GRICE ITALO A-Z V VI
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viazzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della bellezza
della vita – la scuola d’Alessandria – filosofia alessandrina – filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Gavi). Abstract. Keywords: Vico. Filosofo
alessandrino. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Gavi, Alessadria,
Piemonte. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Apprezzato teorico
e studioso di filosofia. Fra critici e interpreti di VICO, vuol esser ricordato
con speciale considerazione, V.; il quale cura un'edizione della Scienza Nuova,
facendola precedere d'una sua lunga prefazione, “La modernità e il positivismo
di V.”, e accompagnandola con note che vorrebbero essere interpretative del
testo. Comte e Spencer, Vogt e LOMBROSO, Büchner Haeckel, Ribot e Morselli, son
questi i nomi cari a V. E accanto ad essi, egli pone quello del VICO, come di
un sicuro e diretto loro antenato. Gli è che l'opera del VICO, fuori
l'indirizze genuino dei metodi naturalistici, non può affatto intendersi, com
non l'hanno intesa appunto - afferma esplicitarente il nostre nuovo interprete
vichiano - tutti i metafisici, dai concettualisti pur ai neo-critici. Nè,
altresì, conviene altrimenti giudicare il metod‹ vichiano, nell'idea e
nell'attuazione, se non come empirico, in duttivo e psicologico, in forza del
quale, è chiaro come il pen siero del filosofo, fortemente temprato
dell'empiria del Bacone traesse decisamente a un sistema di sociologia o di
demopsicologia. Il vero si è che VICO, accanto a Comte e Spencer, deve esser
considerato come uno dei fondatori della scienza sociale; e nel modo suo di
ricerca, negl'indirizzi degli studi nel loro stesso risultato, ci si rivela
come il più genuino forse dei precursori dell'odierno positivismo critico, o
filosofia scientifica che altri la voglia chiamare. Se è cosi, la nota
dell'irreligiosità, nel sistema di dottrine di VICO, deve risonare con aperta e
larga intonazione, non come un semplice motivo, chiuso chiuso, di preludio. Non
si tratta più, dunque, di germi ideali ancora immaturi per il loro tempo, ma
destinati poi alla fecondazione, dopo circa due se! coli d' inosservata
incubazione; a spandere i loro effluvi inebbrianti sul campo rinnovellato del
pensiero, che reca la piena iberta dello spirito, la suprema indipendenza della
ragione. Contrariamente a ciò che opina il CROCE con i suoi, le conclusioni
antireligiose dei principi vichiani sono apparse limpidamente delineate nel
libero pensiero del filosofo; e inoltre sono state, esplicitamente, già dedotte
dall'autore medesimo con una certa sufficienza, a chi ben osserva, e insieme
con meditata parsi-monia, e, secondo l'importanza che esse hanno nell'organismo
del sistema, messe nella loro vera luce, sebbene non piena e sfolgorante e a
tutti accessibile. Sicché, da ogni pagina della Scienza Nuova emerge spontaneo,
per una critica evoluta, il pensiero tutto vibrante di naturalità scientifica,
tutto saturo di positivismo, che s'effonde con facile corso, attraverso il modo
suo di ricerca, nell'indirizzo degli studi, nel loro stesso rieultato. Che se
il VICO, per tal modo, ebbe a bandire estremamente, con matura persuasione e
con coscienza, dall'opera sua di pensiero ogni genuina idea del divino e di
religione, non poté conservare alcuna fede in fondo al suo cuore. Questo è
ovvio. Nè deve fare impressione di sorta
il parlare, talvolta coperto, dell'autore, talvolta, ancora, irto di reticenze
e concessioni, che sembra voglian salvare la forma d'una certa professione
religiosa. Tale professione di fede (ci si fa notare) soverchiamente ripetuta,
ha quasi sempre tutta la forma di un voler parere, più che altro si rifletta
all'epoca ed al luogo in cui scrisse il nostro autore, e si comprenderà tutta
la ragionevolezza pratica di talune concessioni'». Siamo, dunque, intesi: era
una pura finzione di religiosità; una professione di fede, che doveva servire
soltanto per il libero scambio nello smercio delle idee. E V. viene alle corte.
A carico del VICO (s' intende, dall'aspetto del positivismo) fu quasi
unanimemente posta la importanza, reputata eccessiva, non solo, ma intaccante
alla base tutto il suo sistema, ch'egli dà ad una provvidenza divina
regolatrice di questo mondo delle nazioni che egli prese a studiare. Ma quei
che in tal guisa obbiettano, s'arrestano alla corteccia, e non penetrano con lo
sguardo al midollo sottostante. Non s'è
detto, insomma, che VICO, non amante delle noie, cercava sempre, con insistente
ostentazione, di allontanare il pericolo che s'addensassero, intorno alla sua
opera, i sospetti e le avversioni dell'ortodossia dominante? Vico lo sente,
quest'odioso freno all'espressione della sua idea, ma vi si trova costretto, e
lo subisce. E incredulo qual'era nel pensiero e nel sentimento, tuttavia volle
adoperare un ripiego formale che, senza dubbio, poteva giovargli di passaporto
nell'epoca e nel luogo di pubblicazione del suo libro.? Si rifletta poi, in
fine, che egli non era punto di apostolo.Se avesse avuto l'animo di BRUNO, si
sa che le cose sarebbero procedute ben altrimenti. Cosi il nostro animoso
interprete vichiano va difilato alla conclusione della sua fatica, per quel che
concerne l'idea (della provvidenza divina) che domina e vivifica tutta
l'esposizione dottrinale della Scienza Nuova. È chiaro, secondo lui, che anche
qui la parola e l'espressione metempirica adoperate segnano un concetto
prettamente positivo. Ricordiamo anzitutto come con singolare ostinazione VICO
si richiami assai spesso a questo suo concetto, che il mondo delle gentili
nazioni è pur certamente opera degli uomini. Questo nel campo delle idee. Nel
campo ristretto della sua operosità di uomo, bisogna tener conto del fatto che
VICO era obbligato a mettere i suoi libri sotto la protezione di cardinali; che
scriveva prolusioni le quali non dovevano soverchiamente urtare il Corpo
accademico dell'Università. Poichè in Italia si faceva professione di
cattolicismo. quanto più superficiale tanto più generalmente ostentato; era
utile e, più che utile, necessario, per un uomo che si trovava nelle umilissime
condizioni del nostro autore dimostrare l'importanza del sentimento religioso
nella vita sociale? PIO VIAZZI^i^S’'*' »/g-x ^^LH5C!T0 %\ '^1 fi luoGIiP.H U '
■ (anin.' ' { ^ 1 UA BEUbEZZA DEliLiA VITA MILANO Arnaldo de Mohr k c. —
Editori 3 - Via Patserella - 3 Como - Star. Tipo-Litografico Bomeo Longatti -
Como Jll mio primo amico LA BELLEZZA PELEA VITA Il l‘AUTE PiUMA LA CONOSCENZA
(’AriTOLO I. 1 limiti (Iella Sciciiza .Sumiiiario. — I-A .Moualk scientiiica -
L’Jndktekmi.nato E IL NO.V nAZIONALE NELLA SCIENZA - 1/ INCOSCIENTE - La
Saocezza i'katica. Si è parlato molto qualclic tempo addietro, c si parla
ancora, quantunque con imigsior discrezione, di una morale scientifica. È,
secondo noi, un ritorno alla mo- tatisica; tanto più insidioso, (pianto meglio
trae le a]!- parenze delle sue ginstitìeazioni dagli ultimi dati delle scienze
positive, dagli ultimi risultati del metodo spe- rimentule. Cosi, d’altra
parte, è sempre avvenuto; c pare clic il fenomeno appartenga al ritmo del
progresso umano, o (so la parola progresso appaia intinta di tiualismo alla sua
volta) allo naturali oscillazioni della vita. Molti ricidami alla realtù, nella
scienza e nell’arte, ci ricorda la storia; sempre, dagli acquisti fatti, lo
spirito umano trasso motivo ad adagiarsi deduttivamente in un periodo di stasi,
sotto le apparenze del ragionamento. La sco¬ lastica e il manieidsmo sono
fenomeni, diremo così, eterni. 4 Cile cosa si intemle per morale sch'ìitifica f
L’atto?! Una serie di propositi, di inteuzioni, di delilierazioiiij di
coiniiortaiiieiiti ? ]S^o J Eppure, la morale, la vera mo¬ rale, è pratica ;
uou è teoria. V’è uno studio positivo dei fatti umani morali, « nessuno
contesta la legittimità del suo dominio. Os¬ servazioni, esperienze su fatti
morali ; cioè nuovi ele¬ menti al sapere. Xon è morale ; è scienza. Ma, si dice
(e si spera), vogliamo cliiarirc e fissaroj speculativamente i iiriucipii della
moralità. Ebbene, lis-j siamo anche questi ma non facciamoci illu-l sioui
sull’importanza della inivola principio. Coucediamoj che tale sia la sua
posizione logica : un prinepio, vale! a dire qualche cosa che sta in testa, che
sta avanti o| .sopra tutta una serie di altre cose..., cioè di altri stati!
mentali, di altre determinazioni meno estensive dellal razionalità. I principii
della moralità posti scieutilica-I mente .saranno intanto i principii che
emergono da linai d.ita condizione del sapere scientifico, cioè dei priucipiij
relativi, necessariamente inetti a dar conto di una vita reale ove ogni latto
sorge da rapporti intìuiti (iute.sa questa designazione in un suo valore, più
che altroj de.scrittivo), si connette con altre realtà iulinite, e creX alla
sua volta una serie indefinita di conseguenze. TuIm è l’atto che si deve
compiere con siguilìcato morale. (Jiiesto atto si porge come una realtà
concreta, ossia come alcunché di connesso direttamente con la catena- di tutte
le esistenze reali, mentre alla propria voltd sfugge sul suo integro valore ad
una chiusa determi-[ nazione razionale qualsiasi. I inincipii dunque, che sono]
ilice, cioè uno .scialbo rillesso di una monca realtà, da-J ranno ragione di
quel tanto che nell’«t/o può trovarsfl di contenuto razionale : non più.
Aumenteranno, puriì lìcheranno, eleveranno taluni coellicienti dell’«//o; mal
questo sfuggirà sempre al loro dominio esclusivo, sotto! iifiia «li cessar «li
essere mi att«i morale per «liveiitare un iitto loKÌeo, cioè il rillesso «li nn
rillcsso, iicrclu'; la lo'Mca non è clic la trama scfjnante il irnulo oinle si
(lisi)«in{l«)n«) in reciiinica «•«mvivenza e tolleranza le sin- pile
circonserizioni mentali, costituenti i concetti, le idee. Assai
iinibaliilmente, qnin«li, in oma-rfrio ai prinrìpii, (piando a «piesti si
conferiscano tropjio ampie funzioni, si avri\ un atto immorale. Si pensa anche
: sotto razione della convivenza si i* svolto nell’uomo sociale il senso intimo
di una ohhli- {razionc morale che intlnisce su tutti ^li atti suoi e ta¬ lora
li «liriffe : vofjliamo legittimare teoricamente questo senso infimo. E sia!
Intanto oiù «liligente loro valutazione. •Ma, oltre ciò, è p«>sitivo, è
scientifico, trarre la legilti-. inazione, sia pure teorica, di un fatto (la
coscienza in tima «lell’obhligazione morale) «la nn concetto, da mia serie «li
concetti, dai risultati generali delle altre scienze, e.i«)«'! «bilie più larghe
astrazioni ; o il luocesso normale «lei pmisiero non «leve essere lirecisamente
l’ opposto? l^a veritù è che, secondo i momenti storici, sec«indo i tipi morali
o sociali, vi sono dei principii morali (ben altra cosa «lai princijiii teorici
or ora accennati, perclu'i sono refrattari alla formula) che si risolvmno in
stati morali irreduttibili, che cessano di essere tali qnainlo si cominci a
cercar di giustilicarli, che subordinano a sè stessi tutti gli altri
alt«>ggianienti della psiche, che — G — si ri (intano per la loro natura
inedesiina a qnalsias: discussione, e che proprio ])er questi loi-o caratteri
se snano la spcci/ica impronta di una moralità particolart a dett'rminati
individui, o classi, o [)o]>oli, od cj)Oc.ln storiche. (Questo ci dà l’osservazione
diretta. La legittimazione teorica, consento ormino, ò dimo¬ strazione
razionale, è scienza. E possi.amo consentire che il trovarsi d’accordo (mn la
scienza è conforto; se rimpniso interiore si acqueta nell’adesione della con¬
vinzione scientilica, avremo della bontà dell’atto misliot garanzia : è certo
che, quando l’alternativa posta dai moventi interiori darebbe luogo alla
titubanza, al dubbio, all’illazione, pe*r cui il più accidentale movente
partilo dall’esterno può risolver.si in una vera causale deiratto, allora la
scienza, o meglio la nozione scientilica, può essere un jirezio.so ausiliare
dei migliori moventi all’atto stesso, sottraendolo così al dominio bruto
dell’acciden¬ talità esteriore; — ma .se por agire, in tutte le minutis¬ sime
circostanze della vita che col loro cumulo rivelano poi la vera mor.alità
dell’individuo soc.ialmente ap])rez-i zabile, noi attendiamo la sanziono o il
benej)lacito dellaj formula .scientilica, ci troviamo in un bell’imbarazzo I e
ciò, dato che la scienza, la quale jirocede jjcr tjenm). l)ossa i)lasmar.si
regolarmente su l’imin-onta di tutte lej S])eeie nuove; ])erchò ogni atto che
si deve compiere ò sempre una nuova specie che si allermal Si osserva inoltre.
La scienza parte dalla critiea.j Mssa, che ha distrutto, ò chiamata a fissare
un ideale elico degno d’essere proposto come fine aU’umanilà «•ivile. Ma si
dimentica una cosa. La critica cessa di essere tale, se si arresta: il .suo
dominio è immanente e continuo nel campo della ragione. D’altro eanto la scienza
Ini eliminato molli errori: sta bene; — la realtà è l'imasta quella che era
i>rima, mentre si modificarono dati della conoscenza. Ora (piesta scienza,
jier un fni>as presentcreltl)e il colmo della inellìeaeiaf Sappiamo bene
quanto siiesso i difensori delle causo i)iù generali vi si attacidiino per
infingar¬ daggine o per viltà, per la paura di doveri ])reeisi, deliniti. Oltre
certi contini non si siiinge Toceliio umano, e gli ideali troppo alti,
concepiti più o meno consape¬ volmente dall’erroneo punto di vista della
eternità, sono vaghi bagliori che si sperdono nel vuoto. 1*1 d’altra parte, se
gli ideali si specializzano troppo, massime attraverso la ragione, non cessano
forse di essere ideali ]ier diventar precetti verbali, cioè la morte, od almeno
la malattia di una moralità che invece domandi per sè la vita, l’azione, la
l)ontà dell’azione! (ibiesle dillujoltà ei insegnano «die. bisogna acconciarsi,
con lieto animo sempre, a ragionare, se si può, ed a far di meno del
ragionamento so l’im]ieriosità immanente di un dovere ci stringe. 1/ideale si
.sviluiipa jirogres- sivamente dal seno stesso «hdl’azione, della condoltn.
Itagione e sentimento, se si svolgono separati l’uno «liill’iillra,
(livor^oiio. Ì5 bfiio quindi (*s»m> diligenti ne] curare la loro rc;cii»roca
convcìgcnza. Ma Patio avrà] tutto il suo val(H(! limano quando appaia, non solo
come | nn inodotto cninnlativo di (jnesti due fattori, ma come Pesponente
preciso dell’integra iiersonaliliY; ed in questa i rijicssi psicliici, le
oscure reazioni organiclie sponlaneol Iianiio pure una grande ed ottima parte.
Così Pelcmentof razionale vero c proprio si ritrae e restringe in ben piccolo
spazio. I ertanto la morali*, in quanto è sistema o formula, ])uò essere
ralligurata. come assentimento della ragione; ma la morale come condotta ebiede
di sentirsi sempre cmancii>ala da ogni costrizione logica. Non è pratica¬
mente concepibile un i.ensicro centrale il quale legiferi per tutte lo
circostanze, daiipoicbè ogni giudizio iiratico apiiare come autonomo, e
sn|tpone un accomodamento immediato con la realtiì. Il saggio (a modo suo)
della Imilnzione 8sere iPaccordo con lui in una constatazione cesi o\TÌa. Con
questo ci sembra semplicemente, di consentire alla critica e rendere un '
omaggio reale, non soltanto verbale, alla relativitiY ilei nostro sapere.
Nessuno vuol negare il diritto alla scienza ili concorrere, come si dice, alla
soluzione ilei problema morale; ma si deve nello stesso temilo constatare die,
per ora almeno, il suo concorso non imi) essere die as.sai scarso; non solo, ma
si tratta andie di ricono¬ scere clic questo preteso iiroblema morale non òche
P indicazione di una corrispondenza ricercata fra un reale momentaneo e un
futuro possibile, frammentari ambedue, e pi'rciò non comporta, in ogni caso, die
risoluzioni iirovvisorie. Le quali osservazioni, consentiamo volentieri, non
sono allatto nuove ; anzi sono assai vecdiie. Ma occorre ninn.lo a qniin.lo
ricliian.arlo, lìereluN ad ogni ora si i iirù-ria l’antica illusione,
l’illimitata liducia nel sapere, ‘ cniKiirato concetto della conoscenza
scientilica. Da prosperoso l’errore del dogma. (I lo smisurato cui germina
iiresto ^ ^ sia pure aciiortamente mascherato, ove la critica non soia-orra. .
. . IVr esempio Giovanni Jiarchesini, nn positivista, scrive: « Non può dirsi
vera morale se contrasti con la ragione» (!)■ Aiiparcntemente, nulla di più
semplice. Ma rieccoci daccapo: che co.sa è la rafiionef Un dato organismo
logico che proceda da una data preniessaf l-hu-emnio della scolastica. O
pensiamo una ragione che jióssa pretcnilere di rillettere intiera una verità
obhiet- tivat o tutta la realtà? Avremmo dimenticato la critica. (1)
.MAneiiKSisi : lì simboHitmo velia cogrìeii^a e nella morale •iccol.a
llililiotcea «li Scienze Moderne; n. 32; Torino, Itocca sitiva » non
entrereldie nei domini della vita, ma riinarrelihe imnì«)liile ed inattivai
nelle regi«ini del sogini. « I«> qui tinto il I)«)ttore», diceva il
,M«'list«di4e del n«ietlic. « Ci«'> che non toccato è per v«)i lontaini
cent«i leghe; ei«'« che non possedete è come non esistesse per v«ii; ciione del
domani! E non è jirojirioin! • piesti disaccordi la meccanica di lutti i
perlezionamentil * • • L’ errore fa. capo, secomlo che a noi ]iare, ad un fe¬
nomeno di automorlismo. In esso (*adono specialmente fili scienziati di
]iro((*ssione (non {;ioverebbe oiumparsi (|ui della turba dei jiiccoli saccmiti
(die si mettono dietro ad essi ripetendo il suono delle loro jiarole, convinti
che ivi sia la scienza). Ora, si può tino ad un certo jinuto riconoscere che hi
scienza, come fu jrià detto le mille volte, è matema¬ tica. àia non ('•
matematico il gfovcrno delle passioni, dei sentimenti, ihd moti riflessi, deli
impulsi istintivi, (lidie iienetrazioni ])sieolojriche, di taluni sensi oscuri-
dei buono e del conveniente, di tutto ciò insouima che co.stilni.sce la quasi
totalità della vita dell’ individuo, 'J'aiite vo(d .sandibero dunque ridotte al
silenzio ove la razionalità, non jinre dissenta, ma solo non sia in f^rado di
assentire, di ,!-instifìcare f La vita non ha mai sof- l’erto mntilazioni
siffatte. Notisi inoltre (die la scienza perfetta, o quasi, ma¬ teriata
(■onipletamente di matematica, (i tale .soltanto in lina sua considerazione
statica. Si tratterà di una par- — 11 — ■ -ol-iro scienza, «li nn limitato ordine
di studi, di nn '•stenla (issatosi nel i>assato ed immune per ora dai -si
della critica e del dulil)io; ma la scienza intiera '"all’altra cosa, essa
è movimento; non possiamo averne •I imaKine ad««prnata che in una concezione
dinamica. Kd* eccola scienza, come disagio della incertezza, come sliinolo
verso nn nuovo superiore eipiilibrio mentale, come vafiliezza «hdl’ ignoto,
come avanzamento, come cominista, costretta a dibattersi essa pare in mia assi-
duitit «li ricerca ove la matematica non impera, ove la matematica interverrà
dopo ad assidersi sni jmssi'ssi a lei assicurati dalla invenzione, dalla
immaginaziom*, dall’ incosciente, magari, e «lai caso. Ogni verità che si
annunzia è nn dubbio, nna peridessità per il ricercatore; trae seco l’angoscia
della incertezza sn ciò «die si at¬ tende e .sn «‘iò che si credette daiiprima
già detinitiva- niente conqnistato ; quando appare, questa verità nuova, è una
invenzione, e si rivela intiera attraverso la gioia della sperta. Fra le
ipotesi, che sono creazioni sog¬ gettive, si Oliera la scelta; evince l’ipotesi
piò solida; ma per la lotta e la scelta erano pur neces.saric queste creazioni
«li nn certo arbitrio mentale che. segna, se- eomlo l’imagine «lei Ooethe, il
servizio di avanscoperta a(li«lato alla immaginazione eil alla fantasia
nell’opera della intelligenza. Così accanto alla ricerca razionale troviamo lo
stimolo, il conforto, l’ausilio dell’immagi¬ nazione creatrice : ed ecco
apparir nell’ombra l’amoie, che le sorreggo ambedue nel comi>ito loro, dopo av«‘rlc
destate. È sempre l’integra jicrsonalità nmana quella che si manife.sta in ogni
campo della operosità buona ed etìicace. Non basta, l’ersino alle illusioni
bisogna consentire ini valore nella attività scientitìca. li’affermazione non ò
mia; è «hd Pasteur: «Le ilbisioui dello siierimeuta toro sono una parte «Iella
sua forza : sono le idee [ire- — 12 — conctìtto quelle che servouo di gnida »
(1). K si>erano certimi di vedere qiiaiidocliessia cacciata per sempre ogni
illusione) eliminato ogni preconcetto, ogni pregiu¬ diziale i)iù o meno
arbitraria, dalla piccola vita imaticaj dell’individuo, cosi molteplice e così
nuova ad ogni atto, e dai grandi movimenti della vita dell’nmanihì così
indecisi ed incerti nella loro direzione finale ! E poi, occorre richiamare
anche la gran parto che nello stesso meccanismo razionale ha, ex)me già adom¬
brammo ])oco addietro, l’incosciente. Sono note le importantissime esperienze
di Pierre Janet snll’ automatismo psicologico. Per esempio, ad un .soggetto
ijinotizzato egli pre.senta venti carte nu¬ merate, ordinando di non vedere
dopo il risveglio le carte multiple di tre. Svegliato il soggetto, gli si
chiedo di riconsegnare allo sperimentatore ad nna ad una tutto le carte : ne
sono consegnate quattordici, e rimangono a parte le mnltii)le di tre che, jier
quanto si insista, non sono vedute. Dmiqne le carte multiple di tre, in¬
visibili per la coscienza normale, erano riconosciute da nna subcoscienza
iudij)endeute d.a questa, in iin jiro- cesso ehe si potrebbe chiamare di mitomatÌHmo
ìogico, dappoiché automaticamente erano computati i multipli di un dato numero
(2). Sarebbe fiicile citare molti fatti analoghi ; ma basta quello ora
riferito, ed accostarlo alle prove fornite dai calcolatori celebri ed a molte
manifestazioni proprio dei fenomeni cosidetti spiritici, per farsi un concetto
della importanza straordinaria che deve avere 1’ azione del- r incosciente
anche sui nostri processi psichici apiiaren- temeute più razionali. (1) Ci(.ato
dal Riiìot; E,mi nur f ima,jivnlio,, creatrice; l’ans, 1 !)(X); pag. 210. (2)
PiKitRE Ja-Set: L'aulinnaUsìiiepsyrholofiìijiir; P. II. pa]i. II. — 13 — Tutti
«iiiiiio, tutti liaiiuo potuto speriiucntare r|uanta fp. al>'*ii‘ pratica
etica cd estetica della vita • razione, cioè una iiiauifcstazioue i)articolaie,
uno * siiiSolare dello si)irito oscillante fra i doiiiiui della ^•oscicni^^^^*^
quelli dell’ incoscienza. Orbene, l’ispirazione ^ •criia auclic il mondo della
ricerca (non quello della *unuiunzione) scientifica. Molte volte l’inventore
lia detto ' sè stesso : io non bo fatto mdla. Una potenza stra¬ niera all’
individualità cosciente agiva per mezzo di sta • ecco tutto : un lungo lavoro
sotterraneo, rimasto sconosciuto alla mentalità dell’ individuo stesso entro il
u'ile si svolgeva, si è ad un momento rivelato in una esplosione di verità ; —
non si tratta che di essere pronti al raccolto. Al qnal proposito il Itibot
distingue l’incosciente in statico e dinamico. L’incosciente statico,
comprendendo le abitudini, la memoria, e in generale tutto ciò che è sapere
organizzato, è uno stato di conservazione, di riposo, bencbò questo riposo sia
all'atto relativo, poiché le rapi>yesentazioHÌ subiscono incessanti
corrosioni e me- taiuorfosi. L’incosciente dinamico è rrno stato latente di
attività, di elaborazione, di inenbazione. (Questo è pro- jirio dei pensatori.
Gli uomini che pensano di più non sono coloro che hanno il maggior numero di
idee chiare c coscienti ; ma coloro che dispongono di un ricco fondo di
elaborazione incosciente. « Per contro, gli spiriti superficiali hanno un fondo
incosciente naturalmente povero e poco suscettibile di sviliqipo ; essi dàuuo
con immediatezza e rapidità tutto ciò che possono dare ; non posseggono riserve
: — è inu¬ tile concedere loro del tempo per rillettere od inven¬ tare; non
faranno meglio, forse faranno peggio. » (1). (1) ItiBOT: Oj>. cit., i>.
283. — 14 — * « * Anche dall’ incosciente, dunque, è soccorsa, con lar-
gliez;sa> la scienza. Un’altra volta noi la vediamo doini-^ nata e non
doiinnatrice. E di fronte ad essa poniamo ancora le esigenze della] condotta
umana. Ivi neanche la distinzione fra inco-i sciente statico e dinamico trova
più motivo di alfer- marsi pratiwimente. liopiio gli acquisti psichici
ereditari non presenti alla consapevolezza od alla ragione di chi agisce (inco-
.seiente statico) sono quelli che spesso volgono l’azione ^^erso i risidtati
della più intima utilità organica per 1 individuo, della i)iù alta utilità per
la specie, c quindi anche ver.so la più pxofonda moralità. In ogni modo, trattisi
di questa posizione, o trattisi di (luell’altra per cui anche nel campo
dell’azione si rivela la novità, la genialità del l’alletto, l’eroismo non
conformista del pre- uersore, l’incosciente appare nella maggioranza dei casi
il vero e proprio guidatore della condotta umana, la quale in minima parte
soltanto si sottrae ad esso, men¬ tre poi molti altri atti si riferiscono per
la loro genesi l>sicologica ad una causalità che è mista di coscienza o di
incoscienza. l’erciò si comprende come, seguendo una tradizione che ha vecchie
radici, anche 1’ etica moderna jìresso molti e fra i Tuigliori de’ suoi
rappresentanti abbia ac¬ colto con favore, accentuandone anche la portata, la
teoria psicologica della coscienza ejìifcnomeno, della co¬ scienza indice di imperfezione
meccanica, non avente altro scopo che quello di eliminare sò stessa in favore
dell’automatismo. Tale dottrina è oramai divulgatissima. Il fenomeno della
coscienza non sarebbe comiesso con questa o con quella funzione, ma a un modo
particolare deH’esercizio i fuiizioui ilei cervello, quando l’esercizio stesso
non • delìuitivaiueute or{>aiiizzato e lissato. 11 coiii- j]i fuuzioui
cerebrali che per elletto di abitu- *Uue sia diveutido perfetto non ecciterebbe
il nostro ' 'rito più ‘ii ‘’ùe non lo eccitino le funzioni oifja- nicliv;
perciò l’incoscienza sarebbe lo stato dell’intelli- ■nza coniplctainentc
adattata, e l’iueoordinazione, per ^ontrò. In condizione della coscienza (1).
Ma si olibictta, il funzionare della coscienza è prova (Iella sua utilità: essa
sni)plisce ad un ineccauismo insuf- lìciente; _ dunque la pretesa ch’essa debba
sempre cedere all’antoniatisino, è contrastata dalle stesse pro- fouile ragioni
della vita. Ora nella obiezione, secondo noi, si cela un eipii- voco: dire die
la coscienza è un epifenomeno inutile f) dire troppo ; negare la sua inutilità
quando provvede l’automatismo alla conservazione della vita, anzi nc- «'are die
meglio della coscienza provveda l’automatismo sarebbe d’altro cauto negare
l’evidenza. Dunque la posizione del problema si cbiarisco ove si faccia capo
alle varie mutazioni attraverso cui per ogni oggetto deve passare la
personalità nel suo adattarsi alle con¬ dizioni della vita. Allora l’utilità o
l’inutilità della co¬ scienza appaiono come un raiqiorto fra la conquista 0 il
dominio. Lo spirito ba sempre un suo dominio ; ma (1) La teoria, attribuita
princip.almente al Mauuslkv ed all’ Huxley, fu genialmente usufruita nel
eaiiqto psicologie» dal ItiuoT in quel piccolo libro di grande pregio eba è Les
maltulks de la roìoiiU' fP.ari.s ; Alcun edil.) o fra gli altri dal Pauliian,
dal Dugas e dal Le Hantec nelle loro opere più recenti. Come è noto, ad essa fa
capo anebe il Nietzsche. Fra i meno prossimi a noi, mi piace ricordare
l’IlEnzEN. Les coiidilions plii/siqnes de la eonseience ; Genève, 1S86 ; —
el’Ax- GiULLi : La filosofia c la scuola ; Napoli 1888. non cessa mai ili
conquistare. !•: per la conquista ^Jl necc.ssario l’iutervejito della
coscienza. j Corre quindi tro])po oltre chi allermaiido (e con raj trione) che
il processo mentale cosciente tradisce unfl condizione imperfetta nel
funzionamento dell’orj?auismo1 crede poi alla sua volta di trovare la
])c-rfozione nella iueo.scienza assoluta e generale 1 unleta che sia dato all’
uomo di acquistare, il mio amore sarà illuminato da una incoscienza di ben
altra iiatura che lineila incoscienza che ottenebra gli amori consueti, (iuesta
è come un’aura la quale non avvolge che Tanimale, ma l’altra avvolge il Nume.
IMa non lo avvolge sensibilmente che quando egli ha perduto il senso della
prima. Noi non ci togliamo mai dall’ineo- seieiiza, ma possiamo continuamente
migliorare la qua¬ lità dell’incoscienza nella iiuale siamo immersi. » (1).
(ini (ed il lettore se ne sarà accorto) è delineato un (uunmino apparentemente
inverso a quello poc’anzi trac¬ ciato da noi. Si tratta però di una apparenza
superli- ciale. Sono due fasi del medesimo movimento, che si (1) .Maktkrlixck :
La S^aggezza c il Destino; trad. it. ; Bocca cil., Ittn2, p. (i2. 2 — 18 —
alternauo c si iiitrccciiuio. Ma dal jìasso citato si avver l’iinitortaiiza
nuova di una deteniiiuazioue clic ri^fium la fjmilita del materiale, buono o
cattivo, a cui i)uò f capo la nostra incoscienza. Non solo; è adombrata j.u
importanza della profonda elaborazione interiore a CUI, quanto più la coscienza
si arricchisce (c quest abbiamo veduto, c il segno palese delle maggiori coi
qiiiste), tanto più perfetta sani la reciproca fccoudaziot del cosciente e
dell’incosciente a determinare la miglir condotta umana: in ogni caso, giova insistere,
qualsia avanzamento della coscienza fa procedere alla sua volt a incoscienza
che immediatamente la segue e quell’alti! lucoscieuza che immediatamente la
precede. ^ questa una condizione di cose che apinezzereiiK meglio,
considerandola da un particolare punto di visM lu altra parte ilei libro. * *
Ed ecco intaiito alcune massime della Saggezza chi diramano da questo modo di
sentire intorno alla lim zioiie pratica della conoscenza. Sono ancora del
Maetei liuck. La Saggezza «vive di sopra dalla ragione, e perciii e
caratteristico della vera saggezza il compiere milh cose che la ragione
disapjirova, o almeno non apiirova che molto in ritardo ». Infatti, parve
sempre a noi che la ragione, dinanzi ai sentimenti ed agli atti, si trovi nella
stessa posizione delle grammatiche di fronte alle lingue. E notava giù il
Leopardi che « ciascuna bellezza SI di una lingua in genere, sì di un modo di
diro in ispecie, ò un dispetto alla grammatica universale, e una espressa,
beiiehè or più grave or più leggiera, infrazioni dello sue leggi » (l). (1)
LuorARDi; Pensieri; Voi. IV, p. 229. p.cìt.,x,. 70, 73, roc,a spella dei
proncranti, la simpatia, 1 '"''*' **'' «ili'”’»!*' «Il attesfria- ‘li
l’apporto alle mi- *”r ■ c()ii‘lii''i‘*«i die pei’ esse sono poste alla formazione
Sèna' psiclie del {renerato. Salatiamo la bellezza ed il piacere — nn piacere
lei sensi, questa volta — incontrati di buon accordo sulla via del nostro
ragionamento intorno alla bontìt, alla virtù ed alla sa{r{rezza. Ma non
.soll'ermianioei con loro per il momento; prima è neces.sario svolgere qnal-
el.e altra idea generale. CAPITOLO li. Le esigenze foinlameiital i (Iella
eoiulotta nmana _ CUITICA DEI SISTEMI MOHALI - I PIACEIII DEI.I.A Soiiimai-'O-
— SI.’IEKZA rl'llA - Al.I.A niCEnt’A DELLA KELIOITÀ - La Lil nostra concezione
dell’ etica sarebbe forse nn ritorno a inonicnti oltrepassati della evoluzione
storica, una manifestazione mistica, nn richiamo alPignoto per jrinstillcare
anche ciò che può o devo appartenere in¬ vece al dominio della conoscenza 1 Non
crediamo. Noi siamo ben lungi dal disperare della potenza e della ellicacia
monile deirintelligenza ; siamo ben lungi dal professare la rinnnzia al
pensiero : dopo tntto, an- cli’esso ò lina forma di vita. .Occorre non eccedere
; ecco ciò che importa. Bisogna sfuggire alle insidie, riapparenti sotto le
forme pifi svariate, di quel dogmatismo che trovò in Hegel la sna più superba
aHermazione ; il qu.ale, tra¬ sportato nelle cose sociali, si risolve nella
tendenza a l»orre il « sapere » al i>rincipio dello sviluppo sociale, alla
base della serie dei « valori ». C/Oi to noi ci ronvient. .le taire que par uno irnpulsion
intérieure, on d .ai un mst.nct venani du plus prolbml de notre .'.tré- h\
ensmie imus cnliqu.ms notre eon.Iuite eu vertu de nolioag 1 crises, nmis a la
lois iues.|uiiH‘8, ac.|uises, voir in.-|ne em-l P"mtee.s d apr.‘s d(.s
ré^dcs g.-n.'.rales, ou .selou l-exeinple del co .pie .1 iiutres out fait, ,.t
aiusi ,le suite, sans peser asse Zclse 7 sur la] sayesse iluns la rie: Ir. fr.,
Paris 1901; p. 255. 'nllruismo,
creazione artificiosa ed affaticata di un ' „„laiiicnto mentale provvisorio,
può essere ricono- risultato, iu tali c tali cir- . ed iu una certa misura; ma
come posizione ''^'.^"■itica della condotta, siffatta aritmetica della
reci- felicità tra gli umani appare praticamente puerile, * i le ragioni stesse
della vita per cui ogni indivi- la propria conservazione, men- ' • i mezzi di
conservazione nella loro quantità e varietà, lon soff rono coercizione di
limiti, che non siano appunto ""'condizioni obbiettive e soggettivo
della vita. distretto il dogma religioso a funzione del tempera¬ mento
individuale, ridotto a modestissimi confini il signi- licuto deirimperativo
categorico, riconosciuta la palese inconsistenza di quelle che sarebbero le
esigenze ideo¬ logiche obbiettive del progrcfiso umano ad inllnire interior¬
mente su la condotta deU’individuo, rimane ancora la con¬ dizione prima
irreducibile che sta alla genesi di ogni atto uiimiio; rafVermazione di una
certa felicità nella vita stcssiv considerata sempre meglio, lungo l’elevazione
della specie c degli individui, come avanzamento, come ricchezza psichica o
sovrabbondanza organica in esercizio. Il ((icr adoperare la parola del Guyau)
come cupansionc; — la cni materia h un vero e proprio accnmnlarsi della energia
personale attraverso 1 ’ eredità e la condotta, — la cni opera si risolvo
necessariamente nella distribu¬ zione all’ intorno di questa ricchezza così
accumulata, senza che l’uso la consumi, anzi, fecondando in sò ed in altri ricchezze
nuove, in una concateiiazione indefi¬ nita di cause ed effetti. La felicità,
cosa purissima ; da non confondere col piacere, — non disprezzabile esso imre,
ma episodico, suiierficiale, materiale. L’ espansione della vita, cosa
semplice, calma e serena ; da non con¬ fondere col capriccio, o, peggio, con la
cocciuta insi¬ stenza iu una sconsolata continua imane posizione unti- — 20 —
tfitica fra la volontA. dell’ individuo e i mezzi concretil ondo essa dispone.
Tutto ciò in nna estetica ffeneralef della esistenza, per cui le percezioni
stesse rivestano! già, nella scelta sagace dei loro elementi, il carattere di
raffigurazioni Indie e (piasi di creazioni artistiche^ mentre la vita ideale
dell’ arte, produttrice di gioia di-| retta, disegna pure le armonie eventuali
della condotta,- che sarii utile, conveniente, piacevole, nobile, morale,!
eroica, secondo i casi e le possibilità, nia sempre sostau-j zialmente gioconda
per la bellezza ideale che in e.ssa è] contenuta. Ora, nna concezione cosi
semplice, così nmilmente empirica, si risolve di necessiti^ in nn apparente
eccle- tismo allorché si tratta di accennare agli clementi dail quali trae la
sua consistenza nna disciplina qualsiasi della vita espansiva verso 1’obbietto
della più larga, della più intensa, della più continua felicità. ttiova il
sapere; ma non soccorre che in parte. Giova ^ lasciare ohe la virtù organica
delle profonde energie animali parli per via dei moti riflessi e degli istinti
; ma non v’ è dillerenziazione. Giova il senso iinma- _ nentc di un determinato
dovere ; ma la ragione può af- 1 fievolirno la efficacia, e più alto può
gridare l’istinto, e non semiìre questo scuso è chiaro e preciso. Giova la
tradizione; ma chiede costantemente di essere criticata e corretta, e 1’
invenzione le sta a lato per corroderla continuamente. Giova la formula, anche
; ma solo ove ogni altra voce sia fioca. Giova infine il gusto, il senso della
bellezza coltivato dall’ arte ; ina sarebbe errore lasci.ar poi che il mondo
dello immagini facesse scor¬ dare del tutto quello della l’caltà concreta.
Siamo ancora al primo dato irreduttiltile della con¬ dotta umana : l’ atto. E
questo tr.arrà in projiorzioni maggiori o minori la sua intima genesi da tutti
siffatti elementi insieme uniti : e sarà 1’ atto migliore quando — Ti —
concorrenti siano qnelle che nicjrlio corri- ‘‘"i .«‘alla monicntanca
situazione dell’indivi.lno ?l‘.hlll.ato a compiere 1’ atto stesso Morale
scienza ed arte ci appaiono cosi unite come •‘mezzi equivalenti in vista del
solo scopo che l’espe- ‘ /a (esercizio di pensiero, ma anche, e sovratntto,
"‘'"pntimenti e di atti) ci conceda di assegnare al lavoro
'incessante dell’uomo, - la felicità. * * • liceo la scienza. Non amiamo
ripeterci ; ma ci si con- .sentirà di accennare alla gioia diretta che è data
dalla scienza pnra, dalla coltura disinteressata. Per esempio, le scienze
naturali serbano una ric¬ chezza inesauribile di piacere per chi attraverso la
no¬ vità la bellezza, la rarità delle forme animali o vegetali ricerchi il
palpito della vita nniversa nel pre.sente c nel issato, traendone poi nuovo
argomento ad nn maggior equilibrio morale, ad una condotta più serena e
riposata, a deliberazioni di più largo valore, dopo aver acquistato la nozione
precisa di una solidarietà cosmica oltrei>as- sante per una esten.sionc
iiidelinita la breve cerchia della piccola umanità (1). (1) Vedi p.
es. J. Lunnocii: The Jìeanlies of Nature; Taii- clmitz edit. Voi. 2893. Su Pestetica delle forme
naturali diede mi sajtgio l’IIOECKKi. nel libro Fanne artistiche licita natura
; Trad. ilal.; Torino, 1901. Le tavole sono ivi assai belle, ma in relaziono al
sno scopo l’opera non vale, mollo, per la ingennilà eccessiva (dal lato
estetico) dei criteri di scelta. Crediamo ni ile avvertire ipii che lo stato
d’animo informatore di tutta questa o])era nostra fa capo essenzialmente,
oltreehò .alle comi.lesse circoslanzo della vita esteriore, alla lettura del
Iìcsokik o del .Iamf.s, artist.a l’uno e scienziato l’altro; ambedue
appartenenti a quella razza anglosassone in cui il senso cosidetio pratico — 28
— Ormino ha potato avvertire il soUio irresistibile da amore e di dolcezza
virile elie emana dalle opere, apJ tulientemente così fredde, e sempre (losì
cireos]>e(te e sevei’c, di Carlo Darwin. Ed il silenzio grave di uniJ pianala
deserta si riempie di mille e mille allettnosJ signilìcazioni, sol clic noi ci
attardiamo (e soccorre imi mediatamente la simpatia) a considerar fra Torlie o
sJ le brulle dane la varia imliistria dei piccoli inset ti nello opere
preladianti o celebranti la ricerca del cibo, Tainorc e la conservazione della
inole. bi comprende allora fjaale iirezioso segreto di felicitili possieda
rnomo che sa obliare sò stesso nell’armonia dell’insieme, negli oggetti della
saa contemiilazionèJ mentale. della vita è così sicuro e dillìiso. Con
intendimenti anaIo. eii.; p. lu. — 31 — col nostro, cl.e cosa, accade? die cosa
deve ac- ' T Considerarono lar-aii.ente sillatta 8.tna5..one ^1. m i.-lii e i
moderni; fra gli aitimi il Cuya.i avvertiva ! 'e in qnesti casi di opiiosimone
il bene della società, collie tale, non potrebbe diventare per l’individuo uno
H,.opo rillesso clic in virtù di un disinteresse i>uro; ma (luesto
disinteresse puro è impossibile a constatarsi come latto (poco importa ebe
altri si illuda in esso attrilmen- ,logli ciò che trae sua vita da moventi
diversi ed ignoti o nascosti), ed in ogni tempo fu contestata la sua esl-
Btenza. E duuipie, posto che sul valore assoluto dell’u priori noi rilìutiamo
di adagiarci, basterà in tali casi un |,recetto verbale a dirimere i danni, a
risolvere le dub¬ biezze della opposizione? Fortilìcherà esso la volontà
dell’individuo sino a spingerlo direttamente contro sì- inedesimo? E chi avrà
tanto ]>restigio da lissare (piesto precetto per le coscienze? E sarebbe poi
buona cosa una negazione intima e sostanziale della propria esistenza, di
fronte al Verbo, ben diversa dal sacrilicio che altri laceiii talora della sua
vita per motivi da lui egregia mente valutati? E il benessere comune si
trasformerà allora in forma di coazione esteriore? La morale inline, appunto
allorché sarebbe chiamata alla sua specifica funziono, dovrà dichiarare il
proprio fallimento e cedere il campo alla polizia? È sempre la contesa
antichissima risorgente ad ogni ora ed attraversante la ricerca degli spiriti
ansiosi di verità ed anelanti al bene. Ecco : (pii è il (aimpo dell’ estetica.
Oltre tutte le gioie, (piando tutte le felicità si trovano in urto con la
condotta dell’ individuo indirizzata al bene comune, è semi»re possibile creare
in (piesta condotta una gioia iilterion*, (jiiella della bellezza, a contendere
vittoriosa¬ mente con la jiolizia, per la massima armonio.sità dello
svolgimento umano, 1’ ultimo suo territorio. — 32 — Secondo il i)ensiero del
Guyiiii, la vita involge m-lld sua intemità individuale un principio di
espansione, djl fecouditil, di geuerositii, in una parola, di sociabilitit;] —
la lccouditi\ individuale c collettiva della vita ere a sò la jìropria sanzione
per mezzo dell’ azione stessi Itoicliè, operando, f/odc di sè, sale o scende dal
i)nntol di vista del valore e della felicità conteiuporaueainente ( 1 ),[ Ed in
questo raffigurazione, innegabilinento, all’ ctie soccorre 1’ estetica. CTii
ultimo line di gioia noi poniamo così all’ alt morale, cui le altre gioie sou
venute a mancare : - agire in un dato modo, jicrcliò così piace, o perchèi
agire altrimenti ofì'eudcrebbe con la sua bruttezza il] nostro gusto. t)h !
certamente è un gusto molto raflìnato e parili fìcato quello che si accinge a
un compito così nobile.) Ma non potrebbe rillettersi e farsi generale nella
vita! ciò che, per esemjiio, il Flaubert sentiva nella Ietterai tura? Egli non
amava la gloria. E diceva a sè stesso; j «lo aspiro a cosa migliore, a
piacermi». Così, soltanto] per piacersi, risolvere a un dato momento la i>ropria
condotto in un atto di bontiì I La qual cosa non deve poi confondersi con la
eonj cezione estetica del mondo, fattasi un luogo eomuiio! ilei romanticismo,
dopo Schiller e Goethe, come avverteV giustamente il Fouillée (2). E neanche si
tratterebbe di ì una morale estetica, nel vero senso della parola e cioè ■ di
una costruzione ugualmente artiticiosa ove alla iiisuf- flcieuza di un termine
od alla poca consistenza di un (1) GvYW.lisquissed’uiie morale sans obli;iation
ni sanctiou; i V ediz., p. 194. J (2) A. F 0 UII. 1 .KE: Nirl:sche et
l'immoraUsme; Paris, 1002; i»» rei, è nell’ azione, nella condotta come ri-
’lle.sso fedele di una personalità psichica ricca ed esube- niiite. E qualsiasi
straripamento del nostro io oltre l’esi- Itcnzà individuale 6 bontà o bellezza,
virtù o sapienza, secondo che le circostanze facciano preferire 1’ una o Taltra
di queste designazioni ; ma ò tutto ciò contcm- lióraiieamente, e tale appare
ove lo si consideri dall’alto e nella sua interezza. Or vediamo come da queste ultimo
affermazioni cosi recise, e forse un jio’ vaghe, noi possiamo, per costruire,
riattaccarci ancora alla critica onde le medesime sono (1) Tale ci sembra, per
accennare ad una delle più recenti, lincila svolta dal Uocssei.-Descikriìes nel
suo libro L'Hval mthftinue (Paris, liHU ; Alcan ed.). Egli scrive ; «
La philoso- pliic catbétii[ue.... coneoit l’étre cornine P cpanonisscnient des
plns liautes facultés, sante, volonté, pensée, joie, charité amour, et c’ est
dans P liamionie toiijours rcn.rissante de ces facultés qu’ elle rcconnait la
beauté ideale... Les detìnitions méiiies du beau et du bien se confondent dans
la conception de P idéal esthétiqne ; la beauté est le dogme suprème de la
morale» (p. 90 e 97). 3
— 34 — precedute, considerando la questione in qualche .s^J aspetto jìiù
singolare. E confidiamo che il nesso da (jJ i vari elementi di queste ricerche
sono uniti, abbia al emergere con qualche evidenza dall’ insieme di tutto ìi
libro. La gran triade del nossc, velie e posse collocata da Giambattista Vico a
base del suo sistema, risponde per¬ fettamente ad una filosofia positiva della
vita social** Ila una filosofia della condotta individuale non può db^^^
spensarsi (come abbiamo già accennato) dal couferirtì| per conto suo una certa
supremazia al volere ed al potere I sovra il pctisarc; — supremazia almeno nel
senso ch&M quelli si presentano come l’oggetto principale delle sne^
particolari considerazioni. Ititorniamo ancora su le invadenze della ragione
nei territori che non le sono direttamente proprii. Il concettualismo, il
razionalismo tradizionale, la me¬ tafisica (che non sono designazioni della
storia del penq siero, ma indicano disposizioni immanenti del pensiero- stesso
in ogni tempo, e quindi anche nel nostro, e presw^ opnuno che pensi) furono giò
oggetto di tanto esam^ che noi possiamo senz’ altro prendere atto (se anch^
senza soverchia severità di arcigni spettatori) della loro condanna (1). (1) Ci
è Kcnipre .^|)l)a^sa la metafisica come una poesia tra¬ vestita. Mirabilmente
ricca e feconda di verità nelle grandi costruzioni, da Platone a Scliopenlmuer,
se è jìcrcepita corno lioesia ; è altrettanto feconda di errori allorquando la
logica, t^ratta in inganno dalla sua maschera scientifica, comincia a farsene
cibo. La condanna della metafisica i)er noi è quindi tutt’ altro che una
constatazione di morte. à Irgor it‘7.Zfl ,, . ...etulUica e hi vit^i reale sta
/’*•«//r^ arbitrarietà del passaggio da una nivvisava eminentemente soggettiva,
ad una 1 . r iziouale stabile ed assoluta. Però il positivismo ‘ranco si illuse
quando credette di provvedere '*1“ ori buona e completa sostituzione, erigendo
1’ edi- fi/io della morale evoluzionista. rre/ioso acquisto, certamente, della
coscienza umana; a quanto lontano dal soddisfare aneli’ e.sso alle esi¬ genze
della condotta ! ..... ^ In verità, scrutare il deposito trasmessoci dai nostri
nteii iti piniticare la certezza Immediata con la critica '! . ,lati'del senso
comune attraverso l’indagine psico- cenetiea, scoprire le riposto utilità di
taluni atti in aj.- naiTiiza privi di scopo, rintracciare nelle norme pm
consolidate della morale corrente le condizioni più per¬ manenti 0 più generali
della convivenza umana, non è recare piccolo contributo di ricchezza alla vita
nostra. Ma ci fermeremo qui 1 L’evoluzione negherebbe sò stcs.sa, «lai giorno
che se ne intravvide il meccanismo ; e non si progredirebbe più? A tale
assurdo, proprio, ci por¬ terebbe la logica degli evoluzionisti : la morale
pura¬ mente evoluzionista della vita, invece di mostrarci l’av¬ venire, ci
volgerebbe verso il passato. La verità ò che, se anche pote.ssi ricostruire
perfetUmeiite tutte lo lineo della storia, per ciò, come osservano il Fouillée
ed il llaiili, non no deriverebbe allatto che io dovessi leggere su quelle
lince tutte le mie azioni, tutte le mie aspira¬ zioni future. L’illusione dei
devoti della natura, co¬ munque si chiami questa devozione, storicismo, evolu¬
zionismo, cil anche ragione, consiste nello stendere su tutta quanta la vita V
ombra della morte, credeudo ,lv recarle chissà quale miracoloso giovamento (]).
Yorremni * noi vivere nell’adorazione delle traccie dei passi nostri» Meglio
adagiarsi nel fatto, se è necessario, ma senzi. recargli 1 illusoria
consacrazione di una generalità cli^ non gl, conviene. Una certezza interiore
fa appello alla nostra volontà : chiuderemmo noi gli orecchi ad essa pepi
doniandaro alla natura (una astrazione) il suo responso?! U notisi poi che ove
questo indirizzo non si preseli tassai pà COSI debole ed incerto, si ricadrebbe
d’altra parte* .n un circolo vizioso, dacchò, per quanta obbiettività
scientifica noi ci studiamo di imitare nei nostri studi non riusciamo mai ad
assolverci coiiipletanieiite dal con’ siderare il passato e la realtà
attraverso una fede qual siasi, con maggiore o minore fortuna dissimulata alla
pm vigile attenzione. ^ Due fondamentali posizioni del pensiero, quella me-
tahsica e quella positiva: due insufficienze clamorose., Eitorniaiiio allora al
dato originario da cui ci dipar tiiiimo: la coscienza, nell’individuo, di una
certa ob- bligazione morale. Purtroppo, anche qui non troveremo CIO che basti a
sè stesso. -È importante il juiro sentiineiito del dovere; ma la più modesta
esperienza ci fa accorti come non sia af- fatto necessario eh’ esso si trovi
sempre in ogni galan¬ tuomo allo stadio acuto. Anzi I Poiché il sentimento del
dmje che SI risolve in atto fo capo ad una particolare tuisione della psiche e
di tutto l’organismo umano, si riassume cioè in un impiego notevole d’energia,
e energia è per tutti limitata, così l’affidare agnèllo troppa larghezza od
esclusività di compiti riesce peri- coloso e spesso nocivo. Pnò facilmente
accadere allora — 37 — 1 g„o coinaiKlo siano impari le forze. Il qual danno ‘ .
r>vifato. se il dovere porti con sò l’ausilio di gioia oppure .se, aftidando
al piacere (nn piacere '*l”^cato Inngo le migliori purificazioni delle
abitudini, V'ì'la riflessione, del gusto) il compito dello stimolo per '
quantitil sempre piii grande di atti buoni, quella "irficolare tensione
dello spirito, che fa capo al semplice sentimento del dovere, sia richiesta
solo per circostanze straordinarie, e diventi così una riserva della condotta
m'r talune delle sue più aspre esigenze. ' Ora, la vita non è un tessuto di
eccezioni. E dunque ? Dunque tutte queste difìicoltà non sono che il risul¬
tato di un malinteso, e la via a risolverle ci è indicata dal modo stesso onde
le medesime ci si presentano : le sottigliezze fanno divergere dalla meta;
procuriamo al¬ lora di essere ri.spettosi verso tutte le teorie, indulgenti verso
tutti gli esclusivismi, ma di iirestar la nostra at¬ tenzione migliore alla
modesta comune realtà d’ogni jjiorno, d’ogni ora. Si ponga soltiinto (e
basterà) la convenienza di non misconoscere alcuno degli elementi della vita,
di valu¬ tare questi elementi più come si presentano attualmente a noi, che
attraverso le loro genealogie, di non porre tra essi delle gerarchie fittizie ;
— e tutte le gerarchie ideali sono fittizie: tutto è ugualmente nobile ed igno¬
bile, in astratto : il grado maggiore o minore di nobiltà o di ignobilità reale
non è che un rapporto fra 1’ atto e la sua causa, e muta per ogni singolo atto,
mentre ogni atto ò una individualità che si afferma diversa da tutto le altre.
Allora quello che dianzi poteva sembrare nn problema (piasi insolubile, non
solo ci aiiparirà di facile soluzione, ma quasi non ci si presenterà neanche
più in veste di problema. — 38 — Così noi sentiamo; e saiemino assai lieti se
trova» simo con noi il consenso »lei cuori scliietti e buoni, peij (inali il
problema non è mai esistito. * « # 1 (Ianni visibili della artificiosa
separazione dei \ai clementi della vita nella condotta umana furono jiosl in
evidenza dal Xietzsclie in un quadro mirabile. Vi sono uomini, egli scrive, pei
quali la virtù ri mane cosa esteriore. Per gli uni non è che uno spasimo' sotto
la frusta. Altri dicono : Ciò che io non sono, que.sl per me ò Dio e virtù.
Altri si avanzano faticosamentoj e stridendo, come, carrette strascinanti
pietre nella valle- è il loro freno eh’ essi chiamano virtù. Altri .sono si.
nuli a pendoli che si ricaricano ; essi fanno tic-tac, e jì pretendono che
questo loro tic-tac sia chiamato virtù]| V’ è qualcuno che ama il gesto : la
virtù è una specie ^ di gesto : le loro ginocchia sono sempre in adorazione e
le loro mani si congiungono, ad omaggio della virtù, ma nulla ne sa il loro
cuore. Altri infine gridano : la virtù è necessaria, la morale è necessaria ;
m.a essi non credono in fondo che ad una cosa sola, che la polizia è
neces.saria (1). Ed ecco ; poiché Dentham non voleva e.ssere metafi¬ sico, e
poiché la ricerca del piacere appare il più gene^ rale e forte movente della
condotta umana, il grande filosofo inglese credette di poter fondare la .sua
morale utilitaria su di una pretesa identità fra 1’egoismo indi- vicinale e 1’
egoismo collettivo. Pietoso desiderio ! Subito dopo, lo Stuart Alili riconosce
che questa identità è una illusione, e distrugge senza avvedersene tutta la
]»or- (f) XiKTZsniE: Così parlò Xaraìliiistra ; P. li; Dei l'irtiiosi. Tnit.
Ital.; Torino, Uocea; 2.» ediz., 1906; p. SI. i _ 39 — .1^1 sistema del
Bentham, sostenendo la *’'ce8suVdi impon-c alla coscienza sociale questa illu¬
sione, J, 7 ^”della direzione impressa dal Bentham ^ Jero scientifico non è
perciò meno notevole. Dietro “ , indicazione sua si afliiiò la ricerca umana
conorota di „„a qnanmd enorm» d, ,ve il precetto sociale si risolve nella sua
ap- TLzioim concreta in una utilità dell’ individuo, sol ; ur impulso
irritlessivo od alla osservazione siiper- ‘„ !-Ue si sostituisca una considerazione
più larga della Per questo lato già avvertimmo come giovi il n.,rso della
scienza alla condotta morale, diventando lina spinta notevole al bene, in molti
casi il cui Zeno s^bbe stato prima esclusivamente affidato £ religione, al
pudore, all’ imperativo categorico a H petto dell’opinione, alla tradizione,
alla paura de la vendetta o della penaecc. Ora tutti quesU casi, allorché Ri
presentano sotto forma di conflitto interiore fra le esigenze morali e sociali
e l’interesse dell’ individuo, ,‘ontrono 1’ eventualità della vittoria della
disposizione iiuniorale, antisociale : chiaritasi invece nella personalità ,li
chi deve agire la certezza di una concordanza tra l'osservanza del precetto
etico e il inifflior vantaggio individuale, tàcilmente sarà eliminato il
conflitto, o per 10 meno ne sarà attenuata la gravità e cosi sarà anche
eliminato e per lo meno attennato il pericolo di vit¬ toria di disposizioni
antisociali. Aggiungasi che 1’ atto morale è spesso inibizione, resistenza; e
di questo com¬ pito non giova che siano fatti sovraccarichi alcuni ele¬ menti
soli della personalità, l.a scienza, per tali vie, rende più agevole la
condotte morale, restringendo il compilo specifico che a questa è affidato. V’
è però un confine, vario secondo gli individui, oltre 11 quale la scienza non
arriva. O non si scorge una — 40 — Klentitil che esiste fra il l)ene
individuale e il bene coli lettivo, opi)ure questa identità in certi casi non
osisj attàtto, anzi i due egoismi sono in perfetta reale co^ tradizione. Allora
constatiamo T insufficienza di questtfl «principio unico». È un’altra formula,
di cui abbiamo' riconosciuto i vantaggi, ma che si mostra impari alle^ sue
universali promesse originarie. È sempre la mede¬ sima posizione a cui andiamo
incontro, lungo la nostra ra.ssegna delle varie dottrine morali. Comunqne ci
voi. giamo d’attorno ci troviamo sempre ad urtare contro la geueralità che
vorrebbe comprendere ogni cosa. Con¬ statiamo l’inanità di tutti i dogmatismi
sociali, e non attardiamoci a contendere in un’ opera negativa. Proce¬ diamo
invece nella ricerca positiva di ciò che, di per sò solo insufficiente alla sua
volta, colma tuttavia qualche lacuna, supplisce alla insufficienza propria di-
altri elementi. * * Chi si avanza adesso primo sulla soglia è ramore,— una
dissoluzione per rinascere, (come lo definisce il Pc- trone), una volontà' di
moi’ire per rivivere. Esso ha nascosto nel grande territorio dell’ incosciente
i suoi tesori piu preziosi : gli avvenimenti traggono a mano a mano sino alla
superficie della vita qualcuno di questi tesori : l’attimo se ne impadronisce e
li foggia a bontà, a gioia, e li confida alla cons.apevolezza -^so- vraggiunta
dell’individuo. Il tempo raccoglie la col¬ lana dei ricordi giocondi : il filo
invisibile che li unisce attraverso le generazioni è la morale della pace, del-
1’ oblio, del perdono, della tolleranza, del conforto, della collaborazione,
della solidarietà. L’amore, soltanto ! Ko. La generazione è un fatto biologico
elementare parallelo ad un altro, elementare — 41 — la nutrizione, che è un
iaipailronirsi delle sostiinzc esteriori per ritradurle nella propria. esso
pure, _ Occorre dunque procacciarsi il pane. Allontanare, •liniere altri per
averne il possesso : il contrasto, *^^iiindi la lotta. E lotta eterna, di cui i
secoli hanno 'iccuìunlati K>i episodi, formandone altrettanti depositi
"sichici neirindividuo. Anche qui il tempo ha operato. Tnche qui l’uomo
sento sulla propria volontà la pres¬ sione di tutto il sèguito di motivi ondo i
suoi antenati diflhlarono, odiarono, si vendicarono, cercarono di so- iirallare
altrui, come un’altra tendenza permanente della specie. E poi l’individuo non
pui) mai emanciparsi da una certa solidarietà nel male, per cui il delitto e il
jicccato dell’ uno modifica necessariamente la condotta di ciascuno dei
consociati. È la morale della guerra. Senza contradiziono alcuna si può
affermare la bontà di lutt’e due questi morali! Certamente; pur che si conservi
a siffatto giudizio la sua massima relatività. La mescolanza di queste due
morali è fatto che noi possiamo ogni giorno constatare nella vita nostra. Ta¬
lora il perdono sarebbe una colpa, c l’impulso interiore della vendetta
e.splode in un atto di giustizia obbiettiva. Ove la lotta non si può evitare,
bisogna vincere. IMa la lotta si fa colpevole ed insana ove è possibile la col¬
laborazione. L’ amore, la pace, sono concorrenza di forze : il loro risultato è
una somma. L’odio, la guerra, si rafligurauo attraver.si) 1’ opposizione
diretta di altro due forze : il loro risultato è un residuo. Fra le due ipotesi
astratte dell’amore e dell’odio sta, nella pratica esteriore della vita, tutta
la serie infinita delle gradazioni commiste dell’uno e dell’altro principio, le
f|uali possono essere rappre.sentate dal complesso delle posizioni assunte nel
suo movimento semicircolare da una linea retta che, distaccandosi da un’altra
con cni prima si identificasse. venisse poscia a trovarsi con la medesima nella
dire¬ zione perfettamente contraria. La morale della guerra, ripetiamo, si
presenta come una condizione di vita ; e come tale, ma soltanto come tale,
merita jìur essa la sua parte di omaggio. È meglio riconoscere anche le cose
meno liete. Tanto vale. Troppo si insistette nella inane aUermazione di una
pace, cosi poco raggiunta, che si potè spesso sospettare insincera l’insistenza
del predicatore, — specialmente ove si os- ser\ i, come notava già lo Spencer
nella sua Introduzione alia Sociologia, che gli stessi professanti il vangelo
della carità praticarono e praticano la morale dell’ odio in proporzioni assai
maggiori di quello che le esigenze non lo comporterebbero. Ma se. la morale
della guerra può rappresentare una condizione di vita, la vita chiede però di
continuare, di perpetuarsi, di arricchirsi. Ed ivi è il compito della morale
dell’amore, il cui svolgimento noi ci raflìguriamo come una progiessiva
sostituzione del libero buon vo¬ lere allo coattive pratiche della guerra. Per
nuove situazioni sociali, si pongono eventualmente nuove oc- ca.sioui o cagioni
di conllitti, nuovi stati di guerra; ma in essi è pur sempre, più o meno vago,
il presentimento di nuove, armonie, i)iù complesse; la lotta si attenua; cede
successivamente dinanzi alla l’eciproca valutazione dei contendenti, alla
tolleranza, alla collaborazione, alla simbiosi, all’ amore. E così via,
incessantemente. Comunque, la più grande dovizia e la più grande varietà
i)ossibile di potenza vitale è data dalla collabo- razione, e, per questa,
dall’amore. L’amore, che è sovrab¬ bondanza di forza avida di impiegarsi, per
cui si riaf¬ fermano anche sotto forma di energia le virtù cristiane, che la
degenerazione dogmatica dell’ascetismo aveva erroneamente appuntato solo a
sentimenti di debolezza e di rassegnazione (non disprezzabili neanche questi. —
43 — 1 i.A se iic restringa il eonipito ad ipotesi di neces- l ’amore, in cui
la forza illusoria è così grande, “"i ‘ fa vedere una quantitil di cose
quali non sono TiU realtiY dell’oggi, ma in numero assai maggiore co nostra
quali saranno nella realtà del domani. L’amore, !.T.e rai.presenta il pià semplice
istinto vitale della specie / M Vd essa come la nutiizione sta all’ individuo),
e I^iindi «ì la materia prima di tutta la ricchezza che al¬ pi,idividuo è
portata dalla convivenza. E giova anche qui discendere al concreto. L’ amore,
,nr nelle sue più elevate manifestazioni, trae l’origine lirima dall’atto
sessuale, che nel suo valore biologico, i eomiinque e in ogni caso,
atfermazione (reale, poten¬ ziale 0 simbolica) della iìiscendenza. Dalla
atfermazione della discendenza attraverso l’atto sessuale si pone la
solidarietà genetica od organica, cioè la dipendenza del- Pindividiio da
quell’altro che gli occorre per completare la cellula germinativa, la
dipendenza di esso dagli or¬ ganismi generati e da (nielli (die lo generarono,
e, in termini più larghi, dalla stirpe alla quale appartiene. Dalla quale
solidarietà genetica derivano come necessarie (senza che alcuna di esse abbia
una supremazia sostan¬ ziale o sia esclusiva delle altre) nuove solidarietà ;
la solidarietà economica, intellettuale, morale o sociale ecc. Esse non sono,
metatisicamente, dei veri e propri prin¬ cipi, ma ci si porgono come dei me::zi
alla continuità ed alla espansione della vita in genere, cominciando però dalla
vita dell’ individuo. Ed il lettore avverte come, per sfuggire ad altri dogmatisiui,
noi non intendiamo di cadere, in quest’ultimo della solidarietà genetica: non
vogliamo negare affatto l’individuo come agente indipendente ed autonomo. Anzi,
aspiriamo alla più forte e più larga sua atfermazione. Solo accade che, invece
di indicare con triste compiacenza nelle gioie ineffabili dell’amore l’inganno
teso dall’«oscuro genio - 44 — (lellii specie » alla cieca volontà dell’
individuo, cele¬ briamo questa funzione circolare della vita fra una dia-
soluzione e mia rinascita, per cui siamo tratti senza che ce ne avvediamo, ad
amare nell’amore nostro, a fodero nel piacere dell’ amore nostro la fede nelle
sorti future dell’umanità. Ora, notisi un minuto particolare. L’amore 6 origi.
nariamente un atto, un piccolo atto biologico. Diventa una tììspoHÌzione, si
trasforma in esercizio. L’energia psichica che vi corrisponde non è piu
necessariamente connessa con l’atto da cui in origine derivava. E do¬ manda
impiego, questa energia. Chi non conosce la teoria dello Siiencer sul gioco
come primo nucleo delle formazioni artistiche! Essa riflette pure qualche parte
di verità, so anche non si pos.sa accettare alla lettera, l'ibbene ; poiché
bisogna riconoscere, sotto un altro aspetto, la funzione del gioco, che è
iireparazione ed allenamento alla vita reale ; poiché la psiche umana si
arricchisce di nuove energie attraverso 1’ esercizio, e il gioco — come l’arte
che parzialmente aù si connette — è piacere ; constatiamo la funzione biologica
di questo esercizio giocondo di affettività, di questa vera creazione d’.arte,
di questo allenamento alla virtù, ])er cui, tanto oltre le utilità o le
necessità dirette della cerchia ses¬ suale, allorquando l’anima è nella sua
pienezza, tutto si vorrebbe amare (ci ricorda vagamente, non sappiamo più dove,
il Tolstoi) i vicini, il padre, la madre, i fra¬ telli, gli infelici, i nemici;
e il cane, il cavallo, il Ilio d’erba; per cui non lìroviamo che un desiderio,
che tutto il mondo sia felice e contento, e non bramiamo che fare il sacrifizio
di noi stessi e di tutta la nostra vita perchè tutti siano felici e contenti. —
45 — * * Sillìitli stati morali operano airesterno, onde trag¬ gono gli
argomenti alla gioia; ma l’attività die li ridette ripete ogni suo pregio dalla
disposizione interiore. La (piale, se è veramente buona, sceglie la materia del
suo piacere; non la subisce cbe per eccezione. Ne deriva che molto saggio si
rivela l’ammonimento del Nietzsche: «Che la vostra virtù sia il vostro voi
Ktessi e non iiualche cosa di esteriore, una epidermide od un mantello: ecco la
verità del fondo della vostra anima, o virtuosi! » (1). Chi si attenderebbe,
proprio dal Nietzsche, un richiamo cosi vivo alla dottrina dell’antico
Eiiittcto, lo stoico il cui « IMaiiuale » è tutto imperniato appunto su di una
identica posizione di spirito? Conosciamo ipiesta posizione. «Fallitur quisquis
putat perturbationes Iiominibus fieri ex ipsis eventis et fac- tis » (2). Tale
era 1’ ammonimento di Epitteto, pagano; ed ecco parole analoghe nella
Imitazione di Cristo: « Vanus est, «pii siiem suam ponit in Iiominibus ant in
creatnris» (3). Da Aristotele e Metrodoro (epicureo) a Cfoethe od a
Schopenhauer non si è mai detto altro. E l’amor vero è gioia di amare, in
confronto alla quale vanisce l’attesa dell’essere amato, è volontà di bene
aflatto indipendente dall’oggetto ver.so cui si dirigo. Ma ninna situazione
come quella emergente dalle alternative della relaziona sessuale secondochò
esse ap¬ paiono come esercizio di energia vitale traboccante dal- l’intimo o
come stimolo che dall’e.sterno giungo all’iu- (1) Niktzscue: Op . cit., p. 78.
(2) Ei-itteto : Manuale, V. (3) De imitutione Chrisli, Lib. I, VII. — 46 —
(livìiluo e se no iuipiidroiiisce, — iniiiiiv altra situazione riesce in modo
cosi nitido a porre in evidenza il latto che le fonti della felicitit sono
dentro di noi, nel mondo interiore, nel dominio delle sensazioni, dei
sentimenti, delle idee; — onde l’azione emerge in forma di bontà ed in perfetto
equilibrio. m' * « Senouchè, dopo aver riconosciuto l’importanzji spe¬ cifica
della morale del sentimento, e come essa faccia capo essenzialmente, quasi ad
un termine-limite, al ])er- fetto, all’universale amore; dopo aver constatato
quanto e come l’amore e la felicita vicendevolmente si ailor- zino; è mestieri
tuttavia ricordare ancora una volta come neanche qui si esaurisca la serie
degli elementi guidatori della condotta umana. Occorre contemperare le
aspirazioni indelìnite del¬ l’amore con le esigenze concrete invincibili della
mo¬ rale della guerra. Occorre integrare la nozione sintetica che del mondo
jmssa farsi l’individuo, imperfetta attra¬ verso lo chiuse e rigide
circoscrizioni scientifiche, vaga talvolta ed unilaterale attraverso gli slanci
dell’amore. Kd ecco il senso della bellezza, che si deve educare, il culto
della bellezza, l’arte; che portano l’ultimo tipico essenziale contributo
all’atto umano, perchò sia atto buono, mentre da sè stessi costituiscono già
isolata¬ mente una fonte mirabile di godimenti squisiti. È un tema questo su
cui ci fermeremo con qualche maggior ampiezza in altre parti del libro. Qui ci
limi¬ tiamo ad accennare quanto di esso è più generico ed estensivo. Un nomo
saggio, prudente, disinteressato e, diciamo pure, onesto, non pensa per via di
parole, ma per via di immagini d’azione. « Un pensiero morale, nota esat' — i7
- tameiite il Kaiih, ò iu certo modo la formula di movi¬ menti muscolari
possibili. Essa è presente a tutti questi movimenti, e li sintetizza od
integra. Ma un jìcnsiero motore, qualunque ne sia l’origine, si forma per mezzo
dello stesso movimento. Cosi è di ogni certezza pratica. L’uomo non deve giA
regolare la propria condotta in conformità di un immobile esemplare, dapprima
riguar¬ dato poscia riprodotto. Egli crea il modello suo mentre agisce, o, se
lo aveva contemplato dapprima, lo vivi¬ fica poi e lo crea di nuovo
continuamente con la sua condotta.» (1). H i>rcceito non ha valore se non è
l’espres¬ sione di ricordi o di previsioni di atti: e gli atti, ma¬ teria
plastica, traggono forma dalla realtà esteriore su cui sono chiamati ad
operare. È evidente che, co.si stando le cose, appare incalco¬ labile il
benefizio arrecato dalla bellezza ogniqualvolta la finalità concreta prossima o
remota di un atto buono non è n^ veduta nò intuita. Allora giova che 1’ amore
])arli ; ma troppo spesso la sua voce è fievole eccita¬ trice. Corra al
soccor.so in quest’ ultimo cimento il senso della bellezza, il giudizio
estetico, e spinga, sor¬ regga, conforti. Soltanto ove qtiesto concorso non sia
mancato, l’atto risponderà alla più grande gioia od al minor dolore che era dal
momento consentito. E notisi che questo concorso è tanto meno trascurabile, in
quanto purtroppo la nostra evoluzione morale appare strana¬ mente in ritardo
sulla nostra evoluzione estetica (2). (1) Op. dt., p. 66. (2) L’osservazione fu
fatta egi-cgiainente da Schiller. « Il hello è l’alleato del bene. Oltre al
sentimento del dovere, egli scrive, v’è nelle anime esteticamente raffinate
un’altro movente, un’altra forza, che molte volte supplisce alla virtù quando
la virtù manca, e che la rende più facile in coloro che la pos¬ seggono. Poiché
il buon gusto ci sbarazza degli appetiti brutali — 48 — Xon basta. Oltre il
doniinio del {^iisto, clie è recet¬ tivo e selettore, v’ è pur (piello della
creazione artistica, llappreseutare gli atti e ritrarre gli oggetti ; raffigu¬
rarli con vivezza e risalto, per modo che la raftìgura- zioiie interna od
esterna abbia la maggior efficacia im pulsi va; rappresentarli con la miglior
approssimazione alla realtà nel loro più intimo significato ; tutto ciò ò
esercizio di arte e discende iiumediataineute da quella condizione prima della
condotta morale che accenna¬ vamo dianzi. Può essere un piacere proposto come
fine a se stesso; anzi è tale nell’arte propriamente detta. INIa l’efficacia
sua si estende piò oltre, e questa noi non possiamo che constatare, senza
pregiudizio, come vedremo più avanti, di canoni estetici a cui noi pure
aderiamo cordialmente, senza negare all’ arte la sua autonomia e senza
pretendere che essa si informi ad un proposito di subordinazione a questo o
quel precetto di moralità corrente in una data epoca: la quale per¬ fetta
autonomia della elaborazione artistica solo per uno sguardo frettoloso e
superficiale può sembrar contrad¬ dire alla tesi presente. Si agginnga infine
che se quanto appare bene, come noi cretliamo, si risolve nella più grande
abbondanza e nella più grande varietù possibile di potenza vitale messa in
esercizio ; se poi conveniamo che la quantità è data dalla novità e, forse
meglio ancora, dalla varietà delle combinazioni psichiche; — si rivelerà
immediata¬ mente l’importanza del sentimento estetico a moltipli¬ care gli
dementi della interiore elaborazione umana, del e giossolnni : esso fa
germinare iu noi le inclinazioni più nobili verso l’ordine, l’armonia, la
perfezione. Così (pieste inclina¬ zioni hanno qualche cosa «li comune con la
virtù: il loro obbietto. » Éerits tlivers sur Vesihdique; tr. fr.; Paris, 1862,
p. 448. — 49 — piisto e fieli’ arte a variarne le eombitiazioui, traendone
nuove armonie. E la felieitil ò un’ armonia. Così, ricordanfloei come l’arte
traduca nell’immagine e nel sentimento, come avvicini alla realtiì l’ansiosa
nostra aspirazione alla vita buona, appassionata, in¬ tensa, es[)ausiva; —
rieliiamando le ore in cui, pel con¬ corso suo, noi abbiamo avvertito in noi
stessi tutta la capacità di bene di quegli stati dell’anima ove si La la
sensazione attuale della pienezza nella esistenza (1) — possiamo anche
racchiudere in breve cerchio il conte¬ nuto dell’arida esifosizioue da noi
fatta sinora. La felicità è per ognuno. Essa 6 nell’amore, nell’arte, nel
i)ensiero — uniti ad informare la condotta del saggio. Essa non si nasconde,
non si racchiude, non tace. Essa esige anzi gli orizzonti liberi e chiari,
grida alto ii tra- hoccar della vita, e si esaurisce, per risorgere pih forte e
sicura, nell’azione intelligente, diritta, bella. « Fate come fa il vento
allorché ])rorompo dalle caverne dello montagne: elevate i vostri cuori, — in
alto, piti in allo! » Così parlò Zarathustra. • • * In questa nostra morale,
che fa appello alla forza, sarebbe condotto a restringersi ognor più il dominio
della si)eranza, che è quasi sempre espressione di debo¬ lezza. Il funzionario
negli ulìici dello Stato governa tutt.a la sua esistenza sul diritto alla
pensione: la gio¬ ventù e la virilità presenti ricevono impronta e foi’uia da
una vecchiaia eventuale. ìfeU’attesa dell’avvenire si trascura la vita, si
dimentica la gioia di vivere; non si (1) Guvau: L'ari aii paini de vite
sociologiqne, VI Edit. Paris, 1903; p. L. 4 — 50 — ngiscc 0 si agisco malo. È
il vano sogno della fortuna: corcar di possedere ciò che non si ha: ciò che si
pos¬ siede non è avvertito, — il dolore di nna fontasia irrca- lizzata ofl’usca
o sopprimo il compiacimento per nna gioia i)resento. La speranza, deviandone
l’attenzione, toglie valore a ciò che si possiede, ])er conferire nu pregio
fittizio a ciò che si attende. Ora, ò felice chi trae il maggior frutto da
quanto ò in suo potere; ed a tale edòtto si richiedono diligenza, attenzione,
accor¬ tezza, amore, profonditi^, — e non vacuo ed ozioso od iucoordiuato
divagamento fra il reale e l’irreale, il pre¬ sento 0 il possibile, il fatto e
il desiderio. Vorrebbe inoltre questa nostra morale bandire per sempre dalla
valutazione umana l’influenza del meritorio, fonte di mille inganni, di mille
trulle. « Solo (|uclli che ignorano che cosa sia il bene, scrive il
Maeterlinck, pos¬ sono chiederne il salario, ^fon dimentichiamo sopratutto che
un atto di virtù ò sempre un atto di felicità. » (1). Governi la nostra
condotta nn giudizio di utilità, un palpito di amore, nna immagino di bellezza,
si uniscano questi fattori a imodurro nu evento buono; — è sempre la gioconda
espansione della nostra personalità, è l’af¬ fermazione della vita nostra ciò
che ne costituisce l’essenza. Eallegriamoci ; non abbiamo altro a fare. A chi
chiederemmo compensi! O non dovremmo piuttosto esser grati nell’intimo a chi,
per esempio, ci porse il destro di essere un giorno generosi, o nobilmente
audaci, o serenamente pietosi! Cosi dovrebbe limitarsi in confini sempre più
angusti il territorio del pentimento e del rimorsa. V’c posto per essi fin che
manchi la consapevolezza precisa e sicura che la ripetizione dell’atto da noi
riprovato non è più possibile, perchè la nostra personalità si è fatta real-
(1) Ov. cit.; p. 164. — 51 — monto migliore. V’ò pentimento e rimorso finché la
volontil a- rola, alla scienza ed all’arte. — 59 — Sovratutto all’arte: c non
solo per la qiiantitìl degli «agetti/ma per la qualità del contenuto cb’essa ò
in grado di accogliere e riHettere. E’ sempre l’arto elio «ci riconduce
(adopero le parole ,li Koinualdo Ginni, percliè non si potrebbe dir meglio)
alla percezione viva, iiiiinediata, di cui Videa non ser- i.aTO che uno scialbo
ritiesso. - lìiilesso scialbo c fal¬ lace Astrarre ò ridurre; dunque
impoverire. Ma è anche falsare. La nozion comune non può formarsi se non
Rcanibiando per ugnali le qualità simili e dimenticando „ael che ciascun
oggetto ha di singolare. Ciò che si suppone convenire a tutto un ordino di cose
non può con¬ venir pienamente a ciascuna di esse. Or nell’opera d’arte vi sta
dinanzi non un concetto ma un’ imagino deter¬ minata.... » (1). . Jii verità
occorre una leggerezza incomparabile per dire, con Max Nordau, che gli artisti
ed i poeti non creano nulla di nuovo (che cosa intendiamo per crea¬ zione?
creerebbe forse allora lo scienziato? creerebbero il conquistatore od il
dominatore?), non arricchiscono il contenuto della co.scienza umana, non
esercitano intiueuza alcuna sul mondo dei fenomeni 1 Come se non vi fosso che
una sola conoscenza: la scientilica; come se tiiita l’azione umana non
appartenesse al mondo dei feno¬ meni o contemporaneamente non sfuggisse per la
mas¬ sima parte alla determinazione scientifica soggettiva cd oggettiva! Come
se l’amore non derivasse da una percezione assai più intima, non fosse esso
medesimo una conoscenza talora assai più profonda che la cono- fi) 11. Giani:
L’JSstetica nei rovate in un certo caso dalla intiera società. D’altra p;irte
i)ur quamto la parola acquista, per virtù di chi 1’ adopera, pieghevolezza ed
abbondanza di gradazioni, la mala abitudine continua a tradirci. Così lo
Spencer nei Frimi Frincipii crede di dover mettere in guardia gli studiosi, a
i)roposito di quanto stiamo ora dicendo, contro una delle più comuni ed insidioso
cagioni di errore. Innegabilmente la parola per solito è dura e i)oco
pieghevole; ma l’iaeonveniento è accen' tuato, come or dicevamo, da nua cattiva
dis])osizione mentale. Nel rapportare il ragionamento alla realtà, dai più non
si considera che l’idea indicata direttamente ^ 62 — lo ma non le numerose idee
concomi- in eiascuna parola, ma Siccome una pa- ,,„H oho si tutte lo »ltrs„
fola (lotta o seri ^ (,,,0 l:v cosa Indicata dalla .1 B«|.l.ono “““ rilo coso
sienillcato dallo ,.„„la possa ; X ’icora dio. sicco.no un si,...
rU;‘'';rrt“^”rrr:‘ovltato^ o n.i„oro appariri\ la rigidezza d’altra parte che
Comunque, ^'sogma 1_^^^ precisione formale, una il processo aegli elementi
siguiiìcati, circoscrizione quasi as ■ po,i gasi e su di perclih il S’\;!::!;;rgirscientifico
il porre essi operare. rigidamente definiti nel loro erchò le associazioni che
essa desta, legate a una espe¬ rienza non particolare di oggetti che si
presentino defi¬ niti al pensiero, ma generale, e di origine profonda e remota
oltre la vita del singolo, si svolgono nell’in¬ conscio della psiche. Ecco perchè la
Staci potò scrivere: — De tona les beaux arts c’est (la musiqnc) celili qui
agit plus immédiatement sur l’ame. (Osserva auche il W agner che nella musica “ la
significazione d’ un grido di gioia o di angoscia, di voluttà o di dolore si
rivela immediata senza che i concetti s’inframmettano a commentarla o
spiegarla,,). Les autres la dirigent vers telle ou telle idée (e qui
l’espressione pare a noi troiipo recisa, anzi, errata, se si considera
specialmente fra queste altre arti l’architettura), celili là seule s’adresse à
la source intime de l’existence, et change en entier la disposition inté-
rieure. — 11 Leoi)ardi commenta : La musica non esprimo che lo stesso
sentimento in persona ch’ella trae da sè stessa e non dalla natura. Più
conciso, Aristotele aveva defluito la musica iinaginc dell* anima uguale al suo
oggetto. Più profondo dirà il Wagner : — La musica risveglia in noi l’idea più
universale del sentiìnento in sò stesso oscuro » (1). (1) Giani: Op. cit.; p.
