusciti a
sostenerla tanto da farla aceellare almeno per medio cremeute probabile a'più dotti
in queste materie. E non ha guari abbiam veduto mancare a'viviio Napoli uno dei
suoi ultimi sostenitori, uomo picchissimo di abbondante erudizione istorica, ina
corrivo non so se ad:ingegno o per la natura stessa del suo spirito. ad
abbracciar le opinioni più strane e le meno simili alle più comunemente ricevute.
Spesso si èri posto come una specie di amorproprio Nazionale a sostenere
colesta emigrazione del sapere dall'Etruria nella Grecia quasi per aggiungere un
altro periodo di gloria alle glorie dell'istoria italiana E veramente pjente
non è più giusto o più sacro quanto quel sentimento per cui un popolo si studia
di accrescerei tesoro delle sue grandezze non meno presenti che future o
passate, di queste perpetuare la ricordanza nella memoria degli uomini. Ma per
esser gelosi custodi di questo tesoro noi altri Italiani non abbiamo a far violenza
alla istoria, e volervendicare a noi quelche non ci appartiene, tanto più che quello
di cui non si può dubitare che sia nostro è più che bastevole a non farci
desiderosi di altro. Or la nostra ve ra e indubitata istoria incomincia da
Peoma; il che mi sembra itd'an lichità abbaslanza remota, e una grandezza abbastanza
gloriosa pera. Versenea contentare. Tutto quello che è prima di Roma, e già è assat
in certo che cosa fosse, non ci appartiene. E veramente Italia non era ancora il
paese rinchiuso tra le Alpie il mare, nė Halianiera noi Greci dell'estremità meridionale,
I Siculi o gli Aborigeni del Lazio o gli Etruschi, Celti o gl'Iberi, se alcun
tratto gl'Iberine occupavano, ma bene erano essi gli elementi primordiali i quali
stritura li e fasi insieme dall'opera del tempo e dalla forza assimilatrice di
ROMA, d o veano comporre il popolo dicui ha fatto l'istoria LIVIO, Macchiavelli
e Botta; lavoro lento e gigante scoele con diverse proporzioni e solto diverse
condizioni si è operato per altri popoli ancora; per questa sola ragionei Macedoni
eran Greci, e Alessandro che se fosse nato du'secoli prima sarebbe stato barbaro,
fu al suo Innanzi di conchiudere questo scritto che avrebbe potuto
esser più breve, ma che potrebbe prolungarsi ancora di molto, non credo essere inutile
per meglio far comparire la vera natura delle obiezioni che homosse al filosofo
napoletano, il ricordare comeegli non avea per cosa affatto nuova il modo delle
sue investigazioni etimologiche, anzi fin dal principio del suo scrillo afferma
che egli è per fare quel medesimo per la lingua latina che avea già fatto
Platone per la greca, il quale dalle etimologie e composizione delle paroledi quella
avea voluto scourire l'antichissima sapienza de'popoli che l'avean parlata. Se non
che si forma VICO un concelto assai ristretto dal Cratilo se credea a questo
solo ordinato quel dialogo, il quale abbraccia tutta quanta la quistione della
lingua, della sua origine e del suo valore, coordinandola colla teorica
socratica delle idee. Ben è vero che Platone anche delle etimologie si occupa
in quel dialogo, e che, ove non il fa ironicamente e come per istrazio, intende
di cavare delle induzioni intorno a'primitivi concetti del popolo fra cui
quelle parole aveano avuto nascimento. Ma adonore del filosofo ateniese, si conviene
confessare che il metodo delle sue ricerche non devia da'giusti confini, nè potea
condurlo ad induzioni o false o immaginarie o arbitrarie o contrarie alla genesi
delle lingue o ripugnanti alla vera palura. Della metafisica che inquelle si può
trovare. Non abbiamnoi veduto che OGNI LINGUA CONTIENE IN SÈ UN INTERO SISTEMA
DI METAFISICA (RUSSELL GRICE STONE AGE PHYSICS), ma di netafisica spontanea che
in quella si trova all'insaputa dello stesso p o tempo il rappresentante
dello spirito e della civiltà della Grecia, e u n a delle più alte figure
dell'istoria greca.Cosi le felci gigantesche del mondo antidiluviano non sono
ilcarbon fossile ma debbono divenirlo, poiché, collo scorrere del tempo e
coll'azione invisibile delle forze naturali si macerano a poco a poco, le differenze
scompariscono, e da ultimo si trovano riunite in una sola massa che dee poi
divenire uno de'motoripiù irresistibilinelle mani dell'uomo; ma leproprie tà
che fanno onnipotente il carbon fossile non si appartengono alle umide foglie
delle piante naufragate nel diluvio. Così le glorie q u a si mitologiche de’ Pelasgi
e de' Rasena, de' Tirreni e de'Siculi non siappartengono a'discendenti del popolo
di GIULIO CESARE e di Trajano. polo che la parola, e che ve l'ha senza
saperlo, depositata? Imperocchè le lingue figliuole tulle dell'identica natura
dello spi rito e dell'identica struttura degli organi della voce sol differisco
no nella loro composizione in quanto che quell'identica natura vede da diversi
o opposti lati le cose, e diversamente concepisce le relazioni obbiettive che
passano fra quelle.Per la qual cosa si può dalla natura di una lingua scovrire
il modo in cui il popolo che prima l'ha parla la concepiva le relazioni fra le
cose, e ilmodo con cui iconcetti meta fisici che presiedono segretamente alla
composizione di essa si presen tarono al suo spirito. E se questo lavoro è ancora
oggi pieno d'incertezze e di difficoltà, se era impossibile a'tempi di Platone,
che fae gli cotesto? Basta che il discepolo di Socrate abbia vedulou na verità
che solo i lontanissimi nepoti poteano dimostrare, e tentato un lavoro per
compiere il quale, moltissimi secoli di esperienze e di scoverte non han potuto
somministrare finora tutti i mezzi necessarii. Ma non cre dea Platone che una
setta di filosofi avesse introdotto nella lingua i concetti metafisici, apzili attribuiva
al popolo stesso, che egli per le esigenze del suo linguaggio filosofico, chiama
il legislatore, il quale nella successiva costruzione della lingua ve li veniva
spontaneamente e però inconsapevolmente trasfondendo. Në pensò mai Platone che
da filosofi di altra nazione dovessero quelle parole tirar la prima loro ori
gioe, e quindi esser passate a'primitivi abitatori della Grecia, che per essere
ancora ignoragti non le avrebbero potutemai più ritrovareda sè medesimi. Son queste
le due ipotesi su cui è fondato il libro del l'antichissima sapienza
degl'Italiani, ma nè dell'una nè dell'altranon è colpevole l'autore del
Cratilo, Se io ho troppo insistito su queste cose, non è già per desiderio ehe io
avessi di appiccare un'inutile giornata col maggiore de'filosofi napoletani, ma
si per voler mostrare col suo esempio come camminando il sapere collandare del
tempo, e trasformandosi quasi in ogni secolo la sua fisonomia, evedendo gli uomini
nelle diverse età sempre diversamente pur le medesime cose, la grandezza de'grandiuomini
non si vuol misurare dal numero delle verità che eglino possono ancora
inseguare a'lontani ne poli, a cui pure essendo grandissimi, non possono
lal volta insegnare più niente, ma sibbene dal grado a cui eglino si so no
innalzati al di sopra de'loro contemporanei, dalle nuove vie che prima degli
altri hanno aperle allo spirito, nelle quali altri cammi p ando sono si
arricchiti di verità ad essi rimaste ignote, e dagli sforzi con cui hanno
potuto faticosamente e oscuramente veder da lungi quel che alle seguenti
generazioni è stato poi agevole di veder chiaramente e di loccare con mano,
senza che per questo si possano dir sempre seguaci de'primi, alleso che avviene
soventi volte che una verità giunta alla sua maturità e alla pienezza de'tempi,
si mostri per nuove e più facili vie anche aspiri!i meno alli, quando al tempo che
era tuttavia immalura appena si era svelata per astrusissi mi sentieri alla
potenza divina trice di solitarii ingegni. Chi è più grande di Aristotile? m a
quale è oggiscolarecheintutte lespezialiquistioni non ne sappiaepiùe meglio del
maestro di coloro che sanno? O quale è scuola filosofica a cui basterebbe il
proporre la massima parte de'problemi della scienza in quel modo appunto in cui
si trovano proposti nell'Organo e ne'libri della Melafisica, anche in quei
punti in cui il pensiero arislolelico quanto alla sostanza delle cose è
identico col moderno? L'altra cosa su cui io voleva insistere siè questa, che
un uomo pec quanto grande egli sia, per quanto s'innalzi al di sopra de'suoi contemporanei
e de'suoi tempi, par non si può mai taplo da questi separare che la più parle
delle sue idee, anzi esse tulle non abbiano in quelli lalorora dice, siche egli
non può mai separarsi dal general modo d'intendere dell'età che lo vide nascere,
anzi appuntoperque slo ègrande, che egli tutta la compendia ed esprime,
aprendole le vie agli altri nascoste che la legano coll'avvenire. Se non che se
tul teleidee de'suoi tempii nlujsiriflollono, insieme conquelle anche gli
errori e i pregiudizii comuni penetrano nel suo spirito, nè per quanto egli se
ne distacchi può giunger mai ad emanciparsene intera menle. Di che si vede
quanto sia grande la semplicità di coloro che siappoggiano all'autorità de'grandi
uomini in que'punti che eglino hanno in comune con tutta la loro generazione e
che non costituisco no la loro vera e più squisita individualità. Molle volle
mi è avvenuto di udir dire a proposito di speziali quistioni; o siele voi più
grande di Alighieri il quale pensava appunto cosi come voi negate di consentire.
Or cerlo il canlore de'tre regni della morle si fu il più grande uomo del suo
secolo, nè ci ha oggidi chi in potenza di menle e grandezza di comprensione
poelica possa venire con lui in paragone, ma il pubblicislae il filosofo del XIII
secolo era figliuolo del medio eroe avea cinque secoli di educazione filosofica
ed islorica meno di noi, e il cilladino di Firenze nato l'anno di grazia mille
duecento sessantacinque in molte cose non potea non pensare come frale Cipolla
e Guccio Imbralta.Or chi è che vorrebbe piegarsi innanzi all'autorità di questi
nomi? Cerlo, che io mi creda, niuno. Quesle cose poi che si dicono
dell'antorità de'grandi uomini vanno deltealmedesimo modo dell'autorità
dell'istoria in generale. La sentenza di Tullio che dice l'istoria maestra
della vita è veris ima se s'intende in un senso, ma fonte di molti errorise s'intende
in un altro. Verissima è in un senso universale e scientifico in quanto che
l'istoria facendoci come assistere allo spellacolo delle diverse generazioni
clic si sono succedute sulla terra, ci rende quasi contemporanei del passato. Per
mezzo di essa noi possiaino allora formarci un concello generale del cammino
del genere umano, e delle leggi ideali che presie dono al succedersi delle civilti,
delle leggi, degli istituti, delle religioni, degli stati e di tutte quante
sono le manifestazioni dello spirito umano. Allora noi partendo da queste
considerazionipossiainocom prender il
posto che anche no i occupiamo nella storia del mondo, de terminare le nostre
relazioni con le generazioni che si sono prima di noi affaticale sulla terra, e
divinar quelle che abbiamo colle altre che dopo di noi bagneranno col loro
sangue e coloro sudori la patria dell'uomo. In questo senso veramente la sloria
è maestra della vita, come quella che ne porge il più stupendo ammaestra in e n
t o che si possa, la comprensione della vila slessa in tulle le sue
manifestazioni, in tutte le sue relazioni col passalo, col presente e coll'avvenire.
