GRICE ITALO A-Z C CO
Luigi
Speranza -- Grice e Cocconato: l’implicatura conversazionale -- scuola di Torino – filosofia torinese –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Coconato – I
used to say that the first task for the historian of Italian philosophy, unless
you are a member of La Crusca, is to decide on the surname – I like Cocconato!
He spent some time in London, as I did – and he shows that the average Italian
philosopher is a nobleman, or vice versa!” – Grice: “Venturi revived Cocconato,
as did the re-issuing of his “Moral Discourses”!” -- “Manhood and unbelief” -- Alberto Radicati, conte di
Passerano e Cocconato (Torino), filosofo. Libero pensatore, fu il «primo illuminista della
penisola», secondo una definizione di Piero Gobetti. Cocconato matura il
suo pensiero anti-clericale nel clima dell'anticurialismo sabaudo ben presente
in alcuni settori della corte di Vittorio Amedeo II, re di Sardegna. S'ignora
tutto della sua prima formazione, verosimilmente affidata a qualche
ecclesiastico. Un infelice matrimonio precoce, combinato dalle famiglie, lo
coinvolge ventenne, e già due volte padre, in una serie di penosi contrasti il
cui significato travalica i conflitti coniugali. Mentre a prendere le parti
della moglie si mobilita il partito devoto-clericale, Radicati trova sostegno a
corte in chi appoggia il re sabaudo nei suoi conflitti giurisdizionali con la
Curia romana. Il grottesco-ironico racconto della sua «conversion
pubblicato a Londra e ripubblicato con il titolo “A Comical and True Account of
the Modern Cannibal's Religion” induce a datare intorno agli anni venti il
precipitare della crisi della fede cattolica in cui il conte era stato cresciuto.
Nell'opuscolo autobiografico presenta la sua personale vicenda come un caso
emblematico di «uscita dalla minorità. Narra infatti come, a partire dal
contrasto tra santoni bianchi e santoni neri monaci cistercensi e quelli
agostinianisui presunti miracoli operati da un'immagine della Vergine,
rinvenuta nel convento agostiniano, avesse cominciato a vacillare in lui la
fede e come, verso i vent'anni, avesse cominciato anche in campo religioso “a
far uso della mia ragione.”Importante per la sua ulteriore maturazione
intellettuale è il viaggio compiuto nella Francia della "Reggenza"
tin cui poté ampliare il raggio delle sue conoscenze e forse procurarsi testi
libertine come La Sagesse di Charron, l'Hexameron rustique di Vayer o il Traité
contre la Médisance di Brosse, in cui ricorrono motivi che troveranno eco e
sviluppo nelle sue opere. Il suo scritto principaleI discorsi morali,
storici e politici redatti su diretto incarico di Vittorio Amedeo II nel mutato
clima conseguente alla ratifica del Concordato stipulato tra regno sabaudo e
Benedetto XIII diverrà anche la ragione vera del suo esilio. Il conte, che da
un riacquisito potere dell'Inquisizione a Torino deve temere per la sua libertà
e per la sua stessa incolumità, lascia segretamente il Piemonte per dirigersi a
Londra, dovendo poi subire per questa fuga non autorizzata dal sovrano il
sequestro e la confisca dei beni. A Londra pubblica con un discreto
successo l'instant book che ricostruisce i retroscena della recente abdicazione
di Vittorio Amedeo II mentre, al contempo, lavora alla stesura del più audace e
radicale dei suoi scritti, “La Dissertazione filosofica sulla morte,” che,
tradotta da JMorgan, uscirà dai torchi londinesi destando un enorme scandalo.
Nella Dissertazione, che gli costa anche l'esperienza delle carceri della
tollerante Inghilterra di Walpole, propugna il diritto al suicidio e
all'eutanasia sullo sfondo di una esplicita filosofia materialistica che scorge
nel Deus sive Natura spinoziano-tolandiano il suo unico grandioso orizzonte di
senso. Nella sua meditazione sulla morte e sulla liceità del suicidio si
inserisce in un dibattito che già Montesquieu aveva rilanciato nelle Lettere
Persiane, riprendendo una discussione inaugurata nel Seicento da Donne con il
suo Biothanatos. Interessato a proporre un progetto politico che esige come sua
prima tappa essenziale una riforma radicale della cristianità
occidentale, capace di affrancarla dal giogo clericale- o se si vuole, in
termini più neutri dal potere pastorale- la scelta del tema del diritto individuale
alla morte non è scelta casuale per quanto la meditazione sul suicidio non sia
priva di elementi autobiografici. Le chiese cristiane di ogni confessione
ritengono infatti un loro preciso dovere intervenire direttamente nella
gestione del trapasso a quella che esse, in base alla loro fede, considerano la
vera vita, quella ultraterrena. Del resto non solo il mondo cristiano, lo
stesso ebraismo e l'islam, finendo con il recepire come un dogma
l'interpretazione agostiniana del suicidio come omicidio di se stessi, per
secoli hanno considerato la morte volontaria come il più grave e irreparabile
dei peccati, suprema manifestazione di oltranza e ribellione alla volontà
divina, mentre le autorità statali, dal canto loro, si distinguevano per la
crudeltà inumana con cui trattavano i cadaveri dei suicidi e i beni dei loro
eredi. Se i Discorsi partivano dalla morale ricavata essenzialmente da
una lettura pauperistico-comunistica dei Vangeli che faceva di Cristo, al pari
di Licurgo, il grande critico dell'istituto familiare, nonché il fondatore di
una democrazia perfetta in cui non esiste né il mio, né il tuo»per poi
occuparsi di politica e concludersi in concrete proposte riformatrici, nella
Dissertazione filosofica fornisce una risposta alla legittimità del suicidio
muovendo da una concezione complessiva del mondo e dell'esistenza umana.
Nonostante il suo titolo, la Dissertazione filosofica sulla morte non rinnega
affatto l'istanza spinoziana che intende la filosofia quale gioiosa meditatio
vitae, apertura mentale a una possibile transizione da una condizione di
servitù a una condizione di più ampia libertà che è, simultaneamente,
incremento della capacità del corpo di comporsi e ricomporsi con altri corpi
per realizzare la sua potenza e ampliare la sua capacità di comprendere le
cose. Definisce l'individualità umana a partire dalle relazioni che essa
intrattiene con il tutto. Per quanto grandezze infinitesimali noi siamo materia
della materia che costituisce l'Universo nella sua indefinita immensità. La
certezza che ci resta, quando ci liberiamo dall'ignoranza in cui nasciamo e
dagli idola tribus, i pregiudizi con cui siamo allevati, è che noi siamo
vicissitudini della materia. La materia a cui pensa tuttavia nel suo esilio
londinese e poi olandese non è lo squalificato sostrato inerte che dai greci
giunge fino a Cartesio che, limitandosi a identificare materia ed estensione,
continua ad aspettarsi dal Dio creatore l'impulso motore e la creazione
continua. Come per il Toland delle Lettere a Serena e del Pantheisticon, la
materia pensata dal Radicati è la materia actuosa che reingloba nel
meccanicismo moderno motivi provenienti dal naturalismo rinascimentale a cui
ineriscono direttamente movimento e autoregolazione. L'universo è un
mondo infinito in perpetuo movimento: in esso nulla continua ad essere anche
solo per un istante la stessa cosa. Le continue alterazioni, successioni,
rivoluzioni e trasmutazioni della materia non incrementano né diminuiscono
tuttavia il grande tutto, come nessuna lettera dell'alfabeto si aggiunge o si
perde per le infinite combinazioni e trasposizioni di essa in tante diverse
parole e linguaggi. La natura, mirabile architetta sa sempre come utilizzare
anche il minimo dei suoi atomi. La fine della nostra individualità costituita
dalla morte non è quindi fine assoluta, perché niente si annichila nella
materia e il principio vitale che ci anima come non è nato con noi troverà
sicuramente altre forme di esplicazione: come la nostra nascita non è avvenuta
dal nulla, non sarà nel nulla che ci dissolveremo.-- è estranea ogni forma di
lirismo e, tuttavia, una concezione non lontana dalla sua rifiorirà in una
delle pagine finali di uno dei maggiori romanzi lirici della modernità,
nell'Hyperion di Hölderlin che fa dire alla sua eroina, Diotima: “Noi moriamo
per vivere: Oh, certo, i miserabili che non conoscono se non il ciarpame
arrabattato dalle loro mani, che sono esclusivamente servi del bisogno e
disprezzano il genio e non ti venerano, o fanciullesca vita della natura, a
ragione possono temere la morte. Il loro giogo è diventato il loro mondo, non
conoscono niente di meglio della loro schiavitù: c'è forse da stupirsi che
temano la libertà divina che ci offre la morte? Io no! Io l'ho sentita la vita
della natura, più alta di tutti i pensierie anche se diverrò una pianta, sarà
poi così grande il danno? Io sarò. Come potrei mai svanire dalla sfera della
vita, in cui l'amore eterno che è partecipato a tutti, riunifica le nature?
come potrei mai sciogliere il vincolo che riunisce tutti gli esseri?»
Opere Antologia di scritti, in Dal Muratori al Cesarotti. Politici ed
economisti del primo Settecento, tomo V, F. Venturi, Milano-Napoli, Ricciardi,
Dodici discorsi morali, storici e politici, T. Cavallo, Sestri Levante, Gammarò
editori, Dissertazione filosofica sulla morte, T. Cavallo, Pisa, Ets Vite
parallele. Maometto e Mosè. Nazareno e Licurgo, T. Cavallo, Sestri Levante,
Gammarò editori, Discorsi morali, istorici e politici. Il Nazareno e Licurgo
messi in parallelo, introduzione di G. Ricuperati (check); edizione e commento
di D. Canestri, Torino, Nino Aragno Editore, Dissertazione filosofica sulla
morte, F. Ieva, Indiana, Milano Piero
Gobetti, Risorgimento senza eroi. Studi sul pensiero nel Risorgimento, Torino,
anche in Opere completeSpriano, Torino, Einaudi Franco Venturi, Adalberto
Radicati di Passerano, Torino, Einaudi,
Franco Venturi, Settecento riformatore, I, Torino, Einaudi, Silvia Berti, Radicati in Olanda. Nuovi
documenti sulla sua conversione e su alcuni suoi manoscritti inediti, in
Rivista Storica Italiana», S. Berti, Radicali ai margini: materialismo, libero
pensiero e diritto al suicidio in Radicati di Passerano, in Rivista Storica
Italiana», Israel, Radical Enlightenment. Philosophy and the Making of
Modernity Oxford, Cavallo, Introduzione a Radicati, Dissertazione filosofica
sulla morte, Pisa, Ets, Cavallo, Le divergenze parallele. Mosè, Maometto,
Nazareno e Licurgo: impostori e legislatori nell'opera di Alberto Radicati,
introduzione ad A. Radicati, Vite parallele. Maometto e Sosem. Nazareno e
Licurgo, Sestri Levante, Gammarò, Vincenzo Sorella, Un partigiano della ragione
umana, in I Quaderni di Muscandia», Tarantino, “Alternative Hierarchies:
Manhood and Unbelief in Early Modern Europe, in Governing Masculinities:
Regulating Selves and Others in the Early Modern Period, ed. by Broomhall and
JGent, Ashgate, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere, M. Cappitti, Le Vite Parallele di Alberto
Radicati su blog.carmillaonline. Se poca fortuna ebbe come uomo politico e
consigliere di monarchi, non diversa fu la sua sorte di filosofo; e la sua
filosofia che ha a tratti momenti di luce viva e che riuscirono a destare
interessi e preoccupazioni persino nelli liberi circoli, giacquero come cose
inanimate dopo la sua morte, come se questa le avesse private, come il loro
autore, di quello spirito vitale che le fa palpitare. E l'oblio scese su di
loro, crudele e inesorabile, facendo perdere la conoscenza di la sua filosofia.
Infatti il Saraceno pubblicando il
Manifesto» e le due Lettere »
indirizzate, l'una a Vittorio Amedeo II, l'altra a Carlo Emanuele III e
premettendo alla sua edizione alcune notizie di carattere biografico e
bibliografico, limita, pur credendo di darne l'elenco completo la sua filosofia
a quelli saggi da lui pubblicate e a quell'altre contenute nel Recueil edito a
Rotterdam. Cat. del British Museum sotto il nome di Thomas Joseph Morgan, il
suo traduttore. Più la “History” edita a Londra. Da quel momento, per quei
pochissimi che del nostro s'interessarono, le parole del Saraceno furono
vangelo, e la filosofia dimenticata scomparvero definitivamente, come
non-esistente, dalla sua bibliografìa. La sensazione iniziale di una possibile
lacuna nell’elenco della sua filosofia, divenuta certezza in seguito ad alcune
notizie rinvenute nel carteggio diplomatico tra l’inviato piemontese a Londra e
la Corte di Torino, in cui era fatta la sua parola, mi determinò alla ricerca
di questa filosofia sperduta. Quasi del tutto infruttuose furono le ricerche in
Italia -- due sole lettere rinvenni all'Ai-, di Stato di Torino --. Fortunate
invece all'estero e precisamente alla Biblioteca Bodleiana di Oxford, al British
Museum di Londra, ed alla Staats Preusische Bibliothek di Berlino, dimodoché
tenendo conto dei nuovi materiali trovati, la sua filosofia risulta in una
elencazione definitive. Manifesto di A. I. R. di P. (Archivio R. di P.,
Castello di Passerano. Lettera del P. a Vittorio Amedeo II. Memoria rilasciata
al Marchese d'Aix. Lettera scritta dal conte A. R. di P. a S. M. il Re Vittorio
Amedeo lì inserviente di prefazione ai discorsi da lui compilati e che
intendeva dedicare alla prelodata Maestà sua. (Ardi. Stat. di Tor., Storia
della Real Casa, Cat. terza, Storie pari). Lettera alla Contes. di S.
Sebastiano. Lettera del P. a Vittorio Amedeo II. “Christianity set in a True Light” in “XII Discourses
Political and Historical. By a pagan philosopher newly converted” (London.
Printed for J. Peele at Lockes Head in Pater-noster-Row; and sold by the
Booksellers of London and Westminster). “The History of the Abdication of
Victor Amedeus II, Late King of Sardinia with his confinement in the Castle of
Rivole, Shewing the real Motives, which indue'd that Prince to resign the Crown
in Favour of his Son Charles Emanuel the present King, as also how be came to
repent of his Resignation with the secret Reasons that urg’d him to attempt his
Restauration. On a letter frorn the Marquis de T... a Piemonlais now at the
Court of Poland; to the Count de C. in London. Printed and sold by A. Dodd
without, Tempie-Bar; E. Mutt and E. Cooke, at the Royal. Dell'opera n. 9 ne fa
recentemente parola il NATALI, Milano. Royal Exchange; and by the Booksellers
and Pamphletsellers of London and Westminster. “A phliosophical [sic]
dissertation upon death composed for the consolation of the unhappy, by a
friend to Truth” (London. Printed for and sold by W. Mears at the Lamb on
Ludgate-Hill). Lettera a S. M. il Re Carlo Emanuele III colla
quale supplica la prelodata S. M. di voler gradire la dedica della opera da lui
composta e già presentata alla fu S. M. il Re Vittorio Amedeo IIC. (Arch. Slato
Torino - Storia Real Casa - Cat. Ili - Storie particolari). Twelve discourses concerning
Religion and Governement, Inscribed to all lovers of Truth and Liberty by
Albert Comte de Passeran, Written by Royal Command, The second Edition”
(London, printed for the Booksellers, and at the Pamplet shops in London ad Westminster).
Recueuil de pieces
curieuses sur les matieres les plus interessantes – Rotterdam, Chez la Veuve
Thomas Johnson et Fils - contenente: Dedica a Don Carlos; Factum d'A. R. de P.
parce quel on voit les motifs qui l'ont engagé a composer cet ouvrage. Douze
Discours Moraux, historiques et politiques, preceduti da una Declaration de
l'Auteur, Histoire abregée de la profession sacerdotal, ancienne et moderne a
la tres illustre et tres celèbre secte des esprit-forts par un Free-Thinker
Chrètien, Nazarenus et Licurgos mis en parallele par Lucius Sempronius
neophyte, Epitre à l'Empereur Trayan Auguste, Recit fìdelle et comique de la
religion des Cannibales modernes par Zelin Moslem, dans lequel l'auteur declare
les motifs qu'il eut de quitter celte abominable Idolatrie, traduit de l'Arabe
a Rome par M. Machiavel [sic] imprimeur de la Sacrée congregation de Propaganda
fide, con prefazione dell'editore. Projet facile, équitable et modeste, pour
rendre utile à la Nation un grand nombre de pauvres enfans, qui lui son
maintenant fort à charhe, traduit de l'Anglois. Sermon perché [sic] dans la
grande assamblé des Quakers par le fameux frere E. Elwall dit l'Inspirée,
traduit de l'Anglois a Londres, au depens de la Compagnie. La religion
Muhammedane comparée à la paienne de l'Indostan par Ali-Ebn-Ornar, Moslem
epitre a C.inknin, Bramili de Visa - pour traduit de l'Arabe. A Londres au depens de la Compagnie. Notiamo, ora di
queste opere le notizie e di caratteri più salienti. È edita dal Saraceno,
nell'opera più volte citata. Il testo rimane nella sua grafia del tutto
immutato, con le inconstanze di scrittura (et, ed; chino e hanno)
caratteristiche del filosofo; alquanto mutata è invece la punteggiatura, e gli
alinea, la prima più scorretta nel testo originale, i secondi inesistenti nel
MS., che corre tutto di seguito. Questa lettera con la quale comunica a
Vittorio Amedeo II il suo desiderio di fargli pervenire la cassetta e di cui
abbiamo notizia sia dalla lett. del March. d'Aix, sia dalla risposta del March,
del Borgo, che c'informa pure del suo contenuto, per quante ricerche abbia
fatte all'Arch. di Stato di Torino, non mi è stata possibile trovarla. Questa
Memoria inedita si trova all'Ardi, di Stato di Torino. Fu edita dal Saraceno ed
è una copia della lettera originale andata perduta. Delle lettere comprese
sotto questi due numeri abbiamo notizia da una lettera del Cav. Ossorio al
March. Del Borgo e dalla risposta del Del Borgo. Ma non mi è stato possibile
poterle rintracciare. Quest'operetta edita, in un elegante Vili0, dopo due anni
di soggiorno in Inghilterra, doveva nella mente dell'Autore essere composta di
dodici discorsi. Fu edita invece
incompleta contenendo solamente un “Preliminary discourse in wich the Author
gives a particular account of his conversion” e il Discourse I, “Of the
Precepts and Life of Jesus Clirist”. Al
primo di essi corrisponde alquanto mutato nella forma e nell'estensione il
Recit, contenuto nel Recueil. Al secondo corrisponde invece esattamente il
Discorso I. Cfr. Twelve Discourses riprodotto poi integralmente dal Discours,
Des Preceptes et des Mrnurs de Jesus Christ, dei Douze Discours, moreaux
ecc.editi nel Becueil . Ritornando al Preliminary discourse abbiamo detto che
questo discorso fu riprodotto nelle sue linee sostanziali dal Recit incluso nel
Recueil, ma molte varianti, e alcune di valore capitale sussistono fra i due
testi. Accenneremo, qui, da un punto di vista generale, le caratteristiche più
salienti dei due testi, e la maggior importanza che può avere, da un punto di
vista biografico, l'edizione inglese; e infatti, pur essendo quest'ultima
mancante dell'introduzione che troviamo nel testo di Rotterdam. L'imprimeur au
lecteur judicieux, e della apocrifa Bolla di Benedetto XtlI, le numerosissime
note esplicative, che svelano luoghi, nomi e date, la rendono di una importanza
capitale per la ricostruzione della vita del filosofo. Senza questa edizione,
corredata di note e di avvertimenti, veramente preziosi, sarebbe stato
impossibile, per qualsiasi biografo, fare risultare dal semplice testo le
notizie importantissime documentanti la conversione del filosofo al calvinismo.
L'assenza di note del Recit e l'espressione più attenuata, in taluni punti, del
testo inglese costituiscono i caratteri differenziali fra le due edizioni. I
titoli dei discorsi annunciati, ma non editi nellla Christianity sono i
seguenti: Discourse II: Of the Doctrine and Manners of the Apostles and
Primitive Christians. Discourse III:
The Christian Religion to the Religion of Nature itself. Discourse IV: What
were the Causes of the Corruption of the Christians. Discourse V. Of the
Mischief done to Christianity by the great Number of Churches and
Ecclesiasticks. Discours VI. By what Means the Bishop of Rome are become
Souvereigns of that Capital of the world. Discourse VII: That neither the
spiritual nor temporal power of priests is authorized by the Gospel. Discourse
VIII. Of the claims, by which the Papal Monarchy has maintained, continues to
maintain and will maintain itself, as long as it can make use of them.
Discourse IX. Of the evils caused by priests to sovereigns and their states.
Discourse X: Of Natural right: Of the origin ond Nature of Government.
Discourse XI: Of Religion in General. That all authority Spiritual as well as
Temporal belongs, de jure, to the Sovereign; and how Ecclesiastical Affair
should be regulated. Discourse XII: Of the Advantage that will accrue to
Sovereigns and States, from the Observance of the Rules. Come si può presumere dai titoli i discorsi mancanti
non avrebbero dovuto essere altro che quelli contenuti nei “Twelve Discourses”
come di fatto prova il primo discorso contenuto nella Christianity del
tutto analogo al primo di quelli contenut i nei “Twelve Discourses” cosa, del
resto, ch e si può rilevar e facilmente confrontando rispettivamente i titoli
delle due edizioni, che, pur essendo vi qualche tenue variante di espressione,
sintettizzano reciprocamente un analogo contenuto. Copia di questa edizione
l'ho trovata soltanto al British Museu m di Londra. Di quest’opera falsamente
attribuita al Marchese Trivié o ad un certo Lamberti ma che già il Saraceno ed
il Carutti avevan o rivendicat a al filosofo, furono fatte numerosissime
edizioni. Citiamo quelle che abbiamo potuto rintracciare e confrontar e con
l'edizione inglese che possediamo. Anecdotes de l'abdication du roy de Sardaigne Victor
Amédée II, ou l'on trouve les vrais motifs qui ont engagé ce prince a resigner
la couronne en faveur de son fils Charles-Emmanuel a présent roi de Sardaigne.
Comment il s’en est repenti, avec les raisons et les intrigues secretes qui
l'ont porte à entreprendre son rétablissement par le marquis de F***
piemontois, à present à la Gour de Pologne; en forme de lettres écrite au comte
de G*** a Londres. S. 1. in Vili. Histoire de l'abdication de Victor Amédé e
nel volumetto La politique des deux partis, ou Recueil de pièces traduites de
l'anglois de Bolingbroke et des Frère s Walpole (la Haye). Con la stessa intitolazione: Génève contenente una
seconda lettera da Ghambery, probabilmente pur essa de filosofo. Histoire de
l'abdication de Victor Amédée, roi de Sardaigne, Paris, in 4°, erratament e
attribuiti dall'Oettinger ad un Lamberti non meglio identificato. L'Oettinger dà una traduzione
tedesca dell’Histoire edita a Francoforte. Histoire de l'abdication de Victor
Amédée roi de Sardaigne, et de sa detention au Ghateau de Rivoli. Où l'on voit
les veritables motifs qui obligerent ce prince d'abdiquer la couronne en faveur
de Charles-Emmanuel, son fils, et ceux qu'il eut ensuite de s'en repentir et de
vouloir la reprendre. Lettre écrite au Conte de C*** a Londres, par le marquis
de Trivié, qui est à présent à la Gour du roi de Pologne, edita nel "
Recueil de pièces qui regardent le gouvernement du royaume d'Angleterre, et qui
ont rapport aux affaires présentes de l'Europe, traduit de l'Anglois, la Haye.
Histoire de l'abdication de Victor Amédée, roi de Sardaigne, Genève, pure
attribuita dall'Oettinger al Lamberti. Cfr. OETTINGER, Bibliographie
biographique universale, Paris. Histoire de l'abdication de Victor Amédée roi
de Sardaigne etc. de sa detention au Ghateau de Rivoli et des moyens qu'il
s'est servi pour remonter sur le trone, à Turiu. De l'impremerie Royal.
Anecdotes de l'abdication du Roi de Sardaigne Victor Amédée II, Anecdotes de l'abdication du Roi de Sardaigne
Victor Amédée II. Edita sotto il nome di Marchese di Fleury
che il Qnerard ritiene pseudonimo di Marchese di Trivié. Histoire de l'abdication de
Victor Amédée Roi de Sardaigne ecc. De sa detention au Ghateau de Rivole, et
des moyens dont il s'est servi pour remonter sur le trone. Nouvelle édition sur celle de Turin de 1734-, a
Londres. Non abbiamo creduto necessario per quanto il testo inglese rappresenti
il testo originale redatto dal P. di annotare le poche varianti che esistono
più di forma che di contenuto. N. 9 di questa operetta, che ho trovato
solamente al British Museum, catalogata sotto il nome di Thomas Morgan
(l'indicazione della bibliografia del B. M. è: " A philosophical
dissertation upon Death - Composed for the consolation of the Unhappy (By A.
Badicati Count di Passerano translated or edited by John, or rather Thomas
Morgan? era data notizia tanto dal Cav. Ossorio, che ne espone in brevissime righe
il contenuto e ci avverte che fu causa di prigionia per l'autore e il
traduttore, quanto dal Lilienthals, dal Kahl e dall'Henke (1). Completamente
dimenticata dai più recenti studiosi del R. compare citata dal Natali senza
indicazione nè di data nè di luogo di stampa. Secondo quanto afferma l'Ossorio,
l'operetta stesa in lingua italiana dal R. sarebbe stata tradotta da " un
de ses compagnons " en bon
Anglois e sotto il nome di questo
traduttore, che si seppe più tardi essere, Thomas Morgan essa andò per alcun
tempo. N. 10 fu edita dal Saraceno ed è una copia della lettera originale
andata smarrita. La scoperta di questa nuova edizione, ricordata in alcune
opere Cfr. HENKE loco cit. LILIENTHALS loco cit. FREYTAG loco cit. VOGT loco
cit. BAUER: loco cit., WAHIUS loco cit. Cfr. NATALI: II settecento. Ove però
compare come semplice elencazione bibliografica, senza indicazione nè di luogo
di stampa, nè di data. quasi contemporanee, fa cadere l'affermazione che i
" Discours siano stati stampati per
la prima volta a Rotterdam nel " Recueil , e che quindi sino al 1736 i
" Discours medesimi siano rimasti
manoscritti nelle mani del R. Risulta invece, (poiché posto che esista la
primissima introvabile edizione in tutti i casi non la possiamo ammettere edita
prima per le ragioni stesse che giustificano l'edizione) che il nostro si
decise a dare alle stampe i " Discours
dopo aver visto che non sarebbe mai riuscito a dedicarli a C. E. (3), e
che di conseguenza dallo stampare o no quanto aveva inviato a V. A. non sarebbe
più dipesa la possibilità di ritornare o meno in Piemonte. Comparve in tal modo
l'edizione inglese dei " Discours , la quale messa in confronto con quella
di Rotterdam ha dato i seguenti risultati: Mancano nell'edizione inglese la
" Dedica a Don Carlos (sedizione
Rotterdam) e il " Factum fonte di
preziose notizie biografiche (edizione Rotterdam da pag. 1 a pag. 10). mentre
che la Declaration de Vauteur contenente
i motivi che hanno spinto alla compilazione dell'opera, e i criteri seguiti nel
suo svolgimento, che nell'edizione londinese occupa dieci pagine (V-XV) e che
sotto riproduciamo è ridotta nell'ediz. di Rot. ad una pagina e un terzo. THE AUTHOR' S DECLARATION.
Tho' prefaces are quite out of fashion, I yet hope the benevolent reader will
forgive me for making a short declaration concerning the publication of this
work, as follows. BAUMGARTEN: Narichten von einer Ilallischen Bibliothec, ENGEL:
Bibliotheca selectissima seu catalogus librorum omni scientiarum genere
rarissimorum - BERNAE, TRINIUS: Freydenken Lexicon. - Leipzig, und Bemberg,
Erster Zugabe zu Freydenken Lexicon. MASCH I Beilriige zur Geschichte
merkwiirdiger Biicher, Wismar, SCHROCK: Cristliche Kirchengeschichte seil
deiReformation - Leipzig SCHLEGELS:
Kirchengeschichte des 18 Jahrunderts, Heidelberg. Il RENOUR D nel suo " Catalogne d'un
Amateur citato dal QUERARD. Les
supercheries litteraires dévoillés, Paris, sotto il nome Ali-Ebn-Omar-Moslen)
afferma parlando del P: Il n'existe de son Recueil que deux exemplaires sur
grand papier, celui de la Bibliotheque du Roi, et le mien Di questa edizione, probabilmente in foglio o
in 4° grande, (" sur grand papier ) non siamo però riusciti ad averne
traccia nè notizia alcuna. Infatti la lettera indirizzata dal P. a CARLO
EMMANUEI.E rimase senza risposta. Cfr. lettera, cit. In primis et ante omnia. I do
declare that this Work was written at the Command of a great PRINCE, who would
be plainly inform'd of all the matters contain'd in it: and as that PRINCE was
then reputed to be one of the greatest Politicians of his Age, I was oblig'd to
proportionate my Labour to his profound Capacity. So that if I have reveal'd
some Religious or Civil Mystery, which had generally been conceal'd, I have
methink given a suffìcient Reason for it: However, I have alter'd some Passages
and soften'd some Expressions, to make them more intelligible and more
agreeable to the Reader. I do solemnly declare, that in all this Work I had
nothing in view but Truth, Equity, or Justice: In a word, the Good of Mankind
in general; and I flatter my self that all who shall peruse it with candour,
shall be convinced of the Rectitude of my Intentions. I do declare, that I have
kept dos e throughout this Work to the Doctrine and Morality of our Saviour,
occording to the best of my knowledge; and I hope I have not advanc'd anything
without good authorities. I do protest before GOD and Men, that whatever is
said in this Work concerning the Church or Clergy is to be understood of the
Popish Church and Clergy only (who really have long since abandon'd and
despis'd the most sacred Precepst of our Blessed LAWGIVER) and not of any other
church whatsoever; whose Clergy and Prelates being very humble, vastly
charitable, pious, and such utter Enemies to Grandeur and Riches; may justly be
stiled the true and only Imitators of Crist's Disciples, and of those primitive
good Prelates instituted by the Apostles. (*) See the 54th page of this Book,
and you will fìnd what their duty was, and with what Qualities they were
endued. Item. I do declare, that I have not her e opposed the superstitious
Tenets of the Popish Church; for this has been so often done ever since the
Reformation, and by so many Learned Divines, that it would be vain to attempt
it. Besides, Popish Princes little regard at this time wha t is said against
Transubstantiation, Purgatory, Confession, Invocation of Saints, and such like;
as things, which ways affect their
temporal Interest: so, whethe r these opinions are well or ill-grounded; whethe
r they spring from Heaven, or from Huma n Malice, 'tis no matter. But wer e
they to know how prejudicial the Popish Religion is to their AUTHORITY, and to
the WELFARE of their several Countries; they then would undoubtedly think upon
the proper Expedients to preserve themselves and their Subjects from Ruin; and
this is wha t I have endeavour'd (pag. XI ) to make evident in the ensuing Work.
I tlierefore hope it will prove very beneficiai to such Princes, and even be of
some service to this Country, particularly at this time, whe n " the
Emissaries of Popery (as a worthy Divine (*) has observed) have increased their
Diligence in gaining Proselytes, and are now more industriously employ'd in
every Corner of our Metropolis than ha s been any time known in the present Age
. (*) Dr. Clarke' s Sermons, LASTLY, ] declare that I have made use of
ali the Reason and Understanding 1 ara master of, to discover (pag. XII ) the
TRUTH S contained in the sacred Writings, so hidden and involv'd in Mysteries;
in order that by them TRUTH S I might procure my own Happiness and that of
others. I presume I have found them, and for that reason 1 now publish them.
But if I have unluckily fallen into any involuntary Error, as I know myself not
to be infallible. I earnestly entreat ali the orthodox and eminent Divines of this
happy Kingdom, to poiat them out to me, and to convince my Reason by Reason
itself, that I may both retract and avoid them. (pag. XIII ) And I farther beg
of our SPIRITUAL DIRECTORS that in case they, f'avour me with this salutary
Advice, to do it not with Passion and Bitterness, but LAWGiVER ha s expressly
commend (*). For nothing is paser, worlliy, and more scandalous; nay, mor e
contrary to the very Principles of the Christian Religion, tlian to rad,
calumniate, to load with odious Appellations, and persecute those who labour
Day and Night to find out the TRUTH, buried as it is in the dark Abvss of
Errors and Superstitions. (*) Matth, XVtlI, 21, ete. AFTER having made this
plain Declaration, as I know myself to be wholly destituted of Freinds; I hope
that the ALIGHTY GOD, whose Powe r is above ali Huma n Artifice and Malice,
will protect me against those, that will certainly promote my Destruction, for
having openly espoused the Cause of TRUTH and EQUITY. Il Discorso I (Ediz. lond. pag. 1-13; Ediz. Rot.) è
integralmente riprodotto nella edizione olandese: uniche varianti sono le
seguenti: Pag. 2 - in not a Collins è qualificato: 0 great and
goodman attribut i c h e mancan o
nell'Ediz. . manc a la not a sul ministr o Jurie u ch e si trov a a pag. 2 4
dell'Edizion e di Rotterdam. Il Discors o II (Ediz. lond. pag. 14-25; Ediz. Rot.)
è pur e ess o integralment e riprodotto. Unich e varianti: pag. 21 - in not a su Bayl e (cfr.
pag. 3 5 ediz. di Bot.) è aggiunt o " and 1 shall not be tought in the
vrong for vanking him withe Heliogabalus „. nota, dop o le parol e "
universally observed „ " généralement observées „ ediz. Rot.) ch e no n si
trov a nell'edizion e del 1736: " I say universally observed: for wer e
there a Society or Republic, however great it might be, that should be inclined
to observe the Laws of Gbrist, it would be obliged for their own preservation,
to lay aside the laws of Christ, or suffer themselves to be destroyed by
following them. - In a word, a Society of true Christians, wer e they as
numerous as the whole Empire of China, could no more make head against a single
Infide], who had a mind to plunder them, than a hundred thousand Rabbits could
make head against a hungry Lion, that should fall in among them. But if
ali Men, without exception, were good Christians, it is most sure they would be
exceding happy. For, being without Ambition, Envy and Revenge, nothing would be
capable of di sturbing Iheir Quiet - Here on Gonsult - Bayle's Pensées diverses
chap. 141 - continuation des Pensées - Ghap.
„. Il Discorso III (Ediz. lond.; Ediz.
Rot. pag. 38-60) ò invece del tutto diverso - Cfr. quindi il medesimo riportato
in Appendice. Il Discorso IV (Ediz. lond.; Ediz. Rot.) è quasi del tutto
riprodotto integralmente; però da pag. 63 (dopo le parole " le
gouvernement de leur Eepublique „,
dell'ediz. di Rot.) il testo prosegue con 2 pagine in più che qui
appresso riproduciamo. But they wer e never
practised, for, if we carni fully examine the Epistles of the Apostles, we
shall find that in effect they ali agreed in acknowledging that the Christian
Religion wa s the best, but differed excedingly as to the Principles of it For,
Paul proposing to persuade Christians of the Trut h of that Religion, and shew
them wherein it consisted, says expressly, and in so many words, that we ar e
" not to boast of our good works, but of Faith alone in Jesus Ghrist, for
that good works ncither justify, nor save; but to him, saith he, that worketh
not, but believeth on him that justifieth the ungodly, his Faith is counted for
Righteousness (**) and shall save him „. James, on the other hand, in a few
words summing up the Essentials of Religion, and not amusing himself with vain
disputes, as Paul did, tells us; that " Faith without good woorks will
neither justify, nor save „; and gives us to' understand that " good works
will save us independent of Faith”This Doctrine is highly just and reasonable,
and more orthodox than Paul's. For wha t avails it for a man to bellieve that
Ghrist dieci to save him, so long as he is cruel, covetous, revengful, and i*)
Rom. IV. 5.James II, etc.Rom III. 26, 27, 28. See also Gal lì. 16 {pag. 64)
proud? were he not better without that Belief, but good, charitable, and humble?
it is much better for a man to be a Christian in practice without speculation,
than to be a Christian in speculation, without the practice; that is, it wer e
better being a Savage, who. tho' without any Religion, stili practised the
duties of a true Christian, who is resolved absolutely to obey none of the
precepts of his Religion, tlio' he firmly believes in its mysterles. This
notion, so agreeable to the Justice and Wisdom of God, and Intentions of
Ghrist, would be of great advantage to Society, wer e it put in practice. Now
it is indisputable that the Apostles, by building Religion upon various. and
different foundations bave caused an infinite numbe r of Quarrels and Schisms
to spring up in the Christian Gommon-wealth, by whieh it ha s been, and
will ever be tome asunder most assuredly, if it does not lay aside the
mysterious, or incomprehensible speeulations of Divinity, and frx wholly to
those most holy and simple Tenets, which Christ hath taught us, and are very
easy to be observed, being the same as those of Nature, as he himself has told
us, saying: " Come unto me, ali ye that labour, and are heavy laden, and I
will give you Rest (*). Take my yoke upon you, and learn of me, for I am meek,
and lowly in heart, and ye shall find rest unto your Souls. For my yoke is
easy, and my burden is light„, and not grievous and insupportable, like that of
cruel and ambitious men. (*)
Mat. Xt. 28, 29, 30. Il Discorso V (Ediz. lond. pag. 73-92; Ediz. Rot.) è
riprodotto integralmente. Notiamo soltanto che a pag. 80, in nota su S.
Cipriano dopo la parola " aucupari „, il testo segue: " Non in
Sacerdotibus Religio Devota, non Ministris fides integra, non in operibns
misericordia, non in moribus disciplina; sed ad decipienda corda simplicium
callide fraudes, circumveniendis fratribus subdolae voluntates - Cyprian de
Lapsis „, mentre è mutilo alla medesima parola “aucupari” nella Edizione di
Rotterdam. Il Discorso VI (Ediz. lond. pag. 93-124; Ediz. Rot.) è riprodotto
nell'Edizione Olandese fedelmente. Il Discorso VII (Ediz. lond. ppg. 125-144;
Ediz. Rot.) è riprodotto quasi del tutto integralmente. Uniche varianti sono: nota (dopo le parole " alors soni fausses
„ pag. 128 Ediz. Rot.): " See what Bayle Says in his Pensées diverses, eh.
49, et Contin. des Pensées diverses eh. 47. in arder to shew how ridiculous it
is lo enquire whant a thind is, before we have examined whether it really exist
„. Pag. 138 manca la nota della pag. 136
ediz. Rot. la parola “religion” è tradotta nelle due ultime righe di pag. 139
dell'Edizione Rot. con " Superstition „. Il Discorso Vili (Ediz. lond.
pag. 145-164; Ediz. Rot.) è riprodotto nell'Ediz. Olandese fedelmente. Il
Discorso IX (Ediz. lond. pag. 165-188; Ediz. Rot) è riprodotto quasi del tutto
integralmente. Uniche varianti sono: Pag. 166 manca la nota Ediz. Rot. manca la
nota " cependant ces Emissaires „ di pag. 180 81 dell'Ediz. Rot. Il
Discorso X (Ediz. lond.; Ediz. Rot.) ha subito una restrizione nelle pagine 189
a 200 ridotte nell'Ediz. Olandese a sole cinque; riproduciamo qui di seguito il
testo inglese. By natural right
(ius naturale), I mean the faculty given by nature to each individual, whereby
each of them is forced or determined to act, according as he finds it necessary
for the preservation of his own being. All animals are forced by nature to eat,
drink, sleep, etc. Therefore it follows, that they eat, drink, and sleep of
natural and absolute right, when they stand in need of them. In the same
manner, fish being by nature determined to swim, and the greater to devour the
smaller, consequently they enjoy water by natural right, and the greater by the
same right devour the smaller. Thus, birds are determined by nature to fly, and
by consequence possess the air by natural right, and birds of prey by the same
right feed upon the tame. For it is most certain that Nature considered in the
general, has an unlimited right over every part of herself: that is, this right
extends as far as her power extends, so that every thing that she can do is
lawful for her to do. For the power of nature is the very same as that of God,
whose right is eternal, and consequently unalterable. Now as the power of
nature is the same with that of every individual who make up that Nature,
without exception, it follows, that the right of no one is limited, but extends
as far as the strength and industry that nature has bestowed on them; and as it
is a general law for all beings, that each of them in particular shall
perpetuate his kind, as far as lies in his power, without regarding anything
save his own preservation. it follows, that the natural right of every indivual
is, to subsist and act to that end according to the power which nature has
given him. In this state man is not to be distinguished from the rest of
natural beings, no more than the words, reason, or wisdom, and folly; virtue,
and vice; honest, and dishonest, just and unjust are, etc. Wherefore there is
no difference between the wise and the foolish, the virtuous and vicious; for
every individual has a right to act according to the laws of his constitution
or organization. that is, according as he is determined by nature to such and
such a thing, without being able to act otherwise. So that considering man
under the empire of nature, as unacquainted with what philosophers call reason,
or virtue; and not having acquired a habit of either, they have, I say, as much
right to life in pursuing the dictates of their appetite, as they have that
live according to the laws of reason, virtue, and justice, with which they have
conneted their ideas. That is, that, as he who is called wise in society has a
right to do any thing that is dictaded to him by reason, and to live according
to the light of it; so the ignorant and foolish man in the state of nature has
a right to every thing his appetite suggests, and to live according to its dictates.
For, according to the apostle’s opinion before the law, or in the natural state
of man, no man could sin. Rom. It is not then the business of that
reason, or justice, to regulate the right of nature, but of the desire or
strength of every individual. For, so far is nature from determining us to live
according to the law and rules of this reason, that, on the contrary,
notwithstanding education, and the penalties appointed in order to natural
impulses. Such is the power of nature. New as we are obliged, as far as in us
lies, to preserve our natural being, so we cannot do it but by acting in
obedience to the laws of appetite, since nature denies us the actual use of
that reason, and none of us are more obliged to live according to the rules of
good sense, introduced among us by the civilised part of mankind, than an ant
is to live according to the nature of an elephant. From whence it follows that,
in the state of mere nature, we have a lawful right (ius iudicatum) to all
things whatever without exception, because nature has given all to every man,
and may use it without a crime, if we can get it, whether by force, or cunning,
by entreaties, or threats, so far as to look any one as enemy, who hinders, or
endeavours to hinder us from satisfying our appetite. Therefore, by natural
right, an animal may wish for whatever he pleases, and do whatever is in his
power to support his own individual, or satisfy his inclination. However we are
not to imagine that so unlimited a liberty can produce any great disorder amongst
animals of the same kind, as many have thought, because nature has previded
them necessaries in abundance; upon which foot, they can have none, no, not
thel esst dissension among them, as I have Lions, Wolves with Wolves. Foxes
with Foxes, Eagles with Eagles, and so all other species who are in the state
of nature. It is to be owned indeed that *discord*, not con-cord, envy, and an
implacable hatred reign between one species and another. And this would in
reality be a great defect and imperfection in nature, if her wisdom consisted
in making an animal happy for ever. For, upon such a supposition, the pidgeon
would have reason to complain of nature for not bestowing upon him a sufficient
strength to defend himself against the eagle. A hare mìght make the same
complaint as to a wolf; and he again as to the lion. But each complaint would
be unjust. For, Nature granted an animal his life but for a certain limited
time, which is an effect of her infinite goodness, to the end that every being
may succeed one another, and enjoy her benefits. Which could never be, if an
animal, once alive, were to be immortal. Therefore, since he must necessarily
die to make room for another, it imports little whether he dies in this or that
manner. Nay more, I insist that a pidgeon that is the eagle's prey, and the
wolf that is the lion’s, are happier than the eagle or lion that have devoured
them. For his death is sudden, and his pain short, whereas the Eagle and Lion,
languish and suffer long before they die, if they die a natural death. Besides,
a Lion or an Eagle may at his death complain of nature's injustice, by making
him the prey of innumerable and invisihle animals, that lodge in their bones,
and throughout their whole bodies, which feeding upon the best and finest
substance in their blood, and wasting alt llieir animal spirit, kill him
without mercy. For, those invisible animals that kill not only a lion, but a
man too, and every beast that dies of a natural death has no more thought of
the mischief they do in feeding upon their blood, than a lion or a man when he
kills another animals for food without mercy, they having ali a power to do so
by an absolute and natural right. An animal therefore, far from complaining,
tough constantly to thank Nature for her infinite justice and goodnes to him,
in giving them a limited life only. For, had she created him immortal, she had
shewed herself exceeding cruel; considering we are all assured there is no
condition of life, however happy, but what at last grows rneasy and burthensom.
As we see by those, who having passed most of their time in the polite world,
are desirous of retiring, and leading a private life in the country; so he that
lives in solitude, often longs for the pleasures of the world; and lastly, he
that has long enjoyed bolli, grows tired and out of humour with them, and
wishes for a new life thro' death. Now since an animal is tired of life, he may
be perpetually diversifying his pleasure, considering the short date of his
life; what would it be, were they to live for ever, without ever varying the
pleasures they (See the account of the Strulbrugs in Gulliver's Travels) had
tasted in the first fifty years of life? Nay, how justly might not they
complain, who drag an uneasy languishiug life from the infirmities to which
they are subjects, or who perpetually groan under the yoke of another animal,
who makes himself no uneasiness in making him miserable, in order to gratifiy
his appetite? Every animal therefore ought to look upon death as the most
signal blessing he has received from the hands of Nature, and as the effect of
her incomparable wisdom; Death putting an end to their pain, aud making them
equal with his tyrant. What I have been now saying ought to surprise no man,
since Nature is not confined within the bounds of reason, or the instinct of an
animal; for the word Nature, of which an animal is but as so much a small
point, means an infìnity of other things that relate to an eternal order, and
that inviolable law, which gives being, life, and motion to all things. So that
what seems ridiculous, unjust, or wicked to an animal, and above all to a man,
appears such only because we know things but in part, and because we cannot
have an exact idea of the ties and relations of nature, we not comprehending
the immense extent of her wisdom and power. Whence it preceeds, that what
reason sets before us as an evil, is far from it in regard to the order and
laws of universal nature, but only in regard to those of our own. This supreme
natural right, which every animal enjoy, exclude not moral good and evil, which
is really to be found in the state of nature. I call “morally good” any action
of an animal tending to the preservation and propagation of his own individual
or his species, for he is then performing their duty, by aiming at the end,
proposed by Nature in their Greation. On the contrary, I cali moral evil ali
those actions of Animals, that are either in the whole, or in part contrary to
those notions, or sensations that Nature has implanted in each of them, that
they may perceive and know what is proper for their subsistance, and for
perpetuating their Species as far as in them lies. Allwise Nature, the tender
mother of ali Animals, not satisfied with impressing on their mind those
notions, has always affixed a proporlional recompense to moral good, and a like
punishment to moral evil, to the end that ali Animals may chuse the one, and
avoid the other with pleasure. Not that she had any occasion to setlle such
rewards and punishment in order lo be obeyed; for, as she is Almighty, she well
knew she should be obeyed, as she is in fact by ali except one Species, which
is Man. And it was for them se appointed them, because knowing they had several
cavities in their brains fdled with animai spirits, which by a high fermentalion
would so heat their imagination, as to make them fall into a sort of madness,
on Delirium. Nature, I say, to bring them back from their wandring, has thought
lil severely to punisti them, whenever they swerve from their duty and act
agreeably to the false notions with whict that madnes inspires them, which
notions tend to the destruction of their own individuai, and to make their
Species unhappy. I will explain my self. It is well known, that ali Animals,
except Man, act according to the notions infused into them by Nature, commonly
called Instinct, for instance, knows its proper food, and the actions to be
performed in order to live in health, and perpetuate its Species. Consequently
to these notions it acts, by chusing at first such places as are agreable to
it: some live in Marchs, some in the Fields, some in the Plains, and others on
Hills; some swim, other crawl, and in short, some, called amphibious, live bo!h
on Land, and in Water. Ali these Animals perceive what they are to do in order
to subsist Wherefore they eat, drink, and make use of their females, when they
have occasion; mor did, or do, any one of them ever force itself to eat, or
drilli or enjoy its females, when it was satisfied; nor did ever any of them
ever voluntarily refuse to eat, drink, or make use of their females, whenever
Nature required it; thus by denying themselves nothing necessary, and by never
forcing themselves to do what is beyond their strength, they lead a healthy and
a happy life. But this is not the case of Mankind. For, tho' they pretend to a
greater share of wisdom and reason than other Animals, their actions shew they
have less than the rest of them; some thro' excessive folly eating and drinking
when they are neither hungry, nor dry, so far as lo bring distemper upon
and kill Ihemselves; and forcing themselves upon venereal pleasure when they
are exhausted, is so much as to destroy themselves: Others from a contrary
madness, denying themselves meat, and drink, and the enjoyment o' Women, and
dragging a miserable life, consume and pine away. Thus by not allowing Nature
what she absolutely requires, or forcing her beyond her strength, they are guilty
of real moral evil, from whence the Physical takes its rise, which cruelly
torments them their whole life time. Anolher madness, to which Mankind are
subject, is Avarice, which puts Men upon perpetually heaping up riches, without
making any use of them, for fear of wanting; so that the Miser not only makes
himself miserable, but greatly contributes to the misery of others. There is
stili another kind of madness, called ambition, that lords it over Man, which
puts most Men upon depriving themselves of what is really necessary to life,
for Ghimeras, that are entirely useless and superfluous to them. The ili
effects of this last folly have not stopped there, but produced the greatest
disorders amongst Men, and made theme more unhappy than alt other Animals. For,
it has happened, that some of them thinlcing themselves better than others,
have endeavoured to get above them, appropriate to themselves what belonged to
the rest by Naturai right, and make their companions their slaves. which by the
opposition they have found, has occasioned tumults, and civil Wars. These
different Phrensies that have taken possession of the minds of Men, and that
have in ali times scattered trouble and confusion amongst the race of Men, have
from time to time obliged wise Men (who made use of their reason in order to
preserve themselves from falling into that sad and terrible Delirium to which
they were liable) to admonish the rest with a view of reclaiming them from
their errore; and those admonitions had sometimes so good an effect, that a
whole Nation perceiving anddetecting their Frenzy, voluntary submitted to the
decisions of those wise Men, and each Man, renouncing and disclaiming his
naturai right, promised obedience to them, upon condition that they on their
side should always endeavour to make that Nalion happy. This was the rise and formation of Aristocratical
Government. (Ecliz.) il test o
corrispond e esattament e nelle du e edizioni; salvo le lievi differenz a qui
sott o notate. - i puntin i di quest a
edizione son o son o sostituiti nell'edizione olandes e " le coeur de
Nobles en àrbitraire ou absolu „. : mancano le ultime due righe del testo di
pag. 20 6 ediz. Rol. 11 Discorso
(Ediz. lond.; Ediz. Rot.) Titolo: "Wherein it is proveci that religion was
introduced into Society by legislatore, in order to give a sanction to their
laivs; and that consequenty ali sacred and civil authority belong de jure to
the Prince „. Le pagine costituiscono,
in confronto dell'edizione olandese, una parte del tutto nuova, e
corrispondente alla prima parte del titolo, che difatli non si trova nell'Ediz.
Rot. Diamo un breve riassunto di queste pagine, che non parve necessario
trascrivere integralmente. Il R. così comincia: My design then in this Discourse is to make Princes
sensible that Religion was institued by legislators, in order to give strength
and credit to their Laws, and that Sovereign Princes, having the administration
of civil Laws, ought by consequence too have that of Religion; and thereby 1
propose tvvo benefits. Tho first to Princes, by joining the sacred and civil
authority in one, and the second, to the People, by rescuing the from the
Tiranny of Priests. This then is what the most celebrated Historians teli us
concerning the Establishment of Religions „. A dimostrazione di questa tesi, l'intera pagina è
dedicata ad una di citazione Diodoro Siculo, libr. I pag. 49, Ediz. Han.;
l'inter pag. 227 ad una citazione di Strabone, Geograph. libr. 16 pag. 524,
ecc.; indi dicendo di non voler citare anche Plutarco, Polibio, Erodoto e
Livio, il R. procede a citare " a Zaeloux and Leavned Jew „ cioè Flav. Joseph, contra Appion., - Edit. 1634, in fol., e " a very candid
popish Priest „ (pag. 230-235) è cioè Gharron, of Widson, book 2 eh. 5. In nota
a pag. 235, così meglio identifica il Gharron: " Ile was Canon and Master
of the School of the Church of Bordeaux - He lived in Montagne's time, and ivas
his intimate freind - See Bayle's Did. Artide, Charron „. E con tutte queste
citazioni la dimostrazione è raggiunta: " Wherefore 1 may be allowed to
say without any impietg, that lleligion might be subject to the Prince, to
Religion „. Dopo di che da pag. 236 a 248 continua
con la seconda parte, che corrisposde all'intero Disc. XI dell'Ediz. Rot. Unica
differenza è che la nota a pag. " See in the life of Peter, late Czar of Moscow how be wisely
reduced the high Priest's exorbitant authority io his own power „ è estesa nel
testo a pag. 211 dell'Ediz. di Rotterdam. " Enfin chacun fait toutes les autres nouveautéz
„. Il Discorso Ediz. lond.; Ediz. Rot.)
è riprodotto integralmente, ed unica differenza è data dalla mancanza a pag.
259 della esistente nell'Ediz. di Rot. a pag. 228. N. 12: Abbiamo già parlato a
proposito del N. 11 degli scritti " a-b-c „ contenuti nel " Recueil „
ed a proposito del N. 7 dello scritto " f „ ed abbiamo notato come la loro
prima comparsa, eccettuato per il " b „, sia avvenuta in lingua inglese, e
quali cambiamenti abbiano subito nella loro ultima redazione francese.
Notiamo invece per le operette " d „, " e „ che il testo dato dal
" Recueil „ deve presumibilmente essere l'unico lasciato dal P.; nè
infatti abbiamo trovato di esse ediz. inglesi, anteriori o posteriori al 1736,
nè elementi o prove che suffraghino questa possibilità; potrebbe essere
presumibile che queste operette scritte dal R. ancora in Inghilterra e forse
già pronte per essere tradotte, siano rimaste a noi nel loro testo originale
per la fuga del P. in Olanda, oppure che compossle in Olanda, non avendo più
possibilità di trovare un traduttore, le abbia conservate e poi edite nella
loro lingua originale. Lo scritto "
g „ è la traduzione dell'operetta analoga dello Svvift: " A modest
proposai for preventnig the children of poor people in Ireland from beìng a
burden to their parents or country, and for making them beneficiai io the
publick „ (1). Non esiste tra le due edizioni alcuna
differenza, che possano mutare lo spirito del testo originale le due uniche
varianti che abbiamo notato sono; l'introduzione del " Recueil „ della
parole: " Gastigat ridendo mores „ immediatamente dopo il titolo, e omesso
dall'originale; e la sostitutuzione della parola " Spain „ del testo
inglese, con la parola " Rome „ della versione del R. Fu fatta nel 1749 a
Londra una ristampa di tutto il N. 12 (" Recueil de pieces curieuses sur
le matieres les plus interessantes par A. R. comte d. P. a Londre) ma
dall'esame di questa nuova ediz. posseduta dalla Bib. Querini-Stampalia di
Venezia, è risultata l'identità, persino negli errori di stampa coll'ediz. di
Rotterdam. N. 13-14 formano nell'Ediz. originale un volume solo, senza titolo
generale, con pagine numerate progressivamente (da 1 a 47 il testo n. 13, da 49
a 104 il testo n. 14). L'attribuzione di paternità al R. del primo di questi
opuscoli, e convalidata non solo da quanto afferma il " Dictionary of
National Uography „ edito dal Leslie Stephen, il Querard ed il Barbier, ma
dalla rispondenza che questo opuscolo ha con il Discorso III dei " Twelve
discours „. Notiamo le principali variati: Pag. 2: " peché originai „
manca la nota del testo ing. Pag. 4-, nota 2: manca la cit. del testo ingl.;
pag. 5, nota 1 e 3: manca il (1) Cfr. in: The Works of Swift, London. (2) Cfr. Dictionary of
national biography, edited by LESLIE STEPHEN, sotto 'Elicali.’ Cfr. QUERAR D Col. 1231, T III.
Cfr. BARBIER: Dictionaire des onorages anonymes et pseudonymes, Paris. commento e la cit. del testo ingl.; pag. 8, nota. 1,
mancal a cit. del testo ingl.; pag. 10: " vòtre pere celeste „ manca la
nota del testo ingl.; pag. 11, nota 2: manca la nota del testo ingl.; pag. 12
nota 1: manca il lungo commento del testo ingl.; pag. 17 " ces Docteurs „
il testo ingl. ha “our Priest” e nota 2: manca la cit. e il comrn. del testo
ingl.; pag. 18 " vous dis-je mes Frères „ manca nel testo ingl.; pag. 19
nota 1: manca la cit, del testo ingl.; pag. 21 nota 2: manca la spiegaz.
esistente nel testo ingl.: "et comment auroit-il mieux „ manca la nota del
testo ingl.;: " Amerique „ manca la nota del testo ingl.: " Enfiti
temoin... „ mancano nel testo ingl.; pag. 32, nota 2: manca il lungo coni, del
testo ingl.; pag. 24 nota 2; manca la citaz. del testo ingl.; pag. 35: "
les hommes hereux „ manca nel testo ingl. la nota corrispondente; pag. 38 dopo
le parole "... leur dependence „ manca quasi l'intera pagina 47 del testo
ingl.; pag. 40: " mes cheres Frères „ manca nel testo ingl.; pag. 4 nota 2:
differisce dalla rispondente nel testo ingl.;: l'ultimo periodo (“l'esprit...
vrais Quakers”) manca nel testo ingl. In merito al N. 14 l'attribuzione di esso
al R., è affermata dal Querard (1) e dal Barbier (2) che svolgono lo pseudonimo
Ali-EbnOmar con il nome del R., è confermata dal fatto che a pag. 100
dell'operetta in una nota l'autore citando se stesso rinvia al " Discorso
Ili „ dei “Twelve Discourse” e tale attribuizione, per ambedue, N. 13 e 14,
sostengono pure lo Henke, il Lihienlhals, il Freytag (3). Anzi a proposito di
quest'ultimo che viene ad affermare che spesse volte l'opera n. 13 viene
seguita dalla n. 14 con un seguirsi di pagine progressivamente numerate (tale è
l'ediz. da noi esaminata), come facenti parli del " Recueil „ edito a
Londra e Rotterdam nel 1736, facciamo rilevare come ciò non risponda a verità.
A parte la confusione dell'ediz. londinese del “Recueil” con l'ediz. Olandese,
tanto nell'una che nell'altra non troviamo stampate le operette di cui si
tratta, nè infatti potevano essere incluse nell'ediz. del 1736 essendo venute
alla luce la prima volta nè nell'ediz. del 1749, che riproduce esattamente la
precedente, nè possiamo considerare questa ediz. dell'operette, che abbiamo
esaminata, come stralciata dal volume del 0 Recueil „ stante la
appariscente diversità dei caratteri di stampa. Come mai esse siano state edite
a Londra, mentre già da quattro anni almeno si trovava in Olanda, non siamo in
grado di dire: forse trovate fra le sue dopo la sua morte e fatte stampare da
qualche suo amico nella capitale inglese? e allora non perchè a Rotterdam dove
era già uscito per i tipi della Ved. Johnson il “Recueil” più volte citato?
Sono questi tutti interrogativi che ci poniamo senza avere la possibilità di
potere rispondere, per mancanza di documenti che giustifichino una ragione
piuttosto che un'altra; e questa è un'altra lacuna nella perfetta conoscenza della
vita del R. Cocconato. [H] Desideri: fenomenologia
degenerativa e strategie di controllo 1. I/epithymia nella fenomenologia
degenerativa Il processo degenerativo che dal nobile desiderio per
il sapere del filosofo giunge infine alla liberazione e soddisfazione dei
più feroci desideri attuata dal tiranno è innescato, da una prospettiva
psicodinamica, dall'adozione di particolari modalità repressive. Queste, e più
in generale le strategie paradigmatiche di controllo del desiderio, sono il
nostro oggetto d'indagine privilegiato. La loro analisi ci condurrà
direttamente alla disamina delle molteplici specie di desideri, alla
caratterologia e alle derive psicopatologiche tracciate da Platone nel
libro Vili, nonché alla dinamica dei processi onirici e alla mania
disegnate nel IX. Da ultimo ci soffermeremo sulla contrapposizione strutturale
tra repressione e canalizzazione, parimenti inerente a epithymiai ed
eros, che attraversa il grande dialogo. A monte, Yepithymia
platonica è un moto psichico volto a riempire, soddisfare, generando
piacere, una mancanza di origine somatica come di matrice intellettuale; 1 essa
viene così a convergere con l'ampio spettro semantico dischiuso dal
termi 1 sull'intera questione cfr. qui voi. Ili, [H], pp. 251 sgg.;
sulla "interiorizzazione" della sfera del desiderio cfr. M.
VEGETTI, L'io, l'anima, il soggetto, in S. SETTIS (a cura di), I Greci, voi. I,
Noi e i Greci, Torino; sul rapporto complessivo psyche-soma, cfr.
ROBINSON, Plato 's Psychology, Toronto LA REPUBBLICA ne
"desiderio". 2 Tale estensione, uno dei cardini metapsicologici della
fenomenologia degenerativa del libro Vili, fa tutt'uno con la diretta
attribuzione ad ogni istanza di una sfera "propria" di desideri
esplicitata nel libro IX: siccome tre sono le parti della psyche,
triplici mi sembrano anche i piaceri, ognuno proprio di ciascuna parte; e
similmente i desideri e il loro ruolo di comando. Con ciò la statica
tripartizione delineata nel libro viene calata, retroattivamente,
all'interno della dinamica psico-politica e quindi delle forme
caratteriali disegnata nell'VIII. Più da vicino, l'attribuzione
rende conto del legame tra il governo del logistikon e il desiderio di
sapere del filosofo, il governo dello thymoeide s e il desiderio di onori
e gloria del carattere timocratico, e le tre forme caratteriali dischiuse dal
governo del polimorfo epithymetikon, contenente tre specie di desideri e
piaceri: 1) i necessari», dei quali non ci si può liberare», quali fame, sete
ed eros riproduttivo, il cui appagamento è utile e salutare; 2) i non
necessari», che possono essere allontanati», la cui soddisfazione non frutta
alcun bene, talvolta anzi un male;
i paranomoi, fuorilegge, perversi e malvagi, sottospecie dei non
necessari, anch'essi allontanabili. Partizione metapsicologica sulla quale
poggia la fenomenologia caratteriale: l'avaro uomo oligarchico, dominato dai
desideri necessari, nel quale il legittimo desiderio per il denaro
degenera in ossessione; il disinvolto carattere democratico, assediato dalla
cangiante moltitudine dei desideri non necessari; le inquietanti e
parzialmente convergenti figure 2 La convergenza con il nostro
"desiderio" è già attestata in Marsilio Ficino, Sopra il Convito di
Platone, ove Amore è sempre "desiderio di bellezza"; soluzione
che venne a sciogliere, indirettamente, le tensioni tra concupiscentia,
appetitus e desiderium derivate dalle letture scolastiche della
metapsicologia aristotelica: cfr., per es., TOMMASO d'Aquino, Summa
theologiae; sulla revisione dell'impianto platonico dell'ultimo Aristotele cfr.
per es. A. GRAESER, Probleme der platonischen Seelenteilungslehre,
Mùnchen 1969, pp. 22-24. Vm E IX, [H] deYL'erottkos e
del tirannico, invasi e pervasi dai desideri paranomoi? Questa
diairesi delle specie del desiderio, tassonomicamente inerente d&
epithymetikon, eccede euristicamente la catalogazione tipologica su due fronti.
Su un versante viene con 3 Sulla convergenza tra la tripartizione delle
specie dei desideri e il polimorfo epithymetikon, cfr., per es., HELLWIG,
Adikia in Platons 'Politela'. Interpretationen zu den Bùchern Vili undlX,
Amsterdam 1980, pp. 47-50. Ha sostenuto la forte discrepanza» e aperta
contraddizione» tra la tripartizione psichica e rimprowisata» diairesi
dell' 'epithymetikon, N. BlÓéNER, Dialogform und Argument. Studien zu Platons
'Politeia', Stuttgart 1997, soprattutto pp. 61-62, 237-40, -appellandosi alla
possibilità che le forme costituzionali e caratteriali potrebbero essere più
numerose, e che la partizione psichica sia forzatamente modellata su
quella politica. Sebbene sia vero che rimangano delle tensioni nel testo
- soprattutto rispetto al desiderio necessario del carattere oligarchico:
l'ossessione per il denaro potrebbe a rigore esser interpretata quale elemento
appartenente al regno del non necessario - tuttavia Y epithymetikon stesso, in
ragione della sua natura polimorfa, supporta perfettamente i tre tipi
caratteriali degenerati, come anche eventuali altre forme
"intermedie". Sul rapporto complessivo tra la tripartizione psichica
e le cinque forme politiche cfr. TJ. Andersson, Polis and Psyche. A
motifin Plato's 'Republic', Goteborg. Ferrari, City and Soulin Plato's
'Republic', Sankt Augustin, ha ultimamente sostenuto, di contro a
Andersson, il carattere meramente analogico», non causale»
dell'isomorfismo, cfr. soprattutto pp. 50-53, 60, 65-66. Tale tesi implica però
l'esclusione della kallipolis e della tirannia (p: 53 e pp. 85 sgg.) nonché, di
fatto, della timocrazia; vi è poi una tendenza a caricare eccessivamente alcune
tensioni del testo (cfr. per es. p. 71) e a trascurare la dimensione
dialettica e temporale della dinamica degenerativa. Inoltre, Ferrari è
costretto a eludere interi brani, come 544d, e nello specifico la
dimensione sociale nella quale è calata la degenerazione caratteriale come ove
non considera che il giovane timocratico esce di casa» etc., e che la
figura paterna risulta infine sconfitta» perché è collocata in un contesto
etico-politico che osteggia il suo modello psicocaratteriale (549c, 550b);
analoga la questione rispetto al carattere oligarchico (pp. 71-71) ove
Ferrari elude 553a-d, e rispetto al carattere democratico ove tace. In breve
ritengo, di contro a Ferrari, che i due piani, psicologico e politico, siano in
una relazione di corrispondenza biunivoca circolare che garantisce ad
ognuno un'autonomia semi-ontologica dal punto di vista descrittivo,
statico, ma che preserva nel templata la possibilità che i
desideri possano essere allontanati o meno, approccio che mostra come la materia
epithymetica sia analizzata ad iniziare dalle strategie di controllo
adottabili nei suoi confronti. E questa la prospettiva all'interno della
quale si articola la catalogazione, non viceversa. Sull'altro fronte,
anche qui sorvolando al di sopra dei contenuti specifici veicolati dalle
singole epithymiai, viene rimarcato il peso che la loro soddisfazione
gioca rispetto al benessere o al malessere psicofisico complessivo del
soggetto. Questi due fattori, modalità di gestione tese al contenimento e
allontanamento del materiale epithymetico più pericoloso, insidie e
derive psicopatologiche ad esse correlate, sono i primi due assi sui
quali corre la degenerazione che conduce infine alla mania. Essi trovano la
loro unità nel concetto di repressione, dal quale cominceremo,
ripercorrendola a ritroso, la nostra ricostruzione della degenerazione.
2. Repressione ed esilio Kolazomenai: i desideri possono
essere e talvolta vengono repressi: Fra i piaceri e i
desideri non necessari, alcuni mi sembrano essere contrari alle leggi.
Essi probabilmente nascono in ognuno, ma se vengono repressi (kolazomenai)
dalle leggi e dai desideri migliori con l'aiuto della ragione, nel caso
di alcuni uomini si allontanano del tutto oppure restano pochi e deboli,
in altri (restano) più forti e numerosi. La repressione dei
desideri non necessari, ed in particolare di quelli paranomoi, genera una
dislocazione topica, bipartita rispetto alla modalità funzionale,
tripartita quanto alle categorie caratterologiche. contempo
la relazione causale circolare dal punto di vista dinamico-temporale,
dialettico. E IX, [H] 475
L'allontanamento: 1) nel primo caso i desideri repressi si allontanano
del tutto» (pantapasin apallattesthai). Stesso esito viene ascritto, più
in generale, alla repressione giovanile dei desideri genericamente non
necessari: si potrebbero allontanare (apallaxeien), se ci si prendesse
cura di farlo fin da giovani. Ancora: se il desiderio non necessario è represso
ed educato {kolazomene kai paideuomené) fin da giovani, può essere tenuto
lontano {apallattesthai) dalla maggior parte degli uomini. La
permanenza: i desideri repressi permangono esplicitamente (leipesthai) . Esito
a sua volta ramificato: 2) in un caso permangono pochi e deboli»
desideri; condizione che non viene però contrapposta al loro intero
allontanamento: le due forme riguardano la stessa categoria di persone.
Nel terzo caso permangono desideri più forti e numerosi sì che
viene delineata una seconda categoria di persone. Per comprendere la
dinamica, la forma, la topica e le conseguenze che comporta l'adozione delle
suddette strategie repressive fornisce un contributo essenziale il brano sulla
transizione dal carattere oligarchico a quello democratico. Analizzando
l'aspro conflitto intrapsichico che lacera il giovane democratico, 5
Platone traccia anzitutto una esplicita distinzione inerente alle
strategie di repressione e contenimento del desiderio: alcuni desideri (non
necessari) vengono distrutti {diephtharesan), altri banditi {exepeson). Abbandonati
i desideri banditi al proprio destino, Platone si con- Analoga la
ricostruzione, che coniuga le modalità che permettono di abwenden» i
desideri non necessari e il fortdauern» dei paranomoi attestata
dall'analisi dei processi onirici, di VoiGTLÀNDER, Die Lust und das Gute
bei Platon, Wurzburg. Cfr. 559e4-560a2: il conflitto vede ivi schierati su un
fronte la specie dei desideri necessari, "alleati" alla figura
paterna, rappresentanti della parte oligarchica, e la specie dei desideri non
necessari, fomentati dalle cattive compagnie, rappresentanti della parte
democratica. LA REPUBBLICA centra quindi sull'analisi di altri
desideri affini a quelli che sono stati messi al bando», dei quali scrive, in
un passaggio nevralgico, che, in talune occasioni, cresciuti di nascosto»
(hypotrephomenai), diventano infine molti e vigorosi.
Hypotrephomenai: le epithymiai crescono di nascosto, insensibilmente;
carattere subito rimarcato da Platone: esse unendosi di nascosto [tra
loro] ne partoriscono una folla. Essendo tale proliferazione nascosta»,
segreta», furtiva» {lathra), 6 siamo di fronte ad una crescita
effettivamente inconsapevole»: ciò alle spalle di cui crescono, ciò da
cui si nascondono non può essere se non ciò che noi usualmente indichiamo con
l'espressione coscienza». In breve, sfuggono alla presa di coscienza. La
proliferazione dei desideri non necessari è dunque in questo caso
collocata in un luogo intrapsichico oscuro, nascosto, tenebroso, al di fuori
della sfera cosciente. Tale sito è quasi certamente lo stesso dei desideri
paranomoi repressi nel caso in cui restano forti e
numerosi». L'individuazione e concettualizzazione di processi
psichici pacificamente definibili come inconsapevoli» è del resto
attestata in diversi altri brani della Repubblica. Ad esempio ove
leggiamo che si deve evitare che i giovani, frequentando persone viziose,
ammassino senza accorgersene {lanthanosin) un'unica grande mole di vizio nelle
loro psychai» e che, al contrario, devono crescere tra opere belle» così
che la loro aura», fin da bambini, inconsapevolmente {lanthane)», li
conduca all'armonico accordo con la bella ragione. 7 Ed an- Anche HELLWIG sottolinea
come le Begierden gewaltsam unterdriicken» rompano la Harmonie psichica e
possano poi rafforzarsi in heimlichem». 7 Jaeger, Paideia, Firenze,
parla a questo proposito di inconscio», così come Lear, La psicoanalisi e
i suoi nemici, Milano, XVIII; il termine inconscio» però, in questo caso
specifico, non può essere inteso nel senso classico e ristretto (dinamico)
di Freud, poiché slegato da processi riconducibili alla rimozione.
cora ove leggiamo che in certi casi un'opinione esce dalla mente»
in modo involontario, come accade in coloro che vengono indotti a mutare
le loro convinzioni e che se le dimenticano, perché agli uni il tempo,
agli altri il ragionamento, le portano via di nascosto {exairoumenos
lanthanei)». Ora, i suddetti processi repressivi sono collocati da Platone
all'interno di una ben precisa topica metapsicologica: i desideri repressi, una
volta rinvigoritisi e cresciuti di nascosto, hanno infine conquistato
l'acropoli della psyche. L'acropoli raffigura il centro direttivo della
psyche-polis, il luogo nel quale si controlla l'azione, dal quale ognuna delle
tre istanze e le particolari sfere di desideri ad esse pertinenti possono
governare l'individuo. I conflitti, lo scontro tra sfere di desideri
alternativi che segnano intimamente la psyche hanno quindi un obbiettivo
ultimo: conquistare la regale fortezza», penetrare attraverso i portali»
che conducono al cuore del soggetto, al sé. La repressione
che si limita ad allontanare, ma forse anche a bandire, e comunque
esclusivamente a dislocare topicamente il desiderio senza distruggerlo,
si lascia allora intendere quale espulsione dall'acropoli e attività di
continua difesa, resistenza e opposizione al loro rientro in essa.
Dinamica raffigurata nel mettere guardie e sentinelle» ai suoi portali,
che altro non sono che discorsi, opinioni, convinzioni che sbarrano
l'accesso alla pressione del materiale pulsionale. Anche qui la
politicizzazione platonica della psyche mostra di non esser solo
metafora, ma descrizione, non anatomica o fisiologica, dei processi psicologici
di per se stessi, che divengono intelligibili, direttamente, in questa
dimensione concettuale. Un ultimo elemento chiave inerente alle
strategie repressive, sempre di matrice psico-politica, è la schiavitù cui
sono soggetti i desideri repressi. Una prima chiara indicazione in
tal senso ci è data nella discussione del carattere oligarchico che
letteralmente rende schiavi», mette in schiavitù» i desideri non necessari
(554a7: doulomenos). Modalità che riemerge, in generale, anche ove
leggiamo che bisogna reprimere e mettere in schiavitù» i desideri malvagi»
(kolazein te kai doulousthai). Vedremo meglio come anche nell'analisi dei
processi onirici la schiavitù» (douleia), cui sono soggette le opinioni
che sorreggono i desideri paranomoi, svolga un ruolo cruciale. Il punto che ora
ci preme sottolineare è che la repressione in taluni casi si configura come un
processo seguito da una forma di controllo radicale, di
incatenamento. In conclusione, la repressione dei desideri,
paranomoi ma più in generale non necessari, è un processo tale per cui
essi vengono allontanati, non distrutti; in alcuni casi essa
comporta la loro esplicita permanenza, in catene, al di fuori della
coscienza, dell'acropoli; dimensione dalla quale, rinvigorendosi di
nascosto, inconsapevolmente, possono, in un secondo momento, tentare un attacco
alle sue porte. 3. Il ritomo onirico del represso I
desideri paranomoi repressi, scrive Platone all'inizio del libro IX, sono
quelli che si risvegliano nel sonno, inaugurando così l'analisi dei
processi onirici. Disamina che ci offre un contributo tanto stringato
quanto sorprendente per la sua modernità, essenziale nell'architettura
metapsicologica complessiva delle strategie di controllo deH'epithymia
nonché ai fini della definizione della specie dei desideri paranomoi
e della deriva psicopatologica complessiva della fenomenologia
degenerativa. II risveglio» avviene quando il resto della
psyche - il logistikon e ciò che è socievole e adatto al comando - riposa,
mentre la parte ferina e selvaggia, piena di cibo o di vino, si sfrena nella
sua danza e, scacciando il sonno, cerca di aprirsi la via per dare sfogo
ai suoi abituali costumi. Vi è, dunque, una condizione positiva:
Yepithymetikon, stimolato fisiologicamente (cibo e vino), si sfrena e respinge via
il sonno; ciò comporta il sincronico risveglio» dei suoi desideri;
ed una condizione negativa: il logistikon dorme, perciò non può dominare
la parte desiderante. E associato ad esso anche ciò che è socievole», 8
probabilmente lo thymoeides. Il proseguo del brano fa luce su tale
stato psicologico: Sai bene che in un simile stato essa osa fare di
tutto, come sciolta e liberata da ogni freno di vergogna e di
ragionevolezza» (571c79). H sonno del logistikon, l'istanza cui va ascritta la
phronesis, e verosimilmente dello thymoeides, al quale possiamo
attribuire, quando è sotto l'egida della ragione, Yaischyne, viene quindi
a rappresentare la mancanza di quell'attività di resistenza che impedisce
la manifestazione dei desideri repressi. Il fattore quantitativo e la
struttura dinamica delle due precondizioni sono perfettamente convergenti: al
risveglio» indotto dall'eccitazione della parte desiderante, quindi ad una
rinnovata pressione dei desideri, segue la loro emersione e soddisfazione
permessa dall'inattività delle forze razionali, morali. Date tali
condizioni, tentare di accoppiarsi con la madre (così s'immagina)
non la imbarazza affatto, o con chiunque altro fra uomini, dèi, animali, e
commettere qualsiasi assassinio, e non astenersi da alcun cibo. Quadro
edipico», perversione, aggressività omicida. Questo l'inquietante
scenario che si apre dinanzi agli occhi dell'impotente sognatore.
Posto che l'attività onirica rappresenta la soddisfazione»
immaginaria» o visionaria» di desideri repressi, riprendendo la topica
dell'acropoli la loro appari 8 Su hemeron e thymoeides cfr. JAEGER, A New
Greek Word in Plato's 'Republic', in Scripta Minora, Roma. Hanno
richiamato al riguardo l'edipo freudiano, tra gli altri, POPPER, La società
aperta e i suoi nemici, Milano; Kahn, Plato's Theory of Desire, Review of
Metaphysics; GlGON, Erlàuterungen, in Plato. Der Staat, Munchen.
zione e sincronico appagamento potrebbero essere interpretati come
se essi vi penetrassero nottetempo, superando la vigilanza di sentinelle
assopite. Trattandosi di una soddisfazione, anche se solo immaginaria, è
difatti lecito raffigurarsela nell'unico sito nel quale essa sembra poter
realizzarsi. Nel sonno l'acropoli si verrebbe così a configurare come sfera
della coscienza, come teatro dell'immaginazione nel quale i desideri impongono
la visione della loro drammatica rappresentazione, diventando coscienti e
trovando soddisfazione senza però attivare le funzioni psico-motorie. La
ricostruzione di quest'immagine, priva di riferimenti diretti, mira soltanto
a rendere in termini spaziali il fatto che, come emerge senza incertezze
dal testo, il sogno rappresenta il momento privilegiato grazie al quale
è possibile prendere coscienza di quei desideri repressi e tenuti
in schiavitù che nella veglia sfuggono al suo sguardo. Platone ha così
dischiuso e percorso la via regia per l'inconscio» tracciata nel Novecento da
Sigmund Freud. A monte, la repressione platonica si lascia intendere alla
luce della rimozione {Verdràngung), o viceversa, anzitutto perché quest'ultima,
che è una forma particolare di repressione {Unterdrùcken), 12 Cfr. anche
VEGLEEIS, Platone e il sogno della notte, GuiDOKIZZI (a cura di), Il sogno in
Grecia E IL SOGNO D’ENEA, Bari. La più articolata trattazione platonica di ciò
che noi indichiamo con le espressioni coscienza» e autocoscienza» è
probabilmente quella di Filebo 33b-42c. Ivi, utilizzando la metafora del
pittore, Platone scrive che un individuo vede in qualche modo in se stesso le
immagini delle cose dette o opinate, poi che egli scorge in sé anche se stesso.
Il passo della Repubblica, limitato alla percezione di immagini prodotte
psichicamente, pare presupporre una concezione della coscienza»
simile. u Parlano di desideri allo stato di latenza» Kahn, e LEAR, Ci sono nella vita psichica desideri rimossi.
Ci sono non è inteso storicamente, nel senso che simili desideri sono
esistiti e poi sono stati distrutti; per la teoria della rimozione simili
desideri rimossi esistono ancora, ma contemporaneamente esiste
un'inibizione che pesa su di essi. Il linguaggio COMMENTO Al LIBRI Vm E
LX, dal carattere morale», 13 tesa a contrastare una sfera di desideri
immorali, incestuosi e perversi, o di voglie omicide, sadiche», 14 anziché
condurre ad una completa distruzione» 15 dei desideri, si limita al loro
allontanamento» (Entfernung) dalla coscienza. Questi perciò permangono»
(Fortbesteben) al di là dei confini della sfera cosciente. 17 In una sola
parola, il rimosso è vogelfrei, 18 ovvero "bandito",
"proscritto", "fuorilegge". La rimozione
rappresenta, dunque, un'arma a doppio taglio. Su un fronte, al rimosso viene
normalmente impedito di scaricarsi nell'azione reale», gli viene
metaforicamente negato l'accesso alla Festung freudiana, la fortezza» dalla
quale si colpisce nel giusto quando parla della
"repressione" (Unterdrucken) di tali impulsi. L'organizzazione
psichica, che permette a codesti desideri repressi di realizzarsi, rimane
intatta e utilizzabile» (S. Freud, L 'interpretazione dei sogni, in Opere
complete, 12 voli., trad. it. Torino; DIE TRAUMDEUTUNG, in Gesammelte Werke, 18
voli., rist. Frankfurt a. M. ; d'ora in poi, tutti i richiami a Freud si
riferiscono a queste edizioni). Freud, L'Io e l'Es; cfr. anche Lo.,
Breve compendio di psicoanalisi, FREUD, Alcune aggiunte d'insieme alla
'Interpretazione dei sogni'. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie
di lezioni), voi. XI, p. 201 [FREUD, Neue Volge der Vorlesungen zur
Einfiihrung in die Psychoanalyse, voi. XV, p. 98: eine vollstandige
Zerstòrung»]; il richiamo successivo è certamente a Id., Il tramonto del
complesso edipico; cfr. anche S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia. FREUD,
Metapsicologia, voi. Vili, p. 40, e ivi p. 37: la sua essenza consiste
semplicemente nelPespellere e nel tener lontano qualcosa dalla coscienza» [Die
Verdràngung]; cfr. anche Lo., L'Io e l'Es, FREUD, Metapsicologia [Die
Verdràngung, FREUD, Inibizione, sintomo e angoscia [Hemmung, Symptom
undAngst]. FREUD, Al di là del principio di piacere. LA
REPUBBLICA domina la motilità». 20 Sull'altro però esso sopravvive
al di fuori» della coscienza godendo del privilegio della
Exterritorialùàt»: 21 una volta estromesso dal dominio cosciente può
sviluppare derivati e annodare connessioni», prolifera per così dire
nell'oscurità», im Dunkeln. 22 Proliferazione che rappresenta la possibilità
del suo sempre possibile ritorno». 23 Da qui la necessità di una costante
attività di resistenza» alle soglie della coscienza. In termini spaziali:
espulso un ospite indesiderato si deve poi far sorvegliare perennemente la
porta da un guardiano giacché altrimenti l'individuo respinto la
forzerebbe». 25 Poste queste premesse, Freud, ricalcando ancora le
orme platoniche, 26 individua nel sogno la via regia per
l'inconscio perché in esso i desideri repressi, approfittando del
cedimento della sorveglianza deU'Io dormiente», 27 e godendo del
casuale 20 S. Freud, L 'interpretazione dei sogni [Die Traumdeutung, voi. II/III, p. 573].
Riprende questa stessa immagine, accostandola ai conflitti della psyche
platonica, M. Stella. FREUD, Inibizione, sintomo e angoscia, voi. X, pp. 247-48
[Hemmung, Symptom und Angst,; cfr. anche Id., Il problema dell'analisi condotta
da non medici, Freud, Metapsicologia,
[Die Verdrdngung]. Sui meccanismi di difesa cfr., per es., S.
Freud, Metapsicologia, voi. VILT Sul dispendio psichico della resistenza
cfr. per es. S. Freud, Metapsicologia, voi. Vili, p. 41; Id., Inibizione, SINTOMO
(GRICE) e angoscia. Sulla distinzione tra derivati e rimosso originario,
e tra rimozione originaria e postrimozione, cfr. Id., Metapsicologia, Freud,
Metapsicologia, voi. Vili, p. 43 e nota; cfr. anche Id., Cinque
conferenze sulla psicoanalisi; Id., Introduzione alla psicoanalisi, Cfr. in
questo senso anche KENNY [citato da Grice, VOLITING – INTENTION AND UNCERTAINTY,
The Anatomy of the Soul – cf. Grice, THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL,
Oxford; FREUD, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), Vili E
IX, [H] 483 rinvestimento energetico pre-notturno, 28 riescono
talvolta a farsi breccia nelle porte custodite da resistenze» della
coscienza. 29 Non dunque nella Festung, la cui porta che conduce alla motilità»
durante il sonno viene chiusa» dal guardiano», 30 il sogno rappresenta infatti
la soddisfazione allucinatoria», non certo reale, del desiderio. 31 Al di là
dei meccanismi peculiari del sogno 32 e delle possibilità con le quali la
censura inconscia può deformare i pensieri onirici latenti, anche
per Freud accade talvolta, sebbene «raramente», che si formino
sogni che «significano proprio quello che dicono, e non hanno subito
alcuna deformazione dalla censura», 33 «come quello cui allude Giocasta
nell'Edipo re». 34 Infine, considerato che il concetto di inconscio
in senso stretto (dinamico e non descrittivobè direttamente
«ricavato» dalla dottrina della rimozione, nel senso che il rimosso «è
per FREUD, Inibizione, sintomo e angoscia, voi. X, p. 304; Id.,
Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), vMetapsicologia; in
Id., Analisi terminabile e interminabile, voi. XI, p. 509, viene ribadito
«l'irresistibile potere del fattore quantitativo» nei processi di rimozione;
sulla diversità dei vari stimoli cfr. per es. Id., L 'interpretazione dei
sogni, Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io; cfr. anche Id.,
Autobiografia, Freud, Il interpretazione dei sogni; al limite ci si può
rifare all'immagine delle «guardie alle porte dell'intelletto. Cfr. anche S.
FREUD, Introduzione alla psicoanalisi; Id., Introduzione alla psicoanalisi
(nuova serie di lezioni) Cfr., per es., FREUD, Introduzione alla psicoanalisi
(nuova serie di lezioni), FREUD, Alcune aggiunte d'insieme alla
'Interpretazione dei sogni', voi. X, p. 158. 34 Ibidem. Freud
allude qui al passo dell'Expo re in cui Giocasta dice: «Tu non temere le
nozze con tua madre: già molti mortali si giacquero in sogno con la propria
madre» (980-82; trad. it. di R. Cantarella). noi il modello
dell'inconscio», ove l'elemento essenziale è dato dal fatto che i
desideri confinati «non possono divenire coscienti perché una certa forza vi si
oppone», 35 esattamente come accade per i desideri repressi platonici tenuti in
schiavitù, possiamo concludere affermando che, di fronte alle
analogie tra le due concezioni complessive, questi ultimi possono
essere considerati alla stregua di desideri rimossi, dunque inconsci
in senso stretto (dinamico). Difese pre-oniriche La difesa
approntata dall’ACCADEMIA per prevenire l'emersione onirica dei desideri
repressi o se si vuole «rimossi» è così delineata: ci si deve «accostare al
sonno dopo aver tenuto ben desto il logistikon», facendo nel contempo «rimanere
assopito Yepithymetikon» - conducendolo cioè in una condizione tale per
cui non resti né «affamato» né sia «troppo riempito» - ed infiFreud, L'Io e
l'Es, voi. Cfr. nello stesso
senso JAEGER; GOULD, Platonic Love, London; Lear; HOBBS, Platon and the Hero. Courage, Manliness and the Impersonai Good,
Cambridge; GlGON; MONTONERI, Platone: l'eros, il piacere, la bellezza, in I
filosofi greci e il piacere,Bari; REALE (si veda), Corpo, anima e
salute, Milano. Nello stesso senso, ma un po' più cauti, cfr.
DODDS, Plato and the Irrational SOUL – cf. Grice --, Journal of Hellenic
Studies; KENNY [citato da Grice, VOLITING – INTENTION AND UNCERTAINTY. Di
diversa opinione FERRARI, 'AKRASIA' – cf. H. P. Grice ‘akrasia, incontentia,
weakness of the will -- as Neurosis in Plato's 'Protagoras', Boston Colloquium
in Ancient Philosophy, rispetto a Repubblica; egli rimanda però alla
messa in schiavitù del logistikon da parte déH'epithymetikon, che abbiamo visto
essere di natura diversa, in quanto tesa allo "sfruttamento" e non
all'allontanamento, dalla messa in schiavitù dei desideri paranomoi etc. Ho
cercato di affrontare l'intera questione in SOLINAS, Unterdrùckung, Traum und
Unbewusstes in Platons 'Politeia' und bei Freud, Philosophisches
Jahrbuch. ne «ammansendo lo thymoeides»; in questo caso «le
visioni fantasticate nei sogni sono le meno contrarie alle leggi. Rispetto
all'emersione" onirica lo thymoeides presenta un carattere
asimmetrico: la sua inattività sembra agevolare l'emersione del materiale
represso, il suo risveglio rappresenta però un pericolo. Ciò è
verosimilmente dovuto alla sua costitutiva ambivalenza: privo della guida del
logistikon mostra la sua natura bestiale, aggressiva (cfr. 441a sgg.,
590b); caratteristica che potrebbe suggerire che esso possa contribuire
alla manifestazione stessa dei desideri paranomoi nel loro carattere
marcatamente omicida, e che renderebbe conto del legame tra il logistikon ed un
vago «ciò che è socievole». Quanto all' epithymetikon, il rimarcare la
pericolosità del lasciarlo «affamato» può esser inteso sia come un
richiamo alla concezione del desiderio quale soddisfazione di una
mancanza, sia alla formazione di sogni non appaganti, avvalorata dal fatto che
l'attività onirica dell' 'epithymetikon è detta comprendere oltre alle
sue «gioie» anche i suoi «dolori» (%aipov r\ À.imo'unevov). Richiamo
all'incubo che trova un puntello già nel libro I: l'uomo ingiusto «spesso
si risveglia dal sonno, come i bambini, in preda al terrore»
(330e6-7). Anche rispetto al logistikon, ora nutrito da «buoni
discorsi e ricerche, emerge un'asimmetria funzionale: il sonno
rappresenta l'inattività delle sue funzioni di controllo e resistenza, il suo
risveglio non comporta però la capacità di svolgere alcuna attività inibente, è
limitata allo svolgimento di funzioni intellettuali interne: «solo in se stesso
nella sua purezza» potrà «venire in contatto con la verità. 38 Attività
che 37 Anche in Timeo 45e-46a emerge uno stretto legame tra
tranquillità e qualità dei sogni, e in 71c-d tra condizioni pre-notturna
e sogno. 38 Cfr. nello stesso senso anche VEGLERIS.
Profondamente diversa è la concezione del Timeo ove<è il fegato a fornire
una conoscenza non razionale che la ragione deve «interpretare con
non ha, quindi, niente a che fare con l'emersione dei
desideri repressi. (Rispetto a Freud si potrebbe pensare alla netta
distinzione tra il lavoro intellettuale preconscio svolto nel sonno
dall'Io e l'emersione onirica del rimosso). 39 Platone non afferma
del resto mai la possibilità di un intervento diretto (notturno) del logistikon
teso a calmare o sedare o compiere una qualsiasi operazione tesa ad
arginare eventuali intemperanze delle altre istanze. Il loro assopimento,
come viene ribadito due volte nel proseguo del passo, deve essere perseguito e
raggiunto prima di abbandonarsi al sonno; soltanto dopo aver assolto
questo compito ci si può finalmente concedere il riposo. La non-emersione dei
desideri è, dunque, garantita univocamente da un intervento consapevole,
pre-notturno. Le possibilità d’interrelazioni nei processi onirici paiono
perciò significativamente ridotte rispetto a quelle della veglia, tanto
da non contemplare casi di vero e proprio conflitto. Tutt'al più la parte
razionale può essere turbata dalle gioie o dai dolori dell' epithymetikon,
accenno che sembra indicare che essa si limiti a percepire
passivamente, ad assistere impotente alle sue turbolente
manifestazioni. In conclusione, il quadro dei processi onirici è
così articolato: o il logistikon è desto e le altri parti dormono, ed
allora «le visioni fantasticate nei sogni sono le meno contrarie
alle il ragionamento dopo il risveglio. Sempre diversi da quelli di
Repubblica sono i sogni quali appaiono in Fedone, Critone, Leg.,
Epinomide, poiché veicolano messaggi di origine extra-psichica: cfr. al
riguardo Dodds, I Greci e l'irrazionale, Firenze. Cfr., per es., S. FREUD,
L’io e l'Es: un lavoro intellettuale sottile e difficile, che normalmente
richiede una rigorosa meditazione, può essere effettuato in modo
preconscio senza pervenire alla coscienza. Non vi sono dubbi su casi del
genere: essi si verificano ad esempio nel sonno», e Id., Introduzione
alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni): la funzione preconscia svolta
dall'Io può ben accadere «durante la notte» ma «non ha nulla a che fare
con il lavoro onirico. leggi, ed esso può attivare le sue funzioni
intellettuali; oppure V epithymetikon e verosimilmente lo thymoeides son
desti e il logistikon dorme, ed allora emergono i desideri repressi.
Essendo l'esito univocamente determinato da un intervento indiretto e
consapevole, tale concezione non ha niente a che fare con la «difesa» di
Freud, incentrata sulla censura onirica, diretta ed inconscia. In Platone, nel
sogno, i desideri repressi o non compaiono affatto o dilagano senza
indossare maschera alcuna. 5. Strategie di controllo e caratteri
universali Ora, poiché leggiamo che proprio chi «si trovi in una
condizione di sanità e moderazione» deve ottemperare alle suddette misure
preventive prima di concedersi il riposo, sì da evitare la manifestazione delle
empie visioni, è necessario che sia presente, anzi incombente il pericolo
della loro comparsa. La ragione metapsicologica fondamentale della
precarietà di ogni forma di difesa nei confronti dei desideri paranomoi,
anche rispetto ai moderati, ci è data nel brano che chiude l'analisi dei
processi onirici: Però parlando di queste cose siamo andati troppo
lontano. Ma ciò che vogliamo capire è questo: in ognuno - anche in quei
pochi di noi che sembrano essere del tutto moderati - è senza dubbio
presente una forma di desideri terribile, selvaggia e illegale, che si
manifesta chiaramente appunto nel sonno. Il sogno rappresenta,
dunque, lo smascheramento delle apparenze, il riconoscimento che «in ognuno»,
anche in coloro che più sembrano moderati, nonostante ciò possa parere
inam 40 Cfr. per es. S. FREUD, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie
di lezioni), voi; sulla metafora politica del sogno come «conquista» e
sulla «resistenza delle popolazioni soggiogate» cfr. Id., Compendio di
psicoanalisi, voi. missibile, ebbene anche in loro, anzi in «noi» -
Platone qui sembrerebbe includere anche se stesso - questa specie di
desideri esiste: essa «si manifesta appunto nel sonno». Poiché il moderato
è sicuramente colui che ha operato la migliore repressione, i desideri
paranomoi in lui debbono essere stati «interamente allontanati, non sono perciò
né pochi né deboli né schiavi. Ciò nonostante tale operazione lascia
aperta la via alla possibilità del loro ritorno. Lo stesso pericolo affiorava
del resto nel brano sull'acropoli, ove Platone scriveva che gli uomini
«cari agli dèi», in altri termini i moderati, predispongono la «guardia» alle
porte dell'acropoli. Ta hautou ethe: nel sogno V epithymetikon
soddisfa «i suoi abituali costumi» o «i propri caratteri. In questa
definizione sta la chiave che spiega l'incombenza del pericolo: siamo di fronte
ad una «specie di desideri tremenda, selvaggia e illegale» che
costituisce un elemento strutturale dell' 'epithymetikon. Trattandosi di
un'istanza costitutiva e originaria della psyche, la specie epithymetica ad
essa connaturata non può che essere presente in ogni uomo. E universale.
Con ciò Platone sembra fugare ogni dubbio rispetto al fatto che i
desideri paranomoi «probabilmente nascono in ognuno» C571b56). Del resto i
desideri non necessari bussano alle porte dell'acropoli fin dalla giovane età,
come mostrano i molteplici richiami ad operare una loro repressione ed
educazione «fin da giovani. Certo, il fatto che i desideri
paranomoi repressi e allontanati «esistano» anche nei moderati non significa
che il loro status sia lo stesso di quelli repressi e tenuti in schiavitù
nei non-moderati. Con ciò veniamo all'intreccio tra i vari tipi di repressione
i cui fili è giunto il momento di provare a dipanare. Bipartiamo
dal carattere oligarchico. Egli «rende schiavi» i desideri non necessari,
in altri termini essi «vengono tenuti sotto controllo con la forza»
(554cl: katechomenas bia); spiega ancor meglio Platone: il carattere
oligarchico] con una sorta di apprezzabile violenza su di sé tiene a
freno gli altri cattivi desideri interni che pure lo abitano, non perché
li convinca che non vanno nella direzione migliore, né li ammansisca con
un discorso razionale, ma con il peso della necessità e della paura (554cl2-d3:
èrcieiKeì xivi èonnou pm Karéicei oì> TteiOcov ot>8' finepcòv
A,óy(p). La capacità di convinzione e persuasione {peithó) della sfera
razionale è qui direttamente contrapposta alla forza o violenza (bia) di una
repressione che, sebbene nei suoi intenti sia apprezzabile, lodevole
(epieikei), con le catene della schiavitù non risolve il problema. Siamo
di fronte a due modelli di gestione del desiderio alternativi: l'uno
repressivo, negativo, l'altro persuasivo, positivo. Di contro, è anche vero che
Platone discutendo del carattere democratico scrive: se accade che
qualcuno gli dica che alcuni piaceri sono relativi ai desideri belli e buoni,
altri a quelli malvagi, e che bisogna praticare e onorare i primi, reprimere e
mettere in schiavitù i secondi, in tutte queste occasioni scuote la testa
e afferma che essi sono tutti uguali e di pari rispetto.
Poiché qui la messa in schiavitù assume un valore positivo, sembra
emergere una contraddizione. In verità però come il processo di
repressione svolto dall'oligarchico è «apprezzabile» nelle intenzioni, è
comunque meglio di niente per un individuo degenerato, così nel «discorso vero»
che deve esser fatto passare nella psyche del giovane carattere
democratico, che è ancora più avanti nel processo di degenerazione, tanto
da non 41 Anche D. Hellwig (n. 3), soprattutto pp. 147-54, insiste
su «die Alternative bia-peitho», ovvero tra l'atteggiamento che «mit
Gewalt unterdriickt» e quello «durch Peitho», non solo rispetto al carattere ed
alla costituzione oligarchica ma nei confronti dell'intera fenomenologia
degenerativa; la Hellwig inoltre riferisce tale alternativa, ai paradigmi
naturalistici di fondo adottati da Platone. preoccuparsi ormai di
controllare alcun desiderio, sarebbe già sufficiente se egli comprendesse
che deve tentare di contrastare perlomeno i suoi desideri peggiori. Includendo
a tal fine l'adozione della strategia più drastica: la loro repressione e
messa in schiavitù. Del resto, tale strategia dovrebbe essere l'unica
a disposizione dei degenerati caratteri oligarchico e democratico
(e anche del timocratico), nei quali il logistikon, l'unico in grado di gestire
i conflitti in modo «armonico», è ormai «asservito» 42 all' ' epithymetikon (o
allo thymoeides. Stringente il parallelismo semantico e concettuale che
si pone a livello politico nell'oligarchia. Ivi la degenerazione politica
e sociale permette la nascita e proliferazione di «ladri, tagliaborse e
saccheggiatori» «nascosti» negli angoli della polis che «le autorità
provvedono a tenere sotto controllo con la forza» (ove, èni\i£teiq pUa
KoaéxoDow ai àp%ou). Il circolo della degenerazione, a livello sia
psichico che politico, si avvita su stesso: conflitto e disarmonia
generano elementi conturbanti, laceranti, patogeni, annidati negli anfratti di
psyche e polis, di fronte ai quali l'unica arma, ormai, è quella
inefficace e patogena, ancorché lodevole, della repressione violenta. In
questo caso la «schiavitù» va intesa nel senso dell'asservimento, dello
sfruttamento positivo: «l'una calcolando e studiando il modo di aumentare
le ricchezze, l'altro onorando le ricchezze»; viceversa la schiavitù dei
desideri ha carattere esclusivamente negativo: di incatenamento,
espulsione, allontanamento. Sull'armonia psichica instaurata dal
logistikon nel filosofo, e sulla sua contrapposizione con la scissione
psichica dei caratteri degenerati cfr. R. KRAUT, Plato's Comparison of Just and Unjust Lives, in
Hòffe, Platon. Politela, Berlin. Diversa la questione
che si pone rispetto alla kallipolis, ove Platone, rimarcando il suo
elitarismo e pessimismo antropologico, difende la necessità di «asservire» ai
filosofi, ovvero di «imporre dall'esterno le direttive corrette» agli individui
ed alle classi sociali da lui considerate non pienamente educabili. Se in
entrambi i casi si tratta di una extrema ratio, nell'uno si fa fronte a
differenze antropologiche costitutive, tali per cui l'auspicata armonia sociale
trova agli occhi di Platone dei limiti invalicabili; nell'altro
inve- Riprendendo i fili delle diverse strategie di controllo dei
desideri non necessari emergono allora quattro modelli paradigmatici
(escludendo la loro soddisfazione): due repressivi, uno misto, uno
persuasivo: 1) quello per cui essi vengono «distrutti»; 2) quello che li
«reprime e mette in schiavitù»; 3) quello in cui il desiderio «represso ed
educato» viene «allontanato»; quello in
cui il desiderio, anziché esser «controllato con la forza», è convinto e
ammansito. Ciò considerato, l'indeterminata «repressione» dei desideri
paranomoi che conduce al loro intero allontanamento od alla loro
esplicita permanenza in condizione di schiavitù non è esattamente una
medesima operazione repressiva come l'abbiamo interpretata inizialmente, ma
rimanda a due strategie affini ma distinte. La prima rientra nel modello che
«reprime e mette in schiavitù» ed ha l'esito univoco di spostare e
incatenare il desiderio. La seconda rientra nel modello per cui il desiderio
«represso ed educato viene allontanato». Qui la compresenza di repressione e
educazione, sì che il desiderio «allontanato» non è né pienamente persuaso né
brutalmente incatenato, designa un approccio misto, e spiega l'unificazione
in un'unica categoria di persone, i moderati, di coloro che hanno
interamente allontanato i desideri paranomoi o nei quali permangono ma sono
«pochi e deboli». Modalità nella quale potremmo forse inserire anche quei
desideri «banditi» che Platone abbandonava al proprio destino: in tutti e tre i
casi i desideri vengono repressi, non distrutti, ma si tratta di una
repressione per così dire morbida, tendente perlomeno in parte alla loro
«educazione», sì che essi non permangono, in massa, alle porte
dell'acropoli. Viceversa, la strategia puramente repressiva, di ce
viene criticata una modalità di controllo metapsicologica che adotta, a
priori ed unilateralmente, un approccio brutalmente repressivo, lacerante.
45 Cfr. rispettivamente: 1) 560a5: diepbtbaresan: kolazein te hai
doulousthai; anche: douloumenos;
kolazomene kaipaideuomene apallattesthai; anche: apallaxeien; bia
katechei oupeitho oud'henieron logo. messa in schiavitù, lascia intonso il
potenziale energetico dei desideri; è questa la via che conduce prima al
democratico, poi' alla mania del tiranno. In conclusione,
l'eventualità che anche nei moderati emergano oniricamente i desideri paranomoi
si lascia intendere come se, piuttosto che singoli desideri incatenati che
premono ininterrottamente alle porte dell'acropoli, siano gli ethe
originari e costitutivi dell' ' epithymetikon a riuscire talvolta ad
approfittare di una certa eccitazione pre-notturna e del sonno del logistikon
per mostrare le strutture universali, esse stesse «inconsce», che generano e
sospingono in avanti i singoli desideri paranomoi - come sarà poi per
l'Es, non solo per i singoli desideri rimossi, di Freud -, Al di là di ogni
modalità di controllo adottata e adottabile, siano pure le più
persuasive, il sogno mostra che è impossibile sradicare definitivamente la
«specie» dei desideri paranomoi in quanto tale, parte propria di quella
«bestia policefala», tremenda e selvaggia, che abita ogni uomo, e fa
sentire, di tanto in tanto, la sua minacciosa presenza, «anche in quei
pochi di noi che sembrano essere del tutto moderati». Jaeger scrive che siamo
di fronte alle «regioni istintive subcoscienti dell'anima»; cfr. nello
stesso senso Kenny [citato da Grice, VOLITING – “INTENTION AND UNCERTAINTY”];
Vegleris; Janke, AAH0ELTATH TPAmiMA, «Archiv fiir Geschichte der Philosophie.
Anche Freud opera del resto una distinzione tra singolo desiderio rimosso
e strutture «istintuali», innate ed «inconsce» dell'Es, cfr. Freud,
Compendio di psicoanalisi; L’uomo Mosè e la religione monoteistica;
Id., Metapsicologia; sulla differenza tra individuo e specie cfr.
Id., Dalla storia di una nevrosi infantile, voi. 47 Cfr., per es.,
S. FREUD, Introduzione alla psicoanalisi, tutti gli uomini hanno questi sogni
perversi, incestuosi e omicidi», e Id., Alcune aggiunte d'insieme alla
Interpretazione dei sogni, I miei rapporti con Popper-Lynkeus; Gould. Sostengono
apertamente l'universalità dei desideri paranomoi, tra gli altri,
Guthrie, A History ofGreek Philosophy, IV: Plato, Cambridge Dal sogno alla
realtà: derive psicopatologiche Se ritorniamo alla degenerazione
caratteriale, è facile ora riconoscere come rispetto alle modalità
intrapsichiche di contenimento del desiderio l'approccio univocamente
repressivo alle epithymiai sia il principale responsabile della deriva
psicopatologica. La rottura dell'armonia intrapsichica, condizione
necessaria dell'integrità, salute e euàaimonia individuale assicurata dal
governo del logistikon, ha inizio con il carattere timocratico, che
colloca sul trono dell'acropoli lo thymoeides. Se egli non rappresenta ancora
una figura patologica in senso stretto le conseguenze del defenestramento
si fanno però sentire nella figura immediatamente successiva: il
carattere oligarchico, dominato ormai dai desideri necessari dell 1 '
epithymetikon, non trova altra strada che reprimere e mettere in schiavitù gli
altri desideri. Così facendo egli però non risolve ma acuisce la scissione e la
lacerazione intrapsichica: «un simile uomo non potrà dunque esser libero
da conflitti interiori, e non sarà uno ma in un certo senso doppio. In
negativo: «la vera virtù, quella della psyche concorde a armoniosa, fuggirà via
lontano da lui. La stessa strategia repressiva è adottata dal
giovane figlio democratico. Anche lui, dunque, si impegnerà a
governare con la forza quei piaceri che vi insorgono chiamati non; BlRAL,
L’ACCADEMIA e la conoscenza di sé, Bari. KAHN; Klosko, The "Rule" of Reason
in Plato s Psychology, «History of Philosophy Quarterly;VoiGTLÀNDER; Lear, con linguaggio freudiano scrive che
anche nel migliore dei casi nella psiche vi saranno sempre desideri
paranomoi da rendere inoffensivi o da rimuovere. L'approccio duramente
repressivo mostra in questo caso la sua nefasta presenza nell'interazione
psyche-polis: i timocrati sono «educati non con la persuasione ma con la
forza. Necessari. Bice Sri kou oinoc, ap^cov xcòv év anta» èSovcòv),
In questo modo però, se talvolta alcuni desideri vengono distrutti, talaltra
invece proliferano «inconsciamente», rafforzandosi fino alla conquista
dell'acropoli. Saranno allora «i discorsi cialtroni» di cui si fanno
scudo a «chiudere le porte della regale fortezza» a più miti consigli e
ad «esiliare il pudore. 30 Solitamente, tuttavia, superata la lacerante
fase adolescenziale, l'uomo democratico riequilibra parzialmente i suoi
desideri e richiama a sé alcuni degli elementi in passato
sconsideratamente «esiliati. Il passo che porta alla mania tirannica,
nell'arbitrario determinismo degenerativo disegnato da Platone, è però
ormai cortissimo: l'Eros tyrannos, che raccoglie intorno a sé
l'intero sciame dei desideri paranomoi, facendosene «capo» e «guida», e
quelle opinioni che gli fanno da «scorta», si liberano definitivamente «dalla
schiavitù», mentre prima, quando egli «si autogovernava in modo
democratico, esse [le opinioni] si liberavano solo in sogno, nel sonno.
51 Le catene della schiavitù sono state spezzate: Ma sotto la
tirannide di Eros, divenuto in ogni momento della sua vita da desto quello che
raramente gli capitava di essere in sogno, non si asterrà da alcun
tremendo assassinio né da alcun cibo né azione. L'uomo tirannico è
«colui che da sveglio è proprio come l'avevamo descritto nei suoi sogni.
Dal punto di vista della fenomenologia degenerativa questa figura è
dunque dovuta, a livello psicodinamico, al «ritorno» di un represso
che scavalca le barriere oniriche: si transita dall'appagamento
oni- [Cfr. anche Lear. La comparsa dell'uomo democratico è, in linea di
principio, il ritorno del represso nella generazione successiva»;
sull'oligarchico. Se sono le opinioni che si liberano dalla schiavitù, è però
l'Eros con i suoi desideri a riempire di contenuti sia le manifestazioni
oniriche sia le azioni dissolute del tiranno. rico a quello
reale dei desideri repressi, dall'estemporanea rappresentazione della loro
soddisfazione nel teatro dell'immaginazione alla conquista permanente
dell'acropoli. L'Eros «spadroneggia» ora incontrastato, «governa ogni
settore della psyche abitandovi come un tiranno. I rapporti di forza della
psyche-polis vengono nuovamente ribaltati: è l'Eros a «sopprimere e
scacciare fuori di sé i desideri e le opinioni oneste. Tirannia che
genera una profonda lacerazione, un'espropriazione della volontà. Il soggetto è
in balìa dei suoi desideri più selvaggi, rafforzatisi al grado estremo, ne ha
perso ormai completamente il controllo e, messo all'angolo dalla loro
inappagabile ed ininterrotta pressione, «ogni giorno e ogni notte», ne
cade preda. Siamo alla mania: l'uomo tirannico è «reso folle dai
suoi desideri e amori. Riepilogando, dal punto di vista intrapsichico il
processo di degenerazione avviato dal defenestramento dell'armonico
ed armonizzante logistikon e concludentesi con la tirannia dell'Eros si
configura, perlomeno nelle sue ultime tre fasi, quale risultato di un
approccio brutalmente repressivo del materiale epithymetico. La
repressione permette difatti la permanenza e il rafforzamento
«inconscio», accertato grazie all'analisi dei processi onirici, dei
desideri repressi, i quali, una volta rinvigoritisi, riescono a penetrare
nell'acropoli, generando stati psicopatologici di lacerazione, frammentazione,
dispersione ed espropriazione maniacale. Dalla nostra prospettiva
psicodinamica è dunque a tale strategia di controllo che deve essere attribuita
la più grave responsabilità della fenomenologia degenerativa. Sul doppio
livello psico-politico della «schiavitù» e sulla metameleia, cfr. GlGON,
Die Unseligkeit des Tyrannen in ACCADEMIA Staat, “Museum Helveticum”. all:
navvo|iévcp imo èniQv\ii&v te k<xì épcÓTCOV. L 'altra via: la
canalizzazione ACCADEMIA, LA REPUBBLICA La strategia antitetica alla
repressione è quella della persuasione e educazione del desiderio. L'architrave
metapsicologico sotto il quale si dispiega tale modalità è rappresentato
dall'adozione di un modello pulsionale "idraulico" che assicura
all' epithy mia, e all'eroi-, una intrinseca malleabilità.
Uepithymia, anzi le epithymiai dal punto di vista dinamico si
delineano quale forza fluida, canalizzabile, come emerge limpidamente nei
libri: «Sappiamo che quando le epithymiai di una persona si concentrano con
forza in una sola direzione, esse ne risultano indebolite nei riguardi di tutto
il resto, come una corrente lì incanalata. Così, prosegue L’ACCADEMIA,
in quella persona in cui esse (le epithymiai) sono rivolte agli
studi e a ogni attività simile, esse riguarderanno, credo, il
piacere della psyche per se stessa e trascureranno i piaceri del
corpo», come accade nel philosophos. Se, allora, si considera non
Yepithymia nella sua fenomenica e contingente singolarità, si tratti di
specifici desideri necessari, non necessari e/o paranomoi, ma le
epithymiai nella loro plurale unitarietà, esse risultano essere una forza
energetico-pulsionale unitaria, canalizzabile verso mete diverse, anche
opposte, secondo un modello economico. Anche da qui l'insistere di
Platone, a monte, piuttosto che sui contenuti specifici, sulle strategie
di gestione del materiale epithymetico. Questa è la ragione,
dalla nostra prospettiva psicodinamica, con la quale si spiega perché
l'estensione metapsicologica della tripartizione poteva coniugare
esplicitamente, in modo simultaneo e complementare, piaceri, desideri e
governi: ogni parte, in conformità con la sua natura intrinseca, «ha» dei
desideri specifici, ma essi possono essere preservati, rinforzati e
quindi soddisfatti soltanto in virtù dell'egemonia intrapsichica
raggiunta dalla singola istanza anche perché le Resp.:
lóonep pev\ia éiceìae àjicoxexE'Uiiévov. COMMENTO AI LIBRI VHI E
epithymiai sono una risorsa unitaria e limitata. Modello rafforzato,
descrittivamente, da una sorta di estremizzazione erotico-caratteriale
operata da Platone: si tratti del filosofo o meno, chi «ama» veramente
una cosa la «ama in tutta la sua forma, come chi «desidera qualcosa la
desidera in tutta la sua forma. Estremismo che conforta la
tipologia caratteriale del libro Vili. L'integrazione tra queste due
dimensioni, psicodinamica e caratterologica, è, infine, rinsaldata
dall'eros: unità di misura comune à tutti i tipi, dal filosofo,
letteralmente erastes della verità, 57 aìl'erotikos e al tirannico. La stessa
contrapposizione strutturale tra repressione e canalizzazione risulta
così radicalizzarsi nel nome dell'eros. Ai due estremi: su un versante scorre
il fiume impetuoso dell'eros tyrannos, ove confluiscono i terribili desideri
paranomoi, che trascina il soggetto verso il mare .aperto deìl'adikia;
sul versante opposto si distende l'intensa ma benefica corrente
epithymetica dell'eros filosofico, la sola forza psichica che in virtù
della sua potenza può supportare la lunga navigazione che permette infine
di approdare nel porto sicuro della dikaiosyne. 38 In
conclusione, posta la permanenza di specie di desideri stabili,
indissolubilmente legate alle tre istanze di riferimento, come quella dei
desideri paranomoi, dalle quali non si può mai svincolarsi del tutto, una
parte cospicua del materiale epithymetico, decisivo rispetto agli equilibri o
squilibri dei rapporti 56 Cfr. in questo senso anche J. ANNAS, An
Introduction to Plato's 'Republic', Oxford -Sulla centralità psicologica, etica
e politica dell'eros e la possibilità di una sua «canalizzazione» o
«sublimazione» nella Repubblica ma anche nel Simposio e nel Fedro cfr. M.
VEGETTI, Quindici lezioni su Platone, Torino, Rimarca la necessità di non
confinare l'eros nella dimensione subconscia L.H. CRAIG, The War Lover. A Study of Plato's
'Republic', Toronto «a psychology that confines eros to the sub-rational parts
of the soul most definitely falls short of the truth. LA REPUBBLICA di forza intrapsichici
complessivi, è intrinsecamente trasformabile, manipolabile. E questa l'energia
pulsionale, in gran parte riconducibile all'universo dell'eros, che non è
solo possibile ma doveroso utilizzare, canalizzandola verso nobili mete,
anziché tentare, inutilmente ed invero assai pericolosamente, di
annientarne il potenziale con strategie brutalmente repressive. E questo
lo snodo cruciale di fronte al quale vediamo divaricarsi i due approcci
fondamentali, le due strategie basilari di controllo del desiderio adottate da
Platone: repressione versus canalizzazione, violenza versus persuasione,
schiavizzazione versus educazione. È questo il bivio dal quale si può imboccare
la via che conduce all'armonia, alla salute, all' 'eudaimonia e
alla giustizia del filosofo, o invece il cammino psicopatologico
che sbocca, da ultimo, nella mania del tiranno. L'uomo massimamente
ingiusto, infelice, malato, espropriato, travolto da una massa di
epithymiai feroci, incontrollabili, ormai liberatesi dalle catene di quella
schiavitù che le relegava al di là dei confini della coscienza,
sottraendole ad ogni controllo diretto e permettendo così il rafforzamento fino
al massimo grado, e quindi l'esplosione finale del loro devastante
potenziale. Nome compiuto: Alberto Radicati, conte di Passerano e
Cocconato. Keywords: implicature della morte, eros e tanatos, amore e morte. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Cocconato” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Coco: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del mutuale prevalente
– il contratto di carattere mutuale prevalente – scuola di Crotone – scuola
d’Umbriatico – filosofia crotonese – filosofia calabrese -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Umbriatico). Filosofo
crotonese. Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Umbriatico, Crotone,
Calabria. Grice: “Typically, while in the Italian North, Conte can play with
words, in the Italian South, Coco must work for the workers! Is conversation a
work? I think so – lavoro – In the ‘codice civile’ or rather the ‘codice’ of
the civil laws – there is a section on ‘lavoro’, and a title on ‘co-operativa’,
short for ‘cooperative society’ – This is all due to Coco – It sounds slightly
fascist, and he did write a little tract with ‘fascist’ in the subtitle! – Coco
is a performativist, so he understands that ius must ‘constitute’ and define:
so he goes on to analyse what I’ve been analysing too – what is to cooperate –
in a common task or ‘lavoro’ – what is ‘mutuality’ – what are the requirements
for mutuality, and so on – It’s not as legalese and boring as it sounds! And it
provides a framework for my pragmatics – since a lawyer, and especially a
Griceian one, can be VERY SMART! Coco is!” -- Dal punto di vista
sistematico molto vicino alla visione del grundnorm, teoria da Kelsen. Si
laurea a Napoli. Sostituto procuratore del Re a Cassino. La Regia Procura di
Roma. Procuratore Generale presso la Corte d'appello di Roma. Fondatore
dell'Ufficio del Massimario. Insegna a Roma. Noto soprattutto per aver
partecipato ai lavori di stesura del nuovo codice civile italiano nonché del
codice di procedura civile, entrambi entrati in vigore nel 1942. Si occupa
prevalentemente della stesura di leggi in materia del contratto, obbligazione, e
diritto del lavoro. Altre opere: “Gli eclettismi contemporanei e le lezioni di
filosofia del diritto” (Lagonegro, M. Tancredi et Figli); “La filosofia del
diritto”; “Una quistione di diritto transitorio in tema di farmacie” (Milano,
Società Editrice Libraria); “Sull'ultimo capoverso dell'art. 375 del codice
penale” (Milano, Società Editrice Libraria); “Luce di pensiero italico nelle
tenebre della guerra” (Cassino, Soc. Tip. Ed. Meridionale); “Per la tradizione
giuridica italiana” (Milano, Società Editrice Libraria); “Saggio filosofico
sulla corporazione fascista” (Roma, Edizioni del diritto del lavoro); “Sulla
costituzione di parte civile delle associazioni sindacali” (Roma, Edizioni del
diritto del lavoro); “Corso di diritto inter-nazionale (recensita da Santi
Romano, seconda edizione riveduta ed ampliata, Padova, MILANI); “Intorno alla
pre-giudiziale penale nel giudizio del lavoro” (Roma, U.S.I.L.A.); “Raffaele
Garofalo” (Napoli, SIEM); “Il contratto collettivo di lavoro e la impresa
cooperativa” (Roma); “Una inchiesta sulla criminalità” (Napoli, SIEM). Annuario
Camera dei fasci e delle corporazioni. Rivista penale. Rassegna di dottrina,
legislazione, giurisprudenza, Roma, Libreria del Littorio, Rivista di diritto
pubblico. La giustizia amministrativa, Roma, Società per la Rivista di diritto
pubblico e la Giustizia amministrativa, Una vita per il Diritto Giusto, La
giustizia penale. Rivista critica settimanale di giurisprudenza, dottrina e
legislazione, Società editoriale del periodico La giustizia penale, Tale
trasferimento avvenne per via di un suggerimento pervenutogli al Re dagli
allora procuratori presso la Corte d'appello di Napoli Salvatore Pagliano e
Giacomo Calabria. La giustizia tributaria. Dottrina, giurisprudenza,
legislazione, Città di Castello, Società tipografica Leonardo da Vinci. Cfr.
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Cfr. Gazzetta Ufficiale del Regno
d'Italia, La scuola positiva. Rivista di diritto e procedura penale, Milano,
Vallardi. Nominato pretore di Lagonegro. Pretore di Moliterno, assume in
seguito le funzioni di sostituto procuratore a Cassino. Venne trasferito a Roma
presso la Procura. Presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione,
oltre che Professore di Filosofia del diritto. Dotato di una solidissima
dottrina e di un rigorosissimo lavoro applicativo, partecipa ai lavori per la
stesura del Codice Civile e del Codice di Procedura Civile.Cura vari aspetti
della normativa: contratto, obbligazione, diritto del lavoro. Una delle sue
grandi doti è quella di riuscire a non farsi condizionare dal regime
dell’epoca. Non accetta la candidatura in parlamento offertagli dai suoi
conterranei della Calabria. “Una Vita per il diritto giusto” si lascia leggere
con piacere, in diversi passaggi si incontreranno i tratti che lo hanno contraddistinto
come uomo, come magistrato e giurista, troveremo, inoltre, la sua attività di
ricerca e di elaborazione teoretica. Sotto il profilo sistematico si accosta
alla visione di Kelsen per quanto riguarda l’ordinamento e le codificazioni,
nonché, proprio per la ricerca e per l’identificazione di una grande norma
fondamentale. Dal punto di vista epistemologico, rappresenta la condanna
dell’ideologia e della prassi delle scomposizioni in una galassia di frammenti
superficialistici. Lo sguardo al pensiero C. ci consente anche di sottolineare
la sua analisi critica, egli non si ferma alla semplice stigmatizzazione della
responsabilità oggettiva nei confronti del singolo. Prende spunto da queste
aberrazioni per sottolineare come all’accanimento contro la condotta
individuale della persona fisica non corrispondesse eguale severità verso
gl’atti illeciti e dannosi della pubblica amministrazione. Scrive “la
responsabilità della pubblica amministrazione”. -- è stato anche filosofo e
storico al tempo stesso. Un’uomo molto impegnato nel suo lavoro che ci sembra
doveroso ricordare. Dal padre, persona di cultu¬ra, ricevette i primi rudimenti
di storia, letteratura, e filosofia, che si ritroveranno, successivamente, in
taluni suoi saggi filo¬sofici su AQUINO (si veda). Inizia la carriera
giudiziaria come pretore di Lagonegro. Divenne Pretore di Moliterno, per
assumere successivamente le funzioni di Sostituto Procuratore del Re a Cassino.
Trasferito a Roma, presso quella Regia Procura, col viatico di rapporti
ol¬tremodo favorevoli e lusinghieri dei Procuratori Generali Pagliano e
Calabria della Corte d’Appello di Napoli, dove vi permarrà per passare alla
Procura Generale presso la Corte d’Appello. Ottenne la nomina a Procuratore
Generale del Re presso la Corte d’Appello di Cagliari, ma non ne assumerà di
fatto la titolarità. Chiamato, invece, a presiedere il Tribunale Supremo delle
Acque, era Presidente di Sezione della Corte Suprema di Cassazione. Il giornale
“Il Tribunale”, pubblicazione mensile edita a Roma, lo sa¬luta a tale nomina. È
della nostra famiglia, di quell’aristocratica famiglia giornalistica, alla
quale non disdegna di apparte¬nere, nonostante l’altissimo grado che ricopre
nell’ordine giudiziario, oggi lieti di salutarlo, insieme con quello forense,
Presidente di Sezione della Suprema Corte. Noi lo abbiamo visto nella Corte di
Cassazione sin dagli anni ormai lon¬tani della sua felice unificazione. E
stato, infatti, tra i fondatori e promotori di quell’Ufficio del Massimario che
raccoglie il vasto e prezioso materiale giurisprudenziale della Suprema Corte.
Non appena conseguita la promozione al grado IV°; ha ricoperto la carica di
Consigliere, partecipando attivamente alla fun¬zione giudiziaria di così
eminente consesso. Ci asterremo, di proposito, da ogni aggettivazione che non
sa¬rebbe di buon gusto né riuscirebbe gradita al nostro Amico e collaborato¬re;
non possiamo, peraltro, esimerci dal ricordare fra le benemerenze e il titolo
di Professore di Filosofia del Diritto nel¬la Scuola di Perfezionamento di
Diritto Penale né l’altro, per noi particolarmente caro, di Redattore Capo
della Rivista di Diritto Pubblico. La recente nomina, se indubbiamente
costituisce un nuo¬vo riconoscimento dei meriti di così eletto Magistrato,
rappresenta però un onere, che si aggiunge all’onore di così ambita carica. Ma
l’accoglierà di buon grado, assolvendo anche dal nuovo seggio presidenziale le
delicate funzioni giudiziarie, alle quali porta il va¬lido contributo della sua
competen¬za, ma soprattutto una grande se¬renità ed equanimità. Riguardo ai
meriti illustrati dall’articolo dell’epoca, c’è da dire che il suo cursus
honorum non è stato caratterizzato soltanto da so¬lidissima dottrina e da
rigorosissi¬mo lavoro applicativo, ma anche dalla partecipazione costante
all’e¬voluzione dell’ordine giudiziario, e tappa importante in tale attività,
fu la Sua nomina a membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ossia
dell’organo po¬litico e politico-amministrativo, anche se in base alla
legislazione dell’epoca il Consiglio Superiore della Magistratura non aveva
ancora il potere e l’importanza che la Costituzione e la successi¬va normativa
di attuazione gli die¬dero. Ancora, circa la indicata fondazione del Massimario
civile della Corte di Cassazione Unificata va detto che Lui effettivamente fu
tra i principali ideatori; era, quello, un periodo di grandi innovazioni,
perchè all’atto dell’Unità d’Italia, oltre alla Corte di Cassazione di Torino
esistevano quella di Firenze nonchè le due Corti Supreme di Giustizia di Napoli
e di Palermo (che assunsero anch’esse la denomina¬zione di Corte di
Cassazione). Con la legge, vennero soppresse le Corti sopra indicate, mentre
quella di Roma fu trasfor¬mata in Corte di Cassazione del Regno. Fu titolare
dell’insegnamento di filosofia a Roma. In questo ambito, svolse attività
accademica per quel periodo che vide la Scuola annove¬rare i più bei nomi della
dottrina penalistica italiana, le cui teorie risultano, ancora oggi, alla base
della trattatistica più importante. Altro aspetto rilevante della sua eccezionale
figura di giurista, come si rileva da un saggio del nipote dell’alto
Magistrato, che porta con orgoglio lo stesso nome, il Professore Nicola Coco,
dell’Università di Roma “La Sapienza”, è costituito dal coerente ri¬ferimento
alla legalità, cioè allo stato e all’ordinamento giuridico quali unica garanzia
di contratto sociale. Per questo, il periodo che va dal primo dopoguerra all’
av¬vento del fascismo, costituisce una parentesi temporale di efficace e
prorompente elaborazione delle basi di quel diritto del lavoro e sin¬dacale, o
“giuslavorismo”, costi¬tuendo davvero una novità assolu¬ta nelle scienze
giuridiche del tem¬po. Così, quando si verificheranno gravissime crisi
socio0eco¬nomiche che metteranno a rischio l’assetto della produzione, la poli¬tica
e i sindacati troveranno i loro punti d’incontro nel noto Statuto del
Lavoratori, una ri-edizione ag¬giornata delle linee guida tracciate, agli inizi
del “secolo breve”, dai primi “giuslavoristi”, tra i quali ap¬punto C. Altro
aspetto qualificante del giurista è l’aver concorso alla stesura del Codice
Civile, ai cui lavori preparatori, dai Ministri Solmi e Grandi (che è il
sottoscrittore anche del Codice di Procedura Civile, emanato anch’esso, furono
chiamate le più belle e fertili menti di magistrati e giuristi. Cura vari
aspetti della normativa (il contratto, l’obbligazione, diritto del lavoro),
tant’è, che nell’immi¬nenza della promulgazione, il Ministro Grandi gli inviò
una lettera personale di ringraziamento per il prezioso contributo offerto per
il codice. Sua vita coincide con l’immane conflitto mondiale, con la guerra
civile e con la scia di vendette e iniquità che ne conseguirono. Dopo la fuga
del Re e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, viene invitato ad
assumere la Presidenza della Corte di Cassazione trasferitasi a Brescia e
fors’anche la carica di Ministro Guardasigilli, ma egli fermamente rifiuta. Ha,
nono¬stante tale ferma presa di posizione nei confronti del regime fascista,
sulla base di taluni articoli che ave¬va scritto su “Il Messaggero” di Perrone,
di commento a leggi e que¬stioni giuridiche di alto livello, ovviamente di
epoca fascista, l’occhiu¬ta Commissione di epurazione, su decine di articoli
scritti in una plu¬ridecennale collaborazione, ne sco¬va qualcuno che suona come
apologetico del Fascismo. Nulla di più falso, quando era nota a tutti la
dirittura morale del magistrato in¬tegerrimo, del quale va appena ri-cordato,
ammesso ve ne fosse biso¬gno, che la sorella del Duce, Edvige Mussolini, gli
fece pervenire solle¬citazioni per una causa che la inte¬ressava. Ebbene, Coco
pro¬cedette secondo coscienza, quindi non nel modo auspicato dalla sorella del
Duce! L’epurazione ingiusta, nella quale probabilmente influirono anche
motivazioni non occulte di gelosia e invidia da parte di taluni, soprattutto
per il fatto che per me¬riti poteva benissimo aspirare alle funzioni di Primo
Presidente della Suprema Corte, ne mina rapida¬mente le condizioni di salute.
Negli ultimi mesi non volle proporre ri¬corso contro i provvedimenti che lo
avevano colpito e rifiuta cortese¬mente anche una candidatura in Parlamento,
per le elezioni, che i conterranei di Calabria gli avevano offerto con affetto
e ri¬conoscenza. Spira serenamente, non mancando nel suo testamento di
perdonare cristiana¬mente quanti gli avevano provocato tanto immeritato dolore.
Codice Civile. Del Lavoro. Delle societa cooperative e della mutue
assicuratrici, delle societa cooperative – disposizione generali – cooperative
a mutualita prevalente. Articoli: societa cooperative; societa cooperative a
mutualita prevalente, criterio per la definizione della prevalenza, requisiti
delle cooperative a mutualita prevalente. Del Lavoro. Le Società di MUTO
SOCCORSO in Italia. Gobbi, nel suo pregevole saggio Le Società di MUTUO
SOCCORSO – cfr. Grice, the principle of conversational (i. e. mutual)
helpfulness -- dice che il nome di società di MUTUO SOCCORSO è comunemente
assunto d’associazioni, le quali hanno per loro scopo principale di dare ai
soci sussidi in caso di malattia o in altre eventualità che interessino la loro
famiglia o l’esercizio della loro attività economica, ricavando i mezzi
all’uopo principalmente da contributi dei soci stessi. Considerato così il
carattere economico-sociale dei sodalizi muralisti, non possiamo sicuramente
affermare che le prime traccie di essi si riscontrino nelle antiche
corporazioni d’arti e mestieri, nelle maestranze, nei collegi, nelle
università. Queste associazioni si proponeno scopi di difesa professionale, di
perfezionamento nell’arti esercitate dagl’associati. Qualche volta, in via
secondaria, l’esercizio di pratiche religiose; e spesso assumeno importanza
politica di prim’ordine e conferivano dignità nobiliare, come nell’arti della
repubblica di FIRENZE. Abbiamo però nel nostro paese esempi di società
mutualiste scaturite dal vecchio tronco della corporazione o del collegio, o
meglio che'di questo possono reputarsi trasformazione. Così e non altrimenti
noi possiamo considerare la società fra i falegnami e fabbri di Faenza; l’altra
pure di Faenza fra calzolai ed arti affini; la società veneta Sovvegno Calafati
al R. Arsenale; la Società Calafati del porto di GENOVA; la Società dei
Cappellai di Padova; il Consorzio degli Orafi ed Argentieri capi d’arte di
Roma. Nè diverso giudizio possiamo recare sui sodalizi che sorsero nel secolo
decimosettimo e nella prima metà del decimottavo. E questi sono: la Società dei
calzolai di Cesena; le due Società Maestri falegnami, ebanisti e carrozzai e
fra falegnami ed arti affini di Torino; la Società fra carrozzai, sellai,
fabbricanti di Torino; la Società fra calzolai padroni di Asti; la Società
Archimede fra operai fabbri, meccanici ed affini e fra fabbri ferrai e
serraglieri (proprietari di officina) (1700); la Confraternita Sovvegno fra
israeliti di Padova; le Società Riunite Sovvegni spagnuoli e tedeschi di
Venezia; il Pio Istituto lavoranti Milano, Società editrice libraria, pellai di
Torino; la Società Cocchieri e palafrenieri di Torino. Quantunque sorta nel
1738, la Unione Pio-Tipografica Italiana di Torino può dirsi la prima che abbia
assunto dalle sue origini e poi meglio perfezionati con successivi adattamenti,
i caratteri del mutuo soccorso. Essa fu approvata con Regie patenti e poi nel
suo riformato organismo con Regie patenti 28 settembre 1770. E ira i sodalizi
che sorsero nella seconda metà del secolo decimottavo e possiamo considerare,
al pari della Unione Pio Tipografica di Torino, come le più antiche Società di
mutuo soccorso, meritano particolar menzione: la Pia Unione fra lavoranti
calzolai di Torino del i/54 e la Società dei Servitori di Faenza T . 1 -^ a s ?
c °nda metà del secolo decimottavo sorsero quindi in rippnr, • P rim ? Società
di mutuo soccorso, secondo il concetto moDaese affe[>m are che di buon'ora
si manifestò nel nostro Fara il^KfrfSr? 11 6 J° Uta A } P rev idenza sociale.
Ed è cosa singoconcettn°df nnl a Che ’ “® ntre secoQdo la evoluzione logica del
Sassari dalIe, f orme più semplici di essa dovrebbe videnza tipIIa lesse, il
risparmio, forma primigenia della pre previdenza mutuaPs/nT 116 0I ! ganicile .
sorse in Italia più tardi della Hlllacoo^fonì qUale C r blna * due elementi del
risparmio auanrìn <yìà ^ !• ^ prime Casse di risparmio sorsero nel 1822,
litaria, la quale si esu M, Jl ns P arm io, che è virtù so adatto a raccoglierlo
duò P«p.»?r ma - pa e ® e quando trova l’organo domestiche, ed in questa anche
nel segreto delle pareti quanto l’economiaVonetaria dp? 0 ^^^ fumare che esso è
antico che l’atto primo deTsodalizfo ? 10va inoltre considerare contributo che
versa il socio 1Sta + e Un atto dl ris P a nmio; il fini della mutualità,
rappresenta La - 1 fondi occorren ti ai “lata, sottratta alle spese vofottSie
sp t np dei SU01 guadagni risparoccorre per i bisogni della vita 6 6 n pUre
risecata su quanto me„fo 0 U“liX a .S a m m uta 4,I?5', ’ ec ?l° 1 . d!,olmo
" 0 no rapido l'inoroprimo dofsecoli“orsòrKtcietó Fi ” 0 al società di
MUUO SOCCORSO. di dii Gl0va rammentarle dl Bergamo . Pr« ’camnen*»! !’ ls p.
tut0 n | armoniTo’dS el Teatr’f) 1 r?Ìni SU Ì“ t ^ municipale Simoiie Mayr ano.
la Pia Unione tessitori in seta areento l a Società di M. S. fra cap’ aigento e
oro di Tonno; nel 1884, la Società Assieme a’gli altri benefici di ordine
politico e 'sociale che la unificazione del Regno ci recò, dobbiamo segnalare
anche il rapido incremento nelle Società di mutuo soccorso. Durante il periodo
della prima metà del secolo decimonono solo 48 Società nuove videro la luce,
come abbiamo veduto. Al 31 dicembre 1885, cioè dopo 35 anni soltanto, la
statistica a quella data denunzia la esistenza di 4896 Sodalizi e ah 31
dicembre 1894, dopo nove anni, ne troviamo 6722, con un aumento di 1826.
Vedremo in seguito quante e di qual forza siano quei sodalizi al 31 dicembre
1904, secondo la recente statistica, pubblicata dall’Ispettorato Generale del
Credito e della Previdenza. Le Società di mutuo soccorso italiane, nella loro
generalità, sono associazioni che esercitano in modo prevalente funzioni di
carattere assicurativo col principio della mutualità, aggiungendo spesso a
queste altre funzioni accessorie dirette ad accrescere le forze economiche e
intellettuali e morali dei soci. Fra le funzioni di carattere assicurativo ha
prevalenza in tutte l’assicurazione di un sussidio in caso di malattia. Spesso
vi si aggiungono le spese funerarie in caso di morte ed un sussidio una volta
tanto ai superstiti. I sussidi di malattia sono commisurati ai contributi,
spesso con calcoli empirici, qualche volta alla stregua di previsioni
tecnicamente calcolate. Quasi tutte le Societàc he concedono sussidi di
malattia, per conseguire il diritto al sussidio fissano un periodo di tempo
dall’ ammissione, che comunemente chiamasi periodo di noviziato. Sono poche le
Società che accordano il sussidio subito dopo l’ammissione: 45 secondo l’ultima
statistica (1); tutte le altre vanno da un minimo di un mese ad un massimo di
24 mesi, e ve ne ha 120 nelle quali il periodo di noviziato supera i 24 mesi.
Ma il numero maggiore si condenza intorno al periodo da uno a 12 mesi: il 76
per 100 del totale. Non tutte le Società concedono il sussidio dal primo giorno
della malattia, sono anzi pocchissime quelle che lo concedono; le altre fissano
un periodo, che chiamono periodo di carenza, nel quale i soci non hanno diritto
al sussidio. Il periodo di carenza è di ordinario di uno a tre giorni, ma giunge
sino a dieci e per poche Società va oltre i dieci giorni. orefici ed arti
aifiai di Bologna, la Società Sant’Anna fra i maestri muratori di Pinerolo;
nel' 1835, la Società cocchieri e domestici di Sant’Antonio Abate di Verona;
nel 1836, la Società •di M. S. fra parrucchieri di Novara, la Società di M. S.
fra brentatori di Vercelli, la Società di M. S. fra lavoranti guantai, tintori
e conciatori di pelle di guanto di Torino, la Società operaia di M. S. fra
conciatori di Torino, la Società di M. S. fra parrucchieri di "Torino, la
Società dì vi. s. fra barbieri, parrucchieri e profumieri di Bologna; nei 1444,
il Pio Istituto di M. S. pei medici e chirurgi della città e provincia di
Bologna, la Società fra medici e chirurgi di Lombardia in Milano, la Società di
M. S. fra farmacisti, medici e veterinari di Parma, la Società lavoranti
calzolai di Pinerolo, la Società di M. S. fra marinai pescatori di Trapani; nel
1846, la Società di M. S. dei medici-chirurgi della città e provincia di
Ferrara, l’Istituto di M. S. fra medici, chirurgi e farmacisti di Roma e sua
provincia, la Società mutua beneficenza di Citta di Castello; nel 1847, la
Società di M. S. tra calzolai di Alba, la Società medico-farmaceutica di
Padova, l’Unione operaia patriottica fratellanza di Asti, la Società Femminile
di M. S. S. Bonifacio di Pinerolo, la Società Generale fra gli operai di
Pinerolo, l’Unione per le malattie di Verona, la Federazione italiana fra
lavoranti del libro (compositori) di Tonno; nel 1849, la Società di M. S. fra i
pompieri municipali di Ancona ; nel 1764, la Università dei pescivendoli
patentati di Roma Questi dati e i seguenti concernono le Società riconosciute
soltanto, per la quale la statistica ha potuto registrare notizie più copiose.
Si tratta quindi di osservazioni che concernono 1548 Società soltanto. Nè il
sussidio è concesso per tutta la durata della malattia.Società soltanto
sussidiano la malattia fino al suo termine; ma nelle altre assai raramente il
sussidio va oltre i 180 giorni in un anno, e il numero maggiore si conta fra
quelle che non vanno oltre 120 giorni La misura del sussidio di malattia per mo
te Società (il 4-2 per 1001 rimane invariata per tutta la durata della
malattia, in molte altre (il 50.4 per 100) varia, sia aumentando dopo alquanti
giorni sia diminuendo. L’assicurazione obbligatoria contro gl infortuni del
lavoro tutela oggi in Italia una larga massa di operai, ma non H tutela tutti:
l’artigianato, la mano d’opera agricola, le industrie ohe non applicano
macchine, sono ancora oggi fuori il campo dell assicurazione obbligatoria. E’
confortante perciò osservare nell azione dei nostri sodalizi muralisti, in via
se pur vuoisi sussidiaria, un aiuto integratore pei casi di infortunio. Per
quanto concerne la invalidità temporanea il numero maggiore delle Società (823
su 965) considerano questa agli effetti-del sussidio come una malattia
ordinaria; le altre danno il sussidio in misura diversa. Piu scarso è il numero
delle Società che danno sussidio in caso d’invahdita permanente (542), e il
sussidio per alcune è determinato sia in un assegno una volta tanto, sia in
forma continuativa;- per altre, e sono il numero maggiore, il sussidio è
indeterminato, viene dato, cioè, secondo la entità e la disponibilità dei fondi
sociali. E ancora in minor numero sono le Società che danno sussidi in caso di
morte per fa,tto di infortunio sul lavoro (464 soltanto); e questi sussidi sono
in misura determinata sotto forma di assegni per una volta o continuativi o di
pensioni o di spese funerarie, o in misura indeterminata. Quantunque
riferentisi alle Società riconosciute soltanto, hanno valore, come indice
tecnico, i dati relativi ai casi di malattia sussidiati, ai soci sussidiati,
alle giornate di malattia sussidiate ed agli oneri finanziari che ne derivano
alla Società. Di questi dati ripor Per ogni Società, in media, sono sussidiati
45.1 soci all’ anno, per 52 6 casi di malattia e per 995.3 giornate di
malattia, con una spesa media di 1007.02. Su 100 soci si hanno 29.1 casi di
malattia, sussidiati e sono sussidiati 25 soci. Per ogni caso di malattia sono
sussidiate giornate 18.7; e per ogni socio esistente sono sussidiate giornate
5.52. Questa media può rappresentare l’indice di morbosità nei soci delia
Società di mutuo soccorso ed ha grande valore per il migliore ordinamento
tecnico di questi sodalizi, per una più razionale corrispondenza fra i mezzi di
cui dispongono e gli impegni che assumono con la promessa statutaria. La spesa
media pei sussidi di malattia, annualmente, risulta di lire 5.64 per ogni socio
esistente. Nell’ordine stesso del mutuo soccorso devono porsi i sussidi per
spese funerarie di soci defunti. Molte Società provvedono direttamente alle
spese funerarie, alcune concorrono con la famiglia alle spese stesse. Non sono
infrequenti poi i casi di Società che danno sussidi alle famiglie dei soci
morti sia una volta tanto sia in forma continuativa. Sono relativamente poche
le Società che concedono sussidi di puerperio e di baliatico (l’8.9 per 100).
Nè sono molte le Società che provvedono con sussidi ai soci disoccupati (il 6.5
per 5 100). Questi dati si riferiscono a tutte Società delle quali si occupa la
statistica recente. Carattere degno del maggiore studio delle nostre Società
muiualiste è di aver attinto alla forza delle loro organizzazioni per dar vita
ad istituzioni cooperative a vantaggio dei propri soci. Questa geniale
filiazione della cooperazione dal seno della previdenza mutualista fu rilevata
ed illustrata dal Mabilleau in occasione di uno studio che, per conto del Musee
Sociale di Parigi venne a fare in Italia delle nostre Istituzione di previdenza
assieme al Conte di Rocquigny ed al Rayneri (1). La statistica recente ne dà
una conferma luminosa. Nel quadro seguente è indicato il numero delle Società
di Mutuo Soccorso che esercitano funzioni cooperative. COMPARTIMENTI Prestiti
ai soci Magazzini di consumo Cooperative di lavoro Cooperative di credito
Piemonte. 174 281 2 Liguria 19 15 Lombardia 233 46 1 Veneto 161 32 Emilia. 182
23 1 Toscana. 92 58 1 Marche 128 24 1 Umbria. 72 18 Lazio 63 2 . Abruzzi. 82 5
Campania. 150 10 Puglie 1 • 57 7 1 Basilicata. 27 Calabria 47 14 Sicilia. 95 17
Sardegna 15 Regno . .1597 552 5 2 Nella maggior parte dei casi non si tratta di
istituzioni autonome fondate secondo le norme del codice di commercio, ma di
i-ami di attività della stessa Società di mutuo soccorso operante coi fondi di
questa. Le Casse di prestiti sono principalmente dirette al fine di produrre un
maggiore rendimento coi fondi sociali, e quindi si comprende come esse siano in
numero maggiore (il 24.9 per 100). I magazzini di consumo, che sul totale
rappresentano 8 6 per 100 delle Società esistenti, primeggiano nel Piemonte,
dove il 21.3 per 100 delle Società hanno annesso il magazzino di consumo, e
merita particolare mensione quello della Società Generale operaia di .Torino,
reso ancora più forte dalla alleanza con la Cooperativa di consumo dei
ferrovieri. La Prévoyance Sociale en Italie - Paris, Armand Colin et C.«
Editeurs Fra gli scopi accessori delle nostre Società mutualiste meritano poi
particolare mensione quelli diretti alla istruzione dei soci; le Società vi
contribuiscono mediante biblioteche, scuole serali o festive, scuole di disegno
o industriali, ó pure mediante I’ assegnazione di premi, la provvista dei libri
e così via. Altri scopi accessori sono il collocamento dei soci disoccupati^ ed
alcune Società hanno annessi veri e propri uffici di collocamento; il
conferimento di doti alle figlie dei soci; la costruzione di abitazioni
operaie; la concessione dei sussidi alle famiglie dei soci richiamati sotto le
armi. Nei riguardi della costruzione delle case operaie la legge del 1903 sulle
case popolari contempla in modo particolare le Società di mutuo soccorso, dando
ad esse facoltà di impiegare una parte dei loro fondi in costruzione di case
pei propri soci. La legge vuole soltanto che le Società, le quali questa
impresa intendono assumere, costituiscano una sezione speciale. E già sotto
l’impegno di quella legge parecchie Società hanno chiesto ed ottenuto 1’
autorizzazione di intraprendere la costruzione di case Operaie. Un nuovissimo
ufficio assunto delle nostre Società di mutuo soccorso è quello di promuovere
la iscrizione, collettiva o individuale, dei soci alla Cassa Nazionale di
providenza per la invalidità e la vecchiaia degli operai. Contiamo nel nostro
paese Società le quali assicurano pensioni di vecchiaia tecnicamente calcolate:
sono modelli del genere le due Società, maschile e femminile, di Cremona. E
sonovi Società le quali non pensioni ma sussidi di invalidità o di vecchiaia
promettono ai loro soci in misura e qualità corrispondenti ai fondi
disponibili. E siccome le Società che corrispondono pensioni o sussidi' di
vecchiaia ai soci hanno per tale servizio costituito un fondo speciale
alimentato da speciali contributi o da avanzi di bilancio, la legge
institutrice della Cassa Nazionale di previdenza consente’ a queste Società di
versare alla Cassa i fondi così raccolti e le future contribuzioni, inscrivendo
ad essa collettivamente i soci aventi diritto a pensione ed accorda a quei
soci, segnatamente i più anziani, qualche maggior favore. Quel precetto della
legge è provvido, contiene un germe che dovrebbe essere sviluppato, fecondato
da nuove e più larghe concessioni per condurre i sodalizi mutualisti a divenire
organi intermedi attivissimi fra l’operaio e la Cassa Nazionale, sull’esempio
di quanto con maravigliosi risultati viene praticandosi nel Belgio. Alcuni
credono che, per mantenere vivo lo spirito di fratellanza per aumentare gli
elementi che fanno fiorire e cementano la solidarietà mutualista, sia opportuno
conservare alle Società di mutuosoccorso il servizio di pensioni di vecchiaia,
di perfezionarlo. Ed altri persuasi che quei sodalizi non possono coi soli
contributi dei b^ C n t rni°HAi I ìr e i+ PenS10ni vec ?. hiaia sufficienti ai
più elementari vorrebbero che una parte delle risorse assicurate - e i ^ preTld
® nza 0 nu °ve risorse affluissero a quelle Società che intendono mstituire o
continuare un bene ordinato servizio di pensioni di vecchiaia. ordinato Io non
posso, senza venir meno alle mie convinzioni, manifestate già in pubbliche
conferenze, accogliere 1’ una tesi nè 1’ altra. Non occorrono lunghe
considerazioni per dimostrare condannevole la prima. In un paese in cui è sorto
un Istituto, il quale, con mezzi forniti dallo Stato, può assicurare pensioni
di vecchiaia in misura superiore a quella cui possono provvedere istituzioni o
sodalizi privati, si renderebbe un cattivo servizio ai lavoratori
consigliandoli a preferire la cassa pensioni della Società mutualista cui
appartengono. Nè si può ammettere che le inscrizioni dei soci di un gruppo
operaio alla Cassa Nazionale rallenti i vincoli della fratellanza e della
solidarietà. La Società, organo intermedio fra il socio e la Cassa Nazionale,
non affievolisce perciò i suoi rapporti coi soci, anzi li afforza, procurando
ad essi maggior vantaggio. E poi, come in tutti i fenomeni sociali ed
economici, vi sono virtù compensatoci che colmano le lacune e riconducono
rapidamente 1’ equilibrio per un momento turbato. La seconda tesi è pericolosa
per le conseguenze cui condurrebbe: il fatale spezzamento delle forze le quali
per dare il maggiore effetto utile devono convergere in un unico grande e
solido organismo, nel quale soltanto può giuocare, in tema di assicurazioni, la
legge così proficua dei grandi numeri. In un sistema d’assicurazione libera,
nel quale, pure come nella obbligatoria, devono nécessariamente concorrere i
tre elementi: lo Stato, il padrone, l’operaio, non si può ammettere che,
accanto all’Istituto nazionale, il quale può funzionare e divenire centro
potente di attrazione soltanto per la larghezza dei mezzi che gli si procurano,
vivano Istituti privati e diano gli stessi buoni risultati anche procurando ad
essi aiuti speciali e peggio ancora se questi vengono sottratti all’Istituto
Nazionale, L’esperimento dell’assicurazione libera non può farsi che all’ombra
di un grande Istituto verso il quale convergano le cure assidue dello Stato, la
simpatia delle classi dirigenti, la fiducia dei lavoratori. La legge operò
quindi saviamente quando volle associare alla grande opera dell’assicurazione
per la invalidità e la vecchiaia degli operai le forze, le iniziative dei
sodalizi mutualisti ; ed il legislatore farà ancora meglio se aumenterà gli
stimoli, con un ben congegnato sistema di premi, per la iscrizione dei soci
della Società di mutuo soccorso. Intanto sono salutari gl’incitamenti che
l’amministrazione del grande Istituto adopera presso le nostre Società
mutualiste, fu provvido il pensiero del Ministero di agricoltura, industria e
commercio, il quale, con R. Decreto 19 marzo 1905, bandì un concorso a premi in
danaro ed in medaglie d’oro e di argento da conferire a quelle Società di mutuo
soccorso che al 30 giugno del corrente anno dimostreranno di avere contribuito
efficacemente alla iscrizione dei propri soci alla Cassa Nazionale di
previdenza. Di queste buone iniziative già si raccolgono copiosi i primi
frutti. Sono molte le società che hanno inscritto collettivamente o procurato
le inscrizioni individuali dei loro soci. Si hanno notizie precise di 73
sodalizi a tutto il mese di febbraio scorso. Queste 73 Società hanno inscritto
alla Cassa Nazionale, 16,078 soci. Meritano particolare mensione: la Società di
m. s. della ditta Ginori, di Sesto Fiorentino che ha inscritto tutti i soci (587);
la Società Generale di m. s. per le operaie di Milano che ne ha inscritto 568;
la Società operaia di m. s. di Modena che ne ha inscritto 519; la Società di m.
s. di Molfetta. (Bari) che ne ha inscritto 512. 3.° La legislazione e la
giurisprudenza. Le Società di mutuo soccorso sono regolate in Italia dalla
legge 15 aprile 1886. Questa contempla però soltanto le Società Operaie. Il
legislatore temè che con le forme assai semplici per il riconoscimento
giuridico fissate nella legge, senza alcun controllo della potestà politica,
potessero rivivere, sotto la specie dell’ associazione mutualistica. le
soppresse corporazioni religiose e quindi volle che le Società composte di
operai soltanto potessero chiedere ed ottenere il riconoscimento giuridico con
il procedimento escogitato. La formula rigida della legge è stata però
largamente temperata dalla giurisprudenza; la quale ha ammesso che possa
considerarsi operaia una Società costituita in gran parte da operai. E così si
è potuto ammettere anche nelle Società operaie l’intervento di soci benemeriti,
di soci fondatori, che con largo concorso pecuniario esercitano il benefico
ufficio del patronato. Le Società di mutuo soccorso non composte di operai
possono ottenere il riconoscimento giuridico in base all’articolo 2 del codice
civile, come enti morali, e seguendo le norme che all’ uopo furono tracciate
dal Consiglio di Previdenza (1). Qui è opportuno rilevare che la giurisprudenza
ha riconosciuto nelle Società di mutuo soccorso i caratteri dell’ ente morale.
E quindi non ammette che in caso di scioglimento, il patrimonio sociale possa
essere distribuito fra i soci superstiti,jjma debba essere devoluto a scopi
afllni o in opere di beneficenza, e vuole che le Società di mutuo soccorso
nello acquisto di immobili, nell’accettazione di doni o di legati siano
autorizzate con decreto Reale, ai termini della legge del 1850 che contempla
appunto enti morali. a uà, ^aucenena aei j naie Civile, depositando copia
autentica dell’atto costitutivo e statuto. statuto. Le condizioni che la legge
vuole adempiute sono soltanto le seguenti : 1. Le Società devono proporsi tutti
o alcuni dei fini seguenti: assicurar ai soci un sussidio nei casi di malattia,
di impotenza al lavorò o di vecchiaia ; venir in aiuto alle famiglie dei soci defunti.
Possono inoltre; cooperare all’ educazione dei soci e delle loro famiglie ;
dare aiuto ai sòci per l’acquisto degli attrezzi del loro mestiere ; esercitare
altri uffici propri delle istituzioni di previdenza economica. 2. Gli statuti
delle Società devono determinare espressamente; la sede dèlia Società; i Ani
pei quali è costituita ; le condizioni, la modalità d’ammissione e di
eliminazione dei soci; i doveri che i soci contraggono e i diritti che ne
acquistano ; le norme e le cautele per l’impiego e la conservazione del
patrimonio sociale ; la disciplina alla cui osservanza è condizionata la
validità delle assemblee generali, delle elezioni e delle deliberazioni; la
costituzione della rappresentanza della Società in giudizio e fuori; le
particolari cautele con cui possono essere deliberati, lo scioglimento, la
proroga della Società e le modificazioni degli sta-, tuti, sempre che le
medesime non. siano contrarie alle disposizioni della legge. La concessione
della personalità giuridica alla Società di mutuo soccorso è quindi secondo la
legge del 1886, subordinata soltanto all’ esame estrinsero dell’adempimento
delle condizioni dianzi indicate. Non si chiede come ne fn manifestato il
proposito in alcuni disegni, di legge presentati prima che si giungesse alla
legge del 1886, la dimostrazione tecnica della corrispondenza fra contributi e
sussidi, non si impone l’impiego dei fondi sociali in determinate specie di
investimenti. Deve però avvertirsi che la legge parla di sussidi e dalla
discussione parlamentare risulta che si volle escludere pensatamente la parola
pensioni, implicando un regolare servizio di pensioni necessariamente la
dimostrazione di un ordinamento tecnico adatto allo scopo. Nè si può dire che
la facoltà di corrispondere pensioni possa vedersi compresa nella formula della
legge : « esercitare altri uffici propri delle istituzioni di previdenza
economica ». Si tratta di una funzione che ha speciale importanza che non può
essere esercitata senza un ordinamento tecnico preciso, che implica impegni a
lunga scadenza e non si può in modo assoluto ammettere, tenuto conto anche
della discussione parlamentare, che il legislatore abbia voluto concedere di
straforo l’esercizio di una . così importante funzione. B la giurisprudenza ha
confermato il pensiero del legislatore ammettendo che occorra una speciale
concessione governativa per' esercitare il ramo pensióni di vecchiaia o di
invalidità; concessione subordinata alla dimostrazione di un ordinamento
tecnico che dia sicurezza per il mantenimento degli impegni assunti (1). Nelle
norme preparate dal Consiglio della Prev^nza per a concessione della
personalità giuridica mediante deci eto .R®* 1 ® a “® Società di mutuo soccorso
non operaie, si chiede qualche cosa di più di quello che la legge del 1886
chiede alle Società operaie. Può sembrare a una prima impressione, che ciò
costituisce una c0I1 ^ 10ne meno favorevole alle Società che non possono
ottenere i 1 1 conoscimento giuridico altrimenti che con un atto del potere
esecutivo. Ma ove si consideri che si tratta di Società fra persone che hanno
qualche maggiore coltura, non sembrerà eccessivo chiedere ad esse una più
razionale discriminazione negli scopi, qualche maggiore dettaglio negli
Statuti. E nello stabilire quelle nome il Consiglio della Previdenza si è anche
proposto l’obbiettivo d additarle ad esempio alle Società operaie. La legge
chiede il minimo, e non può quinci escludere che si faccia di più e meglio. I
vantaggi che la legge del 1886 consente alle Società di mutuo soccorso
riconosciute sono i seguenti: esenzione dalle tasse di bollo e registro,
conferita alla Società cooperative dell’articolo 228 del codice di commercio;
esenzione dalla tassa sulle assicurazioni e dall' imposta di ricchezza mobile,
come all’ articolo 8 della legge 24 agosto 1877, numero 4021; parificazione
alle Opere pie per il gratuito patrocinio, per la esecuzione dalle tasse di
bollo e registro e perla misura dell’imposta di successione o di trasmissione
per atti ira soci ; esenzione da sequestro e pignoramento dei sussidi dovuti dalle
Società ai soci. Gli obblighi delle Società registrate, come anche di quelle
riconosciute con decreto Reale, si riassumono nell’invio del proprio Statuto al
Ministero di agricoltura, industria e commercio e nelle comunicazioni allo
stesso Ministero dei rendiconti annuali i quali sono compilati sopra moduli dal
Ministero stesso forniti gratuitamente. Il Ministero esamina i rendiconti
annuali e spesso dà buoni consigli per la migliore gestione del patrimonio
sociale, mettendo in guardia il sodalizio contro la tendenza di spese
suutuarie, per un più cauto impiego dei fondi disponibili. Nessun altra
ingerenza il Ministero esercita nelle Società registrate, nè esercita ufficio
di vigilanza sovra di esse, non potendo sottoporle ad ispezioni, scioglierne le
amministrazioni, nominare Commissari Regi. Nè la legge del 1886 nè altre leggi,
oltre i vantaggi di ordine fiscale, conferiscono alle Società di mutuo soccorso
aiuti diretti o inni Il Consiglio di Previdenza non espresse divei del 1897,
cosi concepita « Le Società di mutuo so< lità giuridica ai termini della
legge del 15 aprile - -.-e pensioni, ossia rendite vitalizie jn^misuraJìssa e
prestabi i una nota al modello di statuto spirano ad ottenere la personas
possono proporsi di assi diretti dello Stato. I nostri sodalizi mutualisti
vivono esclusivamente, o quasi, eccettuate le non frequenti obblazioni dei
benefattori, attingendo le proprie forze alle contribuzioni dei soci. E ciò, a
mio giudizio, costituisce il loro miglior vanto. Occorre però tener conto degli
aiuti di carattere non continuativo e straordinario che vengono ad esse nei
concorsi a premio e da sussidi speciali conferiti dal Ministero di agricoltura,
industria e commercio. Nel campo dei concorsi a premio meritano particolare
mensione quelli che una volta con alquanta frequenza indiceva la Cassa di
Risparmio di Milano fra le Società di mutuo soccorso meglio ordinate. Nel 1882
fu bandito un concorso a premio, di lire 3000 (1500 offerte dal comm Besso e
1500 date dal Ministero) per il miglior ordinamento delle Società di mutuo
soccorso; enei 1901 ne fu indetto un’altro dal Ministero con un premio di mille
lire, due di cinquecento e con medaglie di argento o di bronzo a quelle Società
operaie di M. S. che avessero meglio provveduto ad organizzare e garantire un
servizio di rendite Vitalizie ai soci nei casi di inabilità al lavoro o di
vecchiaia, sia direttamente con apposito fondo sociale, sia mediante
l’inscrizione dei soci alla Cassa Nazionale di previdenza. Ho rammentato più
sopra il concorso a premi del 1905. Incoraggiamenti morali vengono dal Governo
alle Società di mutuo soccorso, mediante concessione di medaglie di
benemerenza. Nella occasione della Esposizione Generale di Torino del 1882, il
Ministero istituì premi consistenti di quattro medaglie d’oro di prima Classe,
cinque di seconda e 12 medaglie di argento da conferirsi a quelle Società
Operaie che avessero dato prova di miglior ordinamento e di più lunga esistenza
con risultati efficaci, giovando anche con le scuole e con le biblioteche alla istruzione
degli operai. E frequensemente il Ministero concede medaglie di Benemerenza ai
sodalizi operai che hanno dato prova per lunga serie di anni di buon
ordinamento e di costante devozione ai principii della mutualità. Nè sono
infrequenti i sussidi in denaro, non molto larghi data la parità dal fondo
all’uopo stanziato, che il Ministero dà alle Società operaie che più si
addimostrano bisognose di aiuti. A. Lo stato attuale. La recente statistica
sulle Società di mutuo soccorso, elaborate dell’ Ispettorato generale del
credito della previdenza, registra la esistenza in Italia al 31 dicembre 1904
di 6535 Società delle quali riconosciute 1548 non riconosciute 4987 Abbiamo
veduto più innanzi che la statistica del 1892 denunziava al 31 dicembre di
quell’ànno la esistenza di 6722 Società di mutuo soccorso; e quindi nel
decennio, in luogo di riscontrare un incremento, come erasi verificata, e
notevole, dal 1885 al 1894, si constata uua diminuzione di 187 Società, e cioè,
in cifra media, del 2 - 8 per cento. La diminuzione più notevole si osserva
nell’Italia meridionale e nell’insulare ed in parte della centrale; si giunge
sino al 48. 1 per cent© nelle Puglie. Ma per compenso si ha un aumento nell’
Italia settentrionale e nel rimanente della centrale; aumento che riuscì
notevole nel Veneto col 24.2 per cento e nella Lombardia col .15.0 per cento.
Abbiamo detto più innanzi che la diffusione delle Società di mutuo soccorso,
assai lenta nella prima metà del secolo decimonono, andò accentuandosi dopo la
unificazione del Regno, e riportammo, a dimostrazione, le cifre delle
statistiche del 1885 e del 1894. La dimostrazione riesce più evidente
classificando il numero delle Società per anno di fondazione. Dai numeri
assoluti si traggono le medie seguenti su 100 Società esistenti al 31 dicembre
1904: Società fondate prima del 18*0 % . 1.0 dal 1850 al 1859 2.7 dal 1860 al
1869 10 . 3 dal 1870 al 1879 19 . 2 dal 1880 al 1884 18 . 9 » » dal 1885 al
1889 14 . 5 dal 1890 al 1894 12 . 6 dal 1896 al 1899 8.7 dal 1900 al 1904 12 . 1
Il decennio più fecondo è stato quello dal 1880 al 1889, con una inedia di 33
4: vien dopo il decennio 1890-99 con 21.3; e terzo il decennio 1870-79 con 19
2. Ma l'incremento più rapido si determina appunto dal 1860 in poi. Esaminando
le cifre afferenti ai vari compartimenti è da notare che, mentre nell’Italia
settentrionale e centrale è piccolo il numero delle Società instituite negli
ultimi anni, questo numero è notevole nell’Italia meridionale ed insulare. E
siccome in queste regioni si riscontra pure la maggior diminuzione delle
Società nel periodo 18951904, si deve concludere che in esse le Società hanno
vita più breve. Tale ipotesi trova conferma nelle cifre seguenti: Su 100
Società esistenti al 31 dicembre 1891, numero di quelle sciolte nel decennio:
Piemonte Liguria Lombardia Veneto Emilia. Toscana Marche Umbria Abruzzi
Campania Puglie. Basilicata Calabria Sicilia . Sardegna Regno 25 . 2 L’indice
più alto di diminuzioni lo danno le Puglie; seguono la Basilicata, la Calabria,
la Campania, la Sardegna. ° Delle 6,535 Società esistenti al 31 dicembre 1904
sono composte di soli uomini . di sole donne di uomini e donne se ne ignora la
composizione . 5,078 252 1,017 189 Le Società esistenti al 31 dicembre 1904,
abbiamo veduto, sono 1548. Di queste 42 soltanto sono riconosciute con decreto
Reale e 1506 con provvedimento del Tribunale, ai sensi della legge 15 aprile
1886. Al 31 dicembre 1894 le Società riconosciute erano 1156; vi fu quindi nel
decennio un aumento di 392 ed in media del 33. 6 per %• L’aumento fu più
sensibile nell’Italia meridionale. Su 100 Società esistenti, si contano 23.7
Società riconosciute. Quando si consideri che la legge del 1886 è
sufficientemente liberale, non impone vincoli e formalità costose, lascia ai
sodalizi la maggiore libertà di azione nello esplicamento dei fini che si
propongono, sullo impiego dei fondi, non le asservisce ad alcuna vigilanza
governativa, male si spiega il lento incremento delle Società riconosciute e il
loro scarso numero rispetto alla massa. Forse deve rintracciarsi la ragione del
fatto in pregiudizi non ancora rimossi dall’animo dei nostri lavoratori, nella
imperfetta conoscenza dei benefizi che la personalità giuridica reca,
indipendentemente da quelli d’ordine finanziario conferiti dalla legge. Non
vogliamo ammettere che influiscano anche tendenze che esulano dal campo della
mutualità, del fratellevole aiuto. Queste tendenze trovano più conveniente
esplicazione in altre forme di organizzazioni, che in ben ordinato reggimento
politico hanno diritto di cittadinanza per la legittima difesa di interessi
professionali e per la protezione del lavoro. Il,numero dei soci aggregati alle
Società di mutuo soccorso, secondo le statistiche alle tre date, risulta nelle
cifre seguenti: nel 1885 730,475 nel 1894 - 933,685 nel 1904 926,026 Siccome
però non tutte le Società diedero sulle tre indagini le indicazioni del numero
dei soci, assumendo, per la integrazione, il criterio della media dei soci per
ciascuna Società, si avrebbero le cifre seguenti : nel 1885 — 760,085 nel 1894
— 956,328 nel 1904 — 953,455 La media dei soci per ogni Società nel 1885
risulta di 153.2, nel 1894 di 142 . 3, nel 1904 di 145 . 9. Il numero dei soci
è aumentato in tutti i compartimenti dell’Italia settentrionale, escluso il
Piemonte: è aumentato anche nell’Emilia, nella Toscana, nell'Umbria e nella
Sicilia; ed è diminuito in tutti gli altri compartimenti. Nel periodo 1895-1904
il numero medio dei soci è aumentato in Liguria, Emilia, Campania, Sicilia e
Sardegna, si è mantenuto eguale in Lombardia ed è diminuito negli altri
compartimenti. Sopra 100 Società esistenti al 31 dicembre 1904, la diversa
composizione numerica di esse è indicata dalle cifre seguenti: Sino a 99 soci .
— 53 . 6 Con soci da » » da » » da » » da » » da » » da b b da 1000 a 1500 — 0
. 5 b b oltre . 1500 0.3 100 a 199 — 27 . 6 200 a 299 27 . 3 300 a 399 4.5 400
a 499 2.3 500 a 699 1.2 700 a 899 0.8 In complesso, in tutti i compartimenti,
esclusa 1’ Emilia ove se ne ha il 43 . 2 per 100 e la Lombardia ove se ne ha il
46 . 0 per 100, più della metà delle Società conta meno di 100 soci; ed in
generale un quarto circa delle Società conta un numero di soci da 100 a 200. La
statistica del 1904 discrimina anche i soci secondo i sessi. Dei 926,026, soci,
849,418 sono uomini, 76,608 sono donne. Sul movimento economico dqlle Società
di mutuo soccorso si possono fare raffronti con la statistica del 1885; quella
del 1895 non contiene alcuna notizia sul patrimonio sociale. Ecco i dati
riferentisi alle due date: Entrata. Spese . Patrimonio L. 7. L. 14,632.425
.404.205 » 11.790.028 1.200.840 » 72.395.544 Il patrimonio medio per ciascuna
Società, che nel 1885 era di L. 9.147,97, nel 1904 ammonta a L. 12.-017,85.
Volendo integrare le cifre per le Società, che nei due tempi non diedero la
indicazione del patrimonio sociale, assumendo come criterio il patrimonio
medio, si avrebbero le cifre seguenti: Con lo stesso metodo si possono
integrare le cifre afferenti alle entrate ed alle spese. Secondo tali
risultati,!che non si possono discostare molto dalla ventarsi ha nel 1904 in
confronto al 1885 un aumento di L. 4.919.727 nelle entrate, di L; 5.089.469
nelle spese; e di L 33.748 218 sul patrimonio, nella misura cioè del 75 . 13
per 100. t 9 o^? trata media .nell’ anno per ciascuna Società risulta di L. 2,342,43,
con un mimmo di L. 861,63 per le Società degli Abruzzi e con un massimo di L.
3833,27 per le Società della provincia di Roma. La media delle entrate per
ciascun socio è di L. 16 con un Lombardia L ’ 8 ’ 3 ° Pei> la Calabria e un
massimo di L. 18,92 per la „ n +S„ el ^ m . e ^ Ì prÌ - nc y? a À i .’ di cui
si compongono le entrate sono tre: “SJ on ? dl ® oc ì effettivi, contribuzioni
di soci non effettivi, donazioni ed altro (patronato), altre entrate. Sopra
ogni cento lire di entrate nel 1904,1 tre elementi davano le cifre seguenti:
Contribuzioni di soci effettivi .... 68 80 Contributi di soci non effettivi,
donazioni, ecc 7 28 Altre entrate . . y . . . 29 * 47 Il cfflpite inabor 6 di
entrata è dovuto, come abbiamo già notato, alle contribuzioni dei soci
effettivi. E la proporzione diventa maggiore quando si consideri che le altre
entrate slno in malsima dei fondi impiegati, i quali alla loro volta derivano
dalle contribuzioni dei soci. La media delle entrate 1eT3 V 9 ate 5 8 da nn
^urioni dei Soci effettivi Varia da^ SSmo Liguria 58 P °° m Basillcata ad un
mas simo dall’82 per 100 in Si hanno notizie più particolareggiate sulle
entrate delle Società riconosciute ; ma queste, desunte dai loro rendiconti, si
riferiscono al 1903. Le percentuali di queste entrate sono le seguenti: Redditi
patrimoniali Contribuzioni di soci Introiti lordi Redditi straordinari Rendita
di beni immobili ... 1. 69 ( Interessi attivi.17. 13 (effettivi.38.60 ^ non
effettivi.0. 99 l di Magazzini di consumo 27. 58 1 di aziende sociali.6.85
.7.16 Anche per queste Società, nella media generale del Regno, il maggiore
delle entrate deriva dalle contribuzioni dei soci effettivi, esclusi però il
Piemonte, la Toscana e la Calabria ove proviene dagli introiti dei magazzini
cooperativi, e la Sicilia ove la maggior parte delle entrate sono dovute alla
assunzione da parte di due Società di Palermo, quella fra la gente di mare e
l’altra dei capitani marittimi, di appalti di carico e scarico di merci. In
Lombardia le contribuzioni dei soci effettivi eguagliano quasi i redditi
patrimoniali; ivi infatti sono le Società più antiche e con patrimonio più
rilevante. Le contribuzioni dei soci non effettivi variano dal 2. per 109
nell’Umbria, al 0. 5 per 100 nelle Puglie, perchè appunto nelle Società di questa
regione è minimo il numero dei soci non effettivi. La spesa media per ciascuna
Società nel 1904 risulta di L. 1902,84 e per socio di lire 13. Nelle medie per
Società della spesa si va da un minimo di lire 679,30 per le Soc età degli
Abruzzi ad un massimo di lire 2925.51 per quelle della provincia di Roma; il
minimo ed il massimo delle spese si riscontrano quindi nelle stesse regioni
nelle quali si hanno il minimo ed il massimo delle entrate. La spesa per
ciascun socio oscilla fra un minimo di lire 6-,67 negli Abruzzi e un massimo di
lire 16,51 in Liguria. Nello insieme delle Società non è riuscita possibile una
minuta discriminazione delle spese: si è dovuto star paghi alle due grandi
divisioni: spese per sussidi, altre spese. Nel 1904, rispettivamente ad ogni
100 lire di entrata, si hanno per il Regno le cifre seguenti: spese per
sussidi.51.4 altre spese.29.7 Le spese superarono le entrate dell’1.8 per 100
soltanto in Liguria: nelle altre regioni le spese furono inferiori alle
entrate. Nelle Società della Basilicata, della Calabria, della Sicilia la
proporzione delle altre spese alle entrate è superiore a quella delle spese per
sussidi ai soci e alle loro famiglie, indizio di non buono e parsimonioso
ordinamento amministrativo ; nel resto del Regno la parte maggiore delle spese
fu assorbita dai sussidi ai soci e alle loro famiglie. Come per le entrate così
per le spese si hanno più minuti ragguagli nelle spese delle Società
riconosciute, erogate durante l’anno 1903. Nelle cifre seguenti si dà la
ripartizione di 100 lire di spesa Spese di malattia j f^^se '. ! : Sussidi di
cronicità ed impotenza al lavoro Sussidi di vecchiaia. Soci defunti Altri
sussidi l Onoranze funebri Sussidi alle famiglie 19,45 3.01 4,40 10 87 0.75
2.62 1.34 03 ( Magazzini di consumo . < Altre aziende sociali . ’S g ( Altre
spese. Spese di amministrazione Spese straordinarie. . . Le spese per sussidi
assorbono il 42.44 per cento del totale delle spese e vanno da un minimo del
14.21 per cento in Sicilia ad un massimo del 69.57 per cento nell’ Umbria. In
tutte le regioni, esclusa la Lombardia, si nota che la maggior parte delle
spese per sussidi va nei sussidi di malattie, col massimo del 50 per cento
nell’Umbria. In Lombardia invece hanno prevalenza i sussidi di vecchiaia. Le
spese pei magazzini di consumo sono rilevanti nel Piemonte (56.02 per cento),
nella Toscana (43.51 per cento), in Calabria (39.97 per cento). Le spese di
amministrazione variano dall’ 8.02 per cento in Piemonte, al 33.47 in
Basilicata. . 28.78 . 7.05 . 2.6S . 13.14 . 5.91 La sostanza patrimoniale delle
Società al 31 dicembre 1902 che come abbiamo veduto, è di lire 72.395.544.
ragguagliata per Società e per soci e distinta fra Società registrate e Società
non registrate, dà le cifre seguenti: patrimonio medio. per ciascuna Società
Società riconosciuta 24.267,00 Società non riconosciuta 7.887,67 Riconosciute e
non riconosciute 12.017,85 per ciascun Sòcio 123.32 60,16 82,50 È più alta la
media nelle Società riconosciute; e ciò non dimostra che il riconoscimento
giuridico sia stato per quei Sodalizi elemento di singolare prosperità, ma che
i sodalizi più forti meglio dotati e quindi più evoluti hanno sentito e voluto
tutti i vantaggi della personalità giuridica. Dalla media generale del
patrimonio per Società si discostano, nel massimo la Lombardia con lire
20.655,70, nel minimo la Calabria con lire 4 391,09; gli stessi scarti si
riscontrano nella media del patrimonio per socio : 122.97 in Lombardia, 40.15
in Calabria. Si hanno i dati della composizione del patrimonio soltanto per le
Società riconosciute, e si riferiscono al 31 dicembre 1903. A quella data il
patrimonio delle Società riconosciute ammontava a lire 35.976.981 ed era cosi
composto. Beni stabili L. 3.580.079 10,0 Titoli pubblici e privati 15.239,047
42,6 Mutui e depositi a risparmio . « 14.648 374 40.7 Altre attività.»
2.50S.461 6,9 La misura massima di impieghi in immobili è nelle Società delle
Calabrie ove si ha il 33.5 per cento, il minimo si riscontra in quelle della
Campania col 2.5 per cento. Negli investimenti in titoli pubblici e privati il
massimo è nella provincia romana col 70.3 per cento. Nelle Marche invece si ha
il massimo in mutui e depositi a risparmio con 1’ 81.9 per cento ; la Liguria
presenta invece in questi impieghi il minimo col 13.8 per cento. Hanno speciale
importanza le cifre che discriminano le Società di mutuo soccorso secondo la
entità del patrimonio da esse posseduto. Riferiamo qui le cifre assolute e
proporzionali del numero delle Società per entità patrimoniale, al 31 dicembre
1904. Numero delle Società che hanno un patrimonio: Da L. 0 a 999 Cifre
assolute 1.517 Su 100 Società 23.6 11 1000 a 4999 2.117 35,3 » 5000 a 9999 9S9
16.5 n 10.000 a 49.999 1.239 20.6 n 50.000 a 99.999 156 2.6 n 100.000 a 249.999
60 1.0 ii 250.000 a 49.1,999 12 0.2 n 500.000 a 1.000.000 5 0.1 Oltre un
milione 4 tu Senza indicazione del patrimonio 535 Di 5999 Società che hanno
comunicato 1’ ammontare del loro patrimonio, solo 81, delle quali 54
riconosciute, hanno un patrimonio superiore a lire 100,000 ossia circa 1' 1.10
per cento. 11 23.6 per cento delle Società ha un patrimonio inferiore a lire
1000; il 35 3 per cento un patrimonio da lire 1000 a 5000, il 16.5 per cento un
patrimonio da lire 5.000 a 10.0000 ; il 20.6 per cento un patrimonio da lire
10.000 a lire 50 000 e il 2.6 per cento un patrimonio da lire 50.000 a 100.000.
Le federazioni. Nelle norme preparate dal Consiglio di Previdenza per il
riconoscimento giuridico delle Società composte di non operai è ammessa la
costituzione di consorzi fra Società riconosciute per formare un fondo di
riserva consorziale, per assumere impiegati comuni, per stipulare contratti con
medici e farmacie, per mettere in comune alcuni servizi, o anche alcune
assicurazioni. Si può stringere anche un accordo fra Società non tutte legalmente
riconosciute per esercitare un controllo sui soci sussidiati o per regolare il
passaggio dall’uno all’ altro sodalizio di quei soci che cambiano resiTa legge
francese del 1898 sulle Società mutualiste consente la costituzione di unioni
fra le Società, conservando ciascuna la propria autonomia, aventi per oggetto
principalmente : l’organizzazione a favore dei membri effettivi delle cure e
dei soccorsi indicati nella legge e specialmente la instituzione di farmacie
nelle condizioni stabilite dalle leggi speciali sulla materia ; l’ammissione
dei membri effettivi che abbiano cambiato residenza; il regolamento delle
pensioni di vecchiaia; 1’ organizzazione di assicurazione mutua pei rischi
diversi a cui le Società debbano provvedere, specialmente la fondazione di
Casse di pensioni e di assicurazioni comuni a più Società per le operazioni a
lunga scadenza e le malattie di lunga durata; il servizio del collocamento
gratuito. La statistica ufficiale non registra la esistenza in Italia di
Consorzi o d Unioni costituiti per gli scopi predetti, che hanno alquanta
analogia eon quelli indicati nelle norme. In recenti Congressi regionali di
Società di mutuo soccorso fu deliberata la costituzione di unioni regionali, ma
ancora non possiamo dire se furono costituite e per quali scopi. Nel primo
Congresso nazionale delle Società di mutuo soccorso tenuto a Milano il 29
giugno 1900 fu deliberato «d'organizzare fra m loro tutte le Società operaie di
mutuo soccorso in federazione nazionale, salvo studiare il modo di organizzarle
razionalmente, con a nomma di una Commissione esecutiva provvisoria », fissando
intanto a Hi n^ ta 1 o annUa dl, pre,. 5 per le Societ à aventi non più di 100
soci t pe f <3 £ e i e dl - un numero superiore; e «di indire un mprf Ha]
lavnnn Fede n azl one delle Società operaie, quelle delle CaLa fnlliìl! 6 ?r e
Ì Ie delle Cooperative per un’intesa comune ». con?t^ a aduna " za deI 5
settembre dello stesso anno 1900, Essa G ha S «Tintento F ri? e n aZ10D H SOn °
P reyaIen temente d'indole morale. Società federate ed?,?^ ed - ere . alla
tutela de ^ interessi delle nomico delle classi i a JÌ,!f + lb - U ^ re a
miglioramento morale ed ecoraS ungeretei intenti ^ per mezzo delIa Previdenza
». Per aggiungere p ento la Federazione si propone in modo speciale: previdenza
e cooperazionp A n< ?I 6 i ment + ) d '^ istituti di mutualità, di Sano
effettì^SX*teoon P«r Chè ris S°" fare opera di solidarietà con tutte le
li“,QM . de ! lavoratori; e,SC ° P0 .iirftr 1 " t‘la<i'asse
lavoratrice; “ P6r slazione che valga a svfiunnare^Am 6 dÌ U ° . si,f tema
completo di legia tutelare le ragioni deMavoro “ p pi . u 1 . bene . fiz i
dell’associazione, sulle classi lavoratrici; 6 ad alIeviare i tributi che
gravano nella m^deUo^ ifm^ 00Ì ^ Società federate, intervenendo mediante pubblicazionrco^fere^ze
0 ÒQWe CÌ * ZÌOn - e 6 di P revid enza, meZ SelK^ UÌ Ia C ° n tUttÌ 1 mutuo
soccorso rTcoifosS^e Sf parte tutte le Soc ietà italiane di siano inspirate
ai5? f a „ 08,? ute 0 di fatto - P^chè videnza. P p l0 ndamentali della
mutualità e della pre di iirc 5 se hanno^^numero^i^ff 1 - 6 UDa quota annua
anticipata: se hanno da 100 a 500 soci di k p ® non superiore a 100; di lire 10
ài lire 20 se hanno più di ìooo^om' 1 86 hann0 da 500 a 1000 soci ’ 6 «5dfott
federa a e hano diritt0: consigli ed aiuti morali^ ^ oinn: n ss mne esecutiva
in ogni circostanza teresse generale- 1 " 81 d<J1 seryizl che la
Federazione stabilirà nell’in àana, monitore della 6 P^derazton^^d^ giorna l e
La Cooperazione ItaCongresso; ^aerazione, ed una copia degli atti di ogni « d)
di ottenere gratuitamente consulti legali e pareri di indole amministrativa; «
e) di valersi del giornale La Cooperazione Italiana per trattare quelle
questioni che si riferiscono agli interessi della mutualità e della previdenza.
Gli organi della Federazione sono: il Congresso delle Società federate; il
Consiglio Generale composto di 50 consiglieri eletti dal Congresso fra i soci
delle Società federate; la Commissione esecutiva composta di nove membri scelti
fra i soci delle Società federate e residenti in Milano; i Comitati regionali,
secondo le circoscrizioni stabilite dalla Commissione esecutiva; il Collegio
dei Sindaci composto di tre sindaci effettivi e due supplenti, nominati dal
Congresso fra i soci delle Società federate residenti in Milano; le Commissioni
di consulenza, di statistica, di propaganda, ecc. quando ne fosse reclamata la
costituzione. La Federazione ha organizzato tre Congressi nazionali: quello di
Milano nel 1900; quello di Reggio Emilia nel 1901; quello di Firenze nel 1904.
Le Società federate sono andate crescendo nei cinque anni 1901-1905 nella
proporzione seguente: 1901 548 1902 573 1903 720 1904 733 1905 745 In un
Congresso internazionale e nel chiudere questa relazione la quale dimostra
quale sia la condizione delle organizzazioni mutualiste in Italia, io non credo
che si possano presentare, come epilogo dei fatti osservati, voti e proposte
che abbiano riferimento alle particolari condizioni delle nostre Mutue ed al
loro avvenire. Credo soltanto possibile esprimere un voto il quale ha
necessario legame con la proposta costituzione di una Federazione
internazionale della mutualità, che sarà vanto di questo III Congresso, poiché,
a mio giudizio, una Federazione internazionale deve trovare il suo principale
fondamento nelle organizzazioni federative nazionali. Ed il voto è il seguente:
Che si promuova in Italia la costituzione di Federazioni od Unioni regionali di
mutuo soccorso, le quali si propongano i fini additati dalle Norme e meglio
specificati dalla legge francese, in quanto siano applicabili alle particolari
condizioni e funzioni delle nostre Società ; Che le Federazioni regionali
facciano capo ad una Federazione Nazionale, la quale, pure esplicando l’azione
d’indole morale che è nel programma dell’attuale Federazione, compia anche
alcuni uffici propri delle federazioni regionali, specialmente quello di
sovvenire i soci dei sodalizi aggregati alle regionali, i quali, per ragioni di
lavoro o per altre ragioni, si trovino fuori del territorio nel quale la
Federazione regionale esplica la sua azione. Uo spirito cooperativo. Se il
tracollare di tante impresa o società sorrette da grossi capitali aggiunge
nuove pa^ne ai volume delle nostre afflizioni, è bello invece vedere per virtù
popolana sorreggersi liberi e sicuri nel loro corso anche in Italia i sodalizii
dèlia previdenza e* del mutuo soccorso. Animati nelle loro operazioni dal
sentimento della pietà, e non mossi da studio di soverchio guadagno, finiscono
col raccogliere anche la ricchezza, come premio della loro virtù e col dare
un'alta pro\a di quella verità che gli affari più cauti ed onesti sono sempre
in (in dei conti i più lucrosi. Così queste società nuove di operai e di
piccoli indaslriali, svincolale dai vecchi rancori, amiche deirordiiie e della
liherlA, v:inno sempre meglio disegnando ed aiiargaiido i contorni dell'
azione, c creando una buona Speranza per l'avvenire della nostra patria. Fatta
Tltalìa, è d'uopo per fare gP italiani che alle vecchie e cascanti passioni di
un popolo per secoli torpido e povero, sì sostituisca la fede energica nel
lavoro e neir associazione. Occorrono a ciò quelle tempre d^ uomini gagliardi
ai quali nulla di onesto e di utile pare impossibile, e che nel meditare al
proprio, tornaconto non dimenticano quello degli altri. Occorre che in tutte le
citlà^ d'Italia sorgano e iiros|u'rino gli spirili benevoli, i quali sappiano
inlendere l' iiulirizzo del nostro secolo, e prodighino le opere buono a quello
stesso modo, e sto per dire, con quella spensieratezza, colla quale i più le
stemperano nella cascafigine e nelT ozio. E queste qualità cominciano appunto a
ravvivarsi nei gruppi de' nostri cooperatori, le quali, mef^lio di tanti
discorsi accademici che entrano ed escono dalle orecchie 0 di certi volumi di
economia politica, senza lettori, valgono a provare colla evidenza dei fatti,
che la maggiore delle industrie è l'onestà dei costumi, e che il lavoro e r
associazione non accrescono soltanto la nostra fortuna materiale, ma ben di
più» il patrimonio dei nostri affetti e delle virtù nostre. Di fronte al
movimento d'associazione che si estende da tutte le parti, è. necessario
stabilire i cardini su cui s' aggiri ben definito l' oggetto e lo scopo dell'
associazione. Fino ad oggi te società di commercio e dMndostrla avevano per
unica mira il guadagno di coloro che le dirigevano. Questo guadagno talvolta
eccessivo, aveva per motore l'egoismo, c per mezzi i tranelli, la speculazione
e r aggiolag!2Ìo. E pur troppo mezzi così odiosi hanno fatto colossali e
scandalose fortune con desolazione c rovina di una falange di creduloni e di
delusi. Le società cooperative hanno invece per ragione la fraternità, per
principio l'eguaglianza, per mezzi l'onore, la probità e il lavoro dei
cooperatori associati ; e per ìscopo r emancipazipoe di tutti ; la cooperazione
dà aispiaiTo d' associazione. r uomo il mezzo di amministrare e di gestire da
sè stesso ciò che gli appartiene, ed a ciascun cooperatore accorda la facoltà
di aver parte air amministrazione delle cose comuni. Còsi la cooperazione
sorretta dall' intelligenza, vi* vificata dair amor fraterno, rivela air uomo T
arcano della sua forza e della sua potenza. Ma peicliè giunga agli sperati e
(Te ili senza deviare dai principii che sono fondamenlo di ogni rigenerazione
sociale, si addomanda ai cooperatori vigilanza attiva e studiosa, saggezza,
aniiegazione e virtù; nè, per evitare gli scogli contro cui ruppero tanti,
cessino di tenersi in guardia contro i funesti allctlamenli, i desiderii
ambiziosi, le passioni egoistiche e gelose. Bando sopratutto ai sistemi esclusivi!
essi contengono i germi di discordia e di dissoluzione che bisogna sradicare
dalla loro prima comj)arsa. Quanto allo socielà cooperative formate lìnora in
Italia, mentre dobbiamo conoscere la devozione, il disinteresse dei loro
fondatori ed aderenti e i risultati abbastanza felici, tenendo calcolo delle
difficoltà che erano da superare, converrà sìeno impiegate maggiori forze e
sieno sbandite tutte quelle mezze misure che conducono facilmente air aborto.
Si ha bisogno di uscire al più presto dalie vecchie abitudini, dai sistemi
restrittiyi, e rendersi p^puasi che un progresso non è realmente buono se non m
quanto possano tutti parteciparvi; che T eguaglianza è T anima della
cooperazionc, come d'ogni giustizia; che il genio cooperativo nel suo oggetto,
nel suo scopo e nelle sue conseguenze sociali, ha una missione immensa da
compiere, e che deve penetrare come il sole, tanlo nelle campagne quanto nelle
grandi città. Ma perchè le società di credito e di produzione possano agire
senza ostacoli deesi sgombrare il terreno dell' industria dall'impiccio delle
tante braccia strappate alle campagne e fioriate nelle città a far una
disastrosa concorrenza cogli operai. Per togliere dallo stato precario e dalla
miseria, ove si trovano, lutti questi campagnoli che disertano la gleba per
cercarsi lavoro nelle manifatture » bisognenibbe procurare la loro
emancipazione col mclterli anch'essi in grado di partecipare alla propriclà
territoriale per mozzo delle associazioni cooperative. Al che condurrebbero
quando si formassero de' sodalizii agricoli c industriali, abbastanza potenti
per oHrirc un asilo a coloro che non hanno una via aperta alla loro aUivilà.