227. — LEOrAiim: Fensieri ; I, 190, 191; - Aristotele: Folitica; Vili, 5; -
Vaoner: Fce thorcn; ricordati dal Giani. — 69 — E « conio la vastitA o la vagliezza
(è sempre il Giani die scrive), così la molteplicitil delle sensazioni è, piò
che di qualunque altra arte, ottetto proprio della musica. Le forine sonore si
svolgono nel tempo : i modi della melodia e dell’armonia si trasmutano e si
dileguano nel¬ l’attimo stesso in cui ci esaltano. Ci trema ancora ne.l-
l’intimo la dolcezza di qneH’accordo — ò gii! vanito ; il desiderio invano
richiama quella frase che poc’anzi ci commosse — è già lontana: altre formo
sorgono, accen¬ nano, si dispiegano, si dissolvono, si ricompongono : e,
incessantemente, gli intrecci dei suoni, la volubile ric¬ chezza dei ritmi, gli
improvvisi passaggi della modula¬ zione ci avvolgono e ci travolgono in un
turbine di sensazioni svariate, rapide, iierennemente nintevoli, innu- merabilì,
in cui ogni concetto del limite si smarrisce al iiensiero. » (1). (riova poi
ricordare la quantità di mezzi onde la musica dispone e che non sono consentiti
alle altre arti, lìasti un accenno concreto alla contemporaneità di emo¬ zioni
ojiposto destate per mezzo dell’armonia: il rim- jiianto, jier e.sempio,
suscitato da una linea melodica apiioggiautesi ad una generale situazione
musicale allatto contraria a ipiella in cui prima essa ebbe a manife¬ starsi,
conio l’accenno al ricordo pallido di una gioia amorosa quando già il « bel
sogno » ò svanito ed ogni altra espressione è dolore e desolazione. Nella
I/inenìa in Tauride di Gluck, quando Oreste canta «la calma ritorna nel mio
cuore », l’accompagnamento 6 oscuro e tumultuoso. Alla prima rappresentazione dell’ojiera
fu rimproverato a Gluck questo controsenso. «Non ascol¬ tato Oreste », gridava
il maestro incollerito, « egli dice che è calmo; è una menzogna». Così tutti
sanno quali (1) Giani: Op . cìl .; 229, 230. - 70 - cime superbe abbiano
rajfgiimto, anche per queste vie, Beetlioven e Wagner nell’ espressione delle
passioni umane e dei loro più profondi misteri, nella scoperta dei più riposti
valori psichici che sorreggono e dìlnno chiaro significato alle agitazioni del
cuore, allo esalta¬ zioni della coscienza. A proposito poi della potenza
emotiva della musica scrive il Lechalas : « Emozioni che sono i)rovocato non
per mezzo di un’ idea concreta, nè per mezzo del rico¬ noscimento di segni
manifestanti l’emozione di altro uomo, ma per mezzo di una modificazione di
tntto l’ap- jiarato nervoso in rapporto con la sensibilitù morale, emozioni
siffatte dovranno presentai’e un doppio carat¬ tere, di indeterminazione e di
forza. Ui indetermina¬ zione (abbiamo già veduto), perchè mancano ivi tntti
quei fenoneini intellettuali, idee, atti di riconoscimento, che comnnicano la
loro precisione alle emozioni provo¬ cate ] di potenza, perchè la sensibilità è
colta, non più di rimbalzo, ma direttamente.» (1). • • • (Jucsta singolare
indeterminazione e potenza noi la troviamo anche nell’architettura, l’arte che
più si avvi¬ cina alla musica, come ebbe ad aw'ertire per il primo Francesco
Colonna, l’autore quattrocentista del Sogno di VoUfilo. Il vago del sentimento,
secondo l’espressione del Leopardi, che sfugge al significato più definito
delle altre arti, l’architettura ha comune con la musica, se anche ivi si
riveli con minor dovizia di mezzi e varietà di risultati, e se anche il suo
linguaggio sia incompara¬ bilmente più difficile. (1) Lechalas: Ktiidcs
esthéliques; Paris, 1902; p. 153. — 7 : — Perchè è giusta l’ osservazione di
Viollet - le - Due, che l’arte è per l’architetto l’espressione sensibile,
l’ap¬ parenza per ognuno di un bisogno soddisfatto ; ma da questo i)unto di
partenza si irradia una quantità di ri¬ sultati emotivi assolutamente
incalcolabili. Un’architet¬ tura forte e vera, non certo la calligrafia
architettonica della facciata di un edilìzio che chieda solo a sè stessa la
propria ragione di esistere, senza riguardo alla co¬ struzione che maschera,
senza rapporti con la linea generale, col colore, con 1’ anima del paesaggio
che la circonda, — non certo l’impostura di un rivestimento esteriore che
affidi all’ intonaco ed agli stucchi il còm- j)ito di mentire sulle reali
qualità della costruzione fatta silente — una architettura forte e vera,
dunque, fa sor¬ gere in chi la comprende uno stato d’animo di par¬ ticolare
valore e ricchissimo di significato. U una tonalità sentimentale e morale
tipica quella che viene suggerita (diversa, naturalmente, per ogni costruzione
e per ogni individuo), ed acquista talora cosifatta intensità, che noi
avvertiamo per essa, e solo per essa, quanto e quale sia il ])otere della
nostra passione, della nostra fanta¬ sia, del nostro desiderio, della nostra
volontà in un dato ordine di preferenze, di compiti, di cimenti. Fu detto che,
a dilferenza della musica, la quale si svolge nel tempo, l’architettura è
un’arte immobile. Non è vero. L’ architettura è un’ arte affidata sempre ne’
suoi prodotti migliori alla collaborazione delle forze naturali, o specialmente
alla luce, che è varia e mobi¬ lissima. Ecco un intento, complicato, sia pnr
leggermente, di piani disposti con varietà, e di vuoti, cioè, quasi sem¬ pre,
di ombre. Ad ogni istante, col volger del sole, muta di luogo il focolare luminoso
che dal cielo versa i suoi doni nel luogo sacro: e nuovi contorni si deli¬
ncano fugacemente, mentre altri prendono più netto — 72 — risalto, mentre altri
ancora, prima più decisi, ora vanno sfumando; e il rapporto fra la parete
dinanzi e qnella più bassa e più lontana, muta; — or questa seconda, col
scender del sole, riceve più luce, e la gradazione dall’nna aU’altra parete si
è fatta, per il minor distacco, pili dolce, più languida. Ma pur le colorazioni
si mutano secondo che più o meno inclinata giunge la luce, se¬ condo che più o
meno viva essa sbatte su taluni punti da cui emanano e si diffonilono
particolari riflessi. In¬ tanto l’anima dell’edifizio parla all’anima nostra,
attra¬ verso queste mutazioni, con diversità di linguaggio, con varietà di
intonazione sentimentale. Certo sitìàtti intimi conversari chiedono qualche
esercizio, esigono un po’ di disciplina : ma non sono per questo men reali e
pre¬ ziosi. Ognuno intanto avrà avuto occasione di accor¬ gersi di mobilità
analoghe in casi di jiarticolare vio¬ lenza ; — per esempio allorché in una
estiva afosa gior¬ nata, trovandosi egli in un antico tempio, il sole rom¬ peva
a un tratto sormontando alle nubi, e una improv¬ visa meravigliosa ricchissima
creazione destava come per incantesimo immagini, ligure, persone, non prima
vedute ; mentre dalle vetrate istoriate, scintillanti d’ogni colore, ridevano i
santi, gioiosi nella nuova gloria, e lampeggiavano una iridata sùbita luce ai
fedeli pre¬ ganti in basso, in un nembo, in una gittata folle di perle, di
rubini, di smeraldi, di oro, — partecipanti anch’essi alla purissima gioia
comune, dove poco prima era raccoglimento contegnoso e triste, ed ojìpressione
di spirito. L’ apparente inerzia dell’ architettura ò poi anche abbandonata
alla necessaria mobilità dello spettatore. Provatevi a camminare lungo il Duomo
di Milano (e dico questo monumento, perché in Italia esso é il più tipico per
tal genere di osservazioni, ed anche perché lo amo assai), guardando in alto. I
trafori della prima - 73 - I ' iTin iTifr*ivvo(lt*rti i CTUffliotti (Icl
sccondo ^"‘nalV ’i trii"liotti e le falcouatnre dello scoinparto cen¬
trile* dlireditìzio; trasversalmente, le oblique e le curve tìorite degli archi
rampanti. Camminate: ora ò il duomo Te ei muove. Toichè le distanze sono
diver.se e lo «arti più prossime hanno in apparenza maggiore gran¬ dezza accade
che, mentre voi considerate mia di queste, veitete scorrere dietro di essa, con
velocità proporzio¬ nata alle rispettive distanze, in moto circolare conteano
alla direzione del vostro cammino, le altre parti che stanno più in Mo o
discoste. Comprendete come la ricchezza degli ottetti sia inesauribile. Per
poco che, con qualche accorgimento, voi moviate pure lo spardo, poiché di
ricorrenze verticali il Duomo è dovizioso, la scioltezza illusoria di tutta
quella massa enorme si risolvo in una stilata mirabile di giganti fra un pru¬
neto di eleganze, - le quali alla lor volta sembrano voler attollarsi nel punto
piti vicino a voi, mentre, p portate improvvisamente l’occhio piii luii^i, le
vei c e dispiegarsi invece placidamente verso il termine del- l’editizio nei
loro ordine consueto. Iticordo ancor una volta le parole del Giani: « V’hanno
modi del sentimento cosi delicati o sottili che non ai Iiossono determinare
senza distruggerli: l’amonia li ridette ». Qui, nella musica e nella
architettura, sono ridessi con la minor costrizione possibile i modi più ampi,
più complessi, più indettniti : la delicatezza è comune argo¬ mento al
manifestarsi dell’una e dell’altra arte, e cosi lo sconfinato; — più propria
della musica mi sembra poi la finezza della situazione sentimentale, più
proprio dell’architettura il vigore. Comunque, per tntte le ragioni ora svolte,
entrambe queste arti, come già notarono il Condillac, il Rousseau, 74 — il Leopardi
ed ultiinainente il Le Bon, ci appaiono come quelle clic possono rivelare
meglio d’ogni altro elemento ciò che nell’indole d’nna civiltà o d’una razza ò
più intimo, originale, profondo. La stessa osservazione, nota il Giani, venne
fatta quanto all’architettura dal Taine, quanto alla musica dal Wagner. Scrive il
Taine: « Plus on regarde les oevres de l’architecture, plus on les trouve
propres à exprimer l’ésprit le plus gdnéral d’une djìoqne. » Ed il Wagner: «Xella musica l’indole
nazio¬ nale potrà manifest.arsi in forme di tanto più significa¬ tiva bellezza,
quanto il carattere di quest’arte si esprime piuttosto mediante sensazioni
generali che non mediante sentimenti speciali. » (1). * • Oltre cotali
situazioni vi sono stati d’animo che, pur essendo molto comi)lessi, non mancano
tuttavia di avere aleno che di definito, per la prevalenza che qualche oggetto
o qualche rapporto concreto, materiale, sensorio, emozionale od intellettuale,
prende su gli altri che lo attorniano, formando quasi il centro di una
particolare caratteristica irradazione psichica. Ci troviamo allora fra i due
estremi, quello che con la poesia i)iù si avvi¬ cina .al processo razion.ale
del pensiero, c quello che con la musica e con l’architettura, nel c. cit. ; p.
216.) — 82 — nna condizione sentimentale e morale caratteristica, non concorra
ivi una molle ripetizione di suoni ? E là, nella pittura, alla ripetizione di
una data ricorrenza (si ricordino le leggi del Kuskin) non si aggiungerebbe
forse un mezzo ulteriore, proprio di quest’altra arte, o tutto fisiologico, per
cui l’organismo fisico del riguar¬ dante sia più prèsto ancora piegato, senza
che lo av¬ verta, alla generale situazione psicologica e morale onde l’opera
pittorica vuol essere 1’ esponente, da un lato, e dall’altro lato la
suscitatrice ! Furono avvertiti da molti i rapporti fra il ritmo o la
simmetria, e 1’ armonia nelle forme visibili ; essa uon è, secondo noi, che un
grado superiore della simmetria, ove un equilibrio in certo qual modo dinamico
si sostituisce all’equilibrio statico di quest’ultima. Ma di questa larghissima
posizione, noi vogliamo ora, a proposito del dipinto in esame, considerare un
elemento assai più modesto e particolare. Fu osservato che pure alle sensazioni
muscolari è affidato un compito in ciò che riguarda l’architettura, la scoltura
e la pittura. Così, i movimenti orizzontali dell’occhio, dipendendo da un solo
muscolo, sono i meno affaticanti ; e perciò la linea orizzontale genera i)iù
fa¬ cilmente una impressione di riposo e di calma. Ora, facciamo che, come nel
« le pecore » del Pellizza, con¬ forme sia il soggetto, conforme sia la visione
generale del colore, conforme sia il disporsi dei piani nel paese armonicamente
col momento speciale dell’atmosfera ce¬ leste che vi è riprodotto ; se vi si aggiunge
l’azione inavvertita di quest’ultima umilissima, ma pure assai profonda,
sensazione muscolare, noi riusciamo a fiirci agevolmente un concetto della
ricchezza e della parti¬ colarità e della concorrenza dei mezzi diretti ed
indi¬ retti di espressione onde anche quest’ arte, la pittura, è dotata. — 83 —
Così ci si consenta di trascrivere un’ altra osserva¬ zione : è del Véron. «
L’abitudine che noi abbiamo di considerare la figura umana concorro al
significato che si connette a questa od a quella disposizione «li lineo. Per
esempio, fu notato che nel riso gli angoli della bocca si innalzano, le narici
si dilatano, e la pelle, ri¬ piegandosi sulle tempie, fa salire le estremitii
degli occhi, mentre il dolore produco effetti esattamente in¬ versi. Ne risulta
che le linee obliquo producono in noi impressioni analoghe a quelle che noi
avvertiamo in questi due casi. » Un complesso di lineo che dalla se¬ ziono
media verticale di una rafligurazione pittorica salga dirigendosi verso la
periferia, richiama atteggia¬ menti d’espansione di gaiezza, di voluttà,
d’incostanza; la disposizione opposta esprime la concentrazione e le idee
collaterali di tristezza, di meditazione, di freddezza e di sollerenza. « l’er
una ragione facile a comprendersi — proseguo il Vérou — noi sentiamo quindi (in
un proce.sso automatico di associazione che sfugge alla consapevolezza di chi
ne è il soggetto) nella linea oriz¬ zontale una indicazione di calma, di
equilibrio, di con¬ tinuità, di saggezza. » (1). Ed ecco forse un altro con¬ tributo,
ancora nel dipinto del Pellizza, che, dal fondo più oscurt) della iiersonalità,
è richiamato alla superficie, perchè renda più intensa la significazione
spirituale della pittura, accomunando per qnest’ultimo verso nella
rappresentazione del paesaggio l’anima dell’individuo, che riguarda, con 1’
anima universale delle cose. (inai so siffatti speciali o secondarli elementi
di bel¬ lezza e di espressione fossero elevati a dignità di prin¬ cipi!, o si
dirigessero ad un’ opera di reciproca esclu¬ sione. L’arto cederebbe il campo
all’ artifizio ed alla meschinità. E’ necessario ed utile per contro ricono-
(1) Véuon: L’esiMtinue; 4 ediz.; Paris, 1004, p. 40. -- 84 — scere tli ciascuno
la funziono e l’importanza, nnrtevole secondo i casi, ed usufruire della loro
efficacia quanto è consentito dal momento espresso e dalla persoiialitii
dell’artista. Allora l’uomo che, attendendo all’opera d’ arte, secondo la
formula di Bacone, agf^iunge la sua anima alla natura, « homo additus uaturae
», incontra la gioia della più perfetta consapevolezza della sua co¬ munione
con l’universo, e diffonde all’intorno una ugual gioia negli altri i)cr la
rivelazione, che ad essi porge, di uno stato psichico, la cui estensione, la
cui intensità, la cui fecondità spirituale non era peranco fino a quel momento
stata intravvednta. Notiamo di passaggio come in una condizione non così
fortunata come la pittura, sotto lo speciale aspetto che stiamo esaminando, sia
la scoltura, àia se anche ivi sia più diffìcile raccogliere abbondanza di messe
nel campo della espressione, basta richiamare alla memoria talune
manifestazioni dell’ arte sacra medioevale, fran¬ cese o lombarda, 1’ opera di
Donatello e quella di àli- chelangelo ; basta rillettere quanto fra i
contemporanei ottenne, per esempio, il Kodin, perchè della sua poten¬ zialità
si abbia un concetto adeguato, ed ogni incertezza sui risultati a cui essa può
giungere sia eliminata. * « • Giova considerare brevemente a parte il concorso
del colore alla espressione sintetica ed armonica di un momento della vita
attraverso l’opera dell’artista. La luce è gioia. Ed è gioia singolare quando
si manifesta nell’arte della pittura per via del colore. Ivi il colore è posto
dall’uomo, e, in un procedimento riflesso che percorre a ritroso con l’opera
dell’uomo l’originaria azione creatrice, appare, secondo la mirabile imagino di
Gabriele D’Annunzio, come lo sforzo della materia per divenir luce. — 85 — Ed
opniino lia piìi o meno vaga la nozione di ciò che liguilica la parola «
colorista », attribuita ad un pittore. Uno dei migliori competenti, il
Fromentin, defi¬ nisce cosi : « Un colorista propriamente detto è un pit¬ tore
che sa conservare ai colori della sua gamma, qua- luiuiuo essa sia, ricca o
non, rotta o non, complicata o semplice, il loro principio, la loro proprietii,
la loro risuonanza, la loro giustezza, — e ciò dappertutto e sempre, neirombra,
nella mezza tinta e liuanco nella piò viva luce. » (1). Or queste parole sono
d’una precisione mirabde; e ci richiamano subito alla mente un nome, fra i molti
altri, quello di Paolo Veronese, la tonalità argentea delle cui grandi tele con
tanta potenza concorre alla loro unità, vivificandone il soggetto. Ma sin qui
il co¬ lore non ci appare che come un contributo alla logica della
rappresentazione artistica, o, se vogliamo, una condizione di essa. Ebbene, ciò
non ò tutto. V’ò un’armonia dei colori valutabile indipendentemente, come
concorso autonomo alla maggior ellicacia, alla maggior espressione dell’opera
d’ arte : — il colore come elemento di espressione. Se l’artista giunge
all’espressione componendo in unità lo armonie indefinite che ha raccolto da
natura con i suoi sensi afiìiiati, ò ben degno che il pittore gioisca, oltreché
(1) Fuomentis: Les Maitres lì'aiilrefois ; XIII, Lo ronde (le. iiitK. Qaiilclie
citazione, come (piesta, è incompleta nelle indi¬ cazioni liil)lio)'niliehe.
.Si tr.itta di note prese durante la lettura di lil>ri ehe l’autore ebbe in
prestito da privati o da biblio¬ teche, senza ehe allora pensasse di
giovarsene; e la fatica di completarle, chi scrive, per ragioni di equità, pnò
anche la¬ sciarla, a quando a quando, a chi legge. Ala solo per eccezione noi
abbiamo contrawennto e contravveniamo i)er «piest’opera al suggerimento che il
Rnskin dava ad una egregia signora di no¬ stra conoscenza, — di leggere
soltanto libri di nostra proprietà. — 86 — (Ielle linee, delle luci e delle
ombre, del disporsi dei piani, dell’ arrotondarsi dei corpi, del lunoversi
degli oggetti, del concorrere di oggetti e persone in un’azione comune,
dell’individuarsi di questo concorso in un mo¬ mento tipico della passicme o
del sentimento, — oltreché di tutto questo, dicevamo, è ben degno che il
pittore gioisca anche delle prodigiose armonie del colore onde è recata vita
alle cose. La natura dà al pittore gli ac¬ cordi più delicati e i più forti ; —
la sonorità grandiosa d’ un tramonto, e, nel momento stesso, ad oriente, le
sfumature i)iù tenui della malinconia. Le infinite com¬ binazioni di colore
osservate in natura si riordineranno intrecciandosi, sovrapponendosi, fino a
formare la mu¬ sica dei colori ; e da queste, non più circoscritte da un
contorno oppure staccantisi per violenza di tono, pren¬ deranno consistenza e
vita le forme vedute nella realtà o nel sogno dall’anima dell’artista. Il qual
fatto entra nel dominio dello spirito, dove trova un terreno già preparato
dalla eredità, dove la concordanza fra una sensazione di colore (a determinare
od a favorire piuttosto questa che quella tonalità psichica generale) e
l’oggetto rappresentato, riesce, attraverso una gioia singolare dei sensi, a
trarre da questo og¬ getto il maggior valore, per la più intensa e profonda
comprensione della vita ; — o dove anche un contrasto vivace fra l’uno elemento
e l’altro può talora, pi^r l’ef¬ ficacia dello antitesi, ottenere lo stesso
risultato, se jnir quivi sia il riflesso della guerra, a cui accennavamo nel
capitolo precedente, mentre nella juima ipotesi (é più frequente il saluto o
l’augurio sereno al regno della l)ace c (leU’amore. Si traggono godimenti
intensi cosi dal contrasto dei colori complementari, che esalta la po¬ tenza
visiva, come da (|nella specie di soave incertezza che risulta dalla
giustapposizione di toni aflìni o quasi identici. Ma, in ogni modo, l’intensità
del godimento ò — 87 — in rapporto con l’equilibrio fra il modo onde è sentita
;rchi dipinge l’armonia dei colori e l’espressione spe- /.ialft a cui l’opera
si dirige. Kifaccianioci brevemente da un dato psicologico notis¬ simo, cosi
come in un suo linguaggio rude e materiale , ò chiarito proprio da Marx Nordau,
il pm gretto estimatore delle opere d’arte attraverso i pregiudizii della
boriosità scientifica tuttora dominante. « La cor¬ teccia del cervello riceve
le sensazioni non solo dai nervi esteriori, ma beiianco dalle profondità dell’
orga¬ nismo, dai nervi dei singoli organi, e dai centri nervosi del midollo
spinale e del simpatico. Ogni stato di ecci¬ tazione in tali centri influisce
sulle cellule del cervello e desta in esse idee più o meno chiare, le quali si
rite- riscoiio necessariamente all’attività dei centri dai quali parte
l’eccitazione. » Ed ancora : Una sene di cellule nervose « viene più facilmente
attraversata da un ecci¬ tazione già altro volto provata, che non da un’
eccita¬ zione nuova. Ogni eccitazione che colpisce una cellula si espanderà
nella direzione che le olire la minor resi¬ stenza, e questa è fissata dalle
vie nervose ch’essa ebbe già altre volte ad attraversare. Il percorso di una
on¬ dulazione derivante da qualche sensazione, forma una via determinata, una
certa abitudine di marcia ; sono sempre lo stesse cellule che si scambiano
vicendevol¬ mente le loro sensazioni ; una idea desta sempre le stesse ilice
secondarie e si presenta alla mente siccome accom¬ pagnata sempre da queste
ultime. » (!)• I processi délVassociazione più radicati nella perso¬ nalità
umana sono quelli che rispondono alle più larghe e fondamentali ragioni di
esistenza ; perchè v’è pure una selezione interna nello sviluppo della psiche,
e le serie tl) M. Nordau : Degenerazione ; Milano, 1893; Voi. I, p. 96. — 88 —
(li atteggiamenti psichici piil persistenti sono quelle che, nel reciproco
concorso, si manifestano le migliori. Ecco pertanto che l’associazione vaga di
un dato stato emozionale con una certa sensazione presente, si risolve in un
rafforzamento dello stato psichico, in un accrescimento del suo valore, operato
da tutti quegli elementi ereditari ed acquisiti che rappresentano l’espe¬
rienza della stirpe, così spesso rivelantesi nella sua istintiva affermazione
immensamente superiore alla jdc- cola esperienza — detta scientifica — fiicente
capo ai soli dati della coscienza e della elaborazione razionale. Così vediamo
accennarsi l’importanza del colore, come tonalitiì generale del dipinto, del
colore per cui si hanno inesplicabili simpatie od antipatie, in cui tro¬ viamo
concordanze o discordanze misteriose con parti¬ colari disposizioni
sentimentali, a chiarire nell’ opera dell’artefice qualche cosa che si si)icca,
come espressione, dalla parte puramente sensoria di essa, con ellìcacia più o
meno avvertita, raccogliendosi intorno a un certo stato deH’anima del
riguardante. Una tonalità sensoria che ha corrispondenza con una tonalità
emotiva o con una tonalità intellettuale. Noi siamo fatti persuasi ormai come
1’ opera d’ arte si avvantaggi d’una insolita energia di significato, quando il
soggetto si accordi perfettamente con questa condizione di cose. È il richiamo
vivo del genio della stirpe, su dalle profondità dell’incosciente, a
fortificare ed integrare la percezione di un dato concreto attuale. Aggiungasi che
l’obhietto, la rappresentazione artistica, ha nece.ssariamente carattere
sintetico; e, nella sintesi eonf'isa, noi intravvediamo pure l’apparizione
antici¬ pata delle possibili concrete future determinazioni della realtà. L’ «
anello del Doge », il celebre dipinto di Paris Bordone che trovasi
nell’Accademia di V^enezia, si stacca — 89 — (lattli altri capolavori che lo
attorniano, per la diffusa tonalità generale del colore : un rosso porpora così
in- ciiiùto che vi porta sui confini della niassinia potenzia¬ lità di questa
più forte vibrazione del prisma, a pre¬ sagio quasi di un ultra-rosso o,
meglio, di un pre-rosso liaTenante allo sforzo della immaginazione sensoria. Or
chi 8a])rel)be dire quanto, a crear la sensazione viva della magnificenza della
dignitù della forza di un popolo libero, giunto alla dominazione ed alla
ricchezza attra¬ verso Tesercizio delle civili virtù l’osservanza fiera del-
rordino la pratica dell’ardimento e dell’accortezza, giovi in (juesto dipinto
1’ accennata tonalità caratteri¬ stica del colore nel suo i)erfetto accomodarsi
con la so¬ lennità onile si «lispongouo lo figure, fra la gloria delle
architetture cittadine, alla celebrazione del rito tradi¬ zionale, le nozze del
Doge con la laguna ! O non forse si risentono per l’eco lontana le libre che
presso gli antenati nostri delle epoche preistoriche commovevano al culto di un
dio terribile e potentissimo, distruttore e benefico, i rossi bagliori
dell’incendio avvampante per le foreste o gli accesi profondi rillessi della fiamma
nelle caverne, di notte, a difesa degli uomini veglianti contro le belve
minacciose all’intorno I Così fu notato dagli ammiratori del Delacroix (io non
lo conosco se non attraverso qualche stampa) che da lungi, prima che si sia
avvertito il soggetto del dipinto, la tonalità generale del suo coloro
annunzia, conden¬ sandola, l’impressiono che dal soggetto medesimo sarà per
derivare. Ed a proi>osito del « Naufragio di ]3on Juan» scriveva Tluiophile
Sylvostre: «egli persegue fra l'azzurro c il verde l’immensità del cielo e del
mare, fa risaltare il rosso come suono di trombe guerriere, e trae dal violetto
dei pianti sconsolati ; per queste vie il dipintore ritrova nel colorito i
canti di Mozart, di Beethoven e di AVeber » (1). Così, quale arcano rapporto
fra il carattere di affet¬ tuosa couteiuplazione proprio dello fifrure dipinte
da Gentile da Fabriano o, meglio ancora, dal Beato da Fie¬ sole, ed il colore
che vi appare dominante T Eppure, trionfano in Gentile l’azzurro chiaro e il
rosa chiaro : il primo, scomposto, dA verde e violetto ; il secondo, giallo e
violetto. E l’Angelico, in cui le cose lontane sono di¬ pinte azzurrine, in cui
i cieli sfumano in bianco deli¬ catamente con una prospettiva dell’ azzurro
ignota ai trecentisti, è il primo fra gli artefici della Rinascenza che, con un
senso maraviglioso dei rapporti cromatici, abbia penetrato i segreti del
violetto, così contesi tut¬ tora a gran parte degli stessi pittori moderni, ed
abbia valutato l’importanza delle degradazioni delle tinte af¬ fini verso
(piesta più blanda e languida fra tutte le vi¬ brazioni del prisma. Certo,
quando la natura è nella massima continuità di calma, cosparge lievissimamente
di viole ogni oggetto d’intorno. Certo ancora osserva con ragione il Tumiati
che nell’ opera dell’ Angelico, « dove è il riposo, dove il passo è lento,
l’attitudine estatica, il pittore trova forme d’incanto » (2). Ed ivi è una
delle funzioni specifiche dell’arte. Far Hentire, attraver.so le forme, con
nuova intensità la vita. Trarre da una raffigurazione concreta il cumulo di de¬
positi psichici incoscienti, ereditari od individuali, e delle sensazioni e
delle emozioni e delle idee più o meno vaghe ond’ è costituita l’integra
jiersonalità del¬ l’uomo in un dato momento della sua esistenza, per convertirlo
in un viodo od in un atteggiamento unico (1) Kieurdato d.al A’ùron : ()p. eit.;
p. 293. (2) 1). Tumiati: Frale Anijeìieo; Firenze, 1897; pag. 100 e 102. — 91
rlellft personalità stessa, avente qualche maggior chia¬ rezza e distinzione, e
perciò meglio plasmato a fruir della vita la più grande quantità di ricchezza.
« • Al qual proposito ci sia lecito ricordare la parola semplice ili Antico. Il
Lomazzo, ingenuo ilicitor di arte e non vigoroso pittore, ma neanche
disprezzabile diramazione del grande fiume Leonardesco, così accennava ad
alcuni rapiiorti fra la tonalità generale della colorazione di un dipinto, e il
vago stato emozionate che ne deriva. Nel suo Trattato della pithira, dove
ricerca gli effetti che cavsano i colori, egli spiega : « Perchè tutti i colori
hanno una certa qualità diversa fra di loro, causano di¬ versi effetti a
chiunque li guarda... Or per cominciare, troviamo che i colori neri, lucidi,
terrei, plumbei, ed oscuri generano per gli occhi nell’ animo, riguardante
della (tualità loro, la quale non è altro che tristezza, tardità, pensiero,
melanconia e simili. I colori neri, verdi, di color zafliro, alquanto rossi, o
oscuri, di color il’oro mischio con l’argento, cioè flavo, rendono soavità e
giocondità. I colori rossi, ardenti focosi, o flammei violacei, purpurei, e di
color di ferro ardente e di san¬ gue causano spirito, acutezza nel guardare, e
quasi in¬ ducono fierezza ed ardire svegliando la mente per 1 oc¬ chio non
altrimenti che il foco. I colori d’oro, gialli e purpurei chiari e più lucidi,
fanno l’uomo intento al guar¬ dare, e rendono grazia e dolcezza. I colori
rosati, verdi chiari, e alquanto gialli rendono piacevolezza, allegrezza,
diletto e soavità. Il color bianco genera una certa sem¬ plice attenzione quasi
più melanconica che altrimenti. Ultimamente tutti gli colori ineschi, diversi
fra di loro, danno vaghezza, varietà, e quasi inducono negli riguar¬ danti
copia di bizzarria. E queste sono le qualità dei — 92 — colori per le (piali
nel compartirle bisogna aver consi- (lerazionè, come si è detto, acciò che non
si facciano terremoti insieme e confondano gli occhi ». E in altra parte
dell’opera lo stesso autore ricerca « a quali sorti di genti convengano
particolarmente i colori », e vi manifesta, per esempio, il giudizio che « i colori
rosati, verdi chiari, ed alquanto gialli, ed i chiari turchini, ed altri così
fatti, si appartengano a ninfe, giovani, meretrici e simili. » (1) Or non
vogliamo negare che queste ultime designa¬ zioni siano evidentemente
imperfette, semplia "Anzitutto, la formula pura dell'amore sessuale
esclude, a nostro giudizio, il dissidio e la lotta : dissidio e lotta si
riferiscono alle circostanze, il vero momento amoroso li esclude. In secondo
luogo occorre notare che se lu- uegabilmente l’amore (e con esso la simpatia)
discendo dalla sessualità, fe però anche indiscutibile che le ma¬ nifestazioni
più idealizzate e più complesse e piu re¬ centi deiramore, larghissimamente
inteso, tanno capo ad una derivazione antichissima dalla sessualità stessa,
cominciarono senza dubbio a ditlerenziarsi nei tempi della sessualità preumana
; — d’onde 1’ albero genealo¬ gico dei sentimenti, delle disposizioni etiche,
delle atti¬ tudini alla scelta sensoriale ed intellettuale sulla base del
piacere, potò già, alle origini della umanità vera c propria distaccatasi dalle
precedenti lorme antropoidi, segnare le diverse distinte, se anche rudimentali,
rami- licazioni, mentre il tronim centrale dell’ amor sessuale continuava a
vivere per conto jiroprio. Così avviene che l’arte, quantunque non piìi in di
retta e necessaria dipendenza dall’amore, sessuale, rap¬ presenti nella società
ciò che quello rappresenta nel¬ l’individuo. L’uno dei tliie dati fondamentali
della] vita di ogni organismo, il fenomeno della riproduzione, trac da essa l’ultima
sua signitic-azione sociale ; come trova nell’ industria l’ultima sua
derivazione l’altro di questi — ]00 — duff dati loiidaiueiitali della vita, il
feuouieuo tìsiologico della nutrizione. È noto. Non v’ i esistenza che s’aggiri
fuori dai due termini irreduttibili rappresentati dal pane e dal- Vamorc. Vero
: si può, astraendo, restringere ulterior¬ mente ; la nutrizione è una
riproduzione interna ; la riproduzione è una nutrizione che si esteriorizza. Ma
intanto il processo organico interiore si svolgo nella di¬ rezione
dell’egoismo, fino a ciò che costituisce il carat¬ tere grettamente utilitario
delle tipiche civiltii indu¬ striali ; mentre il processo organico esteriore
genera la simpatia, d’omle, fra gli altri prodotti, la floritui’a del¬ l’arte,
e la solidarietà, d’onde un’etica piti larga e jta- cifica, — un equilibrio
sociale maggiore, una maggior diffusione di gioia. Arte ed amore, pertanto,
sono in una segreta diretta reciproca corrispondenza. L’amore non è forse, fra
l’altro, confidenza in se stesso, e fede, e, nella disperazione medesima,
illusione d’nna possibile pienezza di felicità ì Ebbene, commenta il Tarde, è
privilegio dell’arte il suscitare in noi dei sentimenti che nella vita e nella
logica sociale soddisfano precisamente allo stesso com¬ pito che nella vita e
nella logica individuale è affidato all’amore. V’ ha di più. Il sentimento
artistico ò un’«- more collettivo, che si compiace di essere tale. Spesso
purtroppo, quando taluno è innamorato di una donna ch’egli sa amata da altri, soffre
di questa comunione ; invece qualsiasi spettatore in ammirazione di un dipinto,
([ualsiasi uditore nell’atto di aiiplaudire un poema] od una sinfonia, gode
quando si accorge che la sua ammi¬ razione è condivisa con altri. L’ arte è la
gioia sociale, come l’amore è la gioia individuale (1). (1) Takoe: Ln loyitjitc
sociale-, Paris, 1895; ii. tìl. - 101 Il Souri:iu iiiiso l)eiie in
(‘-vitli'iiza il prota^sso l’eniozioue estetica attraverso l’opera d’ arte. L’
atten¬ zione ò richiamata; si lissa. Il fascino .lell’opera d’arte esclude la
i)resen/,a di ojjni altra sensazione (^sciente, tino al inonoideisino, fino a
una sorta di ipnosi. Dopo di che il contennto e la forma deH’ojiera stessa si
ini padroniscono completamente dello spettatore e {ili snj;- geriswmo quel solo
stato d’ animo che è la risultante del momento estetico creativo e della
organica costitu¬ zione del medesimo spettatore. Ipnosi e suggestione, sorto
forme particolari, ecco due procedimenti (laratte- ristici dell’arte (1). Ora,
è fatto d’esperienza quotidiana, che il compia¬ cimento estetico dinanzi ad una
grande opera d’ arte è turbato dalla disattenzione ilei presenti o dalla loro
di¬ mostrata inettitudine a comprenderne l’alto signitìcato; jier contro lo
stesso compiacimento si rende più acuto e si celebra in una esiiansione piena
di gioconda attet- tnosita, (piando 6 condiviso con persona che comprende,
es.sa pure, ed ammira ; la suggestione e accresciuta per il riflesso reciproco
di una psiche nell’ altra, la perce¬ zione 6 più sottile e complessa per il
contributo che ad essa porta ognuno dei due, comunicandolo al compagno : — e
spesso, purtroppo invano, dinanzi all’opera d’arte e per l’eflicacia sua si
acutizza fino allo spasimo il de¬ siderio tormentoso dell’amica o della
compagna lontana, annegandosi poscia la momentanea esasperazione in una
dolcezza languida, in una tenerezza infinita ; — oppure si va in cerca
dell’amico, o, in una vera opera di apo¬ stolato, si attende a creare col
ragionamento e con la persuasione, i comprenditori perfetti della nuova
bellezza. Per queste vie si allarga il desiderio e il bisogno di amare e di
simpatizzare ; ed anche, in realtà, si estende (1) SocBiAU : Ln siif/geslion
daiis Vari; Paris, 1893. — 102 il ilomiiiio (l’anioro. Miill:i i Frate Ginepro.
Hiassumiaiuo. È inane ogni tentativo di costrune l’edilizio di una morale
scientilica, tanto come sistema, quanto come giu¬ stificazione di un ideale
qualsiasi. Altra cosa f» la scienza della morale o dei costumi; ma non bisogna
confondere la morale con la filosofia della morale. Xon basta : noi domandiamo
pure una filosofia dell’azione che sia qualche cosa più di un sem¬ plice
naturalismo od evoluzionismo obbiettivo. Anche la ragione è prima un prodotto
che un fat¬ tore ; e, come jirodotto, non v’è maniera di distinguerla da tutti
e da ciascuno degli altri lati della persoualitiV, i quali tutti si
equivalgono, non solo, ma non possono .sensiliilmento discordare fra loro senza
che la compat¬ tezza organica di quella ne sia offesa. Quanto metodico ci deve
porre sempre in gran diffidenza : quanto è troppo razionale cela il pericolo _
1(W — che iilla realtà si sostituisca il concetto, all’ulea la lor- mula Di nn
positivismo g:enerico si « tatto troppo s„reco ai nostri giorni : -li nn
naturalismo, di un evo- Inzionismo professato nei lihri per estensioni logiche,
cioè, formali, da principii generali, cioè da astrazioni della intelligenza, è
materiata la nuova metatìsica ondo ci affliggiamo. Gomunque, alla vita ed all’
azione poco soccorre la pallida luce del pensiero, da sola. D’altra parte, la
scienza stessa non ha che un modo di iirocedere, cioè di essere, e questo 6
oltrepassare i proprii acquisti. Aggiungasi: i cosidetti postulati scien-
titìci sono alla loro volta un puro atto di fede per la enorme maggioranza di
coloro che, li invocano, cioè per quanti non hanno, ani fatti e sulle cose,
ripercorsa la via al loro raggiungimento. Perciò il vero scienziato, che sa che
cosa- vuol dire inventare e scoprire, riconosce largamente l’aiuto che alle
fatiche sue è recato dal¬ l’istinto, dall’intuito, dall’ispirazione, dalle
illusioni, da talune oscure premonizioni, insomma da tutta mia sene sterminata
di disposizioni antilogiche, antisistematiche, estraraziouali. In ogni caso,
come si esprime una autorità non so¬ spetta, PEspinas, ogni dispiegarsi dell’
azione suppone una fede : il presente è tatto di ciò che più ferinaniente fu
creduto nel passato ; e così 1’ avvenire sarà tatto di ciò che ora più
fermamente si crede (1). Il preconcetto e l’intuito governano la condotta più
specificamente umana. Quello rappresenta l’elemento conservatore, questo 1’
elemento progi-essivo ; il primo la specie, il secondo l’individuo ; l’uno il
fattore eredi¬ tario, l’altro la variazione o la variabilità. (1) EsPiNAs ;
Philosojìliie sociale du XVIII siècle ; PaiiS; 1898; p. 14-1.'». La certezza pratica è fatta tl’ altra
soatauza che la certezza teorica. Essa tiou può dipeudere da una Alo- sofia
della uatum o dell’ esistenza, perchè domanda la iiropria e(iuivalenza_con
l’atto, come il pensiero non può dipenderò ilalla parola, che n’è il segno. La
certezza iiiorale deve ricercarsi in un adattainento immediato alla realtii,
non i)uò essere dedotta da alcuna ideo logia. L’etica, la morale, sono la vita
stessa. Un grado di evoluzione, che ci emancipi ahiuanto dalle esigenze fon¬
damentali della esistenza, atteggia pure subito 1’ etica ad espansione, a
generosità, a bellezza. Per le quali vie si raggiunge il maggior grado di
felicità che ci sia con¬ sentito. La felicità è uno stato del cuore : verso di
essa si dirigono con uguale tensione il pensiero e la volontà. E le condizioni
di felicità, i mezzi per moltiplicarne gli elementi ci sono dati ilal
convergere di altre energie psichiche verso la nostra, e della nostra verso
(pielle. D’onde il significato etico dell’ amore, e la trasfusione di questo
neH’arte. Di granfie importanza è la considerazione del dominio dell’
incosciente. Ogni posizione veramente miova pro¬ voca il richiamo della
coscienza. Ma siccome 1’ azione cosciente esige l’uso di speciali energie e le
consuma, tutto ciò che a mano a mano passa nei territori del- 1’ automatismo
accorcia il cammino verso 1’ azione mi¬ gliore, più eletta, jfiù ricca di
contenuto, consente nuova forza per nuovi concorsi della coscienza nell’ opera
di nuove conquiste. Cosi, reso omaggio al valore dell’incosciente, è chia¬ rita
la jmsizioue della coscienza. Anticipare, con una riliessione prematura, sui
moti istintivi della vita che ricerca sò stessa, è pericoloso ; far intervenire
1’ elabo¬ razione mentale alloi’quando l’allermazione tlella vita è — no —
iatiutivauieute sicura, è ozioso o nocivo ; ma il altro canto la generale
«amsapevolezza che si acquista della uronria esistenza, iie intensifica il
significato. Le due funzioni, quella del cosciente e quella dell’ incosciente,
sono, in una determinazione pratica di valori, recipro¬ camente complementari.
E 1’ arte si trova ipii, nel suo proprio campo, a ri¬ cercare e ad atlorzare,
attraverso la gioia autonoma della bellezza, tutti i valori dell’incosciente
che si aggi¬ rano intorno e sotto ad un più o meno definito stato di coscienza,
— ed a portare alla superficie di una certa consapevolezza quanto è indistinto,
confuso ed amorfo iu una condizione psicliica di relativa o preva¬ lente
incoscienza. Questo è, riassunto, ciò che finora abbiamo tentato di chiarire a
noi .stessi ed al nostro lettore. Ne scaturisce, se non andiamo errati, la
sensazione viva della convergenza, iu unitii di risultati buoni, di tutti gli
elementi che costituiscono la personalità umana, se anche operanti con
autonomia, pur che schii tto libero sincero e virile sia il lor procedere
all’atto. Arte e scienza, pensiero e sentimento, verità, amore, bellezza,
bontà, ci appaiono ogni volta meglio distinti sol per coimnlo di esposizione
verbale. La vita piena e rioca li confonde, per la felicità umana, in un ab¬
braccio solo. Leggo ora nei « Fioretti » di 8aii Francesco ; — ; e non avrei
potuto attendermi preparazione più felice di iptella che il e.aso mi aveva
concessa. •Ma .se fiori fossero stati ! 1 fiori erano invece il più menzognero
dei pretesti ! Una diecina di carrozze sfilanti per un viale e riconi- jiarenti
con imperturbabile periodicità nello stesso luogo ogni diecina di minuti. Di
queste carrozze quattro o cinque recavano grandi stemmi : occorreva che fosse
ben signifhiata la nobiltà di quei signori ; — i quali erano aristocrazi.a ili
fronte ai jiossessori ed agli usu¬ fruttuari delle carrozze rimanenti. Ma tutti
insieme apparivano in modo visibile aristocrazia dinanzi agli sjiettatori. E
questi si coni piacevano in altrettante ari- — in» — stofiazitó alla l'>r
volta, in ragione del minierò dei saluti rlie si seainbiavano con gli
scarrozzanti; ed erano poi !livisi in particolari e ben deliuite gerarchie:
«palco (Ielle autorità », aristocrazia di fronte al «palco d’onore» al «palco
delle patronesse»; ina aristocrazia pur (inesti per i palchi di non invitati,
jiaganti, distribuiti iiiline secondo una scelta ulteriore, quella del prezzo
pili o inenn elevato. Insoinina, fra un migliaio di pro¬ vinciali, non uno ve
n’ era che non rappresentasse in (pialche modo un po’ di aristocrazia in
confronto di (pialcun altro. L’iinieo veramente plebeo ero io,— che attendevo
iiigennamenti' la festa ilei fiori dove era l’arcobaleno di tutte le jiiccole
invidie, racchiuso fra i (liu* limiti e.stremi della perfetta miseria e
dell’orgoglio momentaneamente soverchiatore. D'altra parte, mi [tareva che quei
signori dallo stemma, quelle dame del «paleo d’onore» avessero molta
rassomiglianza con altri veduti in altro luogo. Kcco ; sovviene il ricordo !
Freme lo spirito innalzato ])er virtù iramore a comprendere la «gentilezza del
morire» con 1’ultimo canto d’Isotta. Il maggi r teatro d’Italia accoglie gli
siiettatori. Or quella parte del imb- blico a cui sono concessi i posti più
comodi, e che ama credersi pii» colta e civile (poiché senza dubbio sfoggia — e
non é male — la migliore eleganza di abiti), al ]>rimo accennare di quelle
meraviglie sente il bisogno invincibile ili alzarsi (volge infatti al termine
lo spettacolo) e, con grande rumore di sedie mosse e di passi affreitati, si
dirige alla porta, come se si trat¬ tasse di evitare ansiosamente qualche
arcano disastro. La fuga mi impensierisce : Isotta non e.sala più l’amor suo
per me. (’onsidero invece il pietoso disagio di un tinddo, musicista e critico
dei salotti jicr bene (doppia¬ mente aristocratico, quindi), restìo egli
jinrc'^'al buon •senso, ma con qualche superstite ossequio ad un’ ima- 120 —
('iue teorica «li risj)etto per 1’ arte. (Jostiii iioii osa al¬ zarsi ; tuttavia
aneli’ ejrli è assillato «lall’ irresistiliilo bisogno (li provvedere alla
propria uscita. Lungo tutto il canto d’Isotta egli armeggia faticosissimamente
col suo soprabito (procurandosi l’irritazione tipica acutis¬ sima dell’ozioso
conato), nell’atto di tentar vanamente d’ imbroccare, col braccio male piegato
fra la schiena e lo spalliere della poltrona, l’apertura della manica; — mentre
poi la fiwjcenda gli riesce assai agevolmente appena, chiuso il telone, puii
con libera volnttii alzarsi in piedi, risolvere d’ un sicuro «!olpo di braccio
tanto ilisagio, ed andarsene. Ma non mancava chi protestasse. K talora vidi
anche i protestanti riuscir, con la forza delle loro manife.sta- zioni, a
comprimere la sconcia ottesa al miraisolo del genio, facendosi rivendicatori
energici delle ragioni della bellezza, in un impeto caloroso di sdegno e di
amore, che era non fallace e mirabile indizio di comunione spirituale fra.
l’opera «l’arte e il pubbliC/O suo, vera¬ mente mio. Proteste isolate, «pia e
h\, nei posti migliori del tea¬ tro ; unanimi invece, o «piasi, fra quell’altra
schiera di spettatori, in alto, che documenta il bisogno grande ed intimo e
puro «li una estetica jiace spirituale coltivato lungo le giornate
interminabili di un lavoro macehinale mal retribuito, — che documenta questo
bisogno, di¬ cevo, col danaro, tolto forse a «pialc.he jiarte di altri bisogni
più elementari della esistenza, onde è «compe¬ rato allo spettacolo un posto di
disagio e «li imperfetta jiercezione. E fra costoro è la plebe ; — «mntio
l’aristocrazia «logli altri. La plebe «lei partiti [«olitie.i avanzati, dei
volgarissimi comizi, dei conati delittuo.si di sovverti¬ mento politico e
s«)ciale; — contro, per esempio, l’ari¬ stocrazia morale di «ibi economizza il
coraggio civile — 121 — ftuioiulo ogni 4 Uivrto d’ora apiìcllo alla polizia ;
contro l’aristocrazia intellettuale di chi teme le novità-gridainlo all’eresia
ove non è liiopo couinue o frase di maniera ; contro l’aristocrazia
sentimentale arte 10 stradale via per i boschi : l’Amiata, solenne, è di
fronte. La folla ai accalca all’uscita, stringendosi intorno a me, dui debbo
lasciar (piella terra e n’ ho una lieve malinconia : molti vecchi, molte donne
d’ogni etiì, con¬ tadini la maggior parte, lavoratori quasi tutti. 15 una indicibile
cordialità di saluti gentili; un mormorio dif¬ fuso, iiieno di affabilità e di
cortesia. A un tratto, un grande silenzio. Si ritrae la folla, jier dare
spazio. Un liontadino sui trent’ anni, dal viso asciutto, con atteg giamento
grave, e quasi inspirato, si avanza, si toglie 11 cappello e, ritto su la
[lersona, innalza con voce aperta, limpida e s(piillautÌ8sima, un cauto. È
l’improvvi.sa- zione del poeta: sono gli stornelli del saluto, apiuo- priati
alla circostanza. 15 gli altri, immobili e race.olti, rendono omaggio alla
virtù del compagno loro, com- piae-endosi nella espressione adeguata del comune
ben volere verso l’ospite che se ne va. Termina il canto; e il saluto si
risolve e si fonde in un lungo applauso. Mentre la (jarrozza dis(!eude rapida verso
la valle, si — 122 — atteuiiJi la voce ilei paese: tloiiiina, a i)Oco a poco
nnico, l’Amiata sileute. Audio questa, dicevo, uou sardibe aristocrazia. * • Ma
die cosa sarebbe dunque aristocrazia 1 11 pro- bleiua uou è ozioso per noi,
perché la nostra «ricerca della felicitò », proposta all’individuo, che riceve
modi e forme da altrettanti prinxiipi (chiamiamoli così) rùm- iiosciuti
ciascuno per ciascuno iusuftìcieuti, che si ispira alle ragioni della bellezza
ed al libero alfe.rmarsi del¬ l’amore, pone, senz’altro la differenziazione e
quindi l’elevazione dell’ individuo, cioè la giia afférmazione aristocratica.
D’altro cauto, mentre la ])rodamata limi¬ tazione e sorpassabilitA dell’etica
tradizionale sembra scioglier!' l’uomo da ogni vincolo interiore ed abbando¬
narlo al ano talento concepito come una facoltò assoluta¬ mente autonoma, — via
via che l’individualità si aflérma con maggiore evidenza, si manifesta anche
una disim- sizione nodalmente antagonintiea, da cui deriva una con¬ cezione
della vita affatto ojiposta alla nostra. (riova quindi affrontare questo
iiroblema. Chi scrive di cose che riguardano la condotta umana non può non
riflettere la nozione intiera eh’ egli ha jiotnto formarsi dell’ esistente. Ma
dar conto adegnato del generale e di tutti i particolari è impossibile. Si è
condotti lìorciò ad accennare al generale ed a saggiare questo sovra qualche
particolare più o meno definito. Sarebbe come la dimostrazione sperimentale
dell’as- snnto. Chi legge può trovare ivi il metodo e fare per conto suo
altrettanti esperimenti sovra particolari di¬ versi. (tra noi, e per’la stretta
connessione che il modo di sentir# il tema nostro ha con queste ilottrin# con-
sviluppi) notevole ila esse preso neil’iuiiuio ili molti entusiasti e di molti
ingenui, vo¬ gliamo indagar hrevemente quanto della filosofia del dominio,
della forza, del superuomo, dell’amoralismo, (lell’aristoerazia, si regge di
fronte alle esigenze prati¬ che ilella minore disgrazia o del più sopportabile
dolore, ed ai criteri superiori della bellezza e del gusto. Kitorneremo dopo,
nelle parti successive del libro, a completare la nostra costruzione in
un’opera positiva (li afi’ermazione, liberati da critiche e contese. Jla
intanto a molte domamle dovremo prima, almeno implicitamente, rispondere. Per
esempio, l’energia individuale, può essere coll¬ usa con l’egoismo! Non v’è un
egoismo costruttivo di fronte all’egoismo distruttivo? l/iiomo si eleva nel
l’isolamento: o il commercio coi proprii simili non è il miglior modo per
giungere alla più larga e profonda comprensione della vita ? La in-eoccupazioue
del proprio dominio è segno di forza o di debolezza ? Opprimere è fruire di un
determinato oggetto? L’inilividuo che si dilìerenzia può lagnarsi di non essere
comju’eso ed apprezzato ? È legittimo trarre dalla inopria difi'eren- ziazione
un giudizio d’inferiorità altrui ? La differenza è necessariamente ostilità ?
La negazione degli « accordi superficiali », patrocinati dai deboli e dai
furbi, è affer¬ mazione necessaria di guerra! Quanto vale la rassegna¬ zione!
Quando l’indulgenza è inferiorità? Bene amare non è cosa .sommaiueiite
difficile, e quindi elemento notevole di distinzione? Bisogna sempre lottare
per il diritto! Indugiar.sijnella ])ropaganda è debolezza? Te¬ mere le
rivoluzioni è forza! 11 successo e le probabilità del Hucces.so non sono
criteri per giudicare della volontà e della intelligenza !J 1 cosidetti «doveri
di società.» fanno della buona aristocrazia ? Il senso della bellezza non
rinnega l’autorità f ì? possibile che lo spirito di — 124 gritna8si I » — 125 —
Ma in questo i)uiito Zarathustra iutemippe il pazzo furioso e s:!’ chiuse la
bocca. « Ma 1ÌUÌ.SCÌ (luiiqiie — esclamò — da lungo tcmi)o mi fan stomairo il
tuo discorso e il tuo contegno ! « Perchè dimorasti così a lungo nella palude,
sì da diventare tu stesso un ranocchio od un rospo! « Non scorre forse anche
nelle tue vene un sangue fangoso, putrido e bavoso, che ti fa gracidare e
bestem¬ miare in tal modo! « Perchè non ti rifugiasti nel bosco ! O non al asti
la terra! Non è forse il mare rijiieno di verdi isolette! « lo disprezzo il tuo
disprezzare: e se tu ammonisci me, perchè jirima non ammonisti te stesso!
«Dall’amore soltanto deve uscire il mio disi»rezzo, l’uccello auguralo: non già
dal padulel « Ti chiamano la mia scimmia, o pazzo furibondo : ma*io ti chiamo
il mio maiale grugnente: col tuo gru¬ gnire tu mi guasti Pelogio_della pazzia.
« Che cosa ti fece i»rima ginignire ! Il conoscere che nessuno ti adulava come
speravi : — presso alle lordure sedesti per aver un pretesto a grugnire. « Un
pretesto ad una lunga vendetta! Giacché ven¬ detta, 0 pazzo vanito.so, è la tua
bava : io t’ ho letto nell’anima ! « Ma il folle tuo discorso mi dà noia anche
quando hai ragione ! E quand’ anco la parola di Zarathustra avesse le mille
volte vagirne, tu con la mia parola com¬ metteresti semime un storto.' » Così
parlò Zarathustra; poi considerò la grande città, sospirò c tacque a lungo,
lutine così disse : «Anch’essa, (]uesta grande città, e non solo questo pazzo,
mi muove a fastidio. Nè 1’ uno uè l’altra sanno farsi nè migliori nò peggiori,
«Jjuai a questa grande^città ! Vorrei già vedere la colonna di fuoco che la
incendierà I — 126 - « Giacché tali coloune devono precedere il grande
meriggio. Ma ciò ha il sno tempo e anche il suo'fato. « Pnr questo insegnamento
dedico a te, o pazzo, prima di partire : «Quando più non si può amare bisogna
andar oltre ! » Così parlò Zarathustra; e abbandonò la grande città ed il pazzo
(1). 1 { i d - .. ^ (1) Nietzsche: Vosi parlò ZuratìatHra ; P. III. Di ciò di’è
\ passeggierò. Tr. ital. ; 2 Ediz. ; Torino, 1906. J CAPITOLO II. L’ ai
istoeiazia nell’ arte SomiuBrio. — It. AIkocanismo biologico oella vakiazione E
LA BELLEZZA - II, PROCESSO DELLA INDIVIDUAZIONE NELLE KOU.ME DELL’ARTE - L’ArTE
POPOLARE - I LIMITI DELLA VARIAZIONE ^ LE ESIGENZE OBBIETTIVE DELLA CREA¬ ZIONE
ARIWTICA. Giova alleile qui, ad indagar le ragioni della aristo¬ crazia e
quelle non meno forti della democrazia, far capo ai dati dell’estetica. E
conviene cominciare da una, forse la principale, delle radici biologiche della
bellezza. II meccanismo della variazione per cui si determi¬ nano tutte le
specie animali e vegetali, procede per successive difterenziazioni di
individui, che si accumu¬ lano per eredità, facendo sempre più divergere rispet¬
tivamente le stirpi provenienti da un ceppo comune. Meccanica, istintiva, e
talora cosciente (secondo i casi), questa tendenza dell’individuo a
distinguersi dagli altri esseri della sua specie, è intimamente collegata con
la funzione più alta e più essenziale dell’individuo : la conservazione e la
riproduzione della specie. Wal. lace, Darwin, e gli altri che vennero dopo,
dimostia- — 128 — rollo ohe qaesta teudcuzii iioii ha soltanto un valore
imlividualo, ma ha più larga importanza, perchfe uno dei primi bisogni di
qualunque specie sarebbe quello di manteuersi separata quanto meglio è
possibile dalle specie più prossime. Orbene, Lucien Bray, in un libro che
merita ili es¬ sere letto per la sua originalitù ed elegante chiarezza, atterma
che in questa temleuza a distinguersi propria degli individui di ogni specie
vegetale ed animale biso¬ gna ricercare 1’ origine delle qualità di forma, di
colore, di disegno, che costituiscono per noi gli elementi della bellezza degli
esseri. Perchè i dori dispiegano i loro petali colorati ! Perche ciò serve a
metterli in maggiore evidenza fra i loro vicini, richiamando sovra di essi
l’attenzione degli insetti i quali più facilmente sono indotti così a portare
inconsapevoli il polline feconda¬ tore dall’uno all’altro. Perchè il pavone
apre il ven¬ taglio suo dai mille occhi iridati, il fagiano lampeggia nei
sùbiti arricciamenti la porpora e l’oro de’ suoi col¬ lari e delle>ue
creste, il rosignuolo sospira le note più languide e dolci del suo canto
mattutino i Ciò accade perchè l’individuo che ha i colori più vivaci, le note
più acute o gli accenti più soavi, troverà più agevol¬ mente alla
fecondazione,^all’amore, cioè alla conserva¬ zione della specie, la compagna
che gli occorre. Così il Bray ; e noi non vogliamo nasconderci quanto nella
osservazione può essere di impreciso e di troppo generico. Certo, non si può
prendere ogni cosa alla let¬ tera, trasportando i giudizi nmnni di bellezza a
rapporti di vita ai quali è estranea una qualsiasi emozione este¬ tica negli
esseri che vi partecipano. Trattandosi di dori, per esempio, siamo noi che
avvertiamo la loro bellezza; liresnmibilmente non gli insetti che su quelli si
i»osantf. Così possiamo concedere che il bellissimo verde metab lice delle
elitre di una Calosoma sìvophanta giovi corno — 129 — segno di riconoscimento
nella ricerca reciproca degli individui appartenenti ai due sessi, correlativa
alla fecon¬ dazione, e quindi il maggior splendore di un individuo elevi, con
la percezione, il tono vitale dell’altro che lo ricerca;—ma sempre nella stessa
classe degli Insetti e nello stesso ordine dei Coleotteri, non dubitiamo che,
per esempio, la bellezza di un Varabus o di una Cicin¬ dela la giudichiamo tale
con criteri in gran parte esclu¬ sivamente umani (simmetria, snellezza, eleganza
di curve, proporzione, ecc.), mentre le loro forme così bene atte alla preda (e
forse perciò le stimiamo belle) non sono nè meno nè più coordinate con la
funzione nutritiva (anclie questa è condizione alla conservazione della specie)
di quel che non lo siano, fra i crostacei, le forme di una Saeculma, degenerate
dal parassitismo, che noi chiamiamo brutte. Ma rimane però sempre il fatto che
il processo biologico della differenziazione è parallelo e strettamente
connesso con quello del sorgere delle forme che noi ascriviamo, sia pure in un
giudizio nostro soggettivo, alla bellezza naturale. Si aggiunga infine che
nelle specie animali superiori una vera e propria scelta, istintiva o
cosciente, da ])arte della femmina sul maschio è assolutamente innegabile. Per
modo che, sebbene con qualche cautela, è lecito sostanzialmente asserire col
Bray, che nelle specie vege¬ tali e nelle animali inferiori le complesse ed
indistinte necessità della conservazione della stirpe, nelle specie animali
superiori il bisogno di riconoscimento, e, ad un grado più elevato, la scelta
sessuale, sono verosimil¬ mente le sorgenti più dirette della bellezza. Con
ragione il Bray nota che presso l’uomo questa tendenza alla scelta, sulla base
di distinzioni indivi¬ duali, resa più complessa, come vedremo fra poco, da
molti altri elementi, diventa un bisogno, implicando così un sentimento e
un’idea. Ed essa è il fondo dell’emozione 9 — 130 — estetica, almeno per quegli
oggetti la cui bellezza (difle- renziazioiie) abbia l’origiue sovra accennata
della scelta sessuale ; dovendosi necessariamente supporre cbe il sentimento e
l’idea della bellezza non abbiano origine diversa dalle qualità per le quali
l’emozione sorge e si manifesta. La bellezza umana sarebbe dunque, almeno per
gran l)arte, la conseguenza di questo bisogno che spinge un essere a
distinguersi dai proprii simili i)er trionfare su di essi nella lotta sessuale;
l’emozione estetica rappre¬ senterebbe, sotto questo riguardo, gli stati di
piacere o di sofferenza cbe risultano dall’ essere o non soddi¬ sfatto questo
bisogno; l’idea del bello ripeterebbe il suo principio dalla constatazione di
questo piacere e dalla comparazione degli elementi cbe vi dànno origine (1).
Riassumendo: principio di individuazione, vale a dire affermazione di
aristocrazia. Ed altrettanto possiamo osservare in un percorso ulteriore,
quello dell’arte. • • • La concorrenza sessuale, la volontà di vittoria sui
rivali, moveva siffatto congegno biologico di distin¬ zione. Con l’atfermarsi e
col progredire della società, il bisogno di preminenza e di distinzione (clic
rimane però sempre, comunque specificato o deviato, un elemento decisivo per la
conquista della femmina) si manifesta in una quantità di altri casi. Altri
sentimenti d’origine varia, come accennammo dianzi, il temperamento, le
abitudini, l’influenza dell’imi¬ tazione, ecc., concorrono a generare
particolari ripu¬ gnanze od attrattive verso certi caratteri di distin¬ zione a
preferenza di taluni altri. A questi stati psichici (1) L. Brav: Dii Beau; Paris,
Alcau ed., 1902. — 131 — faimo capo specialmente i fattori intellettuali e mo¬
rali dell’emozione estetica. Ed è superfluo avvertire come all’uomo
mediocremente evoluto non basti più la percezione di una distinzione qualsiasi,
perchè sorga il piacere estetico: occorre inoltre che l’eccitazione entri nel
(piailro di certe idee e di certi sentimenti, l’influenza dei quali viene a
perturbare, sotto un certo punto di vista, ma in realtù a complicare,
ad'arricchire, a raf¬ finare il meccanismo primitivo. Ad ogni modo,
complessivamente, e tenuto calcolo che questo è soltanto uno dei lati da cui
può essere tolto in considerazione il fenomeno artistico, giova per il momento
constatare come anche sotto questo riguardo si pongano le ragioni di una cotale
aristocrazia. Il bisogno di perfezione e di superiorità., scrive il Bray, il
sentimento dell’io, sono la forma sociale dell’ originario bisogno biologico di
distinzione: co.scientemente o non, quello implica necessariamente (piesto. E
nell’arte, c e abbraccia tutti i casi di produzione volontaria del piacere
estetico, la distinzione, per il suo carattere sociale, deve ÌTi qualche modo
essere una superiorità : è valuta¬ bile in senso positivo la differenza, quando
ciò che la costituisce rappresenta una quantità aggiunta alle altre che già
sono nel nostro dominio: vogliamo sempre, in¬ somma, qualche cosa di più, che
sia anche qualche cosa di meglio. Tale si presenta, a chi la consideri con
qualche larghezza di vedute, la storia delle arti. Ne diede dimo¬ strazione il
Giani in nno scritto su l’aristocrazia nel¬ l’arte, la cui tesi qui accenniamo
rapidamente. Dall’originaria danza collettiva, che non consento neanche la
distinzione fra spettatori ed attori, poiché ognuno della tribù vi ha parte, e
tutti presso che sempre ad un modo, si passa gradatamente ad altre forme ove
l’elemento individuale si stacca dal collettivo : sono i capi a cui è dato
luogo e funzione di particolare ono- — 132 — rauza, sono i sacerdoti che si
fanno regolatori dei riti. E poi, cominciandosi a raftignrarc scene di che sono
chiari al pensiero i successivi momenti, si fa nna prima distin¬ zione fra
spettatori ed attori. Si distribuiscono poscia i compiti e gli ullìci fra gli
attori. È sempre lo stesso processo d’individuazione. E da questo punto si specificano,
oltre il percorso della danza originaria collettiva, le varie arti. Nel canto
che da quella si sciolse è la materia prima del l’epopea. Ed anche per l’epopea
si i)assa dal primo mo¬ mento, collettivo, della creazione della leggenda co¬
mune, — attraverso il determinarsi e fissarsi dei vari episodi in canti per lo
più frammentari e staccati, ove l’individuo si afferma pur entro la creazione
popolare — fino al riordinarsi di questi canti nell’armoniosa unità del poema,
nella qual’opera il poeta prevale. Nò differente è il cammino che conduce al
teatro no- derno. Sorto pur esso, come già il teatro greco, dalla celebrazione
d’un rito religioso, nato dramma liturgico nel tempio, diventato lavde
drammatica e devozione tra le pie congregazioni dei fedeli, innalzatosi a fine
este¬ tico e a pubblico spettacolo nei misteri, trasformato e ricreato a
rapi)reseutazione della vita e dei costumi nei capilavori d’arte individuale.
Così dalla antichissima iconografia murale, (se anche alle origini non quella
sola forma si manifesti), riflet¬ tente un sentimento comune e un comune modo
di espres¬ sione, specializzatesi la pittura e la scoltura, in ognuna «li esse
il genio individuale dell’artista potè afì'ermarsi .sempre più liberamente. E
nel Itinascimento italiano l’opera dell’artefice ha una sola norma, il gusto
dei più raffinati. L’artefice, scrive il Taine, «non segnava una linea che non
fosse l’espres¬ sione «li un sentimento personale». E poi che aristocra- f ie,a
è l’arte, nota il Giani, « può ben sorgere Leonardo — 133 — (la Vinci ad
ainiuouire (e nella frase si riverbera fiilgi- ilissima rideal Incedei tempo)
che l’artetìce ha da essere, sopratntto, un solitario ». Certo 1’ età più
gloriosa dello arti moderne è (jnella in cui « più individuale fu l’espressione
e più aristocratica la coltura » (1). Questa la tesi del Giani. La quale,
mentre viene in appoggio e quasi a complemento di quella del Bray, trova ivlla
sua volta conforto in un altro ordine di considera- zioni. „ . Avverte lo
Spencer nella sua Introduzione alla scienza sociale: « Avete ricevuto nel corso
della vostra vita una qualsiasi educazione musicale? Bicordate le fasi per cui
siete passati. Nella vostra infanzia una sinfonia era per voi un mistero, e gli
applausi cb’essa strappava agli altri vi mettevano nell’imbarazzo. Essendosi
con l’età lenta¬ mente sviluppate le vostre facoltà musicali, voi avete
cominciato a comprendere. Oggi le combinazioni musi¬ cali che prima vi recavano
poco o punto piacere, sono quelle die vi procurano i godimenti più vivi. E
riflet¬ tendo a ciò, voi cominciate a sospettare die l’indifle- reiiza in cui
vi lasciano le combinazioni musicali an¬ cora più complicate, potrebbe ben
derivare da una vostra incapacità a percepirle piuttosto che da un loro
difetto.» (2). - V L’osservazione è comune, ma essa ha il mento di suggerire il
richiamo alle manifestazioni d’un’altra legge biologica, quella che Ernesto
Haeckel chiamò leggo ontoyenetica, per la quale l’evoluzione dell’ individuo
ripete in breve tempo tutta l’evoluzione della stirpe a cui l’individuo stesso
appartiene. L’arte è atteggia¬ ti) K. Giani: Per Varie aristoeralica : Torino,
1896. Taink: Voijaye en Italie; toin. 1; ivi citato. (2) Spencer: Inlroditzione
alla scienza sociale; tr. ital.; 1887 cap. VI, p. 163. — 134 — mento della
società umana. L’individuo, "iunto alla vita in un’epoca di umanità
larffamento evoluta, segue nelle sue percezioni estetiche lo stesso cammino
trac¬ ciato dalla evoluzione sociale delle manifestazioni arti¬ stiche.
Jlapprima egli non percepisce la bellezza del¬ l’opera d’arte, se non
attraverso i più comuni stati commozionali ridesti dall’opera in ra])porto alle
circo¬ stanze onde essa si rivela. Poscia discerne i rapporti necessari da
quelli accidentali. Poscia ancora, col pro¬ cedere del tempo e più con
l’aflinarsi della educazione estetica, pur essendo sempre le medesime le forme
este¬ riori impressionanti i sensi e la mente, la commozione è susseguita da
uno stato di relativ'a impassibilità. E, dato che di una vera bellezza si
tratti e che questa si continui a percepire, in tale impassibilità più sicuro è
il giudizio, l)iù sagace la scelta, e più i)reziosa la gioia. PI questa è
maggiore ricchezza, perchè a destare i primitivi stati emozionali basta, per
chi è snfficieTitemente evoluto, il ripiegarsi su sò stesso e l’immedesimarsi
con l’este¬ riore natura in una improvvisa e facile e mobile crea¬ zione
artistica interiore, quando siasi acquisita, attra¬ verso le conoi5cenze e le
esperienze precedenti, la capa¬ cità di ottenere ciò senza l’indicazione e la
guida o la suggestione dell’opera altrui. E que.sto è progredire; e progredire
meglio che altri è differenziarsi. L’evoluzione individuale, pertanto,
rifletterebbe, (juan- tunque con aspetti esteriori alquanto diversi, ciò che
abbiamo veduto verificarsi nella più larga evoluzione della stirpe attraverso i
secoli della storia dell’umanità. Così, per ogni Iato, sia che si riguai di
l’individuo, sia che si riguardi la sjiecie, si rivelerebbe in questo
particolare atteggiamento (l’arte che nel progredire si fa sempre più
aristocratica) la legge più generale della evoluzione per cui (mi sia concesso
richiamarmi ancora una volta al Giani), lisalendo alla materia inorganica,
dalla — 135 — nebulosa primitiva iu cui la forza è latente e in modo uniforme
diffusa, per successive fasi, ciascuna delle quali è, come dice l’Ardigò, « un
distinto verso la pre¬ cedente ed un indistinto verso la seguente», si per¬
viene «a tutto un concerto di forze con determinazioni svariatissime,
manifestantisi in direzioni, velocità, pe¬ riodi e ineguaglianze diverse» (1).
• * * Dalle quali osservazioni d’ordine generale e quasi astratto, si scende,
con criteri analoghi, alle valutazioni concrete del momento. Si discutono le
ragioni di quello che usa chiamarsi pubblico. E giustamente si alferina che per
l’artista non è indispensabile folla e contemporaneità di fautori ; « non ne
occorrono a lui, come scrive il Dossi, nè cen¬ tinaia e neppui’e ventine a un
tratto ; gliene bastano pochi, uno anche, purché siauo degni, a loro volta, di
lode e purché si succedano — sentinelle d’onore del nome suo — fino al piii
lontano avvenire. La votazione per la durevole gloria d’un artista non si
chiude in quel medesimo giorno iu cui viene proposta, ma le urne rimangono
aperte nei secoli » (2). E giustamente ancora si nota per un altro verso come
non sia materialmente consentita all’opera d’arte l’unanimità dei sntfragi. Lo
stesso oggetto non può essere gradito da spiriti radicalmente diversi. La cul¬
tura estetica é una scala senza line, di cui bisogna salire successivamente i
singoli gradini. Ma, per ogni singola realtà concreta attuale (indivi¬ duata
nel momento estetico del giudizio favorevole o (1) Aruigò: La formazione
naturale nel fatto del sistema solare; pag. 38 e 39. (2) C. Dossi; La desinenza
in A; Roma, 188t; p. XXXTV. — 13fi — sfavorevole di quello che io chiamerei il
« consumatore » di fronte ad un’opera nuova che gli si presenti), il pro¬ blema
cessa di posare nella sua schematica semplicità, e mostra subito le sue altre
facce, richiamando l’atten¬ zione sovra altri molti elementi. E si comincia a
sentir il bisogno di distinguere e di precisare. Si avverte anzitutto come
elevazione dell’arte non sia nella creazione industriosa di i)iccoli canoni
tecnici correnti in un cerchio ristretto di persone, onde queste,
distinguendosi, non per forza naturale, ma per istudiate complicazioni di
etietti innaturali, possano trarne illu¬ sione di snj)eriorità. Sarebbe infatti
ingenuo confondere la moda (sia pure la moda sublime dei più impeccabili
damerini) con l’aristocrazia, l’artilìcio con la grandezza. Quando la cerchia
di un certo numero di persone, anche intelligenti, si restringe e si chiude,
perde la nozione dell’ ampiezza sconfinata che la circonda, fa sò regola dell’
Universo, come direbbe il Vico; ma l’Universo diventa piccolo, piccolo. Chi ha
tenuto qualche confe¬ renza dinanzi a pubblici cosidetti intellettuali, potò
farne l’esperimento. Dite francamente le cose più sem¬ plici: parrà che
lanciate i più audaci paradossi. After- mate serenamente le cose più gravi:
passerete per un uomo assai spiritoso e provocherete la più amabile ila¬ rità.
Accennate ingenuamente a stupire di questo fatto: la gioconda ammirazione per
il vostro spirito si volgerà all’applauso. Bisogna pertanto distinguere il imbblico
dell’ora che volge, l’agglomerazione di un certo numero di i)er8ono in un dato
tempo e in un dato luogo, coi transitori ijre- concetti della moda, con le
storture di una mala educa¬ zione, con le preoccupazioni conturbanti delle
vicende d’ ogni natura on le jinò momentaneamente essere di¬ stratto o
traviato, con le imperfezioni di una inferio- — 137 — rità naturale che attende
a salire, — bisogna distinguere, dicevamo, questo pubblico da quell’ altro che
risulta dal piii largo consenso possibile di uomini nel tempo e nello spazio,
traverso tutte le purificazioni dei giudizi che sono date dal confronto,
dall’analisi, dalla selezione, dall’esperienzainsommadell’/io)»o noumenon, come
direbbe il Kant, dall’esperienza accumulata per l’opera dello generazioni susseguentisi
; — quel i)ubblico che Riccardo Wagner attendeva ed attende nei secoli per
l’opera sua, ricomi'onente l’originaria unità delle varie forme del¬ l’arte, ma
tesoreggiante tutti i risultati della distin¬ zione precorsa. E poi; v’è anche
arte che chiede folla e contempo¬ raneità di finitori; — basti accennare
all’eloquenza cd alla recitazione drammatica. V’ò arte, come osserviamo nella
bellezza dei riti, che chiede proprio una parteci- liazione diretta di folle.
Ancora: non mancano manife¬ stazioni singole altissime di arte che per la loro
imme¬ diatezza e larghezza giungono facili e sùbite alla per¬ cezione delle
moltitudini; vorremmo accennare, per dir così, alla popolarità di Giotto, di
Sakespeare e, ci si perdoni il salto, di Gioacchino Rossini. Non si può negare
infatti l’esistenza di un’ arte la quale esercita la sua azione sopra una
società iutiera, la quale racchiude in sè abbastanza di sincerità per
commuovere tutti gli uomini intelligenti, ed anche ab¬ bastanza »li profondità
per fornire sostanza alle rilles- sioni di una élite capace di scovrirne i
valori e i sensi riposti. Così non certo si vuole im^arte popolare, quando con
questa parola si intenda significare proprio un’arte infe¬ riore, che si adatti
alla generalità del momento; non si vuole formulare all’arte un precetto di
forzata cd insincera umiltà, per cui debba sempre e comunque trovare i modi
della seduzione per qualunque categoria — 138 — (li intelligenze; — in sostanza
si condanna la demagogia dell'arte; — ma neanche si vuole ammettere che l’arte
possa equamente pretendere di isolarsi dalla vita col¬ lettiva. Ed allora una
vera e propria aì-te popolare dovrebbe dirigersi alla conquista di quella più
larga generalitù, che è data da tutte le sepolte e nondimeno efficienti energie
del passato, e da tutte le forme onde il genere umano proietta nei progressi
avvenire le sue potenziali energie del presente. Allora, per un cammino
inverso, elevazione dell’ arte sarebbe alla sua volta nella più diretta e nella
più completa affermazione dell’individuo, così come sinceramente abbisogna di
manifestarsi agli altri o a sè stesso. Ne avviene che la natura umana essendo
fondamentalmente uguale in tutti gli uomini, la più schietta espressione della
personalità singola, conservando i caratteri della individualità, derivi pure
dalla sua completezza la maggior somma di rapporti con quanto costituisce
l’insieme delle altre personalità umane; ne abbiano queste o non ne abbiano una
coscienza qualsiasi, poco importa, — l’opera d’ arte giova anche alla determinazione
di siffatta coscienza. « * * La migliore verità approssimativa è dunque, pur
qui, empirica; e la si ritrova fra un dato scientifico e l’altro, quando il
ricercatore abbia ben appreso il guardarsi da quello spirito di gravità, da
quel formalismo logico che è la cagione massima di tutti gli equivoci ed il
sostegno più temibile ed ostinato di tutte le guercie prepotenze intellettuali.
Perchè è vero che il processo storico dell’arte nella società umana iniò
raffigurarsi come un passaggio delle sue manifestazioni dalle collettività
all’individno sempre più distinto e differenziato; ma questo processo sche- —
139 — inutico non segna già una necessaria sostituzione — nel t^enipo — ili una
manifestazione all’altra. No: le varie inanitestazioni’iiermaugono tutte, sia
pure trasforman¬ dosi in modo maggiore o minore, così come sussistono specie
animali di tutti i gradi della scala zoologica, anche se l’evoluzione degli
organismi animali è giunta alle forme più differenziate di taluni crostacei, di
taluni insetti, di taluni mammiferi, mentre poco depongono in contrario le
particolari specie estinte lungo le epoche ireologiche ; e la permanenza di
ognuna di questo varie manifestazioni risponde a un giusto adattamento alla
vita, in un suo lato particolare. Non basta: ogni giorno, per ogni ciclo
evolutivo che incominci una nuova serie, si ritorna daccapo. Ed è vero che ogni
individuo tende a differenziarsi perchù questa è una esigenza di vita della
specie; ed è vero che nelle differenziazioni è bellezza. Ma la dif¬
ferenziazione è sempre utile alla specie, qualunque sia il suo limite! E ad
ogni grado la differenziazione appare come bellezza! Tutt’altro! Oltre un certo
limite la varietà diventa anomalia, e rappresenta allora degenerazione. Ogni
specie ha il suo pei'corso: l’individuo non se ne può staccare oltre il limite
che lo faccia ancora riconoscere per simile dagli altri che appartengono alla
medesima specie. La varia¬ zione è gradita perchè assicura la continuazione
della stiriìe: l’anomalia no, per la ragione opposta; — ecco la differenza fra
distinzioni che avvicinano e distinzioni che allontanano i sessi. E l’anomalo
non piace — non è bello — lìerchè la sterilità incomincia nella vita di
relazione a risparmiar l’inutile disperdimento di energie vitali di una congiunzione
che sarebbe infeconda. Questo per la biologia animale. E ne troviamo subito il
riflesso nella psicologia umana. — 140 - (’ome v’ò lina bellezza la quale,
anche jier l’uomo, deriva le sue ragioni dal principio laniarckiano dell’a-
dattainento, onde in rapporto alle esigenze della specie emerge il tipo
estetico della specie stessa, il discostarsi trojipo dal quale segna per
l’individuo il jiassaggio dal caratteristico, dall’originale al brutto (1);
così è noto che, emergendo molti giudizi di bellezza dal riferimento a un tipo
generico astratto, di qui, attraverso la teoria leopardiana ([c\Vassuefazione,
si giunse all’esagerazione unilaterale dello Herckenrath, per cni il piacere
della rispondenza al tipo (per Ini sola chiave del fenomeno estetico),
consisterebbe nella facilità, di riconoscimento (2). E ciò sarebbe di nuovo in
antitesi col jirincipio di individuazione accennato ed accolto dianzi, da cui
pro¬ cedono le ragioni del bello immediato. Al qual proposito noi accettiamo
l’indicazione di Manfredi Porena: — V’è antagonismo fra le ragioni tipiche e le
ragioni immediate del giudizio di bellezza: la risultante e la prevalenza di
queste ragioni su quelle sono date dall’elììcaciarelativa delle due componenti
estetiche, sono legate al gusto individuale ili ciascuno, e variano da obbietto
a ob- biotto (3). E qui entra in cp. cit. P. Il, pag. 109; P. Ili, pag. 157 e
191. — 149 — iiuMite unifonni (ariditiv di cuore); — quelli (die vedono le
meraviglie soltanto nell’arte antic-a, salvo a trovare il capolavoro dove non è
che un’erronea attribuzione (mancanza di sincerità) ; — quelli che disdegnano
tutti j malvestiti (abito di viltà interiore) ; — quelli che non ammirano mai,
che non si entusiasmano, che non si commuovono (incapacità originaria od
esaurimento per debolezza organica). E poi, incontriamo geni incompresi ed eroi
inimzio- — ricchi non aventi altro che la ricchezza, — po¬ veri che domandano
ai ricchi di essere compatiti e tol- — poeti che fanno versi incomprensibili, —
gio¬ vani amanti di contesse decrepite, — deputati conser¬ vatori di quello che
hanno fatto gli altri, — cavalieri e commendatori, — faticoni ossequiosi,
martiri di tutte le cerimonie nfliciali, — grandi avvocati penalisti anal¬
fabeti, — provinciali spadaccini, — neocattolici che scambiano un S. Giovanni
per l’altro, — Sottosegretari di Stato per impossibilità assoluta di diventare
Mi¬ nistri;... insomma, tutta una galleria di tipi inestetici, i diiodechn
millia signati dell’Apocalisse, — o meglio, una stilata di qirei guerrieri corpulenti
e nani, dall’oc¬ chio di piombo, pieni di certa comica e spaurita fierezza,
onde si compia(;quero gli scultori barbari che poco oltre il mille aninnivano
di tali raffigurazioni i fregi delle ])orte nelle città italiane. * * * Ma non
occorre indugiarsi su le caricature. Sgombro il terreno dalle più grossolane
contraffazioni, possiamo ricercar più addentro il nostro tema. Giova all’uomo
assai spesso la solitudine. Occorre talvolta rinserrarsi nella propria
vocazione morale, ri¬ manersi nelle opere della scienza o in quelle di una par-
— ir>o — ticolarc arte, straniamiosi dalla vita colmine. Ciò quando lo
richiede la intensitit dello sforzo, iiercliè non si ab¬ biano distrazioni. Ma
che cosa sarebbe questo rifugio in sè stessi, quando non lo vedessimo jiopolato
di im¬ magini, di ricordi, di pensieri, di esperienze le quali traggano valore
e segno da tutta la complessità della vita? Kd il raccoglimento sarebbe d’altra
parte ozioso ove i risultati suoi non fossero chiamati a dilagar, fecon¬
datori, all’esterno. Ed allora io bene provvederò a me stesso aflfermando
praticamente distinta la mia individualità; ma non jiotrò pretendere che gli
altri, senza sperimentarla, l’ac¬ colgano così come loro si presenta. Non solo;
le esigenze della condotta sono tali per cui io debba rendermi conto delle
condizioni di quella accoglienza, e dei modi ])er ottenerla. Ed allora io
dovrò, per l’efficacia dell’opera mia, chiedere consigli al giornale, alla
piazza, alla minuta bat¬ taglia d’ogni giorno: — non lirendere sempre sul serio
le smorfie della mascherata sociale che le menzogne e le convenzionalità dei
piccoli, degli inerti, dei deboli fanno talora trionfar per le vie e penetrar
nelle case degli umili e dei jiotenti; ma anche di queste apparenze dovrò tener
conto, per saggiar la sostanza buona o cat¬ tiva che sotto di esse si cela. Nel
quale esercizio si accresce, per altri modi, il contenuto sano e solido
dell’esperienza. Già lo aveva avvertito Cicerone: « Sic aUorum iudicio pcrmulta
nobis et facìenda et non favienda, et mutanda et corrigenda sunt» (1). Perchè,
in sostanza, con la quantità degli individui che si pronunziano, aumenta la
probabilità di giudizi diversi l’uno dall’altro; e più grande è la varietà dei
giudizi, (1) CiCEKONis: I)e officiis, li, 44. — 151 — più {iramle pure è la
riccliezza di espericTiza die ne scaturisce. (>ui si può veramente dire die
nella eterogeneità e forza Una soiuina di informazioni, maggiore di quella
d’alcuu individuo isolato, darA luogo ad un sapere più completo. Più .sono le
interpretazioni che si accostano, e più tacile sarà die dal loro ravvicinamento
emerga una più larga visione degli uomini e delle cose. E se anche, per assurda
ipotesi, tutti e sempre sbagliassero, gioverà almeno avere precisa e diretta
notizia dell’errore domi¬ nante, che può essere errore di giudizio come di
senti¬ mento, di pensiero come «li condotta. Ecco la necessitA di mescolarsi
col popolo ; forza viva che si deve conoscere, per governare le jiroprie azioni
in conformità dei risultati utili die alle medesime si propongono, e per trarre
da quella tutti i valori onde nella sua complessità è ea])ace. Coloro che ciò
non avvertono, e professano quindi gli insipienti disdegni per le moltitudini,
si chiede il Rauh, hanno veramente saggiato la credenza morale che dicono di
rifiutare! Hanno essi vissuto una larga vita di relazione, hanno vissuto a lato
di coloro che la celehrano con la propria condotta! Hanno frequentato, hanno
imparato a conoscere i militanti dei partiti poli¬ tici democratici, le
riunioni, i circoli, le assemblee, i giornali, ove si agitano idee
democratiche! C’è sempre qualcosa ad apprendere nel laboratorio della vita
sociale, nella lotta our l’individu; Paris, 1904; ]). 183. (2) KaL'H : eit.; p.
188. — 160 — bilmente tali rimarraimo sempre. Come non appare as¬ surda una
determinazione almeno approssimativa di qua¬ lità, i)er cui il saggio riesca a
riconoscere fra le « cattive coscienze » della giornata quelle pochissime che
annun- ziano il meglio dell’avvenire. D’altra ])arte l’individuo potrebbe forse
concedere sensatamente a sò stesso ogni licenza? anche quella della
contradditorietà dell’ azione con sò medesima! anche quella della
contraddizione fra l’atlermazione indi¬ viduale e ciò che, essendo comune a
tutti, è anche parte dell’individuo che si afferma! Riguardiamo sere¬ namente
la posizione. Se l’individuo inventa la propria bontà e la propria bellezza, il
comune’ed il generico gli sono pure imposti dalle condizioni esteriori, e
l’atto suo soltanto avrà va¬ lore positivo quando 1’ « invenzione » sua, o per
la forza intima del germe che la sostanzia, o per una adatta disposizione o
lavorazione del terreno, potrà sbocciare in permanenza di vita e dar frutti.
Inoltre, poiché in società si agisce, bisogna anche riconoscere il valor
pratico, sia pur relativo, dei prin cipii, non perchè ivi sia la materia vera
della moralità, ma perché in virtù di essi gli uomini sanno approssi¬
mativamente che cosa aspettarsi gli uni dagli altri (1). Ancora. L’individuo
non deve preoccuparsi di fare egli praticamente le leggi naturali,
l’evoluzione, la so¬ cietà: questo sono risultanti complicati-ssime di una
quantità infinita di forze diverse, ed alla loro volta condizionano
l’esplicazione di questo forze; comunque, ai determinano da sé oltre ogni
possibile sforzo o petu¬ lanza della piccola intellettualità umana che le
vorrebbe precorrere; e l’individuo deve essere per conto suo (1) Vedi
Calderoni: Diearmonie economiche e ilisarmonie morali; Firenze, 1906; p. 57 e
zegg. — 161 — buon iiulividuo. In altro parole, v’è ima normalizzazione
automatica della condotta umana, die risponde alle esi- iteuze della specie:
couvieue che rindividuo ne rico¬ nosca rellicacia per giovarsi di tale
condizione di tatto u per non iiersegnire inopositi oziosi; ma errerebbe chi
ovetendesse di farsene volontario ed intenzionale colla¬ boratore, mentre il
processo di quella normalizzazione adsce da sè, per la specie, con Tindividuo o
senza o contro ili lai; — ed un superiore eipnlibrio, attraverso sempre nuove
oscillazioni, emerge dal dispieganiento armonico e spontaneo di queste due
diverse energie. La (inai cosa, insistiamo, significa dillerenziazione dell’in-
(lividno. rerò, considerando anche qui il lato oiqiosto della situazione, noi
vediamo che la dillerenza non è necessariamente e sempre ostilitit; al
contrario, non lo i, (piasi mai per i saggi e per i forti. Essa ò soventi au¬
mento della comune ricchezza per la distribuzione del lavoro fatta pili larga
attraverso la varietà delle ener- óie concorrenti: tale è il riposto valore del
fenomeno per cui accade che « molte azioni siano per noi un do¬ vere, appunto
perchè gli altri uomini non le fanno, e rimangono tali a condizione che non
siano troppi gli uomini capaci e volonterosi di imitarle» (I). E, certa¬ mente,
la dillerenza è poi spesso un mezzo per distribuire i beni ed i tesori, per
impedire che tutti vogliano in una volta la stessa cosa e se la disputino con
la torza (2). # Analogamente, per eccessivo amor della tesi o per richiamar
l’attenzione con raudacia del paradosso (che in verità cessa di essere tale
(piando si risolve nel sem¬ plice rovesciamento di una proposizione volgare),
furono (1) Cai-oeroui: (>p. cit.; p. 65. (2) Kolii.lée: Op. cit.; p. 105. Il
— 1(Ì2 — I)osttì (la taluno lo raprioni prominenti della voluttà (o tìn qui meno
male), dell’istinto di dominazione, dell’or- gofrlio. Isoli vi sarebbe Inolio a
simpatia verso la folla anonima del bestiame umano, non vi sarebbe possibilità
di eollaborazione con j,di individui di ordine inferiore; il superuomo deve
dominarli e conculcarli jior la propria ascesa. IMa questa è erronea volontà di
vivere, iioicliò non sa vivere in altri; e le apparenze di un eccesso di
energia maseberano la manchevolezza e il bisogno. I/a verità ò,T come osserva
il Ribot, che nel seno stesso deiregoismo si agitano due tendenze o direzioni
fondamentali: l’iina distruttiva, l’altra costruttiva, _ l’iina combattiva ed
aggressiva, l’altra soccorritrice e pacifica. « L’uomo luiò riversar l’impiego
della sua atti¬ vità sulle cose. Egli rompe, taglia, distrugge, rovescia; è una
attività distruttiva. Egli semina, pianta alberi, innalza editici; è una
attività conservatrice o creatrice. Può ugualmente indirizzale la propria
attività verso gli animali o verso gli altri uomini: egli ingiuria, nuoce,
maltratta, distrugge; opiuire egli aiuta, soccorro, salva il prossimo suo.»
Ora, tanto l’una quanto l’altra atti¬ vità sono accompagnato da un certo
piacere; però, mentre il piacere den’attività distruttrice quasi sempre ò
patologico, il piacere dell’attività conservatrice o crea¬ trice non lascia mai
dietro di sè quel sentimento di i)eua o di amarezza che (ì uso lasciare,
quell’altro (1). Di¬ struggere bisogna talvolta, ma nell’atto stesso in cui si
Sta riedificando. E distruggere, in questo caso, con amore, jior virtù di amore.