Ma inetta e principio d'inganni è quella sentenza presa in un senso più
ristrello edempirico,quasivolessedireche las toria insegna agli uomini cogli
esempii de'tempi passati a sapere come eglino si abbiano da con durre ne'casi
agli antichi simiglianti,Il credere a questa specie di aulorilà istorica dipende
dalla falsa supposizioneche gli avvenimenti si ripelano o si possano ripetere nelle
medesime condizioni, il cheè tanto falso quanto è falso il credere che il genere
umano non si muova, e che l'istoria non cammini. Ora ogni clà ha suoi proprii
fatti e un'indole sua propria per la quale anche i fatli che sembrano rasso
migliarsi in certe esterne condizioni, sono diversissimi di significato e
divalore. Il principio che niente è ma lutto si fa, niente permanema tulto si muove,
spezialmente nella storia e nel cammino del genereuma no si verifica. Ben la
nalura fisica ne'rivolgimenti cosmici e tellurici si ripete,la natura morale
dell'umanità non mai. A coloro iquali dicono: ben così dee avvenire perchè così
altra volta è avvenuto,ben sipuò rispondere che appunto perchè altra volta così
è avvenuto non può più avvenire al medesimo modo.Dove il genere uinano cosi
continua. mente agitandosi finalmente abbia da giungere, chi è che possa pre
vederlo, o quale è filosofiache lo possa al meno verisimilmentepre dire? Ma
quando si pensa quel che era la famiglia umana al tempo delre de' re Agamennone,
per non salire più alto, e quale oggi è divenuta, chi non si sente di
naufragare coll'anima in uti Oceano senza fondo, allorchè volge il pensiero a coloro cui se parerà da noi la medesima
distanza che divide noi dagli eroi dell'Iliade L'Italia era
pervenuta al decimosesto secolo e nella letten ratura e nelle arti ad una
eccellenza, che niuna delle mo derne nazioni ha forse potuto raggiungere e che
emulava se non uguagliava quella de' giorni più felici della Grecia. La poesia,
la pittura, la scoltura e l'architettura quasi facea no a garaper adornare di
opere eternamente duratureun pae se che già per tanti riguardi parea prediletto
dal cielo, e le interne agitazioni e le discordie civili di tanti piccoli e fio
renti stati pareano quasi cote che affilavano gl'ingegni, af forzavano gli spiriti
e rendeanli più pronti a concepire e a ritrarre squisitamente il bello.
Intanto, fra queste potenti pa lestre che aveano esercitato l'infanzia e
l'adoloscenza delle no stre menti,venne l'età più matura e quasi la virilità
dell' in tendimento, nella quale l'uomo, ovvero lo spirito umano, chè qui suona
il medesimo, si rivolgein sè stesso per conoscere da presso quello ch
'egli è, e quello che le altre cose sono, le quali in fino a quel punto è stato
contento ad ammirare ed a servirsene per sè e per le sue immaginazioni. Allora
inco mincia la filosofia, la quale di necessità dee sorgere dopo la poesia,
siccome la Grecia e l'ITALIA col fatto ne fanno prova. Nè si potrebbe addurre
in contrario la scolastica che è antichissima, e certo precedente alla poesia,
perchè quella, oltre che confinava da presso con la teologia, più presto che
esser l' effetto spontaneo, per così dire, del pensiero nazio nale, lavoravasi
nel seno della chiesa e nel silenzio de' chio stri, senza che il pensiero
laicale vi avesse alcuna parte. Il quale, quando fu venuto il tempo propizio,
si fece da sè una filosofia che veramente dalla scolastica fu diversa.
Costantinopoli non cadde in vano per noi; perchè la sua rovina che fu quasi
l'ultimo crollo della civiltà antica servi ad arricchirci di gran numero di
monumenti dell'antica sa pienza a noi tuttavia ignoti, e a compensar con usura
i nostri padri dell'ospitale accoglienza per essi accordata ai fuggitivi
figliuoli d'una nazione illustre e generosa, che dopo quattro secoli
d'oppressione, dovea riacquistar l'indipendenza, e, bella delle memorie passate
e del presente trionfo, ricomparire sul fortunoso teatro del mondo, sorgendo,
come Lazaro, dal polveroso sepolcro che avea accolto il suo cadavere. So bene
che da alcuni si è creduto il risorgimento degli studii classici e la
conoscenza più intera dell'antica civiltà essere stati più presto di nocumenlo
che di utile alla moderna, parendo loro esserne stato impedito il libero cam
mino degli spiriti, e turbata l'originalità del pensiero mer cè l'innesto
violento d' un vecchio ramo sovra un più gio vane tronco. Ma costoro non
pensano che la civiltà di un secolo non è e non può esser un fatto isolato e da
sè ma che è iotimamente legata a quella de' precedenti mercè l' aurea catena
delle tradizioni, e che ogni secolo dee, in quanto può, legarsi col passato e
argomentarsi di perfezionarne l'opera, piuttosto che separarsene e disdegnare
di riconoscerlo, o pretendere superbamente anzi puerilmente di incominciar
tutto da capo, e rifar da sè l'opera a cui le generazioni pre cedenti han
lavorato. Però il risorgimento degli studi classici e la conoscenza
dell'antichità, innanzi che nuocere, ha do vuto perfezionar l'edifizio della
civiltà moderna, nè in fatto pud negarsi che a risorgimento delle antiche
lettere sieno dovuti in gran parte i subiti progressi che le scienze fecero tra
noi. Quando si furono rotli i cancelli un po' stretti fra cui la scolastica
volea talora chiusa l'intelligenza, quando si fu meglio e vie più direttamente
conosciuto il pensiero dell'an tichità, ed ecco sorgere di presente una nuova
filosofia, alla quale si può dire che avessero posto mano di conserva il
pensiero antico e il moderno, la sapienza greca e lo spirito italiano. I più
profondi ingegni della penisola si misero a quest'opera, lavorando insieme,
quale in uno e qualein un altro modo, al comune e nobilissimo scopo, e tosto si
vide venir fuori dal loro numero il celebre triumvirato di TELESIO (si veda), CAMPANELLA (si veda), e
BRUNO (si veda), i quali tutti e tre videro la luce in questa meridional parte
d’Italia. Comune ebbero la forza della volontà, l'ardire dell'inge gno e la
potenza della mente; ma il primo restò indietro agli altri due, imperciocchè la
sua opera fu puramente ne gativa, laddove questi poterono crear de sistemi che
nè il tempo nè i seguenti sforzi dello spirito umano non giunse ro a far
dimenticare. A così bei cominciamenti fu possibile di sperare splendidi destini
per la filosofia italiana, ma la speranza anche allora, siccome spesso è, fu
ingannatrice, e l'avvenire mancò a così lieti principii. Del qual fatto non si
può trovare altrove la ragione che nelle condizioni della storia italiana e
nella intima natura della nostra filosofia. E, in vero se, come abbiam veduto,
la filosofia comparve in Ita lia quando il pensiero era abbastanza maturo per
siffatta ma niera di studii, quando questo momento fu arrivato, la nazione
incominciò a declinare. Quella maravigliosa abbon danza di vita che avea
alimentato il movimento dello spi rito e favorito l'innalzamento di tante
piccole nazionalità, nel cui seno eran comparse prima la poesia e le arti, e
poi la scienza, incominciava a indebolirsi e venir meno. AL XVII secolo la
conquista era compiuta; le antiche forme di reggimento eran cadute o avean
perduto della loro importanza; e le nostre sorti incominciarono ad esser,
quando più e quando meno, legate a quelle di altre nazioni. Strana cosa è
l'ammirazione di taluni storici, siccome DENINA, per la beata tranquillità, per
i giorni di serenità e di pace che spuntarono a rallegrare il bel cielo dell'
Italia. Più stra na ancora è la maraviglia del TIRABOSCHI il quale non sa
comprendere come la letteratura, le arti e in gran parte le scienze sien volte
in basso stalo allora a ppunto che la pa ce di cui finalmente godea
l'irrequieta terra italiana, facea sperar nuovi progressi e quasi un novello
secol d'oro al nostro paese. Costoro non intendevano che quando una nazione
cade, cade di necessità con essa tutto quello che è intimamente collegato con
la sua vita e col suo essere. E in fatti allora la bella prosa italiana fini, allora
la poesia spirò sulle labbra di TASSO, e le arti andarono ogni di più
declinando. Allora incominciò la corruzione onde il seicento è rimasto celebre
nella memoria degli uomini, sic come età di decadenza. E' sembra che l'antico
spirito let terario si rifuggisse un momento in Toscana per morir no bilmente
nel paese stesso che l'avea veduto sorgere, siccome la pittura cercò un asilo
in BOLOGNA e parve di nuo vo levar il capo fra le mani de' tre CARACCI, di RENI,
del GUERCINO e d'altri. Ma questo fu come l'ultimo sforzo del gladiatore
ferito, o come l' ultimo canto del cigno che si muore. Egli è facile il
concepire come una filosofia, la quale derivava da un movimento al tutto
italiano, e che pe rò era legata alla fortuna del pensiero onde ella avea da nascere,
dovesse cader di necessità il giorno stesso che quel pensiero veniva a perdere
la nazionalità e l'indole originale. Il medesimo senza fallo sarebbe avvenuto
nell'antichità, ove la Grecia fosse caduta il giorno stesso che il gran disce
polo di Anassagora bevè la cicuta, perciocchè allora a Platone dell’ACCADEMIA e
ad Aristotile del LIZIO sarebbe mancato il tempo di compari re, siccome mancò
tra noi dopo la morte de Socrati italiani. Dopo questo tempo non comparve, si
può dire, nessuno il cui nome fosse degno delle antiche glorie, e le menti ita
taliane sembravano comprese da una mortale stanchezza, quando venne fuori tra
noi VICO quasi a protestare in nome di tutti e mostrare al mondo che il fuoco
sacro del pensiero non era già spento nel bel paese ma solo nascosto sotto
tiepide ceneri. Tra una gran folla di eccel lenti giureconsulti che fiorivano
di quel tempo in Napoli, dalla meditazione del diritto romano egli seppe
innalzarsi alla scienza delle leggi universali che reggono il cammino del
genere umano sulla terra, e dalla meditazione d'una sola città alle leggi
supreme della civiltà e del corso di tut ta quanta l'umana famiglia. Ma poichè
egli precorreva di due secoli i suoi contemporanei, fu non curato e poco avuto
in pregio da quelli, ed è stato sol da'posteri onorato condegnamente alla sua
grandezza; gloriosa ma pur tarda e, che è più, inutile ricompensa al merito
degli uo mini veramente grandi, e a' sudori per esso loro sparsi in pro di chi
o non li comprende e per ignoranza o per mali gnità li dispregia, ovvero di chi
più non può giovarli. Parecchi anni dopo del VICO, e immensamente a lui infe
riore, comparve in Napoli GENOVESI. Del quale spiacemi di dover parlare in modo
che a molti sem brerà per avventura o affatto ingiusto o troppo severo. Im perciocchè
io penso che il suo merito, almeno comefilosofo, chè in quanto economista non
so, sia stato più del giusto esagerato de' suoi compatriotti, i quali eran pure
que' me desimi che avean veduto il Vico morir nella miseria, e poco o niente
avean creduto alla sua grandeza. GENOVESI poi, sendo prete, credeasi in certa
guisa mail'obbligo di rico noscer l'antica metafisica,ma nè seppe intender
quello che veramente di più profondo trovavasi in essa, nè il più delle volte
seppe spogliarla dell' aridità delle forme, non ostante che non poco
pretendesse alla leggerezza dello stile, e fino alle facezie e alle arguzie il
più spesso di cattivo gusto e di sdicenti alla gravità delle materie per esso
lui trattate. Nato poi nel XVII secolo e fiorendo ne' principii del XVIII,
credeasi parimenti obbligato di seguir le dottrine del suo secolo, senza
scorgere le conseguenze a cui quelle menavano. Per tal guisa mentre come
teologo avea in 198 napzi AQUINO (si veda), intendea come filosofo seguitare l’EMPIRISMO
di Locke e il RAZIONALISMO di Cartesio, allora nuovi e in voga oltremonti, e a
cui l'alta mente di Vico avea mosso infin dal principio potentissima guerra.
Diviso fra due estremi così opposti in sieme, e' travagliavasi pure a volerli
conciliare, e parvegli che l'autore del sistema delle monadi potesse
maravigliosa mente servire al suo scopo, e così volea conseguir la gloria,
tanto per lui ambita, di libero pensatore e di teologo; ma il tentativo riescì
vano alla prova. Chi in fatti apra i suoi libri di leggieri si potrà accorgere
d'un continuo vacilla re e di una enorme confusione, per la quale il lettore si
tro va, siccome l'autore dovea essere, in una strana tenzone di discordanti
dottrine che ben sono accoppiate insieme, ma non sono e non posson essere
ricondotte all'accordo e all'armo nia. E, in vero, quale è la teorica onde egli
ha arricchito la scienza ? quale è il sistema che si chiama dal suo nome? quale
la scuola che ha fondata? Se pure non voglia dirsi, come si potrebbe in certo
modo affermare, che egli sia sta to il primo che incominciasse a introdurre fra
noi la filosofia del XVIII secolo, la quale dovea poi più largamente spandersi
e acquistar quasidiritto di cirtadinanza. Concios siachè, spezzato il legame
sacro che avrebbe dovuto legarci a' nostri più antichi, rotta la tradizione e
in certo modo spenta presso il più gran numero la ricordanza delle passa te
glorie filosofiche, parve più facil cosa il domandare ol tremonti bella e fatta
la filosofia, innanzi che travagliarsi a crearla da sè; tanto più che tra noi
l'uso delle profonde me ditazioni era venuto meno, ei sistemi che lavoravansi
oltre le alpi, tra per la loro comoda facilità e per la popolarità che la
letteratura francese ogni di più andava acquistando, divenivano anch'essi
popolari in gran parte dell' Europa. Or questa filosofia era derivata
direttamente da' sistemi del Bacone e del Locke, e più indirettamente da quello
del Cartesio. Cartesio avea continuato nelle astratte regioni della filosofia
l'opera incominciata dalla Riforma in quelle della religione, più astratte
eziandio e al tempo stesso più positive delle prime, che era senza più l'idea
della libertà del pensiero. Cosiffatta idea era nata da prima in Italia, do ve
non chiedea altro che la libertà del pensiero filosofico; anzi in sulle prime
si fu contenti a quella solo della libera discussione contro l'Aristotile delle
scuole, salvo a costruire un nuovo edifizio con le vere dottrine dello stesso
Stagirita ovvero di altri filosofi dell'antichità, siccome spesso si vide fare.
