MOCENIGO
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mocenigo: la ragione conversazionale – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Venezia).
Filosofo italiano. Nasce da Chiara di Carlo Contarini e da Piero dei Mocenigo
di S. Samuele detti di Casa Vecchia, prestigiosa famiglia del patriziato. Studia
filosofia a Padova ed è affiliato dell’Accademia Veneziana. Coprì le cariche di
savio agl’ordini, ambasciatore straordinario in Polonia, provveditore alle
Pompe e avogadore fiscale. È eletto oratore ordinario al duca di Savoia appena
re-integrato nel suo stato quando, ancora laico, gli si spalancarono le porte
della carriera ecclesiastica: infatti, è designato da Venezia come candidato
per l’arcivescovato cipriota di Nicosia -- da cui dipendevano le diocesi di
Famagosta, Paphos e Limassol. Lo stesso Pio IV, in ottimi rapporti con la
Serenissima, ne propose la nomina in concistoro su raccomandazione del cugino
ex fratre Alvise M. -- all’epoca ambasciatore a Roma e poi doge -- e del
veneziano Commendone, vescovo di Zante e nunzio pontificio. Alla carica di
metropolita è associato il titolo di legatus natus, che da diritto all’abito
color porpora e alla precedenza sugli altri arcivescovi. Ricevuto il pallio
arcivescovile, M. è consacrato. Salpa da Venezia per l’isola di Cipro con una
numerosa familia che annoverava il filosofo Patrizi, il vicario ferrarese Sacrati,
nipote di Sadoleto e futuro vescovo di Carpentras, il maestro di casa Graziani,
cui si aggregarono due gesuiti. Entra trionfalmente a Nicosia, primo vescovo
residente dopo una serie di ordinari assenteisti tratti dalla nobiltà cipriota.
Lascia Cipro per il concilio di Trento dove si ferma sino alla conclusione. Qui
si pronunciò a favore della residenza divino iure, pur conservando un
atteggiamento di ferma difesa del primato papale e della struttura gerarchica
della Chiesa che il M. condivideva con il suo teologo, il domenicano Adriano Beretti,
poi inquisitore di Venezia. Da Trento in compagnia di Beretti si recò a Roma,
dove fu consultore del S. Uffizio (Arch. di Stato di Firenze, Mediceo del
principato, b. 3283, 30 giugno 1564). Nominato commissario generale
dell’Inquisizione del Regno di Cipro, fece ritorno nell’isola il 21 sett. 1564.
Qui dovette destreggiarsi tra le resistenze del clero greco, la politica
veneziana volta a non turbare i rapporti con i sudditi greci e la necessità di
applicare le norme tridentine, in ottemperanza alle quali nel 1566 convocò il
sinodo diocesano. In quel periodo compì probabilmente un viaggio in Terrasanta.
Dopo aver generosamente contribuito alla fortificazione antiturca di Cipro, nel
maggio 1568 fu convocato in patria per giustificare davanti al Consiglio dei
dieci la lite con un vescovo greco dell’isola, gli echi della quale suo
malgrado erano giunti a Roma sino a Pio V. Poté quindi scampare alla conquista
ottomana di Cipro nel 1570, a seguito della quale perse gran parte delle
proprie entrate e sostanze. In patria riallacciò i contatti con docenti dello
Studio padovano e con uomini di Chiesa veneti: i filosofi Federico Pendasio e
Francesco Piccolomini, il canonico Alvise Giustiniani, i vescovi Giovanni
Dolfin e Giulio Savorgnan, il teologo domenicano Gerolamo Vielmi, vescovo
suffraganeo di Padova, il patrizio Giovanni Giacinto Diedo, nella cui
abitazione padovana si organizzavano dispute filosofiche. Nel palazzo di
famiglia in Prato della Valle il M. ospitò con il suo seguito l’amico e
coetaneo cardinal Commendone, inviato legato apostolico alla corte imperiale.
Fu un periodo di studio ma anche di crescenti difficoltà finanziarie aggravate
dalla lite scoppiata per ragioni patrimoniali con il fratello maggiore
Marcantonio, per dirimere la quale dovette intervenire il cugino doge. Il 28
maggio 1572 il nunzio a Venezia Giovanni Antonio Facchinetti scriveva a Roma:
«Questo prelato è di casa Moceniga, della famiglia del principe et dei più
stretti parenti ch’egli habbia; si ritrova povero, è riputato molto erudito
negli studii di filosofia et di costumi buonissimi» (Nunziature di Venezia, X,
a cura di A. Stella, Roma 1977, p. 202). -ALT Alla stessa data risalgono due
lettere accorate del M., l’una a Gregorio XIII, l’altra al cardinale Carlo
Borromeo affinché gli trovassero un ruolo entro quella Chiesa postconciliare
cui, dopo aver rinunciato al servizio della patria, era ansioso di essere utile
con i propri ampi mezzi culturali (Milano, Biblioteca Ambrosiana, F 85 inf., n.