Lo insegna il Nietzsche: «Non poter lunga¬ mente prendere sul serio un nemico,
le sue disgrazie e (1) UinoT: Psi/chologie des aeiitimcnls; p. 287, 288; cit.
dal Palante, p. 153. — 163 — le sue cattive azioni, — 6 il segno caratteristico
delle nature forti, elio si trovano nella pienezza del loro svi¬ luppo, e che
possiedono una sovrabbondanza di forza pla¬ stica, rigeneratrico e curativa,
che va sino all’oblio » (1). ** K fu da lungo tempo notato come propria
dell’eroismo sia una ingenuitiY semplice o grandiosa. Pronria della virtù
creatrice è la spontanea sua in¬ cosciente iiifiuadratura nelle forme della
bellezza, cioè nella continuità deU’ascensione della vita comune. \lidie, tutti
sanno come jioderoso coellìciente di du¬ rata, di conservazione del’a vita
individuale, sia la dol¬ cezza. , • :da ciò che più importa ritenere e (piesto:
— Ogni creazione non puii, anche nel campo dell’etica, essere venunente tale,
se non è feconda; mentre, imr la fecon- (litiV, occorre che si ponga come
continuazione, come avanzamento, cioè come procreazione, — nel riconosci¬ mento
della eredità, se vuole alla sua volta essere ere¬ dità nel futuro. In altri
termini, ogni creazione si perde nel vuoto ove non abbia con sè, palesi o
latenti, le forze vive di tutti i valori morali che l’hanno preceduta,
selezionati dal tempo e dall’esperienza. Così appare l’atto migliore, assai
spesso, prettamente individuale nella sua ultima etticieuza; ma involgente la
più larga comunione (nel tempo e nello spazio) con le disposizioni e lo aspirazioni
più profonde e perma¬ nenti della umanità, in ciò che ne costituisce la genesi,
l’elaborazione, la so.stanza interiore. « Nella Storia Romana si narra di un
senatore gallo, Giulio Sabino, il quale, ribellatosi all’imperatore Vespa¬
siano, fu vinto. (1) Niktzsciuj : Généaloijk de la morale; Ir. fi'.; p. 65. —
164 — « Facilmente avrebbe egli potuto riparare presso i Geniiaui, ma, non
potendo trarre con sè la giovane sposa Eponima, non ebbe cuore di lasciarba. «
Pare che nei giorni dell’angoscia e della sventura si riconosca alfine il
valore unico e vero della vita : pertanto non ripudiò la vita. « Egli possedeva
una villa costrutta su vasti sot¬ terranei che egli solo e due liberti
conoscevano: la in¬ cendiò e dilFuse in pari tempo la voce di essersi avve¬
lenato e che il suo corpo era stato distrutto dal fuoco. « Eponima stessa vi
prestò fede ; e, dopo l’annuncio datole dal liberto Marziale del suicidio del
marito, essa rimase tre giorni e tre notti prostratsi a terra rifiutando ogni
cibo. « Sabino, questo appreso e impietositosi, le fece co¬ noscere d’csser
tuttora vivo. « Essa continuò naturalmente a portare il lutto e a l)ianger di
giorno lo sposo, dinnanzi alla gente, ma la notte lo visitava nel suo rifugio.
« Per sette mesi, ogni notte discese a trovare il marito negli inferni: cercò
anche di trarnelo, gli rase barba e capelli, gli avvolse il capo in bende, lo
travestì, e dentro un involto di panni lo fece trasportare nella città nativa.
« Ma ben presto il soggiorno lo jìarve troppo peri¬ coloso e lo ricondusse nel
sotterraneo; lei, ora stando in campagna e passando lo notti con lui, ora
tornando in città e mostrandosi alle amiche. 8 e segg. I finidi del potere sono
molti: ozioso il porre costiin- temente un desiderabile di là dal desiderato,
ove non sia per una semplice indicazione di direzione. Lottare,
dilierenziandosi. K la via per cui si giunge all’eroismo. Ma, come per la
genialità è costante il peri¬ colo di deviar nel grottesco e nel pazzesco, così
l’im¬ pulso eroico può cader nel delitto ove le forze siano ini])ari al
proposito, ove il proposito astragga dalla di¬ sciplina dei mezzi. Tanto per
gli individui quanto per i lìopoli. La rivolu¬ zione segna il momento eroico
dei poimli. àia non si pnò essere eroi ogni minuto, nè la maggior parte delle
giornate chiedo eroi, nè eroi possono essere tutti. Valgono, per la comune
vita, le virtù semplici e rispondono le energie moderate. Non acquiescenza pas¬
siva ha da essere: qualche cosa che con libertà di movimenti si allontani dalla
media, senza che si corra sempre al pericolo dogli estremi. Scdevc nel luezzo,
se¬ condo l’espressione del Nietzsche, ad una distanza e.satta dai gladiatori
morenti come dai porci beati, è medio¬ crità, non moderazione. Ma noi non
affermiamo nò la stasi nè quell’approssiiiiativo f/insto mezzo che è il vanto
dei timidi di pensiero e di volontà. Noi ci limitiamo à constatare il valore
grande anche dello virtù piccolo, delle piccole invenzioni. Naturalmente non
po.ssono entrare nella nostra con¬ siderazione: la velleità generatrice di
dispetto, la pi¬ grizia ambiziosa generatrice di invidia, la paura gene-
latrice di accettazione mendace, la sconnessione intima della personalità
generatrice della i]ìocrisia sociale. « * * Proviamoci a comporre in unità ciò
che ai è detto sinora in questa parte del libro. Aristocrazia è novità, dunque
v’è antitesi fra l’ari¬ stocrazia e gli atteggiamenti jmlitici sordidamente
con¬ servatori. — 167 — Vristocrazia ntano termini di buona condotta, o (juesta
si adorna delle dovizie ilella creazione artistica, nientre tutto insieme
segnano le vie di quella felicitil, clic ^ prossima e cosi lontana a seconda
della di¬ rittura e dtdla forza con cui la si vuole, con cui la si prepara.
CAPITOLO IV. La Grazia SoinHinrio. — Dove ìc la oiiazia - Non siate con ansietà
SOLLECITI I’EU LA VOSTRA VITA - LA CALMA NELLA NATCIfA E nell’akte - Le teorie
estetiche sulla grazia - Gli AMICI DI Marco Aurelio -La grazia e
l’aristocrazia. La parola « grazia » trova rispondenza con garbo, con cortesia,
gentilezza e cordialità, con finezza, signo¬ rilità, urbanità, eleganza
(opposti, su lo stesso terreno, alla grazia, sarebbero lo sfarzo,
l’ostentazione, il ehiasso, la pompa, il lasso), con disinvoltura e facilità
(espres¬ sioni le quali comportano pori) anche un senso cattivo), (!on
scioltezza, amabilità, serenità, indulgenza o sicu¬ rezza. Dov’ò la grazia f
Grazia 6 in Guido Cavalcanti e in Guido Gninizelli, sempre, in 3Iino da Fiesole
e in De¬ siderio da Settignano, in Filippino Lippi, in Botticelli, in
Hernardino Luini, in Stefano da Zevio. (Quanto e come, a proposito di
quest’ultimo ed anche di Guido Gninizelli, la grazia trae dall’ingenuitàf)
Graziosissimo fu il Correggio a cui, per una lontana ma diretta parentela
spirituale, si attaccano i francesi del settecento, floreali il giovane,
l’ater, Watteau, — 172 — (ìmize. iMolta grazia è in quasi tutta l’opera del
nostro] Cremona. ] Cosi, piena di grazia ò la musica da camera di HocJ
clierini, di Corelli, di Martini. E grazio.so tii quasfl sempre Vincenzo
Bellini. Grazio.sa è spes.so la decorazione architettonica to¬ scana del
llinascimento; e lo sono anche, in altro modo,' i fiorami del rococò, 11
fascino singolarissimo che emana dalla Santa Te¬ resa del Bernini ò nel
contrasto fra la grazia squisita dei particolari (chi, dopo aver veduto, non
ricorda il supremo abbandono di quella mano e di quel piede fem¬ minili
modellati con delicatezza di paradiso?) e la pre¬ potenza dell’ingegno e del
iiolso dell’artelìce nella con¬ cezione e nella esecuzione generale dell’opera.
Dove non è la grazia t Nella vittoria eroica di Mi¬ chelangelo e nella
esuberanza dionisiaca di lìubens; nella liera asserzione civile delle
costruzioni di Itoma antica o del Comune lombardo; nella Sinfonia Eroica di
Beetho¬ ven e nella « marcia funebre» di Siegfrid del Crcpmcolo degli Dei. E
dove sarebbe pure, ad un estremo perfet¬ tamente opposto, un’altra forma di
assenza di graziaf Nelle flficcidezze del romanticismo intenerito in languori
fantastici inoperosi, nella pedestre passiva acquiescenza delle contraffazioni
stilistiche proprie dei nostri edifizi di pochi anni addietro, nella canzonetta
napoletana imborghesita per gli adattamenti del piccolo e quat¬ trinaio
commercio sentimentale. La lingua italiana non ha una distinzione netta, come
ha la francese, tra la « grazia » e il joli. In jiroposito della quale il
Littrè nel suo Vocabolario avverte come la parola joli impiegata dapprima,
.secondo la sua eti¬ mologia, a signilicare la vivacità, Vésprit, la gaiezza —
più tardi il gradevole, — poscia ancora ciò che è degno di essere apprezzato e
notato, — ha finito per — 173 — ^,„gliere tutt« le gradevolezze che la
(jrreceilente e fa capo al noto aminonimento i ili Cristo: «Non siate con
ansictiY solleciti per la vostra vita. » . . . . • 1 E per ciò che lo riguarda,
mi piace riferirmi lette¬ ralmente al James: «Se non vi ahbanilonate mai del
tutto sulla poltrona su cui giacete, egli scrive, ma te¬ nete continuamente i
muscoli delle braccia e delle j gambe in mezza tensione, come per alzarvi in
piedi da un momento alPaltro; se respirate diciotto o diciannove volte al
minuto invece che sedici e mai cacciate Inori tutta l’aria dai vostri polmoni,
quale disposizione men¬ tale potete avere, se non uno stato di ansia e di
aspet¬ tazione, e come jiossono il futuro e le sue paure abban¬ donare r animo
vostro? Al contrario, come possono queste cose trovare la via nel vostro cuore
se lo rughe del vostro viso restano spianate, le vostre sopraciglia distese, il
vostro rosi)iro calmo e completo, e tutti i vostri muscoli sono rilasciati ? »
Prosegue: « La fronte piana, le guaucie marmoree, l’occhio morto possono essere
meno interessanti pel momento; ma alla lunga sono segni molto più promet¬ tenti
di quanto l’esprc.ssione intensa non lo sia, circa ciò che ci possiamo
aspettare da colui che ce la mostra. 11 vostro lavorante stupido e ineccitabile
(paria dell’operaio inglese) fa un lavoro immenso, perchè non si volge mai
indietro, nò s’imterrompe. Il nostro operaio (nord americano) eccitato,
convulso, s’interrompe eil ha modi sgarbati tanto spesso, che voi non sapete
mai dove egli possa essere con la niente quando avete m.ag- gior bisogno della
sua attenzione. » V’è una sensazione assurda di fretta, di non aver tempo, che
si risolve nella brevitù del respiro, nella tensione, nell’ansia di fare, nella
smania di conoscere i risultati raggiunti, c rivela in sostanza la mancanza —
175 - ,li annoiiia intorua e di facilità. Essa non servo a fare ji pili; anzi,
il contrario! mentre giova a tal line so- vratutto l’armonia, la dignità, la
compostezza. ])o|)o lo quali osservazioni il .Tamos conchiudo: «Pru¬ denza 0
dovere e rispetto di sè, emozioni ili ambizione ed emozioni di ansietà, debbono
naturalmente avere un ullicio importante nella nostra vita. Ma limitate quanto
più è possibile questo loro ullicio alle grandi occasioni, a quando dovrete
prendere qualche decisione di un or¬ dine generale, o fissare un piano di
campagna, e impe¬ dite loro, invece, di farsi sentire nei dettagli della vita.
Una volta presa una decisione e stabilitane l’esecuzione, abbandonate ogni
responsabilità e preoccupatevi dell’e¬ sito. Paté la via, in una parola, ai
vostri ingranaggi intellettuali e pratici, e lasciate che si svolgano: il van¬
taggio che ne avrete sarà doppio.... Affidatevi alla vostra spoutaneith,
abbandonando ogni altra cura», comi>resa quella di non poterlo fare (1).
Cosi il James, che noi abbiamo ridotto, riassumendo, ai minimi termini. D’altra
parte, lo stesso Nietzsche, che noi amiamo citare per volgerlo contro i mali
interpreti suoi, aveva già accennato a qualche cosa di analogo ; perchè,
secondo lui, possiamo sorridere dei deboli « che si credevano buoni perchè le
loro zampe erano rattrappite »; ma oc¬ corre comprendere una verità superiore:
— « Starsene coi muscoli distesi e con la volontà disarmata ; — ecco ciò die
riesce più d’ ogni altra cosa difficile, o su¬ blimi I » (2). (1) James: Oli
ideali della vita. Tr. ital.; Torino, 1903; pag. 14 a 29. (2) Così parlò
Zarathustra ; p. 109. Nell’atto I, scena I, di Giulietta e Romeo, Gregorio dice
al millantatore Sansone : « Scattare vuol dire imiovcrsi, mentre aver coraggio
significa star fermo : perciò se tu scatti, finirai per scappar via. » — 176 —
K «mesto è il viatico clic ci iieriiictte di ritornare, meglio forniti, alla «
grazia ». • * Il lluskin in tutta l’opera sua non tralascia mai, quanilo
l’occasiono si porge, di insistere sulla osserva¬ zione che la natura ci
insegna anzitutto la calma; calma nei colori, calma nei movimenti. Le sue
trasformazioni non sono rapide, i suoi gesti non hanno violenza (1). Si concede
che non sempre sia cosi; ma tale ò la norma. t!he noi vediamo riflessa nelle
manifestazioni di un’arte riposata e pacificatrice. La giovane do’ana
hotticelliana lascia e-adcr dalle dita le rose, ad una ail una, su la carne
delicata e fresca della Venere nascente; così, senza fatica, potrebbe inde¬
finitamente continuare nel suo lieve getto di fiori la soave creatura. In altro
giorno fvr un’altra iiioggia di fiori, — Qual si pos.ava in terra, e qual su
Pondo; Qual con un vago errore Girando pai’ca dir: Qui regna amore. Ma la
sensazione ò identica. E noi la ritroviamo per ogni dove ò calma e sicu¬ rezza:
— negli angioli che scorrono le dita con moto blando e sicuro su le arpe e i
violini come li dipinsero i veneti ai i)iè delle loro Madonne, nei pastori
adoranti il Bambino del Presepe quali furono visti da Lorenzo di Eredi, così
come (non sempre è consentito il sorriso) nella stampa del Diirer rafligurante
la Malinconia col capo appoggiato sulla mano, indifl'erente lo sguardo agli
oggetti esteriori, fra il variato e complicato macchinario della scienza di
quei tempi. (1)
K. De i.a Sizeranse: Riisliin et la lìélUjion de la Beauié-, Paris, 1004; p.
242-244. Siamo sui i-onfmi della
« grazia ». Fra un arbusto o l’altro si distende placida la teoria delle
vergini bian¬ covestite, collettivamente pensose, nel mosaico di San-
t’Apollinare Innovo a Ravenna. L’ondulazione melodica semplice e nobile di
(pialche 84 a 2!ll. i muscoli si >1 capo ai rizza, Io inombra si distendono.
Di qui una molteplicità di angoli, di lineo dritto o spezzate, elio iiossono
suggerire l’idea della potenza; l’impressione di grazia si traduco al contrario
con un complesso di lince curve, le quali escludono la sensazione dello sforzo.
» (l). « Movimenti molli e leggieri d’una persona snella », aveva notato il
Leopardi. Da dio trae origine un lato jiar- ticolarc nelle manifestazioni della
gi-azia: l’agevolezza die attinge la sua ragiono dalla semplicità. 11 llerlioz
osserva, a proposito dell’arpa, come le suo « cordes do la derniàre octave
supérieure ont un son dclicat, cristallin, d’uno fraìdienr voluptueusc, qui los
rend propres à l’expn\s- sion des idàes gràcicuscs, féeriques et à murmurer les
plus doux sócrcts des riantes mélodics » (2). Ora con¬ siderando che l’arpa ha
meno armoniche degli istrn- menti ad arco, e lo suo armoniche, specialmente le
piii elevate, si estinguono presto jier la scarsa densità delle sue corde, il
facile adagiar.si della grazia nella sempli¬ cità appare quivi abbastanza
evidente. Ma noi vorremmo lirocedere oltre. Per la mancanza assoluta di
cognizioni tecniche in questa materia, non sappiamo se in ciò che stiamo per
diro ò una volgarità od un’eresia; ma poco ci inqiorta, — avanziamo ugualmente
l’ipotesi. Concepita la melodia come armonia risolventesi nella successione del
temilo, ricordando come i musici sogliano significare l’idea della grazia con
la mollezza della linea melodica, ci jiare di veder la grazia derivante dalla
semplicità nelle lineo melodiche ove non siano distacchi forti da un suono
all’altro, ove si salga e si scenda entro non vasti confini e per gradi. La
ipial cosa non esclude la (1) VÉltON: (>p. cil.; pjig. 142. (2) Bkki.ioz:
Graiid traile iVinstrumeìUation ; p. 81. Citato dal I.f;cuAl.AS: Étiuìes
esthéliques ; Paris, 1902; p. 173. — 179 — firscliezza e la vivacità. Anzi
tutt’altrol 11 canto di Kosina uel « IJarbiero » 6 una melodia agile, varia,
vo- — e graziosa. Ed essa, a un primo giudizio, non parrebbe in verità neanche
semplice per la riccliezza degli clementi ond’ò composta. Ma se si consiiacere
non illanguidisca in un sùbito — che mutino lo condizioni in cui quella perce¬
zione si rinnova. — Il lettore avverte come qui il con¬ cetto spenceriano del
«risparmio dello sforzo» si rife¬ risca all’intorno, cioè alla sensazione:
l’effetto di grazia risidta da una sensazione agevole, quindi semplice, anche
quando in apparenza si direbbe il contrario. Scnonchè por altre molte vie
giungiamo ancora alla (Irazia. Cosi il Leoiìardi trova che nelle forme la
grazia (sa¬ rebbe forse più speci licatamente il jolij api)artiene più
volontiori al delicato e allo svelto. Ora lo svelto o il delicjito sono «
deviazioni dalla regola », si risolvono cioè in una « non ordinaria e
rispettiva piccolezza iù larfia rani};iiray.itim) di iiioralità or- tiTiddie il
disfacimento del [uimo nel secondo, mentre invece se la distinzione di
attetf{arte dal fine a cui ella ò co¬ stretta a servire; e in secondo luogo in
ciò che l’artista il (piale si projione di moralizzare o di so.stenere la re¬
ligione o di celebrare le glorie dello Staro, ò costretto a preferire della
contemplazione del mondo (piella parte che meglio risimmb' a tali iibudi :
oggetto dell’arte saranno i motivili robI(‘Uii — lf)9 — Htiiilaiiifiilali clic
concernono le basi tlciresistcnza e del lìitieasere sociale saranno tutti
qnanti risoluti, quando li! distanza intellettuale fra l’artista e il popolo
sarà scemata, t‘ i mezzi diretti di eilncazione e progresso sociale, la
scienza, le scuole, la stampa, saranno uni¬ versalmente ditliisi, possiamo
lirevederc die quel bisogno perverrà al suo minimo, e la dillerenziazione
dell’arte „l suo massimo. Allora essa si iiroiiorrà costantemente come suo
unico line il godimento estetico, e spicclierà voli pii't liberi e piò alti nei
vasti orizzonti die i pro- trrcssi sdentilici e sociali lé disdiinderanno. Ma
nep¬ pure in ipiel temilo, giova ripeterlo, differenziazione vorrà dire
isolamento dalle altre attività ; neppure allora sarà possibile salutare come
grande artista un uomo arretrato nello sviluppo delle sue facoltà sociali. »
(1). * « • b’arte, duinine, c,ome princii»io generale, non può essere
contrapposta alla morale nel suo organismo com¬ plesso ed evolutivo, come, non
possono operarsi separa¬ zioni radicali di parti nell’ uomo, die ne è il
soggetto, senza, distruggere quella unità die lo fa persona. L’arte, abbiamo
già detto, è nn agente di armonia sociale, e perdi) un coefficiente «li
moralità reale a più o meno prossima scadenza, a più o meno chiara veduta. Si
fa agente di dissoluzione solo quando essa si trovi in con¬ trasto coi
princ.iiii etici più dittùsi e radicati presso un dato inqiolo. Ciò accade iter
esempio, come nota il Tarde, quando nn pojiolo si lascia passivamente sopraf¬
fare dai prodotti di un’arte esteriore, senza farli ger¬ minare in un’arte
nuova: allora nel nuovo ambiente (1) Asti'kauo : La socioloyìa e le scieme
sociali. Prelezioiit^ al corsi «li sociologia «lei 1892-93 iiell’llnivcrsità
«li Genova ; t!liiavari, 1893; j>. l.ó a 28. — 200 - ralle si iiiliK’e ail
una anomalia indiviiluale, disorienta 10 spirito tradizionale della
eollettività senza sostituire un’ altra orientazione, ed alla sua volta ne
sotlre vol¬ gendo jiresto alla deeadenza eil al disfacimento. Avverte 11
Burekardt, a proi>osito del classicismo pervadente l’Italia nel secolo decimosesto,
come gli antichi recas¬ sero otfesa alla iiartieolare moralità del tempo, senza
so.stituire la propria; « perii no in materia di religione rantichità agiva su
1’ Italia del cintiuecento .sovratutto jier il suo lato scettico e negativo,
i>oiehè non poteva seriamente porsi il rpiesito su l’adozione del politeismo
d’altri temili» (1). Ma, come dicevamo, ò l’arte stessa (1) Citato dal Taiìdk :
Loijujuv sociale ; p. :W(>- Non è molto facile (letiuire la posizione del
hnitto. Noi aderiamo all’idea del IJitAV che molte volte la hrnttezzn manca di
rapporti diretti con l’estetica. Molte cose ci appaiono hrutte nnicainente
perche ci ispirano mia ripugnanza o una paura tisica, legate esclnsi- vamente e
dei ridessi psichici, l’iii diltìcilmeute nell arte, è vero, per il valore
sovercliiante dell’es 2 )re*.>(ioiie ; ma, a mi certo grado, anche ipii. Scrive, il Bkav
: « Si le hcan repond a un état hien défìni dans lo gronpe de nos émotions
agreahle.s, le sentiment dii laid semhle teiiir à mi ensemble de eaiises très
diverses et très complexes. dont l’apparente unite repose sur un lien
artilìciel et purement iiégatif: mie impression punitile d’origine varialile
(pii fait olistacle a la jirodiiction dii plaisir esfhctiipie. > ((>/>. rii. p. 21,1.) Ma
ahhiamo veduto nella se¬ conda parte di ipiesto lihro, come vi sia un giudizio
del hriitto che fa capo a posizioni esclusivamente estetiche. Ora, a proposito
di eìri che là si dice, la iiercezione di una di stinzionc o singolarità in
eccesso da cui risulti mia emozioue sgradevole, il In iitto, è semplice a
laftigiirarsi. Ma come sorge la bruttezza negativa ? Se la nostra attenzione
non fosse atti¬ rata dall’oggelto che manca di singolarità, non si avrebbe
emozione di sorta. Sollecitala la nostra attenzione, p. es. attra¬ verso
l’opera d’arte, noi rimaniamo urtati |ierchè troviamo troppa minor eccitazione
di (pianto non ci fossimo prediposii . 1 , 1 , iic solivi-; etl ì- ui-Ilo sue
iiiaiiiltìstiizioni ohe, «lai ‘'„ro punto 'li vista della estetica, noi
troviamo i segni Iella malattia. Fatto è clic lungo il cinquecento italiano,
,,pr tornare al nostro campo, l’arte, aggliiacciatasi nella liproduzione supina
ilei classico, decadile presto mise- ,.pvolmente : e dalle stesse ultime opere
di Ratlaello n .riungono i vaghi aiinuuzi del crepuscolo non lontano. " In
termini generali c (;oii qualclie largliez/.a di cri¬ teri si imi) pertanto
ritenere die un’ opera d’arte la „uale scuota violentemente le basi del comune
sen i ,,,euto morale, non pui. essere buona opera d arte, se ..Hclie le momentanee
deviazioni del gusto la tacciano ..parile diversamente. Ma il giudizio su di
«-ssa deve essere dato «mi mezzi e coi criteri proprii dell arte non con
«luelli proprii deila morale, ('ome fu detto del pae¬ saggio, cosi si può dire
di ogni manite.stazioiu. d .v te cl.e uno stato d’animo, anzi un complesso «b
stati .paiiimo in una armoniosa e felice conciliazione, resi per questa via più
chiari e vigorosi, e convertiti da clementi individuali, attraverso l’opera, in
elementi so- piali. (Josì accaile: l’uomo e ima certa realtil ciliari- scolio
in una rappresentazione sensoria ed intellettuale i propri! rapporti attraverso
l’opera d’arte ; ove eftetti- vameiite la co.sa si operi in termini adeguati,
il risul¬ tato non più. che trovare consonanza, e non porrà «lis- soiianza
alcuna con «luell’altro bisogno, che ha l uomo. u riseutire, e diciai.m
l,.•..ltezza, « sigiiitìcaie mia paiticohvie cuuu uiiza di energia, di
caratUne, di ditfereuziaziom-. Con.i.nMi.e, ...... è. chi uoii veda tutta
Piniportanza morale che assume pt i nucsto verso l’istintivo giudizio estetico
a suscitare da un lato le variazioni individuali, ciò.'- le compiiste c le
scoperte, e a trattener dall’altro lato sitVatte variazioni entro una certa no,
...a, che lappresenti le ragioni comuni pm generali della Mia della convivenza.
— 202 — ili ooiilbrmarc la inopria (ioiidotta alla roaltiY stossa, liliale, è
dato dal jirincipio inorale; però non della pro¬ pria ininioralità, quando una
vivace dissonanza si av¬ verta, l’opera d’arte sarà afilitta, ma della propria
bruttezza, — e, nello stesso campo, su le norme della bellezza l’uomo deve
provvedere alla migliore creazione artistica. # « Procediamo. \'i sono
lìeviasiioni individuali e sociali del sentimento etico, che non rappresentano
le ragioni vere e fondamentali della moralità intesa anche relati¬ vamente, in
rajiporto alle i)iù larghe esigenze della convivenza umana. Vi sono piccole
nrcessità esteriori, riguardanti particolari contingenze di iiose, di per.sone,
di tempi, che non possono entrare nel quadro generale della evoluzione
dell’umanità, e pure dànno luogo a certe loro etiche localizzate e temporanee
contro cui viene di necessità a cozzare ogni iiiù profonda afferma zione della
vita. Ebbene, il disaccordo fra questi atteg¬ giamenti e ipialsiasi conato
artistico forte e sincero si fa talvolta inevitabile; ma non fa un conflitto
sostan¬ ziale fra il primdpio etico e il principio estetico ; anzi l’arte pui),
non curandosi che della bellezza, trasfor¬ marsi allora indirettamente in
vigoroso richiamo ed im¬ pulso verso una moralità piii larga e superiore. Ora,
ammes.so ciò, (pianto 1’ arte sia subordinata nelle sue torme e manifestazioni
alla direzione impressa dalle contingenti idealità politiche e .sociali
projirii* di un dato tempo e di un dato luogo, luif) addirittura diven¬ tare
effettivamente immorale, perchè le moralità sin¬ gole del luogo e del momento
non sono mai la "mora¬ lità — limite di tutti i teiiqii e della umanità
intiera (che noi concepiamo non come sostanza ma come espres¬ sione di un
tnovimento). Mentre quelle mutano e la fase - 203 — i) sosliliiilii tla altra
inifjliorf, l’oiK'ia il’arti* ,.l,c si siil)or(liiii) a.l una i.loalità
contiiifiente rimane !,nelle «loiio il lermine ehe iier sinstilicare in
qualelie modo niiesta siiliordinazione è iraseorso: e il suo anaero- iiismo
etico si risolve alla line in un ulteriore argo- „„>nto a {Tindieare della
sua intrinseca iiruttezza. Ces¬ sata la provvisoria condizione interiore ed
esteriore da ,;ui quegli attesfiiamenti di una particolare episodica coscienza
etica erano determinati, si avverte invece .amie «•erte veritA, come certe
virtù, fatte i»iecine ed anemiche, siano a Imon diritto schiacciate dalla bel¬
lezza ed oltrepassate. Accade iiertanto, nella tase del coiiimio, che uno Sf-uardo
sereno ed elevato scorda o presagisca nel iierturhatore di una norma o di un
si¬ stema, attraverso l’opera d’arte, l'ordinatore niirdarsi d’attorno e
vedere: egli riflette, nel suo iiiii jirezioso valor sostan¬ ziale, la nuova
realtà che esige |>iii delicati accomoda- nienti : col linguaggio dell’arte
i consociati giungono a percejiirla alla loro volta ; — è hellezza, ma ò pure
l’auspido ed il seme della iiiù i»rolonda moralità che nei mutati rapporti,
(> nel loro (cordiale e saggio riconosci¬ mento da parte dm' jiopoli, si
prepara. La storia è jiiena di siffatte riprese ove, a volta a volta, le varie
attitudini umane sembrano darei il cambio nella comples.sa fatica di una comune
ojiera di avanza¬ mento. * • * Dobbiamo poi tenere conto di un altro punto della
controversia che fa capo ad una obiezione ormai anti¬ chissima. « Medea, scrive
Schiller, immolando i proprii figli, si dirige contro il cuore di Giasone : ma
col medesimo colpo es.sa rei^a al proprio cuore una ferita crudele e la sua
vendetta, esteticamente, si fa sublime, dairistante che noi constatiamo in
es.sa una tenera madre. » in questo caso, come in una (piantità innumerevole di
altri analoghi, « il giudizio morale e il giudizio estetico, ben lungi dal
rinforzarsi l’uno con l’altro, si contrastano e si ostacolano, perchè imprimono
all’anima due o|ipo.ste direzioni» (1). Facciamo altro esempio : Achille,
bellis¬ simo nel trascinare, legato al jiroprio cocchio, il cada¬ vere
insanguinato di Ftlore intorno le mura di Troia, cosi come è raffigurato
lìnWlUado. (1) .Scnil.l.KK : licritn dirvì-s sur l'eHlhrtUfHe ; Ir. fr., Paris,
1«()2, 1). Ufi, 147. — ‘lOTr — Si e risposto a fiiiesta oliiezioiie nulla
esservi tli anor- iiiale m*l godimento e nell’aininirazione destati in noi da
opere d’arte dell’antichità, anche là dove discordano violentemente dalle
abitudini intellettuali e morali della civiltà nostra. Ivi la considerazione
del prodotto storico di'termina un processo complicato interiore, per cui si
crea nuova materia di compiacimento artistico nella ralligurazione del momento
sociale oltrepassato, fatto alla sua volta spettacolo attraverso Toiìera
d’arte. In altre parole : qui lo spettatore si farebbe alla sua volta artelice.
L’obbietto della i>ercezione estetica è sdopi)iato : originariamente l’obbietto
era il tema dell’opera d’arte ; ades.so, attraverso la storia, è ancora quel
tema, ma vi si aggiunge l’opera d’arte stessa, considerata come espressione di
una determinata psiche .sociale nella parto ove sentiamo di non avere con
quella comunanza di sorta. La risposta è esatta, ma non è sufticiente. La
realtà signittcata daU’opera d’arte può essere brntta : que¬ stione, alla
peggio, di gusto nella scelta della materia, àia l’espressione può essere
perfetta: ed avremo bel¬ lezza indipendentemente da ogni, anche inconscia,
valu¬ tazione storica. Non fosse altro, bello — e buono — ci apparirà l’amore
onde l’artista si compiacque nell’opera sua. Non solo: l’esjtres.sionc si
richama all’/j«pressì07tc; e l’impressione dell’artista di fronte all’oggetto
ratligu- rato, moralmente ri[trovevole o fisiologicamente ripu¬ gnante, può
e8.sere di disgusto ; ed allora l’espressione, bella perchè adeguatii, è anche
buona, oltreché per il valore di conoscenza che è connesso con ogni
espressione, anche per la sua conformità al giudizio etico corrente, àia il
brutto, il dolore fisico e morale, la crudeltà, la stessa malvagità, po.ssono
essere raffigurati con assoluta indifferenza od anche con manifesta adesione
sentimen tale da ])arte dell’artista, in opere che non esitiamo a r — 20f) —
{iiiulicart*, i»!*!- sè, con ini riliesso iiniiieiliato della iieice- zione,
sovrauaniente belle : — eseiiii»i, Medea ed Achille ricordati jioco addietro. E
ciò può avvenire, non solo perchè l’opera d’arte rimanendo uguale, abbia mutato
suo rapporto con la moralità dello spettatore, dall’epoca in cui ajiparve a
(piella in cui è percepita; ma anche perchè, secondo la formula del Tolstoi,
proin io al momento della creazione l’autore non fu giusto, cioè morale, di
fronte al suo soggetto. Qui è il problema. Ebbene, Medea si vendica. La
vendetta, osserva Schiller a questo proposito, è una passione senza no¬ biltà e
vile. Concediamo. l’erò, lino a che punto f La vendetta, come già avvertivamo
in altra parte del libro, ebbe lungo lo sviluppo della storia umana la sua fun¬
zione utile alla specie e quindi morale : la giustizia fu soventi non altro che
una trasformazione dell.v vendetta. Essa fa capo alle esigenze della guerra, ed
alla solida¬ rietà del male : nella contesa delle prepotenze appare come un
termine di equilibrio. Bene è che una morale, la quale segua precetti, non
indichi che le vie dell’amore; ma la morale è assai ])iù iviWazione che nel
jìrecetto ; ma l’azione è un dato della realtà presente che non può isolarsi
mai in una forma qualsiasi di assoluta auto¬ nomia ; ma bene è che la realtà
sia lìercepita in tutte le sue manifestazioni anche spiacevoli e doloro.se, —
recpiisito assolutamente necessario perchè la morale sia pratica, e non si
avveri il divorzio fra l’etica e la vita. Ecco ivi l’opera d’arte ad integrare
il senso della vita stessa, dando conto di (piel tanto di morale della guerra
onde noi quando si tratta di agire meno male (cioè relativamente bene), non ci
sentiamo ancora emancipati. Earà per eccezione; si, — almeno in via di augurio.
Ma intanto, i)er far trionfare un diritto contrastato — 207 — iiellii (;ouU‘se
»k*i |>oi)uli, nei dibattiti fra elaasi sociali, fra partiti politici, è
assurdo che in nome della civiltà si vofjli*') disarmando sempre e jier offiii
caso la vio¬ lenza, conferire una specie di monopolio alla frode: (Mercurio,
Venercentv, che protesta contro la teppa in occasione di uno scio])ero
purchessia); ed Achille che fa scemiiio, orp:o{;lioS(j e {■'ioeondo, del
cadavere di Et¬ tore, può essere ancora, con qualche riserva, un ar¬ chetipo.
Non cosi però che il pericolo della bruttezza non sia vicinissimo. Ile Lear ci
ili.scovre tutte le più atroci sof- tereiizc dell’amore e del dolore ])aterno.
IMa quando alla line, > di Kiccardo \\ Hgnir. j ini u gonza del lie, parca
di parole, nobilissima « sapiente, purillca ogni cosa che già dalla tedeltà
croma c i ^ ur- wenaldo è ingentilita. Chi In l’omicida f No» lo ricor¬ diamo.
E la personalità tisica d’Isotta vanisce per la morte di Tristano alla sua
volta, in un laiig«or di pas¬ sione che è serenità c quiete, - l’ascosa
armonia, h- iialmeute rivelata, dei più discordi momenti i t-i'ikviw* f
(Hìtìiid* (l) Convinum rei de Amore, 1 LA10M&. silio Ficino interprete-,
Lugduni, 1557; p. 291. ■' ai rapporti fra l’arte e l’amore, ed alle due mor , 1
e della guerra. « Quocirea res ‘^rornni amore luteiye c ’ spositaesunt, amore,
impiam, pulcritndinm: oou sequitur amor. Antea vero, ut initio * a((luo atrocia
inter deos, propter nocessitatis i®g'' * *’ — 200 — K questo (• vero sopriiUitto
in (juanto per via tlel- l’arte noi siamo ricondotti, col conforto di nuova
energia si»irituale, alla rcaltA ed alla vita esteriore. l’erclifc la bellezza
projìria dell’ opera d’ arte non è il termine della sua esistenza
produttriroprement idttoresipie et an(''do('ti(pie (dei miiistri olandesi) on
ii’apeivoit p.as la moiiidre anecdole. Aiicmi sii.jet bien dfder- miiu-, pas
mie aetioii ipii ('-xige mie coiiiposition ivib'-ehie, expressive,
iiartieiilierement sigiiilìcaliv(“; mille iiivciition, an¬ emie scène (pii
trancile sur l'miilbrmiti'- de celle existeiice des eliamps on de la ville,
piate, viilgaire, (b'-iiiK-e de recberelies, de )iassions, oii poiirrait dire
de seiitimeiits. Hoire,
l'iimer, daiiser et caresser des servanics, ce irosi pas ce (pi’on |)eiil
a)i('-llcr mi ineideiit bien rare on bien attacliant. 'l'raire des vaches, les
m('-ner boire. cliarger un cliariot de lidii, ce n’est pas ]diis un accideiil
iiotable dans la vie agricole. » /.«s ma'i- Ires tVdiiliTfoìs: ìe mijel i
tahlfiiiij' linllKìuiitiK. Iticordato dal Lkcuai.a.s : di., p. •2ll!l. Questa
descrizione i- alla sua volta (piasi mi commento pittorico a citi clic noi
diciamo nel testo. .Si aggiunga poi la suggestione o il contagio di mia
siiiqiatia nuova che ci viene dall'amore dell'artista per il soggetto della sua
ojiera. Kcco la « portala morale » anche di una AV/ wicsiic di Tiniier. — 21:5
- viTlii .li mi.'Vt* l.i'IU'ZZf, alili .U-l(Miiiiiiii/.i iiitcrioio ,li più
conipli'ssi' rarsi, eaiergeiido fra gli altri, un seguito di ralligiirazioni
precise: Sai cnstello ili Veriaiu lìatte d sale a iiiezzogiiiriiii, Da la
Chiusa al pian riiitruaa ■Solitario un siioa ili corno, MorinoraMilo per
rajirico Celili* il granile Adige va, Kil il re 'reoilorieo N'eceliio e triste
al liagno sta.... naarila il sole sfolgorante.... La strofe di CtÌosuì*
Carducci snodava interiormente, i suoi ritmi, ed il pae.se ai animava per essa
di nuove esistenze richiamate alla vita; Hoezio, Simmaco, e con essi altri che
liorirono alla corte di Teodorico: Ara¬ tore, Cassiodoro, N’enanzio Fortunato.
LIn’eco di lontane armotiie si unisce adesso al con¬ certo pre.sente. Infatti è
opera di Venanzio Fortunato il Ve-rillii rcfiix prodeimt, conservatoci dalla
liturgia cat¬ tolica, che noi udimmo gii\ negli anni giovanili fra l’in¬ censo
e i irrofumi campestri, cantato in cori pazzamente testosi dalle contadine del
nostro Alto Monferrato. ."Ma dalla volata di angiolette con le ali iridato
che Stefano da /evio dipinse a consolazione dei fedeli verso la metà del
i|uattroi:cnto (ora e.s.sa allieta il Museo ve¬ ronese) si è dijiartita una
lìgnra jiiù dolco delle altre; ci pare di riconoscerla, certo i)ualche
jireziosa rassomi¬ glianza va delineanilosi ; ed in causa di questa rasso¬
miglianza non bene delìnita fra la figura del dipinto ed un volto reale
idealizzato dalla lontananza del temjm, avviene che il ricordo dei canti
villci’occi si animi, ci — 215 — lu-fiii livivtMC i fiionii in cui i iiriini
aiipclli niistiTiosi (ii'l verginale erotismo «leiradoloscenza riempivano di
profondo signilieat»» ogni oggetto, ogni piccolo avveni¬ mento, e destavano
lam|)i improvvisi e mal celati tre¬ mori per inconfessate pare soavi
preferenze. Lieta giovinezza — allorché nel l)eato schiuder.si del-
rintelligenza a veri maravigliosi, correvamo per gior¬ nate intiere da mia
balza alTaltra a frugar fra i iletriti Il rompere piccole sporgenze di rocce,
esultando per ójini scoiterta, nella ricerca di avanzi fossili, di cui non
sniievaino precisare a noi stessi la qualità e la storia, ina che ci
annunziavano già come in una trasparenza incerta di nebbia la notizia di mille
cose grandi, la ri¬ velazione della natura verso cui anelava il nostro più
intenso desiderio! Md eccoiii, come per una spirale, ricondotti ai monti che ci
stanno dinanzi, al castello, all’ Adige, a Teodo- vico; e l’intesa nostra, si
dirige anche, adesso, ai tetti alti ed ai campanili aguzzi ilclle varie
basiliche citta dine, S. Fermo, S. Anastasia, S. Eufemia, la tattedrale,
riconoscenti nel lontano S. Zeno la loro suburbana pa ¬ ternità. Appunto; erano
i richiami della esistenza trascorsa, l’imiironta di un fossile caiatteristiia)
ritrovalo in un mattino autunnale freddo e periato di rugiada nelle valli
natie, la chie.setta nostra nei giorni di festa ove nimbata d’incenso e di sole
ci lampeggiò suo mistero la giovinetta della in i ma annunciazione amorosa,
mentre dall’uscio aperto entrava e si mesceva coi boati del¬ l’organo il vario
rumor della piazza; — erano (jnesti richiami del Monferrato natio lo stimolo
per cui la ri¬ cerca degli occhi s’era trovata mossa, senza che ce ne
avvedessimo, a sinistra, là dove il profilo tagliente di H. Zeno maggiore si
stacca sui prati e sugli orti ai con¬ tini della città, nella pianura. — 21(5 —
l’crclii* avevamo poc’anzi j)osto atUmzioiie al pop. tale (li quel tempio, ove
la leftgeiula di Teodorico inse¬ guente il demonio sotto forma di cervo è
rafligurata c.on semplice vivacità primitiva; e nella stessa facciata del-
l’antico edilizio avevamo risalutato la disposiziono sin¬ golare delle colonne
e degli archetti del timpano, che fu già uno dei primi incontri fortunati da
cui, negli anni addietro («piundo il far collezione di coleotteri dalle elitre
lucenti ci mostrava ogni giorno la incertezza dei conliui, i)er le luolteidici
varietà, fra una specie e l’al¬ tra), avevamo tratto argomento a studiare
Darwin su la « Storia delle Belle Arti » del Selvatico. (ìnarda il sole
sfolgorante E il cliiaro Adige che corre. Guarda un falco roteante Sovra i
merli della torre. Ohi è che guarda? TeodoricoI Egli, noi, tutti! Il tempo non
è piu, ogni cosa è presente; — la paleontologia e il verde primaverile — la
leggenda, la storia e la sensazione attuale — l’atto di fede e di amore
dell’architetto e dello scultore e quello del poeta, — la rivelazione portaci
dal naturalista su la genealo¬ gia degli organismi, ed il grido imperioso
dell’«oscuro genio della specie » che ci spinge coi nuovi palpiti della
giovinezza a correr la campagna per la tenera impa¬ zienza della prima grande
felicitA ricercante sé stessa fra i veli tenui di una saggissima ignoranza. E
dal cuore gonfio il senso i)ieno della vita erompe, di per sè mosso, alla
conquista di altre risonanze, di altre es|)ressioni, — indefinitamente, ili la
certezza asso¬ luta della nostra (capacità di azione ])ro.ssima buona e forte,
di una corrispondenza perfetta fra l’atto e le sue condizioni esterne ed
interne. La gioia sta risol¬ vendosi in volontà, un’altra volta, e la volontà
prò- — 217 — iiiftle uiiii rillessioiif k-rsa e vigorosa tlello iiiù com-
]>les8e inafferrabili armonie. Nò più fievoli risonanze richiamano alla
memore fantasia i colli di Kimini, per esempio, da cui tanta ricchezza di
evocazioni dantesche si sprigiona jìer lo sgnanlo che dal colie aguzzo di
Kertinoro al « lito di llhiassi » e da questo alla punta di Cattolica si riposa
poi sulla vicina città : — (l’anima rowirtno di Leon Jlat- lista Alberti jìarla
dal bianco tempio marmoreo a crii Sigismondo, buon amatore d’Isotta e fine
apprezzatore (li codici deliziosamente miniati, portava le ricchezze tolte alla
chiesa ravennate di Giuliano Argentario). ()[)■ pure Assisi sull’alto (gloria
di Giotto) con la mirabile conca verde circoscritta dai monti fra Spoleto e
l’erugia, e Spello a lato, e Foligno nel piano, e più dappresso, 0 fraticello
serafico, la cupola bella del Vigiiola Dove incrociando a l’agonia le braccia
Nudo giacesti su la terra sola! () la spettacolosità di un rosso tramonto
novembrino a raccemlere le epiche memorie della vita bizantina sn la silenziosa
Ravenna vista dal terrazzo del mausoleo di Teodorico, fra lunghe file d’albori
proteudentisi oscure nel gran piano sul terreno tigrato di giallo per le foglie
cadenti. Parla Sant’Agostino, anima appassionata: «Et vi- disti Deus omnia,
quae fecisti, et ecce bona sunt valde: quia et non vidimus ea, et ecce omnia
bona valde» (1). * • • V’è infine da considerare un ultimo punto, impor¬
tantissimo. L'arte ci fa atti a godere delle variazioni, (1) A. Avgi'stini:
Ooìifexsionum ; Lib. XIII, Clip. XXVIII. — 21K - ci aproiiii allii ricerca ifi
che p»!!- raculeo doloroso dtd biso;rno, alle (wuiuistc dello sid- rito e della
vita. Accanto alle ragioni che stanno a spiegare la ge¬ nesi del hello e eh»!
api>artengono al passato, e contro le (piali sarebbero nella pratica della
esistenza umana opjionibili gli argomenti che nella prima jiarte del libro
accennammo a pro]>osito della morale evoluzionistica (se anche la serie dei
fatti passati dia luogo alla scelta di ciò che »' più generale e p»>rmancnte
e ipiindi attivo nel presente e per il futuro) — a parto duinpie le ton- dainenta
genetiche «lei bello, che in certo qual modo rappresentano eredità o
conservazione ili caratteri in¬ nati od acipiisiti, si disegnano le
manitestazioni del¬ l’arte come tendenza alle ]ncc,ole o grandi mntazioni
indiviiluali. Mentre, infatti, i « generi tradizionali » (oltre alle ragioni
naturalistiche della bellezza) si pongono come condizione a che il linguaggio
dell’arte sia comiireso, accade d’altro cauto che il manifestarsi di ogni opera
d’arte non si giustilìchi se non ci si inesenta come no¬ vità; sotto qualsiasi
aspetto, non importa; almeno come ricerca. (Jnando l’oggetto manca di
singolarità, noi giu¬ dichiamo brutta »iuella che ci fu iiresentata come opera
d’arte: le contestiamo nn valore siu'cifico, cioè l’esi¬ stenza artistica.
L’educazione artistiija interviene. Quando la psiche di chi è chiamato a
percepire l’opera d’arte è vergine e primitiv'a, gli accorgimenti più abusati
della risorsa tecnica possono apparir come sinceri mezzi di espres¬ sione e dar
luogo ad una emozione estetica magari viva e forte. Ma con la educazione
artistica, e, più, con l’af¬ finarsi del senso critico, non dissociabile da
quella, oltre a scovrir la malizia ove dianzi si sn])poneva sin- — 210 — writà,
sulfi'iilrii il iViionit'iio iU*llii abitndiiH* inerte ii fiilnni mezzi a
tiilnni elfetti a taliiiii contrasti, ece. Al¬ lora, pendìi* rattenzione sia
destata, ed una sensazione di bellezza la tenni e l’aiipafjhi, occorre die
l’eccita /.ione sia più forte o si diversiticlii jier qualità. Non v’è, credo,
fattore idù potente di evoluzione psi- cliica Iter l’individno; porcili* idù
facilmente è diffuso; jiercliè inoltre jiorta seco questo pregio singolare, che
le condizioni dell’ emozione estetica esigono per ogni variazione i limiti di
una certa normalità, istintiva¬ mente definita dal gusto: la qual cosa rende
tanto più sicura e tranquilla, e quindi etlicace, l’azione verso la conquista.
10 ciò in una feconda concatenazione di cause e di effetti. Per vero, come già
dissimo assai volte, ogni carat¬ tere distintivo (così nel campo dell’etica,
come in quello della bellezza naturale, come in quello dell’arte) è per noi una
.sorgente di piacere estetico, pnrcliè si man¬ tenga in un rapporto di armonia
con ciò che costituisce la sostanza del nostro organismo psichico. Più quindi la
nostra personalità è ricca di disposizioni e di atteg¬ giamenti, più saranno lo
distinzioni che si percepiranno e più sarà facile che (pieste distinzioni
trovino come concordare con tutta o con qualche parte almeno della personalità
stessa; perciò il più grande numero di com¬ piacimenti possibili per gioconde
misteriose risonanze nei regni della fantasia e del cuore, ove l’opera d’arte e
la buona azione, sorelle affettuose, attendono l’ora per uscir jireste alla
luce. Ma ciò costitui.sce alla sua volta, sotto un altro aspetto, una specie di
allenamento generale ad uscir dalle vie battute, e ad uscirne bene, con
equilibrio e senza stravaganze, jier ogni circostanza della vita, in movimenti
ili iiensieri, di affetti, di atti liberi e creatori. Cosi lo novità inecomMiti
il raturo in o^tni canipo lianiio sempre trovato consenziente l’animo degli
artisti sinceri, eccelsi o modestissimi. Dante, fra (ìnelli e (Ihi- bellini,
ama farsi parte per se stesso; e (ìnido Caval¬ canti ricerca fra l’arclie dei
morti «se Dio non fosse». Due ginreconsnlti non pedantesctamente ligi alla
tradi¬ zione furono Cino «la Pistoia e Andrea Alciato: erano due jioeti.
(loetlie iione un giorno la sua i>iù grande passione nel seguir le vicende
della contesa tra i natu¬ ralisti che sostengono la fissità della siicele e
lineili che ne artermano la mobilità, e collabora alla campagna di ijiiesti
ultimi; e Waguer compromette la sua''libertà liersouale e la vita stessa nei
moti rivoluzionari germa¬ nici del quarantotto. Ilo nelle mani lettere di
(ìiovanni Segantini ove, fra la sconnessione sintattica dei periodi, sono
tratteggiate con indicibile sicurezza e precisione talune audacie di iiensiero
nel campo dei problemi so¬ ciali, che in verità lascerebbero perplessi anche i
più assoluti assertori della politici iiiù radicalmente no¬ vatrice. Sappiamo
bene: sappiamo bone. Nella stessa Firenze del cinquecento Baccio Bandinello
riesce a soprattaro il bellini, ed il Biancone dell’Ammannati è preferito, per
la fortuna di altro paese, al Nettuno di Giambologna. Si moltipliiiarono anche
sempre e si moltiplicano in¬ torno a noi, in ogni luogo e in ogni ora, artetici
o ma¬ novali di molta fortuna (il nome di qualcuno si fissò anche nella
storia), ed onorati e celebrati, e ben pen¬ santi, rispettosi di qualsiasi
autorità costituita, dall’Ac¬ cademia alle « maggioranze legali » contro cui
armeggia il povero « nemico del popolo » ibseniano, — viventi (quei manovali)
in perfetto accordo col vicino e col dia¬ volo del vicino, come i « virtuosi »
del Nietzsche, tfuar- date le opere loro! Vi trionfano tutte le abilità, tutte
le conoscenze dei mezzi che occorrono a certi effetti. — 221 — 1*-'
niecciiiiiclie preordinate dalla Inavura a carpir la buona fede del prossimo,
tutto il (jenerìco che alla iiieducazione di una momentanea maggioranza può ap-
])arire come specifico, tutto il nuovo o il paradossale che consiste nel
capovolgere il vecchio come per ischerzo. fi arte, quella! jla quanti ceri
artisti io ebbi la fortuna di conoscere (e dico veri artisti indipendentemente
dal valore e dal¬ l’importanza dei risultati cui siano giunti), avevano tutti
il temperamento artistico modellato sull’anima loro, e (piesta alla sua volta
si adornava almeno di (|ualche speciale virtù. Non uno che non sentisse piii o
meno consciamente una nobiltà ed una larga utilità collettiva operante da sè,
all’esterno, nella fatica a cui attendeva: e in questo vago ma sicuro [iresagio
ripo¬ sava a buon diritto la sua coscienza. La coscienza poi, fatta per queste
vie sicura, era tale da rispondere sempre con mirabile autonomia alle
particohiii circostanze che ne destassero l’attività. Un pensiero originale, un
atto non comune indicavano d’im- j»rovviso come (pialche cosa «li puro, di
mdividuale e singolarmente energico, si era, per l’esercizio di amore verso le
cose lielle, elaborato nell’animo di quell’artista. L’arte l’aveva chiamato:
non egli aveva pensato freddamente di farsene una mas«diera per ingannare il
prossimo. E d’ogni arte è lecito alfermare ciò che l’an¬ tico Cenniiio Cennini
avvertiva per la pittura: « Non senza cagione «ranimo gentile alcuni si muovono
di ve¬ nire a «luest’arte » (1). È il principio. Ea gentilezza ini¬ ziale
troverà poi, nel giardino ov’ò «leposta, elementi che la trairanno a liorire in
bontà, in virtù, in forza, ^.,1 — ove occorra — anche in tierezza ed audacia.
(1) Cf.xmni: Trattalo dilla pittarli; Cap. 11. — 222 — • • Non vorreinnio
esserci troppo indugiati su (pu-sto argomento. ComuiKiue, noi vediamo per ogni
lato come l’arte e la morale si orientino verso lo stesso polo. Perchè l’arte è
la più larga comprensione ed attenua¬ zione eosciente della Kealtà; ed è
bisogno fondamentale della natura umana perseguire il raggiungimento di una
ideale identilìeazione della coscienza (dico coscienza e non conoscenza perchè
intendo cosa assai più larga del raziocinio, della logica, della formula) con
la realtil universa. E così noi avvertiamo, come nota il Tarde, che base del
giudizio artistico è il grado di intensità o di t/ene- mlità del bisogno al
erbo o per necessità di ritrovar nel silenzio se stes.si sono condotti ad
astrarre ressione più nitida della immanente ten- ileii/a della personalitiì
umana alla più intima eoin|)ren- sione ed alla jiiù energica alfermazioue della
vita. CAPITOLO II. La coiidotta estetica Soiuiiinrio. — L’atto esteriore come
opera d’arte - La DANZA DELLE ANIME - La MISURA DEI RITMI - LE VIRTÙ estetiche
- La varietà e la complessità negli atteg¬ giamenti PSICHICI - La piccola bontà
- L’ entusiasmo K l’ottimismo - La comunione sociale e il rito. Àia le arti propriamente
dette non sono che un epi¬ sodio della vita estetica. E, ritornando all’azione
per considerarne la bellezza indipendentemente dal suo valore di segno, di
mezzo di comunicazione ad altri di uno stato interiore, ve¬ diamo ancora
allargarsi di nuovo e non trovar più con- lini l’efficacia del senso estetico
su la condotta umana. Già ricercammo nella prima parte del libro quale sia il
concorso recato dal sentimento, dall’ immagina¬ zione e dall’entusiasmo, alla
determinazione degli atti migliori ; quanto di amore e di simpatia ci racconti
ogni manifestazione di bellezza ; come il senso estetico si frapponga, in
funzione di saggezza, fra la coscienza e l’incoscienza della condotta nostra,
ad illuminarla e a governarla. E considerammo nella seconda parte le ragioni,
pure estetiche, dell’aristocrazia, ed i limiti che ne derivano : e notammo il
significato di gioia e di forza che è nella « grazia ». Ogni oggetto, poi, ogni
15 — 226 — relazione, ogni processo, di quelli segnati o seguiti, vedemmo
volgersi o dirigersi verso la più larga ed in¬ tensa e pura felicità umana. Ora
si tratterebbe, prima di giungere ad una più vasta e definitiva conclusione, di
svolgere i corollari semplici che dalle premesse si riflettono nell’ umile
realtà della vita quotidiana. Tutti conoscono le i)arole di Merck a Goethe : «
La tua vita vale più della tua opera» (intendeva dire l’opera letteraria e
scientifica). Ed è vero. Come è vero che lo due eleganze, quella del pensiero e
quella dell’ azione, procedevano dalla medesima sorgente. « La parola i)ro-
nunciata, il poema scritto sono, si dice, un epitomo dell’uomo. Quanto più lo è
l’opera compiuta I Tutto ciò che esiste di moralità e di intelligenza, di
x)azienza, di perseveranza, di fedeltà, di metodo, di penetrazione, di ingenuità,
di energia, — in una jiarola, tutto ciò che un uomo ha in s6 di forza sovu
scvitto nell ofiera che saprà compiere » (1). Evitato oramai il pericolo dello
confusioni, non è ai'bitrario chiamare arte anche quella : l’arte della con¬
dotta. L’esistenza di un individuo può essere, intiera, opera di perfetta
bellezza. È una osservazione che ciascuno può fare ogni giorno l)er conto suo,
questa ; — Il giudizio sulla condotta altrui, ed anche sulla condotta propria,
è assai spesso mal sicuro : l’analisi di tutti i coefficienti di una de¬
terminazione umana, che soli i)ossono portare alla valu¬ tazione adeguata della
sua moralità, è bene spesso incerta. Più facile, talora, il giudizio della
bellezza sua. Quante volte così di un atto semplice della vita famigliare, come
dell’ alta deliberazione di un uomo di (1) CARLyi.E: Passato e presente ; trad.
ital. ; Torino, 1905, p. 243. — 227 — Stato, nella incertezza e nella
comiilessità indefinita dei motivi coscienti ed incoscienti che li informano,
l’ap¬ prezzamento migliore è ancor quello dell’ istintivo e profondo senso
umano per cui li si avversano invinci¬ bilmente come brutti, o sono graditi
come belli ! E Oliale insperato conforto la gioia che si ritrae gustando ]a
bellezza di un atto che già deve essere apprezzato come buono e come ntile ! La
bontà, svolgendosi secondo la sua proinia natura liberamente, fiorisce
inconsapevole in manifestazioni di bellezza, àia la proposizione può anche
essere capo¬ volta. La bellezza dal cauto suo è in gran parto anione, irradiazione
continua dall’ interno all’ esterno. Ed è la stessa cosa. Con perfetta
giustezza il vocabolo tiiiico greco KxXoxayaOds riuniva il bello ed il buono in
una sola unità. L’uomo che si è assuefatto ad osservare il lato estetico delle
cose, ed ha plasmato come opere d’arte il ]iroprio carattere e la propria vita,
consiilera l’atto morale come una bellezza nuova e singolarmente pura. Cosi la morale
diviene, secondo l’espressione di lionssel- Despierres, « l’attrait souriant,
le charme rayonnant des e.xistences ». 11 qual fatto può anche essere immaginato, in un avvenire
ideale, come condiziono generale delle esistenze umane associate in una feconda
opera di jiace svolgentesi fra la più compatta delle collaborazioni. La virtù
apparirà allora come la gioia perfetta ; e il sogno universale di bellezza onde
sarà cullata l’anima umana, si trasformerà, senza nulla perdere della sua
jnestigiosa purezza, in un volere sconfinato di carità e di amore (1). (1)
ItoussEi.-DEseiEUKiis : Op. cit. ; p. 32, 33. E non sarà inutile far capo
anclie ad una autorità non sospetta, il Bac- DELAiiiE: «Le vico porte atteinte
au juste et au vrai, révolte l’intellect et la conscience; mais cornine outragc
à l’harmonie, coniino dòsinence, il bléssera plus particulièrement certains —
228 — Intanto, per ciò che è del passato e del presente, chi, per esempio, meno
di Marc’Aurelio, romano e stoico, si lascierebbe supporre, a priori, come
avviato con pre¬ ferenze sensorie ed emotive lungo i sentieri del compia¬
cimento artistico? Eppure il Libro primo de’ suoi «In¬ cordi », che vorrebbe
porgerci altrettanti esempi di par¬ ticolari virtù, è sovra ogni cosa, come
abbiamo veduto, una mirabile galleria di ritratti, una elegante rassegna di
tipi estetici. Così fu sempre. Il nome di Teofrasto emerge fram¬ mezzo a quello
di molti altri a dare un’ idea precisa dell’ importanza che nella letteratura
greca ebbero le raffigurazioni estetiche di particolari qualitìi dell uomo, con
accentuazioni atte a fissare tipi concreti di carat¬ teri umani, e ciò con un
punto di partenza molte volte largamente etico, molte altre volte
prevalentemente ci¬ vico. Ma la Creda era la terra classica della bellezza! Non
importa. Altrove, e senii>re, noi troviamo lo stesso fatto. Chi non ricorda
i moralisti francesi del sei e del settecento, e chi non ne ebbe qualche
conoscenza diretta almeno per le opere del Montaigne e del Labriiyère! Ed, ai
nostri giorni, il IMaeterlinck non alterna forse i suoi consigli di saggezza
con 1’ evocazione storica di particolari archetipi. Sabino o Marc’ Aurelio,
Eénelon o Spinoza, Carlyle od Emilia Broiitò ? Ter ogni richiamo di esigenze
liaratteristiche della condotta umana soc¬ corro (luasi sempre, più o meno
inconsapevole, al mora¬ lista, una immagino di bellezza, ed esige ed ottiene di
essere fissata, come opera d’arte, nel tipo. esprits poétiqiies, et je ne croi»
i.as qu’ il soit scandalisaut de considércr tonte infiaction à la morale, au
beau nioral, coiume mie espèce de fante contre le rytlime et la prosodie
nnivcr- selles». Ricordato da Fiekens-Gevaeut : Assai» sur Vartcon- emporain;
Paris, 1897 ; p. 120. — 229 — « * Ecco la più grande arte, intesa questa parola
in nii signili«'to nuovo; l’arte che abbraccia proprio tutta vita e
specialmente l’azione, ogni azione degli indi¬ vidui e delle collettività;
l’arte per cui l’espressione si ^oiilonde ilavvero con l’impressione e questa
con la realtà oo-gettiva, — intermediario l’atto elementare, ove solo
convergono in perfette identità l’io e il non io. Offiii largo ciclo di
esistenze si riallaccia in qualche odo alle origini. Non v’è pensatore di
qualche merito rhe non abbia intravveduto o segnato m termini più omeno vaghi
questa necessità. Nessuno, da Giambattista Vico ed Antonio Rosmini, sino al
Nietzsche e ad Er¬ nesto llaeckel, ha definito in modo assolutamente pre¬ ciso
la «legge» di queste necessità, pur quando si accinse a farlo con proposito
deUberato. Non oseremo noi minimi, ripetere il tentativo fallito agli eccelsi
ed ai grandi. Constatiamo solo il fenomeno per la esigua parte che ci riguarda,
nella sua applicazione che a questo niinto ci si offre spontanea. Sono state
largamente messe in evidenza dai sociologi le ragioni genetiche della danza:
sono il governo dei mu¬ scoli e dei movimenti del corpo, la disciplina
collettiva dei movimenti stessi (forme atrofizzate ed anchilosate di danza
sarebbero, per esempio, anche le attuali riviste e sfilate militari). Da questa
disciplina, allorquando mezzo e hue si adeguano, e il fine ò parte viva della
esistenza indi¬ viduale o collettiva, sorge il piacere del danzatore ; per
essa, in una ripercussione simpatica, il piacere dello spettatore. Si noti che
il valore delle personalità era alle origini quasi esclusivamente materiale;
perciò 1 a- zione si riduceva ad un dinamismo muscolare. E la danza era cosi lo
specchio della vite; o meglio esaltava la — 230 — gioia e la bontà della vita,
isolate momentaneamente dagli elementi perturbatori della condotta, e sentite
quindi in tutta la loro purezza. Ora, nei tempi nostri, non è forse la stessa
cosa? Certo gli atti umani, i migliori atti umani, sono essen¬ zialmente
dominati dallo spirito: l’intelligenza ed il cuore Lanno la preminenza assoluta
nella valutazione della personalità. Quella che chiamiamo danza apiiare ridotta
ad un piccolo gioco eseguito con arnesi mate¬ riali, adoperati oramai quasi
sempre per bea altre con¬ quiste che non siano quelle della forza e della
destrezza muscolari. Ma intanto, e sempre, non v’è azione, e quindi anche
azione morale, che non si sostanzi alla line in movi¬ menti dei muscoli. Solo accade
che all’importanza mec¬ canica del movimento si è sostituito o sovrapposto il
suo rapx)orto con la ijersonalità psichica dell’agente ; e quella non ha quasi
più che un semi)lice valore di segno. La disciplina del muscolo si fa
disciplina dei centri che lo dirigono. Sarebbe la danza delle anime, quando
questa disci¬ plina della condotta sociale fosse lìcrcepita generalmente come
bellezza; — un sogno di felicità che sfolgorò nel¬ l’estasi dell’ Angelico
allorché schiudevasi il Paradiso agli eletti da lui raffigurati, e, tenendosi
per le mani, an¬ geli e santi e sante egli vedeva entrar nella gioia eterna
celestemente ballando. La buona coscienza del galantuomo, l’esaltazione
dell’eroe, l’entusiasmo e l’ardimento dello scienziato, l’amore dell’apostolo,
si risolverebln-ro nella gioia facile del danzatore, assecondante il ritmo di
tutta la vita intorno a lui, — la vita degli uomini, del mondo orga¬ nico,
della materia universa. — 231 • • Nè questa è vana immaginazione. Senza che
occorra lanciar lontano la nostra fantasia neiravvenire, la condotta estetica
ha già nel presente le sue basi non prive di solidità. Avremmo oziosamente
scritto tutto quanto precede, se non fossimo riusciti a far penetrare nel
lettore questa convinzione. Ma giunti a silfatto risultato, è troi)po forte la
tentazione di abbozzare, almeno sommariamente, nn modello. Presumeremo dunque
di tracciare un com- l)lesso di regole, o, ciò che sarebbe ancora peggio, di
deli- iieare alla nostra volta un nuovo sistemai Contraddi¬ remmo deplorevolmente
alla tesi nostra fondamentale, che l’attività morale, come l’attività
artistica, è inno¬ vatrice e creatrice. Anzi, la regola genera il fariseo; e la
condanna del fariseo è verità così eterna, che Nietzsche, l’Anticristo, chiama
« virtuoso » il fariseo, per ricondan¬ narlo un’altra volta, illudendosi con
ciò di aver evitato un plagio. I.a gioia dell’attività morale, per cui ogni
buona aziono si risolve in un nuovo piacere, risiede nella libertà. Tuttavia,
appunto come nella danza, è possibile se¬ gnare le misure dei ritmi. E vi sono
atteggiamenti nostri che, liberi di plasmarsi nelle guise più imprev- viste sui
fatti nuovi affacciantisi giorno per giorno nella vita esteriore, rispondono
però a certe condizioni gene¬ rali da cui è lecito trarre la ranìgurazioue di
cosa che, relativa e pieghevole, appaia tuttavia come ima certa norma della
condotta. Sarà indicazione di bellezza, e designazione, intanto, di più o meno
vaga, più o meno diretta, più o meno prossima utilità ; ma se noi ne vogliamo
ricercare il con- — 232 — tenuto, scovriamo ch’esso ci fu già porto dai
moralisti di tutti i tempi. Solo, questo contenuto avrà il pregio di non
ai)parirci più alterato dalla sanzione, corrotto dal meritorio, deviato da vane
speranze, intristito dalle ca¬ gioni del pentimento e del rimorso, così come
augura¬ vamo nella prima jìarte del nostro libro. Norme di bellezza riguardanti
la condotta morale, dunque ? Proviamoci a scegliere. O meglio, proviamoci a
deli¬ neare quelle situazioni che rappresentano come un re¬ siduo oltre ciò che
fu già messo in evidenza sinora lungo il corso del libro. « « # Intanto, un
certo buon gusto può da solo distogliere Tindividuo dai piaceri volgari, dalle
ambizioni grosso¬ lane, dalle basse inimicizie. Per queste ultime, anzi, non
occorre neanche che il gusto sia raffinato: basta una qualche larghezza data
alla sfera delle nostre impres¬ sioni perchè, ad esempio, gli odi inestingnibiU
e grot teschi dei piccoli centri, passanti come eredità dal padre al tìglio 0
prolungantisi magari i)er jìarecchie genera¬ zioni, siano automaticamente resi
impossibili per man¬ canza di materia prima che li alimenti. La qual cosa fa
capo ad un giudizio estetico ogget tivo. Ma un buon giudizio estetico
soggettivo non in¬ dulge alla sua volta alle meschinità dell’amor proprio,
della gelosia e, peggio, dell’invidia; ci indirizza verso l’amore e, per
questo, delinea le bellezze dell’eroismo, ma ci i)one in guardia contro
l’equivoco per cui si è tratti ad elevare il sacritìzio a pietra di paragone
del¬ l’amore, massime quando esso, in una disarmonica con- traflazione, è
accompagnato dal corteo o, ciò che più spesso accade, dalla coreogratìa del
dolore. — 233 — ÌJon pretendere che gli altri abbiano una personalità diversa
da quella che hanno, e accettarli così come sono per comportarsi coi medesimi
in conformità del loro essere, è senza dubbio esercizio di arte, che richiede
senso di projmrzione e di armonia. Astenersi dalla no¬ civa dimostrazione
esteriore di collera e di odio è pure Oliera di chi rifugga dalla volgarità di
parole e di gesti acni non risponda un adeguato etlicacecontenuto di atti. Iva
bellezza poi ci dà la ragione di uno spostamento completo nei termini
comunemente accettati della umiltà e della « mortificazione ». Non parliamo
dell’umiltà affettata, che fa capo al¬ l’ipocrisia. Intendiamo l’umiltà
sincera. Verso tutti gli uomini, in genere, o verso date persone nella loro
unità varia permanente di persona, l’umiltà sincera 6 timi¬ dezza, vale a dire
incertezza di posizione nei dati della coscienza, mancanza di espressione,
pusillanimità, abito di accomodamento servile, indebolimento dell’azione. Le
ragioni della bellezza vogliono invece un viso franco e sorridente, la grazia e
la simpatia comunicativa della serenità e dell’energia. Ma invertiamo la posizione;
il problema non è, per questo, risolto; — se noi diamo un valore massimo alla
nostra persona nella sua per¬ manenza di attività e di potenzialità
svariatissima, se¬ condo i casi più o meno forte e sicura, accade che ci
attendano gli urti inutili, le constatazioni amare di im¬ potenza, le
ribellioni inani, le azioni incoordinate, — tutte cose contrarie per un altro
verso a quella espan¬ sione gaia del proprio essere che or ora indicavamo come
condizione di bellezza nella condotta. Umili, dun¬ que, di fronte alle
ricchezze inesauribili della vita e del mondo esteriore. Umili di fronte alla
rivelazione di saggezza portaci un istante dalla condofta «lei nostro vicino,
umili di fronte al momento di eccezionale energia della più meschina creatura,
innili di fronte alla pron- — 234 — tezza di una giusta risoluzione che a noi
non si era presentata, umili di fronte alle necessità esteriori invin¬ cibili,
umili di fronte alle bellezze senza pari che la nstura ci porge ogni istante
sott’occhio e verso le quali la disposizione nostra non può essere che di
contempla¬ zione o di ammirazione; — pronti sempre ad attenderci ima
particolare episodica superiorità nei comportamenti di ogni individuo, una
difficoltà insormontabile nella serie dei rapporti reali esteriori. Non umili,
mai, verso gli individui o le collettività umane presi nella totalità generica
della loro esistenza, non umili di continua as¬ soluta umiltà verso una
astratta potenza della natura contro cui possiamo anche lottare, vincendola,
talora, ed assoggettandola spesso ai nostri bisogni ed ai nostri piaceri. Non è
neanche l’oraziano «nume guperbiam quae- sitmi meritis » quello che noi
pensiamo : è un saggio governo della valutazione di sè stessi, vario e pieghe¬
vole secondo la varietà infinita delle circostanze del¬ l’esistenza.
L’insegnamento ci viene dal liuskin. « Mo¬ destia è virtù di modi e di limiti.
Arnolfo rimane modesto allorché dice di poter costruire un bel duomo a Firenze;
così Diirer quando a taluno che aveva tro¬ valo un difetto in una sua opera,
scrive che questa non potrebbe essere fatta meglio, iierchè egli ciò vedeva
chiaramente, e rispondere in altro modo sarebbe stato mancanza di franchezza.
La persona veramente modesta ammira anzitutto gli altri con gli occhi pieni di
tra¬ sporto; essa ò COSI felice di ammirare le opere degli altri che non trova
tempo per lagnarsi delle proprie; e per tal modo, sperimentando la dolcezza
dell’apiiagamento senza riserve, non conosce dubbiezze nel compiacersi nella
«lirittura propria come in (piella degli altri, ma semplicemente dice : — Si
tratti di me, o di voi, o di chiunque altro, poco importa! Ciò è ugualmente
bene»(l)- (1) UusKis: The Qiten of thè Aie; ITI; $ 135. — 235 — Analogamente
siamo condotti a considerare in modo nuovo e diverso il fatto etico della
mortificazione. Inu¬ tile discorrere del « meritorio » che gli venne connesso;
ma quaude Sclioiienliauer aflerma che « restringere la. nostra cerchia d’azione
e di contatto rende felici » (1), dimostra come tutti i pessimismi, trattisi
del pessimismo ascetico o di quello razionalista, convergono. E l’este¬ tica
della vita non indulge alle forme, palesi o lar¬ vate, di pessimismo.
Kcstringere la nostra cerchia d’azione e di contatto genera la noia, e la noia
è dolore. Digiunare invece può essere utile in quanto si prepari alla
sensazione avvenire maggior vivezza, maggiore risalto, e, per questo, maggior
piacere. Un digiuno eventuale forzato o A'olontario, dunque, piegato ad
accorgimento di chiaro¬ scuro h\ dove non jinò essere una gradazione indefinita
di toni esclusivamente luminosi ; — il valor della mor¬ tificazione, din.nnzi a
un bisogno o ad un desiderio, espres.so dal raiiporto fra l’appagamento come
conquista o novità e l’ai)pagamento come recezione passiva od abi¬ tudine, più
ricco di gioia quello che questo, a parità di contenuto. Ma oltre e sojìra di
ciò la ricerca, e per essa la va¬ rietà, — l’espansione, e per essa la
molteplicità degli atteggiamenti e dei contatti. Accade normalmente il
contrario. Ognuno si chiude nel suo i)iccolo guscio ; e .questo è per lui
l’universo. Le esigenze della sua vita ristretta diventano le leggi
dell’umanità. (1)
Sciioi'ENiiAUKK : Aiìhorismes sur la myesse daiis lavi*. Tr. fr. ; Paris, 1904;
p. 169. _ 236 — Ora aiiosto
atteggiamento eli meschinità diminuisce • ^hiCente il valore della condotta, e
si risolve m ™ toto «tosale alla 8Ìoia .lell'imlivUluo ed al naeLo- ”T“i 6
tl'altotfuaa conveatosa olenneatare, a«ell. di allargare quanto è possibile il
territorio delle nostre o«iiosceL.e, - intendendo per conoscenza non la soia
nozione scientilica : le ricerche di gabinetto, ma 1 esperimint vario della
quotidiana pratica della vita. E àoa si rad «at.astare l’abaso di s.ngolan
co,a. lieteaae, se noa faceadocl alla aostra volta, ael augi gaate gloviaotto
moairesta P» ^raiondaai r”Sd;^“ar»nto^^^^ i—s»-eii so- g,„ia„„d„,dtoreda.l^^^^^
ìtorT'artlsta, l’uomo lioUtico, seasa coaosccre il rispot- r’caaV di attività,
la .aperbia “ m to mai iatnwveduto il valore e la feooudiU delle grandi
gcaeralltà llloaonclic, Il P'»’''»''"''®";"’ ' , mailismo
Intellettnale morale e seatimeatale obe fa . "g “ ; riaai stranieri ed
ostili l’ua l’altro, cto -■ tota l’igaavia taecado considerare , oaaeoll della
pri g” ,m non come un doloroso Impedimento a H’iiseiro, al fa. 'girò ma come
una difesa dalle iavasioa. esteriori ^ 'come il invece idcaliiionte diversa la
disposimoiio il, messo alle folle, per aver toitto di Darl’ire dei loro difetti
(piando se ne siano appicz yate le buone qualità, od è provvidenziale
fischiata, se per essa la noncuranza dell applauso fa disinteressata e sincera.
— 237 — Conviene essere stati almeno qualche volta, senza larvisi compatire, a
ricevimenti mondani, a balli ele¬ ganti, per essere in grado di affermarne
decentemente la frivolezza e la menzogna, se si ebbe tanta virilità da non
lasciarsene travolgere. Occorre aver provato le tipiche soddisfazioni di nna
marcia a piedi, magari col zaino in spalla alle grandi manovre, od essersi
indugiati ad affondare il remo in¬ dolentemente fra le canne e le ninfee di una
vasta pa¬ lude, ricca di colori meravigliosi, di toni caldi e sonori o di
nobilissimi ed austeri contorni, inesauribile di novità ad ogni minimo mutar di
luogo, come sarebbero, ad esempio, i « laghi » di Mantova di sera in principio
d’estate, e bisogna anche aver fatto qualche lieta corsa in automobile, — per
non inciampar nel pericolo, la prima volta che avessimo a satire su di un
automobile preso a prestito da un amico, di concepire un Ubro che celebri le
gelose ed esclusive glorie della «macchina», l’estetica misurata a chilometri
in rapporto alla velocità. È utile avere spinto i pattini sul ghiaccio fra la
nebbia mordente in gaie e rumorose brigate, ed abban¬ donato la bicicletta in
qualche beve discesa fra il verde delle colline nell’ansia di un’attesa
gentile, perchè la solitudine dello studio non abbia rimpianti ; — ed è ne¬
cessario aver studiato e meditato sui libri, perchè lo sport non sia puro
esercizio bestiale, e perchè una caccia di i)iccoli organismi marini fra le
crepe di una spiaggia rocciosa vada oltre la superficialità di un pas¬ satempo
infantile. Bisogna aver conosciuto l’amore bene appagato, per poter
soffermarsi, senza miserabilità, a ricercar le man¬ chevolezze dell’altro
sesso, in cui pure i pregi devono essere così grandi se ci hanno largito ore di
felicità indicibile. È bene che il politico abbia assunto, sia pure m — 238 —
uii campo modestissimo} la responsabilità di gerire di¬ rettamente una pubblica
azienda, perchè l’opera sua di critico acquisti lume dalla esperienza personale
ed au¬ torità dalla dimostrazione concreta di aver saputo/are. È opportuno che
l’applicazione professionale abbia nella vita d’un uomo recato, e rechi, i
risultati continui della pili specializzata osservazione, abbia posto i più
minuti problemi e chiarita la diflìcoltà delle ultime ana¬ lisi, perchè il
guardar poi le altre cose alquanto dal¬ l’ulto non diventi astrazione, non
larvi la mancanza di precisione e di chiarezza nel giudizio e nell’atto.
Importa aver apprezzato i singolari mezzi di espres¬ sione concessi dalla loro
particolare natura alle^ varie arti, per essere in grado di notare tutte le
insuflicienze della pretesa determinazione scientifica. Bisogna infine aver
dato opera a trar dalla scienza, entro i limiti dei mezzi individuali, quanti
frutti era possibile, perchè il ricorso ad altri elementi della vita si risolva
in acquisto, in riccliezza, e non sia invece un i i[iiego ove si sciupino le
energie psichiche, male appli- erchè l’«utilità marginale» è sempre con¬
dannata a dileguarsi appena si risolve nel fatto. È l’at¬ timo ; non è e non
può essere una continuità od una suc¬ cessione od una permanenza. Ma il
problema può essere abbandonato agli econo¬ misti. Più modestamente, per noi,
giova insistere sul fatto che neanche coloro i quali più sembrano avvan¬ taggiarsi
di tale stato di cose, neanche i cosidetti pri¬ vilegiati della economia
capitalistica attuale trovano tempo ed agio e forze per educarsi in gioie che
non siano d’ordine materiale ed inferiore, per compiacersi suflìcientemente in
qualche occupazione che non sia di natura professionale ; ed anche per essi
l’occupazione professionale perde ogni giorno inii la sua intima at¬ trattiva
per l’affanno ond’è travagliata dalla turbinosa concorrenza a cui resistere e
riparare, dalle esigenze sempre nuove e maggiori della stessa produzione i)ro-
fessionale a cui provvedere. Non sono osservazioni di un demagogo. Le ha fatte
Ruskiu. Preoccupazioni, fatiche, lotte, incubi diurni e notturni, tutto per
raggiungere uno scopo: ammassar dell’oro. Come si godrà quest’oro, è cosa a cui
non si pensa ; l’importante è averne, e molto. Guardiamo que- — 256 — Sto
industriale, questo commerciante, questo professio¬ nista. Egli non può
leggere: non ne ha tempo, deve ancora ammassar questi danari che sono qui ;
egli non può uscire a veder la risurrezione dei fiori di primavera in un
i)aesaggio animato : deve ancora ammassar quel denaro che è là. Più tardi, i)iù
Unii, quando sarà del tutto ricco e del tutto vecchio (se ci arriverà), quando
avrà rovinato dieci concorrenti, quando avrà schiacciato gli oi)erai in una
diecina di scioperi, allora con (jueste ricchezze egli offrirà a sè stesso
tutto ciò che la Natura dona di fiori, tutto ciò che l’Arte dona di armonia,
tutto ciò che il l’cnsiero dona di gioie virili. Davvero ? Ove se ne andò la
salute i Ove lo spirito i Ove la fre¬ schezza delle sensazioni, la purezza
degli affetti i Non sopravanza che una fredda e deserta vecchiaia ; e la morto
(1). La legge psico-economica della moltiplicazione dei bisogni si svolse
essenzialmente nella moltiplicazione dei bisogni mezzi per aumentare la
ricchezza ; e quel progresso in cui abbiamo ri|)osto tanta fede irragione¬
vole, non ha fatto altro sinora che complicare di fati¬ cosi ingombri la nostra
esistenza, moltii)licundo le inno¬ vazioni industriali. Il telegrafo e il
telefono portano forse notizie migliori f Ma che 1 ci fanno concludere più
presto gli affari, molti affari, da cui potremo forse rica¬ vare nuova
ricchezza, che ci gioverà per le spese dei viaggi sbrigati in fretta, senza
nulla vedere (e per questo soccorre la velocità dei treni); per le spese dei
grandi affitti di locali, non a nostra comodità, ma a decoro commerciale
dell’azienda, ove trionfano i mobili pretenziosi e lo chincaglierie di pessimo
gusto e di insta¬ bilissima moda per coprir la continua produzione dei grandi
opifici ; per lo spese degli enormi balzelli a favor (1) K. De la Sizeuanne:
Op. cit. ; p. 290. — 257 — dello Stato, la cui burocrazia si complica iu ragion
del complicarsi (1). 35 bene che 1
antica consertio inanmim nei ra[)porti fra gli individui, l’antico pugillato da
cui ebbero origine le procedure giudiziarie per gli interessi privati, e al
posto delle contese ed oltre di esse l’accordo, il contratto, — ò bene che
questa consertio manuum si riprenda anche nei rafìporti tra i gruppi, per
giungere all’arbitro, e per fare quindi anche a meno dell’arbitro, nell’abito
di equità della reciproca valutazione acquistsito pur attraverso gli errori,
che sono anch’essi esperienze (2). La dottrina estetica della libertà (associazione
e libertà erano termini inseparabili per Giuseppe Mazzini) diventa calcolo
saggio ed onesto di utilità civile. E si può essere sovranamente egoisti, (1)
Pbtuone; Problemi del mondo morale medilati da un ideolista; Palermo, 1905; p.
297. (2)
V. Sidney et Héatbick Webh: Hiatoire du Trade unio- nionismc-, tr. fr. ; Paris,
1897. Per l’Italia, che fa le
sue espe¬ rienze a ciuquaiit'anni di distanza, non abbiamo naturalmente
un'opera analoga. Si può consultare Lokia : Il morimento ope¬ raio; Palermo,
1903. Per informazioni di carattere analitico e per moiiogratìe speciali, il
Pollettino dell’ Uf ficio del la raro e le altre pubblicazioni dello stesso
Uftìcio clic a quello si col- Icgano. — 264 — ma si gradirà la lotta per la
gioia o per lo spettacolo della vittoria, se non per l’attesa delle più larghe
ar¬ monio che ne deriveranno. Solo i deboli faranno gli sconginri ; solo i
furbi dalla scarsa volontà cercheranno le vie tortuose per dissi¬ mularsi i
disagi della conquista, o della aperta, della organica, della virile
resistenza. E solo i fantastici penseranno di sostituire al libero gioco delle
forze varie concorrenti e cozzanti una immaginaria risultante che sarebbe
preordinata in base ad un ipotetico illusorio do¬ minio p. dt.-, p. 58 - 67 .
Questi richiami a dati scieiitifiei haiiiio tuttavia per noi un valore molto
limitato. Li ahbiaiiio fatti tanto per dimostrare che anche noi, come tutti gli
altri, possiamo trovar nella scienza r.agioni che giustificano le nostre
preferenze. Ma prevale in noi il pensiero che in po¬ litica, come in ogni altro
argomento che ci richiami in modo diretto all’azione discuteremo meglio e non
ci roderemo pm tanto l’un l’altro, quando avremo inteso come sia fallace la
mania superila e prepotente del teorizzare. Ciascuno riconosca con sem¬ plicità
la sua vocazione; (parrebbe impossibile, ma ciò fu indi- — 273 - Cbi non vede
come siffatto coinitlesso di considerazioni coinl)aei:i iierfettamente con
(luanto noi in addietro ab¬ biamo cercato di illustrare intorno ai raitporti
fra l’etica o(jiù, cade, e ci scopre una ostilità profonda, terribile.
Tuttavia, nota ancora il Tarde, non ogni male è pre¬ sagibile da questa attuale
condizione di cose. Se le trasformazioni gigantesche dell’indnstria fecero
perilere al lavoro la sua originaria attrattiva, esse ne diminuirono anche la
fatica materiale, diretta ad eser¬ citare i muscoli alle spese dei nervi e a
bestializzare l’uomo. Delle due cose meglio ancora è rendere l’uomo macchinale^
che renderlo bestiale. Se ne avvantaggia lo — 276 — 8vilupi)o «lei sistema
nervoso sullo sviluppo del sistema muscolare; e siffatta radicale
trasformazione dei tempe¬ ramenti non i)otrel)be essere certo che il mihutratum
più favorevole alla fioritura artistica di un pojìolo. Si aggiunga un
approssimativo eciuilibiio nei rap¬ porti relativi alla produzione ed alla
distribuzione della ricchezza, un regime di larga contrattualitiV per ciò che
riguarda P ordinamento del lavoro, e presto una ric¬ chezza più distribuita, un
tempo di lavoro più limitato, una maggior libertà dei singoli e una maggior
solida¬ rietà collettiva compiranno forse il miracolo. Ija stessa aridità del
lavoro sembra dover concorrere a questo risaltato. Se dianzi, infatti,
ciascjnno si faceva un’arte del suo stesso mestiere, oggi i mestieri, facen¬ dosi
sempre più ingrati, spingono il lavoratore a cercar fuori di e.ssi altre
sorgenti «li puro godimento estetico; di qui anzi scorgiamo parte
dell’inconscio processo psi¬ chico omle il bisogno che il mestiere si faccia
sempre meno assorbente è con tanta energia affermato ai nostri giorni. E così,
forse, l’arte e l’indmstria si attendono ad un nuovo distinto e grande
sviluppo; e la virtù pa¬ cificatrice ilell’arte steinlerà per ogni luogo la
rassegna¬ zione al lavoro arido, ma benefico, i cui intervalli essa cositargerà
di fiori immacolati. « Allora, conclude il Tarde, dall’eccesso medesimo
dell’industrialismo verrà fuori probabilmente il rimedio al male. Mai furono
così complicate le armature dei cav'alieri come nel momento in cui esse stavano
per diventare inutili per i perfezionamenti delle armi da fuoco, nel secolo
deciraosesto. Forse accadrà della com¬ plicazione dei nostri bisogni di lusso
(materiale ed este¬ riore) ciò che accadde delle armature difensive. Per lungo
tempo bastò il casco; poi si fece sentire il bisogno di difenntiigna ; — so
incendio ha da essere ; se il desiderio prorompente nella — 282 — disubbidienza
della Walkiria contro il regale comando di Wotan ha per tal modo a subir più
lunga compres¬ sione ; se tuttavia della redenzione finale, non l’avvento Ulti
l’ora soltanto è contesa f Intendiamoci bene. Sarebbe assai riprovevole, anche
per solo dilettantismo letterario, giustificare gli mti più tragici della
storia e dell’ avvenire, proclamando l’assoluta generalo necessitù di questi urti.