Ma la Riforma, confondendo i limiti di cose diverse, domanda la libertà della
discussione religiosa, il che era distrugggere la religione medesima, la quale
per sua es senza è fondata sulla fede, sulla credenza e sul mistero, talchè sì
tosto che la discussione e l'esame incomincia, la religione finisce, dove tra
il credere e il non credere, tra il si e il no, alcuna transazione non è
possibile, e ogni ana lisi l' uccide. Della religione avviene lo stesso che
d'una leggiadra fanciulla dalle guance rosee e da'capegli dorati, la quale
sembra contaminata dal solo sguardo troppo cupi do e indagatore dell'uomo; ma
non si tosto l'abbiam pos seduta e contemplati a nudo i misteri della sua
bellezza, ogni prestigio è finito. Così accade delle religioni, e tutte quelle
che finora hanno imperato in su la terra, vere e fal se, ne son argomento. I
libri sacri degli Ebrei eran conser vati nel luogo più recondito e segreto
dell' arca; l'Egitto che può dirsi per eccellenza il paese della religione, è
la patria de' simboli e de' geroglifici, e in Grecia solo pochi savi dopo
faticose prove erano iniziati a' misteri di Samo tracia e di Eleusi. In somma è
strana cosa il credersi obbligato ad aver pure una religione e non volerla
fondata sul principio dell'autorità. E in questo veramente il principio
cattolico è superiore alle dottrine de protestanti e a quelle delle altre selte
del cristianesimo, come quello che non soffre di discen 200 dere ad alcuna
transazione, ma riconosce in sè la fonte di ogni vero, poggiandosi in sulla
autorità che è potentissi ma, come quella che ha per sè la costante tradizione
e l'im mutabilità delle dottrine. Ben cammina lo spirito umano, ben fa spesso
de' progressi nel suo cammino, e le scoperte si succedono e i costumi s'
ingentiliscono e le scienze si arricchiscono, e quasi pare che ogni verità sia
destinata a cedere il luogo ad un'altra nuova, e che lo spirito dell'uo me sia
in continuo movimentoed agitazione per avvicinarsi il più che a lui è conceduto
all'unico e immutabile vero, Ma dove è questo vero? chi mai può dire di averlo
ve duto, o chi mai potrà vederlo e indicare agli uomini la meta di tutti i loro
sforzi in su la terra, siccome il sepolcro di Gerusalemme a'Crociati e le coste
di S. Domingo a COLOMBO? Cotesto continuo moto, coteste secolari agi tazioni
stancano l'anima, la quale ha sovente bisogno di fermarsi pure a qualche cosa
di fermo e indubitabile, e di trovar come un'oasi in cui riposarsi dalle
fatiche del suo penoso viaggio fra le certezze e i dubbi, fra le affermazioni e
le negazioni dell' intelligenza. Or la Riforma distrugge questa proprietà
assoluta ed es senziale d'ogni religione, gettandola in un pelago più con
trastato ancora che quello della scienza, e in una bolgia di più inestricate e
spaventevoli quistioni. Ma queste ardue pretensioni della riforma furono
rendute ancor più estreme dal Cartesio, il quale spinse tant' oltre il
desiderio della li bertà che volle quella stranissima di dubitar di tutte
quanle sono le cose create e le increate fipo delle sue conoscenze, delle sue
idee e quasi di sè medesimo, per cercar poi, se gli fosse riuscito, di costruir
da sè quello stesso che erasi dilettato con una nuova voluttà a distruggere. E
veramente uno smodato desiderio di azione sernbrami dover esser in chi si piace
di distruggere quello che egli ha intorno, per aver poi l'illusione del creare,
e, che è più strano ancora, creare partendo dal dubbio; nuovo e titanico
esempio d' un sublime veramente dinamico, Che cosa è egli quindi avvenuto?
Cartesio dovea egli so. lo ricostruir da sè l 'edifizio della realtà e
dell'universo con solo i mezzi che il ragionamento gli porgea. Ora e' ci ha
nella realtà delle cose alcuni fatti, siccome la religione, l'istoria, le arti,
i quali non sono opera dell'intendimento ovve ro della logica. E' ci ha nella
vita delle cose e degli avve nimenti che non potrebbero derivare e non derivano
dalla intelligenza individuale dell'uomo, quale essa alla logica e alla
psicologia apparisce, ma sibbene da altri principii e da altri motori, a cui
non si può che per diverse strade per venire. Per la qual cosa chi si argomenti
di costruir la realtà delle cose con solo le armi che quelle più ristrette
scienze gli concedono, e' non ginngerà mai ad avere essa realtà, quale nel
fatto è, ma si quale con i suoi mezzi la si può formare, e priva delle sue più
nobili parti, come quel le che di gran lunga son superiori ad ogni costruzione
in dividuale. La quale difficoltà si può muovere a quasi tutta quanta la
filosofia moderna, e nonsolamente a quella del Cartesio a cui essa è
indubitamente debitrice di si superbe pre tensioni. Or delle due cose l'una può
avvenire; o che la fi losofia riconosca la sua impotenza e rinunzii alla
superba impresa, ovvero che presumendo troppo altamente di sè, nieghi di
riconoscer come vero quello che essa non ha po tuto creare. Egli è inutile il
dire che non potendo la prima ipotesi verificarsi per esser la scienza troppo
superba di sua natura e troppo sicura del fatto suo, resta che la seconda si
avveri. Pur tuttavia il Cartesio, siccome suole avvenire, per essere il primo,
non giunse alle assolute negazioni di cui era pure nel suo sistema il germe,
che poi seppe altri logicamente tirarne, allorchè si vide al fatto qua' si
erano le estreme, ma pur legittime conseguenze delle dottrine cartesiane.
Succedeva intanto in Inghilterra qualche cosa di simile a quello che in
Francia, comunque le forme potessero esser diverse. Quivi il Bacone avea dichiarato
quasi vana ogni scienza, il cui obbietto non potesse cader sotto l' impero de’ sensi,
quando Locke cercò modo di applicar questo me todo alla conoscenza
dell'intendimento umano, e fu di necessità costrello a vedervi solo quello che
ci ha in esso di più apparente, cioè il fatto stesso della sensazione. Dalla
quale, per sofismi che la scienza adoperi, non giungerà mai a cavare altro che
fatti singolari con cui è impossibile di venire ad alcuna spiegazione probabile
di fatti più alti e di più riposta natura, siccome sono le religioni, le arti,
l' istoria. Pure Locke si ostinò nel suo cammi no ma non seppe o non volle o
temè di venire al termine estremo a cui quello conducea. Non io vorrei entrar
mal levadore della verità d'alcun sistema, nè far l'apologista di una più
presto che d'un' altra filosofia, ma mi sdegno di certi acciecamenti della
scienza e della cieca sicurtà con cui sovente si ostina a perdurare in una via,
quando bene si vegga ch'essa non possa condurre se non alla negazione assoluta
di certi fatti i quali essa scienza dovrebbe bensì spiegare ma negare giammai,
ove non volesse, come Alessandro fa del nodo gordiano, non sciogliere ma tor di
mezzo, negandole, le difficoltà. Pertanto quando il sistema del Locke ebbe
passato lo stretto e ſu giunto sulla terra a lui ospitalissima della Francia,
non fu chi non gli facesse buon viso, e venne accolto non già siccome quegli
che giunge nuovo in terra straniera, ma come un antico amico che dopo lunga
lontananza si riduce in patria. E veramen te sua patria era per esso quella del
Cartesio. E' si dice che ogni idea cerca per per sua natura di venire ad atlo
ed es ser messa in pratica. Or se ci ha filosalia al mondo, de la quale si può
affermare che abbia raggiunto il suo scopo, è certamente quella della sensazione.
Conciossiachè la rivoluzione di Francia si argomento di rifare la civil
comunanza secondo quelle dottrine, e tulto un paese e una nazione no bilissima
per amore di quelle fu veduta pronta ed apparec chiata a rinunziare un bel
giorno alla sua istoria, alle sue tradizioni, alle sue antiche grandezze e alle
passate glorie. Concessioni senza fallo enormi, ma pur logiche, e per le quali
può dirsi che Marat, Danton, Robespierre e gli altri fossero gli estremi e più
conseguenti discepoli di Locke, di Condillac, di Voltaire e d’Elvezio; sebbene
al fatto siasi veduto ove quelle teoriche peccassero, e come è pur mestieri di
tener saldi certi altri e più antichi principii, chi vuol conservare in vita le
umane società. Tale si era lo stato delle cose in Francia quando l'ITALIA
legata oggimai a' destini della politica straniera, cerca ezian dio fuori di sua
casa una filosofia bella e fatta, e potè leggermente trovarla, siccome
l'abbiamo descritta in Francia dove come in un nuovo Eden, cercammo l'albero
della scien za e della verità, benchè il frulto che ci regalo fosse morta le
per noi, come quello che fini di distruggere ogni germe di forza e di natio
vigore nella patria di Gregorio VII e di ALIGHIERI Vero è bene che la filosofia
della sensazione non può dirsi che in Italia fosse stata accettata ciecamente e
compiutamente, ma pur tuttavia ebbe abbastanza di forza per insinuarsi nell'
universale, e produrvi certa maniera di debolezza morale che è l'effetto della
mancanza d'ogni idea più elevata e più generosa. Ma comunque avesse avuto fra
noi gran numero di ammiratori e di adepti, pure, le più alte menti italiane non
si piegarono ad ab bracciarla compiutamente ancorchè non avessero saputo di
scostarsene del tutto. Solamente più tardi e quando già quel la filosofia
incomincia a venir meno nella sua stessa patria, si videro comparir tra poi i
saggi di COSTA (si veda), di GIOIA (si veda) e del napolitano BORRELLI che a
quel le dottrine più da presso si accostavano; tre menti temprate in modo da
non intendersi come abbiano potuto nascere nel la patria d’ALIGHIERI,
BUONARROTI, E VICO. I due ultimi – GIOIA
e BORRELLI -- scrivendo in una lingua a mezzo barbara, intendevano l'uno di
spandere e divulgar nell' universale la parte più positiva della logica del
Condillac, e l'altro di rianimare le teoriche del Cabanis, mercè qualche
dottrina, già forse combattuta e dimenticata, del Locke. D'altra parte il
primo, dico COSTA, purista ma pedante in letteratura, crede che la medesima
lingua che era servita ad ALIHGIERI per narrare i tre regni misteriosi della
morte, e descriver fondo a tutto l'universo; la medesima lingua che era servita
a MACHIAVELLI per disvelare i segreti della politica, e a VICO per dividare il
passato e l'avvenire, e far la Divina Commedia della vita, siccome ALIGHIERI avea
fallo quella della morte; polesse impunemente esser condotta a raccontare le
lepide trasformazioni della celebre statua, che a forza di odor di rosa dovea
tornare uomo, come quella dell'antico Prometeo, mercè la fiamma del sole. Tolta
per tal modo al pensiero l'originalità e l'indole nazionale, la letteratura di
rimbalzo dovea sentire i cattivi effetti dello stato morale del paese. Già essa
avea perduto la sua antica grandezza al XVII secolo, la sua fulgida stella era
tramontata, e quel soffio divino che ne' secoli prece cedenti avea animato le
nostre lettere parea si fosse ritira to dal cielo dell'Italia in mezzo alla
corruzione che invadea d' ogni parte. Per la qual cosa il XVIII secolo,
trovatici in queste condizioni, ci polè facilmente vincere, chè la strada era
fatta, aperta la breccia, e agevolmente si potea una cor ruzione sostituire ad
un'altra, un nuovo ad un antico vizio. Allora si giunse perfino a sostenere che
l'italiana era quasi una lingua morta la quale non potea più bastare ne alle
nuove esigenze, nè alle nuove idee del secolo, nè agli andamenti più svelti e
più liberi del pensiero moderno, sic chè bisognava al postuito rifarla,
provvedere che ringiova nisse e sopperire alla sua manifesta povertà. Non è chi
ignori come CESAROTTI si e il massimo
campione di questa infelicissima scuola, e come con questo scopo dettò certo
suo trattato che intitolo: Saggio sulla filosofia delle lingue. Se non che
giunta la cosa a questo estremo punto, bisognava di necessità che, secondo il
corso ordinario degli umani eventi, ritornasse indietro. E già nella Francia in
un altro ordine di cose una maniera di reazione era incominciata, concios
siachè l'opera dell'impero può affermarsi non essere stata altro che una
possente reazione contro gli anni prossima mente passati, e una ricostruzion di
quello che negli eccessi della rivoluzione stato era distrutto e che pur
meritava di esistere. In ITALIA, strana cosa ! questa reazione incomincia DALLA
LINGUA. Già poco innanzi PARINI, ALIFIERI, e qualche altro aveano incominciato
a levar la voce contro la servitù dell'imitazione straniera, ma poichè il male
non era an cor venuto a quel punto estremo a cui le cose um ane deb bono
arrivar per ritornar indietro, le loro parole furono im produttrici di effetti
immediati in su le menti de' loro con temporanei, perchè le parole eriandio de'
più grandi uomini non possono riescir proficue ove non trovano gli animi ap
parecchiati a riceverle, e la pienezza de' tempi non è giunta per esse. E in
vero quando le cose furon più mature, del le voci men possenti di quelle che ho
citate poterono ope rare ciò che a'primi fu negato, chè trovarono un eco più fa
cile nell' universale. Vero è che quelli i quali osarono per i primi di opporsi
alla corruzion generale furon coverli di ogni maniera di ridicolo da' dotti del
tempo e regalati, per più derisione, de’titoli di pedanti (che forse erano) e
di pu risti. Ma tutto fu indarno, perchè i puristi mostrarono un coraggio da
onorar qualunque eroe, e niente valse contro di essi. Or e' bisogna confessare
che costoro, non si credendo che i paladini delle parole, combatteano
veramente, senza pur sospettarlo, l'invasione dello spirito straniero, e, se
eran pedanti, significa che anche i pedanti possono talora aver ragione contro
le pretensioni della filosofia. Duraya giá da alcun tempo questa reazion
grammaticale contro la letteratura allora corrente, quando dalla remota
Calabria s' intese risuonare una voce, che protestava contro la filosofia del
senso e le sue eccessive pretensioni. Colesta da voce era quella di GALLUPPI,
rapito pur testè alla scienza a cui avea consacrato religiosamente la sua vita.