Con questo mezzo il commercio e l’industria si troverebbero al riparo dalia
concorrensa industriaJi superflui, poiché ove le società cooperative non
propagassero ia loro azione nelle campagne, e restassero nelle sole pitià,
subirebbero i maggiori disinganni. Ed oltre a questa concorrenza dannosa,
aggiunge quella che i lavoratori si fanno fra essi e che forma reggette
dMndebite lagnanze. E infatti coltivatori, affitjtaìuoli, proprielarii si
lamentano troppo spesso dr questa concorrenza che, a detto loro, impedisce di
vendere i frulli del campo e del lavoro a buon prezzo, e non pensano intanto
che la concorrenza de'' produttori coi prezzi moderali suscita un'altra
concorrenza, quella de' consumatori; non pensano che se essi hanno quelle
vanghe, quelle zappe, quei martelli, quelle seghe a buon patio, e appunto per
la concorrenza delle fucine che procura a minor prezzo il ferro di che hanno
bisogno per gli isirumenti de' tgro mestieri ; che è la concorrenza dei
tessitori e de" granaiuoli che fa comperare ad essi con modici valori il
vestito e il nutrimento, e tutto quanto entra nei bisogni della vita. Ma quando
l’equilibrio si rompe anche la concorrenza diviene dannosa; le braccia divelle
dai campi e intrecciate agli ordigni de^ mestieri devono rompere Tarmonia che è
il supremo beneficio d^ogni sociale interesse > ed è appunto un gran prezzo
dell’opera il far in modo che ì campagnoli restino nelle campagne, nò depongano
la marra e il sarchiello pel maglio o pel telaio. La concorrenza è ìm gran
motore delle attività umane, e trova la sua perpetua alimentazione nelP
interesse individuale. Essa non e che il risultato dello sforzo che fa ciascuno
pel proprio interesse, e porta poi come ultima conseguenza il bene generale.
Essa è dunque il principio deir esistenza Jelle società, poiché dalla
concorrenza degli uni e degli altri promana il vantaggio di lutti; nè permeile
ad' alcuno di predominare a scapito degli altri, è una compensazione che ci
facciamo a vicenda. Senza la concorrenza dei produUori i consumatori
pagherebbero tutto ad una esorbitanza di prezzi, e senza la concorrenza clie i
consomatori si fanno tutto cadrebbe a prezzo sì abbietto che nessuno sarebbe
più sollecitato alla produzione. E chi sconoscerà il vantaggio che ne trae
l’emulazione « che è uno stimolante prezioso per T intelletto e per Fattività
deir uomo, e ne sorregge ne^ suoi lavori la meditazione e i sudori per
trionfare sui competitori suoi. Per studiare a tale intento, e trovare nuovi
processi di produzione più economica e più abbondante per accorciare il tempo e
conseguire Y esito migliore, e per soggiogare le forze delia natura,
decuplicando e centuplicando la forza deir uomo? Chi teme la concorrenza è solo
colui che non sa far meglio degli altri, o clic vagheggia guadagni più ghiotti;
egli sa che il consumatore si rivolgerà al fabbricatore che lavora meglio, e al
venditore che spaccia a minor prezzo; e chi invoca misure restrittive, chi
domanda ai governi la proibizione d' introdurre merci forestiere, attenta alla
liberti, ed è un egoista che vuoi prelevare a suo profitto la differenza tra i
suoi prezzi e quelli degli stranieri. Ha quando l’equilibrio delle classi si
rompe allora la concorrenza conduce diviato alla ruina. E pur troppo vediamo i
giovani campagnoli non rare volte dalla mal tollerata loro condizione sospìnti
a quella delP artigiano delle città, perchè a questo la giornata si paga più
cara che ad essi, ed ogni sabato esce dall'officina col suo salario alla mano.
Queste braccia divelle dai campi e iuirecciate agli ordigni degli opificii
tolgono le larghe emanazioni di quella occupazi.one che fin dai primi tempi
alimentò l'uomo «uila terra. Eppure l uomo della campagna quando pensa
all'artiere della città, dice: in (jual minor conto siamo ' noi tenuti!
S'inganna esso a partito; nessuno tiene in minor conto chi guida il solco e
l’aratro, ed è necessario che i contadini il sappiano, che abbiano ànch'essi le
loro istituzioni da cui sieno allettati, e che le provvide virtù camminino fra
i popoli agricoli » sotto i tetti di paglia, tra i novali e i vigneti, e che la
vanga e il sarchiello non restino mortificati dinanzi al maglio ed al telaio. Nome
compiuto: Nicola Coco. Keywords: mutuale prevalente, cooperativa, impresa
cooperativa, luce di pensiero italico nelle tenebre della guerra,
giurisprudenza romana, giurisprudenza italiana, eccletismi, filosofia
dell’atto, corporazione, contratto e cooperazione, codice civile italiano,
codice di procedura civile italiano, la tradizione giuridica italiana,
associazione, sindaco, Kelsen, grundnorm, legalita, nipote: Nicola Coco, ordine
giuridico, unica garanzia del contratto sociale, mutuo soccorso, la societa di
mutuo soccorso, le societa di mutuo soccorso, mutualita, mutualita prevalente,
contratto di carattere mutuale prevalente, lo spirito cooperativo,
considerazione sullo spirito cooperative. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Coco”
– The Swimming-Pool Library. Coco
Luigi Speranza -- Grice e Codronchi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del contratto -- giochi
d’assardo – contratto – gioco aleatorio – Ercole, l’Ara Massima, e il patto
comunitario – scuola d’Imola – scuola di Bologna – filosofia bolgnese –
filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Imola). Filosofo
bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Imola, Bologna,
Emilia-Romagna. Grice: “One would underestimate Codronchi if it were
not for the fact that he wrote a smartest little tracts on the two ways I see
conversation as: ‘game’ and ‘contract.’ In “Logic and conversation’ I do
confess to having been attracted for a while to a ‘quasi-contractualist’
approach to conversation alla Grice (i. e., G. R. Grice) – and I’m not sure the
reason I give there for rejecting the view is valid, or strong enough! As for
‘games’ – of course conversation is a game – but I never took that too
seriously – perhaps because Austin was obsessed with games and rules of games –
and the subject was worn out for me – when Hintikka came along all he did was
talk about ‘dialogue games’! – I do use ‘game’ terminology – and cf. ‘contract
bridge!” – such as ‘conversational move,’ ‘converaational rule’ of the
‘conversational game’ – and conversational ‘players’ – “Only this or that
‘move’ will be appropriate’, and so on.” Appartenente alla nobiltà, dopo la
laurea prosegue gli studi approfondendo la filosofia spinto dal padre. In
seguito entra alla corte del regno di Napoli, prima con Ferdinando I e poi con
Giuseppe Bonaparte, da cui ottiene la nomina a consigliere di stato. Le sue
saggi più celebri sono “Etica” e “Il contratto”, in cui affronta con semplicità
l'argomento del calcolo delle probabilità. Distingue in tre classi di
contratto. Contratto epistemico: C’e un contratto nel quale è noto il rapporto
tra eventi favorevoli e contrari. Contratto empirico. C’e un secondo contrato
nel quale il rapporto tra un evento favoravole e un evento contrario è fondato
sull'esperienza. Contratto misto Finalmente, c’e un terzo tipo di contratto nel
quale il rapporto tra un evento favoravole e un evento contrario si basa su una
legge sicura e in parte sull'esperienza. For a time, I was
attracted by the idea that observance of the CP and the maxims, in a talk
exchange, could be thought of as a quasi-contractual matter, with parallels
outside the realm of discourse. If you pass by when I am struggling with my
stranded car, I no doubt have some degree of expectation that you will offer
help, but once you join me in tinkering under the hood, my expectations become
stronger and take more specific forms (in the absence of indications that you
are merely an incompetent meddler); and talk exchanges seemed to me to exhibit,
characteristically, certain features that jointly distinguish cooperative
transactions: 1. The participants have some common immediate aim, like getting
a car mended; their ultimate aims may, of course, be independent and even in
conflict-each may want to get the car mended in order to drive off, leaving the
other stranded. In characteristic talk exchanges, there is a common aim even
if, as in an over-the-wall chat, it is a second-order one, namely, that each
party should, for the time being, identify himself with the transitory
conversational interests of the other. 2. The contributions of the participants.should
be dovetailed, mutually dependent. 3. There is some sort of understanding
(which may be explicit but which is often tacit) that, otl1er things being
equal, the transaction should continue in appropriate style unless both parties
are agreeable that it should terminate. You do not just shove off or start
doing something else. SAGGIO FILOSOFICO SUI CONTRATTI E GIOCHI
D'AZZARDO. C. Sor's incerta vagatur, Fertque refertque vices. Lucan. FIRENZE PER
GAETANO CAMBIAGI STAMPATOR GRAND. CON APPROVAZIONE. ALL’ALTEZZA REALE DI PIETRO
LEOPOLDO PRINCIPE REALE D'UNGHERIA E DI BOEMIA ARCIDUCA D'AUSTRIA GRANDUCA DI
TOSCANA &c. &c. etc. Questa operetta che sottopone il CONTRATTO—cf.
Grice, quasi-contratto -- d’azzardo o aleatorio all'esame della filosofia per
fissare, quant'è possibile i I dati onde non discordino dalla giustizia, dovea
bene essere umiliata, a VOI, che pieno del le verità della prima, avete consacrati
tanti pensieri ad assi curare, e stabilir la seconda; onde può dirsi che il
vostro trono è il punto più luminoso della loro unione, che sola può formare la
felicità degli stati. Posta questa mia fatica, se non è degna dipresentarsi
all'illuminatissima vostra mente, non dispiacere al vostro cuore, che non
sdegnerà di riconoscere in esta una significazione dei sentimenti del mio,
penetrato del la più viva gratitudine al vostro real patrocinio, e alle copiose
beneficenze, auspici sotto de’ quali è nata, e condotta alla luce, e ai quali
desidero con tutto lo spirito che sempre più raccomandi l'autore. Non avvi forſe
negli uomini un sentimento più costante e universale del desiderio di
arricchire. L'uomo tende incessantemente a procacciarsi, ed assicurarsi i mezzi
necessari a sostenere e a rendere tranquilla e comoda la vita. La natura, che ha
voluto che ciò concorra alla sua felicità alla quale con tanta forza lo
stimola, gli ha inserito di sua mano nel petto questo vivissimo ardore;
acciocchè se dalla propria industria riconosce egli il sostentamento e gli agi
della vita, riconosca però dalle provvide mani di lei l'eccitamento e
l'efficacia di questa industria medesima. Questa fiamma sempre operosa accende
talvolta un cuore angusto che non ha altro oggetto che se medesimo, o un
piccolo e ristretto sistema di persone. Talvolta pero trionfa sovranamente in
un animo generoso, a che stima di se minori tutte le mire che non sian vaste e
sublimi. Patria, nazione, pubblica felicità, interessi dell’uman genere ecco i
grandi oggetti, che egli ha sempre davanti; ed ecco intorno a che si aggirano i
lumi del politico pensatore; ecco ciò che forma le vigilie dell’uom’di stato.
Quindi è che sempre nuove vie si spianano al commercio, nuovi mezzi si studiano
per facilitarlo, nuovi metodi si ritrovano per dilatarlo. Questo ardore
medesimo ha fatto sì, che gli uomini vadano sempre inventando un nuovo
contratto, o ai ritrovati già prima diano nuove sempre e più estese forme. Chi
avrebbe mai detto nei primi tempi delle nascenti civili società, quando altro
contratto non conoscevasi che quello di dare i grassi capi dell’armento in
cambio degli scelti frutti del campo, che vi sarebbero stati un giorno uomini,
che avrebbero ridotte a contratto non solo una cosa esistente, sicura, e da
esli ben conosciuta, ma la cosa non esistenti ancora, le incerta, la soggetta
al caso, la sconosciute? O chi persuaderebbe alle numerose carovane dei mori
che vanno nel fondo dell’Affrica a far coi negri il cambio del sale colla
polvere d’or, che sonvi e lecici, e un vantaggioso contratto, che si appoggia
solamente all’aleatorio pericoloso e al bizzarro capriccio della fortuna? Il
moro che mette il suo sale in un mucchio e lo va sminuendo, se gli pare che il
negro con cui commercia, non abbia ammassata in sufficiente quantità l'a
preziosa polvere; riderà di coloro che si espongono a gravi perdite delle loro
sostanze affidandole all'incertezza della sorte. Eppure, e vi e questo
contratti aleatorio, e puo esser ridotti a quella uguaglianza che dopo determinati,
o dalle leggi, o dalla consuetudine i prezzo della cosa è necessaria a render
giusto qualunque contratto. A fissare il limite e il grado di uguaglianza in
tale contratto aleatorio giova maravigliosamente quell’utilissima scienza che
arditamente calcola le probabilità e si rende soggetti, per così dire, i sempre
vari accidenti della fortuna. Questa scienza è stata chiamata finora aritmetica
politica perchè è stata ordinata soltanto a ricercare l’utilità e la miglior sorte
a 2 del commercio e di chi lo esercita, e ad apprestare dei nuovi dati a chi
veglia alla pubblica felicità. Ma io crederò di potere con parità di ragione
chiamarla “aritmetica del giusto” ed asserire che se il gran principio che fra
il certo presente e l'incerto avvenire trovasi una vera proporzione è stato
quel seme fecondo che ha germogliato al pubblico bene, è quello ancora che dee
produr nulla meno la sicurezza e la tranquillità nell’animo di chi sulle tracce
dell’onesto e del giusto voglia istituire tale contratto. Non farà però inutil
cosa se io cercherò di spogliare della austerità e difficoltà del calcolo una
sì vantaggiosa teoria e di ridurla a principi generali e semplici, facendo su
di essi opportunamente alcune riflessioni ed applicandone le regole al
contratto aleatorio, che verrò con la chiarezza e brevità maggiore che a me sia
possibile investigando. Mi lusingherò quindi di aver sempre pronta una misura,
più o meno esatta, a norma che eſli più o meno ne siano suscettibili, che ne
determini l’uguaglianza, é una bilancia che ne pesi l'equità e la giustizia.
Contratto aleatorio io chiamo quel contratto nel quale si fa acquisto di un
diritto, o vogliam dire di una speranza (res sperata – emptio spei, emptio rei
separatae), il buon esito della quale è affidato all’incertezza della sorte
(cfr. Grice, “Intenzione e incertezza”). E quì si osservi che si può nel
medesimo contratto considerare l’aleatorio relativamente ad ambedue i
contraenti. (parola chiave: “ambedue i contraenti”). Quello, il quale talvolta
per far guadagno di una tenue somma di denaro ma certa, vende la speranza
incerta di un gran guadagno, sottopone all'aleatorio tutto quel di più che
avendo buon esito la ceduta speranza, supera la tenue somma in cui la cambio.
L'uguaglianza che dopo fissato dalla legge o dalla consuetudine il prezzo della
cosa ricercasa nel contratti perchè sia giusto, vi è ſempre, quando esaminata
la cosa che ne forma l'oggetto, ritrovisi in Vedasi più sotto ove si parla del
contratto di alii curazione un vero senso egualmente pregevole ciò che danno
nel contratto e reciprocamente ricevono ambedue i contraenti. Or chi non vede che
l'avere un diritto o una speranza è molto più valutabile che il non averla? E
se ciò è vero, è manifeſso che questa speranza puo dirsi avere un vero e real
prezzo nel commercio degli uomini. Ma siccome tuttociò che ha prezzo pui avere
un prezzo diverso, questa speranza ha anch'essa la sua diversita e puo per
conseguen prezzo calcolarsi in guisa da poterne trovare il *rapporto* a quello
per cui alcuno desideri di farne acquistom che è quanto dire potrà ridursi ad
una vera uguaglianza. Stabiliscasi adunque l’incontrastabile fondamenza il suo
tale TEOREMA. Nel contratto aleatorio vi puo essere essere quella uguaglianza,
che gli caratterizzi per giusti. ng Too vorrei potere esporre con la maggior
precisione e chiarezza la serie delle idee che conducono a fissare il canone
per cui si puo in un contratto aleatorio rinvenire l'uguaglianza di cui si
parla. Il soggetto è molto arduo e per esporlo nel dovuto lume e farne poi
l'opportuna applicazione è neceſſario fare di tratto in tratto molte importanti
osservazioni che o sviluppino il principio fondamentale o vagliano a
dilucidarlo. E prima di tutto io intendo sempre per nome di prezzo tutto quello
o sia certo e determinato, o sia incerto anch'esso o per l'evento la quantità
che si espone per far l’acquisto di una speranza. Premio io chiamo quello per
cui ottenere si espone il prezzo così definite. Conviene pero osservare che per
nome di premio si può intendere, e l'oggetto solo a cui si aspira e il medeſimo
più il prezzo che si è o esposto o sborsato per acquistarne la speranza. Ciò
ben'inteso parmi che per rintracciare questa uguaglianza sia d'uopo conoscere i
o per 8 la diversa speranza. Di due elementi viene egli composto. Tanto è più
stimabile una speranza quanto ha un'oggetto più pregevole; e questo è ciò che
io intendo per valore intrinseco; ma tanto anche è più stimabile per altra
parte quanto è più probabile che ha un esito favorevole, e questo col nome di
estrinseco valore vuolsi significare. La probabilità è maggiore o minore
secondo che è maggiore o minore il numero di casi favorevoli all'evento
rispetto al numero de' sinistri; di modo che se si facesse una tavola che
gradatamente, e per serie e sprimeſle questi rapporti si avrebbe una vera
tavola delle probabilità. Conſiderando però ciascun evento separatamente e
senza rapporto ad altri; la probabilità che esso liegua, vien espressa dal *rapporto*
del numero de’ casi a lui favorevoli alla somma dei favorevoli insieme e de’
contrari. Poichè se sianvi in un urna 10 palle bianche e 10 nere; per definire
la probabilità dell'estrazione di una palla Bianca fa d' uopo conſiderare le 10
bianche in massa colle nere; giacchè in massa sono quando si fa l'estrazione
dall'urna. L'istesso avviene di ciascun evento che sia l’oggetto di una
speranza; giacchè deve distaccarsi dalla massa che è il cumulo degli eventi
favorevoli e dei sinistri che stan raccolti nell’urna sovrana regolatrice della
umana vicenda. Se dato un prezzo con cui si voglia fare acquisto di una
speranza, il numero dei casi favorevoli al buon esito sia uguale a quello dei
sinistri, è troppo chiaro che a volere la ricercata uguaglianza e necessario
che il valore intrinseco della speranza o sia dell'oggetto della medesima, sia *doppio*
del prezzo che si espone per acquistarlo; poichè in tal guisa la metà del
valore intrinseco resta compensata dal prezzo che si è pagato; l'altra metà,
che sola è un vero guadagno è uguale al prezzo medesimo che si è espoſto
all'aleatorio; e così deve essere essendo nel caso nostro uguale la probabilità
del buon esito e dell’infausto. E non altro appunto significa quella regola
infallibile secondo la quale è sempre 10 il valore (a) dell’aspettativa, quando
in ugual numero siano i casi favorevoli all’esito bramato e i sinistri. Che se
si accresca il numero de’ casi sinistri; siccome scema percið il valore
estrinſeco della speranza, converrà che si accresca *proporzionatamente*
l’intrinseco accrescendo il valore dell’oggetto medesimo. Per maggior chiarezza
di cio suppongasi il prezzo con cui si compra la speranza uguale ad un dato
numero e suppongasi il numero dei casi favorevoli uguale a quello dei sinistri.
In questo caso la probabilità del buon esito e uguale a quella dell'infausto e
la speranza si elide col timore, e per conseguenza il suo valore estrinſeco puo
considerarsi = 0; verrà dunque in confronto il solo prezzo col premio; che però
queste due quantità dovranno eſſere uguali, benchè il valore intrinſeco della
speranza, o sia il premio medesimo preso in una più estesa significazione 111
(a) L’aspettativa non è altro che il grado di probabilità che uno ha di
ottenere un’intento fortuito. II sia doppio del prezzo, poichè una metà del
premio medesimo non si può chiamare lucro, restando compensata col prezzo già
sbor fato ed esposto all’aleatorio. Stabilito adunque questo caso, come per
punto fisso dal quale si parte la serie dei valori, è chiaro ugualmente che se
il numero dei sinistri casi sia maggiore o minore di quello dei favorevoli, di
tanto la probabilità del buon esito a fronte della probabilità dell'infausto
farà a proporzione maggiore o minore di zero nel formare il valore totale della
speranza; lo che non altro significa, se non che ad avere l'uguaglianza
necessaria converrà che a proporzione l'oggetto della speranza superi nel primo
caso il prezzo con cui si acquista e nel secondo sia ad esso inferiore, e
quindi li puo universalmente stabilire. Nel secondo teorema, i valori delle
speranze sono in ragion composta del valore intrinseco dell’oggetto o cosa o
reale sperato (res sperata), o dell’spettativa. Ne terzo teorema, nel contratto
aleatorio allora visarà l'us 1. Il contratto aleatorio allora vi sarà
l'uguaglianza quando il prezzo che espone uno de contraenti stia al premio,
come il numero dei casi favorevoli a lui, alla ſomma dei favorevoli e dei
contrari. Notisi che quì per premio s’intende non solo la porzione che si
lucra, ma di più il prezzo istesso che si è aleatorio, aleatato. E siccome, per
quanti siano i prezzi dei contraenti, deve verificarsi in ciascun prezzo questo
rapporto al premio, ne verrà che i prezzi staranno fra di loro come il numero
dei casi favorevoli ad uno dei contraenti di viso per la somma de favorevoli e
de’ contrari al numero de favorevoli a quello con cui si istituisce il
paragone, diviso anch’esso per la somma dei favorevoli e dei contrari: e così
dicasi di quanti siano i contraenti. Da questo teorema si deduce il seguente
corollario. Nel contratto aleatorio allora vi sarà l'uguaglianza quando i
prezzi dei contraenti ſtiano fra di loro, come i numeri dei caſi ri
ſpettivamente favorevoli. Dagli enunciati Teoremi chiaramente ap pariſce, che
per bene applicarli agl' indivi dui caſi, è neceſſario eſaminare maturamente,
qual ſia il vero valore del prezzo con cui ſi compra la ſperanza; quali ſiano i
veri caſi favorevoli, e ſiniſtri; e fiflarne il numero con quella eſattezza che
convenga alla naturą del contratto in queſtione. Conſiderando at; tentamente la
natura e le leggi dei diverſi contratti di azzardo, mi è parſo che preſen tino
una facile e natural diviſione, per la quale in tre ſeparate, e diſtinte claſſi
li pof ſono comodamente diſtribuire. Imperciocchè dalla loro diverſa natura, e
dalle diverſe leg gi che gli coſtituiſcono, ne naſce una diverſa maniera di
fiſſare i rapporti del numero dei caſi favorevoli, a quello dei ſiniſtri. A tre
fi poſſono in fatti ridurre i metodi per fillare 1 14 gli accennati rapporti, e
quindi collocare in una di tre diſtinte claſli ciaſcun contratto di azzardo.
Primo metodo è quello per mezzo del quale conſiderata la natura, e le leggi del
contrat to rilevaſi il ricercato rapporto dal numero delle cauſe e delle
ragioni, che poſſono in fluire ſul buon eſito della ſperanza, numero determinabile,
e ragioni certe, e ſicure. Il ſecondo è quello nel quale per la natura del
contratto, non ſi può fondare il rapporto, ſe non che ſulla ſperienza, e ſulle
oſſerva zioni eſatte perd, e molte volte replicate; e ſopra cagioni incerte, e
variabiliffime per le quali il numero dei caſi favorevoli e dei fi niſtri, non
può mai eſſer certo, determinato, e ſicuro. Terzo metodo è quello per cui ſi
appoggia la indicata proporzione, parte alla conſiderazione di leggi certe e
ſicure, e par te alla ſperienza del paſſato, e a circoſtanze incerte ', e di
numero indefinito. Nei contratti adunque della prima fpecie, conoſciutene le
leggi, fiffato il numero delle cauſe che poſſono influire ſull'oggetto del
contratto, ed eſaminate le diverſe maniere nelle quali poſſono combinarſi, ſi
avrà un eſatta ed infallibile notizia del rapporto dei caſi favorevoli ai
finiftri. La ſcienza delle combinazioni, e permu tazioni è ſtata nel noſtro
ſecolo così illuſtra ta, e dall ’ Ugenio, e dal Bernullio, e dal Moivre, ed è
così vaſta ed eſteſa, che vo lendo io trattarne a lungo, non potrei per l'una
parte non oſcurare ciò che è ſtato detto con tanta preciſione, e ſicurezza, e
non fa prei per l'altra accennar poche coſe, che non laſciaffero un neceffario
deſiderio di molte più, intorno alle quali l'intertenermi, oltre paſſerebbe di
gran lunga il fine, e l'idea di queſto faggio; e tanto più, che ſenza la fe
verità del calcolo più aſtruſo non ſi potreb bero per avventura trattare tutti
i caſi par ticolari. Nel venire però eſaminando la na tura dei diverſi
contratti, ed applicando ad effi li ſtabiliti Teoremi, ſi vedranno di trat to
in tratto i principj di queſta ſcienza ſvi luppati, ed indicata la maniera di
applicarli ad alcuni caſi particolari, ſiccome con l'uſo ! 16 rétto, e ſicuro
del calcolo ſi poſſono adattare a tutti i caſi i più compoſti, ed aſtruſi. Il
gioco di pura ſorte è certamente uno dei contratti che alla prima claſſe
debbonſi riferire. Mi è noto quanto ha ſcritto il cele bre Giacomo Bernulli,
per dare le regole ficure onde fiſſare nei giochi di fortuna il numero dei caſi
favorevoli e dei contrari, i vantaggi reſpettivi dei giocatori, e il pre mio
che può uno eligere, dopo incominciato il gioco per ritirarſi ſenza rinunziare
alla miglior condizione, in cui l'hanno già poſto alcuni colpi favorevoli. So
che eſſendo la probabilità, o ſemplice, o compoſta, ne ha queſto gran
Matematico ridotta la miſura all'interſezione di una linea retta con una curva
logaritmica, o di queſta con una pa rabolica, e così ſucceſſivamente aſcendendo
alle curve dei gradi più alti. Ma laſciando da parte i profondi calcoli, e i
miſteri della fublime Geometria, i quali però ben pene trati ſcuoprono il
profondo e inventore in gegno di queſto grand' uomo, piacemi in quella vece di
eſaminare ſemplicemente ſen 17 za di effi la natura e le leggi del gioco, per
riconoſcere ſecondo l'accennato metodo, come ſi poſſa in eſſo e dare e ſcoprire
l'u guaglianza fra i giocatori, e in tal guiſa applicare a queſto contratto gli
enunciati univerſali Teoremi. Il gioco di pura ſorte è una ſpecie di con tratto,
nel quale due o più perſone, dopo di aver convenuto di certe leggi, e condizio
ni, ſi diſputano un premio, che ſi rilaſcia a chi ſarà più felice, per rapporto
a certi acci denti l'effetto dei quali non dipende per ve run modo dalla loro
induſtria. E quì cade in acconcio fare una rifleſſione comune a tutti i
contratti di azzardo. Il dire che una coſa accada caſualmente, non altro
ſignifica, ſe non che la cagione ne è a noi ſconoſciuta; e che non vi
abbiamo alcuna volontaria influenza. Per altro quan do fiegue in natura un
determinato effetto, qualunque ſiaſi, è certo che neceſſariamente dovea ſeguire.
Che due dadi gettati ſu di una tavola, ſcoprano piuttoſto un numero, che un
altro; noi ne ignoriamo la cagione b 18 nell'atto ſteſſo che ne ſegue per le
noſtre mani medeſime il tratto. E perd ugualmente vero, che dato quel tal moto
alla mano che gli getta, dato quel tal grado d'impeto, e non più nè meno, data
la mole dei medefi mi, e il piano ſu cui ſi aggirano, devono neceſſariamente
preſentar quel tal dato nu mero e non altro. Così dicaſi dei giochi di carte le
combinazioni delle quali dipendono dalla diverſa maniera di meſcolarle, e di
dividerle alzandone una parte di eſſe fovra il reſtante; anzi pure non ſolo del
gioco, ma dicaſi, come ſi avvertì di tutti i contratti di azzardo, e
generalmente di qualunque evento fortuito (a ), (a) Non ſolo ne' contratti ove
ciò che ſi perde o che ſi guadagna è riducibile ad una miſura diſtinta in gradi
coſtanti ed eſattamente marcati, ma anche in tutto il tenore di una vita
diretta a un fine fpe rato ma incerto ha luogo il prezzo ed il premio. Le
fatiche, gl'incomodi, le priyazioni dei piaceri formano il primo. Nella gloria,
nell'autorità, negli onori, nelle ricchezze è ripoſto il ſecondo, che molte
volte defrauda le meglio fondate ſperanze, o almeno ad effe perfettamente non
corriſponde; onde può dirlig.Varie ſono le ſpecie principali dei giochi di pura
ſorte, ſiccome varie ſono le maniere di diſputarſi il premio.O due giocatori
eſpon gono all'eſito della forte le loro reſpective porzioni di depoſito con la
legge che deb baſi tutto a quello rilaſciare, il quale felice mente s'incontra
prima dell'altro in un fa vorevole accidente, che ambi ſi ſono propoſti
d'incontrare; o a quello, che in ugual nu mero di faggi, ſotto le medeſime
leggi, di pendentemente dalle medeſime condizioni, 6 2 che così in queſte
ſecrete e non ftipulate aſpettative come in quelle per cui s'inſtituiſcono e ſi
celebrano i contratti,domina ugualmente quella inſtabile divinità creata
dall'ignoranza della conneſſione delle cagioni delle coſe, e del compleſſo
delle circoſtanze necef ſarie ai fortuiti eventi, ma che in tutti i caſi ſuol
chiamarſi ugualmente Saevo laeta negotio Et ludum inſolentem ludere pertinax.
Biſogna però rammentarſi ſempre che le parole che eſprimono gli attributi della
fortuna, o del caſo, quando ſono uſate dal Filoſofo, hanno un fenſo di verſo da
quello in cui le uſa il Poeta che simboleg gia, e il volgo che non ragiona.
<< tro, così dire nega incontra quelle combinazioni che preſen tano una
maggior ſomma di quegli elementi ond'è compoſto il gioco, e alla quale è at
taccata la vincita del medeſimo. Oppure il contratto del gioco è tale che un
ſolo dei giocatori s'impegna in un dato numero di ſaggi, e ſotto certe
condizioni, d'incontrare un dato favorevole accidente o ſemplice ſia di altri '
compoſto, e quale non incontran do, la ſorte s'intende aver deciſo per l'al la
ſperanza di cui per tiva, non ha altro oggetto che l'eſito infe lice delle mire
dell'avverſario, non obbli gandoſi intanto a tentare poſitivamente ve run colpo
di gioco. Nei priini due caſi egli è chiaro che devo no i giocatori azzardare
una egual fomma, o prezzo, altrimenti reſterebbe manifeſtamente tolta di mezzo
la neceſſaria uguaglianza. E' chiaro che allora il prezzo con cui ſi acquiſta
la ſperanza è eguale alla metà del valore dell' oggetto; poichè il primo altro
non è che la porzione di depoſito di uno dei giocatori e il ſecondo è la ſomma
delle due porzioni 2 1 uguali componenti il totaledepoſito.Ma co me trovare in
queſto caſo il numero dei caſi favorevoli uguale a quello dei ſiniſtri come
pure eſige la ſtabilita Teoria? E certamente ſe fi conſiderino i caſi
favorevoli, ei con trarj diſtintamente in ciaſcuno dei giocatori; non ſi potrà
fiſſare nè ragione di uguaglianza nè altra qualunque. E' queſta una evidente
verità, ſe ben ſi conſiderino le leggi di queſto gioco, per le quali dipendendo
la ſorte di un giocatore, non dai ſuoi colpi ſolamente ma da quelli ancora
dell'avverſario, i ter mini della proporzione ſaranno ſempre rela tivi, e per
conſeguenza variabili. Eſaminata però più maturamente la natura del gioco di
cui ſi tratta, fi dee riflettere, che il nu mero dei caſi favorevoli a un
giocatore, è compoſto non ſolo dei caſi propizi a lui di rettamente, ma dei
caſi altresì all'avverſario contrarj; e al contrario il numero dei finiſtri,
altro non è che la ſomma degl'infauſti a lui, e dei favorevoli all'avverſario.
Ma quando fi giochi con condizioni eguali, queſte due fomme fono eguali: dunque
anche in queſto 22 caſo può reſtare verificato il canone della ſtabilita
proporzione, e i prezzi ſtare fra loro come i caſi favorevoli ai finiſtri. Da
ciò ne ſegue, che ſe due giocatori proponganſi di incontrare la medeſima favo
revole combinazione o la medeſima ſomma di accidenti; ma che uno voglia far più
ſaggi del gioco, o cercar con più mezzi quelle combinazioni che preſentino
maggior ſomma degli elementi del gioco, nella guiſa di ſopra accennata; l'altro
in tal caſo dovrà eſami nare di quanto il numero delle combinazioni a ſe
favorevoli reſti fuperato dalle ſiniſtre, ed eligere che la porzione di
depoſito dell' avverſario ſuperi in tal proporzione quella che egli conferiſce
nel gioco. Sia concertato per eſempio, che abbia il premio del gioco quello che
fa più numeri con i dadi, ed uno voglia gettarli più volte, o in ugual numero
di volte gittarne un mag gior numero, è manifeſto, che dalla natura, e dalle
leggi di queſto gioco, ſi potrà con le note regole delle combinazioni ricavare
in che proporzione debba egli eſporre all'azzardo ſomma maggiore. Che ſe poi
trattiſi della ſeconda ſpecie di ſopra accennata, che è allor.quando uno ſolo
dei giocatori ſi eſpone ad incontrare una o più favorevoli combinazioni, in un
dato numero di faggi, e ſotto certe leggi, e l'altro guadagna full infauſto
eſito dell'avverſario, ſenza tentare egli di per ſe alcuna forte di gioco, è
più difficile allora, ed è più operoſo il fiſſare gli opportuni termini della
noſtra proporzione. L'intenzione e l'oggetto dei giocatori in tal caſo può
eſſere di eſporre all'azzardo una ugual porzione, o di eſporla diverſa. Nel
primo caſo il giocatore che intraprende, e faminata la natura del gioco, e le
leggi chę a lui propone l'avverſario, potrà ricavarne il numero dei caſi
favorevoli e quello dei ſiniſtri, e dimandare quelle condizioni nelle quali
queſti due numeri ſi uguaglino: nel ſe condo conviene che dimandi quelle condi
zioni nelle quali, il numero dei favorevoli caſi, ſuperi tanto quello dei
contrari, di quan to la ſua porzione di depoſito ſupera quella dell'altro, o al
contrario. Intraprende uno 14 di gettare un dado in maniera che ſi ſcuopra la
faccia la quale moſtra il numero 6. Se lo deve fare in una ſol volta, ſiccome
ha cin que combinazioni contrarie, e una ſola fa vorevole, converrà, che
l'altro azzardi una ſomma cinque volte maggiore, altrimente la proporzione
reſta alterata. Che ſe trattiſi di azzardare una fomma eguale da entrambi i
giocatori, e ſi voglia più volte ricominciare, erinovare il gioco, converrà
oflervare quanti tratti di dado ſiano neceſſarj per fare che il numero dei caſi
favorevoli, ſia uguale a quel lo dei contrarj, del che, e relativamente al
noſtro addotto caſo, e ai fimili, ne da una eſtefa tavola il gran Bernulli alla
propoſizio ne X. del libro primo del ſuo trattato inti tolato ars conje
&tandi; ove dimoſtra un ingan no che in fiſſare queſta proporzione è facile
a pigliarſi da chi eſamini queſta ſpecie di gioco ſulla prima apparenza, ſenza
internarſi profondamente nelle fue leggi. Diffi, quan do fi voglia più volte
ricominciare, e rino vare il gioco, per le ragioni addotte dal Ber nulli nel
loco citato; giacchè fe non ſi ri 25 novi ſucceſſivamente, egli è evidente che
chi deve con un ſol dado ſcoprire la faccia del numero 6. per eſempio, ed
azzardare una ſomma eguale a quella dell'avverſario, do vrà chiedere di gettare
il dado tre volte; e cid col patto che non s'intendano in queſto numero
compreſe quelle volte in cui ſi vol taſſe di nuovo una medeſima faccia del dado
già ſtata ſcoperta. Ciò che ſi è detto di due giocatori, dicaſi di più, e ſi
conſiderino diſtintamente tutti i contratti che fa ciaſcuno dei giocatori, e
l'azzardo a cui eſpone ciaſcuno la depoſitata porzione, e ſi vedrà che non
reſta punto terata la noſtra teoria, benchè coll’eſporre una determinata ſomma
ſi poſſa guadagnare la medeſima moltiplicata per il numero dei giocatori (a ).
Anzi è regola univerſale in tutti i caſi compleſſi di gioco, ridurli ai ſem
plici dei quali è compoſto, ed eſaminare in ciaſcuno di effi le ſovra ſtabilite
maſſime. Dalle medeſime troppo chiaro appariſce (a) Vedi il Corollario del
Teorema III. che i vantaggi, che ha in alcuni giochi il banchiere, per eſempio
nel faraone quello dei doppietti, quello dell'ultima carta, ed altri che ha
ſecondo i vari uſi dei paeſi ove giocaſi tolgono l'uguaglianza, perchè tur bano
la fiſſata da noi proporzione; poichè nei caſi medeſimi nei quali il premio che
dà il banchiere è uguale alla ſomma azzardata dal puntatore, il numero dei caſi
favorevoli al primo è maggiore del numero dei favo revoli al ſecondo; o in
ugual numero di caſi favorevoli il ſecondo azzarda più del primo. Si pretende
nonoſtante, che ſe ſi conſideri, non la relazione che ha ciaſcun giocatore in
particolare al banchiere ma bensì tutto il ſiſtema del gioco, vi ſiano molti
rifleſſi che giuſtifichino queſto vantaggio di condizione. Una ſplendida ſomma
ſottopone egli alla cie ca ſorte, e ſi obbliga di laſciarla ſempre in pericolo.
Il puntatore per lo contrario può voltar le ſpalle ſdegnoſo a quella avverſa
for tuna, che tenta in vano di placare; o aven dola provata propizia può
aſſicurare i ſuoi doni dalla capriccioſa ſua volubilità. Oltre 1 1 27 di ciò la
ineguaglianza delle ſomme eſpoſte dai vari giocatori, delle quali alcune per
dendo può il banchiere rimanere ftremo, ed eſauſto, ſenza ſperanza di tirar
profitto dalla incoſtanza della fortuna; le altre ſe vin ce appena gli recano
un tenuiſſimo guada gno; la non leggiere fatica per ultimo del banchiere
medeſimo poſſono baſtevolmente render leciti i vantaggi che egli ha nel liſte
ma del gioco. Io preſcindo dall' eſaminare quale, e quanta conſiderazione
eſigano le accennate circoſtanze. Due coſe ſolo aſſeri ſco. E che alcune di
queſte ſono quantità non già coſtanti ma variabiliſſime, eſſendo relative a
circoſtanze facilmente alterabili; e che conſiderato il gioco in ciaſcuno a par
te dei puntatori relativamente al banchiere, come par certamente debbaſi
conſiderare, la alterazione della proporzione ſtabilita è mol to notabile in
iſvantaggio dei primi, e in manifeſta utilità del ſecondo. Non voglio perd
omettere, che eſſendo ſta ta eſaminata con eſatto calcolo la ſerie dei vantaggi
del banchiere per ogni pofta femplice, cominciando dalla ſuppoſizione che vi
ſiano 52. carte fino a quella che ve ne ſia no quattro due delle quali ſiano
dell'iſteſſa figura, ſi è rilevato che la media, è il 5. per 100. Ma in tutto
un giro quando l'avi dità dei giocatori fa che per mezzo dei pa roli o delle
paci la forza del gioco ſi traſporti almeno verſo l'ultime 24. carte, allora la
media diventa il 9. incirca per 100. Ep pure le circoſtanze che eſigono
compenſa zione non variano in modo da efigere que Ita differenza (a ). Non ſi
ha dunque nell'attuale ſiſtema del faraone la vera maniera di trovare la com
penſazione delli ſvantaggi del banchiere. Bi ſognerà dunque per ottenerla, o
fiſſare il nu mero delle pofte: 0 por dei termini ſopra, e fotto de' quali non
poſſa ſalire o ribaſſarſi la poſta: 0 tentar di fiſſare più che fia poſſibile
una ſomma relativa alle diverſe poſte la quale (a) Si noti che il vantaggio di
ſopra indicato del ban chiere ſi ripete tante volte quante poite fi fanno, onde
ſi vede in un ſol giro quanto ſia enorme ed ecceffivo. 29 effendo un di più
della poſta medeſima, ma conoſciuto, non altererà le giuſte proporzioni fra il
prezzo ed il premio: o diſperare per ultimo di poter mai annoverare fra i con
tratti giuſti il gioco del faraone. Sogliono comunemente dalle fagge leggi
vietarſi i giochi di pura ſorte, come quelli che per una certa fatalità
luſinghiera, ſi uſur pano il tempo dovuto alle pubbliche cure, alle dotte
occupazioni, ed al domeſtico reg gimento delle famiglie, alle quali recano sì
di frequente irreparabile ruina; che non è già sì di rado, che una carta di
gioco, o un ſol colpo di dado decida della defolazione, e dell' inopia di molti
infelici. Si aggiunge a queſto, che la dura legge del biſogno, e la ſevera
faccia dell'avverſa fortuna dettano all'inaſprito giocatore le arti meno oneſte,
e i mezzi più indiretti nel gio co medeſimo; talchè ſi verificano di troppo i
celebri verſi di Madama Deshouliers. Le deſir de
gagner qui nuit &jour occupe Eft un dangereux aiguillon; Souvent quoique
l'eſprit, quoique le coeur foit bon, On commence paretre dupe, On finit par
etre fripon. E
quanto il gioco di pura ſorte ſia ſtato ſempre deteſtato lo conoſcerà chi
oſſervi le Leggi Romane al tit. De aleatoribus, e nei digeſti, e nel codice, e
legga i dotti commenti degl' interpreti sù i medeſimi, e vedrà che ſi è ſempre
riguardata come oggetto di compal ſione e di orrore la miſera condizione di que
gl’incauti quos praeceps alea nudat. Io però e nel gioco, e in tutti i
contratti di azzardo eſamino la giuſtizia per rapporto ſoltanto alla ſovra
eſpoſta neceſſaria ugua glianza, preſcindendo affatto da qualunque carattere
che poſſa rendere i medeſimi, o conformi, o oppoſti alle provide leggi, e ai
retti coſtumi. Similiſſima al gioco è un'altra ſpecie di contratti d'azzardo,
che chiamaſi comune mente il lotto de go. numeri; cinque dei quali ſi
eſtraggono da un vaſo, e decidono della ſorte di chi ſulla ſperanza, che eſcano
31 dall'urna miniſtra della fortuna, azzarda una data ſomma di denaro. Troppo
ſon note le leggi di queſto contratto, e troppo è facile il conoſcerne e
combinarne gli accidenti, per poter francamente aſſerire che non vi è forſe
contratto di azzardo nel quale, e più nota bilmente e più ſolennemente la
ſtabilita pro porzione reſti alterata. Sempliciſſimi elemen ti formano il
ſiſtema di queſto contratto, e una ſuperficialiſfima cognizione di calcolo è
baſtevole per far conoſcere, che ſebbene una tenue ſomma di denaro può
cambiarſi in una ſplendida maſſa di oro, pure a fronte di un caſo favorevole ve
ne ſono tanti dei ſiniſtri, che rieſce aſſai più ſuperata la probabilità di gua
dagnare da quella di perdere, che non la ſomma azzardata dal promeſſo premio
per ricco e grande che poſſa parere. Per ſalvare la giuſtizia di queſto gioco,
non giova il dire, che conſentendo i gioca tori con piena e perfetta libertà a
queſta diſuguaglianza, queſto baſta per rendere le gitima quella convenzione,
che ſarebbe al trimenti tanto leſiva. Queſto argomento proverebbe troppo in genere
di contratti, e per ciò deve conſiderarſi di neſſun vigore. Sareb be queſta
maſſima l'appoggio di moltilli mi contratti ingiuſti, e la difeſa di infiniti
illeciti guadagni. Oltre di ciò la maggior parte di quelli che giocano al lotto
neppure ardiſce di ſoſpet tare, che ſiavi a loro ſvantaggio una sì di chiarata
ſproporzione; anzi moltiſſimi rin graziano come generoſa e prodiga quella mano
che premia i vincitori, come ſe foſſe un gratuito dono ciò che non è ſe non una
piccola parte di un debito. Più ſolida difeſa potrebbe recarſi riflettendo
doverſi in queſto contratto dal padrone del lotto impiegare molti miniſtri, e
fare molte e gravi ſpeſe, per lo che può eſigere ragionevolmente un
riſarcimento; ma tutto ciò ancora non baſta a rendere giuſto queſto contratto
fe ad altri termini e ad altre maſſime non ſia ridotto. Troppo anche più enorme
era la diſugua glianza, prima che con lo ſtabilito aumento foſſe migliorata la
condizione dei giocatori; condizione però, che tuttora è aſſai inferio re a
quella del padrone del lotto. Quì però fa d'uopo dileguare un inganno comune a
moltiſſimi che hanno le vedute corte, e limitate dalla prima ſuperficie delle
coſe. Altro è l'aſferire, che il lotto conſide rato ſemplicemente come un
contratto è in giuſto; altro è il dire che un Principe giuſto non poſſa
ammetterlo nel ſuo ſtato, e debba toglierlo affatto, e ſradicarlo come un mal
nato germe della rovina di tanti ſconſigliati. Il lotto può conſiderarſi come
un tributo, che viene impoſto a chi ſpontaneamente con fente di pagarlo;
cangiandoſi così in vantag gioſo al pubblico, ciò che potrebbe eſſer tan to
pernicioſo al privato. Non ſi può deſcri vere l'ardore che muove ciaſcuno a
cercare in queſta guiſa un propizio ſguardo della for te; nè ſi può immaginare
quanto ſia pungen. te lo ſtimolo che ſpinge, e inquieta chi ri fiette che con
una tenue ſomma di denaro, che azzardi, può guadagnare di che ſoſten tare una
languente e numeroſa famiglia, o pur talora dilatare i confini del proprio luf
ſo, o accreſcer anco tal volta un nuovo peſo agl’inoperoſi forzieri. Quindi è
che tanti, e 34 tanti ſi affollano a tentare nel lotto la ſorte (a ). Penetrati
dall'idea, e ſedotti dalla luſinga di (a) Non può negarſi per altro, che
riccome tutte le cofe hanno un grado di valore e di eſtimazione ri Spettiva che
naſce dall' uſo che può o vuol farne chi ne è padrone: può conſiderarſi ſotto
l'iſteſſo aſpetto anche il denaro. Oltre il ſuo valor generale che na. ſce dal
rapporto che egli ha alla maſſa delle coſe che ſono in commercio, può dirſi che
un altro egli ne abbia privato e ſpeſſo mutabile, che naſce dalla qualità
e quantità deibiſogni, o reali, o di opinione che à nelle date particolari
circoſtanze, chi lo poſſiede; Può darli adunque che ciò che ſi azzarda al lotto,
levato da una gran quantità, fia una piccola por zione di eſſa, relativamente
ſuperflua; onde il ſuo valore ſia ſtimato sì tenue a fronte di una ſomma
ragguardevole che rappreſenta un gran numero di comodi e di piaceri benchè
fperabile ſolo per un piccoliſſimo grado di probabilità, che detto valore nella
eſtimazione di chi lo gioca ſia conſiderato come zero, o come una quantità più
o meno ad eſſo approf. fimante, formandoſi perciò, per così dire, una nuova e
riſpettiva proporzione, ſecondo la quale il vantaggio molte volte ſarebbe dalla
ſua parte. Queſto ſe non baſta, come ognun yede manifeſtamente, a render giuſto
il contratto ſerve a render qualche ragione del traſporto, che hanno a tentar
la forte in queſto gioco tanti che pur ne fanno ben conoſcere le condizioni, e
calcolar le ſperanze. 35 quel bene che ſperano, non penſano a mi. ſurare i
gradi della ſperanza medeſima; e il molto oro che già poſſeggono col penſiero,
getta ſugli occhi loro un lampo che abbaglia talvolta anche il più ſaggio
filoſofo, e il più freddo calcolatore. Quindi un tale impeto non conoſce freno
che poſſa reggerlo, e non legge che poſſa vincerlo. Se un Principe tol ga dal
proprio ſtato queſto oggetto dei co muni voti, la ſconſigliata avidità ad onta
delle più fagge leggi, e deludendo le più ve glianti ſollecitudini ſi
precipiterà in altri ſtati, che ſi arricchiranno a ſpeſe di quello onde il
lotto ſia proibito ed eſcluſo. Unſaggio Principe adunque che può far ar gine a
queſto torrente, accid non sbocchi al di fuori; deve procurare che ſi ſcarichi
tutto a pubblico vantaggio, e che quella porzione di ſoſtanze che fagrificano
follemente alla loro avidità i membri del corpo di cui egli è il capo circoli
per il medeſimo, e poichè i pri vati ſi eſpongono a riſentire dello ſvantaggio,
neſſun nocumento però ne venga alla Repub blica. Così facendo il faggio
Principe, e non 1fi attira la taccia di ingiuſto, e merita tutta la lode di
prudente, di politico, di difenſore e cuſtode della pubblica felicità. Di
queſta verità ne conoſcono per una fe lice eſperienza il frutto in più ſpecial
maniera quei popoli, che hanno la ſorte di eſſere go vernati da Principi umani
e benefici, che per l'uſo che fanno del loro erario, anzichè pof ſeſſori, ſe ne
moſtrano piuttoſto amminiſtra tori a pubblico e generale vantaggio. Havvi
un'altra ſpecie di lotti nei quali non è un ſolo il premio, nè un ſolo il colpo
fa vorevole della forte, ma molti ſono i premi, come molti e vari i caſi
propizi; e ſecondo l'ordine dell'eſtrazione dei numeri dall'ur na, o ſecondo
altre leggi convenute in pri ma ſi decide del maggiore, o minor premio. Tale è
il lotto che ſi è fatto in Spagna per la coſtruzione del canale di Murcia,
nella quale occaſione ſiccome ha fatta luminoſa comparſa la vaſtità, e
penetrazione di ſpirito di chi ha ideato il progetto della grand'ope ſi è
diſtinta non meno la finezza, e il di ſcernimento di chi ha regolato il metodo
di ra;. 2 37 accumulare le gravi ſomme di denaro neceſ fario ad un sì grandioſo
diſpendio. In queſto contratto come nei ſimili ad eſſo biſogna conſiderare, che
varie ſono le ſperanze e molte, perchè vari e molti ſono i premi, e che la
ſomma di tutti reſta come venduta a quelli che hanno comprati i viglietti.
Sicco me queſti hanno sborſato un ugual prezzo, così devono avere fra loro
ugual numero di caſi favorevoli e finiftri relativamente ai di verſi, o
maggiori o minori premi; quali eſſendo per lo più vitalizj, l'uguaglianza fra
gli azionarj e il padron dell'impreſa dipen de dalle regole, ſecondo le quali
ſi ſtabiliſce la giuſtiza dei vitalizj. Ma non ſi troverà mai eſatta queſta
uguaglianza, poichè una parte notabile del denaro che contribuiſcono gli
azionarj, non già nel numero o nel valore dei premi ſi impiega, ma ſi deſtina
alle ſpeſe delle ideate opere ſontuoſe. In queſto di Murcia però così ſono
ſtati bilanciati i di ritti degli azzionarj, e ſono ſtati così grada tamente
formati i premi, e in tal numero, e così bene è ſtata regolata l'economia di
queſta sì grandioſa impreſa, che forſe non vi è ſtato mai un'altro lotto, in
cui ſiaſi nel tempo iſteffo meglio aſſicurata la ſomma ne ceſſaria alla
deſtinata opera, e ſia ſtata me no alterata la proporzione a ſvantaggio de gli
azzionarj. Troppo ſon note le lotterie, che con al tro nome chiamanſi dai
Franceſi Blanques perchè io impieghi molto tempo in eſami nare le qualità, e i
caratteri di tale contrat to. Dall'economo del gioco ſi mette in un vaſo un
certo numero di viglietti, dei quali alcuni ſon bianchi ed altri neri, e ſi
vende il diritto di eſtrarne uno il quale ſe è nero apporta a chi lo eſtraſſe
il guadagno di un premio del valore che è notato ful viglietto medefimo. Ognun
vede, che accið ſiavi ugua glianza convien ricorrere alla regola mede ſima, che
ſi è data pei lotti che ſi fanno per grandioſe opere pubbliche, avuta anche quì
in conſiderazione la fatica, e il diſpendio dell'economo del gioco, e riflettendo
che in queſto caſo i premi non ſono vitalizj. Questo è un CONTRATTO – cfr.
Grice, quasi-contratto -- della natura di quello che dai 39 latini chiamavasi
olla FORTVNAE. In simil guisa OTTAVIANO (vedasi) dilettavasi al riferir di SVETONIO
(vedasi) di compartir doni ai suoi cortigiani, chiamando così la sorte ad esser
ministra della sua beneficenza. Talora un solo è il premio che si disputa fra
quelli che giocano alla lotteria, e allora se il premio non è denaro ma un
altra cosa qualunque che abbia prezzo, si giustifica più facilmente, giusta
l'opinione di Barbeirac, la notata disuguaglianza: e l'economo del gioco può
vendere non solo tanti viglietti quanti corrispondono al valore del premio, ma
ancora in maggior numero anche di quello che altronde eſiger pud e l'opera sua,
e il dispendio, quando ve n'ha. Questi lotti si riducono, dice Barbeirac, ad
una specie di compra che si fa in comune, a condizione che la sorte decida a
chi debba appartenere la cosa comprata. Se ſiavi adunque dell'alterazione nella
proporzione, ſi potrà conſiderare come se si fosse comprata la cosa ad un
prezzo un poco più alto del corrente; penſando che ciaſcuno tra 1 ! fcuri
queſto di più che in altra fpecie di con tratto gli parrebbe forſe notabile,
ſulla ſpe ranza di guadagnare il premio più o meno fondata a proporzione che
uno ha comprata maggiore, o minor quantità di viglietti. Queſta mallima, che
non è certamente di ri goroſa giuſtizia, non ſi potrebbe eſtendere
perfettamente a quei lotti nei quali, e molti e di vario prezzo ſono i
viglierti, e molti e di vario valore i premi; a tutti quelli in ſomma, nei
quali non ſia aſſolutamente u guale la condizione dei ſingoli poſſeſſori di
ciaſcun viglietto, benchè lo ſia riſpettiva mente. Prima di paſſare ad altri
contratti giovami riflettere, che anche quando il padron del gioco, o qualunque
altro che ne abbia di ritto pretende, che ſiano valutate le ſue fa tiche e il
ſuo difpendio, non tanto ſi può dire che v'intervenga una compenſazione; quanto
che ſi verifica di fatto a tutto rigore la noſtra proporzione, giacchè quel di
più che fi paga, non è a titolo di compra della speranza, ma bensì a titolo
dell'altrui di 41 ſpendio, e fatica; e per conſeguenza eſſendo una quantità
eſtranea alla detta proporzione non la può in verun modo alterare. Si poſſono
ridurre ad un contratto d'az zardo appartenente a queſta claſſe le ſorti ancora
propriamente dette. La ſorte, dice l'elegantiſſimo ſcrittore della ſtoria
degl'ora coli, è l'effetto dell'azzardo, e come la deci fione, o l'oracolo
della fortuna; ma le ſorti fono gli ſtrumenti di cui uno pud valerſi per ſapere
qual ſia queſta deciſione. Le ſorti ſono ſtate in uſo preſſo i più antichi
popoli; e la forte s'interrogava, o col gettare i dadi colle proprie mani, o
col gettarli da un urna: e ai caratteri, ed alle parole che ſu i dadi erano
ſegnate, corriſpondevano alcune tavole che ne contenevano la ſpiegazione. Altre
molte erano le maniere di tentare la ſorte, e di a ſcoltarne gli oracoli. E'
incredibile poi quan iti, e quanto gravi affari ſi regolaſſero a ta lento di
queſta cieca divinità. Baſta leggere gli autori che trattano dei voti che ſi
offe rivano a Preneſte, e ad Anzio, e che parlano diffuſamente delle forti
Omeriche, e Virgiliane. I verſi dell'immortale Epico Greco, nei quali dipinge
con sì vivi tratti l'impeto, e il furore dell'indomito Achille, ritrovati a
caſo nell'aprire l'lliade, erano talvolta la fola innocente cagione della
rovina delle più floride città, e della deſolazione d'intiere Provincie. E ſe
per lo contrario, aprendo i libri della divina Eneide s'incontravano gli
amabili colori coi quali ſi dipinge la man fuetudine e la pietà del figlio d'
Anchiſe, gli animi tutti non reſpiravan che pace, e quei pochi verſi baſtavano
per dar fine alle guerre più ſanguinoſe. Aleſſandro Severo, ſalito al foglio
dei Ce fari, credette di averne avuto un preſagio, quando privato ancora, anzi
odioſo all'Im peratore Eliogabalo, aprendo nel Tempio di Preneſte l'Eneide di
Virgilio, s'incontrò in quel tratto, ove queſto gran Poeta eſalta le virtù e
piange i'immatura morte di Marcel lo, e preciſamente gli ſi preſentarono quelle
parole fi qua fata aſpera rumpas Tu Marcellus eris. Ma io non parlo
propriamente di queſte forti, e confeſſo anzi eſſere le medeſime uno dei
monumenti più ſolenni dell'umana fol lìa. Io quì parlo delle ſorti, che
chiamanlı elettive, diviſorie, attributorie, e ſimili delle quali brevemente
eſporrò la natura e le qua lità, ed applicherò alle medeſime i più volte
enunciati Teoremi. Due, o più perſone han diritto ad una coſa medeſima;
eſaminato il valore del lor diritto lo trovano uguale; non vogliono gettare, nè
tempo, nè denaro in ſuſcitare queſtioni; aſcoltano anzi ſentimenti più miti, e
commettono alla ſorte la deci fione dell'affare, anzichè affidarlo alle lun ghe,
e diſaſtroſe vie dei Tribunali. Conſe gnano i loro nomi all'urna diſpenſatrice
della forte, e quello è giudicato favorito dalla me deſima, del quale vien
eſtratto il nome; e vien dichiarato pacifico, e ſolo padrone di quella coſa
alla quale avea con gli altri ugual diritto. Che ſia lecito commettere in
talguiſa alla ſorte un affare dubbioſo o controverſo non v'ha dubbio alcuno,
giacchè non vi è ra gione per cui non polfa uno obbligarſi ſotto una condizione
tale, che il purificarſi la mede fima dipenda dall'incerto, e vario evento
della forte. Ora ſe i diritti ſono uguali, ſe quanti fono i concorrenti tanti
ſono i nomi che ſi conſegnano all'urna, ecco che i prezzi che vengono
rappreſentati dai diritti che ſi az zardano, ſtaran fra loro come i numeri dei
caſi favorevoli ad uno, al numero dei caſi favorevoli a ciaſcuno degli altri
riſpettiva mente; ed ecco ſalvata l'uguaglianza di pro porzione fra i
favorevoli, e ſiniſtri caſi, e fra i riſpettivi prezzi della ſperanza, la ſomma
dei quali è l'oggetto della medeſima nel caſo di cui ſi tratta. L'iſteſſo può
dirſi a proporzione, quando uno abbia un diritto, per eſempio doppio di quello
degli altri; e baſterà che in tal caſo due volte ſi affidi il ſuo nome all'
urna fata le; e così dicaſi di altri ſimili caſi. E di fatto queſto contratto a
farne una giuſta analiſi ſi riduce ad un gioco di pura forte, in cui molti
depoſitando ugual por zione un ſolo guadagna tutte le porzioni de poſitate, del
quale ſi è di ſopra parlato; e ſi è
detto, che uno depoſitando maggior por zione, pud eſigere a proporzione
condizioni più vantaggioſe. L'iſteſſe maſſime regolar denno le ſorti elettive
che ſi uſano, quando molti avendo un privato diritto ad eſſere eletti a qualche
onorifica o autorevole dignità, troncano ogni ſorgente di diſcordanza col
tentare la forte, L'iſteſſo dicaſi delle ſorti diviſorie, e di quan te altre
poſſono immaginarſi, che tutte ſi ap poggiano ai medeſimi fondamenti, e in
tutte nel modo iſteſſo ſi trova la proporzione che coſtituiſce l'uguaglianza
fra i contraenti, Fin quì fi è parlato di quei contratti che alla prima delle
ſopra indicate claſſi appar tengono. In effi fra la ſperanza che ſi acqui ſta,
e il prezzo con cui ſi acquiſta ſi può fif fare un eſatta, inalterabile, e
matematica proporzione. Note fono tutte le cagioni che poſſono aver rapporto al
favorevole o triſto evento della ſorte, ſi conoſcono tutti gli ele menti dei
quali ſi formano le varie combi nazioni, e ſi fanno perfettamente tutti i modi
46 diverſi per mezzo dei quali queſte fi forma no. E' queſto forſe l'unico caſo
al quale ſi poſſa applicare lo ſpiritoſo Emblema del ce lebre Moivre,
rappreſentante la ruota della fortuna, e ſopra di eſla una ſemicirconferen za
di cerchio, che con le ſue diviſioni ſerve a regolare quei capriccioſi giri,
che ſono l'og getto di tanti voti, e la cagione di tante vi cende dei mortali.
Chi intraprende queſti contratti pud, direi quafi, venire alle preſe con la
ſorte, e conoſcendone la forza e l'ar mi bilanciare il deſtino della lotta
fatale. Non è così certamente nei contratti che alla ſeconda claſſe ſi
riferiſcono, ne' quali il rapporto neceſſario a formare l'uguaglianza fra i
contraenti, ſi appoggia alla ſola ſperien za del paſſato, e a cagioni incerte,
e varia: biliffime. lo ſo bene che ſi ſono pur trovati dei Filoſofi che hanno
francamente aſſerite due coſe. La prima, che nelle umane vicen de che colpi
chiamanſi della ſorte, e a noi pajono fortunoſi e irregolari, ſiavi un ordine
coſtante, eun'originale diſegno per cui dirette da una provida mano che lor dà
moto ſecon 47 1 do certe invariate leggi, eſcano a ſuo tempo ad agire in queſto
sì ben congegnato ſiſtema del mondo. La ſeconda, che l'irregolarità, che non
agli eventi medeſimi e alle vicende, ma alle noſtre cortę vedute deveſi
attribuire, ſcom parirà finalmente, e replicate l'eſperienze fi vedrà quella
conneſſione che ora ci è inco gnita, e ſi conoſceranno i fottiliſſimi punti nei
quali ſi uniſcono i tanti fili, che regolano con sì bella armonia l'intero
univerſo. Da queſte due propoſizioni argomentano, che dunque dopo un dato tempo,
ſiccome cre ſcendo il numero delle ſperienze, queſte ci danno regola per
conoſcere ſempre più la probabilità di un evento, che anch'eſſa va ſempre
aumentando a miſura che ſe ne co noſce la regolarità, arriverà un giorno queſta
probabilità a cangiarſi in certezza. Ecco ciò che aſſeriſcono con molta ſicu
rezza alcuni FILOSOFI, alla testa dei quali è l'incomparabile Moivre più altero
di aver rintracciato ne' ſuoi intimi penetrali l'ordine della NATURA, e di
averle ſtrappato queſto ſe 43 creto, che non fu già il ſuo celebre concit
tadino di aver conoſciuti, e indicati i rego lari moti e le orbite dei pianeti
per gl'im menſi ſpazi del cielo. Egli è veriſſimo che la gran macchina dell
univerſo ricevè dalle mani creatrici quel grande impulſo, che poi la mantiene
in moto coſtantemente, e dal quale come da prima cagione derivano tutti i più
piccoli moti della medeſima, benchè immediatamente prodotti dalle ſottiliſſime
e varie molle che la com pongono, e le dan forza. Ad eſſo ſi riferiſce
ugualmente un'auretta leggiera che diſſipa per la ſelva poche aride foglie, e
un procel loſo vento che ſull'immenſo Oceano di ſperde e rompe una flotta
ſuperba di mille vele. Le grandi vedute di un politico illumi nato, che formano
il ſoſtegno e la forza del Trono, non ſono agli occhi dell' Onni potente niente
più luminoſe delle ignobili e ſconoſciute cure di un ſelvaggio, dirette
ſoltanto a ſoſtentare la propria vita, e a difenderſi dall'ingiuria delle
ſtagioni. Che poi l'Eterna mente che tutto sà e 49 za, o del tutto regola,
abbia voluto che fra i varj eventi che inteflono la ſerie delle umane vicende,
e che ſon chiamati in più ſtretto ſenſo fortunoſi ſiavi un rapporto più che un
altro, un tal'ordine e non un altro, queſto è quello che io credo non poterſi
ſcopriregiam mai. Che dopo un certo periodo ricompa riſca di nuovo l'iſteſſo
evento, chedopo certe rivoluzioni torni l'iſteſla ſerie di coſe, ridon da egli
forſe in maggior lode o della fapien potere eterno, e ſovrano? Nell'immenſo
vortice della divinità fi pers dono le idee, che noi abbiamo di ordine, e
conneſſione. O non vi è relativamente agli occhi divini ordine e regola; o non
potiam noi conoſcere in che conſiſta; o tutto deve dirſi averla ugualmente. Chi
vede inſieme col preſente ſiſtema di coſe infiniti altri pof fibili, vede un
punto che non è ſuſcettibile di quei rapporti, che ſono idee relative a vedute
limitate e finite; o ne vede infiniti altri, per cagion dei quali pud agli
occhi ſuoi parer regolato tutto ciò che noi chiameremmo forſe diſordine, e
confuſione. Ma non è forse neppur vero essere più vantaggioſo all'uomo che
ſiavi di fatto nelle umane vicende queſta regolarità. Fra le infinite vedute,
che l'occhio im menſo ha preſenti per il vantaggio delle ſue creature, chi
ſaprà dire quale abbia fillata a preferenza dell'altre? Se un Sovrano cela ai
ſuoi popoli i diſegni che forma, e le impreſe che và maturando, queſta condotta
è diretta a tenergli nella dovuta ſommiſſione, e ad allontanarne l'orgoglio: e
ſe un padre, ben chè benefico fa l'iſteſſo co'propri figli, non lo fa ad altro
oggetto, che ad animarne la cieca confidenza che è uno dei più vivaci alimenti
di un reciproco amore. Non vi è dunque argomento che comprovi queſta preteſa
regolarità degli eventi che ſi fogliono chiamare fortuiti, e caſuali. Ma ſe
ancor foſſevi, io ben non veggo ſu che fondamento ſi aſſeriſca, che agli occhi
mortali eziandío dovrà una volta comparir chiara, e ſvanire per conſeguenza
quella ap parente irregolarità che alla ſcarſezza delle noſtre notizie, e alla
mancanza di eſperien ze, in tale ipoteſi deveſi attribuire. SI Quando ſi vuol
fiſſare la contingibilità di un evento, oſſervar dennoſi ogni volta ch ' ei
compariſce, le circoſtanze che lo accom pagnano, e l'intervallo di tempo che
paſſa fra le diverſe ſue apparizioni. Quanto più creſceranno di numero le
oſſervazioni, tanto più potrà conoſcerſi in quali circoſtanze ed in qual tempo
debba arrivare. Da queſto ap punto argomentano gl ' indicati filoſofi, che
ciaſcuna ofſervazione è diretta a ſcemare un grado della diſtanza che corre
fralla irrego larità dipendente a ſenſo loro dalle noſtre corte vedute, e la
regolarità che eſiſte di fatti nell'originale diſegno, e lega inſieme ed u
niſce ſotto certe leggi tutte le varie vicende. Replicando adunque le
eſperienze, rinovan do le offervazioni, ſi potrà arrivare a render nulla
affatto queſta diſtanza; e a ſquarciare del tutto quel velo che cela ai noſtri
occhi queſta bella regolarità. Di fatto ſoggiungono, che altro è la cer tezza
ſe non un tutto di cui la probabilità è una parte? Creſcendo adunque queſta per
mezzo delle oſſervazioni, potrà arrivare al 1 گرí grado di confonderſi col ſuo
tutto: ed ecco fiſſata la certezza di quegli eventi, che ſi fo no ſempre
creduti giochi, e capricci di una irregolare fortuna. E' egli per altro
evidente queſto diſcorſo? Potrebb'egli un animo, che non voglia ar renderſi ad
altra forza, che a quella della ve rità, dubitare ancora di ciò medeſimo che
uomini di grande ingegno hanno tenuto per certo? E prima di tutto nel formare
la tavola dei tempi nei quali ricompariſce l'evento medeſimo, convien
riflettere di non notare ſe non quelle volte, nelle quali ſi moſtra ri veſtito
delle medeſime circoſtanze. Se così è, e ſe queſte ſono preſſo che infinite, e
in finitamente variabili, ne verrà per conſeguen za che quella rivoluzione che
dee ricondur l'iſteſſo evento farà sì vaſta, e il circolo che la rappreſenta sì
ampio, che o non ſi potran no da chi oſſerva congiungere oſſervazioni sì
diſparate e rimote, o sì poche ſe ne po tranno fare, e la probabilità creſcerà
sì len tamente da non potere giammai arrivare al grado di confonderſi colla
CERTEZZA – Grice, UNCERTAINTY. Tra= laſcio di oſſervare che un evento può com
parire a noi accompagnato dalle medeſime circoſtanze, ed eſſervi nulladimeno
tanta va rietà, che ſe foſle da noi ben conoſciuta fa rebbe sì che a tutt'altra
ſerie da quella di cui ſi fanno le oſſervazioni, dovrebbeſi ri chiamare. Si
conſideri ora ſeriamente qua lunque di queſti eventi che fortuiti chiamat
ſogliamo, da quante cauſe poſſa provenire, e queſte in quante maniere poſſano
combi narſi; e vedremo, ſe per quante ſi vogliano replicate ſperienze ſi potrà
giammai arrivare ad argomentare dalle circoſtanze che altre volte fi videro
accompagnare un evento, la eſiſtenza del medeſimo. Quelle ragioni medeſime che
immediata mente influiſcono ſugli eventi fortuiti hanno conneſſione con vari
ordini di cauſe più o meno rimote, che innumerabili ſono ancor eſſe, e capaci
di innumerabili gradi di alte razione. E quì potrei ricorrere a tante fiſiche
teorie, le quali dimoſtrano, che un gran fe nomeno può avere la ſua prima
ſorgente, tam 54 lora sì rimota che per infiniti giri, e tortuoſi fentieri
appena ſi può rintracciare; talvolta sì piccola, che dopo averla conoſciuta, ap
pena ſi può credere che da eſſa derivi. E la ragione, e la immaginazione vanno
in queſto caſo d'accordo a preſentare al pen fiero l'enormiſſima ſproporzione
che correrà ſempre fra un gran numero di offervazioni quali peraltro non
potranno eſſere moltiſſi me, (ſe vogliano porſi in calcolo quelle ſolo che
fimiliſſime ſono, è relative ad oggetti ſimili ) e l'immenſo vortice fra cui fi
aggi ra ľ apparente irregolarità. Di quì deriva, che a rigore parlando dubitar
deveſi di quella maſſima, che la probabilità di queſti eventi arriverà una
volta a cangiarſi in cer tezza. E quì fa d'uopo riflettere, che la proba bilità,
e la certezza ſono due atti eſſenzial mente fra loro diverſi, come dicono i
meta fiſici, e che fralla maſſima probabilità che arrivi un evento, e la
certezza, vi è di mez zo una ſerie infinita di poflibili. Il timore di errare
che ſi coinpone con la maſſiına probabilità e viene eſcluſo dalla minima cer
tezza, è una barriera inſuperabile, per cui non ſi poſſono giammai fra loro
confon dere, ed è quello appunto che le rende (ſia mi lecito uſare un termine
di matematica trattando di una materia nella quale ſe n'è fatto uſo con tanto
profitto ) quantità in commenſurabili. Le prime oſſervazioni che fi fanno
intorno a un determinato evento, non poſſono dargli che un grado di pro
babilità così piccolo riſpetto al vortice im menſo della irregolarità, e all'
infinita ſe rie dei poſſibili dall'evento medeſimo di verſi, che queſto grado
pud conſiderarſi co me un infiniteſimo. Siccome adunque per trasformare un
infiniteſimo in una quantità finita deveſi queſto moltiplicare per l'in finito,
così queſto grado di probabilità do vrebbe ricevere infiniti aumenti per mezzo
di infinite oflervazioni, prima che ſi poſſa chiamare ridotto al carattere
della cer tezza. Parlo di caſi nei quali la ſerie dei poſſibili, che è di mezzo
fralla probabilità e la cer 56 2 ! tezza, è compoſta di cauſe, che ogn'uno fa
eſſere non immaginate ma vere, e poterſi in infinite maniere combinare. Poche
oſſervazioni baſtano al filoſofo per render certe, o almeno eſcludenti un pru
dente dubbio, alcune ſempliciſſime leggi della natura, dove tanto è lontano che
ſi co noſca effervi infinite altre cagioni poſſibili, che anzi per argomenti
preſi dai principi delle ſcienze ſi deduce non eſſervi luogo a ſoſpettare che
altre ve ne ſiano. E' ben diverſo il caſo noftro ove trattaſi degli eventi che
danno occaſione ai contratti di azzardo; e riguardo a quali ſi pretende ſolo di
mettere in diffidenza la maſſima che promette che ſi abbia a cangiare in una
aſſo luta e rigoroſa certezza, quella che è mera probabilità, e forſe capace di
creſcer ſolo pochi gradi. Che non pud fare l'amor di ſiſtema? Lo ſpirito
calcolatore avvezzo a portar lume ai più aſtruſi miſteri della geometria, e ad
ana lizzare le coſtanti leggi della natura col più felice ſucceſſo, ſi lancia
ardito dal gabinetto $ 7 di un filoſofo, e prefume di porre in mano ai mortali
un filo che ſegni la traccia co ſtante degli eventi più incerti, e di aſſoggets
tare alla ſua eſattezza ed uniformità, quan to v'ha di più vario, e mutabile.
Non ſolo hanno cercato alcuni di ſcoprire un'ordine conoſciuto dai naufragi,
un'ordi ne riſpettato dai morbi, e dalla ineſorabil morte; ma hanno fperato di
poterlo tro vare anche in quegli eventi che più dipen dono da cauſe morali e
libere, le quali agi ſcono certamente, non perchè così voglia un ordine e non
un'altro, ma perchè così vo glion eſſe, e non altrimenti. Si è perfino tro vato
chi ha propoſto le tavole degl'incendii, delle cadute fatali da un precipizio,
e di molti altri ſimili fortunofi accidenti come ſe ſi poteſſe ſcuoprire anche
in eſſi a ſuo tempo regola, ed ordine. Per quanto poſſa nei caſi dipendenti da
fi fiche cauſe trovarſi una conneſſione fralle me deſime per lunga ſerie
concatenate, in guiſa che debbano in un dato tempo produrre un effetto più che
un'altro; non ſi potrà mai dire 1 1. $$ altrettanto quando vi abbia luogo una
libera volontà che non ſiegue ordine, o conneſ fione, e che può produrre
un'atto ſenza rap porto a verun' altro che abbia altre volte prodotto, o che
ſia per produrre in appreſſo. E ſe è vero, che negli eventi, e nei caſi preſi
in compleſſo di tutte le loro circoſtanze, e in quelli ſpecialmente che ſono il
ſoggetto dei contratti di cui parliamo, qualche o più proſſima, o più rimota
influenza vi hanno le cauſe morali; che ſi può egli penſare di più ſtravagante
che il volergli ridurre eſattamen te a regola e pretendere di cangiare la pro
babilità in certezza? E chi fu mai che tentaffe di ordinare le diſperſe, e
confuſe foglie, che contenevano le riſpoſte ſull'avvenire, della fatidica Sacer
dotella di Cuma? Ma quand'anche gli argomenti da me ad dotti non provaſſero
l'impoſſibilità di arriva re dopo un lunghiſſimo corſo di anni a can giare in
qualche certezza la probabilità, pro vano almeno, che per noi, e per ben mol te
generazioni queſta farà una ſterile ricer 59 ca; giacchè per molti, e molti
ſecoli, (ac cordando anche più di quello certamente, che ſi può ) non ſi potrà
vincere quel diſordi ne, e irregolarità almeno apparente, che of ſervaſi nelle
umane vicende, e che in ſomma il limite delle medeſime è tanto diſcoſto, che
pud conſiderarſi come infinitamente diſtante. Dal fin quì detto per altro non
ſi può ra gionevolmente inferire, che dunque dal com mercio degli uomini ſi
debbano eſcludere i contratti di azzardo che appartengono alla ſeconda delle
ſopra indicate clafli. Per provare la verità di queſta aſſerzione convien
fiſſare due maſſime conformi alla ragione, e che ſe non erro ſono il fonda
mento al quale ſi appoggia la giuſtizia di queſti contratti. Queſta uguaglianza
fra i contraenti che è sì neceſſaria a render giuſti i contratti è un termine
vago, e che non ha affiffa alcuna idea, ſe allo ſtato di natura vogliam rimon
tare. Il prezzo delle coſe introdotto o dalla legge, o dalla conſuetudine che
imitatrice della legge la vince di autorità, ecco ciò che ha chiamata l'
uguaglianza a preſiedere ai contratti. Alla ſocietà dunque, e alle fire maſſime
deveſi attribuire. Si eſamini pero lo ſpirito della ſocietà, e ſi vedrà che
nelle ſue maſſime generali non ſi devono comprendere quei caſi che è dello
ſpirito della medeſima l'eſcludergli, e l' eccettuarli. Si riduce al lora la
queſtione, ad eſaminare ſe ſiano utili alla ſocietà i contratti in queſtione; e
ſe nelle bilance del pubblico bene ſia di maggior mo mento il vantaggio che
recano, o la preciſa offervanza di quella perfetta uguaglianza ne contratti,
che è tanto neceſſaria generalmen te alla quiete, e felicità degli individui, e
al buon ſiſtema, e conſervazione di queſto cor po morale, e politico. Pochi
elementi, e poche idee ſciolgono il problema. Induſtria eccitata, commercio
invigorito, circolazione ampliata. Vantaggi fono queſti generalmente procurati
da tali contratti ben regolati, come ſi può ben co noſcere da chi ne eſamini lo
ſpirito, e le conſeguenze. Daqueſto argomento riceve gran forza un 61 ſecondo
rifleflo. In queſti contratti non ſi può avere fra i contraenti una perfetta
ugua glianza di condizione, perchè non ſi può eſattamente miſurare la loro
forte. Ma ciò che manca a queſta giuſta miſura è con une ad entrambi. Ad
entrambi è egualme ite i gnoto per chi debba eſſere il vantaggio, e per chi il
diſcapito, potendo ugualmente nel caſo noſtro, e l'uno, e l'altro a ciaſcun di
loro arrivare; e queſto medeſimo forma una ſpecie di ſorte uguale, la quale pud
ſupplire a quanto manca alla perfetta uguaglianza. Diſli alla perfetta
uguaglianza, perchè le maſſime ſopra eſpoſte ed impugnate, vacil lano ſoltanto,
perchè oltrepaſſano certi li miti, dentro dei quali rinchiuſe provano
moltiſſimo, rapporto alla uguaglianza che deve eſſere nei contratti della
ſeconda claſſe. Inteſe le maſſime con la dovuta moderazio ne, è veriſſimo che
eſtraendo da un'urna ove ſiano alla rinfufa molti viglietti bianchi e molti
neri, quante più eſtrazioni fi anderan no facendo, tanto più creſcerà la
conoſcen za del rapporto che hanno fra loro: è verif fimo che le oſſervazioni
ſegnate in tavole danno ai giovani la prudenza dei vecchi: ed è incontraſtabile
che quanto più ſpeſſo ac caderà in natura un evento, tanto più ſi po tranno
attrappare le circoſtanze che lo ac compagnano, e farà meno irragionevole l'in
duzione che dalla eſiſtenza di queſte, ſi farà della futura eſiſtenza di quello.
Si potrà dun que avere un qualche dato per eſaminare la probabilità di
un'evento, e proporzionargli il prezzo con cui ſe ne acquiſti la ſperanza. Per
formare una ſerie dei diverſi gradi di tale probabilità gioverà eſaminare un
qualche contratto in ſpecie, e fiffare i punti dai quali la ſerie ſi parte;
poichè non ſi potrebbe con tanta facilità fare una giuſta analiſi, o alme no
egualmente chiara, ſe fi conſideraſſero le idee in aſtratto, e ſenza applicarle
ad un de terminato ſoggetto. Fra tutti i contratti che ridur ſi poſſono a
queſta ſeconda claſſe parmi che meriti di eſ ſere diſtintamente eſaminata
l'aſſicurazione, Efla è un contratto per cui uno dei contraenti ſi obbliga a
riparare tutti i danni che può un altro ſoffrire nelle ſue merci per naufragio,
o altre convenute cagioni; e queſti ſi obbli ga a pagarli una determinata
mercede in com penſo del pericolo al quale volontariamente ſi eſpone. 1
Fiorentini che avendo già eſteſo il loro commercio per tutto il Levante aveano
fatto conoſcere a tutto il mondo quello ſpirito di lo devole induſtria, e
fagacità, che forma il nerbo e la floridezza di uno ſtato, e che fu ſempre del
loro carattere, furon quelli che riduſſero a certe leggi queſto contratto, e
gli diedero for ma e credito. Inſegnarono così alle altre na zioni commercianti
a tirarne quel profitto, che il profondo, ed illuminato Melon aſſe riſce dover
eſſere sì ampio per uno ſtato che abbondi di eſperti, ed avveduti aſſicuratori.
Di fatto alla Repubblica Fiorentina deb bonſi i primi capitoli di aſſicurazione
che furono diſteſi negli anni 1523., e 1525. A queſti ſucceſſero negli anni
1563., e 1570. le ordinazioni di Olanda. Non è ſtata queſta l'unica occafionein
cui abbiano, gareggiato in fatto di commercio queſte due nazioni, la prima
delle quali ha faputo ſempre profittar pienamente delle fe lici fue circoſtanze,
e la ſeconda compenſare ognora in mille modi i danni della infelice ſua
ſituazione; e inſultar quaſi alla natura di ayerla in eſſa collocata. Gli ſcrittori
che hanno trattato di queſto contratto lo diſtinguono in due ſpecie. La prima
chiamano eſſi aſſicurazione propria mente detta, ed è quando le merci che ne
ſono l'oggetto appartengono di fatto a quello che ne chiede l'aſſicurazione; e
queſto è ciò che intendono ſotto il nome di riſico dell' aſſicurato; ed inoltre
ſono eſſe realmente ſog gette a pericolo, o com'eſſi dicono a ſiniſtro. Per la
validità di queſto contratto ricercaſi la coeſiſtenza del riſico, e del
ſiniſtro; ed è quanto dire, che l'aſſicuratore non deve pa gare la ſicurtà, nè
l'aſſicurato la mercede, ſe le merci avean corſo già il loro deſtino quan do fi
ftipulò il contratto, o ſe non apparten gono all'aſſicurato. Per maggior comodo
poi, e dilatazione di commercio fu introdotto il contratto di affi 65 curazione
ſulle merci o proprie, ma non nella ſomma che ſi afferiſce, e che cade ſotto
l'aſſi curazione: o appartenenti affatto ad altra perſona. In queſto contratto
il fondamento conſiſte nella fola eventualità dell'azione; e ſi può in eſſo
ravviſare un'apparenza di Scommeſſa della quale però gli mancano ſe condo molti,
alcuni caratteri. Anche in queſta ſeconda ſpecie comunemente ricer caſi, che le
merci ſiano in pericolo ancora quando ſi fa il contratto; benchè in alcune
piazze ſi ſoſtenga anche nel caſo che le merci aveſſero già corſa la loro forte
quando ſi ſti puld il contratto, purchè però queſto non foſſe a notizia dei contraenti.
Per ridurre pertanto in qualche vero ſenſo il contratto di aſſicurazione alla
Teoria ſopra eſpoſta regolatrice della uguaglianza neceſ faria nei contratti di
azzardo, fa d'uopo con ſiderare due fatta di caufe che influir poſſono
full'evento incerto, che ne forma l'oggetto. Altre ſono le cauſe fiſiche che
per un puro meccanico impulſo della materia agiſcono in dipendentemente da
qualunque libera determinazione di una cauſa ſeconda; il mare cioè più o meno
ſparſo di pericoli, agitato da vortici, terribile per gli ſcogli; il vento che
tormenta più un ſeno di mare che un altro, e domina più in una ſtagione, che in
un altra; la qualità del naviglio, più o me no capace di reſiſtere agli urti, e
di inſul tare gli Aquiloni; e finili altre che a que ſte ridur ſi ponno, anzi
con queſte confon derſi. Più incerte affai, e più indocili all'eſat tezza del
calcolo ſono quelle cagioni che mo rali ſi chiamano, perchè o conſiſtenti nella
libera determinazione di un ente creato, o da quella dipendenti almeno
mediatamente. La deſtrezza, e la buona fede del capitano: l'abilità dei
marinari e dei piloti: il nume ro, e la gagliardìa dell'equipaggio: la mag
giore o minor frequenza dei pirati che infi diano fraudolenti, e poi attaccano
rapaci; o dei nemici armatori che appoggiano le fan guinoſe loro infeſtazioni
ai tremendi diritti della guerra, ſono o le uniche, o le più con ſiderabili di
queſte cauſe morali. i Se il fondare un
calcolo eſatto ſulle fiſiche cagioni ſuaccennate è impoſſibile: il fondarlo che
ſi accoſti all'eſattezza difficiliſſimo: lo ſarà molto più l'appoggiarlo alle
cauſe morali che non agiſcono per una conneſſione di mo vimenti, e d'impulſi
che l'un l'altro fiſie guano neceſſariamente; ma che operano per una mera
libera determinazione, che per qualunque congettura la più apparentemente
probabile non ſi può preſagire; poichè anche preſa può ſul momento abbandonarſi,
per cangiarla in una affatto diverſa, e talora dia metralmente oppoſta, e
contraria. Un canone perd univerſaliſſimo, e da non preterirſi giammai in
queſto contratto, parmi quello di non conſiderare neſſuna cauſa, o fiſica, o
morale, ſeparatamente o iſolata dalle altre; ma di oſſervare l'influenza reci
proca che hanno tutte le cauſe l'una ſopra dell'altra, e quella non meno che
hanno ſulle morali; e l'iſteſſo dicaſi di queſte rapporto alle fiſiche. Il
momento di ciaſcuna cauſa ſi altera a miſura che diverſamente è combi nata, o
temperata colle altre. Per conoſcere però quanto poſſano queſte cagioni, e
ſingolarmente preſe, e in complef ſo, è neceſſaria una lunga ſperienza. In
queſto contratto, per caſi ſiniſtri non ſi intendono già tutte quelle
combinazioni, che realmente poſſono funeſtare l'aſſicuratore, e perder la nave,
nè per favorevoli quelle che ſalva dai naufragi, e dalle oſtili violenze, la
confe gnano al ſoſpirato porto. Fatta una tavola di accurate, e frequenti
oſſervazioni, e conoſciuto quante volte in parità di circoſtanze ſiaſi perduta
la nave, e quante ſia giunta felicemente al deſiato fuo termine; la ſomma delle
prime rappreſenta la ſomma dei caſi ſiniſtri; e quella delle ſe conde ſi tiene
per il numero dei favorevoli; e ſu queſti dati ſi forma la proporzione da noi
ſtabilita nel III. Teorema. Queſta è la ſpecifica differenza che paſſa fra i
contratti del primo genere, e queſti che al ſecondo appartengono. Nei primi
entrano in calcolo tutti quanti i poſſibili caſi e fini ſtri, e favorevoli,
perchè ſi fanno tutti, e ſe ne conoſce perfettamente il numero; noi 1 69
ſecondi fi calcolano quelli ſoltanto, che dopo una lunga ſperienza ſi ſono
oſſervati; reſtan done non compreſi nel calcolo tanti altri pof ſibili, i quali
perd dopo molte e molte oſler vazioni fi fuppongono in proporzione di no tati.
La proporzione ſi accoſta tanto più al vero, quanti più ſono i caſi oſſervati,
come appunto accade nell'urna che contiene un ignoto numero di palle bianche e
nere: delle quali con tanto minor pericolo di errore ſi può fiffare la
proporzione, quanto più copioſa ſe ne è fatta l'eſtrazione. In una parola, nei
primi è incerto l'eſito della ſorte; nei ſecondi è incerto anche ciò che può
determinarlo. Rariſſimi però ſono i caſi che ſieno riveſtiti perfettamente
delle medefine circoſtanze. Fa d'uopo adunque per formare la propor zione
ricorrere alle diverſe tavole, ove ſono notate le circoſtanze preſe
ſeparatamente; e conſiderarle come tanti elementi dei quali ſono compoſti i
dati della proporzione. Scioglie una nave dal Porto, e veleggia per un mare
tranquillo, e placido; queſta circoſtanza è un fondamento della propor 70 zione
da ſtabilirſi fra il valor delle merci, e il prezzo dell'aſſicurazione; e la
tavola delle navigazioni fatte in queſto mare lo additerà preciſamente. Ma fe
queſta nave corra un pericolo di pirati, o di nemici che le altre navi facendo
il medeſimo viaggio non avevan corſo giammai, nel formare la proporzione vi
entra anche queſto elemento, la di cui forza ſi miſura dalla tavola di altre
naviga zioni benchè fatte in altri mari, e ſi compone il minor pericolo che ha
queſta veleggiando per un mare tranquillo; col pericolo che cor ſer altre per
la ſola oſtile infeſtazione. Vaglia queſto per eſempio delle proporzioni com
poſte di varj elementi, il valor dei quali ſia regiſtrato in diverſe tavole,
non obliando giammai nel combinarli la forza che acqui ſtano dalla reciproca
loro influenza. Ma può talvolta non eſſervi l'eſperienza baſtante a far
conoſcere i gradi di probabi lità dell'eſito lieto, o infauſto. Monta per la
prima volta un vaſcello un Capitano, che non ha mai per l'avanti governato
naviglio alcuno: infeſta i mari una turma di corſari 1 1 71 sbucati da qualche
ſcoglio che alzava prima una barriera alla fanguinaria loro rapacità e dei
quali ignoraſi per anco il numero, ed il valore, o a meglio dire la violenza
della eſecrabile loro ſete dell'oro e del ſangue; chi potrà miſurare i gradi
dell'influenza che ha ſull'eſito felice la prụdenza e la deſtrezza del primo, e
ſull’infauſto l'ardire, e la forza dei ſecondi? In tal caſo per quanto vogliaſi
dare un va lore anche a queſte circoſtanze nuove; fon dandolo ſu qualche
piuttoſto appreſa, che conoſciuta ſomiglianza ad altri caſi; egli è certo però
che ſenza una più volte ripetu ta eſperienza, non può fiffarſi una propor zione
di cui ſi calcolino i gradi, e ſi nume rino i valori; e ſenza di eſſa non ſi
può for mare una ſerie che ſerva di norma all'u guaglianza ricercata in tali
contratti. Tutto alla fine ci conduce a riflettere, che una e fatta proporzione
nei contratti del ſecondo genere non può ſperarſi giammai; che in molti caſi ſi
potrà avere meño lontana dall' eſattezza; in altri ſi troverà dalla medeſima 72
più rimota, come dal fin qui detto chiara mente appariſce. Ma forſe gli
aſſicuratori interrogano que ſte tavole, formano calcoli, e ſciolgon pro blemi?
Il filoſofo che ſcortato dalla ragione fino ai loro principi eſamina le azioni
degli uomini e le bilancia, conoſce che queſti cal coli ſono neceſſarj a
ridurre i contratti all' uguaglianza e comprende che queſta tanto più ſi
otterrà facilmente, quanto più ſiano frequenti queſte tavole, e numeroſi i caſi
che ad eſſe, come a indicatrici della ſorte ſono af fidati; l'aſſicuratore poi
accorto ed illumi nato le conſulta, o le deſidera; l'indotto, e meno avveduto
ha preſente, almeno in con fuſo la maggiore, o minor frequenza de' fini ſtri
nelle date circoſtanze ſeguiti, e ſu queſto implicito calcolo forma il ſuo
giudicio più o meno eſatto, e non ſi affida totalmente alla cieca all'arbitrio
dell'incerta forte. In queſto contratto il prezzo che eſpone l'aſſicuratore, è
il valore delle merci, che egli ſi mette in azzardo di dover pagare all'
aſſicurato; quello dell'aſſicurato è la merce: 1 73 de che egli paga
all'aſſicuratore in compenſo di queſto azzardo medeſimo. Ma ſiccome fatto il
contratto di aſſicura zione, l'aſſicurato deve in qualunque evento pagare
all'aſſicuratore la convenuta merce de, pare a prima viſta che per l'aſſicurato
non ſiavi azzardo alcuno; poichè dal punto dello ſtabilito contratto è deciſa la
ſua forte; o a dir meglio riguardo a lui nel ſuo con tratto non ha luogo alcuno
la forte. Baſta però una giuſta rifleſſione ſulla natura di tal contratto, per
vedere che anche per l'aſſicu rato vi è l'eſito favorevole della ſorte ſicco
meancora l'infauſto. Caſo favorevole può chiamarſi quello che rende il
contraente pago, e contento di aver fatto il contratto; talmente che ſe aveſſe
pre veduto l'eſito, conſultando ſolo il ſuo van taggio, l'avrebbe nonoſtante
fatto, anzi con tanto maggiore alacrità. Per lo contrario infauſto può dirſi
quello che in qualche modo gli dà occaſione di pentimento, in guiſa che ſe
aveſſe previſto l'eſito avrebbe omeſſo di fare il contratto. Ora quantunque 74
l'aſſicurato, fatto il contratto ſia già ſicuro di dover pagare la mercede,
qualunque ſia l'evento; quando però la nave giunga a ſal vamento, è in caſo di
pentirſi del ſuo con tratto; poichè ſe non lo aveſſe fatto, e avreb be avuta
ſalva la nave, e non avrebbe fof ferto il diſpendio della ſtabilita mercede. In
queſto ſolo ſenſo, e non in altro, che ſareb be troppo contrario all'umanità,
poichè ſi riſolverebbe in compiacerſi dell'altrui dan no, che neppur ridonda in
proprio vantaggio, ſi pud intendere ſiniſtro per l'aſſicurato il caſo del
ſalvamento della nave; e in queſto ſolo può ridurſi il contratto al carattere
di una vera ſcommeſſa, di cui è eſſenziale ſe condo alcuni, che l'avvenimento
favorevole ad uno dei contraenti, ſia per l'altro infau ſto, e ſiniſtro.
Conchiuſo il contratto, l'al ficurato che ha ſentimenti di umanità, deſi dera
che ſi falvi la nave, ma falvata la nave vorrebbe non aver fatto il contratto.
Quello che non ſi può in modo alcuno ri durre a calcolo, ſi è nella perdita di
una na ve, la minore, o maggior quantità di merci, ! 75 che ritoglier ſi
potranno all'ingordigia dell onde, e ritrarre al lido; lo che ſuccede mol te
volte, e fa che non debbanſi tutti i cafi ſiniſtri giudicare di un carattere
egualmente dannoſo; ma diverſi, a miſura, che più o meno delle aſſicurate merci,
ſi perde, e ro vinafi. Il poter prevedere, e calcolare in a vanti tal quantità
influirebbe molto a deter minare la mercede che l'aſſicurato promet te. Ma chi
potrà mai calcolare le tante cauſe che poſſono influire ſopra un sì variabile
accidente? Forſe l'aſſicurato avrà all'ingroſſo preſente queſta varietà di
combinazioni; ma potrà egli dare ai loro effetti un giuſto valore? I principj
fin'ora eſpoſti regolatori di que Ito contratto, quando ha per oggetto merci
affidate al pericoloſo traſporto di mare, pof ſono facilmente adattarſi alle
merci traſpor tate per terra; anzi alle merci, o ſituate nei magazzini, o in
altra maniera cuſtodite. Tutto ciò che può eſſer ſoggetto ad un fatal accidente,
e per quello perire, o deteriorarſi, fi fa eſſere oggetto di queſto contratto.
Anzi il guaſto di un incendio divoratore, le ruine 70 di un turbine procellofo
che abbatte caſe, porta la deſolazione per le campagne, la vio lenta incurſione
di rapaci aſſaſſini, o le ru berie affidate al ſegreto e alle tenebre della
notte dalle timide mani infidiatrici, ed altri pericoli di tal fatta, che a
prevederli biſogne rebbe nulla meno che lo ſpirito di divinazio ne,
ſomminiſtrano in alcuni paeſi occaſione di venire alle mani con la ſorte, ſenza
che nè l'una parte nè l'altra poſſa mai, neppure all'in groſſo e colla maggiore
ineſattezza, miſurarla. Un'altro contratto non meno intereſſante, e che
appartiene a queſta ſeconda claſſe ſi è quello che chiamaſi vitalizio. Gli
uomini non contenti di affidare la loro forte a tante, e sì varie combinazioni
che alterano, e modificano sì ſtranamente gli ef Teri inanimati; hanno voluto
che ella dipen da anche dalla vita dei loro ſimili, ed hanno fatto sì che un
uomo debba ftimarſi infelice ſe un altro gode per lungo tempo sì prezioſo dono
del cielo. La vita iſteſſa è venuta tal volta in bilancia con un tenuiſſimo
guadagno. Il vitalizio altro non è che l'annuo interesse di un capitale
collocato a fondo per duto. Chi colloca in tal guiſa il ſuo capitale lo fa ad
oggetto di ritrarne un profitto mag giore di quello che riſerbandoſene il
dominio potea ſperare. Suol eſſere comune queſto con tratto e a coloro che non
avendo perſone congiunte con ſtretto vincolo di ſangue o di amicizia, o che non
curando le veci dell' uno, o dell' altra, non hanno nulla che gli ritragga dal
provvederſi i mezzi di ſodisfare anche a quei biſogni che ſono figli del più
molle, e faſtoſo luſſo; e a quegl' infelici, che ſenza queſto compenſo condur
dovrebbero i triſti loro giorni in ſeno all'inopia, e allo ſqual lore. Il
vantaggio di liberarſi da tante fre quenti, e penoſe cure della domeſtica eco
nomia luſinga molto, ed è talor neceſſario, a chi trovandoſi in un'età cadente,
accom pagnata per lo più da una infaufta dote di mali, vedrebbe da mercenarie
mani rapaci diſperſi, e lacerati i ſuoi fondi, rendergli un frutto di gran
lunga inferiore a quello che potrebbe ritrarne perchè diviſo con tanci
domeſtici fti pendiati uſurpatori. 78 Quello poi che ſi carica di pagare un
frutto maggiore dell'ordinario ha per oggetto non folo di fare in un colpo
l'acquiſto di una ragguardevole ſomma, ma di vedere la vita di quello a cui lo
paga non oltrepaſſare un tal corſo di anni che la rendita ecceſſiva af forbiſca
il capitale, e la ſomma degli inte reſſi ordinarj, che egli ne ha ritratti.
Aipri mo arride la ſorte fe ſopravviva un tal nu mero di anni che fatta la
ſomına delle an nuali rendite vitalizie, queſta ſuperi il fondo perduto e di
più le rendite ordinarie del medeſimo. Favoriſce il ſecondo ſe la morte fi
affretti a troncare prima di tal termine i giorni dell'altro. Ecco lo ſpirito
di queſto contratto. Per rintracciare nel medeſimo la neceſſaria uguaglianza, e
per verificare i noſtri teore mi è neceſſario riflettere, che sborſato il ca
pitale che ſi perde, e fiſſata la rendita mag giore dell'ordinaria, vi ſarà un
certo nume ro di anni, per il corſo dei quali ſopravi vendo, la ſomma degli
ecceſſi della rendita vitalizia full' ordinaria uguaglierà il capitale. Se
quello adunque che perde il fondo foſſe ſicuro di ſopravivere un tal corſo d'an
ni, non potrebbe eſiger di più di queſta de terminata rendita vitalizia. Ma
ſiccome quel lo che dà a vitalizio non è ſicuro di vivere un determinato numero
d'anni; per poter rendere eguali le condizioni dei contraenti, è neceſſario
fiſſare un tal numero d'anni, che la probabilità di ſopravivere ſia uguale a
quella di premorire, e che al caſo che uno ſopraviva o due o tre anni, o
qualunque altro numero, ſi poſſa con ugual probabilità contrapporre il caſo che
muoja un egual nu, mero d'anni prima. Quando dunque ſi tratta di formare un
vitalizio, conviene eſaminare quanto abbia ſopraviſſuto un gran numero di
perſone, per eſempio mille, all'età di quello che vuol farlo. La ſomma di tutti
gli anni che tali perſone hanno ſopraviſſuto di viſa per il numero delle
medeſime, dà un numero, che ſi chiama l'età media. Trovato queſto, ſi ſuppone
che chi fa il vitalizio deb ba ſopravivere fino a tal termine, e ſi fa il
diſcorſo che ſi è detto di ſopra, quando ſi è 80 fatta l'ipoteſi che uno foſſe
ſicuro di vivere nè più nè meno un determinato numero d'anni. Nel fiſſare la
media ſi ſono conſide rati gli eventi che poſſono favorire il caſo della
ſopravivenza eguali in numero a quelli che vi ſi oppongono; uguaglianza che ſi
ac coſterà tanto più al vero quanto ſarà mag giore il numero delle vite dalle
quali ſi ri cava la media. Ecco dunque, come in queſto caſo la ſpe ranza può
dirſi uguale al timore, e per con ſeguenza può aver luogo l'azzardo ſenza op
porſi alla giuſtizia, ed ecco finalmente ridot to il contratto ai termini dei
noſtri teore mi. La ſomma del capitale più le rendite ordinarie, che è il
prezzo eſpoſto da chi perde il fondo, deve ſtare alla ſomma delle rendite
vitalizie che formano il prezzo eſpoſto dall' altro contraente, come il numero
dei cafi favorevoli al primo, al numero dei caſi fa vorevoli al ſecondo; i
quali ſupponendoſi moralmente uguali per l'accennata ragione, ne ſegue che la
ſomma del capitale, e delle rendite vitalizie dovrà eſſere eguale alla fom 81
ma del capitale, e delle rendite ordinarie computando tal ſomma fino al termine
del la vita media, che per ipoteſi ſi dà ſtabilito per l'indicato calcolo. Si
ridurrà dunque l'uguaglianza di queſto contratto a diſtribui re per detto
numero d'anni queſta ſomma; o ſia a rendere anche più ſemplice l'eſpreſ fione,
ſi tratterà di aggiungere alle annue rendite ordinarie il capitale diſtribuito
per detto numero d'anni. E'evidente che per rendere in queſto contratto le
condizioni più eguali convien pigliare un grandiſſimo nu mero di vite per
formar la media. E quì ſi oſſervi che ſe poteſſe la probabilità della du rata
di una vita fino a un dato numero d'an ni cangiarſi in certezza, ſarebbe tolto
affatto l'uſo di queſto contratto: lo che dee dirſi di tutti i contratti di
azzardo. Si penſa a can giare la probabilità degli eventi in certezza. Se
queſto ſi otteneſſe ſarebbe affatto bandita quella cieca divinità alla quale ſi
abbando nano gli uomini per formarne un ramo di commercio. Vogliamo adunque
miſurar la forte, non eſpellerla. f 82 Tanto più farà facile in queſto
contratto fiſſare la media, quanto più ſaranno ridotte a claſſi diſtinte le
perſone delle quali ſi ſom mano le età. Qualità di profeſſione, carattere di
temperamento, indole di clima, eligono ſeparate oſſervazioni. In fatti, ſiccome
per cali favorevoli s'intendono quelli per i quali ſi prolungano le vite, per
contrari quelli che le abbreviano; e i ſecondi, nel fillarſi l'età media
vengono conſiderati moralmente ugua li di numero ai primi; queſta uguaglianza
ſarà più vicina alla vera, quanto maggiore ſarà la parità di circoſtanze. Se
abbiaſi però riguardo non ſolo alle an nue rendite vitalizie, ma al frutto
delle me deſime, potendoſi eſſe, e il frutto loro cangia re ſucceſſivamente in
forte fruttifera; fic come quello che paga l'annua rendita vita lizia paga un
frutto maggiore di quello che ritrae; dovrà a proporzione ſcemarſi l'ecceſſo
della rendita vitalizia ſull'ordinaria. Queſto però non ſi oppone alla verità
del teorema terzo; poichè in tal caſo il prezzo che eſpo ne quello che paga la
rendita vitalizia non farà più quell'ecceſſo della rendita vitalizia ſull'
ordinaria, che naſcerebbe dalla fillata proporzione; ma ſarà un ecceſſo tanto
mino re, quanto è la differenza del frutto della rendita vitalizia conſiderato
ſucceſſivamente, e per ferie cangiato in forte fruttifera, dal frutto della
rendita ordinaria conſiderata nell'iſteſſa maniera, e così cangiandoſi pro
porzionalmente le eſpreſſioni dei due prezzi, non ſi cangerà l'analogia. Non
farà difficile il perſuaderſi dell'indi cata differenza fe fi conſideri, che
chiamata la ſorte totale per eſempio A, e una di lei porzione C, alla quale
corriſponda l'annuo frutto B, ſarà la ſerie delle annue rate d'in tereſſe o ſia
di ciò che ſi deve ogni anno nella ipoteſi che il frutto ſi cangi in forte,
eſpreſſa dalla ſeguente formola. (C + B ) A,(B ) A (C (C + B С N o ſia
eſprimendo per Nil numero degli anni ſcorſi dal primo (C + B) À laddove quando
il N frutto non ſi cangia in ſorte fi avrà una ſe C_A f 2 rie aritmetica il di cui primo numero cor
riſpondente al primo anno farà il capitale col frutto; il ſecondo il capitale
col doppio del primo frutto; il terzo il capitale col tri plo del primo frutto.
Il valore adunque del frutto del primo anno ſarà la differenza dei termini di
queſta ſerie. Siccome poi nel caſo dell'ultima ipoteſi, tanto la rendita ordiną
ria, quanto la vitalizia ſi cangiano in forte; fatte le due ſerie di potenze
ſecondo la eſpo fta formula, e ridotte ai termini individui del caſo di cui ſi
cerca, ſi conoſcerà il valore della ricercata differenza. Richiaminſi però a
queſto contratto i prin cipj ſtabiliti in quello dell'aſſicurazione, e ſi abbia
in viſta che per caſi favorevoli, altro non s'intende, che il numero di quelle
per ſone che in parità di circoſtanze hanno ſo pravviſſuto un dato numero
d'anni, per ſi niſtri poi il numero di quelle che ſono man cate prima; che
queſta parità di circoſtanze vien compoſta talora da molti elementi il valore
de'quali dev'eſſere prima a parte no tato; e che la vita dell'uomo dipendendo
da cagioni fiſiche e morali, fa di meſtieri riflet tere al diverſo loro
carattere, e alla recipro ca influenza delle medeſime. Lodevolilimo però è
l'uſo di far le tavole, o regiſtri, nei quali ſi notino la naſcita, la morte, e
gli altri accidenti della vita umana; poichè queſte ſole appreſtano il
fondamento ſu cui ſi appoggiano tanti vantaggioſi con tratti; ed elle ſole
danno la miſura delle forti, e delle aſpettative dei contraenti. Sarebbe in
conſeguenza deſiderabile che ciaſcun medico regiſtraſſe privatamente le qualità,
e gli accidenti dellemalattie che egli tratta; ſiccome quelle del temperamento
di ciaſcun malato, che egli libera, o che non può ritrarre dalle prepotenti
fauci di morte. Queſte ridotte in ſiſtema, e reſe pubbliche riſparmierebbero
molte volte la pena di com binarne molte formate da indotti oſſervatori, anzi
fovente farebbero neceſſarie; poichè l'imperito regiſtratore omettendo tutte le
circoſtanze, o alcuna almeno delle eſſenziali, rende inutili le ſue
oſſervazioni, e appreſta piuttoſto occaſione all'altrui errore, o irri
fleſſione. Benchè e da quali tavole ſi potrà mai rica vare la giuſta miſura
della vita d'un uomo? Quot non ſunt caufae, dice S'graveſand intro duft. ad
Phil. a quibus vita hominis pendet? Una di queſte tavole forſe la più eccel
lente, perchè ricavata da regiſtri d'interi regni e provincie, è quella di
Pietro Süſmlich da lui intitolata: La divina providenza nelle vicende
dell'umana ſpecie, dimoſtrata dall'or dine delle naſcite, morti e
moltiplicazioni. Celebre è anche quella di Hocdſon fatta appunto per fillare le
annue penſioni vitali žie, e dedotta dai cataloghi di mortalità di Londra.
Gl’Italiani forſe ſono quelli che hanno traſcurato fin'ora più dell'altre
nazioni queſti importanti regiſtri. Oh ſe lo ſpirito d'indu ſtria, e di
curioſità, che non è l'ultimo pre gio di queſta nazione ſe l'intendeſſe ſempre
con la vera, ed utile filoſofia ! Sono ſtate fatte oſſervazioni meteorologiche,
ed ulti mamente l'aſtronomo di Padova il chiariſ fimo S: Toaldo ha dato alla
luce un libro nel quale ſono regiſtrate le oſſervazioni fatte í per un lungo corſo d'anni. Più palpabile
però, per ſervirmi di una eſpreſſione di un fommo Filoſofo, e più immediata
ſarebbe l'utilità delle tavole di cui ſi parla. Vi è tutta la ragione di
aſpettarla grandiſſima, dalla aſſiduità, ed efficacia dei noſtri Italiani
oſſervatori. Il preſagio comincia ad avve raríi felicemente. Già dai regiſtri
delle na ſcite, che la noſtra fanta religione rende neceffari, ſonoſi ricavate
delle conſeguenze ſull'articolo della popolazione: ficcome dalle oſſervazioni
delle frequenti morti dei bambi ni, ſi è preſa occaſione di rintracciarne la
cauſa, e d'indagare la maniera di ſalvare queſti teneri germi, che sì
facilmente foc combono anche ad un leggiero urto, e ad una tenue ſcoſſa. Al
genere dei vitalizj appartiene quella convenzione, che dal ſuo oggetto
chiamaſi: la dote della figlia. Un provido padre sborfa una determinata ſomma
di denaro con la condizione che fe una tal figlia di freſco natagli manchi
prima dell'età nubile, la sborſata ſomma cada in 88 proprietà di quello che
l'ha ricevuta; ma ſe la figlia arrivi all'età nubile riceva eſſa da queſto una
ſomma proporzionata agl'intereſſi decorſi del denaro, e al pericolo in cui ella
è ſtata di morire in tal intervallo, e di per der così la ſomma dal padre
sborſata. Dovrà in tal contratto rifletterſi che il prez zo, che sborſa il
padre per la figlia è uguale alla fomma più le rendite ordinarie fino all anno
prefiffo; quello che azzarda l'altro è l'ecceſſo della dote ſopra la sborfata
ſomma, e i frutti ordinari: ecceſſo che fi deve per l'incertezza della vita.
Deve dunque come il numero dei caſi favorevoli alla vita della figlia fino
alprefillo termine, ſta ai ſiniſtri (a), o fia ai favorevoli all'altro; così
ſtare la ſom ma sborſata dal padre, più le rendite ordi narie, all'ecceſſo
della dote che ſi dovrà alla figlia in caſo di ſopravvivenza ſulla ſomma
sborſata più le rendite ordinarie. Havvi un'altro contratto per cui un par
ticolare, che vuol comprare una conſidera (a) Anche in queſto contratto i caſi
favorevoli, e i finiftri s'intendono come fi dille parlando de' vitalizji 89
bile carica; per non privare della ſomma ne ceſſaria a tal acquiſto una
famiglia a lui ca ra che la ſua morte potrebbe mettere in braccio alla
deſolazione, e all'inopia; fi fa aſſicurare la propria vita per un dato corſo
di anni, pagando, o una ſomma, o un'an nua penſione all'aſſicuratore, che ſi
obbliga all'incontro di pagare agli eredi di lui la ſom ma ſpeſa nell'acquiſto
della carica, ſe egli muoja prima del termine ſtabilito. La eva luazione della
vita, si in queſto, come in tutti gli altri caſi ſi ricava dalle non mai ab
baſtanza commendate tavole. Si oſſervi, che in queſto contratto quello che
riceve la ſoin ma o l'annua penſione, trova vantaggio nella prolungazione della
vita di chi la sborſa, al contrario di ciò che accade nei vitalizj, e negli
altri contratti ad eſſi analoghi. Nel for mare adunque la proporzione cangian
nome fra loro i caſi che nei vitalizj ſi chiamano favorevoli, o ſiniſtri; del
reſto non vi è dif ferenza veruna. E' queſto un contratto di cui tanto meno
importa trattenerſi ad eſami nare i dettagli quanto importa più alla feli 1 $ 1
1 1 1 1 go cità di uno ſtato che non poſſa mai trovarſi occaſione d'iſtituirlo.
Diaſi però in quella vece una rapida oc chiata a quello che dal nome del ſuo
inven tore chiamaſi Tontina. Non differiſce que fto dal vitalizio, ſe non in
ciò che ove in quello la rendita annua ceſſa alla morte di colui, che collocò
il ſuo capitale a fondo per duto; in queſto ſi diſtribuiſce nei ſuperſtiti che
appartengono alla medeſiına claſſe, e che hanno fatto un ſimile contratto col
padro ne della tontina. L'ultimo però di ciaſcu na claſſe conſolida ſul ſuo
capo tutte le ren dite che ſi pagavano a quegli che gli ſono premorti nella ſua
claffe. A formare le diverſe claſli dà norma la diverſa età. E' celebre la
Vedova di un Chirurgo di Parigi la quale morì in età di 90. anni, e godeva
35000, lire di annua penlione frutto di uno sborſo di 600, lire. Dalle tavole
di mortalità ſi è ricavata la formula che eſprime in un dato numero di vite
coetanee quanti anni ſia per durare la più lunga. Da ciò il padrone della
tontina pud co 91 lui il pagare a o il noſcere per quanti anni dovrà pagare le
ren dite; poichè per il ſovra eſpoſto carattere di tal contratto, val lo ſteſſo
per ciaſcuno la ſua penſione col diritto di ac creſcere, che hanno quelliche
ſopravvivono, pagare la fomma di tutte a quella vita che durerà più dell'altre.
Potrà per conſe guenza fiſſare il valore di queſte annue pen ſioni. Si è in
oltre trovata la formola che eſpri me, dato qualunque numero di vite coetanee,
il tempo in cui uno, o due, o più manche ranno, la formola per il caſo che più
perſo ne comprino un annualità da dividerſi fra loro mentre vivono, da
dividerſi poi dopo la mor te di qualcuno di loro ugualmente fra i ſo
praviventi, e da ricadere finalmente tutta all'ultimo ſuperſtite da goderſi
durante la ſua vita; e queſta ancora dà lume agli azionari ſulla contribuzione
che devono preſtare. E faminate queſte formole, ed avuto in conſi derazione il
metodo tenuto nel fiſſare la pro porzione per i vitalizj, ſi ritrova facilmente
la medeſima anche per le contine. 1 1 E'
oltre ogni credere benemerito dell'u“ manità il gran inatematico Abramo Moivre,
che ha trovate, e applicate le anzidette, e molte altre formole, che ſi trovano
nella incomparabile ſua opera intitolata la dot trina degli azzardi. Io non le
ho riportate perchè il far ciò e troppo lungo ſarebbe, e devierebbe dallo ſcopo
fin da principio pro poſtomi. Benchè peraltro l'unico mio oggetto nell’
eſaminare i contratti d'azzardo ſia quello di fiſſare i principj sù cui ſi
fonda l'uguaglianza perchè ſian giuſti; voglio rammentare, che i più illuminati
politici hanno deteſtato l'a buſo di queſte pubbliche rendite, come ap punto
ſono le tontine, ed altre di fomi gliante natura. E' troppo chiaro che queſte
tendono a ſoffocare i germi dell'induſtria, e ad appreſtare alla parte ozioſa,
e indolente della ſocietà armi ſempre nuove per oppri inere la porzione che
co'ſuoi ſudori dà moto, ed anima al ben eſſere dello ſtato; oltre di che ſi
oppongono alla propagazione, allet tando eſſe a ſituarſi in uno ſtato nel quale
il 1 I generar figli ſarebbe
un'accreſcere il numero degl’infelici. En fin je ne me
plaindrai plus De l'etoile qui me domine; Il me reſte encore cent ecus Que je
vais mettre a la Tontine: O la charmante invention ! Sans avoir du Dieu Mars
eſſuyé le orages, Sans avoir fatiguè la cour de mes hom mages, Je ferai ſur
l'etat, et j'aurai penſion. Così cantò un elegante Poeta Franceſe in
tendendo così di far la ſatira delle tontine; e pare di fatto che il Poeta
potrebbe ora viver quieto ſu queſto articolo eſſendo eſſe molto ſcemate, e
andate in diſuſo, benchè non così gli altri contratti del genere di cui
parliamo. Ma d'altra parte eſſendo utiliſſimo, e tal volta neceſſario al ben
dello ſtato il poter ſollecitamente raccogliere una grandioſa ſomma di denaro,
ſenza imporre perciò nuo ve contribuzioni; ed effendovi talora molti cittadini,
le circoſtanze dei quali rendono ad eſſi neceſſario il ſoccorſo di queſte pen
94. fioni vitalizie ſi potrebbero forſe ritrovare provvedimenti opportuni, per
fare un eſame regolato dell'età, e delle circoſtanze di quelli che doveſſero
eſſere ammeſſi alla compra delle azioni, e con i neceſſari regolamentipreveni
re gl ' inganni, che in queſto articolo intereſ fante poteſſero deludere le
pubbliche vedute. Per eſaminare i contratti della terza claſſe ne quali il
rapporto su cui ſi fonda l ' ugua glianza fra i contraenti ſi appoggia in parte
alla conſiderazione di leggi certe, e ſicure, e in parte alla ſperienza del
paſſato, e a cir coſtanze incerte e di numero indeterminato, ſi ripigli
l'eſempio dell'urna, nella quale ab biavi un determinato numero, per eſempio di
go. palle. Se la ſperanza dell'eſito felice è affidata all'eſtrazione di una
palla; per la natura di tal contratto, o gioco che voglia chiamarſi, e per le
ſue leggi, il numero dei caſi favorevoli ai ſiniſtri farà come 1. 89,0 ſia
chiamando il numero totale m farà il mu mero dei caſi favorevoli ai ſiniſtri
come 1: m - 1 e per conſeguenza l'aſpettativa del buon'eſito farà = mo ſia
-112 Ma ſe ſia vero che la palla alla
quale è affidata la ſperanza eſca più frequentemente dall'urna che qualunque
altra, e l'ecceſſo di tal frequenza ſu quella delle altre ſia Þ; il numero dei
caſi favorevoli non ſarà più i ma bensì 1 Xp; e quello dei ſiniſtri eſſendo m =
1, la probabilità della ſperata eſtrazione farà Xp L'addotto eſempio è la norma
coſtante di tutti i contratti che poſſano mai cadere for to queſta terza claſſe,
come comprendenti le condizioni che ne formano il carattere. Di fatti la
probabilità dell'eſtrazione della palla fatale dipende dalle leggi del
contratto certe, e ficure che danno il rapporto di e dalla ſperienza, ed
oſſervazione delle fre quenti eſtrazioni della medeſima, che danno l'ecceſſo di
p ſulla frequenza dell'eſtrazione dell'altre palle nell' urna rinchiuſe, la
quale i XP fa che l'aſpettativa diventi I: m; Non è neceſſario che io offervi
che per quanto ſiaſi oſſervato queſto ecceſſo p, non 96 dimeno non è ſicuro e
certo che piuttoſto eſca tal palla, di quello che ne eſca un'al tra. E queſta è
una di quelle circoſtanze che io chiamo incerte e variabili. Che ſe ſi
trattaſſe di paragonare la pro babilità dell'eſtrazione fra due palle, ſicco
rapporto che naſce dalle leggi certe e ſicure è lo ſteſſo per tutte due,
eſſendo in me il I tutte due ſi dovrebbe attendere ſolamen in te la diverſa
frequenza dell' eſtrazione di queſte due palle. A queſto eſempio ſi poſſono
ridurre fpe cialmente le offervazioni dei giocatori di lotto, e di quelli che
ſi travagliano in oſſer vare quali carte ſi moſtrino più ſovente, o quali facce
del volubil dado, ad avvicendare nell'agitato cuore dei giocatori la gioja e la
triſtezza. Ben' è vero però che per quanto fiano replicate le eſperienze, in
moltiſſimi caſi non apparendo neppure in confuſo una minima conneſſione di tal
frequenza con una vera cauſa da cui derivi, non potranno giam mai meritare che
le abbia in viſta, chi ragiona ſu dati veri, e non fa caſo di mere e vaganti
accidentalità. Se ſi aveſſe a queſte riguardo, molti di quei contratti, che
nella prima claſſe ho eſa minati, a queſta terza dovrebbonſi riferire. Ma io
per le indicate ragioni, a quella ſola nei ſuoi veri termini inteſa giudico i
mede ſimi appartenere. Anche in tali caſi perd vi ſono inolti che credono
doverſi fare ſcrupo lofo conto dell'oſſervazioni, e per queſta ra gione ancora
approverebbero la mia diviſio ne; eſſendo queſta terza claſſe da me confi
derata in modo che può, ſe vogliaſi, compren dere le medeſime, anche quando non
appa riſca la ſopra indicata conneſſione. Che ſe il numero delle offervazioni
ſia grande, e i riſultati coſtanti, ed abbiavi qual che conneſſione fra l'eſito
della ſperanza, ed una cauſa dalla quale poſla derivare tal frequenza di
oſſervazioni, allora non v'ha dubbio che ſiamo nel caſo che caratterizza queſta
terza claſſe, e la diſtingue dalle altre. Vi ſono in fatti molti giochi, nei
quali l'eſito fortunato dipende in parte dalla pro g. 98 pizia ſorte, e in
parte deveſi alla propria in duſtria o deſtrezza nel combinare gli elemen ti
del gioco, e rendergli coſpiranti al termi ne a cui ſta anneſſo il guadagno del
premio deſiderato. L'induſtria però di un giocatore pud conſiſtere o nella ſola
avvedutezza e pre ciſione nell'oſſervare l'eſito delle varie coin binazioni del
gioco, che ſi vanno ſuccefliva mente preſentando, e la replicata ſperienza
delle quali porge la norma ai caſi avvenire; o nella deſtrezza maggiore di
combinare gli accidenti medeſimi del gioco, di dedurre, di ſcuoprire gli
artificj dell'avverſario; e in qualſivoglia di queſti due aſpetti ſi ravviſi
l'induſtria, è ſempre vero che i giochi che di effa, e della forte ſi chiamano
miſli, hanno un filo non traſcurabile per cui ſi attengono alla terza clafle
dei contratti di azzardo, In un gioco miſto è molto difficile che tornino per
appunto le medeſime circoſtan ze; e quindi è che le oſſervazioni ad e {To re
lative ſono della natura di quelle dei con tratti alla ſeconda claſſe
appartenenti; in certe cioè, e incapaci di rendere indubitato e ſicuro l'evento,
ma fiſabili quanto baſta per formarne un calcolo che miſuri l ' ugua glianza,
acciò il contratto ſia giuſto. Ma ſiccome in queſti giochi medeſimi vi ſono
dati ſicuri dipendenti dalle loro leggi inva riabili; quindi è che eſſi
appartengono alla terza claſſe, perchè regolati in parte da tali leggi, e in
parte da cagioni incerte e inde terminate, e dalla ſola ſperienza. Siccome però
poſſono eſſere o molte o poche le com binazioni che conducono all'eſito
medeſimo, a miſura che queſte ſono in maggiore o mi nor numero, prevale nei
giochi miſti l'in duſtria o la ſorte. Inoltre la deſtrezza di combinare, di de
durre, di rammentarſi gli elementi delle com binazioni che ſono uſcite
ſucceſſivamente dalla malla totale delle medeſime nel decorſo del gioco, è
variabile, come può ognuno of ſervare, quanto è variabile la tranquillità d'a
nimo neceſſaria, la perfetta diſpoſizione di ſa lute, e per conſeguenza
l'agilità degli ſpiriti, l'elaſticità delle fibre; in una parola l'atti vità
neceſſaria per ben riuſcire in qualunque 100 impreſa richiegga applicazione di
mente, e attuazione di fantasia. Conſiderate queſte come cauſe incerte ed
indeterminate, e che ſi poſſono ſoltanto dopo un lungo corſo di oſſervazioni
fatte giocando col medeſimo avverſario ridurre a calcolo, e quanto alla loro
frequenza, e quanto al grado d'influenza ſull'eſito del gioco; ecco anche in
ciò un motivo per cui il fiſſare l’u guaglianza fra i giocatori nei giochi
miſti, dipende, e dalle invariate e ſicure leggi del gioco, e da circoſtanze
incerte, e indeter minate, Certo è che nei giochi miſti l'induſtria sà tirar
profitto dai colpi della ſorte, e il gioca tore avveduto, dice la Bruyere,
imita in queſto un gran generale, e un abile politico. Al valore del primo, e
alle vedute del ſe condo è miniſtra la forte. Arrivano entrambi francamente al
loro intento per quelle ſtrade medeſime che aperſe il caſo; e che là metton capo,
ove forſe non gli avrebber condotti i mezzi più maturati, e i
piùmeditatiprogetti. Nei giochi miſti deve farſi la rifleſſione IOI medeſima di
cui ſi parlò trattando dei giochi di puro azzardo. O i giocatori tentano con
eguali condizioni l'evento medeſimo; o un folo tenta la ſorte del gioco, e
l'altro ſta ozioſo ſpettatore, e riduce la ſua ſperanza unicamente all'infauſto
eſito dell'avverſario. Nel primo caſo ſiccome il numero dei caſi favorevoli e
dei ſiniſtri dipendente dalle leggi del gioco, è l'iſteſſo per ambidue, ſi
riduce a calcolo l'eſperienza ed induſtria, la quale ſi oſſerva nelle medeſime
circoſtanze quante volte abbia ſaputo ridurre a buon termine il gioco; calcolo
che ſi fonda ſopra oſſervazioni molto difficili, e incerte. Giacchè farebbe d'
uopo che ſi foſſe ſempre giocato col mede fimo avverſario; eſſendo la deſtrezza,
e abi lità di un giocatore affatto relativa a quella dell'avverſario; e
potendoſi queſto rapporto variare ogni giorno, o reſtar coſtante ſecondo i
progrelli, o uguali, o proporzionali, o di verſi, che l'uno, o l'altro facciano
nel gio co. E' vero però non meno, che trattandoſi di rapporti, poſſono in
qualche modo gio vare le offervazioni fatte dell'abilità di un giocatore
riſpetto ad un terzo all'induſtria del quale è noto qual proporzione abbia
quella dell'avverſario. Nel ſecondo caſo poi l'induſtria non è più riſpettiva,
ma aſſoluta; e fi riduce a calcolo con l'offervare, nelle medeſime combina
zioni, o in non molto diffimili per la natura del gioco, quante volte
l'avverſario abbia ottenuto quell'intento che ſi era propoſto, fotto le date
condizioni; e quante volte non abbia toccato il termine al quale per otte nere
il premio dovea pervenire. Generalmente adunque ficcome il numero dei caſi
favorevoli e de'ſiniſtri è dipendente in parte dalle leggi del gioco, in parte
dalle oſſervazioni, che miſurano la riſpettiva, e afloluta induſtria, converrà
diſtinguere, e calcolare queſti due elementi componenti la ſomma dei caſi
favorevoli, e ſiniſtri; e formare poi la proporzione eſpoſta nel Teo rema
III.', e nel Corollario. Se non due, ina più ſiano i giocatori, ſi rammenti la
regola di ridurre i caſi compleſſi ai ſemplici componenti, e di eſaminare in
103 ciaſcuno a parte le ſtabilite maſſime. Sarebbe un ripetere il già detto; ſe
io voleſſi ram mentare i principj ſtabiliti nei contratti della prima claſſe, e
in quelli della feconda. Bafli l'avvertire che in queſti della terza claſſe ove
trattaſi dei caſi favorevoli o ſiniſtri, in quanto dipendono dalle leggi certe
e ſicure del contratto, convien ricorrere ai priini; ove poi fia queſtione di
offervazioni, e di cauſe indeterminate, conviene eſaminare i ſecondi; non
omettendo mai di riflettere quanta alterazione poſſa produrre l'influenza degli
uni, ſu gli altri, e la varia loro com binazione. Stabilite così le leggi ſulla
ſcorta delle quali ſi giunge a fiſſare la ricercata ugua glianza in qualunque
claſſe di contratti di azzardo; non devo diffimulare, che uno dei più grandi
Filoſofi il Signor d'Alembert ha preteſo di abbattere il calcolo delle pro
babilità quanto alla ſua applicazione agli ac cidenti umani. Accid, dic ' egli,
queſto cal colo foſſe applicabile, ſarebbe neceſſario, che tutti i caſi che
ſono ugualmente poſlibili ma 104 tematicamente parlando, lo foſſero anche di
fiſica poſſibilità. Sarebbe dunque neceſſario, che gettata infinite volte in
alto una moneta, ſopra una faccia della quale vi ſia impreſſa una marca, per
eſempio palle, e ſull' altra una diverſa, per eſempio croce, foſſe ugual mente
poſſibile che ſi ſcopriſſe ſempre palle, o croce; e che ſi ſcopriſſero
alternativamente queſte due diverſe marche. Ma benchè ciò ſia ugualmente
poſſibile matematicamente parlando, non lo è fiſicamente. E queſta di verſità
appunto è quella che fa sì, che il cal colo matematico delle probabilità, non è
applicabile ai caſi fiſici. Anzi non ſi potrà mai fissare il numero delle volte
per il quale duri la possibilità fiſica di ſcoprirſi ſempre l'iſtella faccia
della moneta, e il limite ol tre il quale non paſſi queſta fiſica poſlibilità,
durante però ſempre oltre ogni limnite com'è certiſſimo, ed oltre qualunque
aſſegnabile numero di getti, la matematica poſſibilità del continuo ſcoprirſi
della medeſima faccia.: Lo prova con una inafſima che egli ſtabi liſce per
certa: che non è in natura, che un effetto ſia ſempre, e coſtantemente il mede
fino; ſiccome non è in natura che tutti gli alberi, ſi raſſomiglino fra loro.
Queſta maf ſima lo induce ad argomentare che la pro babilità di una
combinazione, nella quale il medeſimo effetto ſi ſuppone accader più vol te, in
parità di circoſtanze è tanto più pic cola, quanto queſto numero di volte è più
grande, di modo tale che quando queſto è maſſimo, la probabilità è aſſolutamente
nulla, o quaſi nulla; e all'incontro quando queſto numero è aſſai piccolo la
probabilità non ne reſta che poco, o punto diminuita per queſto riguardo.
Adduce egli moltiſſimi eſempi compro vanti la ſua aſſerzione, e conclude che i
re ſultati della teoria dei probabili, quand'anche ſiano fuori di ogni
queſtione nell'aftrazion geometrica, ſono ſuſcettibili di molta reſtri zione
quando i medeſimi ſi applicano alla natura. Alle ragioni però ingegnoſiſſime di
un si grand' uomo converrà adunque arrenderſi, e diſperare della cauſa del
noſtro calcolo dei probabili? Parmi che ben'inteſi i noſtri principj co me ſono
ſtati da noi ſtabiliti, o non ſiano at taccati da tali oppoſte difficoltà, o le
mede fime reftino ſciolte. Prima di tutto ſi oflervi che noi trattiamo ſolo di
calcolare i gradi di probabilità nei caſi nei quali ſi ſuppone po terſi efla
rinvenire. Se diaſi dunque un caſo, che non cada in modo alcuno forto la cate
goria dei fiſicamente poflibili, e che per con ſeguenza nè il minimo grado
abbia di proba bilità; io dirò che queſto non è oggetto delle mie teorie; ma
non concederò mai che per queſto non ſi poſſano eſſe applicare perfet tainente
ai caſi, che ſiano di fatto filica mente poſſibili. Per conoſcere poi quali
ſiano i caſi o le combinazioni fiſicamente poſſibili nel ſenſo del Sig.
d'Alembert, è neceſſaria una fre quente e replicata oflervazione. Che ſia
fiſicamente impoſibiie (ſe pure ſi può uſar queſto termine ) che una moneta
moſtri un inaſſimo o un infinito numero di volte la ſtella faccia, donde ſi
ricava, fe non dall'avere offervato che una tale continuazione dello
ſcoprimento medeſimo non accade, ma che al contrario ſi vanno alter nando, e
cangiando di tanto in tanto le facce della moneta? Benchè non può dirſi a
rigore fiſicamente impoſſibile il caſo in cui per un infinito numero di getti
ſi paleſi ſempre l'iſteſſa fac cia, a meno che non vi ſia nella moneta qualche
fiſica e meccanica cagione che ciò non permetta. Se ſi concedeſſe ancora (benchè
non ſo quanto ſia dimoſtrato ) che ſia fiſicamente impoſſibile, che ſi dia un
albero perfetta mente ſimile ad un altro, non che, come fi contenta di dire il
Sig. d'Alembert, che ſi raſſomiglino tutti gli alberi fra di loro; non
correrebbe la parità, per dedurne che nel caſo di un infinito numero di getti
di una moneta, l'uniforme ſcoprimento di una fac cia della medeſima ſia
fiſicamente impoſſi bile. Poichè vi corre una notabiliflima di ſparità. Tutte
le combinazioni le quali fanno, che una coſa non ſia fimile all'altra, danno
tanti ios riſultati fra loro diverſi. Dalle diverſe com binazioni infinite che
faran caufa che l'ala bero A non ſia perfettamente ſimile all'albe+ ro B,
naſceranno tanti alberi fra loro diverſi; o altri corpi dei quali ſi conoſcerà
la diffe renza. Ma dalle diverſe combinazioni che poſſono fare che non venga
infinite volte di ſeguito la faccia palle della moneta; non ne poſſono venire
che riſultati affatto ſimili, cioè croce; poichè ogni volta che non ſi ſcopra
palle, ſi ſcoprirà croce. Queſto prova che le combinazioni che ſono contrarie
alla per fetta ſomiglianza di due coſe, formano infi niti rapporti, infiniti
riſultati dei medeſimi, infinite diverſe compoſizioni di parti dipen denti da
infinite meccaniche direzioni delle particelle della materia di infinite
poſſibili diverſe velocità, figure ec.: coſe tutte che nel caſo noftro non ſi
verificano. Di fatto gli elementi che formano la com binazione, che per
infinito numero di volte preſenta palle, ſono tutti ſimili fra di loro, ed
hanno fra di loro un folo invariato rap porto. Di modo che ſe ſi ſupponeſſe
mutato l'ordine col quale eſce prima la infinita ſerie di palle, e ſi
ricominciaſſe il getto, e ritor naſſe di nuovo a ſcuoprirſi infinite volte la
faccia che preſenta palle, ne verrebbe un or dine fimiliſfimo al primo,
potendoſi dire, che l'iſteſla relazione ha il primo ſcoprimento di palle al
milleſimo, che ha il ſecondo al cen teſimo, e così dicaſi di tutti. Talmentechè
a rigor parlando, non ſi può dire, che fra queſti getti vi ſia ordine che formi
fra effi un rapporto piuttoſto che un altro. Non così degli elementi che
formano un dato fiore, o albero; eſſendo combinabili fra di loro con infinite
varietà di ſopra ac cennate. Gli elementi fiſici adunque delle combinazioni nel
caſo della moneta ſono ſempliciſſimi, laddove nell'eſempio addotto dal Sig.
d'Alembert fono infiniti, dal che ne viene, che la parità non corre; e dalla
fiſica impoſſibilità (ſe fi ammetta ) di trovare mol te, o anche due coſe fra
loro ſimili; non ne viene la fiſica impoſſibilità che una monetan gettata in
aria infinite volte moſtri ſempre l' iſtefla faccia. La diſparità compariſce
più chiara, fe li rifletta che qualunque vedendo in un dato ſpazio tutte le
particelle più minute compo nenti i corpi; e riflettendo alle variazioni
poſſibili della velocità, e della figura delle medeſime; e vedendone in un
ſimile ſpazio un altro ſimile numero, avrebbe ſubito infe rita l'impoſſibilità
di una combinazione ta le, che ne riſultaſſero due alberi ſimili. Laddove
vedendo una moneta, e ſapendo che ſi deve gettare in aria infinite volte, non
avrebbe avuta una fiſica ragione di preſagire che non ſi ſarebbe un infinito
numero di volte ſcoperta l'iſteſſa faccia, e di credere tal combinazione
fiſicamente impoſſibile, come la pretende, fondato ſulle addotte ri fleſſioni,
il Sig. d'Alembert. In una parola della impoſſibilità (ſe tal vo glia chiamarſi
) della ſomiglianza di due al beri ſe ne può addurre a colpo d'occhio una
fiſica meccanica ragione; lo che non può dirſi dello ſcoprimento della faccia
di una moneta. Lo stesso a proporzione dicaſi delle diverſe, III combinazioni
delle lettere che formano la parola Conſtantinopolitanenfibus. Chi attribuirà
al caſo, dice d'Alembert, che ſi combinino in modo tante lettere che formino
queſta pa rola? chi vorrà crederlo poſſibile? Dunque conchiude egli ſarà
ugualmente impoſſibile il continuo per infinite volte ſcoprimento della faccia
medeſima di una moneta. Queſto eſempio è molto ſimile a quello dei due al beri
fimili; e ſi riſponde anche a queſto, che ciaſcuna lettera può variare rapporto
a tutte le altre, e che ciaſcun riſultato ſarà diverſo. La Luna, aggiunge il
Ch. Filoſofo, gira attorno al ſuo alle in un tempo preciſamente uguale a quello
che ella impiega nel deſcri vere la ſua orbita intorno alla terra; e queſta
eguaglianza di tempo produce ammirazione, e ſi vuol cercare qual n'è la cagione.
Se il rapporto dei due tempi foſſe quello di due numeri preſi all'azzardo, per
eſempio di 21: 33, niſſuno non ne ſarebbe ſorpreſo, e non ſe ne ricercherebbe
la cagione; e pure il rap porto di uguaglianza è matematicamente parlando
ugualmente poſſibile, che quello di 21:33; perchè dunque ſi cerca una cagione
del primo, che non ſi cercherebbe del ſe condo? Lo ſteſſo dicaſi della
ſituazione dei pianeti e del rapporto che ha la zona nella quale fono rinchiuſe
le orbite loro, alla sfera. Per chè ſi conchiude egli che queſto non è effet to
del caſo? perchè queſta combinazione, benchè matematicamente poſſibile al par
dell'altre, ſi riguarda.come effetto di un diſegno, e di una regolarità? E non
ſi crederà poi, che il ſolo caſo non può pro durre quella combinazione per la
quale la moneta ſcopra infinite volte di ſeguito fem pre palle; e non ſi
crederà queſta fiſicamente impoſſibile, benchè abbia una matematica poſſibilità
eguale a quella delle altre combi nazioni? Ma io riſpondo, che di fatto le com
binazioni dei citati eſempi hanno avuta una fiſica poſſibilità uguale a quella
di tutte l'al tre combinazioni; che non vi è forſe argo mento che provi che il
caſo non le aveſle po tute produrre; ma che anche ſe ſi vogliono LI3
fiſicamente impoſſibili al ſolo caso; ciò è per chè ſon compoſte di elementi
infinitamente variabili; lo che appariſce a chi ſi faccia di propofito a
conſiderare le diverſe cagioni, e le diverſe poſſibili combinazioni, che poſſon
far sì che i tempi dei due giri lunari non ſia no uguali; e che la zona delle
orbite plane tarie abbia alla sfera un rapporto diverſo da quello che ora ha
infatti; cagioni tutte fi fiche, e meccaniche. Di più dico, che l'uguaglianza
dei corſi della luna intanto a noi fa impreſſione, in quanto che il rapporto di
uguaglianza è quello al quale ſi fogliono riferire tutti gli altri; e tutta la
differenza che fra eſſo, e gli altri paffa, non è che metafiſica; e nulla po ne
di fiſico per cui tal combinazione debba eſſere più difficile dell'altre. Lo
ſteſſo dicaſi della parola Coſtantinopoli tanenſibus. Queſta combinazione di
lettere fa ſpecie a noi che intendiamo il ſenſo della parola, e che al ſuono
della medeſima abbia mo legataunidea; non così a un Turco idio ta il quale non
col nome di Coſtantinopli ma con quello di Stamboul è avvezzo a no minare la
ſuperba metropoli dell'Impero Ot tomano. Non contento Monſieur d'Alembert degli
eſempi addotti in conferma della ſua aſſer zione, l'appoggia ad altre due
rifleſſioni. Si fa che la durata media della vita di un uomo, contando dal
giorno della ſua naſcita è all'incirca di 27 anni; ſi è pure conoſciuto per
mezzo delle oſſervazioni, che la durata media delle ſucceſſive generazioni più
ome no è di 32 anni; finalmente ſi è provato per tutte le liſte della durata
dei regni di ciaſcu na parte d'Europa, che la durata media di ciaſcun regno è
di circa a 20 in 22 anni. Si può dunque dic' egli, ſcoinmettere non ſolo con
vantaggio ma a gioco ſicuro che 100. fanciulli nati nel medeſimo tempo non
vive-, ranno che 27 anni l ' un' per l'altro; che 20 generazioni non dureranno
più di 640 anni in circa; che 20 Re ſucceſſivi non viveran no che intorno a 420
anni. Una combina zione adunque che non daſſe intorno a 27. anni la durata
media della vita dell'uomo, IIS pigliandone cento a eſaminare, o non dalle di
32 anni la durata media di 100 fuccef five generazioni; oppure portaſſe che 20
Re ſucceſſivi regnaſſero, o molto più, o molto meno di 420 anni, non ſarebbe
fiſicamente poſſibile; eppure lo ſarebbe matematicamen te parlando. Dal che
riſulta che vi ſono al cune combinazioni matematicamente pofli bili, che ſi
denno eſcludere, quando eſſe fo no contrarie all'ordine coſtante della natu ra.
Dunque la combinazione in cui, o infi nite volte, o un gran numero veniſſe
ſcoperta ſempre la medeſima faccia della moneta, benchè di matematica
poſſibilità uguale a quella di qualunque altra combinazione, dev’ eſſere
rigettata. E' nell'ordine naturale, ché un banchiere di faraone, che ha dei
caſi favorevoli più che dei ſiniſtri ſi arricchiſca coll'andar del tempo. Di
fatti ſi oſſerva coſtantemente, che non vi è banchiere, che non accumuli groſſe
fomme di denaro. Queſto prova, che quelle combinazioni, che hanno più caſi
contrari che favorevoli, ſono alla fine di un certo tempo, meno fiſicamente
poſſibili che le al tre; quantunque matematicamente parlando tutte le
combinazioni ſiano ugualmente pof ſibili. Dunque conclude egli, la combina
zione, la quale preſenti ſucceſſivamente per un gran numero di volte ſempre la
ſteſſa fac cia della moneta dev'eſſere eſcluſa. Per riſpondere a queſti due
eſempi parmi che prima di tutto ſi poſſa negare la fiſica impoſſibilità, che
con tanta franchezza ſi af feriſce della durata media della vita di un' uomo
diverſa dallo ſpazio di circa 27 anni. Ed io ſono ben perſuaſo che eſaminando
il caſo della vita di molte centinaja d' uomini ſe ne troveranno di quelle, o
aſſai maggiori, o aiſai minori dello ſpazio di 27 anni; dun que tale
combinazione non fi deve ſcartare come fiſicamente impoſſibile. L'iſteſſo
dicafi di quella, per cui un banchiere in vece di arricchire ſi vedeſſe dal
gioco medeſimo ri dotto all' inopia; caſo che non è poi sì in frequente ad
accadere. Dicafi piuttoſto che l'una, e l'altra di queſte combinazioni con
tenute nei due eſempi addotti dal chiarillimo d'Alemberţ ſono molto difficili,
e tanto più, quanto l'ecceſſo dei caſi contrarj alle combinazioni medeſime
ſupera il numero dei favorevoli; lo che conviene appunto con li da me ſtabiliti
principj. Venendo poi al caſo noſtro dico, che fo no varie, e moltiſſime in
numero le cauſe vere, e fiſiche che influiſcono ſulla vita degli uomini. Ma
trattandoſi del getto della mo neta, non vi ſono principj fiſici diverſi, e
tali, che ſi debba in vigor deị medeſimi pre dire piuttoſto una, che l'altra
delle combi nazioni, che a rigor parlando non ſono che due, come più ſopra ſi è
offeryato. L'ordine delle umane coſe, e le fifiche qualità, e coſtituzioni
dell'uomo, e delle ca gioni che lo poſſono privar di vita, ſon con ſultati nel
primo caſo; nel ſecondo nulla hav: vi di fiſico che ſi poſſa conſultare a
formare il preſagio. Dunque fi pud predire, che ioo o maggior numero di uomini
avranno preſi inſieme un corſo di vita uguale a quello di altri 100 uomini;
benchè prima di aver faţte le offervazioni non ſi poſſa cal corſo file ſare;
così prima di aver’anche fatte le oſſer vazioni, conoſciuto il ſiſtema del
gioco del faraone ſi può predire che un numero molto maggiore farà quello dei
banchieri che arric chiſcono, che non ſarà quello degli altri che ſi rovinano.
E ciò perchè veramente vi ſono delle intrinſeche cagioni che portano a for mare
queſto preſagio, e cagioni che naſcono dal ſiſtema del gioco. Ma chi sà dire
qual fi fica ragione addur voglia uno, che vedendo gettarall'aria una moneta,
aſſeriſca che è fiſicamente impoſſibile, che o per un maſſimo, o anche infinito
numero di volte, pre ſenti ſempre la ſteſſa faccia? Varie poſſono eſſere le
maniere di gettare in alto la moneta. Si può gettare a una gran de altezza, e a
una piccola; con poca forza, e con molta; con tale direzione che la baſe faccia
angolo retto con l'orizzonte; o che lo faccia obliquo; oppure in modo che ſia
ad eſlo parallela. Si può anche gettare in ma niera che ſomigli quaſi il
laſciarla cadere leggermente da un punto fiſſo. Fermiamoci ad eſaminare queſt'
ultima ipoteſi; e ſi vede, che laſciandola in tal modo cadere, ſpecialmente a
piccola altezza, anche in finite volte, non vi è ragione di preſagire, che non
poſſa eſſere coſtante lo ſcoprimen to della faccia medeſima. La impoffiſibilità
di queſto uniforme ſcoprimento, la inten de egli il Signor d'Alembert in queſto
ca ſo, o negli altri caſi? Se la intende in queſto caſo, come dunque ſi
verifica, che il ſolo or dine della natura renda impoſſibile queſto u niforme
ſcoprimento? Se poi non la intende in queſto caſo, come dunque ſi verifica uni
verſalinente la ſua maſſima? Ma io aſſeriſco eſſere più conforme allo ſpirito
delle ragioni del Sig. d'Alembert, che anzi egli intenda di queſto ſolo caſo in
cui non altro appunto, che un non sò quale fatal ordine della natu ra,potrebbe
cagionare la preteſa variazione. Che ſe pure ſi trattaſſe degli altri caſi,
dico che nonoſtante la variabilità delle combina zionidell'impeto,dell'altezza,
della direzio ne; queſte non poſſono valutarſi in modo da rendere fiſicamente
impoſſibile l ' uniforme ſcoprimento; poichè gli effetti di queſte va 120
riabili combinazioni, non ſono che due; o lo ſcoprimento di palle, o lo
ſcoprimento di croce; e non ogni variazione, e combinazione di tali cauſe
influiſce a diverſificare gli ef fetti: come peraltro ſuccede negli eſempi ad
dotti dal Sig. d'Alembert, nei quali trattan doſi di rapporto, o di diverſa
conſociazione di parti, ognun vede, che ogni variazione influiſce a produrre un
effetto diverſo. O ſi riſguardi adunque la diverſità negli effetti; e negli
addotti eſempi, queſti ſono in finiti, nel caſo noftro non ſon che due non
potendoſi voltare, che palle, o croce; o ſi ri guardi la diverſità nelle
cagioni che tali ef fetti producono; e negli addotti eſempi, ſo no anch'eſſe
infinite, giacchè ogni minima variazione influiſce come nuova cauſa; nel caſo
della moneta non è così, potendoſi dare moltiſſime combinazioni di forza,
altezza, direzione, che producano ſempre l'iſteſſo effetto; potendoſi anche
dare che in infiniti getti, o in un numero aſſai grande, ſi man tenga l'iſteſſa
direzione, benchè obliqua; l'iſteſſa altezza benchè grande; l'iſteſſo im 1 1
pero, benchè forte; oppure che fi muti ad ogni getto. Parmi adunque che e
queſti ultimi e gli altri addotti eſempi, o non combinano con quello della
moneta; o al più provano una no tabile difficoltà nella combinazione che presenti
sempre l'iftessa faccia della moneta; verità che s’accorda perfettamente con gl’esposti
principj; poichè le osservazioni me deſime ce lo fanno conoscere,ed io suppongo
nell'applicargli, il caso probabile [GRICE, PROBABILITA E DESIDERABILITA], e
con la scorta dei medesimi ne cerco il grado di probabilità; dal che ne viene
che la teorìa non è applicabile ai casi ove o nessuna o quasi nessuna
probabilità del buon esito apparisca, per poterne formare la proporzione.
Quando poi cominci il numero in cui non sia sperabile un continuo discoprimento
di una sola faccia della moneta, le osservazioni, e non altro, possono mostrarlo.
Quelle osservazioni io dico, che io medesimo ho prefe per scorta in moltisimi
casi appartenenti alla materia dei CONTRATTI d’azzardo. E' poi tanto evidente
che la proposizione d’Alembert non atterra l'uso del CALCOLO DELLA PROBABILITA
O CREDIBILITA E DEL CALCOLO DELLA DESIDERABILITA, che anzi in qual che caso se
ne possono tirare delle conseguenze che lo conferinano. Chi gettando un dado
intraprende di scuoprire per esempio il 6 non vorrà gettarlo una sol volta,
quando debba azzardare una fom ma eguale a quella che azzarda l'avverſario; ma
vorrà gettarlo più volte. La ſua ſperan za è,che non voltandoſi ſempre
l'iſtello nu mero che al primo tratto ſi ſcuopre, e che può non eſſere il 6,
arrivi in più volte a vol tarſi anche il 6; altrimenti ſe non fcopren doſi alla
prima il 6 ſi doveſſe ſempre ſcopri re in tutti i tratti ſucceſſivi quel numero
che ſi ſcopre il primo, la ſua perdita ſarebbe ſicura. La ſperanza dunque di
queſto gio catore acquiſta tanto maggior fondamento quanto più è vero che ſia
impoſſibile che ſi volti ſempre quel numero che alla prima fi ſcoprì;
impoſſibilità, che reſta compreſa nel la impugnata opinione del Sig. d'Alembert.
Stabiliti i principj regolatori dell' ugua 123 glianza nei contratti d'azzardo,
e difeſane l'applicazione non reſta che a deſiderare, che uomini di ſublime
ingegno, e di pro fondo ſapere ſi applichino in gran numero ad eſtendere ſempre
più l'uſo di una dottri na sì utile. Quanto a me, mi pare di aver ottenuto il
mio intento, ſe poſſo luſingarmi di aver formate ed eſpoſte idee giuſte, e chia
in un articolo per una parte sì arduo, e per l'altra sì intereſſante. C. nasce
in Imola il ed alla patria e al casato accrebbe lustro e decoro: perchè già
rapidamente corsi gli studii delle amene lettere e della eloquenza sotto la
disciplina de’gesuiti, e con pubblico saggio nelle materie di filosofia
sperimentatosi, puo dallo stesso genitore nelle matematiche, delle quali è egli
peritissimo, essere ammaestrato. E col magistero di quella scienza sublime,
illuminando la mente già ordinata a diritti giudizii e scorto da precetti
delibati dalla scuola non fallibile degl’antichi esemplari, comforma la
scrittura alla altezza del pensiero, alla cultura dello spirito ed al candore
dell'animo. Nè i gravi studii della giurisprudenza cui tennesi in Roma
applicato (insegnatore monsignor Giovannardi concittadino di lui, e fiore de
giureconsulti) gli tolge di coltivare la poetica, alla quale sentesi per tal
guisa inclinato, che basta a dettare alcuni componimenti i quali resi pubblici
con le stampe trovano grazia e lode somma ne cultissimi, e sì pure tra
gl’ARCADII alla cui accademia appartenne col nome pastorale di Cratino. E sono
ne gli scritti di lui altri saggi in tal genere di lettere che a migliori
poeti, onde la città di Santerno si onora, il pareggiano: che se come ne sono
degni verranno presen tati al pubblico giudizio, ben si farà manifesto aver
egli con arte maestra saputi attingere da cia scuno de più valenti Imolesi quei
modi sceltissimi onde le loro ope re di bella luce risplendono mel l'italiano
parnaso. Il carme in fat to robusto e nervoso tal come u sciva dalla penna di
Antonio Zam pieri, e castigato ad un tempo ed elegante, quale il vedi in Camil
lo, muove in C. con quella spontanea e nobile sempli cità che t'invaghisce nel
Canti; 282 e si abbella di quelle grazie ed e leganze di che Zappi infioriva le
soavi e dolci sue rime. Tornato in Imola venne decorato della croce di Santo
Stefano, e nella Imolese accademia deg’INDUSTRIOSI di cui è socio si mostra
erudito ed elegante oratore e poeta. D'indi a non molto passato per le caro
vame a Pisa ha colà lezioni di pubblico diritto da quell'alto spirito di
Lampredi, che il tenne in istima d'ingegnoso e di colto, e che lo ha sempre
carissimo. Quindi il magnanimo gran duca Leopoldo gli confere la carica di
ispettore delle carovane, e ad un tempo la cattedra di etica; intorno a che
compone un trattato quasi corso di lezioni, degno per fermo d’essere fatto di
pubblica ragione: ed a quel principe intitola C. una eloquente e dotta orazione
composta eletta, per incarico da lui avutone, al capito lo de'cavalieri Circa
l'origine, le leggi ed i fasti dell'ordine, che è pubblicata pel Cambiagi in
Firenze, dai torchi del quale usce altro grave e prezioso volume col titolo di
Saggio sui CONTRATTI e giochi d'azzardo, ove risplende la dottrina di pubblico
economista e di FILOSOFO; ed ove la materia gravissima, e che diresti poter so
lo dimostrarsi col soccorso del calcolo, per la chiara sposizione pia ma e
facile si mostra alla intelligenza comune, Corse intanto tal fama del sapere di
lui alla corte di Ferdinando di Napoli, che con reale decreto, il nomina membro
del supremo consiglio di Finanze; nel qual tempo venne ad egual carica eletto
quel sommo ingegno di FILANGIERI (vedasi), cui C. è poi sempre stretto con
vincoli di reciproca stima e di amicizia tenerissima. E ben di questo è prova
il parere da FILANGIERI (vedasi) proposto al re intorno all'enfiteusi del così
nomato Tavoliere di Puglia che leggesi negli opuscoli di lui pubblicati per
Silvestri in Milano ove egli da maestro discorre ciò che con grave senno e
sapere a veva il suo collega consigliere C. proposto, quando a questo fine per
sovrano volere ha a recarsi in quella provincia. Del quale importantissimo
servigio ha onore da maestrati quivi preposti alla agraria economia che con
parole di lode il provvedimen to del principe ed il nome del benemerito
consigliere in latina epigrafe eternano; e n'ebbe dal monarca eziandio meritato
pre mio: imperciocchè gli di grado di consigliere effettivo con voto, e di
sopra-intendente alle dogane ed alle zecche del regno; nel che adopera a
maniera, che sommo vantaggio m'ha lo stato per la retta amministrazione di
quegli ufficii, ed a lui vennero per mol te lettere di mano della stessa
regnante Carolina onorevolissime lodi. Segue C. la real corte a Palermo quando
dovè colà ri fuggirsi: e con essa lei torna al suo impiego in Napoli. Salito al
trono il re Giuseppe, volge tosto gli sguardi ad esso lui come a specchio di
sapiente reggimento e di non comune interesse, e gli confere la carica di
consiglier di stato, di cavaliere del nuovo ordine del le due Sicilie da esso
lui istituito. Ma la mal ferma salute che gli vietò continuare a quel monarca i
suoi servigi, e che il tolge a quel regno ove lascia fama durabile del suo
merito, procaccia alla patria il conforto di vederlo tornare fra' suoi
concittadini de quali è desiderio e delizia: e ben l'hanno eglino zelantissimo
della pubblica morale, e civile istruzione a quali col più potente dei
precetti, l'esempio, è di bel la guida e di stimolo; e per l'importante buon
regime delle acque operoso; e di quant'altro puo interessare il pubblico
vantaggio studiosissimo: nè mancano ai mendici dalla mano benefica di lui
generosi soccorsi i quali seppe providamente elargire, anzichè ad alimento
dell'ozio, a meritato sollievo della vera indigenza. Illi bato del costume e
per la esquisita erudizione della quale è fornito nella sociale consuetudine
piacentissimo, con la serena calma del giusto vide giungere l'ora estrema del
vivere, che a suoi cari ed alla patria il rapì: e della acerba morte di lui
amaramente si dolse l'universale della città desolato per la perdita
irreparabile di quest'uomo chiarissimo nel quale si ammirarono congiunte a
sapere profondo in o gni maniera di scienze e di lettere, integrità di vita e
dovizioso corredo di ogni bella virtù. Whoever has
glanced through the pages of any text-book on mercantile law will hardly
deny that CONTRACT is the handmaid if not actually the child of
Trade. Merchants and bankers must have what soldiers and farmers seldom
need, the means of making and enforcing various agreements with
ease and certainty. Thus, turning to the special case before us, we
should expect to find that WHEN ROME IS IN HER INFANCY and when her free
inhabitants busied themselves chiefly with tillage and with petty
warfare, their rules of sale, loan, suretyship, were few and clumsy.
Villages do not contain lawyers, and even in tdwns hucksters do not
employ them. Poverty of Contract was in fact a striking feature of the
early Roman Law, and can be readily understood in the light of the rule
just stated. The explanation given by Sir Henry Maine is doubtless
true, but does not seem altogether adequate. He points out 1 that the
Roman household consisted of many families under the rule of a Ancient
Law. B. E. paternal autocrat, so that few freemen had what we
should call legal capacity, and consequently there arose few occasions
for Contract. This may indeed account for the non-existence of Agency,
but not for that of all other contractual forms. For if the
households had been trading instead of farming corporations, they must
necessarily have been more richly provided in this respect. The fact that
their commerce was trivial, if it existed at all, alone accounts
completely for the insignificance of Contract in their early Law.
The origin of Contract as a feature of social life was therefore
simultaneous with the birth of Trade and requires no further explanation.
It is with the origin and history of its individual forms that the
following pages have to deal. As ROMAN CIVILISATION progresses we find Commerce
extending and Contract growing steadily to be more complex and more
flexible. Before the end of the Roman Republic the rudimentary modes of
agreement which sufficed for the requirements of a semi-barbarous
people have been almost wholly transformed into the elaborate
system f of Contract preserved for us in the fragments of the Antonine
jurists. At the most remote period concerning which statements of
reasonable accuracy can be made, and which for convenience we may call
the Regal Period, we can distinguish three ways of securing the
fulfilment of a promise. The promise could be enforced either by the
person interested, or by the gods,
or by the community. When however
we speak of enforcement, we must not think of what is now called specific
performance, a conception unknown to primitive Law. The only kind of
enforcement then possible was to make punishment the alternative of performance. Self-help,
the most obvious method of redress in a society just emerging from barbarism,
was doubtless the most ancient protection to promises, since we
find it to have been not only the mode by which the anger of the
individual was expressed, but also one of the authorised means employed
by the gods or the community to signify their displeasure. This
rough form of justice fell within the domain of Law in the sense that the
law allowed it, and even encouraged men to punish the delinquent,
whenever religion or custom had been violated. But as people grew
more civilized and the nation larger, self-help must have proved a
difficult and therefore inadequate remedy. Accordingly its scope was by
degrees narrowed, and at last with the introduction of surer
methods it became wholly obsolete. Religious Law, as administered by the
priests, the representatives of the gods, was another powerful agency for
the support of promises. A violation of Fides, the sacred bond formed
between the parties to an agreement, was an act of impiety which
laid a burden on the conscience of the delinquent and may even have entailed
religious disabilities. Fides was of the essence of every compact, but
there were certain cases in which its violation was punished with
exceptional severity. If an agreement had been solemnly made in the
presence of the gods, its breach was punishable as an act of gross
sacrilege. The third agency for the protection of promises was legal
in our sense of the word. It consisted of penalties imposed upon bad
faith by the laws of the nation, the rules of the gens, or the
by-laws of the guild to which the delinquent belonged. What the sanction
was in each case we are left to conjecture. It may have been public
disgrace, or exclusion from the guild, or the paying of a fine. And as
some promises might be strengthened by an appeal to the gods, so might others
by an invocation of the people as witnesses. Agreements then
might be of three kinds corresponding to the three kinds of sanction.
They might consist of an entirely formless compact, a solemn appeal
to the gods, or a solemn appeal to the people. A formless compact is
called pactum in the language of the twelve Tables. It was merely a
distinct understanding between parties who trusted to each other's word,
and in the infancy of Law it must have been the kind of agreement
most generally used in the ordinary business of life. Such
agreements are doubtless the oldest of all, since it is almost impossible
to conceive of a time when men did not barter acts and promises as
freely as they bartered goods and without the accompaniment of any
ceremony. Compacts of this sort were protected by the universal respect
for Fides, and their violation may perhaps have been visited with
penalties by the guild or by the gens. But intensely religious as the
early Romans were, there must have been cases in which conscience was too
weak a barrier against fraud, and slight penalties were
ineffectual. Fear of the gods had to be reinforced by the fear of man,
and self-help was the remedy which naturally suggested itself. In the
twelve Tables pactum appears in a negative shape, as a compact by
performing which retaliation or a law-suit could be avoided 1 . If this
compact was broken the offended party pursued his remedy. Similarly
where a positive pactum was violated, the injured person must have had
the option of chastising 1 GELLIO. Auct. ad Her. n. 13. . the
delinquent. His revenge might take the form of personal violence, seizure
of the other's goods, or the retention of a pawn already in his
possession. He could choose his own mode of punishment, but if his
adversary proved too strong for him, he doubtless had to go unavenged ;
whereas if the broken agreement belonged to either of the other classes,
the injured party had the whole support of the priesthood or the
community at his back, and thus was certain of obtaining satisfaction. It
is therefore plain that though formless agreements contained the
germ of Contract, they could not have produced a true law of Contract, because
by their very nature they lacked binding force. Their sanction
depended on the caprice of individuals, whereas the essence of Contract
is that the breach of an agreement is punishable in a particular
way. A further element was needed, and this was supplied by the invocation
of higher powers. II. At what period the feshion was
introduced of confirming promises by an appeal to the gods it would
be idle to guess. Originally, it seems, the plain meaning of such appeals
is alone considered, and their form is of no importance. But, under the
influence of custom or of the priesthood, they assume by degrees a formal
character, and it is thus that we find them in our earliest
authorities. Since religion and law – [“as H. L. A. Hart so well knows,
since he is a jew” – H. P. Grice] -- are both at first the monopoly of
the priestly order, and since the religious forms of promise have their
counterpart in the customs of Greece and other primitive
peoples, whereas the secular form is PECULIARLY Roman, the religious
form is evidently the older, and formal contract therefore has a religious
origin. Fides being a divine thing, the most natural means of
confirming a promise is to place it under divine protection. This may be
accomplished in two ways, by ius iurandum, or by sponsio -- each of
which is a solemn, Austinian-type performative declaration placing the
promise or agreement under the guardianship of the god, notably GIOVE. Each
form has a curious history, and as this is are the earliest specimen of a
contract, we should discuss them, and we might! Another method, and one
peculiar to the Romans, which naturally suggests itself for the
protection of agreements, is to perform the whole transaction in view of other
people. This publicity ensures the fairness of the agreement, and places
its existence beyond Cartesian – or Berkeleyian -- dispute. If the transaction is
essentially a public matter, such as the official sale of some public
land, or the giving out of a public contract, no formality seems ever to
have been required, so that even a formless agreement in in that
case is binding. The same validity may be secured for a private
contract, by having it publicly witnessed, and the nexum is but one
application of this principle. In testamentary law – “How my father,
Herbert Grice, inherited the property on the High Way of Halborne” – Grice -- it
seems probable that the public will in comitiis calatis is also
formless, whereas in private the testator may only give effect to his
will by formally saying to his fellow-citizens testimonium mihi
perhibetote. Thus the two elements which turned a bare agreement
into a contract were religion and publicity. The naked agreements (pacta)
need not concern us, since their validity as contracts never received
complete recognition. But it will be the object of the following pages to
show how agreements grew into contracts by being invested with a
religious or public dignity, and to trace the subsequent process by
which this outward clothing was slowly cast off. Formalism was the only
means by which Contract could have risen to an established position,
but when that position was folly attained we shall find Contract
discarding forms and returning to the state of bare agreement from which it
had sprung. Ivsivrandvm is derived by some from Iouisiurandum 1,
which merely indicates that Jupiter was the god by whom men generally
swore. To make an oath was to call upon some god to witness the
integrity of the swearer, and to punish him if he swerved from it. This
appears from the wording of the oath in LIVIO, where SCIPIONE says:
Si sciensfalloy turn me, Iuppiter optime maxime, domum familiam
remque rneam pessimo leto afficias" and from the oath upon the
Iuppiter lapis given by Polybius and Paulus Diaconus, where a man
throws down a flint and says : " Si sciens /alio, turn me
Dispiter salua urbe arceque bonis eiiciat, uti ego hunc lapidem" A
promise accompanied by an oath was simply a unilateral contract under
religious sanction. And it would seem that the oath was in fact used
for purposes of contract. CICERONE remarks 8 that the oath was
proved by the language of the XII Tables to have been in former times the
most binding form of promise ; and since an oath was still morally
binding 1 Cf. Apul. de deo Socr. 5. a xzii.Off. ni. 31. .in the
time of CICERONE, though it had then no legal force, the point of his
remark must be that in earlier times the oath was legally binding
also. From Dionysius we know that the altar of ERCOLE (called ARA MASSIMA)
was a place at which solemn compacts (ovvdfjtcai) were often made 1,
while Plautus and Cicero inform us that such compacts were
solemnized by grasping the altar and taking an oath 2 . It would seem
probable that the gods were consulted by the taking of auspices before
an oath was made. Cicero says that even in private affairs the
ancients used to take no step without asking the advice of the gods 8 ;
and we may safely conjecture that whenever a god was called upon to
witness a solemn promise, he was first enquired of, so that he might have
the option of refusing his assent by giving unfavourable auspices. The
terms of the oath were known as concepta uerba, at least in the
later Republic, and like the other forms of the period they were strictly
construed 4 . Periuriv/m did not mean then, as now, false swearing. It
meant the breach of an oath 5, the commission of any act at
variance with the uerha concepta There is some dispute as to what were the
exact consequences of such a breach. Voigt 7 thinks that it merely
entailed excommunication from religious rites, but Danz 8 is clearly
right in maintaining that its consequences in early times were far more
serious ; 1 Dion. i. 40. 2 Plaut. Rud. 5. 2. 49. Cio. Flacc. 36.
90. 8 Div. 1. 16. 28. 4 Seru. ad Aen. 12. 13. 6 i.e.
8ciem fallere, Plin. Paneg. 64. Seneca, Ben. in. 37. 4. 6 Off. in. . . 7
Ius Nat. Ram. RG. n. § 149. they amounted in fact to
complete outlawry. Cicero says that the sacratae leges of the
ancients confirmed the validity of oaths. Now a sacrata lex was one
which declared the transgressor to be sacer (i.e. a victim devoted) to
some particular god 1, and sacer in the so-called laws of Seruius Tullius
2 and in the XII Tables 8 was the epithet of condemnation applied to the
undutiful child and the unrighteous patron. So likewise it seems
highly probable that the breaker of an oath became sacer, and that
his punishment, as CICERONE hints, was usually death. The formula of an
oath given by Polybius 6 is more comprehensive than that given by
Paulus Diaconus, for in it the swearer prays that, if he should
transgress, he may forfeit not onry the religious but also the civil
rights of his countrymen. This shows that the oath-breaker was an
utter outcast; in fact, as the gods could not always execute vengeance in
person, what they did was to withdraw their protection from the
offender and leave him tolhe punishment of his fellow-men. The drawbacks
to this method of contract were the same as those of the old English Law,
which made hanging the penalty for a slight theft ; the penalty was
likely to be out of all proportion to the injury inflicted by a breach of
the promise. So awful indeed was it, that no promise of an ordinary
kind could well be given in such a dangerous form, and consequently
the oath was not available for the 1 Festus, p. 318, s.u. sacratae.
2 Fest. , s.u. plorare. 8 Seru. ad Aen. 6. 609. 4 Leg. n. 9. 22. B
in. 25. 6 p. 114, s.u. lapidem. 7 Liu. v. 11. 16. common
affairs of daily life. The use of the oath therefore disappeared with the
rise of other forms of binding agreement, the severity of whose
remedies was proportionate to the rights which had been violated;
while at the same time the breaking of an oath came to be considered as a
moral, instead of a legal, offence, and by the end of the Republic
entailed nothing more serious than disgrace (dedecus). In one instance
only did the legal force of the oath survive. As late as the days of
Justinian^ the services due to patrons by their freedmen were still
promised under oath 1 . But the penalty for the neglect of those services
had changed with the development of the law. At and before the time
of the XII Tables, the freedman who neglected his patron, like the
patron who injured his freedman 2, no doubt became sacer, and was an
outlaw fleeing for his life, as we are told by DIONISIO. But in
classical times the heavy religious penalty had disappeared, and the
iurisiurandi obligatio was enforced by a special praetorian action, the
actio operarum*. By the time of Ulpian the effects of the iurata
operarum promissio seem indeed to have been identical with those of the
operarum stipulatio*, though the forms of the two were still quite
distinct. We may then summarise as follows our knowledge as
to this primitive mode of contract : The form was a verbal
declaration on the part of the promisor, couched in a solemn and
carefully 1 38 Dig. 1. 7. a Sera, ad Aen. 6. 609. 8 n. 10. 4
38 Dig. 1. 2 and 7. 5 Cf. 38 Dig. 1. 10. 1 worded 1 formula
(concepta tierba), wherein he called upon the gods {testari deos)*, to
behold his good faith and to punish him for a breach of it.
The sanction was the withdrawal of divine protection, so that the
delinquent was exposed to death at the hand of any man who chose to
slay him. The mode of release, if any, does not appear.
In classical times it was the acceptilatio*, but this Was clearly
anomalous and resulted from the similar juristic treatment of operae
promissae and operae iuratae. Though the point is contested by
high authority, yet it scarcely admits of a doubt that there existed from
very early times another form, known as sponsio, by which agreements
could be made under religious sanction. This method, as Danz has
pointed out, was originally connected with the preceding one. It was
derived from the stern and solemn compact made under an oath to the
gods. But Danz goes too far when he identifies the two, and states that
sponsio was but another name for the sworn promise. The stages
through which the sponsio seems to have passed tell a different
story. The word is closely connected with airovSij, tnrivSeiv, and hence
originally meant a pouring out of wine 8, quite distinct from the
convivial \ocfirf or libatio 6, so that " libation " is not its
proper equivalent. The other derivation given by Dig., fr. Plant. Rud.
Dig. 4. 13. 4 Danz, Sacr. Schutz Festus s.u. spondere. 6 Leist, Greco-It. R. O.
, note o. Varro 1 and Verrius from
sports, the will, whence according to Girtanner 8 sponsio must have meant
a declaration of the will, savours somewhat too strongly of
classical etymology. This pouring out of wine, as Leist 4 has shown,
was in the Homeric age a constant accompaniment to the conclusion of a sworn
compact of alliance (optcia iriara) between friendly nations. The
sacrificial wine seems originally to have added force to the oath by
symbolising the blood which would be spilt if the gods were insulted by a
breach of that oath. In this then its original form sponsio was
nothing more than an accessory piece of ceremonial. The second stage was
brought about by the omission of the oath and by the use of
wine-pouring alone as the principal ceremony in making less
important agreements of a private nature. In the Indian Sutras for
instance a sacrifice of wine is customary at betrothals 5, and comparison
shows that the marriage ceremonies of the Romans, in connection with
which we find sponsio and sponsalia applied to the betrothal and sponsa
to the bride 6, were very like those of other Aryan communities 7 . We
may therefore clearly infer that at Rome also there was a time when
the pouring out of wine was a part of the marriage-contract; and thus our
derivation of the word receives independent confirmation. In the
third and last stage sponsio meant 1 L. L. Festus, «. u. spondere.
Stip Greco-It. B. G. . 8 Leist, AlUAr. I. Civ. 8 Gell. iv. 4.
Varro, L. L. Leist, loc.
ciu nothing more than a particular form of promise, and it is easy
to see how this came about. At first the verbal promise took its name
from the ceremony of wine-pouring which gave to it binding force; but
in course of time this ceremony was left out as taken for granted,
and then the promise alone, provided words of style were correctly used,
still retained its old uses and its old name. Sponsio from being a
ceremonial act became a form of words. Such was the final stage of its
development. The importance attached to the use of the words
spondesne ?, spondeo in preference to all others 1 thus becomes clear.
Spondesne ? spondeo originally meant " Do you promise by the
sacrifice of wine V "I do so promise," just as we say, "I
give you my oath," when we do not dream of actually taking
one. Another peculiarity of sponsio, noticed though not
explained by GAIO, was the fact that it could be used in one exceptional
case to make a binding agreement between Romans and aliens, namely,
at the conclusion of a treaty. Gaius expresses surprise at this
exception. But if, as above stated, a sacrifice of pure wine {airovhal
a/cprjTot) was one of the early formalities of an international compact
(op/cia mard), it was natural that the word spondeo should survive
on such occasions, even after the oath and the winepouring had long since
vanished. Sponsio being then a religious act and subsequently a religious
formula, its sanctity was doubtless protected by the pontiffs with
suitable penalties. What these penalties were we cannot hope to
know, 1 Gai. in. . 2 in. 94. though clearly they were the forerunners
of the penal sponsio tertiae partis of the later procedure. Varro 1
informs us that, besides being used at betrothals the sponsio was employed in
money (pecu/nia) transactions. If pecunia includes more than money
we may well suppose that cattle and other forms of property, which could
be designated by number and not by weight, were capable of being promised
in this manner. Indeed it is by no means unlikely 2 that nexum was
at one time the proper form for a loan of money by weight, while sponsio
was the proper form for a loan of coined money (pecunia nwmerata).
The making of a sponsio for a sum of money was at all events the
distinguishing feature of the afibio per sponsionem, and though we
cannot now enter upon the disputed history of that action, its
antiquity will hardly be denied. The account here given of the
origin and early history of the sponsio is so different from the views
taken by many excellent authorities that we must examine their theories
in order to see why they appear untenable. One great class of
commentators have held that the sponsio is not a primitive institution,
but was introduced at a date subsequent to the XII TABVLAE. The adherents
of this theory are afraid of admitting the existence, at so early a
period, of a form of contract so convenient and flexible as the
sponsio, and they also attach great weight to the fact that no mention of
sponsio occurs in our fragments of the XII Tables. While it would
doubtless be an anachronism to ascribe to the early 1 L. L. a Karsten, Stip. p. 42. J sponsio
the actionability and breadth of scope which it had in later times, still
it may very well have been sanctioned by religious law, in ways of
which nothing can be known unless the pontifical Commentaries of Papirius
1 should some day be discovered. As to the silence of the XII Tables on
this subject, we are told by Pomponius that they were intended to
define and reform the law rather than to serve as a comprehensive code 2
. Therefore they may well have passed over a subject like sponsio
which was already regulated by the priesthood. Or, if they did mention
it, their provisions on the subject may have been lost, like the
provisions as to iusiurandum, which' we know of only through a
casual remark of CICERONE’s, The early date here attributed to the
sponsio cannot therefore be disproved by any such negative
evidence. Let us see how the case stands with regard to the question of
origin. (a) The theory best known in England, owing to its
support by Sir H. Maine, is that sponsio was a simplified form of neocum,
in which the ceremonial had fallen away and the nuncupatio had alone
been left 4 . This explanation is now so utterly obsolete that it
is not worth refuting, especially since Mr Hunter's exhaustive criticism
5 . One fact which in itself is utterly fatal to such a theory is that
the nuncupatio was an assertion requiring no reply 6, i Dion.
in. 36. 2 1 Dig. Off. in.. * Maine, Am. Law Hunter, Roman Law, p. 385. 6 Gai.
n. 24. B. E. 2 whereas the essential thing about the
sponsio was a question coupled with an answer. (6) Voigt
follows Girtanner in maintaining that spondere signified originally
" to declare one's will," and he vaguely ascribes the use of
sponsiones in the making of agreements to an ancient custom
existing at Borne as well as in Latium 1 . He agrees with the view here
expressed that the sponsio was known prior to the XII Tables, but thinks
that before the XII Tables it was neither a contract (which is
strictly true if by contract we mean an agreement enforceable by action),
nor an act in the law, and that its use as a contract began in the
fourth century as a result of Latin influence 2 . In another place 8 he
expresses the opinion that its introduction as a contract was due to
legislation, and most probably to the Lex Silia. The objections to
this view are that the etymology is probably wrong, and that the
inference drawn as to the original meaning of spondere iuvolves us in
serious difficulties. An expression of the will can be made by a
formless declaration as well as by a formal one. And if a formless
agreement be a sponsio, as it must be if sponsio means any declaration of
the will, how are we to explain the formal importance attaching to
the use of the particular words " spondesne ? spondeo. This view ignores
the religious nature of the sponsio, which I have endeavoured to
establish, and (4) it forgets that sponsio, being part of the marriage
ceremonial, one of the first subjects 1 Rom. RG. Ius Nat. to be regulated by the
laws of Romulus 1, is most probably one of the oldest Roman
institutions. Again (5), as Esmarch has observed 2, the legislative
origin of the sponsio is a very rash hypothesis. We only know that the
Lex Silia introduced an improved procedure for matters which were already
actionable, and had a new formal contract been created by such a
definite act we should almost certainly have been informed of this by the
classical writers. (c) Danz also derives sponsio from sports,
the will; but he takes spondere to mean sua sponte iurare, and
thinks that the original sponsio was exactly the same as iusiurandum,
i.e. nothing more than an oath of a particular kind 3 . . His chief
argument for this view is to be found in PAOLO DIACONO, who gives
consponsor = coniurator. But why need we suppose that Paulus meant more
than to give a synonym ? in which case it by no means follows that
spondere = iurare. For such a statement as that we have absolutely no
authority. Moreover, as we saw above, iusiurandum was a one-sided
declaration on the part of the promisor only. How then could the
sponsio, consisting as it did of question and answer, have sprung from
such a source ? especially since the iusiurandum, though no longer armed
with a legal sanction, was still used as late as the days of
Plautus alongside of the sponsio and in complete contrast to it
? Girtanner, in his reply to the "Sacrale Schutz" of Danz
4, maintains that sponsio had nothing 1 Dion. n. 25. 2 K. V. filr G. u. R. W. 3 Sacr. Schutz, p. 149. 4 Ueber die Sponsio, p. 4 fif. to do with an oath, but was a simple
declaration of the individual will, and that stipulatio had its
origin in the respect paid to Fides. This view however is even less
supported by evidence than that of Danz. Arguing again from analogy
Girtanner thinks that, as the Roman people regulated its affairs by
expressing its will publicly in the Comitia, so we may conjecture that
individuals could validly express their will in private affairs, in other
words could make a binding sponsio. But this, as well as being a
wrong analogy, is a misapprehension of a leading principle of early Law.
For, as we have seen, no agreement resting simply upon the will of
the parties (i.e. pactum) was valid without some outward stamp being
affixed to it, in the shape of approval expressed by the gods or by the
people. In the language of the more modern law, we may say that
such approval, tacit or explicit, religious or secular, was the original
causa ciuilis which distinguished contractus from pactiones. Now a
popular vote in the Comitia bore the stamp of public approval as
plainly as did the nexum. But the sponsio, requiring no witnesses, was
clearly not endorsed by the people ; therefore the endorsement
which it needed in order to become a contractus iuris cvuilis must have
been of a religious nature, and that such was the case appears plainly if
we admit that sponsio originated in a religious ceremonial such as I have
described. To recapitulate the view here given, we may
conclude that sponsio was a primordial institution 1 See
Windscheid, K. F. fiir G. «. R. W. i. 291. of the Roman and Latin peoples,
which grew into its later form through three stages, It is
originally a sacrifice of wine annexed to a solemn compact of
alliance or of peace made under an oath to the gods. (b) Next it became a
sacrifice used as an appeal to the gods in compacts not made under oath
such as betrothals. Just as iusiurandum for many purposes was
sufficient without the pouring out of wine, so for other purposes sponsio
came to be sufficient without the oath, Lastly it becomes a verbal
formula, expressed in language IMPLYING the accompaniment of a
wine-sacrifice, but at the making of which no sacrifice was ever actually
performed. In this final stage, which continued as late as the days of
Justinian, Its form was a question put by the promisee, and
an answer given by the promisor, each using the verb spondere. Filiam
mihi spondesne? Spondeo? Centum dari spondes? Spondeo. Throughout its history
this is a form which Roman citizens alone may use, in which fact we
clearly see religious exclusiveness and a further proof of
religious origin. Why they use question and answer rather than plain
statement is a minor point the origin of which no theory – except
Grice’s-- has yet accounted for. The most plausible conjecture seems to
be that the recapitulation by the promisee was intended to secure the
complete understanding by the promisor of the exact nature of his
promise. Its sanction in the early period of which we are
treating was doubtless imposed by the priests, but owing to our almost
complete ignorance of the pontifical law we cannot tell what that
sanction was. Having now examined the ways in which an
agreement could be made binding under religious sanction, let us see how
binding agreements could be made with the approval of the
community. There is reason to believe that this secular class of
contracts is less ancient than the religious class, because nexum and
mancipium were peculiar to the Romans, whereas traces of iusiurandum and
sponsio are found, as Leist has shown, in other Aryan civilizations.
Nexvm. There is no more disputed subject in the whole history of Roman Law than
the origin and development of this one contract. Yet the facts are
simple, and though we cannot be sure that every detail is accurate, we
have enough information to see clearly what the transaction was like
as a whole. We know that it was a negotium per aes et libram, a
weighing of raw copper or other commodity measured by weight in the
presence of witnesses 2 ; that the commodity so weighed was a loan
8 ; and that default in the repayment of a loan thus made exposed the
borrower to bondage 4 and savage punishment at the hands of the lender.
We know also that it existed as a loan before the XII Tables, for
it is mentioned in them as something quite different from mancipium. To
assert, as Bechmann does, that since nexum included conveyance as 1 Alt
Ar. I. Civ. I«
e Abt. 2 Gai. in. . 3 Muciu* in Varro, L. L.. Varro, L. L. Clark, E. R. L. well as loan " mancipiumque "
must therefore be an interpolation into the text of the XII Tables 1, is
an arbitrary and unnecessary conjecture. The etymology of nexwm,
and of mancipium shows that they were distinct conceptions. Mancipium
implies the transfer of mami8, ownership ; nexum implies the making
of a bond (cf. nectere, to bind), the precise equivalent of
obligatio in the later law. It is true that both nexwm and mancipium
required the use of copper and scales, to measure in one case the price,
in the other the amount of the loan. But this coincidence by no
means proves that the two transactions were identical. A modern deed is
used both for leases and for conveyances of real property, yet that would
be a strange argument to prove that a lease and a conveyance were
originally the same thing. Here however we are met by a difficulty. If,
as some hold 8 and as I have tried to prove, we must regard
mancipium as an institution of prehistoric times distinct from the purely
contractual nexwm, how are we to explain the fact that nexwm is
used by Cicero 8 and by other classical writers 4 as equivalent to
mancipium, or as a general term signifying omne quod per aes et libram
geritur, whether a loan, a will, or a conveyance ? Now first we must
notice the fact that neamm had at any rate not always been
synonymous with mancipium, for if it had been so, there could have been
no doubt in the minds of 1 Kauf f Mommsen, Hist ad Fam. 7. ; de Or. ; Top. ; Parad. . ; pro Mwr.
2. 4 Boethius lib. 3 ad Top. 5. 28 ; Gallus Aelius in Festas,
s.u. nexwm ; Manilim in Varro, L. L. Scaeuola and Varro that a res
nexa was the same thing as a res mamipata. This Scaeuola and Varro
both deny, and we must remember that Mucius Scaeuola was the Papinian of
his day. Manilius 1 on the other hand, struck perhaps by the likeness
in form of the obsolete nexum to other still existing negotia per
aes et libram, seems to have made nexum into a generic term for this
whole class of transactions. In this he was followed by Gallus Aelius.
The new and wider meaning, given by them to that which was a technical
term at the period of the XII Tables, apparently became general in
literature, partly for the very reason that nexum no longer had an
actual existence, partly because need liberatio, the old release of
nexum, had been adopted by custom as the proper form of release in
matters which had nothing to do with the original nexum, namely in
the release of judgment-debts and of legacies per damnationem. One
peculiarity mentioned by Gaius in the release of such legacies seems
altogether fatal to the theory that mandpium was but a species of the
genus nexum. Gaius says that nexi liberatio could be used only for
legacies of things measured by weight. Such things were the sole
objects of the true nexum, whereas res maricipi included land and cattle.
Therefore if mancipiwm were only a species of nexum we should
certainly find nexi liberatio applying to legacies of res mancipi,
but this, as Gaius shows, was not the case. The view that nexum was
the parent gestum per 1 Varro, L. L. vu. . a Festus, s. u.
nexum. 3 Gai. . aes et libram, and that mancipium was the
name given later to one particular form of nexum, is worth
examining at some length, because it is widely accepted 1, and because it
fundamentally affects our opinion concerning the early history of an
important contract. Bechmarm 2 thinks it more reasonable to suppose
that nexum narrowed from a general to a specific conception. But it is
scarcely conceivable that nexum should have had the vague generic
meaning of quodcumque per aes et libram geritur when it was still a
living mode of contract, and the technical meaning of obligatio per aes
et libram when such a contractual form no longer existed. What
seems far more likely is that nexum had a technical meaning until it
ceased to be practised subsequently to the Lex Poetilia, and that its
loose meaning was introduced in the later Bepublic, partly to
denote the binding force of any contract 4, partly as a convenient
expression for any transaction per aes et libram\ Even in CICERONE
(vedasi) we find ‘nexum’ used chiefly with a view to elegance of style in
places where mandpatio would have been a clumsy word and where 7 there
could be no doubt as to the real meaning. But when Cicero is
writing history, he uses nexum in its old technical SENSE (Grice, Do not
multiply senses beyond necessity) and actually tells us that it had become
obsolete. Bechmann, Kauf, ; Clark, E. R.
L. Varro, I. c. Festus,. u. nexum. Cf. nexu uetu&ti " in Ulpian,
12 Dig. Cic. de Or. Uar. Resp. vn. 14; ad Fam.; Top. As in pro Mur. 2;
Parad. 8 de Rep. and cf.
Liu. mi. Rejecting then as untenable the notion that nexum denoted a
variety of transactions, let us see how it originated. The most obvious
way of lending corn or copper or any other ponderable commodity,
was to weigh it out to the borrower, who would naturally at the same time
specify by word of mouth the terms on which he accepted the loan.
In order to make the transaction binding, an obvious precaution would be
to call in witnesses, or if the transaction took place, as it most
likely would, in the market-place, the mere publicity of the loan
would be enough. Thus it was, we may believe, that a nexurn was
originally made. It was a formless agreement necessarily accompanied
by the act of weighing and made under public supervision. It dealt only
with commodities which could be measured with the scales and weights, and
did not recognize the distinction between res mancipi and res nee
mancipi, a strong argument that nescum and mandpium were, as above said,
totally distinct affairs. Its sanction lay in the acts of violence
which the creditor might see fit to commit against the debtor, if payment
was not performed according to the terms of his agreement. Personal
violence was regulated by the XII Tables, in the rules of manus iniectio,
but before that time it is safe to conjecture that any form of
retaliation against the person or property of the debtor was freely
allowed. The fixing of the number of witnesses at five 1, which we
find also in rnancipium, . is the only modification of nexum that we know
of prior to 1 Gai. hi. the XII Tables. Bekker 1 suggests that this
change was one of the reforms of Seruius Tullius, and that the five
witnesses, by representing the five classes of the Servian ceruma,
personified the whole people. This is a mere conjecture, but a very
plausible one. For we are told by Dionysius 8 that Seruius made
fifty enactments on the subject of Contract and Crime, and in another passage
of the same author 8, we find an analogous case of a law which forbade
the exposure of a child except with the approval of five witnesses.
But here a question has been raised as to what the witnesses did. The
correct answer, I believe, is that given by Bechmann 4, who
maintains that the witnesses approved the transaction as a whole,
and vouched for its being properly and fairly performed. Huschke, on the
other hand, claims that the function of the witnesses was to superintend
the weighing of the copper, and that before the introduction of coined
money some such public supervision was necessary in order to convert the
raw copper into a lawful medium of exchange 5 . This view is part
of Huschke's theory, that neacum had two marked peculiarities: (1) it was
a legal act performed under public authority, and it was the recognised
mode of measuring out copper money by weight. The first part of
Huschke's theory may be accepted without reserve, but the second part
seems quite untenable. We have no evidence to show that nexum was
confined to loans of money or of 1 Akt. 4 Kauf. Nexum, p. 16
ff. copper. Indeed we gather from a passage of CICERONE (si veda)
that far, corn, may have been the earliest object of nexum 1, while GAIO
(si veda) states that anything measurable by weight could be dealt with
by neari solvtio. No inference in favour of Huschke's theory may be
drawn from the name negotium per cms et libram, for this phrase obviously
dates from the more recent times when the ceremony had only a formal
significance, and when the aes (ravduscvlum) was merely struck against
the scales. If then we reject the second part of Huschke's theory, and
admit, as we certainly should, that nexum could deal with any
ponderable commodity, it is evident that his whole view as to the
function of the witnesses must collapse also. The very notion of turning
copper from merchandise into legal tender is far too subtle to have
ever occurred to the minds of the early Romans. As Bechmann 8 rightly
remarks, the original object of the State in making coin was not to
create an authorised medium of exchange, but simply to warrant the weight
and fineness of the medium most generally used. The view of Buschke
seems therefore a complete anachronism. There is also another
interpretation of neawm radically different from the one here advocated,
and formerly given by some authorities 4, but which has few if any
supporters among modern jurists. This, view was founded upon a loosely
expressed remark of Varro's in which nexus is defined as CICERONE
(si veda) de Leg. Agr. Kauf. 4 See Sell, Scbeurl, Niebuhr, Christiansen,
Puchta, quoted in Danz, Rom. RG. n. . a freeman who gives himself
into slavery for a debt which he owes The inference drawn from this
remark was that the debtor's body, not the creditor's money, was the
object of nexwm, and that a debtor who sold himself by mancipium as a
pledge for the repayment of a loan was said to make a nexum. Such a
theory does not however harmonize with the facts. The evidence is
entirely opposed to it, for Varro's statement, as will be seen later on,
admits of quite another meaning. Neither nexum nor mancipium is ever
found practised by a man upon his own person. Nor could nexum have
applied to a debtors person, for the idea of treating a debtor like
a res mancipi or like a thing quod pondere numero constat, is absurd.
