GRICE ITALO A-Z Z ZU
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zubiena: la ragione conversazionale e
l’implicatura demoniaca -- corpi e corpi -- filosofia fascista – la scuola di
Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library
(Torino). Keywords: simbolo, parabola. Filosofo torinese. Filosofo piemontese.
Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice:
“Perhaps without knowing it, Z. has explored a crucial concept in Graeco-Roman
philosophy, that of ‘daimone,’ – ‘il demoniaco,’ as Z. calls it, focusing on
its iconography. One may call Z. the Italian G. W. H. Parkinson. Like
Parkinson, Z. edits a volume on ‘semantics.’ I would also call him the Italian
A. G. N. Flew. Like Flew, Z. edits a volume on “Language and philosophy.” Z.
bears what Italians, and everybody else, for that matter, call a
‘topographical’ cognomen. ‘Zubiena,’ being a comune
nella provincia di Biella, Piemonte.” Insegna a Roma. Fonda l'archivio di
filosofia e organizza i colloqui Castelli. Z. should have called these
colloquia the Z. colloquia --, incontri che riuniscono filosofi per discutere
temi diversi. Vicino all'esistenzialismo, Z. parte da una posizione
spiritualista. Si caratterizza per uno stile filosofico dal tratto
auto-biografico. Si interessa di temi legati al rapporto tra RAGIONE, arte, e
religione. Introduce il dibattito sulla
de-mitizzazione. In general, since Evola, Italian philosophers should know
better, and avoid the Greek or Hellenic mystic concept of the ‘mythos’ and
replace it for the very relatable one of ‘legend.’ In
Z. convergono suggestioni tratte da Agostino, Kierkegaard, Šestov, e Heidegger,
in una ricerca volta a delineare una filosofia della storia italiana sulla base
della considerazione del concetto di peccato – ‘that Cicerone lacked’ -- Grice. Nei colloqui Z. convenneno filosofi di
rilievo della scena fenomenologica ed ermeneutica. Vi fanno la loro comparsa
Gouhier, Breton, Brun, Bruaire, Tilliette, Lacan, Ricœur, Lévinas, Ellul,
Argan, Starobinski, Benveniste, Eco (si veda) Scholem, Vahanian, e Giannini (si
veda). Z. prende il suo posto, come organizzatore dei colloqui e direttore
dell'archivio di filosofia, Olivetti. Panikkar e suo grande amico e
collaboratore. Saggi: Il tempo esaurito, Bussola, Roma; Presupposti di una
filosofia della storia, Milani, Padova; Il demone, Electa, Milano – cf. H. P.
Grice on J. L. Ackrill on eudaemon and kakodaemon --, Pensieri e giornate,
Milani, Padova; Simbolo e immagine, Rinascimento, Roma; Il tempo invertebrato,
Milani, Padova; Paradossi del senso commune, Milani, Padova – cf. H. P. Grice,
“The Philosopher’s Paradoxes and common sense”; La de-mitizzazione, Milani,
Padova, Il tempo inqualificabile, Milani, Padova; Diari, Milano, archivio di
filosofia, Padova, Olivetti, La filosofia cristiana, Città Nuova, Roma; Prini,
L'esistenzialismo teologico, Filosofia cattolica, Laterza, Roma. Enciclopedia
Treccani, Sapienza Roma, Filosofia della religione, esistenzialismo teologia
razionale. Archivio di filosofia. Sichirollo, Enciclopedia italiana, appendice,
Roma, istituto dell'Enciclopedia Italiana, Episcopale Italiana. L’«Archivio di
Filosofia» viene fondato da Z. ome organo della Società Filosofica Italiana e
diventa la rivista dell’Istituto di Studi Filosofici. L’«Archivio» esce in
fascicoli miscellanei, affrontando temi che spaziano dall’esistenzialismo alla
teologia, dalla sociologia alla psicologia (aree che, specialmente negli anni
dell’egemonia filosofica gentiliana, sono piuttosto trascurate); oltre a ciò,
naturalmente, vi si trovano riflessi gli interessi del suo direttore: dall’eco
(all’epoca affatto flebile in Italia) data alla Kierkegaard Renaissance
all”edizione di alcuni studi di Blondel e Laberthonnière. Si interrompono le
pubblicazioni a causa dell’occupazione tedesca. La rivista riprende le
attività, dandosi un’inedita veste monografica e aprendosi a collaborazioni
internazionali: in questi anni, è uno dei primissimi periodici a dar voce in
Italia a filoni come la fenomenologia, la psicoanalisi, la filosofia del
linguaggio, destinati ad avere successivamente particolare risonanza. Colla costituzione a opera di Z. del Centro
di Studi Umanistici, la rivista dedica vari studi al filone
umanistico-rinascimentale: oltre naturalmente agli atti dei convegni promossi
dal centro, a questo periodo risale la pubblicazione di alcuni testi d’epoca
moderna inediti o rari, grazie soprattutto alla collaborazione con GARIN
(vedasi). A partire dagli anni Sessanta,
con l’avvio dei Colloqui sulla demitizzazione, uno o due fascicoli l’anno
vengono destinati alla trascrizione e pubblicazione degli atti dei convegni,
consolidando il respiro ormai internazionale della rivista. Ancora una volta, la scelta dei temi da
discutere e degli interlocutori riflette e orienta il contesto culturale: siamo
negli anni del Concilio Vaticano II, dell’affacciarsi degli studi sulla
psicoanalisi anche negli ambienti cristiani, di una prima presa di contatto
della filosofia italiana coll’ermeneutica.
Dopo la morte di Z., la direzione dell’«Archivio» va al suo
collaboratore OLIVETTI (vedasi). Il passaggio di testimone segna anche una
ridefinizione del profilo della rivista, che rivolge l’attenzione ad autori
quali Schleiermacher e Heidegger e si mostra particolarmente sensibile alle
risonanze della filosofia ebraica.
L’Archivio di Filosofia è una rivista fondata da Z e in passato curata
daOlivetti. La rivista ha cadenza quadrimestrale ed è pubblicata da Serra
editore (Pisa – Roma), oggi il più importante editore italiano di riviste
accademiche. Editor: Bancalari Associate Editors: Z., Ciglia, Valenza Editorial
Board: Botturi, Casper, Dalferth, Vitiis, Fabris, Grassi, Greisch, Ivaldo,
Marion, Melchiorre, Peperzak, Poma, Swinburne, Theunis Editorial Assistant:
Palamara, Pazzelli, Tarli La rivista
“Archivio di Filosofia – Archives of Philosophy” pubblica testi selezionati
mediante una procedura di call for papers, di norma sottoposti a procedura di
“revisione tra pari” mediante procedimento cosiddetto “a doppio cieco” (double
blind peer review). Nel caso delle rare (e motivate) eccezioni è invece la
Direzione, nella sua collegialità, che dopo attento esame si assume la responsabilità
dell’accettazione dei testi. La rivista,
fondata da Z., esce in fascicoli monografici dedicati a singoli temi
filosofici, con particolare attenzione a quelli di filosofia della religione.
In virtù della qualificazione dei collaboratori (scelti tra i massimi
rappresentanti della filosofia contemporanea), della pubblicazione degli
articoli in lingua originale e dell’importanza dei temi trattati nei singoli
fascicoli, la rivista costituisce notoriamente un punto di riferimento
internazionale per la ricerca filosofica. Enrico Castelli Gattinara di Zubiena.
Keywords: simbolo; parabola; diavolo; l’individuo e lo stato, la corporazione,
demonio, vita beata. Refs.: Luigi Speranza: “Grice, Flew, Parkinson, and
Zubiena,” Luigi Speranza, “Grice e Zubiena: implicature demoniache,” pel gruppo
di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Zubiena.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zucca:
FILOSOFIA SARDA, NON ITALIANA -- la ragione conversazionale e il filosofo di
filosofi – la scuola di Villaurbana -- filosofia sarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Villaurbana). Abstract. Grice: In my Some remarks about the senses,
I speak of Martian, the language spoken by Martians. The equivalent in Italian
philosophy is an Italian philosopher speaking of Sardinian! Keywords: un
filosofo di un filosofo a philosophers
philosopher --. Grice: Platts called me a philosophers philosopher. I took it
as an insult! Filosofo sardo. Filosofo italiano.
Villaurbana, Oristano, Sardegna. Grice: I like his surname. Mine means pig; his
means pumpkin! -- zcca prov. zucs, sucs; a. fr. suc/cosse/; vuolsi derivi dalla
voce popolare cucuzza, v. q. voce, soppressa la prima sillaba e trasposte le
lettere del rimanente. Altri dal gr. sikya, zucca, Diez. Pianta annuale della
famiglia delle curbitacee con lo stello rampicante, le foglie grandi,
cuoriformi, rotonde, e i frutti buoni a mangiare, grossi e di varia rotondit --
rum. cucurbitu; mod. prov. cougourdo; mod. fr. courge; per similit. La testa
umana; deriv.: zuccata; zucchtta-tto -- quella berretta rossa che portano i
cardinalli -otto-no-one. Grice: The
metaphor is an interesting one. I’m not called Grice because I look like a pig,
but Zucca _is_ called Zucca because, as the dizionario etimologico puts it per similit. la testa umana!" Saggi: L'uomo e l'infinito, Imola, Sociale; Il
lamento del genio: parodia, Sassari, Gallizzi; Dopo il dolore: canto, Chiari,
Rivetti; Il grande enigma, Modena, Formiggini; Le lotte dell'individuo, Rivista
di filosofia, Modena, Formiggini; Essere e non essere, Rivista di Filosofia;
Roma, Formiggini; Pensieri, Rivista sarda, Leggenda e realt, Rivista sarda,
Ardig [si veda] e il vescovo di Mantova: un'intervista nel sogno, Rivista
sarda, Roma, Ferri; Un filosofo di un filosofo, Mediterranea; I rapporti fra
l'individuo e l'universo, Padova, Milani. Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni
Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010, 2016) - 1 350 000 Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6]
Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue
italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese)
Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla
l.n. 482/1999 (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e l.r.
n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO 639-3
srd (EN) Glottolog sard1257 Estratto in
lingua Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos sseres
umanos naschint lberos e eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa
resone e sa cussntzia e depent operare s'unu cun s'teru cun ispritu de
fraternidade.[10] Distribuzione geografica della lingua sarda, coi suoi
relativi dialetti in dettaglio, nonch di quelle alloglotte in Sardegna Manuale
Il sardo (nome nativo sardu /sadu/, lngua sarda /liwa zada/ nelle variet
campidanesi o limba sarda /limba zada/ nelle variet logudoresi e in ortografia
LSC[11]) una lingua[12] parlata in
Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo. Per
differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia agli
studiosi, considerata autonoma dagli
altri sistemi dialettali di area italica, gallica e iberica: viene pertanto
classificata come idioma a s stante nel panorama neolatino. Dal 1997 la legge
regionale riconosce alla lingua sarda pari dignit rispetto all'italiano.[8] Dal
1999, con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua
sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi, de jure tutelata con diversi progetti finora
sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata in ambito scolastico per il
suo apprendimento. Fra le dodici comunit di minoranza, quella sarda la pi robusta in termini assoluti bench in
continua diminuzione nel numero di locutori[20][26] e lingua minoritaria in
pericolo di estinzione. Situazione attuale Per quanto la comunit di locutori
possa definirsi come avente una "elevata coscienza linguistica", il
sardo attualmente classificato
dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come una lingua in serio pericolo di
estinzione (definitely endangered), essendo gravemente minacciato dal processo
di deriva linguistica verso l'italiano, il cui tasso di assimilazione,
ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso la popolazione sarda ormai alquanto avanzato in via esclusiva e
sottrattiva verso gli idiomi storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e
precario in cui ormai versa la lingua, in forte regresso finanche nell'ambito
familiare, illustrato dal rapporto
Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal linguista Roberto Bolognesi, il
sardo al 43 posto nella graduatoria
delle 50 lingue prese in considerazione e delle quali sono stati analizzati (a)
l’uso in famiglia, (b) la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunit, il
prestigio, l’uso nelle istituzioni, (f) luso nellistruzione. I sociolinguisti
hanno classificato il panorama linguistico della Sardegna come diglossico a
partire dall'unit d'Italia, in accordo con la politica linguistica del paese
che designava l'italiano come la sola lingua ufficiale da promuovere in ambiti
quali l'amministrazione e istruzione, relegando di conseguenza il sardo e altre
minoranze linguistiche a domini non ufficiali,[29] quando non a un piano di
disvalore. A partire dalla seconda met del ventesimo secolo, sarebbe subentrato
un predominio totale dell'italiano finanche nei domini informali, ingenerando
timori sull'estinzione della lingua sarda, riconosciuta da tempo sotto il
profilo linguistico ma solo allo scadere del secolo come minoranza linguistica
della Repubblica italiana. Le ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano
indicare un declino dello stigma associato alla sardofonia, anche per una
maggiore consapevolezza e grazie agli sforzi dei progetti istituzionali finora
approntati, i quali non hanno tuttavia significativamente inciso sulle pratiche
odierne dei parlanti nell'isola, ormai improntate sull'italofonia
regionale.[31] La popolazione sarda in et adulta non sarebbe a oggi pi capace
di portare avanti una singola conversazione nella lingua etnica,[32] essendo
questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo 0,6% del totale,[33] e meno
del 15%, all'interno di quella giovanile, ne avrebbe ereditato competenze,
peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma deteriore descritta da
Bolognesi come un gergo sgrammaticato.[36] Per le generazioni pi giovani e, ad
oggi, in predominanza monolingui in italiano, il sardo parrebbe essere
diventato un ricordo e poco pi che la lingua dei loro nonni,[37] essendone del
tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale almeno dagli anni
Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda tutt'altro che
sicuro[38], Martin Harris asseriva gi nel 2003 che, qualora non si fosse
riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta, lasciando
meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna, ovvero
l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto forma
di sostrato.[39] La lingua sarda non stata
de facto ancora introdotta nella scuola, bench sia riconosciuta dal 1999 come
minoranza linguistica della Repubblica, in contemporanea con le altre undici.
Da qualche tempo sono tuttavia in atto progetti di recupero volti a
riguadagnare al sardo un ruolo di lingua alta e riparare a detta interruzione
di trasmissione intergenerazionale, nell'esigenza, sentita anche e soprattutto
presso le classi anagrafiche pi giovani e i ceti culturalmente pi avveduti, di
riappropriarsi di un patrimonio che passate politiche linguistiche non
avrebbero tutelato.[40] Quadro generale (inglese) Sardinian is an insular
language par excellence: it is at once the most archaic and the most individual
among the Romance group. (italiano) Il sardo
una lingua insulare per eccellenza:
allo stesso tempo la pi arcaica e la pi distinta nel gruppo delle lingue
romanze. (Rebecca Posner,
John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. p. 171)
Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov Y.B., 2001).[41] La lingua
sarda ascritta nel gruppo distinto del
Romanzo Insulare (Island Romance), assieme al crso antico (quello moderno fa
parte a pieno titolo della compagine italoromanza, cos come gli idiomi
sardo-corsi). Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a
oggi. Il sardo classificato come lingua
romanza, ovvero derivata dal latino volgare. Celebre il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per
il quale il sardo costituiva l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico"
non avente stretta parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e
solo per questioni politiche, poi successivamente risolte col suo
riconoscimento definitivo e ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica,
"uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo anche il serbo-croato o l'albanese".[42]
Il sardo considerato da molti studiosi
come una delle lingue pi conservative derivanti dal latino, se non la pi
conservativa;[43][44][45][46] a titolo di esempio, lo storico Manlio Brigaglia
rileva che la frase in latino pronunciata da un romano di stanza a Forum
Traiani Pone mihi tres panes in bertula ("Mettimi tre pani nella
bisaccia") corrisponderebbe alla sua traduzione in sardo corrente Ponemi
tres panes in sa brtula.[47] La relativa prossimit fonologica della lingua
sarda al latino volgare (in particolare per quanto riguarda le vocali
accentate) era stata analizzata anche dal linguista italo-americano Mario
Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e ancor prima notata, nel
1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso del suo periodo di
ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia quindi in massima misura
di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse testimonianze del
sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della conquista romana: si
evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore, anche fenicio-punici[51]
in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in Sardegna si sarebbero
preservati in percentuale maggiore rispetto al resto dell'Europa latina.[52]
Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo che rivelerebbe relazioni
strette con il basco.[53][54][55] In et medievale, moderna e contemporanea la
lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato dal greco-bizantino, ligure,
volgare toscano, catalano, castigliano e infine italiano. Caratterizzato da una
spiccata fisionomia che risalta dalle pi antiche fonti disponibili,[56] il
sardo ritenuto da vari autori come parte
di un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59]
La lingua sarda stata rapportata da Max
Leopold Wagner e Benvenuto Aronne Terracini all'ormai estinto latino d'Africa,
con le cui variet condivide diversi parallelismi e un qual certo arcaismo
linguistico, nonch un precoce distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner
ascrive gli stretti rapporti tra l'ormai estinta latinit africana e quella
sarda, inter alia, anche alla comune esperienza storico-istituzionale
nell'Esarcato d'Africa.[61] A confortare tale teoria si menzionano le
testimonianze di alcuni autori, quali l'umanista Paolo Pompilio[62] e il
geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a Palermo nella corte del re Ruggero
II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e africana del vocalismo,[40] nonch
di diverse parole alquanto rare se non assenti nel resto del panorama romanzo,
come acina (uva), pala (spalla), o anche spanus nel latino africano e il sardo
spanu ("rossiccio"), costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del
fatto che una discreta quantit di vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa
e Sardegna.[68] Sempre con riguardo al lessico, Wagner osserva come la
denominazione sarda per la Via Lattea (sa (b)a de sa bza o (b)a de sa blla,
letteralmente "la via o il cammino della paglia") si discosti
dall'intero panorama romanzo e si ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69]
Ciononostante, un'altra classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini
associa, comunque, il sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma
di valutazioni sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla
popolazione sarda, pur rilevandone le peculiarit nell'intero panorama latino
(Romnia).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi
linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda"
un'autonomia linguistica in guisa da poter essere considerata come una lingua
distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola, la aveva comunque accorpata
ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti
rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica
dell'isola dall'Italia.[74] Discussa
l'assegnazione tipologica delle variet linguistiche sardo-corse, ovvero
il gallurese e il sassarese: per taluni andrebbero ricomprese nel sardoromanzo,
per altri sarebbero del tutto separate dal dominio linguistico sardo e invece
incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner (1951[76]) annette il sardo alla
Romnia occidentale, mentre Matteo Bartoli (1903[77]) e Pier Enea Guarnerio
(1905[78]) lo ascrivono a una posizione autonoma tra la Romnia occidentale e
quella orientale. Da altri autori ancora, il sardo classificato come l'unico esponente ancora in
vita di una branca un tempo comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della
summenzionata sponda meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld
descrive, in merito, la Sardegna linguistica come una Romnia in nuce
contraddistinta dalla combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali
(iberoromanzi e italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente
sardi, la cui distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra
spinte innovatrici e altre tendenti alla conservativit.[83] Secondo Brenda Man
Qing Ong e Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema
comprensivo di variet e sottovariet che non hanno subto l'unificazione
linguistica o nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici,
grammaticali e lessicali simili.[84] Variet linguistiche di tipo sardo Lo
stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo campidanese. Due
dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ci sono il
campidanese, e l dialetto del capo di sopra. (Francesco Cetti. Storia naturale
della Sardegna, I quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I dialetti della lingua sarda
propriamente detta vengono convenzionalmente ricondotti a due ortografie
standardizzate e reciprocamente comprensibili, l'una riferita ai dialetti
centro-settentrionali (o "logudoresi") e l'altra a quelli
centro-meridionali (o "campidanesi").[85][86] Le caratteristiche che
vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo determinativo plurale
(is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e il trattamento delle
vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle variet
centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle centro-meridionali;
esistono per numerosi dialetti detti di transizione, o Mesana (es. arborense,
barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che presentano i caratteri tipici
ora dell'una, ora dell'altra variet. Tale percezione dualistica dei dialetti
sardi, originariamente registrata in via esogena per la prima volta dal
naturalista Francesco Cetti (1774)[87][88] e riproposta in seguito da Matteo
Madao (1782), Vincenzo Raimondo Porru (1832), Giovanni Spano (1840) e Vittorio
Angius (1853),[89][90] piuttosto che segnalare la presenza di effettive
isoglosse, costituisce per Roberto Bolognesi la prova di un'adesione
psicologica dei Sardi alla suddivisione amministrativa dell'isola effettuata
nel 1355 da Pietro IV d'Aragona tra un Caput Logudori (cabu de susu, "capo
di sopra") e un Caput Calaris et Gallure (cabu de jossu, "capo di
sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica in una variet logudorese
e campidanese illustre.[91][92] Il fatto che tali variet illustri astraggano
dai dialetti effettivamente diffusi nel territorio,[93] che invece si collocano
lungo uno spettro interno o continuum di parlate reciprocamente
intellegibili,[94][95][96] fa s che risulti difficile tracciare un confine
reale tra le variet interne di tipo "logudorese" e di tipo
"campidanese", problematica comune nella distinzione dei dialetti
delle lingue romanze. Dal punto di vista propriamente scientifico, tale
classificazione binaria non condivisa da
alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione
tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur
accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei,
presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche
lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilit.[85][97]
Distribuzione geografica Viene tuttora parlata in quasi tutta l'isola di
Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000 000 e 1 350 000 unit,
generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua
sarda utilizzata prevalentemente
nell'ambito familiare e locale mentre quella italiana viene usata nelle
occasioni pubbliche e per la quasi totalit della scrittura). Pi precisamente,
da uno studio commissionato dalla Regione Sardegna nel 2006[102] risulta che ci
siano 1 495 000 persone circa che capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di
persone circa in grado di parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi
del campidanese sarebbero 670 000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942
000 persone in grado di capirlo), mentre i parlanti delle variet
logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000 circa (compresi i locutori residenti ad
Alghero, nel Turritano e in Gallura) e 553 000 circa i sardi in grado di
capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei residenti delle zone sardofone non
avrebbe alcuna competenza della lingua sarda. Il sardo la lingua tradizionale nella maggior parte
delle comunit sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58%
in comunit tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non
sardofone In virt delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente
logudoresi e nuoresi, verso le zone costiere e le citt del nord Sardegna il
sardo , peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella citt di Alghero,
dove la lingua pi diffusa, assieme all'italiano, un dialetto del catalano (lingua che, oltre
all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della Catalogna, del
Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal
23,2%. Il mantenimento plurisecolare del catalano in questa zona dato da un particolare episodio storico: le
rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolare riferimento a
quella del 1353,[103] furono infruttuose poich la citt fu alfine ceduta nel
1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle sollevazioni popolari,
espulse tutti gli abitanti originari della citt, ripopolandola dapprima con
soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole Baleari e, successivamente,
con indigeni sardi che avessero per dato prova di piena fedelt alla Corona di
Aragona. A Isili il romaniska invece in
via d'estinzione, parlato solo da un sempre pi ristretto numero di individui.
Tale idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione iberico-spagnola,
a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi che, insediatisi
nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di ramai ambulanti.
Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco, dove persiste il
tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu importato dai
discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano trasferiti
nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento dei banchi
corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe, ebbero da
Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due piccole e
inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato, Carloforte,
sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La permanenza
compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di
auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di
s stessi in rapporto agli indigeni sardi,[104] hanno comportato nella
popolazione locale un alto tasso di lealt linguistica a tale dialetto ligure,
ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua
sarda compresa da solo il 15,6% della
popolazione e parlata da un ancor pi esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea
(Campidano di Oristano) il veneto, trapiantato negli anni trenta del Novecento
dagli immigrati veneti giunti a colonizzare il territorio ivi concesso dalle
politiche fasciste, oggigiorno in regresso,
soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione algherese di
Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano, dialetti di tale famiglia
(anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da gruppi di
profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese. Un discorso a parte va
fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola, linguisticamente
gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a nord-est, sviluppatosi da
una variet del toscano (il crso meridionale) e l'altro a nord-ovest,
influenzato dal toscano/corso e genovese.[105] Francesco Cetti, che per primo,
come si detto, oper la classificazione
bipartita del sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso che si parla in
Sassari, Castelsardo e Tempio come straniero e non nazionale (ovvero, "non
sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero, giacch sarebbe a suo
dire un dialetto italiano, assai pi toscano, che non la maggior parte de
medesimi dialetti d'Italia.[106] La maggior parte degli studiosi li considera
infatti come parlate geograficamente sarde ma tipologicamente facenti parte,
assieme al corso, del sistema linguistico italiano per sintassi, grammatica e
in buona parte anche lessico.[107] Secoli di contiguit hanno fatto s che tra
gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area italiana, e la lingua sarda vi
fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza
per comportarne l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi
linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il
gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola, di fatto una variet del crso meridionale.
L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei notevoli flussi migratori che,
procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura dalla seconda met circa del
XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a partire dal XVI secolo[110] La
causa di tali flussi andrebbe ricercata nello spopolamento della regione dovuto
a pestilenze, incursioni e incendi. il turritano o sassarese, parlato a
Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e nei loro dintorni, ebbe invece
origine pi antica (XII-XIII secolo). Esso conserva grammatica e struttura di
base corso-toscana a riprova della sua origine comunale e mercantile, ma
presenta profonde influenze del sardo logudorese in lessico e fonetica, oltre a
quelle minori del ligure, del catalano e dello spagnolo. Nelle zone di
diffusione del gallurese e del sassarese, la lingua sarda capita dalla massima parte della popolazione
(il 73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se parlata da una minoranza di locutori: il 15,1%
in Gallura (senza la citt di Olbia, dove la sardofonia ha un notevole rilievo,
ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras) e il 40,5% nel
Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due idiomi
convivono. Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche La
presente tavola sinottica contenuta nel
gi citato rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca
Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle
Universit di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna Totale Interv.
Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area campidanesofona 68,9% 27,7%
3,4% 100% 919 Citt di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168 Area sassaresofona
27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Citt di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193 Area
galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6%
52,2% 100% 90 Storia Preistoria e storia antica Lo stesso argomento in
dettaglio: Lingua protosarda. Le origini e la classificazione della lingua protosarda
o paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il
linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno
creduto di potere riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella
Sardegna preistorica.[51] Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili
in un periodo molto ampio che va dall'et della pietra a quella dei metalli,
mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori,
similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue
tirseniche e l'antico ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma,
iniziata nel 238 a.C., import fin da subito nell'amministrazione locale la
lingua latina attraverso il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente italica,
la romanizzazione dell'isola non procedette in maniera affatto spedita:[114] si
stima che i contatti linguistici con la metropoli continentale fossero
probabilmente gi cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue sarde,
fra cui il punico, permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si reputa che
il punico continu a essere usato fino al IV secolo d.C.,[116] mentre il
nuragico resistette fino al VII secolo d.C. presso le popolazioni dell'interno
che, guidate dal capo tribale Ospitone, adottarono anch'esse il latino con la
loro conversione al cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimit culturale della
popolazione locale rispetto a quella cartaginese risaltava nel giudizio degli
autori romani,[118] in particolare presso Cicerone le cui invettive, nello
schernire i sardi ribelli al potere romano, vertevano nel denunciarne la
inaffidabilit per via della loro supposta origine africana[Nota 2] avendone in
odio i portamenti, la loro disposizione verso Cartagine piuttosto che Roma,
nonch una lingua incomprensibile.[119] Diverse radici paleosarde rimasero
invariate e in molti casi furono incamerate nel latino locale (come Nur, che
presumibilmente compare anche in Norace, e che si ritrova in diversi toponimi
quali Nurri, Nurra e molti altri); la regione dell'isola che avrebbe derivato
il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese dei
Barbari",[120] lemma comune all'ormai desueto "Barberia") si
oppose all'assimilazione romana per un lungo periodo: vedasi, a titolo di
esempio, il caso di Olzai, in cui circa il 50% dei toponimi derivabile dal sostrato linguistico
protosardo.[51] Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono presenti diversi nomi
di piante, animali e terminologia geomorfica direttamente riconducibili agli
antichi idiomi indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il sardo presenta
diverse peculiarit, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti e/o da tempo
caduti in disuso nel resto della Romnia linguistica.[122][123] Durata del
dominio romano e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto lentamente, il
latino sarebbe alla fine comunque diventato la lingua madre della maggior parte
degli abitanti dell'isola.[125] Come risultato di questo profondo processo di
romanizzazione, l'odierna lingua sarda
oggi classificata come lingua romanza o neolatina,[121] presentante
caratteristiche fonetiche e morfologiche simili al latino classico. Alcuni
linguisti sostengono che la lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a
dividersi dalle altre lingue che si stavano evolvendo dal latino.[126] Dopo la
caduta dell'Impero romano d'Occidente e una parentesi vandalica di 80 anni, la
Sardegna fu riconquistata da Bisanzio e inclusa nell'Esarcato d'Africa.[127] Il
Casula convinto che la dominazione
vandalica procur una netta frattura con la tradizione redazionale romano-latina
o, quantomeno, una sensibile strozzatura cos che il successivo governo
bizantino pot impiantare i propri istituti operativi in un territorio conteso
tra la "greca" e la "romnia".[128] Luigi Pinelli ritiene
che la presenza vandala avesse estraniato la Sardegna dall'Europa legando il
suo destino al dominio africano in un legame volto a rafforzarsi ulteriormente
sotto la dominazione bizantina non solo per aver l'impero romaico compreso
l'isola all'Esarcato africano, ma per averne, sia pure indirettamente,
sviluppata la comunit etnica facendo ad essa acquistare molte delle
caratteristiche africane che avrebbero permesso a etnologi e storici di
elaborare la teoria dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai deprecata.
Nonostante un periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei bizantini non
diede in prestito al sardo che alcune espressioni rituali e formali;
significativo, d'altro canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per redigere testi
in primo volgare sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131] Periodo
giudicale Estratto del Privilegio Logudorese (1080)[132] (sardo) In nomine
Domini amen. Ego iudice Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes
homines de Pisas pro xu toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so
ego amicu caru e itsos a mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu
locu de non (n)apat comiatu de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere
pisanu ingratis: e ccausa ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis
iustitia inperatore ci nce aet exere intu locu [] (italiano) In nome di Dio,
amen. Io giudice Mariano de Lacon faccio questa carta a onore di tutti gli
uomini di Pisa, per il dazio che mi chiesero; e io la dono loro perch sono a
loro amico caro ed essi a me; che nessun imperatore che abbia a potestare in
questo luogo non possa togliere loro questo dazio concesso con placito: di non
uccidere arbitrariamente un pisano: e per i beni che venissero arbitrariamente
tolti, gli faccia giustizia l'imperatore che ci sar nel luogo [] (Privilegio
Logudorese 1080) Quando gli omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai
bizantini non rimasero dei precedenti territori che le Baleari e la Sardegna;
Luigi Pinelli ritiene che tale evento abbia costituito uno spartiacque
fondamentale nel percorso storico della Sardegna, determinando la definitiva
recisione di quei legami culturali in precedenza assai stretti tra quest'ultima
e la sponda meridionale del Mediterraneo: le comunanze con le terre d'Africa si
dileguarono, come nebbia al sole, per effetto della conquista islamita giacch
questa, a causa dell'accanita resistenza dei sardi, non riusc, come avvenuto in
Africa, ad estendersi nell'isola.[129] Nonostante le numerose spedizioni
intraprese verso la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a
conquistarla e a stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari,
citato dal Pinelli, scrive che i tentativi dei musulmani di Africa di
conquistare la Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso
degli abitatori di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due
secoli dal giogo degli arabi.[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella
riconquista della Sicilia e del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani
degli arabi, questa distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi,
procedette a dotarsi di competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135]
Pinelli reputa che la conquista araba separ la Sardegna da quel continente
senza che, per, si verificasse una riunione all'Europa e che detto evento
determina una svolta capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale
di fatto indipendente,[129] retto da una figura chiamata "giudice"
(judike o juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una
statualit (Logu) sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex
sive rex, da cui il sardo judicadu e la resa italiana in
"giudicato"), piuttosto che nel suo significato in italiano di comune
"magistrato".[136] Il Casula ritiene che, da un esame degli elementi
diplomatistici e paleografici, l'isola emerga dal black-out documentario
anteriore al Mille con un'assunzione di sovranit avvenuta, intorno al secolo
IX, come conseguenza marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli
Arabi e dalla disgregazione dell'Impero carolingio;[137] una lettera di
Brancaleone Doria, marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo
decennio del secolo XIV il giudicato arborense avrebbe avuto gi
"cinquecento anni di vita" e fosse, perci, nato verso la fine
dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando nel tempo le due varianti
ortografiche logudoresi e campidanesi, costitu durante il periodo medioevale la
lingua ufficiale e nazionale dei quattro Giudicati isolani, anticipando in
emancipazione le altre lingue neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare
toscano, come riportava in guisa di esempio da seguire per gli italiani
"sulla scorta dei vicini Sardi" lo storico e diplomatista Ludovico
Antonio Muratori.[Nota 3] L'eccezionalit della situazione sarda, che
costituisce in tal senso un caso unico nell'intero panorama romanzo, consiste
nel fatto che tali testi ufficiali furono redatti fin dall'inizio in lingua
sarda per comunicazioni interne ed escludessero del tutto il latino, a
differenza di quanto accadeva nel periodo coevo nelle regioni
geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino in Sardegna era
infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti esterni con il
continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignit del sardo era
tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo impiego in epoca per
la quale nulla di simile verificabile
nella penisola non solo in campo giuridico ma anche in qualunque altro settore
della scrittura.[144] Il Casula riporta in merito che i documenti "per
l'interno", cio destinati ai Sardi fossero gi in volgare sardo, laddove
quelli per l'esterno fossero in latino "quasi merovingico".[145] La
lingua sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e latinismi
rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso nonch
in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli
influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani.
Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopi attraverso lo stesso
latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146]
Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed
espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a
questi accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di Dante parlerebbero
non una lingua neolatina, bens in latino schietto imitandone la gramatica come
le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus
meus.[147][148][149] Tale asserzione in
realt prova di quanto il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse
divenuto gi in quell'epoca, nelle parole del Wagner, un'autentica e
impenetrabile "sfinge"[146], ovvero una lingua pressoch
incomprensibile a tutti fuorch gli isolani. Famosi sono due versi del XII
secolo attribuiti al trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo
poema Domna, tant vos ai preiada equipara il sardo per intelligibilit a due
lingue del tutto escluse dallo spazio romanzo, quali il tedesco (un idioma
germanico) e il berbero (un idioma afroasiatico): No t'entend plui d'un Todesco
/ Sardesco o Barbar (lett. "Non ti capisco pi di un tedesco / o sardo o
berbero")[150][151][152][153][154][155] e quelli del fiorentino Fazio
degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: una gente
che niuno non la intende / n essi sanno quel ch'altri pispiglia (lett. "una gente che nessuno capisce /
n essi capiscono quel che gli altri bisbigliano").[149][156] Il condaghe
di San Pietro di Silki (1065-1180), scritto in sardo Il primo documento scritto
in cui compaiono elementi della lingua sarda risale al 1065 e si tratta
dell'atto di donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all'abate
Desiderio a favore dell'abbazia di Montecassino,[157] noto anche come Carta di
Nicita.[158] Prima pagina della Carta de Logu arborense (Biblioteca
universitaria di Cagliari). Altri documenti di grande rilevanza sono i
Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073),[159] il Privilegio Logudorese
(1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di Pisa, la Prima Carta
cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella
diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese, conservata negli
Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia, oltre a un
particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e Benedetto, allor
amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa. Statuti Sassaresi Gli Statuti
Sassaresi (1316)[160] e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti in
logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica
della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale; infine d'uopo menzionare la Carta de
Logu[161] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe rimasta in vigore fino
al 1827. Per quanto i testi a noi rimasti provenissero da zone alquanto lontane
l'una dall'altra, quali il nord e il sud dell'isola, il sardo si presentava
allora piuttosto omogeneo:[162] bench le differenze ortografiche tra il
logudorese e il campidanese cominciassero a intravedersi, il Wagner rinveniva
in tale periodo l'originaria unit della lingua sarda.[163] Paolo Merci vi
riscontra una larga uniformit, cos come Antonio Sanna e Ignazio Delogu, per il
quale sarebbe stata la vita comunitaria a sottrarre l'ortografia sarda ai
localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini, nell'isola si andava formando una
koin illustre basata piuttosto sul modello ortografico logudorese.[164] In
seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello di Gallura nella
seconda met del XIII secolo, sarebbe stato il dominio dei Gherardesca e della
Repubblica di Pisa sugli ex-territori giudicali a provocare, secondo Eduardo
Blasco Ferrer, una prima frammentazione del sardo, con un considerevole
processo di toscanizzazione della lingua locale.[165] Nel settentrione della
Sardegna, invece, furono i genovesi a imporre la propria sfera di influenza,
sia mediante la nobilt sardo-genovese di Sassari, sia attraverso i membri della
famiglia Doria che, anche dopo l'annessione dell'isola da parte dei
catalano-aragonesi, conservarono i propri feudi di Castelsardo e Monteleone in
qualit di vassalli dei sovrani della Corona d'Aragona.[166] Alla seconda met
del XIII secolo risale la prima cronaca redatta in lingua sive ydiomate
sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici del periodo. Il manoscritto, redatto da
un anonimo e oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, reca il
titolo di Condagues de Sardina e traccia le vicende dei Giudici succedutisi nel
Giudicato di Torres; l'ultima edizione critica della cronaca sarebbe stata
ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La politica estera del giudicato di
Arborea, indirizzata a unificare il resto dell'isola sotto il suo
regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza da ingerenze straniere,
oscill tra una posizione di alleanza con gli aragonesi in funzione antipisana a
una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando alcuni legami culturali con
la tradizione italiana.[169][170][171] La contrapposizione politica fra il
giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si manifest anche con l'adozione di
certe matrici culturali toscane, quali alcuni moduli linguistici
nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria politica estera,
il giudicato arborense si contraddistinse per diverse innovazioni, quali un
proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica cancelleresca arborense,
derivata dalla triangolare italiana) e per una qual certa riluttanza a
sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture forestiere, maturata sulla
consapevolezza di una propria identit autoctona, etnica, antropologica,
culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca, sulla cui
costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che non parr arbitrario, quindi,
se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni offertici dai
documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale ci sembra
facesse qualcosa di pi che abbandonarsi all'esecuzione passiva e sciatta della
grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani, verosimilmente dai
Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono, caratterizzarono,
collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla fine del giudicato.
In poche parole: con essa crearono la propria cancelleresca, che dopo il 1323
pu essere contrapposta alla cancelleresca catalana delle scrivanie regie
dell'isola.[174] In ogni caso, una qual certa influenza italiana pot essere
mantenuta nel giudicato arborense grazie alla presenza in loco di alcuni notai,
giuristi e medici provenienti dalla suddetta penisola, nonch di alcuni uomini
d'arme toscani a capo di milizie locali, fra cui Cicarello di Montepulciano e
Giuliano di Massa: Mariano IV d'Arborea, che aveva trascorso parte della
propria giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito ordini ai propri comandanti
in italiano o in sardo secondo la loro nazionalit d'origine.[175] Periodo
aragonese e spagnolo L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio
VIII nel 1297, senza che questi avesse tenuto conto delle realt statuali gi
presenti al suo interno, port alla fondazione nominale del Regno di Sardegna:
ovvero, di uno stato che, per quanto privo di summa potestas, entr di diritto
quale membro in unione personale entro la compagine mediterranea della Corona
di Aragona. Ebbe cos inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al
grido di Helis, Helis, il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la
lingua sarda avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176]
La guerra aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di
instaurare un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno assistito dalla
partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro
storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e
residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonch una diffusa
insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la
sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la
riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta
di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini,
"tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i
paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant"
("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due
entit sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria
della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri
nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi
da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla
scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segn per Francesco
Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e
catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179]
terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per
rilevanza storica alla fine del Messico azteco, dovrebbe ritenersi n trionfo n
sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi.[180] Durante e dopo
questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato ogni focolaio di
ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel 1353, quella di Uras
del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata nel De bello et
interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, qued de todo punto Sardea
por el rey.[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi dal conflitto avessero
poi proceduto a distruggere la preesistente produzione documentaria dell'et
giudicale, redatta perlopi in lingua sarda ma anche in altri idiomi che meglio
si confacevano alle relazioni della sofisticata cancelleria arborense, non
lasciando dietro di s che poche pietre e, nel complesso, un esiguo gruppo di
documenti,[183] molti dei quali sono infatti tuttora conservati e/o rimandano
ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello specifico, la documentazione giudicale
e il suo palazzo sarebbe stata data completamente alle fiamme il 21 maggio
1478, mentre il vicer faceva trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo
aver domato la summenzionata ribellione marchionale, che minacciava la ripresa
di una soggettivit arborense de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella
memoria popolare.[185] Il catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona,
assunse anche nell'isola l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il
sardo venne relegato a una posizione alternativa, quando non secondaria:
emblematica era la situazione delle citt soggette al ripopolamento aragonese,
quali Cagliari[186] e in cui, nella testimonianze di Giovanni Francesco
Fara,[187] per un tempo il catalano subentr interamente al sardo come ad
Alghero, tanto da generare espressioni idiomatiche quali no scit su catalanu
("non sa il catalano") per indicare una persona che non sapeva
esprimersi "correttamente".[188][189] Il Fara, nella medesima prima
monografia di et moderna dedicata ai Sardi e la Sardegna, riporta anche il
vivace plurilinguismo presso un medesimo popolo, per via dei movimenti
migratori di spagnoli (tarragonesi o catalani) e di italiani nell'isola, ivi
giunti per praticarvi il commercio.[187] Ciononostante, la lingua sarda non
scomparve affatto dall'uso ufficiale: la tradizione giuridica nazionale dei
catalani nelle citt convisse con quella preesistente dei sardi, contrassegnata
nel 1421 dalla conferma della stessa Carta de Logu arborense da parte del
Parlamento del sovrano di Aragona Alfonso il Magnanimo,[190][191] quale
intelaiatura fondamentale di una rete di rapporti localmente stratificata nei
vari capitoli di grazia. In ambito amministrativo ed ecclesiastico, si seguit a
impiegare il sardo per usi normati dalla scrittura fino al Seicento
inoltrato.[192][193] Le corporazioni religiose fecero anch'esse uso della
lingua. Il regolamento del seminario di Alghero, emanato dal vescovo Andreas
Baccallar il 12 luglio 1586, era in sardo;[194] essendo diretti all'intera diocesi
di Alghero e Unioni, i provvedimenti destinati alla diretta conoscenza del
popolo erano redatti in sardo, oltre che in catalano.[195] Il primo catechismo
ad oggi rinvenuto in "lingua sardisca" di matrice posttridentina del 1695, in calce alle costituzioni sinodali
dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato Sigismondo Arquer, autore della
Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui paragrafo relativo alla lingua
sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da Conrad Gessner nel suo
"Sulle differenti lingue in uso presso le varie nazioni del
globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due lingue, ovvero
lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli elementi iberici
nelle citt, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto quest'ultimo fosse
ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero "latini,
pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta come i sardi
nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198] Il gesuita
portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che la lingua ordinaria di
Sardegna il sardo, come l'italiano
lo d'Italia. [...] Nelle citt di
Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria
il catalano, sebbene vi sia molta gente che usa anche il
sardo.[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei collegi a Sassari (1559),
Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588), inizialmente promossero una
politica linguistica a favore del sardo, usandolo nell'esercizio del loro
ministero con grande favore delle popolazioni che, per la prima volta, si
sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in quella catalana,
spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta inopportuna dal nuovo
generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567 impose per tutte le
attivit l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200] L'influenza del toscano, fra
il XIV e il XV secolo, si manifest nel Logudoro, sia in alcuni documenti
ufficiali, sia come lingua letteraria: l'internazionalizzazione del
Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo, avrebbe infatti ravvivato in
Europa l'interesse per la cultura italiana, manifestandosi anche in Sardegna
soprattutto nell'impiego aggiuntivo di suddetta lingua presso alcuni autori,
parallelamente al sardo e a quelle iberiche che, comunque, conservarono la loro
preminenza. In questi stessi secoli o in epoca immediatamente successiva, anche
a causa della progressiva diffusione del corso in Gallura nonch in ampie zone
della Sardegna nord-occidentale, cui si
fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune
caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati)
dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno
Migliorini, la Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente scarsi
rapporti.[202] Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella
forma di una petizione da parte di lvaro de Madrigal, che gli statuti di
Iglesias, Bosa e Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese,
pisana o italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella
catalana", giacch non opportuno
n giusto che delle leggi del Regno siano
in lingua straniera.[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo una qual
certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura quanto in
atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che per ben
esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV secolo,
il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu
Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205]
una delle opere letterarie pi antiche in lingua sarda, nonch pi
rilevanti sotto l'aspetto filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa
Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O
Deu eternu, sempre omnipotente, In saiudu meu ti piacat attender, Et dami
gratia de poder acabare Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu
gloriosos Et cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e
Januariu, Contra su demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos
advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados De
sa corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen.
Nel 1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di
Aragona. Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comport,
sotto il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o spagnolo
tard infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non oltrepass i
domini della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i pregones si
pubblicarono perlopi in catalano e solo a partire dal 1602 si inizi a
utilizzare anche il castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor sarebbe stato
usato nelle leggi e decreti a partire dal 1643.[206][207][208] Nel XVI secolo,
il sardo conobbe una prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del
letterato sassarese Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano e
italiano, si prefisse il compito di "magnificare et arrichire sa limba
nostra sarda", allo stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e
italiani lo avevano fatto per la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo
schemi gi collaudati (es. la Deffense et illustration de la langue franoyse, il
Dialogo delle lingue): per la prima volta fu cos posta la cosiddetta
"questione della lingua sarda", poi approfondita da vari altri
autori. L'Araolla anche il primo autore
sardo a stringere in nesso la parola "lingua" con "nazione",
il cui riconoscimento non direttamente
espresso a chiare lettere ma dato per scontato, data la "naturalezza"
con la quale gli autori di diverse nazioni si cimentano in una propria
letteratura nazionale.[210] Antonio Lo Frasso, poeta nativo di Alghero (citt
che ricorda con affetto in vari versi[Nota 5]) e vissuto a Barcellona, fu
probabilmente il primo intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in
sardo liriche amorose, bench abbia scritto maggiormente in un castigliano
pregno di catalanismi; si tratta in particolare di due sonetti (Cando si det
finire custu ardente fogu e Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave
reali, facenti parte della sua opera principale Los diez libros de Fortuna de
Amor (1573).[Nota 6] Nel XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in
italiano, per quanto limitata (nel complesso, secondo le stime della scuola di
Bruno Anatra, circa l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[211]);
nello specifico si trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore
Vitale, nato a Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizz anche
lo spagnolo, il latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu
Giuseppe Siotto), Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale
aveva vissuto lungamente nel Regno di Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti
e la classe dirigente sarda dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e
avrebbero scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente
Bacallar Sanna, per esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia
Espaola.[213] Lo spagnolo si afferm, pertanto, tardivamente ma riusc a
ritagliarsi, comunque, una posizione di eminente prestigio nei campi elitari
della letteratura e dell'erudizione, rispetto al catalano, la cui forza di
propagazione fu tale da entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna
centrale e meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non
certamente nel capitolo di Sassari, dove i contratti d'appalto iniziarono a
privilegiare lo spagnolo dal 1610,[214] gli atti ufficiali vennero scritti in
sardo logudorese fino al 1649[215] e gli statuti di alcune prestigiose
confraternite sassaresi in italiano[216]; in aree quali Macomer, gli archivi
parrocchiali impiegarono il sardo fino al 1623[214]), resistendo tenacemente
negli atti pubblici e nei libri di battesimo. Il sardo resistette, inoltre,
nella drammatica religiosa, nella redazione di atti notarili nelle aree
interne[217] e negli atti e statuti delle confraternite, come quello dei
disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo rest comunque l'unico e spontaneo
codice della popolazione sarda, rispettato e anche appreso dai
conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al castigliano,
catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era richiesta per
potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano considerati
"spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220] dal momento
che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo coloro che
parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya sostiene che
gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi passare per
valenciani per provare a essere promossi.[221] La situazione sociolinguistica
era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva, nelle citt delle
due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come riportato da varie
testimonianze coeve: Cristfor Despuig, ne Los Colloquis de la Insigne Ciutat de
Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua catalana si fosse
ritagliata un posto di cortesana, "non tutti la parlano, dal momento che
in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica lingua del Regno"
(llengua antigua del Regne),[204] tributando a quest'ultima un insigne
riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin Carillo (supposto
autore dell'ironico giudizio sulla nobilt sarda: pocos, locos y mal
unidos[211]) not nel 1611 che le principali citt parlavano il catalano e lo
spagnolo, ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che il sardo,
compresa da tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalp, autore del
Llibre dels feyts d'armes de Catalunya, riportava a met del Seicento che in
Sardegna parlen la llengua catalana molt polidament, ax com fos a
Catalunya;[204] Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a Bruges, not
nei suoi pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di stranieri
residenti nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro lingua
(linguam propriam sardiniscam loquentes[222]); un'altra testimonianza offerta dal rettore del collegio gesuita
sassarese Baldassarre Pinyes che, a Roma, registrava la partizione etnica e
linguistica del Regno, scrivendo: per ci che concerne la lingua sarda, sappia
vostra paternit che essa non parlata in
questa citt, n in Alghero, n a Cagliari: la parlano solo nelle ville.[223] La
consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani e aragonesi,
oltre che di soldati mercenari l stanziati di guardia, rese i dialetti
logudoresi pi esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri vettori di
ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la poesia orale,
le opere teatrali e i gi menzionati gocius o gosos (vocabolo derivante da
gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si arricch di
altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos (lamenti funebri),
le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas (malefici e scongiuri) e
i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze scritte del sardo
permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono crudi castiglianismi
e italianismi nel lessico e nella forma, e nell'allestimento di opere religiose
a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et Declarassione pius abundante e Sa
Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras. Frattanto il parroco orgolese Ioan
Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu
Christu che provvedette a tradurre dall'italiano (il Leggendario delle Sante
Vergini e Martiri di Ges Cristo), pose in evidenza la nobilt del sardo
rapportandola al latino classico e attribuendole nel Prologo, come Araolla
prima di lui,[209] un'importante valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo
il filologo Paolo Maninchedda, tali autori, a partire dall'Araolla, non
scrivono di Sardegna o in sardo inserirsi in un sistema isolano, ma per
iscrivere la Sardegna e la sua lingua e
con esse, se stessi in un sistema
europeo. Elevare la Sardegna ad una dignit culturale pari a quella di altri
paesi europei significava anche promuovere i sardi, e in particolare i sardi
colti, che si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale
continentale.[225] Nei primi anni del Settecento, nell'isola si impiant
l'Arcadia e si assistette a una grande variet di generi poetici, che variavano
dalla poesia epica di Raimondo Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu
e quella sacra di Giovanni Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano L'esito
della guerra di successione spagnola determin la sovranit austriaca dell'isola,
confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur tuttavia dur
appena quattro anni giacch, nel 1717, una flotta spagnola rioccup Cagliari e
nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi ratificato all'Aia nel 1720,
la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia in cambio della
Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte di Lucerna di Campiglione,
ricevette infine, da parte del delegato austriaco don Giuseppe dei Medici,
l'atto definitivo di cessione, a condizione che i "diritti, statuti,
privilegi della nazione" oggetto della trattativa diplomatica fossero
conservati.[227] L'isola entr cos nell'orbita italiana dopo quella
iberica,[228] bench tale trasferimento di autorit, in un primo tempo, non
implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di lingua e
costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e persino i
simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti dalla
croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe infatti
rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto senza
summa potestas e in unione personale entro i domini perlopi alpini di Casa
Savoia.[227] La lingua sarda, bench praticata in condizione di diglossia, non
era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto",
essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e
parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice
linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno
media cultura, talch Joaqun Arce ne riferisce nei termini di un paradosso
storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel
secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232]
Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo
primo periodo, si limit a mantenere le istituzioni politico-sociali locali,
avendo per cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonch di
trattare egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli per
divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel buon
uso che la Rivalit pu produrre.[234] Tale approccio, improntato al pragmatismo,
era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo luogo la
necessit, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni del
Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto
delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo
luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in
larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai
regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e
riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua,
quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del
Regno, Vittorio Amedeo II sottoline nel 1721 come tale operazione dovesse
essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo
relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del
1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non gi di
abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la
conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori,
subentrati ai precedenti, rispetto all'alterit culturale che riconoscevano al
possedimento isolano[238] evinto da un
apposito studio, da loro commissionato e pubblicato nel 1726 dal gesuita
barolese Antonio Falletti, dal nome "Memoria dei mezzi che si propongono
per introdurre l'uso della lingua italiana in questo Regno" in cui si
raccomandava all'amministrazione sabauda di applicare il metodo di
apprendimento "ignotam linguam per notam expnre" ("presentare
una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso una conosciuta [lo
spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II aveva manifestato
la volont di non poter pi tollerare la mancata conoscenza dell'italiano presso
gli isolani, dati i disagi che ci stava comportando per i funzionari giunti in
Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui matrimoni misti tra donne
sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti per legge,[241] sarebbero
state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo di meglio diffondere la
lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo idioma e quello nativo,
inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato da una marcata
percezione di alterit linguistica,[40][243] si pose fin da subito nei termini
di un rapporto (ancorch ineguale) tra lingue fortemente distinte, piuttosto che
tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne poi in altre regioni
italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe dirigente aragonese e
castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua distinta sia rispetto
alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione dell'alterit del sardo era,
per, pienamente avvertita anche dagli italiani che si recavano nell'isola e ne
riportavano la loro esperienza con i nativi.[245][246][247] L'italiano,
nonostante venisse da taluni anche in Sardegna settentrionale ritenuto
"non nativo" o "forestiero"[248], aveva svolto in
quell'angolo di Sardegna fino ad allora un proprio ruolo, provocando nelle
parlate e nella tradizione scritta un processo di toscanizzazione iniziato nel
XII secolo e consolidatosi successivamente;[249] nelle zone sardofone,
corrispondenti all'area centro-settentrionale e meridionale dell'isola, era
invece pressoch sconosciuto alla grande maggioranza della popolazione, dotta e
no. Purtuttavia, la politica del governo sabaudo in Sardegna, allora diretta da
Bogino, di alienare l'isola dalla sfera culturale e politica spagnola in modo
da assimilarla a quella pi italiana del Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso
l'introduzione diretta dell'italiano per legge nel 1760[252][253] sulla scorta
degli Stati di terraferma e in particolare del Piemonte,[254] nei quali
l'impiego dell'italiano era ufficialmente consolidato da secoli, nonch
ulteriormente rinforzato dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento
in questione venne, tra le altre cose, vietato senza riserve nello scrivere e
nel dire l'uso della favella castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio
italiano, era siffattamente abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di
lettere.[256] Nel 1764 l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine
estesa a tutti i settori della vita pubblica,[257][258] quali anche
l'istruzione[259][260] parallelamente alla riorganizzazione delle Universit di
Cagliari e Sassari, le quali videro l'arrivo di personale continentale, e a
quella dell'istruzione inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti
provenienti dal Piemonte per supplire all'assenza di insegnanti sardi
italofoni[261]: nello specifico, gi nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di
alcuni abili professori italiani per stenebrare i maestri sardi dai loro errori
e indirizzare pel buon sentiero maestri e discepoli.[256] Tale manovra ineriva
soprattutto a un progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della
penisola italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo
sulla classe colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il
proposito non sfugg alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto
che i Vescovi piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano e, in un
documento anonimo attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento
del Regno, denunci come sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua,
l'Universit, e la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento
di tutti i particolari.[204][263] Ci nonostante, Mil i Fontanals scriveva nel
1863 che, ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli
strumenti notarili,[204] cos come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti,
fino al 1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017 stato rinvenuto un libro di gosos, originario
di Ozieri, redatto in castigliano in onore di Sant'Efisio del 1850.[265]
L'effetto pi immediato fu, cos, l'emarginazione del sardo piuttosto che delle
lingue iberiche, dal momento che per la prima volta anche i ceti abbienti della
Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono a percepire la sardofonia come un
concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu asserisce in merito che la classe
dirigente sarda, cos come si era spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai
essere riuscita a sardizzarsi, a riuscire a trarre, cio, dall'esperienza e
dalla cultura del popolo dal quale proveniva quegli elementi di concretezza
senza i quali una cultura e una classe dirigente sembrano sempre stranieri
anche nella loro patria. Questo d'altra parte era l'obiettivo che il governo
sabaudo si era proposto e che, nella sostanza, riusciva anche a
perseguire.[256] Il sistema amministrativo e penale di matrice francese
introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in maniera quanto mai
articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresent per i sardi il
principale canale di contatto diretto con la nuova lingua egemone;[266] per le
classi pi elevate, la soppressione dell'ordine dei Gesuiti nel 1774 e la loro
sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonch le opere di matrice
illuministica, stampate nella terraferma in italiano, ricoprirono un ruolo
considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello stesso periodo di
tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi dell'isola: bench
qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte sub un processo di
adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con designazioni in
italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di un'erronea interpretazione
del significato nell'idioma locale.[258] Francesco Gemelli, ne Il Rifiorimento
della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, cos ritrae il
pluralismo linguistico dell'isola nel 1776, rinviando a I quadrupedi di
Sardegna un migliore esame dell'indole della lingua sarda, e delle precipue
differenze tra 'l sassarese e 'l toscano: cinque linguaggi parlansi in
Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese, e 'l sassarese. I
primi due per ragione del passato e del presente dominio, e delle passate, e
presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite persone nelle citt, e
ancor ne' villaggi. Il sardo comune a
tutto il Regno, e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo
del capo di sopra. L'algarese un
dialetto del catalano, perch colonia di catalani Algheri; e finalmente il sassarese che si
parla in Sassari, in Tempio e in Castel sardo,
un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo spagnuolo
va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha
dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali.[268] Il primo studio
sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao,
con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua antologia
colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in premessa il
generale declino della lingua (La lingua della Sarda nostra nazione, comecch
venerabile per la sua antichit, pregevole per l'ottimo fondo de suoi dialetti,
elegante per le bellezze, che aduna delle altre pi nobili, eccellente per la
sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo giovevole, ma eziandio
necessaria alla privata, e pubblica societ de nostri compatrioti, e
concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al d d'oggi, dagli stessi
abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come inutile[269]),
l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di accreditare il sardo
come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo l'esempio di autori quali
il gi citato Araolla in periodo iberico; purtuttavia, il clima di repressione
del governo sabaudo sulla cultura sarda avrebbe indotto il Madau a velare i
suoi proponimenti con intenti letterari, rivelandosi alla fine incapace di
tradurli in realt.[273] Il primo volume di dialettologia comparata fu
realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres Febres, noto in Italia con il
falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da Lima in cui aveva pubblicato un
libro di grammatica mapuche nel 1764.[274] Trasferitosi a Cagliari, si
appassion al sardo e condusse un lavoro di ricerca su tre specifici dialetti;
scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de' tre dialetti sardi,[275] era
dare le regole della lingua sarda e spronare i sardi a cultivare ed avantaggiare
l'idioma loro patrio, con l'italiano insieme. Il governo di Torino, esaminata
l'opera, decise di non permetterne la pubblicazione: Vittorio Amedeo III
consider un affronto il fatto che il libro contenesse una dedica bilingue
rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i suoi successori, pur
richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero poi evitato,
premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del Settecento,
sulla scia della rivoluzione francese, si form un gruppo di piccolo-borghesi,
chiamato "Partito Patriottico", che meditava l'instaurazione di una
Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la protezione francese;
si diffusero cos nell'isola numerosi pamphlet, stampati prevalentemente in
Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto, ispirato ai valori dei
Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come "giacobino-massonico",
incitava il popolo alla ribellione contro il dominio piemontese e i soprusi
baronali nelle campagne. Il prodotto letterario pi famoso di tale periodo di
tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il poema antifeudale de Su patriotu
sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu, quale testamento morale e
civile nutrito degli ideali democratici francesi e contrassegnato da un
rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel clima di restaurazione
monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui sostanziale fallimento
segn per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo futuro,[278]
l'intellettualit sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento di devozione
nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedelt verso la Casa
Savoia, pose in maniera ancora pi esplicita la "questione della lingua
sarda", usando per generalmente l'italiano quale lingua veicolare dei
testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno
dell'intellettualit sarda si registr una frattura tra l'aderenza a un
sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealt nei
confronti della loro nuova "nazionalit" italiana,[279] per la quale
infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia
rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla
"nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua
propria storia e patrimonio culturale , anzi, in questo periodo pi frequente
che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello
stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come
lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del carattere
nazionale e anch'essa riscoperta nel
primo venticinquennio dell'Ottocento, con strumenti approntati alla sua
conoscenza scientifica. A breve distanza dalla rivolta antifeudale, nel 1811,
si rileva la pubblicazione del sacerdote Vissentu Porru, la quale era per
riferita alla sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di
grammatica del dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei
regnanti, espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano,
anzich di tutela del sardo;[283] nel 1832-34 Porru pubblic il Nou dizionariu
universali sardu-italianu. Degno di nota
il lavoro del canonico, professore e senatore Giovanni Spano, la
Ortographia sarda nationale ("Ortografia nazionale sarda") del
1840;[285] bench ufficialmente seguisse l'esempio del Porru[Nota 8], cui pure
rinviava, per Massimo Pittau egli elev un dialetto del sardo su base logudorese
a koin illustre in virt dei suoi stretti rapporti con il latino, in maniera
analoga al modo in cui il dialetto fiorentino si era culturalmente imposto a
suo tempo in Italia quale "lingua illustre".[286][287] Ciononostante,
Giovanni Spano teneva in considerazione nelle sue opere anche le altre variet
della lingua.[288] A detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e
lo sradicamento della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola
sarebbe stato auspicabile nonch necessario, quale opera di
"incivilimento" dell'isola, perch fosse cos integrata nell'orbita
ormai spiccatamente italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna non Spagnuola, ma non Italiana:
e fu da secoli pretta Sarda,[291] occorreva, a cavallo delle circostanze
che l'accesero dell'ambizione, del desiderio, dell'amore delle cose
italiane,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per trarne profitto nel
comune interesse,[291] in ragione del quale si dimostrava quasi necessario[292]
diffondere in Sardegna la lingua italiana "presentemente nell'interno s
poco conosciuta"[291] in prospettiva della Fusione Perfetta: la Sardegna
sar Piemonte, sar Italia; ne ricever e ci dar lustro, ricchezza e
potenza!.[293][294] L'istruzione primaria, offerta solo in italiano, contribu
dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i nativi, innescando per
la prima volta un processo di erosione ed estinzione linguistica; il sardo
venne infatti presentato dal sistema educativo come la lingua dei socialmente
emarginati, nonch come sa limba de su famine o sa lingua de su famini ("la
lingua della fame"), corresponsabile endogeno dell'isolamento e miseria
secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale agente di emancipazione
sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la terraferma
continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de Logu, lo
storico corpus giuridico tradizionalmente noto come consuetud de la naci sardesca,
in favore delle pi moderne "Leggi civili e criminali del Regno di
Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re Carlo Felice
di Savoia.[295][296] Cimitero storico di Ploaghe, nel quale si sono conservati
39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in italiano.[297] Si noti, a sinistra, la
presenza di una lapide in lingua sarda con riferimento a prenomi storici del
tutto assenti in quelle, pi a destra, scritte invece in lingua italiana. La
fusione perfetta del 1847 con la terraferma sabauda, auspicata da Baudi di
Vesme come l'inizio della gloriosa rigenerazione della Sardegna[298] e nata
sotto gli auspici, espressi da Pietro Martini, di un trapiantamento in
Sardegna, senza riserve e ostacoli, della civilt e cultura continentale,[299]
avrebbe determinato la perdita della residuale autonomia politica
sarda[58][295][300] nonch il definitivo declassamento del sardo rispetto
all'italiano, marcando cos il momento storico in cui, convenzionalmente, nelle
parole di Antonietta Dettori la 'lingua della sarda nazione' perse il valore di
strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da
codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali
subordinati alla lingua nazionale.[301] Nonostante queste politiche di acculturazione,
l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia (composto da Vittorio
Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe stato S'hymnu sardu
nationale ("l'inno nazionale sardo") finch nel 1861, anno della
proclamazione del Regno d'Italia, non venne anch'esso del tutto sostituito
dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il 1861, l'isola sarebbe piombata in una
crisi sociale ed economica destinata a durare fino al primo dopoguerra.[58] Il
canonico Salvatore Carboni pubblic a Bologna, nel 1881, un'opera polemica
intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel quale egli lamentava che la
Sardegna hoe provinzia italiana non podet tenner sas lezzes e sos attos
pubblicos in sa propia limba ("oggi, da provincia italiana qual , non pu
disporre di leggi e atti pubblici nella propria lingua") e, sostenendo che
sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat in su Populu Sardu cantu durat sa
Sardigna ("la lingua sarda, bench non ufficiale, durer nel popolo sardo
quanto la Sardegna"), si domandava alfine Proite mai nos hamus a
dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba sarda, antiga et nobile cantu
s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola? ("Perch mai dovremmo disprezzare
con un totale abbandono la lingua sarda, antica e nobile quanto l'italiana, la
francese e la spagnola?").[303] L'et contemporanea (sardo) A sos tempos de
sa pitzinna, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no
si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nada, comintzei a connoscher totu
sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru
de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba
chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, la lingua della
Patria, nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos
de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e
cari-tristos. (italiano) Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in lingua
sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io cominciai a
conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni andai in
prima elementare e il maestro di scuola proib, a me e ai miei coetanei, di
parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in lingua italiana,
"la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu cos che tutti i bambini
del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano intontiti e tristi.
(Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu, Condaghes, p.4) All'alba
del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca pressoch solo tra gli
eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito d'interesse internazionale e
ancor di pi risentendo di una qual certa marginalizzazione in ambito
strettamente nazionale: si osserva infatti la prevalenza degli studiosi stranieri
su quelli italiani e/o l'esistenza di fondamentali e tuttora insostituiti
contributi ad opera di linguisti non italiani.[304] In precedenza, il sardo
aveva trovato menzione in un libro di August Fuchs sui verbi irregolari nelle
lingue romanze (ber die sogennannten unregelmssigen Zeitwrter in den
romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in seguito, nella seconda edizione della
Grammatik der romanischen Sprachen (1856-1860) redatta da Friedrich Christian
Diez, accreditato come uno dei fondatori della filologia romanza;[304] alle
pioneristiche ricerche degli autori tedeschi segu, nei confronti della lingua
sarda, un qual certo interesse anche da parte di alcuni italiani, quali
Graziadio Isaia Ascoli e, soprattutto, il suo discepolo Pier Enea Guarnerio, che
per primo in Italia classific il sardo come un membro a s della famiglia
linguistica romanza senza pi, come si soleva in ambito nazionale, subordinarlo
al gruppo dei dialetti italiani.[305] Wilhelm Meyer-Lbke, autorit indiscussa in
linguistica romanza, pubblic nel 1902 un saggio sul sardo logudorese
dall'indagine del condaghe di San Pietro di Silki (Zur Kenntnis des
Altlogudoresischen, in "Sitzungsberichte der kaiserliche Akademie der
Wissenschaft Wien", Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio avvenne la
iniziazione alla linguistica sarda dell'allora studente universitario Max
Leopold Wagner: all'attivit di quest'ultimo si deve gran parte delle conoscenze
novecentesche sul sardo in campo fonetico, morfologico e in parte anche
sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la prima guerra mondiale,
l'esercito italiano arruol la popolazione di stirpe sarda[306] istituendo la
Brigata di fanteria Sassari il 1 marzo 1915 a Tempio Pausania e a Sinnai. A
differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i coscritti della Sassari
erano solo sardi (compresi molti ufficiali). Attualmente l'unica unit in Italia avente un inno in una
lingua diversa dall'italiano, che sarebbe stato scritto quasi alla fine del
secolo, nel 1994, da Luciano Sechi: Dimonios ("diavoli"), derivando
il suo titolo dal soprannome Rote Teufel (in tedesco "diavoli
rossi"). Il servizio militare obbligatorio intorno a questo periodo ricopr
una qual certa rilevanza nel processo di deriva linguistica all'italiano ed indicato dallo storico Manlio Brigaglia come
la prima grande "nazionalizzazione" di massa dei sardi, pi che per
altri popoli regionali.[307] Tuttavia, analogamente ai membri del servizio di
leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale,
cos come ai parlanti Quechua durante la guerra delle Falkland,[308] ai nativi
sardi madrelingua fu offerta la possibilit di essere reclutati come code talker
per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio, informazioni tattiche in
sardo che altrimenti sarebbero state intercettate dall'esercito
austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe provenivano da regioni
di lingua italiana alle quali, perci, quella sarda era del tutto estranea:[309]
Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che avendo saputo che molti nostri
fonogrammi venivano intercettati, si era adottato il sistema di comunicare al
telefono soltanto in sardo, certi che a quel modo non avrebbero potuto mai
capire quanto si diceva.[310] Per evitare tentativi di infiltrazione da parte
di dette truppe italofone, nelle postazioni presidiate da reclute sarde della
Brigata Sassari si imponeva a chiunque si presentasse da loro di identificarsi
dimostrando di parlare sardo: si ses italianu, faedda in sardu!.[309][311][312]
In coincidenza con l'anno dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo
riemerse come espressione del movimento dei combattenti, coagulandosi nel
Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che, entro breve tempo, sarebbe assurto ad
attore fra i pi rilevanti nella vita politica isolana; ai primordi, il partito
non avrebbe tuttavia avuto caratteri di rivendicazione strettamente etnica,
essendo la lingua e cultura sarda ampiamente percepiti, nelle parole di Toso,
come simboli del sottosviluppo della regione.[58] La politica di assimilazione
forzosa culmin nel ventennio del regime fascista[2], che avvi una campagna di
compressione violenta delle istanze autonomistiche e determin, infine, il
decisivo ingresso dell'isola nel sistema culturale nazionale attraverso
l'operato congiunto del sistema educativo e di quello monopartitico,[313] in un
crescendo di multe e divieti che condussero a un ulteriore decadimento
sociolinguistico del sardo;[314] fra le varie espressioni culturali sottoposte
a censura, il regime era anche riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in
alcuni casi[315]), il sardo dalla chiesa e dalle manifestazioni del folklore
isolano,[316] quali le gare poetiche tenute nella suddetta
lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il poeta sardo Antioco
Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista fascista dell'Unione Sarda
Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo, riuscendo a fare bandire la
presenza del sardo dai giornali isolani, afferm che morta o moribonda la
regione, come d'altronde proclamava il regime,[Nota 9] morto o moribondo il
dialetto (sic)[320] che della regione era d'altronde l'elemento spirituale
rivelatore;[321] le argomentazioni del Casula si prestavano, in effetti, a
possibili temi eversivi, dal momento che questi pose, per la prima volta nel XX
secolo, la questione della lingua come una pratica di resistenza culturale
endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole sarebbe stato
necessario per mantenere una "personalit sarda" e allo stesso tempo
riconquistare una "dignit" percepita come perduta.[323] Un altro
poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in seguito al
sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel complesso, a
fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la fine del
ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i modelli
culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando, nelle parole
di Guido Melis, la compressione della cultura regionale, la frattura sempre pi
netta tra il passato dei sardi e il loro futuro "italiano", la
riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati a puro fatto di
folclore, nonch uno strappo non pi rimarginabile tra le generazioni.[325] Nel
1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libert politiche, il Partito Sardo
d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia come stato federale in seno
alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu nel contesto del secondo
dopoguerra che, al crescere della sensibilit autonomista, il partito principi a
contrassegnarsi per desiderata impostati sulla specificit linguistica e
culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia parla del ventennio come di una
seconda fase di "nazionalizzazione di massa" dei sardi e della
Sardegna, in quanto caratterizzata da una politica deliberatamente puntata alla
sua "italianizzazione" e da una guerra dichiarata dal regime e dalla
Chiesa all'uso della lingua sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del
tema concernente l'erosione linguistica entr pi tardi, nell'agenda politica sarda,
rispetto a quanto avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da
minoranze etnolinguistiche:[327] al contrario, tale periodo fu contrassegnato
dal rifiuto del sardo da parte dei ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura
sarda ancora largamente inquadrate come "simboli del sottosviluppo
regionale".[300] Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda,
particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali,
reputava infatti che la "modernizzazione" dell'isola fosse attuabile
solo in alternativa ai suoi contesti socioculturali di tipo
"tradizionale", quando non attraverso il loro seppellimento
totale.[328][329] Si osservato, a
livello istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito
intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune
nazionale, esso era (il pi delle volte per ragioni ideologiche o come residuo,
adottato per inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso
ritenuto come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente
all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come
Carlo Salvioni,[331][Nota 11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi
legati a una tale associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa
di espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo
"tradizionalismo".[335][336] I sardi furono cos indotti, come del
resto avvenuto presso altre comunit di minoranza, a sbarazzarsi di quanto
percepivano recasse il timbro di un'identit stigmatizzata.[337] Al momento
della stesura dello statuto autonomistico, il legislatore decise di eludere a
fondamento della "specialit" sarda riferimenti alla sua identit
geografica e culturale[338][339][340][341] che, pur facendo da colonna portante
delle originarie argomentazioni giustificative a fondamento dell'autonomia,
erano considerati pericolosi prodromi a rivendicazioni pi estreme quando non di
ordine indipendentista; Antonello Mattone sostiene al riguardo che in tale
progetto erano rimasti inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli aspetti
etnici e culturali della questione autonomistica, per i quali i consultori non
mostrano alcuna sensibilit, a differenza di tutti quei teorici (da Angioy a
Tuveri, da Asproni a Bellieni) che invece proprio in questo patrimonio avevano
individuato il titolo primario per un reggimento autonomo.[342] Il disegno
dello Statuto, emerso in un quadro nazionale ormai mutato dalla rottura
dell'unit antifascista, nonch in un contesto contrassegnato dalle croniche
debolezze della classe dirigente sarda e dalla radicalizzazione tra le istanze
federalistiche locali e quelle, per converso, pi apertamente ostili all'idea di
autonomia per l'isola,[343] emerse infine come il risultato di un compromesso,
limitandosi piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socioeconomiche nei
confronti della terraferma,[344][345] quali la sollecitazione allo sviluppo
industriale della Sardegna con uno specifico "piano di rinascita"
approntato dal centro.[Nota 12][346][347] Lo statuto, infine redatto dalla
Commissione dei 75 a Roma, trovava cos per il legislatore una ragione
giustificativa non tanto in circostanze geografiche e culturali, quanto nella
cosiddetta "arretratezza" economica della regione, alla cui luce si
auspicava il suddetto piano di industrializzazione per l'isola in tempi brevi:
diversamente da altri statuti speciali, quello sardo non vi richiama la
effettiva comunit destinataria nei suoi ambiti sociali e culturali, i quali
erano piuttosto inquadrati, dall'anzidetta Commissione dei 75, all'interno di
una sola collettivit, ovvero quella nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi
dall'affermazione di un'autonomia sarda fondata sul riconoscimento di una
specifica identit culturale, come avvenuto in Valle d'Aosta o Alto Adige, il
risultato di tale stagione fu quindi un autonomismo nettamente economicistico,
perch non si volle o non si pot disegnare unautonomia forte, culturalmente
motivata, una specificit sarda che non si esaurisse nellarretratezza e nella
povert economica[349] Emilio Lussu, che a Pietro Mastino confid di aver votato
a favore della bozza finale solamente per evitare che per un solo voto lo
Statuto non venisse approvato neppure cos ridotto, fu l'unico esponente, nella
seduta del 30 dicembre 1946, a rivendicare invano l'obbligo dell'insegnamento
della lingua sarda, sostenendo che essa fosse un patrimonio millenario che
occorre conservare.[350] Nel mentre, ulteriori politiche di stampo assimilatore
sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra,[2] con
un'italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla
vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della
lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e,
anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di
chi lo promuovesse:[351] i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola
un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio
presso la comunit sardofona stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati
per promuovere l'uso dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e
sottrattiva,[352] avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche
degli studenti sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore
concentrazione in Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle
ripetenze, analoghi a quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero
solo negli anni Novanta messo in discussione la effettiva efficacia di
un'istruzione strettamente monolingue, con nuove proposte volte a un approccio
comparativo.[356] Le norme statutarie cos delineate si rivelarono, nel
complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi
dell'isola;[300][357] a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese
avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda
con quella italiana,[358] a causa della diffusione, sia sul territorio isolano
sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che
trasmettevano nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha
diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo
anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in
sardo. A partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza
con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un
"revivalismo linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere
avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario
quale elemento di salvaguardia dell'identit isolana: per quanto gi nel 1955
fossero state stabilite cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima
richiesta effettiva venne sporta per mezzo di una delibera adottata
all'unanimit dall'Universit di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva
all'autorit politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come
minoranza etnica e linguistica e del sardo come idioma coufficiale
dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di legge sul bilinguismo fu
redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365]. Famoso il richiamo
patriottico espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta
Raimondo Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al recupero della
lingua per opporsi alla dissardizzazione culturale delle generazioni
successive[315]. Nel 1978 una legge di iniziativa popolare per il bilinguismo
raccolse migliaia di firme, ma non fu mai implementata in quanto incontr la
ferma opposizione della sinistra e in particolare del Partito Comunista
Italiano,[366] che a sua volta procedette a proporre un proprio progetto di
legge "per la tutela della lingua e della cultura del popolo sardo"
due anni pi tardi[367]. Un rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta
sul banditismo avrebbe messo in guardia da tendenze isolazioniste particolarmente
dannose per lo sviluppo della societ sarda, che di recente si sono manifestate
con la proposta di considerare il sardo come una lingua di una minoranza
etnica.[368] Negli anni Ottanta, all'attenzione del Consiglio regionale furono
presentati cos tre progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera
adottata dall'Universit di Cagliari.[358] Nel corso degli anni Settanta, si
registr nelle aree rurali un significativo processo di deriva linguistica verso
l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo
reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro
(1979), ove si era costituita una classe operaia e una imprenditoriale di
origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione della struttura economico-sociale
ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione del repertorio
linguistico, che determin a sua volta uno slittamento dei valori su cui si
basavano l'identit etnica e culturale delle comunit sarde.[370][Nota 16] Tale
questione stata oggetto di analisi
sociologiche sui mutamenti occorsi nell'identit della comunit sarda, i cui
atteggiamenti sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero
significativamente influenzati da uno stigma di presunta "primitivit"
e "arretratezza" a lungo impressole dalle istituzioni, di ordine
politico e sociale, favorevoli all'italianit linguistica.[371] Il sardo avrebbe
subito un arretramento senza sosta rispetto all'italiano, per via di un
"complesso della minoranza" che spinse la comunit sarda a un
atteggiamento fortemente svalutavivo nei confronti della propria lingua e
cultura.[372][373] Negli anni successivi, tuttavia, si sarebbe registrato un
parziale cambio di atteggiamento: non solo la lingua sarebbe stata inquadrata
come un positivo marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe anche stata il
canale attraverso il quale avrebbe trovato espressione l'insoddisfazione
sociale a fronte delle misure approntate a livello centrale, reputate incapaci
di provvedere alla soddisfazione dei bisogni sociali ed economici
dell'isola.[375] Allo stesso tempo, per, si osserv come tale sentimento
positivo nei confronti della lingua contrastasse con il suo uso effettivo, che
procedette a calare sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il giornale
bilingue "Nazione Sarda" pubblic un'inchiesta la quale riportava che,
nel 1976, il Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per richiedere
informazioni sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle scuole, e
che il Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con oggetto
"Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda" nella quale
chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da iniziative di
quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di qualunque attivit
legata all'introduzione del sardo nei loro istituti.[377][378][379] Nel 1981 il
Consiglio Regionale dibatt e vot per l'introduzione del bilinguismo per la
prima volta.[380][381] In risposta alle pressioni esercitate da una risoluzione
del Consiglio d'Europa sulla tutela delle minoranze nazionali, nel 1982 fu
creata dal governo italiano un'apposita commissione per meglio indagare la
questione;[382] l'anno successivo fu presentato un disegno di legge al
Parlamento, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate
dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione
della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito
bocciata dalla Corte costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale,
che la riteneva "esorbitante per molteplici aspetti dalla competenza
integrativa e attuativa posseduta dalla Regione in materia di
istruzione".[383][384] Come noto,
si sarebbero dovuti aspettare altri quattro anni perch la normativa regionale
non fosse sottoposta a giudizio di costituzionalit, e altri due perch il sardo
potesse trovare riconoscimento in Italia contemporaneamente ad altre undici
minoranze etnolinguistiche. Infatti, la legge nazionale n.482/1999 sulle
minoranze linguistiche storiche fu approvata solo in seguito alla ratifica, da
parte italiana, della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze
nazionali del Consiglio d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO
nel 1984 rivel che tre quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione
bilingue nelle scuole (il 22% del campione auspicava un'introduzione
obbligatoria e il 54,7% una facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo
ufficiale come la Valle d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore,
25,9% contrario e 11,4% incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente
corroborati da un'altra indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3%
mostrava un atteggiamento favorevole verso la presenza del sardo in orario
scolastico assieme all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010,
segnala un parere decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza
dei genitori verso l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego
come idioma veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione
del Padre Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalit ritengono che il
processo di assimilazione possa portare alla morte del popolo
sardo[388][389][390] diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda
(isola in gran parte linguisticamente anglicizzata). Bench risultino in ordine
alla lingua e cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391]
ci che si riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante
regressione nella competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi
di natura principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano
presentato come una chiave di avanzamento e promozione sociale,[392] stigma
associato all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne
verso quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali
problemi di mutua comprensibilit fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.):
il numero di bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato
inferiore al 13%, peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il
Goceano, l'alta Barbagia e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la
situazione di taluni centri logudoresi a economia tradizionale (come Laerru,
Chiaramonti e Ploaghe) in cui il tasso di sardofonia dei bambini comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla in
merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a ormai
poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi
sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398]
presentandosi in maniera ben pi evidente nelle citt che non nei paesi. Al
giorno d'oggi, il sardo una lingua la
cui vitalit riconoscibile in
un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non
entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella
Chiesa (in cui si registra una qual certa attivit per introdurvi la
lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle universit locali di
Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo
la scala di vitalit linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO
nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in
pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono
pi la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio
pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua perlopi usata dalla generazione dei nonni in
su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded Intergenerational Disruption
Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo sarebbe in bilico tra il livello 7
(Instabile: la lingua non pi trasmessa
alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti
attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]),
corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati.
Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i
sardofoni confermato dalle ricerche
dell'ISTAT,[409] secondo le quali il 52,1% della popolazione sarda impiega ormai
esclusivamente l'italiano in ambito familiare, mentre il 31,5% pratica
alternanza linguistica e solo il 15,6% riporta di usare il sardo o altre lingue
non italiane; al di fuori dell'ambiente privato e amicale, le percentuali
sanciscono in maniera ancora pi schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta
dall'italiano nell'isola (87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte
ferme al 2,8%. Gli anni '90 hanno conosciuto un rinnovamento delle forme
espressive nel panorama musicale sardo: molti artisti, spaziando dai generi pi
tradizionali quali il canto (cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e
il teatro (Mario Deiana) a quelli pi moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e
KNA, Tzoku, Tazenda, ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC
posse, Quilo, Sa Razza, etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere
l'isola e riconoscere i suoi vecchi problemi e le nuove
sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film (come Su Re, parzialmente
Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetula, etc.) realizzati in sardo con i
sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i sottotitoli in sardo.[415] A
partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013, hanno suscitato sorpresa, data
la mancata istituzionalizzazione de facto della lingua, dei tentativi da parte
di alcuni allievi di presentare l'esame o parte di esso in lingua
sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre
sempre pi frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su
richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare
scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a
un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci
della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri
abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per
circa un mese, finch lo staff di Google non decise di riportare la
toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza l'impiego, da parte di alcune societ sportive
quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il Cagliari Calcio, della lingua nelle
sue campagne promozionali.[437][438] In seguito a una campagna di
adesioni,[439] stata resa possibile
l'inclusione del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di
scelta ora a tutti gli effetti attiva
ed possibile avere la pagina in lingua
sarda.[440][441][442]; anche possibile
selezionare la lingua sarda su Telegram[443][444] Il sardo presente quale lingua configurabile anche in
altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS,
Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016
stato inaugurato il primo traduttore automatico dall'italiano al
sardo,[447] VLC media player per Android, Linux Mint Debina Edition 2
"Betsy", Firefox,[448][449] ecc. Anche il motore di ricerca DuckDuckGo stato interamente tradotto in lingua sarda.
La comunit sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di parlanti
autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la pi
consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] bench sia
paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui
garantita meno tutela. Al di fuori dell'Italia, in cui al momento
non prevista pressoch alcuna possibilit
di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria (l'Universit di
Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un corso specifico
nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha annunciato l'apertura
di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda in filologia
moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali Germania
(universit di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.), Spagna
(universit di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (universit di
Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne teneva
alcuni anche in Giappone all'universit di Waseda (Tokyo).[457][458][459] La
estrema fragilit sociolinguistica del sardo
stata valutata dal gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla
Commissione europea con l'intenzione di tracciare un quadro delle minoranze
etnolinguistiche nei territori europei; questi, posizionando il sardo al
quarantunesimo posto su un totale di quarantotto lingue di minoranza europee,
rilevando un punteggio pari al greco del sud Italia,[460] conclude cos il suo
rapporto: (inglese) This would appear to be yet another minority language group
under threat. The agencies of
production and reproduction are not serving the role they did a generation ago.
The education system plays no role whatsoever in supporting the language and
its production and reproduction. The language has no prestige and is used in
work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems to be a
language relegated to a highly localised function of interaction between
friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and declining.
Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to the
language and its relationship to Sardinian identity. (italiano) Sembra si tratti di ancora un'altra lingua
di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione
della lingua non adempiono pi al ruolo che svolgevano la scorsa generazione. Il
sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e
riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il
suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma meramente spontaneo. Pare sia una lingua
relegata a interazioni tra amici e parenti altamente localizzate. La sua base
istituzionale estremamente debole e in
continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione
presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua
relazione con l'identit sarda. ( Relazione Euromosaic "Sardinian language
use survey". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url
originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue
regionali in Italia (ISTAT, 2015) Come spiega Matteo Valdes, la popolazione
dellisola constata, giorno dopo giorno, il declino delle proprie parlate
originarie, si fa complice di questo declino trasmettendo ai figli la lingua
del prestigio e del potere ma, contemporaneamente, sente che la perdita delle
lingue locali anche perdita di se
stessi, della propria storia, della propria specifica identit o diversit.[461]
Roberto Bolognesi ritiene che la perdurante stigmatizzazione del sardo come la
lingua dei ceti "socialmente e culturalmente svantaggiati" comporti
l'alimentazione di un circolo vizioso che ulteriormente promuove il regresso
della lingua, irrobustendone il giudizio negativo presso quelli che pi si
percepiscono come competitivi: difatti,
chiaro come questa identificazione sia da sempre una self-fulfilling
prophecy, una profezia che si conferma da s: un meccanismo perverso che ha
condannato e ancora condanna alla marginalit sociale i sardoparlanti,
escludendoli sistematicamente da quelle interazioni linguistiche e culturali in
cui si sviluppano i registri prestigiosi e lo stile alto della lingua,
innanzitutto nella scuola.[462] Essendo il processo di assimilazione ormai
giunto a compimento,[463] il bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e
mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno
della Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore
velocit rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di coloro
che nei vari contesti ne promuovono la rivalutazione in un processo che, da
alcuni studiosi, stato definito come
"risardizzazione linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a
erodere,[461] nel tempo, sempre pi spazi associati al sardo, ormai in stato di
generale deperimento con la gi menzionata eccezione di alcune "sacche
linguistiche". In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta
dall'italiano, Telmon registra l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i
sardi hanno assunto nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come
fondamentalmente estraneo alle tradizioni pi autenticamente popolari, il suo
possesso viene considerato necessario e, in ogni caso, simbolo potente di
avanzamento sociale, anche nel caso di diglossia senza bilinguismo.[466]
Laddove la pratica linguistica del sardo
ora per tutta l'isola in netto declino,
invece comune nelle nuove generazioni di qualunque estrazione
sociale,[467] ormai monolingui e monoculturali italiane, quella dell'italiano
regionale di Sardegna o IrS (spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico
spregio, italinu porcheddnu,[468] letteralmente "italiano
maialesco"): si tratta di una parlata dialettale dell'italiano che, nelle
sue espressioni diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi
fonologici, morfologici e sintattici del sardo anche in quei parlanti che non
hanno alcuna conoscenza di tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a
fronte della persistente negazione e rifiuto della lingua sarda, come se questa si sia vendicata
sull'originaria comunit di parlanti e continui a vendicarsi
"inquinando" il sistema linguistico egemone,[36] rievocando l'avvertimento
gramsciano profferito all'alba del secolo precedente. Infatti, a fronte di un
italiano regionale ormai prevalente che, per Bolognesi, si tratta in effetti di
una lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi linguistici diversi,[471]
il (poco) sardo usato dai giovani costituisce spesso un gergo sgrammaticato
infarcito di oscenit e di costruzioni appartenenti all'italiano:[36] la
popolazione padroneggerebbe dunque solo "due lingue zoppe" le cui
manifestazioni non scaturirebbero da una norma riconoscibile, n costituirebbero
una fonte di sicurezza linguistica chiara:[36] Bolognesi ritiene che per i
parlanti sardi, quindi, il rifiuto della propria identit linguistica originaria
non ha comportato la sperata e automatica omologazione ad unidentit socialmente
pi prestigiosa, ma lacquisizione di unidentit di serie B (n veramente sarda, n
veramente italiana), non pi autocentrata ma bens periferica rispetto alle fonti
di norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori della
loro portata: sullaltra riva del Tirreno.[471] D'altra parte, Eduardo Blasco
Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la pratica di
commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o commutazione
intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel complesso, dinamiche
quali il tardivo riconoscimento come minoranza linguistica, accompagnato da
un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva italianizzazione promossa dal
sistema educativo e da quello amministrativo, cui segu la recisione della
trasmissione intergenerazionale, hanno fatto s che la vitalit odierna del sardo
possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi una sostanziale divisione tra chi crede che
l'attuale normativa in tutela della lingua sia ormai giunta troppo
tardi,[474][475] ritenendo che il suo impiego sia stato oramai interamente
sostituito dall'italiano, e chi invece asserisce che sia fondamentale per
rafforzare l'uso corrente, per quanto debole, di questa lingua. Le
considerazioni sulla frammentazione dialettale della lingua sono portate da
alcuni come argomento contrario a un intervento istituzionale per il suo
mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che questo problema sia gi stato
affrontato in diversi altri casi, come per esempio il catalano, la cui piena
introduzione nella vita pubblica dopo la repressione franchista stata possibile solo grazie a un processo di
standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la
standardizzazione della lingua sarda
argomento controverso.[476][477] Fiorenzo Toso rileva, a paragone con
l'attuale forza del catalano garantita dalla elaborazione di uno standard
scritto a fronte di sottovariet dialettali anche molto differenziate tra loro,
che la debolezza del sardo risiede invece, tra gli altri elementi, nell'assenza
di un tale standard, poich i parlanti logudorese o campidanese non si
riconoscono in una variet sopradialettale comune.[478] A oggi si ritiene
improbabile il rinvenimento di una soluzione normativa alla questione
linguistica sarda.[358] In conclusione, fattori fondamentali per la
riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico, quali la trasmissione
intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi estremamente compromessi
senza che se ne possa apparentemente frenare la progressiva perdita,[479] in
stadio ormai avanzato. Al di l dello strato sociale gi interessato dal suddetto
processo e che risulta quindi italofono monolingue, persino tra molti sardofoni
si riscontra ora una "limitata padronanza attiva o anche solo
esclusivamente passiva della loro lingua": l'attuale competenza
comunicativa tra le coorti anagrafiche pi giovani non andrebbe oltre la
conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli adulti sarebbero pi in
grado di portare avanti una conversazione nella lingua etnica,[32][480]. Le
indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare che il sardo venga
ormai considerato dalla comunit come uno strumento di riappropriazione del
proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione per il presente e il
futuro[481] Il sardo tra le comunit linguistiche di minoranza riconosciute
ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento istituzionale Lo stesso
argomento in dettaglio: Legislazione italiana a tutela delle minoranze
linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica locale bilingue italiano/sardo
Segnale di inizio centro abitato in sardo a Siniscola/Thiniscole Il sardo riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639
che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2:
Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli
utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese:
"sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn"
sassarese: "sdc" La lingua sarda
stata riconosciuta con legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997
"Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della
Sardegna" come lingua della Regione autonoma della Sardegna dopo
l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e valorizzazione della lingua
e della cultura, pari dignit rispetto alla lingua italiana con riferimento
anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola di San Pietro, al
sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio
culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e
la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale,
concessione di contributi regionali ad attivit culturali, programmazioni
radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in
fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con verbalizzazione
degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso nella
corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in lingua
sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la
denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme
dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento stato invece attribuito, nel 1948, alla
lingua sarda dallo Statuto della Regione Autonoma, che legge costituzionale: l'assenza di norme
statutarie di tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e
del Trentino-Alto Adige, fa s che per la comunit sarda, nonostante rappresenti
ex lege n. 482/1999 la pi robusta minoranza linguistica in Italia, non si
applichino le leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in
Parlamento, che pur tengono conto della specificit delle suddette
minoranze.[484][485] Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero)
l'art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le
minoranze linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in
materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede
misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole
materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte
degli organi di Comuni, Comunit Montane, Province e Regione, pubblicazione di
atti nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della
versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse
forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua
minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria,
convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai
Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati
o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale
riconoscimento, che si applica alle "popolazioniparlantisardo", il
che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi
ma linguisticamente di tipo crso, e sicuramente il ligure-tabarchino dell'isola
di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il relativo
Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di
attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle
minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti
territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle
universit, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione,
delle Province, delle Comunit Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla
pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto delle
lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione
di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte bilingui con
pari dignit grafica, e sulla facolt di pubblicazione bilingue degli atti
previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo testo in
lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla
toponomastica ( disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali
interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali
indicatori di localit anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le
normative del Codice della Strada, con pari dignit grafica delle due lingue),
nonch sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5
novembre 1992 (gi sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica
Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso
della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per
il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria
agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura,
formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure
penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e
prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei
funzionari in contatto con il pubblico e possibilit di presentare domande in
lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilit di
presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti
ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della
toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua,
programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni
di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera
tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia,
assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato
internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal
deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si
denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa
rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione
faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica
perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le
forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoch assimilabili a
quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze
etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate,
franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle
assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunit
francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e,
infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale bilingue
a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del bilinguismo sin
qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono state solo
parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva aperto
un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze
etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come
"minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non stato, infatti, ancora oggi introdotto nei
programmi ufficiali, rientrando perlopi in alcuni progetti scolastici (moduli
di ventiquattr'ore) senza garanzie di continuit.[498] La revisione della spesa
pubblica del governo Monti avrebbe abbassato ulteriormente il livello di tutela
della lingua, attuando una distinzione fra le lingue soggette a tutela in base
ad accordi internazionali e considerate minoranze nazionali perch "di
lingua madre straniera" (tedesco, sloveno e francese[Nota 18]) e quelle
afferenti a comunit che non hanno una struttura statale straniera alle spalle,
riconosciute semplicemente come "minoranze linguistiche". Tale
disegno di legge, nonostante abbia destato una certa reazione da pi parti del
mondo politico e intellettuale isolano,[499][500][501] stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia, ma
non dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non riconosceva alle
minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di
assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la sentenza numero 215,
depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha per successivamente
dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato.[503] La delibera
della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504] ha introdotto l'uso delle
diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna
e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attivit di
comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica
dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma
della Sardegna in sardo ovvero Regione Autnoma de Sardigna.[505] Il 5 agosto
2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta,
inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla
Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle
minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese.[506] Il 27
giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il TU sulla disciplina
della politica linguistica regionale. La Sardegna si sarebbe, in teoria, cos
dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento
regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale
lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che la giunta
regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti attuativi
fa s che quanto contenuto nella legge
approvata non abbia ancora trovato alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il
2021 vede l'apertura di uno sportello in lingua sarda per la Procura di
Oristano, qualificandosi come la prima volta in Italia in cui tale servizio sia
offerto a una lingua minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti
ufficialmente minoritari ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i
relativi toponimi ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi
della Sardegna. Fonetica, morfologia e sintassi Fonetica Vocali: // e //
(brevi) latine hanno conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio
il latino siccus diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec).
Un'altra caratteristica l'assenza della
dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/). Per esempio il latino potest
diventa podet (pron. [poete]), senza dittongo a differenza dell'italiano pu,
spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde sono soggette al processo di
metafonesi dove [ ] sono alzate a [e o] se la sillaba seguente contiene vocali
/i/ o /u/. Inoltre /fnmnu/, ad esempio,
realizzato come [fenomenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente
ricondotti alla grafia campidanese / / sono state alzate a /i u/ nelle sillabe
finali. Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi
[e o] possono contrastare con [ ]. Per esempio i vecchi [bn] 'bene' e [beni]
'vieni' diventano [bni] e [beni] come coppie minime distinte solo dalla vocale
tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi per l'area romanza attuale dei dialetti centro-settentrionali del sardo
sono inoltre il mantenimento della [k] e della [] velari davanti alle vocali palatali
/e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una delle
caratteristiche del sardo l'evoluzione
di [ll] nel fonema cacuminale [] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se
questo non avviene nel caso dei prestiti successivi alla latinizzazione
dell'isola - cfr. bellu per bello - ). Questo fenomeno presente anche nella Corsica del sud, in
Sicilia, in Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi
Apuane. Fonosintassi Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese Alcune regole di fonosintassi e Sardo
campidanese Alcune regole di fonosintassi.
Una delle principali complicanze, sia per chi si approcci alla lingua sia per
chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere,
la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma
grafica) e parlato data da specifiche regole, fra le quali importante menzionare almeno qualcuna nei due
diasistemi e in questa voce nella generalit dei casi. Sistema vocalico Vocale
paragogica Nel parlato generalmente non
tollerata la consonante finale di un vocabolo, quando per lasciata
isolata in pausa o in chiusura di frase, altrimenti s pu essere presente anche
nella pronuncia. La lingua sarda si caratterizza pertanto per la cosiddetta
vocale paragogica o epitetica, cui si appoggia la suddetta consonante; questa
vocale generalmente la stessa che
precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti
da questa norma, dove la vocale paragogica
la "i" pur non essendo quella che precede l'ultima consonante,
come il caso di cras (crasi, domani), tres (tresi, tre), ecc. In questi casi la
vocale finale pu anche essere riportata nella lingua scritta, essendo appunto
diversa dall'ultima della parola. Quando invece
uguale a quella precedente di norma non va mai scritta; eccezioni
possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina rimasti
inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale paragogica,
che per si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro variante sardizzata
(smper o smpere, lmen o lmene) e, nel diasistema logudorese, dalle terminazioni
dell'infinito presente della 2 coniugazione (tnner o tnnere, pnner o pnnere).
Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso attuale si preferisce non scrivere la
vocale paragogica, quindi smper, mentre nei verbi della seconda coniugazione forse maggioritaria la grafia con la
"e", seppur molto diffusa anche quella senza, perci iscrere piuttosto
che iscrer (scrivere), che peraltro
altres corretto. I termini campidanesi vengono generalmente scritti con
la "i" dai parlanti di questa variante, dunque crasi, mentre in logudorese
avremo sempre e comunque cras, anche qualora nella pronuncia dovesse risultare
crasa. Cos per esempio: Si scrive semper ma si pronuncia generalmente sempere
(LSC/log./nuo., in italiano "sempre") Si scrive lmen ma si pronuncia
generalmente lumene (nuo., in LSC nmene o nmene, in italiano "nome")
Si scrive per e si pronuncia generalmente per o peroe (LSC/log./nug. /camp., in
italiano "per") Si scrive istrrere (LSC e log.) o istrrer (log.) e si
pronuncia generalmente isterrere (in italiano "stendere") Si scrive
funt ma si pronuncia generalmente funti (LSC e camp., in italiano "essi
sono") Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e
log. meridionale, in italiano "vanno"). In nuores/baroniese la
consonante finale della terza plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale
paragogica: andan(t)a, cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica Le vocali e e
o stanti in posizione pretonica rispetto alla vocale i, diventano mobili
potendosi trasformare in quest'ultima. Cos, per esempio, sar corretto scrivere
e dire: ertu o irtu (log., in italiano "riccio"; in LSC, log.
meridionale e camp. eritzu) essre (LSC), issre (log. ), bessire (log.
meridionale) o bessiri (camp.) (in italiano "uscire") drumre o dromre
(log., in italiano "dormire"; in LSC dormire; camp. dromri) godre
(LSC) o gudre (log., in LSC e log. anche gosare, camp. gosai, in italiano
"godere") Vi sono delle rare eccezioni a questa regola, come dimostra
l'esempio seguente: buddre vuol dire "bollire", mentre boddre vuol
dire "raccogliere (frutti e fiori)". Sistema consonantico Posizione
mediana intervocalica Quando si trovano in posizione mediana intervocalica, o
per effetto di particolari combinazioni sintattiche, le consonanti b, d, g
diventano fricative; sono tali anche se si presenta, fra vocale e consonante,
un'interposizione della r. In questo caso, la pronuncia della b perfettamente uguale a quella della b/v
spagnola in cabo, la d uguale alla d
spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g la norma. Cos per esempio: baba si pronuncia
ba[]a (in italiano "bava") sa baba si pronuncia sa []a[]a (in
italiano "la bava") lardu si pronuncia lar[]u (in italiano
"lardo") gatu: in singolare la g cade (su gatu diventa su atu),
mentre in plurale quando precede /s/, si mantiene come fricativa (sos gatos =
so'/sor/sol []toso) Lenizione Comune ai due diasistemi, cui fa eccezione la
sottovariet nuorese, il fenomeno di
sonorizzazione delle consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o
seguite da r; le prime tre diventano anche fricative. /k/ [] /p/
[] /t/ [] /f/ [v] Cos per esempio: Si scrive su cane (LSC e
log.) o su cani (camp.) ma si pronuncia su []ane / su []ani (in italiano,
"il cane"). Si scrive su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si
pronuncia su[v]rade/su [v]rari (in italiano, "il fratello"). Si
scrive sa terra, ma si pronuncia sa []erra (LSC/log./camp., in italiano,
"la terra"). Si scrive su pane (LSC e log.) o su pani (camp.) ma si
pronuncia su []ane / su []ani (in italiano, "il pane"). Incontro di
consonanti fra due parole (sandhi) Reindirizziamo alle voci cui pertengono le
differenti ortografie. Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali Sette
particelle, aventi vario valore, provocano un rafforzamento della consonante
che a esse segue: ci accade per effetto di una sparizione, solamente virtuale,
delle consonanti che tali monosillabi avevano per finale nel latino (una di
esse italianismo di recente
acquisizione). NE (lat.) NEC = n
(congiunzione) CHE (lat.) QUO+ET = come
(comparativo) TRA (it.) TRA = tra (preposizione)
A (lat.) AC = (comparativo) A (lat.) AD = a (preposizione) A (lat.) AUT = (interrogativo) E (lat.) ET = e (congiunzione) Perci per
esempio: Nos ch'andamus a Ngoro / nosi ch'andaus a Noro (pron.
"noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") = Ce ne andiamo
a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che mmaccu") = Come quel matto
Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra Nnugoro e Ss'Alighera") = Tra
Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron. "a tti nde pesasa?") = Ti
alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi Nel suo insieme la morfosintassi del
sardo si discosta dal sistema sintetico del latino classico e mostra un uso
maggiore delle costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine.[513]
L'articolo determinativo caratteristico della lingua sarda derivato dal latino ipse / ipsu(m) (mentre
nelle altre lingue neolatine l'articolo
originato da ille / illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al
singolare e sos/sas al plurale (is nel campidanese e sia sos / sas sia is nella
LSC). Forme di articolo con la medesima etimologia si ritrovano nel balearico
(dialetto catalano delle Isole Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano
delle Alpi Marittime francesi (eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e
es/sos/ses. Il plurale caratterizzato
dal finale in -s, come in tutta la Romnia occidentale ((FR, OC, CA, ES, PT) ).
Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi),
puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli,
gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es:
apo a istre, apu a abarrai o apu a atturai (io rester). Il condizionale si
forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del
verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei
dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il
"perch" interrogativo diverso
dal "perch" responsivo: poita? o proite/poite? ca, cos come avviene
in altre lingue romanze (francese: pourquoi? parce que, portoghese: por
qu/porqu? porque; spagnolo por qu? porque; catalano per qu? perqu... Ma anche
in Italiano perch/poich). Il pronome personale tonico di prima e seconda
persona singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le
forme cun megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin
tecus (nug.) (cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e
contigo e il napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e
mecum/tecum. Ortografia e pronuncia Lo stesso argomento in dettaglio: Limba Sarda
Unificada e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si disponeva di una
standardizzazione ufficiale n scritta, n orale (quest'ultima non esiste ancor
oggi) della lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei documenti della quale si
pu osservare una certa uniformit nella scrittura, l'unica standardizzazione
grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei poeti, era stata quella
del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato ispirandosi ai documenti
protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo Araolla, Giovanni Matteo
Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di poeti.[514][515] I
tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano per stati ostacolati
dalle autorit iberiche e in seguito sabaude.[516] Da questi trascorsi deriva
l'attuale adesione di una parte della popolazione all'idea che, per ragioni
eminentemente storiche e politiche[517][518][519][520] ma non
linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due
gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o
"logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi
cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma
differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono state
sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti cambiamenti
lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite
"logudorese" e "campidanese", come gi detto, sono state
sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli
paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle
richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, per, il sardo viene scritto dai
parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate
alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire
una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997
e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una
commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione
linguistica sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28
febbraio 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata
sulla analisi delle variet locali del sardo e sulla selezione dei modelli pi
rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo
le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocit, e diffusione
sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non mai stato adottato a livello istituzionale
per vari contrasti locali (accusata di essere una lingua "imposta" e
"artificiale" e di non avere risolto il problema del rapporto tra le
variet trattandosi di una mediazione tra le variet scritte comunemente con una
grafia logudorese, pertanto privilegiate, e non avendo proposto una valida
grafia per le variet solitamente scritte con la grafia campidanese) ma ha
comunque, a distanza di anni, costituito la base di partenza per la redazione
della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna, pubblicata nel 2006, che partendo
da una base di mesania, accoglie elementi propri delle parlate (e quindi
"naturali" e non "artificiali") di quella zona, ovvero
l'area grigia di transizione della Sardegna centrale tra le variet scritte
solitamente con la grafia logudorese e quelle scritte con la grafia
campidanese, al fine di assicurare alla grafia comune il carattere di
sovradialettalit e sovramunicipalit, pur lasciando la possibilit di
rappresentare le particolarit di pronuncia delle variet locali.[527]
Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate critiche, sia da chi ha
proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529] sia da chi ha preferito
insistere con l'idea di suddividere il sardo in macrovarianti da regolare con
norme separate.[530] La Regione Sardegna, con delibera di Giunta regionale n.
16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di
riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita
dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato sperimentalmente la LSC come
lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi dalla Regione Sardegna
(fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n. 482/99 ha valore legale
il solo testo redatto in lingua italiana), dando facolt ai cittadini di
scrivere all'Ente nella propria variet e istituendo lo sportello linguistico
regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha seguito la norma LSC
nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi dei propri uffici ed
assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione Autnoma de Sardigna",
che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla dicitura in italiano. Oltre
a tale ente, lo standard sperimentale LSC
stato utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e
da organi di stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera
complementare con grafie pi vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda
tale utilizzo stata fatta una stima
percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati dalla Regione
per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici comunali e
sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al 2013. Il
Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna 2007-2013 stato pubblicato sul sito della Regione
Sardegna nell'aprile 2014 a cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda
dell'Assessorato della Pubblica Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad
esempio, riguardo ai progetti scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta
preferenza delle scuole nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una
grafia locale (51%) rispetto all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o
all'utilizzo esclusivo di una grafia locale (33%) Riguardo invece ai progetti
finanziati nel 2012 dalla Regione, per la realizzazione di progetti editoriali
in lingua sarda nei media regionali, si riscontra una presenza pi ampia
dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto anche ad una premialit di 2 punti
nella formazione delle graduatorie per accedere ai finanziamenti, assente
invece dal bando per le scuole). Secondo tali dati risulta che la produzione
testuale nei progetti dei media stata
per il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25%
esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici
cofinanziati dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50%
la LSC, per il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41%
esclusivamente una grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della
LSC in ambito scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli
studenti della scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare
quella norma nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte
differente. Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta
"artificiale", il che ha dimostrato la sua validit come strumento
didattico. I risultati sono stati presentati nel 2016 e pubblicati
integralmente nel 2021.[533][534] Si indicano di seguito alcune delle
differenze pi rilevanti per la lingua scritta rispetto all'italiano: [a], [/e],
[i], [/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-, -u-, come in italiano e spagnolo,
senza segnare la differenza tra vocali aperte e chiuse; le vocali paragogiche o
epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo terminante in consonante e
corrispondono alla vocale che precede la consonante finale) non si scrivono mai
(feminasa>feminas, animasa>animas, bolede>bolet, cantanta>cantant,
vrorese>frores) [j] semiconsonante come -j- all'interno di parola (maju,
raju, ruju) o di un nome geografico (Jugoslavia); nella sola variante nuorese come
-j- (corju, frearju) corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e
all'LSC -gi- (corgiu, freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in
posizione iniziale (jughere, jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal
gruppo [] (giughere, giana, gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p-
(apo, troppu, pane, petza) [], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu,
boe) e intervocalica (abile); quando p>b si trascrive come p- a inizio
parola (pane, petza) e -b- all'interno (abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione
intervocalica (abba, ebba) [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando
th>t nella sola variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu);
Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [] (tziu, petza, putzu) [d],
come -d- in posizione iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda,
seda); quando t>d si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d-
all'interno (roda, bidru, pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo
pu, a seconda della variet, essere pronunciata d ma si trascrive t
(narada>narat) [] cacuminale, come -dd- (sedda); La d pu avere suono
cacuminale anche nel gruppo [n] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co-
(coa), -cu- (coddu, cuadru), -che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non
si usa mai la -q-, sostituita dalla -c- (cuadru, camp.acua) [] velare, come
-ga- (gana), -go- (gosu), -gu- (agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe-
(lughe, aghedu, arghentu, pranghende), -ghi- (ghina, inghiriare), -g- (gloria,
ingresu) [f], come -f- (femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale
(femina) e come -v- intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu)
[] sorda o aspra (ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e
nella LSU sostituisce il gruppo nuorese [] e il corrispondente logudorese [t]
(thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura
tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre
nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da cittade)
di cui sostituisce la c // sonora (suono non presente nel sardo originario, ma
gi da tempo proprio di alcune variet centrali e campidanesi) al posto del suono
velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il suono tz proprio delle variet centrali e campidanesi.
[], come -z- (zeru, ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU
come -z- (fizu, azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal
gruppo [] (figiu, agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle variet
centro-meridionali. [], nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha,
puthu). Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [] (tziu, petza,
putzu) [s] e [ss], come -s- e -ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [],
nella sola variet campidanese come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [],
come -gia-, -gio-, -giu-. Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese []
della LSU e il [] del nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu,
zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione, crzu/crju>crgiu,
frearzu/frearju>freargiu). Il suono [] come in bingia proprio delle variet centrali e campidanesi.
[] (franc. jour), nella sola variante campidanese, sempre come c- a inizio
parola (celu, centu, cidru) e come -x- all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru).
LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese
Simbolo AFI Sempre ch / c ch / c ch / c ch / c c k k k k t/k t t t t t t t t t
t th f f f f p p p p p p p p p p gh / g
gh / g gh / g g / g g g d/g g / gi g /
gi d d gi z z j ? d dz dz j ? r r r r r
v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci , t d d t (d) t (d) t (d) d
? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b)
/ b b s s s s s s s s s s
Intervocalica gh / g j j j j j j j j j j
x s s s s s z z z / s z / s z / s d d d
d d v v v v v v b b b b b b c
/ ci t Doppie o combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r
dd dd dd dd dd nn nn nn nn nn n n n
n n bb bb bb bb bb b b b b b mm mm mm mm mm m m m m m nd ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t
t t d d d d Grammatica Lo stesso argomento in dettaglio: Grammatica sarda. La
grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e
delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali. Plurale ll
plurale viene ottenuto, come nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s
alla forma singolare Nel caso di parole terminanti in -u, il plurale viene
formato nel logudorese in -os e nel camp. in -us. Articoli Determinativi LSC
Log. Camp. Sing. su / sa su / sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is
Indeterminativi Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi Pronomi
personali soggetto (nominativo) Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor.
(d)ego = io nois/nos/nosu = noi tue/tui = tu vost/fostei o fusteti (uso formale,
richiede la 3 persona sing., derivato dal vost catalano, cfr. usted spagnolo,
da vuestra merced) = lei bois/bosteros/bosatrus - bosteras/bosatras = voi
(nelle varianti centrali e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e
femminile, per il voi plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros /
vosotras) bos (uso formale, persona grammaticale singolare ma da coniugare con
un verbo nella 2 persona plurale, come il vous francese; cfr. antico vos
spagnolo, ancora in uso in Sudamerica per t) = voi (come tuttora in uso
nell'italiano meridionale) issu (isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas =
loro (essi/esse) dopo le preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc.
dopo la preposizione a dopo la preposizione con/chin (la variante chin propria del nuorese) mene (a mie)/mei
mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus) tene (a tie)/tei tie/tui
(nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus) issu (isse) - issa nois/nos/nosu
bois/bosteros/bosatrus - bosteras/bosatras issos/issus - issas Relativi (forma valida
in LSC in grassetto corsivo) chi (che) chie/chini (chi, colui che)
Interrogativi cale?/cali? (quale?) cantu? (quanto?) ite?/ita? (che?, che cosa?)
chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi possessivi meu/miu - mea o mia/mia tuo
o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de vost/fostei; bostru/bostu (de bos)
nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de boisteros/bosteros/bosatrus - de
boisteras/bosteras/bosatras, issoro/insoru Pronomi e aggettivi dimostrativi
custu,custos/custus - custa,custas (questo, questi - questa, queste) cussu,
cussos/cussus - cussa, cussas (codesto, codesti - codesta, codeste) cuddu,
cuddos/cuddus - cudda, cuddas (quello, quelli - quella,quelle) Avverbi
interrogativi cando/candu? (quando?) comente/comenti? (come?) ue? o ube? in ue?
o in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?, innui? (dove?; la forma
sarda varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo adnde?)