Per ben giudicar questo filosofo è d' uopo distinguere esattamente ciò che egli
ha negato da ciò che ha affermato, cioè la sua polemica col sensualismo dal suo
sistema. Con ciossiachè il suo vero merito si è quello d' essere stato il pri
mo in Italia a sentir la necessità d' una filosofia più ampia opporre alle
minute investigazioni di Condillac, di Tracy e degl’altri di quella scuola.
Cotesto è il vero merito di GALLUPPI, e PER QUESTO SOLO GLI E DOVUTO UN POSTO
NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA ITALIANA. Vero è che le sue armi sono il più delle
volte domandate alla scuola scozzese, o eziandio à quel medesimo Locke che era
il vero padre delle dottrine le quali egli volea combattere; ma cotesto non
diminuisce nè il suo merito, nè l'obbligo che la filosofia italiana gli dee
avere. Medesimamente egli si è il primo che abbia in cominciato a divulgare fra
noi il nome e il sistema di Kant, e comunque non manchi chi sostiene che egli
me desimo non fosse giunto a penetrare compiutamente in tutti i misteri e gli
andirivieni e i tragetti della psicologia kan tiana, pure è cosa indubita che
egli si fu il primo ad occu parsene seriamente. Certo è, come innanzi vedremo,
che altri è riescito meglio di lui nell'investigar la mente del filosofo
prussiano e nel misurar tutto il valore e le possibili applicazioni di quelle
teoriche, ma certo è pure che il vanto di essere stato il primo,eziandio in
questo, non può negarsi al calabrese. Quanto poi al suo proprio sistema
composto in parle dalle teoriche del Locke e in parte da quelle del Reid
[CITATO DA H. P. GRICE, “PERSONAL IDENTITY” – Mind, repr. PARRY], non credo che
volendo esser giusti si potrebbe parlarne con alcuna ammirazione. Conciossiachè
debolissima è la sua psicologia, e quasi nulla l' ontologia, la quale egli
spesso non sa distinguere da quella, e sì confonde stranamente le quistioni che
all'una e all'altra scienza si appartengono. Più confusa eziandio è la logica,
che egli discerne in logica pura e mista ovvero applicata, mercè della qual
distinzione che in niun modo non saprebbe sostenersi, è riescito a trattar
della prima delle pure forme del raziocinio, e ad ammassar nella seconda un
gran numero di quistioni di psicologia e di ontologia, che non sapea come
allogare altrove. Non parlo dello strano metodo con cui movendo dalla logica
pura e passando per la psicologia e l' ideologia, giunge alla mista, perchè
quello in cui mostrasi chiaramente tutta la debolezza delle sue teoriche, è
l'applicazione che pure si argomenta di farne alla morale e all'estetica.
Nell'estetica, per esempio, di cui si occupa sol di volo a proposito della
teorica della volontà, senza punto curarsi de' più alti problemi che in essa si
possono discutere, s'in trattiene a sostener l'opinione, un po' veramente
troppo vo luttosa, che il bello può esserci rivelato dalla sensazione del tatto
non altramenti che da quelle della vista e dell'udito, quasi non fosse chiara
la differenza che è tra certi sensi più altaccati alle necessità della vita e però
men nobili, da certi altri che servendo meno immediatamente al corpo son più
liberi, e, se così può dirsi, più spirituali. Del resto e' si può dire che GALLUPPI
non ha veramente una certa teori ca sul bello e sulle arti, ovvero se pur l'ha,
dubito forte non sia quella del Blair e SOAVE, autore di un'intera enciclopedia
d'istituzioni elementari per l'educazione della povera gioventù italiana,
filosofo, matematico, grammatico, relore, novelliere, moralista e SOMASCO, che
per molto tempo continuò e continua ancora in gran parte, ad infestar co' suoi
libri, i seminarii, i licei e le scuo le italiane. Quanto poi al suo sistema
sulla morale e sul di ritto, GALLUPPI non può dirsi che siane uscito più felice
mente che nelle altre parti della sua filosofia, e chi volesse prendersi giuoco
di lui potrebbe leggermente qui, come al trove, trovarlo ad ogni pagina in
contraddizione con sè me desimo. Non son molti anni passati che il nostro
filosofo in cominciò a pubblicare per le stampe un'istoria della filosofia, ma
sembra che per mancanza di soscrittori l'edizione non potesse andare innanzi,
sicchè dovette smetterne il pensiero, e l'opera morì ia sul nascere. Se in
questa, come nelle altre cose, l'induzione è buona, e si può indovinare che la
scienza non vi abbia perduto gran fatto; chè l'autore vi fa cea mostra d'
un'erudizione non molto riposta. E' mi ricor da fra l'altro che
nell'introduzione tentava ancora egli un'in terpetrazione del mito di Prometeo,
e giunse per non so che strane congetture a persuadersi che il celebre
prigioniero del Caucaso si era un anticore dell'Attica, che aveaprima insegna
to a quelle genti i primi rudimenti di agricoltura e sopratut to la
coltivazione del grano. Davvero mi sembra enorme non veder altro che questo in
Prometeo inchiodato al Caucaso, per le mani di Mercurio, per comando di Giove e
per decre to immutabile del destino, e mi sembra più che enorme di struggere il
più profondo mito dell'antichità, e conver tire il figliuolo di Giapelo in un
mietitore, con una rovinosa metamorfosi che trasforma di botto il capo d'opera
del teatro di Sofocle in poco più di un'egloga. GALLUPPI e chiamato a dettar
lezioni di filosofia nella regia Università di Napoli, e la scelta del governo
fu facilmente accompagnata dagli applausi unanimi di tutti, imperciocchè si
aspettavano cose grandissime da un uomo la cui riputazione potea dirsi
gigantesca tra noi, e sul cui merito tanto più si giuraya, in quanto niuno avea
ardito di dubitarne o di esaminarlo seriamente. Ma ora dopo se dici anni di
esperienza deve esser conceduto di affermare che l'aspettazione pubblica è
stata delusa, ed anche il suo insegnamento non ha condotto a nulla di durevole.
Quale si è in fatti la scuola che egli ha fondata? quali le verità che ha dato
a svolgere a' suoi scolari ? quali applicazioni si son potute fare della sua
filosofia al diritto, alle arti, alla politica, all'economia ed alle scienze
naturali ? Per me io tengo che una filosofia la quale non è feconda di
applicazioni di ogni maniera, e che si condanna a restare nel circolo delle
quistioni puramente psicologiche, non meriterebbe il super bo nome a cui
aspira, e più presto dovrebbe aversi quello di logomachia di scuola. Or tale si
è quella del professor napolitano. Però non dee arrecar maraviglia se le sue
parole uon hanno avuto un eco, se il suo insegnamento è stato per duto, e se,
fra tanti discepoli che han frequentato la sua scuola, non ce ne ha pure uno di
cui si possa dire: costui conti nuerà l'opera del maestro ; chè nessun'opera il
maestro ha incominciata, nessuno scopo si era prefisso, e niente vi ha di più
inutile che le parole da lui pronunziale per sedici anni sulla cattedra. Non
ricorderò che di volo i nomi di MANCINI, TEDESCHI, GRAZIA, e WINSPEARE. De’quali
i due primi, siciliani, non possono dirsi, e sopratutto il primo, che seguita
tori, ma nè interi nè profondi, dell' eclettismo, e, poveri non meno di
erudizione che di potenza di mente, possono rassomigliarsi più presto a due
scolari che non si ardiscono dilungarsi dalle peste del maestro. Il terzo,
calabrese di patria, è un antico militare che ha finito per consa crare i suoi
giorni alla filosofi, ed ha, già sono qualche anni passati, dato fuori per le
stampe un'opera in cui intende a richiamare in onore e Locke e la filosofia
dell'esperienza, ma pur con tali modificazioni che agli occhi dell'autore do
vrebbero allontanar le conseguenze a cui que' sistemi finora han condotto, e
che agli occhi degl' intendenti di ta' discipli ne servono solo a metter
l'autore, a sua insaputa, in con tradizione con sè medesimo, e l' un principio
del suo siste ma in opposizione con l'altro. WINSPEARE (si veda), giureconsulto
di rinomanza in Napoli, si è ancora egli rivolto agli studi della filosofia, e
come frutto delle sue meditazioni pubblica “Saggi di filosofia intellettuale”.
La sua “Introduzione allo studio della filosofia” contiene un compendio dell'
istoria di cotesta scienza da Talete in fino al Kant. I suo “Dizionario della
Ragione” e un dizionario di filosofia che si propone lo scopo di fermare per
sempre le parole della scienza e il loro significato, affine di renderne il
valore così certo e indubitato come è quello delle matematiche, e distrugger
così alla loro sorgente le quistioni e le difficoltà che lacerano da tanti
secoli il seno della filosofia. Imperciocchè e' sembra che l'autore ha per
ferma la celebre opinione di quasi tutto il XVIII secolo, e che ora alcuno non
oserebbe di sostenere, esser cioè le più profonde quistioni filosofiche niente
altro che controversie di parole, sicchè, fermato bene il valore di queste,
abbiano quelle immantinente da cessare. WINSPEARE traduce i “Nuovi Saggi” di
Leibnizio, dove da un vero modello della LINGUA FILOSOFICA ITALIANA, ancora
così povera tra noi (non credano i lettori che io esageri), pro ponendosi di
più di venir mostrando ne' suoi comenti quello che ci ha di buono e quello che
ci ha di vieto e di rancidu me metafisico nelle pagine del filosofo tedesco.