Vogliamo significare altra cosa : e cioè che questi urti possono essere buoni
ed utili quando per il suo avanzamento verso la gioia runianitù abbia a un dato
momento esaurito l’esperienza delle vie più facili, se anche i)iù lunghe e
tortuose, delle vie i)iù buone, quelle dell’amore, — rese impraticabili per un
ostinato rifinto di amore che si opponga all’amore. Kicordiamo le nostre osser¬
vazioni sul carattere eccezionale della genialitù (le dichiarazioni dei diritti
» come, ad esempio, quella fran¬ cese, sono qualche cosa di intermedio fra la
confes¬ sione amorosa, per l’att'ettività, e la manifestazione dell’artista,
per il contenuto ideale) e sul carattere pure eccezionale dell’eroismo, che
nella vita dei popoli trova il suo esponente nella Rivoluzione. Scrive Riccardo
Wagner: «Prevediamo ad ogni mollo che il progresso della coltura, ostile all’
uomo, finirù per dare un buon risultato ; a forza di diventare gravoso e di
ostacolare mostruosamente la natura, darà infine alla immortale natura
compressa la elasticità ne¬ cessaria per gettare in un sol colpo lungi da sè
tutti 1 fardelli che l’oi)i)rimevano, e tutto questo cumulo di coltura non avrà
fatto altro che insegnare alla natura la sua immensa forza ; il movimento di
questa forza è la Rivoluzione ». Ma poscia si augura che al buon risultato si
possa giungere per vie più piane; ed a ciò si adopera. « Uo¬ mini di Stato
onesti », prosegue più oltre, « che vi op- — 283 — nete al rovesciamento della
società, da noi presen¬ tito per quest’iinica ragione che la vostra fede nella
nnrezza della natnra umana essendo scossa, non potete intendere questo
rovesciamento che nel senso della tra¬ sformazione di una situazione difettosa
in un’altra an¬ cora peggiore : se voi avete sinceramente l’intenzione (li
comunicare a questo nuovo .sUto di cose la forza capace di produrre una civiltà
veramente bella, aiuU- tcci con tutte le vostre forze a ricondurre l’Arte a sò
stessa alla sua nobile attività. — E voi, miei fratelli soilereuti di tutte le
classi della società umana, che nutrite in petto una collera sorda allorché
aspirate ad aflrancarvi dalla schiaviti! del danaro per divenire nomini liberi,
vogliate comprendere il nostro còmpito, aiutateci ad innalzare l’Arte alla sua
dignità, affinchè vi possiamo mostrare in che modo eleverete il mestiere
all’altezza dell’arte, il servo dell’ industria al livello dell’uomo bello,
cosciente di sè stesso, che col sorriso dell’ iniziato può dire alla natura, al
sole, alle stelle, alla morte e all’eternità : Voi pure siete miei, ed io sono
il vostro padrone » (1). (1) Wagner: L’arte e la rivolueione; tiad. ital.;
Genova, 1902 ; p. 73, 88 e 89. PARTE QUARTA L’AMOEE CAPITOLO I. Alla
(letenninazione della felicità Soiinuftrio. — II. uisiNrERESSE - TjA scienza
economica L’ IDEAI.ISMO PUATICK) - ClRCOSCISlKlONE ULTIMA DELL’ E- TICA - La
propaganda per la felicità - Dolore b GIOIA - Le differenze dall’ etica
tradizionale. Il (lisefnio non è completo, dicevamo. Infatti, dob¬ biamo
ritornare alla morale, da cui avevamo preso le mosse al principio del libro. E
per dare conto del nostro pensiero, ci soccorre un’ultima volta l’estetica di
John Kuskin. Trascriviamo letteralmente dal libro di Iloberto De la Sizeranne :
Ma, dirà un’economista, questa concorrenza, o, se si vuole, questo stato
attuale che voi lamentate, è l’a¬ nima del commercio. Senza di essa non v’ è
più emu¬ lazione, non v’ è progresso, non vi sono più sforzi, più affari e, per
conseguenza, neanche più salari agli operai ! Che questa lotta schiacci qua e
là qualche imprudente e qualche maldestro sarà triste, ma è inevitabile : lo
vuole il iirogresso. Che il capitano del lavoro » non tolga agli operai nulla
del prodotto delle loro fatiidie, sarà cosa altamente lodevole. Che tale
imprenditore si astenga da ogni concorrenza la quale possa rovinare i — 288 —
suoi rivali meno ricchi e meno svelti di lai, sarà un’altra bellissima cosa.
Soltanto, la fine di tutte queste prati¬ che encomiabili sarà molto
probabilmente la rovina lenta iuttosto ciré alibaiuloiiare il eoiubattimento ;
Il medico piuttosto che ritirarsi davanti a un’epi¬ demia ; Il sacerdote
piuttosto che predicare una falsa dot¬ trina (e tutti siamo sacerdoti quando
rivolgiamo al po¬ polo la nostra parola in nome del comune interesse); 11
magistrato piuttosto che dare una sentenza in¬ giusta ; E il mercante f Qual è
dunque la circostanza in cui egli deve farsi uccidere ? È la principale domanda
che si pone per il mercante, come per ciascuno di noi, perchè, in verità,
l’uomo che non sa in quale occasione deve morire, non sa in che modo deve vivere.
Eppure, anche per il mercante, la cui funzione si fa ogni giorno più
considerevole nel mondo moderno, per il padrone, per l’industriale, che nei
nostri tempi è un vero « conduttore di uomini », vi sono occasioni di olocausto
alla cosa pubblica. Vi sono circostanze in cui egli può dar prova di
un’abnegazione simile a quella del soldato e che lo innalzerebbe al livello del
soldato, — s’ egli sapesse comprendere il dovere sociale, come altri comprende
il dovere militare. E quando il dovere sociale consiste nel sacriflcare la
propria ricchezza piut¬ tosto che rovinare i concorrenti o diminuire i salari
degli operai, — egli dovrebbe fare quel sacrifizio... Ma il culto di Mammone è
così refrattario ad una concilia¬ zione con la giustizia sociale, corno lo è
con la reli¬ gione della Bellezza (1). * * « Queste parole sono più atte a far
sorridere, oggi, che a suscitare meditazioni gravi. È così. La scienza (1) R.
De la SrzERANNE: Op. dt.; p. 30.S-306. — Ruskin : Unto Ihis last, thè roots of
honoar ; ivi richiamato. r» — 290 — ci ha (lato i sistemi. E i sistemi ci hanno
dato tutto. E poiché dal sistema attendiamo tutto, crediamo di aver sbrigato
l’attar nostro quando, a rigettare una spiegazione, a disdegnare un modo di
sentire, ci siamo attardati un istante nella terribile fatica di scovrire ((he
essi non comprendono, da soli, 1’ universo intiero, — che essi, da soli, non
sono sufficienti a tutte le sva¬ riatissime determinazioni della vita ; mentre
la nostra boria ci rende ciechi intorno al sistema da noi aconito e professato,
non ci lascia accorgere che alla sua volta esso domanda fuori, di sopra e di
sotto, ben altro an¬ cora, perché della esistenza noi ])os8Ìamo avere un ri¬
flesso non intieramente contorto, sformato, inadeguato. Una morale non
dogmatica e nello stesso tempo non utilitaria I Possibile ! Eppure, è così poco
impossi¬ bile, che voi non amanti delle ribellioni altrui vorreste imporre
praticamente ad altri una morale assai meno conseguente, perché mentre da un
lato materializza i fini della vita, dall’altro contrasta col principio biolo¬
gico della nutrizione, — assai piii aspra a praticarsi ogni ora della giornata,
perché senza fiducia di libera¬ zione e senza luce di fierezza personale ; la
morale dell» rassegnazione supina ed et (Esquisic d''Hne Fhiicholoi/ie fondie
sur Vcxpirience; tr. fr., Pai'is, 1900; p. 212). (2) Wl'niit:
Loijik, II, p. 143. Analogamente il Boutroctx ’ « L’iiomme conuait la nécessité
sous nne forme differente des conditlons de l’espérience, sous ha forme du
dovoir ». (Coniin- gence des lois de la nature: Paris, 1902; p. 155). Ricordati
dal Draghicesco; il quale avverte per conto sno :« C’est dans lo monde de
l’activité pratiqne de la conscience sociale on morale qu’il faut allor
cherelier l’esplication dernière de l’iinitè syntliétique de la conscience
individuelle, et par suite de la cohesion qui He les idées entro elles, de
l’assocìations des idées » (Op. cit., p. 210j. Richiama anche ivi gli autori da noi
citati nelle nostre due note precedenti. Il libro, che giunge a con- — 297 —
(iato rapporto posto dall’attività razionale si chiama necessità: lo stesso
rapporto, sovra altra e più complessa materia, posto da tutta intiera la
personalità umana clnaioni parailoBsali, è peni il miglior commento
positivistico, (Ini lato bibliografico, che si potesse desiderare all’attnalo
mo¬ vimento idealista, cosi miserevole negli idealisti per insufficienza di
cognizioni scientitìclns così biasimevole negli idealisti per niascberamento di
reazione politica, ma così bello di placida fiducia nell’avvenire in ([uanti lo
professano per un bisogno irrefrenabile del cuore, fatto saldo anche dal sereno
conforto (li un non dissenso razionale seriamente maturato attraverso la
critica e gli studi scientifici. Kicordiamo pure G. Villa : L'idealismo moderno;
Torino, 1905. — L. Bbunschviqiì : L’i- déalisme contemiiorain ; Paris, 1905.
Sniridcn/is)«o o sul prag- malismo ci sarebbe da fare larga messe di
bibliografie negli articoli e nelle recensioni delle /iin'sfc di questi ultimi
tempi. Ma nou è occupazione di cui possiamo dilettarci. Ricordiamo solo
l’articolo di G. Della Valle: Le nuore forme dell'elica irrazionalisia {Rivista
Filosofica; Maggio, Giugno 1900), perchè ci pare che questo libro risponda
implicitamente a tutte lo obiezioni che l’articolo stesso oppone all’
irrazionalismo. Ve¬ ramente, diro irrazionalismo jier noi è dire troi>po.
Uitng- giamo dal sistema ; accogliamo la tendenza. Nè è inutile av¬ vertire qui
la difficoltà del problema che si presenta a chi scriva con queste vedute
intorno alta preminenza dell’ncione. Il 2 »'ogmalismo teorico sarebbe in certo
qual modo un non senso; l’esposizione della dottrina, od anche la pura profes¬
sione di principio sono, in parte almeno, contradizione del pragma. Il vero
lìragmalismo è alla sua volta azione. E il lil> 7'0 pragmatico non puè
dispiegarsi in una ordinazione^ di concetti ; deve risolversi fra i due termini
dell’autobiogratìa e della propaganda (adoperate in senso mollo largo l’una e
l’altra di «lueste due parole). A tale ritlessione siamo giunti (lunndo il
libro era già al termine ; ma, se non andiamo er¬ rati, la sostanza sua ha
jircsieduto, più o meno inconsaiievole, a tutto lo svolgimento dell’opera, —
sia pure a spesa di una qualsiasi rigida unità di sistema. — 298 — oltre la
limitata capacità razionale si chiama dovere. Ed allora il dovere diventa una
forma di conoscenza, più alta, più complessa, — precorritrice. L’etica,
insomma, reca con sò conoscenza. Non solo: talvolta, e spe-sso, l’etica ci si
presenta come una cono¬ scenza ulteriore, come una conoscenza superiore alla
conoscenza razionale. Ciò non vuol dire che una fonnula etica qualsiasi possa
prendere il posto di quella asso¬ luta verità razionale il cui fantasma fu
dalla critica definitivamente disperso. L’etica talora, e spesso, va più in là
dell’intelligenza. Ciò non vuol dire che essa giunga al termine, ad una
possibile definizione che rac¬ chiuda entro brevi confini l’amiùezza sempre
inesplorata della vita. Dall’etica possiamo ugualmente trascorrere ad una
filosofia della natura come princiino di finalità. Ma neghei'emmo all’etica il
suo carattere specifico quando ne togliessimo occasione ad ordinamenti
ideologici, ove l’elemento razionale sotto la contratfazione etica ripren¬
desse, con una nuova ugualmente illegittima proclama¬ zione dell’assoluto, il
perduto dominio. Solo con queste cautele noi possiamo anche affei’mare il
nostro prammatismo (diverso da quello di tutti gli altri, perchè se ve ne
fossero due di perfettamente uguali per due diversi individui, non sarebbero
più pragmatismo). D’altro canto, quando siano ben pre¬ cisate questo riservo,
possiamo abbandonarci anche noi a i)rofe8sare coi nuovi idealisti che l’azione
è «cono¬ scenza appropriata e consustanziata all’essere»; —che « la conoscenza
di sò e, ad un tempo, la trasparenza di visione del mondo, questa forma di
adesione si)ecu- lativa all’universo, questa specie di altruismo teoretico,
domanda un ulteriore esercizio di altruismo etico e pra¬ tico, domamla una
negazione, una superazione, una morie deH’egoismo sensoriale » ; — che «
l’azione è pen¬ siero, la bontà è verità, l’etica è teoretica»; — che «la — 299
— morale, accogliendo un duplice mirabile ufficio, si af¬ ferma ad uii tempo
come coscienza della vita umana e come scienza della vita universale, come
tìlosolìa del¬ l’azione e come intuizione del mondo » (1). Pili) sembrare che
siffatta scelta di determinazioni altrui circondata di riserve e piegata ad
accomodamenti reciluoci di cose disuguali sia nuovamente eccletismo, cosi come
in altro ordine di considerazioni ci accadile di rilevare anche per
ratteggiameuto preso al principio dell’Oliera nostra. Ebbene, se ne giudichi
dal termine a cui crediamo di poter legittimamente arrivare. E veda il lettore
di afferrar il nesso strettissimo che lega le couseguenze alle premesse. * • *
Le (‘.onsegueiize sarebbero queste. L’elica è azione, ed è recisamente
proiirietà e pos¬ sesso dell’individuo. Non si nega, da questo principio, un
complesso di risultati obbiettivi, che sarebbe in certo qual modo parte di ciò
che si usa chiamare la morale sociale ; ma ogni forma, ogni apparenza, ogui
proposizione di doveri che si ponga obbiettivamente, e cioè che parta da un
individuo per giungere ad un altro sotto forma di pre¬ cetto, di sistema, od
anche solo di consiglio e di inci¬ tamento, cela un equivoco grossolano.
L’etica altrui rappresenta il complesso delle como¬ dità mie in relazione alle
necessità della convivenza. Dunque non è più etica; sarà, nella migliore delle
ipo¬ tesi, contratto. Ciò spiega il frequente inganno dei pre¬ cetti. Ohi
predica la soggezione, afferma le condizioni del dominio, e forse egli sarà il
dominatore: chi celebra (l) Petuone: Op. cit,-, p. 317, 323, 334. — 300 — il
dominio, per chi ne professa la santità se egli non lo esercita per conto suo
nel fattoi Ogni individuo pone a sò stesso l’etica propria, per il bisogno
proprio, per la gioia propria. E nella sua per¬ sonalità si racchiude il
cerchio del dovere e della san¬ zione, del piacere e del costo. Che cosa
diventano il precetto, il consiglio, la propa¬ ganda, l’esempio! Ecco: si
riducono ad uu proposito di far sorgere e di coltivar negli altri quelle
condizioni di spirito che meglio giovano al più ampio regolare e ricco
svolgimento della vita nostra. C’è poco merito, anzi ninno, — è vero; ma 6
obbligo di sincerità riconoscerlo. Eendere impossibile qualsiasi omaggio anche
tacito alla propria virtù, può sembrare cinico. Invece io credo, in rapporto
alle nostre abitudini, che sia quasi eroico. Ed allora? mancherà un criterio,
sia pure soltanto approssimativo, di giudizio? ìfou mi sembra che sia così.
Viviamo in società. Questo è il fatto elementare. La ricchezza della vita è in
ciò che va oltre la conserva¬ zione di se stessi, oltre la nutrizione. È dunque
nel¬ l’amore. L’amore, che è gioia per sè, appartiene all’etica in quanto lo si
consideri sotto questo aspetto. L’amore, che è ricchezza la quale passa da un
individuo all’altro in atti che chiamiamo buoni, sfugge all’etica obbietti-
vandosi, ma rimane appunto come criterio di valuta¬ zione di questi atti in rapporto
alle convenienze sociali. Ma l’amore è parola vaga; e l’impulso irrefrenabile
travalica pure spesso in atti nocivi. Provvede l’estetica, il senso della
bellezza. Qui è la novità, cioè la conquista, per sè e per gli altri. Qui è
l’equilibrio, cioè la minor dispersione di ricchezza orga¬ nica e psichica. Ed
è gioia sempre, per tutti, vale a dire quanto con errore si usa chiamar etica
nel senso obbiettivo della parola. — 301 — Dalle quali proposizioni discende nn
corollario. Le condizioni di vita e le condizioni di gioia sono analoghe ner
molti individui; talune di esse sono comuni ed anche indivisibili per più o
meno larghe generalità di circostonze e per più o meno stabili aggruppamenti di
persone. Oltre di ciò v’ò una quantità di ricchezza disponibile che non si
concede se non ad un’opera associata. Per queste vie si pongono le ragioni
della solidarietà, le esigenze della collaborazione. In altre parole, si
chiarisce lo sforzo della assimilazione degli animi per il godimento della cosa
comune e per evitare la sua dispersione; la pro¬ paganda con la parola e con
l’esempio perchè attraverso l’identità di aspirazioni e la conformità dei
sentimenti e dei giudizi, lo sforzo collettivo raggiunga lo scopo. Questo
spiega come ognuno istintivamente sia portato ad esteriorizzare la propria
morale, e a renderla comune ad altri. ... , In ogni caso poi, per sè e per gli
altri, nella morale vera e cioè in quella che l’individuo pone a sè stesso, e
nella morale apparente cioè in quella che noi poniamo al di fuori di noi come
indirizzo auspicato, per il vantaggio nostro, alla condotta degli altri, è da
augurarsi che l’atto risponda sempre nel modo più adeguato (cioè sin¬ cero)
possibile all’integra personalità, mentre il valore di questa è in ragione
diretta della sua complessità e della disposizione armonica de’ suoi elementi.
• * • Or ciò è supremamente giocondo. Ci dà l’essere buoni; e ci toglie la
preoccupazione di quel compenso che dalle estranee volontà umane è cosi
raramente e così stentatamente concesso. Ci dà la stima completa della bontà
altrui, non alla stregua di un littizio archetipo di dovere che non ci — 302 —
sembra mai puro ed imperioso abbastanza quando si tratta degli altri (mentre
siamo così indulgenti con noi stessi), ma alla stregua di quel tanto di bene
che ne giunge a noi o come utilità o come gradevolezza dello spettacolo. La
felicità della scoverta di altrettante ric¬ chezze in quanti piccoli atti buoni
noi scorgiamo d’at- torno ci toglie l’arcigna ed oziosa fatica della censura
che non sia forma indiretta o prudente di stimolo a crear altri valori o a non
disperdere i già posseduti. (Ji dà la collaborazione, non come precetto di
fatica, cioè di dolore, impostoci; ma come conquista di altre energie all’opera
nostra. Ci dà la festa dei sensi e dell’intelligenza; lo scambio dei doni in
luogo di quel commercio di sostanze adul¬ terate che è la comune professione
otlierna di moralità. Grida la voce dei figli nostri e chiede splendor di soli,
adornarsi di primavere, sorridere di sguardi be¬ nigni, saluti di tutte le cose
che sono in U*rra, per l’aria, nei cieli. Da qual parte giunge la voce
benedetta per cui balza il cuore e il sangue corre al viso e, come costretta in
angustie di spazio, prorompe la gioia con gli aneliti affrettati? Ah, eccol La
voce dei tìgli rostri è nell’ ammirazione e nell’indulgenza, è nello slancio
verso le cose belle e nel rispetto per le cose forti, è nel¬ l’oblio del
momento per i lunghi rijìosi dell’ avvenire, nella negazione di noi stessi per
tutto quanto sia con¬ diziono a confondersi con altri, — in tutto ciò che è
attesa di amore, richiesta, accettazione, celebrazione di amore. Ed è la
ragione del parlare e dello scrivere come del «•onvincere e dell’essere
convinti ; è la causa dell’uscir dal chiuso per trovar su la piazza chi senta,
chi com¬ prenda, chi abbia ricchezze da largire o da ricevere; è lo stimolo
alla indagine che si dirige verso i veri della scienza, alla passione che corre
alla scelta delle bel- — 303 — lezze della natura ; è la voce del ricbiamo
interiore per cui l’individuo si fa apostolo nella scienza come nella
religione, nell’arte come nella politica. Ed è (se ne compiacciano i
generalizzatori dell’evolu¬ zionismo) l’interesse della specie! Non perchè la
co¬ scienza abbia riconosciuto questo fine noi compiamo l’atto nostro: mentisce
a sè medesimo chi si accinge a cosa che gli piace e crede nobilitarne la genesi
interiore attribuendone la causalità a un proposito prettamente altruistico; —
e d’altra parte grave pericolo "- r' ’r : s oom» lìi-lln t«vol» ■'«' a»®
■“ i'.lafpllo (\l . Or Santa Caterina e San Sebastiano si sono incon¬ trati in
una piccola tavola, che è a Brera, «lei pittore Oefendente Ferrari, mezzo
lombardo e mezzo piemon- tose fiorito sulla fine del quattrocento. Sono
riccamente acconciati ambedue, come per festa, „egU abiti sfarzosi di seta e di
velluto; un paggio si- curo e destro e una nobile damigella casta ma disi
volta; sereni nel volto giovanile e non senza quale ^ maestosità, nell’
avanzare giusto del passo. , .^avia nozze! Non lo sappiamo. Lo potremmo
credere, tuttavia. Camminano di conserva per una strada fiorita in una campagna
primaverile. Ma forse essi ’ essi si appagano del loro camminare uniti, - si
appa gano della propria bellezza, della propria eleganza, della salite •: e
camminano contenti del cielo sereno delie aure bene odoranti, degli augelletti
che cantano, dell’armonia generale di tutte le cose che vivono e che sorridono.
Neanche l’immagine della felicità assoluta eterna ultraterrena fe loro
accelerare il passo Dove vanno ? Non lo sappiamo. Ma il loro camminare , e
dell’essere insieme runo con l’altra essi si compiac- Onesti giovani hanno
conosciuto il dolore; non lo sentono e non lo aentiranno piu oramai. Qualche
piccolo aVinzo di ruota spezzata b ai piedi della donna ; e l’umno tiene fra le
mani, come gingilli, le piccole treccie che lo hanno punto e piagato. Un uomo e
una donna giovani e belli, non ignari delle battaglie, che escono a diporto
vestiti dei migliori 20 — 306 — loro abiti e non «lisdcgnanti gli ori e le
gemme, salu¬ tati dalle cose che sono d’intorno, ancb’ esse adornate nelle
dovizie della natura per festeggiare la coppia serena. Tale vori'emmo fosse
l’immagine adeguata dell’etica nostra. La ruota lacerante o le pungenti freccie
dell’ etica trailiziouale, in parte frantumate e disperse, in parte soggette
alla disciplina della mano gentile che le go¬ verna come per giuoco. CAPITOLO
11. Le tra.s])ai‘(*nz<‘ di un’ alila Compagni cerca il creatore, che
in-emlnno parte alla messe ; giacché in lui tutto è pronto per la messe. Cosi
parlò Zarathustra . Chi attese mai, con qualche conformità di disposi¬ zione
sentimentale, al levar del sole nella nostra piazza del Duomo in un mattino
umido di autunno? 11 Duomo dorme ancora, e sembra sdraiato. Si colorano gli ac¬
cenni del nuovo giorno dietro di lui; ma poiché in basso ogni cosa è avvolta da
una leggera nebbia e da una tenue oscurità violacea, che non consentono il
gioco delle ombre e distruggono gli effetti della prospettiva, vale a dire
delle distanze, cosi le parti singolari della fronte del tempio, per essere
ilisposte tutte sovra lo stesso piano più prossimo, sono tutto individualmente
notate dall’ occhio, mentre i contorni più ampi della grande massa che sta
dietro appaiono (piasi uii com¬ plemento misterioso ed irregolare di sfumature
e di mezze tinte a ciò che, meglio visibile, trovasi nei piani che si accostano
alla facciata; ondo sembra che l’edificio - 308 — si allarghi
straordinariamente, e, per naturale contrasto, lo si direbbe abbassato. Giace
esso, intatti, o dorme! Ma, ecco, il sole, improvviso, balza dai tetti delle
case là in fbiulo; passa, fulmineo, da un pinnacolo all’altro; scorre, in
fretta, sotto gli ardii e tra i festoni; suscita forme e figure non prima
vedute, a centinaia, a migliaia, prossime e lontane; e, gettando manate d’oro
in ogni parte, grida festosamente la novella giornata. La poderosa mole riiu
eude intiera la sua consistenza vitale, serena; non v’è superficie della
costruzione che non discovra la magnificenza creatrice di cbe per la gioia nostra
fu adorna; lo distanze sono di nuovo normalmente avvertite, la qual cosa
corregge all’occliio il giudizio delle altezze. Il Duomo è ben desto, ora; e le
guglie si appuntano nel cielo pulito, e, per la nuova luce di- seguandosi netti
i contorni, le statue cbe le sovrastano sembrano aver preso il loro posto,
ritte e fiere, a guardia e gloria della maestà della casa di Dio. Così amo io
raflìgurarmi talvolta la novella giornata, l’atteso rinnovamento dell’anima
collettiva, l’auspicato regno della grazia. L’amore e la concordia e la piena
fiducia a cosparger di luce le cose ed a fugar le nebbie dagli spiriti; le
forze e le bellezze della natura susci¬ tate, e sposate aU’anima umana
attraverso la conoscenza particolare delle forme del suolo, delle piante, degli
animali, attraverso la simpatia per tutto ciò cbe si agita nelle altezze dei
cieli, su la superficie della terra, fra gli abissi del mare; i doni dell’arte
diftìisi in un popolo cui sia concesso apprezzarli e goderli moltipli¬ cando il
piac(‘re per il contagio dell’ammirazione; — tutte queste cose, e la gioia e la
bellezza degli atti buoni, rilucenti per ogni minuto rapporto delle esistenze
umane in un effetto complesso di generale armonia pa¬ cificatrice; e le anime
grandi, in allo sorrette dallo — 309 - spontaneo rleonoseimento delle minori
J'';’ ”” cLen«, di cuori ebo sì risolva alla »'"* * nnità di una mirabile
opera d’ arte, - le amme più eccelse dicevo, a guardia e gloria della casa dell
domo, emancipato dalla bestialità, dall’egoismo, dalla tirannia del sordido e
del brutto. INDICE PARTE PRIMA - I.a tononceiiia. Capitolo I. — I limiti della
Scienza . . Pag. 3 » II. — Le esigenze fondamentali della condotta umana ...»
23 » III. — La vita e l’espressione . . » 63 » IV. — L’espressione e le arti .
. » 67 » V. — La bontà interiore degli atteg¬ giamenti estetici ...» 96 » VI. —
Epilogo della prima parte . » 107 PARTE SECONDA - L’Aristocrazia. Capitolo I. —
I termini della controversia . » 117 » IL — L’aristocrazia nell’ arte . . » 127
» HI. — L’aristocrazia nella condotta . » 145 » IV. — La Grazia.» 171 PARTE
TERZA - l.a Heliczza. Capitolo I. — L’arte nella vita sociale . . » 189 » IL —
La condotta estetica . . » 225 » III. — I problemi sociali ...» 261 PARTE
QUARTA - I.’Amore. Capitolo 1. — Alla determinazione della felicità » 287 » IL
— I.e trasparenze di un’alba . » 307 DELLO STESSO AUTORE FILOSOFIA SOCIALE La
lotta di sesso L’equità (esaurito) La psicologia dei sessi lì Darwinismo nelle
forme dell’arte, (in corso di stampa) MATERIE GIURIDICHE I reati sessuali II
Batto (esam-ito) 7? delitto di resistenza e la resistenza legittima (esaux-ito)
I casi di impunità Trattato delle contraveenzioni Pio Viazzi. — L’JJrte e la
felicità umana. . «cr'Tn \ ^ i l ■ * aC / r.■ / MILANO Stab. Tipo-Litografico
Leone Magnaghi Via Pietro Maroncelli, io 1902 Al mio carissimo Venanzio Guerci.
I. La prima salita sul Duomo di Milano reca al forestiero pensoso una
indefinibile impressione di malinconia. La lucentezza bianca della mole (poiché
non avverte l’opulenta sua colorazione fatta di ri¬ flessi e di gradazioni
mutevoli ed inafferrabili chi non si sia esercitato in un sottile ed amo¬ roso
e pertinace culto del tempio) abbarbaglia. — Intorno, al basso, il formicaio
umano è in una intricata minuta inconsapevole implacabile agitazione. E la
quantità incommensurabile delle forme scolpite che ad una ad una, in principio,
a gruppi via via più numerosi e complessi, in se¬ guito, con l’acuirsi
dell’attenzione e col lortifi- carsi della percezione, giunge allo spettatore,
come cosa fatta, accumulata, disposta ordinata- mente e diligentemente nei
secoli scorsi, per la dilettazione nostra, — siffatta sterminata quan¬ tità di
forme richiama al pensiero tutte le vite umane che ivi si svolsero, tutte le
passioni che qui (in una obliqua e felice deviazione degli ef¬ fetti) si
manifestarono o trovarono conforto, tutte le speranze, gli amori, gli odii, le
preoc¬ cupazioni, i disinganni, che accompagnarono il martellamento assiduo di
tanta pietra, l’innal¬ zamento vertiginoso di tanto peso. Le centinaia e le
centinaia di lavoratori che posero mano al tempio, balzano alla fantasia dello
spettatore. Ma poiché esssi non sono che fantasmi di oblio. baratro E’ la
percezione acutissima di una erandinsa imagine di immanenza della morte nella
v^ta universa, quella che tocca l’animo "def^y^r- Ma la triste
allucinazione cede presto il nasso alla notizia schietta della realtà. ^ ^ ripl
•'^‘^''’iduali infinite onde la trama del Duomo e intessuta, libera ognunrda
nre^r dmazioni sistematiche e da rostri SI dispongono gradatamente in una vagì
sèrie cède trlèslèo Te 1 ^9 «Pirit» del tempo bella lèTrL si avanza‘Tlfe"
^ .« la e quasi rudi manifestazirai, si avlL^TuTo t d noi e tuttora —
cominciamo ad avvertire _ occh^° Fd potenzialmente, sotto i nostri K piccola parte
armonizza col tutto tranci., ,ÌeSVrc™t,“" 5 fremiti di orrore) è, come
dire ? il suo « pro¬ cesso formativo ». Consenso spontaneo di cuori nella più
perfetta libertà di azione individuale : concorso armonico di libere
personalità alla formazione collettiva di una bellezza sola, su¬ periore. IL
Per queste vie noi dalla considerazione im¬ mediata dell’opera d’arte concreta
siamo con¬ dotti ad intravvedere quello che si potrebbe chiamare il carattere
sociale dell’arte, così come, nell’accingerci ora a scrivere, ci proponemmo di
indicare nelle sue linee fondamentali. Ma giova subito riconoscere come
siffatto al¬ largamento della vita individuale nella vita di- .sinteressata
collettiva, siffatto proiettarsi della singola azione nella durata e continuità
storica, quale noi avvertimmo a proposito di un mira¬ bile rnonumento d’arte,
sembri contrastare a quei principii su l’indipendenza e su 1’ aristocrazia
nell’arte che pure costituiscono quanto di più serio e di più .solido le
ricerche positive degli ultimi tempi hanno potuto chiarire intorno al tema che
ci occupa. Sembra, abbiamo detto. Vediamo quanto alla realtà, corrispondano le
prime apparenze. III. L’amico carissimo Romualdo Giani, iil^uno scritto « per
l’arte aristocratica », pubblicato nel 1896, che dovrebbe trovar posto Ira le
migliori pagine di critica onde l’Italia dei giovani possa vantarsi, dimostra
che u sempre nelle forme prime (dell’arte) è una più o men larga comu¬ nione di
funzioni. Sempre, la trasformazione a gradi meglio elevati di vita si compie per
un procedimento che da azioni generali semplici indefinite, assorge ad azioni
speciali complesse determinate. E sempre, ancora, il progresso di una qualunque
funzione di per sè presa, corri- 6 sponde alla indipendenza che essa via via
ac¬ quista dalle rimanenti, e alla formazione di or¬ gani speciali per cui
singolarmente dalle altre SI esprime ». • manifestazioni estetiche sono negli'
inizi intrecciate alle altre manifestazioni della vita, conmse con esse e da
esse dipendenti ; e vi at- tende, non una parte dell’organismo sociale che
tìera speciale officio, ma la moltitudine in- Prima a sorgere tra le forme
dell’arte è la danza rappresentativa. Lentamente, scrive il Ulani, col
progredir dei costumi e più col sorger di classi nell associazione, la danza si
allarga a modi meglio complessi, abbraccia una più ampia cerchia di atti,
assume forme particolari per opi casta, e mentre più e più si affranca dalle
altre espressioni della vita collettiva, cede a grado a grado al delmearsi e
all’affermarsi del- 1 elemento individuale. « Ai capi e ai primi fra 1
guerrieri spetterà nei festeggiamenti della vit¬ toria e nei giochi e nelle
onoranze funebri il uogo eccelso; per essi la danza d’amore in¬ treccierà le
ghirlande di più delicato artificio e di piu inebrianti profumi ; nelle accolte
del po¬ polo orante e nelle cerimonie religiose tutte, la direzione prima, il
principal còmpito poi, sa- ranno assunti dai sacerdoti, erettisi a custodi
delle antiche tradizioni, e a regolatori, in lor vantaggio, dei riti. La danza
non è allora più la inconscia e informe manifestazione d’un sen¬ timento comune
costretto a pochi atti essenziali, ma già appare veramente trasformata in una
complessa successione di riti, che la fantasia del popolo — dominata dal
mistero e scoprente in tutta la circostante natura, nei campi e negli abissi e
nei cieli e nelle acque, anime attive in¬ numerevoli bene o male augurose — di
con¬ tinuo arricchisce d’imagini varie e riordina a torme novelle, a circondar
con simboli vivi gli eventi piu importanti della vita individuale e i piu
solenni momenti dell’esistenza collettiva». !.. espressione poco per volta
cessa di essere 7 informe, e gradatamente si fa più pensata, mentre i mezzi che
si adoperano diventano dal canto loro sempre più consapevoli e rivolti a fini
determinati. « Si vogliono raffigurare scene di cui son chiari al pensiero i
successivi momenti. Queste scene importano bensì alla tribù intera, ma più
particolarmente si riferiscono quando all’una quando all’altra parte di essa :
di qui una prima distinzione fra spettatori ed attori. Ancora, esse si
compongono di azioni talora varie, spesso anche complicate di molte vicende; di
qui, tra gli attori, una distribuzione di còm- piti e di uffici. Alle grida
assordanti e al coro uniforme succedono cosi le melopee alternate — espresse
cioè prima da una sola voce o da poche, poi ripetute quando interamente quando
in parte soltanto da tutti (e in ciò è l’origine del ritornello, vivo tuttora
nella canzone popo¬ lare, abbandonato quasi affatto dalla lirica d’arte individuale)
; alla mimica indistinta e confusa sottentra la multiformità ordinata e
regolare delle attitudini e delle movenze e dei gesti ; al frastuono degli
strumenti a percossa, onde da principio si compone tutta l’orchestra, segue la
varietà dei suoni dovuta alla ricerca di nuovi mezzi e alla scoperta di
espressioni musicali ad ora ad ora più riccamente diverse ». E questa è già
veramente arte ; arte ancora asservita alla religione e alle altre
manifestazioni utili della vita collettiva, ma già accennante a separarsi da
esse in una più sicura indipendenza. Il Nel tempo stesso, col progredir del
lin¬ guaggio, la parola ritmica, lenta sgorgante nella declamazione e nella
melopea — la parola en¬ faticamente recitata e cantata — si scioglie dalla
danza collettiva ; e agli innumeri fantasmi del¬ l’anima popolare dà essa le
nuove forme sen¬ sibili, e li circonda essa con le maliose appa¬ renze
dell’arte. Come l’importanza della mimica tanto più scema quanto meglio la
lingua assorge a mezzo d’espressione indipendente, la rappre¬ sentazione di
danza cede o si restringe din¬ nanzi al soverchiare del canto. Ormai in questo
8 SI accolgono gli elementi mitici ed epici che ve demmo prima diffusi;
racconti di avventure J d imprese in cui il nume solare ffià si tmofn O già
appare umanato in eroe leggende o di storia, ricordi d?lrÌdS! anti‘ chissime
corrono di bocca in hnce» f ^ ‘ tono dall’una all’altrrgener^w’ nella virtù
inalterabile cfel rTtmò " t. la materia dell’epopea. Ed ecco a nc
coglierla e a riordinarla e a ricomporla 4orvnne per ogni dove i poeti cantori
« L’enira r. ^ tutti i popoli, atfraversa tre^^omei^ti 'ifcrlf aone della
leggenda comune, il Sminarsf e' Il fissarsi dei vari episodi chp minarsi e in
carni per lo più K:„.Marl%'TSr; vì^ pir vasti Sfinii' ali"*' ùKgruppamenti
vìa DoenS armoniosa unità del P^^ù “lor^oSTelll' p^aTla, ZSo inaiane è
collettivo'Se che iWà I ni • ' Poema veramente annunzia
splendidameitfirch1ude™‘^ ® ce2he"noi'‘riH P™segue il Giani, le cui ri¬
togliendo loro™ ta'^rraSricto Sa?, ^rrafd'l" «“«l» .'^genno sing?,.*
pSS"r.”r " r e corale a tutti conosciuta ; e non pur la li tTr^Po
tr^m" ?" ^ gran Smento e ?al° ^ democratico ?eg- fe?f? n ’•
persistette a lungo presso la rvari^rtr?meAtr""‘"‘" "
-ci Kono U1 vari stromenti e misurata al ritmo di danze armoniose, innanzi ai
templi e attorno alle are! 9 nelle pubbliche feste civili e reli^ose, — espres¬
sione di sentimenti, di pensieri, di desideri e di affetti comuni ». E da una
pubblica festa religiosa, dalle im¬ maginose forme di un rito sacro, dalle
ceri¬ monie rappresentative d’un culto, comune, trasse pur le sue origini il
dramma, ovunque si svolse per virtù propria, nell’ India e nella Cina (ve¬
demmo recentemente in Italia rappresentazioni drammatiche giapponesi ove il
ricordo della in distinzione primitiva è tuttora evidente), in Persia e in
Grecia e presso i popoli cristiani dell’età di mezzo. Su lo svolgimento della
dram¬ matica nella Grecia antica scrive 1 ’ Inama ; Il Pare che
nell’esaltamento prodotto dalla vi¬ vacità stessa del culto dionisiaco,
qualcuno di quelli cui era più specialmente affidata la orga¬ nizzazione della
festa incominciasse o a rap¬ presentare esso medesimo o a far rappresen¬ tare
da altri il dio stesso in persona anzi che esporne semplicemente le vicende, e
che il coro assumesse la parte dei numerosi seguaci di lui. Così si iniziava
una specie di rappresentazione drammatica assai rudimentale ancora, in cui le
parti erano divise fra un attore il quale rap¬ presentava Bacco, e il coro. A
questo spetta¬ vano esclusivamente i canti lirici, all’attore la parte
espositiva, ad esso pure sostener col co¬ rifeo una specie di dialogo In tal
modo il di¬ tirambo accoglieva in sè una modificazione emi¬ nentemente
drammatica. Alla rappresentazione delle vicende del dio Bacco si osò poi sosti¬
tuire quella delle avventure di qualche altro eroe, e un po’ alla volta tutto
il mondo eroico offrì abbondante materia di rappresentazione ». Dopo ciò,
commenta il Giani, parrà naturale che anche il teatro moderno abbia nello svol¬
gimento suo obbedito ad una stessa legge : sorto pur esso dalla celebrazione
d’un rito re¬ ligioso, nato dramma liturgico nel tempio, di¬ ventato laude
dramalica e devozione tra le pie congregazioni dei fedeli, innalzatosi a fine
este¬ tico e a pubblico spettacolo nei misteri, trasfor- IO mato e ricreato a
rappresentazione della vita e ^ SuTJlT d’arte individuale. i5U le altre arti
scrive lo Spencer : « La nit- scultura ebbero comune l’origine con a parola
scritta; si svolsero cioè dalla antichis- ima iconografia murale direttamente
collegata Dofi ’^^ggimento politico!®Po de l’Aff ■ Australiani e le tribù dell
Affrica meridionale, dipingono pure ai no reti P®^®°"^ggi ed avvenimenti
su le pa- lunU sotterranei da essi considerati come gli n Egiziani come presso
gli Assiri, le pitture murali servivano a decorare d tempio del dio e il
palazzo del re (che er^o negli inizi una cosa sola) e apparivano oerciò fPP™‘°
funzwni di governo al modo stesso che di governrfnr''^® ® religiose. E funzioni
governo furono ancora in quanto rappresen¬ tavano ,1 culto del dio nazionale,
le Wttorfe e dei vhiti sottomissione a lui nif, ® • ‘'0'?'a«arono a semplificar
le figure TquX dTcuf di abbreviazioni sfmili nostra i fnrmA^ scrittura hnli fa'
^ ^ ^ ““ sistema di sini- boh la maggior parte dei quali non aveva che ma
somiglianza remota con la cosa rappresen- tata. E nacque per tal modo la
scrittura^ ger - ghfica, imitativa e simbolica. Nel tempo stesso le imagmi dei
numi e dei re, degli uominfe degli ammali, che prima erano semplicemente
distinte per mezzo di linee intagliate e mS nitidamente separate quando pre¬
valse luso di togliere con lo scalpello gli spazi che erano tra l’ima e l’altra
e di coZarii «1^-- golarmente m guisa da riuscire a una sorta di rozzo
bassorilievo dipinto. La statua ignota an apmr?semore ìa® scultura appare
sempre incorporata con l’edificio, fu II creata, sembra, dagli Egizii ; e le
più amiche, che le reliquie della loro civiltà ci dimostrano, serbano tuttavia
nella forma il vestigio dell’ori¬ gine prima, e nell’ammasso di pietra cui è
col¬ legata tutta la parte posteriore del corpo esse ricordano il pezzo di muro
al quale, un tempo, il bassorilievo era unito «. Come dunque la danza primitiva
ebbe i germi di tutte le arti del ritmo, cosi l’iconografia mu¬ rale ebbe in sè,
secondo l’espressione del Gio¬ berti, Il abbozzati, inviluppati, implicati,
contusi i germi della statuaria, della ornamentazione e della pittura w. E in
quel parziale ritorno a condizioni origi¬ narie onde, come primo notò il Vico,
si carat¬ terizza il medioevo, torna il fatto a rivelarsi, se anche con qualche
minor evidenza di caratteri. Il E veramente, scrive il Giani, la pittura del¬
l’evo medio che su le pareti della chiesa, nei portici e negli atrii, e nel
cimitero e nei chio¬ stri, narrò ai fedeli raccolti le istorie della tra¬
dizione religiosa, e la scultura che gli orrori della mistica leggenda
moltiplicò a terror dei credenti, popolanclo de’ suoi mostri la penonbra
interiore del tempio, prodigandoli su le facciate, facendoli ricorrere attorno
alle porte, sui capi¬ telli, entro le lunette, nei bassorilievi e nei fregi,
trascorrendo ad effigiare persin gli arredi; che altro ci appaiono se non forme
immaginose di un comune linguaggio primitivo ? « Espressioni dell’universale
sentimento religioso, le arti figu¬ rative del medio evo si svolgono a
preferenza nel tempio. « E nel tempio pure si svolge la prima forma di musica
dei popoli cristiani, il canto gregoriano ; e sorge pur essa non in un intento
d’arte, ma spontaneamente da un officio comune, dalla celebrazione cioè del
mistero re¬ ligioso, dalla declamazione del testo sacro, mentre la liturgia si
estrinseca nella forma rituale. Ora, nel canto gregóiiano — come nelle arti
figura¬ tive medioevali — è essenzial carattere la man¬ canza di ogni espressione
individuale ». Il Rinascimento, come è noto, fu tutto una 12 consapevole,
valida, assidua reazione allo spi- ormarùn^'s^l L’opera deirartefice L ormai un
solo fine supremo — il piacere- un solo culto - la bellezza; una sola nm _
i" gusto dei pm raffinati. « L’artefice, scrive il fame, non segnava una
linea che non fosse d un sentimento personale», E il Giani. (1 Poi che
dominatrice è la bellezza Ti- ziano Vecellio può bene, come l’Ariosto, svol¬
gere di lettosa mente la sua facoltà creativa e riprodurre moltiplicata per
mille aspetti la sua pur gloria a Benvenuto Cellini il proclamare supremo vanto
dell’artefice l’imitazioL perfetta del corpo nudo. Poi che aristocratica è
l’arte niVe fe®neira 7 r?’r?™ H3llsS«.?ì fetica del sCo bra°d^ f' a^“^ cioè
coniunicazione di afFetti (dicevamo; tuale di personafità umane ' «Pin- VI. ad
altro si dirige pure la mfr^e T W d=fS™”S„vrfr'“ “ 19 Noi crediamo che l’arte
nè debba ad ogni costo subordinarsi alla morale corrente in un dato tempo e in
un dato luogo, e neanche possa essere, in quanto si manifesti come arte
genuina, sostanzialmente immorale. A proposito della scienza scrive lo Spencer
nei Primi principi : u Come è tunzione dell’ os¬ servazione comune di servir di
guida alla con¬ dotta, cosi la guida della condotta è l’ufficio pur delle più
recondite ed astratte ricerche della scienza ». Vi sono regole di condotta
derivate dalla osservazione comune e dalle ricerche an¬ teriori della scienza —
più da particolari con¬ dizioni degli individui e dell’ambiente. Orbene, si negherebbe
la scienza e cioè il procedere del pensiero nella verità, quando si
subordinassero le ulteriori ricerche a quelle regole di condotta le quali non
sono se non il prodotto delle ri¬ cerche precedenti; — si negherebbe l’afferma¬
zione delle maggiori generalità, quando la si coartasse entro le particolarità
o le minori ge¬ neralità già acquisite. Cosi diciamo per la morale in via
indefinita di formazione, in confronto di ciascuna di quelle imperfette o
frammentarie sue fasi che sono rappresentate dalle formule etiche di un dato
tempo e di un certo popolo ; cosi per l’arte, in confronto con queste stesse
fasi della morale ed anche con quella più larga raffigurazione di moralità che
è data dal processo formativo in¬ definito della coscienza etica umana; perchè
i due principi camminano di conserva, agiscono vicendevolmente l’uno su
l’altro, ma, facendo capo a distinti atteggiamenti della personalità, la
subordinazione dell’uno all’altro importerebbe il disfacimento del primo nel
secondo, mentre invece se la distinzione di atteggiamenti esiste, significa che
è un portato della evoluzione umana, e non può, come tale, essere soppressa da
alcun capriccio teorico, cioè formalistico, di qualunque genere esso sia.
Intanto, rimanendoci nel campo dell’ arte , quando l’arte è subordinala nelle
sue forme e 20 direzione impressa dalle con- ngenti idealità politiche e
sociali proprie di un dato tempo e di un dato luogo, può^adirit- immorale,
perchè, come la moralità in genere si affina e si estende col progredire dell’umanità,
così le moralità ugole del luogo e del momento non sono mai la moralita-hmite
di tutti i tempi e della umal Ulta intiera: mentre quelle mutano e la fase
precedente e sostituita da altra migliore, l’opera subordinò a qualche idealità
?om tingente, invece, rimane anche dopo che il ter- questa subordinazione è
trascorso; e 0 risolve alla fine in ter?n‘™wS“"“ “ questa riserva,
dobbiamo rico- lo steslo^" D^r o^'^F I® orientano verso io stesso polo. Ed
anzi qui e una delle grandi ragioni per cui riteniamo l’arte prezioso acquisto
n dominio della coscienza, nel- lindividiio e nella società, è ristrettissimo
in conlronto al dominio dell’incosciente ; fra l’uno timenti° fé"* neutra,
ove i sen- timenli, le idee, le percezioni, gli imnulsi i comportamenti, vagano
in una condizion'^ ffide^ n^Uià “mP^o.ssa nel campo dell’integra perso¬ nalità,
ed acquistano talora vivezza ed efficacia singolarmente avvertita
nell’individuo stesso raterTzl--^^ determinano e ca¬ nno incorrente influenza
tutto uno stato della personalità, pur non è avvertita m alcun modo da chi la
subisce questa loro ef¬ ficienza diretta. Qui opera tutto il cumulo delle
esperienze, delle abitudini, degli adattamenti l’ovulf‘^d ™S 0 tutta
l’evoluzione umana, dal- i ovulo o dal protoplasma originario: e oui si
manifestano quelle più largherò più profonde direttam?nte''^^^’ hanno a che
fare esistenza * con le comuni utilità valutate nella esistenza cosciente dei
singoli, ma ne sono il pre- 21 supposto ed il termine ultimo, in rapporto ai
più larghi interessi della specie : — qui è il campo di ciò che si chiama
sentimento morale, e di ciò che si chiama sentimento estetico ; il primo
riguar¬ dante 1 ’ esperienza e 1 ’ adattamento accumulati relativi aìl’a^zione,
il secondo riguardante l’espe¬ rienza e l’adattamento accumulati relativi alla
percezione. Scrive l’Asturaro : « In ogni epoca il senti¬ mento estetico che
l’arte presuppone, è eccitato dall’ esercizio disinteressato di certe facoltà,
le quali risultano non solamente dalle esperienze dei sensi, della intelligenza,
della religione, della vita politica e della economia, che l’individuo ha
latte, ma dal cumulo ereditario di tutte le esperienze fatte dall’umanità
nell’epoche prece¬ denti ». E l’illustre sociologo, in siffatta direzione di
ricerche, mette in evidenza il rapporto che pare a prima vista il più strano di
tutti, quello che intercede fra 1 ’ oggetto estetico e le espe¬ rienze
economiche fatte dai nostri antenati. Il Al godimento estetico del sole che
sorge, sia desso reale o rappresentato, contribuisce tra gli altri fattori la
memoria inconscia della gioia di tutti i nostri antenati, che dalla vista del
sole arguivano lieta la giornata e fecondo il la¬ voro. Il piacere estetico di
una caccia al cin¬ ghiale, o di un lago, o del fiume, o del mare, non sarebbe
così forte, se la caccia non fosse stata per lunghi millenni l’unica
occupazione di una parte dei nostri antenati e l’unica fonte dei loro beni, se
accanto ai laghi ed ai fiumi ed al mare un’altra parte dei nostri avi remoti
non avesse passato l’intiera sua vita, traendone l’u¬ nico alimento. La visione
di un incendio, sia desso reale o rappresentato, non ci attrarrebbe cosi
fortemente, ad onta dei danni che esso produce, e forse non sarebbe estetica
adirittura, se il fuoco non fosse stato la prima fonte dei piaceri propriamente
umani, e l’assiduo com¬ pagno e benefattore dell’uomo nel rigido inverno,
nell’aria miasmatica delle paludi, nelle officine ; se insomma non si fosse
ingenerata un’associa- 22 zione psichica tra la rappresentazione di esso o II
piacere, che, tramandata da un enorme numero di generazioni, si è trasformata
da ahi- tuaJe in istintiva ». Ed è a notare poi che il piacere estetico « è
eccitato tanto più fortemente, a parità delle altre condizioni, quanto più an¬
tichi € meno contraddetti da ulteriori esperienze sono queste abitudini e
questi istinti, sensori, economici, intellettuali, religiosi, morali, politici,
che 1 oggetto riesce ad esercitare disinteressa¬ tamente ». Il sentimento
estetico e il sentimento morale sono perciò ambedue anteriori e superiori al
principio scientifico, perchè laddove la scienza astrae e limita i rapporti
della sua considera¬ zione, IVI per contro siffatta limitazione non si ■
^aibedue assai più ancora superiori aUa formula scientifica, per quella ulterior
con- dizionahta che m quest’ultima è data dalla ferrea ristrettezza della
parola, e, ciò che è peggio, defia parola irrigidita net termine tecnico.
Perchè anche tutto ciò che discopre al nostro bisogno di speranza e di fede,
scrive il Tarde, una luce inattesa, tutto ciò che concorre effi- cacemente alla
nostra ricerca di un massimo di certezza soggettiva, noi tutto ciò diciamo
Dello. Cosi noi usiamo giudicare semplicemente utile una invenzione che
reputiamo conveniente a una serie limitata di rapporti conosciuti, giu¬
dichiamo vera un’idea di cui crediamo avvertire senz altro in limiti precisi la
sua potenzialità di hghazione mentale ; riserviamo invece l’epi¬ teto di bella
per una idea che ci appare tale da suggerirne una quantità indefinita di altre
non ancora presenti allo spirito, o per una sco¬ perta che noi sentiamo feconda
di scoperte ul¬ teriori e molte ed inattese. Cosi la bellezza ci appare come il
presentimento della verità e della utilità futura, indefinita, piena e totale ■
— verità ed utilità collettiva, ove si tratti della bellezza artistica. Cosi
infine poiché non è a dimenticare ciò che or ora accennammo su le profonde
organiche radici del generale senti - 23 mento estetico, a ragione il Tarde
osseina come il bello sia ad un tempo il fantasma della piu larga utilità e la
sua anticipata apparizione, Valfa e Vomega. Morale, come sentimento, ed
estetica, si pon¬ gono dunque a significazione dell integra per- lonalità
umana; mentre il pensiero ne appare come una limitazione, inseparabile dal pregio
suo particolare di una specifica consapevolezza. Ed i reciproci rapporti loro
sono questi, di cosa che si presenta come venta scientifica, la ripugnanza del
sentimento morale o del senti¬ mento estetico possono essere indizio che, sotto
contrarie apparenze, ivi si celi 1 errore. Non riusciamo per converso a
raffigurarci una ana¬ loga correlativa ingerenza della venta scienti¬ fica su
la bellezza artistica e su la bontà mo¬ rale. Una certa superiorità
riconosceremmo quindi nel principio etico e nel principio este¬ tico ;
quantunque la constatazione se una after- inazione scientifica sia afflitta o
non da errore, non possa essere fatta con altri mezzi che con Quelli della
scienza. Autonomia della scienza, perciò, ma autonomia relativa ; non è
discono- scibile una sua indiretta subordinazione quale noi ora accennammo.
Notisi che intendiamo ri¬ ferirci al generale sentimento etico ed estetico, e
non alle formule onde i sentimenti stessi siano posti da epoche, da luoghi, o,
che è peggio, da scuole speciali. ... , Così per i rapporti Ira la morale e 1
arte. L’arte, come principio generale, non può essere contrapposta alla morale
nel suo orgamsino complesso ed evolutivo (le singole fasi di pro¬ gressione
possono bene, debbono anzi talvolta, trovarsi dissociate nei loro prodotti
concreti), come non possono operarsi separazioni radicali di parti nell’ uomo,
che ne è il soggetto, senza distruggere ciò che lo la persona. L arte, come
abbiamo già accennato e come dimostreremo ancora, è un agente di armonia
sociale ; diventa agente di dissoluzione quando essa si trovi m contrasto coi
principi etici più diffusi e radicati presso un dato popolo. Ciò accade per
esetnoio come nota ,1 Tarde, quando un popolo si kscTa passivamente soprafiare
dai prodotti di un’arte esteriore, senza farli germinare in un’arte nuova-
allora nel nuovo ambiente l’arte si riduce ad una anomalia individuale,
disorienta lo spirfto collettività senza sostftuire ir^i^ orientazione, ed alla
sua volta ne soffre volgendo presto alla decadenza ed al disfaci¬ mento.
Avverte il Burckardt, a proposito del classicismo pervadente l’Italia nel
secolo deci- mosesto, come gli antichi recassero offesa alla k'"nron^a
moralità del tempo, senza sostituire la propria, « perfino m materia di
religione 1 antichità agiva su l’Italia del cinquecenti so- vratiitto per il
suo lato scettico e negativo poiché non poteva seriamente porsi il quesito su 1
adozione del politeismo d’altri tempi «. Fatto e che 1 arte allora,
agghiacciatasi nella ri- mise“ientr^ che scuota violente¬ mente le basi del
comune sentimento morale non può essere buona opera d’arte, se anche le
momentanee deviazioni del gusto la facciano apparire diversamente. Ma il
giudizio su di essa deve essere dato coi mezzi e%oi criteri proprfi dell arte,
non con quelli proprii della morale ^^l.P^'esaggio, cosi si può dire di ogni
manifestazione d'arte, che è uno s/ato damma. Anzi un complesso di stati
d’animo in una armoniosa e felice conciliazione, resi per questa via piu chiari
e vigorosi, e convertiti ^da elementi individuali, attraverso 1’ opera, in eie-
menti social,. Così accade; l’uomo e una deterlii- nata realtà chiariscono in
una rappresentazione sensoria ed intellettuale i proprii l^ppord ai^a! verso 1
opera d arte ; ove effettivamente la cosa si open m termini adeguati, il
risultato non può che rn Jn'i? ® PO'"™ dissonanza alcuna con quell altro
bisogno, che ha l’uomo, di con¬ formare la propria condotta alla realtà stessa
quale è dato dal principio morale; però non 25 della propria immoralità, quando
una vivace dissonanza si avverta, l’opera d’arte sarà afflitta, ma della
propria bruttezza, — e, nello stesso campo, su le norme della bellezza Tuomo
deve provvedere alla miglior creazione artistica. E ciò senza calcolare
l’importanza di quelle deviazioni individuali o sociali del sentimento etico,
che non rappresentano le ragioni vere e fondamentali della moralità ; senza
tener conto anche della efficienza di quelle necessità, pure morali, relative a
particolari contingenze di cose, di persone, di tempi, che non possono entrare
nel quadro generale della evoluzione umana. A proposito di che, il disaccordo
fra questi atteg¬ giamenti e la vera arte si fa talvolta inevita¬ bile ; e
l’arte può, non curandosi che della bel¬ lezza, trasformarsi allora
indirettamente in vi¬ goroso richiamo ed impulso verso una moralità più larga e
superiore. Allora anche nel pertur¬ batore di un ordine stabilito si avverte,
attra- vers.o l’opera d’arte, e si presagisce l’ordinatore di un’armonia
futura, più larga e più possente. D’altra parte, in un ordine diverso di corre¬
lazioni, il giudizio sulla condotta altrui, ed anche sulla condotta propria, è
assai spesso mal si¬ curo : l’analisi di tutti i coefficienti di una de¬
terminazione umana, che soli possono portare alla valutazione adeguata della
sua moralità, è bene spesso incerta. Più facile, talora, il giudizio sulla
bellezza sua. Allora 1 ’ educazione del cri¬ terio estetico soccorre alle
deficienze immanca¬ bili anche alla migliore disposizione etica. Quante volte
cosi di un atto semplice della vita fami¬ gliare, come dell’alta deliberazione
di un uorno di Stato, nella incertezza e nella complessità indefinita dei
motivi coscienti ed incoscienti che lo informano, l’apprezzamento migliore è
ancor quello dell’ istintivo e profondo senso umano per cui lo si avversa
invincibilmente come brutto, e lo si gradisce come bello ! E quale insperato
conforto la gioia che si ritrae gustando la bellezza di un atto che già deve
essere apprezzato come buono e come utile ! 26 Per queste vie, ecco l’arte a recar
gioia agli la personalità in quSa stessa direzione di avanzamento per cui le
re¬ gole della ■ condotta morale li traggono alla conquista delle maggiori e
più largfe utiir/à particolare prezio- ’ Jn non le occorre dispendio, fraendo
dalla contemplazione della regolarità nei rapporti dell uomo con gli altri
uomini e con i,n”nÌrif'i“^ propria ragion di soddisfazione, nno^ I ^ Sicurezza
e di fiducia, L giudizio che da altra fonte non si saprebbero derivare. VII.
punto riferire soinmaria- ente CIÒ che in proposito scriveva in una sua &
P^^'^'^^rata nel 1893 l’Asturaro, scien¬ ziato che onora 1 Italia e i cui
grandi meriti strano oblio degli studiosi, sono lungi’ dall essere riconosciuti
come si meriterebbero eccitamento estetico, scrive l’Asturaro, è impossibile
allo stato puro, cioè indipendente¬ mente da qualunque altra funzione psichica
perche quand’anche riuscissimo a fare astrai zione dalle nostre esperienze
individuali e dalle associazioni m noi stabilitesi mediante l’educa¬ zione, non
potremmo prescindere dalle esne- associazioni inconscie, be con la formola
^arie per farle si dovesse intendere questa indipendenza del piacere este¬ tico
da qualunque altro piacere e sentimento, essa sarebbe subito da respingere come
as¬ surda ». Ma CIÒ non significa che l’arte debba essere convertita in mezzo
per raggiungere ri¬ sultati che le sono estranei, debba esseri posta religione,
della scienza, della politica o delle cosidette... riven¬ dicazioni sociali. «
Negli albori della vita civile come ogni altra attività sociale, e finché
l’individuo rimane esso stesso uno strumento in mano dello Stato, 27 questa
condizione dell’ arte non P"® Solo quando l’individualismo insorge, 1 a”e
co mincia a manifestare fini P^P™’ ha acquistato coscienza perfetta ^i ^esti fi
_n ;i oi f» solo nell epoca piu recente l'arìe Questa formula è il prodotto
zione delle varie funzioni sociali, che, dapprima mescolate e confuse, si
distinguono a mano a mano l’una dall’altra, pur restando collegate tra loro da
molteplici vincoli. Essa e P^ «t P^o^ dotto immensamente pm perfetto dell arte
come mezzo. E questa maggior perfezione e visib^ in un duplice fatto ; e
primieramente m ciò che il libero gioco delle rappresentazioni, comedo chiama
il Goethe, viene impedito in grandiss m parte dal fine a cui ella e costretta a
servire e in secondo luogo m ciò che 1 artista il quale si propone di
moralizzare o di sostenere la ligione o di celebrare le glorie del o Stato, e
costretto a preferire della contemplazmne de mondo quella parte che meglio
risponde a tal ideali • oggetto dell’ arte saranno i modelli di virtù,
di^foraggio, di pietà ; e la “^‘'^ra resterà decimata. Laddove dell’arte come
fine a se stessa oggetto sarà la vita dell’universo in tutta la sua pienezza,
in tutti i suoi stati anco bassi ° M^sarebbe errore confondere il fine
cosciente, voluto, dell’Arte, con l’intimo valore intellet¬ tuale, morale,
religioso, P°ldi“,di l’arte si distingua, evolvendosi, dalle aljre attivila
sociali e cessi di servire ad ess , non vuol dire che se ne sepan cd isoA - ciò
che sarebbe impossibile. Il f continua a dipendere m cento modi dagli altn
sentimenti dell’uomo sociale, e larte ad essere legata da molteplici vincoli
alle altre produzioni ^^L’^òpera d’arte, come fu ripetuto le mille volte, ci dà
^l’impressione soggettiva, '“dividuale, che una data scena o un dato nell’anima
dell’artista ; per lo meno ci presenta 28 a preferirli: nlln ’ informata ed
individualizzata, giunge queste condizifùr^! pendono anche « dallo stato
intellettuale morale religioso, sociale, e variano insieme con esso’ Dunque se
noi e 1 artista siamo affatto diversi ed opposti, s egli rappresenta per
rispetto a noi n grado inferiore della evoluzione umana la sua impressione sarà
in disannonia colla nostra Srenzf nf/ dalla nostra ed Wra^« n ®''i^ Stridente
Kodfmfntn^'P 1’^'' argomentare in contrario il fnerP rffiri! h destati in noi
da opere d arte dell antichità, anche là dove di¬ scordano violentemente dalle
abitudini intellet¬ tuali e morali della civiltà nostra; perchè ivi lin
“"®‘'^®*'azione del prodotto storico determina un processo complicato
interiore, per cui si crL nuova materia di compiacimento artistico nella fato
alk sociale oltrepassato, diarie in spettacolo attraverso l’opera a arte. In
altre parole: qui lo spettatore si fa alla sua volta artefice. L’obbietto della
perce- z one estetica e sdoppiato.-originariamente l’ob- bietto era il tema
dell’opera d’arte • adesso at¬ traverso a storia, è ancora quel temarr^as[
aggiunge 1 opera d’arte stessa, considerata come espressione di una determinata
psiche soc^le nella parte ove sentiamo di non aver con quella comunanza di
sorta. queiia sn^n*!! tolì> conchiude l’Asturaro, il bi¬ sogno dell arte
come mezzo, a quando a quando risorgente nella società nostra con forza^over-
iprrn!fll°^“‘ ^ tendenza, come vedemmo pur patriottica degli Italiani p rvasi
dalla irresistibile aspirazione alla indi- pendenza ed alla unità del loro
paese, è però enormemente scemato nel corso delk stiria umana. « E quando i
problemi fondamentali che concernono le basi dell’esistenza e del benessere
sociale saranno tutti quanti risoluti, quando la distanza intellettuale fra
l’artista e il popolo sarà scemata, e i mezzi diretti di ® nroeresso sociale,
la scienza, le scuole, la stampa, saranno universalmente diffusi,, possiamo pre¬
vedere che quel bisogno perverrà a suo mi¬ nimo, e la differenziazione dell
arte al suo mas simo. Allora essa si proporrà costantemente come suo unico fine
il. godimento estetico, spiccherà voli più liberi e piu alti nei vasti
orizzonti che i progressi scientifici e socia i le dischiuderanno. Ma .neppure
in quel tempo, giova ripeterlo, differenziazione vorrà dire isolamento dalle
altre attività; neppure allora sara possi¬ bile salutare come grande artista un
uomo ar¬ retrato nello sviluppo delle sue lacolta sociali ». VII. Abbiamo detto
più addietro che l'arte si at¬ tacca all’amore, e per esso fiorisce, e di esso
svolge ed allarga la potenzialità nel consorzio Ma si osservò che, mentre
l’arte è sempre cagione di armonie sociali, l’amore sessuale in¬ vece dà sempre
luogo a discordie fra gli uomini: v’è quella che Darwin chiama legge di combat¬
timento, la concorrenza amorosa fra individui del medesimo sesso : vi è la
lotta, l’opposizione dell’un sesso contro l’altro nella meccanica psi¬ cologica
e sociale dell’amore come fatto umano nello stadio attuale della civiltà in
rapporto a tutti gli altri elementi che questa civiltà mede¬ sima
caratterizzano. E ciò parrebbe smentire ad un rapporto diretto fra la pacifica
gioia del¬ l’arte e i travagliosi contrasti dell’amore. Ora, sembra a noi che
l’obiezione sia di pura ^*^Anz 1 tutto, la formula pura dell’amore sessuale
esclude, a nostro giudizio, il dissidio e la lotta: dissidio e lotta si
riferiscono alle circostanze, il vero momento amoroso li esclude. In secondo luogo
occorre notare che se innegabilmente 1 a- 3° sessualità^è però discende dalla
manifestazioni'J^ù ideatzaw‘'“-^^ e p.ù recenti ddl’amore fi mo cf “ empiesse
nvazione antichissima hIho P° de¬ cominciarono senza dubbio a stessa, tempi
della sessualitf preumàni V 1 albero genealoeico dpi d’onde sizioni etiche,
delle attitudini^?]"*'' dispo- riale ed intellettuale «ni?!» k ®*;®tta
senso- già, alle origini della umanftif Piacere, potè distaccatasi dalle
preced^nti^n'"®"" ® Propria segnare le diverse*^distintp**c
f°rme antropoidi, tali, ramificazioni, mentri^ il tri ^dimen- l'amor sessuale
conTnualn 1 ° del- proprio. ^ vivere per conto in direttri^lleceslaril^*'dÌDl“
d"*""'^"® P‘“ sessuale, rappresenti dall’amore rappresenta
nell’individilo L’Tno dei*"!® fondamentali della vita di ‘^^ti lenomeno
della riprodLione tl^' °FS^^^smo, il tima sua significazione Ili! i * ®®®® fui-
l’industria 1 ’ ultima sua dl*^ ’ col ragionamento e con la nuola bellLTza. '
sogno di Imlrl®!' ® ’’ in realtà, si estende il dlnl ’ ®‘^ anche, è cosi
ti^icamentfsliLl®™''”® d’amore. Nulla che, condiviso, si raddonnia fiuesto
piacere gusto, che è fondato sov?run li!!d®*° del e che si accresce e
fnrtifil" del gusto, moltiplicarsi nelle distinti le" suo E# come
<^odimpntrt fy^^ Personalità umane. rica felicità
umana,'nufe"ch™ndra°s^^’" Smo -onlmicf "dd
osflrvftt"Xt?l*neUrDXr"® manca o si Xertl in^ industriale piacere
della produlionl S'^arsissima il mvece la gioia del produttore è Sf’d? redola
31 sempre più intensa che quella del consumatore; l’artista vero provvede al
gusto proprio, e giunge con ciò anche al gusto del pubblico, mentre la
produzione industriale è a questo subordinata; l’artefice è lo sposo mistico
del¬ l’opera propria ; l’opera giunge al pubblico, e la bellezza sua è sempre
pura, non soffre conta¬ minazioni dall’uso, protende ai buoni ed agli
intelligenti la propria immarcescibile verginità in una rinnovazione continua
di gioia viva fin che la sostanza sua permanga. IX. Abbiamo dunque sinora,
rifacendoci breve¬ mente dal cammino percorso, considerato il ca¬ rattere più
palese dell’arte, pel quale essa ap¬ pare come una proiezione della vita
individuale nella vita collettiva attraverso il tempo e lo spazio. E siccome
tale carattere si mostrerebbe ad un primo sguardo in contradizione con un
principio di aristocrazia nell’arte che noi non sappiamo rifiutare, così ci
industriammo di ri¬ cercare la vera sostanza e la portata reale di siffatta
aristocrazia : dalla quale ricerca, secondo noi, risultava come solo
dall’equivoco intorno all’uso dei vocaboli, o da artificiose restrizioni,
derivasse l’apparente incomportabilità dell’ un termine con l’altro. Dato
pertanto il carattere eminentemente so¬ ciale dell’arte, da una banda, e
dall’altra la sua progressiva differenziazione, autonomia ed ele¬ vazione, ne
emerge il valore sociale dell’arte stessa in rapporto alla condotta umana, dap¬
poiché essa raffigura un processo di perfezio¬ namento individuale che tende
per natura sua ad irradiarsi intorno nella società, se anche l’irradiamento
attenda tempo per manifestarsi con sensibile larghezza. Ora, ogni solido
perfezionamento umano fa capo alla condotta sociale ; e la bontà della condotta
sociale fa capo edonismo, — a quella 32 sibile, felicità^ ondi cois Pos¬ sono
mosse nel loro ’ ^ “®®PO''o)mente o non stenze umane. ^ comportamento tutte le
esi- diSzfoTe^pereorresuo^canTmino la stessa porre la loro priorità sÌi *
estetica, e a seguendo in questa naft^^ Principio scientifico, teci nella
prioritl Lfia s«Ì,t indica- sapienza riposta, dimostrali r'®" ’^^^Sare su
la gorante di argomenTi sfol- ragton pratica vu Positivi dal Vico, — della .
Abbiamo infine cercato Nietzsche. 1 rapporti che legano V arte ®'^”o eccoci
adesso all’intima ^ amore. Ed tata e frammentaria s^otK filosofia dell’arte ove
te^t» "®'. campi della alla posizione del princinio^e'llf *^' accennare
cali condizioni della civiltà "cP® spe- sue probabili potenziain^nel
?uufra‘"' X. nella^sla zione, anche industriale fUn occupa- ratore
attaccato per certi f ' ' ?™P^'° suo lavoro ; ma Questo r.;-. ®Pcciale piacere
al dovere professionale e fafacilita il nella sodetà, L sempre nnaf^K ^1^ P^ce
t'co, e, in qualsiasi Te?tilre nl®l"°®'‘ cste- possiamo esser certi chi v’
h, ^ avvertiamo, scosta, dell’arte mescolata in ° 'nmio na¬ ia fatica industriale
L’operain'^*'^^^^® con rato primitivo, si clmmace '1°""“"“°
^’°Pc- punto, nel cucire degli abiti’ certo pietre, cosi come nefio scolnirl !i
comando o dei pastorali vescovili Pastoni di abbia preso in ug^ia il cnn i“ ' ’
quanto ggia II suo lavoro, è difficile 33 ch’egli parzialmente non lo compia
ancora per amor dell’arte, in virtù d’un resto di compia¬ cimento ch’egli vi
trova. Nei contadini l’attac¬ camento cordiale ai lavori agricoli è manifesto:
al soldato non fa difetto tuttora, qualche volta, l’entusiasmo militare. Gli
artigiani del medioevo diedero tale spettacolo ; ed anche ai nostri giorni si
potrebbe forse trovare qualche spe¬ ciale organismo di lavoro associato ove la
gaiezza della fatica non è certo il minor salario. L’ideale di una società consisterebbe
nel portare a re¬ gola ciò che ora è piccola eccezione. E’ impos¬ sibile ? e il
sogno di Fourier sul lavoro at¬ traente non sarebbe altro che una puerilità i
Forse no. In ogni caso, una società ove cia¬ scuno comincia a prendere in odio
la sua pro¬ fessione, è prossima a dissolversi ; ed, al con¬ trario, un paese
si fa forte e grande, quando ogni cittadino si abbandona al suo còmpito con un
amore sempre crescente. La famosa armonia degli interessi, troppo celebrata
dagli ottimisti, non è verità che allorquando si tratta di abi¬ tudini e di
gusti in virtù dei quali il lavoratore (in un lusso di energia organica
personale, noi crediamo, che è poco consentita dall’ansietà in¬ torno al
soddisfacimento dei bisogni elementari della esistenza onde ora si travagliano
i nove decimi dela lumanità cosidelta civile) ami e curi disinteressatamente il
suo compito, artistica¬ mente considerato *. « Di.igraziatamente, prosegue il
Tarde, a mi¬ sura che l’industrialismo procede, armato delle sue potenti
macchine, il cui effetto è rendere macchinale il lavoro stesso degli artigiani
loro servitori, i còmpiti industriali perdono il carat¬ tere interessante che
potevano avere, nel pas¬ sato, e il lato estetico del mestiere scompare.
Allora, che succede ? La pretesa armonia degli interessi, cosi come è intesa
dai più, cade, e ci scopre una ostilità profonda, terribile, ^— i bagliori
sanguigni di una rivoluzione senza pietà, minacciante ». Più disgraziatamente
ancora, aggiungiamo noi. 34 avviene che neanche coloro i quali più sembrano
avvantaggiarsi di questo stato di cose neanche 1 cosidettt privilegiati della
economia’ cap^S^ stica attuale, trovano tempo ed agio e forze per educarsi in
gioie che non siano materiale ed infiriore, per compfacersi cientemente in
qualche occupazione che non sia di natura professionale ; ed anche ner lorn^’n^
cupazione professionale perde ogni giorno pfù la sua intima attrattiva per
l’Iffannr, “ travagliata dalla turbinosa'^ concorrenza a cui resistere e
riparare, dalle esigenze semore nuove e maggiori della stessa produzionl^lr
fessionale a cui provvedere. pro- Si sostituì poco alla volta la estimazione di
cbll: S/Si\‘'r/varrrfn rSi^ono al‘°"" dimenio, VÒfehmo, come direbbe
if Pareto. So- vratutto SI dimenticò poco alla volta l’educa¬ zione di codesta
ofelimità, onde solo dipende la progressiva moltiplicazione ed intensità^! nn!
rezza dei pdimenti. E così la legge psico-eco nemica della moltiplicazione dei
biffgni si svolse ^senzialmente nella moltiplicazione^dei bisoeni- mezzi per
aumentare la ricchezza (a non ahro intatti, rispondono quasi sempre e telegrafi
e' elettriche e simili maglificate conquiste della scienza ; per null’altrf Si
messo in opera il ■ conturbante ed ozioso con- Regno della igiene sociale;
verso null’altro si dirigono le appaltatrici sollecitudini per i risf
finSell^'^"^’' ® ~ '«definitamente- fino, nella maggior parte dei casi, a
sbatter nella crisi per la insufficienza di mezzi addati a raggiunger la
ricchezza maggiore, e cosi llr dendo anche quella prima acquistata ; o fiC m casi
eccezionali, a porre le basi di una rii’ dhSti*^H‘^'^^"‘^1' a'ia scelta
dei go¬ dimenti, da un lato, e cagione dall’altra Hi IfonTTItó pronta assurfì
Isslf' 'Tita dell’individuo, breve af logora quasi sempre prima di giungere al
meno peggio di questi due risultati. ® 35 XI. Tuttavia, nota ancora il Tarde,
non ogni male è presagibile da questa attuale condizione di cose. Se le
trasformazioni gigantesche deirindustria fecero perdere al lavoro la sua
originaria at¬ trattiva, esse ne diminuirono anche la fatica materiale, diretta
ad esercitare i muscoli alle spese dei nervi e a besiializzare l’uomo. Delle
due cose meglio è ancora rendere l’uomo mac¬ chinale, che renderlo bestiale. Se
ne avvantaggia lo sviluppo del sistema nervoso sullo sviluppo del sistema
muscolare ; e siffatta radicale tra- slormazione dei temperamenti non potrebbe
essere certo che il substratum più favorevole alla fioritura artistica di un
popolo. Si aggiunga un approssimativo equilibrio nei rapporti relativi alla
produzione ed alla distri¬ buzione della ricchezza, un regime di larga con¬
trattualità per ciò che riguarda l’ordinamento del lavoro, e presto una
ricchezza più distribuita, un tempo di lavoro più limitato, una maggior libertà
dei singoli e una maggior solidarietà collettiva, compiranno forse il miracolo.
La stessa aridità del lavoro sembra dover concorrere a questo risultato. Se
dianzi, infatti, ciascuno si faceva un’arte del suo stesso me¬ stiere, oggi i
mestieri, facendosi sempre più ingrati, spingono il lavoratore a cercar inori
dì essi altre sorgenti di puro godimento estetico ; di qui anzi scorgiamo parte
dell’inconscio pro¬ cesso psichico onde il bisogno che il mestiere si faccia
sempre meno assorbente è con tanta energia affermato ai nostri giorni. E così,
forse, l’arte e l’industria si attendono ad un nuovo distinto e grande
sviluppo; e la virtù pacifica¬ trice dell’arte stenderà per ogni luogo la ras¬
segnazione al lavoro arido ma benefico, i cui intervalli essa cospargerà di
fiori imma¬ colati. « Allora, conclude il Tarde, dall’eccesso me¬ desimo
deirindustrialismo verrà fuori probabil- 36 mente il rimedio al male. Mai
furono cosi com¬ plicate le armature dei cavalieri come nel mo¬ mento in cui
esse stavano per diventare inutili per I perfezionamenti delle armi da fuoco,
nel secolo decimosesto. Forse accadrà della com¬ plicazione dei nostri bisogni
di lusso (materiale ed esteriore) ciò che accadde delle armature difensive. Per
lungo tempo bastò il casco : poi SI fece sentire il bisogno di difendere il
petto- piu tardi il bisogno di coprire le gambe, le braccia, le mani, etc.,
fino a che il peso di tutte queste utilità giunse a renderle assai moleste
ancora che il perfezionamento degli ar- chibi^i e dei cannoni le rendesse alla
sua volta supertue. — Ebbene, l’uomo si è difeso contro le intenipene
esteriori, contro la fame e la sete °.Sni sorta di ostacoli che si opponessero’
al soddisfacimento de’ suoi desideri, press’ a poco nella ste.ssa guisa onde si
era assicurato contro le freccie e le lande nemiche. Una pre¬ cauzione pre.sa
fece nascere il desiderio di mT^i ® seguito, all’infinito. Ma il
soddisfacimento di ciascuno di questi bi- sogni cosi complicati suppone
l’ininterrotta at- tivita di innumerevoli officine, fàbbriche, mani¬ fatture,
di tutto un popolo di lavoratori curvi ad una fatica senza termine. Ora, non è
pros¬ simo il giorno in cui, più forte che il ferreo complesso di questi
bisogni affollati e fittizi, un bisogno più grande e più intimo e puro, il bi¬
sogno eh svago e di una estetica pace spiri- tiiale, SI farà largo e butterà
all’aria le impla¬ cabili esigenze di tutti quegU altri? Tutte le grandi
civiltà ,si appuntano in una eruzione (1 arte. Giova sperare che la civiltà
nostra non abbia ad essere una eccezione alla regola » XII. Nè la speranza
manca di argomenti. Anzi per segni manifesti, tutto lascia credere che (fafla
grande anima popolare, dalle energie ver¬ gini e latenti delle falangi anelanti
alla con- 37 quista di una vita nuova di serenità, di quiete, e di sicurezza
materiale, abbiano a sorgere le condizioni intellettuali e morali atte a
spingere e ad informare un nuovo grande ciclo evolutivo, una nuova lieta
fioritura dell’arte, come pro¬ dotto sociale, come espressione di armonia col¬
lettiva, di gusto, di compiacimento, di amore, diffuso dagli artefici alle
moltitudini; in quella guisa che fiorì l’arte classica in Grecia ai tempi di
Pericle, l’arte cristiana in tutta la latinità sul finir del medioevo, l’arte
del primitivo rinasci¬ mento in Italia, allorquando la realtà di un soffio
d’amore corrente tra il popolo per virtù dell’opera d’arte faceva sorgere
pronta la leg¬ genda di un borgo fiorentino, denominato borgo allegro per la
gran festa di popolo onde una Vergine di maestro Cimabue rivelante inattesa
bellezza — presagio dell’avvenire glorioso — sarebbe stata recata alla chiesa.
E’ noto infatti che, ad ogni nuovo stadio di qualsiasi suo progresso,
l’umanità, per la legge filogenetica delle esistenze, deve in qualche modo
rifarsi da capo. I ricorsi vichiani, siano pure sempre più larghi i giri della
spirale del progresso umano, devono riprendersi seinpre da un atteggiamento di
primitività. Cosi, nel caso nostro, ciò che il Tarde, come vedemmo, va
auspicando come prodotto avvenire •della nostra civiltà industriale, trarrà sua
forza, giova ripetere, dalla grande anima popolare, — primi¬ tiva, cioè libera
dagli ingombri ereditari del passato onde la via a procedere innanzi è cosi
spesso intercettata. Ricordo, fra le altre mie sensazioni più vive, una grande
esecuzione vagneriana, e, più spe¬ cialmente, quell’ ultima fase della prima
gior¬ nata della Tetralogia, ove, nell’ incantesimo del fuoco, il divampar
delle fiamme, lo scoppiettìo delle scintille, il sibilar dei vapori, trovano
nel¬ l’orchestra una significazione materiale che sor¬ prende e, dapprincipio,
quasi impaura. Ma si accenna, e poscia, sovra questo scintillante la¬ vorio
ilegli strumentini, si libra, cantata dagli 38 archi, con siffatta dolcezza In
fVoo i lante del 6» ui ^ contro, con tanto impeto eSo if tica quivi, di
Siee-friH , irase, prole- spettatore è lanciala niVrp * n ^ '”®nte dello fuoco,
nel p « 0 ^ 0 ^^ ^ montagna di svolto e del dramm^cLm c è ancora : oltre
l’amore di cf'"° in là glincla, oltre la c;nhli -n« S^pgniund e di Sie-
più in là, nel camDo'rIpiu^"'^’°”® ùi Brunhilde; tutti gli domini
ndPew^^T''^ ® del dolore di dalle profondità dell’ orchestra'^é^r ^ tore, sente
sorgere voci nof „ ^ ° solenni e misteriose rhe armonie mante, e pur beata
come^P'^^ accoglie tre- messa di felicità, a cui v^rrlbbe^"* P™' prestar fede.
vorrebbe, e non sa, trapposiz^one Vescldnà^ trattava del maggior teatro d’Itn°r
*^ 1 ° parte del pubblici che ama^/^!V* P^^^a e civile ed è senza dnhh^
credersi piu colta maggiore eleganza di ^abki^“Sue‘''ì® Possiede primo
accennare di sifla^te^® intanto lo spettacolo «i » meraviglie, poiché sentiva
il b^cralILf'^e frettati, c?ir'ige'r|i alll'^pórta"’°'^®® ® di eviteare
alsiosamen?e o ' Tu ® ®® ®’ stro. E considerai non r?o disa- disagio di qualche
timido^ re^stio'^i^h ma sensibile ad un’imavino f per l’arte, il quale, non
ofando Si dall’irresistibile bisogno ®P'“‘° pria uscita, armeàS d. provvedere
alla pro- SUO soprabito ner^nnof^* ‘ ®'®®"”®™‘^"te col zwne e
procurandosi pel «itro pfr? f pica acutissima doliv,- eontro J irritazione ti-
iemar <11 piegato fra la schiena « i male <™na, l-aperS.™ Sa“ m
“'"a’ ™«.va assai .8ev„,,aa”rà^ir.;cZs'.'’5 gl 39 Ione, poteva con libera
voluttà alzarsi in piedi ed andarsene. Ora, queiraltra schiera di spettatori,
in alto, che documenta il bisogno grande ed intimo e puro di una estetica pace
spirituale coltivato lungo le giornate interminabili di un lavoro macchinale
mal retribuito, che documenta questo bisogno, dicevamo, col danaro, tolto forse
a qualche parte dei bisogni elementari della esi¬ stenza, onde è comperato allo
spettacolo un posto di disagio e di imperfetta percezione ; quella schiera, che
fu anche dai primi chiamata barbara allorché reclamò la scomparsa di pri¬
vilegi nel cospetto dell’arte, protestava, e talora comprimeva anche la sconcia
offesa al miracolo del genio, si faceva rivendicatrice energica delle ragioni
della bellezza, in un impeto caloroso di sdegno e di amore, che era non fallace
e mi¬ rabile indizio di comunione spirituale fra l’opera d’arte ed il pubblico
suo. Cosi di questi giorni mentre, massime nelle nostre città di provincia,
tanti giovani sciope¬ rati della borghesia ricca, contenti al diploma
universitario malamente carpito che con la prova ufficiale di uno studio
passato purchessia di¬ spensa da ogni studio avvenire, perdono il loro tempo e
dissolvono la loro mentalità in un ozio ribelle ad ogni ricerca di pensiero e
spregiatore di ogni intimità di godimento spirituale, — un oscuro minatore
della Lunigiana, Gaetano Badii, purissimo innamorato di un’idea bella,
diffondeva fra gli amici un libro, il libro n dell’idea repub¬ blicana II, ove
è tanta ingenuità profonda, tanto garbo, tanta diligenza, tanto studio, tanta
bontà, che a me, dinanzi ad esso, si richiamavano le pa¬ role, ugualmente
buone, di quel Giottino della nostra poesia primitiva che fu Guido Guinizelli :
E prende amore in gentilezza loco Cosi propiamente, Come clarore in clariià di
fuoco. E, per vero, è una gentile umanità quella che si dispicca dalla
affermazione sentimentale della 40 “ f In CI rende contemnlatn^i quella che
disinteressata df accordo bera fratellanza, df coone’zÌÓne '‘*^"'^‘^'
tutte te energie umane ^ ® spontanea di nella discipliS^nSfde^rM“"‘® ^
tica esteriore dellf eomià^ = ^ ® Pra- tazione serena ed esatta dell’altrui,
del propri^e d^u^P™ «mpito e comune iAteresse? '^®‘°''e, del XIII.
sposizione^lemfrnentale'^Tne^ di di¬ nostra piazza dd Dnome • .®o'e nella di
autunno ? Il Duomo dorme*^" mattino umido sdraiato. Si colorano^li accenni
® dietro di lui ; ma noidiè in ^ ^'o^no avvolta da una leggiera nebb^fT ®
oscurità violacea, ?L nnn f®nue delle ombre e distrug-e-onn gioco speltiva,
vale a ciire?]?llp Ì cJeJIa pro¬ singolari della fronte del tenfnlo^^’ sposte
tutte sovra lo ste-sn nf ’ P®*' Ri¬ sono tutte singolarmente^ P P‘“ Prossimo,
mentre i contorni piram"i d? mL massa che sta dietro semhrnnn Spande
strana direzione amorfe ^ m ' “"a stesso piano delinacdata ficio si
allarghi straordfearin ®'’® P®di- naturale contrasto, lo si Sbe P®*" Giace
esso, infatti o rlnrm^ r abbassato, improvviso, balza dai tetti d^-ii passa, fuImineofL
un p^^ in fretta, sotto gli archi altro; scorre, tando m^nate^dto feVn/^^ad^gr
d'' samente la novella giornlte ^ f appuntano nel cielo |ulito V nlr fe
disegnandosi netti i cnntn ’ P?*^ ^ nuova luce sovrastano sembrano av^r™'' ®
®fatue che le ritte e fiere, a o-u^rdia ^ ì. P°®f°' della casa di Dio. ®
"maestà 41 Cosi amo io raffigurarmi talvolta la novella giornata, l’atteso
rinnovamento dell’ anima col¬ lettiva, l’auspicato regno della grazia. L’amore
e la concordia e la piena fiducia a cosparger di luce le cose ed a fugar le
nebbie dagli spi¬ riti; la gioia e la bellezza degli atti buoni, ri¬ lucenti
per ogni minuto rapporto delle esistenze umane in un effetto complesso di
generale ar¬ monia pacificatrice; le anime grandi, in alto sorrette dallo spontaneo
riconoscimento delle minori grandezze per un consenso di cuori che si risolva
alla sua volta nella unità di una mi¬ rabile opera d’arte, — le anime più
eccelse, dicevo, a guardia e gloria della casa dell’Uomo, emancipato dalla
bestialità, dall’egoismo, dalla tirannia del sordido e del brutto. Milano,
settembre 1902. ; & ? Nome compiuto: Pio Viazzi. Viazzi. Keywords: Vico.
Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Viazzi” –
“Il Vico di Grice e il Vico di Viazzi” -- The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vicini – la ragione convresazionale (Cento). Filosof italiano. Presidente
del Governo Provvisorio delle Province Unite Italiane Dati generali Titolo di
studio laurea in giurisprudenza Professione avvocato e magistrato. M. Massa
Lombarda -- è stato un filosofo, politico e giurista italiano. Frequenta
il seminario di Cento e poi l'Università di Bologna, dove si laure in
giurisprudenza. Aderì alle idee di Napoleone e con la nascita della Repubblica
Cispadana rappresenta la città di Cento ai congressi di Reggio Emilia e di
Modena. Successivamente è nominato da Napoleone segretario generale del governo
cisalpino, giudice e consigliere di revisione e cassazione per la Lombardia.