Preposizioni Semplici a (a,in; direzione) cun o chin (con) dae/de (da) de (di)
in (in,a; situazione) pro/po (per) intra o tra (tra) segundu (secondo) de in
antis/denanti (de) (davanti (a)) dae segus/de fatu (de) (dietro (a)) in antis
(de) (prima (di)) a pustis (de), a coa (dopo (di)) Il sardo, come lo spagnolo e
il portoghese, distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a
Casteddu / a Ispagna; soe in Bartzelona / in Sardigna Articolate Sing. Plur. a
su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle) cun o chin su (con
il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin sas/cun
is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de is
(delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is (nelle)
pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro is/po is (per i) - pro
sas/pro is/ po is (per le) Verbi I verbi hanno tre coniugazioni (-are, -ere /
-i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia verbale differisce notevolmente da quella
italiana e conserva caratteristiche del tardo latino o delle lingue neolatine
occidentali. I verbi sardi nel presente indicativo hanno le seguenti
peculiarit: la prima persona singolare termina in -o nel logudorese
(terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo e nel portoghese; entrambe
queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli verbi con un'altra
terminazione alla 1 persona sing.) e in -u nel campidanese; la seconda persona
sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e portoghese,
terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e plurale ha le
caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le lingue romanze e
provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale ha nel logudorese
le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo e del
portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del
latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese
ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis),
mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni
rispettivamente -is, -is, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle spagnole
-is, -is, -s e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2 persona pl. per ormai in disuso. L'interrogativa si forma
generalmente in due modi: con l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau
est? ( partito Giovanni?), papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione
del verbo: un'arantzu/ aranzu lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la
particella interrogativa a: per esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo
vuoi?). La forma con la particella interrogativa tipica dei dialetti centro-settentrionali.
Prendendo in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato
remoto quasi del tutto scomparso
dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali della Gallia e del
Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta attestato nei
documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie in alternanza
con l'imperfetto. Parimenti scomparso
l'indicativo piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal
lat. dederat, fekerat da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat,
etc.).[535] L'indicativo futuro semplice si forma mediante il verbo ere/i(ri)
(avere) al presente pi la preposizione a e l'infinito del verbo in questione:
es. deo apo a nrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dir), tui as a na(rr)i(ri) (tu
dirai) (cfr. tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la
prima persona apo/apu pu essere apostrofata: "ap'a nrrere".
L'imperativo negativo si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per
esempio no andes/no andis (non andare), non cmpores (non comprare),
analogamente alle lingue romanze iberiche. Verbo ssere/ssi(ri) (essere)
Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse
est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosteros/bostrus sezis/seis ;
issos/issus sunt o funt . Verbo ere/i(ri) (avere). Il verbo ere/i(ri) viene
usato da solo unicamente nelle varianti centro-settentrionali; nelle varianti
centro-meridionali usato esclusivamente
come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato
dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tnnere/tnni(ri),
esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo
haver quasi del tutto scomparso) e
napoletano. Per questo motivo in questo schema vengono indicate unicamente le
forme del presente e dell'imperfetto dei dialetti centro-meridionali, che sono
le sole dove nei tempi composti appare il verbo ere/i(ri). Indicativo presente:
deo/deu apo/apu ; tue/tui as ; issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o
bosteros/bostrus a(z)is ; issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse
at; nois amus; bois ais; issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo
cantare/canta(r)i (cantare) Indicativo presente: deo/deu canto/cantu; tue/tui
cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o bosteros/bostrus
canta(z)is; issos/issus cantant ; In LSC: deo canto; tue cantas; issu/isse
cantat; nois cantamus; bois cantades; issos cantant. Coniugazione in
-ere/-i(ri) : Verbo tmere/tmi(ri) (temere) Indicativo presente: deo/deu
timo/timu ; tue/tui times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus
o timus ; bois o bosteros/bostrus timideso timis ; issos/issus timent/timint ;
In LSC: deo timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos
timent. Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire) Indicativo
presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ; issu/isse finit ; nos/nois/nosu
fini(m)us ; bois o bosteros/bostrus finides o fineis ; issos/issus finint ; In
LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit; nois finimus; bois finides; issos
finint. Lessico Tabella di comparazione delle lingue neolatine Latino Francese
Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese Portoghese Romeno Sardo Sassarese
Gallurese Crso Friulano clave(m) cl chiave llave clau clau clau chave cheie
crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clf nocte(m) nuit notte noche nuit/nuch
nit nueit noite noapte note/-i notti notti notte/notti gnot cantare chanter
cantare cantar cantar cantar cantar cantar cnta cantare/-ai cant cant cant
cjant capra(m) chvre capra cabra cabra cabra craba cabra capr cbra/craba crabba
capra/crabba(castellanese) capra cjavre lingua(m) langue lingua lengua lenga
llengua luenga lngua limb limba/lngua linga linga lingua lenghe platea(m) place
piazza plaza plaa plaa plaza praa pia pratza piazza piazza piazza place
ponte(m) pont ponte puente pnt pont puent ponte punte (pod) ponte/-i ponti
ponti ponte/ponti puint ecclesia(m) glise chiesa iglesia glisa esglsia ilesia
igreja biseric crsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie hospitale(m)
hpital ospedale hospital espital hospital hespital hospital spital
ispidale/spidali ippidari spidali/uspidali spedale/uspidali ospedl caseu(m)
lat.volg.formaticu(m) fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso
queijo brnz/ca casu casgiu casgiu casgiu formadi Alcuni vocaboli nella lingua
sarda e in quelle alloglotte di Sardegna Italiano Sardo[536] Gallurese
Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra la terra la terra a
tra il cielo su chelu/clu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel l'acqua s'abba/cua
l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu foggu lo foc u fogu
l'uomo s'mine/mini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa fmina la fmina la
fmmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai manghj magn menjar
mangi bere bufare/bufai o bbere b b beure beive grande mannu mannu/grandi mannu
gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu minori petit piccin il burro
su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru il mare su mare/mari lu mari
lu mari lo mar u m il giorno sa die/dii la d la d lo dia u giurnu la notte su
note/noti la notti la notti la nit a ntte la scimmia sa moninca/martinica la
scmia la muninca N.D a scimia il cavallo su caddu/cdhu/cudhu lu cabaddu lu
cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa berbeghe/brebi la pcura la pggura
l'ovella a pgua il fiore su frore/frori lu fiori lu fiori la flor a scia la
macchia sa mcula o sa mantza/mancia la tacca la mancia/maccia la taca a maccia
la testa sa conca lu capu lu cabbu lo cap a tsta la finestra sa bentana o su
balcone lu balconi lu balchoni/vintana la finestra u barcn la porta sa
janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna (pron. janna) la porta a porta
il tavolo sa mesa o tula la banca la banca/mesa la mesa/taula a ta il piatto su
pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo stagno s'istnniu/stngiu o staini
lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac
u lagu/lgu un arancio un'arantzu/arngiu un aranciu un aranzu, cast. aranciu una
taronja un etrn la scarpa sa bota o su botinu o sa crapita la botta la botta la
bota a scarpa/scrpa la zanzara sa t(h)ntula/tzntzula la zinzula la zinzura la
tntula a sinsa la mosca sa musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a
musca la luce sa lughe/luxi la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lxe il
buio s'iscuridade/iscuridadi o su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu,
cast. lu bughju la obscuritat scuur un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una
ungla un'ngia la lepre su lpere/lpori lu lparu lu lpparu la llebre a lve la
volpe su matzone o su mariane/margini o su grodde/grdhe/grdhi lu maccioni lu
mazzoni, cast. maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa
titia o su ghiciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su tziculate/ciculati
lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle sa
badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti lu
monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frmene/frmini lu riu lu riu lo
riu u riu il bambino su pitzinnu/picnnu o piseddu/pisedhu o pipu lu steddu la
criaddura/lu pizzinnu lo miny u figgeu il neonato sa criadura la
criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco
su sndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo sndic u scindegu l'auto sa mchina o sa
vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la mquina/l'autombil a
vta/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la nau a
nve/vapre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a c il palazzo su
palt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palssiu lo spavento s'assustu
o assconu o atzchidu l'assustu/scalmentu l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast.
assucunadda l'assusto u restu il lamento sa mmula o sa chscia lu
lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la llamenta u lamentu
ragionare arresonare/arrexonai rasghjun rasgiun arraonar rajiun parlare
faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faidd fabidd parlar parl correre crrere/curri curr
curr corrir camin a gambe il cinghiale su sirbone/sirboni o su porcrabu lu
polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u cinghiole il serpente sa terpe/terpente o
sa colovra/colora/su coloru su tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo
serpent adesso/ora como o imoe/imoi ab ab ara aa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu
jo m camminare ambulare o caminare/caminai camin camin caminar cammin la
nostalgia sa nostalgha/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la
nostalgia la nostlgia a nustalgia I numeri - Sos nmeros / Is nmerus Tra i
numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per tutti i numeri che
terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il centoundici e cos via, per
il numero due e per tutte le centinaia escludendo i numeri cento, millecento,
ecc. Questa caratteristica presente tale
quale sia nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo per
esempio (gli esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia
(un bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini,
ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu caddos/cuaddos (ventuno cavalli) /
bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna
cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu rios (centouno fiumi), chentu e una
biddas (centouno paesi), dughentos mines (duecento uomini) / dughentas domos (duecento
case). In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per mille, milli,
e duemila, duamiza/duamgia/duamilla. Tabella dei numeri basata sulle varianti
logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese[538], su quelle di
transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I numeri
duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una forma
propria, dughentos e treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus,
trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono
modificati; questo fenomeno presente
anche in portoghese (duzentos, trezentos); le altre centinaia invece vengono
scritte senza modificare n il numero di base n chentu/centu, perci bator(o) chentos/cuatrucentus,
otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese
viene comunque sempre pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la
"c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In
nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perci tutti i numeri
sono scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, cos come
1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos,
milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica condivisa con il portoghese. Chentu viene
spesso apostrofato, chent'e unu, chent'e duos, pi raramente anche milli, mill'e
unu, mill'e duos, ecc. I numeri che terminano con uno, a eccezione di undici,
centoundici, ecc., vengono spesso anch'essi apostrofati, sia nella loro forma
maschile sia in quella femminile, se la parola seguente inizia per vocale o per
h: bintun'mines (ventuno uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia
LSC Grafia logudorese Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas
duos/duas duus/duas 3 tres tres tres 4 bator btor(o) cuatru 5 chimbe chimbe
cincu 6 ses ses ses 7 sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10
deghe deghe/nuor. deche dexi 11 ndighi ndighi/nuor.ndichi ndixi 12 dighi
doighi/nuor. doichi doixi 13 trighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batrdighi
batrdighi/nuor. batrdichi catrdixi 15 bndighi bndighi/nuor. bndichi cundixi 16
sighi seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete
dexasseti 18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor.
dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a
30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta
cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta
otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu
101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as
dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as
treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as
bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500
chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600
seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as
setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as
otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos,
-as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli
milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamgia duamiza
duamilla 3000 tremgia tremiza tremilla 4000 batormgia bator(o)miza/nuor.
batomiza cuatrumilla 5000 chimbemgia chimbemiza cincumilla 6000 semgia semiza
semilla 7000 setemgia setemiza setemilla 8000 otomgia otomiza otumilla 9000 noemgia
noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemgia deghemiza/nuor. dechemiza
deximilla 100000 chentumgia chentumiza centumilla 1000000 unu millione unu
milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is istajonis Grafia LSC
Grafia logudorese Grafia campidanese la primavera su beranu su beranu su beranu
l'estate s'istiu s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.),
s'istadi (s.f.) l'autunno s'atngiu s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno
s'ierru s'ierru/nuor. s'iberru s'ierru I mesi - Sos meses / Is mesis Italiano
Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese Gallurese Sassarese Algherese
Tabarchino Gennaio Ghennrgiu Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju
Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener ("gian")
Zen Febbraio Frergiu Frearzu/Frealzu/Frearju Friarxu/Freargiu Friagghju
Fribaggiu Febrer ("frab") Frev Marzo Martzu Marthu/Malthu/Martzu
Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Mar ("malts") Mrsu/Marsu Aprile Abrile
Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arv Maggio Maju Mju Mju Magghju Maggiu
Maig ("ma") Mazu Giugno Lmpadas Lmpadas Lmpadas Lmpata/Ghjugnu
Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio Trulas/Argiolas Trulas/Trbulas
Argiolas Agliola/Trula/Luddu Triura Juliol ("juril") Luggiu Agosto
Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost Austu Settembre Cabudanni
Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani
("cavirani)/ Setembre ("setembra") Settembre Ottobre
Santugaine/Ladmene Santu 'Ane/Santu Gabine/Santu Gabinu Ledmini Santu
Ani/Uttobri Santu Ani Santuani/ Octubre ("utobra") Ottobri Novembre
Santandria/Onniasantu Sant'Andria Donniasantu Sant'Andra/Nembri Sant'Andra
Santandria/ Novembre ("nuvembra") Nuvembre Dicembre Nadale/Mese de
Idas (Mese de) Nadale (Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri
Naddari Nadal ("narl")/ Desembre ("desmbra") Dejmbre I
giorni - Sas dies / Is diis Grafia logudorese Grafia campidanese Sassarese
Gallurese luned lunis lunis luni luni marted martis martis marthi malti
mercoled mrcuris/mrculis mrcuris/mrcuris marchuri malculi gioved jbia/zbia jbia
giobi ghjovi venerd chenbara/chenpura cenbara/cenpura vennari vennari sabato
sbadu/spadu sbudu sabaddu sabatu domenica dumniga/domniga/domnica
domniga/domnigu dumenigga dumenica I colori - Sos colores / Is coloris
biancu/ant. arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrbiu [rosso], grogu [giallo],
biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju
[arancione], tanadu/viola/biola [Viola], castngiu/castanzu/baju [marrone].
Etimologia Nel presente paragrafo si elenca, senza alcuna pretesa di esaustivit
in merito, parte di quella msse lessicale facente parte sia del substrato, che
dei vari superstrati. Nei nomi con due o pi varianti viene prima riportato il
logudorese, quindi il campidanese. Varie ricerche hanno messo in luce il fatto
che la competenza dei parlanti adulti del sardo non ammette un numero di
prestiti, provenienti dalle varie lingue dominanti nei secoli, superiore al
15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato paleosardo o nuragico CUC ccuru, cucurinu (cima di un monte, cocuzzolo;
punta sporgente, come Ccuru 'e Portu a Oristano; cfr. basco kukurr, cresta del
gallo)[540] GON- Gonone, Gologone, Goni,
Gonnesa, Gonnosn (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle)
NUR-/'UR- ant. nurake nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo,
ammasso), Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia
Nuoro sia Nulvi sono localit ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL Gallura ant. Gallula, Gartedd (Galtell),
Galilenses, Galile GEN-, GES- Gesturi
GOL-/'OL Gollei, Ollollai, Parti Olla
(Parteolla), golostri/golostru/golstiche/ golstise/golstiu/golosti/'olosti
(agrifoglio, si confronti lo slavo ostr, "spinoso"; il basco gorosti,
a cui si associa, d'origine oscura e
probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco klastros, agrifoglio) EKA-, KI-,
KUR-, KAL/KAR- Karalis ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai
ENI ogl. eni (albero del tasso, cfr.
albanese enj, albero del tasso); MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro) Macumere (Macomer); GUS Gusana, Guspini (cfr. serbo gua, gola); ALTRI
TERMINI toneri (tacco, torrione),
garroppu (canyon), chessa (lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI- (articolo) thilipirche (cavalletta), thilicugu (geco),
thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte nel territorio del
comune di Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima), thirulia (nibbio);
Origine punica CHOURM kurma ruta di Aleppo[542]
CUSMIN guspinu, spinu nasturzio[542]
MS' mitza/mintza sorgente[543]
SIKKRIA camp. tsikkira aneto[543] YAAR
bosca camp. giara altopiano[542] ZERA
seme *zerula camp. tserra germoglio, piumetta embrionale
del seme del grano[542] ZIBBIR camp.
tsppiri rosmarino[543] ZUNZUR corregiola
camp. sntsiri coda cavallina[542] MAQOM-HADAS Magomadas luogo nuovo MAQOM-EL? ("luogo
di dio")/MERRE? Macumere (Macomer)
TAM-EL Tumoele, Tamuli (luogo sacro);
Origine latina ACCITUS ant.kita chida/cida (settimana, derivata dai turni
settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M)
ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M) atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio)
ACINA ant. kina, ghina/xina (uva)
ACRU(M) agru, argu (aspro, acido) ACUS agu (ago) AERA ara/iri AGNONE anzone/angioni (agnello) AGRESTIS areste/aresti (selvatico) ALBU(M) ant. albu>arbu (bianco) ALGA arga/liga (spazzatura; alga) ALTU(M) artu (alto) AMICU(M) ant.amicu
amigu (amico) ANGELU(M)
anghelu/njulu (angelo) AQUA(M)
abba/cua (acqua) AQUILA(M)
ave/bbile/chili (aquila) ARBORE(M)
arbore/arvore/rburi (albero) ASINUS
inu (asino) ASPARAGUS camp. sparau
(asparago) AUGUSTUS austu (agosto)
BABBUS babbu (padre, babbo) BASIUM basu, bsidu (bacio) BERBECE berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora)
BONUS bonu (buono) BOVE(M) boe/boi (bue) BUCCA buca (bocca) BURRICUS burricu (asino) CABALLUS ant. cavallu/caballu caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo)
CANE(M) cane/cani (cane) CAPPELLUS cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M) cabra/craba (capra) CARNE carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale;
"tagliare la carne" nel senso di buttarla via, in quanto ormai
prossimo l'inizio della Quaresima; l'etimologia del termine italiano carnevale
ha lo stesso significato di origine, seppur una forma differente (da carnem
levare); la forma latina a sua volta un
calco del greco apokreos)[544][545] CARRU(M)
carru (carro) CASEUS casu
(formaggio) CASTANEA castanza/castanja
(castagna) CATTU(M) gattu (gatto) CENA
PURA chenbura/chenbara/cenbara/nuor.
chenpura (venerd; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra
gli ebrei dell'Africa settentrionale per indicare il venerd sera, momento in
cui veniva preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si
insediarono in Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei
Romani. A loro si deve probabilmente la parola sarda per venerd)[546]
CENTUM chentu/centu (cento)
CIBARIUS civrxiu, civraxu (tipico pane
sardo) CINQUE chimbe/cincu (cinque)
CIPULLA chibudda/cibudda (cipolla)
CIRCARE chircare/circai (cercare)
CLARU(M) craru (chiaro) COCINA ant.cokina
coghina/coxina (cucina) COELU(M)
chelu/celu (cielo) COLUBER
colovra/colora/coloru (biscia) CONCHA
conca (testa) CONIUGARE
cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M)
ant.consiliu cunsizzucunsigiu/cunsillu
(consiglio) COOPERCULU(M)
cropettore/cobercu (coperchio) CORIU(M)
corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX
ant. gortike/borticlu
ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M) cossa/cosa (coscia) CRAS cras/crasi (domani) CREATIONE(M) criatura/criathone/criadura (creatura)
CRUCE(M) ant. cruke/ruke rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M) curpa (colpa) DECE ant.deke
deghe/dexi (dieci) DEORSUM
josso/jossu (gi) DIANA jana
(fata) DIE die/dii (giorno)
DOMO/DOMUS domo/domu (casa) ECCLESIA ant. clesia
cheja/crsia (chiesa) ECCU MODO/QUOMO(DO)
cmo/imoi (adesso) ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE comente/comenti (come) EGO ant.ego
deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS
ant. piscopu pscamu (vescovo)
EQUA(M) ebba/gua (giumenta) ERICIUS eritu (riccio) ETIAM eja (s) EX-CITARE ischidare/scidai (svegliare) FABA(M) ava/faa (fava) FABULARI faeddare/foeddare/fueddai (parlare)
FACERE ant. fakere fghere/fai (fare) FALCE(M) ant.falke
farche/farci (falce) FEBRUARIU(M)
ant. frearju
frearzu/frearju/friarju (febbraio) FEMINA fmina (donna) FILIU(M) ant. filiu/fiju/figiu fizu/figiu/fillu (figlio) FLORE(M) frore/frori (fiore) FLUMEN ant.flume
frmene/frmini (fiume) FOCU(M)
ant. focu fogu (fuoco) FOENICULU(M) ant.fenuclu
fenugru/fenugu (finocchio) FOLIA
fozza/folla (foglia) FRATER
frade/fradi (fratello) FUNE(M)
fune/funi GELICIDIU(M)
ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina) GENERU(M) ghneru/nneru/gneru
(genero) GENUCULUM inucru/benugu/genugu
(ginocchio) GLAREA giarra (ghiaia)
GRAVIS grae/grai (pesante) GUADU ant.badu/vadu
badu/bau (guado) HABERE ere/ai
(avere) HOC ANNO ocannu (quest'anno)
HODIE oe/oje/oi (oggi) HOMINE(M) mine/mini (uomo) HORTU(M) ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M) ant. jannarju>
bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio) IANUA janna/genna (porta) ILEX ant.elike
elighe/lixi (leccio) IMMO emmo
(s) IN HOC ant. inke inoghe/innoi (qui) INFERNU(M) inferru/ifferru (inferno) I(N)SULA sula/iscra (isola) INIBI inie/innia (l) IOHANNES Juanne/Zuanne/Juanni (Giovanni) IOVIA jvia/jbia (gioved) IPSU(M) su (il) IUDICE(M) ant. iudike
juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M)
ant. juncu zuncu/juncu (giunco)
IUNIPERUS ghinperu/inbaru/tzinnbiri
(ginepro) IUSTITIA ant.
justithia/justizia justtzia/zustssia
(giustizia) LABRA lavra/lara (labbra)
LACERTA thiligherta/calixerta/caluxrtula
(lucertola) LARGU(M) largu (largo)
LATER camp. ldiri (mattone crudo)
LIGNA linna (legna) LINGERE lnghere/lingi (leccare) LINGUA(M) limba/lngua (lingua) LOCU(M) ant. locu
logu (luogo) LUTU(M) ludu (fango)
LUX lughe/luxi (luce) MACCUS macu (matto) MAGISTRU(M) mastu (maestro) MAGNUS mannu (grande) MALUS malu (cattivo) MANUS manu (mano) MARTELLUS martheddu/mateddu/martzeddu (martello)
MERIDIES merie/mer (pomeriggio)
META meda (molto) MULIER muzere/cmulleri (moglie) NARRARE nrrere/nai (dire) NEMO nemos (nessuno) NIX nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M) nue/nui (nuvola) NUCE ant. nuke
nughe/nuxi (noce) OCCIDERE
ochidere, occhire, bochire/bociri (uccidere) OC(U)LU(M) ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio) OLEASTER ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro)
OLEUM oliu ozu/ogiu/ollu (olio) OLIVA olia (oliva) ORIC(U)LA(M) ant.oricla
origra/orija/origa/nuor. oricra (orecchio) OVU(M) ou(uovo) PACE
ant.pake paghe/paxi/nuor. pake (pace) PALATIUM palathu/paltziu/palatzu (palazzo) PALEA paza/pagia/palla (paglia) PANE(M) pane/pani PAPPARE log. papare, camp. papai (mangiare)
PARABOLA paraula, nuor. paragula
(parola) PAUCUS pagu (poco) PECUS pegus (capo di bestiame) PEDIS pe/pei/nuor. pede (piede) PEIUS pejus/peus (peggio) PELLE(M) pedde/peddi (pelle) PERSICUS prsighe/pssighe (pesca) PETRA(M) pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M) petha/petza (carne) PILUS pilu (pelo), pilos/pius (capelli) PIPER pbere/pbiri (pepe) PISCARE piscare/piscai (pescare) PISCE(M) pische/pisci (pesce) PISINNUS pitzinnu (bambino, giovane, ragazzo)
PISUS pisu (seme) PLATEA pratha/pratza (piazza) PLACERE pighere/prghere/praxi (piacere) PLANGERE prnghere/prangi (piangere) PLENU(M) prenu (pieno) PLUS prus (pi) POLYPUS purpu/prupu (polpo) POPULUS ppulu/pbulu (popolo) PORCU(M) porcu/procu (maiale) POST pustis (dopo) PULLUS puddu (pollo) PUPILLA pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS puthu/putzu (pozzo) QUANDO cando/candu (quando) QUATTUOR battor(o)/cuatru (quattro) QUERCUS chercu (quercia) QUID DEUS? ite/ita? (che/che cosa?) RADIUS raju (raggio) RAMU(M) ramu/arramu (ramo) REGNU rennu/urrennu (regno) RIVUS ant. ribu
riu/erriu/arriu (fiume) ROSMARINUS
ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M)
ant. rubiu ruju/arrbiu (rosso)
SALIX salighe/slixi (salice)
SANGUEN smbene/snguni (sangue)
SAPA(M) saba (sapa, vino cotto) SCALA iscala/scala (scala) SCHOLA(M) iscola/scola (scuola) SCIRE ischire/sciri (sapere) SCRIBERE iscrere/scriri (scrivere) SECARE segare/segai (tagliare) SECUS dae segus/a-i segus (dopo) SERO sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM kene/kena/kentza/sena/setza (senza)
SOLE(M) sole/soli (sole) SOROR sorre/sorri (sorella) SPICA(M) ispiga/spiga (spiga) STARE istare/stai (stare) STRINCTU(M) strintu (stretto) SUBERU suerzu/suerju (quercia da sughero)
SULPHUR trfuru/tzrfuru/tzrfuru (zolfo)
SURDU(M) surdu (sordo) TEGULA teula (tegola) TEMPUS tempus (tempo) THIUS thiu/tziu (zio) TRITICUM trigu/nuor. trdicu (grano) UMBRA umbra (ombra) UNDA unda (onda) UNG(U)LA(M) unja/ungra/unga (unghia) VACCA baca (vacca) VALLIS badde/baddi (valle) VENTU(M) bentu (vento) VERBU(M) berbu (verbo, parola) VESPA(M) ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa)
VECLUS(AGG.) betzu/becciu (vecchio)
VECLUS(S) ant. veclu begru/begu (legno vecchio) VIA bia (via) VICINUS ant. ikinu
bighinu/bixinu (vicino) VIDERE
bdere/bere/biri (vedere) VILLA
ant. villa billa bidda (paese) VINEA(M) binza/bingia (vigna) VINU(M) binu (vino) VOCE ant. voke/boke boghe/boxi (voce) ZINZALA thnthula/tzntzula/sntzulu (zanzara); Origine
greca bizantina AGROIKS gr. biz.
agrik gregori terreno incolto[547]
FLASTIMAO frastimare/frastimai
bestemmiare KAVURAS granchio camp.
kavuru KASKO cascare sbadigliare
*KEROPLIDA kera/cera bida cera che
sigilla il favo[547] KHNDROS fiocchi davena; cartilagine gr. biz. kontra log. iskontryare[547] KLEISORA chiusa krisura (krisayu, krisayone) chiusa di un
podere[547] KONTAKION ant. condake condaghe/cundaxi raccolta di atti KYNE(OS)
blu scuro camp. ghyani manto morello di
cavallo (o di bue)[547] LEPDA lama di coltello
leppa coltello[547] ant.
Luka Lugha/Luxia (Lucia) MERDOUKOS,
MERDEKOSE maggiorana centr. mathriksya,
camp. martsigusa ginestra[547] NAKE
annaccare (cullare) PSARS grigio
*zaru log. medioevale
arzu[547] theraccu/tzeracu servo Istevane/Stvini Stefano Origine catalana
ACABAR acabare/acabai (finire, smettere;
cf. spa. acabar)[548] AIX camp.aici
(cos) AIXETA log. isceta (cannella della
botte; rubinetto)[548] AL alenu
(alito)[548] ARRACADA arrecada
(orecchino) ARREU arreu (di continuo)
AVALOT avollotu (trambusto; cf. spa.
alboroto (ant. alborote))[548] BANDA
banda (lato)[548] BANDOLER
banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero)
BARBER barberi (barbiere; cf. spa.
barbero) BARRA barra (mandibola;
insolenza, testardaggine) BARRAR
abbarrare (nell'odierno catalano significa per sbarrare, in sardo camp.
rimanere) BELLESA bellesa (bellezza)
(AL)BERCOC luog. barracoca (albicocca;
da una termine balearico passato poi anche all'algherese barracoc)[548]
BLAU camp.brau (blu) BRUT, -A brutu, -a (sporco) BURRO burricu (asino; cf, spa. burro e
borrico)[548] BURUMBALLA burrumballa
(segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA busciaca/buciaca (tasca, borsa)[548] CADIRA /
CARIA (vocabolo ancor presente in algherese)
camp. cadira (sedia); Cara (cognome sardo) CALAIX camp. calaxu/calasciu (cassetto) CALENT caente/callenti (caldo; cf. spa.
caliente)[548] CARRER carrera/carrela
(via)[548] CULLERA cullera (cucchiaio)
CUITAR coitare/coitai (sbrigarsi)[548]
DESCLAVAMENT iscravamentu (deposizione
di Cristo dalla croce) DESITJAR
disigiare/disigiai (desiderare)[548] ESTIU istiu (estate; cf. spa. esto, lat. aestivum
(tempus)) FALDILLA faldeta (gonna)[548]
FERRER ferreri (fabbro) GARR garrone, -i (garretto)[548] GOIGS camp. gocius (composizioni poetiche sacre;
cf. gosos) GRIF grifone, -i
(rubinetto)[548] GROC grogo, -u
(giallo)[548] ENHORABONA! innorabona!
(in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA! innoramala! (in mal'ora!) ESMORZAR ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare
(fare colazione)[548] ESTIMAR
istimare/stimai (amare, stimare) FEINA
faina (lavoro, occupazione, daffare; gi da una forma catalana medievale,
da cui si poi anche originato lo
spagnolo faena)[548] FLASSADA frassada
(coperta; cf. spa. frazada)[548] GNJOL
gnjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A
jaju, -a (nonno, -a; cf. spa. yayo, -a) JUTGE camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG camp. lggiu/log. lezzu (brutto) MANDR mandrone, -i (pigro, nullafacente)[548]
MATEIX matessi (stesso) MITJA mgia, log. miza (calza) MOCADOR mucadore, -i (fazzoletto) ORELLETA orilletas (dolci fritti) PAPER paperi (carta)[548] PARAULA paraula (parola) PLANXA prncia (ferro da stiro; prestito di origine
francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548] PREMSA prentza (torchio)[549] PRES presone, -i (prigione) PRESSA presse, -i (fretta)[548] PRSSEC prssiu (pesca)[548] PUNXA camp. puna/log. puntza (chiodo) QUIN, -A camp. chini (in catalano significa
"quale", in sardo "chi") QUEIXAL sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i
(dente molare) RATAPINYADA camp.
ratapignata (pipistrello) RETAULE
arretulu (retablo, tavola dipinta) ROMS
nuor. arrumasu (magro; originariamente in catalano
"rimasto" rimasto a letto indebolito dimagrito, magro)[548] SABATA camp.sabata (scarpa) SABATER sabateri (calzolaio) SAFATA safata (vassoio)[165] SEU camp. seu (cattedrale, "sede del
vescovo") SNDIC sndigu
(sindaco)[548] SNDRIA sndria (anguria)
TANCAR tancare/tancai (chiudere) TINTER tinteri (calamaio) ULLERES camp. ulleras (occhiali) VOST log. bost/camp .fostei o fustei (lei, pronome
di cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[550] Origine
spagnola Le voci di cui non viene indicata l'etimologia sono voci di origine
latina di cui lo spagnolo ha modificato il significato originario che avevano
in latino e il sardo ha preso il loro significato spagnolo; per le voci che lo
spagnolo ha preso da altre lingue viene indicata la loro etimologia come
riportata dalla Real Academia Espaola. ADIS
adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA
ancioa (alice)[548] APOSENTO
aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO apretare, apretu (mettere in difficolt,
costringere, opprimere; difficolt, problema) ARENA arena (sabbia; cf. cat. arena)[548]
ARRIENDO arrendu (affitto)[548]
ASCO ascu (schifo)[548] ASUSTAR assustare/assustai (spaventare; in camp. pi diffuso atziccai, che a sua volta viene
dallo spagnolo ACHICAR)[548] ATOLONDRADO, TOLONDRO istolondrau (stordito, confuso, sconcertato)
AZUL camp. asulu (azzurro; parola
arrivata allo spagnolo dall'arabo)[551] BARATO
baratu (economico) BARRACHEL
barratzellu/barracellu (guardia campestre; parola questa che anche
passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la parola barracello indica
appunto una guardia campestre facente parte della compagnia barracellare)
BVEDA bveda, bvida (volta (nell'ambito
della costruzione) )[552] BRAGUETA
bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine "braghetta" o
"brachetta" presente anche in
italiano, ma con altri significati; con questo significato diffuso anche nell'italiano regionale della
Sardegna: cf. cat. bragueta) BRINCAR, BRINCO
brincare, brincu (saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal
latino vinculum,[553] legame, parola che
poi stata modificata e ha assunto un significato completamente
differente in castigliano e che poi con questo
passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri spagnolismi)
BUSCAR buscare/buscai (cercare,
prendere; cf. cat. buscar) CACHORRO
caciorru (cucciolo)[548] CALENTURA
calentura, callentura (febbre) CALLAR
cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[548] CARA cara (faccia; cf. cat. cara)[548] CARIO carignu (manifestazione di affetto, carezza;
affetto)[548] CERRAR serrare/serrai
(chiudere) CHASCO ciascu (burla)[548]
CHE (esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina,
Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[554] c (esclamazione di sorpresa usata in tutta la
Sardegna) CONTAR contare/contai
(raccontare; cf. cat. contar)[548] CUCHARA
log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu (cucchiaino), cocciaroni
(cucchiaio grande)[548] DE BALDE de
badas (inutilmente; cf. cat. debades) DBIL
dbile, -i (debole; cf. cat. dbil)[548] DENGOSO, -A, DENGUE dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta
eccessivamente senza necessit, lamento esagerato e fittizio; voce di origine
onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO
discansare/discantzare, discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat.
descansar)[548] DESDICHA disdcia
(sfortuna)[548] DESPEDIR
dispidire/dispid (accomiatare, congedare)[548] DICHOSO, -A diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO,
-A ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548]
EMPLEO impleu (carica, impiego)[548]
ENFADAR, ENFADO
infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia, fastidio,
rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO interrare, interru (seppellire,
seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR iscalmentare/iscrammentare/scramentai
(apprendere dall'esperienza propria o altrui per evitare di commettere gli
stessi errori; parola di etimologia originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR ispantare/spantai (spaventare; in
campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO log. feu (brutto)[548] GANA gana (voglia; cf. cat. gana; parola di
etimologia originaria incerta)[558] GARAPIA
carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS log. gosos/gotzos (composizioni poetiche
sacre; cf. gocius) GREMIO grmiu
(corporazione di diversi mestieri; anche questa parola fa parte dell'italiano
parlato in Sardegna, dove i gremi sono per esempio le corporazioni di mestieri
dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia di Oristano; oltre che in Sardegna
e in spagnolo, la parola si usa anche in portoghese, gremio, catalano, gremi,
tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato in Svizzera, nel Canton Ticino)
GUISAR ghisare (cucinare; cf.cat.
guisar)[548] HACIENDA sienda
(propriet)[544] HRREO rreu (granaio)
JCARA cchera, ccara (tazza; parola
originariamente proveniente dal nhuatl)[560] LSTIMA lstima (peccato, danno, pena; qu lstima ite lstima (che peccato), me da lstima mi faet lstima (mi fa pena) )[548] LUEGO luegus (subito, fra poco) MANCHA log. e camp. mncia, nuor. mantza (macchia)
MANTA manta (coperta; cf. cat. manta)
MARIPOSA mariposa (farfalla)[548]
MESA mesa (tavolo) MIENTRAS camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTN muntone (mucchio; cf. cat. munt)[561]
OLVIDAR olvidare (dimenticare)[548]
PEDIR pedire (chiedere, richiedere)
PELEA pelea (lotta, lite)[548] PLATA prata (argento) PORFA porfia (ostinazione, caparbiet,
insistenza)[562] POSADA posada (locanda,
luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA
preguntare/pregontare, pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat.
preguntar, pregunta) PUNTAPI (s.m.)
puntep/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede)
PUNTERA puntera (parte della calza o
della scarpa che copre la punta del piede; colpo dato con la punta del piede)
QUERER chrrer(e) (volere) RECREO recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548]
RESFRIARSE, RESFRO s'arrefriare,
arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR sighire (continuare; seguire; cf. cat.
seguir)[544] TAJA tacca (pezzo) TIRRIA,
TIRRIOSO tirria, tirriosu (cattivo
sentimento; cf. cat. trria)[563] TOMATE (s.m.)
nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola
originariamente proveniente dal nhuatl)[564] TOPAR atopare/atopai (incontrare, anche per caso,
qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce onomatopeica; cf. cat. topar)[565]
VENTANA log. e camp. ventana/log.
bentana (finestra) VERANO log. beranu
(sp. estate, srd. primavera) Origine toscana/italiana ARANCIO aranzu/arangiu AUTUNNO atonzu/atongiu BELLO/-A bellu/-a BIANCO biancu CERTO/-A tzertu/-a CINTA tzinta CITTADE ant. kittade
tzitade/citade/tzitadi/citadi (citt) GENTE zente/genti INVECE imbtzes/imbecis MILLE milli OCCHIALI otzales SBAGLIO irballu/isblliu/sblliu VERUNO/-A perunu/-a (alcuno/-a) ZUCCHERO thccaru/tzccaru/tzcuru Prenomi, cognomi e
toponimi Lo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi sardi. Dalla
lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nmene / nomen / nomini-e
/ lumene o lomini) e i soprannomi (nomngiu / nominzu / o paranmene / paralumene
/ paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero conferito l'un l'altro fino
all'epoca contemporanea per poi cadere nell'attuale disuso,[566] quanto buona
parte dei cognomi tradizionali (sambenadu / sangunau), tuttora i pi diffusi
nell'isola. I toponimi della Sardegna possono vantare una storia antica,[567]
sorgendo in alcuni casi un significativo dibattito inerente alle loro
origini.[568] Note Esplicative ^ Con riguardo alla cristianizzazione
dell'isola, Papa Simmaco fu battezzato a Roma e si diceva fosse ex paganitate
veniens; la conversione degli ultimi pagani sardi, guidati da Ospitone, fu
descritta da Tertulliano come il seguente evento: Sardorum inaccessa Romanis
loca, Christo vero subdita. Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso,
19511997, p. 73. ^ Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis
atque omnes historiae nobis prodiderunt. ab his orti Poeni multis
Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis fractisque foederibus nihil se
degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in
Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni. [...] Africa
ipsa parens illa Sardiniae, quae plurima et acerbissima cum maioribus nostris
bella gessit. Cicero: Pro Scauro, su thelatinlibrary.com. URL consultato il 28
novembre 2015. ^ Potissimum vero ad usurpandum in scriptis Italicum idioma
gentem nostram fuisse adductam puto finitimarum exemplo, Provincialium,
Corsorum atque Sardorum ("In verit ritengo anzitutto che la nostra gente
[italiana] sia stata indotta a usare nello scritto l'idioma italico, seguendo
l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi e Sardi") e, pi in l, Sardorum
quoque et Corsorum exemplum memoravi Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui
Italis preivisse in hoc eodem studio videntur ("Ho ricordato, fra l'altro,
l'esempio dei Sardi e dei Corsi, che hanno impiegato la propria lingua volgare,
come quelli che in ci hanno preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico
Antonio (1739). Antiquitates Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^
Incipit di Ines Loi Corvetto, La Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993.
Hieronimu Araolla, edited by Max Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von
Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen Erhaltenen Exemplar Der
Universittsbibliothek in Cagliari, Princeton University, 1915, p. 76. Semper
happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa
limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas
naciones dessu mundu hant magnificadu & arrichidu; comente est de vider per
isos curiosos de cuddas. ("Sempre abbia il desiderio, Illustrissimo
Signore, di magnificare e arricchire la nostra lingua sarda; nel medesimo modo
in cui tutte le nazioni del mondo hanno magnificato e arricchito [la propria];
come si pu vedere per coloro che ne sono incuriositi.") ^ L'Alguer castillo fuerte bien
murado / con frutales por tierra muy divinos / y por la mar coral fino
eltremado / es ciudad de mas de mil vezinos Joaqun Arce, Espaa en Cerdea, 1960,
p. 359. ^ E.g.: Non podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente
innamorosu. / Videndemi foras de sentimentu / et sensa una hora de riposu, /
pensende istare liberu e contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in
essermi de te senora apartadu, / mudende ateru quelu, ateru istadu Antonio de
Lo Frasso, Los Cinco Ultimos Libros de Fortuna de Amor, vol. 2, Londra,
Henrique Chapel, 1573-1740, pp. 141-144. ^ Sendemi vennidu manos in custa Corte Romana unu Libru in
limba Italiana, nouamente istampadu, [] lu voltao in limba Sarda pro dare
noticia de cuddas assos deuotos dessa patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in atera
limba pro amore de su vulgu [] qui non tenjan bisonju de interprete pro bi-las
decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta participat
de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si pltican est tantu parente assa
latina formale quantu sa sarda. [] Pro su quale si sa limba Italiana si preciat
tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas limbas vulgares pro
esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda
pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa majore parte est latina
vera. [] Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in
Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, & istampan libros in sas
proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner istoria, &
materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si potan de cuddas
aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara & intelligibile
(iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus qui non quale si
querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, & Ispagnolos, & totu
cuddos qui tenen platica de latinu la intenden medianamente. ("Essendo
entrato in possesso, presso questa Corte Romana, di un libro in lingua italiana
di nuova ristampa, [] l'ho tradotto in lingua sarda per darne notizia ai devoti
della mia patria desiderosi di tali leggende. Le ho tradotte in sardo, anzich
in un'altra lingua, per amore del popolo [] i quali [popolani] non
necessitavano di alcun interprete per potergliele enunciare, anche per via del
fatto che la lingua sarda nobile in virt
della sua partecipazione alla latinit, giacch nessuna lingua parlata tanto prossima al latino classico quanto
quella sarda. [] Giacch, se la lingua italiana si apprezza molto, e se tra
tutte le lingue volgari si trova al primo posto per aver molto replicato quella
latina, non meno si dovrebbe apprezzare la lingua sarda dal momento che non
solo parente di quella latina, ma in gran parte latino schietto. [] E
quandanche non fosse cos, un motivo
sufficiente per scrivere in sardo vedere che tutte le nazioni scrivono e
stampano libri nella loro lingua naturale, fregiandosi di avere storia e
materie morali scritte in lingua volgare, affinch tutti possano recare
giovamento da esse. E dal momento che la lingua latina sarda , quando scritta e
pronunciata come si conviene, chiara e comprensibile in misura uguale, se non
superiore rispetto a quelle volgari, dal momento che gli Italiani, e gli
Spagnoli, e tutti coloro che praticano il latino in generale la capiscono").
Ioan Matheu Garipa,
Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu Crhistu, Per Lodouicu
Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica
alla moglie di Carlo Alberto si possono scorgere diversi passaggi in cui egli
omaggiava le politiche culturali perseguite in Sardegna, quali "Era
destino che la dolcissima Italiana favella, sebbene nata sulle amene sponde
dell'Arno, divenuta sarebbe un d anche ricco patrimonio degli Abitanti del
Tirso" (p. 5) e, formulando un voto di fedelt alla nuova dinastia di
reggenti in luogo della spagnola, "Di tanto bene la Sardegna debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la
quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in
ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla met del secolo trascorso, che nei
Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di
quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e
di colte." (p. 6). Nella Prefazione, pi specificamente intitolata Al
giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di pubblicare un
lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e
similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua pi familiare, il
sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione, occorre infatti
osservare che, secondo le disposizioni del governo, in nessun modo e per nessun
motivo esiste la regione (Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in
Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realt, databili intorno alla seconda met
dell'Ottocento, in seguito alla gi menzionata Perfetta Fusione (cfr. Dettori
2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali il
Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignit del sardo, sulla cui
indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani
(cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a dispetto
della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema linguistico
italiano, gi osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937 che [La
Sardegna] ha una sua propria lingua, che
qualcosa di pi e di diverso dai dialetti delle altre regioni dItalia Se
i diversi dialetti dItalia hanno tutti qualcosa dinterferente, per cui non difficile a chi attentamente ne ascolti
qualcuno e di essi abbia una certa pratica, dintuirne e comprenderne, almeno
superficialmente, il significato, i dialetti sardi invece non solo riescono
quasi del tutto incomprensibili a chi non
dellisola, ma anche con la pratica difficilmente possono essere
acquisiti. ( Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p.
82.) ^ Tali istanze eminentemente industrialistiche e produttivistiche sono
finanche attestate nelle norme di cui all'art. 13 del progetto finale, che
recita lo Stato con il concorso della Regione dispone un piano organico per
favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola. Cfr. Testo storico dello
Statuto (PDF). ^ Alla base del cosiddetto "autonomismo abortivo",
secondo i primi critici dello statuto quali Eliseo Spiga, vi era la mancata
assunzione di un'identit sarda dotata di soggettivit distinta, nelle sue
specificit etnonazionali, linguistiche e culturali rispetto alla comunit
statale nel suo insieme; in mancanza della quale, a loro avviso si sarebbe
approdati a un modello amministrativo che omologava l'isola a "una
qualsiasi provincia dello Stivale". Francesco Casula, Gianfranco Contu,
Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF),
Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25
agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del
Prof. A. Sanna sulla pronuncia della Facolt di Lettere in relazione alla difesa
del patrimonio etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo
proposito una dichiarazione: Gli indifferenti problemi della scuola, sempre
affrontati in Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non
risolvibili in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia
diventata scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in
quanto basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti
aspetti estranea al tessuto culturale sardo. Poich esiste un popolo sardo con
una propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende
che la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera,
per di pi insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun
conto la lingua materna dei Sardi: e ci con grave pregiudizio per un'efficace
trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque
respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi
problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la
quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in
quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola. perci necessario promuovere dall'interno i
valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell'autonomia,
e "provocare un salto di qualit senza un'acculturazione di tipo
colonialistico, e il superamento cosciente del dislivello di cultura"
(Lilliu). La Facolt di Lettere e Filosofia dell'Universit di Cagliari,
coerentemente con queste premesse con l'istituzione di una Scuola Superiore di
Studi Sardi, pertanto invitata ad
assumere l'iniziativa di proporre alle autorit politiche della Regione Autonoma
e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza
etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua nazionale
della minoranza. di conseguenza
opportuno che si predispongano tutti i provvedimenti a livello scolastico per
la difesa e conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura
sarda e, in questo contesto, di tutti i dialetti e le tradizioni culturali
presenti in Sardegna (ci si intende riferire al Gallurese, al Sassarese,
all'Algherese e al Ligure-Carlofortino). In ogni caso tali provvedimenti
dovranno comprendere necessariamente, ai livelli minimi dell'istruzione, la
partenza dell'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna,
l'insegnamento nella scuola dell'obbligo riservato ai Sardi o coloro che
dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o tutti quegli altri provvedimenti
atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali della cultura
sarda. bene osservare come, nel quadro
della diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue
delle minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi
in Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in
Inghilterra per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e
ultimamente ladina (15 000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito
di queste ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico
alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala
Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige
(il cosiddetto "pacchetto"), modifiche che non escono dal concetto di
autonomia indicato dalla Costituzione, ha ritenuto di dovere sottolineare
l'opportunit "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna da
insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre
aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il
necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione
fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli
allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono
di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della
minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato dall'opportunit
dell'insegnamento della lingua materna a opera di insegnanti appartenenti allo
stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di svolgere anche in
Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio alla migliore
formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ci non sciovinismo n rinuncia a una cultura
irrinunciabile, ma una civile e motivata iniziativa per realizzare in Sardegna
una vera scuola, una vera rinascita, "in un rapporto di competizione
culturale con lo stato () che arricchisce la Nazione" (Lilliu). Il
Consiglio unanime approva le istanze proposte dal prof. Sanna e invita le
competenti autorit politiche a promuovere tutte le iniziative necessarie, sul
piano sia scolastico che politico-economico, a sviluppare coerentemente tali
principi, nel contempo acquisendo dati atti a mettere in luce il suesposto
stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo (2016). Problemas e
aficntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna. Limba, Istria,
Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione linguistica in
Sardegna. Lingua, Storia, Societ, Youcanprint] ^ "O sardu, si ses sardu e
si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che isciau
ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet su donu
/ De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente / In
iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No
l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola
no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a
fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre
presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la
lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare
lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. /
La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate pi neanche a casa
/ dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola /
ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in
Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione
culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto
considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante
storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacch
questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur
costituendo un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano fosse
considerato un semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto
all'orgoglio e lealt linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue
tagliate, Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione
all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17).
Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche
anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al
concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo
studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunit quali i sardi,
occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come
dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi,
diversamente dalla profonda lealt linguistica dei catalani che, nonostante il
proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta
degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo
spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau
Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^ interessante notare come nella questione
linguistica sarda possa, per certi versi, sussistere un parallelismo con
l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha assunto il nome di circolo vizioso
dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985). Difatti in Irlanda, all'abbassamento
di prestigio del gaelico verificatosi quando esso risult parlato in aree
socialmente ed economicamente depresse, si aggiunse l'emigrazione da tali aree
verso quelle urbane e ritenute economicamente pi avanzate, nelle quali l'idioma
maggioritario (l'inglese) sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su
quello minoritario degli emigranti. ^ Non
un caso che queste tre lingue, protette da accordi internazionali, siano
le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano Berruto (Lingue
minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate. Bibliografiche e
sitografiche ^ Ti Alkire; Carol Rosen, Romance languages : a Historical
Introduction, New York, Cambridge University Press, 2010, p. 3. Lubello, Sergio
(2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance
linguistics, p.499 ^ AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara,
Istituto Geografico De Agostini, 2016, p. 230 ^ The World Atlas of Language
Structures Online, Sardinian. ^ La tipologia linguistica del sardo, Eduardo
Blasco Ferrer
https://revistas.ucm.es/index.php/RFRM/article/download/RFRM0000110015A/11140 ^
Maurizio Virdis, Plasticit costruttiva della frase sarda (e la posizione del
Soggetto), su Academia, Rivista de filologia romanica, 2000. URL consultato il
4 maggio 2024. Legge 482, su camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015
(archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015). Legge Regionale 15 ottobre
1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna
Regione Autnoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il
25 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2021). Legge
Regionale 3 luglio 2018, n. 22-Regione autonoma della Sardegna Regione Autnoma de Sardigna, su
regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015. ^ United Nations Human
Rights. Universal Declaration of Human Rights in Sardinian language.. ^ Regione Autonoma della Sardegna, LIMBA SARDA COMUNA
- Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua
scritta dellAmministrazione regionale (PDF), pp. 6, 7, 55. in altri casi, per
salvaguardare la distintivit del sardo, si
preferita la soluzione centro-settentrionale, come nel caso di limba,
chena, iscola, ecc.. ^ Riconoscendo l'arbitrariet delle definizioni, nella
nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in accordo
alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine
"dialetto". ^ Da G. I. Ascoli in poi, tutti i linguisti sono concordi
nell'assegnare al sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini per i var
caratteri che lo distinguono non solo dai dialetti italiani, ma anche dalle
altre lingue della famiglia romanza, e che appaiono tanto nella fonetica,
quanto nella morfologia e nel lessico. R. Almagia et al., Sardegna in "Enciclopedia
Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^ Leopold Wagner, Max.
La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26
gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica sarda., 2017, A cura di
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance
Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. Il sardo rappresenta un insieme
dialettale fortemente originale nel contesto delle variet neolatine e
nettamente differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua
originalit come gruppo a s stante nellambito romanzo fuori discussione. Toso, Fiorenzo. Lingue
sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8.
Il sardo, su treccani.it. La nozione di alloglossia viene comunemente estesa in
Italia anche al sistema dei dialetti sardi, che si considerano come un gruppo
romanzo autonomo rispetto a quello dei dialetti italiani. Fiorenzo Toso,
Minoranze linguistiche, su treccani.it, Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre 1999,
n. 482 - Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche ^
L'UNESCO e la diversit linguistica. Il caso dell'Italia With some 1,6 million speakers,
Sardinia is the largest minority language in Italy. Sardinians form an ethnic
minority since they show a strong awareness of being an indigenous group with a
language and a culture of their own. Although Sardinian appears to be recessive
in use, it is still spoken and understood by a majority of the population on
the island. Kurt Braunmller, Gisella Ferraresi (2003). Aspects of
multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia:
University of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ Nel 1948 la
Sardegna diventa, anche per le sue peculiarit linguistiche, Regione Autonoma a
statuto speciale. Tuttavia a livello politico, ufficiale,
non cambia molto per la minoranza linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni
di parlanti, la pi numerosa tra tutte le
comunit alloglotte esistenti sul territorio italiano. De Concini, Wolftraud
(2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine
Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola, Sardo, su
minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019 (archiviato
dall'url originale il 16 ottobre 2018). Inchiesta ISTAT 2000 (PDF), su
portal-lem.com, pp. 105-107. ^ What Languages are Spoken in Italy?, su
worldatlas.com. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di
un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 188. ^ Sebbene in continua
diminuzione, i sardi costituiscono tuttora la pi grossa minoranza linguistica
dello stato italiano con ca. 1 000 000 di parlanti stimati (erano 1 269 000
secondo le stime basate sul censimento del 2001). Lubello, Sergio (2016).
Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.
499 ^ Durk Gorter et al., Minority Languages in the Linguistic Landscape,
Palgrave Macmillan, 2012, p. 112. ^ Roberto Bolognesi, Un programma
sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it,
2000, p. 120. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale
il 26 marzo 2023). ^ Cfr. Leonardo Sole, Lingua e cultura in Sardegna. La
situazione sociolinguistica, 1988 ^ Stefania Tufi, Language Ideology and
Language Maintenance: The Case of Sardinia. International Journal of the
Sociology of Language 2013, pp. 14560 ^ cfr. Atteggiamenti linguistici degli
studenti sardi nei confronti della lingua sarda e della lingua italiana,
Piergiorgio Mura, Universit Ca' Foscari Venezia Andrea Costale, Giovanni Sistu,
Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia,
Cambridge Scholars Publishing, 2016, p. 123. ^ ISTAT, lingue e dialetti, tavole
(XLSX). La Nuova Sardegna, 04/11/10, Per salvare i segni dell'identit - di
Paolo Coretti ^ Giuseppe Corongiu, La politica linguistica per la lingua sarda,
in Maccani, Lucia; Viola, Marco. Il valore delle minoranze. La leva
ordinamentale per la promozione delle comunit di lingua minoritaria, Trento,
Provincia Autonoma di Trento, 2010, p. 122. Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale
di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p.
126. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale il 26
marzo 2023). ^ Lai, Rosangela. 2018. "Language Planning and Language Policy in Sardinia".
Language Problems & Language Planning. Harris, Nigel Vincent, The Romance
languages, London, New York, 2003, p. 21. ^ If present trends continue, it is
possible that within a few generations the regional variety of Italian will
supplant Sardinian as the popular idiom and that linguists of the future will
be obliged to refer to Sardinian only as a substratal influence which has
shaped a regional dialect of Italian rather than as a living language descended
directly from Latin. Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages,
London, New York, 2003, p. 349. Il
sardo, cos vicino, cos lontano. Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance
languages. Mosca, 2001 ^ Sorge ora la questione se il sardo si deve considerare
come un dialetto o come una lingua.
evidente che esso , politicamente, uno dei tanti dialetti dell'Italia,
come lo anche, p. es., il serbo-croato o
l'albanese parlato in vari paesi della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto
di vista linguistico la questione assume un altro aspetto. Non si pu dire che
il sardo abbia una stretta parentela con alcun dialetto dell'italiano
continentale; un parlare romanzo arcaico
e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto
originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da quelle dei
dialetti italiani. Wagner. La lingua sarda. Storia, spirito e forma. Ilisso.
Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine.
Bologna: Patron. p. 122. ^ Rebecca Posner,
John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers.
L'Aja, Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti Alkire, Carol Rosen, Romance
Languages: A Historical Introduction, Cambridge University Press, 2010. ^ L'aspetto che pi risulta evidente la grande conservativit, il mantenimento di
suoni che altrove hanno subito notevoli modificazioni, per cui si pu dire che
anche foneticamente il sardo fra tutti i
parlari romanzi quello che rimasto pi
vicino al latino, ne il continuatore pi
genuino. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Soter. ^ Sardegna,
isola del silenzio, Manlio Brigaglia, su mclink.it. URL consultato il 24 maggio
2016 (archiviato dall'url originale il 10 maggio 2017). ^ Mario Pei, A New
Methodology for Romance Classification, in WORD. ^ Il fondo della lingua sarda di oggi il latino. La Sardegna il solo paese del mondo in cui la lingua dei
Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha molto
facilitato le mie ricerche nellisola, perch almeno la met dei pastori e dei
contadini non conoscono litaliano. Maurice Le Lannou, a cura di Manlio
Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre,
1941-1979, p. 279. ^ Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un
consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria
preromana, che potremmo chiamare "nuragica". Salvatore Tola, La
Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p.
9. Heinz Jrgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano, vol. 53-54, 1968,
p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso internazionale di studi
sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civilt dei Sardi. Dal Paleolitico
all'et dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov Malkiel (1947). Romance
Philology, v.1, p. 199 ^ Il Sardo ha una sua speciale fisionomia ed
individualit che lo rende, in certo qual modo, il pi caratteristico degli
idiomi neolatini; e questa speciale individualit del Sardo, come lingua di tipo
arcaico e con una fisionomia inconfondibile, traspare gi fin dai pi antichi
testi. Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna:
Patron. p. 388. ^ Fortemente isolati rispetto ai tre gruppi maggiori stanno il
sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi considerati come formazioni
autonome rispetto al complesso dei dialetti italoromanzi. Tullio de Mauro,
Storia linguistica dell'Italia unita, Editori Laterza, 1991, p. 21. Fiorenzo
Toso, 2.3, in Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Societ editrice Il
Mulino, Moseley, Atlas of the World's languages in Danger, 3rd edition, Paris,
UNESCO Publishing, p. 39 ^ Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di
Giugno (Lmpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna.
Italica, 29 (3), 151-157. doi:10.2307/477388 ^ Non vi dubbio che vi erano rapporti pi stretti tra
la latinit dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna. Senza parlare
della affinit della razza e degli elementi libici che possano ancora esistere
in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase, durante vari secoli,
alle dipendenze dell'esarcato africano. Wagner, M. (1952). Il Nome Sardo del
Mese di Giugno (Lmpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della
Sardegna. Italica, Pompilio: ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et,
ubi uoces latinae franguntur, tum in sonum tractusque transeunt sardinensis
sermonis, qui, ut ipse noui, etiam ex latino est ("ove gli abitanti
parlano un latino quasi intatto e, quando le parole latine si corrompono,
passano allora ai suoni e tratti della lingua sarda, che, da quanto ne so,
deriva anch'essa dal latino"). Citato in Michele Loporcaro, Vowel Length from Latin
to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele Amari: I sardi sono
di schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti. Rifuggono (dal
consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito e valorosa,
che non lascia mai l'arme. Nota di Mohamed Mustafa Bazama: Questo passo, nel
testo arabo, un poco differente, traduco
qui testualmente: "gli abitanti della Sardegna, in origine sono dei Rum
Afariqah, berberizzanti, indomabili. Sono una (razza a s) delle razze dei Rum.
[...] Sono pronti al richiamo d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano
dalle loro armi (intende guerrieri nati). Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi
nel Medioevo, Cagliari, Editrice democratica sarda, 1988, pp. 17, 162. ^ Wa ahl
azrat Sardniya f al Rm Afriqa mutabarbirn mutawain min ans ar-Rm wa hum ahl
naida wa hazm l yufariqn as-sil. Contu, Giuseppe. Sardinia in Arabic sources
(PDF), su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022 (archiviato
dall'url originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facolt di Lingue e
Letterature Straniere dell'Universit di Sassari, Mastino, Storia della Sardegna
antica, Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 83. ^ I sardi, popolo di razza latina
africana piuttosto barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti
latine, sono intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi. Al Idrisi,
traduzione e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto di
chi appassionato per le peregrinazioni
attraverso il mondo, Palermo, Flaccovio Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli
Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari,
Edizioni della Torre, 1977, p. 30, 42. ^ J.N. Adams, The Regional Diversification of Latin
200 BC - AD 600, Cambridge University Press, 2007, p. 576, ISBN
978-1-139-46881-7. ^ Wagner
prospetta lipotesi che la denominazione sarda, identica a quella berbera, sia
una reminiscenza atavica di lontane tradizioni comuni e cos commenta:
"Parlando delle sopravvivenze celtiche, dice il Bertoldi: Come nellIrlanda
odierna, anche nella Gallia antica una maggiore cedevolezza della materia
linguistica, suoni e forme, rispetto allo spirito che resiste pi tenace. Questo
vale forse anche per la Sardegna; antichissime usanze, superstizioni, leggende
si mantengono pi saldamente che non i fugaci fenomeni linguistici". Max
Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 19511997, p. 10. ^ Giovanni
Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, Pisa, Pacini, 1977, p. 17,
34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1970). La classificazione delle lingue
romanze e i dialetti italiani, in Forum Italicum, IV, pp.211-237 ^ Pellegrini,
Giovanni Battista (1972). Saggi sul ladino dolomitico e sul friulano, Bari,
pp.239-268 ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1975). I cinque sistemi
dell'italo-romanzo, in Saggi di linguistica italiana. Storia, struttura,
societ, Torino, Boringhieri. ^ Bernardino Biondelli, Studi linguistici, Milano,
Giuseppe Bernardoni, 1856, p. 189.) ^ Antonietta Dettori, Dialetti sardi,
Treccani ^ Max Leopold Wagner (1951). La lingua sarda, Bem, Francke, pp. 59-61
^ Matteo Bartoli (1903). Un po' di sardo, in Archeografo triestino. Guarnerio.
Il sardo e il corso in una nuova classificazione delle lingue romanze, in
Archivio Glottologico Italiano, 16, pp. 491-516 ^ In earlier times Sardinian
probably was spoken in Corsica, where Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of
Italian, is now used (although French has been Corsicas official language for
two centuries). Sardinian
language, Encyclopedia Britannica. ^ Evidence from early manuscripts suggests
that the language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of
the Dark Ages was fairly uniform and not very different from the dialects
spoken today in the central (Nuorese) areas. Martin Harris, Nigel Vincent
(2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315. ^
Sardinian is the only surviving Southern Romance language which was also spoken
in former times on the island of Corsica and the Roman province of North
Africa. Georgina Ashworth,
World Minorities, vol. 2, Quartermaine House, 1977, p. 109.. ^ Jean-Marie
Arrighi, Histoire de la langue corse, Paris, Gisserot, 2002, p. 39. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 321. ^
Brenda Man Qing Ong, Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the Enigmatic
Origins of Sardinian Toponyms, Languages, 2021-2022. Sardinian intonational phonology: Logudorese and
Campidanese varieties, Maria Del Mar Vanrell, Francesc Ballone, Carlo Schirru,
Pilar Prieto (PDF). ^ Massimo Pittau, Sardo, Grafia, su pittau.it. ^ Nel caso
del sardo, essa ha prodotto la esistenza non di una, ma di due lingue sarde, il
"logudorese" e il "campidanese". La sua costruzione storica
ha origini ben precise e ricostruibili. Nel periodo di esistenza del Regno di
Sardegna, l'Isola era suddivisa in due Governatorati, il Capo di Sopra e il
Capo di Sotto. Nel XVIII secolo, il naturalista Francesco Cetti, mandato da
Torino a studiare la fauna e la natura della Sardegna, e quindi a mappare anche
i Sardi, riprese la partizione amministrativa da un celebre commentario
cinquecentesco della Carta de Logu utilizzato in ambienti governativi, e la
trasl in ambito linguistico. Se esisteva il Capo di Su e il Capo di Sotto,
doveva pur esistere un sardo di Su e un sardo di Sotto. Il primo lo denomin
logudorese, e il secondo campidanese. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto
speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, p. 79. ^
Marinella Lrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse (a proposito
del sardo) (PDF), su people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter
Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 16. ^ Roberto Bolognesi, Le identit
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes. In altre parole, queste divisioni
del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessit -
chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in
due "capi". [] La grande omogeneit grammaticale del sardo viene
ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di
cultura linguistica, ma soprattutto per la volont, riscontrata esplicitamente
in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in variet "pure" e
"spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due variet
nettamente distinte frutto di un
approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna. Roberto Bolognesi,
Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Roberto
Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p.
138. ^ Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari,
Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una lingua unitaria che non ha bisogno di
standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^ Contini, Michel (1987). tude de
gographie phontique et de phontique instrumentale du sarde, Edizioni dell'Orso,
Cagliari ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna fra tante lingue. Il
contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari
Queste pretese barriere sono costituite da una manciata di fenomeni lessicali e
fonetico-morfologici che, comunque, non impediscono la mutua comprensibilit tra
parlanti di diverse variet del sardo. Detto questo, bisogna ripetere che le
varie operazioni di divisione del sardo in due variet sono tutte basate quasi
esclusivamente sull'esistenza di pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi)
per il resto uguali. [] Come si visto,
non solo la sintassi di tutte le variet del sardo praticamente identica, ma la quasi totalit
delle differenze morfologiche costituita
da differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente
differenti si aggira intorno al 10% del totale. Roberto Bolognesi, Le identit
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf. Karl Jaberg,
Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Sdschweiz, vol. 8, Zofingen,
Ringier, 1928. ^ Noi ci atterremo alla partizione ormai classica che divide il
Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il Logudorese.
Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Cagliari, Edizioni
Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori, Sardegna, Pisa, Pacini,
1982. ^ Gnter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Scmitt, Lexicon der
romanistischen Linguistik, vol. 4, Tbingen, Niemeyer, pp. 897-913. ^ Stima su
un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi (PDF). URL
consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio
2018). ^ Perch si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguers. ^ La
minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^ Meyer Lbke, Grammatica
storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927, riduzione e
traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in Francesco
Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ Le lingue che si parlano in Sardegna si
possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente la lingua d'Algher, la quale la catalana, a motivo che Algher
medesimo una colonia di Catalani. Straniera
pure si deve avere la lingua che si parla in Sassari, Castelsardo e
Tempio; un dialetto italiano, assai pi
toscano, che non la maggior parte de medesimi dialetti d'Italia. Francesco
Cetti, Storia naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni
Floris, L'uomo in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana,
Sestu, Zonza, 1998, p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il
gallurese, Villanova Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi
sardo-corsi, 2010, p.69 ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le
lingue dei Sardi (PDF)., Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo
(curatrice del rapporto finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro
Mongili, Anna Oppo, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari,
2007, p. 69. ^ Eduardo Blasco
Ferrer (2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en
-rr- de la lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ Sardinia was under the
control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome in 238/7 BC,
but was isolated and apparently despised by the Romans, and Romanisation was
not rapid. James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism and the Latin
Language. Cambridge University Press. Although it is an established historical
fact that Roman dominion over Sardinia lasted until the fifth century, it has
been argued, on purely linguistic grounds, that linguistic contact with Rome
ceased much earlier than this, possibly as early as the first century BC.
Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. London and New
York: Routledge. p. 315 ^ Ignazio Putzu, "La posizione linguistica del
sardo nel contesto mediterraneo", in Neues aus der Bremer
Linguistikwerkstatt: aktuelle Themen und Projekte, ed. Cornelia Stroh (Bochum:
Universittsverlag Dr. N. Brockmeyer, 2012), 183. ^ The last to use that idiom,
the inhabitants of the Barbagia, renounced it in the 7th century together with
paganism in favor of Latin, still an archaic substratum in the Sardinian
language. Proceedings, VII Congress, Boulder-Denver, Colorado, August
14-September 19, 1965, International Association for Quaternary Research,
Indiana University Press, p. 28. ^ E
viceversa gli scrittori romani giudicavano la Sardegna una terra malsana, dove
dominava la pestilentia (la malaria), abitata da popoli di origine africana
ribelli e resistenti, impegnati in latrocinia ed in azioni di pirateria che si
spingevano fino al litorale etrusco; un luogo terribile, scarsamente
urbanizzato, destinato a diventare nei secoli la terra desilio per i condannati
ad metalla. Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2 ed., Il Maestrale.
CICERONE (vedasi) in particolare odiava i aardi per il loro colorito terreo,
per la loro lingua incomprensibile, per l’anti-estetica mastruca, per le loro
origini africane e per l’estesa condizione servile, per l’assenza di città
alleate dei Romani, per il rapporto privilegiato dei Sardi con l’antica
Cartagine e per la resistenza contro il dominio di Roma. Mastino, Storia della
Sardegna antica, Il Maestrale. Wolf. Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF),
su vatrarberesh.it. Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani,
Editori Laterza, 2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai gi
desueti all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. Bereznay,
Erdly trtnetnek atlasza, Mry Ratio. Casla(1994), p. 110. ^ Huiying Zhang, From
Latin to the Romance languages: A normal evolution to what extent? (PDF), in
Quarterly Journal of Chinese Studies, vol. 3, n. 4, 2015, pp. 105-111. URL consultato il 1 febbraio 2019 (archiviato
dall'url originale il 19 gennaio 2018). ^ Dopo la dominazione vandalica, durata
ottanta anni, la Sardegna ritornava di nuovo allimpero, questa volta a quello
dOriente. Anche sotto i Bizantini la Sardegna rimase alle dipendenze
dellesarcato africano, ma lamministrazione civile fu separata da quella
militare; alla prima fu preposto un praeses, alla seconda un dux; tutti e due
erano alle dipendenze del praefectus praetorii e del magister militum africani.
Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso. Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 46, 48. Luigi Pinelli, Gli Arabi e la
Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della
Torre, 1977, p. 16. ^ M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde de labbaye de Saint-Victor de
Marseille crite en caractres grecs, in "Bibliothque de l cole des
chartes", 35 (1874), pp. 255265. ^
Alessandro Soddu, Paola Crasta, Giovanni Strinna, Uninedita carta sardo-greca
del XII secolo nellArchivio Capitolare di Pisa (PDF). ^ Privilegio Logudorese,
su it.wikisource.org. . ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso,
19511997, p. 180. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe
in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30. ^ Max
Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 19511997, p. 65. ^ Cfr.
Francesco Cesare Casula, Glossario di autonomia Sardo-Italiana. Presentazione
del 2007 di Francesco Cossiga, Logus, Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda. La lingua sarda acquisa dignità di lingua nazionale
quando, grazie a favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggi
alla limitazione dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi
in volgare sardo. Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La memoria
storica, 2003, p. 15. ^ I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di
lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale
dello Stato, del Governo Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius, Ed.
Domus de Janas. Ortu, La Sardegna dei Giudici, Il Maestrale. Virdis, Le prime
manifestazioni della scrittura nel cagliaritano, in Judicalia, Atti del
Seminario di Studi Cagliari 14 dicembre 2003, a cura di B. Fois, Cagliari, Cuec.
Un caso unico - e a parte - nel dominio romanzo
costituito dalla Sardegna, in cui i documenti giuridici incominciano ad
essere redatti interamente in volgare gi alla fine dell'XI secolo e si fanno pi
frequenti nei secoli successivi. [...] L'eccezionalit della situazione sarda
nel panorama romanzo consiste - come si diceva - nel fatto che tali testi sono
stati scritti sin dall'inizio interamente in volgare. Diversamente da quanto
succede a questa altezza cronologica (e anche dopo) in Francia, in Provenza, in
Italia e nella Penisola iberica, il documento sardo esclude del tutto la
compresenza di volgare e latino. (...) il sardo era usato prevalentemente in
documenti a circolazione interna, il latino in documenti che concernevano il
rapporto con il continente. Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di
linguistica e filologia romanza, Il Mulino. Petrucci, Il problema delle Origini
e i pi antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol. 3, Torino,
Einaudi. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda. Tola,
La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC. Sardos
etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam
soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines
imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur. Dantis Alagherii [ALIGHIERI
(vedasi), De Vulgari Eloquentia., The Latin Library. Eliminiamo anche i sardi --
che non sono italiani, ma sembrano accomunabili agl’italiani -- perchè essi
soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la
"gramatica" come le scimmie imitano gli uomini. Dicono infatti
"domus nova" e "dominus meus". De Vulgari Eloquentia,
parafrasi e note a cura di Cecchin. Edizione di riferimento: Opere minori di ALIGHIERI
(vedasi), UTET, Torino. Lrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel De
vulgari eloquentia. Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7). Wagner, Max. La
lingua sarda, a cura di Giulio Paulis. Ilisso, pp.78 ^ Salvi, Sergio. Le lingue
tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia, Rizzoli. Posner,
Green. Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. p. 178 ^ Alberto
Varvaro, Identit linguistiche e letterarie nell'Europa romanza, Roma, Salerno
Editrice. Le sarde, una langue normale - Jean-Pierre Cavaill. ^ Dittamondo III
XII 56 ss. ^ Archivio Cassinense Perg. Caps. XI, n. 11 " e "TOLA P.,
Codice Diplomatico della Sardegna, I, Sassari. Strinna, La carta di Nicita e la
clausula defensionis (PDF). Zedda, Raimondo Pinna, (2009) La Carta del giudice
cagliaritano Orzocco Torchitorio, prova dell'attuazione del progetto gregoriano
di riorganizzazione della giurisdizione ecclesiastica della Sardegna. Collana
dell'Archivio storico e giuridico sardo di Sassari. Nuova serie, 10 Todini,
Sassari. (PDF), su archiviogiuridico.it. URL consultato il 2 ottobre 2017
(archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016). ^ Il primo testo legislativo
in lingua sarda ^ Testo completo, su nuraghe.eu. Salvatore Tola, La Letteratura
in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC. Ma, prescindendo dalle
divergenze stilistiche e da altri particolari minori, si pu dire che la lingua
dei documenti antichi assai omogenea e
che, ad ogni modo, loriginaria unit della lingua sarda vi si intravede facilmente.
Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso. Tagliavini, Le origini
delle lingue neo-latine, Bologna, Patron, Ferrer, Storia linguistica della
Sardegna, Walter de Gruyter, Bruni, Storia della lingua italiana, Dall'Umbria
alle Isole, vol. 2, Torino, Utet. Orunesu, Valentino Pusceddu (a cura di).
Cronaca medioevale sarda: i sovrani di Torres, 1993, Astra, Quartu S. Elena, p.
11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la lunga guerra
sardo-catalana, era gi manifesto nel 1164 sotto la reggenza di Barisone I de
Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo decisamente
"sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in Sardegna dal
nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei Gratia Rei
Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e Est vis
Sardorum pariter regnum Populorum (" la forza dei Sardi pari al regno dei
Popoli"). I sardi di Arborea si allearono ai catalani per cacciare gli
italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola. I genovesi seguirono la stessa
sorte. La nuova dominazione innesca per una sorta di rudimentale sentimento
nazionale isolano. I sardi, cacciati finalmente i vecchi dominatori (gli
italiani) intendono cacciare anche i catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti
unificare l'isola sotto il suo scettro e impegna a tal punto le forze catalane
che Pietro IV di Aragona costretto a
venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per consolidare la
sua conquista. Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. È evidente, scrive
Casula, che la diversità di lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei
confronti dei sardi da parte degli Aragonesi mal accetto in generale e in
particolare in un Paese che si considera sovrano fece sì che l'Arborea si
mantenesse fedele alla tradizione italiana ormai recepita da secoli e adattata
alle esigenze locali. Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della
Carta de Logu, sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari. La citazione si
trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua italiana,
vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, Garzanti, Milano. Lo studio
delle fonti documentarie di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula
rileverebbe, a detta dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma
persino un'affermazione di italianit. Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979,
p. 87; sta in Francesco Bruni (direttore). Bruni (direttore). Ferrer, Storia
linguistica della Sardegna, Tbingen, Niemeyer. Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna.
La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda,
Casula sostiene che chi non parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse
aragonese, veniva ucciso, riportando il caso di due giocolieri siciliani che,
trovandosi a Bosa in quel periodo, furono aggrediti perch creduti iberici per
la loro lingua incomprensibile. Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le
rivolte antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna,
vol. 1, Logus, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda. Casula,
Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della
Torre, 1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et
interitu marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, Wagner, La lingua sarda. Storia,
spirito e forma, Nuoro, Ilisso. Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula,
La Sardegna catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus. Casula,
La storia di Sardegna. I sardi parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia
in versi che in prosa, e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove pi pura, pi ricca ed elegante. E giacch sono
immigrati qui, e ogni giorno ve ne giungono altri per praticarvi il commercio,
molti spagnoli (tarragonesi o catalani) e italiani, si parlano anche le lingue
spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana, sicch in un medesimo
popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si
esprimono per, in genere, nella lingua dei loro maggiori, cio il catalano,
mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi. Testo originale:
[Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione,
praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et splendidior est. Et
quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali migrarunt in eam, et
commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam lingua hispanica et
cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in uno eodemque
populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum lingua
cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam. Ioannes Franciscus
Fara, De Chorographia Sardini Libri duo. De Rebus Sardois Libri quatuor,
Torino, Typographia regia. Traduzione di Giovanni Lupinu, da Farae, In
Sardiniae Chorographiam, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi,
Sassari. Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997,
p. 185. Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli
XVI-XVII), Il Maestrale. Dexart, Capitula sive acta curiarum Regni Sardiniae,
Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap. 1 ^ Tutta la popolazione sarda che non
abitava le citt e che era vassalla nei feudi era retta dalla Carta de Logu,
promulgata da Eleonora dArborea e dichiarata legge nazionale dei Sardi da
Alfonso V nel parlamento tenuto in Cagliari. Wagner, La lingua sarda. Storia,
spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua
sarda: storia, spirito e forma, Bern, Francke. Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton. Nughes, Alghero. Chiesa e societ nel XVI secolo, Edizioni del Sole,
Nughes, Alghero. Chiesa e societ nel XVI secolo, Edizioni del Sole,
Maninchedda, Il pi antico catechismo in sardo. Bollettino di studi sardi. Gessner,
De differentiis linguarum tum veterum tum quae hodie apud diversas nationes in
toto orbe terraru in usu sunt., Sardorum lingua. Arquer; Maria Teresa Laneri,
Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, certamente i sardi hanno
un tempo una lingua propria, ma poich diversi popoli immigrarono nell'isola e
il suo governo è assunto da sovrani stranieri -- vale a dire da latini, pisani,
genovesi, spagnoli ed africani --, la loro lingua è pesantemente corrotta, pur
rimanendo un gran numero di vocaboli che non si ritrovano in alcun idioma.
Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della parlata latina. per questo che i
sardi, a seconda delle zone, parlano in maniera tanto diversa. Appunto perchè hanno
una dominazione così varia. Ci nonostante, fra loro si comprendono
perfettamente. In questa isola vi sono comunque due lingue principali, una che
si usa nelle città e un'altra che si usa al di fuori delle città. I cittadini
parlano comunemente la lingua spagnola, tarragonese o catalana, che appresero
dagl’ispanici, i quali ricoprono in quelle città la gran parte delle
magistrature. Gl’altri, invece, conservano la lingua genuina dei sardi.
Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint
in eam atque ab exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe
Latinis, Pisanis, Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua
eorum, relictis tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate.
[] Hinc est quod Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam
varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt
autem duae praecipuae in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et
altera qua extra civitates. Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica,
Tarraconensi seu Catalana, quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque
magistratum in eisdem gerunt civitatibus: alii vero genuinam retinent Sardorum
Linguam. Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et
descriptio (PDF), CUEC. Turtas. La questione linguistica nei collegi gesuitici
in Sardegna, in "Quaderni sardi di storia". Sorgia, Storia della
Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio
Sanna, Il dialetto di Sassari, Cagliari, Trois. Entrambi sono in Francesco
Bruni. Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni. Per quant en lo present regne hi
ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa, que tenen capitol de
breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o italiana; y por lo
semblant la ciutat de Sasser t alguns capitols en llengua genovese o italiana;
y per quant se veu no conv ni es just que lleys del regne stiguen en llengua
strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien traduhits en llengua
sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien abolits, talment que no
reste memoria de aquells. E.
Bottini-Massa, La Sardegna sotto il dominio spagnolo, Torino, 1902, p. 51.
Jordi Carbonell i de Ballester, 5.2, in Elements d'histria de la llengua
catalana, Publicacions de la Universitat de Valncia, 2018. Sa Vitta et sa
Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (PDF), su
filologiasarda.eu. Pintor, Storia letteraria di Sardegna, I, Torino, Wagner, La
lingua sarda. Storia, spirito e forma, Berna, Francke, Verlag, 1951, p. 185 ^
Francesco Bruni, op. cit.. 1992 e 1996. p. 584. First attempts at national self-assertion through
language date back to the 16th century, when G. Araolla, a speaker of
Sassarese, wrote a poem intended to enrich and honour the Sardinian language.
Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance,
De Gruyter Mouton, 1993, p. 286. ^
Intendendo esservi una "naturalit" della lingua propria delle diverse
"nazioni", cos come v' la lingua naturale della "nazione
sarda", espressione, quest'ultima, non usata ma ben sottintesa. Ignazio
Putzu, Gabriella Mazzon, Lingue, letterature, nazioni. Centri e periferie tra
Europa e Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, Ferrer, Giorgia Ingrassia (a
cura di). Storia della lingua sarda: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione
storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari
commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 92. ^ Francesco Bruni. Bacallar, el
sard botifler als orgens de la Real Academia Espaola - VilaWeb. Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti
italiani, Editori Laterza, Bruni. Ci si riferisce allo statuto della
Confraternita del SS. Sacramento, fondata nel 1639 e della costituzione di
quella dei Servi di Maria. Francesco Bruni. Sorgia, Storia della Sardegna
spagnola, Sassari, Chiarella, Virdis, Sos battudos. Movimenti religiosi
penitenziali in Logudoro, L'Asfodelo Editore. Il brano qui riportato non soltanto illustrativo di una chiara
evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il cavaliere sa lo
spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra lingua dominante
(o "egmone", come direbbe Gramsci) e subordinata, che tuttavia
concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai
conquistatori. Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda
: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria,
linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec,
Cagliari, p. 99. ^ Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo, Il
Maestrale, 2010, p. 35. ^ Los tercios espaoles solo podan ser comandados por soldados que hablasen
castellano, cataln, portugus o sardo. Cualquier otro tena vedado su ascenso,
por eso los italianos que chapurreaban espaol se hacan pasar por valencianos
para intentar su promocin. Olaya, La segunda vida de los tercios, in El País. Hobart, A Companion to Sardinian History, 5001500,
Leiden, Boston, Brill, Turtas, Studiare, istruire, governare. La formazione dei
letrados nella Sardegna spagnola, EDES, 2001, p. 236. ^ Totu sas naziones
iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa
Sardigna sigomente est una natzione depet iscriere e imprentare sos libros in
limba sarda. Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de
afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.
("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale,
e dunque anche la Sardegna - dal momento che
una nazione - deve scrivere e stampare libri in lingua sarda. Una lingua
- segue il Garipa - che senza dubbio necessita di arricchimenti e limature, ma
non meno importante rispetto alle altre
lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in
Montanaru e oe. Maninchedda: Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo
nella tradizione letteraria della Sardegna, in: Revista de filologa Romnica. Salvi,
Le lingue tagliate, Rizzoli. Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la
storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 65. ^
I territori della casa di Savoia si allargano fino al Ticino; importante l'annessione della Sardegna (1718), perch la
vita amministrativa e culturale dell'isola, che prima si svolgeva in spagnolo,
si viene orientando, seppur molto lentamente, verso la lingua italiana. Bruno
Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, Lepori, Dalla
Spagna ai Savoia. Ceti e corona della Sardegna del Settecento (Roma) ^ Eduardo
Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics,
De Gruyter Mouton. Arce, España en Cerdea. Aportación cultural y testimonios de
su influjo, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Cientficas, Instituto
Jernimo Zurita, p. 128. ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of
Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, pp. 168-169. ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of
Romance linguistics, De Gruyter Mouton, Brigaglia, La Sardegna, 1. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre. Cardia,
Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu;
poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza. Palmarocchi
(1936). Sardegna sabauda. Il regime di Vittorio Amedeo II. Cagliari: Tip.
Mercantile G. Doglio. p. 95. ^ Palmarocchi, Roberto. Sardegna sabauda, v. I,
Tip. Mercantile G. Doglio, Cagliari. Cardia, Amos (2006). S'italianu in
Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in
Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 86 ^ Eduardo Blasco Ferrer,
Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla
musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di
brani esemplari commentati e tradotti, Cuec, Cagliari. Rossana Poddine Rattu.
Biografia dei vicer sabaudi del Regno di Sardegna (1720-1848). Cagliari: Della
Torre. Rocca, La cessione del Regno di Sardegna alla Casa Sabauda. Gli atti
diplomatici e di possesso con documenti inediti, in "Miscellanea di Storia
Italiana. Terza Serie", v.10, Torino, Fratelli Bocca. Ferrer, Peter Koch,
Marzo. Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics. De Gruyter
Mouton. La più diffusa, e storicamente precocissima, consapevolezza dell'isola
circa lo statuto di "lingua a s" del sardo, ragion per cui il
rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso a porsi fin dall'inizio nei termini
di quello tra due lingue diverse (benchè con potere e prestigio evidentemente
diversi), a differenza di quanto normalmente avvenuto in altre regioni
italiane, dove, tranne forse nel caso di altre minoranze storiche, la
percezione dei propri "dialetti" come "lingue" diverse dall'italiano
sembrerebbe essere un fatto relativamente pi recente e, almeno apparentemente,
meno profondamente e drammaticamente avvertito. Eduardo Blasco Ferrer, Peter
Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics, De Gruyter Mouton. La consapevolezza di alterit rispetto
all'italiano si spiega facilmente non solo per i quasi 400 anni di fila sotto
il dominio ispanico, che hanno agevolato nei sardi, rispetto a quanto avvenuto
in altre regioni italiane, una prospettiva globalmente pi distaccata nei
confronti della lingua italiana, ma anche per il fatto tutt'altro che banale
che gi i catalani e i castigliani consideravano il sardo una lingua a s stante,
non solo rispetto alla propria ma anche rispetto all'italiano. Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of
Romance linguistics, De Gruyter Mouton. Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton.
L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a dire dei sardi che parlavano un terribile
idioma, intricato come il saraceno, sonante come lo spagnolo. immagina del
latino pestato nel mortaio con del greco e dello spagnolo, con un pizzico di
saraceno, masticato fitto fitto in una barba con delle finali in os e as;
sbatti tutto questo in faccia a un mortale e poi dimmi se non val lo stesso
esser sordomuti! Giulio Bechi, Caccia grossa. Scene e figure del banditismo
sardo, Nuoro, Ilisso. Lingue fuori dell'Italiano e del Sardo nessuno ne impara,
e pochi uomini capiscono il francese; piuttosto lo spagnuolo. La lingua
spagnuola s'accosta molto anche alla Sarda, e poi con altri paesi poco sono in
relazione. [...] La popolazione della Sardegna pare dalli suoi costumi, indole,
etc., un misto di popoli di Spagna, e del Levante conservano vari usi, che
hanno molta analogia con quelli dei Turchi, e dei popoli del Levante; e poi
vi mescolato molto dello Spagnuolo, e
dir cos, che pare una originaria popolazione del Levante civilizzata alla
Spagnuola, che poi coll'andare del tempo divenne pi originale, e form la
Nazione Sarda, che ora distinguesi non solo dai popoli del Levante, ma anche da
quelli della Spagna. Francesco D'Austria-Este, Descrizione della Sardegna, ed.
Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. tanto nativa
per me la lingua italiana, come la latina, francese o altre forestiere che solo
s'imparano in parte colla grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non
si possiede appieno dice infatti Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese
('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle
Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro,
2005) ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia
linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte
all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Societ
di linguistica italiana, a cura di Leoni, Cagliari,e pubblicati da Bulzoni,
Roma, 1979, p. 14.) L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale
della politica sabauda, strumentale a un pi ampio progetto di assimilazione
della Sardegna al Piemonte. Cardia, Amos. S'italianu in Sardnnia candu, cumenti
e poita d'ant impostu; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra,
Ghilarza, p. 92 ^ En aquest sentit, la italianitzaci definitiva de l'illa
representava per a ell l'objectiu ms urgent, i va decidir de contribuir-hi tot
reformant les Universitats de Cller i de Ssser, bandejant-ne alhora els jesutes
de la direcci per tal com mantenien encara una relaci massa estreta amb la
cultura espanyola. El ministre Bogino havia ents que noms dins d'una Universitat reformada
podia crear-se una nova generaci de joves que contribussin a homogenetzar de
manera absoluta Sardenya amb el Piemont. Joan Armangu i Herrero (2006). Represa
i exercici de la conscincia lingstica a l'Alguer, Arxiu de Tradicions de
l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary
account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The Hague: Holland Academic
Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu
in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in
Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ Ai funzionari
sabaudi, inseriti negli ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al
culto della regolarit e della precisione, l'isola appariva come qualcosa di
estraneo e di bizzarro, come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia,
popolato di selvaggi tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari
potessero considerare il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti
essi presero ad applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al
Piemonte. Dirigeva la politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e
inflessibile.. Guerci, Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e
mutamenti , UTET, p. 576 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu,
cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, p.80 Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 77. Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue,
pp.25, 2005, Condaghes Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.
181 ^ In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo spagnolo perde
terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa lingua ufficiale
nei tribunali e nell'insegnamento. Bruno Migliorini, La Rassegna della
letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p. 398. ^ Anche la
sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne istantaneamente:
quest'ultimo rest lingua ufficiale nelle scuole e nei tribunali fino al 1764,
anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle universit di Cagliari e
Sassari e si stabil che l'insegnamento scolastico dovesse essere solamente in
italiano. Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori
Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti
e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ L'attivit riformatrice si allarg anche ad
altri campi: scuole in lingua italiana per riallacciare la cultura isolana a
quella del continente, lotta contro il banditismo, ripopolamento di terre e
ville deserte con Liguri, Piemontesi, Crsi. Roberto Almagia et al., Sardegna,
Enciclopedia Italiana (1936)., Treccani, "Storia". ^ Rivista storica
italiana, vol. 104, Edizioni scientifiche italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente
Caria, Canto sacro-popolare in Sardegna, Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^
Sant'Efisio cantato in castigliano: rinvenuti gosos dell'800, su
unionesarda.it, 2017. ^ Il sistema di controllo capillare, in ambito
amministrativo e penale, che introduce il Governo sabaudo, rappresenter, fino
all'Unit, uno dei canali pi diretti di contatto con la nuova lingua
"egemone" (o lingua-tetto) per la stragrande maggioranza della
popolazione sarda. Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia
della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione
storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari
commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos (2006).
S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi
e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 89, 92. ^
Francesco Gemelli, Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della Sardegna proposto
nel miglioramento di sua agricoltura, vol. 2, Torino, Giammichele Briolo, 1776.
^ Matteo Madao, Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda
lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina,
Cagliari, Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau, Dizionario Biografico
Treccani, su treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un arxiplag invisible: la relaci
impossible de Sardenya i Crsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX, su
tdx.cat, Universitat Pompeu Fabra. Institut Universitari d'Histria Jaume Vicens i Vives, p.
285. ^ Matteo Madau, Ichnussa. Cardia,
Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu:
1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp.
111-112. ^ Febrs, la prima grammatica sul sardo. A lezione di limba dal gesuita
catalano, su sardiniapost.it. ^ Febres, Andres (1786). Prima grammatica de' tre
dialetti sardi , Cagliari [consultabile nella Biblioteca Universitaria di
Cagliari, Collezione Baille, ms. 11.2.K., n.18] ^ Eduardo Blasco Ferrer,
Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla
musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di
brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 127. ^ Salvi,
Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 182-183. ^ Manlio Brigaglia, La
Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 95. ^ Costoro erano spartiti fra il desiderio di
un nazionalismo sardo quale eredit recente degli eventi di fine Settecento, da
un lato, e la costruzione della nuova nazione italiana di cui volevano essere
parte attiva, dallaltro, pur senza che nulla venisse loro sottratto delle
idealit del nazionalismo sardo del secolo precedente. Maurizio Virdis,
Geostorica sarda. Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna,
Rhesis UniCa, p. 21. ^ Nel caso della Sardegna, la scelta della patria
italiana avvenuta da parte delle lite
legate al dominio sabaudo sin dal 1799, in modo esplicito, pi che altro come
strategia di un ceto che andava formandosi attraverso la fusione fra
aristocrazia, nobilt di funzione e borghesia, in reazione al progetto
antifeudale, democratico e repubblicano della Sarda rivoluzione. Alessandro
Mongili (2015). "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione
in Sardegna. Condaghes. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu,
2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p.
84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della
Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ [Il Porru] In
generale considera la lingua un patrimonio che deve essere tutelato e
migliorato con sollecitudine. In definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare
una probabilmente sincera volont di salvaguardia della lingua sarda che per,
dato il clima di severa censura e repressione creato dal dominio sabaudo,
dovette esprimersi tutta in funzione di un miglior apprendimento dell'italiano.
Siamo nel 1811, ancora a breve distanza dalla stagione calda della rivolta antifeudale
e repubblicana, dentro il periodo delle congiure e della repressione. Cardia,
Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu:
1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp.
112-113. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia
della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne
Ispanu, Ortographia Sarda Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa
cumparada cum s'italiana (PDF), su sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale
Stamperia, 1840. URL consultato il 26 giugno 2019 (archiviato dall'url
originale il 26 giugno 2019). ^ []Ciononostante le due opere dello Spano sono
di straordinaria importanza, in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul
"problema della lingua sarda", quella che sarebbe dovuta essere la
lingua unificata e unificante, che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola
sulle particolarit dei singoli dialetti e suddialetti, la lingua della nazione
sarda, con la quale la Sardegna intendeva inserirsi tra le altre nazioni
europee, quelle che nell'Ottocento avevano gi raggiunto o stavano per
raggiungere la loro attuazione politica e culturale, compresa la nazione
italiana. E proprio sulla falsariga di quanto era stato teorizzato e anche
attuato a favore della nazione italiana, che nell'Ottocento stava per portare a
termine il processo di unificazione linguistica, elevando il dialetto
fiorentino e toscano al ruolo di "lingua nazionale", chiamandolo
"italiano illustre", anche in Sardegna l'auspicata "lingua
nazionale sarda" fu denominata "sardo illustre". Massimo Pittau,
Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12, Premessa. ^ Il presente lavoro
per restringesi propriamente al solo Logudorese ossia Centrale, che questo
forma la vera lingua nazionale, la pi antica e armoniosa e che soffr
alterazioni meno delle altre. Ispanu, Johanne (1840). Ortographia sarda
nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana,
pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia
della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 94. ^ "Una
innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d'istruzione pubblica,
che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si quella di proibire severamente in ogni atto
pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche,
l'uso dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua
italiana. In sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano
gl'inni dei Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignit necessario inoltre scemare l'uso del dialetto
sardo [sic] e introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men
forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione, s affinch vi siano
pi universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo s finalmente
per togliere una delle maggiori divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi
stati di terraferma." Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed
economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, pp. 49-51. ^ In una sua
opera del 1848 egli mostra di considerare la situazione isolana come carica di
pericoli e di minacce per il Piemonte e propone di procedere colpendo
innanzitutto con decisione la lingua sarda, proibendola cio "severamente
in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne
le prediche". Baudi di Vesme non si fa illusioni: l'antipiemontesismo
non mai venuto meno nonostante le
proteste e le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si vissuti anzi fino a quel momento - aggiunge -
non in attesa di una completa unificazione della Sardegna al resto dello Stato
ma addirittura di un "rinnovamento del novantaquattro", cio della
storica "emozione popolare" che aveva portato alla cacciata dei
Piemontesi. Ma, rimossi gli ostacoli che sul piano politico-istituzionale e
soprattutto su quello etnico e linguistico differenziano la Sardegna dal
Piemonte, nulla potr pi impedire che l'isola diventi un tutt'uno con gli altri
Stati del re e si italianizzi davvero. Federico Francioni, Storia dell'idea di
"nazione sarda", in Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura
popolare, l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp.
173-174. Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla
Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme,
Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale,
1848, p. 305. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche
sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8,
in Filosofia de logu, Milano, Meltemi, 2021. Salvi, Sergio (1974). Le lingue
tagliate, Rizzoli, pg.184 ^ Des del seu crrec de capit general, Carles Flix
havia lluitat amb m rgida contra les darreres actituds antipiemonteses que
encara dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felici
(1827), amb el qual totes les lleis sardes eren recollides i, sovint,
modificades. Pel que ara ens interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia
la Carta de Logu la consuetud de la naci
sardesca, vigent des de l'any 1421 i all
que restava de l'antic dret municipalista basat en el privilegi. Joan Armangu i Herrero (2006). Represa i exercici de
la conscincia lingstica a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de
l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di
Ploaghe. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla
Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sullunione
civile della Sardegna colla Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari,
Timon, 1847, p. 4. Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze
alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Dettori,
Antonietta, 2001. Sardo e italiano: tappe fondamentali di un complesso
rapporto, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto. Limba lingua language: lingue
locali, standardizzazione e identit in Sardegna nellera della globalizzazione,
Cagliari, CUEC, p. 88. ^ Gian Nicola Spanu, Il primo inno d'Italia sardo (PDF). URL consultato il 23 dicembre
2018 (archiviato dall'url originale l'11 ottobre 2017). ^ Carboni, Salvatore
(1881). Sos discursos sacros in limba sarda, Bologna, cit. in Salvi, Sergio
(1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pp. 186-187. Manlio Brigaglia, La
Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 114. Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura
popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 115. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare,
l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 175. ^ Manlio
Brigaglia, Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni
della Torre, 2017. ^ Marita Kaiser, Federico Masini, Agnieszka Stryjecka (a
cura di), Competenza comunicativa: insegnare e valutare, Rome, Sapienza
Universit Editrice, 2021, p. 49. Fiorenzo Toso, Moschetto e dialetto, su
treccani.it, 2014. ^ Alfredo Graziani, Fanterie sarde all'ombra del Tricolore,
Sassari, La Nuova Sardegna, 2003, p. 257. ^ Storia della Brigata Sassari,
Sassari, Gallizzi, 1981, p. 10. ^ L'amarezza leggiadra della lingua. Atti del
Convegno "Tonino Ledda e il movimento felibristico del Premio di
letteratura 'Citt di Ozieri'. Percorsi e prospettive della lingua materna nella
poesia contemporanea di Sardegna" : giornate di studio, Ozieri, 4-5-6
maggio 1995, Centro di documentazione e studio della letteratura regionale,
1997, p. 346. ^ Il ventennio fascista segn per la Sardegna l'ingresso nel
sistema nazionale. Il centralismo esasperato del governo fascista riusc,
seppure - come si dir - con qualche contraddizione, a tacitare le istanze
regionalistiche, comprimendole violentemente. La Sardegna fu
colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita, costumi,
visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia attraverso la
scuola (dalla quale part un'azione repressiva nei confronti della lingua
sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che accompagn, come in
ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia alla maturit, oltre
tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle citt - anche le donne). La
trasformazione che ne segu fu vasta e profonda. Guido Melis, La Sardegna
contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia,
l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132.
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda,
De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. Remundu Piras, su sardegnacultura.it. URL
consultato il 17 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 30 ottobre
2020). Sardegna Cultura. ^ Dopo pisani e genovesi si erano susseguiti aragonesi
di lingua catalana, spagnoli di lingua castigliana, austriaci, piemontesi ed,
infine, italiani [] Nonostante questi impatti linguistici, la "limba
sarda" si mantiene relativamente intatta attraverso i secoli. [] Fino al
fascismo: che viet l'uso del sardo non solo in chiesa, ma anche in tutte le
manifestazioni folkloristiche. Wolftraud De Concini, Gli altri d'Italia :
minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana, Comune, Farinelli, The
invisible motherland? The Catalan-speaking minority in Sardinia and Catalan
nationalism, in: Studies on National Movements, Pittau, Grammatica del sardo
illustre, Nuoro, Premessa. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. Est torradu
Montanaru, Francesco Masala, Messaggero. Atzeni, Mediterranea: politica e
cultura in una RIVISTA FASCISTA, Cagliari, AM & D, Montanaru e la lingua
sarda, su Il Manifesto Sardo. Il diffondere luso della lingua sarda in tutte le
scuole di ogni ordine e grado non per
gli educatori sardi soltanto una necessit psicologica alla quale nessuno pu
sottrarsi, ma il solo modo di essere
Sardi, di essere cio quello che veramente siamo per conservare e difendere la
personalit del nostro popolo. E se tutti fossimo in questa disposizione di idee
e di propositi ci faremmo rispettare pi di quanto non ci rispettino. Antioco
Casula, Poesie scelte, Cagliari, Edizioni 3T. Poddighe, Salvatore. Sa Mundana
Cummdia, Editore Domus de Janas, Il prezzo che si pag fu altissimo: la
compressione della cultura regionale, la frattura sempre pi netta tra il
passato dei sardi e il loro futuro italiano, la riduzione di modi di vita e di
pensiero molto radicati a puro fatto di folclore. I codici di comportamento
tradizionali delle zone interne resistettero, seppure insidiati e spesso posti
in crisi dalla invasione di nuovi valori estranei alla tradizione della
comunit; in altre zone della Sardegna, invece, i modelli culturali nazionali
prevalsero facilmente sull'eredit del passato e ci, oltre a provocare una crisi
d'identit con preoccupanti riflessi sociali, segn una frattura non pi
rimarginabile tra le generazioni. Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in
Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la
letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre. Brigaglia et al., Un'idea
della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre, 2017.
^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, Cit. Manlio Brigaglia, in
Fiorenzo Caterini, La mano destra della storia. La demolizione della memoria e
il problema storiografico in Sardegna, Carlo Delfino Editore. Le argomentazioni
sono sempre le stesse, e sostanzialmente possono essere riassunte con il legame
a loro avviso naturale tra la lingua sarda, intesa come la lingua delle societ
tradizionali, e la lingua italiana, connessa ai cosiddetti processi di
modernizzazione. Essi hanno interiorizzato l'idea, molto rozza e
intellettualmente grossolana, che essere italofoni essere "moderni". La differenza tra
modernit e tradizione ai loro occhi di
sostanza, si tratta di due tipi di societ opposti per natura, in cui non esiste
continuit di pratiche, di attori, n esistono forme miste. Alessandro Mongili.
"9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in
Sardegna. Condaghes. ^ Martin Harris,
Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York. Salvi, Le lingue
tagliate, Rizzoli. Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. The
Sardinian professor fighting to save Gaelic
and all Europe's minority tongues, The Guardian. Conferenza di Casula sulla Lingua sarda: sfatare i pi
diffusi pregiudizi sulla lingua sarda. ^ La lingua sarda oggi: bilinguismo,
problemi di identit culturale e realt scolastica, Maurizio Virdis (Universit di
Cagliari), su francopiga.it. ^ Quando muore una lingua si oscura il cielo: da
"Lettera a un giovane sardo" dell'antropologo Bachisio Bandinu. La
tendenza che caratterizza invece molti gruppi dominati quella di gettare a mare
i segni che indicano la propria appartenenza a un'identità stigmatizzata.
quello che accade in Sardegna con la sua lingua. Mongili. "1".
Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes.
^ Strumenti giuridici per la promozione della lingua sarda, su
sardegnacultura.it, Sardegna Cultura. Relazione di accompagnamento al disegno
di legge Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua sarda e
delle altre variet linguistiche della Sardegna. Salvi, Le lingue tagliate,
Rizzoli. Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna,
dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del
Parteolla, Mattone, Le radici dell'autonomia. Civilt locali e istituzioni
giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in Manlio Brigaglia, La
Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre. Come dimostra l'iter dell'approvazione dello Statuto
sardo, il braccio di ferro tra le classi dirigenti nazionali, rappresentate dal
potere centrale, e la classe dirigente locale si risolse a tutto svantaggio di
quest'ultima. Paradossalmente, come nel 1668, nel 1793-96, nel 1847 le classi
dirigenti locali venivano sconfitte proprio per lo scarso peso contrattuale che
avevano a livello nazionale quando si trattava di far valere le proprie
rivendicazioni. La vicenda dello Statuto regionale pone quindi in piena luce le
radici profonde del fallimento della borghesia sarda, la sua organica
debolezza, le preoccupazioni e la riserva che hanno sempre accompagnato le sue
aspirazioni liberiste e sardistiche. Ma bisogna anche ricordare che lo Statuto
sardo stato approvato nel contesto di un
clima politico nazionale completamente mutato. Manlio Brigaglia, La Sardegna.
La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della
Torre, Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p. 118. ^ Pintore,
Gianfranco (1996). La sovrana e la cameriera: La Sardegna tra sovranit e
dipendenza. Nuoro: Insula. Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in
Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo, Dolianova, Stampa Grafica del
Parteolla. Serve per il Piano di rinascita, oggi bisogna puntare sulle vere
peculiarit, in La Nuova Sardegna, 20 novembre 2022. ^ se i poteri della Carta
sarda apparivano estesi sul piano economico (pur con limiti in sede di
applicazione concreta), lo statuto lasciava scoperto totalmente lambito sociale
e culturale. L'art. 1 dello statuto, infatti, non fa alcun riferimento n alla
nozione di popolo sardo n di lingua sarda []. Manca il fondamento della
soggettivit di popolo che invece
previsto in altri statuti speciali. Per esempio, mancano i
riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale. Pala, Carlo. La Sardegna.
Dalla vertenza entrate al federalismo fiscale?, in Istituzioni del Federalismo.
Rivista di studi giuridici e politici, Cardia, Mariarosa. La conquista dell’autonomia,
in Berlinguer, Luigi e Mattone, Antonello. La Sardegna, Torino, Einaudi,
Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2,
Cagliari, Edizioni Della Torre, Lingua sarda: dall'interramento alla
resurrezione? - Il Manifesto Sardo. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch,
Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton. Anche qui, per
quanto riguarda le percentuali di posticipatari [ripetenti] presenti nel
campione, viene rilevata una loro maggiore presenza nelle regioni
settentrionali e una diminuzione costante nel passaggio dal Centro al Sud. In
Val d'Aosta sono il 31% e nelle scuole italiane della Provincia di Bolzano il
38%. Scendendo al sud, la tendenza alla diminuzione la stessa della scuola media, fino ad arrivare
al 13% in Calabria. Unica eccezione la Sardegna che arriva al 30%. Le cause
ipotizzate sono sempre le stesse. La Sardegna, in controtendenza con le regioni
dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra
percentuali di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da
altre minoranze linguistiche. Bolognesi, Le identità linguistiche dei Sardi,
Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il sardo:
una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ Ancora oggi, nonostante
l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle generazioni pi
giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi contribuisce con molta
probabilit all'espulsione dalla scuola del 23% degli studenti sardi (contro il
13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo giustifica in larga misura anche di
fronte alle sue stesse vittime (ISTAT). Alessandro Mongili. "9".
Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes.
^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica
sarda, De Gruyter Mouton. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.198-199 (EN)
Rebecca Posner, John N. Green (a cura di), Trends in Romance Linguistics and
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Cimbrian and Western Lombard with Reference to Spanish Minority Languages. Peter Lang. p. 45. ^ Pier Sandro Pillonca, La lingua
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Mouton. p. 272. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1993). Bilingualism and
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Edizioni Fondazione Sardinia, Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di
un'isola, Milano, Franco Angeli. ^ Nel Mura, tali trasformazioni
socioeconomiche sono state considerate come generative di un cambiamento pari a
una vera e propria mutazione antropologica della realt isolana. Mura, Giovanni.
Fuddus e chistinis in srdu e italinu, Istituto Superiore Regionale Etnografico,
Nuoro. Nella coscienza dei sardi, in analogia con i processi che caratterizzano
la subalternità ovunque, si costituita
un'identità fondata su alcune regole che distinguono il dicibile (autonomia in
politica, italianità linguistica, criteri di gusto musicali convenzionali non
sardi, mode, gastronomie, uso del tempo libero, orientamenti politici) come
campo che pu comprendere quasi tutto ma non l'indicibile, cio ci che viene
stigmatizzato come "arretrato", "barbaro",
"primitivo", cio sardo de souche, "autentico". Questa
esclusione del sardo de souche, originario, si
costituita lentamente attraverso una serie di atti repressivi – Butler
--, dalle punizioni scolastiche alla repressione FASCISTA del sardismo, ma
anche grazie alla pratica quotidiana del passing e al diffondersi della cultura
di massa in epoca recente (in realtà molto più porosa della cultura promossa
dall'istruzione centralizzata). Alessandro Mongili (2015). "1".
Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes.
^ Mura, Giovanni. Fuddus e chistinis in srdu e italinu, Istituto Superiore
Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3. ^ It also triggered a negative attitude on the part of
the Sardinians, if not a pervasive sense of inferiority of the Sardinian ethnic
and cultural identity. Costale, Sistu. Surrounded by Water: Landscapes,
Seascapes and Cityscapes of Sardinia. Cambridge Scholars Publishing. p. 123. ^
It also became obvious that the polarization of the language controversy had
brought about a change in the attitude towards Sardinian and its use. Sardinian
had become a symbol of ethnic identity: one could be proud of it and it served
as a marker to distance oneself from the 'continentali' [Italians on the
continent]. Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict
in Romance, De Gruyter Mouton. It also turned out that this segregation from
Italian became proportionately stronger as speakers felt that they had been let
down by the 'continentali' in their aspirations towards better socio-economic
integration and greater social mobility. Rebecca Posner, John N. Green,
Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton. The data in
Sole 1988 point to the existence of two opposing tendencies: Sardophone
speakers hold their language in higher esteem these days than before but they
still use it less and less. Posner,
Green, Bi-lingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, Schedati
tutti gli insegnanti che vogliono portare la lingua sarda nelle scuole, in
Nazione Sarda, 20 gennaio 1981. ^ (SC) Sarvadore Serra, Cando ischedaiant sos
maistros de sardu, in Limba Sarda 2.0, 28 gennaio 2021. URL consultato il 1
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Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
Linguistics, De Gruyter Mouton. Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni.
Quarant'anni di dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni
Fondazione Sardinia, Pau, in un suo intervento ne La Nuova Sardegna (18 aprile
1978, Una lingua defunta da studiare a scuola), sosteneva che "per tutti
l'italiano era un'altra lingua nella quale traducevamo i nostri pensieri che,
irrefrenabili, sgorgavano in sardo" e ancora, per la lingua sarda
"abbiamo vissuto, per essa abbiamo sofferto, per essa viviamo e vivremo.
Il giorno che essa morr, moriremo anche noi come sardi." (cit. in Melis
Onnis. Fueddariu sardu campidanesu-italianu, Domus de Janas, Presentazione) ^
Marco Oggianu, Paradiso turistico o la lenta morte di un popolo?, su gfbv.it. ^
Se dunque il quadro delle competenze e degli usi linguistici contraddittorio ed estremamente eterogeneo
per le ragioni che abbiamo citato prima, non altrimenti si pu dire per
l'opinione. Questa generalmente
favorevole a un mutamento dello status pubblico della lingua sarda e delle
altre lingue della Sardegna, le vuole tutelare e vuole diffonderne l'uso, anche
ufficiale. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della
lingua, G. Giappichelli Editore, Il ruolo della lingua sarda nelle scuole e
nelle universit sarde (Institut fr Linguistik/Romanistik). ^ Damien Simonis,
Sardinia, Lonely Planet Publications. Ai docenti di sardo lezioni in italiano,
Sardegna 24 - Cultura, su sardegna24.net. ^ Silanus diventa la capitale dei
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Sardegna settentrionale, Mauro Maxia. ^ Da un'isola all'altra: Corsica e
Sardegna - Jean-Pierre Cavaill. ^ Sardinian language use survey, su uoc.edu. ^
Niente messa in limba, lettera al vescovo: Perch in chiesa vietato parlare in sardo? - SardiniaPost. ^
Nuovo appello dei fedeli ai vescovi: celebrare le messe in lingua sarda ^ Caro
Mastino, non negare l'evidenza: per te il sardo
una lingua morta. Che l'Universit di Sassari vorrebbe insegnare come se
fosse il latino - Vito Biolchini. ^ Lingua sarda: la figuraccia di Mastino,
rettore dell'Universit di Sassari. ^ I mass media in Sardegna (Institut fr
Linguistik/Romanistik). ^ Sardinian in Italy (qualora si riscontrino problemi
per la consultazione di suddetto documento, si selezioni List by languages,
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Discriminazione inaccettabile - La Nuova Sardegna. Bill excluding Sardinian,
Friulian from RAI broadcasts sparks protest - Nationalia. ^ Brenzinger et all.
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dialetti e delle lingue straniere (XLSX). Istat. Storia della lingua sarda,
vol. 3, a cura di Giorgia Ingrassia e Eduardo Blasco Ferrer, CUEC, Stranos
Elementos, musica per dare voce al disagio sociale. Il passato che avanza a
ritmo di rap - La Nuova Sardegna. Cori e rappers in limba alla Biennale - La
Nuova Sardegna. La lingua sarda al cinema. Un'introduzione. Di Floris e Pinna –
UniCa. Storia della lingua sarda, vol. 3, a cura di Giorgia Ingrassia e Eduardo
Blasco Ferrer, CUEC, Do you speak su Sardu? - Irene Bosu , Focus Sardegna. ^
Cagliari, promosso a pieni voti il tredicenne che ha dato l'esame in sardo -
Sardiniapost. ^ Eleonora d'Arborea in sardo? La prof. continentale dice no -
Sardiniapost. ^ Sassari, studente dell'Alberghiero si diploma parlando in sardo
- ULS Alta Barona (La Nuova Sardegna). Esame di maturit per la limba: Buddus,
la tesina di Elio Altana scritta in italiano ma discussa in logudorese - La
Nuova Sardegna. ^ Quartu,esame di terza media in campidanese:studenti premiati
in Comune - CastedduOnline. ^ Studentessa dialoga in sardo con il presidente
dei docenti - Nuova Sardegna. ^ In sardo all'esame di maturit. La scelta di Lia
Obinu al liceo scientifico di Bosa - Bentos. ^ Studente sostiene l'esame di
terza media su Grazia Deledda interamente in sardo, L'Unione Sarda, 2016. ^ La
maturit ad Orgosolo: studente-poeta in costume sardo, tesina in limba,
Sardiniapost.it. ^ Col costume sardo all'esame di maturit discute la tesina in
"limba", Casteddu. Quartu, discusses the maturity exam in Sardinian:
"I wanted to honor a beautiful and rich language" ^ Nozze in lingua
sarda a Cagliari - Il primo matrimonio in Municipio. ^ Matrimonio in sardo a
Mogoro, Il s in limba di Simone e Svetlana - Unione Sarda. ^ Matrimonio in
limba - Iscanu / Scano di Montiferro. ^ Il matrimonio in "limba"
piace, la delibera sbarca anche a Quartu - Unione Sarda. ^ All'esame di terza
media con una tesina in sardo, La Nuova Sardegna. ^ Sardinian 'rebels' redraw
island map - The Local. ^ La limba sulle mappe di Google - La Nuova Sardegna.