Ancora qui non fo quasi che ripetere le modeste parole dell'autore. WINSPEARE
expone il sistema del Reid. E qui immagini il lettore il sistema del filosofo scozzese,
che non suole esser creduto, ch' io mi sappia, de'più oscuri ed astrusi,
esposto compendiosamente dal nostro barone, in un gran volume in quarto; chè
questa è la dimensione dei suoi fratelli già venuti alla luce. Secondo WINSPEARE
e' non ci ha che due uomini al mondo a cui la scienza abbia veramente da essere
obbligata; e di costoro il primo visse, già sono trenta secoli passati, in
Atene, e l' altro nacque in Iscozia. Questi due uomini sono Socrate e Reid. Solo
il Leibnizio potrebbe esser terzo tra costoro, ma egli è troppo lordato di
metafisicume per essere accettato interamente dall'illastre giureconsulto ; e
però, come è detto, e' si propone di purgarlo. Salvo adunque il greco, lo
scozzese e il tedesco, così purificalo, tutti gli altri uomini che han
consacrato la loro vita alla scienza e che son giunti a rendere immortali i
loro nomi, voglionsi tenere comepericolosivisionarii, i quali ovvero
s'ingannano per difetto di giustezza di mente, ovvero si lasciano strascinare
dalla loro immaginativa. A purgar la scienza da questi malaugurati sogni è
sopra tutto ordinata ľ opera del WINSPEARE. Innanzi di lasciar Napoli non posso
trascurar di ricordare il nome di un uomo, forse poco conosciuto altrove, e che
eziandio tra noi non risuona molto, ancorchè il meritasse. Ma in tutte le cose
la fortuna è signora, ed anche per giun gere alla gloria è necessaria certa
maniera d'impostura. Co stui è COLECCHI, il quale, sendo già profondo
matematico, allorchè si rivolse seriamente alla filosofia non si potè star
contento all' empirismo che forse prima avea seguito, e si rivolse in quella
vece al sistema del Kant. Con ciossiachè non ci ha niente in quella filosofia
che possa ap pagar la mente di un matematico usata alle astrattezze e a
ricercar le proprietà più essenziali e immutabili delle cose, laddove le
analisi severe ed aride del Kant più ritraggono da' metodi matematici e vie
meglio possono contentare le menti che a quelle sono avvezze. COLECCHI sa penetrarvi
così addentro, che quasi le fece sue proprie, e spesso osò modificarne alcune
parti e mutarne alcune altre : tanta è la dimestichezza che egli ha acquistata
col suo autore, ancor chè ardisca di rinnegarlo e levi alto la voce a sostener
che e' non è kantista, per alcune divergenze che separano in sieme le loro
dottrine. Ma, che che egli si dica, non si po trebbe seriamente da altri
dubitare seegli sia o pur no. Due sono i punti principali della filosofia del
Kant, e l' uno si è la sua teorica della ragione soggettiva, e l'altro dove
distingue la parte mutabile e l'immutabile delle umane conoscen ze, quella cioè
che da' sensi deriva e quella che trae altron de la sua origine ; cominciando
egli dal porre come fonda mento del suo sistema che tutto il sapere incominci
con l'esperienza ma non tutto da quella derivi. Cotesto è forse il più
importante e il più vero di tutti i principii kantiani, comunque sia assai più
antico della critica della Ragion Pura. Leibnizio, fra gl’altri, avea già
insegnato l'anima escir dalle mani del Creatore con tutte quante le idee
necessarie ed assolute, come quelle che compongono la sua propria essen za; ma
che, oscurate e quasi sepolte sotto il peso della ma teria, han bisogno che
l'esperienza venga a discovrirle e quasi a far che lo spirito se ne avveda,
benchè da quelle non derivino. A questa guisa appunto lo scultore, se una
figura fosse impressa da natura nelle parti più interne d' una pie tra, ove
questa tagliasse e levigasse, non sarebbe egli autore di essa figura, ma si
cagione che quella fosse manifestata. E, assai prima del Leibnizio, la medesima
dottrina può tro varsi insegnata da altri più elegantemente e con maggior di
sinvoltura. Platone nel suo nobilissimo dialogo del Fedone, nel quale narra,
come tutti sanno, della morte di Socrate e delle cose da lui discorse con i
discepoli e con gli amici in nanzi di ber la cicuta, dimostra siccome è nelle
nostre menti un' idea prima dell' uguaglianza (autò pò trov ) così astratta e
generale che non si può in niun modo confondere con l'idea di duecose qualunque
che sieno eguali insieme, come due pietre, due leyni o altro. Perchè dove
quella è tale che noi sempre allo stesso modo la concepiamo e di necessità non
possiamo comprenderla altrimenti col pensiero, questa per contrario è mutabile,
sendo che il fatto quotidiano ne mo stra che quelle medesime cose, che pur ieri
ne pareano uguali, ne sembrano altra volta disuguali, senza dire della
differenza de' giudizii de' diversi uomini, a cui le stesse cose appaiono
diversamente. Onde egli conchiude l'uguaglianza assoluta non si dover
confondere con quella delle singole cose a cui questo attributo ci sembra di
convenirsi. Le medesime cose Platone dimostra del bello, del giusto, del vero e
di altre cosiffatte idee, che non si possono confondere con gli obbietti
sensati, a cui si trova che solo per contin genza alcuno di que' modi di essere
si può attribuire, e che sono come un debil raggio di quegli eterni tipi che
sopra di esse cose mutabili vengonsi a riflettere, e che di quelli solo per
accidente partecipano ( METÈYouTQ ). Se non che que sti obbietti mutabili e
contingenti son come lo strumento per cui mezzo l' anima giunge ad aver
coscienza delle idee, sendo che, ogni volta che le cose uguali, belle, vere e
giuste le son mostrate da' sensi, si vengono risvegliando in lei itipi eterni a
quelle corrispondenti, i quali pur erano in lei ab eterno, ma si vennero
oscurando il giorno che ella, lasciata la sua celeste dimora, discese nella
prigione del corpo la tal guisa, secondo il divino Platone, il sapere è solo
ricor danza, e l'apparare è ricordarsi. L'altro punto principale della
filosofia del Kant, e pro prio a lui solo, si è la teorica della ragione che egli
tiene per subbiettiva e inetta a farne conoscere altro che le appa renze, e non
mai la sostanza delle cose. Teorica d'importanza principalissima, come quella
da cui dipende il sapere se l' uo mo ha diritto a credere di poler giungere
alla conoscenza di qualche verità, ovvero se, condannato a vivere fra illusioni
e apparenze, dee rendere immagine del cane della favola, il quale credea un
altro cane da lui distinto la sua propria immagine che vedea riflettuta nelle
onde del ruscello. Chi concede questo punto al Kant, gli dee conceder tutta la
sua filosofia e dee esser tenuto per kantista, siccome io affermo di COLECCHI,
quali che fossero in parti secondarie le loro di vergenze. II COLECCHI pubblica
un gran numero di articoli su di versi subbietti di filosofia speculativa e
morale che poi ha raccolti in due volumi col titolo di quistioni filosofiche,
ove assai spesso prende a combaltere GALLUPPI, e se il faccia con buon
successo, e se gli avvenga sempre di riportar facile vittoria sul nemico
èinutile il dirlo. Conciossiachè il sistema slegato e debole del filosofo
calabrese mal potrebbe resistere a colpi serrati della dialettica del suo
avversario. A questi due volumi dovea tener dietro un terzo di quistio ni
estetiche, di cui mi riesci di aver le bozze di stampa per le mani, poichè il
libro non potè veder la luce. Cotesta estetica, come tutto il sistema del
nostro filosofo, è quella me desima del Kant; un deserto di astrazioni senza
mai incon trare un'oasi ove lo spirito possa alquanto rinfrancar le forze. Egli
è quasi che inconcepibile come quel divino rag gio che domandiamo bellezza, e
che risplende misteriosa mente nelle volte de' cieli e negli occhi delle
fanciulle, pos sa esser materia su cui s'innalzino de' formidabili edificii di
aride astrattezze, con le quali è al postutto impossibile di dar pure una
spiegazione del bello e dell'arte, alla guisa che è impossibile di trovare il
mistero della vita nel cada vere, o quello della luce nelle tenebre. Mentre
questa fortuna si aveano in Napoli le discipline filosofiche, nelle altre parti
d'ITALIA non mancarono di essere, ove più e ove meno, splendidamente coltivate,
e in que sti ultimi tempi videro levarsi chi di gran lunga si lasciò in dielro
i Napoletani. In Italia è succeduto al nostro vivente un fatto il quale è in
manifesta opposizione con quello erasi veduto finora nell' istoria della nostra
filosofia, la quale in fino dalla più remota antichità, ha avuta nel mezzodì
della Penisola un' indole diversa che nel settentrione. Colà il razionalismo ha
dominato, qui la scienza ha più presto incli nato al positivo e alla pratica;
quasi queste due diverse ten denze della filosofia si fossero geograficamente
diviso il terreno. E in vero mentre nell'una parte venivan su LA SETTA DI
CROTONE E QUELLA DI VELIA, nell' altra
la sapienza etrusca s'introducea in ROMA, che può dirsi il paese per eccellenza
della politica, della guerra e della legislazione. Vero è che in processo di
tempo i due estremi si andarono ravvi cinando, e l' idealismo si accostò al suo
contrario e quindi risultò l'indole vera della FILOSOFIA ITALIANA, che è
insieme speculativa e pratica, come quella che domanda i principii ma non
dimentica le applicazioni, e, se intende di levarsi. sino al cielo in su le ale
della speculazione non perde però di vista la terra. Se non che è innegabile
che non ostante il ravvicinamento di queste due maniere di filosofare, pure la
differenza non fu mai cancellata del tutto, e i filosofi del mezzodi restaron
sempre più razionalisti, e più pratici quel li del settentrione; testimonii VICO
e BRUNO da una parte, MACHIAVELLI e POMPONAZZI, per non citarne in fioiti,
dall'altra. Ora al nostro vivente, come dicevo, il fatto inverso si è veduto
avvenire, chè i filosofi Napoletani non si son saputi dipartire dalla
psicologia, e quelli della più alta Italia hanno ardito di sollevarsi infino all'
ontologia ; quasi il coraggio delle ardue speculazioni, venuto meno a noi, si
fosse rifuggito appo gli altri. E questi sono SERBATTI, ROVERE, e GIOBERTI.
SERBATI ricorda in certo modo i nostri buoni filosofanti delle scuole, i quali
chiusi fra le mura di un chiostro, alternavano la vita fra la preghiera e la
meditazione, e vedeano scorrere in silenzio i loro giorni senz'altro pensiero
che quello della chiesa e della scienza. Così il no stro abate, pievano di un
piccolo villaggio in quel di Novara, si è dedicato tutto quanto alla religione
e alla filosofia, con una fede e un' anbegazione che ricordano altri tempi ed
altri costumi. Egli era già conosciuto per altri scritti di filosofia
speculativa e di diritto pubblico e naturale, quando pubblica per le stampe una
sua opera sull'origine delle idee la quale per la profondità delle dottrine,
per la forza della dialettica e per l'erudizione non comune di cui è ricca nel
fatto dell'istoria della filosofia, e massime della scolastica, merita bene di essere
allogata fra le più importanti che in questi ultimi anni han veduto la luce.
Gran danno che sia di faticosa lettura per l'abbondanza non felice e del lo
stile e delle parole. Il problema che l'autore principalmente discute in questo
suo saggio è quello onde è travagliala tutta la filosofia, e che più
specialmente occupa la moderna, dico la questione della realtà della
conoscenza. Gran cosa è veramente cotesta che molesta siffattamente la scienza.
Noi siam circondati anche a nostro malgrado da una tur ba infinita di diversi
obbietti ordinati quale alla soddisfazio ne de' nostri bisogni, e quale a
render lieti o miserevoli i pochi giorni che dobbiam passare su' lagrimosi
campi della terra, che pur tanto amiamo ed a cui niente non ci avrebbe da
legare. Or chi mai ha dubitato della realtà di tutte queste cose ? Certo se a
taluno venisse talento di farlo e di dubitar seriamente se esista la donna che
egli ama, l' inimico che odia, le catene che legano i suoi piedi o l'oro che
brilla nella sua scarsella, e' non si dubiterebbe pure un momento di di
chiararlo mentecatto, e condurlo di presente all' ospedale dei matti. Or la
filosofia si è condannata di buona voglia a du bitar di queste cose e ad
ignorar quello la cui ignoranza fa rebbe stimar folle un uomo agli occhi de'
poveri di spirito. Nè è da credere peròche vengada modestia questo dubbio della
scienza, anzi è figliuolo della superbia. Conciossiache la filosofia non vuol
già conoscere le cose alla guisa medesi ma che gli altri uomini, ma si bene
rendendosi ragione e chie dendo una spiegazione possibile di tutto che l'uomo
pud sa pere. Quindi è addivenuto che essendo gli obbietti esterni parte della
conoscenza, la si è imposto il dovere di non cre dere diffinitivamente in essi,
o almanco seriamente dubitar ne in fino alla dimostrazione. E però si è messa
con una calma edificante a discutere la questione di sapere se ci ha niente che
esista fuori dello spirito. Soventi volte le armi le son mancate per provar
quello che volea sapere, e allo ra più presto che essere incredula a sè
medesima o infedele alla sua divisa, ha consentito ad accettare il nulla con
una rassegnazione da disgradare un anacoreta, e a conchiudere che il genere
umano s'inganna visibilmente allorchè crede alla realtà delle cose. O alliludo!