Again, if nexum = mancipium, the conveyance of the debtors body as a
pledge must have taken effect as soon as the money was lent,
therefore by thus becoming nexus he must have been in mancipio long
before a default could occur, which is too strange to be believed, and
(2) being in mancipio he must have been capite deminutus, which
Quintilian expressly states that no nexal debtor ever was 4 . Clearly
then mancipium was under no circumstances a factor in nexum. Thus it would
seem that the theory which regards nexum as a loan of raw copper or other
goods measurable by weight, is the one beset with fewest
difficulties. Such goods correspond pretty nearly to what in the later
law were called res fungibiles. VARRONE (si veda), L. L. nexum inire,
Liu. vn. Paul. Diao. u. deminutus. Decl. The borrower was not
required to return the very same thing, but an equal quantity of the same
kind of thing. And this explains why neanim, the first genuine
contract of the Roman Law, should have received such ample protection. A
tool or a beast of burden could be lent with but little risk, for
either could be easily identified ; but the loan of corn or of
metal would have been attended with very great risk, had not the law been
careful to ensure the publicity of every such transaction.
lusiurandum or sponsio might no doubt have been used for making
loans, but they both lacked . the great advantage of accurate
measurement, which neanim owed to its public character. It was the
presence of witnesses which raised neanim from a formless loan into
a contract of loan. This general sketch of the original neanim
is all that can be given with certainty. The details of the picture
cannot be filled in, unless we draw upon our imagination. We do not know
what verbal agreement passed between the borrower and the lender,
though it is fairly certain that payment of interest on the loan might be
made a part of the contract. We cannot even be quite sure whether
the scale-holder (libripens) was an official, as some have
suggested, or a mere assistant. Our description of the contract may then
be briefly recapitulated as follows: The form consisted of the
weighing out and delivery to the borrower of goods measurable by
weight, in the presence of witnesses, (five in number, probably since the
time of Seruius Tullius), whose attendance ensured the proper performance
of the ceremony. The ownership of the particular goods passed to
the borrower, who was merely bound to return an equal quantity of the
same kind of goods, but the terms of each contract were
approximately fixed by a verbal agreement uttered at the time. The
sanction consisted of the violent measures which the creditor might
choose to take against a defaulting debtor. Before the XII Tables
there seems to have been no limit to the creditor's power of
punishment. Any violence against the debtor was approved by custom and
justified by the notoriety of the transaction, so that self-help was more
easily exercised and probably more severe in the case of nexum than in
that of any other agreement. The release (nexi solutio) was a ceremony
precisely similar to that of the nexum itself, the amount of the loan
being weighed and delivered to the lender, in presence of witnesses. We
have now examined three methods by which a binding promise could be made
in the earliest period of the Roman Law. The next question which
confronts us is whether there existed at that time any other method. The
other forms of contract, besides those already described, which are
found existing at the period of the XII Tables, were fiducia, lex
mancipi, uadimonium, and dotis dictio. Did any of these have their origin
before this time ? Fiducia is doubtful, and lex mancipi, as we
shall see, owed its existence to an important provision Gai. \.t
of that code. As to the origin of uadirnonium, we cannot be certain, but
judging from a passage in Gellius 1 we are almost forced to the
conclusion that uadimonium also was a creation of the XII Tables. Gellius speaks of •' uades et subuades et XX V asses et taliones omnisque
ilia XII Tabhlarum antiquitas. We know that
twenty-five asses was the fine imposed by the XII Tables for cutting
down another man's tree, therefore it would seem from the context
that uades had also been introduced by that code. The point cannot be
settled, but since the XII Tables were at any rate the first
enactments on the subject of which anything is known, we may
discuss uadimonium in treating of the next period. The only contract of
which the remote antiquity is beyond dispute is the dotis dictio. DOTIS
DICTIO. Dionysius 8 informs us that in the earliest times a dowry was
given with daughters on their marriage, and that if the father
could not afford this expense his clients were bound to contribute. Hence
it is clear not only that dos existed from very early times, but that
custom even in remote antiquity had fenced it about with strict
rules. From Ulpian 8 we know that dos could be bestowed either by dotis
dictio, dotis promissio, or dotis datio. The promissio is a promise by
stipulation, and the datio was the transfer by mancipation or tradition
of the property constituting the dowry ; so that these two are easy to
understand. But dotis dictio is an obscure subject. It is difficult to
know whence it acquired its binding force as a contract, Reg. since in
form it was unlike all other contracts with which we are acquainted. Its
antiquity is evidenced not only by this peculiarity of form, but
9,lso by a passage in the Theodosian Code which speaks of dotis dictio as
conforming with the ancient law 1 . An illustration occurs in Terence,
where the father says, Dos, Pamphile, est decern talenta" and
Pamphilus, the future son-in-law, replies, "Accipio"; but we
need not conclude that the transaction was always formal, for the above
Code 8, in permitting the use of any form, seems rather to be
restating the old law than making a new enactment. A further peculiarity,
stated by Ulpian 4 and by Gaius 5, was that dotis dictio could be
validly used only by the bride, by her father or cognates on the
fathers side, or by a debtor of the bride acting with her authority.
Dictio is a significant word, for Ulpian 6 distinguishes between dictum
and promissum, the former, he says, being a mere statement, the latter a
binding promise. This distinction should doubtless be applied in the
present case, since dotis dictio and dotis promissio were clearly
different. The following theories seem to be erroneous : Von Meykow
7 holds that dictio was adopted as a form of promise instead of sponsio
for this family affair of dos, in order not to hurt the feelings of
the bride and of her kinsmen by appearing to question their bona
fides. That theory would be a plausible explanation, if dictio could ever
have meant a 1 C. Th. And Reg.
Epit.Dig. Diet. d. Rfim. Brautg. p. 5 ff. B. E. 3 promise, but
from what Ulpian says, this can hardly be admitted. Bechmann 1,
again, connects dotis dictio with the ceremony of sponsio at the
betrothal of a daughter. The dos, he thinks, was promised by a sponsio
made at the betrothal, so that the peculiar form known as dotis
dictio was originally nothing more than the specification of a dowry
already promised. The dotis dictio would therefore have been at first a
mere pactum adiectum, which was made actionable in later times,
while still preserving its ancient form. The objection to this theory is
tKat it lacks evidence : indeed the only passage (that of Terence) in
which dotis dictio is presented to us with a context goes to show
that this contract was in no way connected with the act of
betrothal. (c) Another explanation is given by Czylharz, ie.
that dotis dictio was a formal contract. His view is based on the scholia
attached to the passage of Terence, which say of the bridegroom's
answer: "Mle nisi dixisset ' accipio' dos non esset." Czylharz
therefore looks upon the contract as an inverted stipulation. The offer
of a promise was made by the promisor, and when accepted by the
promisee became a contract. Though such a process is quite in harmony
with modern notions of Contract, it would have been a complete anomaly at
Rome. And we cannot believe that, if acceptance by the promisee had
been a necessary part of the dotis dictio, we should not have been so
informed by Gaius, when he has been so careful to impress Rom.
Dotalrecht. 2 Abt. a Z.f. R. G. upon us that the dotis dictio could be
made nulla interrogatione praecedente. Thus the view of Czylharz
besides being in itself improbable is almost entirely unsupported by
evidence. Even the scholiast on Terence need not necessarily mean
that ‘accipio’ is an indispensable part of the transaction. He may merely
have meant that the bridegroom at this juncture could decline the
proffered dos if he chose, and this interpretation is borne out by
Iulianus 1 and Marcellus 8, who give formulae of dotis dictio without any
words of acceptance. A satisfactory solution of the problem seems to
have been found by Danz. He looks upon dos as having been due from the
father or male ascendants of the bride as an officium pietatis 4,
and quotes passages from the classical writers in which they speak of
refusing to dower a sister or a daughter as a most shameful thing.
The source of the obligation lay in this relationship to the bride,
not in any binding effect of the dotis dictio itself. But in order that
the obligation might be actionable its amount had to be fixed, and
this was just what the dictio accomplished. It was an
acknowledgment of the debt which custom had decreed that the bride's
family must pay to the bridegroom. In this respect the dos was
precisely analogous to the debt of service which a freedman owed as
an offidum to his patron, and which he acknowledged by the iurata
operarumpromissio. The dos and the operae were both officio, pietatis,
but Dig. Dig. Rom. RO. .Dig. 3. 2. 5 Plaut. Trin.; Oic.
Quint. it became customary to specify their nature and their quantity. In
the one case this was done by an oath, in the other by a simple
declaration, and in both cases the law gave an action to protect
these anomalous forms of agreement. What kind of action could be
brought on a dotis dictio is not known. Voigt 1 states it to have been an
actio dictae dotis, for which he even gives the formula, but
formula and action are alike purely conjectural. We can only infer that
the dotis dictio was action- able since it constituted a valid contract.
How or when this came to pass we cannot tell. A further advantage of
Danz' theory, and one not mentioned by him, is that it explains the
capacity of the three classes of persons by whom alone dotis dictio
could be performed. (1) The father and male ascendants of the bride were
bound to provide a dos under penalty of ignominia; the bride, if
sui iuris, was bound to contribute to the support of her husband's
household for exactly the same reason; and a debtor of the bride was
bound to carry out her orders with respect to her assets in his
possession, and supposing her whole fortune to have con- sisted of a debt
due to her, it is evident that a dotis dictio by the debtor was the only
way in which this fortune could be settled as a dos at all. Thus
the hypothesis that the dos was a debt morally due from the father of the
bride, or from the bride herself, whenever a marriage took place,
completely explains the curious limitation with XII Taf. ii. Dig CICERONE (si veda), Top. FORM OF D0TI8
DICTIO regard to the parties who could perform dotis dictio. The nature
of the transaction may then be summarized as follows: Its form was
an oral declaration on the part of the bride's father or male cognates,
of the bride herself, or of a debtor of the bride, setting forth
the nature and amount of the property which he or she meant to bestow as
dowry, and spoken in the presence of the bridegroom. Land as well
as moveables could be settled in this manner No particular formula is
necessary. The bridegroom might, if he liked, express himself satisfied
with the dos so specified ; but his acceptance does not seem to
have been an essential feature of the proceeding. Most probably he did
not have to speak at all. Its sanction does not appear, though we
may be sure that there was some action to compel perform- ance of
the promise. This action, whatever it may have been, could of course be
brought by the bride's husband against the maker of the dotis
dictio. Perhaps in the earliest times the sanction was a purely
religious one. Art. 6. Now that we have seen the various ways
in which a binding contract could be made in the earliest period of Roman
history, we may con- sider briefly the general characteristics of that
primi- tive contractual system. The first striking point is that
all the contracts hitherto mentioned are unilateral: the promisor alone
was bound, and he was not entitled, in virtue of the contract,
to any counterperformance on the part of the promisee. Gai. Ep. The
second point is that the consent of the parties was not sufficient to
bind them. Over and above that consent the agreement between them
was required to bear the stamp of popular or divine approval. Even
in dotis dictio, as we have just seen, a simple declaration uttered by
the promisor was invested with the force of a contract merely
because the substance of that declaration was a transfer of
property approved and required by public opinion. Thirdly we notice that
the intention of the con- tracting parties was verbally expressed, but
that the language employed was not originally of any impor- tance
(except in the one case of sponsio), provided the intention was clearly
conveyed. We must therefore modify the statement so commonly made that
the earliest known contracts were couched in a particular form of
words. For how did each of these particular forms originate and acquire
the shape in which we afterwards find it? By having long been
used to express agreements which were binding though their language
was informal, and by having thus gradually obtained a technical
significance. Conse- quently the formal stage was not the earliest stage
of Contract. The most primitive contract of all was not an agreement
clothed with a form, but an agree- ment clothed with the approval of
Church or State. Nome compiuto: Nicola Codronchi. Niccola Codronchi. Keywords:
Su i contratti e giochi d’assardo, contratto, tre tipi di contratto, contratto
epistemico, contratto empirico, contratto misto, concordato puo essere
informale o formale. tre tipi di concordi formali nell’eta regale, il
giuramento per giove, il sponsio (il vino come simbolo del sangue dei vittimi)
e il nesso. Il giuramento per Giove e lo sponsio sono ambi religiosi in natura.
Solo il ‘nesso’ e secular – e chiede o necessita la presenza della comunita
come testificatore – e una forma tipicamente romana e consequentemente piu tard
ache le forme religiose che vediamo in altre comuita arie. Il nesso si
manifesta nel templo publico – ara maxima per Ercole – e invoca la regola del
primo re Romolo, contratti bilaterali, forma dialogica, A esprime la
proposizione e B risponde assentendo alla comprehension e all’accettazione di
p. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Codronchi” – The Swimming-Pool Library. Codronchi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Colagrosso: la stilistica conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la ragione conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Foggia). Filosofo italiano. Foggia. M. Napoli. He is kown for his work in the
field of stylistics. La collocazione delle
parole, an essay, was included in Questioni di stilistica, published by Giuse. Studi stilistici, a work in which C. gathered
and republished essays he had written earlier. It also includes an appendix
discussing the teaching of stylistics at the university level. “La Teoria leopardiana
della linguage, suggests a modern reissue or critical edition of his work on
Leopardi. “A proposito del futurism” a critical essay on the futurist movement,
in which C. engages with the poet MARINETTI (vedasi). L’esposizione estetica
della dottrina di VICO: a work focusing on the aesthetics of the philosopher
VICO (vedasi). “Saggi di varia letterature” – a collection of his essays on a
range of literary topics. “La letterature
dell’avvenire e la scuola” a piece in which C. discusses future literature and
education. “La critica stilistica e letteraria” – a publication dedicated to
stylistic and literary criticism. The publication of his “Studi stilistici” was criticised by the
philosopher CROCE. FRANCESCO C. SULLA
COLLOCAZIONE DELLE PAROLE -- MEMORIA -- NAPOLI TIPOGRAFIA DELLA R. UNIVERSITÀ
Ditta A. Tessitoke'& C. Estratto dal Rendiconto delle tornate e dei lavori
della R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli. La
collocazione delle parole può essere argomento tanto di grammatica quanto di
stilistica. Non è facile vedere, dove l’argomento cessi d’essere grammaticale,
e cominci ad essere sti¬ listico : questa volta, anzi, grammatica e stilistica
s’intreccia¬ no, e, per così dire, le radici della seconda penetrano e si di¬
stendono nella prima. L’ordinarsi delle parole nella proposi¬ zione non è un
fatto semplice: se il pensiero vi riflette la sua vita, la lingua, d’ altra
parte, vi rivela la sua indole, le sue necessità di struttura e anche le sue
vicende. Non tutli poi s’accordano nel qualificare il vario disporsi delle
parole nella proposizione. Alcuni chiamano indifferentemente grammaticale o
logico l’ordine che viene alle parole dalle relazioni sintatti¬ che, e chiamano
psicologico quello per cui esse schieransi, per quanto possano, come si son
presentate alla mente e succedute le idee che esprimono. Altri invece non danno
a grammaticale e logico lo stesso significato. Per il iWeyer-Liibke (t)
l’ordine grammaticale è diverso dal logico, a cui è pure d’inciampo: l’ordine
logico, libero per sè stesso, cambierebbe secondo l’occasione, se non dovesse a
volte rispettare i posti a cui certi gruppi di parole han diritto per i loro
rapporti grammaticali. Nel disporsi delle parole il Meyer- (I) . il cap. VI del
terzo volume della sua Romaniche Qram- matik, Leipzig 1899. 4 Lubke distingue
alla spiccia due modi, l’occasionale e l’usuale; e usuale sarebbe l'ordine
conforme alle comuni esigenze della grammatica. Avverte poi l’illustre
professore viennese, che all’ordine delle parole contribuisce pure la
rispettiva loro ac¬ centuazione nel congegno della proposizione , in grazia
della quale alcune parole perdono la propria individualità, e costrette ad
appoggiarsi, sminuite come sono di significato, a un’altra che le preceda o
segua, prendono per forza un posto fisso. E in codesta accentuazione trova
l’ordine logico od occasionale un novello inciampo. Sicché nell’ordine delle
parole agiscono lo¬ gica, grammatica e accentuazione; e questi fattori non
vanno sempre d'accordo. Faro la storia dell’ ordine delle parole in una lingua
varrebbe, dice il Meyer-Liibke, quanto esporre la lotta de’ tre fattori, la
quale in certi momenti più si complica e rinvigorisce , perchè alcune
costruzioni, cho sono in origi¬ ne prettamente logiche od occasionali ,
diventano, a furia di ripetersi, grammaticali o usuali. Potrebbe un tal caso
somi¬ gliare oH’allro de’ «novi accozzi di vocaboli», che, «passati di bocca in
bocca, accrescono il tesoro del parlar comune » (1), e mentre da questa parte «
lo stile diventa lingua », da quella l’occasione diventa uso, e grammaticale il
fenomeno logico: potrebbero i due casi ancho coincidere. Poco è stata poi con¬
siderala l’accentuazione, terzo de’ fattori dell'ordine delle pa¬ role. Il
ritmo della frase, il maggiore o minor valore quanti¬ tativo delle parole, più
o meu forti d’accento, le pause dall’uno all’ altro membro della proposizione
sono, del resto, cose, di cui non è agevole cogliere i riflessi nel modo di
collocarsi delle (1) V. Manzoni, Opere inedite o rare, voi. V, p. 381 e sg ,
Milano. parole. Possiamo soprattutto coglierli, quando si tratti d'una lingua
viva, che sappiamo come s'intlette, s’accentua, si scan¬ disce in bocca a chi
pronunzii una proposizione, un periodo. Parrebbe più giusto chiamar psicologico
1 ordine che \iene alle parole dal loro disporsi secondo che siano apparse alla
mente le idee eh’ esse significano. Quest’ ordine ritrae il mo¬ vimento del
pensiero. Che un'idea si presenti prima di un'altra o dopo, e che s’avvicini e
stringa a questa più che a quella, son fatti psicologici. I rapporti
psicologici delle idee non sono i rapporti logici: questi le distaccano dalla
psiche ove son na¬ te, e ne danno in astratto il valore rispettivo. Quando
Dante, in principio del canto trentatreesimo dell’ Infetto, dice: La bocca sollevò
dal flet'O pasto Quel peccator, comincia la proposizione con una parola che,
secondo l’ordine logico o grammaticale, sarebbe dovuta esser la terza, e
venire, come complemento oggetto, dopo sollevò, che. alla sua volta, doveva
esser preceduto dal soggetto {quel peccator). Ma, se Dan¬ te avesse detto (mi
si permetta per un istante la profanazione): Quel peccatore sollevò la bocca
Dal fiero pasto, non avrebbe più seguito l’ordine psicologico, nè sarebbe stato
nel vero, perchè, come racconta alla fine del canto prece¬ dente, egli era
stato colpito dal vedere uno de’ due ghiacciati della buca mangiare il capo
all’altro, e perciò, descrivendo quel peccatore nel momento che, interrogato,
cessava dall’atto - tì - bestiale, doveva cominciare col mostrarci di lui proprio
la parte, che nella sua mente occupava ancora il primo posto, cioè la bocca
insanguinata.il Brizeux, rendendo francese il verso di Dante (ce pècheur
dètourna sa bouche du feroce rcpas), sostituì l’ordine logico o grammaticale
delle parole all’ordine psicologico, capovolto, invece, nella traduzione, pur
tanto mi¬ gliore, del Lamennais (de l' horrible pdliire ce pècheur sou- leva la
bouche ) (1). Il Littré però, traducendo VInferno in an¬ tico francese e in
versi, conserva fedelmente l'ordine psicolo¬ gico delle parole, sebbene, col
sostituire i denti alla bocca , alteri alquanto la rappresentazione: Ses dens
leva de la pasture fiere Icil pechere. De Sanctis, ne’suoi primi Saggi critici
, per far vedere di quanto il Lamennais, traducendo Dante, si lasci addietro il
Brizeux, esamina, tra gli altri versi, il primo del canto di Ugo¬ lino. E
scrive della versione del Lamennais: « Quanta proprietà in quel pàture , che ti
risveglia nella monte la natura di quel pasto, atto bestiale, come dice piti
sopra il poeta! E nell’ordino delle parole e nell’armonia che ne nasce, non
sentite qualche cosa d’insolito! » Ma il De Sanctis non s’accorge che al poeta
il La¬ mennais non altera meno del Brizeux l’ordine delle parole. Questa è la traduzione dell’intera terzina
dantesca : Ses dens leva de la pasture fiere Icil pechere, s’essuiant la
maissele A us crins du chef qu’il avoit mors deridere. V. È. Littré, L'Enfer
mis en viettee langage franpois et en vers, Paris De’ due ordini, il
grammaticale, che chiamano anche diretto, e lo psicologico, più chiaro è
creduto il grammaticale. Ma è chiarezza, osserva il Parodi (1), superliciale,
apparente, anzi falsa, perchè in tanti casi il pensiero non si è generato e
svolto così come lo rendono le parole disposte in ordine diretto. Vera
chiarezza si avrebbe, invece, con l’ordine psicologico. Ma ogni parola può
nella proposizione occupar sempre il posto in cui è apparsa, nel generarsi e
svolgersi del pensiero, quella parto di esso che le corrisponde? I rapporti
grammaticali saltau su a voler le parole a que’ posti da cui essi risultino
evidenti. Nella nostra lingua, come in altre moderne, non porta ogni parola
scritto in fronte l’uflìcio che esercita nella proposizio¬ ne. Ciò avveniva nel
latino e nel greco, di cui sempre udiamo rimpiangere quella beala libertà di
costruzione, che concede¬ va , per esempio, a Plauto il gusto di mettere in
fila, 1’una di costa all’altra, a dispetto delle loro diverse funzioni gram¬
maticali , che le chiamavano altrove, più parole della stessa natura o più
forme della stessa parola, e scrivere : «isteeum sese ait qui non est esse »
(2). Questa frase di Plauto parrebbe un giuoco di parole, ma è innegabile
l'efticacia dell'avvicina¬ mento de' tre pronomi iste eum sese, che indicano a
un trailo le tre funzioni grammaticali o logiche per cui passa nella pro¬
posizione il nome onde fanno le veci, come pure dal trovarsi esse subito dopo
non est balza fuori forte il contrasto; senza (1) V. noi Bollettino della
Società dantesca italiana, die. 1902, le fine e acute osservazioni di
grammatica e stilistica eh’ egli fa esaminando L’arte del periodo ecc. del
Lisio. (2) Queste parole Plauto mette in bocca ad Aristofonte nella quarta
scena del terzo atto de’ Capteivei. 8 dire che esse lì, in coda di frase, fa
sentire la sodisfazione deH’aflFermare, quasi il riposo che ne viene. E alla
libertà di costruzione si deve quella , diremmo, civetteria della torma , che
ogni buon lettore avverte in ì'usticus urbanwti murem mus con cui comincia la
tavoletta oraziana de due topi (1). Il poeta , sorridendo , introduce come un
compagnuolo e un cittadino i due personaggi che poi specifica chi sono , e per
l’arguta presentazione mette a profitto quel po' di sosta a cui ci obbliga dopo
xtrbanum, seconda parola dell esametro, la cesura pentemimera. Collocazioni
efllcacissime di parole con¬ sente anche la nostra lingua, e pittoresca davvero
è la seguen¬ te del Carducci: Dove e a che move questa, che affrettasi a’ carri
foschi, ravvolta e tacita gente? Gente che si stacca da questa e, preceduto da
ravvolta e ta¬ cita, chiude il contesto, ci dà una unità di rappresentazione,
per cui noi abbracciamo tutti insieme, e in tutta la monoto¬ nia delle loro
figure, que’ viaggiatori affrettantisi a’ vagoni del treno in una mattina
d’autunno. Si ha qui una inversione, una deviazione da quello che falsamente si
dice ordine naturale dello parole: si dovrebbe piuttosto dire ordine
grammaticale o lo¬ gico , chè naturale è invece la inversione, rispecchiante
ap¬ punto l’ordine psicologico, la sfilata, quale si è avuta, delle V. Sermonum lib. II, 0, v. 79 e sgg. Son versi dell’ode barbara Alla stazione in
una mattina di autunno. 9 idee. L'inversione carducciana è poi una inversione
poetica, né la nostra lingua ò tale da permetterne anche al poeta quante ne
vuole, senza eh' egli incappi nel pericolo di non farsi capire. Parrebbe
adunque, che solo nelle lingue antiche, in cui le parole erano impresse del
segno della loro funzione gramma¬ ticale, potesse sempre serbarsi l'ordine
psicologico e aver luogo qualsiasi inversione. E inversive sono stale
qualificate la lin¬ gua latina e la greca, e analitiche, invece, la nostra
lingua e le altre romanze, nelle quali l’ordine delle parole è dato dalla cosi
detta analisi logica o sintattica, e regolarmente perciò si succedono soggetto,
verbo, attributo co’ rispettivi complementi. In vero si dovrebbe parlare
d'inversione, trattandosi di lingue moderne, non di antiche; perchè, se per
inversione s’intende l'infrazione dell’ordine grammaticale, questa non poteva
aversi nelle lingue antiche, in cui si ammette che quell’ ordine non fosse
riconosciuto. Inversive quindi sono piuttosto le lingue mo¬ derne, obbligate di
regola a una costruzione fissa. La quale co¬ struzione dovrebbe essere un
effetto e insieme un risarcimeuto della perdita de’ casi : i posti fissi degli
elementi della propo¬ sizione farebbero le loro veci. A questa spiegazione
della co¬ struzione fissa, che nel francese moderno s’attua con più insi¬
stenza che nelle altre lingue romanze, qualcuno non si rasse¬ gna, ritenendo
inverosimile, che, perdutisi i casi, si rinunziasse, per amor di chiarezza ,
alla libera collocazione delle parole. A dare, infatti, il senso d’ una frase
contribuisce il contesto, l’intero discorso, non la sola giacitura delle
parole. Cosi la frase staccata il figlio il padre uccise (l’esempio tragico non
è mio) per sè stessa non è chiara, ma diventa chiarissima, se riprende il suo
posto nel discorso, dove, mettiamo, si è nar¬ rata la morte violenta d’ un
povero padre: se spostassimo le o v 10 parole, e dicessimo il padre il figlio
uccise, la frase, i icollo- cata, s’ intende, nel contesto, non diminuirebbe di
chiarezza. Spesso, come osserva il Diez (1), son trascurati i rottami dell’an¬
tica flessione, che chiarirebbero i rapporti grammaticali o logici delle parti
d’una frase, e si lascia all’ascoltatore o al lettore l'in¬ terpretazione del
senso di essa. Dante, scrivendo (Inf., XI, 8 sg.): Anastasio papa guardo , Lo
qual trasse Fotin della via dritta , non si diè pensiero dell’ambiguità della
proposizione relativa, che avrebbe potuto togliere col sostituire cui , caso
obliquo del pronome , a lo qual , che può esser pure caso retto. Dunque la
perdita de’ casi non ha aperto tra le lingue an¬ tiche e le moderne quell’
abisso che di solito si crede, e non ha tolto tanto vantaggio alla collocazione
delle parole nelle lingue moderne quanto 1’ esistenza de’ casi ne dava ad essa
nelle antiche. Nè è vero, che la costruzione delle lin¬ gue moderne sia da
paragonarsi alla numerazione arabica, in cui ciascun numero, oltre al valore
proprio, ha un valore di po¬ sizione,o che le lingue moderne, secondo una
spiritosa imma¬ gino del Bréal, somiglino press’ a poco a quelle serrature a
secreto, il cui congegno non agisce, se non so ne siano prima disposti i pezzi
in un dato modo (2). Tutto ciò che finora abbiam detto, dimostra che la
faccenda della collocazione delle parole non è tanto liscia. Parecchi se (1) V. la Qrammaire des langues
romanes, t. Ili, trad. par A. Morel-Fatio et G. Paris, p. 114, Paris . (2) V. Bréal, Essai de Sèmantique, p. 238, Paris . -li¬ ne sono occupati
di proposito, ponendo mente più a una lingua che a un’altra. Anche un filosofo,
il VVundt (1), ne ha trattato, e vi accennano quanti han discorso , più o inen
recentemen¬ te, di scienza del linguaggio, come il Wegener, il Gabelentz, il
Siitterlin (2). Ricerche speciali e pazienti intorno al modo tenuto da
scrittori francesi nel collocar le parole han fatte più filologi tedeschi,
quali il List, il Glauning, l'Ebering. Il Morf ha studiato la collocazione
delle parole nella Chanson de Roland, e il Kriiger quella della prosa
letteraria francese del secolo XIII (3). Tali indagini linguistiche o
sintattiche, che sarebbe (1) Il primo volume, diviso in due parti, della
Vdlkerpsychologie (Leipzig) del Wundt è tutto dedicato alla lingua (Sprar.he)
Il sesto paragrafo del capitolo che tratta della sintassi , ha per oggetto 1’
Ordnung der Satzylieder. Il libro del Sutterlin , intitolato Das Wcsen der
sprach- lichen Gebilde (Heidelberg 1902), si compone tutto di osservazioni
critiche alla Sprachpsycliologie del Wundt. (3) L. Wespy, a p. 6 del suo
pregevole libretto Die historische Entwickelung der Jnversion des Subjectcs im
Fransósichcn und der Gebrauch derselbcn bei Lafonlaine (Oppeln), osserva
opportunamente : « Das Interesse der Wissenschaft hat sich schon seit geraumer
Zeit dem Studium der Satzlconstruktion zugewcndet, und das mit Recht, denn die
verschiedene Anordnung der syntak- tiscben Elemente der Rede verleiht den
einzelnen Sprachen ihren Charakter, der sich erst muhsam endgiltig feststellen
lassi, da er so ausserst mannigfaltig ist. Ja, nicht nur verschiedene Sprachen
unterscheiden sich durch die Wortstellung von einander, sondern es bietet segar
hinsichtlich derselben jede einzelne Sprache ein ver- schiedenes Bild auf ihren
verseliiedenen Entwickelungsstufen dar »• 12 desiderabile si facessero anche
per i nostri scrittori, possono, alla lor volta, essere feconde di osservazioni
stilistiche. La ri¬ cerca sintattica è, per non piccola parte, la vera base
della osservazione stilistica. Studiare la collocazione delle parole è studiare
come atteggiasi o può atteggiarsi una lingua , e in questi atteggiamenti
lampeggia lo stile. Conoscere qual collo¬ cazione soglia, o possa, una lingua
consentire alle parole è co¬ noscere uno de’ mezzi dello stile, i limiti anche,
entro i quali gli scrittori si vedono costretti. A giudicar più o meno oppor¬
tuna, più o meno efficace la sede assegnata da uno scrittore a una parola , a
lodarlo perciò o biasimarlo risica di prendere abbaglio chi non muova dalla
ricerca sintattica. Sono notabili due lavori intorno alla collocazione delle
parole, uno francese, che, uscito la prima volta nel 1844, fu ristampato nel
’69 e nel '79, e un altro recente tedesco. Nel primo, che è di Enrico Weii,
Lordino delle parole quale si ha nelle lin¬ gue antiche ò messo a raffronto con
quello delle lingue mo¬ derne; nel secondo Elisa liichter studia la derivazione
della costruzione romanza dalla latina, come cioè il modo di ordinar le parole
pròprio dell'italiano e delle lingue sorelle si riattac¬ chi a quello della
lingua madre (i). Eccellenti osservazioni spiccano nel lavoro francese, e il
paragone delle lingue anti¬ che con le moderne, dal lato dell’ordine delle
parole nella pro- Il lavoro del Weii.
s’intitola De t ordre dee mole dans les langues anciennea comparto aux langues
modernes, e fa parte del liecueil de travaux originaux ou traditile rélalifs à
la 1‘/lito¬ logi e et à l'hntoire lillèraire edito dal Vieweg in Parigi. Il la¬
voro di Elisa Richter, pubblicato il 1903 in Halle, s’intitola Zar Entwicklung
der romanischen Wortstel/ung aus der la tei nàsciien. posizione e anche delle
proposizioni nel periodo, è condotto con molta finezza e perspicuità. Ma ili
una cosa soprattutto il Weil non si rende conto, ed è questa : se le lingue
romanzo sono uno sviluppo della latina, come la nuova collocazione delle pa¬ role
venne fuori dall’antica? È veramente del tutto nuova la costruzione romanza ?
Negli scrittori latini della migliore età non si ebbero strutture romanze di
frasi, come in scrittori ita¬ liani o francesi o spagnuoli se ne hanno di
latine? Manca nel Weil la indagine storica. Il quesito della derivazione del
modo romanzo di costruir la frase dal modo latino e discusso e ri¬ soluto nel
lavoro tedesco. È mio proposito esporre prima il nuovo e il meglio di que¬ sto
bel lavoro, di cui non mi pare si abbia presso di noi altra no¬ tizia oltre di
quella brevissima dàlane dal chiaro prof. Savj-Lopez in una rivista siciliana
i.i). All’esposizione frammischierò, s’intende, osservazioni mie e d' altri.
Poi esaminerò alcuni punti salienti dello scritto del Weil, che la Richter non
ha letto, come neppure ha letto 1 eccellente Essai sur la construction
grammaticale del Bergaigne, comparso sin dal 1878 ne'Mèmoi- res de la Sortele
de Linguistique de l’arts (2). Indi passerò a studiare la collocazione
dell’aggettivo e insieme costruzioni e (1) Cioè nel Nuovo Ateneo siciliano
(Anno I, fase. I). (2) Non possiamo dire che la Richter abbia ignorato entrambi
i lavori , perchè son citati in altri da lei letti e registrati nella
bibliografia, quello del Weii. in principio delle Bemerkungen ùber plautinische
Wortsteltung und Wortgruppen di F. Leo e anche nel YAntikc Kunslprosu del
Norden, e quello del Bergaigne nella dissertazione Ueber cin Gcselz der
indogermanischen Wori- stellung del Wackbbnagel, inserita nel voi. I delle
Indogerma• nische Furschungen. - 14 - nessi sintattici di speciale importanza.
E sulla tela grammati¬ cale, che si andrà così tessendo, vedremo disegnarsi i
rilievi stilistici, quelle particolari collocazioni di parole, in cui s’im¬
primono, sto per dire, gli sforzi che fa la lingua per rispon¬ dere alle
esigenze del pensiero. Rifacciamoci adunque dal lavoro della Richter. I. Il
latino suol mettere in principio di proposiziono il soggetto, in fine il verbo
preceduto, se l'ha, dal complemento oggetto o accusativo, e le altre parti nel
mezzo. Nella piena libertà della costruzione latina si osservano, dice il
Bergaigne, delle abitu¬ dini, da cui la lingua consapevolmente si poteva
sciogliere, e che costituivano i suoi principìi grammaticali, e per una di co-
deste abitudini relegavasi il verbo in coda alla proposizione (1). Invece la
lingua italiana c le sue sorelle amano disporre suc¬ cessivamente soggetto,
verbo, oggetto e poi il resto delle pa¬ role. Son modi diversi di concepire la
proposizione. Nella strut¬ tura Ialina di essti la parte che determina precede
quella che è determinata, e cosi l’oggetto precede il verbo, al quale vanno
innanzi pure gli altri complementi; nella struttura romanza la parte
determinata precede la determinante (2). Si vuol vedere (1) V. i cit. Mémoires de la Soc. de Linr/uist., t. Ili,
p. £>. (2) Non mi pare inutile esporre, comesi venissero
secondo il Bergaigne collocando in origine i membri della proposizione; e
cercherò di rifare questa storia grammaticale con la maggior brevità e chia¬
rezza. Dobbiamo ammettere, che nel primitivo linguaggio indoeuropeo il seggono
fosse preceduto dal predicato o verbo : solo cosi pos- 15 un progresso in
questa seconda maniera di collocare le parti della siamo spiegarci il
saldamento del soggetto pronominale alla ra¬ dice verbale. (Nel piano
originario delle nostre lingue, dice il Bréal, il verbo si faceva seguire dal soggetto,
come si vede, per esempio, in 8[Sw|u, òtSuai). Quando nella proposizione il
predicato non è più messo in relazione con un sol termine, che è
necessariamente il soggetto, ma con due o più, uno di questi termini riman
sempre il soggetto, e 1‘ altro o gli altri non possono essere che de’ com¬
plementi. Se con soggetto e predicato non si dànno che due com¬ binazioni ,
diventan poi sei quelle di soggetto, predicato e com¬ plemento. Per vedere da
quale delle sei combinazioni si comin¬ ciasse, o meglio per ripescare la
primitiva giacitura di que’ tre membri della proposizione, dobbiamo interrogare
gli antichi com¬ posti, che, essendo tra le forme organiche originarie, possono
ben rivelarci con quale ordine, prima clic fosse creata la flessione de’ casi,
si succedessero per regola il complemento d’un attributo di forma impersonale,
d'un aggettivo cioè o d’un participio, e questo attributo stesso. È costatato,
che in siffatti composti il termine retto precedeva il termine reggente. Or, se
non è da negare la grande affinità tra la funzione dell’attributo di forma
personale, cioè del predicato o verbo, e quella dell' attributo di forma im¬
personale, dobbiam supporre, che i complementi dell' uno e del- 1' altro
attributo occupassero dapprima lo stesso posto. Dunque ammetteremo, che in
origine anche il predicato fosse preceduto da’ suoi complementi. Il predicato o
verbo si usava anche, e si usa, senz’ altro soggetto che la propria desinenza.
In questo caso non si poteva avere che la costruzione complemento-predicato.
Quando poi il soggetto viene espresso da un termine speciale, si complicano,
coinè abbiam vi¬ sto, i vicendevoli rapporti tra soggetto, complemento e
predica- proposizione; che, come osserva il Lessing, è proprio dell’or- t0 .
Tuttavia si noti, che tra soggetto e predicato da una parte e tra predicato e
complemento dall'altra i rapporti sono immediati, e che mediati son quelli tra
soggetto e complemento , e vengono stabiliti dal predicato. Dovendo, per la
nota regola, il complemento precedere il predicato e il predicato il soggetto,
vien su natural¬ mente la costruzione complemento-prcdicato-soggetto, la quale
s ha da ritener primitiva. La proposizione MYIhacle (A, 43) vou o e/./.uc
<j)oì]io; 'AkóUcov è un esempio di questa costruzione, abbastanza fre¬
quente in Omero. La costruzione predicato-soggetto non rimase per lungo tempo
esclusiva o dominante. Anzi ben presto si procedette ali’ inver- sione del
predicato per meglio distinguere questo attributo perso¬ nale dall’impersonale,
che è l’aggettivo o il participio. Furono allora al predicato preposti insieme
soggetto e complemento. Ma con quale ordine? Quale de’ due termini si strinse
di più al pre- dicalo? Nella più antica prosa latina, in cui per regola il
predi¬ cato va in fine di proposizione, vediam succedersi liberamente soggetto
e complemento. Però lo studio de’ composti ci fa crede¬ re, che in principio la
proposizione si dividesse in due parti, co¬ stituite l’una dal soggetto e
l’altra dal predicato e da’ suoi com- plementi. Si deduce quindi facilmente ,
che nella proposizione in cui si rovesciò l’ordine originario
predicato-soggetto, il soggetto formasse la prima parte e il predicato
preceduto da’ complementi la seconda. Cosi alla prima costruzione
complemento-predicato-sog- getto si aggiunse la seconda
soggetto-complemento-predicato, che ben presto ebbe il predominio. Se poi si
considerano le proposizioni nel loro reciproco rappor¬ to, è agevole comprendere,
come 1’ associazione logica delle idee possa esigere che innanzi al soggetto
vadano tutti i complementi - dine
naturale del pensare l’aver prima conoscenza della cosa o ne vada uno soltanto.
L’esistenza de’ due tipi di costruzione già riconosciuti permetteva di
sodisfare a tali esigenze senza che si confondessero le due parti principali
della proposizione, la quale terminava col soggetto quando occorreva che
cominciasse col com¬ plemento. Tuttavia, consolidandosi da una parte il
predominio del secondo tipo di costruzione (soggetto-complemento-predicato), e
dall’altra rimanendo costantemente il predicato in coda alla pro¬ posizione non
avente per soggetto un termine distinto, speciale, si stabilì un nuovo
principio, per il quale aH’ultimo posto relegavasi il predicato, e al di qua di
questo, ch’era il limite estremo del qua¬ dro in cui dovevano situarsi, andavano
liberamente gli altri ter¬ mini. Cosi si ebbe il terzo tipo di costruzione
soggetto o comple¬ mento-complemento o soggetto-predicato. S’ intende che
questo terzo tipo, che abbraccia il secondo, rac¬ chiudeva soltanto, come il
primo che lasciava il predicato senza soggetto, i termini essenziali della
proposizione. Moltiplicatisi i termini, il quadro era troppo stretto per
poterli contenere tutti, e alcuni naturalmente ne scappavan fuori. Ma codeste
eccezioni non s’ hanno da considerar necessariamente come inversioni del-
l’ordine antico; potevan anzi essere state in qualche modo con¬ sacrato insiem
con la regola stessa. L’applicazione rigorosa di que¬ sta regola, che voleva il
predicato dopo tutti i termini per nume¬ rosi che fossero, deve essersi avuta relativamente
tardi. Così in tedesco il medesimo tipo di costruzione fu consacrato nelle pro¬
posizioni subordinate sin da’ più antichi monumenti della lingua, ma questi
monumenti stessi , anche se in prosa, presentano del¬ le eccezioni alla regola,
che poi l’uso moderno non ha più ammesse. (V. i cit. Mémoires, t. Ili, p. 133 e
sgg.). 18 - e poi delle sue accidentalità (1). Certo è, che la collocazione
romanza delle parole, mentre fa capolino ne’ più antichi docu¬ menti letterarii
di Roma (2), non si lascia poi soffocare dall’uso più largo e diffuso della
collocazione prettamente latina, anzi va a questa sottraendo sempre più terreno
(3), e finisce quasi per cacciarla di nido. E verbo-oggetto diventa
collocazione più usuale di oggetto-verbo. Questa collocazione, che possiam dire
pro¬ priamente moderna, e che vediamo più vigoreggiare quanto più popolari sono
i documenti, trionfa nel quarto secolo, come mostrano gli Acta Apostolorum
apocripha, la Vulgata e le Pc- regrinationes Hierosolymitanac, le cui buone forme
latine so¬ no , per cosi dire, impresse di stile romanzo (4). Se non che il
perpetuo contatto tra lingue romanze e latino (5) fa sì che più costruzioni di
questo continuino o passino in quelle; e quindi in italiano vediamo l’avverbio,
l’oggetto, ('attributo precedere tante volte il verbo, e il verbo di modo
infinito an¬ dare innanzi al verbo di modo finito in frasi come, ad esem¬ pio,
questa del Convivio : « apertamente dunque veder può chi vuole». Si osserva
anzi, che nelle proposizioni subordinate e relative le collocazioni latine
delle parole durano più a lungo che non nelle proposizioni principali, dove
ricorrono solo ec- cezionalmento (0). Non vogliamo fermarci a spiegare questo
fe¬ nomeno sintattico, che dipenderà da una doppia causa, formale (1) V.
Richter, Op. cit., p. 7. (2) V. Richter, Op. cit., p. 3 e sgg. (3) V. Richter,
Op. cit., p. 5 e sgg. (4) V. Richter, Op. cit., p. li. (5) V. Richter, Op.
cit., p. 12 e sgg. (0) V. Richter, Op. cit., p. 37 e sg. - - e psicologica. Piuttosto è da avvertire, che
i verbi in fin di proposizione, o i complementi oggetti precedenti il loro
verbo, che troviamo in Dante o in altri antichi, possono parere vezzi latini
proprii di questi scrittori, mentre rientrano nella comune tradizione linguistica,
fida ancora ad alcuni costrutti latini, e gli scrittori,collocando a quel modo
le parole, non fecero che seguire l’uso del tempo. La proposizione subordinata
e la relativa tendo¬ no. nell’ordine delle parole, a uniformarsi sempre più
alla prin¬ cipale, a cui, come abbiam detto, è ormai abituale la costru¬ zione
romanza. S’intende, che imbattendoci, dopo codesto com¬ pleto trionfo della
costruzione romanza, in scrittori ricaccianti solitamente il verbo in fine di
proposizione, dobbiamo ammet¬ tere in essi l’intenzione d’imitare l’andatura
della frase latina. E se il Cellini, in cui non è certo da supporsi l’ubbia del
la¬ tineggiare, scrive: «quanto immaginar si possa», questa co¬ struzione
latina o è ricascata dal linguaggio colto e letterario nella parlata usata
dall’artista fiorentino, o è un'eco popolare di altre simili costruzioni già
scomparse. La frase « quanto immaginar si possa », che conserva 1’ impronta d’
una gram¬ matica più antica, è usata spessissimo dal Cellini, e potrebbe anche
entrar nel novero delle così dette frasi fatte . La
Richter spiega questo fatto sintattico a p. 38 dell’ Op. citata. (2) Questa
frase ricorre nell’Autobiografia (ediz. Guasti) a p. 54 (fogliami e maschere,
quante immaginar si possa), a p. 57 (le più pretesche spagnolissime parole che
immaginar si possa), a p. 73 (il più faceto e il più piacevole che immaginar si
possa), a p. 88 (era una nebbia folta quanto immaginar si possa), a p. 92 (con
tutta quella virtù e sollecitudine migliore che immaginar potevo), a - 20 - 11
verbo, adunque, vien ritirato dalla line della frase, dove il latino amava di
porlo; e questo cambiamento di costruzione, che abbiam visto compiersi
lentamente, riposa sopra una ra¬ gione psicologica, non sopra una ragione
ritmica, come voleva il Thurneysen (1). Il quale, movendo dal principio del
Wackerna- gel, che tutte le lingue indogermaniche tendono a unire, co¬ rno
enclitiche, alla prima parola della proposizione quelle de¬ bolmente accentate,
quand’ anche abbiano con altro un più stretto legamo logico, ammetteva che il
verbo , elemento di tono debole, si ritraesse dall’ultimo al secondo posto
della pro¬ posizione, e si appoggiasse alla prima parola, fortemente ac¬
centata. Ma il secondo posto della proposizione non è incon¬ dizionatamente di
tono debole, come di tono torte non è incon¬ dizionatamente il primo, e il
verbo nel mezzo della proposizione non suona più debolmente che alla line, e se
stesse in princi¬ pio, non gli cadrebbe addosso di necessità il tono torte. Chè
p. 120 (il papa mostrò aver tanto caro queste parole, quanto im¬ maginar si
possa), a p. 126 (voleva a lui tanto smisurato beno, quanto immaginar si
possa), a p. 128 ( con quanta prestezza im¬ maginare si possa). E potremmo
continuare lò citazioni. I ìuttosto occorro osservare, che su questa frase
tutta, ricorrente spesso sullo labbra o sotto la penna, il Cellini forso
rifoggiava altre inversioni, e diceva per es.: <t parecchi mottetti che loro
bellissimi scelti avevano », a p. 08: « con un povero mio fattorino, il quale
mai lasciar mi volse », e anche « da poi che io son qui, medicare ti voglio», a
p. 09: « spacciato ero». Fino a p. 128 non incon¬ trasi altra inversione. (1)
V., anche per le pagine seguenti, l’intero cap. Psycholo- gische Begriindung
der Ver Under ung dell’Oyj. cit. della Ricuter. - 21 - l’accentuazione delle
parole non è espressamente stabilita dal posto materiale ch’esse occupino nella
proposizione, ma dalla loro importanza. E l’importanza è segnata dallo
svolgersi stesso del discorso, il quale, sempre che proceda pacatamente, sen¬
za scatti enfatici o mosse di passione, va dal noto all’ignoto o nuovo. Il
primo membro della proposizione, che per lo più è il soggetto, esprime una cosa
risaputa, e si riannoda a quanto sia stato detto innanzi. E invece del soggetto
può essere spinto al primo posto della proposizione un altro suo membro, se
que¬ sto riattacchi meglio il filo del discorso. Così il Guicciardini, de¬
scritte le crudeltà che i turchi commisero dopo aver presa l’isola di Rodi,
conchiude: «questo line ignominioso al nome Cristiano, questo frutto delle
discordie dei nostri Principi ebbe l’anno 1522, tollerabile se almanco
l’esempio del danno passato avesse dato documento per il tempo futuro ». I due
comple¬ menti, questo fine ignominioso e questo frutto, stanno a capo della
proposizione come annodamento al già noto, e 1’ anno do’ terribili avvenimenti,
che è il soggetto, venendo dopo, ci s’imprimo bene nella mente. Nella
proposizione, corno si vedo, si ha da un lato ciò su cui siam chiamali a
pensare, il tema, dall’altro ciò che sul to¬ ma abbiam da pensare, e che del
discorso ò lo scopo, 1 idea principale. Quest’idea principale dobbiamo, col Siitterlin,
de¬ nominare predicato psicologico della proposizione, mentre il tema ne è il
soggetto: il Wundt scambia le parti, facendo del¬ l’idea principale il soggetto
psicologico della proposizione, non il predicato. Ora ogni membro della
proposizione può conte¬ nere l'idea principale. Più comunemente questa s annida
in uno de’ membri che determinano il verbo, quali il comple¬ mento oggetto, 1’
attributo, 1’ avverbio; talvolta sta nel verbo - 22 stesso e di rado nel
soggetto. Sarà accentata, s’intende, la pa¬ rola significante 1* idea
principale, e che costituisce il predi¬ cato psicologico della proposizione.
Sicché cogliere la vera ac¬ centuazione d’una proposizione vai quanto rilevare
quel pre¬ dicato, e a ciò menerebbe il vedere, come la proposizione ri¬
congiungasi all’altra precedente o alla seguente. Una lingua però nell’
ordinare secondo lo scopo le parti del discorso s'u- niforma al modo in cui il
popolo o la razza che la parla con¬ cepisce la proposizione, e nella pronunzia
si accentuano natu¬ ralmente le parole giusta l’intenzione, onde, per così
dire, s’im¬ pronta l’ordine loro. In latino l’ordine delle parole era, come
sappiamo, soggetto- resto-oggetto-verbo ; in italiano e nelle altre lingue
sorelle è soggetto-verbo-oggetto-resto. È spontanea la domanda : qual rapporto
passa dall'accentuazione del latino a quella delle lin¬ gue romanze? Si deve
certo ammettere che in ogni struttura di proposizione, o antica o moderna , più
forte accento abbia avuto, e abbia sempre, la parte principale, meno forte la
se¬ condaria. Posto ciò, non sembra giusta l’opinione, che l’ac¬ cento
principale giaccia nel principio della proposizione, e i membri di essa,
discostandosene, scapitino sempre più d'im¬ portanza. Il Wundt non esita a
ritenere il soggetto , con cui per lo più s’ apre una proposizione, il membro
più importante di essa, al quale, per la maggiore importanza, vien l’accento
principale, e, in grazia di questo, il primo posto tra le pa¬ role. Per il
Wundt la proposiziono RoììuUus Romcim condidit dovrebbe considerarsi come la
risposta schematica alla domanda : chi fu il fondatore di Roma ? L’altra
proposizione Romulus condidit Romani risponderebbe, invece, alla domanda : chi
fu Romolo? Anche questa seconda delle domande presupposte il Wundt considera,
come la prima , domanda di soggetto, mentre pare piuttosto domanda di
predicato. Quando doman¬ diamo, chi fu Romolo, mostriamo già di conoscere
questo perso¬ naggio , se non che desideriamo saperne qualcosa di preciso.
Quindi nella risposta Romulus condidit Romam il soggetto è il noto Romolo , di
cui ci vien detto che fondò Roma. Nè poi la proposizione Romulus Romam condidit
(a presupporre che si sia domandato chi fosse il fondatore di Roma. Quella
proposizione ci vuol comunicare la fondazione di Roma , e sarebbe piuttosto
risposta adatta alla domanda : che fece Ro¬ molo? In entrambe le proposizioni,
adunque, Romulus è la parte nota della comunicazione, ciò da cui muove il
discor¬ so; è il tema di esso, non il predicato. Il soggetto Romulus sarebbe il
membro più importante della proposizione, se si presupponesse nota la
fondazione di Roma, ma dubbio o con¬ troverso il fondatore. In tal caso il
posto più naturale del soggetto Romulus sarebbe in fine di proposizione; a non
vo¬ lere usare, beninteso, la forma passiva, la quale ci ripresen- terebbo una
proposizione avente appunto in principio, come soggetto, la cosa a noi nota (
Roma condita est a Romulo). La proposizione Romam condidit Romulus sarebbe in
posi¬ zione chiastica con un’ altra, presupposta o data , che comin¬ ciasse per
un soggetto denotante una persona diversa, con la proposizione, mettiamo, Remus
Romam condidit. Che in una proposizione comune, non enfatica, il soggetto,
sebbene al primo posto, non sia accentato più fortemente de¬ gli altri membri,
mostra il fatto, che vien soppresso appena lo permetta la chiarezza ; e
proposizioni senza soggetto gram¬ maticale sono infinite tanto in latino quanto
in italiano. Man¬ cato il soggetto, si presenta naturalmente a capo della
propo- ) - 24 - sizione, non certo per esser messa in rilievo, la parte di essa
che occupava il secondo posto. Nella proposizione Ernesto è un traditore la
parte nota è il soggetto Ernesto ; la ignota o nuova, ch’egli è un traditore.
Nell’altra proposizione il tra¬ ditore è lui si sa che esiste un traditore, ma
si dà per cosa nuova, che a tradire è stato lui. Se nelle due proposizioni o-
meltiamo, come parte nota, il soggetto grammaticale, avremo è un traditore , è
lui. Nella proposizione è lui il traditore, nella quale è accodato il soggetto,
la prima parola (è) non ha accento , la seconda {lui) è fortemente accentata, e
la tei za {traditore) manca quasi d’ accento. Sparendo, come superfluo, il
soggetto, si troverà a capo della proposizione il verbo, se ne occupava il
secoudo posto. Ciò vale anche per la proposizione esortativa o imperativa, la
quale per struttura non differisce dall’assertiva, e, come questa, aveva in an¬
tico il verbo alla fine, dove lo ha conservato sinoa’tempi moderni. Non reggo
l’opinione, che il verbo all’imperativo contenga l'idea principale della
proposizione, e perciò vada a capo di essa. Difatli tanto nel comando energico
, quanto nella pre¬ ghiera garbata, il verbo ò spesso soppresso. A un servo,
invece di dire : portate un bicchier d’acqua , diciamo semplicemente: un
bicchier d' acqua ! Nè, offrendo a un amico una tazza di caffè, gli diciamo
sempre: prenda una tazza di caffè ; ma, senz’altro, tante volte: una tazza di
caffè! In questi casi il complemento oggetto, non il verbo, contiene l’idea
principale della proposizione. D’altra parte, se nelle nostre lingue l’im¬ perativo
occupa sempre più il primo posto della proposizione, la ragione sta in ciò,
che, mentre, secondo la maniera mo¬ derna di concepire, il verbo precede il suo
complemento, non c’è poi altra parola che possa aprire la proposizione. Il
verbo > 25 non ha nell'imperativo un accento più forte che nell'indicativo,
come si vede riscontrando le proposizioni il figlio ami il padre e il figlio
ama il padre, e le uguali latine filius patrem amato e filius patrem amai. Lo
stesso è dell’imperativo e dell’indicativo di seconda persona, come nelle
proposizioni ama il padre e ami il padre, che corrispondono a patrem ama e
patrem amas. Anche per rispetto all'imperativo e al congiuntivo esortativo la
costruzione romanza ha degli esempii negli albori stessi della letteratura
latina, e il fac populo audientiam di Ennio ci si presenta insieme con l
'evocate huc Sosiam di riauto. Del resto nella proposizione propriamente
latina, soppresso il sog¬ getto, si aveva resto-verbo, e poiché la lingua tende
eviden¬ temente a rimuovere dal principio della frase la parte più importante e
a metterci quella che lo è meno, ecco spinto a capo della proposiziono il verbo
che si trovava d’esser la parto di minore importanza. Cbe esso anche nella
proposizione as¬ sertiva non sia 1’ elemento principale, lo prova il medesimo
fatto che abbiamo osservato nella proposizione imperativa o esortativa, cioè
che se ne fa di meno, quando non serva alla chiarezza. Cosi si sopprimono in
latino le forme di esse in tante frasi, come omnia praeclara rara, e quelle di
dare e dicare in tutte le iscrizioni : soppressioni che si hanno in frasi ita¬
liane afflili. Tanti proverbii vanno in giro senza verbo, come casa fatta,
possession disfatta , o unto alle ruote , o uomo avvisato mezzo salvalo. In
italiano talora si fa di meno anche dell'infinito, che esprime propriamente
l’azione; e Dante dice nella parafrasi del Padre nostro ( Purg., XI, 8 sg.):
Che noi ad essa [pace] non potem da noi, S’ella non vien, con tutto nostro
ingegno. 4 - 26 S'intende: non volani uettfre.Ellissi simili son frequenti in
Dante, e ricorrono in tanti proverbii e anche in tante espressioni comu¬ ni
(1). Qualche altra volta la proposizione si riduce al solo com¬ plemento del
verbo, complemento oggetto o complemento av¬ verbiale che sia, come in questo
passo del Lasca : « il priore disse:... dagli ad intendere dove e come hanno a
stare le li¬ gure... 11 Tasso, risposto che volentieri, s’avviò inanzi ». Nel
qual passo tutta una proposizione si rannicchia entro l’avver¬ bio volentieri.
Dove sta il verbo, ivi l’accento cade un po’ debolmente, ina prova ne è questa,
che, quando in una proposizione narrativa l’idea predominante giace nel
soggetto grammaticale, la lingua s’ adopera a smuoverlo dal principio della
proposizione e a spingerlo in un posto in cui 1’ accento, cadendo con forza, lo
faccia spiccare ; e vediamo allora farsi avanti il verbo, come nel verso del
Carducci : Narrcm le istorie e cantano i poeti (2), e come nella proposizione «
venne finalmente il giorno tanto te¬ muto e bramato », con cui principia un
capoverso della storia di Gertrude ne’Promessi Sposi. Già l’antico novelliere
indiano cominciava di solito il sue racconto con un c’ era una volta un
principe. Premettendo il verbo, dice il Delbriick, quel no- (1) V. noi gran
Dizionario del Tommaseo sotto la voce potere. (2) Con questo verso comincia il
son. Mito e verità. Si può citare pure il primo verso dell’ode barbara La iurte
di Ne¬ rone: Narra la fama, e ancor ti ha orrore il popolo. \ - 27 - velliere
voleva manifestamente far pensare agli uditori, che qualcosa di notevole
sarebbe stato raccontato. E con questa osservazione l’illustre filologo urta
contro la sua medesima dottrina, che dà il primo membro della proposizione come
in¬ condizionatamente accentato. Si confronti poi 1’ accento della parola re
nella proposizione c’era una volta un re con quello eh' essa ha nell'altra
proposizione un re aveva un unico tì¬ glio, e si capirà subito che nella prima
è oggetto della comu¬ nicazione il re, e nella seconda il fatto ch’egli aveva un
unico figlio. E’ evidente, adunque, il bisogno di allontanare il sog¬ getto dal
principio della proposizione, quando, contenendo l'idea principale, abbia
diritto a un accento forte. In francese, come anche in tedesco, s’apre si la
proposizione col soggetto gram¬ maticale, rappresentato dal pronome, ma il
soggetto vero, in cui s’ annida 1’ idea principale, compare sol dopo il verbo,
al posto di rilievo. Gautier de Coincy scriveva: « il fu uns pre- stre »;
Apuleio aveva invece scritto: « erant in quadam ci- vitate rex et regina ».
Stanno naturalmente al primo posto della proposizione, come poco significanti,
i verbo dicendi. Ne vediamo la pochissima importanza nel dialogo, dove quel che
interessa si è l’avvicen¬ darsi degl’interlocutori. Non pensa così il Delbriick,
al quale l’importanza di que’ verbi par dimostrata dalla solennità con cui sono
introdotti i discorsi ne’poemi omerici.Ma la pausa più o me¬ no lunga, che
imporla ognuna di quelle introduzioni, non serve a far risaltare il fatto, per
sè stesso semplice, del parlare; deve bensì disporre l’ascoltatore {YIliade e
l’ Odissea erano recitate o cantate da’ rapsodi) al cambiamento della persona,
deve di¬ sporlo a un nuovo ordine di sentimenti che in bocca a questa egli avrà
a trovare. Una riprova di ciò vien data dal discorso 28 destinato a lettori,
non a uditori, nel quale si omette tante volte il verbum dlcendi. E l'ometle
volentieri Dante. Il buon mae¬ stro a me, e il duca a lui, ed egli a me, ed io,
e quegli si vanno ripetendo di canto in canto del divino poema senza che al
lettore sembri mai necessario, per 1’ una o l'altra espres¬ sione , un disse o
un rispose o un soggiunse. Basta indicare le persone che si fanno a parlare. La
conclusione di quanto fin qui ahbiam detto è questa: nè il soggetto nè il verbo
sono i membri di maggior rilievo nella proposizione, e perciò i posti cli'essi
vi occupano, non sono posti d’accento. Or se in latino la proposizione normale
s’apre col soggetto e si chiude col verbo, nel mezzo han certo da stare i
membri più importanti di essa, e nel mezzo s eleverà forte l’accento. Sicché,
se si rappresentasse graficamente, con una linea, l’ascendere dell’accento
nella proposizione, la linea, avanzandosi verso il mezzo, sempre più salirebbe,
per poi ab¬ bassarsi sempre più nel suo movimento verso la fine, dove il verbo
ne accoglierebbe la caduta. Dorò tanto nell ascendere, quanto nel discendere, V
accento fa delle soste, più o meno brevi, ha quasi, si direbbe, il movimento
dell’onda; e un let¬ tore intelligente saprà interrompere la linea d’ ascesa e
di discesa, descritta dall’accento, fermandosi opportunamente dopo 1’ una o 1’
altra parola (1). Nella proposizione liviana bellum ulrimque summa opc
parabatur la linea d’accento da bellum, dopo una breve interruzione, si eleva a
ulrimque, pei di¬ scendere, dopo un’altra interruzione, a summa ope, dove però
si tiene più .alta che qon a bellum, e cadere finalmente, dopo una terza
interruzione, a parabatur, la quale ultima parola (1) V. Richter, Op. cit p. 81
e sgg. > 29 - viene a stare, quanto alla linea d’ accento, nello stesso
piano della prima. Talvolta le brevi interruzioni o pause son rap¬ presentate
nella proposizione stessa da que’ membri di scarso significato, che si
potrebbero quasi dire riempitivi. Nel verso di Pacuvio , composto , assai
abilmente , dell’ affermazione di Pilade ego sum Oresles e dell’altra immediata
di Oreste immo enim vero ego sum, inquam, Orestes, la linea d’ accento muove da
ego\ interrotta da sum , sale a O/'estes; interrotta di nuovo, ma più
lungamente, da immo enim vero, raggiunge la massima altezza in ego ; dirimente,
dopo un'ultima inter¬ ruzione, rappresentata da sum, inquam, discende a
Oresles. In sostanza, l’affermazione pronunziata tanto da Pilade quanto da
Oreste, si riduce a ego Orestes-, Pilade accentua, come de¬ ve, Oresles, e
Oreste, alla sua volta, ego. Ma, mentre VOre- stes di Pilade è preceduto da una
breve pausa (sum), V ego di Oreste, in cui l’accento poggia alla maggiore
altezza, è in¬ trodotto da tre parole (immo enim vero), che, se di poco va¬ lore
per sè stesse, servono alla voce come di rincorsa. Tutto codesto meccanismo di
pause e di accenti, conviene anche os¬ servare, ritrae efficacemente la
situazione de' due amici : chè nella breve, rapida affermazione di Pilade (ego
sum Orestes) si sente lo slancio generoso dell’amico sacrilìcantesi all amico;
nelle molte parole di Oreste traspare, invece, ch’egli vuole, respingendo il
sacrificio di Pilade, far ben riconoscere la pro¬ pria identità personale,
dare, quasi direi, a chi 1 ascolta il tempo di riconoscerla. Nella proposizione
romanza , che non si chiude col verbo, la linea d’ accento va sempre salendo
por toccare la parola esprimente il concetto principale o più importante, che,
come abbiam visto, è spinta verso la fine. Apriamo a caso il Man- - 30 - zoni:
« quando si venne al nome terribile del mandante, bi¬ sognò che Perpetua
proferisse un nuovo e più solenne giura¬ mento ; e don Abbondio, pronunziando
quel nome, si rovescio sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro,
alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica , e dicendo: per amor
del cielo ! » In ogni proposizione di questo bel pe riodo la linea d’accento,
interrompendosi talvolta, s’innalza sempre più verso la fine. 11 lettore
accentuerà nella prima proposizione le parole al nome temibile del mandante, e
nella seconda un nuovo e più solenne giuramento ; nella terza, che è
proposizione tanto più complessa , la voce, dopo essersi tenuta bassa su
pronunziato quel nome, parole rap¬ presentanti, nella linea d’ascesa dell' accento,
ciò che abbiam chiamato interruzione o pausa, si leverà a si rovesciò sulla
spalliera della seggiola , e ancora di più si leverà per tutto il resto della
proposizione, per quegl’incisi accavallantisi, in cui si sente l’afFannarG del
povero curato. Si è creduto, e in questa opinione son fermi il Norden, il Woltr
e 1’ Engelbrecht (1), che sulla collocazione latina delle parole abbia, nella
prosa d’arte, molto influito il ritmo, e la fa¬ mosa clausola ritmica abbia
proprio spadroneggiato (2). Secondo il Norden l’ordine psicologico dello
parole, 1’ ordine destinato a riprodurre il cammino del pensiero , era
modificato nel la¬ tino, come nel greco, dal ritmo, mentre nell’italiano e in
altre (11 V. dell’ Engelbrecht lo scritto Slilfragen bei latcinischen Autoren
in ihrer Nutsanwendung auf die Kh-chenschriflsteller, pubblicato nella
Zeitschrift fùr die tìsterreichùchen Uymnasien (fase. I del 1902). (2) V.
Richter, Op. cit., p. 101. ì 31 lingue moderne è modificato dalla sintassi (1).
Che gli antichi cercassero l’effetto musicale della frase, e, per quanto il
senso lo concedesse, ordinassero le parole armonicamente, è cosa risaputa; come
ognuno comprende quanta importanza, per 1 ef¬ fetto retorico, dovessero dare
alla chiusa della proposizione o del periodo. Ma l’effetto retorico non dipende
solo dal rit¬ mo, segnatamente quando alla chiusa ritmica si sia già a\- vezzi
, come ora il caso de’ latini: la lingua , in questa mem¬ bratura diventata
abituale, doveva pure offrire il modo d’or¬ dinar le parti della proposizione
secondo le esigenze del pen¬ siero, le esigenze psicologiche. Alle quali, per
esempio, Cicerone certamente ubbidiva, anche quando voleva ottenere, mediante
la disposizione delle parole, effetti musicali e chiudere ìit- micamcnte la
frase. Gli effetti musicali e la chiusa ritmica non gl’ impedivano di muovere
dalle parti meno importanti della proposizione per preparare l’uditore alle più
importanti, odi situare due parole 1’ una di faccia all' altra per rilevarne il
contrasto. Non è però raro il caso che si scambiasse, nello spiegare 1’ effetto
d’ una frase, la ragione psicologica con la ragione ritmica , si attribuisse
cioè quell’ effetto al nume- rus anziché alla disposizione psicologica delle
parole. E Ci¬ cerone s’ingannava , quando spiegava con la clausola ditro¬ caica
la bellezza della frase, tanto applaudita, del tribuno C. Carbone patris dicium
sapiens temeritas ftlii comprobamt. Se si dicesse , egli osservava ,
comprobavit filli temeritas , non si avrebbe più l’effetto : le parole della
frase son le stesse, come lo stesso n’è il senso, ma , se lo spirito se ne
contenta , non se ne contenta 1’ orecchio. Ma è poi vero (ci (1) V. Norden, Die
antike Kunstprosa, Leipzig 1898, p. 65 e sg. - 32 - perdoni l’ombra del grande
oratore), che comprobavil fi¬ ni temerità ,s offendesse l’orecchio? Questa
frase termina con un peone , che è un ritmo raccomandato da Cicerone stesso e
posto tra 1 più efilcaei da Aristotile e da altri. Dunque la bellezza
dell’intera proposizione pcdris dicium sapiens teme- mas fllii comprovami non
sta nella chiusa ditroca.ca , nel riimo delle sillabe, ma nella successione
delle ulee : sta prò- «riamente nel cozzo di due concetti dicium sapiens e
teme- ri tas, messi 1’ uno di rincontro all’ altro, i quali per un mo¬ mento
par che debbano distruggersi a vicenda, e invece fini¬ scono per conciliarsi,
per essere il secondo prova del primo ua temerità del figlio confermò la
sapienza del padre) (1). Non si può ammettere che in latino tutti gl’intrecci
artificio¬ si di parole si dovessero alla gran passione del ritmo e della
clausola ritmica. L’intreccio di parole non era un ripiego pei cavarsela col
ritmo ; si ha piuttosto da ritenere che piacesse a’ buongustai, i quali non
dovevano esser pochi. E tanto p la lingua si prestava a codesta varietà di
costrutti in quanto che quella che ora chiamiamo collocazione romanza delle pa¬
role , s* era già fatta strada nell' uso, e lo scrittore credeva di poterla ,
senza commetter peccato, adoperare in cam io dell’ altra propriamente latina.
La latinità classica s era svol¬ ta per rispetto a quelle due maniere di
collocar le paio e, in un periodo che si direbbe di passaggio, nel quale 1 una
co¬ struzione dava quasi la mano all’ altra. Quando Cicerone per combinare,
mettiamo, una clausola ritmica, ritraeva il verbo dalla fine della
proposizione, spingendolo nel mc/.zo o al principio, e passava cosi dalia
costruzione latina alla ro- (1) V. Weii., Op. cit., p. 3 e sg. 33 - manza ,
dobbiam credere che questa seconda costruzione gli gradisse , nè gli paresse di
spostar violentemente le parole; che altrimenti avrebbe fatto presto a cambiare
espressione, a scegliere un altro ritmo. Di un trecentocinquanta costruzioni
ciceroniane che il Wolfif ritiene forzate, dugentosettanta sup¬ pergiù possono
rientrare nelle costruzioni romanze (1). In mol¬ tissimi casi la clausola
ritmica, che si era ottenuta collocando latinamente le parole, si poteva
ottenere pure collocandolo alla maniera romanza ; e Cicerone avrebbe avuta
ugualmente la clausola in dicretico, se a suscipi non iwtest , costruzio¬ ne
latina , avesse preferito non potest suscipi , costruzione romanza (2). Il
ritmo, adunque , non può essere 1’ unica chiave degl’ in¬ trecci artificiosi di
parole che troviamo in latino. Nè vale a spiegarli, all’ occasione , la strapotenza
della clausola ritmi¬ ca, perchè se n' avevano anche fuori di essa. Vero è
però, che secondo il Bornecquo tutta la frase latina , non la sola chiusa , era
costruita ritmicamente. Ma nemmeno da questa teoria si è messi con le spalle al
muro, so yediamo i nostri poeti, stretti dalle rigide leggi del verso ,
lasciarsi rare volte andare a costrutti adatto irregolari. L’ invidiabile
arrendevo¬ lezza del latino, per la quale ogni parola poteva occupare quel
posto dove secondo lo scrittore sarebbe riuscita efficace (1) Nella
Introduzione al Ritmo delle orazioni di Cicerone (Ro¬ ma 1905, p. 31) il Ceci
dice che per ragion della clausola si ha una traieclio verborum insolita tanto
in esse possit bcatus quanto in apud praetorem essent professi. Ma in entrambe
le frasi non riecheggia la collocazione romanza? (2) V. Richter, Op. cit., p.
103. 5 - 34 - e piacevole, derivava dalla doppia maniera di collocare le parti
della proposizione, dalla maniera propriamente latina e dalla romanza (i). Il
Norden crede, che la ragione psicologica della costruzione rimanesse, e dovesse
rimanere, nascosta agli antichi, i quali non potevano paragonare con la propria
altre lingue che ub¬ bidissero a norme diverse. Non è diflìcile osservare che,
dato pure che un antico non si sapesse render conto della differenza tra patron
dixit e dixit patrem , i due tipi di costruzione finiscono, dopo secoli, di
coesistere, e mentre il tipo latino languisce, il romanzo vive e prospera. Or
se il tipo romanzo, progredendo sempre, riuscì a trionfare, dobbiam credere che
rispondesse a un bisogno psicologico de’ parlanti, e non deri¬ vasse da
artificiosità di dotti. È anzi, si direbbe, sintomatico, che in scrittori della
decadenza, artificiosissimi di stile, co¬ me Apuleio, le costruzioni romanze
siano relativamente piu rare che non in Cicerone, Cesare, Sallustio, Livio (2).
(1) V. Richter, Op . cit .,
p. 104. (2) V. Richter, Op . cit ., p. 107. Quando lodiamo la semplicità d’uno scrittore, noi costatiamo eh’ egli,
senza ricorrere a costruzioni insolite, ina servendosi di quelle che sono alla
portata di tutti, è riuscito a esprimersi effi¬ cacemente e bellamente, come,
con gli stessi mezzi, tutti certo non saprebbero. E in siffatti scrittori
possiamo avere un documento sicuro della collocazione delle parole più propria
d’ una lingua e piii in voga. Cesare, ad esempio, per l’estrema semplicità del
suo stile, è, secondo il Bergaigne, uno degli scrittori che più importa
consultare nelle quistioni intorno alla collocazione delle parole nella lingua
latina. i - 35 - II. Accanto al lavoro della Richter , di cui ho in certo qual
modo rifatta, aggiungendo o togliendo, la parte più notabile, citai in
principio 1' altro del Weil. Questi non ammette, e in ciò s’ accorda con 1’
egregia autrice tedesca, che nel latino e nel greco il ritmo modificasse
l’ordiue delle parole, al quale, come sappiamo, è riserbato di ritrarre il
cammino del pen¬ siero. Ammette invece, che tra ordine delle parole e sintassi
corra nelle lingue moderne un rapporto diverso da quello che si aveva nelle
antiche. La sintassi, che ci pone sott’ occhio il dramma svolgentesi tra le
parti della proposizione, non aveva secondo il Weil nulla da spartire in latino
con l'ordine delle parole, ma non poco invece ha da spartire con esso in
italiano o in altra lingua romanza. Or quale la ragione, egli si do¬ manda, di
questo diverso rapporto? E’ mutato l'ordine delle parole, o è mutata la
sintassi? Se fosse mutato, egli risponde, l’ordine delle pardo, si dovrebbe
supporre in noi moderni un cambiamento nella successione delle idee, e ciò
importerebbe una gravissima differenza da noi agli antichi nel modo di pen¬
sare. Le buone traduzioni dal latino o dal greco, egli sog¬ giunge, ci
attestano dal canto loro, che nelle parole, e per¬ ciò nelle idee, noi teniamo
lo stesso ordine degli antichi (1). Il Weil non procede qui cauto. Anzi, per
ciò che affer¬ ma in seguilo, lo possiam cogliere in contradizione. La po¬
stura del verbo, afferma egli in seguito, decide della fisono- mia della
proposizione, e poiché il latino preferiva di rele- (1) V. Weil, Op. cit., p.
27 e sgg. - 36 garlo alla Qne della proposizione, e le lingue moderne amano di
porlo in mezzo, tra soggelto e attributo, differente è la costruzione latina
dalla romanza. Non è, aggiunge, differenza fondamentale di senso, ma una
caratteristica sfumatura impri¬ mono le due costruzioni alla compagine della
frase (1). Dunque, osserviamo subito al Weil, dagli antichi a noi un
cambiamento, sia pur lieve, nella successione delle idee bisogna ammettere. E
il Weil stesso spiega poi, col confronto del tedesco, la diversa portata delle
due costruzioni. In tedesco la natura della proposi¬ zione assegna il posto al
verbo: nella proposizione principale, che ha il verbo nel mezzo, è adottato,
per dir cosi, il sistema romanzo, o nella subordinata, col verbo in line, il
latino. Le due proposizioni (è sempre il Weil che ragiona) diversificano, tra
l’altro, in questo, che la principale stabilisce un rapporto tra due idee , la
subordinata lo dà come stabilito. Or, so il verbo, posto nel mezzo della
proposizione, fa risaltare l’egua¬ glianza tra lo duo parti di essa, o no
impedisce, separandole, la confusione, devosi ritenere, che lo lingue
confinanti il \erbo all’ultimo posto, non mettano in rilievo la dicotomia e il
ca- cattere affermativo della proposizione. Questo carattere, invece, lo lingue
romanze imprimono a tutte le proposizioni. Una ri¬ prova di codesta sua
spiegazione il Weil vede nella proposi¬ zione interrogativa, la quale, non
essendo l’espressione totale d’ un giudizio, che aspetta d’ esser completato
dalla risposta, ha il verbo, cioè l’affermazione, in principio, per indicare
che contiene la metà del giudizio. Non vogliamo rilevar tutte lo grinze di
questo ragionamen¬ to. Notiain però di passata , che il Weil stesso "nega
altrove, (1) V., anche per quanto si dirà dopo, Weil, Op. cit., p. 47 c sgg. -
37 che il modello su cui son lavorate tutte le proposizioni, e che ha
determinato le forme grammaticali, sia quello d’un giudi¬ zio o d'una equazione
algebrica. Avrebbe potuto in proposito osservare, che lo stesso verbo essere,
che la scolastica medieva¬ le aveva dichiarato una semplice « copula », nell’
italiano e nel francese antichi formava con la parola funzionante da attributo
un’unica espressione, sicché l’avverbio di quantità si unhaal verbo invece che
all'attributo, e si diceva molto è mio umico, mout est preuz. Spesso il
soggcllo d’ una proposizione, avverte poi il Weil, non è il vero soggetto del
giudizio che in essa si chiude, e quando un latino diceva liunc iuvenem intem- perantia
perdidit , non portava un giudizio sull’intemperan¬ za, ma, se mai, sul
giovane, che pur non è il soggetto della proposiziono. Più che considerarla
divisa in due parti, messe in equazione dal verbo, il Weil presenta la
proposizione come un dramma, con personaggi immutabili, quali il soggetto, che
fa l’azione, il verbo che la enuncia, 1’ oggetto che la riceve, i complementi
di luogo, di tempo, che ne sono lo circostanze concomitanti o quasi la scena, o
cosi via. Ma sia quel che si sia della spiegazione del Weil (anche sulla
riprova della pro¬ posizione interrogativa ci sarebbe da ridire, che essa non
comincia sempre col verbo) ; a noi importa solo far vedere , che egli pure
finisce per riconoscere che le due costruzioni, la latina e la romanza , implicano
una diversa maniera di concepire la proposizione, e quindi una diversa
successione nelle idee. 11 Weil non ha torlo a dire, che la forma di
proposizione che la sintassi prescrive quando abbiam da esprimere un pen¬
siero, è essenzialmente drammatica, perchè a un’azione ap¬ punto si riduce il
più delle volte il contenuto della proposi- - 3ft - zione (1). É mette bene in
luce questo dramma sintattico, 1 cui personaggi, come abbiam visto più su. son
sempre gli stessi. 1 loro rapporti sono i rapporti grammaticali tra le parti
della proposizione. Or se una lingua, dice il Weil, sa dare a ciascuno de’
personaggi del dramma sintattico un’impronta particolare, essi possono essere
ordinati in un modo o nell’altro, senza che no mutino i rapporti. Romulus
Romani condidit , Romam condidit Romulus, condidit Romam Romulus (ormai l’esem¬
pio di Romolo è di prammatica) son tre proposizioni in cui non muta il dramma
sintattico o la sintassi che si voglia dire, perchè non muta l’azione, che è
l’aver Romolo fondato Roma. Mula, invece, nelle tre proposizioni il modo di
enunciarla, e si hanno tre processi diversi del pensiero : nella prima si vuol
far sapere di Romolo, su cui pare sia caduto il discorso, un latto particolare
che gli appartiene; con la seconda potrebbe essere informato della fondazione
di Roma un viaggiatore nell'atto che gli si mostrasse la città; nella terza
spicca piuttosto il fatto della fondazione di Roma, che si deve a Romolo, come
quella di Tebe a Cadmo o quella di Atene a Cecrope. 11 latino, come si vede, dà
a ciascun personaggio del dramma sintattico una f.sonomia propria mediante le
desinenze de’ casi, ed eccolo perciò padrone di se¬ guir tutti i movimenti del
pensiero con l’ordinare in un modo piuttosto che in un altro que’ personaggi,
che sono i membri della proposizione. Al latino quindi non importava affatto
che il movimento delle idee e il movimento sintattico fossero o no identici. La
lingua italiana e le sue sorelle, invece, si ser¬ vono, piu o meno, dell’ordine
delle parole per esprimere an¬ che i rapporti sintattici ; esse, dice il Weil,
tendono a ridurre (i) V. Weil, Op. cit p. 15 e sg. sempre più a un solo il
doppio movimento della frase, il gram¬ maticale e lo psicologico, l’oggettivo e
il soggettivo, e sul sog¬ getto della proposizione, per esempio , da cui suol
muovere l’azione, rappresentata dal dramma sintattico, cercano di far cadere a
un tempo la mossa stessa del pensiero, mettendolo così a capo della
proposizione. Veramente nelle lingue moderne, o in una di esse almeno, il Weil
stringe troppo il rapporto tra ordine delle parole o sintassi, e dà troppa
importanza alla perdita delle desinenze de’ casi. Possiamo, infatti, rendere
italiane le tre frasi latine, lasciando sempre Romolo e Roma al loro posto, o
spostando Roma solo nella prima frase per evitarne la chiusa col verbo ed avere
così la costruzione propriamente romanza. Possiam dunque dire Romolo fondò Roma
(Romulus Romam condidit), Roma la fondò Romolo (Romam condidit Romulus), fondò
Roma Romolo (condidit Romam Romulus). Nella seconda frase duplichiamo il
reggimento, facendo seguire a Roma il prono¬ me (te), che ne .rileva subito
l’esatta funzione sintattica ; e questa duplicazione del reggimento o ripresa
pronominale, che al Monti pareva una sgrammaticatura, il Bonghi mette tra i
mezzi di stile (1), tra i mezzi da adoperarsi per dare alle parole, come è nel
caso nostro, una particolare, appropriata disposizio¬ ne. Niente è da ridire
sulla terza frase (fondò Roma Romolo), chò l’urto tra le due parole Roma o
Romolo, cascanti l’una sull’ altra, si evita naturalmente nella lettura
mediante una piccola pausa dopo Roma. D’altra parte, si può ammettere la piena
libertà di costru¬ zione del latino e del greco , e chiamar queste due lingue,
(1) V. Bonghi, Lettere critiche, Milano 1873, p. 207 e sg. 40 come vorrebbe il
Weil, lingue a costruzione libera , per di¬ stinguerle dalle lingue romanze,
che sarebbero a costruzione fissa (1)? Questa distinzione de’ due gruppi di
lingue va presa all’ingrosso, che ci son riserve da fare tanto alla fissità di
co¬ struzione del gruppo moderno, quanto alla libertà dell’antico. Le lingue antiche, dice il Bergaigne, «en dépit
de toutes leurs libertés de construction, connaissaient des types préférés, des
types dominants, des types historiques (2) ». Il Ktihner ritrova nel greco un ordine delle parole, e se le eccezioni
ogni tanto lo turbano, non per questo si ha da dire ch’esso manchi del tutto, e
senza nessuna regola le parole si collochino nella pro¬ posizione. In latino
non si sarebbe detto possum non, o pos¬ simi non elicere , o possum elicere
non, e forse nemmeno non elicere possum : si diceva poi populus romanus, res
pm- blica, e non romanus populus o publica res. E se le sei per¬ mutazioni , a
cui dà luogo la proposizione Romulus Romam conelidit , avessero ciascuna un
particolare significato, come sostiene il Wundt (per tre di esse anche noi
l’abbiamo or ora ammesso), la costruzione latina si dovrebbe dire meno libera
dello altre. Sappiamo del resto che il latino preterisce confi¬ nare il verbo
all’estremità della proposizione. Nè fissa si può assolutamente ritenere la
costruzione italiana o di altra lingua romanza, se in queste lingue son pur
suscettive di spostamenti le parole d’una proposizione, alle quali poi il
valore sintattico vien tante volte più dal contesto che dal posto che occupano.
È da osservare anche, che quando a ritrarre il movimento del pensiero non si
presta un costrutto sintattico siamo padi o- (1) V. Weii., Op. cit., p. 41 e
sg. (2) V. i oit. Mémoires, t. Ili, p. 4. 41 uissimi di sostituirgliene un
altro che ci permetta di collocare debitamente le parole. Così cerio non si
dimostra che la co¬ struzione della nostra lingua sia libera, ma si prova che
non siamo obbligati a sacrificar l’ordine delle idee alla sintassi, e ben
possiamo adattar questa a quello. Il passivo, per questa parte, rende de' veri
servigi (1). Tutto ciò sperimentiamo nel tradurre: per conservare alle parole
l’ordine del lesto ci basta spesso mutare il costrutto sintattico, e mihi est
liber è fe¬ delmente tradotto da io ho un libro, come il senofonteo Aa- ps!ou
xal napuoixtSc.; vtwovxai -at8ij JOo da DClì'iO e Pcii'iSCllidC hanno due figli
( 2 ). Il Weil ha ragiono a dire che la sintassi rappresenta, ne’ rapporti
grammaticali dello parole, il contenuto reale della proposizione, scevro di
qualunque tinta soggettiva, e l’ordino delle parole, dal canto suo, ritrae come
un tal contenuto sia stato concepito, lo colora cioè di quella tinta. Nell’esaminare (1) Il de Sacy, citato dal Weil,
osserva assai bene ne’ Prin¬ cipe! de Grammaire generale: « QtieUpiefois on
emploie le passif, lorsqu’ on veut fixer l’attention de ceux à qui 1’ on parie,
sur la personne ou la cliose qui est l’objet de Paction, plutòt quo sur le
sujet qui agit. Alors le sujet n’est exprimó quo cornine uno cir- constance de
Paction, au inoyen d’une préposition à laquolle il sert de complément. Quo je
raconte l’histoire de Britannicus, je la ter¬ minerai en disant, Britannicus
fui empoisonné à la (able de Néron et par Néron lui-mime. Si au contraire
j’avais pourbut de faire le détail des Crimea de Néron, je dirais Néron
empoisonna à sa table Britannicus, parce quo je m’ occuperai moins de faire
con- naitre la mort de Britannicus que lo crime de Néron ». (2) V. Weil, Op. cit., p. 29. 6 42 quest’ aspetto soggettivo della
proposizione , dato dall - ordino delle parole, e rispecchiante il cammino del
pensiero, distingue nella proposizione il punto di partenza, la nozione
iniziale, che, presente e a chi parla o scrive e a chi ascolta o legge, è come
il luogo d’incontro delle due intelligenze , e dall’altra parte il punto
d’arrivo, il fine del discorso, ciò che propriamente si enuncia(i). Sono
suppergiù i due membri della proposizione che più indietro abbiam chiamati
soggetto e predicato psicologici (2). (1) V. Weil, Op. cit., p. 20. (2) Di
questi due principali elementi psicologici della propo¬ sizione il soggetto,
dice il Gabelentz, va prima e il predicato dopo. Bisogna mostrarci il tale
oggetto , se abbiam da conside¬ rarlo, darci in mano il tale istrumento se
abbiam da servircene, condurci nel tal luogo se di là abbiam da guardare. Non
occorro questa preparazione sol quando già abbiam l’oggetto innanzi agli occhi,
già teniamo in mano lo strumento, già ci troviamo nel luo¬ go. E anche il
Gabelentz fa rilevare quanto diversa funzione esercitino nella proposizione
soggetto e predicato grammaticali e soggetto e predicato psicologici. Se
diciamo Napoleone fu scon¬ fìtto a Lipsia o a Lipsia fu sconfìtto Napoleone,
apprendesi la stessa cosa con entrambe le proposizioni, ma dal lato psico¬
logico la differenza tra di esse è profonda. Nella prima proposi¬ zione vogliam
parlare di Napoleone, nella seconda di Lipsia, e questa seconda proposizione
equivarrebbe a Lipsia è la citici presso la quale Napoleone fu sconfìtto. Nella
prima il soggetto psicologico è Napoleone, che è pure soggetto grammaticale;
nella seconda il soggetto psicologico è Lipsia. V. Gabelentz, ldeen zu einer
vergleichenden Syntax nel voi. VI della Zeitschrift fiir Voi- kerpsychologie
und Sprachwissenschafl , p. 379 e sg. - 43 - Ogni elemento della proposizione
può esserne la nozione ini¬ ziale. Per lo più, dice il Weil, si muove da
rapporti di tempo e di luogo. Soglion con tali nozioni cominciare i racconti, e
con una di tempo (che è il verso Nel mezzo del cammin di nostra vita) Dante
apre il suo poema. Siffatte nozioni gene¬ rali son come i punti cardinali che
ci permettono di rac¬ capezzarci in un paese ignoto. Spesso un complemento
deno¬ tante la causa o il mezzo è il punto da cui si parte per ar¬ rivare al
fatto, come nella sentenza latina concordia res par- vac crescunt, discordia
magnae dilabuntur. Ma si può puro partire dal fatto per arrivare alla causa o
al mezzo, come in parvae res augentur audacia, magnae prudentia conser¬ vanti'
(1). Entrambe le sentenze, tradotte in italiano, pre¬ senterebbero inalterati i
punti di partenza e d'arrivo. Or, succedendosi due proposizioni, la nozione
iniziale della seconda si può riferire alla nozione iniziale o anche alla
finale della prima. (Possiam chiamare nozione finale ciò che si enun¬ cia ed è
propriamente il fine del discorso). Sicché da una pro¬ posizione all’altra si
ha un movimento o parallelo o progres¬ sivo. Quando alla nozione finale della
prima proposiziono si riattacca la iniziale della seconda, questa proposizione
si salda all’ altra, ed è il nuovo anello che allunga la catena. Se poi la
nozione iniziale della seconda proposizione si riferisce alla iniziale della
prima, da questo parallelismo nasce un rapporto d'opposizione tra le due
proposizioni (2). Accade anche, che sia invertito l’ordine delle due nozioni, e
si ponga la finale prima e l’iniziale dopo. In alcuni casi si omette (1) V.
WEir,, Op. cit., p. 22 e sg. (2) V. Weic, Op. cit., p. 34 e sg. - 44 -
addirittura la nozione iniziale. Quando la nostra immaginazione è assai
eccilata o c’invade una profonda commozione, saltiamo j’un tratto a quello che
in altra condizione d’ animo sarebbe stato il termine del discorso; ciò che
andava detto in princi¬ pio , diciamo dopo, o non diciamo affatto. 11 Leopardi
nella canzone All'Italia, traducendo il simonideo 8'ó wfo S (la vostra tomba è
un'ara), ricolloca al suo posto la nozione ini¬ ziale (6 -Mùfos, la tomba), e
toglie così all’espressione il movi¬ mento enfatico che aveva nel testo greco.
Quest’ordine inverso delle due nozioni è chiamato « ordre pathétique » dal
Weil. 11 quale osserva giustamente, che siffatta inversione non coin¬ cide con
l’altra che viola l’ordine sintattico. Anzi può acca¬ dere che si osservi
l’ordine sintattico, e sia intanto enunciata la nozione finale prima della
iniziale, come quando Livio fa dire a Tarquinio : ferrum in manu est, e poi a
Lucrezia: vesllgia viri alieni, Collaline, in ledo sunt tuo. L andatili a
tranquilla e pacata dell' espressione avrebbe guastato 1 ordine sintattico,
perchò il primo posto delle proposizioni sarebbe toccato a in manu e in ledo
tuo, che ne sono, per quel che si è già esposto, le due nozioni iniziali (1).
Iacopo Nardi, traducen¬ do la prima delle frasi liviane, ne turba un po'
l’ordine, e fa dire a Tarquinio: ho l’arma in mano. La qual proposizione, per
poter corrispondere esattamente alla latina, dovrebbe co¬ minciare con l’arma,
non con ho. Nella distinzione de’punti di partenza c d’arrivo, delle no¬ zioni
iniziale e finale non si esaurisce l’analisi dell’ordine delle parole d’una
proposizione. Per rispetto al posto delle due no¬ zioni non possiamo ammetter
divario dalle lingue antiche alle (1) V. Weii., Op. cit., p. 36 e sgg. / *- 45
- moderne. Il divario da lingua a lingua si ha nella collocazione del
complemento e del termine che lo regge, della parola de¬ terminante e della
determinata. Le lingue secondo il Weil o- scillano tra due sistemi opposti, di
cui 1’ uno pospone il com¬ plemento al termine che ne è determinato o lo regge,
l’altro questo a quello (1). Oscillano tra due costruzioni, la discendente e
l’ascendente. Se, per esempio, si pone l’aggettivo dopo il so¬ stantivo, o
l’oggetto dopo il verbo, si ha la costruzione discen¬ dente; se si fa precedere
l’aggettivo o l’oggetto, si ha l’ascen¬ dente. Nell’un caso dal nome, che tutte
le racchiude , si di¬ scende a una delle sue qualità, o dal verbo esprimente 1
azione al termine su cui essa cade; nell’altro dalla qualità si ascende al nome
che la possiede, dal termine ricevente I azione all azio¬ ne stessa espressa dal
verbo. Nella costruzione ascendente si salda, per dir così, l’unità del
pensiero, nella discendente so no sfaldano quasi le parti. Al Weil che
attribuisce queste diverse proprietà alle due co¬ struzioni si può osservare,
che talvolta si ha giusto il contra¬ rio, il disgregamento del pensiero nella
costruzione ascendente e l’unità nella discendente. Ciò càpita , allorché in
italiano o in francese il termine determinante sia un sostantivo, o anche un
infinito, retto da preposizione. Questo termine determinan¬ te , questo
complemento, posto avanti all altro termine onde dipende, se ne distacca. Nel
verso di Dante ( Inf X, 43): Io, ch'era d'ubbidir desideroso (1) V. in Weil,
Op. ni. , il cap. De la construction descen- datile et de la construction
ascendante. - 46 - Tacciamo dopo d' ubbidir una pausa , che questa volta coin¬
cide ancho con la cesura. E pei- il naturai distacco di siffatto termine
determinante dal determinato che gli succede, il Pe¬ trarca nella canz. Italia
mia potè dire senza rimorso : Ma il desir cieco e ’ncontr al suo ben fermo.
Dopo il complemento incontr' al suo ben ci arrestiamo un tantino, e diventa
chiara la funzione della seguente parola fermo. Invece, leggendo il verso: Nel
mezzo del cammin di nostra vita, non ci fermiamo dopo mezzo nè, malgrado la
cesura , dopo cammin, e leghiamo i due genitivi del cammin e di nostra vita,
termini determinanti, ai loro rispettivi termini determi¬ nati ( mezzo e
cammin). E negli altri versi di Dante (Tnf., X, 130 sg.): Quando sarai dinanzi
al dolce ì aggio Di quella, il cui bell’occhio tutto vede, non ci fermiamo
adatto dopo raggio, non possiamo fermarci, e uniamo raggio a di quella,
producendo un'unità di pensiero, che non sarebbe propria della costruzione
discendente. In co- desta violazione dell’indipendenza sintattica del verso
abbiamo un caso di enjambernent, come si dice nella metrica francese. t Sul
collocarsi dell’ aggettivo prima o dopo del sostantivo si è molto discusso. Che
1’ aggettivo , precedendo il sostantivo , gli si saldi meglio, è stato ben
osservato dal Weil ; nè egli sbaglia, quando dice che l’aggettivo riecheggiante
in un modo più energico, più vivo l’idea espressa dal sostantivo, deve le¬
gargli molto più stretto di un altro che gli aggiunga un’idea nuova, e quindi
questo va posposto e quello preposto al sostan¬ tivo (1). Ma anche tal regola
non è cosi spiccia come la crede il Weil, il quale non ha poi badato al valore
diverso, o alla diversa sfumatura , che un aggettivo può acquistare secondo che
sia preposto o posposto al sostantivo, nè ha studiato ne’ varii periodi di una
lingua e ne’ varii scrittori 1’ uso della doppia collocazione dell’aggettivo.
Più d’ una teoria è andata in frantumi, quando si è sottoposto ad esame un
numero di fatti maggiore di quello su cui era fondata. Questa sorte è toc¬ cala
alla teoria del Grober (2), esposta largamente e applicata dal Cron. Maestro e
discepolo assegnano una ragione psicolo¬ gica alla collocazione dell’aggettivo,
e ritengono che, posposto al sostantivo, esso ne specifichi intellettivamente una
qualità, e preposto, gliel’attribuisca affettivamente: l’aggettivo nel pri¬ mo
caso, cioè posposto, distinguerebbe un oggetto da un al¬ tro. Quindi gli
aggettivi significanti paese, colore o altra qua¬ lità percepita da’ nostri
sensi lasceranno il loro posto dopo il (1) V. Weil, Op. cit., p. 53. (2) V. il
Orundrm der roinanischen Philologie, voi. I, p. 2i4. 48 sostantivo sol quando
vogliamo scaldarli del nostro sentimento. Diremo L’esercito italiano per
distinguerlo dal francese o dal tedesco, e Vitaliano esercito, se,
raccontandone una battaglia, 10 seguiamo col palpito del nostro cuore. Il
Leopardi, cantan¬ do la povera Silvia, ne ricorda le negre chiome, e prepone,
come si vede, l’aggettivo al nome. Il Grbber e il Cron ritro¬ verebbero corto
in questa collocazione dell’aggettivo negre la tenerezza del poeta. Ma ne’
celebri versi del Petrarca: • Qual fior cadca su ’l lembo. Qual su le treccie
bionde, di' oro forbito e perle Eran quel dì a vederle, bionde, posposto a
treccie, varrebbe a denotarne unicamente 11 colore, a distinguerle dalle nere o
castane? Si potrebbe qui osservare, che l’aggettivo è in rima. Sia pure; ma non
è in rima in quest’altro verso del Petrarca (1) : Son questi i capei biondi e
l'aureo nodo. Biondi, senza danno del verso, poteva stare innanzi a ca¬ pei o
capelli. Nè credo, che per amor del chiasmo , in cui si presentano ora i due
nomi (capei e nodo) e i due ag¬ gettivi (biondi e aureo) , avrebbe messer
Francesco rinun¬ ziato alla collocazione affettiva di biondi. Il Manzoni poi
do¬ veva dire, secondo la teoria gròberiana, che a Renzo fuggia- (1) Canz.
Quando il soave , v. 50. 49 sco, vegliante « su quel letto che la Provvidenza
gli aveva preparato » a poca distanza dall’ Adda, si presentavano, qua¬ li
immagini « strettamente legate nel cuore », una nera treccia e una bianca
barba, o non una treccia nera e una barba bianca. Se davanti al sostantivo ,
osserva pure il Gròber , poniamo un aggettivo denotante un difetto fisi¬ co ,
questa collocazione sarà dovuta o alla nostra passione o alla nostra rozzezza.
E passi 1* ossservazione. Ma nell’espres¬ sione o Dio Immortale l’aggettivo che
è posposto al sostan¬ tivo, non serve certo a distinguerlo, perchè allora si
dovreb¬ be ammettere un Dio mortale. Lo Schdningh in un suo notevole scritto (1)
passa a rassegna molte dissertazioni sulla collocazione dell’aggettivo nelle
lingue antiche e moderne, e ce ne mostra la gracilità o la manche¬ volezza. Non
teme, per altro, di esporre anche una teoria sua, la quale, movendo dal
principio che ogni essere ci si presenta o come sostanza o come accidente o
come forza, e a questi tre modi di presentarsi degli esseri corrispondono,
nell'espressione linguistica, sostantivo, aggettivo o verbo, stabilisce che
come l'accidente presuppone la sostanza, così logicamente il sostan¬ tivo
precede l’aggettivo. Ma nella lingua, soggiunge lo Schò- ningh, insiem con la
logica ha una parte grande anche l’affetto, e quindi accanto alla collocazione
logica sostantivo-aggettivo c’è l’affettiva aggettivo - sostantivo, nella quale
si rispecchia una maniera fantastica e poetica di concepire le cose. Nè basta :
per l’aspirazione al bello, che non manca mai in ogni opera (1) È contenuto nel
fase. VII de’ Neuphilologische Studien oditi dal Kòrting, e s’ intitola Die
Slellung des attributioen Adjectivs irn Fransósische». 7 50 - dell’uomo, anche
l’estetica influisce sulla collocazione delle pa¬ role. Sicché, potendo
predominare nella lingua o la logica o l’affetto o l’estetica, l’aggettivo è
collocato o dopo del sostan¬ tivo, o prima , od ora prima e ora dopo. Lo
Schoningh non si scosta gran che dal Griiber e dal Cron , piuttosto ne com¬
pleta la teoria con raggiungere la ragione estetica (das ast/ieti- schen
Moment). Tali teorie sarebbero applicabili a molte lingue. Nel latino il Kuhner
distingue tre modi di collocar l’agget¬ tivo, il grammaticale (sostantivo -
aggettivo), il retorico o in¬ verso (aggettivosostantivo) e l’estetico. Lo
Schmalz restringe le collocazioni a due, alla grammaticale o tradizionale e
all’oc¬ casionale, che serviva al rilievo o all' armonia. Con lui s’ac¬ corda
il Reckzey, secondo il quale la lingua dello stato e della letteratura ebbe
presso i latini un’ impronta decisamente re¬ torica, e perciò l’aggettivo non
fu posposto, come voleva la tradizione, ma preposto al sostantivo. Anche
l’Albrecht dimo¬ stra , col De re rustica di Catone alla mano, la prevalenza
della posposizione dell’aggettivo nel periodo antico del latino, e osserva che
Cesare e Cicerone continuarono a posporre gli aggettivi, se derivati da nomi
proprii. Sicché secondo il Kuhner, 10 Schmalz, il Reckzey, l’Albrecht e anche,
possiamo aggiun¬ gere, lo Schlee e l’Eussner, la collocazione sostantivo-agget¬
tivo, che è, diciam così, la collocazione logica dell’aggettivo, è nel latino
la collocazione originaria. È il vetus orcio che il Rohde distingue dal novus
orcio (aggettivo-sostantivo). Ma per 11 Bergaigne, che lo Schoningh trascura
affatto, l'antica costru¬ zione latina portava 1’ aggettivo innanzi al
sostantivo , e Ca¬ tone posponeva quello a questo , specialmente nel De re ru¬
stica , perchè un così sobrio scrittore uon adoperava gli ag- < - 51 gettivi
se non per restringere termini troppo generali (1). 1,'una e l’altra
collocazione dell’aggettivo, la logica e l’affet- tiva, dice poi lo Schdningh,
furono più volte, per il carattere retorico della lingua latina, attraversate
da influssi estetici. I quali influssi il Cron non riconosce; nè ammette che
una lin¬ gua di carattere logico preferisca la collocazione logica an¬ che per
gli aggettivi essenzialmente affettivi, e un’altra di carattere affettivo
preferisca la collocazione affettiva anche per gli aggettivi attribuenti solo
logicamente. Il Cron, dice lo Schdningh , non considera lo spirilo della lingua
, il suo carattere affettivo o logico, che inconsciamente governa la
costruzione, ma soltanto lo spirito del parlante che a questa o quella
collocazione annette il tale o tal altro intento. Importa vedere come si
collocasse l’aggettivo nel latino della decadenza , in quel latino che non era
poi tanto lontano dal¬ la schiusa delle lingue romanze. Logica ed estetica,
nota lo Schdningh , indietreggiarono di fronte all’ affetto : in quel la¬ tino
prevalse la collocaziono affettiva dell’ aggettivo. Nel De spectaculis di
Tertulliano ricorrono cenlosessantuno aggetti¬ vo, di cui centoventi precedono
il sostantivo, e quelli che lo seguono, si trovano per lo più in fin di frase,
dove acquistano maggior rilievo. Nella Vita Sanclac Itadegundls di Venanzio
Fortunato son preposti al sostantivo centosette di cencinquanta aggettivi. Il
più notevole documento della prevalenza della col- * locazione affettiva
dell’aggettivo si ha nel secondo libro delle llisloriae adversum paganos di
Paolo Orosio: di trecento- (1) V. i cit. Mémoires, t. Ili, p. 36. 11 Bekgaigne,
tra le altre frasi di Catone, cita questa: « Vendat boves vetulos ». E osserva
che Cafone intendeva dire: «venda i buoi, quando son vecchi». - 52 - quarantuno
aggettivo vanno trccenluno innanzi al sostantivo. Se fosse vera la teoria del
Grdber e del Cron , dovrebbero di que’ trecentoquarantuno aggettivo soltanto
quaranta attri¬ buire logicamente ; e si tratta nientemeno di un' opera stori¬
ca. Possiam concludere con lo Schòningh, che nella prosa cri¬ stiano-latina del
principio del medio evo l’aggettivo è per lo più preposto al sostantivo. Nel
francese antico prevale l’uso di far precedere l’agget¬ tivo. Che con ciò si
volessero evitare equivoci per esser mancate le desinenze de’ casi, non è da
credere, perchè era preposto l’aggettivo anche nel latino volgare, che non aveva
ancora per¬ duto la flessione. Piuttosto bisogna ammettere l'influsso del te¬
desco , che colloca sempre l’aggeltivo innanzi al sostantivo. Quando quesl’
influsso diminuì, e rinacque dall’altro canto la cultura classica, allora
cominciò a venire in voga la colloca¬ zione logica dell’aggettivo, che doveva
prevalere nel francese moderno. In uno scrittore del secolo XII!, quale lo
Joinville, gli aggettivi indicanti colore , che sono in gran parte d’ ori¬ gine
germanica, vanno per lo più innanzi al nome; posterior¬ mente, con lo scemare
dell’influsso germanico, la collocazio¬ ne di tali aggettivi oscilla molto
dall’ affettiva alla logica. 11 Darmesteter , citato dallo Schòningh , crede
difficile stabilire regole sulla collocazione degli aggettivi sia nella vecchia
lin¬ gua francese del secolo XVI sia nella moderna; e che si pos¬ sa dire
soltanto, che 1’ aggettivo si stringe maggiormente al nome quando lo precede ,
e quando lo segue è più attributo che epiteto. Lo Schòningh tace dell’
italiano. Non so se qualcuno abbia mai avuto la pazienza di osservare ne’
nostri testi , da’ più antichi a’ più moderni, come si vada collocando
l'aggettivo. t - 53 - Una rapida corsa io ho falla per molte prose e poesie,
co* «linciando dalle vecchie carte, dove ancora il latino si ostina a servire
all’espressione del pensiero, come sarebbe, per esem¬ pio, la carta capuana del
900, nella quale son preposti quasi tutti gli aggettivi. Nella lirica
provenzaleggiante son sempre in maggioranza gli aggettivi precedenti il
sostantivo. Quando a questo si accompagnano due aggettivi, non è raro che l’uno
gli si metta innanzi e l’altro dietro, e Odo delle Colonne dice distretto core
e amoroso oppure ria ventura e fiera-, la qual collocazione sarà poi
frequentissima nella prosa del Boccaccio. Ricorrono spesso in rima gli
aggettivi posponentisi al sostan¬ tivo. Guitlone tanto in poesia quanto in
prosa ama di preporre l’aggettivo. Lo prepone quasi sempre Guidotto nella sua
pre¬ fazione al Fiore di Iiettorica, e lo stesso fanno suppergiù an¬ che Ristoro
d'Arezzo e l’autore del Novellino. Gli aggettivi po¬ sposti restano in
minoranza anche nel Guinicelli. Lo stesso abbiamo in Dante. Uno studio sulla
collocazione dell aggettivo nelle diverse sue opere potrebbe menarci a utili
considera¬ zioni, ma non ci darebbe modo d’imbastir regole o leggi. Dante
prepone talvolta l’aggettivo anche se fornito d’un proprio com¬ plemento, e
dice : in simile elude a quella in che ecc. (1). Gli aggettivi posposti, che
non sono tanto scarsi nella l ita Nuova, diminuiscono di numero nel Convivio.
Si affollano , per dir (1) V. Vita Nuova, ediz. D’Ancona, cap. XL. L’edizione
del Ca¬ sini non ha a quella, e Dante direbbe semplicemente: in simile etade ne
la quale. Anche il Beck, che dichiara d’ aver riscon¬ trato 35 manoscritti per
la sua edizione della Vita ùuooa (Mini- chen 1890), omette a quella, come il
Casini. - 54 così, nel principio del primo canto dell’ Inferno , ina dopo la
quattordicesima terzina spesseggiano, invece, gli aggettivi pre¬ posti. Mentre
nell’episodio di Francesca gli aggettivi posposti raggiungon quasi il numero
de’ preposti , in quello del Conte Ugolino appena quattro di diciassette
aggettivi seguono il nome. Nè si può dire che in Dante si verifichi la teoria
del Gròber e del Cron, perchè se della sua passiono si riscaldano nel fa¬ moso
canto di Cacciaguida gli aggettivi spielata e perfida pre¬ cedenti noverca, non
meno caldi succedono a compagnia gli aggettivi malvagia e scempia. Anche il
Peti-arca prepone l'ag¬ gettivo al nome. Nella canz. Ne la stagion nemmeno una
volta esso è posposto, e nell'altra Chiare fresche e dolci acque gli aggettivi
preposti superano i posposti d’una metà. Poche volte si pospongono gli
aggettivi nella canz. 0 aspettala in del. Degli scrittori del cinquecento il
Cellini, che non ha preten¬ sioni letterarie, e detta o scrive come gli viene,
suol preporre l’aggettivo al nome (l). Veniamo agli scrittori moderni e con¬
temporanei. Chi consideri la prima delle Operette morali del Leopardi, cioè la
Storia del genere umano, gli aggettivi pospó¬ sti non restano per numero mollo
al di sotto de’ preposti (2), ma nelle Ricordanze, che è una delle più perfette
poesie, e in cui i versi non sono legati da rime, gli aggettivi preposti supe
rano per più d’una metà i posposti. Si bilanciano invece nel (1) V. Vossi.f.r,
Benvenuto Cet/ini's Sii/ in seiner Vita in Bei- trago sur romanisrhen
Philologie (Festgabe f 'ùr G. Gròber). Hal¬ le 1899, p. 430. (2) In questa
prosa del Leopardi diciannove volte 1’ aggettivo superlativo s’accompagna al
nome, e una volta sol,-. ( un genio grandissimo) gli si pospone. 55 canto A
Silvia, che è rimato. Nel primo capitolo de’ Promessi S2)osi gli aggettivi
preposti ai nomi sono un po’ meno de’ po¬ sposti, ma se essi son quasi in egual
numero nell' episodio di Cecilia , i preposti si riducono a meno del terzo de’
posposti nell'addio di Lucia al paesello natio, e a meno della metà nel
ritratto della Monaca di Monza. Dal De Amicis l’aggettivo è quasi sempre
posposto al nome. Nell’TOimo addio, che è forse il miglior capitolo dei suoi
Amici, e nel quale gareggiano in¬ sieme artista e psicologo, di più d’un
centinaio e mezzo di ag¬ gettivi fi) son preposti appena un quaranta. Il
Carducci suole in prosa far seguire l’aggettivo al nome, come risulta
dall’esame del suo discorso sull’Opera di Dante. Ma nel non breve Idillio
maremmano e nella lunga ode Alle fonti del Clitumno, che sono tra le sue più
belle poesie, gli aggettivi preposti supe¬ rano di circa una metà i posposti. I
dati di fatto che abbiam finora raccolti c’ inducono a ri¬ tenere, che
l’italiano moderno tenda più dell’antico a posporre, almeno in prosa,
l'aggettivo al nome. In questo s’accordereb¬ be col francese: che 1’ accordo
sia stalo facilitato dal contat¬ to continuo delle due lingue e letterature,
non sarebbe forse da escludere. Secondo il Kreizner, lo Knebel, il Plbtz, il
Collmann, elio s’occupano del fraucese, il buon suono, l’armonia deciderebbe
della collocazione dell’aggettivo. Il Cron esclude questa etllca- (1) A
spiegarci bene, un centinaio c mezzo di volte aggettivi s’accompagnano a
sostantivi. Spesso si accompagnano insieme duo aggettivi e anche tre a un sol
sostantivo. Quindi il numero degli aggettivi nella prosa del De Amicis supera
di molto il centinaio e mezzo. 50 eia dell'armonia non solo nel francese, antico
e moderno, ma anche nel latino. 11 Diihr non trova necessario nel francese, che
dopo il nome breve si collochi l'aggettivo lungo, nè vede in tale collocazione
una ragione estetica. È però innegabile, che a disporre gli aggettivi
contribuisca tanto volte l’armonia o la bellezza estrinseca della espressione ,
della frase. Cosi, se il Manzoni, descrivendo il vestire della Monaca di Monza,
mette nello stesso periodo l’aggettivo nero una volta dopo del nome (un velo
nero) e un’ altra volta prima (un nero saio) , non può essere stato indotto da
una diversa sfumatura di senso. Sempre descrivendo Gertrude, il Manzoni prima
dice soprac¬ cigli neri e poi neri capelli. Da ragione d’armonia, da ragione
estetica spesso deriva la posizione chiastica degli aggettivi qua¬ lificanti
due nomi consecutivi. Un esempio ce n’oflre il Carducci, quando nel citato
discorso dice di Dante: « dovea far salire alle più alle cime del pensiero la
lingua italiana e d'italiana gloria improntare il mondo più saldo e duraturo,
il mondo degli spi¬ riti ». Traggo un altro esempio da una pagina dello
stupendo volume del I)’Ovidio sul Purgatorio di Dante: « Eccoci cosi alla
genesi della valle sordelliana e della sordelliana rassegna de’principi ». Lo
Schmitz, per il francese, porta tra gli altri l’esempio dello Chateaubriand: «
la nouvelle nature et les moeurs nouvelles que j’ai peintes; ed aggiunge che la
lingua del freddo intelletto non si serve di simili alternative retoriche, e Thiers
perciò scrive: une confiance aveugle doit amener un désespoir aveugle. Il posto
dell’aggettivo spesso ha una ragione puramente eufonica. Non diremmo mai secco
colpo. A ripescare per la varia collocazione dell’aggettivo, spiegazioni di
questo genere non si stenterebbe affatto; senza dire che non dobbiam dimenticare
che parecchi aggettivi, cambiando posto, CAMBIANO SIGNIFICATO – no senso, ma l’implicatura
del profferente. Piuttosto par notabile 1’osservazione di Koschvitz e di Beyer,
la quale, fatta pella lingua gallese, si potrebbe estendere anche alla lingua
italiana; ed è che si suole accentare la parola con cui finisce una frase o un
membro di frase. Sicché quando alla fine d'una frase o d’un membro di frase
l’aggettivo è stato accentato e vien per conseguenza seguito da pausa, esso,
posposto com' è al nome, riceve spesso tanto rilievo affettivo quanto ne ha
l’aggettivo preposto – shaggy dog, dog shaggy – H. P. Grice – Shaggy is Smith’s
dog – Smith’s dog is shaggy. Anche secondo Ilendrich l’aggettivo posposto può
attribuire efficacemente la qualità ch’esprime e fare una forte impressione, e
adduce l’esempio gallese: elle ne s'était pas trompée, elle était une artiste
véritable. Nella lingua italiana – nella lingua pirotese – in pirotese – H. P.
Grice -- noi diciamo che il tale è un artista VERO – Arnatt H. P. Grice --,
facendo forza su “vero.” Ma la stessa efficacia d’espressione conseguiremmo,
preponendo “vero” (shaggy, H. P. Grice) ad “artista” (Smith’s dog). Se non che,
in questo caso, accentiamo 1’aggettivo, cioè facciamo cader 1’accento
principale su di esso, non sul nome che vien dopo. Rientriamo così nella teoria
di Diez, trascurata da Schòningh, e che si fonda sul1'accento oratorio e sull’equilibrio
ritmico del discorso, più su quello che su questo. Quando s’accompagnano, dice Diez,
nome o aggettivo, ha 1’accento principale quello de’due che occupa il secondo
posto: “alta montagna”, “àbito vérde” – “shaggy dog” – H. P Grice. Perciò
l'aggettivo, che si voglia far risaltare, va messo dopo il nome. Ma la legge
dell'accentuazione consente pure l’inversione, che cioè si preponga al nome 1’aggettivo
che, dovendo spiccare, sarebbe obbligato a venir dopo: naturalmente esso porta
con sé l’accento principale, che passa così dal secondo al primo posto. Per
conseguenza: “artista véro” – H. P. GRICE dog shaggy -- e “véro artista” H. P.
GRICE shaggy do -- sarebbero in perfetta
equazione. L’equilibrio ritmico poi, che è la seconda delle leggi, regolanti,
secondo Diez. la collocazione dell’aggettivo, assegna volentieri a questo il
secondo posto, quando sia d’una certa lunghezza o si carichi d’uno o più
complementi. È stata notata ne’romanzieri gallesi, quali Goncourt, Zola, France,
Daudet, la tendenza di preporre, come si fac nel periodo classico, l’aggettivo
al nome, e in parecchi loro scritti la proporzione tra gl’aggettivi preposti e
i posposti sarebbe, a conti fatti, di cinque a otto. Si è pure osservato, che
più scrittori gallesi preferiscono oggi di dire, per esempio, un Ut de misere
invece di un lit misèì'able, sostituiscono cioè all’aggettivo il nome
corrispondente in genitivo. Questa seconda osservazione non credo s’adatti a’
nostri scrittori, sebbene le locuzioni: “oratore di fuoco”, “letterato di valore,”
e altre consimili non siano rare in italiano; dobbiam però riconoscere che tali
costrutti, che hanno un loro proavo nel dantesco ALIGHIERI (vedasi) vas d'elezione,
riescono più energici del semplice aggettivo. A’nostri romanzieri non va fatta
nemmeno la prima osservazione. Nelle lingue classiche ilWeil distingue quattro
modi di disporre la parola determinante e la determinata, cioè altre due
costruzioni oltre la discendente e l’ascendente. Quando i greci diceno a toO
xopoo StSiaxaXoc e i latini “gravissima belli offensio”, essi stringeno in un
saldo fascio gl’elementi di un concetto, e raggiungeno quasi l’unità della
parola composta s’ha allora la co- Weil -- struzione raccolta o chiusa. Altro
volte gl’antichi sparpagliano, per così dire, i componenti del fascio, gl’elementi
d’un gruppo sintattico – H. P. GRICE, phrase --, e CICERONE (vedasi) dice: “animorum
nulla in terris origo inveniri potest. Nella qual proposizione “animorum” è
distaccato da “origo,” e, mentre “in nulla in terris origo” -- nessuna terrena
origine -- possiam vedere un esempio di costruzione raccolta o chiusa, nel
distacco di “animorum” d’ “origo” abbiamo la costruzione sparsa o l’inversione.
Che possa giovare all’efllcaeia dell’espressione ora raccogliere e stringere
insieme gl’elementi d’un gruppo sintattico – H. P. Grice, “phrase” --, ora
sparpagliarli nella proposizione di cui fan parte, non si mette nemmeno in dubbio.
Due mezzi, dice Wundt, offre una lingua per unire strettamente più idee,
l’intreccio cioè delle parole componenti la proposizione e la trasformazione di
proposizioni subordinate in attributi nominali – H. P. Grice NOMINALISATION,
SUBSTANTIFICATION. Questo secondo mezzo, che Wundt fa rientrare nella
trattazione dell’ordine delle parole, non è, osserva giustamente Sutterlin, al
suo posto. Ma le lingue romanze si prestano alle due costruzioni, alla raccolta
e alla sparsa? La lingua italiana certamente. Nella nostra poesia gl’esempii di
costruzione raccolta abbondano. Uno de’meno felici però è questo che ci
presenta FOSCOLO (vedasi) nell’ ode a Pallavicini: “i dall'elmo liberi crin.” Ma
non possiam sempre metter la mano sui nessi sintattici e sgrupparli come ci
pare e piace: ce ne sono degli stretti e – Sutterilin -- de’ lenti. Verbo e
avverbio, o verbo e oggetto formano un nesso più stretto di verbo finito e
verbo infinito o participio, e perciò questi ultimi possono esser separati
mediante un avverbio, un oggetto, un attributo, o mediante avverbio, oggetto e
attributo insieme. Il disgregamento di codesto nesso ricorre più spesso nella
nostra lingua, la cui sintassi ha per la sua libertà maggior somiglianza colla
sintassi latina. In alcuni scrittori, così tenero della imitazione classica,
troviamo talvolta forse ancor più sparpagliati che non in quelli del trecento,
gl’elementi del nesso, e MACHIAVELLI (vedasi), per esempio, scrive: aveva
Cosimo dei Medici, veggendo la ricchezza e nobiltà di costoro, la Bianca sua
nipote con Guglielmo congiunta – H. P. GRICE – BLAKE, love that never told can
be: 1’un elemento del nesso – “aveva” -- apre, e l’altro – “congiunta” --
chiude e suggella la lunga proposizione. Se col distacco de’due elementi MACHIAVELLI
(vedasi) qui non giova alla dizione, che acquista, per altro, una certa
andatura latina, riesce a rendere molto efficace questo passo del Principe-. Fu
[Oliverotto], insieme con Vitellozo, il quale aveva avuto maestro delle virtù e
scelleratezze sua, strangolato.” Nella separazione de’due elementi del nesso – “fu
strangolato” – BLAKE: “cannot be told” H. P. GRICE -- vediamo, per dir cosi, il
capestro allargarsi e ricongiungere Vitellozzo e Oliverotto, maestro e
discepolo, nella stretta mortale. Lento invece ò il nesso di soggetto e verbo.
Mancava anzi in latino. Per trovarlo bisogna venire a un periodo linguistico
molto posteriore, ma i due termini non riescono mai a legarsi insieme, come
verbo e avverbio, in nessuna lingua, nemmeno in gallese, che pur non lasciando
mai V., anche per quanto si dirà dopo
intorno a’nessi sintattici, Richter -- t - fil il verbo senza soggetto,
inserisce tra l’uno e l’altro l'oggetto pronominale e la particella negativa.
Se rifacciamo a ritroso il cammino della nostra letteratura, passando dagli
scrittori più moderni ai meno moderni e agl’antichi, il nesso tra soggetto e
verbo si va sempre più allentando. Ora, posti siffatti nessi sintattici, si
comprende che se ne sciogliamo, uno, separando una parola dalla sua compagna,
la parola separata non può a suo arbitrio andare a mettersi in mezzo a quelle
formanti un altro nesso. Se il soggetto per una ragione retorica o psicologica –
“o prammatica” – GRICE -- vien tolto dal primo posto della proposizione, e al
secondo, immediatamente prima del verbo, sta l’avverbio o l’oggetto o 1’attributo,
che per natura, come sappiamo, si stringono mollo volentieri al verbo, il soggetto
non può andare che dopo il verbo. Se poi rimosso il soggetto dal primo posto
della proposizione, viene a trovarcisi il verbo, seguito questa volta d’oggetto
o attributo o avverbio, il soggetto non può più stare che dopo il complemento o
i complementi del verbo, al posto libero più vicino. Sicché abbiamo oggetto o
attributo o avverbio-verbo-soggetto oppure verbo-oggetto o attributo o
avverbio-soggetto. La seconda collocazione, di cui gli esempii sono infiniti,
prova che, se nella prima il verbo occupa il secondo posto, ciò non avviene per
un principio ritmico, come crede Thurneysen. Questo principio, se fosse
destinato a regolare la posizione del verbo, dovrebbe valer sempre, e il verbo
non dovrebbe mai apparire al primo posto, o solo quando, come ammette Thurneysen,
un’enclitica pronominale gli rinforzi l’accento. Il che accade nel verso d’ALIGHIERI
– Inf --: Slami Minosse orribilmente e ringhia. - f>2 - Il poeta non avrebbe
potuto dire Vi sla Minosse ecc. perlina legge sintattica in vigore a’suoi
tempi, e assai bene illustrata da Mussafìa. Ma ALIGHIERI (vedasi) dice pure -- Inf
--: :Siede la terna, dove nata fui” – H. P. Grice on J. L. Austin on P. H. Nowell-Smith
on John Donne --: qui il verbo è in cima alla proposizione senza rincalzo d’enclitica.
Lo stesso nesso d’oggetto o attributo o avverbio e verbo spiega anche il
prodursi dell’inversione nella proposizione interrogativa. Sappiamo che,
cadendo 1’interrogazione su un sol membro, questo, nella forma più antica, e
ancor viva, L’ha illustrata nello scritto Una particolarità sintattica della
lingua italiana, che fa parte della Miscellanea di Filologia e Linguistica in
memoria di Caix e Canello, Firenze. Mussafìa crede che “un fine sentimento” fa
rifuggire gl’antichi scrittori “dall’ incominciare la proposizione -- che nei
piti casi è quanto dire il periodo -- con un monosillabo pronominale privo di
proprio accento, e quindi di suono e di significato soverchiamente tenue.
Questa ragione pare insufficiente a Thurneysen. Il quale osserva: Manche Sàtze,
z. B. die meisten Nebensalze, beginnen ja thatsàchlich mit tonlosen Partikeln;
ttnd solite dee heutige ITALIENER, der “ti piaccia” spricht, weniger
feinfiihlig sein als der alte mit seinem “piaccia-ti” ? Vielmehr war es ein
Resi uralten Sprachgebrauchs; einige Romanen haben ihn mit der Zeit iiber Bord
geworfen. V. in Zeitschrift fiir romanische Philologie, 1’articolo di
Thurneysen, Zar Stcllung des Verbums im Alt-Franzósischen, e della
proposizione, sta al posto stesso che occuperebbe la cosa domandala, se fosse
nota. Si confrontino, per chiarezza, le proposizioni: “Noi che faremo?” e “Noi
un dono faremo.” Il “che” interrogativo occupa lo stesso posto di “un dono”. Or
se la parola interrogativa passa a capo della proposizione, si tira con sè pure
il verbo, di cui è complemento. Quando ALIGHIERI (vedasi) chiede a VIRGILIO (vedasi)
– Inf --: “Questo che dice? e che risponde Quell’altro foco? ci offre le due
forme della proposizione interrogativa, la più antica – “Questo che dice?” -- e
l'altra con inversione – “che risponde quell’ altro foco?”. L’uso delle due
forme è fatto qui ad arte, e ne risulta una bellezza stilistica, tenue si, ma
tale, per altro, d’esser avvertita dal lettore, che subito s’imbatte nella
terza domanda d’ALIGHIERI -- “e chi son quei che il fenno?” --la quale,
allargandosi in due proposizioni, si presenta, con tal rilievo perifrastico,
alquanto diversa dalla prima e dalla seconda. Non si sgruppano dunque senza
violenza verbo e avverbio, e perciò se la parola capitata innanzi ad essi avrà
da cambiar posto per una ragione qualsiasi, andrà a star dopo quel nesso. Una riprova
è che quando qualche avverbio passa a funzionare da semplice congiunzione, è
facilmente distaccato dal verbo. D’una stessa parola nella doppia funzione
d'avverbio e congiunzione si ha un esempio in questo luogo di Novellino. “Lo’mperadore
trasse la sua [spada], ch’era maravigliosamente fornita d’oro e di pietre.
Allora disse messe! 1 Asolino: molto è bella, ma la mia è assai più bella. E
trassela fuori. Allora secento cavalieri ch’c- rano con lui trassero tulli mano
alle loro. Il primo allora è un vero avverbio di tempo; il secondo vale quanto
la congiunzione “e”. Nel primo caso, non nel secondo, il nesso avverbio-verbo è
rispettalo, e il soggetto si colloca dopo il verbo. Potrebbe qualcuno negare
una distinzione cosi sottile tra l’uno e l’altro allora in uno scrittore assai
alla buona e quasi primitivo, quale appare l’autore della narrazioncella, e
ritenere sbagliato l’esempio. Ma c' è da meravigliarsi che s’abbiano finezze
nell’uso di vocaboli e costrutti pure in bocca o sotto la penna di persone
incolte, guidate dal loro naturai senso linguistico – H. P. Grice: “I doubt a
classical education is a requisite for linguistic sensitivity” -- e non da arte?
Si potrebbe credere che il secondo allora abbia conservato, come il primo, il
valore d’avverbio, e si violasse il suo nesso col verbo, perchè questa volta il
soggetto da spostare – ‘secento cavalieri’ -- aveva con sè il pesante bagaglio
d’una proposizione relativa {elierano con lui). Ma che il secondo allora non
valga più d’una semplice congiunzione, risulta DAL CONTESTO – H. P. GRICE, The
theory of context --, inteso come dev’essere. Ricorriamo, del resto, ad altri
allora. Ognun sente la differenza tra 1' “allor” del verso – Inf. – “Allor
surse alla vista scoperchiata” -- e 1’ “allor” de’ versi: i Allor, come di mia
colpa compunto, Dissi: Or direte dunque a quel caduto. Il primo “allor,” stretto
a “surse,” ha il suo pieno valore d’avverbio, e, per così dire, fissa con
energia nel tempo l'azione del verbo, mentre il secondo propriamente non
determina dissi, da cui è separato per tutta la distesa d’un verso. Se si
scrivesse: “Ed io, come di mia colpa compunto, non sarebbe sentita la mancanza
di attor.” Al quale nemmen l 'or che precede direte – “Or direte” -- ci
consiglia di dar la forza avverbiale del primo attor, perchè il “dunque,” che
subito segue – “Or direte dunque” --, prova, chi ben l'intenda, l’andamento
abbastanza pacato di quest’ultima parte dell episodio di Faii- nata. Littré
comprende esattamente il valore di questo secondo attor, e cosi tradusse in
antico francese la terzina d’ALIGHIERI (vedasi): « Et je alani, coni de
coulpe compoins: « Faites savoir à ce poure cheu Qu’ encor ses fls aus vivans
est conjoins. Poteva Littré adoperare anche “alo-rs”, che è dell’ antico
francese come del moderno, ma preferì interpretare, piu che tradurre, l’ attor
del testo. Nel verso, poc' anzi citato: Stacci Minosse orribilmente e ringhia,
se orribilmente si distacca, per l’interposizione di Minosse, da stacci, con
cui dovrebbe formare un sol nesso, gli è perchè ha la forza più d’una
espressione avverbiale – “in atteggiamento orribile” -- che d’avverbio, e
riesce, cosi collocato, assai descrittivo. Anche la CESURA dopo la quarta
sillaba giova al rilievo di orrìbilmente, che vien perciò a separarsi dalle
parole che precedono, come per 1’accento forte sulla sua penultima sillaba, che
è 1’ottava del verso, non si stringe al seguente e ringhia. BONGHI (vedasi) pone
tra le inversioni di genio italiano, com'egli le chiama, questa di CELLINI
(vedasi): « donisi a Benvenuto cinquecento scudi d'oro subito ». Ma non pare
che l'avverbio “subito” arrivi troppo tardi, e sia violento e anche inefficace
il suo distacco dal verbo donisi? O bisogna ammettere che “subito”, cacciato
cosi in fine di frase, segni un nuovo pensiero sopraggiunto, venga dopo, o a
tanta distanza da donisi, perchè sbocciato dopo nella mente del parlante. Dal
contesto però questo non traluce. BONGHI trova soverchia, sebben leggerissima,
l’inversione di GIORDANI (vedasi): « nè solamente a’ poveri e idioti si gioverebbe;
ma pure a moltissimi di noi che già fummo alle scuole »; e ordinerebbe così le
parole: « nè solamente SI GIOVEREBBE a’ poveri e idioti ecc. ». Credo miglior
collocazione quest’altra: « nè si gioverebbe solamente a’ poveri e idioti, ma
pure a moltissimi di noi ecc. ». BONGHI (vedasi), nel riproporsi la vecchia
quistione, se alla nostra lingua competa o no l’inversione, si burla, e
giustamente, di tanti scrittori, viventi o morti, persuasi che non ci sia « altra
inversione a questo mondo se non quella che consiste nel mettere il verbo in
punta, e fuori di quel posto che, secondo il nesso logico de’concetti, dovrebbe
tenere ». Su ogni cento loro inversioni, egli dice, per lo meno novantanove e
mezzo – Bonghi -- Bonghi -- si devono a
codesta semplice persuasione, che si accompagnava all’altra, non meno curiosa,
che una buona parte dell’artifìcio dello stile consiste appunto nel mettere il
verbo fuori di posto. Meyer-Liibke mette tra i gruppi inseparabili quello di aggettivo
e nome – SHAGGY DOG – H. P. GRICE -- , intendendo che in mezzo a codesti due
elementi, pur suscettivi, come sappiamo, d’inversione, non se ne possa cacciare
un terzo. Veramente nella nostra lingua si conseguono EFFETTI STILISTICI – H.
P. GRICE: implicature -- non piccoli, in prosa e in verso, con l’introdurre tra
aggettivo e nome qualche altra parola determinante l’uno o 1' altro – H. P.
GRICE: “Highly stupid” – “So uncosy Austin”. Cosi MANZONI (vedasi) fa dire
nell'Adelchi al diacono Martino, che narra il suo arduo viaggio, d’aver udito “un
agitarsi d'uomini immenso.” Riuscirebbe tanto meno pittoresca questa
espressione, se “immenso” precedesse o seguisse immediatamente “agitarsi” – H.
P. Grice: Blake: love that never told can be. Nel verso: “Il divino del pian
silenzio verde”, con cui si chiude il sonetto carducciano CARDUCCI (vedasi) del
pio bove, si deve, io credo, pure al frammettersi di del “pian” tra “divino” e “silenzio”,
se riesce acconcio l’uso del seguente aggettivo “verde”. Il verso s’interrompe,
per la cesura, a “pian,” e si sofferma anche un po’, per il non debole accento
sull’ottava sillaba, a “silenzio”; sicché “verde” resta alquanto staccato, e
pur riferendosi gramma- -- Bonghi -- lealmente a “silenzio”, rimbalza, attratto
per il concetto, a “pian”, più lontano di posto, ma fortemente accentato.
Risulta, insomma, ben fusa la rappresentazione della tacita campagna verde da
un così bel verso, che dopo la cesura tronca si distende mollemente,
increspandosi solo un tantino al dittongo raccolto della penultima parola. CELLINI
(vedasi), che abbiam visto sciogliere arditamente il nesso sintattico di verbo
e avverbio, lancia talvolta 1’aggettivo a gran distanza dal suo sostantivo,
come nella frase: “questo è fratello di quello che tu vedi là carnaio.” “Carnale”,
che, messo immediatamente dopo “fratello”, sarebbe servito, secondo la teoria
gròberiana, a distinguerlo, ora dal forte distacco, dice Vossler, riceve un
rilievo affettivo. Ma a me pare che questo sia uno de’casi in cui CELLINI (vedasi)
ordina le parole, come scrive lo stesso critico tedesco, « mit kùhner
Souverànitàt und oft imgewollten Gegensalz zum gewòhnlichen Sprachgebrauch. Rivarol,
nel suo discorso sull'universalità del gallese, afferma che questa lingua per
un singolare privilegio è rimasta fedele solo all’ordine logico delle parole –
H. P. Grice: “Point made by Trudgill in “Language myths” --, come s’essa fosse
tutta ragione. Le passioni, egli esclama, agitandoci, invano ci stimolano a
seguir nel discorso 1’ordine loro: « la syntaxe fràncaise est INCORRUPTIBLE »!
E soggiunge, che da ciò è derivata al gallese quella mirabile CHIAREZZA – H. P.
Grice, the desideratum of conversationl clarity – “Be perspicuous (sic) –
CLARITY is NOT enough --, che ne è proprio la base eterna. Chiarezza mirabile,
ma fors’anco superficiale, chè una lingua, se vuole esser completa, esatta -- V.
i cit. Beitràge sur romanischen Phitologie -- manifestazione del pensiero, non
deve restringersi a ritrarnè le relazioni logiche, ma deve presentarne il
movimento, la vita, deve presentarlo così come si è prodotto e svolto dentro di
noi. Se non che Rivarol esagera le qualità logiche del gallese, quelle qualità
per cui LEOPARDI (vedasi) ha a chiamarla lingua “geometrica” – cf. il pirotese
di H. P. Grice e il simbolo di J. L. Austin. Anche il gallse ha le sue inversioni,
è pur atto a dare alle parole un ordine che NON è il logico O grammaticale. La
lingua italiana certamente è più libera, è più atta all’inversione. La quale si
fonda per una certa parte sopra un fatto linguistico che mi par bene chiarire,
e che alla sua volta aiuta anche a spiegare quella differenza tra la lingua italiana
e la lingua gallese. Secondo Humboldt noi portiamo nel nostro spirito una
specie di “grammatica” che presto o tardi finisce per segnare la sua impronta
nella lingua, quella ch’egli dice forma linguistica interiore – “die innere
Sprachform. Bréal crede che si possa consentire col gran filologo tedesco, purché
per forma linguistica interiore intendiamo « le souvenir de la langue
maternelle ». In grazia di questo ricordo accade che in una lingua, la quale ha
avuto una flessione e l’ha poi perduta, la morte materiale d’una desinenza non
ne sospenda l’uso, e la lingua sia in grado di fare appello ad essa e chiederle
de’ servigi come se esistesse ancora; si ha insomma quel fenomeno linguistico,
che Bréal denomina sopravvivenza della flessione. Nella locuzione pausato
l'anno, che si può di- fi) V. la mia Memoria La teoria leopardiana – LEOPARDI (vedasi)
delia lingua -- Rendiconto dell' Accad. di Archeol. Lettere e Belle Arti di Napoli.
Bréal. V., anche per ciò che si dirà dopo, Bréal. -- re, come tante altre
consimili, un ablativo assoluto, ci si offre un caso di sopravvivenza della
flessione, della flessione materialmente abolita. La qual sopravvivenza, che è,
si capisce, dentro di noi, in fondo alla nostra coscienza, ci obbliga pure,
quando, per esempio, diciamo vi rispetto e vi voglio bene, a non omettere il
secondo “vi”, perchè questo “vi” è un dativo, mentre il primo è un accusativo –
causativo --, e non si può confondere 1’uno co1l’altro. Or 1’inversione suppone
tante volte codesta sopravvivenza. Può ben accadere, che le sopravvivenze della
flessione, scomparse dalla lingua popolare, si mantengano nella letteraria.
Perciò quelle libertà sintattiche che sono le inversioni ricorrono maggiormente
nella lingua letteraria. Chi si propone di scrivere come si parla, di
rispecchiare nella lingua scritta la parlata, suol dare alle parole 1'ordine
diretto che abbiam chiamato anche grammaticale o logico, di seguire
quell’ordine che esige la comune, abituale maniera di pensare. Perchè l'ordine
diretto, invalso nelle lingue romanze, dovè essere più causa che effetto della
perdita della flessione, o per lo meno causa insieme ed effetto: le desinenze
cominciarono a cadere quando l’ordine delle parole non ne faceva sentire più il
bisogno, e cadendo le desinenze diveniva, d'altra parte, più vivo l’obbligo
d’attenersi a quell’ordine, eh’ era appunto il diretto. La forma più sottile
dell'arcaismo, dice Bréal, è quella per cui s Y fa appello a mezzi grammaticali
che più non esistono nella coscienza popolare. Non si stenta a rimettere in
circolazione parole disusate, ma è molto difficile resuscitare e far
comprendere giri antichi di frase, costrutti complicati a cui non si piega più
la parlata ordinaria. Si fa appello alle sopravvivenze della flessione
materialmente abolita, e la chiarezza del discorso dipende dall’uso di esse più
o meno largo, più o meno acconcio. Maggior uso delle sopravvivenze può fare la
lingua italiana che non la lingua gallese, perchè la lingua italiana porta ora
più impresse, per cosi dire, le tracce della lingua madre, ne serba meglio il
ricordo, e perciò più inversivo è la lingua italiana della lingua gallese, come
più inversivo dell' italiano moderno era 1’ antico. « La survivance, dice Bréal, est une loi du
langage dont il appartieni à chacun, selon l’idiome et selon 1’occasion, de
mesurer les justes limites. Nelle lingue
romanze, osserva Diez, continua 1'uso delle inversioni così comune nella
latina, non solo perchè lo stile di questa, non perduto mai di vista, divenne
per quelle un modello perenne, ma anche perchè in principio le lingue romanze
servirono quasi esclusivamente alle composizioni poetiche, in cui era
inevitabile un ordinamento più libero e più ardito delle parti del discorso.
Anche i rimatori poco colti, aggiunge Diez, sentivano l’attrattiva e la portata
dell’inversione, mentre i colti passavano talvolta i limiti imposti dal buon
senso. E cita queste parole d’una canzone di Pannuccio del Bagno: non manca a
di si gran valenza Signoria provedenza. Bréal
-- la cit. Grammaire ctc. -- È la canz. Di sì alta valenza e signoria,
riportata anche da Ad. Bartoli nella Crestomazia della poesia italiana del
periodo delle origini, Torino. Non pare, come sospetterebbe Diez, che qui la
lezione del testo sia errata. Le quali parole andrebbero così ordinate : non
manca pro- vedenza a signoria di sì gran valenza. Ora il Diez non ha torto, ma
sta, d’altronde, il fatto, che una libera collocazione delle parti del discorso
presentano anche scritture in prosa, lontanissime da ogni intenzione d’arte e
coeve a quelle in verso dianzi rammentate, come, per esempio, i Ricordi di
banchieri fiorentini o quelli di Mattasalà di Spinello senese. Gli è che era
tenace ancora l’impronta della jlingua madre, e nella strut¬ tura della proposizione
e del periodo riecheggiava , per cosi dire, l’abitudine dell’ uso de’ casi, non
smessa da troppo tem¬ po. Tutti sappiamo, che il francese e il provenzale nel
primo periodo della loro storia serbavano due forme di casi, il nomi¬ nativo e
P obliquo, che erano due bei ruderi dell’ antica fles¬ sione. Nome compiuto.
Luigi Speranza -- Grice e Colazza: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’iniziazione – scuola
di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma).
Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Grice: “Having gone to Clifton, I love Colazza – he is into
‘iniziazione’ – specially in the equites of ancient Rome, but not much
different from mine!” Di una famiglia dell'alta borghesia romana, e istruito
agli studi umanistici e si laurea a Roma. Cultore dell'esoterismo e delle
dottrine massoniche e teosofiche. Fonda il club antroposofico in Italia. Dall'incontro
con l'antroposofia C. apprese l'esigenza di seguire pratiche spirituali di
concentrazione adatte al contesto occidentale, coltivando in particolare la
«via del pensiero cosciente». Altre
opere: Dell’iniziazione (Tilopa); La magia del noi di Ur (Edizioni
Mediterranee). Evola e l'esperienza del Gruppo di Ur. A strong anthroposophical influence came from C.
and Duke Giovanni Colonna di Cesard. Close to the group,
which adopted the name UR, were Kremmerz, founder of the Fraternity of Myriam. Sedute
spiritiche che si svolgevano in casa dell'amico C., e che talvolta si
protraevano sino all'alba. SPUNTI DALLA CONFERENZA TENUTA IN ROMA CIRCA IL TEMA
DELL’INIZIAZIONE. VENERAZIONE E CALMA INTERIORE. Il saggio l’Iniziazione mi fu
consigliato da Steiner in francese a Piazza Spagna, come un saggio importante, da
tenere sempre presente come guida.
L’uomo così come nella vita quotidiana serve a poco o niente per il mondo
dello spirito. Siguo Steiner più o meno il saggio, aggiungendo poi altri insegnamenti
estremamente utili per ottenere reali risultati. La nostra persona, di cui
siamo coscienti, è solo un riflesso del nostro ‘noi’. È molto utile per giungere
alla conoscenza del nascosto ‘noi’, distinguere e separare in noi il pensare
che p, il sentire che p e il volere che p. Cita l’aneddoto di Eurialo e Niso,
che viveno nell’illusione di essere il suo ‘noi’ contingente. L’esoterismo e facile,
se si conforta sempre donandoci personali indicazioni, circa gli esercizi e la
pratica esoterica. Ma ora, invece dobbiamo cercare fedelmente e scrupolosamente
quello che possiamo accogliere e applicare a noi stessi. Si dice che è importantissimo cominciare
sviluppando il sentimento di ‘venerare’. Non bisogna fraintendere il concetto
di venerazione con uno stato di esaltazione interiore dovuto all’insegnamento
che il tutor ci può dare e che noi accettiamo per co-ercizione intellettuale o
sentimentale o per atto di fede: ma non è assolutamente questo. Il fatto da
riconoscere è questo. Il calore dell’anima è vita stessa per l’anima.
L’accogliere freddamente contenuti spirituali, ci riempie soltanto il ‘noi’ di
nozioni, senza far penetrare la forza dello spirito. La venerazione e il calore
di nostre anime sono l’attività di nostre anime stesse. Bisogna aprirsi a tali
rivelazioni della psicologia filosofica come dottrina dell’anima, con
atteggiamento di venerazione. I meravigliosi quadri circa l’evoluzione del
cosmo devono risvegliare in noi ammirazione, meraviglia e riconoscenza per la
gerarchia. Tale stato di nostre anime
destano in noi questo calore, la venerazione per co-esseri e fatti spirituali,
ai quali siamo debitori. Astenersi dalla
critica e dal giudizio, cercare di cogliere nell’altro non il difetto, ma la
qualità migliore, incoraggiare ciò che vi è di meglio. Il biasimo è energia
perduta. Il sentimento positivo e buono e per le nostre anime come la qualità
dell’aria che inspirando mettiamo in circolo nel corpo. Più è pura, più saremo
sani. Il godimento rappresenta una lezione per l’uomo quanto il dolore,
soltanto che è più difficile leggervi dentro. Non bisogna fermarsi alla
sensazione del piacere, ma ricercare nel godimento il contenuto più elevato da
cui promana, che ne è l’artefice e il senso, ma la sua essenza più intima.
Occorre coltivare momenti di raccoglimento, lavorando sui ricordi: rievocare
immagini mnemoniche di fatti passati, o della giornata trascorsa ricercando
nelle nostre anime l’eco di ciò che aleggia in quelle passate percezioni.
Bisogna passare in rassegna gli eventi con meticolosa analisi, oggettivarli,
senza applicare alcuna speculazione né alcun giudizio; osservare tutte le
concatenazioni, semplicemente contemplarle in modo neutro, lasciando che siano
esse a svelarci qualcosa. Noi dobbiamo fare il silenzio. Tale lavoro equivale
ad anticipare ciò che avviene nel sonno, quando la gerarchia penetrando nel
nostro corpo astrale e nel ‘noi’, inseriscono i loro giudizi. L’impazienza è un
perdere energie. Il tono generale della preparazione è quello di una ri-educazione
su nuove basi, della vita di pensiero e di sentimento, tramite speciali
esercizi. Bisogna entrare nel ritmo della ripetizione, senza lasciare che la
nostra natura inferiore si ribelli, rifuggendo gli esercizi. La noia è un
grande nemico. Bisogna osservare una pianta in pieno sviluppo afferrando tutti
i dettagli; osservarla e riceverne una percezione così chiara che, chiudendo
gli occhi, possa rimanere come chiara immagine interiore di fronte a noi.
Esercitarsi con la forma esterna cercando ad occhi chiusi di ricordarla,
visualizzandola. Quando si riceve un’esperienza non bisogna assolutamente
tradurla in concetti con le parole: bensì mantenerla in sé e coltivarla. Altra
cosa importante da fare è dirigere l’attenzione sul mondo dei suoni. Analizzare
e realizzare la differenza fra i suoni di origine minerale immota, e quelli di
natura vegetale o animale. Fra lo scroscio dell’acqua, il fruscio delle foglie
nel vento, il rotolare di una pietra e il rumore di una macchina vi è una
diversa manifestazione delle forze cosmiche. Cessato il suono, dobbiamo
prolungare in noi il suo effetto, ma non attraverso l’udito, ma tramite
l’orecchio dell’anima, senza immaginare nulla: aspettare in silenzio il sorgere
di qualcosa. Le potenze spirituali non si trovano e si lasciano trovare come
avviene nel mondo sensibile quando si va a monte di un effetto per ritrovarne
la causa: sono Esse a decidere per loro deliberazione, se è lecito o no farsi
percepire dal ricercatore. Sono Esse che devono e vogliono trovare l’uomo, solo
se posto in un determinato stato di accoglimento interiore. Le percezioni
immaginative si manifestano come impressioni interiori paragonabili ad
impressioni suscitate in noi da un dato colore fisico; la percezione soprasensibile
appare rivestita da un colore perché il suo contenuto animico è affine a ciò
che quel dato colore equivale corrispondentemente come manifestazione animica.
La percezione di un rosso osservato nel mondo fisico, genera in noi un
particolare sentimento, contenente qualità animiche: l’Entità che ci appare
immaginativamente se ha in sé del rosso, significa che contiene in lei delle
qualità e dei contenuti animici affini a ciò che nel mondo fisico ci appare
come rosso. E’ un grave errore ritenere che ci si deva attendere nel mondo
spirituale come una ripetizione più sottile delle forme del mondo fisico. Lo
spirituale ha qualità totalmente dissimili dal fisico. Bisogna sviluppare
sempre più simpatia e compassione verso gli uomini e gli animali e sensibilità
per la bellezza della natura. IL NON VEDERE RISULTATI DURANTE IL TIROCINIO. Spesso
il discepolo non si avvede degli effetti e dei risultati derivanti dagli
esercizi occulti. Ciò è dovuto al perché si tende a guardare fisso in una
direzione, attendendosi di ricevere qualcosa solo da quella direzione, senza
accorgersi che ciò che invece è arrivato, promanava a noi da un’altra
direzione. Vi sono due gravi ostacoli nella percezione immaginativa: presupporre
e attendersi in modo personale ciò deve avvenire; confondere le percezioni di
colore con le sensazioni di colore fisico, quasi cercando con gli occhi
all’esterno, ciò che invece può apparire solo interiormente. Le percezioni di
colore o di forma, non promanano dall’ente osservato, ma sorgono in noi, nascendo
dalla nostra interiorità. La conferma circa l’autenticità di aver avuto una
vera esperienza spirituale è confermata dall’avvertire in sé il sentimento di
aver come sperimentato uno stato già provato; non che l’immagine percepita ci è
a noi nota, ma che il sentimento provato durante l’esperienza è un qualcosa di
già vissuto, in un passato remotissimo (atlantideo o lemurico). È un primo passo verso il riconoscere in
coscienza il proprio primordiale passato, quando si era in completa unione con
il mondo spirituale. ESERCIZIO DEL SEME. Osservare con gli occhi fisici un
seme: forma, colore, peso, dimensioni, rapporti. Fatto ciò, occorre
interiorizzare l’immagine, astraendosi dalla percezione fisica del seme,
sforzandosi di visualizzarlo nel campo della propria coscienza, ad occhi
chiusi. Si pensi che in esso è virtualmente presente in potenza l’intera
pianta: vi è in lui un’Idea, una Legge naturale invisibile che lo governa, la
quale manifesterà in un futuro sulla Terra la pianta in lui ora nascostamente
contenuta. In lui dimora una potentissima forza vivente, che si cela alla
nostra vista, invisibilmente. Rappresentarsi poi il processo temporale, di
crescita in successione, nel triplice ritmo della sua costituzione:
radice, fusto, fogliame, fiori, frutto.
Non è importante curare i dettagli, ma sentire la forza di questa
manifestazione, la potenza creativa che si esprime nell’espansione dirompente
delle forze insite nel seme. Quel che noi sentiremo come potenzialità espansiva
è l’elemento invisibile del seme: la forza eterica. Il ritmo perenne del mondo
vegetale trascende il seme stesso come dato immediatamente sensibile e
percepibile. Ci si volga di nuovo al seme (aprendo gli occhi?) collegando ad esso
l’intero processo immaginativo delle potenziali forme di crescita,
dell’invisibile che è diventato visibile. La forza che ne risulterà si tradurrà
in noi come facoltà di visione: una specie di nube luminosa, una specie di
piccola fiamma di colore lilla-azzurro, aleggiante intorno al seme. Ciò è la
vivente forza vitale che edificherà la pianta. ESERCIZIO DELLA PIANTA. Osservare
una pianta in completo sviluppo, sforzandosi di vedere in essa
immaginativamente l’attuarsi del ciclo seme-pianta-fiore-frutto seme,
realizzando così un senso di perennità della vita vegetale, espressa nella
sintesi della forma della pianta stessa. In un certo senso, è come se dalla
pianta-spazio momentanea, si estraesse la pianta-tempo, ossia l’Idea totale o
Essere di specie vegetale a cui appartiene quella pianta. Pensare poi che vi
sarà un tempo in cui questa pianta non esisterà più, sarà scomparsa. Questa
pianta verrà annientata, ma non la sua specie: essa ha generato dei semi
tramite i quali, l’Idea della specie continua l’esistenza in altre piante.
Senza distogliersi dalla percezione spaziale fisica della pianta, bisogna
sovrapporvi l’immagine di ciò che ella sarà nel futuro, che avvizzisce e che
appassisce, disseccandosi, di quella realtà celata ai nostri occhi. La pianta
morirà, ma non morirà l’idea o la legge che l’ha generata e fatta agglomerare.
Questo trasportarsi nella dimensione delle potenzialità ora latenti, della
pianta in oggetto, produrrà in noi la visione di una fiamma. Un’indicazione
personale che voglio offrire, è di cercare di contemplare le forme, partendo da
una diversa prospettiva rispetto quella usuale. Se si osserva una pianta,
solitamente il fusto è perpendicolare all’asse degli occhi. Si provi a piegare
la testa, in modo che esso diventi parallelo all’asse degli occhi. Il
modificare il modo abituale di vedere, favorirà l’esperienza spirituale.
L’obiettivo di questi esercizi è di trascendere l’oggetto percepito per
arrivare al suo contenuto immaginativo. ESERCIZIO DELL’UOMO. Prendere in esame
il ricordo di un evento in cui abbiamo assistito alla trasfigurazione nei
movimenti e nei gesti di un individuo preda di un fortissimo desiderio.
Sforzarsi di sentire in noi quel sentimento di brama o desiderio. Pur sorgendo,
trasferendo in noi tale sentimento, esso deve rimanerci estraneo, tanto da
poterlo osservare obiettivamente, senza parteciparvi con sentimenti e pensieri.
Appariranno diverse gamme di sfumature di colori. Altro errore è di compiacersi
inavvertitamente o di stupirsi nell’attimo in cui si ha un’esperienza
spirituale: si genera difatti un’onda nel sentire che annega l’esperienza
stessa. Altra qualità indispensabile da sviluppare è il coraggio o
intrepidezza. Certe esperienze spirituali, dalle quali siamo ordinariamente
protetti alla loro percezione, sono impossibili da sostenere senza tale
qualità. Aver fiducia nelle potenze spirituali, è come aprire un varco ad esse
verso di noi: se veramente desideriamo da loro un aiuto, attraverso la fiducia
in esse verremo soccorsi e sostenuti. LA DIETA ESOTERICA. L’alcool è da
evitare, anche durante i pasti e anche se assunto in piccole quantità: esso
immette nel sangue un elemento anti-Io che si oppone all’autonomia dell’Io; una
specie di neutralizzatore fisico dell’esperienza spirituale. L’alcool limita,
distorce o impedisce la possibilità di giungere ad una percezione cosciente del
mondo spirituale. Bisogna giungere a sentire spontaneamente ripugnanza, un
naturale disgusto verso la carne; essa contiene sostanze che favoriscono
l’irregolare autonomia di certe condizioni del corpo astrale. Inoltre essa
paralizza le forze contenute nel ricambio, le quali sono di natura prettamente
spirituale. I vegetali che si sviluppano sotto terra, senza la luce solare,
come funghi, legumi, sono meno indicati di altri che si impregnano di luce
solare, come i pomodori o le arance. GLI EFFETTI SUL CORPO FISICO SUSCITATI
DAGL’ESERCIZI. Tutti gli esercizi antroposofici, tendono a realizzare una
maggiore mobilità del corpo eterico: nell’antichità, per ottenere questo ci si
aiutava attraverso particolari tecniche di respirazione. Oggigiorno, tali
pratiche sono dannose: si realizzano difatti degli strappi fra l’eterico e il
fisico; se tuttavia se si verificasse qualche esperienza spirituale, sarebbe
priva di controllo, casuale. Le pratiche respiratorie sono sconsigliabili. A
seguito degli esercizi antroposofici, la respirazione assume spontaneamente un
nuovo ritmo. La mobilità del corpo eterico offre la possibilità di percepire il
proprio corpo fisico come un elemento estraneo. Si possono, durante il
tirocinio esoterico, avvertire delle trasformazioni che possono, ma non devono
venir interpretate come anomalie patologiche. Si può avvertire, come non prima,
il proprio sistema osseo interno come un peso. Un’altra sensazione è
sperimentare i propri muscoli come percorsi da correnti; si sente scorrere
qualcosa nel sistema muscolare, quale moto del corpo eterico. Si può poi avere
la sensazione che la nostra coscienza sia distesa e diffusa non più solo nella
testa, ma lungo tutto il sistema circolatorio, nel sangue ove vi è il nostro
noi. Si avverte poi il il centro del proprio essere nel centro del cervello,
mentre nella periferia di esso si percepisce la zona ove opera e agisce la
memoria rappresentativa. Il sistema nervoso comincia a rendersi indipendente
dalla corrente sanguigna. Si ha poi la percezione di avvertire l’indipendenza e
l’individualità dei singoli organi interni. Ciò vale anche per gli organi di
senso, che sembrano come attaccati al nostro essere. I SENSI. Il tatto non è un
senso, ma un urto contro il mondo esterno; tramite gli altri sensi, evocando le
relative percezioni di gusto, odore, suono e vista per poi cancellarle
ispirativamente, è possibile ritrovare la loro origine spirituale. Il gusto è
un organo di percezione dell’etere cosmico. L’olfatto fa percepire l’etere
vitale. L’udito è l’involuzione di un organo dell’epoca lunare, allora predisposto
per la percezione dell’armonia delle sfere. Il senso del calore ci rimanda
all’antico Saturno. La vista ci permette di percepire la manifestazione
dell’etere di luce. Un sintomo evidente dell’effetto degli esercizi è sulla
memoria: essa viene man mano a perdersi, per venir sostituita da un’altra
facoltà mnemonica non fondata come questa su ricordi visivi e uditivi, ma su
ricordi o immaginazioni eteriche. Il vero serbatoio della memoria non è il
cervello, ma il corpo eterico: qui ogni cosa viene registrata, racchiusa e
conservata. Procedendo dal presente a ritroso, rievocando stati d’animo
sperimentati, sarà possibile ritrovarvi eventi dimenticati. Nel sentire, si
risveglia la memoria. Occorre sviluppare presenza di Spirito: abituarsi ad una
grande autodeterminazione, imparando a decidere con immediatezza, senza
esitazioni. Occorre poi di decidere responsabilmente di non tradire il mondo spirituale,
una volta conseguite le facoltà iniziatiche. Il comunicare insegnamenti a
qualcuno che non ne sia preparato, significa assumersi anche la responsabilità
karmica delle eventuali conseguenze, circa il buono o cattivo uso che questi ne
farà. Lo stare in segreto non deve significare darsi arie misteriose, ma solo
non voler nuocere ad altri. Tutto ciò che ci porta alla nostalgia del nostro
passato, è una tentazione luciferica. Bisogna cessare di contare i giorni, i
mesi e gli anni trascorsi senza risultati nella disciplina. La parola chiave è
Pazienza. L’impazienza rappresenta un ostacolo: il mondo spirituale per potersi
rivelare, per aprirsi un varco, ha bisogno di trovare nel discepolo calma
attesa, per potervisi riversare. MITEZZA E SILENZIO. Le potenze spirituali sono
in continuo fermento, in perenne attesa per poter essere accolte dall’uomo,
purché trovino le giuste condizioni che glielo consentano: esse, datrici di
Amore eterno e altruista, trepidano nella fremente attesa di poter
riabbracciare i loro fratelli minori. Più che anelare di muoversi incontro a
loro, è più giusto intendere che la via giusta è sapersi aprire ad esse. Esse
possono riversarsi in noi solo se trovano purezza interiore; esse sono sempre
pronte, dai limiti della nostra coscienza, a connettersi con noi. Sono soltanto
i veli della personalità soggettiva, l’irrequietezza, i timori, gli impulsi
inferiori, a impedire loro di avvicinarsi. Ogni sforzo nel guardare o udire
fisico, ogni reazione istintiva, paralizza i sensi spirituali. Bisogna
rinunciare alla suscettibilità e alla collericità: tacitare le passioni e i
desideri. Bisogna svincolarsi dalla forza del desiderio, che impedisce la
percezione dello Spirito. Padronanza di sé: dominio dei sentimenti che sorgono
spontaneamente in noi. È consigliabile nei rapporti con gli altri, non la
durezza, ma la mitezza. La durezza erige una barriera invalicabile, spezzando
un’ulteriore comunicazione. Mitezza e silenzio: positività e astensione dalla
critica. Si consiglia di ritirarsi ogni tanto dall’ambiente della vita di tutti
i giorni, per raccogliersi e meditare in mezzo alla Natura. Il rumore della
vita quotidiana, può impedire il manifestarsi degli effetti degli esercizi. Il
discepolo mano a mano si libera così della vita istintiva e dei caratteri
ereditari della sua razza e famiglia: si svincola dall’azione delle entità spirituali
corrispondenti. Occorre sempre chiedersi se si è degni di questa libertà
interiore che si vuole conseguire e se si ritiene di avere le forze necessarie
per sostenerla, affinché tale libertà agisca positivamente e correttamente. LE
sette CONDIZIONI PER LA PREPARAZIONE ALLA VIA OCCULTA. La salute fisica è
connessa al karma: molte volte occorre chiedersi se non vi sia qualche cosa nel
campo morale che gravi sul fisico, da purificare o da espiare, che ne impedisca
l’atteso miglioramento. Per la salute del corpo occorre sopratutto coltivare la
chiarezza del pensare e del discernimento nelle impressioni ricevute dal mondo
esterno. Prima di parlare o di esporre una propria considerazione o
un’opinione, occorre stabilire con chiarezza il pensiero da formulare in
immagini: non è bene difatti cercare a tutta prima le parole idonee, ma
soprattutto la figura d’insieme da cui partire. È l’immagine che deve far
scaturire l’espressione dialettica. Sentirsi un arto della vita universale, una
parte di questa, superando ogni senso di separazione. La sostanza divina è solo
apparentemente e necessariamente ripartita nel cosmo: lo scopo finale
dell’evoluzione è comunque ricostituire un’unica entità spirituale. Bisogna
aspirare ad essere ciò che si vorrebbe gli altri fossero. 3- Si deve divenire
consapevoli che i pensieri e i sentimenti hanno la stessa valenza e importanza
che le proprie azioni: il movimento del pensiero e dei sentimenti è altrettanto
concreto quanto le azioni fisiche operate sul mondo esteriore. Ciò originerà
responsabilità per il circostante ambiente animico e fisico. I pensieri
permangono e si diffondono, comprendendo nei suoi effetti una moltitudine di
esseri. Operare secondo i puri impulsi dell’Io superiore, non dell’Io
inferiore. Si deve prendere coscienza che il corpo fisico, nel quale
solitamente ci s’identifica, è solo uno specchio, un arto dell’interiorità. Educarsi
al mantenimento di una decisione presa; il rinunciare è un cadere nel vuoto
dell’incoerenza e dell’indeterminatezza: è mancanza di forza dell’Io. Non
bisogna assolutamente mai, prendere decisioni o fissare regole, mentre ci si trova
travolti dall’onda di un moto passionale o di un impulso emotivo. Occorre
essere riconoscenti, grati al mondo esterno e allo Spirituale. Si deve
ricordare che nell’era di Saturno, Tutto era Uomo, e che solo grazie al frutto
del sacrificio di altri esseri spirituali e esseri fisici rimasti indietro nei
regni inferiori, è stato possibile configurare l’umanità attuale. Ringraziare
per il sostentamento giornaliero. Considerare la vita e agire in essa, secondo
la direzione enunciata nelle precedenti condizioni: dare un’impronta unitaria
ed equilibrata alla vita facendo in modo che le finalità delle proprie azioni
siano determinate dalle attitudini sopra descritte. Molte cose devono essere
abbandonate, e molte altre acquisite per porsi al servizio del divino. LA
POSTURA NELLA MEDITAZIONE. La terra è percorsa perpendicolarmente e
orizzontalmente da correnti, che possono favorire o ostacolare la meditazione.
Le correnti perpendicolari favoriscono: occorre pertanto avere la colonna
vertebrale verticale rispetto alla superficie terrestre. La posizione distesa,
supina, invece accoglie le correnti orizzontali dirette alle specie animali,
inducendo automaticamente ad un tipico stato semisognante. I FIORI DI LOTO. Il
corpo eterico è percorso da innumerevoli correnti che muovono in senso
longitudinale o circolare radiale. Durante la veglia, il corpo astrale rimane
connesso spazialmente al corpo fisico; quando si apre nel discepolo la
coscienza spirituale, il corpo astrale si espande in proporzione dello spazio
che può essere percepito, ossia diviene grande quanto il suo campo di
percezione. Non si parla diffusamente del loto a due petali, fra gli occhi,
perché esso è connesso con il risveglio di forze che appartengono alla
chiaroveggenza primitiva. Non vi è alcun cenno, per ragioni di sicurezza, del
loto della zona basale kundalini e del loto1000 petali, sul capo. In un lontano passato, i fiori di loto erano
attivi; poi lentamente hanno cessato di funzionare. Attualmente solo la loro
metà è attiva; con il lavoro interiore essi si ridestano, cominciando a
muoversi e ad illuminarsi. I centri a sedici, (laringe) dodici (cuore)e dieci
petali (stomaco), attivati, conferiscono la padronanza assoluta sull’Io inferiore.
IL LOTO A SEDICI PETALI (laringe). Gli esercizi della preparazione e dell’illuminazione
tendono ad attivare tale centro. Si tratta principalmente di lavorare nel campo
delle idee, curando la moralità nell’uso delle parole e la qualità di buon fine
delle proprie risoluzioni prese. Tale centro, attivato, conferisce la capacità
di entrare in comunicazione con altri Esseri tramite il pensiero (telepatia). Le
condizioni da realizzare sono otto, ciascuna equivalente ad ogni petalo
dormiente: Formarsi rappresentazioni il più fedeli possibili del mondo esterno,
prive di fantasia personale, eliminare l’impulsività, le reazioni dettate dall’emotività;
le parole usate in un discorso devono essere sempre rigorosamente connesse
all’argomento; ogni gesto e atto deve
essere sempre in piena coerenza alle idee e alle risoluzioni prese; organizzare,
pianificare concretamente la propria vita; verificare la saldezza, la moralità
e la giustezza delle proprie aspirazioni;
imparare ad osservare retrospettivamente gli eventi della vita; la giornaliera meditazione per interrogarsi
sulla propria fedeltà alla linea tracciata dalle sette condizioni precedenti. È
di vitale importanza sviluppare la veridicità; dire sempre la verità
promuovendo la perfetta corrispondenza fra mondo esteriore e mondo
interiore. A volte non è molto
altruistico dire la verità, ma lo scopo morale non evita il senso di giustezza.
Non mentire mai ai bambini e non fare loro mai promesse senza mantenerle. MORALITA’
E CONOSCENZA. Il loto a due petali, nel centro frontale, ha una particolarità:
anziché ruotare come gli altri, una volta attivato, esplica la sua azione
sporgendosi all’esterno, prolungandosi in direzione orizzontale in una forma a
due rami, con il compito di portare fuori il corpo eterico. Per mezzo di tale
centro, si formano sia le correnti eteriche che scendono verso la laringe e il
cuore, sia quelle che muovendosi verso le mani, costituiranno il vero e proprio
reticolo che renderà il corpo eterico, un intero organo di percezione. Bisogna suscitare un rispettoso silenzio riguardo
le proprie esperienze, sia con gli altri, sia con sé stessi: occorre
accoglierle così come si presentano, senza tradurle in rappresentazioni. Lo sviluppo dei Fiori di Loto tende a
trasformare tutto quello che, nascendo come natura istintiva, si presenta
incoerente e non ordinato in un volitivo campo d’azione per l’armonia delle
forze spirituali. IL LOTO. A duodice PETALI (cuore). Tale loto conferisce la
percezione delle forme. Come gli altri,
anche questo centro si sviluppa coltivando alcune qualità: le condizioni da
realizzare sono sei (i sei esercizi fondamentali), ciascuna equivalente ad ogni
petalo dormiente. Controllo del pensiero; connettere, partendo da un tema o da
un oggetto comune, vari pensieri in modo logico e conseguente, distaccandosi
così dall’usuale pensare automatico istintivo; in presenza di persone che
parlano in modo automatico, superficiale o poco logico, bisogna non intervenire
correggendole, ma comporre mentalmente la corrente dei pensieri deformi e
correggerli dentro di sé, interiormente senza esporli fuori di sé. Controllo
delle azioni; uniformare l’azione al pensiero, perdere l’automatismo dato dagli
istinti, prestando attenzione ai propri gesti, alle posture, ai movimenti, in
modo che non avvenga che le nostre azioni possano venire determinate da impulsi
inconsci non passati al vaglio cosciente del nostro pensiero. Pratica della
Perseveranza; perdere la volubilità, la lunaticità, compiendo e portando sempre
a termine le decisioni, gli obiettivi, i metodi, gli esercizi o le
determinazioni prese. Controllo della tolleranza; sviluppare la conoscenza dei
motivi e dei limiti di chi sbaglia, per giungere alla comprensione degli errori
altrui, onde sostituire l’istintivo impulso di criticare o giudicare; occorre
far nascere in sé il desiderio di voler essere utili all’altro tramite consigli
o considerazioni costruttive, non con giudizi che bloccano la sua evoluzione. Pratica
dell’obiettività o spregiudicatezza; non respingere immediatamente qualcosa che
ci venga detta, e parimenti non rifiutarsi di rivalutare o riconsiderare cose
da noi già appianate e conosciute; Sviluppo dell’Imperturbabilità; equanimità,
equilibrio degli esercizi sopracitati; esercitarsi a controllare o sospendere
le normali reazioni emotive. Lo sviluppo dei fiori di Loto è una disciplina
certamente difficile, ma non impossibile. ESERCIZIO CONTRO L’APPRENSIONE. Un
buon esercizio è, durante la giornata, quando un pensiero particolarmente
importante ci assilla, ci dà apprensione, divenire capaci di sostituirlo con
un’altro pensiero completamente diverso, da noi prescelto. IL LOTO A diedici
PETALI (Stomaco). Il risveglio di tale centro consente di percepire negli altri
le potenzialità future e le capacità latenti di Esseri o Entità. Per il suo
sviluppo non sono state predisposte qualità particolari da sviluppare, ma
piuttosto si tratta di generare un equilibrio armonico, traendolo dall’intera
condotta di Vita. Occorre considerare la
totalità del proprio mondo interiore: l’origine delle cosiddette idee
spontanee, dei gusti personali, dei sentimenti di simpatia e antipatia. Per la
coscienza ordinaria, l’Origine di tali suddette inclinazioni è ignota: esse
risiedono nel corpo eterico, il quale registra molte impressioni che sfuggono
alla nostra coscienza. Per divenire consapevoli delle cause che hanno originato
tali inclinazioni occorre, riandando indietro nel tempo, risvegliare
interiormente il ricordo di ciò che può averle determinate e sottilmente
impresse in noi come tendenza del gusto, dell’istintività, dell’avversione o
simpatia. In tal modo si produce anche un grande risveglio della memoria: ci si
immette nella corrente della memoria eterica. IL LOTO A sei PETALI (all’interno
dell’addome). Tramite esso, si può entrare in intimo contatto con esseri
spirituali. Si sviluppa tramite l’armonica cooperazione di corpo, anima e
spirito. Deve sorgere la spontaneità del pensare, del sentire e dell’agire
immersi nello spirito: incedere senza combattere. Non è bene limitarsi e
insistere nel lottare duramente contro una propria inclinazione o tendenza
molto pronunciata; se tale difetto è così preponderante, a volte lo si può solo
dominare o controllare, ma non annullarlo. Si consiglia piuttosto di nobilitare
e sublimare le proprie passioni e istinti, anziché procedere con fustigazioni
tendenti al voler tenerli a bada con lotte e rinunce. Occorre divenir capaci di
sperimentare la gioia di servire nello spirito e per lo spirito. ALCUNE
PARTICOLARITA’ SUL CORPO ETERICO E SUI CHAKRAS. L’intero corpo eterico è sempre
in perenne movimento: è percorso da correnti che si muovono continuamente,
seguendo la circolazione sanguigna. Il centro, o perno del corpo eterico è da
localizzarsi nel Loto del Cuore: tramite esso tutti i processi si trasmettono
agli altri centri, recando con sé ripercussioni della sua eventuale
imperfezione. Esso è un organo di natura Solare. Nella zona centrale della
testa vi è un punto specialissimo in cui corpo eterico e corpo fisico sono
congiunti; qui inizialmente si formano le correnti del corpo eterico. Prima di
rendere operativo il fiore a 12 petali, nel cuore, occorre predisporre un
centro provvisorio nella testa, per rendere possibile uno sviluppo interiore
condotto in piena coscienza. Successivamente, dopo aver raggiunto un giusto
stadio di controllo cosciente delle attività di pensiero, tale centro dovrà
venir trasferito nella sua vera sede, presso il Cuore. Gli esercizi di
concentrazione e meditazione hanno lo scopo di attivare tale centro nella
testa, per poi far discendere nella Laringe e poi nel Cuore l’attivazione.
RIEPILOGO DELLE ESSENZIALI FACOLTA’ DA SVILUPPARE. Facoltà di discernere il
vero dal falso. Capacità di valutare il giusto dallo sbagliato. I sei esercizi
fondamentali. L’amore per la libertà interiore. CONSIDERAZIONI SULLA VIA
INIZIATICA. Durante il cammino Iniziatico può capitare di avvertire una specie
di senso di maturazione interiore, di compimento; sentire di essere pronti per
qualche cosa. E’ relativamente facile
contemplare l’intero cammino iniziatico attraverso un libro, difficile però
realizzarlo con la stessa continuità, puntualità, perseveranza e coerenza nella
vita: nella vita non è come nel libro, dove un passo viene descritto uno dopo
l’altro; a seconda delle occasioni e delle situazioni individuali ogni passo
può svilupparsi prima o dopo, in modo assolutamente non conseguente.
L’ESPERIENZA DELL’ NOI’ E LA CONTINUITA’ DELLA COSCIENZA. Il corpo eterico è di
per sé, un principio spirituale: è connaturato con il tempo, è fatto di
sostanza temporale. L’uomo non ha assolutamente alcun potere di interferire o
di influenzare le forme pensiero, di sentimento, di desideri o passioni da lui
generate. Una volta emanate, queste forme non possono più venire controllate.
Durante lo sviluppo occulto, in un primo momento, il sé superiore si pone di
fronte al proprio mondo inferiore, il suo Ego. Si ha la percezione che tutto che era la
nostra natura interiore, prende forme che tendono a venirci addosso, incontro
dal di fuori. Si verifica un rovesciamento delle immagini, tipico del mondo
astrale. Il praticare esercizi in modo
non corretto, disordinato o incosciente, senza essere sorretti da una solida
base, potrebbe causare la percezione di queste forme pensiero in forme
ossessionanti ed aggressive, quali animali o esseri orridi, traendone terrore e
anche possessione. Ciò è la percezione della propria anima: tale evento è però
indispensabile e necessario per la realizzazione del Sé superiore. E’ qui che
comincia l’esperienza dell’Io. La vera realizzazione del Sé superiore comincia
quando, si possa vedere la sua immagine. IL LOTO A due PETALI (Centro frontale).
L’ esperienza immaginativa del Sé superiore viene attuata tramite il loto a 2
petali (fronte), il quale illumine gli enti e gli esseri spirituali. Lo sviluppo del Loto a due petali si consegue
tramite lo studio e la meditazione degli insegnamenti della scienza dello
spirito, in particolar modo ciò che concerne la gerarchia. Tale facoltà
rappresentativa, deve essere coltivata tramite l’immagine interiore dei quadri
immaginativi forniti dall’Antroposofia, inerenti all’azione interattiva,
passata, presente e futura della gerarchia nel cosmo, in tutto ciò che è
rintracciabile come loro impronta. L’intero quadro cosmico dovrebbe venir
sentito il più possibile come un panorama simultaneo. A poco a poco la realtà
spirituale si sostituirà all’immagine, venendo da questa evocata, facendo
apparire veri fatti e veri esseri spirituali. Tutti gli esercizi preparano
nella coscienza la sede atta ad accogliere la realtà spirituale da raggiungere:
costruiscono quasi la sua immagine, affinché questa possa poi diventare reale
esperienza. Si arriva poi alla conoscenza delle proprie ripetute vite terrene:
il karma. A questo punto l’anima si è congiunta con il Sè superiore, con la
sorgente del proprio essere. Da questo momento il discepolo non torna più
indietro perché, compenetrato dal Sé superiore, non sente più l’attrazione di
quanto gli è inferiore. LE COMUNICAZIONI AL RISVEGLIO. Durante la vita di
veglia, l’uomo si trova davanti ad un mondo incompleto, mentre durante il sonno
ha la possibilità di vivere nel mondo delle cause, in una completezza. La
coscienza di sonno senza sogni è una forma di conoscenza superiore; una facoltà
percettiva corrispondente a quella uditiva. I primi messaggi di quel mondo si
percepiscono come pronunciati da sé stessi a sé stessi. Si ha come la
sensazione di parlare a sé stessi, di rispondersi, quando in realtà parlano in
noi esseri spirituali. Tali sensazioni avvengono al mattino, nel risveglio:
sono cenni del progresso spirituale. Prima si sperimenta solo l’impressione di
aver ricevuto qualcosa, qualcosa che non si riesce a definire. Poi, i rapporti con gli esseri spirituali
assumono la caratteristica di domanda e risposta; si sente al risveglio una
voce interna donante luce e chiarezza alla propria vita interiore e alla vita
esteriore. Non è bene sforzarsi di ricordare le esperienze notturne di sogno,
ma lasciarle sorgere spontaneamente. A poco a poco queste sensazioni al
risveglio, questi messaggi diventeranno sempre più chiari, così da portare
nella vita di veglia tutte le esperienze della vita spirituale vissuta durante
la notte: si instaurerà la continuità fra lo stato di veglia e lo stato di
sonno senza sogni. Una volta stabilita, tale continuità di coscienza verrà
portata dal discepolo anche attraverso le porte della morte, e con essa la
stessa pienezza del ricordo nella vita fra morte e nuova nascita. Condizione indispensabile
per tale realizzazione è la pratica della concentrazione, meditazione e
contemplazione. Il discepolo potrà porre delle domande in meditazione, durante
lo stato di veglia: riceverà le risposte durante il sonno senza sogni: ciò è
l’inizio di un colloquio fra esseri spirituali. Il vero scopo dell’Iniziazione
consiste nell’instaurare la continuità della coscienza. Ciò è una mèta assai
lontana, ma dirigendosi verso di essa si possono cogliere degli sprazzi di luce
che indicano le tappe del cammino e ne danno la certezza. LA SEPARAZIONE DEL
PENSARE, SENTIRE E VOLERE. Tale realizzazione pone il discepolo ad esperienze
inevitabili, che sono dure e difficili; la liberazione delle tre facoltà umane
è assolutamente necessaria per lo sviluppo degli organi spirituali. Sono tre i
pericoli in cui si può incombere. Pericolo del Pensare: divenire astratti
teorici pensanti, distaccati dalla vita, freddi e indifferenti nei confronti
dell’esistenza, che trovano soddisfazione solo nel proprio pensare in
solitudine; Pericolo del Sentire: una natura sensuale può sentirsi trasportata
in un sentimento di devozione eccezionale, fanatica, in un estremo godimento
del contenuto della propria coscienza mistica; Pericolo del Volere: divenire
super-attivi, trovando appagamento solo nel modificare il mondo esteriore,
lasciandosi dominare e trasportare da altri. LA LIBERTA’E L’INDIVIDUALISMO
ETICO. Solitamente le tre forze dell’anima si esplicano in modo immediato,
istintivo con un loro habitus personale; il discepolo deve distaccarsi da tale
automatismo innato, predisposto in lui.
Il fatto di poter dominare le reazioni e i sentimenti conferisce a tutto
l’essere un senso di forza e di stabilità, poiché le emozioni non hanno
autorità sul suo equilibrio. L’equilibrio interiore si deve fondare su di una
nuova personalità morale, il quale deve conferire al discepolo la coscienza di
ciò che deve agli altri, di ciò che deve al mondo spirituale e a ciò a cui deve
la ragione della propria esistenza. La Libertà prevede che si sia superato l’egoismo,
che si sia raggiunto un tale grado di moralità e di equilibrio da poter
cominciare a vivere non più per sé stessi, ma per l’umanità.Il discepolo
diviene consapevole di dipendere dai mondi superiori, con la libera decisione
di servire la Causa degli esseri spirituali. Solo in tal modo si può parlare di
una Libertà pura e vera, che non porti danno a lui stesso e agli altri. IL
GUARDIANO DELLA SOGLIA. Solo dopo aver liberato pensare, sentire e volere è
possibile accedere all’esperienza del guardiano della soglia. LA SOGLIA. Il liberare
le facoltà dell’anima significa assumersi direttamente la responsabilità delle
proprie azioni. Avendo liberato il corpo eterico e il corpo astrale dagli
automatismi del pensare, sentire e volere, si avvicina l’esperienza del
guardiano della soglia: si rende obiettivamente visibile il grado a cui si è
pervenuti attraverso gli esercizi. Il guardiano diviene un essere indipendente,
al di fuori di noi. Mentre precedentemente si era intessuti con lui, ovvero con
ciò che rappresenta cosmicamente il nostro essere, ora si presenta
esteriormente la nostra interiorità. I propri moti interiori si traducono nella
figura esteriore di questo essere. Il guardiano si presenta all’improvviso,
appena i chakras cominciano ad attivarsi: è la prima esperienza soprasensibile.
Tale esperienza, può suscitare terrore. Molti, al cospetto del guardiano, che
palesa il grado di imperfezione e purezza da noi raggiunto sinora, riconoscono
la propria inadeguatezza, la propria immaturità nel sopportarne la visione,
quindi retrocedono. Si ravvisano le proprie limitazioni: i difetti assumono un
carattere obiettivo. Solitamente questo essere si presenta per la prima volta
al risveglio, la mattina, in un momento inaspettato, tanto da suscitare
terrore. SIMILITUDINE FRA SPECCHIO E GUARDIANO. Supponiamo che un uomo con il
viso deforme, pur sapendo di averlo non abbia mai potuto specchiarsi; quale
sarà la sua reazione di fronte allo specchio, quando per la prima volta vedrà
la sua deformità? Prendere coscienza della propria figura interiore è
l’incontro con il guardiano: egli è noi, che ci appariamo all’esterno. IL
GUARDIANO E IL KARMA INDIVIDUALE. Nel guardiano appare il nostro karma; la sua
figura riassume il nostro passato vivente con tutte le cause di dolore e gioia.
Qualora si trovi la forza d’intrepidezza di guardare in volto il guardiano, da
quel momento ci si assume coscientemente la responsabilità di pagare i propri
debiti karmici, quasi andando incontro a questi. Ci si accorge che ogni
tentativo di evadere o di rimandare il pagamento del proprio karma, provoca un disastro
nell’ordinamento spirituale. Ogni mancanza si riflette assumendo forma
demoniaca. Occorre assolutamente a cagion di ciò, quali discepoli, superare il
sentimento della paura. Il coraggio di
affrontare il guardiano è contemporaneamente il coraggio di prendere il proprio
destino nelle proprie mani: dare coscientemente a sé stessi anche ciò che può
causare dolore, rinuncia, peso. Smettere di evitare la direzione di vita che
offre minore resistenza, per muoversi coscientemente incontro a quanto vi è di
più difficile e arduo. Rimandare significa sempre, ritrovare. Il guardiano
muterà di forma in modo direttamente proporzionale al nostro adempimento
karmico, sino ad assumere figure luminosissime nella misura in cui ci saremo
purificati. Fino al momento dell’incontro con il guardiano si ignorano quali e
quanti pesi portiamo nel nostro fardello karmico; dopo non si è più gli stessi
di prima, dopo aver visto la vera realtà spirituale di sé stessi. Non è più
possibile ingannare sé stessi. Finché non si vede e si conosce il proprio
karma, non si può dire di essere liberi; solo dopo aver allontanato la guida
delle Potenze del karma per prendere noi stessi la responsabile guida di tale
compito, solo allora si comprendono le parole. Il Cristo ci ha reso liberi. Ora
le forze del Cristo si sostituiscono a quelle del karma. LO SCOPO DELL’UOMO NEI
CONFRONTI DELLE GERARCHIE. Bisogna prender coscienza della missione dello spirito
di popolo nel quale si è intessuti, il quale conferisce stimoli e impulsi
animici che condizionano la nostra vita. Rinnegare il proprio ambiente
spirituale, nel quale si è scelto di vivere, è rinnegare la missione di un arcangelo.
Il riconoscimento delle intenzioni del proprio Spirito di popolo, e del motivo
che ci ha spinti ad incarnaci in tale atmosfera animica, deve portarci a
scorgere nel giusto modo cosa vuole dirci la sua forza spirituale, per cogliere
appieno la direzione verso la quale dobbiamo spingerci. L’amato deve associarsi
a quelle potenze spirituali che guidano sulla terra, nelle nazioni, gli uomini
inconsapevoli, verso la stessa mèta che egli cerca oggi lui stesso di
conseguire. Il mondo soprasensibile potrà continuare la sua strada soltanto se
vi saranno sulla terra esseri capaci di comprendere la direzione. La gerarchia attende
qualcosa dall’uomo. E’ la gerarchia umana che deve portare il senso spirituale
nella materia. Dopo la morte fisica tutto ciò che l’uomo ha sperimentato
durante la sua vita, in seguito alla dissoluzione del corpo eterico e
dell’astrale, viene consegnato al mondo spirituale: ciò diviene coscienza del
mondo spirituale. (leggenda dell’uomo che dà i nomi alle cose e il nome di
Adonai a Dio) L’uomo deve portare la coscienza al mondo spirituale, la forza
risorgente. Il superamento del mondo sensibile dovrà avvenire, ma i frutti dell’esperienza
e i risultati tramite essa conseguiti durante l’evoluzione dell’umano, saranno
incorporati dalle Gerarchie nei mondi spirituali. L’uomo nascendo e morendo
sulla Terra, genera i germi della vita dell’avvenire: offrendo un nutrimento
spirituale al cosmo intero, in modo direttamente proporzionale alle sue azioni
pure e feconde. IL GRANDE GUARDIANO DELLA SOGLIA. Tale incontro avviene solo
quando il discepolo, dopo aver già sperimentato le regioni spirituali inferiori
e stabilito una continuità della coscienza fra veglia e sonno, ha attuato in sé
la generazione di nuovi organi del pensare, sentire e volere. L’oltrepassare la
soglia del secondo guardiano significa stabilire la continuità della coscienza
fra la vita, la morte e la rinascita. La vera libertà è conoscere il proprio
karma senza alcun veloe adempiervi in coscienza. All’incontro con il secondo guardiano
si palesa una grande tentazione: quella di abbandonarsi alla beatitudine e al
godimento procurato dalla possibilità di accedere ai mondi spirituali.Tale
tentazione, anche se non detto esplicitamente, sembra essere indotta dagli Asura. L’unica cosa che può salvare l’uomo da tale
seduzione è sentire il dolore del mondo, il silenzio degli esseri umani nel
mondo spirituale. Questo tremendo dolore impedisce di accogliere il sentimento
egoistico della beatitudine; perché la gioia che egli ora ha, non è condivisa
da altri. Se si supera tale ostacolo la liberazione è completa: l’Iniziato
partecipa ora attivamente all’opera delle Gerarchie, nella liberazione di tutti
gli esseri sulla Terra. La decisione di collaborare con i mondi spirituali
porta finalmente l’uomo ad un piano in cui si può dire che la sua volontà ha
compiuto tutto ciò che le era stato prescritto dal Principio. Leo. Breno. Kur. Giardino
di Maturità, chiamano certi antichi saggi il luogo, in cui pone
piede l'uomo allorchè gli divengon palesi gli arcani del mondo. Secondo
quei saggi in quel giardino non ci sarebbe fiore, che non recasse il suo
frutto, non uovo, che non portasse .a maturità la vita in esso
germinante. Ma come oscure e- pericolose vengono al tempo stesso
descritte le vie che menano alla = Porta Stretta , la quale appunto
chiude quel giardino. Si assicura, però, che quell'oscurità diviene più chiara del
sole e che quei pericoli non hanno potere contro le forze di cui
ferve l'anima di colui, al quale queste vie sono mostrate con provvida
mano da un mistico da un niziato. Tutto ciò come puerile concezione di un'
epoca, in cui nulla si sapeva delle scienze dei giorni nostri, viene
ripudiato dall’ i/luminato, che crede di saper distinguere fra i
vaneggiamenti di una fantasia brancolante e le ponderate vedute
d'un intelletto scier- i So ca |
oggi tificamente disciplinato E chi, ciò nonostante, parla oggi di
coteste concezioni, può Al star certo di vedere sul volto di molti
dei È, suoi contemporanei un sorriso, se. non di di : ll sprezzo,
per lo meno di compassione. Ta Eppure, anche oggi, ciò malgrado, ci
sono I alcuni che, come quegli antichi saggi, parMAS lano del rondo dell'anima, e della paN Cuina 7a dello spirito . Costoro vengono
riputati | fe AMA ì È 3 | persone che parlano di un mondo immagifa
nario, figurato loro soltanto dalla propria Sbrigliata fantasia. Si
deplora perfino che essi, LA in mezzo a un mondo che ha raggiunto i
tanto grandiosi risultati, grazie alla pura e i, now austera logica,
vadano brancolando come ebbranco ‘@& bri, cui ad ogni momento viene meno
la li sicurezza, perchè non si attengono a ciò È che esiste positivamente,,.Ora, che cosa dicono questi
edbri stessi i a codesti contradittori ? Quando si sentono f
arrivati all'alto punto, in cui è loro conferito il diritto di parlare di
sè, allora dalle loro È labbra si odono uscire le parole seguenti. È Noi comprendiamo benissimo voi, ‘che
dovete essere i nostri oppositori. Sappiamo che molti di voi sono persone
da bene, che senza riserva si pongono al servizio del Vero e del
Buono; ma sappiamo altresì che Bee a), jr er => voi non ci potete
capire, fin tanto che pensate come appunto pensate. Sulle cose, delle
quali noi abbiamo da ragionare, potremo diiscorrere con voî, soltanto quando vi
sarete presi voi stessi la pena di apprendere il linguaggio nostro. Dopo
questa nostra dichiarazione molti di voi, certo, non vorranno più oltre
occuparsi di noi, perchè crederanno di aver riconosciuto che al
farneticamento della nostra fantasia si accoppia in noi anche un
immedicabile orgoglio. Noi però comprendiamo voi anche in siffatta
affermazione e sappiamo al tempo stesso che dobbiamo essere non già
superbi, ma modesti. Per incitarvi a tentare di entrare nel nostro ordine
di idee non ci resta che una cosa da dire: Credeteci, noi non
riconosciamo un vero diritto di parlare delle nostre conoscenze se non a colui,
il quale sia capace di sentire con voi ciò che vi costringe alle vostre
asserzioni, e che conosca a fondo la forza, la potenza convincente e la
portata della vostra scienza. Colui che non reca in sè la sicura
consapevolezza di poter pensare ponderatamente, scientifica mente,
come l’ astronomo o il botanico 0 lo zoologo più obbiettivo, costui in
fatto di vita spirituale, di conoscenze mistiche do9
e = e Re vrebbe contentarsi di apprendere, e non già
volere insegnare. Ma non ci si frain‘tenda: noi parliamo soltanto di
insegnanti, non di studiosi, Studioso di misticismo può: divenire
chiunque, giacchè nell’ anima di ogni persona si trovano le
facoltà, i poteri presaghi, che si schiudono al ‘Vero. Il Mistico
dovrebbe parlare in modo comprensibile, anche pei più indotti; e a coloro,
ai quali, secondo il grado del loro intendimento, egli non potrebbe
dire un centesimo della verità, ne dirà ‘solo un millesimo. Costoro
oggi riconoscono questa millesima parte ; domani riconosceranno la centesima.
Tutti possono essere sfudiosi,, ma insegnante,, non dovrebbe voler
diventare nessuno, che sia incapace di assoggettarsi alla
disciplina del più austero intelletto e della scienza' più severa.
Sono veri insegnanti di misticismo soltanto coloro che sono stati
precedentemente rigidi cultori della scienza, e che sanno perciò che cosa
viga nella scienza. Anche il vero mistico ritiene visionario,
inebriato, chiunque non sia capace di deporre in qualunque momento il
solenne paludamento del mistico per indossare la modesta tunica del
fisico, del chimico, del botanico e dello zoologo , sitori ;'
con la massima modestia li assicura ‘che intende il loro linguaggio e che
non si arrogherebbe il diritto di essere un mistico, se si sapesse
ignaro del loro linguaggio. Allora, però, egli può anche aggiungere di saf
|pere, e di saperlo come si sanno i fatti della Ù vita esteriore, che,
qualora i suoi Opposi® \tori imparassero il suo linguaggio, cesserebbero di
essere suoi oppositori. Egli sa que sto come chiunque, il quale abbia
studiato chimica, sa che, date certe condizioni, dall'ossigeno e dall'
idrogeno si forma l' acqua. Che Platone non volesse ammettere ai
gradi superiori della sapienza nessuno che > mon
conoscesse la geometria, non significa già che egli facesse suoi alunni
soltanto i li Y T Così parla il vero mistico ai suoi oppoA
9 U L dotti in geometria, ma significa che quei suoi
alunni dovevano essersi educati alla severa, rigida, ed esatta investigazione,
prima che venissero loro schiusi gli arcani della vita spirituale.