Su Google Maps spariscono i nomi delle citt in sardo - La Nuova Sardegna. Io ci
credo, noi ci crediamo E tu? Dinamo Sassari (versione del sito in sardo). ^ Il
Cagliari parla in sardo: era ora! Adesso abbia la forza di insistere e
rilanciare - SardegnaSport, su sardegnasport.com. Bene su Casteddu in sardu (ma
rispetet s'ortografia de is sardos) - Limba Sarda 2.0. ^ Facebook in
sardo: possibile ottenerlo se noi tutti
compiliamo la richiesta - LaBarbagia.net. ^ Come si mette la lingua sarda su
Facebook - Giornalettismo. Facebook in sardo: ora realt, su labarbagia.net. ^ arrivato Facebook in lingua sarda, Wired. ^
Telegram in sardu: oe si podet, Sa Gazeta, su sagazeta.info. Tecnologies de la
sobirania, VilaWeb. ^ La limba nel cielo: le costellazioni ribattezzate in
sardo, La Nuova Sardegna. ^ Skype language files for additonal languages,
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lingua sarda, Unione Sarda, su unionesarda.it. Firefox parla in sardo: la
missione di Sardware per diffondere la limba sul web, su La Nuova Sardegna,
Loddo, Firefox, como su navigadore web faeddat sardu, su Istrias. Lingua sarda:
"trinta prenu" per i primi due studenti, Unica.it[collegamento
interrotto]. ^ Nasce Sardistica, lingue e culture della civilt isolana, in La
Nuova Sardegna. ^ 30 e lode in lingua sarda per gli studenti tedeschi, La Donna
Sarda. I tedeschi studiano il sardo nell'isola - La Nuova Sardegna. Da Mogoro
all'Islanda per insegnare il sardo: così promuovo l'isola, Videolina.it. ^
Studenti cechi imparano il sardo - La Nuova Sardegna. ^ Ecco come insegno il
sardo nella Repubblica Ceca - Sardiniapost. ^ In citt il professore giapponese
che insegna la lingua sarda a Tokio - In citt il professore giapponese che
insegna la lingua sarda a Tokyo - La Nuova Sardegna. ^ "Limba" made
in Japan - La Nuova Sardegna. Il professore giapponese che insegna il sardo ai
sardi - La Nuova Sardegna. ^ Sergio Lubello, Manuale Di Linguistica Italiana,
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atteggiamenti verso le lingue locali, in Oppo, Anna. Le lingue dei sardi: una
ricerca sociolinguistica, Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione
linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it. Al giorno d'oggi i sardi
stessi si identificano con loro lingua meno di quanto facciano altre minoranze
linguistiche esistenti in Italia, e viceversa sembrano identificarsi con
l'italiano pi di quanto accada per altre minoranze linguistiche d'Italia
(Paulis, Giulio (2001). Il sardo unificato e la teoria della panificazione
linguistica, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto, Limba lingua language: lingue
locali, standardizzazione e identit in Sardegna nellera della globalizzazione,
Cagliari, CUEC, p. 161) ^ Il bilinguismo perfetto ancora solo un miraggio, in La Nuova Sardegna,
2021. ^ La situazione del sardo in questi ultimi decenni risente da un lato
degli esiti del processo di italianizzazione linguistica, profondo e pervasivo,
e dall'altro di un processo che si pu definire come risardizzazione
linguistica, intendendo con questo una serie di passaggi che incidono sulla
modifica dello status del sardo come lingua, sulla determinazione di una regola
scritta, sulla diffusione del suo uso nei media e nella comunicazione pubblica
e, infine, sullo sviluppo del suo uso come lingua di comunicazione privata e
d'uso in set d'interazione interpersonale dai quali era stato precedentemente
bandito o considerato sconveniente. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto
speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, pp. 67-68. ^ T.
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lingua italiana, 3, Le altre lingue, Torino, Einaudi, 1994, p. 944. ^ Roberto
Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Condaghes, Lingua e società in
Sardegna - Mauro Maxia. The socio-linguistic
sub-ordination of Sardinian to Italian has resulted in the gradual degeneration
of the Sardinian language into an Italian patois under the label of regional
Italian. This new linguistic code that is emerging from the interference
between Italian and Sardinian is very common among the less privileged cultural
and social classes. La subordinazione
sociolinguistica del sardo all'italiano ha ingenerato un processo di
degenerazione graduale della lingua sarda in un patois italiano etichettato
come "italiano regionale". Questo nuovo codice linguistico, che
emerge dall'interferenza tra italiano e sardo,
particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti
socio-culturali."). Relazione Euromosaic "Sardinian in Italy". Euromosaic,
1995 ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola,
Milano, Franco Angeli, 2019, p. 191, 199. Roberto Bolognesi, Un programma
sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it.
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter
Mouton, Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De
Gruyter. Si sos Sardos an a sighire a faeddare in italianu a sos fizos che a
como, tando est malu a creer chi sa limba amministrativa, sinstandardizatzione
e finas su sardu in iscola an a poder cambiare abberu sas cosas. Se i sardi
continueranno a parlare in italiano ai loro figli, come avviene ora, sar
difficile credere che la lingua amministrativa, la standardizzazione e finanche
l'introduzione del sardo nelle scuole potranno davvero cambiare le cose.
Paulis, Variet locali e standardizzazione nella dinamica dello sviluppo
linguistico, in Corongiu, Giuseppe; Romagnino, Carla. Sa Diversidade de sas
Limbas in Europa, Itlia e Sardigna. Atos de sa conferntzia regionale de sa
limba sarda. Macumere, 28-30 Santandria 2008, Casteddu, Edizione de sa Regione
Autnoma de Sardigna. Difendere l'italiano per resuscitare il sardo,
L'Indiscreto, Enrico Pitzianti. La standardizzazione del sardo, oppure: quante
lingue standard per il sardo? E quali? (Institut fr Linguistik/Romanistik). Le
contese sulla Lsc. Lo standard il
futuro. Senza diktat - Alessandro Mongili. Toso, 1, in Le minoranze
linguistiche in Italia, Bologna, Societ editrice Il Mulino. Ci nonostante non
si potuto n frenare l'italianizzazione
progredente attraverso la scuola e gli ambiti ufficiali, n restituire vitalit
al sardo in famiglia. La trasmissione intergenerazionale, fattore essenziale
per la riproduzione etnolinguistica, resta seriamente compromessa. Eduardo
Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De
Gruyter Mouton. Yet, it cannot be
ignored that at present many speakers, who have frequently been brought up in
Italian, have a restricted active or even a merely passive command of their
ethnic language. Braunmller, Ferraresi. Aspects of multilingualism in European
language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John Benjamins
Publishing Company. Costale, Giovanni Sistu (2016). Surrounded by Water:
Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia. Cambridge Scholars Publishing. Lubello, Manuale Di
Linguistica Italiana, Manuals of Romance linguistics, De Gruyter. Lingue di
minoranza e scuola, Carta Generale. Ministero della Pubblica Istruzione, su
minoranze-linguistiche-scuola.it. V. il ricorso.. dell'avvocato Besostri contro
la legge elettorale italiana. Tra gli aspetti che necessitano una immediata
rivisitazione - aggiunge il governatore - vi
il fatto che nel nostro Statuto Speciale di Autonomia non ancora contemplata una norma che in qualche
modo richiami e contenga la lingua e la cultura isolana. Mentre, per contro,
negli Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, per quanto
emananti nello stesso periodo, tali norme son ben presenti. Il che ha consentito
il riconoscimento di un pacchetto di misure e agevolazioni da parte della
Repubblica proprio in ragione del fatto di essere territori aventi lo status di
minoranza etnolinguistica. Giornata mondiale della lingua madre, Solinas:
"Il sardo deve avere la stessa dignit dell'italiano", in L'Unione
Sarda. La Cassazione: "Il sardo una
lingua, non pu essere considerato un dialetto" - Unione Sarda. ^ Lingue di
minoranza e scuola. A dieci anni dalla Legge Quaderni della Direzione Generale
per gli Ordinamenti Scolasticie per lAutonomia Scolastica (PDF). Lingua sarda,
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non ha ancora firmato la Carta di tutela - Messaggero Veneto. ^ Question for written answer
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Grammatica del sardo illustre, Sassari, Carlo Delfino Editore, OCLC. Nel
periodo giudicale si osserva una certa unitariet del modo di scrivere il sardo,
ma non si ha notizia di alcuna regolazione: la sua ufficialit era implicita e
data per scontata. Nei circoli umanisti e in quelli gesuitici, rispettivamente,
si osservato un tentativo di fornire una
regolazione, ma tali tentativi furono non solo ostacolati ma anche repressi
dalle autorit coloniali ispaniche e soprattutto sabaude. Paolo Caretti et al.,
Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore.
L'esistenza di una striscia di "terra di nessuno" (fatta eccezione,
comunque, per i dialetti di Laconi e Seneghe) tra dialetti meridionali e
settentrionali, come anche della tradizionale suddivisione della Sardegna in
due "capi" politico-amministrativi oltre che, ma fino a un certo
punto, sociali e antropologici (Cabu de Susu e Cabu de Jossu), ma soprattutto
della popolarizzazione, condotta dai mass media negli ultimi trent'anni, di
teorie pseudo-scientifiche sulla suddivisione del sardo in due variet
nettamente distinte tra di loro, hanno contribuito a creare presso una parte
del pubblico l'idea che il sardo sia diviso tra le due variet del
"campidanese" e del "logudorese". In effetti, si deve pi
correttamente parlare di due tradizioni ortografiche, che rispondono a queste
denominazioni, mettendo bene in chiaro per che esse non corrispondono a nessuna
variet reale parlata in Sardegna. Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi,
Condaghes, p. 93 Giuseppe Corongiu, Il sardo: una lingua normale: manuale per
chi non ne sa nulla, non conosce la linguistica e vuole saperne di pi o
cambiare idea, Cagliari, Condaghes, OCLC Bolognesi, Il dimezzamento del sardo
fra scienza e politica, su Bolognesu: in sardu. Bolognesi, Simbentu de su
campidanesu e de su logudoresu, su Bolognesu: in sardu. Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi,
Cagliari, Condaghes, OCLC 874573242. In altre parole, queste divisioni del
sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessit -
chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in
due "capi". La grande omogeneit grammaticale del sardo viene
ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di
cultura linguistica, ma soprattutto per la volont, riscontrata esplicitamente
in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in variet "pure" e
"spurie". In altri termini,
la divisione del sardo in due variet nettamente distinte frutto di un approccio ideologico alla
variazione dialettale in Sardegna ^ The phonetic differences between the
dialects occasionally lead to communicative difficulties, particularly in those
cases where a dialect is believed to be 'strange' and 'unintelligible' owing to
the presence of phonetic peculiarities such as laryngeal or pharyngeal
consonants or nazalized vowels in Campidanese and in the dialects of central
Sardinia. In his comprehensive experimental-phonetic study, however, Contini
concludes that inter-dialectal intelligibility exists and, on the whole, works
satisfactorily. Posner, Green, Bi-lingualism and Linguistic Conflict in
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Lingua protosarda Prenomi sardi Cognomi sardi Limba Sarda Comuna Italiano
regionale della Sardegna Nuova letteratura sarda Varianti della lingua sarda
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referntzia de cartere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de
s'Amministratzione regionale", su regione.sardegna.it. V D M
Lingue romanze Lingue d'origine Latino classico Latino volgare Latino medievale
Lingua sarda Sardo campidanese Sardo logudorese Lingue romanze
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Spagnolo amazzonico Lingue galiziano-portoghesi Galiziano Minderico
Portoghese Xlimego Lingue
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Mozarabico Navarro-aragonese
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Veneto Cipilegno Talian Veneto Lingue romanze orientali Arumeno Rumeno
Meglenorumeno Istrorumeno Lingue
franche Lingua franca mediterranea/Sabir Lingue giudeo-romanze
Giudeo-aragonese Giudeo-catalano Giudeo-francese Giudeo-italiano Giudeo-latino
Giudeo-portoghese
Giudeo-provenzale Giudeo-spagnolo
Classificazione incerta Romanzo africano
Romanzo britannico Romanzo
mosellano Romanzo pannonico lingua
estinta (nessun sopravvissuto tra i parlanti nativi e nessuno tra i
discendenti) V D M Minoranze in Italia V D M
Italia (bandiera) Lingue e dialetti d'Italia Portale Linguistica Portale
Sardegna Categorie: Lingua sardaLingue SVO Lingue SOV Lingue VO S [altre]. Nome
compiuto: Antioco Zucca. Zucca. Keywords: un filosofo di un filosofo. Refs.:
Luigi Speranza, Un filosofo di un filosofo: Grice e Zucca, -- H. P. Grice, The
Grice Papers, BANC, MSS The Bancroft Library, The University of California,
Berkeley. Luigi Speranza, The Swimming-Pool Library, for the Anglo-Italian
Club, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Zuccante: l’implicatura conversazionale e la ragione – la
scuola di Grancona – la scuola di Milano -- filosofia vicentina – filosofia
veneta -- filosofia ialiana — Luigi Speranza pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library
(Grancona). Abstract. Grice:
“It amazes me to note the influence of the English empiricists on Italian
culture, when they have monsters of their own! Z. has read Aristotle, and
unlike many other than the great three – Bologna, Sorbona, Oxford – in the
vernacular!” Keywords: storia della filosofia. Grice: “At Oxford, it would be
unthinkable to have a professor professing on The Big History of Philosophy!”
-- Filosofo veneto. Filosofo
italiano. Grancona, Vicenza. Saggi filosofici. Storico italiano della filosofia
Grancona, Vicenza, Milano. Professore di storia della filosofia all’accademia
scientifico-letteraria di Milano, poi trasformata in facoltà di filosofia. Si
occupa soprattutto di positivismo e di filosofia antica. Le sue principali
opere sono: Saggi filosofici; La dottrina della coscienza morale in Spencer;
Fra la filosofia antica e la moderno; Socrate; Mill e l’utilitarismo; Uomini e
dottrine; Illizio e la morale. Professore di storia della filosofa nella r.
accademia scientifico-letteraria di Milano. lt 0 M A TIPOGRAFIA DELLE TERME
DIOCLEZIANE DI BALBI, Via della Mercede. La storia della filosofia e i rapporti
suoi colla storia delia coltura e della civiltà. Saluto questa illustre città,
esempio mirabile di vita intensamente operosa in tutti i campi, nelle industrie
non meno e nei commerci che in ogni maniera d’istituzioni sociali e politiche,
nelle lettere e nelle arti non meno che nelle scienze. Italiano o straniero,
nessuno può dimorare anche per poco a Milano, senza ammirare, non dirò, le sue
vie, i suoi giardini, i suoi templi, i suoi teatri, le sue scuole, i suoi
istituti scientifici, i monumenti innalzati ai suoi grandi, le officine e gli
stabilimenti immani, i segni esterni insomma di un’attività prodigiosa ; ma più
di tutto le sorgenti intime di quest’attività, le qualità peculiari di un
popolo forte e serio, per cui il lavoro è una seconda natura e il tempo è
danaro ; per cui la vita non vale la spesa di essere vissuta, se non è rivolta
al proseguimento di un fine alto e degno; di cui tutti gli sforzi cospirano a ciò
: provvedere ai bisogni della vita materiale e alla ricerca della prosperità
economica, ma non dimenticare i bisogni più elevati dello spirito e soddisfarli
anzi nella misura più larga. Modesto lavoratore, ma diligente e coscienzioso,
io non potevo, o Signori, desiderare campo più adatto alla mia attività che
questa nobile città, che di lavoratori è piena, e di lavoro è insieme esempio
ed eccitamento. E quando questa vostra accademia, che è come il centro della
operosità letteraria e scientifica di Milano, mi fece l’onore di chiamarmi alla
cattedra di storia della filosofia, esultò l’animo mio. Esultò, ma fu preso
insieme da sgomento. Quest’Accademia, lo so bene, ebbe in ogni tempo insigni
maestri, e ne ha tali anche oggi che onorano da soli una città e una nazione, e
non posso io, conscio come sono della mia pochezza, non trovarmi a disagio in
siffatta compagnia. D’altra parte i due che mi precedettero di recente
nell’insegnamento che assumo oggi) hanno lasciato tale traccia di sè, o per
vigoria d’intelletto e risorse inesauribili di critica e di polemica, o per
genialità larga di studii e di parola, ch’io mi sento anche più da poco al loro
confronto, e tutta comprendo la gravezza del compito a cui mi sobbarco. Ma
l’esempio loro mi soccorra, o Signori, e il vostro favore non m’abbandoni; e se
è vero che ognuno, e specialmente chi non è vecchio, fecondi e moltiplichi le
proprie forze nell intima società di uomini insigni, mi giova sperare che aneli
io sentirò moltiplicate le mie qui, dove splende tanta luce di scienza, e che,
a questa cooperando anche in minima parte, mi mostrerò non indegno della
fiducia di cui mi onoraste chiamandomi a questo posto. Colla storia dulia
l'oltura e delia civiltà. D IL Ciò che dà l’impronta ad un secolo e ne forma
come la caratteristica, voi ben lo sapete, o Signori, è non tanto il tesoro
effettivo delle sue cognizioni, delle sue invenzioni e scoperte, quanto
piuttosto la via che segue per giungere ai risultati a cui giunge, il modo con
cui si rappresenta la natura e la vita, lo spirito che intornia e vivifica le
sue ricerche. Ora del secolo nostro spirito informatore e abito mentale, a cosi
dire, è il concepire la natura e la vita storicamente ; il rappresentarsi i
fenomeni o morali e sociali, o biologici e fisici, come una continua
evoluzione, come dipendenti gli uni dagli altri, come determinantisi
reciprocamente in una sempre maggiore eterogeneità e complessità attraverso a
differenziazioni successive. Scienza dei fatti vuol dire oggidi storia dei
fatti; ogni maniera di scienza si può dire abbia assunto la forma storica;
tutto il movimento scientifico contemporaneo è essenzialmente storico. Mentre
nel secolo passato, in gian parte, si avea rinunziato ad ogni criterio storico
e tradizionale, e con principii generalissimi e coi dati della ragione astratta
si pretendeva ricostrurre la scienza, la religione, l’arte, la vita civile e
sociale (il grande moto della rivoluzione nella Gallia è come l’attuazione
pratica di questa tendenza), nel secolo nostro si riconobbe che fuori della
storia non v’ha salute, che la storia non solo ci conserva il passato ed è la
scuola migliore per l’avvenire, ma è addirittura la forma, a dir cosi, della
vita e della civiltà. E già incominciando dalle scienze morali e sociali, prime
ad assumere la forma storica, come quelle che s’occupano di fatti che più
chiaro presentano il carattere dello svolgersi e formarsi progressivo, questo
spirito storico andò a mano a mano propagandosi alle scienze stesse naturali,
sicché oggidì non solo, ad esempio, la filologia classica, la linguistica, la
scienza del diritto, quella delle religioni, l’economia, la letteratura e
l'arte stessa hanno un fondamento essenzialmente storico, e metodo e
procedimenti storici ; ma metodo e procedimenti storici hanno anche la
geologia, la cosmologia, la biologia; poiché nella prima alla vecchia teoria
degl’improvvisi cataclismi, dei subitanei rivolgimenti, delle creazioni ex
nihilo, s’è sostituita quella delle lente e graduali trasfonnazioni della
crosta terrestre e quindi d’una vera storia del nostro pianeta; e nella seconda
l’idea, divinata dal Kant e ridotta a teoria dal Laplace, d’una graduale
formazione del sistema solare da una materia diffusa, tiene oramai il campo ; e
nella terza finalmente veniva a mano a mano perdendo terreno la dottrina del
Cuvier sulla stabilità delle specie, e vi domina sovrana ora l’idea che, già
divinata da Kant, daHerder e dai Gfoethe, assume, con Lamark e con Darwin
specialmente, il valore di teoria e scoperta scientifica, sulla trasformazione
delle specie, sull’evoluzione graduale e progressiva degli organismi viventi.
Scienza della natura è oramai storia della natura, anche secondo il concetto
dell’Haeckel, che all'opera sua dava il nome di storia naturale della creazione
» ; scienza dello spirito è storia dello spirito. Come le faune e le flore si
studiano nelle loro filiazioni e nei loro svolgimenti, cosi ogni scienza si
studia nella filiazione e nello svolgimento dei suoi prodotti. La dottrina
dell’evoluzione che è come l’anima di tutta quanta la coltura scientifica
moderna, ha contribuito più che altra mai a diffondere questo spirito storico,
che è diventato, a dir cosi, una cosa sola con essa. Conformemente a questa
tendenza cosi spiccata che mostra il secolo nostro per lo storicismo, anche la
filosofia è diventata una scienza essenzialmente storica. Per verità non
mancano anche oggi tentativi di costruzioni filosofiche, fatte quasi in odio ad
ogni spirito storico, ad ogni critica anclie rudimentale dei sistemi ; ma sono
casi isolati, avanzi di tendenze antiscientifiche non ancora appieno scomparse,
prodotti di cervelli, acuti anche, se si vuole, ma chiusi ad ogni altra idèa,
che non sia quella del sistema o della chiesuola, e destinati perciò ad avere
la vita d’un giorno. Siamo ben lontani oggi dal tempo in cui Cartesio,
isolandosi nella riflessione individuale, esclamava che non vole\ r a neanche
sapere se c erano stati P degli uomini prima di Ini », Quel suo disdegno pei il
passato, quel suo proposito fermo di attingere solo alle sorgenti del proprio
spirito, come se altri spiriti prima di lui non fossero stati, era giustificato
da una naturale reazione contro l’autorità degli antichi, che dominava
esclusiva nel medio evo; ed era forse necessario a pieparare i tempi nuovi e a
fare che l’uomo nuovo, acquistando una nobile ed alta coscienza di sè,
cimentasse cosi le proprie forze nell’acquisto dei nuovi veri. Oggi più che il
proposito di Cartesio giova rammentare quello del Leibnitz, che, pur non
disconoscendo la necessità della speculazione originale, voleva che questa s
innestasse, per cosi dire, sul vecchio, e chiamava perciò in suo aiuto la
storia. E in realtà le dottrine filosofiche hanno vita e si propagano o per
somiglianza e imitazione, o per opposizione e contrasto; sicché in ogni caso il
presente è figlio del passato e padre dell’avvenire. Una filosofia pertanto che
faccia astrazione dalla sua storia, è presso a poco senza fondamento ; un
pensiero che s’isoli volontariamente da tutto ciò che l’ha preceduto, vaga
d’ordinario nel vuoto, e riesce a delle stranezze. Come potrebbe un problema
filosofico essere affrontato convenientemente, se non se ne conoscessero tutti
i lati e gli aspetti, se non si conoscesse come vi si è affaticato attorno lo
spi (II Noucea.v Essai, livro 1, cb. 1, I.a véiité est plus rppan-ìiie qu’on ne
penso ; mais elle est souvent affaiblie et mutile. En faisnnt remarquer le* traces
de la veii-écliez Ics anciens, on tirerait l'or de la boue, le diamant de la
mine, et la lumière dcs ténébres: et ce serait perenni quaedam philosophia. ‘t rito umano in ogni tempo, e quali furono i
tentativi fatti per scioglierlo? Soltanto nei passato si può trovale la ragione
del presente e ravviamento per l’avvenire. Mentre le altre scienze possono fino
a un certo punto prescindere dalla loro storia, della filosofia invece è parte
integrante la sua storia. Gli è che la filosofia e la sua storia hanno in fondo
il medesimo oggetto; lo spirito che riflette su se stesso e vuol comprendere se
stesso. Ciò che ogni individuo, colla riflessione filosofica, scopre in sè, la
storia della filosofia ce lo fa trovare, come in un’immagine ingrandita, nelle
dottrine che si sono succedute attraverso i tempi. Non a torto Wundt lamenta
che chi si pone a filosofare si creda troppo spesso sciolto dall’obbligo di
conoscere la storia della filosofia; e noi dal canto nostro lamentiamo che una
scuola pur nobilissima, il Positivismo, che ha reso servigi segnalati alla
scienza e alla filosofia, e che, fondandosi sul concetto dell’evoluzione,
dovrebbe per ciò stesso tener conto della storia, la trascuri invece, o non la
curi a sufficienza, latta qualche rara eccezione, massimamente in Italia, sotto
pretesto che quasi tutto il passato è un tessuto di dottrine vane e fallaci,
sogni metafisici di cui non giova occuparsi; e che solo il presente, il
presente positivistico, è degno di studio. Invece tutte le dottrine sono degne
di studio ad un modo, o Signori, come quelle che, rappresentando varii momenti
della vita storica dello spiiito, Fouillèe.
HUloire de la Philosophie. Paris. Delagrave, Philonophic und
WisscnirliaSt in Essays. la storia della filosofìa f« i uaì’ì'ort! suoi sono
egualmente necessarie a rivelarne l’intima natura; ed ogni esclusivismo è
perciò contrario alla scienza e impedisce la nozione vera dell’oggetto della
filosofia. Le altre scienze hanno anch’esse una loro storia; ma riguarda più
che altro il succedervisi delle ipotesi e delle teorie, l’affermarvisi di
cognizioni nuove e di nuove idee alla luce di nuovi fatti, i rivolgimenti
fecondi portativi da divinazioni d’intelletti geniali, gli arresti improvvisi
dovuti a tristizia di tempi o d’uomini e cosi via. Sicché questa storia, a cosi
dire, esteriore, nulla, o ben poco, ha che fare coll’oggetlo delle scienze
stesse; e può anche fino a un certo punto essere ignorata dallo .scienziato.
Egli sarà per questo meno dotto, meno erudito; ma non sarà meno acuto, meno
profondo, meno conoscitore della materia sua, meno scienziato per questo. Gli è
che nelle scienze è sempre la forma ultima quella che vale; le precedenti,
scalzate dall’ullima, non hanno alcun valore, e 11 conoscerle può importare
all’erudito, importa mediocremente allo scienziato. Come volete che un fisico,
in possesso di tutti i trovati della fisica moderna, collo spirito imbevuto
delle nuove idee e dottrine, abbia bisogno, per far avanzare anche di più la
scienza sua, di sapere come la pensavano, ad esempio, i Caldei intorno a un
dato fenomeno? Egli sa già che contraria al vero è ogni altra idea e dottrina,
che non sia quella confermata dai recenti studi, dalle recenti esperienze; e
perciò o non se ne cura, o se ne cura appena quel tanto che basti a soddisfare
una legittima curiosità: a lui preme sovratutto assicurarsi del presente;
perchè il presente solo è scienza, e da questo solo può prendere le mosse alla
conquista di nuove idee, di nuove cognizioni.Nulla di tutto questo in
iilosofìa. TI progredire di questa non sta in un continuo accrescersi di
cognizioni positive, nel giungere a risultati ben saldi e definitivi, nel
risolvere i problemi che si pongono, e nel porne di nuovi clic si risolveranno
allo stesso modo; ma piuttosto in un continuo rifarsi da capo, però con una
coscienza a mano a inano ] iit chiara e comprensiva del problema speculativo;
non nel risolvere definitivamente questo problema. ma nel porlo via via con
maggior sicurezza e corredo d'esperienza, sovratutto poi nel conoscere sempre
meglio i metodi che ne prepareranno la soluzione e nell’acquistare via via
maggiore abilità ad applicarli. Ciò vuol dire che altri non potrà avere una
chiara nozione dell’oggetto della filosofia, se non ne conosce la storia; che
anzi la filosofia trova, per cosi dire, se stessa nella sua storia, la quale è
perciò, come dicevamo, parte integrante di quella, e insieme di quella
generatrice e fondamento. Non già che la filosofia stia tutta quanta nella sua
storia, come altri ha sostenuto, e che nulla si deva lasciare all’iniziativa
individuale. Come non è bene che l’uomo si i li, si chiuda in un pensiero tutto
individuale ed estraneo alla storia, cosi non è bere che niente pensi di per sò
e ripeta soltanto cose dette da altri ; è deplorevole egualmente il soverchio
d’originalità, in filosofia si- [Chiappelti. La Ctltura «lorica e il
rinnocamente della filotojla, r . 38, in Sanai e Note Critiche, Bologna,
Zanichelli. nonimo di stranezza il più delle volte, come l’assenza di
originalità e il sostituire all’invenzione la compilazione. La storia della
filosofia impertanto, nel tempo stesso che ci dà una chiara nozione della
filosofia e del formarsi e svolgersi progressivo del suo oggetto attraverso i
tempi, deve anche eccitare in noi quello spirito di ricerca e di scoperta,
senza cui saremo bensì uomini dotti, biblioteche ambulanti, pieni la testa
d’idee e pensieri altrui, ma mancanti affatto d’iniziativa, inetti a muovere un
passo senza che gli altri c’indichino il cammino. C’e un indirizzo oggidì nel
campo delle scienze morali e sociali, che per esser meglio scientifico, per
esser meglio positivo, per fondarsi meglio sui fatti, per poco non finisce col
ricondurre l’uomo al passato, coll’arrestare ogni progresso, sotto pretesto che
non trova nessuna giustificazione nei fatti; col rendere l’uomo un automa culi
antesi nella contemplazione di ciò che fu e vietante a se stesso ogui
aspirazione, ogni ideale d’avvenire. Ma questo è un falso storicismo, o
Signori, non è lo storicismo sano e fecondo, di cui abbiamo parlato prima; è un
empirismo vuoto e pernicioso, che ci dobbiamo ben guardare d’introdurre negli
studi di storia della filosofia. Il pensiero umano, come del resto la vita dei
popoli e degl’individui, non è una specie stabile, non è qualche cosa di
rigidamente fisso e permanente; è qualche cosa invece che si forma e diventa
incessantemente; e in questa sua evoluzione ha bisogno del passato sicuramente,
ma per prendere da esso le mosse, per mettersi, partendo da questo punto, per
vie nuove, intentate ancora. Forsechè la storia perde del suo valore, se può
fornire qualche utile insegnamento? Ma se fu chiamata in ogni tempo maestra
della vita! Forsechè perde della obbiettività e serenità che deve avere, se
altri può trovarvi un eccitamento al peusare e all’agire? Ma se la narrazione
schietta e sincera dei fatti non può non produrre un eccitamento negli animi,
se la verità ha una sua forza motrice speciale, che in nessun modo è possibile
contenere! A che servirebbe il passato, se in ogni caso dovesse lasciarci
freddi e indifferenti, se per null'altro si dovesse ricercare e disseppellire,
che per soddisfare una vana curiosità? Il passato non ha valore se non in
quanto svegli in noi forza ed attività, se non in quanto cessi di esser passato
e si trasformi, per cosi dire, in carne e sangue nostro, sangue che vivifichi
questa nostra vita moderna. Ben sappiamo che ci sono nel passato delle forme
caduche, destinate a tramontare coll'ambiente che le ha generate ; e non a
queste certamente chiederemo quella vita che non hanno; ma c’è anche e si
produce nel tempo qualche cosa che ha in sè una vitalità immortale, destinata
perciò a rivivere perpetuamente sotto forma nuova nella coscienza umana ; e a questa
chiederemo di compiere l’ufficio suo nella storia; questa cercheremo che,
sorgente di vita, non cessi mai di distribuire e fecondare la vita. Voi sapete,
o Signori, della lampada che là nelle feste Panatenee si trasmetteva di mano in
mano; ebbene che il passato si trasmetta a noi nello stesso modo, sicché la
fiaccola della vita mai non si spenga, ma splenda anzi e fiammeggi di luce
nuova e più intensa. Come mancheremo perciò ai dettami di un metodo
rigorosamente scientifico, come ai precetti della critica f i,\ sooma OKT.U
filosofia k i rapporti suoi storica; come ci si accuserà (li poca serenità eil
obbiettività, se alcuni pensamenti di lilosofi, notevoli per originalità e
vigoria, per felice coerenza e connessione logica, per una certa tal quale
divinazione dell’avvenire, additeremo ai giovani come degni di essere studiati
e ammirati, sicché anche in loro si svegli l’aculeo della ricerca e della
scoperta, e non rimanga quindi senza frutto questa grande eredità del passato?
Poiché i grandi filosofi, scriveva Pascal, non si sono serviti delle invenzioni
che loro sono state lasciate, che come di mezzo per averne di nuove, e questo
felice ardimento ha aperto loro il cammino alle grandi cose, noi dobbiamo
prendere quelle che essi ci hanno lasciato nello stesso modo, e, seguendo il
loro esempio, farne il mezzo e non il fine del nostro studio, e cercare cosi di
sorpassarli imitandoli. Anche nel campo del pensiero, o Signori, e non soltanto
in quello dell’azione ci sono gli eroi; ebbene, comeaccendono a grandi cose gli
eroi dell'azione e l’esempio loro è seme elio frutta abbondantemente, e cosi
siano a noi stimolo ed eccitamento quelli che l’Hegel con frase felice chiamava
gli croi del pensiero nella storia, i grandi filosofi. Stimolo cd eccitamento a
sorpassarli imitandoli, secondo il detto del Pascal; poiché chi .s’arresia alla
semplice imitazione e riproduzione del pensiero altrui, e non lo rifa in se
stesso, e non vi aggiunge del suo, fa opera vana, e quasi quasi, nel moto
incessante che affatica il mondo degli spiriti e delle idee, si direbbe che si
proponga stoltamente d’arrestarlo ad un tratto. Gl’individui (1) l)c Vanloritc
cu matih'c . fiumi, come i torrenti e
gli umili rigagnoli del sapere ; si potrebbe dire clie tutto essi assorbauo
l’ambiente intellettuale dell'epoca in cui vivono. Ma come il mare, se assorbe
in sè fiumi e torrenti, è pur quello in fondo che dà vita a fiumi e a torrenti,
cosi i grandi filosofi, figli del loro tempo, esercitano anche sulle intuizioni
scientifiche e sulla coltura generale del loro tempo un’efficacia poderosa,
sebbene latente spesso e inconsapevole. Chi vorrebbe negare, ad esempio, che le
dottrine filosofiche dello Spencer costituiscano in qualche modo l’ambiente
intellettuale del tempo nostro, sicché tutti, anche quelli che le ignorano,
purché non sprovvisti affatto di coltura, ne risentono l’influenza e quasi
l’assorbono, a dir cosi, coll’aria che respirano ? Della critica kantiana chi
non sa quale poderoso moto d’idee abbia suscitato in Germania al suo apparire,
e come anche ora, dopo tanto lasso di tempo, il vecchio Kant torni più vivo di
prima alle menti de’ suoi connazionali, sicché filosofi e scienziati insieme
vanno a gara nel rinverdirne i principii e le dottrine fondamentali ? Non
occorre rammentare poi che dalla scuola dello Schelling uscirono insigni
naturalisti ; dalla scuola dell’Hegel insigni storici ; dalla scuola
dell’Herbart valenti cultori delle discipline antropologiche e pedagogiche; e
che in generale non c’è stato filosofo e pensatore di vaglia, die a questo o a
quel ramo del sapere non abbia contribuito a dare indirizzo nuovo, o certamente
vigoria e forza nuova. Senza dire che oggi specialmente il nesso tra la
filosofia e la scienza s’é fatto anche più stretto che non fosse in passato.
Già gli scienziati, fisici e biologi specialmente, vanno a mano a mano
persuadendosi che i concetti loro devono cimentarsi alla stregua d’una severa
critica della conoscenza. E Helmholtz in una sua Lesione sulla vista accennava alla necessità d’una critica
fìlosuiìca delle cognizioni sperimentali, e in un discorso che ha per titoloIl
peti’ siero nella medicina, torna sullo stesso argomento affermando chea quel
modo che l’anatomista, giunto che sia a toccare i limiti della potenza ottica
del suo microscopio, deve rendersene conto, cosi è obbligo d’ogni scienziato
studiare esattamente il vaio) e e l’ufficio del massimo di tutti gli strumenti,
di cui egli si serve, il pensiero umano. » E più esplicitamente ancora in un
suo discorso fatti nella percezione dopo avere accennato che il problema della
conoscenza è quello in cui s’imbattono, muovendo da due parti opposte, la
filosofia e la scienza naturale, concludeva che in fondo l’nna e l’altra hanno
l’obbligo di esaminarlo, sebbene ciascuna da un punto di vista suo proprio.
D’altra parte il Wundt in uu suostudio Sul problema della filosofìa nel tempo
presente » scrive che più o meno consapevolmente s’è fatta strada nell’animo di
tutti l’opinione clm nella scienza dei corpi non si devano più solo descrivere
e collegare fra loro i fenomeni, ma si tratti oramai di penetrarne il fondo ;
onde è chiaro Contenuta nell’opera * P-rpn'ii-e risia mia miche Vortrii/e ». Pas
Peniteli in dar Medi-in ». P'e T'O tsachea in d'r Wahrnahmung ». Veher die
An/gabe dar Phdosophie in. dee Gegencart. » I.i iprip, che cosi la scienza
riconosce esser suo obbligo il dar mano a comprendere filosoficamente l’unità
della natura ». E non solo, egli continua, i singoli rami delle varie dottrine
sperimentali si sporgono verso la filosofia. La stessa base astratta della scienza
naturale, la Matematica, non è andata esente dai segni del nostro tempo. Da
quanto s’è detto risulla adunque che storia della filosofia vuol dire
largamente storia del sapere e della coltura in generale. Non già che tutte le
idee siano idee filosofiche, e che lo scienze siano una cosa sola colla
filosofia. Ma tutte le idee hanno la loro più alta espressione nella filosofia,
come tutte le scienze hanno in ultimo il loro fondament i nella filosofia. A
non ripetere quello che s’è detto or ora sui rapporti delle scienze naturali
colla filosofia e sulla necessità che quelle hanno di sottoporre ad una critica
assidua i concetti direttivi dell’esperienza, che le renda atte ad una larga
sintesi della natura ; a non insistere su cose già note, che i concetti di
spazio, di tempo, di numero, di quantità ecc., su cui costruiscono il loro
edificio le matematiche, sono concetti essenzialmente filosofici, e cui spetta
alla filosofia discutere largamente ; su che cosa si fondano la morale, il
diritto, la politica, e in genere le scienze sociali, se non su quei
concepimenti riguardanti la natura dell’uomo e della soci) Cfr. il mio Problema
della conoscenza nell'Empirismo contemporaneo » noi Sa^gi filosofici, anche per
le necessarie citazioni. . 2o cietà, da cui la filosofia non può prescindere e
che sono anzi suoi proprii ? Xon è vero che la morale e il diritto hanno questo
o quell’indirizzo, secondo che l’uomo si concepisce essenzialmente egoista, o
altruista, secondo che è l’utilità od il dovere il movente supposto delle
azioni? Gl’Inglesi non riescono a persuadersi che l'uomo non sia in ogni caso
indotto ad agire da motivi egoistici, non riescono a persuadersi che debba
determinarsi ad agire indipendentemente dalle conseguenze utili o dannose che
dalle sue azioni può aspettarsi ; e perciò concepiscono una moralità pratica e
positiva fondata esclusivamente sull’utile e sull’interesse ; nè diversamente
si comportano in rispetto al diritto e ai resto delle scienze politico-sociali,
penetrate anch’esse tutte quante da cotesto concetto d’utilità. I Tedeschi,
meno pratici, più idealisti, essenzialmente metafisici, concepiscono invece una
moralità fondata sur una legge categorica ed assoluta, che impone all’uomo il
dovere di fare il bene per il bene, indipendentemente da qualunque vantaggio
gli possa derivare; e questo concetto della moralità estendono anche
all’ordinamento giuridico e all’ordinamento economico della società; sicché,
come osserva il Trendelenburg, c è la tendenza in Germania a dare un fondamento
etico aldiritto naturale, e quella non meno spiccata a fondarsi sovratutto su
considerazioni etiche e morali per proporre delle riforme all’organizzazione
economica della società presente. E l’Individualismo e il Socialismo, le due
teorie sui rapporti dello stato cogl’individui che si confi) Trendelenburg
Naturrccht auf (lem Grande der Ethik, Leipzig. Cfr. CARLE (si veda), La vita
del diritto. Torino, Bocca. >G
tendono il campo oggi, su che cosa si fondano in ultimo che su concetti
essenzialmente filosofici, riguardanti la natura dell’uomo e della . ocietà?
L’Individualismo si potrebbe assomigliare in gualche maniera all’Atomismo. A
quel modo che l’Atomismo nel mondo fisico considera l’universo come la
risultante di un numero infinito di atomi, che, spinti da una loro intima
energia, si combinano diversamente cosi da produrre quella immensa varietà di
cose esistenti e coordinate fra di loro che dicesi natura, senza che alcuna
idea preconcetta presieda a questa combinazione; così anche l’Invidualismo
considera la società umana come il risultato del reciproco accomodarsi
degl’individui, atomi sociali, che, spinti dai proprii bisogni, dalle proprie
tendenze, da influenze naturali, si combinano diversamente ira loro, dando
luogo a quegli aggiogati, che, tribù dapprima, si trasformano poi per via di
successive evoluzioni in stati e nazioni. E anche qui nessuna idea preconcetta
presiede a quest'opera di successivo aggregamento ; tutto proviene da una forza
intima inerente agli stessi individui, che aggregandosi costituiscono la società.
E siccome gl'individui, secondo questa dottrina, sono essi la realtà vera,
mentre la roe : età non è in fondoche un’astrazione, non devono perciò esser
a-sorbiti da questa, non devono esserle in alcun modo sacrificati ; devono
essere lasciati liberi nello svolgimento della propria persona; devono essere,
non contrariati, neanche diretti nelle loro iniziative, ma abbandonati ad esse
; sicché per questo modo si abbia, secondo vagheggia Mill, quella varietà e
ricchezza di CARLE (vedasi). — temperamenti, di caratteri, di opinioni e di
condizioni sociali, che rompe la monotonia della convivenza civile e forma uno
dei migliori ornamenti della medesima. Tutto al contrario il Socialismo. Il
Socialismo nou parte dal fatto concreto dell’individuo ; parte dall’idea
dell’ente sociale e collettivo, e vuole atteggiare gl’individui all’intento
proprio di questo tutto. Mentre per 1 Invidualismo la società è come un
organismo fisico che si svolge, a dir cosi, meccanicamente sotto l’impulso di
una forza intima e latente, per il Socialis.no la società è un organismo morale
che nel suo svolgimento si propone e deve proporsi di attuare un fine, un
ideale offerto dalla ragione. Il Socialismo non lascia perciò agl’individui il
libero governo di se stessi, non lascia gl’interessi individuali in balia alla
libera concorrenza, come fa lTndividualismo, ma vuole disciplinare questi e
quelli secondo una norma prestabilita, mirando per questa via a
un’organizzazione sociale, in cui tutti gl’interessi possano coordinai^ in una
mirabile armonia. L’Individualismo vieta allo stato ogni ingerenza nelle
iniziative individuali, e vorrebbe ridurne l’azione alla sola tutela dei
diritti e alla repressione del male, se pure non vorrebbe distruggerne
addirittura ogni azione, considerandola come male peggiore di ogni male e
preferendo, come fa lo Spencer, che i mali sociali siano lasciati alla vis
naiurae medicatrix; il Socialismo confida nel potere sovrano dello stato, e ne
vuole l’intervento in ogni caso a mettere in atto questo o quel Le idee di Mill sull’argomento sono contenute
sovrattutto nell’opera La Libertà e nell’altra Il Gocerno rappretentatico
». l’ideale di organizzazione sociale,
con cui si possa recare x’iraedio effettivo ai mali che affliggono la società
umana, ed ottenere la moralità ed il benessere. L’Individualismo s’attiene più
che altro ai fatti; il Socialismo all’idea ; l’uno si connette col Positivismo,
l’altro coll’Idealismo ; l’uno si svolge in Inghilterra, il paese classico del
Positivismo ; l’altro in Germania, il paese classico dell’Idealismo ; l’uno ha
a suoi principali rappresentanti Bentham, Mill, Spencer, strenui campioni della
filosofia dei fatti, del positivismo; l’altro, a non parlare che dei più
recenti, ha propugnatori efficaci e poderosi Marx e Lassalle, ambedue ferventi
segnaci dell’Hegel, il grande idealista, di cui adottano spesso il linguaggio
metafisico e le forinole astruse, e al cui idealismo appartiene quell’alto
concetto dello stato, accettato nelle sue conseguenze pratiche dal socialismo
tedesco, per cui esso è come la ragione permanente e la personifìcazionc
vivente dello spirito assoluto. Tutto questo basta, credo, o Signori, a provare
che il pensiero e l’idea filosofica è come il sostrato naturale d’ogni dottrina
sociale, e poiché le dottrine sociali tendono a tradursi nei fatti, è anche ciò
che pervade e penetra tutta quanta la vita dei popoli. Pare esagerazione
alfermar ciò ? Parrà esagerazione agli osservatori superficiali non avvezzi a
rendersi conto Calle. I delle riposte cagioni dei fatti; non parrà agli altri
che queste riposte cagioni ricercano, e per cui il fatto è indice sempre d’un’
idea. Lo studio delle speculazioni filosofiche, delle forme del pensiero pare
talvolta trasportarci ben lontano dalla realtà, in un mondo ideale, quasi
chimerico, che nulla abbia che fare col mondo reale in cui si vive e si opera.
Il vero è però che questo studio ci mette ben addentro nella realtà, ce ne fa
penetrare, per cosi dire, il segreto. Non si può spiegare il movimento senza
conoscere il pensiero che lo dirige e governa; non si può spiegare l’azione
senza conoscere l’idea che si è volata attuare con essa, e che fu quindi la sua
causa motrice. La storia delle azioni non si può intendere interamente che per
la storia delle idee. C’è chi ostenta un superbo fastidio delle idee, e non
crede degna di studio altra cosa che i fatti. Ma le idee sono fatti essi stessi
sott’altra forma ; e d’altra parte possiedono un loro potere, una loro forza
speciale, per cui tendono a tradursi in atto. Un’idea che s’impadronisca d’uno
spirito, non lo lascia in pace un istante, e lo trae anche suo malgrado a
operare. Furono fatti studii notevoli, voi lo sapete, sull’impulsività
dell'idea; l'Ardigù nostro ha pagine importanti sull’argomento e nella
Psicologia e nella Morale ; il Fouillée in Francia ha una vera dottrina su
quelle ch’egli ha chiamato idee-forze. E le idee sono forze non solo in quanto
agiscono su indi • vidui isolati ; le idee sono forze più che altro in quanto
agiscono sull’intera comunità ; le idee sono forze individuali e collettive. Ci
sono fatti che si presentano come effetti di esplosioni momentanee, isolati
quasi nel tempo ; in realtà furono preparati a poco a poco dal lavorio
dell’idea. L’idea è come la goccia d’acqua che scava lentamente il masso; o, se
mèglio vi piace, come quei germi che, infrodottisi di soppiatto nell’organismo,
v’iniziano un vero lavoro di trasformazione. Si potrebbe capire la rivoluzione
francese senza conoscere quel moto poderoso d’idee che l’ha preparata? Si
potrebbe capire la rivoluzione nostra, se ignorassimo tutto ciò che dai suoi
precursori s’è fatto nel campo del pensiero ? Gli è che accanto alla storia
esteriore, alla storia dei fatti, c’è sempre la storia interiore, la storia
delle idee ; nè l’una può stare indipendentemente dall’altra. Si parla oggi
tanto, e a buon diritto, d’ambiente e della necessità di conoscerlo per
spiegarci interamente ciò che vi accade. Or bene, c’è soltanto un ambiente
fisico, o non anche un ambiente morale e sociale, un ambiente storico, diremo
noi, che importa conoscere per ispiegarci la storia ? E quest’ambiente storico
da qual altra cosa è costituito che dalle idee che vi dominano ? Delle vitali
attinenze fra le grandi correnti del pensiero e i fatti della vita sociale ci
dà incontestabili testimonianze la storia. Dottrine che sembrano le più lontane
dalla vita reale, che si direbbero campate in aria, quali il Platonismo e lo
Stoicismo, hanno esercitato la più benefica influenza morale in epoche di
profonda dissoluzione e precorso e preparato il più grande rivolgimento sociale
che rammenti la storia, il Cristianesimo : dal Neopitagorismo e dal
Neoplatonismo derivò la più gagliarda opposizione al Cristianesimo invadente e
il tentativo <li Giuliano l’apostata di ripristinare la religione greca : le
speculazioni di Sant'Agostino sul peccato originale e sulla grazia misero capo
alla riforma e alle guerre di religione : le astratte dottrine della
scolastica, negli ultimi anni del medio evo, s’intrecciarono, per opera
dell’Occam specialmente, colle più vive controversie politiche fra l’impero e
la chiesa ; e la distinzione, anzi la rottura d’ogni legame fra teologia e
filosofia che l’Occam cosi gagliardamente sosteneva, faceva riscontro a quella
sua polemica contro i papi in favore dell indipendenza dello Stato: Molinisti e
Giansenisti, le cui controversie agitarono per tanto tempo la .Francia e che
ebbeio parte cosi notevole nei suoi destini, furono il frutto naturale, sebbene
lontano, delle speculazioni filosofico-religiose di Sant’Agostino e Pelagio :
l’Illuminismo, di cui è nota l’efficacia poderosa esercitata, in Germania
specialmente, sulla religione, sulle dottrine giuridiche e politiche, su quello
spirito di riforma che invase studiosi e filosofi, popoli e principi nella
seconda meta del secolo A.VIII, e a cui son dovute le riforme di Federico 2°,
di Giuseppe 2°, e d’altri regnanti minori specialmente in Italia, e in ultimo
anche la rivoluzione francese, fu la conseguenza del razionalismo del Leibnitz
e più ancora del \\ olf applicato alla vita pratica, nonché delle dottrine
degli Inglesi, specialmente del Locke, che si diffusero ed ebbero il loro
effetto maggiore in Francia, dove le tendenze dell’ Illuminismo presero un
carattere più risoluto e più aperto, e giunsero, dapprima nei libri, poi nella
vita, alle estreme conseguenze. Non palliamo poi dell’efficacia che il pensiero
speculativo d’un uomo esercitò talora direttamente sulle sorti d’un popolo. I
Discorsi alla nazione tedesca » del Fichte, pubblicati nel 1808, mentre ancora
Berlino era invasa dai Francesi e Napoleone era onnipotente in Germania,
risvegliarono l’abbattuta coscienza nazionale ed eccitando vivamente la
gioventù, prepararono le giornate di Lipsia ; le pagine del Primato e del
Rinnovamento di Vincenzo Gioberti, questo emulo di Fichte troppo dimenticato,
prepararono gli animi al riscatto della patria nostra. Vili. Che dire poi dei
rapporti tra la filosofia e la religione? La religione è una specie di
metafisica spontanea ; ciò che le religioni comprendono allo stato di credenza
istintiva, la filosofia comprende sotto la forma di conoscenza ragionata ; in
fondo ad ogni religione c'è l’idea e il principio filosofico ; ogni moto
religioso è come pervaso e penetrato dal pensiero speculativo, latente, se si
vuole, avvolto, per cosi dire, e quasi nascosto nelle pieghe del sentimento, ma
non meno certo ed efficace per questo. Corre tra queste due forme della vita
umana, la filosafia e la religione, lo stesso rapporto che tra le due funzioni
fondamentali dello spirito, la ragione e il sentimento ; e come non è possibile
disgiungere queste, cosi non è possibile disgiungere quelle ; non è possibile
delineare le vicende della religione senza indicare i progressi della filosofia
; non è possibile riandare la via percorsa dal pensiero religioso, senza
riandare insieme quella del pensiero filosofico. Dirò anzi che per certi
popoli, come per esempio gl’indiani, i Persiani, i Chinesi, gli Egizi, gli
Ebrei, la religione è quasi tutta la loro filosofia, e nei libri sacri, non
altrove, deve essere ricercato il pensiero loro intorno a Dio, all’ uomo, alla
natura e a quei problemi fondamentali, che soltanto piu tardi e presso altri
popoli furono argomento delle discussioni di filosofi propriamente detti. D’
altra parte i grandi sistemi metafisici hanno anch’essi qualche cosa di
solenne, di sacro, di sovrannaturale quasi ; furono paragonati a grandi epopee
; si potrebbero fors’anche, non senza ragione, paragonare a grandi costruzioni
religiose. Un grande poeta, 1’ Heine, ha messo in rilievo questo che di miotico
e religioso che è proprio dei metafisici, allorquando scriveva del più arido
fra questi, lo Spinoza : la lettura dello Spinoza ci colpisce come l’aspetto
della grande natura nella sua calma vivente ; è una foresta di pensieri alti
come il cielo, le cui cime fiorite s’agitano in movimenti ondulatorii, mentre i
loro tronchi ben fermi affondano le loro radici nella terra eterna ; si sente
nei suoi scritti spirare un soffio che vi commuove in una maniera iudifinibile
; si crede respirare l’aria dell’avvenire» {De l'Alemagne). Ed è naturale che
sia cosi ; la religione e la metafisica s’aggirano in fondo nella medesima
sfera ; non è il mondo dei fatti, della realtà quello di cui s’ occupano 1’ una
e l’altra; è un mondo che trascende i fatti e la realtà ; anche la metafisica, al
pari della religione, sebbene per vie diverse, ricerca quelle ragioni ultime
dell’ uomo e delle cose, che non possono venir date dall’osservazione ed
esperienza sensibile. So bene che questa ricerca delle ragioni ultime è
condannata coinè vana illusione e che si considera come perduto il tempo che vi
si consacra ; so che si tenta di guarirne lo spirito, come d’una malattia
pericolosa; ma, tanto, la malattia è cronica oramai e lo spirito, credo, non
riuscirà a liberarsene. D’altra parte è giusto che l’importanza delle ricerche
si misuri solo dal successo ? Cercare senza speranza non è insensato, nè
volgare, osserva il Ribot ; si può intravvedere, se non trovare. La vera
nobiltà dell'intelligenza umana non sta tanto nei risultati che ottiene, quanto
nel line che si propone e negli sforzi che fa per raggiungerlo. Se la
Metafisica non riuscirà mai a scoprire le lagioni ultime delle cose, se non
troverà mai la chiave dfcll’nniverso, rimarrà però sempre un tentativo
nobilissimo sull’ignoto di tutti gli spiriti curiosi ed attivi ; e non dovesse
rendere all’ intelligenza altro servizio che quello di agitarla e tenerla
sveglia di continuo, di sollevarla al di sopra d’ uno stretto empirismo,
mostrandole che 1’esperienza non è tutto, che tutto non è neppure la scienza, che
anche le idee, e non i fatti soltanto, hanno valore, che anche le ricerche sono
pregevoli e non solò le scoperte, le renderebbe sempre un servigio eminente.
Certo, e 1’ abbiamo ammesso anche prima, 1' ufficio principale della filosofia
intesa come metafisica, o mètempirica che dir si voglia, sta oggi
nell’unificare e sistemare il sapere, nel rivederci principii e i risultati
delle singole scienze, coordinandoli e armonizzandoli ; certo, Ribot,
Psgchologie augluite contenifiorui'ie, 3“ eJiz. Pari*, Germor Bailliére, latro
I.. essa - IT* S0PratU “° ri " e a dtm,aMnI zioni delle scienze pei m
comuni, che vate e «sfocate dall. nuova l-e-dee ^ ^ divengono cosi l’anima e^g
» (1). Ma la tiene e si accresc f l’unico alimento scienza non basta all'uomo ;
non form ^ anche a L’intelletto non „ c la volontà reclamano sentimento in
^^“^Sefecoltà non s’arrestano nei la loro parte. E <1 esse oltrepassano ° T
SVarlicao dove cono appianate lo ocammÌ ° • f onesto e d’onde attinge vigoria
di propo traddiziom di questo, le sue visioni nella Siti ad attuare, almeno
largano guerà ma, d cona „ist. piena dell' i • U quelli che io interno e nei
Cr,^^azionidV;e^c^ = “ ideale^“Lzi a un perchè che sfugge, rir;» -, come nelle
pii, alte della coscienza, minngo, 1894, p. !'• ot) in quelle energie poderose
onde nell’universo è moto, è vita, è senso, è pensiero ; perfino nei fatti più
semplici e famigliari, nei rapporti più elementari. Ora può la filosofia
disinteressarsi di tutto ciò? può la filosofia trascurare queste altre tendenze
dello spirito umano ? Gli antichi volevano che la filosofia spiegasse insieme
ed appagasse le varie tendenze dello spirito, e che tosse di questo
l’espressione più nobile e più adeguata ; ebbene, perchè non avrà anche oggi
questo compito ? perchè le si vorrà impedire di essere ancora quello che era
già la scienza della verità, l’arte della vita, il fondamento della virtù »? .
Tyndall, l’illustre scienziato, discorrendo davanti all’Associazione britannica
per il progresso della scienza, dell’evoluzione storica delle idee
scientifiche, usciva in queste parole memorande: Se lo spirito umano, quale
pellegrino che sospira al remoto focolare, vuol rivolgersi al mistero ond’è
uscito, e cerca come modellare in una sola immagine il pensiero e la fede,
purché s’accinga a siffatto tentativo non solo senza intolleranza o bigotteria,
ma riconoscendo che non si tocca quaggiù l’estrema perfezione e che ogni età
deve essere libera di plasmare il mistero d’accordo coi suoi proprii bisogni ;
allora, a dispetto di tutte le restrizioni del materialismo, io affermerò
essere questo il campo sul quale le facoltà creative dell’uomo, diversamente
dalle sue facoltà conosci (1) 1 ale era la filosofia j.er gli antichi secondo
il Uertini. — La JìloaoJìa onera prima di Socrate tive, potranno essere
nobilmente esercitate. E, non meno esplicitamente del Tyndall, il Wundt che,
scienziato eminente, tentò la costruzione di un sistema su base largamente
scientifica, assegna alla filosofia il compito di ordinare le cognizioni varie
per modo che rimangano soddisfatte insieme le esigenze della ragione e del
sentimento. Non mi dilungherò più oltre in quest’ argomento che non tratto di
proposito ; toccando dei rapporti della filosofia colla religione io avevo
soltanto per iscopo di mostrare anche per questa via la grande efficacia
pratica di quella sulla vita dell’umanità, e quindi l’importanza della sua
storia nella storia generale. La quale importanza è anche dimostrata per un
altro verso : le attinenze della filosofia colla letteratura e coll’arte in genere,
la corrispondenza che è quasi sempre fra i varii indirizzi letterarii e le
correnti del pensiero, fra le forme, le concezioni e le scuole artistiche e i
sistemi filosofici. Trasportiamoci per un momento coll'immaginazione a
quell’epoca tanto gloriosa per la letteratura francese, che é il secolo XVII,
il secolo di Luigi XIV. In questo tempo è la filosofia cartesiana che tiene il
campo, la fi (1) h'Ecolution hitturique det idées scientijlques. Discours presìdentiel de Tyndall
à l’Association Britannique pour 1’ avancement dea Sciences. Cours scientifìques.
la Stoma dìclla filosofia e i rapporti suoi losofia per cui la natura
non è che una macchina inerte, un sistema di ruote e di congegni,
senz’attività, propria, specie di fantoccio nelle mani di Dio. Ebbene, la
natura, priva di vita com’è, non parla nessun linguaggio agli uomini di questo
tempo. Mentre il poeta moderno ascolta il misterioso battito della vita
universale, essi non ascoltano che un secco e monotono tic-tac d’orologio, essi
non s’abbandonano alla natura ; non trovano in essa turbamento o conforto ; non
avvertono alcuna analogia tra i moti dell’anima loro e quelle infinite parvenze
onde si manifesta la vita nelle cose ; non simpatizzano con la natura, non le
danno valore e significato, o, se le danno un significato, è quello solo d’un
freddo simbolo, rappresentando essa ai loro occhi il complesso delle cause
finali, che concorrono alla dimostrazione di Dio, supremo architetto
dell’universo. Cosi è che i letterati non si sentono attratti dalla natura, e
la marchesa di Rambouillet esprime come il sentimento di tutti, allorquando
assicura cne gli spiriti dolci e amatori delle belle lettere non trovano mai il
lor conto alla campagna ». La ragione astratta in quest’epoca domina in tutti i
campi dell attivila intellettuale e morale. XI pensiero prova l’esistenza ;
cogito ergo suoi, dice Cartesio ; l’uomo, la persona è sovratutto pensiero, e
il pensiero nell’uomo uccide, o quasi, il sentimento, le facoltà affettive;
l’immaginazione è tenuta in sospetto, perchè turba il giudizio: i sensi sono
organi d’errore ; criterio di verità è non affermare che ciò che è chiaro,
evidenfe, chiaro ed evidente come il cogito ; il corpo è in contrasto
inconciliabile collo spirito, e per poco non se ne t.ien conto; lo spirito
stesso ha il suo reale fondamento in Dio ; e in Dio l’atto creatore e l’atto
conservatore fanno una cosa sola ; sicché la conservazione delle creature è una
creazione continuata ». Questo razionalismo cartesiano si rivela nelle varie
forme dell’arte. Ecco qui il teatro, che, anziché rappresentarci individui in
carne e ossa, ci rappresenta personaggi senza corpo quasi, mere astrazioni,
stati morali ; anche ciò che di propriamente umano e sensibile c’ è in essi, si
cerca idealizzare per modo cogli artificii dello stile, che non possa produrre
alcuna impressione materiale. Le circostanze di tempo e di luogo che
determinano l’individualità, si sbandiscono più che è possibile, e solo gli
elementi generali, proprii d’ogni tempo e d’ogni luogo, si mettono in luce; il
buon senso e la ragione, osserva Racine stesso, sono i medesimi dappertutto e
sempre. Quindi avviene che Achille potrebbe anche non essere un greco, e
Andromaca potrebb’essere benissimo una principessa del secolo XVII, e non già
soltanto la moglie di Ettore; Arpagone non è questo o quell’avaro, ma l’avaro,
il tipo dell’avaro, come Tartufo non è un ipocrita, ma l’ipocrita, il tipo
dell’ipocrita. Anche la critica letteraria riproduce questo indirizzo
razionalistico : al di sotto dell’autore non cerca l’uomo, come fa la critica
moderna, che notomizza, a cosi dire, l’uomo, i suoi sentimenti, i suoi affetti,
i suoi pensieri più intimi, per sorprendere nell’uomo l’autore. Dell’uomo non
si cura quella critica, studia l’opera in se stessa, come un’astrazione, un
qualche cosa per se stante, e la giudica dall’alto di certi PRINCIPII
RAZIONALI, alle cui esigenze non è dato mancar mai : si direbbe che l’opera
d’arte non sia per qiaella. critica qualche cosa d’organico, di vivente; sia un
fossile e nulla più. È notala poetica di Boileau. Alla ragione, egli sentenzia,
deve il poeta attingere tutto ciò che darà lustro e pregio alle sue opere;
l’estro, l’ispirazione sono esclusi. Amate la ragione, compiacetevi di essasola,egli
ripete di frequente; il buon senso » è lo scopo supremo d’ogm poesia. Anche
Bacine felicita Corneille d’aver primo mostrato sulla scena la ragione e
d’averne adoperato il linguaggio. Perfino la storia che parrebbe, più di
qualunque altro genere letterario, dover tener conto delle circostanze di
tempo, di luogo, di tutti i particolari riferentisi al costume, al carattere
degl’individui e delle età, astrae da tutto ciò volentieri, e rappresenta
uomini e tempi m una specie di generalità costante, sacrificando cosi anch’essa
al razionalismo dominante. X. . C \ potrebbe essere prova più convincente dei
rapporti intimi fra letteratura e filosofia ? Ma non basta. Questi stessi
rapporti possiamo trovare fra il pensiero filosofico e 1 indirizzo artistico e
letterario del tempo nostro. E noto che l’indirizzo filosofico dominante al
tempo nostro è quello che nel fatto s’incardina e dal fatto, dalla realtà
positiva prende il nome, il P 0 0) Vedi del bellissimo libro di Georges
l*ellismer:« Le mouvement da p. 11 a p. 15 P ( Sciame » specialmente sitivismo.
Il Positivismo abborre da ogni maniera di trascendenza, ripudia la ricerca
delle cause prime, delle cause finali e non studia che ciò che può essere
sottoposto a una verificazione empirica; il suo metodo è l’osservazione e
l’esperienza. La natura è ridotta per esso a fenomeni di movimento, lo spirito
umano a fenomeni di coscienza : se nello spirito e nella natura ci sia una
sostanza a cui quei fenomeni appartengono come a loro principio immutabile, il
Positivismo non sa, o nega recisamente. Ciò che cade sotto l’osservazione e
l’esperienza è solo una serie di fatti ; quale altra realtà ci potrebbe dunque
essere in noi e fuori di noi? E questi fatti si svolgono gli uni dagli altri
necessariamente, si determinano reciprocamente; determinismo adunque nel mondo
esterno come nell’interno ; il libero arbitrio, l’autonomia della persona, la
persona stessa sono vecchie fole, che più non reggono alla luce della scienza.
Noi non siamo padroni delle nostre azioni, come non siamo padroni dei nostri
sentimenti e dei nostri pensieri ; al pari del mondo fisico, anche il mondo
morale si sottrae ad ogni specie di azione libera ; anzi non esiste affatto
mondo morale, poiché virtù e vizio sono in ultimo prodotti naturali, come potrebbe
essere il vetriolo o lo zucchero. Inutile perciò parlare di dovere; soltanto
d’appetiti e d’interessi è lecito parlare ; i fatti sono sprovvisti d’ogni
carattere morale ; l'ideale che tende a legittimare diritto e moralità è
inconciliabile coi fatti. Ebbene, a questo indirizzo positivo in filosofia
corrisponde un indirizzo positivo in arte ; mentre la filosofia conclude la
legittimità dei fatti dalla loro necessità, l’arte si riduce ogni giorno più a
notarli e a trascriverli. Ecco qui il romanzo che sottopone ad analisi
minuziosa e sapiente il processo dell’agire umano, e mostrando come si leghino
le azioni l’una all’altra, come ciò che dicesi condotta si sviluppi in una
serie sucessiva e necessaria di atti, presenta l’uomo quale un ingegnoso
meccanismo di ruote, che l’una muove l’altra senza riparo. È il gusto della
ricerca, della descrizione minuta, che domina il romanzo. Voglia esso
presentarci un’anima, un ambiente, un quadro di costumi, un avvenimento
storico, si direbbe in ogni caso un’opera formata essenzialmente di documenti ;
tanto si cerca di ridurre la parte dell’invenzione, e di copiare per quanto è
possibile la realtà anche in quanto ha di meno significativo. Fatti e
personaggi sono tratti dalla realtà ; il romanziere pare non si proponga neppure
d’integrare questa realtà, per paura si possa dire che ci ha messo del suo.
Egli non vuole apparire nell’opera sua, se ne disinteressa quasi ; rappresenta
il bene, senza mostrargli simpatia ; rappresenta il male, e non gli scappa
alcuna parola di riprovazione; è e vuole essere sopratutto uno spettatore
imparziale, quasi lo spettatore imparziale dello Smith. Anch'egli, come i
pittori, ha il suo album ; e in quest’album nota, sorpresi nella realtà,
atteggiamenti, gesti, movimenti, intonazioni e flessioni di voce, perfin
qualche nome strano che lo abbia colpito, a non parlare di costumi, di
temperamenti, di caratteri, ecc., materiali tutti di cui trae poi largo
profitto ; egli ama sovratutto di essere un analista, uno storiografo, un
raccoglitore di fatti e di sensazioni, e in questo principalmente fa consistere
il pregio 1 valore dell’opera sua. Se
tale è il romanzo, che cosa dovrà essere la storia? La storia come opera d’arte
è un'anticaglia oramai ; le storie deU’Amari, del Capponi, del Botta, del
Colletta, del Cantù, quelle del Thierry, del Michelet, del Guizot, del Mignet
ecc. in cui si cerca di dar vita al documento col soffio dell’arte, non sono
più compatibili coll’indirizzo positivo. Lo storico dei giorni nostri non
sacrifica ai lenociai della forma, non ama i quadri pittoreschi, le vaste
generalizzazioni, le sintesi geniali, non ordina e dispone gli avvenimenti
secondo un intendimento artistico ; egli è sopratutto un erudito paziente che
si appiatta in un cantuccio del passato, e vi scova fatti ben accertati e
vagliati con una critica minuziosa e sagace. Egli teme l’immaginazione, diffida
del sentimento, perfino degli apprezzamenti della ragione vorrebbe far a meno ;
il fatto, il nudo fatto è la sua preoc cupazione costante ; una commozione
improvvisa di fronte a un avvenimento, la previsione anche ragionata delle
conseguenze di questo, un insegnamento che se ne voglia trarre, tutto ciò
oltrepassa la cerchia del fatto e gli è quindi sospetto. Il più assoluto
disinteresse, la più assoluta obbiettività deve dominare nell’opera sua ; solo
a questo patto essa soddisferà alle esigenze di un metodo scientifico ; poiché
essa è scienza, non arte. E ben vero che le sue ricerche particolari, le sue
storie di luoghi e di tempi determinati, le sue monografie minuziose devono
trovar posto in un assieme più vasto e preparare quella sintesi universale, che
è lo scopo supremo degli studi storici. Egli sa bene ciò ; ma quella sintesi
deve essere certa, fondata su basi salde, non qual I che cosa di chimerico, di
campato in aria, e perciò non vede per il momento di meglio a fare che studiare
fatti separati, di cui possa acquistare conoscenza piena ed intera ; compiuto
questo lavoro analitico, il lavoro sintetico verrà poi come sua naturale
conseguenza. Anche la critica dell’arte corrisponde all’indirizzo dominante;
era un esercizio di gusto, è diventata una scienza ; una scienza che nell’esame
delle opere porta quel medesimo spirito che porta lo storico nell’esame degli
avvenimenti. L’opera d’arte è sovratutto un documento oramai ; il critico non
si lascia commovere dal bello, come non si lascia commovere dal brutto ; sono
fatti naturali 1 uno e 1 altro, hanno l’uno e l’altro il loro valore e il loro
significato. U vero critico non ammira, nè biasima, osserva ri Pellissier ; egli
accetta le forme molteplici che prende l’anima umana per rivelarsi, non ne
condanna alcuna e le descrive tutte. Applicando all’ arte come alla morale un
determinismo implacabile, estende 1’,impero delle leggi organiche fin nel
dominio della produzione letteraria. Egli riduce gli individui a non essere che
la risultante della loro razza, del loro secolo e dell’ambiente in cui vivono.
Dei documenti, ecco ciò ch’egli cerca nel1’opera estetica» (1). Che dire poi
della poesia? Essa è sovratutto il linguaggio del sentimento e
dell’immaginazione; non può dunque che trovarsi a disagio nel secolo della
critica e della scienza. E in realtà la letteratura al tempo nostro è in gran
parte prosastica.L’epica non è più pos ti) Op. cit. p. 270. Vedi tolo
L'Éeolution lénlisie • l’intero baUiesimo capitolo che ha per ticolla storia
oklla coltura k dell* civiltà 45 sibile : il dramma sfugge alla poesia; alla
lirica solo ò concesso di vivere ancora non ingloriosamente come forma poetica.
Ma il poeta è guardato dalla gente quasi con compatimento, con quello stesso
senso press’a poco con cui si guarda un ragazzo che giuoca e scherza ;
poveretto, non ha altro da fare, lasciamolo divertire ! E difatti è
divertimento innocente la poesia; si scherza gx-aziosamente colle parole, coi
suoni' colle rime. Ma un uomo serio, positivo potrebbe permettersi ciò ? Ohibò
! L’uomo serio, positivo arrossisce, come di colpa grave, dei tentativi poetici
della sua prima gioventù ; l’uomo serio, positivo, dice quello che ha da dire
in prosa. Tu ti contentei’ai della prosa, dice a se stesso, giovane ancora,
Dumas ; essa sola dice bene quello che hai da dire ». Del resto la poesia
sopravvissuta si risente anch’essa dello spiiùto dominante ; descrizioni
minuziose di realtà specialmente famigliar! ; analisi delicate di pensiei'i e
di sentimenti, ricerche e rappresentazioni fin troppo esatte di fatti storici ;
studio d’una forma, che all’espressione precisa del concetto congiunga, fin
dove è possibile, L’andamento semplice e piano della prosa. E il Positivismo, è
il Realismo filosofico che penetra fin dove parrebbe non dovesse mai penetrare.
È tempo di riassumere, è tempo di raccogliere le vele fin troppo spiegate nel
nostro discorso. Voi siete già persuasi con me che la filosofia ha attinenze
strettissime con tutte le forme della vita spirituale, con tutte le
manifestazioni della civiltà e della storia. La storia I della filosofìa è per
ciò insieme storia del sapere e della coltura ; storia in largo senso del
progresso e della civiltà. Non meno dei metafisici di Germania, i positivisti
di Francia e d’Inghilterra sostengono ciò. Il Comte e lo Stuart Mill
considerano d’accordo il progresso della speculazione come la causa principale
del progresso sociale. Sarà dunque uno studio di lusso, come sostengono alcuni,
la storia della filosofia ? Anche ammesso che sia un lusso, è un lusso
necessario, un lusso di cui non possono far a meno gli uomini colti. Sarà una
vana curiosità, come credono altri, un’inutile commedia, un terreno sparso di
rovine? Ma è anzi spettacolo grande e solenne, un dramma pieno di vita e ricco
di significazione, un terreno produttivo e fecondo. Le si farà colpa di essere
un’incessante e sterile lotta di vita e di morte, un’ alterna vicenda di
sconfitte e di trionfi? Ma se questa è la sorte di tutte le cose umane, se
nella morte è la vita e nella vita la morte ! Si dirà che è una serie di
soluzioni contradditorie dei medesimi problemi, di risposte unilaterali tutte e
tutte esclusive alle stesse domande? Ma chi potrebbe sostenere che lo spirito
umano sia un tutto essenzialmente armonico e coerente ? L’ incoerenza, la
contradizione è nel pensiero, nel sentimento, nelle opere, in tutte le
manifestazioni dello spirito insomtna; e pretendereste non fosse nella
filosofia che dello spirito è la manifestazione più piena e più alta ? D’altra
parte perchè guardare i sistemi filosofici solo nei rapporti onde alcuni sono
legati ad alcuni ? Guardateli invece nel loro complesso, abbracciateli con uno
sguardo unico tutti [Veti specialmente Mill, Logique. assieme, e vedrete che
ricompongono l’unità vivente del pensiero, vedrete che non s’elidono veramente,
ma s’ integrano piuttosto a vicenda e sono come le membra d’un vasto organismo,
come le faccie di un immenso poliedro. Alcuni, più radicali degli altri, sostengono
addirittura che parte almeno dei sistemi filosofici 6ono vere bizzarrie e,
bontà loro ! aberrazioni mentali, veri scherzi di natura,^ come si diceva un
tempo di quei prodotti naturali fuori dell’ordinario, di cui non si sapeva dare
la sp : egazio^e. Ma la natura non scherza mai, è ben noto; la natura fa sempre
sul serio ; e come quei prodotti che si dicevano scherzi una volta, si
apprezzano ora più degli altri, perchè meglio atti a rivelarci il segreto
dell’operare della natura; cosi i sistemi filosofici, che del resto non sono
scherzi, hanno per la scienza nuova un immenso valore, poiché solo per essi è
dato scoprire le leggi onde venne formandosi il pensiero moderno; solo per essi
è dato percorrere le tappe per cui è passato il pensiero prima di arrivare allo
stato presente. Ma io penso sovratutto aU’efficacia educativa della storia
della filosofia ; maestro ed educatore, è naturale che ciò mi preoccupi. La
filosofia incomincia là dove finisce il senso comune ; quello che al senso
comune appare chiaro ed evidente, o insignificante almeno, a una riflessione
più profonda è irto di difficoltà e problemi d’ogni maniera, è addirittura
mistero. Ora che cosa gioverà più a scuoterci dal pigro sonno d’una morta e
acquiescente tradizione, che studiare il pensiero di coloro che hanno tentato
risolvere quei problemi, svelare quel mistero ? E non basta; ai grandi
monumenti dell’arte noi ci accostiamo, perchè ci illumini nn raggio d’imperi
’OIfrt SUOI tura bellezza, perchè l’educazione artistica e letteraria meglio si
forma collo studio dei grandi classici dell’arte e colla famigliarità delle
loro opere, che colle astratte regole e le vuote forinole della vecchia
retorica: ora l’educazione del pensiero scientifico non dovrebbe allo stesso
modo formarsi collo studio dei grandi eroi del pensiero, i genii della
speculazione, Platone, Aristotele, Leibnitz^ Kant, Spencer ? Aggiungasi che
quella meravigliosa varietà di tendenze, d’impulsi, d’indirizzi che si
riscontra nei grandi pensatori, è mirabilmente atta ad arricchire la coscienza
scientifica e a svolgere le moltiformi energie dell’ingegno ; e che per
l’esempio di questa varietà l’uomo acquista più facilmente quella serena
equanimità di giudizio, quello spirito largo e comprensivo, che abborre da ogni
maniera di esclusivismo, e quindi di dogmatismo, quello spinto finemente
critico e insieme libero e indipendente, che guarda le cose dall’alto, senza
odio e disdegno, seuza entusiasmi e adorazioni soverchie, sine ira et studio,
che è una virtù e una forza insi me dello scienziato. Oggi cè nei giovani
specialmente la tendenza all’affermare reciso ed assoluto anche nelle questioni
più controverse: ebbene, la storia della filosofia vi terrà lontani da questo
vezzo, o giovani, vi avvezzerà a considerare le cose da vari punti di vista,
non da uno, o da pochi parziali ed esclusivi, vi renderà tolleranti con tutti,
con tutti i lavoratori serii ed onesti; vi convincerà che anche nella scienza
brutta cosa sono le sette e le chiesuole; che la libertà è condizione di
progresso non soltanto nella vita civile e politica, ma in quella più intima
del pensiero e delle idee. 9° Z. | os PROFESSORE NEL R. LICEO AZEGLIO DI
TORINO. SAGGI FILOSOFICI, TORINO; LOESCHER FIRENZE ME R'ONCA, Via Tornabuoni, Via
del Corso = 307 3 ran ali Aia n) 2A. Ho raccolto sotto il nome di “saggi
filosofici” certi studi a cui attendevo da qualche anno fra l'una e l’altra
occupazione del mio magistero, e che mi parvero non affatto privi d’interesse
per chi s’occupi di filosofia. Sono i più d’indole storica. Credo anch'io, con
molti altri, che la filosofia non possa prescindere dalla storia e dalla
critica dei sistemi, e il metodo suo dove essere essenzialmente
STORICO-critico. Alcuni di essi sono pubblicati nella Rivista -& diretta da
ROVERE (si veda), ed ora con nome ed indirizzo più largo da FERRI (si veda); e
ricompaiono qui con modificazioni ed aggiunte, a mio credere, importanti. I più
sono inediti. Di essi uno, quello che ha per titolo “Il determinismo di Mill,”
ebbe già nel NR: : | tin po’ più di modestia, una fiducia meno [Sono dolente a
questo proposito che non mi sia possibile comprendere in questo volume un altro
mio studio sullo Stuart Mill, che pure dall'Accademia dei Lincei fu quest'anno
onorato d’un premio. i Del resto il mio libro non riempie alcuna lacuna, non
soddisfa ad alcun bisogno; nè io, scrivendolo e pubblicandolo, ho avuto questo
pensiero e questa pretesa. L’ unica cosa buona e nuova che ‘a me pare d’aver
fatto, si è d’avere scritto con una certa chiarezza c una certa semplicità di
cose filosofiche. È così raro che ciò si faccia, scrivendo di filosofia, ch'io
mi terrò fortunato se mi si giudicherà almeno non tanto oscuro quanto si suole
essere, in tale materia. Non faccio una professione di fede filosofica; le mie
idee risultano abbastanza chiaramente dai Saggi. Dirò solo che sono nemico di
tutte le esagerazioni, di tutte le esclusioni sistematiche, da qualunque parte
vengano: dirò anche -che sono amico della critica cortese, della critica da
persone per bene; e che deploro, odio anzi, quel fare burbanzoso, altezzoso,
con cui taluni dal tripode della loro scienza giudicano e mandano », bandendo
dal mondo scientifico i poveretti che hanno la sventura di non pensarla come
loro. Il mondo è tanto grande che ci dovrebbe essere posto per tutti... per
tutti 1 lavoratori serii ed onesti. Un po’ più di riserbo, cieca nelle Bir =
inno "e cai ni ES PREFAZIONE i AL aiar cigeee catena sete AR i NANI PEETLI
proprie forze sarebbe tanto di guadagnato per la scienza. Ci si avvezzerebbe
così a essere un po” più tolleranti, un po’ meno sgarbati, a non dare come
certo irrevocabilmente ‘e assolutamente quello che invece è molto, ma molto
problematico; ci sì avvezzerebbe sovratutto a dubitare .un po’ più e alal
affermare un po’ mena. i Dicendo questo, non mi riferisco -a nessuna in
particolare delle varie scuole filosofiche; mi riferisco piuttosto a tutte, chè
tutte hanno più © meno la pretesa di aver risoluto definitivamente i problemi
filosofici, tutte hanno lo stesso spirito d’ intolleranza, lo stesso dogmatismo
ad oltranza. | - A me piace la libertà e la tolleranza, come in tutto il resto,
anche in filosofia: la libertà è condizione di progresso mon soltanto nella
vita civile e politica, ma in quella più intima del pensiero e delle idee. de |
ì Grancona, Vicenza. Fino a Socrate la filosofia s'era tenuta a un livello
superiore alle intelligenze comuni, e in generale avea ben poco giovato al
migliore avviamento della società. S'era proposto come oggetto d'esame la
natura ed il cosmo; ma ne avea considerato il rispetto fisico e metafisico
unicamente, vale a dire avea studiato la matura in se stessa e nelle sue
relazioni affatto l’uomo, che è pure la della natura. O se pure l’uomo fu preso
a considerare, poichè i grandi problemi che poteano certo sfuggire agli acuti
pensatori che prece dettero Socrate, non lo si fece speciale ed a parte: chè
anzi, siccome la morale e la fisica, l’uomo e la natura erano confusi insieme,
collo stesso sistema, onde spiegavano la n spiegare il fatto umano in generale.
Così a tutti è noto che i Pitagorici, come dicean dei numeri!, anzi faceano dei
numeri le cose stesse*, 1 Aristot. Metaph. 1. ©. 3. 2 Aristot. Metaph. 1. 6. 6.
coll’assoluto, trascurando parte migliore e più nobile interessano l'umanità,
non mai l’oggetto d’ uno studio atura, pretendeano i filosofi o le cose fatte
ad imitazione teca Be” ml è dle dé FORRAIIET PIO AA =L METODO 4 DEL M
spiegavano la morale e i rapporti morali pure per mezzo dei numeri!. Ma questi
erano tentativi PIÙ o meno ingegnosi, più o meno fortunati; in realtà non
faceano procedere d'un passo lo studio dell’uomo € della sua natura morale. Per
istudiare l’uomo conveniva partire dall'uomo stesso, conveniva sovratutto
distaccarsi da quel vago aggregato di parti disparate e contraddicentisi,
concepito allora sotto il nome di fisica, e dare al nuovo studio un indirizzo
suo proprio e indipendente. Come Ippocrate nel suo trattato Dell’antica
medicina ® comincia dal respingere il tentativo fatto per congiungere lo studio
della medicina a un?’ ipotesi fisica od astronomica; e mentre si scaglia contro
gli scrittori medici, che perdevano il loro tempo a stabilire ciò ch'era l’uomo
nel suo principio, in qual modo cominciò ad esistere e come fu generato, tenta
di fissare i limiti entro i quali la medicina deve aggirarsi; nella stessa maniera
Socrate, svincolandosi all'atto “dalla tradizione filosofica, reputando pazzo
chi sì occupasse di cose divine? (e tali erano per lui le cose della natura e
del cielo), perchè gli dei aveano di queste riserv a se i i È ichi q rvato a se
stessi il segreto, richiamando 1 Aristot. Metaph. 1, 5? p. 985-986. 'Tò uèv
cowivda Fay dol) U ’ n 1) a PZA ia diuziocnivi, 76 7° Torovdz duyà VAL volle
Èxspoy NA ; S o vi > } TIVOMEVZ, AI È, Lode E Sr AGI DIAZ nuo, FL os TZ ZA
èrindebpaza DIANA :, Sn idea e44oTO Ciponezta. 5 Xenoph. Mem. Socr. IV 7. 6 2
AI) «DO ERLTTO) I | | -- e perciò i suoi famigliari alla conoscenza pura €
semplice di se stessi !, l’unica all'uomo accessibile; pose il fondamento a
quella scienza morale, che dovea poi trovare in Aristotele il perfezionatore e
il maestro. È per questo motivo che Cicerone potea dire di Socrate, che
richiamò la filosofia dal cielo in terra e la collocò nelle città e la
introdusse nelle case, e la sforzò a ricerche intorno alla vita, ai costumi, ai
beni ed ai mali. Ed è notevole questa popolarità che Cicerone attribuisce alla
filosofia socratica, poichè se Socrate fu il primo a studiare il fatto umano
indipendentemente dal fatto naturale, non si propose già questo studio per
soddisfare a un bisogno della sua natura speculativa unicamente, e limitarne
quindi a se stesso i risultati, press’ a poco come farebbe uno qualunque dei
nostri filosofi moderni; ma studiò l’uomo anche collo scopo di migliorarlo,
anzi esclusivamente collo scopo di migliorarlo; e di qui la necessità che la sua
filosofia prendesse Ja forma esteriore dell’insegnamento popolare. Nell’
Apologia platonica ® è detto chiaramente; che Socrate era persuaso che Dio gli
avesse imposto di vivere per la filosofia e nello studio diligente di sè e
degli altri; e questa sua persuasione avea Messo così profonde radici nella sua
anima, che Socrate affermava di voler piuttosto morire che disobbedire al
comando di Dio, € smettere un. istante solo dal filosofare e dal fare
esortazioni e dimostrazioni a chiunque incontrasse. Altrove, pur nella stessa
Apologia ‘, Socrate dice esser posto dal Dio a’ fianchi della città, quasi ella
fosse un grande e generoso cavallo dalla sua stessa grandezza fatto tardo 1
Cfr. Mem. Socr. passim; Dialog. plat. pass, 2 Cicer. Disput. Tuscul. L.'V e. I
$ + 5 Apol. ci XVII p. Stef. 28E-29. + Apol. Stef. 30E-31. Rn oseeGog eni guup
sgn1essoassasopora sog atene e bisognoso di qualche spronata per essere
eccitato; cittadini aver bisogno dell'opera sua, come di chi li desti dal
dormigliare, persuadendoli e rimprocciandoli. Ad un uomo, come Socrate, in cui
era profondo il sentimento della giustizia e della morale, non potea certo
sfuggire la miseranda confusione che regnava al tempo suo nei concetti
regolatori della società e della vita, e la totale depravazione dei costumi: e
siccome le grandi convinzioni della sua anima scambiava il più delle volte
colla voce d'un Dio; imposto: a se stesso l’apostolato santissimo di richiamare
sulla retta via la società pericolante, e postosi all'opera coll'ardore
dell’apostolo e la fede del martire, dovea naturalmente reputare quella forza
potente che lo trascinava, un non so che di sovranaturale che Dio stesso in lui
avesse trasfuso. Comunque sia, e noi non pretendiamo per nulla entrare nella
questione intricatissima dalla religiosità di Socrate, questa convinzione
religiosa speciale combinata colla sua natura essenzialmente speculativa e
dialettica, fece di Socrate un Dio elenchiico, per adoperare la parola Si
Platone 1, che esamina e convince i deboli in È cea I N O, È i azione.
Trascurava le cose proprie, andava continuamente attorno per la città or: al
passeggi pubblici, ai ginnasi destinati na ittà, pai corporali dei giovani, ora
ai banchi dei RE adunanze dei Sofisti, nelle botteghe degli a OE alle perfino
nelle case delle cortigiane? e dal rara ) Ppertutto e con ! Plat. Soph. c. l.
p. Stef. 216.È 1° espressione che pera rispetto all'ospite che ha la parte
principale nel es E È) Alea t GUAI ” OPpo. Cfr. il singolare dialogo che ha
Socrate (Mem a ) coll ” 1.) colla etera Teodota intorno all’arte di allettare
gli uomini I. iii rratriiii_zznnnnttni tt ili iti ii A PRESE e PI ii A LI Se O
chiunque il volesse, faceva ricerca di ciò che è giusto, di ciò che è ingiusto,
di ciò che è pio, di ciò che è empio, di ciò che è bello, di ciò che è turpe, €
in generale di quante altre cose potessero interessare l’uomo ela società 1. Ed
è noto come nelle sue conversazioni ei non facesse distinzione di persona,
poichè s' intratteneva egual mente coi politici e coi Sofisti, cogli uomini d’
arme e cogli artigiani, coi giovani ambiziosi e cogli studiosi, e con quanti
altri ricercassero la sua conversazione, 0 stimasse dover ricercare egli
stesso. E questa ricerca della conversazione e dell'esame, questo commercio
incessante cogli altri, per un uomo come Socrate in cui la conoscenza e la
volontà, l'intelletto e l'affetto si confondevano, non era solamente un bisogno
intellettuale; ma nel tempo stesso un bisogno personale e morale: l'abitudine
del filosofare s' identificava in lui con la comunità della vita, il desiderio
della scienza era pure il desiderio dell'amicizia; e sta, come osserva
acutamente lo Zeller ?, nella fusione di questi due ordini di bisogni il
carattere originale dell’ Eros socratico. L'amore socratico non aveva soltanto
un alto valore pratico e morale, ma anche, e più specialmente, un valore
intellettivo e didattico. Abbiamo detto più sopra che Socrate era dotato di
natura speculativa e dialettica; Platone ci conserva in proposito un molto
singolare racconto. Narra nel Parmenide che Socrate ancora giovinetto ebbe con
Parmenide e Zenone una disputa intorno alla dottrina dell’ 20, che i due
filosofi Eleati sostencano. A un certo punto ammirando il fervore che Socrate
mettea nella disputa, si 1 Mem. Socr. I 1. 16. ; 2 Geschichte der Philosophie
der Griechen della traduzione francese, c è x guardarono l’ in l’altro
sorridendo 1 e più Innanzi Parmenide, vedendo l'imbarazzo di Socrate a
procedere oltre disputando, sì provò a dargli alcuni consigli intorno all’arte
del disputare: Troppo per tempo, o Socrate, innanzichè tu ti eserciti a
parlare, ti sforzi a definire ciò che sia il bello, il giusto, il buono, e
qualunque delle altre specie. Per certo, mi credi, è bello e divino il fervore
col quale muovi alle ragioni: metti fuori adunque te stesso ed esercitati,
finchè sei giovane, in questa facoltà che sembra inutile e si chiama dal volgo
garrulità; altrimenti ti sfuggirà la verità ». E poichè Socrate domandava a
Parmenide di VELIA (vedasi) qual fosse la maniera di questo esercizio questa,
rispose il filosofo, «.che hai udito da Zenone.... Conviene non solo, se è
qualche cosa, supponendo che la sia, considerare quello che dalla supposizione
deriva - ma anche se non è ‘ questa stessa cosa, supporre che la sia —se pur
vuoi “ esercitarti 505 I più ignorano che senza questo vagare e discorrere per
tutte le cose è impossibile aver mente che s'imbatta nella verità. Dal quale
racconto apparisce che Socrate naturalmente portato fin da' suoi più giovani
anni a correr come un cane Lacone, di qua e di là dietro ai dis È) e a seguirne
le orme è, ebbe a correttori e a pa ra natori di questa sua facoltà d’
investigazione da È PRI Eleati, e specialmente Zenone, che fu il prim >
Paoli care alle questioni filosofiche |a di prMO ad applia quel tempo in Atene,
vi godeva e una a massima rinoma nza!. ! Parmen. p. Stef. 130. 2 Parmen. p.
Stef. p. 135-130. 5 Parmen. p. Stef. C
247 cò perabeis 2ì iyvedere tà VeyBivra, 4 Cfr, Alcibiad. magg. c. 14 pi DI
GITZO va vi \4 meo ve vl Adani FIN LAI alettica, e che, venuto: 119 A e
Plutarc. Vita di Pericle c,.3, Per tal modo la dialettica che avea incominciato
a fare le sue prove con Zenone, e avea messo în giuoco con lui quella sua forza
aggressiva 0 negativa, colla quale rilevava gli assurdi e le contraddizioni che
derivavano dall’ipotesi contraria alla dottrina dell’ uno, senza curarsi più
che tanto delle ragioni positive che militassero in favore di essa dottrina!,
pur a questa mirando positivamente, passava nelle’ mani di Socrate, che dovea
farla mirabilmente servire allo studio dell’uomo e della società. Se non che fa
d’uopo avvertire collo Zeller® che se Zenone, per difendere la filosofia di
VELIA, ha potuto adoperare un metodo dialettico, e fu per questo chiamato da
Aristotele l’inventore della dialettica, non per questo la filosofia Eleatica
nel suo complesso può chiamarsi un sistema dialettico. Perchè si potesse
chiamare così converrebbe che fosse dominata da un’ idea precisa intorno
all'oggetto e al metodo della conoscenza scientifica, converrebbe che facesse
precedere le sue ricerche fisiche e metafisiche da una teorica della
conoscenza, € nella concezione medesima del mondo cercasse il suo principio
regolatore nella definizione e nella distinzione dei concetti. Questo doppio
carattere che fa difetto alla filosofia Eleatica è invece la nota distintiva
della filosofia di So crate e del suo grande discepolo; e solo questa perciò si
può chiamare un sistema essenzialmente dialettico. x 1 Gfr. il passo del
Parmenide p. Stef. B, ©, D, dove Zenone
parla de’ suoi scritti. 2 Zeller-Geschichte der philosophie der Griechen. Il.
Una delle dottrine che nell’ antichità ha avuto maggiore fortuna e che in
generale ha esercitato un’ azione molto benefica sugli spiriti, è la dottrina
della preesistenza dell'anima al corpo e poi della trasmigrazione dell'anima da
corpo a corpo. Venuta a quanto pare dall’ Egitto! sul suolo greco, fu
primieramente accettata dagli Orfici; da questi, secondo ogni probabilità,
passò fra i Pitagorici®, i quali alla loro volta doveano trasmetterla
a-Platone. Se non che mentre gli Orfici e i Pitagorici fecero servire questa
dottrina ad uno scopo essenzialmente morale, poichè dallo stato felice
dell’anima prima della sua unione col corpo, e dalla unione dell'anima col
corpo avvenuta in seguito ad alcune sue colpe, coglievano occasione a predicare
la virtù e l'espiazione; Platone, oltre che a questo medesimo Scopo, la fece
servire eziandio alla spiegazione d'uno de’ più VER che lo spirito umano si
proponga, il ma della conoscenza. L’ani imi Aa ‘unione col corpo a RISI dela
sue e, dopo la sua unione col cor È Sete GIO, po, trasmigrando da questo a
quello, ebbe a vedere tutte cose e tutte c ] prendere ®; sicchè i tipi di,
areale queste cose essendo in lei ! Cîr. Bertini, Filosofia presocratica p.
202. 2 Giacchè non è per nulla accettabile ii o dai Pitagorici si sia trasmessa
agli Orfici. 3 Cfr. Pinione opposta che Menon. plat. p. Stef. 81 in fine c.
XIV-XV Cfr, anche il Fedro plat. p. Stef. 246-249 e il Fedon. p. Stef. 84 e
seg. Nel Fed . ro però e sel pedone le ragioni che si adducono a spiegazione
del fat della reminiscenza sono alquanto diverse che nel Menone e
cescrsurseresevenzeazionesansenaon nre ne Fonntenseenisenovosagsaregsonevasga
erbopronstessacaaeneostae contenuti e l’universa natura essendo stretta in
congiunzione, all'anima non è difficile, richiamata una sola notizia, ciò che
gli uomini dicono apprendere, richiamare eziandio tutte le altre, purchè abbia
coraggio e non si ritragga dalla ricerca!. Per modo che quello che si dice
dagli uomini conoscenza, non sia in realtà che la ricordanza di quello che già
si sapeva, cd ignoranza non esista veramente, ma soltanto dimenticanza. Questa
dottrina, detta della reminiscenza (2v4uvnsto), che Platone metteva innanzi a
ribattere |’ obbiezione sofistica ed eristica, che sia impossibile l’apprendere
e il ricercare qualunque cosa che non ci fosse già nota antecedentemente?,
serviva mirabilmente a spiegare anche il metodo dell’insegnamento e della
disputa di Socrate. Poichè ogni uomo possiede virtualmente tutte le nozioni,
sicchè per possederle coscientemente non ha che a richiamarsele alla memoria,
l’ ufficio del maestro è per ciò stesso limitato a ridestare queste nozioni, a
trarle fuori da quello stato d’ oscurità e di latenza, in cui erano involute
nell'anima. Perciò nulla di suo insegna il maestro, anzi non insegna veramente,
solamente per mezzo d’in-0 terrogazioni adatte aiuta il discepolo a ricordare
quello che ha dimenticato. Quindi è che Socrate non appella se stesso maestro
nè in Senofonte, nè in Platone; anzi ‘in Platone? dichiara esplicitamente che
mai non si fece maestro ad alcuno; e quindi è ancora che nel Teeteto paragona
l’arte sua all'arte della levatrice, e dice d'aver attinta quest'arte dalla sua
stessa madre Fenarete. Come le levatrici aiutano a partorire le donne, così
egli gli 1 Cfr. Menon. ibid. 2 Gir, Menon. platon, p. Stef. $o in fine ed
Eutidem. platon. p. Stef.. 3 5 Apol. platon. p. Stef.bo, 17. CONE i iffer ‘è
ch'egli non ostetrica i loro $ uomini, colla differenza pero ch'egli i | | f
corpi, sibbene le loro anime; e di più he IERI i simo vantaggio la sua arte
sopra di que (3; RO Tra | ogni modo esaminare se sia falsità o verita E Gero |
l’anima partorisce; mentre non accade alle leva È so ! distinguere se sia uomo
od ombra d uomo que o) 1 | la donna partorisce; non essendosi mai dato il paso
Ì | un parto di donna che non sia parto reale. Del resto | come le levatrici
sono per età infeconde,, alla maniera ! stessa che è infeconda Diana che
presiede ai parti, So- ; crate pure è infecondo, e il rimprovero che molti mi |
fecero, egli osserva, d’interrogare sempre gli altri e di ! non risponder nulla
io stesso, ha in questo la sua ragione che Dio m’impose di osfelricare, ma mi
tolse di poter | generare !. | La quale ultima osservazione, fatta per burla
certamente, contiene però il secreto del metodo negativo di Socrate. Socrate
muoveva una facile interrogazione, i | alla quale veniva data una risposta
altrettanto facile; ‘ questa offriva il destro a una seconda interrogazione e
bs quindi a una seconda risposta; dalla quale poi deriva*. vano altre
interrogazioni ed altre risposte, finchè si Pri giungeva al punto che
l'interlocutore veniva a porsi da se stesso fuor di questione, o
contraddicendosi, o venendo a riconoscere che non era verità quella che pur
aveva preteso fosse tale. E allora Socrate non veniva a risolvere la questione,
come s'aspettava l'interlocutore, mettendo egli stesso innanzi una sua propria
opinione, che potesse surrogare quella di cui era stata riconosciuta la
falsità: invece abbandonava nel dubbio e nella con+ fusione il suo avversario;
il qu S ale, se presuntuoso dap-, prima, venia ora fatto og getto di scherno
alla moltitudine. Teetet. plat, p. Stef. 149-151. Senofonte non comprende a mio
credere questo lato scettico della disputa di Socrate. E bensì vero che in un
luogo dei Memorabili !, ad ‘Ippia che lo rimprovera di deridere gli altri,
interrogando e convincendo tutti, senza voler egli stesso dichiarare la propria
sentenza, Socrate risponde che non gli è bisogno dichiarare quali cose ei reputi
giuste, perchè lo dimostra:col fatto ogni giorno; sicchè verrebbe quasi a dire
— la mia sentenza è la mia vita stessa, traete dalla mia vita le conseguenze
positive del mio insegnamento. — Ma questo non basta, e se potè esser vero in
certi casi e in certi rispetti particolari, a torto lo applicheremmo
generalmente a spiegare la forma scettica delle conversazioni socratiche. Però
fa d’uopo notare che Senofonte non dà questo esempio come regola generale;
quantunque è anche a notare che non si trova in tutti i Memorabili alcun'altra
spiegazione in proposito. La vera spiegazione ci è data da Platone. Abbiamo già
accennato più addietro. come Socrate appellasse se stesso infecondo di
sapienza; ebbene non è soltanto per ironia che s'appella così. Socrate interroga
gli altri per comando del Dio, com’egli dice ?, ma non già per redarguirli in
questo o quel discorso, o perch’egli abbia pronta una soluzione della proposta
questione: è l’anima degli altri che vuole chiarire a loro medesimi, nel tempo
stesso che vuole chiarire la sua a se stesso; è la qualità dei concetti altrui
che è risoluto pel bene comune di mettere a prova, nel tempo stesso che i suoi
pure, 0 indefiniti, o incompleti, sente il bisogno di concretare e di
rettificare. Quindi è che giunto col ragionamento a fare una disamina attenta,
acutissima dell’ opinione I L.IV 4 g-10. 2 Apolog. plat. p. Stef. ii |
PETITITLILILICALMIAR:I altrui e della sua, riuscito a togliere certi
pregiudizi, 3 certi errori che poteano essere comuni e @ lui e agli . altri,
non sa poi all’ abbattuto edificio sostituirne uno nuovo, e tronca, quando meno
si crede, la disputa. E sopratutto l'opinione in se stessa quello ch'io
esploro; ma accade forse che ci si esplori amendue, me che interrogo e chi
risponde » osserva Socrate nel Protagora!; e nel Menone®:« non è già ch’ io
essendo pie« namente certo, faccia dubitare gli altri, ma anzi, «essendo io
stesso sopra modo dubbioso, i’ fo dubitare anche gli altri ». Socrate in verità
non possedeva teorie completamente svolte intorno a checchessia, non possedeva
alcuna dottrina dogmatica positiva. Egli aveva bensì il sentimento { pieno e
profondo della necessità della scienza fondata sui ‘ concetti; ma essendo stato
il primo a mettere in luce questa necessità e spendendo per così dire il suo tempo
a convincerne altrui, non avea acquistato conoscenze determinate che
costituissero la materia di questa scienza. Insomma l’idea della scienza non si
presentava ancora a lui che come un problema indeterminato, in faccia al quale
egli non poteva che riconoscere la sua ignoranza? ». Socrate adunque partendo
dal dubbio ch'era in lui intorno alla verità delle opinioni altrui, o delle
sue, arrivava a comunicar questo dubbio anche agli altri. Nel Pa “7a \L illomne
«na PS i 7 E È 1 Prot. plat. p. Stef. trad. Bonghi. 2 Menon, plat. p.
Stef. trad. Ferrai. Cfr. anche quello
che Aristotele dice negli Elenchi Sofistici, bi 7: Sne nai dd edito Nozpdrns
pura, dI ob Omespivaro. Ouoroyer do obz sidiva. 9 H. Zeller-Geschichte der Philosophie
der Griechen tom. 3. della trad. francese p. 115. i -
‘’‘cmosetttittitenittntietteienticannea che consiste veramente la grande
efficacia del suo metodo; poichè giunti un momento a. dubitare di quello che
già si credeva sapere, naturalmente abbiamo fatto un gran passo nella via della
scienza: se non fosse altro abbiamo imparato ad esser meno presuntuosi e a non
far troppo a fidanza colle forze del nostro intelletto. Ma c'è di più. Il
dubbio è uno stato assai molesto dell’ anima e suscita le doglie e fa passare
giorni e notti nelle ansie » come osserva Socrate nel Teeteto!; sicchè tentiamo
naturalmente di liberarcene, ricercando la soluzione vera del problema, e non
arrestandoci un momento fino a che non l'abbiamo ritrovata, Credi tu », dice
Socrate a Menone a proposito dello schiavo che vavea preso a catechizzare, ch’
e’ si sarebbe messo a cercare « ed imparare ciò che si credeva di sapere pur
nol sa« pendo, se prima non fosse caduto nel dubbio, accor« gendosi di non
sapere e sentendo desiderio di saper « veramente ?.... Pon mente adesso com’
egli movendo « da questo dubbio, e con me la ricerca facendo e' ri« troverà il
vero, non altro ch'io l’interroghi non già « che gl’insegni® ». i E questo
dubbio, ch’ era l’ ultima conseguenza della conversazione socratica, si
accompagnava naturalmente a quel senso di stupore e di meraviglia, che dovea
suscitare nell'anima degl interlocutori di Socrate l' arte finissima, ond’egli
riusciva a imbarazzarli e a convincerli sovratutto dei loro errori. Già
Senofonte nei Memorabili ® ci parla di certe malie e di certe cantilene, che
Socrate consigliava a’ suoi famigliari per persuadere e farsi amici gli altri;
e Platone nel Teeteto mette in bocca a Socrate le singolari A Teet. p, Stef.
Menon. p. Stef. 84 trad. Ferrai, 5 L.HIc. VI $ 10. > fingono ren deg}DEI.
METODO riti o sara rear agesieoteorrenizentarivenzietto parole che come « le
levatrici apprestando farmachi « e canterellando certe lor cantilene, sanno
eccitare 1 « dolori del parto, ed a chi vogliono mitigarli, ed aiutare « i
parti malagevoli » così è proprio dell’arte sua eccitare “ ecalmare ad un tempo
i travagli del dubbio nelle anime!. Nel Carmide® Socrate si dice in possesso
d'una certa incantagione che ha appreso da Abari l’iperborco, C che ha
egualmente efficacia sul corpo e sull’anima, e Invita il giovinetto Carmide a
farne esperienza; e finalmente nel Menone?, Menone stesso dichiara d’ esser
affascinato dalle incantagioni di Socrate e in tuon di burla gli dice, che gli
sembra rassomigli affatto e per la figura e pel resto alla torpedine di mare; chè
com’ essa chiunque le si accosti e la tocchi fa cader nel torpore, così egli
gli ha intorpidito l'anima e la bocca per modo da non sapere che cosa
rispondergli. Suscitando adunque nell'anima de’ suoi interlocutori il dubbio e
la meraviglia, due sentimenti essenzialmente filosofici, poichè furono sempre
cagione che gli uomini cominciassero a filosofare4, Socrate esercitava in
realtà maggiore efficacia che non con un vero € proprio insegnamento positivo.
; | Una siffatta maniera di disputare tutta negativa esteriormente, ma pur così
feconda di conseguenze positive, dovea necessariamente assumere la forma dell’
ironia. In generale è l'ironia uno dei tratti caratteristici del popolo
ateniese: il vano diletto di far pompa di sottigliezza e agilità d’ingegno e di
volubilità di lingua, di far sentire 1 Teet. p. Stef. 149-151 trad. Buroni. 2
Carmid. p. Stef. 155-156. 3 Menon. p. Stef. 8o. * Cfr. Aristotele Metaphysica
1. 2. s e Platone Teeteto p Stef. 155. puliti ici inizino ini e = nuit ie
altrui la propria superiorità di spirito possedeva in grado eminente gli
Ateniesi. Di qui quella inimitabile sfrontatezza di guardatura e di sorriso,
che Aristofane chiama Grvuoy Biéroc, quell’accento dileggiatore-tosto che si
fossero accorti che altri non fosse del loro parere, quella tendenza allo
scherno, alla beffa, alla derisione, e le mille altre finezze e amabilità che
si sentono, ma non sì possono esprimere. Pel qual loro carattere fine ed arguto
gli Ateniesi diceano volentieri il contrario di quello che pure avrebbero voluto
dire, pareano lodare biasimando e biasimare lodando, faceano le viste di non
intendere il pensiero altrui, e intanto gli davano un significato particolare
per contraddirgli, e più spesso anche per metterlo in beffa. Questa specie di
motteggevole doppiezza era propriamente quella che gli Ateniesi chiamavano
ironia, e se la lanciavano l'un contro l’altro nei simposii fra le brigate
festose, nei pubblici passeggi, e dappertutto dove il vino e la luce
accendessero le loro. mobili fantasie ed eccitassero il loro buon umore.
Socrate che tutta la antichità ci descrive come un misto di saviezza e di
schiettezza, di gravità e di petulanza, di equabilità di animo e di bizzarria
di spirito, d’ orgoglio e di modestia, d’ ingenuità e di causticità, dovea
naturalmente e più d’ogni altro adoperare questa specie d’ironia ch'era
nell’indole del popolo suo; ma quest ironia egli sapeva condire di tanta
leggerezza c finezza, sovratutto di tanta benevolenza e bonarietà, che
nell'atto stesso di pungere non offendeva, e quegli stesso che n’era l'oggetto
o sorrideva con lui del n Ndr suo bel motto, o lo scambiava con un vero €
proprio com- > plimento. In generale questa specie d' ironia avea lo scopo o
di raddolcire la punta alle correzioni, che di quando in quando rivolgeva a’
suoi. famigliari, o di attirare ì suoi famigliari nella sua conversazione, e
ne’ suoi lacci. G. Z. IC peg T Ges gr e a Beni SEA s> - 7 ci Senofonte! ci
conserva una disputa di Socrate con Eutidemo, dove appunto questa specie d'
ironia benevola è adoperata da Socrate e a pungere la vanità d’ un giovane che
si professava durodidzzror, e ad invogliarlo a disputare con lui. Ma questa
specie d’ironia Socrate avea comune con tutti gli Ateniesi; quella che gli si
può esclusivamente attribuire, come una sua particolare maniera di disputare,
differiva da questa e nei modi e nell'oggetto. Essa consisteva in questo, che
quando s'incontrava con uomini che godessero fama di sapienza, come i Sofisti,
o tenessero un alto posto nella Repubblica, o fossero comecchessia superiori ad
altri in dignità od in ricchezze; sprovvisto com'era di conoscenze positive e
spinto dal bisogno di sapere, credendo di poter apprendere qualche cosa da
loro, e volendo in ogni caso accertarsi se il loro era un vero sapere o un
sapere soltanto imaginario, li sottoponeva ad un esame in tutta regola; e in
quest esame fingendosi anche più ignorante di quello che fosse in realtà,
secondato mirabilmente nel sostenere questo carattere dagli stessi tratti del
viso, coll'apparente ingenuità delle sue domande, e con l’ingegnosissima
maniera con cui si facca nascere dalle loro risposte interrogazioni sempre
nuove e incalzanti, li riduceva in fine‘al punto o di trovarsi avviluppati in
manifesti assurdi, o di dover ritrattare quanto prima aveano asserito. GOSÙ suoi
i terlocutori vedeano svanire la loro pretesa scienza ni nientata dall'analisi
dialettica, a cui erano sotto Ro loro opinioni. L ironia era pertanto, dice lo
Zeller 3 momento dialettico o critico del metodo di Socrate, SE seguenza
inevitabile dell’ignoranza personale di chi citava così la dialettica ®. Sosta
1 Memor. Zeller della trad. francese nn tei iene DI FILOSOFARE DI SOCRATE
ADOSOSELINISOTTTeGIGTLIReRANP Pont enaseosonedanzesSnTani cose eeI Teo peer
VIVA eIeceg vo pesci svopase stare anne esse be Veavesisdisene teen Con ciò è
spiegata la grande potenza della parola di Socrate, e il timore che aveano di
lui i suoi nemici, così da avvertire i giudici, nel tempo memorabile della sua
condanna, di guardarsi bene di non esser tratti in inganno da’ suoi discorsi ?.
S' impadroniva di tutto l’uomo, frugava le più riposte pieghe della sua anima,
e non lo lasciava, se prima non gli avesse aperto tutto se stesso. Chiunque si
trovi a discorrere con’ Socrate, dice Nicia nel Lachete platonico, gli è
inevitabile necessità, ancorchè d'altro abbia cominciato a trattare, di non
farla prima finita se non condotto da’ ragionamenti suoi ei venga « a dare
pieno conto di sè e del modo in che vive « ed ha vissuto la vita per lo
passato; e una volta ch'e’ « sia caduto in questo discorso, Socrate non lo
lascia più « andare fino a che di tutto non abbia fatto esame ri« goroso cd
intero »°. Di ciò è anche discorso nel Teeteto, dove Teodoro afferma-che non è
possibile chi segga allato a Socrate possa liberarsi dal rendergli la parola, e
che non lascia chi gli si accosti se prima non l'abbia sforzato « ad entrar
nudo in lotta di discorsi » con lui. ILL Noi abbiamo finora esaminato, come a
dire, le forme esteriori del metodo di Socrate; ora dobbiamo esaminarlo nella
sua intimità e porne in luce le conseguenze in ri spetto alla formazione della
scienza. I Plat. Apolog.
p. Stef. Lachet. platon, p. Stef. trad. FERRAI
(vedasi). 3 Teetet. plat. p. Stef. DEI. METODO E prima di tutto è d’ uopo
togliere una prevenzione: Socrate, pur adoperando un metodo negativo, credeva
in realtà nella scienza, o non piuttosto era uno scettico, che tendeva a
comunicare altrui il suo scetticismo € nulla più? Cicerone negli Academici
posteriori * e nell’opera De finibus® sembra credere che Arcesilao e la nuova
Academia seguissero la maniera di filosofare di Socrate, perchè negavano vi
fosse cosa che si potesse sapere, e perchè si aveano proposto come sistema, di
avere in ogni caso contro argomenti positivi una forza uguale di argomenti
negativi da opporre: sicchè il filosofo romano scambia il dubbio metodico di
Socrate con un vero e proprio scetticismo, e la sua maniera di filosofare con
una disputa cristica, in cui ciascuna parte disputasse coll’ unico scopo di
disputare, non essendo possibile raggiungere un risultato positivo a chi per V
oscurità delle cose® neghi si possa qualche cosa conoscere. E però notevole
come in altri luoghi lo stesso CICERONE (vedasi) disdica questa sua prima
sentenza ed affermi anzi che il metodo di Socrate, lungi dal condurre a uno scetticismo
universale, conduceva a veri e propri risultati positivi; poichè la sua
conversazione, egli dice, consiste P. Dutta nel lodare la virtù e nell’esortare
in sd) "a l’amore di essa‘, ed aiutava mirabilmente a trovare ciò Accad.
post. Cfr. anche Ac SR t Ù ad. Ino Nat. Deor. 1, 5; 11. prior. e De 2 De finibus II, 1. Cfr. anche un altro
luogo degli Academici e =“) ( U/ ”, Do post. dove VARRONE (vedasi) è introdotto
a parlare di Il « Socraticam dubitationem de omnibus rebus cone è) adhibita,
consuetudinem disserendi. Academ. post. . et nulla affirmatione + Academ. post.
vo .--_rca leslie ZI che fosse conforme
a verità! Ma se la conversazione socratica conduceva a trovare la verità, e se
Socrate stesso credeva di potervi arrivare per questa via, come afferma CICERONE
(vedasi), è naturale ch’ ei dovesse aver fede nella verità stessa e nella
scienza; poichè non si può nemmeno concepire vi sia chi ricerchi una cosa,
senza credere che la cosa stessa esista. Di questa fede di Socrate nella verità
e nella scienza abbiamo prova in quasi tutti i dialoghi, che Senofonte e
Platone mettono in bocca al loro maestro; giacchè attraverso il dubbio metodico
e le domande incessanti che Socrate rivolge a’ suoi interlocutori per
iscrutarne gl’ intimi pensamenti, s'intravvede, per così dire, una luce
misteriosa, alla quale tendono tutti gli sforzi di Socrate, e la quale illumina
quel caos apparente di domande e di risposte, che i più credono fatte a
capriccio e per passatempo. Ma v'ha di più. Nel Menone platonico Socrate dichiara
esplicitamente la sua fede nella scienza. « Tra l’apporsi al vero i (000 d6cz,
egli dice, c il sapere che sia divario, questo ì è parmi non affatto
conghietturarlo, ma, s'io dicessi mai « di sapere una cosa, e sarebbe invero
rarissimo il caso « che lo dicessi, questa pur sarebbe nel numero delle cose «
ch'io ammetterei di sapere »î. Il qual luogo è anche notevole, perchè contiene
l importantissima distinzione JA tra il sapere volgare € il sapere reale od
assoluto, del quale Socrate presentiva tutto il valore pur senza averlo
raggiunto, e il quale stimava solamente proprio di Dio: I Tuscul. Disput. vetus
et Socratica ratio contra alterius opinionem disserendi; nam ita facillime,
quid verisimillimum esset inveniri posse Socrates arbitrabatur. Tuscul. Disput.