Or l'opera di SERBATTI è precipuamente ordinata all'esame di una cosiffatta
quistione, a cui egli giunge incominciando da una rassegna istorica de' varii
sistemi antichi e moderni che su lo stesso problema si son travagliati, i quali
tutti esamina con gran sottigliezza e con mirabile profondità ed erudizione. Di
scute da prima la quistione dell'origine delle idee nella mente; quistione
strettamente legata con quella della realtà della conoscenza, e fa vedere in
una maniera non tolta da altri, come i filosofi di lutti i tempi sono andati
errati in questo, o per eccesso o per difetto, dappoichè alcuni non vollero
riconoscere alcuna idea primiliva nello spirito, ed altri cre dettero di
vederne in maggior numero che veramente non sono. Lontano dall'errore degliuni
e degli altri, SERBATTI ni ne ammette sol' una, cioè ľidea dell'essere, forma
uni versale de' nostri pensieri, idea primitiva e necessaria dello spirito, la
quale non ne suppone alcun'altra prima di sè, ma bene da tutte quante le altre
è supposta, come quella che alla loro formazione è necessaria. Or su questa
idea riposa la realtà delle conoscenze, sendo che essa rinchiude il con cetto
dell'esistenza, anzi è l'esistenza medesima ; per suo mezzo noi possiamo
giungere dal mondo de pensieri a quel lo dell'esistenza, da’concetti a’fatti.
Non io qui intendo di difender l'una ovvero l'altra opi nione, ma poichè mi
propongo solo di raccontare, non posso tralasciar di riferire una opposizione
cheè stata fatta alla teo riea detta di sopra. Quale si è la difficoltà
arrecata in mezzo dagli avversarii della realtà? Noi non sappiamo le cose, e'di
cono, ma sì le idee che ne abbiamo; o come si passa all' obbietto da quella
rappresentato? su qual ponte si supera la distanza che è da un'idea ad un fatto
? Or la vostra idea dell'essere, si è opposto a SERBATTI, non è punto diversa
dalle altre, e indarno vi dibattereste a dimostrare che è di differen te
natura; e, se è vero, come è, che la è generale e necessa ria, non è però vero
che a differenza delle altre idee di que sta medesima natur, sia di per sè
stessa obbiettiva e atta a porci in relazione con le cose reali. Sicchè l'
antica quistione non è stata per voi risoluta, anzi rimane tultavia intera,
potendosi opporre all'idea dell' essere le medesime difficoltà che alle altre
idee, non ostante i vostri sforzi per sostenere il con trario. Vero è che
l'autore, dopo cinque faticosi volumi, con una rara, non so se io dica superbia
o modestia, dichiara che non è leggiera cosa l'intendere la sua dottrina, e che
egli in vano si è studiato, per l'impossibilità della cosa, di esser chiaro e
intelligibile. Non tacerò che a taluno è sembrato di vedere nell'opi passa
dall'idea e nione di SERBATTI una pericolosa teorica da cui agevolmente si può
sdrucciolare nel panteismo. Ma a questo proposito fa d'uopo por mente a tre
cose; la primache siffatte conse guenze senza fallo non sono state pensate dal
suo autore, e che se egli giungesse mai a persuadersi che quelle legitti
mamente si possono far discendere dalle sue opinioni, certo pon indugerebbe
pure un momento a ritirarle. La seconda cosa si è che non si vogliono tormentar
troppo le parole le sentenze degli scrittori per condurli in una maniera o in
un'altra a certi estremi punti a cui quelli non vogliono giungere e a cui
regolarmente non si potrebbe menarli sen za i sottili sforzi d'una dialettica
che può divenire per que sto petulanti ; chè da tutto si può giungere a tutto.
Ultimamente non bisogna dimenticare che il panteismo oggidì è lo spauracchio
universale, e che troppo facilmente si crede di poterlo trovare in tutte le
opinioni; e se è vero che parecchi de'sistemi moderni v’inchinano, è pure
strano vederlo sem pre e da per tutto. ROVERE pubblica in Parigi il “Rinnovellamento
dell'antica filosofia italiana.” Oltre al nome dell'autore che già risuona
nella nostra penisola, cotesto titolo contribuì non poco a chiamar l'attenzione
dell'universale sul saggio di ROVERE. Conciossiachè si credette di vedere certo
orgoglio nazionale, e quasi una bella virtù cittadina nell'idea di richiamare
in onore e in vita la nostra antica filosofia. La ste rilità pedantesca de'
nostri filosofi non avea fatto escirle loro scritture dai limiti della scuola,
e privatili così d' ogni maniera di popolarità in un paese in cui gl’uomini
consacrati specialmente agli studii filosofici, non sono abbastanza numerosi,
perchè levi gran grido nell' universale un saggio di materie così speciali. Ma
questa difficoltà ROVERE riesci a superar felicemente. Or vediamo qual sia la
sua idea. I filosofi italiani non solo sono slati primi nell’ordine del tempo a
incominciar la guerra contro la scolastica, da cui poi dovea venir fuori la
filosofia moderna, ma ancora sono entrati innanzi agl’altri per la profondità e
dottrina con la quale seppero eziandio trovare il vero metodo con cui
unicamente le scienze speculative possono giungere a glorioso porto,
riconducendole all'osservazion della natura, da cui le astrattezze della scuola
aveanle allontanate; metodo di cui la filosofia moderna mena gran vanto come
della più bella delle sue invenzioni, e della sola armecon cui sipossa giungere
alla scoperta della verità. Ancora fecero di più, e non contenti ad indicare
altrui la strada che si ha da tenere, si posero animosamenle in quella, e ri
ducendo ad atlo il pensiero del loro metodo, riescirono a crear de ' sistemi a
niuno secondi di quanti ne’tempi posle riori si son veduti venir fuori. In
questi sistemi certamente molte cose sono da rigettare, molte da correggere e
da mo dificare, ma molte sono eziandio accanto alle prime, le quali meritano
ben altra cosa che dispregio e noncuranza. La filosofia moderna avrebbe da
studiare attentamente in quelli per tirarne tutto il buono che vi è, e far
tesoro delle altis sime verità che soventi volte han costato a' loro scoprilori
la libertà o la vita. Sopratutlo gl ' Italiani non dovrebbero lasciar perire
sotto a' loro occhi la grande opera incomin ciata da' loro avi con tanto ardire
e potenza di mente, anzi dovrebbero alacremente continuarla, e in vece di tener
die tro astraniere filosofie e trapiantarle siccome piante di al tro clima
della loro patria, dove mai non potrebbero alli gnare siccome frutto indigeno e
nazionale, bisognerebbe che si adoperassero a tult' uomo di richiamarli in vita
e risve gliar la nobile tradizione d'una scienza pur nata fra essi. Le altre
parti del saggio di ROVERE son destinate
a svolger la vera natura di questo metodo, che, secondo lui, è quello dell '
osservazione, il quale a molti può parere non acconcio a condurre la scienza là
dov'essa dee pervenire, e che a me sembra egli confonda troppo con i
procedimenti I delle scienze naturali. Ancora ne viene mostrando l'
applicazione a parecchie quistioni speciali, che egli si studia di risolvere
seguendo per lo più le orme de' nostri antichi filo sofi. Per menon esaminerò
sino a che punto i grandi filo sofi italiani del risorgimento abbian seguito il
metodo di os servazione, siccome ROVERE l' intende, nè se questo me todo, sì
utile d'altra parte alle scienze fisiche, sia sufficiente alle metafisiche, chè
cotesto mi menerebbe lungi dal mio pro ponimento e getterebbe in quistioni che
non ho in animo di discutere ; solo dirò qualche cosa del proposto risorgimento
della nostra antica filosofia. L'idea di ROVERE si è di ri chiamar in vita tra
noi le nostre tradizioni filosofiche, per chè la scienza si abbia nella
penisola un tipo veramente ita liano e un'indole nazionale. Egli è indubitato
che ogni pae se ha da natura una particolar fisonomia,per la quale si di stingue
da tutti gli altri, e che siccome è impossibile di can cellare del tutto così è
vil cosa di non rispettare come up dono della Provvidenza, e di non custodir
gelosamente come un sacro pegnocontro ogoi invasione straniera. Nè questa
differenza d'indole si mostra solamente ne' costumi e nelle abitudini di ogni
popolo, negli istituti e nelle maniere este riori della vita ma eziandio in un
modo speciale di vedere e d' intendere e di rappresentarsi le cose. Gl’obbietti
sì del mondo fisico che del morale, si possono giustamente chia mar poligoni,
in quanto che ciascuno ha molti diversi lati, e può, rimanendo sempre il
medesimo, esser considerato in mille guise diverse, e produrre, secondo queste
diversi tà, mille diverse impressioni. Or quanlo più le cose posso no essere
variamente riguardate, tanto più vasto campo ha l'indolenazionale di ogni
popolo di spaziarsi e mostrarsi aper tamente. Nella letteratura, per esempio,
esercita vastissimo impero, perchè quella abbraccia tutta la vita, nè ci ha
cosa che possa esser considerata sotto più diversi aspetti che la vita umana e
i suoi infiniti accidenti, da cui ogni letteratu ra direttamente sorge, facendo
ritratto dalle più intime qua lità di essa vita. Per contrario poi quanto meno
di realtà è negli obbietti che cadono sotto la considerazione e l’opera dello
spirito, e quanto più essi son semplici o astratti; tanto più si viene a
restringere il campo in cui l'indole nazionale si può mostrare. Cosi, appena se
ne può scorgere le tracce nelle matematiche e nelle scienze naturali,
occupandosi quel le di astrazioni nude e di semplici concetti e queste delle
qualità fenomeniche ed esterne de'corpi, quali cadono sotto i sensi. Ma
altrimenti avviene della filosofia perchè i prin cipii comunque razionali di
cuiessa si occupa, son pieni di vitae di valore, comequelli che debbonoservire
alla spiegazio ne di tutti i fatti umani e cosmici dell'universo, dell'uomo e
delle civili comunanze. Certamente non ci ha nè ci po trebbe essere una verità
italiana e una tedesca, ma ci ha una diversa maniera per gl’Italiani e per i
Tedeschi d'intendere i medesimi veri, di considerar gli stessi fatti generali,
sic come di dare più importanza a una specie di essi innanzi che ad un'altra.
Di qui deriva che si può giustamente parlare d'una filosofia inglese, francese
o tedesca, dicendosi, per esempio, che la tedesca èpiù idealista e razionale,
dove che l'inglese inclina in quella vece a starsene più dappresso a’faiti ed è
quindi più sperimentale o empirica; differenze che trovandosi nell'indole della
scienza, mostrano che ci abbia da esserne un'altra corrispondente nell'indole
delle due nazioni. In questo modo solamente si può intendere la na zionalità
della filosofia, sendo però necessario di far due os servazioni su tal
proposito. La prima si è che non bisogna credere alla necessità di un intero
isolamento scientifico, ovvero credere che ogni idea straniera possa esser
contagiosa e opporsi al libero procedimento del pensiero indigeno e na zionale.
La verità non è pianta che germoglia in un solo paese, ma in tutta la terra, nè
è proprietà di un solo uomo o d'un solo popolo ma di tutto quanto il genere
umano; ciascuno può trovarne una parte, e tutti gli uomini sono ob bligati di
riconoscerla per tale, ove che la sia, e di abbrac ciarla e farle plauso e
festa. E' bisogna cercarla da per tutto, e lo spirito allorchè è forte e sicuro
di sè medesimo, le darà a sua insaputa quell' atteggiamento particolare, e
quasi direi quel colore morale cheèfigliuolospontaneo dell'indole di uno o di
un altro paese. Laseconda avvertenza da fare è che ogni consiglio su tal
proposito dee tornare quasi inu tile, e che quindi debba riescir vano il
raccomandare ad un popolo di custodir la sua nazionalità nella filosofia. Basta
es sere veramente un popolo sano e robusto e sentirlo e glori arsene per avere
untipo da sè e conservarlo senza fatica, e quasi non avvedendosene, in tutte le
parti della vita ed eziandio nella filosofia. Ma se un paese è debole e
corrotto, se già ha perduto la sua indole nativa, i consigli de'dotti saran
vani, perchè avendo quelloperduto la suaoriginalità nelle al tre cose, non gli
sarà possibile dicustodirla nella filosofia più presto che nella letteratura,
nella politica e nelle arti. Del resto ho voluto dir queste cose più presto a
proposito di ROVERE che contro di lui perchè nè l'uno nèl' altro de' due
rimproveri gli si può fare. Quanto poi all'idea d' incomin ciar la scienza ove
l'hanno lasciata i nostri maggiori, certo GL’ITALIANI d'oggidi avrebbero ben
torto di dimenticare i no bilissimi lavori de'loro padri e le dottrine onde
hanno splen didamente arricchito la scienza, ma è da vedere se per far questo
si convenga rinunziare a tutto quello che lo spirito umano ha scoperto in
processo di tempo, perchè non è ve rosimile che sieno tornati vani tutti i suoi
lavori per tre se coli e più. Credo che non sia questa strettamente l'opinione
del nostro autore, ma domando se vi si potrebbe giungere partendo dalla sua.