Una tale esigenza ci appari sce nella sua giusta luce se ‘riflettiamo
che nelle regioni trascendentali viene meno l'elemento di fatto, a cui si
saggia e corregge ad ogni piè sospinto l' investigazione ordinaria del
mondo. Se il botanico si forma concetti erronei, subito i suoi sensi lo
illu n conci Da (UR IZA minano circa il suo
errore. Tra lui e il mistico corre il rapporto stesso che intercede fra
chi cammina su strada piana e chi ascende una montagna: il primo può
cadere a terra, ma solo in casi eccezionali potrà causarsi la morte
; all’ altro, invece, questo pericolo sta sempre dinanzi, E certamente
nessuno che non abbia imparato a camminare può ascendere una
montagna. Poichè ; fatti spirituali non correggono i concetti allo stesso
modo che li correggono i fatti del mondo esteriore, un pensare
rigorosissimo e degno della massima attendibilità è un ovvio presupposto
per l'investigatore mistico. Quando ci si dà tutti a pensieri
siffatti, si riconosce che cosa intendevano dire quegli antichi saggi,
allorchè parlavano dei pericoli che minacciano chi voglia penetrare negli
arcani del mondo. Se alcuno si appressa a questi arcani con mente
indisciplinata, essi determinano nella sua anima deplorevoli disordini.
Divengono pericolosi come una bomba di dinamite nelle mani di un
fanciullo. Perciò da ogni investigatore mistico si esige rigorosamente che la
normalità del suo pensare, di tutta, anzi, la sua vita psichica, abbia
saggiato le proprie forze SE E attorno a problemi gravi e
spinosi, prima che egli si appressi ai compiti più elevati. Valga
ciò come accenno a quel che il mistico intenda dire, quando parla dei
primi gradi della Iniziazione nelle verità superiori. Moltissimi, i quali
reputano di starsi SUI Mrfica| più alti gradi della cultura moderna,
stimano che sano pensare e misticismo siano due termini incolta sano
che una illuminata educazione scientifica debba estirpare dall'individuo
qualunque | tendenza mistica. E costoro trovano in par- b cora
di tali tendenze chi conosca gli impor tantissimi risultati della moderna
scienza na| turale. Se avesse ragione chi la pensa così, | si dovrebbe
allora, certo, concedere che la Mistica non abbia nel nostro tempo se
non | piccola probabilità di trovare accesso alle anime dei nostri
contemporanei; giacchè nessuno, il quale abbia intendimento dei bisogni
spirituali di questa nostra età, può dubitare che siano pienamente giustificati
i trionfi della scienza naturale già conseguiti. e ancora da
conseguire in avvenire. Biso- vi MER Na bilmefite antitetici.
Essi pen- K pate ticolar modo incomprensibile che abbia an)
"fi LI Peli so Naturalistici
itreprimibili do u + Con una certa tr ‘ zione cotesti
insoddisfatti <j O Opère dei mistici, e ]} trovand ciò, I cui
le oro anime han Sete: ]ì gj affaccia loro ino Copiosa vena IÒ, di
cui il loro Cuore ha bj. Sogno: una effettiva aura di vita Spirituale!
Si In contatto con e Sa costoro sentono | Propria Crescere; ivi tr
aNo ciò che ] uomo | eve incessanternente ce vino! D’ rcare:
l’ali Ta parte, Però, essi sj Petere ;l ito diate
a monito: Bj ‘formarvi,
mediante Ja cie rale, un pen | non vj chiappanuvole vai
monito, l’anima loro sj inaridisce, econdita, . tò, in fondo all’
an ogni individuo Verità, e i che grande maestra dell’uomo è
la ] mande AIR Chi potrebbe non dare, per intimo
consenso, ragione al Goethe, allorchè dice che dagli errori e dalle
disarmonie degli uomini egli si ritira sempre con rinnovato contento,
rivolgendosi alle eterne necessità della natura? E chi potrebbe leggere senza
incondizionato consenso quelle parole, con le quali il grande poeta descrive i
sentimenti che lo assalirono in una solitaria meditazione
sulle ferree leggi, secondo le quali la natura forma le
montagne? Seduto su di un’ alta e nuda vetta, e spaziando con
l'occhio su di una vasta sottostante regione, io posso dirmi: qui tu poggi immediatamente su di un
suolo, che ‘arriva fin giù ai più profondi strati della terra.
In_questo istante, in cui le eterne forze di attrazione e di movimento
della terra quasi direttamente agiscono su di me, in cui più
presso a me aliano e mi avvolgono gli influssi del cielo, vengo
come sospinto a drizzare l'animo mio a studi più alti sulla
natura.... Così, dico fra me e me, mentre da questa cima nuda volgo lo
sguardo in giù, così sentesi solitario chi voglia schiudere l'anima
propria unicamente ai più primordiali, più antichi e più profondi sentimenti
del vero. Sì, egli può dire a se stesso: SONG). pe
Qui, sull'antichissimo ed eterno altare, immediatamente eretto sul punto più
basso della creazione, offro sacrifizio all'Essere di tutti gli
esseri. E' pur naturale che questa disposizione d'animo, per cui si resta
reverenti dinanzi alla grande istruttrice Natura, si trasferisca
sulla scienza ‘che ne discorre. Non deve esistere antinomia fra i
sentimenti che pervadono l'anima, quando essa si approssima alle austere e profondissime verità
primordiali, circa la vita spirituale, e quelli che v'irrompono, quando
l'occhio si posa sull'attività costruttrice della natura.
Manca forse intelletto al mistico per cotesta armonia della natura coi
sentimenti più sacri all'anima umana? Tutt'altro; giacchè al di
sopra dell’altare, sul quale il vero mistico offre i suoi sacrifizi, in ogni
epoca, in cui può spingersi l'indagine umana, stette scritto a
lettere di fuoco fiammante, come legge. suprema: Natura è la grande guida
al divino, e la conscia ricerca umana delle fonti del Vero deve seguire
le orme della sua recondita, volontà. Se i Mistici seguono questa loro
norma suprema, nessuna antitesi dovrebbe sussistere fra le vie loro e
quelle su cui camminano gli investigatori della Natura. E tanto
meno tale antitesi dovrebbe determinarsi in un'epoca, che
tanto deve alla scienza naturale. Per intendere bene quest’ ordine
di de occorre domandarci: In che,
dune ue consistere l’ accordo fra la Scienza*fi Lie e il Misticismo
? E in che potrebbe, invece, aversi un'antitesi? Ebbene, l'accordo non
può venir cercato | se non nel fatto che le rappresentazioni che
ci facciamo intorno alla entità dell’ uomo ‘non siano estranee a
quelle che abbiamo in| torno agli altri esseri della natura; nel ravvisare, quindi,
nel ’opera della natura e nella vita dell'uomo uno stesso e unico tipo
di ordine retto da leggi,. L
Un'antitesi, invece, si avrebbe, se si volesse vedere nell’uomo un essere di
specie "completamente diversa dalle creature naturali. Coloro che
vogliono un' antitesi in tal senso si sbigottirono fortemente quando,
più di 40 anni fa, il grande scienziato Huxley, informandosi allo
spirito stesso della scienza naturale moderna, sulla base della somipigliante
struttura anatomica, concluse la stretta parentela fra l’uomo e gli
animali supeori con queste parole:
Possiamo prendere in esame un sistema di organi qualsiasi; l'esame
comparativo di essi nella serie delle scimie ci conduce sempre a questo me-
È desimo risultato: che le diversità anatomiche, per le quali l’uomo è
distinto dal gorilla e dallo scimpanzè, non sono tanto grandi quanto
quelle che separano il gorilla dalle altre scimie inferiori. Una. tale
asserzione può, però, sbigottire solamente quando la si riferisca in
modo errato all’ essezza dell'uomo. Certo ne può. facilmente
rampollare il pensiero: Ma come è
vicino, dunque, l’uomo alle bestie |, Questa stretta affinità non suscita però
nel mistico nessuna preoccupazione, giacchè per lui ne balza subito anche
l' altro pensiero: | A quali fini superiori, però, possono ser\vire gli
organi che ritrovansi nelle bestie, allorchè sono trasformati in organi
umani! Il mistico sa che l'occulta volontà della natura muta la percezione
animale in percezione umana cofì lo sviluppare in altra forma gli-organi
animali. Egli segue le sicure orme della natura e ne continua l'operato.
Per lui i l'opera della natura non è punto terminata con ciò che
essa gli ha donato. Egli diviene un fido discepolo della natura per il
fatto appunto di portarne l’opera a maggiore al 1 toi
tezza. La natura lo ha portato fino al pensare e al sentire umano; egli,
però, non prende questo pensare e questo sentire come qualcosa di
fissato, d'immobile; ma li rende capaci di attività superiori. Avviene
per opera della sua volontà ciò, che nell'ambiente naturale esteriore
avviene indipendentemente da essa. Gli occhi, come sono ora in lui,
attestano che gli organi visivi sono capaci di ben altro ufficio di
quello che compiono ® © nelle scimie. Così l’ occhio può venir trastormato.
Le facoltà psichiche del mistico evoluto sono, rispetto a quelle dell’
uomo non evoluto, nello stesso rapporto in cui sono gli occhi umani
rispetto a quelli delle scimie. Si capisce che chi non è mistico.in-
pelende tende l’anima del_ mistico nella stessa scarsa 64 liel
misura, in cui l’animale può intendere il, mote pensare dell’uomo. E come
alla creatura non pensante si schiuderebbe tutto un nuovo mondo, se
potesse svolgere in sè la facoltà del pensare, così il mistico,
dopo lo sviluppo delle sue facoltà superiori acquista la visione di un
altro mondo. In questo altro mondo,,
egli è iniziato,. Chi_non di- Re
Yiene Mistico rinnega la natura. Ègli non È a progredire ciò che
essa ha prodotto senza di lui con la propria volontà occulta.
Per di mati Vella lastare Mor pTa ene dPR ULOPY CELL. PI | Peg)
AM e? lug las } "El n fe fest NL Los ; mid : ni gd ed deli è y
villa mM ni collo i fiat 1a CA di (ANI it pece iò egli si pone in
contrasto con la natura, giacchè questa trasmuta continuamente
le proprie forme: dal vecchio essa crea eterna mente il nuovo.
Ora, chi, conformemente %@. alla moderna scienza naturale, crede a
que sta trasmutazione, crede a questa evoluzione n) e, ciò
nonostante, non vuole trasmutare se esso, costui riconosce, sì, la
natura, ma A; nella sua propria vita si pone in
contradi &l-zione con essa. Non si deve soltanto ricenoscere
l'evoluzione, si seno ivato Non si limitino, dunque, le facoltà
della nostra vita ;, col tener conto esclusivamente della nostra
‘ parentela con gli altri esseri. A chi per edu cazione mistica
diviene un fido alunno della natura, si schiude il senso per la
superiore evoluzione. A proposito di questi cenni sulla
Mistica e sulla /riziazione molti diranno: Ma che ci
giova questo discorrere di facoltà a noi sconosciute! Dateci queste
facoltà, e vi cre deremo !,. Nessuno, però, può dare a un altro cosa
che questi rifiuti. E il più delle volte ciò che incontrano i
nostri mistici è . un brusco rifiuto. Al presente essi non
pos sono fare. molto .di più che raccontare le loro cognizioni
mistiche a quelli che vo gliono prestare ascolto. Ciò, naturalmente n
nt x IE RAIPAT cn potima tl C j Pa ENTI OT le ero Art 1 er?
che, I,, a . = ì \ wr / a) i e. e 7 pederntdt
hern ci tCAns4- 1 È à a tutta prima un volersela cavare col
RE ce raccontare che cosa c'è in America a chi ci dicesse: Ajutatemi ad andarci!,,. Ma pare, non è
realmente una scappatoja, perchè i processi dello spirito sono
diversi da. quelli fisici Molto tempo prima che l'uomo sia in grado
di fissare la verità im piena luce, egli ha la possibilità di
intravederla, e di accoglierla nel suo sentimento. E questo sentimento
stesso è una forza, che lo può condurre più avanti. E' questa una
fase per cui è necessario passare Chi segue con ricettivo abbandono la
narrazione del Mistico, già calca il sentiero che mena alle
verità superiori. Solo l' Iniziatof'comprende completamente l’Iniziato:
ma angie per vero rende anche il non iniZiato ricettivo alle parole
del Mistico. E questa sua ricettività è strumento con. cui egli lavora a
schiudere i propri organi mistici. Ciò che prima-, mente occorre è che si
abbia questo senso | della possibilità di conoscenze superiori: al-
| lorà not si passa più incurantemente accanto alle persone che di queste
conoscenze superiori tengono parola. E' stato già detto che
anche al presente ci sono persone che si adoperano a rinnovare la vita
mistica. Up irene Kona diteou@ crt u pe ud)
fasi cl fa ine piftae 1 Om? eudere } fnmmale tri
rautwews i E Qui vi voglio intrattenere di due esempi
di tal genere, cioè del libro //
Cristianesimo esoterico, (o i Misteri minori),,, di Annie Besant, (1), e
su / grandi Iniziati el
geniale pensatore e poeta francese Edoardo Schuré (2). Ambedue queste
opere gettano luce sulla natura della così detta Iniziazione. Annie
Besant, mostra come il Cristianesimo debba venire compreso quale
risultato di codesta Iniziazione. Edoardo Schuré tratteggia le figure dei
massimi duci spirituali della umanità, fondandosi sulla convinzione
che le grandi confessioni religiose e le grandi filosofie
cosmologiche da quei duci dispen sate all'umanità, celano verità eferne,
che si possono cercare e re soltanto in quelle dottrine filosofiche
e religiose. Ambedue queste opere trovano la propria giustificazione
unicamente nel campo del Misticismo. Esse traggono la loro origine da
quella corrente spirituale dei tempi nostri, che è destinata ad elevare
l'umanità da un incivilimento puramente esteriore all'altezza
Traduzione Italiana di D. e O. Calvari, Roma. Traduzione Italiana edita da G.
Laterza, Bari, suh Tor ella Vea dii Conti | RA fOdeth4, nu
pori? IU) di vedute spirituali. Verrà tempo, in cui il pensiero
scientifico,, non potrà più contrapporsi _ostilmente a questa corrente.
La scienza naturale riconoscerà allora che non si comprendé lo spirito
col.negarlo, e che | non si contr lle leogi naturali col_cerre Treo © x
iii dpi uelle spirituali. Non si designeranno iù i Mistici come
oscurantisti, giacchè si saprà che soltanto pei loro avversari il
campo di cui essi ragionano è oscuro. E non s'irriderà più l'
Iniziazione, come i non si irride l'esigenza, che chi vuole inda- pla
2 gare la vita dei microrganismi deve prima 4, tyoex94
imparare a userei. microscopio. | "I vv trvalta L'indagine
implica la necessità di adem- ' 3 piere a certe condizioni preliminari.
Queste P** ic; condizioni per l'aspirante mistico non consistono,
naturalmente, in pratiche di tecni- | cismo esteriore, bensì na
osservanza di un determinato orientamento della..vita si- È ‘
chica. Grazie a tale A si dischiude Tide il senso per certe verità, le
quali non contemplano ciò che è FARA, ma ciò, di, A cui, secondo le
parole de Goethe ib.tran-\ itori v
Bi n_simbolo . In_s sid | oe alla esistenza umana giacciono capacità,su-
| CRA i GIONO CA \periori, come il frutto giace.in grembo al
fiore. E perciò nessuna creatura dovrebbe TI YOMOMono wu € 0kL Lia
UT E E I ipa ln Leno el muyert Sace caprata farvi vtuel' fa P
even ord LISI (NE presumere di dire che nel suo mondo vi i è qualche cosa di
esauriente, di compiuto . Il Se un uonio ha tanta presunzione, assomii
glia al verme che ritiene_come orizzonte i | della esistenza il mondo dei
suoi sensi. Li Giardino di maturità Chiamasi quel IR luogo, dove
divengono palesi gli arcani del mondo. Per accedere a tal luogo bisogna
tI che l’individuo stesso. tenda la sua volontà AU x al raggiungimento
della propria maturità. Ù" qultan Vé Bisogna che tu rompa e getti
via da te È, È quse: Vle 1 gusci del tuo essere quotidiano, e
svegli | see $ ÎN te la vita intima nascosta, se vuoi enn
trare per la Porta stretta Nel Giardino È di maturità,. TAR Come
molti uomini insigni, anche il p Goethe espresse numerose verità dalla
profonda vena del suo intuito, enunciandole non già in diffusi e
circostanziati discorsi, bensì in brevi e spesso enigmatici
accenni. sr Uno di tali accenni è in questo periodo: dg Nelle opere dell’ uomo, come in quelle
n e della Natura, sono le intenzioni, che meri / tano specialmente la nostra
attenzione. E' questo un aforisma che verrà compreso in tutta Ia
sua profondità quando lo Î si applichi ai più importanti fenomeni
della vita spirituale umana. Giacchè, come possiamo acquistarci senso e
comprensione per le azioni di un singolo individuo soltanto quando
ne veniamo a conoscere le_intenzioni, così ci accade anche per la storia
dell'intiero genere umano. Ma che abisso intercede fra l' osservazione degli
atti che si svolgono palesemente alla luce del giorno, e il
riconoscimento delle intenzioni che giacciono nelle regioni occulte dell'anima!
Si può essere addirittura rudimentali quanto a intuito e a
intendimento rispetto ‘a un altro uomo, ed essere tuttavia capaci di
osser varne le azioni; ma bisognerà avere almeno un po' delle sue
qualità di spirito e della sua levatura psichica, se si vuole penetrarne
le intenzioni. Senza di ciò la sorgente del suo ! agire
rimane un arcano, un enigma, alla cui soluzione ci manca la chiave, Non
accade diversamente con i grandi fatti della storia spirituale
dell'umanità. Questi fatti stessi son lì aperti davanti agli occhi dello
storico; ma le intenzioni giacciono in profondità molto recondite.
In queste profondità deve penefrare colui, che vuol procurarsi la chiave
per la comprensione. Orbene, l'iptenzione di un’azione giacerà tanto più
profondamente recondita, quanto più questa azione avrà importanza e quanto più
ampia sarà la sua portata. L'intenzione di un atto della vita
quotidiana non è difficile a penetratsi. Ma non può essere così,
naturalmente, di azioni, la cui portata abbraccia una serie di
secoli. Chi a ciò pon mente giunge a presentire che cosa siano i
Misteri: giacchè in cotesti Misteri sono riposte le irzfezzioni dei
grandi fatti dell’ umana evoluzione, involgenti il mondo intero
nella loro portata. E coloro che conoscono queste intenzioni e
posseno con ciò conferire alle proprie azioni stesse \ quel peso
che le rende realmente efficaci per lunga serie di secoli, sono gli
/niziati. Solo chi nella storia del mondo scorge unicamente una
mèra successione di casi fortuiti, può negare l'esistenza dei Misteri
e degli Iniziati. In tal caso non c'è che da attendere che un uomo
siffatto si ponga un bel giorno a studiare con occhio amorevole i
fatti della storia. Allora un po’ per volta albeggerà al suo sguardo un
significato, un nesso, ed egli finirà per non più considerare Tortuiti
quei fatti storici, come non considera automa un individuo che veda muoversi ed
agire. Giungerà così nella sua investigazione là, donde gli Iniziati
dirigono il progresso umano, secondo le conoscenze the sono avvolte
nell'ombra dei Misteri. AA vila AATZzat fer, i 40 dad x x £
> it hu v da ORI ig tivfeco Vellar11W; 7 Di cotesti Misteri
parlano i testi religiosi di tutti i tempi. E ad essi vengono
condotti coloro, che non si fermano alla vita estrinseca dei fondatori
delle varie religioni, nè alle vicende storiche del propagamento
delle loro dottrine; ma che, invece, cercano di elevarsi alle
intenzioni di quei fondatori di | religioni. Non dovrebbe eccitare
stupore il fatto che queste intenzioni rimangano avvolte in arcana
oscurità e vengano comunicate soltanto a degli eletti entro le scuole di
sapienza, che sono appunto i Misteri; giacchè si fa opera saggia solo
quando a un individuo si comunica ciò che egli può capire, o, con
altre parole, quando gli si comunica qualcosa, soltanto quando egli
si sia messo in condizione di capirla. Per compiere azioni che abbiano
peso e valore occorre possedere un’alta sapienza, e per appropriarsi un'alta
sapienza bisogna passare per un periodo lungo e arduo di preparazione.
Così avviene nei Misteri. L’ evoluzione spirituale dell'umanità
procede innanzi per opera delle varie religioni e cosmologie. Chi co-opera
a questa evoluzione mette in movimento le forze spirituali degli uomini.
Bisogna che egli conosca le leggi da cui dipende questo movimento,
DE: pri come deve conoscere le leggi della chimica chi vuol
mescolare le sostanze con effettuale risultato. Néi Misteri vengono
insegnate le . leggi supreme della vita spirituale; viene insegnata la
chimica dell'anima. E bisogna cercare di penetrare nella natura di
queste leggi, se si vogliono sorprendere, o anche solo
presentire, i moventi che stanno alla i A base delle azioni dei grandi
Istruttori della umanità. All'unisono con tutti coloro che
cercano di schiudersi per tale visione gli occhi spi rituali,
Annie Besant parla nel suo libro Cristianesimo esoterico, (0 I
Misteri mino ré) , di un lato
occulto delle religioni, A lea Nell’analisi dei mistici arcani del
Cristiane 1% simo, del così detto suo contenuto esoterico, ne. essa
luminosamente si addentra e trascina. d il lettore nell'intimo
della questione relativa sperato! scopo delle religioni. ‘a questo pro-
| Posito l'autrice così scrive. Esse ven gono date al mondo da
uomini più saggi delle masse etniche, alle quali le
religioni Stesse sono dispensate e hanno appunto lo Vedi pure
Il Cristianesimo come fattore mistico di
Rudolf Steiner. (Deposito presso l'Ed. Bem- 7 porad, Firenze). Lolo
scrullo du fevomeri sia Pe i Dul th h Ha DI ire eSleeml
J > Uibftsore Sé Lap
de scopo di accelerare l'evoluzione dell'umanità. Per
conseguire ciò effettivamente esse deb- di bono giungere fino agli
individui e avere influenza su loro. Orbene, gli uomini non sono î tutti
allo stesso livello di evoluzione, anzi i l'evoluzione potrebbe venire rappresentata
come una scala ascendente di gradi, su ognuno asLelo api dei
quali si trovano uomini. I massimamente evoluti stanno di un gran tratto
più su dei meno evoluti, sia in intelligenza che in ca- A rattere;
ad ogni grado varia la capacità di 4 .. comprendere egualmente che quella
di agire. } E' perciò vano dare a tutti ii medesimo in-
FE segnamento religioso; quel che gioverebbe all'uomo d'intelletto
resterebbe inintelligibil all'uomo ottuso, laddove ciò che leverebbe
e in estasi il santo lascerebbe del tutto indif- Ì ferente il
delinquente...2 LE La religione deve essere graduata con l’e- =
voluzione, altrimenti essa manca al suc scopo SI UGANB: Es. Chr.):
; Il modo, dunque, in cui il maestro di religione parla a uomini di grado
evolutivo i . diverso, dipende dai bisogni dello spirito e (1 . del cuore
di coloro, ai quali egli vuol giun- N | gere. Per riuscirvi bisogna che
egli stesso | porti nell'anima propria il nocciolo della sa- "i
| pienza, per mezzo della quale egli ha da START. agire; e il modo
come egli porta in sè questo nocciolo deve essere tale da renderlo capace
di parlare ad ognuno secondo la sua comprensione. Perciò chi studia i
discorsi degli Istruttori religiosi dal loro lato esteriore, conosce
soltanto un lato e precisamente quello più estrinseco della loro sapienza.
Acutamente accenna a questi fatti Edoardo Schuré nel suo libro sui Grandi Iniziati,. Ivi egli descrive i
grandi Maestri di sapienza: Rama, Krishna, Ermete, Mosè, Orfeo,
Pitagora, Platone, Gesù, da quello investigatore intuitivo, da quel
nobile artista dei pensiero, da quell'anima satura di profondo sentimento
religioso ch’ egli è. Così nell'introduzione al libro egli espone il
suo. modo di vedere : Tutte le grandi religioni hanno una storia
esteriore ed una interiore; l'una visibile, l'altra nascosta. Per istoria
esteriore sono da intendersi i dogmi et i miti pubblicamente ©
insegnati nei fémpli e nelle scuole, riconosciuti nei culti e nelle
superstizioni popolari. Per istoria interiore è da intendersi la
scienza profonda, la dottrina segreta, l’occulto agire dei grandi
Iniziati, profeti o riformatori che hanno istituite, sorrette e propagate
le religioni predette. La prima la storia ufficiale, quella che si legge dovunque,
si svolge alla vista di tutti, ma non per questo è meno oscura,
complicata, contradittoria. La se‘conda, che io chiamo la tradizione esote-
|, rica, o dottrina dei misteri, è difficilissima € Î a districare
dai veli che l’avvolgono. Essa infatti si svolge nei penetrali dei
templi, nelle segrete confraternite, e i suoi drammi più
appassionanti hanno intieramente per iscena l’anima dei grandi profeti,
che non hanno mai nè fissato in pergamena, nè confidato ‘a nessun
discepolo le proprie crisi più acute, o le proprie estasi più
paradisiache. Questa seconda storia vuole essere indovinata, ma non
appena si è scorta, apparisce luminosa, organica, sempre in armonia con
se stessa. Potrebbe essere anche chiamata la storia della religione
eterna e universale. In essa le cose mostrano il loro rovescio e la
coscienza umana il suo diritto, mentre la storia non ne offre che il faticoso
rovescio. In SD questa seconda storia cogliamo il punto ge-N netico
della religione e della filosofia, che si ricongiungono all’ altro capo dell'
ellisse 9/8, per mezzo della Scienza integrale. Cotesto \T} unto è
costituito dalle verità trascendenti. N vi troviamo la causa, l'origine e
il fine del tene prodigioso lavoro dei secoli, l'azione della RES
1; RARO provvidenza mediante i suoi agenti terrestri.,,
Questi messaggeri terreni,
lavorano nell'officina Spiritualistica, nel laboratorio spiritualistico
della umanità. Ciò che li abilita a questo lavoro sono le leggi
imperiture della chimica spirituale ed i processi chimici spirituali che
esse operano: vale a dire i grandi prodotti intellettuali e morali della
storia del mondo. Ma ciò che fluisce dalle loro labbra è soltanto
simbolo, immagine della sapienza superiore dimorante nella profondità
delle loro anime, immagini e simboli proporzionati all'intendimento di
coloro, che ad essi porgono orecchio. Soltanto a coloro che
adempiono alle condizioni, che garantiscono la comprensione e il reffo uso
della sapienza superiore, questa può venire dischiusa. E allora.
nella Iniziazione mistica sentono l'immediato contatto coi primordiali
motivi spirituali, con le potenze genitrici della esistenza. Ascoltisi
ciò che dice un uomo tutto compenetrato di siffatti sentimenti: Clemente
Alessandrino, lo scrittore cristiano del 2° e 3° secolo della nostra èra,
il quale prima del suo battesimo fu un
Misto,, ossia A EE un alunno dei Misteri, esalta questi
con le seguenti parole : O veramente santi Misteri! O purissima
luce! Una face viene portata dinnanzi a me allorquando rimiro il Cielo e
Dio; io sono santificato, allorchè ricevo la consacrazione. Gli arcani
però me li rivela lo spirito primordiale e suggella in me l’Iniziato con
l'illuminazione; iniziato nella Fede mi presenta al Tutt'Uno, affinchè io
vega ser= bato in grembo all’eternità. Tali sono le cerimonie iniziatiche
dei miei Misteri! Se tu vuoi, fatti iniziare tu pure, e con le
forze spirituali dell'esistenza tu chiuderai la santa carola
attorno all’ increato, all'imperituro, al tutt'uno spirito dei mondi, e
la favella che a te dal Cosmo viene inspirata intonerà gl'inni di
lode a questo Tutt'Uno,.. Si comprende la descrizione che fa Annie
Besant dei Misteri, se si riflette che gli Iniziati devono parlare di sè come
lo fa Clemente Alessandrino con le parole suriferite: I Misteri d'Egitto,
continua l’autrice, erano il vanto di quella vetusta contrada e i
più nobili figli della Grecia, come ad esempio | Platone, andavano
a Sais e a Tebe per farsi | iniziare nei Misteri dai maestri della
sapienza | iniziatica egizia. I Misteri Mithriaci dei Per. IDO.
JIA siani, i Misteri Orfici e quelli Bacchici, e i
posteriori pseudomisteri di Eleusi in Grecia, i Misteri di Samotracia, della
Scizia, della Caldea, sono universalmente noti, almeno di nome, come le
parole d'uso familiare. Persino nella forma estremamente attenuata dei Misteri
eleusini il loro valore viene altamente magnificato dai più
eminenti uomini della Grecia, come Pindaro, Sofocle, Isocrate,
Platone e Plutarco. E nei Misteri non si mira soltanto all’
ampliamento del sapere, alla sola spiegazione di cose ignorate, ma
alla elevazione di tutta la natura umana, di modo ch’ essa si compenetri di
quella sacra disposizione iniziatica, che pone in grado di comprendere le
fonti e principi del Cosmo. Il mistico non solo conosce le cose superiori,
ina oltre a ciò la sua propria natura si fonde con esse. Egli deve
quindi essere preparato al fine di potere accogliere come si deve le fonti di
ogni vita che in lui affluiscono. Appunto nel nostro tempo, in cui si
vuol riconoscere come attendibile soltanto ciò che è scientifico in
senso materiale, diviene difficile il credere che, circa le cose supreme,
quello, che imV. Esot. Chr., a porta veramente è una disposizione
d° animo. Per tal modo si fa della cognizione un fatto intimo dell'anima
umana: e tale essa è per il Mistico. Si dica a qualcuno la
soluzione di tutti gli enigmi del mondo: Il Mistico troverà sempre che
una siffatta esposizione è vuota risonanza, che sfiora l'orecchio e
svanisce, se |’ anima non. è stata prima preparata ed innalzata ad un
livello superiore; egli troverà che il sentimento non ne resta
affatto toccato, se non è staîc disposto a sentire l'accoglimenio della
sapienza come un Sacramento,. Solo
chi intende ciò conosce atmosfera spirituale dal’ alto della quale
discendono certe espressioni del Mistico, come quelle di Filone: Sovente, allorchè mi_riscuoto dal
sopore della corpo-4% reità e rientro in me, distogliendomi dal
mondo esteriore, e penetro dentro me stesso, . scorgo una mirabile
bellezza ; allora io sono certo di essermi internato nella parte migliore
di me; metto in attività la vita vera, sono unito col divino e in lui
fondato, e conseguo la forza di trasferirmi nel mondo
trascendentale. Quando, poi, da codesta contemplazione dell’ Altissimo, e dopo
questo riposo nell’ elemento spirituale del mondo, discendo
nuovamente alla consueta formazione di pensieri, allora mi domando come
potè avvenire che l’ anima mia si impigliasse nel vivere quotidiano,
posto che la sua patria è pur quella dove testè mi sono soffermato ! Chi sa quale
grado di purificazione del sentimento e della funzione intellettiva sia
necessario per arrivare a sentire così conosce anche le ragioni per cui
la sapienza mistica, la sapienza consacrata non può essere oggetto della
vita consueta quotidiana, nè dell’ insegnamento ordinario, nè dei
documenti della storia esteriore; e perchè essa stia chiusa nell'anima
dei divini messaggeri e debba costituire, come dice Schurè, il riservato
oggetto della iniziazione in fratellanze appartate. Ma, quantunque questa
immediata comprensione della verità rimanga un fatto d’ insegnamento
del tutto intimo, pure tutti gli uomini partecipano dei benefici della
sapienza. Come i benefici delle ferrovie elettriche ricadono su
tutta la popolazione, pur restando monopolio degli elettrotecnici
la conoscenza delle. leggi Pe così avviene, quanto ai frutti, ella
efficacia e della sapienza dei Misteri, E come il beneficio delle
cognizioni tecni che si traduce nelle istituzioni esteriori della
civiltà. così quello della sapienza dei Mistici si esprime e distribuisce nel
contenuto spirituale della vita dell'umanità: cioè nei suoi miti,
nei concetti informatori delle sue credenze e delle sue religioni, nel
suo mondo di leggende e di fiabe, non solo, ma altresì nelle sue
idee di morale e di diritto, e da ultimo anche nella sua attività
artistica, nelle sue scienze e nelle sue filosofie. Il Mistico
mostra che la sapienza più profonda della umanità è la radice di tutti
questi vari contenuti della vita, rendendosi ben conto che essi tutti
possono trovare la loro vera spiegazione soltanto in quella
sapienza. Clemente Alessandrino parla del fatto che un uomo può avere la
fede seriza possedere eru Izione,, ma al tempo stesso proclama essere
impossibile che un uomo senza sapienza comprenda gli oggetti che
vengono spiegati nella fede, (v. Besant, Esot. christ.). Ogni
Mistico conosce questo vero rapporto fra Fede re e sa che tra i due non
può esistere contraddizione j ma anche alla Mistica egli può fare
riconoscere valore unicamente sulla base della vera scienza. Anche di ciò
parla Clemente. Alcuni che si ritengono favoriti da natura, non desiderano di
occuparsi nè di filosofia, nè di logica; anzi essi non desiderano di studiare e
imparare la scienza naturale; essi richiedono nuda fede soltanto. Io, pertanto,
chiamo dotto veramente colui che tutto mette a contributo per la
verità, così che traendo dalla geometria e dalla musica, dalla grammatica
o dalla filosofia stessa, ciò che è utile, difende la fede da ogni
assalto. Quanto è necessario per chi desidera partecipare dei poteri di Dio il
trattare filosoficamente soggetti intellettuali! Lo gnostico (Mistico) si vale
del rami dello scibile vene di esercizi ausiliari vreparativi. (A. B. Es.
Chr.). Chi ha colto questo profondo accordo della Fede col Sapere si
trova costretto a rilevare sempre di nuovo una caratteristica peculiarità della
nostra civiltà moderna, la quale ha invece scavato un abisso tra Fede
e Scienza. E. Schurè accenna a questo abisso fin dai
periodi introduttivi del suo libro. Il peggior male del nostro tempo è il
mostrarsi la Scienza e la Religione come due forze nemiche e
irreducibili. Infermità intellettuale questa tanto più perniciosa
in quanto che deriva dall'alto e furtivamente s' infiltra, ma
sicuramente, in tutte le membra, come un veleno sottile che si respiri
nell’ aria. Orbene ogni infermità dell’ iritelligenza diviene a lungo andare
infermità dell'anima e in conseguenza un male sociale.
Fintanto che il Cristianesimo non fece che affermare ingenuamente la fede
cristiana in seno a una Europa ancor semibarbara, come era nel
medio evo, esso fu la più grande delle forze morali, e ha plasmato
l’anima dell'uomo moderno. Fin tanto che la scienza sperimentale,
apertamente ricostituitasi nel secolo 16°, non fece che rivendicare i
legittimi diritti della ragione e l’ illimitata sua libertà, essa fu la
più grande tra le forze intellettuali; essa ha cambiato faccia al mondo,
liberato l’uomo da secolari catene, e fornito la mente umana di
fondamenta incrollabili. Non meno energicamente Annie Besant accenna a
questa peculiarità della civiltà spirituale moderna. Per ognuno che studi
l’ultimo immediato quarantennio del secolo passato è chiaro che persone
meditative e morali sono in gran numero esulate dalle chiesé perchè gl’
insegnamenti che vi ricevevano urtavano, offendevano la loro intelligenza e il
loro senso morale. E' vano pretendere che l’agnosticismo
così ue. largamente diffuso in questi tempi abbia ra: dice solo nella
mancanza di moralità o in È; una deliberata involuzione della mente.
ChiunA que attentamente studi gli esposti fenomeni, ammetterà che uomini
di forte intelletto sono stati allontanati dal seno del
Cristianesimo per via della rude goffaggine delle idee religiose loro
presentate, delle contradizioni negli insegnamenti delle varie autorità,
nelle vedute circa Dio, l'uomo e l’universo, idee n che nessun
intelletto colto e metodicamente ; disciplinato potrebbe di leggeri
accettare . a (A. B. Cris, esot.). Alla domanda: Che cosa è da farsi in questa direzione
?, Annie Besant risponde inspirandosi alla veduta che anche la
radice del Cristianesimo giace in una sapienza occulta e che la Fede
deve, quindi, per susI sistere risospingersi a questa radice. Se il
Cristianesimo vuol continuare a vi i co vere, deve ricuperare il sapere
che ha e riad | vere la propria Mise € l propri insegnasd cculti; deve di nuovo
erigersi come. un istruttore autorevole di verità spirituali, ma
rivestito della sola autorità meritevole. Me, ù Mes di
essere alquanto apprezzata, l' autorità, cicè, della conoscenza. Se
questi insegnamenti ‘verranno recuperati, la loro influenza sarà subito
constatabile nelle più ampie e più profonde vedute che si avranno
circa la verità, dogmi che ora sembrano meri gusci ed impacci, saranno
riconosciuti subito quali parziali presentimenti di realtà fondamentali.
In primo luogo il Cristianesimo esoterico riapparirà nel /uogo santo, nel
Tempio, così che tutti i capaci di riceverlo possano seguirne le linee di
pensiero palese, e secondariamente il Cristianesimo occulto ridiscenderà
nell'adito celato dietro la Cortina che custodisce il Sancta Sanctorum, in cui può entrare l’
iniziato soltanto. (A. B. Es. Chris.). Mediante il senso della vista
l'uomo percepisce la natura con cento e cento sfumature di luce è di colore.
Sono i raggi della luce solare che, riverberati dagli oggetti, ne
determinano gli aspetti cromatici variamente sfumati. Sebbene per tal
fatto la percezione della luce solare sia una funzione abituale
dell'occhio, tuttavia questo non può impunemente fissare la fonte stessa de a
luce: Sole; esso viene accecato dal contatto immediato, diretto, dei
raggi solari. Ciò che 0° néi suoi effetti è adeguato al compito
quotidiano dell'occhio, dà occasione a una sofferenza, quando, come causa in
sè, colpisce l'organo sensorio. Chi sa applicare nel giusto modo questa
immagine alla vita spirituale dell'uomo, comprende perchè coloro che sanno parlano di
pericoli della Iniziazione ai Misteri. Cotesti pericoli esistono
innegabilmente; se non che, chi ne parla non va preso alla lettera,
interpretando la parola pericoli,,
nel senso usuale. La intelligenza e la ragione umana sono tanto
poco assuefatte a riconoscere le fonti del vero nel complesso totale del
mondo, quanto poco è capace l'occhio di fissare direttamente il
Sole. Come l'occhio sente a sè rispondenti gli effetti delia luce, così
intelletto. e ragione sentono a sè rispondenti gli effetti della
sapienza eterna nei fenomeni della natura e nel decorso della storia degli uomini.
Ma come l'occhio viene meno. di.fronte.alla sorgente stessa della
luce, così l'intelligenza umana vigne meno dinanzi alle fonti primordiali della
sapienza. Questo umano intendimento nel subito arretra, rinuncia. Or bisogna
assimilare nel debito modo ciò che allora succede nell’ uomo, al fatto
dell’ abbacinamento chel’ occhio.subisce dal sole. veg 3 fer: Poichè
l'uomo è assuefatto a scorgere nella Natura e nell'attività dello spirito
soltanto il riflesso della Verità, e non questa immediatamente, egli
viene meno di fronte alla verità stessa, quando questa gli si
presenta. Avvezzo a cogliere soltanto la realtà grossolana, che
quotidianamente I prnia, l'uomo sente le manifestazioni della sapienza
superiore come illusioni, come costruzioni di una fantasiosità irreale:
esse non gli possono dire nulla, sono per lui come forme aeree che
svaniscono quando egli le vuole afferrare, così come è solito afferrare
gli oggetti della realtà consueta. Questa lo avvince a sè con mille
lacci; ciò che essa gli può promettere egli lo conosce, lo ha imparato ad
apprezzare in mille modi. Chi qui vede giustamente, comprende che cosa
intendano dire le leggende religiose quando parlano del Tentatore,
che promette tutte le magnificenze di guesto mondo a coloro, i quali vogliono intraprendere
il sentiero della illuminazione superiore. Se noh è risvegliata in. loro
la forza di resistere a cotesto Tentatore, essi cadono inesorabilmente in sua
balia. Con ciò si accenna a quel che s'intende per pericoli della soglia,, che occorre
varcare, se si vuole calcare il
sentiero, della sapienza. Niuno può giungere a questo sentiero se
non intende valersi dell’ occhio spirituale, dell'intelletto e della
ragione, diversamente da come vengono adoperati) nella vita
quotidiana. L'uomo deve porre il piede sulla soglia come un trasmutato,
come "°° uno, il cni°occhio spirituale è stato rafforzato; ed è
singolarmente difficile nell’ età nostra attuale rinvigorire
così.quest'occhio, x giacchè appunto dalla nostra scienza esso
viene rivolto o a.ciò che è concreto li tangibile. Per compiere le sue
conquiste nel campo delle forze naturali esteriori que-, sta scienza dovè
rendere quest'occhio cieco alle potenze spirituali dell’esistenza. Non
si fraintenda tutto ciò, prendendolo per un rimprovero! Chi vuol
comprendere il mec-\l canismo di un orologio non ha certo biso i}
gno di risalire con l'indagine fino ai pensieri dell’ inventore dell’ orologio
; egli può mM bene attenersi a quanto ha imparato dalla
[RUN fisica; può comprendere l’ orologio dal suo stesso
meccanismo. a nessuno può com preridere come le forze e le cose che
coo perano nell’ orologio siano state originaria mente combinate, se
non va in traccia dello | spirito che le ha combinate e non
indaga le ragioni per cui esse sono state così comf frze
Tmnon © SEXI ma ) fe | fa meda; meo N el Mm NK ke bt re
e € o’ uc gi Riti fet rextore9 Lo
fel #0 A 0 è MT, ui gno PEA Vs. b- parte li (a È Logan Foe.
SP RTTO el ppartnzs ti dae binate. Il naturalista può comprendere
giustamente la Natura solo se in lei stessa ri- le cerca anzitutto le
forze con cui essa opera. Se afferma che queste si sono combinate | ®
cudl da sè, assomiglia a colui che non si perita Y0Me flat di
pensare che un orologio si sia congegnato da sè. S izione-è non il A | lo
spirito Ge Le cose, bensì il trasferirlo alla cieca me/le cose stesse.
Superstizioso è, non colui che cerca l'inventore dell’ orolo gio,
ma colui che nell’orologio stesso immagina ‘uno spirito, il quale manda avanti
Î le lancette. Soltanto quando in questo modo || sî fraintendono
coloro che vanno in traccia dello spirito dell'esistenza cosmica, si
può metterli in un fascio con quelli che a buon diritto sono accusati
di superstizione e che cen altrettanto buon diritto vengono oggi riguardati
come turbapace, perchè compromettono i
benefizi, che la nostra coltura scientifica ha prodotto. (Chi non
ha l'occhio velato da. preconcetti saprà a chi si vuol alludere nelle due
categorie citate). Chi-pone il piede sulla Sogliz
che d accesso alla visione superiore, se vuole riu i scire ad
avanzare, deve essere provvisto della 2 sN forza che mena ad avvertire il
Reale là dov@mnn l'intelletto ordinario e la ragione solita scor-
x i T] x > l'intolegione I Lie ii pai de Pe Pe Pietà
sa desti Ann ie siii nc e a | na ta A in x gono soltanto fantasticaggine
ed illusione. Giacchè il perenne e l'eterno sono appunto, là, dgye
all'occhio rivolto soltanto al transi* torio e temporaneo altro non
appare che fantasticaggine ed illusione. Nessun utile, dunque,
risentirà un uomo che venga condotto dinnanzi alla sorgente della eterna
sapienza colgalo corredo.della.sua intelligenza rdinaria. Perciò nei
Misteri, il primo grado d Iniziazione non consiste nell'impartire
un nuovo sapere intellettuale, ma nella completa trasmutazione delle
forze conoscitive dell’uomo. Con fine intuito pertanto, Scuré descrive
nei suoi Grandi Iniziati, il
cammino di chi tende al Sapere, mediante
i Misteri: ALE L’iniziazione era a leaneno r, le di futfo l'essere
umano ad ascenlere le vette vertiginose dello spirito, dall'alto delle quali si
può dominare la vita. E più innanzi egli dice: Per giungere a questa
padronanza l’uomo ha bisogno di una totale rifusione del proprio essere
fisico, morale e intellettuale. Orbene, questa rifusione non è possibile
se non mediante |’ esercizio simultaneo della volontà, dell’intuito
e del raziocinio. Mercè il loro completo accordo l’ uomo può svi
} ;) I Fapiecinia TX. iNalonta Ponso;
I he sli luppare le proprie facoltà fino a limiti indefinibili.
L’ anima ha sensi assopiti ; l' iniziazione li risveglia. Mercè uno studio
profondo e un'applicazione costante l’uomo può mettersi in rapporto cosciente
con le forze occulte dell'universo. Con uno sforzo porentoso egli puo
raggiungere la percezione spirituale diretta, schiudersi i sentieri
che portano. all’olt a, al superfisico, e divenire capace di regolarvisi.
oltanto allora può dire di aver vinto il destino e di esSersi conquistato
fin da quaggiù la propria tiliberi divina. Soltanto allora l’iniziato
può vi divenire inizi.tore, profeta e teurgo, vale a dire veggente
e formatore di anime. Infatti soltanto colui, che comanda a se
stesso può comandare agli altri, e soltanto chi è libero può
liberare . La missione dei Misteri va intesa in tal senso, per quel
che si riferisce al loro primo grado. ‘Non si trattava solo fi una
DUOSA scienza, ma della produzione di nuove forze | pudore
‘L’individuo=doveva. trasmutarsi, ivenire un altro, prima di venir
condotto al Sole spirituale, alla sorgente della sapienza.
Colui, le cui forze non sono temprate allorchè pone il piede sulla Soglia, non sente la realtà
dell’eterne. potenze spirituali, (}. che quivi gli si fanno incontro. In
luogo di entrare in rapporto con_un mondo superiore egli ricade nel mondo
inferiore. À questo pericolo trovasi esposto chi va in cerca delle
sorgenti della sapienza. Se egli soccombe, allora ha temporaneamente
ucciso in sè l'eterno germe. Questo era per l'innanzi dormente in lui,
ma, pur così dormente, era tuttavia ciò che nobilitava la passeggera,
inferiore natura e la trasfigura. Ingenuo ed inconsapevole, l' individuo
viveva con questo rudimento di spiritualità superiore. Dal mal riuscito
tentativo, di.iniziazione quel latente rudimento JÉne. distrutto. All'individuo
non resta che l'istinto di vivere nel transitorio, di yivere
Soltanto pel regno di guesto mondo. Per il fatto di. avere sentito
come_illusorio il divino spirituale,,
egli divinizza il sensibile_materiale,.
In tal modo, sulla Soglia,, può
andare perduto per l'individuo il suo più prezioso tesoro, la sua parte
immortale. Questo è il pericolo analogo all’ accecamento dell'occhio
nella similitudine su riferita. E' ovvio che coloro, cui nei
misteri incombeva l'ufficio d’iniziatori, erano per pro- .Wei Rito
fonda consapevolezza della propria responsabilità, estremamente esigenti verso
i discepoli, giacchè tali esigenze dovevano servire a temprare nel senso
indicato le loro forze spirituali. E. Schuré descrive la scala gra
duale della Iniziazion ‘a_praticata I riella scuola di Pitagora e-la sua
descrizione è tutta improntata di geniale senso d’arte e di mistica
profondità. Mi appoggerò appunto ad essa per parlare di quei gradi
iniziatici. Erano ammessi all’Iniziazione soltanto coloro che offrivano
sicurezza di riuscita per la costituzione appropriata della loro
natura intellettuale, morale e spirituale. Per costoro cominciava
allora il periodo della Preparazione,.
Per molti anni essi diventavano itori. Nel tempo nostro, in cui
ciascuno sf crede autorizzato a giudicare e criticare mon appena
abbia appreso qualche cosa, 0, torse anche più sovente, quando non ha
ancora imparato nulla, non è punto facile rendere simpatica l’idea" quel lungo
uditorato. All'uditore era imposto il più assoluto silenzio, inteso non
nel senso esteriore di ‘ astinenza da ogni parola, bensì nel senso
di | astinenza da qualsiasi critica, STdoveva Accogliere del tutto
spregiudicatamente l’istru due crilica PESTO, gp zione, senza
turbare questa spregiudicatezza con una prematura analisi critica. Il
saggio sapeva, e gli uditori avevano fiducia; per un certo tempo
non_.era loro Jlecito..criticare, giacchè il sapere che ricevevano era
appunto ciò che occorreva per renderli maturi all critica. Come è
possibile che impari vera[mente chi vuole immediatamente criticare \{
quel che apprende? Con questo metodo di ascoltare in silenzio i
Pitagorici hanno reso maggio a una massima, che sola può fare
ascendere i gradini della conoscenza. Chi ha percorso la via della
conoscenza lo sa. Egli non può che sentire pietà per coloro, che si
creano intoppi su tale strada coi loro giudizi prematuri e con le loro
critiche. Il nostro tempo è tutto pieno di questo_immaturo spirito di
critica: basta osservare intorno a noi ciò che i nostri oratori dicono e
ciò che i nostri scrittori scrivono.,Se vi fosse ai tempi nostri solo un
pò di spirito pitagorico, resterebbero. inespressi più dei nove
decimi di quanto vien detto e altrettanto rimarrebbe non stampato di
quanto vien pubblicato. Oggidì, chi ha messo insieme un paio di
osservazioni, o si è appiccicato in testa un paio d'idee, si crede
autorizzato a sputar sentenze e giudizi sui sel RARI
TESE, soggetti più essenziali. Invece un tale diritto spetta soltanto a
chi abbia imparato a contenere per anni il suo giudizio e a porgere
ascolto spregiudicat ea quanto i savi dell'umanità hanno detto. Esaminate tutto e tenetevi il meglio,,
è una fallace norma dell'anima di chi non è maturo per esaminare.
Il nostro giudizio non vale proprio nulla, nulla affatto di fronte alla Verità,
fin tanto che non lo abbiamo fatto esaminare dalla verità stessa. Invece di
dire. Io esamino tutto e voglio tenermi il meglio, molti dovrebbero dire. Io
voglio fare esaminare me stesso dalla Verità, e quando io sia
sufficientemente buono per essa, allora ch' essa mi prenda! Chi non
si è esercitato per anni ad adattare, a inalveare la propria vita in questo
illimitato abbandono al giudizio delle sagge guide della umanità, non
arriverà mai a formulare giudizi che siano più che fumo e vacua risonanza.
Pa Una norma siffatta è certamente invisa in questo nostro
tempo illuminato,, in cui dominano
la pubblica criticaglia, e lo spirito gazzettaio ; invece gli uditori
pitagorici si attenevano appunto a cotesta norma. Raggiunta la voluta
maturità, l' uditore vedeva | 4 iena: acli Neggiunto per lui
il giorno d'oro col quale cominciavano le rivelazioni sull'essenza
della natura e dello spirito umano. A poco a poco i gli si fa
comprendere la zomìa [I am a zoologist – a philosophical zoologist – Grice], le
leggi della esistenza corporea e psichica. Be" 1 Voglia afferrare
questa romia col non raffinato intelletto ordinario non ne comprende
nulla. Goethe una volta accennò a questo. Allorchè nel SUO VIAGGIO PER
L’ITALIA e per la Sicilia si era dato con tutta lena allo studio delle
piante, e si era formato quelle sue vedute tanto citate ma tanto poco
comprese sulla pianta archetipa, scrive in Germania che avrebbe
voluto fare un viaggio in India, non per scoprire qualche cosa di
nuovo, bensi per guardare a Suo..modo_.il già scoperto. Quel che importa,
appunto, non è il conoscere le leggi messe in luce dalla botanica intellettuale vi bensi il penetrare
coll’aiuto di queste leggi nell’intima essenza della vita vegetale.
Si fica essere un erudito professore di botanica e non capir nulla di
questa vita vegetale. | nostri scienziati hauno veramente delle strane
idee a questo proposito. Essi o credono che, in genere, non si possa
penetrare nell'intimo della natura, o affermano che la nosira
indagine non è ancora fanto avanzata. Essi non sospettano che con questa
indagine mediante i sensi e l'intelletto possono, sì, moltiplicarsi con effetto
benefico le nostre cognizioni, ma che per investigare (| interno,, è, invece, necessaria una maniera
di pensare tutta diversa da quella che essi mettono in pratica. Non
vogliono saperne dell’inventore dell'orologio mentre studiano l'orologio alla
stregua dei principi della fisica. Poichè non possono trovare nell'orologio
nessuno spiritello che spinge avanti le lancette, o negano lo spirito,
che ha congegnato le ruote, o asseriscono che esso è inaccessibile all’umana
conoscenza, 0 del tutto o fino ad oggi. Chi parla dello spirito della
Natura viene accusato di sbizzarrirsi in vane parole. Ma non è
colpa sua se gli accusatori non sentono in ciò altro che parole! I discepoli
pitagorici, al secondo grado della loro istruzione, venivano introdotti
nelloSpirito della Natura. Soltanto: dopo RARO al questo
grado, potevano venir condotti alla
grande Iniziazione . A questo punto erano maturi per accogliere in
sè i Segreti della esistenza; il
loro occhio spirituale era ormai sufficientemente vigoroso; oramai non
apprendevano più a conoscere soltanto lo spirito delia nai tura, ma anche
le intenzioni di questo spii rito. Da questo punto in poi non sì può più
i parlare dei Misteri col solito linguaggio, ma soltanto per via
d'immagini, giacchè il no(a stro linguaggio è tutto adeguato
all'intelletto e non ha parola adatta alla conoscenza superiore, di cui
qui ci occupiamo. In questo È senso va inteso pure quanto
segue. Prima di ogni altra cosa l'individuo apprendeva a spingere lo
sguardo oltre la propria esistenza personale. Da ciò traeva l' esperienza che
quella sua vita era la ripetiiS . zione di vite anteriori a un nuovo
gradino dell'esistenza. Si poteva convincere che quel i che è
lecito chiamare anima, nel giusto senso della parola, si rincarna
ripetutamente, e che le capacità, le vicende e le azioni della Me
sua vita presente erano da interpretarsi come effetti di cause reperibili
in quelle sue vite antecedenti. Egli si rendeva anche conto che i
fatti e gli eventi di quella sua vita presente dovevano produrre i loro
effetti in esistenze 1 avvenire. i ; Su ciò bastino qui questi
pochi cenni, da perchè ho intenzione di parlare in altro
luogo esaurientemente delle grandi leggi della rincorporazione, e
della legge cosmica, ovvero, in altre parole, della rincarnazione, e del Karma.
Queste verità potevano divenir convinzioni per il discepolo dei Misteri, come
è verità per l'uomo comune che 2 x 2-4; perchè al terzo grado il
discepolo era a ciò maturo. Ma anche a questo grado si può avere un
giudizio completamente sicuro su queste conoscenze, unicamente perchè si
è ormai acquistata la capacità di comprenderne giustamente il
significato. Anche oggi, come in ogni tempo, molto si criticano tali
concetti ;, ma ciò che viene criticato in realtà sono soltanto le arbitrarie,
concezioni dei critici stessi, che non hanno alcuna importanza. Del
resto, però, si deve anche pienamente convenire che pure molti
seguaci della idea della rincarnazione non hanno di essa concetti
migliori di quelli dei suoi oppositori. Non tutti coloro che oggi
difendono queste dottrine, le comprendono veramente. Anche tra questi
difensori ce ne sono molti che sono troppo scansafatiche 0
troppo.... consci di sè per apprendere in silenzio prima di far da
insegnanti. 0° Cfr. dello stesso autore gli scritti maggiori Teosofia Scienza occulta e i minori Azione del Karma. Rincarnazione e
Karma come leggi naturali. Ora, se non forse presso i Pitagorici, c'era,
però, in altri Misteri, dopo la grande
Iniziazione rivelatoria,, il grado della vera iniziazione mistica. In
essa non soltanto l'osservare e il pensare, ma tutto il vivere
conscio veniva esteso oltre l'immediata personalità dello individuo. Per essa
il discepolo non diveniva soltanto un sapiente, soltanto un
veggente. Egli ormai non percepiva l'essenza delle cose, ma la viveva con
esse. Molto arduo è dare una idea di ciò, di cui qui si tratta. Il
veggente non ha soltanto la sensazione degli oggetti, bensì sente regoli
oggetti stessi, trasferendosi nel loro interno; egli non pensa circa la
natura, bensì esce di se medesimo e s'interna, pensando, re//a
natura. (E' questo un procedimento noto al Teosofo, il quale lo chiama.
lo schiudersi dei sensi astrali. L'uomo intellettuale non bada ai
veggenti: essi debbono esser per lui dei visionari, se non peggio. Chi,
invece, ha senso per le loro doti, li ascolta con pio rispetto,
giacchè sente parlare in loro non più una persona umana, bensì la stessa
Saggezza vivente. Essi hanno fatto olocausto delle Cfr. dello stesso
autore: Come si acquista conoscenza dei mondi trascendentali
v. EA proprie inclinazioni, simpatie, opinioni personali per poter
prestare la propria bocca all’eterno Verbo, mediante il quale furono
fatte tutte le cose. Giacchè dove parla ancora l'opinione umana, dove campeggiano
ancora inclinazioni’e interessi, ivi tace la sapienza eterna. E quando
questa giunge all'orecchio di coloro che non ‘hanno ancora
sentimento per essa, appare loro soltanto come personale parola
umana, per quanto in essa possa chiudersi una forza divina. Ma dai
veggenti stessi, gli uomini ‘potrebbero imparare ad ascoltare, giacchè il
veggente fa tacere la sua umana personalità quando a lui parla la voce della
Verità. Il suo giudizio tace, i suoi interessi, le sue inclinazioni gli
stanno dinanzi altrettanto insignificanti quanto il tavolino che ha
davanti a sè: egli è tutto assorto nel| l'ascoltazione interiore. Solo il
veggente ascenderà al grado successivo, che gli antichi chiamavano del teurgo
e che nella nostra lingua può venire designato come quel grado, in
cui si opera una completa riversione, delle facoltà umane. Forze
che, di solito, affluiscono nell'individuo da/ di fuori, ora si effondono da
/uîi. In certi campi, nei quali 5 RS a l’uomo è soltanto un
servitore, diviene un dominatore colui, le cui facoltà sono trasmutate. E
poichè solo il veggente è in grado di giudicare la portata e la
maniera a d’'agire di coteste forze, l'uomo che ne verrà Ti in
possesso senza aver raggiunta la purità del veggente, ne farà mal uso. E
questa do sapienza senza purità,,
è possibile a causa w di un cencatenamento di circostanze, di cui
<a qui non è il caso di tener discorso. Sulla Iniziazione superiore, a
proposito dei Pitagorici, E. Schuré ha il seguente magnifico passo :
1 i BRANO Abbiamo, seguendo Pitagora, toccato la cima della iniziazione
antica. Da dr questa vetta la terra apparisce come im- cf ersa
nell'ombra, come un astro morente. Di lì si schiudono le prospettive
sideree e eri dispiega nel suo meraviglioso complesso. Le Scegatao ii a n
1 la vista dall'alto, l'epifaria dell'universo. Ma \\®s4* scopo
dell'insegnamento non era l’assorbire VITA l'individuo nella
contemplazione o nell'estasi. È le regioni incommensurabili del
Cosmo, li UH aveva tuffati negli abissi dell'invisibile. I
veri pauroso pellegrinaggio fatti migliori, più forti e meglio
temprati pei cimenti della vita. I, Il Maestro aveva condotto i
discepoli per iniziati dovevano ritornare sulla terra da quei
î =Sf ia Alla iniziazione della intelligenza
doveva seguire quella della volontà, ed era di tutte la più ardua,
giacchè ora per il discepolo si trattava di far discendere la verità
nelle profonde latebre dell’ esser suo, e di porla in azione nella
pratica della vita. Per raggiungere questo scopo ideale occorre secondo
Pitagora riunire tre perfezioni: avere realmente la verità
nell’intelletto, la virtù nell'animo, la purezza nel corpo.
Un'igiene sapiente, una regolata continenza dovevano serbare al corpo là
purezza che si richiedeva non come scopo, ma come mezzo. Ogni eccesso
corporeo lascia una traccia e quasi un imbratto nel corpo astrale,
vivente | organismo dell’ anima, e per conseguenza anche nello
spirito. A questa altezza l'individuo diviene un adepto, e, se possiede
bastante energia, entra in possesso di facoltà e di poteri novelli. Si
schiudono i sensi interni animici, e la volontà si riversa radiosa negli
altri sensi (vedi Schuré). Di tutto ciò che l'uomo compie prima di
raggiungere questo grado, le cause sono da ricercare in regioni a lui
completamente sconosciute. Lo sguardo del teurgo, invece, | spazia in
coteste regioni, e in perfetta consapevolezza, egli irradia da sè
quanto nell'uomo dorme di solito
inconsciamente, nelle più profonde latebre dell'anima, Egli
trovasi a faccia a faccia con la sua Guida, che per l’innanzi lo aveva
diretto invisibilmente da tergo. Col sussidio di siffatti pensieri si
dovrebbero leggere periodi come il seguente, tratto dall'antico testo di
sapienza chiamato il Mundakopanishad: Quando il veggente vede l'aureo
Creatore, il Signore, lo Spirito, il cui grembo è Brahman, allora il savi
o, dopo che ha gettato via merito e demerito, raggiunge immacolato
l'unione suprema. Alle vette, dunque, che vengono così con-.
quistate drizza lo sguardo E. Schuré; e la mistica fede nella fulgida
forza di codeste vette gli conferisce la capacità di trapassare.
alcuni dei nebulosi veli che nascondono la. vera natura delle grandi
Guide dell'Umani tà. Ciò lo rende capace di descriverli, questi grandi iniziati,:
Rama, Krishna, Ermete, Mosè, Orfeo, Pitagora di CROTONE, Platone e Gesù.
A grado a grado da coteste Guide sono state irraggiate nell'umanità le
forze a_ seconda della maturità raggiunta dal genere umano nelle
diverse epoche. Rama condusse alla porta della sapienza; Krishna ed
Er-.ai mete ne misero le chiavi nelle mani di alcuni; Mosè, Orfeo e
Pitagora additarono l'interno, e Gesù, il Cristo, presentò il
Sancta Sanctorum, l'intimo sacro penetrale. Sarebbe sciupare tutto
il singolare incanto del libro dello Schuré il volerne raccontare il contenuto,
nel quale, così com'è ognuno dovrebbe profondarsi da sè. Ed, Schurè
accenna al fatto che pel tramite del Fondatore del Cristianesimo le forze
della sapienza dei Misteri sono state riversate nelle vene spirituali
dell’ umanità in forma tale, che le orecchie dell’ umanità hanno
potuto udirla. E anche in questo terreno la verità deve essere cercata pei
sentieri che E. Schurè ci presenta. La forza. che s' irradia dalla
personalità di Gesù, è forza vivente nei cuori di tutti coloro, che
la lasciano fluire in sè stessi. Comprendere la vivente Parola che in
questa forza agi| sce, può solo colui che se ne procaccia la chiave,
mercè la comprensione della sapienza dei Misteri. E a ciò fornisce, per
quanto è possibile, il fondamento Besant col suo cristianesimo esoterico. E'
questo un libro, per mezzo del quale l'occulto | significato delle parole
bibliche si svela al lettore che tutto vi si abbandona, Sg
VI Siffatti libri-chiave sono necessari ai no. stri giorni.
L'umanità era in condizione del F tutto diversa dall’odierna, quando
ricevè l’Evangelo, l'annunzio gioioso. Oggidì l’intelletto ha ben altro
allenamento che non ne avesse 19 secoli fa. Oggi l’uomo ‘può
trasmutare in vita propria la forza vivente della parola palese soltanto
se riesce ad afferrare cotesta forza mediante la propria facoltà
ragionante. Ma ciò che è vero, resta $ vero eternamente, anche se il modo
come i l'uomo deve afferrarlo si cambia nel corso i dei tempi. Che
oggi l’ intelletto e il raziocinio facciano valere i propri diritti è una
necessità ; chi conosce l’evoluzione umana sa che deve essere così. E
perciò egli dà oggi all’intelletto, ciò che secoli addietro è stato
dato ad altre forze dell'anima. Da que sta e da nessun’ altra cognizione
dovrebbe scaturire l'attività del vero teosofo, e così vuole essere
interpretato il Cristianesimo
esoterico, di Besant. Il teosofo sa che nel Cristianesimo c'è la Verità,
e sa altresì che Gesù, nel quale s'incarnò il Cristo, non è un Duce di morti, bensi un Duce di vivi,.
Il teosofo intende la grande parola del Maestro. Io sono con voi
tutti i giorni, sino alla fine,,. Alla Guida viven- Bla: £ @ÈS
te, non a quella dei ragguagli storici, si rivolge anzitutto chi, come
A. Besant, vuole spiegare il Cristianesimo. Ciò che la Parola vivente, ancora oggi,, annunzia
all'orecchio che vuol porgerle ascolto, è ciò che poi proietta la sua
luce sul racconto evangelico. Sì, certo, l' Annunziatore della
Parola è rimasto qui fino ad oggi e può dirci come dobbiamo intendere la
lettera dei ragguagli intorno ai Suoi atti e ai Suoi discorsi.
Le buone novelle debbono
essere intese esotericamente cioè,
bisogna, prima, che sia svegliata dentro di noi la forza vivente, che
imprime su di esse il sigillo di . Gò che è Santo,,. E poichè l'intelletto e il
razigcinio sono i grandi strumenti della civiltà d’oggi, bisogna ch’essi
vengano liberati dai lacci dell’ intendimento puramente sensistico, della
comprensione meramente positiva,
della realtà. L'intelletto stesso dell'umanità presente deve tuffarsi nel
mare che lo riempie di vera religiosità, giacchè non è esatto che
l’assennato intelletto non valga che a distruggere le illusioni, di cui il sentimento
religioso avvolge le cose. Ciò è opera solo dell'intelletto abbagliato
e inceppato dai successi riportati nella nozione ALI: 000
e nel dominio delle forze puramente materiali della natura. Gli uomini
del presente e con essi i nostri fisici, i nostri biologi e i
nostri storici, si credono Ziberi nel loro mondo intellettuale unicamente
edificato sul fatto positivo. In Verità essi vivono sotto l’azione
di una Suggestione dominante su tutto. Liberi, fino a un certo punto,
potreste diventare voi fisici, biologi e storici di oggi, se voleste
riconoscere che i vostri concetti di rea/tà anzi di materie e di forze
del mondo, di sforia umana e di evoluzione della civiltà, non sono
altro che sugge\stioni collettive,. Un
giorno vi cadrà la benda dagli.occhi, e allora soltanto sperimeénterete
fino a qual punto è verità e non errore quel che voi pensate dell'elettricità
e della luce, della evoluzione animale ed umana; giacchè, notate
bene, anche i teosofi riguardano le vostre asserzioni non come errori, ma
come verità. Infatti anche la vostra interpretazione della natura è per loro
una professione di fede, e quando
essi dicono di volere cercare il nucleò
della verità in tutte le religioni,, fanno ciò non solo riguardo a
Buddha, Mosè e Cristo, ma anche riguardo a Lamark, Darwin ed
Hickel, ay ( (A E opere come queile citate di Schuré e di
Besant sono destinate a togliervi la benda dagli occhi, debbono
insegnarvi a veder chiaro nelle
vostre suggestioni. Conseguentemente, in libri siffatti quel
che importa non è tanto il loro contenuto letterale, quanto le occulte
forze che mossero la penna dei loro autori e che si trasfondono nelle
vene dei lettori, così che questi vengono tutti pervasi da un nuovo senso
della verità. 1 lettori che subiscono il giusto effetto di tali libri ricevono
sotto un certo rispetto una /riziazione di tipo, diremo così,
intellettuale. Chi a questa frase mon arriccia il naso, come alla
asserzione di un miracolo, chi è in grado di scorgervi, invece, qualche
cosa di più che una vacua frase, potrà anche comprendere, come — libri
siffatti gli vengano presentati non già per allettarlo a fare una delle
solite letture, ma con l’altra ben diversa mira ch' essi, per virtù
delle forze con le quali sono stati scritti, debbono suscitare in lui
forze dormenti, anche se a tutta prima coteste forze possano essere
soltanto quelle dell'arimia intellettiva. Al nostro tempo, peraltro, non
c’è vera Iniziazione, che non passi per l' intelletto. Chi vuole in
oggi condurre agl’arcani superiori, evitando di passare per l' intelletto,
mon capisce nulla dei segni dei tempi, e non può far altro che porre sugsa
gestioni nuove al posto delle antiche. Grice: “Of course,
Austin thought that the Saturday mornings should be held on Wednesday midnights
at Parson’s Pleasure – we were into initiation!” Nome compiuto: Giovanni
Colazza. Keywords: dell’iniziazione, rito di passagio, rito di iniziazione,
iniziazione nel misterio, iniziazione, l’iniziazione di Bacco, la Baccanalia,
il sacrifizio di Bacco, sacrifizio come dolore e piacere, Prosimno, iniziazione
di Bacco, la reazione della religione romana al mistero bacchico, iniziazione,
iniziazione del giovane romano, la toga virile. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Colazza” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Colecchi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di
Pescocostanzo –filosofia aquilese – filosofia abruzzese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Pescocostanzo). Filosofo aquilese.
Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Pescocostanzo, L’Aquila, Abruzzo. Grice:
“What I love about Colecchi is that while he was a bad Kantian, he was an
excellent Vicoian!” Studia ad Ortona, dove sube diverse perquisizioni da
parte dell'Inquisizione per la sua tacita simpatia verso gli ideali
rivoluzionari. Insegna alla Reale Accademia Militare della Nunziatella. Venne
mandato in missione in Russia, dove si dedica alla filosofia speculative.Al
ritorno, soggiorna a Königsberg, dove ebbe modo di conoscere l'opera di Kant.
Fu uno dei primi filosofi italiani a studiare Kant.Rientrato in Italia, fonda a
Napoli una scuola privata di filosofia ed ha tra i suoi allievi i fratelli
Spaventa, Sanctis, Settembrini e Caracciolo. Il suo merito principale fu quello
di essere, insieme a Galluppi, un assertore del criticismo kantiano in Italia.
Altre opere: “Se la sola analisi sia un mezzo d'invenzione, o s'inventi colla
sintesi ancora?” La legge del pensiere; L’analisi e la sintesi; La legge
morale, La legge della ragione; “Se il raziocinio sia essenzialmente diverso
dalla intuizione”; “Se nell'invenzione eserciti maggior influenza la sintesi o
l'analisi; “Se li giudizi necessari sieno solamente gli analitici”; “Se
l’identità formale del raziocinio sia valevole a convertire il raziocinio
empirico in raziocinio misto?”; “Il principio sul quale poggia il raziocinio
quando classifica e quando istruisce”; “Quistioni ideologiche”; “Se diasi una
logica pura, ed una logica mista”; “Se una idea soggettiva non altro sia che
una idea di un rapporto, L’idea dello spazio e l’idea del tempo; Il primo
problema di filosofia: se la sensazione sia esterna di sua natura, o tale
diventa in forza del giudizio abituale? Alcune quistioni le più importanti
della filosofia; Psicologia, Logica applicata, Ideologia, Frammento
apologetico; in G. Gentile, Dal Genovesi al Galluppi. Ricerche storiche,
Edizioni della Critica, Napoli, e in Storia della filosofia italiana dal
Genovesi al Galluppi, Firenze; Tip. «All'insegna di Aldo Manuzio», Napoli); a
cura dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, con introd. di F.
Tessitore, Procaccini, Napoli); E. Pessina, Quadro storico dei sistemi
filosofici, Milano); Necrologia in “Poliorama pittoresco” “Elogio funebre”;
Spaventa, Studi sopra la filosofia di Hegel, Torino; L. Settembrini, Lezioni di
letteratura italiana, Napoli; F. Fiorentino, Scritti vari di letteratura, filosofia
e critica, Napoli; A. De Nino, Briciole letterarie, I, Lanciano; Sanctis, La
lettereratura italiana nel secolo XIX, Napoli); Marchi, Il sistema filosofico
di C. (Tip. Sociale di A. Eliseo, L'Aquila); F. Amodeo, C., in «Atti della
Accademia Pontaniana», Discussioni biografiche e documenti inediti, Ravenna);
L'istruzione pubblica e privata nel Napoletano; Città di Castello, C. filosofo
e matematico: nuove notizie e nuovi documenti, in «Rassegna abruzzese di storia
e d'arte», Gentile, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi,
II, Milano); Pedagogisti ed educatori, Milano); Capograssi, Nuovi documenti
sull'accusa di ateismo a C., in «Samnium», Romano, Un antagonista del Galluppi:
C., in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», A. Cristallini, C., un
filosofo da riscoprire, Padova, G. Oldrini, La cultura filosofica napoletana
dell'Ottocento, Bari; Garin, Storia della filosofia italiana, III, Torino; F.
Tessitore, Colecchi e gli scettici, in Introduzione a Quistioni filosofiche,
Napoli; G. Cacciatore, Vico e Kant nella filosofia di C., Centro di studi
vichiani; Io e C.. Narrazione biografica in forma di anamnesi, Japadre Editore,
L'Aquila-Roma; Dizionario Biografico degli Italiani. Dalla tomba della setta
italica, tenendo dietro alle origini dell’antica lingua del Lazio – la lingua
romana -- trasse fuori VICO queste divine idee; ha lello forse BRUNO ancora,
perchè un’ombra d’idealismo copre spesso la sua filosofia, spezialmente nella
scienza nuova, dove l’uomo passa suo malgrado dalle selve allo stato civile per
la sola opera di una lupa (la lupa capitolina). Se non che l’uomo di VICO
rimane nello stesso stato in cui avealo lasciato ENEA. Devono le divine idee
rideslarsi all'occasione delle sensazioni; njun tentativo per ravvicinare la sensazione
all’idea; dovrebbe ciò fare l’induzione, ma la ragione è sempre scontenta di
quanto scopre l’induzione. Non ancora siera mostrato Kant per conciliar insieme
la sensazione (sensus) e l'idea o concetto. Con questa filosofia, appoggiata
all’induzione, si dispone VICO a crear il diritto universale della nazione del
Lazio – la nazione romana. Ma preoccupalo sempre delle civili cose di Roma,
brillando sempre nel suo spirito l'immagine di Roma, si risolge in fine di
stabilire Roma come modello di civiltà. Il perchè nella storia, della
mitologia, nelle lingue, nel blasone, e pe’ feudi pur anche del medio evo deesi
Roma ripelere, e la romana giurisprudenza diventar quel la di tutte le nazioni
del mondo. E come i fatti hanno a servir di occasione per ridestare la idea,
così il diritto di Roma, le XII Tavole, tutta la storia, tutta la mitologia
concorrer devono a risvegliar le idee del vero, del giusto, a dir breve
l’ideale dell’umanità per selta. Ond'è che metafisica, logica, morale,
educazione, politica, geografia, astronomia si abbozzano prima della religione
de’ padri in mezzo alle famiglie, e poscia in mezzo alla città di Roma; dove il
senato si compone degli stessi primi padri, riuniti in Ordini, per reprimere le
ribellioni degli ammutipali clienti. Di qui le lante critiche sulla storia
positiva per distruggerla. Sesostri e Tanai sono due simboli. La sapienza del
poeta vera immagine della sapienza o scienza del filosofo, L’Eneide confuse con
la sapienza dei romani. E tutto questo per via di etimologie stirale, di mili
forzati, di stranissime analogie. Egli è evidente che tal metodo
d’interpretazione deesi ridurre in fine ad una tortura, per isforzare
tutt’imonumenti della storia e delle favole a deporre in favore di un sistema.
Siegue da questa osservazione che quanlunque tutta la storia, tutta
l’erudizione, per la potente sintesi di VICO, pieghi sempre al modello DI ROMA,
NO DI KOESINGBERGA, e la sua civiltà a poco a poco siasi spenta, fino a che
passato il medio evo, col risorgimento delle lettere e delle scienze, ricomioci
il suo corso; può non pertanto rimaner il dubbio che il popolo romano altro
forse non sia che un fatto isolato. Essendo si in effetto limitato il Vico al
uomo del Lazio.VICO, dobbiamo pur dirlo a Gloria d'Italia,VICO è di gran lunga
superiore ad Herder, il quale nella sua Storia dell'umanità parla pur anche
dell'origine e del progresso della civiltà de’ popolo romano. Imperocchè se
Herder, amico del sensismo, vede l’uomo del Lazio nella natura, e dalla
formazione del cristallo, per una ben lunga scala, va sino all'uomo che è la
corona dell'organizzazione. VICO, seguace di Platone e non d’Aristotele, con
maggior discernimento del ministro protestante, l’uomo nell’uomo stesso
contempla. E se l'analisi di Herder vivamente rallegra l'immaginazione, la
sintesi di VICO sembra lalmente falla l'intelligenza per, che il lettore, in
onla del suo linguaggio enigmalico e della strapezza delle analogie, viene
attirato potentemente dalla magica forza della sua filosofia. Niuno più
originale di VICO, e pare che l’originalità dell’italico ingegno siesi
sventuratamente nel VICO spenta. De’ suoi principii intanlo, per quel che
riguarda il nostro assunto, egli è facile di raccorre, che avendo le legge per
iscopo di metter freno alla passione umana, e di render l'uomo migliore; ben
possono per esse la *forza*, l’*avarizia* e l’*ambizione* che sono i tre vizi
pe’ quali corre a trovarsi il genere umano, convertirsi in *valor militare*,
*prudente mercatanzia* e *savio governo*. La legislazione dunque, considerando l’uomo
qual é, se dirige ad usi migliori la passione, lo riforma e trasmuta in quello
che esser deve. La massima di VICO pertanto, ben lunga dall’opporse alla legge
morale, la conferm viemaggiormente e ne presuppone l'esistenza. E qui credo far
cosa grata a miei lettori, se da VICO stesso tolgo le prove di questa mia
assertiva. L’unico principio e fine del diritto è per VICOla virtù del vero. E
chiama virtù del vero l’umana ragione -- la vernunft di Kant -- la quale è
virtù in quanto combatte con la cupidità -- è giustizia in quanto regola e
pondera la utilità. La utilità non e per sè stesse ne onesta nè turpe; ma
turpitudine è la sua ineguaglianza, onestà la sua eguaglianza. L’utilità
privata di un singolare individuo, o anche nazione o popolo di due uomini, è
labile, perchè finisce con l'individuo la diada dei due uomo o con la nazione;
ma l’eguaglianza delle utilità, che è figlia dell’onestà, non è cosa caduca, è
cosa immutabile ed eterna. Una cosa caduca non puo produrre l’immutabile, nè un
corpo dar nascimeoto a ciò che li trascende. Il sistema dunque dei futilitari
utilitari, con questi pochi molli del VICO, è distrutto. Ciò si conferma con
quel celebre detto di Pedio presso Ulpiano: quante volte una od altra cosa
venne con la legge introdotta è buona occasione supplire con la legge stessa le
altre cose che tendono alla stessa utilità. Una buona occasione adunque e alla
divina provvidenza l’umana debolezza e miseria, per le quali, secondo la loro
stessa spontaneità, ritrasse gli uomini dallo stato ferino e bestiale ad essere
socievoli, uguagliando tra loro le utilità, come chè ciò non avvenisse da
principio per intera onestà, ma per una parte di onestà. Or, la società è una
*comunione* di mutua utilità che interviene tra eguali. Si la socielà ineguale
è tra un padre (superiore) e un figlio (inferiore); tra la potesta civile e di
soggetti – l’eguale è tra fratelli ROMOLO E REMO o i dioscure – Castores
(dual), o Eurialo e Niso, i due amici, tra due cittadini. Di qui due spezie di
giustizia rellrice ed equatrice. L'eguaglianza delle utilità, con *geometrica*
-- progressione geometrica -- misura determinata, è il subietto della giustizia
rettrice, della giustizia *distributive*, la quale mira alla dignità delle due
persone. L'eguaglianza poi delle utilità, fatta con *aritmetica* -- progression
aritmetica -- misura, è materia della giustizia equatrice, volgarmente detta
giustizia *commutativa*, la quale si rapporta al mio ed al tuo – al nostro --
-- ed ba luogo in ogni società eguale. Nè osta punto (come crede Grozio, il
quale dital L'occasione poi, per la quale una cosa accade, non è cagione della
cosa stessa, il che Grozio non vide, trattando dell'origine del diritto; e pur
doveva ia questa disamina por mente ad una osservazione tanto importante che ne
è il cardine. L' utilità dunque non fu produttrice del diritto, come piacque al
greco Epicuro, al etrusco Machiavelli, ad Obbes, i quali intesero per utilità
la cessazione o del bisogno, o della violenza, o del timore; ma fu l'occasione,
per la le gli uomini divisi, deboli, bisognosi tralti furono alla vita sociale.
qua. Siegue da ciò, che l'upa e l'altra giustizia la rellrice c l'equatrice
hanno per fondamento l'onestà, e che non può avervi giustizia senza morale:
conseguenza importautissima, dedotta dal VICO da vero suo priocipio, e sfuggita
al positivista CARMIGNANI, il quale fa della morale e del diritto due cose
talmente distinte, quasi non avessero nulla di comune tra loro. Elementi del
giusto diritto, per Vico, sono la prudenza, la temperanza, la fortezza. La prudenle
deslioazione io falti delle utilità, fatta con ragione, von come della la
cupidità, produce il dominio; il moderato uso delle cose utili genera la
libertà. La potenza regolala dalla fortezza partorisce la incolpala tutela. La
tutela de'seosi e la libertà degli affetti costituisce il diritto naturale, che
gli antichi interpreti dicono primitive, e gli stoici appellano il principio
della natura. Il dominio, la libertà, la tutela sono cose nalurali all’uomo, e
oale per le occasioni. Così la libertà del diritto era prima della guerra; ma
venne riconosciuta, ed ebb e il suo nome, introdoltasi, per la guerra, la
schiavitu. Similmente con la divisione de'campi siammisero I dominii delle cose
del suolo; ma il giure coosultodice: non essersii dominii introdotli:essersisolamente
distinti con la divisione. Finalmente dalla potenza, tosto col nascere,
proviene la difesa di sè stesso. distinzione siburlarche avendo più socii posto
in comune parli disuguali di daparo, prendano parti di lucro con geometrica
misura; perciocchè prendono parli di lucro con semplice misura, essendo il
daparo,e non la dignita della persona che li agguaglia. Jo falli tanto ciascun
socio ne toglie, quanto ne avrebbe preso, se solo a quel negozio posto avesse
il daparo. Il dominio della ragione su iseosi e sugli affetti è il diritto
naturale dagli stessi interpreti chiamalo secondario, e dal PORTICO conseguenti
della natura. Rimontiamo col VICO all’origine di questa distinzione. Iddio di è
all'uomo conlapolenza l'essere, con la sapienza il conoscere, con la bontà il
volere. Questo divino benefizio deriva del diritto naturale: l’una con cui
l'uomo vuole il suo essere, l’altra con cui vuole il suo conoscere: ood'è che
l’uomo lalvolla più il sapere chel’essere agogna. Or, nella parte con cui l’uomo
desidera il suo essere contengonsi quelli che gli stoici dicono principio della
natura; imperocchè egli appreode col pascere, mercè le sensazioni presenti e
vive del piacere e del dolore, a seguire le cose utili alla vita, a schivare le
nocevoli, e se venga impedito nelle utili, e sospinto nelle nocevoli, nè possa
altrimenti quelle con seguire,questeevitare;con la forza allontani la forza,
pel diritto che ha di cooservar il suo essere. Questa parte del diritto
naturale vien definita: diritto che la natura a ogni animale apprese, e da essa
nasce il diritto di respingere da noi la violenza, quello della unione de’due
sessi, della procreazione de'bgli e della educazione loro. Ma nella parle con
che l'uomo vuole il suo conoscere, contengonsi quelle cose che gli stoici
dicono conseguenti della natura, e vien essa definita: per tutto quello che la
ragione naturale fra gli uomini stabili ed egualmente fra le genti tutte si
osserva.Questa parte del diritto domina la prima: di guise che quando POMPEO,
impedito dalla tempesta a partire, disse: è necessario il navigare, e non
necessario il vivere, era siquesto suo dello uoa legge che la ragione a talli
gli uomini impone è necessario cioè dioperar rellamente,e non necessario il
vivere. Nella prima parte del diritto naturale la ragione non riprova, ma
permette: nell'altra essa vieta o comanda, e quello che comanda o vieta è
immutabile; che anzi per questa seconda parte è immutabile ancor la prima, non
potendosi le cose lecite di lor natura vielar con le leggi, non essendo in
potere di queste di far sì che non sieno permesse. Vedano ora imoderoi
scriltori di diritto: se la distinzione del naturale diritto nel principio
della natura, e ne' suoi conseguenti debbasi o no rigettare! Rimembro di averne
lello più di uno che la crede inutile. Grozio aperlamente afferma:non esser
ella di alcun uso, sen za avvedersi, dice il nostro filosofo e giureconsulto,
che nell'egregio suo trattato della guerra e della pace egli stesso l'ammelte
tacitamente; perchè in questo appunto il suo uso consiste, che nella collisione
dell'uno e dell'altro diritto, il secondo è da più del primo. Ma bisogna un
VICO per rilevar il merito dell’antica giurisprudenza, e mostrare a Grozio
spezialmente su quali salde basi ella si reggeva! Il diritto naturale primitivo
è, secondo Vico, la materia di ogni diritto volontario; il diritto naturale
secondario de costituisce la forma, la quale ove manchi, il diritto volontario
è nullo. Perciò Ulpiano define il diritto civile: per quello che nè al tutto
dal diritto naturale si diparte, nè inlullo adesso si uniforma; ma in parle
viaggiugne, inparte vitoglie. Il perchè la mente della legge e la ragione della
legge sono due cose distinte. Mente della legge è il legislatore; ragione dalla
legge è l'uniformità della legge al fatto. Possono si mutarsi i fatti, e la
mente della legge si muta; tutti può essa utilità riuscire tal fiata per altri
iniqua. equa, La ragione della legge fa che ella sia vera; il certo della legge
la fa vera in parte, e questa parte di vero sapno propria i legislatori, per
ottenere con l’autorità ciò che dal semplice pudore degli uomini conseguir non
possono; il che rende ragione della definizione del diritto civile, lestè data
da Ulpiano. Ond’è che in ogni fiozione della legge, la quale si rapporta al
diritto volontario, evvi due sono quindi i fonti della giurisprudenza: laragio
ne e l’autorità. Il vero e della ragione, il certo dell’autorità; ma non può
l'autorità opporsi in tutto alla ragione, altrimenti le leggi non sarebbero
leggi, ma si mostri di leggi. È dunque inopportuna cosa cercar ragione
dall'autorità, la qual, dettando una utilità per com ponesi l’autorità del
dominio, della libertà e della tutela, che sono i tre fonti di lutti gli stati.
Dalla conoscenza per la quale è l'uomo da più di ogni altra cosa mortale nasce
il suodominio sopra tutta la natura; dal suo volere trae origine la libertà,
dall’eccellenza del suo essere s’ingepera il diritto di tutela col quale contro
tutta la natura mortale si difende. Se dunque il dominio, la libertà, latutela
costituiscono l’autorità, seconda sorgente del diritto: se il dominio, la
mal’uniformità della legge al fatto non si muta mai. Mutato il fatto cessa la
ragione della legge; non però si muta o rivolge in contrario. La mente della
legge riguarda l’utilità, la quale variando, fa variar la mente; ma la ragione
della legge o l'uniformità della legge al fatto, riguarda l’onestà, e questa è
immutabile sempre un certo aspello di vero, che rende certa la legge, m a non
del tutto vera; perchè qualche ragione non concede che ella interamente sia
tale. Tetessa walela Sviela ile; laditt Jembro Grozio deon, siela o,sed che
ezli cololalores mate il diritto naturale na ni Callo. muu Da una parte
dell’autorità, e propriamente dalla tulela, nacque il diritto delle prime genti,
che può dirsi; Diritto della violenza. Divide Vico questo diritto in diritto
delle genti maggiori e in diritto delle genti minori. Le genti maggiori furono
prima che le città si fondasse, e si stabilissero le leggi: motivo per cui
Saturno, Giove, Mercurio, Marte, egli altri numi della mitologia perchè
antichissimi tra gli dei ripulali sichiamarono dei delle genti maggiori.Geoli
minori si dissero quelle che furono dopo fondale la città e stabiliti i reami;
ond’è che Dei minori si appellarono quelli che vennero dalle città consecrati,
come Quirino, ed altri Eroi. Pare a VICO che tale divisione imitassero in certa
guisa i Romani, allor chè denominarono patriziï delle genti maggiori quelli che
da' padri scelti da Romolo discesero, e patrizii delle gentiminori quelliche
trassero origine da'padri coscritti. Il diritto delle genti maggioriè, come
sidisse, il diritto della privata violenza, con che gli uomini, senz’alcun
freno di legge, toglievano con la propria mano, ed usucapivano; con la forza si
difendevano; il proprio uso o possesso rapivano, e con la privata forza
ricupera vano. Perciò i mancipii erano cose in realtà per mano tolte; i
debitori neri veramente legati; vere erano le mancipazioni, usucapioni,
vindicazioni, usurpazioni, o gli usi ne’rapimenti del possesso, come le mogli
usurarie che erano nel possesso, e non già nella potestà de’ mariti, usurpavano
lo spazio di tre nolli, cioè libertà, la tutela ha origine dalla naturale
disposizione dell'uomo, ed in ogni stato, come Vico sostiene, si manifestano sempre;
vedano Hume e Romagnosi con quanta buona ragione asseriscano che genitrice del
diritto è l'aggregazione sociale! per tre nolti continue illoro uso a’mariti
rapivano, accið con la usucapione di unannonon passassero in mano, o sia nella
poteslà di essi. Si disse ianaozi costar il vero della ragione della legge, il
certo dell'aulorità di essa, ed essere stale queste due cose cagione del
diritto; imperocchè il dominio, la libertà, la tulela in qualunque stato
dell’uomo si manifestano sempre. De esi però notare che il diritto, come che
risulti sempre da questi tre elementi,fu non pertanto ne’ governi divini ed
eroici più certo che vero; negli umani più vero che certo.Or siccome col
diritto delle genti m a g giori,senza alcun freno di legge, lecose, come testè
dicemmo, si usu capivano, con l’uso e con la per pelua adesione del corpo si
ollenevano, con la forza si riacquistavano, ed accadevano per questa violenza
frequenta risse ed uccisione; si riunirono in ordini i padri di famiglia, e
poco fidandosi, per la licenza che tra gli uomini regnava, del loro nalural
pudore, conservarono per sè soli la forza, e posero termine ad ogni ulteriore
disordine in avvenire. Da ciò nacque la potestà civile; la quale poche cose
pubblicamente trallava con la forza: le punizioni cioè e le pene. Affinchè poi
gli altri ad essa potestà soggetti, fossero nelle lor pretensioni tranquilli,
introdusse certa corporea forma alla materia da lraltarsi in privato, e
coosacrò certa formola di parola, alle quali uniformar dovessero la loro ipfioila
e svariata volontà i cittadini. la forza di questa formola, di proposito e
seriamente, non per frode o inganno, polevano essi acquistare diritti,
conservare le proprietà o in altri trasferirle, con le quali tre cose ce
lebrayasi ogni negozio di privato diritto. In tal guisa la civile potestà,
rimossa ogni violenza, e tolla via ogni in certezza per la solennità de’
giudizi, riforma il costume, e distribui fra i cittadini la cosa certa e
civile, che in buona ed in gran parte ricuperarono il vero ed il pudore, che
sono i due perpetui aggiunti del diritto naturale. Da questa metamorfosi, per
dir così, del dominio, della libertà e della tutela, per la quale il diritto da
violento che era si trasmuta in moderato, ebbe origine il diritto civile; e la
patura medesima delle cose insegna essere ciò avvenuto a ogni popolo, che dal
diritto delle genti maggiori vennero sollo la potestà civile. Dopo dunque
l’originaria acquisizione del diritto naturala all’uomo, dopo l’altra
introdotta dal diritto delle genti maggiori, coo che il padre, posti i confini,
distinsero il dominio delle terre, surse la terza acquisizione introdotta dal
diritto civile. E qui sinotiche come il dominio, la libertà, la tutela
costituiscono nella cosa pubblica l’autorità civile, il privato diritto del
pari a questi tre sommi capi si riducono. Al dominio, col quale le cose che ci
appartengono si vendicano, e contro qualunque possessore si ripetono; alla
libertà, la quale ogni potere ed obbligazione comprende; all’azione, che allro
non e suor chè tutela dalla legge prevedulc. Stabilita questa dottrine,
volgiamo da ultimo un rapido sguardo sul diritto de’ romani Quiriti, e le
vedremo mirabilmente confirmata. Chiama VICO il romano diritto un serioso poema
dell’universale diritto delle genti, altese le tante Ginzioni, delle quali è
ripieno. Il primo fondatore in fatto della romana repubblica muta il diritto
delle genti maggiori io certe imitazioni di violenza, come sono le
mancipazioni, con le quali quasi ogni atto legittimo si transige con la liberale
tradizione del nodo, la úsucapione non era più la perpetua adesione del corpo
al fondo occupato, ma il possesso con la volontà conservalo; la usurpazione non
più consiste in una certa rapina d'uso, ma esprime col modesto significato di
cilazione; l'obbligazione non più col nodo de’ corpi,ma con certo legame della
parole si denota; la vindicazione col Gin lo attacco delle mani con una paglia,
dellaper. Ciò da GELLIO festucaria. Pernon diral la fine di tanteal tre,
l’azione personale chiamata “condictio” non più e l’andar unito il creditore al
debitore, o alla cosa dovuta, ma face asi con la semplice denunzia. Le quali
cose menano naturalmente a congetturare, che per talicagioni si crede il poeta
il primo fondatore della città, come si è scritto di Orfeo e di Anfione vero.
Ella è questa, secondo VICO, l'origine ed il progresso dell’universale diritto
delle genti, il quale, tenendo fermo al principio di VICO stesso, in istretta
amistà con la legge morale mostrasi perpetuamente. Parlando in fatti questo
gran filosofo della giustizia universale afferma che siccome la virtù
universale eccita la prudenza, la temperanza, la fortezza, perchè si oppongano
alla cupidità; la giustizia universale del pari comanda alla prudenza, alla
temperanza, alla fortezza, perchè dirigano le utilità. Impone alla prudenza,
che ciascuno tratti avvisa la mente utili cose; alla temperanza di non
appropriarsi l’altrui; alla forza di cautelar e difendere il proprio diritto.
Per favole di tal natura è agevole di osservare, che quanto più il diritto
civile da quello delle genti maggiori si allontana, o dalla verità della
violenza; tanto maggiormeate al diritto naturale si avvicina, o al pudor della
stessa giustizia rettrice ed equatrice, che come e per conoscer anche meglio
l’accordo della filosofia di VICO con la legge morale, basta osservare che egli
contempla l'uomo: primo nello slalo di solitudine; secondo in quello della
famiglia; terzo nello stato aristocratico; quarto e finalmente nello speciali
virtù si repulano, uopo è che sieno, secondo VICO, una sola virtù, e perciò
universale virtù; la giustizia – il giure -- architettonica difatli, che
Aristotele afferma cosi comandare alle inferiori virtù come l'architetto alle
arti sue ministre, se risiede nell’animo della civile potestà, e comanda a
latte la virtù che mena alla civile prosperità; risiede altre sì, come
particolare virtù, nell'animo del sapienle, c regola gli uffizi di tutte le
virtù per la privala tranquillilà della vita. E perchè ciò? perchè, risponde
VICO, v'ha unica ragione che così della, unico vero bene, unica giustizia, e
unico diritto. Ma una pruova luminosa, e senza replica, che melle d'accordo il
principio di Vico con la legge morale si è la distinzione da esso lui adottata
del diritto naturale primitivo e secondario. Se fa egli consistere il primo
nella lu icla de’ sensi degli affetti, el'altro nel dominio della ragione: se
quello solamente permette, e questo o vieta o comanda, e ciò che comanda o
vieta è immutabile; chi osa negare che il diritto naturale secondario altra cosa
non sia che la legge morale? Ne osta punto l’aver egli fatto sorgere il diritto
civile dal diritto di violenza, che in tempi a noi remotissimi usa le genti
maggiori; imperocchè tal diritto di violenza, non allra regola seguendo che
quella del senso e dell’affetto, vero diritto non era, ma diritto certo, tullo
proprio dicoloroche più tenevano all’istinto che alla riflessione. Il diritto
però di violenza fu poscia l’occasione di far sorgere il vero diritto stato
della repubblica e della monarchia. Or, nel primo stato non altra guida ha
l’uomo che quella dell’istinto a cui ubbidisce come la pianta e l'animale; ma
non è questo certamente il suo destino; la sua facoltà lo chiama ad un bene
essenzialmente diverso da quello che dipender potrebbe dal solo istinto.
Dev’egli per sè stesso crear questo bene, e passare perciò dalla servitù
dell’istinto allo stato di libertà: a quella condizione cioè, per quale
ubbidirebbe invariabilmenle alla legge morale, come sino a quel punto ubbidito
aveva all’istinto. Deve l’uomo, a dir breve, diventar creatura libera, di
automa trasformarsi in essere morale, ed un tal passaggio deve menar lo
all’autocrazia la Sent il'uomo il bisogno di congiungersi condonna, e la
nascita di un figlio, i suoi alimenti, la sua educazione, qualunque sia si ella
stala, moltiplicarono I suoi doveri. Fin qui non conobbe egli con la compagna
che un sol germe di amore, ma un nuovo oggetto fe’ nascere in entrambi una
nuova relazione morale, un nuovo amore di spezie più pura del primo. La
soddisfazione, il tenero interesse, la sollecitudine nella quale s’incontra per
l’oggetto di questo AMORE apre in esso bellissimo tratto di morale, che resero
il suo rapporto più dolce ed elevato: Ad un vincolo che da prima era
semplicemente materiale si uni la stima e dall’amore interessato nacque l’amor
coniugale che è sovranamente disinteressato. Ad un primo figlio un secondo ne
seguì, un terzo ec, e fatti grandi questi figli, teneri legami di amicizia gli
strinsero insensibilmente tra loro,e videsi nascere l'amor fraterno tra Romolo
e Remo che non è punto interessato. Stretti altri uomini dal bisogno,
palleggiarono con questa prima famiglia di prestar l'opera loro, a vantaggio lo
tantocon l'avanzar de’lumitutt’il membro della citta si crede idoneo alle
funzione che prima da’ soli padri si esercilavano, e sursero allora la
repubblica e la monarchia, dove si ni in gran parte il certo dell’autorita,e
comincia il vero della legge. Sollo queste forme di governo lulla si spiega la
moralità dell’azione, perchè si dissero azione della stessa, per una convenuta
mercede. Surse allora la società tra padroni, dove il padre comanda al proprio
figlio, a questi famoli ancora; e tale società dal nome de’ famoli si appellò
famiglia. Dalla famiglia surse ben toslo un certo naturale governo. Stabilita
l’autorità paterna sul figliuolo bisognoso di aiuto e sui famoli ha già il
fanciullo contratto l’abito di rispettare la volontà del genitore. Quando fatto
grande, il figlio divenne padre ancor esso, doveltero i di lui figli onorar
colui verso il quale vedevano che gran rispetto porta il padre loro; supposero
quindi nell’avo un’autorità superiore a quella del proprio padre. E perchè
l’avo in ogni litigio pronunzia sempre in tuon definitivo, un taluso, per più a
poi osservato, stabili finalmenle in sua persona un potere sovrano su tutt’i
membri della famiglia. Ebbe di qui origine il governo patriarcale, che lungi
dal puocere all’altrui libertà ed eguaglianza, dovelte anzi valere a garenlirla
e consolidarla. Più famiglie particolari, per comune utilità riunite,
costitusce la tribù; più tribù di Romolo la citta di Romo, dove i cittadini
dovellero amarsi come I fratelli di una stessa famiglia, e prestare a Romolo,
il capo delle tribù riunita la stessa ubbidienza che ogni membro della famiglia
presta all'avo. E perchè questa ubbidienza proviene da sentimento di vera stima
verso gli aozi del capo, dovelte essere perciò in supremo grado disinteressata.
Ma qui potrebbe dirsi che l'uomo, secondo VICO, nei quattro stati su indicati
noo altro cerca che l’utile proprio. Nello stato di solitudine in fatti cerca
egli semplicemente la sua salvezza. Presa moglie e fatti figliuoli ama la sua
salvezza con quella della famiglia.Venuto a vita civile ama la sua salvezza con
la salvezza della città. Distesi gl’imperi sopra altri popoli ama la sua
salvezza con la salvezza dal paese. Uniti i paese per pace, alleanza,
commercio, ama la sua salvezza con la salvezza del genere umano. L'uomo,
conchiude Vico, in ogni circostanza cerca principalmente l'utile proprio.Il
perchè non da altriche dalla provvidenza divina può esser guidato a celebrar
con giustizia la familiare, l’eroica e finalmente l’umana fori morali quelle
soltanto che si facevano nell’interesse della morale, senza domandare
anticipatamente, seerano gradevoli. Ogni aspetto sotto il quale la moralità si
manifesta si ridusse ne’ goverai umani ai due seguenti. O sono il senso che
propongono farsi la tal cosa o non farsi, e la volontà ne decide dietro la
legge della ragione, o è la ragione che prende l’iniziativa, e la volontà
ubbidisce, senza consultare il senso. governo. Così è, diciamo pur noi, ma
perchè l’utile che cerca l’uomo, tosto che si è reso superiore all’istinto, è
subordinato ro a quello della famiglia; secondo a quello della città; terzo
all’utile del paese; quarto all'utile di tutto il genere umano; l’utile che
cerca l’uomo in ogni stato su m e o tovati non èl'utile variabile, ma quelloche
è figlio dell’onestà, la quale, come Vico si esprime, talmente dirige e pondera
le cose utili che a tutti giovano egualmente. ma di Ma perVico, si torna a
dire, lulto questo è opera della provvidenza. Dalla provvidenza è vero. Fabbro
però il diritto naturale del giurecosulto, di lunga mano di verso dal diritto
naturale del filosofo che alla norma della ragione eterna lo agguagliano
sempre. Ma essendo la repubblica degli ottimati quasi tutte ridotte in
democrazia o principali, le qualidue forme di governo vengono regolate più
secondo l’ordine naturale che secondo il civile; per queste cagioni venne a
rallentarsi la custodia del diritto delle genti maggiori più antiche, sul quale
diritto poggiavano sopratutto la re-pubblica degli ottimi, essendo propricla di
quello stato la custodia delle palric consucludini. Vico della provvidenza è
l'umano arbitrio, che ha per regola la sapienza volgare, la quale è il senso
comune di ciascun popolo o nazione che dirige in società la nostra azione,
sicchè facciano acconcezza con ciò che ne sentono tuttidi quell popolo o
nazione. Quando poi le nazioni per commerci, per paci, per alleanze sono si conosciute,
la convenienza del senso comune de’popoli o nazioni tra loro, è per Vico la
sapienza del genere umano. Or, il senso comune di ogni popolo e di ogni
nazione, il quale deve dirigere in società la nostre azione, acciò si accordion
con tutto ciò che ne peosa il genere omano: che altro può esser mai se non è la
legge morale? per perciò VICO, seguendo GAIO, chiama diritto civile comu. de il
diritto comune di ogni popolo. Perchè GAIO, ove define il diritto civile, dice:
Ogni popolo che e governato da una legge e da una consuetudine, in parte si
serve del proprio diritto, in parte del comune diritto di lultigli uomini, e
ció per la divina provvidenza, che secondo la stessa opportunità delle cose lo
spiegò Ira la pazione separatamente, con la loro costumanza, per la
tranquillilà di ciascun popolo o nazione. Tale diritto spiegato con la comune
costumanza del popolo è dalla tutela, dal dominio, dalla libertà nacquero,
secondo VICO, tre pure forme dello stato. Quella DEGL’OTTIMATI, la regia, e la
libera. FONDAMENTO DELLO STATO DEGL’OTTIMATI È LA TUTELA DELL’ORDINE, con che
venne da prima stabilito che i soli patrizî siabbiano gl’auspicii, il campo, la
gente, i connubî, i maestrati, gl’imperî, e presso legenti i sacerdoti. La
regia risplende pel dominio di un solo, ROMOLO, e pel sommo e formisura libero
arbitrio di esso solo in tutte le cose. La libera vien celebrata
dall’eguaglianza de’suffragi, per la libertà delle opinioni, e per l’eguale
adito a ogni onore, il quale adito è il censo. Imperocchè inciascuno di essi
comanda un solo,o come vuole TACITO: uno essere il corpo della repubblica, e
doversi governare con l'animo di un solo, o di piùa guisa di un solo. E però
inciascun politico reggimento colui che è sommo è anche unico; perchè il sommo
del pari che l’unico non si può moltiplicare. Ma queste tre forme pure di
stati, benchè sieno da quelle particolari differenze teslè osservate, tra loro
diverse; tultavolta allesa la loro origine, per virtù della quale la ragione,
la volontà, il potere risiedono nell'uomo, sono strettamente tra lor collegale,
e costituiscono irë parti di virtù fra loro commiste. L'ordine naturale per
tanto è l’anima di ogni stato, perchè regna in quest’ordine il vero che
all’ordine delle cose corrisponde, non a quello de’ nomi senza le cose, il
quale non è ordine, ma sembianza di ordine. Quello dunque è l'ordine naturale
dello stato, dove il prudente, il forte comanda e l’imprudente, l’imbecille
ubbidisce: quali furono i primi principii dello stato, la famiglia, la
clientela, gli antichissimi stati degli ottimati pur ordine civile quello che
per volere della legge all’ordine naturale è frammesso, che può anche dirsi
ordine politico, misto di civile e di nalurale, come nello stato degli ottimati
il senato si compone de’ sapientissimi fra i patrizi; nello stato popolare il
popolo viengo ver pato dall’autorità di un senato sapiente; nello stato regio
il principe ROMOLO si vale del consiglio de’ sapienti. Quest’ordine misto può
definirsi successione dell’onore, nella quale chi per una e chi per altra dole
come per fede, diligenza, solerzia, valore, giustizia, vien riputato degno di
ascendere ad onorale cariche, e dalle minori alle maggiori gradatamenle viene
promosso: di guisa che i migliori sempre preseggano, e vigilino su I costumi
degl’inferiori e li dirigano. Ma quando gli ottimati divennero nomi vani che li
distinsero dalla plebe, all’ordine naturale successe il civile, ed al vero
seguì il certo, il quale altro non è che la conformità all’ordine, non delle
cose, ma della parola, da cui nasce la coscienza dal dubilar sicura. Imperoc
chè I primi imperi degli ottimi o si manteonero ne’ loro discendenti, o in ogni
popolo passarono, o a monarchici si ridussero. Perciò l'ordine civile o è nel
lignaggio come nell’aristocrazia, o nel censo come nella democrazia, o nella
casa regnante come nella monarchia. Ma de la nobiltà, né il patrimonio rende
sapienti. Il nascer orincipe è cosa fortuita, dice Tacito, nè altra. Siccome
però il certo è parte del vero, e la ragion civile nasce della stessa ragion
naturale per le cause di certo diritto, così l'ordine civile per natura sua fa
parte dell’ordine naturale in quanto è esso cagione della pubblica sicurezza,
ond'è che anche la citta la più corrolla da questo stesso civile ordine viene
conservata. Ed è per quanto però la mente è più verace del discorso,
altrellanto l’ordine e più stabili della legge; im pe rocchè la mente sempre
una cosa detta al parlare, ma pel giudizio, o sia per la volontà, noi più volte
falliamo, servendo spesso a ciò che dice il senso, senza ascoltar la mente. La
parola in oltre non viene sempre con prontezza alla mente, spesso non esprime i
suoi comcetto, mentre viene quella incessantemente spronala a raggiugnere Ma
questi ordini per la via della legge col timor delle pene, con la speranza de un
premio, impongono al cittadino di rettamente comportarsi. Per la qual cosa
l’ordine e più stabile dalla leggr: onde avviene che la legge ri posino
sull’ordine, e che questi conserva la legge; im. perocchè l’ordine politico, il
quale è misto di ordine naturale e di ordine civile, con maggior ragione di ciò
che Aristotele della legge disse, è verameole una mente scevera di affetti. E
come che la mente del popolo io generale sia scevera di affetti, pure questa
mente stessa suole addivenir talvolta turbatissima, sopra tutto ove sia
commossa da intestine turboleoze. Qual fu la mente del popolo di Atene, e
quella del popolo romano sconvolta dal demagogo, che indussero l'uno e l'altro
popolo, con particolare legge fuori l’ordine promulgate, a bandir dalla patria
uomini di chiara virtù, per elevare ad amplissimi onori immerite volissimi
cittadini. Vero, il la qual forza di vero altra cosa non è che la ragione. Or,
la parola sovenli volte elude questa forza di vero, per la perversa volontà di
chi ragiona. L'ordine perciò naturale e l'ordine misto è il solo che può con
giustizia amministrar il diritto, e questo avviene quando uomini per sapienza e
per virtù prestantissimi, giusta l’ordine naturale, e non secondo l'ordine
concepu. Siegue da tullo ciò che il diritto chiamato da Grozio e Kelsen puro, e
da GAIO DIRITTO COMUNE a tutti i popoli, altro non è ch e il diritto naturale,
il quale h aperto della parola, o che torna lo stess, non secondo il certo
della legge, ma giusta il vero della legge stessa, reggano gli stati. E perchè
la leggr in moltissimi casi mancano ed è necessaria l’interpretazione che a la
deficienza supplisca; può accader ancora che sollo la stessa autorità del
diritto non solo qualche volta per ignoranza si erri, ma la stessa legge con
frode si eludano. Più felice dunque e quello stato, nel quale il civile ordine
e misto più secondo il naturale ordine o secondo l'ordine del vero che secondo
l’ordine del certo. Quindi ove si conservino la legge imposta dall’ordine, e
mollo più gli Ordini che le leggi si cuslodiscano, verranno gli Stati
conservati. Ma se le leggi mancano, gli stati rovinano. Perciòsiamo servi della
legge, diceva Tullio, per poter esser liberi. Convertendo dunque la massima si
dirà pure con verità: se ci libereremo dalla legge, saremo naturalmenle servi.
la legge morale; perchè, secondo Vico, non può darsi diritto senza morale.
Iolanlo è da nolarsi diligentemente che VICO distingue il diritto io diritto
vero, e diritto certo. Quello è per la ragione, questo per l'autorità. Il primo
dirige l'uomo libero, il secondo l'uomo che più della liberlà segue l’istinto.
Or cgli è evidente che negli stessi umani governi la più gran parte degli
uomini, tenendo più all’istinto che alla libera elezione, si lascia più
facilmente guidare dall’altrui autorità che dalla ragione. Di qui la necessità
di un diritto misto, secondo le esigenze de’ popoli e le diverse forme di
governo. Ma da ciò non segue che coloro i quali con la loro autorità oe
fondamento impongodo a’ popoli, essendo essii più sapienti, i più prudenti,
come vuole VICO, non si propongano per i scopo il diritto vero e che non sieno
al caso disco prirlo, senza darsi gran pena. La destinazione infalli del l'uomo
non può dipendere dall’istinto, e tosto che l'uomo si conosce libero e la sua
ragion consulta, questa gli ordina di conservarsi e di perfezionarsi: di essere
cioè savio, moderato, prudente; di collivar l’intellelto, e nel tumulto de’
sensi e degli affetti di cautelare la volontà: nel che propriamente consiste la
libertà dell'uomo interiore. E perchè egli scopre in altri esseri, a lui
simiglianti, la stessa attività libera, gli considera tutti eguali, e tale
scoperta fa nascere in lui l’obbligazione di lasciar i suoi simili nella loro
indipendenza, ed è questa la tutela. A ppresso giudica di non aver diritto su
di ciò che è stato da altri prima di lui occupalo, e ciò che ha egli occupato
il primo, giudica che a lui spella solamente, nel che sla il dominio. Di qui
reciprocità del diritto e del dovere; di qui l’origine della giustizia che
gareolisce la proprietà. Tulli gli anzidelli del diritto e del dovere, perchè
fondati sulla libertà, sul dominio, e sulla tutela, o che lorna lo stesso,
sulla natura dell’uomo, stanno per sè, prima che l’uomo entri con altri in
società. La legge non li creano, perchè già erano prima della legge. Questa non
altro fanno che conservarlo. Lo stesso diritto e lo stesso dovere servono di
fondamento alla società, che il legislatore non crea ma dirige, perchè la
società già era, quando il governo non era ancora. La libertà del diritto, dice
VICO, fuprim a ch e si conoscesse la servitù. Non s’introduce già il dominio
con la divisione de’campi, furono solamenle distinti. Dalla polegza di operare
infine nacque tosto la tutela o difesa di sè stesso. Se non che, ammellendo
Vico nell’umana mente al cuni semi del vero che con l'andar del tempo si
sviluppano in cognizioni distinte ed alcuni germi del giusto che tratto tratto
si spiega la massima incontrastabile di giustizia; mostrasi egli in gran parte
seguace di Platone intorno all’origine di quella verità che si dice necessaria.
Or tale verita, essendo per noi di due spezie, una teoretiche ed una pratica,
diciamo, che rispetto alla prima, la verita teorica, l’io il quale per un alto
di spontaneità si conosce e si rivela dell'appercezione, appoggiato alle
quattro idee necessarie di spazio,di tempo,di sostanza e di cagione, riduce
all’unità tutto il vario della rappresentazione che a lui offer il senso.
Riguardo poi alle verita pratica, essendo elleno legge pratica o comando di
fare, si contiene in una massima universalisabile. Quando ti determini
all’azione, esamina te stesso e vedi se la tua volontà sia di accordo con la
volontà generale di ogni persona. Una tal massima universalisabile è la suprema
legge della morale. Che che sia però della filosofia di Vico, a noi basta di
aver provato che le due sue digoilà Vl*e VII“, ben lungi dall’opporsial la
legge morale, la confermano mirabilmente. Dominio, libertà, tutela tre elementi
del diritto; tre elementi che costituiscono l'uomo morale. Perchè non può
avervi diritto senza morale. La filosofia perciò di VICO si accorda
perfettamente con la morale. All natios bostna viSing to
derive merit from the splendonr of their original. And irhere history ii uleot,
they fueiuenJiy anpply the defect with fable, THE ROMANS were particnlaHy
dcH^OB of being thought DESCENDED FROM THE GODS, m if to hide the meaaDess of
their real ancestry. Mueas, the Bon of Veona AocUaei. having escaped ftvm the
deitniotioii of Ttey, after'11MU17 adventures and dangers, atrived octet a in
Italy, where Aeneas was kindly received by Latinus, king of the latins, who
gave him his daughter Lavinia in marriage. Italy was then, as it is now,
divided into a number of small states, independent of each other, and
consequntly subject to frequent contentions among themselves. Turnus, king of
the Rutnti, is the first who opposes Aeneas, he having long made pret^uions to
Lavinia himself. A war ensues, in which the Trojan hero is victorious, and
Tornus sfadn. In consequence of this, Aeneas built a city, which was eded
Lavimnm, in honour of his wife, and some time after, engaging in another war
against Hezentius, one of the petty Ungs of the country, he was vanquished in
turn, and died in battie, after a reign of four years. Ascanius, his son, succeeds
to the kingdom, and to him Silvius, a second son, ^lom be had by lAvioia. It
would be tedious and unninterealing to recite a dry catalogue of the kings that
followed, and of whom we know little mtae than the names. It will be sufficient
to say, that the sacoesnoD coatiDiied for near four hundred years in the
family, and that Numitor, the fifteenth from Aeneas, is the last king of Alba.
Numitor, vho took posseBsitHi of the kingdom in consequence of his father's
will, had abrpther named Amnlius, to whom are left the treasures which had been
brought from Troy. As riches but too generally prev^ against right, Amolins
made use of his wealth to supplant his brother,a nd aooo foDod means top ossess
himself of the kingdom, ot content with the crime of usurpation, he added that
of murder also. Nnmitor's sons first fell a sacrifice to his suspicions, and to
remove all apprehensions of being one day distorbed in his ill-gotten power, he
caused Rhea Silvia, his brother's only daughter, to become a vestal virgin, which
office obliging her to perpetual celibacy, made him less uneasy as to the
claims of posterity. His precautions, however, are all frustrated in the event;
for Rhea Silvia, going to fetch wator frqip a Qeighbopring grove, was met and
ravished by a man, whom, pei^tqw to palliate her offence, she avers to be
MARTE, the god of war. Whoever this lover of hers was, whether some person had
deceived her by assuming so great a name, or Amnlins himself, as some writers
are pleased to a£Srm, it matters not.Certain it is, that, in due time she was
broug:lit to bed of two boys, who were no sooner bom than devoted by the
usurper to destmction. The mother is condemned to be buried alive -the usual
punishment for vestals who had violated their chasti^, and the twins are ordered
to be flung into tbe riverTiber.It happens, however, at the time this rigorous
sentence was put into eieculion, that the river had more than usually
overflowed its banks, so that the place where the children are thrown, being at
a distance from thei main cnirent, the water is too shallow to drown them. In
this ntoation, therefore, they continued without harm; and that no part of
their preservatioD might want its wonders, we are told, that they were for some
time suckled there by a wolf, until Fanstulos, the king's herdsman, finding
ihem exposed, brought them home to Acca Laurentia, his wife, who brought them
up as her own. Some, however, will have it; that the nurse's name was Lupa,
which gave rise to the stoijr vt their being nouriihed by a wolf; but it is
needless to vfad Do,l,,-cdtyS oirt a iwglH MBpg«b«ba% fian 'venevntB vbtfe die
vkote « omgrowB with ftUe. Boraoloa and Bemna, Ae twins thtu strangely
prcwcved. Memed eariy to diacover afai)iti«i uid desiret above the me«i- noH of
thor aapposed origiiuL The ahepkenl's life be^an to di^leaae them, aod fnaa
tending the flock, or hantiag wild beasts, they soon tnmed their strength
agsinst the robben lonnd the eonntry, whom they efien atfipt of their [daader
to share it among their feUew-shepherds. In one of these ezcmnons it was that
Remus is taken priaoner by Nvmttor's berdsmen, who bring him before the king,
and aoensed him of the very crime which he bad ao t^tea attempted to sappresa.
Bomnlaa, bowerer, beii^ informed 1^ FaiiBtaliu of his real birth, was not
remisa in assembling ft munber of hia fbllow^epherds, in order to resooe bis
brother from posoD, and foroe the kingdtmi from tbe bands of tbe nsnrper. Yet,
being too feeble to act openly, he direcs bis followers to assemUe near the
place by different ways, while Beniiis with eqnal vigilaooe gm&ed npon tbe
dtiuua within. AmalioB, tfans beaet on all sides, and not knowing iriiat
expedient to thinkof for bit seoiuity, was,daring hia amasenent and
distraotion, taken and daio, while Numitor who had been deposed forty-two
years, recognised bis grandscns, and is restored to the throne. Nnmitor being
tints in qvet posiewion of the kingdom, hot grandaou resolred to bnild a eify
npoo those hills whoe they had formerly lived as aheiriierda. The king had too
many oUigations to them not to approve their des^; he appointed tbem lands, and
gave pennisnoB to .snoh of hia subjects a» thoo proper to settie in their new
colony. Many of the neil^draariiig shejdierda also, and sncb as were fond of
change, lepabed to the intended dty, and prepared to raise. For the more speedy
oarrybg on this work, the people were divided into two parts, each of whioh, it
was sapposed, woidd indoatriondy emnlate the otfaer. Bat what was designed fi»
an advantage proved nearly fatal to this infimt oolony: it gives birth to two
factions, one preferring Romulus, the other Remus,who themselves arenot agreed
upon the spot where the city shonld stand. To terminate this difference, they
are recommended by the kingto take an omen from the flight of birds; and that
be, whose ome should be most favoorable^ afaonld in all reepeots direct die
odier. In ooatflSaaoe wiOl this advice,thej both take their stations npon
diffra«nt hilk. To Remus appear six vultures, to Romulus, twice that number, to
ttwt each party thongfat itielf viotoriovi, the one tiaviog the *first* omen,
the other the most nnmeroiu. Tbifl prodnoed a contest, whitdi ended ui a batde,
wherein Bemoa is slain, and it is even said, that he was kiUed by his brother,
who, facingprovoked at his leaping contemptnoasly over the city wbU, itrack him
dead upon tbe qrat, at the same time proKssio^, that nooe shonld ever inanlt
his walla withim punity. Romoltu, being now sole coHunuider, and eighteen yean
of age, b^an the fonndation of acity, that was one day to give laws to the
woild. It was called Rorne after the uaaie of the founder, and bnilt npon the
Palatine hill, on which he had taken lus ancceflsfol omen. The city was at
first almost square, oontaining «bont a tlwiisand houss. It was near a mile in compass,
and commanded a small territory ranod it of about eight miles over. However,
smallas it appears, it was, ootwithstandiiy, vone inhabited; and the first
method made uae of to increase its numbers vaa the opemng a sanctosry for all
male&otors, slaves, aod snch as wm« desirons of novelty. These came in
great multitudes, and cootibated to increase the number of our legtslatoi'B new
subjects. To have a just idea ther^re of Rome in its infant stale, we have only
to iwsgine a coUec- tion o( cottages, sairotinded by a feeble wall, rather
built to serve as a military retreat, than for the purposes of civil >o-
cie^, rather filled with a tnmoltuoas and vicious rabble, thaD with subjects
bred to obedience and control.We have only to conceive men bred to rapine,
Iwing in a place that merelj seemed calculated for the security of plonder; and
yet, to our astonishment, we shall soon find this tumulbioas coocouise unit>
ingin the strictest bonds of sode^; this lawless rabble putting OB the most
sincere regard for religion; end, thouf^ composed of the dr^s of mankind,
setting examples, to all the worid, of valour and riitne. Doiii,,ih,. WWLOU
SoARGB mm tbe city rnsed abore iti &niid«tioB. vhen Hs rade mhalulsBtB
hegaa to tfauik of gmag some fonn to their. MoslitBtioii. Their first object
was to unite lifoer^ and empire; to fonn a kiod of mixed monncby, by irfaicfa
all power vw to be dividad between the prince and the peopte. Bo- nlna, by an
act of great geoeromtf, left them at liberty to dwose whom they wonld for dieir
king, and tliey in gnrtitiide eoBcmred to elect their founder; be was
accordingly acknowledged as chief of dieir religion, sovereign magistrate of
Rorne, md geoeral of Ae army. Beside a guard to attend his person, it was
agreed that he should be preceded wherever be went by tweW e mCT, armed with
axes tied op in a bnadle of rods, who were to serve as execntioners of the law,
and to impress hii new subjeots with an idea of his authority. Yet stUl tUa
aKiboriQr was ondw very great restriotii»ig, as his whole power CMisisted in
caQing the THE SENATEsenate togedier, in assembling the peo tMibstont and
fierce as the first Romans, it was wise to enforce obedience t &6 most
reqnidte dnty. lie first care of the new-created king is to attend to the
interests of religion, and to endeavour to hnmantse his subjects, by the notion
of other rewards and pnnishnients than diose of hnman law. The precise form of
their worship is nn- known; bat die greatest part of the religion of that age
con- siMed in a firm relianoe upon Ae credit of their soothsi^ers, irito
fvetended, from observations on the flight of birds and the entrails of beasts,
to direct the present, and to dive into fntmrity. This pioos fhrad, wbich first
uvse from ignorance, soon became a most usefnl machine in the hands of
government. Romnlns, by an express law, commanded, that no election should be
made, no enterprise undertaken, witfa- flat first conaolting die soothsayers.
With equal wisdom he ordained, that no new divinities should be introdoced into
pnhlic worship, that the priesthood should continue for fif, and that Aone
shonM be elected into it before the age of fifty. He fort>ade them to mix
fable witb the masteries of their reUgion; And, timt they mi^t be quaKfied to
teach others, he ordered Aat tiiey should be tiie iHstoriographns of tiie
times; so tiia^ while instructed by priests Bk^ these, the people cordd never
degenerate into total barbarity. Of his other laws we have but few fragments
remmnii. In these, however, we learn, that wives were forbid, upon any pretext
whatsoever, to separate from tbeir husbands; wUle, on the contrary, the husbaod
was empowered to repudiate the wife, and even to put her to death with the
consent of hef retatioQB, inc ase she was detected in adultery, in attempting
to poison, in making false keys,. or even of having drunk too much vine. His
laws between children and their parents w«'e yet sdll more severe; the father
had entire power over his offspring, both of fortune and fife; he conid ell
them or imprison them at any time of their lives, or in any ttations to which
they were arrived. The father might expose his clnldren, if bom witii any
deformities, having previoasly eommunicated bis intentions to his five next of
kindred. Our lawgiver seemed moze kind even to his enemies, for his
subjectswere prt^hited from killing them after they bad surren- dM«d, m even
from sdling them: his ambition only aiaied at .,Coo many endeaToiiTs to
inoraase bia BnbjeotBi aad m mmy Inra to r^nlate them, he next gave ordeis to
ascertna tbeir numbers. Tbb whole amoanled bat to three tbooMnd foot, and about
as many bnndred horsemen, capable of beari^ arms. These, therdbre were divided
equally into three tribes, and to each he asiigaed a different part of the
taty. Each of these tribes were sabdivided into ten cmin or compame, consiBting
of an hundred men each, with a oentnrioB to command it, a priest c^ed curio to
perform the sacrifioes, and two of the principal inhatntants, called duumviri,
to distribute jnstioe. Aocordijigly to the number of ooriv he divides the lands
into thirty parts, reserving one portion for public uses, and another for
religiaus ceremonies. Tbo «m- phaty and fingality of tha times will be best
iindeistood by observing, that dach citizen had not id>ove two ictea of
ground for his owB subsistence. Of the horsemen mentioned above, dtere were
chosen ten from eei^ curia; tfaey were particularly appointed to fi^t round the
person of the king; of them hU gaud was composed, and from tbeir alacrity in
battle, or fhuB the >ame of their first commander, ^ey were called ceUrat, a
word equivalent to our light horsemen. A goremmcot thus wisely instituted, it
may be suppoaed, nduced numbers to come and live under it: each day added to
its strength, maltitudes flocked in from all the adjacent towns, and it only
seemed to waqt women to ascertain its duration. In this exiaeiatx, Romulus, by
the advice of the senate, sent deputies among the Sabines, his neighbours,
entreatingtheir alliance, and upon these terms- ofiering to cement the most
strict confederacy with them. The Sabines, who were then considered as the moat
warlike people of Italy, r^ected the proposition with disdain, and some even
added raillery to the refusal, demanding, that as he had opened a sanctuary for
fugitive slaves, why he had not also opened another for prostitute women. Tbis
answer quickly raised the indignation of the Rpmans; and the king, in order to
gratify their resentaient, while he at the same time should people hb ci^,
resolved to obtain by force what was denied to intrea^. For this purpose he
proclaimed a feast, in honour of N^tane, diron^ut all the nMghboitring
villagea, and made the meet KAPB OF THK BABINBS. t mmgaiAMat pnftamtkmi for it
Tbets feuta wen guan^ preceded by sacrifices, and ended in shows of wreeden, ^ft-
diaton, and chariot-^onrses. The Salnnes, as he had expected, were among the
foremost who came to be spectalon^ fannging their wives and daughters with them
to share t^ pkasore of the sight. The inhabitants also of maaj of tht
ueig^hoariDg to^os came, who were received by the RomaM with marks of the most
cordial hospitality. lo the mean time the games began, and while the strangers
were most intent upon the spectacle, a number of the Roman yonth rushed la
mnoag them wiUi drawn swords seized the yotingedt and meet beaatilid women, and
earned them off by violence., In vain the parents protested against this
bre&cfa of hospitali^; in vain the virgins themselves at first opposed the
attempts of th^ raviBfaers; perseverance and caresses obtained those &•
TOWS which timidi^ at firstdenied: so that the betrayera, frma being objects of
aversion, soon became partners of their dearest affections. But however the
afiront might have been botne by them, it was not BO easily pnt up by their
parents; a bloody war ei^ sued. The cities of Cenioa, Antemna, and Cnutuminm,
wen the &at who resolved to revenge the common cause, which the Salnses
seemed too dilatory in pursuing. These, by making aeparate inroads, becamea
more easy conquest to Romulus, who first ovothrew the Ceoinenses, slew dieir
king Acron in sio combat, -and made an offering of the royal spoils to Jupiter
Feretrius, on the spot where the capitol was afterwards built The Antemnates
and Crustuminians shared the same. fate; their armies were overthrowu, and
their cities takes. The conqueror, however, made the most merciful use of las
victny; for instead (rf destroying their towns, or lessemi^l tbent nnmbeis, he
only placed colonies of Romana in them, to. serve as a frontier to repress more
distant invasions.Tattos, king of Cures, a Sabine city, was the last, althou^
the most formidable who undertook to cevuige the disgrace his country had
suffered. He entered the Roman territoriea at the head of twenty-five thousand
men| and not content with a superiority of forces, he added stratagem also.
Tarpeia, who was daughter to the commander of. the Cajutolme hill, happened to
&11 into his hands, as she went without 4>e walls of the city to fetch
water. Upon her he prevailed, by meant of hrga pttuSaet, to bebrajr aae of the
^^ates to his army. Tlie i«<irwd she eagdgei for was vfaat the soldiers wore
on their atteB, by vfaich the meaot their bracelets. They, however, cotber
miataking^ her meaning, or wiUing to panish her peifidy, ttvew tlieir bncklera
upon her as they entered, and crushed ber to death beneath them. The Sabines,
being thus possessed of the Capitoline, had the advantage of continning the War
at tbeir pleasure; and for some time only slight enconnters passed between
them. At length, however, the tedionsness of this contest began to weary out
both parties, so that each wished, but neither would stoop to sue for peace.
The desire of peace ofteii gives vigour to measures in war ; wherefore boUt
sides resolving to terminate their doubts by a detMsive action, a general engagement
ensued, which was renewed for several days, with almost equal success. They
both fon^t for all that was vEduable in life, and neither could think of
submitting: it was in the valley between the Capitoline and Qui- rinal hills,
that the last engagement was fought between the Romans and the Sabines. The
engem«it became general, and the slaughter prod^ioua, when the attention of
both sides was suddenly turned from the scene of horror before them, to (mother
infinitely more striking. The Sabine women, who h^ been carried off by the
Romans, were seen with their hair loose and iheir ornaments neglected, fiying
in between tbe combatants, regardless of their own danger, and with loud
outcries only solicitous for that of their parents, their husbands, and their
cUIdren. " If," cped ihey, " you are resolved upon daughter,
turn your atma upon us, since we only are the cause <tf your animosity. If
any must die, let it be us; since if oar parents orour husbands faU, we must be
equally miserable in being the surviving cause." A spectacle so moving
could not be resisted by the combatants; both sides for a wtiile, as if by
mutual impulse, let fall their weapons, and beheld the distress - in silent
wnazement The tears and entreaties of thdr wives and daughters at length
prevaUed; an accommodation ensued, by which it was' agreed, that Romulus and
Tatius should t«ign jointly in Rome, with equal power and prerogative; diat an
bailed Sabines should be admitted into the senate; that the city should still
retain its farmer name, but that As citizens should bctdled Qnirites, after
Cures, the principal town of the Sabines; and that both nations being thus
united. 11 •aoh of the Sabtees u i^ose it shoiM be sdnAted to Bniad eDJoy all
the privilegea of citizens oi Rome. llaH erery •torm, vhich seemed to threateo
this growing empire, only served to increase itvigour. That army, wfaich in die
mondug had resolved upon its destruction, came in the evetlin^ with j(^ to be
enrolled uiDoag the number of its ctttzens. RomfoloB saw his dominions and his
sul^ects increased by more then half in the space of a few hours; and, as if
fortune meant every way to assist his greatness, Tatins, his partner in the
govem- ment, was killed about five years after by the Lavinians, for having
protected some servants of his, who had plundered them and slain their
ambassadors; so that by this accident Romulus once more saw himself sole
monarch of Rome. Rome being greatly strengthened by this new acquisition of
power, began to grow formidable to her neighbours ; and it -aiay be supposed,
that pretexts for war were not wanting, when prompted by jealousy on their
ride, and by ambition on that of the Romans. Fidena and Cameria, two
oe^hbonring cities, were stibdoed and tAken. Veii also, one of the most power
Ail states of Etruria, shared nearly the same fate; after two fierce
engagements tiiey sued ftM* a peace and a league, which was granted upon giving
np the seventh part of tbev dominions, their salt-pits near the river, and
hostages for greater security. Successes like these produced an equal share of
pride in the oonqneror. From being contented with those limits which had been
wisely fixed to his power he began to affect absolute sway, and to govern those
laws, to which he had himself formerly professed implicit obedience. The senate
was particularly displeased at his conduct, finding themselves only used as
instrom^its to ratify the rigour of his commands. We are not told the precise
manner which they made use of to get rid of the tyrant: some say that be was torn
in pieces in the senate botise; otiters that he disappeared while reviewing his
army: eertain it is, that from the secrecy of the fact, and the concealment of
the body, tbey took occasion to persuade the multitude, that he was taken np
into heaven; thus him whom they oonld not bear as a king, tbey were contented
to worship as a god: Romnlns reigned tlnrty-seven yean, and after his death bad
a temple built to turn under the name of Quirinus, one of the Hwrton wilwMly
vffiiniaff, that be had appeared to hm, and desired to be isTtAed by that tide.
We see little more in the obaraeter of this princ, than vhat mi^t be expected
in andk an a^, great temperance and great valour, wbich generally make np the
catalt^e of sar^^e virtues. Howeva, the gnndenr of an empire, admired by the
whole irorid, creates in u an adnuration of tiie founder, viftoat mnch
raamimng' hia. Grice: “Most of Colecchi’s essays are easily available, and it’s
easy enough to check his references to other Italian philosophers – not just
Vico, as I have done – but Rogmanosi, and even ancient Roman ones like Cicero –
and perhaps more importantly his influence on the so-called Neapolitan
Hegelians!” Nome
compiuto: Ottavio Colecchi. Keywords: Vico, il Vico di Collecchi, Cacciatore,
Macchiaveli, Lazio, Romolo e Remo, Kant, categoric imperative, massima,
first-hand knowledge of Kant, Colecchi Kantiano, ma non aristotelico – il
kantismo di Colecchi – l’italiano kantiano di Colecchi – il vocabolario
kantiano in Colecchi – analitico – sintetico – sintetico a priori – giudizio
necessario – Romolo e Remo, diritto naturale, lingua e nazione, Marte, Saturno,
Giove, etimologia di Vico, il Lazio, il senato romano, ottimati, storia di
Roma, diritto romano, psicologia razionale, psicologia filosofica, l'istinto, la
passione, la ragione, la sensazione, l’intelletto, spazio-tempo, l’azione,
l’agire como reame della morale, massima d’azione, la regola di oro – la
rifutazione di Vico all’eudaimonismo di Aristotele e al utilitarismo di
Bentham, lo caduco e lo no caduco, ius naturale, ius artificiale, ius como la
virtu unica, giustizia equittrice e rettrice, giustizia commutative e giustizia
distritutiva, l’ordine aritmetico e l’ordine geometrico – progression
arimmetica, progressioe geometrica, la base matematica della filosofia di
Colecchi, l’amore, amore interessato, amore disinteresatto, salvezza, uomo,
padre e figlio, uomo come cittadino, il genere umano, la massima
universalisabile, l’onesto, fortezza, prudenza, toleranza, virtu, vizio, il
vero versus il certo, la nascita della morale dal ordine agglomerazione
sociale, la potesta naturale, il dominio, la tutela, la liberta, libero
arbitrio e passione, autorita e ragione, forza, autorita e raggione,
l’ubbidenza che il figio mostra al padre, il ruolo dell’avo, la societa di
equali, il modello della societa romana antica, la societa dell’amicizia,
Eurialo e Niso, L’Enneada, la lingua del contratto come requisite del patto
sociale, la parola e il concetto, la formola della parola, verbum/res, res
pubblica, communita, diritto comune, bene comune, l’ordine: primo stato
dell’uomo in solitudine, l’ordine della famiglia: societa di inequali,
padre/figlio, terzo stadio: la tribu di Romolo, la citta di Romolo, il paese di
Romolo, il genero umano, diritto universale di Vico e Kant, Hampshire on Vico.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Colecchi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Colletti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei curiazi,
ovvero, politica romana – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Colletti
– he takes political philosophy seriously unlike we of the Lit. Hum, not PPE school, at Oxford! But then he is a Roman and has all the
Orazi and Curiazi traditions!” Si laurea sotto Volpe. Insegna a Roma.
“Partito Socialista Italiano”. Altre saggi: “Il marxismo e Hegel, in Lenin,
Quaderni filosofici, Milano, Feltrinelli, Ideologia e società, Bari, Laterza,
Il marxismo e Hegel, Bari, Laterza, Il futuro del capitalismo. Crollo o
sviluppo?, e con Claudio Napoleoni, Bari, Laterza, Intervista
politico-filosofica, con un saggio su Marxismo e dialettica, Roma-Bari,
Laterza, Il marxismo e il "crollo" del capitalismo, a cura di,
Roma-Bari, Laterza, Tra marxismo e no, Roma-Bari, Laterza, Tramonto
dell'ideologia. [Le ideologie dal '68 a oggi; Dialettica e non-contraddizione;
Kelsen e il marxismo], Roma-Bari, Laterza, Crisi delle ideologie. Intervista
politico-filosofica, Il marxismo, Le ideologie dal '68 a oggi, Milano, Club
degli editori, Pagine di filosofia e politica, Milano, Rizzoli, La logica di
Benedetto Croce, Lungro di Cosenza, Marco, Fine della filosofia e altri saggi,
Roma, Ideazione, Lezioni tedesche. Con Kant, alla ricerca di un'etica laica,
Roma, Liberal, È morto C. voce "contro" di Forza Italia, su
repubblica, Camera dei Deputati, Gruppo Parlamentare di Forza Italia, Ricordo
di C., Roma, Stampa e servizi, Orlando Tambosi, Perché il marxismo ha fallito C.
e la storia di una grande illusione, Milano, Mondadori, Ministero per i beni e
le attività culturali, C.: il cammino di un filosofo contemporaneo, Roma,
Essetre, Pino Bongiorno, Ricci, C. scienza e libertà, Roma, Ideazione, Corradi,
Storia dei marxismi in Italia, Roma, Manifesto libri. C., LaTreccani
L'Enciclopedia Italiana. C. su Camera XIII
legislatura, Parlamento italiano. C., su CameraXIV legislatura, Parlamento
italiano. La storia di C. di Preve, nel sito Kelebek Roma. Partito Comunista
Italiano” Forza Italia”. Il saggio di C. Marxismo e dialettica fu scritto «a
chiarimento di alcuni temi toccati» nell’intervista apparsa sulla “New Left
Review”, e pubblicato con la traduzione italiana dell’intervista. Più
esattamente Colletti si propone di chiarire la «differenza tra opposizione
reale (la Realopposition o Realrepugnanz di Kant) e contraddizione dialettica. Si
tratta di opposizioni radicalmente diverse: la prima è «senza contraddizione
(ohne Widerspruch)», la seconda è «per contraddizione (durch den Widerspruch). La
opposizione dialettica è espressa dalla formula A non-A, nella quale ciascun
opposto è solo la negazione dell’altro, ma non è niente in sé e per sé. I poli
dell’opposizione sono cioè ambedue negativi, più esattamente ciascuno è la
negazione dell’altro, ma solo all’interno dell’unità con l’altro. Quindi
«entrambi gli opposti sono negativi, nel senso che sono ir-reali, non-cose
(Undinge), ma idee. Ciascun opposto ha la sua essenza fuori di sé, nell’altro
di cui è la negazione. L’origine dell’opposizione dialettica, e della stessa
dialettica, è platonica: l’unità degli opposti è la koinona ton genon.
L’opposizione reale è espressa dalla formula A e B, nella quale ciascun opposto
sussiste di per sé, è positivo, e perciò è esclusivo dell’altro. La cosa più
importante è che Biscuso. Opposizione reale, contraddizione logica e
contraddizione dialettica 4 «nell’opposizione reale o rapporto di contrarietà (Gegenverhältnis),
gli estremi sono entrambi positivi, anche quando l’uno venga indicato come il
contrario negativo dell’altro. Questo accade ad esempio quando ci
rappresentiamo due forze eguali che muovono due corpi in direzione contraria:
il risultato è la quiete, cioè comunque qualcosa (ed essendo qualcosa possiamo
rappresentarcelo). «In altre parole, nella relazione di contrarietà che è
l’opposizione reale, vi è, sì, negazione, ma non nel senso che uno dei due
termini possa essere considerato come negativo di per sé, cioè come non-essere».
Le opposizioni reali non minano, anzi confermano il pdnc, proprio perché sono
senza contraddizione (dove è già implicito, come sarà confermato in seguito,
che l’opposizione dialettica nega il pdnc). Il marxismo non ha mai avuto le
idee chiare intorno a questi due diversissimi generi di opposizione, e non le
ha avute anche perché non ha mai chiarito con sufficiente rigorosità il suo
rapporto con la dialettica hegeliana. In Hegel la dialettica delle idee è al
tempo stesso la dialettica della materia, nel senso preciso che è impossibile
in Hegel separare le idee dalla materia: «Se si presta attenzione, si vede
subito che il rapporto finito-infinito, essere-pensiero, segue il modello della
contraddizione A non-A. Fuori l’uno dell’altro, cioè al di fuori dell’Unità,
finito e infinito sono entrambi astratti, irreali, e l’unità che include il
finito e il falso infinito (falso perché altrettanto finito, in quanto limitato
dalla sua opposizione al finito) è l’Idea, il vero infinito. Dunque, commenta C.,
«dov’era la cosa è ora subentrata la contraddizione logica (– si badi bene:
contraddizione logica e non, come ci si attenderebbe, contraddizione
dialettica). Ora, il «dramma del marxismo» è aver «ripreso alla lettera» la
dialettica hegeliana della materia, scambiandola per una forma superiore di
materialismo. Dramma, perché quella dialettica era volta: a) alla distruzione
del finito, b) alla negazione del pdnc; cioè proprio a ciò a cui la scienza non
può rinunciare, anzi da cui si deve necessariamente muovere (d’altronde la
scienza, che si basa sul pdnc, «è il solo modo di apprendere la realtà, il solo
modo di conoscere il mondo). Avvertiti di questa difficoltà, negli anni
Cinquanta alcuni marxisti polacchi e tedesco-orientali cercarono di mostrare
che «ciò che i “materialisti dialettici” presentano come contraddizioni nella
natura sono, in realtà, contrarietà, cioè opposizioni ohne Widerspruch; e che,
dunque, il marxismo può benissimo continuare a parlare di conflitti e di
opposizioni oggettive, senza, per questo, essere costretto a dichiarare guerra
al principio di (non-)contraddizione e mettersi così in rotta con la scienza. Tali
risultati convergevano con quelli della ricerca di Volpe: a costo di liquidare
gran parte dell’opera filosofica di Engels in quanto fonte del Diamat, sembrava
però legittimarsi l’aspirazione del marxismo a costituirsi come la fondazione
delle scienze sociali, cioè come la scienza della società. In realtà non era
possibile ritenere che il Capitale non avesse nulla a che fare con Hegel:
infatti «i processi di ipostatizzazione, la sostantificazione
dell’astratto, filosofia-italiana.net l’inversione di soggetto e
predicato, ecc., lungi dall’essere per Marx soltanto modi difettosi della
logica di Hegel di riflettere la realtà, erano processi che egli ritrovava nella
struttura e nel modo di funzionare della società capitalistica stessa. Vi sono
dunque «due Marx: lo scienziato dell’economia politica e il critico
dell’economia politica. Questo significa riconoscere i limiti della stessa
lettura dellavolpiana, che condivide con molte altre letture marxiste il
difetto di non cogliere le due facce del pensiero di Marx. «Quando il marxismo
è una teoria scientifica del divenire sociale, è tutt’al più una “teoria del
crollo”1, ma non una teoria della rivoluzione; quando, viceversa, è una teoria
della rivoluzione, essendo solo una “critica dell’economia politica”, rischia
di risultare il progetto di una soggettività utopica. Dunque per lo stesso Marx
le contraddizioni del capitalismo sono non opposizioni reali, bensì
contraddizioni dialettiche nel senso pieno della parola. Da un passo delle
Teorie sul plusvalore (la possibilità della crisi è la possibilità che momenti
che sono inseparabili si separino e quindi vengano riuniti violentemente) C.
conclude che i poli dell’opposizione, separandosi, si sono fatti reali, pur non
essendolo veramente: «sono, in breve, un prodotto dell’alienazione, sono entità
per sé irreali seppur reificate. Teoria dell’alienazione e teoria della
contraddizione, dunque, come una sola e identica teoria. la contraddizione
nasce dal fatto che l’aspetto individuale e quello sociale del lavoro, pur
essendo intimamente connessi, si danno un’esistenza separata. È la
contraddizione di individuo e genere, di natura e cultura, già rilevata dai
maggiori analisti della società civile borghese del Settecento. «La società
moderna è la società della divisione (alienazione, contraddizione). Ciò che un
tempo era unito, si è ora spezzato e separato. È rotta l’“unità originaria”
dell’uomo con la natura e dell’uomo con l’uomo, dove l’unità, essendo data, non
deve essere spiegata, mentre è da spiegare la divisione. «Seppure modificato,
riaffiora lo schema della filosofia della storia di Hegel. E questo, ci si
scopre essere il secondo volto di Marx, accanto a quello dello scienziato,
naturalista e empirico. Hegel versuchte, um die von ihm vertretene Dialektik
(im Sinne einer Lehre von den Gegensätzen in den Dingen) durchzusetzen, die
Logik in einer Weise zu erweitern (sog. dialektische Logik), die den Satz vom
Widerspruch außer Geltung setzt. Damit versuchte Hegel, die Kantische
Widerlegung des sogenannten Dogmatismus in der Metaphysik zu umgehen. Der
Wissenschaftstheoretiker Karl Popper kommentiert: „Diese Widerlegung Kants
betrachtet Hegel als gültig nur für Systeme, die metaphysisch in seinem engeren
Sinne sind, jedoch nicht für den dialektischen Rationalismus, der die Entwicklung
der Vernunft berücksichtigt und deshalb Widersprüche nicht zu fürchten braucht.
Indem Hegel die Kantische Kritik in dieser Weise umgeht, stürzt er sich in ein
äußerst gefährliches Abenteuer, das zur Katastrophe führen muss; denn er
argumentiert etwa folgendermaßen: ‚Kant widerlegte den Rationalismus durch die
Feststellung, er müsse zu Widersprüchen führen. Dies gebe ich zu. Aber es ist
klar, dass dieses Argument seine Stärke aus dem Gesetz vom Widerspruch
ableitet: es widerlegt nur solche Systeme, die dieses Gesetz akzeptieren, also
solche, die beabsichtigen, frei von Widersprüchen zu sein. Das Argument ist
nicht gefährlich für ein System wie das meinige, das bereit ist, Widersprüche
zu akzeptieren – d.h. für ein dialektisches System.‘ Es besteht kein Zweifel,
dass Hegels Argument einen Dogmatismus von äußerst gefährlicher Art aufrichtet
- einen Dogmatismus, der keinerlei Angriff mehr zu fürchten braucht [siehe
Immunisierungsstrategie]. Denn jeder Angriff, jede Kritik irgendwelcher Theorie
muß sich auf die Methode stützen, irgendwelche Widersprüche aufzuzeigen,
entweder in einer Theorie selbst oder zwischen einer Theorie und irgendwelchen
Fakten. Logisches Quadrat Das logische Quadrat Unter der Voraussetzung,
dass ihre Subjekte keine leeren Begriffe sind, bestehen zwischen den
unterschiedlichen Aussagentypen verschiedene Beziehungen: Zwei Aussagen
bilden einen kontradiktorischen Gegensatz genau dann, wenn beide weder
gleichzeitig wahr noch gleichzeitig falsch sein können, mit anderen Worten:
Wenn beide unterschiedliche Wahrheitswerte haben müssen. Das wiederum ist genau dann der Fall, wenn die eine Aussage die Negation
der anderen ist (und umgekehrt). Für die syllogistischen Aussagentypen trifft
das kontradiktorische Verhältnis auf die Paare A–O und I–E zu. Zwei Aussagen
bilden einen konträren Gegensatz genau dann, wenn sie zwar nicht beide zugleich
wahr, wohl aber beide falsch sein können. In der Syllogistik steht nur das
Aussagenpaar A–E in konträrem Gegensatz. Zwei Aussagen bilden einen
subkonträren Gegensatz genau dann, wenn nicht beide zugleich falsch (wohl aber
beide zugleich wahr) sein können. In der Syllogistik steht nur das Aussagenpaar
I–O in subkonträrem Gegensatz. Zwischen den Aussagetypen A und I einerseits und
E und O andererseits besteht ein Folgerungszusammenhang (traditionell wird
dieser Folgerungszusammenhang im logischen Quadrat Subalternation genannt): Aus
A folgt I, d. h., wenn alle S P sind, dann gibt es auch tatsächlich S, die P
sind; und aus E folgt O, d. h., wenn keine S P sind, dann gibt es tatsächlich
S, die nicht P sind. Diese Zusammenhänge werden oft in einem Schema, das unter
dem Namen „Logisches Quadrat“ bekannt wurde, zusammengefasst (siehe Abbildung).
Die älteste bekannte Niederschrift des logischen Quadrats stammt aus dem
zweiten nachchristlichen Jahrhundert und wird Apuleius von Madauros
zugeschrieben. Orazi
e Curiazi figure leggendarie dell'antica Roma Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Orazi
e Curiazi (disambigua). Gli Orazi e i Curiazi sono figure leggendarie della
Roma antica. Il giuramento degli Orazi, di David, Museo del Louvre
Leggenda Secondo la versione riportata da Tito Livio (Hist.), durante il regno
di Tullo Ostilio. Roma e Alba Longa entrarono in guerra, affrontandosi con gli
eserciti schierati lungo le Fossae Cluiliae(sull'attuale via Appia Antica), al
confine fra i loro territori. Ma Roma e Alba Longa condividevano
attraverso il mito di Romolo una sacra discendenza che rendeva empia questa
guerra, perciò i rispettivi sovrani decisero di affidare a due gruppi di rappresentanti
le sorti del conflitto fra le due città, evitando ulteriori spargimenti di
sangue. Furono scelti per Roma gli Orazi, tre fratelli figli di Publio
Orazio, e per Alba Longa i tre gemelli Curiazi, che si sarebbero affrontati a
duello alla spada. Livio afferma che gli storici non erano concordi nello
stabilire quale delle due triadi fosse quella romana; propende per gli Orazi
perché la maggior parte degli studiosi sceglie quella versione. Iniziato
il combattimento, quasi subito due Orazi furono uccisi, mentre due dei Curiazi
riportarono solo lievi ferite; il terzo Orazio, che non avrebbe potuto
affrontare da solo tre nemici, trovandosi in difficoltà, pensò di ricorrere
all'astuzia e finse di scappare verso Roma. Come aveva previsto, i tre Curiazi
lo inseguirono, ma nel correre si distanziarono fra loro, perché, feriti in
modo differente, inseguivano a velocità differenti. Per primo fu
raggiunto dal Curiazio che non era stato ferito e, voltandosi a sorpresa, lo
trafisse. Riprese a correre e fu raggiunto da ciascuno degli altri due, che a
causa delle ferite erano sfiniti, e gli fu facile ucciderli uno alla volta. La
vittoria dell'Orazio fu la vittoria di Roma, cui Alba Longa si sottomise.
Camilla Orazia, sorella dell'Orazio superstite, era promessa sposa di uno dei
Curiazi uccisi e rimproverò violentemente del delitto il fratello, tanto che
questi la uccise per farla tacere. Per purificarsi dovette passare sotto il
giogo del Tigillum Sororium, che da allora i Romani festeggiavano come rito di
purificazione dei soldati ogni 1º ottobre. Inoltre, per il processo al delitto
di perduellio (delitto contro le libertà del cittadino, reato che in realtà fu
istituito dopo la fase regia di Roma), di cui si era macchiato uccidendo
Camilla Orazia, la cui vita - essendo ella estranea al duello pattuito - era
sacra per legge, Tullo Ostilio istituì, secondo la leggenda rielaborata nel
tempo, dei giudici appositi: i duumviri perduellionis (anch'essi da ricondurre,
in realtà, alla successiva fase repubblicana). Le parentele fra Orazi e
Curiazi erano ulteriormente intrecciate, secondo versioni successive della
leggenda, essendo Sabina - nativa di Alba Longa ma romana d'adozione - sia
sorella di uno dei Curiazi sia moglie di Marco Orazio. Realtà storica Il
cosiddetto Sepolcro degli Orazi e Curiazi ad Albano Laziale Nell'antica Roma si
trovano testimonianze di età augustea attinenti alla leggenda, come una
colonnadel Foro alla quale sarebbero state appese le spoglie dei Curiazi e il
Mausoleo degli Orazi al sesto miglio della via Appia. Ad Albano Laziale,
lungo l'attuale via della Stella, si trova un sepolcro tardo-repubblicano detto
degli "Orazi e Curiazi", ma si ipotizza che sia tomba di altri
personaggi. Nella realtà la guerra fra Roma e Alba Longa fu cruenta e il
re della città sconfitta, Mezio Fufezio, venne squartato. C'è chi indica
San Giovanni in Campo Orazio, nel territorio di Poli, come luogo dove avvenne
la cruenta battaglia. Orazi e Curiazi nelle artiModifica Gli eroi di
questa disfida sono citati da Dante (Che i tre a' tre pugnar per lui ancora,
Par. VI, 39), a essi è dedicata la Sala degli Orazi e Curiazi del
Campidoglio. TeatroModifica Sulla vicenda degli Orazi e Curiazi si basano
alcune opere liriche: Gli Orazi e i Curiazi di Domenico Cimarosa, opera
in tre atti su libretto di Antonio Simeone Sografi, la cui prima esecuzione
ebbe luogo al Teatro La Fenice di Venezia Orazi e Curiazi di Saverio
Mercadante, opera in tre atti su libretto di Salvadore Cammarano, eseguita per
la prima volta al teatro San Carlo di Napoli. The Horatian - Three Songs di
Heiner Goebbels Orazi e Curiazi è anche uno dei drammi didattici scritti da
Bertold Brecht. CinemaModifica Orazi e Curiazi, cortometraggio muto. Orazi e
Curiazi, film di Ferdinando Baldi e Terence Young. Orazi e Curiazi, film-rivisitazione
in chiave farsesca del mito. Curiosità La vicenda dello scontro tra gli
Orazi e i Curiazi viene rievocata nella miniserie "L'ombra nera del
Vesuvio" di Steno con Massimo Ranieri, Carlo Giuffré e Claudio Amendola.
Molto evidente il riferimento al mito quando, per regolare i conti tra due
clan, si scelgono tre rappresentanti per ciascuna delle due organizzazioni
criminali: i fratelli Carità, figli del boss Don Peppe Carità, e i tre fratelli
Sposito per il clan di Gaetano Bonanno. Uno dei fratelli Carità è sposato con
la sorella degli Sposito, e la stessa sorella dei Carità era promessa come
sposa al più giovane degli Sposito. Anche le dinamiche del combattimento e le
relative conseguenze sono identiche. Livio, Ab Urbe condita libri, Is quibusdam
piacularibus sacrificiis factis quae deinde genti Horatiae tradita sunt,
transmisso per viam tigillo, capite adoperto velut sub iugum misit
iuvenem.Osservazioni sulla repressione criminale romana in età regia, di
Bernardo Santalucia, Osservazioni sulla repressione criminale romana in età
regia, di Bernardo Santalucia, Orazi e Curiazi, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Antica Roma Portale Mitologia
Tullo Ostilio terzo re di Roma Gens Horatia famiglie romane che
condividevano il nomen Horatius Il giuramento degli Orazi dipinto di
Jacques-Louis David Grice: “Colletti takes negation more seriously than
Popper does. Colletti examines Hegel’s target, which is Kant’s
distinction between ‘real opposition’ or ‘real repugnance’ and ‘dialectical
contradiction.’ Both can combine. Hegel indeed wishes to go beyond the
principle of non-contradiction instituted in Velia by Parmenides. The Italian
language allows for some distinction that the English language doesn’t. There’s
the opposto, which is combined of posto, posto is cognate with ponere, as in
modus ponens, and it’s also the root for ‘positive’ (as opposed to negative, or
strictly, togliere, tollere modus tollens – to deny). So the the posto, we have
the opposto. On the other hand, there’s the ‘contra’, which translates Greek
‘anti’ – so that ‘apo-phasis’ becomes ‘contra-dictio’ where ‘dictio’ is cognate
with ‘deixis,’ and so more to do with dictiveness and indicativeness than with
‘vocalisation’ qua ‘vox’ (if not with ‘vocation’ – cf. my extended use of
‘utterance’ to include the characterization of something that need not be
linguistic or conventional but a characterization of a deed or a product which
may be a ‘sound’ among others. The Germans deal with the ‘widerspruch’ but that’s
THEIR problem. So to the posto we have the opposto. But after Cicero, the use
of ‘contrario’ becomes important. Il contrario and l’opposto then pretty much
covered all I failed to see back with my ‘Negation and privation,’ and my later
lectures on ‘Negation’ simpliciter. Both Kant, Hegel Colletti, and I, allow for
the good old tilde ‘~’ being all we need!” Nome compiuto: Lucio
Colletti. Keywords: curiazi, ovvero, filosofia romana, opposition, negazione,
la contraddizione dialettica e la non-contraddizione – hegel – Oxford Hegelian,
“Negation and Privation” “Negation” “Privation” “The Square of Opposition” Das
Quadrat – contradictum – the deicticness of the dictum – contra – counter –
anti – antithesis – apo-phasis – ob-positum – contrarium, il contrario,
l’opposto, contra-dictio and contrario, il contrario, il contradditorio,
dialettica ateniese, dialettica oxoniana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Colletti” – The Swimming-Pool Library. Colletti.
Luigi Speranza -- Grice e Colizzi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Norcia –
filosofia perugina – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Norcia). Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Norcia, Perugia,
Umbria. Grice:“By focusing on ‘desire,’ focuses Collizi on Thales who famously,
for fixing on the stars, de-fixed from the ground!” Grice: “If I had to chose
one philosophical word I adore is ‘desideratum,’ and Collizi tells it right –
while Short and Lewis doubt it, to desire is like to consider – and the ‘sidus’
is involved!” Compone
il saggio “De amore fundamenta mundis ac ethicae”. C. si è appreso attraverso i
riferimenti in Bruno e Mersenne. Il nucleo centrale dela sua filosofia consiste
nell'unione dell'idea di dio come amore con uno spunto, totalmente ri-adattato,
di derivazione platonica, secondo cui il reale è emanazione, a partire da
livelli di purezza e deità più elevati. Facendo dell'amore la caratteristica
principale di dio – IVS PATER, arriva a dire che il reale coincide con l'amore,
in forme più o meno degradate. Da questo concetto fa derivare una forte istanza
di svelamento. Nonostante l'apparente neutralità emotiva del reale, il vero
fondamento divino, e quindi dell'universo, è l'amore. Il vero si consegue
quindi applicando questo principio ad una apparenza fenomenica, in modo da
svelarne il vero essere, cioè il principio di amore – Grice: “Not to be
confused with my principle of conversational self-love!” -Il suo passo più
celebre, tuttavia, riguarda l'etimologia della parola “de-sider-ium”, che
collega all'espressione “de sidera”. Come una stella, infatti, un de-sider-io e
qualcosa che percepiamo con i sensi, ma senza potere esperire direttamente
l'amore che da loro scaturisce, così il “de-siderio” è mera APPARENZA sotto la
quale si cela un bisogno. Il “de-siderio,” questo tendere all'apparenza,
scompare completamente solo una volta compreso fino in fondo il fondamento
dell'essere, nella “mystica copulatio” raggiungibile attraverso la filosofia.
La sua filosofia quindi, sembra unire una forte istanza metafisica a
un'altrettanto forte istanza etica, cercando nel reale una fondamentale armonia
di senso che è compito di ogni uomo, scopertala, riprodurre e preservare. Cf.
Bruno, “De l'infinito, universo e mondi,” Bruno,“Praxis descensus seu
applicatio entis,”D.Cantimori,“Storia ereticale” (Laterza). Bolgiani,
“Ortodossia ed eresia : il problema storiografico nella storia e la
situazione ortodossia-eresia agli inizi della storia (CELID). A compimento di
questo settimo Libro ed in osservanza alla regola fin qui seguita, rimanci di
far menzione di que'nostri Concittadini, che per meriti di santità, o per
dottrina, ovvero per singolare valore nelle scienze,se ne resero meritevoli. E
primo ci si presenta il Ven. Fr. Agostino da Norcia della famiglia C., emulo
delle virtù del suo zio Fr. Giustino da noi ricordato Degl’eroici furori di
Bruno Letteratura italiana Einaudi Edizione di riferimento: Bruno
Nolano, De gli eroici furori.Parigi, appresso Baio, in Dialoghi filosofici
italiani, a cura di Ciliberto, Mondadori, Milano Letteratura italiana Einaudi
Sommario Argomento del Nolano Avertimento a’ lettori Iscusazion del
Nolano de gli Eroici Furori Dialogo primo Dialogo secondo Dialogo Dialogo
Dialogo Seconda parte de gli Eroici Furori Al molto illustre et eccellente
cavalliero Signor Filippo Sidneo Bruno De gli eroici furori ARGOMENTO DEL
NOLANO sopra GLI EROICI FURORI: scritto al molto illustre SIGNOR FILIPPO SIDNEO
È cosa veramente, o generosissimo Cavalliero, da basso, bruto e sporco ingegno,
d’essersi fatto constantemente studioso, et aver affisso un curioso pensiero
circa o sopra la bellezza d’un corpo femenile. Che spettacolo (o Dio buono) più
vile et ignobile può presentarsi ad un occhio di terso sentimento, che un uomo
cogitabundo, afflitto, tormentato, triste, maninconioso: per dovenir or freddo,
or caldo, or fervente, or tremante, or pallido, or rosso, or in mina di
perplesso, or in atto di risoluto; un che spende il meglior intervallo di
tempo, e gli più scelti frutti di sua vita corrente, destillando l’elixir del
cervello con mettere in concetto, scritto, e sigillar in publichi monumenti,
quelle continue torture, que’ gravi tormenti, que’ razionali discorsi, que’
faticosi pensieri, e quelli amarissimi studi destinati sotto la tirannide d’una
indegna, imbecille, stolta e sozza sporcaria? Che tragicomedia? che atto, dico,
degno più di compassione e riso può esserne ripresentato in questo teatro del
mondo, in questa scena delle nostre conscienze, che di tali e tanto numerosi
suppositi fatti penserosi, contemplativi, constanti, fermi, fideli, amanti,
coltori, adoratori e servi di cosa senza fede, priva d’ogni costanza, destituta
d’ogni ingegno, vacua d’ogni merito, senza riconoscenza e gratitudine alcuna,
dove non può capir più senso, intelletto e bontade, che trovarsi possa in una
statua, o imagine depinta al muro? e dove è più superbia, arroganza, protervia,
orgoglio, ira, sdegno, falsitade, libidine, avarizia, ingratitudine et altri crimi
exiziali, che avessero possuto uscir veneni et instrumenti di morte Bruno De
gli eroici furori dal vascello di Pandora, per aver pur troppo largo ricetto
dentro il cervello di mostro tale? Ecco vergato in carte, rinchiuso in libri,
messo avanti gli occhi, et intonato a gli orecchi un rumore, un strepito, un
fracasso d’insegne, d’imprese, de motti, d’epistole, de sonetti, d’epigrammi,
de libri, de prolissi scartafazzi, de sudori estremi, de vite consumate, con
strida ch’assordiscon gli astri, lamenti che fanno ribombar gli antri
infernali, doglie che fanno stupefar l’anime viventi, suspiri da far exinanire
e compatir gli dèi, per quegli occhi, per quelle guance, per quel busto, per
quel bianco, per quel vermiglio, per quella lingua, per quel dente, per quel
labro, quel crine, quella veste, quel manto, quel guanto, quella scarpetta,
quella pianella, quella parsimonia, quel risetto, quel sdegnosetto, quella
vedova fenestra, quell’eclissato sole, quel martello; quel schifo, quel puzzo,
quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febre quartana,
quella estrema ingiuria e torto di natura: che con una superficie, un’ombra, un
fantasma, un sogno, un circeo incantesimo ordinato al serviggio della
generazione, ne inganna in specie di bellezza. La quale insieme insieme viene e
passa, nasce e muore, fiorisce e marcisce; et è bella cossì un pochettino a
l’esterno, che nel suo intrinseco vera e stabilmente è contenuto un navilio,
una bottega, una dogana, un mercato de quante sporcarie, tossichi e veneni
abbia possuti produre la nostra madrigna natura; la quale dopo aver riscosso
quel seme di cui la si serva, ne viene sovente a paga d’un lezzo, d’un
pentimento, d’una tristizia, d’una fiacchezza, d’un dolor di capo, d’una
lassitudine, d’altri et altri malanni che son manifesti a tutto il mondo; a fin
che amaramente dolga, dove suavemente proriva. Ma che fo io? che penso? son
forse nemico della generazione? ho forse in odio il sole? Rincrescemi forse il
mio et altrui essere messo al mondo? Voglio forse ridur gli uomini a non
raccòrre quel più dolce pomo che può produr l’orto del nostro terrestre
paradiso? Son forse io per impedir l’instituto santo della natura? Debbo
tentare di suttrarmi io o altro dal dolce amaro giogo che n’ha messo al collo
la divina providenza? Ho forse da persuader a me et ad altri, che gli nostri
predecessori sieno nati per noi, e noi non siamo nati per gli nostri
successori? Non voglia, non voglia Dio che questo giamai abbia possuto cadermi
nel pensiero. Anzi aggiongo che per quanti regni e beatitudini mi s’abbiano
possuti proporre e nominare, mai fui tanto savio o buono che mi potesse venir
voglia de castrarmi o dovenir eunuco. Anzi mi vergognarei se cossì come mi
trovo in apparenza, volesse cedere pur un pelo a qualsivoglia che mangia degnamente
il pane per servire alla natura e Dio benedetto. E se alla buona volontà
soccorrer possano o soccorrano gl’instrumenti e gli lavori, lo lascio
considerar solo a chi ne può far giudicio e donar sentenza. Io non credo
d’esser legato: perché son certo che non bastarebbono tutte le stringhe e tutti
gli lacci che abbian saputo e sappian mai intessere et annodare quanti furo e
sono stringari e lacciaiuoli, (non so se posso dir) se fusse con essi la morte
istessa, che volessero maleficiarmi. Né credo d’esser freddo, se a refrigerar
il mio caldo non penso che bastarebbono le nevi del monte Caucaso o Rifeo. Or
vedete dumque se è la raggione o qualche difetto che mi fa parlare. Che dumque
voglio dire? che voglio conchiudere? che voglio determinare? Quel che voglio
conchiudere e dire, o Cavalliero illustre, è che quel ch’è di Cesare sia donato
a Cesare, e quel ch’è de Dio, sia renduto a Dio. Voglio dire che a le donne,
benché talvolta non bastino gli onori et ossequii divini, non perciò se gli
denno onori et ossequii divini. Voglio che le donne siano cossì onorate et
amate, come denno essere amate et onorate le donne; per tal causa dico, e per
tanto, per quanto si deve a quel poco, a quel tempo e quella occasione, se non
hanno altra virtù che naturale, cioè di quella bellezza, di quel splendore, di
quel serviggio: senza il quale denno esser stimate più vanamente nate al mondo
che un morboso fungo, qual con pregiudicio de meglior piante occupa la terra; e
più noiosamente che qualsivoglia napello o vipera che caccia il capo fuor di
quella. Voglio dire che tutte le cose de l’universo, perché possano aver
fermezza e consistenza, hanno gli suoi pondi, numeri, ordini e misure, a fin
che siano dispensate e governate con ogni giustizia e raggione. Là onde Sileno,
Bacco, Pomona, Vertunno, il dio di Lampsaco, et altri simili che son dèi da
tinello, da cervosa forte e vino rinversato, come non siedeno in cielo a bever
nettare e gustar ambrosia nella mensa di Giove, Saturno, Pallade, Febo et altri
simili: cossì gli lor fani, tempii, sacrificio e culti denno essere differenti
da quelli de costoro. Voglio finalmente dire che questi furori eroici ottegnono
suggetto et oggetto eroico: e però non ponno più cadere in stima d’amori
volgari e naturaleschi, che veder si possano delfini su gli alberi de le selve,
e porci cinghiali sotto gli marini scogli. Però per liberare tutti da tal
suspizione, avevo pensato prima di donar a questo libro un titolo simile a
quello di Salomone, il quale sotto la scorza d’amori et affetti ordinaria, contiene
similmente divini et eroici furori, come interpretano gli mistici e cabalisti
dottori: volevo (per dirla) chiamarlo Cantica. Ma per più caggioni mi sono
astenuto al fine: de le quali ne voglio referir due sole. L’una per il timor
ch’ho conceputo dal rigoroso supercilio de certi farisei, che cossì mi
stimarebono profano per usurpar in mio naturale e fisico discorso titoli sacri
e sopranaturali; come essi sceleratissimi e ministri d’ogni ribaldaria si
usurpano più altamente che dir si possa gli titoli de sacri, de santi, de
divini oratori, de figli de Dio, de sacerdoti, de regi: stante che stiamo
aspettando quel giudicio divino che farà manifesta la lor maligna ignoranza et
altrui dottrina, la nostra simplice libertà e l’altrui maliciose regole, censure
et instituzioni. L’altra per la grande dissimilitudine che si vede fra il volto
di questa opra e quella, quantunque medesimo misterio e sustanza d’anima sia
compreso sotto l’ombra dell’una e l’altra: stante che là nessuno dubita che il
primo instituto del sapiente fusse più tosto di figurar cose divine che di
presentar altro; perché ivi le figure sono aperta e manifestamente figure, et
il senso metaforico è conosciuto di sorte che non può esser negato per
metaforico: dove odi quelli occhi di colombe, quel collo di torre, quella
lingua di latte, quella fragranzia d’incenso, que’ denti che paiono greggi de
pecore che descendono dal lavatoio, que’ capelli che sembrano le capre che
vegnono giù da la montagna di Galaad. Ma in questo poema non si scorge volto che
cossì al vivo ti spinga a cercar latente et occolto sentimento: atteso che per
l’ordinario modo di parlare e de similitudini più accomodate a gli sensi
communi, che ordinariamente fanno gli accorti amanti, e soglion mettere in
versi e rime gli usati poeti, son simili a i sentimenti de coloro che parlarono
a Citereida, a Licori, a Dori, a Cinzia, a Lesbia, a Corinna, a Laura et altre
simili: onde facilmente ogn’uno potrebbe esser persuaso che la fondamentale e
prima intenzion mia sia stata addirizzata da ordinario amore, che m’abbia
dettati concetti tali; il quale appresso per forza de sdegno s’abbia improntate
l’ali e dovenuto eroico; come è possibile di convertir qualsivoglia fola,
romanzo, sogno e profetico enigma, e transferirle in virtù di metafora e pretesto
d’allegoria a significar tutto quello che piace a chi più comodamente è atto a
stiracchiar gli sentimenti: e far cossì tutto di tutto, come tutto essere in
tutto disse il profondo Anaxagora. Ma pensi chi vuol quel che gli pare e piace,
ch’alfine o voglia o non, per giustizia la deve ognuno intendere e definire
come l’intendo e definisco io, non io come l’intende e definisce lui: perché
come gli furori di quel sapiente Ebreo hanno gli proprii modi ordini e titolo
che nessuno ha possuto intendere e potrebbe meglio dichiarar che lui se fusse
presente; cossì questi Cantici hanno il proprio titolo ordine e modo che nessun
può meglio dechiarar et intendere che io medesimo quando non sono absente.
D’una cosa voglio che sia certo il mondo: che quello per il che io mi essagito
in questo proemiale argomento, dove singularmente parlo a voi eccellente
Signore, e ne gli Dialogi formati sopra gli seguenti articoli, sonetti e
stanze, è ch’io voglio ch’ogn’un sappia ch’io mi stimarei molto vituperoso e
bestialaccio, se con molto pensiero, studio e fatica mi fusse mai delettato o
delettasse de imitar (come dicono) un Orfeo circa il culto d’una donna in vita,
e dopo morte, se possibil fia, ricovrarla da l’inferno: se a pena la stimarei
degna, senza arrossir il volto, d’amarla sul naturale di quell’istante del
fiore della sua beltade, e facultà di far figlioli alla natura e dio; tanto
manca che vorrei parer simile a certi poeti e versificanti in far trionfo d’una
perpetua perseveranza di tale amore, come d’una cossì pertinace pazzia, la qual
sicuramente può competere con tutte l’altre specie che possano far residenza in
un cervello umano: tanto, dico, son lontano da quella vanissima, vilissima e
vituperosissima gloria, che non posso credere ch’un uomo che si trova un granello
di senso e spirito, possa spendere più amore in cosa simile che io abbia speso
al passato e possa spendere al presente. E per mia fede, se io voglio adattarmi
a defendere per nobile l’ingegno di quel tosco poeta che si mostrò tanto
spasimare alle rive di Sorga per una di Valclusa, e non voglio dire che sia
stato un pazzo da catene, donarommi a credere, e forzarommi di persuader ad
altri, che lui per non aver ingegno atto a cose megliori, volse studiosamente
nodrir quella melancolia, per celebrar non meno il proprio ingegno su quella
matassa, con esplicar gli affetti d’un ostinato amor volgare, animale e
bestiale, ch’abbiano fatto gli altri ch’han parlato delle lodi della mosca, del
scarafone, de l’asino, de Sileno, de Priapo, scimie de quali son coloro ch’han
poetato a’ nostri tempi delle lodi de gli orinali, de la piva, della fava, del
letto, delle bugie, del disonore, del forno, del martello, della caristia, de
la peste; le quali non meno forse sen denno gir altere e superbe per la celebre
bocca de canzonieri suoi, che debbano e possano le prefate et altre dame per
gli suoi. Or (perché non si faccia errore) qua [non] voglio che sia tassata la
dignità di quelle che son state e sono degnamente lodate e lodabili: non quelle
che possono essere e sono particolarmente in questo paese Britannico, a cui
doviamo la fideltà et amore ospitale: perché dove si biasimasse tutto l’orbe,
non si biasima questo che in tal proposito non è orbe, né parte d’orbe: ma
diviso da quello in tutto, come sapete; dove si raggionasse de tutto il sesso
femenile, non si deve né può intendere de alcune vostre, che non denno esser
stimate parte di quel sesso: perché non son femine, non son donne, ma (in
similitudine di quelle) son nimfe, son dive, son di sustanza celeste; tra le
quali è lecito di contemplar quell’unica Diana, che in questo numero e
proposito non voglio nominare. Comprendasi dumque il geno ordinario. E di
quello ancora indegna et ingiustamente perseguitarci le persone: perciò che a
nessuna particolare deve essere impreparato l’imbecillità e condizion del
sesso, come né il difetto e vizio di complessione: atteso che se in ciò è fallo
et errore, deve essere attribuito per la specie alla natura, e non per
particolare a gl’individui. Certamente quello che circa tai supposti abomino è
quel studioso e disordinato amor venereo che sogliono alcuni spendervi, de
maniera che se gli fanno servi con l’ingegno, e vi vegnono a cattivar le
potenze et atti più nobili de l’anima intellettiva. Il qual intento essendo
considerato, non sarà donna casta et onesta che voglia per nostro naturale e
veridico discorso contrastarsi e farmisi più tosto irata, che sottoscrivendomi
amarmi di vantaggio, vituperando passivamente quell’amor nelle donne verso gli
uomini, che io attivamente riprovo ne gli uomini verso le donne. Tal dumque
essendo il mio animo, ingegno, parere e determinazione, mi protesto che il mio
primo e principale, mezzano et accessorio, ultimo e finale intento in questa
tessitura fu et è d’apportare contemplazion divina, e metter avanti a gli occhi
et orecchie altrui furori non de volgari, ma eroici amori, impiegati in due
parti: de le quali ciascuna è divisa in cinque dialogi. argomento de’ cinque
dialogi de la prima parte Nel Primo dialogo della prima parte son cinque
articoli, dove per ordine: nel primo si mostrano le cause e principiii motivi
intrinseci sotto nome e figura del monte, e del fiume, e de muse che si
dechiarano presenti, non perché chiamate, invocate e cercate, ma più tosto come
quelle che più volte importunamente si sono offerte: onde vegna significato che
la divina luce è sempre presente; s’offre sempre, sempre chiama e batte a le
porte de nostri sensi et altre potenze cognoscitive et apprensive: come pure è
significato nella Cantica di Salomone dove si dice: En ipse stat post parietem
nostrum, respiciens per cancellos, et prospiciens per fenestras. La qual spesso
per varie occasioni et impedimenti avvien che rimagna esclusa fuori e
trattenuta. Nel secondo articolo si mostra quali sieno que’ suggetti, oggetti,
affetti, instrumenti et effetti per li quali s’introduce, si mostra e prende il
possesso nell’anima questa divina luce: perché la inalze e la converta in Dio.
Nel terzo il proponimento, definizione e determinazione che fa l’anima ben
informata circa l’uno, perfetto et ultimo fine. Nel quarto la guerra civile che
séguita e si discuopre contra il spirito dopo tal proponimento; onde disse la
Cantica: Noli mirari quia nigra sum: decoloravit enim me sol, quia fratres mei
pugnaverunt contro me, quam posuerunt custodem in vineis. Là sono esplicati
solamente come quattro antesignani: l’Affetto, l’Appulso fatale, la Specie del
bene, et il Rimorso; che son seguitati da tante coorte militari de tante,
contrarie, varie e diverse potenze, con gli lor ministri, mezzi et organi che
sono in questo composto. Nel quinto s’ispiega una naturale contemplazione in
cui si mostra che ogni contrarietà si riduce a l’amicizia: o per vittoria de
l’uno de’ contrarii, o per armonia e contemperamento, o per qualch’altra
raggione di vicissitudine; ogni lite alla concordia, ogni diversità a l’unità:
la qual dottrina è stata da noi distesa ne gli discorsi d’altri dialogi. Nel
Secondo dialogo viene più esplicatamente descritto l’ordine et atto della
milizia che si ritrova nella sustanza di questa composizione del furioso; et
ivi: nel primo articolo si mostrano tre sorte di contrarietà: la prima d’un
affetto et atto contra l’altro, come dove son le speranze fredde e gli desideri
caldi; la seconda de medesimi affetti et atti in se stessi, non solo in
diversi, ma et in medesimi tempi; come quando ciascuno non si contenta di sé,
ma attende ad altro: et insieme insieme ama et odia; la terza tra la potenza
che séguita et aspira, e l’oggetto che fugge e si suttrae. Nel secondo articolo
si manifesta la contrarietà ch’è come di doi contrari appulsi in generale; alli
quali si rapportano tutte le particolari e subalternate contrarietadi, mentre
come a doi luoghi e sedie contrarie si monta o scende: anzi il composto tutto
per la diversità de le inclinazioni che son nelle diverse parti, e varietà de
disposizioni che accade nelle medesime, viene insieme insieme a salire et
abbassare, a farsi avanti et adietro, ad allontanarsi da sé e tenersi ristretto
in sé. Nel terzo articolo si discorre circa la conseguenza da tal contrarietade.
Nel Terzo dialogo si fa aperto quanta forza abbia la volontarie in questa
milizia, come quella a cui sola appartiene ordinare, cominciare, exeguire e
compire; cui vien intonato nella Cantica: Surge, propera, columba mea, et veni:
iam enim hiems transiit, imber abiit, flores apparuerunt in terra nostra;
tempus putationis advenit. Questa somministra forza ad altri in molte maniere,
et a se medesima specialmente quando si reflette in se stessa, e si radoppia;
all’or che vuol volere, e gli piace che voglia quel che vuole; o si ritratta,
all’or che non vuol quel che vuole, e gli dispiace che voglia quel che vuole:
cossì in tutto e per tutto approva quel ch’è bene e quel tanto che la natural
legge e giustizia gli definisce: e mai affatto approva quel che è altrimente. E
questo è quanto si esplica nel primo e secondo articolo. Nel terzo si vede il
gemino frutto di tal efficacia, secondo che (per consequenza de l’affetto che
le attira e rapisce) le cose alte si fanno basse, e le basse dovegnono alte;
come per forza de vertiginoso appulso e vicissitudinal successo dicono che la
fiamma s’inspessa in aere, vapore et acqua; e l’acqua s’assottiglia in vapore,
aere e fiamma. In sette articoli del Quarto dialogo si contempla l’impeto e
vigor de l’intelletto, che rapisce l’affetto seco, et il progresso de pensieri
del furioso composto, e delle passioni de l’anima che si trova al governo di
questa Republica cossì turbulenta. Là non è oscuro chi sia il cacciatore,
l’ucellatore, la fiera, gli cagnuoli, gli pulcini, la tana, il nido, la rocca,
la preda, il compimento de tante fatiche, la pace, riposo e bramato fine de sì
travaglioso conflitto. Nel Quinto dialogo si descrive il stato del furioso in
questo mentre, et è mostro l’ordine, raggione e condizion de studii e fortune. Nel
primo articolo per quanto appartiene a perseguitar l’oggetto che si fa scarso
di sé. Nel secondo quanto al continuo e non remittente concorso de gli affetti.
Nel terzo quanto a gli alti e caldi, benché vani proponimenti. Nel quarto
quanto al volontario volere. Nel quinto quanto a gli pronti e forti ripari e
soccorsi. Ne gli seguenti si mostra variamente la condizion di sua fortuna,
studio e stato, con la raggione e convenienza di quelli, per le antitesi,
similitudini e comparazioni espresse in ciascuno di essi articoli. argomento
de’ cinque dialogi della seconda parte Nel Primo dialogo della seconda parte
s’adduce un seminario delle maniere e raggioni del stato dell’eroico furioso.
Ove nel primo sonetto vien descritto il stato di quello sotto la ruota del tempo.
Nel secondo viene ad iscusarsi dalla stima d’ignobile occupazione et indegna
iattura della angustia e brevità del tempo. Nel terzo accusa l’impotenza de
suoi studi gli quali quantunque all’interno sieno illustrati dall’eccellenza de
l’oggetto, questo per l’incontro viene ad essere offoscato et annuvolato da
quelli. Nel quarto è il compianto del sforzo senza profitto delle facultadi de
l’anima mentre cerca risorgere con l’imparità de le potenze a quel stato che
pretende e mira. Nel quinto vien rammentata la contrarietà e domestico
conflitto che si trova in un suggetto, onde non possa intieramente appigliarsi
ad un termine o fine. Nel sesto vien espresso l’affetto aspirante. Nel settimo
vien messa in considerazione la mala corrispondenza che si trova tra colui
ch’aspira, e quello a cui s’aspira. Nell’ottavo è messa avanti gli occhi la
distrazzion dell’anima, conseguente della contrarietà de cose esterne et
interne tra loro, e de le cose interne in se stesse, e de le cose esterne in se
medesime. Nel nono è ispiegata l’etate et il tempo del corso de la vita
ordinaria all’atto de l’alta e profonda contemplazione: per quel che non vi
conturba il flusso o reflusso della complessione vegetante, ma l’anima si
trova, in condizione stazionaria e come quieta. Nel decimo l’ordine e maniera
in cui l’eroico amore tal’or ne assale, fere e sveglia. Nell’undecimo la
moltitudine delle specie et idee particolari che mostrano l’eccellenza della
marca dell’unico fonte di quelle, mediante le quali vien incitato l’affetto
verso alto. Nel duodecimo s’esprime la condizion del studio umano verso le
divine imprese, perché molto si presume prima che vi s’entri, e nell’entrare
istesso: ma quando poi s’ingolfa e vassi più verso il profondo, viene ad essere
smorzato il fervido spirito di presunzione, vegnono relassati i nervi, dismessi
gli ordegni, inviliti gli pensieri, svaniti tutti dissegni, e riman l’animo
confuso, vinto et exinanito. Al qual proposito fu detto dal sapiente: qui
scrutator est maiestatis, opprimetur a gloria. Nell’ultimo è più manifestamente
espresso quello che nel duodecimo è mostrato in similitudine e figura. Nel
Secondo dialogo è in un sonetto, et un discorso dialogale sopra di quello,
specificato il primo motivo che domò il forte, ramollò il duro, et il rese sotto
l’amoroso imperio di Cupidine superiore, con celebrar tal vigilanza, studio,
elezzione e scopo. Nel Terzo dialogo in quattro proposte e quattro risposte del
core a gli occhi, e de gli occhi al core, è dichiarato l’essere e modo delle
potenze cognoscitive et appetitive. Là si manifesta qualmente la volontà è
risvegliata, addirizzata, mossa e condotta dalla cognizione; e reciprocamente
la cognizione è suscitata, formata e ravvivata dalla volontade, procedendo or
l’una da l’altra, or l’altra da l’una. Là si fa dubio se l’intelletto o
generalmente la potenza conoscitiva, o pur l’atto della cognizione, sia maggior
de la volontà o generalmente della potenza appetitiva, o pur de l’affetto: se
non si può amare più che intendere, e tutto quello ch’in certo modo si desidera,
in certo modo ancora si conosce, e per il roverso; onde è consueto di chiamar
l’appetito cognizione, perché veggiamo che gli Peripatetici nella dottrina de
quali siamo allievati e nodriti in gioventù, sin a l’appetito in potenza et
atto naturale chiamano cognizione; onde tutti effetti, fini e mezzi, principii,
cause et elementi distingueno in prima, media, et ultimamente noti secondo la
natura: nella quale fanno in conclusione concorrere l’appetito e la cognizione.
Là si propone infinita la potenza della materia, et il soccorso dell’atto che
non fa essere la potenza vana. Laonde cossì non è terminato l’atto della
volontà circa il bene, come è infinito et interminabile l’atto della cognizione
circa il vero: onde ente, vero e buono son presi per medesimo significante,
circa medesima cosa significata. Nel Quarto dialogo son figurate et alcunamente
ispiegate le nove raggioni della inabilità, improporzionalità e difetto
dell’umano sguardo e potenza apprensiva de cose divine. Dove nel primo cieco,
che è da natività, è notata la raggione ch’è per la natura che ne umilia et
abbassa. Nel secondo cieco per il tossico della gelosia è notata quella ch’è
per l’irascibile e concupiscibile che ne diverte e desvia. Nel terzo cieco per
repentino apparimento d’intensa luce si mostra quella che procede dalla
chiarezza de l’oggetto che ne abbaglia. Nel quarto, allievato e nodrito a lungo
a l’aspetto del sole, quella che da troppo alta contemplazione de l’unità, che
ne fura alla moltitudine. Nel quinto, che sempre mai ha gli occhi colmi de
spesse lacrime, è designata l’improporzionalità de mezzi tra la potenza et
oggetto che ne impedisce. Nel sesto che per molto lacrimar have svanito l’umor
organico visivo, è figurato il mancamento de la vera pastura intellettuale che
ne indebolisce. Nel settimo cui gli occhi sono inceneriti da l’ardor del core,
è notato l’ardente affetto che disperge, attenua e divora tal volta la potenza
discretiva. Nell’ottavo, orbo per la ferita d’una punta di strale, quello che
proviene dall’istesso atto dell’unione della specie de l’oggetto; la qual
vince, altera e corrompe la potenza apprensiva, che è suppressa dal peso, e
cade sotto l’impeto de la presenza di quello; onde non senza raggion talvolta
la sua vista è figurata per l’aspetto di folgore penetrativo. Nel nono, che per
esser mutolo non può ispiegar la causa della sua cecitade, vien significata la
raggion de le raggioni, la quale è l’occolto giudicio divino che a gli uomini
ha donato questo studio e pensiero d’investigare, de sorte che non possa mai
gionger più alto che alla cognizione della sua cecità et ignoranza, e stimar
più degno il silenzio ch’il parlare. Dal che non vien iscusata né favorita
l’ordinaria ignoranza; perché è doppiamente cieco chi non vede la sua cecità: e
questa è la differenza tra gli profettivamente studiosi, e gli ociosi
insipienti: che questi son sepolti nel letargo della privazion del giudicio di
suo non vedere, e quelli sono accorti, svegliati e prudenti giudici della sua
cecità; e però son nell’inquisizione, e nelle porte de l’acquisizione della
luce: delle quali son lungamente banditi gli altri. argomento et allegoria del
quinto dialogo Nel Quinto dialogo, perché vi sono introdotte due donne, alle
quali (secondo la consuetudine del mio paese) non sta bene di commentare, argumentare,
desciferare, saper molto et esser dottoresse per usurparsi ufficio d’insegnare
e donar instituzione, regola e dottrina a gli uomini; ma ben de divinar e
profetar qualche volta che si trovano il spirito in corpo: però gli ha bastato
de farsi solamente recitatrici della figura lasciando a qualche maschio ingegno
il pensiero e negocio di chiarir la cosa significata. Al quale (per alleviar
overamente tòrgli la fatica) fo intendere qualmente questi nove ciechi, come in
forma d’ufficio e cause esterne, cossì con molte altre differenze suggettive
correno con altra significazione, che gli nove del dialogo precedente: atteso
che secondo la volgare imaginazione delle nove sfere, mostrano il numero,
ordine e diversità de tutte le cose che sono subsistenti infra unità absoluta,
nelle quali e sopra le quali tutte sono ordinate le proprie intelligenze che
secondo certa similitudine analogale dependono dalla prima et unica. Queste da
Cabalisti, da Caldei, da Maghi, da Platonici e da cristiani teologi son distinte
in nove ordini per la perfezzione del numero che domina nell’università de le
cose, et in certa maniera formaliza il tutto: e però con semplice raggione
fanno che si significhe la divinità, e secondo la reflessione e quadratura in
se stesso, il numero e la sustanza de tutte le cose dependenti. Tutti gli
contemplatori più illustri, o sieno filosofi, o siano teologi, o parlino per
raggione e proprio lume, o parlino per fede e lume superiore, intendano in
queste intelligenze il circolo di ascenso e descenso. Quindi dicono gli
Platonici che per certa conversione accade che quelle che son sopra il fato si
facciano sotto il fato del tempo e mutazione, e da qua montano altre al luogo
di quelle. Medesima conversione è significata dal pitagorico poeta, dove dice:
Has omnes ubi mille rotam volvere per annos Lethaeum ad fluvium deus evocat
agmine magno: rursus ut incipiant in corpora velle reverti. Questo (dicono
alcuni) è significato dove è detto in revelazione che il drago starà avvinto
nelle catene per mille anni, e passati quelli sarà disciolto. A cotal
significazione voglion che mirino molti altri luoghi dove il millenario ora è
espresso, ora è significato per uno anno, ora per una etade, ora per un cubito,
ora per una et un’altra maniera. Oltre che certo il millenario istesso non si
prende secondo le rivoluzioni definite da gli anni del sole, ma secondo le
diverse raggioni delle diverse misure et ordini con li quali son dispensate
diverse cose: perché cossì son differenti gli anni de gli astri, come le specie
de particolari non son medesime. Or quanto al fatto della rivoluzione, è
divolgato appresso gli cristiani teologi, che da ciascuno de’ nove ordini de
spiriti sieno trabalzate le moltitudini de legioni a queste basse et oscure
regioni; e che per non esser quelle sedie vacanti, vuole la divina providenza
che di queste anime che vivono in corpi umani siano assumpte a quella eminenza.