Dopo la caduta di Napoleone si tenne lontano dalla politica. Dopo i moti
insurrezionali è eletto presidente del Governo Provvisorio di Bologna e della
provincia e dal Pubblico Palazzo della città DICHIARA CESATTO DI FATTO IL
POTERE TEMPORALE DEL PAPA. Nello stesso palazzo venne eletto dall'Assemblea dei
Notabili, costituita dai deputati delle province insorte, presidente della
Commissione provvisoria di Governo delle Province Unite Italiane. In seguito
alla resa di Ancona, non avendo il pontefice Gregorio XVI voluto riconoscere la
capitolazione del cardinal Benvenuti, pattuita e ratificata in suo nome, V. è costretto
a fuggire in esilio, prima in Corsica e poi a Marsiglia, insieme al figlio
Timoteo. Tornato in Italia, si stabilì prima in Toscana e poi a Porretta Terme,
dove conosce e sposa la seconda moglie, Catterina Agostini. È relegato a Massa
Lombarda sotto la sorveglianza politica del cardinale Ugolini, Legato della
Provincia di Ferrara. Qui, per provvedere al mantenimento della sua famiglia --
nel frattempo aveva avuto cinque figli, di cui tre moriranno in tenera età --,
apre un ufficio per consultazioni legali. Muore in povertà a Massa Lombarda. Le
sue spoglie giaceranno anonime e senza memoria fino a quando, per iniziativa
del sindaco Bonvicini, il municipio di Massa Lombarda gli erige un busto nella
biblioteca comunale e un piccolo monumento funebre nel cimitero locale, opera
dello scultore Pacchioni. Cimitero di Massa Lombarda, ricordo marmoreo di V. La
polemica con Berni degli Antoni. V. pubblica un testo, Causa di simultanea
successione di cristiani e di ebrei ad intestata eredità di un loro congiunto, nel
quale, contro il parere espresso dal domenicano Jabalot e basandosi sul Codice
napoleonico, si esprime a favore della parità di diritti tra ebrei e cristiani
nel diritto di successione. Allo scritto di V. risponde polemicamente con un
libellol'avvocato e giurista Berni degli Antoni. Berni, richiamandosi ai
principi della legislazione pontificia, sostenne con argomenti aspramente anti-semiti
le tesi discriminatorie di Jabalot. Note ^ Gioacchino Vicini, Giovanni
Vicini giureconsulto e legislatore, presidente del Governo delle Province Unite
Italiane nell'anno 1831 , Tip. Nicola Zanichelli, Bologna 1897 ^ Alessio
Panighi, documenti della Società dei Reduci delle Patrie Battaglie e
dell'Esercito, Massa Lombarda 1906 ^ Luigi Quadri, Memorie per la storia di
Massa Lombarda, Tip. Galeati, Imola 1970 ^ Giovanni Vicini, Causa di simultanea
successione di cristiani e di ebrei ad intestata eredità di un loro congiunto.
Voto consultivo dell'avvocato Giovanni Vicini, Bologna, coi tipi del Nobili e
compagni, 1827. ^ Maestro generale dell'Ordine dei predicatori dal 1832 al
1834. P. Craveri, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti e
link in Bibliografia. ^ Vincenzo Berni degli Antoni, Osservazioni al voto
consultivo del signor avvocato Giovanni Vicini nella causa di simultanea
successione di cristiani, e di ebrei alla intestata eredità di un loro
congiunto dell'avvocato Vincenzo Berni degli Antonj ... dedicate
all'eminentissimo e reverendissimo principe signor cardinale Giuseppe Albani
legato di Bologna, Bologna, dai tipi del Nobili e compagni, 1827. Bibliografia
«VICINI, Giovanni» la voce nella Enciclopedia Italiana, Volume 35, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. (Testo online). Piero Craveri,
«BERNI DEGLI ANTONI, Vincenzo» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume
9, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1967. (Testo on line). Voci
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Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. Modifica su
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Riccardo Piccioni, VICINI, Giovanni, in Dizionario biografico degli italiani,
vol. 99, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2020. Modifica su Wikidata
Giovanni Vicini, in Storia e Memoria di Bologna, Comune di Bologna. Modifica su
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XVIII secoloPolitici italiani del XIX secoloGiuristi italiani del XVIII
secoloGiuristi italiani del XIX secoloNati nel 1771Morti nel 1845Nati il 20
giugnoMorti il 12 gennaioNati a CentoMorti a Massa LombardaPatrioti italiani
del XVIII secoloPatrioti italiani del XIX secoloPersone legate all'Università
di Bologna[altre]. I * r .1 ^ J , / » . • I ' » yV- •• • £*2/T . * OSSERVAZIONI
• ^yé/ tyJòfo ¥x>nd-u/àv-o DEL SIGNOR AVVOCATO GIOVANNI VICINI NELLA CAUSA
(Di JÌmuftauea ^ucceJjioue di .Cod. c. 9. hoc tit. SED „ JUXTJ CONVENTION EM
DUMTAX AT . „ Porro conditiones , et leges , sub quibus reci- ,, pi et TOLERARI
consueverunt Iudaei , potis- ,, simum sunt istae , ne quid dicant , Tel faciant
„ in contemptum Religionis Christiauae , aut ,, Christianos turbent cultu
Divino, vel mole- „ stiam creent . . . . , ne saltem in quibusdam lo- S Iudaeis
magis odibiles sunt Ecclesiae, quam „ alii infuleles , et difjicilius
convertuntur ad fi- „ derni, et magis periti sunt , ad pervertendum , „ quam
Gentiles zz . / ' Digitlzed by Google ( *9 ) s , cis habeantbona immobilia
praeter aedes suas, ,, et ne incedant publice sine signo in vestibus, „ ex quo
dignoscantur esse Iudaei; ne Christia- ,, nos habeant prò mancipiis , et
famulis , NE „ CAPIANT ALIQUID EX TESTAMENTO , „ VEL ALIA ULTIMA VOLUNTATE 3 .
Sicco- me chi è incapace di succedere ex testamento , lo è pure di succedere ab
intestato. L. conficiun- • tur in princ. ibi Quoniam quaeritur patri fami -
liaSjff. de jure Codicil. I. 2. ibi vel etiam inte- stati successione . C. de
bonis materna, così prova- ta la incapacità degli Ebrei di succedere ex te-
stamento ; provata rimane la loro incapacità di succedere anche ab intestato .
5- 9. E una conferma di ciò la celebre co- stituzione IV. di Paolo IV. di Sa.
me. dei 12 Luglio i 555 , la quale al §. 2. vietò agli Ebrei di possedere beni
immobili. Proibizione che in- duce necessariamente 1’ altra di acquistarne il
dominio, succedendo ab intestato ai Cristiani. E qui ha bene il rammentare che
il Pontefice fu costretto di vietare agli ebrei il detto possesso, e di
prendere le altre disposizioni espresse nel- la citata Bolla , per infrenare
una volta la ecces- siva loro insolenza, ed ingratitudine ; i quali di schiavi
tollerati e privilegiati che erano , aspira- vano niente meno che a rendere
schiavi i Cri- stiani, giusta il parlare dello stesso Pontefice; perchè non si
pensi dai protettori degli Ebrei che io scriva con ispirilo di parte ,, Cum
nimis „ absurdum (così il Pontefice), et inconveniens ,, existat ut Iudaei ,
quos propria culpa perpe- „ tuae servituti submisit , sub pretextu quod pie-
Digitized by Google { ao ) „ tas Christiana illos receptet, et eorum coha- „
hitationem sustineat, Christianis adeo sint in- „ grati, ut eis prò gralia
conlumeliam reddant, ,, et in eos prò servilute , qiuim illis debent , do- ,,
minatum vendicare procurent : Nos ad quorum ,, notitiain nuper devenit eosdcm
Iudaeos in Àl- „ ma Urbe nostra , et nonnullis S. 11 . E. Civita- „ tibus ,
Terris, et locis in id insolentiae pro- *, rumpisse,ul non solum mixtim cura
Christia- ,, nis, et prope eorum Ecclesias , nulla interce- ,, dente habitus
distinctione , cohabilare ; veruni ,, etiam dotnos in nobilioribus Civilatum ,
Ter- ,, rarum, et locorum, in quibus degunt, vicis , „ et plateis conducere, et
bona sta bilia compa- „ rare, et possidere, ac nutrices, et ancillas, a- „
liosque servientes Christianos mercenarios ha- „ bere, et diversa alia in
ignoininiam, et con- „ temptum Christiani notninis perpetrare presu- ,, mant,
considerantes Ecclesiam itomanam eo- j, sdem Iudeos TOLERARE in testimonium ve-
,, rae fìdei Christianae, et ad hoc, ut ipsi sedis ,, Àpostolicae pietate , et
benignitate allecti , er- „ rores suos tandem recognoscant, et ad veruni ,,
Catholicae fidei lumen pervenire satagant, et ,, propterea convenire ut quamdiu
in eorum er- „ roribus persislunt, effeclu operis recognoscant ,, SE SERVOS,
Christianos vero liberos per Ie- „ sum Christum l)eum , et Dominum nostrum ,,
EFFECTOS FUISSE , iniquumque esistere, ut ,, iilii liberae fdiis famulentur
ancillae s; . Be- nedici XIV. in Bulla Postremo 28. Feb. armi 1747* 11. a Ha
ebrei quamvis non jure Belli ,, Christianorum MANCÌPI A SU NT . Bene Digitized
by Google ( 21 ) è vero però che gli Ebrei sono schiavi soltanto Civili, e non
simili a quelli che si facevano dai Ronfani vincitori in guerra schiavi poenae
, che privi affatto dei tre stati di famiglia , di cittadi- nanza, di libertà,
erano, siccome è notissimo, trattati a guisa delle glebe di terra; cosicché po-
tevano i loro padroni vendergli, battergli, tor- mentargli, uccidergli. Una
schiavitù sì cruda non combinava colla carità Cristiana , la quale esige, che
tutti gli uomini si amino per egual modo in Gesù Cristo a qualunque Setta, ed a
qualun- que Religione appartengano (* *) . Accordano quin- di agli Ebrei i
Sovrani Pontefici asilo, ed ospi- talità negli Stati della Chiesa; ma sotto la
pro- vala salvaguardia di quelle Reggi, che per quan- to si può, difendono i
Cristiani dalle insidie de’ loro ospiti; Benedict. XIV. loc. cit. s Sanctus ,,
Thomas docet , Haebreos in servitute quidein ,, apud Christianos esse, non vero
poenali, li- ,, bertatique contraria; sed civili, quae licet in „ abjectissimo
gradu consti tua t ; non eiim (amen ,, praeslat, quem altera, dominatum. Idem
Bul- la Probe §. ix. z: Iudaei Christianorum servi ,, sunt, ut docet S. Thomas;
et licet Innocen- ,, tius III. in cap. Etsi Iudaeos de IudaeiSj de „ iisdeni
affirmat, quod eos propria culpa sub- - ... - — (*) Nel solo caso che gli Ebrei
obbedito non avessero alla Costituzione di S. Pio V. superior- mente.
trascritta j divenivano Mancipia nel senso rigoroso in pena della loro
pertinacia; secondo che si ordina nella stessa Costituzione . Digitized by
Google ( aa } „ misit perpetuae servitati; cum taraen idem „ Pontifex
subjungat, quod pietas Christianorum „ eos acceptat, et sustinet cohabitationem
ìllo- „ rum, satis indicai, se Iudaeorum servitatene ,, civilem innuere
voluisse 'S . Godano dunque gli Ebrei nel Dominio Ecclesiastico dello stato di
Famiglia, godano dello stato di libertà; goda- no anche di quei diritti di
cittadinanza che so- no ad essi espressamente accordati come privi- legj agli
schiavi; ma non aspirino alla cittadi- nanza , alla quale non furono mai uniti
, nè lo saranno. §. io. Sappiamo noi pure che Alessandro III, scrivendo al
Vescovo di Marsiglia, gli ordinò di costringere gli Ebrei a sborsare alle
Chiese le decime de’ beni da essi posseduti. Cap. 16 . de Decimis ; e che
Innocenzo III nel generale XII Concilio , che fu il quarto Lateranese ,
ingiunse loro lo stesso obbligo Cap. 18 . §. 2. De usuris. Ma sappiamo altresì
che le Leggi posteriori de- rogano, alle anteriori; che Alessandro III visse
nel secolo XI, e Innocenzo III nel secolo XIII; e che i due Pontefici Paolo IV,
e Pio V vissero nel secolo XVI: Dopo di che gli Ebrei non pos- sedettero più
beni stabili nello stato della Chiesa innanzi la rivoluzione. La Sacra Rota
Romana, nella Romana seu JYepesina Salviani 27 Junii 1664 Cor am Vero spio
inserita tra le Recenziori la 22 5 part. 14 . negò ad un Ebreo l’immissione in
Sal- viano, perchè gli Ebrei non potevano possedere beni stabili , giusta la
surriferita Costituzione di Pio V la 80 , non che di quella di Clemente Vili la
19, che la confermò, aggiungendovi la proibi- Digitized by Google ( a3 ) zione
agli Ebrei anche di negoziare in frumen- to , ed in tutto ciò che è necessario
al vitto del- l’uomo ; sempre in vista che eglino essendo, nel- lo stato
Ecclesiastico, schiavi tollerati j ed abu- sando delle tolleranze, tendevano
costantemente a mettere in ischiavitù i Cristiani per mezzo dell’inganno, e
delle amiche usure. D. Decis. n. io. et plur. seq. ,, Quaestio tainen haec in
pro- ,, posilo casu exinde diluitur, quod in Paulina „ sanctione a san. me. Pio
Y in ejus Constitutio- ,, ne 80, nec non a Clemente Vili in Constitu- „ tione
19 expresse innovata mercatura quoque „ frumenti, hordei,ac caeierarum rerum
humano ,, usui necessariarum omnibus prohibeturllaebreis, ,, et nolat eliam Leo
in Thesaur.for. Eccles. part. ,, 3 . de prohibit . , et pen. cap. 4 - num. 1 1 7.
Ric-
,, ciul. de Jur. personar. lib. 2. cap. 5 o. num. 4. ,, Rot. dee . 194 - num.
6. curii seq. part. 4 - tom. ,, ree. Hinc nedum Jure Dominii possessio ipsis ,,
censetur iuterdicta, sed altera quoque pigno- „ ris , ac simplex detentio
bonorum iinmobi- ,, lium , ex quibus fructus , caeteraque comesti- ,, bilia
retrahi valeant iuxta regula. text. in 1. ,, Oratio 16. ff. de sponsalibus ,
ubi , quod aliquo ,, prohibito, omnia media interdicta censetur, cum „ quibus
illud consequi possit. Rot. dee. i 3 o. n. ,, 16. par. 5 . ree. alias enim
Haebrei, mediante ,, pecunia sub gravioribus usuris mutuo Christia- ,, nis
pauperibus tradita, possent fere continuo ,, bonorum immobilium in tota
dictione Eccle- „ siastica deteriores evadere , et mercatores con- ,, sequetur
frumenti, et hordei ex eisdem prae- „ diis recollecti Jure creditori possessis
contra t Digilized by Google ( *4 ) „ SS. Pontificum Diplomata, quorum mens po-
,, tissirne fuit,ne Haebrei, quos detestabili faci- ,, noris culpa servituti
perpetiiae subiecit , in ser- i, vitute dominium sibi valeant vindicare, tuin
,, ut occurrerent pauperum Christi fkleliurn op- ,, pressioni, ex quibus plures
Judaeoruin dolo ad „ maximam fuerant inopiam,et servitutem fere ,, redacti, ex
qua pariter ralior.e ideminet san. ,, me. Clemens Vili, inhaerendo sanctioni
Pii V. „ inter impress. 80. Judaeos a tota dictione Ec- „ clesiastica exclusit,
eisdein ex benigniate in- ,, colatum indulgens in urbe solummodo, Ave- ,,
nioni, atque Anconae §. n. Restituiti che furono dalle Alte Po- tenze alleate
alla Santa Sede i suoi Stati, niun dubbio che gli Ebrei non ricadessero nell’
antica propria condizione di schiavi tollerati. Perciò la Sacra Congregazione
del Concilio sino dal gior- no 17 Aprile 1817, dichiarò, non esser lecito al
Monastero di Santa Cecilia di ricevere dagli E- brei nè i Canoni , nè il
Laudemio di beni Enfi- teutici, perchè il riscuoterli non tornasse lo stesso
che conoscere per legittimo un illecito possesso. §. 12. Se io tolto avessi a
sostegno della mia opinione il civile diritto, e fossi quindi nel dove- re di
rispondere alla L. 8. de Judaeis allegata dal- 1 ’ A. in prova del suo Assunto,
(pag. r 3 .) direi, che per quanto si voglia essa dilatare a favo"e degli
Ebrei, non potrebbe mai comprendere il diritto alla consuccessione in contesa,
se di un tale diritto fossero privi in forza dell’ editto suc- cessorio
ordinato da Giustiniano nella Novella 1 18; della quale ragioneremo più innanzi
, quan- Digitized by Google ( ’S ) do ne ragionerà 1 ’ A. , le orme di cui ci
prefig* gemmo 'per necessità di seguire. §. j 3 . Che se 1 ’ A. asserì { pag.
142), che il civile diritto s ammise gli Ebrei a godere di tut- ,, ti i diritti
civili competenti agli altri cittadini ,, qualunque =: , si sarà ben egli
disingannato, e rimasto dispiacente nel leggere la L. ultima C. de Judaeis et
Caelicolis da lui pure citala {pag. 11.), dove gl’ Imperatori Teodosio e
Valentiniano trattarono con infinito disprezzo gli Ebrei , ai quali
interdissero per sempre sotto pena gravis- sima , come a nemici della Cristiana
Religione, ogni patria dignità, ed onorificenza , e la costru- zione di nuove
Sinagoghe ; non accordando loro, che la facoltà di risarcire le vecchie tanto
da non rimanere sotto di esse schiacciati. =2 Hac va- ,, litura in omne aevum
lege sancimus neminem ,, Judaeorum ( quibus omnes administrationes, et ,,
dignitates interdictae sunt),nec defensoris ci- ,, vitatis fungi saltem
officio, nec patriae hono- ,, rem arripere concedimus; nec acquisiti sibi of-
,, ficii auctoritate muniti , adversus Chrislianos , ,, et ipsos plerumque
sacrae religionis A n tisi i- ,, tes , veluti insultante* lidei nostrae,
judicandi , ,, vel pronunciatali quamlibet habeant polesla- ,, tem . Il luci
etiam pari consideratione rationis ,, arguentes praecipimus, ne qua Judaica
syna- ,, goga in novain fàbricant surgat, fulciendi ve- „ teres permissa
licenlia , quae ruinam minan- *,, tur. Quisquis igitur, vel infulas acceperit,
quae- „ sitis dignitatibus non potiatur, vel si ad offi- ,, eia vetita
irrepserit , ab bis penitus repellatur; ,, vel si synagogam extruxerit,
compendio ca* Digiti?ecl by Google ( a6 ) ,, tholicae Eccìesiae noverit se
laborasse . Et
qui „ ad honores, et dignitates irrepserit, habeatur, „ ut antea, conditionis
extremae , et si honora- ,, riam illicite promeruerit digaitatem . Et qui sy- „ nagogae fabricam
caeperit , non studio reparan- ,, di, cura damno quinquaginta librarum auri
frau- „ detur ausibus suis. Cernat praeterea bona sua ,, proscripta, mox poena
sanguinis destinandus, „ quasi qui fidem alterius expugnavit perversa ,, doc
trina . §. 14. Niuno al certo si persuaderà giammai ( vengo per uo istante alle
autorità in contrario allegate), che l’Eminentissimo De Luca, che il
Costantini, che la Sacra Rota abbiano mai par- lato di altri diritti degli Ebrei,
fuori di quelli che benignamente furono ad essi accordati dai Sovrani
Pontefici. Il Sessa, ed il Brunemanno parlano di Ebrei sparsi fuori dello Stato
Eccle- siastico; l’ultimo de’ quali, commentando la L. i5. C. de Judaeis , et
Caelicolis , insegna inagi- gistralinente che gli Ebrei sono costretti ad os-
servarle le leggi Romane, non come Cittadini del Romano Impero; ma come suoi
schiavi ; perchè non si credessero mai di formare essi una Re- pubblica a parte
^ Judaei non debent habe- ,, re proprios Judices suos , scilicet seniores , „
sed adire debent ordinarios Judices. Nou enim ,, ipsis permittendum est, ut
propriam Rempu- „ blicain habeant, sed sunt subditi et SERICI ,, Imperli Romani
;=! . La sommissione dunque
de’ • Giudei alle Leggi Romane è argomento della lo- ro schiavitù , non della
loro aggregazione alla cit- tadinanza. E di tal maniera si concilia mirabil-
Dìgitized by Google ( fl 7 ) mente ciò, che da essi esige la L. 8. C. eod. da
noi trascritta al . §. 7 , sulla quale l’ A. collocò tanta fiducia , e ciò ,
che fu loro vietato dalla L. ult. C. eod. poco fa pure trascritta ( §. 12). §.
i 5 . Dalle prove del proprio assunto di- scende l’À. a confutare- le
difficoltà , che si oppon- gono. Una Legge ( è questo il suo linguaggio alla ,,
pag. 28), una sola Legge abbiamo in tutto il ,, corpo del diritto Romano, la
quale dispone in ,, termini di un Legato , che fece una certa Cor- „ nelia
Salvia-, non già ad un Ebreo , ma bensì ,, alla Università degli Ebrei di
Antiochia , onde „ consultato l’Imperatore Antonino, rescrisse che „ non poteva
la Università ripetere il legato ,, 53 Quod Cornelia Salvia U NI VERS ITATI ,,
JUDÀEORUM , qui in Anliochiensium Civi- ,, tale constituti sunt } legavit j
peti non potest ss. ,, Per la qual cosa argomentando dal contrario ,, senso ,
sarà forza il concludere , come si dirà ,, inferiormente, che essendo stato
dichiarato inu- „ tile il Legato fatto all’UNIVERSlTA’ qual COR- „ PO MORALE,
niente sia stato disposto in odio „ de’ SINGOLI ammessi d’ altronde, come
sopra, ,, a godere de’ diritti civili. Siccome per altro, ,, ad onta di ciò,
alcuni Interpreti del Romano „ diritto, e taluno anche di sommo sapere, ed „
autorità, hanno da quel Rescritto di Antonino „ argomentato che le Università
degli Ebrei for- ,, massero COLLEGI ILLECITI, e che le dispo- „ sizioni
riguardanti il Corpo morale si rivolges- ,, sero per odio al medesimo in
disfavore dei „ SINGOLI ; così giova il far conoscere quanto ,, sia erronea, e
mal fondata una tale opinione s, Digilized by Google ( *8 ) §. 16. Si apre con
ciò 1 ’ A., vasto, e spazioso Campo a parlare non meno dei. Collegi, altri le-
citi, ed altri illeciti, che della proibizione di la- sciare anche ai primi un
qualche legato. Aggrega egli prontamente gli Ebrei ai collegi leciti (§. 42); e
corichiude, che l’ Imperatore Antonino, dichia- rando inutile il Legato
lasciato da Cornelia Sal- via alla Giudaica Università di Antiochia, non fu
mosso dall’essere quella Università illecita, si E erchè era veracemente lecita
, come perchè la proi- izione al tempo di Cornelia Salvia estendevasi anche
alle Università lecite. §.17. Siccome noi sino da principio fissam- mo i
termini della quistione alle Leggi, che nel- lo rftato ecclesiastico regolano
le intestate succes- sioni, delle quali si tratta, così ci dispensiamo dall’
esame delle leggi civili, e protestiamo, che nulla ci cale di sapere nè a quale
collegio ap- J mrtengono i Giudei ( # ) ; nè se la proibizione di asciare ad
essi dei Legati abbracci, 0 no ambo i Collegi; nè da chi fosse -ora tolta, ed
ora rin- novata la detta proibizione; nè tampoco se que- sta colpisca qualunque
individuo dei Collegi. De’ quali punti tratta distesamente l’ A. dalla pag. 29
sino alla pag. 58 ; al fine sempre di collocare ma- glio che può, e sa i suoi
Ebrei, e sempre dedurr ne le solite conseguenze a loro favore.' (*) Bartolo
nella L. 1. C. de Judaeis, et Cae- licoìis è di parere che il Collegio degli
Ebrei sia riprovato — Collegiata J udaeorum est reprobatum; „ sed non
reprobatur quilibet Judaeus per se ss. Digitlzed by Google ( 2 9 ) §. 18. L' A.
all’ intendimento di rinforzare la propria opinione domanda; ( d. pag. 58). Se
1’ Ebreo che può succedere alla eredità di un e- straneo , possa essere escluso
dalla eredità di un parente di sangue divenuto Cattolico? Che è quanto dire (
soggiunge egli ) , se il Battesimo sciolga, o no i vincoli del sangue (pag.
60). Poco ci vuole a conoscere, che qui l’A. vevolvilur eo - denti, essendo
questa precisamente la quisliona sin qui trattata, ma esposta in altri termini.
Non esita l’ A. un momento a sciorre il dubbio per la sentenza negativa
fondandola sempre, e prin- cipalmente sopra il supposto che gli Ebrei goda- no
nello stato Ecclesiastico lutti i civili diritti, supposto da noi dimostralo
falsissimo, perchè bi- sogno qui non sia di confutarlo di nuovo. In una parola:
l’Ebreo non lascia nè di essere parente del fratello che abbraccia la Religione
Cristiana , nè di avere nelle vene lo stesso sangue; ma in forza delle leggi
Ecclesiastiche perde ogni diritto di successione alla sua Eredità. Proseguiremo
dun- que speditamente il nostro viaggio accennando i nuovi argomenti introdotti
dall’ A. in conferma della sua opinione intorno alla quistione princi- pale. L’
Ebreo ( cosi egli ) può essere tutore del pupillo Cristiano. L. Spadones i5. §.
Iam autem ff. de Excusat. Tutor, ma per la L. •j'ò. de R. I. 3 Quo tutela
reditj haereditas pervenit 3 ; dun- que 1’ Ebreo eredita dal Cattolico. Tanto
più che l’Imperatore Giustiniano nella Novella n8. pa- rificò in ogni caso la
causa della tutela a quella della eredità (pag. 62). §• 19. Vedremo più innanzi
che 1’ A. riputò Digitized by Google ( 3 ° ) indegna la detta Novella di
regolare le intestate successioni de’ Cattolici. Per la qual cosa ci reca
maraviglia non lieve che qui la reputi degnissi- ma di regolare anche quella
degli Ebrei. Come mai cangiar di opinione al volgere di pagina? Quanto al nuovo
argomento, avendo noi fondata la nostra opinione nel diritto Ecclesiastico, e
per ciò non prendendoci alcun pensiere del diritto Civile, molto meno ce lo
prenderemo degli ar- gomenti di deduzione da altre leggi dello stesso diritto .
§. 20. Ma tempo è oramai di descrivere lo spaventoso Colosso, che si presenta
in difesa del- l’A. Noi riputiamo di far cosa grata ai nostri leggitori
dipingendolo colle tinte adoperale dal- l’ A. stesso , anche perchè non manchi
a questo umile nostro scritto un tratto nel vero eloquen- tissimo. ^ Ma che
parlo io d’ avvantaggio di o- ,, pinione di Canonisti, o di autorità di Dotto-
„ ri, dacché il TESTO CANONICO nel Cap. ,, Deinde ponitur ci somministra la
Decisione di „ un caso preciso , come il presente di simulta- ,, nea
successione ? Avvenne in Macedonia , che ,, un Ebreo Catecumeno , durante il
Giudaismo , „ conducesse Moglie, e ne avesse figli, e venu- ,, to poi al
Cristianesimo sposasse altra Donna , ,, e questa gli dasse de’ figliuoli. Fu
dubitato, „ che questa seconda Moglie dovesse conside- ,, rarsi essa Ja prima ,
che un tal Ebreo non po- „ tesse riputarsi Binubo ; e che i figli di quel ,,
primo Letto perseveranti nel giudaismo fosse- „ ro indegni di chiamarsi
fratelli degli altri na- „ ti nel grembo della Chiesa , e di aspirare con
Digitized by Google 99 » 99 91 99 99 99 91 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99
99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 ( 3 * ) loro alla paterna Eredità; e ciò
pel motivo, che avendo questa virtù il Battesimo di aster- gere ogni peccato,
avesse anche tolto di mez- zo , e diradicato in tal modo quel primo ma-
trimonio che dovesse aversi come se non fos- se mai avvenuto. Ma ben diversa fu
la deci- sione, che ne diede Innocenzo I. scrivendo a Rufo, ad Eusebio, e agli
altri Vescovi della Macedonia, come da sua Epistola 22. Gap. a. riportata nel
suddetto capitolo s Deinde poni- tur sa . E che 1, rispose l'augusto Pontefice,
quel Matrimonio che fu contratto giusta la Santità della Ebraica legge sarà
adunque da porsi nel novero dei delitti , onde avesse bisogno di es- sere mondo
dal Battesimo? Il Battesimo a- sterge le colpe , e li peccati , non le cose o-
peratè conforme li precetti, e gli Instituti di Dio. E non fu Egli il sommo Dio
Creatore dell’ Universo , che ordinò nel Paradiso il Con- iugio de’primi nostri
parenti, e il benedisse? Non fu Cristo, che pronunciò essere santo,
indissolubile il vincolo del matrimonio, come formato direttamente da Dio sa
Quod ergo Deus junxit homo non separet ? sa E da chi fu Egli di ciò interrogato
se non da Giudei? A cui rispose , se non a Giudei? E non si a- vrà adunque per
legittimo il Matrimonio de’ Giudei ? Sarà Egli dunque ( orrenda bestem- mia a
proferirsi) in colpa l’autore della Natu- ra, che tali cose ordinò, e con quel
suo im- menso sa FIAT sa le rese sante, e benedette? E venendo poscia lo stesso
Santo Pontefice a parlare de’ figliuoli nati nel Giudaismo, e de’ Digilized by
Google ( 3a ) „ loro diritti alla paterna Eredità in concorso „ de’ loro
fratelli generati nel Cristianesimo de* ,, cise del pari, che reciproca, ed
uguale fosse „ la ragione del succedere per gli uni, e per ,, gli altri. Che
anzi preso da meraviglia , che ,, su ciò si tenesse contraria opinione: E come?
,, (scriveva egli a que’ Vescovi della Macedonia) „ pensereste voi, che i figli
del primo letto sia- ,, no pel Battesimo del Padre loro divenuti ili e- ,,
gittimi, naturali, o spurii,e rotto sia il frater- ,, no vincolo di
consanguineità fra quelli del „ primo, e del secondo Matrimonio? Avreste „ voi
cuore di espellere que’ primi dal Giudi- „ zio s Familiae erciscundae =; , o
neghereste „ ad Essi l’azione di petizione della paterna E- ,, redità? s §. 21.
Quanto poco si richiede ad atterrare sì .grande colosso! Il fatto, e la
Decisione corri- spondono al testo esso pure eloquentissimo, in- serito nel
Decreto di Graziano Pari. i. Dìslint. 26. cap. 3 . E egli perciò che la nostra
causa sof- fra la gravissima sconfitta, che si pretende dal- l’À? Tutt’ altro.
Non bisogna vantare la vittoria prima del combattimento. Niuno ignora, nem-
meno fra il volgo dei Forensi che il Decreto di Graziano non fa legge nè per le
opinioni ivi ri- ferite dei Santi Padri , che non furono mai le- gislatori; nè
pei Decreti de’ Sacrosanti Concilii , e de’ Pontefici , a meno che non sieno
uniformi agli Autograti. Tolos. 1. Spartii, canonie, c. 1. n. Barbosa in proem.
Decreti iV. 6. Baron. ad an- num 664. iY. 4 - annurn 774. iV. 11. Bota Romana
Dee. iV. 36 . et seq. cor am Penìa Digitized by Google ( 33 ) ~ Nec refert
illos Canones recenseri in decreto „ a Gratiano compilato , quia cum Gratianus
,, non publica, sed privata auctoritate infinita ,, prope illa Canonum
Ecclesiasticorum , et le- ,, guin eliam saecularium capitula in suum li- 4 ,
brum contulerit, nec legis condendae auctori- ,, tatem habuerit, nec ab aliquo
Romano Pon- ,, tilìce liber ille tanquam autbenticus , et lega- ,, lis
approbatus fuerit; inde fit, ut quilibet Ca- ,, non inibi relatus ex eo tantum
, quod ibi re- ,, feratur , non habeat majorem auctoritatem , „ quam in proprio
loco consistens de sui natura „ esset habiturus , ut recte docuit Baptista de
,, Sancto Biasio in repetitione Rubricae decreti ,, Gratiani quaest. 5. et 6.
Nec Gregorius XIII „ Gratiani librum tanquam legalem autenthicavit, „ cum
soluin emendari iusserit, et emendationes ,, sine additionibus, aut
delractionibus manda- ,, verit observari . Noi dunque potremmo a- spettare che
1’ A. ci esibisca 1’ autografo del De- creto d’ Innocenzo I , per confrontarlo
con quello che è trascritto nella raccolta del Graziano. §. 22 . Per altro
anche senza aspettar tanto, e supponendo che il Decreto del mentovato Pon-
tefice sia legittimo, diremo primieramente che Innocenzo I occupò la Santa Sede
sul principio del Secolo V ; essendo egli morto in Roma nel giorno 12 Marzo 4*7
5 laddove le Pontificie Co- stituzioni da noi dianzi riferite sono posteriori
al Canone attribuito ad Innocenzo I di undici se- coli. Diremo in secondo
luogo, che resterebbe sempre a provarsi che i figliuoli nati Ebrei pri- ma che
il Padre suo abbracciasse la cattolica Re- 3 Digitized by Google ( 34 )
ligione, si fossero conservati Ebrei sino al tempo deli’ aperta successione. Nè
vale già il replicare, come fa 1’ A. ( pag . 78.) che senza ciò mancata sarebbe
ogni ragione di quistionare, vi rimane sempre quella che i figliuoli del primo
letto nati erano nel giudaismo ; il che basta ; perchè poco sempre basta , ad
eccitare i dubbj . E da sapere al proposito che quando il Padre Ebreo si
converte alla Cattolica Religione, trae ad essa anche quei figliuoli , i quali
a grande loro ventura acquistato per anche non abbiano l’uso della ragione.
Cap. a. de Conversione Infidelium — Ex literis tuis ,, accepimus quod quidam de
Judaicae caecitatis ,, errore ad Christum verum lumen adductus , ,, uxore sua
in judaismo relieta, in judicio po- ,, stulavit instanter ut eorum filius
quadrienni „ assignaretur eidem, ad fidem catholicam, quam „ ipse susceperat,
perducendus. Ad quod illa ,, respondit, quod cum puer adhuc infans exi- ,, stat
, propter quod magis materno indiget so- „ latio, quam paterno, sibique- ante
partum one- ,, rosus , dolorosus in partu , post partum labo- „ riosus fuisse
noscatur,ac ex hoc legitima con- ,, iunctio mari et feminae, magis matrimonium,
„ quam patrimonium nuncupetur, dictus puer „ apud eam debet convenientius
remanere, et in- „ fra. Cum autein filius in patri potestate con- ,, sistat,
cujus sequitur familiam, et non matris, ,, et in aetate tali qui non debet apud
eas re- ,, manere personas, de quibus possit esse suspi- ,, ciò, quod saluti,
vel vitae insidientur illius: „ et pueri post triennium apud pa treni non su- „
spectum ali debeaut, et morari, waterque pue- Digitized by Google ' quali
escludono gli Eterodossi dalla Eredità degli Ortodossi, ap- plicare si possano
anche agli Ebrei. Tanto più che nella detta Novella i Nestoriani sono taccia-*
ti , perchè s Judaico Nestorii furori dediti L’ A. reggere non potendo ai
paragone degli Ebrei co’ Nestoriani, si abbandona improvvisamente ad un impeto
di collera sciamando (pag. 83) sBuon „ Dio! (piai furore quasi Nestoriano di
stravolta ,, interpretazione è mai questo, per cui una delle ,, più celebri
abborrite sette Ereticali vorrebbesi „ confondere colla già prediletta del
Signore an- ,, bellissima setta degli Ebrei S : Senza avve- dersi che niuno
confonde i Nestoriani colla setta Ebraica, allorquando questa era una Nazione
pre- diletta da Dio; ma soltanto colla setta Ebraica da Dio proscritta, dopo
che perlidamente ricusò di arruolarsi al Cristianesimo. §. 24 . Toglie 1’ A.
occasione dall’essere nella delta Novella nominati i Nestoriani per darci no-
Digitized by Google ( 36 ) tizia della vita di Nestorio, e della sua eresia, E
poi, comechè un’ idea altra ne trae, giudi- cando egli che l’ Eresia dei Manichei
sia peggiore di quella dei Nestoriani, dà anche un cenno del- la vita, e
dell’eresia di Manetej dolendosi che l’ Imperatore Giustiniano , invece di dire
;=* Ju- „ daico N estorti furore dediti , non dicesse S Manichei furori dediti
zi ; senza nè anche qui avvedersi che quanto peggiore è l’ eresia di questi ,
tanto più stato sarebbe vergognoso il paragone. Ma checché sia di tutto ciò, e
di tutt’ altro che nell’argomento si aggiunge, siccome noi non im- ploriamo la
protezione nè della L. Cognovimus , nè della Novella u5; così contenti assai
dell’a- cquisto di tapte erudizioni, trapasseremo ad altro. §. 25. I fautori
dell’Ebreo convertito metto- no in campo anche la celebre Autentica Gazaros ,
riferita dopo la citata L- Cognovimus C. de hae - reticis , dove pretendono che
gli Ebrei trattati sieno per eguai modo che gli Eretici. Ecco le pa- role
dell’Autentica ss Gazaros, Paterenos, Leo* „ nistas, Speronistas, Arnoldistas ,
CIRCUMCI- „ SOS, et omnes haereticos utriusque sexps, quo- ,, cumque nomine
censeantur, perpetua darnna- », mus infamia, diffidamus, atque bannimus: cen- „
sentes , ut omnia bona taliura confiscentur, nec „ ad eos ulterius rovertantur
; ita quod filii eo- „ rum ad successionem eorum pervenire non „ possint , cum
longe grayius sit aeternain, quam „ temporalem offendere Majestatexn =5 , §. 26
. Egli è incontrastabile che se l’auten- tica fosse Legge , ed il Vocabolo
Cirpumcisos si- gnificasse in genere gli Ebrei , in tal supposto gli Digitized
by Google ( 3 7 ) Ebrei venuti alla Cattolica Religione escludereb- bero gli
Ebrei dalle successioni alle eredità dei Cattolici. Prende quindi 1 ’ A. alla
pag. g 3 ad e- saminare , i.° se le Costituzioni di Federico II, donde fu tolta
la citata Autentica Gazaros , forza avessero di legge in Italia, 2. 0 se le
Costituzioni stesse, e specialmente 1’ anzidetta , siano mai sta- te, ed in
quai termini ricevute, ed osservate co- me Leggi in Italia, 3 .° Se la parola
Circoncisi possa in senso dell’autentica Ga&aros t ossia della Costituzione
suddetta, applicarsi agli Ebrei. L’e- same dei primi due punti era compiuto in
due parole ; bastava il rammentare chela Costituzio- ne di Federico II fu
promulgata nell’ Impero, al- lorché l’ Italia dopo la pace di Costanza era di-
visa in tante Repubbliche fra se alleate a difesa della comune libertà senza biso- gno , i vizii di alcuni Preti ,
nei primi tempi del- la Chiésaj tacendo che allora assaissimi altri ri-
splendevano di luce chiarissima per ingegno,, per dottrina , e per santità ; é
dopo di avere pure j senza bisogno j esposto la debolezza di Origene per far
pompa dello spiritoso augurio che ad al- tri suoi pari la debolezza stessa si
comunicasse. (**) Federico sì ( come vedremo a momenti ) fece per solo sospetto
, scassare gli occhi dal cra- nio a Pietro Dalle Pigne suo gran Cancelliere j
Digitized by Google ( 38 ) cenzo IV
ancor- ché odiosa tanto j e dannevole confessò tre pa- gine innanzi, e
lo confessò della miglior buona fede, che Gregorio IX. scomunicò Federico per
avere SUSCITATO RIBELLIONE CONTRO LA SANTA SEDE J OPPRESSO IL CLE- RO, ,
PERSEGUITATO GLI ORDINI DEI MENDICANTI , SPOGLIATE LE MENSE VESCOVILI DELLE
LORO ENTRATE , E DI AVERE INFINE OCCUPATO TERRE , E STATI DELLA CHIESA. Peccato
che in mezzo a tante, e sì forti ragioni che ebbe il Pa- { >a di fulminare
la scomunica contro Federico, ’A. anteponesse ad ogni altra il solo sospetto
d’incredulità! Maggior peccato però, e maggiore assai fatto avrebbe un
successore di Pietro, se accarezzato avesse un ribelle , un oppressore dei
Clero, un persecutore degli ordini religiosi, uno spogliatore delle mense
vescovili, ed un usurpa- tore degli stati della Chiesa. §. 29. Natale
Alessandro ( Histor. Eccles. se- ti il. i 3 . et 14. Tom. 8. col. m. i 5 .J ci
manifesta il calunniatore di Gregorio IX.; gli Storici che smentiscono la sua
calunnia; la prudenza che fu la scorta sicura della condotta tenuta dal Pon-
tefice verso l’Imperatore 3 Ob'elo configenda sunt „ haec Abbatis Urspergensis
verba ad annum „ 1226. S Gregorius IX. tamquam superbus , pri- t , mo
Pontijicatus sui anno caepit excommuni - jj care F ridericum Imperatorem prò
causis fri - volis et falsiSj et postposito Omni ordine judi- jj ciario , sicut
idem Imperator in Epistolis suis Digilized by Google ( 4 « ) rescripsit
Principibus Alemanniae etc. — . Par- ,, tium studio horrendum in modum
abreptura ,, esse oportuit hunc Auctorem , qui Sanctissi- ,, mo Pontifici tam
insolenter insullat, nec a- ,, liunde probat . Friderici innocentiam , quam ,,
ex ipsiusmet literis. At non solum Auctor Vi- ,, tae Gregorii IX. in Codice
Vaticano M. S. , ,, et ab Odorico Raynaldo passim laudatae, sed ,, et Matthaeus
Parisius , quamvis Romanis Pon- ,, tlficibus ininus aequus, Fridericum perjurii
et „ profligatae Chrislianae rei aperte damnant. ,, Quod factum Imperatori (
inquit Parisius ) ,, dannose nimis redundavit in dedecus et in ,, praejudicium
totius negotii Crucifixi. Ob hanc ,, ergo causavi j juxta mullorum opinionem
> o- ,, stendit se j ut praedictum est. Mundi Salvator ,, in Cruce clavis
confixum , et cruore consper- ,, sum populo Christiana; quasi singulisj et uni-
,, versis super injuria sibi ab Imperatore illuta ,, quereretur. Omnem interim
operam, diligen- ,, tiamque adhibuit Gregorius ut Fridericum „ ad officium
re-vocaret; sed inanes conatus suos ,, animadvertens , celebrata Romae Synodo ,
i- ,, psius excommunicationem in Coena Domini „ pfomulgavit, anno 1228. i.° Ob
violatum sa- ,, cramentum transfretandi , certumque nume- „ rum militum, et
pecuniam transm ittendi in ,, subsidium, Terrae Sanctae. 2. 0 Ob Tarentinum ,,
Archiepiscopum Sede sua dejectum. 3 .° Ob ,, spoliatos bonis Templarios . 4 -°
Ob infractas ,, concordiae leges cum Celanensi Comite, et ,, Raynaldo de Aversa
initas. 5 .° Ob Rogerium ,, Comitem Cruce signatum sub Apostolicae Se-
Digilized by Google ( 42 ) dis protectione receptum Comltatu, aliisque ,,
terris injuste spoliatum, et filium ejus in ca- ,, ptivitate detentum, spretis
Apostolicis de illius ,, dimissione mandatis ^5 . §. 3o. Racconta l’ A. ( pag.
io5. ) che aven- do Federico II. disfatta la flotta Guelfa Genove- se, che
trasportava i Vescovi al Concilio, ed a- vendo fatto imprigionarli, e caricar
di catene d’argento, per testificar loro anche nella cattivi- tà , una qualche
sorta di rispetto, Gregorio IX. alla notizia di tale avvenimento mori li 21. A-
gosto 1241. d’ira ribollente , e di cordoglio 3. Era allora il Pontefice
pressoché all’anno cente- simo, alla quale età que’ pochi mortali, che giun-
gono, muojono come vampa che si spegne per mancanza di alimento . Le Catene d’
argento , dalle quali erano avvinti i venerabili Vescovi, servono a dimostrare
la crudeltà ad un tempo, e la superbia del Tiranno. §. 3i. Quanto ad Innocenzo
IV., siamo dal- le storie, e dai Concilj assicurati, che Federico II.
perseguitò il Papa sino a tentare di sorpren- derlo nella sua sede; il che non
gli riuscì, per- chè avvisato il Pontefice della tesa insidia , se ne partì nel
giorno 28. Giugno 1244-; e recato- si , dopo qualche mese a Lione , vi tenne un
Concilio, che fu il XIII. ecumenico, a cui in- tervennero Balduino Imperatore
di Costantinopo- li, 140. Vescovi, e i tre Patriarchi di Costanti- nopoli, di
Antiochia, di Aquilea, dove il Pon- tefice scomunicò, e depose Federico II. La
sana critica (quand’anche altro non fosse) non per- mette che una
determinazione presa a causa co- Digilized by Google ( 43 ) nosciuta, in un
generale Concilio, si attribuisca allo sdegna del Papa, e molto meno ad uno
sde- gno ereditato. Tanto più che nello stesso Conci- lio fu ascoltato Taddeo
de Suesse spedito appo- sta dall’Imperatore (*). (°) Federico li. dopo il
Concilio fu debel- lato dai Longobardi ; ed essendosi ritirato J uggi- tilo in
Sicilia j e poi nella Puglia , fu da Man- fredi suo figlio naturale ( avuto per
quanto opi- nano alcuni da una Saracena ) soffocato fra due guanciali del letto
j dove giaceva infermo; come Tiberio da Caligola. Graveson Histor. Eccles. T.
4. P. m. xi 6 . Somma riputar si dcbbe la sventu- ra di Federico , perchè niuno
delle tante miglia- ia de* suoi Ciambellani potesse impedire il Par- ricidio 1,
e Regicidio. U A. al fine della pag. 107. scrisse zi JVè ,, la persecuzione dei
Pontefici che pur dobbia- mo reputare giustissima verso quelli della Ca- _,j sa
di Svevia cessò altrimenti colla morte di j, Federico II.; che anzi non si
cslinse, finché j, non fu spenta interamente tutta la Casa , ed y> ebbe
perduto la Testa sopra un Patibolo nel jj giorno 26. Ottobre 1268. lo
sventurato Corra- „ dino , giovinetto di grandi talenti, e pari co- jj raggio j
che tutte riuniva le speranze di quel- jj la illustre Famiglia zi . A lode
della verità: l 1 infelice Corradino fu sottoposto a Processo per ordine di
Carlo D" A- njou fratello di S. Luigi Re di Francia , ed in- vasore del
Regno delle due Sicilie. Il processo ebbe fine colla condanna a morte dello
sventura- Digitized by Google ( 44 ) §. 3a. Non avendo noi bisogno dell’
Autenti- ca Gazaros a conferma della nostra opinione , non ci prenderemo la
briga di esaminare, se la Costituzione, da cui fu estratta avesse, o no,
giammai forza di legge in Italia ; e se il voca- bolo Circoncisi comprenda una
setta particolare di Eretici, chiamata dei circoncisi , derivante da quella dei
Catari , o sia Gazari, secondo che pretende l’A. con l’ajuto anche di molta
erudi- zione, persino sulla incerta origine del vocabolo Cephas, se dal Caldaico
, o dal Siriaco , o dal Greco , e sull’ infallibile suo significato uscito di
bocca dell’Apostolo prediletto. Evang.cap. r. ver- sa N. 42 . Intuitus
auteni Jesus dixit: Tu es „ Simon filius Iona: tu vocaberis Cephas: quod ,,
inlerpretatur Petrus zi . §. 33. Aveva già l’A. dato compimento al prolisso suo Voto,
spargendolo ovunque d’im- mensa facile erudizione; ricalcando , uè di ra- do ,
le sue stesse pedate , e trattenendosi ( per adoperare una volgare metafora) ad
ogni Locan- da ; quando gli venne riferito che un sommo giu- io giovine
Principe accusato di aver preso le ar- mi contro la Chiesa. Occupava allora la
Catte- dra di S. Pietro Clemente IV., il quale certa- mente non diede segno
alcuno di approvare una barbarie tanto più esecrabile , quanto che vestita
delle forme di regolare giudizio. Che il Pontefi- ce avesse parte nel fatto, è
un semplice sospetto di coloro, che si farebbono scrupolo di non pen- sar male
dei Papi. Digilized by Google ( 45 ) reconsulto confortato avea l’Ebreo
convertito a sperare che egli solo sarebbe l’erede intestato del predefunto
fratello Cattolico , in virtù di quanto dispose l’Imperatore Giustiniano al
Cap. 6. della Novella 118. s ivi ~ Haec autem om- „ nia, quae de successionibus
generis sancivi- ,, inus , obtinere in illis volumus ; qui Calho- ,, licae Ji
idei sunt ; in haereticis enim jam a no- ,, bis positas leges firmas esse
praecipimus, nul- ,, lam novitatem, aut immutationem ex praesen- „ ti
introducentes lege s , E qui l’A. di nuovo ripiglia la penna in mano, per dimostrare,
i.° clic la detta Novella non meritò giammai di es- sere annoverata fra le
leggi. 2. 0 che da essa e- sclusi non furono gli Ebrei. Noi lascieremo di-
sputare a loro agio i valenti due Giureconsulti , giacché non abbiamo avuto
bisogno della Novel- la 118. per escludere gli Ebrei dalle intestate suc-
cessioni dei Cristiani, §. 34. Teme l’A. (pag. 149.), che taluno lo accusi di
aver dato a divedere un soverchio stu- dio di parte per l’ebraica setta. 11
timore non è panico. Afferma egli che gli Ebrei godevano di tutti i diritti dei
Cittadini Romani ; quando e- rano esclusi da tutte le civiche magistrature, da
tutte la onorificenze, da tutte le dignità. -Affer- ma che anche il diritto
Canonico gli uguaglia ai cittadini; quando non li considera se non come schiavi
civili tollerati. Afferma (pag. 8. ) non po- tersi dire che gli Ebrei e) sieno
fuori interamen- ,, te del grembo della Chiesa per molte ragioni ,, addotte dai
Canonisti, e specialmente quella ,, discorsa eruditamente dal Ricciull. de jur.
per - Digitized by Google ( 46 ) son. lib. 2. Cap. i.PER TOT., ed è elle par „
conoscono un qualche Sacramento , qual è „ quello del Matrimonio s ; quando ,
giusta i primi principj della Cristiana Dottrina, non può esservi alcun altro
Sacramento, se preceduto non sia dai Santo Battesimo ; e quando è impossibi- le
che il Matrimonio fra gli Ebrei rappresenti la unione di Gesù Cristo, e della
Chiesa, se es- si odiano, e bestemmiano e l’uno, e l’altra. La detta
rappresentanza non si verifica rispetto agli Ebrei, se non nell’atto che sono
battezzati. San- chez. de Matrim. Lib. 2. Disput. 9. ibique allcgat. §. 35 . E
sebbene l’ À. a fondamento della screditata Sentenza , che gli Ebrei formino
par- te della Chiesa di Gesù Cristo , abbia citato il Cap. 1. del Lib. 2. del Ricciull.
PER TOT.; bi- sogna ciò non pertanto credere fermamente che i suoi occhi
oltrepassato non abbiano il N. 5 . ; perocché subito dopo letto avrebbe PER
TOT. i. ° la Sentenza contraria riferita come solida j ed inconcussa. 2®
gl’infiniti autori seguaci dell’Apo- stolo Paolo, che la sostengono. 3 .° la
risposta al- le difficoltà promosse dagli avversar) . Rie. loc. cit. N. 6 . j
et seq. z* Quibus parum obstantibus „ dicendum est Judaeos in Ecclesia non esse
, ,, hoc enirn perspicue pronunciavit Paul, ad Co- ,, rinih. c. sive vi j sive
usura , sive furto „ facultates Christianorum sibi vindicent s ibid. „ —
Praecipitur itein omnibus Judaeis , ut Chri- ,, stianos oranes loco brutorum
habeantj nec ali- „ ter eos tractent quam bruta ammalia. Ord. 4 * ,, Tract. 4.
-1 Iudaeus Gentilibus neque boni , ne* ,, que mali quicquam facia.t ;
Christianum vero „ omni studio , atque industria conetur de vita ,, tollere.
Ord. 4 - Tractat. 8. Dist. a.. Sembra soprattutto che ecceda ogni confi* ne di
umana malignità intenta ad ispiegare sin dove giunga un odio diabolico, la
facile assolu- zione accordata a qualunque Ebreo omicida , il quale volendo
uccidere un Cristiano , uccidesse per isbaglio un Ebreo confratello. ~ Si quis Hae-
„ breus dum vult occidere Christianum forte „ fortuna Judaeuin occiderit ,
absolutione dignus est . Ord. 4 - Tractat. l^. t et 9. (*) . Torni ora ( # ) Lo stesso
Raccoglitore riferisce V ordine dato da Gregorio IX } ed eseguito dal Cardinal
Delegato Apostolico di abbruciare tutti i libri de J Giudei dopo maturo esame
degli errori , dei quali erano pieni , e verificati da parecchj Ve- scovi . Non sarà
inutile , a disinganno dei Pro- tettori degli Ebrei il portare qui la storia
del - V accennata esecuzione tal quale è scritta dal sud- detto M. r De Pitaval
loc. cit. p. m. 259/ donde si conoscerà vie più quanto esecrabile sia il Tal-
mud 33 Sur ce que V on repre senta au Pape Gre- ,, goire IX j que le Talmud que
les Juifs ont en Dìgitized by Google ( 52 ) l’A. , torni a fare il confronto
fra gli Eretici, e gli Ebrei, e preferisca, se ha coraggio, ai pri- mi i
secondi. j, veneration j est plus gros sans comparaison que ,, la Bilie j qu il
contient tant it erreurs , et de ,, llasphemes j qu' oh a honte de. les
rapporter à ,, et qu il feroit horreur à qui les entendroit , ,, et que c est
la principale cause qui retient les ,, Juìj's datis leur obstination ; le Saint
Pere é- ,, crivit une lettre en datte du neuf Juin 1239 1, aux Archevéques de F
rance , où il leur man - ,, da de prendre par son autorità tous les livres „
des Juifs. Il envoya la méme lettre aux Ar- ,, chevéques des Iiojaumes d’
Angleterre } de Ca- ,, stille , et de Leon. Il écrivit de me me aux Rois „ de F
rance , d" Angle terre j di Arragon > de Ca~ ,, stille j de Leon j de
Navarre > et de. Portugal , „ et en particulier à l J Evéque de Paris. Le
Pa- ,, pe ardonnoit qu on brulàt tous les livres des ,, Juifs injectes de mille
erreurs. Il envoyoit tren- ,, te-cinq articlcs extraits du Talmud., qui uvee ,,
plusieurs autres erreurs furent verifiés sur les ,, livres en presence de
Gautier , Archevéque de ,, SenSj des Evéque s de Paris j de Senlisjelde ,,
Frere Geofroi de Bleves de V ordre des Pré- ,, cheurs j Chapelain du Pape j et
alors Docteur H Bégent à Paris , de quelques autres Docteur s j ,, et Thèologiens
, et des Docteurs mémes Jiiifs ^ ,, qui recormurent que ces propositions
eloient ,, da ns leurs livres. Ils avoilerent celles-ci enti'e », autres : Que
datis leurs Ecoles on estimoit plus Digitlzed by Google ( 53 ) §. 4o. E nè
anche furono gli Ebrei calun- , niati dal R. P. , quando li tacciò come
turbolen- , l ’ elude du Talmud que celie de la Bible et , qu ori n appelloit
point Doctcur celui qui scau- , roit la Bible par coeur y s" il ne scavoit
le Tal* , mud. Que les Docteurs póurroient se dispen- , ser de sonner de la
trompetle le premier jour , du septième mois y et de porter des palmes le ,
quinzième , sì ces jours arrivoient au Sabbat , , de peur de le profanar en
portant par le rues , urie trompetle j ou une palme y ce qui est un , crime horribile
. Que Dieu se maudit trois fois , tous les jours pour avo ir abandonnè son Tem-
, pie y et réduit les Juifs eri servitude . Qit au - , cun Juif ne sentirà le
feu d‘ Enjer, ni aucune , peine en l J autre monde : Que les corps y et les ,
ames de tous les méckans seront reduits eri pai> , dre y et ne souffriront
plus d* autre peine , cx- , ceptés ceux qui se sont revoltés contre Dieu y , et
ont voulu è tre Dieux : V Enjer de ceux-la , sera eternai . Que Dieu tient
école tous les , jours en inst/'uisant des enfansy et se joiiè avec ,
Leviathan. ,, Ayant soigncusemcnt examiné ces livres , des Juifs y on reconnut
qu ils les eloignoient , non seulement du sens spiriluel de l J Ecriture; ,
mais encore du sens littcral , pour les de tour - , ner à des Jìctions y et à
des fables . Apres cet , examen et suivant la délibcration de tous les ,
Docteurs en Théologie y et en Droit Canoni - , que , tous les livres des Juifs
que t on putre - Digitized by Google ti sempre , ed inquieti (*) perocché tali
per ap- punto ce li rappresentano in ogni tempo le sto- rie da lui indicate,
cominciando dalla prima lo- ro ribellione contro i Romani (*°) sotto l’ Impe-
,, couvrer alors dans tonte la Frane e j furent ,, brulé s , jusques à la
quantità de vingt phartes , ,, quatorze en un jour , et six en un autre . ,, Le
Cardinal Eude Legat du Saint Siège ,, sur la commission du Pape j donna une
Sen- ,, tene e definitive en présence des Docteurs ap- ,, pellès exprés j où il
condamna /e* Talmud com- ,, me contenant une infinità d' erreurs , de blas- ,,
phemes j et d abominations. Guillaume Evéque ,, de Paris mit son Sceau à la
Sentence zz . Più volte hanno i Sommi
Pontefici condan- nato alle fiamme il Talmud , fra' quali Gregorio JX nel i 23
o , Innocenzo IV nel 1244.» Giulio li nel i 5 i 3 j Paolo IV nel 1559. (°) Sono
questi i precisi Vocaboli da lui usa- ti. Quelli di peste dell’ Umanità , di
atroci, di facinorosi lasciolli pronunciare all' A. (*») p ra i e Cause celebri
di sopra mentova- te raccolte da M. r Gayot De Pitayal è riferita al Tomo XIX.
quella j che ha per titolo zz Juifs ,, condamnés pour un crime enorme qui
revolte „ l' fiumani té zZ . Tolta da ciò occasione il rac- coglitore stese la
lunga storia dei trattamenti che prima gl' Imperatori e poi i principi Cri-
stiani furono costretti di dare agli Ebrei di se- colo in secolo in pena delle
loro ribellioni > e dei commessi orrori. La mentovata Storia potrà di-
Digitlzed by Google ( 55 ) ratofe Vespasiano, dopo che fu tolto lo scettro
dalla Tribù di Giuda, si sarebbe creduto che se- polta Gerosolima dalle proprie
rovine; che arso il tempio fabbricato da Salomone ; che spento un milione, e
centomila ribelli; fattine schiavi più di novecentosette mila (*) , avesse il
formidabile esempio estinto per sempre nell’Ebraica setta ogni spirito di
ribellione: ma al contrario fu ravviva- to in Cirene , ed in Egitto , e poi
anche in Ci* prò sotto 1 ’ Impero di Trajano ,, quando non con- ,, tenti ( così
il R. P. Jabalot pag. 9 sull’ appog- ,, gio dell’ autore Dione l. 68 ) non
contenti di ,, assalire e trucidare e i Greci, ed i Romani, „ fra i quali
abitavano, spinsero contro di essi singannare qualsivoglia protettore degli
Ebrei t fosse anche Filosofo, (°) A verificazione di quanto predetto aveva il
Profeta dei Profeti ^ Curii autem videritis cir* ,, cumdari ab exercitu
Jerusalem ; tane scitote ,, quia appropinquavit desolatio ejus ; tunc qui ,, in
Judaea sunt , fugiant ad monte s 3 et qui in ,, medio ejus j disce dant : et
qui in regionibus j ,, non intrent in eam , quia dies ultionis hi sunt , ,, ut
impleantur omnia quae scripta sunt, Vae ,, autem praegnantibus j et
nutrientibus in illis ,, diebus : erit enim pruessura magna super ter - ,, ram
j et ira populo buie. Et cadent in ore già * ,, dii: et captivi ducentur in
omnes gentes . Et ,, Jerusalem calcabitur a gentibus j donec imple- ,, antur
tempora nationum zj Lue. ai. n. 20., et seq. Digitized by Google ( 5G ) ,, la
loro rabbia , e crudeltà al più detestabili „ eccessi. Si cibarono delle loro
carni; s’ impia- ,, spicciarono del loro sangue; si cinsero dei lo- „ ro
intestini; e si coprirono delle loro pelli. ,, Molli cominciando dal capo ne
segarono per ,, lo mezzo; molti ne gettarono ad essere lace- „ rati dalle fiere
; molti costrinsero a combattere ,, fra di loro. „ §. 41. Ma perchè cercare in
tempi sì remoti le crudeltà degli Ebrei verso i Cristiani , e i per- niciosi
effetti della loro avarizia , e dell’ impla- cabile loro odio ? Ignoriamo noi
forse le prove che ne hanno date ai nostri giorni? None forse vero, che al
ritorno da Mosca delle Armate Fran- cesi invitavano i Militari alle loro Case ,
e col pretesto di dar loro una cortese ospitalità , gli derubavano , gli
spogliavano ignudi , e poi altri ne trucidavano , ed altri gettavano dalle
finestre a morire di gelo? ( # ) Non è forse vero che il Czar di Moscóvia
rinnovò la Costituzione di Teo- dosio il Grande , vietando che i battezzali po-
tessero servire in qualità di Domestici gli Ebrei; che nel 1824 obbligò gli
Ebrei a rinunciare al traffico al minuto , a non girare per le contra- de ,
vendendo Merci , a mettersi a coltivare le terre, ed a pascere le Mandre; e che
nel 1825 intimò loro di ritirarsi nell’ interno dell’ Impero, „ perchè non
proseguissero a defraudare 1’ erario ( # ) Spgur j Ilistoire de Napoléon , et
de la Grand Armée pendant V anné e 1812. T. 2. C. 12. p. 3 go. Digitlzed by
Google ( 5 ; > per mezzo de’ continui contrabbandi? E non è forse vero che
in Francfort nel 1824 fu proibi- to agli Ebrei di aver più parte nella Ammini-
strazione della Repubblica; che inoltre furono ad essi prescritti quei soli
mestieri , e quelle so- le arti , nelle quali esercitarsi , e prescritto pure a
quindici il numero dei Matrimonj da contrar- si fra essi ogni anno ; provando
prima di avere i mezzi di sussistenza ? E non è forse vero , che pochi anni
sono in Baviera fu ristretto il nume- ro de’ Matrimonj da contrarsi fra gli
Ebrei ad un solo individuo per ogni famiglia? (*) A que- sti fatti, checche ne
dicano gli odierni Filosofi, e Filantropi, gli uomini volgari se la terranno
sempre col Ricciull. de Jur. Pcrson. extra Ec- cles. grem. exist. L. 2. cap. 5 i.
N. 12. =! Judaei ,, tollerantur
ex commiseralione ; et ut ipsi tan- ,, dem convertantur ad fidem; non ut
ojjicere ,, possint Christianis S . L’ A. invece di abusare del tempo , calun-
niando il Reverendissimo Jabalot , doveva con- vincere di falsità i fatti da
questo allegati per dimostrare che le Ebraiche crudeltà costantemen- te
adoperate a danno dei Cristiani corrispondono perfettamente alle leggi del
Talmud , da cui de- rivano , e di cui fanno prova . A chi mettesse in dubbio il
'Talmud , si risponderebbe che, sintan- to che impugnar non si possa la serie
dei fatti ( # ) V. Bonald. in alcuni articoli inseriti nel pubblicista del
Febbraro 1806. M.
L' Ab. De la Menais_, Essai sur l’ indifference Tom. 3 . a 3 . 4 * Digitized by Google ( 58 ) «opra
enunciali , tornerebbe lo stesso , perché tanto è operare per legge , quanto
per massima, §. 42. Non può negarsi che quegli Ebrei, i quali nel 18x2. tanti
orrori commisero contro l’ armata Francese , eredi non fossero dell’ odio
furibondo , di cui erano invasi i loro avi contro i Cristiani , quando sotto 1’
Impero di Costantino lapidavano i loro confratelli, che ad abbracciare si
recassero il Cristianesimo ; di tal che fu l’ Im- peratore costretto a minacciarli
di essere abbru- ciati vivi coi loro complici nel caso che rinno- vassero si
enormi delitti. L.i.C. De Judaeis et Coelicolis s ivi Judaeis, et Coelicolis,
et ma- „ ioribus eorum , et Patriarchis volumus intima- ,, ri, quod si quis
post hanc legem aliquem , „ qui eorum feralem fugerit sedani , et ad Dei ,,
cultum respexerit, saxis , aut alio furoris ge- ,, nere ( quod nunc fieri
cognovimus ) ausus fue- „ rit attentare, inox flammis dandus est, et cum „
omnibus suis participibus concremandus =; . §. 43. Ad evitare il fine anzidetto
furono o- gnora i Principi Cristiani nella precisa necessità di reprimere con
leggi severissime 1’ Ebraica per- fidia, che sempre cospira a danno di chi li
tol- lera, ed arricchisce, Enfin vous ne trouverez „ en eux qu’ un peuple
ignorant , et barbare , „ qui joint depuis longtems la plus sordide ava- „ rice
à la plus détestable superstition , et à la ,, plus invincibile haine pour tous
les peuples , „ qui les tolérent , et qui les enrichissent t=s Monsieur de
Voltaire , Suite des mélanges de lit~ terature , d J histoire -, et de
philosophie chap. 61. des juifs ■„ Non ignorano certamente i Principi Digitlzed
by Google ( 5 9 ) Cristiani quelle Sentenze del Talmud , che par- lano di loro
col massimo disprezzo, ed odio, fra le quali v’ è questa pure 33 Imperium Clivi
> ,, stianorum EXECRABILIUS est Imperio ce- „ terarum gentium: et levius
peccatum est ser- ,, vire Principi Gentili, quam Chrisliano tzOrd. 2. Tract. 1.
Dist. 5 . p..n.j et i 5 . (*) §. 44 * Dopo tutto ciò il R. P. Jabalot non
ricambia già gli Ebrei della loro moneta. Non fa che insinuare che posti sieno
in istato da nuoce- re meno che sia possibile ai Cristiani ; suggeren- do di
chiuderli di nuovo nei loro Ghetti; d’im- pedire ai Cristiani di servirli in
qualità di do- mestici , di vietar loro il possesso di beni stabi- li ; insomma
di rimettere nel primiero vigore le ( # ) I Monarchi delle Spagne , del
Portogal- lo , delle due Sicilie j per mettere i loro sudditi al tutto in salvo
dalle Ebraiche frodi , esiliarono per sempre i Giudei dai loro dominj . Il
Card. Albronozzo j che ognora sarà di grata j e gloriosa memoria ai Bolognesi
esiliò dalla loro Città gli Ebrei. Nel Reale Collegio di Spagna fu allora
collocata una tavola j rap- presentante il nominato Cardinale nell ' atto di
scacciarli da Bologna; e vi si aggiunse il motto ,?=3 Exilium patitur, quae
gens Haebrea fefellit 33 . Espulsi che furono gli Ebrei , si eresse in Bolo-
gna il Monte di Pietà con quest ’ Epigrafe 33 Mons », pietatis adversus prayas
judaeorum usuras ere- I, ctus 33 . Digitized by Google ( 6o ) Decretali e le
Pontificie Costituzioni (*) riguar- danti il trattamento da darsi agli Ebrei
nello St$- to Ecclesiastico ( pag. 3o. ) . §. 45 Del resto: quale sia il
caritatevole a- nimo del R. P. verso gli Ebrei, lo dimostra egli assai nei
sentimenti espressi alla pag. 6. 55 Quan- „ to a noi, siamo ben lontani dal
bramare che „ sempre più sovra di essi il giogo si aggravi „ della servitù:
vorremo vederli liberi di quel- ,, la vera libertà , di cui soli possono godere
i „ servi di Dio. La Carità cristiana che abbrac- ,, eia tutti gli uomini,
perfino i nemici, non ci „ permette al certo di godere del loro male, e ,, di
odiarli ; c’ impone anzi di pregare per essi, „ e di porger loro nelle
necessità sovvenimento „ caritatevole. Gli oracoli i più vetusti della re- „
ligion nostra, di cui sono eglino i depositar) ,, fedeli , (**) una delle
tradizioni le più antiche ( # ) Quelle particolarmente di Alessandro III c. Ad
liaec de Iudaeis ; d" Innocenzo III c. Etsi Judaeos eod. di Nicolò V: di
Paolo IV nella Polla Cum nimis j che prescrive il segno da por- tarsi dagli
Ebrei ; di S. Pio V nella Bolla Hae- breorum , che discacciò gli Ebrei da tutto
lo Sta- to Ecclesiastico j fuorché da Poma, e da Anco- na ; A Innocenzo III
nella Bolla Ex injuncto no- bis; oltre le Bolle di Gregorio XIII ; di Cle-
mente Vili : di Clemente XI : di Benedetto XIII : di Benedetto XIV ; ed oltre i
due Concilj di To- ledo j tenuti nell ’ anno 6g4* - ■ (* # ) Veda dunque V A.
che il R. Jabalot , e Digitized by Google ( 6 * ) „ e costanti , che sussistano
fra di noi , ci fa sa* ,, pere che saranno .essi pure un giorno parte „ della
Società Cristiana, e che anch’ essi en- ,, treranno nell’ovile di Cristo con
tutti quanti ,, i popoli della terra ; giacché dee prima del fi- ,, nire dei
tempi aver luogo quella promessa del ,, riparatore divino: Fiet unum ovile , et
unus ,, Pastor : Più sinceri , sei credano * di quelli ,, dei sedicenti
filosofi del giorno , sono i voti di ,, noi Cristiani per essi. Al par di loro,
e più ,, di loro , desideriamo vederli non formare con ,, noi che una sola
grande famiglia nella civile ,, società : ed alla pagina 3o insinua il R. P.
che ,, si tenti ogni via di persuasione, e di dolcez- ,, za per ridurli ad
abbracciare la fede di Cri- ,, sto, senza la quale gli sciagurati ne vanno e-
,, ternamente perduti — . §. 46 . Dovrà ora 1’ A. ingenuamente confes- sare ,
che P ottimo R. P. Jabalot non tiene già in pronto contro gli Ebrei nè le funi
, nè i cep- pi , nè le atroci invettive. Così potesse egli tro- varsi mansueto
fra loro, come, imitando il Di- vino suo maestro , seconderebbe il giusto e
pie- toso desiderio dell’ A. ( pag. 1 53 ) , spiegando lo- ro con dolci parole
j e semplici parabole la Dot- trina di Gesù Cristo in esecuzione di quanto e-
sige Clemente XI di Sa. me. nella Bolla Propa- sàppia che noi tutti con esso
lui , siamo grati a quegli Ebrei j che ci conservarono sì prezioso te- soro .
Conservazione che VA. ci rammenta alla pag. io., quasi per rimproverarci d J
ingratitudine . sic Digiti; id i 62 ) gandae , riferita dall’ A. alla pagina
1S2 , e di- retta agli Apostolici Predicatori (*) ; e non già a chi investito
di puro zelo per la cattolica Reli- gione , insinua ai Sovrani tutti , che ne.
raffreni- no l’accanito entusiasmo d’ ingannare , di spo- gliare, di
maltrattare, di massacrare, ed infine di rendere schiavi tutti i Cristiani. §.
47 - Come potè mai l’A. affermare alla pag. i 5 o , che lo scritto del R. P.
contiene ~ una ,, orrenda sanguinosa Diatriba contro gli Ebrei, • * : . • 1 i «
> ? t . ! . • * . . »■» .* if " (*) Quando Clemente XI volle impedire
che gli Ebrei non privassero fraudolentemente delle eredità quelli fra loro j
che si fossero convertiti a Gesù Cristo j parlò di loro come meritavano
Constit. 61. §. 6. 3 Quoniam Infidelium j et prae j, caeteris Judaeorum
malitiam eo usque in odium j, Christiani nominis processisse pluries comper-
■jj tum est , ut bona sua occultando , seu in alios jj transferendo > vel
alias de illis inter vivos , vel jj etiain in ultima voluntate disponendo ,
fdios , j, aliosque consanguineos ad Christi fidem con- j, versos eorundem
bonorum successionem j ad j, quam ab intestato legitime admittendi fuissentj ^
aut spe successioni ejusdem fraudare tentave- j, rint j Inde circo etc. . Clemente
XI seppe di- stinguere il linguaggio da tenersi con gli Ebrei , quando in
qualità di supremo Pastore della Chie- sa gli allettava ad unirsi al suo gregge
j dal lin- guaggio da tenersi con essi , quando in qualità di Sovrano
Legislatore gli obbligava a restare nella loro condizione di schiavi tollerati.
1 . Digitlzed by Google v ( 63 j „ in cui sono caratterizzati per la peste
della ,, Umanità, e sono principalmente accusati co- ,, me atroci Usuraj , e
come Uomini facinorosi , ,, turbolenti. La prima delle quali accuse se reg- ,,
geva , allorché era tolto loro il possedere beni ,, stabili , e l’ impiegare d’
altra ragione , che in ,, usure il molto denaro ; cessata ora per saggia „
misura del Governo quella causa , parrai non ,, regga altrimenti; e parrai
ancora che la usu- ,, ra micidiale sia andata , e regni purtroppo fuo- ,, ri
del Ghetto, e della Sinagoga : l'altra si rav- ,, visa , sia detto con buona
pace , erronea di ,, tutto punto, insussistente. In mezzo a tante, l ,, e sì
triste vicende , che succedendosi rapida- ,, mente le une alle altre hanno in
questi ulti- ,, mi tempi travagliato tutta V Europa non che ,, l’ Italia , qual
parte presero gli Ebrei a detri- ,, mento del pubblico Ordine? ^ §. 48. Dio
buono ! Chiamar sagge quelle di- sposizioni, che sono opposte alle Bolle
Aposto- liche ! Affermare che cessate sieno le usure per quel mezzo stesso che
i Papi hanno riputato che possa aumentarsi il disordine , e vie più infero-
cire , come ha dimostrato anche 1 ’ esperienza ! Bisogna ben dire che 1 ’ A.
letto non abbia atten- tamente l’ opuscolo del R. P. ; perocché si sa- rebbe
senza meno avvenuto nelle sensate rispo- ste da lui date a quelli , che
pretendono di scu- sare le usure degli Ebrei , accusando di usuraj anche i
Cristiani. ^ Non ignoriamo ( così il R. ,, P. alla pag. 20. ) che cosa
rispondono i fauto- ,, ri degli ebrei . Rispondono , esservi dei cri- ,, stiani
usuraj al pari , e forse più dei circon- Digitized by Google ( 64 ) „ cisi.
Questo però non è un giustificarli: è un ,, prendere la via sempre vile e
vergognosa del- ,, la recriminazione . Oltreché i cristiani usuraj ,, hanno un
freno alla colpevole loro cupidità „ nella religione ; la quale le usure
condanna e ,, divieta; laddove stortamente credono i giudei, ,, che sia dalla
loro legge ad essi permesso l’ in- „ gannare gli stranieri, che reputano loro
ne- „ mici : il Talmud arriva perfino a farne ad es- „ si un dovere. E poi si
potrebbe agevolmente ,, ritorcere 1’ argomento contro gli ebrei , mo- „ strando
che il loro esempio ha sparso in Eu- ,, ropa il contagio, e diffusa quella
ingordigia ,, maledetta deli’ oro , che fa tra i battezzati così „ funesti
progressi :=} . §. 49- E bisogna dire che l’ A. letto non ab- bia nè anche
quanto alla pagina stessa è riferi- to di ciò , che scrisse il Senatore Bonald
intor- no alla probità, ed all’ingegno di qualche Ebreo. S Soggiungono , ( i
fautori della Setta ) • esservi ,, anche fra gli Ebrei degl’ individui che
hanno „ molta probità, e molto ingegno. Chi lo nega? „ ma ciò che prova ?
domanda il Sig. De Bo- „ nald; se si contendesse agli Ebrei la capacità j,
fisica j o morale di Jar acquisto di virtù , e di ,, avere del talento , certo
che basterebbe , per. jj distruggere la imputazione mostrare che vi ,, hanno de
J giudei dotti e virtuosi ; ma in buo- „ na logica è così poco permesso
gustificare una j, nazione occupata et una generale tendenza al- ,, la
ignobilità dei sentimenti j ed alla mancanza ,, di buona fede col mostrare
alcuni suoi indivi - „ dui onorati e probi, come lo è il diffamare Digitized by
Google ( 65 ) „ ima nazione virtuosa , adducendo V esempio di ,, un qualche
malfattore nato nel di lei seno. Ma „ senza questo, ovunque si trovano degli
ebrei , „ i quali dagli altri si distinguono coi loro ta- ,, lenti e colla
probità loro : anche V opinion pub- ,, blica si distingue nella stima che ad
essi ac- ,, corda , nè agli occhi del popolo dividono V a- „ natema che cade
sul capo dei loro fratelli SS. §. 5o. Alla domanda dell’ A., qual parte pren-
dessero gli Ebrei a detrimento del pubblico or- dine in mezzo alle triste
vicende che in questi ultimi tempi travagliarono tutta V Europa , non possiamo
adequatamente rispondere nè io , nè al- tri. Sappiamo però tutti che v’ ebbero
allora de- gli Ebrei, come vi sono presentemente, ricchis- simi: sappiamo
ch’eglino nelle passate ultime vi- cende posti furono alla condizione degli
altri cit- tadini ; sappiamo , che al ritorno delle Armate Francesi da Mosca ,
non pochi di quegli che scampato avevano la vita dalle battaglie , e dai fuoco,
incontrarono crudelissima morte negli E- braici ospizj ; e sappiamo da ultimo
che l’astu- zia degli Ebrei non ha confine. (°) . In mezzo (*/ Non hanno
lasciato gli Ebrei di far va- lere l' oro ragunato dalle usure a ministro de '
lo- ro disegni. Era ad essi riuscito (E impedire che avesse effetto il decreto
della loro espulsione pro- nunciato da Isabella , e da Ferdinando Sovrani di C
astiglia, e di Arragona , quando un Religioso investito di apostolico zelo
presentassi alla Corte , ed alla presenza de’ Sovrani, e de" Ministri , a-
Digitized by Google ( 66 ) olla protezione, di che l’A. è stato si cortese
Terso i suoi Ciambellani , recare debbe a tutti grande edificazione ch’egli,
non ostante che a quei tempi fosse al sommo delle cosej ed ora sia nel profondo
( pag. 139), e non ostante che al- lora fossero gli Ebrei in tanto onore , ed
ora si Tadano ritirando negli angusti loro Ghetti, abbia confessato che erano
tempi tristi > e di travaglio { )er tutta V Europa. Tanta è sempre la forza
del- a massima di chi sino dai suoi primi anni è fer- mo nel tenace proposito
di essere fedele settario della nuda ventò. §. 5 i. Impiega l’A. gli ultimi
tratti del suo voto in difesa del R. P. s Di ciò per altro (così ,, egli alla
pag. i 52 ) non istiano a prendere me- „ ra viglia gli Ebrei; e sappiano, che
non difetto ,, di cristiana carità, ma solo ardentissimo fer- ,, yore di trarre
li pertinaci dalla via della per- ,, dizione, spinse talvolta un tale Oratore
ad in- perta cT improvviso la tonaca } la quale copriva una croce j disse =3 Numquid
Satis est Dominum ;, Jesurn a Judaeis semel triginta argenteis em- ,, ptum j ut
de ilio iterurn Judaeis vendendo tri - „ ginta millibus aureis , majori quìdem
predo , ,, sed nihilo minore injuria cogitetis ? ss Dopo ciò , il Decreto fu
alt istante eseguito } ed espulsi gli Ebrei dai due Regni non più v ebbero in-
gresso. Graveson. hist, Eccles. Secul. XV. pag. m. 34. Quanto ingiusti sono que
J sudditi , che si la- gnano perchè il Sovrano non mette riparo ai di- sordini
dello stato j che niuno osa di manifestar ■> gli! Digitlzed by Google ( $7 )
„ veire con veemenza forse maggiore anche Con- „ tro i Cristiani , e a mettere
negli Ascoltanti ,, spavento, e terror tanto, che pur ne soffrisse „ qualche
pericolo la coscienza dei pusilli. Che ,, io stesso ascoltai declamare , e ben
mi corse ,, un brivido in tutta la Persona j che Dio aves^ „ se prescritto un
certo numero di grazie da „ concedere a ciascuno, ed un certo numero di „
peccati da perdonare , oltre di che non fosse ,, a sperare redenzione; e a gridare
inoltre, che ,, la vita civile era incompatibile colla Vita Cri- ,, stiana, e
colla Via del Cielo: la prima delle ,, quali proposizioni parvemi un po’
sospetta, ,, perchè non vedesi come quella fatai misura ,, possa conciliarsi
colla giusta idea , che ahhia- ,, ino della Misericordia, che pur è infinita di
,, Dio: l’altra mi sembrò fallace assolutamente, ,, poiché non havvi alcuna
Religione, quanto „ quella di Cristo, che più favorisca la Vita ci- ,, vile, e
raccomandi più 1’ amor fratellevole so- „ ciale s. §. 5a. Non oseremo noi già
di penetrare nei misterj della profonda Teologia , memori del giu- dizio
lasciato da eloquentissimo Sacro Oratore, che le scuole si sono affannate a
sviluppare i misterj delle grazie divine, e che il buon fedele rispetta le scuole,
e si attiene ai Dogmi. Le scuo- le (prosegue egli) questionano, e i Dogmi deci-
dono. Le scuole confondono, e i Dogmi appaga- no. Le scuole sono pensamenti
degli uomini, e i dogmi sono parole di Dio. ( P. Anton-Siro tre- nini nella
Predica sul numero degli eletti ) . Re- cheremo bensì alcuni testi tolti dalle
Sacre car- Digitized by Google ( 63 ) te; taluno dei quali 1 ’ A. avrebbe
certamente u- dito dal R. P. Jabalot, se fosse stato più attento alla predica
sS Propterea quod abjecisti sermo- ,, nem Domini, abjecit te Dominus ss disse
Sa- ,, xnuele a Saule — Yoca noinen ejus, adhuc & modicum , quoniam
visitabo , et conterain — „ Peperit tilium, et dixit: Dominus voca nomen ,,
ejus absque misericordia , quia non addam ul- ,, tra misereri — Peperit tilium,
et dixit: voca ,, nomen ejus non populus meus , quia nec ego ,, ero Deus
vester. Osea
i. 4 — Dominus de Si- ,, on rugiet,et dixit: super tribus sceleribus Da- ,,
masci : et super quatuor non convertam eum. ,, Amos i .3 — Curavimus Babylonem
, et non ,, est sanata, derelinquamus eam. Jerem. 5 i. 9 ,, Quia vocavi et
renaistis , extendi manum ine- „ am, et non fuit qui aspiceret. Despexistis o-
„ mne Consilium meura, et increpationes meas ,, neglexistis; ego quoque in
interitu vestro ri- „ debo, et subsanabo, cum vobis id quod time- „ batis
advenerit. Prov. 1. N. 24 et seq. — Quae- ,, retis me , et non inveuietis , et
in peccato „ vestro moriemini. Sanct. Joan. Cap. 7. V. 34 „ et Cap. 8 . V. ai. Si
Massime tutte eccitatrici di fortunati brividi, i quali a chi sa usarne be- ne
sono un principio di salute, e un invito per domandare , e , di conseguenza
infallibile, per ot- tenere quella grazia, che si teme negata per sem- pre.
Petite } et accipietis. Pulsate et aperietur vo- bis , e molti altri sacri
testi simili d’ ineffabile consolazione. Per la qual cosa noi facciamo al- 1 ’
A. le più vive congratulazioni, perchè egli alla parola di Dio pronunciata dal
R. Jabalot correre Digitized by Google ( 6 9 ) sì sentisse i salutari brividi
per tutta la persona. Quanto in acconcio S. Agostino. Enarr. in psal. ioo / 33
Nemo dicat: semper parcit Deus: intel- ,, lige quia parcit, ut corrigaris , non
ut in ma- „ lignitate perrnaneas £3. Il Cielo scampi il Re- verendissiiho
Jabalot, e noi tutti dalle Difese del- 1’ A. ; il qiiale col pretesto di
scusare il rispetta- bile Religioso presso gli Ebrei ( di che io penso eh’ egli
non sia guari sollecito ) gli dà una nuo- va accusa assai peggiore, senza
togliere di mez- zo la prima. §. 53. Allorché il Reverendissimo Jabalot pre- dicò
che la vita civile era incompatibile colla vi- ta Cristiana, e colla via del
Cielo, parlò senza meno di quella vita civile che si mena purtrop- f io dalla
maggior parte di noi Cattolici: vita mol- e al tutto dissipata, e che non di
altro si occu- pa, che di affari del secolo, di leggerezze, e di passare d’ uno
in altro divertimento ; perocché questa sì , questa è la sola vita civile , che
star non può in camerata colla vita Cristiana ( # ) ; e contro la quale gridano
spesso dai Pergami tutti i Sacri Oratori. Se 1' A. conversato avesse col
Reverendissimo Padre Jabalot, avrebbe compre- so che mirabilmente iu lui si
accoppiano il Re- ligioso contegno , e la Sociale amena conversa- ( # ) Che di
questa sola ragionasse V insigne Sacro Oratore fui io accertato , sebbene non
ne avessi bisogno, da più persone degne di' tutta la fede , le quali prestarono
maggior attenzione alla Predica , di quella che vi prestasse il distratto A.
Digitized by Google ( 7° ) *ione dell’ nomo veracemente di spirilo, il quale
parlando affeziona a se stesso quanti lo ascolta- no. Io ricorderò sempre col
massimo piacere le poche ore, che l’anno scorso godei della rispet- tabile sua
compagnia presso una buona Fami- glia, alla quale non posso rivolgere il
pensiero senza sciamare: Ecce quam banani, et jucundum habitare fratves in
unum. E qui io mi rislò dallo scrivere , sembran- domi di aver già ad evidenza
dimostrato, i.- Che gli Ebrei nello stato Ecclesiastico non sono che schiavi
tollerati, a. Che ivi non succedono insieme ai Cristiani alla intestata eredità
del congiunto cristiano, 3. Che gli Ebrei stessi, per adempiere ai nefandi
obblighi di una Religione , dettata dall’ odio implacabile contro i Cristiani
sono tenuti a trattar questi con ogni maniera d’inganno, di tradimento, di
sevizie ed a ten- tar sempre di ridurli in perpetua schiavitù, 4* Che le
condizioni , sotto le quali è loro accor- dato un asilo dai Cristiani, sono al
tutto neces- sarie per evitare gli effetti di una micidiale Re- ligione . Per
la qual cosa il dispensarli da esse ( tornerebbe lo stesso che porsi i ceppi ai
piedi , 5. Che il Reverendissimo Padre non diede già al- le stampe una orrenda
sanguinosa Diatriba ; ma uno scritto pieno di Cristiana moderazione, 6. Che F
A. renduto avrebbe uffizio assai migliore agli Ebrei, se contento di trattare
la sola civile contesa , rattenuto si fosse dal tessere il loro e- logio , e
dal creargli Ciambellani. Tanto più che avendo egli fatta questa prodigiosa
creazione al fine di rendersi benevoli, e grati gli Ebrei, gli Dìgitized by Google
( 7 * ) ■avrà all’ opposto fieramente indispettiti. Non com- bina che sieno
volontieri Servi Camerae di un Sovrano Cattolico quegli che ammaestrati dal
Talmud tengono per Dogma che — Imperium ,, Christianorum execrabilius est
Imperio caete- „ rarum Gentium; et levius peccatum est ser- „ vire Principi
Gentili quam Christiano s . VINCENZO BERNI DEGLI ANTONI Avvocato . R27965
Digitized by Google I Di 18. Junii 1827. V I D I T Pro Eminentissimo, et
Reverendissimo D. D. CAROLO CARD. OPPIZZONIO Bortoni* Archiep. JoAN' Birr.
Bruni Doct. Coll. Philol. et Professor . Die 19. Junii 1837. V I D I T Pro
Excello Gulternio Dominicus Mandim S. T. D. Coll. Prior Psrochus
et Exam. Synod. Die 4. Julii 1837. V I D I T Et annuit juxta Art. 507.
Constitutionis Quod Divina Sapientia. Joseph Minarelli Doct. Coll. Philol. et
Rector Archigymnasii Bononienais . Die 5 . Julii 1827. IMPRIMATUR Lxopoldbs
Archip. Pagani Provie. Gon.