Eccomi finalmente arrivato a quello de' filosofi italiani no stri contemporanei
che è giunto ad ottenere una fama uni versale fra noi. Ciascuno intende che io
parlo di GIOBERTI, il cui nome da qualche anno risuona univer salmente dall'
uno all'altro estremo della penisola. Quindi è che ciascuno si è creduto in
diritto di dar la sua opinione e il giudicarlo a sua posta, onde egli si è
trovato esposto a’più contraddittorii giudizii, alla più inetta critica, alle
noiose esagerazioni del dispregio ed a quelle ancor più no iose della stupida
ammirazione. Quanto a me, nemico come io sono d'ogni opinione eccessiva che si
lasci volenlieri ac cecare all'odio e all' amor di parte, a' nuovi ed a' vecchi
pre giudizi, dirò franco il mio parere per un uomo di un merito grandissimo,
quantunque io credo che sia ancor troppo pre sto per poterlo ben giudicare, e
che di lui meglio i posteri che i contemporanei potranno portar sentenza,
perciocchè intorno a molte sue dottrine bisognerebbe aspettare i suoi nuovi
schiarimenti e la prova del tempo. Intanto per por tare in fin da ora un giudizio
più o meno esatto di quello che egli è, sarebbe mestieri di esaminare
sottilmente il suo yalore come scrittore, come filosofo e come politico. Io, se
condo il mio istiluto, non posso toccare che pe' generali della due prime parti
e quasi niente della terza . Come filosofo, GIOBERTI appartiene senza fallo
alla no bilissima schiera de’ BOTTA, de’LEOPARDI e degli altri che in questi
ultimi tempi han cercato, ritirando la lingua italiana a'suoi principii, di
renderle l'antico splendore, la forza, l'e leganza e la vivacità che ammiriamo
ne'nostri grandi scrit tori de'secoli passati, e che le aveano negato la
fiacchezza degli animi e i pregiudizi comuni del secolo XVIII e de’pri mi anni
di quello in cui noi viviamo, e che ancora regnano appo la maggior parte de’filosofi
di cui innanzi è discorso, la cui lingua, e più ancora lo stile, si penerebbe a
crederlo italiano, e si direbbe compassionevole, se la pretensione non non lo
rendesse più tosto ridicolo. COSTA può dirsi il primo che in questi ultimi
tempi tratta di filosofia con correzione di lingua ed eleganza di stile, ma
oltre a questi pregi, non si può dire che abbia nessuna di quelle doti che co
stituiscono il grande filosofo. La medesima cosa può affer marsi di ROVERE la
cui lingua è pura, lo stile esalto ed elegante. M invano si cercherebbe altro
nella sua prosa. SERBATTI, senza aver nè l'uno nè l'altro di questi pregi, è di
una tale abbondanza, che e'si potrebbe comodamente ridar re alla metà i volumi
delle sue opere senza chiedergli il sa grifizio pur d'una idea. Tull'altra cosa
è di GIOBERTI nelle cui pagine si trova ben altro che purezza ed eleganza sola
mente; qui è ricchezza smisurata, nobiltà e vera eloquenza, tanto che si
potrebbe citar de'passi da valer come modello da imitare. Conservando il tipo originale
e l'antica grandezza della nostra lingua, e’la tratta pur tultavia come la
lingua d'un popolo che è ancor vivo, che ancora ha uno splendido posto nel
mondo, e che forse a nuove e più luminose sorti è destinato da Dio. Chè nella
nostra penisola accanto a quelli che nel fatto della lingua si lasciano andare
ad ogni maniera di novità, ci ha degli altri che per paura di corromperne la
natia purezza, non si vorrebbero allontanare da' limiti del trecento, e si
spaventano d'ogni innovazione, come se fosse morta la lingua parlata da
ventiquattro milioni d'uomini. Niuno di questi rimproveri non può farsi a
GIOBERTI, a cui niente manca per esser giustamente allogato tra i filosofi di
prim'ordine. Pure non saprei negare che, sia effetto del l'ardente
immaginativa, sia naturale impazienza e difficoltà di contenersi, si abbandona
talora un po’troppo alla sua ine sauribile abbondanza, sì che si sarebbe
inclinati a trovare il suo stile in certi luoghi aleun poeo declamatorio. Non
su che spirito di sofisma viene talora segretamente a turbarne l' ordinaria
chiaroveggenza, per modo che per volere aver troppo compiuta vittoria de' suoi
avversarii e spingerne le opinioni alle più lontane e assurde conseguenze,
scaglia con tro di essi ogni maniera di opposizioni e di ragioni e di ar
gomenti, della cui perfetta convenienza si potrebbe talora dubitare. Ma questo
non giunge ad oscurare per niente gli altri pregi grandissimi che sono in lui.
Dalle cose che abbiamo così brevemente discorse intorno alla presenle filosofia
italiana, si può vedere come i nostri filosofi, attenendosi strettamente solo
alle questioni psicologi che, ovvero non osando che modestamente occuparsi di
quelle di altra natura, si son tenuti lungi da' più alti problemi ontologici
sull'origine, l'essenza e le leggi della realtà, quistioni in cui risiede tutta
la grandezza e l'importanza della filosofia e che l'hanno sollevata a un sì
alto posto nel l'antichità e nel medio evo. In questi ultimi tempi i Tedeschi
sono stati i primi ad avvedersi che la scienza si era messa per vie troppo
ristrette, e che per renderle il suo antico valore bisognava senza più
ricondurla sul terreno che altra volta avea occupato, da cui le modeste pre
tensioni della psicologia l'aveano scacciata, e in cui solo potea incontrarsi
con quelle quistioni che più potentemente importano al genere umano, e
riacquistar così la vita e l'importanza primiera. Quest' obbligo la scienza
deve indubitata mente a’moderni Tedeschi, quali che siano state le conse guenze
a cui sono giunti. GIOBERTI ha tenuto il medesimo cammino, ma con mezzi
alquanto diversi, ed è venuto a conchiusioni di ben altra natura. Anch'egli
vuol giungere ad una scienza più compiuta che esca dalle aridità psicolo giche,
e che, piena del senso della realtà e della vita, cerchi di pervenire alla
causa prima e reale d'ogni causa e d'ogni fenomeno, riproducendo nell' ordine
ideale della scienza l'ordine reale della generazione. Movendo dalla teologia
cristiana, egli si è sforzato di ricondurre la scienza all' ontolo gia, in modo
da conservarla d'accordo con la religione, e in vece di adoperar come i
Tedeschi che fanno entrar la reli gione nella filosofia e vogliono col mezzo di
questa spiegar la, egli, per opposto cammino, seguendo i più antichisistemi
ortodossi, ha voluto sottomettere la filosofia alla religione, in guisa che
fosse questa obbligata a riconoscer da quella ogni suo valore . Il suo punto di
partenza è una formola sin letica, la quale, benchè d'accordo col Cristianesimo,
anzi, appunto perchè è di accordo con esso, spiega l'uomo e l'universo e le
loro relazioni con Dio, onde poi discendę ogni ordine d'idee e di fatti, il
pensiero e la natura, le società e le civili istituzioni, la scienza a l'arte.
Io non mi fermerò su’varii punti del sistema, nè sulle varic applicazioni che
egli va facendo del suo principio, nelle quali dimostra una potenza di mente
mirabile e delle conoscenze non punto ordi narie, ma non posso tacere che
soventi volte, siccome è moda oggidì, si lascia strascinar troppo all'amore del
sistema, e a certa smania di costruzioni a priori, le quali son certamente del
dominio della scienza, ma che oggi si sogliono condurre fino all'esagerazione.
Per questo rispello gli antichi mi pa iono ben superiori a 'moderni, perchè
Platone ed Aristotile si occupano anch'essi di costruire l'universo a priori e
per mezzo delle idee, ma sanno bene fermarsi alle generalità senza discendere a
taluni troppo minuti particolari, i quali sfuggono alla scienza e non si
possono senza esagerazioni far discendere comodamente da' principii generali. E
chi sa se nell'universo, come nell'uomo, non ci ha un punto in cui l'impero
assoluto della legge ha termine, e quello dell' arbitrio, del capriccio e
dell'accidente incomincia? Certo è giusto di volere co' principii razionali
spiegar le leggi e le generalità delle cose, ma è strano il pretendere di
spiegare ugualmente i più piccioli fatti, la cagione necessaria e razio nale
d'ogni avvenimento, d'ogni legge, d'ogni fenomeno, d'ogni istituzione, d'ogni
onda che la forza de'venti scaglia contro le rive, d'ogni foglia che la brezza
dell'autunno fa. cadere dal ramo; allora si potrebbe ripetere il detto di
Napoleone, che un brieve limite separa dal sublime il ridicolo. Vediamo ora
qual sia la formola suprema e creatrice del sistema di GIOBERTI. Ogni
filosofia, egli dice, la quale muova dalla nozione semplice e astratta
dell'essere, dee necessaria mente smarrire la diritta via. Siffatla nozione,
come quella che si può applicare al Creatore e alle creature, senza alcuna
diversità, e che però nulla può produrre, conduce all'ipotesi d'una sostanza
unica, cioè al panteismo. Ora la teorica del panteismo è falsa perchè non
risponde a tutte le esigenze della scienza, nelle applicazioni non trovasi
d'accordo con la vera natura delle cose, distrugge la morale, ed è contraria al
cristianesimo che è la veritàperfetta ela parola stessa di Dio. Però è mestieri
trovar modo di escire di questa peri colosa ipotesi, la quale ha potuto soventi
volte sedurre le più belle intelligenze e i più profondi spiriti. Ove la causa
che conduce al panteismo eziandio quelli che meno vi vorrebbe ro pervenire, chi
ben guardi la troverà nel punto stesso onde muovono, giacchè la nozione
dell'essere in astratto non può menare alla realtà. Per la qual cosa a fio di
cansar l'errore, è d'uopo aggiungere all'idea dell'essere qualche altra nozione
che sia nello stesso tempo primitiva e sottopo sta all'altra. Se non fosse
primitiva rispetto al nostro spirito, non potremmo acquistarla altrimenti,
essendo la nozione dell' essere di sua natura improduttiva; d'altra parte se
non fosse sottoposta ad essa nozione dell'essere e quasi da essa ingenerata, e'
si cadrebbe io un dualismo assoluto non meno assurdo dello stesso panteismo. Ma
fortunatamente è facil cosa trarre l'essere dal suo stato astratto,
considerandolo siccome concreto e creatore, perchè l' essere così conside rato
rinchiude in sè l'idea di un effetto, cioè di un'esistenza che non fa parte
della natura di quello, ma che essendo un libero prodotto della sua volontà, è
legato con esso lui mercè il vincolo della creazione . Per tal modo e ' si
avrebbe un sol principio da cui partirebbe lo spirito, cioè l'idea dell' essere
puro e necessario che crea l'esistenza contingente, e questa verità-principio produrrebbe
un principio-fatto, cioè la realtà dell'esistenza. Così l'autore invece di
partire dalla nozione astratta dell'essere, è partito da quella dell'essere che
per mezzo della creazione produce altre esistenze a lui sottopo ste, ed ha
espresso il suo principio supremo con la formola: l'essere crea l'esistenza; e
con questo mezzo ha evitato ilpan teismo, ponendo il concetto della creazione
come il lega me fra l'essere assoluto e l'esistenze contingenti. Pur tutta via
questo mezzo non è paruto a tutti soddisfacente; già non è mancato chi ha detto
che il suo sistema era la teorica dello Schelling battezzata e fatta cristiana,
ed altri altre difficoltà hanno arrecato in mezzo. Cone è egli possibile di
costruire a priori una filosofia mercè diun principio il quale contie ne in sè
un dato essenzialmente contingente e di fatto, quale è quello della creazione ?
Se si considera l'idea della creazione legata di necessità con quella
dell'essere, e allora si cade senza più nel pantei smo, o almeno nella sentenza
assai vicina a quello della ne cessità della creazione; se poi si considera
essa creazione come un fatto empirico e contingente, è impossibile allora di
farla discendere dal concetto dell'essere, e dedurla da esso; anzi, essendo
essa libera e volontaria, il principio si dovrebbe esprimere altrimenti,
dicendosi piuttosto: l'essere vuol creare l'esistenza ; nel qual caso potrebbe
domandarsi : chi v'insegna questa volontà dell'essere? domanda a cui è
difficile di soddisfare senza cadere in Cariddi per evitare Scilla.