Ma tra filosofi Plotino solo ho visto dire espressamente come tutti teologi
grandi, che cotal rivoluzione non è de tutti, né sempre: ma una volta. E tra
teologi Origene solamente come tutti filosofi grandi, dopo gli Saduchini et
altri molti riprovati, have ardito de dire che la revoluzione è vicissitudinale
e sempiterna; e che tutto quel medesimo che ascende ha da ricalar a basso: come
si vede in tutti gli elementi e cose che sono nella superficie, grembo e ventre
de la natura. Et io per mia fede dico e confermo per convenientissimo, con gli
teologi e color che versano su le leggi et instituzioni de popoli, quel senso
loro: come non manco d’affirmare et accettar questo senso di quei che parlano
secondo la raggion naturale tra’ pochi, buoni e sapienti. L’opinion de quali
degnamente è stata riprovata per esser divolgata a gli occhi della moltitudine;
la quale se a gran pena può essere refrenata da vizii e spronata ad atti
virtuosi per la fede de pene sempiterne, che sarrebe se la si persuadesse
qualche più leggiera condizione in premiar gli eroici et umani gesti, e
castigare gli delitti e sceleragini? Ma per venire alla conclusione di questo
mio progresso: dico che da qua si prende la raggione e discorso della cecità e
luce di questi nove, or vedenti, or ciechi, or illuminati; quali son rivali ora
nell’ombre e vestigii della divina beltade, or sono al tutto orbi, ora nella
più aperta luce pacificamente si godeno. All’or che sono nella prima
condizione, son ridutti alla stanza di Circe, la qual significa la omniparente
materia, et è detta figlia del sole, perché da quel padre de le forme ha
l’eredità e possesso di tutte quelle le quali con l’aspersion de le acqui, cioè
con l’atto della generazione, per forza d’incanto, cioè d’occolta armonica
raggione, cangia il tutto, facendo dovenir ciechi quelli che vedeno: perché la
generazione e corrozzione è causa d’oblio e cecità, come esplicano gli antichi
con la figura de le anime che si bagnano et inebriano di Lete. Quindi dove gli
ciechi si lamentano dicendo: Figlia e madre di tenebre et orrore, è significata
la conturbazion e contristazion de l’anima che ha perse l’ali, la quale se gli
mitiga all’or che è messa in speranza di ricovrarle. Dove Circe dice: Prendete
un altro mio vase fatale, è significato che seco portano il decreto e destino
del suo cangiamento, il qual però è detto essergli porgiuto dalla medesima
Circe; perché un contrario è originalmente nell’altro, quantunque non vi sia
effettualmente: onde disse lei, che sua medesima mano non vale aprirlo, ma
commetterlo. Significa ancora che son due sorte d’acqui: inferiori sotto il
firmamento che acciecano, e superiori, sopra il firmamento che illuminano:
quelle che sono significate da Pitagorici e Platonici nel descenso da un
tropico et ascenso da un altro. Là dove dice Per largo e per profondo
peregrinate il mondo, cercate tutti gli numerosi regni, significa che non è
progresso immediato da una forma contraria a l’altra, né regresso immediato da
una forma a la medesima: però bisogna trascorrere, se non tutte le forme che
sono nella ruota delle specie naturali, certamente molte e molte di quelle. Là
s’intendeno illuminati da la vista de l’oggetto, in cui concorre il ternario
delle perfezzioni, che sono beltà, sapienza e verità, per l’aspersion de
l’acqui che negli sacri libri son dette acqui de sapienza, fiumi d’acqua di
vita etema. Queste non si trovano nel continente del mondo, ma penitus toto divisim
ab orbe, nel seno dell’Oceano, dell’Amfitrite, della divinità, dove è quel
fiume che apparve revelato procedente dalla sedia divina, che have altro flusso
che ordinario naturale. Ivi son le Ninfe, cioè le beate e divine intelligenze
che assistenti et amministrano alla prima intelligenza, la quale è come la
Diana tra le nimfe de gli deserti. Quella sola tra tutte l’altre è per la
triplicata virtude, potente ad aprir ogni sigillo, asciòrre ogni nodo, a
discuoprir ogni secreto, e disserrar qualsivoglia cosa rinchiusa. Quella con la
sua sola presenza e gemino splendore del bene e vero, di bontà e bellezza
appaga le volontadi e gl’intelletti tutti: aspergendoli con l’acqui salutifere
di ripurgazione. Qua è conseguente il canto e suono, dove son nove intelligenze,
nove muse, secondo l’ordine de nove sfere; dove prima si contempla l’armonia di
ciascuna, che è continuata con l’armonia de l’altra; perché il fine et ultimo
della superiore è principio e capo dell’inferiore, perché non sia mezzo e vacuo
tra l’una et altra: e l’ultimo de l’ultima per via de circolazione concorre con
il principio della prima. Perché medesimo è più chiaro e più occolto, principio
e fine, altissima luce e profondissimo abisso, infinita potenza et infinito
atto, secondo le raggioni e modi esplicati da noi in altri luoghi. Appresso si
contempla l’armonia e consonanza de tutte le sfere, intelligenze, muse et
instrumenti insieme; dove il cielo, il moto de’ mondi, l’opre della natura, il
discorso de gl’intelletti, la contemplazion della mente, il decreto della
divina providenza, tutti d’accordo celebrano l’alta e magnifica vicissitudine
che agguaglia l’acqui inferiori alle superiori, cangia la notte col giorno, et
il giorno con la notte, a fin che la divinità sia in tutto, nel modo con cui tutto
è capace di tutto, e l’infinita bontà infinitamente si communiche secondo tutta
la capacità de le cose. Questi son que’ discorsi, gli quali a nessuno son parsi
più convenevoli ad essere addirizzati e raccomandati che a voi, Signor
eccellente: a fin ch’io non vegna a fare, come penso aver fatto alcuna volta
per poca advertenza, e molti altri fanno quasi per ordinario, come colui che
presenta la lira ad un sordo et il specchio ad un cieco. A voi dumque si
presentano, perché l’Italiano raggioni con chi l’intende; gli versi sien sotto
la censura e protezzion d’un poeta; la filosofia si mostre ignuda ad un sì
terso ingegno come il vostro; le cose eroiche siano addirizzate ad un eroico e
generoso animo, di qual vi mostrate dotato; gli officii s’offrano ad un suggetto
sì grato, e gli ossequii ad un signor talmente degno qualmente vi siete
manifestato per sempre. E nel mio particolare vi scorgo quello che con maggior
magnanimità m’avete prevenuto ne gli officii, che alcuni altri con riconoscenza
m’abbiano seguitato. vale. avertimento a’ lettori Amico lettore, m’occorre al
fine da obviare al rigore d’alcuno a cui piacesse che tre de’ sonetti che si
trovano nel primo dialogo della seconda parte de’ Furori eroici, siano in forma
simili a gli altri, che sono nel medesimo dialogo: voglio che vi piaccia
d’aggiongere a tutti tre gli suoi tornelli. A quello che comincia Quel ch’il
mio cor, giongete in fine: Onde di me si diche: costui or ch’hav’affissi gli
occhi al sole, che fu rival d’Endimion si duole. A quello che comincia Se da
gli eroi, giongete in fine: Ciel, terr’, orco s’opponi; s’ella mi splend’e
accende et èmmi a lato, farammi illustre, potente e beato. A quello che
comincia Avida di trovar, giongete al fine: Lasso, que’ giorni lieti troncommi
l’efficacia d’un instante, che lemmi a lungo infortunato amante. alcuni errori
di stampa piùurgenti Piacciavi, benigno lettore, prima che leggere di
corregere. Da A in sino a Q significano gli quinterni; il numero seguente
quella lettera, significa la carta; f significa la faccia prima o seconda; l
significa la linea. A 1, f 2, l 2: correte a’ miei dolori; A 2, f 1, li 12:
ritenendolo da cose; f 2, li 30: homerica poesia; A 4, f 1, li 15: illustre
mentre canto di morte cipressi et inferni; A 7, f 1, li 4: la gelosia sconsola;
li 11: di regione; B 1, f 2, li 7: potran ben soli con sua diva corte; C 2, f
1, li 2: sappia certo che se quei; lin 4: seguite che parlino; li 23: son
divini; C 7, f 2, l 15: suspicientes in; D 8, f 1, [l 26]: Alti, profondi; f 2,
l 10, compagni del mio core; E 6, f 1, l 21: intrattiene in quel essere; F 1, f
1, li 16: dice quell’altezza; G 8, f 1, l 2: che fa volgar; I 2, f 1, li 17:
per quanto mi si diè; K 5, f 2, li 19: Del gratioso sguardo apri le porte; L 6,
f 2, li 21: XII, Cesa; L 7, f 1, l 10: da cure moleste; M 4, f 1, li 15: ergo;
Cor.; N 5, f 1, lin penultima: Deucalion; O 3, f 1, li 14: hammi si crudament’
il spirto infetto; O 4, f 2, li 10: Il Nil d’ogn’altro suon; O 5, f 2, li 13:
intromettea la luce; O 7, f 1, li 6: Aspra ferit’ empio ardor; li 13: appresso
Dite; f 2, li ultima: in quello aspira per certo più; O 8, f 2, li ultima: alli
quali si mostra, non proviene con misura di moto et tempo, come accade nelle; P
6, f 1, li antepenultima: quale chiumque have ingegno; P 7, f 1, li 12: Siam
nove spirti che molt’anni; Q 1, f 1, li 10: Ch’io possa esprimere. Q 4, f 1, l
1: De le dimore alterne. ISCUSAZION DEL NOLANO alle più virituose e leggiadre
dame De l’Inghilterra o vaghe Ninfe e Belle, non voi ha nostro spirt’ in
schif’, e sdegna; né per mettervi giù suo stil s’ingegna, se non convien che
femine v’appelle. Né computar, né eccettuar da quelle, son certo che voi dive
mi convegna: se l’influsso commun in voi non regna, e siete in terra quel ch’in
ciel le stelle. De voi, o Dame, la beltà sovrana nostro rigor né morder può, né
vuole, che non fa mira a specie sopr’umana. Lungi arsenico tal quindi s’invole,
dove si scorge l’unica Diana, qual è tra voi quel che tra gli astri il sole.
L’ingegno, le parole e ’l mio (qualumque sia) vergar di carte faranv’ossequios’il
studio e l’arte. DE GL’EROICI FURORI Bruno Degl’eroici furori DIALOGO interlocutori
Tansillo, Cicada. tansillo Gli furori dumque, atti più ad esser qua
primieramente locati e considerati, son questi che ti pono avanti secondo
l’ordine a me parso più conveniente. cicada Cominciate pur a leggerli. tansillo
[1] Muse che tante volte ributtai, importune correte a’ miei dolori, per
consolarmi sole ne’ miei guai con tai versi, tai rime e tai furori, con quali
ad altri vi mostraste mai, che de mirti si vantan et allori; or sia appo voi
mia aura, àncora e porto, se non mi lice altrov’ir a diporto. (3) O monte, o
dive, o fonte ov’abito, converso e mi nodrisco; dove quieto imparo et
imbellisco; alzo, avviv’, orno, il cor, il spirto e fronte: morte, cipressi,
inferni cangiate in vita, in lauri, in astri eterni. 1. È da credere che più volte
e per più caggioni le ributtasse, tra le quali possono esser queste. Prima
perché, come deve il sacerdote de le muse, non ha possut’esser ocioso: perché
l’ocio non può trovarsi là dove si combatte contra gli ministri e servi de
l’invidia, ignoranza e malignitade. Secondo, per non assistergli degni
protectori e difensori che l’assicurassero, iuxta quello. Non mancaranno, o
Flacco, gli Maroni, se penuria non è de Mecenati. Appresso, per trovarsi
ubligato alla contemplazion, e studi de filosofia: li quali se non son più
maturi, denno però come parenti de le Muse esser predecessori a quelle. Oltre
perché traendolo da un canto la tragica Melpomene con più materia che vena, e
la comica Talia con più vena che materia da l’altro, accadeva che l’una
suffurandolo a l’altra, lui rimanesse in mezzo più tosto neutrale e sfacendato,
che comunmente negocioso. Finalmente per l’autorità de censori che ritenendolo
da cose più degne et alte alle quali era naturalmente inchinato, cattivavano il
suo ingegno: perché da libero sotto la virtù lo rendesser cattivo sott’una
vilissima e stolta ipocrisia. Al fine, nel maggior fervor de fastidi nelli
quali incorse, è avvenuto che non avend’altronde da consolarsi, accettasse
l’invito di costoro, che son dette inebriarlo de tai furori, versi e rime, con
quali non si mostraro ad altri: perché in quest’opra più riluce d’invenzione
che d’imitazione. cicada Dite: che intende per quei che si vantano de mirti et
allori? tansillo Si vantano e possono vantarsi de mirto quei che cantano
d’amori: alli quali (se nobilmente si portano) tocca la corona di tal pianta
consecrata a Venere, dalla quale riconoscono il furore. Possono vantarsi
d’allori quei che degnamente cantano cose eroiche, instituendo gli animi eroici
per la filosofia speculativa e morale, overamente celebrandoli e mettendoli per
specchio exemplare a gli gesti politici e civili. cicada Dumque son più specie
de poeti e de corone? tansillo Non solamente quante son le muse, ma e di gran
numero di vantaggio: perché quantunque sieno certi geni, non possono però esser
determinate certe specie e modi d’ingegni umani. cicada Son certi regolisti de
poesia che a gran pena passano per poeta Omero, riponendo Vergilio, Ovidio,
Marziale, Exiodo, Lucrezio et altri molti in numero de versificatori,
esaminandoli per le regole de la Poetica d’Aristotele. tansillo Sappi certo,
fratel mio, che questi son vere bestie: perché non considerano quelle regole
principalmente servir per pittura dell’omerica poesia o altra simile in
particolare; e son per mostrar tal volta un poeta eroico tal qual fu Omero, e
non per instituir altri che potrebbero essere, con altre vene, arti e furori,
equali, simili e maggiori, de diversi geni. cicada Sì che come Omero nel suo
geno non fu poeta che pendesse da regole, ma è causa delle regole che serveno a
coloro che son più atti ad imitare che ad inventare; e son state raccolte da colui
che non era poeta di sorte alcuna, ma che seppe raccogliere le regole di
quell’una sorte, cioè dell’omerica poesia, in serviggio di qualch’uno che
volesse doventar non un altro poeta, ma un come Omero: non di propria musa, ma
scimia de la musa altrui. tansillo Conchiudi bene, che la poesia non nasce da
le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano da le
poesie: e però tanti son geni e specie de vere regole, quanti son geni e specie
de veri poeti. cicada Or come dumque saranno conosciuti gli veramente poeti?
tansillo Dal cantar de versi: con questo, che cantando o vegnano a delettare, o
vegnano a giovare, o a giovare e delettare insieme. cicada A chi dumque serveno
le regole d’Aristotele? tansillo A chi non potesse come Omero, Exiodo, Orfeo et
altri poetare senza le regole d’Aristotele; e che per non aver propria musa,
vuolesse far l’amore con quella d’Omero. cicada Dumque han torto certi
pedantacci de tempi nostri, che excludeno dal numero de poeti alcuni, o perché
non apportino favole e metafore conformi, o perché non hanno principii de libri
e canti conformi a quei d’Omero e Vergilio, o perché non osservano la
consuetudine di far l’invocazione, o perché intesseno una istoria o favola con
l’altra, o perché [non] finiscono gli canti epilogando di quel ch’è detto e
proponendo per quel ch’è da dire; e per mille altre maniere d’examine, per
censure e regole in virtù di quel testo. Onde par che vogliano conchiudere che
essi loro a un proposito (se gli venesse de fantasia) sarrebono gli veri poeti,
et arrivarebbono là, dove questi si forzano: e poi in fatto non son altro che
vermi che non san far cosa di buono, ma son nati solamente per rodere,
insporcare e stercorar gli altrui studi e fatiche; e non possendosi render
celebri per propria virtude et ingegno, cercano di mettersi avanti o a dritto o
a torto, per altrui vizio et errore. tansillo Or per tornar là donde
l’affezzione n’ha fatto alquanto a lungo digredire: dico che sono e possono
essere tante sorte de poeti, quante possono essere e sono maniere de sentimenti
et invenzioni umane, alli quali son possibili d’adattarsi ghirlande non solo da
tutti geni e specie de piante, ma et oltre d’altri geni e specie di materie.
Però corone a’ poeti non si fanno solamente de mirti e lauri: ma anco de pampino
per versi fescennini, d’edera per baccanali, d’oliva per sacrifici e leggi; di
pioppa, olmo e spighe per l’agricoltura; de cipresso per funerali: e d’altre
innumerabili per altre tante occasioni. E se vi piacesse anco di quella materia
che mostrò un galantuomo quando disse: O fra Porro poeta da scazzate, ch’a
Milano t’affibbi la ghirlanda di boldoni, busecche e cervellate. Letteratura
italiana Einaudi 27 Giordano Bruno De gli eroici furori cicada Or
dumque sicuramente costui per diverse vene che mostra in diversi propositi e
sensi, potrà infrascarsi de rami de diverse piante, e potrà degnamente parlar
con le Muse: perché sia appo loro sua aura con cui si conforte, ancora in cui
si sustegna, e porto al qual si retire nel tempo de fatiche, exagitazioni e
tempeste. Onde dice: O monte Parnaso dove abito, Muse con le quali converso,
fonte cliconio o altro dove mi nodrisco, monte che mi doni quieto aroggiamento,
Muse che m’inspirate profonda dottrina, fonte che mi fai ripolito e terso;
monte dove ascendendo inalzo il core; Muse con le quali versando avvivo il
spirito; fonte sotto li cui arbori poggiando adorno la fronte; cangiate la mia
morte in vita, gli miei cipressi in lauri, e gli miei inferni in cieli: cioè
destinatemi immortale, fatemi poeta, rendetemi illustre, mentre canto di morte,
cipressi et inferni. tansillo Bene, perché a color che son favoriti dal cielo,
gli più gran mali si converteno in beni tanto maggiori: perché le necessitadi
parturiscono le fatiche e studi, e questi per il più de le volte la gloria
d’immortal splendore. cicada E la morte d’un secolo, fa vivo in tutti gli
altri. Séguita. tansillo Dice appresso: In luogo e forma di Parnaso ho ’l core,
dove per scampo mio convien ch’io monte; son mie muse i pensier ch’a tutte
l’ore mi fan presenti le bellezze conte; onde sovente versan gli occhi fore
lacrime molte, ho l’Eliconio fonte: per tai montagne, per tai ninfe et acqui,
com’ha piaciut’al ciel poeta nacqui. Or non alcun de reggi, non favorevol man
d’imperatore, non sommo sacerdot’, e gran pastore, mi dien tai grazie, onori e
privileggi; ma di lauro m’infronde mio cor, gli miei pensieri, e le mie onde.
1. Qua dechiara: prima qual sia il suo monte, dicendo esser l’alto affetto del
suo core; secondo, quai sieno le sue muse, dicendo esser le bellezze e
prorogative del suo oggetto; terzo, quai sieno gli fonti, e questi dice esser
le lacrime. In quel monte s’accende l’affetto; da quelle bellezze si concepe il
furore; e da quelle lacrime il furioso affetto si dimostra. 2. Cossì se stima
di non posser essere meno illustremente coronato per via del suo core, pensieri
e lacrime, che altri per man de regi, imperadori e papi. cicada Dechiarami quel
ch’intende per ciò che dice: il core in forma di Parnaso. tansillo Perché cossì
il cuor umano ha doi capi che vanno a terminarsi a una radice, e spiritualmente
da uno affetto del core procede l’odio et amore di doi contrarii; come have
sotto due teste una base il monte Parnaso. cicada A l’altro. tansillo Dice:
Chiama per suon di tromb’ il capitano tutti gli suoi guerrier sott’un’insegna;
dove s’avvien che per alcun in vano udir si faccia, perché pronto vegna, qual
nemico l’uccide, o a qual insano gli dona bando dal suo camp’e ’l sdegna: cossì
l’alm’i dissegni non accolti sott’un stendardo, o gli vuol morti, o tolti. (2)
Un oggetto riguardo, chi la mente m’ingombr’, è un sol viso, ad una beltà sola
io resto affiso, chi sì m’ha punt’il cor è un sol dardo, per un sol fuoco
m’ardo, e non conosco più ch’un paradiso. 1. Questo capitano è la voluntade
umana che siede in poppa de l’anima, con un picciol temone de la raggione
governando gli affetti d’alcune potenze interiori, contra l’onde de gli émpiti
naturali. Egli con il suono de la tromba, cioè della determinata elezzione,
chiama tutti gli guerrieri, cioè provoca tutte le potenze (le quali s’appellano
guerriere per esserno in continua ripugnanza e contrasto) o pur gli effetti di
quelle, che son gli contrariia pensieri; de quali altri verso l’una, altri
verso l’altra parte inchinano: e cerca constituirgli tutti sott’un’insegna d’un
determinato fine. Dove s’accade ch’alcun d’essi vegna chiamato in vano a farsi
prontamente vedere ossequioso (massime quei che procedono dalle potenze
naturali quali o nullamente o poco ubediscono alla raggione), al meno
forzandosi d’impedir gli loro atti, e dannar quei che non possono essere
impediti, viene a mostrarsi come uccidesse quelli, e donasse bando a questi:
procedendo contra gli altri con la spada de l’ira, et altri con la sferza del
sdegno. 2. Qua un oggetto riguarda, a cui è volto con l’intenzione. Per un
viso, con cui s’appaga ingombra la mente. In una sola beltade si diletta e
compiace; e dicesi restarvi affiso, perché l’opra d’intelligenza non è
operazion di moto, ma di quiete. E da là solamente concepe quel dardo che
l’uccide, cioè che gli constituisce l’ultimo fine di perfezione. Arde per un
sol fuoco, cioè dolcemente si consuma in uno amore. cicada Perché l’amore è
significato per il fuoco? tansillo Lascio molte altre caggioni, bastiti per ora
questa: perché cossì la cosa amata l’amore converte ne l’amante, come il fuoco
tra tutti gli elementi attivissimo è potente a convertire tutti quell’altri
semplici e composti in se stesso. cicada Or séguita. tansillo Conosce un
paradiso: cioè un fine principale, perché paradiso comunmente significa il
fine, il qual si distingue in quello ch’è absoluto, in verità et essenza, e
l’altro che è in similitudine, ombra e participazione. Del primo modo non può
essere più che uno, come non è più che uno l’ultimo et il primo bene. Del
secondo modo sono infiniti. Amor, sorte, l’oggetto e gelosia m’appaga, affanna,
content’e sconsola; il putto irrazional, la cieca e ria, l’alta bellezza, la
mia morte sola: mi mostr’il paradis’, il toglie via, ogni ben mi presenta, me
l’invola; tanto ch’il cor, la mente, il spirto, l’alma ha gioia, ha noia, ha
refrigerio, ha salma. Chi mi terrà di guerra? Chi mi farà fruir mio ben in
pace? Chi quel ch’annoia e quel che sì mi piacefarà lungi disgionti, per gradir
le mie fiamme e gli miei fonti? Mostra la caggion et origine onde si concepe il
furore e nasce l’entusiasmo, per solcar il campo de le muse, spargendo il seme
de suoi pensieri, aspirando a l’amorosa messe, scorgendo in sé il fervor de gli
affetti in vece del sole, e l’umor de gli occhi in luogo de le piogge. Mette quattro
cose avanti: l’amore, la sorte, l’oggetto, la gelosia. Dove l’amore non è un
basso, ignobile et indegno motore, ma un eroico signor e duce de lui; la sorte
non è altro che la disposizion fatale et ordine d’accidenti, alli quali è
suggetto per il suo destino; l’oggetto è la cosa amabile, et il correlativo de
l’amante; la gelosia è chiaro che sia un zelo de l’amante circa la cosa amata,
il quale non bisogna donarlo a intendere a chi ha gustato amore, et in vano ne
forzaremo dechiararlo ad altri. L’amore appaga: perché a chi ama, piace
l’amare; e colui che veramente ama non vorrebbe non amare. Onde non voglio
lasciar de referire quel che ne mostrai in questo mio sonetto: Cara, soave et
onorata piaga del più bel dardo che mai scelse amore; alto, leggiadro e
precioso ardore, che gir fai l’alma di sempr’arder vaga: qual forza d’erba e
virtù d’arte maga ti torrà mai dal centro del mio core, se chi vi porge ogn’or
fresco vigore quanto più mi tormenta, più m’appaga? Dolce mio duol, novo nel
mond’e raro, quando del peso tuo girò mai scarco, s’il rimedio m’è noia, e ’l
mal diretto? Occhi, del mio signor facelle et arco, doppiate fiamme a l’alma e
strali al petto, poich’il languir m’è dolce e l’ardor caro. La sorte affanna
per non felici e non bramati successi, o perché faccia stimar il suggetto men
degno de la fruizion de l’oggetto, e men proporzionato a la dignità di quello;
o perché non faccia reciproca correlazione, o per altre caggioni et impedimenti
che s’attraversano. L’oggetto contenta il suggetto, che non si pasce d’altro,
altro non cerca, non s’occupa in altro, e per quello bandisce ogni altro
pensiero. La gelosia sconsola, perché quantunque sia figlia dell’amore da cui
deriva, compagna di quello con cui va sempre insieme, segno del medesimo,
perché quello s’intende per necessaria conseguenza dove lei si dimostra (come
sen può far esperienza nelle generazioni intiere, che per freddezza di regione,
e tardezza d’ingegno, meno apprendono, poco amano, e niente hanno di gelosia),
tutta volta con la sua figliolanza, compagnia e significazione vien a perturbar
et attossicare tutto quel che si trova di bello e buono nell’amore. Là onde
dissi in un altro mio sonetto: O d’invidia et amor figlia sì ria, che le gioie
del padre volgi in pene, caut’Argo al male, e cieca talpa al bene, ministra di
tormento, Gelosia; Tisifone infernal fetid’Arpia, che l’altrui dolce rapi et
avvelene, austro crudel per cui languir conviene il più bel fior de la speranza
mia; fiera da te medesma disamata, augel di duol non d’altro mai presago, pena,
ch’entri nel cor per mille porte: se si potesse a te chiuder l’entrata, tant’il
regno d’amor saria più vago, quant’il mondo senz’odio e senza morte. Giongi a
quel ch’è detto che la Gelosia non sol tal volta è la morte e ruina de
l’amante, ma per le spesse volte uccide l’istesso amore, massime quando
parturisce il sdegno: percioché viene ad essere talmente dal suo figlio
affetta, che spinge l’amore e mette in dispreggio l’oggetto, anzi non lo fa più
essere oggetto. cicada Dechiara ora l’altre particole che siegueno, cioè perché
l’amore si dice putto irrazionale? tansillo Dirò tutto. Putto irrazionale si
dice l’amore non perché egli per sé sia tale; ma per ciò, che per il più fa
tali suggetti, et è in sugetti tali: atteso che in qualumque è più
intellettuale e speculativo, inalza più l’ingegno e più purifica l’intelletto,
facendolo svegliato, studioso e circonspetto, promovendolo ad un’animositate
eroica et emulazion di virtudi e grandezza, per il desio di piacere e farsi
degno della cosa amata. In altri poi (che son la massima parte) s’intende pazzo
e stolto, perché le fa uscir de proprii sentimenti, e le precipita a far delle
extravaganze, perché ritrova il spirito, anima e corpo mal complessionati, et
inetti a considerar e distinguere quel che gli è decente da quel che le rende
più sconci: facendoli suggetto di dispreggio, riso e vituperio. cicada Dicono
volgarmente e per proverbio, che l’amor fa dovenir gli vecchi pazzi, e gli
giovani savii. tansillo Questo inconveniente non accade a tutti vecchi, né quel
conveniente a tutti giovani; ma è vero de quelli ben complessionati, e de mal
complessionati quest’altri. E con questo è certo, che chi è avezzo nella
gioventù d’amar circonspettamente, amarà vecchio senza straviare. Ma il spasso
e riso è di quelli alli quali nella matura etade l’amor mette l’alfabeto in
mano. cicada Ditemi adesso, perché cieca e ria se dice la sorte o fato?
tansillo Cieca e ria si dice la sorte ancora, non per sé, perché è l’istesso
ordine de numeri e misure de l’universo; ma per raggion de suggetti si dice et
è cieca: perché le rende ciechi al suo riguardo, per esser ella incertissima. È
detta similmente ria, perché nullo de mortali è che in qualche maniera
lamentandosi e querelandosi di lei, non la incolpe. Onde disse il pugliese poeta:
Che vuol dir, Mecenate, che nessuno al mondo appar contento de la sorte, che
gli ha porgiuta la raggion o cielo? Cossì chiama l’oggetto alta bellezza,
perché a lui è unico e più eminente, et efficace per tirarlo a sé; e però lo
stima più degno, più nobile, e però sel sente predominante e superiore: come
lui gli vien fatto suddito e cattivo. La mia morte sola dice de la gelosia,
perché come l’amore non ha più stretta compagna che costei, cossì anco non ha
senso di maggior nemica: come nessuna cosa è più nemica al ferro che la
ruggine, che nasce da lui medesimo. cicada Or poi ch’hai cominciato a far
cossì, séguita a mostrar parte per parte quel che resta. tansillo Cossì farò.
Dice appresso de l’amore: Mi mostra il paradiso; onde fa veder che l’amore non è
cieco in sé, e per sé non rende ciechi alcuni amanti, ma per l’ignobili
disposizioni del suggetto: qualmente avviene che gli ucelli notturni dovegnon
ciechi per la presenza del sole. Quanto a sé dumque l’amore illustra,
chiarisce, apre l’intelletto e fa penetrar il tutto e suscita miracolosi
effetti. cicada Molto mi par che questo il Nolano lo dimostre in un altro suo
sonetto: Amor per cui tant’alto il ver discerno, ch’apre le porte di diamante
nere, per gli occhi entra il mio nume, e per vedere nasce, vive, si nutre, ha
regno eterno; fa scorger quant’ha ’l ciel, terr’, et inferno; fa presenti
d’absenti effiggie vere, repiglia forze, e col trar dritto, fere; e impiaga
sempr’il cor, scuopre l’interno. O dumque, volgo vile, al vero attendi, porgi
l’orecchio al mio dir non fallace, apri, apri, se puoi, gli occhi, insano e
bieco: fanciullo il credi perché poco intendi, perché ratto ti cangi ei par
fugace, per esser orbo tu lo chiami cieco. Mostra dumque il paradiso amore, per
far intendere, capire et effettuar cose altissime; o perché fa grandi almeno in
apparenza le cose amate. Il toglie via, dice de la sorte: perché questa
sovente, a mal grado de l’amante, non concede quel tanto che l’amor dimostra, e
quel che vede e brama, gli è lontano et adversario. Ogni ben mi presenta, dice
de l’oggetto: perché questo che vien dimostrato da l’indice de l’amore, gli par
la cosa unica, principale, et il tutto. Me l’invola, dice della Gelosia, non
già per non farlo presente togliendolo d’avanti gli occhi; ma in far ch’il bene
non sia bene, ma un angoscioso male; il dolce non sia dolce, ma un angoscioso
languire. Tanto ch’il cor, cioè la volontà, ha gioia nel suo volere per forza
d’amore, qualunque sia il successo. La mente, cioè la parte intellettuale, ha
noia, per l’apprension de la sorte, qual non aggradisce l’amante. Il spirito,
cioè l’affetto naturale, ha refrigerio, per esser rapito da quell’oggetto che
dà gioia al core, e potrebbe aggradir la mente. L’alma, cioè la sustanza
passibile e sensitiva, ha salma, cioè si trova oppressa dal grave peso de la
gelosia che la tormenta. Appresso la considerazion del stato suo, soggionge il
lacrimoso lamento, e dice: Chi mi torrà di guerra, e metterammi in pace; o chi
disunirà quel che m’annoia e danna, da quel che sì mi piace et apremi le porte
de cielo, perché gradite sieno le fervide fiamme del mio core, e fortunati i
fonti de gli occhi miei? Appresso continuando il suo proposito, soggionge:
Premi (oimè) gli altri, o mia nemica sorte; vatten via, Gelosia, dal mondo
fore: potran ben soli con sua diva corte far tutto nobil faccia e vago amore.
Lui mi tolga de vita, lei de morte; lei me l’impenne, lui brugge il mio core;
lui me l’ancide, lei ravvive l’alma; lei mio sustegno, lui mia grieve salma. Ma
che dic’io d’amore? se lui e lei son un suggetto o forma, se con medesm’imperio
et una norma fann’un vestigio al centro del mio core? Non son doi dumque: è una
che fa gioconda e triste mia fortuna. Quattro principii et estremi de due
contrarietadi vuol ridurre a doi principii et una contrarietade. Dice dumque:
Premi (oimè) gli altri, cioè basti a te, o mia sorte, d’avermi sin a tanto
oppresso, e (perché non puoi essere senza il tuo essercizio) volta altrove il
tuo sdegno. E vatten via fuori del mondo, tu, Gelosia: perché uno di que’ doi
altri che rimagnono potrà supplire alle vostre vicende et offici; se pur tu,
mia sorte, non sei altro ch’il mio Amore, e tu Gelosia, non sei estranea dalla
sustanza del medesimo. Reste dumque lui per privarmi de vita, per bruggiarmi,
per donarmi la morte, e per salma de le mie ossa: con questo che lei mi tolga
di morte, mi impenne, mi avvive e mi sustente. Appresso, doi principii et una
contrarietade riduce ad un principio et una efficacia, dicendo: Ma che dich’io
d’Amore? Se questa faccia, questo oggetto è l’imperio suo, e non par altro che
l’imperio de l’amore; la norma de l’amore è la sua medesima norma; l’impression
d’amore ch’appare nella sustanza del cor mio, non è certo altra impression che
la sua: perché dumque dopo aver detto nobil faccia, replico dicendo vago amore?
tansillo Or qua comincia il furioso a mostrar gli affetti suoi e discuoprir le
piaghe che sono per segno nel corpo, et in sustanza o in essenza nell’anima, e
dice cossì: Io che porto d’amor l’alto vessillo, gelate ho spene, e gli desir
cuocenti: a un tempo triemo, agghiaccio, ardo e sfavillo, son muto, e colmo il
ciel de strida ardenti; dal cor scintill’, e da gli occhi acqua stillo; e vivo
e muoio, e fo ris’e lamenti: son vive l’acqui, e l’incendio non more, ch’a gli
occhi ho Teti, et ho Vulcan al core, altr’amo, odio me stesso: ma s’io
m’impiumo, altri si cangia in sasso; poggi’altr’al ciel, s’io mi ripogno al
basso; sempr’altri fugge, s’io seguir non cesso; s’io chiamo, non risponde: e
quant’io cerco più, più mi s’asconde. A proposito di questo voglio seguitar
quel che poco avanti ti dicevo: che non bisogna affatigarsi per provare quel
che tanto manifestamente si vede, cioè che nessuna cosa è pura e schetta (onde
diceano alcuni, nessuna cosa composta esser vero ente: come l’oro composto non
è vero oro, il vino composto non è puro vero e mero vino); appresso, tutte le
cose constano de contrarii: da onde avviene che gli successi de li nostri
affetti per la composizione ch’è nelle cose, non hanno mai delettazion alcuna
senza qualch’amaro; anzi dico, e noto di più, che se non fusse l’amaro nelle
cose, non sarrebe la delettazione, atteso che la fatica fa che troviamo
delettazione nel riposo; la separazioLetteratura italiana ne è causa che
troviamo piacere nella congiunzione: e generalmente essaminando, si trovarà
sempre che un contrario è caggione che l’altro contrario sia bramato e piaccia.
cicada Non è dumque delettazione senza contrarietà? tansillo Certo non, come
senza contrarietà non è dolore, qualmente manifesta quel pitagorico poeta
quando dice: Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, nec auras respiciunt,
clausae tenebris et carcere caeco. Ecco dumque quel che caggiona la composizion
de le cose. Quindi aviene che nessuno s’appaga del stato suo, eccetto
qualch’insensato e stolto, e tanto più quanto più si ritrova nel maggior grado
del fosco intervallo de la sua pazzia: all’ora ha poca o nulla apprension del
suo male, gode l’esser presente senza temer del futuro; gioisce di quel ch’è e
per quello in che si trova, e non ha rimorso o cura di quel ch’è o può essere,
et in fine non ha senso della contrarietade la quale è figurata per l’arbore
della scienza del bene e del male. cicada Da qua si vede che l’ignoranza è
madre della felicità e beatitudine sensuale, e questa medesima è l’orto del
paradiso de gli animali; come si fa chiaro nelli dialogi de la Cabala del
cavallo Pegaseo e per quel che dice il sapiente Salomone: chi aumenta sapienza,
aumenta dolore. tansillo Da qua avviene che l’amore eroico è un tormento,
perché non gode del presente come il brutale amore; ma e del futuro e de
l’absente; e del contrario sente l’ambizione, emulazione, suspetto e timore.
Indi dicendo una sera dopo cena un certo de nostri vicini: Giamai fui tanto
allegro quanto sono adesso gli rispose Gioan Bruno, padre del Nolano: Mai fuste
più pazzo che adesso. cicada Volete dumque che colui che è triste sia savio, e
quell’altro ch’è più triste, sia più savio? tansillo Non, anzi intendo in
questi essere un’altra specie di pazzia, et oltre peggiore. cicada Chi dumque
sarà savio, se pazzo è colui ch’è contento, e pazzo è colui ch’è triste?
tansillo Quel che non è contento né triste. cicada Chi? quel che dome? quel
ch’è privo di sentimento? quel ch’è morto? tansillo No: ma quel ch’è vivo,
vegghia et intende; il quale considerando il male et il bene, stimando l’uno e
l’altro come cosa variabile e consistente in moto, mutazione e vicissitudine
(di sorte ch’il fine d’un contrario è principio de l’altro, e l’estremo de
l’uno è cominciamento de l’altro), non si dismette, né si gonfia di spirito,
vien continente nell’inclinazioni e temperato nelle voluptadi: stante ch’a lui
il piacere non è piacere, per aver come presente il suo fine. Parimente la pena
non gli è pena, perché con la forza della considerazione ha presente il termine
di quella. Cossì il sapiente ha tutte le cose mutabili come cose che non sono,
et afferma quelle non esser altro che vanità et un niente: perché il tempo a
l’eternità ha proporzione come il punto a la linea. cicada Sì che mai possiamo
tener proposito d’esser contenti o mal contenti, senza tener proposito de la
nostra pazzia, la qual espressamente confessiamo; là onde nessun che ne
raggiona, e per conseguenza nessun che n’è partecipe, sarà savio: et infine
tutti gli omini saran pazzi. tansillo Non tendo ad inferir questo, perché dirò
massime savio colui che potesse veramente dire talvolta il contrario di quel
che quell’altro: Giamai fui men allegro che adesso over: Giamai fui men triste
che ora. cicada Come non fai due contrarie qualitadi dove son doi affetti
contrarii? perché, dico, intendi come due virtudi, e non come un vizio et una
virtude, l’esser minimamente allegro, e l’esser minimamente triste? tansillo
Perché ambi doi li contrarii in eccesso (cioè per quanto vanno a dar su quel
più) son vizii, perché passano la linea; e gli medesimi in quanto vanno a dar
sul meno, vegnono ad esser virtude, perché si contegnono e rinchiudono intra
gli termini. cicada Come l’esser men contento e l’esser men triste non son una
virtù et uno vizio, ma son due virtudi? tansillo Anzi dico che son una e
medesima virtude: perché il vizio è là dove è la contrarietade; la
contrarietade è massime là dove è l’estremo; la contrarietà maggiore è la più
vicina all’estremo; la minima o nulla è nel mezzo, dove gli contrarii
convegnono e son uno et indifferente: come tra il freddissimo e caldissimo è il
più caldo et il più freddo; e nel mezzo puntuale è quello che puoi dire o caldo
e freddo, o né caldo né freddo, senza contrarietade. In cotal modo chi è
minimamente contento e minimamente triste, è nel grado della indifferenza, si
trova nella casa della temperanza, e là dove consiste la virtude e condizion
d’un animo forte, che non vien piegato da l’Austro né da l’Aquilone. Ecco
dumque (per venir al proposito) come questo furor eroico, che si chiarisce nella
presente parte, è differente da gli altri furori più bassi, non come virtù dal
vizio: ma come un vizio ch’è in un suggetto più divino o divinamente, da un
vizio ch’è in un suggetto più ferino o ferinamente. Di maniera che la
differenza è secondo gli suggetti e modi differenti, e non secondo la forma de
l’esser vizio. cicada Molto ben posso da quel ch’avete detto, conchiudere la
condizion di questo eroico furore che dice gelate ho spene, e li desir
cuocenti; perché non è nella temperanza della mediocrità, ma nell’eccesso delle
contrarietadi ha l’anima discordevole: se triema nelle gelate speranze, arde
negli cuocenti desiri; è per l’avidità stridolo, mutolo per il timore; Sfavilla
dal core per cura d’altrui, e per compassion sé versa lacrime da gli occhi;
muore ne l’altrui risa, vive ne’ proprii lamenti; e (come colui che non è più
suo) altri ama, odia se stesso: perché la materia (come dicono gli fisici) con
quella misura ch’ama la forma absente, odia la presente. E cossì conclude
nell’ottava la guerra ch’ha l’anima in se stessa; e poi quando dice ne la
sestina ma s’io m’impiumo, altri si cangia in sasso e quel che séguita, mostra
le sue passioni per la guerra ch’essercita con li contrarii esterni. Mi ricordo
aver letto in Iamblico, dove tratta de gli Egizii misterii, questa sentenza:
Impius animam dissidentem habet: unde nec secum ipse convenire potest neque cum
aliis. tansillo Or odi un altro sonetto di senso consequente al detto: Ahi,
qual condizioni natura, o sorte: in viva morte morta vita vivo. Amor m’ha morto
(ahi lasso) di tal morte, che son di vit’insiem’e morte privo. Voto di spene,
d’inferno a le porte, e colmo di desio al ciel arrivo: talché suggetto a doi
contrarii eterno, bandito son dal ciel e da l’inferno. Non han mie pene
triegua, perch’in mezzo di due scorrenti ruote, de quai qua l’una, là l’altra
mi scuote, qual Ixion convien mi fugga e siegua: perché al dubbio discorso dan
lezzion contraria il sprone e ’l morso. Mostra qualmente patisca quel disquarto
e distrazione in se medesimo: mentre l’affetto, lasciando il mezzo e meta de la
temperanza, tende a l’uno e l’altro estremo; e talmente si trasporta alto o a
destra, che anco si trasporta a basso et a sinistra. cicada Come con questo che
non è proprio de l’uno né de l’altro estremo, non viene ad essere in stato o
termine di virtude? tansillo All’ora è in stato di virtude, quando si tiene al
mezzo declinando da l’uno e l’altro contrario: ma quando tende a gli estremi
inchinando a l’uno e l’altr di quelli, tanto gli manca de esser virtude, che è
doppio vizio, il qual consiste in questo che la cosa recede dalla sua natura,
la perfezzion della quale consiste nell’unità: e là dove convegnono gli
contrarii, consta la composizione, e consiste la virtude. Ecco dumque come è
morto vivente, o vivo moriente; là onde dice: in viva morte morta vita vivo.
Non è morto, perché vive ne l’oggetto; non è vivo, perché è morto in se stesso:
privo di morte, perché parturisce pensieri in quello; privo di vita, perché non
vegeta o sente in se medesimo. Appresso è bassissimo per la considerazion de
l’alto intelligibile e la compresa imbecillità della potenza; è altissimo per
l’aspirazione dell’eroico desio che trapassa di gran lunga gli suoi termini, et
è altissimo per l’appetito intellettuale che non ha modo e fine di gionger
numero a numero; è bassissimo per la violenza fattagli dal contrario sensuale
che verso l’inferno impiomba. Onde trovandosi talmente poggiar e descendere,
sente ne l’alma il più gran dissidio che sentir si possa; e confuso rimane per
la ribellion del senso, che lo sprona là d’onde la raggion l’affrena, e per il
contrario. – Il medesimo affatto si dimostra nella seguente sentenza dove la
raggione in nome de Filenio dimanda, et il furioso risponde in nome di Pastore,
che alla cura del gregge o armento de suoi pensieri si travaglia; quai pasce in
ossequio e serviggio de la sua ninfa, ch’è l’affezzione di quell’oggetto alla
cui osservanza è fatto cattivo: fileno Pastor. pastore Che vuoi? fileno pastore
fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore
fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore
fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore fileno pastore
fileno pastore fileno pastore fileno Che fai? Doglio. Perché? Perché non m’ha
per suo vita, né morte. Chi fallo? Amor. Quel rio? Quel rio. Dov’è? Nel centro
del mio cor se tien sì forte. Che fa? Fere. Chi? Me. Te? Sì. Con che? Con gli
occhi de l’inferno e del ciel porte. Speri? Spero. Mercé? Mercé. Da chi? Da chi
sì mi martóra nott’e dì. Hanne? Non so. Sei folle. Che, se cotal follia a
l’alma piace? Promette? Non. Niega? Nemeno. Tace? Sì, perché ardir tant’onestà
mi tolle. Vaneggi. In che? Nei stenti. pastore Temo il suo sdegno, più che miei
tormenti. Qua dice che spasma: lamentasi dell’amore, non già perché ami (atteso
che a nessuno veramente amante dispiace l’amare), ma perché infelicemente ami:
mentre escono que’ strali che son gli raggi di quei lumi, che medesimi secondo
che son protervi e ritrosi, overamente benigni e graziosi, vegnono ad esser
porte che guidano al cielo, overamente a l’inferno. Con questo vien mantenuto
in speranza di futura et incerta mercé, et in effetto di presente e certo
martìre. E quantunque molto apertamente vegga la sua follia, non per tanto
avvien che in punto alcuno si correga, o che almen possa conciperne dispiacere;
perché tanto ne manca, che più tosto in essa si compiace, come mostra dove
dice: Mai fia che dell’amor io mi lamente, senza del qual non vogli’esser
felice. Appresso, mostra un’altra specie di furore parturita da qualche lume di
raggione, la qual suscita il timore, e supprime la già detta, a fin che non
proceda a fatto, che possa inasprir o sdegnar la cosa amata. Dice dumque la
speranza esser fondata sul futuro, senza che cosa alcuna se gli prometta o
nieghe: per che lui tace, e non dimanda, per téma d’offender l’onestade. Non
ardisce esplicarsi e proporsi, onde fia o con ripudio escluso, overamente con
promessa accettato: perché nel suo pensiero più contrapesa quel che potrebbe
esser di male in un caso, che bene in un altro. Mostrasi dumque disposto di
suffrir più presto per sempre il proprio tormento, che di poter aprir la porta
a l’occasione per la quale la cosa amata si turbe e contriste. cicada Con
questo dimostra l’amor suo esser veramente eroico: perché si propone per più
principal fine la grazia del spirito e la inclinazion de l’affetto, che la
bellezza del corpo, in cui si termina quell’amor ch’ha del divino. tansillo Sai
bene che il rapto platonico è di tre specie, de quali l’uno tende alla vita
contemplativa o speculativa, l’altro a l’attiva morale, l’altro a l’ociosa e
voluptuaria: cossì son tre specie d’amori; de quali l’uno dall’aspetto della
forma corporale s’inalza alla considerazione della spirituale e divina; l’altro
solamente persevera nella delettazion del vedere e conversare; l’altro dal
vedere va a precipitarsi nella concupiscenza del toccare. Di questi tre modi si
componenti altri, secondo che o il primo s’accompagna col secondo, o che
s’accompagna col terzo, o che con correno tutti tre modi insieme: de li quali
ciascuno e tutti oltre si moltiplicano in altri, secondo gli affetti de furiosi
che tendeno o più verso l’obietto spirituale, o più verso l’obietto corporale,
o equalmente verso l’uno e l’altro. Onde avviene che di quei che si ritrovano
in questa milizia e son compresi nelle reti d’amore, altri tendeno a fin del
gusto che si prende dal raccòrre le poma da l’arbore de la corporal bellezza,
senz’il qual ottento (o speranza al meno) stimano degno di riso e vano
ogn’amoroso studio: et in cotal modo corrono tutti quei che son di barbaro
ingegno, che non possono né cercano magnificarsi amando cose degne, aspirando a
cose illustri, e più alto a cose divine accomodando gli suoi studi e gesti, a i
quali non è chi possa più ricca e commodamente suppeditar l’ali, che l’eroico
amore. Altri si fanno avanti a fin del frutto della delettazione che prendeno
da l’aspetto della bellezza e grazia del spirito che risplende e riluce nella
leggiadria del corpo; e de tali alcuni benché amino il corpo e bramino assai
d’esser uniti a quello, della cui lontananza si lagnano, e disunion
s’attristano, tutta volta temeno che presumendo in questo non vegnan privi di
quell’affabilità, conversazione, amicizia et accordo che gli è più principale:
essendo e dal tentare non più può aver sicurezza di successo grato, che gran
téma di cader da quella grazia qual come cosa tanto gloriosa e degna gli versa
avanti gli occhi del pensiero. cicada È cosa degna, o Tansillo, per molte
virtudi e perfezzioni che quindi derivano nell’umano ingegno, cercar, accettar,
nodrire e conservar un simile amore: ma si deve ancora aver gran cura di non
abbattersi ad ubligarsi ad un oggetto indegno e basso, a fin che non vegna a
farsi partecipe della bassezza et indignità del medesimo; in proposito de quali
intendo il consiglio del poeta ferrarese: Chi mette il piè su l’amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ali. tansillo A dir il vero, l’oggetto
ch’oltre la bellezza del corpo non hav’altro splendore, non è degno d’esser amato
ad altro fine che di far (come dicono) la razza: e mi par cosa da porco o da
cavallo di tormentarvici su; et io (per me) mai fui più fascinato da cosa
simile, che potesse al presente esser fascinato da qualche statua o pittura,
dalle quali mi pare indifferente. Sarebbe dumque un vituperio grande ad un
animo generoso, se d’un sporco, vile, bardo et ignobile ingegno (quantunque
sotto eccellente figura venesse ricuoperto) dica: Temo il suo sdegno più ch’il
mio tormento. tansillo Poneno, e sono
più specie de furori, li quali tutti si riducono a doi geni: secondo che altri
non mostrano che cecità, stupidità et impeto irrazionale, che tende al ferino
insensato; altri consistono in certa divina abstrazzione per cui dovegnono
alcuni megliori in fatto che uomini ordinarii. E questi sono de due specie
perché: altri per esserno fatti stanza de dèi o spiriti divini, dicono et
operano cose mirabile senza che di quelle essi o altri intendano la raggione; e
tali per l’ordinario sono promossi a questo da l’esser stati prima
indisciplinati et ignoranti, nelli quali come vòti di proprio spirito e senso,
come in una stanza purgata, s’intrude il senso e spirto divino; il qual meno
può aver luogo e mostrarsi in quei che son colmi de propria raggione e senso,
perché tal volta vuole ch’il mondo sappia certo che se quei non parlano per
proprio studio et esperienza come è manifesto, séguite che parlino et oprino
per intelligenza superiore: e con questo la moltitudine de gli uomini in tali
degnamente ha maggior admirazion e fede. Altri, per essere avezzi o abili alla
contemplazione, e per aver innato un spirito lucido et intellettuale, da uno
interno stimolo e fervor naturale suscitato da l’amor della divinitate, della
giustizia, della veritade, della gloria, dal fuoco del desio e soffio
dell’intenzione acuiscono gli sensi, e nel solfro della cogitativa facultade
accendono il lume razionale con cui veggono più che ordinariamente: e questi
non vegnono al fine a parlar et operar come vasi et instrumenti, ma come
principali artefici et efficienti. cicada Di questi doi geni quali stimi
megliori? tansillo Gli primi hanno più dignità, potestà et efficacia in sé:
perché hanno la divinità. Gli secondi seri essi più degni, più potenti et
efficaci, e son divini. Gli primi son degni come l’asino che porta li
sacramenti: gli secondi come una cosa sacra. Nelli primi si considera e vede in
effetto la divinità e quella s’admira, adora et obedisce. Ne gli secondi si
considera e vede l’eccellenza della propria umanitade. – Or venemo al
proposito. Questi furori de quali noi raggioniamo, e che veggiamo messi in
esecuzione in queste sentenze, non son oblio, ma una memoria; non son
negligenze di se stesso, ma amori e brame del bello e buono con cui si procure
farsi perfetto con transformarsi et assomigliarsi a quello. Non è un raptamento
sotto le leggi d’un fato indegno, con gli lacci de ferine affezzioni: ma un
impeto razionale che siegue l’apprension intellettuale del buono e bello che
conosce; a cui vorrebbe conformandosi parimente piacere, di sorte che della
nobiltà e luce di quello viene ad accendersi, et investirsi de qualitade e
condizione per cui appaia illustre e degno. Doviene un dio dal contatto
intellettuale di quel nume oggetto; e d’altro non ha pensiero che de cose
divine, e mostrasi insensibile et impassibile in quelle cose che comunmente
massime senteno, e da le quali più vegnon altri tormentati; niente teme, e per
amor della divinitade spreggia gli altri piaceri, e non fa pensiero alcuno de
la vita. Non è furor d’atra bile che fuor di consiglio, raggione et atti di
prudenza lo faccia vagare guidato dal caso e rapito dalla disordinata tempesta;
come quei ch’avendo prevaricato da certa legge de la divina Adrastia vegnono
condannati sotto la carnificina de le Furie: acciò sieno essagitati da una dissonanza
tanto corporale per sedizioni, ruine e morbi, quanto spirituale per la iattura
dell’armonia delle potenze cognoscitive et appetitive. Ma è un calor acceso dal
sole intelligenziale ne l’anima et impeto divino che gl’impronta l’ali: onde
più e più avvicinandosi al sole intelligenziale, rigettando la ruggine de le
umane cure, dovien un oro probato e puro, ha sentimento della divina et interna
armonia, concorda gli suoi pensieri e gesti con la simmetria della legge insita
in tutte le cose. Non come inebriato da le tazze di Circe va cespitando et
urtando or in questo, or in quell’altro fosso, or a questo or a quell’altro
scoglio; o come un Proteo vago or in questa or in quell’altra faccia
cangiandosi, giamai ritrova loco, modo, né materia di fermarsi e stabilirsi. Ma
senza distemprar l’armonia vince e supera gli orrendi mostri; e per tanto che
vegna a dechinare, facilmente ritorna al sesto con quelli intimi instinti, che
come nove muse saltano e cantano circa il splender dell’universale Apolline: e
sotto l’imagini sensibili e cose materiali va comprendendo divini ordini e
consegli. È vero che tal volta avendo per fida scorta l’amore, ch’è gemino, e
perché tal volta per occorrenti impedimenti si vede defraudato dal suo sforzo,
all’ora come insano e furioso mette in precipizio l’amor di quello che non può
comprendere: onde confuso da l’abisso della divinità tal volta dismette le
mani, e poi ritorna pure a forzarsi con la voluntade verso là dove non può
arrivare con l’intelletto. È vero pure che ordinariamente va spasseggiando, et
or più in una, or più in un’altra forma del gemino Cupido si trasporta; perché
la lezzion principale che gli dona Amore è che in ombra contempla (quando non
puote in specchio) la divina beltate: e come gli proci di Penelope s’intrattegna
con le fante quando non gli lice conversar con la padrona. Or dumque, per
conchiudere, possete da quel ch’è detto comprendere qual sia questo furioso di
cui l’imagine ne vien messa avanti, quando si dice: Se la farfalla al suo
splendor ameno vola, non sa cb’è fiamm’al fin discara; se quand’il cervio per
sete vien meno, al rio va, non sa della freccia amara; s’il lioncorno corre al
casto seno non vede il laccio che se gli prepara: i’al lum’, al font’, al
grembo del mio bene, veggio le fiamme, i strali e le catene. S’è dolce il mio
languire, perché quell’alta face sì m’appaga, perché l’arco divin sì dolce
impiaga, perché in quel nodo è avolto il mio desire: mi sien eterni impacci
fiamme al cor, strali al petto, a l’alma lacci. Dove dimostra l’amor suo non esser
come de la farfalla, del cervio e del lioncorno, che fuggirebono s’avesser
giudizio del fuoco, della saetta e de gli lacci, e che non han senso d’altro
che del piacere: ma vien guidato da un sensatissimo e pur troppo oculato
furore, che gli fa amare più quel fuoco che altro refrigerio, più quella piaga
che altra sanità, più que’ legami che altra libertade. Perché questo male non è
absolutamente male: ma per certo rispetto al bene secondo l’opinione, e falso;
quale il vecchio Saturno ha per condimento nel devorar che fa de proprii figli.
Perché questo male absolutamente ne l’occhio de l’eternitade è compreso o per
bene, o per guida che ne conduce a quello; atteso che questo fuoco è l’ardente
desio de le cose divine, questa saetta è l’impression del raggio della beltade
della superna luce, questi lacci son le specie del vero che uniscono la nostra
mente alla prima verità: e le specie del bene che ne fanno uniti e gionti al
primo e sommo bene. A quel senso io m’accostai quando dissi: D’un sì bel fuoco
e d’un sì nobil laccio beltà m’accende, et onestà m’annoda, ch’in fiamm’e
servitù convien ch’io goda, fugga la libertade e tema il ghiaccio; l’incendio è
tal ch’io m’ard’e non mi sfaccio, el nodo è tal ch’il mondo meco il loda, né mi
gela timor, né duol mi snoda; ma tranquill’è l’ardor, dolce l’impaccio. Scorgo
tant’alto il lume che m’infiamma, el laccio ordito di sì ricco stame, che
nascend’il pensier, more il desio. Poiché mi splend’al cor sì bella fiamma, e
mi stringe il voler sì bel legame, sia serva l’ombra, et arda il cener mio.
Tutti gli amori (se sono eroici e non son puri animali, che chiamano naturali e
cattivi alla generazione, come instrumenti de la natura in certo modo) hanno
per oggetto la divinità, tendeno alla divina bellezza, la quale prima si comunica
all’anime e risplende in quelle, e da quelle poi o (per dir meglio) per quelle
poi si comunica alli corpi: onde è che l’affetto ben formato ama gli corpi o la
corporal bellezza, per quel che è indice della bellezza del spirito. Anzi
quello che n’innamora del corpo è una certa spiritualità che veggiamo in esso,
la qual si chiama bellezza; la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o
minori, non nelli determinati colori o forme, ma in certa armonia e consonanza
de membri e colori . Questa mostra certa sensibile affinità col spirito a gli
sensi più acuti e penetrativi: onde séguita che tali più facilmente et
intensamente s’innamorano, et anco più facilmente si disamorano, e più
intensamente si sdegnano, con quella facilità et intensione, che potrebbe
essere nel cangiamento del spirito brutto, che in qualche gesto et espressa
intenzione si faccia aperto: di sorte che tal bruttezza trascorre da l’anima al
corpo, a farlo non apparir oltre come gli apparia bello. La beltà dumque del
corpo ha forza d’accendere; ma non già di legare e far che l’amante non possa
fuggire, se la grazia che si richiede nel spirito non soccorre, come la onestà,
la gratitudine, la cortesia, l’accortezza: però dissi bello quel fuoco che
m’accese, perché ancor fu nobile il laccio che m’annodava. cicada Non creder
sempre cossì, Tansillo; perché qualche volta quantunque discuopriamo vizioso il
spirito non lasciamo però di rimaner accesi et allacciati: di maniera che
quantunque la raggion veda il male et indignità di tale amore, non ha però
efficacia di alienar il disordinato appetito. Nella qual disposizion credo che
fusse il Nolano quando disse: Oimè che son constretto dal furore d’appigliarmi
al mio male, ch’apparir fammi un sommo ben Amore. Lasso, a l’alma non cale ch’a
contrarii consigli umqua ritenti; e del fero tiranno, che mi nodrisce in
stenti, e poté pormi da me stess’in bando, più che di libertad’ i’ son
contento. Spiego le vele al vento, che mi suttraga a l’odioso bene: e
tempestoso al dolce danno amene. tansillo Questo accade, quando l’uno e l’altro
spirto è vizioso, e son tinti come di medesimo inchiostro, atteso che dalla
conformità si suscita, accende e si confirma l’amore. Cossì gli viziosi
facilmente concordano in atti di medesimo vizio. E non voglio lasciar de dire
ancora quel che per esperienza conosco, che quantunque in un animo abbia
discuoperti vizii molto abominati da me, com’è dire una sporca avarizia, una
vilissima ingordiggia sul danaio, irreconoscenza di ricevuti favori e cortesie,
un amor di persone al tutto vili (de quali vizii questo ultimo massime dispiace
perché toglie la speranza a l’amante che per esser egli, o farsi più degno,
possa da lei esser più accettato), tutta volta non mancava ch’io ardesse per la
beltà corporale. Ma che? io l’amavo senza buona volontà, essendo che non per
questo m’arrei più contristato che allegrato delle sue disgrazie et infortunii.
cicada Però è molto propria et a proposito quella distinzion che fanno intra
l’amare e voler bene. tansillo È vero, perché a molti vogliamo bene, cioè desideramo
che siano savii e giusti: ma non le amiamo, perché sono iniqui et ignoranti;
molti amiamo perché son belli, ma non gli vogliamo bene, perché non meritano: e
tra l’altre cose che stima l’amante quello non meritare, la prima è d’essere
amato; e però benché non possa astenersi d’amare, niente di meno gli ne
rincresce e mostra il suo rincrescimento: come costui che diceva, Oimè ch’io
son costretto dal furore d’appigliarmi al mio male. In contraria disposizione
fu, o per altro oggetto corporale in similitudine, o per suggetto divino in
verità, quando disse: Bench’a tanti martir mi fai suggetto, pur ti ringrazio, e
assai ti deggio, Amore, che con sì nobil piaga apriste il petto, e tal
impadroniste del mio core, per cui fia ver ch’un divo e viv’oggetto, de Dio più
bella imago ’n terra adore; pensi chi vuol ch’il mio destin sia rio,
ch’uccid’in speme, e fa viv’in desio. Pascomi in alta impresa; e bench’il fin
bramato non consegua, e ’n tanto studio l’alma si dilegua, basta che sia sì
nobilment’ accesa: basta ch’alto mi tolsi, e da l’ignobil numero mi sciolsi.
L’amor suo qua è a fatto eroico e divino, e per tale voglio intenderlo: benché
per esso si dica suggetto a tanti martìri; perché ogni amante ch’è disunito e
separato da la cosa amata (alla quale com’è congionto con l’affetto, vorrebe
essere con l’effetto) si trova in cordoglio e pena, si crucia e si tormenta:
non già perché ami, atteso che degnissima e nobilissimamente sente impiegato
l’amore; ma perché è privo di quella fruizione la quale ottenerebbe se fusse
gionto a quel termine al qual tende: non dole per il desio che ravviva, ma per
la difficultà del studio ch’il martora. Stiminlo dumque altri a sua posta
infelice per questa apparenza de rio destino, come che l’abbia condannato a
cotai pene: perché egli non lasciarà per tanto de riconoscer l’obligo ch’have
ad Amore, e rendergli grazie, perché gli abbia presentato avanti gli occhi de
la mente una specie intelligibile, nella quale in questa terrena vita
(rinchiuso in questa priggione de la carne, et avvinto da questi nervi, e
confirmato da queste ossa) li sia lecito di contemplar più altamente la
divinitade, che se altra specie e similitudine di quella si fusse offerta.
cicada Il divo dumque e vivo oggetto, ch’ei dice, è la specie intelligibile più
alta che egli s’abbia possuto formar della divinità; e non è qualche corporal
bellezza che gli adombrasse il pensiero come appare in superficie del senso?
tansillo Vero: perché nessuna cosa sensibile, né specie di quella, può
inalzarsi a tanta dignitade. cicada Come dumque fa menzione di quella specie
per oggetto, se (come mi pare) il vero oggetto è la divinità istessa? tansillo
La è oggetto finale, ultimo e perfettissimo; non già in questo stato dove non
possemo veder Dio se non come in ombra e specchio, e però non ne può esser
oggetto se non in qualche similitudine; non tale Lequal possa esser abstratta
et acquistata da bellezza et eccellenza corporea per virtù del senso: ma qual
può esser formata nella mente per virtù de l’intelletto. Nel qual stato ritrovandosi,
viene a perder l’amore et affezzion d’ogni altra cosa tanto sensibile quanto
intelligibile; perché questa congionta a quel lume dovien lume essa ancora, e
per conseguenza si fa un Dio: perché contrae la divinità in sé essendo ella in
Dio per la intenzione con cui penetra nella divinità (per quanto si può), et
essendo Dio in ella, per quanto dopo aver penetrato viene a conciperla e (per
quanto si può) a ricettarla e comprenderla nel suo concetto. Or di queste
specie e similitudini si pasce l’intelletto umano da questo mondo inferiore,
sin tanto che non gli sia lecito de mirar con più puri occhi la bellezza della
divinitade: come accade a colui che è gionto a qualch’edificio eccellentissimo
et ornatissimo, mentre va considerando cosa per cosa in quello, si aggrada, si
contenta, si pasce d’una nobil maraviglia; ma se avverà poi che vegga il signor
di quelle imagini, di bellezza incomparabilmente maggiore, lasciata ogni cura e
pensiero di esse, tutto è volto et intento a considerar quell’uno. Ecco dumque come
è differenza in questo stato dove veggiamo la divina bellezza in specie
intelligibili tolte da gli effetti, opre, magisteri, ombre e similitudini di
quella, et in quell’altro stato dove sia lecito di vederla in propria presenza.
– Dice appresso: Pascomi d’alt’impresa, perché (come notano gli Pitagorici)
cossì l’anima si versa e muove circa Dio, come il corpo circa l’anima. cicada
Dumque il corpo non è luogo de l’anima? tansillo Non: perché l’anima non è nel
corpo localmente, ma come forma intrinseca e formatore estrinseco; come quella
che fa gli membri, e figura il composto da dentro e da fuori. Il corpo dumque è
ne l’anima, l’anima nella mente, la mente o è Dio, o è in Dio, come disse
Plotino: cossì come per essenza è in Dio che è la sua vita, similmente per
l’operazione intellettuale e la voluntà conseguente dopo tale operazione, si
riferisce alla sua luce e beatifico oggetto. Degnamente dumque questo affetto
del eroico furore si pasce de sì alta impresa. Né per questo che l’obietto è
infinito, in atto simplicissimo, e la nostra potenza intellettiva non può
apprendere l’infinito se non in discorso, o in certa maniera de discorso, com’è
dire in certa raggione potenziale o aptitudinale, è come colui che s’amena a la
consecuzion de l’immenso onde vegna a constituirse un fine dove non è fine.
cicada Degnamente, perché l’ultimo fine non deve aver fine, atteso che non
sarebe ultimo. È dumque infinito in intenzione, in perfezzione, in essenza et
in qualsivoglia altra maniera d’esser fine. [tansillo] Dici il vero. Or in
questa vita tal pastura è di maniera tale, che più accende, che possa appagar
il desio, come ben mostra quel divino poeta che disse: Bramando è lassa l’alma
a Dio vivente, et in altro luogo: Attenuati sunt oculi mei suspicientes in
excelsum. Però dice: E bench’il fin bramato non consegua, E ’n tanto studio
l’alma si dilegua, Basta che sia sì nobilmente accesa: vuol dire ch’in tanto
l’anima si consola e riceve tutta la gloria che può ricevere in cotal stato, e
che sia partecipe di quel ultimo furor de l’uomo in quanto uomo di questa
condizione, nella qual si trova adesso, e come ne veggiamo. cicada Mi par che
gli peripatetici (come esplicò Averroe) vogliano intender questo quando dicono
la somma felicità de l’uomo consistere nella perfezzione per le scienze
speculative. tansillo È vero, e dicono molto bene: perché noi in questo stato
nel qual ne ritroviamo, non possiamo desiderar né ottener maggior perfezzione
che quella in cui siamo quando il nostro intelletto mediante qualche nobil
specie intelligibile s’unisce o alle sustanze seperate, come dicono costoro, o
a la divina mente, come è modo de dir de Platonici. Lascio per ora di raggionar
de l’anima o uomo in altro stato e modo di essere che possa trovarsi o
credersi. cicada Ma che perfezzione o satisfazzione può trovar l’uomo in quella
cognizione la quale non è perfetta? tansillo Non sarà mai perfetta per quanto
l’altissimo oggetto possa esser capito, ma per quanto l’intelletto nostro possa
capire: basta che in questo et altro stato gli sia presente la divina bellezza
per quanto s’estende l’orizonte della vista sua. cicada Ma de gli uomini non
tutti possono giongere a quello dove può arrivar uno o doi. tansillo Basta che
tutti corrano; assai è ch’ognun faccia il suo possibile; perché l’eroico
ingegno si contenta più tosto di cascar o mancar degnamente e nell’alte
imprese, dove mostre la dignità del suo ingegno, che riuscir a perfezzione in
cose men nobili e basse. cicada Certo che meglio è una degna et eroica morte,
che un indegno e vil trionfo. tansillo A cotal proposito feci questo sonetto:
Poi che spiegat’ho l’ali al bel desio, quanto più sott’il piè l’aria mi scorgo,
più le veloci penne al vento porgo: e spreggio il mondo, e vers’il ciel
m’invio. Né del figliuol di Dedalo il fin rio fa che giù pieghi, anzi via più
risorgo; ch’i’cadrò morto a terra ben m’accorgo: ma qual vita pareggia al morir
mio? La voce del mio cor per l’aria sento: Ove mi porti, temerario? china, che
raro è senza duol tropp’ardimento; Non temer (respond’io) l’alta ruina. Fendi
sicur le nubi, e muor contento: s’il ciel sì illustre morte ne destina. cicada
Io intendo quel che dice: basta ch’alto mi tolsi; ma non quando dice: e da
l’ignobil numero mi sciolsi, s’egli non intende d’esser uscito fuor de l’antro
platonico, rimosso dalla condizion della sciocca et ignobilissima moltitudine;
essendo che quei che profittano in questa contemplazione non possono esser
molti e numerosi. tansillo Intendi molto bene; oltre, per l’ignobil numero può
intendere il corpo e sensual cognizione dalla quale bisogna alzarsi e disciòrsi
chi vuol unirsi alla natura di contrario geno. cicada Dicono gli Platonici due
sorte de nodi con gli quali l’anima è legata al corpo. L’uno è certo atto
vivifico che da l’anima come un raggio scende nel corpo; l’altro è certa qualità
vitale che da quell’atto resulta nel corpo. Or questo numero nobilissimo
movente ch’è l’anima, come intendete che sia disciolto da l’ignobil numero ch’è
il corpo? tansillo Certo non s’intendeva secondo alcun modo di questi: ma
secondo quel modo con cui le potenze che non son comprese e cattivate nel
grembo de la materia, e qualche volta come sopite et inebriate si trovano quasi
ancora esse occupate nella formazion della materia e vivificazion del corpo;
tal’or come risvegliate e ricordate di se stesse riconoscendo il suo principio
e geno, si voltano alle cose superiori, si forzano al mondo intelligibile come
al natio soggiorno; quali tal volta da là per la conversione alle cose
inferiori, si son trabalsate sotto il fato e termini della generazione. Questi
doi appolsi son figurati nelle due specie de metamorfosi espresse nel presente
articolo che dice: Quel dio che scuot’il folgore sonoro, Asterie vedde furtivo
aquilone, Mnemosine pastor, Danae oro, Alcmena sposo, Antiopa caprone; fu di
Cadmo a le suore bianco toro, a Leda cigno, a Dolida dragane: io per l’altezza
de l’oggetto mio da suggetto più vil dovegno un dio. Fu cavallo Saturno, Nettun
delfin, e vitello si tenne Ibi, e pastor Mercurio dovenne, un’uva Bacco, Apollo
un corvo furno: et io (mercé d’amore) mi cangio in dio da cosa inferiore. Nella
natura è una revoluzione et un circolo per cui, per l’altrui perfezzione e
soccorso, le cose superiori s’inchinano all’inferiori, e per la propria
eccellenza e felicitade le cose inferiori s’inalzano alle superiori. Però
vogliono i Pitagorici e Platonici esser donato a l’anima ch’a certi tempi non
solo per spontanea voluntà, la qual le rivolta alla comprension de le nature,
ma et anco della necessità d’una legge interna scritta e registrata dal decreto
fatale vanno a trovar la propria sorte giustamente determinata. E dicono che
l’anime non tanto per certa determinazione e proprio volere come ribelle
declinano dalla divinità, quanto per certo ordine per cui vegnono affette verso
la materia: onde non come per libera intenzione, ma come per certa occolta
conseguenza vegnono a cadere; e questa è l’inclinazion ch’hanno alla
generazione, come a certo minor bene. (Minor bene dico per quanto appartiene a
quella natura particolare, non già per quanto appartiene alla natura universale
dove niente accade senza ottimo fine che dispone il tutto secondo la
giustizia.) Nella qual generazione ritrovandosi (per la conversione che
vicissitudinalmente succede) de nuovo ritornano a gli abiti superiori. cicada
Sì che vogliono costoro che l’anime sieno spinte dalla necessità del fato, e
non hanno proprio consiglio che le guide a fatto? tansillo Necessità, fato,
natura, consiglio, voluntà, nelle cose giustamente e senza errore ordinate,
tutti concorrenti in uno. Oltre che (come riferisce Plotino) vogliono alcuni
che certe anime possono fuggir quel proprio male, le quali prima che se gli
confirme l’abito corporale, conoscendo il periglio rifuggono alla mente. Perché
la mente l’inalza alle cose sublimi, come l’imaginazion l’abbassa alle cose
inferiori: la mente le mantiene nel stato et identità come l’imaginazione nel
moto e diversità; la mente sempre intende uno, come l’imaginazione sempre vassi
fingendo varie imagini. In mezzo è la facultà razionale la quale è composta de
tutto, come quella in cui concorre l’uno con la moltitudine, il medesimo col
diverso, il moto col stato, l’inferiore col superiore. – Or questa conversione
e vicissitudine è figurata nella ruota delle metamorfosi, dove siede l’uomo
nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia
descende dalla sinistra, et un mezzo bestia e mezzo uomo ascende da la destra.
Questa conversione si mostra dove Giove, secondo la diversità de affetti e
maniere di quelli verso le cose inferiori, s’investisce de diverse figure
dovenendo in forma de bestie; e cossi gli altri dèi transmigrano in forme basse
et aliene. E per il contrario, per sentimento della propria nobiltà, ripigliano
la propria e divina forma: come il furioso eroico inalzandosi per la conceputa
specie della divina beltà e bontade, con l’ali de l’intelletto e voluntade
intellettiva s’inalza alla divinitade lasciando la forma de suggetto più basso.
E però disse: Da suggetto più vil dovegno un Dio, Mi cangio in Dio da cosa
inferiore. tansillo Cossì si descrive il
discorso de l’amor eroico per quanto tende al proprio oggetto ch’è il sommo
bene; e l’eroico intelletto che gionger si studia al proprio oggetto che è il
primo vero o la verità absoluta. Or nel primo discorso apporta tutta la somma
di questo, e l’intenzione: l’ordine della quale vien descritto in cinque altri
seguenti. Dice dumque: Alle selve i mastini e i veltri slaccia il giovan
Atteon, quand’il destino gli drizz’il dubio et incauto camino, di boscareccie
fiere appo la traccia. Ecco tra l’acqui il più bel busto e faccia che veder
poss’il mortal e divino, in ostro et alabastro et oro fino vedde: e ’l gran
cacciator dovenne caccia. Il cervio ch’a’ più folti luoghi drizzav’i passi più
leggieri, ratto voraro i suoi gran cani e molti. I’allargo i miei pensieri ad
alta preda, et essi a me rivolti morte mi dan con morsi crudi e fieri. Atteone
significa l’intelletto intento alla caccia della divina sapienza,
all’apprension della beltà divina. Costui slaccia i mastini et i veltri: de
quai questi son più veloci, quelli più forti. Perché l’operazion de
l’intelletto precede l’operazion della voluntade; ma questa è più vigorosa et
efficace che quella: atteso che a l’intelletto umano è più amabile che
comprensibile la bontade e bellezza divina, oltre che l’amore è quello che
muove e spinge l’intelletto acciò che lo preceda come lanterna. Alle selve,
luoghi inculti e solitarii, visitati e perlustrati da pochissimi, e però dove
non son impresse l’orme de molti uomini, il giovane poco esperto e prattico,
come quello di cui la vita è breve et instabile il furore, nel dubio camino de
l’incerta et ancipite raggione et affetto designato nel carattere di Pitagora,
dove si vede più spinoso, inculto e deserto il destro et arduo camino, e per
dove costui slaccia i veltri e mastini appo la traccia di boscareccie fiere che
sono le specie intelligibili de concetti ideali, che sono occolte, perseguitate
da pochi, visitate da rarissimi, e che non s’offreno a tutti quelli che le
cercano: Ecco tra l’acqui, cioè nel specchio de le similitudini, nell’opre dove
riluce l’efficacia della bontade e splender divino: le quali opre vegnon
significate per il suggetto de l’acqui superiori et inferiori, che son sotto e
sopra il firmamento; vede il più bel busto e faccia, cioè potenza et operazion
esterna che vedersi possa per abito et atto di contemplazione et applicazion di
mente mortal o divina, d’uomo o dio alcuno. cicada Credo che non faccia
comparazione, e pena come in medesimo geno la divina et umana apprensione
quanto al modo di comprendere, il quale è diversissimo, ma quanto al suggetto
che è medesimo. tansillo Cossì è. Dice in ostro, alabastro et oro, perché
quello che in figura nella corporal bellezza è vermiglio, bianco e biondo,
nella divinità significa l’ostro della divina vigorosa potenza, l’oro della
divina sapienza, l’alabastro della beltade divina, nella contemplazion della
quale gli Pitagorici, Caldei, Platonici et altri al meglior modo che possono,
s’ingegnano d’inalzarsi. Vedde il gran cacciator: comprese quanto è possibile,
e dovenne caccia: andava per predare e rimase preda, questo cacciator per
l’operazion de l’intelletto con cui converte le cose apprese in sé. (cicada Intendo, perché forma le specie
intelligibili a suo modo e le proporziona alla sua capacità, perché son
ricevute a modo de chi le riceve. tansillo) E questa caccia per l’operazion
della voluntade, per atto della quale lui si converte nell’oggetto. cicada
Intendo: perché lo amore transforma e converte nella cosa amata. tansillo Sai
bene che l’intelletto apprende le cose intelligibilmente, idest secondo il suo
modo; e la voluntà perseguita le cose naturalmente, cioè secondo la raggione
con la quale sono in sé. Cossì Atteone con que’ pensieri, que’ cani che
cercavano estra di sé il bene, la sapienza, la beltade, la fiera boscareccia,
et in quel modo che giunse alla presenza di quella, rapito fuor di sé da tanta
bellezza, dovenne preda, veddesi convertito in quel che cercava; e s’accorse
che de gli suoi cani, de gli suoi pensieri egli medesimo venea ad essere la
bramata preda, perché già avendola contratta in sé, non era necessario di
cercare fuor di sé la divinità. cicada Però ben si dice il regno de Dio esser
in noi, e la divinitade abitar in noi per forza del riformato intelletto e
voluntade. tansillo Cossì è: ecco dumque come l’Atteone, messo in preda de suoi
cani, perseguitato da proprii pensieri, corre e drizza i novi passi: è rinovato
a procedere divinamente e più leggermente, cioè con maggior facilità e con una
più efficace lena a’ luoghi più folti, alli deserti, alla reggion de cose
incomprensibili; da quel ch’era un uom volgare e commune, dovien raro et
eroico, ha costumi e concetti rari, e fa estraordinaria vita. Qua gli dan morte
i suoi gran cani e molti: qua finisce la sua vita secondo il mondo pazzo,
sensuale, cieco e fantastico; e comincia a vivere intellettualmente: vive vita
de dèi, pascesi d’ambrosia et inebriasi di nettare. – Appresso sotto forma
d’un’altra similitudine descrive la maniera con cui s’arma alla ottenzion de
l’oggetto, e dice: Mio pàssar solitario, a quella parte ch’adombr’ e ingombra
tutt’il mio pensiero, tosto t’annida: ivi ogni tuo mestiero rafferma, ivi
l’industria spendi, e l’arte. Rinasci là, là su vogli allevarte gli tuoi vaghi
pulcini omai ch’il fiero destin hav’espedit’il cors’intiero contra l’impres’,
onde solea ritrarte. Và, più nobil ricetto bramo ti godi, e arai per guida un
dio che da chi nulla vede, è cieco detto. Và, ti sia sempre pio ogni nume di
quest’ampio architetto, e non tornar a me se non sei mio. Il progresso sopra
significato per il cacciator che agita gli suoi cani, vien qua ad esser
figurato per un cuor alato, che è inviato da la gabbia in cui si stava ocioso e
quieto, ad annidarsi alto, ad allievar gli pulcini suoi pensieri, essendo
venuto il tempo in cui cessano gli impedimenti che da fuori mille occasioni, e
da dentro la natural imbecillità subministravano. Licenzialo dumque per fargli
più magnifica condizione, applicandolo a più alto proposito et intento, or che
son più fermamente impiumate quelle potenze de l’anima significate anco da
Platonici per le due ali. E gli commette per guida quel dio che dal cieco volgo
è stimato insano e cieco, cioè l’amore: il qual per mercé e favor del cielo è
potente di trasformarlo come in quell’altra natura alla quale aspira o quel stato
dal quale va peregrinando bandito. Onde disse: E non tornar a me che non sei
mio, di sorte che non con indignità possa io dire con quell’altro: Lasciato
m’hai, cuor mio, e lume d’occhi miei non sei più meco. Appresso descrive la
morte de l’anima, che da Cabalisti è chiamata morte di bacio figurata nella
Cantica di Salomone dove l’amica dice: Che mi bacie col bacio de sua bocca,
perché col suo ferire un troppo crudo amor mi fa languire. Da altri è chiamata
sonno, dove dice il Salmista: S’avverrà, ch’io dia sonno a gli occhi miei, e le
palpebre mie dormitaransi, arrò ’n colui pacifico riposo. Dice dumque cossì
l’alma, come languida per esser morta in sé, e viva ne l’oggetto: Abiate cur’ o
furiosi al core: ché tropp’ il mio da me fatto lontano, condotto in crud’e
dispietata mano, lieto soggiorn’ove si spasma e muore. Co i pensier mel
richiamo a tutte l’ore: et ei rubello qual girfalco insano, non più conosce
quell’amica mano, onde per non tornar è uscito fore. Bella fera, ch’in pene
tante contenti, il cor, spirt’, alma annodi con tue punte, tuoi vampi e tue
catene, de sguardi, accenti e modi; quel che languisc’et arde, e non riviene,
chi fia che saldi, refrigere e snodi? Ivi l’anima dolente non già per vera
discontentezza, ma con affetto di certo amoroso martìre parla come drizzando il
suo sermone a gli similmente appassionati: come se non a felice suo grado abbia
donato congedo al core, che corre dove non può arrivare, si stende dove non può
giongere, e vuol abbracciare quel che non può comprendere; e con ciò perché in
vano s’allontana da lei, mai sempre più e più va accendendosi verso l’infinito.
cicada Onde procede, o Tansillo, che l’animo in tal progresso s’appaga del suo
tormento? onde procede quel sprone ch’il stimola sempre oltre quel che
possiede? tansillo Da questo che ti dirò adesso. Essendo l’intelletto divenuto
all’apprension d’una certa e definita forma intelligibile, e la volontà
all’affezzione commensurata a tale apprensione, l’intelletto non si ferma là:
perché dal proprio lume è promosso a pensare a quello che contiene in sé ogni
geno de intelligibile et appetibile, sin che vegna ad apprendere con
l’intelletto l’eminenza del fonte de l’idee, oceano d’ogni verità e bontade.
Indi aviene che qualunque specie gli vegna presentata e da lei vegna compresa:
da questo che è presentata e compresa, giudica che sopra essa è altra maggiore
e maggiore, con ciò sempre ritrovandosi in discorso e moto in certa maniera.
Perché sempre vede che quel tutto che possiede è cosa misurata, e però non può
essere bastante per sé, non buono da per sé, non bello da per sé; perché non è
l’universo, non è l’ente absoluto: ma contratto ad esser questa natura, ad
esser questa specie, questa forma rapresentata a l’intelletto e presente a
l’animo. Sempre dumque dal bello compreso, e per conseguenza misurato, e
conseguentemente bello per participazione, fa progresso verso quello che è
veramente bello, che non ha margine e circonscrizzione alcuna. cicada Questa
prosecuzione mi par vana. tansillo Anzi non, atteso che non è cosa naturale né tansillo
cicada tansillo conveniente che l’infinito sia compreso, né esso può donarsi
finito: percioché non sarrebe infinito; ma è conveniente e naturale che
l’infinito per essere infinito sia infinitamente perseguitato (in quel modo di
persecuzione il quale non ha raggion di moto fisico, ma di certo moto
metafisica; et il quale non è da imperfetto al perfetto: ma va circuendo per
gli gradi della perfezzione, per giongere a quel centro infinito il quale non è
formato né forma). cicada Vorrei sapere come circuendo si puo arrivare al
centro. Non posso saperlo. Perché lo dici? Perché posso dirlo, e lasciarvel
considerare. Se non volete dire che quel che perséguita l’infinito, è come
colui che discorrendo per la circonferenza cerca il centro, io non so quel che
vogliate dire. tansillo Altro. cicada Or se non vuoi dechiararti, io non voglio
intenderti. Ma dimmi, se ti piace: che intende per quel che dice il core esser
condotto in cruda e dispietata mano? tansillo Intende una similitudine o
metafora tolta da quel, che comunmente si dice crudele chi non si lascia fruire
o non pienamente fruire, e che è più in desio che in possessione; onde per quel
che possiede alcuno, non al tutto lieto soggiorna, perché brama, si spasma e
muore. cicada Quali son quei pensieri che il richiamano a dietro, per ritrarlo
da sì generosa impresa? tansillo Gli affetti sensitivi et altri naturali che
guardano al regimento del corpo. cicada Che hanno a far quelli di questo che in
modo alcuno non può aggiutargli, né favorirgli? tansillo Non hanno a far di
lui, ma de l’anima: la quale essendo troppo intenta ad una opra o studio,
dovien remissa e poco sollecita ne l’altra. cicada tansillo cicada sanno.
Perché lo chiama qual insano? Perché soprasape. Sogliono esser chiamati insani
quei che men tansillo Anzi insani son chiamati quelli che non sanno secondo
l’ordinario, o che tendano più basso per aver men senso, o che tendano più alto
per aver più intelletto. cicada M’accorgo che dici il vero. Or dimmi appresso:
quai sono le punte, gli vampi e le catene? tansillo Punte son quelle nuove che
stimulano e risvegliano l’affetto perché attenda; vampi son gli raggi della
bellezza presente che accende quel che gli attende; catene son le parti e
circonstanze che tegnono fissi gli occhi de l’attenzione et uniti insieme gli
oggetti e le potenze. cicada Che son gli sguardi, accenti e modi? tansillo
Sguardi son le raggioni con le quali l’oggetto (come ne mirasse) ci si fa
presente; accenti son le raggioni con le quali ci inspira et informa; modi son
le circonstanze con le quali ci piace sempre et aggrada. Di sorte ch’il cor che
dolcemente languisce, suavemente arde e constantemente nell’opra persevera;
teme che la sua ferita si salde, ch’il suo incendio si smorze e che si sciolga
il suo laccio. cicada Or recita quel che seguita. tansillo ch’uscir volete da
materne fasce de l’afflitt’alma, e siete acconci arcieri per tirar al versagli’
onde vi nasce l’alto concetto: in questi erti sentieri scontrarvi a cruda
fier’il ciel non lasce. Sovvengav’il tornar, e richiamate il cor ch’in man di
dea selvaggia late. Armatevi d’amore di domestiche fiamme, et il vedere
reprimete sì forte, che straniere non vi rendan compagni del mio core. Al men
portate nuova di quel ch’a lui tanto diletta e giova. Qua descrive la natural
sollecitudine de l’anima attenta circa la generazione per l’amicizia ch’ha
contratta con la materia. Ispedisce gli armati pensieri che sollecitati e
spinti dalla querela della natura inferiore, son inviati a richiamar il core.
L’anima l’instruisce come si debbano portare perché invaghiti et attratti dal
oggetto non facilmente vegnano anch’essi sedotti a rimaner cattivi e compagni
del core. Dice dumque che s’armino d’amore: di quello amore che accende con
domestiche fiamme, cioè quello che è amico della generazione alla quale son
ubligati, e nella cui legazione, ministerio e milizia si ritrovano. Appresso li
dà ordine che reprimano il vedere chiudendo gli occhi, perché non mirino altra
beltade o bontade che quella qual gli è presente, amica e madre. E conchiude al
fine che se per altro ufficio non vogliono farsi rivedere, rivegnano al manco
per donargli saggio delle raggioni e stato del suo core. cicada Prima che
procediate ad altro, vorrei intender da voi che è quello che intende l’anima
quando dice a gli pensieri: il vedere reprimete sì forte. tansillo Ti dirò.
Ogni amore procede dal vedere: l’amore intelligibile dal vedere
intelligibilmente; il sensibile dal vedere sensibilmente. Or questo vedere ha
due significazioni: perché o significa la potenza visiva, cioè la vista, che è
l’intelletto, overamente senso; o significa l’atto di quella potenza, cioè
quell’applicazione che fa l’occhio o l’intelletto a l’oggetto materiale o
intellettuale. Quando dumque si consegliano gli pensieri di reprimere il
vedere, non s’intende del primo modo, ma del secondo; perché questo è il padre
della seguente affezzione del appetito sensitivo o intellettivo. cicada Questo
è quello ch’io volevo udir da voi. Or se l’atto della potenza visiva è causa
del male o bene che procede dal vedere, onde avviene che amiamo e desideramo di
vedere? Et onde avviene che nelle cose divine abbiamo più amore che notizia?
tansillo Desideriamo il vedere, perché in qualche modo veggiamo la bontà del
vedere; perché siamo informati che per l’atto del vedere le cose belle
s’offreno: però desiderano quell’atto, perché desideriamo le cose belle. cicada
Desideriamo il bello e buono; ma il vedere non è bello, né buono, anzi più
tosto quello è parangone o luce per cui veggiamo non solamente il bello e
buono, ma anco il rio e brutto. Però mi pare ch’il vedere tanto può esser bello
o buono, quanto la vista può esser bianco o nero: se dumque la vista (la quale
è atto) non è bello né buono, come può cadere in desiderio? tansillo Se non per
sé, certamente per altro è desiderata, essendo che l’apprension di quell’altro
senza lei non si faccia. cicada Che dirai se quell’altro non è in notizia di
senso né d’intelletto? come, dico, può esser desiderato almanco d’esser visto,
se di esso non è notizia alcuna, se verso quello né l’intelletto né il senso ha
esercitato atto alcuno, anzi è in dubio se sia intelligibile o sensibile, se
sia cosa corporea o incorporea, se sia uno o doi o più, d’una o d’un’altra
maniera? tansillo Rispondo che nel senso e l’intelletto è un appetito et appulso
al sensibile in generale; perché l’intelletto vuol intender tutto il vero,
perché s’apprenda poi tutto quello che è bello o buono intelligibile: la
potenza sensitiva vuol informarsi de tutto il sensibile, per che s’apprenda poi
quanto è buono o bello sensibile. Indi aviene che non meno desiderano vedere le
cose ignote e mai viste, che le cose conosciute e viste. E da questo non
séguita ch’il desiderio non proceda da la cognizione, e che qualche cosa
desideriamo che non è conosciuta; ma dico che sta pur raro e fermo che non
desideriamo cose incognite. Perché se sono occorre quanto all’esser
particulare, non sono occolte quanto a l’esser generale: come in tutta la
potenza visiva si trova tutto il visibile in attitudine, nella intellettiva
tutto l’intelligibile. Però come ne l’attitudine è l’inclinazione a l’atto,
aviene che l’una e l’altra potenza è inchinata a l’atto in universale, come a
cosa naturalmente appresa per buona. Non parlava dumque a sordi o ciechi
l’anima, quando consultava con suoi pensieri de reprimere il vedere, il quale
quantunque non sia causa prossima del volere, è però causa prima e principale.
cicada Che intendete per questo ultimamente detto? tansillo Intendo che non è
la figura o la specie sensibilmente o intelligibilmente representata, la quale
per sé muove: perché mentre alcuno sta mirando la figura manifesta a gli occhi,
non viene ancora ad amare; ma da quello instante che l’animo concipe in se
stesso quella figurata non più visibile ma cogitabile, non più dividua ma
individua, non più sotto specie di cosa, ma sotto specie di buono o bello,
all’ora subito nasce l’amore. Or questo è quel vedere dal quale l’anima
vorrebbe divertir gli occhi de suoi pensieri. Qua la vista suole promuovere
l’affetto ad amar più che non è quel che vede; perché, come poco fa ho detto,
sempre considera (per la notizia universale che tiene del bello e buono) che
oltre li gradi della compresa specie de buono e bello, sono altri et altri in
infinito. cicada Onde procede che dopo che siamo informati de la specie del
bello la quale è conceputa nell’animo, pure desideriamo di pascere la vista
esteriore? tansillo Da quel, che l’animo vorrebbe sempre amare quel che ama,
vuol sempre vedere quel che vede. Però vuole che quella specie che gli è stata
parturita dal vedere non vegna ad attenuarsi, snervarsi e perdersi. Vuol dumque
sempre oltre et oltre vedere, perché quello che potrebe oscurarsi nell’affetto
interiore, vegna spesso illustrato dall’aspetto esteriore: il quale come è
principio de l’essere, bisogna che sia principio del conservare.
Proporzionalmente accade ne l’atto del intendere e considerare: perché come la
vista si riferisce alle cose visibili, cossì l’intelletto alle cose
intelligibili. Credo dumque ch’intendiate a che fine et in che modo l’anima
intenda quando dice: reprimet’il vedere. cicada Intendo molto bene. Or
seguitate a riportar quel ch’avvenne di questi pensieri. tansillo Séguita la
querela de la madre contra gli detti figli li quali, per aver contra
l’ordinazion sua aperti gli occhi et affissigli al splendor de l’oggetto, erano
rimasi in compagnia del core. Dice dumque: E voi ancor a me figli crudeli, per
più inasprir mia doglia, mi lasciaste; e perché senza fin più mi quereli, ogni
mia spene con voi n’amenaste. A che il senso riman, o avari cieli? a che queste
potenze tronche e guaste, se non per farmi materia et essempio de sì grave
martir, sì lungo scempio? Deh (per dio) cari figli, lasciate pur mio fuoco
alato in preda, e fate ch’io di voi alcun riveda tornato a me da que’ tenaci
artigli. Lassa, nessun riviene per tardo refrigerio de mie pene. Eccomi misera
priva del core, abandonata da gli pensieri, lasciata da la speranza, la qual
tutta avevo fissa in essi; altro non mi rimane che il senso della mia povertà,
infelicità e miseria. E perché non son oltre lasciata da questo? perché non mi
soccorre la morte, ora che son priva de la vita? A che mi trovo le potenze
naturali prive de gli atti suoi? Come potrò io sol pascermi di specie
intelligibili, come di pane intellettuale, se la sustanza di questo supposito è
composta? Come potrò io trattenirmi nella domestichezza di queste amiche e care
membra, che m’ho intessute in circa, contemprandole con la simmetria de le
qualitadi elementari, se mi abandonano gli miei pensieri tutti et affetti,
intenti verso la cura del pane immateriale e divino? Su su, o miei fugaci
pensieri, o mio rubelle cuore: viva il senso di cose sensibili e l’intelletto
de cose intelligibili. Soccorrasi al corpo con la materia e suggetto corporeo,
e l’intelletto con gli suoi oggetti s’appaghe: a fin che conste questa
composizione, non si dissolva questa machina, dove per mezzo del spirito
l’anima è unita al corpo. Come, misera, per opra domestica più tosto che per
esterna violenza ho da veder quest’orribil divorzio ne le mie parti e membra?
Perché l’intelletto s’impaccia di donar legge al senso e privarlo de suoi cibi?
e questo per il contrario resiste a quello, volendo vivere secondo gli proprii
e non secondo l’altrui statuti? perché questi e non quelli possono mantenerlo e
bearlo, percioché deve essere attento alla sua comoditade e vita, non a
l’altrui. Non è armonia e concordia dove è unità, dove un essere vuol assorbir
tutto l’essere; ma dove è ordine et analogia di cose diverse; dove ogni cosa
serva la sua natura. Pascasi dumque il senso secondo la sua legge de cose
sensibili, la carne serva alla legge de la carne, il spirito alla legge del
spirito, la raggione a la legge de la raggione: non si confondano, non si
conturbino. Basta che uno non guaste o pregiudiche alla legge de l’altro, se
non è giusto che il senso oltragge alla legge della raggione. È pur cosa
vituperosa che quella tirannegge su la legge di questo, massime dove
l’intelletto è più peregrino e straniero, et il senso è più domestico e come in
propria patria. – Ecco dumque, o miei pensieri, come di voi, altri son ubligati
di rimanere alla cura di casa, et altri possono andar a procacciare altrove.
Questa è legge di natura, questa per conseguenza è legge dell’autore e
principio della natura. Peccate dumque or che tutti sedotti dalla vaghezza de
l’intelletto lasciate al periglio de la morte l’altra parte di me. Onde vi è
nato questo malencolico e perverso umore di rompere le certe e naturali leggi
de la vita vera che sta nelle vostre mani, per una incerta e che non è se non
in ombra oltre gli limiti del fantastico pensiero? Vi par cosa naturale che non
vivano animale et umanamente, ma divina, se elli non sono dèi ma uomini et
animali? È legge del fato e della natura che ogni cosa s’adopre secondo la
condizion de l’esser suo: per che dumque mentre perseguitate il nettare avaro
de gli dèi, perdete il vostro presente e proprio, affligendovi forse sotto la
vana speranza de l’altrui? Credete che non si debba sdegnar la natura di
donarvi l’altro bene, se quello che presentanearnente v’offre tanto stoltamente
dispreggiate? Sdegnarà il ciel dar il secondo bene a chi ’l primiero don caro
non tiene. Con queste e simili raggioni l’anima prendendo la causa de la parte
più inferma, cerca de richiamar gli pensieri alla cura del corpo. Ma quelli (benché
al tardi) vegnono a mostrarsegli non già di quella forma con cui si partiro, ma
sol per dichiarargli la sua ribellione, e forzarla tutta a seguitarli. Là onde
in questa forma si lagna la dolente: Ahi cani d’Atteon, o fiere ingrate, che
drizzai al ricetto de mia diva, e vòti di speranza mi tornate; anzi venendo a
la materna riva, tropp’infelice fio mi riportate: mi sbranate, e volete ch’i’
non viva. Lasciami, vita, ch’al mio sol rimonte, fatta gemino rio senz’il mio
fonte. Quand’il mio pondo greve converrà che natura mi disciolga? Quand’avverrà
ch’anch’io da qua mi tolga, e ratt’a l’alt’oggetto mi sulleve; e insieme col
mio core e i communi pulcini ivi dimore? Vogliono gli Platonici che l’anima,
quanto alla parte superiore, sempre consista ne l’intelletto, dove ha raggione
d’intelligenza più che de anima: atteso che anima è nomata per quanto vivifica
il corpo e lo sustenta. Cossì qua la medesima essenza che nodrisce e mantiene
li pensieri in alto insieme col magnificato cuore, se induce dalla parte inferiore
contrastarsi e richiamar quelli come ribelli. cicada Sì che non sono due
essenze contrarie, ma una suggetta a doi termini di contrarietade? tansillo
Cossì è a punto; come il raggio del sole il quale quindi tocca la terra et è
gionto a cose inferiori et oscure che illustra, vivifica et accende, indi è
gionto a l’elemento del fuoco, cioè a la stella da cui procede, ha principio, è
diffuso, et in cui ha propria et originale sussistenza: cossì l’anima ch’è
nell’orizonte della natura corporea et incorporea, ha con che s’inalze alle
cose superiori, et inchine a cose inferiori. E ciò puoi vedere non accadere per
raggion et ordine di moto locale, ma solamente per appulso d’una e d’un’altra
potenza o facultade. Come quando il senso monta all’imaginazione, l’imaginazione
alla raggione, la raggione a l’intelletto, l’intelletto a la mente, all’ora
l’anima tutta si converte in Dio, et abita il mondo intelligibile. Onde per il
contrario descende per conversion al mondo sensibile per via de l’intelletto,
raggione, imaginazione, senso, vegetazione. cicada È vero ch’ho inteso che per
trovarsi l’anima nell’ultimo grado de cose divine, meritamente descende nel
corpo mortale, e da questo risale di nuovo alli divini gradi; e che son tre
gradi d’intelligenze: perché son altre nelle quali l’intellettuale supera
l’animale, quali dicono essere l’intelligenze celesti; altre nelle quali
l’animale supera l’intellettuale, quali son l’intelligenze umane; altre sono
nelle quali l’uno e l’altro si portano ugualmente, come quelle de demoni o
eroi. tansillo Nell’apprender dumque che fa la mente, non può desiderare se non
quanto gli è vicino, prossimo, noto e familiare. Cossì il porco non può
desiderar esser uomo, né quelle cose che son convenienti all’appetito umano.
Ama più d’isvoltarsi per la luta che per un letto de bissino; ama d’unirsi ad
una scrofa, non a la più bella donna che produca la natura: perché l’affetto
séguita la raggion della specie (e tra gli uomini si può vedere il simile,
secondo che altri son più simili a una specie de bruti animali, altri ad
un’altra: questi hanno del quadrupede, quelli [del] volatile; e forse hanno
qualche vicinanza, la qual non voglio dire, per cui si son trovati quei che
sono affetti a certe sorte di bestie). Or a la mente (che trovasi oppressa dalla
material congionzione de l’anima) se fia lecito di alzarsi alla contemplazione
d’un altro stato in cui l’anima può arrivare, potrà certo far differenza da
questo a quello, e per il futuro spreggiar il presente. Come se una bestia
avesse senso della differenza che è tra le sue condizioni e quelle de l’uomo, e
l’ignobiltà del stato suo dalla nobiltà del stato umano, al quale non stimasse
impossibile di poter pervenire; amarebbe più la morte che li donasse quel
camino et ispedizione, che la vita quale l’intrattiene in quel essere presente.
Qua dumque quando l’anima si lagna dicendo O cani d’Atteon, viene introdotta
come cosa che consta di potenze inferiori solamente, e da cui la mente è
ribellata con aver menato seco il core, cioè gl’intieri affetti, con tutto
l’exercito de pensieri: là onde per apprension del stato presente et ignoranza
d’ogni altro stato, il quale non più lo stima essere, che da lei possa esser
conosciuto, si lamenta de pensieri li quali al tardi convertendosi a lei
vegnono per tirarla su più tosto che a farsi ricettar da lei. E qua per la
distrazzione che patisce dal commune amore della materia e di cose
intelligibili, si sente lacerare e sbranare di sorte che bisogna al fine di
cedere a l’appulso più vigoroso e forte. Qua se per virtù di contemplazione
ascende o è rapita sopra l’orizonte de gli affetti naturali, onde con più puro
occhio apprenda la differenza de l’una e l’altra vita, all’ora vinta da gli
alti pensieri, come morta al corpo, aspira ad alto; e benché viva nel corpo, vi
vegeta come morta, e vi è presente in atto de animazione et absente in atto
d’operazioni; non perché non vi operi mentre il corpo è vivo, ma perché
l’operazioni del composto sono rimesse, fiacche e come dispenserate. cicada
Cossì un certo Teologo, che si disse rapito sin al terzo cielo, invaghito da la
vista di quello, disse che desiderava la dissoluzione dal suo corpo. tansillo
In questo modo, dove prima si lamentava del core e querelavasi de pensieri, ora
desidera d’alzarsi con quelli in alto, e mostra il rincrescimento suo per la
communicazione e familiarità contratta con la materia corporale, e dice:
Lasciami vita corporale, e non m’impacciar ch’io rimonti al mio più natio
albergo, al mio sole: lasciami ormai che più non verse pianto da gli occhi
miei, o perché mal posso soccorrerli, o perché rimagno divisa dal mio bene;
lasciami, che non è decente né possibile che questi doi rivi scorrano senza il
suo fonte, cioè senza il core: non bisogna (dico), che io faccia dei fiumi de
lacrime qua basso, se il mio core il quale è fonte de tai fiumi, se n’è volato
ad alto con le sue ninfe, che son gli miei pensieri. Cossì a poco a poco, da
quel disamore e rincrescimento procede a l’odio de cose inferiori; come quasi
dimostra dicendo: Quand’il mio pondo greve converrà che natura mi disciolga? e
quel che seguita appresso. cicada Intendo molto bene questo, e quello che per
questo volete inferire a proposito della principale intenzione: cioè che son
gli gradi de gli amori, affezzioni e furori, secondo gli gradi di maggior o
minore lume di cognizione et intelligenza. tansillo Intendi bene. Da qua devi
apprendere quella dottrina che comunmente, tolta da’ Pitagorici e Platonici
vuole che l’anima fa gli doi progressi d’ascenso e descenso, per la cura ch’ha
di sé e de la materia; per quel ch’è mossa dal proprio appetito del bene, e per
quel ch’è spinta da la providenza del fato. cicada Ma di grazia dimmi
brevemente quel che intendi de l’anima del mondo: se ella ancora non può
ascendere né descendere? tansillo Se tu dimandi del mondo secondo la volgar
significazione, cioè in quanto significa l’universo, dico che quello per essere
infinito e senza dimensione o misura, viene a essere inmobile et inanimato et
informe, quantunque sia luogo de mondi infiniti mobili in esso, et abbia spacio
infinito, dove son tanti animali grandi che son chiamati astri. Se dimandi
secondo la significazione che tiene appresso gli veri filosofi, cioè in quanto
significa ogni globo, ogni astro, come è questa terra, il corpo del sole, luna
et altri, dico che tal anima non ascende né descende, ma si volta in circolo.
Cossì essendo composta de potenze superiori et inferiori, con le superiori
versa circa la divinitade, con l’inferiori circa la mole la qual viene da essa
vivificata e mantenuta intra gli tropici della generazione e corrozzione de le
cose viventi in essi mondi, servando la propria vita eternamente: perché l’atto
della divina providenza sempre con misura et ordine medesimo, con divino calore
e lume le conserva nell’ordinario e medesimo essere. cicada Mi basta aver udito
questo a tal proposito. tansillo Come dumque accade che queste anime
particolari diversamente secondo diversi gradi d’ascenso e descenso vegnono
affette quanto a gli abiti et inclinazioni, cossì vegnono a mostrar diverse
maniere et ordini de furori, amori e sensi: non solamente nella scala de la
natura, secondo gli ordini de diverse vite che prende l’anima in diversi corpi,
come vogliono espressamente gli Pitagorici, Saduchimi et altri, et
implicitamente Platone et alcuni che più profondano in esso; ma ancora nella
scala de gli affetti umani, la quale è cossì numerosa de gradi come la scala
della natura, atteso che l’uomo in tutte le sue potenze mostra tutte le specie
de lo ente. cicada Però da le affezzioni si possono conoscer gli animi, se vanno
alto o basso, o se vegnono da alto o da basso, se procedono ad esser bestie o
pur ad essere divini, secondo lo essere specifico come intesero gli Pitagorici,
o secondo la similitudine de gli affetti solamente come comunmente si crede:
non dovendo la anima umana posser essere anima di bruto, come ben disse
Plotino, et altri Platonici secondo la sentenza del suo principe. tansillo
Bene. Or per venire al proposito, da furor animale questa anima descritta è
promossa a furor eroico, se la dice: Quando averrà ch’al alto oggetto mi
sulleve, et ivi dimore in compagnia del mio core e miei e suoi pulcini? Questo
medesimo proposito continova quando dice: Destin, quando sarà ch’io monte
monte, qual per bearm’a l’alte porte porte, che fan quelle bellezze conte,
conte, e ’l tenace dolor conforte forte chi fe’ le membra me disgionte, gionte,
né lascia mie potenze smorte morte? Mio spirto più ch’il suo rivale vale, s’ove
l’error non più l’assale, sale. Se dove attende, tende, e là ’ve l’alto
oggett’ascende, ascende: e se quel ben ch’un sol comprende, prende, per cui
convien che tante emende mende; esser felice lice, come chi sol tutto predice
dice. O destino, o fato, o divina immutabile providenza, quando sarà ch’io
monte a quel monte, cioè ch’io vegna a tanta altezza di mente, che mi faccia
toccar transportandomi quegli alti aditi e penetrali, che mi fanno evidenti e
come comprese e numerate quelle conte, cioè rare bellezze? Quando sarà, che
forte et efficacemente conforte il mio dolore (sciogliendomi da gli
strettissimi lacci de le cure, nelle quali mi trovo) colui che fe’ gionte et
unite le mie membra, ch’erano disunite e sgionte: cioè l’amore che ha unito
insieme queste corporee parti, ch’erano divise quanto un contrario è diviso da
l’altro, e che ancora queste potenze intellettuali, quali ne gli atti suoi son
smorte, non le lascia a fatto morte, facendole alquanto respirando aspirar in
alto? Quando, dico, mi confortarà a pieno, donando a queste libero et ispedito
il volo, per cui possa la mia sustanza tutta annidarsi là dove forzandomi
convien ch’io emende tutte le mende mie; dove pervenendo il mio spirito, vale
più ch’il rivale, perché non v’è oltraggio che li resista, non è contrarietà
ch’il vinca, non v’è error che l’assaglia? Oh se tende et arriva là dove
forzandosi attende; et ascende e perviene a quell’altezza, dove ascende, vuol
star montato, alto et elevato il suo oggetto: se fia che prenda quel bene che
non può esser compreso da altro che da uno, cioè da se stesso (atteso che
ogn’altro l’have in misura della propria capacità; e quel solo in tutta
pienezza): all’ora avverrammi l’esser felice in quel modo che dice chi tutto
predice, cioè dice quella altezza nella quale il dire tutto e far tutto è la
medesima cosa; in quel modo che dice o fa chi tutto predice, cioè chi è de
tutte cose efficiente e principio: di cui il dire [e] preordinare è il vero
fare e principiare. Ecco come per la scala de cose superiori et inferiori
procede l’affetto de l’amore, come l’intelletto o sentimento procede da questi
oggetti intelligibili o conoscibili a quelli; o da quelli a questi. cicada
Cossì vogliono la più gran parte de sapienti la natura compiacersi in questa
vicissitudinale circolazione che si vede ne la vertigine de la sua ruota. cicada Fate pure ch’io veda, perché da me
stesso potrò considerar le condizioni di questi furori, per quel ch’appare
esplicato nell’ordine (in questa milizia) qua descritto. tansillo Vedi come
portano l’insegne de gli suoi affetti o fortune. Lasciamo di considerar su gli
lor nomi et abiti; basta che stiamo su la significazion de l’imprese et
intelligenza de la scrittura, tanto quella che è messa per forma del corpo de
la imagine, quanto l’altra ch’è messa per il più de le volte a dechiarazion de
l’impresa. cicada Cossì farremo. Or ecco qua il primo che porta un scudo
distinto in quattro colori, dove nel cimiero è depinta la fiamma sotto la testa
di bronzo, da gli forami della quale esce a gran forza un fumoso vento, e vi è
scritto in circa At regna senserunt tria. tansillo Per dichiarazion di questo
direi che per essere ivi il fuoco che per quel che si vede scalda il globo,
dentro il quale è l’acqua, avviene che questo umido elemento essendo rarefatto
et attenuato per la virtù del calore, e per conseguenza risoluto in vapore,
richieda molto maggior spacio per esser contenuto: là onde se non trova facile
exito, va con grandissima forza, strepito e ruina a crepare il vase. Ma se vi è
loco o facile exito d’onde possa evaporare, indi esce con violenza minore a
poco a poco; e secondo la misura con cui l’acqua se risolve in vapore,
soffiando svapora in aria. Qua vien significato il cor del furioso, dove come
in esca ben disposta essendo attaccato l’amoroso foco, accade che della
sustanza vitale altro sfaville in fuoco, altro si veda in forma de lacrimoso
pianto boglier nel petto, altro per l’exito di ventosi suspiri accender l’aria.
– E però dice At regna senserunt tria. Dove quello At ha II. tansillo
Appresso è designato un che ha nel suo scudo parimente destinto in quattro
colori, il cimiero, dove è un sole che distende gli raggi nel dorso de la
terra; e vi è una nota che dice Idem semper ubique totum. Giordano Bruno De gli
eroici furori virtù di supponere differenza, o diversità, o contrarietà: quasi
dicesse che altro è che potrebbe aver senso del medesimo, e non l’have. Il che
è molto bene esplicato ne le rime seguenti sotto la figura: Dal mio gemino
lume, io poca terra soglio non parco umor porgere al mare; da quel che dentr’il
petto mi si serra spirto non scarso accolgon l’aure avare; e ’l vampo che dal
cor mi si disserra si può senza scemars’al ciel alzare: con lacrime, suspiri et
ardor mio a l’acqua, a l’aria, al fuoco rendo il fio. Accogli’acqu’, aria, foco
qualche parte di me: ma la mia dea si dimostra cotant’iniqua e rea, che né mio
pianto appo lei trova loco, né la mia voce ascolta, né piatos’al mi’ardor umqua
si volta. Qua la suggetta materia significata per la terra è la sustanza del
furioso; versa dal gemino lume, cioè da gli occhi, copiose lacrime che
fluiscono al mare; manda dal petto la grandezza e moltitudine de suspiri a
l’aria capacissimo; et il vampo del suo core non come picciola favilla o debil
fiamma nel camino de l’aria s’intepidisce, infuma e trasmigra in altro essere:
ma come potente e vigoroso (più tosto acquistando de l’altrui che perdendo del
proprio) gionge alla congenea sfera. cicada Ho ben compreso il tutto. A
l’altro. cicada Vedo che non può esser facile l’interpretazione. tansillo Tanto
il senso è più eccellente, quanto è men volgare: il qual vedrete essere solo,
unico e non stiracchiato. Dovete considerare che il sole benché al rispetto de
diverse regioni de la terra, per ciascuna, sia diverso, a tempi a tempi, a loco
a loco, a parte a parte; al riguardo però del globo tutto, come medesimo,
sempre et in cadaun loco fa tutto: atteso che, in qualunque punto de
l’eclittica ch’egli si trove, viene a far l’inverno, l’estade, l’autunno e la
primavera; e l’universal globo de la terra a ricevere in sé le dette quattro
tempeste. Perché mai è caldo a una parte che non sia freddo a l’altra; come quando
fia a noi nel tropico del Cancro caldissimo, è freddissimo al tropico del
Capricorno; di sorte che è a medesima raggione l’inverno a quella parte, con
cui a questa è l’estade, et a quelli che son nel mezzo è temperato, secondo la
disposizion vernale o autumnale. Cossì la terra sempre sente le piogge, li
venti, gli calori, gli freddi; anzi non sarebbe umida qua, se non disseccasse
in un’altra parte, e non la scalderebe da questo lato il sole, se non avesse
lasciato d’iscaldarla da quell’altro. cicada Prima che finisci ad conchiudere,
io intendo quel che volete dire. Intendeva egli che come il sole sempre dona
tutte le impressioni a la terra, e questa sempre le riceve intiere e tutte:
cossì l’oggetto del furioso col suo splendore attivamente lo fa suggetto
passivo de lacrime, che son l’acqui; de ardori, che son gl’incendii; e de
suspiri quai son certi vapori, che son mezzi che parteno dal fuoco e vanno a
l’acqui, o partono da l’acqui e vanno al fuoco. tansillo Assai bene s’esplica
appresso: Quando declin’il sol al Capricorno, fan più ricco le piogge ogni
torrente; se va per l’equinozzio o fa ritorno, ogni postiglion d’Eolo più si
sente; e scalda più col più prolisso giorno, nel tempo che rimonta al Cancro
ardente: non van miei pianti, sospiri et ardori con tai freddi, temperie e
calori. Sempre equalmente in pianto, quantumqu’intensi sien suspiri e fiamme. E
benché troppo m’inacqui et infiamme, mai avvien ch’io suspire men che tanto:
infinito mi scaldo, equalment’a i suspiri e pianger saldo. cicada Questo non tanto
dechiara il senso de la divisa come il precedente discorso faceva: quanto più
tosto dice la conseguenza di quello, o l’accompagna. tansillo Dite megliore,
che la figura è latente ne la prima parte, et il motto è molto esplicato ne la
seconda; come l’uno e l’altro è molto propriamente significato nel tipo del
sole e de la terra. cicada Passamo al terzo. III. tansillo Il terzo nel scudo
porta un fanciullo ignudo disteso sul verde prato, e che appoggia la testa
sollevata sul braccio con gli occhi rivoltati verso il cielo a certi edificii
de stanze, torri, giardini et orti che son sopra le nuvole, e vi è un castello
di cui la materia è fuoco; et in mezzo è la nota che dice Mutuo fulcimur.
cicada Che vuol dir questo? tansillo Intendi quel furioso significato per il
fanciullo ignudo come semplice, puro et esposto a tutti gli accidenti di natura
e di fortuna, qualmente con la forza del pensiero edifica castegli in aria, e
tra l’altre cose una torre di cui l’architettore è l’amore, la materia
l’amoroso foco, et il fabricatore egli medesimo, che dice Mutuo fulcimu: cioè
io vi edifico e vi sustegno là con il pensiero, e voi mi sustenete qua con la
speranza: voi non sareste in essere se non fusse l’imaginazione et il pensiero
con cui vi formo e sustegno, et io non sarrei in vita se non fusse il
refrigerio e conforto che per vostro mezzo ricevo. cicada È vero che non è cosa
tanto vana e tanto chimerica fantasia, che non sia più reale e vera medicina
d’un furioso cuore, che qualsivoglia erba, pietra, oglio, o altra specie che
produca la natura. tansillo Più possono far gli maghi per mezzo della fede, che
gli medici per via de la verità: e ne gli più gravi morbi più vegnono giovati
gl’infermi con credere quel tanto che quelli dicono, che con intendere quel
tanto che questi facciono. Or legansi le rime: Sopra de nubi, a l’eminente
loco, quando tal volta vaneggiando avvampo, per di mio spirto refrigerio e
scampo, tal formo a l’aria castel de mio foco: s’il mio destin fatale china un
poco, a fin ch’intenda l’alta grazia il vampo in cui mi muoio, e non si sdegn’
o adire, o felice mia pena e mio morire. Quella de fiamme e lacci tuoi, o
garzon, che gli uomini e gli divi fan suspirar, e soglion far cattivi, l’ardor
non sente, né prova gl’impacci: ma può ’ntrodurt’, o Amore, man di pietà, se
mostri il mio dolore. cicada Mostra che quel che lo pasce in fantasia, e gli
fomenta il spirito, è che (essendo lui tanto privo d’ardire d’esplicarsi a far
conoscere la sua pena, quanto profondamente suggetto a tal martìre), se
avvenisse ch’il fato rigido e rubelle chinasse un poco (perché voglia il
destino al fin rasserenargli il volto), con far che senza sdegno o ira de
l’alto oggetto gli venesse manifesto, non stima egli gioia tanto felice, né
vita tanto beata, quanto per tal successo lui stime felice la sua pena, e beato
il suo morire. tansillo E con questo viene a dichiarar a l’Amore che la raggion
per cui possa aver adito in quel petto, non è quell’ordinaria de le armi con le
quali suol cattivar uomini e dèi; ma solamente con fargli aperto il cuor focoso
et il travagliato spirito de lui; a la vista del quale fia necessario che la
compassion possa aprirgli il passo et introdurlo a quella difficil stanza. IV.
cicada Che significa qua quella mosca che vola circa la fiamma e sta quasi
quasi per bruggiarsi, e che vuol dir quel motto: Hostis non hostis? tansillo
Non è molto difficile la significazione de la farfalla, che sedotta dalla
vaghezza del splendore, innocente et amica va ad incorrere nelle mortifere
fiamme: onde hostis sta scritto per l’effetto del fuoco, non hostis per
l’affetto de la mosca. Hostis la mosca passivamente, non hostis attivamente.
Hostis la fiamma per l’ardore, non hostis per il splendore. cicada Or che è
quel che sta scritto nella tabella? tansillo Mai fia che de l’amor io mi
lamente, senza del qual non vogli’ esser felice; sia pur ver che per lui penoso
stente, non vo’ non voler quel che si me lice; sia chiar o fosch’il ciel,
fredd’o ardente, sempr’un sarò ver l’unica fenice. Mal può disfar altro destin
o sorte quel nodo che non può sciòrre la morte. Al cor, al spirt’, a l’alma non
è piacer, o libertad’, o vita, qual tanto arrida, giove e sia gradita, qual più
sia dolce, graziosa et alma, ch’il stento, giogo e morte, ch’ho per natura,
voluntade e sorte. Qua nella figura mostra la similitudine che ha il furioso
con la farfalla affetta verso la sua luce; ne gli carmi poi mostra più
differenza e dissimilitudine che altro: essendo che comunmente si crede che se
quella mosca prevedesse la sua ruina non tanto ora séguita la luce quanto
all’ora la fuggirebbe, stimando male di perder l’esser proprio risolvendosi in
quel fuoco nemico. Ma a costui non men piace svanir nelle fiamme de l’amoroso
ardore, che essere abstratto a contemplar la beltà di quel raro splendore,
sotto il qual per inclinazion di natura, per elezzion di voluntade e
disposizion del fato, stenta, serve e muore: più gaio, più risoluto e più
gagliardo, che sotto qualsivogli’altro piacer che s’offra al core, libertà che
si conceda al spirito, e vita che si ritrove ne l’alma. cicada Dimmi, perché
dice: sempr’un sarò? tansillo Perché gli par degno d’apportar raggione della
sua constanza, atteso che il sapiente si muta con la luna, il stolto si muta
come la luna. Cossì questo è unico con la fenice unica. V. cicada Bene; ma che
significa quella frasca di palma, circa la quale è il motto: Caesar adest?
tansillo Senza molto discorrere, tutto potrassi intendere per quel che è
scritto nella tavola: Trionfator invitto di Farsaglia, essendo quasi estinti i
tuoi guerrieri, al vederti, fortissimi ’n battaglia sorser, e vinser suoi
nemici altieri. Tal il mio ben, ch’al ben del ciel s’agguaglia, fatto a la
vista de gli miei pensieri, ch’eran da l’alma disdegnosa spenti, le fa tornar
più che l’amor possenti. La sua sola presenza, o memoria di lei, sì le ravviva,
che con imperio e potestade diva dóman ogni contraria violenza. La mi governa
in pace; né fa cessar quel laccio e quella tace. Tal volta le potenze de
l’anima inferiori, come un gagliardo e nemico essercito che si trova nel proprio
paese, prattico, esperto et accomodato, insorge contra il peregrino adversario
che dal monte de la intelligenza scende a frenar gli popoli de le valli e
palustri pianure. Dove dal rigor della presenza de nemici e difficultà de
precipitosi fossi vansi perdendo, e perderiansi a fatto, se non fusse certa
conversione al splendor de la specie intelligibile mediante l’atto della
contemplazione: mentre da gli gradi inferiori si converte a gli gradi
superiori. cicada Che gradi son questi? tansillo Li gradi della contemplazione
son come li gradi della luce, la quale nullamente è nelle tenebre; alcunamente
è ne l’ombra; megliormente è ne gli colori secondo gli suoi ordini da l’un
contrario ch’è il nero a l’altro che è il bianco; più efficacemente è nel
splendor diffuso su gli corpi tersi e trasparenti, come nel specchio o nella
luna; più vivamente ne gli raggi sparsi dal sole; altissima e
principalissimamente nel sole istesso. Or essendo cossì ordinate le potenze
apprensive et affettive de le quali sempre la prossima conseguente have
affinità con la prossima antecedente, e per la conversione a quella che la
sulleva, viene a rinforzarsi contra l’inferior che la deprime (come la raggione
per la conversione a l’intelletto non è sedotta o vinta dalla notizia o
apprensione et affetto sensitivo, ma più tosto secondo la legge di quello viene
a domar e correger questo), accade che quando l’appetito razionale contrasta
con la concupiscenza sensuale, se a quello per atto di conversione si presente
a gli occhi la luce intelligenziale, viene a repigliar la smarrita virtude,
rinforzar i nervi, spaventa e mette in rotta gli nemici. cicada In che maniera
intendete che si faccia cotal conversione? tansillo Con tre preparazioni che
nota il contemplativo Plotino nel libro Della bellezza intelligibile: de le
quali la prima è proporsi de conformarsi d’una similitudine divina, divertendo
la vista da cose che sono infra la propria perfezzione, e commune alle specie
uguali et inferiori; secondo è l’applicarsi con tutta l’intenzione et attenzione
alle specie superiori; terzo il cattivar tutta la voluntade et affetto a Dio.
Perché da qua avverrà che senza dubio gl’influisca la divinità la qual da per
tutto è presente e pronta ad ingerirsi a chi se gli volta con l’atto de
l’intelletto, et aperto se gli espone con l’affetto de la voluntade. cicada Non
è dumque corporal bellezza quella che invaghisce costui? tansillo Non certo,
perché la non è vera né constante bellezza, e però non può caggionar vero né
constante amore: la bellezza che si vede ne gli corpi è una cosa accidentale et
umbratile e come l’altre che sono assorbite, alterate e guaste per la mutazione
del suggetto, il quale sovente da bello si fa brutto senza che alterazion
veruna si faccia ne l’anima. La raggion dumque apprende il più vero bello per
conversione a quello che fa la beltade nel corpo, e viene a formarlo bello: e
questa è l’anima che l’ha talmente fabricato e infigurato. Appresso
l’intelletto s’inalza più, et apprende bene che l’anima è incomparabilmente
bella sopra la bellezza che possa esser ne gli corpi; ma non si persuade che
sia bella da per sé e primitivamente: atteso che non accaderebbe quella
differenza che si vede nel geno de le anime, onde altre son savie, amabili e
belle; altre stolte, odiose e brutte. Bisogna dumque alzarsi a quello
intelletto superiore il quale da per sé è bello e da per sé è buono. Questo è
quell’unico e supremo capitano, qual solo messo alla presenza de gli occhi de
militanti pensieri, le illustra, incoraggia, rinforza e rende vittoriosi sul
dispreggio d’ogn’altra bellezza e ripudio di qualsivogli’altro bene. Questa
dumque è la presenza che fa superar ogni difficultà e vincere ogni violenza.
cicada Intendo tutto. Ma che vuol dire La mi governa in pace, Né fa cessar quel
laccio e quella face? tansillo Intende e prova, che qualsivoglia sorte d’amore
quanto ha maggior imperio e più certo domìno, tanto fa sentir più stretti i
lacci, più fermo il giogo, e più ardenti le fiamme. Al contrario de gli
ordinarii prencipi e tiranni, che usano maggior strettezza e forza, dove
veggono aver minore imperio. cicada Passa oltre. VI. tansillo Appresso veggio
descritta la fantasia d’una fenice volante, alla quale è volto un fanciullo che
bruggia in mezzo le fiamme, e vi è il motto: Fata obstant. Ma perché s’intenda
meglior, leggasi la tavoletta: Unico augel del sol, vaga Fenice, ch’appareggi
col mondo gli anni tui, quai colmi ne l’Arabia felice: tu sei chi fuste, io son
quel che non fui; io per caldo d’amor muoio infelice; ma te ravviv’il sol co’
raggi sui; tu bruggi ’n un, et io in ogni loco; io da Cupido, hai tu da Febo il
foco. Hai termini prefissi di lunga vita, et io ho breve fine, che pronto
s’offre per mille ruine, né so quel che vivrò, né quel che vissi. Me cieco fato
adduce, tu certo torni a riveder tua luce. Dal senso de gli versi si vede che
nella figura si disegna l’antitesi de la sorte de la fenice e del furioso; e
che il motto Fata obstant, non è per significar che gli fati siano contrarii o
al fanciullo, o a la fenice, o a l’uno e l’altro; ma che non son medesimi, ma
diversi et oppositi gli decreti fatali de l’uno e gli fatali decreti de
l’altro: perché la fenice è quel che fu, essendoché la medesima materia per il
fuoco si rinova ad esser corpo di fenice, e medesimo spirito et anima viene ad
informarla; il furioso è quel che non fu, perché il suggetto che è d’uomo,
prima fu di qualch’altra specie secondo innumerabili differenze. Di sorte che
si sa quel che fu la fenice, e si sa quel che sarà: ma questo suggetto non può
tornar se non per molti et incerti mezzi ad investirsi de medesima o simil
forma naturale. Appresso, la fenice al cospetto del sole cangia la morte con la
vita; e questo nel cospetto d’amore muta la vita con la morte. Oltre, quella su
l’aromatico altare accende il foco; e questo il trova e mena seco, ovumque va.
Quella ancora ha certi termini di lunga vita; ma costui per infinite differenze
di tempo et innumerabili caggioni de circonstanze, ha di breve vita termini
incerti. Quella s’accende con certezza, questo con dubio de riveder il sole.
cicada Che cosa credete voi che possa figurar questo? tansillo La differenza
ch’è tra l’intelletto inferiore, che chiamano intelletto di potenza o possibile
o passibile, il quale è incerto, moltivario e moltiforme; e l’intelletto
superiore, forse quale è quel che da Peripatetici è detto infima de
l’intelligenze, e che immediatamente influisce sopra tutti gl’individui
dell’umana specie, e dicesi intelletto agente et attuante. Questo intelletto
unico specifico umano che ha influenza in tutti li individui, è come la luna,
la quale non prende altra specie che quella unica, la qual sempre se rinova per
la conversion che fa al sole che è la prima et universale intelligenza: ma
l’intelletto umano individuale e numeroso viene come gli occhi a voltarsi ad
innumerabili e diversissimi oggetti, onde secondo infiniti gradi che son
secondo tutte le forme naturali viene informato. Là onde accade che sia
furioso, vago et incerto questo intelletto particolare; come quello universale
è quieto, stabile e certo, cossì secondo l’appetito come secondo l’apprensione.
O pur quindi (come da per te stesso puoi facilmente desciferare) vien
significata la natura dell’apprensione et appetito vario, vago, inconstante et
incerto del senso, e del concetto et appetito definito, fermo e stabile de l’intelligenza;
la differenza de l’amor sensuale che non ha certezza né discrezion de oggetti,
da l’amor intellettivo il qual ha mira ad un certo e solo, a cui si volta, da
cui è illuminato nel concetto, onde è acceso ne l’affetto, s’infiamma,
s’illustra et è mantenuto nell’unità, identità e stato. VII. cicada Ma che vuol
significare quell’imagine del sole con un circolo dentro, et un altro da fuori,
con il motto Circuit? tansillo La significazion di questo son certo che mai
arrei compresa, se non fusse che l’ho intesa dal medesimo figuratone: or è da
sapere che quel circuit si referisce al moto del sole che fa per quel circolo,
il quale gli vien descritto dentro e fuori; a significare che quel moto insieme
insieme si fa et è fatto: onde per consequenza il sole viene sempre ad
ritrovarsi in tutti gli punti di quello. Perché s’egli si muove in uno
instante, séguita che insieme si muove et è mosso, e che è per tutta la
circonferenza del circolo equalmente, e che in esso convegna in uno il moto e
la quiete. cicada Questo ho compreso nelli dialogi De l’infinito, universo e
mondi innumerabili, e dove si dechiara come la divina sapienza è mobilissima
(come disse Salomone) e che la medesima sia stabilissima, come è detto et
inteso da tutti quelli che intendono. Or séguita a farmi comprendere il
proposito. tansillo Vuol dire che il suo sole non è come questo, che (come
comunmente si crede) circuisce la terra col moto diurno in ventiquattro ore, e
col moto planetare in dodeci mesi; laonde fa distinti gli quattro tempi de l’anno,
secondo che a termini di quello si trova in quattro punti cardinali del
Zodiaco; ma è tale, che (per essere la eternità istessa e conseguentemente una
possessione insieme tutta e compita) insieme insieme comprende l’inverno, la
primavera, l’estade, l’autunno, insieme insieme il giorno e la notte: perché è
tutto per tutti et in tutti gli punti e luoghi. cicada Or applicate quel che
dite alla figura. tansillo Qua, perché non è possibile designar il sol tutto in
tutti gli punti del circolo, vi son delineati doi circoli: l’un che ’l
comprenda per significar che si muove per quello; l’altro che sia da lui
compreso per mostrar che è mosso per quello. cicada Ma questa dimostrazione non
è troppo aperta e propria. tansillo Basta che sia la più aperta e propria che
lui abbia possuta fare: se voi la possete far megliore vi si dà autorità di
toglier quella e mettervi quell’altra; perché questa è stata messa solo a fin
che l’anima non fusse senza corpo. cicada Che dite di quel Circuit? tansillo
Quel motto, secondo tutta la sua significazione, significa la cosa quanto può
essere significato; atteso che significa che volta e che è voltato: cioè il
moto presente e perfetto. cicada Eccellentemente: e però que’ circoli li quali
malamente significano la circonstanza del moto e quiete tale, possiamo dire che
son messi a significar la sola circolazione. E cossì vegno contento del
suggetto e de la forma de l’impresa eroica. Or legansi le rime. tansillo Sol
che dal Tauro fai temprati lumi, e dal Leon tutto maturi e scaldi, e quando dal
pungente Scorpio allumi, de l’ardente vigor non poco faldi; poscia dal fier
Deucalion consumi tutto col fredd’, e i corp’umidi saldi: de primavera, estade,
autunno, inverno mi scald’ accend’ ard’ avvamp’in eterno. Ho sì caldo il desio,
che facilment’ a remirar m’accendo quell’alt’oggetto, per cui tant’ardendo, fo
sfavillar a gli astri il vampo mio: non han momento gli anni, che vegga variar
miei sordi affanni. Qua nota che gli quattro tempi de l’anno son significati
non per quattro segni mobili che son Ariete, Cancro, Libra e Capricorno, ma per
gli quattro che chiamano fissi, cioè Tauro, Leone, Scorpione et Aquario: per
significare la perfezzione, stato e fervor di quelle tempeste. Nota appresso
che in virtù di quelle apostrofi che son nel verso ottavo, possete leggere mi
scaldo, accendo, ardo, avampo; over, scaldi, accendi, ardi, avampi; over
scalda, accende, arde, avvampa”. Hai oltre da considerare che questi non son
quattro sinonimi, ma quattro termini diversi che significano tanti gradi de gli
effetti del fuoco. Il qual prima scalda, secondo accende, terzo bruggia, quarto
infiamma o invampa quel ch’ha scaldato, acceso e bruggiato. E cossì son
denotate nel furioso il desio, l’attenzione, il studio, l’affezzione, le quali
in nessun momento sente variare. cicada Perché le mette sotto titolo d’affanni?
tansillo Perché l’oggetto, ch’è la divina luce, in questa vita è più in
laborioso voto che in quieta fruizione: perché la nostra mente verso quella è
come gli occhi de gli uccelli notturni al sole. cicada Passa, perché ora da
quel ch’è detto posso comprender tutto. VIII. tansillo Nel cimiero seguente vi
sta depinta una luna piena col motto Talis mihi semper et astro. Vuol dir che a
l’astro, cioè al Sole, et a lui sempre è tale, come si mostra qua piena e lucida
nella circonferenza intiera del circolo: il che acciò che meglio forse intendi,
voglio farti udire quel ch’è scritto nella tavoletta. Lun’inconstante, luna
varia, quale con corna or vere e tal’or piene svalli, or l’orbe tuo bianc’or
fosco risale, or Bora e de’ Rifei monti le valli fai lustre, or torni per tue
trite scale a chiarir l’Austro, e di Libia le spalli. La luna mia per mia
continua pena mai sempre è ferma, ci è mai sempre piena. È tale la mia stella,
che sempre mi si togli’ e mai si rende, che sempre tanto bruggia e tanto
splende, sempre tanto crudele e tanto bella: questa mia nobil face sempre sì mi
martora, e sì mi piace. Mi par che voglia dire che la sua intelligenza
particulare alla intelligenza universale è sempre tale: cioè da quella viene
eternamente illuminata in tutto l’emisfero; benché alle potenze inferiori e
secondo gl’influssi de gli atti suoi or viene oscura, or più e meno lucida. O
forse vuol significare che l’intelletto suo speculativo (il quale è sempre in
atto invariabilmente) è sempre volto et affetto verso l’intelligenza umana
significata per la luna, perché come questa è detta infima de tutti gli astri
et è più vicina a noi, cossì l’intelligenza illuminatrice de tutti noi (in
questo stato) è l’ultima in ordine de l’altre intelligenze, come nota Averroe
et altri più sottili Peripatetici. Quella a l’intelletto in potenza or
tramonta, per quanto non è in atto alcuno, or come svallasse, cioè sorgesse dal
basso de l’occolto emispero, si mostra or vacua or piena secondo che dona più o
meno lume d’intelligenza; or ha l’orbe oscuro or bianco, perché talvolta mostra
per ombra, similitudine e vestigio, tal volta più e più apertamente; or declina
a l’Austro, or monta a Borea, cioè or ne si va più e più allontanando, or più e
più s’avvicina. Ma l’intelletto in atto con sua continua pena (percioché questo
non è per natura e condizione umana in cui si trova cossì travaglioso,
combattuto, invitato, sollecitato, distratto e come lacerato dalle potenze
inferiori) sempre vede il suo oggetto fermo, fisso e constante, e sempre pieno
e nel medesimo splendor di bellezza. Cossì sempre se gli toglie per quanto non
se gli concede, sempre se gli rende per quanto se gli concede. Sempre tanto lo
bruggia ne l’affetto, come sempre tanto gli splende nel pensiero; sempre è
tanto crudele in suttrarsi per quel che si suttrae, come sempre è tanto bello
in comunicarsi per quel che gli se presenta. Sempre lo martòra, perciò che è
diviso per differenza locale da lui, come sempre gli piace, percioché gli è
congionto con l’affetto. cicada Or applicate l’intelligenza al motto. tansillo
Dice dumqueTalis mihi semper, cioè per la mia continua applicazione secondo
l’intelletto, memoria e volontarie (perché non voglio altro rallentare,
intendere, né desiderare) sempre mi è tale, e per quanto posso capirla, al
tutto presente, e non m’è divisa per distrazzion de pensiero, né me si fa più
oscura per difetto d’attenzione, perché non è pensiero che mi divertisca da
quella luce, e non è necessità di natura qual m’oblighi perché meno attenda.
Talis mihi semper dal canto suo, perché la è invariabile in sustanza, in virtù,
in bellezza et in effetto verso quelle cose che sono constanti et invariabili
verso lei. Dice appresso ut astro, perché al rispetto del sole illuminator de
quella sempre è ugualmente luminosa, essendo che sempre ugualmente gli è volta,
e quello sempre parimente diffonde gli suoi raggi: come fisicamente questa luna
che veggiamo con gli occhi, quantunque verso la terra or appaia tenebrosa or
lucente, or più or meno illustrata et illustrante, sempre però dal sole vien
lei ugualmente illuminata; perché sempre piglia gli raggi di quello al meno nel
dorso del suo emispero intiero. Come anco questa terra sempre è illuminata
nell’emisfero equalmente; quantunque da l’acquosa superficie cossì inequalmente
a volte a volte mande il suo splendore alla luna (qual come molti altri astri
innumerabili stimiamo un’altra terra) come aviene che quella mande a lei:
atteso la vicissitudine ch’hanno insieme de ritrovarsi or l’una or l’altra più
vicina al sole. cicada Come questa intelligenza è significata per la luna che
luce per l’emisfero? tansillo Tutte l’intelligenze son significate per la luna,
in quanto che son partecipi d’atto e di potenza, per quanto dico che hanno la
luce materialmente, e secondo participazione, ricevendola da altro; dico non
essendo luci per sé e per sua natura: ma per risguardo del sole ch’è la prima
intelligenza, la quale è pura et absoluta luce come anco è puro et absoluto
atto. cicada Tutte dumque le cose che hanno dependenza, e che non sono il primo
atto e causa, sono composte come di luce e tenebra, come di materia e forma, di
potenza et atto? tansillo Cossì è. Oltre, l’anima nostra secondo tutta la
sustanza è significata per la luna la quale splende per l’emispero delle
potenze superiori, onde è volta alla luce del mondo intelligibile, et è oscura
per le potenze inferiori, onde è occupata al governo della materia. IX. cicada
E mi par che a quel ch’ora è detto abbia certa conseguenza e simbolo l’impresa
ch’io veggio nel seguente scudo, dove è una ruvida e ramosa quercia piantata,
contra la quale è un vento che soffia, et ha circonscritto il motto Ut robori
robur. Et appresso è affissa la tavola che dice: Annosa quercia, che gli rami
spandi a l’aria, e fermi le radici ’n terra: né terra smossa, né gli spirti
grandi che da l’aspro Aquilon il ciel disserra, né quanto fia ch’il vern’orrido
mandi, dal luog’ove stai salda mai ti sferra; mostri della mia fé ritratto vero
qual smossa mai stran’accidenti féro. Tu medesmo terreno mai sempr’abbracci,
fai colto e comprendi, e di lui per le viscere distendi radici grate al
generoso seno: i’ ad un sol oggetto ho fiss’il spirt’, il sens’e l’intelletto.
[tansillo] Il motto è aperto, per cui si vanta il furioso d’aver forza e robustezza,
come la rovere; e come quell’altro, essere sempre uno al riguardo da l’unica
fenice; e come il prossimo precedente conformarsi a quella luna che sempre
tanto splende, e tanto è bella; o pur non assomigliarsi a questa antictona tra
la nostra terra et il sole in quanto ch’è varia a’ nostri occhi: ma in quanto
sempre riceve ugual porzion del splendor solare in se stessa. E per ciò cossì
rimaner constante e fermo contra gli Aquiloni e tempestosi inverni per la
fermezza ch’ha nel suo astro in cui è piantato con l’affetto et intenzione,
come la detta radicosa pianta tiene intessute le sue radici con le vene de la
terra. cicada Più stimo io l’essere in tranquillità e fuor di molestia che
trovarsi in una sì forte toleranza. tansillo È sentenza d’Epicurei la qual se
sarà bene intesa, non sarà giudicata tanto profana quanto la stimano gli
ignoranti; atteso che non toglie che quel ch’io ho detto sia virtù, né
pregiudica alla perfezzione della constanza, ma più tosto aggionge a quella
perfezzione che intendeno gli volgari: perché lui non stima vera e compita
virtù di fortezza e constanza quella che sente e comporta gl’incommodi: ma
quella che non sentendoli le porta; non stima compìto amor divino et eroico
quello che sente il sprone, freno o rimorso o pena per altro amore, ma quello
ch’a fatto non ha senso de gli altri affetti: onde talmente è gionto ad un
piacere, che non è potente dispiacere alcuno a distorlo o far cespitare in
punto. E questo è toccar la somma beatitudine in questo stato, l’aver la
voluptà e non aver senso di dolore. cicada La volgare opinione non crede questo
senso d’Epicuro. tansillo Perché non leggono gli suoi libri, né quelli che
senza invidia apportano le sue sentenze, al contrario di color che leggono il
corso de sua vita et il termine de la sua morte. Dove con queste paroli dettò
il X. tansillo Guarda in quest’altro ch’ha la fantasia di quella incudine
e martello, circa la quale è il motto Ab Aetna. Ma prima che la consideriamo,
leggemo la stanza. Qua s’introduce di Vulcano la prosopopea: Or non al monte
mio siciliano torn’, ove tempri i folgori di Giove; Giordano Bruno De gli
eroici furori principio del suo testamento: Essendo ne l’ultimo e medesimo
felicissimo giorno de nostra vita, abbiamo ordinato questo con mente quieta,
sana e tranquilla; perché quantunque grandissimo dolor de pietra ne tormentasse
da un canto, quel tormento tutto venea assorbito dal piacere de le nostre
invenzioni e la considerazion del fine. Et è cosa manifesta che non ponea
felicità più che dolore nel mangiare, bere, posare e generare, ma in non sentir
fame, né sete, né fatica, né libidine. Da qua considera qual sia secondo noi la
perfezzion de la constanza: non già in questo che l’arbore non si fracasse,
rompa o pieghe; ma in questo che né manco si muova: alla cui similitudine
costui tien fisso il spirto, senso et intelletto, là dove non ha sentimento di
tempestosi insulti. cicada Volete dumque che sia cosa desiderabile il comportar
de tormenti, perché è cosa da forte? tansillo Questo che dite comportare è
parte di constanza, e non è la virtude intiera; ma questo che dico fortemente
comportare et Epicuro disse non sentire. La qual privazion di senso è
caggionata da quel che tutto è stato absorto dalla cura della virtude, vero
bene e felicitade. Qualmente Regolo non ebbe senso de l’arca, Lucrezia del
pugnale, Socrate del veleno, Anaxarco de la pila, Scevola del fuoco, Cocle de
la voragine, et altri virtuosi d’altre cose che massime tormentano e danno
orrore a persone ordinarie e vili. cicada Or passate oltre. qua mi rimagno
scabroso Vulcano: qua più superbo gigante si smuove, che contr’il ciel
s’infiamm’e stizz’in vano, tentando nuovi studii e varie prove; qua trovo
meglior fabri e Mongibello, meglior fucina, incudine e martello. Dov’un pett’ha
suspiri che quai mantici avvivan la fornace, u’ l’alm’a tante scosse
sottoghiace di que’ sì lunghi scempii e gran martìri; e manda quel concento che
fa volgar sì aspr’e rio tormento. Qua si mostrano le pene et incomodi che son
ne l’amore, massime nell’amor volgare, il quale non è altro che l’officina di
Vulcano: quel fabro che forma i folgori de Giove che tormentano l’anime
delinquenti. Perché il disordinato amore ha in sé il principio della sua pena;
attesoché Dio è vicino, è nosco, è dentro di noi. Si trova in noi certa sacrata
mente et intelligenza, cui subministra un proprio affetto che ha il suo
vendicatore, che col rimorso di certa sinderesi al meno, come con certo rigido
martello flagella il spirito prevaricante. Quella osserva le nostre azzioni et
affetti, e come è trattata da noi fa che noi vengamo trattati da lei. In tutti
gli amanti, dico, è questo fabro Vulcano: come non è uomo che non abbia Dio in
sé, non è amante che non abbia questo dio. In tutti è Dio certissimamente, ma
qual dio sia in ciascuno non si sa cossì facilmente; e se pur se può esaminare
e distinguere, altro non potrei credere che possa chiarirlo che l’amore: come
quello che spinge gli remi, gonfia la vela e modera questo composto, onde vegna
bene o malamente affetto. – Dico bene o malamente affetto quanto a quel che
mette in esecuzione per l’azzioni morali e contemplazione; perché del resto
tutti gli amanti comunmente senteno qualch’incomodo: essendoché come le cose
son miste, non essendo bene alcuno sotto concetto et affetto a cui non sia
gionto o opposto il male, come né alcun vero a cui non sia apposto e gionto il
falso; cossì non è amore senza timore, zelo, gelosia, rancore et altre passioni
che procedono dal contrario che ne perturba, se l’altro contrario ne appaga.
Talmente venendo l’anima in pensiero di ricovrar la bellezza naturale, studia
purgarsi, sanarsi, riformarsi: e però adopra il fuoco, perché essendo come oro
trameschiato a la terra et informe, con certo rigor vuol liberarsi da impurità;
il che s’effettua quando l’intelletto vero fabro di Giove vi mette le mani
essercitandovi gli atti dell’intellettive potenze. cicada A questo mi par che
si riferisca quel che si trova nel Convito di Platone, dove dice che l’Amore da
la madre Penìa ha ereditato l’esser arido, magro, pallido, discalzo, summisso,
senza letto e senza tetto: per le quali circonstanze vien significato il
tormento ch’ha l’anima travagliata da gli contrarii affetti. tansillo Cossì è,
perché il spirito affetto di tal furore viene da profondi pensieri distratto,
martellato da cure urgenti, scaldato da ferventi desii, insoffiato da spesse
occasioni: onde trovandosi l’anima suspesa, necessariamente viene ad essere men
diligente et operosa al governo del corpo per gli atti della potenza
vegetativa. Quindi il corpo è macilento, mal nodrito, estenuato, ha difetto de
sangue, copia di malancolici umori, li quali se non saranno instrumenti de
l’anima disciplinata o pure d’un spirito chiaro e lucido, menano ad insania,
stoltizia e furor brutale; o al meno a certa poca cura di sé e dispreggio del
esser proprio, il qual vien significato da Platone per gli piedi discalzi. Va
summisso l’amore e vola come rependo per la terra, quando è attaccato a cose
basse; vola alto quando vien intento a più generose imprese. In conclusione et
a proposito: qualunque sia l’amore, sempre è travagliato e tormentato di sorte
che non possa mancar d’esser materia nelle focine di Vulcano; perché l’anima
essendo cosa divina, e naturalmente non serva, ma signora della materia
corporale, viene a conturbarsi ancor in quel che volontariamente serve al
corpo, dove non trova cosa che la contente. E quantumque fissa nella cosa
amata, sempre gli aviene che altretanto vegna ad essagitarsi e fluttuar in
mezzo gli soffii de le speranze, timori, dubii, zeli, conscienze, rimorsi,
ostinazioni, pentimenti, et altri manigoldi che son gli mantici, gli carboni,
l’incudini, gli martelli, le tenaglie, et altri stormenti che si ritrovano
nella bottega di questo sordido e sporco consorte di Venere. cicada Or assai è
stato detto a questo proposito: piacciavi di veder che cosa séguita appresso.
XI. tansillo Qua è un pomo d’oro ricchissimamente, con diverse preciosissime
specie, smaltato. Et ha il motto in circa che dice Pulchriori detur. cicada La
allusione al fatto delle tre dee che si sottoposero al giudicio de Paride, è
molto volgare: ma leggansi le rime che più specificatamente ne facciano capaci
de l’intenzione del furioso presente. tansillo Venere, dea del terzo ciel, e
madre del cieco arciero, domator d’ogn’uno; l’altra, ch’ha ’l capo giovial per
padre, e di Giove la mogli’ altera Giuno; il troiano pastor chiaman, che
squadre de chi de lor più bell’è l’aureo muno: se la mia diva al paragon
s’appone, non di Venere, Pallad’, o Giunone. Per belle membra è vaga la cipria
dea, Minerva per l’ingegno, e la Saturnia piace con quel degno splendor
d’altezza, ch’il Tonante appaga; ma quest’ha quanto aggrade di bel,
d’intelligenza, e maestade. Ecco qualmente fa comparazione dal suo oggetto il
quale contiene tutte le circonstanze, condizioni e specie di bellezza come in
un suggetto, ad altri che non ne mostrano più che una per ciascuno; e tutte poi
per diversi suppositi: come avvenne nel geno solo della corporal bellezza di
cui le condizioni tutte non le poté approvare Apelle in una, ma in più vergini.
Or qua dove son tre geni di beltade, benché avvegna che tutti si troveno in
ciascuna de le tre dee, perché a Venere non manca sapienza e maestade, in
Giunone non è difetto di vaghezza e sapienza, et in Pallade è pur notata la
maestà con la vaghezza: tutta volta aviene che l’una condizione supera le
altre, onde quella viene ad esser stimata come proprietà, e l’altre come
accidenti communi, atteso che di que’ tre doni l’uno predomina in una, e viene
ad mostrarla et intitularla sovrana de l’altre. E la caggion di cotal differenza
è lo aver queste raggioni non per essenza e primitivamente, ma per
participazione e derivativamente. Come in tutte le cose dependenti sono le
perfezzioni secondo gli gradi de maggiore e minore, più e meno. – Ma nella
simplicità della divina essenza è tutto totalmente, e non secondo misura: e
però non è più sapienza che bellezza, e maestade, non è più bontà che fortezza:
ma tutti gli attributi sono non solamente uguali, ma ancora medesimi et una
istessa cosa. Come nella sfera tutte le dimensioni sono non solamente uguali
(essendo tanta la lunghezza quanta è la profondità e larghezza) ma anco
medesime: atteso che quel che chiami profondo, medesimo puoi chiamar lungo e
largo della sfera. Cossì è nell’altezza de la sapienza divina, la quale è
medesimo che la profondità de la potenza, e latitudine de la bontade. Tutte
queste perfezzioni sono uguali perché sono infinite. Percioché necessariamente
l’una è secondo la grandezza de l’altra, atteso che dove queste cose son
finite, avviene che sia più savio che bello e buono, più buono e bello che
savio, più savio e buono che potente, e più potente che buono e savio. Ma dove
è infinita sapienza, non può essere se non infinita potenza: perché altrimenti
non potrebbe saper infinitamente. Dove è infinita bontà, bisogna infinita
sapienza: perché altrimenti non saprebbe essere infinitamente buono. Dove è
infinita potenza, bisogna che sia infinita bontà e sapienza, perché tanto ben
si possa sapere e si sappia possere. Or dumque vedi come l’oggetto di questo
furioso, quasi inebriato di bevanda de dèi, sia più alto incomparabilmente che
gli altri diversi da quello. Come, voglio dire, la specie intelligibile della
divina essenza comprende la perfezzione de tutte l’altre specie altissimamente,
di sorte che, secondo il grado che può esser partecipe di quella forma, potrà
intender tutto e far tutto, et esser cossì amico d’una, che vegna ad aver a
dispreggio e tedio ogn’altra bellezza. Però a quella si deve esser consecrato
il sferico pomo, come chi è tutto in tutto. Non a Venere bella che da Minerva è
superata in sapienza, e da Giunone in maestà. Non a Pallade di cui Venere è più
bella, e l’altra più magnifica. Non a Giunone, che non è la dea
dell’intelligenza et amore ancora. cicada Certo come son gli gradi delle nature
et essenze, cossì proporzionalmente son gli gradi delle specie intelligibili, e
magnificenze de gli amorosi affetti e furori. XII. cicada Il seguente porta una
testa, ch’ha quattro faccia che soffiano verso gli quattro angoli del cielo; e
son quattro venti in un suggetto, alli quali soprastanno due stelle, et in
mezzo il motto che dice Novae ortae Aeoliae; vorrei sapere che cosa vegna
significata. tansillo Mi pare ch’il senso di questa divisa è conseguente di
quello de la prossima superiore. Perché come là è predicata una infinita
bellezza per oggetto, qua vien protestata una tanta aspirazione, studio,
affetto e desio; percioch’io credo che questi venti son messi a significar gli
suspiri; il che conosceremo, se verremo a leggere la stanza: Figli d’Astreo
Titan e de l’Aurora, che conturbate il ciel, il mar e terra, quai spinti fuste
dal Litigio fuora, perché facessi a’ dèi superba guerra: non più a l’Eolie
spelunche dimora fate, ov’imperio mio vi fren’e serra: ma rinchiusi vi
siet’entra’a quel petto ch’i’ veggo a tanto sospirar costretto. Voi socii
turbulenti de le tempeste d’un et altro mare, altro non è che vagli’
asserenare, che que’omicidi lumi et innocenti: quelli apert’et ascosi vi
renderan tranquilli et orgogliosi. Aperto si vede ch’è introdotto Eolo parlar a
i venti, quali non più dice esser da lui moderati nell’Eolie caverne: ma da due
stelle nel petto di questo furioso. Qua le due stelle non significano gli doi
occhi che son ne la bella fronte: ma le due specie apprensibili della divina
bellezza e bontade di quell’infinito splendore, che talmente influiscono nel
desio intellettuale e razionale, che lo fanno venire ad aspirar infinitamente,
secondo il modo con cui infinitamente grande, bello e buono apprende
quell’eccellente lume. Perché l’amore mentre sarà finito, appagato, e fisso a
certa misura, tansillo cicada tansillo Giordano Bruno De gli eroici furori non
sarà circa le specie della divina bellezza: ma altra formata; ma mentre verrà
sempre oltre et oltre aspirando, potrassi dire che versa circa l’infinito. cicada
Come comodamente l’aspirare è significato per il spirare? che simbolo hanno i
venti col desiderio? tansillo Chi de noi in questo stato aspira, quello
suspira, quello medesimo spira. E però la vehemenza dell’aspirare è notata per
quell’ieroglifico del forte spirare. cicada Ma è differenza tra il sospirare e
spirare. tansillo Però non vien significato l’uno per l’altro come medesimo per
il medesimo: ma come simile per il Simile. cicada Seguitate dumque il vostro
proposito. tansillo L’infinita aspirazion dumque mostrata per gli suspiri, e
significata per gli venti, è sotto il governo non d’Eolo nell’Eolie, ma di
detti doi lumi; li quali non solo innocente, ma e benignissimamente uccidono il
furioso, facendolo per il studioso affetto morire al riguardo d’ogn’altra cosa:
con ciò che quelli che chiusi et ascosi lo rendono tempestoso, aperti lo
renderan tranquillo; atteso che nella staggione che di nuvoloso velo adombra
gli occhi de l’umana mente in questo corpo, aviene che l’alma con tal studio
vegna più tosto turbata e travagliata: come essendo quello stracciato e spinto,
doverrà tant’altamente quieta, quanto baste ad appagar la condizion di sua
natura. cicada Come l’intelletto nostro finito può seguitar l’oggetto infinito?
Con l’infinita potenza ch’egli ha. Questa è vana, se mai sarrà in effetto.
Sarrebe vana, se fusse circa atto finito, dove l’infinita potenza sarrebe
privativa; ma non già circa l’atto infinito, dove l’infinita potenza è positiva
perfezzione. cicada Se l’intelletto umano è una natura et atto finito, come e
perché ha potenza infinita? tansillo Perché è eterno, et acciò sempre si
dilette, e non abbia fine né misura la sua felicità; e perché come è finito in
sé, cossì sia infinito nell’oggetto. cicada Che differenza è tra la infinità de
l’oggetto et infinità della potenza? tansillo Questa è finitamente infinita,
quello infinitamente infinito. Ma torniamo a noi. Dice dumque là il motto Novae
partae Aeoliae, perché par si possa credere che tutti gli venti (che son negli
antri voraginosi d’Eolo) sieno convertiti in suspiri, se vogliamo numerar
quelli che procedono da l’affetto che senza fine aspira al sommo bene et
infinita beltade. XIII. cicada Veggiamo appresso la significazione di quella
face ardente, circa la quale è scritto Ad vitam, non ad horam. tansillo La
perseveranza in tal amore et ardente desio del vero bene, in cui arde in questo
stato temporale il furioso. Questo credo che mostra la seguente tavola: Partesi
da la stanz’il contadino, quando il sen d’Oriente il giorno sgombra; e quand’il
sol ne fere più vicino, stanc’e cotto da caldo sied’a l’ombra; lavora poi, e
s’affatica insino ch’atra caligo l’emisfer ingombra; indi si posa: io sto a
continue botte mattina, mezo giorno, sera e notte. Questi focosi rai ch’escon
da que’ dei archi del mio sole, de l’alma mia (com’il mio destin vuole) dal
orizonte non si parton mai: bruggiand’a tutte l’ore dal suo meridian l’afflitto
core.cicada Questa tavola più vera che propriamente esplica il senso de la
figura. tansillo Non ho d’affaticarmi a farvi veder queste proprietadi, dove il
vedere non merita altro che più attenta considerazione. Gli rai del sole son le
raggioni con le quali la divina beltade e bontade si manifesta a noi. E son
focosi, perché non possono essere appresi da l’intelletto, senza che conseguentemente
scaldeno l’affetto. Doi archi del sole son le due specie di revelazione che gli
scolastici teologi chiamano matutina e vespertina; onde l’intelligenza
illuminatrice di noi, come aere mediante, ne adduce quella specie o in virtù
che la admira in se stessa, o in efficacia che la contempla ne gli effetti.
L’orizonte de l’alma in questo luogo è la parte delle potenze superiori, dove a
l’apprensione gagliarda de l’intelletto soccorre il vigoroso appulso de
l’affetto, significato per il core, che bruggiando a tutte l’ore s’afflige;
perché tutti gli frutti d’amore che possiamo raccòrre in questo stato non son
sì dolci che non siano più gionti a certa afflizzione, quella almeno che
procede da l’apprension di non piena fruizione. Come specialmente accade ne gli
frutti de l’amor naturale, la condizion de gli quali non saprei meglio
esprimere, che come fe’ il poeta epicureo: Ex hominis vero facie pulchroque
colore nil datur in corpus praeter simulacra fruendum tenuia, quae vento spes
captat saepe misella. Ut bibere in somnis sitiens cum quaerit, et humor non
datur, ardorem in membris qui stinguere possit; sed laticum simulacra petit
frustraque laborat, in medioque sitit torrenti flumine potans: sic in amore
Venus simulacris ludit amantis, nec satiare queunt spectando corpora coram, nec
manibus quicquam teneris abradere membris possunt, errantes incerti corpore
toto. Denique cum membris conlatis flore fruuntur aetatis; dum iam praesagit
gaudia corpus, atque in eo est Venus, ut muliebria conserat arva, adfigunt
avide corpus iunguntque salivas oris, et inspirant pressantes dentibus ora,
nequicquam, quoniam nibil inde abradere possunt, nec penetrare et abire in
corpus corpore toto. Similmente giudica nel geno del gusto che qua possiamo
aver de cose divine: mentre a quelle ne forziamo penetrare et unirci, troviamo
aver più afflizzione nel desio che piacer nel concetto. E per questo può aver
detto quel savio Ebreo, che chi aggionge scienza aggionge dolore, perché dalla
maggior apprensione nasce maggior e più alto desio, e da questo séguita maggior
dispetto e doglia per la privazione della cosa desiderata; là onde l’epicureo
che séguita la più tranquilla vita, disse in proposito de l’amor volgare: Sed
fugitare decet simulacra, et pabula amoris abstergere sibi, atque alio
convertere mentem, nec servare sibi curam certumque dolorem: ulcus enim
virescit el inveterascit alendo, inque dies gliscit furor, atque erumna
gravescit. Nec Veneris fructu sarei is qui vitat amorem, sed potius quaes sunt
sine paena commoda sumit. cicada Che intende per il meridiano del core?
tansillo La parte o region più alta e più eminente de la volontà, dove più
illustre, forte, efficace e rettamente è riscaldata. Intende che tale affetto
non è come in principio che si muova, né come in fine che si quiete, ma come al
mezzo dove s’infervora. XIV. cicada Ma che significa quel strale infocato che
ha le fiamme in luogo di ferrigna punta, circa il quale è avolto un laccio, et
ha il motto Amor instat ut instans? Dite che ne intendete. tansillo Mi par che voglia
dire che l’amor mai lo lascia, e che eterno parimente l’affliga. cicada Vedo
bene laccio, strale e fuoco; intendo quel che sta scritto: Amor instat; ma quel
che séguita, non posso capirlo, cioè che l’amor come istante o insistente,
inste: che ha medesima penuria di proposito, che se uno dicesse: questa impresa
costui la ha finta come finta, la porta come la porta, la intendo come la
intendo, la vale come la vale, la stimo come un che la stima. tansillo Più
facilmente determina e condanna chi manco considera. Quello instans non
significa adiettivamente dal verbo instare, ma è nome sustantivo preso per
l’instante del tempo. cicada Or che vuol dir che l’amor insta come l’instante?
tansillo Che vuol dire Aristotele nel suo libro Del tempo, quando dice che l’eternità
è uno instante, e che in tutto il tempo non è che uno instante? cicada Come
questo può essere se non è tanto minimo tempo che non abbia più instanti? Vuol
egli forse che in uno instante sia il diluvio, la guerra di Troia, e noi che
siamo adesso? Vorrei sapere come questo instante se divide in tanti secoli et
anni; e se per medesima proporzione non possiamo dire che la linea sia un
punto. tansillo Sì come il tempo è uno, ma è in diversi suggetti temporali,
cossì l’instante è uno in diverse e tutte le parti del tempo. Come io son
medesimo che fui, sono e sarò; io medesimo son qua in casa, nel tempio, nel
campo e per tutto dove sono. cicada Perché volete che l’instante sia tutto il
tempo? tansillo Perché se non fusse l’instante, non sarrebe il tempo: però il
tempo in essenza e sustanza non è altro che instante. E questo baste se
l’intendi (perché non ho da pedanteggiar sul quarto de la Fisica); onde
comprendi che voglia dire, che l’amor gli assista non meno che il tempo tutto:
perché questo instans non significa punto del tempo. cicada Bisogna che questa
significazione sia specificata in qualche maniera, se non vogliamo far che sia
il motto vicioso in equivocazione, onde possiamo liberamente intendere ch’egli
voglia dire che l’amor suo sia d’uno instante, idest d’un atomo di tempo e d’un
niente: o che voglia dire che sia (come voi interpretate) sempre. tansillo
Certo se vi fussero inplicati questi doi sensi contrarii, il motto sarrebe una
baia. Ma non è cossì, se ben consideri, atteso che in uno instante che è atomo
o punto, che l’amore inste o insista non può essere: ma bisogna necessariamente
intendere l’instante in altra significazione. E per uscir di scuola, leggasi la
stanza: Un tempo sparge, et un tempo raccoglie; un edifica, un strugge; un
piange, un ride: un tempo ha triste, un tempo ha liete voglie; un s’affatica,
un posa; un stassi, un side: un tempo porge, un tempo si ritoglie; un muove, un
ferm’; un fa viv’, un occide: in tutti gli anni, mesi, giorni et ore m’attende,
fere, accend’e lega amore. Continuo mi disperge, sempre mi strugg’e mi ritien
in pianto, è mio triste languir ogn’or pur tanto, in ogni tempo mi travagli’ et
erge; tropp’in rubbarmi è forte, mai non mi scuote, mai non mi dà morte. cicada
Assai bene ho compreso il senso: e confesso che tutte le cose accordano molto
bene. Però mi par tempo di procedere a l’altro. tansillo Qua vedi un serpe ch’a
la neve languisce dove l’avea gittato un zappatore; et un fanciullo ignudo
acceso in mezzo al fuoco, con certe altre minute e circonstanze, con il motto
che dice Idem, itidem, non idem. Questo mi par più presto enigma che altro,
però non mi confido d’esplicarlo a fatto: pur crederei che voglia significar
medesimo fato molesto, che medesimamente tormenta l’uno e l’altro (cioè
inentissimamente, senza misericordia, a morte) con diversi instrumenti o
contrarii principio, mostrandosi medesimo freddo e caldo. Ma questo mi par che
richieda più lunga e distinta considerazione. cicada Un’altra volta. Leggete la
rima. [tansillo] Languida serpe, a quell’umor sì denso ti rintorci, contrai,
sullevi, inondi; e per temprar il tuo doler intenso, al fredd’or quest’or
quella parte ascondi; s’il ghiaccio avesse per udirti senso, tu voce che
propona o che rispondi, credo ch’areste efficaci’ argumento per renderlo piatoso
al tuo tormento. Io ne l’eterno foco mi dibatto, mi struggo, scaldo, avvampo; e
al ghiaccio de mia diva per mio scampo né amor di me, né pietà trova loco:
lasso, per che non sente quant’è il rigor de la mia fiamma ardente. Angue
cerchi fuggir, sei impotente; ritenti a la tua buca, ell’è disciolta; proprie
forze richiami, elle son spente; attendi al sol, l’asconde nebbia folta; mercé
chiedi al villan, odia ’l tuo dente; fortuna invochi, non t’ode la stolta.
Fuga, luogo, vigor, astro, uom o sorte non è per darti scampo da la morte. Tu
addensi, io liquefaccio; io miro al rigor tuo, tu a l’ardor mio; tu brami
questo mal, io quel desio; n’io posso te, né tu me tòr d’impaccio. Or chiariti
a bastanza del fato rio, lasciamo ogni speranza. cicada Andiamone, perché per
il camino vedremo di snodar questo intrico, se si può. tansillo Bene. interlocutori Cesarino, Maricondo. cesarino
Cossì dicono che le cose megliori e più eccellenti sono nel mondo quando tutto
l’universo da ogni parte risponde eccellentemente: e questo stimano allor che
tutti gli pianeti ottegnono l’Ariete, essendo che quello de l’ottava sfera
ancora ottegna quello del firmamento invisibile e superiore dove è l’altro
zodiaco; le cose peggiori e più basse vogliono che abbiano loco quando domina
la contraria disposizione et ordine: però per forza di vicissitudine accadeno
le eccessive mutazioni, dal simile al dissimile, dal contrario a l’altro. La
revoluzion dumque et anno grande del mondo, è quel spacio di tempo in cui da
abiti et effetti diversissimi per gli oppositi mezzi e contraria si ritorna al
medesimo: come veggiamo ne gli anni particolari, qual è quello del sole, dove
il principio d’una disposizione contraria è fine de l’altra, et il fine di
questa è principio di quella: però ora che siamo stati nella feccia delle
scienze, che hanno parturita la feccia delle opinioni, le quali son causa della
feccia de gli costumi et opre, possiamo certo aspettare de ritornare a meglior
stati. Giordano Bruno De gl’eroici furori maricondo Sappi, fratel mio, che
questa successione et ordine de le cose è verissima e certissima: ma al nostro
riguardo sempre, in qualsivoglia stato ordinario, il presente più ne afflige
che il passato, et ambi doi insieme manco possono appagarne che il futuro, il
quale è sempre in aspettazione e speranza, come ben puoi veder designato in
questa figura la quale è tolta dall’antiquità de gli Egizzii, che fêrno cotal
statua che sopra un busto simile a tutti tre puosero tre teste, l’una di lupo
che remirava a dietro, l’altra di leone che avea la faccia volta in mezzo, e la
terza di cane che guardava innanzi; per significare che le cose passate
affligono col pensiero, ma non tanto quanto le cose presenti che in effetto ne
tormentano: ma sempre per l’avenire ne promettemo meglio. Però là è il lupo che
urla, qua il leon che rugge, appresso il cane che applaude. cesarino Che
contiene quel motto ch’è sopra scritto? maricondo Vedi che sopra il lupo è Iam,
sopra il leone Modo, sopra il cane Praeterea, che son dizzioni che significano
le tre parti del tempo. cesarino Or leggete quel ch’è nella tavola. maricondo
Cossì farò. Un alan, un leon, un can appare a l’auror, al di chiar, al
vespr’oscuro quel che spesi, ritegno, e mi procuro, per quanto mi si die’, si
dà, può dare. Per quel che feci, faccio et ho da fare al passat’, al presente
et al futuro, mi pento, mi tormento, m’assicuro, nel perso, nel soffrir,
nell’aspettare. Con l’agro, con l’amaro, con il dolce l’esperienza, i frutti,
la speranza mi minacciò, m’affligono, mi molce. L’età che vissi, che vivo,
ch’avanza mi fa tremante, mi scuote, mi folce, in absenza, presenza, e
lontananza. Assai, troppo, a bastanza quel di già, quel di ora, quel d’appresso
m’hann’in timor, martir, e spene messo. cesarino Questa a punto è la testa d’un
furioso amante; quantunque sia de quasi tutti gli mortali in qualunque maniera
e modo siano malamente affetti; perché non doviamo né possiamo dire che questo
quadre a tutti stati in generale, ma a quelli che furono e sono travagliosi:
atteso che ad un ch’ha cercato un regno et ora il possiede, conviene il timor
di perderlo; ad un ch’ha lavorato per acquistar gli frutti de il amore, come è
la particular grazia de la cosa amata, conviene il morso della gelosia e
suspizione. E quanto a gli stati del mondo, quando ne ritroviamo nelle tenebre
e male, possiamo sicuramente profetizar la luce e prosperitade; quando siamo
nella felicità e disciplina, senza dubio possiamo aspettar il successo de
l’ignoranze e travagli: come avvenne a Mercurio Trimigisto che per veder
l’Egitto in tanto splender de scienze e divinazioni, per le quali egli stimava
gli uomini consorti de gli demoni e dèi, e per conseguenza religiosissimi, fece
quel profetico lamento ad Asclepio, dicendo che doveano succedere le tenebre de
nove religioni e culti, e de cose presenti non dover rimaner altro che favole e
materia di condannazione. Cossì gli Ebrei quando erano schiavi nell’Egitto e
banditi nelli deserti, erano confortati da lor profeti con l’aspettazione de
libertà et acquisto di patria. Quando furono in stato di domìno e tranquillità,
erano minacciati de dispersione e cattività. Oggi che non è male né vituperio a
cui non siano suggetti, non è bene né onore che non si promettano. Similmente
accade a tutte l’altre generazioni e stati: li quali se durano e non sono annihilati
a fatto, per forza della vicissitudine delle cose, è necessario da ’l male
vegnano al bene, dal bene al male, dalla bassezza a l’altezza, da l’altezza
alla bassezza, da le oscuritadi al splendore, dal splendor alle oscuritadi.
Perché questo comporta l’ordine naturale: oltre il qual ordine, se si ritrova
altro che lo guaste o corregga, io lo credo, e non ho da disputarne, perché non
raggiono con altro spirito che naturale. maricondo Sappiamo che non fate il
teologo ma filosofo e che trattate filosofia non teologia. cesarino Cossì è. Ma
veggiamo quel che séguita. II. cesarino Veggio appresso un fumante turribolo
che è sostenuto da un braccio, et il motto che dice Illius aram; et appresso
l’articolo seguente: Or chi quell’aura de mia nobil brama d’un ossequio divin
credrà men degna s’in diverse tabelle ornata vegna da voti miei nel tempio de
la fama? Perch’altr’impres’eroica mi richiama, chi pensarà giamai che men
convegna ch’al suo culto cattivo mi ritegna quella ch’il ciel onora tanto et
ama? Lasciatemi, lasciate, altri desiri, importuni pensier, datemi pace. Perché
volete voi ch’io mi ritiri da l’aspetto del sol che sì mi piace? Dite di me
piatosi: Perché miri quel, che per remirar si ti disface? perché di quella face
sei vago sì? Perché mi fa contento più ch’ogn’altro piacer, questo tormento.
maricondo A proposito di questo io ti dicevo che quantunque un rimagna fisso su
una corporal bellezza e culto esterno, può onorevolmente e degnamente
trattenirsi: purché dalla bellezza materiale la quale è un raggio e splender
della forma, et atto spirituale, di cui è vestigio et ombra, vegna ad inalzarsi
alla considerazion e culto della divina bellezza, luce e maestade: di maniera
che da queste cose visibili vegna a magnificar il core verso quelle che son
tanto più eccellenti in sé e grate a l’animo ripurgato, quanto son più rimosse
da la materia e senso. Oimè (dirà) se una bellezza umbratde, fosca, corrente,
depinta nella superficie de la materia corporale, tanto mi piace e tanto mi
commuove l’affetto, m’imprime nel spirito non so che riverenza di maestade, mi
si cattiva, e tanto dolcemente mi lega e mi s’attira, ch’io non trovo cosa che
mi vegna messa avanti da gli sensi che tanto m’appaghe: che sarà di quello che
sustanzialmente, originalmente, primitivamente è bello; che sarà de l’anima
mia, dell’intelletto divino, della regola de la natura? Conviene dumque che la
contemplazione di questo vestigio di luce mi amene mediante la ripurgazion de
l’animo mio all’imitazione, conformità e participazione di quella più degna et
alta, in cui mi transforme et a cui mi unisca: perché son certo che la natura
che mi ha messa questa bellezza avanti gli occhi, e mi ha dotato di senso
interiore, per cui posso argomentar bellezza più profonda et incomparabilmente
maggiore, voglia ch’io da qua basso vegna promosso a l’altezza et eminenza di
specie più eccellenti. Né credo che il mio vero nume come me si mostra in
vestigio et imagine, voglia sdegnarsi che in imagine e vestigio vegna ad
onorarlo, a sacrificargli, con questo ch’il mio core et affetto sempre sia
ordinato, e rimirare più alto: atteso che chi può esser quello che possa
onorarlo in essenza e propria sustanza, se in tal maniera non può comprenderlo?
cesarino Molto ben dimostri come a gli uomini di eroico spirito tutte le cose si
converteno in bene, e si sanno servire della cattività in frutto di maggior
libertade, e l’esser vinto una volta convertiscono in occasione di maggior
vittoria. Ben sai che l’amor di bellezza corporale a color che son ben disposti
non solamente non apporta ritardamento da imprese maggiori, ma più tosto viene
ad improntargli l’ali per venire a quelle: allor che la necessità de l’amore è
convertita in virtuoso studio per cui l’amante si forza di venire a termine nel
quale sia degno della cosa amata, e forse di cosa maggiore, megliore e più
bella ancora; onde sia o che vegna contento d’aver guadagnato quel che brama, o
sodisfatto dalla sua propria bellezza, per cui degnamente possa spregiar
l’altrui che viene ad esser da lui vinta e superata: onde o si ferma quieto, o
si volta ad aspirare ad oggetti più eccellenti e magnifichi. E cossì sempre
verrà tentando il spirito eroico, sin tanto che non si vede inalzato al
desiderio della divina bellezza in se stessa, senza similitudine, figura,
imagine e specie, se sia possibile: e più se sa arrivare a tanto. maricondo
Vedi dumque, Cesarino, come ha raggione questo furioso di risentirsi contra
coloro che lo ri- prendono come cattivo de bassa bellezza a cui sparga voti et
appenda tabelle; di maniera che quindi non viene rubelle dalle voci che lo
richiamano a più alte imprese: essendo che come queste basse cose deriva- no da
quelle et hanno dipendenza, cossì da queste si può aver accesso a quelle come
per proprii gradi. Queste se non son Dio son cose divine, sono imagini sue
vive: nelle quali non si sente offeso se si vede ado- rare: perché abbiamo
ordine dal superno spirito che dice Adorate scabellum pedum eius. Et altrove
disse un divino imbasciatore: Adorabimus ubi steterunt pedes eius. cesarino
Dio, la divina bellezza e splendore riluce et è in tutte le cose; però non mi
pare errore d’admirarlo in tutte le cose secondo il modo che si comunica a
quelle: errore sarà certo se noi donaremo ad altri l’onor che tocca a lui solo.
Ma che vuol dir quando dice Lasciatemi, lasciate, altri desiri? maricondo
Bandisce da sé gli pensieri, che gli appresen- tano altri oggetti che non hanno
forza di commoverlo tanto; e che gli vogliono involar l’aspetto del sole, il
qual può presentarsegli da questa fenestra più che da l’altre. cesarino Come
importunato da pensieri si sta con- stante a remirar quel splendor che lo
disface, e non lo fa di maniera contento che ancora non vegna forte- mente a
tormentarlo? maricondo Perché tutti gli nostri conforti in questo stato di
controversia non sono senza gli suoi di- sconforti cossì grandi come magnifici
son gli conforti. Come più grande è il timore d’un re che consiste su la
perdita d’un regno, che di un mendico che consiste sul periglio di perdere
dieci danaii; è più urgente la cura d’un prencipe sopra una republica, che d’un
ru- stico sopra un grege de porci: come gli piaceri e deli- cie di quelli forse
son più grandi che le delicie e piace- ri di questi. Però l’amare et aspirar
più alto, mena seco maggior gloria e maestà con maggior cura, pen- siero e
doglia: intendo in questo stato dove l’un con- trario sempre è congionto a
l’altro, trovandosi la mas- sima contrarietade sempre nel medesimo geno, e per
conseguenza circa medesimo suggetto, quantunque gli contraria non possano
essere insieme. E cossì pro- porzionalmente nell’amor di Cupido superiore, come
dechiarò l’epicureo poeta nel cupidinesco volgare e animale, quando disse:
Fluctuat incertis erroribus ardor amantum, nec constat quid primum oculis
manibusque fruantur: quod petiere premunit arte, faciuntque dolorem corporis,
et dentes inlidunt saepe labellis osculaque adfigunt, quia non est pura
voluptas, et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum, quodcumque est,
rabies, unde illa haec germina surgunt. Sed leviter paenas frangit Venus inter
amorem, blandaque refraenat morsus admixta voluptas, namque in eo spes est,
unde est ardoris origo, restingui quoque posse ab eodem corpore flammam. Ecco
dumque con quali condimenti il magistero et arte della natura fa che un si
strugga sul piacer di quel che lo disface, e vegna contento in mezzo del
tormento, e tormentato in mezzo de tutte le conten- tezze: atteso che nulla si
fa assolutamente da un paci- fico principio, ma tutto da contrarii principii
per vit- toria e domìno d’una parte della contrarietade; e non è piacere di
generazione da un canto, senza dispiace- re di corrozzione da l’altro: e dove
queste cose che si generano e corrompono sono congionte e come in medesimo
suggetto composto, si trova il senso di de- lettazione e tristizia insieme. Di
sorte che vegna no- minata più presto delettazione che tristizia, se aviene che
la sia predominante, e con maggior forza possa sollecitare il senso. III.
cesarino Or consideriamo sopra questa imagine seguente, ch’è d’una fenice che
arde al sole, e con il suo fumo va quasi a oscurar il splender di quello, dal
cui calore vien infiammata et èvvi la nota che dice: Neque simile, nec par.
maricondo Leggasi l’articolo prima: Questa fenice ch’al bel sol s’accende, e a
dramm’a dramma consumando vassi, mentre di splender cint’ardendo stassi,
contrario fio al suo pianeta rende: perché quel che da lei al ciel ascende
tepido fumo et atra nebbia fassi, ond’i raggi a’ nostri occhi occolti lassi e
quello avvele, per cui arde e splende. Tal il mio spirto (ch’il divin splendore
accende e illustra) mentre va spiegando quel che tanto riluce nel pensiero,
manda da l’alto suo concetto fore rima, ch’il vago sol vad’oscurando, mentre mi
struggo e liquefaccio intiero. Oimè! questo adro e nero nuvol di foco infosca
col suo stile quel ch’aggrandir vorrebb’, e ’l rend’umile. cesarino Dice dumque
costui che come questa le nice venendo dal splendor del sole accesa, et
abituata d lu- ce e di fiamma, vien ella poi ad inviar al cielo quel fu- mo che
oscura quello che l’ha resa lucente: cossì egli infiammato et illuminato
furioso per quel che fa in lo- de d tanto illustre suggetto che gli have acceso
il core e gli splende nel pensiero, viene più tosto ad oscurarlo, che
ritribuirgli luce per luce, procedendo quel fumo, effetto di fiamme in cui si
risolve la sustanza di lui. maricondo Io senza che metta in bilancio e
comparazione gli studi di costui, torno a dire quel che ti dicevo l’altr’ieri,
che la lode è uno de gli più gran sacrificii che possa far un affetto umano ad
un oggetto. E per lasciar da parte il proposito del divino, ditemi: chi co-
noscerebbe Achille, Ulisse e tanti altri greci e troiani capitani, chi arrebe
notizia de tanti grandi soldati, sapienti et eroi de la terra, se non fussero
stati messi alle stelle e deificati per il sacrificio de laude, che nell’altare
del cor de illustri poeti et altri recitatori have acceso il fuoco, con questo
che comunmente montasse al cielo il sacrificatore, la vittima et il canonizato
divo, per mano e voto di legitimo e degno sacerdote? cesarino Ben dici di degno
e legitimo sacerdote; perché de gli appostici n’è pieno oggi il mondo, li quali
come sono per ordinario indegni essi loro, cossì vegnono sempre a celebrar
altri indegni, di sorte che asini asinos fricant. Ma la previdenza vuole che in
luogo d’andar gli uni e gli altri al cielo, sen vanno giontamente alle tenebre
de l’Orco: onde fia vana e la gloria di quel che celebra, e di quel ch’è
celebrato; perché l’uno ha intessuta una statua di paglia, o insculpito un tronco
di legno, o messo in getto un pezzo di calcina; e l’altro idolo d’infamia e
vituperio non sa che non gli bisogna aspettar gli denti de l’evo e la falce di
Saturno per esser messo giù: stante che dal suo encomico medesimo vien sepolto
vivo all’ora all’ora propria che vien lodato, salutato, nominato, presentato.
Come per il contrario è accaduto alla prudenza di quel tanto celebrato
Mecenate, il quale se non avesse avuto altro splendore che de l’animo inchinato
alla protezzione e favor delle Muse, sol per questo meritò che gl’ingegni de
tanti illustri poeti gli dovenessero ossequiosi a metterlo nel numero de più
famosi eroi che abbiano calpestrato il dorso de la terra. Gli proprii studii et
il proprio splendore l’han reso chiaro e nobilissimo, e non l’esser nato
d’atavi regi, non l’esser gran segretario e consegliero d’Augusto. Quello dico
che l’ha fatto illustrissimo, è l’aversi fatto degno dell’execuzion della
promessa di quel poeta che disse: Fortunati ambo, si quid mea carmina possuni,
nulla dies unquam memori vos eximet aevo, dum domus Aeneae Capitoli immobile
saxum accolet, imperiumque pater Romanus habebit. maricondo Mi sovviene di quel
che dice Seneca in certa epistola dove riferisce le paroli d’Epicuro ad un suo
amico, che son queste: Se amor di gloria ti tocca il petto, più noto e chiaro
ti renderanno le mie lettere che tutte quest’altre cose che tu onori, e dalle
quali sei onorato, e per le quali ti puoi vantare. Similmente arria possuto
dire Omero se si gli fusse presentato avanti Achille o Ulisse, Vergilio a Enea
et alla sua progenia; perciò che, come ben suggionse quel filosofo morale, è
più conosciuto Domenea per le lettere d’Epicuro che tutti gli megistani satrapi
e regi, dalli quali pendeva il titolo [di] Domenea, e la memoria de gli quali
venea suppressa dall’alte tenebre de l’oblio. Non vive Attico per essere genero
d’Agrippa e progenero de Tiberio, ma per l’epistole de Tullio. Druso pronepote
di Cesare non si troverebbe nel numero de nomi tanto grandi, se non vi l’avesse
inserito Cicerone. Oh che ne sopraviene al capo una profonda altezza di tempo,
sopra la quale non molti ingegni rizzaranno il capo. Or per venire al proposito
di questo furioso il quale vedendo una fenice accesa al sole, si rammenta del
proprio studio, e duolsi che come quella per luce et incendio che riceve, gli rimanda
oscuro e tepido fumo di lode dall’olocausto della sua liquefatta sustanza.
Qualmente giamai possiamo non sol raggionare, ma e né men pensare di cose
divine, che non vengamo a detraergli più tosto che aggiongergli di gloria: di
sorte che la maggior cosa che far si possa al riguardo di quelle, è che l’uomo
in presenza de gli altri uomini vegna più tosto a magnificar se stesso per il
studio et ardire, che donar splendore ad altro per qualche compita e perfetta
azzione. Atteso che cotale non può aspettarsi dove si fa progresso
all’infinito, dove l’unità et infinità son la medesima cosa; e non possono
essere perseguitate dal altro numero, perché non è unità, né da altra unità
perché non è numero, né da altro numero et unità: perché non sono medesimo absoluto
et infinito. Là onde ben disse un teologo che essendo che il fonte della luce
non solamente gli nostri intelletti, ma ancora gli divini di gran lunga
sopraavanza, è cosa conveniente che non con discorsi e paroli, ma con silenzio
vegna ad esser celebrata. cesarino Non già col silenzio de gli animali bruti et
altri che sono ad imagine e similitudine d’uomini: ma di quelli, il silenzio de
quali è più illustre che tutti gli eridi, rumori e strepiti di costoro che
possano esser uditi. maricondo Ma procediamo oltre a vedere quel che significa
il resto. cesarino Dite se avete prima considerato e visto quel che voglia dir
questo fuoco in forma di core con quattro ali, de le quali due hanno gli occhi,
dove tutto il composto è cinto de luminosi raggi, et hassi in circa scritta la
questione: Nitimur in cassum? maricondo Mi ricordo ben che significa il stato
de la mente, core, spirito et occhi del furioso; ma leggiamo l’articolo: Questa
mente ch’aspira al splendor santo, tant’alti studi disvelar non ponno; il cor,
che recrear que’ pensier vonno, da guai non può ritrarsi più che tanto; il
spirto che devria posarsi alquanto, d’un moment’al piacer non si fa donno; gli
occhi ch’esser derrian chiusi dal sonno tutta la notte son aperti al pianto.
Oimè miei lumi con qual studio et arti tranquillar posso i travagliati sensi?
Spirto mio, in qual tempo et in quai parti mitigarò gli tuoi dolori intensi? E
tu, mio cor, come potrò appagarti di quel ch’al grave tuo suffrir compensi?
Quand’i debiti censi daratti l’alma, o travagliata mente, col cor, col spirto e
con gli occhi dolente? Perché la mente aspira al splendor divino, fugge il
consorzio de la turba, si ritira dalla commune opinione: non solo dico e tanto
s’allontana dalla moltitudine di suggetti, quanto dalla communità de studii,
opinioni e sentenze; atteso che per contraer vizii et ignoranze tanto è maggior
periglio, quanto è maggior il popolo a cui s’aggionge: Nelli publici spettacoli
DICE IL FILOSOFO MORALE, mediante il piacere più facilmente gli vizii
s’ingeriscono. Se aspira al splendor alto, ritiresi quanto può all’unità,
contrahasi quanto è possibile in se stesso, di sorte che non sia simile a
molti, perché son molti; e non sia nemico de molti, perché son dissimili, se
possibil fia serbar l’uno e l’altro bene: altrimenti s’appiglie a quel che gli
par megliore. – Conversa con quelli gli quali o lui possa far megliori, o da
gli quali lui possa essere fatto megliore: per splendor che possa donar a
quelli, o da quelli possa ricever lui. Contentesi più d’uno idoneo che de l’inetta
moltitudine; né stimarà d’aver acquistato poco quando è dovenuto a tale che sia
savio per sé, sovvenendogli quel che dice Democrito: Unus mihi pro populo est,
et populus pro uno; e che disse Epicuro ad un consorte de suoi studii
scrivendo: Haec tibi, non multis; satis enim magnum alter alteri theatrum
sumus. – La mente dumque ch’aspira alto, per la prima lascia la cura della
moltitudine, considerando che quella luce spreggia la fatica, e non si trova se
non dove è l’intelligenza; e non dove è ogni intelligenza: ma quella che è, tra
le poche, principali e prime, la prima, principale et una. cesarino Come
intendi che la mente aspira alto? verbigrazia con guardar alle stelle? al cielo
empireo? sopra il cristallino? maricondo Non certo, ma procedendo al profondo
della mente per cui non fia mistiero massime aprir gli occhi al cielo, alzar
alto le mani, menar i passi al tempio, intonar l’orecchie de simulacri, onde
più si vegna exaudito: ma venir al più intimo di sé, considerando che Dio è
vicino, con sé e dentro di sé, più ch’egli medesimo esser non si possa; come
quello ch’è anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze: atteso
poi che quello che vedi alto o basso, o in circa (come ti piace dire) de gli
astri, son corpi, son fatture simili a questo globo in cui siamo noi, e nelli
quali non più né meno è la divinità presente che in questo nostro, o in noi
medesimi. Ecco dumque come bisogna fare primeramente de ritrarsi dalla
moltitudine in se stesso. Appresso deve dovenir a tale che non stime ma spreggie
ogni fatica, di sorte che quanto più gli affetti e vizii combattono da dentro,
e gli viziosi nemici contrastano di fuori, tanto più deve respirar e risorgere,
e con uno spirito (se possibil fia) superar questo clivoso monte. Qua non
bisognano altre armi e scudi che la grandezza d’un animo invitto, e toleranza
de spirito che mantiene l’equalità e tenor della vita, che procede dalla
scienza, et è regolato da l’arte di specolar le cose alte e basse, divine et
umane, dove consiste quel sommo bene. Per cui disse un filosofo morale che
scrisse a Lucilio: non bisogna tranar le Scille, le Cariddi, penetrar gli
deserti de Candavia et Apennini, o lasciarsi a dietro le Sirti: perché il
camino è tanto sicuro e giocondo quanto la natura medesima abbia possuto ordinare.
Non è dice egli l’oro et argento che faccia simile a Dio, perché non fa tesori
simili; non gli vestimenti, perché Dio è nudo; non la ostentazione e fama,
perché si mostra a pochissimi, e forse che nessuno lo conosce, e certo molti, e
più che molti hanno mala opinion de lui; non tante e tante altre condizioni de
cose che noi ordinariamente admiriamo: perché non queste cose delle quali si
desidera la copia ne rendeno talmente ricchi, ma il dispreggio di quelle.
cesarino Bene: ma dimmi appresso in qual maniera costui Tranquillarà gli sensi,
mitigarà gli dolori del spirito, appagarà il core e darà gli proprii censi a la
mente, di sorte che con questo suo aspirare e studii non debba dire Nitimur in
cassum? maricondo Talmente trovandosi presente al corpo che con la meglior
parte di sé sia da quello absente, farsi come con indissolubil sacramento
congionto et alligato alle cose divine, di sorte che non senta amor né odio di
cose mortali, considerando d’esser maggiore che esser debba servo e schiavo del
suo corpo: al quale non deve altrimente riguardare che come carcere che tien
rinchiusa la sua libertade, vischio che tiene impaniate le sue penne, catena
che tien strette le sue mani, ceppi che han fissi gli suo piedi, velo che gli
tien abbagliata la vista. Ma con ciò no sia servo, cattivo, invecchiato,
incatenato, discioperato, saldo e cieco: perché il corpo non gli può più
tiranneggiare ch’egli medesimo si lasce; atteso che cossì il spirito
proporzionalmente gli è preposto, come il mondo corporeo e materia è suggetta
alla divinitade et a la natura. Cossì farassi forte contra la fortuna,
magnanimo contra l’ingiurie, intrepido contra la povertà, morbi e persecuzioni.
cesarino Bene instituito il furioso eroico. V. cesarino Appresso veggasi quel
che seguita. Ecco la ruota del tempo affissa, che si muove circa il centro
proprio: e vi è il motto: Manens moveor; che intendete per quella? maricondo
Questo vuol dire che si muove in circolo: dove il moto concorre con la quiete,
atteso che nel moto orbiculare sopra il proprio asse e circa il proprio mezzo
si comprende la quiete e fermezza secondo il moto retto; over quiete del tutto,
e moto secondo le parti; e da le parti che si muoveno in circolo si apprendeno
due differenze di Nazione, in quanto che successivamente altre parti montano
alla sommità, altre dalla sommità descendeno al basso; altre ottegnono le
differenze medianti, altre tegnono l’estremo dell’alto e del fondo. E questo
tutto mi par che comodamente viene a significare quel tanto che s’esplica nel
seguente articolo: Quel ch’il mio cor aperto e ascoso tiene, beltà m’imprime et
onestà mi cassa; zelo ritiemmi, altra cura mi passa per là d’ond’ogni studio a
l’alma viene: quando penso suttrarmi da le pene, speme sustienmi, altrui rigor
mi lassa; amor m’inalz’e riverenz’abbassa allor ch’aspiro a l’alt’e sommo bene.