Digitized by GoogleNome compiuto: Giovanni Vicini. Vicini.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vico: “We should treat those who were
great and are dead as if they were great
and living” (Grice) -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’antichissima sapienza degl'italici -- da rintracciare
nelle origini della sua lingua – la scuola di Napoli – filosofia napoletana –
filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords:
lingua italiana. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Napoli, Campania. Filosofo
italiano. “The best philosopher, but that’s Hampshire’s judgement!” – Grice. “Si potrebbe presentare la storia ulteriore del
pensiero come un ricorso delle idee del Vico” (CROCE, La filosofia di V.,
Laterza, Bari). – cf. Whitehead on metaphysics as footnotes to Plato. matematiche
perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni, ma non potremo mai
dire di conoscere nello stesso modo la natura perché non siamo noi ad averla
creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento
aristotelico, veramente la scienza è «scire per causas» ma questi elementi
primi li possiede realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa
equivale a farla». Le obiezioni a
Cartesio Il principio del verum ipsum factum non era una nuova e originale
scoperta di Vico ma era già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano
che richiedeva l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo
scolastico che, tramite la tradizione scotista, era presente nella cultura
filosofica napoletana del tempo di V.. La tesi fondamentale di queste
concezioni filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a
colui che tale cosa produce; il principio del verum-factum, proponendo la
dimensione fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del
razionalismo cartesiano che V. inoltre giudica insufficiente come metodo per la
conoscenza della storia umana e delle scienze sociali, che non possono essere
analizzate solo in astratto, perché esse hanno sempre un margine di
imprevedibilità. V. però si serve di
quel principio per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia
cartesiana trionfante in quel periodo. Il cogito cartesiano infatti potrà darmi
certezza della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura
del mio essere, coscienza non è conoscenza: avrò coscienza di me ma non
conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto. L'uomo, egli dice, può dubitare se senta, se
viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia; a sostegno della sua
argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno... Ma è
assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale
coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René
Descartes) svela che il primo vero è questo: "Penso dunque sono".» (Giambattista V., De antiquissima Italorum
sapientia in Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni
1971, p.70) Il criterio del metodo
cartesiano dell'evidenza procurerà dunque una conoscenza chiara e distinta, che
però per V. non è scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In
questa prospettiva, dell'essere umano e della natura colti nella loro interezza
e nelle loro relazioni solo Dio, creatore di entrambi, possiede la verità
(livello di conoscenza maggiore: inter - legere). Mentre quindi la mente umana procedendo
astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica e la
geometria, crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo
operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle
stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come
accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa
della meccanica, la morale meno certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché
le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche
fare.» (Ibidem, pag. 82) Mente umana e mente divina I latini...
dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio [...] La mente
umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la
mia propria mente.» (Giambattista V., De
antiquissima, 6) Il valore di verità che
l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è
garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica
un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente dell'uomo è anch'essa
creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di Dio, partecipando
metafisicamente a esse. L'ingegno
Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono per opera di quella
facoltà che V. chiama ingegno che è la facoltà propria del conoscere... per cui
l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose». L'ingegno è lo strumento
principe, e non l'applicazione delle regole del metodo cartesiano, per il
progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gli
esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i
limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che
si rivela proprio attraverso l'errore:
Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo,
poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza
dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò
dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.» (Giambattista V., De antiquissima, 6) Il sapere metafisico Contro lo scetticismo V.
sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere
metafisico: Il chiarore del vero
metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai
corpi opachi... Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da
limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le
forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei
quali vediamo la luce del vero metafisico.»
(Giambattista V., De antiquissima, 3)
Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla
matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni
verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un
"primo vero", comprensione di tutte le cause», originaria spiegazione
causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è
antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con Dio. In Lui sono
presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione
divina. Il primo vero è in Dio, perché
Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è infinito, in
quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio,
in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose.» (Giambattista V., De antiquissima Italorum
sapientia in Opere filosofiche a cura di P. Cristofolini, Firenze, Sansoni
1971, p. 62) La metafisica di V. Il
platonico V. Attraverso i propri scritti V. fa capire la sua conversione dalla
filosofia lucreziana e gassendiana a quella platonica, egli descrive la
metafisica del filosofo di riferimento come tale che: conduce a un principio fisico che è idea
eterna, che da sé educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale,
che esso stesso si fermi l'uovo.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., Opere
Filosofiche, a cura di P. Cristofolini, Firenze 1971, p. 11") Egli illustra nell'Autobiografia i suoi
capisaldi: 1) nella nostra mente sono certe
eterne verità che non possiamo sconoscere riniegare, e in conseguenza che non
sono da noi», cioè che non sono fatte da noi
2) del rimanente sentiamo in noi una libertà di fare, intendendo, tutte
le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le facciamo in tempo, cioè
quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le facciamo, e tutte le
conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia; le reminescenze con
la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni,
i tatti co’ sensi: e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi. […] Ma per
le verità eterne che non sono da noi e non hanno dipendenza dal corpo nostro,
dobbiamo intendere essere Principio delle cose tutte come una idea eterna tutta
scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia, crea tutte le cose in
tempo e le contiene dentro sé...».» La
coerenza della filosofia 'timaica' di V. può essere analizzata anche da questi
due punti, infatti, nel primo caso, questa si riferisce a un principio
materiale, immateriale, ideale, eterno e attivo; nel secondo caso si riferisce
al principio di materia che è prodotta da ὗλη (materia) e conserva la propria
capacità di muoversi a causa di questa origine.
La religione secondo V. Anche per V. le religioni non sono vere, ma in
esse non è nemmeno possibile che tutto sia falso. Infatti, avrebbe senso se
tutte le loro parti fossero sbagliate, in quanto provocherebbero paura e odio,
ma non possono spiegare come abbiano saputo restituire la loro "tenerezza"
secondo il metodo della separazione. Tuttavia, per il filosofo Herbert Spencer
(liberale), la religione assume così la "rutunda Dei religio" nella
sua forma puramente circolare, che ritroveremo nel De Uno e in quella ricomparsa
nella teoria del ciclo storico di V.; ci sono molti punti in comune tra le
filosofie di Herbert e quella di V., anche se la causa finale è in V.
determinata come 'conservazione', dunque non sbaglieremmo a leggere la
filosofia vichiana e la filosofia di Herbert contemporaneamente ponendo punti
di connessione e paragone tra le due. Un altro punto di contatto di Herbert con
un capitolo del De Antiquissima di V. parte dal concetto di provvidenza e
sostiene l'inconciliabilità di questa con le divinità dei 'gentili' e va quindi
alla ricerca di alcuni elementi che possano accordare le due cose (media
sufficientia), perché, per lui, il Dio è buono e la maggior parte degli uomini
deve potersi salvare, egli trova tale conciliazione nella capacità inventiva
della mente umana che l'ha indotta nella 'divinatio' o alla 'deificatio', cioè
a forme di sublimazione che esprimono l'idea della bellezza del mondo, anche se
l'errore ci può far vedere rotonda la torre quadrata. Il conato Si giunge dunque a uno dei punti
cardine della metafisica vichiana: il conato, si tratta del nocciolo di ciò che
V. chiama zenonismo, ossia la dottrina dei punti metafisici, riassumibile nella
tesi che il punto in quanto momentum "non è esteso, ma genera
l'estensione". Il punto-momento è
il conatus che si allarga al di là della geometria e comprende la fisica
cosicché la triade dominante è: quiete=Dio; conato=materia=virtù=idea;
moto=corpo. Il moto non ha mai inizio autonomo, perché è sottoposto al
controllo dell'etere. Il conato, espressione fisica del punto-momento, come non
è punto né numero, ma il generatore di entrambi. È come se le ricerche di
Galilei sulla dinamica e sul continuo fossero state trasferite nella
metafisica, e alla fisica fossero stati lasciati solo i moti, una tesi che
merita di essere riscontrata nei testi. V.
dà ai punti-conati (sia nella prima forma numerica sia in quella più vicina
alla fisica) una capacità 'impulsiva' simile a questi indivisibili. Egli dice
che: La metafisica trascende la fisica
perché tratta delle virtù e dell'infinito; la fisica è parte della metafisica
perché tratta delle forme e degli oggetti finiti.» (V., "Opere Filosofiche, pp.
93-94") Poi V. aggiunge: L'essenza del corpo consiste in indivisibili;
il corpo tuttavia si divide: dunque l'essenza del corpo non è: dunque è l'altra
cosa dal corpo. Cosa è dunque? È una indivisibil virtù, che contiene, sostiene,
mantiene il corpo, e sotto parti diseguali del corpo vi sta egualmente;
sostanza, della quale è solamente lecito raramente si somiglia alla divina, e
perciò unica a dimostrare l'umano vero.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p.
94") Da un punto di vista
matematico il conato può essere paragonato all'Uno, esso è indivisibile perché
uno è l'infinito, e l'infinito è indivisibile, perché non ha in che dividersi,
non potendo dividerlo in nulla. Possiamo
raccontare V. come un seguace di Galilei; tuttavia, lo critica per aver
sostenuto la diversità tra infinito e indivisibile. Quando Galilei parla
dell'infinitezza, per esempio, della percossa, ovvero di quella espansiva degli
ignicoli, egli, per V., non fa che trasferire erroneamente il conato infinito
nel moto al fine di dare a quest'ultimo (che non è che occasione) un rilievo
maggiore. L'accumulo di moto, che Galilei vede risultare dall'infinitezza della
percossa, secondo V., che dà una interpretazione più rigida dell'equazione
conato=momento=punto indivisibile, è un tipo di energia potenziale che il
conato sviluppa in ogni sito e attimo dell'universo e che, dal punto di vista
metafisico, non varia mai, giacché il conato non è a base della dinamica ma
della struttura dell'universo. La questione del rapporto tra sentire e pensare
è ripresa nei capitoli V e VI del De Antiquissima. In quello intitolato De
animo et anima, V. sostiene che: Gli
stessi muscoli del cuore sono contratti e dilatati dai nervi, sicché il sangue
è continuamente fatto circolare per un processo di sistole e diastole ricevendo
dai nervi il proprio moto.» (Nicola
Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p. 104") Dunque l'aria è lo spirito vitale che muove
il sangue; l'etere è lo spirito animale; la prima costituisce l'anima, il
secondo l'animo, la cui immortalità è spiegata col suo tendere all'infinito e
all'eterno. Entro l'animo è la mente che è mens animi, cioè la parte più
raffinata dell'animo stesso. Passando dalla teoria dell'anima a quella
dell'animo e di qui al primo cenno di quella della mente, V. commenta, in modo
platonico-spinoziano, che "forse importa più deporre gli affetti che
allontanare i pregiudizi". Il capitolo VI è intitolato De Mente; il suo
oggetto è appunto la animi mens che corrisponde alla libertà sui moti
dell'animo. La facoltà di desiderare in vari termini e modi "è Dio a
ciascuno" ma la libertà dell'arbitrio, cioè la mens animi rappresenta il
momento di fuoriuscita dall'ambito della psicologia e d'ammissione in quello di
una libertà umanamente inventiva. La mens animi è il punto di maggiore
avvicinamento al creare reale, talché "in Dio dunque conosco la mia stessa
mente". La metafisica vichiana a
confronto In letture recenti si è ripresentata l'antica analogia tra Kant e V.
(a parte le diverse capacità analitiche dei due filosofi), la reale divergenza
tra loro sta nel fatto che l'oggetto del primo è il sistema scientifico, già
costruito da Newton, e da Kant posto in relazione colle possibilità e coi
limiti delle facoltà umane; l'interesse di V. è invece rivolto a un 'oggetto'
del tutto nuovo che è il rapporto strutturato tra la scienza e la sua genesi,
nella mente dell'uomo primitivo e le situazioni e istituzioni sociali che hanno
accompagnato le sue modificazioni. V. è
a conoscenza della discussione sul platonismo precedente e seguente il suo
saggio sulla metafisica, conobbe sicuramente il libro di Brucker e a cui anzi
rivolse una critica importante. Scrive infatti nella Scienza Nuova (1744) che: Le scienze debbono incominciare da che
‘ncominciò la materia; esse ebbero inizio alle ch'i primi uomini cominciarono a
umanamente pensare, non già quando i filosofi cominciarono a riflettere sopra
l'umane menti (come ultimamente n'è uscito alla luce un libricciuolo erudito e
dotto col titolo Historia de ideis, che si conduce fin all'ultime controversie
che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l
Newtone.» Con questa osservazione, V.
integra l'esposizione del platonismo moderno con un progetto d'interpretazione
della genesi di questo modo di pensare e del suo svolgimento. I sottoinsiemi
scientifici, che egli si appresta a costruire, sono condizionati da questo
punto di arrivo, che nella sua 'idealità' è metastorico, in senso quasi
trascendentale, e, nel suo contenuto, difficilmente nasconde il carattere
'semilibertino' della struttura sistematica sottesa. La critica di V. a Brucker
ci mette dunque in condizione di valutare il significato che egli attribuisce
alla scienza nuova. L''oggetto' costituito dalle idee platonico-galileiane è
nato, riferendosi al mondo tuttora in divenire, è la trasformazione strutturata
di un complesso di tradizioni, istituzioni e conoscenze umane che si sostengono
reciprocamente e si modificano conflittualmente. Il punto di attacco delle
scienze della natura di tipo galileiano (integrato nella filosofia del
platonismo moderno) con la scienza dell'uomo, è dato dal costituirsi di un
diverso 'oggetto' a esse legato, che ha però la sua autonomia, le sue regole,
costituendo un sottosistema aperto all'invenzione di nuovi strumenti
interpretativi. La scienza vichiana si
organizza in modo da delimitare un campo di ricerche concrete. La critica a
Brucker ha già dato un'idea del modo come V., partendo dalla scienza moderna e
violentemente ributtandola sui suoi principi ne ricerchi gli elementi genetici
e formativi per recuperarne, poi, gli aspetti complessi. La Scienza nuova Frontespizio della terza edizione 1744 della
Scienza nuova Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma
piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano a essa come la matematica,
la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli
appartiene. questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana.» (Giambattista V. Scienza
nuova, terza ediz., libro I, sez. 3) La
storia creatrice L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della
civiltà umana. Nella storia l'uomo verifica il principio del verum ipsum
factum, creando così una scienza nuova che avrà un valore di verità come la
matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi
più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia
rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la
storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose.[44] Filosofia e "filologia" La
definizione dell'uomo e della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo
storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà
dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo
credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la ragione dell'uomo sia
una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene
la scienza del vero; la filologia[45] osserva l'autorità dell'umano arbitrio
onde viene la coscienza del certo... Questa medesima degnità (assioma) dimostra
aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de' filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro autorità
con la ragion dei filosofi.» (Giambattista
V. Ibidem Degnità X) Ma la filologia da
sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno
spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto
di complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Le leggi della 'scienza nuova' Compito della
'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi
costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno
presupporre nell'azione storica l'esistenza di leggi che ne siano a fondamento,
com'è per tutte le altre scienze: Poiché
questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose
hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini;
poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon
essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le
nazioni.» (Giambattista V. Ibidem, libro
I, sez. 3) La storia quindi, come tutte
le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale
di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che
costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle
nazioni. L'eterogenesi dei fini e la
Provvidenza storica Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è
sufficiente: si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la
stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore a essa che la regola
e la indirizza ai suoi fini, che vanno al di là o contrastano con quelli che
gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si
dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino
invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della
eterogenesi dei fini. Pur gli uomini
hanno essi fatto questo mondo di nazioni... ma egli è questo mondo, senza
dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e
sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti.» V.
Ibidem, Conclusione) La storia umana in
quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la
guida degli eventi storici, ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato
dalla Provvidenza che prepone alla storia divina. I corsi storici Secondo V. il metodo storico
dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i
parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de'
popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi
tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle
nazioni civili. Questo metodo ha fatto
identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene
evolvendosi in tre età: l'età degli dei,
nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni
cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»; l'età degli eroi,
dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana». I bestioni La storia
umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gli uomini, giganti
simili a primitivi "bestioni", vivevano vagando nelle foreste in uno
stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale era conseguenza del
peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina
che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti
che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e
creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si
nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore
dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e
pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le
famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli
antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra».
La civiltà L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene: per la nascita della religione, nata dalla
paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere
ordinato; per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con
la formazione della famiglia; per l'uso della sepoltura dei morti, segno della
fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima
età V. sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui
basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano
muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degli eroi ebbe
inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno
per la sopravvivenza. Sorsero le città guidate dalle prime organizzazioni
politiche dei signori, gli eroi che con la forza e in nome della ragion di
Stato, conosciuta solo da loro, comandavano sui servi che, quando rivendicarono
i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini
nobiliari, diedero vita agli stati aristocratici che caratterizzano il secondo
periodo della storia umana. In questa
seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e
poetici. Infine la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo
alla età degli uomini e alla formazione di stati popolari basati sul diritto
umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati non
necessariamente democratici ma che possono essere pure monarchici poiché
l'essenziale è che rispettino la ragione naturale, che eguaglia tutti». La legge delle tre età costituisce la storia
ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni».
Tutti i popoli indipendentemente l'uno dall'altro hanno conformato il loro
corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni
singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso
nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età
adulta: Gli uomini prima sentono senza
avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente
riflettono con mente pura.»
(Giambattista V. Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII) La verità divina nella storia Se nella
storia, pur tra le violenze e i disordini, appare un ordine e un progressivo
sviluppo, ciò è dovuto secondo V. all'azione della Provvidenza, che immette
nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso
nelle tre età: nelle prime due età il
vero si presenta come certo gli uomini che non sanno il vero delle cose
procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con
la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.» (Giambattista V., Scienza Nuova, Degnità
IX) Questa certezza non viene all'uomo
attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune,
condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente
sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto
il genere umano.» La sapienza poetica Vi
è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo, caratterizzata dalla
fantasia, un sapere tutto particolare che V. definisce poetico. In questa età
nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma molto vicino alla poesia
che alle cose insensate dà senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di
prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi, come se
fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologica-filosofica ne appruova
che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.» Se vogliamo quindi conoscere la storia dei
popoli antichi dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura.
Il mito infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le
spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagli antichi che,
incapaci di esprimersi razionalmente, si servivano di universali fantastici
che, sotto spoglie poetiche, presentavano modelli ideali universali: come
fecero ad esempio i Greci antichi che non definirono razionalmente la prudenza
ma raccontarono di Ulisse, modello universale fantastico dell'uomo
prudente. La poesia V. si dedica poi a
definire la poesia che innanzitutto è
autonoma come forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi
della poesia come la metafora, la metonimia, la sineddoche, ecc. sono stati
erroneamente ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio
razionale di base, mentre invece la poesia è una forma espressiva naturale e
originaria i cui tropi sono necessari modi di spiegarsi di tutte le prime
nazioni poetiche»; La poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime
immaginate verità dei primi uomini; la lingua non ha quindi un'origine
convenzionale perché questo presupporrebbe un uso tecnico della lingua che
invece sorge spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti
costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto un popolo, V. arriva
alla discoverta del vero Omero che è non il singolo autore dei suoi poemi ma
l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il popolo greco. È
comunque da respingere la interpretazione platonica di Omero come filosofo,
fornito di una sublime sapienza riposta».
Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è certamente (opera)
d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da
alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e
fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie,
tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti,
che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'Iliade.» (Giambattista V., Scienza Nuova) Verità e storia La sapienza antica ha per
contenuto princìpi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli
civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano formati
dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la sapienza,
la verità, si manifesta in forme diverse storicamente, ma essa come verità
eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità
della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la
mediazione tra l'agire umano e quello divino:
nel fare umano si manifesta il vero divino; e il vero umano si realizza
tramite il fare divino: la Provvidenza, legge trascendente della storia, che
opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta
una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la
Provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per
produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato
alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici
e gli epicurei che niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal
fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera
volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla
regredire: Gli uomini prima sentono il
necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi
si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente
impazzano in istrapazzar di sostanze.»
(Giambattista V., Scienza Nuova, Degnità LXVI) A questa dissoluzione delle nazioni pone
rimedio l'intervento della Provvidenza che talora non può impedire la
regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che
ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una
sia pur minima eredità, la strada precedente.
La filosofia Paradossalmente la criticità del progresso storico appare
proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare
e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della Provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della ragione tutta spiegata» che si sostituisce alla religione: Così
"ordenando la provvedenza": che non avendosi appresso a fare più per
sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea». La ragione infatti, pur con la filosofia,
custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può
tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli
stolti dotti a calunniare la verità». La
ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla
fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti
non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e
razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è
sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la Provvidenza
che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha
sostituita anzi essa deve custodirla: Da
tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che
questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà,[55] e che, se
non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.» (Giambattista V. Scienza Nuova,
Conclusione) Teorizzazione sul riso La
concezione di V. sul riso è riportata in Ridere la verità di Rosella Prezzo che
scrive: La teorizzazione vichiana sul riso, rimasta per lo più sconosciuta, si
trova celata in una digressione di un opuscolo polemico dal titolo Vici
vindicae», dove il filosofo napoletano scrive che il riso proviene dall'inganno
teso all'ingegno umano, avido del vero: ragion per cui scoppia tanto più
abbondante quanto maggiore è la simulazione di questo».[56] Già Niccolò
Tommaseo parlando della grandezza del V. lo presentava come non invaghito per
nulla dalla novità che nuove (dic'egli) son anco le cose ridicole e mostruose»
né cercando l'arguzia siccome col riso le arguzie sterili, sono con la
malinconia i concetti possenti».[57] Francesco Flora riporta il racconto che V.
fa dell'origine dell'interiezione: Seguitarono a formarsi le voci umane con
l'interiezioni, che sono voci articolate nell'émpito di passioni violente, che
'n tutte le lingue son monosillabi», causate dalla meraviglia alla vista dei
primi fulmini, ad esempio, da cui l'immaginazione di Giove. Il riso intravede
la goffaggine di tali giganti» e vi si inserisce.[58] Il giudizio della filosofia posteriore
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gli uomini popolari, i progressisti di quel tempo, erano
Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con le idee nuove,
con lo spirito del secolo. Lui era un retrivo, con tanto di coda, come si
direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la
prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. V. resisteva. Era vanità di
pedante? Era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a
Pascal, i cui Pensieri erano lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a Locke,
il cui Saggio era la metafisica del senso». Resisteva, ma li studiava più che
facessero i novatori. Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia
sopraffare. Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le
vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. Era la resistenza della coltura
italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. Era il
retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza
del V.. Era un moderno e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo
spirito nuovo, riceveva quello entro di sé.»
(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano,
Napoli 1890, p. 314.) Fintanto che V. fu
in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero furono circoscritte
quasi unicamente agli ambienti intellettuali di Napoli, trovando poi un più
vasto seguito sol a quasi due secoli dalla sua morte, tra la seconda metà
dell'Ottocento e il Novecento. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso
fu conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano
(nonostante l'iniziale rifiuto), dagli idealisti (dai quali fu proclamato
precursore dello storicismo hegeliano), dai positivisti e persino da diversi marxisti.
Come fa notare il Fassò V. è ben più di un semplice filosofo [...] tanto che in
certi momenti della sua travagliatissima fama fu apprezzato prevalentemente per
la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti fu celebrato
precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i
maggiori della filosofia della storia, mentre veniva ignorata la sua pur
genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto
logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare
umano». Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla tradizione
filosofica del Seicento che permeava l'ambiente partenopeo, rappresenta un
ponte fra la cultura secentesca e quella settecentesca.[17] Nonostante V. non
sia caratterizzato da audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero
raggiunse – come nota Abbagnano – alcuni risultati fondamentali» che lo
connettono a pieno titolo al Settecento. Tuttavia non può tacersi il carattere
conservatore della filosofia politico-religiosa del V., generato dal turbamento
di chi, assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni
del sorgere di un nuovo». Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo
(ossia il peso dell'autorità della tradizione) al vero (ossia lo sforzo
innovatore della ragione) che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea
al pensiero illuministico. A tali conclusioni il pensiero vichiano fu condotto
dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro il cartesianesimo,
il quale professava, al contrario, l'eliminazione di ogni limite
gnoseologico. Opere Sei Orazioni
Inaugurali (1699-1707) De nostri temporis studiorum ratione (1709) Orazione
Inaugurale del 1708 De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda: Proemium Liber metaphysicus Risposte al giornale dei
letterati Prima risposta Seconda risposta
Institutiones oratoriae De
universis Juris De universis juris uno
principio et fine uno liber unus - include De opera proloquium» De constantia jurisprudentis liber alter Notae in duos libros, alterum De uno universi
juris principio et fine uno», alterum De constantia jurisprudentis» Scienza nuova prima Vici Vindiciae Vita di V. scritta da se
medesimo, (l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda De mente heroica Scienza nuova terza Edizioni
Scritti storici, 1939 Giambattista V., Scienza nuova, Scrittori d'Italia
135, Bari, Laterza, 1931. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V.,
Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia 112, Bari, Laterza, 1942. URL
consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V., Scienza nuova seconda. 2,
Scrittori d'Italia 113, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015.
Giambattista V., Opere a cura di Fausto Nicolini, Laterza, Bari 1914-40 in otto
volumi: I, 1914, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima
Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; II, 1936, Diritto
universale; III, 1931, Scienza nuova I; IV, 1928, Scienza nuova II; V, 1929,
Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; VI, 1939, Scritti storici; VII, 1940,
Scritti vari e pagine disperse; VIII, 1941, Poesie, Institutiones oratoriae.
Giambattista V., Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze,
Sansoni, 1971. Giambattista V., Opere giuridiche a cura di Paolo Cristofolini,
Firenze, Sansoni, 1974. Giambattista V., Institutiones oratoriae, testo
critico, versione e commento a cura di Giuliano Crifò, Napoli, Istituto Suor
Orsola Benincasa, 1989. Nicola Badaloni, Introduzione a Gianbattista V., Bari,
Laterza, 1999. Giambattista V., La scienza nuova - Le tre edizioni del 1725,
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filosofia di Giambattista V., Bari, Laterza. Croce, La filosofia di V., Bari, Laterza Glasersfeld,
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Universale Rizzoli. ^ Giambattista V., Principj di scienza nuova, di
Giambattista V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Volume 1,
Francesco d'Amico. Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la
casa, Editore Osanna Venosa V., Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani), Milano,
1947, p. 57. Giambattista V., La scienza
nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 45, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^
Ugo Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Guido
Fassò), cit. p. 16, Morano. V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p.
46, Biblioteca Universale Rizzoli. ^ Giovanni Liccardo, Storia irriverente di
eroi, santi e tiranni di Napoli. ^ V. che si era rivolto inutilmente per
sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a papa
Clemente XII, fu costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse
in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a
riscrivere l'opera in maniera più completa. (Cfr. M. Fubini, V.. Autobiografia,
Torino Einaudi. ^ M. Fubini, V.. Autobiografia, Torino Einaudi 1965. ^ La prima
redazione dell'opera, andata perduta, aveva il titolo di Scienza nuova in forma
negativa. ^ L'Autobiografia fu pubblicata postuma ampliata con una modifica di V.
^ Rivista di studi crociani, Volume 6, a cura della "Società napoletana di
storia patria", . ^ La fondazione "V.", voluta da Marotta,
presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella
Chiesa di San Biagio Maggiore di Napoli, si occupa della promozione del
pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello
Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di San Gennaro all'Olmo in Napoli. ^
Giambattista V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura
delle nazioni, a cura di Giuseppe Ferrari, Società tipografica de' Classici
italiani, Milano 1843, p. 479. ^ Silvestro Candela, L'unità e la religiosità
del pensiero di Giambattista V., Cenacolo Serafico. ^ Inesatto è altresì che V.
terminasse di vivere a più di settantasei anni: mancò nella notte tra il 22 e
il 23 gennaio, a settantacinque anni e sette mesi precisi. ...» in La
Letteratura italiana: Storia e testi, Giambattista V., Ricciardi. ^ La storia
di Giambattista V., su napolitoday. ^ Secondo notizie di stampa diffuse
nell'ottobre 2011, resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei
sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la
salma di Giambattista V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato il 14 novembre
2011 in Internet Archive.) La notizia è stata comunque commentata con prudenza
dagli esperti. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi),
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Fausto Nicolini, La giovinezza di
Giambattista V.: saggio biografico, Società editrice Il Mulino, Croce, Nuovi
saggi sul Seicento. ^ Per una silloge di pensieri» del Malvezzi, Politici e
moralisti del Seicento, ediz. Croce-Caramella, Bari, Laterza. ^ V. nel perduto
De equilibrio corporis animantis esponeva una concezione secondo cui
...riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero
sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro
del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono
respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono
in virtù di sistole e diastole». Secondo un'ipotesi di Benedetto Croce e Fausto
Nicolini l'opera era stata concepita come appendice al Liber physicus e fu
donata in forma manoscritta al suo grande amico, il giurista Domenico Aulisio
tra il 1709 e il 1711. La trattazione di quella teoria di ispirazione
cartesiana e presocratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita. ^
Stefania De Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una
contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, in Bollettino del Centro
di Studi Vichiani», (Roma : Edizioni di
Storia e Letteratura, 2011). V., Opere, Sansoni, Firenze ^ V. è considerato da
alcuni interpreti del suo pensiero come il primo costruttivista. Infatti V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo Dio conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso.
Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gli uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. (In Paul Watzlawick, La realtà inventata,
Milano, Feltrinelli Per V. la filologia
non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi,
religioni... ecc. dei popoli antichi. ^ L'età degli dei nella quale gli uomini
gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro
comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della
storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in
repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di
superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi
celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali
entrambe sono forma di governi umane.» (G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera).
^ G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera. ^ Ibidem. ^ La ragion di Stato non è
naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» (Ibidem).
^ Ibidem. ^ Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si
veda: Paolo Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche,
Firenze University Press, 2002 Archiviato il 2 agosto 2016 in Internet Archive.
^ La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei
confronti delle altre attività spirituali fu uno dei meriti che Benedetto Croce
riconobbe al pensiero vichiano: [V.] criticò tutt'insieme le tre dottrine della
poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero
diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a
meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale,
non contiene filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve
le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed
eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione
della mente umana.» (Benedetto Croce, La
filosofia di V. ^ [qual era quello dei
tempi d'Omero] V., Scienza Nuova, Conclusione. ^ Nel senso di pietas,
sentimento religioso. ^ Rosella Prezzo (a cura di), Ridere la verità. Scena
comica e filosofia, Minima, n. 24, Milano, Cortina. ^ Niccolò Tommaseo, Storia
civile nella letteraria, in Studii, Roma-Torino-Firenze, Loescher, Flora, V.,
in Storia della letteratura italiana. Nuova edizione riveduta e ampliata,
Volume terzo, Il Cinquecento Il Seicento-Il Settecento, Milano, Arnoldo
Mondadori. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 13,
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. Bibliografia Il pensiero vichiano rimase
quasi del tutto ignorato dalla cultura europea del XVIII secolo con una
diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. era
poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Johann Gottfried Herder,
chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina
vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della
filosofia. La filosofia di V. comincia
ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e
italiano: François-René de Chateaubriand e Joseph de Maistre ma,
soprattutto Jules Michelet, Principes de
la philosophie de l'histoire, Parigi 1827 diffonde il pensiero di V. di cui
apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Nella prima metà dell'Ottocento, Auguste
Comte e Karl Marx stimarono la filosofia della storia di V. ma furono i
filosofi italiani, come Antonio Rosmini, e soprattutto Vincenzo Gioberti, che
videro in lui un maestro. ommaseo, V. e il suo secolo, 1843, rist. Torino,
mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di
Gioberti. Agostino Maria de Carlo, Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di
Giambattista V. ad uso della gioventù studiosa, Napoli, Tip. Cirillo. Nuove
interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum
considerano V. un anticipatore del positivismo
Giuseppe Ferrari, Il genio di V., 1837, rist. Lanciano, Carabba, 1916.
C. Cattaneo, Sulla 'Scienza Nuova' di V., Milano, 1946-47. C. Cantoni, V.,
Torino. P. Siciliani, Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia,
Firenze, Civelli, 1871. Recentemente, viene rivalutato il legame stringente fra
il filosofo e l'Illuminismo: Alberto
Donati, Giambattista V.. Filosofo dell'Illuminismo, Ariccia, Aracne. Una spinta
decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come
anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ebbe in Italia a cominciare dagli
studi di Bertrando Spaventa e De Sanctis iniziatori di quella corrente
dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in Croce e G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1915,
rist. Firenze, Sansoni, che ne mette in luce le ascendenze neoplatoniche e
rinascimentali rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da Croce, La filosofia di V., Bari,
Laterza, 1911. che ebbe soprattutto il merito di aver intuito in V. una
definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione
storicistica dello sviluppo dello spirito da cui Croce elimina ogni riferimento
alla trascendenza della Provvidenza vichiana.
Un'accurata ricerca storica su V. fu operata dal crociano Fausto Nicolini, La giovinezza di V., Bari,
Laterza. Fausto Nicolini, La religiosità di V., Bari, Laterza, 1949. Fausto
Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza nuova', Roma, 1949-50. Fausto
Nicolini, Saggi vichiani, Napoli, Giannini, 1955. Fausto Nicolini, Giambattista
V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Venosa, Osanna. Contrari
all'interpretazione immanentistica della Provvidenza vichiana sono gli studi di
autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza: E. Chiocchietti, La filosofia di G. B. V.,
Milano, Vita e Pensiero, 1935. F. Amerio, Introduzione allo studio di V.,
Torino, SEI, 1946. L. Bellafiore, La dottrina della Provvidenza in G. B. V.,
Bologna, Cedam, 1962. A. Mano, Lo storicismo di V., Napoli. F. Lanza, Saggi di
poetica vichiana, Varese, Magenta. Il dibattito tra le interpretazioni laiche e
cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero
vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina: G. Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio
sulla genesi della Scienza nuova, Milano, Giuffrè, 1949. G. Fassò, V. e Grozio,
Napoli, Guida. Maura Del Serra, Eredità e kenosi tematica della
"confessio" cristiana negli scritti autobiografici di V., in
Sapientia, XXXIII, n. 2, 1980, pp. 186–199. sulla concezione della storia ad
opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del
pensiero vichiano: A. R. Caponigri, Time and Idea, Londra-Chicago 1953, trad.
it. Tempo e idea, Bologna, Pàtron. sulla estetica vichiana gli studi più
notevoli sono quelli di Giovanni A. Bianca, Il concetto di poesia in G.B.V.,
Messina, D'Anna, 1967. Thomas Gilbhard, V.s Denkbild. Studien zur Dipintura der
Scienza Nuova und der Lehre vom Ingenium, Berlin, Akademie Verlag, 2012, ISBN
978-3-05-005209-0. Giuseppe Prestipino, La teoria del mito e la modernità di G.
B. V., in Annali della Facoltà di Palermo», Patella, Senso, corpo, poesia.
Giambattista V. e l'origine dell'estetica moderna, Milano. Guerini, Sini,
Figure vichiane. Retorica e topica della Scienza nuova, Milano, LED. Patella,
Giambattista V. tra Barocco e Postmoderno, Milano, Mimesis. Patella, Ingegno V..
Saggi estetici, Pisa, ETS. sugli aspetti giuridici e sociologici: P. Fabiani,
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Giovambattista V. e l'epopea di una 'Scienza Nuova', in Andrea Battistini,
Pasquale Guaragnella, Giambattista V. e l'enciclopedia dei saperi, Lecce, Pensa
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/ Giambattista V. (altra versione) / Giambattista V. (altra versione), su MLOL,
Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista V., su Open
Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giambattista V.,
su Progetto Gutenberg. Pubblicazioni di Giambattista V., su Persée, Ministère de l'Enseignement
supérieur, de la Recherche et de l'Innovation. Opere riguardanti Giambattista V.,
su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Timothy Costelloe,
Giambattista V., in Edward N. Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of
Philosophy, Center for the Study of Language and Information (CSLI), Università
di Stanford. Bertland, V., su Internet Encyclopedia of
Philosophy. La Scienza nuova, su letteraturaitaliana V. - Opere, su
bibliotecaitaliana. integrali in più volumi dalla collana digitalizzata
"Scrittori d'Italia" Laterza Paolo Fabiani, La filosofia
dell'immaginazione in V. e Malebranche, su academia.edu., Firenze University
Press, Pellegrino, 'La concezione della storia di V., su centrostudilaruna.it.
Centro di Studi Vichiani, su CNR-Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione
Giambattista V., su fondazionegbV..org. Portale V., su giambattistaV..it. V.,
Giambattista', su treccani.it., in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero – Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012
Giambattista V., Principj di una scienza nuova di Giambattista V.: d'intorno
alla comune natura delle nazioni, Tip. di A. Parenti, 1847. Portale
Biografie Portale Diritto Portale Filosofia Portale Storia Categorie: Filosofi italiani
del XVII secolo Filosofi italiani del XVIII secolo Storici italiani Storici
italiani Giuristi italiani Giuristi italiani Nati a Napoli Morti a Napoli Filosofi
della storia Ontologisti Filosofi del diritto Accademici dell'Arcadia Professori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico IIMemorialisti italiani[altre]Molte
delle notizie riguardanti la vita di V. sono tratte dalla sua “Autobiografia”,
scritta sul modello letterario delle “Confessioni” d’AGOSTINO.
Dall’autobiografia V. cancella ogni riferimento ai suoi interessi giovanili per
le dottrine atomistiche e per la filosofia di Cartesio, che hanno cominciato a
diffondersi a NAPOLI, ma venneno subito repressi dalla censura delle autorità
civili e religiose, che le consideravano moralmente perniciose e contrari all'indice
dei libri proibiti. Nato da una famiglia di modesta estrazione sociale – il
padre e un libraio – V. e un bambino molto vivace. A causa di una caduta, si
procura una frattura al cranio che gli impede di frequentare la scuola per III
anni e che, pur non alterando le sue capacità mentali, quantunque “il cerusico
ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido,”
contribusce a sviluppare “una natura malinconica ed acre.” Ammesso agli studi
di grammatica presso il collegio massimo dei gesuiti, li abbandona per
dedicarsi al privato approfondimento dei testi di NICOLETTI [vide], il quale,
tuttavia, rivelandosi superiore alle sue capacità, provoca l'allontanamento
dall'attività intellettuale per I anno e mezzo. Ripresa la via degli
studi, V. si reca nuovamente dai gesuiti per seguire le lezioni di RICCI. Rimasto
ancora una volta insoddisfatto, si apparta nuovamente a vita privata per
affrontare la meta-fisica. Successivamente, per secondare il desiderio paterno,
V. e “applicato agli studi legali.” Frequenta per II mesi le lezioni di VERDE,
s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia seguirne i corsi, e si
cimenta, come di consueto, in studi di diritto. Conseguita la laurea a SALERNO,
si appassiona subito ai problemi filosofici, segno “di tutto lo studio che ha
egli da porre all'indagamento de’ princìpi del diritto universal.” Lapide nella
casa natale di via San Biagio dei Librai che recita: In questa cameretta nasce V..
Nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usa passare le notti nello
studio. Vigilia della sua opera sublime. La città di Napoli pose.” Il periodo
di tempo intercorrente e denominato dell' “auto-perfezionamento.” Difatti,
nonostante l' “Auto-biografia” riporti indietro la data d'inizio del suo
magistero, svolge attività di precettore dei figli del marchese ROCCA presso il
castello di Vatolla nel Cilento e colà, usufruendo della grande biblioteca, ha modo
di studiare l’Accademia di FICINO e PICO. Approfondisce gli studi del Lizio,
nonostante la dichiarata avversione per Aristotele e la scolastica. Legge i
saggi di di BOTERO e di BODIN, scoprendo al contempo TACITO (che divenne un
maestro cui s'ispira la sua filosofia) e la sua “mente metafisica incomparabile
con cui contempla l'uomo qual è.” Affronta per un breve periodo studi di
geometria e pubblica la canzone “Affetti di un disperato,” d'ispirazione
lucreziana (vide LUCREZIO). Erma del V. Ritornato a Napoli, affetto dalla tisi,
rientra nella misera dimora paterna. A causa delle grosse difficoltà
economiche, V. è costretto a tenere ripetizioni di retorica e grammatica. Pubblica
un discorso proemiale a una crestomazia poetica dedicata alla partenza di
Benavides, vice-ré e conte di S. Stefano. Compone un'orazione funebre in
memoria di Cardona, madre del nuovo vice-ré. Tenta vanamente di ottenere un
posto di lavoro come segretario al municipio di Napoli. Vince, con striminzita
maggioranza, il concorso per la cattedra di eloquenza e retorica a Napoli, da
cui non riusce, con suo grande rammarico, a passare a una di diritto. -- è
aggregato all'accademia palatina fondata dal vice-ré Aragón, duca di
Medinaceli. Anche dopo la nomina accademica per il mantenimento del padre e dei
fratelli, totalmente dipendenti da lui, apre uno studio dove dà lezioni di
retorica e di grammatica e impegnarsi a lavorare su commissione alla stesura di
poesie, epigrafi, orazioni funebri, e panegirici. Può finalmente prendere in
affitto in V.lo dei Giganti una casa di tre camere, sala, cucina, loggia e
altre comodità, come rimessa e cantina e sposar e avere VIII figli. Da quel
momento non ha più la tranquillità necessaria per condurre gli studi, ma prosegue
ugualmente le sue meditazioni tra lo strepitio de' suoi figlioli. A questo
periodo risale, inoltre, la conoscenza con DORIA (vide) e l'incontro con la
filosofia di Bacone. Il governo partenopeo gli commissiona la scrittura del “Principum
neapolitanorum coniuratio” e in una cena a casa di DORIA, espone le sue idee
sulla filosofia della natura che lo conduceno alla composizione del “Liber
physicus.” Pronunzia in latino le VI orazioni inaugurali, ossia le prolusioni
all'anno accademico e, se ne aggiunge una VII, più ampia e importante, “De
nostri temporis studiorum ratione,” la quale si concentra molto sul metodo
degli studi giuridici, poiché sempre ha la mira a farsi merito con l'università
nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti. Nel “De
ratione”, inoltre, è contenuta la critica al razionalismo di Cartesio e
l'elogio dell'eloquenza, della retorica, della fantasia, nonché dell’ingegno produttore
della META-FORA. L'insieme delle prolusioni universitarie sono rielaborate
per essere raccolte in “De studiorum finibus naturae humanae convenientibus”. È
aggregato all'accademia dell'Arcadia e pubblica il primo libro dell'opera
dedicata a DORIA, “De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda,” recante il sottotitolo “Liber primus sive metaphysicus.” Accanto
al “Liber Meta-Physicus,” l'opera comprender anche il “Liber Physicus” e un mai
compost, “Liber Moralis.” Un anonimo recensisce l'opera nel “Giornale de'
letterati d'Italia”, cui segue la risposta del V., accompagnata dal ristretto o
ri-assunto del “Liber Meta-Physicus”. Aseguito di nuove obiezioni prodotte
dall'anonimo recensore, replica con una Risposta II. Pubblica un trattatello
sulle febbri ispirato alle bozze del “Liber Physicus”, recante il titolo di “De
aequilibrio corporis animantis.” Inoltre, si dedica alla stesura del “De rebus
gestis Antonii Caraphaei,” una biografia del maresciallo Carafa. Durante i lavori
di questa opera biografica, V. si dedica alla ri-lettura del suo quarto
auttore», Grozio, cui dedicha un commento al “De iure belli ac pacis”.
L'incontro di V. con la filosofia di Ugon capo» ha un'importanza decisiva per
il suo sviluppo filosofico. Da quel momento, il suo interesse e completamente
assorbito dai problemi storici e giuridici. L'idea dell'esistenza di un'umanità
ferina e primitiva, dominata solamente dal senso e dalla fantasia, ed entro cui
si producono gl’ordini civili divenne centrale in tutta la sua filosofia. Vide
la luce un'opera di filosofia del diritto, intitolata “De uno universi iuris
principio et fine uno”, seguita dallo saggio “De constantia iurisprudentis,” diviso
in II parti, “De constantia philosophiae” e “De constantia philologiae,” e che,
nonostante il titolo si riferisca alla tematica giuridica, è meno incentrato
sull'argomento rispetto al “De uno”. Benché le due opere si differenzino, segno
di un rapido sviluppo della sua filosofia, è d'uso considerarli, come invero
fece anche V., insieme alle notae aggiunte e le sinopsi premesse al saggio,
sotto l'unico titolo di “Diritto universale”. S'iscrive al concorso per
ottenere la cattedra di diritto civile a Napoli e commenta un passo delle “Quaestiones
di Papiniano “davanti a un collegio di giudici, ma, con suo grande scorno, il
posto e assegnato a GENTILE. Dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della “Scienza
Nuova”, ottenne da Carlo III, la carica di storiografo regio. Tanto nuova e la
sua dottrina che la cultura del tempo non puo apprezzarla. Così che V. rimanda appartato
e quasi del tutto sconosciuto negl’ambienti filosofici, dovendosi accontentare
di una cattedra di secondaria importanza a Napoli che lo mantene inoltre in
tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza
Nuova”, dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per
la stampa. Alle difficoltà economiche vissute per la pubblicazione dell'opera
sua, che inficiarono la sua notorietà nel seno dell'accademia partenopea, s’accompagna
una prosa involuta, pertanto di difficile penetrazione. Prima della “Scienza
Nuova” V. scrive la prolusione inaugurale “De nostri temporis studiorum
ratione,” il “De antiquissima italorum sapientia, EX LINGUAE LATINAE originibus
eruenda” a cui si devono aggiungere le II risposte al “Giornale dei letterati
di Venezia” che critica la sua filosofia, il “De uno universi iuris principio
et fine uno” e il “De costantia iurisprudentis”. Afflitto da difficoltà e
disgrazie familiari, V. incomincia a scrivere la sua “Autobiografia” pubblicata
a Venezia. Vengono pubblicati i “Principii di una scienza nuova intorno alla
natura delle nazioni.” Alla “Scienza nuova” lavora per tutto il corso della sua
vita, con un’edizione integralmente ri-scritta anche a seguito delle critiche
ricevute (cui aveva risposto nelle “Vici Vindiciae”) e, infine, rivista
completamente, senza grandi modifiche, per la edizione III, pubblicata pochi
mesi dopo la sua morte da suo figlio che lo aveva sostituito nell'insegnamento
accademico. La morte [incominciarono a crescere] quei malori che fin dai suoi
più floridi anni l’avevano debilitato. Comincia adunque ad essere indebolito in
tutto il sistema nervoso in guisa che a stento poteva camminare e, quel che più
lo affligea, e di vedersi ogni giorno infiacchire la reminiscenza. Il fiaccato
corpo anda in seguito ogni giorno più a debilitarsi in guisa che perde quasi
interamente la memoria fino a dimenticare gl’oggetti a sé più vicini ed a
scambiare i nomi delle cose più usuali. Affetto probabilmente dalla malattia di
Alzheimer, all'epoca non ancora descritta scientificamente, negl’ultimi anni
non riconosceva più i suoi stessi figli e e costretto ad allettarsi. Solo in
punto di morte ri-acquista la coscienza come svegliandosi da un lungo sonno. Chiese
i conforti religiosi e recitando i salmi di Davide muore. Per la celebrazione
delle esequie nasce un contrasto tra i confratelli della congregazione di S. Sofia,
alla quale V. era iscritto, e i professori di Napoli su chi dovesse tenere i
fiocchi della coltre mortuaria. Non giungendo ad un accordo il feretro, che era
stato calato nel cortile, e abbandonato dei membri della congregazione e e riportato
in casa. Da lì finalmente, accompagnato dai colleghi dell'università, e sepolto
nella chiesa dei padri dell'oratorio detta dei Gerolamini in Via dei Tribunali.
Nell'ambiente culturale napoletano, molto interessato alle nuove dottrine
filosofiche, V. ha modo di entrare in rapporto con il pensiero di Cartesio,
Hobbes, Gassendi, Malebranche e Leibniz anche se i suoi autori di riferimento
risalivano piuttosto alle dottrine neo-platoniche dell’accademia, rielaborate
dalla filosofia rinascimentale di FICINO e PICO, aggiornate dalle moderne
concezioni scientifiche di Bacone e GALILEI e del pensiero giusnaturalistico
moderno di Grozio e Selden. Dal Portico di MALVEZZI riprende l'intuizione che
il corso storico sia retto da una sua logica interna. Questa varietà di
interessi fa pensare alla formazione di un pensiero eclettico in V. che invece
giunse alla formulazione di un'originale sintesi tra una razionalità
sperimentatrice e la tradizione platonica, accademica, e religiosa. “De
antiquissima Italorum sapientia” consta di tre parti: il “Liber Meta-Physicus”,
che usce senza l'appendice riguardante la logica che, nella sua intenzione,
avrebbe dovuto avere; il “Liber Physicus”, che pubblica sotto forma di opuscolo
col titolo “De aequilibrio corporis animantis”, che anda smarrito, ma
ampiamente riassunto nella Vita; e infine il “Liber moralis”, di cui non abbozza
nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” V., considerando il linguaggio come
oggettivazione del pensiero, è convinto che dall'analisi etimologica di alcune
parole si possano rintracciare originarie forme del pensiero. Applicando questo
metodo, risale ad un antico sapere filosofico delle popolazioni italiche. Il
fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima
che “Latinis verum et factum reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus
loquitur, convertuntur” -- che cioè il criterio e la regola del vero consiste
nell'averlo fatto. Per cui possiamo dire ad esempio di conoscere le
proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati,
definizioni. Ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura, perché
non siamo noi ad averla creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento del
Lizio, veramente la scienza è “scire per causas.” Ma questi elementi primi li
possiede realmente solo chi li produce, “provare per cause una cosa equivale a
farla”. Il principio del “verum ipsum factum” non e una nuova e originale
scoperta di V. E già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che
richiede l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico
che, tramite la tradizione scotista, e presente nella cultura filosofica
napoletana del tempo di V. La tesi fondamentale di queste concezioni
filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che
tale cosa produce. Il principio del verum-factum, proponendo la dimensione
fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo di
Cartesio che inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della
storia umana, che non può essere analizzata solo in astratto, perché essa ha
sempre un margine di imprevedibilità. Si serve, però, di quel principio
per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia di Cartesio trionfante in quel periodo. Il cogito di
Cartesio infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol
dire conoscenza della natura del mio essere. Coscienza non è conoscenza. Avrò
coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho
solo riconosciuto. L'uomo può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e
infine in senso assoluto, se sia. A sostegno della sua argomentazione escogita
un certo genio ingannatore e maligno. Ma è assolutamente impossibile che uno
non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza
che egli è. Pertanto Cartesio svela che il primo vero è questo, Penso dunque
sono. --“De antiquissima Italorum sapiential” in “Opere filosofiche,” a cura di
Cristofolini (Firenze, Sansoni). Il criterio del metodo di Cartesio
dell'evidenza procura dunque una conoscenza chiara e distinta, che però non è
scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva,
dell'essere umano e della natura solo il divino, creatore di entrambi, possiede
la verità. Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle
sue costruzioni, come accade per la matematica, la geometria crea una realtà
che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una
verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle
scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno
certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno
certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le
facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare. I
latini diceno che la mente è data, immessa negl’uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gl’autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negl’animi umani siano create e risvegliate dal divino. La mente
umana si manifesta pensando, ma è il divino che in me pensa, dunque nel divino
conosco la mia propria mente. Il valore di verità che l'uomo ricava dalle
scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che
la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un’attività che appartiene
in primo luogo al divino. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in
cui imita la mente, le idee, del divino, partecipando metafisicamente ad
esse. Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono ad opera di
quella facoltà che V. chiama “ingegno” che è la facoltà propria del conoscere per
cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L'ingegno è lo
strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo di Cartesio,
per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso
gl’esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la
contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso
l'errore. Il divino mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando
erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto
l'apparenza dei beni. Vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti,
ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. Contro la Scessi sostiene
che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico. Il
chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo
soltanto in relazione ai corpi opachi. Tale è lo splendore del vero metafisico
non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio
infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè
formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico. Il sapere
metafisico non è il sapere in assoluto. Esso è superato dalla matematica e
dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che
da lei discende in tutte le altre scienze. Vi è dunque un primo vero,
comprensione di tutte le cause, originaria spiegazione causale di tutti gli
effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i
corpi e che quindi si identifica con divino. Nel divino sono presenti le forme,
simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina. Il primo
vero è nel divino, perché il divino è il primo facitore (primus factor);
codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è
compiutissimo, poiché mette dinanzi al divino, in quanto li contiene, gli
elementi estrinseci e intrinseci delle cose. Se l'uomo non può considerarsi
creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che
rimandano ad essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia
un'attività creatrice che gli appartiene questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana. L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà
umana. Nella storia, l'uomo verifica il principio del “verum ipsum factum” creando
così una scienza nuova che ha un valore di verità come la matematica. Una
scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e,
rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la
scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa
mente umana che ha fatto quelle cose. La definizione dell'uomo, della sua mente
non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a
un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola
al suo divenire storico. È assurdo credere, come fa Cartesio o i ne-oplatonici,
che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni
condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene la
scienza del vero. La filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde
viene la coscienza del certo. Questa medesima degnità o assioma dimostra aver
mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro
autorità con la ragion dei filosofi. Ma la filologia da sola non basta, si
ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla
filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di
complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Compito
della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei
principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante,
fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di una legge che ne sia a
fondamento com'è per tutte le altre scienze. Poiché questo mondo di nazioni
egli è stato fatto dagl’uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità
convenuto e tuttavia vi convengono tutti gl’uomini; poiché tali cose ne
potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni
scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni. La
storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi
universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono
costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per
la nascita e il mantenimento delle nazioni. Rifarsi alla mente umana per
comprendere la storia non è sufficiente. Si vedrà, attraverso il corso degli
avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio
superiore ad essa che la regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là
o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così
accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti
utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di
giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. Pur gli uomini
hanno essi fatto questo mondo di nazioni, ma egli è questo mondo, senza dubbio,
uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre
superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti. La storia
umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e
per la guida degli eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è
guidato dalla provvidenza che prepone alla storia divina. Secondo V. il
metodo storico dove procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli
antichi poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degl’antichi
costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue,
e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico
delle nazioni civili. Questo metodo ha fatto identificare nella storia
una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre
età: l'età degli dei, nella quale gli uomini gentili credettero vivere
sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gl’auspici e gli
oracoli; l'età degl’eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche;
l'età degl’uomini nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana.
La storia umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gl’uomini,
giganti simili a primitivi "bestioni", vivevno vagando nelle foreste
in uno stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale e conseguenza del
peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della provvidenza divina
che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti
che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e
creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si
nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore
dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e
pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le
famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli
antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra. L'uscita
dallo stato di ferinità quindi avviene: per la nascita della religione,
nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del
vivere ordinato, per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere
umano con la formazione della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti,
segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie.
Della prima età sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti
su cui basarsi. Infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché
erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degl’eroi ha
inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno
per la sopravvivenza. Sorsero la città guidata dalle prime organizzazioni
politiche dei signori, gl’eroi che con la forza e in nome della ragion di
stato, conosciuta solo da loro, comandano su i servi che, quando rivendicano i
propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini
nobiliari, danno vita allo stato aristo-cratico che caratterizza il secondo
periodo della storia umana. In questa seconda, dove predomina la
fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine, la
conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degl’uomini e
alla formazione del stato popolari (res pubblica) basato sul diritto umano
dettato dalla ragione umana tutta spiegata. Sorge quindi uno stato non
necessariamente demo-cratico ma che puo essere pure monarchico poiché
l'essenziale è che rispetta la ragione naturale, che eguaglia tutti. La legge
delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in
tempo le storie di nostra nazione. Il popolo conforma il suo corso storico a
questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che
necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla
fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta. Gl’uomini
prima sentono senza avvertire. Dappoi avvertiscono con animo perturbato e
commosso. Finalmente riflettono con mente pura. Se nella storia pur tra le
violenze, i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo ciò è dovuto all'azione
della provvidenza che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che
si presenta in modo diverso nelle tre età. Nella prima età degl’eroi, il vero
si presenta come certo gl’uomini che non sanno il vero delle cose procurano
d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la
scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. Questa certezza non viene
all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso
comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il genere umano. Vi è poi, nella seconda età della storia e
dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V.
define poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale
ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è
proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa
degnità filologica-filosofica ne appruova che gl’uomini del mondo fanciullo,
per natura, furono sublimi poeti. Se vogliamo quindi conoscere la storia del
antico popoli romano dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro
cultura. Il mito o la leggenda infatti non è solo una favola e neppure una
verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé
elaborata dagl’antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servano di
universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentano modelli ideali
universali. I antichi romani non definano razionalmente la prudenza ma
raccontarono di ENEA, modello universale fantastico dell'uomo prudente. V.
si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma
espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la
metafora, la metonimia, e la sineddoche, sono stati erroneamente ritenuti
strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base. Invece, la
poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari
modi di spiegarsi della nazione romana poetica. La poesia ha una funzione
rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini. La lingua
romana non ha quindi un'origine convenzionale. Questo presupporrebbe un uso
tecnico. Ma la lingua romana sorge invece spontaneamente come poesia. Poiché il
linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto il
popolo romano, arriva alla discoverta dell’epica, l'espressione del patrimonio
culturale comune di tutto il popolo romano. È comunque da respingere la
interpretazione platonica dell’epica come filosofia, -- l’epica e fornita di
una sublime sapienza riposte. Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è
certamente opera d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né
da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella
truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose
battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie
d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'epica romana.
La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari
per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi
diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione.
Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manfesta in forme diverse
storicamente ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di
volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella
storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello
divino: nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si
realizza tramite il fare divino: la provvidenza, legge trascendente della
storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo
non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero
che la provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e
primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani
dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come
sostengono gli stoici e gl’epicurei che niegano la provvedenza, quelli
facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa
tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi,
possono anche farla regredire. Gl’uomini prima sentono il necessario; dipoi
badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel
piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar
di sostanze. A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento
della provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da
cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello
superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la
strada precedente. Paradossalmente la criticità del progresso storico appare
proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare
e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della ragione tutta spiegata che si sostituisce alla religione: Così
ordenando la provvedenza: che non avendosi appresso a fare più per sensi di
religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea. La ragione infatti, pur con la filosofia,
custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può
tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli
stolti dotti a calunniare la verità. La ragione non crea la verità,
poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare
astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione
ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è
ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la
mente umana da sola non basta poiché occorre la provvidenza che indichi la
verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi
essa deve custodirla. Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da
finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo
studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gl’uomini popolari, i progressisti di quel tempo, sono CAPUA,
DORIA, e CALOPRESO, che stano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui
e un re-trivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la
coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra
ancella. Resiste. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resiste a
Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui pensieri sono lumi sparsi, a Grozio, a
Puffendorfio, a Locke, il cui saggio e la metafisica del senso. Resiste, ma li
studia più che facessero i novatori. Resiste come chi sente la sua forza e non
si lascia sopraffare. Accetta i problemi, combattea le soluzioni, e le cerca
per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. E la resistenza della coltura
italiana, che non si lascia assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. E il
re-trivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa e la resistenza di
V. E un moderno e si sente e si crede antico, e resistendo allo spirito nuovo,
riceveva quello entro di sé. SANCTIS. Fintanto che e in vita la portata e la
ricezione critica del suo pensiero sono circoscritte quasi unicamente agl’ambienti
intellettuali della propria città, trovando poi un ben più vasto seguito. Affermatasi
la fama del pensiero vichiano, esso e conteso dalle più disparate correnti
filosofiche: dal pensiero cristiano -- nonostante l'iniziale rifiuto --, dagl’idealisti
-- dai quali fu proclamato precursore dell'immanentismo hegeliano --, dai
positivisti, e persino da diversi marxisti. V. è ben più di un semplice
filosofo tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama e
apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri
momenti e celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o
come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre venne
ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto
d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più
vari campi dell'operare umano. Il pensiero vichiano, le cui prime fonti
s'ispirano alla tradizione filosofica che permea l'ambiente partenopeo della
sua epoca, rappresenta un ponte. Nonostante V. non sia caratterizzato
dall'audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota ABBAGNANO
– alcuni risultati fondamentali che lo connettono a pieno titolo alla riforma.
Tuttavia, non può tacersi il carattere conservatore della sua filosofia
politico-religiosa, generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un
mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo. Ciò è
dimostrato dalla giustapposizione del certo – ossia, il peso dell'autorità
della tradizione -- al vero – ossia, lo sforzo innovatore della ragione -- che
è il segno di una ricerca di equilibrio estranea all’illuminismo. A tali
conclusioni il pensiero vichiano e condotto dalla limitatezza della sua
gnoseologia e dalla polemica contro Cartesio, il quale professa, al contrario,
l'eliminazione di ogni limite gnoseologico. Altri saggi: “VI Orazioni
Inaugurali”: “De nostri temporis studiorum ratione”: “Orazione Inaugurale”;
“Proemium”; “Risposte al giornale dei letterati Prima risposta”; “Seconda
risposta”; “Institutiones oratoriae”; “De universis Juris”; “De universis juris
uno principio et fine uno liber unus - include “De opera proloquium”; “De
constantia jurisprudentis liber alter”; “ Notae in II libros, alterum De uno
universi juris principio et fine uno, alterum De constantia jurisprudentis”;
“Scienza nuova prima”; “Vici vindiciae”; “Vita di V. scritta da se medesimo,
(l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda, De mente heroica,
Scienza nuova terza. Edizioni: Scritti storici, V., Scienza nuova, Scrittori
d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza, V., Scienza nuova seconda. Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V.,
Opere a cura di Nicolini, Laterza, Bari, Orazioni inaugurali, De studiorum
rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei
letterati; Diritto universale, Scienza nuova; Scienza nuova, Autobiografia,
Carteggio, Poesie varie; Scritti storici; Scritti vari e pagine disperse;
Poesie, Institutiones oratoriae. V., Opere filosofiche a cura di Cristofolini,
Firenze, Sansoni. V., Opere giuridiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni.
V., Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di
Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa. Il pensiero vichiano rimase
quasi del tutto ignorato dalla cultura europea con una diffusione limitata
nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. e poco conosciuto anche se
filosofi tedeschi come Herder, chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle
somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia
nello sviluppo della filosofia. La filosofia di V. comincia ad essere
conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano:
Chateaubriand e Maistre ma, soprattutto Michelet, “Principes de la
philosophie de l'histoire” (Parigi) diffonde il pensiero di V. di cui apprezza
la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Comte e Marx
stimarono la filosofia della storia di V. Ma furono i filosofi italiani, come SERBATTI,
e soprattutto GIOBERTI, che videro in lui un maestro. Tommaseo, V. e il
suo secolo, rist. Torino mette in evidenza la grande affinità del pensiero
vichiano con quello di GIOBERTI. Carlo, “Istituzione Filosofica secondo i
Princìpj di V.” (Napoli, Cirillo). Nuove interpretazioni basate sul principio
vichiano del verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo.
FERRARI, Il genio di V., rist. Carabba, CATTANEO, Sulla 'scienza nuova' di V.”
(Milano); CANTONI, “V.” (Torino); Siciliani, “Sul rinnovamento della filosofia
positiva in Italia” (Civelli Firenze). Viene rivalutato il legame stringente
fra il filosofo e l’illuminismo. Donati, “V., filosofo dell'Illuminismo” (Aracne).
Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano
come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ha in Italia a cominciare dagli
studi di SPAVENTA e SANCTIS iniziatori di quella corrente dottrinale
interpretativa che si ritrova soprattutto in CROCE e GENTILE, Studi
vichiani, Messina, rist. Sansoni Firenze che ne mette in luce le ascendenze neo-platoniche
e rinascimentali, rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista, e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da CROCE, “La filosofia di V.” (Laterza,
Bari) che ha soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione
dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica
dello sviluppo dello spirito da cui CROCE elimina ogni riferimento alla
trascendenza della provvidenza vichiana. Un'accurata ricerca storica su V.
e operata dal crociano Nicolini, “V.” (Laterza, Bari); Nicolini, “La
religiosità di V.” (Laterza, Bari); Nicolini, Commento storico alla seconda
'Scienza Nuova (Roma); Nicolini, Saggi vichiani (Giannini, Napoli); Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli,
la casa” (Osanna Venosa). Contrari all'interpretazione immanentistica della provvidenza
vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la
trascendenza: Chiocchietti, La filosofia di V., Vita e Pensiero, Milano,
Amerio, Introduzione allo studio di V., SEI, Torino, Bellafiore, “La dottrina
della provvidenza in V., Milani, Bologna, A. Mano, “Lo storicismo di V.” (Napoli);
Lanza, Saggi di poetica vichiana, Magenta, Varese, Il dibattito tra le
interpretazioni laiche e cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti
dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della
sua dottrina: Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della
Scienza nuova” (Milano, Giuffrè), non esistente. Fassò, V. e Grozio, Napoli,
Guida, Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana
negli scritti autobiografici di V., in Sapientia, sulla concezione della storia
ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del
pensiero vichiano: Caponigri, Tempo e
idea, Pàtron, Bologna, sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono
quelli di Bianca, Il concetto di poesia in V., D'Anna, Messina, Prestipino, "La teoria
del mito e la modernità di V.", Annali della facoltà di Palermo, sugl’aspetti
giuridici e sociologici: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e
Malebranche, Firenze, Donati, Nuovi
studi sulla filosofia civile (Firenze); Bellafiore, Il diritto naturale (Milano);
Pasini, Diritto, società e stato in V., Jovene, Napoli, Giannantonio,
"Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano (Carabba, Lanciano);
Leone, [rec. al vol. di] Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato
a Napoli e Milano” (Carabba. Lanciano, in Misure critiche, La Fenice, Salerno,
e in "Forum Italicum", Wehle, Sulle vette di una ragione abissale: V.
e l'epopea di una 'Scienza Nuova'. In: Battistini e Guaragnella, V. e
l'enciclopedia dei saperi. - Lecce: Pensa multimedia (Mneme). Croce, La
filosofia di V., Bari, Laterza, Consiglia, Napoli, Editoria clandestina e
censura ecclesiastica a Napoli, in Rao, Editoria e cultura a Napoli, Napoli:
Liguori, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia, Laterza, V., La
scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli, V., Ferrari, La
scienza nuova (a cura di Rossi), Tip. de' Classici Italiani, Cioffi ed altri, I filosofi e le idee,
Mondadori, Armando, Sanna, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero –
Politica, Enciclopedia Italiana Treccani, Adorno, Gregory, Verra, Storia della
filosofia (Laterza); Fassò, Storia della filosofia del diritto (Laterza); Abbagnano,
Storia della filosofia (L'Espresso); V., La scienza nuova (Rizzoli); V.,
Principj di scienza nuova, di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni,
Amico, Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la
casa, Osanna Venosa, V. Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani, Milano); V., La
scienza nuova (a cura di Rossi), Rizzoli, Grozio, Prolegomeni al diritto della
guerra e della pace (a cura di Fassò), Morano, V., La scienza nuova (Rizzoli); Liccardo,
Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. V. che si era
rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale
Orsini, poi a Papa Clemente XII, e costretto a vendere un anello per farla
pubblicare. V. scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene
poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. Cfr.
Fubini, V. Autobiografia (Torino Einaudi). La prima redazione dell'opera,
andata perduta, ha il titolo di Scienza nuova in forma negative. L'Autobiografia
e pubblicata postuma ampliata con una
modifica di V.. RIVISTA DI STUDI CROCIANI, a cura della Società
napoletana di storia patria, La fondazione V. voluta da Marotta, presidente
dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di S. Biagio
Maggiore, Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della
gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e
la Chiesa di S. Gennaro all'Olmo in Napoli. V., Principi di una scienza nuova
d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Ferrari, Società
tipografica de' Classici italiani, Milano. Candela, L'unità e la religiosità
del pensiero di V., Serafico, Inesatto è altresì che V. terminasse di vivere a
più di settantasei anni. Per contrario, manca ai vivi nella notte e a
settantacinque anni e sette mesi precisi, in La Letteratura italiana: Storia e
testi, V., Ricciardi. La storia di V., su napolit oday. Secondo notizie di
stampa diffuse resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei
sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la
salma di V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato in Internet Archive. La
notizia è stata comunque commentata con prudenza dagl’esperti. La scienza
nuova, Biblioteca Universale Rizzoli. Nicolini, V.: saggio biografico (Il
Mulino), CROCE, Nuovi saggi. Per una silloge di pensieri di MALVEZZI, Politici
e moralisti, ediz. CROCE-CARAMELLA, Bari, Laterza. V. nel perduto De equilibrio
corporis animantis espone una concezione secondo cui riponevo la natura delle
cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo,
tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece,
sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e
sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole.
Secondo un'ipotesi di Croce e Nicolini l'opera e stata concepita come appendice
al “Liber Physicus” ed e donata in forma manoscritta al suo grande amico,
Aulisio. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e pre-socratica
venne poi inserita più ampiamente nella Vita. Toma, Ecco l'origine
delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima
italorum sapienti, Bollettino del CENTRO DI STUDI VICHIANI (Roma: Edizioni di
storia e letteratura). Opere, Sansoni, Firenze -- è considerato da
alcuni interpreti della sua filosofia come il primo ‘costruttivista’. Infatti, V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo il divino conosce veramente il mondo, avendolo creato lui
stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gl’uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. Watzlawick, La realtà inventata (Milano,
Feltrinelli) Per V. la filologia non è solo la scienza del
linguaggio ma anche storia, usi e costumi, e religioni dei popoli antichi.
L'età degli dei nella quale gl’uomini gentili credettero vivere sotto divini
governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che
sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale
dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi
rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei. Finalmente,
l'età degl’uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura
umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie,
le quali entrambe sono forma di governi umane. V., Scienza Nuova, Idea
dell'Opera. La RAGION DI STATO non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da
pochi pratici di governo. Degnità. Sull'immaginazione nei primitivi secondo la
filosofia vichiana si veda: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e
Malebranche, La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia
nei confronti delle altre attività spirituali e uno dei meriti che CROCE riconosce
al pensiero vichiano. V. critica tutt'insieme le tre dottrine della poesia come
esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e
come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a meno. La
poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale, non
contiene filosofemi. I filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le
hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed
eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione
della mente umana. CROCE, La filosofia di V. -- qual era quello dei tempi
d'Omero. V., Scienza Nuova, Conclusione Nel senso di pietas,
sentimento religioso. V., La scienza nuova (Biblioteca Universale
Rizzoli). CROCE NICOLINI Storicismo Filosofia della storia Filologia. su
Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., su sapere, De Agostini. V., su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Battistini, V., in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Bertland, La Scienza nuova su letteratura italiana Opere, su biblioteca italiana
integrali in più volumi dalla collana
"Scrittori d'Italia" Laterza, Fabiani, La filosofia
dell'immaginazione in V., su academia, Firenze, Pellegrino, 'La concezione
della storia di V., su centro studi LA RUNA it. CENTRO DI STUDI VICHIANI, su
Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione V., su Fondazione gbV. Portale V.,
su giambattist aV.. u treccani., in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero, Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V., Principj di
una scienza nuova di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A.
Parenti. Italian
philosopher. Grice: “The Italians revere him so much that his emblem is on one
of their stamps!”“It would be as having Ryle on one of ours!” V.: He is so beloved by the
Italians “that they made a stamp of him.”Grice. cited by H. P. Grice, “V. and
the origin of language.” Philosopher who founded modern philosophy of history,
philosophy of culture, and philosophy of mythology. He was born and lived all
his life in or near Naples, where he taught eloquence. The Inquisition was a
force in Naples throughout V.’s lifetime. A turning point in his career was his
loss of the concourse for a chair of civil law. Although a disappointment and
an injustice, it enabled him to produce his major philosophical work. He was
appointed royal historiographer by Charles of Bourbon. V.’s major work is “La
scienza nuova” completely revised in a second, definitive version.
He published three connected works on jurisprudence, under the title Universal
Law; one contains a sketch of his conception of a “new science” of the historical
life of nations. V.’s principal works preceding this are On the Study Methods
of Our Time, comparing the ancients with the moderns regarding human education,
and On the Most Ancient Wisdom of the Italians, attacking the Cartesian
conception of metaphysics. His Autobiography inaugurates the conception of
modern intellectual autobiography. Basic to V.’s philosophy is his principle
that “the true is the made” “verum ipsum factum”, that what is true is
convertible with what is made. This principle is central in his conception of
“science” scientia, scienza. A science is possible only for those subjects in
which such a conversion is possible. There can be a science of mathematics,
since mathematical truths are such because we make them. Analogously, there can
be a science of the civil world of the historical life of nations. Since we
make the things of the civil world, it is possible for us to have a science of
them. As the makers of our own world, like God as the maker who makes by
knowing and knows by making, we can have knowledge per caussas through causes,
from within. In the natural sciences we can have only conscientia a kind of
“consciousness”, not scientia, because things in nature are not made by the
knower. V.’s “new science” is a science of the principles whereby “men make
history”; it is also a demonstration of “what providence has wrought in
history.” All nations rise and fall in cycles within history corsi e ricorsi in
a pattern governed by providence. The world of nations or, in the Augustinian
phrase V. uses, “the great city of the human race,” exhibits a pattern of three
ages of “ideal eternal history” storia ideale eterna. Every nation passes
through an age of gods when people think in terms of gods, an age of heroes
when all virtues and institutions are formed through the personalities of
heroes, and an age of humans when all sense of the divine is lost, life becomes
luxurious and false, and thought becomes abstract and ineffective; then the
cycle must begin again. In the first two ages all life and thought are governed
by the primordial power of “imagination” fantasia and the world is ordered
through the power of humans to form experience in terms of “imaginative
universals” universali fantastici. These two ages are governed by “poetic
wisdom” sapienza poetica. At the basis of V.’s conception of history, society,
and knowledge is a conception of mythical thought as the origin of the human
world. Fantasia is the original power of the human mind through which the true
and the made are converted to create the myths and gods that are at the basis
of any cycle of history. MICHELET was the primary supporter of V.’s ideas. He
made them the basis of his own philosophy of history. COLERIDGE is the
principal disseminator of V.’s views in England. Joyce uses the New Science as
a substructure for Finnegans Wake, making plays on V.’s name, beginning with
one in Latin in the first sentence: “by a commodius vicus of recirculation.” CROCE
revives V.’s philosophical thought, wishing to conceive V. as
the Hegel. V.’s ideas have been the subject of analysis by such
prominent philosophical thinkers as Horkheimer and Berlin, by anthropologists
such a Leach, and by literary critics such as Wellek and Read. Refs.: S. N.
Hampshire, “V.,” in The New Yorker. Luigi Speranza, “V. alla Villa Grice.” H.
P. Grice, “V. and language.” Danesi, Metaphor,
and the Origin of Language. Serious
scholars of V. as well as glotto-geneticists will find much of value in this
excellent monograph. V. Studies. A provocative, well-researched argument which
might find re-application in philosophy. Theological Book Review. DANESI
returns to V. to create a persuasive, original account of the evolution and
development of the Italian language, one of the deep mysteries of Italians. V.’s
reconstruction of the origin of language is described and evaluated in light of
Grice’s philosophical conversational pragmatics. Keywords: V. e la filosofia romana,
V., VARRONE, storia della linguistica, storia della rhetorica, glotto-genesi, la
ricostruzione di V., The New Science Basic Notions. Language
and the Imagination: V.’s Glottogenetic Scenario; V.’s Approach; Reconstructing
the Primal Scene; After the Primal Scence; the dawn of communication: iconicita
e mimesi, hypotheses The Nature of Iconicity. Imagery, Iconicita e gesto.
Iconic Representation. Osmosis Hypothesis Ontogenesis From Percept al concetto.
The Metaphoricity Metaphor metafora; Metaphor and Concept-Formation Mentation,
Narrativity, e mito; the socio-biological-Computationist Viewpoint:A Vichian
Critique; The Vichian Scenario Revisited; Revisting the Genetic Perspective;
computationism. SAGGI FILOSOFICI ii V. CROCE LA
FILOSOFIA DI V. BARI LATERZA TI
l'OQ KAFI-KDITOBI-LIHK AI Stampato in Trani, coi tipi dolla
Ditta Tipografica Editrice Vecchi.ifs
V4GV0X WINDELBAND Per quali ragioni a Croce è sembrata necessaria una esposizione
della filosofia di V. puo agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna di
questo filosofo e dalle notizie bibliografiche, che si leggono nella seconda e
terza appendice. Qui occorre avvertire soltanto che l’esposizione di Croce. non vuol essere un riassunto saggio per saggio e
parte per parte dei saggi di V.; e, anzi, presuppone la conoscenza di questi saggi
e, ove manchi, vuol eccitare il lettore a procacciarsela per meglio seguire, e
per riscontrare, l’interpetrazioni ed i giudizi che gli vengono offerti da
Croce. Su questo presupposto, pur valendomi assai spesso (specialmente nei capitoli relativi alla storiografia) delle
parole testuali di V., Croce non crede opportuno virgoleggiarle (salvo dove
piace a Croce dare risalto alla precisa espressione originale), perché,
avendole di solito combinate da brani sparsi nei più vari luoghi e ora
abbreviate ora allargate e sempre frammischiate liberamente con parole e frasi
di Croce di commento, il continuo
virgoleggiarle è stato un mettere in mostra, con più di fastidio che d’utilità,
il rovescio del ricamo di Croce, che ciascuno puo osservare da sé, quando ne ha
voglia, col sussidio dei rimandi che Croce mette in fondo al saggio. Desideroso
d’attestare, per quanto è possibile a Croce, in ogni particolare del suo saggio,
la reverenza che si deve al gran nome di
V., Crice è studiato d’essere breve, di quella brevità che V. considera quasi
suggello di saggi scientifici ben meditati. Al qual uopo Croce sacrifica anche
le discussioni coi singoli interpetri, contentandosi di semplici accenni. Del
resto, parte dell’interpetrazioni esposte sembrano a Croce frutti dell’indagini
e controversie che costituiscono la
migliore letteratura di e su V.; e tutta quell'altra parte, che è personale di
Croce, e l'idea stessa generale del suo saggio, difende a suo tempo, se è il
caso, contro i dissenzienti e gl’obiettanti, nel modo diretto che nel corso
dell'esposizione Croce non stima d’adoperare. Perché Croce spera che il suo
saggio ha l'effetto non già di spegnere
ma di raccendere le discussioni intorno alla filosofia di V. Di questo altvater,
come lo chiama Goethe, che è fortuna per un popolo possedere, e al quale
bisognerà sempre fare capo per SENTIRE ITALIANAMENTE la filosofìa, pur
pensandola cosmopoliticamente. La dedica del lavoro (oltre a essere omaggio a
uno dei maggiori maestri della storia
della filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che venga presto riempita,
in tale storia, la lacuna, sulla quale richiama l'attenzione più volte, e
specialmente alla fine della seconda dell’appendici del volume. Raiano, Aquila.
L'augurio espresso nell’ultime linee dell’avvertenza ha compimento, e non solo
Windelband da luogo alla filosofia di V. nella sua Storia della filosofìa (Leipzig),
ma il saggio di Croce è subito tradotto in francese, e altre versioni se ne
preparavano, e fiorisceno l’indagini e le discussioni, quando la guerra
sopravvenne a sospendere quella ripresa di studi e la divulgazione dell'opera
di V. fuori d'Italia. Non si per altro che, durante la guerra e in
relazione ad essa, i concetti di V. non sono
qua e là richiamati per dominare col pensiero il corso delle cose; e li richiama,
tra gl’altri, lo stesso Windelband, nel suo saggio, che è una lezione di guerra
sulla filosofia della storia. L’edizione contiene piccole correzioni,
schiarimenti e aggiunte, ed è messa al corrente nella parte bibliografica. La
tavola dei rinvìi ai testi di V. è resa
più precisa, e in ciò, come nella revisione generale, Croce ha l'amichevole
aiuto di NICOLINI, benemerito editore della Scienza nuova. Circa la concezione
e il metodo del saggio non ha alcun cangiamento d’introdurre né pentimento
da manifestare: sebbene da più parti mi
sia stata rivolta la facile ma superflcialissima critica, che l'interpretazione di V. vi è tutta
compenetrata dal proprio pensiero filosofico
di Croce, e perciò non è oggettiva. In verità, chi voglia conoscere davvero V.
deve leggere e meditare i saggi del V.; e questo è indispensabile, e questa è
la sola oggettività possibile: non la cosiddetta esposizione oggettiva che
altri ne faccia, e che non potrebbe riuscire
se non lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece, storica e
critica d’un filosofo ha una diversa e più alta oggettività, ed è
necessariamente il dialogo tra un'antico e un nuovo pensiero, nel quale
solamente l'antico pensiero viene inteso e compreso. E tale è, o procura d’essere,
il saggio di Croce. Che cosa avrei potutoi ntendere Croce di V., se non mi fossi travagliato su problemi
strettamente congiunti ai suoi o derivanti da quelli suoi? Per questa ragione anche non posso dare
importanza all'opposizione che mi è venuta d’egregi scrittori cattolici, i
quali è naturale che vedano le cose con occhi diversi dai miei. Ciò che, per
altro, non mi sembra logico, è il loro sforzo di ridurre V. a filosofo ortodosso; nel quale sforzo urtano
inevitabilmente in due gravi difficoltà. In primo luogo essi vengono a trovarsi
di fronte all'impossibilità di spiegare perché mai V., che, a loro giudizio,
non fa altro che ripetere o rinfrescare i concetti della tradizione filosofica,
sia sembrato e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato tanto
a genio ai filosofi. E parimente, in secondo luogo, si tolgono il modo di
spiegareT avversione che per lui provarono i cattolici del suo secolo e taluno
insigne del secolo seguente, come, per
es., BALBO (vedsi), che lo senti estraneo alla scienza. E questo basti
aver detto, perché, riguardoso come credo d'esser sempre stato verso i
cattolici, non perciò polemizzerei mai
con essi, stimando la cosa tanto poco utile, quanto utile e doveroso è, per me,
tirare innanzi per la mia via. Napoli. La prima forma della dottrina di V.
sulla conoscenza si presenta come diretta critica e antitesi del pensiero
cartesiano, che da oltre mezzo secolo da l'indirizzo generale allo spirito
europeo ed era destinato a dominare
ancora per un secolo le menti e gli animi. Cartesio colloca f ideale della scienza perfetta nella
geometria, sul modello della quale intende a riformare la filosofia e ogni
altra parte del sapere. E poiché il metodo geometrico perviene mercé l'analisi
a verità intuitive, e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione
sintetica sempre più complesse affermazioni,
la filosofia, per procedere con rigore di scienza, dove, a mente di Cartesio,
cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una verità primitiva e intuitiva,
dalla quale deduce tutte le sue ulteriori affermazioni, teologiche,
metafisiche, fisiche e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e
distinta – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct ideas” -- era, dunque,
criterio supremo; e l'inferenza
immediata, l'intuitiva connessione del
pensiero coll'essere, del cogito col sum, porge la prima verità e la base pella
scienza. Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio metodico che conduce
al cogito, Cartesio si argomenta di sconfiggere una volta per sempre lo
scetticismo. Ma, per ciò stesso, tutto
quel sapere non ancora ridotto o non riducibile a percezione chiara e distinta
e a deduzione geometrica, perde ai suoi occhi valore e importanza. Tale la storia,
che si fonda sulle testimonianze; l'osservazione naturalistica, non ancora
matematizzata; la saggezza pratica e l'eloquenza, che si valgono dell'empirica
conoscenza del cuore umano; la poesia,
che offre immagini fantastiche. Piuttosto che un sapere, codesti prodotti
spirituali erano per Cartesio illusioni e torbide visioni: idee confuse,
destinate o a farsi chiare e distinte e perciò a svestire la loro anteriore
forma d'esistenza, o a trascinare un'esistenza miserabile, indegna
dell'attenzione del filosofo. La luce
solare del metodo matematico rende
superflue le fiammelle che sono di guida nelle tenebre e proiettano sovente
ombre ingannatrici. Ora V. non si restringe e non s’attarda, come altr’avversari
di Cartesio, a prendere scandalo pelle conseguenze del metodo soggettivo,
pericoloso alla religione; o a disputare scolasticamente se il cogito sia o non
sia un sillogismo, e se come sillogismo
sia o no difettoso; o a protestare con l'offeso buon senso contro il disprezzo
cartesiano verso la storia, l'oratoria e la poesia. Egli va diritto al cuore
della questione, al criterio stesso stabilito da Cartesio per la verità
scientifica, al principio dell'evidenza; e dove il filosofo gallo stima d’aver
fornito tutto quanto si potesse
richiedere pella scienza più rigorosa, V.
osserva che, posta l'esigenza alla quale s'intende soddisfare, in realtà, col
metodo raccomandato, s’ottene ben poco o addirittura nulla. Bella scienza, dice
V., è codesta dell'idea chiara e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso è, si,
cosa indubitabile, ma non mi ha punto l'aria d’una proposizione scientifica. Ogni idea, per erronea che sia,
può apparire evidente; e, non perché a me appaia tale, acquista virtù di
scienza. Che se si pensa, si è anche, era cosa nota persino al Sosia di Plauto,
che esprime questa sua persuasione quasi colle stesse parole della
filosofia cartesiana. SED QVOM COGITO
EQVIDEM CERTO SVM. Ma lo scettico replica
sempre ai Sosì e ai Cartesì, che egli non dubita di pensare; professa anzi
asseverantemente che quel che a lui sembra scorgere è certo, e lo sosterrà con
ogni sorta di cavilli; e che non dubita d’essere, anzi cura d’esser bene, mercé
la sospensione dell'assenso, per non aggiungere ai fastidì delle cose gl’altri
provenienti dall’opinioni. Ma, nell'affermare
cosi, sosterrà insieme che la certezza del suo pensare e del suo essere
è coscienza e non scienza; ed è coscienza volgare. Tanto poco la chiara e
distinta percezione è scienza, che da quando, per effetto del cartesianismo,
essa viene adoperata nella fisica, la conoscenza delle cose naturali non è
divenuta punto più sicura. Cartesio spicca un salto per sollevarsi dalla coscienza volgare alla
scienza; ed è ricaduto di piombo in quella coscienza, senza raggiungere la
scienza agognata. Ma in che cosa la verità scientifica consiste, poiché
certamente non consiste nella coscienza immediata? In che la scienza differisce
dalla semplice coscienza? Qual è il criterio, o, in altri termini, quale la
condizione che rende possibile la
scienza? Colla chiarezza e colla distinzione non si muove un sol passo; coll'affermazione
d’un primo vero non si risolve il problema, che non è già circa un primo vero,
ma circa la forma che la verità deve avere perché possa essere riconosciuta
verità scientifica, ossia verità vera. V. risponde a questa domanda, e
giustifica la sua accusa d'
insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere a una proposizione che, a
bella prima, potrebbe dirsi ovvia e tradizionale. Tradizionale non in conseguenza
della tesi storica colla quale V.
l'accompagna e che egli stesso poi ebbe a rifiutare, cioè che quella
proposizione risalga a un'ANTICHISSIMA SAPIENZA ITALICA; ma nel senso che essa era comune e quasi intrinseca al
pensiero. Nulla di più familiare, infatti, a un italiano, il quale recita ogni
giorno il suo credo in un dio onnipotente, onnisciente e creatore del cielo e
della terra, dell'affermazione che solo Dio può avere scienza piena delle cose,
perché egli solo ne è l'autore. Il primo vero, ripete V., è in Dio, perché Dio
è il primo fattore; ed è vero infinito
perché egli è fattore delle cose tutte, esattissimo perché rappresenta a lui gl’elementi
cosi esterni come interni delle cose, le quali egli contiene tutte in sé.
Questa medesima proposizione circola nelle scuole, specie, a quanto sembra,
presso scotisti e occamisti, e, nel rinascimento, FICINO l'asseriva nella
Theologia platonica, dicendo che la
natura, opera divina, produce le sue cose con vive ragioni dall'intrinseco,
come la mente del geometra dall'intrinseco fabbrica le sue figure; e CARDANO
ripete che tale è la vera scienza, la scienza divina, quaì res facit, e che di
essa tra le umane rende immagine la sola geometria; e lo scettico Sanchez, nel
Quod nihil scltur, ricorda che non può
perfecte cognoscere quis quaì non creavit, nec Deus creare potuisset nec creata
regere quce non perfecte prcecognovisset; ipse ergo, solus sapientia, cognitio,
intellectus perfectus, omnia penetrai, omnia sapit, omnia cognoscit, omnia
intelligit, quia ipse omnia est et in omnibus, omniaque ipse sunt et in ipso.
Ma il [Si veda per le origini il saggio di CROCE: Le fonti della
gnoseologia di V., cit. nell'append. bibliografica. Sul concetto di Sanchez, Opera
medica, ed. di Tectosagum] richiama l'attenzione Windelband, Gesch. d. Philosophie.]