Conciossiacchè se si risponde che l'insegna il fatto, la formola a priori è
distrutta, e si cade in uo circolo vizio so, col quale si verrebbe a dire che
l' essere ha voluto crear l'esistenza, perchè esiste, e che l'esistenza esiste,
perchè l'essere ha voluto crearla . Se poi, mutando strada, si rispon de che
non già il fatto ma la nozione stessa dell' essere rin chiude il concetto della
creazione, e allora si giunge diritto, come inpanzi dicevamo, alla necessità di
essa creazione. Non insisterò più a lungo su questa discussione, che, come
tutte le altre, ho voluto toccar solo di passaggio, ma osser verò invece alcuna
cosa sull'indole generale della dottrina di GIOBERTI. Nati in un tempo che è
succeduto ad un altro di strani rivolgimenti ed inuditi rumori, e che ancora è
in certo di sè medesimo e più incerto del suo avvenire, noi possiam dire di
assistere al contrasto di due opinioni, le quali si disputano ostinatamente
l'impero dell'intelligenza. L'una, che è la meno seguitata, è essenzialmente
conserva trice, e non crede nè al presente nè all'avvenire, ma sogna caldamente
il passato, i secoli scorsi e quasi il secol d'oro della favola. L'altra, che
domina appresso l'universale, non ha fede che nel presente e nell' avvenire,
dispregia e deride tullo quello che non è nato pur ieri, e ciecamente crede al
progresso infinito delle umane generazioni, al cammino dello spirito sempre
trionfanle e vittorioso. GIOBERTI non può essere accusalo nè dell'una nè
dell'altra estrema opinione, e il suo modo di vedere e giudicar le cose può
dirsi essenzial mente conciliatore dell'antico e del moderno. Non egli du bita
che lo spirito umano cammini, ma non crede che lutto quello ci ha di bene sulla
terra sia nato ieri; nè dubita che lo spirito progredisca, ma non crede che
ogni suo mo vimento sia un progresso; in somma il passato non è per lui
unicamente l'antecedente cronologico del presente, o un ca davere senza vita e
senza importanza, anzi egli vuole che se ne faccia altamente conto come di cosa
che contiene in sè i germi del nostro essere presente, e che non venga punto
messo in dimenticanza nelle nuove combinazioni si della scienza e sì della vita
pratica. Nè punto diverso da questo è il principio delle sue opinioni
politiche, nelle quali ammira il passato ma non lo crede bastevole a
corrispondere a tutte le esigenze del presente, ammira il medio evo in tutto
quello che ha di grande, di nobile e digeneroso ma pon vuole per questo la
ricostruzione del castello feudale; vuol bene che la politica italiana sia
degna del nostro secolo ma non chiama ugualmente degne del secolo tutte le
utopie . Questi sono i filosofi italiani degni di essere ricordati da chi
voglia tessere un quadro dello stato in che trovasi oggi la scienza fra noi .
Il quale, come si può vedere, se non è da esserne troppo superbi, non è neppur
tale da doyercene ver gognare, perchè accanto a nomi mediocri o poco maggiori
della mediocrità, se ne trova pure altri, come quello di SERBATTI e GIOBERTI,
degni di fare onore a qualunque tempo e a qualunque paese. Un'osservazione però
sorge natural mente da tutto quello che finora abbiamo discorso, cioè che se ci
ha de sistemi e de’ FILOSOFI ITALIANI, non ci ha però una filosofia o una
scuola italiana da mostrar le dottrine domi nanti universalmente, poichè
dottrine comuni veramente non ce ne ha, ma ciascuno ha le sue proprie, e
nessuno giunge a diffonderle in modo da formare una scuola forte ed upita da
contrapporre ad un'altra .La medesima cosa mi ricorda d'aver fatto osservare a
pro posito del teatro, ove dicevo che ci ha bene de' drammi e dei drammaturgi
in Italia, ma non un dramma italiano, da po terne indicare l'indole generale.
Sarebbe lungo cercar le ra gioni di questo fatto, ma quanto a' sistemi
filosofici, non può nascondersi che ciha un punto essenzialissimo in cui tutti
o almeno i più importanti si accordano, e questo è l' essere ugualmente
ortodossi e cattolici. I nostri antichi non erano generalmente così solleciti
di trovarsi d'accordo con la reli gione, e spesso con le prigioni, con l'esilio
e co' roghipa garono la pena del loro ardimento . Oggi in mezzo alla co mune
eterodossia delle scuole moderne, e soprattutto delle tedesche, i filosofi
italiani si studiano di mantener collegate amorevolmente la fede e il pensiero,
la religione e la scien za, e compensano con la propria ortodossia gli errori
de'loro predecessori, i quali signoreggiano oltremonti e trovano nuovi seguaci
e arditi rinnovellatori massimamente nelle scuole di Germania . Certamente
sarebbe cosa assurda il negare che la filosofia tedesca in questi ultimi anni
abbia renduti straordinarii ser vigi alla scienza, e fattole fare de'passi che
mai non saranno perduti per il pensiero umano. Certamente in que' sistemi sono
altissime verità, profonde escogitazioni, fortunate e fe conde applicazioni a
tutti i diversi ramidel sapere e della vita, ma accettarli interamente come
veri è cosa enorme ed insoffribile. Insoffribile soprattulto per poi Italiani
la cui mente è dotata da natura di forme troppo originali per sofferire
qualunque maniera d'imitazione, senza che tosto ritorni in caricatura, ed al
cui pensiero, naturalmente chia rissimo e bisognoso di realtà e di vita, mal si
convengono le astrazioni soventi volte troppo vôte de' Tedeschi, e la col trice
di tenebre onde al concello alemanno piace spesso di avvilupparsi. Oltre a ciò
si potrebbe dire che assai male prova ha fatto la filosofia tedesca, quando
dopo tante pro messe e sì grandi rumori, si è mostrata inetta a fermar niente
d'intero e di durabile, e ora quasi venuta meno, tace profondamente, e quasi
non ha un'idea o una parola comuni per farsi intendere, e le scuole deboli e
divise internamente o più non vivono o vivono di una vita che molto si rasso
miglia alla morte. Forse che il dottor Fausto ha ragione tut tavia di lagnarsi
della loro impotenza e della vanità degli sforzi per esse fatti. Prima di
conchiudere sentomi spinto come di viva forza a ricordare un nome, che pochi
forse sanno e che niuno ha obbligo di conoscere ma che io non voglio tacere,
solamen te perchè colui che il portava ora più non vive, e perchè al tra meno
sterile testimonianza di amicizia non gli posso ren dere. Io non so se le poche
pagine scritte da CUSANI giungeranno a'posteri, e molto più dubito delle mie,
ma de sidero che i contemporanei sotto i cui occhi potrà cadere questo scritto,
sappiapo che fra’giovani che ora fra noi si oc cupano di filosofia nessuno
forse fu fornito più di lui di mente veramente filosofica, la quale con più
sodi studii e con la malurità degli anni avrebbe forse, anzi senza forse, dato
frutti degni di vera gloria . Nè vorrei che di lui si giudicasse da quello che
finora avea stampalo, perchè chi il conobbe può far giudizio sicuro di quello
che un giorno avrebbe potuto fare se gli fosse bastata la vita. Non so altri
che faccia bene e splendidamente sperare di sè, ma non dubito che fra tanti
dovrà sorgere alcuno degno degli antichi e de' nuovi nomi, perchè giovami di
credere, e i fatti mi confermano nella mia opinione, che la sacra fiaccola
della scienza non sia, non che spenta, affievolita nella patria del Vico, del
Campanella e di Giordano Bruno. Grice: “Gatti is a difficult
one to catalogue – not at Oxford! He is a man of letters and action, by man of
letters we mean Lit. Hum. And Gatti, being the snob he was, would rather be
seen dead than referred to as merely a ‘philosoopher’ – He edited the Museo di
FILOSOFIA e letterature – and his passion (if he had one) was Vico – and more,
to criticse oters. He would not speak of ‘italian philosophy,’ but of
‘philosophy in Italia’! – He wrote on Rovere, and other philosophers – but he
was always ready to grade them: “Genovesi, infinitely inferior to Vico” –
Incredibly that this philosopher is talking the same lingo as Machiavelli or
Dante!” – His exegesis of Vico is good – he refers to the Bruno, Campanella and
Telesio as the celebrated triunvirato, and there are references to some obscure
philosophers in his prose – about which he writes little to enthusiase his
reader!” -- Stanislao Gatti. Gatti. Keywords: poetica, Vico, Filosofia
Italiana, Scritti filosofici – implicature italiane – il vico di Gatti -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Gatti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Gaudenzio: la ragione conversazionale e il filosofo
musicista – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. G. writes an important work on the theory of music
that survives in parts. Grice: “And then I played the piano!” – Gaudentius was
a Greek music theorist in Classical Antiquity. Nothing is known of his life or
background, or when he lived, except what can be inferred from his sole
surviving work, Εἰσαγωγὴ ἁρμονική (English: Harmonic Introduction), a treatise. Leonhard Schmitz
and Karl von Jan say that he seems to have known the writings of Aristoxenus;
but Schmitz says, not those of Ptolemy. Riemann says he may have been a younger
contemporary of Ptolemy.: Cassiodorus praises the treatise, and mentions
a contemporary Latin translation for use in schools by one Mutianus, which has
not survived. The treatise was first printed by Marcus Meibomius, together with
a commentary and a Latin translation, in his Antiquae musicae auctores septem
(English: Ancient Music by Seven Authors). References Schmitz, Leonhard.
"Gaudentius 1." . In Smith, William (ed.). Dictionary of Greek and
Roman Biography and Mythology. Jan, Karl von. "VII - Gaudenti Philosophi
Harmonica Introductio". Musici Scriptores Graeci (in Latin). Leipzig: B.
G. Teubner – via archive.org. Includes the Greek text of Εἰσαγωγὴ ἁρμονική. Riemann, Handbuch Der Musikgeschichte. Leipzig: Breitkopf &
Härtel. – via archive.org. Strunk, Oliver. Source Readings in Music
History. New York: Norton – via
archive.org. Cassiodorus. "8". Divin. Lect. Meibomius,
Marcus. "V. Gaudentii, philosophi, introductio harmonica". Antiquae
musicae auctores septem (in Latin). Amsterdam: Lodewijk Elzevir. (Page
numbering within the chapter.) Further reading Michaelides, Solon. Εγκυκλοπαίδεια της αρχαίας Ελληνικής μουσικής [Encyclopedia of Ancient Greek Music] (in Greek). Athens: National
Bank of Greece Cultural Foundation (MIET). Zanoncelli, La manualistica musicale
greca: [Euclide], Cleonide, Nicomaco, Excerpta Nicomachi, Bacchio il Vecchio,
Gaudenzio, Alipio, Excerpta Neapolitana (in Italian). Milan: Ed. Ang. Guerini. Kalogeropoulos,
Takis. Το λεξικό της Ελληνικής Μουσικής [The Dictionary of Greek Music] (in
Greek). Athens: Giallelis. Mathiesen, Thomas. Strunk, Oliver;
Treitler, Leo (eds.). Source Readings in Music History (Revised ed.). New York:
Norton. Mathiesen, Thomas J. "Gaudentius". The New Grove
Dictionary of Music and Musicians. Oxford. External
links Gaudentius. "Gaudence - Introduction harmonique". Collections
des auteurs grecs relatifs à la musique (in French). Atypius et Gaudence,
Bacchius L'Ancien. Ruelle, Ch.-Émile (translator and editor); Szwajcer, Marc
(editor). Paris: Imprimerie nationale – via remacle.org. A French translation
of Εἰσαγωγὴ ἁρμονική, with commentary. Categories: Greek musicologistsAncient
Greek music theoristsGaudenzio.
Luigi
Speranza -- Grice e Gaudenzio: la ragione conversazionale e il portico romano --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Brescia). Abstract. Grice: “People tend to think that after the birth of Christ,
The Porch became relevance-less: Truzzi proves the opposite in his apt study of
Gaudenzio, a rationalist in the best tradition of the porch, in his analysis of
‘lex naturae’ and ‘moral obligation’ as ‘epistemically’ derivable from
desires!” Keywords: porch. Filosofo italiano. The philosophical interest of G.s
essays lies in his discussion of natural law – lex naturae --, for which he
borrows from the Porch. G. argues that through the use of reason anyone can
come to a knowledge of his moral obligations.
Luigi
Speranza -- Grice e Gauro: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “We seem to consider Porfirio an Hellenic, but his
audience was Roman to the backbone!” Keywords: categoria. Filosofo italiano. He
appears to have been a pupil of Porfirio, who may have dedicated one of his
essays to him.
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