Alto pensier, pia voglia, studio intenso de l’ingegno, del cor, de le fatiche,
a l’ogetto inmortal, divin, inmenso fate ch’aggionga, m’appiglie e nodriche; né
più la mente, la raggion, il senso in altro attenda, discorra, s’intriche. Onde
di me si diche: costui or ch’hav’affissi gli occhi al sole, che fu rival
d’Endimion si duole. Cossì come il continuo moto d’una parte suppone e mena
seco il moto del tutto, di maniera che dal ributtar le parti anteriori sia conseguente
il tirar de le parti posteriori: cossì il motivo de le parti superiori resulta
necessariamente nell’inferiori, e dal poggiar d’una potenza opposita seguita
l’abbassar de l’altra opposita. Quindi viene il cor (che significa tutti
l’affetti in generale) ad essere ascoso et aperto; ritenuto dal zelo, sollevato
da magnifico pensiero; rinforzato da la speranza, indebolito dal timore. Et in
questo stato e condizione si vederà sempre che trovarassi sotto il fato della
generazione. VI. cesarino Tutto va bene; vengamo a quel che séguita. Veggio una
nave inchinata su il onde; et ha le sarte attaccate a lido et ha il motto:
Fluctuat in portu. Argumentate quel che può significare: e se ne siete
risoluto, esplicate. maricondo E la figura et il motto ha certa parentela col
precedente motto e figura, come si può facilmente comprendere se alquanto si
considera. Ma leggiamo l’articolo: Se da gli eroi, da gli dèi, da le genti
assicurato son che non desperi; né téma, né dolor, né impedimenti de la morte,
del corpo, de piaceri fia ch’oltre apprendi, che soffrisca e senti; e perché
chiari vegga i miei sentieri, faccian dubio, dolor, tristezza spenti speranza,
gioia e gli diletti intieri. Ma se mirasse, facesse, ascoltasse miei pensier,
miei desii e mie raggioni, chi le rende sì ’ncerti, ardenti e casse, sì graditi
concetti, atti, sermoni, non sa, non fa, non ha qualumque stassi de l’orto,
vita e morte a le maggioni. Ciel, terr’, orco s’opponi; s’ella mi splend’, e
accend’, et emmi a lato, farammi illustre, potente e beato. Da quel che ne gli
precedenti discorsi abbiamo considerato e detto si può comprendere il
sentimento di ciò, massime dove si è dimostrato che il senso di cose basse è
attenuato et annullato dove le potenze superiori sono gagliardamente intente ad
oggetto più magnifico et eroico. E tanta la virtù della contemplazione (come
nota lamblice) che accade tal volta non solo che l’anima ripose da gli atti
inferiori, ma et oltre lascie il corpo a fatto. Il che non voglio intendere
altrimenti che in tante maniere quali sono esplicate nel libro De’ trenta
sigilli, dove son prodotti tanti modi di contrazzione. De quali alcune
vituperosa, altre eroicamente fanno che non s’apprenda téma di morte, non si
soffrisca dolor di corpo, non si sentano impedimenti di piaceri: onde la
speranza, la gioia, e gli diletti del spirto superiore siano di tal sorte
intenti, che faccian spente le passioni tutte che possano aver origine da
dubbio, dolore e tristezza alcuna. cesarino Ma che cosa è quella da cui
richiede che mire a que’ pensieri ch’ha resi cossì incerti, compisca gli suoi
desii che fa sì ardenti, et ascolte le sue raggioni che rende sì casse?
maricondo Intende l’oggetto il quale allora il mira, quando esso se gli fa
presente; atteso che veder la divinità è l’esser visto da quella, come vedere
il sole concorre con l’esser visto dal sole; parimente essere ascoltato dalla
divinità è a punto ascoltar quella, et esser favorito da quella è il medesimo
esporsegli; dalla quale una medesima et immobile procedono pensieri incerti e
certi, desii ardenti et appagati, e raggioni exaudite e casse: secondo che
degna, o indegnamente l’uomo se gli presenta con l’intelletto, affetto et
azzioni. Come il medesimo nocchiero vien detto caggione della summersione o
salute della nave, per quanto che o è a quella presente, overo da quella
trovasi absente; eccetto che il nocchiero per suo diffetto o compimento ruina e
salva la nave: ma la divina potenza che è tutta in tutto, non si porge o
suttrae se non per altrui conversione o aversione. VII. maricondo Con questa
dumque mi par ch’abbia gran concatenazione e conseguenza la figura seguente,
dove son due stelle in forma de doi occhi radianti con il suo motto che dice:
Mors et vita. cesarino Leggete dumque l’articolo. maricondo Cossì farò: Per man
d’amor scritto veder potreste nel volto mio l’istoria de mie pene; ma tu perché
il tuo orgoglio non si affrene et io infelice eternamente reste, a le palpebre
belle a me moleste asconder fai le luci tant’amene, ond’il turbato ciel non
s’asserene, né caggian le nemiche ombre funeste. Per la bellezza tua, per
l’amor mio, ch’a quella (benché tanta) è forse uguale, rèndite a la pietà diva
per dio. Non prolongar il troppo intenso male, ch’è del mio tanto amar indegno
fio: non sia tanto rigor con splender tale. Se ch’io viva ti cale, del grazioso
sguardo apri le porte: mirami, o bella, se vuoi darmi morte. Qua il volto in
cui riluce l’istoria de sue pene, è l’anima, in quanto che è esposta alla
recepzion de doni superiori, al riguardo de quali è in potenza et attitudine,
senza compimento di perfezzione et atto: il qual aspetta la ruggiada divina.
Onde ben fu detto: Anima mea sicut terra sine aqua tibi. Et altrove: Os meum
aperui et attraxi spiritum, quia mandata tua desiderabam. Appresso, l’orgoglio
che non s’affrena è detto per metafora e similitudine (come de Dio tal volta si
dice gelosia, ira, sonno): e quello significa la difficultà con la quale egli
fa copia di far veder al meno le sue spalli, che è il farsi conoscere mediante
le cose posteriori, et effetti. Cossì copre le luci con le palpebre, non
asserena il turbato cielo de la mente umana, per toglier via l’ombra de gli
enigmi e similitudini. – Oltre (perché non crede che tutto quel che non è non
possa essere) priega la divina luce che per la sua bellezza la quale non deve
essere a tutti occolta, almeno secondo la capacità de chi la mira, e per il suo
amore che forse a tanta bellezza è uguale (uguale intende de la beltade in
quanto che la se gli può far comprensibile), che si renda alla pietà, cioè che
faccia come quelli che son piatosi, quali da ritrosi e schivi si fanno graziosi
et affabili: e che non prolonghe il male che avviene da quella privazione; e
non permetta che il suo splendor per cui è desiderata, appaia maggiore che il
suo amore con cui si communiche: stante che tutte le perfezzioni in lei non
solamente sono uguali, ma ancor medesime. – Al fine la ripriega che non oltre
l’attriste con la privazione; perché potrà ucciderlo con la luce de suoi
sguardi, e con que’medesimi donargli vita: e però non lo lasce a la morte con
ciò che le amene luci siano ascose da le palpebre. cesarino Vuol dire quella
morte de amanti che procede da somma gioia, chiamata da Cabalisti mors oscuri?
la qual medesima è vita eterna, che l’uomo può aver in disposizione in questo
tempo, et in effetto nell’eternità? maricondo Cossì è. VIII. cesarino Ma è
tempo di procedere a considerar il seguente dissegno simile a questi prossimi
avanti rapportati, con li quali ha certa conseguenza. Vi è un’aquila che con
due ali s’appiglia al cielo; ma non so come e quanto vien ritardata dal pondo
d’una pietra che tien legata a un piede. Et èvvi il motto: Scinditur incertum.
E certo significa la moltitudine, numero e volgo delle potenze de l’anima; alla
significazion della quale è preso quel verso: Scinditur incertum studia in
contraria vulgus. Il qual volgo tutto generalmente è diviso in due fazzioni
(quantumque subordinate a queste non mancano de l’altre), de le quali altre
invitano a l’alto dell’intelligenza e splendore di giustizia; altre allettano,
incitano e forzano in certa maniera al basso, alle sporcizie delle voluttadi, e
compiacimenti de voglie naturali. Onde dice l’articolo: Bene far voglio, e non
mi vien permesso; meco il mio sol non è, bench’io sia seco, che per esser con
lui, non son più meco, ma da me lungi, quanto a lui più presso. Per goder una
volta, piango spesso; cercando gioia, afflizzion mi reco; perché veggio
tropp’alto, son sì cieco; per acquistar mio ben, perdo me stesso. Per amaro
diletto, e dolce pena, impiombo al centro, e vers’il ciel m’appiglio; necessità
mi tien, bontà mi mena; sorte m’affonda, m’inalza il consiglio; desio mi
sprona, et il timor m’affrena; cura m’accende, e fa tard’il periglio. Qual
dritto o divertiglio mi darà pace, e mi terrà de lite, s’avvien ch’un sì mi
scacce, e l’altro invite? L’ascenso procede nell’anima dalla facultà et appulso
ch’è nell’ali, che son l’intelletto et intellettiva volontade, per le quali
essa naturalmente si riferisce et ha la sua mira a Dio come a sommo bene e
primo vero, come all’absoluta bontà e bellezza. Cossì come ogni cosa
naturalmente ha impeto verso il suo principio regressivamente, e
progressivamente verso il suo fine e perfezzione, come ben disse Empedocle; da
la cui sentenza mi par che si possa inferire quel che disse il Nolano in questa
ottava: Convien ch’il sol d’onde parte raggiri, e al suo principio i
discorrenti lumi; e ’l ch’è di terra, a terra si retiri, e al mar corran dal
mar partiti fiumi, et ond’han spirto e nascon i desiri aspiren come a venerandi
numi: cossì dalla mia diva ogni pensiero nato, che torne a mia diva è mistiero.
La potenza intellettiva mai si quieta, mai s’appaga in verità compresa, se non
sempre oltre et oltre procede alla verità incomprensibile: cossì la volontà che
séguita l’apprensione, veggiamo che mai s’appaga per cosa finita. Onde per
conseguenza non si riferisce l’essenza de l’anima ad altro termine che al fonte
della sua sustanza et entità. Per le potenze poi naturali, per le quali è
convertita al favore e governo della materia, viene a referirse et aver appulso,
a giovare et a comunicar de la sua perfezzione a cose inferiori, per la
similitudine che ha con la divinità, che per la sua bontade si comunica o
infinitamente producendo, idest communicando l’essere a l’universo infinito, e
mondi innumerabili in quello; o finitamente, producendo solo questo universo
suggetto alli nostri occhi e comun raggione. Essendo dumque che nella essenza
unica de l’anima se ritrovano questi doi geni de potenze, secondo che è
ordinata et al proprio e l’altrui bene, accade che si depinga con un paio
d’ali, mediante le quali è potente verso l’oggetto delle prime et immateriali
potenze; e con un greve sasso, per cui è atta et efficace verso gli oggetti
delle seconde e materiali potenze. Là onde procede che l’affetto intiero del
furioso sia ancipite, diviso, travaglioso, e messo in facilità de inchinare più
al basso, che di forzarsi ad alto: atteso che l’anima si trova nel paese basso
e nemico, et ottiene la regione lontana dal suo albergo più naturale, dove le
sue forze son più sceme. cesarino Credi che a questa difficultà si possa
riparare? maricondo Molto bene; ma il
principio è durissimo, e secondo che si fa più e più fruttifero progresso di
contemplazione, si doviene a maggiore e maggior facilità. Come avviene a chi
vola in alto, che quanto più s’estoglie da la terra, vien ad aver più aria
sotto che lo sustenta, e conseguentemente meno vien fastidito dalla gravità;
anzi tanto può volar alto, che senza fatica de divider l’aria non può tornar al
basso, quantunque giudicasi che più facil sia divider l’aria profondo verso la
terra, che alto verso l’altre stelle. cesarino Tanto che col progresso in
questo geno, s’acquista sempre maggiore e maggiore facilità di montare in alto?
maricondo Cossì è; onde ben disse il Tansillo: Quanto più sott’il pie l’aria mi
scorgo, più le veloci penne al vento porgo: e spreggio il mondo, e verso il
ciel m’invio. Come ogni parte de corpi e detti elementi quanto più s’avvicina
al suo luogo naturale, tanto con maggior impeto e forza va, sin tanto che al fine
o voglia o non bisogna che vi pervegna. Qualmente dumque veggiam nelle parti de
corpi a gli proprii corpi, cossì doviam giudicare de le cose intellettive verso
gli proprii oggetti, come proprii luoghi, patrie e fini. Da qua facilmente
possete comprendere il senso intiero significato per la figura, per il motto e
per gli carmi. cesarino Di sorte che quanto vi s’aggiongesse, tanto mi parrebe
soverchio. IX. cesarino Vedasi ora quel che vien presentato per quelle due
saette radianti sopra una targa, circa la quale è scritto Vicit instans.
maricondo La guerra continua tra l’anima del furioso la qual gran tempo per la
maggior familiarità che ha con la materia, era più dura et inetta ad esser
penetrata da gli raggi del splendor della divina intelligenza e spezie della
divina bontade; per il qual spacio dice ch’il cor smaltato de diamante, cioè
l’affetto duro et inetto ad esser riscaldato e penetrato, ha fatto riparo a gli
colpi d’amore che aportavano gli assalti da parti innumerabili. Vuol dire non
ha sentito impiagarsi da quelle piaghe de vita eterna de le quali parla la
Cantica quando dice: Vulnerasti cor meum, o dilecta, vulnerasti cor meum. Le quali
piaghe non son di ferro, o d’altra materia, per vigor e forza de nervi; ma son
freccie de Diana o di Febo: cioè o della dea de gli deserti della
contemplazione de la Veritade, cioè della Diana che è l’ordine di seconde
intelligenze che riportano il splender ricevuto dalla prima, per comunicarlo a
gli altri che son privi de più aperta visione; o pur del nume più principale
Apollo, che con il proprio e non improntato splendore manda le sue saette, cioè
gli suoi raggi, da parti innumerabili tali e tante che son tutte le specie
delle cose, le quali son indicatrici della divina bontà, intelligenza, beltade
e sapienza, secondo diversi ordini dall’apprension dovenir furiosi amanti,
percioché l’adamantino suggetto non ripercuota dalla sua superficie il lume impresso:
ma rammollato e domato dal calore e lume, vegna a farsi tutto in sustanza
luminoso, tutto luce, con ciò che vegna penetrato entro l’affetto e concetto.
Questo non è subito nel principio della generazione quando l’anima di fresco
esce ad esser inebriata di Lete et imbibita de l’onde de l’oblio e confusione:
onde il spirito vien più cattivato al corpo e messo in essercizio della
vegetazione, et a poco a poco si va digerendo per esser atto a gli atti della
sensitiva facultade, sin tanto che per la razionale e discorsiva vegna a più
pura intellettiva, onde può introdursi a la mente e non più sentirsi annubilata
per le fumositadi di quell’umore che per l’exercizio di contemplazione non s’è
putrefatto nel stomaco, ma è maturamente digesto. – Nella qual disposizione il
presente furioso mostra aver durato sei lustri, nel discorso de quali non era
venuto a quella purità di concetto che potesse farsi capace abitazione delle
specie peregrine, che offrendosi a tutte ugualmente batteno sempre alla porta
de l’intelligenza. Al fine l’amore che da diverse parti et in diverse volte
l’avea assaltato come in vano (qualmente il sole in vano se dice lucere e
scaldare a quelli che son nelle viscere de la terra et opaco profondo), per
essersi accampato in quelle luci sante, cioè per aver mostrato per due specie
intelligibili la divina bellezza, la quale con la raggione di verità gli legò
l’intelletto e con la raggione di bontà scaldògli l’affetto, vennero superari
gli studi materiali e sensitivi che altre volte soleano come trionfare,
rimanendo (a mal grado de l’eccellenza de l’anima) intatti; perché quelle luci
che facea presente l’intelletto agente illuminatore e sole d’intelligenza,
ebbero facile entrata per le sue luci (quella della verità per la porta de la
potenza intellettiva, quella della bontà per la porta della potenza appetitiva)
al core, cioè alla sustanza del generale affetto. Questo fu quel doppio strale
che venne come da man de guerriero irato, cioè più pronto, più efficace, più
ardito, che per tanto tempo innanzi s’era dimostrato come più debole o
negligente. Allora quando primieramente fu sì scaldato et illuminato nel
concetto, fu quello vittorioso punto e momento, per cui è detto: Vicit instans.
Indi possete intendere il senso della proposta figura, motto, et articolo che
dice: Forte a i colpi d’amor feci riparo quand’assalti da parti varie e tante
soffers’il cor smaltato di diamante; ond’i miei studi de suoi trionfare. Al fin
(come gli cieli destinaro) un dì accampossi in quelle luci sante, che per le
mie sole tra tutte quante facil entrata al cor mio ritrovare. Indi mi s’avventò
quel doppio strale, che da man di guerrier irato venne, qual sei lustri assalir
mi seppe male: notò quel luogo, e forte vi si tenne, piantò ’l trofeo di me là
d’onde vale tener ristrette mie fugaci penne. Indi con più sollenne
apparecchio, mai cessano ferire mio cor, del mio dolce nemico l’ire. Singular
instante fu il termine del cominciamento e perfezzione della vittoria.
Singulari gemine specie furon quelle, che sole tra tutte quante trovaro facile
entrata; atteso che quelle contegnono in sé l’efficacia e virtù de tutte
l’altre: atteso che qual forma megliore e più eccellente può presentarsi che di
quella bellezza, bontà e verità, la quale è il fonte d’ogn’altra verità, bontà,
beltade? Notò quel luogo, prese possessione de l’affetto, rimarcollo,
impressevi il carattere di sé; e forte vi si tenne, e se l’ha confirmato,
stabilito, sancito di sorte che non possa più perderlo: percioché è impossibile
che uno possa voltarsi ad amar altra cosa quando una volta ha compreso nel
concetto la bellezza divina. Et è impossibile che possa far di non amarla, come
è impossibile che nell’appetito cada altro che bene o specie di bene. E però
massimamente deve convenire l’appetenzia del sommo bene. Cossì ristrette son le
penne che soleano esser fugaci concorrendo giù col pondo della materia. Cossì
da là mai cessano ferire, sollecitando l’affetto e risvegliando il pensiero, le
dolci ire, che son gli efficaci assalti del grazioso nemico, già tanto tempo
ritenuto escluso, straniero e peregrino. È ora unico et intiero possessore e
disponitor de l’anima; perché ella non vuole, né vuol volere altro; né gli
piace, né vuol che gli piaccia altro, onde sovente dica: Dolci ire, guerra
dolce, dolci dardi, dolci mie piaghe, miei dolci dolori. cesarino Non mi par
che rimagna cosa da considerar oltre in proposito di questo. Veggiamo ora
questa faretra et arco d’amore, come mostrano le faville che sono in circa, et
il nodo del laccio che pende: con il motto che è, Subito, clam. Giordano Bruno
De gl’eroici furori maricondo Assai mi ricordo d’averlo veduto espresso ne
l’articolo; però leggiamolo prima: Avida di trovar bramato pasto, l’aquila
vers’il ciel ispiega l’ali, facend’accorti tutti gli animali, ch’al terzo volo
s’apparecchia al guasto. E del fiero leon ruggito vasto fa da l’alta spelunca
orror mortali, onde le belve presentando i mali fuggon a gli antri il famelico
impasto. E ’l ceto quando assalir vuol l’armento muto di Proteo da gli antri di
Teti, pria fa sentir quel spruzzo violento. Aquile ’n ciel, leoni in terr’e i
ceti signor’ in mar, non vanno a tradimento: ma gli assalti d’amor vegnon
secreti. Lasso, que’ giorni lieti troncommi l’efficacia d’un instante, che
femmi a lungo infortunato amante. Tre sono le regioni de gli animanti composti
de più elementi: la terra, l’acqua, l’aria. Tre son gli geni de quelli: fiere,
pesci et ucelli. In tre specie sono gli prìncipi conceduti e definiti dalla
natura: ne l’aria l’aquila, ne la terra il leone, ne l’acqua il ceto: de quali
ciascuno come dimostra più forza et imperio che gli altri, viene anco a far
aperto atto di magnanimità, o simile alla magnanimità. Percioché è osservato
che il leone, prima che esca a la caccia, manda un ruggito forte che fa
rintonar tutta la selva, come de l’erinnico cacciatore nota il poetico detto:
At saeva e speculis tempus dea nacta nocendi, ardua testa petit, stabuli et de
culmine summo pastorale canit signum, cornuque recurvo tartaream intendit
vocem, qua protinus omne contremuit nemus, et silvae intonuere profundae. De
l’aquila ancora si sa che volendo procedere alla sua venazione, prima s’alza
per dritto dal nido per linea perpendicolare in alto, e quasi per l’ordinario
la terza volta si balza da alto con maggior impeto e prestezza che se volasse
per linea piana; onde dal tempo in cui cerca il vantaggio della velocità del
volo, prende anco comodità di specular da lungi la preda, della quale o despera
o si risolve dopo fatte tre remirate. cesarino Potremmo conietturare per qual
caggione, se alla prima si presentasse a gli occhi la preda, non viene subito a
lanciarsegli sopra? maricondo Non certo. Ma forse che ella sin tanto distingue
se si gli possa presentar megliore o più comoda preda. Oltre non credo che ciò
sia sempre, ma per il più ordinario. Or venemo a noi. Del ceto o balena è cosa
aperta che per essere un machinoso animale non può divider l’acqui se non con
far che la sua presenza sia presentita dal ributto de l’onde: senza questo, che
si trovano assai specie di questo pesce che con il moto e respirar che fanno,
egurgitano una ventosa tempesta di spruzzo acquoso. Da tutte dumque le tre
specie de principi animali hanno facultà di prender tempo di scampo gli animali
inferiori: di sorte che non procedono come subdoli e traditori. Ma l’Amor che è
più forte e più grande, e che ha domìno supremo in cielo, in terra et in mare,
e che per similitudine di questi forse derrebe mostrar tanto più eccellente
magnanimità quanto ha più forza, niente di manco assalta e fere a l’improvisto
e subito. Labitur totas furor in medullas, igne furtivo populante venas, nec
habet latam data plaga frontem; sed vorat tectas penitus medullas, virginum
ignoto ferit igne pectus. Come vedete, questo tragico poeta lo chiama furtivo
fuoco, ignote fiamme; Salomone lo chiama acqui furtive, Samuele lo nomò sibilo
d’aura sottile. Li quali tre significano con qual dolcezza, lenità et astuzia,
in mare, in terra, in cielo, viene costui a (come) tiranneggiar l’universo.
cesarino Non è più grande imperio, non è tirannide peggiore, non è meglior
domino, non è potestà più necessaria, non è cosa più dolce e suave, non si
trova cibo che sia più austero et amaro, non si vede nume più violento, non è
dio più piacevole, non agente più traditore e finto, non autor più regale e
fidele, e (per finirla) mi par che l’amor sia tutto, e faccia tutto; e de lui
si possa dir tutto, e tutto possa attribuirsi a lui. maricondo Voi dite molto
bene. L’amor dumque (come quello che opra massime per la vista, la quale è
spiritualissimo de tutti gli sensi, per che subito monta sin alli appresi
margini del mondo, e senza dilazion di tempo si porge a tutto l’orizonte della
visibilità) viene ad esser presto, furtivo, improvisto e subito. Oltre è da
considerare quel che dicono gli antichi, che l’amor precede tutti gli altri dèi;
però non fia mestiero de fingere che Saturno gli mostre il camino, se non con
seguitarlo. Appresso, che bisogna cercar se l’amore appaia e facciasi prevedere
di fuori, se il suo alloggiamento è l’anima medesima, il suo letto è l’istesso
core, e consiste nella medesima composizione de nostra sustanza, nel medesimo
appulso de nostre potenze? Finalmente ogni cosa naturalmente appete il bello e
buono, e però non vi bisogna argumentare e discorrere perché l’affetto si
informe e conferme; ma subito et in uno instante l’appetito s’aggionge a
l’appetibile, come la vista al visibile. XI. cesarino Veggiamo appresso che
voglia dir quella ardente saetta circa la quale è avolto il motto: Cui nova
plaga loco?. Dechiarate che luogo cerca questa per ferire. maricondo Non
bisogna far altro che leggere l’articolo, che dice cossì: Che la bogliente
Puglia o Libia mieta tante spiche, et areste tante a i venti commetta, e mande
tanti rai lucenti da sua circonferenza il gran pianeta, quanti a gravi doler
quest’alma lieta (che sì triste si gode in dolci stenti) accoglie da due stelle
strali ardenti, ogni senso e raggion creder mi vieta. Che tenti più, dolce
nemico, Amore? qual studio a me ferir oltre ti muove, or ch’una piaga è fatto
tutto il core? Poiché né tu, né altro ha un punto, dove per stampar cosa nuova,
o punga, o fóre, volta volta sicur or l’arco altrove. Non perder qua tue prove,
per che, o bel dio, se non in vano, a torto oltre tenti amazzar colui ch’è
morto. Tutto questo senso è metaforico come gli altri, e può esser inteso per
il sentimento di quelli. Qua la moltitudine de strali che hanno ferito e
feriscono il core significa gl’innumerabili individui e specie de cose, nelle
quali riluce il splendor della divina beltade, secondo gli gradi di quelle, et
onde ne scalda l’affetto del proposto et appreso bene. De quali l’un e l’altro
per le raggioni de potenzia et atto, de possibilità et effetto, e cruciano e
consolano, e donano senso di dolce e fanno sentir l’amaro. Ma dove l’affetto
intiero è tutto convertito a Dio, cioè all’idea de le idee, dal lume de cose
intelligibili la mente viene exaltata alla unità super essenziale, è tutta
amore, tutta una, non viene ad sentirsi sollecitata da diversi oggetti che la
distrahano: ma è una sola piaga, nella quale concorre tutto l’affetto, e che
viene ad essere la sua medesima affezzione. Allora non è amore o appetito di
cosa particolare che possa sollecitare, né almeno farsi innanzi a la voluntade,
perché non è cosa più retta ch’il dritto, non è cosa più bella che la bellezza,
non è più buono che la bontà, non si trova più grande che la grandezza, né cosa
più lucida che quella luce, la quale con la sua presenza oscura e cassa gli
lumi tutti. cesarino Al perfetto, se è perfetto, non è cosa che si possa
aggiongere: però la volontà non è capace d’altro appetito, quando fiagli
presente quello ch’è del perfetto, sommo, e massimo. Intendere dumque posso la
conclusione, dove dice a l’amore: Non perder qua tue prove; perché, se non in
vano, a torto (si dice per certa similitudine e metafora) tenti ammazzar colui
ch’è morto. Cioè quello che non ha più vita né senso circa altri oggetti, onde
da quelli possa esser punto o forato; a che oltre viene ad essere esposto ad
altre specie? e questo lamento accade a colui che, avendo gusto de l’optima unità,
vorrebe essere al tutto exempto et abstratto dalla moltitudine. maricondo
Intendete molto bene. cesarino Or ecco appresso un fanciullo dentro un battello
che sta ad ora ad ora per essere assorbito, da l’onde tempestose, che languido
e lasso ha abandonati gli remi. Et èvvi circa lo motto Fronti nulla fides. Non
è dubio che questo significhe che lui dal sereno aspetto de l’acqui fu invitato
a solcar il mare infido; il quale a l’improviso avendo inturbidato il volto,
per estremo e mortal spavento, e per impotenza di romper l’impeto, gli ha fatto
dismetter il capo, braccia, e la speranza. Ma veggiamo il resto: Gentil garzon
che dal lido scioglieste la pargoletta barca, e al remo frale, vago del mar
l’indotta man porgeste, or sei repente accorto del tuo male. Vedi del traditor
l’onde funeste la prora tua, ch’o troppo scend’o sale; né l’alma vinta da cure
moleste, contra gli obliqui e gonfii flutti vale. Cedi gli remi al tuo fero
nemico, e con minor pensier la morte aspetti, che per non la veder gli occhi ti
chiudi. Se non è presto alcun soccorso amico, sentirai certo or or gli ultimi
effetti de tuoi si rozzi e curiosi studi. Son gli miei fati crudi simili a’
tuoi, perché vago d’Amore sento il rigor del più gran traditore. In qual
maniera e perché l’amore sia traditore e frodulento l’abbiamo poco avanti
veduto: ma perché veggio il seguente senza imagine e motto, credo che abbia
conseguenza con il presente; però continuano leggendolo: Lasciato il porto per
prova e per poco, feriando da studi più maturi, ero messo a mirar quasi per
gioco: quando viddi repente i fati duri. Quei sì m’han fatto violento il foco,
ch’in van ritento a i lidi più sicuri, in van per scampo man piatosa invoco,
perché al nemico mio ratto mi furi. Impotent’a suttrarmi, roco e lasso io cedo
al mio destino, e non più tento di far vani ripari a la mia morte: facciami pur
d’ogni altra vita casso, e non più tarde l’ultimo tormento, che m’ha prescritto
la mia fera sorte. Tipo di mio mal forte è quel che si commese per trastullo al
sen nemico, improvido fanciullo. Qua non mi confido de intendere o determinar
tutto quel che significa il furioso: pure è molto espressa una strana
condizione d’un animo dismesso dall’apprension della difficultà de l’opra,
grandezza della fatica, vastità del lavoro da un canto; e da un altro,
l’ignoranza, privazion de l’arte, debolezza de nervi, e periglio di morte. Non
ha consiglio atto al negocio; non si sa d’onde e dove debba voltarsi, non si
mostra luogo di fuga o di rifugio; essendo che da ogni parte minacciano l’onde de
l’impeto spaventoso e mortale. Ignoranti portum, nullus suus ventus est. Vede
colui che molto e pur troppo s’è commesso a cose fortuite, s’aver edificato la
perturbazione, il carcere, la ruina, la summersione. Vede come la fortuna si
gioca di noi; la qual ciò che ne mette con gentilezza in mano, o lo fa rompere
facendolo versar da le mani istesse, o fa che da l’altrui violenza ne sia
tolto, o fa che ne suffoche et avvelene, o ne sollecita con la suspizione,
timore e gelosia, a gran danno e ruina del possessore. Fortunae an ulla putatis
dona carere dolis? Or, perché la fortezza che non può far esperienza di sé, è
cassa; la magnanimità che non può prevalere, è nulla, et è vano il studio senza
frutto; vede gli effetti del timore del male, il quale è peggio ch’il male
istesso: Peior est morte timor ipse mortis. Già col timore patisce tutto quel
che teme de patire, orror ne le membra, imbecillità ne gli nervi, tremor del
corpo, anxia del spirito; e si fa presente quel che non gli è sopragionto
ancora, et è certo peggiore che sopragiongere gli possa: che cosa più stolta
che dolere per cosa futura, absente, e la qual presente non si sente? Queste
son considerazioni su la superficie e l’istoriale de la figura. Ma il proposito
del furioso eroico penso che verse circa l’imbecillità de l’ingegno umano il
quale attento a la divina impresa in un subito talvolta si trova ingolfato
nell’abisso della eccellenza incomprensibile, onde il senso et imaginazione
vien confusa et assorbita, che non sapendo passar avanti, né tornar a dietro,
né dove voltarsi, svanisce e perde l’esser suo non altrimenti che una stilla
d’acqua che svanisce nel mare, o un picciol spirito che s’attenua perdendo la
propria sustanza nell’aere spacioso et inmenso. maricondo Bene: ma andiamone
discorrendo verso la stanza, perché è notte. fine del primo dialogo mariconda
Qua vedete un giogo fiammeggiante et avolto de lacci, circa il quale è scritto
Levius aura; che vuol significar come l’amor divino non aggreva, non trasporta
il suo servo, cattivo e schiavo al basso, al fondo: ma l’inalza, lo sulleva, il
magnifica sopra qualsivoglia libertade. cesarino Priegovi leggiamo presto
l’articolo, perché con più ordine, proprietà e brevità possiamo considerar il
senso, se pur in quello non si trova altro. mariconda Dice cossì: Chi femmi ad
alt’amor la mente desta, chi fammi ogn’altra diva e vile e vana, in cui beltad’
e la bontà sovrana unicamente più si manifesta; quell’è ch’io viddi uscir da la
foresta, cacciatrice di me la mia Diana, tra belle ninfe su l’aura Campana, per
cui dissi ad Amor: Mi rendo a questa; et egli a me: O fortunato amante, o dal
tuo fato gradito consorte: che colei sola che tra tante e tante, quai ha nel
grembo la vit’e la morte, più adorna il mondo con le grazie sante, ottenesti
per studio e per sorte, ne l’amorosa corte sì altamente felice cattivo, che non
invidii a sciolt’ altr’uomo o divo. Vedi quanto sia contento sotto tal giogo,
tal coniugio, tal soma che l’ha cattivato a quella che vedde uscir da la
foresta, dal deserto, da la selva; cioè da parti rimosse dalla moltitudine,
dalla conversazione, dal volgo, le quali son lustrate da pochi. Diana splendor
di specie intelligibili, è cacciatrice di sé, perché con la sua bellezza e
grazia l’ha ferito prima, e se l’ha legato poi; e tienio sotto il suo imperio
più contento che mai altrimenti avesse potuto essere. Questa dice tra belle
nimfe, cioè tra la moltitudine d’altre specie, forme et idee; e su l’aura
Campana, cioè quello ingegno e spirito che si mostrò a Nola, che giace al piano
del orizonte campano. A quella si rese, quella più ch’altra gli venne lodata da
l’amore, che per lei vuol che si tegna tanto fortunato, come quella che, tra
tutte quante si fanno presenti et absenti da gli occhi de mortali, più
altamente adorna il mondo, fa l’uomo glorioso e bello. Quindi dice aver sì
desta la mente ad eccellente amore, che apprende ogni altra diva, cioè cura et
osservanza d’ogni altra specie, vile e vana. – Or in questo che dice aver desta
la mente ad amor alto, ne porge essempio de magnificar tanto alto il core per
gli pensieri, studii et opre, quanto più possibil fia, e non intrattenerci a
cose basse e messe sotto la nostra facultade: come accade a coloro che o per
avarizia, o per negligenza, o pur altra dapocagine rimagnono in questo breve
spacio de vita attaccati a cose indegne. cesarino Bisogna che siano arteggiani,
meccanici, agricoltori, servitori, pedoni, ignobili, vili, poveri, pedanti et
altri simili: perché altrimenti non potrebono essere filosofi, contemplativi,
coltori degli animi, padroni, capitani, nobili, illustri, ricchi, sapienti, et
altri che siano eroici simili a gli dèi. Però a che doviamo forzarci di
corrompere il stato della natura il quale ha distinto l’universo in cose
maggiori e minori, superiori et inferiori, illustri et oscure, degne et
indegne, non solo fuor di noi, ma et ancora dentro di noi, nella nostra
sustanza medesima, sin a quella parte di sustanza che s’afferma inmateriale?
Come delle intelligenze altre son suggette, altre preminenti, altre serveno ed ubediscono,
altre comandano e governano. Però io crederei che questo non deve esser messo
per essempio a fin che li sudditi volendo essere superiori, e gl’ignobili
uguali a gli nobili, non vegna a pervertirsi e confondersi l’ordine delle cose,
che al fine succeda certa neutralità e bestiale equalità, quale si ritrova in
certe deserte et inculte republiche. Non vedete oltre in quanta iattura siano
venute le scienze per questa caggione che gli pedanti hanno voluto essere
filosofi, trattar cose naturali, intromettersi a determinar di cose divine? Chi
non vede quanto male è accaduto et accade per averno simili fatte ad alti amori
le menti deste? Chi ha buon senso, e non vede del profitto che fe’ Aristotele,
che era maestro de lettere umane ad Alessandro, quando applicò alto il suo spirito
a contrastare e muover guerra a la dottrina pitagorica e quella de filosofi
naturali, volendo con il suo raciocinio logicale ponere diffinizioni, nozioni,
certe quinte entitadi et altri parti et aborsi de fantastica cogitazione per
principio e sustanza di cose, studioso più della fede del volgo e sciocca
moltitudine, che viene più incaminata e guidata con sofismi et apparenze che si
trovano nella superficie delle cose, che della verità che è occolta nella
sustanza di quelle, et è la sustanza medesima loro? Fece egli la mente desta
non a farsi contemplatore, ma giudice e sentenziatore di cose che non avea
studiate mai, né bene intese. Cossì a’ tempi nostri quel tanto di buono ch’egli
apporta e singolare di raggione inventiva, iudicativa e di metafisica, per
ministerio d’altri pedanti che lavorano col medesimo sursum corda, vegnono
instituite nove dialettiche e modi di formar la raggione: tanto più vili di
quello d’Aristotele quanto forse la filosofia d’Aristotele è incomparabilmente
più vile di quella de gli antichi. Il che è pure avvenuto da quel che certi
grammatisti dopo che sono invecchiati nelle culine de fanciulli e notomie de
frasi e de vocaboli, ban voluto destar la mente a far nuove logiche e
metafisiche, giudicando e sentenziando quelle che mai studiorno et ora non
intendono: là onde cossì questi col favore della ignorante moltitudine (al cui
ingegno son più conformi), potranno cossì bene donar il crollo alle umanitadi e
raziocinio d’Aristotele, come questo fu carnefice delle altrui divine filosofie.
Vedi dumque a che suol promovere questo consiglio, se tutti aspireno al
splendor santo, et abbiano altre imprese vili e vane. mariconda Ride si sapis,
o puella, ride, pelignus (puto) dixerat poeta; sed non dixerat omnibus puellis:
et si dixerit omnibus puellis, non dixit tibi. Tu puella non es. Cossì il
sursum corda non è intonato a tutti, ma a quelli ch’hanno l’ali. Veggiamo bene
che mai la pedantaria è stata più in esaltazione per governare il mondo, che a’
tempi nostri; la quale fa tanti camini de vere specie intelligibili et oggetti
de l’unica veritade infallibile, quanti possano essere individui pedanti. Però
a questo tempo massime denno esser isvegliati gli ben nati spiriti armati dalla
verità et illustrati dalla divina intelligenza, di prender l’armi contra la
fosca ignoranza, montando su l’alta rocca et eminente torre della
contemplazione. A costoro conviene d’aver ogni altra impresa per vile e vana.
Questi non denno in cose leggieri e vane spendere il tempo, la cui velocità è
infinita: essendo che sì mirabilmente precipitoso scorra il presente, e con la
medesima prestezza s’accoste il futuro. Quel che abbiamo vissuto è nulla, quel
che viviamo è un punto, quel ch’abbiamo a vivere non è ancora un punto, ma può
essere un punto, il quale insieme sarà e sarà stato. E tra tanto questo
s’intesse la memoria di genealogie, quello attende a desciferar scritture,
quell’altro sta occupato a moltiplicar sofismi da fanciulli. Vedrai verbigrazia
un volume pieno di: Cor est fons vite, nix est alba: ergo cornix est fons vitae
alba. Quell’altro garrisce se il nome fu prima o il verbo, l’altro se il mare o
gli fonti, l’altro vuol rinovare gli vocaboli absoleti che per esserno venuti
una volta in uso e proposito d’un scrittore antico, ora de nuovo le vuol far
montar a gli astri; l’altro sta su la falsa e vera ortografia, altri et altri
sono sopra altre et altre simili frascarie, le quali molto più degnamente son
spreggiate che intese. Qua diggiunano, qua ismagriscono, qua intisichiscono,
qua arrugano la pelle, qua allungano la barba, qua marciscono, qua poneno
l’àncora del sommo bene. Con questo spreggiano la fortuna, con questo fan
riparo e poneno il scudo contra le lanciate del fato. Con tali e simili
vilissimi pensieri credeno montar a gli astri, esser pari a gli dei, e
comprendere il bello e buono che promette la filosofia. cesarino È gran cosa
certo che il tempo che non può bastarci manco alle cose necessarie, quantunque
diligentissimamente guardato, viene per la maggior parte ad esser speso in cose
superflue, anzi cose vili e vergognose. – Non è da ridere di quello che fa
lodabile Archimede o altro appresso alcuni, che a tempo che la cittade andava
sottosopra, tutto era in ruina, era acceso il fuoco ne la sua stanza, gli
nemici gli erano dentro la camera a le spalli, nella discrezzion et arbitrio de
quali consisteva de fargli perdere l’arte, il cervello e la vita; e lui tra
tanto avea perso il senso e proposito di salvar la vita, per averlo lasciato a
dietro a perseguitar forse la proporzione de la curva a la retta, del diametro
al circolo o altre simili matesi, tanto degne per giovanotti quanto indegne
d’uno che (se posseva) devrebbe essere invecchiato et attento a cose più degne
d’esser messe per fine de l’umano studio. mariconda In proposito di questo mi
piace quello che voi medesimo poco avanti dicesti, che bisogna ch’il mondo sia
pieno de tutte sorte de persone, e che il numero de gl’imperfetti, brutti,
poveri, indegni e scelerati sia maggiore: et in conclusione non debba essere
altrimenti che come è. La età lunga e vechiaia d’Archimede, Euclide, di
Prisciano, di Donato et altri che da la morte son stati trovati occupati sopra
li numeri, le linee, le dizzioni, le concordanze, scritture, dialecti,
sillogismi formali, metodi, modi de scienze, organi et altre isagogie, è stata
ordinata al servizio della gioventù e de’ fanciulli, gli quali apprender
possano e ricevere gli frutti della matura età di quelli, come conviene che
siano mangiati da questi nella lor verde etade: a fin che più adulti vegnano
senza impedimento atti e pronti a cose maggiori. cesarino Io non son fuor del
proposito che poco avanti ho mosso: essendo in proposito di quei che fanno
studio d’involar la fama e luogo de gli antichi con far nove opre o peggiori, o
non megliori de le già fatte, e spendeno la vita su le considerazioni da
mettere avanti la lana di capra o l’ombra de l’asino; et altri che in tutto il
tempo de la vita studiano di farsi esquisiti in que’ studii che convegnono alla
fanciullezza, e per la massima parte il fanno senza proprio et altrui profitto.
mariconda Or assai è detto circa quelli che non possono né debbono ardire
d’aver ad alt’amor la mente desta. Venemo ora a considerare della volontaria
cattività, e dell’ameno giogo sotto l’imperio de la detta Diana: quel giogo,
dico, senza il quale l’anima è impotente de rimontar a quella altezza da la
qual cadìo, percioché la rende più leggiera et agile; e gli lacci la fanno più
ispedita e sciolta. cesarino Discorrete dumque. mariconda Per cominciar,
continuar e conchiudere con ordine, considero che tutto quel che vive, in quel
modo che vive, conviene che in qualche maniera si nodrisca, si pasca. Però a la
natura intellettuale non quadra altra pastura che intellettuale, come al corpo
non altra che corporale: atteso che il nodrimento non si prende per altro fine
eccetto perché vada in sustanza de chi si nodrisce. Come dumque il corpo non si
trasmuta in spirito, né il spirito si trasmuta in corpo (perché ogni
trasmutazione si fa quando la materia che era sotto la forma de uno viene ad
essere sotto la forma de l’altro), cossì il spirito et il corpo non hanno
materia commune, di sorte che quello che era soggetto a uno possa dovenire ad
essere soggetto de l’altro. cesarino Certo se l’anima se nodrisse de corpo si
portarebe meglio dove è la fecondità della materia (come argumenta Iamblico),
di sorte che quando ne si fa presente un corpo grasso e grosso, potremmo
credere che sia vase d’un animo gagliardo, fermo, pronto, eroico, e dire: O
anima grassa, o fecondo spirito, o bello ingegno, o divina intelligenza, o
mente illustre, o benedetta ipostasi da far un convito a gli leoni, over un
banchetto a i dogs. Cossì un vecchio, come appare marcido, debole e diminuito
de forze, debba esser stimato de poco sale, discorso e raggione. Ma seguitate.
mariconda Or l’esca de la mente bisogna dire che sia quella sola che sempre da
lei è bramata, cercata, abbracciata, e volentieri più ch’altra cosa gustata,
per cui s’empie, s’appaga, ha prò e dovien megliore: cioè la verità alla quale
in ogni tempo, in ogni etade et in qualsivoglia stato che si trove l’uomo,
sempre aspira, e per cui suol spreggiar qualsivoglia fatica, tentar ogni
studio, non far caso del corpo, et aver in odio questa vita. Perché la verità è
cosa incorporea; perché nessuna, o sia fisica, o sia metafisica, o sia
matematica, si trova nel corpo; perché vedete che l’eterna essenza umana non è
ne gl’individui li quali nascono e muoiono. È la unità specifica (disse
Platone) non la moltitudine numerale che comporta la sustanza de le cose; però
chiamò l’idea uno e molti, stabile e mobile: perché come specie incorrottibile,
è cosa intelligibile et una, e come si communica alla materia et è sotto il
moto e generazione, è cosa sensibile e molti. In questo secondo modo ha più de
non ente che di ente: atteso che sempre è altro et altro, e corre eterno per la
privazione; nel primo modo è ente e vero. Vedete appresso che gli matematici
hanno per conceduto che le vere figure non si trovano ne gli corpi naturali, né
vi possono essere per forza di natura né di arte. Sapete ancora che la verità
de sustanze sopranaturali è sopra la materia. – Conchiudesi dumque che a chi
cerca il vero, bisogna montar sopra la raggione de cose corporee. Oltre di ciò
è da considerare che tutto quel che si pasce, ha certa mente e memoria naturale
del suo cibo, e sempre (massime quando fia più necessario) ha presente la
similitudine e specie di quello, tanto più altamente, quanto è più alto e
glorioso chi ambisce, e quello che si cerca. Da questo, che ogni cosa ha innata
la intelligenza de quelle cose che appartegnono alla conservazione de
l’individuo e specie, et oltre alla perfezion sua finale, depende la industria
di cercare il suo pasto per qualche specie di venazione. – Conviene dumque che
l’anima umana abbia il lume, l’ingegno e gl’instrumenti atti alla sua caccia.
Qua soccorre la contemplazione, qua viene in uso la logica, altissimo organo
alla venazione della verità, per distinguere, trovare e giudicare. Quindi si va
lustrando la selva de le cose naturali dove son tanti oggetti sotto l’ombra e
manto, e come in spessa, densa e deserta solitudine la verità suol aver gli
antri e cavernosi ricetti; fatti intessuti de spine, conchiusi de boscose,
ruvide e frondose piante: dove con le raggioni più degne et eccellenti
maggiormente s’asconde, s’avvela e si profonda con diligenza maggiore, come noi
sogliamo gli tesori più grandi celare con maggior diligenza e cura, accioché
dalla moltitudine e varietà de cacciatori (de quali altri son più exquisiti et
exercitati, altri meno) non vegna senza gran fatica discuoperta. Qua andò
Pitagora cercandola per le sue orme e vestigii impressi nelle cose naturali,
che son gli numeri li quali mostrano il suo progresso, raggioni, modi et
operazioni in certo modo: perché in numero de moltitudine, numero de misure, e
numero de momento o pende, la verità e l’essere si trova in tutte le cose. Qua
andò Anaxagora et Empedocle che considerando che la omnipotente et omniparente
divinità empie il tutto, non trovavano cosa tanto minima che non volessero che
sotto quella fusse occolta secondo tutte le raggioni, benché procedessero
sempre vèr là dove era predominante et espressa secondo raggion più magnifica
et alta. Qua gli Caldei la cercavano per via di suttrazzione non sapendo che
cosa di quella affirmare: e procedevano senza cani de dimostrazioni e
sillogismi; ma solamente si forzaro di profondare rimovendo, zappando,
isboscando per forza di negazione de tutte specie e predicati comprensibili e
secreti. Qua Platone andava como isvoltando, spastinando e piantando ripari:
perché le specie labili e fugaci rimanessero come nella rete, e trattenute da
le siepe de le definizioni, considerando le cose superiori essere
participativamente, e secondo similitudine speculare nelle cose inferiori, e
queste in quelle secondo maggior dignità et eccellenza; e la verità essere ne
l’une e l’altre secondo certa analogia, ordine e scala, nella quale sempre
l’infimo de l’ordine superiore conviene con il supremo de l’ordine inferiore. E
cossì si dava progresso dal infimo della natura al supremo come dal male al
bene, dalle tenebre alla luce, dalla pura potenza al puro atto, per gli mezzi.
Qua Aristotele si vanta pure da le orme e vestigii impressi di posser pervenire
alla desiderata preda, mentre da gli effetti vuol amenarsi a le cause. Benché
egli per il più (massime che tutti gli altri ch’hanno occupato il studio a
questa venazione) abbia smarrito il camino, per non saper a pena distinguere de
le pedate. – Qua alcuni teologi nodriti in alcune de le sette cercano la verità
della natura in tutte le forme naturali specifiche, nelle quali considerano
l’essenza eterna e specifico sustantifico perpetuator della sempiterna
generazione e vicissitudine de le cose, che son chiamate dèi conditori e
fabricatori, sopra gli quali soprasiede la forma de le forme, il fonte de la
luce, verità de le veritadi, dio de gli dèi, per cui tutto è pieno de divinità,
verità, entità, bontà. Questa verità è cercata come cosa inaccessibile, come
oggetto inobiettabile, non sol che incomprensibile: però a nessun pare
possibile de vedere il sole, l’universale Apolline e luce absoluta per specie
suprema et eccellentissima; ma sì bene la sua ombra, la sua Diana, il mondo,
l’universo, la natura che è nelle cose, la luce che è nell’opacità della
materia: cioè quella in quanto splende nelle tenebre. De molti dumque, che per
dette vie et altre assai discorreno in questa deserta selva, pochissimi son
quelli che s’abbattono al fonte de Diana. Molti rimagnono contenti de caccia de
fiere selvatiche e meno illustri, e la massima parte non trova da comprendere
avendo tese le reti al vento, e trovandosi le mani piene di mosche. Rarissimi
dico son gli Atteoni alli quali sia dato dal destino di posser contemplar la
Diana ignuda: e dovenir a tale che dalla bella disposizione del corpo della
natura invaghiti in tanto, e scorti da que’ doi lumi del gemino splendor de
divina bontà e bellezza, vegnano trasformati in cervio, per quanto non siano
più cacciatori ma caccia. Perché il fine ultimo e finale di questa venazione è
de venire allo acquisto di quella fugace e selvaggia preda, per cui il predator
dovegna preda, il cacciator doventi caccia; perché in tutte le altre specie di
venaggione che si fa de cose particolari, il cacciatore viene a cattivare a sé
l’altre cose, assorbendo quelle con la bocca de l’intelligenza propria; ma in
quella divina et universale viene talmente ad apprendere che resta
necessariamente ancora compreso, as- sorbito, unito: onde da volgare,
ordinario, civile e populare, doviene selvatico come cervio, et incola del
deserto; vive divamente sotto quella procerità di selva, vive nelle stanze non
artificiose di cavernosi monti, dove admira gli capi de gli gran fiumi, dove
vegeta intatto e puro da ordinarie cupiditadi, dove più liberamente conversa la
divinità, alla quale aspi- rando tanti uomini che in terra hanno volsuto gustar
vita celeste, dissero con una voce: Ecce elongavi fugiens, et mansi in
solitudine. Cossì gli cani, pensieri de cose divine, vorano questo Atteone,
facendolo morto al volgo, alla moltitudine, sciolto dalli nodi de perturbati sensi,
libero dal carnal carcere della materia; onde non più vegga come per forami e
per fenestre la sua Diana, ma avendo gittate le muraglia a terra, è tutto
occhio a l’aspetto de tutto l’orizonte. Di sorte che tutto guarda come uno, non
vede più per distinzioni e numeri, che secondo la diversità de sensi, come de
diverse rime fanno veder et apprendere in confusione. Vede l’Amfitrite, il
fonte de tutti numeri, de tutte specie, de tutte raggioni, che è la Monade,
vera essenza de l’essere de tutti; e se non la vede in sua essenza, in absoluta
luce, la vede nella sua genitura che gli è simile, che è la sua imagine: perché
dalla monade che è la divinitade, procede questa monade che è la natura,
l’universo, il mondo; dove si contempla e specchia come il sole nella luna,
mediante la quale ne illumina trovandosi egli nell’emisfero delle sustanze
intellettuali. Questa è la Diana, quello uno che è l’istesso ente, quello ente
che è l’istesso vero, quello vero che è la natura comprensibile, in cui
influisce il sole et il splendor della natura superiore secondo che la unità è
destinta nella generata e generante, o producente e prodotta. Cossì da voi
medesimo potrete conchiudere il modo, la dignità, et il successo più degno del
cacciatore e de la caccia: onde il furioso si vanta d’esser preda della Diana,
a cui si rese, per cui si stima gradito consorte, e più felice cattivo e
suggiogato, che invidiar possa ad altro uomo che non ne può aver ch’altretanto,
o ad altro divo che ne have in tal specie quale è impossibile d’essere ottenuta
da natura inferiore, e per conseguenza non è conveniente d’essere desiata, né
meno può cadere in appetito. cesarino Ho ben compreso quanto avete detto, e
m’avete più che mediocremente satisfatto. Or è tempo di ritornar a casa.
mariconda Bene. fine del secondo dialogo interlocutori Liberio, Laodonio.
liberio Posando sotto l’ombra d’un cipresso il furioso, e trovandosi l’alma
intermíttente da gli altri pensieri (cosa mirabile), avvenne che (come fussero
animali e sustanze de distinte raggioni e sensi) si parlassero insíeme il core
e gli occhi: l’uno de l’altro lamentandosi come quello che era principio di
quel faticoso tormento che consumava l’alma. laodonio Dite, se vi ricordate, le
raggioni e le paroli. liberio Cominciò il dialogo il core, il qual facendosi
udir dal petto proruppe in questi accenti: Prima proposta del core a gli occhi
Come, occhi miei, sì forte mi tormenta quel che da voi deriva ardente foco,
ch’al mio mortal suggetto mai allenta di serbar tal incendio, ch’ho per poco
l’umor de l’Oceàn e di più lenta artica stella il più gelato loco, perché ivi
in punto si reprima il vampo, o al men mi si prometta ombra di scampo? Voi mi
féste cattivo d’una man che mi tiene, e non mi vuole; per voi son entro al
corpo, e fuor col sole, son principio de vita, e non son vivo: non so quel che
mi sia ch’appartegno a quest’alma, e non è mia. laodonio Veramente l’intendere,
il vedere, il conoscere è quel che accende il desio, e per conseguenza, per
ministerio de gli occhi, vien infiammato il core: e quanto a quelli fia
presente più alto e degno oggetto, tanto più forte è il foco e più vivaci son
le fiamme. Or qual esser deve quella specie per cui tanto si sente acceso il
core, che non spera che temprar possa il suo ardore tanto più fredda quanto più
lenta stella che sia conchiusa nell’artico cerchio, né rallentar il vampo
l’umor intiero de l’Occano? Quanta deve essere l’eccellenza di quello oggetto
che l’ha reso nemico de l’esser suo, rubello a l’alma propria, e contento di
tal ribellione e nemicicia, quantunque sia cattivo d’una man che ’l dispreggia
e non lo vuole? Ma fatemi udire se gli occhi risposero e che cosa dissero.
liberio Quelli per il contrario si lagnavano del core, come quello che era
principio e caggione per cui versassero tante lacrime. Però a l’incontro gli
proposero in questo tenore: Prima proposta de gli occhi al core Come da te
sorgon tant’acqui, o core, da quante mai Nereidi alzar la fronte ch’ogni
giorn’al bel sol rinasce e muore? A par de l’Amfitrite il doppio fonte versar
può sì gran fiumi al mondo fore, che puoi dir che l’umor tanto surmonte, che
gli fia picciol rio chi Egitto inonda scorrend’al mar per sette doppia sponda.
Die’ natura doi lumi a questo picciol mondo per governo; tu perversor di
quell’ordin eterno, le convertiste in sempiterni fiumi. E questo il ciel non
cura, ch’il natìo passa, el violento dura. laodonio Certo ch’il cor acceso e
compunto fa sorger lacrime da gli occhi, onde come quelli accendono le fiamme
in questo, quest’altro viene a rigar quelli d’umore. Ma mi meraviglio de sì
forte exaggerazione per cui dicono che le Nereidi non alzano tanto bagnata
fronte a l’oriente sole, quanta possa appareggiar queste acqui; et oltre
agguagliansi all’Oceano, non perché versino, ma perché versar possano questi
doi fonti, fiumi tali e tanti, che computato a loro il Nilo apparirebbe una
picciola lava distinta in sette canali. liberio Non ti meravigliar della forte
exaggerazione e di quella potenza priva de l’atto; perché tutto intenderete
dopo intesa la conchiusione de raggionamenti loro. Or odi come prima il core
risponde alla proposta de gli occhi. laodonio Priegovi fatemi intendere.
liberio Prima risposta del core a gli occhi Occhi, s’in me fiamma immortal
s’alluma, et altro non son io che fuoco ardente, se quel ch’a me s’avvicina,
s’infuma, e veggio per mio incendio il ciel fervente; come il gran vampo mio
non vi consuma, ma l’effetto contrario in voi si sente? Come vi bagno, e più
tosto non cuoco, se non umor, ma è mia sustanza fuoco? Credete ciechi voi che
da sì ardente incendio derivi el doppio varco, e que’ doi fonti vivi da Vulcan
abbian gli elementi suoi, come tal volt’acquista forza un contrario, se l’altro
resista? Vede come non possea persuadersi il core di posser da contraria causa
e principio procedere forza di contrario effetto, sin a questo che non vuol
affirmare il modo possibile, quando per via d’antiperistasi, che significa il
vigor che acquista il contrario da quel che fuggendo l’altro viene ad unirsi,
inspessarsi, inglobarsi e concentrarsi verso l’individuo della sua virtude, la
qual quanto più s’allontana dalle dimensioni, tanto si rende efficace di
vantaggio. laodonio Dite ora come gli occhi risposero al core. liberio Prima
risposta de gli occhi al core Ahi, cor, tua passion sì ti confonde, ch’hai
smarito il sentier di tutt’il vero. Quanto si vede in noi, quanto s’asconde, è
semenza de mari, onde l’intero Nettun potrà ricovrar non altronde, se per sorte
perdesse il grand’impero; come da noi deriva fiamma ardente, che siam del mare
il gemino parente? Sei sì privo di senso, che per noi credi la fiamma trapasse,
e tant’umide porte a dietro lasse, per far sentir a te l’arder immenso? Come
splender per vetri, crederai forse che per noi penétri? Qua non voglio
filosofare circa la coincidenza de contrarii, de la quale ho studiato nel libro
De principio et uno; e voglio supponere quello che comunmente si suppone, che
gli contraria nel medesimo geno son distantissimi, onde vegna più facilmente
appreso il sentimento di questa risposta, dove gli occhi si dicono semi o
fonti, nella virtual potenza de quali è il mare: di sorte che se Nettuno
perdesse tutte l’acqui, le potrebbe richiamar in atto dalla potenza loro, dove
sono come in principio agente e materiale. Però non metteno urgente necessità
quando dicono non posser essere che la fiamma per la lor stanza e cortile
trapasse al core con lasciarsi tant’acqui a dietro, per due caggioni: prima
perché tal impedimento in atto non può essere se non posti in atto tali
oltraggiosi ripari; secondo perché per quanto l’acqui sono attualmente ne gli
occhi, possono donar via al calore come alla luce: essendo che l’esperienza
dimostra che senza scaldar il specchio viene il luminoso raggio ad accendere
per via di reflessione qualche materia che gli vegna opposta; e per un vetro,
cristallo, o altro vase pieno d’acqua, passa il raggio ad accendere una cosa
sottoposta senza che scalde il spesso corpo tramezzante: come è verisimile et
anco vero che caggione secche et aduste impressioni nelle concavitadi del
profondo mare. Talmente per certa similitudine, se non per raggioni di medesimo
geno, si può considerare come fia possibile che per il senso lubrico et oscuro
de gli occhi possa esser scaldato et acceso di quella luce l’affetto, la quale
secondo medesima raggione non può essere nel mezzo. Come la luce del sole
secondo altra raggione è nell’aria tramezzante, altra nel senso vicino, et
altra nel senso commune, et altra ne l’intelletto: quantunque da un modo
proceda l’altro modo di essere. laodonio Sonvi altri discorsi? liberio Sì,
perché l’uno e l’altro tentano di saper con qual modo quello contegna tante
fiamme, e quelli tante acqui. Fa dumque il core la seconda proposta: Seconda
proposta del core S’al mar spumoso fan concorso i fiumi, e da fiumi del mar il
cieco varco vien impregnato, ond’è che da voi lumi non è doppio torrente al
mondo scarco che cresca il regno a gli marini numi, scemando ad altri il
glorioso incarco? Perché non fia che si vegga quel giorno, ch’a i monti fa
Deucalion ritorno? Dove gli rivi sparsi? Dove il torrente che mia fiamma smorze,
o per ciò non posser più la rinforze? Goccia non scende a terra ad inglobarsi,
per cui fia ch’io non pensi che sia cossì, come mostrano i sensi? Dimanda qual
potenza è questa che non si pone in atto; se tante son l’acqui, perché Nettuno
non viene a tiranneggiar su l’imperio de gli altri elementi? Ove son gli
inondanti rivi? Ove chi dia refrigerio al fuoco ardente? Dove è una stilla onde
io possa affirmar de gli occhi quel tanto che niegano i sensi? Ma gli occhi di
pari fanno un’altra dimanda: Seconda proposta de gli occhi al core Se la
materia convertita in foco acquista il moto di lieve elemento, e se ne sale a
l’eminente loco, onde avvien che veloce più che vento, tu ch’incendio d’amor
senti non poco, non ti fai gionto al sole in un momento? per che soggiorni
peregrino al basso, non t’aprendo per noi e l’aria il passo? Favilla non si
scorge uscir a l’aria aperto da quel busto, né corpo appar incenerit’o adusto,
né lacrimoso fumo ad alto sorge: tutt’è nel proprio intiero, né di fiamma è
raggion, sens’, o pensiero. laodonio Non ha più né meno efficacia questa che
quell’altra proposta: ma vengasi presto alle risposte, se vi sono. liberio Vi
son certamente e piene di succhio; udite: Seconda risposta del core a gli occhi
Sciocco è colui che sol per quanto appare al senso, et oltre a la raggion non
crede: il fuoco mio non puote alto volare, e l’infinito incendio non si vede,
perché de gli occhi ban sopraposto il mare, e un infinito l’altro non eccede:
la natura non vuol ch’il tutto pera, se basta tanto fuoco a tanta sfera.
Ditemi, occhi, per dio, qual mai partito prenderemo noi, onde far possa aperto
o io, o voi, per scampo suo, de l’alma il fato rio, se l’un e l’altro ascoso
mai potrà fargli il bel nume piatoso? laodonio Se non è vero, è molto ben
trovato: se non è cossì, è molto bene iscusato l’uno per l’altro, se stante che
dove son due forze de quali l’una non è maggior de l’altra, bisogna che cesse
l’operazion di questa e quella: essendo che tanto questa può resistere quanto
quella insistere; non meno quella ripugna, che possa oppugnar questa. Se dumque
è infinito il mare et inmensa la forza de le lacrime che sono ne gli occhi, non
faranno giamai ch’apparir possa Cavillando o isvampando l’impeto del fuoco
ascoso nel petto; né quelli mandar potranno il gemino torrente al mare, se con
altretanto di vigore gli fa riparo il core: però accade che il bel nume per
apparenza di lacrima che stile da gli occhi, o favilla che si spicche dal
petto, non possa esser invitato ad esser piatoso a l’alma afflitta. [liberio]
Or notate la conseguente risposta de gli occhi: Seconda risposta de gli occhi
al core Ahi per versar a l’elemento ondoso, l’émpito de noi fonti al tutt’è
casso; che contraria potenza il tien ascoso, acciò non mande a rotilon per
basso. L’infinito vigor del cor focoso a i pur tropp’alti fiumi niega il passo;
quindi gemino varco al mar non corre, ch’il coperto terren natura aborre. Or
dinne, afflitto core, che puoi opporti a noi con altretanto vigor: chi fia
giamai che porte il vanto d’esser precon di sì ’nfelice amore, s’il tuo e
nostro male quant’è più grande, men mostrarsi vale? Per essere infinito l’un e
l’altro male, come doi ugualmente vigorosi contraria si ritegnono, si
supprimeno; e non potrebbe esser cossì, se l’uno e l’altro fosse finito, atteso
che non si dà equalità puntuale nelle cose naturali, né ancora sarebbe cossì se
l’uno fusse finito e l’altro infinito: ma certo questo assorbirebbe quello, et
avverrebe che si mostrarebbono ambi doi, o al men l’uno per l’altro. Sotto
queste sentenze la filosofia naturale et etica che vi sta occolta, lascio
cercarla, considerarla e comprenderla a chi vuole e puote. Sol questo non
voglio lasciare, che non senza raggione l’affezzion del core è detta infinito
mare dall’apprension de gli occhi: perché essendo infinito l’oggetto de la
mente, et a l’intelletto non essendo definito oggetto proposto, non può essere
la volontarie appagata de finito bene; ma se oltre a quello si ritrova altro,
il brama, il cerca, perché (come è detto commune) il summo della specie inferiore
è infimo e principio della specie superiore, o si prendano gli gradi secondo le
forme le quali non possiamo stimar che siano infinite, o secondo gli modi e
raggioni di quelle, nella qual maniera per essere infinito il sommo bene,
infinitamente credemo che si comunica secondo la condizione delle cose alle
quali si diffonde: però non è specie definita a l’universo (parlo secondo la
figura e mole), non è specie definita a l’intelletto, non è definita la specie
de l’affetto. laodonio Dumque queste due potenze de l’anima mai sono, né essere
possono perfette per l’oggetto, se infinitamente si riferiscono a quello.
liberio Cossì sarrebe se questo infinito fusse per privazion negativa o
negazion privativa de fine, come è per più positiva affirmazione de fine infinito
et interminato. laodonio Volete dir dumque due specie d’infinità: l’una
privativa la qual può essere verso qualche cosa che è potenza, come infinite
son le tenebre, il fine delle quali è posizione di luce; l’altra perfettiva la
quale è circa l’atto e perfezzione, come infinita è la luce, il fine della
quale sarebbe privazione e tenebre. In questo dumque che l’intelletto concepe
la luce, il bene, il bello, per quanto s’estende l’orizonte della sua capacità,
e l’anima che beve del nettare divino e de la fonte de vita eterna, per quanto
comporta il vase proprio; si vede che la luce è oltre la circonferenza del suo
orizonte dove può andar sempre più e più penetrando; et il nettare e fonte
d’acqua viva è infinitamente fecondo, onde possa sempre oltre et oltre inebriarsi.
[liberio] Da qua non séguita imperfezzione nell’oggetto né poca satisfazzione
nella potenza; ma che la potenza sia compresa da l’oggetto e beatificamente
assorbita da quello. Qua gli occhi imprimeno nel core, cioè nell’intelligenza,
suscitano nella volontà un infinito tormento di suave amore, dove non è pena,
perché non s’abbia quel che si desidera: ma è felicità, perché sempre vi si
trova quel che si cerca; et in tanto non vi è sazietà, per quanto sempre
s’abbia appetito, e per conseguenza gusto: acciò non sia come nelli cibi del
corpo il quale con la sazietà perde il gusto, e non ha felicità prima che
guste, né dopo ch’ha gustato, ma nel gustar solamente: dove se passa certo
termine e fine, viene ad aver fastidio e nausea. – Vedi dumque in certa
similitudine qualmente il sommo bene deve essere infinito, e l’appulso de
l’affetto verso e circa quello esser deggia anco infinito, acciò non vegna
talvolta a non esser bene: come il cibo che è buono al corpo, se non ha modo,
viene ad essere veleno. Ecco come l’umor de l’Oceano non estingue quel vampo,
et il rigor de l’Artico cerchio non tempra quell’ardore. Cossì è cattivo d’una
mano che il tiene e non lo vuole: il tiene perché l’ha per suo, non lo vuole
perché (come lo fuggesse) tanto più se gli fa alto quanto più ascende a quella,
quanto più la séguita tanto più se gli mostra lontana per raggion de
eminentissima eccellenza, secondo quel detto: Accedet homo ad cor altum, et
exaltabitur Deus. – Cotal felicità d’affetto comincia da questa vita, et in questo
stato ha il suo modo d’essere: onde può dire il core d’essere entro con il
corpo, e fuori col sole, in quanto che l’anima con la gemina facultade mette in
esecuzione doi uffici: l’uno de vivificare et attuare il corpo animabile,
l’altro de contemplare le cose superiori; perché cossì lei è in potenza
receptiva da sopra, come è verso sotto al corpo in potenza attiva. Il corpo è
come morto e cosa privativa a l’anima la quale è sua vita e perfezzione; e
l’anima è come morta e cosa privativa alla superiore illuminatrice intelligenza
da cui l’intelletto è reso in abito e formato in atto. Quindi si dice il core
essere prencipe de vita, e non esser vivo; si dice appartenere a l’alma
animante, e quella non appartenergli: perché è infocato da l’amor divino, è
convertito finalmente in fuoco, che può accendere quello che si gli avicina:
atteso che avendo contratta in sé la divinitade, è fatto divo, e
conseguentemente con la sua specie può innamorar altri: come nella luna può
essere admirato e magnificato il splendor del sole. Per quel poi ch’appartiene
al considerar de gli occhi, sapete che nel presente discorso hanno doi ufficii:
l’uno de imprimere nel core, l’altro de ricevere l’impressione dal core; come
anco questo ha doi ufficii: l’uno de ricevere l’impressioni da gli occhi,
l’altro di imprimere in quelli. Gli occhi apprendono le specie e le proponeno
al core, il core le brama et il suo bramare presenta a gli occhi: quelli
concepeno la luce, la diffondano, et accendono il fuoco in questo; questo
scaldato et acceso invia il suo umore a quelli, perché lo digeriscano. Cossì
primieramente la cognizione muove l’affetto, et appresso l’affetto muove la
cognizione. Gli occhi quando moveno sono asciutti, perché fanno ufficio di
specchio e di ripresentatore; quando poi son mossi, son turbati et alterati;
perché fanno ufficio de studioso executore: atteso che con l’intelletto
speculativo prima si vede il bello e buono, poi la voluntà l’appetisce, et
appresso l’intelletto industrioso lo procura, séguita e cerca. Gli occhi lacrimosi
significano la difficultà de la separazione della cosa bramata dal bramante, la
quale acciò non sazie, non fastidisca, si porge come per studio infinito, il
quale sempre ha e sempre cerca: atteso che la felicità de dèi è descritta per
il bevere non per l’aver bevuto il nettare, per il gustare non per aver gustato
l’ambrosia, con aver continuo affetto al cibo et alla bevanda, e non con esser
satolli e senza desio de quelli. Indi, hanno la sazietà come in moto et
apprensione, non come in quiete e comprensione, non son satolli senza appetito,
né sono appetenti senza essere in certa maniera satolli. laodonio liberio
laodonio Esuries satiata satietas esuriens. Cossì a punto. Da qua posso
intendere come senza biasimo ma con gran verità et intelletto è stato detto che
il divino amore piange con gemiti inenarrabili, perché con questo che ha tutto
ama tutto, e con questo che ama tutto ha tutto. liberio Ma vi bisognano molte
glose se volessimo intendere de l’amor divino che è la istessa deità; e
facilmente s’intende de l’amor divino per quanto si trova ne gli effetti e
nella subalternata natura; non (dico) quello che dalla divinità si diffonde
alle cose: ma quello delle cose che aspira alla divinità. laodonio Or di questo
et altro raggionaremo a più aggio appresso. Andiamone. fine del terzo dialogo
interlocutori Severino, Minutolo. severino Vedrete dumque la raggione de nove
ciechi, li quali apportano nove principii e cause particolari de sua cecità,
benché tutti convegnano in una causa generale d’un comun furore. minutolo
Cominciate dal primo. severino Il primo di questi benché per natura sia cieco,
nulladimeno per amore si lamenta, dicendo a gli altri che non può persuadersi
la natura esser stata più discortese a essi che a lui; stante che quantunque
non veggono, hanno però provato il vedere, e sono esperti della dignità del
senso e de l’eccellenza del sensibile, onde son dovenuti orbi: ma egli è venuto
come talpa al mondo a esser visto e non vedere, a bramar quello che mai vedde.
minutolo Si son trovati molti innamorati per sola fama. severino Essi (dice
egli) aver pur questa felicità de ritener quella imagine divina nel conspetto
de la mente, de maniera, che quantunque ciechi, hanno pure in fantasia quel che
lui non puote avere. Poi nella sestina si volta alla sua guida, pregandola che
lo mene in qualche precipizio, a fin che non sia oltre orrido spettacolo del
sdegno di natura. Dice dumque: Parla il primo cieco Felici che talvolta visto
avete, voi per la persa luce ora dolenti compagni che dei lumi conoscete. Questi
accesi non furo, né son spenti; però più grieve mal che non credete è il mio, e
degno de più gran lamenti: perché, che fusse torva la natura più a voi ch’a me,
non è chi m’assicura. Al precipizio, o duce, conducime, se vòi darmi contento,
perché trove rimedio il mio tormento, ch’ad esser visto, e non veder la luce,
qual talpa uscivi al mondo, e per esser di terra inutil pondo. Appresso séguita
l’altro che morsicato dal serpe de la gelosia, è venuto infetto nell’organo
visuale. Va senza guida, se pur non ha la gelosia per scorta: priega alcun de
circonstanti che se non è rimedio del suo male, faccia per pietà che non oltre
aver possa senso del suo male; facendo cossì lui occolto a se medesimo, come se
gli è fatta occolta la sua luce: con sepelir lui col proprio male. Dice dumque:
Parla il secondo cieco Da la tremenda chioma ha svèlto Aletto l’infernal verme,
che col fiero morso hammi sì crudament’il spirto infetto, ch’a tòrmi il senso
principal è corso, privando de sua guida l’intelletto: ch’in vano l’alma chiede
altrui soccorso, sì cespitar mi fa per ogni via quel rabido rancor di gelosia.
Se non magico incanto, né sacra pianta, né virtù de pietra, né soccorso divin
scampo m’impetra, un di voi sia (per dio) piatoso in tanto, che a me mi faccia
occolto: con far meco il mio mal tosto sepolto. Succede l’altro il qual dice
esser dovenuto cieco per essere repentinamente promosso dalle tenebre a veder
una gran luce; atteso che essendo avezzo de mirar bellezze ordinarie, venne
subito a presentarsegli avanti gli occhi una beltà celeste, un divo sole: onde
non altrimente si gli è stemprata la vista e smorzatosegli il lume gemino che
splende in prora a l’alma (perché gli occhi son come doi fanali che guidano la
nave) ch’accader suole a un allievato nelle oscuritadi cimmerie, se subito
immediatamente affiga gli occhi a sole. E nella sestina priega che gli sia
donato libero passagio a l’inferno, perché non altro che tenebre convegnono ad
un supposito tenebroso. Dice dumque cossì: Parla il terzo cieco S’appaia il
gran pianeta di repente a un uom nodrito in tenebre profonde, o sott’il ciel de
la cimmeria gente, onde lungi suoi rai il sol diffonde; gli spenge il lume
gemino splendente in prora a l’alma, e nemico s’asconde: cossì stemprate fur
mie luci avezze a mirar ordinarie bellezze. Fatemi a l’orco andare: perché
morto discorro tra le genti? perché ceppo infernal tra voi viventi misto men
vo? Perché l’aure discare sorbisco, in tante pene messo per aver visto il sommo
bene? Fassi innanzi il quarto cieco per simile, ma non già per medesima
caggione orbo, con cui si mostra il primo: perché come quello per repentino
sguardo della luce, cossì questo con spesso e frequente remirare, o pur per
avervi troppo fissati gli occhi, ha perso il senso de tutte l’altre luci, e non
si dice cieco per conseguenza al risguardo di quella unica che l’ha occecato; e
dice il simile del senso de la vista a quello ch’aviene al senso dell’udito,
essendo che coloro che han fatte l’orecchie a gran strepiti e rumori, non odeno
gli strepiti minori: come è cosa famosa de gli popoli cataduppici che son là
d’onde il gran fiume Nilo da una altissima montagna scende precipitoso alla
pianura. minutolo Cossì tutti color ch’hanno avezzo il corpo, l’animo a cose
più difficili e grandi, non sogliono sentir fastidio dalle difficultadi minori.
E costui non deve essere discontento della sua cecità. severino Non certo. Ma
si dice volontario orbo, a cui piace che ogn’altra cosa gli sia ascosa, come
l’attedia col divertirlo da mirar quello che vuol unicamente mirare. – Et in questo
mentre priega gli viandanti che si degnino de non farlo capitar male per
qualche mal rancontro, mentre va sì attento e cattivato ad un oggetto
principale. minutolo Riferite le sue paroli. severino Parla il quarto cieco
Precipitoso d’alto al gran profondo, il Nil d’ogn’altro suon il senso ha spento
de Cataduppi al popolo ingiocondo; cossì stand’io col spirto intiero attento
alla più viva luce ch’abbia il mondo, tutti i minor splendori umqua non sento:
or mentr’ella gli splende, l’altre cose sien pur a l’orbo volontario ascose.
Priegovi, da le scosse di qualche sasso, o fiera irrazionale, fatemi accorto, e
se si scende o sale: perché non caggian queste misere osse in luogo cavo e
basso, mentre privo de guida meno il passo. Al cieco che séguita, per il molto
lacrimare accade che siano talmente appannati gli occhi, che non si può
stendere il raggio visuale a compararsi le specie visibili, e principalmente
per riveder quel lume ch’a suo mal grado, per raggion di tante doglie una volta
vedde. Oltre che si stima la sua cecità non esser più disposizionale ma
abituale, et al tutto privativa; perché il fuoco luminoso che accende l’alma
nella pupilla, troppo gran tempo e molto gagliardamente è stato riprimuto et
oppresso dal contrario umore: de maniera che quantunque cessasse il lacrimare,
non si persuade che per ciò conseguisca il bramato vedere. Et udirete quel che
dice appresso alle brigate, perché lo facessero oltrepassare: Parla il quinto
cieco Occhi miei d’acqui sempremai pregnanti, quando fia che del raggio visuale
la scintilla se spicche fuor de tanti e sì densi ripari, e vegna tale, che
possa riveder que’ lumi santi, che fur principio del mio dolce male? Lasso:
credo che sia al tutto estinta, sì a lungo dal contrario oppressa e vinta. Fate
passar il cieco, e voltate vostr’occhi a questi fonti che vincon gli altri
tutti uniti e gionti; e s’è chi ardisce disputarne meco, è chi certo lo rende
ch’un de miei occhi un Oceàn comprende. Il sesto orbo è cieco, perché per il
soverchio pianto ha mandate tante lacrime che non gli è rimasto umore, fin al
ghiacio et umor per cui come per mezzo diafano il raggio visuale era
transmesso, e s’intromettea la luce esterna e specie visibile, di sorte che
talmente fu compunto il core che tutta l’umida sustanza (il cui ufficio è de
tener unite ancora le diverse varie e contrarie) è digerita; e gli è rimasta
l’amorosa affezzione senza l’effetto de le lacrime, perché l’organo è stemprato
per la vittoria de gli altri elementi, et è rimasto consequentemente senza
vedere e senza constanza de le parti del corpo insieme. Poi propone a gli
circonstanti quel che intenderete: Parla il sesto cieco Occhi non occhi; fonti,
non più fonti, avete sparso già l’intiero umore, che tenne il corpo, il spirto
e l’alma gionti. E tu visual ghiaccio che di fore facevi tanti oggetti a l’alma
conti, sei digerito dal piagato core: cossì vèr l’infernale ombroso speco vo
menando i miei passi, arido cieco. Deh non mi siate scarsi a farmi pronto
andar, di me piatosi, che tanti fiumi a i giorni tenebrosi sol de mio pianto
m’appagando ho sparsi: or ch’ogni umor è casso, vers’il profondo oblio datemi
il passo. Sopragionge il seguente che ha perduta la vista dal intenso vampo che
procedendo dal core è andato prima a consumar gli occhi, et appresso a leccar
tutto il rimanente umore de la sustanza de l’amante, de maniera che tutto
incinerito e messo in fiamma non è più lui: perché dal fuoco la cui virtù è de
dissolvere gli corpi tutti ne gli loro atomi, è convertito in polve non
compaginabili, se per virtù de l’acqua sola gli atomi d’altri corpi se
inspessano e congiongono a far un subsistente composto. Con tutto ciò non è
privo del senso de l’intensissime fiamme; però nella sestina con questo vuol
farsi dar largo da passare: ché se qualch’uno venesse tócco da le fiamme sue,
dovenerebbe a tale che non arrebe più senso delle fiamme infernali come di cosa
calda, che come di fredda neve. Dice dumque: Parla il settimo cieco La beltà
che per gli occhi scorse al core formò nel petto mio l’alta fornace ch’assorbì
prima il visuale umore, sgorgand’in alt’il suo vampo tenace; e poi vorando
ogn’altro mio liquore, per metter l’elemento secco in pace, m’ha reso non
compaginabil polve, chi ne gli atomi suoi tutto dissolve. Se d’infinito male
avete orror, datemi piazza, o gente; guardatevi dal mio fuoco cuocente; che se
contagion di quel v’assale, crederete che inverno sia, ritrovars’al fuoco de
l’inferno. Succede l’ottavo, la cecità del quale vien caggionata dalla saetta
che Amore gli ha fatto penetrare da gli occhi al core. Onde si lagna non solamente
come cieco, ma et oltre come ferito, et arso tanto altamente, quanto non crede
ch’altro esser possa. Il cui senso è facilmente espresso in questa sentenza: Parla
l’ottavo cieco Assalto vil, ria pugna, iniqua palma, punt’acuta, esca edace,
forte nervo, aspra ferit’, empio ardor, cruda salma, stral, fuoco e laccio di
quel dio protervo, che puns’ gli occhi, arse il cor, legò l’alma, e femmi a un
punto cieco, amante e servo: talché orbo de mia piaga, incendio e nodo, ho ’l
senso in ogni tempo, loco e modo. Uomini, eroi e dèi, che siete in terra, o
appresso Dite o Giove, dite (vi priego) quando, come e dove provaste, udiste o
vedeste umqua omei medesmi, o tali, o tanti tra oppressi, tra dannati, tra gli
amanti? Viene al fine l’ultimo, il quale è ancor muto: perché non possendo (per
non aver ardire) dir quello che massime vorrebe senza offendere o provocar
sdegno, è privo di parlar di qualsivogli’altra cosa. Però non parla lui, ma la
sua guida produce la raggione circa la quale, per esser facile, non discorro,
ma solamente apporto la sentenza: Parla la guida del nono cieco Fortunati voi
altri ciechi amanti, che la caggion del vostro mal spiegate: esser possete, per
merto de pianti, graditi d’accoglienze caste e grate; di quel ch’io guido, qual
tra tutti quanti più altamente spasma, il vampo late, muto forse per falta
d’ardimento di far chiaro a sua diva il suo tormento. Aprite, aprite il passo,
siate benigni a questo vacuo volto de tristi impedimenti, o popol folto, mentre
ch’il busto travagliato e lasso va picchiando le porte di men penosa e più
profonda morte. Qua son significate nove caggioni per le quali accade che
l’umana mente sia cieca verso il divino oggetto, perché non possa fissar gli
occhi a quello. De le quali: La prima, allegorizata per il primo cieco, è la
natura della propria specie, che per quanto comporta il grado in cui si trova,
in quello aspira per certo più alto che apprender possa. minutolo Perché nessun
desiderio naturale è vano, possiamo certificarci de stato più eccellente che
conviene a l’anima fuor di questo corpo in cui gli fia possibile d’unirsi o
avvicinarsi più altamente al suo oggetto. severino Dici molto bene che nessuna
potenza et appulso naturale è senza gran raggione, anzi è l’istessa regola di
natura la quale ordina le cose: per tanto è cosa verissima e certissima a ben
disposti ingegni, che l’animo umano (qualunque si mostre mentre è nel corpo)
per quel medesimo che fa apparire in questo stato, fa espresso il suo esser
peregrino in questa regione, perché aspira alla verità e bene universale, e non
si contenta di quello che viene a proposito e profitto della sua specie. La
seconda, figurata per il secondo cieco, procede da qualche perturbata
affezzione, come in proposito de l’amore è la gelosia, la quale è come tarlo
che ha medesimo suggetto, nemico e padre, cioè che rode il panno o legno di cui
è generato. minutolo Questa non mi par ch’abbia luogo nell’amor eroico.
severino Vero, secondo medesima raggione che vedesi nell’amor volgare: ma io
intendo secondo altra raggione proporzionale a quella la quale accade in color
che amano la verità e bontà; e si mostra quando s’adirano tanto contra quelli
che la vogliono adulterare, guastare, corrompere, o che in altro modo
indegnamente vogliono trattarla: come son trovati di quelli che si son ridutti
sino alla morte, alle pene et esser ignominiosamente trattati da gli popoli
ignoranti e sette volgari. minutolo Certo nessuno ama veramente il vero e buono
che non sia iracondo contra la moltitudine: come nessuno volgarmente ama, che
non sia geloso e timido per la cosa amata. severino E con questo vien ad esser
cieco in molte cose veramente, et affatto affatto secondo l’opinion commune è
stolto e pazzo. minutolo Ho notato un luogo che dice esser stolti e pazzi tutti
quelli che hanno senso fuor et estravagante dal senso universale de gli altri
uomini; ma cotal estravaganza è di due maniere, secondo che si va estra o con
ascender più alto che tutti e la maggior parte sagliano o salir possano: e
questi son gli inspirati de divino furore; o con descendere più basso dove si
trovano coloro che hanno difetto di senso e di raggione più che aver possano
gli molti, gli più, e gli ordinaria: et in cotal specie di pazzia, insensazione
e cecità non si trovarà eroico geloso. severino Quantumque gli vegna detto che
le molte lettere lo fanno pazzo, non gli si può dire ingiuria da dovero. La
terza, figurata nel terzo cieco, procede da che la divina verità, secondo
raggione sopra naturale, detta metafisica, mostrandosi a que’ pochi alli quali
si mostra, non proviene con misura di moto e tempo, come accade nelle scienze
fisiche (cioè quelle che s’acquistano per lume naturale, le quali discorrendo
da una cosa nota secondo il senso o la raggione, procedono alla notizia d’altra
cosa ignota: il qual discorso è chiamato argumentazione), ma subito e
repentinamente secondo il modo che conviene a tale efficiente. Onde disse un
divino: Attenuati sunt oculi mei suspicientes in excelsum. Onde non è richiesto
van discorso di tempo, fatica de studio, et atto d’inquisizione per averla: ma
cossì prestamente s’ingerisce come proporzionalmente il lume solare senza
dimora si fa presente a chi se gli volta e se gli apre. minutolo Volete dumque
che gli studiosi e filosofi non siano più atti a questa luce che gli quantunque
ignoranti? severino In certo modo non, et in certo modo sì. Non è differenza
quando la divina mente per sua providenza viene a comunicarsi senza
disposizione del suggetto: voglio dire quando si communica, perché ella cerca
et eligge il suggetto; ma è gran differenza quando aspetta e vuol esser
cercata, e poi secondo il suo bene placito vuol farsi ritrovare. In questo modo
non appare a tutti, né può apparir ad altri che a color che la cercano. Onde è
detto: Qui quaerunt me invenient me; et in altro loco: Qui sitit, veniat, et
bibat. minutolo Non si può negare che l’apprensione del secondo modo si faccia
in tempo. severino Voi non distinguete tra la disposizione alla divina luce, e
la apprensione di quella. Certo non niego che al disporsi bisogna tempo,
discorso, studio e fatica: ma come diciamo che la alterazione si fa in tempo, e
la generazione in instante; e come veggiamo che con tempo s’aprono le fenestre,
et il sole entra in un momento: cossì accade proporzionalmente al proposito. La
quarta, significata nel seguente, non è veramente indegna, come quella che
proviene dalla consuetudine di credere a false opinioni del volgo il quale è
molto rimosso dalle opinioni de filosofi: opur deriva dal studio de filosofie
volgari le quali son dalla moltitudine tanto più stimate vere, quanto più
accostano al senso commune. E questa consuetudine è uno de grandissimi e
fortissimi inconvenienti che trovar si possano: perché (come exemplificò
Alcazele et Averroe) similmente accade a essi, che come a color che da puerizia
e gioventù sono consueti a mangiar veneno, quai son dovenuti a tale, che se gli
è convertito in suave e proprio nutrimento; e per il contrario abominano le
cose veramente buone e dolci secondo la comun natura. Ma è dignissima, perché è
fondata sopra la consuetudine de mirar la vera luce (la qual consuetudine non
può venir in uso alla moltitudine come è detto). Questa cecità è eroica, et è
tale, per quale degnamente contentare si possa il presente furioso cieco, il
qual tanto manca che si cure di quella, che viene veramente a spreggiare ogni
altro vedere, e da la comunità non vorrebe impetrar altro che libero passagio e
progresso di contemplazione: come per ordinario suole patir insidie, e se gli
sogliono opporre intoppi mortali. La quinta, significata nel quinto, procede
dalla improporzionalità delli mezzi de nostra cognizione al cognoscibile;
essendo che per contemplar le cose divine, bisogna aprir gli occhi per mezzo de
figure, similitudini et altre raggioni che gli Peripatetici comprendono sotto
il nome de fantasmi; o per mezzo de l’essere procedere alla speculazion de
l’essenza: per via de gli effetti alla notizia della causa; gli quali mezzi
tanto manca che vagliano per l’assecuzion di cotal fine, che più tosto è da
credere che siano impedimenti, se credere vogliamo che la più alta e profonda
cognizion de cose divine sia per negazione e non per affirmazione, conoscendo
che la divina beltà e bontà non sia quello che può cader e cade sotto il nostro
concetto: ma quello che è oltre et oltre incomprensibile; massime in questo
stato detto speculator de fantasmi dal filosofo, e dal teologo vision per
similitudine speculare et enigma; perché veggiamo non gli effetti veramente, e
le vere specie de le cose, o la sustanza de le idee, ma le ombre, vestigii e
simulacri de quelle, come color che son dentro l’antro et hanno da natività le
spalli volte da l’entrata della luce, e la faccia opposta al fondo: dove non
vedeno quel che è veramente, ma le ombre de ciò che fuor de l’antro
sustanzialmente si trova. – Però per la aperta visione la quale ha persa, e
conosce aver persa, un spirito simile o meglior di quel di Platone piange
desiderando l’exito da l’antro, onde non per riflessione, ma per immediata
conversione possa riveder sua luce. minutolo Parmi che questo cieco non versa
circa la difficultà che procede dalla vista riflessiva: ma da quella che è
caggionata dal mezzo tra la potenza visiva e l’oggetto. severino Questi doi
modi quantunque siano distinti nella cognizion sensitiva o vision oculare,
tutta volta però concorrenti in uno nella cognizione razionale o intellettiva.
minutolo Parmi aver inteso e letto che in ogni visione si richiede il mezzo
over intermedio tra la potenza et oggetto. Perché come per mezzo della luce
diffusa ne l’aere e la similitudine della cosa che in certa maniera procede da
quel che è visto a quel che vede, si mette in effetto l’atto del vedere: cossì
nella regione intellettuale dove splende il sole dell’intelletto agente
mediante la specie intelligibile formata e come procedente da l’oggetto, viene
a comprendere de la divinità BRUNO (vedasi) l’intelletto nostro o altro
inferiore a quella. Perché come l’occhio nostro (quando veggiamo) non riceve la
luce del foco et oro in sustanza, ma in similitudine: cossì l’intelletto in
qualunque stato che si trove, non riceve sustanzialmente la divinità, onde
sieno sostanzialmente tanti dèi quante sono intelligenze, ma in similitudine;
per cui non formalmente son dèi, ma denominativamente divini, rimanendo la
divinità e divina bellezza una et exaltata sopra le cose tutte. severino Voi
dite bene; ma per vostro dire bene non è mistiero ch’io mi ritratte, perché non
ho detto il contrario: ma bisogna che io dechiare et expliche. Però prima
dechiaro che la visione immediata, detta da noi et intesa, non toglie quella
sorte di mezzo che è la specie intelligibile, né quella che è la luce; ma
quella che è proporzionale alla spessezza e densità del diafano, o pur corpo al
tutto opaco tramezzante: come aviene a colui che vede per mezzo de le acqui più
e meno turbide, o aria nimboso e nebbioso; il quale s’intenderebbe veder come
senza mezzo quando gli venesse concesso de mirar per l’aria puro, lucido e
terso. Il che tutto avete come esplicato dove si dice: Spicche fuor di tanti e
sì densi ripari. Ma ritorniamo al nostro principale. La sesta, significata nel
sequente, non è altrimenti caggionata che dalla imbecillità et insubsistenza
del corpo, il quale è in continuo moto, mutazione et alterazione; e le
operazioni del quale bisogna che seguitino la condizione della sua facultà, la
quale è consequente dalla condizione della natura et essere. Come volete voi
che la immobilità, la sussistenza, la entità, la verità sia compresa da quello
che è sempre altro et altro, e sempre fa et è fatto altri et altrimenti? Che
verità, che ritratto può star depinto et impresso dove le pupille de gli occhi
si dispergono in acqui, l’acqui in vapore, il vapore in fiamma, la fiamma in
aura, e questa in altro et altro, senza fine discorrendo il suggetto del senso
e cognizione per la ruota delle mutazioni in infinito? minutolo Il moto è
alterità, quel che si muove sempre è altro et altro, quel che è tale, sempre
altri et altrimente si porta et opra, per che il concetto et affetto séguita la
raggione e condizione del suggetto. E quello che altro et altro, altri et
altrimenti mira, bisogna necessariamente che sia a fatto cieco al riguardo di
quella bellezza che è sempre una et unicamente, et è l’istessa unità et entità,
identità. severino Cossì è. La settima, contenuta allegoricamente nel
sentimento del settimo cieco, deriva dal fuoco dell’affezzione, onde alcuni si
fanno impotenti et inabili ad apprendere il vero, con far che l’affetto
precorra a l’intelletto. Questi son coloro che prima hanno l’amare che
l’intendere: onde gli avviene che tutte le cose gli appaiano secondo il colore
della sua affezzione; stante che chi vuole apprendere il vero per via di
contemplazione deve essere ripurgatissimo nel pensiero. minutolo In verità si
vede che sì come è diversità de contemplatori et inquisitori per quel che altri
(secondo gli abiti de loro prime e fondamentali discipline) procedeno per via
de numeri, altri per via de figure, altri per via de ordini o disordini, altri
per via di composizione e divisione, altri per via di separazione e
congregazione, altri per via de inquisizion e dubitazione, altri per via de
discorso e definizione, altri per via de interpretazioni e desciferazion de
voci, vocaboli e dialecti: onde altri son filosofi matematici, altri
metafisici, altri logici, altri grammatici; cossì è diversità de contemplatori
che con diverse affezzioni si metteno ad studiare et applicar l’intenzione alle
sentenze scritte: onde si doviene sin a questo che medesima luce di verità
espressa in un medesimo libro per medesime paroli, viene a servire al proposito
di sette tanto numerose, diverse e contrarie. severino Per questo è da dire che
gli affetti molto sono potenti per impedir l’apprension del vero, quantumque
gli pazienti non se ne possano accorrere: qualmente aviene ad un stupido
ammalato che non dice il suo gusto amaricato, ma il cibo amaro. Or tal specie
de cecità è notata per costui, gli occhi del quale son alterati e privi dal suo
naturale, per quel che dal core è stato inviato et impresso, potente non solo
ad alterar il senso, ma et oltre l’altre tutte facultadi de l’alma, come la
presente figura dimostra. Al significato per l’ottavo, cossì l’eccellente
intelligibile oggetto have occecato l’intelletto, come l’eccellente sopraposto
sensibile a costui ha corrotto il senso. Cossì avviene a chi vede Giove in
maestà, che perde la vita, e per conseguenza perde il senso. Cossì avviene che
chi alto guarda tal volta vegna oppresso da la maestà. Oltre quando viene a
penetrar la specie divina, la passa come strale: onde dicono gli teologi il
verbo divino essere più penetrativo che qualsivoglia punta di spada o di
coltello. Indi deriva la formazione et impressione del proprio vestigio, sopra
il quale altro non è che possa essere impresso o sigillato; là onde essendo tal
forma ivi confirmata, e non possendo succedere la peregrina e nova, senza che
questa cieda, conseguentemente può dire che non ha più facultà di prendere
altro, se ha chi la riempie, o la disgrega per la necessaria
improporzionalitade. La nona caggione è notata per il nono che è cieco per
inconfidenza, per deiezzion de spirito, la quale è administrata e caggionata
pure da grande amore, con lo ardire teme de offendere; onde disse la Cantica:
Averte oculos tuos a me, quia ipsi me avolare fecere. E cossì supprime gli
occhi da non vedere quel che massime desidera e gode di vedere; come raffrena
la lingua da non parlare con chi massime brama di parlare, per téma che difetto
di sguardo o difettosa parola non lo avvilisca, o per qualche modo non lo metta
in disgrazia: e questo suol procedere da l’apprensione de l’excellenza de l’oggetto
sopra de la sua facultà potenziale, onde gli più profondi e divini teologi
dicono che più si onora et ama Dio per silenzio, che per parola; come si vede
più per chiuder gli occhi alle specie representate, che per aprirli: onde è
tanto celebre la teologia negativa de Pitagora e Dionisio, sopra quella
demostrativa de Aristotele e scolastici dottori. minutolo Andiamone raggionando
per il camino. severino Come ti piace. fine del quarto dialogo DIALOGO QUINTO
interlocutori Laodomia, Giulia. laodomia Un’altra volta, o sorella, intenderai
quel che apporta tutto il successo di questi nove ciechi, quali eran prima nove
bellissimi et amorosi giovani, che essendo tanto ardenti della vaghezza del
vostro viso, e non avendo speranza de ricevere il bramato frutto de l’amore, e
temendo che tal disperazione le riducesse a qualche final ruina, partironsi dal
terreno della Campania felice, e d’accordo (quei che prima erano rivali) per la
tua beltade giuròrno di non lasciarsi mai sin che avessero tentato tutto il
possibile per ritrovar cosa più de voi bella, o simile al meno; con ciò che
scuoprir si potesse in lei accompagnata quella mercé e pietade che non si
trovava nel vostro petto armato di fierezza: perché questo giudicavano unico
rimedio che divertir le potesse da quella cruda cattivitade. Il terzo giorno
dopo la lor sollenne partita, passando vicini al monte Circeo, gli piacque
d’andar a veder quelle antiquitadi de gli antri e fani di quella dea. Dove
essendo gionti, dalla maestà del luogo ermo, de le ventose, eminenti e fragose
rupi, del mormorìo de l’onde maritime che vanno a frangersi in quelle cavitadi,
e di molte altre circonstanze che mostrava il luogo e la staggione, vennero
tutti come inspiritati; tra’ quali un (che ti dirò), più ardito espresse queste
paroli: Oh se piacesse al cielo che a questi tempi ne si fesse presente, come
fu in altri secoli più felici, qualche saga Circe che con le piante, minerali,
veneficii et incanti era potente di mettere come il freno alla natura: certo
crederei che ella, quantunque fiera, piatosa pur sarebbe al nostro male. Ella
molto sollecitata da nostri supplichevoli lamenti, condiscenderebbe o a darne
rimedio, o ver a concederne grata vendetta contra la crudeltà di nostra nemica.
A pena avea finito di proferir queste paroli, che a tutti si presentò visibile
un palaggio, il quale chiumque have ingegno di cose umane, possea facdmente
comprendere che non era manifattura d’uomo, né di natura: de la figura e
descrizzion de la quale ti dirò un’altra volta. Onde percossi da gran maraviglia,
e tòcchi da qualche speranza che qualche propizio nume (il qual ciò gli mise
avanti) volesse definire il stato de la lor fortuna, dissero ad una voce che
peggio non posseano incorrere che il morire, il quale stimavano minor male che
vivere in tale e tanta passione. Però vi entraro dentro non trovando porta che
fermata gli fosse, o portinaio che gli domandasse raggione; sin che si
ritrovano in una richissima et ornatissima sala, dove in quella regia maestade
(che puoi dire che Apolline fusse stato ritrovato da Fetonte) apparve quella
ch’è chiamata sua figlia; con l’apparir de la quale veddero sparire le imagini
de molti altri numi che gli administravano. Là con grazioso volto accettati e
confortati, si fero avanti: e vinti dal splendor di quella maestade, piegaro le
ginocchia in terra, e tutti insieme con quella diversità de note che gli
dettava il diverso ingegno, esposero gli lor voti alla dea. Dalla quale in
conclusione furono talmente trattati, che ciechi, raminghi et infortunatamente
laboriosi hanno varcati tutti mari, passati tutti fiumi, superati tutti monti,
discorse tutte pianure, per spacio de diece anni; al termine de quali entrati
sotto quel temperato cielo de l’isola britannica, gionti al conspetto de le
belle e graziose ninfe del padre Tamesi, dopoi aver essi fatti gli atti di
conveniente umiltade, et accettati da quelle con gesti d’onestissima cortesia,
uno tra loro, il principale, che altre volte ti sarà nomato, con tragico e
lamentevole accento espose la causa commune in questo modo: Di que’, madonne,
che col chiuso vase si fan presenti, et han trafitt’il core, non per commesso
da natur’ errore, ma d’una cruda sorte ch’in sì vivace morte le tien astretti,
ogn’un cieco rimase. Siam nove spirti che molt’anni, erranti, per brama di
saper, molti paesi abbiam discorsi, e fummo un dì surpresi d’un
rigid’accidente, per cui (se siete attente) direte: O degni, et o infelici
amanti. Un’empia Circe, che si don’il vanto d’aver questo bel sol progenitore,
ne accolse dopo vario e lungo errore; e un certo vase aperse, de le cui acqui
insperse noi tutti, et a quel far giunse l’incanto. Noi aspettand’il fine di
tal opra, eravam con silenzio muto attenti, sin al punto che disse: O voi
dolenti, itene ciechi in tutto; raccogliete quel frutto, che trovan troppo
attenti al che gli è sopra». Figlia e madre di tenebre et orrore – diss’ogn’un
fatto cieco di repente, – dumque ti piacque cossì fieramente trattar miseri
amanti, che ti si fero avanti, facili forse a consecrart’il core?» Ma poi ch’a
i lassi fu sedato alquanto quel subito furor, ch’il novo caso porse, ciascun
più accolto in sé rimaso, mentr’ira al dolor cede, voltossi alla mercede, con
tali accenti accompagnand’il pianto: «Or dumque s’a voi piace, o nobil maga,
che zel di gloria forse il cor ti punga, o liquor di pietà il lenisca et unga,
farti piatosa a noi co’ medicami tuoi, saldand’al nostro cuor l’impressa piaga;
se la man bella è di soccorrer vaga, deh non sia tanto la dimora lunga, che di
noi triste alcun a morte giunga pria che per gesti tuoi possiam unqua dir noi:
tanto ne tormentò, ma più ne appaga». E lei soggiunse: «O curiosi ingegni,
prendete un altro mio vase fatale, che mia mano medesma aprir non vale; per
largo e per profondo peregrinate il mondo, cercate tutti i numerosi regni:
perché vuol il destin che discuoperto mai vegna, se non quando alta saggezza e
nobil castità giunte a bellezza v’applicaran le mani; d’altri i studi son vani
per far questo liquor al ciel aperto. All’or, s’avvien ch’aspergan le man belle
chiumque a lor per remedio s’avicina, provar potrete la virtù divina: ch’a
mirabil contento cangiand’il rio tormento, vedrete due più vaghe al mondo
stelle. Tra tanto alcun di voi non si contriste, quantumque a lungo in tenebre
profonde quant’è sul firmamento se gli asconde: perché cotanto bene per
quantunque gran pene mai degnamente avverrà che s’acquiste. Per quell’a cui
cecità vi conduce, dovete aver a vil ogn’altro avere, e stimar tutti strazii un
gran piacere; che sperando mirare tai grazie uniche o rare, ben potrete
spreggiar ogni altra luce». Lassi, è troppo gran tempo che raminghe per tutt’il
terren globo nostre membra son ite, sì ch’al fine a tutti sembra che la fiera
sagace di speranza fallace il petto n’ingombrò con sue lusinghe. Miseri, ormai
siam (bench’al tardi) avisti ch’a quella maga, per più nostro male, tenerci a
bada eternamente cale; certo perché lei crede che donna non si vede sott’il
manto del ciel con tanti acquisti. Or benché sappiam vana ogni speranza, cedemo
al destin nostr’e siam contenti di non ritrarci da penosi stenti, e mai
fermando i passi (benché trepidi e lassi) languir tutta la vita che n’avanza.
Leggiadre Nimfe, ch’a l’erbose sponde del Tamesi gentil fate soggiorno, deh,
per dio, non abiate (o belle) a scorno tentar voi anco in vano con vostra
bianca mano di scuoprir quel ch’il nostro vase asconde. Chi sa? forse che in
queste spiaggie, dove con le Nereidi sue questo torrente si vede che cossì
rapidamente da basso in su rimonte riserpendo al suo fonte, ha destinat’il ciel
ch’ella si trove. Prese una de le Ninfe il vase in mano, e senza altro tentare,
offrillo ad una per una, di sorte che non si trovò chi ardisse provar prima: ma
tutte de commun consentimento, dopo averlo solamente remirato, il riferivano e
proponevano per rispetto e riverenza ad una sola; la quale finalmente non tanto
per far pericolo di sua gloria, quanto per pietà e desìo di tentar il soccorso
di questi infelici, mentre dubbia lo contrattava, come spontaneamente s’aperse
da se stesso. Che volete ch’io vi referisca quanto fusse e quale l’applauso de le
Nimfe? Come possete credere ch’io possa esprimere l’estrema allegrezza de nove
ciechi, quando udiro del vase aperto, si sentiro aspergere dell’acqui bramate,
apriro gli occhi e veddero gli doi soli; e trovarono aver doppia felicitade:
l’una della ricovrata già persa luce, l’altra della nuovamente discuoperta, che
sola possea mostrargli l’imagine del sommo bene in terra? Come, dico, volete
ch’io possa esprimere quella allegrezza e tripudio de voci, di spirto e di
corpo, che lor medesimi tutti insieme non posseano esplicare? Fu per un pezzo
il veder tanti furiosi debaccanti, in senso di color che credono sognare, et in
vista di quelli che non credeno quello che apertamente veggono: sin tanto che
tranquillato essendo alquanto l’impeto del furore, se misero in ordine di
ruota, dove: Il primo cantava e sonava la citara in questo tenore: O rupi, o
fossi, o spine, o sterpi, o sassi, o monti, o piani, o valli, o fiumi, o mari,
quanto vi discuoprite grati e cari, ché mercé vostra e merto n’ha fatt’il ciel
aperto: o fortunatamente spesi passi. Il secondo con la mandòra sua sonò e
cantò: O fortunatamente spesi passi, o diva Circe, o gloriosi affanni; o quanti
n’affligeste mesi et anni, tante grazie divine, se tal è nostro fine dopo che
tanto travagliati e lassi. Il terzo con la lira sonò e cantò. Dopo che tanto
travagliati e lassi, se tal porto han prescritto le tempeste, non fia ch’altro
da far oltre ne reste che ringraziar il cielo ch’oppose a gli occhi il velo,
per cui presente al fin tal luce fassi. Il quarto con la viola cantò: Per cui
present’al fin tal luce fassi, cecità degna più ch’altro vedere, cure suavi più
ch’altro piacere; ch’a la più degna luce vi siete fatte duce: con far men degni
oggetti a l’alma cassi. Il quinto con un timpano d’Ispagna cantò: Con far men
degni oggetti a l’alma cassi, con condir di speranza alto pensiero, fu chi ne
spinse a l’unico sentiero, per cui a noi si scuopra de Dio la più bell’opra:
cessi fato benigno a mostrar vassi. Il sesto con un laùto cantò: Cossì fato
benigno a mostrar vassi; perché non vuol ch’il ben succeda al bene, o presagio
di pene sien le pene; ma svoltando la ruota, or inalze, ora scuota: com’a
vicenda il dì e la notte dassi. Il settimo con l’arpa d’Ibernia: Come a
vicenda, il dì e la notte dassi, mentr’il gran manto de faci notturne scolora
il carro de fiamme diurne: talmente chi governa con legge sempiterna supprime
gli eminenti, e inalz’ i bassi. L’ottavo con la viola ad arco: Supprime gli
eminenti, e inalza i bassi, chi l’infinite machini sustenta: e con veloce, mediocre
e lenta vertigine dispensa in questa mole immensa quant’occolto si rende e
aperto stassi. Il nono con una rebecchina: Quant’occolto si rend’e aperto
stassi, o non nieghi, o confermi che prevagli l’incomparabil fine a gli
travagli campestri e montanari de stagni, fiumi, mari, de rupi, fossi, spine,
sterpi, sassi. Dopo che ciascuno in questa forma singularmente sonando il suo
instrumento ebbe cantata la sua sestina, tutti insieme ballando in ruota e
sonando in lode de l’unica Nimfa con un soavissimo concento canta- rono una
canzona, la quale non so se bene mi verrà a la memoria. giulia Non mancar (ti
priego, sorella) di farmi udire quel tanto che ti potrà sovvenire. laodomia
Canzone de gl’illuminati «Non oltre invidio, o Giove, al firmamento,» dice il
padre Oceàn col ciglio altero, «se tanto son contento per quel che godo nel
proprio impero; Che superbia è la tua? Giove risponde, alle ricchezze tue che
cosa è gionta? o dio de le insan’onde, perché il tuo folle ardir tanto
surmonta?» «Hai,» disse il dio de l’acqui, «in tuo potere il fiammeggiante
ciel, dov’è l’ardente zon’, in cui l’eminente coro de tuoi pianeti puoi vedere.
Tra quelli tutt’il mondo admira il sole, qual ti so dir che tanto non risplende
quanto lei che mi rende più glorioso dio de la gran mole. Et io comprendo nel
mio vasto seno tra gli altri quel paese, ove il felice Tamesi veder lice, ch’ha
de più vaghe ninfe il coro ameno. Tra quelle ottegno tal fra tutte belle, i per
far del mar più che del ciel amante te Giove altitonante, cui tanto il sol non
splende tra le stelle»; Giove responde: O dio d’ondosi mari, ch’altro si trove
più di me beato non lo permetta il fato; ma miei tesori e tuoi corrano al pari.
Vagl’il sol tra tue ninfe per costei; e per vigor de leggi sempiterne, de le
dimore alterne, costei vaglia per sol tra gli astri miei». Credo averla
riportata interamente tutta. giulia Il puoi conoscere, perché non vi manca
senten- za che possa appartener alla perfezzion del proposito; né rima che si
richieda per compimento de le stanze. Or io, se per grazia del cielo ottenni
d’esser bella, maggior grazia e favor credo che mi sia gionto: perché qualumque
fusse la mia beltadel è stata in qualche maniera principio per far discuoprir
quell’unica e di- vina. Ringrazio gli dèi, perché in quel tempo che io fui sì
verde, che le amorose fiamme non si posseano accendere nel petto mio, mediante
la mia tanto restia quanto semplice et innocente crudeltade, han preso mezzo
per concedere incomparabilmente grazie mag- giori a’ miei amanti, che
altrimenti avessero possute ottenere per quantunque grande mia benignitade.
laodomia Quanto a gli animi di quelli amanti, io ti as- sicuro ancora, che come
non sono ingrati alla sua ma- ga Circe, fosca cecitade, calamitosi pensieri et
aspri travagli, per mezzo de quali son gionti a tanto bene: cossì non potranno
di te esser poco ben riconoscenti. giulia Cossì desidero, e spero. Grice: Agostino da Norcia used to quote from Benedetto da Norcia’s
emblematic maxim, praise the lord AND WORK – it rymes in Italian: ORA e LABORA
--. Not to be confused
with “Benedetto da Norcia”. Nome compiuto: Agostino Colizzi. Giovanni Colizzi. Agostino
Colizzi. Colizzi. Agostino da Perugia. Agostino da Norcia.Norcio. Keywords:
implicatura, “De amore fundamenta mundis ac ethicae”, eretici italiani,
ortodossi italiani, dell’infinito,
universo e mondi, praxis descensus application entis, amore – l’amore come
fondamento del mondo, l’amore come fondamento dalla morale -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Colizzi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Colli: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’espressione – scuola
di Torino –filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese.
Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I love Colli
– his ‘filosofia dell’espressione’ is much more serious than my ramblings, well
meant, though, on Peirce! I was only trying to be fashionable! At Oxford, they
loved my lecture on ‘meaning,’ which got me into ‘implying,’ and eventually,
‘expressing.’ – My unity developed – Colli was born with it!” Insegna a Pisa. Di
una facoltosa famiglia, il padre amministra “La Stampa”, incarico dal quale fu
poi estromesso all'indomani della marcia su Roma, su ordine di Mussolini.
Studia a Torino, laureandosi sotto Solari con “Politicità ellenica e Platone”.
Scorse nella tradizione filosofica classica greco-romana l'autentico
"logos" a cui ritornare. Lo stile di scrittura, profondo e
costellato di aforismi taglienti, si caratterizza da un'attenzione maniacale
alla musicalità del discorso. Questa dote musicale emerge con chiarezza dalle
letture di alcuni passi di Colli recitati da Bene. Il suo saggio principale è
“Filosofia dell'espressione” che fornisce, mediante una complessa teoria delle
categorie e della deduzione, un'interpretazione della totalità della
manifestazione come “espressione” di qualcosa (l'immediatezza) che sfugge alla
presa della conoscenza. Comunque, ritiene che sia possibile riguadagnare il
fondamento metafisico del mondo portando il discorso filosofico ai suoi estremi
limiti e "(di)mostrando" la natura derivata del logos. Importante il
suo contributo su i filosofi italici Gorgia, Zenone, e Girgentu, e le figure di
Bacco ed Apollo, dismisura e misura. Al tentativo di interpretare gli enigmi di
questi culti a-logici, fra i quali quelli oracolari, viene fatta risalire
l'origine remota della dialettica. Altre opere: “Filosofia dell'espressione” (Adelphi,
Milano); “Dopo Nietzsche” (Adelphi, Milano); “La nascita della filosofia.
Adelphi, Milano); “La sapienza greca” “Dioniso, Apollo, Eleusi, Orfeo, Museo,
Iperborei, Enigma” (Adelphi, Milano); “La sapienza greca” “Epimenide, Ferecide,
Talete, Anassimandro, Anassimene, Onomacrito” (Adelphi, Milano); “La sapienza
greca”; “Eraclito” (Adelphi, Milano); “Nietzsche” (Adelphi, Milano); “La ragione
errabonda” (Adelphi, Milano); “Per una enciclopedia di autori classici” (Adelphi,
Milano); “La Natura ama nascondersi” (Adelphi, Milano); “Zenone di Velia” (Adelphi,
Milano); “Gorgia e Parmenide” (Adelphi, Milano); “Introduzione a Osservazioni
su Diofanto di Pierre de Fermat. Bollati Boringhieri, Torino); “Platone
politico” (Adelphi, Milano); “Il sovro-umano” (Adelphi, Milano); “Apollineo e
dionisiaco” (Adelphi, Milano); “Girgentu” (Adelphi, Milano); “Platone: la lotta
dello spirito per la potenza, Einaudi, Torino); Da Hegel a Nietzsche, Einaudi,
Torino); Organon, Einaudi, Torino); Critica della ragion pura, a cura e tr. di
Giorgio Colli, Einaudi, Torino); “Simposio” (Adelphi, Milano); Parerga e
paralipomena” (Adelphi, Milano); Nietzsche (Classici Adelphi) Scritti giovanili; La nascita della tragedia;
Considerazioni inattuali; La filosofia nell'epoca tragica dei Greci; Frammenti
postumi; Wagner a Bayreuth; Considerazioni inattuali, Umano, troppo umano,
Aurora; Idilli di Messina; Così parlò Zarathustra; Al di là del bene e del
male; Genealogia della morale; Wagner; Crepuscolo degli idoli; L'anticristo; Ecce
homo; Nietzsche contra Wagner, Ditirambi di Dioniso e Poesie postume;
Epistolario (Adelphi, Milano); Sull'utilità e il danno della storia per la vita
(Adelphi, Milano); Sull'avvenire delle nostre scuole” (Adelphi, Milano); La mia vita (Adelphi, Milano); La nascita
della tragedia” Adelphi, Milano); L'uomo di fede e lo scrittore, Adelphi,
Milano); Schopenhauer come educatore, tr. di Mazzino Montinari, Adelphi,
Milano); “Lettere da Torino” (Adelphi, Milano); “Il servizio divino dei greci”
(Adelphi, Milano); Lo Specchio di Dioniso” (Dedalo, Bari); Dizionario
biografico degli italiani, Implicazioni estetiche
in C.; Misura e dismisura. Per una rappresentazione di C., ERGA, Genova);
L’enigma greco; Apollineo e dionisiaco in C., in Clemente Tafuri e David
Beronio, Teatro Akropolis. Testimonianze ricerca azioni, vol II,
AkropolisLibri, Genova); I Greci: annotazioni su alcune traduzioni, in
"Episteme", Mimesis Edizioni, Milano); Il Girgentu di Colli, Luca
Sossella Editore, Roma. Wikipedia Ricerca Prosimno pastore della
mitologia greca Lingua Segui Modifica Prosimno o Polimno (Πρόσυμνος/Πόλυμνος)
nella mitologia greca era un pastore che viveva nei pressi del sacro lago di
Lerna (in Argolide, sulla costa del golfo di Argo), reputato essere senza fondo
e pertanto assai pericoloso per tutti quelli che vi si volevano avventurare in
acqua. Quando il dio del vino Dioniso andò nell'Ade per salvare sua madre
Semele, Prosimno lo guidò verso l'ingresso - conducendolo nella sua barca a
remi - posto al centro del lago. Il premio richiesto da Prosimno per questo
servizio sarebbe stato il diritto a giacere con il giovane Dio. Tuttavia,
quando Dioniso tornò sulla terra per una strada diversa, trovò che Prosimno era
nel frattempo morto. Dioniso volle comunque mantenere la sua promessa;
intagliò un pezzo di legno di ficus a forma di falloutilizzandolo per adempiere
ritualmente all'accordo che aveva in precedenza stipulato con Prosimno: si
posizionò sulla sua tomba e ci si sedette sopra, auto-sodomizzandosi. Questo,
si dice, è stato dato come spiegazione della presenza di falli di legno di fico
tra gli oggetti segreti che venivano "rivelati" nel corso dei Misteri
dionisiaci. Questa storia non è raccontata in pieno da una delle consuete
fonti di racconti mitologici greci, anche se molti di loro accennano ad essa.
Il fatto si è ricostruito sulla base di dichiarazioni di autori cristiani;
questi devono essere trattati quindi con riserva in quanto il loro obiettivo
era essenzialmente quello di screditare la mitologia pagana[1]. Riti
notturni annuali hanno avuto luogo presso il lago sacro, sulle rive della
palude alcionia, ancora in età classica; Pausania il Periegeta si rifiuta però
di descriverceli. Il mito di Prosimno è stato studiato da Bernard Sergentin
"L'omosessualità nella mitologia greca", ristampato nella sua
"Omosessualità e iniziazione tra i popoli indo-europei". Questo mito
è comunque considerato essere il risultato dell'importanza del simbolismo
fallico all'interno del culto dionisiaco. Igino, Astronomy; Clemente di Alessandria, Protreptikos; Arnobio, Against
the Gentiles; Dalby, Pausania, Guide to Greece; Plutarco, Iside e Osiride 35;
Dalby, Dionisio-Baco, su geocities.com Mitos del cielo: Dioniso, su
mitosdelcielo.iespana. Susana Quintanilla, Dioniso en México o cómo leyeron
nuestros clásicos a los clásicos griegos. De op. cit.:
Calasso "Las bodas de Cadmo y Harmonía", Barcelona, Anagrama( PDF )
[collegamento interrotto], su redalyc.uaemex. Dalby, The Story of Bacchus,
London, British Museum Press, Pederastia Pederastia greca Temi LGBT nella
mitologia FontiModifica Arnobio, Contro i pagani, Clemente di Alessandria,
Esortazione ai Greci (Protrettico). Igino, Astronomia. Pausania, Descrizione
della Grecia, Plutarco, Iside e Osiride. Portale LGBT Portale
Mitologia greca Dioniso dio greco del vino, della vendemmia, dei teatri, della
fertilità e dell'ubriachezza Canopo (mitologia) Pederastia tebana. Che
l'esclusione di queste potenze ben presenti e Bi distinte dalla comunità
delle figure dominanti, ed .il sus É sistere della loro venerabilità, pur
tacendo .la vastità É e profondità loro e più ch’ogni altra cosa,
l’orrendo fi mistero del loro essere, provengano da una particola
rissima valutazione e da una volontà risoluta, si app* lesa evidentissimo
nella figura dominante di tutto que sto ciclo: Dioniso. La sua virilità,
come osserva .J. J. Bachhofen in modo eccellente, trascina
irresistibilmente seco. l’eterno femminino di questa sfera e ne
rimane assolutamente presa. Il suo spirito s’arroventa nell’inebriante
beveraggio, che venne chiamato il sangue della terra. Istinti elementari,
frenesie, dissolvimenti della co-scienza nello sconfinato, assalgono
tempestosamente i suoi adoratori e agli estasiati si schiudon i tesori
del regno. terrestre. Anche intorno a Dioniso accorrono i morti,
che lo seguono a ‘primavera quand’egli porta i fiori. Amore e
selvaggia ebbrezza, gelidi brividi e beatitudini si ten- gon per mano e
gli fan corteo; ciascuno degli antichis- simi tratti essenziali della
divinità della Terra son in lui accresciuti a dismisura," ma pure
infinitamente ap- profonditi, Questa figura divina che tutto trascina
con sè è ben nota ad Omero, che chiama il dio « forsennato >, e
ha vivo davanti agli occhi l’andar selvaggio delle sue accompagnatrici
che agitano il tirso. Ma tutto. ciò non è che similitudine, come quando
paragona ad una Menade Andromaca, la quale presa da oscuro presentimento
si precipita fuor dalle sue stanze (Iliade; cfr. Inno Omer. a
Dem.), come pure quando occasional- mente narra memorabili storie
(Iliade.; Odissea). Nel vivo mondo di Omero le Menadi non trovan posto e
pure invano si cerca Dioniso, che non vi ha parte veruna. Dioniso «
dispensator di gioia » (Esio- do, Erga 614) gli è altrettanto estraneo
quanto l’uomo doloroso annunziatore dell’al di là. L’eccesso, che gli
è proprio, non s’accorda con la chiarezza che contraddi- stingue
qui tutto ciò ch’è realmente divino. Da questa chiarezza sono assai
lontane anche le al- tre figure del ciclo della Terra. Sian pure
intessute. di dolcissimo incanto, e portin sulla fronte la più
sublime gravità. Il sapere e la sacra legge stanno loro al fianco.
Ma sono.legate alla materia terrestre e partecipano della sua oscura
pesantezza e necessità. La loro benevolenza è quella dell’elemento
materno, ed il loro diritto ha la rigidità di tutti i legami del sangue. Tutte
arrivano nella notte della morte, o meglio: la morte ed il passato
risalgono grazie a loro nel presente e nell’esistenza dei viventi. Non
v'è un ritrarsi dal teatro del mondo, nè il trapassare dall’esistenza
oggettiva in una sfera inferiore nè una liberazione del campo di vita e
d’azione da ciò che una volta fu. Tutto ciò che fu rimane per
sempre, ed. eleva la sua esigenza, sempre con la medesima ron.
cretezza, dalla quale non c’è via di scampo. Ed è solo una conferma di
codesto carattere, il predominio ch’'ha nel mondo delle divinità di
questa sfera, il sesso femmi. nile. Nella cerchia celeste della religione
omerica invece sì trae in disparte in modo tale, che non può essere
casuale. Gli dèi che dominano colà, non solo: son di sesso maschile,
sibbene rappresentano decisamente lo spirito virile. Ed anche quando
Atena si unisce ad Apollo e-a Zeus in suprema trinità, è lei a rinnegare
esplicitamente il femmineo e a farsi genio del mascolino. I -m
Dirisioti ^LT^b !-' 0' 25outonV %tt^^\t Hitiratp. THE ELEUSINIAN AND BACCHIC MYSTERIES. A DISSERTATION. TAYLOR, TXANSL4TOH
OF PLATO. PLOTINTJS," POEPITIllY," lAMBLICHCS."
"PEOCI-nS,' ABISTOTLE," ETC., ETC. EDITED, WITH INTRODUCTION,
NOTES, EMENDATIONS, AND GLOSSARY. WILDER. Ev Tats TEAETAI2 KaOapcrei';
rjyoyi'Tai (cai ncpip- pai'TTjpia (Cat ayviiTfjiOL, a nof (v aTTOpprjToi;
Spuiixeviav, (tat TT)! TOD Oeiov |U.€T0U(rias yviJifauiiaTa etaiv. Pkoclus
; Manuscript Commentary upon Plato, I. AMbiadet. WITH 85 ILLUSTRATIONS RAWSON. by
BulI TDN. The DeVinne Press. TO MY OLD FRIEND ^cniarti
OSuatitcl) THE GREATEST BOOKSELLER OF ANCIENT OR MODERN
TIMES CbiB Dolttme is reBpcctfuIl? Jeiiicateli BY THE
PUBLISHER Bacchic Ceremonies. Bacchus ami Nymphs. Pluto, Prosevpiua, aud
Furies. Eleusinian Prieatesses. Bacchante and Faun. Faun and Bacchus. Fable
is Love's World, Poem by Schiller. Eleusinian Mysteries. Bacchic Mysteries. Hymn
to Minerva; Orphic Hymns. Hymn of Cleanthes Klensiiiiiiii
Mj'steriea. '"Tis not merely The human breing's pride that
peoples space With life and mystical predominance, Since likewise
for the stricken heart of Love This visible nature, and this common
world Is all too narrow ; yea, a deeper import Lurks in the legend
told my infant years That lies upon that truth, we live to learn,
For fable is Love's world, his home, his birthplace ; Delightedly he
dwells 'mong fays and talismans, And spirits, and delightedly
believes Divinities, being himself divine. The intelligible forms
of ancient poets. The fair humanities of Old Religion, The Power,
the Beauty, and the Majesty, That had their haunts in dale or piny
motmtain, Or forests by slow stream, or pebbly spring. Or chasms or
wat'ry depths; all these have
vanished. They live no longer in the faith of Eeason, But still the
heart doth need a language ; still Doth the old instinct bring back the
old names. Schiller : The Piccolomini Apollo autl
Muaes. ITolM.'tll.MlS. In offering- to the public Taylor's admirable
treatise upon the Elensiidan and Bacchic Mysteries, it is proper to
insert a few words of explanation. These observances once represented the
spiritual life of (Ireeee, and were considered for two thousand years and
more the appointed means for regeneration through an interior union with
the Divine Essence. However absurd, or even offensive they may seem
to us, we should therefore hesitate long before we venture to lay desecrating
hands on what others have esteemed holy. We can learn a valuable
lesson in this regard from the Roman philosophers, who had learned to
treat the popular religious rites with mirth, but always considered the
Eleusinian Mysteries with the deepest reverence. It is ignorance
which leads to profanation. Men ridicule what they do not properly
understand. Alcibiades was drunk when he ventured to touch what
his countrymen deemed sacred. The undercurrent of this worhl is set
toward one goal; and inside of human credulity call it human weakness, if you please
is a power almost infinite, a holy faith capa))le of apprehending the
siipremest truths of all Existence. The veriest dreams of life,
pertaining as they do to " the minor mystery of death," have in
them more than external fact can reach or explain; and Myth, however much
she is proved to be a child of Earth, is also received among men as the
child of Heaven. The Cinder- Wench of the ashes will become the Cinderella
of the Palace, and be wedded to the King's Son. The instant that we
attempt to analyze, the sensible, palpable facts upon which so many try
to build disappear beneath the surface, like a foundation laid upon
quicksand. " In the deepest reflections," says a distinguished
writer, '' all that we call external is only the material basis upon
which our dreams are built; and the sleep that surrounds life swallows up
life, all but a dim wreck of
matter, floating this way and that, and forever evanishing from sight.
Complete the analysis, and we lose even the shadow of the external
Present, and only the Past and the Future are left us as our sure
inheritance. This is the first initiation,
the vailing [mnesis] of the eyes to the external. But as epo])fm,
by the synthesis of this Past and Future in a living nature, we obtain a
higher, an ideal Present, comprehending within itself all that can
be real for us within us or without. This is the second initiation in
which is uuvailed to us the Present as a new birth from our own life.
Thus the great problem of Idealism is symbolically solved in the
Eleusinia. These were the most celebrated of all the sacred orgies, and
were called, by way of eminence. The Mysteries. Although exhibiting
apparently the features of an Eastern origin, they were evidently copied
from the rites of Isis in Egypt, an idea of which, more or less correct,
may be found in The Mefamotyhoses of APULEIO and The Epicurean by Moore.
Every act, rite, and person engaged in them was symbolical; and the
individual revealing them was put to death without mercy. So also was any
uninitiated person who happened to be present. Persons of all ages and
both sexes were initiated; and neglect in this respect, as in the
case of Socrates, was regarded as impious and atheistical. It was
required of all candidates that they should be first admitted at the
MiJo'a or Lesser Mysteries of Agree, by a process of fasting called
^j«f/'/ficafion, after which they were styled mysfce, or initiates. A year
later, they might enter the higher degree. In this they learned the
aporrheta, or secret meaning of the rites, and were thenceforth
denominated ephori, or epoptm. To some of the interior mysteries,
however, only a very select number obtained admission. From these
were taken all the ministers of holy rites. The Hierophant who presided
was bound to celibacy, and requii'ed to devote his entire life to his
sacred office. Atlantic Monthly, He had three assistants, the torch-bearer, the lierux or crier,
and the minister at the altar. There were also a hasileus or king, who
was an archon of Athens, four curators, elected by suffrage, and ten to
offer sacrifices. The sacred Orgies were celebrated on every fifth
year; and began on the 15th of the month Boedromiau or September. The
first day was styled the agurmos or assembly, because the worshipers then
convened. The second was the day of purification, called also alacU
mystaij from the proclamation : ''To the sea, initiated ones ! " The
third day was the day of sacrifices; for which purpose were offered a
mullet and barley from a field in Eleusis. The officiating persons were
forbidden to taste of either; the offering was for Achtheia (the
sorrowing one, Demeter) alone. On the fourth day was a solemn procession.
The JcalafJios or sacred basket was borne, followed by women, ciske or
chests in which were sesamum, carded wool, salt, pomegranates,
poppies, also thyrsi, a serpent, boughs
of ivy, cakes, etc. The fifth day was denominated the day of
torches. In the evening were torchlight processions and much
tumult. The sixth was a great occasion. The statue of
lacchus, the son of Zeus and Demeter, was brought from Athens, by the
laccJiogoroi, all crowned with myrtle. In the way was heard only an
uproar of singing and the beating of brazen kettles, as the votaries
danced and ran along. The image was borne " through the sacred Gate,
along the sacred way, halting by the sacred fig-tree (all sacred, mark
you, from Eleiisinian associations), where the procession rests, and
then moves on to the bridge over the Cephissns, where again it
rests, and where the expression of the wildest grief gives place to the
trifling farce, even as Demeter,
in the midst of her grief, smiled at the levity of lambe in the
palace of Celeus. Through the 'mystical entrance ' we enter Eleusis. On the
seventh day games are celebrated; and to the victor is given a
measure of barley, as it were a
gift direct from the hand of the goddess. The eighth is sacred to ^sculapius,
the Divine Physician, who heals all diseases; and in the evening is
performed the initiatory ritual. " Let us enter the m3\stic
temple and be initiated, though it must be supposed that, a year ago, we
were initiated into the Lesser Mysteries at Agrae. We must have
been mystm (vailed), before we can become epoptce (seers); in plain
English, we must have shut our eyes to all else before we can behold the
mysteries. Crowned with myrtle, we enter with the other initiates
into the vestibule of the temple, blind
as yet, but the Hierophaut within will soon open our eyes. But
first, for here we must do nothing
rashly, first we must wash in this holy water; for it is with pure
hands and a pure heart that we are bidden to enter the most sacred
enclosure [(xu(rTuoff (f-nxog, tnusfijios seJcos]. Then, led into the
presence of the Hierophaut, In the Oriental countries the designation nns Peter
(an interpreter), appears to have been the title of this personage; and he
reads to us, from a book of stone [jreTpajfjia, petroma]^ tliiuii's which
we must not divulge on pain of death. Let it suffice that they fit the
place and the occasion; and though you might laugh at them, if they
were spokiMi outside, still you seem very far from that mood now,
as you hear the words of the old man (for old he he always was), and look
upon the revealed symbols. And very far, indeed, are you from ridicule,
when Demeter seals, by her own peculiar utterance and signals, by vivid
coruscations of light, and cloud piled upon cloud, all that we have seen
and heard from her sacred priest; and then, finally, the light of a
serene wonder fills the temple, and we see the pure fields of
Elysium, and hear the chorus of the Blessed;
then, not merely by external seeming or philosophic
interpretation, but in real fact, does the Hierophant become the Creator
[(hi-^'ovpyo;, demiourgos] and revealer of all things; the Sun is but his
torch-bearer, the Moon his attendant at the altar, and Hermes his mystic
herald * [>c7]pu|, kerux]. But the final word has been uttered '
Conx Om pax.' The rite is consummated, and we are vpoptit forever !
" Those who are curious to know the myth on which the
petroma consisted, notably enougli, of two tablets of stone. There is in
these facts some reminder of the peculiar circumstances of the Mosaic Law which
was so preserved; and also of the claim of the Pope to be the successor
of Peter, the hierophant or interpreter of the Christian religion.
* Porphyry. Introduction. 19 the " mystical
drama " of the Eleusinia is founded will find it in any Classical
Dictionary, as well as in these pages. It is only pertinent here to give
some idea of the meaning. That it was regarded as profound is
evident from the peculiar rites, and the obligations imposed on every initiated
person. It was a reproach not to observe them. Socrates was accused of
atheism, or disrespect to the gods, for having never been
initiated.* Any person accidentally guilty of homicide, or of any
crime, or convicted of witcihcraft, was excluded. The secret doctrines,
it is supposed, were the same as are expressed in the celebrated Hymn of
Cleanthes. The philosopher Isocrates thus bears testimony : "
She [Demeter] gave us two gifts that are the most excellent; fruits, that
we may not live like beasts; and that initiation those who have part in which have
sweeter hope, both as regards the close of life and for all
eternity." In like manner, Pindar also declares : " Happy is he
who has beheld them, and descends into the Underworld: he knows the end, he
knows the origin of life." The Bacchic Orgies were said to have been
instituted, Ancient Sijmhol-Worsliip. "Socrates was not
initiated, yet after drinking the hemlock, he addressed Crito : ' We owe
a cock to ^sculapius.' This was the peculiar offering made by initiates
(now called kerJcnophori) on the eve of the last day, and he thus
symbolically asserted that he was about to receive the great
apocalypse. See, also, " Progress of Religious Ideas," by Child;
and " Discourses on the Worship of Priapus," by EiCHARD Payne
Knight. or iiy)re probably reformed T)y Orpheus, a mythical
personage, supposed to have flourished in Thrace.* The Orphic
associations dedicated themselves to the worship of Bacchus, in which
they hoped to find the gratification of an ardent longing after the
worthy and elevating influences of a religious life. The worshipers
did not indulge in unrestrained pleasure and frantic enthnsiasni, but
rather aimed at an ascetic purity of * Euripides : Ehaesns.
"Orpheus showed forth the rites of the hidden Mysteries. Plato :
ProUifforas. The art of a sophist or sage is ancient, but tlie men who
proposed it in ancient times, fearing the odium attached to it, sought to
conceal it, and vailed it over, some under the garb of poetry, as Homer,
Hesiod, and Simonides : and others under that of the Mysteries and
prophetic manias, such as Orpheus, Musseus, and their
followers." Herodotus takes a different view ii. 49. "Melampus, the son of
Amytheon," he says, "introduced into Greece the name of
Dionysus (Bacchus), the ceremonial of his worship, and the procession of the
phallus. He did not, however, so completely apprehend the whole doctrine as to
be able to communicate it entirely : but various sages, since his time,
have carried out his teaching to greater perfection. Still it is certain
that Melampus introduced the phallus, and that the Greeks learnt from him
the ceremonies which they now practice. I therefore maintain that
Melampus, who was a sage, and had acquired the art of divination, having become
acquainted with the worship of Dionysus tln-ough knowledge derived from
Eg>ijt, introduced it into Greece, with a few slight changes, at the
same time rhat he brought in various other practices. For I can by no
means allow that it is by mere coincidence that the Bacchic ceremonies in
Greece are so nearly the same as the Egyptian. y r^isi
Etruscan Kleusiniau Ci-renionies. life and manners. The worship of
Dionysus \yas the center of their ideas, and the starting-point of all
their speculations upon the world and human nature. They believed
that human souls were confined in the body as in a prison, a condition
which was denominated genesis or generation; from which Dionysus would
liberate them. Their sufferings, the stages by which they passed to
a higher form of existence, their lafharsis or purification, and their
enlightenment constituted the themes of the Orphic writers. All this was
represented in the legend which constituted the groundwork of the mystical
rites. Dionysus-Zagreus was the son of Zeus, whom he had
begotten in the form of a dragon or serpent, upon the person of Kore or
Persephoneia, considered by some to have been identical with Ceres or
Demeter, and by others to have been her daughter. The former idea is
more probably the more correct. Ceres or Demeter was called Kore at
Cnidos. She is called Phersephatta in a fragment by Psellus, and is also
styled a Fury. The divine child, an avatar or incarnation of Zeus,
was denominated Zagreus, or Chakra (Sanscrit) as being destined to
universal dominion. But at the instigation of Hera* the Titans conspired
to murder him. Ac * Hera, generally regarded as the Greek title of Juno,
is not the definite name of any goddess, but was used by ancient writers
as a designation only. It signifies doniina or lady, and appears to
be of Sanscrit origin. It is applied to Ceres or Demeter, and other
divinities. cordingly, one day while he was contemplating a mirror,* they
set upon him, disguised under a coating of plaster, and tore him into
seven parts. Athena, however, rescued from them his heart, which was
swallowed by Zeus, and so returned into the paternal substance, to
be generated anew. He was thus destined to be again born, to succeed to
universal rule, establish the reign of happiness, and release all souls
from the dominion of death. The hypothesis of Mi-. Taylor is
the same as was maintained by the philosopher Porphyry, that the
Mysteries constitute an illustration of the Platonic * The mirror
was a part of the symbolism of the Thesmophoria, and was iised in the
search for Atmu, the Hidden One, evidently the same as Tammuz, Adonis,
and Atys. See Exodus xxxviii. 8; 1 Samuel ii. 22; and Esekiel viii. 14.
But despite the assertion of Herodotus and others that the Bacchic
Mysteries were in reality Egyptian, there exists strong probability that
they came originally from India, and were Sivaic or Buddhistical. Core-Persephoneia
was but the goddess Parasu-pani or Bhavani, the patroness of the Thugs,
called also Goree; and Zagi'eus is from Chakra, a country extending from
ocean to ocean. If this is a Turanian or Tartar Story, we can easily
recognize the "Horns" as the crescent worn by lama-priests :
and translating god-names as merely sacerdotal designations, assume the
whole legend to be based on a tale of Lama Succession and transmigration.
The Titans would then be the Daityas of India, who were opposed to the
faith of the northern tribes; and the title Dionysus but signify the god or
chiefpriest of Nysa, or Mount Meru. The whole story of Orpheus, the
institutor or rather the reformer of the Bacchic rites, has a Hindu ring
all through. FILOSOFIA. At first sight, this may l)e hard to believe;
but we must know that no pageant could hold place so long, without an
under-meaning. Indeed, Herodotus asserts that " the rites called
Orphic and Bacchic are in reality Egyptian and Pythagorean. The influence
of the doctrines of Pythagoras upon the Platonic system is
generally acknowledged. It is only important in that case to understand
the great philosopher correctly; and we have a key to the doctrines and
symbolism of the Mysteries. The first initiations of the
Eleusinia were called Telefce or terminations, as denoting that the
imperfect and rudimentary period of generated life was ended and
purged off; and the candidate was denominated a mijsfa, a vailed or
liberated person. The GreaterMysteries completed the work; the candidate was
more fully instructed and disciplined, becoming an epopta or seer.
He was now regarded as having received the arcane principles of life.
This was also the end sought by philosophy. The soul was believed to be
of composite nature, linked on the one side to the eternal world,
emanating from God, and so partaking of The Divine (IL DIVINO). On the other
hand, it was also allied to the phenomenal or external world, and so
liable to be subjected to passion, lust, and the bondage of evils.
This condition is denominated genemtion; and is supposed to be a kind of death
to the higher form of life. Evil is inherent in this condition; and the
soul dwells * Herodotus: ii. 81 in the body as in a prison or a
grave. In this state, and previous to the discipline of education and the
mystical initiation, the rational or intellectual element, which Paul
denominates the spiritual, is asleep. The earthlife is a dream rather than a
reality. Yet it has longings for a higher and nobler form of life, and
its affinities are on high. "All men yearn after God,"
says Homer. The object of Plato is to present to us the fact that there
are in the soul certain ideas or principles, innate and connatural, which are
not derived from without, but are anterior to all experience, and
are developed and brought to view, but not produced by experience. These
ideas are the most vital of all truths, and the purpose of instruction
and discipline is to make the individual conscious of them and
willing to be led and inspired b}^ them. The soul is purified or
separated from evils by knowledge, truth, expiations, sufferings, and
prayers. Our life is a discipline and preparation for another state
of being; and resemblance to God is the highest motive of
action.* * Many of the early Christian writers were deeply imbued
with the Eclectic or Platonic doctrines. The very forms of speech
were almost identical. One of the four Gospels, bearing the title "
according to John,'''' was the evident product of a Platonist, and hardly
seems in a considerable degree Jewish or historical. The epistles
ascribed to Paul evince a great familiarity with the Eclectic philosophy and
the peculiar symbolism of the Mysteries, as well as with the Mithraic
notions that had penetrated and permeated the religious ideas of the
western countries. Proclus does not hesitate to identify the
theological doctrines with the mystical dogmas of the Orphic
system. He says : '' What Orpheus delivered in hidden allegories,
Pythagoras learned when he was initiated into the Orphic Mysteries.; and
Plato next received a perfect knowledge of them from the Orphean
and Pythagorean writings. Taylor's peculiar style has been the subject
of repeated criticism; and his translations are not accepted by
classical scholars. Yet they have met with favor at the hands of men
capable of profound and recondite thinking; and it must be conceded that
he was endowed with a superior qualification, that of an intuitive perception of the
interior meaning of the subjects which he considered. Others may have
known more Greek, but he knew more Plato. He devoted his time and
means for the elucidation and dissemination of the doctrines of the divine
philosopher; and has rendered into English not only his writings, but
also the works of other authors, who affected the teachings of the
great master, that have escaped destruction at the hand of Moslem
and Christian bigots. For this labor we cannot be too grateful. The
present treatise has all the peculiarities of style which characterize
the translations. The principal difficulties of these we have endeavored to
obviate a labor whicli will, we
trust, be not unacceptable to readers. The book has been for some time
out of print; and no later writer has endeavored to replace it. There
are many who still cherish a regard, almost amounting to veneration,
for the author; and we hope that this reproduction of his admirable explanation
of the nature and object of the Mysteries will prove to them a
welcome undertaking. There is an increasing interest in philosophical,
mystical, and other antique literature, which will, we believe, render
our labor of some value to a class of readers whose sympathy, good-will,
and fellowship we would gladly possess and cherish. If we have added to
their enjoyment, we shall be doubly gratified. A. W. V'euus
ami Proserpina iu Hailes. Rape of Proserplua. As there is nothing
more celebrated than the Mys- ^l\^ teries of the ancients, so there is
perhaps nothingwhich has hitlierto been less solidly known. Of the trnth
of this observation, the liberal reader will, I persnade myself, be fully
convinced, from au attentive perusal of the following sheets; in which
the secret meaning of the Eleusinian and Bacchic Mysteries is unfolded,
from authority the most respectable, and from a philosophy of all others
the most venerable and august. The authority, indeed, is principally
derived from manuscript writings, which are, of course, in the
possession of but a few; but its respectability is no more lessened by
its concealment, than the value of a diamond when secluded from the
light. And as to the philosophy, by whose assistance these Mysteries are
developed, it is coeval with the universe itself; and, however its continuity
maybe broken by opposing systems, it will make its appearance at
different periods of time, as long as the sun himself shall continue to
illuminate the world. It has, indeed, and may hereafter, be violently assaulted
l)y delusiv^e opinions; but the opposition will be just as imbecile as
that of the waves of the sea against a temple built on a rock, which
majestically pours them back, Broken and A^anquish'd,
foaming to the main. Pallas, Venus, aud Diaua. THE ELEUSINIAN AND
BACCHIC. Dionysus as God of the Sun. a. SECTION I. SJ
WARBURTON, in Ms Divine Legation of Moses, has ingeniously
proved, that the sixth book of Virgil's ^neid represents some of the
dramatic exhibitions of the Eleusinian Mysteries; but, at the same
time, has utterly failed in attempting to unfold their latent meaning,
and obscure though important end. By the assistance, howevei", of
the Platonic philosophy, I have been enabled to correct his errors, and
to vindicate the wisdomof antiquity from his aspersions The profounder
esoteric doctrines of the ancients were denominated wisdom, and attevwnrd
philosophy, and also the [piosis or knowledge. They related to the human
soul, its divine parentEleiisinian and by a genuine account of this
sublime institution; of which the foUowing observations are designed as a
comprehensive view. In the fii'st place, then, I shall
present the reader with two superior authorities, who perfectly
demonstrate that a part of the shows (or dramas) consisted in a
representation of the infernal regions; authorities which, though of the last
consequence, were unknown to Dr. Warbiu'ton himself. The first of these
is no less a person than the immortal Pindar, in a fragment
preserved by Clemens Alexandrinus : ^' 'A/J.a %at IJtvoapo^ Trspi xcov sv
EXsaacvt {Jiua'CTjpuov Xsycov STrcrpspsL OXpcoc, oart? But Pindar,
speaking of the Eleusinian Mysteries, says : Blessed is he who,
having age, its supposed degradation from its high estate by
becoming connected with " generation " or the physical world,
its onward progi-ess and restoration to God by regenerations, popularly
supposed to be transmigrations, etc. A.
W. " Stroma la, book iii. Bacchic Mysteries. seen those common
concerns in the underworld, knows both the end of hfe and its divine
origin from Jupiter." The other of these is from Prochis in his
Commentary on Plato's Politicus, who, speaking concerning the sacerdotal
and symbolical mythology, observes, that from this mythology Plato himseK
establishes many of his own peculiar doctrines, " since in the
Phcedo he venerates, mtli a becoming silence, the assertion
delivered in the arcane discourses, that men are placed in the body as in
a prison, secured by a guard, and testifies^ accordlny to the
mystic cerem^onies, the different allotments of purified and unpurified souls
in Hades, their severed conditions, and the three-forJicd path from the
pecidiar places where they tcere; and this was shown accordiny to
traditionary institutions; every part of which is full of a symbolical
representation, as in a dream, and of a description which treated of the
ascending and descending ways, of the tragedies of Dionysus (Bacchus or
Zagreus), the crimes of the Titans,, the three ways in Hades,
and Eleusinian and the wandering of everything of a
similar hind.^^ "Ar/Aot 5s sv
<l>7.too)vt xov ts sv 6'. avi^pcoTTOi, aiyirj xtj Trps'iro'jar^
cs^3(ov, xai :7.c -csXsrac (lege y.7.o %7.-'y. -ac tsXs-c/.)
(JLCtp-:'jpo{Ji£voc xcov ^La'^optov Xr^^scov -r^; ^^T^'^
%£%ai)-ap|i.£VTj; TS %7.c a^a^aptoy zic, o/joo rj.lZirjOQ1]Z, r.rjX
ZIQ ZS GySGSlC, WJ, V:7.C Xa? xpio^oDc 7.7:0 x(ov ooGKov 7,7/. x(ov
(lege %ai %7.x7. t(ov), Traipi^cov {)-£a{i(ov ':£7,{i7.ipo[icVOc. a
5'^ z-qc, ao{JL[3o)d%7jc dTuavta ^stopta; sari {xsara, 7,7.L t(OV
7C7.p7. TOIC TZOl'flZrjlC, {)-p'jXXo?J{J.£V(OV rj.yo^my zs 7.7.t 7,ai)-ooo)v,
tcov ts $iovyai7.7C(ov 3'jvi)"^{Ji7.tcov, y.rj.1 xcov TiTy-vizfov
onxapiYjixa -(OV XSYOJXSVCOV, 'X.7.1 X(OV sv 4^^'-> TpCOOCOV,
7,7.!. XT^C TZKrjyr^C, Y,rjx X(OV T&tOUTCOV d'7L7.VXa)V." *
Ha^dllg iDremised thus much, I now proceed to prove that the th'amatic
spectacles .of the Lesser Mysteries f were designed by the ancient
theologists, their founders, to signify occultly the condition of the
unpurified soul * Commentary on the Statesman of Plato, page
374. t The Lesser Mysteries were celebrated at Agrse; and the
persons there initiated were denominated Mi/sta: Only such could be
received at the sacred rites at Eleusis. Bacchic Mysteries. invested with
an earthly body, and enveloped in a material and physical nature; or, in
other words, to signify that such a soul in the present life might be
said to die, as far as it is possible for a soul to die, and that
on the dissolution of the present body, while in this state of impuiity,
it would experience a death still more permanent and profound. That
the soul, indeed, till purified by philosophy,* suffers death through its union
with the body was obvious to the philologist Macrobius, who, not
penetrating the secret meaning of the ancients, concluded from
hence that they signified nothing more than the present body, by their
descriptions of the infernal abodes. But this is manifestly absurd;
since it is universally agreed, that all the ancient theological poets
and philosophers inculcated the doctrine of a future state of rewards and
punishments in the most full and decisive terms; at the same time
occultly intimating that the death of the soul was nothing more than a
profound union with the ruinous bonds of the body. FILOSOFIA here
relates to discipline of the life. Eleusinian and Indeed, if
these wise men believed in a future state of retribution, and at the
same time considered a connection with the bodyas death of the soul, it
necessarily follows, that the soul's punishment and existence
hereafter are nothing more than a continuation of its state at present, and a
transmigration, as it were, from sleep to sleep, and from dream to dream.
But let us attend to the assertions of these divine men concerning the
soul's union with a material nature. And to begin with the obscure
and profound Heracleitus, speaking of souls imembodied: "We
live their death, and we die their life." Z(o{j.£v tov sxslvcov
i)-7.v7.':ov, TsO-vT/Aajisv OS xov £%£lv(ov jiLov. And Empedocles,
deprecating the condition termed " generation," beautifully
says of her : The aspect changing with destruction dread, She
makes the Uv'okj pass into the dead. Ex \i.z\i yx^ Cojtuv zv.%-1'.
VcXpa siOi a|JLj'.j3ojv. And again, lamenting his connection
with this corporeal world, he pathetically exclaims:
Bacchic Mysteries. 37 For this I weep, for this indulge my
woe, That e'er my soul such novel realms should know.
KXauaa te v.ai xiuxuaot, lowv «afjv*r]i)'sry. ytupov. *
Plato, too, it is well known, considered the body as the sepulchre
of the soul, and in the Crcifijlus concurs with the doctrine of
Orpheus, that the soul is x>^niished through its union with body. This
was likewise the opinion of the celebrated Pythagorean, Philolaus, as is
evident from the following remarkable passage in the Doric dialect, preserved
by Clemens Alexandrinus in Strom at. book iii. " Map-cupsovra 5s
%c/.t oi TcrjXaifx. tJ-soXoyoc IS y.r/.i \w,vzzic., 6)C, ^la ziyac,
xqj-copiac, £V a(o{i7.ic XGIJ-Ki) zzd-aizza.i.^' i. e. " The
ancient theologists and priests also testify that the soul is
united with the body as if for the sake of punishment; f and so is buried
in body as in a sepulchre." And, lastly, Py * Greek it-ayxsiq
mantels more properly proi)hets, those
filled by the prophetic mania or eutheasm. t More correctly '* The soul is yoked to the body as if by
way of punishment," as culprits were fastened to others or even
to corpses. See PauVs Epistle to the liomans Eleusinian and
thagoras himself confii'ms the above sentiments, when he beautifully
observes, according to Clemens in the same book, " that wild fever
tee see when airali'e is death; and when asleep,- a dreamt brj^rxio;^
sa-rcv, oxoaa But that the mysteries occultly signified this
sublime truth, that the soul by being merged in matter resides among
the dead both here and hereafter, though it follows by a necessary
sequence from the preceding observations, yet it is indisputably confirmed, by
the testimony of the great and truly divine Plotinus, in Ennead I., book
viii. ''When the soul," says he, '*has descended into
generation (from its first divine condition) she partakes of evil, and is
carried a great way into a state the opposite of her first purity
and integrity, to he entirely merged in ivhich, is nothing more than
to fall into dark mire.^^ And again, soon after. The soul therefore dies
as much as it is possible for the soul to die : and the death to her is^
while Mptized or immersed in the present Bacchic Mysteries.
39 hocly^ to descend into matter * and he wholly subjected hy
it; and after departing thence to lie there till it shall arise and
turn its face away from the abhorrent filth. This is what is meant
hy the falling asleep in Ifades, of those who have come there.''''
j * Greek ^^>^'<], matter supposed to contain all the
principles the negative of life, order, and goodness. tThis
passage doubtless alludes to the ancient and beautiful story of Cupid and
Psyche, in which Psyche is said to fall asleep in Hades; and this through
rashly attempting to behold corporeal beauty : and the observation of
Plotinus will enable the profoimd and contemplative reader to unfold the
greater part of the mysteries contained in this elegant fable. But, prior to
Plotinus, Plato, in the seventh book of his Republic, asserts that such
as are unable in the present life to apprehend the idea of the
good, will descend to Hades after death, and fall asleep in its
dark abodes. 'Oq av |n-r] syrj o'.op:::aj9'a', xto Xo-|'to, c/.tzo twv
aXXtov Ttavxojv a-^jXiuv ttjv too a-irj.x}oj) torav, v.r/'. inzr.zp £v
It-'^'/'fJ 5oa Tcavtcov sXsY/tuv o'.tt,nuy, jj.s v.ata oo^av aXka v.ax'
ouatav npofl'U^oofjLsvo? eXeY/s'.v, £V Traat. xooto'-c anxcoT: x«) Xo'^w
oioi-opsufjxa'., ooxs awzo xo cnY'/O'CiV rj'jozv cpYjas'.^ e'.osva: xov
o'ixiui^ s^ovxa. oozz aWo o.-^rj.^-rr^ ooojv; a),),' s: TC'f] ^iocuXo'j
x'.vo; fiiaz.xz'Z'j:., ooJ-/j o'jy. £i:'.-rf|iJ.-(^ c'^aTiXja&ai;
xoci xov vjv fy.vj ovsipciTCoXouvxa, v.ao ijiivtoxovxa, Tip'.v jvO'ao'
E^spY''^^'*' 5 ^-^ aocio TipoxEpov acp:y.o|Ji.svov xsXscoi;
ETTixaxaSapO-aviiv; ». e. "He who is not able, by the exercise of
his reason, to define the idea of the good, separating it from all other
objects, and piercing, as in a battle, through every kind of argument;
endeavoring to confute, not according to opinion, but according to
essence, and proceeding through all these dialectical energies with an unshaken
reason; he who can not
40 Bacchic Mysteries. TLVojisvcp 5s Yj [i£taAT;'|L;;
rjjjxrjj^ Fcrpvciac yap '^lavta^raacv sv ^(p rr^c avc/{xoco-Y^T;oc
zotzco, evd-rj. ooQ BIZ r/jizr^y siz 'p^ij^o^joy axorstvov SGzrji
'jisacov. A'JToD-VTjay.cc o'jv, (o;;
'j'''>Z''i '^•'^ iJ-avof xctL 6 ^avoLTO? ao'Tj, xai szl sv ^(o
GOiixazi p£J37.7uua{JL£VY^, sv 6Xy^ sarc y-c/.-aoovac, 7C/.C
7tXYjai)"^vac aozr^Q. Kai si^s/a^oaaYj; sxst %£iai)'7.L, £(oc
av7.opa{ji'(j y,c/.t rj/^2kr^ tzcoc, xy^v G?J;tv £% ZOO fiopjSopo'j. Kac
to'jto sb-'. to sv 4*^00 sXiJ-ovra sTzi'/.rj.za SapiJ-stv. Here the
aeeomplisli this, would j^ou not say, that he neither knows the
good itself, nor anything which is pi'operly denominated good? And would
you not assert that such a one, when he apprehends any certain image of
reality, apprehends it rather through the medium of opinion than of
science; that in the present life he is sunk in sleep, and conversant
with the delusion of dreams; and that before he is roused to a vigilant
state he will descend to Hades, and be overwhelmed with a sleep perfectly
profound." Henry Davis ti-anslates this passage more critically:
"Is not the ease the same with i"eference to the good ? Whoever
can not logically define it, abstracting the idea of the good from
all others, and taking, as in a fight, one opposing argument after
another, and can not proceed with unfailing proofs, eager to rest his
ease, not on the ground of opinion, but of true being, such a one knows nothing of the r/ood
itself, nor of any good whatever; and should he have attained to any
knowledge of the (jood, we must say that he has attained it by opinion,
not by science {sKizzfiiirj); that he is sleeping and dreaming away his
present life; and before he is roused will descend to Hades, and
there be profoundly and perfectly laid asleep." vii.
14. Bacchic Mysteries. 43 reader may observe that the obsciu'e
doctrine of the Mysteries mentioned by Plato in the Phcedo^ that the
nnpurified soul in a future state lies immerged in mire, is beautifully
explained; at the same time that our assertion concerning their secret
meaning is not less substantially confirmed.* In a similar manner
the same divine philosopher, in his book on the Beautiful, Ennead^ I.,
book vi., explains the fable of Narcissus as an emblem of one who rushes
to the contemplation of sensible (phenomenal) forms as if they were
perfect realities, when at the same time they are nothing more than
Uke beautiful images appearing in water, fallacious and vain. "
Hence," says he, " as Narcissus, by catching at the shadow,
plunged himself in the stream and disappeared, so he who is
captivated by beautiful bodies, and does not depart fi'om their
embrace, is precipitated, not with his body, but with *
Phcedo, 38. " Those who instituted the Mysteries for us appear to have
intimated that whoever shall arrive in Hades unptirified and not initiated
shall lie in mud; but he who arrives there purified and initiated' shall
dwell with the gods. For there are many hearers* of the wand or thyrsus,
but few who are inspired." 44 Eleusiniari and
his soul, into a darkness profound and repugnant to intellect (the higher
soul),* through which, remaining bhnd both here and in Hades, he
associates with shadows." Tov T(ov, Tcai [j--^ ojjfiEiQ^ 00
t(o (j{\)\w-i.^ zr^ os '\'y/ri -iX.rjXOL^O'jezrM^ BIC, axOTTStVa
7.rj.l azsrj'K'fj TO) vco [5ai)-Tj, SvO-a T'JCpXo? SV O^d^JJ {JL£V(0V,
/.oll sv taoi^a %q:x£t a%iat? oovsaTL And what still farther
confirms our exposition is that matter was considered by the Egyptians as
a certain mire or mud. " The Egyptians," says Simplicius,
" called matter, which they symbolically denominated water, the
dregs or sediment of the first life; matter being, as it were, a
certain mire or mud.f Aco xat AiyuTTtioi TTjV Z'qc, xpcoxr^c C(t)'^/C,
y^v 'jdcop Gtj\i|5oAt%(oc sxaXofjv, 67roaxai)-{jLT;v rr^v 'jXtjv sXsyov, oiov
ihjv ziya ooaav. So that fi*om all * Intellect, Greek vouc, nous,
is the higher faculty of the mind. It is substantially the same as the
pncH))ia, or spirit, treated of in the New Testament; and hence the term
'^ iiifcUectual," as used in Mr. Taylor's translation of the
Platonic writers, may be pretty safely read as spiritual, by those
familiar with the Christian cultus. * A. W. t Physics of
Aristotle. Bacchic Mysteries. 45 tliat has been
said we may safely conclude with Ficinus, whose words are as express
to our purpose as possible. " Lastly," says he,
"that I may comprehend the opinion of the ancient theologists, on
the state of the soul after death, in a few words : tlieij
considered^ as we have elsewhere asserted, things divine as the
only realities^ and that all others were only the images and shadows
of truth. Hence they asserted that prudent men, who earnestly
employed themselves in divine concerns, were above all others in a
vigilant state. But that imprudent [/. e. without foresight] men, who
pursued objects of a different nature, being laid asleep, as it
were, were only engaged in the delusions of dreams; and that if they
happened to die in this sleep, before they were roused, they would
be afflicted with similar and still more dazzling visions in a future
state. And that as he who in this life pursued realities, would,
after death, enjoy the highest truth, so he who pursued deceptions would
hereafter be tormented with fallacies and delusions in the extreme : as
the one Eleusinian and would be delighted with true objects
of enjoyment, so the other would be tormented with delusive
semblances of reality." Denique ut
priscormn theologorum sententiam de statu animae post mortem paucis
comprehendam : sola di\ina (ut alias diximus) arbitrantur res veras
existere, rehqua esse rerum verarum imagines atque umbras. Ideo prudentes
homines, qui divinis incumbunt, prae ceteris vigilare. Impmdentes autem, qui
sectantur alia, insomniis omnino quasi dormientes illudi, ac si in
hoc somno priusquam expergefacti fuerint moriantur similibus post (hscessum
et acrioribus visionibus angi. Et sicut emn qui in vita veris incubuit,
post mortem summa veritate potiri, sic eum qui falsa sectatus est,
fallacia extrema torqueri, ut ille rebus veris oblectetur, hie falsis
vexetur simulachris. But notwithstanding this important truth was
obscurely hinted by the Lesser Mysteries, we must not suppose that it was
gen *FiciNUs: De ImmortaL Aniin. book xviii. Bacchic
Mysteries. 47 erally known even to the initiated persons
themselves : for as individuals of almost all descriptions were admitted
to these rites, it would have been a ridiculous prostitution to
disclose to the multitude a theory so abstracted and sublime.* It was
sufficient to instruct these in the doctrine of a future state of
rewards and punishments, and in themeans of returning to the
principles from which they originally fell : for this * We
observe in the Netv Testament a like disposition on the part of Jesns and
Paul to classify their doctrines as esoteric and exoteric, ''the Mysteries of
the kingdom of God" for the apostles, and "pai'ables" for
the multitude. "We speak wisdom," says Paul, "among them
that are perfect" (or initiated), etc. 1 Corintliians, ii. Also Jesus
declares : "It is given to you to know the Mysteries of the kingdom
of heaven, but to them it is not given; therefore I speak to them in
parables : because they seeing, see not, and hearing, they hear not,
neither do they understand."
Matthew. He also justified the withholding of the higher and
interior knowledge from the untaught and ill-disposed, in the memorable
Sermon on the Mount. Matthew vii.
: Give ye not that which is sacred to the dogs, Neither cast ye your
pearls to the swine; For the swine will tread them under their feet
And the dogs will turn and rend you." This same division of
the Christians into neophytes and perfect, appears to have been kept up
for centuries; and Godfrey Higgins asserts that it is maintained in the Roman
Cliurch. A. W. Eleusinian and
last piece of information was, according to Plato in the PJuedo,
the ultimate design of the Mysteries; and the former is necessarily
infeiTed from the present discourse. Hence the reason why it was obvious
to none hut the Pythagorean and Platonic philosophers, who derived
their theology from Orpheus himseK,* the original founder of these
sacred institutions; and why we meet with no information in this
particular in any writer prior to Plotinus; as he was the first
who, having penetrated the profound interior wisdom of antiquity,
delivered it to posterity without the concealments of mystic
symbols and fabulous narratives. VIBGIL NOT A PLATONIST. Hence
too, I think, we may infer, with the greatest probabihty, that this
recondite meaning of the Mysteries was not known * Herodotus,
ii. 51, 81. "What Orpheus delivered in hidden allegories
Pythagoras learned when he was initiated into the Orphic Mysteries;
and Plato next received a knowledge of them from the Orphic and
Pythagorean writings." Bacchic Mysteries. even to VIRGILIO himself,
who has so elegantly described their external form; for notwithstanding
the traces of Platonism which are to be found in the ENEIDE, nothing of
any great depth occurs throughout the whole, except what a
superficial reading of Plato and the dramas of the Mysteries might
easily afford. But this is not perceived by modern readers, who,
entirely luiskilled themselves in Platonism, and fascinated by the charms
of his poetry, imagine him to be deeply knowing in a subject with which
he was most hkely but slightly acquainted. This opinion is still
farther strengthened by considering that the doctrine delivered in his
Eclogues is perfectly that of THE GARDEN (L’ORTO), which was the
fashionable philosophy of the age of OTTAVIANO; and that there is no
trace of Platonism in any other part of his works but the present book,
which, containing a representation of the Mysteries, was necessarily
obliged to display some of the principal tenets of this FILOSOFIA,
so far as they illustrated and made a part of these mystic
exhibitions. However, on the supposition that this book presents us with,
Eleusinian and a faithful view of some part of these sacred
rites, and this accompanied with the utmost elegance, harmony, and purity
of versification, it ought to be considered as an invaluable rehc of antiquity,
and a precious monument of venerable mysticism, recondite wisdom, and
theological information. This will be sufficiently e\ddent from what
has been already delivered, by considering some of the beautiful
descriptions of this book in their natural order; at the same time
that the descriptions themselves will corroborate the present
elucidations. In the first place, then, when he says, faeilis
descensus Averno. Noetes atque dies patet atra janua ditis :
Sed revoeare gradum, superasqiie evadere ad aiiras, Hoe opus,
hie labor est. Pauei quos sequus amavit Jupiter, aut ardens evexit
ad sethera virtus, Dis geniti potuere. Tenent media omnia
silvae, Cocytusque siuu labens, circumvenit atro 1 Ancient
Symhol-Worship, page 11, noie. t Davidson^s Translation. " Easy is the path that leads down
to hell; grim Pluto's gate stands open night and day : but to
retrace one's steps, and escape to the upper regions, this is a work,
this is a task. Some few, whom favoring Jove loved, or illustrious
virtue Bacchic Mysteries. is it not obvious, from tlie
preceding explanation, that by Avernus, in this place, and the dark gates
of Pluto, we mnst understand a corporeal or external nature, the descent
into which is, indeed, at all times obvious and easy, but to recall our
steps, and ascend' into the upper regions, or, in other words, to
separate the soul from the body by the purifying discipline, is indeed a
mighty work, and a laborious task ? For a few only, the favorites of
heaven, that is, born with the true philosophic genius,^ and whom ardent
virtue has elevated to a disposition and capacity for divine
contemplation, have been enabled to accomplish the arduous design. But
when he says that all the middle regions are covered with woods,
this hkewise plainly intimates a material nature; the word silva^ as is
well known, being used by ancient writers to signify matter, and implies
nothing more than that the passage leading to the barafh advaneecl
to heaven, the sons of the gods, have effected it. Woods cover all the
intervening space, and Cocytus, gliding with his black, winding flood,
surrounds it." * /. e., a disposition to investigate for the
purpose of eliciting truth, and reducing it to practice. Meusinian
and rum [abyss] of body, /. e. into profound darkness and
oblivion, is throngh the medium of a material nature; and this medium is
surrounded by the black bosom of Cocytus,* that is, by bitter weeping and
lamentations, the necessary consequence of the soul's union with a nature
entirely foreign to her own. So that the poet in this particular perfectly
corresponds with EMPEDOCLE DI GIRGENTI in the line we have cited above,
where he exclaims, alluding to this union. For this I weej),
for this indulge my icoe, That e'er my soul such novel realms
should know. In the next place, he thus describes the cave,
through which ^neas descended to the infernal regions :
Spelunea alta fuit, vastoque immanis hiatu, Scrupea, tuta lacu
nigro, raemorumque tenebris : Quam super hand ulla? poterant impune
volantes Tendere iter pennis : talis sese halitus atris Faueicus
effundens supera ad eonvexa fevebat : Unde locum Graii dixerimt nomiue
Aornum 1 * Coeytus, lamentation, a river in the Underworld. \
Davidson’s Trnnslation. "There was
a cave profound and hideous, with wide yawning mouth, stony, fenced by a
black lake, Bacchic Mysteries. 53 Does it not
afford a beautiful representation of a corporeal nature, of which a cave,
defended with a black lake, and dark woods, is an obvious emblem *? For
it occultly reminds us of the ever-flowing and obscin*e condition of such
a nature, which may be said To roll incessant with impetuous
speed, Like some dai'k river, into Matter's sea. Nor is it
with less propriety denominated Aornus, i. e. destitute of birds, or a
winged nature; for on account of its native sluggishness and inactivity,
and its merged condi and the gloom of woods; over which none of the flying
kind were able to wing their way unliurt; such exhalations issuing from
its grim jaws ascended to the vaulted skies; for w^iich reason the
Greeks called the place by the name of Aornos" (without birds). Bryant
says: " All fountains were esteemed sacred, but especially those
which had any preternatural quality and abounded with exhalations. It was
an universal notion that a divine energy proceeded from these effluvia;
and that the persons who resided in their vicinity were gifted with a
prophetic quality. The Ammonians styled such fountains Ain Omphe, or
fountains of the oracle; o|j,<pY], oniphe, signifying ' the voice of
God.' These terms the Greeks contracted to Nofj-'fY], numphe, a
nymph." Ancient
Mythology. The Delphic oracle was above a fissure, (jnnnous or
hocca inferiore, of the earth, and the pythoness inhaled the vapors. A. W. Eleiisinian and tion,
being situated in the outmost extremity of tilings, it is perfectly
debile and languid, incapable of ascending into the regions of
reality, and exchanging its obscure and degraded station for one every way
splendid and divine. The propriety too of sacrificing, previous to
his entrance, to Night and Earth, is obvious, as both these are emblems
of a corporeal nature. In the verses which immediately
follow, Ecee autem, priini sub limina solis et ortus, Sub
peclibus mugire solum, et juga eaepta movere Silvarum, visaque canes
ululare per umbram, Adventante dea * we may perceive an
evident allusion to the earthquakes, etc., attending the descent of
the soul into body, mentioned by Plato in the tenth book of his Republic;\
since the * " So, now, at the fii-st beams and rising of tlie
sun, the earth under the feet begins to rumble, the wooded hills to
quake, and dogs were seen howling through the shade, as the goddess
came hither " Republic After they were laid asleep, and
midnight was approaching, there was thunder and earthquake; and
they were thence on a sudden carried upward, some one way, and some
another, approaching to the region of generation like stars." Bacchic
Mysteries. 55 lapse of the soul, as we shall see more fully
hereafter, was one of the important truths which these Mysteries were
intended to reveal. And the howling dogs are symbols of material *
demons, who are thus denominated by the Magian Oracles of Zoroaster, on
account of then" ferocious and malevolent dispositions, ever baneful
to the felicity of the human soul. And hence Matter herseK is
represented by Synesius in his first Hymn, with great propriety and
beauty, as barking at the soul with devoimng rage : for thus he
sings, addressing himself to the Deity : Maxap 6c x:c popov
oImc, npacpUY^JV o\r/.'(ixa, v-w. yxc, AvaouCj a/.p.«tt
xoo'^po) lyyoc, £? t^sov v.xo.vjzi. Which may be thus
paraphrased : Blessed! thrice blessed! who, with winged
speed, From Hyle's t dread voracious bai'kiug flies, *
Material demons are a lower grade of spiritual essences that are capable
of assuming forms which make them perceptible by the physical
senses. A. W. t Hijle or
Matter. All evil incident to human life, as is here shown, was supposed
to originate from the connection of the soul to material substance, the
latter being regarded as the receptacle 56 EleMsinian
and And, leaving Earth's obscnrity behind, By a light leap,
directs his steps to thee. And that material demons actually
appeared to the initiated previous to the lucid visions of the gods
themselves, is evident from the following passage of Proclus in his
manuscript Commentary on tlie first Alcibiades : sv zaic rj.-(iozazaic
tcov tsaskov Tzrjo zr^z GoO'j Tcapo'jaia? daqiovov /iS'Gvuov £%poAat
xpocpacvov~ry.t, -Ani rxr.o aov aypavtcov ayai^cov zic zr^v ohriy
7ipoy,i7.Xou{JLSvaL /. e. In the most interior sanctities of the
Mysteries, before the presence of the god, the rushing forms of earthly
demons appear, and call the attention from the immaculate good to
matter." And Pletho (on the Oracles), expressly asserts, that these
spectres appeared in the shape of dogs. After this, ^neas is
described as proceeding to the infernal regions, through profound night
and darkness : Ibant obscixri sola sub nocte per iimbram,
Perque domos Ditis vaciias, et inania regna. of everything evil.
But why the soul is thus immerged and punished is nowhere explained. A. W. Bacchic Mysteries. Quale per
ineertam lunam sub luce maligna Est iter in silvis : ubi cfehim condidit
umbra Jupiter, et rebus nox abstulit atra colorem.* And this
with the greatest propriety; for the Mysteries, as is well known, were
celebrated by night; and in the Republic of Plato, as cited above, souls
are described as falling into the estate of generation at midnight; this
period being peculiarly accommodated to the darkness and oblivion of a
corporeal nature; and to tliis circumstance the nocturnal celebration of
the Mysteries doubtless alluded. In the next place, the
following vivid description presents itself to our view :
Vestibulum ante ipsum, primisqiie in faiicibus Orei Luctus, et
ultrices posuere eubilia Curte : Pallentesque habitant morbi, tristisque
senectus, Et Metus, et mala suada Fames, ac turpis egestas; They
went along, amid the gloom under the solitary night, through the shade,
and through the desolate halls, and empty realms of Dis [Pluto or Hades].
Such is a journey in the woods beneath the unsteady moon with her niggard
light, when Jupiter has enveloped the sky in shade, and the black Night
has taken from all objects their color." Eleiisinian and
Terribiles visu forraje; Lethumque Laborque; Turn consanguineus
Lethi Sopor et mala mentis Gaudia, mortiferumqiie adverso in limine
bellum Ferreique Eumenidum thalami et Discordia demons, Vipereum
crinem vittis inuexa cruentis. In medio ramos annosaque braehia
pandit Ulmus opaca ingens : quam sedem somnia vulgo Vana tenere
feruut, foliisqlie sub omnibus ba?i'ent. Multaque prseterea variarum
monstra f erarum : Centauri in foribus stabiilant, Scyllseque
biforines, Et centumgeminus Briareus, ac bellua Lernse, Horrendum
stridens, flammisque armata Chimgera, Gorgones Hai'pyigeque, et foi'mo
tricorpoi-is umbrae.* ^ And surely it is impossible to draw a
more lively picture of the maladies with wliich a *
"Before the entrance itself, and in the first jaws of Hell, Grief
and vengeful Cares have placed their couches; pale Diseases inhabit there, and
sad Old Age, and Fear, and Want, evil goddess of persuasion, and
unsightly Poverty forms terrible to
contemplate ! and there, too, are Death and Toil; then Sleep, akin to
Death, and evil Delights of mind; and upon the opposite threshold are
seen death-bringing War, and the iron marriage-couches of the Furies, and
raving Discord, with her viper-hair bound with gory wreaths. In the
midst, an Elm dark and huge expands its boughs and aged limbs; making an
abode which vain Dreams are said to haunt, and under whose every leaf
they dwell. Besides all these, are many monstrous api^aritions of various
wild beasts. The Centaurs harbor at the gates, and double-formed Scyllas,
the hundred-fold Briareus, the Snake of Lerna, hissing dreadfully, and
Chimasra armed with flames, the Gorgons and the Harpies, and the shades
of three-bodied form." Bacchic Mysteries. material natui'e is
connected; of the sonl's dormant condition tlirougli its union with
body; and of the various mental diseases to which, through such a
conjunction, it becomes unavoidably subject; for this description contains a
threefold division; representing, in the first place, the external evil
with which this material region is replete; in the second place,
intimating that the life of the soul when merged in the body is nothing
but a dream; and, in the third place, under the disguise of multiform and
terrific monsters, exhibiting the various vices of our iiTational and
sensuous part. Hence Empedocles, in perfect conformity w^th the first
part of this description, calls this material abode, or the realms of
generation, a-c£p:r£.oc /(opov,* a
'^joyless region^ "Where slaiighter, rage, ami countless
ills reside; EvO'a <povo5 Ts %0'zoc, tj v.rv. rj^Xtuv sftvsa
llYjpWV and into which those who fall, This and the other
citations from Empedocles are to be found in the book of Hieroeles on The
Golden Verses of Pythagoras. Bacchic Mysteries. Through Ate's meads
and dreadful darkness stray." And hence lie justly says to sncli a
soul, that "She flies from deity and heav'nly light, To
serve mad Discord in the realms of night." iSf.v.ti ij.a'.vo,asv(t)
-tGOvo;. Where too we may observe that the Discordla demens of
Virgil is an exact translation of the Nsixst {iaivo{j.£vco of
Empeclocles. In the hues, too, which immediately succeed,
the sorrows and mournful miseries attending the soul's union with a
material nature, are beautifully described. Hinc via,
Tartarei quae fert Aeherontis ad nndas; Turbidus hie caeno vastaque
voragine gurges ^stuat, atque omuem Coeyto eructat arenam. And when
Charon calls out to ^neas to "Here is the way whieli leads to the
surging billows of Hell [Acheron]; here an abyss turbid boils up with
loathsome mud and vast whirlpools; and vomits all its quicksand into
Cocytus." IJiaua auct Calisto. Bacchic Mysteries.
63 desist from entering any farther, and tells him,
" Here to reside delusive shades delight; ''F.or nought
dwells here but sleep and drowsy night. Umbrarum hie locus est, Somni Noctisque
soporse nothing can more aptly express the condition of the dark
regions of body, into which the soul, when descending, meets with nothing
but shadows and drowsy night : and by persisting in her course, is at
length lulled into profound sleep, and becomes a true inhabitant of the
phantom-abodes of the dead. ^neas having now passed over the
Stygian lake, meets with the three-headed monster Cerberus,* the guardian of
these infernal abodes: Tandem trans fluvium incolumis vatemque
virumque Informi limo glaueaque exponit in ulva. The presence of
Cerberus in the ROMAN description of the underworld shows that the ideas
of the poets and mythologists were derived, not only from Egypt, but from the
Brahmans of the far East. Yama, the lord of the Underworld, is
attended by his dog Karharu, the spotted, styled also Trikasa, the three-headed. Meusinian
and Cerberus haec ingens latratu regna trifauci Personat,
adverse recubaus immanis in antro. By Cerberus we must understand the
discriminative part of the soul, of which a dog, on account of its
sagacity, is an emblem; and the three heads signify the triple
distinction of this part, into the intellective [or intuitional],
cogitative [or rational], and opinionative powers. With respect f to the
three kinds of persons described as situated on the borders of the
infernal realms, the poet doubtless intended by this enumeration to
represent to us the three most remarkable At length across the river
safe, the prophetess and the man, he lands upon the slimy strand, upon
the blue sedge. Huge Cerberus makes these realms [of death] resound with
barking from his threefold throat, as he lies stretched at prodigious
length in the opposite cave." tin the second edition
these terms are changed to dianoietic and doxastic, words which we cannot
adopt, as they are not accepted English terms. The nous, intellect or
spirit, pertains to the higher or intuitional part of the mind; the
dianoia or understanding to the reasoning faculty, and the doxa, or
opinionforming power, to the faculty of investigation. Plotinus, accepting this theory of mind,
says: "Knowledge has three degrees opinion, science, and illumination.
The means or instrument of the first is reception; of the second,
dialectic; of the third, intuition." A. W. Bacchic Mysteries.
characters, wlio, though not apparently deserving of punishment, are yet each
of them similarly im merged in matter, and consequently require a similar
degree of purification. The persons described are, as is well known,
first, the souls of infants snatched away by untimely ends; secondly,
such as are condemned to death unjustly; and, thirdly, those who, weary
of their lives, become guilty of suicide. And with respect to the
first of these, or infants, their connection with a material nature is
obvious. The second sort, too, who are condemned to death unjustly, must
be supposed to represent the souls of men who, though innocent of
one crime for which they were wrongfully punished, have, notwithstanding,
been guilty of many crimes, for which they are receiving proper
chastisement in Hades, i. e, through a profoiuid union with a material
nature.* And the third sort, or suicides, though ap * Hades, the
Underworld, supposed by classical students to be the region or estate of
departed souls, it will have been noticed, is regarded by Taylor and
other Platonists, as the human body, which they consider to be the grave and
place of punishment of the soul.
A. W. Eleusinian and parently separated from the body,
have only exchanged one place for another of similar nature; since
conduct of this kind, according to the arcana of divine philosophy,
instead of separating the soul from its body, only restores it to a
condition perfectly correspondent to its former inchnations and habits,
lamentations and woes. But if we examine this affair more profoundly, we
shall find that these three characters are justly placed in the
same situation, because the reason of punishment is in each equally
obscure. For is it not a just matter of doubt why the souls of
infants should be punished? And is it not equally dubious and wonderful
why those who have been unjustly condemned to death in one period
of existence should be punished in another? And as to suicides,
Plato in Ms PJicvdo says that the prohibition of this crime in the
aTzorjfjrfa {aporrheta) is a profound doctrine, and not easy to be
Aporrheta, tbe areaue or confidential disclosures made to the candidate undergoing
initiation. In the Eleusinia, these were made by the Hierophant, and
enforced by him from the Book of InterpretatInterpretation, said to have
consisted of two tablets of stone. This was the petroma, a name usuallj'
derived from j^e^ra, a rock, Bacchic Mysteries. understood.* Indeed,
the true cause why the two first of these characters are in Hades,
can only be ascertained from the fact of a prior state of existence, in
surveying which, the latent justice of punishment will be manifestly revealed;
the apparent inconsistencies in the administration of Providence
fully reconciled; and the doubts concerning the wisdom of its
proceedings entirely dissolved. And as to the last of these, or suicides,
since the reason of their punishment, and why an action of this
kind is in general highly atrocious, is extremely mystical and
obscure, the following solution of this difficulty will, no doubt,
be gratefully received by the Platonic reader, as the whole of it is no
where else to be found but in manuscript. Olym or possibly from
iflD, J)eier, an interpreter. See //. Corinthians. A. W. PJuedo, The
instruction in the doctrine given in the Mysteries, that we human beings
are in a kind of prison, and that we ought not to free ourselves from it
or seek to- escape, appears to me difficult to be understood, and not
easy to apprehend. The gods take care of us, and we are theirs."
Plotinus, it will be remembered, perceived by the interior faculty
that Porphyry contemplated suicide, and admonished him accordingly. A. W. Eleusinian and
piodorus, then, a most learned and excellent commentator on Plato,
in his commentary on that part of the PJuedo where Plato speaks of
the prohibition of suicide in the aporrhefa, observes as follows:
"The argument which Plato employs in this place against suicide is
derived fi^om the Orphic mythology, in which foui" kingdoms
are celebrated; the first of Uranus [Ouranos] (Heaven), whom
Ki'onos or Satm^n assaulted, cutting off the genitals of his father. But after
Saturn, Zeus or Jupiter succeeded to the government of the world,
having hurled his father into Tartarus. And after Jupiter, Dionysus or
Bacchus rose to light, who, according to report, was, through the
insidious treachery of Hera or Juno, torn in pieces by the Titans, by
whom he was surrounded, and who afterwards tasted his flesh : but
Jupiter,enraged at the deed, hurled his thunder at the guilty offenders
and consumed them to ashes. Hence a certain matter beIn the Hindu
mythology, from which this symbolism is evidently derived, a deity
deprived thus of the lingam or phallus, parted with his diviue authority.
Bacchic Mysteries. ing formed from the ashes or sooty vapor
of the smoke ascending from their burning bodies, out of this mankind
were produced. It is unlawful, therefore, to destroy ourselves, not
as the words of Plato seem to unport, because we are in the body, as in
prison, secured by a guard (for this is evident, and Plato would
not have called such an assertion arcane), but because our body is
Dionysiacal,* or of the nature of Bacchus : for we are a part of him,
since we are composed from the ashes, or sooty vapor of the Titans
who tasted his flesh. Socrates, therefore, as if fearful of
disclosing the arcane part of this narration, relates nothing more of the
fable than that we are placed as in a prison secured by a guard :
but the interpreters relate the fable openly." Koci z^zi zo
{j.'ji>c7,ov s-jrc/sijOT^pioL TGCOUtov. Ilapa tcp Oprpst
xsaaaps^ paaiXsiat 'juapa^c^ovxaL Ilptor^ [jisv, rj xo'j Oopctvoy,
Tjv 6 Kpovoc Sis^s^axo, sxtsij-cov xct atSota zoo 'irairpoc. Msxa qt^ tov
Kpovov From Dionysus, the Greek name of Bacchus, and usually so
translated. Elensinian and Ze'jc £p7.3'J.£'j3£v
'/.c/.-aTapxapwaac 'uov 7:7.zz[j^j.. Vjizrj. -ov Ac7. ^Ls^scato 6 Atov'jaoc,
6v (paac '/.at' £i:c[io'jAY^v rr^? 11^7.^ todc :r£pi a'jto'j
TtTavac STrapaTrstv, %7.c tcov aapxtov a'jtcj £7,cp7.'JV(03£, X7.t
£7, "T^? 7.Cl)-7.AY^C '^03V 7.i:{J-C0V '(OV 7.V7.50i)-£Vr(OV £s
7.'J':C0V, 6aT^s Y£V0{J-£VY^^ YEVEGil-a^ lO'JC 7.V\)-p(OTrO!JC. Ou 0£l
GOV ECa^frj. Y£CV Y/^i.7.;: £7'J-0'J^, O'J/
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ka.OZ'j'JZ MC, ZO'J (jO)\XazrjC, Y^{X(0V 5i0V'J3C7.%0U OVrO:;' 'jX£pO^
Y'^-P '^-'J''^'J £3[1£V, £rj'£ £% tYjC al^•'yXr^z xwv Ti':7.vcov
a'JY/.£qJL£i)-7. y^'->^''^-1^*~ V(OV ZiOy a7.p7,(0V XOrjtOy. '0
{JL£V O'JV ]^(07,p7XY;C £pY^!^ '^'^ 7.7U0pp'^I0V 5£l'X,V'JC, XO'J
{J-'Ji)-0'J 0'jo£v 7rA£ov TupoaxiiJ-jxat xoo (o? £v xivi rppo'jpa £a(JL£v. 'Oi 5£ £^YjYYjT;7.i xov jx'jO-ov
xpoaxiO-£7a:v £|(oi)-£v. After this he beautifully observes, " That these
four governments signify the different gradations of virtues, according
to which oui^ soul contains the symbols of all the qualities, both
contemplative and purifying, social and ethical; for it either
Bacchic Mysteries. 71 operates acoording to the
theoretic or contemplative virtues, the model of which is the government
of Uranus or Heaven^ that we may begin from on high; and on this account
Uranus (Heaven) is so called irctpa TOO la avco 6pc/.v, from beholding
the things above : Or it lives purely, the exemplar of which is the
Kronian or Satiu^nian kingdom; and on this account Kronos is named
as Koro-nous, one who perceives through himself. Hence he is said to
devour his own offspring, signifying the conversion of himself into his
own substance : or it operates according to the social virtues, the
symbol of which is the government of Jupiter. Hence, Jupiter is styled
the Demiurgus, as operating about secondary things : or it operates according to both the
ethical and physical virtues, the symbol of which is the kingdom of
Bacchus; and on this account is fabled to be torn in pieces by the
Titans, because the virtues are not cut off by each other."