V. non si restringe ad affermazioni incidentali e, intendendo pel primo la
fecondità del concetto espresso in quella proposizione, dall'elogio dell'infinita potenza e sapienza
di Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricava, contro Cartesio,
il principio gnoseologico universale, che la condizione per conoscere una cosa
è il farla, e il vero è il fatto stesso: verum ipsum factum. Non altro che
codesto si vuol dire, egli chiarisce, quando s’afferma che la scienza è
peiccnisas scire, perché la cagione è
quel che per produrre l'effetto non ha bisogno di cosa estranea, è il genere o
modo d’una cosa: conoscere la cagione è saper mandare ad effetto la cosa,
provare dalla causa è farla. In altri termini, è rifare idealmente quel che si
è fatto e si fa praticamente. La cognizione e l'operazione debbono convertirsi
tra loro, come in Dio intelletto e
volontà si convertono e fanno tutt'uno. Senonché, stabilito nella connessione
del vero e del fatto l'ideale della scienza, e, poiché l'ideale è la vera
realtà, conosciuta la natura vera della scienza, la prima conseguenza che da
questo riconoscimento deve trarsi è quella stessa che ne traevano i platonici e
gli scettici del rinascimento,
l'impossibilità della scienza pell'uomo. Se Dio crea le cose, Dio solo
le conosce per cause, egli solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha
la scienza. Forse che l'uomo ha esso creato il mondo? ha esso creato la propria
anima? All'uomo non è data la scienza, ma la sola coscienza, la quale per
l'appunto volge sulle cose di cui non si può
dimostrare il genere o forma onde si fanno. La verità di coscienza è il
lato umano del sapere divino, e sta a questo come la superficie al solido:
piuttosto che verità, dovrebbe dirsi CERTEZZA – H. P. Grice: objective It is
certain that p; subjective, I am certain that p – Intention and UNcertainty. A
Dio l' ìntelligere, all'uomo il solo cogitare, il pensare, l'andare raccogliendo gl’elementi
delle cose, senza poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero dimostrativo;
all'uomo le notizie non dimostrate e non scientifiche, ma o CERTE PER SEGNI INDUBITATI
O PROBABILI per forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti
congetture. Il certo, la verità di coscienza, non è scienza, ma non perciò è il falso. E V. si guarda bene
dal chiamare false le dottrine di Cartesio: egli vuole soltanto degradarle da
verità compiute a verità frammentarie, da scienza a coscienza. Tatt'altro che
falso è il cogito ergo sum: il trovarsi finanche sulla bocca del Sosia plautino
è argomento non per rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verità di semplice coscienza. Il pensare, non essendo
causa del mio essere, non induce scienza del mio essere; se l'induce, essendo
l'uomo, secondo che i cartesiani ammettono, mente e corpo, il pensiero sarebbe
causa del corpo; il che ci avvolgerebbe tra tutte le spine e gli sterpi delle
dispute circa l'azione della mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il cogito è, dunque, UN MERO SEGNO O INDIZIO del
mio essere: nient'altro. L'idea chiara e distinta non può dare criterio, non
pure delle altre cose ma della mente medesima, perché la mente in quel suo
conoscersi non si fa, e, poiché non si fa, ignora il genere o modo onde si
conosce. Ma l'idea chiara e distinta è quel che solo è concesso allo spirito dell'uomo, e, come unica ricchezza ch'egli
abbia, preziosissima. Anche per V. la metafisica serba il primato fra le
scienze umane, che tutte derivano da lei; ma laddove per Cartesio essa può
procedere con sicuro metodo di dimostrazione pari a quello geometrico, per V.
deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per cause ma di cause. E
del probabile si contentò ai suoi bei
tempi, nella Grecia antica, nella ROMA ANTICA DI CICERONE, e nell'Italia del
Rinascimento; e quando volle abbandonare il probabile e si empi la testa dei
fumi di quel detto fastoso: sapientem nihil opinavi, cominciò a turbarsi e a decadere. L'esistenza di Dio è certa, ma non è scientificamente
dimostrabile, e ogni tentativo di
dimostrazione è da considerare documento non tanto di pietà quanto piuttosto
d'empietà, perché, per dimostrare Dio, dovremmo farlo: l'uomo dovrebbe
diventare creatore – GRICE GENITORE -- di
Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto quello che ci è stato
rivelato da Dio, ma non domandare in qual modo sia vero, che è ciò che non potremo mai comprendere. Sulla verità
rivelata e sulla coscienza di Dio s’appoggiano le scienze umane e vi trovano la
loro norma di verità; ma il fondamento stesso è verità di coscienza e non di
scienza. Come V. abbassa le scienze che Cartesio prediligeva e coltiva, la
metafisica, la teologia, la fisica, cosi risolleva le forme di sapere che Cartesio aveva abbassate: la storia,
l'osservazione naturalistica, la cognizione empirica circa l'uomo e la società,
l'eloquenza e la poesia. 0, per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per
rivendicarle: dimostrato che le superbe verità della filosofia condotta con
metodo geometrico si riducono anch'esse a nient'altro che probabilità e
asserzioni aventi valore di seniplice
coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere è, nell'atto stesso, bella
e compiuta, perché tutte si ritrovano ormai adeguate alla medesima altezza o
bassezza che si dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga da sé
un'altra indegna di questo nome perché fondata non sul ragionamento ma
sull'autorità, è chiarita illusoria.
L'autorità delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze, l'opinione
generale, la tradizione, la coscienza del genere umano, vengono restaurate
nell'ufficio che hanno sempre avuto e che ebbero nello stesso Cartesio; il
quale, come suole accadere, disprezza quel che egli possede in gran copia e di
cui si era potentemente giovato, e, uomo
dottissimo, scredita la dottrina e l'erudizione, come chi si è nutrito può darsi il lusso di parlare con
disdegno del cibo che è già sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio
contro l'autorità si era provata, per alcuni rispetti, benefica, avendo scosso
la troppo vile servitù di star sempre sopra l'autorità. Ma che non regni altro
che il proprio individuale giudizio, che
si pretenda rifare da cima a fondo il sapere sulla propria individuale
coscienza, che si giunga, come fa Malebranche, ad augurare perfino di vedere
bruciati tutti i filosofi e di tornare alla nudità di Adamo; è una follia o,
per lo meno, un eccesso, dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il
giusto mezzo è di seguire il proprio
giudizio, ma con qualche riguardo all'autorità; di congiungere insieme,
cattolicamente, la fede colla critica circoscritta dalla fede e giovevole alla
fede stessa: in modo conforme al carattere indelebile di mera probabilità che
ha il sapere o la scienza umana, in modo avverso all'indirizzo della riforma,
pel quale lo spirito interno di ciascuno si
fa divina regola delle cose che si devono credere. C'è, per altro, un
gruppo delle scienze cartesiane al quale par che V. riconosca, come i suoi predecessori del rinascimento, un posto
privilegiato; vale a dire, non di coscienza, ma di vera e propria scienza, non
nella certezza, ma nella verità: le discipline matematiche. Sono queste,
secondo lui, le sole conoscenze possedute dall'uomo in modo del
tutto identico a quello del sapere divino, e cioè perfetto e dimostrativo. E
non già, come Cartesio crede, per effetto del loro carattere d’evidenza.
L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non dà una verità della
stessa forza che nelle matematiche. Né le matematiche sono per sé evidenti:
con quale chiara e distinta idea si
potrebbe concepire che la linea consti di punti che non hanno parti? Ma il
punto impartibile, che non si può concepire nelle cose reali, si può, invece,
definire; e col DEFINIRE CERTI NOMI, l'uomo si crea gli eiementi delle
matematiche, coi postulati li porta all'infinito, con gli assiomi stabilisce
certe verità eterne, e con questi
infiniti e con questa eternità disponendo i loro elementi, egli fa IL VERO
CH’INSEGNA. La forza delle matematiche nasce, dunque, non dal criterio
cartesiano, ma appunto dall'altro enunciato da V.; non dall'evidenza, ma dalla
conversione del conoscere col fare: mathematica demonstramus, quia verum
facimus. L'uomo prende l'uno e lo
moltiplica, PRENDE IL PUNTO E LO DISEGNA, e crea i numeri e le grandezze che
egli conosce perfettamente perché opera sua. Le matematiche –PEANO -- sono
scienze operative, e non solo nei loro problemi, ma negli stessi teoremi, che
volgarmente si stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione esse sono
anche scienze che dimostrano per cause,
contrariamente all'altra opinione volgare che esclude dalle matematiche il
concetto di causa; sono, anzi, le sole, tra le scienze umane, che davvero
provino per cause. Da questo procedere provengono le loro Verità meravigliose;
e tutto l'arcano del metodo geometrico consiste nel DEFINIRE PRIMA LE VOCI, e
cioè fare i concetti coi quali si abbia
a ragionare; poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col quale
si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, domandare cosa che per natura si
possa concedere affine di poter dedurre i ragionamenti, i quali senza una
qualche posizione non verrebbero a capo; e con questi principi da verità pili
semplici dimostrate procedere fil filo
alle più composte, e le composte non affermare se prima non s’esaminino una per
una le parti che le compongono. Si direbbe
che V. sia circa il valore delle matematiche affatto d'accordo con Cartesio,
dal quale differisca soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto che la
sua fondazione debba considerarsi più profonda, tanto più ne verrebbe rafforzato ed esaltato
l'ideale matematico, prefisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza
perfetta che lo spirito umano raggiunga è quella matematica, è chiaro che sopra
essa bisogna sorreggersi e alla stregua d’essa modellare o giudicare l’altre. V.,
insomma, si sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe
procurato una migliore ragione che
quegli non sospetta. Ma, quantunque cosi sembri a prima vista, e cosi abbia
pensato qualche interpetre, osservando meglio si scorge che la gran perfezione
che V. attribuisce alle matematiche è più apparente che reale; che la sicurezza
che egli vanta di quel procedere, è, per sua medesima confessione, acquistata a
spese della realtà; e che, insomma, l'accento della
teoria non cade tanto sulla verità di quelle discipline quanto sulla loro
arbitrarietà. E in questo risalto dato al carattere d’arbitrarietà egli
differisce non solo dai ricordati filosofi del rinascimento, ma anche da BONAITUO
GALILEI e dalla sua scuola. L'uomo infatti, egli dice, andando attorno a investigare la natura delle cose, e accorgendosi finalmente
di non poterla in niun modo conseguire, perché non ha dentro di sé gl’elementi
onde sono composte, e, anzi, li ha tutti fuori di sé, è condotto via via a
volgere a profitto questo stesso vizio della sua mente; e con l'astrazione
(non, s'intende, coll'astrazione sulle cose materiali, perché V. NON ASSEGNA origine
empirica alle matematiche, ma coll'astrazione che s’esercita sugli enti
metafisici, si foggia due cose, duo sibi confingit: IL PUNTO DA DISEGNARE, e
l'unità da moltiplicare. Entrambi finzioni, utrumque ftctum, perché IL PUNTO DISEGNATO non è più
punto – Grice: CIRCLE AND CIRCLE IN PLATO -- e l'uno moltiplicato non è più
uno. Indi, da quelle finzioni, di proprio arbitrio, proprio iure – GRICE DEEM -- assume di procedere
all'infinito, sicché le linee si possano condurre nell'immenso, Si veda sulla
storia della gnoseologia delle matematiche fino a V. il
saggio di CROCE cit.] l'uno moltiplicare
pell'innumerabile. A questo modo costruisce per suo uso un mondo di forme e numeri, che egli abbraccia tutto
dentro di sé; e col prolungare, col tagliare, col comporre le linee, coll'aggiungere,
togliere e computare i numeri, fa infinite opere e conosce infiniti veri. Non
può definire le cose e DEFINISCE NOMI – GRICE ROBINSON --; non può attingere gl’elementi reali e si
contenta d’elementi immaginari –IL LATINO SINE FLEXIONE DI GRICE E PEANO –
DEUTERO LATINO SINE FLEXIONE --, dai quali sorgono idee che non ammettono
alcuna controversia. Simile a Dio, ad Del instar >, da nessun sostrato materiale, e quasi
dal niente, crea punto, linea, superficie: il punto che è posto come quello che
non ha parti; la linea come l'escurso del
punto, ossia la lunghezza priva di larghezza e di profondità; la
superficie, come l'incontro di due linee diverse in uno stesso punto, cioè la
lunghezza e la larghezza senza la profondità. Cosi le matematiche purgano il
vizio della scienza umana, di avere sempre le cose fuori di sé e di non aver
essa fatto ciò che vuole conoscere. Quelle fanno ciò che conoscono, hanno in sé medesime i loro
elementi e si configurano, perciò, a somiglianza perfetta della scienza divina
{sdentici divince similes evadunt. A chi legge queste e altrettali descrizioni
e celebrazioni da V. del procedere matematico, par d'avvertire come un'ombra
d'ironia, se non proprio intenzionale, certamente risultante dalle cose
stesse. La fulgida verità delle
matematiche nasce, dunque, dalla disperazione della verità; la loro formidabile
potenza dalla riconosciuta impotenza! La somiglianza dell'uomo matematico con
Dio non è troppo diversa da quella del contraffattore – the black front -- di
un'opera col suo autore: ciò che Dio ò nell'universo della realtà, l'uomo è,
si, nell'universo delle grandezze e dei
numeri, ma questo universo è popolato d’astrazioni e finzioni. La divinità
conferita all'uomo è, quasi, divinità da burla. Per effetto della diversa
genesi che V. ASSEGNA alle matematiche,
anche la loro efficacia viene assai ristretta. Le matematiche non stanno più,
come per Cartesio, al sommo del sapere umano, scienze aristocratiche – ma blue-collar – Grice -- ,
destinate a redimere e a governare le scienze subalterne; ma occupano una
cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben circoscritta, fuori della quale
se mai esse si provano a uscire, pèrdono, d'un subito, ogni loro mirabile
virtù. Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte ante e a parte
post: nel loro fondamento e in quel che
a loro volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento, perché se creano i
loro elementi, cioè le finzioni iniziali, non creano la stoffa in cui queste
sono ritagliate, e che a esse, non meno che alle altre scienze umane, è fornita
dalla metafisica, la quale, non potendo dar loro il proprio soggetto, ne dà
certe immagini. Dalla metafisica la
geometria toglie il punto PER DISEGNARLO, cioè,
per annullarlo come
punto; e l'aritmetica l'uno per moltiplicarlo, cioè, per distruggerlo
come uno. E poiché la verità metafisica, per quanto certa appaia alla
coscienza, non è dimostrabile, le matematiche, in ultima analisi, riposano
anch'esse sull'autorità e sul probabile. Ciò
basta a svelare la fallacia d’ogni trattazione matematica che si tenti
dalla Metafisica. V. sembra ammettere
una specie di circolo tra geometria e metafisica, la prima delle quali riceve
il suo vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella stessa
metafisica, confermando reciprocamente la scienza umana colla divina. Ma questo
concetto, che è più che contestabile e si può dichiarare
senz'altro incoerente e contradittorio, richiama, in ogni caso, l'uso
metafisico, o piuttosto L’USO SIMBOLICO – Grice Austin SYMBOLO -- e poetico che della matematica fanno Pitagora a
CROTONE e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e non ha nulla da vedere
con una filosofia trattata matematicamente
al modo dei cartesiani o Spinoza. La geometria sarebbe, a giudizio di V.,
l'unica ipotesi pella quale dalla metafisica sia dato passare alla fisica e la
FISIOLOGIA; ma rimarrebbe in tale accezione un'ipotesi, una probabilità,
qualcosa di mezzo tra la fede e la critica, tra l' immaginazione di WARNOCK e
il ragionamento, quale rimane sempre la
metafisica e, in genere, la scienza umana, secondo il modo di vedere di V.
in questa prima forma della sua gnoseologia. Come non fondano la metafisica
dalla quale anzi derivano, cosi le matematiche – o LA GEOMETRIA e l’ARIMMETICA del
quadrivio -- non sono neppure in grado di fondare le altre scienze, che pure
seguono a esse nell'ordine di derivazione. Tutte le materie, diverse dai numeri
e dalle misure, sono affatto incapaci di metodo geometrico. La fisica – o la
FISIOLOGIA -- non è dimostrabile; se potessimo dimostrare le cose fisiche nella
FISIOLOGIA, le faremmo -- sì physica demonstrare possemus, faceremus. – GRICE
ENGINEER E GENITORE -- Ma non le facciamo e perciò non possiamo darne
dimostrazione. L'introduzione del metodo matematico nella fisica e nella
FISIOLOGIA non ha giovato a questa disciplina, che fa scoperte grandi senza
quel metodo, e nessuna né grande né
piccola ha fatta mercé d’esso. La fisica o la FISIOLOGIA somiglia, in verità, a
una casa che gl’antenati hanno riccamente arredata e di cui gl’eredi non hanno accresciuto la
suppellettile, ma si divertono solamente a cangiarla di posto e a disporla in
modi nuovi. È necessario perciò restaurare e sostenere, in fisica e FISIOLOGIA,
l'indirizzo sperimentale contro quello matematico: l'indirizzo britannico
contro quello gallo, il cauto uso che
delle matematiche fa BUONAIUTO GALILEI e la sua scuola contro l'incauto e
arrogante dei cartesiani. A ragione nlla BRITANNIA si proibisce l'insegnamento
della fisica e della fisiologia matematica – il sabato per sperimenti a Oxford
– TYE MALPAS --: cotal metodo non procede se non prima DEFINITI I NOMI – GRICE
ROBINSON --, fermati gli assiomi e convenute –GRICE CONVENTIO -- le domande; ma
in fisica si hanno a definire cose e non nomi, non vi ha convenzione che non
sia contrastata, né si può domandare cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel
migliore dei casi, quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo – My
neighbour’s three-year old is not adult” --:
si espongono le osservazioni fìsiche
colla dicitura: pella definizione IV, pel postulato II, pelll'assioma III, e si conclude con le
solenni abbreviature: Q. e. d.; ma non si svolge nessuna forza dimostrativa e
la mente resta dipoi in tutta la libertà d’opinare che possede innanzi d’udire
tali metodi strepitosi. V. non sa astenersi, a tal proposito, da paragoni satirici. Il metodo
geometrico, egli dice, quando è nel suo
legittimo dominio, opera senza farsi sentire, e, ove fa strepito, SEGNO è che
non opera – those spots SEGNO E CHE ha masles:
appunto come negl’assalti l'uomo timido grida e non ferisce, l'uomo
d'animo fermato tace e fa colpi mortali. E ancora: il vantatore del metodo
geometrico in cose in cui quel metodo non trae
necessità di consentire, quando pronuncia: questo è assioma o questo è
dimostrato, è simile al pittore che a immagini informi, le quali per sé non si
possano riconoscere, scrive sotto: questo è uomo, questo è satiro, questo è
leone – DENNETT RYLE – GRICE – questo non e gatto, e cane --, e via
discorrendo. Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo dimostra i
principi della fisica e della fisiologia del LIZIO, Cartesio i suoi, se non
tutti opposti, certamente diversi; eppure furono due geometri, dei quali non si
può dire che non sapessero usare il metodo. Quel che bisogna, se mai,
introdurre nella fisica o fisiologia sarebbe non il metodo ma la dimostrazione
geometrica; ma questa è proprio ciò che
non è dato introdurvi. Meno ancora è possibile nelle altre scienze via via più
corpulente e più concrete: meno che in ogni altra, nelle scienze – sono
scienze? -- morali. E perciò, non potendosi usare la cosa, in cambio s’abusa
tanto del NOME; e, come il titolo di signore, rifiutato un tempo da TIBERIO perché
troppo superbo – mister Grice,
master Grice --, si dà ora a ogni vilissimo uomo, cosi quello di dimostrazione,
applicato a ragioni probabili e talora apertamente false, ha sminuito la
venerazione che si deve alla verità. Per le matematiche stesse V. scorge
pericoli nella sostituzione dei metodi analitici ai geometrici o sintetici. E
dubita che la nuova meccanica sia frutto
davvero dell'analisi, la quale attutisce l'ingegno, ossia la facoltà inventiva,
e, certa nel risultato {opere), è oscura nella via (opera), laddove il metodo
sintetico è tum opere tura opera certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni
aspettando se per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte
d'indovinare, o una macchina piuttosto che
un pensiero. Per analoghe
considerazioni V. non tene in alcun pregio le topiche più o meno meccaniche e
le arti lulliane e kircheriane dell'invenzione e della memoria. La simpatia pello
sperimentalismo che, come si è visto, stacca V. dall'indirizzo gallo e
cartesiano e l’avvicina piuttosto a quello ITALIANO o britannico, a BUONAITUO GALILEI e a
Bacone, lo rende altresì nemico del LIZIO e dello scolasticismo.
Esortando egli a cercare i particolari e a valersi del metodo induttivo;
affermando che il genere umano era stato arricchito d’innumerevoli verità dalla
tìsica, la quale, mercé il fuoco, le macchine e gli strumenti, si era fatta
operatrice di cose simili a peculiari opere della natura; raccomandando la
propria metafisica come tale che serve bene, anclllantem, alla fisica o
fisiologia sperimentale; non può non riconoscere ben meritato il discredito in
cui era caduta la fisica del LIZIO, troppo, egli dice, universale. E se a
Cartesio rimprovera l'introduzione delle forme fisiche o FISIOLOGICHE nella
metafisica, e con ciò la tendenza verso
il materialismo, il LIZIO e gli scolastici sono poi da lui accusati dell'errore
opposto, cioè d’aver voluto introdurre le forme metafisiche nella FISIOLOGIA.
Come Bacone, egli stima che il sillogismo e il sorite non producano nulla di
nuovo e ripetano ciò che è già contenuto nelle premesse; e mette in chiaro i
molteplici danni che gl’universali del
LIZIO cagionano in tutte le parti del saper: nella giurisprudenza, in cui le
vuote generalità soffocano il senno legislativo; nella medicina, che bada piuttosto
a tenere in piedi i sistemi che a sanare gl'infermi; nella vita pratica, nella
quale gl’abusatori d’universali sono derisi col nome di uomini tematici. Dagl’universali derivano l’omonimie
o equivoci – AEQUI-VOX -- cause d'ogni
sorta d’errori. Alla diffidenza verso gl’universali, intesi qui nel senso di
concetti generali o astratti, risponde in V., com'era stato caso frequente
presso gl’anti-LIZIO della Rinascenza, l'esaltazione dell’idee platoniche,
delle forme metafisiche, o, come egli anche le chiama, dei generi, modelli
eterni degl’oggetti e infiniti per
perfezione. Nominalista nelle matematiche, sospettoso del nominalismo – BETE
NOIRE GRICE -- in tutti gl’altri campi del sapere, V. asserisce la realtà delle
forme o dell’idee, e narra e attratto da questa dottrina, INSEGNATAGLI d’un suo
maestro che era scotista e perciò seguace di quella tra le filosofie
scolastiche che più si approssima all’ACCADEMIA.
Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia di V. non è
intellettualistica, non è sensistica e non è veramente speculativa; ma contiene
tutte tre queste tendenze che si compongono in certo modo tra loro, non col
sottomettersi gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi tutte alla
riconosciuta incompiutezza della scienza
umana. Il suo intento e di fronteggiare, con un sol movimento tattico,
dominatici DOMMATICI -- Grice underdogma
-- e scettici, contro i primi negando che si possa sapere tutto e contro i
secondi che non si possa sapere cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione
di scettiicismo o agnosticismo, nella quale non
manca neppure qualche tratto mistico. Il sapere divino è sapere
unitario, quello umano è la frammentazione dell'unità; Dio sa tutte le cose
perché contiene in sé gl’elementi dai quali le compone tutte; l'uomo si studia
di conoscerle col ridurle in pezzi. La scienza umana è una sorta d’anatomia
delle opere di natura, e viene dividendo l'uomo in corpo e anima, e l'anima in intelletto e volontà –
GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL --,
e dal corpo astrae la figura e il moto, e da questi l'ente e l'uno –
GRICE MULTIPLICITY OF BEING --; onde la
metafisica contempla l'ente, l'arimmetica l'uno e la sua moltiplicazione –
MULTIPLICITY --, la geometria la figura
e le sue misure, la meccanica il moto –
LA DINAMICA -- dell'ambito, la fisica o FISIOLOGIA il moto del centro, la
medicina il corpo, la logica la ragione, la morale la volontà. Ma accade di
quest’anatomia come di quella del corpo umano, circa la quale i più acuti fisiologi
dubitano se per effetto della morte e della stessa dissezione sia più possibile
indagare il vero sito, struttura e uso
delle parti. L'ente, l'unità, la figura, il moto, il corpo, l'intelletto, la
volontà sono altro in Dio, nel quale fanno uno, altro nell'uomo in cui restano
divisi: in Dio vivono, nell'uomo periscono. La percezione chiara e distinta,
nonché prova di forza, è prova di debolezza dell'intendimento umano. Le forme
fisiche appaiono evidenti fintanto che non si mettono al paragone delle metafisiche:
il cogito ergo sum è certissimo, quando l'uomo considera sé stesso, creatura
finita, ma addentrandosi in Dio, che è l'unico e vero ente, egli conosce
veramente non essere: con l'estensione e le sue tre misure crediamo di
stabilire verità eterne, ma nel fatto ccelum ipsum petimus stillatici, perché l’eterne verità – GRICE HOLY OF
HOLLIES, LA CITTA DELL’ETERNA VERITA -- sono solamente in Dio: eterno ci sembra
l'assioma che il tutto è maggiore della parte, ma, risalendo ai principi, si
scorge che è falso e si vede che tanta virtù d’estensione è nel punto del
cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perciò, conclude V., in
metafisica colui avrà profittato che nella meditazione di questa scienza
avrà sé stesso perduto. Giudicare, come pur talora è stato fatto, che in queste
proposizioni V. sia nient'altro che un ACCADEMICO o un seguace della
tradizionale filosofia, e negare per conseguenza qualsiasi importanza alla sua
prima gnoseologia, significa attenersi a
quell'erroneo modo di critica e di storia filosofica il quale, guardando
alle conclusioni generali d’un sistema, ne trascura il contenuto particolare,
che solo gli dà la vera fisonomia. S'intende bene che ogni filosofo è sempre,
nelle sue conclusioni finali, o agnostico o mistico o materialista o
spiritualista, e via dicendo; ossia rientra in qualcuna delle perpetue categorie nelle quali s’aggira il
pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in questo modo unilaterale i
filosofi giova soltanto a favorire il pregiudizio – e la predillezione GRICE -- che la storia del pensiero ripeta di
continuo, sterilmente, sé medesima, passando d’un errore ad un altro -- GRICE PHILOSOPHY REPEATING ITSELF, DEAD --
e abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che poi sarebbe anch'esso un
vecchio rifatto o ritinto giovane. L’ACCADEMIA, agnosticismo o
misticismo di V. è sommamente originale perché tutto contesto di
dottrine che non solo non sono inferiori al livello della filosofia, ma lo
sorpassano d'assai. La prima di queste
dottrine è la teoria del conoscere come
conversione del vero col fatto, sostituita al tautologico criterio della
percezione chiara e distinta. Quantunque per V. quella conversione rappresenti
un ideale inconseguibile dall'uomo, non pertanto con essa viene esattamente
determinata la condizione e la natura della conoscenza, l'identità del pensiero
e dell'essere, senza la quale il
conoscere è inconcepibile. La seconda è la svelata natura delle matematiche,
singolari per la loro origine tra le altre conoscenze umane, rigorose perché
arbitrarie, ammirevoli ma inette a dominare e a trasformare il restante sapere
umano. La terza dottrina, finalmente, è la rivendicazione del mondo
dell'intuizione, dell'esperienza, della
probabilità, dell'autorità, di quelle forme tutte che l'intellettualismo
ignora o nega. In questi punti l'agnostico, l’ACCADEMICO, il mistico V. non e
né agnostico né mistico né ACCADEMICO, e compie un triplice progressos sopra
Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti, vene da lui definitivamente
criticato. Dove, invece, Cartesio sopravanza
ancora V. e, per l'appunto, in quel dommatismo di cui V. non voleva a niun conto sapere.
Riuscisse o no, Cartesio tenta una scienza umana perfetta, dedotta dall'interna
coscienza; e V., giudicando troppo superbo il filosofo gallo e disperando del
tentativo, asseriva invece la trascendenza della verità, s’appoggia alla
rivelazione e si restringe a dare una
metafisica humana imbecillitale dignam. La sua e una gnoseologia dell'umiltà –
dell’IMBECILE --, come quella di Cartesio della superbia. Ora, V. non poteva
progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno una parte della sua
umiltà e acquistando qualcosa della superbia di Cartesio; introducendo nel suo
spirito cattolico un po' del lievito di
quello spirito protestante che gli sembra cosi pericoloso; provandosi a
concepire una filosofia alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto più
degna dell'uomo, che è debole e forte insieme, è uomo ed è Dio. E questo
progresso è manifesto nella forma successiva del suo pensiero. La volontà di
credere, fortissima in V., e la completa dedizione del suo animo al
cattolicismo del suo tempo e del suo
paese, lo legano saldamente alla gnoseologia e metafisica ACCADEMICA; la quale,
per questi ostacoli psicologici, non poteva sviluppare nella mente di lui le
contradizioni di cui e pregna. L'idea di Dio lo doma e lo sorregge insieme; ed
egli non aveva l'audacia né sente il
bisogno d'investigare a fondo quale
valore sia d’attribuire alla
rivelazione, o se sia concepibile un Dio fuori del mondo, o come l'uomo
possa affermare Dio senza in qualche modo dimostrarlo e perciò crearlo lui. Per
far si che V. aprisse e in parte percorre una nuova via, la quale avrebbe
condotto lo spirito umano al superamento della concezione platonica,
era indispensabile che la provvidenza, per servirci fin d’ora di un
concetto di V., che verrà illustrato più oltre) adoperasse verso di lui un
inganno, e con lungo e tortuoso giro lo menasse all'imboccatura della nuova
via, non lasciandogli sospettare dove questa avrebbe messo capo. Gli scritti,
nei quali V. espose la sua prima gnoseologia, il De ratione studiorum, il De antiquissìma italorum
sapientia, e le polemiche relative, appartengono ad un quadriennio. Nel
decennio che segui, V. fu tratto a darsi sempre più alle ricerche sulla storia
del diritto e della civiltà. Lesse Grozio per prepararsi a scrivere la vita di Carafa,
e s'ingolfò nei dibattiti sul DIRITTO NATURALE; intensificò gli studi sul DIRITTO
ROMANO e sulla scienza del diritto in genere, per rendersi degno, come H. L. A.
Hart, d’una cattedra di giurisprudenza
nella università di NAPOLI; ripensò alle origini delle lingue, delle religioni,
degli Stati, poco soddisfatto delle tesi storiche da lui sostenute nel De
antiquissima, e forse anche intimamente scosso da qualche critica che coglieva giusto, fattagli da un recensente
del Giornale dei letterati, l'INSEGNARE rettorica, che era il suo mestiere, gli
porgeva continua occasione a meditare sulla natura e la storia della poesia e
delle forme del linguaggio. Cosicché, se non è esatto dire che V. fu condotto
al suo nuovo orientamento, culminante
nella Scienza nuova, mercé un processo
non filosofico ma filologico, essendo chiaro che un orientamento filosofico non
può nascere se non d’un processo egualmente filosofico, è indubitabile che il
materiale e lo stimolo pel suo nuovo pensiero gli furono offerti dagli studi
filologici. Attraverso i quali egli ebbe a fare un'esperienza solenne: cioè,
che quella materia di studio non poteva
essere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di certi principi
necessari, che gli si ripresentavano in ogni parte della storia da lui presa a
meditare. Un tempo gli era sembrato che
le scienze morali, ragguagliate al metodo matematico, occupassero, quanto a
sicurezza, l'infimo posto. Ora, nella quotidiana familiarità con quelle scienze, gli si veniva scoprendo il
contrario: niente di più sicuro del fondamento della FILOSOFIA MORALE. E quella
loro sicurezza non era la semplice evidenza cartesiana, nella quale l'oggetto,
per intrinseco che si dica, rimane estrinseco; ma era una sicurezza davvero
intrinseca, intrinsecamente ottenuta.
Nel ripiegarsi colla mente sui fatti della
storia, V. sentiva d’appropriarsi meglio qualcosa che già gli appartene,
di rientrare in possesso di propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo;
e che cosa era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso? Chi fa
la storia se non la fa l'uomo, colle sue idee, i suoi sentimenti, le sue
passioni, la sua volontà, la sua azione? E lo spirito umano, che fa la storia, non è quello stesso
che si adopera a pensarla e a conoscerla? La verità dei principi generatori della
storia nasce, dunque, non dalla forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla
connessione indissolubile del soggetto coll'oggetto della conoscenza. Il che
importa che la scoperta che V. ora compiva, la verità che egli ora
riconosce alla FILOSOFIA MORALE, era la
visione di un nuovo nesso del principio gnoseologico già da lai formolato nel
periodo precedente della sua speculazione, ossia del criterio della verità
riposto nella conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta, pella
quale l'uomo può avere perfetta scienza del mondo umano, è per l'appunto che il
mondo umano l'ha fatto l'uomo stesso; e
ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non può essere più
certa l'istoria. Con questo riattacco alla precedente teoria l'affermazione
circa la possibilità della FILOSOFIA MORALE non prese, soggettivamente, nello
spirito di V. l'importanza e non portò le conseguenze d’una rivoluzione, che
gli sconvolgesse da cima a fondo
l'assetto delle sue idee e lo costringesse a procurarne uno affatto nuovo.
Quell'affermazione parve a lui, d’una parte, una conferma della sua dottrina,
un esempio aggiunto agli altri che aveva già recati di scienza perfetta, scienza
divina dell'universo e scienza umana del mondo matematico; e dall'altra,
un'estensione del campo conoscitivo, i
cui limiti, perché certi limiti sussistevano sempre, aveva tracciati dapprima
in modo troppo stretto. Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa in
mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato; ora, la sfera luminosa s’amplia
d’un tanto, e d’altrettanto scema la zona tenebrosa. Ampliamento che non lo getta punto in conflitto colle sue convinzioni
religiose, e, anzi, sembra favorirle ed esserne favorito. La religione non INSEGNA
forse la libertà, responsabilità e consapevolezza che l'uomo ha dei propri atti e fatti? V. non senti dunque il bisogno di scrivere un
saggio metafisico, perché gli sembrò che bastasse aggiungere una postilla al
già scritto e ritoccare alquanto le sue
precedenti affermazioni. La sua gnoseologia, tenendo fermo il criterio generale
della verità contrapposto al criterio cartesiano e cioè, che solo chi fa le
cose le conosce, divide le cose tutte nel mondo della natura e nel mondo umano;
e osservando che il mondo della natura è stato fatto da Dio e perciò Dio solo
ne ha la scienza, restringe
l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e dichiar, per contrario, che del
mondo umano, come fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Eleva cosi le
conoscenze, dapprima meramente INDIZIARIE – “I believe that this frown is a
sign of my disgust” – Grice -- e
probabili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfetta; ed
esprime maraviglia che i filosofi si
studino con tanto impegno di conseguire la scienza del mondo naturale, chiuso
all'uomo, e trascurino il mondo umano o CIVILE CONVERSAZIONE o delle nazioni, come
anche lo chiama, del quale è possibile conseguire scienza. Di questo erramento
trova la cagione nella facilità che la mente umana, immersa e seppellita nel corpo, prova a sentire le cose del corpo,
e nello sforzo e fatica che le costa d'intendere sé medesima: come l'occhio
corporale vede tutti gl’oggetti fuori di sé e, per vedere sé stesso, ha bisogno
dello specchio. In ogni altra parte, le sue idee restano immutate. Di là dal
mondo umano, il mondo soprannaturale, inaccessibile all'uomo, e il mondo naturale, che era in certo senso anch'esso
soprannaturale; di là dalla scienza perfetta che l'uomo può avere di sé stesso,
la metafisica platonica, adatta alla debolezza, che continua pur sempre ad
affliggere l'uomo. Le discipline naturali venivano considerate sempre come semi-scienze;
le matematiche come una formazione astratta, validissima nell'astratto, priva di forza innanzi al
reale. Il sillogismo del LIZIO, il sorite del PORTICO, il metodo geometrico dèi
cartesiani erano perseguitati dallo stesso odio di prima, e collo stesso amore
celebrata l'induzione che il verulamio, gran filosofo insieme e politico, commenda e
illustrava nel suo Organo, e che i britannici adoperavano con gran frutto della sperimentale filosofia. Un ravvedimento circa l'applicabilità del
metodo geometrico potrebbe sembrare la frequente asserzione di V. che la
scienza delle cose umane sia da lui costruita con uno stretto metodo
geometrico. Ma, anche a lasciar andare che la struttura della Scienza è proprio
l'opposto di quella geometrica, è un fatto che, nel tempo stesso e negli stessi libri, egli non
cessa di mettere in guardia contro l'uso del metodo matematico nelle cose
fisiche e morali, il quale ove non sono figure di linee o di numeri o non porta
necessità, spesso invece di dimostrare il vero può dare apparenza di
dimostrazione al falso; onde il preteso
ravvedimento sarebbe una palmare contradizione,
se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce interamente
la coerenza nelle idee di V.. Un significato assai sémplice, perché,
riconosciuta ormai alla FILOSOFIA MORALE
non meno che alla geometria la potenza di convertire il vero col fatto,
esse potevano e dovevano svolgersi con metodo analogo a quello sintetico della
geometria, o con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il mondo
umano dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino alla sua perfezione, sicché
lo studioso non doveva sperare di poter intendere le loro dottrine per salti,
ma dove percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare alle
conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non si recalcitra a quelle della geometria, e attendendo soltanto
a esaminare la saldezza del nesso tra premesse e conseguenze. Era, dunque,
codesto un metodo chiamato geometrico per analogia o PER SINEDDOCHE, ma in
effetti intrinsecamente speculativo, da non confondere coll'applicazione della
matematica alle cose morali, quale ne avevano dati esempì i cartesiani e Spinoza. Né si può concedere
senza riserve il giudizio d’alcuni interpetri: che V. in realtà, coll'ammettere
una scienza dell'uomo d’investigarsi nelle modificazioni stesse della mente
umana, si ravvicinasse e fa seguace di Cartesio; al qual uopo si suole addurre
anche l'altra dichiarazione di lui, che, per pensare la sua Scienza,
convenisse ridursi a uno stato di
somma ignoranza, come né filosofi né filologi né libro alcuno fossero mai stati
al mond. Certamente, V. colla forma della sua gnoseologia entra anche lui nel
soggettivismo della filosofia inaugurato da Cartesio (anzi, vi era già entrato,
in certo modo, colla sua dottrina attivistica della verità come rifacimento del
fatto); e, in questo significato del
tutto generico può dirsi, anche lui, cartesiano. Pure, se a Cartesio rimane
ancora inferiore, perché il suo soggettivismo è principio non della scienza
tutta ma di quella sola del mondo umano, per un altro verso si pone di sopra al
filosofo gallo, in quanto, per lui, la verità meditata nel mondo umano non è STATICA ma DINAMICA, non è trovata ma prodotta, è
scienza e non coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far conto
come se non vi fossero mai stati libri al mondo né placiti di filosofi e di
filologi, essa non importa altro se non che bisogni spogliarsi d’ogni
pregiudizio, d’ogni comune invecchiata anticipazione, d’ogni corpulenza
proveniente da fantasia o da memoria,
per ridursi in istato di puro intendimento, informe d’ogni forma particolare,
com'è indispensabile per la scoperta e l'apprendimento d’ogni verità; e tanto
poco qui l'esortazione ha il significato cartesiano e malebranchiano d’un
rifiuto dell’erudizione e dell'autorità, che, per non dir altro, nel medesimo
luogo al quale di sopra si è ALLUSO, si
trova avvertito che la Scienza suppone una grande e varia cosi dottrina come
erudizione, dalle quali prende le verità come già conosciute per valersene da
termini per fare le sue proposizioni. Nella sua gnoseologia V., insomma,
diventa non già più cartesiano ma sempre più vicinano, sempre più lui. Cartesio
non pare gli servisse neppure come
tramite attraverso cui giungere alla persuasione della possibilità di costruire
colla mente la scienza della mente. Il tramite vero fu il criterio stesso di V.
della verità, messo a contatto coll’osservazioni che l'autore venne facendo nel
corso dei suoi studi storici. Che se si volessero cercare precedenti, nella
storia della filosofia, alla forma della
gnoseologia di V., bisognerebbe, circa
la divisione dei due mondi di realtà e delle due sfere di conoscenza, e circa
la preferenza manifestata pelle indagini morali rispetto alle naturali, correre
col pensiero alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo tempo,
al sentimento di religioso mistero onde il filosofo attico arretra innanzi al mondo della natura e si rivolge a indagare
la conformazione dell'animo umano. E, circa la maggiore trasparenza delle
scienze morali in quanto concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si
potrebbe richiamare la partizione del LIZIO delle scienze in fisiche, che
considerano il movimento estrinseco all'uomo, e in pratiche e poietiche,
che considerano le cose prodotte
dall'uomo. La distinzione era passata nella filosofia delle scuole; e AQUINO parla
della natura come ORDO QUEM RATIO
CONSIDERAT SED NON FACIT, e del mondo dell'attività umana come ORDO QUEM RATIO
CONSIDERANDO FACIT. Ma queste riferenze non sono indicate da V., il quale pure
assai si compiace nel fare omaggio dei
propri pensieri agl’antichi filosofi; e, ammesso anche che avessero qualche
efficacia sopra di lui, è certo che tra esse e la dottrina di V. sulla
conoscibilità del mondo umano corre distanza non minore che tra la proposizione
dell'onniscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che egli sa
ricavarne. Di questo principio, la
dottrina di V. sulle scienze morali è né più né meno che la prima legittima
applicazione; e inesattamente il suo autore, come di solito, poi, gl'interpetri,
ebbe a presentarla quale semplice estensione dell’applicazioni già date, un
secondo caso aggiunto a quello già contemplato delle scienze matematiche. Nel
caso delle scienze matematiche, il
principio della conversione del vero col fatto veniva applicato solo in
apparenza. Originale e vero, quel principio; originale e vera la teoria delle
matematiche; del tutto artificiale e falsa la connessione delle due verità.
Manca, se non c'inganniamo, un effettivo rapporto tra il concetto di Dio che
crea il mondo, e, perché lo crea, lo conosce; e quello di colui che costruisce arbitrariamente un
mondo di astrazioni e, nel fare ciò, non conosce nulla o conosce soltanto, quando
non è più geometra o arimmetico ma filosofo, quando scrive non gl’Elementi d’Euclide
ma le pagine di gnoseologia del De antiquissima, che egli procede
arbitrariamente. Se le discipline matematiche foggiano i concetti a libito, se producono finzioni e non verità,
esse, a dir vero, non sono scienze né conoscenze di sorta, e non c'è
possibilità di porle a riscontro colla scienza divina, che è scienza della
reale realtà. Nelle matematiche, dice V.,
l'uomo, contenendo dentro di sé un immaginato mondo di linee e di numeri, opera
talmente in quello coll'astrazione, come
Dio nell'universo colla realtà.
Il riscontro può riuscire brillante, ma risplende, forse, di luce piuttosto
metaforica che logica. Nella FILOSOFIA MORALE, invece, il riscontro è tanto
logico che deve dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere umano è,
qualitativamente, il medesimo del divino, e al pari del pensiero divino conosce
il mondo umano; sebbene,
quantitativamente più ristretto,
non si estenda, come quello, al mondo della natura. Nel campo umano, non più
espedienti di debolezza, non più finzioni, non più falsificazioni: qui si è
nella maggiore concretezza del conoscere. L'uomo crea il mondo umano, lo crea
trasformandosi nelle cose CIVILI – CIVILE CONVERSAZIONE; e, col pensarlo, ricrea la sua creazione, ripercorre vie già
percorse, la rifa idealmente e perciò conosce con vera e piena scienza. Questo
è davvero un mondo, e l'uomo è per davvero il Dio di questo mondo. Ci sembra,
dunque, incontrastabile che solamente l'applicazione del verum- factum, quale
si effettua nella Scienza, risponda al criterio stabilito; e che l'altra che ne era stata anteriormente tentata pelle
matematiche, importante per altri rispetti e validissima a liberare gli spiriti
dal pregiudizio matematico, non si possa considerare vera e propria
applicazione. E, forse, V. ebbe talvolta qualche sentore della differenza tra
le due applicazioni, la propria e la metaforica, che per solito confuse come
identiche. La scienza del mondo umano, egli
dice, procede appunto come la geometria che, mentre sopra i suoi
elementi il costruisce o'1 contempla, essa stessa si faccia il mondo delle
grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gl’ordini d'intorno
alle faccende degl’uomini, che non ne hanno punti, linee, superficie o figure.
E un altro indizio della coscienza che s’accende
a tratti in lui d’avere pella prima volta, nella dottrina circa il mondo umano,
ritrovata una conoscenza vera e propria, non una mera finzione di conoscenza,
potrebbe vedersi nell'uso assai più convinto, più caldo ed entusiastico che
egli fa, in questo caso, dell'epiteto divino; ben diverso da quello freddo, se
non propriamente ironico, dell' ad Dei
instar nel De antiquissima. Le prove della Scienza, dice più d'una volta, con
rapimento, sono d'una spezie divina, e debbono, o leggitore, arrecarti un divin
piacere, perocché in Dio il conoscere e
il fare è una medesima cosa! La conversione del vero col fatto nella FILOSOFIA
MORALE non poteva non ripercuotersi
nella trattazione del certo ossia, secondo uno dei parecchi significati,
e forse il principale, che V. attribuisce a questa parola, delle cognizioni
storiche, del peculiare, certuni, contrapposto al commune o veruni; il che
forma l'altro tratto importante della gnoseologia di V. Nella gnoseologia,
quelle cognizioni erano legittimate e protette, come si è visto, col parificarle a ogni altra sorta di
conoscenze tutte egualmente deboli o egualmente forti, perché tutte fondate
sulla probabilità e sull'autorità, sia dell'individuo, autopsia, sia del genere
umano. Ma, redenta dall'autorità e dalla probabilità la conoscenza dello
spirito umano e delle sue leggi, le cognizioni storiche, quantunque di loro
natura fondate sempre in qualche modo
sull'autorità, venivano rischiarate di nuova luce. Il certo dove entrare in un
nuovo rapporto, perché aveva ormai di fronte non un altro certo, ossia una
semplice conoscenza probabile circa lo spirito umano, ma un vero, una
conoscenza filosofica. Questo rapporto è chiamato altresì da V. il rapporto di
filosofia e filologia, la prima delle
quali versa circa necessaria naturai e contempla la ragione onde viene la
scienza del vero, la seconda circa
piatita fiumani arbitrii e osserva l'autorità onde viene la coscienza del certo. L'una considera l'universale,
l'altra l'individuale, l'una, dice Leibniz, le vérités de raison, l'altra le vérités
de fait. Distinzione che non
è mantenuta dappertutto, presso V.,
nella medesima nettezza; tanto che a volte l'autorità contrapposta alla ragione
diventa, secondo lui, parte della ragione stessa, o si confonde colla
conoscenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della volontà razionale;
ma di cui è per altro chiarissimo il senso generale. E per filologia V. non
intende solamente lo studio nella via
delle parole – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS -- e della loro storia, ma,
poiché alle parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia delle
cose; onde i filologi debbono trattare di guerre, paci, alleanze, viaggi,
commerci, di costumi, leggi e monete, di geografia e di cronologia, e d’ogni
altra cosa che s’attenga alla vita
dell'uomo nel mondo. La filologia insomma (nel significato di V. – GRICE
UTTERER’S MEANING -- che è poi il
significato esatto) abbraccia non solamente la storia delle lingue o delle
letterature, ma quella altresì delle idee e dei fatti, della filosofia e della
politica. Certamente, la filologia, le verità di fatto, il certo non sempre
erano stati brutalmente maltrattati come
dai cartesiani. Grozio da esempio di vastissima erudizione storica, messa a
servigio delle sue dottrine sul diritto naturale. GRAVINA (vedasi),
contemporaneo e connazionale di V., richiede come necessarie al giurisperito
non solo la ratiocinandi ars, ma la LATINAE LINGVAE PERITIA e la notitia
temporum. E Leibniz, or ora ricordato, riasseriva l'importanza dell'erudizione
contro i cartesiani e padroneggia da gran signore i più svariati aneddoti
storici, che profonde a piene mani nei suoi libri. Ma V. nota che filosofia e
filologia rimaneno tuttavia estranee l'una all'altra, come erano state quasi
del tutto presso I ROMANI: i tanti luoghi di storici, oratori, filosofi e poeti, che Grozio accumula,
costituivano un puro ornamento; e il medesimo V. avrebbe giudicato forse, se ne
avesse avuto conoscenza e ce n’avesse comunicato il suo giudizio, del largo uso
che Leibniz fa della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli prova un tal
senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento inintelligente delle
notizie storiche, che era tratto quasi a
dare ragione, e dovè darla per qualche tempo incondizionatamente, a Cartesio e
Malebranche nel loro odio contro l'erudizione. Senonché, pensa dipoi, quei due
filosofi, in cambio di sprezzare l'erudizione, avrebbero dovuto piuttosto indagare
se non fosse stato possibile richiamare la filologia ai principi della
filosofia; e i filologi, da parte loro,
invece d’arrecare i fatti a pompa d’erudizione, debbono industriarsi d’elaborarli
a fini di scienza. La filologia è da ridurre a scienza: ceco il pensiero di V.
circa i rapporti del certo col vero, della filologia colla filosofia. Che cosa
vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che è lo stesso, a scienza o a
filosofia? A rigore, la riduzione non è
possibile, non perché si tratti di cose eterogenee, ma anzi perché quelle sono
omogenee: la storia è già intrinsecamente filosofia; non è possibile proferire
la più piccola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cioè, colla
filosofia. Ma poiché questo presupposto filosofico della filologia allora non
era avvertito, come non fu molto spesso
neppure nei tempi seguenti, e facilmente veniva negato; poiché i più, come
sappiamo, o concepivano un'aristocratica filosofia geometrica, disdegnosa e
aborrente dal profanum vulgus dei casi storici, ovvero, come fa prima V. stesso,
una filosofia e una storia egualmente poco rigorose e meramente opinabili; V.,
mutato il suo punto di vista filosofico,
raggiunta la coscienza del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso
più profondamente lo spirito umano, dove scorgere quanto ci fosse da riformare
nella storiografia corrente, sentire il bisogno d’una più perfetta filologia
come conseguenza della sua più perfetta filosofia, e in termini gnoseologici
esprimerlo con quella formola del
richiamare alla filosofia la filologia, ut haec posterior, ut par est, prioris
sit consequentìa. Dove, in altre parole, togliere la storia dalla sua
condizione d'inferiorità, dalla servitù al capriccio, alla vanità, al
moralismo, alla PRECETISTICA (GRICE) o ad altri fini estrinseci, e riconoscerle
il fine proprio e intrinseco di necessario complemento del vero universale. In
pari tempo, la filosofia si sarebbe riempita di storia, affiatata colla storia;
e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore larghezza e un senso più
vivo della realtà concreta da spiegare. Tale, senza dubbio, è uno dei
significati che ha la formola di V. del congiungimento di filosofia e filologia
e della riduzione della filologia a
scienza. Ma non meno è fuori dubbio che, nel pronunziare quella formola, V. voleva qualcosa di più e, di
solito, intende qualcosa d'altro. Questo qualcos'altro può, nel modo più
diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa a Bacone e al suo metodo di
filosofare più accertato: metodo espresso nel titolo del libro baconiano:
Cogitata et visa – GRICE E WARNOCK -- ,
e che V. si propone di trasportare dalle
naturali alle umane cose CIVILI CIVIL CONVERSAZIONE. Esige, insomma, la
costruzione d’una storia tipica delle società umane, cogitare, da riscontrare
poi nei fatti, videre, accertando coi fatti la costruzione ideale e avverando
colla costruzione ideale i fatti, confermando
la ragione coll'autorità e l'autorità colla ragione; d’una scienza che
fosse insieme filosofia dell'umanità e storia universale delle nazioni. Ora
questa costruzione che egli esige, questo qualcosa di mezzo tra il cogitare e
il videre, tra il pensiero e l'esperienza, questo misto dei due processi, è
intrinsecamente diverso dalla unita, di filosofia e filologia in quanto interpetrazione filosofica dei dati
di fatto. Questa interpetrazione è la storia vivente; l'altra non è né
filosofia né storia, ma una scienza empirica dell'uomo e delle società,
materiata di schemi che non sono le extratemporali categorie filosofiche e
neppure gì'individuali fatti storici, benché senza categorie filosofiche e
senza fatti storici non potrebbero mai
costruirsi: una scienza empirica, e perciò né esatta né vera, ma solamente
approssimativa e probabile, e soggetta a verificazione e rettificazione da parte
cosi della filosofia come della storia. Sarebbe impossibile determinare quale
di codesti due significati della filologia ridotta a storia sia quello proprio
di V., perché nel suo pensiero si
trovano tutti e due; o quale prevalga, perché effettivamente prevale ora l'uno
ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia più di frequente
formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando V. intitolava Scienza la sua
opera, il principale dei significati che da a questo titolo invidioso si
riferiva appunto a quella scienza empirica: alla scienza cioè che e insieme filosofia e storia dell'umanità, alla storia ideale delle leggi
eterne sopra le quali corrono i fatti d’ogni nazione nel sorgimento, progresso,
stato, decadenza e fine. V., in realtà, non unifica mai, e non poteva, i due
diversi significati, e ne serba la duplicità, la quale, appunto perché non e
distinta chiaramente, prende apparenza
d'identità. Di qui la parziale giustificazione d’entrambe le tendenze
che si sono manifestate tra gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che V.
professa e adopera il metodo speculativo, altri che il suo metodo e, nell'idea
e nell'attuazione, empirico, induttivo e psicologico; gl’uni che egli mira a
dare un sistema di filosofia dell'umanità, gl’altri che si
propones una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali entrambi, ma i
secondi più dei primi, perché se in
verità in V. c'è di Bacone e c'è dell’ACCADEMIA,
dell'empirista e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo
ingegno, quando si penetra nell'intimo del suo spirito, e si partecipa ai suoi
dissidi e al suo magnanimo sforzo, si deve
riconoscere che V., checché volesse e credesse, e della stoffa di un ACCADEMICO e non d’un Bacone; che Bacone stesso del quale egli
parla è mezzo immaginato da lui, è un Bacone alquanto ACCADEMICO; e che la
Scienza gli pare, in fondo, cosi non perché e un'empìrica costruzione alla
Bacone, nel quale caso niente di più vecchio, bastando ricordare la Politica del LIZIO e i discorsi
di MACHIAVELLI, ma perché e tutta pregna d’una filosofia, la quale, infatti,
irrompe d’ogni parte, attraverso tutta la sua empiria. La poca chiarezza circa
il rapporto di filosofia e filologia, l'indistinzione dei due modi affatto
diversi di concepire la riduzione della filologia a scienza, sono conseguenza
e cagione insieme dell'oscurità che
regna nel saggio di V. sulla scienza. Col quale nome intendiamo tutto quel
complesso di ricerche e dottrine che V. venne mettendo fuori, e che, elaborato
precipuamente nelle tre opere del De uno universi iuris principio et fine uno e
della Scienza, ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma
più sviluppata, alla quale
principalmente giova riferirsi. La scienza, in modo conforme al vario
significato del termine e del rapporto tra filosofia e filologia, consta di tre
ordini di ricerche: filosofiche, storiche ed empiriche; e contiene tutt'insieme
una filosofia dello spirito, una storia, o gruppo di storie, e una scienza
sociale. Alla prima appartengono le
idee, enunciate in alcuni assiomi o DIGNITA e sparse altresì nel corso del
saggio, sulla fantasia, sull'universale fantastico, sull'intelletto e
l'universale logico, sul mito, sulla religione, sul giudizio morale, sulla
forza e il diritto, sul certo e il vero, sulle passioni, sulla provvidenza, e
tutte l’altre determinazioni concernenti il corso o sviluppo necessario della mente ossia dello spirito
umano. Alla seconda, ossia alla storia, l'abbozzo d’una storia universale delle
razze primitive e dell'origine delle varie civiltà; la caratteristica della
società barbarica o societa eroica antica in Grecia e SPECIALMENTE IN ROMA
SOTTO L’ASPETTO della religione, del
costume, del diritto, DELLA LINGUA, della costituzione
politica; l'indagine sulla poesia primitiva, che s’esemplifica poi più
largamente colla determinazione della genesi e del carattere dei poemi omerici;
la storia delle lotte sociali tra PATRIZIATO e plebe e dell'origine della
REPUBBLICA, studiata anch'essa PRINCIPALMENTE IN ROMA; la caratteristica della
barbarie ricorsa, ossia del medioevo,
anch'esso studiato in tutti gl’aspetti della vita e raffrontato colle società
barbariche primitive. Finalmente, alla scienza empirica si richiama il
tentativo di stabilire un corso uniforme in ogni nazione, concernente la
successione cosi delle forme politiche come dell’altre e correlative
manifestazioni teoretiche e pratiche
della vita, e i tanti tipi che V. viene delineando del PATRIZIATO, della
plebe, del feudalesimo, della patria potestà e della famiglia, del diritto
simbolico, del linguaggio metaforico, della scrittura geroglifica, e via
discorrendo. Ora se questi tre ordini di ricerche e dottrine fossero stati
logicamente distinti nella mente di V. e solo letterariamente mescolati e
compressi in un medesimo saggio, questo sarebbe potuto riuscire disordinato,
sproporzionato, disarmonico, e perciò faticoso a chi si fa a leggerlo, ma non veramente
oscuro. Né, del resto, in linea di fatto, può dirsi che la scienza, almeno l'esposizione definitiva che V. offri
del suo pensiero, difetti d’un disegno
generale, abbastanza ben concepito.
L'opera è divisa. La prima parte raccoglie i principi generali, cioè la filosofia. La seconda parte, oltre un
breve cenno sulla storia universale antichissima, descrive la vita delle
società barbariche, e ad esso forma appendice una terza parte sulla discoverta
del vero Omero, e cioè sul più cospicuo esempio della poesia barbarica. Una quarta parte delinea la
scienza empirica del corso che fanno ogni nazione. La quinta ed ultima parte
esemplifica il ricorso col caso particolare del medioevo. E tuttavia, a
dispetto di questa bella architettura, la scienza, com'è la più ricca e
compiuta, cosi è IL PIU OSCURO tra i saggi di V.. Se, d'altra parte, V., pur
avendo ben chiare in mente le sue idee,
adopera una terminologia insueta o una forma troppo concisa d’esposizione
e troppo piena d’allusioni e d'inespressi
presupposti – L’IMPLICATURE DI GRICE! --, e senza dubbio un filosofo difficile, ma,
neppure in questa ipotesi, oscuro. La
quale ipotesi neanche risponde alla realtà, giacché V. è assai parco di termini
scolastici e predilige le espressioni
vive e popolari; è filosofo robusto ma non laconico, e spesso si compiace di
ripetere le sue idee fermandovisi sopra a più riprese e con molta insistenza;
emette in tavola tutte le sue carte, cioè tutto il materiale erudito dal quale
gli sono state suggerite le dottrine. Né, infine, si è detto molto quando si è
detto che a V. manca piena coscienza delle sue scoperte; perché questa
coscienza manca più o meno in ogni filosofo
e in nessuno può essere mai piena. L'oscurità, la vera oscurità, quella che s’avverte in V., e che a
volte avverte egli stesso senza riuscir mai a trovarne la causa, non è
superficiale e non nasce da cagioni estrinseche o accidentali, ma consiste
veramente in oscurità d'idee, nella
deficiente intelligenza di certi nessi e nella sostituzione con nessi fallaci,
nell'elemento arbitrario che perciò s'introduce nel pensiero, o, per dirla nel
modo più semplice, in veri e propri errori. Si potrebbe riscrivere la scienza
rifacendone l'ordine e mutandone o schiarendone la terminologia, chi scrive ha
fatto per suo conto questa prova, e
l'oscurità persiste, anzi si
accresce, perché in siffatta traduzione il saggio, perdendo la forma
originale, perde altresì quella torbida ma possente efficacia che può tenere
luogo talvolta della chiarezza e che, dove non illumina, scuote lo spirito del
lettore e propaga l'onda del pensiero quasi per vibrazioni simpatetiche. Che cagione
dell'oscurità, ossia dell'errore o degl’errori
di V., sia l' indistinzione o confusione già notata nella sua gnoseologia circa
il rapporto tra filosofìa, storia e scienza empirica, e sussistente non meno
nel suo effettivo pensiero intorno ai problemi dello spirito e della storia
umana, risulta dall'osservare come filosofia, storia e scienza empirica si
convertano a volta a volta presso di lui
l'una nell'altra e, danneggiandosi a vicenda, producano quelle perplessità,
equivoci, esagerazioni e temerità, che sogliono turbare il lettore della scienza.
La filosofia dello spirito s’atteggia ora come scienza empirica ora come
storia; la scienza empirica ora come filosofia ora come storia; e la
proposizione storica acquista l'universalità
del principio filosofico o la generalità dello schema empirico. Per
esempio, la filosofia dell'umanità assume di determinare le forme, categorie o
momenti ideali dello spirito nella loro successione necessaria, e bene merita
per tal rispetto il titolo o la definizione di storia ideale eterna sulla quale
corrono nel tempo le storie particolari, non potendosi concepire nessun frammento, per piccolo che
sia, di storia reale, dove non operi quella storia ideale. Ma poiché storia
ideale è anche per V. la determinazione empirica dell'ordine in cui si
succedono le forme delle civiltà, degli stati, dei LINGUE, degli stili, delle
poesie, accade che egli concepisca la serie empirica come identica alla serie
ideale e fornita delle virtù di questa;
onde la pronunzia tale che debba sempre esattamente riscontrarsi nei fatti, fosse
anco che nell'eternità nascessero di tempo in tempo mondi infiniti; il che è
apertamente falso, non essendovi alcuna ragione che si ripetano in perpetuo, col
dovette, deve e dovrà, l’empirica aristocrazia di ROMA, e la civiltà sorgano
o decadano pell'appunto come sorsero o
decaddero quella della ROMA ANTICA. E nel medesimo atto di questo
assolutizzamento del corso empirico, il corso ideale si vela d’un'ombra
empirica, perché, reso identico all'altro, riceve il carattere empirico
dell'altro, e si temporalizza, d’eterno ed extratemporale che e nella
concezione iniziale. Si dica il medesimo
delle singole forme dello spirito, le quali, come ideali ed extratemporali,
sono tutte e sempre in ogni singolo fatto; ma V., confondendole coi fatti reali
e concreti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi, viene, subito dopo
averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale forma e distinzione. È vero che
il momento della forza non e quello
della giustizia; ma il tipo empirico della società barbarica fondata sulla
forza, appunto perché è una determinazione rappresentativa e approssimativa, e
si riferisce a uno stato di cose concreto e totale, non contiene solamente
forza, si anche giustizia; e quando quel momento ideale e quel tipo sono
scambiati fra loro e presi come identici, da
una parte il concetto filosofico della forza – il ROMOLO e il
neo-TRASIMACO di Grice -- s'intorbida di quello di giustizia – il neo-Socrate
di Grice e REMO -- e, facendosi ibrido e
contradittorio e incoerente, si sforma, dall'altra il tipo empirico della
società barbarica viene esagerato e di troppo irrigidito. La confusione
dell'elemento filosofico e dell'empirico
si può dire manifesta nella DIGNITA che definisce la natura delle cose: Natura
di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le
quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono lo cose; dove
appaiono messi insieme le guise e i tempi, la genesi ideale e la genesi
empirica. Similmente, è verissimo che la
storia procede d'accordo colla filosofìa, e che quello che è filosoficamente
ripugnante non possa essere giammai storicamente accaduto; ma, poiché per V. la filosofia è indistinta dalla
scienza empirica, egli, dove il documento gli manca e perciò nessuna filosofia
è applicabile, si sente tuttavia sicuro della verità, e, riempiendo il vuoto colla congettura che gli fornisce lo schema della
scienza empirica, s'illude di aver fatto ricorso a prove metafisiche. O anche,
trovandosi innanzi a fatti dubbi, anziché attendere che la scoperta ài altri
documenti dissipi le dubbiezze, risolve il dubbio col prenderli, come egli
dice, in conformità delle leggi, cioè sempre dello schema empirico; il che, in
via d'ipotesi, è certamente lecito. Ma
queir ipotesi è, invece, per V., una verità meditata in idea, sicché il
riscontro coi fatti, che egli pure raccomanda per conferma, dove essere
superfluo; o, se i fatti nel riscontro risultassero contrari, il torto dovrebbe
essere dei fatti, cioè dell'apparenza, non mai dell'ipotesi, affermata come
verità indubbia – GRICE MEANING AND VALUE -- perché filosofica. Di qui la
tendenza, che è in V., a fare, come si dice, violenza ai fatti. Bastino questi
esempì a indicare il vizio intimo di struttura che è nella scienza, e a porre
uno dei capisaldi della nostra esposizione e della critica di CROCE del
pensiero di V., nel corso delle quali molti altri esempì ci si faranno spontaneamente innanzi e anche i già dati
saranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna bene stabilire è
che quel vizio è il vizio d’un organismo sommamente robusto, e che gl’ordini di
ricerche che vengono da V. confusi sono costituiti d’effettive ricerche di
straordinaria novità, verità e importanza. E, insomma, il vizio medesimo
che s'incontra di frequente presso
gl'ingegni assai originali e inventivi, i quali di rado portano a perfezione
nei particolari le loro scoperte; laddove gl'ingegni meno inventivi sogliono
essere più. esatti e conseguenti – GRICE HARDY --. Profondità e acume non
sempre vanno insieme e con pari vigore; e V., quantunque non fosse molto acuto,
era sempre molto profondo. Luce e
tenebre, verità ed errore che s’alternano e incrociano quasi a ogni punto della
scienza, sono diversamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e
critici; anzi, in casi eminenti com'è questo di V., si possono scorgere in modo
più netto tali diversità. Vi sono anime restie e diffidenti, pronte a notare
ogni più piccola contradizione,
inesorabili nell'esigere le prove d’ogni affermazione, vigorose nel maneggiare
le tenaglie dei dilemmi che stritolano senza pietà un povero grand'uomo. Per
costoro l'opera di V., e molte altre
della stessa qualità, è un libro chiuso; e, tutt'al più, offrirà loro
l'argomento per una di quelle cosi dette demolizioni, che essi compiono
con grande facilità e gusto, sebbene con
scarso successo, perché l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole restare più
vivo di prima. Ma vi sono altre anime, che alla prima parola che vada diritta
al loro cuore, al primo raggio di verità che lampeggi ai loro occhi, s’aprono
tutte con desiderio, s’abbandonano con fiducia, s'inebriano d'entusiasmo,
non vogliono sapere di difetti, non
scorgono difficoltà, o le difficoltà appianano subito e i difetti giustificano
nel modo più semplice, e, quando per caso scrivono, le loro scritture si
configurano come apologie – SCHIFFER SU GRICE – I trust Paul will forbear of my
apostasy”. E per costoro è da temere che
la scienza sia un libro troppo aperto – ECO – OPERA APERTA. Certamente, se fra
questi due atteggiamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisogna
risolversi di necessità pell'uno o pell'altro, sarebbe da preferire il peccato
del troppo vivo amore a quello della gelida indifferenza, la troppa fede, che
pur lascia cogliere qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne
lascia vedere alcuno. Ma un terzo
atteggiamento è possibile, ed è doveroso pel critico: quello di non perdere mai
di vista la luce, ma di non dimenticare le oscurità; di giungere allo spirito
passando oltre la lettera, ma di non trascurare la lettera, anzi di ritornarvi
di continuo, procurando di mantenersi interpetre libero ma non fantasioso,
amante fervido ma non cieco. I due
capisaldi stabiliti, il vizio e la virtù che si sono riconosciuti propri della
mente di V., la sua geniale confusione o la sua genialità confusionaria,
impongono perciò come generale canone ermeneutico d’andare separando per
via d'analisi la schietta filosofia che
è in lui dall'empiria e dalla storia colle quali è commista e quasi incorporata,
e altresì queste da
quella, e di notare via via gl’effetti e le cause della commistione. Le
scorie non possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono all'oro
nello stato di natura, ma non debbono impedire di riconoscere e purificare
l'oro; o, fuori di metafora, la storia dev'essere storia senza dubbio, ma tale
non è se non è intelligente. Delle forme dello spirito V. studia nella scienza
principalmente, e si potrebbe dire esclusivamente, quelle inferiori o
individualizzanti, che egli designa tutt'insieme col nome di certo: nello
spirito teoretico la fantasia, nello spirito pratico la forza o arbitrio, e
nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello spirito, la civiltà
barbarica o sapienza poetica, la cui
investigazione costituisce, come egli stesso dice, quasi tutto il corpo
dell'opera. Perché e come egli prende cosi forte interesse a codeste forme
inferiori e alle società primitive e storie barbariche che le rappresentavano,
è anche qui, nell'aspetto estrinseco, spiegato dagli studi che V. ebbe a
condurre sul DIRITTO ROMANO e sui tropi
e le figure rettoriche – GRICE, FIGURE OF SPEECH --, dalla tradizione
umanistica ancora viva in Italia, dal culto allora rinvigorito pelle scienze
archeologiche, dalla curiosità che spinge
a indagare L’ANTICHISSIMA CIVILTA ITALIANA, e via enumerando. Ma altri
non pochi, nel suo tempo e nel suo stesso paese, trattarono le medesime materie senza punto acquistare la
predilezione e la penetrazione del fantastico, dell'ingenuo, del violento: cose
delle quali lo stesso V. possede la predilezione, ma non ancora la
penetrazione, quando compone il De
antiquissima. Sicché la ragione piena di queir interessamento si vede
quando si consideri l'origine del V. filosofo e si tenga presente il carattere della sua mente,
antitetica allo spirito cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle forme
universalizzanti e astrattive, trascura le individualizzanti; e tanto più V.
dove essere attirato d’esse come d’un mistero. Il cartesianismo rifuggiva con
orrore dalla selva selvaggia della storia; e V. s'interna bramoso in quella
parte appunto della storia, nella quale,
per cosi dire, è più forte il sentore della storicità: nella storia che è più
lontana e diversa dalla psicologia dell’età colte. Il cartesianismo generalizza
questa psicologia a tutti i tempi e a tutti i popoli, e V. era portato a
indagare nelle loro profonde differenze e opposizioni i modi di sentire e di
pensare delle varie età. Lo sforzo grande che bisogna fare, e che egli stesso fa,
per riprendere, attraverso l'intellettualismo, la coscienza della psicologia
primitiva, è espresso da V., dove parla delle aspre difficultà che gli era
costata la ricerca per discendere da
queste nostre umane nature ingentilite a quelle affatto fiere ed immani, le
quali ci è affatto negato d'imaginare e solamente a gran pena ci è permesso
d'intendere; o, poco diversamente, quando insiste sull'impossibilità ora che le
menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino presso il volgo, adusate ai
tanti vocaboli astratti, assottigliate coll'arte dello scrivere, quasi
spiritualizzate dalla pratica dei numeri d’entrare nella vasta immaginativa dei
primi uomini, le menti dei quali di
nulla sono astratte, di nulla assottigliate – GRICE ONE OFF IMPLICATURE --, di
nulla spiritualizzate, anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate dalle
passioni, tutte seppellite nei corpi, e di formare l'idea, per es., della
natura simpatetica. E quello sforzo, doloroso ma trionfante, che aveva dovuto
compiere, era un'altra delle ragioni pelle
quali egli sente come nuova la scienza. Di questa infatti, ossia della ricerca
sulla forma ideale e sull'epoca storica del certo, manca, egli dice,
tutta la filosofìa. L’ACCADEMIA la
tenta invano nel Cratilo, perché gli era rimasta ignota LA LINGUA dei primi
legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle forinole emendate e
ammodernate che le leggi erano venute
rivestendo via via in Atene. In un errore analogo sono caduti BORDONE (vedasi) Scaligero,
Sanchez e Schopp, che presero a spiegare le lingue coi
principi della logica, e della logica del LIZIO, sorta tanti secoli DOPO le
lingue. E Grozio, Selden, Pufendorf e gl’altri
filosofi del diritto naturale meditarono anch'essi sulla natura – GRICE NATURAL MEANING -- umana
ingentilita dalla religione e dalle leggi, sicché ritrassero il corso storico
cominciando dalla metà in giù; ossia si fermarono sull'intelletto e ignorano la
fantasia, sulla volontà moralmente disciplinata e trascurarono la selvaggia passione. Egli stesso, V., se col prendere a
indagare l'antichissima sapienza ITALIANA
da segno del suo interessamento per quel problema,si era, per altro, sviato
nella ricerca, seguendo l’orme dell'autore del Cratilo. Sotto l'aspetto
filosofico, la scienza, per questa preponderanza che vi ha l'indagine delle
forme individualizzanti e in ispecie della fantasia, la dottrina dei primi
popoli come poeti e del loro pensare per
caratteri poetici è, dice V., la chiave maestra dell'opera, si potrebbe non
troppo paradossalmente definire una filosofia dello spirito con particolare
riguardo alla filosofia della fantasia,
cioè all'Estetica. L'Estetica è da considerare veramente una scoperta di V.:
sia pure colle riserve onde s'intendono sempre circondate tutte le
determinazioni di scoperte e di
scopritori, e quantunque egli non la tratta in un saggio speciale – GRICE
IMPLICATURE --, né le da il nome fortunato col quale doveva battezzarla Baumgarten.
Del resto, giova notare che nella terminologia della scienza nuova s'incontra
un nome simile ad alcuno degl’equivalenti che Baumgarten passa in rassegna pell'Estetica:
quello di Logica poetica. Ma, in fondo,
il nome importa poco, e assai importa la cosa; e la cosa è che V. espone una
idea della poesia, che era a quei tempi, e dove rimanere per un pezzo ancora,
un'ardita e rivoluzionaria novità. Persiste allora la vecchia idea praticistica
o pedagogica, che dalla tarda antichità, attraverso il Medioevo, si era
trapiantata e radicata nel Rinascimento,
della poesia come ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti
filosofici – METAFORA, IPERBOLE, MEIOSI, SINEDOCCHE -- e teologici – ANALOGIA,
ALLEGORIA; e, accanto a questa, sebbene
in grado minore, l'altra che la considera come prodotto o strumento di svago e
di voluttà -- rettorica e prammatica infernza, non logica – PRATT GRICE
BERKELEY. Queste concezioni avevano alterato perfino il senso originale del
trattato del LIZIO della Poetica, nel quale venivano introdotte e poi lette
come se effettivamente il LIZIO le avesse pensate e scritte. Né il
cartesianismo le rettificò, ma piuttosto, com'era d’aspettare, data la sua
generale tendenza, attenuò e annullò
l'oggetto medesimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di
trascurabile valore. In un tempo in cui si cerca di ridurre a forma matematica
la metafisica e l'etica, in cui si dispregia l'intuizione del concreto, s’escogitavano
una letteratura e una poesia atte a diffondere la scienza nel volgo o nel bel
mondo, s'iniziano tentativi per foggiare
lingue artificiali – il
deutero-esperanto di Grice -- logiche più perfette di quelle storiche e
viventi, e perfino si tene possibile di stabilire regole per comporre arie
musicali senza essere musicisti e poemi senza essere poeti; in codesto ambiente
distratto, gelido, nemico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse
risvegliare una diversa e opposta
coscienza, una coscienza calda e veemente di quel che sia veramente la poesia e
della sua originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo spirito
tormentato, agitato e scrutatore di V., il quale critica tutt' insieme le tre
dottrine della poesia, come esornatrice e mediatrice di verità intellettuali –
GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE --, come cosa di mero diletto, e come
esercitazione ingegnosa di cui si possa senza danno far di meno. La poesia non
è sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale, non contiene
filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno
ficcato dentro essi stessi, senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio di piacere – cf. LORD GRICE
AESTHETIC INSTRUMENTALISM – maximise pleasure --, ma per necessità di natura.
La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile che, senza d’essa, non sorge il
pensiero: è la prima operazione della mente umana. L'uomo, prima d’essere in
grado di formare universali, forma fantasmi; prima di riflettere con mente pura, avverte con animo perturbato e
commosso; prima d’articolare, canta; prima di parlare in prosa, parla in versi;
prima d’adoperare termini tecnici, metaforeggia, e il suo parlare per metafore
è tanto proprio quanto quello che si dice proprio – FIGURA DE-FIGURA, RE-FIGURA.
La poesia, non che essere una maniera di divulgare la metafisica, è distinta e opposta alla
metafìsica: l'una purga la mente dai
sensi, l'altra ve la immerge e rovescia dentro; l'una è tanto più
perfetta quanto più s'innalza agl’universali, l'altra quanto più s’appropria
ai particolari, al concreto; l'una
infievolisce la fantasia, l'altra la richiede robusta; quella ci ammonisce di
non fare dello spirito corpo, questa si
diletta di dare corpo allo spirito; le sentenze poetiche sono composte di sensi
e passioni, quelle filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la
rendono falsa e fredda: non mai, in tutta la distesa dei tempi, uno stesso uomo
fu insieme grande metafisico e grande
poeta -- LUCREZIO. Poeti e filosofi possono dirsi gli uni il senso, gl’altri l'intelletto dell'umanità; e in tale
significato è da ritenere vero il detto delle scuole che niente è
nell'intelletto che prima non sia nel senso – ma l’intelletto medesimo. Senza il senso, non si
dà intelletto; senza poesia, non si dà filosofia né civiltà alcuna. Quasi più
miracoloso di questa concezione della
poesia è che V. intravedesse la qualità genuina della lingua: problema non meglio risoluto e
assai meno agitato e investigato dalla
filosofia. La lingua si sole, a volta a volta, o confonderlo colla logicità o
abbassarlo a semplice SEGNO estrinseco e convenzionale o, per disperazione,
dichiararlo d’origine divina. V. intende
che l'origine divina è, in questo caso, un rifugio da pigri, e che la lingua
non è né logicità NÉ ARBITRIO, e, al pari della poesia, non è prodotto
né di sapienza riposta NÉ DI PLACITO o convenzione. La lingua sorge NATURALMENTE.
Nella prima forma d’essa, gl’uomini si spiegarono con atti muti, ossia per cenni,
e con corpi aventi naturali rapporti all’idee che vuoleno SIGNIFICARE, ossia
per oggetti simbolici. Ma, anche pella
lingua articolata e la lingua volgare, con troppo di buona fede, cioè con
iscarso accorgimento, è stato ricevuto d’ogni filologo che esse SIGNIFICANO A
PLACITO; laddove, pell’anzidette origini, dovettero SIGNIFICARE NATURALMENTE –
Grice, MEANING NATURAL AND NON-NATURAL --, e ogni parola volgare cominciare certamente d’un singolo individuo –
GRICE IDIOSYNCRASY – d’una nazione e provenire dalla lingua primitiva per cenni
e per oggetti. Nella lingua del LAZIO, come nelle altre, s’osserva che quasi
ogni voce è formata per proprietà naturali o per trasporti; e il maggior corpo d’ogni
lingua, presso ogni nazione, è costituito dalla metafora – Grice YOU’RE THE
CREAM IN MY COFFEE. La diversa opinione deriva dall'ignoranza dei grammatici, i
quali, abbattutisi in gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e
indistinte, non sapendone l’origini onde sono un tempo luminose e distinte,
escogitarono, per darsi pace, la dottrina del PLACITO e la convenzione, e vi
trassero il LIZIO e Galeno, armandoli contro l’ACCADEMIA e Giamblico. La grave
difficoltà che si suole mettere innanzi contro l'origine naturale del
linguaggio e in favore della convenzione, la diversità delle lingue volgari
secondo i popoli, si scioglie col considerare che i popoli, pella diversità dei
climi, temperamenti e costumi, guardarono le medesime utilità o necessità della vita sotto aspetti
diversi, e perciò produssero lingue diverse; com'è comprovato altresì dai
proverbi, che sono massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure
spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le nazioni.
Singolarmente importante è poi l'insistenza onde V. professa d’avere ritrovato
le vere origini delle lingue nei
principi della poesia: con che viene, per una parte, riasserita l'origine
spontanea e fantastica della lingua, e dall'altra, se non per esplicito, certo
per implicito, si tende a sopprimere la dualità di poesia e lingua. Nei quali
principi della poesia V. ritrova non
solamente l'origine della lingua, ma anche quella delle lettere o
scritture, dichiarando errore di
grammatici la separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per
natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua primitiva mutola,
per cenni e per oggetti. La sapienza riposta e la
convenzione non hanno luogo neppure qui: i geroglifici non sono un ritrovato di
filosofi per nascondervi dentro i misteri delle
loro grandi idee, ma comuni e naturali necessità d’ogni primo popolo; e
solamente le scritture alfabetiche nacquero tra i popoli già inciviliti per
effetto di libera convenzione. In altri termini, V. viene a distinguere, sia
pure in modo confuso, nelle cosi dette scritture quella parte che è
propriamente scrittura e perciò convenzione, dall'altra che è invece DIRETTA ESPRESSIONE – DAVIS GRICE MEANING AND
EXPRESSION – ESTETICA DI CROCE --, e perciò lingua, favola, poesia, pittura.