Menon. platon. p. Stef. 98 trad. Ferrai.- siad: + Apol. platon.-p. Stef. È via
È DEL METODO sicchè quando affermava di sapere ‘questa sola cosa di non saper
niente, egli traduceva in parole la sua coscienza dell’ immensa distanza che
separa il sapere umano dal sapere divino. Ancora, siccome il suo metodo era
massimamente rivolto alla ricerca delle verità morali, Socrate dovea ammettere
un principio assoluto di moralità, dal quale dipendesse tutto quel complesso di
nozioni morali, sulle quali poggia l’edificio dell'umana società. Che questo
principio supremo di moralità Socrate ammettesse risulta dal Gorgia platonico,
dove dichiara contro l’ opinione popolare che è « cosa peggiore fare
ingiustizia che non « patirla, e della ingiustizia fatta non pagare il fio che
« pagarlo »!; e più innanzi? che chi non paghi il fio delle ingiustizie
commesse è più misero di chi lo paghi, giacchè il non scontare il male' non è
soltanto persevevare nel male, ma è anche il male primo e più grande. Di più,
quando si tratti di fissare recisamente la distinzione radicale del bene dal
male, mentre per solito Socrate è condiscendente nel dialogo, e finge di
accettare quello che dice l'avversario, per poi ribatterlo di fianco col suo
terribile elencho, qui invece adopera forme ri solute che non ammettono
replica. « L’ adulazi 500 « penso la sia la gran brutta cosa, o Polo RA « così
parlo), ch’ella vada sempre dietro al dilet a « curarsi affatto del buono »;
così Soc SA: Le quali affermazioni Todi Sr De alle verità morali troviamo S9R
CRISI rabili di Senofonte, dove FARI TO ), come mi pare d'aver n rispetto ci
Memo accennato 1 Gorg. platon. p. Stef. 476. 2 Gorg. platon. p. Stef. 479. 3
Gorg. platon, Stef. c. XIX i o 5 trad. Ferrai, Cfr, anche Gorg.
Gorgia. fi —_> n MALE Le r_oe+us esiti cò ici arreroe più sopra, il Socrate
dialettico e speculatore ci sfugge quasi, e ci si presenta invece nella sua
piena luce il Socrate pratico, essenzialmente positivo. Sicchè io non arrivo a
comprendere come il Tennemann! abbia cercato di stabilire una considerevole
analogia fra Socrate e lo scettico Pirrone. Analogia fra i due non esiste, se
non in quanto s' accordavano nel ripudiare ogni studio che non si riferisse
alla morale; ma, quanto alla morale stessa, differivano essenzialmente; Socrate
sosteneva che la morale fosse oggetto di speculazione e di scienza, e l’unica
degna di studio; Pirrone sembra aver.pensato che la scienza fosse impossibile
ad attingere nella morale del pari che nella fisica, e che non si dovesse fare
attenzione che ai sentimenti e alle buone disposizioni dell'animo ?. In questo
Socrate era scettico che, avendo i filosofi fisici anteriori dato al problema
della natura risposte diverse non solo, ma contradditorie, ne aveva concluso
che questi aveano nelle loro ricerche oltrepassati i limiti imposti alla
scienza umana, € che la verità non si potea conoscere in riguardo alla natura.
In questo era scettico, e in due altri punti ancora, intorno ai quali
massimamente s’ aggirava la sua disputa. Egli negava prima di tutto che gli
uomini potessero sapere ciò, a cui non avessero mai applicato il pensiero
riflesso, € in secondo luogo che potessero praticare quello che non sapeano,
vale.a dire che fossero temperanti, giusti, forti ecc. Senza sapere che fosse
la temperanza, la giustizia, la fortezza ecc. Mettere nell'animo de’ suoi
interlocutori questa sua convinzione negativa, persuaderli una volta che senza
| can I Tennemann Gesch. der Philosophie vol. Il p. . i k Grote, Anche Zeller
della trad. franc. sostiene che Socrate non può ritenersi uno e . scettico. MIT
ri ET Pata relazioni tra uomo e uomo, tra uomo e DEL METODO i
uverenneresaraenioosesev ato aressorsesaeses ana suenosionieveeee ereese
esaminare attentamente sè stessi era impossibile e sapere ed essere virtuosi,
era questo effettivamente lo scopo dell’insegnamento di Socrate. Ma questo ben
luagi dall'essere lo scetticismo nemico della scienza, è Invece lo scetticismo
che la favorisce, senza del quale anzi non si potrebbe una vera scienza
fondare. Non v'ha cosa che l’uomo si creda più facilmente conoscere di sè
stesso e del fatto umano in generale; ed è naturale, poichè nel primo caso non
ha che a rivolgere lo spirito su sè medesimo, e nel secondo su quello che lo
attornia, sicuro di vedervi riflessa l’imagine sua. Ma a rivolgere lo spirito
su sè medesimi è raro che si pensi, e a studiare il fatto umano ancor meno; son
cose nostre l'una e l’altra e non serve occuparcene; 0, dirò meglio, si crede
occuparcene abbastanza, dal momento che ogni giorno se ne parla e se ne
disputa. E intanto si crede effettivamente sapere ciò che non si sa; Vaia À o)
sì risc : SR. RO nel ERROR cervello certe persuasioni proradicatissin i ri i o
ERRO si me, le si riscontrano in altri egualmente È proprie SA SR PS a IR
ndicon vere ioni, e no s ì n o0 Dl n cl passa neppure pel capo di spiegare a
noi stessi come si siano intr i A vi risiedano, e non dubiti i RI OTO ein noige
u nata i no, e Ittamo un Istante del loro effettivo valore. Di qui una quantità
di errori, di pregiudizii ga . SE k è) nozioni accettate più per azione del i 3
9 sentimento che per consenso della ragione; errori, pregiudizi; » Pregiudizii
e nozioni che penetrate a poco a poco nella fibra e nel!san, . (eg generazioni,
consacrate, per così dire, dal BNS dele a da tempo, acqui rn O 5 legge e come
tali governano il mond e e notevole c . e ome prevalgano mass Imamente nelle
ReÈ SSR. Città e ittà e città, e tanto più facilmente, quanto più tra città in
gioco gl’interessi individuali 9 PIÙ sono messi De To g ressi Individuali e
generali; s'; si sino del v i, sì «SER > S mpo n ocaboli, si aggruppino
intorno all’ A . E) 6 s di ’ Let CÒ riesce poi difficilissimo a discernere il
vero significato dei vocaboli e spogliare l’idec di rutto il fattizio e
l’appiccaticcio. Questa condizione di cose, questa cieca fidanza di sapere ciò
che realmente non si sa, questa prevalenza delle nozioni rozze e affastellate
del senso comune sulle vere e proprie cognizioni, come è propria di ogni
società e di ogni tempo, così era massimamente il carattere distintivo della
società e del tempo di Socrate. « In morale, «in politica, in economia
politica, su tutti i soggetti rela« tivi all'uomo e alla società, prevaleva
allora, come oggi, « la medesima confidente persuasione di possedere il «
sapere, senza che l’effetto corrispondesse; la medesima « generazione €
propagazione, per via dell'autorità € « dell’ esempio, di convinzioni non messe
a sindacato, « appoggiate sopra un sentimento vigoroso, senza alcuna «
conoscenza dei gradi o delle condizioni del loro svi« luppo; il medesimo atteggiarsi
della ragione alla difesa « esclusiva d'un sentimento prestabilito: la medesima
« illusione che, perchè ognuno è famigliare colla lingua, « sia anche in
possesso dei fatti, dei giudizii c degli « indirizzi complessi, implicati nel
senso dei vocaboli; «e atto del pari ad usare parole d’ un significato «
comprensivo ec a sostenere la verità o la menzogna « di vaste proposizioni,
senza analisi nè studio spe-« ciale »!. La quale condizione dî cose cra tanto
più grave quanto più l'antico costume era depravato; sicchè il pregiudizio e l’
errore trovava il suo naturale alimento, oltre che nell'ignoranza, nella
corruzione, la quale era giunta a tal segno al tempo di Socrate, da disfare
affatto anche quell’ultimo vincolo che annodava fra loro gli uomini, voglio dire
quel complesso di verità morali e I Grote. DEL METODO sociali universalmente
consentite e aventi forza di legge, perchè scritte nei cuori !: 0 Ora una
scienza qualunque non ha maggiore nemico delle nozioni rozze e affastellate del
senso comune; pe modo che chi si proponga di fondarla su principii saldi e
incrollabili, abbia anzitutto bisogno di combattere e di disperdere affatto
quest eterno nemico. Per quello che. attiene alle nozioni prime. dell’
intelletto, osserva Bacone nel Nuovo Organo ?, niente v' ha di quanto l’
intelletto abbandonato a sè stesso raccolse, che non ci sia sospetto, e che
possa accettarsi, se non abbia retto alla prova d'un nuovo giudizio e secondo
questo non sia stato pronunziato; e più innanzi 3, che assai difficilmente si
riesce a purgare la mente, quando dalla quotidiana consuetudine della vita,
dalle cose udite e da plebee dottrine sia stata occupata, e assediata da
vanissime apparenze; e che in questo caso resta‘ unica salvezza rifare l’opera
universa della mente, e la mente non abban donare in alcun modo a sè stessa, ma
perpetuamente frenare. { ve Mi . = Nap: #yg4901 chiama Socrate queste verità in
un suo dialogo con Ippia -- Memor. SM 7 i x Distributio operis, messa in capo
al N. O. edizione ontagu, « Quod vero attinet ad notiones primas intellectus,
nihil est È ; ma . È SUA quae intellectus sibi permissus congessit, quin nobis
pro suspecto Si sr AREA Tar:, nec ullo modo ratum nisi novo judicio restiterit,
et secundum illud pronuntiatum fuerit ». 5 Ibid, i d. Praefatio p. 186. « Serum
sane rebus perditis adhibetur remedium 5 idi ; pene i Pesaro mens et quotidiana
vitae consuetudine, et audiUonibus, et doctrinis inquinatis occupata fuerit...
integro et vanissimis idolis obsessa . Fes i ì Ere unica salus ac sanitas, ut
opus mentis universum de Matur; ac mens, iam ab ipso principio, i nullo ibi
permittatur, sed perpetuo regatur ». modo sibi Rifare l’opera universa della
mente, abolire le teorie e le nozioni comuni, apparecchiarsi ad accettare la
verità, anche quando si contrapponga ai nostri più cari pregiudizii, ecco
quanto si richiede a chi imprenda uno studio veramente scientifico. E questo
che Bacone consigliava doversi fare per la ricerca delle verità fisiche,
Socrate imponeva a sè stesso per la ricerca delle verità morali e sociali;
sicchè fra i due grandi filosofi si stabilisce una considerevole analogia che
deriva da comunanza di sentimenti e di propositi. E come Bacone considerava
essenzialissimo alla purgazione dell’ intelletto, per metterlo in istato di
arrivare alla verità, il redarguire la ragione umana nativa !, egualmente
Socrate mirava per via d’instanziae negativae e d'esempii negativi e a far
capire c abbandonare l’ errore e a far intravvedere il cammino ‘che menasse
alla verità. Di qui l’'elencho socratico, o esame contraddittorio dei concetti,
insinuatisi a casaccio nelle menti, senza che colui stesso che gli aveva se ne
potesse rendere ragione; di qui quella specie di fermento, onde la parola
socratica penetrava quel grumo d’associazioni vaghe e indefinite, che s'erano
aggruppate intorno a un vocabolo, sforzandole a dividersi, a chiarirsi, a porsi
a luogo ed a tempo; di qui infine tutti gli sforzi generosi, per convincere
altrui che non si sa se non quello soltanto a cui s'abbia applicato il pensiero
riflesso; smascherare l'ignoranza presuntuosa ed inconscia e presentarla in
tutta la sua nudità. Questa maniera di disputare se procurava a Socrate molti
nemici, com’'egli accenna con accento doloroso 1 Itaque doctrina ista de
expurgatione intellectus, ut ipse ad veritatem abilis sit, tribus
redarguitionibus absolvitur; redarguitione philosophiarum, redarguitione
demonstrationum et redarguitione rationis humanae nativae (Nov. Org.
Distributio operis p. 170 ed. Montagu). Ra SI va e e PPT nella sua Apologia !,
non per questo non esercitava una azione assai benefica sui giovani, a cui
erano massimamente dirette le sue cure, e che in generale lo seguivano con
affetto di figli. Le loro anime veniano dall’ elencho socratico, come a dire,
purificate, giacchè spogliati affatto di quell’ammasso informe di nozioni, su
cui poggiava tutto il loro sapere imaginario, si avviavano in realtà al vero
sapere, riacquistando l'abitudine e ‘il potere di esaminare, abitudine e potere
che aveano perduto nella illusione in cui erano vissuti fino allora. E per
Socrate questa purificazione dell'intelletto teneva nella scala del sapere un
altissimo luogo, a segno da chiamare filosofo l’uomo appunto che arrivi a
conoscere di non sapere quello che non sa, poichè chi non sa e si crede sapere,
per ciò stesso non ama il sapere, mentre invece chi non sa e sa questo di non
sapere, ama per ciò stesso la sapienza e brama addivenire sapiente. Per la qual
cosa avea ragione Platone di far nel Sofista le altissime lodi dell'efencho «
come della grande e sovrana purificazione,, « senza la quale ogni uomo, sia
pure il gran re stesso, «è tutto pieno d'impurità; e ignorante e turpe in ri«
spetto a quelle cose, nelle quali e purissimo e bellissimo « conviene sia chi
voglia esser veramente felice »3, La conoscenza di sè stesso, ecco il punto a
cui Socrate volea condurre il suo interlocutore, e a cui erano consacrate tutte
le forze del suo ingegno speculatore. °4 Apol. platon. p. Stef. 21. A ReoREe
ceh È Cfr.il Liside platon. p. Stef. 218 eil Convito platon. p. Stef. . Plat.
Sofista E 421 76v Sheyyovhez LI, de 2A VILLA ff i) «, Valiani - v ” pere rav
zallizozon tari, vai . di astenersene. « Bisogna ch i * e tu È « da’ calzolai,
da’ f; bbri IRE ARICOga, 0 Socrate, î .01a1, da fabbri e da’ fonditori » così
Critia nei 23% . ae C Memorabili, « poichè io credo costoro oramai essere sec «
cati da te, menati attorno în tanti discorsi tuoi »3 Alla quale imposizione
superba è notevole | diede Socrate, che adunque dovea aste quelle cose, che da
quegli esempii a risposta che nersi anche da conseguono, la ! Cfr. massimamente
Memorab, III 3 e dialoghi platonici passim. È 2:Memorab. IV 4, 6. 5 Memorab. I
2, 37. 9 e poi Memorabili passim iena perocchè ti sei già « tracciata poc'anzi
la via egregiamente; € imitando la I Menon. p. Stef. 77. È 2 Teetet. p.
Stef. trad. BURONI (vedasi) Top. 2 "Osa Î. Gronody dvonari TAV dodo
mowovizi, DR Nov Ds DÙA irodidi zar odo mdv TOD To%p:A4795 pprop.bv, mein ie
Sprayds X0Y05 giz ot. 4 Tectet, p. Stef.
Teetet. Stef.. A4 o « risposta che desti intorno alle potenze, siccome
queste « essendo molte comprendesti in una sola specie, così « adoprati di
ridurre anche le molte scienze sotto una « sola ragione »!. 3 ; Ma la
generalizzazione non basta ancora a chi voglia definire scientificamente le
cose. « Conviene, chi si studii « di abbracciare scientificamente un intero,
dividere il .« genere nelle sue forme individue » dice Asistotele negli
Analitici posteriori?, e la divisione appunto è come il processo che completa e
sorregge la generalizzazione. I due processi della generalizzazione e della
divisione sono chiaramente enunciati in quel luogo del Fedro platonico, che
abbiamo anche citato più sopra: Conviene « ricon« durre ad una sola idea ciò
che è sparso e diverso, « affinchè data la definizione di cadauna cosa, sì
metta «in aperto di che si tratti.... e poi poterlo dividere ‘ secondo le idee
quasi nelle membra di cui consta na« turalmente »3, Nel Filebo il doppio
processo si trova ‘esposto con tutta la profondità che appartiene alla maturità
dell'età e del talento di chi scriveva: nel Sofista_ poi ‘e nel Politico è così
frequente l’uso della divisione massimamente, che pare vi si debba scorgere il
desiderio di Platone di avvezzare gli uditori a quello ch'era allora una
novità; tante sono le occasioni indirette ch'egli sceglie per porlo in piena
luce, specialmente mettendo in bocca a’ suoi interlocutori risposte, che
implicano una completa indifferenza su questo punto. ! Teetet, p. Stef.. 2
Aristot. Analit. post. +’ TEUNTZI F13, desdetv Td XY ) A Ei N Cvos Sis Ta vronz
o tider T% TIOTZ, giov { . prov cis mpuida at Svdda. ; 5 Plat. Fed, trad.
FERRAI (vedasi), Socrate adoperò il processo della divisione; come adoperò
quello della generalizzazione? Il Brandiss e l’Heyder credono che la divisione
incominci propriamente con Platone, in prova di che fanno osservare che nel
Sofista e nel Politico, dove questo processo è più abbondantemente adoperato,
Socrate non dirige punto la conversazione. Se non che io osservo col Grote «
che non « bisogna di troppo insistere su questa circostanza: i « termini coi
quali Senofonte descrive il metodo di So« crate (dezdepovizo 227% yiva 74
roduzez Mem.) « sembrano implicare tanto un processo che l'altro; « in.
effetti, non era possibile tenerli separati con un « disputatore così
abbondante come Socrate. Platone « senza dubbio ingrandì e insieme ridusse a
sistema il « metodo, ce sopratutto fece un grande uso del processo « di
divisione, perchè spinse il dialogo in una ricerca « scientifica positiva più
lungi di Socrate »!. Più della divisione però che in fondo resta sempre dubbio
se Socrate abbia veramente adoperato, egli ha adoperato il processo della
dimostrazione, il cui punto capitale è sempre la formazione dei concetti.
Quando Socrate voleva rendersi conto dell’esattezza d' una definizione, o della
necessità di operare in una certa maniera, risaliva al concetto della cosa in
discorso, e ne traeva per via di deduzione ciò che faceva al caso dato.
Senonfonte ci avverte che quando alcuno in qualche cosa contraddiceva a’
Socrate senza dire nulla di chiaro e senz'alcuna dimostrazione, questi cercava
di fissare il concetto, per esempio del buon cittadino, se tale era la
questione, e poi applicando questo concetto alle due persone su cui cadeva la
questione stessa, ne deduceva quale. delle due poteva essere posta nel numero
dei Grote. CO a sb tata LA buoni cittadini: in questa maniera, conclude
Senofonte, agli stessi contradditori si faceva chiara la verità”. Per
convincere Lamprocle suo figliuolo ch'egli era ingrato verso la madre
mostrandosi con lei adirato, Socrate gli domandava che cosa fosse l’
ingratitudine, e avutane la definizione gli mostrava in appresso che, operando
in quel modo, egli era veramente nel numero degl’ingrati. E così egualmente per
far discernere a un generale di cavalleria tutti i suoi doveri, cominciava dal
definirne l’ufficio*; e per mostrare l’esistenza della divinità, poneva come
principio che tutto ciò che serve ad uno scopo deve avere una causa
intelligente 4. Non è da credere però che Socrate abbia dato la teoria del :metodo
dimostrativo, o distinto le diverse maniere di dimostrazione. Ciò che v'ha
d’essenziale qui, come osserva lo Zeller5, è pur sempre questo, che il concetto
è il termine di paragone,.a cui bisogna ricondurre ogni questione e il criterio
con cui si deve risolvere: mentre i procedimenti per giungervi sono più che
_altro il risultato delle abitudini dialettiche individuali del filosofo. Per
tutto quello che abbiamo detto adunque Socrate, senza avere predecessori a
copiare, praticò quello che Aristotele descrive come il doppio processo della
dialettica, fare della pluralità l’unità e dell’unità la pluralità. Se non che
come fu il primo che si mise per questa 1 Mem,..Mem. Mem. Mem. Aristot._To e
pic. ... &y rrotetv 4 d EY TONE... 4, 0, 2... v rorelv a Tmietw... 7Ò via,
ed anche senza averne una chiara coscienza, dovette naturalmente cadere in
alcuni errori, derivanti massimamente dal difetto della sua induzione. L'
induzione socratica avea senza dubbio un valore scientifico, poichè moveva
dalla revisione del senso volgare: ma nel suo processo non era sempre rigorosa.
Come egli non voleva mettere innanzi nulla di suo a persuadere, ma da quello
che gli avea concesso il suo interlocutore trarre conseguenze che, per ciò che
gli avea concesso, era impossibile al suo interlocutore non approvare,
naturalmente poneva a fondamento dell’esame d’un’opinione un’altra opinione,
quanto la prima malsicura ed incerta: sicchè una induzione di tal fatta doveva
avere molto d’accidentale e di non dimostrato, e tutte le conclusioni e le
definizioni che ne derivavano, poggiavano sur una base assai sdrucciolevole!.
Inoltre per il fatto stesso che non svolgeva il suo pensiero che in una
conversazione famigliare, Socrate era costretto a non perdere mai di vista i
casi particolari in questione e le esigenze e i bisogni de’ suoi interlocutori
: I La deficienza del metodo socratico risulta molto chiaramente dalla
descrizione che danno Cicerone e Quintiliano dell’induzione di Socrate, la base
del suo metodo: « Inductio est oratio quae rebus non dubiis captat assensionem
eius, quicum instituta est; quibus assensionibus facit, ut illi dubia quaedam
res, propter similitudinem ‘earum rerum, quibus assentit, probetur.... Hoc modo
sermonis plurimum Socrates usus est, propterea quod nihil ipse afferre ad
persuadendum volebat, sed ex eo, quod sibi ille dederat, quicum disputabat,
aliquid conficere malebat quod ille ex co quod iam concessisset, necessario
approbare deberet. CICERONE (vedasi) De invent « Illa (sc. inductio) qua
plurimum Socrates est usus, hanc habuit ‘ viam, cum plura interrogasset, quae
fateri adversario necesse esset, novissime id de quo quaerebatur, inferebat cui
simile concessisset. Quint. Orat. non erano dunque osservazioni complete e
passate al cribro d’una critica severa quelle da cui Socrate traeva i concetti,
ma esperienze personali ristrette, opinioni isolate, e in ogni caso non mai
tali che i suoi interlocutori non lo potessero seguire. Non neghiamo ch’ egli
cercasse di correggere tutto ciò che. c'era di contingente nei principii
ottenuti in questa maniera, confrontando casi opposti e completando e
rettificando esperienze differenti l'una per mezzo dell'altra, come risulta
dalla definizione del concetto dell’ingiustizia e del concetto del sovrano nei
Memorabili"; a cui potrebbe aggiungersi la determinazione delle qualità
d’una buona armatura che pure troviamo nei Memorabili*?: ma non si può pure
negare che il più delle volte la sua induzione consistesse in una semplice
enumerazione di casi e di fatti, udi non reperitur, come direbbe Bacone,
instantia contradictoria. Ora i casi conosciuti in cui apparisce vera una certa
legge, non danno spesso il diritto di concludere universalmente; bisogna
in/errogare la natura, bisogna non contentarsi d’un’osservazione passiva, e
vedere Se nessun caso opposto a quelli conosciuti si presenti. Per essere in
diritto, osserva lo Stuart Mill 3, di concludere che una cosa è vera
universalmente perchè non abbiamo visto mai esempi contrari, bisognerebbe che
fossimo anche in diritto di credere che se questi esempi contrari esistessero,
li conosceremmo; e questa sicurezza, nella maggior parte dei casi, non la
possiamo avere che a un debolissimo grado, o non la possiamo avere affatto. A
tutto questo aggiungasi il concetto unilaterale ed esclusivo che Socrate s'era
fatto della filosofia, per 1 Mem. .; 2 Mem. IV 10,9e seg, 3 Logique déductive
ed inductive v ol. I . BRIO porei; . i) w IC cui questa non deve in alcun modo
occuparsi del fatto naturale; e si rammenti che l’induzione trova la sua più
completa applicazione nello studio del fatto naturale appunto. Per ultimo si
osservi collo Zeller! che se Socrate comprendeva e formulava nettamente la
necessità di ricondurre ogni cosa al suo concetto, e il principio della
conoscenza per concetti era per lui come un postulato, quanto al modo però e
alla forma di questa riduzione, e ai procedimenti logici che esige, non li,
elaborò mai in modo: da farne una dottrina, e « non li « troviamo ancora presso
di lui che allo stato d'applica« zione immediata. d’ un'attitudine personale».
Comunque sia, noi dobbiamo riconoscere in Socrate il primo autore di quella
tendenza all’ analisi e alla generalizzazione, che rendeva, gli uomini atti a
rendersi conto di quanto faceano o dicevano; e il precursore di Platone e di
Aristotele, il quale ultimo massimamente col suo sistema comprensivo di logica
formale, non solo ebbe ùn valore straordinario pei procedimenti e le
controversie del tempo suo, ma ancora, penetrando a poco a poco negli spiriti
di tutti gli uomini colti ) e perfezionandone le facoltà ragionatrici,
contribuì a ‘formare quello che ha di esatto e di eminentemente scientifico il
pensiero moderno, sicchè; secondo la sentenza del Grote, la distanza tra la
miglior logica moderna e quella del lizio è appena tanto grande, quanto quella
che esiste fra il lizio e quelli che lo precedettero d’un secolo, GIRGENTI
(vedasi), Anassagora € la setta di CROTONE. Grote. È i : 3 sa x Li LaTet CORE
RIOT ua 1) 4 i sed Lr da FRI Risulta da quanto s'è detto nel capitolo
precedente che Socrate dev’ essere considerato non soltanto come un moralista,
ma anche come uno scienziato, o, se pare troppo superba la parola applicata a
Socrate; come un . ricercatore entusiasta del sapere. Chi se lo rappresenta
anzi tutto e sovra tutto come un' moralista, non vede che una parte soltanto di
questa grande figura, la più attraente, se vogliamo, la più simpatica
sicuramente, ma anche la meno profonda e la meno originale. Osserva acutamente
Zeller che quando Socrate fosse stato, quale in gran parte ce lo presenta
Senofonte, un semplice predicatore di morale, non si capirebbe l'immensa
efficacia ch'egli ha esercitato non soltanto sugli spiriti senza originalità e
intelligenza filosofica, ma sugli uomini più illustri e più versati nelle
scienze del tempo suo: non si capirebbe sovra tutto come Pl dotto nei dialoghi
ad attribuir filosofiche, e da Platone stesso e da Aristotele e da tutta la filosofia
posteriore fino agli Stoici e ai Neoplatonici sia stato considerato come il
fondatore d’una filosofia nuova, e l’iniziatore di quel moto fecondo d’ idee, a
cui clascuno confessa di metter capo!. C'è anzi in Socrate stess rebbe potersi
concludere che lui al di sopra dell’ interesse p essere il fine del sapere, non
in quanto deriva dal s damentale dell atone si fosse ine a lui le più ardue
ricerche o qualche cosa da cui parl'interesse teoretico sta in ratico, che
l’azione anzichè ha essa stessa valore che apere, e che perciò il motivo fona
sua attività è l'interesse della scienza. Zeller . ceci enni nnt RA DI vs Le
conversazioni ch'egli tiene col pittore Parrasio, collo scultore Clitone,
coll’armaiuolo Pistia!, e in cui cerca di far scoprire a ciascuno dei tre il
concetto dell’arte sua, non hanno evidentemente uno scopo morale, ma uno scopo
teoretico, fare che ognuno acquisti un giusto concetto della propria attività e
se ne renda conto; quando non si voglia ammettere con Senofonte che lo scopo
morale c'era pur sempre, poichè Socrate si rendeva wuzile con queste
conversazioni agli artisti medesimi. Nessuno scopo morale però si vorrà vedere
sicuramente nello strano dialogo ch'egli ha colla cortigiana Teodota *, nel 3
quale cerca di condurla a formulare nettamente |’ idea e i il metodo del suo
mestiere. Quivi è indubitatamente il i sapere per il sapere che si cerca,
quando non si voglia sostenere il paradosso che, insegnandole l’arte di meglio
sedurre gli uomini, la metteva in grado di fare maggiori guadagni e. perciò le
procurava pur sempre del bene. Il ricercatore del sapere si deve adunque in
Socrate collocare accanto al moralista, non già subordinare al moralista. Chi
considerasse la scienza dal punto di vista: della morale e a questa la
subordinasse, chi non vedesse in essa che un mezzo per raggiungere uu fine
ulteriore, chi non si sentisse ad essa attratto da un’inclinazione naturale
irresistibile, non potrebbe avere per essa l’ entusiasmo che avea Socrate, non
potrebbe sovra tutto coll’ energia costante ch'egli mostrò ricercarne il metodo
e farsene il riformatore. Nella stessa morale Socrate non avrebbe lasciato
traccie così profonde, nè avrebbe esercitato un'azione così decisiva e
durevole, qualora si fosse preoccupato d’interessìi puramente pratici, Il suo
merito, i Memor. Memor. . = r v) come
moralista, osserva Zeller !, non consiste nell’ aver voluto una riforma della
vita morale; anche Aristofane e altri ancora la volevano egualmente; consiste
piuttosto nell'aver riconosciuto che per ottenerla è necessario fondare le
convinzioni morali sulla scienza, che perciò il sapere solo deve determinare e
soddisfare i doveri pratici, vale a dire deve non solo essere utile all’azione,
ma dirigerla e dominarla. Ora nessuno, continua il grande storico della filosofia
greca, « ha accettata mai questa « maniera di vedere senza riconoscere alla
scienza un « valore proprio, che sta immediatamente in lei stessa: L'idea della
scienza è perciò il punto di partenza della filosofia di Socrate*; la stessa
morale è scienza; la trasformazione e la restaurazione della morale non può
ottenersi che dandole per base la scienza. Socrate non può in nessun modo
separare la moralità dalla scienza e concepire una. virtù senza sapere. D’
altra parte però non sa neanche concepire un saE senza virtù; e ciò Te che il
risveglio scientifico, ch'era incominciato € i noli : non già ai fini e e ne
ralità, come per la Sofistica appunto era avve 2 pa È avvenuto, ma a porre su
basi nuove e incrollabili stabilite dal Xi la moralità stessa. LIE E in questa
maniera che Socrate si può considerare ad un tempo come il riformatore della
scienza e della morale. « Il suo grande pensiero fu di trasformare e di
restaurare la vita morale dandole la scienza per base «e questi due elementi
erano così indissolubilmente Zeller Schleiermacher Werke e il Ritter Geschichte der philo i x i = E
philosophie II 50 sostengono questo DI FILOSOFARE DI SOCRATE [H. P. Grice,
Socratic midwifery at Oxford] legati nel suo spirito che non seppe dave alla
scienza « altro oggetto che la vita umana, c inversamente, nella « vita, non
vide salute al di fuori della scienza »!. Ciò posto facciamo ancora alcune
considerazioni specialmente intorno alle relazioni di Socrate coi Sofisti e
alla differenza del suo insegnamento dal loro. Prima di tutto è d’ uopo
togliere una prevenzione. Spesso l’operosità di Socrate viene limitata alle sue
dispute coi Sofisti, e queste dispute ci si rappresentano non Scette affatto
d'una certa animosità da parte di Socrate. Nel primo caso c'è deficienza nella
concezione del Socrate storico, nel secondo ingiustizia; in tutti e due
rimpicciolimento della grande personalità socratica. Imperocchè, se le dispute
coi Sofisti e in generale cogli uomini più eminenti d’Atene sono la parte più
importante della vita filosofica di Socrate, e per la impopolarità che gli
guadagnarono ®, c per l'altezza delle dottrine che vi si svolsero, Nor per
questo ne costituiscono tutta la vita. Socrate, come abbiamo notato più sopra,
avea la convinzione di esercitare una vera e propria missione religiosa col suo
sistema di conversazione € d’interrogazione; non dovea quindi limitarsi a una
classe particolare di persone. D'altra parte il difetto intellettuale che si
proponeva di combattere, non era soltanto comune ai Sofisti, ai politici, ai
poeti, agli artefici e in generale ai personaggi più eminenti d'Atene, ma era
proprio di tutti glì uomini indistintamente; poichè tutti si credeano sapere
quello che si riferisce ai doveri, ai fini e alle condizioni della vita umana,
e non dubitavano un istante della propria capacità a discorrerne ‘sempre e
dovunque. Sicchè la disputa di Socrate doveva essere universale, come era
universale 1 Zeller op. cit. tom. 3. . 2 Apol. platon. p. Stef. 21-22. PT 0
MALA) Der ni RR RT PT n D* | et l'illusione di sapere, senza che l'effetto
corrispondesse; e se era più specialmente rivolta a combattere 1 Sofisti, i
politici, i poeti ecc., ciò dipendeva da questo che il sentimento generale
della estimazione di sè, e la credenza di sapere era tarito maggiore in loro,
in quanto realmente s'innalzavano considerevolmente sulla massa del popolo e
per finezza d’ingegno e per abilità a disputare. La universalità della disputa
socratica ci è confermata da quel luogo dell’Apologia, in cui Socrate afferma
che risvegliando, persuadendo e rimprocciando cadauno degli Ateniesi, non
cessava dall’ assisterli dappertutto l’ intero giorno!; e da quell'altro, pure
dell’Apologia, che, se i suoi giudici gli proponessero di rimandarlo libero
dall'accusa di Anito, a condizione che non passasse la vita nelle sue ricerche
e nel filosofare, non accetterebbe a questi patti, e, finchè gli rimanesse il
respiro, non si starebbe dal fare esortazioni e dimostrazioni a chiuugue
incontrasse in quel suo solito modo ?. Il qual ultimo luogo è anche importante,
în quanto che mi pare serva mirabilmente a dissipare ogni sospetto che la
disputa socratic animata da un sentimento di avversione e di malevolenza. Un
uomo che si offre pronto a morire piuttosto che non adempiere quello ch'egli
reputa suo dovere e esaminare gli altri, per renderli capaci di virtà e rioe le
facoltà intellettive, senz’ altra ricompensa Sa eee zione di aver compiuto un’
opera uona; com È possibile che nell'adempimento di questo suo dovere sia
animato da altri sentimenti che n siano di benevolenza e di affetto? Ben è vero
di 1 same contradditorio e l’ ironia di Socratè si È È molto facilmente ad
essere scambiat Ae ata con vera e propria a fosse ; il correggere | Apol. plat.
p. Stef. 30-31. Nell’unac nell'altra è adoperato il dialogo come mezzo d'insegnamento,
ma nell’una l'indole del dialogo è affatto diversa che nell'altra. Gli Eristi
formulano le loro domande per modo che sieno ben poco determinate in sè stesse,
anzi, secondo l'intenzione di chi interroga, ammettano due risposte in
contraddizione fra loro; Socrate invece non vuole che una sola risposta, e
questa ben . chiara e determinata; per la qual cosa formula ben chiara e
determinata anche la domanda. Che se. gli sembri la domanda sia troppo
generale, e non corra subito alla mente il concetto che vuole far intendere, la
sminuzza in domande particolari tutte implicanti lo stesso concetto, per modo
che finalmente gli venga data quella risposta che vuole e non altre. Per tal
maniera, mentre per le domande a doppia risposta il discepolo degli Eristi si
avvezza a non dare. alcuna importanza alla verità, giacchè, qualunque risposta
egli dia, viene redarguito !; e più spesso, vedendo man mano risolversi in
nulla tutte le nozioni che possiede, e per opera di quello stesso che prima
gliele avea apprese, si smarrisce d'animo e si sconforta è; il discepolo di
Socrate invece, acquistando nozioni chiare e determinate di ciò ch2 deve
apprendere, ed è incoraggiato nella ricerca ed è messo in grado di proseguirla
da sè. Di che ci offre uno splendido esempio il giovinetto Clinia dell’
Eutidemo, il quale, avviato da Socrate alla ricerca di quella scienza che forma
la felicità dell’uomo, mentre i Eutidem. platon. c. V p. Stef., dove
Dionisodoro dice a Socrate che, qualunque risposta dia Clinia alla dimanda « se
apprendano i sapienti o gl'ignoranti » verrà redarguito. 2 Cfr.
Eutidem.-platon. c. VII p. Stef. 277, dove il giovinetto Cinia assalito ad un
tempo dai due Ervisti Eutidemo e Dionisidoro sta per smarrirsi d'animo, se
Socrate non lo sovviene, MRTTTETZE TETI T TRA A tania nen ina pan ene ani a
nana tra rari on aniane dapprima non aveva nozione di ciò che si ricercasse, a
poco a poco, seguendo le interrogazioni di Socrate, è giunto a intendere per
modo le condizioni della scienza richiesta, che da sè medesimo, togliendo la
parola a Socrate, spiega come non possa l’arte militare formare la felicità
dell’uomo, e perchè non lo possa; mostrando per tal modo col fatto come Socrate
col suo metodo gli abbia mirabilmente fecondato la mente!. Ma v'ha ancora di
più. L’arte degli Eristi, come quella che consiste in alcuni giochi di parole,
in sofismi puerili il più delle volte, in artificii tutt affatto esteriori e
che balzano immediatamente agli occhi, molto facilmente: viene rubata dagli
ascoltatori; sicchè venga poi rivolta contro i suoi medesimi autori, e non
produca altro effetto che di distruggere sè stessa, Il Ctesippo dell’ Eutidemo
ne offre una prova. Il giovane audace, abile disputatore, ma senza serietà di
proposito, s° APpropria l’arte d’ Eutidemo e Dionisodoro, e se ne serve a
confutarli e a canzonarli ad un tempo ?; sicchè Socrate, in sul finire del
dialogo osserva agli Eristi con felicissima ironia, che non solo cuciscono la
bocca alla sente, ma colle loro mani stesse anche la loro, e che, gran cosa
invero! La loro abilità è di tal fatta e l'hanno ritrovata con tanta arte, che
in molto poco tempo chi si sia la potrebbe imparare 3, 1 Eutidem, platon. c.
XVII P. Stef.. 2 Eutidem. platon.I p. Stef, TIRI . Eutidem, platon. p. Stef, .
RI î a listini ini ili iii Sire ee REP RLIIAVO, _ = drei g x Ù DI Fu notato
molto giustamente! che nella lotta che in riguardo alla morale si combatte da
tempo fra le due scuole intuitiva e induttiva o, ciò che è lo stesso,
aprioristica e sperimentale, lo Stuart Mill ha portato uno spirito di
conciliazione così spiccato che per lui s'è andato restringendo il campo della
lotta e il contrasto s'è fatto meno stridente. Utilitarista appassionato e
seguace convinto della scuola del Bentham, ha però evitato tutte le asprezze
del maestro, che urtavano di più le suscettività della scuola contraria: si
direbbe che lo spaventino le conseguenze che logicamente derivano dalla sua
dottrina e dinanzi alle quali non s'era punto arretrato il Bentham, e perciò
tenti o di attenuarle e presentarle sotto un aspetto vorrei dire più
conciliante e più mite, o di rifiutirle addirittura, poco curandosi che si
possa dire di lui che non è conseguente a sè stesso. Spesso assume il
linguaggio e i criterii della scuola contraria, e se non si sapésse che è lui,
che è Mill, Guyau, La morale anglaise. PETI % È, î È 3 | £ che è un seguace del
Bentham, si direbbe quasi un Kantiano!: sebbene quel linguaggio e quel criteri
egli si creda, quanto altri, in diritto di adoperare, perocchè, secondo lui,
non ripugnano alla sua dottrina. Talora rimprovera la sua stessa scuola
d'intendere le dottrine che professa in una maniera erronea che giustifica le
accuse che le vengono dagli avversarii®, e non teme di dichiarare apertamente
che questi hanno non di rado un sentimento pratico molto più prossimo alla
verità, e perfino un sentimento più vivo dell'educazione e della cultura
personale®. Il Bentham stesso non può sottrarsi qua e là alle critiche del suo
poco fedele discepolo, come per esempio quando è rimproverato d’aver riposto il
criterio della morale unicamente nella quantità dei piaceri, e d'aver
trascurato affatto il criterio della qualità. « In generale, dice il Mill, gli
scrittori utilitarii, hanno fatto consistere la superiorità dei piaceri dello
spirito su quelli del corpo sovratutto in ciò che sono più durevoli, più sicuri
ecc. dei primi; vale a dire piuttosto nei loro vantaggi particolari che nella
loro natura intrinseca... Gli utilitarii però avrebbero potuto collocarsi sovra
un terreno più elevato, e con altrettanta sicurezza... Sarebbe 1 Vedi per
esempio quanto dice il nostro autore nella sua opera l’ Utilitarismo (trad.
francese di Le Monnier) in riguardo al sentimento del dovere « Se deve esservi
qualche sentimento innato, non vedo la ragione per cui questo non sarebbe il
nostro sentimento simpatico. Se v' ha un principio di morale che sia
istintivamente obbligatorio, dev'essere quello che detta questo sentimento. Se
è così, questa obbligazione intuitiva coincide col principio utilitario e noù
deve esservi questione fra loro ». Logique déductive et inductive, trad. par
Peisse;. 5 Logique ecc. tome second, p. 425-426, ea C bi header ie, see n) ti
NI $ RDZ Nim ERRE AE POPS STANZE d %,, DI MILL assurdo che mentre nel valutare
le altre cose si tien conto della qualità così come della quantità, non si
consideri che la quantità allorquando si tratta di valutare i piaceri a: In
poche parole e per venire a qualche cosa di concreto, lo Stuart Mill ha rotto
per così dire il cerchio di ferro in cui la morale induttiva s' era volontariamente
rinchiusa, e che le impediva di farsi abbastanza popolare, e l'ha allargata
accostandola più e più alla morale intuitiva per modo che la distanza pur
sempre grande che ancora le separa, non sia però così grande come potrebbe
sembrare a chi s' arresti a considerarne i principii, Mentre il Bentham, preso
per guida il principio d’ utilità, si propone di seguirlo dovunque esso lo
conduca e di non badare ad alcun pregiudizio che tenti distoglierlo dalla sua
via?, per modo che viene a sopprimere a poco a poco la virtù, l'obbligazione,
il dovere, e riduce tutta la moralità a un calcolo d’ interessi, essendo nient’
altro che un calcolo d’ interessi lo stesso disinteresse da lui tanto
strombazzato; lo Stuart Mill invece vuole rinsanguare l’utilitarismo con un
gran numero d’elementi stoici e cristiani, comedice egli stesso?. Quindi non
soltanto fa uscire dall’egoismo l’ altruismo o dall’ interesse il disinteresse,
‘come aveva fatto il Bentham, ma vuole che questo disinteresse non sia una
finzione priva di valore reale, come pel Bentham, una cosa tutta esteriore; ma
una cosa interiore e subbiettiva e d’un effettivo valore4; e 1 Utilitaris.,
trad. francese del Le Monnier. Deontologie, trad. francese. J'ai adopté pour guide le
principe de l'utilità; je le suivrai partout où il me conduira. Point de
préjugés qui m'obligent a quitter ma voie ». 5 Utilitaris. cap. II, p. 15 della trad. citata. + « Presso Bentham,
l'unione degli interessi che produceva l'apparenza del disinteresse era tutta
esteriore ed estranea all'essere: io parla di virtù, di coscienza morale, di
merito morale, di dignità morale, di dovere, precisamente come fosse un
moralista della scuola contraria. Fino allora gli utilitaristi aveano inteso
unicamente dalla bocca dei loro avversarii queste parole; si direbbe che lo
Stuart Mill invidii loro questo privilegio, e voglia pronunciarle a sua volta.
E bensì vero che queste parole assumono per lui un significato e un valore ben
differente dall’ ordinario; ad esempio la coscienza morale è spiegata come il
risultato dell’ associazione nell’ umano pensiero della felicità individuale e
della felicità generale, sicchè è in fondo una facoltà acquisita che trae sua
origine dall’egoismo: tuttavia l’averle introdotte nel suo sistema, pur
alterate, prova l’intima convinzione dello Stuart Mill che dei concetti, o
meglio delle cose corrispondenti a quelle parole, non si può assolutamente fare
a meno. E perciò insiste a far capire che, sebbene utilitarista, non per questo
egli vuole distruggere in morale ciò che forma come il caposaldo della vita
sociale, e sì sdegna e protesta energicamente quando non viene inteso a dovere
o non lo si vuole intendere a dovere. « Gli avversarii dell’ utilitarismo, egli
dice, hanno raramente la giustizia di riconoscere che la felicità che è il principio
di morale conduttore della vita umana, voleva il mio piacere, c si trovava, per
un concorso di circostanze quasi indipendenti dalla mia volontà, che questo
piacere era nel me desimo tempo il piacer i altri ill, i î Sub pi: si degli
altri... Mill, in morale come in psicologia, va dal di fuori al di dentro; egli
associa i piaceri nel seno stesso dell'anima; egli non ammette solamente delle
azioni aventi per risultato la felicità sociale, ma delle intenzioni aventi per
fine questa felicità e terminanti anche col tenerle dietro indipendentemente
dalla felicità personale « come per istinto -- Guyau, La Morale anglaise. Sa è
i.’ 1— to o00ttrcottormtetitt@òtoesttiòeotonttet-"’ uti aerei Lean een i
Tar. DI MILL non è solamente la felicità d'un solo agente, ma quella di tutti.
Fra la sua propria felicità e quella degli altri, l’ utilitarismo consiglia
all'individuo d'essere tanto strettamente imparziale quanto uno spettatore
disinteressato. Nella regola d’oro di Gesù di Nazareth noi troviamo lo spirito
completo della morale dell'utilità. Fare agli altri ciò che si vorrebbe che gli
altri facessero per voi, amare il suo prossimo come se>stesso, ecco le due
regole di perfezione ideale ‘della morale utilitaria »!. Non cercheremo con
qual diritto lo Stuart Mill, utilitarista, abbia parlato di perfezione ideale,
di coscienza: morale, di virtù, di merito morale, di dovere ecc., e neppure se
le spiegazioni che ne ha date siano sempre conformi al principio utilitario da
cui è partito: noi vogliamo soltanto insistere sul fatto, già accennato qua e
là, che lo Stuart Mill nella sua morale s'è andato mano mano accostando alla
scuola stessa che intendeva combattere, sia per spirito nobilissimo di
conciliazione, o sia anche perchè in fondo era forse meno utilitarista di quanto
si credeva egli stesso ?. L’ utilitarismo per lui ha subìto un cambiamento non
soltanto nella forma, ma anche nella sostanza, e s'è spinto tanto innanzi
quanto si poteva desiderare che si spingesse senza vederlo confondersi colla
dottrina avversa. Ma ogni'sistema di morale ha per suo fondamento e presupposto
inevitabile una questione di psicologia, la questione della libertà o della
determinazione necessaria delle nostre azioni. I Utilitaris. Cap. II, p. 33.: 2
Non è questa un'affermazione priva di fondamento e azzardata; nelle Memorie di Mill
si legge una pagina donde risulta che in pratica alineno egli non era
utilitarista -- Mill, Memoires trad. Cazelles. Lî LP Vera e ie + o ar rac La
morale intuitiva fonda il suo sistema sull'ipotesi della libertà delle nostre
azioni; | induttiva invece sulla negazione della libertà; € in questo l'una e
l’altra scuola si mostrano conseguenti a loro stesse. Mill come ha
fondamentalmente mutato il concetto e l'indirizzo della morale induttiva, e
l’ha più e più accostata alla intuitiva per modo che in fondo ha lasciato all’
uomo, se non una moralità completa, una semi-moralità senza dubbio; così anche
per quanto riguarda la questione della libertà o necessità delle nostre azioni,
ha introdotto tante e così essenziali modificazioni nella dottrina della sua
scuola, e s' è andato accostando per modo alle vedute de'suoi avversari, che
non sapresti dire a rigore s’egli sia un sostenitore del determinismo o non
piuttosto della libertà. Per verità si professa esplicitamente determinista, ma
il suo è un determinismo che non è determinismo, è un determinismo che non
impedisce all'uomo di modificare e perfino di formare il suo carattere quando
lo voglia, di sottrarsi all’ azione di certe circostanze e di mettersi sotto E
azione di certe altre, di sentirsi non già lo schiavo, ma il padrone delle sue
abitudini e delle sue tentazioni, di sentire che, se Da SE a queste abitudini e
a ueste tentazioni, egli sa ch IA GISTEn a s'egli desiderasse nn SR ee 3 RIE
atto, non gli sarebbe per questo Re desiderio più energico ch'egli: non si
senta capace di provare; è i soa che non LE la ben SA pa csicmiano 3 | non
toglie che se ne abbia coscienza!. ù. Lo Stuart Mill impertanto anche in questa
occupa come una posizione intermedia; ce lo di BREE l'anello di congiunzione
tra la sua sc stona a scuola e la scuola 1 Vedi per tutto questo Logique ecc,
vol. 2, Pi 423-425 ue n ba * IZ ZOO RR CO, TT _ gut 4 DI MILL 71 PORRE S OR SOS
RARA OO RIZZI OI RIA I MII LO contraria. Giammai uno spirito più nobile e più
cavalleresco e con più onesti intendimenti è sceso in lotta coi suoi
avversarii; giammai furono riconosciuti con altrettanta lealtà i proprii torti
e le benemerenze degli avversarii e giammai il desiderio della conciliazione
condusse a modificazioni così importanti e radicali della propria dottrina. Ma
quando si parte da certi principii si ha il diritto di arrivare a certe
conseguenze? voglio dire, nel caso nostro, quando si parte dal determinismo si
ha il dritto di arrivare a stabilire, se non una libertà completa, una
semi-libertà? Spingere fino a questo punto lo spirito di conciliazione non mi
pare conveniente, sovratutto ad un filosofo: quando si ha il coraggio delle
premesse si “deve avere anche il coraggio delle conseguenze; e per parte
nostra, pur apprezzando gli altissimi intendimenti del Mill, non possiamo non
riconoscerlo in contraddizione con sè stesso. Noi ci siamo proposti di studiare
il determinismo del Mill: comincieremo dal farne un'esposizione per quanto ci è
possibile esatta ed imparziale, riservandoci qua e là quelle considerazioni e
osservazioni critiche che ci parranno più opportune. La volontà è un potere
autonomo € indipendente che trova in se stesso il principio delle proprie
volizioni, e che può in ogni caso determinarsi da se stesso, senza la coazione
di motivi che non sono lui e che non sono posti da lui? oppure anche la volontà
rientra nel dominio della causalità universale, c ben lungi dall’ esser 1 causa
diretta ed efficiente delle proprie volizioni, non ne è che causa indiretta,
dipendente dai motivi e determi nata dai motivi: Lo Stuart Mill non dubita di
rispondere che anche il fatto della volizione appartiene ‘alla categoria di
tutti gli altri fatti del mondo fisico che sono determinati da una causa: non
può esistere in natura l'anomalia d'un cominciamento assoluto, d’un principio
d'azione che non abbia altra causa che se stesso; non si può ammettere questo
strappo alla legge di causalità che. abbraccia tutti quanti i fenomeni
dell'universo. La volontà è causa delle nostre azioni in quella maniera stessa
che il freddo è causa del ghiaccio e la scintilla dell’ esplosione della
polvere !; vale a dire è causa fisica, fenomenica, è un semplice antecedente
che determina un conseguente, e che è esso stesso determinato da un altro
antecedente. La teoria del libero arbitrio adunque, o del libero e spontanco
determinarsi della nostra volontà, non si può aflatto sostenere. î " ì ci
SEL è a dire, IR il Mill, come fa l’ Hamilton, me è inconcepi ninci
nell'ipotesi del bero oro SR ROOT SRI regressione infinita, una catena di Re ca
capo nell’eternità, o in altre song ca la o mento assoluto sul quale in ultimo
ri RONAO del determinismo; e che per conse oa 3 SSA 1 i s guenza se non è
concepibile la teoria del libero arbitrio, non è concepibil neppure quella del
determinismo. Perocchè, anch ina mettendo che le due teorie sieno del pari lion
er egli è certo però che quando si tratta di fatti To 9a siano volizioni, noi
non scegliamo l'ipotesi che l SE 3 i ( avvenimento ha avuto luogo senza causa,
ma accettiamo. Logique. ca Ù È ” x tu "a A x ha! è È» sd DI MILL invece
l'altra, quella d'una regressione continua, se risalente all’ infinito o no,
non importa. Ora perchè scegliamo noi sempre questo lato dell’ alternativa per
ispiegare le cose che sono del dominio della nostra esperienza, e solo facciamo
eccezione quando si tratta delle nostre volizioni? Perchè non dubitiamo di
ammettere in tutti i casi, eccettuato quello solo della volontà, che le cose
dipendono da cause che le determinano, sebbene questa credenza sia,
nell'opinione dell’ Hamilton, altrettanto inconcepibile quanto quell'altra
secondo la quale esse avrebbero luogo senza causa? Qual è la ragione di questo
fatto? La ragione è che l'ipotesi della causazione, sebbene secondo | Hamilton
inconcepibile, ha il vantaggio d'avere in suo favore l'esperienza, che
quotidianamente dimostra il fatto d' una successione invariabile fra ogni
avvenimento e una certa combinazione particolare d’antecedenti, per modo che
sempre € dovunque, quando questa combinazione d’antecedenti esiste; l’
avvenimento non manca d'aver luogo. L’ esperienza adunque decide la nostra
scelta fra i due inconcepibili, e ci fa vedere che in tutti i casi, eccettuato
quello solo della volizione, le cose sono connesse fra loro nel rapporto di
effetto a causa. Perchè anche alla volizione non si potrà applicare la medesima
regola di giudizio, perchè anche della volizione nou diremo che è determinata
da una causa? Ecco ciò che sostengono i deterministi. Essi affermano come una
verità d’esperienza che le volizioni seguono certi antecedenti morali
determinati, quali sono : desiderii, le avversioni, le abitudini, le
disposizioni combinate colle circostanze esterne atte a mettere in gioco questi
moventi internì, colla medesima uniformità € colla medesima certezza con cui
gli effetti fisici seguono le lor cause fisiche. Essi rigettano egualmente
dappertutto l’ ipotesi della spontaneità e non vedono dappertutto che dei casi
di causalità !. % Si suol dire, continua il Mill, che il sistema della
necessità o del determinismo è la stessa cosa che il materialismo; ma in realtà
non si danno due sistemi più distinti fra loro per confessione stessa di chi li
combatte tutti e due, per esempio del Reid, il quale afferma esplicitamente che
« la necessità ben lungi d'essere una conclusione diretta del materialismo, non
ne riceve il minimo soccorso ». E vero bensì che sempre, o almeno in generale,
i materialisti sono sostenitori della necessità, e parecchi dei sostenitori
della necessità sono materialisti; ma è vero anche che tutti i teologi della
Riforma, a incominciare da Lutero, e tutta la serie dei teologi calvinisti
provano che i più sinceri spiritualisti possono logicamente difendere il
sistema della pretesa necessità. D’ altra parte Leibnitz, filosofo
spiritualista se altri mai, era d'opinione che le volizioni non avessero la
loro causa in se stesse, ma in certi antecedenti spirituali, come a dire
desiderii, associazioni d'idee ecc., di maniera che quando gli antecedenti sono
i medesimi, le volizioni sono le medesime. Di qui risulta che la confusione del
sistema della necessità col materialismo è un errore sia nel rispetto storico
che nel rispetto psicologico ?. Del resto, continua sempre il Mill,
l’avversione che trova in generale il sistema del determinismo deriva in gran
parte dal non essere inteso a dovere, e dal servirci per indicarlo d'una
parola, la parola mecessità, a cui nel linguaggio ordinario si. suole
attribuire un Sato diverso da quello che scientificamente le si dovrebbe La
Philosophie de Hamilton par Mill. tr P. : Philosophie de Hamilton. ad.
Cazelles, DI MILI. attribuire. Il non intendere a dovere questo sistema è causa
d’una quantità: d'accuse immeritate che gli si scagliano contro, ed è causa
anche che i-suoi avversarii abbiano buon gioco a combatterlo, poichè sembra che
questi abbiano in confronto de’ suoi sostenitori un sentimento pratico molto
più prossimo alla verità, e un sentimento ben più profondo dell’ educazione e
della cultura personale!. Il rapporto di causa ad effetto è semplicemente un
rapporto di antecedenza e di sequenza: certi fatti succedono e succederanno
sempre, è da credere, a certi altri fatti; l’antecedente invariabile è chiamato
Causa; il conseguente invariabile Effetto, e consiste in questo la universalità
della legge di causazione che ciascun conseguente è legato in questa maniera a
un antecedente 0 a un gruppo d'antecedenti?. Ma l’invariabilità di sequenza non
basta ancora a costituire la Causa; se bastasse, la notte sarebbe causa del
giorno e il giorno della notte, essendo invariabilmente connessi l'uno
all’altro. Perchè si abbia la causa, la sequenza dev'essere nello stesso tempo
che invariabile, incondizionale; vale a dire, non basta, perchè si abbia la
causa, che un conseguente tenga dietro invariabilmente a un antecedente, ma si
richiede che non ci sia nessun'altra condizione che l’ antecedente, che
determini il conseguente. Invariabilità e incondizionalità di sequenza
costituiscono adunque la causa, che può essere per ciò definita: «l’antecedente
o la riunione d’antecedenti di cui il fenomeno è invariabilmente e
incondizionalmente il conseguente »3, Ma questa invariabilità e
incondizionalità di sequenza Logique ecc. Logique ecc. . i ; baia ip Lai - non
implica per nulla la necessità: nel senso metafisico in cui è intesa questa
parola dalla scuola intuitiva, vale a dire nel senso d'un legame misterioso fra
antecedente e conseguente, d’un costringimento misterioso che l’antecedente
eserciti sul conseguente per modo che fra i due, anzichè una semplice
uniformità di successione, vi sia una irresistibilità di successione !: questo
genere di necessità non è dato dall'esperienza e trascende l’esperienza. Niente
prova che se in passato vi fu tra due fatti una successione invariabile, certa,
incondizionale, la cosa deva essere così anche in avvenire: perchè lo fosse,
dovrebbe il fatto antecedente avere il potere di produrre, di efficere, per
dirlo alla latina, il fatto conseguente; intorno al che noi non sappiamo
niente: questo potere efficiente non ci si rivela nelle cose: l'esperienza non ci
rivela che cause fenomeniche. o fisiche, non cause prime od efficienti od
ontologiche di checchessia 2. Nel rapporto di causa ad effetto adunque non
v'ha. necessità nel senso in cui comunemente s' intende questa parola; solo nel
caso che alla parola necessità si attribuisca il significato
d'incondizionalità, ed è quello che veramente le spetterebbe, acconsentiremo ad
ammettere che tra causa ed effetto intercede un rapporto necessario. 3° Ciò
posto ognuno capisce subito in che senso si deva intendere il determinismo, in
che senso si deva dire che la volontà è determinata dai motivi. Le nostre
volizioni sono causate In quella maniera stessa in cui sono causate tutte le
cose dell’ universo; vale a dire, fra la volizione ine) È eno arse non esiste
quel ) ostringimento misterioso che ! Logique ece. , D. . S Logique ecc. . 5
Logique ecc. vol. 1. PD. . DI MILL SI NI è generalmente compreso nella parola
necessità, e per cui l'antecedente sforza ad essere il conseguente in una
maniera irresistibile; fra la volizione e il motivo non esiste che un legame di
successione uniforme, non altro. Noi sappiamo che, pure determinati dai motivi,
non siamo però sforzati, come per un incanto, ad obbedire a un motivo
particolare, e sentiamo che se lo desiderassimo, abbiamo il potere di resistere
al motivo: « pensare altrimenti, aggiunge lo Stuart Mill, sarebbe umiliante pel
nostro orgoglio e contrario al nostro desiderio della perfezione »!. Ben
compresa adunque la dottrina della Necessità filosofica si riduce a questo: «
che essendo dati i motivi presenti allo spirito, essendo dati parimente il
carattere e la disposizione attuale d'un individuo, si può dedurne
‘nfallibilmente la maniera in cui egli agirà; e che se noi conoscessimo a fondo
la persona e nel medesimo tempo «a tutte le influenze alle quali essa è
sottoposta, potremmo prevedere la sua condotta con tanta certezza con quanta
prevediamo un avvenimento fisico.... Che se alle volte si è incerti intorno al
modo in cui uno agirà in avvenire, ciò deriva dal non essere affatto sicuri di
conoscere tanto completamente quanto converrebbe le circostanze e il carattere
di quella persona, non già dall’ idea che, anche sapendo ciò, si potrebbe
essere ancora incerti della sua maniera d’agire. E questa piena sicurezza non è
per pi niente incompatibile con ciò che noi appelliamo il sentimento della
nostra. libertà. Quand’ anche le persone da cui noi siamo particolarmente
conosciuti siano perfettamente sicure della maniera in cui agiremo in un ui
caso determinato, noi non ci sentiamo meno liberi per n questo. Al contrario,
spesso un dubbio sollevato sulla i ari | Logique ecc.. Î nostra condotta futura
è per noi la prova che non si conosce il nostro carattere, e qualche volta
anche lo prendiamo per un’ ingiuria. I metafisici religiosi che hanno affermato
la libertà della volontà, Danno sempre sostenuto ch’essa non era per niente
inconciliabile con la prescienza divina; essa non lo è dunque con nessun’altra
prescienza. Noi vogliamo essere liberi, benchè altre persone possano essere
perfettamente certe dell'uso che noi faremo della nostra libertà. Per
conseguenza non è questa dottrina (che le nostre volizioni e le nostre azioni
sono le conseguenze invariabili di stati antecedenti del nostro spirito) che si
può accusare d’ essere smentita e respinta, come degradante, dalla coscienza
»!. La parola necessità applicata alla volontà « significa solamente che la
causa data sarà seguita dall'effetto senza pregiudizio di tutte le possibilità
di neutralizzazione da parte di altre cause »?. Il motivo da cui dipende
l’azione non è d'un impero tanto assoluto da non lasciar luogo al potere di
qualche altro motivo; le cause delle azioni non sono irresistibili. Quando noi
diciamo che uno a cui sia sottratta l’aria o l'alimento morirà di necessità,
intendiamo dire che morirà indubbiamente checchè si possa fare per impedirlo:
quando diciamo che uno che sia stato avvelenato morirà, non intendiamo dire che
è necessario che muoia, perocchè un antidoto somministrato a tempo o l’azione
d'una pompa stomacale può qualche volta prevenire la morte. Le azioni umane
rientrano nei casi di quest ultima specie. Di qui l’improprietà di chiamare
necessario il rapporto che esiste fra il motivo e l’azione: questa parola
necessità essendo adoperata nei casi ordinarii in senso tutt'affatto diverso da
quello che 1 Logique ecc, . 2 Logique ecc.. he essre e Ai Res x e. Cai A AI ba
Mes, ig o DI MILL SI carattere che si aveva precedentemente, o da qualche
sentimento d’ammirazione o da qualche aspirazione improvvisa!. Ciò posto ognuno
capisce la differenza che n c'è fra pensare che noi non abbiamo alcun potere di
E modificare il nostro carattere e pensare che noi non useremo di questo
potere, se non ne abbiamo il desiderio. In generale « importa molto che questo
desiderio non 2 sia soffocato dal pensiero che il successo è impossibile, L. e
che si sappia che se noi abbiamo questo desiderio, bi l’opera non è così
irrevocabilmente compiuta che non possa più essere modificata »°. Riassumendo
adunque lo Stuart Mill ammette nell’uomo il potere di modificare € anche di
formare il proprio carattere, quando lo voglia. È bensì vero ‘che questa
volontà è determinata dal desiderio, e il desiderio in ultimo è fatale: ma in
ogni modo, questo sapere che si può modificare o anche formare il proprio
carattere, quando se ne abbia il desiderio, è già qualche cosa, € ‘Duomo che si
crede avere questo potere sarà in ben migliori condizioni e meno scoraggiato e
meno sconfortato dell'uomo che si crede non avere affatto questo potere,
sebbene lo desideri. Costui sarà in uno stato di noncuranza e di apatia da cui
non si potrà mai togliere; l’altro invece saprà di non essere irrimediabilmente
condannato ad agire in una certa maniera, e attingerà da questo sapere coraggio
€ conforto a migliorare sè medesimo. Ma quanta dubitazione e quanta titubanza
nel linguaggio del Mill! Prima l’uomo può modificare il suo carattere soltanto,
poi può anche formarlo quando lo voglia; prima si accorda all'Ovven che il
carattere Logique ecc. Logique sece. . G. Z. i Ù (0/4) w dell’uomo è in ultima analisi
formato per lui, che vale a dire dipende da cause a lui estranee, e poi si
afferma che ciò non impedisce che non sia anche in parte formato da lui, come
agente intermediario; prima si dice che noi non possiamo voler direttamente
essere differenti da ciò che siamo, e subito dopo che possiamo però porre noi
stessi sotto l’azione di certe circostanze per diventare appunto differenti da
ciò che siamo; e per ultimo prima si concede che possiamo formare il nostro
carattere, quando lo vogliamo, e poi si afferma che del nostro volere non siamo
però i padroni. Ma lo Stuart Mill si era proposto di conciliare in qualche modo
il determinismo colla libertà, e sta in questo la ragione di questa specie di
altalena, di queste affermazioni e negazioni che appena sfuggite si vorrebbero
ritrarre e si ritraggono infatti o se ne attenua il valore, di questa vorrei
chiamarla timidezza filosofica che finisce non di rado in aperte
contraddizioni, di questo volere e non volere che ci impedisce di cogliere il
vero pensiero dell’ autore e che lo rende oscillante fra la sua scuola e la
scuola contraria. Nel luogo seguente per esempio lo Stuart Mill è entrato nel
pieno dominio della scuola intuitiva. « Il sentimento, egli dice, della facoltà
che noi abbiamo di modificare, se /o Vog proprio carattere è quello stesso
della libertà morale di cui abbiamo coscienza. Un uomo si sente moral libero
quando sente che non è lo schi il padrone delle sue abitudini e delle sue te
anche cedendo loro, sa che potrebbe loro se desidérasse respingerle affatto,
non avr perciò di desiderio più energico che non si di provare »). mente
ntazioni; che, resistere; che ebbe bisogno senta capace 1 Logique ecc. vol. 2.
p. 425. liamo, il nostro avo, ma al contrario DI MILL D Ma a questo punto si
potrebbe dimandare: con qual diritto ammettete voi che l’uomo sente di non
essere lo schiavo, ma il padrone delle sue abitudini e delle sue tentazioni,
che, anche cedendo loro, sa che potrebbe loro resistere € respingerle
interamente? Per ammettere questo, bisognerebbe concedeste all'uomo la facoltà
di formare i suoi desiderii che son quelli che de-. terminano la volontà;
invece secondo la vostra dottrina : desiderii sono fatali. L'uomo non può
essere padrone delle sue abitudini e delle sue tentazioni che a patto di essere
anche padrone di formare il desiderio di cangiar quelle e resistere a queste,
ciò che voi negate. « Del resto, continua Mill, per avere la piena coscienza
della libertà «bisogna che noi siamo riusciti a fare il nostro carattere come
l'avevamo voluto; perchè se noi abbiamo desiderato e non siamo riusciti, non
abbiamo alcun potere sul nostro carattere; nom siamo punto liberi. Almeno
bisogna che noi sentiamo che il nostro desiderio, se non è abbastanza forte per
cangiare il nostro carattere, lo è abbastanza per dominarlo tutte le volte
ch’essi si troveranno in conflitto in una occasione d’ agire particolare »!. E
da questo passo pare risultare che noi, contrariamente a quanto è stato detto
antecedentemente, non possiamo sempre modificare il nostro carattere, se lo
vogliamo; che i nostri desiderii talora rimangono infruttuosi, che insomma non
possediamo sempre la libertà. Singolare incertezza di linguaggio! Ma
continuiamo l'esposizione della dottrina del Mill. Tre dottrine, dice il Mill,
si possono distinguere in relazione al determinismo: in primo luogo il
fatalismo puro, l asiatico, quello di ‘Edipo, secondo il quale tutte le I
Logique ecc..At TR 7 TAI 84 o nostre azioni sono predeterminate dal di fuori,
da una potenza cieca, dal destino, indipendentemente dal nostro carattere e
dalla nostra volontà; di maniera che il nostro amore del bene e la nostra
avversione pel male sono senza efficacia, e non giova alimentarli nel nostro
cuore, oichè non hanno alcun potere sulla condotta; in secondo P ’ luogo il
fatalismo che si può chiamare modificato, il fatalismo dell’Ovven, il quale
sostiene bensì che le nostre azioni dipendono dalla nostra volontà e la volontà
dai nostri desiderii, e questi dall'azione combinata dei motivi che ci si
offrono e del nostro carattere personale; ma aggiunge che ‘il nostro carattere
è stato fatto per noi e non da noi, e che quindi non ne siamo responsabili,
come non siamo; responsabili delle azioni. ch’ esso ci conduce a fare; e che
indarno ci sforzeremmo di cangiarlo 1, .La vera dottrina della caus IR POTRO a
questi due sistemi, che non soamente la 1 ; A Se Roana condotta, ma il nostro
carattere dipende an A - : a SEE volontà; che possiamo, adoperando i n ‘are |
DES Sa migliorare il nostro carattere, e che t ri 6 “Ai x in) necessiti al
male, s c è tale che, restando quello che è, ci : o. x 35 eo .° > Sala
giusto mellere in opera dei motivi te ci necessiteranno a fare î nostri sfr;-;
Jr i] li 3 / Str sforzi per miglio arto e a liberarci così dall’ altr AR . Fa
UESi alri ra necessità: in altri crmini noi siamo moralmente obblivati erferi.
“oligatt a lavorare pel Perfertonamento del nostro carattere? È dottrina
deterministica £ so» > E questa la terza vale ad utta propria del Mill;
secondo il P. 571. Psychologie anglaise contemporaine, p. 14 Co @w r-tmteoe-cnstr@te
eta RT Mill sente la difficoltà e l’obbiezione e risponde: « Quando noi ci
esercitiamo volontariamente, come il nostro dovere l’ esige, a perfezionare il
nostro carattere, o quando operiamo (scientemente o senza saperlo) in maniera
da pervertirlo, le nostre azioni, come tutti gli altri atti volontarii, fanno
supporre che ci fosse già qualche cosa nel nostro carattere, 0 nel nostro
carattere combinato colle circostanze esterne, che ci ha condotti ad agire
così, e che spiega perchè abbiamo agito così. Per conseguenza colui che potesse
predire le nostre azioni conoscendo il nostro carattere qual è al presente,
potrebbe pure, con la medesima conoscenza esatta del nostro carattere, predire
ciò che noi faremmo per cangiarlo »!. La risposta è ingegnosa, bisogna
convenirne. Ma se la modificazione del carattere dipende in fondo dal carattere
stesso, o dal carattere combinato colle circostanze esterne, non sarebbe
illusoria questa modificazione? E possibile per esempio che in un carattere
moralmente cattivo, in quanto tale, siano elementi che spieghino e
giustifichino il suo cambiamento in buono; o viceversa in:un carattere
moralmente buono elementi che preparino la sua trasformazione in cattivo? È
possibile che nel'male s'annidi il bene, e nel bene il male? Voi avete agito
sempre bene; che importa? State in guardia tuttavia; il bene qualche volta dà
origine al male! Voi avete agito sempre male; state di buon animo egualmente;
il male qualche volta dà origine al bene! Invece il vero si è che la modificazione
del carat I tere non dipende dal carattere stesso; dipende da una forza intima
nostra che anzi è in opposizione al carattere, dipende da noi che abbiamo
sperimentato le conseguenze tristi del carattere che avevamo precedentemente, 0
siamo 1 Philosophie de Hamilton. Ls è Cal eri SÒ eccitati da qualche vivo
sentimento d’ammirazione, o da qualche aspirazione improvvisa, lo dice lo
stesso Mill in un altro luogo !. — D'altra parte se è vero che la modificazione
del carattere dipende in ultimo dal carattere stesso o dal carattere combinato
colle circostanze esterne, perchè abbiamo noi il dovere, come dice il Mill, di
esercitarci volontariamente a perfezionare il nostro carattere ? Una forza che
non è me mi obbliga a fare una cosa, e tuttavia io ho il dovere di farla! Non
c'è qui una contraddizione manifesta? Per concludere, ecco come ci sembra poter
riassumere in breve la dottrina dello Stuart Mill liberata da tutto quel
viluppo di dubbii e di titubanze che la rendono alquanto oscura e
indeterminata. La volontà non è libera [cf. H. P. Grice on D. F. Perars and J.
F. Thomson, The freedom of the will], ma determinata, determinata però non
necessariamente, ma in quel modo in cui sono determinate le altre cause
dell'universo, il cui rapporto causale è un rapporto di sequenza invariabile e
incondizionale e niente più. 2° Di qui segue che, se in ultima analisi il
nostro carattere è formato per noi-e non da noi, dire che questo carattere non
poss anche formato da noi, se lo vogli questo volere non dipende da noi. 4°
Dipende invece dal desiderio. 5° Il quale alla sua volta non è formato da noi;
possiamo noi con un atto di volontà darci o toglierci un desiderio o una
avversione? 6° Se il nostro Atto non è formato da noi, noi possiamo però
metterci in tali circostanze che siano adatte a far Nascere il desiderio di
modificare il nostro carattere ?, 7° In altre parole noi non possiamo cangiare
direttamente il nostro carattere ciò non vuol a essere modificato e amo. 3° Ma
da capo Philosophie de Hamilton, p. 572, 2 Philosophie de Hamilton,. nota, ,
nota; e Logique ecc. DI MILL con un atto di volontà; ma possiamo servirci dei
mezzi adatti a far nascere il desiderio di cangiarlo, e quindi volere
indirettamente questo cambiamento. O c' inganniamo, o questa è la vera e
definitiva espressione del pensiero dell’ autore. Ma da capo, quando ci
serviamo dei mezzi adatti a cangiare il nostro carattere, siamo di nuovo
determinati, oppure troviamo in noi stessi la forza di far ciò? Se sì ammette
questo secondo lato dell’ alternativa, come pare venga ammesso dal Mill,
ricadiamo in fondo nel sistema della libertà. Esposta la dottrina
deterministica del Mill, e rilevati er via i dubbii, le titubanze; le
contraddizioni che fan dubitare della serietà delle convinzioni dell*autore
come filosofo determinista, ma che in compenso fanno altissima testimonianza
del suo retto senso morale, ci resta ora a vedere in qual modo abbia cercato di
combattere le prove che si adducono in favore della libertà. E questa la parte
in cui il Mill ha fatto gli sforzi maggiori, ed è giustizia confessare che ha
dato prova di finezza ed acutezza straordinaria; soltanto questa finezza e
questa acutezza sono talvolta a scapito della verità e rasentano qua e là il
paradosso. La testimonianza decisiva in favore della libertà e per cui quegli
stessi che la combattono si sentono loro malgrado costretti ad ammetterla, e
quegli altri che non la credono concepibile da mente umana, si sentono però
biagi sei i it identita Po PATO Ma zano (AT TA Per ade, è; et ì uecensroneneo
sevacanzissizarisninieseaneiorazioioe rassicurati a sostenerne l’esistenza!, è
la testimonianza della coscienza. Contro questa testimonianza lo Stuart Mill
aguzza le sue armi e scaglia i suoi dardi, e prima di tutto fa questa
osservazione. Che autorità può avere la testimonianza della coscienza, se in
generale ciò che ci testifica suole essere interpretato in maniere differenti e
non possiamo mai essere sicuri sul suo significato? Per esempio il Cousin e
quasi tutti i filosofi tedeschi trovano nella coscienza l’Infinito e l’
Assoluto, che 1’ Hamilton giudica affatt o incompatibili con essa: v'ebbero più
generazioni di filosofi che hanno creduto aver delle idee astratte, concepire
un triangolo che non fosse nè equilatero, nè isoscele, nè scaleno, ciò che |’
Hamilton e tutti oggidì riguardano come assurdo. Vi sono dunque opinioni
contraddittorie sul senso della testimonianza della coscienza; che deve pensare
dinanzi a questo fatto il filosofo perplesso. Mill non a torto incomincia per
questa via ad infirmare il valore della testimonianza della coscienza. Della
testimonianza della coscienza si dai filosofi specialmente in passato; non vi
zione quasi di cui; in mancanza d’altre pro volesse trovare una conferma nella
testimonianza della coscienza; e molte di queste concezioni poi non ressero a
un esame accurato e ad una critica sagace, o almeno si vide che non erano per
niente attestate dalla coscienza. Ma che prova questo? Forse perchè s'è abusato
del abusò fu conceve, non si 1 Alludo all’ Hamilton, pel quale la libertà morale,
non può essere concepita « perchè noi non possiamo concepire che il determin
lativo », e tuttavia esiste essendo irrefra scienza (Vedi Stuart Mill Philoso 2
Philosophie de Hamilto ato e il reGabilmente attestata dalla cophie de
Hamilton). N, . i RO RI, e i } testimonio della coscienza, e talora si sostenne
attestato dalla coscienza quello che in realtà mon cra attestato, si deve
negare fede sempre alla coscienza? Neppure lo Stuart Mill è di questo avviso,
e, filosofo positivista convinto, non crede però col Comte che unicamente
dell’esperienza esterna e niente dell’interna si deva tener conto in
psicologia; l’esperienza interna è anzi la prima, la vera fonte a cui si deve
attingere. Per quanto riguarda la libertà poi, questo è uno di quei fatti, di
cui non si può dire che una coscienza l’attesti e l’altra no, o intorno al
quale la testimonianza della coscienza si possa 'interpretare in più maniere
differenti. Chi non sente che al momento di agire in una certa maniera in un
caso particolare, potrebbe agire in una maniera diversa, se lo volesse, e non
si sente in conseguenza responsabile di quello che fa? Ecco la testimonianza
della coscienza degli uomini, sul cui significato non può cader dubbio perchè
manifesto e chiarissimo. Ma a quella osservazione preliminare non s' arresta il
Mill; e per verità non aveva valore che come un primo attacco in battaglia, che
serve più che ad altro a scandagliare il. terreno e a misurare a un dipresso la
forza del nemico, ma non decide della vittoria. Esamina perciò più addentro il
fatto dell’ aver coscienza del libero arbitrio. « Aver coscienza del libero
arbitrio, egli dice, significa aver coscienza, prima d’ aver scelto, d’ aver
potuto scegliere altrimenti. Si può in limine biasimare l’uso della parola
coscienza con una tale accezione. La coscienza mi dice ciò che io faccio o ciò
che io sento. Ma ciò che-io sono capace di fare non cade sotto la coscienza. La
coscienza non è profetica; noi abbiamo coscienza di ciò che è, non di ciò che
sarà o di ciò che può essere. Noi non,sappiamo mai che siamo capaci di PR ni
fare una cosa che dopo averla fatta, 0) dopo aver fatto qualche cosa d’eguale o
di simile. Noi non SPESO affatto che siamo capaci d'azione se non avessimo
giammai agito. Quando abbiamo agito, sappiamo, nei limiti di questa esperienza,
come siamo capaci di agire : e quando questa conoscenza è divenuta famigliare,
è spesso confusa colla coscienza e ne riceve il nome. Ma da ciò ch’essa è mal
nominata non segue che abbia più autorità; la verità ch'essa possiede non è
superiore all’ esperienza, ma riposa sull’ esperienza. Se la pretesa coscienza
di ciò che noi possiamo fare non è nata dall'esperienza, non è che
un'illusione. Il solo titolo ch’ essa abbia ad esser creduta è di essere
un’interpretazione della esperienza, e se l’interpretazione è falsa bisogna
rigettarla »!. Nel qual luogo due cose sono poste in rilievo e distinte: prima
di tutto si dice che la coscienza non riguarda già ciò che sarà o ciò che può
essere, ma ciò che è, e che per conseguenza ci attesta solo quello che
facciamo, non già quello che possiamo fare e siamo atti a fare; in secondo
luogo che la pretesa coscienza di ciò che sarà o di ciò che può essere o di ciò
che siamo atti a fare, non è un'intuizione, ma una cognizione offertaci dall’
esperienza, che ha valore solo in quanto ha valore questa. Non facciamo al Mill
l’obbiezione che gli faceva a ragione l’ Alexander? che « se abbiamo coscienza
d'una forza libera di volizione continuamente inerente in noi, abbiamo
coscienza di ciò che è ». Noi ci mettiamo anzi allo stesso punto di vista del
Mill e ammettiamo che non si possa aver coscienza d’ un'attitudine, d'una forza
inerente in noi, indipendentemente da ogni esercizio Philosophie de Hamilton. ?
Citato in nota dallo Stuart Mill, Philosophie de Hamilton. DI MILL presente o
passato di quest attitudine o di questa forza; ammettiamo in altre parole che
la pretesa coscienza della libertà non sia un'intuizione, ma una conoscenza
sperimentale. E che perciò? La credenza nella libertà è meno universale per
questo ? E meno radicata nell'anima degli uomini? E vero, non la chiameremo
coscienza; sarà non una percezione, non un sentimento, ma un giudizio derivato,
una conclusione tratta da fatti che ci cadono tuttogiorno sott' occhio; ma
questo non importa. ‘ V ha una quantità di fatti la cui esistenza è
sicurissima, e che pure non cadono sotto il dominio della coscienza. Ma v'ha di
più. L'esperienza esterna, l'esperienza a posteriori non può, come osservava
giustamente l'Alexander!, verificare la credenza ch'io era libero d'agire,
poichè | l’esperienza mi dice in qual senso io ho agito in un caso |
particolare, e niente mi insegna sulla mia attitudine ad agire altrimenti;
questa mia attitudine ad agire altrimenti m'è offerta da una percezione
interna, da un sentimento, dall'esperienza interna insomma, che non ha niente a
che fare coll’ esterna. Il Mill risponde: « Supponete che |’ esperienza ch'io
ho di me stesso mi offra due casi incontestabilmente simili per tutti i loro
antecedenti fisici e mentali, e che in uno di questi casi io abbia agito in un
senso, e nell'altro in un senso contrario : si avrebbe bene qui una prova
sperimentale ch'io sono stato capace d’agire in un senso o nell'altro. È per
una tale esperienza ch'io apprendo che posso agire, vale a dire trovando che un
avvenimento ha luogo o non'ha luogo secondo che (le altre circostanze restando
le medesime), una volizione da parte mia ha luogo o non ha luogo. RI daddi Aia
sie Pe” i su Philosophie de Hamilton; in nota. 2 Philosophie de Hamilton, nota
a p. . E Di MINISMO DEL DETER Accettiamo di buon cuore l’ osservazione; ma se
in due casi identici per i loro antecedenti fisici e mentali io ho agito, come
suppone il Mill, non già in una maniera identica, ma in una maniera contraria,
ciò vuol dire che gli antecedenti (motivi) non hanno la forza di determinarmi,
e che io sono libero d'agire in quel modo che mi piace; altrimenti tutte due le
volte avrei agito in modo identico. A questo punto dov’ è andato il potere
determinante dei motivi che s'è ammesso prima? A questo punto non si riconosce
nell'uomo una forza intima e spontanea capace di agire anche in opposizione ai
motivi? Lasciamo da parte adesso se la libertà ci venga o no attestata dalla
coscienza e se questa coscienza sia intuizione o conoscenza sperimentale;
notiamo il fatto che questa libertà, da qualunque parte ci venga attestata, voi
pure l’ ammettete. Ma neppure a questo punto s’ arresta il Mill; egli è troppo
acuto e profondo per non capire che anche ammettendo essere la coscienza della
libertà non già una intuizione, ma questo Ra Ri SRERNS a E enza della libertà
ste e che per conseguenza anche A RR SRO 5 i lè questo secondo attacco, i aa È
1a la un'esito decisivo. Delibera perciò Oros ° ; O PIL SoS AASCO; e, bisogna
convenirne, menti temi ile e pericoloso. Eccolo. « Questa convinzi chiamino:
mente Sao done Ani azione ose ( » che la nostra volontà è libera, che è essa?
Di che siamo noi convinti? Mi si di 3 ; ; x c i : sI dice che, sia ch'io mi
decida ad agire, sia che m'aste : ; SS sstenga, sento che potrei aver deciso
altrimenti. Io domando alla mi * » . ‘o alla mia coscienza ciò ch'io sento, e
trovo che sento, o che ho la convinzi x licre l° ; nvinzione, che avrei potuto
scegliere l’altra via, e anche che l'avrei P ; La È avrei scelta, se avessi
preferita, vale a dire se |° avessi ; : a essi amata meglio; ma io non trovo
che avrei potuto sceoli ; egliere una cosa pur e no rei lite a i ll preferendo
l'altra ». Ad onta di questo si continua a dire che noi facciamo una cosa, pure
preferendo, pure amando meglio di farne un'altra. Ciò deriva dal non intendersi
bene intorno al significato della parola preferire. Quando sì preferisce una
cosa, non si prende questa cosa da sola, in sè, ma unitamente alle conseguenze
che deriverebbero dal farla e che le servono come di corteggio. Così un'azione
presa in sè, indipendentemente dalle conseguenze che possono da essa derivare,
o da una legge morale chio violi facendola, posso preferirla ad un'altra, e
cionullameno fare quest'altra: ciò avviene perchè csaminata quella prima azione
anche nelle sue conseguenze, è tale che merita di essere posposta alla seconda.
Noi facciamo adunque tutte le volte quello che preferiamo. « Prendiamo un
esempio: ucciderò io o mon ucciderò? Mi si dice che se io scelgo d' uccidere,
ho. coscienza che io avrei potuto scegliere di astenermi; ma ho io coscienza
che avrei potuto astenermi, se la mia avversione pel delitto e i miei timori
delle sue conseguenze fossero stati più deboli della tentazione che mi spingeva
a commetterlo? Se io scelgo d’astenermi, in qual senso ho io coscienza che
avrei potuto commettere il delitto ? unicamente nel senso che avessi desiderato
di commetterlo con un desiderio più forte del mio orrore per l'assassinio e non
con uno menò forte ». Sicchè in ogni caso, quando noi supponiamo che avremmo
potuto fare altrimenti da quello che abbiamo fatto, supponiamo sempre una
differenza negli antecedenti (desiderio e avversione) che soli hanno la potenza
di determinare l'atto. E perciò il testimonio della coscienza rettamente
interpretato e inteso è anzi una prova in favore del determinismo !. Si
obbietterà, continua il Mill, che resistendo a un x I Vedi per tutto questo,
Philosophie de Hamilton, p. 552-554. ERE PIA Rage i era pt "Tae se i verte
net teatri I da Pa desiderio io ho coscienza di fare uno sforzo, e se il
desiderio dura lungo tempo, io sono per questo sforzo così sensibilmente
esaurito come dopo un esercizio fisico. A che la coscienza di questo sforzo se
la mia volontà fosse completamente determinata dal desiderio presente più
energico? Perchè il peso più forte s'abbassi e il più leggero s’ innalzi, la
bilancia non ha sforzi da fare. Questo argomento, dice il Mill, si fonda tutto
sulla falsa credenza, che la lotta fra impulsi contrarii deva sempre decidersi
in un istante; e che l'impulso realmente più forte ottenga vittoria in un
istante. Ma questo non avviene neppure nella natura inanimata; l’uragano non
abbatte una casa e non rovescia un albero senza resistenza; la bilancia stessa
trema e i piatti oscillano alcuni istanti quando la differenza dei pesi non sia
grande. Egualmente nella vita dell'anima, dove l’intensità delle forze morali
che si combattono non è fissa A ma mutabile, dove non c’è un istante solo in
cui varie serie d’ idee non attraversino lo spirito, aggiungendo vigore da una
parte e togliendolo dall’altra, la lotta fra i motivi contrarii non è decisa in
un istante e può durare anche lunghissimo tempo, e quando ha luogo fra
sentimenti violenti, esaurisce in una maniera straordinaria la forza nervosa.
Ora la coscienza dello sforzo di cui si parla è appunto la coscienza di questo
stato di conRR TASTE OR ha eee tra me ed una forza. es a di cui Io trionfi, 0°
i i wr NA: ha luogo tra me e me, i; DE È È a Fonzie un piacere e 272 che temo i
rimorsi «Giò S = Sosidero o, se voi amate meglio, la mia O e È Sie: A un lato
piuttosto che n l’altro, è 2a SanIchi Seo i 3 » è che l’un rappresenta uno
stato dei miei sentime nente che non fa l’altro. Dopochè la vinta, il z7e che
desidera finisce, ma i o dei me tentazione l’ha l me di cui la Nt più perma-
DI, PE O 0 e e LAV cLoalesessacteapeastizecasaponeguestaa ssa tovepogg
esseeeposabponadsas aida r e sensei veg esa evo coca cover evi aerea ivicateei
spira coscienza èferita può durare fino alla fine della vita ». Non è vero
adunque che la coscienza ci attesti che noi possiamo agire contrariamente al
desiderio più forte o all’ avversione più forte che proviamo al momento
dell’azione. L a differenza tra un uomo cattivo e un uomo buono non consiste in
ciò che quest’ ultimo agisca in opposizione a’ suoi desiderii più forti, ma in
ciò che il suo desiderio di fare il bene e la sua avversione per il male siano
forti abbastanza per vincere, e, se la sua virtù è perfetta, per ridurre al
silenzio ogni altro desiderio e ogni altra avversione contraria. Di qui
l'importanza gran- ) dissima dell'educazione che agisce sulle avversioni € sui
desiderii, indebolendo e sradicando quelli che paiono più È adatti a condurre
al male, incoraggiando ed esaltando quegli altri che per converso sembrano più
adatti a condurre al bene!. ; L'ho detto prima, queste osservazioni del Mill
sono d’ una importanza capitale, e così acute e profonde che aspirano a dare,
si può dire, il colpo di grazia al sistema della libertà. i A noi sia lecito
fare sparsamente qualche considerazione, non tanto collo scopo di infirmare
quanto ha ‘ detto l’ autore, quanto per mettere nella loro vera luce certi
fatti che ci paiono non esattamente apprezzati, € da cui si trassero
conseguenze non abbastanza giustifi- è cate. E prima di tutto ammettiamo anche
noi che, dopo aver deciso d’ agire in una certa maniera, la coscienza ‘ci
attesti che avremmo potuto decidere di agire altrimenti, se l’avessimo
preferito; ammettiamo per esempio, che dopo avere deliberato. di uccidere una
persona, abbiamo coscienza che avremmo potuto deliberare di astenercene, se
l’avessimo preferito, e in ogni caso che non x BE rit e ta po LI? ALTE di sa ge
‘1 Vedi per tutto questo, Philosophie de Hamilton, p. 354-550. G. Z. ) 7 I
avremmo potuto scegliere una cosa; pure preferendone ur. un’altra: ammettiamo
in altre parole che si.abbia sempre “a coscienza d'aver potuto’ agire in una
maniera diversa da quella in cui s'è agito, solo a patto che ci fosse in e noi
una serie d’antecedenti interni diversa da quella che SÉ in realtà vi fu. - CORE
_ Ma questo che prova? Perchè provasse qualche cosa sun | in favore del
determinismo, dovrebbe questa serie di _D O antecedenti interni da cui dipende
la nostra preferenza i per una cosa piuttosto che per un'altra, stare da sè, gi
indipendentemente da noi, essersi introdotta in noi a nostra insaputa e come di
nascosto, press’ a poco come ‘E suol fare il ladro di notte. Invece la cosa non
è così; questi antecedenti interni non si sono formati in noia H nostra
insaputa, ma col nostro intervento e col nostro Di consenso; al ladro si poteva
dare ricetto o rigettarlo a % 1 nostra volontà. O se si sono formati in noi a
nostra insaputa, perchè disposizioni organiche trasmesseci per eredità, o
elementi acquisiti per via di educazione, lo spirito nostro però non si
comporta solo passivamente di fronte a loro. Lo spirito non è una tavola rasa
destinata a ricevere unicamente le impressioni del mondo di fuori, non è un
semplice recipiente in cui si faccia una quantità di giochi meccanici e nulla
più; lo Spirito è anche attivo nello stesso tempo che passivo; ci sono in lui
elementi spontanei e primordiali che non devono essere trascurati !. __ Lo
Stuart Mill vorrebbe ridurre lo spirito a un serie di stati interni attuali o
possibili e a nulla più, senza preoccuparsi se vi sia qualche cosa che li
unisca © e a cui ineriscano; ma in seguito alla considerazione VP A, Ti Ribot,
Psychologie anglaise contemporaine, all'articolo Al. Bain pag. 253. Cfr. Bain,
Les.emotions et la volonté RR REATTORI III EAT che è una serie di stati interni
che conosce se stessa come passata e come futura, e che non si potrebbe con
cepire ad esempio una collana di perle, a cui fosse ; tolto il. filo che le
unisce, è costretto ad ammettere i qualche cosa di reale che leghi questi stati
interni fra i loro, qualche cosa di originale che non ha comunità di | natura
con nessun’ altra rispondente ai nostri nomi, € alla quale non possiamo dare
altro nome che il suo, il ì i ‘* Me! Ma questo qualche cosa, questo Me che pure
rico VO PAM. Pi ei = n (©) sE z La “ ci x Wei vi 3 Le Gi noscete, e a cui date
un'esistenza distinta e,sua propria, altrettanto reale quanto gli stati interni
medesimi, che ‘rimane in fondo se gli negate ogni elemento proprio € spontaneo,
se gli negate la capacità di dare una preferenza, o di formare o di regolare
almeno certi moventi ® interni da cui dipende la preferenza? Questo quid
destinato ad unire i nostri stati interni fra loro in maniera . da riconoscerli
come passati e futuri, è forse come il filo meccanico che unisce le perle in una
collana? ma il filo non riconosce le perle, e questo quid invece riconosce gli
stati interni; in grazia di che li riconosce? Conveniamo anche noi col Mill che
qui siamo dinanzi a quell’inesplicabile e a quel misterioso, oltre il quale
occhio umano non penetra; accettiamo anche noi il fatto ine- ER splicabile
senza perdersi a considerarne hi 1 Philosophie de Hamilton. DI MILL LII così
dire, la posizione; alla questione, se sia giustizia punire chi è determinato a
operare in un dato modo, ha sostituito quest'altra, se sia giustizia punire chi
non è determinato; ma queste non sono due tesi opposte in maniera che provata
l’una si deva rifiutare l’ altra. Il Mill crede che non sia giustizia punire
chi non è determinato, e sia pure; ma con questo è detto che sia giustizia
punire chi è determinato? La questione è ancora insoluta. Ma riportiamo per
intero il luogo del Mill, per vedere quale concetto egli ha della giustizia. «
Vi sono due fini che nella teoria dei necessitarii bastano a giustificare il
castigo: il profitto che ne ritrae il colpevole stesso e la protezione degli
altri uomini. Il primo giustifica il castigo, perchè fare del bene a uno non
può essere fargli torto. Punirlo pel suo proprio bene, purchè colui che
inflisge la pena abbia un titolo a farsi giudice, non è più ingiusto di fargli
prendere un rimedio. Per ciò che riguarda il delinquente, la teoria vuole che,
controbilanciando l'influenza delle tentazioni presenti o delle malvagie
abitudini acquisite, la pena ristabilisca nello spirito la preponderanza
normale dell’ amore del bene. Nel secondo rispetto, il castigo è una
precauzione che la società prende per sua propria difesa. Perchiè il castigo
sia giusto bisogna solamente che lo scopo che la società si propone sia giusto.
Se la società se ne serve per calpe stare i giusti diritti dei privati, il
castigo è ingiusto. Se se ne serve per proteggere i giusti diritti dei
cittadini contro un'aggressione ingiusta e criminosa, è giusto. Se abbiamo dei
diritti giusti (ciò che ritorna a dire che abbiamo dei diritti) non può essere
ingiusto difenderli. Con o senza libero arbitrio, la punizione è giusta nella
misura in cui è necessaria per raggiungere lo scopo sociale, nella stessa
maniera che è giusto; mettere una bestia |a se è Apa di a deal; à feroce a morte
(senza infliggerle delle sofferenze inutili) per proteggerci contro di essa»).
Ecco, è comodo per uno scopo particolare c in s0stegno d’una certa tesi
attribuire ad una cosa quel significato che meglio talenta; soltanto sta a
vedere se per giustizia gli uomini tutti quanti non întendano una cosa ben
diversa da quella che qui intende Mill. Chi ardisce chiamare giusta la
punizione che si infligge a una bestia feroce, soltanto perchè serve a
proteggerci contro di essa? Anzi si può veramente chiamarla punizione? Lo-
Stuart Mill io credo non prenda sul serio questa sua affermazione. Supponiamo,
per un’ ipotesi impossibile a verificarsi, che un pazzo riconosciuto, in
seguito all'uccisione di due o tre persone, venga condannato a morte; lo Stuart
Mill per il primo protesterà contro questa sentenza e la chiamerà ingiusta; e
tuttavia, nella sua teoria, sarebbe il non plus ultra della giustizia, poichè
avrebbe appunto per iscopo di salvare la società dai furori del pazzo. Il vero
si è che a giustificare il castigo, a fare che un castigo sia giusto non basta
la protezione della società che si ottiene per mezzo di esso, e neanche il
profitto che ne ritrae il colpevole; certamente e la protezione della società e
il profitto che ne ritrae il colpevole costituiscono come l’accompagnamento
necessario del castigo; certamente questi due scopi chi punisce si propone
sempre € deve proporsi di raggiungere; ma altra cosa me Si dir questo, e altra
il sostenere che questi due scopi giustifichino essi medesimi il castigo. La
giustizia del Di castigo sta in qualche cosa di superiore e di più alto; sta i
nel fatto che colui che lo subisce lo merita, perchè, se avesse voluto, avrebbe
potuto operare altrimenti; sta son Philosophie de Hamilton. i H RAR ST Î da
ber” DI MILL Seossassecesesioncontosesensanseanavassesssese
giagesesdasicninsscenierienvisnionneveenisiericeo ziative censorcosc
nespenesisooretteialezzonie necessità di vendicare la moralità offesa, di
ristabilire la calma e l'armonia nelle coscienze. Im caso. contrario dov’ è la
giustificazione del castigo quando comecchessia venga a mancare e il profitto
che ne ritrae il colpevole e la protezione della società? Non sì sa che
talvolta il castigo, anzichè esercitare un'azione benefica sull’animo del
colpevole, anzichè inspirargli il desiderio di migliorarsi e di correggersi, lo
infiamma d'un odio atroce contro la società che lo ha punito, e gli suscita
pensieri di vendetta, sicchè alla prima occasione armerà la mano omicida e farà
strage di quelli ch’ ei reputa suoi nemici? In tal caso il castigo è riuscito a
ottenere un effetto precisamente opposto a quello che nella dottrina del Mill
costituisce la sua giustificazione; in, tal caso è quindi ingiusto, e hanno
fatto male gli uomini a infliggerlo. Perciò vadano a rilento gli ùomini e ci pensino
prima di infliggere un castigo: se non è probabile che ne derivi il
miglioramento del colpevole e la protezione della società, non ne facciano
niente, lascino impunito il colpevole; sarebbe ingiustizia punirlo. Ancora si
potrebbe fare quest'altra osservazione al Mill. Voi parlate qua e là * di
premii e di castighi che si avranno da Dio in un’altra vita. Forsechè anche i
castighi di quest'altra vita avranno lo scopo di proteggere la società e di
recar vantaggi al colpevole migliorandolo? E assurda questa supposizione : per
ciò Dio non sarà giusto quando punisce, mancandogli appunto ciò che giustifica
la punizione. d Ma il Mill non si dà per vinto. « A tutti coloro, egli dice,
che pensano che la protezione dei giusti diritti non basta a legittimare il castigo,
io dimanderei com’ essi conciliino laloro idea di giustizia col castigo dei
delitti 1 Philosophie de Hamilton. 10 “lle a ieri 1 int vos, pnt +e pre pron A
«hi e, tesi ont mie pati e pe TT i pero ciare e ea va eee IId4 prescritti da
una coscienza pervertita. Ravaillac e Balthazar Gerard non sono riguardati come
delinquenti, ma come martiri eroici. Se il loro supplizio è stato giusto, il
castigo non è giusto a causa dello stato di spirito del delinquente, ma
solamente perchè è un mezzo efficace per raggiungere il fine che gli è proprio.
E impossibile affermare la giustizia del castigo dei delitti dettati dal
fanatismo, se non si dice ch’'esso è necessario per raggiungere uno scopo
giusto. Se questo non è una giustificazione, non ce n'è affatto. Tutte le altre
giustificazioni imaginarie cadono quando si applichino ai delitti del
fanatismo-»!. Con questo il Mill si crede aver posto al muro i suoi avversarii:
ma noi gli obbiettiamo coll’ Alexander ® che se i fanatici non sono colpevoli
nell'atto, sono però colpevoli nel pervertimento della coscienza che li ha
condotti al delitto; il che in fondo torna al medesimo. Sicchè la loro
punizione è giustificata non tanto dalla necessità di difendere la società,
quanto e più di tuttodalla loro colpabilità. Il vecchio Aristotele distingueva
molto giustamente. le azioni dagli abiti: delle azioni siamo padroni dal
principio fino alla fine; degli abiti soltanto in principio: ciò non vuol dire
però ch’essi non siano egualmente volontarii e non ne siamo quindi responsabili
perocchè appunto in sul principio ci era lecito comportarci così o altrimenti
3. Del resto se il fanatico è divenuto tale non per colpa sua, vale a dire se è
vissuto in tal ambiente di perverse influenze morali da non pote :
assolutamente sottrarsene, € da scambiare come COL scindibile dovere di
coscienza il compimento di un’opera Philosophie de Hamilton.Vedi Philosophie de
Hamilton, nota a p. È ; Eth. Nic. III. 5, $ 22, ediz. Susemihl, abbominevole;
se non ha potuto far uso della sua libertà, perchè fu una sola la via che gli
si indicò di seguire, € lo si tenne perfettamente all’ oscuro sull’ esistenza
di un’altra via diversa da quella ed opposta, il castigo che gli s infligge è
ingiusto, per quanti vantaggi sì possano in questa maniera ottenere. Soltanto è
molto difficile determinare se il fanatico è divenuto tale per ragioni ;
indipendenti da lui, e quindi se il suo castigo è conforme o non conforme a
giustizia. Il Mill sostina a non voler considerare nel castigo una
retribuzione, e continua a sostenere che inflitto per un’altra ragione che per
agire sulla volontà del colpevole e per proteggere i giusti diritti degli
uomini, non è giustificabile. « Se si crede, dice egli, che v'ha giustizia a
infliggere delle sofferenze senza scopo, che v' ha fra le due idee di ‘delitto
e di castigo un’ affinità naturale che fa 1 che dappertutto ove c' è delitto, è
necessario che una pena sia inflitta a modo di retribuzione, io confesso che
non posso in nessuna maniera giustificare il castigo inflitto in virtù di
questo principio »!. Eppure se v' ha giustificazione del castigo sta
precisamente in questo che il colpevole lo merita, e ch'è una retribuzione
dovutagli. E non è vero che considerato come retribuzione il castigo sia senza
scopo; gli è scopo la retribuzione medesima. Non si nega che. i il castigo
agisca ad un tempo sulla volontà del colpevole, e serva di protezione alla
società; ma solo a condizione che sia considerato una retribuzione, questi due
scopi potrà ottenerli: solo chi sappia d'aver meritato il castigo potrà proporsi
di emendarsi e correg= gersi. Che se invece il castigo fosse dato al colpevole
“non già perchè l’ha meritato, ma perchè eserciti su di #E Pi, \ È Vai
Philosophie de Hamilton. III I SRI VEIL ile, Ps Pon. | la £- Leg jo afar
eaeeneprearE PET lui un'azione benefica e lo induca a correggersi, egli
potrebbe molto giustamente domandare se c'era proprio bisogno d’una punizione
per questo, o se non si avrebbe meglio ottenuto questo scopo, assegnandogli un
premio, una ricompensa. Sicuro, nella teoria del Mill, se il punire, che val
quanto fare del male a qualcheduno, non ha altra giustificazione che il
profitto che ne ritrae il colpevole stesso e ia protezione della società, esso
diventa un'enorme ingiustizia, in quanto che questi due scopi si sarebbero potuti
ottenere egualmente e meglio col premiare, col ricompensare il colpevole. Il
premio e la ricompensa concessi al colpevole a patto che non operi più male,
avrebbero assai meglio del castigo agito sulla sua volontà nel senso del bene,
e quindi protetta la società da ogni ulteriore attacco di lui. Nè vale il dire
che in tal modo si offenderebbe quel sentimento naturale di rappresaglia che ci
porta a fare del male a chi ce ne ha fatto, e che sebbene nulla abbia in se di
morale, congiuntosi però coll’idea del bene generale che lo limita, diventa il
sentimento morale delle giustizia. Mill che fa questa osservazione !, è in
contraddizione con se medesimo, e mostra di credere che la giustizia della
punizione si fonda su ben altre basi che su quelle che prima ha tentato di
stabilire. Nè vale il dire, come ancora fa il Mill*, che la pena è più forte
del piacere e che la punizione è infinitamente più efficace della ricompensa: e
quanto POE il seed dalla colpa, oichè la punizione: sola può produr iazioni i
cui Lon è di (E ARA pi a Ro condotta che ci espone ad essa, e di fare un RO pa
ripulsione sincera tutto ciò che torna di danno alla i I Gfr. la nota a p.
563-565 della Philosophie de Hamilton ” A aied'uet bia ode è è ddl cale = Ti PA
i ii cin al Pie en ce a] società. Anche la ricompensa data all’ astensione
dalla colpa può produrre associazioni tanto forti da rendere in ultimo amabile
per se stessa appunto l’ astensione dalla colpa, e da assicurare per tal modo a
sufficienza la società dai possibili attacchi dei malfattori, senza far male a
chicchessia col castigo. Il castigo adunque, giova ripeterlo, ha ben altra
giustificazione che quella che gli vorrebbe assegnare il Mill. Ma Mill è troppo
acuto e profondo, c sovratutto troppo leale, per non vedere che tutti gli uomini
riguardano il castigo come una retribuzione, come una cosa dovuta a colui che
ha fallito. Egli cerca spiegare questo sentimento generale e naturale, com'egli
stesso lo chiama, in questa maniera. « Fin dalla prima,infanzia l’idea della
malvagia azione (vale a dire dell’azione proibita, o dell’azione dannosa per
gli altri) e l’idea di punizione si presentano insieme al nostro spirito; e |’
intensità delle impressioni fa che l'associazione che le lega ci offra il più
alto grado d’ intimità. E egli estraneo e contrario alle abitudini dello
spirito umano, che noi possiamo in queste circostanze conservare il sentimento
e dimenticare la ragione che gli serve di base? Ma perchè parlare di
dimenticanza? Il più delle volte, durante’la nostra prima educazione, questa
ragione non è stata presentata al nostro spirito. Le sole idee che si sono
presentate sono state quella del male e quella della punizione, e una
associazione inseparabile s'è creata fra di esse direttamente senza il soccorso
nè l’ intervento d’ un'altra idea. Ciò basta pienamente perchè i sentimenti
spontanei dell’ umanità considerino il castigo e il malvagio come fatti l'uno
per l’altro, come legati naturalmente, indipendentemente da ogni conseguenza.
Philosophie de Hamilton, È ue tei dica VAI NT LI se Te ne 0 a LL. Teme serzinta
Sirtenpalizrenio nea Lot — Riconosciamo la giustezza dell’ osservazione e
l’acutezza dell'analisi: domandiamo però se l'intima associazione fra il
malvagio e il castigo dipenda soltanto dall'esperienza, o se piuttosto l’esperienza
non abbia fatto che confermare e svolgere un sentimento già in noi esistente
allo stato di latenza, allo stato virtuale; di maniera che l'intimità
dell’associazione fra malvagio c castigo dipenda, più che da altro, dal
sentimento che anteriormente ad ogni esperienza ci porta ad avversare il male.
Se quello che si fa al di fuori non è, per così dire, un'eco fedele di ciò che
è dentro di noi, se la nostra natura non consente a quello che si fa al di
fuori, è impossibile che si stabiliscano intime e forti associazioni, come è
impossibile ad esempio che l'educazione - artistica crei il senso del bello, o
l'educazione del palato quello del gusto in chi ne sia per natura sprovvisto.
Insomma noi non siamo una tavola rasa, com' era opinione del buon Condillac, ma
c'è in noi una spontaneità naturale, come del resto riconosce anche il Bain!. i
Ma lo spirito di sistema la cede in ultimo al sentimento della verità, che
finisce col prevalere in tutti quanti e coll'imporsi anche agli uomini più
attaccati ai sistemi. Perciò leggiamo nel Mill le seguenti parole: « Si dice
che colui che ammette la teoria della necessità deve sentir l'ingiustizia delle
punizioni che gli s'infliggono per le sue cattive azioni. Ciò mi pare una
chimera 3 ciò sarebbe vero, s'egli 20n potesse realmente impedirsi d’agire come
ha fatto, vale a dire se l’azione ch'egli ha fatto non dipendesse dalla sua
volontà, s' egli fosse sottoposto a un costringimento fisico, o s° egli 1 Vedi
Ribot, Psychologie anglaise contemporaine, artic. Bain: e ° . Ù Baîn, Les
emotions et la volonté x Ue Ri ui na Da ; DI MILI. 119
sisneraanzesaiezazeza»eozeraneezi masnzananasenanazazee asia
ranisaezenazeonaeesaazionivssia sie iveeisiizcatezeo subisse l’impero d'un
motivo così violento che nessun timore di castigo potesse avere effetto »!.
Come si vede, lo Stuart Mill ritorna alla sua prediletta teoria della
causazione, per cui la causa non costringe ad essere l’effetto, e che,
applicata allo spirito umano, gli lascia una parte di libertà: ma non è egli in
contraddizione con tutto quanto ha detto precedentemente ? Non è\giustizia
punire uno s'egli non può realmente impedirsi d’agire come ha agito, se in
altre parole non è libero nelle sue azioni: che mi venivate dunque a dire poco
fa che la giustizia è affatto indipendente dall’esser l’uomo libero o° non
libero, che è anzi concepibile colle forme più esagerate del fatalismo ?
D'altra parte questa libertà esiste o non esiste? in questo luogo pare che voi
l’ ammettiate. È Ma Mill continua. Se però il delinquente fosse in uno stato in
cui il timore del castigo potesse agire su di lui, non v’' ha obbiezione
metafisica che possa, a mio avviso, fargli trovare il suo castigo ingiusto »?.