Aiyozzoyzai (lege aLVL-ctovtat) 5s zo'jc, ocarpspofjc '^jrj.^\i.o'jc, x(ov
apsxtov v.rj.d-' ac, -ri fj{X£xspa ^^yji ayjApoXa e'/oo:ja Bacchic
Mysteries. iraawv tcov apsKov, icov tis O-scopYj'iL'jctov,
otat yap ')C7.-a xa^ {^SfoprjitTca? svspyst cbv Tza^jo.^sr^xc/. Tj
xo'j oopavotj pctaLAsta, lv7. avoiii-sv ap^a{j.£i)-a, 5io y,at orjp7.voc
sipr^'a: irapa xo'j T7. av(o opcjLV. 'H '/c^i^apTi^o)? C'^j? '^jC
'irapaSstyjxa Y; Kpovsia jiaacXstc/., oio %at Kpovoc stp'Ajtai OLOv xopovofjc
tic 03V 5ia zo s7.ytov 6pav. Aio y,7/w xaxamveiv ta ocxsia ysw/){laxa
Xsysta^ (o? a'jro^ 'jrpoc saozov sTutatpscpcov. 'H 7,7.1:7. X7.C TcoXtttxac tov
arj{j.|3oAov, T) XOU AlOZ ^7.aLX£t7., OLO %7.t $Tj{J.tGfJpYOC 6
ZstJt;, (0? TuspL t;7 $£'jr£p7. svspYcov. 'H %at7 tac
r^^'l %aC %7C CpDa:7,7.? 7.p£'C7.C, tOV aUV^oXoV, Tj tou
A'.ovfjaou paatXsca, 5co y-ai a^apa-Tsrai, 5wti O'JT, aviate-
AooO-o'jaiv aXXr^Xatc 7.t 7.p£X7.i. And thus far Olympiodorus; in which
passages it is necessary to observe, that as the Titans are the
artificers of things, and stand next in order to their creations, men
are said to be composed from their fragments, because the human
soul has a partial life capable of proceeding to the most extreme
division united with its proper natiu'e. And while the soul is in a state
of servitude to Kleusinian Mysteries. Bacchic Mysteries. the body,
she hves confined, as it were, in bonds, througli the dominion of this
Titanical life. We may observe farther concerning these dramatic shows of
the Lesser Mysteries, that as they were intended to represent the condition of
the soul while subservient to the body, we shall find that a
liberation from this servitude, through the purifying disciplines,
potencies that separate from evil, was what the wisdom of the ancients
intended to signify by the descent of Hercules, Ulysses, etc., into
Hades, and their speedy return from its dark abodes. ' '
Hence," says Proclus, " Hercules being purified by sacred
initiations^ obtained at length a perfect estabhshment among the gods:"*
that is, well knowing the dreadful condition of his soul while in
captivity to a corporeal nature, and purifying himself by practice
of the cleansing virtues, of which certain purifications in the mystic
ceremonies were symbolical, he at length was freed from the bondage of
matter, and ascended beyond her Commentary on the Statesman of
Plato. Meusinian and reach. On this account, it is said of
him, that He dragg'd the three-mouth'd dog to upper day;
intimating that by temperance, continence, and the other virtues,
he drew upwards the intuitional, rational, and opinionative part of
the soul. And as to Theseus, who is represented as . suffering eternal
punishment in Hades, we must consider him too as an allegorical
character, of which Proclus, in the above-cited admirable work, gives the
following beautiful explanation : " Theseus and Pirithous,"
says he, " are fabled to have abducted Helen, and descended to the
infernal regions, i. e. they were lovers both of mental and visible
beauty. Afterward one of these (Theseus), on account of his
magnanimity, was Hberated by Hercules from Hades; but the other
(Pirithous) remained there, because he could not attain the difficult
height of divine contemplation." This account, indeed, of Theseus
can by no means be reconciled with VIRGILIO’s: sedet, seternumque
sedebit, Infelix Theseus. There sits, and forever shall sit, the
unhappy Theseus. Bacchic Mysteries. Nor do I see how VIRGILIO can be
reconciled with himself, who, a httle before this, represents him as
hberated from Hades. The conjecture, therefore, of Hyginus is most
probable, that VIRGILIO in this particular committed an oversight, which, had
he lived, he would doubtless have detected, and amended. This is at
least much more probable than the opinion of Dr. Warbm^ton, that Theseus
was a living character, who once entered into the Eleusinian
Mysteries by force, for which he was imprisoned upon earth, and
afterward punished in the infernal realms. For if this was the
case, why is not Hercules also represented as in punishment? and
this with much greater reason, since he actually dragged Cerberus
from Hades; whereas the fabulous descent of Theseus was attended
with no real, but only intentional, mischief. Not to mention that Virgil
appears to be the only writer of antiquity who condemns this hero
to an eternity of pain. Nor is the secret meaning of the
fables concernmg the punishment of impure souls 78
Eleusinian and less impressive and profound, as the following
extract fi'om the manuscript commentary of Olympiodorus on the GORGIA DI
LEONZIO of Plato will abundantly affirm:
"Ulysses," says he, " descending into Hades, saw,
among others, Sisyphus, and Tityus, and Tantalus. Tityus he saw
lying on the earth, and a vulture devouring his liver; the liver signifying
that he lived solely according to the principle of cupidity in his
natiu'e, and tln^ough this was indeed internally prudent; but the
earth signifies that his disposition was sordid. But Sisyphus,
living under the dominion of ambition and anger, was employed in
continually rolling a stone up an eminence, because it perpetually
descended again; its descent implying the vicious government of himself;
and his rolling the stone, the hard, refractory, and, as it were,
rebounding condition of his hf e. And, lastly, he saw Tantalus
extended by the side of a lake, and that there was a tree before
him, with abundance of fruit on its branches, which he desired to gather,
but it vanished from his view; and this indeed indicates, that he
lived under the dominion Bacchic Mysteries.of phantasy; but his hanging
over the lake, and in vain attempting to drink, imphes the elusive,
humid, and rapidly-ghding condition of such a hfe." '0 O^uaasa?
xaxsX^wv sec cf'^o'j, oiQZ zoy Slgo^'ov, y.rji z^jV Tcc'jov, '/otc
xov TavraXov. Kc/.t tov {xsv TtTuov, st:'. xt^c yrj? £t§s %£L[X£Vov, vcat
oxc xo r^Trajj aoxoo r^aO-tsv Y'j'|. To {JL£V GOV T^Tuap GTjiJ-aLvst oxt
ya-cct xo STTtiJ'DJJL'/^XL/.OV fJ-SpOC sCTjaS, XOLl §17. XOfJXO
£C3(0 cppovxiCs'co. 'H 5s Y'^j OYjiJiaLvst xo yO-ovtov a'jxoy
'-ppovrjiia. 5s -Itaocpoc, 7,axa xo cp^XoxqjLov, y.7.t O-ujJLOscSsi; C'^aa?
sy-uXis xov Xcr)-ov, %at TuaXtv %ax£cp£p£v, £7U£i5£ T:£pi afjxc/.
xaxap p£C, 7,7.7,(0^ 'jroXtX£00{JL£VOC. AtO^OV 0£ £7,oXt£,
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T7.vx7.A0v £t.5£v £v Xt{JLV (lege Xqj.virj) %7.l OXt £V 5£v5pOtC
'^a7.V 07:(0p7.'., X,7.L T^{)'£X£ xpuyav, X7.t wj^rjyziQ ^^^v/o^zo
ai o^copat. TOUXO 5£ arj{X7.CV£t XTjV 7,7x7. (p7.VX7.ai7.V
Cto'^v. Aox'/j 5£ aTj[j,7.v£t xo oXiaO-'/jpov 7,7.t ^lopyov,
%7t i9'7.xxov7. 'jLO'!77.yo|jL£vov. So that according to the wisdom of the
ancients, and the most sublime philosophy, the misery which a soul
endures in the present life, when giving itself up to the dominion of the
irrational Elensinian and part, is nothing more than the
commencement, as it were, of that torment which it win experience
hereafter : a torment the same in kind though different in degree,
as it will be much more di'eadful, vehement, and extended. And by
the above specimen, the reader may perceive how infinitely superior the
explanation which the Platonic philosophy affords of these fables is to the
frigid and trifling interpretations of Bacon and other modern
mythologists; who are able mdeed to point out their correspondence
to something in the natui'al or moral world, because such is the
wonderful connection of things, that all things sympathize with
all, but are at the same time ignorant that these fables were
composed by men divinely wise, who framed them after the model of
the highest originals, from the contemplation of real and permanent
heing, and not from regarding the delusive and fluctuating objects of
sense. This, indeed, mil be evident to every ingenuous mind, from
reflecting that these wise men universally considered Hell or death
as commencing in the present life Baccldc Mysteries. 81 (as
we have already abundantly proved), and that, consequently, sense is
nothing more than the energy of the dormant soul, and a perception,
as it were, of the delusions of di'eams. In consequence of tliis, it is
absurd in the highest degree to imagine that such men would compose
fables from the contemplation of shadows only, without regarding the
splendid originals from which these dark phantoms were produced : not to mention that their harmonizing
so much more perfectly with intellectual explications is an
indisputable proof that they were derived from an intellectual [noetic] source.
And thus much for the dramatic shows of the Lesser Mysteries, or
the first part of these sacred institutions, which was properly
denominated xsXst-r] [telete^ the closing up] and [vrrpiz Muesis [the
initiation], as containing certain perfective rites, symbolical exhibitions and
the imparting and reception of sacred doctrines, previous to the
beholding of the most splendid visions, or ETuoTutsta \epopteia,
seership]. For thus the gradation of Bacchic Mysteries. the
Mysteries is disposed by Proclus in Theology of Plato, book iv. "
The perfective rite [rsXsrrj, telete],^^ says he, " precedes in
order the initiation [\xorpiQ, muesis], and initiation, the final apocalypse,
epopteiay npoY^yst STzoiizziaQ.* At the same time it is proper to
observe that the whole business of initiation was distributed into five
parts, as we are informed by Theon of Smyrna, in Matliematica, who thus
elegantly compares philosophy to these mystic rites : " Again,"
says he, " philosophy may be called the initiation into true
sacred ceremonies, and the instruction in genuine Mysteries; for there
are five parts of initiation : the first of which is the previous
purification; for neither are the Mysteries communicated to all who
are wilhng to receive them; but there are certain persons who are
prevented by the voice of the crier [%Tjpu^, herux^, such as those
who possess impure hands and an inarticulate voice; since it is necessary that
such as are not expelled from the Mysteries * Theology of
Plato. Bacchic Mysteries. 85 should first be refined by certain
purifications : but after purification, the reception of the sacred rites
succeeds. The third part is denominated epopfeia, or reception.*
And the fourth, which is the end and design of the revelation, is
[the investiture] the binding of the head and fixing of the crowns. The
initiated person is, by this means, authorized to communicate to others
the sacred rites in which he has been instructed; whether after
this he becomes a torch-bearer, or an hierophant of the Mysteries, or
sustains some other part of the sacerdotal office. But the fifth,
which is produced from all these, is friendship and interior commtmion with
God, and the enjoyment of that felicity which arises from intimate
converse with divine beings. Similar to this is the communication of political
instruction; for, in the first place, a certain purification
precedes, * Theon appears to regard the final apocalypse or
epopteia, like E. Poeocke to whose views allusion is made elsewhere.
This writer says : " The initiated were styled ebaptoi," and
adds in a foot-note "
Avaptoi, literaWj obtaining or getting." According to this the
epopteia would imply the final reception of the interior doctrines. A. W. Eleusinian and or else
an exercise in proper matliematical discipline from early youth. For thus
Empedocles asserts, that it is necessary to be purified from sordid
concerns, by drawing from five fountains, with a vessel of indissoluble
brass : but Plato, that purification is to be derived fi'om the five
mathematical disciplines, namely from arithmetic, geometry, stereometry,
music, and astronomy; but the philosophical instruction in
theorems, logical, pohtical, and physical, is similar to
initiation. But he (that is, Plato) denominates zTzoizzzirj, [or the reveahng],
a contemplation of things which are apprehended intuitively, absolute truths,
and ideas. But he considers the binding of the head, and coronation, as
analogous to the authority w^hich any one receives from his instructors,
of leading others to the same contemplation. And the fifth
gradation is, the most perfect fehcity arising from hence, and, according
to Plato, an assimilation to divinity^ as far as is possible to
mankind." But though s'jroTrTS'.a, or the rendition of the arcane
ideas, principally characterized the Greater Mysteries, yet
Bacchic Mysteries. 87 this was likewise accompanied with the
[j.uyjGLc, or initiation, as will be evident in the conrse of this
inquuy. But let US now proceed to the doctrine of the Greater
Mysteries : and here I shall endeavor to prove that as the dramatic shows
of the Lesser Mysteries occultly signified the miseries of the soul while
in subjection to body, so those of the Grreater obscurely intimated, by
mystic and splendid visions, the felicity of the soul both here and
hereafter, when purified from the defilements of a material nature,
and constantly elevated to the realities of intellectual [spiritual]
vision. Hence, as the ultimate design of the Mysteries, according to
Plato, was to lead us back to the principles from which we
descended, that is, to a perfect enjoyment of intellectual
[spiritual] good, the imparting of these principles was doubtless one part of
the doctrine contained in the airoppTjia, aporrheta, or secret discourses;
* and the different purifica * The apostle Paul apparently alludes to the
disclosing of the Mystical doctrines to the epopts or seers, in his
Second Epistle to the Corinthians, xii. 3, 4: "I knew a certain
man, whether in Eleusinian
and tions exhibited in these rites, in conjunction with
initiation and the epopteia were symbols of the gradation of virtues
requisite to this reascent of the soul. And hence, too, if this be
the case, a representation of the descent of the soul [from its former
heavenly estate] must certainly form no inconsiderable part of
these mystic shows; all which the f ollomng observations will, I do not
doubt, abundantly evince. In the first place, then, that the
shows of the Greater Mysteries occultly signified the felicity of
the soul both here and hereafter, when separated from the contact and
influence of the body, is evident from what has been demonstrated in the
former part of this discourse : for if he who in the present life
is in subjection to Ms irrational part is truly in ITades, he who
is superior to its dominion is liheivise an inhahitayit of a place
totally different from Hades* If Hades therefore body or
outside of body, I know not: God knoweth,
who was rapt into paradise, and heard appv]xr/. pYjfxata, tilings
ineffable, which it is not lawful for a man to repeat."
*Paul, Epistle to the PhlUpjnans, iii, 20: "Our citizenship is
in the heavens. Bacchic Mysteries. is the region or condition of
punishment and misery, the purified soul must reside in the regions
of bhss; in a hf e and condition of purity and contemplation in the
present life, and entheastically,* animated by the divine *
Medical and Surgical Bejiorter Those who have professed to teach their
fellow-mortals new truths eoncerning immortality, have based their authority on
direct divine inspiration. Numa, Zoroaster, Mohammed, Swedenborg,
all claimed communication with higher spirits; they were what the
Greeks called eniheast 'immersed in
God' a sti'iking word which Byron
introduced into our tongue." Carpenter describes the condition as an
automatic action of the brain. The inspired ideas arise in the mind
suddenly, spontaneously, but very vividly, at some time when tliinhing of
some other topic. Francis Galton defines genius as " the automatic
activity of the mind, as distinguished from the effort of the will, the ideas coming by inspiration." This
action, says the editor of the Reporter, is largely favored by a
condition approaching mental disorder at
least by one remote from the ordinary working day habits of
thought. Fasting, prolonged intense mental action, gi-eat and unusual commotion
of mind, will produce it; and, indeed, these extraordinary displays seem
to have been so preceded. Jesus, Buddha, Mohammed, all began their careers by
fasting, and visions of devils followed by angels. The candidates in the
Eleusinian Mysteries also saw visions and apparitions, while engaged in
the mystic orgies. "We do not, however, accept the materialistic
view of this subject. The cases are enftieasHe; and although hysteria
and other disorders of the sympathetic system sometimes imitate the
phenomena, we believe with Plato and Plotimis, that the higher faculty,
intellect or intuition as we prefer to call it, the noetic part of our
nature, is the faculty actually at work. "By reflection, Eleusinian
and energy, in the next. This being admitted, let us proceed
to consider the description which Virgil gives us of these
fortunate abodes, and the latent signification which it contains,
^neas and his guide, then, having passed tlu^ough Hades, and seen at a distance
Tartarus, or the utmost profundity of a material nature, they next
advance to the Elysian fields : Devenere locus Isetos, et
amaena vireta Fortunatoi'uin nemorum, sedesque beatas. Largiov Me
campos gether et lumine vestit Purpureo; solemque suum, sua sidera
norunt. * Now the secret meaning of these joyful
places is thus beautifully unfolded by Olympiodorus in his manuscript
Commentary on the Gorgias of Plato. "It is necessary to
know," says he, " that the fortunate islands are said to be
raised above the sea; and self-knowledge, and intellectual
discipline, the soul can be raised to the vision of eternal truth,
goodness, and beauty that is, to
the vision of God." This is the epopteia.
A. W. They came to the blissful regions, and delightful gi'eeu
retreats, and happy abodes in the fortunate gi'oves. A freer and purer
sky here clothes the fields with a purjile light; they recoguize their own suu,
their own stars." Bacchic Mysteries. 91
hence a condition of being, which transcends this corporeal hfe and
generated existence, is denominated the islands of the blessed; but
these are the same with the Elysian fields. And on this account Hercules
is said to have accomphshed his last labor in the Hesperian regions;
signifying bythis, that having vanquished a dark and earthly life he
afterward hved in day, that is, in truth and light." Asc 5s st^svai
ozi w. Yfpoi uTTspxu'jrxGoaiv zt^q i)-aXaaa'rj? avco-cspw otjoai. Tt;v
oov Tzokizsiay XTjV 67:£|v7,u^0Laav too fjioo if.rji z'qc,
ysvY^ascoc, {jLa7,7.p(ov VTjaouc '/.''jXo'JOI. TaoTC/v $£ saxi
vcc/.t xo ^qkocjiw TtS^iov. Airy, zoi zoozo xat 6 'Hpay,Xtj^ zeXeozaioy
alJ-Xov sv xo:;; saTTspcocc {xspsatv s'jTorr^aaxo, 7.vxi xax'^jYcovcaato
xov axoxstvov jcai yO-oviov pwv, xai Xotirov sv '^^t^spcf., oaxiv sv
rjXrid-sio^ %rxi rp(oxi sC'^- So that he who in the present state
vanquishes as much as possible a corporeal life, through the
practice of the piu'ifying virtues, passes in reahty into the Fortunate
Islands of the soul, and lives surrounded with the bright splendors of
truth and wisdom proceeding from the sun of good. Bacchic
Mysteries. The poet, in describing the employments of the
blessed, says : Pars in gramineis exereent membra paleestris
: Coutendunt ludo, et f ulva luctantur arena : Pars pedibus
plaudunt choreas, et carmina dicunt. Nee non Threicius longa cum veste
saeerdos Obloquitur uumeris septem discrimina vocum: lamque eadem
digitis, jam pectiue pulsat eburno. Hie genus antiquum Teucri, puleherrima proles, Magnanimi heroes, nati
melioribus annis, Illusque, Assaracusque, et TroJEe Dardanus
auctor. Arma
procul, currusque virum miratur inanis. Stant terra defixse hastse,
passimque soluti Per campum pascuntur equi. Quae gratia curruum
Armorumque fuit vivis, quae cura nitentis Pascere equos, eadem sequitur
tellure repostos. Conspicit, ecee alios, dextra laevaque per herbam
Vescentis, Isetumque choro Pgeana eanentis. Inter odoratum lauri nemus :
unde superne Pliu'imus Eridaui per silvam volvitur amnis. Some exercise their limbs upon the grassy field, contend in play
and wrestle on the yellow sand; some dance on the ground and utter songs.
The priestly Thracian, likewise, in his long robe [Orj^heus] responds in
melodious numbers to the seven distinguished notes; and now strikes them
with his fingers, now with the ivory quill. Here are also' the ancient
race of Teucer, a most illustrious progeny, noble heroes, born in happier
j-ears, II, Assarac, and Dardan, the founder of Troy, ^neas looking
from afar, admires the arms and empty war-cars of the heroes. There stood
spears fixed in the ground, and scattered over the plain horses are
feeding. The same taste which when alive •'i%^!^mm^ Eleusiuiau
Mj'steries. Bacchic Mysteries. This must not be understood as if the
soul in the regions of fehcity retained any affection for material
concerns, or was engaged in the trifling pursuits of the everyday
corporeal life; but that when separated from generation, and the world's
life, she is constantly engaged in employments proper to the higher
spiritual nature; either in divine contests of the most exalted wisdom; in
forming the responsive dance of refined imaginations; in tuning the
sacred lyi'e of mystic piety to strains of divine fury and
ineffable dehght; in giving free scope to the splendid and winged
powers of the soul; or in nourishing the higher intellect with the
substantial banquets of intelligible [spiritual] food. Nor is it without
reason that the river Eridanus is represented as flowing through
these delightful abodes; and is at these men had for chariots and
arms, the same passion for rearing glossy steeds, follow them reposing beneath
the earth. Lo! also he views others, on the right and left, feasting on
the grass, and singing in chorus the joyful pteon, amid a fragrant grove
of laui'el; whence from above the greatest river Eridanus rolls
through the woods." A peeon was chanted to Apollo at Delphi every
seventh day. Eleusinian and the same time denominated plurimus
(greatest), because a great part of it was absorbed in the earth without
emerging from thence : for a river is the symbol of hfe, and consequently
signifies in this place the intellectual or spii'ituaJ life, j)roceeding
from on liigh, that is, from divinity itself, and gliding with prolific
energy through the hidden and profound recesses of the soul.
In the following lines he says : Nulli eerta domus. Lucis
habitamus opacis, Riparumque toros, et prata recentia rivis
Incolimus. By the blessed not being confined to a particular habitation, is
implied that they are perfectly free in all things; being entirely
free from all material restraint, and purified from all inclination
incident to the dark and cold tenement of the body. The shady
groves are symbols of the retiring of the li ' No one
of us has a fixed abode. We inhabit the dark groves, and occupy couches
on the river-banks, and meadows fresh with little rivulets." Bacchic
Mysteries. soul to the depth of her essence, and there, by energy solely
divine, establishing herself in the ineffable principle of things.* And
the meadows are syin])ols of that prolific power of the gods through
which all the variety of reasons, animals, and forms was produced,
and which is here the refreshing pastui'e and retreat of the hberated
soul. But that the communication of the knowledge of the principles
from which the soul descended formed a part of the sacred Mysteries is
evident from Yirgil; and that this was accompanied with a vision of these
principles or gods, is no less certain, from the testimony of Plato,
Apuleius, and Proclus. The first part of this assertion is evinced
by the following beautiful lines : Plato: BepiihUc, vi. 5. "He
who possesses the love of true knowledge is naturally carried in his
aspirations to the real principle of being; and his love knows no repose till
it shall have been united with the essence of each object through that
jiart of the soul, which is akin to the Permanent and Essential; and so,
the divine conjunction having evolved interior knowledge and truth,
the knowledge of being is won." EleiiHinian and
Prineipio cfelum ac tei-ras, eamposque liquentes Lucentemque globum
luuas, Titauiaque astra Spiritus intus alit, totumque infusa per
artus Mens agitat molem, et magno se corpore miscet.
Inde hominum peeudiimque genus, vitseque volantum, Et qu£e
marmoreo fert monstra sub sequore pontus. Igneus est oUis vigor, et
cselestis origo Seminibus, quantum non uoxia corpora tardant, Terrenique
hebetant artus, moribundaque membra. Hinc metiiunt cupiuntque :
dolent, gaudentque : neque auras Despieiunt clausa tenebris et
carcere csecc* For the sources of the soul's existence are
also the principles from which it fell; and these, as we may learn from
the Thnams of Plato, are the Demiurgus, the mundane soul, and the
junior or mundane gods.f Now, of * "First of all the interior
spirit sustains the heaven and earth and watery plains, the illuminated
orb of the moon, and the Titanian stars; and the Mind, diffused through all the
members, gives energy to the whole frame, and mingles with the vast body
[of the universe]. Thence proceed the race of men and beasts, the
vital souls of birds and the brutes which the Ocean breeds beneath
its smooth surface. In them all is a potency like fire, and a celestial
origin as to the rudimentary principles, so far as they are not clogged
by noxious bodies. They are deadened by earthly forms and members subject
to death; hence they fear and desire, grieve and rejoice; nor do they,
thus enclosed in darkness and the gloomy prison, behold the heavenly
air." \ Timceus. xliv. "The Deity (Demiurgus) himself
formed the divine; and then delivered over to his celestial offspring
[the Bacchic Mysteries. these, the mundane intellect, which,
according to the ancient theology, is represented by Bacchus, is
principally celebrated by the poet, and this because the soul is
particularly distributed into generation, after the manner of Dionysus or
Bacchus, as is evident from the preceding extracts from Olympiodorus :
and is still more abundantly confirmed by the following curious passage
from the same author, in his comment on the Plicedo of Plato.
" The soul," says he, " descends Corically [or after the manner
of Proserpine] into generation,* but is distributed into generation
Dionysiacally,t and she is bound in body PrometheiacallyJ and
Titanically: she fi'ees herself therefore from its bonds by exercising
the strength of Hercules; but she subordinate or generated gods],
the task of creating the mortal. These subordinate deities, copying the
example of their parent, and receiving from his hands the immortal
principles of the human soul, fashioned after this the mortal body, which
they consigned to the soul as a vehicle, and in which they placed also
another kind of a soul, which is mortal, and is the seat of violent and
fatal passions." * That is to say, as if dying. Kore was
a name of Proserpina. t /. e. as if divided into pieces.
X I. e. Chained fast. 100 We US in km and
is collected into one through the assistance of Apollo and the
savior Minerva, by philosophical discipline of mind and heart purifying the
nature." i)zi /.opr^toc {j.sv sic ysvE^tv 'jTzo zT^z
Ysvsascoc' npojXY^O-suo? "^s, v.rj.1 Tiza AttoXXcovoc %ol^ rr^c
acorrjpac A\)*T;va?, ':r7.{)-a(vT:L'^(oc -(0 oyzi r5'.Xoaorpo'ja7.. The poet,
however, intimates the other causes of the soul's existence, when he
says, Igneiis est ollis vigor, et coelestis origo Semiuibus
* which evidently alludes to the sowing of souls into
generation, t mentioned in the Timmus. And fi'om hence the reader
will "There is then a certain fiery potency, and a celestial
oi'igiu as to the rudimentary principles." /. e. Restored to
wholeness and divine life. tl Corinthians, xv. 42-44.
"So also is the onafitaHis of the dead. It is sown in corruption
[the material body]; it is raised in incorruption : it is sown in
dishonor; it is raised in gloi-y : it is sown in weakness; it is raised
in power : it is sown a psychical body; it is raised a spiritual
body." Bacchic Mysteries. 101 easily
perceive the extreme ridiculousness of Dr. Warburton's system, that the
grand secret of the Mysteries consisted in exposing the errors of
Polytheism, and in teaching the doctrine of the unity, or the existence
of one deity alone. For he might as well have said, that the great
secret consisted in teaching a man how, by writing notes on the works
of a poet, he might become a bishop ! But it is by no means
wonderful that men who have not the smallest conception of the true
nature of the gods; who have persuaded themselves that they were only
dead men deified; and who measure the understandings of the ancients by
their own, should be led to fabricate a system so improbable and
absurd. But that this instruction was accompanied with a
vision of the source from which the soul proceeded, is evident from the
express testimony, in the first place, of Apuleius, who thus
describes his initiation into the Mysteries. " Accessi
confinium mortis; et calcato Proserpinse limine, per omnia vectus
elementa remeavi. Nocte media vidi solem. 102 Meusinicm
and candido coniscantem kimine, deos inferos, et deos
superos. Access! coram, et adoravi de proximo. That is,
"I approached the confines of death : and having trodden on
the threshold of Proserpina returned, having been carried through all the
elements. In the depths of midnight I saw the sun glittering with a
splendid light, together with the infernal and supernal gods : and to
these divinities approaching near, I paid the tribute of devout
adoration." And this is no less evidently implied by Plato, who thus
describes the fehcity of the holy soul prior to its descent, in a
beautiful allusion to the arcane visions of the Mysteries. Ka/.Ao?
3s TOIS Y^V tOStV X7.[JLirpOV, OTS GOV £UOaL|J,OVt
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£V 63r£p(p /p<5V(j) 67C£{X£V£V. '0X07cXy^P7. $£ 7,7.1 TLTiXa
%7.C aTp£(J.Y^ %7.t £u5aqJL0V7. rp7.a{J.7.-7. JJLyG'J{JL£VOt T£
7,71 £TC0TCT:£U0V'C£C £V auyTJ %7.9-7.pq: %7.l)-7.pOl * The Golden Ass.
xi. p. 239 (Bohn). Bacchic Mysteries. 103
TTSpLrpspovrs? ovofxaCopisv oarpsoa xpo':rov 5s d£3{jL£ujj-£V0L
That is, " But it was tlien lawful to survey the most splendid beauty,
when we obtained, together with that blessed choir, this happy
vision and contemplation. And we indeed enjoyed this blessed spectacle
together with Jupiter; but others in conjunction with some other god; at the
same time being initiated in those Mysteries^ which it is lawful to
call the most blessed of all Mysteries. And these divine Orgies*
were celebrated by us, while we possessed the proper integrity of
our nature, we were freed from the molestations of evil which
otherwise await us in a future period of time. Likewise, in consequence
of this divine initiation, we became spectators of entire, simple,
immovable, and blessed visions, resident in a pure hght; and were
ourselves pure and immaculate, being hberated from this surrounding
vestment, which we denominate body, and to which we are now bound *
The peculiar rites of the Mysteries were indifferently termed Orgies or
Labors, teletai or finishings, and initiations. 10-i Bacchic
Mysteries. like an oyster to its shell."* Upon this
beautiful passage Proclus observes, "That the initiation and
epopfeia [the vailing and the reveahng] are symbols of ineffable
silence, and of union with mystical natures, through intelligible
\dsions.t Kocl yap -q {xor^zic, v.ai r^ * Phcedriis t Proclus
: Theology of Plato, book iv. The following reading is suggested :
"The initiation and final disclosing are a symbol of the Ineffable
Silence, and of the enosis, or being at one and en rapport with the
mystical verities through manifestations intuitively comprehended."
The ixv>'f\z<.z, muesis, or initiation is defined by E. Pocoeke
as relating to the "well-known Buddhist Moksha, final and
eternal happiness, the liberation of the soul from the body and its
exemption from fvirther transmigration." For all mystcB therefore
there was a certain welcome to the abodes of the blessed. The term
cTTOTrcjioi, epopteia, applied to the last scene of initiation, he derives from
the Sanscrit, evaptoi, an obtaining; the epopt being regarded as having
secured for himself or herself divine bliss. It is more usual,
however, to treat these terms as pure Greek; and to render the mnesis as
initiation and to derive epopteia from STCOrtTopiat. According to this
etymology an epopt is a seer or clairvoyant, one who knows the interior
wisdom. The terms inspector and superintendent do not, tome, at all express the
idea, and I am inclined, in fact, to suppose with Mr. Pocoeke, that
the Mysteries came from the East, and from that to deduce that the
technical words and expressions are other than Greek. Plotinus,
speaking of this enosis or oneness, lays down a spiritual discipline
analogous to that of the Mystic Orgies : " Purify your soul from all
undue hope and fear about earthly things; mortify tl'^ £leii8iiiiau
Mysteries. Etruscan. Bacchic Mysteries. TYjC iTpoc xa {jLoatixa "^ta
t(ov vo'/^xcov cpaajjiaxtov svcoascoc;. Now, from all tliis, it may be
inferred, that the most sublime part of the zTzrj'Kisirx \epoptei(i\ or
final revealing, consisted in beholding the gods themselves invested with a
resplendent hght; * and that this was symbohcal of those
transporting visions, which the virtuous soul will constantly enjoy in a
future state; and of which it is able to gain some ravishing
glimpses, even while connected with the cumbrous vestment of the body.f
the body, deny self, affections as
well as appetites, and the inner
eye will begin to exercise its clear and solemn vision. In the reduction
of yonr soul to its simplest principles, the divine germ, you attain this
oneness. We stand then in the immediate presence of God, who shines out from
the profound depths of the soul."- A. W. Apuleius: The Golden
Ass. xi. The candidate was instructed by the hierophant, and permitted to
look within the cistn or chest, which contained the mystic serpent, the
phallus, egg, and gi-ains sacred to Demeter. As the epopt was reverent,
or otherwise, he now "knew himself" by the sentiments aroused.
Plato and Alcibiades gazed with emotions wide apart. A. W. t Plotinus : Letter to Flaccus.
" It is only now and then that . we can enjoy the elevation made
possible for us, above the limits of the body and the world. I myself
have realized it but three times as yet, and Porphyry hitherto not once. Bacchic
Mysteries. But that this was actually the case, is evident
fi'om the following unequivocal testimony of Proclus : Ev airaac zaic,
zsXszaic TzpozEiyoo(ji [xoryfj.Q^ TToXXa $s G'/r^iiaza
s^aXazzoyzzc, rpctcvovroir %ru zoze {j.£v azoizMzov a'jrcov xpojBsjBXrjtac
«:p(oc, xors 5s sec c(v{J-pcoTTStov {j-opY'/jv £a/'/j{j.axta[JL£vov, ':o':£ os
stc dXXotov trjTTov ';:po£XY|XfjG(o?. /. ^. " In all the
initiations and Mysteries, the gods exhibit many forms of themselves, and
appear in a variety of shapes : and sometimes, indeed, a formless light ^
of themselves is held forth to the view; sometimes this hght is
according to a human form, and sometimes it proceeds into a different
shape." f This assertion of divine visions in the Mysteries,
Porpbyiy afterward declared that he witnessed four times,
when near him, the soul or " intellect " of Plotiiius thns raised
up to the First and Sovereign Good; also that he himself was only
once so elevated to the enosis or union with God, so as to have glimpses
of the eternal world. This did not occur till he was sixty-eight years of
age. A. W. * I. e. Si
luminous appearance without any defined form or shape of an object.
\ Commentary upon the Republic of Plato, page 380.
Cupids, Satyr, aud statue of Priapua. Bacchic Mysteries.
Ill is clearly confirmed by Plotinus.* And, in short, that
magical evocation formed a part of the sacerdotal office in the
Mysteries, and that this was universally believed by all antiquity,
long before the era of the latter Platonists,t is plain from the
testimony of Hippocrates, or at least Democritus, in his Treatise
de Morbo Sacro.X For speaking of those who attempt to cure this disease
by magic, he observes : st yap csayjvtjv ts %aGac Xaaaav arpovov
7.7.1 yqy, zat z'rjXka ta zoiotjzo zpOTzrj, TTOLVca zizi^z/ovzrji
sxiataaO-ai, slis 7cac STc TEAET12N, scxs xoll Ss aXhric, zivoq
yvtofj-Tj? {xsXsrr^^ cpaatv ocot xs scvai 01 zrjjjza btzizt^^sooyzec,
^uaspsstv sjj-oi ys 5oy.£oaaL y,. X. /. e. " For if they profess
themselves able to draw down the moon, to obscure the sun, to produce
stormy and pleasant weather, as likewise showers of rain, and heats, and to
render the sea and earth barren, and to accomplish *Ennead,
i. book 6; and ix. book 9. t Plotinus, Porphyry, lamblichus,
Proclus, Longinus, and their associates. X Epilepsy. Eleusinian
and every thing else of this kind; whether they derive this
knowledge from flie Mysteries^ or from some other mental effort or
meditation, they appear to me to be impious, from the study of such
concerns." From all which is easy to see, how egregiously Dr.
Warburton was mistaken, when, in page 231 of his Divine Legation^
he asserts, " that the light beheld in the Mysteries, was nothing
more than an illuminated image which the priests had thoroughly
purified." But he is likewise no less mistaken, in
transferring the injunction given in one of the Magic Oracles of
Zoroaster, to the business of the Eleusinian Mysteries, and in perverting the
meaning of the Oracle's admonition. For thus the Oracle speaks :
Myj 'puocojc y.akto'f\c, aoxonxoy a-^aKiw., That is, " Invoke
not the self -revealing image of Nature, for you must not behold
these things before your body has received the initiation."
Upon which he observes, " that Bacchic Mysteries the
self-revealing image ivas only a diffusive shining light, as the name
partly declares^ * But this is a piece of gross ignorance, from
which he might have been freed by an attentive perusal of Proehis on the
Timceus of Plato : for in these truly divine Commentaries we learn,
" that the moonf is the cause of nature to mortals, and the self
-rev eating image of the fountain of nature.^^ "^.zXriyq {isv
acrca zoic, O-vyjzoi? zr^c, ^fO(jSo:)C, to ayioTitCiV rj^^rjX\i.a. o'j37.
xT^c 'izr^'^fr/.iac, 'f'jasco^. If the reader is desirous of knowing what
we are to understand by the fountain of nature of which the moon is the
image, let him attend to the following information, derived from a long
and deep study of the ancient theology : for from hence I have
learned, that there are many divine fountains contained in the essence
of the demiurgus of the world; and that among these there are three
of a very distinguished rank, namely, the fountain of souls, or
Juno, the fountain of virtues, or
Minerva and Divine Legation, t /. e. The Mother-Goddess, Isis or
Demeter, symbolized as Selene or the Moon, Eleusinian and
the fountain of nature, or Diana. This last fountain too
immediately depends on the vilifying goddess Rhea; and was assumed
by the Demiurgus among the rest, as necessary to the prohfic reproduction of
liimself. And this information will enable us besides to explain
the meaning of the following i3assages in Apuleius, which, from not
beingunderstood, have induced the moderns to believe that Apuleius
acknowledged but one deity alone. The first of these passages is in
the beginning of the eleventh book of his MetamorpJioses, in which the
divinity of the moon is represented as addressing him in this
sublime manner : " En adsum tuis commota, Luci, precibus, rerum Natura
parens, elementorum omnium domina, seculorum progenies initialis,
summa numinum, regina Manium, prima cai^litum, Deoruni Dearumque facies
uniformis : quae cseh luminosa culmina, maris salubria flamina, inferorum
de plorata silentia nutibus meis dispenso : cu jus numen unicum,
multiformi specie, ritu vario, nomine multijugo totus veneratur orbis.
Me primigenii Phryges Pessinunticam nominant Bacchic Mysteries. Deum
matrem. Hiiic Autochthones Attici Cecropiam Minervam; ilhiic fluctuantes
Cyprii Paphiam Veiierem : Cretes sagittif eri Dictjninam Dianam; Sicuh
trihngues Stygiam Proserpinam; Eleusinii vetustam Deam Cererem : Junonem
ahi, ahi Bellonam, alii Hecaten, Rhamnusiam ahi. Et qui nascentis dei
Sohs inchoantibus radiis iUustrantur, ^thiopes, Ariique, priscaque
doctrina pollentes ^gyptii cserimoniis me prorsus propriis percolentes
appellant vero nomine reginam Isidem." That is, " Behold,
Lucius, moved with thy supphcations, I am present; I, who am
Nature, the parent of things, mistress of all the elements, initial progeny
of the ages, the highest of the divinities, queen of departed
spirits, the first of the celestials, of gods and goddesses the sole
hkeness of all : who rule by my nod the luminous heights of the
heavens, the salubrious breezes of the sea, and the woful silences of the
infernal regions, and whose divinity, in itself but one, is venerated by
all the earth, in many characters, various rites, and different
appellations. Hence the primitive Phry 116 Bacchic Mysteries.
gians call me Pessinuntica, the motlier of the gods; the Attic
Autochthons, Cecropian Muierva; the wave-siUTOunded Cyprians,
Paphian Venus; the arrow-bearing Cretans, Dictynnian Diana; the
three-tongued Sicilians, Stygian Proserpina; and the inhabitants of Eleusis,
the ancient goddess Ceres. Some, again, have invoked me as Juno,
others as Bellona, others as Hecate, and others as Rhamnusia; and
those who are enlightened by the emerging rays of the rising sun,
the Ethiopians, and Aryans, and likewise the Egyptians powerful in
ancient learning, who reverence my divinity with cerenioaies perfectly
proper, call me by my true appellation Queen Isis." And, again, in
another place of the same book, he says of the moon : " Te
Superi colunt, observant Inferi : tu rotas orbem, luminas Solem, regis
mundum, calcas Tartarum. Tibi respondent sidera, gaudent numina,
redeunt tempora, serviunt elementa, etc." That is, " The
supernal gods reverence thee, and those in the realms beneath attentively
do homage to thy divinity. Thou dost make the universe revolve,
illuminate Bacchic Mysteries the sun, govern the world, and tread on
Tartarns. The stars answer thee, the gods rejoice, the houi's and seasons
retui*n by thy appointment, and the elements serve thee." For
all tliis easily follows, if we consider it as addressed to the
fountain-deity of nature, subsisting in the Demiurgus, and which is
the exemplar of that nature which flourishes in the lunar orb, and
throughout the material world, and from which the deity itself of the
moon originally proceeds. Hence, as this fountain innnediately depends on
the life-giving goddess Rhea, the reason is obvious, why it was formerly
worshiped as the mother of the gods : and as all the mundane are
contained in the super-mundane gods, the other appellations are to be
considered as names of the several mundane divinities produced by this
fountain, and in whose essence they are likewise contained.
But to proceed with our inquiry, I shall, in the next place, prove
that the different purifications exhibited in these rites, in conjunction
with initiation and the epopteia were symbols of the gradation of
disciplines Eleusinian and requisite to the reascent of the soul.*
And the fii'st part, indeed, of this proposition respecting the
purifications, immediately follows from the testimony of Plato in the passage
already adduced, in which he asserts that the ultimate design of the
Mysteries was to lead us back to the principles from which we
originally fell. For if the Mysteries were symbohcal, as is universally
acknowledged, this must likewise be true of the purifications as a part
of the Mysteries; and as inward puiity, of which the external is symbolical,
can only be obtained by the exercise of the virtues, it evidently follows
that the purifications were symbols of the pimfying moral virtues.
And the latter part of the proposition may be easily inferred, from
the passage ah'eady cited from the Phmdrus of Plato, in which he
compares initiation and the epopteia to the blessed vision of the
higher intelligible natures; an employment which can alone belong to the
exercise of contemplation. But the whole of this is rendered
indisputable by the following re */. e. to its former divine
condition. Bacchic Mysteries. markable testimony of Olympiodorus, in
his excellent manuscript Commentary on the PJuedo of Plato.*
"In the sacred rites," says he, "popular pui4fications are
in the first place brought forth, and after these such as are more
arcane. But, in the third place, collections of various things into one
are received; after which follows inspection. The ethical and political
virtues therefore are analogous to the apparent purifications; the
cathartic virtues which banish all external impressions, correspond to
the more arcane purifications. The theoretical energies about
intelligibles, are analogous to the collections; and the contraction of
these energies into an We have taken the liberty to present the following
version of this passage, as more correctly expressing the sense of the
original: "At the holy places are first the public purifications.
With these the more arcane exercises follow; and after those the
obligations [-jozzaizz'.z) are taken, and the initiations follow, ending
with the epopiic disclosures. So, as will be seen, the moral and social
(political) virtues are analogous to the public purifications; the
purifying virtues in their turn, which take the place of all external
matters, correspond to the moi'e arcane disciplines; the contemplative
exei'cises concerning things to be known intuitively to the taking of the
obligations; the including of them as an undivided whole, to the
initiations; and the simple ocular view of simple objects to the epoptic
revelations." Eleusinian and indivisible nature,
corresponds to initiation. And the simple self-inspection of simple
forms, is analogous to epoptic vision. 'On QZIQ. Etra ZTZl
ZnjJZrjXZ aTZOrjfjr^ZOZZrjrjr ^xszfj, 5s za'jzac, QOGzaaeic,
Tzarjzhr^x'^jrjyrjyzrj, y-ai siri zaozruQ ixorpBiQ- £v TsXst 5s
siroirrscc/i. xVvc/AoyooaL TGCV'JV ai [J-sv TjO-^xat 7,7.^ 7:o/dziY.'y,i apsxa^
XGtc s[xcpavsai y,7,i)'7.p{j-occ. Ai 5s %7.i)"7pii 7,7^ 0371
77C0a7.SU7.C0Vt7t TZaVZO. Zrj. kY.ZOC, ZOIQ aTTopp'^ro-spoic. Ai 5s
xspt ':7 voriza r^scopYpt%7c TS svspYSi7.i zai^ GOGzaoeaiy. Ac 5s
to'jtojv G'jya.irjSJsiQ sec "co ajispiarov X7cc \vyqGZGiy. Ai 5s CLTZkr/l X(OV 7.7rAC0V SC5(0V 70X0'V.7C t71C
s7U07ursc7t?. And here I can not refrain from noticing, with
indignation mingled with pity, the ignorance and arrogance of modern
critics, who pretend that this distribution of the virtues is entirely
the invention of the latter Platonists, and without any foundation in
the writings of Plato.* And among the supporters of such ignorance, I am
sovry to find * The writings of Augustin handed Neo-Platonism down
to posterity as the original and esoteric doctrine of the first followers
of Plato. He enumerates the causes which led, in his opinion, to the
negative position assumed by the Academics, and to the con Bacchic
Mysteries. 123 Fabricius, in his prolegomena to the hfe of
Proclus. For nothing can be more obvious to every reader of Plato than
that in his Laws he treats of the social and political virtues; in
his Phcedo, and seventh book of the RepiibUc^ of the purifying; and in
his Thceafetus, of the contemplative and sublimer virtues. This
observation is, indeed, so obvious, in the Phcedo, with respect to
the purifying virtues, that no one but a verbal critic could read
this dialogue and be insensible to its truth : for Socrates in the very
beginning expressly asserts that it is the business of philosophers to
study to die, and to be themselves dead,* and yet at the same time
reprobates suicide. What then can such eealment of their real
opinions. He describes Plotinus as a resuscitated Plato. Against the Academics.
Phcedo, 21. Kivoovjooos: y^P o'^o- TOY/_otvou-iv op&to? «t:to|j.evo'.
(pcXoaocp'.a? XsXfj^cVai la? aWooc^, bv. odgsv aXXo aoxo'.
ziz'.x-ffitiionz'y Y) aTCofl-VYjoxstv zt xa: TsS-vava:. /. e. For as many
as rightly apply themselves to philosophy seem to have left others
ignorant, that they themselves aim at nothing else than to die and to be
dead. Elsewhere (31) Socrates says : " While we live, we shall
approach nearest to intuitive knowledge, if we hold no communion with the
body, except, what absolute necessity requires, nor suffer ourselves to
be pervaded by its nature, but purify ourselves from it until God himself
shall release us. Eleusinian and a death mean but symbolical or
philosophical death ? And what is this but the true exercise of the
virtues which purify '? But these poor men read only superficially,
or for the sake of displaying some critical acumen in verbal
emendations; and yet with such despicable preparations for philosophical
discussion, they have the impudence to oppose their puerile conceptions
to the decisions of men of elevated genius and profound investigation, who,
happily freed from the danger and drudgery of learning any foreign
language,* directed all their attention without restraint to the acquisition
of the most exalted truth. It only now remains that we prove,
in the last place, that a representation of the descent of the soul
formed no inconsiderable part of these mystic shows. This, indeed, is
doubt * It is to be regretted, nevertheless, that our author had not
risked the " danger and drudgery " of learning Greek, so as to
have rendered fuller justice to his subject, and been of greater service
to his readers. We are conscious that those who are too learned in verbal
criticism are prone to overlook the real purport of the text. A. W.
Bacchic Mysteries less occultly intimated by Yirgil, when speaking of the souls
of the blessed ui Elysium, he adds, Has omnes, ubi mille
rotam volvere per annos, Lethaeum ad fluviiim deus evocat agmine magno
: Scilicet immemores supera ut convexa revisant, Eursus et
incipiant iu eorpore velle reverti.* But openly by Apuleius in the
following prayer which Psyche addresses to Ceres : Per ego te
frugiferam tuam dextram istam deprecor, per Isetificas messium
cserimonias, per tacita sacra cistarum, et per famulorum tuorum
draconum pinnata cuiTicula, et glebae. Siculae fulcamina, et currum
rapacem, et terram tenacem, et illuminarum Proserpinse nuptiarum demeacula,
et caetera quae silentio tegit Eleusis, Atticae sacrarium;
miserandse Psyches animse, supplicis fuse, subsiste.f That is,
"I beseech thee, by thy fruit-bearing right All these, after they
have passed away a thousand years, are summoned by the divine one in
great array, to the Lethfean river. In this way they become forgetful of
their former earth-life, and revisit the vatilted realms of the world, willing
again to return into bodies." t Apuleius : The Golden
Ass. (Story of Cupid and Psyche), book vi. Bacchic Mysteries.
hand, by the joyful ceremonies of harvest, by the occult sacred
rites of thy cistae,* and by the winged car of thy attending dragons,
and the furrows of the Sicilian soil, and the rapacious chariot (or car
of the ravisher), and the dark descending ceremonies attending the
marriage of Proserpina^ and the ascending rites which accompanied the
lighted return of thy daughter^ and l)ij other arcana which Eleusis
the Attic sanctuary conceals in profound silence^ reheve the sorrows
of thy wretched suppliant Psyche." For the abduction of
Proserpina signifies the descent of the soul, as is e^ddent from the
passage previously adduced from Olympiodorus, in which he says the
soul descends Corically; f and this is confirmed by the authority of
the philosopher Sallust, who observes, " That the abduction of
Proserpina is fabled to have taken place about the opposite equinoctial;
and by this the descent of souls [into earth * Chests or baskets, made of
osiers, in which were enclosed the mystical images and utensils which the
uninitiated were not permitted to behold. t /• €. as to death;
analogously to the descent of Kore-Persephone to the Underworld. Ceres
lends lier ear to Triptolemus. Proserpina and Pluto. Jupiter augry. Bacchic
Mysteries life] is implied." Tlepi ^(oov x'ajv svaviiav lo^q {)-ac, 6
5'^ /.^.O-oSoc soTt tcov '|y/cov.* And as the abduction of Proserpina was
exhibited in the dramatic representations of the Mysteries, as is clear
from Apuleius, it indisputably follows, that this represented the descent
of the soul, and its union with the dark tenement of the body. Indeed, if the
ascent and descent of the soul, and its condition while connected
with a material nature, were represented in the dramatic shows of the
Mysteries, it is evident that this was implied by the rape of Proserpina.
And the former part of this assertion is manifest from Apuleius, when
describing his initiation, he says, in the passage already adduced :
"I approached the confines of death, and having trodden on the
threshold of Proserpina, / returned^ having been carried through
all the elements.^'' And as to the latter part, it has been amply
proved, fi'om the highest authority, in the first division of this
discourse. De Diis et Mundo Meusinian and Nor must the reader be
distiu^bed on finding that, according to Porphyry, as cited by Eusebius,*
the fable of Proserpina alludes to seed placed in the ground; for this is
likewise true of the fable, considered accordingto its material explanation.
But it will be proper on this occasion to rise a httle higher, and
consider the various species of fables, according to their philosophical
arrangement; since by this means the present subject will receive an additional
elucidation, and the wisdom of the ancient authors of fables will
be vindicated from the unjust aspersions of ignorant declaimers. I
shall present the reader, therefore, with the following interesting
division of fables, fi'om the elegant book of the Platonic philosopher
Sallust, on the gods and the universe. " Of fables," says he,
" some are theological, others physical, others animastic (or
relating to soul), others material, and lastly, others mixed from
these. Fables are theological which relate to nothing corporeal, but
contemplate the very essences of the gods; such as * Evang. Prcepui
Bacchic Mysteries the fable which asserts that Saturn devoured his
children : for it insinuates nothing more than the nature of an
intellectual (or intuitional) god; since every such intellect returns
into itself. We regard fables physically when we speak concerning the
operations of the gods about the world; as when considering Saturn
the same as Time, and calhng the parts of time the children of the
universe, we assert that the children are devoiu'ed by their
parent. But we utter fables in a spiritual mode, when we contemplate the
operations of the soul; because the intellections of our souls,
though by a discursive energy they go forth into other things, yet abide
in their parents. Lastly, fables are material, such as the
Egyptians ignorantly employ, considering and calling corporeal natures
divinities : such as Isis, earth, Osiris, humidity, Typhon, heat •
or, again, denominating Saturn water, Adonis, fruits, and Bacchus, wine.
And, indeed, to assert that these are dedicated to the gods, in the same
manner as herbs, stones, and animals, is the part of wise men; but to
call them gods is alone the province of fools and Eleusinian
and madmen; unless we speak in the same manner as when, from
estabhshed custom, we call the orb of the sun and its rays the sun
itself. But we may perceive the mixed kind of fables, as well in
many other particulars, as when they relate that Discord, at a
banquet of the gods, tlu'ew a golden apple, and that a dispute
about it arising among the goddesses, they were sent by Jupiter to take
the judgment of Paris, who, charmed with the beauty of Venus, gave
her the apple in preference to the rest. For in this fable the banquet
denotes the super-mundane powers of the gods; and on this account they
subsist in conjunction with each other : but the golden apple denotes the
world, which, on account of its composition from contrary natures,
is not improperly said to be thrown by Discord, or strife. But again,
since different gifts are imparted to the world by different gods, they appear
to contest with each other for the apple. And a soul living according to
sense (for this is Paris), not perceiving other powers in the universe,
asserts that the apple is alone the beauty of Venus.
Bacchic Mysteries. 133 But of these species of fables, such
as are theological belong to philosophers; the physical and spiritual to
poets; l)ut the mixed to the first of the initiator i/ rites (ze'kszal(;);
since the intention of all mystic ceremonies is to conjoin us with the
world and the gods.^'' Thus far the excellent Sallust :
from whence it is evident, that "the fable of Proserpina, as
belonging to the Mysteries, is properly of a mixed nature, or
composed from all the four species of fables, the theological [spiritual
or psychical], and material. But in order to understand this divine
fable, it is requisite to know, that according to the arcana of the
ancient theology, the Coric * order (or the order belonging to
Proserpina) is twofold, one part of which is super-mundane, subsisting
with Jupiter, or the Demiurgus, and thus associated with him
establishing one artificer of divisible natures; but the other is
mundane, in which Proser * Coric from KopY], Kore, a name of Proserpina.
The name is derived by E. Pococke from the Sanscrit Goure EJeiisinian
and pina is said to be ravished by Pluto, and to animate the
extremities of the universe. *' Hence," says Prockis,
"according to the statement of theologists, who dehvered to us
the most holy Mysteries, she [Proserpina] abides on high in those
dwellings of her mother which she prepared for her in inaccessible
places, exempt from the sensible world. But she likewise dwells
beneath with Pluto, administering terrestrial concerns, governing the
recesses of the earth, supplying life to the extremities of the universe,
and imparting soul to beings which are rendered by her inanimate and
dead." Kai yap yj twv iJ-soXoytov "^'^{J-yj, xwv tac aytcoxata?
Y/^iiv £V EXsaacvt tsAs-ca? 7rry.pry.o£0(oy,Gxtov, avco, ji£v OL'jr/jV sv xocc
{X'ffrjOQ owoic JJLSV8CV cp'^acv, O'j^ Yj (J-'^r/jp aur^
y-arsaxsuaCsv sv a[57'0L? £(;Y^pY;{ji£voac too tz^vzoq. Katco §£
{i£'ca nXoD-covoc xcDV yO-ovuov eizapyeiy^ v.rj.i zooQ ZTiQ YQC, \Loyofjc
£':it'cpo7U£U£tv, vcat Cf«^Y^v £xop£Y£tv ZOIC eyrj.zoic ^oo xavToc, %at
^^/''i^ {ji£ta5i5ovat rote Trap £rjjjzo)y aj^oyoic, 7.ai V£xpot?.* Hence
we may easily perceive that * Proclus: TJieology of Plato Bacchic
Mysteries this fable is of the mixed kind, one part of which relates to
the super-mundane estabhshment of the secondarj^ cause of life,* and the
other to the procession or outgoing of life and soul to the farthest
extremity of things. Let us therefore more attentively consider the
fable, in that part of it which is symbolical of the descent of souls; in order
to which, it will be requisite to premise an abridgment of the
arcane discourse, respecting the wanderings of Ceres, as preserved
by Minutius Felix. " Proserpina," says he, " the
daughter of Ceres by Jupiter, as she was gathering tender flowers, in the
new spring, was ravished from her dehghtful abodes by Pluto; and
being carried from thence through thick woods, and over a length of
sea, was brought by Pluto into a cavern, the residence of departed
spirits, over whom she afterward ruled with absolute sway. But
* Plotiuus taught the existence of three hypostases in the Divine
Nature. There was the Demiurge, the God of Creation and Providence; the
Second, the Intelligible, self-contained and immutable Source of life; and
above all, the One, who like the Zervane Akerene of the Persians, is
above all Being, a pure will, an Absolute Love " Intellect." A. W. Bacchic Mysteries. Ceres,
upon discovering the loss of her daughter, with hghted torches, and begirt with
a serpent, wandered over the whole earth for the purpose of finding
her till she came to Eleusis; there she found her daughter, and
also taught to the Eleusinians the cultivation of corn." Now in this
fable Ceres represents the evolution of that intuitional part of
our nature which we properly denominate intellect'^ (or the unfolding of
the intuitional faculty of the mind from its quiet and collected
condition in the world of thought); and Proserpina that living, self
-moving, and animating part which we call sonl. But lest this
comparing of unfolded intellect to Ceres should seem ridiculous to the
reader, unacquainted with the Orphic theology, it is necessary to inform him
that this goddess, from her intimate union with Rhea, in conjunction with
whom she produced Jupiter, is Also denominated by Kant, Pure reason, and
by Cocker, Intuitive reason. It was considered by Plato, as not amenable to the conditions of time
and space, but in a particular sense, as dwelling in eternity : and
therefore capable of beholding eternal realities, and coming into
communion with absolute beauty, and goodness, and truth that is, with God, the Absolute
Being." Proserpina. Greek. Bacclius. India. Ceres.
Roman. Demeter. Ktruscan. Bacchic Mysteries evidently of a Saturnian
and zoogonic, or intellectual and vivific rank; and hence, as we are
informed by the philosopher Sallust, among the mundane divinities she is
the deity of the planet Saturn.* So that in consequence of this, our
intellect (or intuitive faculty) in a descending state must aptly
symbohze with the divinity of Ceres. But Pluto signifies the whole of a
material natui'e; since the empire of this god, according to Pythagoras,
commences downward from the Gralaxy or milky way. And the cavern
signifies the entrance, as it were, into the profundities of such a
nature, which is accomplished by the soul's union with this
terrestrial body. But in order to underderstand perfectly the secret meaning of
the other parts of this fable, it will be necessary to give a more
exphcit detail of the particulars attending the abduction, from the beautiful
poem of Claudian on this subject. From * Hence we may perceive the
reason why Ceres as well as Saturn was denominated a legislative deity; and why
illuminations were used in the celebration of the Saturnalia, as well as
in the Eleusinian Mysteries Bacchic Mysteries. this elegant
production we learn that Ceres, who was a&aid lest some violence
should be offered to Proserpina, on account of her inimitable beauty,
conveyed her privately to Sicily, and concealed her in a house built
on purpose by the Cyclopes, while she herself directs her course to
the temple of Cybele, the mother of the gods. Hej:'e, then, we see
the first cause of the soul's descent, namely, the abandoning of a life wholly
according to the higher intellect, which is occultly signified by, the
separation of Proserpina fi*om Ceres. Afterward, we are told that
Jupiter instructs Venus to go to this abode, and betray Proserpina from
her retirement, that Pluto may be enabled to carry her away; and to
prevent any suspicion in the virgin's mind, he commands Diana and Pallas
to go in company. The three goddesses arriving, find Proserpina at
work on a scarf for her mother; in which she had embroidered the
primitive chaos, and the formation of the world. Now by Venus in this
part of the narration we must understand desire^ which even in the
celestial regions (for such is the Venus, Diana, and Pallas visit
Proserpina Bacchic Mysteries residence of Proserpina till slie is ravished
by Pluto), begins silently and stealthily to creep into the
recesses of the soul. By Minerva we must conceive the rational power of
the soul, and by Diana, nature^ or the merely natural and vegetable
part of our composition; both which are now ensnared through the
allurements of desire. And lastly, the web in which Proserpina had
displayed all the fair variety of the material world, beautifully
represents the commencement of the illusive operations through which the
soul becomes ensnared with the beauty of imaginative forms. But let us
for a while attend to the poet's elegant description of her employment
and abode : Devenere locum, Cereris quo tecta nitebant
Cyclopum firmata manu. Stant ardua f erro Msenia; ferrati postes :
immensaqiie nectit Claustra elialybs. Nullum tanto sudore Pyracmon,
Nee Steropes, eonstruxit opus : nee talibus unquam Spiravere uotis animge
: nee flumine tanto Incoctum maduit lassa fornaee metallum. Atria
vestit ebur : trabibus solidatur aenis Culmen, et in eelsas surgunt
eleetra eolumnas. Ipsa domum tenero mulcens Proserpina eantu Irrita
texebat rediturje munera matri. Hie elementorum seriem sedesque
pateruas Eleusinian and Insignibat aeu : veterem qua lege
tutmiltum Diserevit natiira parens, et semiua jiistis Diseessere
locis : quidquid leve fertiu" iu altum : 111 medium graviora caduut
: incaiiduit tether : Egit flamma polum : fluxit mare •. terra
pependit Nee color uuus inest. Stellas accendit in auro. Ostro
fundit aquos, attollit litora gemmis, Filaque mentitos jam jam cfelantia
liuctus Arte tumeiit. Credas illidi cautibus algam, Et raucum
bibiilis inserpere murmur arenis. Addit quinqiie plagas : mediam
subtemine rubro Obsessam fervore notat : squalebat adustus Limes,
et assiduo sitiebant stamina sole. Vitales utrimque duas; quas mitis
oberrat Temperies habitanda viris. Tum fine supremo Torpentes
traxit geminas, brumaque perenni Fgedat, et a3terno coiitristat frigore
telas. Nee non et patrui piugit sacraria Ditis, Fatalesque sibi
manes. Nee def nit omen. Prasscia nam subitis maduerimt fletibus
ora. After this, Proserpina, forgetful of her parent's
commands, is represented as venturing from her retreat, through the
treacherous persuasions of Venus : Impulit Joiiios pra?misso
lumine fluetus Nondum pura dies : tremulis vibravit in iindis
Ardor, et errantes ludunt per cferula flammfe. Jamque audax animi,
fidseque oblita parentis, Fraude Dioiifea riguos Proserpina saltus
(Sic Parcse voluere) petit. Bacchic Mysteries And this with the greatest
propriety: for obhvion necessarily follows a remission of
intellectnal action, and is as necessarily attended with the allurements of
desire.* Nor is her dress less symbolical of the acting of When the
person turns the back upon his higher faculties, and disregards the
communications which he receives through them from the world of unseen
realities, an oblivion ensues of their existence, and the person is next
brought within the province and operation of lower and worldly ambitions,
such as a love of power, passion for riches, sensual pleasure, etc. This
is a descent, fall, or apostasy of the soul, a separation from the sources of divine
life and ravishment into the region of moral death. In the
Pluedras, in the allegory of the Chariot and Winged Steeds, Plato
represents the lower or inferior part of man's nature as dragging the
soul down to the earth, and subjecting it to the slavery of corporeal
conditions. Out of these conditions there arise numerous evils, that
disorder the mind and becloud the reason, for evil is inherent to the condition
of finite and multiform being into which we have "fallen by our own
fault." The present earthly life is a fall and a punishment. The soul is
now dwelling in ''the gi-ave which we call the body." In its
incorporate state, and previous to the discipline of education, the
rationalelement is " asleep." " Life is more of a dream than a
reality." Men are utterly the slaves of sense, the sport of phantoms
and illusions. We now resemble those " captives chained in a
subterraneous cave," so poetically described in the seventh book of
The Republic; their backs are turned to the light, and consequently
they see but the shadows of the objects which pass behind them, and
" they attribute to these shadows a perfect reality." Their
sojourn upon earth is thus a dark imprisonment in the body, a dreamy
exile from their proper home."
CucJcer's Greek Philosophy, Eleiisinian and the soul
in such a state, principally according to the energies and promptings of
imagination and nature. For thus her garments are beautifully described
by the poet : Qiias inter Cereris proles, nunc gloria luatris, Mox
dolor, sequali tendit per gratnina passu, Nee membris nee honore minor;
potuitque Pallas, si clipeum, si ferret spieula, Phoebe. CoUeetsB
tereti nodantur jaspide vestes. Peetinis ingenio nunquam felicior
arti Coutigit eventus. Nullse sic consona telae Fila, nee in tantum
veri duxere figuram. Hie Hyperionis Solem de semine nasei Fecerat,
et pariter, sed forma dispare lunam, Aurora} noetisque duces. Cunabula
Tethys Praebet, et infantes gremio solatur anhelos, Cseruleusque
sinus roseis radiatur alumnis. Invalidum dextro portat Titana
laeerto Nondum luce gravem, nee pubescentibus alte Cristatum radiis
: prime clementior sevo Fiugitur, et tenerum vagitu despiiit ignem.
Lseva
parte soror vitrei libaraina potat Uberis, et parvo signatur tempora
cornu. In which description the sun represents the
phantasy, and the moon, nature, as is well known to every tyro in the
Platonic philosophy. They are likewise, with great propriety, described in
their infantine state : for Bacchic Mysteries. these energies do not
arrive to perfection previous to the sinking of the soul into the
dark receptacle of matter. After this we behold her issuing on the plain with
Minerva and Diana, and attended by a beauteous train of nymphs, who
are evident symbols of world of generation,* and are, therefore,
the proper companions of the soul about to fall into its
fluctuating realms. But the design of Proserpina, in
venturing from her retreat, is beautifully significant of her
approaching descent: for she rambles from home for the purpose of
gathering flowers; and this in a lawn replete with the most
enchanting variety, and exhahng the most dehcious odors. This is a
manifest image of the soul operatmg principally according to the natural
and external life, and so becoming effeminated and ensnared through
the delusive attractions of sensible form. Minerva (the rational faculty
in this case), likewise gives herself wholly to the *
Porphyry : Cave of the Nymphs. lu the later Greek, v'j|i.'f rj sigaified
a bride. EJeusinian and dangerous employment, and abandons
the proper characteristics of her nature for the destructive revels
of desire. All which is thus described with the utmost elegance by
the poet : Forma loci siiperat flores : eurvata tumore Pai'vo
planities, et moUibus edita clivis Creverat in eoUem. Vivo de pumice
fontes Roscida mobilibus lambebant gramina rivis. Silvaque
torrentes ramonim fi"igore soles Temperat, et medio brumam sibi
viudicat sestu. Apta fretis abies, bellis
aecomoda eomus, Quercus arnica Jovi, tumulos tectura cupressus, Hex
plena favis, venturi pra?seia lanrus. Fluctuat hie denso crispata
cacumine buxus, Hie ederae serpunt, hie pampinus indnit ulmos. Hand
proeul inde laciis (Pergum dixere Sioani) Panditur, et nemorum frondoso
margine cinetus Vicinis pallescit aquis : admittit in altum
Cernentes oculos, et late perviiis humor Ducit inoflfensus liquido sub
gurgite visus, Imaque perspicui prodit secreta profundi. Hue elapsa eohors gaudent per florea rura Hortarur Cytherea,
legant. Nunc ite, sorores, Dum matutinis prsesudat solibus aer :
Dum meus humectat flaventes Lucifer agros, Rotanti praevectus equo. Sic
fata, doloris Carpit signa sui. Varios turn cjetera saltus Invasere
eohors. Credas examina fundi Hyblagum raptura thymum, cum cerea
reges Baccliic Mysteries. 149 Castra movent,
fagique cava demissus ab alvo Mellifer electis exereitus obstrepit
lierbis. Pratorum spoliatur honos. Hac lilia fuseis Iiitexit violis
: banc mollis amaraeus ornat : Heec graditur stellata rosis; haec alba
ligiistris. Te quoqiie flebilibus mserens, Hyacintbe, figuris,
Narcissumque metunt, nunc inclita germina veris, Proestantes dim pueros.
Tu natus Amyclis : Hunc Helicon genuit. Te disci perculit error :
Hune fontis decepit amor. Te fronte retusa Deluis, hiinc fracta Cephissus
arundiue luget. j3^]staat ante alias avido fervore legeudi
Frugiferte spes una Dese. Nunc vimine texto Eidentes ealatbos spoliis
agrestibus implet : Nunc sociat flores, seseque ignara corouat.
Augurium fatale tori. Quin ipsa tubarum Armorumque potens, dextram qua
fortia turbat Agmina; qua stabiles portas et msenia vellit, Jam
levibus laxat studiis, hastamque reponit, Insolitisque docet galeam
mitescere sertis. Ferratus lascivit apex, horrorque
recessit Martins, et cristse pacato fulgure vernant. Nee quae
Parthenium canibus scrutatur odorem, Aspernata clioros, libertatemque
comarum Injecta tantum voluit freuare corona. But there is a circumstance relative to the narcissus which must
not be passed over in silence : I mean its being, according to
Ovid, the metamorphosis of a youth who fell a victim to the love of
his own corporeal form; the secret meaning of which most admirably
accords with the rape of Proserpina, which, according to Homer, was the
immediate consequence of gathering this wonderful flower.* For by
Narcissus falling in love with his shadow in the limpid stream we
may behold an exquisitely apt representation of a soul vehemently gazing on
the flowing condition of a material body, and in consequence of
this, becoming enamored with a corporeal life, which is nothing
more than the delusive image of the true man, or the rational and
immortal soul. Hence, by an immoderate attachment to this unsubstautial
mockery and gliding semblance of the real soul, such an one becomes, at
length, wholly changed, as far as is possible to his nature, into a
vegetive condition of being, into a beautiful but transient flower, that
is, into a corporeal life, or a life totally consist * Homer: Rymn
to Ceres. "We were plucking the pleasant flowers, the beauteous
crocus, and the Iris, and hyacinth, and the narcissus, which, like the crocus,
the wide earth produced. I was plucking them with joy, when the earth
yawned beneath, and out leaped the Strong King, the Many-Receiver, and
went bearing me, grieving much, beneath the earth in his golden chariot,
and I cried aloud. Pioseipiua gathering Flowers. Pluto carrj'iiig
off Pioserplna. Bacchic Mysteries, ing in the mere operations of nature.
Proserpina, therefore, or the soul, at the very instant of her descent
into matter, is, with the utmost propriety, represented as eagerly
engaged in pkicking this fatal flower; for her faculties at this period
are entirely occupied with a hf e divided about the fluctuating condition of
body. After this, Pluto, forcing his passage through the
earth, seizes on Proserpina, and carries her away with him,
notwithstanding the resistance of Minerva and Diana. They, indeed, are
forbid by Jupiter, who in this place signifies Fate, to attempt her
deUverance. By this resistance of Minerva and Diana no more is signified
than that the lapse of the soul into a material nature is contrary
to the genuine wish and proper condition, as well of the corporeal
hfe depending on her essence, as of her true and rational nature.
Well, therefore, may the soul, in such a situation, pathetically
exclaim with Proserpina : Bacchic Mysteries. O male dileeti
flores, despeetaque matris Consilia : O Veneris deprensse serius artes !
* But, according to Minutius Felix, Proserpina was carried by
Pluto tlu-ough thick woods, and over a length of sea, and brought into a
cavern, the residence of the dead : where by 'woods a material nature is
plainly implied, as we have already observed in the first part of
this discourse; and where the reader may likewise observe the agreement
of the description in this particular with that of Yvngil in the descent of his
hero : Tenent media omnia silvce Coeytusque sinuque labens,
cireumvenit atro.t In these words the woods are expressly
mentioned; and the ocean has an evident agreement with Cocytus,
signifying the outflowing condition of a material nature, and the sorrows
and sufferings attending its connection with the soul. Oh flowers fatally
dear, and the mother's cautions despised : Oh cruel arts of cunning Venus
! t " Woods cover all the middle space and Cocytus gliding
on, surrounds it with his dusky bosom. Bacchic Mysteries Pluto hurries
Proserpina into the infernal regions : in other words, the soul is
sunk into the profound depth and darkness of a material nature. A
description of her marriage next succeeds, her union with the dark
tenement of the body: Jam siius iuferno processerat Hesperus
orbi Ducitur in thalamum virgo. Stat pronuba juxta Stellautes
Nox pieta sinus, tangensque cubile Omina perpetuo genitalia federe
sancit. Night is with great beauty and propriety introduced as
standing by the nuptial couch, and confirming the oblivious league.
For the soul through her union with a material body becomes an
inhabitant of darkness, and subject to the empire of night; in
consequence of which she dwells wholly with delusive phantoms, and till she
breaks her fetters is deprived of the intuitive perception of that which
is real and true. In the next place, we are presented with the
following beautiful and pathetic description of Proserpina appearing in a dream
to Eleusinian and Ceres, and bewailing her captive and
miserable condition : Sed tunc ipsa, sui jam non ambagibus
ullis Nuutia, materna faeies ingesta sopori. Namque videbatur
tenebroso obtecta reeessu Carceris, et ssevis Proserpina vineta catenis,
Non qualem roseis nuper convallibus ^tnae Suspexere Dete. Squalebat
pulchrior auro Csesaries, et nox oculorum infeeerat ignes.
Exhaustusque gelu pallet rubor. Die superbi Flamineus oris honos, et non
cessura pruinis Membra eolorantur pieei caligine regni. Ergo hanc
ut dubio vix tandem agnoseere visu Evaluit : cujus tot p«n£e criminis ?
inquit. Unde hsec infoi'mis macies ? Cui tanta f acultas In
me ssevitisB est? Eigidi
cur vincula ferri Vix aptanda f eris molles meruere lacerti ? Tu,
mea tu proles I An vana fallimur umbra ? Such, indeed, is the wretched situation of the soul when
profoundly merged in a corporeal nature. She not only becomes captive and
fettered, but loses all her original splendor; she is defiled with the impurity
of matter; and the sharpness of her rational sight is blunted and dunmed
through the thick darkness of a material night. The reader may
observe how Proserpina, being represented as confined in the dark recess of
a Bacchic Mysteries prison, and bound with fetters, confirms the
explanation of the fable here given as symbolical of the descent of the soul;
for such, as we have ah*eady largely proved, is the condition of
the soul from its union with the body, according to the uniform testimony
of the most ancient philosophers and priests. After this, the
wanderings of Ceres for the discovery of Proserpina commence. She
is described, by Minutius Fehx, as begirt ^dth a serpent, and
bearing two hghted torches in her hands; but by Claudian, instead of
being gu^t with a serpent, she commences her search by night in a
car drawn by dragons. But the meaning of the allegory is the same
in each; for both a serpent and a di'agon are emblems of a divisible hfe
subject to transitions and changes, with which, in this case, our
intellectual (and diviner) part becomes connected : since as these
animals put off their skins, and become young again, so Manteis,
/jLavisic, not bpE'.;;. The term is more commonly translated prophets, and
actually signifies persons gifted with divine insight, through being in
an entheastic condition, called also mania or divine fury. Bacchic
Mysteries. tlie divisible life of the soul, falling into
generation, is rejuvenized in its subsequent career. But what emblem can
more beautifully represent the evolutions and outgoings of an intellectual
nature into the regions of sense than the wanderings of Ceres by
the hght of torches through the darkness of night, and continuing the
pursuit until she proceeds into the depths of Hades itself ? For
the intellectual part of the soul,* when it verges towards body,
enkindles, indeed, a light in its dark receptacle, but becomes itself situated
in obscurity : and, as Proclus somewhere divinely observes, the
mortal nature by this means participates of the divme intellect, but the
intellectual part is drawn down to death. The tears and lamentations too,
of Ceres, in her coiu'se, are symbolical both of the providential operations
of The soul is a composite nature, is on one side linked to the
eternal world, its essence being generated of that ineffable element which
constitutes the real, the immutable, and the permanent. It is a beam of the
eternal Sun, a spark of the Divinity, an emanation from God. On the other
hand, it is linked to the phenomenal or sensible world, its emotive part being
formed of that which is relative and phenomenal." Cocker. Bacchic Mysteries. intellect
about a mortal nature, and the miseries with which such operations are
(with respect to imperfect souls like oui's) attended. Nor is it
without reason that lacchus, or Bacchus, is celebrated by Orpheus as
the companion of her search : for Bacchus is the evident symbol of
the imperfect energies of intellect, and its scattering into the
obscure and lamentable dominions of sense. But our
explanation will receive additional strength from considering that these
sacred rites occupied the space of nine days in their celebration;
and this, doubtless, because, according to Homer,* this goddess did
not discover the residence of her daughter till the expu-ation of
that period. For the soul, in falling from her original and divine
abode in the heavens, passed through eight spheres, Hymn to Ceres.
"For nine days did holy Demeter perambulate the earth . . and when
the ninth shining morn had come, Hecate met her, bringing
news. Apuleius also explains that at the initiation into the
Mysteries of Isis the candidate was enjoined to abstain from luxurious
food for ten days, from the flesh of animals, and from wine. Golden Ass, book xi. p. 239
(BoJin). Eleusinian and namely, the fixed or inerratic sphere,
and the seven planets, assuming a different body, and employing
different faculties in each; and becomes connected with the
sublunary world and a terrene body, as the ninth, and most abject
gradation of her descent. Hence the first day of initiation into these
mystic rites was called agurmos^ L e. according to Hesychius,
eM'Jesia et '^rav to ayscpoiJ-svov, an assembly^ and all collecting fogefher
: and this with the greatest propriety; for, according to
Pythagoras, "the people of dreams are souls collected together in
the Gralaxy.* Atj[jlo^ 5s ovstpcov 7.a.za noO-ayopav Jcav.f
And from this part of the heavens souls first begin to descend. After
this, the soul falls from the tropic of Cancer into the planet
Satm'n; and to this the second day of initiation was consecrated, which
they called AXol5s (j-uarai, [" to the sea, ye initiated ones !
"] because, says Meui'sius, on that * Only persons taking a
view solely external will suppose the galaxy to be literally the milky
belt of stars in the sky. t Cave of the Xymphs. Bacchic Mysteries day
the crier was accustomed to admonisli the mystte to betake themselves to
the sea. Now the meaning of this will be easily understood, by
considering that, according to the arcana of the ancient theology, as may
be learned from Proclus, the whole planetary system is under the
dominion of Neptune; and this too is confirmed by Martianus
Capella, who describes the several planets as so many streams. Hence when
the soul falls into the planet Saturn, which Capella compares to a
river voluminous, sluggish, and cold, she then first merges herself
into fluctuating matter, though purer than that of a sublunary
natiu'e, and of which water is an ancient and significant symbol.
Besides, the sea is an emblem of purity, as is evident from the
Orphic hymn to Ocean, in which that deity is called {^swv ayvtajxa
{xsy^^'^^v, tlieon agnisma megiston^ i. e. the greatest purifier of
the gods : and Saturn, as we have already observed, is pure [intuitive]
intellect. And what still more confirms this observation is, that
Pythagoras, as we are informed by Por * Theology of Plato Bacchic
Mysteries. pliyry, in his life of that philosopher, symbolically
called the sea a tear of Saturn. But the eighth day of initiation, which
is symbohcal of the falhng of the soul into the lunar orb,* was
celebrated by the candidates by a repeated initiation and second sacred
rites; because the soul in this situation is about to bid adieu to
every thing of a celestial natui'e; to sink into a perfect obhvion of her
divine origin and pristine felicity; and to rush profoundly into the
region of dissimilitude,! ignorance, and error. And lastly, on the
ninth day, when the soul falls into the sublunary world and becomes united with
a terrestrial body, a hbation was performed, such as is usual in sacred
rites. Here the initiates, filling two earthen vessels of broad and
spacious bottoms, which were called irX'^fj-o/oat, plemokhoai^ and
y-G-cuXoaTcoL, JcotuIusJioi, the former of these words denoting vessels
of a conical shape, and the latter small bowls or The Moon typified
the mother of gods and men. The soul descending into the lunar orb thus
came near the scenes of earthly existence, where the life which is
transmitted by generation has opportunity to involve it about.
t The condition most unlike the former divine estate. Goddess
Night. Three Graces Bacchic Mysteries cups sacred to Bacchus, they placed
one towards the east, and the other towards the west. And the first
of these was doubtless, according to the interpretation of Proclus,
sacred to the earth, and symbolical of the soul proceeding from an
orbicular figure, or divine form, into a conical defluxion and terrene
situation : * but the other was sacred to the soul, and symbolical of its
celestial origin; since our intellect is the legitimate progeny of
Bacchus. And this too was occultly signified by the position of the earthen
vessels; for, according to a mundane distribution of the divinities, the
eastern center of the universe, which is analogous to fire, belongs
to Jupiter, who likewise governs the fixed and inerratic sphere; and the
western to Pluto, who governs the earth, because the west is allied
to earth on account of its dark and nocturnal nature. f
Again, according to Clemens Alexandrinus, the following confession was
made by * An orbicular figure symbolized the maternal, and a cone
the masculine divine Energy. t Proclus: Theology of Plato Eleusinian
and tlie new initiate in these sacred rites, in answer to the
interrogations of the Hierophant : "I have fasted; I have drank the
Cyceon; I have taken out of the Cista, and placed what I have taken ont into
the Calathns; and alternately I have taken out of the Calathus and put
into the Cista." Kcj^a-cc xo a'jv^r^{xa EXsoaivLcov {xoax-r^puov.
EvYja-cwaa* xtatY^v. But as this pertains to a circumstance
attending the wanderings of Ceres, which formed the most mystic and
emblematical part of the ceremonies, it is necessary to adduce the
following arcane narration, summarily collected from the writings
of Arnobius : " The goddess Ceres, when searching through the earth
for her daughter, in the course of her wanderings arrived at the
boundaries of Eleusis, in the Attic region, a place which was then
inhabited by a people called Autochthones, or descended fi'om
the Homer: Hymn to Ceres. "To her Metaneira gave a cup of sweet
wine, but slie refused it; but bade her to mix wheat and water with
pounded pennyroyal. Having made the mixture, she gave it to the
goddess." Bacchic Mysteries earth, whose names were as follows :
Baubo and Triptolemus; Dysaules, a goatherd; Eubulus, a keeper of swme;
and Eumolpus, a shepherd, from whom the race of the Eumolpidse descended,
and the illustrious name of Cecropidse was derived; and who
afterward flourished as bearers of the caduceus, hierophants, and criers
belonging to the sacred rites. Baubo, therefore, who was of the
female sex, received Ceres, wearied with complicated evils, as her guest,
and endeavored to soothe her sorrows by obsequious and flattering
attendance. For this purpose she entreated her to pay attention to the
refreshment of her body, and placed before her a mixed potion to assuage
the vehemence of her thirst. But the sorrowful goddess was averse
from her solicitations, and rejected the friendly officiousness of the
hospitable dame. The matron, however, who was not easily repulsed, still
continued her entreaties, which were as obstinately resisted by Ceres, who
persevered in her refusal with unshaken persistency and invincible firmness.
But when Baubo had thus often exerted her endeavors Bacchic
Mysteries. to appease the sorrows of Ceres, but without any
effect, she, at length, changed her arts, and determined to try if she
could not exhilarate, by prodigies (or out-of-the-way expedients), a mind which
she was not able to allure by earnest endeavors. For this purpose she
uncovered that part of her body by which the female sex produces children
and derives the appellation of woman.* This she caused to assume a
purer appearance, and a smoothness such as is found in the private
parts of a stripling child. She then returns to the afflicted goddess,
and, in the midst of those attempts which are usually employed to
alleviate distress, she uncovers herself, and exhibits her secret parts;
upon which the goddess fixed her eyes, and was diverted with the
novel method of mitigating the anguish of soiTow; and afterward, becoming
more cheerful through laughter, she assuages her thirst with the mingled
potion which she had before despised." Thus far Arnobius; and
the same narration is epitomized by Clemens Alexandrinus, who is very
indignant * FuvT), (June, woman, from y^juvo;, gounos, Latin
ciodiks. Cupifl auil Veuus. Satyr and Goat. Baubo, Ceres, and Nymphs. Bacchic
Mysteries at the indecency as he conceives, in the stoiy, and because it
composed the arcana of the Eleusinian rites. Indeed as the simple
father, with the usual ignorance of a Christian priest, considered
the fable literally, and as designed to promote indecency and lust,
we can not wonder at his ill-timed abuse. But the fact is, this
narration belonged to the aiuoppYjxa, aporrheta^ or arcane discourses,
on account of its mystical meaning, and to prevent it from becoming the
object of ignorant declamation, licentious perversion, and impious
contempt. For the purity and excellence of these institutions is
perpetually acknowledged even by Dr. Warburton himseK, who, in this
instance, has dispersed, for a moment, the mists of delusion and
intolerant zeaLf Besides, as lamblichus beautifully observes, t
"exhibitions of this kind in the Mysteries were designed to free us
from hcen Uneandidness was more probably the fault of which Clement
was guilty. t Divine Legation of Moses, book ii. I
"The wisest and best men in the Pagan world are unanimous in this,
that the Mysteries were instituted pure, and proposed the noblest ends by
the worthiest means. Bacchic Mysteries. tioiis passions, by
gratifying the sight, and at the same time vanquisliing desire,
through the awful sanctity with which these rites were accompanied
: for," says he, " the proper way of freeing ourselves from the
passions is, first, to indulge them mth moderation, by which means
they become satisfied; hsten, as it were, to persuasion, and may thus be
entirely removed."* This doctrine is indeed so rational, that it can
never be objected to by any but quacks in philosophy and rehgion.
For as he is nothing more than a quack in medicine who endeavors to
remove a latent bodily disease before he has called it forth
externally, and by this means diminished its fuiy; so he is nothing more
than a pretender in philosophy who attempts to remove the passions
by violent repression, instead of moderate comphance and gentle
persuasion. But to return from this disgression, the following
appears to be the secret meaning of this mystic discourse : The matron
Baubo may be considered as a symbol of that pas * Mysteries of the
Egyptians, Chaldeans, and Assyrians. Bacchic Mysteries. 177
sive, womanish, and corporeal life tlirongh whicli the soul becomes
united with this earthly body, and through which, being at first
ensnared, it descended, and, as it were, was born into the world of
generation, passing, by this means, from mature perfection, splendor and
reality, into infancy, darkness, and error. Ceres, therefore, or the
intellectual soul, in the course of her wanderings, that is, of her
evolutions and goings-f orth into matter, is at length captivated with
the arts of Baubo, or a corporeal hf e, and forgets her sorrows,
that is, imbibes oblivion of her wretched state in the mingled potion
which she prepares : the mingled hquor being an obvious symbol of
such a life, mixed and impure, and, on this account, liable to corruption and
death; since every thing pure and unmixed is incorruptible and
divine. And here it is necessary to caution the reader from
imagining, that because, according to the fable, the wanderings of Ceres
commence after the rape of Proserpina, hence the intuitive intellect
descends subsequently to the soul, and separate from it. Eleusinimi
and Notliing more is meant by this circumstance than that the
diviner intellect, from the superior excellence of its nature, has in
cause, though not in time, a priority to soul, and that on this
account a defection and revolt (and descent earthward from the
heavenly condition) commences, from the soul, and afterward takes
place in the intellect, yet so that the former descends with the
latter in inseparable attendance. From this explanation,
then, of the fable, we may easily perceive the meaning of the
mystic confession, / have fasted; I have drank a mingled potion, etc.;
for by the former part of the assertion, no more is meant than that
the higher intellect, previous to imbibing of oblivion through the
deceptive arts of a corporeal life, abstains from all material concerns,
and does not mingle itself (as far as its nature is capable of such
abasement) with even the necessary delights of the body. And as to the
latter part, it doubtless alludes to the descent of Proserpina to Hades,
and her re-ascent to the abodes of her mother Ceres : that is, to
the outgoing and return of the soul, alternately falhng into
generation, and ascending thence into the intelhgible world, and becoming
perfectly restored to her divine and intellectual nature. For the Cista
contained the most arcane symbols of the Mysteries, into which it
was unlawful for the profane to look : and whatever were its contents,
we learn from the hymn of Callimachus to Ceres, that they were
formed from gold, which, from its incorruptibihty, is an evident symbol
of an immaterial nature. And as to the Calathus, or basket, this, as we
are told by Claudian, was filled with spoliis agrestibus^ the spoils or
fruits of the field, which are manifest symbols of a life corporeal
and earthly. So that the candidate, by confessing that he had taken from
the Cista, and placed what he had taken into the Calathus, A golden
serpent, an egg, and the phallus. The epopt looking upon these, was rapt with
awe as contemplating in the»symbols the deeper mysteries of all life, or being
of a grosser temper, took a lascivious impression. Thus as a seer, he
beheld with the eyes of sense or sentiment; and the real apocalypse was
therefore that made to himself of his own moral life and character. A. W. Eleusinian and and
tlie contrary, occultly acknowledged the descent of his soul from a
condition of being super-material and immortal, into one material and
mortal; and that, on the contrary, by hving according to the purity which
the Mysteries inculcated, he should re-ascend to that perfection of
his nature, from which he had unhappily fallen. Exiled from the true home
of the spirit, imprisoned in the body, disordered by passion, and
becloixded by sense, the soul has yet longings after that state of
perfect knowledge, and purity, and bliss, in which it was first created.
Its affinities are still on high. It yearns for a higher and nobler form
of life. It essays to rise, but its eye is darkened by sense, its wings
are besmeared by passion and lust; it is ' borne downward until it falls upon
and attaches itself to that which is material and sensual,' and it
flounders and grovels still amid the objects of sense. And now, Plato
asks: How may the soul be delivered from the illusions of sense, the
distempering influence of the body, and the disturbances of passion,
which becloud its vision of the real, the good, and the true?"
" Plato believed and hoped that this could be accomplished by
philosophy. This he regarded as a grand intellectual discipline for the
purification of the soul. By this it was to be disenthralled from the
bondage of sense, and raised into the empyrean of pure thought, 'where
truth and reality shine forth.' All souls have the faculty of knowing,
but it is only by reflection and self-knowledge, and intellectual
discipline, that the soul can be raised to the vision of eternal truth,
goodness, and beauty that is, to
the vision of God." Cocker:
Christianity and Greek Philosophy Bacchic Mysteries It only now remains that we
consider the last part of this fabulous narration, or arcane
discourse. It is said, that after the goddess Ceres, on arriving at
Eleusis, had discovered her daughter, she instructed the
Eleusinians in the planting of corn : or, according to Claudian,
the search of Ceres for her daughter, through the goddess, instructing in
the art of tillage as she went, proved the occasion of a universal
benefit to mankind. Now the secret meaning of this will be obvious,
by considering that the descent of the superior intellect into the
realms of generated existence becomes, indeed, the greatest benefit and
ornament which a material nature is capable of receiving : for without
this participation of intellect in the lowest department of corporeal
life, nothing but the irrational soul* and a brutal life would subsist in
its dark and fluctuating abode, the body. As the art of tillage,
therefore, and particularly the growing of corn, becomes the greatest
possi * " It is linked to the phenomenal or sensible world, its
emotive part (sTitf)ujj.Y)Tixov) being formed of what is relative and
phenomenal. Elensinian and ble benefit to our sensible life, no symbol
can more aptly represent the unparalleled advantages arising from the
evolution and procession of intellect with its divine natui^e into a
corporeal life, than the good resulting from agriculture and corn : for
whatever of horrid and dismal can be conceived in night, supposing it to
be perpetually destitute of the friendly illuminations of the moon and
stars, such, and infinitely more dreadful, would be the condition
of an earthly nature, if deprived of the beneficent irradiations [irfioo5o J and
supervening benefits of the diviner hfe. And this much for an
explanation of the Eleusinian Mysteries, or the history of Ceres
and Proserpina; in which it must be remembered that as this fable, according to
the excellent observation of Sallust already adduced, is of the mixed
kind, though the descent of the soul was doubtless principally
alluded to by these sacred rites, yet they hkewise occultly signified,
agreeable to the nature of the fable, the descending of divinity
Bacchic Mysteries. 183 into the sublunary world. But
when we view the fable in this part of its meaning, we must 'be
careful not to confound the nature of a partial inteUect like ours with
the one universal and divine. As everything subsisting about the gods is
divine, therefore intellect in the highest degree, and next to this
soul, and hence wanderings and abductions, lamentations and tears, can
here only signify the participations and providential operations of these
in inferior natures; and this in such a manner as not to derogate
from the dignity, or impair the perfection, of the divine principle
thus imparted. I only add, that the preceding exposition will
enable us to perceive the meaning and beauty of the following
representation of the rape of Proserpina, from the Heliacan tables of
Hieronymus Aleander. Here, first of all, we behold Ceres in a car drawn
by two dragons, and afterwards, Diana and Minerva, with an inverted
calathus at their feet, and pointing out to Ceres her daughter
Proserpina, who is hurried away by Pluto in his KiRCHEB : Obeliscus
Famjyhilius Meusinian and car, and is in the attitude of one
struggling to be free. Hercules is likewise represented with his
club, in the attitude of opposing the violence of Pluto : and last of
all, Jupiter is represented extending his hand, as if wilhng to
assist Proserpina in escaping from the embraces of Pluto. I shall
therefore conclude this section with the following remarkable passage from
Plutarch, which will not only confirm, but be itself corroborated
by the preceding exposition. 'Ozi [xey o'jv y^ TzaXata ^uaio/voyca, xai
Trap EWrpi xai Bappa Tcporpoc, %r/x ix'jaz'qpiMOfic, GooXoyca. Ta ts
XrjXo'j[j,£V7. Tcov arj'cojxsvcov Gr//fe::ze[jrj. zoic, izoXXoic syovza. Kat
zr/. arj'cojisva tcov AaXoy|jLSV(ov UTTOTrrorspct. AyjXov sart, pergit,
£v tolc OpcptY.01Q s-i^sac, y,ac tote Ar^'oirrtaxoic %ai (j^prrfirjiQ
XojoiQ. MaXcara 5s of 'Jispt try.c xsXszac opytaa{j,oc, y,7.c 1:7. $po){X£V7
a'j|x[BoXi%(oc sv zaiQ cspoapycaie, xyjv tcov TzrjXrjKov sjxrpacvat
$iavoirjy.^ i. e. " The ancient physiology,! both Plutarch :
Euseh. i I. e. Exposition of the laws and oi^erations of
Nature. Bacchic Mysteries of the Greeks and the Barbarians^ was nothing
else than a discoiu'se on natiu^al subjects, involved or veiled in
fables, conceahng many things through enigmas and under -meanings,
and also a theology taught, in which, after the manner of the Mysteries,*
the things spoken were clearer to the multitude than those dehvered
in silence, and the things delivered in silence were more subject
to investigation than what was spoken. This is manifest from the Orphic
verses^ and the Egyptian and Phrygian discourses. But the orgies of
initiations^ and the sumbolical ceremonies of sacred rites especiallij, exhibit
the understanding had of them by the ancients,'''' MuaxYjp:tuoTj?,
mystery-like. A.IB^ Psyche Asleep in Hades. River
Gortrtesses. :::? THE Dionysiacal sacred rites
instituted by Orpheus,* depended on the following arcane narration, part
of which has been already related in the preceding section, and the
rest may be found in a variety of authors. "Dionysus, or Bacchus
[Zagreus], while he was yet a boy, w^s engaged by the Titans,
through the stratagems of Juno, in a variety of sports, with which that
period of Whethei' Orpheus was an actual living person has been questioned
by Aristotle; but Herodotus, Pindar, and other writers, mention him.
Although the Orphic system is asserted to have come from Egypt, the
internal evidence favors the opinion that it was derived from India, and
that its basis is the Buddhistic philosophy. The Orphic associations of Greece
were ascetic, contrasting markedly with the frenzies, enthusiasm, and license
of the popular rites. The Thracians had numerous Hindu customs. The
name Kox-e is Sanscrit; and Zeus may be the Dyaus of Hindu story. His
visit to the chamber of Kore-Persephoneia (Parasu-pani) in the form of a
dragon or na(ja, and the horns or crescent on the head of the child, are
Tartar or Buddhistic. The Eleusinian and life is so vehemently
allured; and among the rest, he was particularly captivated with
beholding his image in a mirror; during his admiration of which, he was
miserably torn in pieces by the Titans; who, not content with this
cruelty, first boiled his members in water, and afterwards roasted them
by the fire. But while they were tasting his flesh thus dressed,
Jupiter, roused by the odor, and perceiving the cruelty of the
deed, hurled his thunder at the Titans; but committed the members of
Bacchus to Apollo, his brother, that they might be properly interred. And
this being performed, Dionysus (whose heart during his laceration was
snatched away by Pallas and preserved), by a new regeneration again
emerged, and being restored to his pristine life and integ name
Zagreus is evidently Chahra, or ruler of the earth. The Hera who
compassed his death is Aira, the wife of Buddha; and the Titans are the
Daityas, or apostate tribes of India. The doctrine of metempsychosis is
expressed by the swallowing of the heart of the murdered child, so as to
reabsorb his soul, and bring him anew into existence as the son of Semele.
Indeed, all the stories of Bacchus liave Hindu characteristics; and his
cultus is a part of the serpent worship of the ancients. The evidence
appears to us unequivocal. A. W. Bacchic Mysteries rity, he
afterwards filled up the number of the gods. But m the mean time, from
the exhalations arising from the ashes of the burning bodies of the
Titans, mankind were produced." Now, in order to understand
properly the secret of this naiTation, it is necessary to repeat the
observation already made in the preceding chapter, "that all
fables belonging to mystic ceremonies are of the mixed kind " : and
consequently the present fable, as well as that of Proserpina, must
in one part have reference to the gods, and in the other to the human
soul, as the following exposition will abundantly evince : In
the first place, then, by Dionysus, or Bacchus, according to the highest
conception of this deity, we understand the spiritual part of the mundane
soul; for there are Various processions or avatars of this god, or
Bacchuses, derived from his essence. But by the Titans we must understand
the mundane gods, of whom Bacchus is the highest; by Jupiter, the
Demiurgus, or artificer of Plotiuus regarded the Demiurgus, or creator,
as the god of providence, thought, essence, and power. Above him was
the Eleusinian and the universe; by Apollo, the deity of
the Sun, who has both a mundane and supermundane establishment, and by
whom the universe is bound in symmetry and consent, through
splendid reasons and harmonizing power; and, lastly, by Minerva we must
understand that original, intellectual, ruhng, and providential deity,
who guards and preserves all middle lives* in an immutable condition,
through intelhgence and a selfsupporting life, and by this means sustains
them from the depredations and inroads of matter. Again, by the infancy
of Bacchus at the period of his laceration, the condition of the
intellectual natui^e is imphed; since, according to the Orphic theology, souls,
under the government of Saturn, or Kronos, who is pure intellect or
spirituality, instead of proceeding, as now, from youth to age, advance
in a retrograde progression from age to youth.t The arts employed
by deity of " pure intellect," aud still higher The One.
These three were the hypostases. Lives which are not conjoined with
material bodies, nor yet elevated to the lofty state which is the true
divine condition. t Emanuel Swedenborg says: "They who are in
heaven are Bacchic Mysteries. 191 the Titans, in
order to ensnare Dionysus, are symbolical of those apparent and
divisible operations of the mundane gods, through which the
participated intellect of Bacchus becomes, as it were, torn in pieces;
and by the mirror we must understand, in the language of Proclus, the
inaptitude of the universe to receive the plenitude of intellectual or
spiritual perfection; but the symbolical meaning of his laceration,
through the stratagems of Juno, and the consequent punishment of the Titans, is
thus beautifully unfolded by Olympiodorus, in his manuscript
Commentary on the PJi(edo of Plato : " The form," says he,
" of that which is universal is plucked off, torn in pieces, and
scattered into generation; and Dionysus is the monad of the Titans.
But his laceration is said to take place through the stratagems of
Juno, continually advancing to the spring of life, and the more
thousands of years they live, so much the more delightful and happy is
the spring to which they attain, and this to eternity with increments
according to the progresses and degrees of love, of charity, and of
faith. Women who have died old and worn out with age, yet have lived in
faith on the Lord, in charity toward their neighbor, and in happy
conjugal love with a husband, after a succession of years, come more and
more into the flower of youth and adolescence. Eleusinian and
because this goddess is the supervising guardian of motion and
progression; * and on this account, in the Iliad, she perpetually
rouses and excites Jupiter to providential action about secondary
concerns; and, in another respect, Dionysus is the epJiof^us or
supervising guardian of generation, because he presides over life and
death; for he is the guardian or epliorus of life because of generation,
and also of death because wine produces an enthusiastic condition. We
become more enthusiastic at the period of dying, as Proclus indicates in
the example of Homer who became prophetic [[xavxcxoc] at the time of
his death.f They likewise assert, that tragedy and comedy are assigned
to Dionysus : comedy being the play or ludicrous representation of life;
and tragedy having relation to the 'By progression [7rpoo5oc] is
here signified the raying-out, or issuing forth of the soul; having left
the divine or pre -existent life, and come forth toward the human.
t See also Plato : Phcedrus, 43. " When I was about to cross
the river, the divine and wonted signal was given me it always deters me from what I am
about to do and I seemed to hear a
voice from this very spot, which would not suffer me to depart before I
had purified myself, as if I had committed some Bacchic
Mysteries. 193 passions and death. The comic writers,
therefore, do not rightly call in question the tragedians as not rightly
representing Bacchus, saying that such things did not happen to Bacchus.
But Jupiter is said to have hurled his thunder at the Titans; the thunder
signifying a conversion or changing : for fire naturally ascends; and
hence Jupiter, by this means, converts the Titans to his own
essence." ^TzapazzEzai §£ to xa^oXoo si^oQ £v zTj ysvsasi, [xovctc
5s Ttxavcov 6 Aiovo aoc. Kctr ZTzi^oohqy ^s zriQ 'Hpac ^lozi
-/.i vrpetoc, et^opoc, y; ^-boq %at 'Epoo'^o'j. Aio v.ru aov£'/(o^
£v TTj Wirj.Gi si^avcaTTjatv aozrj, %ai OlE^fOpSl TOV 5t7. eiQ
TZrjCiyrjirjy XCOV SsOXSpCOV. Kat ysvsascoc aXX(o? srpopoc sartv 6
AcovDao?, 5wrt %ai Cw^js ^^-t tsXsfjTYjC. Zcc/j? |j-sv yap srpopG?,
STTsid'^ .7,at z^qz ysvsaswc, xsXsutTjC 5s 5^0X1 svO-ouacav 6 otvoc
ttocsl Kat ';r£pt xyjv TsXsuTTjV 5s svO-Guatcta'ccxcotspc/t YtvoiJLSxJ'a,
coi; offense against the Deity. Now I am a prophet, though not a
very good one : for the soul is in some measure prophetic."
See also Shakspere : Henry IV. part 1. " Oh I could
prophesy, But that the earthy and cold hand of death Lies on my
tongue." 194 Eleiisinian and StjXol 6 Trap
'OiJi'/jpco UpOTcXoc, (JLavTC%oc ys T'/jv {i£v 7,(o[JL(o5tav Tuaiyvcov
o'jaav to'j [3tov TYjv dc Tpayco^^av 5ca xa 7ta{)-rj, %7.t xr^v
xsXs'jI'^v. O'jy, apct %aX(oc of y,co{it7,o^ xoi? xpayLy-oi? syxaXoaacv,
(o:; \rq AtovoataTcoic oyar.^, Asyov Tsc otc oD^sv zwjzrj, xpo? TGV
AiovDaov. Kspau VOt §£ TO'JtOl? 6 ZSD^, TOO %£paOV0'J $TjXoaVZ05
X'^v STiiatpo'fSV xupyap stcl xa oivco zivo'J[X£Vol' S'lriatpsrpsL
O'jv aoroa^ zpoc saoTOv. But by the members of Dionysus being first
boiled in water by the Titans, and afterward roasted by the fire,
the outgoing or distribution of intellect into matter, and its subsequent
returning from thence, is evidently implied: for water was considered by
the Egyptians, as we have ah*eady observed, as the symbol of matter;
and fire is the natural symbol of ascending. The heart of Dionysus too,
is, with the greatest propriety, said to be preserved by Minerva; for
this goddess is the guardian of hfe, of which the heart is a symbol. So
that this part of the fable plainly signifies, that while intellectual or
spiritual Bacchic Mysteries. 195 life is
distributed into the universe, its principle is preserved entire by the
guardian power and providence of the Divine intelligence. And as Apollo
is the source of all union and harmony, and as he is called by
Proclus, " the key-keeper of the fountain of life," * the
reason is obvious why the members of Dionysus, which were buried by this
deity, again emerged by a new generation, and were restored to their
pristine integrity and life. But let it here be carefidly observed, that
renovation, when apphed to the gods, is to be considered as secretly
implying the rising of their proper hght, and its consequent appearance
to subordinate natures. And that punishment, when considered as
taking place about beings of a nature superior to mankind, signifies
nothing more than a secondary providence over such beings which is
of a punishing character, and which subsists about souls that deteriorate.
Hence, then, from what has been said, we may easily collect the
ultimate design of the first part of this mystic fable; for it appears to
be * Hymn to the Sun. Bacchic Mysteries. no other than to
represent the manner in which the form of the mundane intellect is
divided through the universe; that such
an intellect (and every one which is total) remains entire during its
division into parts, and that the divided parts themselves are
continually turned again to their source, with which they become finally
united. So that illumination from the liigher reason, while it
proceeds into the dark and rebounding receptacle of matter, and invests its
obscurity with the supervening ornaments of divine light, returns at the
same time without interruption to the source or principle of its
descent. Let us now consider the latter part of the fable, in
which it is said that our souls were formed from the vapors emanating
from the ashes of the burning bodies of the Titans; at the same
time connecting it with the former part of the fable, which is also
applicable in a certain degree to the condition of a partial intellect *
hke ours. In the first * Partial, as being parted from the Supreme
Mind. Etruscan Kleusiuiaus. Bacchic Mysteries.
199 place, then, we are made up from fragments (says Olympiodorus),
because, through faUing into generation, our hf e has proceeded
into the most distant and extreme division; and from Titanic fragments^
because the Titans are the ultimate artificers of things,* and
stand immediately next to whatever is constituted from them. But further,
our irrational life is Titanic, by which the rational and higher
life is torn in pieces. Hence, when we disperse the Dionysus, or
intuitive intellect contained in the secret recesses of our nature,
breaking in pieces the kindred and divine form of our essence, and
which communicates, as it were, both with things subordinate and
supreme, then we become Titans (or apostates); but when we
establish ourselves in union with this Dionysiacal or kindred form,
then we become Bacchuses, or perfect guardians and keepers of our
irrational life : for Dionysus, whom in this respect we resemble, is himself an
epJiorus or * The Demiurge or Creator being superior to matter in
which is concupiscence and all evil, the Titans who are not thus
superior are made the actual artificers. Meusinian and
guardian deity, dissolving at his pleasure the bonds by which the
soul is united to the body, since he is the cause of a parted hfe.
But it is necessary that the passive or feminine nature of our UTational part,
through which we are bound in body, and which is nothing more than
the resounding echo, as it were, of soul, should suffer the
punishment incurred by descent; for when the soul casts aside the
[divine] peculiarity of her nature, she requires her own, but at the same
time a multiform body, that she may again become in need of a
common form, which she has lost through Titanic dispersion into
matter. But in order to see the perfect resemblance between the
manner in which our souls descend and the dividing of the intuitive
intellect by mundane natures, let the reader attend to the following
admirable citation from the manuscript Commentary of Olympiodorus
on the Phcedo of Plato : It is necessary, first of all, for the soul
to place a hkeness of herself in the body. This is to ensoul the
body. Secondly, it is necessary for her to sympathize with the image, as
being of hke idea. For every external form or substance is wrought into
an identity with its interior substance, through an ingenerated
tendency thereto. In the third place, being situated in a divided nature,
it is necessary that she should be torn in pieces, and fall into a
last separation, till, through the action of a life of puiification, she
shall raise herself from the dispersion, loose the bond of sympathy, and
act as of herself without the external image, having become
established according to the first-created life. The like things
are fabled in the example. For Dionysus or Bacchus because his image was
formed in a mirror, pursued it, and thus became distributed into
everything. But Apollo collected him and brought him up; being a
deity of puiification, and the true savior of Dionysus; and on this
account he is styled in the sacred hymns, Dionusites."
sauto'j £v TO) a(ojiatc. Tooxo yap sait f^yycooai TO awjjict. Asorspov 5s
afjjJLiraO-stv x(p £l5(oXcj), xctxa z^(]v ojiosL^stav. Ilav yap stSoc
sTust Eleusinian and xcti £Lc Tov ZT/az^jy ST.'JTsastv
{j.£{jLa[xov. 'Eco? av oat TT^i; 7,a{>a[>xiT^%'r]v; C^otj?
aavaystpat {xsv eaoTTjv aiTo xou avcop:rta[xo'j, Xoa'/^ gs tov Ssajj-ov
XYji; a^j{iYj7:7.i8'£iac, xpopaXXsiai §£ xvjv avso xou £co(oAou, xctx)-'
Erjjjzr^y iaxtoaav iipcoTO'jpYOV C(OYjV. 'Oxi ta 6{JL0ta [xuO-sosxai,
'>c7.i sv xcp Tzarjaciei'^ixrj.zi. '0 yap Aiovaaoc, on zo scocoXov
svsO-'^xs T(o saoTuTTpto XGU-cp scpsairsto. Kac ouxd)? eiQ zo Tifjy
sjispiaiJ-Yj. ""0 5s AttoXXwv aovaystpst t£ aozoy 7,ac avaysi,
xavJ-apiwoc (ov ^£oc, 'x.ai xo'j AcGvoaoD aojxY^p (oc aXcoO-m?. Kat
5l7. xodto AcovoaoxY^? av'j(j.£tx7.L Hence, as the same author
beautifully observes, the soul revolves according to a mystic and
mundane revolution : for flying from an indivisible and Dionysiacal hfe, and
operating according to a Titanic and revolting energy, she becomes
bound in the body as in a prison. Hence, too, she abides in punishment
and takes care of her partial and secondary concerns; and being
purified from Titanic defilements, and collected into one, she be
Bacchic Mysteries comes a Bacchus; that is, she passes into the
proper integrity of her nature according to the divine principle ruhng on
high. From all which it evidently fohows, that he who hves
Dionysiacally rests from labors and is freed from his bonds; * that he
leaves his prison, or rather his apostatizing life; and that he who
does this is a philosopher purifying himseK from the contaminations of his
earthly life. But farther fi'om this account of Dionysus, we may perceive
the truth of Plato's observation, " that the design of the Mysteries
is to lead us back to the perfection from which, as our beginning, we
first made our descent." For in this perfection Dionysus himself subsists,
establishing perfect souls in the throne of his father; that is, in the
integrity of a life according to Jupiter. So that he who is perfect
necessarily resides with the gods, according to the design of those
deities, who are the sources of consummate perfection to the soul. And
lastly, *"We strive toward virtue by a strenuous use of the
gifts which God communicates; but when God communicates himself,
then we can be only passive we repose,
we enjoy, but all operation ceases. Bacchic Mysteries. the Thyrsus
itself, which was used in the Bacchic procession, as it was a reed full
of knots, is an apt symbol of the diffusion of the higher nature
into the sensible world. And agreeable to this, Olympiodorus on the
Pluedo observes, " that the Thyrsus * is a symbol of a forming
anew of the material and parted substance from its scattered condition;
and that on this account it is a Titanic plant. This it was
customary to extend before Bacchus instead of his paternal scepter; and
through this they called him down into our partial nature. Indeed, the
Titans are Thyrsus-bearers; and Prometheus concealed fire in a Thyi'sus
or reed; after which he is considered as bringing celestial light into
generation, or leading the soul into the body, or calling forth the
divine illumination, the whole being ungenerated, into generated
existence. Hence Socrates calls the multitude Thyrsus-bearers Orphically,
as hving according to a Titanic life." 'On 6 vapO-rj^ aa[x[5oXov
ZQZi zriz svaXo'j $7j{xtC(0pYtac, %ai {xsptatYjc, 5ta * The word
thyrsus, it will be seen, is here translated from vapd'Yj^, a rod or
ferula. Bacchic Mysteries TY]v [laXtaxa StsaTCapiJ-svYjv aovs/scav, o^sv
%at Tixavtxov xo cprjxov. Kat yap t(p Aiovoacp Tupoxscvooatv aoto),
avcc too 'irarpty.oo axY^irxpofj. Kai xauTTj irpoxaXoovxai a'jxov zic,
xov {xspcxov. Kat {isvcoi, 'jcc/.i vapi^TjTcocpopooacv oc Tixavs?, %at
g ITpGIJLTjiJ'SaC, £V VapO-YjT.l' 'AkZlZZl TO 'EUp, SLTS XO
oupaviov cp(oc see x'A^v ysvsatv xaxaaTucov, stxs xr;v 4^yX'/jV £1?
xo a(0[jLa xpoaycov, stxs xtjv o^scav £XXa{i-'];tv oXt^v aysvvTjXOv
ouaav, see xtjv ysvsatv TTpoxaXouiisvGC. Ata 5s xorjxo, %at 6 -coy-pax'^C
xorj:; ttoXXo'jc "JcolXsl vapi)"f]%ocpopoy? Opcpt7,(oc, co^ C^'^vxac
Ttxry.vcy.(oc. And thus much for the secret meaning of the fable,
which formed a principal part of these mystic rites. Let us now proceed
to consider the signification of the symbols, which, according to
Clemens Alexandrinus, belonged to the Bacchic ceremonies; and which
are comprehended in the followingOrphic verses : M7]Xa to )(po-ca
y,aXv. trap egtcj^wiuv Xi-p^oivcov. That is, A wheel, a
pine-nut, and the wanton plays, Which move and bend the limbs in various
ways : Eleusinian and With these th' Hesperian golden-fruit
combine, Which beauteous nymphs defend of voice divine. To
all which Clemens adds saoTU'pov, esoptroii, a mirror, i:oy.oCj polios, a
fleece of wool, and aa-payaXoc, asfragaios, the anMe-bone. In the
first place, then, wdth respect to the wheel, since Dionysus, as we have
already explained, is the mimdane intellect, and intellect is of an
elevating and convertive nature, nothing can be a more apt symbol of
intellectual action than a w^heel or sphere : besides, as the laceration
and dismemberment of Dionysus signifies the going-forth of intellectual
illumination into matter, and its returning at the same time to its
source, this too will be aptly symbolized by a wheel. In the second
place, a pine-nut, from its conical shape, is a perspicuous symbol of the
manner in which intellectual or spiritual illmnination proceeds
from its source and beginning into a material nature. " For the
soul," says Macrobius, "proceeding from a round figure, which
is the only divine form, is extended into the form of a cone in going
forth." * In Somnid Scijnonis, xii. Bacchic
Mysteries. 209 And the same is true sjrmbolically of the
higher intellect. And as to the wanton sports which bend the limbs, this
evidently alludes to the Titanic arts, by which Dionysus was
allured, and occultly signifies the faculties of the mundane intellect, considered
as subsisting according to an apparent and divisible condition. But
the Hesperian golden-apples signify the pure and incorruptible nature of
that intellect or Dionysus, which is possessed by the world; for a
golden-apple, according to Sallust, is a symbol of the world; and
this doubtless, both on account of its external figui'e, and the incorruptible
intellect which it contains, and with the illuminations of which it
is externally adorned; since gold, on account of never being subject to
rust, aptly denotes an incorruptible and immaterial nature. The mirror,
which is the next symbol, we have already explained. And as to the
fleece of wool, this is a symbol of laceration, or distri])ution of
intellect, or Dionysus, into matter; for the verb o'jrapattco,
sparaffOy diJanio, which is used in the relation of the Bacchic
discerption, signifies to tear in pieces 210 Bacchic
Mysteries. like wool : and hence Isidoinis derives the Latin
word laua, wool, from Janiando, as velliis from vellendo. Nor must it
pass unobserved, that Xq^jz^ in Greek, signifies wool, and Xtjvo;, a
wine-press. And, indeed, the pressing of grapes is as evident a symbol
of dispersion as the tearing of wool; and this circumstance was
doubtless one principal reason why grapes were consecrated to Bacchus :
for a grape, previous to its pressure, aptly represents that which is
collected into one; and when it is pressed into juice, it no less
aptly represents the diffusion of that which was before collected and
entu'e. And lastly, the aarpotyaXoc, astragalos, or anJiJehone, as it is
principally subser\dent to the progressive motion of animals, so it
belongs, with great propriety, to the mystic symbols of Bacchus;
since it doubtless signifies the going forth of that deity into the
department of physical existence : for nature, or that divisible
life which subsists about the body, The practice of punning, so common in
all the old rites, is here forcibly exhibited. It aided to conceal the
symbolism and mislead uninitiated persons who might seek to ascertain
the genuine meaning. i\v>'- .../Mm Hercules Reclining. Bacchic
Mysteries and whicli is productive of seeds, immediately depends on Bacchus.
And hence we are informed by Proclus, that the sexual parts of this
god are denominated by theologists, Diana, who, says he, presides over
the whole of the generation into natural existence, leads forth
into light all natural reasons, and extends a prolific power from on high
even to the subterranean reahns.* And hence we may perceive the
reason why, in the Orphic Hjjmn to Nature, that goddess is described as
" turning round silent traces with the anklebones of her feet. And it is
highly worthy our observation that in this verse of the hymn Nature is
celebrated as Fortune, according to that description of the goddess in which
she is represented as standing with her feet on a wheel which she
continually turns round; as the following verse from the same hymn
abundantly confirms : Asvao) axpo'-paXiYY- S'oov po/xa o'.vsooooa. Commentary
upon the Timceus Meusinian and The sense of which is, "moving
with rapid motion on an eternal wheel." Nor ought it to seem
wonderful that Nature should he celebrated as Fortune; for Fortune in
the Orphic h}Tnn to that deity is invoked as Diana : and the moon,
as we have observed in the preceding section, is the aoro'iriov
ayaXjia rpyasto?, fJie self-revealing emblem of Nature; and indeed the
apparent inconstancy of Fortune has an evident agreement with the
fluctuating condition in which the dominions of nature are perpetually
involved. It only now remains that we explain the secret meaning of
the sacred dress with which the initiated in the Dionysiacal Mysteries
were invested, in order to the GpovLajxo^ (fhromsmoSy enthroning) taking
place; or sitting in a solemn manner on a throne, about which it
was customary for the other initiates to dance. But the particulars
of this habit are thus described in the Orphic verses preserved by
Macrobius : Scojxa ti-£00 ji"/,aTT£'.v s^'.a'j-fooq r^zX'.o'.Q. *
Satunialia Bacchic Mysteries flpwxct;j.Ev ap-p'f :«:? evaXcYxcov
«xTtvsaa:v IIsttUv cpo'.vtxjpov (lege -^otvtxjov) -pottxjXov a^cp-paAEO^oc-.
ii'Jxocp 67ispa-j vsi^poio TiavatoXoo sJpu xa*«-|a'. ^^plxrx
Kfjhjzxi-Azrrj ^vjpoc xaxa Sa^tov Jjjulojv, Aatpoiv o«-5aXftov;j.i|uh;jl'
bpoo xz nolo'.o. Eka r 6;.jp,<).s vs^pY)? xpt>asov UoxY^pa
pocXeaS-at n«;A'favoaiVTa irsp-^ oxspvuiv cpopjj-v fxsya
arj|jia Eo9-u5 ox' EX Ttspaxwv Tac-r]? (paja-wv avopouaiov
Xpoasiai? axxcat,3(x>.-/j poov Oxsavow, Auyv] o' atjjTjxo?
-f], ava S' Spoaoj a;jLcpt;xtYE:aa Mapixrxirj-fj o'y-rpvj
A:zar>iitY(] maxfj. xoxXov, Ilpoci&s ^£00. Z(ovf] o' ap OTTO
axjpvuiv a/ji£xp7]xu>v <I>aovjx' ap' ily.zrj.wo Kov.Uq,
iityx Oau^' ecowsa^ac. That is, He who desires in pomp
of sacred dress The sun's resplendent body to express,
Should first a vail assume of purple bright, Like fair white
beams combin'd with fiery light : On his right shoulder, next, a
mule's broad hide Widely diversified with spotted pride
Should hang, an image of the pole divine, And dfBdal stars,
whose orbs eternal shine. A golden splendid zone, then, o'er the
vest He next should throw, and bind it round his breast;
In mighty token, how with golden light. The rising sun, from earth's
last bounds and night Sudden emerges, and, with matchless
force, Darts through old Ocean's billows in his course.
A boundless splendor hence, enshrin'd in dew, Plays on his
whirlpools, glorious to the view; While his circumfluent waters
spread abroad, Full in the presence of the radiant god :
Eleusinian and But Ocean's circle, like a zone of light, The
sun's wide bosom girds, and charms the wond'ring sight. lu the
first place, then, let us consider why this mystic dress belonging to
Bacchus is to represent the sun. Now the reason of this will be
evident from the following observations : according to the Orphic theology, the
divine intellect of every planet is denominated a Bacchus, who is
characterized in each by a different appellation; so that the
intellect of the solar deity is called Trietericus Bacchus. And in the second
place, since the divinity of the sun, according to the arcana of
the ancient theology, has a super-mundane as well as mundane
establishment, and is wholly of an exalting or intellectual nature; hence
considered as supermundane he must both produce and contain the mundane
intellect, or Dionysus, in his essence; for all the mimdane are
contained in the super-mundane deities, by whom also they are
produced. Hence Proclus, in his elegant Hijmn to the Sun, says :
Bacchic Mysteries. 217 That is, " they celebrate
thee in hymns as the illustrious parent of Dionysus." And
thirdly, it is through the subsistence of Dionysus in the sun that
that luminary derives its circular motion, as is evident from the
following Orphic verse, in which, speaking of the sun, it is said of him,
that " He is called Dionysus, because he is
carried with a circular motion through the immensely-extended
heavens." And this with the greatest propriety, since intellect, as
we have already observed, is entirely of a transforming and elevating
nature : so that from all this, it is sufficiently evident why the dress
of Dionysus is represented as belonging to the sun. In the second place,
the vail, resembling a mixture of fiery light, is an obvious image
of the solar fire. And as to the spotted muleskin,* which is to represent
the starry heavens, this is nothing more than an image of Nehris is also a
fawn-skin. The Jewish high-priest wore one at the great festivals. It is
rendered *• badger's skin " in the Bible. In India the robe of Indra
is spotted. Bacchic Mysteries. tlie moon; tMs luminary,
according to Proclus on Hesiod, resembling the mixed nature of a mule;
" becoming dark through her participation of earth, and deriving her
proper light from the sun." T-qz [isy s/ooaa xo a%o So that the
spotted hide signifies the moon attended with a multitude of stars :
and hence, in the Oi'phic Hymn to the Moon, that deity is
celebrated "as shining surrounded with beautiful stars " :
v.rjXoic, aaz^jOiGi ppyooarj., and is likewise called aaxpap/Tj, astrarche, or
" queen of the starsy In the next place, the golden zone is
the circle of the Ocean, as the last verses plainly evince. But,
you will ask, what has the rising of the sun through the ocean, from
the boundaries of earth and night, to do with the adventures of
Bacchus ? I answer, that it is inpossible to devise a symbol more
beautifully accommodated to the purpose : for, in the first place, is not
the ocean a proper emblem of an earthly nature, whirling and stormy,
and perpetually rolling without admitting any periods of repose ? And is
not the sun emerging from its boisterous deeps a perspicuous symbol
of the higher spiritual nature, apparently rising from the dark and
fluctuating material receptacle, and conferring form and beauty on the sensible
universe through its light ? I say apparently rising, for though the
spiritual nature always diffuses its splendor with invariable
energy, yet it is not always perceived by the subjects of its
illuminations : besides, as psychical natures can only receive partially and at
intervals the benefits of the divine irradiation; hence fables regarding
this temporal participation transfer, for the purpose of concealment and in
conformity to the phenomena, the imperfection of subordinate natures
to such as are supreme. This description, therefore, of the rising sun,
is a most beautiful symbol of the new birth of Bacchus, which, as
we have already observed, implies nothing more than the rising of
intellectual light, and its consequent manifestation to subordinate
orders of existence. Eleusinian and And thus much for the
mysteries of Bacchus, which, as well as those of Ceres, relate in one
part to the descent of a partial intellect into matter, and its condition
while united with the dark tenement of the body : but there appears
to be this difference between the two, that in the fable of Ceres and
Proserpine the descent of the whole rational soul is considered; and in
that of Bacchus the scattering and going forth of tliat supreme part
alone of our nature which we properly characterize hy the appellation
of. intellect* In the composition of each we may discern the same
traces of exalted wisdom and recondite theology; of a theology the most
venerable for its antiquity, and the most admirable for its excellence
and reahtyo I shall conclude this treatise by presenting the
reader with a valuable and most elegant hymn of Proclusf to Minerva,
which I have Greek, wn;;, nous, the Intuitive Eeasoii, that faculty of
the mind that apprehends the Ineffable Truth. t That the
following hymn was composed by Proclus, can not be doubted by any one who
is conversant with those already extant of this incomparable man, since the
spirit and manner in both is perfectly the same.
Bacchic Mysteries discovered in the British Museum; and the
existence of which appears to have been hitherto utterly unknown. This
hymn is to be found among the Harleian Manuscripts, in a volume
containing several of the OrpJiic liymns^ with which, through the
ignorance of transcriber, it is indiscriminately ranked, as well as
the other four hymns of Proclus, already printed in the Bihliotlieca
Grmca of Fabricius. Unfortunately too, it is transcribed in a character
so obscure, and with such great inaccuracy, that, notwithstanding
the pains I have taken to restore the text to its original purity, I have
been obUged to omit two hues, and part of a third, as beyond my
abilities to read or amend; however, the greatest, and doubtless the most
important part, is fortunately intelhgible, which I now present to
the reader's inspection, accompanied with some corrections, and an Enghsh
paraphrased translation. The original is highly elegant and pious, and
contains one mythological particular, which is no where else to be
found. It has likewise an evident connection with the preceding fable of
Bac EJeusinian and chus, as will be obvious from the
perusal; and on tins account principally it was inserted in the present
discoui'se. Ek aohnan. KATOI fJLcU a'.'(lO/0{.0 OiO?
TJXO?' Tj Y£VETY]pO(; IlTjYf]? oY.Tzpo9-opoooa, v.a'. wxpoxaxY,?
ano asipa? Apo£vod'0|j.3- cpspa^iLf jj.cY«-3'2V;5* o,3p:|i,07tarrjp,*
KiV.Xo&r ov/yozo 3' u;xvov £0'f pov: Tioxvia i)'U^uj 'H
aO'^'.Tj? ViZXrj.Zrj.ir/. ^iZOZv/^trxC,] TTuXjUlVa;;. Ka:
"/^O-ovuuv orj.^r/.zrj.zrx Oj(ojxaya (p'j)>a •j-'-Y* '11
%pa3'.r|V saawaai; ajj-UGXiXsutov J rjyrj.v.xo^ Ai&jpo? sv YU«Xc'-a'.
p-ipiCo/J-svoo TcatJ Bav-^ou l\xav(uv oTzo X.'p"-, TiopcC oj 2
Tiaxpt '|)4po'Joa Ocppa VEOi; ^ouX'rjatv wtt' appYjxo:at xov.yjo?,
Ev. ScJuisXt]? TCcpt xoa^aov avY]^f]av] Alovuooo?. 'Hi; ttsXsx'.? §
6-rjpiu)V xafjivcuv TCpo^£Xu|Jt.va %apv]va Ilavojpy.ou? sy.oir^; ir«t)£u>v
T|VUOj 'iz'^tifK-qv 'H v.paxQC 'Hpar Oc|xvov eY'P"^- ppcixoiv
apjxa'iov H jjioxov v.QajJLTjaoti; oXov uo/.ojiSi';: zz/yrj.'.c,
Azix:oof'^:xry ojprjv || '{^'j'/at-t ^aXXouaa* 'II Krj./ZQ
rxv.pOTZo\'.r/. So|JLpoXov axpoxarq? ixs'(rj.\-r^q azo ixoxvia
0£tpf]?' * Lege oPptjULOTraxpT), t Lege f)joaj,3Eia?. t
Lege a|j.oax'. Xuxoo. § Lege tceXexu?. II Lege Op;jL-r]v.
BaccJiic Mysteries. 225 'H x8-ova,3coT:ccvE.pa tpt^aa?
fxvjtjpa? p-^Xoiv. K/.oa-: ixEU Y| <pao? ay^ov aiiaoTpaTrxooaa
TrpoatououAo? OS;i.oi oXptov op;j.ov aXiuo/xsva rspo yacav. Ao? -]/ox-/y
Y^-oc, GtYvov air' eo^pjiuv oso |jio{).uiv Ka: ao-^iY]v -/.at jpcoxoc-,j.svoc
S's/J-Tivsoaov jpwTi, Toaaattov, xac towv, oaov /&ov:ojv ajio
xoXttojv A'^spv-r],rpoc OXd|xkov s? Yjf^sa Traxpo^ £o:o, Ei5j Ttc
«/j.T:Xax:-r];x£* xocx-r] f.tototo Sa/uiaCs;. IXa9.-
/x£:X:xo,3ooXj- aao/i,3potj- /Ji7]5s/JL£aoY)? f Trcjoavat?
TOivatacv eXtup xot: xop/xa Ysvsaaot, KstfAsvov Ev 8aTT:s5otatv,
61: TcO? so/o/jiac swxr KsxXofl-: xjxXoO-- xa:;xol iitCu^yiv 00a?
6tox£C. TO MINEEVA. Daughter of aegis-bearing Jove,
divine, Propitious to thy votaries' prayer incline;
From thy great father's fount supremely bright, Like fire
resounding, leaping into light. Shield-bearing goddess, hear, to
whom belong A manly mind, and power to tame the strong!
Oh, sprung from matchless might, with joyful mind Accept this
hymn; benevolent and kind ! The holy gates of wisdom, by thy
hand Are wide unfolded; and the daring band Of
earth-born giants, that in impious fight Strove with thy fire, were
vanquished by thy might. Once by thy care, as sacred poets
sing. The heart of Bacchus, swiftly-slaughtered king, Lege
a|xirXaxY]|ULa. t Lege iKiy: t^C tr^zr^^^. Eleusinian
and Was sav'd in ^ther, when, with fnry fired, Tlie
Titans fell against his life conspired; And with relentless rage
and thirst for gore, Their hands his members into fragments tore
: But ever watchful of thy father's will, Thy power
preserv'd him from succeeding ill. Till from the secret counsels of
his fire, And born from Semele through heavenly sire,
Great Dionysus to the world at length Again appeared with
renovated strength. Once, too, thy warlike ax, with matchless
sway, Lopped from their savage necks the heads away Of
furious beasts, and thus the pests destroyed Which long all-seeing
Hecate annoyed. By thee benevolent great Juno's might Was
roused, to furnish mortals with delight. And thro' life's wide and
various range, 't is thine Each part to beautify with art divine
: Invigorated hence by thee, we find A demiurgic
impulse in the mind. Towers proudly raised, and for protection
strong. To thee, dread guardian deity, belong. As
proper symbols of th' exalted height Thy series claims amidst the
courts of light. Lands are beloved by thee, to learning
prone. And Athens, Oh Athena, is thy own ! Great
goddess, hear! and on my dark'ned mind Pour thy pure light in
measure unconfined; That sacred light, Oh all-protecting
queen. Which beams eternal from thy face serene. My
soul, while wand'ring on the earth, inspire With thy own blessed
and impulsive fire : And from thy fables, mystic and divine.
Give all her powers with holy light to shine. Bacchic
Mysteries. 227 Give love, give wisdom, and a power to love,
Incessant tending to the realms above; Such as unconscious of base
earth's control Gently attracts the vice-subduing soul : From
night's dark region aids her to retire, And once moi'e gain the palace of
her sire. O all-propitious to my prayer incline ! Nor let those
horrid punishments be mine Which guilty souls in Tartarus confine,
With fetters fast'ned to its brazen floors. And lock'd by hell's
tremendous iron doors. Hear me, and save (for power is all thine
own) A soul desirous to be thine alone. It is very remarkable in this
hymn, that the exploits of Minerva relative to cutting off the
heads of wild beasts with an ax, etc., is mentioned by no writer
whatever; nor can I find the least trace of a circumstance either
in the history of Minerva or Hecate to which it alludes.f And from hence,
I * If I should ever be able to publish a second edition of
my translation of the hymns of Orpheus, I shall add to it a
translation of all those hymns of Proclus, which are fortunately extant;
but which are nothing more than the wreck of a great multitude which
he composed. t If Mr. Taylor had been conversant with Hindu
literature, he would have perceived that these exploits of Minerva-Athene
were taken from the buffalo-sacrifice of Durga or Bhavani. The
whole Dionysiac legend is but a rendering of the Sivaic and
Buddhistic legends into a Grecian dress. A. W. Bacchic
Mysteries. think, we may reasonably conclude that it
belonged to the arcane Orphic narrations concerning these goddesses,
which were consequently but rarely mentioned, and this but by a few,
whose works, which might afford us some clearer information, are
unfortunately lost. Musical Couference.Venus Kisiiig troni the
Sea. Since writing the above Dissertation, I have met with a
curious Greek manuscript entitled: "Of Psellus, Concerning DcBmons^*
according to the opinion of the GreeJiS " : zoo WeWoo xivct Tuspt
^aqiovcov So^aCooacv 'EXXtjvs? : In the course of which he
describes the machinery of the Eleusinian Mysteries as follows : 'A oe ys [lo^jzr^iAa xooT(ov, oiov aaxi^a ta EXsuatvia,
xov [xod-i^ov OTUOTcpivsrac 3ia {i^iyvo^ASVov xifj Stjgi, t] "cyj
Atjix'/jx£pL, xctt XT] OoYatspsL Tc/.ux'A]? Ospas^axxTj xt] xctt Kop'^.
Etcsiotj 5s sjjisXXov %7.t acppoStaiot sict XT] {JiaYjGst ytvsa^at
aujJi'jrXoxac, avaSostat iro)? Y] ArppoScx'rj airo xtvcov
'jrsTuXaajj.svwv (JL'rjSs * Daemons, divinities, spirits; a term formerly
applied to all rational beings, good or bad, other than mortals. Appendix,
(ov TusAayw^. Etta 5s yafJiYjXioc S'Jrt 'Ctj Kopifj 6[JL£vaio?. Kat
s'^a^ouatv of t£Xou{i.£VOC, sx to[jlTuavou scpayov £% %o{Ji[57.X(ov sttiov,
sxtpvo'fop'^aa (lege s^spvocpopr^cc/.) utto tov xoLarov siasouv.
TTroT-pcvstaL $£.%at ta^ Stjooc (o^iva?. Ttat xapocaXytaL Erp' otc
^oii tpaYoa^sXsc {Jtt{x-^{ia TTOLO-atvojxsvov xspi roi? ^l^'jjxo^c' otc
xsp TSpayou (lege Tpayou) opyscc aTrorsjKov, to) x-oXiro)
xauxT^c xaxsO-e'co, (oairsp 5yj y,7.c saotou. Etc^ xaatv c/i xoy AtovoaoD
xqiat, y,at yj xrjauc, y,ai T7. iroXyoix'-paXa TuoTrava, ^ai of x(o
}:^apa CtCO XSXO'JJXSVOC, %X'^50V£C '^2 ^^-^ {XC{J-aA(OV£C, %at
zic, rf/iny XsfJr^Q O£a'jrp(ox£toc y-^M A(o5(ovctcov yaXv.ziov,
-/.rji KopyjBctc aXXo? xai 7,0'jp'rj^ £X£poc, 5at{JL0V(ov {xc{JLYj|jL7.xa. Ecp'
ot? Yj Bapfoxooc (lege Y^ Baupfo xo^c) {J-'^pooc avaaopojj.£V7j,
xat 6 yovaixo? %x£ic> oozio yap ovo{xaCoDaL xy^v ai5(o
aia/ovo[JL£VOL Kai ouxco? £v ata/pco xy^v x£X£X7]v %7.xa)jjo'jacv. /. e.
" The Mysteries of these demons, such as the Eleusinia, consisted in
representing the mythical narration of Jupiter mingling mth Ceres and her
daughter Proserpina (Phersephatte). But as Appendix.
231 venereal connections are in the initiation,* a Venus is represented
rising from the sea, from certain moving sexual parts : afterwards
the celebrated marriage of Proserpina (with Pluto) takes place; and
those who are initiated sing : Out of the drum I have eaten,
Out of the cymbal I have drank, The mystic vase I have sustained,
The bed I have entered.' The pregnant throes likewise of Ceres
[Deo] are represented : hence the supphcations of Deo are
exhibited; the drinking of bile, and the heart-aches. After this, an
effigy with the thighs of a goat makes its appearance, which is
represented as suffering vehemently about the testicles : because
Jupiter, as if to expiate the violence which he had offered to
Ceres, is represented as cutting off the testicles of a goat, and placing
them on her bosom, as if they were his own. But after all this, the
rites of Bacchus succeed; the Cista, and the cakes with many bosses, Uke
those of a shield. Likewise the /. e. a representation of
them. mysteries of Sabazius, divinations, and the mimalons or
Bacchants; a certain sound of the Thesprotian bason; the Dodonsean brass;
another Corybas, and another Proserpina, representations of Demons.
After these succeed the uncovering of the thighs of Baubo, and a woman's
comb (lie is), for thus, through a sense of shame, they denominate the
sexual parts of a woman. And thus, with scandalous exhibitions, they
finish the initiation." From this curious passage, it appears
that the Eleusinian Mysteries comprehended those of almost all the
gods; and this account will not only throw hght on the relation of
the Mysteries given by Clemens Alexandidnus, but likewise be
elucidated by it in several particulars. I would willingly unfold to
the reader the mystic meaning of the whole of this machinery, but
this can not be accomphshed by any one, without at least the possession of all
the Platonic manuscripts which are extant. This acquisition, which I
would infinitely prize above the wealth of the Indies, will, I hope,
speedily and fortunately Jupiter disguised as Diana, and Calisto. Hercules,
Deianeira and Nessus. Appendix. 235 be mine, and
then I shall be no less anxious to communicate this arcane
infoiTQation, than the liberal reader will be to receive it. I
shall only therefore observe, that the mutual communication of energies among
the gods was called by ancient theologists c'spo^ yafiGc, hieros
gcimos, a sacred marriage; concerning which Proclus, in the second
book of his manuscript Commentary on the Parmenides, admirably remarks as
follows: TaUTTTJV $£ tTjV 7.0tV(l>VtaV, TTOrS {1£V £V ZOIQ
GO Gzor^oic, 6p(oac d-zoic, (oi {^ooXoyot) %at vcaXooat Ya{j.ov
'Hpoic y-^J-i Aloc, Ojpavoo %ac TqQ, Kpovoo v.0.1 Tsac* '7L0ZS §£ ttov
T-ara^ssarspcov TzpOQ xa xpsLtto), %ai v^aXooGi ya^ioy Aco? y-ac
AtjjxtjTpac* irors 5s xai £{jL'3r7.Xtv xcov xpsiTiKovcov xpo? xa
6rp£t[j,£V7., %7.i Xsyouat Atoc %ct: KopTj? Ya{xov. Etcsl^'A] tcov 0£(ov
aXXat jj-sv staiv af irpoc X7. GDGZoiya 7,oiva)vi7,c, 7.XX7.1 5s at
'jrpoi; xa xpo 7.'jx(ov' aXXat 5s 7.c xpo? xa |X£X7. xa^)xa. Kai dsL
XYjV £%7.axTj? i5lgxyjx7. /,7.xavo£iv y,7C {j.£ XaY£tV 7.7r0 X(OV 0£(OV
£Xt X7. £C57J X'^V XCiC7.0X7]V dta'jiXoxYjV. /. ^. "
Theologists at one time considered this communion of the gods in
divinities co-ordinate with each other; and 236
Appendix. then tliey called it the mamage of Jupiter and
Jiino, of Heaven and Earth [Uranos and Gre], of Saturn and Rhea : but at
another time, they considered it as svibsisting between subordinate and
superior divinities; and then they called it the marriage of Jupiter and
Ceres; but at another time, on the contrary, they beheld it as subsisting
between superior and subordinate divinities; and then they called it the
marriage of Jupiter and Kore. For in the gods there is one kind of
communion between such as are of a co-ordinate nature; another between
the subordinate and supreme; and another again between the supreme
and subordinate. And it is necessary to understand the peculiarity
of each, and to transfer a conjunction of this kind froin the gods to the
communion of ideas with each other." And in Tim (mis ^ book
i., he observes : y.rj.i zo rrjv wjzr^v (supple /. e. '' And that
the same goddess is conjoined with other gods, or the same god with
many goddesses, may be collected fi'om the mystic discourses, and
those marriages which are called in the Mysteries Sacred
Marriages.''^ Thus far the divine Proclus; from the first of which
passages the reader may perceive how adultery and rapes, as represented
in the machinery of the Mysteries, are to be understood when apphed to
the gods; and that they mean nothing more than a communication of divine
energies, either between a superior and subordinate, or subordinate and
superior, divinity. I only add that the apparent indecency of these exhibitions
was, as I have already observed, exclusive of its mystic meaning,
designed as a remedy for the passions of the soul : and hence mystic
ceremonies were very properly called a%£7., akea, medicines, by the
obscure and noble Heracleitus. Iamblichus : De Mijsteriis. Saciifice of a
Pig. Hercules Drunk. ORPHIC HYMNS. I shall utter to whom it is
lawful; but let the doors be closed, Nevertheless, against all the
profane. But do thou hear, Oh Musseus, for I will declare what is true.
He is the One, self -proceeding; and from him all things proceed, And in
them he himself exerts his activity; no mortal Beholds Him, but he
beholds all. There is one royal body in which all things are
enwombed, Fire and Water, Earth, ^ther, Night and Day, And Counsel
[Metis'], the first producer, and delightful Love, For all these are
contained in the great body of Zeus. Zeus, the mighty
thunderer, is first; Zeus is last; Zeus is the head, Zeus the middle of
all things; From Zeus were all things produced. He is male, he is female;
Zeus is the depth of the earth, the height of the starry heavens; Appendix.
He is the breath of all things, the force of untamed fire; The bottom of
the sea; Sun, Moon, and Stars; Origin of all; King of all; One
Power, one God, one Great Ruler. HYMN OF CLEANTHES. Greatest
of the gods, God with many names, God ever-ruling, and ruling all
things ! Zeus, origin of Nature, governing the universe by law, All
hail ! For it is right for mortals to address thee; For we are thy
offspring, and we alone of all < That live and creep on earth
have the power of imitative speech. Therefore will I praise thee, and
hymn forever thy power. Thee the wide heaven, which surrounds the earth, obeys
: Following where thou wilt, willingly obeying thy law. Thou
boldest at thy sei'vice, in thy mighty hands, The two-edged, flaming,
immortal thunderbolt. Before whose flash all nature trembles. Thou
rulest in the common reason, which goes through all. And appears mingled
in all things, great or small, Which filling all nature, is king of all
existences. Nor without thee. Oh Deity, does anything happen in the
world. From the divine ethereal pole to the great ocean, Except
only the evil preferred by the senseless wicked. But thou also art able
to bring to order that which is chaotic. Giving form to what is formless,
and making the discordant friendly; So reducing all variety
to imity, and even making good out of evil. Thus throughout nature is one
great law Which only the wicked seek to disobey. Poor fools ! who
long for happiness. But will not see nor hear the divine commands. Greek,
Aaifxov, Demon. [In frenzy blind they stray a\v;iy from good,
By thii'st of glory tempted, or sordid avarice, Or pleasures
sensual and joys that fall.] But do thou, Oh Zeus, all-bestower,
cloud-compeller! Ruler of thunder ! guard men from sad
error. Father ! dispel the clouds of the soul, and let us follow
The laws of thy great and just reign ! That we may be
honored, let us honor thee again, Chanting thy great deeds, as is
proper for mortals, For nothing can be better for gods or men Than
to adore with hymns the Universal King. Rev. J. Freeman Clarke, whose version
is here copied, renders this phrase "the law common to all."
The Greek text reads: " 7] xoivov a;c vojAciv £v v.-A-Q
u/ivstv," the term vojj.oc:, nomos,
or Law, being used for King, as Love is for God. A. W. Proserpina Enthroned in
Hades. Nymphs and Centaurs. AporrJieta, Greek aiioppTjTa The instructions given by the
hierophant or interpreter in the Eleusinian Mysteries, not to be
disclosed on pain of death. There was said to be a synopsis of them in the
i^etroma or two stone tablets, which, it is said, were bound together in
the form of a book. Apostatise
To fall or descend, as the spiritual part of the soul is said to
descend from its divine home to the world of nature. Cathartic Purifying. The term was used by the
Platonists and others in connection with the ceremonies of purification
before initiation, also to the corresponding performance of rites and
duties which renewed the moral life. The cathartic virtues were the
duties and mode of living, which conduced to that end. The phrase is used
but once or twice in this edition. Cause The agent by which things are generated or
produced. Circulation The
peculiar spiral motion or progress by which the spiritual nature or
"intellect" descended from the divine region of the universe
into the world of sense. Cogitative
Relating to the understanding: dianoetic. Conjecture, or
Opinion A mental conception that can be
changed by argument. Core
A name of Ceres or Demeter, applied by the Orphic and later
writers to her daughter Persephone or Proserpina. She was supposed to
typify the spiritual nature which was abducted by Hades or Pluto into the
Underworld, the figure signifying the apostasy or descent of the soul
from the higher life to the material body. CoricaUy After the manner of Proserpina, i. e., as if
descending into death from the supernal world. D(emoii A designation of a certain class of
divinities. Different authors employ the term differently. Hesiod regards
them as the souls of the men who lived in the Golden Age, now acting as
guardian or tutelary spirits. Socrates, in the CratyJus, says " that
daemon is a term denoting wisdom, and that every good man is dsemonian,
both while living and when dead, and is rightly called a daemon."
His own attendant spirit that checked him whenever he endeavored to do
what he might not, was styled his Daemon. lamblichus places Daemons
in the second order of spiritual existence. Cleanthes, in his celebrated Hymn,
styles Zeus oatfiov (daimon). Demiurgiis The creator. It was the title of the;
chief-magistrate in several Grecian States, and in this work is applied
to Zeus or Jupiter, or the Euler of the Universe. The latter Platdnists,
and more especially the Gnostics, who regarded matter as constituting or
containing the principle of Evil, sometimes applied this term to the Evil
Potency, who, some of them affirmed, was the Hebrew God.
Distrihuted 'SiQ(hxc&^ from a
whole to parts and scattered. The spiritual nature or intellect in its
higher estate was regarded as a whole, but in descending to worldly
conditions became divided into parts or perhaps characteristics.
Divisible Made into parts or
attributes, as the mind, intellect, or spiritual, first a whole, became
thus distinguished in its descent. This division was regarded as a fall into a
lower plane of life. Energise, Greek z^z^^-^zw Ho operate or work, especially to
undergo discipline of the heart and character. Glossary. Energy Operation, activity. Eternal Existing through all past time, and still
continuing. Faith The correct
conception of a thing as it seems,
fidelity. Freedom The
ruling power of one's life; a power over what pertains to one's self in
life. Friendship Union of
sentiment; a communion in doing well. Fury The peculiar mania, ardor, or enthusiasm
which inspired and actuated prophets, poets, intei'preters of oracles,
and others; also a title of the goddesses Demeter and Persephone as
the chastisers of the wicked, also of
the Eumenides. Generation, Greek Y^^'^t? Generated existence, the mode of life
peculiar to this world, but which is equivalent to death, so far as the
pure intellect or spiritual nature is concerned; the process by which the
soul is separated from the higher form of existence, and brought into the
conditions of life upon the earth. It was regarded as a punishment, and
according to Taylor, was prefigured by the abduction of Proserpina. The
soul is supposed to have pre-existed with God as a pure intellect like
him, but not actually identical at one but not absolutely the
same. Good That which is
desired on its own account. Hades
A name of Pluto; the Underworld, the state or region of departed
souls, as understood by classic writers; the physical nature, the
corporeal existence, the condition of the soul while in the bodily
life. Herald, Greek y.7]po4
The crier at the Mysteries. Hierophant The interpreter who explained the purport of
the mystic doctrines and dramas to the candidates. Holiness,
Greek ooioty]? Attention to the honor
due to God. Idea A principle in all
minds underlying our cognitions of the sensible world.
Imprudent Without foresight;
deprived of sagacity. Infernal regions Hades, the Underworld.
Instruction A power to cure the
soul. Glossary. Intellect, Greek voo?
Also rendered j)?^re reason, and by Cocker, intuitive reason, and the
rational soul; the spiritual nature. The organ of self-evident,
necessary, and universal truth. In an immediate, direct, and intuitive
manner, it takes hold on truth with absolute certainty. The reason,
through the medium of ideas, holds communion with the world of real
Being. These ideas are the light y^\\\(^\i reveals the world of unseen
realities, as the sun reveals the world of sensible forms. ' The Idea of
the good is the Sun of the Intelligible World; it sheds on objects the
light of truth, and gives to the soul that knows the power of knowing.'
Under this light the eye of reason apprehends the eternal world of being
as truly, yet more truly, than the eye of sense appi'ehends the world
of phenomena. This power the rational soul possesses by virtue of
its having a nature kindred, or even homogeneous with the Divinity. It
was ' generated by the Divine Father,' and like him, it is in a certain
sense ' eternal.' Not that we are to understand Plato as teaching that
the rational soul had an independent and underived existence; it was
created or 'generated' in eternity, and even now, in its incorporate
state, is not amenable to the condition of time and space, but, in
a peculiar sense, dwells in eternity : and therefore is capable of
beholding eternal realities, and coming into communion with absolute
beauty, and goodness, and truth that is,
with God, the Absolute Being."
Christianity and Greek Philosophy, Intellective Intuitive; perceivable by spiritual
insight. Ititelligihle
Eelating to the higher reason. Interpreter The hierophant or sacerdotal teacher who, on
the last day of the Eleusinia, explained the petroma or stone book
to the candidates, and unfolded the final meaning of the representations
and symbols. In the Phoenician language he was called ins, peter. Hence
the petroma, consisting of two tablets of stone, was a pun on the
designation, to imply the Glossary. Interpreter continued. wisdom to be uiit'olcled. It
has been suggested by the Rev, Mr. Hyslop, that the Pope derived his
claim, as the successor of Peter, from his succession to the rank and
function of the Hierophant of the Mysteries, and not from the celebrated
Apostle, who probably was never in Rome. Just Productive of Justice.
Justice The harmony or perfect
proportional action of all the powers of the soul, and comprising equity,
veracity, fidelity, usefulness, benevolence, and purity of mind, or
holiness. Judgment A.
peremptory decision covering a disputed matter; also o'.avoLa, dianoia,
or understanding. Knowledge
A comprehension by the mind of fact not to be overthrown or modified by
argument. o Legislative
Regulating. Lesser Mysteries
The TsXeia:, teletai, or ceremonies of purification, which were
celebrated at Agrae, prior to full initiation at Eleusis. Those initiated
on this occasion were styled fJLuaxai, mystcB, from (xoto, muo, to vail;
and their initiation was called (jiuYjat?, muesis, or vailing, as
expressive of being vailed from the former life. Magic Persian mag, Sanscrit maha, great. Relating
to the order of the Magi of Persia and Assyria. Material
do'mons Spirits of a nature so gross as
to be able to assume visible bodies like individuals still living on the
Earth. Matter The elements
of the world, and especially of the human body, in which the idea of evil
is contained and the soul incarcerated. Greek oXt], Hule or Hyle.
Muesis, Greek iinrioiq, from ixotn, to vail The last act in the Lesser Mysteries,
or rsXtza:, teletai, denoting the separating of the initiate from the
former exotic life. Mysteries
Sacred dramas performed at stated periods. The most celebrated
were those of Isis, Sabazius, Cybelfe, and Eleusis. Mystic Relating to the Mysteries: a person initiated
in the Lesser Mysteries Greek
jj.u3Totu Occult Arcane;
hidden; pertaining to the mystical sense. Orgies, Greek opY-'^' The peculiar rites of the Bacchic
Mysteries. Opinion A hypothesis or
conjecture. Partial Divided, in
parts, and not a whole. Philologist
One pursuing literature. Philosopher One skilled in philosophy; one disciplined in
a right life. Philosophise
To investigate final causes; to undergo discipline of the
life. Philosophy The
aspiration of the soul after wisdom and truth, " Plato asserted
philosophy to be the science of unconditioned being, and asserted that
this was known to the soul by its intuitive reason (intellect or
spiritual instinct) which is the organ of all philosophic insight. The
reason perceives substance; the understanding, only phenomena. Being (xo
ov), which is the reality in all actuality, is in the ideas or
thoughts of God; and nothing exists (or appears outwardly), except
by the force of this indwelling idea. The word is the true expression of
the nature of every object : for each has its divine and natural name,
besides its accidental human appellation. Philosophy is the recollection
of what the soul has seen of things and their names." (J. Freeman
Clarke.) Plotinus A
philosopher who lived in the Third Century, and revived the doctrines of
Plato. Prudent Having
foresight. Purgation, purification
The introduction into the Teletce or Lesser Mysteries; a
separation of the external principles from the soul.
Punishment The curing of the soul
of its errors. Prophet, Greek \i.rj.^x'.c, One possessing the prophetic mania, or
inspiration. Priest Greek
\xrjyz'.c, A prophet or inspired person,
ispjuc a sacerdotal person. Revolt A rolling away, the career of the soul in its
descent from the pristine divine condition. Science The knowledge of universal, necessary,
unchangeable, and eternal ideas. Shows The peculiar dramatic representations of the
Mysteries. Telete, Greek tjXext]
The finishing or consummation; the Lesser Mysteries.
Theologist A teacher of the
literatiu-e relating to the gods. Theoretical Perceptive. Torch bearer A priest who bore a torch at the
Mysteries. Titans The beings
who made war against Kronos or Saturn. E. Poeoeke identifies them with
the Daittjas of India, who resisted the Brahmans. In the Orphic legend,
they are described as slaying the child Bacchus-Zagreus.
Titanic Eelating to the nature of
Titans. Transmigration The
passage of the soul from one condition of being to another. This has not
any necessary reference to any rehabilitation in a corporeal nature, or
body of flesh and blood. See I Corinthians, Virtue A good mental condition; a stable
disposition. Virtues Agencies,
rites, inflluences. Cathartic Virtues
Purifying rites or influences. Wisdom The knowledge of things as they exist; "
the approach to God as the substance of goodness in truth."
World The cosmos, the universe, as
distinguished from the earth and human existence upon it. Eleusinian
Priest and Assistants. Fortune and the Three Fates. LIST OF
ILLUSTRATIONS. Drawm from the antique. RAWSON. A DESCRIPTION of tlie
illustrations to this volume properly includes the two or three theories
of human life held by the ancient Greeks, and the beautiful myth of
Demeter and Proserpina, the most charming of all mythological fancies, and
the Orgies of Bacchus, which together supplied the motives to the artists
of the originals from which these drawings were made. From
them* we learn that it was believed»that the soul is a part of, or a
spark from, the Great Soul of the Kosmos, the Central Sun of the intellectual
universe, and therefore immortal; has lived before, and will continue to
hve after this '' body prison " is dissolved; that the river Styx is
between us and the unseen world, and hence we have no recollection of
any former state of existence; and that the body is Hades, in which
the soul is made to suffer for past misdeeds done in the unseen
world. Poets and philosophers, tragedians and comedians,
embellished the myth with a thousand fine fancies which were List of
Illustrations woven into the ritual of Eleusis, or were presented in the
theaters during the Bacchic festivals. The pictures include, beside
the costumes of priests, jiriestesses, and their attendants, and of the fauns
and satjrrs, many of the sacred vessels and implements used in
celebrating the Mysteries, in the orgies, and in the theaters, all of
which were drawn by the ancient artists from the objects
represented, and their work has been carefully followed here. Frontispiece.
Sacrifice to Ceres. Denhndler, sculptur. The goddess stands near a
serpent-guarded altar, on which a sheaf of grain is aflame. Worshipers
attend, and Jupiter approves. Decoratinq a Statue of Bacchus Bom.
Campana. The priest wears a lamb-skin skirt, the thyrsus is a
natural vine with grape clusters, and there are fruit and wine
bearers. 3. Bacchantes with Thyrsus and Flute 4 Two
fragments. Bom. Camp. Symbolical Ceremony.Bom. Camp Torch and thyrsus
bearers and faun. See cut No. 40, and page for reference to pine
nut. Bacchus and Nymphs Pluto, Proserpina, and Furies Galerie des
Peintres. The Furies were said to be children of Pluto and Proserpina;
other accounts say of Nox and Acheron, and Acheron was a son of Ceres
Avithout a father. Priestess with Amphora and Sacred Cake Priestess with
Musical Instruments 6 9. Faun Kissing Bacchante. Bourbon Mus Faun and Bacchus. Bourbon Mus List of Ilhistrations. Etruscan Y
A^Y^.MilUngen See drawings on page lOG. Mercury Presenting a Soul to Pluto
Pict. Ant. Sep. Nasonion, pi. Mystic Rites.
Arhniranda, tav. Eleusinian Ceremony.
Oes^. Benk. Alt. Kimst, Bacchic Festival. JSarto?*, Admiranda, Probably
a stage scene. The cliaracters are the king, who was an archon of Athens;
a thyrsns bearer, musician, wine and fruit bearers, dancers, and Pluto
and Proserpina. A boy removes the king's sandal. Apollo and the Muses. Florentine Museum The muses were the
daughters of Jupiter and Mnemosyne; that is, of the god of the present
instant, and of memory. Their office was, in part, to give information to
any inquiring soul, and to preside over the various arts and sciences.
They were called by various names derived from the places where
they were worshiped : Aganippides, Aonides, Castalides, HeUconiades,
Lebetheides, Pierides, and others. Apollo was called Musagetes, as their
leader and conductor. The palm tree, laurel, fountains on Helicon,
Parnassus, Pindus, and other sacred mountains, were sacred to the
muses. Prometheus Forms a Woman Visconti, Mus. Fio. Clem. Mercury, the
messenger of the gods, brings a soul from Jupiter for the body made by
Prometheus, and the three Fates attend. The Athenians built an altar for
the worship of Prometheus in the grove of the Academy. Procession of
Iacchus and Phallus Montfaucon. From Athens to Eleusis, on the sixth day
of the Eleusinia. The statue is made to play its part in a mystic
ceremony, typifying the union of the sexes in generation. Attendant priestesses
bear a basket of dried flgs and a phallus, baskets of fruit, vases of
wine, with clematis, and musical and sacrificial instniments. None but women
and children were permitted to take part in this ceremony. The wooden
emblem of fecundity was an object of supreme veneration, and the ceremony
of placing and hooding it. was assigned to the most highly
respected woman in Athens, as a mark of honor. Lucian and
Plutarch Illustrations. say the
phallus bearers at Rome carried images (phalloi) at the top of long
poles, and their bodies were stained with wine lees, and partly covered
with a lamb-skin, their heads crowned with a wreath of ivy. From Etruscan
Vases Florentine Museum. Human sacrifice
may be indicated in the lower group. Venus and Proserpina in Hades Galerie
des Peintres. The myth relates that Venus gave Proserpina a
pomegranate to eat in Hades, and so made her subject to the law which
required her to remain four months of each year with Pluto in the
Underworld, for Venus is the goddess who presides over birth and growth
in all cases. Cerberus keeps guard, and one of the heads holds her
garment, signifying that his master is entitled to one-third of her
time. Rape of Proserpina. Carried Down to Hades (Invisibility) Flor. Mus, Pallas, Venus, and Diana
Consulting Gal. des Peint. Jupiter ordered these divinities to excite
desire in the heart of Proserpina as a means of leading her into the
power of the richest of all monarchs, the one who most abounds in treasures
Dionysus as God op the Sun Pit. Ant. Ercolmio. Dionysus Bacchus
symbolizes the sun as god of the seasons; rides on a panther, pours wine
into a drinking-horn held by a satyr, who also carries a wine skin
bottle. The winged genii of the seasons attend. Winter carries two geese
and a cornucopia; Spring holds in one hand the mystical cist, and in the
other the mystic zone; Summer bears a sickle and a sheaf of grain; and
Autumn has a hare and a horn-of-plenty full of fruits. Fauns, satyrs,
boy-fauns, the usual attendants of Bacchus, play with goats and panthers
between the legs of the larger figures. Herse and Mercury Pit. Ant.
Ercolano. A fabled love match between the god and a daughter of
Cecrops, the Egyptian who founded Athens, supplied the ritual for
the festivals Hersephoria, in which young girls of seven to eleven years,
from the most noted families, dressed in List of Illustrations.
Pwhite, carried the sacred vessels and implements used in the
Mysteries in procession. Cakes of a peculiar form were made for the occasion. Narcissus
Sees His Image in Water P. Ovid. Naso. The son of Cephissus and Liriope,
an Oceanid, was said to be very beautiful. He sought to win the favor of
the nymph of the fountain where he saw his face reflected, and failing,
he drowned himself in chagrin. The gods, unwilling to lose so much
beauty, changed him into the flower now known by his name. Jupiter as
Diana, and Calisto. P. Ovid. Naso The
supreme deity of the ancients, beside numerous marriages, was credited
with many amours with both divinities and mortals. In some of those adventures
he succeeded by using a disguise, as here in the form of the Queen of the
Starry Heavens, when he surprised Calisto (Helice), a daughter of
Lycaon, king of Arcadia, an attendant on Diana. The companions of that goddess
were pledged to celibacy. Jupiter, in the form of a swan, surprised Leda,
who became mother of the Dioscuri (twins). Diana and Calisto. Ovid. Naso, Neder 62 The fable
says that when Diana and her nymphs were bathing the swelling form
of Calisto attracted attention. It was reported to the goddess, when she punished
the maid by changing her into the form of a bear. She would have been torn
in pieces by the hunter's dogs, biit Jupiter interposed and translated
her to the heavens, where she forms the constellation The Great Bear.
Juno was jealous of Jupiter, and requested Thetis to refuse the Great
Bear permission to descend at night beneath the waves of ocean, and she,
being also jealous of Poseidon, complied, and therefore the dipper does
not dip, but revolves close around the pole star. Bacchantes and
Fauns Dancing A stage ballet. Bom.
Campana Hercules, Bull, and Priestess.
Bom. Camp Bacchic orgies. 32. Fruit and Thyrsus
Bearers. Boiir. Mm Torch-Bearer as
Apollo. Bourbon Mits Eleusinian
Mysteries. Florence 3Ius List of
Illustrations. Etruscan Mystic Ceremony. i?oH«. Camp Etruscan Altar Group.
JPtor. Mus 106 The mystic cist with serpent coiled around, the
sacred oaks, baskets, drinking-horns, zones, f estoou of branches and
flowers, make very pretty and impressive accessories to two
handsome priestesses. Etruscan Bacchantes. JfiZZm^en These two
groups were drawn from a vase which is a very fine work of art. The
drapery, .decoration, symbols, accessories, and all the details of
implements used in the celebration of the Mysteries are very carefully drawn on
the vase, which is well preserved. This vase is a strong proof of
the antiquity of the orgies, for the Etruscans, Tyrrheni, and Tusci
were ancient before the Romans began to build on the Tiber.
38. Etruscan Ceremony.- m7fo><r/m 106 Satyr, Cupid and Venus.
ilfo>i?/a«cow; SculpUre . 110 Some Roman writers affirmed that
the Satyr was a real animal, but science has dissipated that belief, and
the monster has been classed among the artificial attractions of the
theater where it belongs, and where it did a large share of duty in
the Mysteries. They were invented by the poets as an impersonation of the
life that animates the branches of trees when the wind sweeps through
them, meaning, whistling, or shrieking in the gale. They were said to be
the chief attendants on Bacchus, and to delight in revel and wine. Cupids,
Satyr, and Statue of ^niwvs^.Montfaucon The many suggestive emblems in this
picture form an instructive group, symbolic of Nature's life-renewing power.
The ancients adored this power under the emblems of the organs of
generation. Many passages in the Bible denounce that worship, which is called
" the grove," and usually was an iipright stone, or wooden
pillar, plain or ornamented, as in Rome, where it became a statue to the
waist, as seen in the engraving. The Palladium at Athens was a Greek form.
The Druzes of Mount Lebanon in Syria now dispense with emblems of wood
and stone, and use the natural objects in their mystic rites and
ceremonies. Apollo and Daphne, Galerie des Peint The rising sun shines on
the dew-drops, and warming them as they hang on the leaves of the laurel
tree, they disappear, List of lUiisfrations. Page. leaving the
tree; and it is said by the poet that Apollo loves and seeks Daphne,
striving to embrace her, when she flies and is transformed into a laurel
tree at the instant she is embraced by the sun-god. Diana and
Endymion. Bourbon 3Ius Diana as the
queen of the night loves Endymion, the setting sun. The lovers ever
strive to meet, but inexorable fate as ever prevents them from enjoying
each other's society. The fair huntress sometimes is permitted, as when
she is the new moon, or in the first quarter, to approach near the place
where her beloved one lingers near the Hesperian gardens, and to
follow him even to the Pillars of Hercules, but never to embrace
him. The new moon, as soon as visible, sets near but not with the
sun. Endymion reluctantly sinks behind the western horizon, and
would linger until the loved one can be folded in his arms, but his duty
calls and he must turn his steps toward the Elysian Fields to cheer the
noble and good souls who await his presence, ever cheerful and benign.
Diana follows closely after and is welcomed by the brave and beautiful
inhabitants of the Peaceful Islands, but while receiving their homage
her lover hastens on toward the eastern gates, where the golden
fleece makes the morning sky resplendent. Ceres and the Car op Treptolemus
Ovid. Naso, Neder. Triptolemus (the word means three plowings) was the
founder of the Eleusinian Mysteries, and was presented by Ceres
with her car drawn by winged dragons, in which he distributed seed
grain all over the world. Pluto Marries Proserpina P. Ovid. Naso,
Neder. Jupiter is said to have consented to request of Pluto that
Proserpina might revisit her mother's dwelling, and the picture represents him
as very earnest in his appeal to his brother. Since then the seed of
grain has remained in the ground no longer than four months; the other
eight it is above, in the regions of light. In the engraving a curtain is
held up by bronze figures. This seems conclusive that it was a
representation of a dramatic scene. Proserpina, according to the Greeks. Heck Bacchus after the Visit to India. Heck A Roman Figure of Geres. Heck Demeter,
from Etruscan Vase. IfecZ; Venus, Pallas, and Dlana Inspecting the
Needlework of Proserpina. Galerie des Peini Proserpina Exposed to Pluto Ovid.
Naso, Neder. There may have been a mild sarcasm in this artist's mind
when he drew the maid as dallying with Cupid, and the richest monarch in
all the earth in the distance, hastening toward her. He succeeded, as is
shown in the next engraving. Pluto Carrying Off Proserpina Ovid. Naso,
Neder. Eternal change is the universal law. Proserpina must go down
into the Underworld that she may rise again into light and life. The seed
must be planted under or into the soil that it may have a new birth and
growth. Proserpina in Pluto's Court.
Montfaucon As a personation she was the "Apparent Brilliance"
of all fruits and flowers. Ceres in Hades. Montfaucon 162 54. Bacchus,
Fauns, and Wine Jars. Montfaucon Tragic
KQTOn.^Bourhon Museum A Group of Deities.
Heck 168 Pan and Dionysus, Hygeia, Hermes, Dionysus and
Faunus, and Silenus. Night with Her Starry Canopy. Heck The Three Graces. Heck Cupid Asleep in the Arms of Venus Galerie
des Peint. Prize Dance between a
Satyr and a Goat Anticld. Baubo and Ceres at Eleusis. Galerie des Peint. List of
Illustrations. Psyche Asleep in Hades 186 From the ruins of
the Bath of Titus, Rome. Nymphs of the Four Rivers in Hades Tomb of the
Nasons. "It was easy for poets and mythographers, when they
had once started the idea of a gloomy land watered with the rivers
of woe, to place Styx, the stream which mates men shudder, as the
boundary which separates it from the world of Uving men, and to lead
through it the channels of Lethe, in which all things are forgotten, of
Kokytos, which echoes only with shrieks of pain, and of Pyiyphlegethon,
with its waves of fire." Acheron, in the early myths, was the only
river of Hades. 64. Etruscan Vase Group. MilUngen Dancers, ETRUscANS.~i¥i//M?, 1 pJ. Greek
Convivial Scene. Millin Faun and
Bacchante. Bour. Mus Thyrsus-Bearer. Bourbon Museum 206 69. Bacchante
and Faun. 5o«r. Mus These three verj' graceful pictures were drawn from
paintings on walls in Herculaneum. KiN<T, Torch, Fruit, and
Thyrsus Bearer Hercules RECLiNiNG.^.^oe5f«, Bassirilievi, Here is an actual
ceremony in which many actors took parts; with an altar, flames, a torch,
tripod, the kerux (crier), bacchantes, fauns, and other attendants on the
celebration of the Mystei'ies, including tlie role of an angel with
wings. Marriage (or Adultery) or Mars and Venus Montfaucon. If this
is from a scene as played at the Bacchic theaters, those dramas must have
been very popular, and justly so. To those theaters, which were supported
by the government in Athens and in many other cities througliout
Greece, we owe the immortal works of ^schylus and Sophocles. Musical
Conference (Epithalamium) Bartoli, Admiranda, Written music was evidently used,
for one of the company is writing as if correcting the score, and writing
with the left hand. Venus Rising from the QEA.Ovid. Naso,
Verburg.This goddess was called Venus Anadyomene, for the poets said she
rose from the sea the morning sunlight
on the foam of the sea on the shore of the island Cythera, or Cyprus,
or wherever the poet may choose as the favored place for the
manifestation of the generative power of nature, and wherever flowers
show her footprints. The loves bear aloft her magic girdle, which Juno
borrowed as a means of winning back Jupiter's affection. The rose and the
myrtle were sacred to her. Her worship was the motive for building
temples in Cythera and in Cyprus at Amathus, Idalium. Golgoi, and in many
other places. (See engravings, Jupiter Disguised as Diana, and Calisto Ovid.
Naso, Neder. The gods were said to have the power, and to practice
assuming the form of any other of their train, or of any animal. In these
disguises they are supposed to play tricks on each other as here. Diana
is the queen of the night sky, Calisto is one of her attendants, and many
white clouds float over the blue ether (Jupiter), and are chased by the
winds (as dogs). 76. Hercules, Deianeira, and Nessus Ovid. Naso,
Neder. The sun nears the end of the day's journey; he is aged and
weary; dark clouds obscure his face and obstruct his way, but stUl
Hercules loves beautiful things, and Deianeira, the fair daughter of the
king of ^tolia, retires with him into exile. At a ford the hero entrusts
his bride to Nessiis the Centaur, to carry across the river. The ferryman
made love to the lady, and Hercules resented the indiscretion, and
wounded him by an arrow. Dying Nessus tells Deianeira to keep his blood as
a love charm in case her husband should love another woman.
Hercules did love another, named lole, and Deianeira dipped his shirt in
the blood of Nessus the crimson' and
scarlet clouds of a splendid sunset are made glorious by the blood
of Nessus, and Hercules is burnt on the funeral pyre of scarlet and
crimson sunset clouds. Illustrations. The Sacrifice. Herculaneum, Hercules Drunk. Zoegciy
BassirilievU tav. Proserpina Enthroned in Hades- Archdol. Zeit. The principle of growth rules
the Underworld. 80. Bacchante and Centaur. Bourbon Mus .Bacchante and Cbntauress.
Bourbon Mus Eleusinian Priest and Assistants 247 83. The Fates. Zoeya, Bassirilievi, tav. Supper Scene Bacchic
Bull. Antichi Ou cover. Suppei- Scene. The Eleusinian and Bacchic mysteries. Princeton Theological
Semmary-Speer Library PHALLIC WORSHIP: A DESCRIPTION OF THE
MYSTERIES OF THE SEX WORSHIP OF THE ANCIENTS WITH THE HISTORY
OF THE MASCULINE CROSS AN ACCOUNT OF PRIMITIVE SYMBOLISM,
HEBREW PHALLICISM, BACCHIC FESTIVALS, SEXUAL RITES, AND THE
MYSTERIES OF THE ANCIENT FAITHS, LONDON. The present somewhat slight sketch of
a most interesting subject, whilst not claiming entire originality, yet
embraces the cream, so to speak, of various learned works of great cost, some
of which being issued for private circulation only, are almost
unobtainable. During the past few years several philophical have been written upon ancient Roman Phallicism
in conjunction with other kindred matters f but not devoting themselves
entirely to one ancient mystery y the writers have only partially
ventilated the subject. The present work seeks to obviate this failing by
confining its attention entirely to the Sex Worship or Phallicism of
the ancient world. Many of the topics have received only slight
treatmenty being little more than indicated; but the work will enable
the reader to understand and possess the truth concerning the
Phallic Worship of the Ancients . Those who desire to know more, or
to authenticate the statements and facts given in this book, should
consult the large and important works of Payne Knight, Higgins,
Dulaure, Rolky Inman, and other writers. It was intended to give
with this volume a list of works and miscellaneous pieces written on the
subject, but the length of the list prevented its being added. Sex
Worship has prevailed among all peoples of ancient times, sometimes
contemporaneous and often mixed with Star, Serpent, and Tree Worship. The
powers of nature were sexualised and endowed with the same
feelings, passions, and performing the same functions as human
beings. Among the ancients, whether the Sun, the Serpent, or the
Phallic Emblem was worshipped, the idea was the same the veneration of the generative principle.
Thus we find a close relationship between the various mythologies
of the ancient nations, and by a comparison of the creeds, ideas, and
symbols, can see that they spring from the same source, namely, the
worship of the forces and operations of nature, the original of which was
doubtless Sun worship. It is not necessary to prove that in primitive
times the Sun must have been worshipped under various names, and venerated
as the Creator, Light, Source of Life, and the Giver of Food. In the
earliest times the worship of the generative power was of the most simple
and pure character, rude in manner, primitive in form, pure in idea, the
homage of man to the supreme power, the Author of life.
Afterwards the worship became more depraved, a religion of feeling,
sensuous bliss, corrupted by a priesthood who were not slow to take advantage
of this state of affairs, and inculcated with it profligate and
mysterious ceremonies, union of gods with women, religious prostitution
and other degrading rites. Thus it was not long before the emblems lost
their pure and simple meaning and became licentious statues and debased
objects. Hence we have in Rome the depraved ceremonies at the
worship of BACCO, who became, not only the representative of the
creative power, but the god of pleasure and licentiousness. The
corrupted religion always found eager votaries, willing to be captives to a
pleasant bondage by the impulse of physical bliss, as was the case in
among the Romans. Sex worship personifies became the supreme and
governing deity, enthroned as the ruling God over all; dissent therefrom
was impious and punished. The priests of the worship compelled obedience.
Monarchs complied to the prevailing faith and became willing devotees to
the shrines of VENERE on the one hand, and of BACCO and PRIAPO on
the other, by appealing to the most animating passion of
nature. This is the worship of the reproductive powers, the sexual
appointments revered as the emblems of the divine creator. The one male,
the active creative power; the other the female or passive power; ideas
which were represented by various emblems in different countries.These
emblems were of a pure and sacred character, and used at a time when the
prophets and priests spoke plain speech, understood by a rude and
primitive people; although doubtless by the common people the
emblems were worshipped themselves, even as at the present day in
Roman Catholic countries the more ignorant, in many cases, actually
worship the images and pictures themselves, while to the higher and more
intelligent minds they are only symbols of a hidden object of worship. In
the same manner, the concealed meaning or hidden truth was to the
ignorant and rude people of early times entirely unknown, while the priests
and the more learned kept studiously concealed the meaning of the
ceremonies and symbols. Thus, the primitive idea became mixed with
profligate, debased ceremonies, and lascivious rites, which in time
caused the more pure part of the worship to be forgotten. But Phallicism
is not to be judged from these sacred orgies, any more than
Christianity from the religious excitement and wild excesses of a
few Christian sects during the Middle Ages. In a work on
the Worship of the Generative
Powers during the Middle Ages,” the writer traces the superstition
westward, and gives an account of its prevalence throughout Southern and
Western Europe during that period. The worship was very prevalent
in Italy, and was invariably carried by the Romans into the countries
they conquered, where they introduced their own institutions and
forms of worship. Accordingly, in Britain have been found numerous relics
and remains; and many of our ancient customs are traced to a Phallic
origin. When we cross over to
Britain,” says the writer, we find
this worship established no less firmly and extensively in that island;
statuettes of Priapus, Phallic bronzes. pottery covered with obscene
pictures, are found wherever there are any extensive remains of Roman
occupation, as our antiquaries know well. The numerous Phallic
figures in bronze found in England are perfectly identical in character
with those that occur in France and Italy.” All antiquaries of any
experience know the great number of obscene subjects which are met with
among the fine red pottery which is termed Samian ware, found so
abundantly in all Roman sites in our island.
They represent erotic scenes, in every sense of the word,
with figures of Priapus and Phallic emblems. The Phallus, or Lingam,
which stood for the image of the male organ, or emblem of creation, has
been worshipped from time immemorial. Payne Knight describes it as
of the greatest antiquity, and as having prevailed in Egypt and all over
Asia. The women of the former country carried in their religious
processions, a movable Phallus of disproportionate magnitude, which
Deodorus Siculus informs us signified the generative attribute. It has
also been observed among the idols of the native Americans and
ancient Scandinavians, while the Greeks represented the Phallus
alone, and changed the personified attribute into a distinct deity,
called Priapus. Phallus, or privy member ( membrum virile ), signifies, he breaks through, or passes into.” This word
survives in German pfabl, and pole in English. Phallus is supposed Phallic
Worship to be of Phoenician origin, the Greek word pallo> or
phallo, to brandish preparatory to
throwing a missile,” is so near in assonance and meaning to Phallus, that
one is quite likely to be parent of the other. In Sanskrit it can
be traced to phal> to burst,” to produce,”
to be fruitful ”; then, again, phal is a ploughshare,” and is also the name of
Siva and Mahadeva, who are Hindu deities. Phallus, then, was the ancient
emblem of creation : a divinity who was companion to Bacchus.
The Indian designation of this idol was Lingam, and those who
dedicated themselves to its service were to observe inviolable
chastity. If it were discovered,”
says Crawford, that they had in any way
departed from them, the punishment is death. They go naked, and
being considered as sanctified persons, the women approach without
scruple, nor is it thought that their modesty should be offended by
it.” SYMBOLS OR EMBLEMS The Phallus and its emblems were
representative of the gods Bacchus, Priapus, Hercules, Siva, Osiris,
Baal, and Asher, who were all Phallic deities. The symbols were
used as signs of the great creative energy or operating power of God from
no sense of mere animal appetite, but in the highest reverence. Payne
Knight, describing the emblems, says: Forms and ceremonials of a religion
are not always to be understood in their direct and obvious sense,
but are to be considered as symbolical representations of some
hidden meaning extremely wise and just, though the symbols themselves, to
those who know not their true signification, may appear in the highest
degree absurd and extravagant. It has often happened that avarice
and superstition have continued these symbolical representations for ages after
their original meaning has been lost and forgotten; they must, of course,
appear nonsensical and ridiculous, if not impious and extravagant.
Such is the case with the rite now under consideration, than which
nothing can be more monstrous and indecent, if considered in its plain
and obvious meaning, or as part of the Christian worship; but which will
be found to be a very natural symbol of a very natural and
philosophical system of religion, if considered according to its
original use and intention.” The natural emblems were those
which from their character were most suitable representatives; such
as poles, pillars, stones, which were sacred to Hindu, Egyptian,
and Jewish divinities. Blavalsky gives an account of the Bimlang
Stone, to be found at Narmada and other places, which is sacred to
the Hindu deity Siva; these emblem stones were anointed, like the stone
consecrated by the Patriarch Jacob. Blavalsky further says
that these stones are identical in
shape, meaning, and purpose with the ‘ pillars ’ set up by the several
patriarchs to mark their adoration of the Lord God. In fact, one of these
patriarchal lithoi might even now be carried in the Sivaitic processions
of Calcutta without its Hebrew derivation being suspected. The Pole was
an emblem of the Phallus, and with the serpent upon it, was a
representative of its divine wisdom and symbol of life. The serpent upon
the tree is the same in character, both are representative of the tree of
life. The story of Moses will well illustrate this, when he erected
in the wilderness this effigy, which stood as a sign of hope and life, as
the cross is used by the Catholics of the present day; the cross then, as
now, being simply an emblem of the Creator, used as a token of
resurrection or regeneration. iEsculapius, as the restorer of
health, has a rod or Phallus with a serpent entwined. The
Rev. M. Morris has shown that the raising of the May-pole is of Phallic
origin, the remains of a custom of India or Egypt, and is typical of the
fructifying powers of spring. The May festival was carried on with
great licentiousness by the Romans, and was celebrated by nearly all
peoples as the month consecrated to Love. The May-day in England was the
scene of riotous enjoyment, very nearly approaching to the Roman
Floralia. No wonder the Puritans looked upon the May-pole as a relic
of Paganism, and in their writings may be gleaned much of the
licentious character of the festival. Philip Stubbes, a Puritan
writer in the reign of Elizabeth, thus describes a May-day in England
: Every parishe, towne, and
village assemble themselves together, bothe men, women, and children,
olde and younge even indifferently; and either goyng all together, or
devidyng themselves into companies, they go some to the woods and
groves, some to one place, some to another, where thei spend all the
night in pleasant pastymes; and in the Phallic Worship mornyng they
returne, bryngyng with them birch bowes and branches of trees, to deck
their assemblies withall. But their cheerest jewell thei bryng from
thence is their Maie pole, whiche thei bryng home with great
veneration, as thus : thei have twentie or fortie yoke of oxen, every oxe
havyng a sweet nosegaie of flowers placed on the tippe of his homes, and
these oxen drawe home this Maie pole (this stinckyng idoll rather),
which is covered all over with flowers and hearbes, bound rounde
aboute with strynges from the top to the bottome, and sometyme painted
with variable colours, with two or three hundred men, women, and
children, folio wyng it with great devotion. And thus beyng reared up,
with handekerchiefes and flagges streamyng on the top, thei strawe
the grounde aboute, binde greene boughes aboute it, sett up sommer
haules, bowers, and arbours hard by it. And then fall thei to banquet and
feast, to leape and daunce aboute it, as the heathen people did at the
dedication of their idols, whereof this is a perfect patterne, or
rather the thyng itself.” The ceremony was almost identical with the
Roman festival, where the Phallus was introduced with garlands.
Both were attended with the same licentiousness, for Stubbes gives a
further account of the depravity attending the
festivities. PILLARS Another type of emblem was the stone
pillar, remains of which still exist in the British Isles. These pillars
or so called crosses generally consist of a shaft of granite with a
carved head. In the West of England crosses are very common, standing in
the market and receiving the name of
The Cross.” These stone pillars were first erected in honour of
the Phallic deity, and on the introduction of Christianity were not
destroyed, but consecrated to the new faith, doubtless to honour the
prejudices of the people. These monolisks abound in the Highlands, they
are stones set up on end, some twenty-four or thirty feet high,
others higher or lower and this sometimes where no such stones are
to be quarried. We learn that the Bacchus of the Thebans was a
pillar. The Assyrian Nebo was represented by a plain pillar,
consecrated by anointing with oil. Arnobius gives an account of this
practice, as also does Theophrastus, who speaks of it as a custom for a
superstitious man, when he passed by these anointed stones in the streets
to take out a phial of oil and pour it upon them and having fallen
on his knees to make his adorations, and so depart. In various
parts of the Bible the Pillar is referred to as of a sacred character, as
in Isaiah, In that day shall there
be an altar to Jehovah in the midst oi the land of Egypt, and a pillar at
the border thereof to Jehovah, and it should be for a sign and a witness
to the Lord.” The Orphic Temples were doubtless emblems of
the same principle of the mystic faiths of the ancients, the same
as the Round Towers of Ireland, a history of which was collected by
O’Brien, who describes the Towers as
Temples constructed by the early Indian colonists of the country
in honour of the Fructifying principle of nature, emanating as was
supposed from the Sun, or the deity of desire instrumental in that
principle of universal generativeness diffused throughout all nature. According
to the same author these towers were very ancient, and of Phoenician
origin, as similar towers have been found in Phoenicia. The Irish themselves,” says O’Brien, designated them ‘ Bail-toir,’ that is the
tower of Baal. Baal was the name of the Phallic deity, and the
priest who attended them ‘ Aoi Bail-toir ’ or superintendent of Baal tower.”
This Baal was worshipped wherever the Phoenicians went, and was
represented by a pillar or stone or similar objects. The stone that
Jacob set up, and anointed as a rallying place for worship, became
afterwards an object of worship to the Phoenicians. The earliest
navigators of the world were the Phoenicians, they founded colonies and
extended their commerce first to the isles of the Mediterranean, from
thence to Spain, and then to the British Isles. Historians have
accorded to them the settlements of the most remote localities. They
formed settlements in Cyprus, and Atticum, according to Josephus, was the
principal settlement of the Tyrians upon this island. Strabo’s testimony
is, that the Phoenicians, even before Homer, had possessed themselves of
the best part of Spain. Where the Phoenicians settled, there they
introduced their religion, and it is in these countries we find the
remains of ancient stone and pillar worship. LOGGIN STONES, ETC. Loggin
stones are by Payne Knight considered as Phallic emblems. Their remains,”
he says, are still extant, and
appear to have been composed of a crone set into the ground, and another
placed upon the point of it and so nicely balanced that the wind could
move it, though so ponderous that no human force, unaided by
machinery, can displace it; whence they are called * logging rocks * and
* pendre stones/ as they were anciently * living stones * and 4 stones of
God/ titles which differ very little in meaning from that on the
Tyrian coins. Damascius saw several of them in the neighbourhood of
Heliopolis or Baalbeck, in Syria, particularly one which was then moved
by the wind; and they are equally found in the Western extremities
of Europe and the Eastern extremities of Asia, in Britain, and in
China.” Bryant mentions it as very usual among the Egyptians
to place with much labour one vast stone upon another for a religious
memorial. Such immense masses, being moved by causes seeming
so inadequate, must naturally have conveyed the idea of spontaneous motion
to ignorant observers, and persuaded them that they were animated by an
emanation of the vital spirit, whence they were consulted as oracles,
the responses of which could always be easily obtained by
interpreting the different oscillatory movements into nods of approbation
or dissent. Phallic emblems abounded at Heliopolis in Syria,
and many other places, even in modern times. A physician, writing
to Dr. Inman, says : I was in Egypt last
winter (1865-66), and there certainly are numerous figures of gods
and kings, on the walls of the temple at Thebes, depicted with the male
genital erect. The great temple at Karnak is, in particular, full of such
figures, and the temple of Danclesa likewise, though that is of much later
date, and built merely in imitation of old Egyptian art. The same
inspiring bas-reliefs arc pointed out by Ezek. I remember one scene of a
king (Rameses II) returning in triumph with captives, many of whom
were undergoing the process of castration.” Obelisks were
also representative of the same emblem. Payne Knight mentions several
terminating in a cross, which had exactly the appearance of one of those
crosses erected in churchyards and at cross roads for the adoration
of devout persons, when devotions were more prevalent than at present.
Stones, pillars, obelisks, stumps of trees, upright stones have all the
same signification, and are means by which the male element was
symbolised. TRIADS The Triune idea is to be found in the system of
almost every nation. All have their Trinity in Unity, three in one,
which can be distinctly recognised in the cross. The Triad is the male or
triple, the constitution of the three persons of most sacred Trinity
forming the Triune system. In the analysis of the subject by
Rawlinson, we find the Trinity consisted of Asshur or Asher,
associated with Anu and Hea or Hoa. Asshur, the supreme god of the
Assyrians, represents the Phallus or central organ or the Linga, the
membrum virile . The cognomen Anu was given to the right testis, while
that of Hea designated the left. It was only natural that Asshur
being deified, his appendages should be deified also. Beltus,” says Inman, was the goddess associated with them, the
four together made up Arba or Arba-il, the four great gods,” the
Trinity in Unity. The idea thus broached receives great confirmation when
we examine the particular stress laid in ancient times respecting the
right and left side of the body in connection with the Triad names given
to offspring mentioned in the scriptures with the titles given to
Anu and Hea. The male or active principle was typified by the idea of
solidity ” and firmness,” and the
females or passive by the principles of
water,” softness,” and other
feminine principles. Thus the goddess Hea was associated with water, and
according to Forlong, the Serpent, the ruler ot the Abyss, was sometimes
represented to be the great Hea, without whom there was no creation or
life, and whose godhead embraced also the female element water.
Rawlinson also gives a similar conclusion, and states as far as he
could determine the third divinity or left side was named Hea, and he
considered this deity to correspond to Neptune. Neptune was the presiding
deity of the deep, ruler of the abyss, and king of the rivers. As Darwin
and his coadjutors teach, mankind, in common with all animal life,
originally sprung from the sea; so physiology teaches that each
individual had origin in a pond of water. The fruit of man is both solid
and fluid. It was natural to imagine that the two male appendages had a
distinct duty, that one formed the infant, the other water in which
it lived, that one generated the male, the other the female offspring;
and the inference was then drawn that water must be feminine, the emblem
of all possible powers of creation. It will be seen that the
names and signification of the gods and their attributes had no ideal
meaning. Thus in Genesis xxx. 13, we find Asher given as a
personality, which signifies to be
straight,” upright,” fortunate,” happy.” Asher was the
supreme god of the Assyrians, the Vedic Mahadeva, the emblem of the human
male structure and creative energy. The same idea of the creator is
still to be seen in India, Egypt, Phoenicia, the Mediterranean, Europe,
and Denmark, depicted on stone relics. To a rude and ignorant
people, enslaved with such a religion, it was an easy step from the crude
to the more refined sign, from the offensive to a more pictured and
less obnoxious symbol, from the plain and self-evident to the mixed,
disguised, and mystified, from the unclothed privy member to the
cross. The Triad, or Trinity, has been traced to Phoenicia, Egypt,
Japan, and India; the triple deities Asshur, Anu, and Hea forming
the tau.” This mark of the
Christians, Greeks, and Hebrews became the sign or type of the
deities representing the Phallic trinity, and in time became the figure
of the cross. It is remarked by Payne Knight that The male organs of generation are sometimes
found represented by signs of the same sort, which properly should
be called the symbol of symbols. One of the most remarkable of these is a
cross, in the form of the letter (T), which thus served as the emblem of
creation and generation before the Church adopted it as a sign of
salvation.” Another writer says,
Reverse the position of the triple deities Asshur, Anu, Hea, and
we have the figure of the ancient tau of the Christians, Greeks, and
ancient Hebrews. It is one of the oldest conventional forms of the
cross. It is also met with in Gallic, Oscan, Arcadian, Etruscan, original
Egyptian, Phoenician, Ethiopic, and Pelasgian forms. The Ethiopic form of
the * tau ’ is the exact prototype and image of the cross, or rather, to
state the fact in order of merit and time, the cross is made in the
exact image of the Ethiopic * tau.’ The fig-leaf, having three lobes to
it, became a symbol of the triad. As the male genital organs were held in
early times to exemplify the actual male creative power, various
natural objects were seized upon to express the theistic idea, and at the
same time point to those parts of the human form. Hence, a similitude was
recognised in a pillar, a heap of stones, a tree between two rocks, a
club between two pine cones, a trident, a thyrsus tied round with
two ribbons with the two ends pendant, a thumb and two fingers, the
caduceus. Again, the conspicuous part of the sacred triad Asshur is
symbolised by a single stone placed upright the stump of a tree, a block, a tower,
spire, minaret, pole, pine, poplar, or palm tree, while eggs, apples, or
citrons, plums, grapes, and the like represented the remaining two
portions, altogether called Phallic emblems. Baal-Shalisha is a name
which seems designed to perpetuate the triad, since it signifies c
my Lord the Trinity,’ or ‘ my God is three.’ ” We must not
omit to mention other Phallic emblems, such as the bull, the ram, the goat,
the serpent, the torch, fire, a knobbed stick, the crozier; and still
further personified, as Bacchus, Priapus, Dionysius, Hercules, Hermes,
Mahadeva, Siva, Osiris, Jupiter, Moloch, Baal, Asher, and others.
If Ezekiel is to be credited, the triad, T, as Asshur, Anu, and Hea,
was made of gold and silver, and was in his day not symbolically used,
but actually employed; for he bluntly says
whoredom was committed with the images of men/’ or, as the
marginal note has it, images of a
male (Ezek.). It was with this god-mark
a cross in the form of the letter T
that Ezekiel was directed to stamp the foreheads of the men of
Judaea who feared the Lord (Ezek. ix. 4). That the cross, or
crucifix, has a sexual origin we determine by a similar rule of research
to that by which comparative anatomists determine the place and habits
of an animal by a single tooth. The cross is a metaphoric tooth
which belongs to an antique religious body physical, and that essentially
human. A study of some of the earliest forms of faith will lift the veil
and explain the mystery. India, China, and Egypt have
furnished the world with a genus of religion. Time and culture have
divided and modified it into many species and countless varieties.
However much the imagination was allowed to play upon it, the animus of
that religion was sexuality worship of the generative principle of man
and nature, male and female. The cross became the emblem of the
male feature, under the term of the triad
three in one. The female was the unit; and, joined to the male
triad, constituted a sacred four. Rites and adoration were sometimes paid
to the male, sometimes to the female, or to the two in one.
So great was the veneration of the cross among the ancients that it
was carried as a Phallic symbol in the religious processions of the
Egyptians and Persians. Higgins also describes the cross as used from the
earliest times of Paganism by the Egyptians as a banner, above
which was carried the device of the Egyptian cities. The cross was
also used by the ancient Druids, who held it as a sacred emblem. In Egypt
it stood for the signification of eternal life. Schedeus describes it as
customary for the Druids to seek
studiously for an oak tree, large and handsome, growing up with two
principal arms in the form of a cross, besides the main stem upright. If
the two horizontal arms are not sufficiently adapted to the figure, they
fasten a cross-beam to it. This tree they consecrate in this manner :
Upon the right branch they cut in the bark, in fair characters, the word
‘ Hesus ’; upon the middle, or upright stem, the word ‘ Taranius 9;
upon the left branch * Belenus *; over this, above the going off of the
arms, they cut the name of the god Thau; under all, the same repeated,
Thau ” YONI There is in Hindostan an emblem of great
sanctity, which is known as the
Linga-Yoni.” It consists of a simple pillar in the centre of a
figure resembling the outline of a conical ear-ring. It is expressive of
the female genital organ both in shape and idea. The Greek
letter Delta ” is also expressive
of it, signifying the door of a house. Yoni is of Sanskrit
origin. Yanna, or Yoni, means the vulva, the womb, the place of birth,
origin, water, a mine, a hole, or pit. As Asshur and Jupiter were the
representatives of the male potency, so Juno and Venus were
representatives of the female attribute. Moore, in his Oriental Fragments,” says : Oriental writers have generally spelled the
word, * Yoni/ which I prefer to write ‘ IOni/ As Lingam
24 Phallic Worship was the vocalised cognomen of the male
organ, or deity, so IOni was that of hers.” Says R. P. Knight : The female organs of generation were
revered as symbols of the generative powers of nature or of matter, as
those of the male were of the generative powers of God. They are
usually represented emblematically by the shell Concha Veneris, which was
therefore worn by devout persons of antiquity, as it still continues to
be by the pilgrims of many of the common people of Italy ” ( On the
worship of Priapus,” p. 28). If Asshur, the conspicuous feature of
the male Creator, is supplied with types and representative figures of
himself, so the female feature is furnished with substitutes and
typical imagery of herself. One of these is technically known as
the sistrum of Isis. It is the virgin’s symbol. The bars across the
fenestrum> or opening, are bent so that they cannot be taken out, and
indicate that the door is closed. It signifies that the mother is still
virgo intacta a truly immaculate
female if the truth can be strained to
so denominate a mother . The pure virginity of the Celestial Mother
was a tenet of faith for 2,000 years before the accepted Virgin Mary now
adored was born. We might infer that Solomon was acquainted with the
figure of the sistrum, when he said,
A garden enclosed is my spouse, a spring shut up, a fountain
sealed ” (Song of Sol. iv. 12). The sistrum, we are told, was only used
in the worship of Isis, to drive away Typhon (evil). The
Argha is a contrite form, or boat-shaped dish or plate used as a
sacrificial cup in the worship of Astarte, Isis, and Venus. Its shape
portrays its own significance. The Argha and crux ansata were often seen
on Egyptian monuments, and yet more frequently on
bas-reliefs. Equivalent to Iao, or the Lingam, we find Ab, the
Father, the Trinity; Asshur, Anu, Hea, Abraham, Adam, Esau, Edom, Ach,
Sol, Helios (Greek for Sun), Dionysius, Bacchus, Apollo, Hercules,
Brahma, Vishnu, Siva, Jupiter, Zeus, Aides, Adonis, Baal, Osiris, Thor,
Oden; the cross, tower, spire, pillar, minaret, tolmen, and a host of
others; while the Yoni was represented by IO, Isis, Astarte, Juno,
Venus, Diana, Artemis, Aphrodite, Hera, Rhea, Cybele, Ceres, Eve, Frea,
Frigga; the queen of Heaven, the oval, the trough, the delta, the door,
the ark, the ship, the chasm, a ring, a lozenge, cave, hole, pit.