244). Il 12 ott. 1573 il M. partì per Roma dove alloggiò nel palazzo del
cardinal Commendone, proposto da Venezia per la carica di coadiutore con
diritto di successione del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani. Nel corso
delle delicate trattative – la Repubblica aveva facoltà di proporre tre nomi
per la successione di Aquileia solo alla morte del patriarca – nell’aprile del
1574 emerse l’esistenza di un procedimento a suo carico presso il S. Uffizio,
basato sulla denuncia presentata nel 1561 da fra Antonio da Venezia,
inquisitore domenicano di Pera. Questi aveva accompagnato il M. nel viaggio via
terra da Costantinopoli a Venezia alla volta di Trento e, mentre l’arcivescovo
era impegnato nei lavori conciliari, l’aveva denunciato a Roma per il possesso
di un libro proibito (la Geografia di C. Tolomeo commentata da S. Münster) e
per aver esposto pubblicamente durante il viaggio tesi sospette sul rapporto
tra fede e opere, sostenendo la necessità di riaprire la questione al concilio.
Iniziò allora una lunga e segreta trattativa (il M. era primo cugino del doge
in carica) tra l’ambasciatore veneziano Paolo Tiepolo, il papa e i cardinali
inquisitori S. Rebiba, G. Gambara e G.L. Madruzzo. Tiepolo, grande amico del
M., giunse al punto di esortare il papa a contenere l’autorità dei cardinali
inquisitori e a chiuder «loro compitamente la bocca onde non potrieno più
parlare di religione in concistoro» (Arch. di Stato di Venezia, Senato, Roma,
reg. 24, c. 319r, 3 luglio 1574). Dinanzi a Gregorio XIII che si schermiva
affermando di essere giurista e non teologo, il cardinal Commendone e Tiepolo
ottennero che il M. fosse esaminato dal teologo gesuita Francisco Toledo, il
quale concluse che «i cardinali dell’Inquisitione procedevano alle volte troppo
rigorosamente, et alle volte ancora s’ingannavano prendendo errori
notabilissimi» (ibid., c. 317r, 26 giugno 1574). Alla fine, il M. dovette
rinunciare alla successione di Aquileia (per la quale il 14 luglio 1574 fu
nominato un altro candidato proposto da Venezia), rassegnandosi a ricevere nel
settembre di quell’anno il titolo onorifico di assistente della cappella
pontificia in conformità al principio teorizzato dai cardinali inquisitori che
neppure un’assoluzione seguita a un processo formale avrebbe potuto cambiare la
sua situazione, dal momento che il solo sospetto d’eresia rendeva inabili alla
cura d’anime. Rimasto in curia, negli anni successivi vide sfumare tutte le
possibilità di nomina ai benefici vacanti nel domino veneto. Nel 1579 il
Dialogo della perfettione della vita politica di Paolo Paruta, ambientato nel
1563 a Trento, poneva il M. all’apice del suo prestigio tra gli interlocutori
dell’immaginaria conversazione di uomini di Chiesa e patrizi veneziani sullo
sfondo del concilio. Nel 1581 pubblicò le Universales institutiones ad hominum
perfectionem quatenus industria parari potest (Venezia, A. Manuzio), imponente
trattato latino in folio organizzato secondo le partizioni della filosofia
aristotelica. Nell’ultima sezione dell’opera il M. delineava l’utopia di una
perfetta società gerarchica cristiana e di un sistema educativo articolato in
collegi, all’apice dei quali si trovava il Sommo sacerdote, unico garante delle
verità di fede e giudice supremo delle controversie. Era un’evidente
esortazione a Gregorio XIII, cui il trattato era dedicato, affinché, scavalcando
l’Inquisizione, giudicasse il suo caso esercitando il ruolo che gli spettava.