Ecco qui un nuovo elemento per determinare quando un castigo è giusto od
ingiusto, il timore del castigo medesimo; sc il delinquente non era per modo
dominato da motivi contrari che in lui poteva agire il timor del castigo, c
tuttavia non ha agito, è giusto punirlo. Si domanda prima perchè il timor del
castigo non ha agito sul delinquente, benchè i motivi contrarii non fossero
tanto forti da impedirgli-di agire, anzi essendo addirittura più deboli. Se in
ogni caso la vittoria rimane. sempre al motivo più forte, dovea ciò verificarsi
anche questa volta: perchè non s' è verificato? Allo Stuart Mill la risposta,
che non può essere certamente favorevole Philosophie de Hamilton, p. 509: 2
Ibid. “la “de = alla sua tesi deterministica. Ma lasciando da parte questo,
perchè dovrebbe il timor del castigo costituire come il criterio con cui
giudicare del merito o del demerito di una persona, e quindi della giustizia o
non giustizia della sua punizione ? Se per un’ ipotesi, ch'io non credo
impossibile a verificarsi, ci fosse uno affatto insensibile al timor del
castigo, come dovrebbe la società regolarsi a suo riguardo? Il punirlo sarebbe
in ogni caso ingiustizia. Evidentemente però qui il Mill ritorna alla sua tesi
favorita che non sarebbe giustizia punire chi non è determinato da motivi,
dovendo appunto il castigo considerarsi come un motivo, che agisce nel senso di
far astenere dalla colpa. Riassumendo, mi pare di poter sostenere a buon
diritto che il castigo non si può infliggere con giustizia, se non a patto che
chi delinque avesse potuto anche non delinquere, e qualunque giustificazione si
cerchi di esso al di fuori della libertà è affatto illusoria. Ogni dottrina,
opera sincera del pensiero umano deve contenere una parte di verità. Criticare
è semplicemente mostrare che questa parte della verità non è il tutto; la
critica non è che il limite imposto della ragione ai sistemi, che sono essi
stessi limitati dalle cose Fissando così il punto dove s'è arrestato lo sforzo
del l’ intelligenza, la critica fissa precisamente il punto che l'intelligenza
deve oltrepassare; essa le apre un novello spazio al di là di quello che avea
di già percorso: in ‘una parola, essa ingrandisce l'orizzonte intellettuale che
.S 1‘ ‘ro tm (A eil È E La i È È DI MILL un sistema avea voluto ricondurre alle
sue proporzioni sempre troppo strette »!. Queste belle e assennate parole che
il Guyau premette alla sua acuta critica della Morale inglese contemporanea,
abbiamo fatto nostre perchè ci parve si potessero a rigore applicare alla
critica nostra del sistema deterministico del Mill. La conclusione a cui
vogliamo arrivare, nell'esame di questo sistema, non è già che in esso non ci
sia nulla di vero; una parte di vero c'è: soltanto questa parte vera ha bisogno
di essere sceverata e distinta da tutte le altre che non lo sono, ha bisogno di
essere presentata spoglia di tutto il fattizio e l’appiccaticcio che le ha
fatto perdere la sua vera fisionomia. E prima di tutto è grande merito del Mill
l'aver lasciato in disparte il fatalismo puro, il fatalismo fisico, per cui
l’uomo non è niente e dipende interamente dal mondo di fuori, e il fatalismo
modificato dell'Ovven per cui l’uomo è forzato dalla sua costituzione
originaria o modificata dalle circostanze esterne, a ricevere i suoi sentimenti
e le sue convinzioni indipendentemente dalla sua volontà, sentimenti e
convinzioni che creano poi il motivo d'azione e spingono all’azione %; e
l'avere invece introdotto un determinismo che direi psicologico ed intimo, per
cui la volontà dell’uomo non è lettera morta, ma contribuisce indirettamente
alla modificazione e anche alla formazione del carattere, potendo mettere in
opera i motivi che sono necessarii a tal uopo?, e collocarci in circostanze
adatte e convenienti 4. In questa maniera lo Stuart Mill è riuscito a dare
all'uomo una Guyau, La Morale anglaise Guyau Philosophie de Hamilton Logique È
: 3 ne me - o-- ao du re rn ua rientro PRPPPPEFETITITILITIITTLILILZA] specie di
personalità; perocchè quando l’uomo può comecchessia modificare e anche formare
il suo carattere, non è già un automa cosciente, uno: spettatore inerte
d’azioni in cui egli non abbia alcun potere, e che per conseguenza a torto
s*attribuisce, come avviene nel fatalismo puro e nel fatalismo modificato; ma
un me, una persona che può dire con qualche diritto sue le azioni che si
compiono dentro di lui. E ben vero che questa specie di potere autonomo, che lo
Stuart Mill concede alla volontà, diventa poi illusorio, quando facendo la
genesi della volontà stessa dice che dipende in ultimo dal desiderio, il quale
è formato per noi e non da noi, il quale insomma è fatale; ma è vero anche che
qua e là fa capire che se il desiderio non è formato da noi, noi possiamo però
metterci in tali circostanze che sieno adatte a far nascere questo desiderio!;
con che riconosce ancora indirettamente una specie di potere autonomo esistente
in roi. Insomma la parte vera del sistema deterministico del Mill è ta
seguente. Noi operiamo sempre sotto l’influenza di certi motivi; non sarebbe
altrimenti cieco e irragionevole il nostro operare? Devesi dire che il me,
risolvendosi dopo un esame, lo fa senza tener conto dei motivi, e che è come un
giudice il quale, dopo aver sentito le ragioni dell’una e dell’altra parte
contendente, pronuncia una sentenza arbitraria dimenticando le ragioni invocate
dalle due parti? Una sentenza di tal fatta è cieca ed iniqua nella stessa
maniera che l’operare senza motivi non è d'uomo ragionevole, ma folle e pazzo.
Il motivo però, come causa d'azione, non è differente da tutte le altre cause
del mondo fisico, vale a dire non è un tale antecedente che costringa ad essere
il conseguente Vedi il fine della parte 2. di questo lavoro. MILL I tw in una
maniera irresistibile; non esercita insomma sul conseguente una coazione di tal
fatta che, posto l’uno, si debba porre di necessità l° altro. Il motivo agisce
sulla volizione, ma non la determina di necessità; noi non siamo sforzati ad
obbedire a un motivo particolare, anzi sentiamo che se lo desiderassimo abbiamo
il potere di resistere al motivo !; il costringimeuto necessario €
irresistibile che, secondo alcuni, il motivo esercita sulla volizione, è
respinto dalla coscienza e rivolta i rfostri sentimenti?. Due cose adunque sono
notevoli nelle azioni degli uomini, i motivi c la volontà; la volontà non si
induce mai ad operare senza motivo; ma non per questo il motivo ha tal forza da
soggiogarla affatto e da ridurla :n condizione di non potere resistergli, se
occorra: due forze si agitano nell'anima degli uomini, l’una cieca €
‘incosciente il motivo, l’altra intelligente e cosciente, la volontà; la quale
ultima lascia agire su lei la prima e talora la mette in opera essa stessa per
uno scopo determinato ?. Questa dottrina che fa, per così dire, capolino dalle
frequenti professioni di fede deterministica che fa il Mill, e .che forse gli è
sfuggita contro il suo stesso volere, è la parte sana e vera del suo sistema. Soltanto
questa dottrina è conforme al punto di vista a cui egli s' è messo, o non è
piuttosto in perfetta contraddizione con esso, e non -si deve quindi
considerare come una specie d’intruso che, entrato a forza nella casa del Mill,
vi rimane, pure ad onta della gran voglia del padrone di liberarsene? E in
realtà quella specie di potere autonomo Logique ecc, vol. 2. p. 420. Vedi la
parte 2. di questo lavoro. 2 Logique ecc. vol. 2. p. 420. 5 Philosophie de
Hamilton, p. 571. € Sarà giusto mettere in opera dei motivi che ci
necessiteranno a fare i nostri sforzi eco. » rea BI, de A i OO Ln N ENI A cati
pere DEI DETERMINISMO che, secondo quanto abbiamo esposto precedentemente, pur
attraverso a una quantità di dubbii e di contraddizioni, pare "le Stuart
Mill voglia concedere alla volontà, svanisce là dove parlando della volontà
come causa, la considera nè più nè meno che una causa fenomenica, un
antecedente a cui tien dietro invariabilmente un conseguente, non già un
antecedente che produca, che efficiat, per dirlo alla latina, il conseguente,
una causa nel senso in cui si dice che i fenomeni fisici sono causa gli uni
degli altri, nel senso in cui il freddo è causa del ghiaccio e la scintilla
dell’ esplosione della polvere, una causa cieca e meccanica insomma !. Si potrebbe
domandare a questo punto come avvenga che una causa cieca e meccanica possa
mettere in opera dei motivi e resistere ai motivi, se occorra, come pure il
Mill afferma in altro luogo; ma è una delle solite contraddizioni del Mill, di
cui non terremo conto. Evidentemente la dottrina per cui la volontà è
considerata come causa fenomenica, come uno stato di spirito a cui tien dietro
un certo movimento delle nostre membra conforme ad esso *, e null'altro, è
intimamente connessa coll’altra dottrina, per cui il Mill considera lo spirito
come una serie di stati di coscienza, come una possibilità permanente di
sentimenti e nulla più, senza preoccuparsi se ci sia qualche cosa d’uno e di
identico a cui questi stati di coscienza e questi sentimenti si riferiscano, se
ci sia un substratum che serv loro di sostegno?. Nell’una e nell’altra teoria è
l’empirismo, il fenomenismo puro che prevale: in noi c'è una serie di fenomeni
che si succedono e si connettono a Logique ecc. 2 Logique ecc.. Philosophie de
Hamilton DI MILI insieme con cert ordine e regolarità; uno di questi fenomeni è
la volizione; un altro l’azione che le tien dietro: si dice volgarmente che
l'uno è causa dell'altro; ma in realtà sono due fenomeni campati in aria, la
cui produzione è dovuta a nessuno, che non hanno altro legame fra loro che
quello d’ una successione uniforme, e che insieme cogli altri contribuiscono a
formare quella serie di stati interni che dicesi spirito. Come si vede, con una
simile dottrina la personalità umana sparisce e non si capisce come l' uomo
possa dir suoi i varii fatti che succedono dentro di lui. Insomma e per
concludere, ci pare di poter dire che nel sistema deterministico del Mill ci
sono come due correnti opposte, che vorrebbero confondersi, sparire l'una
nell'altra, ma che mai non ci riescono; luna per cui l’autore è indotto a
concedere all'uomo una personalità purchessia, e lo fa in qualche maniera
padrone de’ suoi atti fornendolo «d'una certa libertà; l’altra per cui questa
personalità gli è negata aflatto, e il suo spirito si riduce a una serie di
stati di coscienza e di sentimenti e a nulla più, e le sue azioni si fanno
dipendere da motivi che non sono lui e che non sono posti da lui. Poteva il
Mill far procedere insieme e confuse l'una nell'altra queste due correnti di natura
così opposta, anche adoperando la forza e la violenza? Non lo poteva
sicuramente ; e di qui la ragione per cui il suo sistema s' avvolge in tante e
così aperte contraddizioni. L' abbiamo detto fin dapprincipio; noi amiamo le
posizioni chiare e nette, e avremmo preferito nel Mill un determinismo
veramente determinismo, un determinismo conseguente a se stesso fino alla fine,
a un sistema che.non è determinismo, nè libertà, ma che tiene dell'uno e
dell'altra. Il Mill per tal modo non è riuscito ad accontentare nè i veri
deterministi, nè i veri sostenitori della libertà; la migliore posizione non
era in questo caso quella di mezzo. ln ogni modo è notevole, e merita che se ne
tenga il massimo conto, il tentativo fatto da uno dei più grandi filosofi
positivisti contemporanei, di accostarsi più e più alle vedute della scuola
contraria, e di prendere da essa quello che ha di buono e di vero, e
d’innestarlo sul grand’ albero del positivismo. E di buon augurio che le due
scuole s'accostino e si studiino a vicenda; lo spirito d' esclusione e di
sistema non può che nuocere agli interessi della scienza. e n Pat eran SRP e FA
Succede delle dottrine e degli studii quello stesso che d’ogni altra
istituzione e costumanza; in voga e in fiore in un certo periodo di tempo,
vengono poi, in un periodo successivo, trascurati e quasi dimenticati; anzi
talora è tanto maggiore la trascuranza e la dimenticanza, quanto era prima più
grande la stima e il favore in cui erano tenuti dall’ universale. Oggidì è
invalso il vezzo di pigliarsela con qualsiasi speculazione, anzi con qualsiasi
idea addirittura, Il fatto, ecco quello di cui devesi occupare lo scienziato
che sia degno di questo nome; l’esperienza, ecco il metodo che egli deve
adoperare; tutto il resto è fantasia di cervelli ammalati, è metafisica. L°
idea dev’ essere bandita da qua- | lunque parte; dalla scienza, dall'arte,
dalla vita pratica. Giovani egregi, comprendo perfettamente la reazione a
quell’ idealismo assoluto che pretende foggiare l’ universo a suo modo, e
serrarne € disserrarne le porte colla sola chiave dell'idea; comprendo la
guerra a quelle immani costruzioni a priori, che se fanno testimonianza
dell'ingegno e del genio di chi le ha fatte, non hanno però colla realtà alcun
rapporto, e sono, come i castelli G. Z. 9 incantati dell’ Ariosto, campate
nell'aria; ma non com prendo questo bando totale dell'idea, questo dominio
ssclusivo ed assoluto del fatto, quasi che tra fatto e idea vi fosse dualismo
inconciliabile, e dove è l'uno non po tesse star l’altra, e lo spirito umano
fosse perpetuamente dannato o a rinchiudersi nelle angustie e nelle strettoie
dei fatti, o a spaziare nei campi dell'ideale, senza mai, nel primo caso,
aspirare a qualche cosa di più alto, e, nel secondo, scendere terra terra e
trovarsi a contatto della realtà vera. Seguace di quel metodo critico che,
iniziato dal Kant, ha oggi in Germania, in Francia e anche in Italia illustri
rappresentanti, io non sono nè positivista, nè idealista; non voglio il dominio
esclusivo dei fatti, nè quello esclusivo delle idee; credo che e nella scienza
e nell'arte e nella vita i fatti come le idee non siano che un aspetto della
realtà: la realtà nella sua interezza sta nella fusione dei due elementi. E in
verità, per incominciare dalla scienza, i fatti bastano da soli a costituire la
scienza? Ecco l’ esagerazione in cui cadono i sostenitori dei fatti e
dell'esperienza ad ogni costo. L'esperienza pura e semplice, i puri e nudi
fatti non bastano. Anche il più rigido positivista è costretto a cercarne una
spiegazione, e per ciò stesso li vaglia, li interpreta e a suo modo li
trasforma, E questo lavoro di trasformazione, checchè se ne dica, non è
possibile senza una luce che illumini i fatti, senza uno spirito che li
vivifichi, senza un elemento subbiettivo e speculativo che domini e diriga
l'indagine empirica. Il Kant aveva ragione quando diceva che l'indagine
speculativa deve portare innanzi all'indagine empirica la fiaccola che illumina
(die leuchtende fackel vortragen); e il Bruno” egualmente quando diceva che «a
chi cerca il vero, bisogna montar sopra la regione di cose corporee. N FATTI E
IDEE PASSI RR REIT III III O Provatevi, ad esempio, a costruire la storia della
umanità coi semplici e nudi fatti, colla semplice e nuda esperienza. Che
cosa-ne uscirà? Nient'altro che un catalogo e una cronaca, senza nesso € legame
interiore, senza ordinamento e organamento di sorta, scheletro nudo a cui
mancano le polpe ed i nervi ed i muscoli. Date anima invece a questa materia
morta, penetrate lo spirito che v'è dentro, e di sotto alle varie accidentalità
strane e bizzarre sotto cui vi si presentano i fatti, afferrate quello che
hanno di sostanziale, di sotto al mutabile e al transeunte l’immutabile e il
durevole, di sotto a quello che è vero soltanto in un punto del tempo e dello spazio,
quello che è vero sempre senza limiti di tempo e di spazio; e avrete la storia
vera e propria, coi suoi nessi di causa ed effetto, colle sue leggi, colle sue
idealità ; la storia scientifica, risultante insieme di fatti e di idee, di
realtà e di pensiero. Il semplice prammatismo non vale a farci comprendere la
vita storica della umanità. I fatti sono come la tela che non si può concepire
senza una trama precedente di idee e di principii; sono come un processo, uno
svolgimento, che non si può concepire senza qualche cosa che sì svolga. E non
soltanto questo avviene nella storia, ma nelle scienze stesse naturali, dove
pure l'osservazione e l’esperienza sono come al loro posto. Anche la natura ha
una vita sua propria, uno spirito che la vivifica, leggi e principii, un
contenuto interiore ideale, che va svolgendosi nei fatti e coi fatti, e che
bisogna ricercare néi fatti. Quei naturalisti che ostentano un superbo fastidio
della speculazione filosofica, e vanno gridando fatti, fatti, esperienza,
esperienza, dimenticano troppo facilmente che il fondatore del metodo
sperimentale, BONAITUO (vedasi) Galilei, raccomanda non si dovesse mai
disgiungere l’idea razionale dalla ricerca del fatto; dimenticano che oggidì i
più ode Ydonkt ii, grandi scienziati forestieri sono anche insigni FILOSOFI. Bastino
per tutti i nomi di Helmholtz, “di DuboisReymond, di Wundt e di quello Spencer,
che Z. chiama il metafisico del naturalismo, per mostrare non essere
inconciliabili i concetti espressi dai due nomi. Dimenticano finalmente che
nella stessa vostra Torino una schiera animosa di scienziati, con a capo
l’illustre MORSELLI (vedasi), propugna con ardore l'unione della scienza colla
filosofia, dell'indagine empirica colla SPECULAZIONE FILOSOFICA. Attendete un
po’, egregi giovani; tutte l’ipotesi con cui si cerca di penetrare « Sue enorme
mister t] Vedi specialmente La filosofia monistica in Italia, Rivista di
filosofia scientifica, dove MORSELLI (vedasi) combatte strenuamente pella
vittoria del metodo sperimentale e la definitiva congiunzione della filosofia e
della scienza anche in Italia. La
scienza, scrive MORSELLI (vedasi) nell'articolo accennato, non i essere una
nuda e povera raccolta di fatti senza nesso logico e senza valore concettuale;
sono le idee e non i fatti che costituiscono l'edificio armonico del sapere. Due
soli ‘scopi ha il sapere: da conoscenza ben diretta ed ordinata dei fenomeni,
ossia la coltura; e l'applicazione di questa conoscenza al soddisfacimento dei
bisogni umani, ossia l'utile sociale. Restringere il sapere a questo solo
secondo scopo sarebbe avvilire la ragione umana e trasformare la ricerca scientifica
in mestiere professionale. E ancora. Scienza e filosofia, secondo noi,
continuano e passano insensibilmente l'una nell'altra. Esse sono due aspetti,
non opposti, neppur paralleli, ma successivi dell'umano pensiero, che
incomincia dall'osservazione e dall’esperimento e assorgete; sa loro mezzo, al
concetto generale, alla teoria ed all'ipotesi Un valoroso propugnatore
dell’unione della scienza I filosofia ca anche MEIS (vedasi). Vedasi
specialmente il suo discorso i inaugura per l'‘apertura degli studi a Bologna,
che ha per titolo: La scienza. FATTI E IDEL dell’universo, a cominciare da
quella sovrana dell’evoluzione, si può sostenere sul serio che siano un
semplice risultato dell’osservazione; o non l’oltrepassano invece di gran
lunga? Le stesse leggi fondate esclusivamente sull'esperienza e sui fatti e
risultato genuino di essi, s non comprendono in sc, a rigore, un elemento che
li Wfnassedaulo mette tai trascende? L'essere del fatto non si esaurisce tutto
| Ta . . DUI quanto nel suo eterno Hluire; la varietà, la molteplicità
meccanica dei fatti accenna alla persistenza e all'unità vivente della legge,
dell'idea in cui si muovono; e questa legge, e quest idea è la nostra mente che
la scopre. Adunque che si parli di esperienza e di fatti sta bene: noi pure
vogliamo l’esperienza ed i fatti, e siamo persuasi che al di fuori di questi
non vi sia salute. Ma non si creda che quando si è detto esperienza e fatti, si
abbia detto tutto: l’esperienza e il fatto è il materiale greggio, che la
nostra mente divino artefice, vivifica e trasforma nella statua sublime di
Fidia. Espe- Esputeura tienza e speculazione si diano quindi la mano © si
Veeete fe conciliimo; non esperienza sola, nè speculazione sola: la prima,
scompagnata dalla seconda, fa degli uomini Ter pi (Cos) che non vedono un palmo
più in là del loro nasoj Segnaferi la seconda, scompagnata dalla prima, dei
sognatori € È nient'altro che sognatori. i Intanto però gran parte degli
scienziati italiani, © anche i più dotti, anche quelli che largamente contribuiscono
col loro ingegno e colle loro scoperte all’avanzamento del sapere, rifuggono
d’ordinario da ogni questione generale, da ogni questione che accenni ap- n
pena-a sollevarsi dalla cerchia dei fatti; e s' attengono î di proposito al più
rigido ed esclusivo sperimentalismo a meccanico. Le discipline “scientifiche
che non si propon= i gano ad oggetto fatti palpabili e materiali, sono per lo
meno loro sospette: la psicologia, l' etica, la logica, la FATTI E IDEE
sociologia, la biologia generale sono metafisica larvata, roba da lasciare che
se ne occupi chi ha del tempo da perdere. È una condizione di cose, che se può
essere spicgata coll’avversione che inspira naturalmente una filosofia
fantastica, subbiettiva, nemica dell’ esperienza, quale regnò gran tempo in
Italia, non cessa di essere deplo revole; perocchè, per questa via, si rendono
impossibili le sintesi alte e geniali, onde sono così altamente cele brati gli
scienziati forestieri, e viene di moda un positivismo empirico e grossolano «
che finisce coll’ essere L’ Idealismo può essere vuoto, osserva con acutezza FIORENTINO
(vedasi), di cui mi piace riportar qui la splendida pagina ?, il positivismo
può essere cieco, se scompagnati l’uno dall'altro, secondo il giudizio che Kant
porta del puro concetto e della nuda intuizione. Un'idea la quale non si
verifichi, e non trovi riscontro nei fatti, non è un'idea, ma una
fantasticheria. Un fatto, il quale non s'incardini in un'idea, non esprima una
ragione, non dia indizio di una legge, non serve assolutamente a nulla, e
stando anche ai dettami più rigidi del positivismo, è condannevole perchè
inutile. Ciò che irradia il fatto è l’idea che vi splende dentro, che lo
solleva dalla sfera 1 MORSELLI, La filosofia monistica in Italia. L'Italia,
scrive MORSELLI (vedasi), non ha nessuna di quelle individualità eminenti, che
passano dall'esame sperimentale dei fatti alle più alte e generali
considerazioni sintetiche. Noi non possediamo nessuno scienziato pensatore da
porre accanto ad Helmholtz, Virchow, Meyer, Dubois - Reymond, Lyell, CI.
Bernard, Wundt, Darwin, Mandsley, Haeckel, Tonson, Crookes, Wallace, Draper,
Berthelot, Hirn e altrettali illustrazioni della filosofia scientifica nel
resto del mondo civile. FIORENTINO, Positivismo e Idealismo, Giornale
napoletano di filosofia e lettere ecc. FATUVI E IDEE del mero accidente a
quella della realtà durevole. Quante lampade non erano oscillate al mondo,
prima di quella che nel duomo di Pisa colpì l’attenzione di Galilei! Chi se
n'era accorto? Chi se n'era ricordato? Chi se n'era giovato? Ed a che era
servita quella oscillazione prima che il grande pisano non ne cavasse le leggi
del pendolo? L’affettato disdegno per le idee, la più affettata curiosità di
fatti slegati, affastellati in immani congerie, senza lume ideale, senza quel
riposto riscontro, ch'è la parte divinatrice e geniale del metodo: induttivo,
potrà far maravigliare gli sciocchi, ma non soddisferà certo la mente degli
uomini assennati, Oggidi intanto ai costruttori instancabili di sistemi son
sottentrati i compilatori instancabili di cataloghi: prima ci soffocavano le
deduzioni da un presupposto qualunque, ora ci annoiano a morte i registratori
di varietà e di aneddoti. Qui è l’ugna d'una scimia, 0 la coda d'un pesce, o la
forma d’un utensile preistorico, che tiene il posto delle risibili
argomentazioni, con cui CREMONINI (vedasi) combatte BUONAMICI GALILEI (vedasi),
e dava ragione ad Aristotele. In me risvegliano lo stesso senso di fastidio e
quelli che credono di spiegar tutto con la portentosa fecondità dell'idea, e gli
altri, che stimano di aver in pugno la chiave che disserra ogni nascondiglio
della natura e dello spirito, solo perchè hanno fatto incetta e registro di
curiosità e di aneddoti ». Giovani egregi, non vorrei essere franteso e si
credesse per avventura ch'io non avessi nella debita con-. siderazione quei
raccoglitori pazienti e diligenti di fatti, di cui abbonda: quasi ogni ramo:
del sapere. To so bene che l'errore nella sintesi dipende in gran parte da
analisi affrettate c insufficienti, e quindi non è mai raccomandata abbastanza
la pazienza e la diligenza nella raccolta dei ‘ materiali su cui la sintesi
possa essere costruita. Ma si? modus in rebusi la pazienza e' la diligenza non
deve = eye cir i Spi ant ardita cata mai degenerare in pedanteria: le analisi
minuziose, pedantesche, le analisi che si estendono a fatti di nessuna
importanza, talvolta puerili, praticate più spesso per soddisfare una vana
curiosità che l’amore vero del sapere. le analisi grette senza lume superiore
che le guidi, anzichè utili, sono perniciose alla scienza. C° è in Germania una
strana tendenza ad andare in cerca di tutte le minuzie più insignificanti, e le
riviste vi consacrano le loro Mischellen, e talora perfino, le due
Philologische Wochenschriften di Berlino per esempio, danno loro il posto
precipuo. Il sapere in pillole, in frammenti, a bocconcini, perchè non riesca
indigesto a chi l’ ingoia, non è solo la tendenza di pochi spiriti angusti di
Germania: nel nostro paese si fa altrettanto; e non c'è niente di più esiziale:
la scienza è sistema di verità fortemente e indissolubilmente unite, e chi mira
comecchessia a rompere questa unità, mira con ciò stesso a distruggere la
scienza. Ed ora dalla scienza permettetemi, o giovani, ch'io scenda, o salga, a
vostro piacimento, in un mondo meno severo, più ameno, più accessibile ai più,
il mondo dell’arte, dove l’idea pare come a suo posto, e più frequenti e meno
lamentati gli strappi alla realtà. Si discute e s'è discusso a lungo intorno al
fine È) . î j = DEC dell’arte: chi le diede per fine il buono, chi il vero, chi
un fine patriottico, chi un fine religioso: pochi pensarono. al nome, ricco di
significazione profonda, che diedero gli antichi alle arti belle. Gli antichi
le chiamavano artes ERA N AR et SIM rey deiia de RE OT RR VIZI NO RA TT A Sg
TIT PE I CR POT: Erri è Le for det VU de è e Kantiana, l’azzività unitiva dello
spirito e 2£ È condo cui si svolge; sebbene quest attività e queste me leggi
non entrino in gioco qualora la sensazione non | ur. fornisca il molteplice che
si deve raccogliere e unifi- È. Bi; care. In questo sta la vera interpretazione
del preteso 3 *& innatismo Kantiano, e i più autorevoli interpreti del ue
e. Kant, l' Erdmann, il Cohen, il Riehl, SPAVENTA (vedasi), sono Di o di
quest'avviso!. S Inteso così l'a priori del Kant, si può vedere facilda mente
come tutta la psicologia tedesca moderna, la d nativistica non meno che la
genetica, anzi la genetica con più diritto della nativistica, si riconnetta
alla dottrina n° del filosofo di Kunisberg. E è 2, Ho detto la genelica con più
diritto della nazivistica; SY “SR perocchè, se non si può negare che la
dottrina Kantiana pi esercitasse storicamente una larga influenza sul nazivismo
= fisiologico di Giovanni Muller, dell’ Hering e dello È Stumpf, gli è certo
però che quest influenza era dovuta 2 a un’inesatta interpretazione dell’ a
priori Kantiano. Infatti, per quanto riguarda la questione dello spazio, i
nativisti, al dire dell’ Hemholtz, « attribuiscono la localizzazione delle
impressioni nel campo della visione ad una disposizione innata, sia che l’anima
abbia una conoscenza diretta delle dimensioni della retina, sia che l’
eccitazione delle fibre nervose dia luogo a certe rappresentazioni di spazio
mercè un meccanismo prestabilito ». Quindi non tengono conto dello sviluppo
degli atti psichici necessario alla formazione della nozione di L n 1 Vedi il
bell’ articolo del Chiappelli, di cui abbiamo fatto Sh nostro pro, « Aant e la
Psicologia contemporanea » nel Giornale napoletano di Filosofia e Lettere ecc.
. "el e spazio; la nozione di spazio non è per loro un prodotto dell’
esperienza, è anteriore all'esperienza; tutte le sensazioni sono
necessariamente sottoposte alla nozione di spazio per modo che non è possibile
concepirne una sola ‘che ne sia fuori; lo spazio deve preesistere alla singola
sensazione, e la localizzazione di questa dev’ essere l'effetto d'un’
intuizione immediata!. Qui abbiamo l’innatismo nel più largo senso della
parola; che però è da credere non Soffre al vero spirito della filosofia
Kantiana, la quale presuppone e richiede lo sviluppo fisio-psicologico della
rappresentazione di spazio. La scuola genetica per contrario sostiene che la
nozione di spazio si acquista appunto per uno svolgimento fisio-psicologico,
per un lento processo, di associazione di singole sensazioni; sebbene questo
processo non sia un semplice risultato dell’esperienza, non sia un’ processo
puramente meccanico, bensì abbia luogo in forza di un principio dinamico, d’
un' attività sintetica che segue nel suo svolgimento certe leggi. La scuola
genetica riconosce che « non è possibile porre in serie diverse sensazioni, e
più ancora associare le serie delle sensazioni tattili e visive coi sentimenti
muscolari e d’inner vazione, senza una funzione dello spirito che elabori i
dati. sperimentali »3. Qui c’ è evidentemente l° influenza della dottrina
Kantiana dell'a priori; poichè questo non è in fondo, come s'è detto, altra
cosa che l’attività sintetica dello spirito che s'applica al materiale offerto
dalla esperienza. 1 Cfr. Tarantino « Kant e la Filosofia contemporanea » nel
Giornale napoletano di Filosofia e Lettere ecc. 4 È 2 Cohen, Kants Theorie der
Erfahrung, p. 91. è CHIAPPELLI (vedasi) , G. Z. n Ri 4 Mai i ‘€ val atoitcalii
Per fermarmi soltanto ai principali rappresentanti della scuola genetica, il
Lotze!, di cui è celebre la teoria dei segni locali, riconoscendo la necessità
che lo spirito trasformi i dati intensivi dell'esperienza in dati estensivi per
avere la serie spaziale, riconosce con ciò stesso una attività trasformatrice nello
spirito; e s'incontra perciò colla priori del Kant. Lo stesso Helmholtz, il più
reciso rappresentante della teoria genetica, subisce l'influenza Kantiana;
perocchè nella questione, che abbiamo tra mano, dello spazio, avendo messo in
rilievo la grande importanza che hanno per la formazione della nozione di
spazio i movimenti muscolari, riconosce di a priori in noi appunto la capacità
originaria di produrre e di sentire il movimento; nel che, secondo lui, sta l’
accordo delle scienze naturali col Kant ®. Ma nella sua teorica della
‘percezione egli s’ accosta anche di più al filosofo di Kunisberg; poichè
essendo le sensazioni, nel suo concetto, nient’ altro che segni che bisogna
interpretare 3, si richiede per ciò stesso un’ attività primigenia che interpreti;
e siccome questi segni non sono vuote apparenze (leerer Schein), ma effetti
d'una causa esteriore ignota a cui si riferiscono, ne segue che il lavoro
d’interpretazione e di obbiettivazione è un ragionamento incosciente i
Veramente nel Lotze, più che un rappresentante della scuola genetica, si
dovrebbe vedere l'anello di congiunzione tra la scuola nativistica e la
genetica. Infatti è bensì vero che per lui la nozione di spazio non è innata,
ed è necessario un lavorio mentale per averla, ma contemporaneamente i segni
locali sono un vero e proprio meccanismo preformato. Ribot, Psychologie
allemande. Helmholtz, Die Thatsachen in der Wahrnehmung. Berlin, ta) f TOO IL
PROBLEMA DELLA CONOSCENZA dunanenazenaa neenianaze sanare sa rinenianesaenin
isa sanasisaodioianieneninizanasenete resa sizaeizazzaneo
uunnizieazerazenizzenianisnananoniceaze dananieaniza n manina za sanana sa
neriaranieazenia tea vanenressdeeta che i Nuovi Critici ritraggono dai
progressi notevoli delle scienze sperimentali, e specialmente della fisiologia,
vantaggi che il Kant non poteva avere, e che dissentono da lui nel determinare
la natura e la quantità dell’ elemento a priori, presente in ogni conoscenza;
si allontanano da lui sovratutto nel modo da proporsi e di risolvere il
problema gnoseologico. Il Kant più che l’origine della conoscenza tendeva a
determinarne il valore, più che il fatto e il possesso, la legittimità; quindi
ammettendo che l'elemento a priori dirige l’esperienza e ne è la legge, non
prese a esaminare in che senso si possa dir tale, e come avvenga che non
apparisce sempre e in tutto il processo della umana conoscenza, ma solo nel
pensiero già adulto; e se l’esperienza contribuisca a svolgerlo e a
determinarlo. In altre parole il Kant trascuro di ricercare l'origine dell'a priori,
non accorgendosi che pure questa ricerca psicologica era condizione
indispensabile a porre ne’ suoi veri termini ea risolvere il problema della
conoscenza. Quello che il Kant non ha fatto fecero i Nuovi Critici; e sta qui,
nella risoluzione del problema psicologico come sussidiario del problema della
conoscenza, la novità del Neo-Criticismo e il suo merito più grande.
Contrariamente all’empirismo tedesco, l’ empirismo inglese nella spiegazione
della conoscenza trascura ogni elemento formale, a priori, e tutto fa derivare
dalla nuda esperienza. Osserva con molta acutezza CHIAPPELLI (vedasi) – Il
criticismo e la Psicologia. nel Giornale nap. ET CI TRA Tome ui è = 251.07 che
la vecchia metafisica e il moderno empirismo in glese riescono per opposte vie
a spogliare lo spirito della sua originale energia; poichè quella lo riduce a î
una semplice capacità di accogliere in qualche modo le idee assolute che gli si
presentano, ma che esso non produce; e questo lo considera come un
rispecchiamento delle relazioni esteriori, come un risultato dell’ o rienza. Se
empirismo pglese ia Der_così uniti ll meccanismo, uni a che dalle forme più
basse della sensazione fa uscire per via di semplice’ associazione quantitativa
le ivi i Per lo Spencer, per esempio, lo spirito ben lungi dall'essere un’
attività originale, un principio dinamico, si risolve in un gruppo di attività
operanti meccanicamente in una continua 4 associazione e dissociazione di stati
ora più deboli ora più forti, in un continuo adattamento di relazioni interne a
relazioni esterne! Donde una gravissima difficoltà a spiegare l'associazione
delle singole sensazioni, e delle serie diverse in cui si dispongono. L'ordine
delle sensazioni, l'associazione delle sensazioni, il loro disporsi in serie,
non è una sensazione, ma un rapporto di sensazioni: ora donde viene questo
rapporto ? « Perchè ci sia ordinamento, nota giustamente il Chiappelli®,
conviene che ciascuna sensazione sia tenuta distinta dalle altre, e nello
stesso tempo unita, altrimenti si fonderebbero in un’ unica sensazione, come
avviene delle sensazioni uditive, olfattive e saporose. E come poi potrebbe
avvenire l'associazione delle serie tattili e visive coi sentimenti muscolari
per formare la serie spaziale, senza un’ attività sintetica a priori »? Cfr.
Spencer, Principes de Psychologie, passim. 2 Kant e la Psicologia contemp. nel
Giornale i Dall E IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA L’ ipotesi dell’ evoluzione e la
teoria dell’ eredità, introdotta dallo Spencer nella Psicologia inglese, le
hanno aperto un nuovo orizzonte e corretto in gran parte la sua aridità. Ma per
quanto corretta e allargata, l’ elemento dinamico le manca pur sempre, le manca
l’attività, la spontaneità originaria. Osserva il Tarantino! che « se v'ha una
scuola che non possa non riconoscere nella psiche umana una attività propria ed
originaria, questa è l'evoluzionista. Dappoichè per essa la conoscenza non è
puro associagronismo, non è mera composizione e ricomposizione di clementi
semplici, ma è un processo evolutivo per cui nei gradi superiori della
conoscenza non s'ha solamente la somma degli elementi semplici forniti dai
gradi inferiori, ma qualche cosa di nuovo, un nuovo prodotto, una nuova
funzione ». Ma questa, come nota anche il Chiappelli, non è un’ esposizione ed
interpretazione obbiettiva ed esatta della dottrina dello Spencer; è un
apprezzamento subbiettivo, una critica di essa; critica giusta e finissima, ma
esposizione sbagliata. Ognuno infatti ricorda la dottrina dello Spencer che
riguarda l'intelligenza e la volontà. Gli stati superiori dell’ intelligenza
differiscono dagli inferior complessità, non già per un'attività più alta che
vi si' riveli; e la volontà dove, più che in qualunque altro fatto dello
spirito, dovrebbe apparire un’ attività primigenia, è quello stato di coscienza
per cui « dopo aver ricevuto un’ impressione complessa, i fenomeni di movimento
APPTOPrIAtO nascono, ma non Possono passare all’azione immediata, a causa
dell’antagonismo di certi altri fenomeni di movimento, egualmente nascenti, e
appropriati a qualche impressione intimamente unita i solo per una maggiore
Saggi filosofici, Napoli, Morano. Asi DI o dii rn
Vsrresvanorizsanereseeriecenzer ee idbLEzsco ca cdene erapas pa Leno ana
OSTSCIN TORCE PUITELATA TETI ta ars ter aonesionarasasacseeoree alla precedente
»; sicchè, solo dopo un certo intervallo apprezzabile, un movimento, il
prevalente, finisce col tradursi in azione!. Evidentemente qui la volontà non
differisce dall'azione riflessa che per maggiore complessità. Nell’ azione
riflessa c'è un'impressione a cui tien dietro una contrazione muscolare; nella
volontà c' è ancora una impressione, a cui però corrispondono più gruppi di
contrazioni, che, non potendosi tutti quanti tradurre in movimenti reali, si
contrastano a vicenda, finchè uno non riesca a trionfare degli altri. Il
meccanismo e l'assenza d’ogni concetto dinamico della psiche non potevano avere
una più completa espressione. Molto opportunamente perciò il Bonatelli in un
capitolo del suo libro dottissimo e profondo Discussioni gnuoseologiche e Note
critiche, intitolato argutamente una pe- i Tazio cis 0 yévos mostra avere lo
Spencer cancellato ogni differenza essenziale tra i fatti inorganici e j
psichici, e aver ridotto Ja vita psichica a un semplice riflesso di relazioni
esteriori. Certo le relazioni interne della coscienza e dell'organismo, anche
nello Spencer, non ripetono le relazioni esteriori semplicemente, senza
modificazioni e trasformazioni. Ma queste trasformazioni si producono
meccanicamente, da se, senza una vera € propria attività, da cui derivino: e
perciò lo spirito del criticismo Kantiano è ben lontano .dal filosofo inglese.
Si potrebbe osservare però che l’ a priori biologico della scuola inglese ha
tutti i caratteri dell'a prior: formale e trascendente del Kant, che anzi non è
altro x © che la traduzione di esso in linguaggio fisiologico e bio- A logico.
Il Tarantino nell'articolo già citato c pol in un altro Kant e Spencer, che fu,
insieme col primo, raccolto nei suoi Saggi filosofici, sostiene apertamente
questa 1 H. Spencer, Principes de Psychologie 1% tesi: sicchè per lui
l'influenza del Kant sulla scuola in- 4a glese è un fatto incontestabile; e la
differenza fra l’uno e l’altra sta solo in questo, che il primo ammette senza
sa più l’a priori, e la seconda ce ne dà la genesi e la ps spiegazione
empirica, precisamente come fa la scuola È : tedesca!, d Se non che il lavoro
secolare accumulato e trasmesso i; per via della eredità naturale, e per cui lo
spazio ed il tempo, per esempio, per non parlare delle altre leggi ? del pensiero,
non sono che relazioni mentali istintive Gi rese organiche nella vita della
specie, è un processo Mico inesplicato e inesplicabile quando non si
presupponga Mi Un'attività originaria che ne sia il fondamento. Pongasi pure
che quello che è a priori rispetto all’individuo, sia a posteriori rispetto
alla specie; pongasi pure che l’a priori non sia trascendente, ma biologico e
storico, secondo l’espressione del Levves; ma resta f:: sempre la domanda, a
cui si dovrebbe rispondere, in È qual modo si sia potuto formare, anche
nell'evoluzione E È. biologica, quell’associazione delle sensazioni che costi-
È ù Me tuisce la serie spaziale e la serie temporale. Bisogna in È Ai ogni caso
presupporre l’attività sintetica, l’attività asso- ; hi | ciatrice dello
spirito, che è quella appunto che non si |, | Ss 3 vuole presupporre. Ma alla
teoria dell'a priori biologico e storico si' potrebbero fare ‘ben altrè
osservazioni. E prima di tutto se le condizioni e le leggi dell’ esperienza
sono un risultato dell’ esperienza stessa, a cui si arrivò successivamente per
via di evoluzione e di trasmissione ereditaria, come fu possibile l’esperienza
in origine quando le sue condizioni e le sue leggi non.s'erano ancora fissate
nell'organismo? E poi, se queste leggi e queste condizioni ! Saggi filosofici.
side bibite bio I OTTIENI ARTT RTRT sono acquisti successivi della razza, sono
una specie di capitale trasmesso e accresciuto di generazione in generazione,
donde venne il primo deposito di fondi che fu, per così dire, il nocciolo dei risparmi
mano mano ingrossantisi dell’ umanità? Si dirà che |’ intelligenza umana è
impotente a scoprirlo, per quanto lontano risalga nella catena degli
ascendenti? Ma in questa maniera si ammette implicitamente l’esistenza di
esseri che contengono, almeno allo stato di embrione, le nozioni che pur si
vogliono derivate per evoluzione dalla sola esperienza. Oppure si dirà che esse
appariscono a un certo grado dell’ evoluzione? Ma in questo caso ancora esse
non sono più un prodotto dell’ evoluzione ed hanno un cominciamento assoluto.
Da qualunque parte si guardi, l'evoluzione sùppone sempre una qualche cosa che
si svolge; ec senza di questa non si può neanche concepire. Così le leggi e le
condizioni dell’ esperienza sono bensì svolte e determinate dall'esperienza
stessa e dall’ evoluzione, ma preesistevano iù germe e all esperienza e all’
evoluzione. E posto pure che siano un semplice risultato dell'una e dell’
altra, donde viene la necessità e l’ universalità che loro s' accompagna?Nessuna
esperienza sia individuale, sia specifica, può dare la necessità e
l’uni-versalità: la necessità e l’ universalità vengono dall’ attività
sintetica dello spirito. Per quanto numerosi siano i casi in cui da noi e dagli
avi nostri s'è sperimentata la verità d'un certo fatto, niente può garantirci
che un caso quandocchessia non si presenti a smentire quei primi. L'esperienza
si compone sempre di un numero limitato di osservazioni; quindi, per quanto
ripetuta e . moltiplicata, non è mai sufficiente a farci concludere universalmente.
Ancor meno può fornire il fondamento alla necessità di una proposizione. « Essa
può, scrive il arsssaizianeianionaazzaniscase ovegcinzensenaeneio ne
eosessoniena nesiasarensaseaseseeozene
suesusovezeassazioaneosganaevatogasaesevetevizevesoste. Whevvel!, osservare e
notare ciò che è avvenuto, ma non può nè in un caso qualunque, nè in un cumulo
di casi trovare una ragione per ciò che deve avvenire. È, Essa può vedere degli
oggetti l'uno accanto all’altro, > ma non vedere perchè essi devono essere
sempre così giustaposti. Essa trova che certi avvenimenti si succedono, ma la
successione attuale non dà la ragione del suo ripetersi; essa vede gli oggetti
‘esterni, ma non può scoprire il legame interno che incatena indissolubilmente
il futuro al passato, il possibile al reale. Apprendere una proposizione per
via di esperienza e vedere ch’ essa è necessariamente vera, sono due operazioni
intellettuali completamente differenti Anche a MILL – cf. Grice, “More Grice to
the Mill” -- si possono fare in gran parte «Je osservazioni che abbiamo fatto
allo Spencer. Anche per lo Mill infatti il problema gnoseologico è risolto per
via di esperienza e di associazione; la cono scenza non ha altre fonti che
queste; il principio dina mico, il principio associatore, l’attività sintetica
manca’ anche qui; e l'associazionismo meccanico, il più puro fenomenismo spiega
tutta quanta la vita dello spirito. i Si dirà che la dottrina che riguarda lo
spirito non è e veramente così meccanica e fenomenistica nel Mill come
mostriamo di credere noi; e che în realtà il Mill, dopo aver ammesso che lo
spirito è una serie di stati 4 . ù IRA È; A x Histoire des idées scientifiques,
citato dallo Stuart Mill, Log:gue di coscienza e nulla più!, aggiunge,
indottovi dal fatto 2 della memoria e dell’ aspettazione così caratteristico
della vita interiore, che questa serie conosce’ se stessa come passata e
avvenire; sicchè si deve ammettere essere lo spirito altra cosa dalla serie
stessa, quando non si voglia accettare il paradosso che una serie conosce se
stessa in quanto serie ®. Si dirà anche ch'egli riconosce esplicita mente «
qualche cosa di reale nel legame che unisce la coscienza presente alla passata,
reale come le sensazioni stesse, c che non è-un puro prodotto delle leggi del i
pensiero senza nessun fatto che gli corrisponda »8; in, altre parole ch'egli
attribuisce una vera e propria realtà al Me, allo Spirito. Tutto questo
sappiamo: ma sappiamo anche che tendenza manifesta e desiderio vivissimo del
Mill è di spiegare e poichè questa è da lui concepita come la. possibilità
permanente di sensazioni senza nulla che accenni a qualche cosa di sostanziale
e di attivo, così egualmente dev’ essere concepito lo spirito?. E se il fatto
della memoria si oppone ad una simile, concezione, se l'ipotesi della possibilità
permanente, come lo stesso Mill confessa, non. dà una teoria sufficiente dello
spirito 9; se il legame che unisce la coscienza presente alla passata è parte
indispensabile della concezione positiva di esso 7; se insomma c'è di
"evane si ia pa fe Philosophie de Hamilton. anche Zogigue écc..,
Philosophie de Hamilton, E . uarnaanerioaiezenieneoneonesiz sasa na
ainaonionene sica nazezianeonear esi pireriaezizeo _o
ccascsscaecasentioneneezazeasazanianeceseo reale nello spirito la continuità e
l'identità della coscienza, ed esso stesso è qualche cosa di reale, è un
elemento originario che non partecipa della natura delle cose che rispondono ai
nostri nomi!; non per questo, .e se c'è contraddizione la colpa non è nostra,
lo spirito è qualche cosa di sostanziale e di attivo. Jo non adotto, dice il
Mill esplicitamente, /a /eoria comune che riguarda lo spirito come sostanza?. E
in una nota alla Analysis di suo padre scrive :« Noi-facciamo molta fatica a
credere che un essere senziente possa esistere senza la coscienza di se
medesimo. Ma questa difficoltà nasce dall’ associazione irresistibile che, fin
dalla nostra prima 3 e PEPE fre. infanzia, si stabilisce, grazie alla memoria,
tra ciascuno è dei nostri sentimenti e la serie intera di cui fa parte, e A
conseguentemente tra ciascuno di essi e il nostro me n.3 À SB _ Che cosa
vogliono dire queste parole? Vogliono dire che ‘A A e; il are reale e vivente
che si credeva di cogliere fondan- i dosi sulla continuità della coscienza, non
è che un? il lusione, illusione generata dall’ associazione: noi non cogliamo
in fondo che una continuità fenomenica, una «serie di stati psichici in cui. il
me si risolve. D'altra parte se il me GRICE PURE EGO è riducibile alla memoria
e alla continuità della coscienza, dove trovare quell’elemento permanente che è
necessario a costituirlo, se pure ‘ à è qualche cosa di sostanziale? Con molta
profondità nota S FERRI (vedasi) nel suo saggio mirabile La Psychologie de
l’Association che altra cosa è quest’ elemento permanente, e altra cosa ciò che
v' ha di non interrotto nella successione. L’uno è così poco assimilabile
all’altro che il primo solamente possiede un'identità vera, mentre il I Analysis,
. auisreininaaene sv ionanasianeesezaniniaeeanionisesezaneeesieea azien ananeo
sv agentaniarerasazesieneenasze ns caniangareraneazeeeazaazaieneoneee secondo
non ha che un’identità nominale. E se si dice che le funzioni della
riproduzione e del riconoscimento gli danno nella memoria una specie d’identità
individuale, questa risposta non toglie la difficoltà, perchè avremo sempre la
moltiplicità in luogo dell’unità, e si domanderà sempre, collo stesso Mill, su
che riposi la credenza o il giudizio pel quale affermiamo l’ esistenza di
qualche cosa d’identico, che oltrepassa la serie dei modi successivi e
cangianti. Ma lasciando questo, e ammettendo anche che Mill assegna una vera e
propria sostanzialità allo spirito, certo è però che questo punto di vista
ontologico e metafisico è in lui come non fosse; e il solo punto di vista
fenomenistico ricorre in tutta la sua filosofia. Qualunque sia, scrive .Mill,
la natura della esistenza reale che noi siamo costretti a riconoscere nello
spirito, esso non ci è noto che in una maniera fenomenica, come la serie dei
suoi sentimenti o dei suoi fatti lore} di coscienza... I sentimenti o i fatti
di coscienza, che 3 gli appartengono o che gli hanno appartenuto, e il suo
potere d’ averne ancora, ecco tutto ciò che si può aflermare del Se, i soli
attributi possibili, salvo la permanenza, che noi potremo riconoscergli. In
conseguenza io adopero, _, f € all’occasione le parole spirilo e calena di
coscienza come Spivile 2 afena equivalenti ». NIrfawija i Di qui segue
evidentemente che di null'altro si deve tener conto in Psicologia che dei fatti
e del loro nesso meccanico, esteriore; ogni elemento dinamico è escluso. E
perciò se la teoria materialistico-meccanica non è X professata e.non può
essere professata dal Mill, perchè % da buon positivista deve lasciar da parte
ogni questione di et 1 3. 2 Philosophie de Hamilton., L _ kr essenze; se anzi
Mill respinge decisamente il materialismo d'Erasmo Darvvin!; se non ammette la
dipendenza di ciascuno stato dello spirito da uno stato corrispondente del
corpo, e riconosce nei fatti psichici delle leggi loro proprie; in realtà però
del materialismo senza volerlo segue l'indirizzo e adotta i principii. ‘Il
Ferri nell'opera giò citata nota che Mill modifica profondamente la teoria
dell’associazione di Mill suo padre, aggiungendovi e reintegrandovi un elemento
sconosciuto, l’attività dello spirito? Per FERRI (vedasi) adunque le due scuole
rivali in psicologia, la intuitiva e l’empirica, si sarebbero in fondo
accordate in un punto capitale. Noi non siamo di quest'avviso, e ci perdoni
l'illustre filosofo se dissentiamo da lui. Mill per verità ha tutte le
apparenze di aver tenuto conto dell'attività dello spirito; egli adopera le
parole /avoro mentale, attenzione, concentrazione dell’ intelligenza ecc.; ma
per queste egli intende sempre una sensazione, o un'idea che, per l'interesse
che suscita in grazia del piacere che le va unito, diventa come centro di
aggruppamento della nostra vita psichica. E perciò la sua teoria non è diversa
nel fondo dalla teoria del Condillac modificata, sviluppata e adattata alla
filosofia dell’associazione 4. Si può dire che avvenga qui allo Stuart Mill
quello che gli avviene in morale; anche in morale adopera le parole stesse che
adoperano gli avversarii; ma la spiegazione che ne dà mostra ad 1 Logique, Vedi
l'Introduzione e il cap. III, del libro V. Logique. Anche Mill, Comte et le positivisme
psychologie de l’association. +
Lauret, Philosophie de Mill, evidenza che non ne accetta però il contenuto e lo
spirito. Vedasi a conferma di ciò la teoria dell’ attenzione quale è esposta
dallo Stuart Mill in una nota importante all’ Analysis di suo padre!. « Avviene
spesso, egli dice, che una sensazione pidcevole o dolorosa escluda dalla
coscienza le altre sensazioni meno piacevoli e meno dolorose, e impedisca il
comparire delle idee estranee allo stato mentale attuale. In questa maniera la
sensazione predominante tende a prolungare la sua esistenza, e noi diciamo ch'
essa tende ad attirare la nostra attenzione, vale a dire che non è facile
avere, contemporaneamente alla sensazione che riempie lo spirito e se ne
impadronisce, qualsivoglia altra sensazione od idea, ad eccezione delle idee
associate che favoriscono lo stato attuale e lo fanno continuare. Essa è un
oggetto esclusivo di coscienza, a exclusive object of consciousness; essa
diviene più intensa che non fosse, ed esercita un'azione più decisiva sulla
serie ulteriore dei nostri pensieri. D’ altra parte ciò. che è vero delle
sensazioni è vero delle idee. L'idea oltremodo piacevole e dolorosa s'
impadronisce dell'anima nella stessa maniera ed attira nella stessa maniera
l’attenzione. Fin qui adunque non' c'è nell’attenzione indizio alcuno di
attività; tutto è spiegato per via del piacere e del dolore e
dell’associazione. Ma, aggiunge lo Stuart Mill, la volontà ha un potere reale
sull’attenzione, ze vvill has povver over the attention; quando l’idea non è
abbastanza piacevole per se stessa, noi possiamo con un atto volontario
arrestarci sopra un’ idea prossima che accresca l’ interesse della prima. E qui
parrebbe far ca polino l’ elemento attivo. Però com’ è provocato questo Z. à e
ATL L IT. PL ni toto oo Pan a n IRA nni Sg Pt ezio iste IL PROBLEMA DELLA
CONOSCENZA MNSRIEE SEDIA eo imecsessosseseseossssenseseeeneo vyosseteona
ea atto volontario e in che consiste, but hovv is this act of vvill
excited, and in yvhat does it consist? L’atto è provocato da un motivo,
dal desiderio d’un fine, cioè d’ un piacere, o, ciò che vale lo stesso,
d'una cessazione di dolore. Sicchè se l’idea alla quale attendiamo non
è abbastanza piacevole per se stessa, la associamo ad una idea
piacevole, e il risultato è la fissazione dell'attenzione, the result îs
that the attention is fixed. Perciò sia l’idea piacevole per se, o sia
piacevole per la sua connessione con un'altra idea, il fissarsi dell’
attenzione dipende sempre dalla medesima legge mentale, la legge dell’
associazione, e non è il caso neppur qui di parlare di elementi
attivi. Si può obbiettare che la spiegazione precedente è valevole
solo per i casi in cui lattenzione volontaria non incontra ostacoli e non
richiede alcuno sforzo. Se invece avvenga che lo spirito si distolga da
un’idca, e sia necessario per trattenervelo un certo sforzo che
costi fatica ed esaurisca, in tal caso l’attenzione dovendo non più
soltanto essere facilitata, ma comandata, l'associazione »;. - non
può più bastare a quest'effetto, ma è necessario l’ inu tervento attivo della
volontà. Esaminiamo la difficoltà. 5 Q La volontà anche qui è messa in
azione da un mon . tivo o da un desiderio. Ora il desiderio motore della
volontà è 0 il desiderio iniziale, divenuto più energico, o un desiderio
addizionale: e questo desiderio, o più forte, 0 OTO Dasce in questa
maniera. Noi non amiamo abbastanza il fine a cui tendiamo; l’idea di
questo ANCAnOnES REGIA piacevole, o la privazione di
esso e required. Allora alfano sì oa desiderio, bramiamo un am 5
+ ae So nostro fine, pensiamo ch SS DIL ardente de, P o che varrebbe
meglio per noi che * nerrerisancanineseeseanaazesaenieaza sa
smaenazenasaazazionenena:sontiscenacnanisna nnsononasanizesenzeteatece seeneesavanpnavnneorieceoseeeesz: questo
fine in particolare e i nostri fini in generale avessero più influenza ch’ essi
non hanno, sui nostri pensieri e sulle nostre azioni. Questo sentimento
dell’insufficienza della nostra attenzione accresce il vigore delle
nostre operazioni mentali; il desiderio s'avviva e s'esalta da se
stesso; o piuttosto l’idea della debolezza del desiderio rinforza il
desiderio, e il desiderio rinforzato riesce in fine a fissare l’
attenzione »!. L'attenzione adunque, anche in questo caso, si può in
fondo ridurre all'associazione: è sempre una sensazione o un'idea che,
spontaneamente o per una reazione spontanea, direttamente o
indirettamente, riesce a impadronirsi della coscienza, escludendone le altre e
non richiamandovi che quelle che sono associate ad essa e possono
favorire il suo dominio. Anche dall'esame del concetto di causa, come
è inteso dallo Stuart Mill, si potrebbe arrivare alla medesima
conclusione, ch’ egli non ha affatto reintegrato nella teorica dell’
associazione un elemento sconosciuto ai suoi antecessori, l’attività. La
causa per lui non è efficienza, non è energia, non è forza; essa si
risolve in un legame di prima e di poi, in una successione uniforme,
incondizionale e nulla più. Il potere efficiente non ci si rivela nelle
cose; l’esperienza non ci rivela che cause fenomeniche o fisiche, non cause
prime ed efficienti od ontologiche di checchessia ?. i E la volontà
? La volontà è causa delle nostre azioni nella stessa maniera, e non
altrimenti, che il freddo è + Non avendo a nostra disposizione l'
Analysis siamo stati costretti a riassumere la nota del Mill in gran parte
colle parole stesse del Lauret, Philosophie de Mill} Logique, ecc. Cfr.
il nostro Determinismo di Mill. i . i SAS re] Sane %» nt.
« La O La Pen) nd PATATA i at une causa del ghiaccio, e la
‘scintilla dell’ esplosione della polvere; vale a dire, è causa
fenomenica, empirica, e non si può dire che disponga d'una forza e d'un
potere speciale; è un antecedente a cui tien dietro un conseguente e
nulla più. Con la metà del mondo psicologico, dice Mill, io non mi
riconosco il potere di agire sulle mie volizioni %. E se la nozione di
sforzo si trova nella volizione, donde’ poi si riflette nella nozione
volgare di forza e di causa, questo sforzo non suppone l’esistenza
di un potere, d’ un'energia speciale che lo compia. Lo sforzo non è che
la sensazione muscolare di resistenza, che noi proviamo compiendo un
movimento, sia che questa resistenza ci venga da un oggetto esterno, sia
dal semplice sfregamento e dal peso dei nostri organi di movimento.
E pura illusione subbiettiva, derivata dalla generalizzazione e
dall’astrazione che s’esercitano salla sensazione reale di sforzo
muscolare o nervoso, quella per cui ci creiamo l'entità astratta forza,
che consideriamo come l'intermediario necessario perchè l’antecedente possa
agire sul conseguente, e in assenza del quale niente potrebbe essere
effettuato 3. i E pare che tutto questo basti a mostrare che
di attività e di energia non è il caso di parlare nella filosofia dello
Stuart Mill; da buon positivista non dovea egli occuparsi che di fatti,
non di sostanze e di cause operanti. i . Dei moderni psicologi
inglesi della scuola dell’esperienza chi non ha trascurato ]° l’uomo, chi
non ha visto nell meccanismo, ma anche l’inte attività
primordiale nela vita interiore un puro vento di qualche cosa di
1 Logique ecc., Philosophie de Hamilton. i ISI spontaneo, di attivo, è il Bain}, E,
quello che è curioso, lo Stuart Mill che questo elemento attivo avea
trascurato, loda in un articolo consacrato a un libro del Bain”,
questa importante aggiunta, considerandola come un vero progresso della
psicologia dell’ associazione. « Coloro che hanno studiato gli scritti
dei psicologi associazionisti, dice lo Stuart Mill, hanno visto con
dispiacere che, nelle loro esposizioni analitiche, ci fosse un’
assenza quasi totale d’elementi attivi o di spontaneità appartenente allo
spirito stesso. Nella Gallia si è spesso citato il progresso che si fece
dal Condillac al Laromiguière; dei quali il primo faceva d' un fenomeno
passivo, la sensazione, la base del suo sistema, il sccondo vi sostituiva un
elemento attivo, l’attenzione. La teoria del Bain è nel medesimo rapporto
colla teoria diHartley che la teoria di Laromiguière con quella di
Condillac. Queste parole di Mill provano ch'egli stesso avea visto e
compreso l' importanza dell’attività sintetica dello spirito nella spiegazione
dei fatti psichici; ma, deferente alle tradizioni del vecchio empirismo
inglese, per cui tutto è dovuto al meccanismo dell’esperienza, non seppe
tenerne conto abbastanza nelle sue opere, In generale adunque
possiamo dire delle due scuole empiriche di Germania e d'Inghilterra, che
l'una è la vera erede dello spirito del criticismo e s’assimila la
parte vitale della critica, che sta non tanto nel riconoscere come
elementi a priori le forme dell’intuizione e ‘le Specialmente Les emotions
et la volonte, Les Sens et l’Intelligence. Dissertations and Discussions. Ribot, Psychologie
anglaise, e Fouillée, Histoire de la Philosophie. =ad e telai i st he ni i LA i e CRM Lidl a
Mel mersenaazeneaseeenane nesusvsarevesevesesnesaeevesesst1 panonese0sezzz19dstosoveo
Pueose sea eese, categorie dell'intelletto, quanto, € principalmente,
nello ammettere l’attività sintetica dello spirito come condizione
dell'esperienza !; e che l’altra, ben lungi dal conformarsi allo spirito del
criticismo, lo avversa anzi, se è vero che il meccanismo è in assoluto
contrasto col dinamismo. Quanto all’empirismo francese del Comte e
della sua scuola, basti rammentare che per esso non v'ha psicologia
che non abbia a fondamento l’osservazione esteriore e non si confonda
colla fisiologia; che crede una chimera l'osservazione interna o
psicologica; che abolisce ogni altra logica che non si accompagni
alle applicazioni e alle ricerche scientifiche in cui è implicata, e
tiene un fuor d’opera studiare i procedimenti del pensiero in se e
per se; per capire com'esso aborrisca da ogni ricerca gnoseologica, e il
problema della conoscenza per esso non esista neppure?. 1 Cohen, Kants Theorie der
Erfahrung, p. 87 e seg.; Richl, Der philosophische Kriticismus. Comte, Cours de philosophie positive; e Mill, Aug. Comte
er le Positivisme, ì VE: cali dA LL amarsi rete ile IA rt
Le diverse parti delle ricerche morali di Aristotele non sono state da
lui disposte per modo da riuscire ordinate c connesse come sarebbe
desiderabile: certo un concatenamento interno non manca nella sua
dottrina, ma non risulta abbastanza chiaro dalla sua esposizione.
Questa sconnessione, questa scucitura, per dirla così, della morale di
Aristotele, deriva in gran parte dalla natura stessa della materia ch’ egli
aveva fra mano e dal concetto ch'egli se ne faceva. Le cose di cui si
occupa la morale, l’onesto e il giusto, non hanno niente di stabile
e di fisso, anzi variano e, per così dire, vanno errando da luogo a luogo
per modo che sembra siano solamente per legge e non per natura !. Di qui
segue che, trattando di esse, non si può essere così accurati e precisi,
come si potrebbe essere trattando di cose che fossero per natura
stabili e fisse; anzi ci dobbiamo contentare di esprimere il vero
all’ingrosso' (7270265) e mei suoi lineamenti generali (+6r); la
precisione e l’accuratezza (ràzoifés) non 4 Arist. Eth. Nic. ediz.
Susemihl, I. 3, 2-3: T4 dì x02à al qà dizaua TOCAUTAV Îyer diapopav nai
TARINY Gate doze) vopo elva, queer dì pai. ida | Li PEPE
LE 3 è possibile egualmente in tutte le ricerche, e deve in
ogni caso essere tale quale comporta la natura della materia di cui
si tratta!. S'aggiuriga che la morale prendendo le mosse da ciò che
suole accadere d’ordinario (#ò © èrl 7ò mo), non mai dal necessario e
dall’assolutamente certo, arriva di necessità a conclusioni della stessa
natura, a conclusioni cioè nè necessarie, nè assolutamente certe, ma soltanto
precarie; essa è scienza induttiva 5, e, come tutte le scienze induttive,
non può avere il rigore che si può esigere ad esempio nelle matematiche.
D'altra parte, siccome non si deve trascurare in morale quello che abbiano
potuto dire gli altri filosofi in proposito, c perfino quello che ne possa
dire il volgo ‘, e siccome le opinioni del volgo, e anche quelle dei
filosofi, si fanno notare per la loro varietà e qualche volta per le loro
contraddizioni, ne segue che tenendo dietro ad esse, sia pure collo
scopo di esaminarle e discuterle, di farne insomma la critica, è
raro che non ci lasciamo sviare; è raro che, accettandole in parte e in
parte non accettandole, non rendiamo oscuro anzichè chiaro il nostro
pensiero, e perfino non facciamo forza ad esso stesso per mostrarlo d’accordo
con quello degli altri5.Eth. Nic. Eth, Nic. IL 2, 3-4 UK: Eth.
Nic. Eth. Nic. Questo non è detto
esplicitamente in nessun luogo della Nicomachea; ma lo si può dedurre dalla
cura continua di Aristotele di confrontare le sue opinioni con quelle
degli altri filosofi e perfino con quelle del popolo. D'altra parte ciò
era richiesto dall'indirizzo sperimentale a cui Aristotele s'attiene
nella morale. A prova di quanto è detto quassù si può citare il cap. VIII.
fre ety® . PA. €" ì, A zi at, Per tutti questi
motivi a cui è da aggiungere, per quello che riguarda Aristotele, una
certa trascuratezza non solo di ogni ordinamento sistematico, ma perfino
del nesso tra periodo e periodo, per cui c'incontriamo non di rado
in osservazioni e pensieri che paiono come compati in aria; il fare
soverchio assegnamento sull’intelligenza del lettore e con poco dir
molto, e le cose anche di massima importanza accennare appena anzichè trattarle
largamente; il lasciarsi sviare dall’accessorio mettendo da parte
il principale; il proporre in un certo luogo una questione e non
risolverla, per riprenderla poi e risolverla dove e quando meno s'
aspetterebbe, e spesso anche il mettere innanzi dubbii e mostrarsi
tentennante dove si desidererebbero affermazioni recise ed assolute; riesce impresa
non certamente di facile attuazione l’ esporre una parte qualunque della
dottrina morale di Aristotele. Una tale esposizione è lavoro
eminentemente critico. Congiungere quello che è disgiunto e disperso,
ordinare quello che è disordinato, sceverare quello che appartiene in
proprio ad Aristotele e che si può considerare come sua dottrina,
da quello che è soltanto accidentale ed avventizio; i luoghi controversi
ed oscuri interpretare nella maniera che meno si discosti dallo spirito
dell’ autore, e in ogni caso non affermare recisamente quello che 1°
autore enuncia in forma dubitativa; tener conto dei tentennamenti, delle
contraddizioni, se ce ne sono, € fare che anche le minime sfumature non
vadano perdute, in modo che tutto Aristotele ci si presenti dinanzi, e
non una parte soltanto, un aspetto particolare di esso; sovratutto non
lasciarsi vincere dalla smania di correggere e di completare da un certo
punto di vista Aristotele, del libro I. dell’ Etica Nicomachea,
dove Aristotele cerca in ogni modo di far andar d'accordo la propria
opinione con quella di altri molti. i gia je da È
svisandolo invece e corrompendolo; parlare il suo linguaggio poco curandosi che
non possa piacere à chi legge; ecco un complesso di cose che fanno anche
d’una semplice esposizione un lavoro critico. Ma non è nostra
intenzione limitarci ad una semplice esposizione: all’ esposizione cercheremo
d’ innestare ed aggiungere osservazioni e considerazioni di vario genere,
quali ci verranno suggerite dalla dottrina esposta, considerata in se
stessa, o in confronto colle dottrine di altri autori antichi o
moderni. Dichiariamo poi qui che e per questo lavoro sulla
felicità, e pei due successivi sulla vir e sulla volontà in Aristotele,
attingiamo quasi esclusivamente all’Etica N? comachea. È noto oramai, e
non staremo a ripetere quanto c nelle storie della filosofia più recenti
e in lavori speciali è stato ampiamente dimostrato }, che solo l’ Etica
Nicomachea si può ritenere lavoro d’ Aristotele, mentre l' Etica Eudemia
e la Grande Etica sarebbero lavori di discepoli, di Eudemo la prima c la
seconda di un ! Vedi specialmente Zeller, Geschichte der Philosophie der
Griechen, nella parte in cui tratta degli scritti d’ Aristotele, ultima
edizione; Ucbervveg, Grundriss der Geschichte der Philosophie; Spengel,
Veber dar Verhiltniss der drei Aristoteles' ethischen Schriften, e
Aristotelische Studien; Bonitz, Observationes criticae in Aristotelis quae
feruntur Magna Moralia et Ethica Eudemia; Fischer, De Ethicis Nicomacheis et
Eudemiis quae Aristotelis nomine tradita sunt dissertatio; Rose, De Aristotelis
lìbrorum ordine et auctoritate; Barthélemy Saint-Hilaire, Morale d'Aristote,
Dissertation preliminaire; Grant, The Ethics of Aristotle, illustrated vvith
Essays and notes, Londra; Ollé-Laprune, Essai sur la Morale d’ Aristote,
Introduction; FERRARI (vedasi), L'etica del lizio riassunta, discussa ed
illustrata; ed altri. Pupa a eraent con vocoa senvatia bian
aenianananenasascnsones fousontonsstenizbos aeenvnee rsa sesiere ignoto,
probabilmente un peripatetico con tendenze stoiche; i quali non sempre
fedelmente riproducono il pensiero del maestro. Che se qualcuno ci facesse
rimprovero d’aver da Aristotele, da un autore così lontano: da noi, tratto
argomento a studii di morale, ripeteremo le belle parole con cui Leon
Ollé-Laprune finisce l'introduzione al suo bello studio sulla morale d’
Aristotele: « Aristotele merita bene che si faccia qualche sforzo per seguirlo.
Non si perde nè tempo nè fatica in tale compagnia. Oltre che si ha il piacere
vivo e nobile di apprendere ogni momento delle belle cose, si medita sulle più
alte questioni, su quelle che più hanno il diritto di interessare ed
appassionare il filosofo, ed è una meditazione che fortifica! ». La prima
ricerca che Aristotele si propone nella sua Etica è che cosa sia il bene sommo,
che cosa sia il fine supremo della vita. Gea Spetta a Socrate il merito d'aver
dichiarato nettamente la necessità d'un fine, a cui la mente si rivolga, perchè
l’azione acquisti un valore morale; a Socrate è dovuta la prima telcologia, per
quanto imperfetta c unilaterale essa ci sembri. Le cause finali spiegano per
lui il mondo tutto quanto, non il fisico solo, ma anche umano, poichè gli atti
umani dipendono in fondo dal pensiero che li regola, dal fine che li attira. L’
interiorità 4 Ollé-Laprune, Essai sur la Morale d' Aristote, Paris. i ASA Me a
n at sd èsi- vi ed va drive i UNA socratica di cui tanto si parla, il yv&0
ozvrév, il demone socratico stesso, hanno nelle cause finali la loro vera e
completa spiegazione. Dopo Socrate il fine umano divenne la ricerca capitale
dell’ Etica, e dalle diverse soluzioni date al problema dipesero i diversi
indirizzi morali delle scuole socratiche. Aristotele ripiglia il problema, e lo
risolve da par suo. I varii e molteplici fini o beni, che gli uomini si
propongono mentre operano o si danno a qualche arte e scienza, sono tutti fra
loro così congiunti che tendono a un certo bene o fine sommo il quale vogliamo
per se stesso ($ È aicd povidue0d), e al di là del quale non resta più nulla a
desiderare. Che cosa è quest’ ultimo fine o bene? Bisogna determinarlo, perchè
il saper ciò è della massima utilità per condur bene la vita; come arcieri, a
cui sia proposto il segno da colpire, otterremo più facilmente quello che
bisogna, quando l’avremo saputo!. «Nel nome tutti quanti s’accordano e chiamano
il sommo bene la felicità (e0dapoviz), essendochè è la felicità quella in cui
s' appunta e si queta ogni desiderio; ma non s'accordano quando si tratti di
definire in che questa felicità essenzialmente consista. Poichè v’ ha chi. la
ripone nel piacere, nelle ricchezze, nell’ onore; e v’hanno perfino di quelli
pei quali la felicità nonè sempre la stessa cosa, ma ora questa, ora quella,
secondo le condizioni diverse in cui si’trovano. L’opinione‘di chi ripone la
felicità nel piacere (piacere materiale), sebbene sia quella dei più, non
merita neppure di essere discussa; è schiavo di se medesimo e delle proprie
passioni e conduce una vita da bestia chi si abbandona al piacere. Chi sostiene
che la felicità È i Eth. Nic. Eth. Nic. . NERTTETANZZIANIAZI ZI NE TERE A ENI A
RATE RA TERA TANI AR Ren Ara SI TISTI ani ze sn temi
nienaraanecazeanerananaaneane vaso ezi vena nseztenizeserasionenzeosi stia
nell’ onore, sebbene abbia un’ opinione più ragionevole, non però è nel vero;
poichè come si può reputare sommo bene quello che è posto nell’arbitrio degli
altri? Il bene deve appartenere in proprio (oizzìoy), realmente e ‘ non
accidentalmente, alla persona a cui appartiene, e deve esser tale che
difficilmente si possa togliere ( durupatperoy). D'altra parte è l'onore
ricercabile per se stesso, o non piuttosto si vuole come il premio e la
testimonianza della virtù? Neanche l'opinione di chi ripone la felicità nelle
ricchezze è accettabile, poichè primieramente la ricchezza si vuole come mezzo
e non come fine; e poi la vita di chi è dedito.alla ricchezza è vita piena
d’affanno e di lotta (6 dz ypapatiomne Plos Piads Tic eoriv)!. V'ha anche
un’altra opinione, più famosa di tutte queste per l'autorità e il nome di chi
l’ha sostenuta, l'opinione di Platone, secondo il quale il vero bene è il bene
ideale universale, il bene separato, in se e per se esistente (ympiotiv ti aùtò
20) asré), causa a tutti gli altri di esser beni®. Quantunque, dice Aristotele,
quest’ opinione sia sostenuta da persona a noi cara, dovremo tuttavia
combatterla, perocchè noi siamo sovratutto amici + della verità . E
primieramente il bene si predica di tutte le calegorie, anche di quelle che
sono accidentali alla sostanza e quindi a lei posteriori, e si dice ad'esempio
di Dio che è buono, della virtù che è buona, e così egualmente dell'utile, del
tempo ccc.: ma le categorie nulla hanno di comune e sono irriducibili l'una
all’altra, sicchè anche quando loro si attribuisce il predicato dere, Eth. Nic.
Eth. Nic. Eth. Nic. &uQoly pg divo
oidow Gaioy poT‘AY shy dA 0ev2y, donde venne il noto: Amicus Plato, sed magis
amica veritas. ST ve questo non esprime alcun che di comune, di universale e di
uno (zowsv 1 220620) val #), nè potrebbe quindi esservi per tutte un idea
comune del bene (oz dv stn zown mi arl cobray 1942)! Che se quest'idea comune
del bene ci fosse, sì avrebbe pure una scienza comune dei beni, come v' ha una
scienza comune per tutte le cose che si subordinano ad una sola idea ?. Ma poi
che cosa è il bene in se? e in che differisce dal -bene iù particolare? In
quanto beni, il bene particolare e il bene in se in nulla differiscono ; c'è
nell’uno e nell'altro una sola e identica nozione. Si dirà che l’uno è
transitorio, l’altro eterno? Ma in niente sarà più bene il secondo del primo
per essere eterno, come non è più bianco un bianco che duri molto tempo, di un
altro che dura un giorno solo, per questo solamente che dura molto tempo ?. Che
se si obbiettasse che si parla dell'idea solo in rispetto ai beni per se, e non
ai beni che servono di mezzo ad altro, si potrebbe domandare da capo che cosa
c'è di comune, ad esempio, fra la saggezza e il piacere considerati in quanto
beni, quando si prendano come beni per se: e pur tuttavia l’idea del bene in
essi tutti dovrebbe essere la medesima, ai come nella neve e nella biacca
l’idea della bianchezza 4. Non esiste adunque quel bene ideale comune e uni
versale che Platone ammette. Ma dato pure che esista, dato pure che il vero
bene sia qualche cosa di separato in se e per se esistente, esso riesce affatto
inutile all’uemo che non può nè metterlo in pratica, nè acquistarlo; È mentre
in morale si ricerca invece un bene che si possa 4 e mettere in pratica ed
acquistare, che sia dunque A Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic.. proprio
dell’uomo e relativo all’ uomo. Si dirà forse che benchè un tal bene non si
possa acquistare, è dato però conoscerlo nelle sue relazioni coi beni che si
possono acquistare, sicchè serve come di esemplare, di modello per più
facilmente conoscere questi e, conosciutili, con seguirli? Ma a questo si può
opporre che tutti fin qui hanno trascurato un tale aiuto; le arti, le scienze,
pure tendendo a un qualche bene e cercando di ottenerlo, trascurano di
conoscere il bene ideale; e si può opporre ancora che dalla conoscenza del bene
ideale, quand'anche fosse possibile, nessun vantaggio trarrebbe chicchessia
nella pratica; poichè la pratica riguarda azioni singolari, e per queste si
richiede non giù una cognizione generale, qual è quella del bene ideale, ma
cognizioni singolari. Ad esempio come sarà più atto alla medicina, o a condurre
gli eserciti chi contempli quest idea del bene? Il medico non ricerca la sanità
in astratto, ma quella del l’uomo, anzi di quest uomo particolare, poichè
esercita l’arte sua sopra i singoli individui !. Discusse e respinte queste
varie opinioni intorno al sommo bene e l’ultima di Platone massimamente, nella
cui idea del bene è degno di nota che Aristotele non veda che un oggetto
astratto € indeterminato, privo di un valore effettivo e reale, mentre nel
sistema platonico tutti quanti gli esseri non potendo esser buoni che per 4
Eth. Nic.. G. Z.£' Roe ET RAT 1 PVI partecipazione dell’ idea suprema del bene,
questa vi appare perciò come forza e come legge !; il filosofo viene ad esporre
la sua propria dottrina in proposito. e: Premette che il sommo bene dev’ essere
perfetto sa (+é Ra, Sn MOL, I, tu) 5 Erzt d' o0y serv + eUdazoviz TEMELOY x
dpalloy zai 7805, OdÒI oro da 204 Qi dr val èv Tsdelm, » O Ù Neo Sor mate cda
ziuoy 20 ECTAL COLE NATE {la EGTAL 09 40 SITU ÈV TAI (0 Alone Y sapo "rr
felice che la fortuna non gli sia avversa; poichè è bensì vero che le piccole
sventure non fanno traboccare la bilancia della vita (où mot forhv iis Lo?) e
non hanno importanza per la felicità, ma le grandi e frequenti l'hanno invece e
grandissima, chè apportano dolori e impediscono molte azioni virtuose, e fanno
in ogni caso che non si possa ancora chiamare felice chi ne è colpito. Certo
non avverrà mai che chi è veramente felice, vale a dire chi possiede la virtù,
divenga infelice per quante sventure gli capitino; chè l’infelicità sta solo
nel male operare; però non si potrà ancora continuare a dirlo felice, quando.
gli capitino sventure quali, ad esempio, capitarono a Priamo !. La fortuna
adunque occupa un posto non certamente trascurabile quanto al formare la vita
felice. Ma la fortuna è di sua natura instabile e incerta, c a chi è
favorevole, a chi avversa, e spesso ad uno sorride a cui poi prepara le più ingrate
sorprese; sicchè si vada adagio a dir uno felice perchè lo vediamo oggi ricolmo
d’ogni bene; dimani non si sa che possa preparargli la sorte. Si aspetti che
abbia vissuto un certo tempo prima di chiamarlo felice, si aspetti che abbia
vissuto un tempo perfetto, una vita perfetta, anzi meglio si aspetti che sia
morto, perchè non è priva di senso la sentenza di Solone che prima di dir uno
felice bisogna vederne il fine. Per due motivi ‘adunque si richiede una vita
perfetta a costituire la felicità perfetta; prima di tutto perchè si svolga
l’attività razionale per modo che sia possibile operare secondo virtù, e in
secondo luogo perchè, essendo la fortuna instabile, ci sia campo di vedere se
non abbia per caso a voltar faccia improvvisamente e ad al terare la felicità
preesistente. I Eth. Nic, Eth. Nic. I, 9, 10-11 e.T, 10, 1 © 15. ù N = pira.
ter EIA II a A LIO Non ci fermeremo ora a notare che il dire che si richiede
per la felicità una vita perfetta, un tempo perfetto, è dir cosa abbastanza
vaga e indefinita, di che si dovrebbe fare rimprovero ad Aristotele; e. neppure
che l’ammettere che i beni del corpo e di fortuna sono indispensabili alla
felicità, se non propriamente come parti integranti, come condizioni, o almeno
come elementi inferiori, come una specie di materia nelle mani dell'uomo
virtuoso che vi imprime la forma del bello, prova il senso pieno di misura
del.filosofo, di che gli si dovrebbe dar lode: piuttosto diremo, continuando l’
esposizione, che la presente dottrina per la quale la felicità sta
.essenzialmente nell’operare secondo virtù (z3%rtew, ivepyet va deci), non è
disforme da quella che la ripone nella virtù, e neppure, in un certo senso, da
quella che la ripone nel piacere. Intanto, in primo luogo, è proprio cella
virtù l’uscire in atti conformi a se stessa (cestis [speri] ydo dov di va 97h
èvepyeiz); € perciò il far consistere la felicità nell’ attività secondo virtù
e il farla consistere nella virtù sono in realtà la medesima cosa. Però ha
questo vantaggio la prima dottrina sulla seconda, che per essa il sommo bene
non consiste in un abito, che talora nulla di buono effettua, pur perdurarido,
come in chi dorma o in chi comecchessia resti inerte, ma in un'attività: e ciò
non è certamente di secondaria importanza, perocchè come in Olimpia non ai più
belli e ai più forti che rimangano inerti, è riservata la palma, ma a coloro
che scendono nell’agone e combattono, così egualmente soltanto coloro che
operano, e operano rettamente, possono conseguire ciò che è dello e buono nella
vita. Il che vale ina - i > Ma attiva e per così dire militante; non dev’
essere soltanto un possesso e un abito, ma un uso e un'attività! Per quello poi
che riguarda il piacere, neppur esso è escluso dalla presente dottrina.
Imperocchè chiunque è dedito a qualche cosa, in questa stessa cosa trova il suo
piacere; sicchè chi è dedito alla virtù trova in essa appunto il suo piacere.
Di più ha questo di particolare chi è dedito alla virtù, che gli sono piacevoli
quelle cose che sono piacevoli veramente per natura e non secondo questo e
quello, tali essendo le azioni virtuose. La vita del virtuoso non ha perciò
bisogno del piacere, come di una aggiunta, di una frangia, ma ha il piacere in
se stessa. Che se si opponga che talora si opera virtuosamente senza sentirne
piacere, si può rispondere che chi non si compiace e non gode delle belle
azioni che fa, non si può dire che operi secondo virtù e sia virtuoso. Come si
può, ad esempio, a chiamar giusto chi non si compiaccia del giusto operare, e
liberale chi non si compiaccia delle azioni liberali 5? L' cpigramma di Delo
che disgiunge virtù da piacere non è nel vero4 La brutta rinomanza del piacere
dipende dal fatto che i più credono piaceri solamente i corporei, e solo i
corporei sono dai più . Dì x x ' . "4 41 Eth. Nic. I, $, 8-9. 7olc uev avv
Acyovoi Tv dpeThv A 1 Li 9; LA . ’ 4 a _ DA O peri 4 3 È ; peTav TUVX aUvwdd:
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vzion), oto 421 TOY ÈV TO u 3 pò, “ n AIRIS RITI RASO a93 Mio e6v 2 cado oi
mpzrtovise delos trota yivovmat. ì Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. I o Tag, » -
conosciuti !. In realtà però ogni attività ha il suo proprio piacere, e l’
attività più perfetta è anche la più piacevole; il piacere perfeziona gli atti
e a loro si aggiunge quale compimento, nella stessa maniera che la bellezza s’
aggiunge alla gioventù e ne forma l' ornamento. (e smiyivipeviy Ti TE, giov Fog
dano pz). L’atto e il piacere sono così strettamente uniti che quasi formano la
stessa cosa. Come ogni specie vivente ha una attività sua caratteristica, così
avrà anche un proprio piacere; e nella specie umana il piacere caratteristico c
più.eccellente sarà quello che s’ accompagna all’ attività razionale perfetta.
Perciò nella diversità dei criterii con cui si giudica dei piaceri, è da
seguire il criterio che è seguito dall'uomo perfetto; i piaceri che allettino
lui, saranno i soli veri; quelli che egli biasima come turpi, non potranno
soddisfare che gli uomini corrotti. L'uomo buono e perfetto sarà la misura
dell’ operare ?. Ed ora la felicità, questo bene sovrano, si acquista coll’
esercizio e coll’abito, o ci viene per divino favore o dal caso? E basta
l’insegnamento ad averla, o è necessaria la pratica? E l'educazione fino a che
punto vi contribuisce? Se v'ha dono degli dei agli uomini, è questo certamente,
poichè divinissima cosa (0ewrzzoy) è la felicità, ove anche si acquistasse per
opera nostra: ma intorno 1 Eth. Nic. VII, 13, 6. È E ROPALE . Eth. Nic, X, 4,
5-8, e X, 5, 6-11. Nota specialmente queste parole: 4 ona Ma Aria ra Pa \ : DTA
ono Darco noe ha dpal)o:, i Tomdiras, nat dovzi È ‘ ud AE, e ci cley %y gi
TOVT@ Quivopevi nei dix dic obr0s ; yadper. a questa questione nulla si può:
dire di preciso. Per quello poi che riguarda il caso (707), troppo brutto e
sconveniente sarebbe (Mizy Ia utaedès dv in) attribuire ad esso la massima e la
più bella delle cose umane!. La felicità ha per sua causa l’uomo e per soggetto
l’uomo egualmente; nè un bue, nè un cavallo, nè un altro qualunque degli
animali bruti ne sarebbe suscettibile ?; c s'acquista operando. Esercizio ed
abito son necessarii ad esser felici. In tutto ciò che si riferisce all'azione
(èv 70% mosto) NOn è fine il conoscere, ma l' operare: la: virtù non è
sufficiente sapere che cosa sia e come s'acquisti, conviene invece sforzarci di
averla e servircene; l'intento della filosofia pratica non s'arresta alla
conoscenza 3, Che cosa giovano gl’insegnamenti e le teorie a chi abbia
contratto abitudini perverse, a chi non abbia indole ben nata e amante del
bello, a chi regoli la vita alla stregua delle proprie passionire tenga dietro
al piacere? L'animo dell’uomo conviene sia stato preparato €, per così dire,
coltivato dall’abitudine, come un terreno che ha da ali mentare il seme;
conviene che fin dai più teneri anni venga educato rettamente: altrimenti non
intenderà e non udrà neppure chi col discorso tenti distoglierlo dalla via del
male. All’ insegnamento morale deve precedere il costume, perchè quello diventi
fruttuoso. Ma come si formano i buoni costumi, com’ è possibile ‘una retta
educazione? Spetta alle leggi questo compito; solo le leggi, espressione
impersonale della ragione e della prudenza, hanno la forza di farsi obbedire;
solo le, leggi non sono fatte in odio ad alcuno; solo per l’azione delle leggi
si potrebbe rendere abituale, c però non I Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. X, 0,
152. TO TENIERE a) teli et PE SARTO E, ade IEBUTIAATIZANIB TARE A Ice Ana ran
eneniani neri purenenanener
\anusnaereazeanenersisoneneniseites;avocesizione:asosenssasise0esasieneseoeneseoneete
molesto, il vivere secondo virtù. Nè solo ai giovani dovrebbero provvedere le
leggi, ma anche agli adulti: le leggi dovrebbero accompagnar l’uomo in tutta la
vita ed eccitarlo alla virtù; chi è ben disposto, coll’amore del bello; chi
serve al piacere, colle riprensioni e colle pene; chi è malvagio affatto e
incorreggibile, col metter fuori dalla società. Disgraziatamente pochi stati,
la sola Sparta ferse, hanno provveduto così alla pubblica educazione!. Intanto,
mancando i provvedimenti pubblici, ciascuno in privato dovrebbe indirizzare
alla virtù e alla felicità i figlivoli e gli amici. Nella famiglia le parole e
i costui del padre hanno la stessa forza che le leggi e le istituzioni nello
stato; forse anche maggiore, per la parentela e i beneficii onde i figli sono
uniti al padre, per la predisposizione naturale che è nei figli all'amore e
all’obbedienza. L'educazione privata offre inoltre il vantaggio che può meglio
adattarsi e proporzionarsi all’ indole propria di chi si vuole educare. A chi
ha la febbre giova in generale il riposo e l'astinenza, ma a qualche
febbricitante forse non giova, e se fosse medicato nella stessa maniera degli
altri, ne avrebbe danno sicuro. Così egualmente nell'educazione non a tutti è
confacente lo stesso trattamento; a chi uno è confacente e a chi un altro; e
questo fatto d'importanza grandissima l’ educazione pubblica è costretta a
trascurare, mentre invece la privata, per la sua stessa natura, cura
moltissimo. In ogni caso però non è atto all'ufficio di educare questo e quello
in particolare, chi non possieda la scienza dell’ educazione in generale, come
non è buon medico, nè buon maestro di ginnastica a questo e a quello, chi all’
occorrenza non sappia essere tale per tutti, chi non conosca l'universale (è 7ò
2206201 cid62). In altre parole sarà I Eth. Nic. X, 9, 3-13.) PTT di. + -, et
di E° x anvonenizzzienazenioiarazizaneeza) a0eroeanianieneze
innanneananativaneniisaranezaenivaoreraseconesenenezeizeiezassania ria ne stene
ani teneane se educatore privato soltanto chi sarà atto ad essere anche
educatore pubblico, che vale quanto dire reggitore dello stato e legislatore;
perocchè nella piccola vita di famiglia avviene quello stesso che nella vita
più grande dello stato; le pubbliche istituzioni si formano manifestamente per
mezzo di leggi, e sono buone quelle che sono formate da leggi buone; e così
avviene delle istituzioni private. Se è vero che noi diventiamo buoni per mezzo
di leggi, conviene che in genere, chi vuole rendere migliori gli altri, si
faccia atto egli stesso a stabilir leggi (vopoMerizio), cioè sappia provvedere
all'educazione di tutti; avendo le leggi appunto per iscopo la pubblica
educazione, e per mezzo di essa la felicità universale !. Notiamo a questo
punto come Aristotele parlando dell'educazione pubblica e privata, e del
compito dello stato e dei privati cittadini in rispetto alla virtù e alla
felicità, congiunga strettamente la morale e la politica, anzi faccia rientrare
la prima nella seconda. La morale, la scienza dei costumi, vuole formare buoni
i costumi; ma solo le buone leggi possono arrivare a questo risultato, le buone
leggi che reggono la famiglia, e le buone leggi che reggono lo stato. Alla
scienza delle leggi adunque, o alla politica, mira in ultimo la morale. Secondo
il concetto fondamentale di tutta quanta la filosofia aristotelica, che un
termine superiore rende ragione delle cose che gli sono subordinate, e ne
costituisce l'essenza, il principio e la causa, la politica domina la morale e
la fa essere; al di fuori della politica la morale non può essere, come non può
essere l’ individuo che non viva nello stato e per lo stato; la politica sola è
scienza et ramente padrona e sovrana (2uprotzza 421 dog irentovini ). Eth. Nic.
X, 9) 14-17. 2 Eth. Nic. I, 13; 9-19. n ri ME, a Det DEre © ‘\":- è. rmodi
d Va S'è detto che la felicità consiste essenzialmente nell’attività dello
spirito secondo virtù. Ora la virtù non è una sola, ma duc, differenti di
genere. L'anima umana è distinta in due parti, la parte ragionevole e la parte
irragionevole (ad M6yov Eyov zzi 76 Zoyoy), sia che queste siano in realtà
distinte fra loro come le parti del corpo e di ogni cosa divisibile, sia che
siano facoltà d'uno stesso principio, per natura indivisibili (x/©gora
repuzòrz) e distinte solo mentalmente (7 %6y@). La parte irragionevole è
distinta alla sua volta in due; il principio della nutrizione e
dell’accrescimento (7ò zizuv 708 Fpigsola a adtesla.), che è affatto estraneo
alla ragione, e il principio affettivo o appetitivo (tò sruupnrzby zi Gims
dpeztuziv), che: partecipa.in qualche modo della ragione, in quanto può
ascoltarla ed obbedirle, sebbene qualche volta, anzi il più delle volte, la
combatta e 1’ avversi !. A questa duplice distinzione dell'anima umana
corrisponde una duplice distinzione della virtà; vale a dir: alla parte
ragionevole, o alla facoltà della ragione, del x6yo; e, ERE) al "SI eg 5
POTTER Lu PO pi RE gr sunsuzavesaneanianezeza izicazereaza neeanaraniorenasosasa
seneaneaszesiareereaevsiere avepeonzeniscavevitaezzentencosnesasse
nevanveseesuonessee nell’ agire secondo virtù morale. A dir vero però è questa
ultima sola la felicità veramente umana: le virtù che ci procurano questo
genere di felicità non richiedono, per attuarsi, l’opera d'una parte sola
dell’uomo, come il contemplare, ma di tutto l’uomo qual è, composto di anima e
di corpo, di ragione e di passioni; cuvaprapevat Vabtar (Qi dperat) nai ot
meleci mepi cò cbvdeToY dv slev: al dî Toù cuvétov doetat. avbpwrizai 1,
D'altra parte l’uomo è di sua natura essenzialmente sociale (best rolrizdy d bp
mog)?, e, come tale, non è la vita contemplativa che gli appartiene in proprio,
ma la vita in comune, la vita delle mutue relazioni. Abbiamo cercato di riassumere in un’
esposizione chiara ed esatta la dottrina di Aristotele che riguarda il bene
sovrano, e nulla abbiamo trascurato che possa metterla in piena evidenza.
Perfino i dubbii, le oscillazioni, le difficoltà d'ogni maniera non saranno
sfuggite svdtyerai alavariler val mivaa moreÙv mods 7ò Civ zaràmò pdrteTov Toy
ev ast ci ip nai 76 Ga parpòy Sett, duvduet UIÙ TULOTATE TIRÒ PINIOY TATO
UrEpSY et Sotzie d' dv zal siva Eaaetos ToÙTO, l'etmep ed zUpioy al Auetvoy
XTOTOY oùv. qivora) do, ci pin Toy adtod Blov aipotto KARA Tivos HIM 0U. cò
Neybéy ce TipOTEpOY dppuboer xal vv. TÒ Yip olzziov Sudato Ti pioer vpdriotoy
mai BÒetoy tou indoro. nai tò Ibpoto dh d nerd dv voùy Bitos, strep TobTo
padota avblporos. sobros dox 2 ebdaruoventaTOs. 1 Eth. Nic. Eth. Nic.
BPPPRPTITTTTLITIOLLALI ME Lon a chi ci abbia seguito attentamente. Diciamo
oscillazioni e difficoltà, e non a torto, perocchè, mentre nel primo libro
dell’ Etica, e nei successivi, Aristotele ci dice esplicitamente che la
felicità sta nell’ attività pratica, e non parla quasi affatto di attività
teoretica, nel libro X invece, nel quale ritorna sulla trattazione della
felicità, quasi volesse completarla e darle per così dire l’ ultima mano, la fa
massimamente consistere appunto nell'attività teoretica; perciò l’ intimo
pensiero suo non ci si amente, e indarno ci sforzeremmo svela abbastanza chiar
a volerlo penetrare. La vera felicità sta nel contemplare o nell’ agire? A
questa domanda la risposta d’ Aristotele non è categorica in nessun luogo. C'è
anche qui, in morale, quel contrasto fra l'immanenza e la trascendenza, che è
la nota caratteristica di tutta quanta la filosofia aristotelica, e per cui
abbiamo in psicologia il dualismo fra n00 altivo € passivo, il dualismo fra
materia e forma in metafisica, e nella fisica quello più stridente ancora fra
finalità intrinseca ed estrinseca, fra cielo e terra. 3 Ecco infatti quale
potrebb' essere pressa poco la risposta d’ Aristotele. Se luomo fosse una forma
separata dalla materia e risultasse solamente di ragione e di pensiero, non v'
ha dubbio che il bene suo, la sua felicità starebbe appunto nell’ esercizio di
questa ragione e di questo pensiero, nel contemplare. Siccome invece risulta di
anima e di corpo, è cioè naturalmente un composto (cbderov), dell'uno o dell’
altro dei due principii presi separata mente, sta nell'azione combinata di
tutti e due, nella subordinazione dell'elemento inferiore al superiore, della —
| passione che è propria del corpo, alla ragione che è — | propria dell’ anima,
in una giusta misura della passione, pic che è poi la virtù morale. Ciò però
non impedisce n dona ) i è MR e se a sua felicità, più che stare nell’ esercizio
| Liz emerson e pata l’uomo possa, anzi debba aspirare a una felicità
superiore, alla felicità che dà l’ esercizio della ragione, il contemplare la
verità. Tutto ciò ch’ egli è dipende in ultimo dalla ragione, :da questo
principio divino, ma umano anche, poichè si trova nell'uomo e ne costituisce
l’essenza; perchè adunque gli dovrà questa vita puramente razionale, questa
felicità della contemplazione essere contesa? Certo solo Dio |’ attuerà
completamente, e l’uomo in parte soltanto; ma non si neghi per questo all'uomo
di rendersi quanto più può simile alla divinità, d’innalzarsi, per così dire,
sovra la sua stessa natura. Ma se questo è veramente il pensiero d’ Aristotele,
perchè la critica sua contro la dottrina di Platone? Anche Platone aveva ammesso
che la felicità sta nella contemplazione, nella contemplazione dell’ idea del
bene. L’attività teoretica d’Aristotele è forse diversa sostanzialmente da
questa contemplazione platonica? Anche a lui adunque si potrebbe rimproverare
quello ch’ egli rimproverava al suo maestro, che di nessun giovamento è questa
contemplazione nella pratica. Si dirà che Aristotele è giunto alla
contemplazione solo dopo aver concesso un largo posto alla pratica? Ma neppure
Platone ha trascurato la pratica; basta a provarlo la teorica, per tanti
rispetti ammirabile, delle virtù morali, che troviamo nelle sue opere. Del
resto l’attività pratica e l’ attività teoretica pro ‘poste egualmente all’uomo
da Aristotele, segnano. bensì un dualismo, ma non tale che non possa in qualche
modo ricondursi all'unità. Il bello morale, l'ordine e la misura in cui
consiste, la ragione che è causa di quest ordine e di questa misura, la virtù
morale, sono cose tutte quante umane; mentre invece la sapienza speculativa, il
pensiero puro, l'intelligenza sono cose trascendenti e divine. E tuttavia come
s’' avvicinano l’ una all’ altra ce, queste due specie d’ azioni che paiono
così distinte! La vita pratica che sembra dapprima propriamente umana, trae
dall'ideale divino la sua ragion d'essere e il suo principio; la vita
speculativa che sembra puramente divina, conviene in una maniera propria ed
essenziale all'uomo. Ci sono dei casi nella vita in cui l'uomo ol trepassa, per
così dire, se stesso € giunge a un così alto grado di virtù, che solo parrebbe
vi potesse giungere Dio; ci sono dei casi di virtù eroica, sovrumana, in cui si
potrebbe dire dell’uomo quello che Priamo diceva di Ettore « non sembra figlio
di un mortale, ma di un dio »!. In questi casi la giusta misura che è il
carattere del bello morale, e che è voluta dalla ragione, parrebbe dimenticata;
e tuttavia è ancorala ragione quella a cui si obbedisce, sono ancora i precetti
suoi che vengono eseguiti; perocchè è proprio della natura dell’ uomo ele‘varsi
al di sopra di se, e con una beltà morale superiore accostarsi a Dio, e
diventare divino: uomo divino dicevano gli Spartani l'eroe ?. Così egualmente
la contemplazione è una perfezione superiore, una perfezione. divina; e
tuttavia all'uomo è dato questo privilegio; la sua stessa natura lo vuole. Potrebbe
l’uomo vivere della vita pratica e morale, se non fosse atto ad innalzarsi x
fino al puro pensiero? Il pensiero è come l’ ideale della vita pratica e
morale; si potrebbe anzi dire che questa si assolve tutta nella ricerca di un
tale ideale. Non si ottiene mai perfettamente, non giunge mai il pensiero a
riposare completamente in se stesso? Ma non meno per questo l’uomo ha bisogno
di attingervi un principio che vivifichi tutte le parti del suo essere, a cui
possa ricondurre le sue azioni, e in cui, se non sempre € 1 Eth, Nic. Eth. Nic.
completamente, qualche volta almeno riposi. Il pensiero è per l’uomo il punto
da cui tutto parte e in cui tutto ritorna!. C'è poi un luogo della Politica, in
cui si direbbe che Aristotele si sia proposto di togliere addirittura ogni
contrasto tra la prazica e la /eoria, tra l’azione e il pensiero, e di mostrare
anzi che la vera vita pratica, se la intenda bene, è la contemplazione
medesima. « Se si deve, dice Aristotele, riporre la felicità nel bene operare
(civ sbdauorizi ebrpatizv Darty), vita migliore e per la comunità civile e pel
privato cittadino sarà la vita pratica (z%ì zowf aéons rido: dv sin al a!)
Enastoy dortos Bios 6 mpzzrizis). Ma, soggiunge egli tosto, non è necessario,
come credono alcuni, che la vita pratica si svolga in ona ad altri (2% 76v ATO
obr Guorynaloy sivz Trobs Ertpove, naldrzo otovizi ces), e che fra i peusieri
quelli soli sieno considerati come pratici che riguardano i risultati
dell’azione (obdì 7% 3 deavotag si civar uova TRÙTAS TOUKuude 7% TOY UTOGLNONTOY
bg yiponevzz è% Toi rpdrten). Pensieri pratici sono molto più quelle
contemplazioni e quei pensieri, che sono fini a loro medesimi e si vogliono in
grazia di se medesimi, (2% 7oid uamdov 7% 2broTeAÌ; uu ads abito Evedz Ismpix
DI) n ». Spiega poi Aristotele come, nelle azioni esteriori, quelli agiscano
massimamente che coll’intelligenza e col pensiero le dirigono e ne sono
gl'inspiratori, quasi architetti che presiedano alla costruzione degli
edificii. Così non converrebbe chiamare inattiva una città, che vivesse per
così dire, assisa in se stessa, in un pacifico riposo: avrebbe sempre una vita
interiore feconda e bella. Dio stesso e l’ universo non hanno una vita
meravigliosamente bella ed attiva, Le belle osservazioni di Ollé - Laprune op.
cit. p. 171-174 2 Polit. af Nidi, bisi cui 6 Ariani INI st eis PR Lie SIN La
ILA Se RE eee n LT, a " ancorchè alla loro azione intima non si congiunga
alcuna attività esteriore! ? Evidentemente, come si notava dapprima, l’
attività pratica per eccellenza è qui la contemplazione. Il pensiero ora ha per
oggetto un diverso da se, ora se medesimo; ora s'applica a ciò che risulta
dall’ azione che esso inspira e dirige, ora non ha alcuno scopo estraneo: e
tuttavia è sempre il medesimo pensiero (0empiz), ed è sempre azione (7pà44).
Pratica e teoria sono adunque la medesima cosa; anzi in quella maniera che
Aristotele in questo luogo chiama xp l’azione trascendente del puro pensiero,
noi potremmo chiamare 0empix l’azione pratica ordinaria quando fosse
disinteressata. Il disinteresse pratico è analogo al disinteresse speculativo.
Nell’uno e nell'altro caso è l’azione in se stessa che è presa per fine;
nell’uno e nell'altro caso il pensiero è indifferente ad ogni fine estraneo, e
non vede che il bello o il bene morale da una parte, il vero dall'altra. Si
opera il bene per il bene, si pensa per pensare, ecco due azioni intimamente
connesse fra loro! Il piacere che s'accompagna a queste due azioni nasce dalle
azioni medesime prese per fine, td #dsws Svepyeiv... dp Goov 7oÙ Sa aélovs
Spammetai ®. a Intesa e spiegata così la dottrina di Aristotele che i riguarda
la felicità, si vede sparire affatto ogni dissidio; ! Loc. cit. ‘Il yàg
sbroakia aEdoc, ate val TPU; tie pedi o dè nai TpueTe Vene vupiws ai T6v
twrepizsiy modici mods Tate diavotare doyirentava. VAINA pihv oddî drpazteiv
DANA nalov Tac nell’ nità TONELS Idpupsvas zai Giv oto TPONPAVEVAG... ‘Opotos è
ToùTto Urdpyer nai val Evds brovodv civ IeoTOV TYLONI Yo %y 6 0edc or vado vai
mis è nbcuas sis oùz cio ibotepmai pater TINÙ TU OMnelas TU AUTO. Eth. Nic,
Ollé-Laprune. r,;sper. eeats.7 pe 5 ? v, n 9 e contraddizione fra il libro I e
il libro X. della, Nicomachea; anzi il libro X apparisce, com'era nel pensiero
d’ Aristotele, un complemento necessario del libro I. D'altra parte chi non sa
come Aristotele, definendo nel I libro la felicità azività dell'anima secondo
virtù e, se sono parecchie le virtù, secondo l'ottima e la più perfetta (cò
dbpozivov dyabov duyzio Sviofera yen var dostuy, ei dì ristoro zi apetat, 427%
Thy dplornv nol tedeworden) *, facesse fin d’ allora prevedere che l' attività
teoretica, la contemplazione, sta sopra a tutto, e che: di essa pure conveniva
parlare dopo aver parlato dell’attività pratica? — L'attività teoretica poi è
uno dei tratti caratteristici del popolo greco, specialmente dell’ ateniese.
Non esaurirsi per modo nelle necessità della vita giornaliera che non rimanga
un po’ di tempo da consacrare agli esercizi geniali dello spirito; conservare
la padronanza di se anche nelle occupazioni più serie e gravi della città e
dello stato, e in ogni caso assicurarsi un ozio tranquillo (7704) per
raccogliersi e meditare; sprezzare le arti serviti e meccaniche perchè tolgono
allo spirito la sua libertà e l'umiliano; discutere dei grandi affari dello
stato, ma spesso. anche per semplice amore della discussione e per mostrare
parola ornata e ingegno pronto e vivace; fare dell’arte un'istituzione che vive
nel popolo e per il popolo, e alle rappresentazioni drammatiche tutto il popolo
accorrere, e la lirica cantare fra il suono e la danza, c pendere estasiato
dalle labbra dei rapsodi e degli oratori, e i filosofi suoi, rapsodi alla loro
maniera, seguire con amore, e ascolne e incoraggiarne le dispute e sentirsene
attratto, come da una segreta magìa, a cui l’anima non può resistere, ia 1 Eth.
Nic. I, 7; 15. 2 Platon. Phedr. 261 A. DNTI GAETA enne II . ecco ciò che
distingue il greco, specialmente il greco d’Atene. E in tutto ciò non è in
fondo altra cosa che il pensiero che ama godere di sè stesso, che considera questo
godimento come la cosa più liberale e più nobile, che in questa libertà e
nobiltà si sente divino. «rXosopodp.ey èvev padaziz, amiamo la sapienza senza
mollezza, dice Pericle in Tucidide !; e queste parole sono come la sintesi di
quella splendida vita greca che mette in cima a tutto i virili esercizi del
pensiero, le gioie profonde dell’arte, e nelle agitazioni della vita pratica e
nelle tempeste stesse della guerra aspira al riposo, alla calma serena ec
feconda dello spirito, modeuov uèv sionvas y%pW, acy ori dì Tyorte, % d
dvavziia 1 YenTi TV AAIOY Evezev È. Ed orà ognuno avrà potuto notare come un
progressivo avanzamento nella nozione aristotetica del sommo bene, o della
felicità. In basso i beni inferiori, i beni del corpo e di fortuna; in alto il
pensiero puro, la virtù dianocetica; a mezzo la vita pratica, la virtù mo-.
rale. L'uomo è fra due, fra Dio e il bruto; al di sotto di lui c’ è la regione
del bruto, al di sopra la regione di Dio; egli tiene dell’ uno e -dell’ altro.
Le esigenz e molteplici di questa multiforme natura devono TA tutte
soddisfatte,. perchè s'abbia il bene umano; ma devono A Csa E . Ro ‘a "o:
DR fia ; i ” riferito per intero: ’ Iugaviterv dè Dozer zat 5 gidos, ETspos dv
TO5, . 3 O 0 3) A N 11 e eta x 0N4405, OÙA OÙUGAY ay alòv chv Adovhv ©
drzpooovs stòsr' 0 pev » . DS va - Na PLS 3, - \ ap mods Tapabov bpidetv dozet,
6 dì 7pùs A00vAY, usi TO psv . . ne e s n ta », bverdletar, dv d' trauvolon ©
pds E7sp4 OuiowvTa. oùdete Rada ; 73 2 dv Morro Civ maidlor divorzi î/0y de
Blov, “i dopevos to È ; È OS E ole Td madia 65 olov Te puaiota, ovdî yalorw ov
ci TY, alc ytotoy, undérore pino Intniiva. mepl TONa Fe cT0vdhv movnozipe) dv
val eÌ undenay èruosoo. "Adovny, viov 6p%y, pywnuoD ’ Lita ER A [ui f
yevsty, sidsvai, Tdg dostde tyew. si Ò' 36 dvdeftns EmovTaL FOTOS dova, obdiv
dizotper SMolueha yo dv cade nat cl ud yivovra »n_Y n %, e mo aUrtiv Adovn. chi
non si compiaccia dell’ operare virtuosamente e provi in ciò fatica e dolore!.
Ma, più che in altro, l'analogia fra il Kant e Aristotele è notevole nella
teorica del bene sommo. Il bene sommo per Aristotele sta nel completo
svolgimento della natura umana; la felicità è identificata con la eccellenza e
la perfezione, che suppone la virtù, la virtù morale propriamente detta e la
sapienza. Pel Kant il bene sommo sta pure nell’unione della virtù colla
felicità, nell’ accordo della moralità coll'ordine dell’ universo; cioè ancora
nel perfetto svolgimento della natura umana, fatta per essere buona e per
essere felice. Il regno dei fini, di cui parla il Kant, in cui virtù e felicità
s’ accordano, in cui le esigenze della legge morale sono per quest' accordo
completamente soddisfatte, è la vita eccellente e felice, di cui parla
Aristotele; vita secondo il migliore e il più elevato dei principii che sono
nell'uomo; vita che è ad un tempo virtù perfetta e perfetta felicità, il bene
sommo in una parola. I due filosofi s'accordano poi anche nell’ammettere che il
bene sommo, nella condizione in cui l’uomo è, è piuttosto un ideale che una
realtà, a cui aspira incessantemente la volontà, ma che i nostri sforzi non
riescono mai ad ottenere completamente. i Del resto non si tema che, per la
smania dei raffronti ad ogni costo, noi vogliamo disconoscere le serie
differenze che pur ci sono fra la morale del Kant e la morale d’ Aristotele.
Prima di tutto il concetto del dovere pel dovere, anzi lo stesso concetto del
dovere; l’esclusione totale di ogni elemento egoistico dalla determina zione
delle nostre azioni; il più assoluto disinteresse, fondamento unico dell’ operare
virtuoso; la purezza Eth. Nic. insomma della morale Kantiana, siamo ben lungi
dal trovare in Aristotele. | In Aristotele, come già s'è osservato, la felicità
s'identifica bensì con la virtù nell’ unico concetto dell'eccellenza e della
perfezione dell'umana natura, anzi la virtù si considera qua e là come
desiderabile in se, anche senza la felicità che le va unita; e tuttavia è pur
sempre la felicità che tiene il primo posto, tanto che si può riguardare la
virtù come un mezzo a conseguire il bene sommo appunto nella felicità. Nel Kant
invece virtù c felicità s' uniscono bensì, ma non s' identificano; la virtù è
l'elemento primo e fondamentale del bene sommo; la felicità è dipendente da
essa e ad essa proporzionata; virtù e felicità, secondo il Kant, stanno fra
loro nel rapporto di causa ad affetto. E la legge morale che vuole che alla
virtù tenga dietro come compenso la felicità; ma ciò che ha vero valore è la
virtù, il bene morale, la volontà buona; è questa il bene supremo !. Ma una
differenza anche più sostanziale fra i due filosofi è la seguente. Mentre in
Aristotele il nesso tra virtù e felicità è un fatto, poichè queste
costituiscono in fondo una medesima cosa, non dandosi alcun genere d'attività,
a cui non s'accompagni un piacere corrispon= dente; e perciò, quando la fortuna
non sia avversa, l'ideale del sommo bene, se non sempre e totalmente, in parte
almeno e di tempo in tempo, agli uomini amici della virtù è possibile attuare
quaggiù; nel Kant invece quel nesso, Non bisogna confondere, nella teoria
CRITICA, il bene sommo col bene supremo. Bene supremo, come risulta dal primo
capitolo della:Fondazione è la virtù, il bene morale; bene sommo è invece il .
bene che in se li comprende tutti, il bene perfettissimo, che è la somma della
virtù e della felicità, Cfr. Cantoni, Emanuele Kant vol. II, p. 172. ber
"d . cage foi e. ONT sein Rei ME a SA anzichè un fatto, è un diritto; il
diritto del bene a un compenso, il diritto della virtù a non essere sacrificio
e dolore sempre. Ma un tale diritto, cioè un tal nesso necessario tra la virtù
e la felicità, è vano sperare che si attui nella vita presente, sebbene in
questa si compiano le azioni rivolte a tale scopo: le leggi del mondo sensibile
e fenomenico vi si oppongono; solo in un mondo noumenico, avrà luogo. Il bene
sommo perciò è pel Kant intimamente connesso colla vita futura e con Dio; per
Aristotele invece è affatto indipendente e dall’una e dall'altro. La legge
morale secondo il CRITICISMO prescrive | attuazione del sommo bene; ma occorre
a tale scopo che il primo ed essenziale elemento di esso, che è la moralità,
consegua il grado massimo, la santità, che è il pieno e perfetto conformarsi
del volere alla legge. Questa perfezione morale assoluta, però, l’uomo non può
conseguire in un tempo finito, come la durata di questa vita: essa suppone un
progresso continuo e indefinito; e quindi, nella esistenza della persona
morale, una durata egualmente continua e indefinita. Solo a questo patto, al
tipo di perfezione, all’ ideale morale, che è la santità, l’uomo potrà
indefinitamente accostarsi. La credenza nell’immortalità dell'anima è perciò
secondo il Kant, una conseguenza necessaria della legge stessa morale, che ci
ordina di aspirare alla perfezione, come allo scopo necessario della ragion
pratica. Ma il bene sommo ha due elementi, la virtù massima e la massima
felicità. L’immortalità dell'anima rende possibile il primo: come si otterrà il
secondo? 0, meglio, come si otterrà che al primo si connetta il secondo? Questa
connessione, quest armonia dei due elementi non è possibile che per mezzo di un
Essere, che. abbia la potenza di stabilirla, abbia un intendimento morale e sia
fornito d'intelligenza e di volontà. Solo questo Essere potrà connettere la
natura colla moralità, anzi sottomettere la natura alla moralità. Così la
credenza in Dio, secondo il Kant, è necessaria; e quando si tolga questa
credenza, converrà anche rinunciare alla speranza del sommo bene, che pure la
ragione pratica ci presenta come lo scopo necessario della nostra attività e
della nostra esistenza. In Aristotele l’esplicamento dell'attività razionale
perfetta, la contemplazione pura, in cui sta il bene supremo e la suprema
felicità, richiede egualmente i due postulati dell'immortalità e di Dio? } Che
Aristotele, nel libro decimo specialmente, parli di Dio e d'immortalità, che
inviti l’uomo ad aspirare all'alto, al divino, all’ immortale, oltrepassando
per quanto è possibile la condizione umana; che una certa aria di misticismo
spiri, per così dire, dal libro decimo, è un fatto che non si può negare. Ma di
Dio nel libro decimo si parla come d’ un ideale, a cui si deve mirare di
continuo, come dell'Essere che attuando in se la felicità perfetta, che è la
pienezza della vita contemplativa, e avendo in se in grado eminente e perfetto
l elemento più nobile che si trovi nell'uomo, la ragione, merita perciò che
l'uomo si studii d’imitarlo e d’innalzarsì fino a Lui: non mai però se ne parla
come della causa da cui dipenda la felicità, come dell’ Essere che voglia
premiare la virtù !. Il Dio d’Aristotele è un Dio metafisico, press'a poco come
il vods d’ Anassagora: esso Eth, Nic. X, 7; 8-9 e X, 8, 6-8. ATC per Sti ha è
mero pensiero teoretico mancante di volontà, e privo quindi di una vera e viva
personalità; è piuttosto un concetto che una persona. - Dare a Dio gli
attributi della persona pare ad Aristotele abbassarne la maestà e accostarlo
all’ uomo, farne anzi qualche cosa di sostanzialmente identico all’ uomo. E
Aristotele respinge risolutamente l' antropomorfismo, che dimentica
l'eccellenza della natura divina, e attribuisce agli dei una vita che non
differisce molto dalla nostra !, quasi fosse l’uomo la parte più eccellente
dell’ universo. Per paura dell’ antropomorfismo egli non vuole ripetere con
Platone che Dio sia l'organizzatore dell’ universo, respingendo come indegne
della divinità tutte le imagini che, a rappresentarla, si prendono a prestito
dall’operare umano ?; e nella cura gelosa che ha della purezza dell’
intelligenza divina, per poco non le toglie la conoscenza dello stesso universo
8. Certamente la divinità agisce nell'universo e nell’uomo; certe disposizioni
felici che preparano alla virtù e alla saggezza trovansi in noi per divine
cagioni, 0elas aîtias 4: l’ universo tutto quanto si spiega per una intima
azione divina”. Ma quest'azione è differente dalle azioni ordinarie; non c'è
qui ne opera, nè ope Metaph., $; Polit. , 1252b. Eth. Nic. X, $, 7. 5 Metaph.