Celestial Virgin, and a number of other names. Lucian, who was an
Assyrian, and visited the temple of Dea Syria, near the Euphrates, says
there are two Phalli standing in the porch with this inscription on
them, These Phalli I, Bacchus,
dedicate to my step-mother Juno.” The Papal religion is essentially
the feminine, and built on the ancient Chaldean basis. It clings to the
female element in the person of the Virgin Mary. Naphtali (Gen.
xxx. 8) was a descendant of such worshippers, if there be any meaning in
a concrete name. Bear in mind, names and pictures perpetuate the faith of
many peoples. Neptoah is Hebrew for
the vulva,” and, A1 or El being God, one of the unavoidable
renderings of Naphtali is the Yoni is my God,” or I worship the
Celestial Virgin.” The Philistine towns generally had names
strongly connected with sexual ideas. Ashdod, aisb or esby means fire, heat,” and dod means love, to love,” boiled up,”
be agitated,” the whole signifying
the heat of love,” or the
fire which impels to union.” Could not those people exclaim, Our God is
love? (John). The amatory drift of Solomon’s song is
undisguised. Phallic Worship though the language is dressed in the
habiliments of seeming decency. The burden of thought of most of it bears
direct reference to the Linga-Yoni. He makes a woman say, He shall lie all night betwixt my breasts ”
(S. of S. i. 1 3). Again, of the Phallus, or Linga, she says, I will go up the palm-tree, I will take
hold of the boughs thereof ” (vii. 8). Palm-tree and boughs are
euphemisms of the male genitals. The nations surrounding the Jews
practising the Phallic rites and worshipping the Phallic deities, it is
not to be supposed that the Jews escaped their influence. It is
indeed certain that the worship of the Phallics was a great and important
part of the Hebrew worship. This will be the more plainly seen when
we bear in mind the importance given to circumcision as a covenant
between God and man. Another equally suggestive custom among the
Patriarchs was the act of taking the oath, or making a sacred promise,
which is commented upon by Dr. Ginsingburg in Kitto’s Cyclopadia. He says
: Another primitive custom which
obtained in the patriarchal age was, that the one who took the oath
put his hand under the thigh of the adjurer (Gen.). This practice
evidendy arose from the fact that the genital member, which is meant by
the euphemistic expression thigh, was regarded as the most sacred part of
the body, being the symbol of union in the tenderest relation of
matrimonial life, and the seat whence all issue proceeds and the
perpetuity so much coveted by the ancients. Compare Gen; Exod.; Judges.
Hence the creative organ became the symbol of the Creator, and the object
of worship among all nations of antiquity. It is for this reason that
God claimed it as a sign of the covenant between himself and his
chosen people in the rite of circumcision. Nothing therefore could render
the oath more solemn in those days than touching the symbol of creation,
the sign of the covenant, and the source of that issue who may at
any future period avenge the breaking a compact made with their
progenitor.” From this we learn that Abraham, himself a Chaldee, had
reverence for the Phallus as an emblem of the Creator. We also learn that
the rite of circumcision touches Phallic or Lingasic worship. From
Herodotus we are informed that the Syrians learned circumcision from the
Egyptians, as did the Hebrews. Says Dr. Inman : I do not know anything
which illustrates the difference between ancient and modern times
more than the frequency with which circumcision is spoken of in the
sacred books, and the carefulness with which the subject is avoided
now.” The mutilation of male captives, as practised by Saul
and David, was another custom among the worshippers of Baal, Asshur, and
other Phallic deities. The practice was to debase the victims and render
them unfit to take part in the worship ?nd mysteries. * Some idea can
be formed of the esteem in which people in former times cherished
the male or Phallic emblems of creative power when we note the sway that
power exercised over them. If these organs were lost or disabled, the
unfortunate one was unfitted to meet in the congregation of the
Lord, and disqualified to minister in the holy temples.
Excessive punishment was inflicted upon the person who had the
temerity to injure the sacred structure. If a woman were guilty of
inflicting injury, her hand was cut off without pity (Deut.). The great
object of veneration in the Ark of the Covenant was doubtless a
Phallic emblem, a symbol of the preservation of the germ of
life. In the historical and prophetic books of the Old
Testament we have repeated evidence that the Hebrew worship was a mixture
of Paganism and Judaism, and that Jehovah was worshipped in connection
with other deities. Hezekiah is recorded in 2 Kings xviii. 3, to
have removed the high places, and broken
the images, and cut down the groves (Ashera), and broken in pieces
the brazen serpent that Moses had made, for unto those days the children
of Israel did burn incense to it.” The Ashera, or sacred groves here
alluded to are named from the goddess Ashtaroth, which Dr. Smith
describes as the proper name of the goddess; while Ashera is the
name of the image of the goddess. Rawlinson, in his Five Great Monarchies
of the Ancient World, describes Ashera to imply something that stood
straight up, and probably its essential element was the stem of a tree,
an analogy suggestive of the Assyrian emblem of the Tree of Life of the
Scriptures. This stem, which stood for the emblem of life, was probably a
pillar, or Phallus, like the Lingi of the Hindus, sometimes erected in a
grove or sacred hollow, signifying the Yoni and Lingi. We read in 2
Kings. 7, that Manasseh set up a
graven image in the grove,” and, according to Dr. Oort, the older
reading is in 2 Chron. xxxiii. 7, 15, where it is an image or pillar.
During the reigns of the Jewish kings, the worship of Baal, the Priapus
of the Romans, was extensively practised by the Jews. Pillars and
groves were reared in his name. In front of the Temple of Baal, in
Samaria, was erected an Ashera (i Kings xvi. 31, 32) which e ven
survived the temple itself, for although Jehu destroyed the Temple
of Baal, he allowed the Ashera to remain (2 Kings x. 18, 19; xiii. 6).
Bernstein, in an important work on the origin of the legends of Abraham,
Isaac, and Jacob, undoubtedly proves that during the monarchial
period of Israel, the sanguinary wars and violent conflicts between
the two kingdoms of Judah and Israel were between the Elohistic and
Jehovahic faiths, kept alive by the priesthood at the chief places of
worship, concerning the true patriarch, and each party manufacturing and
inserting legends to give a more ancient and important part to its
own faith. It is not at all improbable that the conflict was
between the two portions of the Phallic faith, the Lingam and Yoni
parties. The cause of this conflict was the erection of the consecrated
stones or pillars which were put up by the Hebrews as objects of Divine
worship. The altar erected by Jacob at Bethel was a pillar, for
according to Bernstein the word altar can only be used for the erection
of a pillar. Jacob likewise set up a Matzebah, or pillar of stone, in
Gilead, and finally he set one up upon the tomb of Rachel. A
great portion of the facts have been suppressed by the translators, who
have given to the world histories which have glossed over the ancient
rites and practices of the Jews. An instance is given by
Forlong on the important word Rock
or Stone,” a Phallic emblem to which the Jews addressed their devotions.
He says, It should not be, but I fear it is, necessary to explain to mere
English readers of the Old Testament that the Stone or Rock Tsur
was the real old god of all Arabs, Jews, and Phoenicians, that this would
be clear to Christians were the Jewish writings translated according to
the first ideas of the people and Rock used as it ought to be, instead of
‘ God/ * Theos/ ‘ Lord,’ etc., being written where Tsur occurs .
Numerous instances of this are given in Dr. Ort’s worship of Baal in
Israel, where praises, addresses, and adorations are addressed to the
Rock, instance, Deut. xxxii. 4, 18. Stone pillars were also used by the
Hebrews as a memorial of a sacred covenant, for we find Jacob setting up
a pillar as a witness, that he would not pass over it. Connected
with this pillar worship is the ceremony of anointing by pouring oil upon
the pillar, as practised by Jacob at Bethel. According to Sir W. Forbes,
in his Oriental Memoirs, the
pouring of oil upon a stone is practised at this day upon many a
shapeless stone throughout Hindostan.” Toland gives a similar
account of the Druids as practising the same rite, and describes many of
the stones found in England as having a cavity at the top made to receive
the offering. The worship of Baal like the worship of Priapus was
attended with prostitution, and we find the Jews having a similar custom
to the Babylonians. Payne Knight gives the following account of it
in his work : The women of every
rank and condition held it to be an indispensable duty of religion to
prostitute themselves once in their lives in her temple to any
stranger who came and offered money, which, whether little or much,
was accepted, and applied to a sacred purpose. Women sat in the temple of
Venus awaiting the selection of the stranger, who had the liberty of
choosing whom he liked. A woman once seated must remain until she
has been selected by a piece of silver being cast into her lap, and the
rite performed outside the temple. Similar customs existed in Armenia, Phrygia,
and even in Palestine, and were a feature of the worship of Baal
Peor. The Hebrew prophets described and denounced these excesses which
had the same characteristics as the rites of the Babylonian priesthood.
The identical custom is referred to in 1 Sam. ii. 22, where the sons of Eli lay with the women that
assembled at the door of the tabernacle of the congregation.”
Words and history corroborate each other, or are apt to do so if
contemporaneous. Thus kadesh, or kaesb, designate in Hebrew a consecrated one,” and history tells
the unworthy tale in descriptive plainness, as will be shown in the
sequel. That the religion was dominating and imperative is
determined by Deut. xvii. 12, where presumptuous refusal to listen to the
priest was death to the offender. To us it is inconceivable that the
indulgence of passion could be associated with religion, but so it was.
Much as it is covered over by altered words and substituted
expressions in the Bible an example of
which see men for male organ, Ezek. xvi. 17 it yet stands out offensively bold. The
words expressive of sanctuary,” consecrated,” and Sodomite,” are in the Hebrew
essentially the same. They indicate the passion of amatory
devotion. It is among the Hindus of to-day as it was in Greece and
Italy of classic times; and we find that
holy women ” is a title given to those who devote their bodies to
be used for hire, the price of which hire goes to the service of
the temple. As a general rule, we may assume that priests who
make or expound the laws, which they declare to be from God, are
men, and, consequently, through all time, have thought, and do think, of
the gratification of the masculine half of humanity. The ancient and
modern Orientals are not exceptions. They lay it down as a
momentous fact that virginity is the most precious of all the
possessions of a woman, and, being so, it ought, in some way or
other, to be devoted to God. Throughout India, and also through the
densely inhabited parts of Asia, and modern Turkey there is a class
of females who dedicate themselves to the service of the deity whom they
adore; and the rewards accruing from their prostitution are devoted to
the service of the temple and the priests officiating therein.
The temples of the Hindus in the Dekkan possessed their
establishments. They had bands of consecrated dancing-girls called the
Women of the Ido/, selected in their infancy by the priests for the
beauty of their persons, and trained up with every elegant accomplishment
that could render them attractive. We also find David and the
daughters of Shiloh performing a wild and enticing dance; likewise we have
the leaping of the prophets of Baal. It is again significant
that a great proportion of Bible names relate to divine,” sexual, generative, or
creative power; such as Alah, the
strong one ”; Ariel, the strong
Jas is El”; Amasai, Jah is firm”; Asher, <c the male ” or the upright organ ”; Elijah, El is Jah ”; Eliab, the strong father ”; Elisha, iC El is
upright ”; Ara, the strong one,” the hero ”; Aram, " high,”
or, to be uncovered ”; Baal
Shalisha, my Lord the trinity,”
or my God is three ”; Ben-zohett,
M son of firmness ”; Camon, the erect
One ”; Cainan, he stands upright ”; these are only a few of the many
names of a similar signification. It will be seen, from what has
been given, that the Jews, like the Phoenicians (if they were not the
same), had the same ceremonies, rites, and gods as the surrounding
nations, but enough has been said to show that Phallic worship was much
practised by the Jews. It was very doubtful whether the Jehovah-worship
was not of a monotheistic character, but those who desire to have a
further insight into the mysteries of the wars between the tribes should
consult Bernstein’s valuable work. EARTH MOTHER The following interesting
chapter is taken from a valuable book issued a few years ago
anonymously: Mother Earth ” is a legitimate expression, only of the
most general type. Religious genius gave the female quality to the earth
with a special meaning. When once the idea obtained that our world was
feminine, it was easy to induce the faithful to believe that natural
chasms were typical of that part which characterises woman. As at
birth the new being emerges from the mother, so it was supposed that
emergence from a terrestrial cleft was equivalent to a new birth. In
direct proportion to the resemblance between the sign and the thing
signified was the sacredness of the chink, and the amount of virtue
which was imparted by passing through it. From natural caverns being
considered holy, the veneration for apertures in stones, as being equally
symbolical, was a natural transition. Holes, such as we refer to, are
still to be seen in those structures which are called Druidical, both
in the British Isles and in India. It is impossible to say when
these first arose; it is certain that they survive in India to this day.
We recognise the existence of the emblem among the Jews in Isaiah li. i,
in the charge to look to the hole
of the pit whence ye are digged.” We have also an indication that chasms
were symbolical among the same people in Isaiah lvii. 5, where the
wicked among the Jews were described as
inflaming themselves with idols under every green tree, and
slaying the children in the valleys under the clefts of the rocks.” It is
possible that the hole in the wall
” (Ezek. viii. 7) had a similar signification. In modern Rome, in the
vestibule of the church close to the Temple of Vesta, I have seen a
large perforated stone, in the hole of which the ancient Romans are
said to have placed their hands when they swore a solemn oath, in
imitation, or, rather, a counterpart, of Abraham swearing his servant
upon his thigh that is the male
organ. Higgins dwells upon these holes, and says : These stones are so placed as to have a hole
under them, through which devotees passed for religious purposes.
There is one of the same kind in Ireland, called St. Declau’s stone. In
the mass of rocks at Bramham Crags there is a place made for the devotees
to pass through. We read in the accounts of Hindostan that there is
a very celebrated place in Upper India, to which immense numbers of
pilgrims go, to pass through a place in the mountains called The Cow’s Belly.” In the Island of
Bombay, at Malabar Hill, there is a rock upon the surface of which there
is a natural crevice, which communicates with a cavity opening below.
This place is used by the Gentoos as a purification of their sins.
Phallic Worship 35 which they say is effected by their
going in at the opening below, and emerging at the cavity above born again.” The ceremony is in such
high repute in the neighbouring countries that the famous Conajee Angria
ventured by stealth, one night, upon the Island, on purpose to
perform the ceremony, and got off undiscovered. The early
Christians gave them a bad name, as if from envy; they called these
holes Cunni Diaboli ” (.
Atiacalypsis) BACCHANALIA AND LIBERALIA FESTIVALS The
Romans called the feasts of Bacchus, Bacchanalia and Liberalia, because
Bacchus and Liber were the names for the same god, although the festivals
were celebrated at different times and in a somewhat different
manner. The latter, according to Payne Knight, was celebrated on
the 17th of March, with the most licentious gaiety, when an image of the
Phallus was carried openly in triumph. These festivities were more
particularly celebrated among the rural or agricultural population, who,
when the preparatory labour of the agriculturist was over, celebrated
with joyful activity Nature’s reproductive powers, which in due time was
to bring forth the fruits. During the festival a car containing a huge
Phallus was drawn along accompanied by its worshippers, who indulged in
obscene songs and dances of wild and extravagant character. The gravest and
proudest matrons suddenly laid aside their decency and ran
screaming among the woods and hills half-naked, with dishevelled
hair, interwoven with which were pieces of ivy or vine. The Bacchanalian
feasts were celebrated in the latter part of October when the harvest was
completed. Wine and figs were carried in the procession of the Bacchants,
and lastly came the Phalli, followed by honourable virgins, called
canephora, who carried baskets of fruit. These were followed by a company
of men who carried poles, at the end of which were figures representing
the organ of generation. The men sung the Phallica and were crowned
with violets and ivy, and had their faces covered with other kinds of
herbs. These were followed by some dressed in women’s apparel, striped
with white, reaching to their ancles, with garlands on their heads, and
wreaths of flowers in their hands, imitating by their gestures the
state of inebriety. The priestesses ran in every direction shouting and screaming,
each with a thyrsus in their hands. Men and women all intermingled,
dancing and frolicking with suggestive gesticulations. Deodorus
says the festivals were carried into the night, and it was then
frenzy reached its height. He says, In
performing the solemnity virgins carry the thyrsus, and run about
frantic, halloing ‘ Evoe ’ in honour of the god; then the women in a body
offer the sacrifices, and roar out the praises of Bacchus in song as if
he were present, in imitation of the ancient Maenades, who accompanied
him.” These festivities were carried into the night, and as the
celebrators became heated with wine, they degenerated into extreme
licentiousness. Similar enthusiastic frenzy was exhibited at the
Lupercalian Feasts instituted in honour of the god Pan (under the shape
of a Goat) whose priests, according to Owen in his Worship of Serpents,
on the morning of the Feast ran naked through the streets, striking the
married women they met on the hands and belly, which was held as an omen
promising fruitfulness. The nymphs performing the same ostentatious
display as the Bacchants at the festival of Bacchanalia. The
festival of Venus was celebrated towards the beginning of April, and the
Phallus was again drawn in a car, followed by a procession of Roman women
to the temple of Venus. Says a writer,
The loose women of the town and its neighbourhood, called together
by the sounding of horns, mixed with the multitude in perfect
nakedness, and excited their passions with obscene motions and
language until the festival ended in a scene of mad revelry, in which all
restraint was laid aside.” It is said that these festivals took their rise from
Egypt, from whence they were brought into Greece by Metampus, where
the triumph of Osiris was celebrated with secret rites, and from thence
the Bacchanals drew their original; and from the feasts instituted by
Isis came the orgies of Bacchus. DRUID AND HEBREW FAITHS
It seems not at all improbable that the deities worshipped by the ancient
Britons and the Irish, were no other then the Phallic deities of the
ancient Syrians and Greeks, and also the Baal of the Hebrews.
Dionysius Periegites, who lived in the time of Augustus Csesar,
states that the rites of Bacchus were celebrated in the British Isles;
while Strabo, who lived in the time of Augustus and Tiberius, asserts
that a much earlier writer described the worship of the Cabiri to have
come originally from Phoenicia. Higgins, in his History of the
Druids, says, the supreme god above the rest was called Seodhoc and
Baal. The name of Baal is found both in Wales, Gaul, and Germany, and is
the same as the Hebrew Baal. The same god, according to O’Brien,
was the chief deity of the Irish, in whose honour the round towers
were erected, which structures the ancient Irish themselves
designated Bail-toir, or the towers of Baal. In Numbers, xxii, will be
found a mention of a similar pillar consecrated to Baal. Many of the same
customs and superstitions that existed among the Druids and ancient
Irish, will likewise be found among the Israelites. On the first
day of May, the Irish made great fires in honour of Baal, likewise
offering him sacrifices. A similar account is given of a custom of the
Druids by Toland, in an account of the festival of the fires; he says: on
May-day eve the Druids made prodigious fires on these earns, which
being everyone in sight of some other, could not but afford a glorious
show over a whole nation.” These fires are said to be lit even to the
present day by the Aboriginal Irish, on the first of May, called by
them Bealtine, or the day of Belan’s fire, the same name as given
them in the Highlands of Scotland. A similar practice to this will be
noticed as mentioned in the II Book of Kings, where the Canaanites in
their worship of Baal, are said to have passed their children through
the fire of Baal, which seems to have been a common practice, as
Ahaz, King of Israel, is blamed for having done the same thing. Higgins
in his Anacalypsis y says this superstitious custom still continues, and that
on particular days great fires are
lighted, and the fathers taking the children in their arms, jump or run
through them, and thus pass their children through them; they also
light two fires at a little distance from each other, and drive
their cattle between them.” It will be found on reference to Deuteronomy,
that this very practice is specially forbidden. In the rites of Numa, we have
also the sacred fire of the Irish; of St. Bridget, of Moses, of
Mithra, and of India, accompanied with an establishment of nuns or
vestal virgins. A sacred fire is said to have been kept burning by the
nuns of Kildare, which was established by St. Bridget. This fire was
never blown with the mouth, that it might not be polluted, but only
with bellows; this fire was similar to that of the Jews, kept
burning only with peeled wood, and never blown with the mouth. Hyde
describes a similar fire which was kept burning in the same way by the
ancient Persians, who kept their sacred fire fed with a certain tree
called Hawm Mogorum; and Colonel Vallancey says the sacred fire of
the Irish was fed with the wood of the tree called Hawm. Ware, the Romish
priest, relates that at Kildare, the glorious Bridget was rendered
illustrious by many miracles, amongst which was the sacred fire, which
had been kept burning by nuns ever since the time of the
Virgin. The earliest sacred places of the Jews were evidently
sacred stones, or stone circles, succeeded in time by temples. These
early rude stones, emblems of the Creator, were erected by the
Israelites, which in no way differed from the erections of the Gentiles.
It will be found that the Jews to commemorate a great victory, or
to bear witness of the Lord, were all signified by stones : thus, Joshua
erected a stone to bear witness; Jacob put up a stone to make a place
sacred; Abel set up the same for a place of worship; Samuel erected a
stone as a boundary, which was to be the token of an agreement made
in the name of God. Even Maundrel in his travels names several that he
saw in Palestine. It is curious that where a pillar was erected there, sometime
after, a temple was put up in the same manner that the Round Towers
of Ireland were, always near a church,
but never formed part of it. We find many instances in the Scriptures of
the erection of a number of stones among the early Israelites,
which would lead us to conclude that it was not at all unlikely that the
early places of worship among them, were similar to the temples found in
various parts of Great Britain and Ireland. It is written in Exodus xxiv.
4, that Moses rose up early in the morning, and builded an altar
under the hill, and twelve pillars, according to the twelve tribes of
Israel, were erected. It is also given out that when the children of
Israel should pass over the Jordan, unto the land which the Lord
giveth them, they should set up great stones, and plaster them with
plaster, and also the words of the law were to be written thereon. In
many other places stones were ordered to be set up in the name of the
Lord, and repeated instances are given that the stones should be
twelve in number and unhewn. Stone temples seem to have been
erected in all countries of the world, and even in America, where, among
the early American races are to be found customs, superstitions,
and religious objects of veneration, similar to the Phoenicians. An
American writer says : There is
sufficient evidence that the religious customs of the Mexicans, Peruvians
and other American races, are nearly identical with those of the ancient
Phoenicians. We moreover discover that many of their religious terms
have, etymologically, the same origin.” Payne Knight, in his Worship of
Priapus, devotes much of his work to show that the temples erected at
Stonehenge and other places, were of a Phoenician origin, which was
simply a temple of the god Bacchus. STONEHENGE A TEMPLE OF
BACCHUS Of all the nations of antiquity the Persians were the
most simple and direct in the worship of the Creator. They were the
puritans of the heathen world, and not only rejected all images of God
and his agents, but also temples and altars, according to Herodotus,
whose authority we prefer to any other, because he had an
opportunity of conversing with them before they had adopted any foreign
superstitions. As they worshipped the ethereal fire without any medium of
personification or allegory, they thought it unworthy of the dignity
of the god to be represented by any definite form, or circumscribed to
any particular place. The universe was his temple, and the all-pervading
element of fire his only symbol. The Greeks appear originally to have
held similar opinions, for they were long without statues and
Pausanias speaks of a temple at Siciyon, built by Adrastus who lived in an age before the Trojan war
which consisted of columns only, without wall or roof, like the
Celtic temples of our northern ancestors, or the Phyrcetheia of the
Persians, which were circles of stones in the centre of which was kindled
the sacred fire, the symbol of the god. Homer frequently speaks of
places of worship consisting of an area and altar only, which were
probably enclosures like those of the Persians, with an altar in the
centre. The temples dedicated to the creator Bacchus, which the Greek
architects called hypathral, seem to have been anciently of this kind,
whence probably came the title ( surround with columns ”)
attributed to that god in the Orphic litanies. The remains of one
of these are still extant at Puzznoli, near Naples, which the
inhabitants call the temple of Serapis; but the ornaments of grapes,
vases, etc., found among the ruins, prove it to have been of Bacchus.
Serapis was indeed the same deity worshipped under another form, being
usually a personification of the sun. The architecture is of the
Roman times; but the ground plan is probably that of a very ancient one,
which this was made to replace for
it exactly resembles that of a Celtic temple in Zeeland, published in
Stukeley’s Itinerary. The ranges of square buildings which enclose it are
not properly parts of the temple, but apartments of the priests, places for
victims and sacred utensils, and chapels dedicated to the subordinate
deities, introduced by a more complicated and corrupt worship and
probably unknown to the founder of the original edifice. The portico,
which runs parallel with these buildings, encloses the temenss, or area
of sacred ground, which in the pyratheia of the Persians was
circular, but is here quadrangular, as in the Celtic temple in Zeeland,
and the Indian pagoda before described. In the centre was the holy of
holies, the seat of the god, consisting of a circle of columns raised
upon a basement, without roof or walls, in the middle of which was
probably the sacred fire or some other symbol of the deity. The
square area in which it stood was sunk below the natural level of the
ground, and, like that of the Indian pagoda, appears to have been
occasionally floated with water; the drains and conduits being still to
be seen, as also several fragments of sculpture representing waves, serpents,
and various aquatic animals, which once adorned the basement. The
Bacchus here worshipped, was, as we learn from the Orphic hymn above
cited, the sun in his character of extinguisher of the fires which once
pervaded the earth. He is supposed to have done this by exhaling the
waters of the ocean and scattering them over the land, which was
thus supposed to have acquired its proper temperature and fertility. For
this reason the sacred fire, the essential image of the god, was
surrounded by the element which was principally employed in giving effect
to the beneficial exertion* of the great attribute. From a
passage of Hecatasus, preserved by Diodorus Siculus, it seems evident
that Stonehenge and all the monuments of the same kind found in the north,
belong to the same religion which appears at some remote period to
have prevailed over the whole northern hemisphere. According to that
ancient historian, the Hyperboreans inhabited an island beyond Gaul, as
large as Sicily, in which Apollo was worshipped in a circular temple
considerable for its si^e and riches. Apollo, we know, in the language
of the Greeks of that age, can mean no other than the sun, which
according to Caesar was worshipped by the Germans, when they knew of no
other deities except fire and the moon. The island can evidently be no other
than Britain, which at that time was only known to the Greeks by
the vague reports of the Phoenician mariners; and so uncertain and
obscure that Herodotus, the most inquisitive and credulous of historians,
doubts of its existence. The circular temple of the sun being noticed in
such slight and imperfect accounts, proves that it must have been
something singular and important; for if it had been an inconsiderable
structure, it would not have been mentioned Phallic Worship at all;
and if there had been many such in the country, the historian would not
have employed the singular number. Stonehenge has certainly
been a circular temple, nearly the same as that already described of the
Bacchus at Puzznoli, except that in the latter the nice execution
and beautiful symmetry of the parts are in every respect the
reverse of the rude but majestic simplicity of the former. In the
original design they differ but in the form of the area. It may therefore
be reasonably supposed that we have still the ruins of the identical
temple described by Hecataeus, who, being an Asiatic Greek, might
have received his information from Phoenician merchants, who had
visited the interior parts of Britain when trading there for tin.
Anacrobius mentions a temple of the same kind and form, upon Mount
Zilmissus, in Thrace, dedicated to the sun under the title of Bacchus
Sebrazius. The large obelisks of stone found in many parts of the
north, such as those at Rudstone, and near Boroughbridge, in
Yorkshire, belong to the same religion; obelisks being, as Pliny
observes, sacred to the sun, whose rays they represented both by their
form and name . Payne Knight* s
Worship of Priapus. BUNS AND RELIGIOUS CAKES Says Hyslop: The hot
cross-buns of Good Friday, and the dyed eggs of Pasch or Easter Sunday,
figured in the Chaldean rites just as they do now. The buns known,
too, by that identical name, were used in the worship of the Queen of
Heaven, the goddess Easter (Ishtar or Astarte), as early as the days of
Cecrops, the founder of Athens, 1,500 years before the Christian
era.” One species of bread,” says
Bryant, ‘ which used to be offered to
the gods, was of great antiquity, and called Bonn. 9 Diogenes
mentioned they were made of flour and honey. It appears that Jeremiah the
Prophet was familiar with this lecherous worship. He says: The children gather wood, the fathers
kindle the fire, and the women knead the dough to make cakes to the Queen
of Heaven (Jer. vii., 18). Hyslop does not add that the buns ” offered to the Queen of Heaven,
and in sacrifices to other deities, were framed in the shape of the
sexual organs, but that they were so in ancient times we have abundance
of evidence. Martial distinctly speaks of such things in two
epigrams, first, wherein the male organ is spoken of, second,
wherein the female part is commemorated; the cakes being made of
the finest flour, and kept especially for the palate of the fair
one. Wilford (Asiatic Researches) says: When the people of Syracuse were sacrificing
to goddesses, they offered cakes called mullot, shaped like the
female organ, and in some temples where the priestesses were probably
ventriloquists, they so far imposed on the credulous multitude who came
to adore the Vulva as to make them believe that it spoke and gave
oracles.” We can understand how such things were allowed in
licentious Rome, but we can scarcely comprehend how they were tolerated
in Christian Europe, as, to all innocent surprise we find they were, from
the second part of the Remains of
the Worship of Priapus ” : that in Saintonge, in the neighbourhood of La
Rochelle, small cakes baked in Phallic Worship the form of the
Phallus are made as offerings at Easter, carried and presented from house
to house. Dulare states that in his time the festival of Palm Sunday, in
the town of Saintes, was called le fete des pinnes feast of the privy members and that during its continuance the
women and children carried in the procession a Phallus made of bread,
which they called a pinne, at the end of their palm branches; these
pinnes were subsequently blessed by priests, and carefully preserved by
the women during the year. Palm Sunday 1 Palm, it is to be
remembered, is a euphemism of the male organ, and it is curious to
see it united with the Phallus in Christendom. Dulare also says
that, in some of the earlier inedited French books on cookery, receipts
are given for making cakes of the salacious form in question, which are
broadly named. He further tells us those cakes symbolized the male, in
Lower Limousin, and especially at B rives; while the female emblem
was adopted at Clermont, in Auvergne, and other places. THE ARK AND
GOOD FRIDAY The ark of the covenant was a most sacred symbol in the
worship of the Jews, and like the sacred boat, or ark of Osiris,
contained the symbol of the principle of life, or creative power. The
symbol was preserved with great veneration in a miniature tabernacle,
which was considered the special and sanctified abode of the god.
In size and manner of construction the ark of the Jews and the sacred
chest of Osiris of the Egyptians were exactly alike, and were carried in
processions in a similar manner The ark or chest of Osiris
was attended by the priests, and was borne on the shoulders of men by
means of staves. The ark when taken from the temple was placed upon
a table, or stand, made expressly for the purpose, and was attended by a
procession similar to that which followed the Jewish ark. According to
Faber, the ark was a symbol of the earth or female principle,
containing the germ of all animated nature, and regarded as the
great mother whence all things sprung. Thus the ark, earth, and goddess,
were represented by common symbols, and spoken of in the old Testament as
the ashera.” The sacred
emblems carried in the ark of the Egyptians were the Phallus, the Egg,
and the Serpent; the first representing the sun, fire, and male or
generative principle the Creator;
the second, the passive or female, the germ of all animated things the Preserver; and the last the
Destroyer : the Three of the sacred Trinity. The Hindu women, according
to Payne Knight, still carry the lingam, or consecrated symbol of the
generative attribute of the deity, in solemn procession between two
serpents; and in a sacred casket, which held the Egg and the Phallus in
the mystic processions of the Greeks, was also a Serpent. The ark,”
says Faber, was reverenced in all
the ancient religions.” It was often represented in the form of a
boat, or ship, as well as an oblong chest. The rites of the Druids, with
those of Phoenicia and Hindostan, show that an ark, chest, cell, boat, or
cavern, held an important place in their mysteries. In the story of
Osiris, like that of the Siva, will be found the reason for the emblem
being carried in the sacred chest, and the explanation of one of the
mysteries of the Egyptian priests. It is said that Osiris was tom to
pieces by the wicked Typhon, who after cutting up the body, distributed
the parts over the earth. Isis recovered the scattered limbs, and brought
them back to Egypt; but, being unable to find the part which
distinguished his sex, she had an image made of wood, which was enshrined
in an ark, and ordered to be solemnly carried about in the festivals she
had instituted in his honour, and celebrated with certain secret rites.
The Egg, which accompanied the Phallus in the ark was a very common
symbol of the ancient faiths, which was considered as containing the
generation of life. The image of that which generated all things in
itself. Jacob Bryant says: The Egg, as it contained the principles
of life was thought no improper emblem of the ark, in which were
preserved the future world. Hence in the Dionysian and in other
mysteries, one part of the nocturnal ceremony consisted in the
consecration of an egg.” This egg was called the Mundane Egg.
The ark was likewise the symbol of salvation, the place of safety,
the secret receptacle of the divine wisdom. Hence we find the ark of the
Jews containing the tables of the law; we find too that the Jews were
ordered to place in the ark Aaron’s rod, which budded, conveying
the idea of symbolised fertility : showing that the ark was considered as
the receptacle of the life principle
as an emblem of the Creator. With the Egyptians Osiris
was supposed to be buried in the ark, which represented the disappearance
of the deity. His loss, or death, constituted the first part of the
mysteries, which consisted of lamentations for his decease. After
the third day from his death, a procession went down to the seaside
in the night, carrying the ark with them. During the passage they poured
drink offerings from the river, and when the ceremony had been duly
performed, they raised a shout that Osiris had again risen that the dead had been restored to
life. After this followed the second or joyful part of the mysteries. The
similarity of this custom with the Good Friday celebrations of the death
of Jesus, and the rejoicings on account of his resurrection on Easter
Sunday, will be at once observed. It is further said that the
missing part of Osiris was eaten by a fish, which made the fish a
sacred symbol. Thus we have the Ark, Fish, and Good Friday brought
together, also the Egg, for the origin of the Easter eggs is very
ancient. A bull is represented as breaking an egg with his horn, which
signified the liberating of imprisoned life at the opening or spring
of the year, 'which had been destroyed by Typhon. The opening of
the year at that time commenced in the spring, pot according to our
present reckoning; thus, the Egg was a symbol of the resurrection of life
at the spring, or our Easter time. The author of the Worship of the Generative Powers,”
describes the origin of the hot crossbun at Easter, which is a further
parallelism of the Christian and Pagan festivals. The author also draws a
further conclusion that the cakes
or buns have in reality a Phallic origin, for in France and other parts,
the Easter cakes were called after the membrun virile. The writer
says : In the primitive Teutonic mythology, there was a female deity
named in old German, Ostara, and in Anglo-Saxon, Eastre or Eostre; but
all we know of her is the simple statement of our father of history,
Bede, that her festival was celebrated by the ancient Saxons in the
month of April, from which circumstance that month was named by the
Anglo-Saxons, Easter-mona or Eostermona, and that the name of the goddess had
been frequently given to the Paschal time, with which it was identical.
The name of this goddess was given to the same month by the old
Germans and by the Franks, so that she must have been one of the most
highly honoured of the Teutonic deities, and her festival must have been
a very important one and deeply implanted in the popular feelings, or
the Church would not have sought to identify it with one of the
greatest Christian festivals of the year. It is understood that the Romans
considered this month as dedicated to Venus, no doubt because it was that
in which the productive powers of nature began to be visibly
developed. When the Pagan festival was adopted by the Church, it
became a moveable feast, instead of being fixed to the month of April.
Among other objects offered to the goddess at this time were cakes, made
no doubt of fine flour, but of their form we are ignorant. The
Christians when they seized upon the Easter festival, gave them the
form of a bun, which indeed was at that time the ordinary form of bread;
and to protect themselves and those who ate them from any enchantment or other evil influences which might
arise from their former heathen character they marked them with the
Christian symbol the cross. Hence
we derived the cakes we still eat at Easter under the name of hot
cross-buns, and the superstitious feelings attached to them; for
multitudes of people still believe that if they failed to eat a hot
cross-bun on Good Friday, they would be unlucky all the rest of the
year.” ARCHITECTURAL PILLARS DEVISED FROM THE LOTUS The
earliest capital seems to have been the bell or seed vessel, simply
copied without alteration, except a little expansion at the bottom to
give it stability. The leaves of some other plant were then added to it,
and varied in different capitals according to the different
meanings intended to be signified by the accessory symbols. The Greeks
decorated it in the same manner, with the foliage of various plants,
sometimes of the acanthus and sometimes of the aquatic kind, which are,
however, generally so transformed by excessive attention to
elegance, that it is difficult to distinguish them. The most usual
seems to be the Egyptian acacia, which was probably adopted as a mystic
symbol for the same reasons as the olive, it being equally remarkable for
its powers of reproduction. Theophrastus mentions a large wood of
it in the “ Thebaid,” where the olive will not grow, so that we
reasonably suppose it to have been employed by the Egyptians in the same symbolical
sense. From them the Greeks seem to have borrowed it about the time
of the Macedonian conquest, it not occurring in any of their buildings of
a much earlier date; and as for the story of the Corinthian architect,
who is said to have invented this kind of capital from observing a
thorn growing round a basket, it deserved no credit, being fully
contradicted by the buildings still remaining in Upper Egypt.
The Doric column, which appears to have been the only one known to
the very ancient Greeks, was equally derived from the Nelumbo; its
capital being the same •eed-vessel pressed flat, as it appears when
withered and dry the only state probably
in which it had been seen in Europe. The flutes in the shaft were made to
hold spears and staves, whence a spear-holder is spoken of in the Odyssey ” as part of a column. The triglyphs
and blocks of the cornice were also derived from utility, they
having been intended to represent the projecting ends of the beams and
rafters which formed the roof. The Ionic capital has no bell, but volutes
formed in imitation of sea-shells, which have the same symbolical
meaning. To them is frequently added the ornament which architects call a
honeysuckle, but which seems to be meant for the young petals of the same
flower viewed horizontally, before they are opened or expanded.
Another ornament is also introduced in this capital, which they
call eggs and anchors, but which is, in fact, composed of eggs and
spear-heads, the symbols of female generation and male destructive power,
or in the language of mythology, of Venus and Mars. Payne Knight .
BELLS IN RELIGIOUS WORSHIP Stripped, however, of all this splendour
and magnificence it was probably nothing more than a symbolical
instrument, signifying originally the motion of the elements, like the
sistrum of Isis, the cymbals of Cybele, the bells of Bacchus, etc.,
whence Jupiter is said to have overcome the Titans with his aegis, as
Isis drove away Typhon with her sistrum, and the ringing of the
bells and clatter of metals were almost universally employed as a
means of consecration, and a charm against the destroying and inert
powers. Even the Jews welcomed the new moon with such noises, which the
simplicity of the early ages employed almost everywhere to relieve
her during eclipses, supposed then to be morbid affections brought on by
the influence of an adverse power. The title Priapus y by which the
generative attribute is distinguished, seems to be merely a corruption of
Briapuos (clamorous); the beta and pi being commutable letters, and
epithets of similar meaning, being continually applied both to Jupiter
and Bacchus by the poets. Many Priapic figures, too, still extant, have
bells attached to them, as the symbolical statues and temples of the
Hindus are; and to wear them was a part of the worship of Bacchus
among the Greeks : whence we sometimes find them of extremely small size,
evidently meant to be worn as amulets with the phalli, lunulas, etc. The
chief priests of the Egyptians and also the high priests of the
Jews, hung them as sacred emblems to their sacerdotal garments; and
the Brahmins still continue to ring a small bell at the interval of their
prayers, ablutions, and other acts of devotion; which custom is still
preserved in the Roman Catholic Church at the elevation of the host.
The Lacedaemonians beat upon a brass vessel or pan, on the death of
their kings, and we still retain the custom of tolling a bell on such occasions,
though the reason of it is not generally known, any more than that of
other remnants of ancient ceremonies still existing . 1 It will be
observed that the bells used by the Christians very probably came direct
from the Buddhists. And from the same source are derived the beads and
rosaries of the Roman Catholics, which have been used by the
Buddhist The above description is from Payne Knight's
"Symbolical Language of ancient Art and Mythology." monks
for over 2,000 years. Tinkling bells were suspended before the shrine of
Jupiter Ammon, and during the service the gods were invited to descend
upon the altars by the ringing of bells; they were likewise sacred
to Siva. Bells were used at the worship of Bacchus, and were worn on the
garments of the Bacchantes, much in the same manner as they are used at
our carnivals and masquerades. HINDU PHALLICISM The following
curious fable is given by Sir William Jones, as one of the stories of the
Hindus for the origin of Phallic devotion : Certain devotees in a remote
time had acquired great renown and respect, but the purity of the
art was wanting, nor did their motives and secret thoughts correspond
with their professions and exterior conduct. They affected poverty, but were
attached to the things of this world, and the princes and nobles were
constantly sending their offerings. They seemed to sequester themselves
from this world; they lived retired from the towns; but their dwellings
were commodious, and their women numerous and handsome. But nothing can
be hid from their gods, and Sheevah resolved to put them to shame.
He desired Prakeety (nature) to accompany him; and assumed the appearance
of a Pandaram of a graceful form. Prakeety was herself a damsel of
matchless worth. She went before the devotees who were assembled
with their disciples, awaiting the rising of the sun, to perform
their ablutions and religious ceremonies. As she advanced the refreshing
breeze moved her flowing robe, showed the exquisite shape which it seemed
intended to conceal. With eyes cast down, though sometimes opening with
a timid but tender look, she approached them, and with a low
enchanting voice desired to be admitted to the sacrifice. The devotees
gazed on her with astonishment. The sun appeared, but the purifications
were forgotten; the things of the Poo j ah (worship) lay neglected;
nor was any worship thought of but that of her. Quitting the
gravity of their manners, they gathered round her as flies round the lamp
at night attracted by its
splendour, but consumed by its flame. They asked from whence she
came; whither she was going. ‘ Be not offended with us for approaching
thee, forgive us our importunities. But thou art incapable of anger, thou
who art made to convey bliss; to thee, who mayest kill by indifference,
indignation and resentment are unknown. But whoever thou mayest be,
whatever motive or accident might have brought thee amongst us, admit us
into the number of thy slaves; let us at least have the comfort to
behold thee.’ Here the words faltered on the lip, and the soul
seemed ready to take its flight; the vow was forgotten, and the policy of
years destroyed. Whilst the devotees were lost in their passions,
and absent from their homes, Sheevah entered their village with a
musical instrument in his hand, playing and singing like some of those
who solicit charity. At the sound of his voice, the women immediately
quitted their occupation; they ran to see from whom it came. He was as
beautiful as Krishen on the plains of Matra. Some dropped their
jewels without turning to look for them; others let fall their garments
without perceiving that they discovered those abodes of pleasure which
jealousy as well as decency had ordered to be concealed. All pressed
forward with their offerings, all wished to speak, all wished to be
taken notice of, and bringing flowers and scattering them before
him, said ‘ Askest thou alms ! thou who
are made to govern hearts. Thou whose countenance is as fresh as
the morning, whose voice is the voice of pleasure, and they breath like
that of Vassant (Spring) in the opening of the rose I Stay with us and we
will serve thee; nor will we trouble thy repose, but only be zealous how
to please thee/ The Pandaram continued to play, and sung the loves
of Kama (God of Love), of Krishen and the Gopia, and smiling the gentle
smiles of fond desire. But the desire of repose succeeds the waste of
pleasure. Sleep closed the eyes and lulled the senses. In the
morning the Pandaram was gone. When they awoke they looked round with
astonishment, and again cast their eyes on the ground. Some directed to
those who had formerly been remarked for their scrupulous manners,
but their faces were covered with their veils. After sitting awhile in
silence they arose and went back to their houses, with slow and troubled
steps. The devotees returned about the same time from their wanderings
after Prakeety. The days that followed were days of embarrassment and
shame. If the women had failed in their modesty, the devotees had broken
their vows. They were vexed at their weakness, they were sorry for
what they had done; yet the tender sigh sometimes broke forth, and
the eyes often turned to where the men first saw the maid the women, the Pandaram. But the
women began to perceive that what the devotees foretold came not to pass.
Their disciples, in consequence, neglected to attend them, and the
offerings from the princes and nobles became less frequent
than before. They then performed various penances; they sought for
secret places among the woods unfrequented by man; and having at last
shut their eyes from the things of this world, retired within themselves
in deep meditation, that Sheevah was the author of their
misfortunes. Their understanding being imperfect, instead of bowing the
head with humility, they were inflamed with anger; instead of contrition
for their hypocrisy, they sought for vengeance. They performed new
sacrifices and incantations, which were only allowed to have effect in
the end, to show the extreme folly of man in not submitting to the will
of heaven. Their incantations produced a tiger, whose mouth
was like a cavern and his voice like thunder among the mountains. They
sent him against Sheevah, who with Prakeety was amusing himself in the
vale. He smiled at their weakness, and killing the tiger at one blow
with his club, he covered himself with his skin. Seeing themselves
frustrated in this attempt, the devotees had recourse to another, and
sent serpents against him of the most deadly kind; but on approaching him
they became harmless, and he twisted them round his neck. They then
sent their curses and imprecations against him, but they all recoiled
upon themselves. Not yet disheartened by all these disappointments, they
collected all their prayers, their penances, their charities, and other
good works, the most acceptable sacrifices; and demanding in return
only vengeance against Sheevah, they sent a fire to destroy his genital
parts. Sheevah, incensed at this attempt, turned the fire with
indignation against the human race; and mankind would soon have
been destroyed, had not Vishnu, alarmed at the danger, implored him
to suspend his wrath. At his entreaties Sheevah relented; but it was
ordained that in his temples those parts should be worshipped \ which the
false doctrines had impiously attempted to destroy.” THE CROSS AND
ROSARY The key which is still worn with the Priapic hand, as
an amulet, by the women of Italy appears to have been an emblem of
the equivocal use of the name, as the language of that country implies.
Of the same kind, too, appears to have been the cross in the form of the
letter tau> attached to a circle, which many of the figures of
Egyptian deities, both male and female, carry in their left hand; and by
the Syrians, Phoenicians and other inhabitants of Asia,
representing the planet Venus, worshipped by them as the emblem or image
of that goddess. The cross in this form is sometimes observable on coins,
and several of them were found in a temple of Serapis, demolished at
the general destruction of those edifices by the Emperor
Theodosius, and were said by the Christian antiquaries of that time to
signify the future life. In solemn sacrifices, all the Lapland idols were
marked with it from the blood of the victims; and it occurs on many Runic
ornaments found in Sweden and Denmark, which are of an age long
anterior to the approach of Christianity to those countries, and probably
to its appearance in the world. On some of the early coins of the
Phoenicians, we find it attached to a chaplet of beads placed in a
circle, so as to form a complete rosary, such as the Lamas of
Thibet and China, the Hindus, and the Roman Catholics now tell over
while they pray. Beads were anciently used to reckon time, and a
circle, being a line without termination, was the natural emblem of
its perpetual continuity; whence we often find circles of beads upon the
heads of deities, and enclosing the sacred symbols upon coins and other
monuments. Perforated beads are also frequently found in tombs,
both in the northern and southern parts of Europe and Asia, whence
are fragments of the chaplets of consecration buried with the deceased.
The simple diadem, or fillet, worn round the head as a mark of
sovereignty, had a similar meaning, and was originally confined to the
statues of deities and deified personages, as we find it upon the
most ancient coins. Chryses, the priest of Apollo, in the Iliad,” brings the diadem, or sacred fillet,
of the god upon his sceptre, as the most imposing and invocable
emblem of sanctity; but no mention is made of its being worn by kings in
either of the Homeric poems, nor of any other ensign of temporal power
and command, except the royal staff or sceptre. The double sex
typified by the Argha and its contents is by the Hindus represented by
the Mymphcea ” or Lotus, floating
like a boat on the boundless ocean, where the whole plant signifies both
the earth and the two principles of its fecundation. The germ is both
Meru and the Linga; the petals and filaments are the mountains which
encircle Meru, and are also a type of the Yoni; the leaves of the calyx
are the four vast regions to the cardinal points of Meru; and the leaves
of the plant are the Dwipas or isles round the land of Jambu. As
this plant or lily was probably the most celebrated of all the vegetable
creation among the mystics of the ancient world, and is to be found in
thousands of the most beautiful and sacred paintings of the Christians of
this day I detain my reader with a
few observations respecting it. This is the more necessary as it appears
that the priests have now lost the meaning of it ; at least this is the
case with everyone of whom I have made enquiry ; but it is like many
other very odd things, probably understood in the Vatican, or the
crypt of St. Peter’s. Maurice says that among the different plants which
ornament our globe, there is not one which has received so much honour
from man as the Lotus or Lily, in whose consecrated bosom Brahma
was born, and Osiris delighted to float. This is the sublime, the
hallowed symbol that eternally occurs in oriental mythology, and in truth
not without reason, for it is itself a lovely prodigy. Throughout all the
northern hemispheres it was everywhere held in profound veneration,
and from Savary we learn that the veneration is yet continued among the
modern Egyptians. And we find that it still continues to receive the
respect if not the adoration of a great part of the Christian
world, unconscious, perhaps, of the original reason of this
conduct. Higgins’s Anacalypsis. The following is an account given of it by
Payne Knight, in his curious dissertation on Phallic Worship : The Lotus
is the Nelumbo of Linnaeus. This plant grows in the water, among its
broad leaves puts forth a flower, in the centre of which is formed the
seed vessel. shaped like a bell or inverted cone, and perforated on
the top with little cavities or cells, in which the seeds grow. The
orifices of these cells being too small to let the seeds drop out when
ripe, they shoot forth into new plants in the places where they are
formed : the bulb of the vessel serving as a matrix to nourish them,
until they acquire such a degree of magnitude as to burst it open and
release themselves, after which, like other aquatic weeds, they
take root wherever the current deposits them. This plant, therefore,
being thus productive of itself, and vegetating from its own matrix,
without being fostered in the earth, was naturally adopted as the symbol
of the productive power of the waters, upon which the active spirit
of the Creator operated in giving life and vegetation, to matter. We
accordingly find it employed in every part of the northern hemisphere,
where the symbolical religion, improperly called idolatry, does or ever
did prevail. The sacred images of ihe Tartars, Japanese, and
Indians are almost placed upon it, of which numerous instances
occur in the publications of Kcempfer, Sonnerat, etc. The Brahma of India
is represented as sitting upon his Lotus throne, and the figure upon the
Isaaic table holds the stem of this plant surmounted by the seed vessel
in one hand, and the Cross representing the male organs of
generation in the other ; thus signifying the universal power, both
active and passive, attributed to that goddess.” Nimrod says : The Lotus
is a well-known allegory, of which the expansive calyx represents the
ship of the gods floating on the surface of the water ; and the
erect flower arising out of it, the mast thereof. The one was the
galley or cockboat, and the other the mast of cockayne ; but as the ship
was Isis or Magna Mater, the female principle, and the mast in it the
male deity, these parts of the flower came to have certain other
significations, which seem to have been as well known at Samosata as at Benares.
This plant was also used in the sacred offices of the Jewish religion. In
the ornaments of the temple of Solomon, the Lotus or lily is often
seen.” The figure of Isis is frequently represented holding
the stem of the plant in one hand, and the cross and circle in the
other. Columns and capitals resembling the plant are still existing among
the ruins of Thebes, in Egypt, and the island of Philce. The Chinese
goddess, Pussa, is represented sitting upon the Lotus, called in
that country Lin, with many arms, having symbols signifying the various
operations of nature, while similar attributes are expressed in the
Scandinavian goddess Isa or Disa. The Lotus is also a
prominent symbol in Hindu and Egyptian cosmogony. This plant appears to
have the same tendency with the Sphinx, of marking the connection
between that which produces and that which is produced. The Egyptian
Ceres (Virgo) bears in her hand the blue Lotus, which plant is acknowledged
to be the emblem of celestial love so frequently seen mounted on the back
of Leo in the ancient remains. The following is a translation of
the Purana relating to the cosmogony of the Hindus, and will be found
interesting as showing the importance attached to the Lotus in the
worship of the ancients : We find Brahma emerging from the Lotus. The
whole universe was dark and covered with water. On this primeval
water did Bhagavat (God), in a masculine form, repose for the space of
one Calpho (a thousand years) ; after which period the intention of
creating other beings for his own wise purposes became predominant in the
mind of the Great Creator . In the first place, by his sovereign will was
produced the flower of the Lotus, afterwards, by the same will, was
brought to light the form of Brahma from the said flower ; Brahma,
emerging from the cup of the Lotus, looked round on all the four sides,
and beheld from the eyes of his four heads an immeasurable expanse of
water. Observing the whole world thus involved in darkness and submerged
in water, he was stricken with prodigious amazement, and began to
consider with himself, ‘Who is it that produced me? whence came I ? 9 ' and
where ami? Brahma, thus kept two hundred years in contemplation, prayers, and
devotions, and having pondered in his mind that without connection of
male and female an abundant generation could not be effected again entered into profound meditation
on the power of the Supreme, when, on a sudden by the omnipotence of God,
was produced from his right side Swayambhuvah Menu, a man of
perfect beauty ; and from the Brahma’s left side a woman named Satarupa.
The prayer of Brahma runs thus : O Bhagavat 1 since thou broughtest me
from nonentity into existence for a particular purpose, accomplish
by thy benevolence that purpose.’ In a short time a small white boar
appeared, which soon grew to the size of an elephant. He now felt God in
all, and that all is from Him, and all in Him. At length the power
of the Omnipotent had assumed the body of Vara. He began to use the
instinct of that animal. Having divided the water, he saw the earth a
mighty barren stratum. He then took up the mighty ponderous globe
(freed from the water) and spread the earth like a carpet on the face of
the water ; Brahma, contemplating the whole earth, performed due
reverence, and rejoicing exceedingly, began to consider the means of
peopling the renovated world.” Pyag, now Allahabad, was the first
land said to have appeared, but with the Brahmins it is a disputed point,
for many affirm that Cast or Benares was the sacred
ground. MERU The learned Higgins, an English judge, who for some
years spent ten hours a day in antiquarian studies, says that Moriah, of
Isaiah and Abraham, is the Meru of the Hindus, and the Olympus of the
Greeks. Solomon built high places for Ashtoreth, Astarte, or Venus,
which because mounts of Venus, mons veneris Meru and Mount Calvary each a slightly skull-shaped mount, that
might be represented by a bare head. The Bible translators
perpetuate the same idea in the word
calvaria.” Prof. Stanley denies that Mount Calvary ” took its name from its
being the place of the crucifixion of Jesus. Looking elsewhere and in
earlier times for the bare calvaria, we find among Oriental women, the
Mount of Venus, mons veneris > through motives of neatness or
religious sentiment, deprived of all hirsute appendage. We see
Mount Calvary imitated in the shaved poll of the head of a priest. The
priests of China, says Mr. J. M. Peebles, continue to shave the head. To
make a place holy, among the Hindus, Tartars, and people of Thibet,
it was necessary to have a mount Meru, also a Linga-Yoni, or
Arba. LINGAM IN THE TEMPLE OF ELORA This marvellous work of
excavation by the slow process of the chisel, was visited by Capt.
Seeley, who afterwards published a volume describing the temple and its
vast statues. The beauty of its architectural ornaments, the
innumerable statues or emblems, all hewn out of solid rock, dispute with
the Pyramids for the first place among the works undertaken to display
power and embody feeling. The stupendous temple is detached from the
neighbouring mountain by a spacious area all round, and is nearly 250
feet deep and 150 feet broad, reaching to the height of 100 feet and in
length about 145 feet. It has well-formed doorways, windows, staircases,
upper floors, containing fine large rooms of a smooth and polished
surface, regularly divided by rows of pillars ; the whole bulk of this
immense block of isolated excavation being upwards of 500 feet in
circumference, and having beyond its areas three handsome figure
galleries or verandas supported by regular pillars. Outside the temple
are two large obelisks or phalli standing, of quadrangular form, eleven feet
square, prettily and variously carved, and are estimated at forty-one
feet high ; the shaft above the pedestal is seven feet two inches, being
larger at the base than Cleopatra’s Needle.” In one of the smaller
temples was an image of Lingam, covered with oil and red ochre, and
flowers were daily strewed on its circular top. This Lingam is larger
than usual, occupying with the altar, a great part of the room. In
most Ling rooms a sufficient space is left for the votaries to walk round
whilst making the usual invocations to the deity (Maha Deo). This deity
is much frequented by female votaries, who take especial care to keep it
clean washed, and often perfume it with oderiferous oils and
flowers, whilst the attendant Brahmins sweep the apartment and attend the
five oil lights and bell ringing.” This oil vessel resembled the Yoni
(circular frame), into which the light itself was placed. No symbol was
more venerated or more frequently met with than the altar and Ling,
Siva, or Maha Deo. Barren women constantly resort to it to
supplicate for children,” says Seeley. The mysteries attended upon them
is not described, but doubtless they were of a very similar character to
those described by the author of the
Worship of the Generative Powers of the Western Nations,” showing
again the similarity of the custom with those practised by the Catholics
in France. The writer says: Women sought a remedy for barrenness by
kissing the end of the Phallus ; sometimes they appear to have placed a
part of their body, naked, against the image of the saint, or to have sat
upon it. This latter trait was perhaps too bold an adoption of the
indecencies of Pagan worship to last long, or to be practised openly
; but it appears to have been innocently represented by lying upon
the body of the saint, or sitting upon a stone, understood to represent
him without the presence of the energetic member. In a corner in the
church of the village of St. Fiacre, near Monceaux, in France, there is
a stone called the chair of St. Fiacre, which confers fecundity
upon women who sit upon it ; but it is necessary nothing should intervene
between their bare skin and the stone. In the church of Orcival in
Auvergne, there was a pillar which barren women kissed for the same
purpose and which had perhaps replaced some less equivocal
object.” The principal object of worship at Elora is the stone, so
frequently spoken of ; the Lingam,” says
Seeley, and he apologises for using the word so often, but asks to
be excused, is an emblem not
generally known, but as frequently met with as the Cross in Catholic
worship.” It is the god Siva, a symbol of his generative character,
the base of which is usually inserted in the Yoni. The stone is of a
conical shape, often black stone, covered with flowers (the Bella and
Asuca shrubs). The flowers hang pendant from the crown of the Ling stone
to the spout of the Argha or Yoni (mystical matrix) ; the same as
the Phallus of the Greeks. Five lamps are commonly used in the worship at
the symbol, or one lamp with five wicks. The Lotus is often seen on the
top of the Ling.VENUS-URANIA. THE MOTHER GODDESS The characteristic
attribute of the passive generative power was expressed in symbolical
writing, by different enigmatical representations of the most
distinguished characteristic of the female sex : such as the shell
or Concha Veneris, the fig-leaf, barley corn, and the letter Delta,
all of which occur very frequently upon coins and other ancient monuments
in this sense. The same attribute personified as the goddess of Love, or
desire, is usually represented under the voluptuous form of a
beautiful woman, frequently distinguished by one of these symbols, and
called Venus, Kypris, or Aphrodite, names of rather uncertain mythology.
She is said to be the daughter of Jupiter and Dione, that is of the male
and female personifications of the all-pervading Spirit of the
Universe ; Dione being the female Dis or Zeus, and therefore associated with
him in the most ancient oracular temple of Greece at Dodona. No other
genealogy appears to have been known in the Homeric times ; though
a different one is employed to account for the name of Aphrodite in
the Theogony ” attributed to
Hesiod. The Genelullides or Genoidai were the original and
appropriate ministers or companions of Venus, who was however, afterwards
attended by the Graces, the proper and original attendants of Juno ; but
as both these goddesses were occasionally united and represented in
one image, the personifications of their respective subordinate attributes were
on other occasions added : whence the symbolical statue of Venus at
Paphos had a beard, and other appearances of virility, which seems
to have been the most ancient mode of representing the celestial as
distinguished from the popular goddess of that name the one being a personification of a
general procreative power, and the other only of animal desire or
concupiscence. The refinement of Grecian art, however, when advanced to
maturity, contrived more elegant modes of distinguishing them ; and, in a
celebrated work of Phidias, we find the former represented with her
foot upon a tortoise ; and in a no less celebrated one of Scopas,
the latter sitting upon a goat. The tortoise, being an androgynous
animal, was aptly chosen as a symbol of the double power ; and the goat
was equally appropriate to what was meant to be expressed in the
other. The same attribute was on other occasions signified by
a dove or pigeon, by the sparrow, and perhaps by the polypus, which
often appears upon coins with the head of the goddess, and which was
accounted an aphrodisiac, though it is likewise of the androgynous class.
The fig was a still more common symbol, the statue of Priapus being
made of the tree, and the fruit being carried with the Phallus in the
ancient processions in honour of Bacchus, and still continuing among the
common people of Italy to be an emblem of what it anciently meant :
whence we often see portraits of persons of that country painted
with it in one hand, to signify their orthodox elevation to the fair sex.
Hence, also arose the Italian expression far la fica, which was done by
putting the thumb between the middle and fore-fingers, as it appears in
many Priapic ornaments extant ; or by putting the finger or thumb into
the corner of the mouth and drawing it down, of which there is a
representation in a small Priapic figure of exquisite sculpture, engraved
among the Antiquities of Herculaneum. LIBERALITY AND SAMENESS OF THE WORLD-RELIGIONS The
same liberal and humane spirit still prevails among those nations whose
religion is founded on the same principles. The Siamese,” says a traveller of the
seventeenth century, shun disputes and
believe that almost all religions are good Journal du Voyage de
Siam. When the ambassador of Louis XIV asked their king, in his master’s
name, to embrace Christianity, he replied, that it was strange that the king of
France should interest himself so much in an affair which concerns
only God, whilst He, whom it did concern, seemed to leave it wholly to
our discretion. Had it been agreeable to the Creator that all nations
should have had the same form of worship, would it not have been as easy
to His omnipotence to have created all men with the same
send- merits and dispositions, and to have inspired them with the
same notions of the True Religion, as to endow them with such different
tempers and inclinations ? Ought they not rather to believe that the true
God has as much pleasure in being honoured by a variety of forms and
ceremonies, as in being praised and glorified by a number of
different creatures ? Or why should that beauty and variety, so
admirable in the natural order of things, be less admirable or less worthy
of the wisdom of God in the supernatural ? The Hindus profess exactly the
same opinion. They would readily
admit the truth of the Gospel,” says a very learned writer long resident
among them, but they contend that
it is perfectly consistent with their Shastras. The Deity, they say, has
appeared innumerable times in many parts of this world and in all worlds,
for the salvation of his creatures ; and we adore, they say, the same
God, to whom our several worships, though different in form, are
equally acceptable if they be sincere in substance.” The Chinese sacrifice
to the spirits of the air the mountains and the rivers ; while the
Emperor himself sacrifices to the sovereign Lord of Heaven, to whom
all these spirits are subordinate, and from whom they are derived.
The sectaries of Fohi have, indeed, surcharged this primitive elementary
worship with some of the allegorical fables of their neighbours ; but
still as their creed like that of
the Greeks and Romans remains
undefined, it admits of no dogmatical theology, and of course no persecution
for opinion. Obscure and sanguinary rites have, indeed, been wisely
prescribed on many occasions ; but still as actions and not as
opinions. Atheism is said to have been punished with death at
Athens ; but nevertheless it may be reasonably doubted Phallic
Worship whether the atheism, against which the citizens of that
republic expressed such fury, consisted in a denial of the existence of
the gods ; for Diagoras, who was obliged to fly for this crime, was
accused of revealing and calumniating the doctrines taught in the Mysteries ;
and from the opinions ascribed to Socrates, there is reason to
believe that his offence was of the same kind, though he had not
been initiated. These were the only two martyrs to religion among
the ancient Greeks, such as were punished for actively violating or
insulting the Mysteries, the only part of their worship which seems to
have possessed any vitality ; for as to the popular deities, they were
publicly ridiculed and censured with impunity by those who dared not
utter a word against the populace that worshipped them ; and as to
the forms and ceremonies of devotion, they were held to be no otherwise
important, then as they were constituted a part of civil government of
the state ; the Phythian priestess having pronounced from the
tripod, that whoever performed the rites of his religion according to
the laws of his country, performed them in a manner pleasing to the
Deity . Hence THE ROMANS made no alterations in the religious
institutions of any of the conquered countries ; but allowed the
inhabitants to be as absurd and extravagant as they pleased, and to
enforce their absurdities and extravagances wherever they had any
pre-existing laws in their favour. An Egyptian magistrate would put
one of his fellow-subjects to death for killing a cat ora monkey ; and
though the religious fanaticism of the Jews was too sanguinary and too
violent to be left entirely free from restraint, a chief of the synagogue
could order anyone of his congregation to be whipped for neglecting
or violating any part of the Mosaic Ritual. The principle underlying the
system of emanations was, that all things were of one substance, from
which they were fashioned and into which they were again dissolved, by
the operation of one plastic spirit universally diffused and expanded.
The polytheist ot ancient Greece and Rome candidly thought, like the
modern Hindu, that all rites of worship and forms of devotion were
directed to the same end, though in different modes and through
different channels. <c Even they who worship other gods, says Krishna,
the incarnate Deity, in an ancient Indian poem ( 'Bhagavat-Gita ), c<
worship me although they know it not. Knight. Nome compiuto: Giorgio
Colli. Colli. Keywords: espressione, L’Apollo
romano, L’appollo d’etruria, La mesura d’Apollo, la dismisura di Bacco;
l’enigma filosofico, Bacco, Nietzsche, Girgentu, Velia, Crotone, Gorgia, Zenone
di Velia, l’implicatura di Prosimno, l’implicatura di Bacco e Prosimno. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Colli: l’implicatura di Bacco e Prosimno”,
misterio bacchico, bacchic mystery, the fig tree branch, phallus,
self-sacrifice, self-sodomisation, not without pain, even with pleasure –
Higinus., symbolism, the old shepherd erastes eromenos, Bacchus eromenon, the
symbolism of the promise, to rescue her mother from hell the role of the widow,
female widow, Bacco’s duty to keep his promise. The echo of the sentence, ‘you
probably passed it’ – ‘the lake’ the grave. Colli.
Luigi Speranza -- Grice e Collini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del naturismo -- naturalismo
e naturismo – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “If you love birds, you love Collini –
he loved ‘pterodattili,’ though and made nice drawings of them, as they fought
with ‘uomini’!” Discendente
di una nobile famiglia, studia a Pisa. Si trasferì a Coira. Collini venne
descritto come scontroso, spesso in litigio. A lui si deve la descrizione dello
pterodactylus, un rettile volante, o pterosauro o pterodattilo. Denuncia il
fanatismo durante le guerre rivoluzionarie francesi in Europa. Grice: “I often wondered why the conte would flee his family seat in
lovely Tuscany for the darker landscapes of the North – till I found out the
reason: he had helped one of his noble friends (Ottavio) to do some evil-act on
a nobile gentildonna (Malspina): so he had no choice!”. Altro Italiano non
ricordato dal Lucchesini, forse perchè assai più tardi aggregato all'Accademia,
è C. Narra il Denina che, mentre ea Pisa, aiuta a Domenico Eusebio Chelli, da
famglia civile di Livorno, nel ratto della marchesa Gabbriella Malaspina,
sicchè dovette fuggirsene. Dopo essersi fermato a Coira, va a Berlino
raccomandato da una signora M. (egli stesso non ne dà che l’iniziale) abitante
in Firenze, amica di famiglia e sorella della Barberina. Accolto da questa,
ormai signora Coccei, con molta benevolenza, attesea studiare, e con baldanza,
quando Voltaire venne a Berlino, si presenta a lui, che lo riceve amorevolmente
dicendogli, la Toscana è stata una nuova Atene e i toscani sono stati i nostri
maestri. Gli si raccomandò per trovare un'occupazione e n’ebbe lusinghiere
promesse. Ma il tempo scorreva e il conte ha fretta, sicchè pensa di valersi,
oltre che della ballerina, anche di una celebre cantante, l’Astrua, che gli
ottenne il posto di segretario dello stesso Voltaire. Stette con lui copiando i
suoi lavori e leggendogli la sera il Boccaccio e l'Ariosto – l’uno pienamente
con tento dell'altro. “Mon secrétaire», scrive il
Voltaire al Thiriot, “est un florentin, très-aimable, tres-bien né, et qui
merite, mieux que moi, d'être de l'Académie della Crusca. È compagno al FILOSOFO
poeta anche nella sua fuga dalla Prussia e nelle sue pe regrinazioni e
vicissitudini per la Germania, la Francia e la Svizzera. Ma nper una lettera
nella quale scherzava su mad. Denis, si separa da Voltaire, che tuttavia
continua a volergli bene e a corrisponder con lui; e sulle raccomandazioni del
Voltaire passa al servizio dell'elettor palatino, che lo fece suo bibliotecario
e segretario dell'Accademia di Mannheim. Scrive saggi sulla storia della
Germania e su quella del Palatinato, ma più ch'altro di mineralogia. È lodato
anche un suo volume di Lettres sur les Allemands, pubblicato anonimo a
Mannheim, cui un altro dove seguirne sulla letteratura tedesca. E là dove aveva
trovato una seconda patria e una onorevole residenza, mori nel 1806.
All'Accademia,alla quale forse furono ascritti anche altri Ita liani oltre
quelli ricordati qui e più addietro,e cui è da aggiun gere G. B. Morgagni (3),
si riferisce questo brano di lettera del [C. stesso nel suo Mon séjour auprès
de Voltaire et Lettres inédites que m'écrivit cet homme
célèbre,ecc.,Paris,Collin, confessa la fuga dalla patria e dalla famiglia, m a
ne dà per m o tivo una giovanile vaghezza di conoscere il mondo e gli uomini. L'esemplare
tipo dell'animale ora conosciuto come Pterodactylus antiquus è stato uno dei
primi fossili di pterosauro scoperti e il primo ad essere identificato. Il
primo esemplare di Pterodactylus fu descritto dallo scienziato italiano C.,
sulla base di un scheletro fossile, portato alla luce dai calcari di Solnhofen,
di Baviera. C. è il curatore della Naturalien Kabinett, o camera delle
meraviglie -- l'antenato del moderno concetto di Museo di Storia Naturale -nel
palazzo di Carlo Teodoro, elettore di Baviera, a Mannheim. Il campione è stato
affidato alla raccolta, dal conte Friedrich Ferdinand zu Pappenheim, dopo
essere stato recuperato da un calcare litografico nella cava di Eichstätt, La
data effettiva della scoperta e l'ingresso del campione nella collezione è
sconosciuto. Non è stato menzionato in nessun catalogo della collezione, quindi
deve essere stato acquistato nell’anno della descrizione di C.. Ciò potrebbe
rendere il fossile il primissimo pterosauro descritto. È descritto una seconda
specie chiamata Pterodactylus micronyx -- oggi conosciuto come Aurorazhdarcho
micronyx --- che però è stata inizialmente scambiata per un fossile di
crostaceo. Ricostruzione di Wagler su uno stile di vita acquatico per
Pterodactylus C., nella sua prima descrizione del campione di Mannheim, conclude
che si tratta di un animale volante. In realtà, C. non riusciva a capire di che
tipo di animale si tratta, ma lo accosta ad uccelli e pipistrelli, per via di
alcun affinità anatomiche. Più avanti lo stesso C. ipotizzò addirittura che
potesse trattarsi di un animale acquatico. Tale ipotesi non venne avanzata su
rigori scientifici ma su una supposizione di C. che pensa che le profondità
dell'oceano potevano ospitare animali stravaganti. L'idea che gli pterosauri sono
animali marini persiste ancora in una minoranza di scienziati tra cui Wagler,
che pubblica nel suo "Anfibi", un articolo che vede gli pterosauri
come animali marini con ali disegnate come pinne, ispirandosi ai moderni
pinguini. Wagler si spinse fino a classificare lo Pterodactylus, insieme ad
altri vertebrati acquatici (come plesiosauri, ittiosauri e monotremi), nella
classe “Gryphi”, tra uccelli e mammiferi. Prima ricostruzione di uno pterosauro
al mondo ad opera di Hermann. È Hermann che per primo dichiara che il lungo
quarto dito della mano dello Pterodactylus vienne usato per sostenere una
membrana alare. Hermann è allertato da Cuvier dell'esistenza del fossile di C.,
che è stato catturato dagl’eserciti di occupazione di Napoleone e inviato alle
collezioni francesi a Parigi, come bottino di guerra. In seguito alcuni
commissari politici francesi sequestrarono i tesori d'arte e gli oggetti di
valore scientifico. Hermann in seguito invia una lettera a Cuvier, dove vi è
scritta la sua interpretazione del fossile (anche se lui non aveva esaminato
personalmente), dichiarando che l'animale dove trattarsi di un mammifero, e
invia anche una bozza di come doveva apparire in vita l'animale. È la prima
ricostruzione per uno pterosauro. Hermann disegna l'animale con una membrana
alare che si estendeva dalla fine del quarto dita fino alle caviglie e
ricoperto da pelliccia -- all'epoca il fossile non presenta ne segni di
membrana alare ne di pelliccia. Hermann nel suo schizzo aggiunge anche una
membrana tra il collo ed il polso, come quella presente oggi nei pipistrelli.
Cuvier d'accordo con questa interpretazione, e su suggerimento di Hermann,
pubblica questa nuova descrizione. In uno scritto Cuvier dichiara che non è
possibile mettere in dubbio che il lungo dito serve a sostenere un membrana
che, allungandosi all'estremità anteriore di questo animale, forma una buona
ala. Tuttavia, contrariamente a Hermann, Cuvier è convinto che l'animale fosse
un rettile. In realtà l'esemplare non è stato sequestrato dai francesi.
Infatti, dopo la morte di Carlo Teodoro, il fossile è portato a Monaco di
Baviera, dove Moll ottene un'esenzione generale della confisca per le
collezioni bavaresi. Cuvier chiede a Moll il permesso di studiare il fossile,
ma è informato che il pezzo non è trovato. Cuvier pubblicò una descrizione un
po' più a lunga, in cui l'animale vienne chiamato "Ptero-dactyle" e
confuta l'ipotesi di Blumenbach, che sostene che l'animale è un uccello
marino. Ricostruzione inesatta di P. brevirostris, da parte di Von
Soemmerring. Contrariamente a rapporto di von Moll, il fossile non è mancata;
fu oggetto di studio da parte di Samuel Thomas von Sömmerring, che tenne una
conferenza pubblica sul fossile il 27 dicembre 1810. Nel mese di gennaio del
1811, von Sömmerring scrisse una lettera al Cuvier deplorando il fatto che era
da poco stato informato della richiesta di Cuvier per informazioni. La sua
conferenza fu pubblicata nel 1812, e in essa von Sömmerring diede alla creatura
il nome di Ornithocephalus antiquus. Qui l'animale fu descritto come un
mammifero simile ad un pipistrello ma con caratteristiche da uccello. Cuvier in
disaccordo con tale descrizione, lo stesso anno fornì una lunga descrizione
nella quale ricordò che l'animale era in realtà un rettile.[24] È rinvenuto un
secondo esemplare di Pterodactylus, ancora una volta a Solnhofen. Questo
esemplare rappresentato da un giovane fu descritto nuovamente da von
Soemmerring, come Ornithocephalus brevirostris, per via del muso corto, avendo
tuttavia capito che si trattava di un esemplare più giovane (oggi si sa che
questo fossile appartiene ad un altro genere di pterosauro, probabilmente un
Ctenochasma). Von Sommerring fornì anche uno schizzo dello scheletro[9] che in
seguito si rivelò essere sbagliato e impreciso, in quanto von Soemmerring aveva
scambiando il metacarpo per le ossa del braccio inferiore, il braccio inferiore
per l'omero, il braccio superiore per lo sterno e lo sterno per una scapola. Tuttavia
Soemmerring rimase per sempre fedele alla sua idea dello Pterodactylus. Lo
avrebbe sempre immaginato come un animale simile ad un pipistrello, anche se a
seguito di alcune ricerche nel 1860 ammise che l'animale era un rettile.
Tuttavia l'immaginario collettivo dell'animale rimaneva quello di una creatura
quadrupede, goffa a terra, ricoperta di pelo, a sangue caldo e con una membrana
alare che si attaccava alle caviglie.[26] In epoca moderno alcuni di questi
elementi sono stati confermati, alcuni smentiti, mentre altri rimangono ancora
oggi in discussione. Paleobiologia Classi d'età Esemplare giovane
di P. antiquus Come molti altri pterosauri (in particolare il Rhamphorhynchus),
l'aspetto degli esemplari di Pterodactylus varia a seconda dell'età e in base
al livello di maturità. Le proporzioni di entrambe le ossa degli arti, le
dimensioni e la forma del cranio e le dimensioni e il numero dei denti possono
stabilire a quale classe di età appartiene l'animale. In passato queste differenze
morfologiche hanno portato a credere che si trattassero di specie distinte con
caratteristiche anatomiche differenti. Recenti studi più dettagliati e che
utilizzano nuovi metodi per misurare le curve di crescita degli esemplari noti,
hanno stabilito che in realtà vi è un'unica specie di Pterodactylus ritenuta
valida ossia, P. antiquus. Il più giovane e immaturo campione di P. antiquus
(da alcuni interpretato come facente parte di una seconda specie chiamata
Pterodactylus kochi) possiede pochi denti e i pochi che possiede hanno una base
relativamente ampia. I denti di altri esemplari di P. antiquus hanno denti più
stretti e numerosi (fino a 90).Tutti i campioni di Pterodactylus possono essere
suddivisi in due diverse classi di età. Nella prima classe, rientrano gli
esemplari i cui crani hanno una lunghezza complessiva che va dai 15 ai 45
millimetri di lunghezza. Nella seconda classe, invece, rientrano gli esemplari
i cui crani hanno una lunghezza complessiva che va dai 55 ai 95 millimetri di
lunghezza, ma sono ancora immaturi. Questi due primi gruppi di dimensione erano
a loro volta classificati come giovani e adulti della specie P. kochi, fino a
che un nuovo studio ha dimostrato che anche quelli che si credevano
"adulti" erano comunque esemplari immaturi, e probabilmente
appartengono ad un genere distinto. Una terza classe è rappresentata da
esemplari specie tipo P. antiquus, così come un paio di grandi esemLplari
isolati, una volta assegnati a P. kochi che si sovrappongono P. antiquus per
dimensioni. Tuttavia, tutti i campioni di questa terza classe mostrano anche
segni di immaturità. L'aspetto degli esemplari completamente maturi di
Pterodactylus esemplari rimane tuttora sconosciuto, oppure potrebbero essere
stati erroneamente classificati come un genere diverso. Crescita e
riproduzione Bacino fossile di un grande esemplare, riferito alla dubbia
specie P. grandipelvis Le classi di crescita degli esemplari di P. antiquus
mostrano che questa specie, come il contemporaneo Rhamphorhynchus muensteri,
probabilmente allevava i piccoli in determinate stagioni e questi crescevano
costantemente durante tutta la vita. Quindi la riproduzione e il conseguente
allevamento dei cuccioli avveniva ad intervalli regolari e probabilmente in
ogni stagione. Molto probabilmente poco dopo la nascita i cuccioli erano già in
grado di volare ma dipendevano ancora dai genitori per la nutrizione. Questo
modello di crescita è molto simile a quello dei moderni coccodrilli, piuttosto
che alla rapida crescita dei moderni uccelli. Stile di vita Dal confronto tra
gli anelli sclerali di P. antiquus con quelli di moderni uccelli e rettili si è
scoperto che lo Pterodactylus aveva uno stile di vita diurno. Questo
coinciderebbe con la sua nicchia ecologica, che lo vedrebbe come un predatore
simile all'odierno gabbiano, evitando inoltre la competizione con altri
pterosauri suoi contemporanei che in base agli anelli sclerali sono stati
giudicati notturni, come il Ctenochasma e il Rhamphorhynchus. Paleoecologia
Durante la fine del Giurassico, l'Europa era un arcipelago asciutto e tropicale
ai margini del mare Tetide. Il calcare fine, in cui gli scheletri di
Pterodactylus sono stati ritrovati, è stato formato dalla calcite delle
conchiglie e degli organismi marini. Le varie aeree tedesche dove sono stati
ritrovati gli esemplari di Pterodactylus erano lagune situate tra le spiagge e
le barriere coralline delle isole europee Giurassiche nel Mare Tetide. I
contemporanei di Pterodactylus, includono l'avialae Archaeopteryx
lithographica, il compsognatide Compsognathus, svariati pterosauri come
Rhamphorhynchus muensteri, Aerodactylus, Ardeadactylus, Aurorazhdarcho,
Ctenochasma e Gnathosaurus, il teleosauride Steneosaurus sp., l'ittiosauro
Aegirosaurus, e i metriorhynchidi Dakosaurus e Geosaurus. Gli stessi sedimenti
in cui sono stati ritrovati gli esemplari di Pterodactylus hanno riportato alla
luce anche diversi fossili di animali marini quali pesci, crostacei,
echinodermi e molluschi marini, confermando l'habitat costiero di questo
pterosauro. L'enorme biodiversità di pterosauri presenti nei Calcari di
Solnhofen, indica che quest'ultimi si erano differenziati tra di loro occupando
ogni possibili nicchia ecologica disponibile. Fischer von
Waldheim, Zoognosia tabulis synopticus illustrata, in usum praelectionum
Academiae Imperialis Medico-Chirurgicae Mosquenis edita. Schweigert, G.,
Ammonite biostratigraphy as a tool for dating Upper Jurassic lithographic
limestones from South Germany – first results and open questions, in Neues
Jahrbuch für Geologie und Paläontologie – Abhandlungen, Bennett, S.
Christopher, New information on body size and cranial display structures of
Pterodactylus antiquus, with a revision of the genus, in Paläontologische
Zeitschrift. Bennett, S.C., Year-classes of pterosaurs from the Solnhofen
Limestone of Germany: Taxonomic and Systematic Implications, in Journal of
Vertebrate Paleontology, Bennett, S.C., [Soft tissue preservation of the
cranial crest of the pterosaur Germanodactylus from Solnhofen], in Journal of
Vertebrate Paleontology, Jouve, S., Description of the skull of a Ctenochasma
(Pterosauria) from the latest Jurassic of eastern France, with a taxonomic
revision of European Tithonian Pterodactyloidea], in Journal of Vertebrate
Paleontology,Frey, E., and Martill, D.M., Soft tissue preservation in a
specimen of Pterodactylus kochi (Wagner) from the Upper Jurassic of Germany, in
Neues Jahrbuch für Geologie und Paläontologie, Abhandlungen, Cuvier, G.,
Mémoire sur le squelette fossile d'un reptile volant des environs d'Aichstedt,
que quelques naturalistes ont pris pour un oiseau, et dont nous formons un
genre de Sauriens, sous le nom de Petro-Dactyle, in Annales du Muséum national
d'Histoire Naturelle, Paris, Taquet, P., and Padian, K., The earliest known
restoration of a pterosaur and the philosophical origins of Cuvier's Ossemens
Fossiles, in Comptes Rendus Palevol, Cuvier, (Pterodactylus longirostris) in
Isis von Oken, Jena; Kellner,"Pterosaur phylogeny and comments on the
evolutionary history of the group", in Buffetaut, E. and Mazin, J.-M.,
Evolution and Palaeobiology of Pterosaurs. Geological Society of London,
Special Publications, London; Unwin, On
the phylogeny and evolutionary history of pterosaurs", in Buffetaut, E. et
Mazin, J.-M., Evolution and Palaeobiology of Pterosaurs. Geological Society of
London, Special Publications, London, Bennett;2 Juvenile specimens of the
pterosaur Germanodactylus cristatus, with a review of the genus], in Journal of
Vertebrate Paleontology,Vidovic e D. M. Martill, Pterodactylus scolopaciceps
Meyer (Pterosauria, Pterodactyloidea) from the Upper Jurassic of Bavaria,
Germany: The Problem of Cryptic Pterosaur Taxa in Early Ontogeny, in PLoS ONE, Vidovic
e David M. Martill, The taxonomy and phylogeny of Diopecephalus kochi (Wagner)
and ‘Germanodactylus rhamphastinus’ (Wagner), in Geological Society, London,
Special Publications, Unwin, The Pterosaurs: From Deep Time, New York, Pi
Press, Brougham, Dialogues on instinct; with analytical view of the researches
on fossil osteology. Knight's weekly vol. Ősi, A., Prondvai, E., et Géczy, B.
The history of Late Jurassic pterosaurs housed in Hungarian collections and the
revision of the holotype of Pterodactylus micronyx Meyer (a ‘Pester Exemplar’). Geological Society, London, Special Publications, C. Sur quelques Zoolithes
du Cabinet d'Histoire naturelle de S. A. S. E. Palatine et de Bavière, à
Mannheim." Acta Theodoro-Palatinae Mannheim 5 Pars Physica, Wagler,
Natürliches System der Amphibien Munich, Cuvier, G., [Reptile volant]. In:
Extrait d'un ouvrage sur les espèces de quadrupèdes dont on a trouvé les
ossemens dans l'intérieur de la terre, in Journal de Physique, de Chimie et
d'Histoire Naturelle, von Sömmerring, Über einen Ornithocephalus oder über das
unbekannten Thier der Vorwelt, dessen Fossiles Gerippe Collini im 5. Bande der
Actorum Academiae Theodoro-Palatinae nebst einer Abbildung in natürlicher
Grösse im Jahre 1784 beschrieb, und welches Gerippe sich gegenwärtig in der
Naturalien-Sammlung der königlichen Akademie der Wissenschaften zu München
befindet", Denkschriften der königlichen bayerischen Akademie der
Wissenschaften, München: mathematisch-physikalische Classe, Cuvier, G. (1812).
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C., eds. Dinosaurs past and present. An exhibition and symposium organized by
the Natural History Museum of Los Angeles County. Natural History Museum of Los
Angeles County and University of Washington Press, Seattle and London ^
Wellnhofer, Die Pterodactyloidea (Pterosauria) der Oberjura-Plattenkalke
Siiddeutschlands. Bayerische Akademie der Wissenschaften,
Mathematisch-Wissenschaftlichen Klasse, Abhandlungen, Schmitz, L.; Motani, R.,
Nocturnality in Dinosaurs Inferred from Scleral Ring and Orbit Morphology, in
Science, Weishampel, D.B., Dodson, P., Oslmolska, The Dinosauria (Second ed.). University
of California Press. Biografia Steve Parcker John Malam, Dinosauri e altre
creature preistoriche. Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia
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Pterosauri. Syncretism and Style Hypnerotomachia Poliphili and the
Italian Renaissance Garden. Most of the history of Western philosophy and
theology from Parmenides through H^el has attempted to resolve the inherent
contradictions between sensation and cognition, \Tsibih- ty and ideahrt'.
However, the paradoxes, antinomies, and incon- gruities that arise in this
quest f)erennially inform numerous paradigms that underUe the history of art
and ideas. This study promenade through the landscapes and gardens, paintings
and poems that have inspired meproposes a sketch of the implications of such
poh'semic and equivocal conventions as the\- relate to the histor)' of
landscape architectiu-e. The origin of modem European landscape architecture
vs-as contemp>oraneous with the rediscover)' of the beaut)' of nature in the
early Renaissance. In The Civilization of the Renaissance in Italy, Burckhardt
describes this paradigm shift in the perception of the external world, the
moment in which the distant Wew, the "land- scape" proper, was first
valorized: But the unmistakable proob of a deepening effect of nature on tbe
human spirit began with Dante. Not only does he awaken in us by a few \-igorous
lines the sense of the morning airs and the trembling light on the distant
ocean, or of the giandeur of the stoim-beaten torest, but he makes tbe ascent
of k)fty peaks, with the only possible obfect of en^vying the viewthe first
man, peihaps, since the days of antiquity who did so.' This appreciation of
natural beauty, couched in the poetry of the sublime, was further instantiated
in the work of PETRARCA, often cited as the first humanist, indeed the first
"mod- ern" man. His relation to the landscape was intense and
manifold, poetic and practical, as he was a gardener whose favorite site of
med- itation was his own gardens at Fontaine-de-Vaucluse. He describes them in
one of his letters: I made two gardens for myself: one in the shade,
appropriate for my studies, which I called my transalpine Parnassus; it slopes
down to the river Sorgue, ending on inaccessible rocks which can only be
reached by birds. The other is closer to the house, less wild, and situated in
the middle of a rapid river. I enter it by a litde bridge leading from a
vaulted grotto, where the sun never penetrates; I believe that it resembles
that small room where CICERONE some- times went to recite; it is an invitation
to study, to which I go at noon.^ Two gardens, one for each side of his
temperament, inspired either reverie or melancholy; two gardens, one for each
extreme of nature, extensive and picturesque or protective and chthonic; two
gardens, one leading towards the empirical, the other towards the spiritual.
For PETRARCA, as for CICERONE, his predecessor in literature and garden- ing,
the landscape was a major source of inspiration, both literary and empirical;
for while these gardens evoked the great sites of clas- sic culture, they also
constituted a rudimentary botanical laboratory and collection, where Petrarch
experimented with different varieties of plants according to meteorological and
astrological conditions, geographic placement, seasonal growTih, and so forth.
He also used these gardens to amass collections of rare plants. As Gaetane
Lamarche-Vadel demonstrates in Jardins secrets de la Renaissance, such secret gardens,
"appertain to the double register of the fictive and the real, the
physical and the mystic; they echo with the adam- ic garden, the paradigmatic
place and origin from which gardens draw their spiritual energy. It is
precisely for this reason that the study of gardens necessitates formal,
cultural, and psychological analyses: the symbolic significance of any garden
is derived from, yet surpasses, its formal characteristics, and can only be
grasped in relation to the artistic works that both inspired and were inspired
by the site. Petrarch's most celebrated consideration of the landscape is the
description of his ascent of Mont Ventoux, recounted in a letter to Dionisio da
Borgo San Sepolcro, written in 1336. In this text, he explains the reason for
this difficult ascent: "My only motive was the wish to see what so great
an elevation had to offer."4 Though inspired by literary
motivesspecifically, the tale in Livy's History of Rome^zx recounts Philip of
Macedon's ascent of Mount Haemus in Thessaly, with its attendant viewsthe
experience shifted from the literary to the sensory, where revelation becomes
visual. Indeed, the subsequent history of landscape architecture often reveals
mythical tales, literary inspirations, and pictorial models behind the creation
of gardens; here, Petrarch's visionis already predisposed to concep- tual
density by being couched in myth and history. "At first, owing to the
unaccustomed quality of the air and the effect of the great sweep ofviewspread
out before me, I stood like one dazed. I beheld the clouds under our feet, and
what I had read of Athos and Olympus seemed less incredible as I myself
witnessed the same things from a mountain of less fame."^ The force of the
poet's vision surpasses all previous literary descriptions. Is it the poet's
unique, hyperbolic sensibility, or the inherent magnificence of nature, that is
at work here? Or is there a third term that mediates the poetic imagination and
the natural world? The letter continues with a detailed appreciation of the mul-
tiplicity and uniqueness of the natural world Petrarch witnessed, until the
moment he realizes, in a flash of intuition, that the ascent of the body must
be accompanied by a concomitant ascent of the soul. Thus, opening a copy of
Augustine's Confessions he had with him, he felicitously chanced upon the
following passage: "And men go about to wonder at the heights of the
mountains, and the mighty waves of the sea, and the wide sweep of the rivers,
and the circuit of the ocean, and the revolution of the stars, but themselves
they consider not."^ This is the ironic moment of revelation, where
experience becomes allegory and visibility becomes a metaphor for spirituality:
I dosed the book, angry with myself that I should still be admiring earthly
things who might long ago have learned from even the pagan philosophers that
nothing is wonderftil but the soul, which, when great itself, finds noth- ing
great outside itself. Then, in truth, I was satisfied that I had seen enough of
the mountain; I turned my inward eye upon myself, and from that time not a
syllable fell from my lips until we reached the bottom again. The three major
realms that informed early humanist sensibility were thus interwoven in an
allegory of spiritual revelation: inspira- tion from antiquity, sensitivity to
nature, and salvation within Christianity. Certain technical, mathematical, and
financial consider- ations would be added to these preconditions to localize
and system- atize such apperceptions in the creation of the Italian Renaissance
garden. The consequent transmigration and intercommunication of symbols and
allegories would henceforth enrich all the arts, radical- ly impelling some of
them towards their modern forms.^ Within these rubrics, the major influences on
the Renaissance transformation of man's relation to nature could be schematized
as follows. The theological revolution of Francis of Assisi redeemed nature's
state of grace. His "Canticle of Creatures"indeed, every act of his
lifeexpressed a mystical rela- tion to a cosmos in which all nature was a
reflection of God; thus nature itself was the foundation of spiritual values.
As Cassirer explains in The Individual and the Cosmos in Renaissance Phibsophy,
a book that will serve as a metaphysical guide to the current study: With his
new. Christian ideal of love, Francis of Assisi broke through and rose above
that dogmatic and rigid barrier between "nature" and
"spirit." Mystical sentiment tries to permeate the entirety of
existence; before it, barriers of par- ticularity and individualization
dissolve. Love no longer turns only to God, the source and the transcendent
origin of being; nor does it remain confined to the relationship between man
and man, as an immanent ethical relation- ship. It overflows to all creatures,
to the animals and plants, to the sun and the moon, to the elements and the
natural forces. In this unscholastic "nature mysticism" we find one
of the origins of Western ecological and environmental thought. (Indeed, Pope
John Paul 11 proclaimed Francis the patron saint of ecologists.) Yet, more
immediately, he not only redeemed the state of nature in a postlapsarian world,
but praised naturespecifically the picturesque and fertile central Italian
landscape of Umbriawith a glorious and beatific lyricism that has inspired
those who would transform nature according to human desire and volition into a
new form that would become the "humanist" garden. Yet the major
paradigm at work in establishing new ways of experiencing and re-creating the
landscape did not stem from theo- logical transformations; rather, they arose
from the rediscovery of antiquity and the consequent valorization and
appropriation of pagan mythology. This is especially the case insofar as
such myths express a profound connection to the natural world, as evidenced
most notably in OVIDIO (si veda)’s Metamorphosis, Apuleius's The Golden Ass,
Virgil's Eclogues and Georgics, and the writings of Pliny, Cicero, and Horace,
with the latter's crucial notion of ut pictura poesis. The rise of a new
literary scenarization accounted for the expression of a spe- cific sense of
place within nature such that the genius A?a would once again have a voice, as
in ALIGHIERI (si veda)’s Inferno, BOCCACCIO (si veda)’s Decameron (describing
the Villa Palmieri near Florence), Erasmus's Convivium religiosum, and
especially in Petrarch, for whom, as Cassirer notes: "The lyrical mood
does not see in nature the opposite of physical reality; rather it feels
everywhere in nature the traces and the echo of the soul. For Petrarch, landscape
becomes the living mirror of the Ego."^° If one were to formulate this
sensibility in relation to the his- tory of landscape architecture, it might be
said that the new form of garden is no longer delimited by either cloister
walls or restricted cosmological symbolism (the latter allegorically
corresponding to the medieval hortus conclusus, or closed garden), but rather
by the limits of the imagination responding to the very act of human per-
ception. Rather than serving as a static allegorical form, the garden reveals
the dynamic, creative relation between humanity and nature. The view shifts
from the interior (the cloister, the soul) to the exte- rior, encompassing not
only the ambient scene, but also distant views; space is no longer treated as
metaphoric, but is revealed in its localized and particularized reality. Nature
incarnate, in its vast mul- tiplicity, offers sites of pleasure and wonder,
terror and aweprefig- uring the fiiture aesthetic distinctions of the
picturesque, the beau- tifiil, and the sublime. Coincident with this new
sensibility was the development of a system of pictorial representationthe
quattrocento rediscovery and refinement of linear perspectivethat both drew
upon and informed the multifarious Renaissance modes of appreciating the
landscape." The intersection of mathematics, technology, and aes- thetics
in perspectival representations constitutes a major structure that articulates
the reciprocal influences between landscape, garden, literature, and painting,
one that marlcs the subsequent history of landscape architecture. Here, the
varied and often incompatible beauties (ancient and modern) of nature and
painting interacted and enriched each other's iconographies. Specifically,
three works of ALBERTI (si veda) codified the intricate interrelations between
perspective and vision, pictorial representation and landscape architecture:
Delgoverno delta famiglia (c. 1430), a treatise on family life that celebrated
the advan- tages of country living, thus instilling a taste for gardens and the
landscape; Delia pittura (1436), which codified the system of linear
perspective; and De re aedificatoria, which, in establishing
"rational" architectural rules based on ancient models (notably
Vitruvius), necessarily dealt with the question of gardens and sites, with a
particular attention to and fondness for the Italian land- scape.^^ For
Alberti, the most important aspect of choosing a build- ing site was a sloping
terrain with open perspectives from which the countryside could be seen. Though
the view into the garden was protected by enclosures, the slope of the terrain
established views of the distant landscape. Furthermore, the garden was
conceived in direct relationship with the villa as a sort of prolongation of
the architecture, thus bringing the outdoors in, all the while linking the
cultivated garden with the wild spaces beyond to establish an archi- tectonic
continuity between the natural and the human realms. Such strategies, both
structural and narrative, offer a dynamic, com- plex synthesis linking the
constructed, geometrized spaces of habita- tions with the non-geometric,
organic realms of the natural world. Alberti's text proffers many of the
characteristics of the humanist gardens of the Italian Renaissance:'^ the use
of perspective in the deployment of objects and space, grottos and the
"secret garden," symmetrical plantings, groves, clipped and sculpted
plants (topiary and espalier), architectural details, and statues of mytho-
logical figures as invocations of ancient culture, surprise effects caused by
both perspectival and technical means, and especially the myriad uses of
waterfountains, pools, canals, panerres, troughs, water staircases and
theaters, hydraulic organs and automata, even artificial rain and water jokes {giochi
d'acqua). It was through the use of water that both illusion and motion were
introduced into land- scaf)e architecture, creating the sort of instability,
surprise, and evanescence that would become central to the baroque sensibility,
with its taste for motion, dematerialization, dissimulation, and
contradiction.'** This irmiijdng of artifice, theatricality, and nature was
well expressed in that epoch by the sixteenth-century philosopher JacofK)
Bonfadio, influenced by Petrarch: "I have done much that nature, combined
with an, has turned into artifice. From the two has emerged a 'third nature,'
to which I can give no name."'' Such a "third nature" might well
be a synonym of the garden itself, for how- ever "natural" a garden
may be (as in the ideal of the eighteenth-cen- tury EngUsh garden, where the
desire to dissimulate all artifice estab- hshed a simulacrum of wild nature),
its forms always evince aesthetic, even painterly, paradigms (even true for the
notion of "vir- gin" nanire in the North American landscape, as will
be explored in a subsequent chapter). Yet this "third nature" is
never a purely for- mal artifact: it is always enmeshed in both philosophical
and narra- tive systems, as exemplified by Petrarch's appreciation of the land-
scape. Henceforth, the history of landscape architecture will entail the
intertwining and hybrid histories of poetry, literature, philoso- phy,
painting, sculpnire, architecture, surveying, hydrauhcs, and botany. In order
to grasp the conceptual and cultural systems that influenced the sensibilities,
as well as the forms, that underlie the Italian Renaissance humanist garden, a
synopsis of the philosophical trajectory of the Platonic ACCADEMIA of Florence,
found- ed by FICINO under the auspices of the Medici, is in order. The
principal foundational tenets of Renaissance ontology and epis- temology were
expressed by Nicholas Cusanus in De docta ignorantia, the initial systematic
philosophical study that began to modify the relatively rigid and often
dogmatic closure and hairsplitting of medieval scholasticism. According to
medieval thought, the closed, ordered, hierarchical universe, that "great
chain of being" of ecclesiastic Aristotelianism, was one with a moral and
religious systemof judgment and salvation in which the role of epis- temology
was a ftmction of man's limited place in that system.'^ Though Cusanus's
writings never called the theological foundation of this system into question,
they did entail a radical epistemologi- cal shift, insofar as the relation between
absolute divinity and finite humanity was no longer taken as dogmatically
posited, but was rather analyzed according to human limitations. This revision
of the ontological ratio between the absolute and the empirical implies an
indeterminable conceptual relation to infinity. Cusanus's key princi-
pleexpanding on certain nominalist analysesis that there exists no possible
proportion between the finite and the infinite, thus loos- ening the bond that
had held together scholastic theology and logic within a homogeneous system. As
a result of this separation of realms (human from divine, relative from
absolute infinity), the syl- logistics of speculative theology and metaphysics
would henceforth become disciplines distinct from logic and mathematics,
prefiguring the materialistic quest for a universal systematization of
knowledge that culminated in the ideal of the Cartesian mathesis universalis.
The amor Dei intellecttmlis (the intellectual component of the love of God,
prefiguring the notion of "Platonic love" that inspired the
neoplatonism of the Florentine Academy) established a new mystical theology.
Yet, by strictly delimiting such mysticism to its proper the- ological
domainthe ultimately unknowable realm of the dens absconditus, the hidden
godthe ftiture development of the worldly sciences would not be impeded.
Theology and mathematics would henceforth proffer incompatible yet
complementary worldviews. Central to this speculation is the principle of the
docta ignorantia, a "learned ignorance" based not on passive mystical
con- templation but on active mathematical thought, revealing the unknowable
nature of divinity, which can only be expressed in con- tradiction and
antithesis. This results from the unfathomable nature of God, such that the
maximal ontological conditions of existence are constituted by a qualitative,
not a quantitative, determination whence the cognitive paradoxes that result
from all intellectual attempts to resolve the divine mysteries. All human
thought oper- ates according to finite determinations, generating predicable
and measurable differences; yet beyond any given determination, an absolute
term can always be postulated, even if it is not deter- minable. However,
between the finite and the infinite there is no common term, thus no possible
predication. This is a metaphysics of maximal contradiction, of complicatio,
not explicatio. The infini- ty of the godhead is unpredicable and
inexpressible. Whence the necessity of differentiating between the infinite and
the indefinite, wherein the mutually exclusive relation between the ideal,
uncondi- tioned, indeterminable realm of the divine and the empirical, con-
ditioned, determinable realm of the human. Where the axiomatic knowledge of
mathematics fails, the limits of comprehensibility end, and the realm of
negative theology begins. Knowledge, for Cusanus, was the progression of
thought towards its incomprehensible limits, in the attempt to understand the
fundamental ontological contradictions of existence. Whence the notion of the
coincidentia oppositorum, the coincidence of oppo- sitesthe very form of such
ignorancewhich is the outcome of this new metaphysical speculation, revealing
the limits of the ancient philosophical dichotomy of immanence and
transcendence, thought and being. The infinity of the godhead is indeterminable
yet appar- ent to human knowledge precisely in terms of our "learned igno-
rance," which evolves an intuition of what surpasses the limits of human
cognition. As Jaspers explains: "Speculative thinking must remain the
thinking of the unthinkable, it must preserve an unresolvable tension. The
fundamental concept remains paradoxi- cal."'7 Thus the docta ignorantia
establishes a worldly, human domain of knowledge, apart from theological
speculation, differen- tiating the calculable and operable mathematical
infinity from the impenetrable infinity of God. Here, knowledge becomes an
active function of the dynamics of attempting to connect the impercepti- ble
universal to the sensible particular, with its attendant concrete symbolizations.
Not only did this system offer a foundation for modern science and mathematical
speculation, but it also estab- lished the grounds for a new,
"rationalized" aesthetics, as explained by Cassirer: The De docta
ignorantia had begun with the proposition that all knowledge is definable as
measurement. Accordingly, it had established as the medium of knowledge the
concept of proportion, which contains within it, as a condi- tion, the
possibility of measurement. Comparativa est omnis inquisitio, medio proportionis
uteris. But proportion is not just a logical-mathematical concept: it is also a
basic concept of aesthetics Thus, the speculative-philosophical, the
technical-mathematical, and the artistic tendencies of the period converge in
the concept of proportion. And this convergence makes the problem of form one
of the central problems of Renaissance culture.'^ In the arts, this is most
apparent in the relation between theory and practice in VINCI (si veda) and ALBERTI
(si veda), the latter of whom had direct links with Cusanus, utilizing
Cusanus's specula- tions in his own work. Yet while Cusanus was mainly
preoccupied with mathematical and cosmological issues, the philosophers of the
Platonic Academy of Florence were especially concerned with the role of beauty
as a spiritual value and so extended his studies into other realms. Following
Cusanus, beauty was deemed an objective value determined by measure,
proportion, and harmony. Beauty might exist as an intelligible sign of God, but
it is gauged according to human proportions, values, and limits. A year before
his death, Cosimo de’ MEDICI (si veda) wrote, in a letter to FICINO (si veda). "Yesterday
I arrived at my Villa Carreggi, not to cultivate the fields, but my soul.
"'9 This sentimentwhere inner and outer nature exist in reciprocal
symbolic resonancewas fully in accord with FICINO (si veda)’s philosophical
temperament, as it was in the Medici's Villa Carreggi in Florence where Ficino
founded his famed Academy. Here, the gardens provided a site of retreat.
inspiration, meditation, and discourse, while the villa ofifered a ver- itable
compendium of the arts, with its library, music room, and gal- leries of
artworks. This would suggest not only that nature and its aesthetic simulacrum,
the garden, played a major role in Ficino's philosophy, but also that a
consideration of his philosophical system might bear upon our understanding of
the landscape and develop- ments in landscape architecture of the period. On
the basis of an expanded model of the principle of the coincidence of
opposites, Ficino demonstrated the central place of man in the universe. In his
cosmology, the soul is the privileged midpoint between the intellectual and the
sensible world, mediating the higher and lower realms, dynamically embracing
the universe through the process of knowing and self-determination. The soul is
the means by which the universe reflects upon itself through a dynamic unity,
as opposed to the static hierarchy posited by scholas- ticism. Whence the new
status of the dignity of man, who is seen (following Plato's tripartite
schematization of the soul) to share attributes with both the lower and the higher
beings, midway between the cosmic mind and the cosmic soul above, and the
realms of nature and of pure, formless matter below. As the terms of this
hierarchy are emanations of God (following Plotinus's mystical read- ing of
Plato, and hardly distant, either intellectually or geographi- cally, from
Saint Francis's nature mysticism), all cosmic zones par- ticipate in, and
somehow symbolize, divine creation. All realms of existence are therefore
interconnected, and the cohesion of the cos- mos is reflected in the microcosm
of human intelligence. As Cassirer writes of a Ficino dialogue between God and
the soul: God says: "I fill and penetrate and contain heaven and earth; I
fill and am not filled because I am fullness itself. I penetrate and am not
penetrated, because I am the power of penetration. I contain and am not
contained, because I myself am the faculty of containing." But all these
predicates claimed by the divinity are now equally attributable to the human
soul}° As such, fact becomes truth, and the world becomes meaningful, through
the ^rf of cognition; symbols can be effectively derived from all facts,
objects, and events; thought is liberated to become a cre- ative, and not
merely reflective, activity. Inspired by the theory of love developed in Plato's
Symposium and Phaedrus, FICINO (si veda) places mystical love (in a manner very
differ- ent from that of Saint Francis's more immediately sensual and intu-
itive mysticism) at the center of his system, as a cosmological, and not a
psychological, principle. Erwin Panofsky elaborates: Love is the motive power
which causes God—or rather by which God caus- es Himself—to effuse His essence
into the world, and which, inversely, caus- es His creatures to seek reunion
with Him. According to Ficino, amor is only another name for that
self-reverting current {circuitus spiritualise from God to the world and from
the world to God. The loving individual inserts himself into this mystical
circuit.^' Whence the much misunderstood notion of ;he highest form of love,
"Platonic love," that "divine madness" which is the source
of poetic inspiration and genius as introduced by Plato, enriched by Plotinus,
Augustine, and the twelfth-century Neoplatonists, and transformed by Ficino.
Such love entails a desire guided by cogni- tion, which seeks as its ultimate
goal the beauty diffused throughout the universe. The contradictory and
oppositional totality of love is symbolized by the two Venuses, celestial and
natural, representing sacred and profane love: beauty as supercelestial,
intelligible, and immaterial, and beauty as particularized and perceptible in
the cor- poreal world.^^ Within this context, three sorts of love are possible:
amor divinus (divine love, ruled by the intellect), amor humanus (human love,
ruled by all the other faculties of the soul), and amor ferinus (bestial love,
which is tantamount to insanity). Love is the factor that mediates the higher
and lower worlds, transcendence and immanence, cognition and perception.
Cassirer stresses the import of this theory for an incipient humanism: This
contradictory nature of Eros constitutes the truly active moment of the
Platonic cosmos. A dynamic motif penetrates the static complex of the uni-
verse. The world of appearance and the world of love no longer stand simply
opposed to each other; rather, the appearance itself "strives" for
the idea. Love is both psychological and theological, human and divine, con-
templative and active, intellectual and passional; it achieves a central
epistemological status due to its vast, synthesizing function; it is
ontologically all-encompassing precisely because of its profoundly paradoxical
nature—a complex scenario that will be dramatized, in a manner crucial to the
subsequent history of landscape architecture, in Francesco Colonnas Hypnerotomachia
Poliphili, discussed later in this chapter. In this context, the entirety of
creation is an emanation of God, therefore the realm of nature is no longer
deemed evil, for only nonbeing is evil. Panofsky: Thus the Realm of Nature, so
full of vigour and beauty as a manifestation of the "divine
influence," when contrasted with the shapelessness and lifelessness of
sheer matter, is, at the same time, a place of unending struggle, ugliness and
distress, when contrasted with the celestial, let alone the super-celestial
world.^ The human soul is the site of the reflection and expression, if not
quite the resolution or synthesis, of these universal antinomies and
oppositions. The spiritual is present in the natural world, such that, a fortiori,
nature offers itself for human expression in terms of what Panofsky terms
zpaysage moralise {moraliTjed landscape). As such, the- ological and
cosmological symbolism is not at all obviated by the real- ism and
perspectivalism of quattrocento art. Quite to the contrary, it offers a
supplemental semiotic layer to imagery and allegory, adding the realm of
"perspective as symbolic form," as Panofsky stated it, to previous
symbolic systems. In fact, within this theological cosmology, all symbols and
objects are simultaneously moralized and humanized. This transformation of
vision and knowledge holds great promise for the arts, and especially for
landscape architecture, insofar as the benevolence of the natural world is now
theorized as a modality of divine love, and thus connected to what will later
be subsumed under the rubric of the sublime through the human act of
contemplation. In this theory of Platonic love, the artists of the Renaissance
found a system that expressed their most profound aesthetic con- cerns, notably
that the eternal values of beauty and harmony they sought need be expressed
through material forms. Thus the artist is necessarily a mediator of the
spiritual and the sensible realms. The very nature of artistic creativity, in
all its complexity, paradox, and multiplicity, was expressed therein. Cassirer
delineates what is aes- thetically at stake: The enigmatic double nature of the
artist, his dedication to the world of sen- sible appearance and his constant
reaching and striving beyond it, now seemed to be comprehended, and through
this comprehension really justified for the first time. The theodicy of the
world given by Ficino in his doctrine of Eros had, at the same time, become the
true theodicy of art. For the task of the artist, precisely like that of Eros,
is always to join things that are sepa- rate and opposed. He seeks the
"invisible" in the "visible," the "intelligible"
in the "sensible." Although his intuition and his art are determined
by his vision of the pure form, he only truly possesses this pure form if he
succeeds in realizing it in matter. The artist feels this tension, this polar
opposition of the ^5 elements of being more deeply than anyone else. This new
metaphysics of art was in great part based upon the notion of the representable
order of nature. The subsequent imaging of the world became a function of the
profound affinities between mathe- matical research and aesthetic production,
insofar as they both share a sense of form, based on the newly representable
order of the cos- mos. Cassirer: "For now, the mathematical idea, the a
priori' of pro- portion and of harmony, constitutes the common principle of
empirical reality and of artistic beauty. "^^ And as Cassirer insists,
regarding the primacy of form in the Renaissance poetry of writers such as
Dante and Petrarch, such lyricism does not express a preex- istent reality with
a standard form, but creates a new inner reality by giving it a new form:
"stylistics becomes the model and guide for the theory of categories."^''
This claim may be generalized for the textu- al arts (philosophy, rhetoric, and
dialectics) and extrapolated for the visual arts. It was, indeed, a model for
the new nature of thought, where style is not a formal effect bounded by the
limitations of sheer representation, but rather where representation itself is
a creative act. Within this context, the garden would no longer be conceived as
merely a microcosmic or Edenic symbol, nor as a theological alle- gory of the
body of the Virgin. In a sense, every theory of the micro- cosm is a theory of
mimesis, of levels of representation. Henceforth, there would be a reciprocal
relationship between the mimetic activ- ity of art and the perception of
nature, such that, concurrently, art would attempt to represent nature, and nature
would be seen according to the work of art. Consequently, mimesis would play a
decreasing metaphysical role in the light of the new theories of human
creativity and productivity. Mediating this reciprocity, the garden would be a
"third nature," simultaneously patterned upon the idealizations of
art and reinventing the way that the landscape was experienced. This aes-
thetic was summed up by Giordano Bruno in Eroicifuroi: "Rules are not the
source of poetry, but poetry is the source of rules, and there are as many
rules as there are real poets. ""Nature" had always been, and
would always be, invented. But now, the verity of this perpetual reinvention,
its cultural inexorability, was recognized and thematized as a function of
artistic creativity. The ultimate extrapolation of this mode of philosophical
specula- tion was achieved by Giovanni Pico della Mirandola (1463-94), a
disciple of Ficino who joined the Florentine Academy a quarter of a century
after its inception. ^9 Xhe radical aspect of Pico's thought was the reversal
of the relation between being and becoming or acting in the cosmic hierarchy,
aproblem predicated on the role of freedom. In the scholastic universe, every
being, including the human being, had a fixed place in the cosmic hierarchy;
the sphere of human voli- tion and cognition was strictly delimited and
conditioned. For Ficino, to the contrary, though man's role in the universe was
to rec- ognize and celebrate the entirety of creation, human difference and
dignity consisted in man's role as a metaphysical mediator between the higher
and lower realms. Pico radicalized and potentialized this mediative role by
positing the entirety of the cosmic hierarchy as man's proper place. Thus man,
endowed with no essential particu- larities, no longer had a fixed place in the
cosmic hierarchy: the placement of each person within the cosmos was a function
of indi- vidual activity, so that man could degenerate towards the beasts or
ascend towards God, according to the value of his acts. Human nature consisted
precisely in not having a predefined nature or form. In this
proto-existentialist philosophy, man's being is defined as becoming; man's
essence is constituted by the unique trajectory of each individual existence.
In this system, where existence precedes essence, coincide the roots of both Pascalian
anguish and existential optimism; the origins of both a theological anxiety at
the eclipse of God and the joys of a radical liberation of the human soul.
Though the system still operated within a Christian ethos, it established the
preconditions for a secular realm of thought. This openness towards the world
implied that human volition and knowledge must traverse the entire cosmos in
order to achieve individual spiritual fiilfillment. As Pico wrote, concerning
the creation of man, in his Oration on the Dignity ofMan, At last the best of
artisans ordained that that creature to whom He had been able to give nothing
proper to himself should have joint possession of what- ever had been peculiar
to each of the different kinds of being. He therefore took man as a creature of
indeterminate nature and, assigning him a place in the middle of the world,
addressed him thus: "Neither a fixed abode nor a form that is thine alone
nor any function peculiar to thyself have we given thee, Adam, to the end that
according to thy longing and according to thy judgment thou mayest have and
possess what abode, what form, and what functions thou thyself shalt desire.
The nature of all other beings is limited and constrained within the bounds of
the laws prescribed by Us. Thou, con- strained by no limits, in accordance with
thine own free will, in whose hand We have placed thee, shall ordain for
thyself the limits of thy nature. We have set thee at the worlds center that
thou mayest from thence more easily observe whatever is in the world. We have
made thee neither of heaven nor of earth, neither mortal nor immortal, so that
with freedom of choice and with honor, as though the maker and molder of
thyself, thou mayest fashion thyself in whatever shape thou shalt prefer. Thou
shalt have the power to degenerate into the lower forms of life, which are
brutish. Thou shalt have the power, out of thy soul's judgment, to be reborn
into the higher forms, which "'° This self-transforming, metamorphosing
nature is ever-changing, establishing no fixed form. In the aesthetic realm,
Pico's theory of total potentiality and mutability justified a renaissance of
artistic cre- ativity, with a newfound juxtaposition and inmixing of forms,
styles, and symbols. This metaphysics of action and creativity is at the ori-
gin of an aesthetic lineage leading to the baroque and culminating in
romanticism. It is interesting to note that Pico's philosophy was dramatized by
the Spanish humanist Juan Luis Vives (1492-540) in Fabula de homine (c. 1518),
where the full mimetic powers of protean man are acted out on the stage of the
Roman gods. After imitating the gamut of natural forms, man achieves a
quasi-apotheosis: "The gods were not expecting to see him in more shapes
when, behold, he was made into one of their own race, surpassing the nature of
man and relying entirely upon a very wise mind Man, just as he had watched the
plays with the highest gods, now reclined with them at the banquet."^' But
this theatricality did not end with the allegori- cal staging of theology in a
mythical setting; Vives also considered the implications of this apotheosis,
entailing newfound powers of human creativity in relation to the observation of
the natural world, claiming, all that is wanted is a certain power of observation.
So he will observe the nature of things in the heavens in cloudy and clear
weather, in the plains, in the mountains, in the woods. Hence he will seek out
and get to know many things about those who inhabit such spots. Let him have
recourse to garden- ers, husbandmen, shepherds and hunters ... for no man can
possibly make all observations without help in such a multitude and variety of
directions.'^ This protean ontology was not lost on the natural sciences. The
specificity of landscape would be determined with increasing preci- sion
following the development of the new sciences of geography, astronomy,
meteorology, botany, zoology, etcetera; furthermore, the physical sciences
would increasingly serve the arts, with all their the- ological and
metaphysical symbolism, however archaic or obscure. Already in this epoch, the
hortus conclusus, the enclosed clois- ter gardens of the medieval monasteries,
gave way to the secret gar- dens of the Renaissance, and later to the more
systematically orga- nized botanic gardens, initiated in Venice in the
fifteenth and sixteenth centuries, with their increasingly open collections of
in- digenous and exotic plants. When the first public botanic garden was
created in Padua in 1545, the secret garden gave way to the pub- lic garden. As
explained by Gaetane Lamarche-Vadel, The secret garden henceforth became a
laboratory of minutious observations of all the states of plants' growth, of
their reactions to the seasons, climates, and adoptive soils. Petrarch already
gave himself over to such scrupulous experimentations and annotations in his
gardens at Vaucluse, The attempts at transplanting pursued a century later
accelerated and changed in scale: the '' exchanges were no longer local but
intercontinental. Unknown roots from the New World arrived to be planted in the
ancient earth of the Old World; new names of plants abounded; exotic herbs,
spices, and produce transformed cuisine; old maladies found cures; the eye
received novel pleasures. What arrived to incite mystery and wonder slowly gave
way to knowledge and order: the notion of the world as a closed microcosm was
replaced by the con- cept of an infinite universe, open to sensory observation
and increas- ingly rational classification. Each new botanical discovery
demand- ed a place on the cosmic great chain of being; as the examples became
more and more numerous, and less and less coherent with the previously
contrived system of botanic knowledge, the old cate- gories became insufficient
to the task, forcing both a new system of classification and ultimately an
entirely new conception of the cos- mos (coherent with analogous discoveries in
the other sciences, notably those of the great Copernican and Galilean
astronomical revolutions). Under the stress of an increasingly heterogeneous
empirical field of objects collected, beginning in the fifteenth centu- ry,
from the corners of the earth—including all the orders: animal, vegetable,
mineral—the old system of classes was subverted and transformed. These objects
decorated both cabinets of curiosity and gardens (living, outdoor cabinets of
curiosity), radically transform- ing the order of nature—including the
aestheticized reordering of nature that is the garden—in a scenario of
hybridization beyond any adequately totalizing knowledge. Hybrid species gave
rise to hybrid thoughts. However, as this process of demythification was a slow
one (evolving over the centuries), each epoch bore a particular ratio of the
inmixing of myth and science—a ratio that would remain crucial to all aesthetic
representations and transformations of the landscape. Ficino's notion that all
of creation is divine and beautiful opened the way for the historicizing of
knowledge, which is one of the key tenets of humanist thought, no longer
restricted to the Christian limitations of scholastic scholarship. For if all
cosmologi- cal levels of the universe participate in divine goodness and
beauty, then by extension all historical moments of thought participate, albeit
partially, in universal truth. The result was a new syncretism, most
immediately effected by Ficino in a reconciliation of Platonic and Aristotelian
systems, but also extending to the positive recon- sideration of such thinkers
as Plato, Moses, Zoroaster, Hermes Trismegistos, Orpheus, Pythagoras, Virgil,
and Plotinus. Further- more, the implications of this intellectual openness and
mobility were vast for both philosophical historicism and a theory of natural
religion: the fact that consciousness must survey the entirety of the universe
implied the necessity of discerning the truth value of every system of thought.
Christian or otherwise, insofar as they all partake of a vaster universal
truth. Pico's syncretism was even greater than that of Ficino, including not
only Ficino's sources but also the Greek, Latin, and Arabic commentators of
Aristotle, as well as the Jewish Cabalists. Furthermore, and crucial for modern
hermeneu- tics, Pico went beyond the medieval scheme of interpreting scripture
at four different levels—literal, allegorical, moral, and anagogical according
to a hermeneutic centered on the master narrative of the Bible. Rather, he
argued for a multiplicity of meanings to scripture, as heterogeneous and
polyvalent as the complexity of the universe to which they pertained. In Pagan
Mysteries of the Renaissance, Edgar Wind discusses the implications of Pico's
conceptual revolution for art and aesthetics. The notion of the deus
absconditus, the hidden God, implies that no single symbolization of God can be
adequate, for God is fundamen- tally nonrepresentable. Witness Cusanus's
discussion, in De docta ignorantia, of the many names of the pagan gods: All
these names are but the unfolding of the one ineffable name, and in so far as
the name truly belonging to God is infinite, it embraces innumerable such names
derived from particular perfections. Hence the unfolding of the divine name is
multiple, and always capable of increase, and each single name is related to
the true and ineffable name as the finite is related to the infinite.^'* As
Wind suggests, "Poetic pluralism is the necessary corollary to the radical
mysticism of the One. This polytheistic, or at least poly- morphic, vision of
the deity achieved the reconciliation of theologi- cal opposites in the hidden
God, necessitating an application of the intellectual syncretisms of Ficino and
Pico. Yet those irreconcilable opposites, w^hich previously could only have
been united within God, could now be provisionally reconciled in human
conscious- ness. But insofar as this central theological doctrine could only be
stated in the form of a paradox, its manifold expressions, whether conceptual,
symbolic, pictorial, or ornamental, needed to share the conceptual and
ontologicaJ equivocation of its foundation. This would be the source of a new
iconographic richness in the arts. Pico was intimately familiar with the
ancient pagan mystery religions being rediscovered during his time, as well as
with the role of initiation in the acquisition of knowledge; indeed, he had
planned to write a book on the subject entitled Poetica theobgia. He discerned
the various formal levels of these mysteries—ritualistic, figurative, and
magical—all of which were continuously intermin- gled during the Renaissance.
Within these systems, truth was always hidden, to be revealed only to the
initiated through hieroglyphs, fables, and myths. The dissimulation of truth
was a protection against profanation; revelation was thus a function of
disguise, dis- simulation, concealment, equivocation, and ambiguity. Wind's
analysis of the much-admired Renaissance maxim, ^^- tina lente (make haste
slowly), which originated in Aulus Gellius's Nodes Atticæ, is a concrete case
in point. This oxy- moron simultaneously sums up, at a poetic level of
understanding, the metaphysical principle of divine totalization, the
epistemological principle of the limits of human comprehension, and a certain
eth- ical principle for regulating one's earthly existence. Here, the meta-
physical is reduced to representable (and thus apparently compre- hensible)
oxymoronic hieroglyphs or emblems—such as a dolphin around an anchor, a
butterfly on a crab, an eagle and a lamb, and countless others—all intended,
"to signify the rule of life that ripeness is achieved by a grovi^ih of
strength in which quickness and "^*^ steadiness are equally developed.
Metaphysics is thus expressed in the realm of popular imagery by reducing
philosophy to the emblematic. The result of this reduction of the cognitive to
imagery is that while aesthetics always implies a metaphysics, metaphysics is
no longer the prime guarantor of aesthetics. This is apparent, for example, in
a seminal^'' book in the his- tory of Western gardens, Francesco Colonna's
Hypnerotomachia Poliphili (The Strife of Love in a Dream). Here numerous
versions oifestina lente are illustrated; each one provides a unique nuance to
the idea, specifically attuned to the demands of the narrative. As Wind
explains, these emblems in fact serve as part of the initiatory mechanism of
the allegory. The plan of the novel, so often quoted and so little read, is to
"initiate" the soul into its own secret destiny—the final union of
Love and Death, for which Hypneros (the sleeping i,rosfuneraire) served as a
poetic image. The way leads through a series of bitter-sweet progressions where
the very first steps already foreshadow the ultimate mystery oi Adonia, which
is the sacred mar- riage of Pleasure and Pain.^^ The coincidence of opposites
is revealed through sundry conjunc- tions, such that not only the marvels and
miracles of the world, but also its most commonplace objects, reveal human
destiny. Needless to say, if basic imagery is thus manipulated, the most
complex forms of expression—the arts, including landscape architecture—^will
bear witness to similar metaphysical formations and deformations. These
techniques lead to the realm ofwhat, as Cassirer reminds us, Goethe referred to
as an "exact sensible fantasy,"^^ where science, nature, and art
coalesce in an empirical realm that utilizes its own standards, paradigms, and
forms; where abstraction and vision merge; and where fantasy and theory,
literature and metaphysics, share a com- mon ground of expression. If poetry
and images were but a veil upon the truth, they nev- ertheless offered an
alternate entry into the theological system, a means of circumventing the
obvious social restrictions of a more the- ological approach. This syncretism
was reciprocal: "An element of doctrine was thus imparted to classical
myths, and an element of poetry to canonical doctrines. Thus there obtained a
hybridization of elements within imagery; theological connotations were granted
to secular figures, and, conversely, sacred scenes evinced secular and
contemporary truths. What Wind termed a "transference of types'' was in
fact more than a stylistic feature of Renaissance art; it estab- lished an
epistemological overture that indicated the metaphysical foundations of a major
lineage of subsequent art and aesthetics. This syncretism was not lost on the
arts. Though earlier hybrid works were evident in both pastoral dramas and mystery
plays, the first Gesamtkunstwerk proper, in the contemporary sense of the term,
was the opera, developed at the end of the sixteenth century, with the
appearance of Peri's Euridice created in Florence in 1600, and Monteverdi's
Orfeo created in Mantua in 1607. Monteverdi utilized all the resources of the
art, ancient or new. This distinc- tion between old and new, most honored
around 1600, held little value for him. Thus on every page one finds archaic
connections of tunes, traditional procedures of writing and orchestration, as
well as modulations, dissonances, enharmonics, and chromaticisms engendered by
tonality, by Greek metrics, and by the rhythmics of declamation. But what
pertained uniquely to Monteverdi was his knowledge of gauging, choosing,
blending, and ordering all these elements to create a moving and animated work
with great lyrical inspiration."*^ Beginning with Orfeo, Monteverdi
established a musical synthesis of court airs, madrigals, recitative, canzone,
and arioso; this entailed a corresponding scenographic synthesis of the varied
arts. As the Cartesian mathesis universalis sought the synthesis of the
sciences in a unified theory, so would the opera syncretize the arts on the
spatially homogeneous, but stylistically heterogeneous, stage of baroque drama.
And yet, structurally speaking, it might be argued that the humanist garden of
the Italian Renaissance is the major precursor of the totalizing artwork,
insofar as it already served as the ground, synthesis, and scenarization of all
the other arts. “Hypnerotomachia Poliphili” of Colonna was published in Venice
in 1499."^^ The tale consists of the phantas- mic quest of Poliphilus,
presented as an initiatory erotic drama couched in the form of a dream,
recounting the protagonist's expe- riences and tribulations as he searches for
his beloved Polia. Beginning in the anguishing soHtude of a wild, dark,
labyrinthine forest, he finally emerges, by invoking divine guidance, into a
beau- tiful, sunny landscape of absolute perfection. Here he discovers a world
filled with gardens and palaces, containing enigmatic and emblematic monumental
sculptures and ruins representing the arts of the ancient cultures of Egypt,
Greece, and Rome, such as pyra- mids, obelisks, and temples, all evincing a
perfection lost in the con- temporary epoch. The archaic is brought into the
service of the arcane. The allegory then thickens as Poliphilus continues his
Neoplatonic quest towards love and truth, encountering five girls representing
the five senses, a queen symbolizing free will, and final- ly two young women
symbolizing reason and volition. After visiting the palace, guided by the
latter two women, he is taken to the three palace gardens, which are ultimate
expressions of human artifice: gardens of glass, silk, and gold. This passage
is worth quoting at length, as the descriptions of gardens in the
Hypnerotomachia Poliphili are of inestimable importance in the subsequent
history, imaginary and practical, of landscape architecture. When we arrived at
the enclosure of orange trees, Logistic said to me: "Poliphilus, you have
already seen many singular things, but there are four more no less singular
that you must see." Then she led me to the left of the palace, to a
beautiful orchard as large in circumference as the entire dwelling where the
queen made her residence. Around it, all along the walls, there were parterres
planted in cases, intermixing box-trees and cypresses, that is to say a cypress
between two box-trees, with trunks and branches of pure gold, and leaves of
glass so perfectly imitated that they could have been taken for nat- ural. The
box-trees were topped with spheres one foot high, and the cypress- es with
points twice as high. There were also plants and flowers imitated in glass, in
many colors, forms and types, all resembling natural ones. The planks of the
cases were, as an enclosure, surrounded with slides of glass, gild- ed and
painted with beautifiil scenes. The borders were two inches wide, trimmed with
gold molding on top and bottom, and the corners were cov- ered with small
bevels of golden leaves. The garden was enclosed with pro- truding columns made
of glass imitating jasper, encircled by plants called bindweed or morning glory
with white flowers similar to small bells, all in relief and of the same
colored glass modeled after nature. These columns rested against squared and
ribbed pillars of gold, sup- porting the arcs of the vaulting made of the same
material. Underneath, it was trimmed with glass rhombuses or lozenges, placed
between two moldings. Upon the capitals of the protruding columns were placed
the architrave, the frieze, and the cornice in glass, figures in jasper, as
well as the moldings around it, golden rhombuses with polished and hammered
foliage, such that the rhombuses were a third as wide as the thickness of the
vaulting. The ground plan and the parterre of the garden were made of
compartments composed of knotwork and other graceftil figures, mottled with
plants and flowers of glass with the luster of precious stones. For there was
nothing nat- ural, yet there existed, nevertheless, an odor that was pleasant,
fresh and fit- ting the nature of the plants that were represented, thanks to
some compound with which they were rubbed. I long gazed upon this new sort of
gardening, and found it to be very strange.^^ The brilliance and genius of this
pure artifice invokes Poliphilus's admiration and wonder; the inherent
artificiality of mimesis is revealed. While this garden was never imitated in
its totality, it established a certain sensibility, and many of its elements
have served as models for both details and major elements throughout the his-
tory of landscape architecture—as well as in the subsidiary art of pastry
making, with its parallel history. Poliphilus's discovery of these artificial
wonders continued: "Let us go to the other garden, which is no less
delectable than the one which we just showed him." This garden was on the
other side of the palace, of the same style and size as the one made of glass,
and similar in the disposition of its beds, except that the flowers, trees, and
plants were made of silk, the col- ors imitating those of nature. The box-trees
and the cypresses were arranged as in the preceding garden, with trunks and
branches of gold, and underneath were several simple plants of all types, so
truly crafted that nature would have taken them for her own. For the worker had
artificially given them their odors, with I know not what suitable compounds,
just as in the glass garden. The walls of this garden were made with singular
skill, and at incredible cost. They were assembled with pearls of equal size
and value, upon which was spread a stalk of ivy with leaves of silk, branches
and small creeping runners of pure gold, and the corymbs or raisins of its
fruit of precious stones. And, equidistant around the wall were squared
pillars, with capitols, architraves, friezes and cornices of the same metal,
resting upon it as ornaments. The planks that served as slides were made of
silk embroidered with gold thread, depicting hunting and love scenes so
surprisingly portrayed that the brush could not have done better. The parterre
was covered with green velour resembling a beautiful field at the beginning of
the month of April. 45 They then enter a third garden, in which is located a
golden trian- gular obelisk, decorated on its three sides: Logistic turned
towards me and said: "Celestial harmony consists of these three figures,
square, round, and triangular. Know, Poliphilus, that these are ancient
Egyptian hieroglyphs, which have a perpetual affinity and conjunc- tion,
signifying: 'the divine and infinite trinity, with a single essence.' The
square figure is dedicated to the divinity, because it is produced from unity,
and is unique and similar in all its parts. The round figure is without end or
beginning, as is God. Around its circumference are contained these three
hieroglyphs, whose property is attributed to the divine nature. The sun which,
by its beautifiil light, creates, conserves, and illuminates all things. The
helm or rudder which signifies the wise government of the universal through
infi- nite sapience. The third, which is a vase full of fire, gives us to
understand a "4° participation of love and charity communicated to us by
divine goodness. The Neoplatonic resonances are worth noting. Continuing his
quest, Poliphilus is confronted with three doors, representing the major paths
of life, leading towards either the glory of God, the plea- sures and wonders
of the world, or love. As Poliphilus chooses the last—justifying the text's
extreme voluptuousness—he is led to the most perfect garden of all, Cythera,
residence of the goddess of Love (and historic site of the Greek cult of
Aphrodite): "That region was dedicated to merciful nature, intended for
the habitation and dwelling of beatified gods and spirits."47 The
description of the gar- dens of Cythera is so complex as to escape precise
visualization and defy synopsis, yet it has inspired much of the Western
imagination of landscape architecture. Here, the new Renaissance sense of
nature combines with the contemporary exigencies of the arts: cosmic symbolism
is reflected in architectural detail, the fecund sensuality of nature is
circumscribed by the most rigorously geometricized geography, and the beauty of
the landscape is accentuated, or even simulated, by the most refined artifice
of the artisan's craft. Each aspect of this site inaugurates a type of
perfection later to become stereotypical. The island is circular, with
crystalline earth, beaches surrounded with ambergris, and its circumference is
defined by ordered plantings of cypresses and bilberry bushes trimmed to
perfection every day. The island's river has a shore adorned with sand mixed
with gold and precious stones, and banks planted with flowers and citrus trees.
The island's major divisions are mathemat- ically organized and separated by
porphyry enclosures of artificial foliage and knotwork decorations interspersed
with marble pilasters; each of these divisions delimits a different sort of
planting: oak, fir, shrubs formed into figures representing the powers of
Hercules, pine, laurel and small shrubs, apple and pear, cherry, heart-cherry
and wild-cherry, plum, peach and apricot, mulberry, fig, pomegran- ate,
chestnut, palm, cypress, walnut, hazelnut, almond and pista- chio, jujube,
sorb, loquat, dogwood, service, cassia, carob, cedar, ebony, and aloes. In what
appears as a prototypical version of Michel Foucault's "Chinese
encyclopedia"—where the introduction of fantastic ele- ments shatters
empirical taxonomy—the animals to be found there are no less diverse, so as to
maintain the Utopian aspect of the site: satyrs, fauns, lions, panthers, snow
leopards, giraffes, elephants, griffins, unicorns, stags, wolves, does,
gazelles, bulls, horses, and an infinity of other species (excepting only those
that are poisonous or ugly). Furthermore, the decorations within the sundry
orchards, prairies, and parterres offer nearly the entire gamut of what shall
become the standard features of Western landscape architecture: trellises,
bowers, altars, decorative bridges, topiary, sculptural and architectural
features, and fountains. There are herb gardens con- taining a variety of
medicinal plants as vast as that of medieval clois- ter gardens, including
absinthe, birthwort, mandragora, fiimitory, devil's milk, sumac, betony,
calamint, lovage, St.-John's-wort, night- shade, peony; and also aromatic and
edible plants such as lettuce, spinach, sorrel, rocket, caraway, artichokes,
chervil, peas, broad beans, purpura, pimpernel, anise, melons, gourds,
cucumbers. chicory, watercress, etcetera. The flowers in the prairies, whose
description evokes the millefleurs backgrounds of medieval tapestries such as
the unicorn cycles, are no less varied, and the parterres, plant- ed with
extremely complex, interlaced, and varied patterns of flowers and other plants,
have become classic models for subsequent gardens. Finally, there is the
veritable "source" and destination of the quest, the mystical
fountain ofVenus (which, most tellingly, remains unillustrated, but for a
schematic ground plan), with columns made of precious stones, detailed
carvings, and zodiacal and mythological symbols. The source of the water could
itself be seen as an allegory for the "third nature" that
characterizes the art of gardens: The cover of this marvelous fountain was made
of a rounded vault like an overturned coupe without a foot, all of a single
piece of crystal, whole and massive, without veins, flaws, hairs, kerfs, or any
macula whatsoever, purer than the water spouting from the solid, artless, raw,
unpolished rock, just as nature made it."** The Italian Renaissance
produced copies, however flawed, of certain aspects of these gardens.
Henceforth, mathematics and mythology would join within the art of landscape architecture.
Yet, however imperfect the imitation, an entire worldview was evident in these
gardens. As Gaetane Lamarche-Vadel remarks, The visions freed by the reveries
are not always images of paradise lost; they also sometimes prefigure models of
a perfection yet to come. The island where Poliphilus ends his journey is one
of those: Venus, in concert with mathe- matical reason, conceived the plans for
this garden. Fecundity is allied with order, measure, and proportion."*?
The metaphysical allegory is always upheld by the most extreme sen- suality and
preciosity. Indeed, one of the inscriptions on the foun- tain may serve as an
epigraph for the entirety of the Hypneroto- machia Poliphili: "Delectation
is like a sparkling dart. No synopsis of the Hypnerotomachia Poliphili can
satisfy, for it is precisely due to the eccentricity of its quasi-encyclopedic
char- acter—through the heterogeneous allusions and evocations of each object,
and the symbolic interrelations between these objects—that the nature of this
synthesizing, moralizing, and aestheticizing sym- bolic system appears. The
heterogeneous enumeration shatters the effects of mimesis, giving rise to art
as an activity of the autonomous imagination. Such a pluraUstic mode of Usting
and narrative para- taxis operates as a conceptual expansion of horizons,
utihzing pre- vious symbols, forms, and taxonomic schemes retrospectively to
recreate their classic origins; proleptically, they create a modern aes-
thetic.^' Here, a vast syncretism rules the combination of botanic (Egyptian,
Cypriot, Greek, Syrian, etc.), architectural (ancient Greek, Roman, Italian,
Gothic, monastic, etc.), and textual (Pliny, Virgil, Dioscorides, Theophrastus,
etc.) elements, establishing a totality imbued w^ith the most extreme, and fruitful,
anachronisms. And yet, it is perfectly coherent with the Neoplatonic
metaphysical speculation of the epoch; for all classicism is inherently
revisionis- tic, transfiguring ancient forms according to contemporary motives.
It is precisely here that we can appreciate the allegorical weight of ruins in
landscape architecture: signs of an ideal and ide- alized past now disappeared,
symbols of a creative consciousness that recuperates and transforms, indices of
an aestheticization that combines and refines. Hypnerotomachia Poliphili thus
offers not only specific details and general models—based on a synthesis of the
contemporary arts—for the subsequent history of landscape architecture; it also
proffers an aesthetic of complexity, contradiction, and paradox that will
inspire, both consciously and unconsciously, the most profound garden
creations. Its style, plot, and characterizations are complex and
heterogeneous; ancient, medieval, and Renaissance objects are contemporaneously
juxtaposed and overlaid with both sacred and profane symbols; multiple
discourses interweave myth and rational- ism, erotic drama and mundane
description, fantasy and utility, nature and geometry; varied, often
contradictory, ideals of beauty are interwoven. Furthermore, the metaphoric dimension
of artifacts is always apparent, revealing the landscape itself as an
emblematic, symbolic, or allegorical space parallel to the mental state of
Poliphilus, in 2i psychomachia that organizes the dynamic principle of the
narrative, as Gilles Polizzi explains: "Such is the book of Colonna
that—in the problematic conjunction of its books and its subjects, science and
desire, the Apuleian weave of its mysteries and the experiment with natural
hieroglyphs—it opens to a polysemy that makes it a world-book or a
monster-book. Crucial for the present study is the fact that Hypnerotomachia
Poliphili stresses the central importance of narrative in establishing the
structure and significance of gardens in general. For not only is the garden a
reflection of mental states, but its allegorical structure is based upon the
active, and not merely mimetic, aspect of vision as a creative, dynamic,
mutable process. This pertains to the garden's visible and mathematical forms
as well as to its visionary and mytho- logical dimensions. Thus the
"objective" geometry and sciences behind these inventions, the
"third nature" realized from combining artifice and nature, are
instantiated or activated, as it were, by the narrative phantasms of those who
created the gardens, and subse- quently by the phantasms of those who enter
them. In Hypneroto- machia Poliphili, the garden is literally a dream; the real
gardens of the world, conversely, are sites that evoke reverie. The liberated
plas- ticity of the imagination—a major consequence of the new meta- physical
system elaborated by Cusanus, Ficino, and Pico—corre- sponds to the historic
relativity and alterability of truth in its manifold and often contradictory
manifestations. For the conditions of the possibility of any work of art include
not only the material and spiritual traditions of the period, but also all the
conceivable phantasms, misreadings, variants, and heresies—all the paradoxes
and paralogisms—of the arcane and often unstated traditions that are
foundational of an epoch. Contradiction, complexity, and paradox are
fundamental principles in both the genesis and the structure ofWestern
landscape architecture. The coherence, formalism, and stylistic closure all too
often sought by historians of gardens in fact dissimulates the inco- herence,
heterogeneity, and conceptual intricacies that underlie most great gardens. The
organic, dynamic, chaotic space of nature is always at odds with the geometric,
static, mathematical space of conceptual form. "Worked through by the Demon
of Time whether in its human and historical manifestations as narrative, fan-
tasy, and destiny, or in its natural manifestations as seasonal change, growth,
decay and death—the garden is a fortiori a dynamic, syn- thetic, syncretic
entity, escaping all formalist definition. Syncretism and Style 1 Jakob
Burckhardt, The Civilization ofthe Renaissance in Italy, vol. 2, trans.
Middlemore; New York: Harper et Row), PETRARCA, Lettres familihes et secrkes
(Paris: Bechet); cited in Vadel, Jardins secrets de la Renaissance : Des
astres, des simples, et desprodiges (Paris: L'Harmattan), This book is an
excellent study of the secret garden, from the medieval hortiis conclusus through
the Italian Renaissance giardino segreto to the jardin hermetique. 3
Lamarche-Vadel,Jardinssecrets,11. 4 Francesco Petrarch, "The Ascent of
Mount Ventoux," n.t., in Introduction to Con- temporary Civilization in
the U^if (New York: Columbia Petrarch, "Ascent," 562. 8 Two classic texts
on the trading, inmixing, and syncretism of symbols are: Baltru^aitis, Le moyen
dge fantastique: Antiquites et exotismes dans I'art gothique (Paris:
Flammarion); and Rudolf Wittkower, Allegory and the Migration of Symbols
(London: Thames and Hudson). 9 Ernst Cassirer, The Individual and the Cosmos in
Renaissance Philosophy, trans. Mario Domandi (; Philadelphia: University of
Pennsylvania)
Asthisisprobablythemostanalyzedtopicinarthistory,alonglistofreferences would
here be both inadequate and superfluous. As an introductory note, consider
several classic texts: John White, The Birth and Rebirth ofPictorial Space
(London: Faber et Faber); Pierre Francastel, La figure et le lieu: L'ordre
visuel du Quattrocento {?2ins: Gallimard); Samuel Y. Edgerton, The Renaissance
Rediscovery ofLinear Perspective (New York: Harper et Row; and Hubert Damisch,
L'origine de la perspective {Vaus: Flammarion). The most recent translation is
Leon Battista AJberti, On the Art ofBuilding in Ten Books, trans. Joseph
Rykwert, Neil Leach, Robert Tavernow (Cambridge, MA: MIT). For example,theVillaLante
(Bagnaia),theVillad'Este(Tivoli),theBoboli Gardens of the Palazzo Pitti
(Florence), and the various Medici Villas (Rome, Castello, Poggio, Pratolino,
and Fiesole), only to name some of the most typical and famous. The literature
on the Italian Renaissance garden is vast. For a fine introduction, see
Catherine Laroze, Une histoire sensuelle des jardins (Paris: Olivier Orban;
Terry Comito, "The Humanist Garden," in Monique Mosser and Georges
Teyssot, eds. The Architecture ofWestern Gardens (Cambridge, MA: MIT Press);
and John Dixon Hunt, Garden and Grove (Princeton), especially ("Ovid in
the Garden") and ("Garden and Theatre"). Among the many fine
illustrated books and guides, very usefiil is Judith Chatfield, A Tour
ofItalian Gardens (New York: Rizzoli). Cited in PUPPI (si veda) Nature and Artifice
in the Sixteenth-Century Italian Garden," in Mosser and Teyssot,
Architecture ofWestern Gardens, 53. 16 This section on Cusanus is based on
Cassirer, Individual and Cosmos. On the great chain of being, see Lovejoy, The
Great Chain of Being New York: Harper et Row). 17 KarlJaspers, Anselm and Nicholas
of Cusa, trans. RalphMannheim(NewYork: Harcourt, Brace, Jovanovich. The present
essay presents only the broadest schematization of these complex philosophical
issues—^just enough, it is hoped, to situate their interest in relation to the
development of the Italian Renaissance garden, and thus to inspire the reader
to further investigations. Cassirer, Individual and Cosmos, 51. On the
extension of these issues as they relate to aesthetics in the
seventeenth-century debates between the Cartesians and the Pascalians, see
Allen S. Weiss, Mirrors ofInfinity: The French Formal Garden and 17th-century
Metaphysics (New York: Princeton Architectural Press), Cited in Raymond Marcel,
Marsile Ficin (Paris: Les Belles Lettres) Cassirer, Individual and Cosmos,
190-1; see . On FICINO (si veda), see also Kristeller, Renaissance Thought and
the Arts, Princeton. Panofsky, The Neo-platonic Movement in Florence and North Italy,
Studies in Iconology, New York: Harper et Row. Cassirer, Individual and Cosmos.
Panofsky notes that the vast influence of the notion of neo-platonic love is
effected in both direct and indirect manners, much in the manner that
psychoanalysis is influential for the history of modernism in the arts, even
when inadequately understood. This idea is useful in considering the relations
between theoretical systems and artistic production, where partial readings and
misreadings in no way obviate the efficacy of influence or affinities. Bloom's
The Anxiety ofInfluence, Oxford, remains the most subtle analysis of the role
of misprision in artistic creation. In relation to the experience of the
Italian garden, Hunt, in Garden and Grove, makes a parallel claim, referring to
a study by Bruno of an allegory of art and nature in the Villa Lante. Iconographical
studies usually consider, as does this, only meanings inscribed in an art work,
rarely how such meanings is read by a later visitor. The great value of Hunt's essay
is that it accomplishes both feats. Cited in Hauser, The Social History of Art,
New York: Vintage Books). See Kristeller, PHILOSOPHERS OF THE ITALIAN
RENAISSANCE, Stanford. Pico, Oration on the Dignity of Man, in Cassirer,
Kristeller, and Randall, THE RENAISSANCE PHILOSOPHY OF MAN, Chicago Vives,
Tabula de homine, in Cassirer, Kristeller, and Randall, Renaissance Phibsophy. Vives,
cited in Hale, The Civilization of Europe in the Renaissance (New York:
Athenaeum), Lamarche-Vadel, Jardins secrets. On the transformations of
epistemology, natural classes, and botanic knowledge, the locus classicus of
the subject remains Foucault, The Order of Things, New York: Vintage. Cited in Wind,
Pagan Mysteries in the Renaissance, New York: Norton. Perhaps the most familiar
contemporary example of this dictum is Alls, float like a butterfly, sting like
a bee. The erotic poetics of the Hypnerotomachia Poliphili speddcaWy justifies
the use of this adjective. Cited in Cassirer. Roux, cited in Roche, Monteverdi
(Paris: Le Seuil/Solftges. Although the identity of the author of
Hypnerotomachia Poliphili is not absolutely certain, it is now almost always
attributed to COLONNA (not to be confused with COLONNA), a dominican friar of
the monastery of SS. Giovanni e Paolo in VENEZIA. There is one theory that “HYPNEROTOMACHIA
POLIPHILI “ is written by ALBERTI (si veda), which, whatever its veracity,
reveals the profound affinities perceived between the two philosophers.
Hypnerotomachia Poliphili is published, with illustrations, in Italian in VENEZIA
by Manutius. An abbreviated translation by Martin appeared, published by Kerver
as “Le songe de Poliphile” (Paris: Imprimerie Nationale, ed., and prefaced by
POLIZZI). Another translation, “The Strife of Love in a Dream”, appeared in
London. The contemporary Italian edition of Hypnerotomachia Polophili is edited
by Pozzi and Ciapponi, PADOVA. On the influence of HYPNEROTOMACHIA POLOPHILI in
France, see Blunt, The Hypnerotomachia Polophili in France, The Warburg.
Blunt’s is an important early study flawed, however, by a less-than-
rudimentary comprehension of Renaissance philosophies. The importance of the
engravings in the HYPNEROTOMACHIA POLOPHILI for considerations of the landscape
are briefly discussed in an essay that is, in its breadth and depth, a model of
scholarship on gardens and landscape: Schama, Landscape and Memory (New York:
Knopf. For an idiosyncratic and suggestive allegorical reading, see Gomez,
Poliphilo, or The Dark Forest Revisited, MIT. We find here the origins of
Astroturf. Lamarche-Vadel, Jardiru secrets. On the epistemological problem of lists,
see Weiss, The Errant Text, The Aesthetics of Excess (Albany: University of New
York). Such usage evokes the sensual and critical aspects of Rabelais (who was
directly influenced by Hypnerotomachia), the phantasmic and non-utilitarian
inventions of Roussel, and the simulacral metaphysics of Borges. Polizzi,
"Presentation," in Colonna, Songe de Poliphile. Abram, The Spell
ofthe Sensuous: Perception and Language in a More- Than- Human World. New York:
Pantheon; Adams, The Education of Adams. New York: The Modern Library; Adams,
Nature Perfected: Gardens Through History. New York: Abbeville. ALBERTI (si
veda), On the Art of Building, MIT. Amrhein and Conley,
Robert Smithson. New York: Pierogi Gallery. Apostolides, Le roi-machine:
Spectacle et politique au temps de Louis. Paris: Minuit. Aragon, Le paysan de Paris. Paris: Gallimard/Folio.
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Seduction, Princeton, Bauduin and Weiss, Lieux et liens. Paris: Editions Lahumiere, Berque, Les Raisons du paysage: De la Chine antique
aux environnements de synthhe. Paris: Hazan, Bonnet, Careme,
or the Last Sparks of Decorative Cuisine, in Allen S. Weiss, ed. Taste,
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Looking at the Overboked. Harvard, Buchler, Introduction to Contemporary
Civilization in the West. Columbia, Buci, La folie du voir: De I'esthitique
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Wind, Edgar. Pagan Mysteries in the Renaissance. New York: Norton, Wittkower,
Rudolf Allegory and the Migration ofSymbols. London: Thames and Hudson. Grice:
“Measles is natural, dying from it is not! Dahl’s daughter died from
complications of measles – unnaturally so – poor child – God bless her soul.” –
Nome compiuto: Il conte Cosimo Alessandro Collini. Keywords: naturalismo,
naturismo, pterodattilo, filosofia, pisa, Firenze, nobilita, coira. Pterodattilo.
Polemica filosofica, Domenico Eusebio Chelli, marchesa Gabbriella Malaspina, Voltaire
e la Toscana, “Firenze come una nuove Atene”, Collini su Ariosto e Boccaccio,
Collini makes fun of Voltaire’s daughter. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Collini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Colombe: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Galilei – Aristotele
e la stella nuova – scuola di Firenze – filosofia fiorentin – filosofia toscana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze,
Toscan. Grice: “If you love stars, as any philosopher must – vide Thales! – you
LOVE Ludovico who refuted Kepler’s idea that the thing next to the serpentary’s
foot was a ‘star,’ never mind ‘nova’!” Noto per essere stato uno strenuo
avversario di Galilei. Non si sa quasi
nulla della sua vita, ma restano diverse sue saggi, nelle quali difende la
dottrina aristotelica con un particolare disinteresse sia verso le nuove
osservazioni sia verso la coerenza logica.
Scrisse un discorso sulla nuova stella apparsa sostenendo che si tratta
di una stella non nuova, ma esistente da sempre. Scrisse un discorso Contro il
moto della Terra. Per conciliare le
osservazioni di Galilei sulle irregolarità della superficie lunare con la
concezione aristotelica della perfetta sfericità dei corpi celesti sostenne che
le valli e gli spazi tra i monti della luna sono colmati da un materiale
perfetto e invisibile. Contrario all’idrostatica archimedea recuperata da
Galileo, nel suo Discorso apologetico, sostenne che il galleggiare o l’affondare
dei corpi dipendesse dalla loro forma. Nella conclusione del discorso usa anche
una metafora di questa teoria, affermando che le ragioni dell'avversario per
essere troppo argute e sottili vanno a fondo senza speranza di ritornare a
galla, mentre quelle di Aristotele, per essere di forma larga e quadrata, non
possono affondare in nessun modo. Sono rimaste anche lettere tra C. e GALILEI che
stima pochissimo il suo avversario, che soprannominato “Pippione”. Vari accenni
a questo personaggio sono nella corrispondenza tra Galilei e i suoi amici. Dizionario
Biografico degl’Italiani, Amici e nemici di Galilei, Milano, Bompiani. Aristotelismo.
by Drake DIALOGO DE CECCO DI RONCHITTI Da
Brvzene. IN PERPVO Sir O De La Stella Nvova. Al Loftrio e
Rebelcndo Scgnor Anruogno Squerengodegneriflemo Calonego de Paua, so
Paròn. C&n alcune ottave d' Incerte, per la medejlma Stella,
centra Arjlotel^. ls3 *9 «3 te te te In
Padova, g£Ì Apprcflb Pietro Paulo Tolzx. M.dc.v. H ikSk tk^s
skfjh «^EsS*«JbJU (?X:§(s P AL LOSTRIC. EREBELENDOPÀUO EL
SEGNOR Antuogno fquerergo Dennett fimo Calone o de Vjua, Vedifleo,
RebelédoSegnor Paròn, s'a vee&è on voftro puouero feruiore,que
no fé me altro, che la boaria, e'1 mefticro de pertegar le
cam pagne, ade-fio, que el la toleflfe co* vn Dottore de quiggi da Paua,
per via de desbuta ? no ve pareraela na botta da ri re ? mo oncaièj
e lì Tè vera, "j a mentre fé conto c'hò fatto con fèquellù, che le
mef fé la vefta, que n'iera foa,per parer elio dottore. L'è vera, que
inchinda da tofatto, ci A 2 me nuTnfaua el me {naturale a~guardare in
cito, e fi a g'haea gran piafere desfeguranto la boa ra, le falce,
i biron, la chiocca, e'1 carro,con tutto ; mo gnan per quefto a no ghe
n'harae iTapiofaellare, s'a no v'haeffe fentù vù mille,
emilliantabotteadire mona confa, mò n'altra a ftoperpuofito • E fi de fta
Stella nuoua, que dà tanta fmcrauegia a tutto el roeflb mondo ; per
conto de dire on la fea, a ghe n'hì, per muò de dire, fatto lotomia
j faellanto, edesbutanto co quanti difea, che la n'iera in Cielo
que fé ben a no ve n'adaui,mendecao a me ve cazzaua in le cofte mi, efia
vefentia,efi(femiga a n'ho vncelibrio fpelucatiuo,com 5 hà de gì akri)a tegnia
mcn te a zò cha difiui. Tonca mò, per que adef
foagihòfmeffiètutteavno in iti fcartabieg gi, fé conto cha m'ho mettù el
voftro gabban, fe'l parerà bon, a ghe n'harì vù Thanore. ma fé, pre mala
defgratia, el ghe foeffé qualche fcagarello(cha no'l crezo) que olefle
sbregarmelo,el ve toccherae mo anche a darme alturio,fipiato che l'è
voftro. Caro Paron habbieme per recomadò,cha prieghe lè pò fempre
an rni, Domenedio, que ve daghe vita longa, e fanitè. Da Paua a
l'vhimo de Feueraro, del mille > e fie cento, ecinque^.
Seruiore della voftra Segnorra Cecco di
Ronchitti, Quiggi, che Rafona. Matthio. Nale. Ootta de
chi me fé 5 mo que feccura, que brufamento e que fio ? a sè> che
no vuolpiouere mi, bon ctt aqua. Mo no difegi, que a le Vegniefìe
l'è a man a manfute le lagune? Penfeue^elfe ven ape inchin da a
slarilafofina. <td pojfon ajpiettar de belo, que i fromintinafcira. i
nafcìra condife zJldafchio. N A. a dio, a dio, Adatthio.
quefaellamento el to ? iejliefl sì fora de ti an\ MA. ben ve gnu Naie 5
mo caro fretto > a no se mi. a m'andafé a lambì canto el celtbrio, per que
no pio uè mi, que fin parfefire de Ht timpt? gtiè pligoloy che gi
ardere del Gordon fé rompa % rompa, per le pine ? NA. Ver
canto de quello, l'è ongrétn dire y que tant ciòtte el s'ha veZjU
nunole "pìoììolèX^itagr Ò ba da,e fi gi è torne indrio fenz^a
bagnare el fabbton gnan tanto co harae fatto on pijfar de rana. //
evèrtè < que fé l <và drto così a feron al finimondo mi I p> è
e tutti brusè y le campagne fecebe a muo noffo \ tanto que a longo
andare, nu elbe Hiame a nopofsonfe lome farla m alarne tre. MA.
Tirate on può fottofla vogara 3 in t* agno muo el gtie pi dvnhora a fera,
da quecrito mo cheU fprociedafo fccume an ? NA. mo nheto vezju quel
la Stella, chesberlufea la fera \k tn mifi, que laparea nogio de z^ostta) e fi
adello la fé <vè la mattina con fé <và a bri*. fare, que la fa on
[pianare belettfèmcì no t'acuorì^to, che la xè vegnua da fre(co ? e que
no la s*ha velati a me pi inan%o d adejfo ? mo tè ella cafon de
Hefmera uegie, e de Hi ficchi ^fegondo.che dtfe ori \ dottore da
Paua. AIA. Cu in feto ti, que la no shablne me pi ve&ua ? NA,<*si
fen- % ^fentìf altro dial^o vrió,che lez^ea on certo slibraT^uolo.efiel
dì fé a, que la fé fornente a desfegurare lomè a gì otto del me fé
d'ottubrwpafsc. E (i quel librai^ zjtolo el l' haea fatto on lettran da
Panai chel contatta, pò afe con fé. MA. *Doh cancaro a i fcagarieggi da
Patta, faosfìy per che cjuefììt no l'ha ve&ua ello > il
vuole, che tutti ghecher&a, que me pi la noghefuppifta ? -Guari mi a
n ho mi *vezM le Toefcarie, e fi leghe xe. NA. Jidopre conto de
quello, el me par pure aria mi, che la fé a nuova. AIA. qlA no dighe
a ì incontragio mi^ tè, che 3 1 so rnuò de fae Ilare ne ben \fe miga
elfoejfeper gramego, NA. ^4 fé confagòn tonca, que te nuoua. AIA.
Sì, mofeando tanto lunz^i el no pò faere &g que lafippia, per dire,
che la xe ella, que no laga pione re. NA. ^liedio, lim^i, la n'è
gnan fora a la Luna, per quanto dfea quelli- braz>z*uoia. À4A. Chi
eloquellù, e' ha O] fatto l ItbraZjZ^uolo ? elo pertegaort^ ? NA. Nò, che
te Filuonco. <&1A. Lì Filuo Fituorico ? e ha da far e
lasoflluorìa col mefurarc ? No feto, que on
z>auattin no pòfaellar de fibbie ? El he fogna
crerc a gi fmet amatichi^que gi è pertegaore de t aire,fegondo y
che an mi a per t ego le e a pagne, e fi a pofjò dire, a rafion 3
quanta le xe longhe 9 e larghete così an iggi. NA. El dìfea ben
aponto quel libraz^T^uolo 9 che ì Smetamaticht ere, que lafippia
elta de bebi ma che i no l'intende. A4 A. mo per que no
l'intendegi? me truognelo, o me falò l'amore ? NA. Eldtfi, que i
Si f^ maghina, chel Cielo fea fiorrotttbele, e z^enderabele in quato
a onpuoco a la hot taf e mtga elno poeffe gender ar fi, e fior
romper fé tutto in t'vn fio. quefegi mi ? MA. On faellegt de fiere fon
tfmet ama fichi an ? S'i Ftà lomefulmefurare>quc ghefa quello a
igg* fi'lfuppi? z^enderabi le, ò nò. Selfoejfean de Polenta,nopo m
raegi ne pi, ne manco tuorlo definirà ? mo el tne fa ben da rire, con
Hefuò sba *~T già fari. NA: Ah te bella, que e Idifi confi de Ha fatta in
pur afise luoghi de quel quel libra^ZjUolo.sZMÀ.
Que vnctu mì> ^*jj cha ghe faghe mi, fé l'è \oene ? Uga cheH " p
" u s'in caue la vuogia. NA. Eldifea,que fé lafoejfe sbenderà
da nuouo in lo C/c lo, el boqnerae anche, que rì altrz Stella, o
qualcl) altra corifa fé fo?fje fcorrotta in so fc ambio liueluondena, h
vefinaqueL la 5 e fi no fé ghe ve negotta de manco. Ai A. TV
parfeche'l faelle con gifmeta rnatichi ? tamentre l'è tanto
fcapu^ZjUa, cha no poffot afere, mettamofegura>que onpuoco de
Cielo chiue, e n altro puoco li uè, s'habbi combino a vno^ el
s'acuorz^era elio on el manche ? quando fé fa le nu noie, e le piozje,
onfevèelfegnale, que le fé a He tolte per mettrele wfembrefmo
digamo de la [Iella, on s'è (chi ano L*agie re, perche el "vuole,
che lafappi incende ra line elltk? Epos'imaghinelo (la ferae ben da
dire al preue ) que tutte le felle che xè in Cielo fé pofia vere r el ne
pos fibule. Eperz^uontena chi me tèn, cha no pvjfa dire* que trè>o
quattro, e ari pi [ielle de quelle menore, che no fé <vea,fe xe
B amucchìh e sì gi ha fatto Ha bei) a <iran~ de? No porae an
efifere,que la fé foejfe penderà in Papere, e pò, chefempre pi
lashaejje alz^a ì tamentre a no vubdi^ refie con/e, per que la ne me
firefesfion, no me ri mudatomi-, bafia > que gnan elo noparlaben.
N *d. E fi el 'vuole polche quefiofea el neruo de la rafon de Stotene.
MA. Toncafipiando così me fero el neruojutto el so Zjenderamento.e
fcor rompimento ander a in broetto. NA. S'i nìeruìe sì debole, la
carne fera benfroL la. Eldife, quefe'lfepoeffe Xepderare in Cielo
de le ftekenuoue, el befognerae y que da tanti befecoli m qua/ in foejfe
fcor rotta qualcuna de quelle >che fempre me xe Ha vez^ue : que
gì è : a no m arecuordo quante : bafagt eparegie\£ fmoghin manca gnegima,
que el lo difettatene. MA. Pìivh, mo queHa firen%s benfen l^a
penale, chi diambarne ghkndttto che Jìa Bella nuoua fea na [iella He Ha ?
Ce ben on fpianXare, mo no na [iella. E fi mt a thè wchtndamo
chiama [itila > per que que la in par e, fé
ben la rì e, corri e le altre. NA. One eia torte a ? zZ^lA. Que fé
gì mi ? bafa.che la riè na [iella purpiamen. e file altre fi elle
no fé xè me ftorrotte,per que vi è [Ielle, e fi el Cnloghe riha debefogne
dt f Atti fuo : mo no de quefìa, che fipìanto vegnua, l'è anche ti
deuere,quc la vaghe via. E per conio de dire, que no s'ha me ve&uHelle
afeorromperfe^ re [pundime on può. La terra ( che xè menoredele [ì elle )
s* eia me flramua tutta in fona botta ? NA. Mo, copeforinfe la
terrafefeambiafea Ho muo^ riandaf fangi tutti a fca&z>afaJfo ì
<£WA. ^A cherXo ben de sì. tamentre apuoco,a può coel
fefa,efiporae effere,che'lfefaeffe anche de le [ielle, que xè [ielle.
Pure > a domanderae enti era a queliti dal librai z^uolo, a
comuo el sa, que gneguna fella no fé fa mèfeorrotta de fatto, che per
di re> que nogh'è me fio homo, che fé rihabli ado, e (jue el Cha ditto
Stoterte $ le me par noellemi. NA. el dife>cjuefefia [lei T „ rf t
x làfoefje m Cielo>tutta la fluori fnatu- cap ' r C 2
tale raleferae na bagia $ E que Statene ten \ que arZjOnz^antofe na
Bella in Cielo.no l porae muouerfe. AIzA* Cancaro, l'ha bìo torto
Bd Bella, a deroinare così la filuorìa de que fioro. s'afoefiè in iggi a farae
e et aria denanz^o al Poe fio mi, e fi a ghe darae na quarela
depujfefsion tmba t a, e fi a torrae na cedola reale >e per fona
le incontra de ella, per que te casòn, que f ?&c ni " e
Cielo nofemuoue^ tamentre quello Te manco male^ che el ghe nepancchiie
an di buoni) que cricche* Ino fé muoua.lSlA. ^j; Mo rì altra,
con que re fon (difelo) quei Cielo de fora xelo da manco de gì altri
? que elvegniraea ejfer da manco fipiandofcorrottibele,e naffan doghe de
le (leU lenuoue, e no in gi altri, eh* è pi baffi. IAA. Cancabaro,
da quello a zi altri, el gtie defenientia, per conto de macre, pt %
che né dal monte deB.ua a on gran de me gio ; ep?rz*>ontena elio
fipianto sì grande^ el pò haere de le altre Belle da nuouo^mo nò fi
altri, que gì ha afse dcvnapervno>e phfclghe nafajje anche in iggi
quàl che che flelletta, s'ìmaghinelo, que tutti la verde
defatto f 'o te cottora. NA. Eldi fé, que per fare el mondo Fptefetto,
bogna> che ghefuppì qualconfa incenderàbete, e incorrottibele, e fi la no pò
e [fere altro, chel Cielo. <z7l y fA. El Cielo ? per que mò cosi
el Cielo ? E mi a divenne el Parafo, che xe defora dal Cielo, xe
elio così puro, co 3 ldife 7 Ho dottore. JSfA. La ghepar na confa
imposfibole^que na biella così gran de tifj^e ma poffa de fatto borir
fuor a in tvna preuifta. MA. E a mi nò. Quando na Vacca fa on Veello,
alt» hora % che te lomenafìi, te maored'vn ^Agnello que fé a crefsu
inchinda in cao. per que mo? per que la mare delVeello, don
belpeXzjatto, tè maore, que riè na Piegora. Fa mo tò conto, che Uà
Stella despetto a tutto el Cielo, no ven a ejfere gnentepì, con
farae onLion^ò n jn Lefan te defletto ala terra, te parfe mò, que
tè nagranfmerauegia ? N<tA. zslAofe tè così, a comuò calelajn pè de
crefcere, la Bella adejjo? AIA, ^dcherXo.quela e p.
4. qjavhe maghe dagnora pi in su mix, e que % l para] che la
cale, per que la ne <va lun&i.NA. Pian, che el libraÌQUolo
df>que i primi di, che la fé vele la crejcè on btlpuocofe
l'andejfe in su, la no ghe porae tntrare $ per que fempre la ferae cala.
MA. &4l l'hora quella dal libraz^z^uolo difea ef fere fen&a
occhiale. Perche mi a se, que la prima botta eh a la <vitila me par
[egra denijjema, e que fempre la xè cala, per muo de dire de grand
eXz^a. tamentrefie refon no me per du fé ami >e fi afaello,per
che quellu dal libral^uolo va majfafuo ra del fentiero, e fi a ora pure
tcgnirloin carezza. Orbentena>fìnti an quella. eldìfe,que no fé pi)
z^enderargnente in lo Cielo, per que {di feto) el befognerae, che'l
ghe foeffe di contragi, e che ino ghe pò e fere, f piando que tè ria
quinta /una ^t, òfoHantta\ quefegi mi? A1 A Mo sì ceole. gi è de
quelle boi te de S toetere quefle> edifuo bri^hente ; ch'i ?io sa
s'i feaviui,e fi 1 1 noi fat Ilare de Culo. A cher%o,que in Cielo
ghe fuppi cosi ben cai do de, e fé r do, e mogio, e fn?o %
corni an chine mi. per que? no fé ne, eh ci gh'è del fi e f fo,e del
chiarore dei Inferitele dei feuro? che eggi quìggi ? i né tutti vnfi a
l'inco tragio de l'altro ne no \ mo vuotutà? Ha [iella ghe poca
cffere,e fi no glfiera, e fi adeffo la ghe xe. ri eh rotfso quejìo
? moa, l ar uè la boccale fi laga egmrftora quel, che 7 vuole. E pò
elio el fa conto de desbuta^e confi f net amatichi,e fi \ar lega de
He re fon ? on fita halo catto, que onmefuraore vaghe Jfelucato
sufìenoel le ? chi ghe l'ha ditto a elio ? NA. Mo cane aro, el gti
arz^onz^e, que fé in Cielo ghefoeffe terra, aqua, aire^e fuogo elno
fé porae Hrauete con fé fa, franto, che el doenterae tyejfo, e f curo.
AIA. Si fé qui leminti foejfe della fatta di nuofiri $ mo gì è pi
[prefetti,fegondo, ch\i fentì na botta adire al mèparon.que el
difea.che Tianton eldifea. N A.Ei dtfe anche 3 que a fio muo,el
Cielo noporae anar a cerca <via>fianto, che i lemìnti r oa tutti in
sii, in z>o, mo no attorno. <±7ldzA. E fé mi a
diejfe Io di C nico a àiejfe a rincontralo, que
ìvaanthe attorno? El gh' amanca i sletranique di pinfon ~y£j terra [e
<vol\c a cerca,con fa na ^! pe muoia da molin. pensate mo ti de gi
altri con la va a faellare, tutti sa frettare NA Eldife pò, que la fi ella xe ape la luna,
ma de fot toghe-, e che Ime el no che pò efserfuovo.1 A..L'ha fatto
ben adire que no gh'èfuogo, per pi re fon. NA. E così el tèn, qùe'l
fipìa air e, quello, che lecca ci culo (a vuos/idire, el cielo) della luna.
<&MA. moa> moa,elpoea ben dire an quejìasì. NA. E diftlo
el u cielo no pò e si ere de fuogo, per que fan to così grande el
bruferae tutti gì altri leminti. MA. <z5fy'lo me vegna e l morbo, che
queTiufeanto dottore fe'l fé caejfe la yeti a^el parerae ri homo, dime
oupuc^na fa! tua fola no bajìeraela a tmpigiare on paviaro, e pò
anche a brufare quanto levitarne fé catta ? NA. A cher%o de sì mi. MA. E
fi quante fornafexe atmen do, le no porae brufare on Cecchin, che
foefje d'oro, per que mò ? feto per quei mo que loro no fé pò brufarc. e
così anche fé gì altri lemintipoejfe brufarfe, baJìeræ onpucco de fuogo, f?r e
far l'effetto-, fenXa tanto co Idi fé elo. NA. Lavhe va la, quanto de
quello 5 mo crito pò ù fremamèn, chel Cielo fea fuogo? AIA. oA no
dt eh e così mi.Uè che'l dottore ciga alturio fenica perpiiofuo ; e fi el le
dife fenz^a metreghe su volto, gnefale. NA. aPklo finti ti altra,
que la ne miga da manco no. El difè ì que i fmetamatichi ha de boni
ordigni, e de le re fon freme y ma i no le sa u onerare^. ^IA. <*A
comito fé ri elo adb elio ? feraelo me fr elo de la t or dal Bo? aldime
mi. fé on fmetama fico egmra chiueluondena^e fi el fedirà: Naie, mi
a vub faerte dire quanto gh 'è per aire da lì a nogara a l'arare; e fi
el lo mefurera co ifuo ordigni fenz^a muouerfe 5 e col l* babbi me furo,
e quelite /'babbi ditto y an ti te 9 l mefureriefì co'vnfi lo, b a
qualcti altro muò, e [ite cattertefi que tè così 5 no che r de reto, che
Vvouere ben ifub ordigni ì NA. Alo sì mi, que C cade ?
cip. r. p.l C. tap.f.cade ? MA. Perche toncaquandoel me
fura na Bella (per muo de dire ) ogiongi dire y quel no sa fare ? e pò fé
7 falla, chel falle de millanta, e de milion de me giara ? fe'l
dteffe donpuoco,confarae a dire, quattro dea, b na fpana,a taferae.
mo de tanto ? l'è maffagnoca. N A. Setopo, querefon de i fmetamatichi^el
ven a contare? MA. T>ì mo. NA. Vnaxè de tagiar via (di fé lo) on
peX^o don cer cene, e que la Stella, così a no la pofsan vere, per
pi de mezjhora. E n altra de anarghe fottoapiombm, caminantoghe al
ver fa vinti dìt me gì ari. e fi ti dife.que le no fa aperpuofìto, fianto>
che gì è amo frare, que la fella fea pi in su de diefe amegia-y e
fan elio di fé, che l'è on belpezZjO pi elta. zZPIA. Cane aro, l'è
aguti*Zj>o dal cao groffo 5 mofelcrè,floChriBian, que la Bella vaghe pi in
su de diefe megiarì, e fian quelle refon eldife^ tè fegnale que le riha
da far con elio 5 perche tonca mettrele fui so slibr aiuolo, e pò dir e ^
que le riè a perpuo/ito ì Ste re fori jfo# Ufo fatte (per quanto ì
dìfea a Vaua 7^k buoni di) con tra on inasprente di filuorichi de S tot e
ne, que althora tegnta duro, e fremo, che la rìiera pi alta de die
fé amzgta 5 e perz^uontena queliti dallibraZj^uolo die a lagarle Ilare > que
le no ghe daea fall ilio. NA. orbentena, ghe ne pi? diJJ'e que lù,
eh e e attratta iporcieg gi. an, sì> sì. gianduJfa>mo elgh'e on
brut to intrigo de Prealajfe, e de vere, e de Luna. que fegimt ? p
rifate, che quellù, che le\ea la diffe 9 e fi la defehiarè p\ de
tre botle.efi gneguno no l'intende. Ad A. £1 die haerla intriga a polla
elio, perpa vere n homo da 2^0, e da palo, e fi la fera pò a n
altro muo, perche a se ben mt,que de la Prealajfe el no pò haèr rafon.
che l'è on muo de me furar e per agiere,maffa feguro. NA. Lagame mo
vere sa me rìarecuordejfe onpuoco. eldifeprimamen 9 che no fé pò guardare
de meXpfuora a na lì e Ha 5 e que fiaganto così da /unzji, el
nèposfibole e aitar ghe elme%p,masfimamentre,per que t 'è na confa, (ondale
que. e 2 ma. cap, *7ldA. c Fafi 9 tafìonpub 9 che te ghe
ne ditto pareggie in fon groppo. chi è quel lu, che cherZja de
poerfmirare de me%o via a no, ftella,fianto> que l'è tanto grof
fa? che cane ab aro de filatuoriefe vaio a imaghinare ? gh' in falò de pi
belle ? que Ha fera lacrima. V altra, a comuo e attenevo miegio el mez^o
d’vn criuello j mettantoghe gi voce hi ape > ostarganto^
iTb" d et te on belpitoco? NA. zZkfò, fagan toghe E b uctc et t' ^ a
lttnz>i>per que s'aghe foejje a ve sin, a no porae gna desfegurarlo
que flejfe ben. MA, Guarda mo toncafe tè el vera 9 que no fé pofa
cattar el melo^ de le Ftelle \ per che gièlun^i ? %A l'altra. in che
dariflo pifremamen in lo mez^o % con na occhia Jn quel d*ona ballalo d'on
gamiero? NA. CancabxrOi aona balla iper que co a l'effe giti fi a
infdhverfò, la férae giù fra in tutti. M A>E pure elio el dt fé a l tn
con tr agio. NA. Mo elgh'arZjOn&e que gi è {al noffro parere) majfa
pècchemneyper cattargheel meZj0.MA. sì> el dtfe an §uefta ? e quattro
tonca, in) t'onboccon. dime onpuotì. a comuòportfto fallar pi > a dar
in mez^o Confondo da ttnaz^ZjO, o d*on taglerò ? a dighe de
mofìrarlo. NA. Fotta, a por ae fallar don belpuocopì in f ti fondo da
tinaXr z^o, che in t el tagiero. A4 A. Efielbon dottore dal
libraz^z^uolo dife a l'incontra, gio. Va modriOy de fa Trealaffe.
NA. Aio no fé podanto fmirare de mtXof r uora a le. fi elle, no fé pò
[aere on le fìppia ( dif lo) perche no fé ve elluogade drioghe.
esPI<*A. Ste mettisfi elto gabban fu ngraile de la me fiala da manie
chel lo f con d effe tutto ffaertfo e at tarme su quale elfoeffe?
NzA*Poo,tè Qn granfa re. a fiomenZjerae a dire 3 vno, e du, e
tr)> inchinda > chafoeffe Ime, e quando heffè ditto, con far a e a
dire 9 nuoue> e e ha veeffe 9 che in su quell'altro ghe foffè el
gabban, a dirae, que l'è fui die fé mi. no vaia così ? AdoA Mo la no pò
efsere altramen ella, e così anche fi vena far e in lo CielOifeben
quel letr anello non s'in sa adare. Uè benpìgrofso, che né
elto raT^Q cap. tf. «ap Cip. 6 razzo de Cremona vè$
che ì dtfie> que l'è • s\grandentfisemo.N<tA. Quando aguar don in
la Luna, el noflro vere fé ghe ficca entro (dtfielo) e perz^uontena ho fé
pò fare la prealafiftLJ. <&dA. Chel me fio che elio (fqua
fio eh a thò ditta) a veefiskn te Belle de fora, chelfiarae on pia/ere,
fé lafioejfe così. NA. Pian, e ha novorae fallare, el me par pure, che'l diga,
que no fé pò vere mela la Luna, negna mele le He Ile, filanto, che le xe
grande % e'I noflro desfegurameto tira mafifaftret to, fie ben
elfie va pò slargamo. <&14A. ^yPlade imaginete pure 9 que
chiappela da che cao te vuofi, l'impegola. che me fa mi quello, fé
mtga a no pò fio vere tut ta la Luna, ne gnan tutta na Bella? no
bafla eh a la vegga on puoco, e cha la me fkrefegondo quello? NA
Aloafìomuò> te na bagia la que fi a. doh mal drean$ el fie
fafiea pò bello, d'haer catto na fpelucation fiottile per fiarghe Bare i
fimeta mattchi. IMA. Seto que le na confia > che no gtìì me fio
penso ? mo per la mare re ib. T' re di can, que inchinda on Veelo
thàfk pia inanXo yfegondo ch'ha gh'hò fentu a [X. dire ajfe botte
al me paron. E fi el no fé %'"££ riha te gnu tanto in bon. NA. vuotu
y ' 1 ;. i ctì andagamo inanXp ? <^/aA. Sì y di \ 28 ° Fr ' NA.
F rello te te fari s fi fcompifso da rifo y Whaisfi fentio vn batibugio, que
ghe Xèy de <lA> By Ny Oy ^ figì liti f Ì >afl ^, 1? »»
talea offerire, che la Prealaffe e bona, mo i fwetamatichi no la sa
vouerare ; que flaghe ben. <&14A. Elnodie intendere gnan elio
zj> y cheldifi^. Tirate on può in qua mo 5 vito Hofalgaretto y
che apèfiofofsà ? NA. Sì mi. MA.*Uito mo quell'albaray che xe lialuon detta
vefin a tar&erz_j ? N<tA. Quale? la grande, la pigola ? MA.
Lapec chenina. N$A. Sì mi eh a la "veggo. MqA. Orbentena,
guarda mo benderto $ qual te pare, che fea a bo da man de Ho falgaretto, e de
queltalbara ì NA. Staganto così, el me pare mu que talbara egnirae
a ejfere a bb da man. M$A» Tirate mo da ft altro lo. NA.
ave a njegno. M<tA* F remate chine, e ade/ fi ?
N<tA- Mo cane abaro, a jlo muo el fato aretto farae elio a bo da man,
e l' aibara a bo da fuor a. zsllzA. ^rue te fa mo a ti 3 fé miga te no
<vi de meZjOfuora el falgaro, ne l'albaraf e que danno te da,
-per che te nopuofivere anche elio de drìo, de tutti du ? N$A. ^Mo gnente,
per que afmirofegondogi *vri de le fiorz^e mi, e no figondo a quello, cha no
veggo. <&dA. Elfi fa così anche in agiere <ve, e que Ha xè na
forte de Prealajfe. Torna mo chiue on a fon mi. NA <±A ghe fon
<vegnu mi. a^kttA. Cjuardanto de cima via aflo
falgaretto.puotuvere queltalbara, cha te difia, fi ben la ghe xè
per mie ? N<tA. Lagame mo guardare.pùuh$ mono mi. AlzA. Stefuùfl mo
tanto lunl^, che guardanto de cima fuor a alfalgaretto, te credlsfi
definiràre derto a mez^alama.e te t o facuorz^tf fi d'aliar gì vogi 5
qual diritto y che fot fi fi pi elto de /li du. N<t/1. $A fi ietta
cha ghepenfe on puOco : %A dirae defatto, que t albata foejfe
pi baffa> t*l falgaret io pi etto mi 5 per que el me parerae così*
anche no /tanto elvera. Ad A. Fa ori può ri altra con fa. va su fi a nogara,cha
fagiere mi. NA. One vuotufare ? zZl'IA. vaghe, e Po te fenttnefi.
NA. <td gtiandere, fda che te vttò così. Qt&fA. Pian, chete
no te f aghi male. NA. Ta de mi; mo a mefongifquafo fcapogio
riongia> e mondò vn z^enuogio. Ai A. G hefìto ancora ben fremo? N
A. Sì mi. que gtie mo ? ^PIA. Torna a fmtrare quell'albara, che te
guardaci an chi de [otto. NA* E pò ? <&dA. S mirato a quella
dertamen,puotu vere ftofalgaretto > co te fafìui flpiato de fot
to ? NA. Mo nò mu efìsafoejfe da lu Xi. così a telta> a dirae,
queelfalgaret tofoefepì bajfo mi. Ad A. Vie tonca locha te contere de
belo. NA. E l gif è puocafatga a f aitar z^ofo. Al A. S intime mò.per que
quando te gì eri ab affo, elfalgaretto tepareapì elto delialbara\ e
ftpianto su la nogara, el te parea a T> l'in 'tincontragìo j
perXuontena àn queHo xe ri altro muo de Prealaffe^j. que Prealaffe
ven a dire, con far ae a dire, defenientiadeguardamento. Fa moto
conto, che fé t'andiesfìsìt quel moravo, che xe Ime, elfalgar elio
tepareraepì baf fo dei'albara, eabo da man 5 ettetorniesfipo da IV altro
lo,elfalgaretto te ve gnirae a parere pi elto de l’albata., e et bo da fuor a. e an. queHo xe ri altro
muo de Prealaffe ^fegondo, che me defchiarlna botta el meparon.
ttntindito mo? NA. Pootta, mo Te pi chtar-a % que riè on gratto da
vacche, a me fmeravegìo a comuo quelli dal IibraXZjUolo,ri ha fapio
faellay e lome d'ona forte de Prea laffe > Jipiantoghene tre mi A4 A.
Elfa •rae Ho anmafa, fel, ri keffe fatilo con fé die. Orbentena ?fa
mo to conto, que fé la He Ha nuoua,e la Luna ne foeffe ve sin co
èflofalgaretto,a por non, le fisi le de fora nefarae don bel
peXzjOpilim ZJ> cheriequell'albara. e fi farae popibolo >que no ghe
foeffe da ì Spagnaruolt h ci e i Toifcbì, ei Ptditani^ deferitemi
de guardamento ? e pure tutti la *ve in lo rftèdìerno luògo, api k
quelle [ielle, che i ghe di fé. quel da la baie [Ira > o che ghe
fita del bolzfon : q ne fé gì mi ? NA. A/lo el tòfaellamento
rièbon,perque nepof Jìbolofaerc quanto la Luna fé a lun\i $ che
elio di fé anquellu dal libralz^uolo a AIA. Nò al so muò de elio, el no
fé pò faere. mo i fmetamatichi chela catta, beri gì. NA. oA no fé
qui d'irte mi,fe lome, che the refon da vendere. MA. Crito
mò,chequellu d al libr aiuolo di rae cosìan e lo ? NA. Se'l lo diefe
elfa raeben 5 tamentre elporae efjere tanto depinion, queeltegniffe
duro. cinque in vin. Ad A. Che'l tegna pur fremo, e chel metta a me
conto. NsA. ^A no se miga,a comuòfea Ho posfibole, che'l diga (l'altra,
que te fentirè adeffo. ino no Ic,m dtfelo, che in gnegìm luogo,fe tome,
on el ghe xè fora dertamhì > e apiombw,na fepòfare
lafcoridaruola del Sole? a thò purvezjua mi, eh' al so. MA. Si'O/tu 2)
2 brio, IfrOTCII, apèrto, che ven (fé i cuorui no ghe magna gi
vogi) el fé por a chiarir e,che, per yuan to a he fentìt a dire, la fé
farà. Aio con que rafonfaellelo a Ho muo ? NA. La Luna fé va
volz^anto (difelo) e filano fé pò vere dert amen dome quando la xe
in Z aneto. <&14A. Tornami) adire. NA. El dife elo, che nofipianto
la Ltt na in Z aneto, no la pò fondere tutto et Sole. ^MA. c Doh
giandujfa, fio puòuerhomocrhque la Lunafea nafritag già elio. Con cane
arOychefìanto ella reo da 5 quiggi, che Ha in Zaneto, gtitnpò
"V ere pi de nu ? ghe ne d altre ? NAl Sì. que vuol dire Grafalta?
&WA. eA comuo, Grajfalia ? NA. El di fé elio, que l'ina nuuola
a muo latte, vesin a la Luna, e que la ne altramen in Cielo. <£WA. Oò,
a tendendo adejjò. l'è laflrà de %flwa. NA. <*An sì sì, la fra
de Roma. sOMA. Efìeldife 3 cjue la ni in Cielo ? N$A. <£Mo, no,
difelo. MA. Con cane abaro ghe dijjangi tonca nù P Hra de Roma, che
vuol dire, Hrk del Par affo, fé la no foefse ti fufof ]
NA. Cjuarda ti. e sì elfapo delle sbraofarì contra onFUuorico(eben
an divieggi) che no crea,quelafoeJfe in Cielo, per che ellodifea
Stotene > che la gh'iera. Ad A. Ofsu andagamo inuerfo e a, que
te fera, in f agno muo a pò fon benfael larecaminanto sì. NA.
Vapurlà.cha ve gnomi, pooh, el ghe ne que Ut puoche ancora. el di
fé, che la ftella nuoua la trema>per que la fé va
suentolato,quan do la va a cerca. ^lA. Ghe'lcritotì? JMA. <*A
ghe'l crerat,fe'l noghinfoef fé paregte delle flette, que va a cerca,
e fi no trema mi. e fi el trema tome quellechexe elle, elte>perque a
nopofsonfremarle de vifta, che paghe ben. e anque fi a Ir emanto la de
efler li uè. aPkfdd: Àdò va, che te sì on Rolando. NaA. Tamentre
que, nofapianto queHù, on la fé a fi a Bella > elnopo gnanfaere comuo
la flpia incenderà 5 e sì le venaej fere tutte filatuorie, quelle, che 3
Idi fé a \flo perpuo/ìto 5 ne vera ? <z?J4A. Ala el ni elle
fogna ben > que la fea così. NA. Orbentena, avuo^cbaft togamo
onpuo dt Fpajfo con gifuo fprenuoBtchi mi i loren. ^ ^/^. $,
q Ue dlfcio ? NzA* El dìft, que la Beila durerà afte s afte, /e
s'imbatte j, che L Sole no la desfaghe, elio. At^sL El poca an dire, que
la durerà inchinda, que elio va a romprela 5 in t* avno rnub, con
la (e a anda via, el para tegnir fremo, que te fio eilo>cbel'hà rotta.
N<t4. <z?tfo gbe vegna el mal drean $ quejìa
farae ben de porca ! El \ di fé po> eh e* l fera abondantia d*
agno confa, e que l'è na Bella de quelle bone. J\d<zÀ.
Inchindamb la va ben, quanto de quello, mofe la tegmffe mo fremo
con Bi ficchi 9 a que ftjfangi ? crila purea tomuo. NtA. T>e
gihuomini pò? quel le puoche con fé. M<t4. Con farae a di
^; re ? NtA. Con far a a dire^ quei doentera inz^egnofi, e facente-^ e
quei fé testura a la verite. AisA. Vete> che'l se fchiano el
fyrenuoBìco inelo.no vito a comno te agnino \ el ne amposfibolo %
chel cup. li. chel viua, habbìanto tanto e dibrio da Xoene^j.
N^4. T^e me sbertez^à nero ? dì pìprefto, que el fprenuoUuo è Ho ve
ro in nìi, que a s'haon tegnu a la verite, fé ben elio voi e a archiaparneght^j.
zTkfo/l. T'irà, che f he vento. iVW. El dife pò anche * que Ha Bella
ca7z, \ ra via le giottonarì, le rabbie 5 quf /igi mi ? oJldtA. Sì >Sì, così
noJìejfcle in perorare, le nuollre carte > mo ano me fmerauegio
difuofprenuoHichi,que tutto el so libr alinolo me pare onfpre
nuoflico mi 5 e que fempre el fraghe a indiuinare^. N^4. El dife ben,
che el ghe nha vn altro per le t tra da far C1F ' [lampare^.
zsì4<iA. Che l foghe preflo,per que feanto vesjn Li ^Marefèma-, e l
farà bon da qual confa an etto.ftgon do, che que fio n ha fatto rire
adejjò y que l'è da Carleuare_j. N-*A. E quelìlt, che le&ea
diffe, che'l creapurpiamen, que el l'haefje fatto flambare per venderlo,
e gu agn ar qualche marchetta eU lo M$A> Che'l U&re tene* a
tfazy Zjargi, Lorerc cap. f. 6.
sgargi, e fé ghe nauanZjeffe qualchuno, chellofagbe in fon
reuoltclo y e chelfel caXjZjt, on fé ca%z^è Tofano le Jp tette 3
che l farà ben meffo in conerà. N<tA. Lagoni a line, àfebn a cà.
<vuotu Rare a cena con mi ? a fin dare ontiera ve. Alzs4.
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def grati. AV/. $A T>io tonca. MzA. sA 'Dio. IIMII
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1 JL a. Grice: “If I had to choose between Colombe-Aristotle to
Galiei-Plato, I chose the former!” – Nome compiuto: Ludovico delle Colombe. Ludovico Colombo. Colombo. Colombe. Keywords: the irregular surface of
the moon is filled by an invisible substance, the earth does not move, the
‘nuova’ stella is a misnomer: it has always existed; bodies float or sink
according to their shape. Aristotle’s reasons never sink because they are
square. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Colombe” – The Swimming-Pool Library. Colombe.
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