L’opera (ristampata a Venezia nel 1591) fu ripubblicata a Ginevra (1588) in
un’antologia filosofica includente scritti di Andrea Cesalpino e di Bernardino
Telesio (Tractationum philosophicarum) con rimaneggiamenti nell’ultima sezione,
dove l’autorità del Sommo sacerdote era sostituita con quella di Cristo. Le
Universales institutiones sancirono la fama di filosofo del M.: se l’amico
Agostino Valier nel 1559 gli aveva dedicato il De recta philosophandi ratione –
pubblicato nel 1577 con espunzione della dedica al M. (K. Müllner, Reden und
Briefe italienischer Humanisten, Wien 1899, pp. 277-302) –, il senese Francesco
Piccolomini lo annoverò con il cardinale Valier tra «coloro che hanno purgato
la filosofia umana da ogni errore e l’hanno congiunta con la sapienza divina»
(Universa philosophia de moribus, Venezia 1583, p. 273). Già nel 1579 il M.
aveva chiesto l’aiuto di Venezia affinché la sua posizione fosse chiarita a
Roma, ma i conflitti che stavano ridisegnando gli equilibri
politico-istituzionali interni al patriziato veneziano e l’appartenenza della
sua famiglia allo schieramento dei «vecchi» indussero la Repubblica a
disinteressarsi del suo caso. Incalzato dalle sue richieste, Gregorio XIII lo
rinviò quindi al S. Uffizio presieduto dai cardinali G.A. Santoro, G.L.
Madruzzo e Savelli affinché fosse sottoposto a giudizio. Il processo iniziò l’8
giugno 1583. A rafforzare il fragile apparato accusatorio venuto alla luce nove
anni prima, dagli archivi inquisitoriali emerse un’altra denuncia presentata
nel 1576 contro il M. dal benedettino Teofilo Marzio da Siena, collaboratore
del S. Uffizio in varie inchieste. Il M. gli aveva dato da leggere le Vie et
progressi spirituali, un trattato spirituale da lui redatto in volgare e
dedicato alla sorella Paola. L’opera era inedita ma aveva già ricevuto licenza
di stampa dalle autorità ecclesiastiche veneziane. Precedentemente era stata
emendata su richiesta del M. dal gesuita Francesco Adorno, il quale aveva
suggerito alcune correzioni per attenuare le accentuazioni spiritualistiche del
testo. Gli interrogatori del S. Uffizio, condotti personalmente da Santoro e
basati su una lista di tesi filosofico-teologiche estrapolate dal trattato
volgare, si trasformarono in un serrato confronto dottrinale tra il M. e il
cardinale inquisitore. La sentenza fu pronunciata coram sanctissimo il 6 ott.
1583: il M. non era eretico né sospetto d’eresia ma le copie manoscritte delle
Vie et progressi spirituali furono condannate alla confisca e alla distruzione
per le proposizioni ambigue, oscure e pericolose che il trattato conteneva.
Lasciata Roma, il M. morì nel 1586 nell’eremo camaldolese di Rua sui colli
Euganei. Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Arch. della Congregazione per la
Dottrina della Fede, Sant’Ufficio, Censurae librorum, ff. 47-191 (processo del
1583 con allegati antecedenti); Raccolta dei libri delle Censurae librorum
(1570-1606), f. V: Vie et progressi spirituali; Concilium Tridentinum, Diaria,
Friburgi Br., 1901-2001, ad ind.; P. Sarpi, Istoria del concilio tridentino, a
cura di C. Vivanti, II, Torino 1974, pp. 939 s., 949; L. de Mas-Latrie,
Histoire des archevêques latins de l’île de Chypre, in Archives de l’Orient
latin, II (1884), pp. 323-328; A. Dyroff, Ueber Fr. Bacon Vorläufer (Mocenigo),
in Renaissance und Philosophie, Beiträge zur Geschichte der Philosophie, XIII,
Bonn 1916, pp. 107-109; A. Serrai, Storia della bibliografia, I, Roma 1988, pp.
305 s.; K.M. Setton, The Papacy and the Levant (1204-1571), IV, Philadelphia
1994, pp. 755-758; G. Cozzi, La società veneziana del Rinascimento in un’opera
di Paruta: «Della perfettione della vita politica», in Ambiente veneziano,
ambiente veneto. Saggi su politica, società, cultura nella Repubblica di
Venezia, Venezia 1997, pp. 155-183; G. Caravale L’orazione proibita. Censura
ecclesiastica e letteratura devozionale nella prima Età moderna, Firenze 2003,
pp. 115-121; E. Bonora, Giudicare i vescovi. La definizione dei poteri nella
Chiesa postridentina, Roma-Bari 2007, ad indicem. Nome compiuto: Filipppo
Mocenigo.
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