XII, 9. Kzt *j&p ph og%v îvix noelttoy © 0o%v. + Eth. Nic. X, 9, 6. 70 sèv
oùv ci giri LI LA n ‘ QUrems Fiv de dz E) vipiv Srrzoyer, DIAZ dix Tivas Veius
nitiu mots dis dinboe sdrvyéow Urdpyer. " b IT. POI O ti $ Metaph. °Ez
towòrne “ae Hora Ò . 0, odpavbs vel + gia. De Coclo I, 4, 2712 32. ‘O eds 2!
nei i IG oUdèv pataiv roroiar. Oecon, , 13436 26. giro vi mpoWzOv4pnmar bTd 79d
Metoy Snztepov di pbos. Uorsoraeaseronisenazioni ivsanasanii
nvansuninaaionniseenaeeresione sunsrnarezioneerez a tesneszena near
nsanesaraeannasanesanezazeereneeccvarieniesnanivetete ratore, non c'è governo
simile a quello che si riscontra fra gli uomini, nulla è qui fatto, nulla
conservato !. La cura dell’ universo e delle cose umane, nel senso in cui
s'intende comunemente, non può convenire a Dio che non è l’autore delle cose, e
che non può occupare di questi oggetti inferiori il suo purissimo pensiero:
questa cura importerebbe, se non un turbamento, un cangiamento e un movimento
sicuramente, un passaggio da ciò che non è a ciò che è, un progresso dalla
potenza all'atto; il che sarebbe indegno di Dio, che è atto puro e che è
immobile. Il rapporto fra Dio e l'universo è . semplicemente un rapporto di
finalità; Dio agisce sull’universo, perchè è il fine che attira tutto a se, è
il primo motore immobile (eros vuvody artyizos). Perciò nessun legame
propriamente morale e religioso fra Dio e l’uomo: Dio non è il padre degli
uomini come in Platone; non è buono, non è giusto, non assicura alla virtà le
ricompense future, non infligge al vizio e al delitto i castighi meritati 2; il
Dio d’ Aristotele è nelle altezze serene, ma fredde del pensiero. Per verità
Aristotele parla della riconoscenza che gli uomini devono ai beneficii divini
3; ma, oltrechè ne parla per incidenza, e come per far meglio comprendere la
riconoscenza che i figli devono ai genitori, gli è certo che, nella sua
dottrina, la divinità è bensì causa d'ogni bene, e tuttavia non è essa stessa
benefica. Parla anche Aristotele d'un onore, d'un omaggio, d'un rispetto
ch'egli chiama 7, dovuto alla divinità4; ma anche di | Eth. Nic. X, 8,7. 76 dè
Cove (020) 705 Ter TEL dPa0Y= | LA ù uévov, Emi dè uadiav Tod note ni \cimerat
TAN Neoplz. 2 Vedi specialmente il Gorgia € la Repubblica di Platone. Eth.-Nic.
Eth. Nic. IV, 3; 10; VIIL 9; 55 VII 14, 4i IX, 2, 8. 0/4» arl ente TILNR CTZ
LATER RI IR LL i'Rie SOSSIRORE SE RESESTRE TI CS VADO ser COCO PETOSII OLI
SISIFI PePSPS Ire tcE te TITSII EVI to reno rai e eva questo parla per
incidenza e. alla sfuggita, senza punto curarsi di determinare in che cosa
consista. La pietà, sdattaz, di cui troviamo così spesso fatta menzione in
Socrate e Platone, non ha alcun posto assegnato in Aristotele; e s'egli parla
di feste e di sacrificii religiosi che parrebbero come le esteriori
manifestazioni di essa, ne parla o a proposito della magnificenza,
uey6rpere:z!, 0 a proposito della necessità che il cittadino per tal modo si
diverta e riposi; e quindi più propriamente sotto un aspetto dirci estetico od
igienico, che sotto un aspetto religioso e morale. Ogni commercio affettuoso
fra Dio e l’uomo è perciò interdetto nella dottrina d° Aristotele. In un certo
luogo la Nicomachea dichiara esplicitamente che, stante la manifesta e
schiacciante superiorità degli dei sugli uomini, non: è possibile amicizia fra
i primi e i secondi; la troppa distanza nella virtù, 70) didetapz dpertig,
impedisce l’ amicizia *; e la Grande Etica, ripetendo e allargando il concetto
della Nicomachea, afferma anche più esplicitamente che sarebbe strano che
l’uomo dicesse di amare Dio, e che, in ogni caso, Dio non può amare l’uomo 4. E
ben vero che | Etica Eudemia dichiara che l'amicizia che unisce il padre al
figlio è quella stessa che unisce Dio agli uomini, wxtpds z2ì vid 20th N, i
Eth. Nic. IV, 2, 11. “ 2 Eth. Nic. specialmente le parole: ()votzg Te moroivtes
nai mepi adr GUVOdOLE, quà Amovenavtes Tote Veote, nai uicote avarabazio
mopilovies vel dove. 3 Eth. Nic. VIII, 7, 4 4 Magn. Mor. II, 11,6. fori Y%9, ds
oloviat, giix val pds Nedy val T& %buyz, ob oplòs, ahv 2 siva o) tot Td
dvrioietola, dì rebs Vedy ouiz ole dvi onetoa: déyerzt, od’ dios Td grieiv:
Zroroy yÀp dv sta St cu quin ev toy Ala, o onix svrzbl4 masev arersezionicnaze:censazezena
reno zecepana au lusen sshasesed tas tone onsarasenerprooresasaseraonea tenace
cpeseecesessovezievzenivaceosze nt rep 0z0d mods &vporov!, e che la più
alta perfezione morale consiste nel servire Dio®; ma è noto quanto Eudemo,
questo discepolo d’Aristotele, si sia allontanato dallo spirito del maestro,
accostandosi per contro a Platone. % In conclusione adunque' «il Dio d’
Aristotele non : è nè l’ autore, nè il signore dell’uomo, nel senso che Lia
‘renda possibili i sentimenti affettuosi; non è legislatore, 3 non giudice, non
rinumeratore, non vendicatore. L'uomo sa che lo considera, lo vede al di sopra
di tutto in un'alta e serena regione, come il fine che attira tutto, come il
modello della vita perfetta e della suprema felicità. Poi ù lo vede presente
dappertutto; l’azione e |’ irradiamento D; dell’ intelligenza suprema gli
appare come il principio ;9 di tutto; la sua propria intelligenza è ai suoi
occhi cosa divina, divinissima, e perciò è in se stesso e come nel suo proprio
fondo e nella sua propria essenza ch' egli Rei 3 trova Dio. Ma nè nell’uno, nè
nell'altro dei due casi, «“& l’uomo si unisce a Dio con un legame
propriamente 0 he: religioso. Egli non trova in Dio la legge della vita; egli i
non ha giudice, se non la propria ragione, € il suo fine 33 ed È sembra essere
egli medesimo, quantunque in un certo he | —’senso sia quello al di sopra di
lui n°. . n 2006 Lasciamo poi che non di rado nel lizio troviamo È x: i la
tendenza a non distinguere Dio ‘dal mondo, a farne | DE ‘anzi una cosa sola;
l’immanenza del fine nell'universo è e concetto altrettanto aristotelico quanto
è concetto aristo- ‘A telico la trascendenza; sicchè, come osserva |’ Ueberweg,
« resta un certo spazio così per un’ interpretazione I Eth. Eudem. VII, 10, $.
marpos di zi viod vadth “nmeo Neod pds Hviporov ui TOÙ SÙ TOAGANTOG mods cdv
mebovia vat dwg To) gloer dpyovtos Tpds ov Quasi dpyopevovi 2 Eth. Eudem.
. A RR 3 Ollé- Laprune op. cit. p.
202-203. i ora vi "i ve reti ione di preferenza naturalistica e
panteistica del sistema aristotelico, come per un’interpretazione favorevole
allo spiritualismo e al teismo !.v Il divino dentro il mondo e la natura,
pronunciato filosofico, che dovea avere un così ampio svolgimento negli Stoici
da informarne tutta la dottrina, non è senza fondamento che si faccia risalire
fino ad Aristotele. Molto giustamente lo Zeller afferma che la natura nella
filosofia aristotelica sì può definire la sfera dell’interna attività finale 2.
Quanto all’immortalità dell’anima, alcuno potrebbe credere a prima vista che
Aristotele. volesse alludere a questa, quando parlava della via perfetta (Bios
Tide), necessaria a formare la felicita perfetta. Ma è evidente che qualora il
filosofo avesse voluto veramente intendere per vita perfetta l'immortalità, si
sarebbe espresso in modo meno enigmatico, e quel suo concetto avrebbe chiarito
ben più che non ha fatto. Noi già abbiamo detto come è da intendere il Rios
7élevos, © ci pare che non sia bisogno di aggiungere altro in proposito. Il
problema dell'immortalità non è neanche toccato nella Nicomachea. Vi si accenna
per verità una volta là dove è detto che i morti pare debbano interessarsi
della sorte dei loro cari, e si fa questione se essi partecipino, o no, dei
beni o dei mali; ma vi si accenna alla sfuggita, senza dimostrazione o
discussione alcuna, e come per fare una concessione alle credenze popolari 4,
anzichè per una vera e propria convinzione filosofica 1 Grundriss der
Geschichte der Philosophie- Erster Theil- Die aristotelische Naturphilosophie,
Sechste Auflage, Geschichte der Philosophie der Griechen, Zvveiter Thei I,
Zvveite Abtheilung p. 325. Tubinga, 1862. 5 Eth. Nic. I, 11, 1 e 5-6. TIR 1
SARE 4 Cfr. infatti le parole: 7% Sì -6y ITOYOIOY by as vai cv “ x dell'autore;
tanto è incerto € irresoluto il linguaggio che questi vi adopera. Del resto
l'immortalità non può trovar posto Nel sistema d’ Aristotele. E noto che
Aristotele ha fatto distinzione tra intelletto agente, voi: rovnrmds, €
intelletto passivo, vovs malnriés, cioè tra un principio che nell'anima umana
vivifica e informa, e un altro principio che viene vivificato e informato; è
noto anche che il primo dei due egli considera come separato, immisto,
immortale, e l’altro fa perire colla vita presente. In quale dei due principii
consiste la personalità umana? Tutte le controversie del Rinascimento a questo
proposito, provano che una . risposta decisiva a una tale domanda non si può
dare. Ma qualunque potesse essere questa risposta, non sarebbe certo favorevole
all’immortalità della persona; perocchè, anche dato che la persona umana
consistesse nell’intelletto agente, non si potrebbe però da questo arguire la
sua immortalità. Colla vita presente si spegne e; NITTO CRE E LETTA lee TI la
ricordanza, lo dice esplicitamente Aristotele Lee Ù spenta la ricordanza, a che
cosa si riduce l’immorta- A lità dell’ intelletto agente? All’immortalità dir
un prin- DI cipio astratto, indeterminato, del principio dell’ intendere 3 in
generale, all'immortalità d'un principio che manca hi d’ ogni carattere
personale, se è vero che la persona è Si costituita essenzialmente dalla
memoria e dalla coscienza. i Manca adunque nella morale, e in genere nella 5
filosofia d’ Aristotele, il concetto dell'immortalità | della “ì persona:
sebbene non si possa concludere per questo | che il filosofo abbia voluto
negare quest immortalità ; È ? 7A da t è ?aI, v INI ETINTOY dò pèv pindorioby
coptaieola May dordoy qui vera nat mots dota Evavtiov. Eth. Nic. De Anima. Vedi
per tutta questa questione dell’in telletto agente e dell'intelletto passivo De
Anima III, 4, 5, 0. TR et = pai detti pare dà gno vinte, vr rd pa din SERIO
TRENI I ciò non si può dire; convien dire piuttosto col Teichmiller ! che
intorno al problema egli s'è mostrato dubbioso ed incerto. Tolto alla morale il
concetto di un Dio giudice e dell'immortalità, e rinchiuso l’uomo nei limiti
della vita presente, si dirà che non si capisce come possa essere effettuabile
l'ideale di felicità di cui parla Aristotele, in cui nulla dev'essere
imperfetto, ovdîv ap drchég ori Tv ic sbdazovizz: si dirà che non-si capisce
come possano accordarsi: virtù e godimento, se così spesso vediamo la virtù
sofferente; come possa richiedersi quale condizione di felicità una vita
perfetta, {sos 7éAe10g, Se questa è abbandonata ai capricci della fortuna: si dirà
anche che la felicità aristotelica, abbracciando molti piaceri”. è che non si
possono ottenere senza ricchezze, o ottime disposizioni di corpo e d’ ingegno,
o nascita illustre Ecc. diventa per ciò stesso un privilegio solo a pochi
concesso. Tutte queste difficoltà ed altre molte della morale aristotelica
comprendiamo perfettamente; ma comprendiamo anche lo Spirito eminentemente
positivo e scientifico, da cui Aristotele dovea essere indotto a trattare la
morale da un punto di vista: puramente umano, lasciando da parte i rapporti che
la possono connettere con Dio e l’oltretomba; comprendiamo ch'egli abbia voluto
nettamente distinguere le verità della scienza da ciò che è soltanto
congetturabile. « Poichè il suo metodo Positivo, osserva il Ferrari ®, non Poteva
svelare il segreto della tomba, meglio era tacere sulla sanzione oltremondana,
anzichè pretendere di dimostrarla con miti e con fantastiche analogie. Per
Questa tacita risoluzione ci pare ch'egli abbia meritato una volta di più della
Studien zur Geschichte des Begrife. L’ Etica di Aristotele riassu nta, discussa
ed illustrata, p. 334“IC VI diri ra scienza, e che in questa via ben fece
abbandonando Platone. Certo ei mantenne fede, diremo così, al suo programma, nè
dimenticò qui, come non dimenticò altrove, il rigore che un trattato
scientifico esige. Del resto, colla sua dottrina profonda che il piacere è
connesso in ogni caso coll’ atto, Aristotele intendeva a dare all’operare
virtuoso un premio, che non fosse bisogno ricercare. al di fuori. Certo egli non
ha mai detto che la virtù sia premio sufficiente a se stessa; ma la dottrina
stoica che ciò proclamava, non è così distante da Aristotele come può sembrare
a prima vista. Gli Stoici, per arrivarvi, non hanno fatto che svolgere il
concetto del lizio della connessione del piacere coll’atto. Col senso pratico
che lo distingueva, il lizio nota che non si potrebbe chiamare felice, ancora,
un virtuoso a cui capitassero sventure quali, ad esempio, capitarono a Priamo
1; ma nota anche che un virtuoso assolutamente infelice non può essere. La
virtù insomma pel lizio era un premio, non certo sufficiente, ma premio pur
sempre a se stessa. E per ciò il bene umano, td dvbp@rivoy 206, non era
necessario ricercare al di non della vita, e aspettare come premio dalla divinità:
la vita presente poteva darlo, sebbene non perfettamente. Per tal modo la
morale avea in Aristotele un dominio proprio, indipendente e dalla mortalità e
da Dio medesimo. i Kant, quando stabiliva che la legge morale è obbligatoria
assolutamente e per se medesima, e non abbisogna quindi di nessun principio,
neppur di Dio, per valere; quando afferma che la legge e il dovere è il più
alto concetto della filosofia pratica, e che il concetto E mibiierm Liste. Cral
rt rio A it gli a pet LAS NE IRE II 4, | ICI sia ‘bo Eth. Nic.; e I, 10, 12-14.
2 Eth. Nic., € 13. ENolioiiaoi pescesaieeressiepesenesareeeeseece, A DI iii mt
sino lo fa oramai senza fatica e quasi senz’ accorgersene. Non basta fare le
cose dell’arte, per essere artista, ma bisogna anche farle artisticamente; e
così egualmente non basta fare azioni virtuose per essere virtuoso, ma bisogna
anche farle virtuosamente!. Ma questo paragone della virtù all’ arte, se qui fa
al caso nostro, non si può accettare sotto altri rispetti. Poichè per l’arte
non si richiede che l'artista sia disposto in una certa maniera. Un’opera
d'arte è un’ opera d' arte indipendentemente dalle intenzioni buone o cattive,
dalle disposizioni d’ animo di colui che l’ ha fatta. Essa ha il pregio in'se
medesima, non fuori di sc. Invece non è così della virtù: la virtù è cosa tutta
soggettiva; perchè un’ azione sia ad essa conforme, non basta che sia fatta in
una certa maniera, non basta che abbia un pregio in se stessa, indipendentemente
da colui che l’ha fatta; si richiede per contro che appunto colui che l’ha
fatta sia disposto in una certa maniera. Senza questa disposione intrinseca di
chi opera, l’azione avrà tutte le apparenze della virtù, arrecherà anche i
vantaggi che suole arrecare la virtù, ma non sarà però virtuosa. E la disposione
intrinseca di chi opera sta in ciò, che questi conosca l'atto da farsi e'le sue
circostanze, che operi preeleggendo o per volontà libera, a fine d’onestà, o
preeleggendo l’azione buona per se stessa, e finalmente con fermezza d'animo e
costanza ®. Di queste condizioni la prima sola, la conoscenza, ha importanza
per l'arte; 1.Eth. Nic. II, 4,12. È . da O) 4‘ ., . CL) 2 Eth. Nic. II, 4, 3.
7% dî «27% %5 dostàe qIOLEYA 00% TI . î) N N ‘x E dizzioz 1 PASIESZA et DINE)
dn., TOS Èyn, dvazios Ti copgiv: moxrienat, dd val è%I di 9 Ù ì 5; 3: NITTO
negre ERA Sy SS sÒa » 16 een TIZTTOY TOS E/OV TILTTI, TIOTDI PEY E2I Slòw:, Sam
EI, ‘ pZAGE IRE] Dl Ù DINA], Quae spo nsaoduev0I, AI rossonero: dr abrz, 6 dî
colroy uz è Ù ” . DI ‘ bd LA . . Melzio: vl Quesito: Spor rotta. Quello che
dice qui per la virtù invece la prima ha importanza minima, massima per contro
le altre!. Come si vede, Aristotele qui, conformemente alla tendenza già notata
in principio, cerca nell’ intimità dell’uomo, nel mondo riposto delle intenzioni
e degli affetti, la sorgente vera della virtù, Non è all’esteriorità dell’ atto
che si deve badare, ma al suo valore interiore, che gli deriva dalle condizioni
interiori di chi opera. Nell’analisi di queste condizioni interiori Aristotele
rimase insuperato. Non diciamo già che prima di lui non si ‘ fosse visto che il
valore dell’azione sta principalmente în queste condizioni interiori. Fino in
Democrito troviamo via che è il sentimento e non l’azione chie fa buono e
cattivo l’uomo, e si richiede che il male non soltanto non si faccia, ma anche
non si voglia, e. che il bene si faccia per libera elezione, non per la
speranza della ricom- Aristotele, con molta verità, intorno alle condizioni che
deve avere l’azione per essere virtuosa, si.risolve in una critica a quanto
egli dice in altro luogo. Egli afferma infatti (Eth. Nic. II, 2, $ - 9) che le
azioni virtuose che si fanno, dopo acquistato l'abito della virtù, sono eguali
a quelle per le quali quest' abito venne formandosi. Ciò non può essere,
poichè, se si guardi all’azione per se, indipendentemente da chi la fa, certo
essa è la stessa, sia prima, sia dopo l'abito; ma non è già la stessa, se la si
consideri în riguardo a chi la fa: quella che è fatta prima dell'abito non è
fatta con elezione, nè con quelle altre condizioni che deve avere la virtù:
quella che è fatta dopo, invece, ha l'elezione e tutte le altre condizioni che
le si con- “i | vengono. Cir. il bel commento di Bernardo Segni a questo luogo.
i (L° Ethica d' Aristotele, tradotta in lingua vulgare fiorentina et comentata
per Bernardo Segni, Firenze, MDL). 1 Eth. Nic. IT, 4, 3. eds dI #d mà doors Eye
=d psv SNSLI " pazgoy di ubdiv layer, rà d' KNz 0d putglv DIA TI ni
divari. "i ». - C? Ci Urso è4 où TONIAMI TILETEN nd dirzia vai aOpPIVI Fepuviverzi,
è in noi, il dolore che a questo stesso atto s' accom pensa !: € dai Cinici la
virtù non è fatta consistere nel sapere solo, come da Socrate, .ma eziandio
nella forza e nell'onestà del volere; e Socrate stesso, e massimamente Platone,
non trascurano le condizioni interiori della virtù, sebbene, riducendo la virtù
al sapere, finiscano in fondo col negare ogni valore alla volontà. Ma prima
dello Stagirita indarno si cercherebbe un esame rigoroso € completo di queste
condizioni: a lui nulla è sfuggito; principalmente si può considerare un Vero
capolavoro lo studio suo intorno all’ appetito e alla volontà, quali condizioni
dell’ operare, come vedremo in un altro Saggio. I Poichè, come s'è detto, non è
virtuoso se non colui che, essendosi a lungo esercitato ad operare Virtuo=
samente, lo fa oramai senza fatica e senza stento, € quasi senz’ accorgersene ;
è segno che s'è fatto già l'abito alla virtù, il piacere che s' accompagna
all'atto virtuoso compiuto, come d'altra parte è segno che il vizio pagna. Così
chi s' astiene dai piaceri corporei € di ciò sente piacere, è temperante,
intemperante invece chi A prova dolore; ed egualmente chi sopporta cose gravi
cd acerbe e ne gode, è forte, chi se ne addolora vile ?. Ecco qui una sentenza
d' Aristotele troppo assoluta e che non può essere accettata da Aristotele
medesim0: Aristotele infatti ha affermato che è necessario eserci* tarsì ad
operare virtuosamente per diventare virtuosi: © È qui afferma che chi prova
dolore nel fare le azioni virtuose, è addirittura vizioso! Queste due
affermazioni + sono contradditorie. Chi tende e si esercita et diventati 1 2A
bi 5 $ \ DS CIRCA ONESTI RIOO TOR - nie T Hoy ne) 10) Nag VOVAZEW, DI 2h uadi
BI PPICINA = N69 sr i erov rode =) et 2 ; L STOY Fpos TAV MUOLEAY, DI è 3 dp
ooo 2 Eh Nic II, 3; 1. si PETRI EAAZA NZ A RANE A A FARA ETTI ALATI LETIZIA ANI
PAT AT TEN PAT IZ ITA TE PITT ATTENTA rene ravaneniasea serene
ssannarizioninuese.Fuvaseriaeeesazsiesecaece virtuoso, non può non provare
stenti, fatiche e dolori a seguire la sua via, se pure è vero che la virtù sta
essenzialmente nel sacrificio; e dovrebbe essere per questo collocato nel
numero dei viziosi ? Aristotele stesso parlando in un certo luogo dell’ èez74g,
ossia di colui che fa forza a se stesso per esser buono, e che. per conseguenza
opera con fatica e dolore ciò che è proprio della virtù, l’esclude bensì dai
virtuosi, ma non lo mette però fra i viziosi; anzi l’approva e gli dà lode,
come a quello che naturalmente si dispone a diventare virtuoso !. D'altra parte
Aristotele considera il vizio come la malvagità scelta e voluta per se stessa,
non per altro che possa venirne, come la malvagità passata in abitudine, da cui
non sì può più ritrarsi, di cui è impossibile pentirsi, e che quindi è
incurabile ?. Ora come può dirsi aver contratto quest abito proprio colui che
opera virtuosamente, è bensì vero con fatica e dolore, ma collo scopo ultimo di
diventare virtuoso? La vera dottrina d’ Aristotele è adunque la seguente: è
virtuoso colui che gode dell’ azione virtuosa che fa, non è ancora virtuoso chi
sente comecchessia dolore a fare un’ azione virtuosa. Contro questa dottrina
però, per cui la virtù è la moralità passata in abitudine © connessa col
piacere del ! Eth. Nic. VII, 1 specialmente il $ 6. Quello che dicesi
dell’è»uoITEA, SÌ ‘può anche ripetere della z237eptz € di tutte quelle altre
disposizioni che non sono virtù, ma che si accostano alla virtù. 2 Eth. Nic.
VII, 7, 2. 0 péy iù Urrsphodds diozoy Adtov È . DS NI . IAS DI x 0 3a, va0)
brepBoXny vai dik rrooziosawy, dr adrze nai undev dL' Erspoy, ò ci i a a
arobrivov, dnbNaetos, [avdyza “Ro TOsTov uh siva persuedt suziv, Gar! dIvlaros'
6 yd0 WieT4uENI intazog i, Eth. Nic., luogo importantissimo, perchè parlandoci
del divario tra l'intemperant® (&40). ) e l’INCONTINENTE [cf. Grice on
pratical and theoretical akrasia] { gaoxtic), ci parla suo atto costitutivo, si
potrebbe osservare che è troppo unilaterale ed esclusiva. Come? non è dunque
virtuoso chi, pur avendo a lottare contro l’infinità di ostacoli che oppongono
le passioni e gli uomini, riesce a compiere un'azione buona? x E non è
virtuoso, perchè appunto ha dovuto lottare, d ha faticato, sofferto anche, nel
compiere quell’ azione ? 2 O m' inganno, o appunto la lotta, la fatica, il
dolore © affrontato e vinto per amote del bene, costituisce il merito
dell’azione e la virtù; che sono tanto maggiori ì quanto è maggiore la lotta,
la fatica, il dolore. i Ma Aristotele non vuole ancora chiamare virtuoso F chi,
costretto a lottare per fare il bene, è in pericolo Ù di rimaner vinto nella lotta;
è virtuoso solo chi, dopo n un'infinità di battaglie sostenute e vinte, è
divenuto È tale che, per quante opposizioni gli possano venire, non c'è
pericolo che soccomba, le vince con facilità e disinvoltura, esi rimane fermo
ed incrollabile nel bene. Bisogna convenirne; è una concezione altissima €
nobilissima della virtù; soltanto è lecito domandare, se a questo grado supremo
di perfezione possa giungere — l’uomo. E possibile, per quanto ci siamo
abituati @ dominare le nostre passioni, ridurle a un tale stato d’impotenza,
che non abbiano ad opporsi più al nostro. det desiderio del bene, o ad opporsi
così debolmente da a esser vinte colla massima facilità? Ma dato anche fosse I
possibile, certo è che, giunti a tanta altezza, non ci È sarebbe più meritò; il
merito starebbe tutto nella vita: anteriore di lotta e di battaglia. L'autore
della Grande Etica pare abbia vista la anche indirettamente del divario tra il
vizio e la disposizione che non = è vizio, e che pure lo prepara e gli s'
avvicina; o, in altre parole, Cl | parla del divario tra il vizio morale e il
vizio naturale.” Ri VE TT le «dra “ > lo Lara RFGAOI SODA ICI CANI EE PITTI
TIRI IT LOD AI LL difficoltà in cui cadeva la dottrina d’ Aristotele, quando
introdusse una distinzione tra la virtù che si forma e diventa, c la virtù
perfetta; tra la virtù che si può considerare come una laboriosa conquista del
bene, e la virtù che ne è invece il pacifico possesso; e disse la prima degna
di lode (3rxwv:74), perchè, diremmo noi ora, è uno sforzo, e sforzo meritorio;
e la seconda degna di rispetto e di venerazione (7u6v 7). L'uomo virtuoso di
virtù perfetta s'è come rivestito e penetrato della virtù, ne ha preso la
forma, sis #ò ts deerds cyiuz Tae; ma è in possesso d'un bene sovraeminente,
divino, 0zìoy, piuttosto che umano!. di i La dottrina d' Aristotele è adunque,
come si diceva, troppo unilaterale ed esclusiva. Virtù non è soltanto questo
stato di perfezione suprema, accessibile a ben pochi, in cui l’amore del bene e
l’ abitudine al bene è riuscita a soffocare ogni tendenza contraria: virtù è
anche lo stato di chi combatte le prave inclinazioni dell'animo per conseguire
il bene, e lo consegue, malgrado i mille ostacoli che queste gli oppongono. E
appunto il Kant? ripone la virtù nella volontà e nello sforzo di conformarsi al
dovere, quindi nella mo ralità, per così dire, militante; e la distingue dalla
santità divina, sola immune da passioni, € impossibile all'uomo. Il quale
concetto della virtù non è però incon A Magn. Mor. I, 2, 1-2. gr: yàg 7ov
Zy206y TÙ USI GUIA, ) { . Di Poi q Di =} Ò'imavetd... sù dì ciusoy def PR UU
ELI PASTI LI RANA 9 e die AA La to i JI Notisi però che la virtù è bensì
medretà, considerata in se stessa é ne’ suoi elementi costitutivi, .ma
considerata in rispetto al bene, non è wmedretà, ma un estremo, %ag67n Fth.
Nic. èasîvo dI To muoaziolo, : TR I [Sg + i % vprazol negras lito ario
icrierrercreniinntiuirinrinenein certo SEN Mesanuzasiaeoninzenaszanin ata nennr
era viso La diritta ragione, applicata alla vita pratica, procede in modo diverso
dalla ragione speculativa, applicata alla definizione e alla dimostrazione
delle cose matematiche. Queste sono oggetti ideali formati per astrazione dalla
ragione medesima, e, come tali, semplici, immutabili, necessarie. Con, queste,
per conseguenza, la ragione tratta, come si tratterebbe, per così dire, con
persone di propria conoscenza, senza titubanza, con perfetta sicurezza, con
disinvoltura, applicando loro vegole e criterii assoluti, generali, necessari.
Le cose reali sono invece di tutt'altra natura, indipendenti dalla ragione,
complesse, Mutevoli, contingenti. La sicurezza con cui la ragione tratta gli
oggetti ideali, non è adunque più possibile con queste; con queste bisogna
procedere con cautela, con riserva, con riguardi d’ogni genere: i criterii
assoluti, e le formole precise e determinate, e le regole generali, sarebbero
Per queste un non senso. Si potrebbe con una definizione breve e Precisa, o con
una serie di ragionamenti, concatenati gli uni agli altri, determinare la
natura € le proprietà di un corpo organico? Nessun artificio di ragionamento
può divinare la realtà; solo l'esperienza ce la rivela; e siccome non ce la
rivela che in PAITE, siccome in fondo c'è sempre qualche SSPettoro qualche lato
nascosto dell'immenso poliedro, la lagione, aggiungendosi all'esperienza, per
Interpretarla, non può assurgere a concezioni univer sali certe e decise,
rigide e inflessibili. Ciò avviene anche Maggiormente nelle cose plesse e
variabili e Mobili delle c LI ei 4 |, TEpL Tor Toxzrov idro. ni PE II ARS e
0051) 5 È Rare PZATOY ) (Nazi FIT 42I ng CADTOtA costei Mevecli det è sirode
del To): Li - TaoYege =) . TÀ s Dede npaTrOvIZ: 2% mons Tby UO GROTEW, MoTEI
42! îri TRE luomo Ba Li S n SEO, 3 VATOLUATIC Sy nai pula nofepvatiziz. Cfr.
Eth, Nic. . L=. i Ot VE bol. lip” gi i po via CAI Potramaoo ot Pte 1. è «dp
Dati ll” Pi gue è di AI als RIIEZII a = - erecsater nd Pa: c* dim : de, ia Sai
te ara + rasta Corale È PO a sE % conseguenza tanto meno atte ad éssere
conosciute e giudicate con esatezza.!, Si potrebbe anche aggiungere che,
essendo |’ Etica in Aristotele dipendente dalla Politica, e non avendo.
l'individuo valore per se, ma in quanto vive nello Stato e per lo Stato, non
spetta all'individuo stesso provvedere alla propria moralità, e stabilire dei
precetti generali intorno al modo in cui dovrà agire: è lo Stato che pensa a
lui colle sue leggi, con l’ istruzione e l'educazione che sono in sua mano,
colla sua prudenza impersonale. La prudenza e la politica sono un medesimo
abito, io dì uzi 4 olerizà 220 dA Copovnore i abrh FATA osserva in un certo
luogo Aristotele *: il che vuol dire in fondo che non c'è una prudenza
individuale separata dalla prudenza pubblica, e che sebbene d’ ordinario non si
estenda l’ idea di prudenza che all’ operare per rapporto agli individui, non
può l'individuo conoscere il suo maggior bene senza prendere in considerazione
la sua famiglia e la sua città #. A che dunque ‘dovrà la Morale determinare con
precisione i precetti morali, se questo mon è compito suo ? ‘ Non bisogna poi dimenticare
che il tipo dell’ operare c' è in fondo in ogni uomo, se è vero che ogni uomo
ha la ragione: la ragione è l'ideale, a cui si tratta di conformare le nostre
azioni; nella ragione è il primo germe della virtù. Secondo l’ uso che faremo
di questo germe e lo svolgimento che gli daremo, saremo uomini più I Eth. Nic.
V, 10, 7. 70d Y%g doglato» dbp1otos 243 6 RAINON iam, @onep na Tic Acoptas
ginodovtis è porbdrvos IVO! Teos và ò cyhpa coÙ Nilo pertanto: 4ab 00 eva 9
ION, uri cò Vioraua mpds 7% TpX{ATA. 2 Eth. Nic. VI, 8, 1. a Eh. Nic. VI, $, 3.
LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ o meno, chiaroveggenti o ciechi, sani o ammalati, buoni
o cattivi. L'uomo buono è colui che attua perfettamente in se stesso l’ideale
della ragione; perciò è il miglior giudice in fatto di morale, e per se e per
gli altri: egli 5a sa discernere l’ apparenza dalla realtà, il vero dal falso
sp egli è la misura dell’operare, chè in ciascuna cosa è misura la virtù e chi
è buono °. L'uomo buono ha un sentimento giusto, fine, delicato di ciò che è buono
e di ciò che non è tale, come il musico ha un fine senti«G . Mento dci canti, e
si compiace dei buoni, è disgustato n: dei cattivi 8. Può darsi che altri si
compiaccia di ciò che è male, o si astenga, per paura del dolore, dal bello 5,
ma nell’ uomo buono sentimento e ragione _ S'accordano; egli si compiace del
bene come s’ addolore del male; il piacere dell’uomo buono è piacere vero ‘.
Eth. Nic. c: N " E, . ns n GTROVdIA: 2% 44977. voive: dolo.. LI ci . ‘ % e
r fi : i su ev enzoroe Anbis adrù puiverzi.... zi de » o Ni “-}| x x i CAL, ‘
1705 9 STINO 36 AO èv ERIGTORS Dodv, ansi 4AVOY ei Fay i È 08081 Tistoroy . n .
Ù au i SA + Eth. Nic. X, 5, 10. Tz d2 TUÙTO | GRUUÀZIA) ) dura, co cio ì ? RENI
x da n f 1) oÀ LE B. pulveTai “idéz, oùdèv Iauzariv: TO)}%} Yo pliocai val ina:
x i "| di I CANPIOAIONI ovini. i CA . ‘ Nic. Igt Aa av VUTAV TY 22%
dneyouebz. G FK î lare po SIN “ Ta) Eth. Nic. I, S, 10-13. 7oî Me. messo
innanzi da lui come un esempio atto a spiegare î. in qual modo deva la retta
ragione regolare le azioni. fi Poichè in morale non c'è niente di stabile e di
fisso, | EA e la trattazione di essa è per ciò stesso vaga ed incerta, x
Aristotele si propone di venirle in aiuto, cercando d' inÈ dicare in maniera
facile e popolare come deva |’ uomo - comportarsi per operare rettamente®. © —
> Ma in seguito il giusto mezzo non è più un esempio Lic che serva a
spiegare il precetto dell’operare secondo | retta ragione: diventa anzi una
vera © propra dottrina, che Aristotele cerca di stabilire e di provare scientificamente
nel capitolo VI del libro II; a cui conforma la classificazione delle virtù nel
capitolo VII dello stes so libro; su cui insiste e a cui torna ripetutamente
nei due ultimi capitoli VIN e IX. pote i Del resto la medietà non è che la
misura, la misura che la ragione impone all e passioni e alle: azioni, RATTO IA
i rà BEATIOTA TAOARANEÌ. Eth. Nic. I, 13, 15 bplos vd 4Iù ET i i parole det Yeg
2 Cfr. Eth. Nic. II, 2, 1-7. Nota specialmente le . ORO e ENCIO KLLAR Srdo TOY
dany Fois garzone anto 40% DI . 1 ì : de " "© re n i re daga? a i act
e x 282 Ò LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ medietà d’ Aristotele è perciò in fondo la
stessa cosa che la metriopatia di Platone. La retta ragione compie per
Aristotele lo stesso ufficio che il #52, 0 il limite per Platone nel Filedo : V
infinito, 4rexov, di Platone è da trovare, per Aristotele, nelle diverse
funzioni della vita; nel piacere e nel dolore che sono gli stimoli che servono
a conservarla c a propagarla come vita naturale; nelle relazioni della vita comune,
negli onori, nelle azioni, negli uffici pubblici, nelle passioni in generale,
ira, timore, coraggio ccc.!. Così i due grandi filosofi hanno fatto tesoro in
morale di quel precetto che costituisce come il fondo della vita comune del
loro popolo, «ne quid nimis». Il senso della misura e dell'armonia è la
caratteristica del popolo greco in tutte le molteplici manifestazioni del suo
spirito, ed è il segreto per cui ha potuto arrivare a tanta altezza nella
storia del miondo. Platone e Aristotele si son fatti in morale gl’interpreti
del loro popolo. Già anche altri prima di loro aveano accennato a una simile
dottrina. Focilide avea cantato che «la moderazione è ciò che v ha di meglio;
che la condizione media è la più felice» ?: Democrito avea detto che «il meglio
è di serbar sempre la giusta misura; che troppo e troppo poco sono male » 3; ei
Pitagorici, con non diverso intendimento, aveano fatto consistere nel
dezerminato il bene, nell’indeterminato il male; il che Aristotele approva
altamente, aggiungendo, a guisa di commento, che in realtà l'errore è
multiforme e il è 1 Cfr. Eth. Nic. 11, 7, dove si tratta delle varie virtù e se
ne indica la materia. 2 Bergk, framm. 12. 3 Euscb. Praep. Evang. XIV. 27,3. Si
ricordi anche il consiglio ? DA n) di Democrito 1eroroaTi FEsyuoe 4% bio
Cappereta. cammino diritto uno solo, sicchè quanto virtù, altrettanto è facile
il vizio !. Ma nessuno al pari di Platone, di Aristole, clevò a sistema questi
massime sparse: qua e là, ed erompenti, per così dire, dal cuore stesso del
popolo. Ogni moralista accoglie di necessità una materia in gran parte data; ma
è lavoro creativo ed originale il dare a quella materia un fondamento più
stabile e sicuro. Già abbiamo accennato al carattere eminentemente estetico
della Morale d' Aristotele?: la medietà, in cui consiste la virtù, ne è ‘un’
altra prova. La medietà è in fondo nient altro che ordine, misura,
determinazione #; e queste sono qualità proprie del bello. Aristotele, benchè
‘non Ateniese, ha veramente quelL'amore del bello con sobrietà e con misura,
colla chiaroveggenza, che viene da un intelletto nemico d'ogni eccesso, che
Tucidide, per bocca di Pericle, dice essere il carattere dei Greci d’ Atene,
gu)ézz142 UST sdredetag 1 Ma forsechè la virtù aristotelica ha solamente un
valore estetico, € le manca quel non so che di più profondo e più intimo, di
più veramente morale, che è proprio della virtù? Ecco una questione grave che
dev'essere risoluta. fa Se si passassero in rassegna tutte le espressioni che
Aristotele adopera per indicare l'atto moralmente buono, si vedrebbe quanto
siano in gran numero le seguenti: è difficile la e più specialmente precetti e
queste 14. Cfr. anche Eth. Nic. 11, 9. 2 € 7. | Eth. Nic. II; 6; Dig «La
dottrina della felicita nell’ Etica Nico 2 Vedi il Saggio machea di Aristotele
» P: 218-219: een i ) O NI rs vat ig gie AZ Te 4 5 Eth. Nic. II, 6, 11. T9 Òì
bre uu co 945 pds 11590) Discorso di Pericle. XL Soy "on emette voetht s-
32 N} = LX FALGTON, naso EGR The dott. ni vena naù © de, TE vat ole a 41
Thucyd. II, 44; airrrpentini eee een eee ei n; gn arr © 2} 20h, di nIIà TUE,
11100 ivenz, Òid Td 22.0V, Teo: cò sai, AIN Tidog This aperte, poca 22.65, e
simili, tutte indicanti che buono ‘e bello sono la medesima cosa € che il
valore della moralità sta in fondo nella sua bellezza. Ma accanto a queste
espressioni, ce ne sono delle altre, che, sebbene non in così gran numero, sono
però non meno degne di considerazione e di studio. Aristotele infatti dice, ad
esempio, che il temperante ariiypeò ©v dei el ds der, z2ì 672; che non è liberale
chi dona vîc uh Sex ®, o prende per donare G0ey pù det 3; ma invece chi dona
vis det ei dre 4, e prende per donare i0ev der 5; che per la virtù morale è
cosa di altissimo momento ò yzio3ty ois dei zzi unsziv % St 9; che quando
alcuno per una violenza a cui non si possa resistere, compia cose % wi di, è
degno di compatimento; ma però bisogna resistere più che si può, non lasciarsi
costringere a certe cose, îviz d tas olz tatuw ivzyazalava:, piuttosto morire,
%}}% pX}%ov drolvatiov, € morire dopo aver sofferto gli estremi tormenti,
aalliviz 7% damorzzz, *. Altrove poi, volendo determinare quasi il carattere
principale dell’azione malvagia, dice che consiste nello scegliere per
malvagità 00, % dz, pur conoscendo ciò che è meglio, %uewov 8. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic,
Eth. Nic. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Dozodat, Fe 0dy, di abrot roomipriolai e dorata. nai
doldew, dI nor doti yer Femor did vasta Qual è il valore che si deve attribuire
qui alla parola der, e alle altre equivalenti, où îo7w, gravato? Accennano esse
al dovere, all’ obbligazione nel senso kantiano, o anche semplicemente stoico
della parola? Siamo qui dinanzi a quella necessità interiore, @ quella coazione
d’indole specialissima,. che è penetrata nella coscienza per opera, in particolar
modo, del Cristianesimo? Certo, dar significa st deve; MA qui mi pare sia-
piuttosto un si deve di convenienza, di opportunità, di ordine; di armonia, un
si deve estetico, per chiamarlo così, che un vero € proprio si deve morale. Ciò
che si deve fare, per Aristotele, è ciò che è dello fare: ci sono certe cose
che si deve temere € che è dello remere, vin ydig vai dei gopztata va v).61%;
per esser liberali davvero bisogna donare a chi.si deve, quando si deve’, e
dove è bello, dedivar dis Sa al ire, nad 0Ò 4210) 2; sî deve esser valorosi non
per necessità, ma perchè è cosa bella, dzt ÒÙ où di dvegziav deri siva. Dai e
Seni da ha un significato diverso, e più profondo e più intimo, certo è che
Aristotele non s'è curato mai di determinarlo; anzi quando nei Topici * ‘ha
messo New fra le parole che si adoperano in diversi significati, 79)12/05
IEYOUEYZ. ne ha accennato due solamente, quello di utile e quello di bello, civ
sì 76 Òiov tori 70 Guugspo dd IZZO D'altra parte ciò che si deve fare è
prescritto dalla ragione; e le parole che Aristotele adopera per indicare
queste prescrizioni della ragione sono: 9ì095 FR ù 2oryoac plles, è 2byas mpua
Tiara: Ora che valore hanno DEE parole? Indicano forse un comando espresso, che
ObDUB ui ' Eth. Nic. III, 6. 3: 2 Eth. Nic. IV, 1. 17. 5 Eth. Nic. II, 8, 5:
> +11;3,4- agtonnal, > pr E UT IE e ti al pei la volontà, un qualche cosa
di simile all’ imperativo categorico del Kant? C'è in queste parole quel che di
profondo e di intimo, quel che di propriamente morale, che indarno s'è cercato
nel det? Per vedervi tutto ciò bisognerebbe snaturare e falsare Aristotele. La
diritta ragione, osserva con molta acutezza Ollè Laprune, ordina bensì, 7477,
ma si potrebbe dire che « ha meno per ufficio di dare degli ordini che di
mettere ordine. Essa ordina meno all’ uomo questo o quello, che non ordini
l’uomo; non jubet, si potrebbe dire in latino, sed ordinat. Anche quando.
prescrive un’ azione, x606242721, CSsa prescrive piuttosto un bell’ ordine, una
bella disposizione dell'anima e della vita, che non enunci un articolo di
legge. La forma che dà ‘è estelica piuttosto che legale. Essa ordina lo
spirito, il sentimento, assegnando a ciascuna cosa il suo posto, determinando
così fa condotta, molto meno analoga in questo a una legge che comanda, che a
un principio intimo d’armonia. E regolatrice, senz’ essere propriamente
imperativa » ?. Si potrebbe aggiungere che non una volta sola troviamo nella
Nicomachea l’ espressione 5 Ioya: nededar, la ragione comanda, che certamente
non mancherebbe, qualora alla ragione Aristotele assegnasse un Vial diverso da
quello di semplicemente dar ordine ed armonia all'uomo e alle azioni sue * 1
Op. cit. p. 86. 2 Nell’ Eudemia però (II, 3 2) noi troviamo l° espressione Ò
ros ne)evet, la ragione comanda [av 2XGL dì Td IÉGay o) mode uz Remorav 70570
vyda Sor e rota ve)aber vat 6 Idyos È ma, osserva Ollé-Laprune, non certamente
con significazione kantiana, bensì con valore analogo a quello della frase
della Nicomachea Sca 4 tarerzì ve)eber. - In ogni caso non bisogna dimenticare
che l’ Eudemia non è opera d' Aristotele. Il dovere adunque, chiamiamolo pure
con questo nome, e la regola dell’operare hanno in Aristotele sopratutto un
valore estetico; e tion poteva essere diversamente, quando si pensi che manca
in lui anche la coscienza morale. La coscienza morale ? potrà qui ‘osservare
qualcheduno; ma come può mancare la coscienza morale in otte se troviamo in lui
un'analisi così profonda del voloziario e dell’ involontario, se la ragion
pratica vi è considerata come la misura e il giudice del bene, se il sentimento
di piacere che si aggiunge all’ azione compita, è preso come criterio e indizio
dell’ abito virtuoso formato, se è richiesto che il bene si operi per se
stesso, e con fermezza d'animo e costanza, se insomma si tiene un così gran
conto di tutti gli elementi interni, e, chiamiamoli così, intenzionali
dell'atto? E la parola coscienza, cuvzidas, che manca in lui, non la cosa; e
noi dobbiamo tener conto delle cose, non delle parole. La coscienza morale non
è in fondo altro che la legge morale considerata subbiettivamente, cioè la
legge in quanto è giudicata, conosciuta, interpretata, applicata dall’agente
morale: ora non altra cosa è quella che Aristotele chiama retta ragione, 3500:
%6yo; La retta ragione è come l'ideale dell’ operare; ciascuno porta con sè
questo ideale, e chi vi si conforma perfettamente è, per così dire, la
personificazione della coscienza morale. Certo che in Aristotele c'è qualche
cosa che fa pensare alla coscienza morale, che anzi, a prima vista, potrebbe
confondersi con essa; ma o c' inganniamo, o) la vera e propria coscienza morale
manca in lui, 0 almeno mancano in lui alcuni dei caratteri proprii e distintivi
di essa. Coscienza morale non è infatti soltanto la legge morale giudicata,
conosciuta, interpretata e applicata una specie di giudice interno un processo
intorno ai nostri un giudice che ci loda dall’ agente morale; è anche che
istruisce, per così dire, atti e pronuncia una sentenza; È o ci biasima, ci
premia o ci castiga, e traduce in una soddisfazione ineffabile la lode ed il
premio, in un tormento d' inferno il biasimo e il castigo. Fa altrettanto la
retta ragione in Aristotele? La retta ragione giudica anch'essa, ma giudica
alla maniera d’un artista: essa decide che cosa si deve fare per raggiungere l’
ideale, e vede poi se l'ideale è attuato nelle azioni e fino a che punto; ma
l'approvazione 0 la disapprovazione che dà, il sentimento che suscita di
piacere o di dolore, perchè l'ideale è attuato o non è, assomigliano molto più
a quell’approvazione 0 disapprovazione, 4 quel sentimento di soddisfazione o di
disgusto che dà e: prova un artista dinanzi a un’ opera d’arte, dinanzi all
armonia o disarmonia delle sue parti e del tutto, che a un’approvazione 0
disapprovazione, a una soddisfa zione.o a un disgusto d’ indole propriamente
morale. Fu già osservato! che il bene si distingue dal dello massimamente per
questo, che nel bello l'oggetto del giudizio è estraneo e più o meno
indifferente all’ uom0, come sono i colori, i suoni, le parole ecc.; nel bene
invece è la volontà propria dell’uomo, cioè l’uomo | [N x stesso. -In
Aristotele l'oggetto del giudizio morale È bensì l’uomo, la volontà sua, e
perciò non è certo. estraneo e indifferente all'uomo stesso; ma è d'ordinario
così sereno il giudizio che la retta ragione Ne pronuncia, si addentrano così
poco nell’ intimo: dell'uomo l’approvazione o la disapprovazione, il piacere o
il disgusto che ne sono -la conseguenza, che parrebbe SES l’uomo non fosse in
gioco in quel giudizio; dI l 3 Lindner, Lelrbuch der Psycologie al cap. dei
sentimenti morali: o almeno fosse in qualche modo estraneo a se stesso, Insomma
la coscienza morale in Aristotele,-se pure si vuole chiamare con questo nome la
retta ragione, manca di quel che di intimo e profondo, che ne è il ; carattere
distintivo principale, sta, per così dire, alla È superficie dello spirito, non
ne ricerca le intime fibre, 5 e non conosce quindi nè gioie austere solenni pel
bene TM compiuto, nè rimorsi dilaniuni pel bene violato. In o nessun luogo -d’
Aristotele troviamo qualche cosa che © pi possa paragonarsi a ciò che noi
diciamo rimorso, come Sa in nessun luogo troviamo quella che noi econo pace «e
tranquillità della coscienza 1; l’ idea che Aristotele si - SO È fa della
responsabilità interiore, dice anche qui Ollè La | Laprune, è piuttosto
estetica che morale ?. : SUE È Per quanto s'è detto adunque è proprio vero che
TS la virtù in Aristotele ha un valore e una significazione x estetica assai
più che morale. » A non diversa conclusione si può arrivare esami |. mando il
concetto che Aristotele si fa della malvagità e È del vizio. s Nel capitolo 8
del libro V_ Aristotele determina netta- ; È mente le condizioni della
malvagità. Non si dà il nome” di malvagità a un malanno che capiti
inopinatamente, ma02)6f 05; questo si direbbe piuttosto infortunio,
&76yagz; non si parla di malvagità neanche quando un danno. recato ad altri
è bensì conosciuto da noi e noi ne siamo | 4 Per verità in un certo luogo Eth.
Nic. è detto che i malvagi odiano e fuggono se stessi ‘e la vita, e si
uccidono; il che, farebbe supporre che nei malvagi fosse vero e proprio
rimorso. Mao c’ inganniamo, o qui è più che altro l'interna disarmonia e l'in
terno squilibrio, e quindi ancora un qualche cosa di contrario. alla La Le, la
causa dell’ odio alla vità e del suigdio: EI i: ; Tata SIR EESO NIC Del
Fainivissisceteiesrecorssisvossaogiessapesareneone ivo
iovopivoiocenserrenescepnescernnia iii la causa; ma manca da parte nostra il
proposito deliberato di nuocere, manca la malizia; ciò si direbbe piuttosto
errore, dudoTapz. La malvagità esiste quando si fa ‘danno con intenzione, col
proposito veramente di farlo I IAIIION| ada; allora l’uomo dix uoyBngizvh
Piaba, È4 è veramante &dtog; rovnpos, moy0npos |. Conveniamo che un'analisi
più proionda delta malvagità non si poteva dare, nè si poteva meglio mettere in
rilievo la parte che nella malvagità si deve assegnare al volere. Ma in che
consiste in ultimo questa malvagità, questa xzziz, questa uoybnpiz, chè tali
sono specialmente le parole che per Aristotele denotano la malvagità? L'anima
dei malvagi è ) in discordia con se stessa, eruci4ler 2dràv + dz, è detto nel ]
capitolo 4 del libro IX, e una parte s'addolora per astenersi da certe cose, e
un’ altra s' allieta, e una parte qua li trascina e un'altra là, come
lacerandoli e dilaniandoli ?. È il disordine adunque e l'anarchia interiore il
carattere principale del male morale; è la deformità, la bruttezza che da
questo disordine e da quest'anarchia ! Riferiamo l’importantissimo luogo:
&7xv év ody TILLIOOG I DION Yet, arbg apo, dTav dI uh T46AA6YO legge
positiva: alle sue formole brevi, inesatte pel loro rigore medesimo, bisogna
sostituire, nella pratica, il libero e delicato apprezzamento dei fatti, delle
circo- tanze, dei rapporti, senza il quale la morale è una scienza vuota e
falsa, e la legge può condurre a delle vere ingiustizie. La giustizia sociale
dev’ essere corretta dalla giustizia naturale, che con quella deve costituire
come un solo tutto. Ma la giustizia naturale, l'equità, l'imeize, non ha la sua
applicazione che alla giustizia determinata dalle leggi positive? : Il concetto
dell'equità è in Aristotele troppo ristretto. Non soltanto essa corregge le
leggi in ciò che queste possono avere di difettoso; non soltanto fa che queste
s'interpretino con criterii larghi e benigni, e non sì prendano dal lato
peggiore (srì ò yeèsov), anzi si sminuiscano (zero) nelle loro applicazioni!;
non soltanto insomma si estende a quella parte dell’ umana attività che è
regolata dalla legge; ma comprende ogni genere di rapporti che si possono
stabilire fra gli uomini, si estende a tutta la sfera dell’ umana attività. Si
potrebbe dire che ne sia espressione la formola: «Non fare agli altri ciò che
non vorresti fosse fatto a te stesso, » formola larga e comprensiva, suscettibile
di essere applicata a tutto e a tutti, e non soltanto ai casi determinati dalle
leggi. : > tele] . «_» Non daremo ora che un cenno della giustizia pro -
priamente detta, É noto con quanta profondità e verità | Aristotele abbia
trattato questa questione. La dottrina : x x $ lr tata i È, LI dove leggiamo:
Zori dI èmuerzis TO TAPR TOY YEYPHLUEVOV VODOY YA DIZZLOV. i ; «R eRENTO NE, 22
1 Eth. Nic. WN dapiBodizzios èm TÒ % %, Co eipov KAÀ EXaa Dari x ‘ ARE corinbe,
nalmeo Syoy dv vop.ov Bonfov, smueuzig Soru. » della giustizia è, con quella
dell'AMICIZIA [cf. Grice on the aporia], la parte più bella e perfetta dell’
Etica Nicomachea. La giustizia, in un senso larghissimo, è abito di conformare
le proprie azioni alle leggi; ©, siccome le. leggi comandano ogni specie di
virtù, essa è la riunione di tutte le’ virtù, sta nell'esercizio di queste con
rela-. zione agli altri uomini, è il bene altrui, cò dMMorgrov &y200v, p
come dice con frase energica Aristotele !. Ma oltre questo significato generale
e troppo largo e indeterminato, la giustizia ne ha un altro, più particolare,
più ristretto e preciso. Lagiustizia è sovratutto eguaglianza, e siccome
l'eguaglianza può aver luogo nella distribuzione dei beni e degli onori, oppure
nelle transazioni e negli scambi, nella riparazione delle ingiurie, nella
compensazione dei danni, abbiamo due specie digiustizia, la distributiva (qò èv
es dravoads Sizaroy), e la correttiva o compensativa (è èv T-1:-20000 cova pani
dopdriziv) ®. Tanto la prima quanto la 4 Eth. Nic.Vedi specialmente queste
parole del $:17 uri ceto dzioy Dozet siva dizioni uova Tav dpETOY, dui Tpòs
Etepov totlv. i 3: zi 2 Eth. Nic. dì zatà pipos dizzionovag vel zoù nur mothv
duzziov &v per èomw cidos 7ò èv als dzvonale cure 7 yPuuaToy ) s0v ov do
peprotà To LOMavoval'AGiGi moliretzg ( èv Tolto Yip for el dvicoy Eye nat nov
ETEpov Eripov), Ev dì 7ò èv 70 avvale pari Sropeziziv. A torto si chiamò dai
più giustizia commutativa quella che il lizio chiama — ‘correttiva, T6Ò
Sroplworzdy dizzioy, perocchè la giustizia correttiva non si riferisce soltanto
ai contratti, alle permute quali le intendiamo ‘noi, come compere, vendite,
prestiti, garanzie, locazioni, depositi, — mercedi; ma abbraccia anche
moltissimi altri casì di rapporti e di ‘scambi tra gli uomini, come furti,
adulterii, false testimonianze, vi neficii, uccisioni ecc. La parola Guvdlik
para, che il lizio adope na È sorsoneseosezasaniesenoavsa
sossascasuzeosseresennevesavvevesavesenconaezesee ceca ezeeni seconda suppone
di necessità quattro termini, due persone e due cose. Ogni scambio e ogni
distribuzione non può infatti avvenire che fra due o più persone, e le cose
distribuite o scambiate devono essere almeno due. Ma mentre nella giustizia
distributiva si richiede che il merito d’un uomo stia alla porzione di benè che
gli è dovuta, come il merito d’un altro uomo alla porzione di bene che gli è
egualmente dovuta, sicchè non basta determinare il rapporto delle cose, ma
bisogna anche combinarlo col rapporto delle persone, € si ha perciò una vera €
propria proporzione geometrica, che si potrebbe rappresentare colla formola A:
B::G: D:1; invece nella giustizia correttiva non ci sono da comparare e,
bilanciare che le cose scambiate, indipendentemente dalle persone. Qualunque
siano i contraenti, qualunque sia il loro carattere, la. loro condizione, la
loro fortuna, il loro merito, essi non entrano punto nella determinazione della
quantità scambiata. La giustizia in questo caso sta nella perfetta eguaglianza
delle due cose che si scambiano; quanto altri dà, altrettanto deve ricevere in
contraccambio. E ciò avviene anche nell'altro caso della giustizia nel caso
cioè che si tratti di riparazione di danni. L’ingiuria dev'essere come due;
dev'essere correttiva, di ingiurie, di compensazione è come due, e la
riparazione ‘1 danno è come dieci, e la compensazione per indicare tutte queste
cose, si traduce male e troppo restrittivamente | con contratti 0 commutazioni;
sì ‘relazioni, indeterminatamente. (Cfr. stizia commutativa in senso stretto,
di quella giu nelle vendite, nei contratti ec luogo nelle compere, nel cap. 5
del libro V $$ 8-18; ma questa è parte. e non tutta la correttiva. 1 Eth. Nic.
V, 3, specialmente 1 98 5-15: Eth. Nic. V, 1. 13). Della giustizia cioè che ha
c.) Aristotele parla della correttiva, ì We tradurrebbe meglio con rapporti, -
come dieci, indipendentemente da ogni considerazione di persona; la legge
guarda solo alla differenza del danno, trattando i colpevoli alla stessa
stregua, come eguali (pds 700 fMdfovs 7hv dzgopdv povov PISTE Ò vopnos và
yofitat ds too1s). Il giudice ha il compito di pareggiare le partite; egli è
come la giustizia personificata, ed opera come chi, delle due parti disuguali
in cui fu tagliata una linea, tolga alla maggiore quello che avanza per aggiun
gerlo alla minore; solo allora gl’interessati dicono d'avere quello che loro
spetta,, xò 25708: infliggendo la pena, il giudice annulla il vantaggio che
l’offensore ha sull’offeso!. Aristotele ha cercato di tradurre in linguaggio
matematico anche la giustizia correlliva, rappresentandola con una proporzione
aritmetica continua. Ma è difficile comprendere, osserva molto giustamente lo
Ianet®, come sì possa costruire una proporzione con un solo rapporto; il
rapporto di eguaglianza perfetta fra la perdita e il guadagno. Aristotele qui
pecca per soverchio rigore € sottigliezza; egli avea ben detto nel principio
della Nicomachea che non bisogna pretendere dalla morale |’ esattezza della
matematica ?. Del resto Aristotele limita esclusivamente la giustizia i alla
vita sociale; la giustizia è la virtù sociale per eccellenza; non si parla di
giustizia che fra liberi e ‘eguali che hanno comunità di vita; per quelli che
non. ‘hanno queste qualità non ci può essere giustizia che in un certo senso.
La giustizia non v'ha che per quelli per i 1 Vedi per tutto questo Eth. Nic. V,
4. Si può aggiungere Eth. Nic. per quella parte della giustizia correttiva che
riguarda le vendite, le compere, i contratti ecc. 2 Histoire de la Science
politique dans ses rapports avec la cui v'ha la legge, e legge non v'ha là dove
non può essere ingiustizia !. Perciò se si parla di una giustizia del padrone
verso lo schiavo, 0 del padre verso i figli, se ne parla soltanto per analogia;
lo schiavo e il figlio (quest'ultimo finchè non sia d’una certa età. e non sia
separato dal padre), sono proprietà dell’uomo, sono come una parte di lui
stesso, &o7sp {épos ; € Verso le cose proprie, verso se stesso,
assolutamente parlando, non si dà ingiustizia, e quindi neanche giustizia ?.
Più che verso,i figli e gli schiavi, può aver luogo giustizia verso la moglie,
sebbene anche questa specie di giustizia famigliare sia ben diversa dalla
giustizia sociale ®. Sarebbe facile notare qui quanto, questi concetti che
riguardano i rapporti specialmente del padrone collo schiavo e del padre col
figlio, siano erronei, e contrarii a quello spirito di fraternità e
d’eguaglianza che già fin d'allora "È incominciava a manifestarsi nel
mondo: sarebbe anche sa facile far le maraviglie come mai un filosofo del
valore Di di Aristotele si sia indotto a considerare non solo gli schiavi, ma i
figli stessi, almeno fino ad una certa età, come una proprietà del capo della
famiglia, sicchè anche I Eth. Nic.ToDTO (7d TONLTLADY dizzuoy) d tor [eri] 3
Vor N, È tb» A zomaviy Blov reds tò siva abTuozet, evlisoy ze icov © È VITE
CAIO CA] È, 203 dprduoy' (ate doors pin èoti modro, ob sor n mobTors TpdG ove Ò
mONIZOY dizzioy, GINA TL diano xa. 228) GUoLoTATA. Cotti Ye Òizasoy, ole nat
vipos TpdG niTodg VOos w Sèy cis ddutz. È 2 Eth, Nic. od ag Er dÒrnta mods Td
nITOÙ: TOI fg dv È tendizoy nai porsi, a) spetras Bertani dò obz fam, Udi
dizzuov Td TONTIZOY., =D dî xe Auz Vi TO TEZIOY,, . ret ds x SEGNA Ea grad, bro
d oUdets T90% uépos 2 È) ELA Yad: obd' dea ddtnoy 0 ° ’ LI ENIVATA Toos x 5
Eth. Nic. Vj È. 9. 4 g atua LMRAER:. bar CAI?. scotta e) ULI molitizéig, TEVOY
di Bzariz®s): ora il potere regio differisce in questo — le | dal potere
dispotico, che il primo mira all'interesse dei sudditi e il condo al suo
proprio. Cfr. lanet Histoire de la Science patilique ecc. Si sopra di questi, e
non sopra quelli soltanto, egli abbia un potere dispotico, un'autorità
assoluta: si potrebbe anche, slargando i limiti della trattazione, mostrare la
falsità della dottrina, pure per tanti rispetti importante, con cui Aristotele
si prova di giustificare la schiavitù, cercandone il fondamento nella natura, e
non nel diritto del più forte e nell'autorità delle convenzioni, come si soleva
fare ai suoi tempi?. Ma tutto questo oltrepasserebbe lo scopo nostro. A. noi
preme soltanto mostrare che la virtù è per Aristotele. sovratutto sociale; e la
giustizia negata agli schiavi cd ai figli minori, negata a rigore perfino alla
moglie, rinchiusa nei limiti della vita politica e della legge positiva, ne è
la prova più sicura. Ed ora in che rapporto, secondo Aristotele, si trova la
virtù morale colla natura deli’ uomo? i Il Lizio dichiara che i figli sono una
proprietà del padre e che verso di loro non si può commettere ingiustizia, non
siano che un’iperbole per esprimere l'autorità sovrana e irresponsabile del padre
verso i figli. In realtà l'autorità del padre, Aristotele non considera come
affatto | Sai | arbitraria, poichè altrove dichiara che è da paragonare a
quella d'un. È Lre; non a quella d’un despota ( Polit. 1 ANIA “puyatzòs uèv. .
; chi Polit.. Cfr: Ianet. |) D'* È da credere però che le parole della
Nicomachea con CULT RIT IT ICIIIIITE PESCO II TI TI CCI CI CITI TE LICITA LITI
nersrnraze are zesi ve neneenzoniazanaa nen aee ta conaseozizanicnee Aristotele
afferma esplicitamente che la virtù s'ingenera in noi non già per natura, ma
per abitudine (4 dî hiizh E 003 sreorfifvetar... obdeu.tz ‘gi zi dostov - qbazi
duty èffiprerzt); niente di ciò che è per natura in 43 una data maniera, si
potrebbe avvezzare diversamente DI i da quello che la natura sua comporta; la
pietra che per na- È A tura va all’ingiù, non si avvezzerebbe ad andare
all’insù, si neppure se altri la gettasse in su dieci mille vole per 3 f:
_avvezzarvela !. E bensì vero che se la virtù nonè in noi per: | i, è natura,
non per questo si può dire che sia contro natura x" (74 qbsw): la natura
nostra non si oppone al formarsi e allo svolgersi in noi della virtù morale;
noi siamo per natura tali da accoglierla. e da non farle opposizione e
resistenza, reguzosi ciutv Bitzolar abtdg apetds >. Per tal modo il mondo
morale è per Aristotele non . opposto al mondo naturale, ma diverso da esso; il
mondo morale è esclusivamente fattura umana, produzione dello spirito per mezzo
della consuetudine. Ma come è nata la consuetudine? com'è sbocciata . la prima
operazione da cui la consuetudine si origina? come ha avuto incremento? Alla
consuetudine stessa non si può in nessun modo assegnare quella prima
operazione. Quest obbiezione: si direbbe Aristotele abbia fatto È. a se stesso;
e perciò, in un altro luogo, parla di una virtù naturale, guar dp27%4, vale a
dire di una disposizione ‘naturale che è come preparazione alla virtà morale, e
che si trova con questa in quel rapporto in cui l'abilità natu- ur rale si
trova colla prudenza: «A tutti sembra che cia- 2 scun costume si trovi in noi
in qualche maniera per, a natura; perocchè subito fin dalla nascita abbiamo la
[Eth. Nic.] DISPOSIZIONE [Grice, “INTENTION AND DISPOSITION”] ad esser giusti e
temperanti e forti e alle altre virtù» ?. E bensì vero che questa disposizione
non è ancora la virtà, e deve, per diventar tale, esser assoggettata all'impero
della ragione; perocchè « anche nei fanciulli e nelle bestie sono gli abiti
naturali; e tuttavia senza la mente sembra che arrechino danno » 2: ma in ogni
modo questa disposizione naturale c'è, ed è come il dato, il presupposto della
virtù morale; anzi nel mondo morale sono due parti, la virtù naturale, € la
virtù morale, tri où iizod dio torw, dò pèv doeth QUeLzin TÒ dA zupla 9, Così
il mondo morale che dapprima pareva staccarsi dalla natura e sorgere, se non in
contrasto con essa, almeno in un dominio diverso dal suo, in ultimo si
riconnette alla natura. L’ affermazione quindi, già accennata, di Aristotele,
che la virtù morale non è in noi per natura, ma si acquista coll’uso e
coll’esercizio, non si deve prendere nel senso che in noi non ci sia niente
d’originario e primitivo, non ci sia un'inclinazione speciale, da cui possa
svolgersi la virtù; bensì che la virtù non esista già in noi bell'e data e
presupposta in potenza, ma che la dobbiamo far noi operando, che ce la dobbiamo
acquistare gradatamente, con dolore e fatica, per merito A Eth, Nic. Eth. Nic.
Eth. Nic. Che alla formazione della virtù morale concorra un elemento naturale,
un elemento cioè non fatto, ma dato, lo provano anche i seguenti luoghi, oltre
il citato: Eth, Nic, III, 5, 17 dove la buona disposizione naturale è chiamata
* 7eActz #2 PIXVISKO eb@uta, Eth. Nic. IX, 9. 6, dove i ben disposti da natura
alla virtù chiamansi ©9 &iadég edrvyeis ed Eth. Nic. X, 9, 3, dove parlasi
‘d’un’indole ben nata; 5 sbyeves. nostro, pure servendoci a tal uopo di
elementi originarii Che sono in noì per natura |. È noto in qual conto fosse
tenuta nell'antichità quella che si chiama oggidì la trasmissione ereditaria.
Pindaro celebrando le lodi d’ Ippoclea tessalo, che avea vinto il premio alla
corsa del doppio stadio, risale all’ Eraclide ond’ebbe principio la stirpe di
lui, perchè dalla stirpe quegli ritrasse la sua virtù ®: altrove contrappone la
virtù acquistata con la fatica e la cura del singolo cittadino, a quella
discesa per li rami, e trova la seconda di molto superiore alla prima 3.
Teognide anche più di Pindaro ha chiaro in mente il concetto della virtù della
stirpe, forse per l’aspra lotta che ebbe, egli patrizio, a sostenere colla
democrazia soverchiante4, Aristotane paragona i vecchi cittadini alle vecchie
monete, oro fino, ben suonante, d’ottimo conio, accetto del pari ai Greci ed ai
toda e i nuovi alle muove, coniate nella maniera peggiore, d’infimo rame: i
primi, di buona stirpe, sono per ciò stesso savi di mente e giusti e per ‘bene;
i secondi invece, gente servile, capitata non si sa «donde, cattiva e di
cattiva genia °. Ecco come s'esprime a questo proposito lo Zeller, commentando
Aristotele: Die Naturanlage und die Wirkung der natiirlichen Triebe "hingt
nicht yon uns ab, die Tugend dagegen ist in unserer Gewalt; jene ist uns
angeboren, diese entsteht allmihlich durch Uebung». Philosohie der Griechen,
Zwcite Abtheilung p. 485. Tubinga 1862. E altrove p. 483.« Das Vermògen ist uns
angeboren, die Tugend und — Schlechtigkeit nicht». 2 Pyih. Nem. 4 Theognid. nell'edizione del Welcker,
passim. Cfr, i Pr ‘olego. A meni dello stesso Welcker. $ Ranae 718 e seg. Per n
È ben vero che altri attribuirono ben poco valore alla stirpe. Così Democrito
ha lasciato scritto che molti più diventano buoni per istudio che per natura »,
ed Epicarmo che lo studio dà più che non la buona natura?: Licofrone poi, un
sofista, sostenne addirittura che valore di stirpe è nome vano, e che in niente
si distingue chi l'ha da chi non l'ha3. Ma Socrate, pur poco 0 nulla, secondo
pare, facendo dipendere dalla stirpe, faceva dipendere molto dalle condizioni
fisiche dei genitori 45 e Platone affermava esplicitamente che la disposizione
è migliore da natura dove è buona e vecchia la stirpe 5; € raccomandando nella
Repubblica che si combinino in una certa maniera i connubii, mostrava di
riconoscere che dalla qualità dei genitori dipende la qualità dei figliuoli; la
volontà di ciascuno, in tutto o in gran parte, è fatta dalle disposizioni a lui
trasmesse dai genitori. Aristotele ha addirittura un libro intorno alla bontà
della generazione o della stirpe, Iegi Rùyevetzs, libro perduto, ma di cui ci
rimane un estratto in Stobeo. Eùyeveta, egli dice, vuol dire virtù, valore di
stirpe, e stirpe di valore è quella in cui persone di valore sogliano generarsi
da natura. Ciò avviene quando un principio di valore s'ingeneri nella stirpe,
chè «il principio ha questa potenza, fare molti esseri com' esso è». «Negli
uomini come nei cavalli e in ogni altro animale 1 Stob. Floril. XXIX, 60. Ed.
Gaisford. Citato da Aristotele nel suo libro mepl Evyevela nell’estratto
fattone da Stobeo; ib. , 24 vol. III p. 200. 4 Memorab. IV, 4. 23. Qui Socrate
dice che non basta, perchè il figliuolo sia buono, che buono sia il padre; e
insiste molto sulle condizioni fisiche dei generanti. 5 Alcib. Maior. St stia
RI I I ha luogo questo». Eugeni, di buona stirpe, sono n adunque coloro che
discendono da buoni ab antico, a È. patto però che ci sia stato nella stirpe
alcuno il quale ss AE abbia dato la prima mossa e la mossa duri. Che se ;
alcuno nella stirpe, pur buono lui, non ha tal potenza n da generare esseri
simili a se, i suoi discendenti non si potrebbero allora chiamare eugeni, di
buona stirpe !. Però, osserva Aristotele in altro luogo, «v'ha la messe nelle
stirpi degli uomini, come v'ha nei prodotti della terra»; sicchè «quando sia
buona la stirpe, vi nascono per un i pezzo uomini segnalati; poi si fermano;
poi ne manda fe fuori da capo» ?. E perciò c’è come una varietà e intermittenza
nella produzione delle stirpi, e il principio È; di cui è parola più sopra, è
immaginato come un seme ss Da che talora dà frutti buoni e in gran copia,
talora scarsi 3 e cattivi; congetto che già prima d’ Aristotele avea espresso
anche Pindaro 9. «a Ma anche con questa restrizione, il valore della 4
trasmissione ereditaria è in Aristotele notevole; nella Nicomachea ei giunge
fino ad ammettere una perfetta -3 e vera felicità di natura, melelz ei
&inbwh sbobta, che è sa ‘A come una specie di occhio naturale, con cul si
giudica © “di rettamente e si sceglie quello che è bene secondo verità, i dbiv
n over 27465 nai cò nat Arberay dpalby cipriota. Anzi Ù 1 ITegi Foyevetzs A 1-B
6; B 31- 1491 A, 1-20 citato i dal Bonghi nella sua lettera intorno ai Limiti
ed al fine dell’ Edu- È care vol. III. della traduzione di Platone. Dichiariamo
poi qui che NS tutte queste notizie riguardanti il valore della stirpe e la
trasmissione ereditaria abbiamo tratto dal Bonghi; e chi volesse averne di più
det tagliate rimandiamo alla bellissima lettera citata. LIZIO Rhetor. . 5 Nem.
XI, 48 e seg. Cir. Bonghi, lettera citata, Eth. Nic. si direbbe che a questo
punto egli riduca a ben poca cosa l’opera dell'individuo; l’attività di questo
è costretta ad esercitarsi in una o altra direzione secondo il fine che è posto
in lui dalla natura!; solo i mezzi in-questo caso sono in suo potere. E non
solo la trasmissione ereditaria, ma mille altre influenze, diciamo noi, si
esercitano sulla natura degli individui; non tutte le circostanze stanno nell’
eredità sola; se questa è una legge, non è la legge. L'eredità mette le
condizioni più intime; ma ve ne sono anche d’esterne, e d'ogni maniera; il
clima, il modo d'’allevamento, lo stato agiato 0 disagiato della famiglia, Ì
costumi di questa; i costumi, le leggi, le istituzioni della società; insomma
tutto l’ ambiente fisico e sociale in cui L'individuo nasce e cresce. Tutte
queste influenze, in maggiore 0 minore proporzione, intrecciandosi,
temperandosi, eccittandosi, mortificandosi a vicenda, concorTE rono a
determinare la natura prima dell'individuo, danno + come il fondo, il sostrato
su cui s'eleva poi l’attività SR dell'io, poichè l'io senza quegli elementi non
è, pur non Mei essendo nessuno di essi. L'io non è il germe che le generazioni
passate abbian lasciato dietro di se; non è neanche il risultato dell'ambiente
fisico e sociale; è un'attività nuova che a mano a mano s'esplica e
padroneggia; ma la facilità, anzi la possibilità sua di prodursi, dipende dalle
circostanze in cuî sì sviluppa la persona umana. Aristotele adunque
egregiamente ha fatto a tener conto di un fondo naturale, a cui s'aggiunge e
sovrappone l’attività cosciente € direttiva dell'io; a non considerare |’
individuo come una specie di tabula rasa, a» Lie de x TESE pn . » 0% ” x GI Pa)
î) t Eth. Nic. &ugov y%p duotos, 7
£f206 u2ù È o e nin i trvodfrote qalverar val > y LIDO, TO aélos quat fi
irmadamote pulveta: 44 settat, TA è Mer | Xowrd mpds ToÙT' dvapépovtes
medTTOvELI dTwAdATITE. » è ii nani TNT RT su cui l’esercizio e l'abitudine
venga a scrivere tutto peo quanto; a non ridurre insomma la virtù a una
semplice n 2a questione di abitudine e di educazione. L'opera e l'at- di Bo
tività sovra tutto; (la filosofia d’ Aristotele si fonda tutta “i À | sul
concetto d’ attività); ma opera e attività, che si eser- 1S Ta citino su
qualche cosa di preesistente, > 2 Si dirà che ammettendo le attitudini
naturali alla ad virtù e quindi anche al vizio, si viene a negare che virtù e
vizio sono opera nostra? Aristotele discuterà questa . questione, e noi la
discuteremo con lui nel Saggio che “si terrà dietro a questo, sulla dottrina
della Volontà. Appunto perchè sono in gioco nell’operare morale xs certe :
disposizioni naturali, dipendenti in gran parte dalla sensibilità fisica ed
animale, il sapere ha poca È; importanza per la moralità. E questo il punto in
cui Aristotele si allontana più che mai da Socrate e dall’accademia. Aristotele
dice esplicitamente che in riguardo alla virtù il sapere poco o niente ha di
forza, puzgdv i oddîv ing der}; che quand’ anche si sappia ciò che è buono e
giusto, non per questo si diventa abili a farlo £; e attacca direttamente
Socrate, e lo nomina, là dove afferma che la 4 Eth. Nic. II, 4. 3. repds dè 7d
was depends (Eyew) cd pv cidbvai pazoov È oùdiv ioybet. | È | © 2 Eth. Nic,
obdîv dè mparrimo spor To cidivar aÙTd (7% dizma za nodd nat dya04) ècuev. i
nza che nessuno che giudichi rettamente, opera mai sente lo fa per ignoranza,
mette contro il meglio, e se lo fa, in dubbio cose che manifestamente si
vedono, contrad È dice all’ esperienza quotidiana, dugregntet tot QULVÒLEVOLG 2
dvapyòs!. La virtù non è sapere, sebbene non sia senza sapere; e Socrate era
nel vero, quando credeva che la virtù non fosse senza sapere, era in errore
quando i ‘affermava che la virtù fosse sapere *. Gi Il sapere necessario alla
virtù non è il sapere teo9 retico, è il sapere pratico; in morale non si tratta
di conoscere che cosa sia la virtù, ma come si generi, € ‘come si deva operare
per diventar buoni *. Socrate ha trascurato il sapere pratico; ha pensato che
basti il sapere ves È teoretico per la pratica della virtù, sostenendo per ciò
di che la virtù si può comunicare da uomo a uomo per fc via d'insegnamento. A
Contro questa sentenza Aristotele osserva che; inas materia di bene, non vi può
essere discepolo posDI sibile senza la pratica del bene; chi si fa uditore di E
— morale deve aver l’animo apparecchiato conveniente È mente dai buoni costumi;
la conoscenza viene da qualche î cosa, viene dall’ essere, e chi non ha fatto
alcuna esperienza dei buoni costumi, non può conoscere nè buoni — costumi, nè
buoni principi. Chi, anzichè operare il F bene, si contenti di ragionare
intorno ad esso, e creda per questa via. di diventar buono, fa come quegli — ammalati,
che ascoltano bensì con attenzione i consigli Eth. Nic. VII, 2. 1-2. 2 Eth.
Nic. VI, 13. 3. Zozpdrng cf pèv oplog are ci Viudpezieri Gai pèv yo qpoviioas
iero siva mas rd RoETdE, ipdpravev, OT D'obz &ve) 990vAGEOS, AANSS Eeyev. s
Eth. Nic. Eth. Nic.. eri n) rt dadini del medico, ma si guardano poi dal
tradurre in atto cosa che sia stata loro imposta !. Ma che cosa è il sapere
pratico, così necessario alla moralità? Perchè, mentre il sapere ha poco o
nulla di forza per la virtù, diventa poi, sotto una certa forma, indispensabile
per la virtù stessa? Aristotele, come sappiamo, ha distinto nell'anima umana
due parti; una parte irragionevole e una parte ragionevole. Della parte
irragionevole abbiamo detto 2. Da parte ragionevole comprende due potenze; colla
prima contempliamo le cose che non possono essere altrimenti, che, vale a dire,
son necessarie; colla seconda contempliamo quelle che possono essere
altrimenti, che, vale a dire, sono contingenti: la prima è detta scientifica
(70 imerpoviziv), la seconda discorsiva o raziocinativa (70 Moqueriziv) ®. La
ragione discorsiva s' accoppia all’ appetito, e se ne ha la ragione pratica, o
volta all’ operare. Lo scopo di questa è la verità, ma non la verità
considerata teoreticamente, bensì la verità in quanto serve al fine pratico di
rettificare l'appetito, di misurarlo, di regolarlo, di tracciargli la via che
deve seguire; l'appetito è una forza cieca, e ha bisogno di esser guidato dalla
ragione. È propria per conseguenza della ragion pratica la verità che va d’accordo
col retto appetito, 40 dì pae Tuuoò ni dravontizod % cInberz Ouoioyos ÈyovGa TA
dpstet TA dp07 1; quello che la ragione afferma è seguito dall’appetito; quello
che la ragione nega è dall’appetito avversato, fetw d' drep èv diavola
zurdozsis vai drdozote, TOdTO Èv dpscer duty nel pura ® rà 1 Eth. Nic. la
Dottrina della felicità nell' Etica Nicomachea Eth. Nic. Eth. Nic. Eth.
Nic. È importante il riscontro che fa
Aristotele. Ma la ragione discorsiva non possiede naturalmente e spontaneamente
l’ abilità di guidare l'appetito illuminandolo. Quest’abilità bisogna che l°
acquisti coll’esercizio e coll’abito. L'abito per cui la ragione discorsiva può
deliberare rettamente intorno a ciò che è bene ed utile al conseguimento del
fine supremo della vita, costituisce la prudenza (996vnats) La prudenza,
sebbene virtù intellettuale, si può considerare come la forma delle virtù
morali. Senza la prudenza le virtù morali non sarebbero. Esse risiedono come in
loro soggetto nell’appetito, e l'appetito ha bisogno di esser guidato. Ma la
prudenza alla sua volta non può essere senza le virtù morali. I sillogismi
della prudenza, con cui ci proponiamo questo o quel fine buono, non si possono
formare senza la virtù. Il vizio perverte e deprava il giudizio della ragione,
e fa che c'inganniamo intorno ai principii dell’azione. I principii dell’azione
sono ciò per cui l’azione si fa (xò ob &veza tà mpazt4), e chi è corrotto
dal vizio non può scorgere il principio vero, e se ne propone uno falso. Ora,
falsato e corrotto il principio, saranno anche false fra l'affermazione
(427494915) e la negazione (&r:d@xa1g) della mente, e il seguire (debiti) e
il fuggire (quyA) dell’appetito. Per tal modo la cognizione e la pratica sono
strettamente congiunte fra loro. Eth. Nic. Eth. Nic. VI, 13. 6 dH2ov obv éx té
sipnpévov GT odg oîoy. } e o280y siva zUpiws ZIev Opoynoeos, oùdi ppoviuoy
&vev hg G Ouafig dpetiis. Rec hi “di ; i 5S- «A LA . . ne . Eth. Nic. 10%
dè E16 (A 9povnGIC) Tm dppati tosto Sirena die bye obi dev dpertic.... ci Yip
ovIdayiapoi TOY IAABZ,A QAUIENI MN. as n} A La AZ x 3 È Ò, x 4 recano) doyhv
NOE Tore diarrpépei ag A poy0npio x2t Srabebdenda: more mepi 7ds mountizds day
de. ti SI 3 È: 3 Ù ife *Eth, Nic.. mIo Ion eo Eee val evmobdconese be sectapei
sed seorndegesgeeri cesenatni DICI AL aneriand on onasena rane cereneesenensi
ne le conclusioni che se ne cavano in riguardo all’operare. Senza la virtà non
si ha la prudenza, ma quella certa destrezza o abilità naturale (dewérzs), che,
qualunque sia il fine prefisso, anche malvagio, mette in opera tutto ciò che
valga a conseguirlo; senza la prudenza non si ha la virtù morale, ma una virtù
naturale, che, scompagnata dalla prudenza, è come un corpo robusto, a cui
manchi la vista; che corre quindi il rischio di gravi danni ed offese !. Virtù
e prudenza sono adunque tanto unite da for- mare una cosa sola; la virtù fa
diritta la mira, 73y azondy tore 6p06y, la prudenza fa diritti i mezzi per
arrivarvi, moseî, dela Tx pds azordv ®. In questo fatto dell’ unione della
virtù morale colla prudenza, Aristotele trova la soluzione di quella questione
che fu tanto agitata da Socrate e da Platone, se la virtù sia una sola, o ce ne
siano più. Finchè si tratta, dice il LIZIO, delle virtù naturali, guzzi aperzi,
cioè delle disposizioni naturali alla virtù, può darsi che altri non sia
egualmente disposto per natura ad ogni virtù, bensì soltanto ad alcune, e sotto
questo rispetto quindi le virtà o siano separate le une dalle altre; ma quando
si tratta “1 delle virtù morali, per cui altri è buono veramente, siccome
queste non vanno mai disgiunte dalla prudenza, e la prudenza è una sola, così
chi ne ha una le ha tutte, e chi le ha tutte ne ha una. Insomma le varie
maniere unità dalla prudenza. Eth. Nic. VI, 13. I. ; loecue dali D % i è DI re
Y, souo D Eth. Nic.7 9V% FIA ia Di = RIS Voet: 1h MEV N #EX05 T dvev @povhosws
obd' %vev dperdis' i pv ep TO Ss405 n de È L erre? Ve A \ “mpds Tò Te\0g TCOLEL
TIUT CAS NES: gin Ri oa xo: DEA 5 Fth. Nic. VI; 13. 6. 4% zed 0 A0Y95 FRUTTA
d’operare il bene sono congiunte fra loro in armonia ed A chi poi osservasse
che è un circolo il presupporsi a vicenda della virtù e della prudenza, come è
un circolo la dimostrazione in cui due proposizioni sì provino reciprocamente
l’ una per mezzo dell’ altra; Aristotele 3 potrebbe rispondere che in questo
caso il circolo non esiste che in apparenza. Non abbiamo già qui da una parte
la virtù morale, e dall'altra la prudenza, sicchè queste possano stare
separatamente, come nel caso della dimostrazione le due proposizioni; la virtù
senza prudenza non è virtù, ma qualche altra cosa; come la prudenza senza la
virtù non è prudenza, ma qualche altra cosa. La virtù e la prudenza sono
necessarie a costituire la Ò virtù vera, come la materia e la forma a comporre
l’ ui nità dell'individuo. Poichè la prudenza è necessaria alla virtù,
Aristotele rettifica la definizione che ha dato della virtù .in più luoghi «la
virtù è un abito secondo retta ragione », in ‘questa maniera: «la virtù è un
abito con retta ragione). 0 StadeyBetn 4 dv dr yopiloviai DIO di dperzi: od dp
è 3g a Fo abtds eL@UinTATO: mods dmdoze, ate Thv uv dn Thv SD olro 3 siino®s
Eomar' TobTo ip «età uèv ds ouorzde dpetàs èvdeyemzi, su bi. ì de dì darle
Veyerat dpalos, ob4 vdiyerar Gua do TRI E Qpovnaei paz olen niGU rdetonam. Nel
cap. IX del libro II della >» 7 Morale Grande, e nel XV del libro VII dell’
Eudemia, è descritto il collegamento di tutte le virtù nell'amore del bello e
del buono; e.lo | © stesso pensiero, sebbene da un punto di vista diverso, è
espresso qua — e là nella Nicomachea. Vere virtù comprensive G e universali
nella vita pratica sono però sempre, secondo il lizio, la prudenza e la
giustizia. Di. 4 Eth. Nic. VI, 13. 4-5. mdvres, dToy oplleovtai Thy Gaeta
mpootileza: chv El... Thy zed còv bplbv Agyov. dplde do | zutà Thy qgoynaw.
Soluzo: dh uavtercalai mos drmavtzg dad | movaban Eers dipetà tomi A zarà ThY
gpoynow. der de puenpd È uit r A a x E molto a proposito, poichè la virtù
morale non sol= tanto risulta di appetito, ma anche di ragione, e quando si
dicesse abito secondo retta ragione, parrebbe risultare soltanto di un elemento
appetitivo, che si conformasse esteriormente alla ragione, mon già che la
possedesse in proprio !. ; : i Ci potrebbe essere un abito secondo prudenza o
retta ragione, € tuttavia non essere virtù, quando la prudenza o retta ragione
non appartenesse al soggetto proprio dell'abito. Perchè ci sia virtù, bisogna
che l’ abito non soltanto, ma anche la retta ragione appartenga a chi ha
l'abito. Riconoscendo che la virtù morale non è possibile senza la prudenza,
che anzi questa costituisce come la forma di quella, Aristotele concede alla
ragione e all’intelletto una giusta parte nella formazione della moralità, nel
tempo stesso che non disconosce, come Socrate, Ci Ò e % na s, a 4 LI *À 3 L’
ant uetapAiva où Jp povov A 4xT% TOY opfoy AoyoY, INN A UETZ où 09000 UCI) seus
dpetm Sem. ! Cfr. il commento del Michelet al luogo citato (Eth. Nic. VI, « Hoc
(perà \6y9v) ab xatà adv doplòy A0yov 76y0g inest virtuti (scilicet morali),
sed; € il bel commento del le Virtù sieno interamente 13, 5): eo differt, quod
non solum etiam affectus et appetitus » Segni: « E' (Aristotele ) non vuole che
Prudenze; nè vuole anchora, che elleno sieno @ punto secondo la ragione;
conciosia chè nel primo modo elleno sarebbeno stiette Virtù © intellettive; e
nel secondo sarebbono stiette Virtù appetitive. Onde modo nel diffinirle, cioè
che elleno sieno con aggiugne egli un terzo he elleno sien' retta ragione, nè
secondo la la retta ragione, e non € 3) chè diffinendole egli con la retta
ragione elle vengon' date nell’ Appetito; € dall'altra vengono diante la prudenza,
che è la. retta ragione; per da una banda ad esser fon ad havere perfettione
dall’ Intelletto me lor forma: x l’importanza di altri elementi, quali
l'elemento sensibile e appetitivo, e un elemento acquisito, l’abitudine !. Così
anche nell'ordine morale egli considera l’uomo nella sua totalità, e non ne
smezza e divide le facoltà; senso, intelletto, esperienza sono in gioco del
pari. Si potrebbe anzi mettere in rilievo una considerevole analogia fra la sua
dottrina della conoscenza, e la sua > dottrina della virtù; in tutt'è due è
l’esperienza che Ca i tiene il primo posto; nell'’una l’esperienza che ci
offrono x i sensi, nell'altra quell’esperienza speciale che prende. il nome
d’abitudine, e che consiste nel dare una spe = ciale direzione ai nostri
impulsi appetitivi; poi viene i l'intelletto e la ragione, che a questa doppia
esperienza; dà norma e forma: so. Ma la prudenza, in causa della sua importanza
per quanto riguarda le virtù morali, merita una considerazione e una
trattazione anche più larga. La prudenza è virtù universale; essa è la guida |
suprema di tutta la vita pratica e civile; quindi non soltanto abbraccia sotto
di se la prudenza che possiamo chiamare individuale, ma la famigliare eziandio
e la Nella Grande Morale si fa rimprovero a Socrate div avere ESD nella virtù
l'elemento appetitivo (74006) e l'abitudine ; Ù oc): i perà TOUT ( TERA
Lozodrns èmuevopevos pe SNrwoy uaì er micio cimey Into FobTOY (deerov), oùz dp;
dì odòd od noe TÙs TEA re CO semola colo, dÙ Sol siva i ade politica, con cui
da una parte si provvede al buon andamento della famiglia, dall’altra alla
prosperità e alla felicità dello stato. Per verità, quando si parla di
prudenza, s'intende più propriamente quella con cui si d provvede al bene
proprio, mentre a quelli che provvedono al bene pubblico, agli uomini politici,
è riservato piuttosto il nome di faccendieri, rolurpdjpoves, poichè sembra che
s'occupino di cose a loro estranee e affatto indifferenti. + Ma gli è chiaro
che il bene proprio non può stare indid pendentemente dal bene della famiglia e
dello stato; : l’uomo è un essere essenzialmente sociale; la vita sua è
connessa colla vita della società e ne dipende; e però la prudenza individuale
presuppone € la famigliare e la poli: tica!, Aggiungasi che la prudenza ha
bisogno dell’ esperienza per formarsi, e l’ esperienza non si acquista che per
Do: «—’mezzo della consuetudine e del commercio cogli uomini; p% «l’uomo
isolato non può essere prudente °. La prudenza, in tutte le sue forme, ha per
oggetto ni. le azioni, e versa per ciò stesso intorno a cose singolari, cà nal
Ezzota, e che possono essere e non essere 3; l’uni- |. versale e il necessario
non appartiene ad essa, ma alla ui Fe scienza 4. E questa la ragione per cui un
giovinetto so. potrebb' essere, ad esempio, buon matematico e buon = a no. D
PEZZO r3 / Da I, La O x a, dizvontizio Ts duyiis èYfHerzi uogto fvovrar by al
apetat LA Ul LS, po pa = 3 INCI ur abtoy Ev TO MoyioTiz®o TAG Uuyiis Lopio
cuppalver e, > ta Si », ni OLOÙvTI TS RPETÀS avatpety TO dioyoy pepos . pa 3
x Do oriov dvzipeî nat 7400g uai Rioc. du od TCA % ov aùto ETUSTANAG TE x x -
dì va Ths Yuyiie, ToUTO dî © oplag fato raven TOY daetoy. Ò Sa ! Vedi per tutto
questo Eth. Nic. VI, $, 1-4. ‘A . ‘ v vas 2 Eth. Nic. VI, 8. 5. Cfr. il
commento del Michelet a questo luogo i p. 209-210. 5 Eth. Nic. VI, 5- 3, ed
Eth. Nic. VI. $. 5. i ui 4 Eth. Nic. VI, 3, specialmente il 62. LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ geometra, non mai
prudente e saggio: l’esperienza dei Si particolari richiede gran numero
d’anni!. Non è a dire però che non ci sia nella prudenza qualche cosa che
ricordi la scienza, e che in essa manchi affatto la cognizione dell’
universale. La maniera in cui si forma l' azione assomiglia al A processo
sillogistico. Come nel processo sillogistico si t parte da principii generali e
si viene a conclusioni particolari, così nell'azione si_parte dalla conoscenza
del bene generale, e in seguito, per mezzo della conoscenza 4 del bene
particolare nel caso attuale, si conclude che ù bisogna tendere a questo bene.
Io conosco, ad esempio, il principio generale che le acque pesanti sono dannose
alla salute; conosco un’acqua particolare come pesante; «ne concludo che è
necessario che me ne astenga. Del resto delle due cognizioni, l’universale .e
la. particolare, la più importante per la prudenza, il cui oggetto è l'azione,
è pur sempre la particolare: finchè la mente è ferma nell’universale, l’operare
non è possibile. Vediamo infatti alcuni che non sanno e che pure hanno espeo.
rienza di casi particolari, essere più atti a operare di quelli che sanno, evo.
od eidétes ETipuYv sidotav pato tuorepor nai èv Toîs 4dos, oi eumerpor. Se
altri sappia, ad esempio, che le carni leggere sono facili ad essere smaltite
ed igieniche; e poi non sappia quali sono leggere, costui certamente non
provvederà alla sua salute; invece vi provvederà chi sappia che sono leggere ed
igieniche, ad esempio, le carni degli uccelli 3. Da questa analogia della
maniera in cui si forma l’azione colla maniera in cui si forma il sillogismo, |
Eth. Nic. VI, 8. 5-6. 2 Eth. Nic. VI, 8. 7. Eth. Nic. VI, 7. 7. TR uptnlti E LN
NI SN AA Potato RIT en line pat e E Gn a — x e di ti sen NT nno eee en
Aristotele cerca di trarre la spiegazione del fatto che altri, pur conoscendo
il bene, operi contrariamente ad esso. Può avvenire, egli dice, che altri
sappia ciò che è bene in generale, cioè conosca la proposizione maggiore del
sillogismo pratico, e non sappia ciò che è bene in particolare per una
circostanza speciale, cioè non conosca la minore del sillogismo; oppure può
avvenire che s'abbiano bensì tutt'e due queste specie di cognizioni, ma quando
si tratti di praticarle, ci si serva unicamente dell’ universale, e per nulla
della particolare: in questi casi si può peccare senz’ essere tuttavia
ignoranti !. Senza dire che la conoscenza si può avere in abito e non usarla
attualmente, ovverossia averla e non averla ad un tempo, come avviene in chi
dorme, o nel pazzo, o nell’avvinazzato; che è la condizione nella quale si
trovano coloro che si danno in braccio alle passioni: i quali possono bensì
sapere quello che è bene, e tuttavia dall'ira, . dalla libidine e da altre
voglie siffatte essere acciecati *. E qui, come si vede, c'è una nuova critica
di Aristotele contro Socrate, che sosteneva chi sa non poter peccare, il
peccato essere effetto d’ignoranza. Dove però è notevole che, malgrado la
critica, Aristotele finisce coll'accostarsi a Socrate. Quando, egli dice, altri
sappia ciò che convien fare, e vi rifletta nel momento dell’operare, sarebbe
bene strano, detvéy, ch’egli operasse altrimenti da quello che conviene ®; se altri
può peccare per avere Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. DMN ere è digg Meyopey Tò
sriotacta: 2 È S e ICROI (al qdo è Eyov pev od upopevos dè + ariovhpn val è
ypdpevos 1 I Ò x È ast, Cà, x x Veferat tmierac)a:), Otolcet TÒ [euparebzo0a:]
Eyovra pèv ph dx | ZA x .1 n empodvra dì è ud der mpurten OÙ | duparredepda]
Eyovra ual “, » % 9 n} È Oewpodvra, ToSTO pap Sons Dewéy, AIN odz si pù Newpéy.
soltanto la conoscenza dell’universale e non quella del particolare, sarebbe
meraviglioso (B2uzotév,) che peccasse quando avesse le due’ conoscenze |. Se si
pecca conoscendo l’universale e il particolare attualmente, gli è perchè non si
sa mettere il particolare sotto quell’uni versale che gli conviene ?. Insomma,
e questo mi pare il pensiero d’ Aristotele, quando il sapere non ci contentiamo
soltanto d’averlo, ma ce ne serviamo: quando non vogliamo averlo soltanto in
abito, ma in atto; quando il sapere è efficace veramente, € Sie: pet così dire,
assimilato a noi e alla nostra natura, sicchè non è il sapere dei fanciulli che
ripetono meccanicamente quello che udirono e non ne sanno il significato, nè
quello degl*istrioni e degli ubbriachi che cantano i versi d’Empedocle senza
comprenderli 3; di più, quando il sapere è completo, vale a dire, non abbiamo
soltanto la conoscenza dell’ universale, ma quella eziandio del particolare, e
possiamo per ciò formare, all’occasione, il sillogismo pratico come si deve;
l’operare si conforma al conoscere, e il peccare è impossibile. Sd Con queste
rettificazioni la dottrina di Socrate si può accettare. i 5°. Come si vede,
dopo molte oscillazioni e titubanze e dopo una critica in gran parte giusta,
Aristotele ritorna pur sempre al pensiero fondamentale della Scuola socratica,
che il sapere ha valore sovra tutte le cose, e che nella stessa vita pratica
tiene in ultimo il primo posto. Certo egli non si ferma al solo sapere
teoretico, come avea fatto Socrate: il video meliora proboque, deteriora. N
Miti fai e LI te uu" IRIS eo PRESE et o) 1 Eth. Nic. Eth. Nic. il commento
di SEGNI (vedasi) a questo. luogo: Me | 3 Eth. Nic. LI Se a A DI sequor, era
anche allora la condizione di tanti uomini, che non potev a sicuramente passare
inosservata: ma al Sapere non si può negare il compito suo di schiarire, di
illuminare © per ciò stesso di dirigere e servir da guida. La ragione non è ciò
che in proprio costituisce l’uomo, la parte più nobile ed elevata dell’umana
natura, quello da cui deve pigliar norma e forma tutto ciò che all'uomo
appartiene? E il sapere non è il prodotto più schietto, e genuino della ragione?
Adunque al sapere, anche nella vita pratica, spetta un compito importantissimo.
E un fatto che molti mali e molti vizii sarebbero evitati quando si avesse
appreso ad averne orrore. L’antropofagia, ad esempio, che disgraziatamente è
pratica diffusa presso tanti popoli barbari, deve sicuramente la sua diffusione
al non avere quei popoli coscienza del male che fanno; i pregiudizi religiosi
per cui si sacrificavano, e si sacrificano anche oggidì delle vittime umane
alla divinità, hanno la medesima sorgente; l’impudenza sfacciata di talune
popolazioni allo. stato d'infanzia, per cui le donne si prostituivano e si
prostituiscono allo straniero, è in gran parte ancora l’ effetto
dell'ignoranza. E nei bassi fondi delle società nostre civili non troviamo la
conferma di questo medesimo fatto? Pure non accettando l’identificazione
ammessa da alcuni antropologi fra delinquenza e idiotismo, bisogna però
riconoscere che spesso i delinquenti sono d’un'’intelligenza ristretta e d'uno
spirito angusto, donde. la loro inferiorità e il loro svantaggio nelle lotte
sociali. Perfino certi vizii puerili e quasi innocenti. implicano e suppongono
una certa ignoranza” da palio di chi li ha. Si può ammettere, ad esempio, che
il — millantatore, il vanitoso, abbia COScIenza di diventare ridicolo colle sue
millanterie, di diventare SRIRSEDTOSe "I insopportabile? Egli che aspira
sovra tutto alla stima degli sà Sap Ni altri, se sapesse gli effetti della
vanità, per vanità nasconderebbe il suo vizio. Senza fare una certa parte all’
ignoranza, non si comprenderebbe, osserva molto giustamente lo Ianet!, quella
massima profonda del Vangelo che «si vede bene il fuscello che è nell’ occhio
del vicino, e non si vede la trave che è nel proprio. Ma dunque basta conoscere
ciò che è bene per farlo, e ciò che è male per astenersene, sicchè si possa
identificare senza più la virtù col sapere e la malvagità coll’ignoranza? Certo
la vera virtà, la virtù ideale, 4 idéz tig dpetfig, come la dice l’accademia, è
la virtù lumiade dal sapere; mentre al contrario la virtù d’opinione, quella
che si fonda sulla coscienza attuale dell’ individuo, che potrebbe non essere
illuminata dal sapere, e credere vero bene quello che non è bene che in
apparenza, non è, secondo lo stesso filosofo, che un'ombra di virtù, c4% doerig;
e così egualmente il vizio non dipende spesso che dall'ignoranza del bene. Ma
il sapere, per essere condizione, e importante condizione di moralità, ha
bisogno di una trasformazione; ha bisogno di diventare efficace, di farsi
pratico, operativo; se rimane nel campo della speculazione e della teoria, a
nulla giova per l’operare. L'idea dev'essere insieme una forza; la dottrina
delle idee forze trova qui la sua applicazione: e per essere una forza, bisogna
che parli insieme al cuore e alla volontà, bisogna che s'addentri in noi, che
s’identifichi con noi, per così dire, che faccia parte intima della nostra
natura, non già soltanto che ci illumini dal di fuori. Il che vuol dire che
oltre il sapere e più del sapere, sono anche necessarie altre condizioni per la
moralità: è un fatto che in parecchi casi l’uomo fa il male con coscienza e in
conoscenza di causa. Il bene non basta 1 La Morale, Paris Delagrave 1887 p.
sio. Paneasienizaniernenaene ssa re nervovore che sia conosciuto, bisogna anche
che sia amato; non basta che rimanga nelle altezze serene, ma fredde della
ragione; bisogna anche che scenda nelle regioni più basse, ma calde del
sentimento. Senza calore di sentimento, senza emozioni vive ed ardenti, senza
entusiasmo, senza fede passionata, non è possibile la pratica del bene. Il Kant
vuole escluso affatto dalla moralità il sentimento; ma è un errore grave. Tolto
il sentimento, tolta l’attrattiva del bene, tolto l'amore, manca alla volontà
l'energia necessaria per vincere la lotta colle passioni. Il sentimento morale,
l'amore del bene è adunque condizione necessaria alla moralità; l'educazione
deve mirare a svolgere questo sentimento negli animi; non basta far conoscere
agli uomini il bene; bisogna anche farlo amare. «Se la beltà, diceva Platone,
ci apparisse in se stessa e senza veli, susciterebbe in noi amori incredibili.
»: Ciò che Platone diceva del bello, si può dire del bene. Aristotele stesso
che non era un poeta, si rappresentava il bene come qualche cosa di
sovranamente amabile, e sovranamente desiderabile. Ma non basta la scienza del
bene e l’amore del bene; è anche necessaria la volontà del bene, la forza
morale, l'impero dell’ anima su se stessa. Quante volte l’amore del bene e la
scienza del bene sono impotenti del pari! Quante buone intenzioni inspirate dal
cuore e dalla ragione, non riescono a tradursi in atto, Dr mancanza di un
volere energico che SERRE FILA passionise dominarle! Già Sant'Agostino ci ha
descritto igli i rosa colorita e fanmeravigliosamente, in quella sua pros: È )
È assioni: « Io era : aggia energia delle p EI SARE tastica, la selvaggia 5
vegliarsi, ma vinti simile, egli dice, a quelli che vogliono s ARSA, dalla
forza del sonno, ricadono nell ASsoria SI x v'ha alcuno senza dubbio che voglia
sempre non preferisca, se è sano di s pirito, la veglia al sonno; 22 G.
ZUccaNnTE uetnneazzzazzanaiaaionaniaziaionaaziziz ione nia eene sirena na
sapere zanisare iti METIETEZIANETTATEZEZZNE ARA tienena n
aranuamarenanerenicionenesisseonenareonee e tuttavia niente è più difficile che
scuotere il languore che pesa sulle nostre membra; e spesso, nostro malgrado,
siamo presi dalla dolcezza del sonno, quantunque l’ora del risveglio sia
giunta.... Io era impigliato nei frivoli piaceri e nelle folli vanità, mie
antiche amiche, che scuotevano in certo modo le vestimenta della mia carne e
mormoravano: Ci abbandoni tu?.... Se da un lato era attirato e convinto,
dall'altro era sedotto e incatenato... Io non rispondeva che queste parole
lente e languide: Subito, subito, attendete un poco. Ma questo subito. non
veniva mai, e questo poco si prolungava all'infinito. Chi mi libererà da questo
corpo di morte 1? », Per vincere le passioni, per operare il bene è adunque
necessario uno sforzo supremo, un atto personale di risoluzione, è necessaria
la forza morale, la volontà. E la volontà non è sapere, sebbene non sia senza
sapere; è impulso appetitivo che il sapere illumina e guida, ma che il sapere
non produce. Ben fece Aristotele pertanto ad ammettere come fattore essenziale
della virtù la volontà; in questa parte specialmente egli ha oltrepassato di
gran lunga la con-. cezione unilaterale e ristretta di Socrate e di Platone, ‘
€ ha reso servigi eminenti alla morale. La virtù è forza, scienza, amore
indivisibilmente uniti in una medesim Aristotele parlare lun che segue. a
azione: della forza conveniva ad samente, come vedremo nel Saggio È Confessioni
Pisto » da LA DOTTRINA DELLA VOLONTA NELL’ ETICA NICOMACHEA del lizio. La
dottrina della VOLONTÀ nel LIZIO è anche più importante della dottrina
della felicità [cf. Grice, “Some remarks on happiness” – Ackrill eu-daemon] e
della virtù [Grice, “Philosophy is, like virtue, entire”]. Qui più che
altrove si manifesta l'originalità del filosofo. In generale, come abbiamo
notato, Socrate e lo stessa ACCADEMIA considerano condizione, se non
unica, quasi unica della virtù il sapere. Un’altra condizione scorge
necessaria nel LIZIO. Bisogna che l'APPETITO, trasformatosi in VOLONTÀ, si
rivolga là dove LA RAGIONE consiglia, poichè ci può essere contrasto tra
gl’appetiti da una: parte e i CONSIGLI [Grice, counsels of prudence] della
ragione dall'altra, e nessuna efficacia ha in questo caso la ragione, e il
lume che viene da questa, indarno si spererebbe che riuscisse a
rischiarare le tenebre della passione. Perciò Aristotele si accinge a un
esame accurato della facoltà del VOLERE [GRICE WILLING – citing KENNY ON
VOLITING], studiandone gl’elementi costituuvi, sorprendendola
per così dire nel suo nascere e conducendola su su fino al: n 2 più
alto grado di svolgimento, fermandosi sull imputabilità e sulla responsabilità
e mostrandole egate al libero arbitrio, dando insomma di questa
condizione interna della virtù una teorica Così po Cono SRI 4 quale
si poteva appena aspettare al tenipi. suole. da Sui : gu R i dovranno in fondo prendere le mosse tutti
quelli che si occuperanno di simile argomento. le 7 È Già i Cinici
aveano riconosciuto nel volere una certa 1 importanza per quanto
riguarda la condotta dell’uomo : virtuoso; ma erano scarsi accenni,
che doveano essere ui svolti e ampliati: conveniva non soltanto
riconoscere d l’importanza del volere, ma penetrarne l’intima
natura s e mettere a nudo il.substrato psicologico, sul quale
si t.) fonda, e da cui domina, per così dire, ed invigila
tutta à È quanta la vita dello spirito. Il fondamento
psicologico Di) che anche qui, come nella teorica della virtù,
Aristotele i o: ricerca alla morale, è la sua novità grande e
bella., Cominceremo anche per questo, come pei due Saggi et che
precedono, dall'esposizione della dottrina. i Poichè la lode ed il biasimo
non spettano se non alle azioni che si fanno volontariamente, e queste
sole quindi sono del dominio della virtà e del vizio, mentre alle.
altre che si fanno involontariamente è riservato il perdono e talora la compassione;
è necessaria, ad illustrare anche | meglio la natura della virtù,
un’altra ricerca ancora, la ricerca intorno a ciò che è volontario
(&4obawy) e intorno 2% a.ciò che è involontario (azobcrov) 1. G
ESE In primo luogo adunque è involontario ciò che altri > AE fa
costretto dalla forza, fix, ed è azione forzata, ffxoy, «a quella il cui
principio è al di fuori di chi la fa o da © i patisce, e a cui chi la fa
o la patisce in niente contribuisce [Eth. Nic. Forse si renderebbe assai
meglio 1’ gxobgiov e l’axodotoy di Aristotele col nostro ) spontaneo e non
spontaneo, che col volontario e involontario. Comun Ù que sia, ricordiamo
a scanso di equivoci che il volontario con cui traduciamo l'ézovaov di
Aristotele, significa quel principio di volere che è nell’appetito, e
non già nella volontà ragionevole; perchè questo volontario è
comune anche ai bruti. Segni Commento Cit. AVI Aia e. Ù agi
io E O Por; LS ; - / da parte sua: come se altri venisse trascinato
dovec- ce chessia dal vento o da uomini in potere dei quali fosse
ui caduto !. fs Può sorgere il dubbio se si devano
considerare volontarie o involontarie o, ciò che è lo stesso,
forzate “De o non forzate, le azioni che altri fa, benchè a malincuore,
x per paura di mali maggiori, dvx gofioy pertévoy zax6y, O
per conseguire cosa onesta, dit 2226v 71; come se ci avvenisse | di
dover gettare in mare le robe nostre, per salvare dal naufragio noi
stessi e gli altri 2; oppure un tiranno ci ingiungesse di commettere
qualche cosa di turpe, e solo a tal patto ci desse salva la vita dei
nostri genitori .0 dei nostri figli, che fossero in suo potere 3,
Assolutamente parlando, nessuno vorrebbe gettare in mare le robe
sue o sottomettersi, sia pure per ottenere Un fine onesto, al
comando inonesto di un tiranno: sicchè, prese in sè e. assolutamente,
quelle azioni sono forse involontarie (em). 3 too: dsobarz) #5 ma siccome
in esse il principio del moto è pur sempre intrinseco a chi opera, e
quello di N FIAT ROINZ DI IO { Eth. Nic. III, 1,3. Bfxuoy dÈ
06 4 cpXa Ecolev, corzvta À, À 7 ge 7, vi pendiv cvpt2era 0
mpdTTOY © 9 masgov, otoy ci 006% È uop.ica: Tor CRCAV TOLTI ubproi
dvTes. Eth. Nic. Eth, Nic. Abbiamo creduto col Ramsauer (Commento
all’ Etica Nicomachea di Aristotele) riferirsi l'esempio, del tiranno. i
alle azioni fatte did e40v 7, non già a quelle fatte De Qopov pets I
Covwy AILOY, Per le quali ci sembra bastare l'esempio del IO in e le
merci. Perciò abbiamo invertito nell’ esposizione l'ordine dei pe
(Commento) pare credere (308 alle azioni fatte dt 969oy pelivov
mare le merci a quelle fatte did mar due esempi. Il Michelet
invece l'esempio del tiranno riferirsi l'esempio del gettare
in LIKOY, zI6Y Fi 4 Eth, Nic. 1 ze II, 1. 6 in
fino.” Mensusazecenionien zaniniosarenenazonsecenioaasaze;
aciveonzarivevenea neeneseeeieeezazenninevivaosicezeana eraseoiana ne
ziarenezzionenezizioo cui è in noi il principio, sta in noi anche il fare
o il non fare; siccome in quel momento e in quella circostanza
particolare si fanno volendole fare e preferendole ad altre, ur: e
deve parlarsi di volontario e d’involontario non assolu i, speravasi di
evitare; non dimenticando mai che fra i beni edi mali ve ne sono di così
grandi, che per causa loro La sembra quasi lecito all'uomo checchessia, e
fra le azioni e fatte di così turpi e malvagie, che niente v'ha per cui.
2 ue. possano essere perdonate‘. Così non merita alcun perdono + .
SA Alcmeone che uccise la madre, ed è ridicolo ciò ch'egli Ne:
addusse a sua discolpa: a certe cose non dobbiamo lasciarci RS
costringere, piuttosto è da preferire la morte 5. Invece 4 DO 1 e 3 N N
” 1 Eth. Nic. . % dì 00) gità uèv dnodarà tot, eni IN iui n‘ e ‘
. VÙV dî zl avti TOVÒs viper, al dà doyh èv té TPATTOVTE,
n II x » 4 IANGLI DI x ORIO LI zo astà uiv dnobar ar, vv dì
ue Inti movie suobera. C'è | in Aristotele per quello che riguarda questa
specie d’azioni una certa | oscillazione e titubanza, che è assai
difficile riprodurre nell’ ni 2 Eth. Nic. III, 1, 6 parti
rodlex. 5 Compendio della morale del lizio | $ Eth. Nic. Eth,
Nic. , A DI esposizione. fi Eta quando vi
siano tali mali che oltrepassino l’ umana natura e che nessuno potrebbe
soffrire, se altri, per evitarli, faccia cosa che non deva, è degno, non
certamente di L lode, ma di perdono; e alle volte è perfino degno
di lode chi non dubiti di sottostare a qualche cosa di turpe o
doloroso, mirando a fine bello e grande!. Del resto è difficile
determinare quali cose si debbano scegliere e quali sopportare di
preferenza, presentandosi - molte differenze nei casi particolari; e
ancor più difficile + PA è rimaner fermo nella presa risoluzione, poichè
potrebbe 4 smuovercene o il dolore che ci si minaccia, o la
turpezza dell'azione, a cui ci si vuole costringere. Chè in
generale è questo il caso più comune di tali azioni: ci si vorrebbe
costringere a qualche cosa di turpe colla minaccia di grandi dolori. Dove
siccome è sempre da preferire il dolore all’operare turpemente, si loda
chi non vi si lascia costringere, si biasima invece chi vi si lascia
costringere. I Eth. Nic. III, 1. 7. Svtote nel èrzwodviai, dTAY
alcypoysat ‘À Nuti gÒv UTOPEVOGI dti PEYÀ.OY ua 4240. î 2 Eth. Nic.
III, 1. $ 9 in principio e $ 10 in fine. 3 Eth. Nic; .... &Tt dì
yederotepoy Supetvat Tot mi cd ROXb dom FÀ piv mpocdozopeve Nutnpz,
x pocbztay ds Y% È a di >» U, » VANE a 2 de
vaqadbovma vicy 94, ev î7 Il senso di questo luogo imbrogliato mi pare
il ù difficile rimaner fermi nella presa risoluzione 0°, poichè, essendo
il più delle volte "Sa uello che =» LI vor val
goyor yvovTat TEL TOÙS avarpraslevzas A ua seguente: è ancor
pi di operare in una certa maniera doloroso quello che ci aspetta
se non operiamo, e turpe q CI ci si vuole costringere ad operare, avviene
che o il dolore minacciato, 3 attuale ci smuova dal nostro proposito.
Una o laturpezza dell’azione IPEOR : n tiranno, anziché
sottostare STA a, donna ha deciso di piegare alle voglie d’u ottostare
ai tormenti da lui minacciatile, ma al momento dî Meter i; deci a tur
'azi a per compiere, la tratquanto ha deciso, la turpezza dell azione # st De
So Sa n Ì i ferisce i tormenti, Un uomo ha o di soffrire — tiene
dal compirla e pre leciso d È Uursussazzenatessaaeeice isa reneeaaee
re va naasenaoaineanininianien aninininiaeaninrioei nezizanioneeaerisseeereenaeoaierazeoiza
lean ese ria zezanei Riassumendo, involontaria o forzata è
l’azione il cui principio è al di fuori di chi la fa, e a cui questi in
niente contribuisce da parte sua; e il timore di mali maggiori (6
96Bos pertivey zaz6y) e il fine onesto per cui si operi (dt x4).6v 71),
non rendono punto involontaria o forzata l’azione, sebbene le comunichino un
carattere speciale, di cui è necessario tener conto quando si tratti di
stabilirne il valore morale. Che se alcuno dicesse che in realtà
l’onesto (rà x21é) e il piacevole.anche più (xè dt2), rendono
involontaria e violenta l’azione, perchè costringono dal di fuori
(avarstem #0 dv7z), se ne dovrebbe concludere che tutti in tale ipotesi
sono forzati a fare ciò che fanno, poichè tutti operano per questi due
motivi, l’onesto e il piace- ‘a vole!; l’utile stesso per cui spesso si
opera, non si sceglie se non come mezzo a un bene o a un piacere; ciò
che | è amato e scelto come fine, è il bene e il piacere 2.
D'altra parte chi opera per violenza e involontariamente, opera con
dolore (2vrnpòs): invece chi opera per il piacevole e qualunque tormento
piuttosto che rivelare un segreto che possa, ad esempio,
compromettere la patria; appena sente i tormenti, si rimuove ©
dalla sua decisione. Siccome poi si tratta di dolore proprio,
personale, da una parte, e di onestà dall'altra, e siccome è da
preferire sempre il dolore al venir meno all’onestà, così l’autore
aggiunge: O0ey Erauvot zz Yéyor ecc. cioè a dire che si lodano
coloro che non si lasciano costringere dal dolore a fare qualche
cosa di turpe, mentre invece si biasimano coloro che vi si lasciano
costringere. Ero: è da riferirsi ad 7 pi, Yéfora mepi Tod;
vayzaolivmzz. 3 tNEth: Nic. III. 11. x 2 Eth. Nic. II, 3.7: 7eiòY
Yao dvrwy cav sic TRS UiosGeLe. AIN0d GUozs0vTos Adios ed Eth.
Nic.. dofcre dov yecusov civai di ob fiera apabov ari dovk, bareQUINTA
dv ein v&Y206v TE AU Td 400 we Tin. l’onesto, opera con piacere (19
4dovîs); per la qual cosa se ciò che è piacevole ed onesto: costringesse ad
operare, si opererebbe ad un tempo con dolore e con piacere, il che involge
contraddizione!. E ridicolo adunque, conclude Aristotele, accusare le cose
esterne, e nonse stesso come facile a venir attirato da esse, e delle azioni
belle dar la causa a se stesso, delle turpi alle cose piacevoli » ?. Eth. Nic.
L'affermazione d’Aristotele che chi opera per il piacevole e l’onesto, opera
con piacere, non si può accettare che in parte; perocchè, se è vero che chi
opera pel piacevole opera con piacere, chi opera invece per conseguire cosa
onesta, si sottopone il più delle volte a dolori e non opera conseguentemente
con piacere Eth. Nic. Masi potrebbe risolvere questa contraddizione in cui pare
Aristotele si trovi con se stesso, affermando, come fa il Michelet nel suo
Commento, che qui ($ 11) Aristotele parla dell’onesto che per se ci spinge ad
operar rettamente, mentre prima {$ 7) ha parlato dell’onesto che ci induce a
soffrir dolori per ottenerlo. « Postquam auctor de honestate, quae nos ad
molestias subeundas impellit, et de molestiis locutus est, quas ut vitemus ad
turpia facienda cogimur; jam de voluptate loquitur, quae nos ad haec cadem, et
de honestate quae ad recte agendum compellit. Sunt autem haec illis magis
spontanea, quia voluptas et honestas fines sunt, quos sponte nostra per se
cligimus, molestias autem semper invite subimus, utpote a natura nostra alienas
» Michelet Commento cit. pag. 103 - 104. D'altra parte si potrebbe ricordare
che nella teoria d’ Aristotele è virtuoso solo chi opera il bene con piacere.
Eth. Nic. 1 uh aitdy ebmpatov ovTa d tuuròv, Tv d aley pv nÙ i è cosa ridicola
che, mentre si sostiene che tanto 1 ci costringono ad operare, quando si viene
alle applicazioni, a che le azioni buone non siano già dovute, come a causa e
per contro le azioni turpi siano dovute 1 yeXoloy Sh cd qitizola mà 4706, dI mò
76V rowirmy; zal TGV pev 4XA6Y Si. Il senso del qual luogo è il seguente: l
bene quanto il piacevole si sosteng efficiente, al bene, ma a nol; die i Nel
qual luogo il filosofo riconosce evidentemente, e sì fa gioco di coloro che non
vogliono riconoscerlo, che delle azioni nostre siamo noi la causa efficiente:
noi abbiamo in noi stessi una forza e un'energia nostra propria, colla quale possiamo
sottrarci alle influenze che ci vengono dal di fuori, perfino all'influenza che
ci possa venire dal bene. Il che, o c'inganniamo, o è un accenno abbastanza
chiaro alla libertà del volere. Quanto è detto del bene e del piacere, si può
ripetere dell’ira (0vpés) e del desiderio (r:0vuiz): le azioni che si fanno
sotto lo stimolo dell’ira e del desiderio non sono involontarie !. Perocchè se
lo fossero, nessuno degli altri animali agirebbe volontariamente, e neppure i
fanciulli che agiscono massimamente sotto lo stimolo di questi due moventi
interni ®. D'altra parte anche alle azioni come a causa efficiente, non a noi,
ma al piacere che ci costringe. Per esser conseguenti dovremmo invece tutti due
questi generi d’azioni attribuire alle cause esterne. Inteso così questo luogo,
mi pare che non si possa dire in riguardo ad esso quello che dice il Ramsauer;
(Commento citato): « vides illi (Aristoteli) quasi codem tempore cum diverso
hominum genere rem esse. Qui enim dicant etiam 7% 423.d fizuz esse, non poterunt
iidem té zz4.6v zi7izola é2UT005. Invece a me pare si tratti degli stessi
uomini. Soltanto mentre in teoria sostengono che il piacere non soltanto, ma
anche il bene costringe ad operare, e aggiungono il bene per far passar meglio
la loro teoria, in pratica poi sostengono quello che loro fa comodo; fa comodo
a loro esser riputati veri autori del bene; non fa comodo esser riputati autori
del male. 1 Eth. VE III, AB Noi traduciamo ira il 0vuds greco. Ma veramente
0»yd5 non significa soltanto l'affetto speciale dell’ira. Il 0105 indica
l’impeto, la veemenza, il calore dell'animo, ha quindi un significato più largo
di ira. Tuttavia in italiano non parola che renda perfettamente il Inps. 2 Eth.
Nic. III, 1. 22. Qui il volontario anche più che altrove Saprel trovare una
belle siamo spinti da un qualche desiderio, da un qualche affetto, e sarebbe
ridicolo dire a nostro elogio volontarie le azioni belle, involontarie le
turpi, mentre dipendono dalla medesima causa. Ci sono poi delle cose che
conviene desiderare ardentemente, come ci sono dei casi in cui conviene
adirarsi: come si potrebbe dire involontario ciò che si fa in questi casi? ®,
Ancora, che differenza c'è fra i peccati che derivano dalla fredda ragione e
quegli altri che derivano dall'ira o dal desiderio, per cui questi. ultimi soli
devano essere involontarii? Sono da evitare si gli uni come gli altri e le
passioni irragionevoli non meno della ragione sono umane. Finalmente perchè si
dovranno chiamare involontarie quelle azioni che derivano dall'ira o dal desiderio,
che muovono cioè di là donde il più delle volte gli uomini sono spinti ad
operare 4? Come si vede, Aristotele in questa questione che riguarda il
volontario e l’involontario e ciò che è forzato e ciò che non è forzato,
procede rettamente dall’estrinseco all’intrinseco, dal mondo esterno al mondo
interno. Violenza è solo quella che ci viene dal di fuori, dagli è preso nel
significato speciale di spontaneo. Perciò non è a far le meraviglie se
Aristotele dice che appartiene anche alle bestie e ai fanciulli. Eth. Nic. Eth.
Nic. Eth. Nic. Come si vede l'argomento è questo: le gionevoli non meno della
ragione sono umane: per conseda ragione, è anche volontario passioni irra
guenza se è volontario ciò che deriva i ciò che deriva dall'ira e dal
desiderio. Qui è ritenuto come volontario tutto ciò che deriva dall'essere
dell’uomo; perchè ‘volontario anche qui è preso nel significato di spontaneo.
Tratteremo largamente in fine la questione dell’éz00 Eth. Nic.. ti Giovy e
dell'uzoustov. elementi, il vento per esempio, o dagli uomini, ed è violenza
materiale, a cui non è possibile opporre resistenza; il vento ci trascina o ci
solleva; gli uomini, quando ne abbiano il potere e la forza, c'imprigionano, ci
tormentano, fanno di noi tutto quello che loro aggrada. Il timore di mali, che
si vogliano evitare, un fine onesto per cui si operi, non costituiscono
violenza; i mali per verità sono al di fuori di noi, e il bene a cui si miri è
anche fuori di noi; ma il timore che si ha dei primi, è cosa subbiettiva,
personale, e il bene ci alletta e ci sospinge solo in quanto è appreso ed
apprezzato da noi, e s'è quindi trasformato in cosa nostra. Il movente è perciò
sempre in questi casi interiore, senza contare che la vera causa motrice, il
principio che mette in moto le membra, n dpyn où zuelv Td dpyavizà uéen,
appartiene a colui stesso che opera,'èy abrò torw |. Altrettanto è da dire del
piacere, dell’ira e del desiderio che sono tutti moventi intrinseci, tutti
dipendendo dalla natura e dall’essere stesso dell’ uomo, di cui sono come la
manifestazione. Per Aristotele è volontario o spontaneo tutto quello che è
intrinseco all'uomo: egli non si cura di determinare se quello che è intrinseco
sia intrinseco soltanto apparentemente, e dipendain ultimo ancora da qualche
cosa d’ estrinseco; quello che è nell’ uomo, per qualunque motivo vi sia c da
qualunque causa derivi, gli appartiene, e gli si deve a giusto titolo
attribuire. Il regno dell’ szobary è vastissimo, quasi tanto vasto quanto la
vita dell’uomo. Eth. Nic. III, 1. 6. metal a [ie à PA. x x | I ° MATTONI INI
CRE PET ARI FR IR e PR ARR i nin enizaz azz nana 10S Pan TTA nerina nen ini era
reni esente merpasenazean enesaziaricnennenecaasionzossenenianeanisea II. E in
secondo luogo involontario quello che si fa per ignoranza (%yvorx) *. Intorno a
questo è però da osservare che non tutto ciò che si fa per ignoranza è a rigore
da chiamare involontario; imperocchè chi pure per ignoranza abbia fatto cosa di
cui poi non ebbe a pentirsi e a sentir dolore, che anzi a lui piacque di aver
fatta, non si può dire l’abbia fatta involontariamente, sebbene per verità
neanche volontariamente, non facendosi volontariamente se non ciò che si sa:
invece è da dire veramente involontario ciò che si fece per ignoranza e di cui
poi si sentì pentimento e dolore ?. Della quale restrizione è da tenere 1
massimo conto nello stabilire il grado d’imputabilità d'un’azione. Se altri
infatti si compiaccia -d’ un'azione che fece a sua insaputa, quest'azione che
non si poteva dir sua perchè l’ignorava, diventa quasi sua per effetto di quel
compiacimento. Intorno all’involontario per ignoranza è anche da osservare, che
bisogna distinguere ciò che si fa per ignoranza, da ciò che si fa ignorando
bensì, ma per un altro motivo. Imperocchè l’ubbriaco e l’ adirato è certo che
non sanno quello che fanno, e tuttavia non Sl può dire che operino per
ignoranza, e quindi si devano ritenere involontarie le loro azioni; le loro
azioni, anzichè dall ignoranza, AO origine dall’ ubbriachezza € dall ira, SR
non hanno saputo astenersi © da cui derivò 3PRUGL, ‘OSCUra= mento della loro
mente 3. Per conseguenza chi abbia 4 Etb. Nic. Eth. Nic. INI, 1. 13 © 19: Eth.
Nic. permesso che gli affetti dell'animo suo prendano tanta forza da accecarlo
interamente, sicchè non possa più discernere quello che pure poteva discernere,
costui non accusi come causa di peccato la sua ignoranza, ma quegli affetti che
non ha saputo regolare. Ancora non è da credere che renda involontaria l’azione
l'ignoranza dell’universale, cioè del bene e del male, l'ignoranza che riguarda
il fine da conseguire, per cui gli uomini volgono l’opera loro ad un fine
indegno, non sapendo ciò che sia veramente da desiderare. Il malvagio ignora
ciò che convien fare e ciò da cui conviene astenersi; ma non per questo egli è
non malvagio: anzi è questa ignoranza appunto la causa della sua malvagità!,
Chi opera male non può addurre a sua scusa R di aver ignorato ciò che
conveniva. fare. L'ignoranza x del bene e del male non può essere ottima ‘scusa
del | ‘peccato; altrimenti si dovrebbe riputar buono chi pure abbia commesso
azioni turpi ed ingiuste, quando in antecedenza abbia stimato bene quello che
si propose di fare ?. Invece rende involontaria l’azione l’ignorare le cose i
singolari nelle quali e intorno alle quali versa l’azione medesima; chi ignora
qualcheduna di queste, ben lungi dall’operare volontariamente, merita
compassione e Eth. Nic. Aristotele oltre che dell'ignoranza dell’universale) 1:
x: III dvorz, parla anche d’un' ignoranza che ha luogo nel preeleggere, SR È)
17 mpozipécei dryvovz, come d’una causa della malvagità, alla in #36 poy0nptxs
Eh. Nic. Gl’incontinenti, &xpxTeì, non errano nel fine, poichè sanno che sì
deve fuggire la libidine, ma, tratti al desiderio, si allontanano dalla via che
conduce al fine. In questi. C’è conoscenza dell’ universale, e ignoranza nella
preelezione. Cfr. Mi. i |‘ cheler Commento cit. p. 108. + perdono !. Essendo le
cose singolari, nelle quali versa l'azione, al di fuori di noi ed estranee a
noi, l'ignoranza di queste è in qualche modo una causa esterna, un istrumento
esterno ed estraneo alla nostra volontà, sebbene in noi; sicchè ciò che si fa
sotto il dominio di tale ignoranza, sembra fatto non da chi agisce, ma da
questa ignoranza stessa. Mentre l'ignorare che cosa sia bene e giusto e retto
dipende da cattiva volontà, ed è non già qualche cosa d’estraneo e
d’estrinseco, ma un principio interno, una qualità propria di chi agisce, che
rende questo imputabile della sua azione. C'è insomma un’ignorantia juris, come
la chiamano i legali, e wn’ignorantia facti; la prima è imputabile, la seconda
non è imputabile; Ignoranzia juris nocet, ignorantia facli non nocet.
L'ignoranza dei particolari può riguardare e chi opera (is) € ciò che si opera
(xt) e intorno a che o in chi si opera (rspì #t È evi) 3, e con quale mezzo sl
opera (rim), e per qual fine (Evezz 7ivos) e in qual modo 4 Certamente non è
possibile ignorare tutte queste circostanze ad un tempo, chi non sia pazzo;
perocchè non foss'altro, come potrebbe chi opera ignorare se stesso? Ma si può
ignorare o la sostanza dell’ azione, o l'oggetto in cui cade |’ azione, 0 il
mezzo, o il modo, o il fine. Per esempio ignora ciò che fa O) la sostanza
dell’azione, chi ignorando non si dovesse dire una certa, Eth. Nic. Il Commento
del Michelet p. 105, 5 Accetto la spiegazione di Michelet. Il rrept ab el’èv Ti
Ì i 2 L i ì U AI CD indicano la medesima circostanza, l'oggetto in cui cade
l'azione;sol to mentre il mepi ci si riferisce a cosa inanimata, l'îv 7ou si
riferisce tan ico: pata, ersona Refer #s0l zi ad rem inanimam, îv ivi ad
hominem. a p 3 i È + Eth. Nic. INI, G.
Z. uu i* Dà ‘per un nemico, come Merope, e l’uccida, ignora l'oggetto cosa, se
la lasci sfuggire nel discorso: chi scambi il figlio dell’azione o la persona
su cui agisce: ignora il mezzo chi credendo una pietra esser pomice e perciò
materia tenera e innocua, oppure essere spuntata l’asta che ha invece acuta la
punta, la scagli contro qualcheduno e lo ferisca: ignora il fine chi
apprestando all’ammalato una pozione collo scopo di salvarlo, l’uccida; e chi
volendo solamente toccare, percuota invece violentemente, è ignorante del modo
!. Intorno a tutte queste circostanze potendo aver luogo l'ignoranza, chi operi
sotto il dominio di questa opera involontariamente. Se adunque, per quanto s'è
detto, involontario è ciò che altri fa costretto dalla violenza e per
ignoranza, volontario invece sarà ciò che sì fa per un principio intrinseco e
conoscendo le singole circostanze in mezzo alle quali versa l’azione 2; 0, come
spiega lo Zanotti, avendo considerato le ragioni di farla, « perciocchè le
singole circostanze, 7% x20' Éxxst2, che debbon conoscersi dall’operante,
contengono appunto le ragioni, per cui dee, o non dee operare. Per tutto questo
Eth. Nic. II, 1, 17. Accettiamo il 7i0xs del Susemhil, e non il rafees del
Michelet, del Ramsauer ecc. L'esempio di chi appresta una pozione all’ammalato
affine di guarirlo e invece l’uccide, piuttosto che un esempio di chi ignora il
fine, ci parrebbe un esempio di chi ignora il modo o il mezzo. Vedi quello che
dice il Ramsauer molto giustamente in proposito p. 142. 2 Eth. Nic. III, '1. 20
7òd Szobcvoy Séterev dv civa où dex Ev abré cidoti 7% nol) Enzota èv oîs
modkic. Alla conoscenza delle circostanze in cuirsi compie l'azione, o, ciò che
è lo stesso, alla esatta considerazione delle ragioni per cui l’azione si deve
compiere, mirano la deliberazione, Bosdenaiz, e la preelezione, Tpoztoegts. La
preelezione, chio chiamarei più volentieri proposto, ha grande importanza per
la virtù, ed è ad essa strettamente congiunta. RE Dalla, preelezione si giudica
il costume meglio che dalle azioni medesime !. Per la virtà infatti si guarda
di più al come siamo disposti nell'animo, che a quello che si fa; gli atti
esterni della virtù possono essere fatti a caso, 0 per ostentazione, o per simulazione,
o per ignoranza, o per violenza; se manca l'intenzione, il proposito interno,
la preelezione, mpoziosaw, gli atti virtuosi non hanno valore etico. Che cosa è
adunque la preelezione ? La preclezione pur appartenendo al volontario, non è
tutto il volontario; il volontario ha un'estensione maggiore; il volontario è
il genere, di cui la preelezione è una specie. E difatti e i fanciulli e gli
animali operano volontariamente, ma non con proposito deliberato, non con
preelezione; e le azioni che sono l’effetto di un moto improvviso dell'animo,
non essendo premeditate da.chi le fa, non si può dire sicuramente che siano
state proposte, o prescelte, sebbene non si possa negare che sono volontarie.
IN %, »,Ech. Nic. Trepi TINZPEGEOS eretar dte)berv, otzetd. è; Ù ne EIA À ”
TATOYV Ye siva dozeì cf desti vat uao 7% in nplvew iv Ù TPACEOY. 2 Eth._Nic.
III, 2. 2. DEMI SATO Z CPI, eee?) pi SA a 4 Pa, unsasaezeraa:iezaazez;
nnnasioneeeesaneazasose sseeneti Poneszeszoanesipanizionesianaaneraneionezeze
sv anenzenennariceeneai nina neneeaniaseaianizsane. La preelezione non è
neppure un fatto d'ordine appetitivo; nessuna delle specie dell'appetito, il
desiderio (emivita), l'ira (016%), la volontà (fovàno:s) *, è preelezione. Che
l’ira e il desiderio non siano la stessa cosa della preelezione l'argomento
capitale è questo, che i primi sono affetti che appartengono anche ai bruti,
mentre invece la seconda appartiene soltanto all'uomo. Per quanto poi riguarda
il desiderio in particolare, preelezione e desiderio si oppongono l’una
all’altro, come avviene hell’incontinente e nel continente, nel primo dei quali
la preelezione è vinta dal desiderio, nel secondo per contro il desiderio è
vinto dalla preelezione ®. S’ aggiunga che il’ desiderio ha per oggetto il
piacevole in senso positivo, il doloroso in senso negativo; la preelezione
invece non ha per oggetto nè l'uno nè l’altro. Chi desidera, qualunque cosa
desideri, JI: Bpetic, appetito, risulta veramente di tre clementi, 0up.òs,
eridupiz, Rodina: Cfr. Eth. Nic. I, 13. 18 e la nota dél Ramsauer a quel luogo:
« 7ò emibrinazizoy zi 6)0g bpeztiziv: hoc denique nomen 70 4)6Y0v illius.... ad
quod universam Thy #014hv dpethv referri mox discemus. Primum est in eo quod
habet èr iMuniay, at insunt etiam alia, ut addita voce %%Ì 190; ROTOnTe, quae
presto Th ET I DDAZAI DS dpicems sunt. "055 E1s VEN ve Pe NTAZ vai Quuds où Bobana (414 b
2) » pag. 75. 2 Eth. Nic. II, 2 4 za! 6 &zoztie Ce DIIONIDTA] Tare
mpozipodu evo d' où 6 Syapathg Ò' avdrzdiy Toogipobuevoe ev, Ceri VIIXONI d’
où. Il continente e |° incontinente hanno
questo di co mune che c'è in loro una specie di lotta intestina come di forze
ostili; da una parte il desiderio, dall'altra la ragione; nel continente 3 la
ragione si assoggetta il desiderio ribelle, nell’incontinente il desiderio
ottiene il sopravvento. « Quum Aristoteles ad mores hominum spectans, ut
breviter loquamur, quatuor distinguat genera (qui boni, qui mali sunt, qui
&y4p%TeTs et CRI in duobus illis quos, priore loco diximus, discrimen quo
in anima % Gostic a ratione differt ante”“ani tai Pacini te nai init sia buona
o turpe, per una certa necessità dell’ umana natura se la finge come piacevole;
chi preclegge, anche se per caso preelegga i più turpi piaceri, se li
rappresenta sempre come beni !. Non è adunque da confondere il desiderio, colla
preelezione. Anche meno è da confondere l’ira con la preelezione, poichè le
cose che si fanno sotto l’ impulso dell’ira, sono ben lontane dall’esser fatte
con meditazione e proposito deliberato. La volontà, sebbene affine, non è
neppur essa la stessa cosa della preelezione. La volontà infatti può versare
intorno a cose che o sono del tutto impossibili, come chi volesse vivere
immortale, oppure sono tali che il farle non è in potere di chi le vuole, come
chi volesse che un certo istriéne o un certo atleta vincesse. Chi preelegge
invece, non si propone cose impossibili, salvo il caso che sia pazzo, nè cose
che non sia in suo potere di compiere 3. Aggiungasi che la volontà si riferisce
piuttosto al fine, la preelezione invece, ai mezzi che conducono al fine. Noi
vogliamo esser felici, scegliamo i mezzi necessari al conseguimento della
oculos non est. lam enim in .probis hominibus Tò dpe4tizoy totum se conformavit
ad auctoritatem rationis, in pravis co. redacta est ut potentiae 705 opeztinod
libenter assentiat et inserviat. Contra oi 49% mel et oi azparete id commune
habent, ut in utrisque spectetur intestina animi dissensio et dimicatio quasi
virium hostilium... In ANZI enim victa ratione optime apparet con) sit propria
775 dpitews vis spernentis © TOY If. +; in îjnpeare stz vero subacta cupidinis
rebellione eventus docet, rationem iubentem atque increpantem aditum habere ad
7ò dpetu0Y ». Ramsauer Commento cit. p. 74 i { Eth. Nic. JII, 2 5. Cfr. la nota
del Ramsauer a questo luogo. Eth. Nic. . Éth. Nic. IMI, . RE ore a a ad
felicità. Dire che si sceglie d'essere felici non sarebbe conveniente !, Se
però la volontà è differente dalla preelezione, non è differente che nella
maggiore estensione ch’essa ha: noi vogliamo quello che preeleggiamo, ma non
inversamente tutto quello che vogliamo preeleggiamo ?. Stabiliti i confini tra
la preelezione e le singole forme dell’appetito, resta a vedere se la
preelezione sia un fatto d'ordine puramente intellettivo. E qui Aristotele |
confronta la preelezione coll’opinione, dé, dando però i all'opinione un valore
e un significato più esteso dell’or.dinario, sicchè si può dire che abbracci in
generale tutta l’ intelligenza 3. È 1 Eth. Nic. III, 2.9. à e: “6 ? Eth. Eudem.
II, 10. 17 &rxvTeg zo Govtonela È nel Tonzi- i pobuebz, ob pevtar ped
Rordoualz, riva rpeozipobts"z. Osservo però che in realtà tutte le cose
che si vogliono, si scelgono anche; perocché le cose impossibili non si
vogliono, si vorrebbero soltanto; c’è, vale a dire, per quanto riguarda le cose
impossibili, un volere iniziale, non una vera e propria volizione; c'è il
vorrei, non il voglio. Si 5 Eth, Nic. III, 2. 10-15. L'opinione com'è intesa
qui abbraccia La in realtà tutta l'intelligenza, perchè in 1° luogo si
riferisce anche alle cose eterne, che cioè non possono cssere altrimenti,
quindi abbraccia. quella parte del principio avente ragione, che Aristotele
chiama 7ò Pr pr EmaTovzoy; in 2° luogo sì riferisce anche alle cose che possono
L: essere altrimenti, quindi abbraccia quell'altra parte del principio avente
Cor ragione che Aristotele chiama 7ò ).0yto7t6y (Cfr. Eth, Nic, VI, 1. 5-6). È
* Per conseguenza abbraccia l’intera ragione. Senza contare che è leo- + enti
didvorz, perchè dof4lousy di ci 307 insi it CD path dizvoz, p o9439uev de TL
EoTw, e insieme moeztizA RIGICATO, ; i $ i drdvo1a, perchè:dot4lonev Tini
cuuptper i oc. Il dolzoridy adunque. È : Sal ha qui la stessa estensione del
davanti. Nel libro VI cap. VS il È x » Telo "a . 4 . - AR doQxstiziv ha un
significato più ristretto: % == yde dé * S pi Li cu Teol TO ° evdey duevov Dos
Eyew al i geivacis. AAT NELL’ETICA D'ARISTOTELE Primieramente adunque
l'opinione si estende a tutte le cose, non meno a ciò ch'è eterno ed
impossibile, che a quello ch'è in nostro potere; la preelezione invece si
limita a quest'ultimo appunto, come già s'è fatto osservare !. L'opinione ha
per sua legge il vero; la preelezione il buono. Coll’eleggere il bene od il
male diventiamo di certa qualità, buoni o cattivi, mentre coll’ opinar bene non
si diventa buoni, come non si diventa cattivi coll’opinar male *. E poi si
sceglie di seguire o di fuggire una qualche cosa in seguito all’ opinione che
ce ne siamo formata, ma non si può dire affatto che opiniamo il seguire o il
fuggire medesimo ®.. Si noti inoltre che la scelta cade su beni conosciuti,
mentre l'opinione si forma là dove manca una perfetta conoscenza. Finalmente se
la preelezione fosse la stessa cosa dell'opinione, si vedrebbero le stesse
persone opinare e preeleggere il meglio: mentre non è raro il caso che si opini
il meglio e per malvagità d'animo si elegga il peggio °. 1 Per quanto fu detto
adunque la preelezione non è un fatto che appartenga del tutto 0 all’ appetito
0 all'intelligenza. Forse che risulta di tutti due questi elementi? Vediamolo. Ma
prima esaminiamo che cosa sia la deliberazione, Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic.
III, 2. 12. ‘ RUS, 13. %d Tooztpodue % où rav touev. Intorno al qual argoice il
Ramsauer: Parum in hoc sexto A Îoc vi, Ò Sara 4 ziòv dotalovtwYy 00
OLGTAL0VGWY, Ma univ È$ uoMiota iouev 4 Eth. Nic. III, 2. \ (Sa \ Kay = SÌ
dpa9à dvra, Dobalopev dè to si può riferire quanto Ò Evo. Y%0 iDevar 1140 db 24-27. men
argumento ponderis: YI olovtal cups e ‘ mpozipeois esse d0S4 TU s Eth. Nic. III, 2. 14 Poterit igitur nibilominus dii è. titan
nazio piantina ® PY log * stesso Tpoxtosote foblevai, perocchè la scelta pare
non si possa dare senza aver prima deliberato che cosa si debba scegliere. Il
nome sw indica elezione di una cosa con esclusione d’un’altra, e ciò non si può
fare senza un antecedente x è) giudizio e un'antecedente deliberazione. La
deliberazione, fobieva, è come quella specie di giudizio pratico che nelle
creature intelligenti e ragionevoli deve sempre precedere l’azione. Perciò
appunto non in tutte le cose si delibera e si prende consiglio. Non sì delibera
sulle cose eterne e immutabili, o sulle impossibili ‘a ottenere; non si
delibera sulle cose che dipendono dal caso, e neanche su quelle che dipendono
dagli altri uomini; non si delibera su ciò che o per necessità di natura o per
altre cause avviene sempre d’un modo, 0 sempre muta !. Si delibera invece su
quello che dipende da noi e che può essere operato da noi, fovXeuius)a dì repl
mov 89’ fiutv mpazzov *, là dove però l’esito è incerto e indeterminato, e ci
può esser luogo a dubitazioni molte x e diverse; chè dove è certezza e
sicurezza cd esattezza, anche nelle cose nostre non si delibera. Eth. Nic. \ D
3 Eth. Nic. %xl mept pèv mas dzorbeis al abrdo LIT pei E) » toy èriotmuiy nba
fatt Bouth..... td Bovdeveclar dì èv I SE OA A UL IS di 7ò x #R0À E A gola NEL
mois ds ETÌ Fò FOO, di priore dè nos aroboerzi, nai èv 0Îg ddLd
sensoszerzeveeansazzosiessoneanen Si badi però che non si prende deliberazione
e consiglio intorno ai fini, ma intorno ai mezzi che conducono ai fini. « Imperocchè
nè il medico si consiglia s' egli ha da sanare, nè l'oratore se ha da
persuadere, nè il politico se ha da fare buone leggi, nè alcun altro dei
rimanenti si consiglia intorno al fine: ma tutti avendosi proposto un qualche
fine, indagano in che modo e per quali mezzi sarà ottenuto, € se apparisca che
per più mezzi si possa ottenere, ricercano per quale si otterrà più facilmente
e meglio, e se non si possa ottenere che per uno, ricercano il come di
quest'uno, e il come di quel come, finchè giungano alla prima cagione, la quale
-. L'ultimo nell'analisi è primo nella ricerca è ultima. . li ultime parole
vanno intese nella generazione », Le qua Eth. Nic. Non è vero che si deliberi
sempre in on intorno al fine. Verius enim hoc (che deliberiamo intorno in artibus,
velut medici, oratoris. - e ordinandam spectant. Etenim quomodo erit judicandum
de torno ai mezzi e N Ecco le giuste osservazioni del Ramsauer a questo luogo:
ai mezzi e non intorno al fine) uae ad universam vitam ben quam in iis q aa RO
REESE * ve ut ipslus philosophi vestigia Preriano i Re e dy dizapivat OTOV AITI
TOLG) AIOETEON, illo cui forte factum est LAAET i : quoniam et timet instantem
dolorem nec libens admissurus est quo efas sit (r110 @ 29-33)! Annon ambiget
deliberabitque, utrum dolor na t? Aut igitur duplex genus sibi fugiendus an
honestas amplectenda si ee ltera qualem h. 1.(C 15 sq.) depingit; Boumis es de
fine altera, altera 3 i Ve) aut illa quidem meditatio quae ad ciln perunet,
quamqua psa i vel ACETI, intendi audivimus, alio nomine indenda genere
seponenda. Silentio vero camdem obruere utrumque negari non poterit et esse cam
et facere pi . CRI o Neque enim in exemplis quibus nititue Aristoteles 0 Ù k
quod dici. Fuerunt profecto viri poliuci, Ilent sUvopiav compa in pio aliquani
14 - erateta TIP wPETSO: haud licuerit: na ad mores hominum. S ino verum est ra
È eno certo constabat, utrum ma ; a uibus haudita P i pre DARet I; ivitati an
sibi potentam; arqui Ista de fine q rare Cl sibi così: quando l’uomo nella sua
ricerca dei mezzi per giungere a un certo fine, è arrivato a quell’ ultimo,
oltre il quale non resta più nulla a deliberare, cessa dal deliberare e
incomincia a operare: per ciò quello che fu ultimo nella ricerca diventa come
il principio dell’ azione. Avviene qui quello stesso che nella risoluzione d'un
problema di geometria. Chi si propone, ad esempio, di ricercare il centro d’un
circolo, dati tre punti della circonferenza, congiunge i punti con due rette,
divide le rette È in due parti eguali, innalza una perpendicolare sopra il "i
‘punto di mezzo di ciascuna delle rette, e dove si incontrano le
perpendicolari, qui ha il centro del circolo. Il centro del circolo è ultimo a
esser trovato, ma in realtà è il principio da cui dipendono i singoli momenti
della figura geometrica descritta, è il principio da cui il matematico | fu
mosso a fare quella sua operazione !. Insomma fra la deliberazione e l’azione,
fra le Bobdevas e la pà4:5 intercede questa relazione, che il fine che uno si
propone a raggiungere, è il principio della deliberazione, eil termine della
deliberazione è il principio dell’azione 2; ciò per cui si fa l’azione (65 od
fveza) è il fine, ciò che muove all’azione è quell’ultima cosa che. ; fu
escogitata dalla deliberazione: il primo è causa finale, | la seconda è causa
motrice (60sv zivaoto). i ‘ Del resto è naturale che se la ricerca mena
all’impossibile, si cessi dal deliberare e si abbandoni il pensiero dell’azione
3; come è naturale che si deva porre un qualche { Eth. Nic. III, 3. 11 in fine:
è y&p PovAevopevos Eorzey Cnteiv uri daiva)ibe Toy cipa ivo: Teoroy OoTEg
DICA TLITZA Cfr. il commento del Michelet e del Ramsauer a questo luogo, 2 Eth.
Eudem. Il, 11. 6. #5 pv GÙv Y0Gzo Ò SE Ni Di (a n by Tò ito È 5 Eth. Nic. III,
3. 17. BoyMevToy DI vl TIONISTO È TÒ, | i ZA ZOATO ; 4 ef nf T00TINI
d9mpLepevoY 4Òn 70 mpozipetov. 70 YZ9 Ca 776 Ho Dogo 21 dp Ennntos SaToy ms TpaSei, 4
"x . A bet yotMiy T0OLL9ETOV. EGTUY. TZU vpriev Toti O . (N i y PLS Y DIXI
DITO La RATTO IA i rà BEATIOTA TAOARANEÌ. Eth. Nic. I, 13, 15 bplos vd 4Iù ET i i parole det
Yeg 2 Cfr. Eth. Nic. Nota specialmente le . ORO e ENCIO KLLAR Srdo TOY dany
Fois garzone anto 40% DI . 1 ì : de " "© re n i re daga? a i act e x
282 Ò LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ medietà d’ Aristotele è perciò in fondo la stessa
cosa che la metriopatia di Platone. La retta ragione compie per Aristotele lo
stesso ufficio che il #52, 0 il limite per Platone nel Filedo : V infinito,
4rexov, di Platone è da trovare, per Aristotele, nelle diverse funzioni della
vita; nel piacere e nel dolore che sono gli stimoli che servono a conservarla c
a propagarla come vita naturale; nelle relazioni della vita comune, negli
onori, nelle azioni, negli uffici pubblici, nelle passioni in generale, ira,
timore, coraggio ccc.!. Così i due grandi filosofi hanno fatto tesoro in morale
di quel precetto che costituisce come il fondo della vita comune del loro
popolo, «ne quid nimis». Il senso della misura e dell'armonia è la
caratteristica del popolo greco in tutte le molteplici manifestazioni del suo
spirito, ed è il segreto per cui ha potuto arrivare a tanta altezza nella
storia del miondo. Platone e Aristotele si son fatti in morale gl’interpreti
del loro popolo. Già anche altri prima di loro aveano accennato a una simile
dottrina. Focilide avea cantato che «la moderazione è ciò che v ha di meglio;
che la condizione media è la più felice» ?: Democrito avea detto che «il meglio
è di serbar sempre la giusta misura; che troppo e troppo poco sono male » 3; ei
Pitagorici, con non diverso intendimento, aveano fatto consistere nel
dezerminato il bene, nell’indeterminato il male; il che Aristotele approva
altamente, aggiungendo, a guisa di commento, che in realtà l'errore è
multiforme e il è 1 Cfr. Eth. Nic. 11, 7, dove si tratta delle varie virtù e se
ne indica la materia. 2 Bergk, framm. 12. 3 Euscb. Praep. Evang. XIV. 27,3. Si
ricordi anche il consiglio ? DA n) di Democrito 1eroroaTi FEsyuoe 4% bio
Cappereta. cammino diritto uno solo, sicchè quanto virtù, altrettanto è facile
il vizio !. Ma nessuno al pari di Platone, di Aristole, clevò a sistema questi
massime sparse: qua e là, ed erompenti, per così dire, dal cuore stesso del
popolo. Ogni moralista accoglie di necessità una materia in gran parte data; ma
è lavoro creativo ed originale il dare a quella materia un fondamento più
stabile e sicuro. Già abbiamo accennato al carattere eminentemente estetico
della Morale d' Aristotele?: la medietà, in cui consiste la virtù, ne è ‘un’
altra prova. La medietà è in fondo nient altro che ordine, misura,
determinazione #; e queste sono qualità proprie del bello. Aristotele, benchè
‘non Ateniese, ha veramente quelL'amore del bello con sobrietà e con misura,
colla chiaroveggenza, che viene da un intelletto nemico d'ogni eccesso, che
Tucidide, per bocca di Pericle, dice essere il carattere dei Greci d’ Atene,
gu)ézz142 UST sdredetag 1 Ma forsechè la virtù aristotelica ha solamente un
valore estetico, € le manca quel non so che di più profondo e più intimo, di
più veramente morale, che è proprio della virtù? Ecco una questione grave che
dev'essere risoluta. fa Se si passassero in rassegna tutte le espressioni che
Aristotele adopera per indicare l'atto moralmente buono, si vedrebbe quanto
siano in gran numero le seguenti: è difficile la e più specialmente precetti e
queste 14. Cfr. anche Eth. Nic. 11, 9. 2 € 7. | Eth. Nic. II; 6; Dig «La
dottrina della felicita nell’ Etica Nico 2 Vedi il Saggio machea di Aristotele
» P: 218-219: een i ) O NI rs vat ig gie AZ Te 4 5 Eth. Nic. II, 6, 11. T9 Òì
bre uu co 945 pds 11590) Discorso di Pericle. XL Soy "on emette voetht s-
32 N} = LX FALGTON, naso EGR The dott. ni vena naù © de, TE vat ole a 41
Thucyd. II, 44; airrrpentini eee een eee ei n; gn arr © 2} 20h, di nIIà TUE,
11100 ivenz, Òid Td 22.0V, Teo: cò sai, AIN Tidog This aperte, poca 22.65, e
simili, tutte indicanti che buono ‘e bello sono la medesima cosa € che il
valore della moralità sta in fondo nella sua bellezza. Ma accanto a queste
espressioni, ce ne sono delle altre, che, sebbene non in così gran numero, sono
però non meno degne di considerazione e di studio. Aristotele infatti dice, ad
esempio, che il temperante ariiypeò ©v dei el ds der, z2ì 672; che non è
liberale chi dona vîc uh Sex ®, o prende per donare G0ey pù det 3; ma invece
chi dona vis det ei dre 4, e prende per donare i0ev der 5; che per la virtù
morale è cosa di altissimo momento ò yzio3ty ois dei zzi unsziv % St 9; che
quando alcuno per una violenza a cui non si possa resistere, compia cose % wi
di, è degno di compatimento; ma però bisogna resistere più che si può, non
lasciarsi costringere a certe cose, îviz d tas olz tatuw ivzyazalava:,
piuttosto morire, %}}% pX}%ov drolvatiov, € morire dopo aver sofferto gli
estremi tormenti, aalliviz 7% damorzzz, *. Altrove poi, volendo determinare
quasi il carattere principale dell’azione malvagia, dice che consiste nello
scegliere per malvagità 00, % dz, pur conoscendo ciò che è meglio, %uewov 8. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic,
Eth. Nic. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Dozodat, Fe 0dy, di abrot roomipriolai e dorata. nai
doldew, dI nor doti yer Femor did vasta Qual è il valore che si deve attribuire
qui alla parola der, e alle altre equivalenti, où îo7w, gravato? Accennano esse
al dovere, all’ obbligazione nel senso kantiano, o anche semplicemente stoico
della parola? Siamo qui dinanzi a quella necessità interiore, @ quella coazione
d’indole specialissima,. che è penetrata nella coscienza per opera, in
particolar modo, del Cristianesimo? Certo, dar significa st deve; MA qui mi
pare sia- piuttosto un si deve di convenienza, di opportunità, di ordine; di
armonia, un si deve estetico, per chiamarlo così, che un vero € proprio si deve
morale. Ciò che si deve fare, pel lizio, è ciò che è dello fare: ci sono certe
cose che si deve temere € che è dello remere, vin ydig vai dei gopztata va
v).61%; per esser liberali davvero bisogna donare a chi.si deve, quando si
deve’, e dove è bello, dedivar dis Sa al ire, nad 0Ò 4210) 2; sî deve esser
valorosi non per necessità, ma perchè è cosa bella, dzt ÒÙ où di dvegziav deri
siva. Dai e Seni da ha un significato diverso, e più profondo e più intimo,
certo è che Aristotele non s'è curato mai di determinarlo; anzi quando nei
Topici * ‘ha messo New fra le parole che si adoperano in diversi significati,
79)12/05 IEYOUEYZ. ne ha accennato due solamente, quello di utile e quello di
bello, civ sì 76 Òiov tori 70 Guugspo dd IZZO D'altra parte ciò che si deve
fare è prescritto dalla ragione; e le parole che Aristotele adopera per
indicare queste prescrizioni della ragione sono: 9ì095 FR ù 2oryoac plles, è
2byas mpua Tiara: Ora che valore hanno DEE parole? Indicano forse un comando
espresso, che ObDUB ui ' Eth. Nic. III, 6. 3: 2 Eth. Nic. IV, 1. 17. 5 Eth.
Nic. II, 8, 5: > +11;3,4- agtonnal, > pr E UT IE e ti al pei la volontà,
un qualche cosa di simile all’ imperativo categorico del Kant? C'è in queste
parole quel che di profondo e di intimo, quel che di propriamente morale, che
indarno s'è cercato nel det? Per vedervi tutto ciò bisognerebbe snaturare e
falsare Aristotele. La diritta ragione, osserva con molta acutezza Ollè Laprune,
ordina bensì, 7477, ma si potrebbe dire che « ha meno per ufficio di dare degli
ordini che di mettere ordine. Essa ordina meno all’ uomo questo o quello, che
non ordini l’uomo; non jubet, si potrebbe dire in latino, sed ordinat. Anche
quando. prescrive un’ azione, x606242721, CSsa prescrive piuttosto un bell’
ordine, una bella disposizione dell'anima e della vita, che non enunci un
articolo di legge. La forma che dà ‘è estelica piuttosto che legale. Essa
ordina lo spirito, il sentimento, assegnando a ciascuna cosa il suo posto,
determinando così fa condotta, molto meno analoga in questo a una legge che
comanda, che a un principio intimo d’armonia. E regolatrice, senz’ essere
propriamente imperativa » ?. Si potrebbe aggiungere che non una volta sola troviamo
nella Nicomachea l’ espressione 5 Ioya: nededar, la ragione comanda, che
certamente non mancherebbe, qualora alla ragione Aristotele assegnasse un Vial
diverso da quello di semplicemente dar ordine ed armonia all'uomo e alle azioni
sue * 1 Op. cit. p. 86. 2 Nell’ Eudemia però (II, 3 2) noi troviamo l°
espressione Ò ros ne)evet, la ragione comanda [av 2XGL dì Td IÉGay o) mode uz
Remorav 70570 vyda Sor e rota ve)aber vat 6 Idyos È ma, osserva Ollé-Laprune
(op. cit. p. 86), non certamente con significazione kantiana, bensì con valore
analogo a quello della frase della Nicomachea (VI. 1. 2.) Sca 4 tarerzì
ve)eber. - In ogni caso non bisogna dimenticare che l’ Eudemia non è opera d'
Aristotele. Il dovere adunque, chiamiamolo pure con questo nome, e la regola dell’operare
hanno in Aristotele sopratutto un valore estetico; e tion poteva essere
diversamente, quando si pensi che manca in lui anche la coscienza morale. La
coscienza morale ? potrà qui ‘osservare qualcheduno; ma come può mancare la
coscienza morale in otte se troviamo in lui un'analisi così profonda del
voloziario e dell’ involontario, se la ragion pratica vi è considerata come la
misura e il giudice del bene, se il sentimento di piacere che si aggiunge all’
azione compita, è preso come criterio e indizio dell’ abito virtuoso formato,
se è richiesto che il bene si operi per se stesso, e con fermezza d'animo e
costanza, se insomma si tiene un così gran conto di tutti gli elementi interni,
e, chiamiamoli così, intenzionali dell'atto? E la parola coscienza, cuvzidas,
che manca in lui, non la cosa; e noi dobbiamo tener conto delle cose, non delle
parole. La coscienza morale non è in fondo altro che la legge morale
considerata subbiettivamente, cioè la legge in quanto è giudicata, conosciuta,
interpretata, applicata dall’agente morale: ora non altra cosa è quella che
Aristotele chiama retta ragione, 3500: %6yo; La retta ragione è come l'ideale
dell’ operare; ciascuno porta con sè questo ideale, e chi vi si conforma
perfettamente è, per così dire, la personificazione della coscienza morale.
Certo che in Aristotele c'è qualche cosa che fa pensare alla coscienza morale,
che anzi, a prima vista, potrebbe confondersi con essa; ma o c' inganniamo, o)
la vera e propria coscienza morale manca in lui, 0 almeno mancano in lui alcuni
dei caratteri proprii e distintivi di essa. Coscienza morale non è infatti
soltanto la legge morale giudicata, conosciuta, interpretata e applicata una
specie di giudice interno un processo intorno ai nostri un giudice che ci loda
dall’ agente morale; è anche che istruisce, per così dire, atti e pronuncia una
sentenza; È o ci biasima, ci premia o ci castiga, e traduce in una
soddisfazione ineffabile la lode ed il premio, in un tormento d' inferno il
biasimo e il castigo. Fa altrettanto la retta ragione in Aristotele? La retta
ragione giudica anch'essa, ma giudica alla maniera d’un artista: essa decide
che cosa si deve fare per raggiungere l’ ideale, e vede poi se l'ideale è
attuato nelle azioni e fino a che punto; ma l'approvazione 0 la disapprovazione
che dà, il sentimento che suscita di piacere o di dolore, perchè l'ideale è
attuato o non è, assomigliano molto più a quell’approvazione 0 disapprovazione,
4 quel sentimento di soddisfazione o di disgusto che dà e: prova un artista
dinanzi a un’ opera d’arte, dinanzi all armonia o disarmonia delle sue parti e
del tutto, che a un’approvazione 0 disapprovazione, a una soddisfa zione.o a un
disgusto d’ indole propriamente morale. Fu già osservato! che il bene si
distingue dal dello massimamente per questo, che nel bello l'oggetto del
giudizio è estraneo e più o meno indifferente all’ uom0, come sono i colori, i
suoni, le parole ecc.; nel bene invece è la volontà propria dell’uomo, cioè
l’uomo | [N x stesso. -In Aristotele l'oggetto del giudizio morale È bensì
l’uomo, la volontà sua, e perciò non è certo. estraneo e indifferente all'uomo
stesso; ma è d'ordinario così sereno il giudizio che la retta ragione Ne
pronuncia, si addentrano così poco nell’ intimo: dell'uomo l’approvazione o la
disapprovazione, il piacere o il disgusto che ne sono -la conseguenza, che
parrebbe SES l’uomo non fosse in gioco in quel giudizio; dI l 3 Lindner,
Lelrbuch der Psycologie al cap. dei sentimenti morali: o almeno fosse in
qualche modo estraneo a se stesso, Insomma la coscienza morale in
Aristotele,-se pure si vuole chiamare con questo nome la retta ragione, manca
di quel che di intimo e profondo, che ne è il ; carattere distintivo
principale, sta, per così dire, alla È superficie dello spirito, non ne ricerca
le intime fibre, 5 e non conosce quindi nè gioie austere solenni pel bene TM
compiuto, nè rimorsi dilaniuni pel bene violato. In o nessun luogo -d’
Aristotele troviamo qualche cosa che © pi possa paragonarsi a ciò che noi
diciamo rimorso, come Sa in nessun luogo troviamo quella che noi econo pace «e
tranquillità della coscienza 1; l’ idea che Aristotele si - SO È fa della
responsabilità interiore, dice anche qui Ollè La | Laprune, è piuttosto
estetica che morale ?. : SUE È Per quanto s'è detto adunque è proprio vero che TS
la virtù in Aristotele ha un valore e una significazione x estetica assai più
che morale. » A non diversa conclusione si può arrivare esami |. mando il
concetto che Aristotele si fa della malvagità e È del vizio. s Nel capitolo 8
del libro V_ Aristotele determina netta- ; È mente le condizioni della
malvagità. Non si dà il nome” di malvagità a un malanno che capiti
inopinatamente, ma02)6f 05; questo si direbbe piuttosto infortunio,
&76yagz; non si parla di malvagità neanche quando un danno. recato ad altri
è bensì conosciuto da noi e noi ne siamo | 4 Per verità in un certo luogo Eth.
Nic. è detto che i malvagi odiano e fuggono se stessi ‘e la vita, e si
uccidono; il che, farebbe supporre che nei malvagi fosse vero e proprio
rimorso. Mao c’ inganniamo, o qui è più che altro l'interna disarmonia e l'in
terno squilibrio, e quindi ancora un qualche cosa di contrario. alla La Le, la
causa dell’ odio alla vità e del suigdio: EI i: ; Tata SIR EESO NIC Del
Fainivissisceteiesrecorssisvossaogiessapesareneone ivo iovopivoiocenserrenescepnescernnia
iii la causa; ma manca da parte nostra il proposito deliberato di nuocere,
manca la malizia; ciò si direbbe piuttosto errore, dudoTapz. La malvagità
esiste quando si fa ‘danno con intenzione, col proposito veramente di farlo I
IAIIION| ada; allora l’uomo dix uoyBngizvh Piaba, È4 è veramante &dtog;
rovnpos, moy0npos |. Conveniamo che un'analisi più proionda delta malvagità non
si poteva dare, nè si poteva meglio mettere in rilievo la parte che nella
malvagità si deve assegnare al volere. Ma in che consiste in ultimo questa
malvagità, questa xzziz, questa uoybnpiz, chè tali sono specialmente le parole
che per Aristotele denotano la malvagità? L'anima dei malvagi è ) in discordia
con se stessa, eruci4ler 2dràv + dz, è detto nel ] capitolo 4 del libro IX, e
una parte s'addolora per astenersi da certe cose, e un’ altra s' allieta, e una
parte qua li trascina e un'altra là, come lacerandoli e dilaniandoli ?. È il
disordine adunque e l'anarchia interiore il carattere principale del male
morale; è la deformità, la bruttezza che da questo disordine e da
quest'anarchia ! Riferiamo l’importantissimo luogo: &7xv év ody TILLIOOG I
DION Yet, arbg apo, dTav dI uh T46AA6YO legge positiva: alle sue formole brevi,
inesatte pel loro rigore medesimo, bisogna sostituire, nella pratica, il libero
e delicato apprezzamento dei fatti, delle circo- tanze, dei rapporti, senza il
quale la morale è una scienza vuota e falsa, e la legge può condurre a delle
vere ingiustizie. La giustizia sociale dev’ essere corretta dalla giustizia
naturale, che con quella deve costituire come un solo tutto. Ma la giustizia
naturale, l'equità, l'imeize, non ha la sua applicazione che alla giustizia
determinata dalle leggi positive? : Il concetto dell'equità è in Aristotele troppo
ristretto. Non soltanto essa corregge le leggi in ciò che queste possono avere
di difettoso; non soltanto fa che queste s'interpretino con criterii larghi e
benigni, e non sì prendano dal lato peggiore (srì ò yeèsov), anzi si
sminuiscano (zero) nelle loro applicazioni!; non soltanto insomma si estende a
quella parte dell’ umana attività che è regolata dalla legge; ma comprende ogni
genere di rapporti che si possono stabilire fra gli uomini, si estende a tutta
la sfera dell’ umana attività. Si potrebbe dire che ne sia espressione la
formola: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, »
formola larga e comprensiva, suscettibile di essere applicata a tutto e a
tutti, e non soltanto ai casi determinati dalle leggi. : > tele] . «_» Non
daremo ora che un cenno della giustizia pro - priamente detta, É noto con
quanta profondità e verità | Aristotele abbia trattato questa questione. La
dottrina : x x $ lr tata i È, LI dove leggiamo: Zori dI èmuerzis TO TAPR TOY
YEYPHLUEVOV VODOY YA DIZZLOV. i ; «R eRENTO NE, 22 1 Eth. Nic. V, 11.80 WN
dapiBodizzios èm TÒ % %, Co eipov KAÀ EXaa Dari x ‘ ARE corinbe, nalmeo Syoy dv
vop.ov Bonfov, smueuzig Soru. » della giustizia è, con quella dell'AMICIZIA
[cf. Grice on the aporia], la parte più bella e perfetta dell’ Etica
Nicomachea. La giustizia, in un senso larghissimo, è abito di conformare le
proprie azioni alle leggi; ©, siccome le. leggi comandano ogni specie di virtù,
essa è la riunione di tutte le’ virtù, sta nell'esercizio di queste con rela-.
zione agli altri uomini, è il bene altrui, cò dMMorgrov &y200v, p come dice
con frase energica Aristotele !. Ma oltre questo significato generale e troppo
largo e indeterminato, la giustizia ne ha un altro, più particolare, più
ristretto e preciso. Lagiustizia è sovratutto eguaglianza, e siccome
l'eguaglianza può aver luogo nella distribuzione dei beni e degli onori, oppure
nelle transazioni e negli scambi, nella riparazione delle ingiurie, nella
compensazione dei danni, abbiamo due specie digiustizia, la distributiva (qò èv
es dravoads Sizaroy), e la correttiva o compensativa (è èv T-1:-20000 cova pani
dopdriziv) ®. Tanto la prima quanto la 4 Eth. Nic. Vedi specialmente queste
parole del $:17 uri ceto dzioy Dozet siva dizioni uova Tav dpETOY, dui Tpòs
Etepov totlv. i 3: zi 2 Eth. Nic. V, 2. 12 775 dì zatà pipos dizzionovag vel
zoù nur mothv duzziov &v per èomw cidos 7ò èv als dzvonale cure 7 yPuuaToy
) s0v ov do peprotà To LOMavoval'AGiGi moliretzg ( èv Tolto Yip for el dvicoy
Eye nat nov ETEpov Eripov), Ev dì 7ò èv 70 avvale pari Sropeziziv. A torto si
chiamò dai più giustizia commutativa quella che Aristotele chiama —
‘correttiva, T6Ò Sroplworzdy dizzioy, perocchè la giustizia correttiva non si
riferisce soltanto ai contratti, alle permute quali le intendiamo ‘noi, come
compere, vendite, prestiti, garanzie, locazioni, depositi, — mercedi; ma
abbraccia anche moltissimi altri casì di rapporti e di ‘scambi tra gli uomini,
come furti, adulterii, false testimonianze, vi neficii, uccisioni ecc. La
parola Guvdlik para, che Aristotele adope na È sorsoneseosezasaniesenoavsa
sossascasuzeosseresennevesavvevesavesenconaezesee ceca ezeeni seconda suppone
di necessità quattro termini, due persone e due cose. Ogni scambio e ogni
distribuzione non può infatti avvenire che fra due o più persone, e le cose
distribuite o scambiate devono essere almeno due. Ma mentre nella giustizia
distributiva si richiede che il merito d’un uomo stia alla porzione di benè che
gli è dovuta, come il merito d’un altro uomo alla porzione di bene che gli è
egualmente dovuta, sicchè non basta determinare il rapporto delle cose, ma
bisogna anche combinarlo col rapporto delle persone, € si ha perciò una vera €
propria proporzione geometrica, che si potrebbe rappresentare colla formola A:
B::G: D:1; invece nella giustizia correttiva non ci sono da comparare e,
bilanciare che le cose scambiate, indipendentemente dalle persone. Qualunque
siano i contraenti, qualunque sia il loro carattere, la. loro condizione, la
loro fortuna, il loro merito, essi non entrano punto nella determinazione della
quantità scambiata. La giustizia in questo caso sta nella perfetta eguaglianza
delle due cose che si scambiano; quanto altri dà, altrettanto deve ricevere in
contraccambio. E ciò avviene anche nell'altro caso della giustizia nel caso
cioè che si tratti di riparazione di danni. L’ingiuria dev'essere come due;
dev'essere correttiva, di ingiurie, di compensazione è come due, e la
riparazione ‘1 danno è come dieci, e la compensazione per indicare tutte queste
cose, si traduce male e troppo restrittivamente | con contratti o commutazioni;
sì ‘relazioni, indeterminatamente. (Cfr. stizia commutativa in senso stretto,
di quella giu nelle vendite, nei contratti ec luogo nelle compere $$ 8-18; ma
questa è parte. e non tutta la correttiva. 1 Eth. Nic.: Eth. Nic. 13). Della
giustizia cioè che ha c.) Aristotele parla della correttiva, ì We tradurrebbe
meglio con rapporti, - come dieci, indipendentemente da ogni considerazione di
persona; la legge guarda solo alla differenza del danno, trattando i colpevoli
alla stessa stregua, come eguali (pds 700 fMdfovs 7hv dzgopdv povov PISTE Ò
vopnos và yofitat ds too1s). Il giudice ha il compito di pareggiare le partite;
egli è come la giustizia personificata, ed opera come chi, delle due parti
disuguali in cui fu tagliata una linea, tolga alla maggiore quello che avanza
per aggiun gerlo alla minore; solo allora gl’interessati dicono d'avere quello
che loro spetta,, xò 25708: infliggendo la pena, il giudice annulla il
vantaggio che l’offensore ha sull’offeso!. Aristotele ha cercato di tradurre in
linguaggio matematico anche la giustizia correlliva, rappresentandola con una
proporzione aritmetica continua. Ma è difficile comprendere, osserva molto
giustamente lo Ianet®, come sì possa costruire una proporzione con un solo
rapporto; il rapporto di eguaglianza perfetta fra la perdita e il guadagno.
Aristotele qui pecca per soverchio rigore € sottigliezza; egli avea ben detto
nel principio della Nicomachea che non bisogna pretendere dalla morale |’
esattezza della matematica ?. Del resto Aristotele limita esclusivamente la
giustizia i alla vita sociale; la giustizia è la virtù sociale per eccellenza;
non si parla di giustizia che fra liberi e ‘eguali che hanno comunità di vita;
per quelli che non. ‘hanno queste qualità non ci può essere giustizia che in un
certo senso. La giustizia non v'ha che per quelli per i 1 Vedi per tutto questo
Eth. Nic. V, 4. Si può aggiungere Eth. Nic. per quella parte della giustizia
correttiva che riguarda le vendite, le compere, i contratti ecc. 2 Histoire de
la Science politique dans ses rapports avec la cui v'ha la legge, e legge non
v'ha là dove non può essere ingiustizia !. Perciò se si parla di una giustizia
del padrone verso lo schiavo, 0 del padre verso i figli, se ne parla soltanto
per analogia; lo schiavo e il figlio (quest'ultimo finchè non sia d’una certa
età. e non sia separato dal padre), sono proprietà dell’uomo, sono come una
parte di lui stesso, &o7sp {épos ; € Verso le cose proprie, verso se
stesso, assolutamente parlando, non si dà ingiustizia, e quindi neanche
giustizia ?. Più che verso,i figli e gli schiavi, può aver luogo giustizia
verso la moglie, sebbene anche questa specie di giustizia famigliare sia ben
diversa dalla giustizia sociale ®. Sarebbe facile notare qui quanto, questi
concetti che riguardano i rapporti specialmente del padrone collo schiavo e del
padre col figlio, siano erronei, e contrarii a quello spirito di fraternità e
d’eguaglianza che già fin d'allora "È incominciava a manifestarsi nel
mondo: sarebbe anche sa facile far le maraviglie come mai un filosofo del
valore Di di Aristotele si sia indotto a considerare non solo gli schiavi, ma i
figli stessi, almeno fino ad una certa età, come una proprietà del capo della
famiglia, sicchè anche I Eth. Nic. V, 6. 4. ToDTO (7d TONLTLADY dizzuoy) d tor
[eri] 3 Vor N, È tb» A zomaviy Blov reds tò siva abTuozet, evlisoy ze icov © È
VITE CAIO CA] È, 203 dprduoy' (ate doors pin èoti modro, ob sor n mobTors TpdG
ove Ò mONIZOY dizzioy, GINA TL diano xa. 228) GUoLoTATA. Cotti Ye Òizasoy, ole
nat vipos TpdG niTodg VOos w Sèy cis ddutz. È 2 Eth, Nic. V, 6. 8-9 od ag Er
dÒrnta mods Td nITOÙ: TOI fg dv È tendizoy nai porsi, a) spetras Bertani dò obz
fam, Udi dizzuov Td TONTIZOY., =D dî xe Auz Vi TO TEZIOY,, . ret ds x SEGNA Ea
grad, bro d oUdets T90% uépos 2 È) ELA Yad: obd' dea ddtnoy 0 ° ’ LI ENIVATA
Toos x 5 Eth. Nic. Vj È. 9. 4 g atua LMRAER:. bar CAI?. scotta e) ULI
molitizéig, TEVOY di Bzariz®s): ora il potere regio differisce in questo — le |
dal potere dispotico, che il primo mira all'interesse dei sudditi e il condo al
suo proprio. Cfr. lanet Histoire de la Science patilique ecc. Si sopra di
questi, e non sopra quelli soltanto, egli abbia un potere dispotico,
un'autorità assoluta: si potrebbe anche, slargando i limiti della trattazione,
mostrare la falsità della dottrina, pure per tanti rispetti importante, con cui
Aristotele si prova di giustificare la schiavitù, cercandone il fondamento
nella natura, e non nel diritto del più forte e nell'autorità delle convenzioni,
come si soleva fare ai suoi tempi?. Ma tutto questo oltrepasserebbe lo scopo
nostro. A. noi preme soltanto mostrare che la virtù è per Aristotele.
sovratutto sociale; e la giustizia negata agli schiavi cd ai figli minori,
negata a rigore perfino alla moglie, rinchiusa nei limiti della vita politica e
della legge positiva, ne è la prova più sicura. Ed ora in che rapporto, secondo
Aristotele, si trova la virtù morale colla natura deli’ uomo? i Il Lizio
dichiara che i figli sono una proprietà del padre e che verso di loro non si
può commettere ingiustizia, non siano che un’iperbole per esprimere l'autorità
sovrana e irresponsabile del padre verso i figli. In realtà l'autorità del
padre, Aristotele non considera come affatto | Sai | arbitraria, poichè altrove
dichiara che è da paragonare a quella d'un. È Lre; non a quella d’un despota (
Polit. 1 ANIA “puyatzòs uèv. . ; chi Polit.. Cfr: Ianet. |) D'* È da credere
però che le parole della Nicomachea con CULT RIT IT ICIIIIITE PESCO II TI TI
CCI CI CITI TE LICITA LITI nersrnraze are zesi ve neneenzoniazanaa nen aee ta
conaseozizanicnee Aristotele afferma esplicitamente che la virtù s'ingenera in
noi non già per natura, ma per abitudine (4 dî hiizh E 003 sreorfifvetar...
obdeu.tz ‘gi zi dostov - qbazi duty èffiprerzt); niente di ciò che è per natura
in 43 una data maniera, si potrebbe avvezzare diversamente DI i da quello che
la natura sua comporta; la pietra che per na- È A tura va all’ingiù, non si
avvezzerebbe ad andare all’insù, si neppure se altri la gettasse in su dieci
mille vole per 3 f: _avvezzarvela !. E bensì vero che se la virtù nonè in noi
per: | i, è natura, non per questo si può dire che sia contro natura x"
(74 qbsw): la natura nostra non si oppone al formarsi e allo svolgersi in noi
della virtù morale; noi siamo per natura tali da accoglierla. e da non farle
opposizione e resistenza, reguzosi ciutv Bitzolar abtdg apetds >. Per tal
modo il mondo morale è per Aristotele non . opposto al mondo naturale, ma
diverso da esso; il mondo morale è esclusivamente fattura umana, produzione
dello spirito per mezzo della consuetudine. Ma come è nata la consuetudine?
com'è sbocciata . la prima operazione da cui la consuetudine si origina? come
ha avuto incremento? Alla consuetudine stessa non si può in nessun modo assegnare
quella prima operazione. Quest obbiezione: si direbbe Aristotele abbia fatto È.
a se stesso; e perciò, in un altro luogo, parla di una virtù naturale, guar
dp27%4, vale a dire di una disposizione ‘naturale che è come preparazione alla
virtà morale, e che si trova con questa in quel rapporto in cui l'abilità natu-
ur rale si trova colla prudenza: «A tutti sembra che cia- 2 scun costume si
trovi in noi in qualche maniera per, a natura; perocchè subito fin dalla
nascita abbiamo la [Eth. Nic.] DISPOSIZIONE [Grice, “INTENTION AND
DISPOSITION”] ad esser giusti e temperanti e forti e alle altre virtù» ?. E
bensì vero che questa disposizione non è ancora la virtà, e deve, per diventar
tale, esser assoggettata all'impero della ragione; perocchè « anche nei fanciulli
e nelle bestie sono gli abiti naturali; e tuttavia senza la mente sembra che
arrechino danno » 2: ma in ogni modo questa disposizione naturale c'è, ed è
come il dato, il presupposto della virtù morale; anzi nel mondo morale sono due
parti, la virtù naturale, € la virtù morale, tri où iizod dio torw, dò pèv
doeth QUeLzin TÒ dA zupla 9, Così il mondo morale che dapprima pareva staccarsi
dalla natura e sorgere, se non in contrasto con essa, almeno in un dominio
diverso dal suo, in ultimo si riconnette alla natura. L’ affermazione quindi,
già accennata, di Aristotele, che la virtù morale non è in noi per natura, ma
si acquista coll’uso e coll’esercizio, non si deve prendere nel senso che in
noi non ci sia niente d’originario e primitivo, non ci sia un'inclinazione
speciale, da cui possa svolgersi la virtù; bensì che la virtù non esista già in
noi bell'e data e presupposta in potenza, ma che la dobbiamo far noi operando,
che ce la dobbiamo acquistare gradatamente, con dolore e fatica, per merito A
Eth, Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Che alla formazione della virtù morale concorra
un elemento naturale, un elemento cioè non fatto, ma dato, lo provano anche i
seguenti luoghi, oltre il citato: Eth, Nic, III, 5, 17 dove la buona
disposizione naturale è chiamata * 7eActz #2 PIXVISKO eb@uta, Eth. Nic., dove i
ben disposti da natura alla virtù chiamansi ©9 &iadég edrvyeis ed Eth.
Nic., dove parlasi ‘d’un’indole ben nata; 5 sbyeves. nostro, pure servendoci a
tal uopo di elementi originarii Che sono in noì per natura |. È noto in qual
conto fosse tenuta nell'antichità quella che si chiama oggidì la trasmissione
ereditaria. Pindaro celebrando le lodi d’ Ippoclea tessalo, che avea vinto il
premio alla corsa del doppio stadio, risale all’ Eraclide ond’ebbe principio la
stirpe di lui, perchè dalla stirpe quegli ritrasse la sua virtù ®: altrove
contrappone la virtù acquistata con la fatica e la cura del singolo cittadino,
a quella discesa per li rami, e trova la seconda di molto superiore alla prima
3. Teognide anche più di Pindaro ha chiaro in mente il concetto della virtù
della stirpe, forse per l’aspra lotta che ebbe, egli patrizio, a sostenere
colla democrazia soverchiante4, Aristotane paragona i vecchi cittadini alle
vecchie monete, oro fino, ben suonante, d’ottimo conio, accetto del pari ai
Greci ed ai toda e i nuovi alle muove, coniate nella maniera peggiore, d’infimo
rame: i primi, di buona stirpe, sono per ciò stesso savi di mente e giusti e
per ‘bene; i secondi invece, gente servile, capitata non si sa «donde, cattiva
e di cattiva genia °. Ecco come s'esprime a questo proposito lo Zeller,
commentando Aristotele: Die Naturanlage und die Wirkung der natiirlichen Triebe
"hingt nicht yon uns ab, die Tugend dagegen ist in unserer Gewalt; jene
ist uns angeboren, diese entsteht allmihlich durch Uebung». Philosohie der
Griechen, Zwcite Abtheilung p. 485. Tubinga. Das Vermògen ist uns angeboren,
die Tugend und Schlechtigkeit nicht. 2 Pyih. Nem. 4 Theognid. nell'edizione del
Welcker, passim. i Pr ‘olego. A meni
dello stesso Welcker. $ Ranae 718 e seg. Per n È ben vero che altri
attribuirono ben poco valore alla stirpe. Così Democrito ha lasciato scritto
che molti più diventano buoni per istudio che per natura », ed Epicarmo che lo
studio dà più che non la buona natura?: Licofrone poi, un sofista, sostenne
addirittura che valore di stirpe è nome vano, e che in niente si distingue chi
l'ha da chi non l'ha3. Ma Socrate, pur poco 0 nulla, secondo pare, facendo
dipendere dalla stirpe, faceva dipendere molto dalle condizioni fisiche dei
genitori 45 e Platone affermava esplicitamente che la disposizione è migliore
da natura dove è buona e vecchia la stirpe 5; € raccomandando nella Repubblica
che si combinino in una certa maniera i connubii, mostrava di riconoscere che
dalla qualità dei genitori dipende la qualità dei figliuoli; la volontà di
ciascuno, in tutto o in gran parte, è fatta dalle disposizioni a lui trasmesse
dai genitori. Aristotele ha addirittura un libro intorno alla bontà della
generazione o della stirpe, Iegi Rùyevetzs, libro perduto, ma di cui ci rimane
un estratto in Stobeo. Eùyeveta, egli dice, vuol dire virtù, valore di stirpe,
e stirpe di valore è quella in cui persone di valore sogliano generarsi da
natura. Ciò avviene quando un principio di valore s'ingeneri nella stirpe, chè
«il principio ha questa potenza, fare molti esseri com' esso è». «Negli uomini
come nei cavalli e in ogni altro animale 1 Stob. Floril. XXIX, 60. Ed.
Gaisford. Citato da Aristotele nel suo libro mepl Evyevela nell’estratto
fattone da Stobeo; ib. , 24 vol. III p. 200. 4 Memorab. IV, 4. 23. Qui Socrate
dice che non basta, perchè il figliuolo sia buono, che buono sia il padre; e
insiste molto sulle condizioni fisiche dei generanti. 5 Alcib. Maior XVI. 120
D. St stia RI I I ha luogo questo». Eugeni, di buona stirpe, sono n adunque
coloro che discendono da buoni ab antico, a È. patto però che ci sia stato
nella stirpe alcuno il quale ss AE abbia dato la prima mossa e la mossa duri.
Che se ; alcuno nella stirpe, pur buono lui, non ha tal potenza n da generare
esseri simili a se, i suoi discendenti non si potrebbero allora chiamare
eugeni, di buona stirpe !. Però, osserva Aristotele in altro luogo, «v'ha la
messe nelle stirpi degli uomini, come v'ha nei prodotti della terra»; sicchè
«quando sia buona la stirpe, vi nascono per un i pezzo uomini segnalati; poi si
fermano; poi ne manda fe fuori da capo» ?. E perciò c’è come una varietà e
intermittenza nella produzione delle stirpi, e il principio È; di cui è parola
più sopra, è immaginato come un seme ss Da che talora dà frutti buoni e in gran
copia, talora scarsi 3 e cattivi; congetto che già prima d’ Aristotele avea
espresso anche Pindaro 9. «a Ma anche con questa restrizione, il valore della 4
trasmissione ereditaria è in Aristotele notevole; nella Nicomachea ei giunge
fino ad ammettere una perfetta -3 e vera felicità di natura, melelz ei
&inbwh sbobta, che è sa ‘A come una specie di occhio naturale, con cul si
giudica © “di rettamente e si sceglie quello che è bene secondo verità, i dbiv
n over 27465 nai cò nat Arberay dpalby cipriota. Anzi Ù 1 ITegi Foyevetzs A 1-B
6; B 31- 1491 A, 1-20 citato i dal Bonghi nella sua lettera intorno ai Limiti
ed al fine dell’ Edu- È care vol. III. della traduzione di Platone. Dichiariamo
poi qui che NS tutte queste notizie riguardanti il valore della stirpe e la
trasmissione ereditaria abbiamo tratto dal Bonghi; e chi volesse averne di più
det tagliate rimandiamo alla bellissima lettera citata. LIZIO Rhetor. . 5 Nem.
g. Cir. Bonghi, lettera citata, Eth. Nic. si direbbe che a questo punto egli
riduca a ben poca cosa l’opera dell'individuo; l’attività di questo è costretta
ad esercitarsi in una o altra direzione secondo il fine che è posto in lui
dalla natura!; solo i mezzi in-questo caso sono in suo potere. E non solo la
trasmissione ereditaria, ma mille altre influenze, diciamo noi, si esercitano
sulla natura degli individui; non tutte le circostanze stanno nell’ eredità
sola; se questa è una legge, non è la legge. L'eredità mette le condizioni più
intime; ma ve ne sono anche d’esterne, e d'ogni maniera; il clima, il modo
d'’allevamento, lo stato agiato 0 disagiato della famiglia, Ì costumi di
questa; i costumi, le leggi, le istituzioni della società; insomma tutto l’
ambiente fisico e sociale in cui L'individuo nasce e cresce. Tutte queste
influenze, in maggiore 0 minore proporzione, intrecciandosi, temperandosi,
eccittandosi, mortificandosi a vicenda, concorTE rono a determinare la natura
prima dell'individuo, danno + come il fondo, il sostrato su cui s'eleva poi
l’attività SR dell'io, poichè l'io senza quegli elementi non è, pur non Mei
essendo nessuno di essi. L'io non è il germe che le generazioni passate abbian
lasciato dietro di se; non è neanche il risultato dell'ambiente fisico e
sociale; è un'attività nuova che a mano a mano s'esplica e padroneggia; ma la
facilità, anzi la possibilità sua di prodursi, dipende dalle circostanze in cuî
sì sviluppa la persona umana. Aristotele adunque egregiamente ha fatto a tener
conto di un fondo naturale, a cui s'aggiunge e sovrappone l’attività cosciente
€ direttiva dell'io; a non considerare |’ individuo come una specie di tabula
rasa, a» Lie de x TESE pn . » 0% ” x GI Pa) î) t Eth. Nic. III, 5, 18.
&ugov y%p duotos, 7 £f206 u2ù È o e nin i trvodfrote qalverar val > y
LIDO, TO aélos quat fi irmadamote pulveta: 44 settat, TA è Mer | Xowrd mpds
ToÙT' dvapépovtes medTTOvELI dTwAdATITE. » è ii nani TNT RT su cui l’esercizio
e l'abitudine venga a scrivere tutto peo quanto; a non ridurre insomma la virtù
a una semplice n 2a questione di abitudine e di educazione. L'opera e l'at- di
Bo tività sovra tutto; (la filosofia d’ Aristotele si fonda tutta “i À | sul
concetto d’ attività); ma opera e attività, che si eser- 1S Ta citino su
qualche cosa di preesistente, > 2 Si dirà che ammettendo le attitudini naturali
alla ad virtù e quindi anche al vizio, si viene a negare che virtù e vizio sono
opera nostra? Aristotele discuterà questa . questione, e noi la discuteremo con
lui nel Saggio che “si terrà dietro a questo, sulla dottrina della Volontà.
Appunto perchè sono in gioco nell’operare morale xs certe : disposizioni
naturali, dipendenti in gran parte dalla sensibilità fisica ed animale, il
sapere ha poca È; importanza per la moralità. E questo il punto in cui
Aristotele si allontana più che mai da Socrate e da Platone. Aristotele dice
esplicitamente che in riguardo alla virtù il sapere poco o niente ha di forza,
puzgdv i oddîv ing der}; che quand’ anche si sappia ciò che è buono e giusto,
non per questo si diventa abili a farlo £; e attacca direttamente Socrate, e lo
nomina, là dove afferma che la 4 Eth. Nic. II, 4. 3. repds dè 7d was depends
(Eyew) cd pv cidbvai pazoov È oùdiv ioybet. | È | © 2 Eth. Nic, VI, 12. 1.
obdîv dè mparrimo spor To cidivar aÙTd (7% dizma za nodd nat dya04) ècuev. i
nza che nessuno che giudichi rettamente, opera mai sente lo fa per ignoranza,
mette contro il meglio, e se lo fa, in dubbio cose che manifestamente si
vedono, contrad È dice all’ esperienza quotidiana, dugregntet tot QULVÒLEVOLG 2
dvapyòs!. La virtù non è sapere, sebbene non sia senza sapere; e Socrate era
nel vero, quando credeva che la virtù non fosse senza sapere, era in errore
quando i ‘affermava che la virtù fosse sapere *. Gi Il sapere necessario alla
virtù non è il sapere teo9 retico, è il sapere pratico; in morale non si tratta
di conoscere che cosa sia la virtù, ma come si generi, € ‘come si deva operare
per diventar buoni *. Socrate ha trascurato il sapere pratico; ha pensato che
basti il sapere ves È teoretico per la pratica della virtù, sostenendo per ciò
di che la virtù si può comunicare da uomo a uomo per fc via d'insegnamento. A
Contro questa sentenza Aristotele osserva che; inas materia di bene, non vi può
essere discepolo posDI sibile senza la pratica del bene; chi si fa uditore di E
— morale deve aver l’animo apparecchiato conveniente È mente dai buoni costumi;
la conoscenza viene da qualche î cosa, viene dall’ essere, e chi non ha fatto
alcuna esperienza dei buoni costumi, non può conoscere nè buoni costumi, nè
buoni principi. Chi, anzichè operare il F bene, si contenti di ragionare
intorno ad esso, e creda per questa via. di diventar buono, fa come quegli —
ammalati, che ascoltano bensì con attenzione i consigli Eth. Nic. Eth. Nic.
Zozpdrng cf pèv oplog are ci Viudpezieri Gai pèv yo qpoviioas iero siva mas rd
RoETdE, ipdpravev, OT D'obz &ve) 990vAGEOS, AANSS Eeyev. s Eth. Nic. € XK, Eth. Nic. I, 4. 6-7 e X, 0. 6. eri n)
rt dadini del medico, ma si guardano poi dal tradurre in atto cosa che sia
stata loro imposta !. Ma che cosa è il sapere pratico, così necessario alla
moralità? Perchè, mentre il sapere ha poco o nulla di forza per la virtù,
diventa poi, sotto una certa forma, indispensabile per la virtù stessa?
Aristotele, come sappiamo, ha distinto nell'anima umana due parti; una parte
irragionevole e una parte ragionevole. Della parte irragionevole abbiamo detto
2. Da parte ragionevole comprende due potenze; colla prima contempliamo le cose
che non possono essere altrimenti, che, vale a dire, son necessarie; colla
seconda contempliamo quelle che possono essere altrimenti, che, vale a dire,
sono contingenti: la prima è detta scientifica (70 imerpoviziv), la seconda
discorsiva o raziocinativa (70 Moqueriziv) ®. La ragione discorsiva s' accoppia
all’ appetito, e se ne ha la ragione pratica, o volta all’ operare. Lo scopo di
questa è la verità, ma non la verità considerata teoreticamente, bensì la
verità in quanto serve al fine pratico di rettificare l'appetito, di misurarlo,
di regolarlo, di tracciargli la via che deve seguire; l'appetito è una forza
cieca, e ha bisogno di esser guidato dalla ragione. È propria per conseguenza
della ragion pratica la verità che va d’accordo col retto appetito, 40 dì pae
Tuuoò ni dravontizod % cInberz Ouoioyos ÈyovGa TA dpstet TA dp07 1; quello che
la ragione afferma è seguito dall’appetito; quello che la ragione nega è
dall’appetito avversato, fetw d' drep èv diavola zurdozsis vai drdozote, TOdTO
Èv dpscer duty nel pura ® rà 1 Eth. Nic. la Dottrina della felicità nell' Etica
Nicomachea Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. È importante il riscontro che fa
Aristotele Ma la ragione discorsiva non possiede naturalmente e spontaneamente
l’ abilità di guidare l'appetito illuminandolo; quest abilità bisogna che l°
acquisti coll’ eser- i cizio e coll’abito: l'abito per cui la ragione
discorsiva può deliberare rettamente intorno a ciò che è bene ed utile al
conseguimento del fine supremo della vita, costituisce la prudenza (996vnats)!.
La prudenza, sebbene virtù intellettuale, si può considerare come la forma
delle virtù morali. Senza la prudenza le virtù morali non sarebbero; esse
risiedono come in loro soggetto nell’ appetito, e l'appetito ha bisogno di
esser guidato. Ma la prudenza alla sua volta non può essere senza le virtù
morali *. I sillogismi della prudenza, con cui ci proponiamo questo o quel fine
buono, non si possono formare senza la virtù. Il vizio perverte e deprava il
giudizio della ragione, e fa che c'inganniamo intorno ai principii dell’azione
®. I principii dell’azione sono ciò per cui l’azione si fa (xò ob &veza tà
mpazt4), e chi è corrotto dal vizio non può scorgere il principio vero, e se ne
propone uno falso 4. . Ora, falsato e corrotto il principio, saranno anche
false fra l'affermazione (427494915) e la negazione (&r:d@xa1g) della
mente, e il seguire (debiti) e il fuggire (quyA) dell’appetito. Per tal modo la
cognizione e la pratica sono strettamente congiunte fra loro. 1 Eth. Nic. VI,
Ss. 1. È 2 Eth. Nic. VI, 13. 6 dH2ov obv éx té sipnpévov GT odg oîoy. } e o280y
siva zUpiws ZIev Opoynoeos, oùdi ppoviuoy &vev hg G Ouafig dpetiis. Rec hi
“di ; i 5S- «A LA . . ne . Eth. Nic. 10% dè E16 (A 9povnGIC) Tm dppati tosto
Sirena die bye obi dev dpertic.... ci Yip ovIdayiapoi TOY IAABZ,A QAUIENI MN.
as n} A La AZ x 3 È Ò, x 4 recano) doyhv NOE Tore diarrpépei ag A poy0npio x2t
Srabebdenda: more mepi 7ds mountizds day de. ti SI 3 È: 3 Ù ife * Eth, Nic. .
6. mIo Ion eo Eee val evmobdconese be sectapei sed seorndegesgeeri cesenatni
DICI AL aneriand on onasena rane cereneesenensi ne le conclusioni che se ne
cavano in riguardo all’operare. Senza la virtà non si ha la prudenza, ma quella
certa destrezza o abilità naturale (dewérzs), che, qualunque sia il fine
prefisso, anche malvagio, mette in opera tutto ciò che valga a conseguirlo;
senza la prudenza non si ha la virtù morale, ma una virtù naturale, che, scompagnata
dalla prudenza, è come un corpo robusto, a cui manchi la vista; che corre
quindi il rischio di gravi danni ed offese !. . Virtù e prudenza sono adunque
tanto unite da for- mare una cosa sola; la virtù fa diritta la mira, 73y azondy
tore 6p06y, la prudenza fa diritti i mezzi per arrivarvi, moseî, dela Tx pds
azordv ®. In questo fatto dell’ unione della virtù morale colla prudenza,
Aristotele trova la soluzione di quella questione che fu tanto agitata da
Socrate e da Platone, se la virtù sia una sola, o ce ne siano più. Finchè si
tratta, dice il LIZIO, delle virtù naturali, guzzi aperzi, cioè delle
disposizioni naturali alla virtù, può darsi che altri non sia egualmente
disposto per natura ad ogni virtù, bensì soltanto ad alcune, e sotto questo rispetto
quindi le virtà o siano separate le une dalle altre; ma quando si tratta “1
delle virtù morali, per cui altri è buono veramente, siccome queste non vanno
mai disgiunte dalla prudenza, e la prudenza è una sola, così chi ne ha una le
ha tutte, e chi le ha tutte ne ha una. Insomma le varie maniere unità dalla
prudenza. Eth. Nic. VI, 13. I. ; loecue dali D % i è DI re Y, souo D Eth. Nic.
VI. 13. 7 9V% FIA ia Di = RIS Voet: 1h MEV N #EX05 T dvev @povhosws obd' %vev
dperdis' i pv ep TO Ss405 n de È L erre? Ve A \ “mpds Tò Te\0g TCOLEL TIUT CAS
NES: gin Ri oa xo: DEA 5 Fth. Nic. VI; 13. 6. 4% zed 0 A0Y95 FRUTTA d’operare
il bene sono congiunte fra loro in armonia ed A chi poi osservasse che è un
circolo il presupporsi a vicenda della virtù e della prudenza, come è un
circolo la dimostrazione in cui due proposizioni sì provino reciprocamente l’
una per mezzo dell’ altra; Aristotele 3 potrebbe rispondere che in questo caso
il circolo non esiste che in apparenza. Non abbiamo già qui da una parte la
virtù morale, e dall'altra la prudenza, sicchè queste possano stare
separatamente, come nel caso della dimostrazione le due proposizioni; la virtù
senza prudenza non è virtù, ma qualche altra cosa; come la prudenza senza la
virtù non è prudenza, ma qualche altra cosa. La virtù e la prudenza sono
necessarie a costituire la Ò virtù vera, come la materia e la forma a comporre
l’ ui nità dell'individuo. Poichè la prudenza è necessaria alla virtù,
Aristotele rettifica la definizione che ha dato della virtù .in più luoghi «la
virtù è un abito secondo retta ragione, in ‘questa maniera: «la virtù è un
abito con retta ragione). 0 StadeyBetn 4 dv dr yopiloviai DIO di dperzi: od dp
è 3g a Fo abtds eL@UinTATO: mods dmdoze, ate Thv uv dn Thv SD olro 3 siino®s
Eomar' TobTo ip «età uèv ds ouorzde dpetàs èvdeyemzi, su bi. ì de dì darle
Veyerat dpalos, ob4 vdiyerar Gua do TRI E Qpovnaei paz olen niGU rdetonam. Nel
cap. IX del libro II della >» 7 Morale Grande, e nel XV del libro VII dell’
Eudemia, è descritto il collegamento di tutte le virtù nell'amore del bello e
del buono; e.lo | © stesso pensiero, sebbene da un punto di vista diverso, è
espresso qua — e là nella Nicomachea. Vere virtù comprensive G e universali
nella vita pratica sono però sempre, secondo il lizio, la prudenza – GRICE e
AUSTIN: wisdom, not cleverness -- e la giustizia. Di. Eth. Nic. mdvres, dToy
oplleovtai Thy Gaeta mpootileza: chv El... Thy zed còv bplbv Agyov. dplde do |
zutà Thy qgoynaw. Soluzo: dh uavtercalai mos drmavtzg dad | movaban Eers dipetà
tomi A zarà ThY gpoynow. der de puenpd È uit r A a x E molto a proposito,
poichè la virtù morale non sol= tanto risulta di appetito, ma anche di ragione,
e quando si dicesse abito secondo retta ragione, parrebbe risultare soltanto di
un elemento appetitivo, che si conformasse esteriormente alla ragione, mon già
che la possedesse in proprio !. ; : i Ci potrebbe essere un abito secondo
prudenza o retta ragione, € tuttavia non essere virtù, quando la prudenza o
retta ragione non appartenesse al soggetto proprio dell'abito. Perchè ci sia
virtù, bisogna che l’ abito non soltanto, ma anche la retta ragione appartenga
a chi ha l'abito. Riconoscendo che la virtù morale non è possibile senza la
prudenza, che anzi questa costituisce come la forma di quella, Aristotele
concede alla ragione e all’ intelletto una giusta parte nella formazione della
moralità, nel tempo stesso che non disconosce, come Socrate, Ci Ò e % na s, a 4
LI *À 3 L’ ant uetapAiva où Jp povov A 4xT% TOY opfoy AoyoY, INN A UETZ où
09000 UCI) seus dpetm Sem. ! il commento di Michelet al luogo citato Eth. Nic.
Hoc (perà \6y9v) ab xatà adv doplòy A0yov 76y0g inest virtuti (scilicet
morali), sed; € il bel commento del le virtù sieno interamente: eo differt,
quod non solum etiam affectus et appetitus. Segni: E' il lizio non vuole che prudenze;
nè vuole anchora, che elleno sieno @ punto secondo la ragione; conciosia chè
nel primo modo elleno sarebbeno stiette virtù © intellettive; e nel secondo
sarebbono stiette virtù appetitive. Onde modo nel diffinirle, cioè che elleno
sieno con aggiugne egli un terzo he elleno sien' retta ragione, nè secondo la
la retta ragione, e non € 3) chè diffinendole egli colla retta ragione elle
vengon' date nell’appetito; € dall'altra vengono diante la prudenza – Grice e
Austin: cleverness, not wisdom --, che è la. retta ragione; per da una banda ad
esser fon ad havere perfettione dall’intelletto me lor forma: x l’importanza di
altri elementi, quali l'elemento sensibile e appetitivo, e un elemento
acquisito, l’abitudine. Così anche nell'ordine morale egli considera l’uomo
nella sua totalità, e non ne smezza e divide le facoltà; senso, intelletto,
esperienza sono in gioco del pari. Si potrebbe anzi mettere in rilievo una
considerevole analogia fra la sua dottrina della conoscenza, e la sua dottrina
della virtù. In tutt'è due è l’esperienza che Ca i tiene il primo posto;
nell'’una l’esperienza che ci offrono x i sensi, nell'altra quell’esperienza
speciale che prende. il nome d’abitudine, e che consiste nel dare una speciale
direzione ai nostri impulsi appetitivi; poi viene i l'intelletto e la ragione,
che a questa doppia esperienza 5; dà norma e forma: so : Ma la prudenza, in
causa della sua importanza per quanto riguarda le virtù morali, merita una
considerazione e una trattazione anche più larga. La prudenza è virtù
universale; essa è la guida | suprema di tutta la vita pratica e civile; quindi
non soltanto abbraccia sotto di se la prudenza che possiamo chiamare
individuale, ma la famigliare eziandio e la Nella Grande Morale si fa
rimprovero a Socrate div avere ESD nella virtù l'elemento appetitivo (74006) e
l'abitudine ; Ù oc): i perà TOUT ( TERA Lozodrns èmuevopevos pe SNrwoy uaì er
micio cimey Into FobTOY (deerov), oùz dp; dì odòd od noe TÙs TEA re CO semola
colo, dÙ Sol siva i ade politica, con cui da una parte si provvede al buon
andamento della famiglia, dall’altra alla prosperità e alla felicità dello
stato. Per verità, quando si parla di prudenza, s'intende più propriamente
quella con cui si d provvede al bene proprio, mentre a quelli che provvedono al
bene pubblico, agli uomini politici, è riservato piuttosto il nome di
faccendieri, rolurpdjpoves, poichè sembra che s'occupino di cose a loro
estranee e affatto indifferenti. + Ma gli è chiaro che il bene proprio non può
stare indid pendentemente dal bene della famiglia e dello stato; : l’uomo è un
essere essenzialmente sociale; la vita sua è connessa colla vita della società
e ne dipende; e però la prudenza individuale presuppone € la famigliare e la
poli: tica!, Aggiungasi che la prudenza ha bisogno dell’ esperienza per
formarsi, e l’ esperienza non si acquista che per Do: mezzo della consuetudine
e del commercio cogli uomini; p% «l’uomo isolato non può essere prudente °. La
prudenza, in tutte le sue forme, ha per oggetto ni. le azioni, e versa per ciò
stesso intorno a cose singolari, cà nal Ezzota, e che possono essere e non
essere 3; l’uni- |. versale e il necessario non appartiene ad essa, ma alla ui
Fe scienza 4. E questa la ragione per cui un giovinetto so. potrebb' essere, ad
esempio, buon matematico e buon = a no. D PEZZO r3 / Da I, La O x a,
dizvontizio Ts duyiis èYfHerzi uogto fvovrar by al apetat LA Ul LS, po pa = 3
INCI ur abtoy Ev TO MoyioTiz®o TAG Uuyiis Lopio cuppalver e, > ta Si », ni
OLOÙvTI TS RPETÀS avatpety TO dioyoy pepos . pa 3 x Do oriov dvzipeî nat 7400g
uai Rioc. du od TCA % ov aùto ETUSTANAG TE x x - dì va Ths Yuyiie, ToUTO dî ©
oplag fato raven TOY daetoy. Ò Sa ! Vedi per tutto questo Eth. Nic. VI, $, 1-4.
‘A . ‘ v vas 2 Eth. Nic. il commento del Michelet a questo luogo i p. 209-210.
5 Eth. Nic. VI, 5- 3, ed Eth. Nic. VI. $. 5. i ui 4 Eth. Nic. VI, 3,
specialmente il 62. 332 LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ geometra, non mai prudente e
saggio: l’esperienza dei Si particolari richiede gran numero d’anni!. Non è a
dire però che non ci sia nella prudenza qualche cosa che ricordi la scienza, e
che in essa manchi affatto la cognizione dell’ universale. La maniera in cui si
forma l' azione assomiglia al A processo sillogistico. Come nel processo
sillogistico si t parte da principii generali e si viene a conclusioni
particolari, così nell'azione si_parte dalla conoscenza del bene generale, e in
seguito, per mezzo della conoscenza 4 del bene particolare nel caso attuale, si
conclude che ù bisogna tendere a questo bene. Io conosco, ad esempio, il
principio generale che le acque pesanti sono dannose alla salute; conosco
un’acqua particolare come pesante; «ne concludo che è necessario che me ne
astenga. Del resto delle due cognizioni, l’universale .e la. particolare, la
più importante per la prudenza, il cui oggetto è l'azione, è pur sempre la
particolare: finchè la mente è ferma nell’universale, l’operare non è
possibile. Vediamo infatti alcuni che non sanno e che pure hanno espeo. rienza
di casi particolari, essere più atti a operare di quelli che sanno, evo. od
eidétes ETipuYv sidotav pato tuorepor nai èv Toîs 4dos, oi eumerpor. Se altri
sappia, ad esempio, che le carni leggere sono facili ad essere smaltite ed
igieniche; e poi non sappia quali sono leggere, costui certamente non
provvederà alla sua salute; invece vi provvederà chi sappia che sono leggere ed
igieniche, ad esempio, le carni degli uccelli 3. Da questa analogia della
maniera in cui si forma l’azione colla maniera in cui si forma il sillogismo, |
Eth. Nic..Eth. Nic. Eth. Nic.. TR
uptnlti E LN NI SN AA Potato RIT en line pat e E Gn a x e di ti sen NT nno eee
en Aristotele cerca di trarre la spiegazione del fatto che altri, pur
conoscendo il bene, operi contrariamente ad esso. Può avvenire, egli dice, che
altri sappia ciò che è bene in generale, cioè conosca la proposizione maggiore
del sillogismo pratico, e non sappia ciò che è bene in particolare per una
circostanza speciale, cioè non conosca la minore del sillogismo; oppure può
avvenire che s'abbiano bensì tutt'e due queste specie di cognizioni, ma quando
si tratti di praticarle, ci si serva unicamente dell’ universale, e per nulla
della particolare: in questi casi si può peccare senz’ essere tuttavia
ignoranti !. Senza dire che la conoscenza si può avere in abito e non usarla
attualmente, ovverossia averla e non averla ad un tempo, come avviene in chi
dorme, o nel pazzo, o nell’avvinazzato; che è la condizione nella quale si
trovano coloro che si danno in braccio alle passioni: i quali possono bensì
sapere quello che è bene, e tuttavia dall'ira, . dalla libidine e da altre
voglie siffatte essere acciecati *. E qui, come si vede, c'è una nuova critica
di Aristotele contro Socrate, che sosteneva chi sa non poter peccare, il peccato
essere effetto d’ignoranza. Dove però è notevole che, malgrado la critica,
Aristotele finisce coll'accostarsi a Socrate. Quando, egli dice, altri sappia
ciò che convien fare, e vi rifletta nel momento dell’operare, sarebbe bene
strano, detvéy, ch’egli operasse altrimenti da quello che conviene ®; se altri
può peccare per avere Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. DMN ere è digg Meyopey Tò
sriotacta: 2 È S e ICROI (al qdo è Eyov pev od upopevos dè + ariovhpn val è
ypdpevos 1 I Ò x È ast, Cà, x x Veferat tmierac)a:), Otolcet TÒ [euparebzo0a:]
Eyovra pèv ph dx | ZA x .1 n empodvra dì è ud der mpurten OÙ | duparredepda]
Eyovra ual “, » % 9 n} È Oewpodvra, ToSTO pap Sons Dewéy, AIN odz si pù Newpéy.
soltanto la conoscenza dell’universale e non quella del particolare, sarebbe
meraviglioso (B2uzotév,) che peccasse quando avesse le due’ conoscenze |. Se si
pecca conoscendo l’universale e il particolare attualmente, gli è perchè non si
sa mettere il particolare sotto quell’uni versale che gli conviene ?. Insomma,
e questo mi pare il pensiero d’ Aristotele, quando il sapere non ci contentiamo
soltanto d’averlo, ma ce ne serviamo: quando non vogliamo averlo soltanto in
abito, ma in atto; quando il sapere è efficace veramente, € Sie: pet così dire,
assimilato a noi e alla nostra natura, sicchè non è il sapere dei fanciulli che
ripetono meccanicamente quello che udirono e non ne sanno il significato, nè
quello degl*istrioni e degli ubbriachi che cantano i versi d’Empedocle senza
comprenderli 3; di più, quando il sapere è completo, vale a dire, non abbiamo
soltanto la conoscenza dell’ universale, ma quella eziandio del particolare, e
possiamo per ciò formare, all’occasione, il sillogismo pratico come si deve;
l’operare si conforma al conoscere, e il peccare è impossibile. Sd Con queste
rettificazioni la dottrina di Socrate si può accettare. i 5°. Come si vede,
dopo molte oscillazioni e titubanze e dopo una critica in gran parte giusta,
Aristotele ritorna pur sempre al pensiero fondamentale della Scuola socratica,
che il sapere ha valore sovra tutte le cose, e che nella stessa vita pratica
tiene in ultimo il primo posto. Certo egli non si ferma al solo sapere
teoretico, come avea fatto Socrate: il video meliora proboque, deteriora. N
Miti fai e LI te uu" IRIS eo PRESE et o) 1 Eth. Nic. VII, 3, 6 in fine. 2
Eth. Nic. VII, 3 g-10. Cfr. il commento del Segni a questo. luogo: Me | 3 Eth.
Nic. LI Se a A DI sequor, era anche allora la condizione di tanti uomini, che
non potev a sicuramente passare inosservata: ma al Sapere non si può negare il
compito suo di schiarire, di illuminare © per ciò stesso di dirigere e servir
da guida. La ragione non è ciò che in proprio costituisce l’uomo, la parte più
nobile ed elevata dell’umana natura, quello da cui deve pigliar norma e forma
tutto ciò che all'uomo appartiene? E il sapere non è il prodotto più schietto,
e genuino della ragione? Adunque al sapere, anche nella vita pratica, spetta un
compito importantissimo. E un fatto che molti mali e molti vizii sarebbero
evitati quando si avesse appreso ad averne orrore. L’antropofagia, ad esempio,
che disgraziatamente è pratica diffusa presso tanti popoli barbari, deve
sicuramente la sua diffusione al non avere quei popoli coscienza del male che
fanno; i pregiudizi religiosi per cui si sacrificavano, e si sacrificano anche
oggidì delle vittime umane alla divinità, hanno la medesima sorgente;
l’impudenza sfacciata di talune popolazioni allo. stato d'infanzia, per cui le
donne si prostituivano e si prostituiscono allo straniero, è in gran parte
ancora l’ effetto dell'ignoranza. E nei bassi fondi delle società nostre civili
non troviamo la conferma di questo medesimo fatto? Pure non accettando
l’identificazione ammessa da alcuni antropologi fra delinquenza e idiotismo,
bisogna però riconoscere che spesso i delinquenti sono d’un'’intelligenza
ristretta e d'uno spirito angusto, donde. la loro inferiorità e il loro
svantaggio nelle lotte sociali. Perfino certi vizii puerili e quasi innocenti.
implicano e suppongono una certa ignoranza” da palio di chi li ha. Si può ammettere,
ad esempio, che il — millantatore, il vanitoso, abbia COScIenza di diventare
ridicolo colle sue millanterie, di diventare SRIRSEDTOSe "I
insopportabile? Egli che aspira sovra tutto alla stima degli sà Sap Ni altri,
se sapesse gli effetti della vanità, per vanità nasconderebbe il suo vizio.
Senza fare una certa parte all’ ignoranza, non si comprenderebbe, osserva molto
giustamente lo Ianet!, quella massima profonda del Vangelo che «si vede bene il
fuscello che è nell’ occhio del vicino, e non si vede la trave che è nel
proprio. Ma dunque basta conoscere ciò che è bene per farlo, e ciò che è male
per astenersene, sicchè si possa identificare senza più la virtù col sapere e
la malvagità coll’ignoranza? Certo la vera virtà, la virtù ideale, 4 idéz tig dpetfig,
come la dice Platone, è la virtù lumiade dal sapere; mentre al contrario la
virtù d’opinione, quella che si fonda sulla coscienza attuale dell’ individuo,
che potrebbe non essere illuminata dal sapere, e credere vero bene quello che
non è bene che in apparenza, non è, secondo lo stesso filosofo, che un'ombra di
virtù, c4% doerig; e così egualmente il vizio non dipende spesso che
dall'ignoranza del bene. Ma il sapere, per essere condizione, e importante
condizione di moralità, ha bisogno di una trasformazione; ha bisogno di
diventare efficace, di farsi pratico, operativo; se rimane nel campo della
speculazione e della teoria, a nulla giova per l’operare. L'idea dev'essere
insieme una forza; la dottrina delle idee forze trova qui la sua applicazione:
e per essere una forza, bisogna che parli insieme al cuore e alla volontà,
bisogna che s'addentri in noi, che s’identifichi con noi, per così dire, che
faccia parte intima della nostra natura, non già soltanto che ci illumini dal
di fuori. Il che vuol dire che oltre il sapere e più del sapere, sono anche
necessarie altre condizioni per la moralità: è un fatto che in parecchi casi
l’uomo fa il male con coscienza e in conoscenza di causa. Il bene non basta 1
La Morale, Paris Delagrave 1887 p. sio. Paneasienizaniernenaene ssa re
nervovore che sia conosciuto, bisogna anche che sia amato; non basta che
rimanga nelle altezze serene, ma fredde della ragione; bisogna anche che scenda
nelle regioni più basse, ma calde del sentimento. Senza calore di sentimento,
senza emozioni vive ed ardenti, senza entusiasmo, senza fede passionata, non è
possibile la pratica del bene. Il Kant vuole escluso affatto dalla moralità il
sentimento; ma è un errore grave. Tolto il sentimento, tolta l’attrattiva del
bene, tolto l'amore, manca alla volontà l'energia necessaria per vincere la
lotta colle passioni. Il sentimento morale, l'amore del bene è adunque
condizione necessaria alla moralità; l'educazione deve mirare a svolgere questo
sentimento negli animi; non basta far conoscere agli uomini il bene; bisogna
anche farlo amare. «Se la beltà, diceva Platone, ci apparisse in se stessa e
senza veli, susciterebbe in noi amori incredibili. »: Ciò che Platone diceva
del bello, si può dire del bene. Aristotele stesso che non era un poeta, si rappresentava
il bene come qualche cosa di sovranamente amabile, e sovranamente desiderabile.
Ma non basta la scienza del bene e l’amore del bene; è anche necessaria la
volontà del bene, la forza morale, l'impero dell’ anima su se stessa. Quante
volte l’amore del bene e la scienza del bene sono impotenti del pari! Quante
buone intenzioni inspirate dal cuore e dalla ragione, non riescono a tradursi
in atto, Dr mancanza di un volere energico che SERRE FILA passionise dominarle!
Già Sant'Agostino ci ha descritto igli i rosa colorita e fanmeravigliosamente,
in quella sua pros: È ) È assioni: Io era : aggia energia delle p EI SARE
tastica, la selvaggia 5 vegliarsi, ma vinti simile, egli dice, a quelli che
vogliono s ARSA, dalla forza del sonno, ricadono nell ASsoria SI x v'ha alcuno
senza dubbio che voglia sempre non preferisca, se è sano di s pirito, la veglia
al sonno; 22 G. ZUccaNnTE uetnneazzzazzanaiaaionaniaziaionaaziziz ione nia eene
sirena na sapere zanisare iti METIETEZIANETTATEZEZZNE ARA tienena n
aranuamarenanerenicionenesisseonenareonee e tuttavia niente è più difficile che
scuotere il languore che pesa sulle nostre membra; e spesso, nostro malgrado,
siamo presi dalla dolcezza del sonno, quantunque l’ora del risveglio sia
giunta.... Io era impigliato nei frivoli piaceri e nelle folli vanità, mie
antiche amiche, che scuotevano in certo modo le vestimenta della mia carne e
mormoravano: Ci abbandoni tu?.... Se da un lato era attirato e convinto,
dall'altro era sedotto e incatenato... Io non rispondeva che queste parole
lente e languide: Subito, subito, attendete un poco. Ma questo subito. non
veniva mai, e questo poco si prolungava all'infinito. Chi mi libererà da questo
corpo di morte 1? », Per vincere le passioni, per operare il bene è adunque
necessario uno sforzo supremo, un atto personale di risoluzione, è necessaria
la forza morale, la volontà. E la volontà non è sapere, sebbene non sia senza
sapere; è impulso appetitivo che il sapere illumina e guida, ma che il sapere
non produce. Ben fece Aristotele pertanto ad ammettere come fattore essenziale
della virtù la volontà; in questa parte specialmente egli ha oltrepassato di
gran lunga la con-. cezione unilaterale e ristretta di Socrate e di Platone, ‘
€ ha reso servigi eminenti alla morale. La virtù è forza, scienza, amore
indivisibilmente uniti in una medesim Aristotele parlare lun che segue. a
azione: della forza conveniva ad samente, come vedremo nel Saggio È Confessioni
Pisto » da LA DOTTRINA DELLA VOLONTA NELL’ETICA NICOMACHEA del Lizio. La
dottrina della VOLONTÀ nel LIZIO è anche più importante della dottrina della
felicità [cf. Grice, “Some remarks on happiness” – Ackrill eu-daemon] e della
virtù [Grice, “Philosophy is, like virtue, entire”]. Qui più che altrove si
manifesta l'originalità del filosofo. In generale, come abbiamo notato, Socrate
e lo stessa ACCADEMIA considerano condizione, se non unica, quasi unica della
virtù il sapere. Un’altra condizione scorge necessaria nel LIZIO. Bisogna che
l'APPETITO, trasformatosi in VOLONTÀ, si rivolga là dove LA RAGIONE consiglia,
poichè ci può essere contrasto tra gl’appetiti da una: parte e i CONSIGLI
[Grice, counsels of prudence] della ragione dall'altra, e nessuna efficacia ha
in questo caso la ragione, e il lume che viene da questa, indarno si spererebbe
che riuscisse a rischiarare le tenebre della passione. Perciò Aristotele si
accinge a un esame accurato della facoltà del VOLERE [GRICE WILLING – citing
KENNY ON VOLITING], studiandone gl’elementi costituuvi, sorprendendola per così
dire nel suo nascere e conducendola su su fino al: n 2 più alto grado di
svolgimento, fermandosi sull imputabilità e sulla responsabilità e mostrandole
egate al libero arbitrio, dando insomma di questa condizione interna della
virtù una teorica Così po Cono SRI 4 quale si poteva appena aspettare al
tenipi. suole. da Sui : gu R i dovranno in fondo prendere le mosse tutti quelli
che si occuperanno di simile argomento. le 7 È Già i Cinici aveano riconosciuto
nel volere una certa 1 importanza per quanto riguarda la condotta dell’uomo : virtuoso;
ma erano scarsi accenni, che doveano essere ui svolti e ampliati: conveniva non
soltanto riconoscere d l’importanza del volere, ma penetrarne l’intima natura s
e mettere a nudo il.substrato psicologico, sul quale si t.) fonda, e da cui
domina, per così dire, ed invigila tutta à È quanta la vita dello spirito. Il
fondamento psicologico Di) che anche qui, come nella teorica della virtù,
Aristotele i o: ricerca alla morale, è la sua novità grande e bella.,
Cominceremo anche per questo, come pei due Saggi et che precedono,
dall'esposizione della dottrina. i Poichè la lode ed il biasimo non spettano se
non alle azioni che si fanno volontariamente, e queste sole quindi sono del
dominio della virtà e del vizio, mentre alle. altre che si fanno involontariamente
è riservato il perdono e talora la compassione; è necessaria, ad illustrare
anche | meglio la natura della virtù, un’altra ricerca ancora, la ricerca
intorno a ciò che è volontario (&4obawy) e intorno 2% a.ciò che è
involontario (azobcrov) 1. G ESE In primo luogo adunque è involontario ciò che
altri > AE fa costretto dalla forza, fix, ed è azione forzata, ffxoy, «a
quella il cui principio è al di fuori di chi la fa o da © i patisce, e a cui
chi la fa o la patisce in niente contribuisce [Eth. Nic. Forse si renderebbe
assai meglio 1’ gxobgiov e l’axodotoy di Aristotele col nostro ) spontaneo e
non spontaneo, — che col volontario e involontario. Comun Ù que sia, ricordiamo
a scanso — di equivoci che il volontario con cui traduciamo l'ézovaov di Ari ;
‘stotele, significa quel principio di volere che è nell’ Appetito, e non già
nella Volontà ragionevole; perchè questo volontario è comune “anche ai bruti.
Cfr. Bernardo Segni Commento Cit. AVI Aia e . Ù agi io E O Por; LS ; - / da
parte sua: come se altri venisse trascinato dovec- ce chessia dal vento o da
uomini in potere dei quali fosse ui caduto !. fs Può sorgere il dubbio se si
devano considerare volontarie o involontarie o, ciò che è lo stesso, forzate
“De o non forzate, le azioni che altri fa, benchè a malincuore, x per paura di
mali maggiori, dvx gofioy pertévoy zax6y, O per conseguire cosa onesta, dit
2226v 71; come se ci avvenisse | di dover gettare in mare le robe nostre, per
salvare dal naufragio noi stessi e gli altri 2; oppure un tiranno ci ingiungesse
di commettere qualche cosa di turpe, e solo a tal patto ci desse salva la vita
dei nostri genitori .0 dei nostri figli, che fossero in suo potere 3,
Assolutamente parlando, nessuno vorrebbe gettare in mare le robe sue o
sottomettersi, sia pure per ottenere Un fine onesto, al comando inonesto di un
tiranno: sicchè, prese in sè e. assolutamente, quelle azioni sono forse
involontarie (em). 3 too: dsobarz) #5 ma siccome in esse il principio del moto
è pur sempre intrinseco a chi opera, e quello di N FIAT ROINZ DI IO { Eth. Nic.
III, 1,3. Bfxuoy dÈ 06 4 cpXa Ecolev, corzvta À, À 7 ge 7, vi pendiv cvpt2era 0
mpdTTOY © 9 masgov, otoy ci 006% È uop.ica: Tor CRCAV TOLTI ubproi dvTes. 2
Eth. Nic. Eth, Nic. Abbiamo creduto col Ramsauer (Commento all’ Etica Nicomachea
di Aristotele) riferirsi l'esempio, del tiranno. i alle azioni fatte did e40v
7, non già a quelle fatte De Qopov pets I Covwy AILOY, Per le quali ci sembra
bastare l'esempio del IO in e le merci. Perciò abbiamo invertito nell’
esposizione l'ordine dei pe (Commento) pare credere (308 alle azioni fatte dt
969oy pelivov mare le merci a quelle fatte did mar due esempi. Il Michelet
invece l'esempio del tiranno riferirsi l'esempio del gettare in LIKOY, zI6Y Fi
4 Eth, Nic. 1 ze II, 1. 6 in fino.” Mensusazecenionien
zaniniosarenenazonsecenioaasaze; aciveonzarivevenea
neeneseeeieeezazenninevivaosicezeana eraseoiana ne ziarenezzionenezizioo cui è
in noi il principio, sta in noi anche il fare o il non fare; siccome in quel
momento e in quella circostanza particolare si fanno volendole fare e
preferendole ad altre, ur: e deve parlarsi di volontario e d’involontario non
assolu i, speravasi di evitare; non dimenticando mai che fra i beni edi mali ve
ne sono di così grandi, che per causa loro La sembra quasi lecito all'uomo checchessia,
e fra le azioni e fatte di così turpi e malvagie, che niente v'ha per cui. 2
ue. possano essere perdonate‘. Così non merita alcun perdono + . SA Alcmeone
che uccise la madre, ed è ridicolo ciò ch'egli Ne: addusse a sua discolpa: a
certe cose non dobbiamo lasciarci RS costringere, piuttosto è da preferire la
morte 5. Invece 4 DO 1 e 3 N N ” 1 Eth. Nic. III, 1. 6 e 10. % dì 00) gità uèv
dnodarà tot, eni IN iui n‘ e ‘ . VÙV dî zl avti TOVÒs viper, al dà doyh èv té
TPATTOVTE, n II x » 4 IANGLI DI x ORIO LI zo astà uiv dnobar ar, vv dì ue Inti
movie suobera. C'è | in Aristotele per quello che riguarda questa specie
d’azioni una certa | oscillazione e titubanza, che è assai difficile riprodurre
nell’ ni 2 Eth. Nic. III, 1, 6 parti rodlex. 5 Compendio della Morale di
Aristotele, parte II, cap. IV | $ Eth. Nic.
Eth, Nic. I, A DI esposizione. fi Eta quando vi siano tali mali che
oltrepassino l’ umana natura e che nessuno potrebbe soffrire, se altri, per
evitarli, faccia cosa che non deva, è degno, non certamente di L lode, ma di
perdono; e alle volte è perfino degno di lode chi non dubiti di sottostare a
qualche cosa di turpe o doloroso, mirando a fine bello e grande!. Del resto è
difficile determinare quali cose si debbano scegliere e quali sopportare di
preferenza, presentandosi - molte differenze nei casi particolari; e ancor più
difficile + PA è rimaner fermo nella presa risoluzione, poichè potrebbe 4
smuovercene o il dolore che ci si minaccia, o la turpezza dell'azione, a cui ci
si vuole costringere. Chè in generale è questo il caso più comune di tali
azioni: ci si vorrebbe costringere a qualche cosa di turpe colla minaccia di
grandi dolori. Dove siccome è sempre da preferire il dolore all’operare
turpemente, si loda chi non vi si lascia costringere, si biasima invece chi vi
si lascia costringere. I Eth. Nic. . Svtote nel èrzwodviai, dTAY alcypoysat ‘À
Nuti gÒv UTOPEVOGI dti PEYÀ.OY ua 4240. î 2 Eth. Nic. III, 1. $ 9 in principio
e $ 10 in fine. 3 Eth. Nic; .... &Tt dì yederotepoy Supetvat Tot mi cd ROXb
dom FÀ piv mpocdozopeve Nutnpz, x pocbztay ds Y% È a di >» U, » VANE a 2 de
vaqadbovma vicy 94, ev î7 Il senso di questo luogo imbrogliato mi pare il ù
difficile rimaner fermi nella presa risoluzione 0°, poichè, essendo il più
delle volte "Sa uello che =» LI vor val goyor yvovTat TEL TOÙS
avarpraslevzas A ua seguente: è ancor pi di operare in una certa maniera
doloroso quello che ci aspetta se non operiamo, e turpe q CI ci si vuole
costringere ad operare, avviene che o il dolore minacciato, 3 attuale ci smuova
dal nostro proposito. Una o laturpezza dell’azione IPEOR : n tiranno, anziché
sottostare STA a, donna ha deciso di piegare alle voglie d’u ottostare ai
tormenti da lui minacciatile, ma al momento dî Meter i; deci a tur 'azi a per
compiere, la tratquanto ha deciso, la turpezza dell azione # st De So Sa n Ì i
ferisce i tormenti, Un uomo ha o di soffrire — tiene dal compirla e pre leciso
d È Uursussazzenatessaaeeice isa reneeaaee re va
naasenaoaineanininianienaninininiaeaninrioeinezizanioneeaerisseeereenaeoaierazeoiza
lean ese ria zezanei Riassumendo, involontaria o forzata è l’azione il cui
principio è al di fuori di chi la fa, e a cui questi in niente contribuisce da
parte sua; e il timore di mali maggiori (6 96Bos pertivey zaz6y) e il fine
onesto per cui si operi (dt x4).6v 71), non rendono punto involontaria o
forzata l’azione, sebbene le comunichino un carattere speciale, di cui è
necessario tener conto quando si tratti di stabilirne il valore morale. Che se
alcuno dicesse che in realtà l’onesto (rà x21é) e il piacevole.anche più (xè
dt2), rendono involontaria e violenta l’azione, perchè costringono dal di fuori
(avarstem #0 dv7z), se ne dovrebbe concludere che tutti in tale ipotesi sono
forzati a fare ciò che fanno, poichè tutti operano per questi due motivi,
l’onesto e il piace- ‘a vole!; l’utile stesso per cui spesso si opera, non si
sceglie se non come mezzo a un bene o a un piacere; ciò che | è amato e scelto
come fine, è il bene e il piacere 2. D'altra parte chi opera per violenza e
involontariamente, opera con dolore (2vrnpòs): invece chi opera per il
piacevole e qualunque tormento piuttosto che rivelare un segreto che possa, ad
esempio, compromettere la patria; appena sente i tormenti, si rimuove © dalla
sua decisione. Siccome poi si tratta di dolore proprio, personale, da una
parte, e di onestà dall'altra, e siccome è da preferire sempre il dolore al
venir meno all’onestà, così l’autore aggiunge: O0ey Erauvot zz Yéyor ecc. cioè
a dire che si lodano coloro che non si lasciano costringere dal dolore a fare
qualche cosa di turpe, mentre invece si biasimano coloro che vi si lasciano
costringere. Ero: è da riferirsi ad 7 pi, Yéfora mepi Tod; vayzaolivmzz. 3
tNEth: Nic. III. 11. x 2 Eth. Nic.: 7eiòY Yao dvrwy cav sic TRS UiosGeLe. AIN0d
GUozs0vTos Adios ed Eth. Nic. VII I, 2.1. dofcre dov yecusov civai di ob fiera
apabov ari dovk, bareQUINTA dv ein v&Y206v TE AU Td 400 we Tin. l’onesto,
opera con piacere (19 4dovîs); per la qual cosa se ciò che è piacevole ed
onesto: costringesse ad operare, si opererebbe ad un tempo con dolore e con
piacere, il che involge contraddizione!. « E ridicolo adunque, conclude
Aristotele, accusare le cose esterne, e nonse stesso come facile a venir
attirato da esse, e delle azioni belle dar la causa a se stesso, delle turpi alle
cose piacevoli » ?. I Eth. Nic. III, 1. 11. L'affermazione di Aristotele che
chi opera per il piacevole e l’onesto, opera con piacere, non si può accettare
che in parte; perocchè, se è vero che chi opera pel piacevole opera con
piacere, chi opera invece per conseguire cosa onesta, si sottopone il più delle
volte a dolori e non opera conseguentemente con piacere (Cfr. Eth. Nic.) Masi
potrebbe risolvere questa contraddizione in cui pare Aristotele si trovi con se
stesso, affermando, come fa il Michelet nel suo Commento, che qui ($ 11)
Aristotele parla dell’onesto che per se ci spinge ad operar rettamente, mentre
prima {$ 7) ha parlato dell’onesto che ci induce a soffrir dolori per
ottenerlo. « Postquam auctor de honestate, quae nos ad molestias subeundas impellit,
et de molestiis locutus est, quas ut vitemus ad turpia facienda cogimur; jam de
voluptate loquitur, quae nos ad haec cadem, et de honestate quae ad recte
agendum compellit. Sunt autem haec illis magis spontanea, quia voluptas et
honestas fines sunt, quos sponte nostra per se cligimus, molestias autem semper
invite subimus, utpote a natura nostra alienas » Michelet Commento cit. pag.
103 - 104. D'altra parte si potrebbe ricordare che nella teoria d’ Aristotele è
virtuoso solo chi opera il bene con piacere. Eth. Nic. 1 uh aitdy ebmpatov ovTa
d tuuròv, Tv d aley pv nÙ i è cosa ridicola che, mentre si sostiene che tanto 1
ci costringono ad operare, quando si viene alle applicazioni, a che le azioni
buone non siano già dovute, come a causa e per contro le azioni turpi siano
dovute 1 yeXoloy Sh cd qitizola mà 4706, dI mò 76V rowirmy; zal TGV pev 4XA6Y
Si. Il senso del qual luogo è il seguente: l bene quanto il piacevole si
sosteng efficiente, al bene, ma a nol; die i Nel qual luogo il filosofo
riconosce evidentemente, e sì fa gioco di coloro che non vogliono riconoscerlo,
che delle azioni nostre siamo noi la causa efficiente: noi abbiamo in noi
stessi una forza e un'energia nostra propria, colla quale possiamo sottrarci
alle influenze che ci vengono dal di fuori, perfino all'influenza che ci possa
venire dal bene. Il che, o c'inganniamo, o è un accenno abbastanza chiaro alla
libertà del volere. Quanto è detto del bene e del piacere, si può ripetere
dell’ira (0vpés) e del desiderio (r:0vuiz): le azioni che si fanno sotto lo
stimolo dell’ira e del desiderio non sono involontarie !. Perocchè se lo
fossero, nessuno degli altri animali agirebbe volontariamente, e neppure i
fanciulli che agiscono massimamente sotto lo stimolo di questi due moventi
interni. D'altra parte anche alle azioni come a causa efficiente, non a noi, ma
al piacere che ci costringe. Per esser conseguenti dovremmo invece tutti due
questi generi d’azioni attribuire alle cause esterne. Inteso così questo luogo,
mi pare che non si possa dire in riguardo ad esso quello che dice il Ramsauer;
(Commento citato): vides illi lizio quasi codem tempore cum diverso hominum
genere rem esse. Qui enim dicant etiam 7% 423.d fizuz esse, non poterunt iidem
té zz4.6v zi7izola é2UT005. Invece a Z. pare si tratti degli stessi uomini.
Soltanto mentre in teoria sostengono che il piacere non soltanto, ma anche il
bene costringe ad operare, e aggiungono il bene per far passar meglio la loro
teoria, in pratica poi sostengono quello che loro fa comodo. Fa comodo a loro
esser riputati veri autori del bene. Non fa comodo esser riputati autori del
male. Eth. VE , AB Noi traduciamo ira il 0vuds greco. Ma veramente 0»yd5 non
significa soltanto l'affetto speciale dell’ira. Il 0105 indica l’impeto, la
veemenza, il calore dell'animo, ha quindi un significato più largo di ira.
Tuttavia in italiano non parola che renda perfettamente il Inps. Eth. Nic. Qui
il volontario anche più che altrove Saprel trovare una belle siamo spinti da un
qualche desiderio, da un qualche affetto, e sarebbe ridicolo dire a nostro
elogio volontarie le azioni belle, involontarie le turpi, mentre dipendono
dalla medesima causa. Ci sono poi delle cose che conviene desiderare
ardentemente, come ci sono dei casi in cui conviene adirarsi: come si potrebbe
dire involontario ciò che si fa in questi casi? ®, Ancora, che differenza c'è
fra i peccati che derivano dalla fredda ragione e quegli altri che derivano
dall'ira o dal desiderio, per cui questi. ultimi soli devano essere
involontarii? Sono da evitare si gli uni come gli altri e le passioni
irragionevoli non meno della ragione sono umane. Finalmente perchè si dovranno
chiamare involontarie quelle azioni che derivano dall'ira o dal desiderio, che
muovono cioè di là donde il più delle volte gli uomini sono spinti ad operare
4? Come si vede, Aristotele in questa questione che riguarda il volontario e
l’involontario e ciò che è forzato e ciò che non è forzato, procede rettamente
dall’estrinseco all’intrinseco, dal mondo esterno al mondo interno. Violenza è
solo quella che ci viene dal di fuori, dagli è preso nel significato speciale
di spontaneo. Perciò non è a far le meraviglie se Aristotele dice che
appartiene anche alle bestie e ai fanciulli. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Come
si vede l'argomento è questo: le gionevoli non meno della ragione sono umane:
per conseda ragione, è anche volontario (2) passioni irra guenza se è
volontario ciò che deriva i ciò che deriva dall'ira e dal desiderio. Qui è
ritenuto come volontario tutto ciò che deriva dall'essere dell’uomo; perchè ‘volontario
anche qui è preso nel significato di spontaneo. Tratteremo largamente in fine
la questione dell’éz00 Eth. Nic.. ti Giovy e dell'uzoustov. elementi, il vento
per esempio, o dagli uomini, ed è violenza materiale, a cui non è possibile
opporre resistenza; il vento ci trascina o ci solleva; gli uomini, quando ne
abbiano il potere e la forza, c'imprigionano, ci tormentano, fanno di noi tutto
quello che loro aggrada. Il timore di mali, che si vogliano evitare, un fine
onesto per cui si operi, non costituiscono violenza; i mali per verità sono al
di fuori di noi, e il bene a cui si miri è anche fuori di noi; ma il timore che
si ha dei primi, è cosa subbiettiva, personale, e il bene ci alletta e ci
sospinge solo in quanto è appreso ed apprezzato da noi, e s'è quindi
trasformato in cosa nostra. Il movente è perciò sempre in questi casi
interiore, senza contare che la vera causa motrice, il principio che mette in
moto le membra, n dpyn où zuelv Td dpyavizà uéen, appartiene a colui stesso che
opera,'èy abrò torw |. Altrettanto è da dire del piacere, dell’ira e del
desiderio che sono tutti moventi intrinseci, tutti dipendendo dalla natura e
dall’essere stesso dell’ uomo, di cui sono come la manifestazione. Per
Aristotele è volontario o spontaneo tutto quello che è intrinseco all'uomo:
egli non si cura di determinare se quello che è intrinseco sia intrinseco
soltanto apparentemente, e dipendain ultimo ancora da qualche cosa d’
estrinseco; quello che è nell’ uomo, per qualunque motivo vi sia c da qualunque
causa derivi, gli appartiene, e gli si deve a giusto titolo attribuire. Il
regno dell’ szobary è vastissimo, quasi tanto vasto quanto la vita dell’uomo.
Eth. Nic. . metal a [ie à PA. x x | I ° MATTONI INI CRE PET ARI FR IR e PR ARR
i nin enizaz azz nana 10S Pan TTA nerina nen ini era reni esente
merpasenazeanenesaziaricnennenecaasionzossenenianeanisea II. E in secondo luogo
involontario quello che si fa per ignoranza (%yvorx) *. Intorno a questo è però
da osservare che non tutto ciò che si fa per ignoranza è a rigore da chiamare
involontario; imperocchè chi pure per ignoranza abbia fatto cosa di cui poi non
ebbe a pentirsi e a sentir dolore, che anzi a lui piacque di aver fatta, non si
può dire l’abbia fatta involontariamente, sebbene per verità neanche volontariamente,
non facendosi volontariamente se non ciò che si sa: invece è da dire veramente
involontario ciò che si fece per ignoranza e di cui poi si sentì pentimento e
dolore ?. Della quale restrizione è da tenere 1 massimo conto nello stabilire
il grado d’imputabilità d'un’azione. Se altri infatti si compiaccia -d’
un'azione che fece a sua insaputa, quest'azione che non si poteva dir sua
perchè l’ignorava, diventa quasi sua per effetto di quel compiacimento. Intorno
all’involontario per ignoranza è anche da osservare, che bisogna distinguere
ciò che si fa per ignoranza, da ciò che si fa ignorando bensì, ma per un altro
motivo. Imperocchè l’ubbriaco e l’ adirato è certo che non sanno quello che
fanno, e tuttavia non Sl può dire che operino per ignoranza, e quindi si devano
ritenere involontarie le loro azioni; le loro azioni, anzichè dall ignoranza,
AO origine dall’ ubbriachezza € dall ira, SR non hanno saputo astenersi © da
cui derivò 3PRUGL, ‘OSCUra= mento della loro mente 3. Per conseguenza chi abbia
4 Etb. Nic. III, 1. 39 Eth. Nic. INI, 1. 13 © Eth. Nic. permesso che gli affetti dell'animo suo
prendano tanta forza da accecarlo interamente, sicchè non possa più discernere
quello che pure poteva discernere, costui non accusi come causa di peccato la
sua ignoranza, ma quegli affetti che non ha saputo regolare. Ancora non è da
credere che renda involontaria l’azione l'ignoranza dell’universale, cioè del
bene e del male, l'ignoranza che riguarda il fine da conseguire, per cui gli
uomini volgono l’opera loro ad un fine indegno, non sapendo ciò che sia
veramente da desiderare. Il malvagio ignora ciò che convien fare e ciò da cui
conviene astenersi; ma non per questo egli è non malvagio: anzi è questa
ignoranza appunto la causa della sua malvagità!, Chi opera male non può addurre
a sua scusa R di aver ignorato ciò che conveniva. fare. L'ignoranza x del bene
e del male non può essere ottima ‘scusa del | ‘peccato; altrimenti si dovrebbe
riputar buono chi pure abbia commesso azioni turpi ed ingiuste, quando in
antecedenza abbia stimato bene quello che si propose di fare ?. Invece rende
involontaria l’azione l’ignorare le cose i singolari nelle quali e intorno alle
quali versa l’azione medesima; chi ignora qualcheduna di queste, ben lungi
dall’operare volontariamente, merita compassione e Eth. Nic. Aristotele oltre
che dell'ignoranza dell’universale) 1: x: III dvorz, parla anche d’un'
ignoranza che ha luogo nel preeleggere, SR È) 17 mpozipécei dryvovz, come d’una
causa della malvagità, alla in #36 poy0nptxs Eh. Nic. Gl’incontinenti,
&xpxTeì, non errano nel fine, poichè sanno che sì deve fuggire la libidine,
ma, tratti al desiderio, si allontanano dalla via che conduce al fine. In
questi. C’è conoscenza dell’ universale, e ignoranza nella preelezione. Cfr.
Mi. i |‘ cheler Commento cit. p. 108. + perdono !. Essendo le cose singolari,
nelle quali versa l'azione, al di fuori di noi ed estranee a noi, l'ignoranza
di queste è in qualche modo una causa esterna, un istrumento esterno ed
estraneo alla nostra volontà, sebbene in noi; sicchè ciò che si fa sotto il
dominio di tale ignoranza, sembra fatto non da chi agisce, ma da questa
ignoranza stessa. Mentre l'ignorare che cosa sia bene e giusto e retto dipende
da cattiva volontà, ed è non già qualche cosa d’estraneo e d’estrinseco, ma un
principio interno, una qualità propria di chi agisce, che rende questo
imputabile della sua azione. C'è insomma un’ignorantia juris, come la chiamano
i legali, e wn’ignorantia facti; la prima è imputabile, la seconda non è
imputabile; Ignoranzia juris nocet, ignorantia facli non nocet. L'ignoranza dei
particolari può riguardare e chi opera (is) € ciò che si opera (xt) e intorno a
che o in chi si opera (rspì #t È evi) 3, e con quale mezzo sl opera (rim), e
per qual fine (Evezz 7ivos) e in qual modo 4 Certamente non è possibile
ignorare tutte queste circostanze ad un tempo, chi non sia pazzo; perocchè non
foss'altro, come potrebbe chi opera ignorare se stesso? Ma si può ignorare o la
sostanza dell’ azione, o l'oggetto in cui cade |’ azione, 0 il mezzo, o il modo,
o il fine. Per esempio ignora ciò che fa O) la sostanza dell’azione, chi
ignorando non si dovesse dire una certa, Eth. Nic. Il Commento di Michelet. Z accetta
la spiegazione di Michelet. Il rrept ab el’èv Ti Ì i 2 L i ì U AI CD indicano
la medesima circostanza, l'oggetto in cui cade l'azione;sol to mentre il mepi
ci si riferisce a cosa inanimata, l'îv 7ou si riferisce tan ico: pata, ersona
Refer #s0l zi ad rem inanimam, îv ivi ad hominem. a p 3 i È + Eth. Nic. INI, 1.
10. 23 G. Z. uu i* Dà ‘per un nemico, come Merope, e l’uccida, ignora l'oggetto
cosa, se la lasci sfuggire nel discorso: chi scambi il figlio dell’azione o la
persona su cui agisce: ignora il mezzo chi credendo una pietra esser pomice e
perciò materia tenera e innocua, oppure essere spuntata l’asta che ha invece
acuta la punta, la scagli contro qualcheduno e lo ferisca: ignora il fine chi
apprestando all’ammalato una pozione collo scopo di salvarlo, l’uccida; e chi
volendo solamente toccare, percuota invece violentemente, è ignorante del modo
!. Intorno a tutte queste circostanze potendo aver luogo l'ignoranza, chi operi
sotto il dominio di questa opera involontariamente. Se adunque, per quanto s'è
detto, involontario è ciò che altri fa costretto dalla violenza e per
ignoranza, volontario invece sarà ciò che sì fa per un principio intrinseco e
conoscendo le singole circostanze in mezzo alle quali versa l’azione 2; 0, come
spiega lo Zanotti, avendo considerato le ragioni di farla, « perciocchè le
singole circostanze, 7% x20' Éxxst2, che debbon conoscersi dall’operante,
contengono appunto le ragioni, per cui dee, o non dee operare. Per tutto questo
Eth. Nic. II, 1, 17. Accettiamo il 7i0xs del Susemhil, e non il rafees del
Michelet, del Ramsauer ecc. L'esempio di chi appresta una pozione all’ammalato
affine di guarirlo e invece l’uccide, piuttosto che un esempio di chi ignora il
fine, ci parrebbe un esempio di chi ignora il modo o il mezzo. Vedi quello che
dice il Ramsauer molto giustamente in proposito Eth. Nic. 7òd Szobcvoy Séterev dv civa où dex Ev abré
cidoti 7% nol) Enzota èv oîs modkic. Alla conoscenza delle circostanze in
cuirsi compie l'azione, o, ciò che è lo stesso, alla esatta considerazione
delle ragioni per cui l’azione si deve compiere, mirano la deliberazione,
Bosdenaiz, e la preelezione, Tpoztoegts. La preelezione, chio chiamarei più
volentieri proposto, ha grande importanza per la virtù, ed è ad essa
strettamente congiunta. RE Dalla, preelezione si giudica il costume meglio che
dalle azioni medesime !. Per la virtà infatti si guarda di più al come siamo
disposti nell'animo, che a quello che si fa; gli atti esterni della virtù
possono essere fatti a caso, 0 per ostentazione, o per simulazione, o per
ignoranza, o per violenza; se manca l'intenzione, il proposito interno, la
preelezione, mpoziosaw, gli atti virtuosi non hanno valore etico. Che cosa è
adunque la preelezione ? La preclezione pur appartenendo al volontario, non è
tutto il volontario; il volontario ha un'estensione maggiore; il volontario è
il genere, di cui la preelezione è una specie. E difatti e i fanciulli e gli
animali operano volontariamente, ma non con proposito deliberato, non con
preelezione; e le azioni che sono l’effetto di un moto improvviso dell'animo,
non essendo premeditate da.chi le fa, non si può dire sicuramente che siano
state proposte, o prescelte, sebbene non si possa negare che sono volontarie.
IN %, »,Ech. Nic. Trepi TINZPEGEOS eretar dte)berv, otzetd. è; Ù ne EIA À ”
TATOYV Ye siva dozeì cf desti vat uao 7% in nplvew iv Ù TPACEOY. Eth.Nic.
DEMI SATO Z CPI, eee?) pi SA a 4 Pa, unsasaezeraa:iezaazez;
nnnasioneeeesaneazasose sseeneti Poneszeszoanesipanizionesianaaneraneionezeze
sv anenzenennariceeneai nina neneeaniaseaianizsane. La preelezione non è
neppure un fatto d'ordine appetitivo; nessuna delle specie dell'appetito, il
desiderio (emivita), l'ira (016%), la volontà (fovàno:s) *, è preelezione. Che
l’ira e il desiderio non siano la stessa cosa della preelezione l'argomento
capitale è questo, che i primi sono affetti che appartengono anche ai bruti, mentre
invece la seconda appartiene soltanto all'uomo. Per quanto poi riguarda il
desiderio in particolare, preelezione e desiderio si oppongono l’una all’altro,
come avviene hell’incontinente e nel continente, nel primo dei quali la
preelezione è vinta dal desiderio, nel secondo per contro il desiderio è vinto
dalla preelezione ®. S’ aggiunga che il’ desiderio ha per oggetto il piacevole
in senso positivo, il doloroso in senso negativo; la preelezione invece non ha
per oggetto nè l'uno nè l’altro. Chi desidera, qualunque cosa desideri, JI:
Bpetic, appetito, risulta veramente di tre clementi, 0up.òs, eridupiz, Rodina:
Cfr. Eth. Nic. I, 13. 18 e la nota dél Ramsauer a quel luogo: « 7ò
emibrinazizoy zi 6)0g bpeztiziv: hoc denique nomen 70 4)6Y0v illius.... ad quod
universam Thy #014hv dpethv referri mox discemus. Primum est in eo quod habet
èr iMuniay, at insunt etiam alia, ut addita voce %%Ì 190; ROTOnTe, quae presto
Th ET I DDAZAI DS dpicems sunt. "055 E1s VEN ve Pe NTAZ vai Quuds où Bobana (414 b
2) » pag. 75. 2 Eth. Nic. II, 2 4 za! 6 &zoztie Ce DIIONIDTA] Tare
mpozipodu evo d' où 6 Syapathg Ò' avdrzdiy Toogipobuevoe ev, Ceri VIIXONI d’
où. Il continente e |° incontinente hanno
questo di co mune che c'è in loro una specie di lotta intestina come di forze
ostili; da una parte il desiderio, dall'altra la ragione; nel continente 3 la
ragione si assoggetta il desiderio ribelle, nell’incontinente il desiderio
ottiene il sopravvento. « Quum Aristoteles ad mores hominum spectans, ut
breviter loquamur, quatuor distinguat genera (qui boni, qui mali sunt, qui
&y4p%TeTs et CRI in duobus illis quos, priore loco diximus, discrimen quo
in anima % Gostic a ratione differt ante”“ani tai Pacini te nai init sia buona
o turpe, per una certa necessità dell’ umana natura se la finge come piacevole;
chi preclegge, anche se per caso preelegga i più turpi piaceri, se li
rappresenta sempre come beni !. Non è adunque da confondere il desiderio, colla
preelezione. Anche meno è da confondere l’ira con la preelezione, poichè le
cose che si fanno sotto l’ impulso dell’ira, sono ben lontane dall’esser fatte
con meditazione e proposito deliberato. La volontà, sebbene affine, non è
neppur essa la stessa cosa della preelezione. La volontà infatti può versare
intorno a cose che o sono del tutto impossibili, come chi volesse vivere
immortale, oppure sono tali che il farle non è in potere di chi le vuole, come
chi volesse che un certo istriéne o un certo atleta vincesse. Chi preelegge
invece, non si propone cose impossibili, salvo il caso che sia pazzo, nè cose
che non sia in suo potere di compiere 3. Aggiungasi che la volontà si riferisce
piuttosto al fine, la preelezione invece, ai mezzi che conducono al fine. Noi
vogliamo esser felici, scegliamo i mezzi necessari al conseguimento della
oculos non est. lam enim in .probis hominibus Tò dpe4tizoy totum se conformavit
ad auctoritatem rationis, in pravis co. redacta est ut potentiae 705 opeztinod
libenter assentiat et inserviat. Contra oi 49% mel et oi azparete id commune
habent, ut in utrisque spectetur intestina animi dissensio et dimicatio quasi
virium hostilium. In ANZI enim victa ratione optime apparet con) sit propria
775 dpitews vis spernentis © TOY If. +; in îjnpeare stz vero subacta cupidinis
rebellione eventus docet, rationem iubentem atque increpantem aditum habere ad
7ò dpetu0Y ». Ramsauer Commento cit. p. 74 i { Eth. Nic. JII, 2 5. Cfr. la nota
del Ramsauer a questo luogo. Eth. Nic. Éth. Nic. IMI, . RE ore a a ad felicità.
Dire che si sceglie d'essere felici non sarebbe conveniente !, Se però la
volontà è differente dalla preelezione, non è differente che nella maggiore
estensione ch’essa ha: noi vogliamo quello che preeleggiamo, ma non
inversamente tutto quello che vogliamo preeleggiamo ?. Stabiliti i confini tra
la preelezione e le singole forme dell’appetito, resta a vedere se la
preelezione sia un fatto d'ordine puramente intellettivo. E qui Aristotele |
confronta la preelezione coll’opinione, dé, dando però i all'opinione un valore
e un significato più esteso dell’or.dinario, sicchè si può dire che abbracci in
generale tutta l’ intelligenza 3. È 1 Eth. Nic. III, 2.9. à e: “6 ? Eth. Eudem.
II, 10. 17 &rxvTeg zo Govtonela È nel Tonzi- i pobuebz, ob pevtar ped
Rordoualz, riva rpeozipobts"z. Osservo però che in realtà tutte le cose
che si vogliono, si scelgono anche; perocché le cose impossibili non si
vogliono, si vorrebbero soltanto; c’è, vale a dire, per quanto riguarda le cose
impossibili, un volere iniziale, non una vera e propria volizione; c'è il
vorrei, non il voglio. Si 5 Eth, Nic. III, 2. 10-15. L'opinione com'è intesa
qui abbraccia La in realtà tutta l'intelligenza, perchè in 1° luogo si
riferisce anche alle cose eterne, che cioè non possono cssere altrimenti,
quindi abbraccia. quella parte del principio avente ragione, che Aristotele chiama
7ò Pr pr EmaTovzoy; in 2° luogo sì riferisce anche alle cose che possono L:
essere altrimenti, quindi abbraccia quell'altra parte del principio avente Cor
ragione che Aristotele chiama 7ò ).0yto7t6y (Cfr. Eth, Nic, VI, 1. 5-6). È *
Per conseguenza abbraccia l’intera ragione. Senza contare che è leo- + enti
didvorz, perchè dof4lousy di ci 307 insi it CD path dizvoz, p o9439uev de TL
EoTw, e insieme moeztizA RIGICATO, ; i $ i drdvo1a, perchè:dot4lonev Tini
cuuptper i oc. Il dolzoridy adunque. È : Sal ha qui la stessa estensione del
davanti. Nel libro VI cap. VS il È x » Telo "a . 4 . - AR doQxstiziv ha un
significato più ristretto: % == yde dé * S pi Li cu Teol TO ° evdey duevov Dos
Eyew al i geivacis. AAT NELL’ETICA del Lizio Primieramente adunque l'opinione
si estende a tutte le cose, non meno a ciò ch'è eterno ed impossibile, che a
quello ch'è in nostro potere; la preelezione invece si limita a quest'ultimo
appunto, come già s'è fatto osservare !. L'opinione ha per sua legge il vero;
la preelezione il buono. Coll’eleggere il bene od il male diventiamo di certa
qualità, buoni o cattivi, mentre coll’ opinar bene non si diventa buoni, come
non si diventa cattivi coll’opinar male *. E poi si sceglie di seguire o di
fuggire una qualche cosa in seguito all’ opinione che ce ne siamo formata, ma
non si può dire affatto che opiniamo il seguire o il fuggire medesimo ®.. Si
noti inoltre che la scelta cade su beni conosciuti, mentre l'opinione si forma
là dove manca una perfetta conoscenza. Finalmente se la preelezione fosse la
stessa cosa dell'opinione, si vedrebbero le stesse persone opinare e
preeleggere il meglio: mentre non è raro il caso che si opini il meglio e per
malvagità d'animo si elegga il peggio °. 1 Per quanto fu detto adunque la
preelezione non è un fatto che appartenga del tutto 0 all’ appetito 0
all'intelligenza. Forse che risulta di tutti due questi elementi? Vediamolo. Ma
prima esaminiamo che cosa sia la deliberazione, Eth. Nic. Eth. Nic. SII, 2.
10-11. 3 Eth. Nic. ‘ RUS, 13. %d Tooztpodue % où rav touev. Intorno al qual
argoice il Ramsauer: Parum in hoc sexto A Îoc vi, Ò Sara 4 ziòv dotalovtwYy 00
OLGTAL0VGWY, Ma univ È$ uoMiota iouev 4 Eth. Nic. III, 2. \ (Sa \ Kay = SÌ
dpa9à dvra, Dobalopev dè to si può riferire quanto Ò Evo. Y%0 iDevar 1140 db 24-27. men
argumento ponderis: YI olovtal cups e ‘ mpozipeois esse d0S4 TU s Eth. Nic. III, 2. 14 Poterit igitur nibilominus dii è. titan
nazio piantina ® PY log * stesso Tpoxtosote foblevai, perocchè la scelta pare
non si possa dare senza aver prima deliberato che cosa si debba scegliere. Il
nome sw indica elezione di una cosa con esclusione d’un’altra, e ciò non si può
fare senza un antecedente x è) giudizio e un'antecedente deliberazione. La
deliberazione, fobieva, è come quella specie di giudizio pratico che nelle
creature intelligenti e ragionevoli deve sempre precedere l’azione. Perciò
appunto non in tutte le cose si delibera e si prende consiglio. Non sì delibera
sulle cose eterne e immutabili, o sulle impossibili ‘a ottenere; non si
delibera sulle cose che dipendono dal caso, e neanche su quelle che dipendono
dagli altri uomini; non si delibera su ciò che o per necessità di natura o per
altre cause avviene sempre d’un modo, 0 sempre muta !. Si delibera invece su
quello che dipende da noi e che può essere operato da noi, fovXeuius)a dì repl
mov 89’ fiutv mpazzov *, là dove però l’esito è incerto e indeterminato, e ci
può esser luogo a dubitazioni molte x e diverse; chè dove è certezza e
sicurezza cd esattezza, anche nelle cose nostre non si delibera. Eth. Nic. \ D
3 Eth. Nic. %xl mept pèv mas dzorbeis al abrdo LIT pei E) » toy èriotmuiy nba
fatt Bouth..... td Bovdeveclar dì èv I SE OA A UL IS di 7ò x #R0À E A gola NEL
mois ds ETÌ Fò FOO, di priore dè nos aroboerzi, nai èv 0Îg ddLd
sensoszerzeveeansazzosiessoneanen Si badi però che non si prende deliberazione
e consiglio intorno ai fini, ma intorno ai mezzi che conducono ai fini. «
Imperocchè nè il medico si consiglia s' egli ha da sanare, nè l'oratore se ha
da persuadere, nè il politico se ha da fare buone leggi, nè alcun altro dei
rimanenti si consiglia intorno al fine: ma tutti avendosi proposto un qualche
fine, indagano in che modo e per quali mezzi sarà ottenuto, € se apparisca che
per più mezzi si possa ottenere, ricercano per quale si otterrà più facilmente
e meglio, e se non si possa ottenere che per uno, ricercano il come di
quest'uno, e il come di quel come, finchè giungano alla prima cagione, la quale
-. L'ultimo nell'analisi è primo nella ricerca è ultima. . li ultime parole
vanno intese nella generazione », Le qua Eth. Nic. Non è vero che si deliberi
sempre in on intorno al fine. Verius enim hoc (che deliberiamo intorno in
artibus, velut medici, oratoris. - e ordinandam spectant. Etenim quomodo erit
judicandum de torno ai mezzi e N Ecco le giuste osservazioni del Ramsauer a
questo luogo: ai mezzi e non intorno al fine) uae ad universam vitam ben quam
in iis q aa RO REESE * ve ut ipslus philosophi vestigia Preriano i Re e dy
dizapivat OTOV AITI TOLG) AIOETEON, illo cui forte factum est LAAET i : quoniam
et timet instantem dolorem nec libens admissurus est quo efas sit (r110 @
29-33)! Annon ambiget deliberabitque, utrum dolor na t? Aut igitur duplex genus
sibi fugiendus an honestas amplectenda si ee ltera qualem h. 1.(C 15 sq.)
depingit; Boumis es de fine altera, altera 3 i Ve) aut illa quidem meditatio
quae ad ciln perunet, quamqua psa i vel ACETI, intendi audivimus, alio nomine
indenda genere seponenda. Silentio vero camdem obruere utrumque negari non
poterit et esse cam et facere pi . CRI o Neque enim in exemplis quibus nititue
Aristoteles 0 Ù k quod dici. Fuerunt profecto viri poliuci, Ilent sUvopiav
compa in pio aliquani 14 - erateta TIP wPETSO: haud licuerit: na ad mores
hominum. S ino verum est ra È eno certo constabat, utrum ma ; a uibus haudita P
i pre DARet I; ivitati an sibi potentam; arqui Ista de fine q rare Cl sibi
così: quando l’uomo nella sua ricerca dei mezzi per giungere a un certo fine, è
arrivato a quell’ ultimo, oltre il quale non resta più nulla a deliberare,
cessa dal deliberare e incomincia a operare: per ciò quello che fu ultimo nella
ricerca diventa come il principio dell’ azione. Avviene qui quello stesso che
nella risoluzione d'un problema di geometria. Chi si propone, ad esempio, di
ricercare il centro d’un circolo, dati tre punti della circonferenza, congiunge
i punti con due rette, divide le rette È in due parti eguali, innalza una
perpendicolare sopra il "i ‘punto di mezzo di ciascuna delle rette, e dove
si incontrano le perpendicolari, qui ha il centro del circolo. Il centro del
circolo è ultimo a esser trovato, ma in realtà è il principio da cui dipendono
i singoli momenti della figura geometrica descritta, è il principio da cui il
matematico | fu mosso a fare quella sua operazione! Insomma fra la
deliberazione e l’azione, fra le Bobdevas e la pà4:5 intercede questa
relazione, che il fine che uno si propone a raggiungere, è il principio della
deliberazione, eil termine della deliberazione è il principio dell’azione 2;
ciò per cui si fa l’azione (65 od fveza) è il fine, ciò che muove all’azione è
quell’ultima cosa che. ; fu escogitata dalla deliberazione: il primo è causa
finale, | la seconda è causa motrice (60sv zivaoto). i ‘ Del resto è naturale
che se la ricerca mena all’impossibile, si cessi dal deliberare e si abbandoni
il pensiero dell’azione 3; come è naturale che si deva porre un qualche { Eth.
Nic. III, 3. 11 in fine: è y&p PovAevopevos Eorzey Cnteiv uri daiva)ibe Toy
cipa ivo: Teoroy OoTEg DICA TLITZA Cfr. il commento del Michelet e del Ramsauer
a questo luogo, 2 Eth. Eudem. Il, 11. 6. #5 pv GÙv Y0Gzo Ò SE Ni Di (a n by Tò
ito È 5 Eth. Nic. III, 3. 17. BoyMevToy DI vl TIONISTO È TÒ, | i ZA ZOATO ; 4
ef nf T00TINI d9mpLepevoY 4Òn 70 mpozipetov. 70 YZ9 Ca 776 Ho Dogo 21 dp
Ennntos SaToy ms TpaSei, 4 "x . A
bet yotMiy T0OLL9ETOV. EGTUY. TZU vpriev Toti O . (N i y PLS Y DIXI DITO Ea TÒ
“ifodueroy Gray sly abroy WASLIATA coyhI, 42 x y } ra zodro 1% TO TA0ULIOVEVOY
TONLTELO dx "Oy Sutuelto! ot TONLTELOY 45 Opnpos culi SaXov dì 7odTo z2i
Ent dpy alto) SCE ZINIO % mposdowvta In poche parole, può avvenire che la parte
appetitiva della nostr'anima, la dpeGts, si opponga alla presa deliberazione,
ein talcaso nonsi ha preelezione; oppure che la dpe€ sia disciplinata per modo
da lasciarsi guidare dalla ragione e da acconsentire per ciò a quella, e in tal
caso ha luogo la preelezione. Dal che si vede come la. preelezione,
contrariamente alla deliberazione, non sia semplicemente un fatto d'ordine
intellettivo, ma abbia natura mista, risulti cioè d’intelletto e d'appetito, e
si possa definire come un desiderio, una tendenza che deriva da deliberazione,
e che si conforma ad essa (Gpetis fovdeutwzi) *. Per concludere, due momenti si
devono distinguere nell'atto complesso del volere. Dapprincipio si delibera
intorno ai mezzi necessarii al conseguimento d’ un certo fine; è questo il
primo momento, il momento della {o)euri. Compiuta la deliberazione, lo spirito
si determina e dà l'impulso necessario per compiere gl’atti esterni ed interni
che valgano a far conseguire quel fine. E questo il secondo momento, il momento
della rpordozors. È in questo secondo momento che si manifesta propriamente
l'energia del volere; la rpoziosaw è forza appetitiva illuminata da ragione, o,
per dirla con Aristotele, appetito razionale, o ragione appetitiva, è il
principio die. costituisce in proprio l’uomo, @ 7ozita deyà dolpo . L'uomo
apparisce appena si MAU la volontà. Tiso pn Eth. Nic. dvtos Sì 700 © pron TOY
uu ino PA02) A TRO sl a E e N n e AMA SIT i x - b P N e È : o E — È Me ae
reesrcocosseceseapenn ponegeetosscoseogeseuandiene con vonaereonenerarsz
TRIESISI Ne egsserenpasesecacagezssseppssonne Pe der setti e il potere di
deliberare fra due partiti e di decidersi per l’uno di essi, escludendo
l’altro. Sta qui la nota distintiva che lo eleva al di sopra degli animali e lo
separa da essi !. La deliberazione e la scelta, s'è detto, cadono sui he
conducono al fine, cadono su ciò ch'è possibile, mezzi c tutto ciò che
rinchiude cadono su ciò ch'è in nostro potere; una impossibilità fisica o
razionale, tutto ciò che oltrepassa “la naturale capacità dell'uomo, tutto ciò
che riguarda il fine, è escluso dal dominio della deliberazione e della scelta.
Sul fine non si delibera, nè si sceglie; l'appetito volontario, BobXnat, è per
natura determinato al fine. È anteriormente ad ogni deliberazione e ad ogni
scelta noi vogliamo il bene. Aristotele al pari di Socrate, al pari del suo
maestro Platone, ammette una tendenza generale dell’ uomo verso il berie,
tendenza che occupa presso la ragione umana il medesimo posto che l'appetito
presso la sensibilità animale. E questa tendenza s'impone a noi; noi
l'accettiamo come un fatto intorno 2 cui non si discute nè si delibera. «
L'appetibile, osserva Aristotele, muove dapprincipio, il A dpelte divonmuh, val
fi capo. Me Be 1 Aristot.
De Part. amm. Frh. Nic. pév Boblnsis Foù at)005 tori paddy. Tata a di Bobdmars ri uèv È covdan day diiporos. Cfr.
rutto il FUN Nic. 1U 4.1 oî eius Sotly sipatat. a . dirtelo pensiero muove in
seguito a causa di esso, di maniera che l’appettibile è l'origine del pensiero.
L' appetibile muove senz’ essere mosso dal pensiero ch’ esso eccita » x E
questo appetibile è il bene. Il desiderio e la volontà del bene adunque non è
nel potere dell’uomo. In suo potere sono soltanto la deliberazione e la scelta
dei mezzi. La deliberazione e la scelta infatti suppongono non soltanto che due
possibili siano presenti, e quindi la contingenza nell’oggetto dell’azione; ma
eziandio che l'azione sia contingente per rapporto a noi, vale a dire che
niente ci obblighi a scegliere e a tradurre in atto uno dei due possibili
piuttosto che l' altro. Contingenza nell'oggetto a cui s' applica, contigenza
nel soggetto che la deve applicare, sono le condizioni della scelta °. Gli
animali hanno bensì potenza motrice e spontaneità di movimenti; ma questi
movimenti, pure spontanei, pure non determinati dal di fuori, sono però sempre
sottoposti interamente a una forza intrinseca, l'appetito; e si compiono colla
stessa rigida necessità con cui in un sillogismo date le premesse se ne trae
quella conclusione che vi è contenuta. « Presso l’animale l'appetito tiene
luogo della maggiore; la sensazione, o in generale l'intuizione, della minore;
l’azione, della conclusione. Bisogna bere, De anima e 7 TÒ è ‘4 Suivora aei dTL
doyn abrlis tari mò dpeziov. TOÙTO N02) uve Ob ALvOUNevoy TO vonbdiva. Eth.
Eudem. TÀ pièv {20 duvztà pev sori z2Ì siva vel ph civas, DN obi do uiv adr h
fivens èoth, DIL TÀ per did gbsy TZ Di di wars aitizs yer, mepl Oy abdels dv
èyysrgnosie Bondebcala: più apuoov megì Oy D avdézera vu / % 4 n x . \ RZSA Pe
pevoy 7ò siva val pih, Id val 70 Bontebazaa coîg dvbpdamore, | ri att N >,
Dia OR) SATA SI eZ È d DES ITAUTA tati box èo° vipiy toni mozioni uh Toda. dice
l'appetito; ecco la bevanda, dice il senso, e tosto l’animale beve! ». L'uomo
non ha soltanto le facoltà dell’animale, il principio motore, l'appetito, la
sensibilità; ma un’altra facoltà ancora che tutte queste trascende, la ragione:
colla ragione compare nell'uomo il potere di.deliberare e di scegliere. La
maggiore del sillogismo pratico che riguarda il fine da raggiungere, è
nell'uomo ancora fatale, perchè il fine è dato da natura e non può essere che
il bene; ma la minore, che riguarda i mezzi, non è più abbandonata alla
sensazione o all’imaginazione, nè è quindi quella prima che capita; bensì è
soggetto di riflessione € di esame da parte della ragione, che la determina
liberamente. La minore del sillogismo è perciò contingente, e contingente è
anche l’azione, o la conclusione, che partecipa della essenza di quella. x
Questa contingenza o libertà H. P. GRICE FREEDOM -- nell’operare è il grado più
alto a cui possa giungere la natura, ed è il privilegio esclusivo dell’uomo,
dell’uomo adulto e maturo, chè il fanciullo partecipa ancora con tutto l'essere
suo all'animalità. Per questa contingenza 0 libertà l'uomo è il padrone dei
suoi atti, è il loro generatore, come è generatore dei suoi figli 3: a nessun
altro va attribuita un'azione che a chi l’ha fatta con contingenza e libertà. 1
Ravaisson Essai sur la metaphysique d'Aristote . 2 Iuer: "Gis Td moToy,
tal) 3 « Iottoy pos imbpla Veyer Tods 70 moto, i atalinore simey, dc n 9, SAT .
È A guitasta, À è vode, sbids iver. De Anim, mot. Cfr. De A aoieianiit i Anima,
1h specialmente $ 2. z x x, 5 Aristot. Historia anim. BovdevtIzby dì povov
avbprtos x x tari i Louv. Eth. Eudem.. Uta Ev Folk dimo Cor T% 3 x î \y A
mpoal9e0%4, oUrz îv mdon iuzla. DA ì, IVI AMI è 44 e 3 Eth. Nic. 4eXaY sivzi YEYVATAY TOY TIASSOY WETEI La
virtù pertanto è in nostra facoltà, come è in. nostra facoltà la malvagità !. «
Perocchè in quelle cose nelle quali è in nostro potere il fare, è anche in
nostro potere il non fare, e în quelle nelle quali sta in noi il no, sta anche
in noi il st: cosicchè se il fare, quando ciò sia bello, è in nostro potere,
sarà anche in nostro potere il non fare, quando ciò venga ad essere turpe; © se
il non fare, quando il non fare è bello, è in nostro potere, è anche in nostro
potere il fare che venisse ad essere turpe. Che se è in nostro potere il fare le
cose belle e le turpi, ed egualmente il non farle, c ciò vale quanto esser
buoni e cattivi, starà appunto in nostro potere l’esser buoni e cattivi » *. Il
qual luogo è da intendere cosi: non c'è ragione che delle azioni cattive si
giudichi diversamente che delle buone, e mentre le seconde si trova comodo far
dipendere da noi, si creda non dipendano da noi le prime: sono in nostro potere
le azioni buone e le cattive nella stessa misura, e poichè dalle azioni
risultano gli abiti, anche la virtù e la malvagità. La vecchia sentenza che
wnessuro. è volontariamente malvagio, nè involontariamente beato, obdeic Ezòv
rovnods odd’azov pizzo, è vera nella seconda parte, è erronea nella prima 3.
Anche Socrate errava quando affermava che la malvagità è involontaria e fin
anche la a vai stavo. Cfr. Magn. Mor. diiloy oùv dr è Mlpwro: T6v Tp4= «i Eemy
tori qevratizds. Eh. Nic. Eth Nic. Abbiamo tradotto: ciò vale quanto esser 4
buoni e cattivi. Il testo veramente ha: 7070 di iv ad ceyalloto nad ua29ì
sivas. È adoperato qui il passato fiv perchè fu dimostrato prima pri (Cfr. il
cap. I del libro II) che col fare il bene od il male si diven xa | buoni o
cattivi; e l’autore intende riferîrsi a quanto ha detto allo | 3 Eth. Nic. .
virtà !. A chi attribuire le azioni se non all'uomo stesso, a un principio ch'è
in lui #? Non sono prova di ciò gli onori ed i premi che si danno alle azioni
buone, i biasimi ed i castighi che si danno alle cattive? Certamente coi primi
si vuole incoraggiare la virtù, e coi secondi distogliere dal vizio: ora chi
vorrebbe eccitare o distogliere dal fare checchessia; qualora questo non fosse
nel nostro arbitrio? Si eccita forse qualcheduno a non avere caldo o dolore o
fame, quando in realtà egli provi tutto ‘questo 3? La lode ed il ‘biasimo, il
premio ed il castigo non si danno alle cose che sono il risultato della ne‘
cessità, della natura o del caso: non si loda e non si biasima, non si premia e
non si castiga che ciò di cui noi siamo la causa 4. La stessa ignoranza il
legislatore punisce nelle azioni . umane, quando sia frutto di colpa e derivi,
per esempio, da ubbriachezza o da negligenza, che stava in noi evitare ?. Per
verità solo l’autore della Grande Etica sostiene che Socrate ammettesse non
soltanto la malvagità, ma anche la virtù essere invo= lontaria. Loxp4Tas È9%,
ob èo' ipo favola nò arovdzio»e sbai Î gu0)0vs. si {9 T6 gui, iprheeiey
ivtivagiY OTEPOY &Y oUleiz dv foro Tv dduzlzv. x CISA BovXorro Sia: siva fi
#0L403, | a ps DI I) +; », A 5 9 dov d © ei siolu, ob %y E4OVTES ENG%Y Uzbtor ;
Horse dflov dti obdi arovdzto.. Magn. Mor.
-$. > Eh Nic. IEth. Nic. ma sa tI »% = O Tor È, Vu Wi " 4 Eth.
Eudem. IT, 6 10. Ersi d° "ee N ù sit va . n DIN x t— E szrd | Ve PETAL à 1
quriv Soy 7% peY ErZiESa è der defi Y aa AMEITEN ber SSL Si cd di avdlgzns di
ebyns Di proeos Urso L I ad dn SI V- où vii èRANElTot DTT VERRI 2) Gewy uuroi
atrrot SGuavi 050Y viag Yos aitros, EASÌvOs ONT, nA o pela RIS x iagy déyor x
sì adv Erzavov gye1), diiloy brr net pet vai 4: ì BREA i 4 venni. FEpÌ cuba ton Oy abtds giciog
nai def TIAGEOY. = ") AI Tv s Eh. Nic. III, 5. 8-9:, 24 G. Z. 3 srt RE neo 7.1 viel RT È to
ilzaza del corpo, se effetti Perfino certe brutture e certi vizii uindi da noi
e di trascuranza 0 di abusi, se dipendenti q non da natura, vengono, biasimati
e puniti !. Taluno potrebbe opporre che se altri trascura j suoi doveri, gli è
perchè è tale che non può non trascurarli; che tutto quanto egli fa di male, è
necessaria conseguenza del suo carattere, € dell'abito oramai preso di fare il
male *. Ciò è vero; ma di aver preso quell’ abito l’uomo è causa e
responsabile. Stava in lui il nov condurre la vita tra i maleficii e le
gozzoviglie; stava in lui il non compire i singoli atti da cui dovea derivare a
poco et poco L'abitudine del vizio; egli pur sapeva, © l’ignorarlo è da insensato,
che dagli atti si formano gli abiti; dovea atti che conducono ad abiti malvagi.
L'abito malvagio è volontario, com’ è volontaria la malattia che s'è contratta
furia di sregolatezze © per aver trascurato le prescrizioni del medico. Si sa,
non è in potere di uno, per quanto lo voglia, non essere malvagio, quando
malvagio sia diventato: Ma era in suo potere non diventarlo. Non è in potere di
chi ha scagliato un sasso :l trattenerlo, ma era in suo : potere non
scagliarlo; non è in potere di chi s'è ammalato dunque guardarsi dagli A per
sua volontà, riacquistare la salute quando il voglia, È ma era in Suo potere
non ammalarsi 8. vi E perciò degli abiti si deve direbensì che non sono tanto
TE in nostro potere, quanto sono le azioni, perchè di queste % siamo padroni
dal principio alla fine, e di quelli invece soltanto da principio; ma non per
questo si devono Con- siderare come indipendenti da noi e quasi non nostri 4. i
Eth. Nic. /, duolos dì gi modbers snoberol Ta e I. 1 Si 7 0 MA Lalla Si
potrebbe opporre ancora che l'uomo opera sempre mirando, come a fine, a ciò che
gli sembra bene; e non dipende dall'uomo che gli apparisca bene questo o
quest'altro, non è l’uomo signore dell’apparenza (cis pavtzataz où vipios);
invece quale ciascuno è, tale gli ap 2 parisce anche il fine; se cattivo un
fine cattivo, se buono un fine buono !. ReTA r Ma se ciascuno è in qualche
maniera cagione a se stesso del proprio abito, come s' è dimostrato, dipendendo
da lui le singole azioni da cui l’abito deriva, è per ciò stesso cagione dall’
apparenza, cagione dell’ apparirgli questo o quello come bene, perocchè il
giudizio morale è sempre in corrispondenza all’abito contratto, e quali noi
siamo, e tale è il fine che ci proponiamo. È Se poi s'intenda parlare non già
d’una qualità acquisita, d'un abito, da cui dipenda la scelta del fine, ma d’
una qualità originaria, dipendente dalla natura, e si dica che l’apparirci
questo o quel bene, come fine da conseguire, dipende da natura; in tal caso non
si capisce, se l'apparenza del fine cattivo non è in nostro arbitrio, come non
deva dirsi la stessa cosa dell’ apparenza del fine buono, (ON " RAI AE VE
OE SIIS O pre, Ep RR È apr ed sai ul Efes To Lev 29 Tpascwy 7 CY ALI pi yer ToÙ
TEX0US z 5) NS e n) Su ere i ni > nes* += nbprot îGueY, sidbrae cà nol’
Enzona, TOY EEswy dì T7is do yi, LIOGTLOV ’ . 4 St pae 0° gyuota dì mpdobzars
où uopos, Gore èrì Tov de o DEI a a A EDU TOSI \ =; dI OTL io ipy Riv ovTOS A
LN DITO prozia, dx TOÙTo ELDUGIOL. Eth. Nic. III, 5. 17. ; Me 92 Eh. Nic. II,
5: 17 BI ev oùv EnaGTos sito Ts ESEm3 GTI FW AT, 24 TRS qurTanlas fora TW aùtòs
ars. as 3 Cfr, Eth. Nic, IMI, 4. 4 specialmente le parole 6 aTovdZios YR9 unì
èv E44GTO m%\nbès adrò o2veTat. tI votver 00005 poro voler 09U0s, i; CESRDA 20
AL TO mori 7wzs siva Tò TEMI TOLOvdE 4 Eth. Nic. III, 5. Pi aspetta. e si
continui a chiamar volontaria la virtù e degna di lode e di premio, mentre
invece la malvagità si dice involontaria, e non si ritiene quindi meritevole di
biasimo e di castigo. A tutti duc egualmente, al buono e al cattivo, a il fine
apparisce per natura O comecchessia, e vien posto x + tI 7 IL sd nat die dyaloy
aipricetat, noi fatw sbguns @ ToUTO ernia Yi VIEN RANE o . a MINDS TEGULEV © TL
ZIO) dh dgeth Ts varrdize fama EAGUGLON 3 mò nun, Td Edo quae È n tc] INS Tous
TADTA TOZTASL, dz TOÙUTOY Eolo OÙA (CRI è CURL QUEI 233 -Ò ugo YZ ouolos, TO
dado rà iTwadATOTE QUNETAL uri astra, Ti dI Vorrk mods TOUT daga govTes
TPUATTOVGU inoadimore. pp 2 Id. ib. RESA TL ee ee Come si vede, Aristotele, in
risposta all’ obbiezione, ha insistito più che altro sul fatto che virtù e
vizio vanno trattati alla stessa maniera, e se si dice involontario il secondo,
perciò che l’uomo non è libero nella scelta del fine, involontaria si deve dire
anche la prima per la stessa ragione. Ma ha lasciato insoluta la questione che
si riferisce all’ essere o non essere veramente volontarii la virtù e il vizio.
A che giova infatti a tal uopo affermare che virtù: e vizio sono volontarii,
perchè sono volontarie le azioni da cui questi derivano? La questione è così
semplicemente spostata, dovendosi sempre dimostrare come € perchè siano
volontarie le azioni. In sul finire perciò Aristotele aggiunge: « Sia che il
fine, qualunque esso sia, non apparisca per natura @ ciascuno, ma sia in parte
anche presso chi agisce, &Xe ni nai map abrdy tot, sia che il fine sia dato
da natura; per il fatto che il buono opera volontariamente il resto, la virtù è
cosa volontaria, e punto meno verrebbe ad essere cosa volontaria la malvagità.
Perocchè similmente anche nel malvagio si ritrova il condutsi di per se nelle
azioni, sebbene non nel fine, duotos osi da) O pria qa sd de gùrby è TAS
TpUGSAUI vo sì uh SY T@ TO » ; Le quali parole indicano che adunque, ance e au
l'ipotesi: che ‘ fine derivi da natura, le nostre azioni pero oi, sono în
nostro potere e non vi siamo scono a ll i AE, volontariamente quello che
determinati; L'uomo Opera vi Ù i Ne và obesi endoro QI i stre dh FO mEX0g MN
DUCE ERLOTA ne 4 Eth: Nic. TIT, 5. 19 SETS PERI DIR 4 TII uoToy Sam, € È ’ a rd
puev Ted0s N i x pero E2099L0g =dy arovdziov # dosth VETZAI piovd mote: \ io di
Mom Toe D SUE 2 ooy 20 i dI szotoror dv sta. duotos Ficià] (e) Pil VU ACCAGI .
ì ; | St ESS Ho “rd DL abrdy SY mite morbo nai el LI UGO, È . e 7 N fuoUgtoy È
RCA Soi ra nas DELE, opera, sebbene il suo operare sia diretto @ quel fine. La
le opere che conducono natura pone il fine, l'uomo pone a quel fine; quindi
degli abiti contratti, virtù e vizio, È egli è almeno concausa, auvzirtos !. 3
Aristotele però non alterma recisamente che il fine È derivi tutto da natura;
egli non esclude che possa anche SO su essere in parte presso chi agisce, Mk si
(sc. Toù 8).005) Ri $ 20 TIP UdTN; cioè, se non m' inganno nell’ interpreta= b
zione, che l'uomo colla sua energia individuale possa modificare e trasformare
il fine posto da natura, € aggiungervi quindi qualche cosa di suo: in tal caso
le azioni i e gli abiti che ne derivano, sarebbero anche meglio in E nostro
potere. : i ai i Per concludere, Aristotele qui evidentemente occupa CI come
una posizione intermedia fra il determinismo € * l’indeterminismo;
indeterminismo, perocchè ad ogni buon 20 ‘conto, anche se il fine non lo pone
l’uomo, egli opera Do volontariamente quello che opera per conseguirlo; deter-
> minismo, perocchè Aristotele créde che il fine sia posto da sea ve,
natura, o che tutt'al più noi vi contribuiamo in minima ip” parte. Il che
concorda con quanto s'è detto, più sopra, che il fine essendo voluto e
determinato per natura, la DE libertà e quindi il merito appartiene soltanto
alla delibe- 4 razione e alla scelta dei mezzi che conducono a quello. x Per
queste condizioni in cui nasce e si svolge, | 7 sola. libertà in Aristotele è
di necessità limitata: nè. a E, À na A È 4 Eth. Nic. III, 5.20. 7©Y £620Y
cuvalzioi TOS ultot MEI Wa S a ad I Une NELL'ETICA D' ARISTOTELE]caso certo di
parlare della libertà sconfinata di certe scuole. La natura dell’uomo è il
limite primo e più forte che ad essa sì opponga. Ecco in proposito un luogo
assai notevole della Grande Etica: « Si potrebbe dire che poichè non dipende
che da me l'esser buono, io sarò, quando il voglia, il migliore degli
uomini.-Ma ciò non è possibile. Questa perfezione non ha luogo neanche per il
corpo. Poichè non già perchè voglia prendersi cura del corpo, altri avrà il
migliore dei corpi. Chè non soltanto a tal uopo son necessarie cure assidue, ma
è necessario ancora che la natura ci abbia dato un corpo bello e robusto. Colle
cure, il corpo sarà certamente migliore, ma non sarà per ciò il migliore di
tutti; La stessa cosa conviene ammettere per quanto riguarda l'anima. Non sarà
il migliore degli uomini chi semplicemente decida di esserlo; se la natura non
vi concorra, sebbene sarà molto migliore in seguito a questa nobile risoluzione
» Ra Non sì potrebbe assegnare um posto PIÙ importante alla natura, e negare
con maggiore energia l’onnipotenza del volere. Si direbbe anzi che l’autore
della Grande Etica abbassi qui di troppo lo spirito, facendolo dipendere da
certe fatalità, analoghe @ quelle del TIESA lo Pie | ha degli istinti paturali;
ma esso non è perfettamente AI : CIESE ne DON IREYOL a CI ATL imaidameo I Magn.
Mor. RELA ue î dA TO i uol sento Salo siva GRINdIO, €2Y Pobezzi, Srna n° iuot
Fot © Nato rosdalo, id Posto SI. LOI) GTOVIMITZTOS- où dh duvatdy TOLTO. Su al;
dui obd' în TINTOY Di A) ° CEI e IP EA i-uusAetoa, Ina 0070. 0) LUG II > 12
Neri Tu © GOULTIS IVVETAL 70% (4 1 i ten #)}] GOULTIS he ’ nr T0Y her "0
GO. det SZ) uh 4, 9 O sa D 4 L = couzzos, 22 Îh mduov derato) “33 i fd i TOY
GO: ADOS) 2) DI VIN A DAL 143 cl] Qual pesa + MINOLI NEVI VISO Aa) 2) fi quae
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N Vai Viiie/ nz OR Y dro iabre #2 ir dois. ® 1 DI, Da) uh DI21 n DIGI È) SaTÀ
LA DOTTRINA DELLA VOLONTÀ formato quando si schiude alla vitas e come con una
buona igiene si riesce qualche volta a trionfare di certi vizii inerenti alla
costituzione fisica, coll’educazione e con un regime conforme alla ragione e
alla virtù si può riuscire anche meglio a vincere e a trasformare la natura
morale. Del resto, nel luogo accennato, mentre si nega l’onnipotenza del
volere, non se ne disconosce però l’ efficacia, dal momento che a quanti
aspirano alla perfezione si rivolge l’incoraggiamento: Sarete molto migliori in
seguito a questa nobile risoluzione ». E in realtà la risoluzione d'essere il
migliore degli uomini, indica non soltanto che in chi la fa, c'è l'idea della
perfezione da conseguire; ma il desiderio ancora e la facoltà di fare degli sforzi
per conseguirla; e questo desiderio non può nascere che in chi ami già il bene,
e trovi in questo sentimento d'amore la forza di attuarlo. Ma un ostacolo anche
maggiore viene alla libertà del volere dalle esigenze logiche del principio di
contraddizione. La libertà, s'è detto, richiede che gli atti dell’uomo siano
contingenti non solamente nelle loro condizioni esterne, ma anche nelle loro
condizioni interne, sicchè la scelta non sia in alcun modo determinata nè per
l'uno nè per l’altro dei due possibili opposti. Ora in logica due proposizioni
contradditorie, di cui cioè l'una affermi e l’altra neghi una medesima cosa,
come ad esempio, Socrate è bianco, Socrate non è bianco, ogni uomo è mortale,
qualche uomo non è mortale, stanno fra loro in tal rapporto che se l’una è
vera, l’altra è falsa di necessità, e se l'una è falsa, l'altra è vera di
necessità; in altre parole, la verità o falsità loro è necessariamente posta €
determinata. Le proposizioni singolari riguardanti il modo con cui altri agirà
nell’ avvenire in un caso determinato, comprendono i due lati V nio n)
srvenieaazezione onnarezeaze neaneneappisanesaianezonenettoi d’ un' alternativa
e rientrano nella categoria delle proposizioni contradditorie; e di esse per
conseguenza è da dire quello stesso che s' è detto di queste: altri agirà in un
modo o in un altro di necessità; sicchè tutte le azioni che si dicono
contingenti, diventano necessarie € la contingenza loro non è che un'apparenza,
che tosto è dimostrata dall’ applicazione di un principio elementare di logica.
Se è necessario, dice Aristotele, che di ogni affermazione e negazione opposte,
sia negli universali, sia nei singolari, l'una sia vera, l’altra falsa; non c'è
più indeterminazione nè caso nelle cose, ma tutto avviene necessariamente,
sicchè non bisogna più nè deliberare, nè agire. Non si può negare che
l’obbiezione sia forte, e che Aristotele se la sia fatta con perfetta
conoscenza di tutti isuoi termini. Egli però la risolve in favore della contin
genza € della libertà. Il criterio della verità non pare @ lui qualche cosa di
astratto, dipendente da deduzioni logiche, ma qualche cosa di concreto,
dipendente dall’ espea esperienza; € Ì esperienza dimostra che c'è veramente
della contingenza nelle azioni. Nel passato € nel presente, quando l'una delle
due proposizioni contradditorie sia vera, l'altra è falsa di necessità e
viceversa; Ma nell’avvenire la cosa È diversa; a AVSCIDES tutte due-le
proposizioni potranno essere Sa 0 vere egualmente; l'una non sarà più Vera
ell’altra, ovdsv rienza, anzi la stess SÒ DA VONTO. TOT de uòv dn CIIPIIVOVTA
LTOR% tata G è dmondazos, N eTÌ sai dr ° \ n L=50% simo 7455 49% AT09 Te 5 444
orgia 5750% dote È SEZ ni fiv ) Jeyouevoy ), N St È ; L TOY LIMO IV RES, VIa07,
Tv di deudi ; De Interpretattone I Do LITIGIIZOG ay sN Th sdenin TOY INTEN ; RE
GNEfHn TO, ar goyyey ca È big VIGEVOS » GINE TINTA dev Sì onore? Eouyey ENZi
Seu Bodeveodat Sla iv t LA RI AI n» x siva 2 pesta: _E6 bealat. olme mpafUaTeo
Pg sr udIdOY nIT4OIT* Î Vendi ciò che è vero © assolutamente vero in questo
caso, è che la cosa avverrà o non avverrà senza determinazione precedente. Le
proposizioni contradditorie riguardanti l'avvenire hanno per essenza loro
L'indeterminazione: « NOn sì possono considerare ad un tempo come future, come
singolari € come determinate, senza contraddire i tecmini stessi della
questione » >: i Così Aristotele neanche ‘dalle esigenze del principio di
contraddizione è indotto a negare la libera scelta; la scelta non sì può
determinare è prevedere in antecedenza. Nè a questa indéterminazione della
scelta si oppone la sua metafisica. Il Dio d'Aristotele, come già fu detto
altre volte, è atto puro, È pensiero di pensiero; egli non fa che pensare se
Stesso eternamente, a nessuna altra cosa egli pensa, chè in tal caso nell'essenza
sua purissima 5’ introdurrebbe un elemento di potenza, che ne altererebbe la
purità. Perciò neanche al tempo egli pensa; il passato, e l'avvenire sono per
lui come non fossero. Dio non prevede l'avvenire, come non conosce il passato.
E poichè Dio non prevede avvenire, la famosa contraddizione, messa in campo dai
teologi posteriori, fra la prescienza divina e la libertà, non ha ragione di
essere: soppressa la prescienza, niente più s'oppone alla contingenza. Che
importa infatti che dei due membri d'un’alternativa l'uno sia vero di
necessità, e l’altro di necessità falso, se nessuna mente c'è che possa dire in
antecedenza, quale sarà vero e quale falso? Solo quando ci fosse una mente di
tal De Interpret. Fonsegrive Essai sur le libre arbitre, Sa theorie et son
histoire, È Paris, Alcan - Cir. anche Chaignet, Essai sur la psychologie del
lizio, Paris, Hachette: fa TARE de l’obbiezione logica accennata sarebbe
temibile: poichè questa non c'è, la contingenv ‘i inazi Da tingenza e
l'indeterminazione avvenire resta sempre. Così in una esposizione per quanto ci
fu possibile esatta abbiamo cercato di riassumere la dottrina di Aristotele che
riguarda la volontà. Evidentemente nel pensiero dell'autore la trattazione che
riguarda l'izobcroy € l'iobsv, quella che riguarda la Gobdevats € la
rpozipeate, € quell’ altra che riguarda la BobIna, sono tutte subordinate a
quella in cui si determina se la virtù e la malvagità sieno volontarie (srobgwi
cis gi doeraì pai di VILLA szobaror cio) | e.in DLOStTO potere (èp Aut). Si può
dire che questa è come il fine p; cui sono i mezzi, &Se viene ultima. nel
fatto, è però prima nell’idea: da- essa dipendono idealmente; quelle altre
ricerche, © in grazia di essa SI son fatte. Il ensiero ‘d' Aristotele, giù
accennato, che Sbello che È ultimo nella ricerca è primo nell'azione, trova qui
a i licazione. sua piene Aristotele Sì proponeva di mostrare che la virtù e la
malvagità sono IN nostro - arbitrio, comple AREA tando in questo modo € dando
per così dire l'ultima alla trattazione della virtù iniziata-nel libro II, era
ano dile He SPS . m le che ricercasse IN primo luogo se CI sia in nol naturale
=". ‘riva e originaria, che appartenga proprio un’ attività primi inte
RIOAIOA sia la semplice © ? quelle prime ipercussione di un moto eta TL ibra ano
r EO esteriore. Se si arrivasse a provare che niente c'è in noi di spontaneo,
che tutto dipende dal di fuori, nè virtù, nè malvagità sarebbero in nostro
potere, e ogni autonomia personale sparirebbe. Se noi tanto rendiamo quanto
riceviamo; se il nostro spirito si può ridurre ad una specie di congegno
meccanico, il quale, senza produrre niente di proprio, non serve ad altro che a
ricevere impressioni dal di fuori, ch’ei rimanda poi equivalenti di peso e di
misura; a che parlare di virtù e di malvagità? Di qui la grande importanza
della ricerca intorno all azar. L'ixodaov è lo spontaneo, è ciò il cui princi
pio è in noi; se il principio del moto non è in noi, ma viene dal di fuori,
abbiamo il contrario dell’ szo0auoy, l’azobavy, il forzato, fizroy; € naturalmente
tutto quanto è forzato, tutto quanto non è spontaneo e non deriva da noi, non è
suscettibile di lode e di biasimo, non può dar luogo a virtù e a malvagità. Ma
questo spontaneo, quest'attività primitiva e originaria, questo principio
interiore di moto, appartiene veramente all’ uomo? Aristotele non dubita di
annoverare fra le varie facoltà dell’uomo anche una facoltà motrice, 7òd
zuvatizòy zatà céroy!, e la congiunge strettamente alla facoltà appetitiva, xò
èpeztiziv. Ecco com’ egli ne parla: « Quanto al movimento di locomozione, è
chiaro che la causa di esso non sta nella facoltà nutritiva, perchè il
movimento >, % ne pa » i De Anima. Auvapers de is Unyiig strouey Oper pei È
Ò TRO RIST b IENA AZ: A T‘40Y, giclintiziy, doesnTizov, VAVITIZOY ASTÙ TORON,
SLLIONTIAON. E notevole però come altrove {De Anima) Aristotele sopprima la
facoltà motrice per sostituirvi la volitiva, #0 BovXevTizoY; not dì diziogda.
7% uson D Unyiie SR RESA NNIANIZ, Ax LEG buy, E2V AAT T4 dUVAPEL 5, rd veri,
Mosmanzby, 2icincuzòy, dita 2% sorta, T4 i È Vv? \ Ì Ì B I, #) AL, » DI >,
vontiziv, BovAevtizoy, Eri d' OpezTIzoY. mensanazinenianeolo. o pesa rei
dacancesesvustesezi sovcoAUaripintiorSeacati0o pan eza tane nera rczri; compie
sempre per uno scopo, ed è accompagnato 0 CI UNE rappresentazione, et petz
gxvrzstzs, O da un’appetiZIONE. Î deétc0s, che sì riferisce a questo scopo.
Niente di ciò che non prova nè inclinazione, nè avversione, si muove, se non
per una forza estranea; altrimenti le piante avrebbero pure la locomozione e qualche
parte che alla locomozione servisse come di strumento. Facoltà motrice non è
neppure la facoltà sensitiva, perocchè ci sono molti ‘animali che hanno la
sensazione e che sono fermi e immobili sempre.... Non è neanche la ragione e
ciò che noi chiamiamo intelletto, 7ò opt vai d ua)obpevos VOÙs; perchè la
conoscenza distaccata dai sensi non ci fa conòscere niente di pratico, e non
dice niente su ciò che si deva desiderare 0 fuggire; mentre il movimento è
sempre accompagnato da inclinazione o da avversione. Quanto alla comoscenza
pratica, se essa apprende qualche cosa di temibile o di desiderabile, non er
ciò essa ci spinge a evitarlo o a ricercarlo. E anche uando l'intelletto
comandi, e la ragione ci dica di fuggire qualche cosa © di farla, non per questo
Si produce movimento, come succede negli incontinenti che pur vedendo il da
farsi, operano @ seconda dei loro desiderii. È così che quello che ha la
scienza medica non guarisce per ciò; bisogna che qualcheduno agisca secondo la
è Ja scienza che agisce Infine non € i e scienza, ma nol) SIA I OETO SERRA
neanche l'appetito tutto solo; dpetts, Il principio della c, Ò È jocomozione,
mogli This 2aVHa80s perchè i continenti pur appetendo e desiderando, non DUE
però ciò “e o DESIDERIO, Ma obbediscono alla RAGION» casa ds he muove è il
concorso dell'appetito € Ciò € so si fa rientrare in questa la concezione
imaginativa, ‘h QIITI4; perchè molti o VO. dell’intelligenz4, tativa O “Sw i
(PRESA muovono contrariamente alla ragione per inazione; € altri sì animali S!
muovono che a tener dietro all’imag l’imaginazione solamente. i principii della
locomo- A PISTA ANTA pi non hanno la ragione, ma Queste due cose adunque sono
“zione, la intelligenza e l'appetito, 4uow 40% sarà toTOY, voi zi bpelis nl. E
se tale è la dottrina d' da solo, ma accompagnato all’imaginazione, il
principio del moto, si domanda: è l’imaginazione, la concezione, 0 comecchessia
la rappresentazione di un qualche oggetto, d'un fine, ciò che alla sua volta
determina. |’ appetito, e ne è il principio? è l'esterno che determina
l'interno? In altre parole, c' è nell'uomo e nell’animale in genere una
spontaneità originaria? oppure quella che "i | diciamo spontaneità non è
spontaneità veramente, Ma il riflesso, il contraccolpo d'un moto esteriore,
come sostiene 2 modernamente la scuola positiva? n: Probabilmente il lizio non
s'è proposta neanche fi: ri la questione; 0 Se mai, non se l'è proposta con Ja.
(0 x | chiarezza ela perfetta coscienza, con cui potrebbe propor- Vira si: sela
un filosofo moderno. Crediamo lecito tuttavia affermare - PAR i che il lizio,
per quanto legasse l’appetito alla rappresen- È Ki tazione d'un fine esterno,
non facesse però dipendere | interamente quello da questa. È troppo nota
infatti la sua teorica dell’ interna attività degli esseri, € dell’immanenza
del fine per cui ogni essere passa dalla potenza all'atto; è troppo noto che il
concetto d'attività è come la chiave di volta di tutto il suo edificio
filosofico, per poter credere che è quest'attività non fosse per lui attività
veramente, ma il risultato di un semplice meccanismo di moti. Il lizio, se è
l'appetito non alla conoscenza pratica 0, 09 5.8g. e II, 10. 1. Avvertiamo che
nel De Anima arola, ci siamo attenuti allo spi traduzione Spesso più che alla
p: s D'altra parte oltre il moto di traslazione, x27% é70v 4 ivan, il cui
principio bensì si potrebbe considerare come esteriore, il lizio ammette altre
specie di moto; il moto per cui la sostanza si genera e si corrompe, yivenis,
gIop4; Il moto per cui la qualità si modifica e si cangia, @otor:g, e il moto
per cui la quanzità si accresce 0 diminuisce, 20191, gUNias. Ora questi moti
sono tutti intrinseci agli esseri, nè possono certo derivare dal di fuori; e
fanno prova per ciò d’un’attività prima e spontanea. Non è dubbio quindi che la
teorica del lizio possa essere opportunamente paragonata per questo rispetto a
quella di Bain. Anche Bain, solo forse dei filosofi positivi, mette in rilievo
la spontaneità propria dello spirito, ricercandone gl’elementi attivi
primordiali, e sostenendo che il cervello non obbedisce semplicemente
agl'impulsi – Grice: “I’m not a guided missile” -- , ma che è esso stesso un
istrumento spontaneò, self-acting! Si potrebbe dire: ma come conciliare questa
spontaneità di moto e di attività colla teorica del lizio del primo motore
immobile, mpé70s 4modv debatos, dal quale deriva in ultimo il moto ‘alle cose?
Come potrebbe essere ancora spontaneo un moto, che è in fondo conseguenza d'un
altro moto? Confessiamo che ci troviamo qui dinanzi all’intima contraddizione
che travaglia tutto quanto il sistema aristotelico, tra la finalità estrinseca
e l’intrinseca, tra Dio e la natura, tra il dualismo e il monismo. Ma come la
natura nel sistema aristotelico non perde, per l’azione che Dio esercita su di
essa, la sua, chiamiamola così, individualità e la sua forza, che rimane e Si
contrappone anzi a quella di Dio stesso, come prova i*Vedi quanto abbiamo detto
in proposito a pag. del Saggio I! problema della conoscenza nella filosofia
moderna e segnatamente nell’ Empirismo contemporaneo. RE » C- l'espressione 6
Beds zl gbats ovdev uarav 7 moroder; COSÌ egualmente gli esseri, sostanze ed
energie operanti, pur tendendo a Dio come a fine ed ARA il moto, non x sono
però da esso assorbiti e distrutti come individui: «4 il moto negli esseri è
insieme estrinseco ed intrinseco, determinato e spontaneo. Ognuno ricorda a
questo proposito i versi d’Alighieri: Ed ora lì, (a Dio), come a sito decreto,
Cen porta la virtà di quella corda, Che ciò che scocca drizza in segno lieto.
de Ver èfome forma non s'accorda de : Molte fiate all’intenzion dell’arte, o
Perchè a risponder la materia è sorda; 7 i Così da questo corso si diparte
Talor la creatura, che ha podere Di piegar, così pinta, in altra parte !. Ma
non è la sola spontaneità che costituisca l’ gzo6cv; g20bcoy non è soltanto
quello il cui principio è in chi agisce, comunque vi sia, e che non è quindi
effetto di violenza: per avere l'éxo5cwy occorre anche un’altra ‘condizione,
occorre che si sappia quello che si fa, occorre la conoscenza. Senza la
conoscenza, quell’attività di cui ra IST parlato, per quanto’ non ripercussione
di un: moto | esteriore, per quanto spontanea, per quanto dentro di noi, non
potrebbe dirsi propriamente nostra; sarebbe [NELL’ ETICA DEL LIZIO] un effetto
cieco dell'organismo, che l’uomo avrebbe comune coi bruti. E in realtà anche i
bruti possiedono l' ézobaroy, inteso come attività spontanea, e tuttavia non
sono atti all’azione, come non sono atti all’azione i fanciulli !; appunto
perchè nei primi manca affatto la conoscenza, e nei secondi non s'è ancora
sviluppata. La conoscenza illumina l'appetito, cieco di natura sua e
irrazionale, e mostra il fine da conseguire, e sceglie con deliberazione i
mezzi necessarii a conseguirlo, e tutte mette sott'occhio le singole circostanze
in cui versa l’azione. L'attività volontaria è perciò insieme appetito e
ragione; nè le azioni potrebbero dirsi propriamente nostre, se non vi
concorressimo anche colla parte migliore di noi, e non soltanto con ciò che
abbiamo comune coi bruti. Nel trattare della conoscenza, di questa seconda
condizione dell’ gxo0grovy, Aristotele è in generale abbastanza preciso e
lascia pochi dubbi e poche incertezze. Opportunissima e conforme a verità la
distinzione che « sò dI de vor 0dy, nobarov uiv day. ori, mobaoy dI z—f' Tò
Sriiurov vel èv meTanehetz», come l'alta che « Erspoy { x Ù . ”, “ D' forsey zz
7d ÒL Kyvorzi TodTTELY TOÙ cyvoouvT (mpdrtew) us (0I esatta l'affermazione che
l'ignoranza del fine non rende, azobeg lazione #; ma troppo assoluta ed
esclusiva quell'altra che questa stessa ignoranza è causa della malvagità 5;
come se malvagi non vi fossero che non ignorano il bene, e tuttavia operano il
male! Aristotele per questa via s'accosta alla sentenza di Socrate, che 1 Eth.
Nic. I, 9. 9-10. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. 4» CI Dia sn An “A pure ha
combattuto in altri luoghi e con energia, che la malvagità è ignoranza. Non
bisogna neanche tacere che l'enumerazione a cui s'è accinto Aristotele, delle
singole circostanze che possono essere ignorate da chi agisce, per quanto
opportuna in se, riesce però incompleta e non scevra di oscurità. Sebbene qui,
dovendosi tener conto della difficoltà dell'impresa, Aristotele non sia da
rimproverare più di quanto convenga. Come si fa ad assegnare confini precisi €
distinti alle singole circostanze, in cui può versare un’ azione, quando non ci
si trova alla presenza d’ un'azione determinata? Il risultato finale della
discussione intorno all’ s2obcioy e all’azobov è che Aristotele ha cercato di
dimostrare in primo luogo la differenza fra l'atto volontario e l'atto
involontario, eliminando dal primo gli atti compiuti per vioienza,e per
ignoranza; e in secondo luogo che vi è un atto volontario che appartiene a noi,
non soltanto perchè il suo principio è interno, ma perchè abbiamo o possiamo
avere conoscenza delle circostanze in cui si compie. In questo modo egli s'è
ingegnato di stabilire la libertà come condizione del valor morale e della
bontà delle azioni, presentandola come una spontaneità cosciente, e S'è opposto
recisamente al fatalismo colle sue conseguenze di quietismo e d’indifferenza.
Ma stabilire che c'è un atto volontario che dipende. da noi, perchè il suo
principio è intrinseco, e abbiamo o possiamo avere conoscenza delle circostanze
in cui si compie, se basta per escludere il fatalismo, non basta per atfermare
la libertà. La libertà richiede come sua condizione non soltanto la conoscenza,
non soltanto che non ci si vincoli dal di fuori, ma anche che non ci si vincoli
internamente. I motivi interiori, per questo solo che sono interiori, non
cessano dal vincolarci. Bisognerebbe, perchè non ci vincolassero, che
dipendessero da noi; che non dipendessero dalla natura, o dall’educazione, o
dall'ambiente sociale, o da tutte queste cause insieme; o che, anche
dipendendo: da queste cause, avessero subìto da parte nostra una specie di
rimaneggiamento; che noi colla nostra attività e colla nostra energia
individuale li avessimo trasformati e comunicato loro un valore ideale; che
insomma di fronte ad essi non fossimo rimasti inerti e non li avessimo
accettati passivamente. In caso cotrario, in che difl'eriscono questi motivi
interiori dalle cause propriamente esteriori? Intanto però Aristotele crede
che, purchè venga dal di dgatro, l’azione sia libera e imputabile; la
determinazione interna non toglie all’azione del suo valore morale; se l’azione
viene dal di dentro, se è spontanea, tanto basta perchè sia degna di lode o di
biasimo, di premio o di castigo; delle ‘azioni in parte spontance e in parte
non spontanee, siamo in parte imputabili e ine parte non imputabili; la
imputabilità è in ragione diretta della spontaneità !. L'uomo deve rispondere
di ciò. che fa sotto l’impulso di moventi interni, quali sono il piacere,
l’îra, il desiderio; e non avere la strana pretesa che quanto fa di bene gli
venga attribuito come a causa, e quanto fa di male gli sia scusato sotto
pretesto che non dipese da lui 2, I moventi interni, pare che dica Aristotele,
non sono cosa diversa dall'uomo, nè c'è ragione che quanto Eth. Nic. dove pare
appunto che Aristotele ' non richieda per l’imputabilità alcun’altra condizione
che la spontaneità. 2 Cfr. Eth. Nic. ohi RATE er. cis A dai 7 int deriva da
quelli non si deva considerare come dipendente da questo. È ben vero che
altrove definendo l'szobarov, Aristotele mette innanzi il concetto del #ò so’
gut, del rò Ein) mpdrToval, vale a dire il concetto che |’ sxobg1ov sia anche
in nostro potere: ma con tutta probabilità quelle due espressioni non hanno
valore diverso da quello che ha l’espressione sempre adoperata nel capitolo I
del libro II, èv iu A d0Xh vale a dire che szobgtoy sia quello il cul principio
è in noi. La elasticità della quale definizione risulta evidente . quando si
noti col Ramsauer Comm. che. anche di quelle cose che appartengono alla natura-
nutritiva o accresciliva, il principio è senza dubbio in noi, èv vuîv A doy, €
tuttavia non si può dire che siano in nostro potere, èo' vijlv. La libertà
adunque che il lizio cerca di stabilire e di difendere s’assomiglia piuttosto a
un determinismo psicologico. Si direbbe anzi che è veramente questo
determinismo il sistema in cui dopo oscillazioni e titubanze diverse, dopo non
poche contraddizioni e contrariamente a quanto il lizio stesso afferma, s’è in
ultimo acquetato il lizio. Ricordiamo in proposito la sua dottrina della
BodXnste. L’appetito volontario, fov}no:s, è per natura determinato al fine;
antecedentemente ad ogni deliberazione € ad i I e ” ; x Eth. Nic. 3 eyo È’
szodarov piév, Oorep rà m9OTELON lonza, dava CASS \ vi _ Inte DN LAT (o) v Èo'
adrà Uvtov silos zal ph depvoisy mpdTT D MITO) OVTON ELOS XL IL VAGUZIONI
TPLTTA RARE A (I "ol : e punte ob { vezey). Coll'espressione vai Tod= » .,
ni reoov clonra: evidentemente l’autore sì riferisce al libro; perciò non pare
a noi fuor di posto la congettura fatta nel testo. Nello stesso li è defini ì
l'a î pe stesso lib. è definito così l' azobaroyi Tè dh do obuEYOY, Î) uh
dyvoobue èv ‘ui I, Ti 1 &ftoovpevoy ev ‘pn MSI i Eri ea v in'abrò d' ov, ©
bia, dd eLove. ogni scelta, la volontà è determinata al bene, alla felicità; la
deliberazione e la scelta si applicano solamente ai mezzi che conducono ad
essa. Evidentemente adunque non è in nostro arbitrio il proporci il fine; non
dipende assolutamente da noi, non siamo liberi di proporcelo o no @ . nostra
posta. La potestà di volere o non volere, l’arbitrio d'indifferenza non esiste.
Leibnitz dice. Noi non vogliamo volere, ma vogliamo fare. E se volessimo
volere, noi vorremmo voler volere, e così s’andrebbe all infinito -- il che
vuol dire che la volontà può volere ogni cosa, Ma ò volere se stessa. La
volontà ha bisogno di un e non può essere la sua non pu fine per esistere, e
questo fin volizione. L’arbitrio d'indifferenza implica che la volontà volesse
se stessa, è attività vuota. Il fine è colto immediatamente, ossia il volere
non è voluto, non è preceduto d’un altro atto della stessa volontà. È
immediato. Ma la causa finale non muove per quello che è in se stessa, bensì
per quello che apparisce, per quello che vet non secundum suum è conosciuta;
Causa finalis mo esse coguniutum, come è mei esse reale, sed secundum suum le.
Il fine adunque passt per così dire, diceano le scuo attraverso l'intelligenza
di ciascuno, e assume ora una forma, ora un'altra a seconda appunto delle varie
intelligenze. Tutti sono egualmente determinati al bene, ser determinati al
bene: serchè è nella natura di tutti es ma il bene di ciascuno è quello che.a
lui sembra tale, voy dy200v Così parrebbe che sebbene l’uomo op280v. Ti QUE
Hiper natura il fine già fissato, per il fatto che do sua intelligenza gli
lavora, per così dire d'attorno, Sa determina € lo specifica ID una data
maniera, egli goda d'una certa libertà. Ma quale l’uomo è, € tale È. se buono,
crede che la felicità SU le si propone anche il fine; a nel bene e sì propone
il bene a conseguire. Se malvagio, crede che la felicità sta nel male, e si
propone il male a conseguire, reputandolo un bene. In fondo adunque è a seconda
che il nostro carattere è conformato così o così, che il fine c’apppare così o
così; e percio è il carattere il vero autore dei nostri atti. Se non che il
LIZIO sostiene che siamo noi gli autori del nostro carattere, perocchè noi non
nasciamo con un carattere formato. Il carattere è il risultato di una serie di
atti che, a furia di ripetersi, ingenerano dell’abitudini buone o cattive.
Certo, una volta contratte quest’abitudini, non è possibile mutarle, come non è
possibile a chi ha scagliato un sasso rattenerlo; ma dipende da noi non
contrarle. La favola di Prodico, secondo la quale è in un'ora solenne della
nostra vita che noi sciogliamo una volta per sempre il problema della virtù e
della malvagità, indirizzandoci per l’una o per l’altra delle due vie che ci si
parano dinanzi, non corrisponde alla realtà. In ogni ora, in ogni momento della
nostra vita, quelle due vie ci si parano dinanzi e il problema ci si impone a
risolvere, e noi lo risolviamo a poco a poco, insensibilmente, quasi senz'avere
coscienza di risolverlo. Il ragionamento parrebbe esatto; ma cela nel suo seno
una difficoltà insormontabile. Se in quel periodo in cui si forma il carattere,
ogni volta o quasi ogni volta che ci si presenta un'alternativa morale, noi ci
decidiamo in un certo senso; se ogni volta o quasi ogni volta che ci. si
presentano quelle due vie, noi ci mettiamo per una di o Sn la stessa; vuol dire
che nel far questo noi obbediamo a una certa disposizione in i è impossibile
cancellare, Tar RA ico che non è carattere ancora, ma che divenne tale
sicuramente. Il LIZIO stesso afferma recisamente che per fare i vst PARETE Bel}
de iena ire PATER v A Rit Le ai Paia! dia Rita DeTa MSC LIE il bene è
necessario una certa inclinazione naturale, una specie di occhio naturale, con
cui discernere quello che è bene veramente, per proporcelo poi come fine.
Risolve egli forse la difficoltà quando afferma che noi siamo in qualche modo
co-autori del nostro carattere, mov Etemy auvzizioi mws abtot EoueY, dicendo
che, se non nel fine, ci comportiamo però liberamente nell’azioni che sono
necessarie per conseguirlo. In questa conclusione anzi altri potrebbe vedere una
specie di disfatta, una confessione d’impotenza; se non fosse che in realtà il
LIZIO vi si ferma, perchè è la meta a cui vuole arrivare, una meta tutta
pratica e positiva. Egli prova contro i suoi avversarii quietisti che
gl’argomenti che si possono addurre contro la libertà del male, che cioè esso è
dovuto a una disposizione naturale primitiva, al fondo intimo del nostro
essere, si possono addurre con agione contro la libertà del bene; e questo gli
eguale r nto il benè quanto il male sono in nostro potere, basta. Ta dacchè i
mi i esteriore a me stesso, Ma il fondo intimo del mio essere. Il fatalismo è
perciò combattuto, € la solita scusa del vizio non è mia colpa non puo essere
accettata. Il determinismo interno o psicologico non salva: | azione dall'essere
imputabile; quando l’azione è de dal di dentro, essa ci appartiene, € il
legislatore non o- manda altro per premiarla © punirla. Eth. Nic. il principio
delle mie azioni non è una fatalità. ti. Sip PO SPIN La stessa dottrina della
fovMevas € della rpoztpests, in cui più che altrove Aristotele crede trovare la
libertà, non arriva in fondo a diversa conclusione. Egli afferma, come s'è
detto, che sebbene il fine ci apparisca per natura, siamo liberi però nella
scelta delle azioni necessarie al conseguimento di quello, e quindi la virtù e
la malvagità che ne risultano, sono in nostro potere !. Ma come sono queste in
nostro potere, e come siamo noi liberi, dal momento che il fine propostoci
dalla natura è di necessità la legge a cui le nostre azioni si conformano? Le
nostre azioni hanno un indirizzo e una tendenza speciale, e non possono andar
fuori di quelindirizzo e di quella tendenza. Il filosofo afferma ancora: le
azioni ingenerano gli abiti, e gli abiti alla loro volta le azioni; e siccome
le azioni sono in nostro potere, Eco) ‘api, Sono in nostro potere anche gli
abiti che.ne derivano, e per riflesso ancora le azioni che derivano dagli abiti
%. Ma donde derivano le prime azioni da cui derivano gli abiti? Riportiamoci
colla mente al primo principio dell’abito. Ivi l'abito è nullo, e quindi le
azioni non si può dire che dipendano da un abito precedente. Da che dipendono
adunque? Dalla natura? Parrebbe di sì, dal momento che è dessa che pone il fine
e mette in noi le, inclinazioni 4 Eth. Nic. I IR SR . Lutz pri nti ict PAZ ade
I La ei i ARAN C LATE (et sardine abito. Ma l'uomo È evsreme rione sveneeee
buone o cattive. Ma in tal caso, siccome la natura non è in nostro potere, non
sono in nostro potere neppure quelle prime azioni, € quindi neppure gli abiti
che ne derivano, e le azioni che derivano da questi. © dipendono quelle prime
azioni dall’educazione e dall'essere avvezzati in una data maniera? Il lizio
infatti riconosce che non è di piccolo momento l'essere avvezzato così o così
fin da fanciullo, anzi è di grandissimo, e forse è il tutto. Ma è chiaro che
quanto più si concede all’efficacia educativa, 7ò i viov uni, tanto più si
impoverisce l’arbitrio individuale e si concede all’ arbitrio altrui,
all’arbitrio di chi educa, 705 sHiCovTos. Nell'uomo quanto c'è di pfopriamente
suo, quanto c'è che si possa attribuire alla sua energia individuale?
Aristotele ammette che è necessario per esser virtuosi una felice disposizione
naturale, Vabitudine e la guida della ragione. La disposizione naturale \non è
nostra. L'abitudine, siccome deve RI fin da giovanetti, quando non SÈ ancora
Svo ta pi. Seo uindi s'ha bisogno della guida degli ia age SÉ sa nostra. Svolta
la ragione, può altri, non € neppur essa. ll Rn nficioreientio essa modificare
| abitudine € IO no nega 2. Che cosa resta dunque all Niente. So ? Ro i «va
anche per un ‘isultato sì arriva A questo stesso. TS E fine che si conforma al
suo arisce quel helsconi a è signore de’suol abit, quindi è anche del fine.
Così il lizio. All'uomo app ca Po signore dell’apparenze, pb) » È À roc 2gipe1
TO olrws À oltws uAXdoy dÈ 9 ni.\ x ui Ò ù uu guy d! . ov. ps. Ù Nic. Eth. NIC
DIL INA è% vito sMie00a1, 2.Eth. Nic. Eh, Nic. :1% talea, LA: Ma quando l'abito
non è ancora formato, l’apparenza del fine, a cui conformare le azioni, non dipende
sicuramente d’un abito. Da che dipenderà adunque, poichè la ouvtesia, s'egli
deve operare, ci dovrà pur essere? Dalla natura? Ma in tal caso le azioni che
ne derivano non saranno propriamente dell’uomo. Da uno che mostri all'uomo un
fine, d’un educatore, d’un #0 insomma? Ma in tal caso le azioni che l’uomo fa,
sono più propriamente di questo. Tutte queste difficoltà e contraddizioni
intrinseche non si possono togliere, al credere di Z., che ad una condizione.
Non si può negare la verità sperimentale del determinismo. Ma non si può negare
neppure la libertà. Certo, non s’opera senza motivi. La tesi della completa
indifferenza della volontà non è sostenibile. Alla libertà per esistere, non è
necessaria l'assoluta vacuità, l’indipendenza assoluta da ogni elemento esterno.
Le basta un'attività che possa trasformare l'esterno in interno, ciò che non è
nostro in ciò che è nostro. La natura esteriore e la natura interiore,
l’ambiente sociale, l’ambiente della famiglia, l’educazione in generale
forniscono motivi all’operare. Ma questi motivi non vengono subìti passivamente
da noi; la causalità in questo caso non è causalità esterna e meccanica. Nel
mondo meccanico l’effetto è in perfetta corrispondenza colla quantità della
causa; la quantità di moto nel corpo urtato è esattamente determinata da quella
del corpo urtante. Questa rigida causalità Ì e n a fluenza delle cause IR SAR
SA ente all’ ini ri o interiori, di qualunque SFMECSESIaUOS gina egli possiede
una forza e un’ernegia sua propria, colla quale reagisce contro gli stimoli a
vuti, nè mai s'avvera il caso che li subisca passivamente, quand'anche sembri
subirli passivamente. Già questa reazione alle cause esteriori e interiori si
manifesta anche prima che quella forza ed energia speciale sia guidata dalla ragione:
quand'è guidata dalla ragione, la reazione che prima era cieca e dipendeva
solamente dall’ organismo, si fa più sicura e con uno scopo determinato. Il
fine ce lo indica la natura, è vero; è insito nella stessa disposizione
organica; tutti per natura tendiamo alla felicità: però dal momento che ce lo
proponiamo noi, questo fine, anche se indicato dalla natura, esso assume un
altro valore, esso diviene in qualche modo una nostra creazione. Noi ci
proponiamo il fine in maniera corrispondente a quello che siamo; il fine ci
apparisce così o così a seconda dell'indole nostra originaria 0 acquisita. Vero
anche questo. Ma l'indole originaria, quella che si dice temperamento, non
rimane immutata, e può essere, sebbene non distrutta mai interamente, trasformata
€ modificata in mille maniere da noi. E quanto all’ indole Do ita, quanto. a
quello che posslim9 clEmee fi, rattere, siccome consiste nel subordinare 1.
singoli atti dal volere ad un’ unica massima, ad un unico principio d'azione;
evidentemente non può ottenersi se non per della nostra energia individuale
illuminata dalla e, La inclinazione naturale potrà in sul principio i certa
maniera; chi cl educa potrà erta maniera; ma nè l'inclinazione mezzo ragion
farci operare In Una i ‘e in una € farci operare ! i naturale, nè l'educazione
potrà ma i arrivare al punto di 3} È "A 2 perni Pa: farci contrarre un
abito in cui tutti i nostri atti sieno organati mirabilmente e, per così dire,
gerarchicamente disposti. Il carattere è più che qualunque altra cosa l’opera della
persona. Insomma l’essere il fine dato da natura, il farlo noi consistere in
questo o in quello a seconda della nostra disposizione naturale o acquisita, se
diminuisce la libertà; non la distrugge. Il fine è dato dalla natura; ma in una
forma indeterminata, e spetta a noi determinarlo. Lo determiniamo conformemente
alla disposizione naturale o acquisita: ma la disposizione naturale si può
modificare, e la disposizione acquisita è in gran parte opera nostra, L'uomo
porta con se un organismo, e con esso alcune disposizioni naturali, che sono il
sostrato della sua attività: da questi vincoli ei non si può mai liberare del
tutto. In che consiste adunque la sua libertà? In ciò, che tutto quello che gli
è dato esternamente, ei per mezzo della sua attività se lo intrinsechi e lo
faccia suo. Così l'elemento naturale della sua esistenza rimarrà; ma poichè è
stato trasformato in prodotto spirituale, non nuocerà più all'indipendenza
dell'attività umana, e l’uomo si può a buon diritto chiamare libero »!. Queste
parole del Fiorentino tendono evidentemente a conciliare la verità sperimentale
del determinismo col fatto della libertà, e noi le accettiamo in tutta la loro
estensione, e le mettiamo qui come il risultato e quasi diremo il succodelle
considerazioni nostre alla teoria del LIZIO. Intorno alla quale dobbiamo dire
un’altra cosa ancora. L'abito, afferma. Aristotele, ci appartiene perchè è il
risultato di azioni che si poteano fare e non fare, e [FIORENTINO (si veda),
Lezioni di filosofia] che erano quindi in nostro potere: ma una volta
contratto, non è più possibile mutarlo; le nostre azioni sono per sempre
determinate da esso. Questa dottrina è troppo assoluta e trova una.smentita
nell'esperienza. Aristotele ha paragonato l'abito alla malattia contratta per
voler nostro ®. Questo paragone dovea condurlo a ricercare se per caso non
avvenga dell'abito, quello che avviene della malattia. Come l’ammalato, sebbene
non possa esser sano quando il voglia, può tuttavia far molte cose con cui
vincere la forza del male; così egualmente l'abito anche dopo il principio,
uetà civ doy Av, non è affatto sottratto al potere dell’umana volontà; si può a
forza di energia e di buon volere riuscire. a mutarlo. Certo, non è facile; e
lo spirito, crediamo noi, trova ben maggiori difficoltà a modificare un abito
che è opera sua, che.,non una disposizione naturale, che non è opera sua: ma
impossibilità assoluta non c'è. L'attività dello spirito è così varia e
multiforme, si esercita in tante direzioni, ha tante vie aperte dinanzi a se,
che una via nuova non manca mal diyersa da quella comunemente battuta. Il
passato sl depa all! avvenire, sa dubbio, ed esercita su di esso un'efficacia
SRRSRE l'abito sottrae a poco a poco le azioni al SODIO ella volontà e le
converte in connessione SUTOIz Uso, 1 CRETA vecchi diventano sempre più forti ©
IMPperiosl: e Psa é : i sorgere nello spirito? La un motivo muovo non potrà
SOrgert dr ‘tà di motivi nuovi, per quanto limitata, per iquanto GEpec è nando
l’uomo è Innanzi cogli anni, in SE MS herà però mai del tutto. e condizioni non
mane RSI A ATIO do l'immutabilità degli abiti, Aristote AINSI ) tein quel
determinismo psicoadeva per un’altra par cert ric i Eh. Nic. logico, ch'era una
contraddizione flagrante alla libertà che così vigorosamente sosteneva, come condizione
del valor morale e della bontà delle azioni. La dottrina della volontà, sebbene
tanto importante per la sua novità, sebbene tanto ricca di fatti e di
osservazioni d’ogni maniera, è però anche la più oscura, la più incerta forse
delle dottrine psicologiche d’A ristotele. Intanto da che cosa è veramente
costituita la volontà? Essa è, ci dice Aristotele, un’attività risultante di
ragione e d’appetito; ma in quale di queste due parti l'essenza sua propria sia
riposta, da quale propriamente dipenda la sua libera determinazione, nè egli
dice, nè a noi è facile indovinare. Da una parte, osserva lo Zeller !, si
ascrive alla ragione il potere di dominare l'appetito, si designa la ragione
come facoltà motrice, come quella da cui procedono le risoluzioni della
volontà, si considera come una corruzione della ragione l’immoralità;
dall’altra si nega che la ragione possa di per se produrre [Geschichte der
Philosophie der Griechen, Tubingen. Eth. Nic. madetat fap înzotos Untòv ms
mpULEI, Grav cis abtdy ava; ThI doyny, vai abrod eis dò Ayodpevoy (la
ragione)" TodTo Xp TO Tpozipobpevov. Eth. Nic. è pv 7% drspfoXtk duzov Tav
Adt0y À za UrepBoXhy nel dix mooztoznw, di abtd val undiv di Etepoy drmobatvoy,
dn6)acros. Cfr. anche Eth. Nic.. vi un movimento, e s’afferma che sia
infallibile: di maniera che non dipendendo il fallire dalla ragione. sarebbe
lecito concludere che la volontà a cui appartiene il retto e non retto
‘operare, non sia in essa riposta. Aristotele si lascia trascinare qua e là da
considerazioni opposte, nè gli riesce in mezzo ad esse di prendere una
posizione sicura. L'alto concetto ch’egli ha della ragione, di questa facoltà
divina che per poco non innalza l’uomo alla condizione di un Dio, che deriva da
Dio stesso, non gli permette di mescolarla alla vita corporea e di attribuirle
l'errore e l’immoralità; ma d'altra parte ad essa sola appartiene il dominio
nell'anima, e tutto quanto in questa avviene, o direttamente o indirettamente
si può far derivare da essa. Dalla ragione dipende solo il retto operare, ma
gli errori e i traviamenti, pur dipendendo direttamente dalle facoltà inferiori
e corporee, provano, non foss’altro, che la ragione non ha vegliato abbastanza,
e non ha saputo, come doveva, esercitare il suo dominio. Però il dualismo fra
quella facoltà superiore e le inferiori, fra la facoltà razionale e le corporee
esiste sempre; € l'essenza umana è come divisa in due parti SCPATAtO, fra n è
possibile discernere il legame vitale 3. L unità il sinolo dell'individuo
umano, l’Io uno i sa dire in che veramente consista cui no della persona, e
persistente non s secondo il lizio. Quantunque, Sa : Ò, Sa 1 Eth. Nic. VI, V012
i ROMANI D yo tyaparoDi > NATI: L0Y0Y 2 Eth. Nic. èpupatoDs XL KKPATIVS TOY
AOYOY «Nic. 1, 13, a ve î OY €f0Y ET von Udo Td A0Y0% SXOY ) ci è ida TE
VOyALIS sr. Cie. Eth. Nic: IX, 8. 8 7%5 Yàp vods clpetra: BeNmioTA miu, Cit È Ò
in un certo luogo parlando della beh ob)îv ast RE FAST LNOGEY, delos yio val
èri Tx r. Cir. Di Qi ad Borat) tato, 6 d eraetzhe 7 i y pe Lal 10.4 Nods | 3y
oÙV T% i i Pi - Pi Zeller dpf6g EGTiV. rpozioznis, dopo aver detto che risulta
di ragione e di appetito e averla definita una ragione appetitiva o un appetito
razionale, egli affermi recisamente che se ne ha così un principio, che
costituisce in proprio l’uomo.Il che farebbe supporre quasi che la volontà è un
pro‘dotto della ragione e dell'appetito per una specie di combinazione chimica,
donde nasce un essere novello differente da’suoi elementi. Mill, conformemente
alla tendenza della psicologia dell’associazione, parla di questa specie di
chimica psicologica, per la quale di due idee e di due facoltà che si
combinano, si produce una terza idea e una terza facoltà sostanzialmente
differenti dagli elementi che le compongono, come l'acido solforico è
differente dallo zolfo e dall'ossigeno dalla cui combinazione è formato %. Si
direbbe che non in diverso modo Aristotele tratti la volontà in rispetto a’
suoi elementi integranti, e veda in essa qualche cosa di uno e inscindibile,
quantunque composto, in cui si possa con frutto ricercare quell’ ultima
realitas, che è la persona umana. Sebbene però non bisogna dimenticare che
altrove, e ripetutamente, è detto dal lizio essere la ragione quella che in
proprio costituisce l’uomo e ne forma l'essenza? Abbiamo visto contro quali
difficoltà si dibatta, la dottrina della libertà in Aristotele, e come il
determinismo interno o psicologico sia in ultimo il sistema, a cui vanno a
metter capo le premesse stesse del filosofo. Ciò stesso risulta dall'esame dei
due elementi di cui { Eth. Nic. dtd © opeztizds vods mpoalozsts di dock
Snonaizk, zati soraben dog Wiparos. Mill- Logique ecc. Cfr. fra gli altri
luoghi Eth. Nic. Sobere D dv ual siva Enyatog tosto (0 vods ); ed Eth. Nic.,
‘SL ricette cità dini rorTITTETeee rece I verfreniezaraniza; secasieneeee
cessare resenprnareotontereonesono: so erasenei e composta la volontà. Se la
volontà è in se, essenzialmente, una ragione, non può essere libera, perchè la
ragione obbedisce a leggi necessarie, ed è per di più, il vods TonTILOS almeno,
connessa strettamente al primo motore, sia un'irradiazione sostanziale di questo,
o sia semplice «mente la forma più elevata dell'attrazione che questo esercita.
Se è in sè, essenzialmente, un appetito, e quindi strettamente legata al corpo,
non può esser libera neppure, perchè il corpo è ciò che di più determinato ci
possa essere nelle sue operazioni. Se poi è in sè, essenzialmente, un composto
dei due elementi e i due formano uno, non si capisce perchè il composto dovrà
esser libero, mentre i componenti sono necessitati. Aggiungasi che Aristotele
ha sostenuto che il cielo e la terra sono sospesi a un principio unico, il
bene, che per la sua beltà eternamente desiderabile, produce, senza muoversi,
il movimento e col movimento l'ordine nell'universo; che dai cieli e dagli
astri i quali ricevono direttamente l’azione divina, deriva nei corpi una
specie di necessità, % &md s@v dortp0y ciuapuévn, da cui non è esente il
corpo dell’uomo. C'è adunque nell’ uomo un assieme di necessità; il suo appeuto
lo spinge necessariamente al bene, la sua ragione € necessariamente il luminata
dui raggi del vero; il suo corpo è imprigionato nel fato corporeo. Nulla più
resta alla potenza dell'in determinazione contingente. x Ma è questa mescolanza
medesima di necessità a il Fonsegrive, che permette ad Aristotele diverse,
OSServa | grive, erm i contingenza delle azioni umane. € Questa ) re la
ammettere c x ; > I ° . d'e olanza costituisce il nostro essere e crea in
noi li Ka x ° o Tia posizioni. Queste opposizioni sono In noi, vengono elle O x
"ci. dipendono da noi; esse costituiscono il 7ò îo' ua. CZ TO fra l'intelligenza
e la volontà, fra po a su eriori e gli appetiti inferiori, produce in j
desideri P 7 . noi una contingenza, una indeterminazione in cui gli uni e gli
altri sono a volta a volta vincitori e vinti, E questa contraddizione
costituisce così bene la nostra essenza, che distruggere la contingenza che ne
risulta sarebbe distruggere noi stessi »!. E sta bene; ma di una libertà e
d'una indeterminazione di tal fatta, come osserva il Fonsegrive stesso, non è
il caso certo d’inorgoglire; più che una potenza è una debolezza, più che una
felicità, un’infelicità; più che autonomia e dominio di se, una deplorabile
servitù interiore. 1 Fonsegrive- Essai sur le libre arbitre. ME im 4 nn nese pi
ETTI tt ERRATA-CORRIGE SISI NIAVIIA A un certo punto ammirando: A un certo
punto costoro ammirando VS ALII SPESE discernere, leggi e discernere » 36. » io
cheetra la materia e la forma, leggi che è tra la materia e la forma fe loro
cose, leggi le cose 0! La loro abilità ecc., leggi e, che gran cosa invero! la
loro abilità eco. gi Soltanto, questa = n 9 (ee) s + » S IC) ®» (E) w e che,
gran cosa inver Soltanto questa dottrina, leg. Senago 23 dottrina angusta
augusta se la intenda bene se la s'intenda bene affetto effetto nè sta sul
medio sta nel medio w = i] DE ou vi = n n 272 Sia SI. n 270 » 3 nella
distinzione della virtù intellettuale e morale, lla distinzione della virtù in
intellet- leggi ne tuale e morale Aristotane Aristofane n CIRIE v 43 nota 3
Grocoùv, leggi 0RWwE CITI 1 Toast; © oliv leogi dele Ti LG; egg! Tipacto AS
ezIAn ® ago ata praktishen, leggi praltischen; x N x TEO PARESIS StopPoor0y
dizzioy, leggi droplwTwoy dinzioy te gli accenti e gli % ci riguardanti
specialmen ù correggere fa- Altri errori ortografi e il lettore intelligente
pour spiriti delle citazioni grech cilmente da se. Keywords: analisi, H. P.
Grice on Hardie on Eth. Nic. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Zuccante,” pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. The
H. P. Grice Papers. Zuccante
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