Caratteristica di queste scritture espressive o lingue è l'inseparabilità del
contenuto dalla forma; la loro ragione poetica è tutta qui: che la favola e L’ESPRESSIONE
sono una cosa stessa, cioè una metafora
comune ai poeti e ai pittori, sicché un mutolo senza espressione verbale
possa dipingerla. V. arreca in esempio d’esse alcuni aneddoti tradizionali, come
le cinque parole reali, la ranocchia, il topo, l'uccello, il dente d'aratro e
l'arco da saettare, che Idantura, re degli sciti, manda in risposta a Dario che
gli aveva intimato guerra; e l'apologo degl’alti papaveri che re TARQUINIO svolge innanzi agl’occhi
dell'ambasciatore di suo tìglio Sesto circa il modo di domare Gabì:
procedimenti ESPRESSIVI non diversi da costumanze che s’osservano ancora presso
popolazioni selvagge e presso i volghi; e poi, altresì, l’imprese, le bandiere,
gl’emblemi delle medaglie e monete. Una frivola favoletta – FAVOLA – FAME --,
che rimpicciolisce e calunnia l'ufficio
vero dell’imprese, narra come esse venissero inventate nei tornei di Germania,
qual costume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per meritare l'amore
delle nobili donzelle. Ma l’imprese, nel Medioevo, sono cosa seria, come a dire
la scrittura geroglifica di quell'età: un parlare – GRICE PARABOLARE -- muto,
che suppliva la povertà dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche; e
solamente più tardi, nei tempi colti, diventarono gioco e diletto, si
convertirono in imprese galanti ed erudite, le quali bisogna animare coi motti,
perché, ora, hanno SIGNIFICAZIONI solamente analoghe, laddove quelle primitive
e naturali sono mutole e tuttavia
parlano senza bisogno d'interpetri – Those spots didn’t mean anything to me,
but to the doctor they meant that he had the measles. In questa schietta
naturalità perdurano nei tempi colti alcune di tali forme espressive; per es.,
le insegne o bandiere, che sono una certa lingua armata, colla quale le
nazioni, come prive di FAVELLA, si fanno intendere tra loro nei maggiori affari
del diritto naturale delle genti, nelle guerre, alleanze e commerci. Cosi, al
lume del concetto estetico pensato da V., poesia, parole, metafore, scritture,
simboli figurati, tutto si rischiara di lampi e dà guizzi di vita: cose grandi
e cose piccole, l'EPOS e l'araldica. La dottrina delle forme fantastiche riceve un avviamento nuovo
affatto nella storia dell’idee; perché se
V. s’oppone coi suoi concetti alle scuole del suo tempo e specie alla
cartesiana, nemmeno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione più o meno
remota. Egli stesso sente la propria opposizione come diretta non contro una
scuola particolare, ma contro tutte quelle
che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'argomento. Circa la
poesia dice che egli rovescia tutto ciò che se n’è pensato da Platone e poi da
Aristotele via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero BORDONE e Castelvetro
(si veda), i quali si perderono in inezie tali che fa vergogna fin riferirle. Patrizzi
fa nascere la poesia dai canti degl’uccelli
e dal sibilo dei venti! Circa la lingua,
il suo intendimento non è rimasto soddisfatto né da Platone né dai Lazio,
Scaligero BORDONE e Sanchez. Circa le lettere, rifiutata l'origine divina che
era sostenuta da Mallinkrot ed Elingio, o, che vale il medesimo, interpetratala
a suo modo, dà saggio per iscandalo delle vane opinioni, incerte, leggiere,
sconce, boriose e ridevoli, che le
facevano provenire dai goti e per essi d’Adamo e dalla personale comunicazione
di Dio, o più direttamente dal paradiso terrestre, o d’un gotico Mercurio
inventore. Circa l’imprese, infine, osserva che i tanti che n’avevano composto
trattati, non n’avevano inteso nulla, e, solo per caso e indovinando,
lasciavano trapelare un seniore della
verità col chiamarle eroiche. In realtà, sarebbe difficile assegnare veri e
propri precedenti ai concetti estetici di V., e tutt'al più si potrebbero
ritrovarne vaghe suggestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie;
qualche stimolo più prossimo nelle dispute secentesche sulle differenze tra
intelletto e ingegno, ragione e immaginativa,
dialettica e rettorica; e qualche riscontro di particolari estrinseci,
come nei ravvicinamenti fatti da qualche retore di quel tempo, il Tesauro,
delle arguzie rettoriche parlate colle arguzie figurate. Senonché quei
concetti, nati da cosi possente getto d’originalità, non appena dai loro
lineamenti generali si passi alle determinazioni particolari, dall'idea o ispirazione originaria agli svolgimenti
effettivi, si vedono come turbarsi, ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte
le varie successive opinioni che V. tenne, e che si legano al processo storico
del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla metafora, dalle orazioni
accademiche e poi dal De ratione e dal De antiquissima al Diritto universale,
e ancora da questo alla prima, e dalla prima alla seconda Scienza
nuova: indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dissertazione e
che non entra nel quadro della nostra esposizione. Ma, anche nella forma ultima
del suo pensiero estetico, coesistono dottrine contradittorie. Egli non sta
pago a dire, come ha detto, che la forma poetica è la
prima operazione della mente, che
essa è costituita da sensi di passione, è tutta fantastica, priva di concetti e
di riflessioni; ma aggiunge che la poesia, diversamente dalla storia,
rappresenta il vero nella sua idea ottima, e compie perciò quella giustizia e
attribuisce quel premio e quella pena che spetta a ciascuno e che non sempre s’ottiene
nella storia, dominata sovente dal
capriccio, dalla necessità e dalla fortuna. Dice ancora che la poesia ha per
suo fine l'animazione dell'inanimato, essendo il più sublime lavoro d’essa
indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dice che la poesia non è
altro che imitazione, e che i fanciulli, i quali valgono assai nell'imitare,
sono poeti, e che i popoli primitivi,
fanciulli del genere umano, furono in Si veda il capo della parte storica della
Estetica di CROCE.] sieme sublimi poeti. Dice che la poesia ha per propria materia l'impossibile credibile, com'è impossibile che i corpi siano menti e pure fu
creduto che il cielo tonante è Giove, onde i poeti non s’esercitarono in altro
maggiormente che nel cantare i prodigi
compiuti dalle maghe per opera d'incantesimi. Dice che la poesia è nata d’inopia,
ossia che è un effetto d'infermità dello spirito; perché l'uomo rozzo e di
debole cervello, non potendo soddisfare il bisogno che prova del generale e
dell'universale, foggia a sostituzione i generi fantastici, gl’universali o
caratteri poetici; e che, per
conseguenza, il vero dei poeti e il vero dei filosofi sono lo stesso,
questo astratto e quello rivestito d'immagini, questo una metafisica ragionata
e quello una metafisica sentita e immaginata, confacente all'intendimento
popolaresco. Parimente d’inopia, cioè dall'incapacità ad articolare, nasce il
canto, e perciò i muti e gli scilinguati escono in suoni che sono canti; e dall'incapacità a SIGNIFICARE
le cose in modo PROPRIO, le metafore – GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE. Dice, infine, che lo scopo della poesia è d'INSEGNARE
al volgo l'operare virtuosamente. In questi detti sono accennati i più diversi
concetti sulla poesia, alcuni conciliabili colla dottrina fondamentale, ma proposti senza mediazione e perciò
effettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. V. potrebbe
essere, a volta a volta, sul fondamento di singoli testi, presentato come
sostenitore dell'estetica moralistica, pedagogica, astratta e tipeggiante,
mitologica, animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vecchie
teorie che egli aborre, e se non si
dissipa tra gl’errori nuovi che precorre, si deve al fatto che su tutte quelle
varietà e incoerenze sormonta costante il pensiero che la poesia è la prima
forma della mente, anteriore all'intelletto e libera da riflessione e
raziocini. Come non seppe, valendosi del suo principio capitale, sceverare e
accorciare gl’altri che circa la natura della poesia esistevano nella tradizione scientifica o
erano stati da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia delle
classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio, si sforza di
filosofarle, e tenta di dedurre serialmente le diverse forme della poesia,
epica lirica drammatica; del verso e del metro, spondaico giambico prosastico;
del parlare figurato, metafora metonimia
sineddoche ironia – GRICE LEECH CONVERSATIONAL RHETORIC; delle parti del discorso, onomatopee
interiezioni GRICE OUCH pronomi particelle nomi – Figgo is shaggy -- verbi,
modi e tempi del verbo, al qual proposito richiama perfino un caso d’afasia da
lui osservato in Napoli in persona d’un uomo onesto tócco da grave apoplessia, il quale mentova
nomi e si è dimenticato affatto de’verbi, delle scritture, geroglifiche
simboliche alfabetiche; delle lingue secondo la loro crescente complessità, che
va dalle parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di vocali e
dittonghi alla prevalenza delle consonanti. In questi tentativi dissemina
dappertutto interpetrazioni nuove e
parzialmente vere di fatti particolari; ma non giunse, e non poteva, a
sistemazione scientifica. E neppure vide chiaro nella relazione della poesia colle
altr’arti, che talora unificò con quella, come quando considera intrinsecamente
identiche pittura e poesia, e viene notando analogie tra la poesia e la pittura
del Medioevo; e, tal'altra, stranamente
separò, come quando pretende che la delicatezza delle arti sia frutto delle
filosofie e che delicatissime siano pittura, scultura, fonderia e intaglio,
perché debbono astrarre le superficie dai corpi che imitano. Queste incoerenze
ed errori, che abbiamo passati in rapida rassegna, se in parte derivano da
scarsa capacità di distinzione e d’elaborazione,
per un'altra e maggiore parte si riportano più direttamente al già chiarito
vizio fondamentale che è nella strattura della Scienza nuova e qui,
propriamente, allo scambio fatto da V. tra il concetto filosofico della forma
poetica dello spirito e il concetto empirico della forma barbarica della
civiltà, talché, egli stesso dichiara, questa prima età del mondo si può dire con verità
tutta occupata d'intorno alla prima operazione della mente. Ma la prima età del
mondo, essendo costituita d’uomini in carne ed ossa e non da categorie
filosofiche, non potè essere occupata intorno a una sola operazione della
mente. Quest'una poteva, come si suol dire, prevalere (e la parola stessa
scopre il carattere quantitativo e
approssimativo del concetto); ma tutte l’altre dovevano essere in atto insieme
con lei, la fantasia e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volontà e
la moralità, il cantare e il numerare. A siffatta evidenza V. non poteva
sottrarsi, epperò in quella fase di civiltà introdusse non solo il poeta, ma
anche il teologo, il fisico,
l'astronomo, il pater familias, il guerriero, il politico, il
legislatore; senonché l’attività di tutti costoro volle considerare e chiamare
poetiche, con metafora tratta dall'asserita prevalenza della forma fantastica
dello spirito, e il complesso d’esse sapienza poetica. Il carattere metaforico
della denominazione è accusato, o balza agl’occhi, in alcuni luoghi caratteristici; come dove le arti, ossia le arti meccaniche, produttrici
pratiche d’oggetti per gl’usi della vita, sono definite poesie in certo modo
reali, e l'antico DIRITTO ROMANO, per l'abbondanza delle formole e cerimonie
onde si riveste, è detto poema drammatico serio. Ma le metafore sono
pericolose, quando, come nel caso della Scienza
nuova, trovano terreno favorevole alla loro conversione in concetti; e,
infatti, l'età storica, barbarica, metaforeggiata come sapienza poetica, non
tarda a trasformarsi, presso V., nell'età ideale della poesia, conferendo a
quest'ultima tutte le proprie attribuzioni. Colà erano teologi, e la poesia fu
considerata da V. come teologia, sebbene
fantastica; educatori, e fu fatta
educatrice, sebbene di volgo; sapienti di cose fisiche, e fu fatta sapienza,
sebbene di fisica immaginaria. E poiché quei barbari non potevano non pensare
per concetti, rozzi che questi fossero e involti nelle immagini, i fantasmi
della poesia, individuati, singolarizzati, le sentenze d’essa sempre
corpulente, si falsificarono in
universali fantastici, che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione,
che è individualizzante, e il concetto, che universalizza: la poesia, che dove
rappresentare il senso, lo schietto senso, rappresenta invece il senso già
intellettualizzato, e il detto che niente si trova nell'intelletto che non sia
già nel senso, acquistò il significato che l'intelletto è il senso stesso, schiarito, o il senso
l'intelletto stesso, confuso; onde non si ebbe più bisogno dell'aggiunta
cautela: nìsi intellectus ipse. Per converso, la civiltà barbarica divenne come
una mitologia o allegoria dell’ideale età poetica; e i primi popoli furono
trasformati in moltitudini di sublimi poeti; come poeti furono fatti, nella ontogenesi
corrispondente a tale filogenesi, perfino i fanciulli. Il concetto
dell'universale fantastico come anteriore all'universale ragionato concentra in
sé la duplice contradizione della dottrina; perché all'elemento fantastico
dovrebbe essere congiunto in quella formazione mentale l'elemento
dell'universalità, il quale, per sé preso, sarebbe poi un vero e proprio
universale, ragionato e non fantastico: donde una petitio principii, per
la quale la genesi degl’universali ragionati, che dovrebbe essere spiegata,
viene presupposta. E, d'altro canto, se l'universale fantastico s'interpetrasse
come purificato dell'elemento universale e logico, cioè come mero fantasma, la
coerenza si ristabilirebbe certamente nella dottrina estetica; ma la sapienza poetica o civiltà barbarica
verrebbe mutilata d’una parte essenziale del suo organismo, perché privata d’ogni
sorta di concetti, e, per dir cosi, disossata. Per risolvere la contradizione
conveniva dissociare poesia e sapienza poetica; del che, in verità, s'incontra
qualche accenno presso V. Egli confessa talvolta, quasi involontariamente, la non corrispondenza tra
la categoria filosofica e il tipo sociale, e per quest'ultimo è costretto a
ricorrere ai press'a poco, e ai più o meno. Gli accade di dire, per es., che
gli uomini primitivi erano nulla o assai poco ragione e tutti robustissima
fantasia, quasi tutti corpo e quasi niuna riflessione; ovvero, dopo avere
distinte con filosofiche pretese tre
lingue degli dèi, degl’eroi e degl’uomini, osserva che la lingua degli dèi fu
quasi tutta muta e pochissimo
articolata; la lingua degl’eroi mescolata egualmente di articolata e di
muta; la lingua degl’uomini quasi tutta articolata e pochissimo muta. La
favella poetica, ammette ancora,
sopravvive alla sapienza poetica e scorre per
lungo tratto dentro il tempo istorico o età civile, come, dice con
magnifica immagine, i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e
serbano dolci l'acque portatevi colla violenza del corso. Anche nei tempi
moderni non si può dismettere il parlare fantastico, e per ispiegare i lavori
della mente pura ci han da soccorrere i parlari poetici per trasporti de'sensi. La poesia non sembra che
sia finita colla fine della barbarie, perché pur nei tempi civili sorgono
poeti; e che quelli della prima epoca fossero fantastici per natura, e i nuovi
tali si facciano per arte ed industria, ossia, come V. vuole, collo sforzarsi
di perdere memoria delle parole proprie, di purgarsi delle filosofie, di
riempirsi la mente di pregiudizi
fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi costringendosi, tra
l'altro, all'uso della rima, queste
restrizioni, del resto facilmente confutabili, s’affaticano invano a sminuire
l'importanza del fatto riconosciuto: che la poesia è di tutti i tempi, e non di
quello solo barbarico; è una categoria ideale e non un fatto storico. Ma le restrizioni anzidette, come la rarità e la
timidezza degl’accenni ricordati, provano che V. non era in grado d’eseguire la
dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone dall'ibridismo del
concetto e del metodo stesso della Scienza nuova. Se, per altro, l'idea della
poesia come pura fantasia, nonostante tutte le confusioni e incoerenze nelle quali s’avvolge, non fosse rimasta salda nel
fondo del pensiero di V., e non avesse operato, per cosi dire, nel sottosuolo
della Scienza nuova, non sarebbe agevole, né forse possibile, intendere la
concezione capitale che domina la sua filosofia dello spirito, e che è strettamente
legata con quell'idea. Diciamo, la concezione dello spirito come sviluppo, o,
per adoperare la terminologia propria di V., come corso o spiegamento:
concezione la quale, pur senza espressa contrapposizione, supera quella
ordinaria, limitantesi quasi esclusivamente a enumerare e classificare le
facoltà dello spirito. La dottrina degl’universali fantastici come spontanee
formazioni mentali, universali rozzi ma forniti d’un motivo di vero, era certamente bastevole come
strumento per debellare l'empirica teoria che fa sorgere le civiltà d’un'alta e
ragionata saggezza ordinatrice, opera personale di Dio o di uomini sapienti,
sorti NON SI SA COME e piovuti NON SI SA DONDE. V. pone chiaro il dilemma delle
due e non più guise di spiegare l'origine della civiltà: o nella riflessione d’uomini sapienti, ovvero in un certo senso e istinto umano d’uomini
bestioni; e si risolve pella seconda ipotesi, per i bestioni che via via s’erano
fatti uomini; cioè pel pensiero che s’evolve dall'universale fantastico a
quello ragionato, per l'assetto sociale che procede via via dalla forza all'EQUITÀ.
Ma era quella concezione bastevole per
fondare la storia ideale o filosofia dello spirito? Nella filosofia dello spirito, essa si
sarebbe tradotta in qualcosa di simile, se non d'identico, alla dottrina che,
per effetto del cartesianismo e anche d’una certa tal quale rinascita che ebbe
la scolastica di Duns Scotus, corre ai tempi di V., e secondo cui la vita dello
spirito s’esplica nei gradi successivi
del concetto oscuro, confuso, chiaro e distinto: Leibniz, com'è noto, fa
argomento di speciale studio le percezioni oscure e confuse, le petltes perceptions. Dottrina nel suo intrinseco intellettualistica, perché i concetti,
confusi e oscuri che fossero, erano pur sempre concetti; e impotente perciò a
dare ragione, nonché della poesia, neppure
delio sviluppo spirituale, che non può intendersi, nella sua dialettica
quando sia costituito di differenze meramente quantitative, le quali, in
realtà, non sono differenze ma identità e perciò immobilità; e, infatti, tutto
quell'indirizzo fa, insieme, antiestetico e statico, privo d’una vera dottrina
della fantasia e d’una vera dottrina dello sviluppo. Il pensiero di V. ò, invece, avverso
all'intellettualismo, simpatico alla fantasia, tutto dinamico ed evolutivo; lo
spirito è, per lui, un eterno dramma; e, poiché il dramma vuole tesi e
antitesi, la sua filosofia della mente è impiantata sull'antinomia, cioè sulla
reale distinzione e opposizione di fantasia e pensiero, poesia e metafisica,
forza ed EQUITÀ, passione e moralità,
per quanto egli sembri talvolta, pelle ragioni già note, disconoscerla o,
piuttosto, per quanto venga talvolta a ingarbugliarla con indagini e dottrine
empiriche e con determinazioni storiche. Anche la dottrina di V. sul mito, se è
non meno originale e profonda di quella circa la poesia, non è del tutto
limpida, perché le relazioni tra poesia
e mito sono cosi strette che l'ombra gettata sull'una deve necessariamente
stendersi in qualche modo sull'altro. Proseguendo a indagare, come abbiamo
fatto sin qui e faremo sempre nel séguito, lo stato delle cognizioni ai tempi di
V. secondo le varie discipline e problemi che egli prese a trattare,
ricorderemo in breve, circa gli studi sulla
mitologia, come tra il Cinque e il Seicento non solamente si mettessero
insieme grandi compilazioni letterarie di miti, delle quali già aveva dato
esempio, nel Trecento, Boccaccio, ma venissero dottamente propugnate le due
teorie esplicative già note all'antichità classica e non ignote del tutto al
Medioevo: la teoria del mito come allegoria di verità filosofiche, morali, politiche, e via
discorrendo, e quella del mito come storia di personaggi effettivamente
esistiti e d’avvenimenti accaduti, adornate dall'immaginazione che divinizza gl’eroi,
evemerismo. L'allegorismo ispira, tra l'altre, l'opera di Conti, MythologicB
sive explanationis fabularum libri decerti e il De sapientia veterum di
Bacone; dove, per altro, quel sistema
era proposto non senza qualche dubbio e colla espressa cautela che, se anche
non vale come interpetrazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere il suo
valore di moralizzazione, aut antiqultatem illustrabimus aut res ipsas. Il
neoevemerismo era rappresentato autorevolmente da Giovanni Ledere, Clericus, l'erudito ginevrino-olandese verso cui tanta reverenza
e gratitudine ebbe a professare V. per aver degnato d’attenzione il suo Diritto
universale, e del quale fece epoca, in materia mitologica, l'edizione della
Teogonia esiodea; lo segui tra gl’altri Banier, autore di Les fables expllquèes par l'histoire. Un terzo sistema, anch'esso non senza qualche
precedente antico, deriva i miti da
popoli particolari, dagl’egiziani o dagl’ebrei, ovvero dall'opera di singoli
filosofi e poeti inventori; e, quando non si risolve in una pura e semplice
ipotesi storica sulla formazione di alcuni o di tutti i miti trasmessi
dall'antichità o non si riporta alla rivelazione divina, è chiaro che implica
la teoria che il mito sia non già una
forma eterna, ma un contingente prodotto dello spirito, il quale, com'è
nato una volta, cosi possa morire o sia già morto. V. s’oppone risolutamente
alla prima e alla terza scuola, all'allegorismo e alla dottrina della
derivazione storica; e ricorda, perla prima, il trattato di BACONE dal quale tratta
incentivo a meditare sull'argomento, ma ch'egli
giudica più ingegnoso che vero; e per l'altra scuola, considerante i
miti come storie sacre alterate e corrotte dai gentili e in particolare dai
greci, il De theologla gentili di Vossio, la Demonstratio evangelica di Huet, e
il Phaleg et Canaan di Bochart. I miti o favole non contengono sapienza
riposta, cioè concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo della favola; e perciò non sono allegorie.
L'allegoria – GRICE SCATOLOGIA FILOSOFICA -- importa che s’abbia, d’una parte, il concetto o significato, dall'altra
la favola o involucro, e tra le due cose l'artifizio che le fa stare insieme.
Ma i miti non si possono scindere in questi tre momenti, e neppure in un
significato e un significante: i loro
significati sono univoci. Importa altresì, quella teoria che chi crede
al contenuto non creda alla forma; ma i creatori dei miti dettero ingenua e
piena fede a quelle loro creazioni; e fintasi, per es., la prima favola divina,
la più grande di quante mai se ne finsero in appresso, GIOVE ROMANO re e padre
degli dèi e degl’uomini in atto di fulminante, essi stessi che se lo finsero lo
credettero, e con ispaventose religioni lo temerono, riverirono e osservarono.
Il mito, insomma, non è favola ma storia, quale possono formarsela gli spiriti
primitivi, e da questi è severamente tenuta come racconto di cose reali. I
filosofi che sorsero posteriormente, servendosi dei miti per esporre in modo
allegorico le loro dottrine – cleaning the stables at Oxford – GRICE --, ovvero
illudendosi di ritrovarvele per quel senso di riverenza che si porta all'antichità
tanto più venerabile quanto più oscura, ovvero stimando comodo di giovarsi di
tale espediente per i loro fini politici, e cosi Platone omerizzando e, nel
tratto stesso, platonizzando Omero; resero i miti favole, quali in origine non
erano e intrinsecamente non sono. Onde è da dire che filosofi e mitologi furono
piuttosto essi i poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole, laddove
i poeti o creatori primitivi furono i veri mitologi e intesero narrare cose
vere dei loro tempi. Per la medesima ragione, ossia per essere i miti parte
essenziale della sapienza poetica o barbarica, e come tale spontanei in tutti i
tempi e luoghi, non si può attribuirli a un singolo popolo che li avrebbe
inventati e dal quale si sarebbero trasmessi agl’altri, quasi ritrovato
particolare d’uomini particolari od oggetto di rivelazione. Codesta dottrina,
superante l'allegorìe mò e lo storici 5 srao, è un altro aspetto della
rivendicazione che V. compi delle forme conoscitive alogiche contro l'
intellettualismo, il quale le nega appunto col presentarle ora come forme
artificiali ora come prodotti accidentali o dovuti a cause soprannaturali. Né
sembra accettabile l'opinione che aggrega V. all'indirizzo neoevemeristico, da
lui in verità non combattuto espressamente e verso il quale presenta anche, se
si vuole, alcune superficiali somiglianze, ma insieme colle somiglianze questa
radicale diversità: che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali
né si riferiscono di necessità a individui reali – BELLEROPHON RODE PEGASUS
GRICE --, ma sono intrinsecamente verità storica, nella forma che la verità
storica suol prendere nelle menti primitive. Altra più precisa determinazione
circa la natura del mito V. non dà né poteva, appunto perché essendo in lui
ondeggiante il concetto stesso della poesia, egli non era in grado di segnare i
limiti tra le due forme. Parlò, in genere, di poesia e di mito come di cose
distinte, ma non fermò la distinzione. Eppure, V. si era bene imbattuto nel
concetto che porge quel criterio distintivo, e l'aveva enunciato; senonché, in
cambio di valersene pella dottrina del mito, ne aveva fatto una o alcune delle
sue parecchie definizioni della poesia. Quel carattere poetico,
quell'universale fantastico che, introdotto nell'estetica come principio esplicativo
della poesia, dà origine a tante insuperabili difficoltà, è invece,
pell'appunto, la definizione del mito, e come tale fornisce alla scienza della
mitologia il vero principio che le bisogna. Se il concetto del compiere grandi
fatiche pel comune vantaggio non si sa staccare dall'immagine d’un uomo
particolare che abbia compiuto alcuna di quelle fatiche – GRICE THE STABLES OF
OXFORD --, quel concetto diventa il mito, per es., di ERCOLE; ed Ercole è
insieme un individuo che fa azioni individuali e uccide l'idra di Lerna e il
leone nemeo o LAVA LE STALLE D’AUGIA – GRICE RETROSPECTIVE EPILOGUE --, ed è un
concetto; come il concetto dell'operosità utile e gloriosa è un concetto ed è,
insieme, Ercole: è un universale – AND SOURCE OF IDIOMS -- e un fantasma: un
universale fantastico – that every Oxonian learns about, even if rich. Anche
quel sublime lavoro., che V. dice proprio della poesia, di dare vita alle cose
inanimate, spetta non propriamente alla poesia ma al mito – those spots
naturally NATURA DEVS mean measles. Il quale, incorporando i concetti in
immagini, ed essendo l’immagini sempre qualcosa d'individuale, viene ad
atteggiarli come esseri viventi. Cosi gl’uomini primitivi, che non conoscevano
la cagione del fulmine – or of dark clouds -- e perciò non ne possedevano la
definizione fisica fisiologica naturale, erano tratti, miteggiando, a concepire
il cielo come un vasto corpo animato con una mente che menta – MEAN STEVENSON
‘The barometer ‘means’ that --, che a somiglianza d’essi medesimi quando erano
in preda alle loro violentissime passioni, urlando, brontolando, fremendo,
parlasse e volesse dire qualche cosa. E del mito e non della poesia si deve
riconoscere l'origine nell'inopia, nella debolezza della mente e nella sua
inadeguazione ai problemi che vuole risolvere, nell’incapacità a pensare per
universali ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono
gl’universali fantastici e le metonimie e le sineddoche e ogni sorta di
metafore ed IMPLICATURE -- espresse. Le contradizioni, notate da noi
nell'universale fantastico e che lo rendono inadatto a fondare la dottrina
estetica – GRICE: I EXPRESS MY BELIEF --, stanno perfettamente a posto nella
dottrina del mito; il quale è, pell'appunto, questa contradizione: un concetto
che vuol essere immagine e un'immagine che vuol essere concetto, e perciò
un'inopia, anzi un'impotenza potente, un contrasto e una transizione
spirituale, dove il nero non è ancora e il bianco muore. Infine, la sapienza
poetica, cioè la teologia, fisica, cosmografia, geografia, astronomia e tutto
il complesso delle restanti idee e credenze dei popoli primitivi, esposte da
V., erano effettivamente mito e non, come egli dice, poesia, pella buona
ragione ch'egli stesso adduce che quelle erano le loro storie; e la poesia è
poesia e non istoria, neppure più o meno fantasticata. Poesia, i poemi omerici
in quanto esprimevano i sentimenti e le umane aspirazioni della grecità – I’ve
been washing the stables --; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano
cantati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti: due forme di
prodotti spirituali che, se sembrano materialmente raccogliersi in una stessa
opera, non per ciò s'identificano. Tutto questo V. vede e non vede, o, meglio,
ora intravede e ora travede e perciò non si può dire che riesca a determinare
veramente la distinzione e a risolvere il problema dei rapporti tra mito e
poesia. Un altro importante e ancora assai dibattuto problema della scienza
mitologica, se cioè il mito sia filosofia o storia, potrebbe credersi, invece,
da lui risoluto in modo netto; perché egli ripete molte volte che i miti
contengono sensi storici, e non già filosofici, dei popoli primitivi; ma, in
realtà, ove si faccia bene attenzione, si scorge che egli, nonché risolverlo,
non se lo propone neppure. I sensi storici, che V. assevera, sono contrapposti
non propriamente ai sensi filosofici in genere, ma ai sensi mistici d’altissima
filosofia e ai sensi analogi – GRICE ANALOGIA COME IMPLICATURA --, che i
mitologi da lui criticati vi ritrovavano; cioè, d’una parte ripetono la critica
all'allegorismo e, dall'altra, combattono quel cattivo modo d'interpetrazione
storica che trasferisce idee e costumi moderni ai popoli antichi. La sua teoria
si concilia, a dir vero, alla pari con quella che avvicina il mito alla
filosofia, e coll'altra che l'avvicina alla storia; coll'eclettica che ammette
entrambi gl’elementi, e colla speculativa, che li ammette altresì entrambi ma
perla ragione che filosofia e storia, cosi in sé medesime come nel mito,
costituiscono, in fondo, una cosa sola e indivisibile. Come inopia, il mito
deve essere superato. La mente umana che agogna naturalmente d’unirsi a Dio
donde ella viene, cioè al vero Uno, e che non potendo per l’esuberante natura
sensuale dell'uomo primitivo esercitare la facoltà, sepolta sotto i loro sensi
troppo vigorosi, d’astrarre dai subietti le proprietà e le forme universali,
s’era finta le unità immaginarie, i generi fantastici o i miti, nel suo
successivo SPIEGARSI – EXPLICATURA -- o esplicarsi risolve via via i generi
fantastici in generi intelligibili, gl’universali poetici in ragionati, e si
libera dai miti. L'errore del mito passa cosi nella verità della filosofia. V.
conosce e adopera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto,
nascente dalla volontà e non dal pensiero, il quale quanto a sé non erra mai,
mens enim semper a vero urgetur quia nunquam aspectu amittere possumus Deum;
dell'errore che consiste in vuote parole arbitrariamente combinate, verbo,
autem scepissime veri vini voluntate MENTIENTIS – GRICE MEANING -- eludimi oc
mentem deserunt, immo nienti vim faciunt et Dea obsistunt; dell'errore,
insomma, che, per adoperare la sua efficace descrizione, si ha quando gl’uomini
mentre colla bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente
è dentro il falso, che è nulla. Ma sa anche che l'errore non è mai del tutto
errore, appunto perché, non potendosi dare idee false e consistendo il falso
soltanto nella sconcia combinazione delle idee, in esso è sempre il vero, e
ogni favola ha qualche motivo di verità. Perciò, lungi dal disprezzare le
favole, ne riconosce il valore quasi d’embrione del sapere riposto o della
filosofia che si svolge poi. I poeti, ossia, nel nuovo significato che assume
in V. questa parola, i creatori dei miti, sono il senso, cioè, nel nuovo
significato, la filosofia rudimentale e imperfetta – stone-age physics --; e i
filosofi sono l'intelletto dell'umanità (vale a dire, la filosofia più
compiuta, che nasce dalla precedente). L'idea di Dio s’evolve a poco a poco da
Dio, che colpi la fantasia dell'uomo isolato, al Dio delle famiglie, divi
parentum, al Dio della classe sociale o della patria, divi patrii, al Dio delle
nazioni, fino a quel Dio che a tutti è GIOVE, al Dio dell'umanità. Le favole
destarono Platone a intendere le tre pene divine, che gli dèi solamente, e non
gl’uomini, possono infliggere: l'oblio, l'infamia e il rimorso; il passaggio
pell’Inferno gli suggerì il concetto della via purgativa onde l'anima si
purifica dalle passioni, e l'arrivo agl’elisi quello della via unitiva onde la
mente va ad unirsi a Dio per mezzo della contemplazione delle eterne cose
divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti Esopo trasse gl’esempì e
gl’apologi con cui dette i suoi avvisi; e dall'esempio, che si fonda sopra un
caso solo e soddisfa le menti rozze, si svolge l'induzione, che si vale di più
casi simili, quale l'insegnò Socrate colla dialettica, e successivamente il
sillogismo, che Aristotele scoperse e che non regge senz’un universale.
L’etimologie delle parole svelano le verità intraviste dai primi uomini e
deposte nella loro lingua; per es., -- MEAN GRICE -- ciò che i filosofi con
gravi ragioni hanno dimostrato che i sensi fanno essi le qualità sensibili, è
già adombrato nella parola OLFACERE – GRICE ODOUR SMELL -- della lingua del
LAZIO, che implica il pensiero che l'odorato faccia l'odore – GRICE, SOME
REMARKS ABOUT THE SENSES -- V. attribuisce tanta importanza a questa
connessione tra universali poetici e universali ragionati, tra mito e
filosofia, d’essere tratto ad affermare che le sentenze dei filosofi, le quali
non trovino precedente e riscontro nella sapienza poetica e volgare – the lay
and the learned --, debbano essere errate. Anzi, è questo un altro significato
che egli assegna talvolta al rapporto tra filosofia e filologia – THE WAY OF
WORDS --: d’una conferma reciproca tra sapienza volgare – the lay -- e sapienza
riposta – the learned --, conciliate entrambe nell'idea d’una filosofia perenne
dell'umanità. Colla teoria del mito e del rapporto d’esso colla filosofia V.
dato, tutt'insieme, la sua teoria della religione e del rapporto tra religione
e filosofia. Due pensieri circolano, a questo proposito, per entro la Scienza
nuova: l'uno, che la religione nasca, nella fase della debolczza e
dell'incultura, dal bisogno mentale di dare pace alla curiosità e d'intendere
in qualche modo le cose della natura e dell'uomo. di spiegare, per es., il
fulmine – or the dark clouds meant by Nature --, l'altro, che la religione
s'ingeneri negli animi pel terrore di colui che minaccia fulminando – those
spots are killing us. E si potrebbero chiamare le due teorie, dell'origine
teoretica e dell'origine pratica della religione; e poiché, conformemente alle
dottrine di V., l'uomo è nient'altro che intelletto e volontà, è chiaro come,
fuori di queste due origini, la religione non possa averne altre. Ora,
lasciando da parte la religione nel significato pratico, della quale si
discorre più innanzi, la religione nel significato teoretico che cosa è altro
se non l'universale fantastico, l'ANIMISMO – spots ‘mean’ measles -- poetico,
il mito? A essa si lega quell'istituto che V. chiama la divinazione, il
complesso dei metodi coi quali si raccoglie e interpetra la lingua di Giove, le
parole reali, I SEGNI ie cenni del Dio, finto nell'universale fantastico e
creato dall'immaginazione animatrice. E come dal mito procede la scienza e la
filosofia, cosi, parimente, dalla divinazione la conoscenza delle ragioni e
cause, la previsione filosofica e scientifica. V., a questo modo, si libera dal
pregiudizio che comincia a prevalere al suo tempo, si ricordino la storia
degl’oracoli antichi di Van Dale, resa popolare da Fontenelle, e il libro già
citato di Banier, e tanta efficacia ebbe per un secolo ancora, delle religioni
come impostura d'altrui, quando erano invece, egli dice, nate da propria
credulità. Colui che non ammette l'origine artificiale dei miti, non poteva
ammetterla neppure delle religioni. Ma come egli rifiuta altresì l'origine
soprannaturale o rivelata dai miti, cosi nello stesso atto pronunzia né più né
meno che l'origine naturale, anzi umana, delle religioni; e, quel che più
specialmente è da notare, la ripone in una forma inadeguata dello spirito,
nella forma semifantastica, che è il mito. Né bisogna fare caso di qualche suo
breve detto incidentale, che sembra in contrasto con questa teoria; come là
dove dice che la religione precede non solo le filosofie ma la lingua stessa,
il quale suppone la coscienza di qualcosa di comune tra gl’uomini: equivoci
derivanti dalla solita perplessità metodica e d’abito di poca chiarezza.
L'identificazione della religione col mito, e l'origine umana delle religioni,
non solo è insistentemente espressa, ma è essenziale a tutto il sistema di V.
Origine umana, che non esclude, nelle parole di lui, un diverso concetto di
religione: la religione rivelata, e perciò d’origine soprannaturale. Egli,
infatti, pone sempre, d’un canto, la teologia poetica, che è mitologia, e la
teologia naturale, che è metafisica o filosofia; e, dall'altro, la teologia
rivelata. Ma quest'ultimo concetto è ammesso da lui, non perché si leghi ai
precedenti e tutti derivino d’un principio comune, si bene semplicemente perché
V. afferma gl’uni e afferma l'altro. L'origine umana, la teologia poetica, di
cui è séguito la teologia metafisica, è quella che vale pell'umanità
gentilesca, ossia pell'umanità intera, fatta eccezione del popolo ebreo che è
privilegiato dalla rivelazione. Per quali motivi V. serba questo dualismo, e
sopra quali contradizioni pungenti è a cagione d’esso costretto ad adagiarsi,
anche questo si vedrà più oltre, e a suo luogo. Ma appunto perché quel dualismo
rimase in lui senza mediazione, noi dobbiamo, esponendo il suo pensiero, tenere
fermo ciascuno dei due termini del dualismo, e, per ora, l'origine meramente
umana: la religione quale prodotto del bisogno teoretico dell'uomo giacente in
condizioni di relativa povertà mentale. Concetto che ha rapporti solamente
indiretti con quellodi BRUNO della religione come cosa necessaria alla
moltitudine rozza e poco sviluppata, e con quello di CAMPANELLA della religione
naturale o perpetua, eterna filosofia razionale coincidente col cristianesimo
spogliato dai suoi abusi; e che ha rari e deboli riscontri negli scrittori del
tempo, i quali, anche quando v’accennano di passaggio, l'intendono in modo
superficiale e lo presentano senza nessuna coerenza colle altre loro idee:
battono sulla religione in quanto ignoranza e trascurano la sapienza di
quell’ignoranza, la religione come verità. L’altre dottrine di V. di ragion
teoretica, cioè di logica della filosofia, delle scienze fisiche e matematiche
e delle discipline storiche, sono state già esposte nell 'esporre la sua
gnoseologia, e si desumono quasi tutte dai primi scritti, perché nella Scienza
nuova la fase della mente tutta spiegata appare, più che altro, come un limite
della ricerca. Soltanto giova notare che V. tocca altresì il problema del
rapporto tra poesia e storia, ma, sempre a causa dell' indistinzione tra
filosofia e scienza sociale, non gli riesce di risolverlo pienamente. Sotto un
aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poesia, perché questa,
dice, presuppone la realtà e contiene una imitazione di più; sotto un altro
aspetto, che la poesia costituisca la forma prima, perché presso i popoli
primitivi la loro storia è la loro poesia – la battaglia di Maldon -- e i primi
storici sono i poeti. A ogni modo, egli insiste sull'elemento poetico,
intrinseco alla storia; e d’Erodoto, padre della greca storia, osserva che non
solo i libri di lui sono ripieni la più parte di favole, ma lo stile ritiene
moltissimo dell'omerico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli
storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica
e la volgare: VERBA FERME POSTARVM, come ripete altrove facendo suo un detto di
CICERONE. Né si trovano svolti particolarmente in V. i rapporti fra teoria e
pratica, intelletto GRICE JUDGING e volontà GRICE WILLING, benché dappertutto
egli SUGGERISCA – sub-gest – Grice, implicate -- il pensiero generale che come
in Dio intelletto e volontà coincidono, similmente nell'uomo, immagine di Dio;
onde la mente o spirito non è divisa in un pensiero e in una volontà – GRICE
PSI-ING --, in un pensiero che proceda per un verso e in una volontà che
proceda per un altro, ma pensiero e volontà si compenetrano e formano un tutto
solo: concezione assai superiore a quella della filosofìa del suo tempo, cioè
del leibnizianismo, in cui persiste il concetto dell'arbitrio divino, e perciò
dell'irrazionalità. Un altro suo e singolare pensiero importerebbe invece, per
chi concluda frettolosamente, la precedenza della pratica – GRICE VOLITING
DEFINES JUDGING -- sulla teoria; perché V. dice che i filosofi pervengono ai
loro concetti mercé l'esperienza dell’istituzioni sociali e delle leggi nelle
quali gl’uomini s’accordano come in qualcosa d’universale, e che Socrate e
Platone, per es., presuppongono la democrazia e i tribunali ateniesi, e
CARNEADE presuppone CATONE. Ma questa successione delle religioni che generano
la repubblica, della repubblica che genera la legge, della legge che genera
l’idee filosofiche, e che egli chiama una particella della storia della
filosofia narrata filosoficament, è, appunto, teoria d'importanza non
filosofica ma sociologica. Per quel che concerne le dottrine di ragion pratica,
delle quali ora entriamo a trattare, potrebbe parere che V., diversamente che
in quelle di ragion teoretica, non sia in recisa opposizione alle idee del suo
tempo, ma anzi si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla scuola
del diritto naturale. Il capo della scuola, l'iniziatore del movimento, Grozio,
era da lui chiamato uno dei suoi quattro autori – per Grice: due: Quine e
Chomsky --, insieme con Platone, in cui trova appagata la sua brama d’una
filosofia idealistica, con Bacone che gli fa sorgere in mente l'idea d’una
scienza positiva e storica delle società, e con TACITO, che vedremo più innanzi
qual servizio gli rese o V. crede d’averne ottenuto. E insieme col Grozio
ricorda perpetuamente gl’altri principali autori del diritto naturale, Selden e
Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro seguaci, che considera, piuttosto
che autori di scienza, semplici adornatori del sistema di GROZIO. Il
ricollegamento, in un certo senso, è evidente e confessato e professato dallo
stesso V.; ma anche è indubitabile che egli non aderì semplicemente a quella
scuola, neppure la continua al modo di chi serbi i concetti generali e
direttivi, e svolga o corregga i particolari. La continua solamente in
significato dialettico, cioè in quanto ne ebbe a contrastare le tesi capitali o
ad accoglierle cangiandole profondamente. Il diritto naturale gl’offerse non
soluzioni ma problemi, e di questi anche s’alcuni gl’offerse ben determinati,
altri, e più gravi, suscita solamente nel suo spirito: problemi dunque o non
risoluti o neppure veduti, che V. si propone e in parte risolve. Gl’aspetti e
le tendenze del diritto naturale erano molteplici, e conviene preliminarmente
distinguerli ed enumerarli. In primo luogo, in quella scuola, presa nel suo
complesso e nei suoi tratti essenziali, s’esprime il progresso sociale, onde
l'Europa, uscendo dal feudalesimo e dalle guerre di religione, si da una nuova
coscienza, spiccatamente borghese e LAICA: si ricordi che la formazione d’essa
fu quasi contemporanea alla nascita dell'anticlericale e borghese istituto
della massoneria. Naturale voleva dire, tra l'altro, non soprannaturale – GRICE
ON MOORE --; e, quindi, ostilità o indifferenza di fronte al soprannaturale e
alle istituzioni che lo rappresentavano e ai conflitti sociali che ingenera. Non
a caso Grozio fu arminiano; Pufendorf ebbe liti con teologi; TOMASIO è
rammentato tra i promotori della libertà di coscienza. Le proteste di reverenza
verso la religione e verso la chiesa, che con molta abbondanza quei pubblicisti
solevano inserire nei loro scritti (i quali ne sono come soffusi d’un velo di
pietà), erano cautele da politici, che procurano di minare il nemico senza
lasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela lodata, per es., nel Grozio
d’uno dei seguaci della scuola, l'autore della Pauco plenior iuris naturalis
historia, che celebra il maestro come instrumentum divince providentice, quasi
Messia venuto a redimere il lumen naturale dalla servitù al super naturale, e
fornito perciò di tutta la forza e di tutta l'abilità occorrenti; talché,
esperto delle persecuzioni scolastiche, caute versabatur ne maius bilem
adversus prudentiam naturalem et rationalem ex latebris productam tara minis
irritaret, e procedendo a separare le leggi umane dalle divine, non prende di
fronte la scuola teologica coll'attaccarne gli errori fondamentali, anzi
perfino la loda nei prolegomeni dell'opera sua. Naturale significa altresì ciò
che è comune agl’individui delle varie nazioni e stati; onde, sotto l'aspetto
pratico, forniva un ottimo motto d'ordine per riunire in certi desideri,
speranze e lotte comuni la borghesia dei vari paesi. I trattati del diritto
naturale furono pella borghesia quel che il Manifesto dei comunisti e il grido:
Proletari di tutto il mondo, unitevi, tentarono d’essere pella classe operaia.
In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano manifestazione d’un moto
pratico, l'interesse filosofico v’aveva parte subordinata e ufficio
sussidiario. Per questa ragione, in secondo luogo, le trattazioni del diritto
naturale, filosoficamente considerate, non si levano di solito sopra un chiaro
e popolare empirismo. I principi, sui quali si appoggiano, non sono
approfonditi e assai spesso neppure estrinsecamente unificati; i concetti, che
adoperano, sono piuttosto rappresentazioni generali; la forma della trattazione
è solo apparentemente sistematica. Qualcuno di quegli scrittori procura di
collegare le sue dottrine giusnaturalisticbe colla filosofia platonica, del
PORTICO o cartesiana, risaliva ad assiomi logici e metafisici, si giova della
deduzione e del metodo matematico. Ma tutto codesto era accostamento e non
fusione, adornamento e non ravvivamento; e, tutt'al più, vale come prova di
diligenza e di serietà d'intenzioni. La filosofia, pell’altro, implicita più o
meno nei trattatisti del diritto naturale ed esplicita nei filosofi che presero
a elaborarlo speculativamente, s’accorda collo spirito del tempo, del quale ci
sono noti i caratteri generali. Cosicché terzo aspetto del giusnaturalismo fu,
in etica, o l'utilitarismo, ora più o meno larvato ora apertamente dichiarato,
e a volta a volta ragionato con filosofia piuttosto matematizzante o piuttosto
sensistica, di tendenze materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero,
che è quasi il medesimo, un astratto e intellettualistico moralismo, che
minaccia di precipitare a ogni istante nell'utilitarismo. Dal quale
intellettualismo e utilitarismo, combinati coll'impronta pratica e
rivoluzionaria di quel moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un
semplicistico diritto da far trionfare che non a riconoscere quello realmente
svoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicende, deriva il quarto
carattere d’esso, cioè la mancanza di senso storico, l'antistoricismo della
scuola, la quale stabiliva l'astratto ideale di’una natura umana fuori della
storia umana o non fusa e vivente in questa. Infine, borghese, anticlericale,
utilitario o materialistico com'era, il giusnaturalismo aveva un quinto e
importante carattere, l'avversione alla trascendenza e la tendenza a una
concezione immanentistica dell'uomo e della società. Carattere poco esplicato e
poco ragionato dottrinalmente, ma non pertanto facilmente riconoscibile nel
complesso dei concetti di quella scuola. Ora, l'ispirazione di V. era
genuinamente ed esclusivamente teoretica, punto pratica o riformistica;
altamente speculativo il suo metodo, e disdegnoso dell'empirismo; idealistico,
e perciò antimaterialistico e antiutilitaristico, il suo spirito; la sua
gnoseologia anelante al concreto, al certo, e però storicizzante. Per
conseguenza, la sua dottrina della ragion pratica, pure prendendo le mosse dal
giusnaturalismo, dove uscire diversa, anzi contraria a questo, in tutti i primi
quattro caratteri da noi enunciati. E se in qualcosa coincide, non nella via
per pervenirvi, ma nel risultamento, era appunto dove meno l'autore avrebbe
voluto: nel carattere immanentistico e areligioso. Ma poiché il nostro proprio
tema non è già la critica e modificazione che il diritto naturale ebbe nel
pensiero di V., si bene questo pensiero stesso, sarà opportuno, ripigliando il
filo dell’esposizione, seguire ordine alquanto diverso da quello tenuto nel
ricapitolare i vari caratteri del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere
l'opposizione di V. all'utilitarismo dichiarato o larvato di quella scuola, e
la dottrina ch’egli svolge sul principio dell'etica. I due principali
rappresentanti dell'utilitarismo che V. ha sempre innanzi agl’occhi, sono
Hobbes e Spinoza; ma ricorda insieme con essi Locke e Bayle e, MACHIAVELLI e,
risalendo all'antichità, IL PORTICO ROMANO col suo concetto del fato, L’ORTO
ROMANO con quello del caso, Carneade col suo scessi, e perfino l'inconsapevole
dottrina che è contenuta nel motto Vce victis, attribuito al Brenno o capo dei
Galli invasori di Roma. Di Hobbes ammira lo sforzo magnanimo nel cercare
d’accrescere la filosofia d’una teoria che l’era mancata nei bei tempi della
Grecia, cioè della teoria dell'uomo considerato in tutta la società del genere
umano; ma dice infelice l'evento, fallito il tentativo, che, come anche quello
di Locke, nel fatto risulta assai prossimo all'ORTO ROMANO. Hobbes non s’era
accorto che egli non si sarebbe potuto neppure proporre il suo problema del
diritto naturale dell'umanità, s’il motivo non gliene fosse stato fornito
pell'appunto dalla religione cristiana, la quale comanda verso tutto il genere
umano, nonché la giustizia, la carità. Al PORTICO ROMANO invece, al suo fato e
al suo determinismo onde furono incapaci a ragionare adeguatamente di
repubblica e di leggi, a codesti spinosisti dell'antichità, si collega idealmente
Spinoza, del cui utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lockiano quanto
dall'hobbesiano, perché Spinoza mente, non sensu de veris rerum diiudìcat, non
isfuggiva a V. la singolarità. Ma, per singolare che debba dirsi, esso
costrinse Spinoza a ragionare di repubblica in modo poco elevato, come d’una
società che sia di mercadanti. Quelle dottrine utilitarie, calunniose
dell'umana natura, parvero a V. proprie d’uomini disperati, che pella loro
viltà non ebbero mai parte nello stato, o pella loro superbia si stimarono
tenuti bassi e non promossi agl’onori dei quali pella loro boria si credevano
degni; e annovera tra costoro il povero Spinoza, il quale, non avendo, perché
ebreo, niuna repubblica, mosso da livore, si sarebbe dato a escogitare una metafisica
da rovinare tutte le repubbliche del mondo. Severo è il suo giudizio sulle
condizioni dell'etica ai suoi tempi, che era quale poteva essere sulla base
d’una metafisica meccanica e materialistica, senza lume di finalità. Cartesio
fu affatto sterile in quel campo, perché le poche cose che sparsamente ne
lascia scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Passioni serve
piuttosto alla medicina che alla morale; similmente sterili Malebranche e
Nicole, e i Pensieri di Pascal, solitaria eccezione, sono pur lumi sparsi.
Degl’italiani, PALLAVICINO offri appena un abbozzo d’etica nel suo trattato Del
bene, e MURATORI, nella sua Filosofia morale, fece prova assai infelice. L'
utilità non è principio esplicativo della moralità, perché proviene dalla parte
corporale dell'uomo e, per tale provenienza, è caugevole, laddove la moralità,
l' honestas, è eterna. Derivare la moralità dall'utilità -- THE OUGHT CASHED
OUT ON A HIGHER-ORDER WANT – GRICE -- è scambiare l'occasione colla causa,
fermarsi alla superfìcie e non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari
modi nei quali il principio utilitario viene atteggiato dai filosofi, la frode
o impostura, la forza, il bisogno, rende conto delle differenziazioni, cioè
dell'organismo sociale. Quale frode poteva mai sedurre e trarre in inganno i
supposti primi semplici e parchi posseditori di campi, i quali vivevano affatto
contenti della sorte loro? Quale forza, se i ricchi, i pretesi usurpatori,
erano pochi, e i poveri, i derubati, molti? Codeste spiegazioni sono giochetti,
indegni del grave problema. Quei forti, quei potenti erano, in realtà, potenti
d'altro che di sola forza; tanto che si facevano protettori dei deboli e
oppugnatori delle tendenze distruttive e antisociali: la loro legge era, si, di
forza, ma a natura prcestantiori dlctata, cosa che ben era lecito ignorare al
barbaro Brenno, ma non a uomini filosofi. La forza creatrice e organizzatrice
delle prime repubbliche fa tutta umanità generosa, alla quale si debbono
richiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati coll'impostura e colla
forza, perché reggano e si conservino; conformemente al detto di MACHIAVELLI di
richiamarli all’origini, ma coll'intesa che l’origini profonde si trovano nella
clemenza e nella giustizia. Gl’uomini sono tenuti insieme da qualcosa di più
saldo dell'utilità. Società d'uomini non può incominciare e durare senza fede
scambievole; senza che altri riposino sopra l’altrui promesse e s’acquetino
alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Si può forse ottenere questa fede
col rigore delle leggi penali contro la menzogna? Ma le leggi sono prodotto
della società, e, perché sorga società, è necessaria quella fede scambievole.
Si dirà, come dice Locke, che si tratta d’un processo psicologico, pel quale
gl’uomini via via s’avvezzano a credere quando altri loro dica e prometta di
narrare la verità? Ma, in questo caso, quegli uomini già intendono l'idea d’un
vero, che basti rivelare per obbligare altrui a doverlo credere senza niun
documento umano; e il principio psicologico dell'abitudine è oltrepassato. La
causa vera della società umana non è, dunque, l'utilità, la quale favorisce
soltanto, come occasione, l'azione della causa, e fa si che gl’uomini, per
natura sociale deboli e indigenti, e divisi dal vizio d’origine, si traggano a
celebrare la loro natura sociale, REBVS IPSIS DICANTIBVS, secondo la formola di
POMPONIO, che V. ripete con predilezione. Cose, fatti, circostanze mutano nella
moralità che non muta; e di qui l'illusione degl’utilitaristi, che guardano
dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono il mutamento e non la
costanza. L'omicidio è vietato; ma l'approvazione che si dà a colui il quale,
minacciato nella vita, non potendo altrimenti salvarsi, uccide l'ingiusto
aggressore, non importa mutevolezza del criterio morale circa l'omicidio,
perché, in quelle particolari circostanze, non si tratta, in realtà,
d’omicidio, ma di pena capitale che l'ingiustamente aggredito, trovandosi in
solitudine, infligge quasi per tacita delegazione sociale. Il furto è vietato;
ma colui che, per tenersi in vita, prende altrui un pane, non viola la
moralità, perché esercita un diritto fondato sull'equobono. La sola filosofia
che porti con sé una vera etica sembra a V. la platonica, risalente a un
principio metafisico, l'idea eterna che educe da sé e crea la materia; laddove
l'etica aristotelica è fondata sopra una metafisica che conduce a un principio
fisico, alla materia, dalla quale s’educono le forme particolari facendo di Dio
un vasellaio che lavori le cose fuori di sé. L'etica dei GIURECONSULTI ROMANI
abbonda, senza dubbio, di splendidi aforismi, ma non è altro che una semplice
arte d’equità, insegnata con innumerabili minuti precetti di giusto naturale,
che quelli indagano dentro le ragioni delle leggi e la volontà del legislatore;
epperò non può considerarsi come filosofia morale, dove fa d'uopo procedere da
pochissime verità eterne, stabilite in metafìsica d’una giustizia ideale. Per
ragioni analoghe V. non poteva appagarsi di Grozio e degli altri
giusnaturalisti; circa i quali nota in genere cosa verissima, cioè che i loro
grossi volumi recano, si, titoli magnifici, ma poi non contengono nulla più di
ciò che è volgarmente risaputo. Se si pesano i principi del Grozio colla
bilancia esatta della critica, risultano tutti piuttosto probabili e verisimili
che necessari e invitti. Nella questione dell'utilità Grozio non coglie il
punto giusto, non distinguendo l'occasione dalla causa; né inchioda, ossia non
definisce, l'antichissima disputa s’il diritto sia in natura o solo nelle
opinioni degl’uomini, nella quale filosofi e teologi ancora contendono collo
scettico Carneade e coll’ORTO ROMANO; propone l'ipotesi degl’uomini primitivi
che siano semplicioni, ma si dimentica affatto di ragionarla. E poiché quei
suoi semplicioni, accortisi dei danni della solitudine bestiale, vengono alla
vita comune, e questa determinazione è loro dettata dall'utilità, Grozio
scivola anche lui, senza avvedersene, nell'utilitarismo e nell'ORTO ROMANO. Ma
V., invece, alla domanda s’il diritto sia per natura o per convenzione -- GRICE
NATURAL CONVENTIONAL -- risponde colla solenne dignità: Le cose fuori del loro
stato naturale né vi s’adagiano né vi durano. Alla domanda donde nasca la
società risponde richiamando il senso umano, la coscienza, il bisogno che ha
l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli rode il petto. L'origine è
certamente nel timore, ma nel timore di sé stesso, non della violenza altrui; è
nel rimorso che punge, nel pudore che tingendo di rosso il volto dei primi
uomini fa risplendere pella prima volta la moralità sulla terra. Dal pudore
nascono tutte le virtù, l'onore, la frugalità, la probità, la fede nelle
promesse, la verità nelle parole – GRICE LE MASSIME CONVERSAZIONALI WARNOCK
OBJECT MORALITY --, l'astensione dall'altrui, la pudicizia. Celebrando la società,
l'uomo celebra la natura umana. Il pudore o coscienza morale – L’IMMANUELE
CONVERSAZIONALE --, tradotto nella corrispondente scienza empirica, dà il senso
comune degl’uomini d'intorno alle umane necessità o utilità, che è la fonte del
diritto naturale delle genti. Questo senso comune, dice V., è un giudizio senza
alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo,
da tutta una nazione e da tutto il genere umano. Giudizio senza riflessione non
è veramente giudizio, dal quale la riflessione è inseparabile; non è giudizio
anche perché sentito e non pensato. Ma non è neppure – MASSIME – what WE DO
FOLLOW that we OUGHT to follow -- quello che poi si disse sentimento, termine
vago, ignoto a V. non meno che alla filosofia tradizionale. È piuttosto un
atteggiamento pratico che, simile a un di presso negl'individui viventi in
condizioni simili, produce i simili costumi dei vari gruppi sociali, da quelli
d’una classe particolare a quelli dell'intera umanità. Atteggiamento affatto
spontaneo, e, anche per questo definito privo di riflessione, onde i costumi si
generano dall'interno e non dall'esterno, e sono simili senza che siano copiati
gl’uni dagl’altri, senza prendere esempio l'una nazione dall'altra. Attraverso
quel senso comune la coscienza morale s'incorpora in compatti e resistenti
istituti; ed esso accerta l'umano arbitrio, che è di sua natura incertissimo.
Ma il timore interno, il pudore, la coscienza morale è svegliata negl’uomini
dalla religione: il timore è timore di Dio, il pudore è vergogna innanzi a lui.
Gl’uomini primitivi errano pella terra solitari, selvaggi, feroci, senza lingue
articolate, senza concubiti certi, in preda alle loro disordinate violentissime
passioni; piuttosto che uomini, bestioni. Chi li frenerà? Donde verrà il
soccorso che loro impedisca di distruggersi a vicenda? Non possono indirizzarli
uomini sapienti, che non si sa donde o come s'introdurrebbero in mezzo a loro;
non può salvarli l'intervento di Dio: Dio si è ritirato nel suo popolo eletto e
non ha nessun commercio colla restante umanità, coll'umanità gentilesca. Ma
quei bestioni son pur uomini: Dio, nell'abbandonarli, lascia nel fondo del loro
cuore una favilla dell'esser suo. Ecco: il cielo fulmina, i bestioni
stupiscono, si fermano, temono; s’accende in loro la confusa idea di qualcosa
che li supera, d’una divinità. Ed essi pensano, o piuttosto immaginano, un
primo Dio, un Cielo o un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono per
placarlo o per invocarlo a soccorso. Ma per placarlo e averlo soccorritore
debbono conformare la propria vita a questo intento: umiliarsi alla divinità,
domare l'orgoglio e la fierezza, astenersi da certi atti, COMPIERNE altri. Dal
pensiero della divinità riceve forza dunque il conato ossia la libertà, che è
propria della volontà umana, di tenere in freno i moti impressi alla mente dal
corpo per acquetarli o per dare loro altra direzione. E con questi atti di
dominio sopra sé stesso, colla libertà, è nata insieme la moralità: il timore
di Dio ha posto il fondamento alla vita umana. La terra si copre di are; le
grotte dei suoi monti, dove il maschio trascina ora la femmina, vergognoso dei
concubiti innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai primi riti nuziali,
proteggono le prime famiglie; il grembo della terra s’apre ad accogliere il pio
deposito dei morti corpi. Le prime e fondamentali istituzioni etiche, culto
religioso, matrimoni, sepolture, sono sorte. Questa potenza etica e sociale
dell'idea di Dio si riafferma nel corso della storia posteriore; perché, quando
i popoli sono infieriti colle armi, e nessun potere hanno più sopra di loro le
umane leggi, l'unico mezzo di ridurli è la religione. Si riafferma nello
svolgimento individuale della vita umana: ai fanciulli, infatti, non si può
altrimenti insegnare la pietà che col timore di qualche divinità; e, nella
disperazione di tutti i soccorsi della natura, l'uomo desidera un essere
superiore che lo salvi, e questo essere è Dio. Tutte le nazioni credono in una
divinità PROVVIDENTE: popoli che vivano in società senza alcuna coscienza di
Dio, per es., in alcuni luoghi del Brasile, in Cafra, nell’Antille, sono
novelle di viaggiatori, che procurano smaltimento ai loro libri con mostruosi
ragguagli. S’è cosi. e cosi è certamente, nessuna dottrina è più stolta di
quella che pretende concepire morale e civiltà senza religione. Come delle cose
fisiche non si può avere certa scienza senza la guida delle verità astratte
fornite dalle matematiche, delle cose morali non si può senza la scorta delle
verità astratte metafisiche, e perciò senza l'idea di Dio. Quando si spegne o
si oscura la coscienza religiosa, insieme si spegne e s’oscura il concetto di
società e di stato. Ebrei, cristiani, gentili e maomettani ebbero quel
concetto, perché tutti credettero in qualche divinità, sia come mente infinita
libera, sia come più dèi composti di mente e di corpo, sia come un unico Dio,
mente infinita libera in corpo infinito. Ma non lo ha L’ORTO ROMANO, che
attribuisce a Dio il solo corpo e col corpo il caso; né IL PORTICO Romano, che
lo fa soggetto al fato. E ottimamente CICERONE dice ad ATTICO, DELL’ORTO
ROMANO, di non potere istituire con lui ragionamento intorno alle leggi, se
prima non gli concede che vi sia un divino PROVVIDENTE. Hobbes, che rinnova
L’ORTO ROMANO, e Spinoza, rinnovatore del PORTICO ROMANO, si è visto che non
intesero nulla di quel che siano società e stato. Tra gl’empì uomini primitivi,
brutti, irsuti, squallidi, rabbuffati, dovrebbero andarsi a disperdere quei
dotti dalla sfumata letteratura, e a capo d’essi Bayle, che sostengono che
senza religione possa vivere, e viva di fatto, umana società. La manchevolezza
nell'idea di Dio è altresì il principale argomento della critica che V. muove a
due di coloro che egli altamente onora come principi del diritto naturale, a
Grozio e a Pufendorf. Né l'uno né l'altro, egli dice, statuisce per primo e
proprio principio il divino PROVVIDENTE. Grozio non già che propriamente la
neghi, ma, pello stesso grande affetto che porta alla verità, per meglio
assodare la necessità razionale dell'umana società, ne vuol prescindere, e
professa che il suo sistema regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde V.
lo taccia di socinianismo, perché pone la naturale innocenza in una semplicità
di natura umana. Peggio Pufendorf, il quale addirittura sembra sconoscere il
PROVVIDENTE e comincia con un'ipotesi scandalosa dell’ORTO ROMANO, supponendo
1'uomo gettato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio, senza neppure
quella scintilla chiusa in petto, che si dilata in fiamma morale; della qual
cosa essendo stato ripreso, da Schwartz, cerca di giustificarsi con una
particolare dissertazione, l'Apologia, ma non giunse a scorgere il principio
vero che solo rende possibile spiegare la società. Ora perché mai, essendoci
note tutte codeste energiche affermazioni e polemiche di V. sulla
condizionalità religiosa della morale, abbiamo asserito che il solo punto in
cui egli si trovi veramente d'accordo con Grozio, con Pufendorf, e in genere
colla scuola del diritto naturale, è la concezione affatto immanente dell'etica?
Perché, se ben s’osserva, V. non s’oppone al metodo tenuto dai giusnaturalisti;
che anzi anch'egli costruisce la sua scienza della società umana prescindendo,
come Grozio, d’ogni idea di Dio, e, come Pufendorf, ponendo l'uomo senza aiuto
e cura di Dio, cioè prescindendo dalla religione rivelata e dal Dio d’essa.
Come per quei due, materia della sua indagine è il diritto naturale e non il
soprannaturale, il diritto delle genti e non quello del popolo eletto, il
diritto che sorge spontaneo nelle caverne e non quello che scende giù dal Sinai
– MT SINAI PERHAPS MOISES BROUGHT MORE THAN THE 10 COMMS – GRICE --
L'opposizione di V., da lui esposta colla consueta confusione e oscurità,
s’aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto stesso di religione. La
religione, insomma, della quale egli parla, non è la medesima di cui parlano, o
non parlano, Grozio e Pufendorf. Religione, come già sappiamo, vale per V. non
già rivelazione ma concezione della realtà; o che s’affermi, come nei tempi
della mente tutta spiegata, in forma di metafisica intelligibile, e mova dal
pensiero di Dio per schiarire la logica nei suoi raziocini e discendere a
purgare il cuore dell'uomo colla morale; o che s’affacci, come nei primordi
dell'umanità, in forma di metafisica poetica. Dalla religione rivelata, quando
si ricerchi il fondamento della morale, si può ben prescindere; ma in qual modo
si potrebbe da quella religione naturale, che è tutt'una cosa colla coscienza
della verità? Plutarco, descrivendo le primitive religioni spaventevoli, pone
in problema se, invece di venerare cosi empiamente gli dèi, non sarebbe stato
meglio che non fosse esistita religione alcuna; ma egli dimentica che da quelle
fiere superstizioni si svolsero luminose civiltà e sull'ateismo non crebbe mai
nulla. Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immaginosa, che dia
l'idea più o meno determinata e più o meno elevata di qualcosa che superi
gl'individui e in cui gl’individui tutti si raccolgano, mancherebbe alla
volontà morale l'oggetto del suo volere. E a questo punto si chiarisce quello
che abbiamo distinto come il secondo significato, pratico o etico, della parola
religione in V. Nel qual significato egli rivendica e giustifica il detto degli
empì che il timore fa gli dèi; o, anche, addita la radice della religione nel
desiderio che gl’uomini hanno di vivere eternamente, mossi d’un senso comune
d'immortalità nascosto nel fondo della loro mente. La religione è, in questo
secondo significato, un fatto pratico ossia la moralità stessa, come nel primo
era la verità stessa. Intesa dunque la religione da V. o, nel primo
significato, come condizione o, nel secondo, come sinonimo della moralità, è
chiaro che, col censurare Grozio e Pufendorf pella loro trascuranza di questo
importantissimo concetto, egli non fa altro in sostanza che ribadire la critica
all'insipido moralismo e al larvato utilitarismo di quei due pensatori. E pel
medesimo fine ebbe anche altre volte ricorso all'efficace strumento del
concetto di religione. Perché se alla filosofìa attribuì talora l'ufficio di
giovare il genere umano sollevando e reggendo l'uomo caduto, tal'altra giudicò
che essa sia piuttosto adatta a ragionare, e che le massime GRICE ragionate dai
filosofi intorno alla morale servano solamente all'eloquenza per accendere i
sensi a compiere i doveri della virtù, laddove solo la religione è efficace a
far virtuosamente operare. Nella scienza empirica, poi, che corrisponde a
questa parte della filosofia dello spirito, V., mutate in due epoche storiche
la religione, o metafisica poetica, e la filosofia, fatto della prima il
carattere dell'epoca barbarica e della seconda quello dell'epoca civile, è
ovvio che dove sostenere, come sostenne, che sola fondatrice d’ogni civiltà e
della stessa filosofia è la religione, e rigettare il detto, che egli, non
senza ritoccarlo, attribuisce a Polibio, che, se ci fossero al mondo filosofi,
non farebbero uopo religioni. Come potrebbero sorgere filosofi, egli obietta,
se prima non sorgano le repubbliche ossia le civiltà? e come le repubbliche
potrebbero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si deve dunque
invertire: senza religione, nessuna filosofia. Fu la religione, fa il divio
provvidente, che addimesticò i figliuoli dei Polifemi e via via li ridusse
all'umanità degl’Aristidi e dei SPERATI, dei Lelì e degli Scipioni Africani.
Anche il concetto dello stato ferino, che nei libri dei giusnaturalisti serve
d’ipotesi e d’espediente didascalico, sia per isvolgere la trattazione
indipendentemente dalla teologia mistica senza sollevare troppi scandali, sia
per insinuare le loro teorie utilitaristiche, in V. ricompare con nuovo ufficio
è nuovo contenuto. Cattolico di pure intenzioni, avendo dato pace al suo animo
col separare la religione rivelata da quella umana, egli è in grado d’assumere
lo stato ferino come vera e propria realtà. Verità ideale, in quanto
rappresenta nella dialettica della coscienza pratica un momento necessario
pella genesi della moralità, il momento premorale; realtà storica ed empirica,
come approssimativa condizione di fatto in quei periodi d’anarchia e
fermentazione che precedono il sorgere della civiltà o seguono alle crisi di
queste. I giusnaturalisti fanno ossequio, ora più ora meno, alla dottrina
tradizionale della chiesa, cioè che l'umanità gentilesca, nella dispersione seguita
alla confusione babelica, avesse portato seco un residuo di religione rivelata,
un vago ricordo del vero Dio, donde l'origine della vita sociale e degli dèi
falsi e bugiardi, barlume del Dio vero; e per questa ragione lo stato ferino
veniva proposto nel loro sistema come astratto e irreale. V. eseguiva sul serio
la distinzione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come privo
d’ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivelazione: uno stato nel quale
l'uomo era, per cosi dire, da solo a solo colle proprie sconvolte e turbolente
passioni. Stato di fatto senza moralità, ma. diversamente che nell'ipotesi
utilitaria, tutto pregno d’esigenze morali, e dal quale s’esce col farsi
esplicito di questo implicito IMPLICATURA GRICE. Ma si esce naturalmente e non
già per effetto della grazia divina: la vera grazia divina è la stessa natura
umana, a cui partecipano i gentili al pari degl’ebrei, tutti irraggiati nel
volto d’un lume divino. L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle
passioni virtù; e nel suo travaglio verso la virtù è aiutato in modo naturale
dal divino provvidente. Di certo, V. non intende disconoscere l'efficacia
altresì della diretta e personale grazia divina; ma, col suo solito metodo, la
separa del divino provvidente NATURALE, che solo gì’importa e solo considera. A
lui piacque sempre, per quel che concerne le controversie sulla grazia, di
tenersi lontano dai due estremi, tipicamente rappresentati, secondo lui, dal
pelagianismo e dal calvinismo; e studiando le opere di Ricardo, il gesuita
Deschamps, teologo della Sorbona, ne accetta la dimostrazione circa
l'eccellenza della dottrina d’AGOSTINO, appunto perché media tra quegli
estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembra propria, dice, per meditare un
principio di diritto naturale delle genti, che spiega l'origine del DIRITTO
ROMANO e d’ogni altro gentilesco, e per tenersi nel tempo stesso in accordo
colla religione cattolica. Era disposto a concedere che vi sia una nazione
privilegiata, l'ebrea; e che l'uomo cristiano, nella lotta contro le passioni,
sia più forte del non cristiano, perché, dove non giunge la grazia naturale,
può essere soccorso dalla soprannaturale. Ma, infine, il miracolo è miracolo
[WAR IS WAR, WOMEN ARE WOMEN --, e la Scienza nuova non è scienza di miracoli.
Che tale non sia, è confermato dalla critica di V. al terzo dei tre principi
del diritto naturale, a Selden, celebre ai suoi tempi quanto dimenticato poi,
autore del De iure naturali et gentium iuxta disciplinam hebrceoì'um.
Diversamente da Grozio, e avversario di lui anche in altre questioni, Selden
non nega anzi sublima l'efficacia della religione, né concepiva possibilità
alcuna di vita morale e civile pel genere umano, fuori della rivelazione. La
quale, fatta da Dio al popolo ebreo, da questo sarebbe passata ai gentili per
molteplici vie di trasmissione: Pitagora, per es., avrebbe avuto per maestro
Ezechiele; Aristotele, al tempo della spedizione d’Alessandro in Asia, si
sarebbe stretto in amicizia con Simone il giusto; a NUMA Pompilio sarebbe
giunta qualche notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare ogni
animo di credente, che si ritraesse timoroso dai libri degl’altri
giusnaturalisti avvertendone le tendenze eterodosse. Ma V. non vuol sapere di
codesto sistema ultrareligioso. Se Grozio prescinde del divino PROVVIDENTE e
Pufendorf lo sconosce, Selden aveva il torto, egli dice, di supporlo, di farne
cioè un deus ex machina, senza spiegarla coll’intrinseca natura della mente
umana. Contrario alla filosofia, quel sistema non era meno contrario alla
storia sacra, la quale anche pell’ebrei ammette in certo modo un diritto non
rivelato ma naturale, e solamente perché essi ne persero coscienza nel tempo
della schiavitù d'Egitto, fa intervenire l'opera diretta di Dio con la legge –
il decalogo conversazionale di Grice -- data a Mosé; e non era conforme,
nell'asserita trasfusione di cognizioni e leggi dagl’ebrei nei gentili, a quel
che dice Flavio Giuseppe degl’ebrei, sempre restii a qualsiasi contatto con
popoli stranieri, e a quel che V. suppone fosse detto anche a questo proposito
da Lattanzio, come in genere era privo di qualsiasi più elementare sussidio di
documenti. Cosicché la conclusione di V. è sempre la medesima: gl’ebrei si
giovarono altresì d’un aiuto straordinario del vero Dio, ma le restanti nazioni
s'incivilirono per opera dei soli lumi ordinari dal divino provvidente. Se poi
V. interpetra esattamente Grozio e Pufendorf ed esattamente ne riferisse le
parole, è quesito per noi di lieve peso, perché non tanto e'importa il modo nel
quale V. espose e giudica gl’altri filosofi, quanto l’idee che egli sostenne
pur attraverso i suoi fraintendimenti storici, che, a dir vero, non sono pochi.
Tuttavia, sarà bene indicare di volo, circa le difficoltà che possono
incontrarsi su questo punto, la soluzione che a noi sembra plausibile. Senza
dubbio, chi, dopo aver letto le censure di V., apra il De iure belli et pacis e
vi trovi che Grozio include espressamente fra i suoi tre principi fondamentali,
accanto alla RAGIONE e alla socialità, la volontà divina, e che quel suo
prescindere da Dio suona poco più d’una semplice frase enfatica a significare
la forza della socialità e della ragione, le quali avrebbero efficacia etiamsi
daremus non esse Deum o che Dio non si curi delle cose umane, quod sine summo
scelere davi nequit, chi apra Pufendorf e vi legga il più solenne rifiuto
dell'ipotesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che la legge
naturale resta sospesa in aria, priva di forza, senza la volontà d’un Dio
legislatore, può essere tratto a tacciar V. di poca diligenza o di strana
puntigliosità ortodossa nella critica che muove a questi suoi predecessori. Ma
V., in verità, non sa che cosa farsi d’un Dio messo accanto alle altre fonti
della moralità, o messovi disopra come una superflua fonte della fonte; egli,
che cerca Dio nel cuore dell'uomo, sente e scorge l'abisso che lo separa da
coloro che non l'avevano più nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo
serbavano nelle parole. Più sottilmente si potrebbe domandare perché mai, se V.
era d'accordo coi giusnaturalisti nel prescindere dalla rivelazione, e s’egli,
anziché rigettare, approfondiva la loro superficiale dottrina immanentistica,
s’atteggia a loro risoluto avversario e fa la voce grossa e insiste presso
prelati e pontefici nell'attribuirsi il vanto d’aver esso pel primo formato un
sistema del diritto naturale, diverso da quello dei tre autori protestanti e
adatto alla chiesa romana. L'ipotesi che opera cosi per politica cautela la
proporremmo, se, invece di lui, avessimo innanzi, per es., un appassionato e
magnanimo ma furbo frate, un CAMPANELLA; ma la candida personalità di V.
l’esclude affatto, e solo si può concedere che, poco chiaro com'era sempre
nelle sue idee, questa volta s’adagia alquanto nella poca chiarezza e,
trasportato dalla sua calda fede, alimenta le sue illusioni, fino a
idoleggiarsi dentro di sé colla veste di defensor ecclesia nell'atto stesso che
soppianta la religione della chiesa con quella dell'umanità. Da TACITO,
insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al suo gran lavoro, che fu di rendere
concreto l'ideale, e d'inserire, come dice, adattando un detto di CICERONE, la
repubblica di Platone nella feccia di Romolo. Come lo spirito conoscitivo passa
dal sentire senza avvertire all'avvertire con animo perturbato e commosso e
indi al riflettere con mente pura; cosi, analogamente, lo spirito volitivo
passa dalla ferinità al certo pratico e da questo al vero. Nella correlativa
scienza empirica il passaggio è press'a poco quello dallo stato ferino
all'eroico o barbarico e dall'eroico al civile. Tutte le manifestazioni della
vita si conformano a questi tre tipi sociali: donde tre spezie di nature, tre
spezie di costumi, tre spezie di diritti e quindi di repubbliche, tre spezie di
lingue e di scritture, tre spezie d’autorità, di ragioni, di giudizi, tre sètte
di tempi. Per quanto V. sia confuso e talvolta contradittorio nel determinare i
particolari delle varie corrispondenze, il suo pensiero generale è chiaro. Dove
la riflessione è scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche gagliarde le
passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia feudali gli stati, sottoposte
alla rigida autorità paterna le famiglie, dure le leggi, simbolici i
procedimenti dei negozi giuridici, metaforiche le lingue, geroglifiche le
scritture. Per contrario, dove la riflessione predomina, la poesia si dilegua o
si riempie di filosofia, i costumi si fanno miti, le passioni regolate, i
popoli assumono i governi, i componenti delle famiglie sono anzitutto cittadini
dello stato, le leggi si compenetrano d’equità, le procedure si semplificano,
la lingua si sfronda della metafora, le scritture diventano alfabetiche. Forme
miste, quali le vagheggiano artificiosamente alcuni politici, sarebbero mostri;
e sebbene s’osservino forme mescolate naturalmente, ossia ritenenti il vezzo
delle primiere, ciascuna forma pella sua unità si sforza sempre, quanto più
può, di scacciare dal suo subbietto tutte le proprietà d’altre forme. Quale dei
vari tipi sociali sta a fondamento degl’altri e porge il criterio per
giudicarli? o quale è il criterio e la misura per giudicarli tutti quanti? Una
siffatta domanda, per V., non ha senso. Ciascuno di quei tipi ha la propria
misura in sé stesso. I governi, egli dice, debbono essere conformi alla natura
degl’uomini governati: la scuola dei principi è la morale dei popoli. Si può
inorridire innanzi alla guerra, al diritto del più forte – GRICE NEOTRASIMACO
NEOSOCRTE --, alla riduzione dei vinti a schiavi, cioè a cose che ripugnano ai
nostri costumi ingentiliti; ma la società, che s’esplica con quei costumi, era
necessaria e perciò buona. La divinità della forza, come si è detto di sopra,
teneva il posto e compie l'ufficio del non ancora possibile impero della
ragione. Vengono di poi i tempi della ragione umana tutta spiegata; e gl’uomini
non si stimano più secondo la forza, ma si riconoscono eguali nella natura
ragionevole, che è la propria ed eterna natura umana. Altri tempi, altri
costumi, e buoni non meno, ma non più, dei primi. Tanto varrebbe domandare la
misura comune di questi vari tipi sociali, quanto se si domanda quale sia la
vera età della vita individuale, la misura comune della fanciullezza, della
giovinezza, della virilità, della vecchiaia. Paragone che, pell'appunto, V.
stesso mette innanzi. Come i fanciulli tutto scelgono secondo il capriccio e si
comportano con violenza – GRICE GOLDING --, gl’adolescenti vigoreggiano pella
fantasia, gl’adulti guidano le cose con più pura ragione e i vecchi con solida
prudenza; cosi al genere umano, infermo, solitario e indigentissimo nelle sue
origini, convenne crescere dapprima in isfrenata libertà, poi ritrovare i
necessari, utili e comodi della vita coll'ingegno e colla fantasia, che fu il
secolo dei poeti; e, infine, coltivare la sapienza colla ragione, che fu il
secolo dei filosofi. Parimente, il diritto naturale nasce dapprima con leggi,
per cosi dire, di giusta libidine e di giusta violenza; poi fu rivestito con
alcune favole di giusta ragione; infine, si afferma apertamente nella sua
schietta ragione e generosa verità. Con siffatto modo di considerare e
giudicare stati, leggi e costumi, V. respinge un'altra delle dottrine o delle
pretese capitali del giusnaturalismo: quell'astrattismo e antistoricismo, che
abbiamo ricordato a suo luogo, e del quale era conseguenza la concezione di’un
diritto naturale, che stia di sopra al diritto positivo, e perciò una sorta di
codice eterno, una legislazione perfetta, non attuata ancora pienamente ma
d’attuare, i cui lineamenti traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei
giusnaturalisti attraverso il tenue velame dottrinale e filosofico. Codice
eterno, che era poi, nella sua parte effettuale, un codice contingente e
transitorio, o almeno la proposta di un codice conforme alle tendenze
riformistiche e rivoluzionarie di quegli scrittori, piuttosto che filosofi,
pubblicisti. V. si spaccia del codice ideale eterno senza averne l'aria:
prontissimo, anzi, a riconoscere che il ius naturale philosophorum ò eterno
nella sua idea e severissimamente stabilito ad rationis mternee libellam. Ma
dall'eternità concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia
scolastica e tradizionale, della quale qua e là egli risente l'efficacia, passa
a negargli di fatto l'eternità e il carattere soprastorico, perché, invece di
metterlo sopra e fuori la storia, lo colloca al posto che gli spetta, dentro la
storia. Il diritto della violenza o eroico, cangiatosi nel diritto incivilito,
giunge via via a un certo termine di chiarezza, al quale pella sua perfezione
altro non rimane che alcuna setta di filosofi lo compia e fermi con massime
GRICE ragionate sull'idea d’un giusto eterno; e questo raziocinamento e
sistemazione è il ius naturale philosophorum, estrema forma dello svolgimento
storico del diritto e non già regola perpetua d’esso: risultamento, non misura.
Di qui l'accusa di V. a Grozio GRICEVS GRICEO GRIZEO che, per avere scambiato
il ius naturale philosophorum, il diritto composto di massime GRICE ragionate
da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col ius naturale gentium, nella
terminologia groziana, per avere scambiato il diritto naturale con una forma di
diritto arbitrario o positivo), fraintese i giureconsulti romani, i quali
intendeno parlare solamente di questo secondo, e perciò propone correzioni e
mosse loro censure i cui colpi vanno a cadere nel vuoto. Il codice eterno,
considerato intrinsecamente, è un'utopia – un MITO GRICE --; e poiché la prima
e maggiore dell’utopie fu la Repubblica platonica – H. P. GRICE, PLATO’S
REPUBLIC -- , conviene, per meglio determinare il punto di cui si tratta,
osservare il comportamento di V. rispetto alla costruzione politica platonica.
A dare ascolto alle sue parole, la Repubblica platonica sarebbe stata un altro
dei tanti incentivi e modelli che egli avrebbe avuti a concepire la Scienza
nuova. Dallo studio di Platone incomincia a destarsi in lui, senz'avvertirlo,
il pensiero di meditare un dritto ideale eterno che celebrassesi in una città
universale nell'idea o disegno del provvidente, sopra la quale idea son pure
fondate tutte le repubbliche di tutti i tempi, di tutte le nazioni: che era
quella repubblica ideale, che in conseguenza della sua metafisica divina dove
meditar Platone. Dove, ma non lo potè fare pell'ignoranza, in cui egli era, del
primo uomo caduto; cioè dell'originario stato ferino e della sapienza, che gli
successe, affatto poetica o volgare: ignoranza in cui fu mantenuto per un
errore comune delle menti umane che misurano da sé le nature non ben conosciute
d'altrui, di guisa che egli innalza le barbare e rozze origini dell'umanità
gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte, e
sapientissimi di tal sapienza riposta immagina quei primi uomini che furono
invece, nella realtà, bestioni tutti stupore e ferocia. In conseguenza di
quest'errore erudito Platone, in cambio di meditare sulla repubblica eterna e
sulle leggi del giusto eterno colle quali il provvidente ordina il mondo delle
nazioni e lo governa colle bisogne comuni del genere umano onde esse si reggono
sul comune senso di tutta l'umana generazione, medita in una repubblica ideale
ed in un pur ideale giusto –GRICE JUSTICE AS FAIRNESS neosocrates neotrasimaco
--, col quale le nazioni non si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero
discostarsenc e purgarsene, perché tra quelle determinazioni di repubblica
perfetta se ne trovano alcune disoneste e d’aborrire, com'è la comunanza delle
donne. Cosicché, V. accetta da Platone
l'idea d’una repubblica eterna, sconvolgendola da cima a fondo con la
soggiunta riserva: che la vera repubblica eterna non è l'astratta platonica, ma
il corso storico in tutti i suoi vari e successivi modi, dai bestioni non
esclusi a Platone compreso. Di codesta, che è la generis Immani respublica, la
magna generis humani civitas, la respublica universa, egli intende studiare formarti,
ordines, societates, negotia, leges, peccata, pcvnas et scientiam in ea
tractandi iuris, e come tutte queste cose si venissero svolgendo a suis usque
primis human itatis originibus, divina providentia – provvidente -- moderante,
moribus gentium ac proinde auctoritate, cioè presso V. può essere, anzi è pell'appunto,
quello della persuasione circa il
provvidente, ossia l'idea che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito,
dipoi in quella pura e ragionata della filosofia. L’antiche nazioni gentili, egli
dice, incominciarono la sapienza poetica metafisica di contemplare Dio pell'attributo
del provvidente, sulla quale furono fondati gl’auspici e la divinazione. Senza
del provvidente, dunque, non si forma nell'uomo la sapienza, che è coscienza
dell'infinito; non sorge la moralità, ch'è timore e riverenza del potere
superiore che governa le cose umane. Ma il provvidente, in tale significato,
non dà luogo a nuovo discorso, dopo di quello già fatto da noi a proposito cosi
del mito come dei rapporti tra morale e religione. Passando, dunque,
senz'altro, al provvidente nel secondo significato, ossia al suo vero e proprio
concetto, ci sembra opportuno prescindere per qualche istante da V. e fornire
alcuni schiarimenti dottrinali. È comune osservazione che altro è produrre un
fatto, altro conoscere il fatto prodotto. La conoscenza di ciò che realmente un
fatto è, s’ottiene talora, nella vita
dell'individuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanità dopo parecchi
secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti d’un fatto, non ne hanno di
solito la conoscenza o l'hanno assai imperfetta e fallace; tanto che sono
passate in proverbio le illusioni, che, come si dice, accompagnano l'attività
degl’uomini. Il poeta crede di cantare
la purità ed effettivamente canta la lascivia; crede di cantare la forza e
canta la debolezza; crede d’essere terribilmente pessimista ed è
fanciullescamente ottimista; crede d’essere Satana ed è un brav'uomo
inoffensivo. Non meno s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo,
in verità, andar lontano a cercare esempì, perché tanti e tanti ce ne viene porgendo proprio il
filosofo che stiamo studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle
reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo politico che, assai
spesso, credendo e professando di lottare pella libertà, è semplice aiutatore
di reazione, o credendo di servire alla reazione, incita a ribellarsi e serve
alla libertà. E via discorrendo.
Illusioni spiegabilissime, perché gl'individui e i popoli, nel fervore del
produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro
stato d'animo, ma non farne quella critica che è il racconto storico; onde,
quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di sé stessi storie
fantastiche, verità e poesia commiste.
Anzi, in questa dimostrata difficoltà di conoscere l'agire nell'agire è
uno dei motivi della saggia raccomandazione a parlare il meno possibile di sé
medesimi, e della diffidenza che si prova pelle autobiografie e i libri di
memorie, curiosi e anche, se si vuole, importanti, ma che non porgono mai la
schietta verità storica dei fatti narrati. L’opere umane ci giungono, per tal modo, avvolte nei fumi
dell’illusioni che si sollevano dagl'individui. E lo storico superficiale si
ferma all'involucro e prende a raccontare come le cose siano andate, facendosi
portavoce di quelle illusioni. A questo modo la storia della poesia si viene
conformando come il racconto dell’intenzioni, dell’opinioni, dei fini del
poeta o di quelli che gl’attribuirono i
suoi contemporanei; la storia della filosofia, come l'aneddotica dei
sentimenti, delle bizze, e dei fini pratici dei filosofi; quella politica, come
un tessuto d'intrighi, di bassi interessi, di pettegolezzi, di miserie. Ma non
appena un più cauto o diverso ingegno storico s’avvicina a quelle storie, il
primo atto ch'egli compie è di soffiare
sulla nebbia, spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare
direttamente le cose, quali si sono prodotte nella loro successione oggettiva e
nella loro origine sopraindividuale. La storia vera e reale emerge allora di là
dagl'individui, come un'opera che si compia dietro le loro spalle: opera d’una
forza diversa dagl'individui agenti:
Fato, Caso, Fortuna, Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e
riempivano la scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda
guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi, destituiti di
seria efficacia, destano riso o pietà – GRICE CAESAR RUBICONE -- Si guarda atterriti il Fato che li domina, si
stupisce alle strane combinazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, s’adorano
i disegni imperscrutabili del divino provvidente. Di codeste forze gl'individui
appaiono a volta a volta l'inerte materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi
strumenti. Senonché una più profonda considerazione va oltre anche questa
seconda veduta della storia. La pietà che sembrano destare gl'individui,
la comicità che suscitano, in effetti
non è meritata d’essi ma dalle loro immaginazioni, o, piuttosto, da coloro che
le scambiano per verità. La storia reale è fatta dall’opere e non dall’immaginazioni
e illusioni; ma l’opere sono poi compiute dagl'individui, non certamente in
quanto sognanti – il suicidio di CATONE --, ma, appunto, in quanto operanti;
non nella frivolezza del loro opinare, ma nell'ispirazione del genio, nel sacro
furore del vero, nel santo entusiasmo dell'eroismo d’ENEA, TURNO, e ROMOLO.
Fato, Caso, Fortuna, Dio sono spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto,
che è di separare l'individuo (AGENT, DOER) dal suo prodotto (ACT), e, invece
di cacciare via, come si argomentano, il
capriccio o l'arbitrio individuale – GIULIO RUBICONE GRICE -- dalla storia,
inconsapevolmente lo rafforzano e lo moltiplicano. Capriccioso è il cieco Fato,
il Caso stravagante, il tirannico Dio; epperò il Fato passa nel Caso e in Dio,
il Caso in Fato e Dio, e Dio si converte nell'uno e nell'altro, tutti eguali e
tutt'uno. L'idea, che supera e corregge
tanto la visione individualistica della storia quanto quella
sopraindividualistica, è l' idea della razionalità della storia. La storia è
fatta dagl'individui; ma l'individualità è la concretezza stessa
dell'universale, e ogni azione individuale, appunto perché individuale, è sopraindividuale.
Non vi è né l'individuo né l'universale come due cose distinte, ma l'unico corso storico, i
cui aspetti astratti sono l'individualità priva d’universalità e l'universalità
priva d'individualità. Quest'unico corso storico è coerente nelle sue
molteplici determinazioni, al modo d’un'opera d'arte che è varia e una insieme
e nella quale ogni parola s’abbraccia coll'altra, ogni tono di colore si
riferisce agli altri tutti, ogni linea
si lega a ogni altra linea. A tale patto solamente è dato intendere la storia,
che altrimenti resta inintelligibile, come inintelligibili restano un discorso
senza significato e una incoerente azione da folle. La storia dunque non è
opera né del Fato né del Caso, ma di quella necessità che non è fatalità e di
quella libertà che non è caso. E poiché
la veduta religiosa che la storia sia opera di Dio ha, sulle altre, il
vantaggio e il merito d'introdurre una causa della storia che non sia né fato
né caso, e perciò neppure pili propriamente causa ma efficienza creativa e
spirito intelligente e libero, è naturale che, per atto di gratitudine verso
questa veduta più alta, non meno che per opportunità di linguaggio, si sia tratti a dare alla
razionalità della storia il nome di Dio che tutto regge e governa ed e
provvidente. A denominarla cosi, purgando in pari tempo la denominazione delle
sue scorie mitiche, pelle quali Dio provvidente si corrompevano di nuovo in un
fato o in un caso. Onde il provvidente nella storia ha, in quest'ultima sua
forma logica, il duplice valore d’una
critica dell’illusioni individuali, allorché si presentano come la piena e sola
realtà della storia, e d’una critica della trascendenza del divino. E si può
dire che nel punto di vista d’essa si siano collocati e si collochino sempre,
come per istinto, cioè anche senza fare professione d’esplicita teoria, tutti
gì'ingegni naturalmente forniti di
quella particolare attitudine che si chiama senso storico. S’ora, nel tornare a
V., ricerchiamo quale soluzione egli da al problema della forza che muove la
storia, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto del provvidente nel
significato oggettivo, è agevole anzitutto escludere che la sua fosse quel
provvidente trascendente e miracoloso,
che aveva formato il tema dell'eloquente Discours di Bossuet. Agevole, sia
perché egli in tutta la sua filosofia non fa mai altro che ridurre il
trascendente all'immanente, e qui innumeri volte ripete che il suo provvidente
opera per vie naturali o, valendosi della terminologia della scuola, per cause
seconde; sia perché sopra questo punto
c'è, si può dire, fra gl'interpetri consenso generale. Non meno
insistente è la sua critica del fato del PORTICO e del caso DELL’ORTO, o, come
talora tripartisce, della fortuna, del
fato e del caso. Egli avverte anche che la dottrina DEL PORTICO del fato s’aggira
in un circolo vizioso, perché la serie eterna delle cagioni, colla quale esso
tiene cinto e legato il mondo, pende
dall'arbitrio di Giove e Giove è insieme soggetto al fato; onde c'è rischio che
IL PORTICO resta avvolti in quella catena di Giove, colla quale vogliono
trascinare le cose umane. Quei tre concetti, ai quali corrispondono le
opportunità se si tratta di cose desiderate—GRICE HE IS A LUCKY MAN --, l’occasioni
se di quelle che avvengono oltre la speranza, e
gl’accidenti se di quelle che si presentano oltre l'opinione, sono
distinzioni più che altro dell'apprendimento soggettivo, perché oggettivamente
pertengono a un'unica legge, la quale potrebbe chiamarsi altresì fortuna, ove
con Platone si riconosca per signora delle cose umane l'opportunità; e tutte
tre sono le manifestazioni e le vie del
divino provvidente, che è intelligenza, libertà, necessità. Quello che fa il mondo
delle nazioni fu pur Mente, perché'1 fecero gl’uomini con intelligenza; non fu
Fato, perché'1 fecero con elezione; non Caso, perché con perpetuità, sempre
cosi facendo, escono nelle medesime cose. V. lumeggia nei modi più
immaginosi quella commedia degl’equivoci,
che sono l’illusioni circa i fini dell’azioni che si compiono. Gl’uomini
credettero di salvarsi dalle minacce del cielo fulminante col portare via le
femmine nelle grotte per isfogare la libidine bestiale fuori dello sguardo di
Dio; e, nel tenerle ferme colà dentro,
fondarono i primi concubiti pudici e le prime società; cioè i matrimoni e le famiglie. Si fortificarono
in luoghi adatti col fine di difendere sé stessi e le loro famiglie; e, in
realtà, con quel fortificarsi in certi luoghi, ponevano fine alla vita nomade,
al divagamento ferino, e imparavano la cultura dei campi. I deboli e sregolati,
ridotti alle estreme necessità dalla fame e dalle vicendevoli uccisioni, per
campare la vita corsero a chiedere
riparo in quelle terre fortificate facendosi famoli degl’eroi come ROMOLO; e
cosi, senza sliperlo, vennero ad ampliare le famiglie da famiglie di soli
figliuoli a famiglie anche di famoli e da queste a stati aristocratici e
feudali. Gl’aristocratici o OTTIMATI, feudatari o patrizi, credettero di
difendere e perpetuare il loro dominio
quiritario sulle terre coll'usare la più stretta rigidità verso i famoli o
plebi che le lavoravano; ma a questo modo indussero i famoli, per loro difesa,
a unirsi tra loro, svegliarono in essi la coscienza della propria forza, da
plebe ne fecero uomini, e quanto più fieramente i patrizi ed OTTIMATI si
stimarono patrizi e si sforzarono di mantenersi
tali, tanto più efficacemente concorsero a distruggere lo stato patrizio
o OTTIMO e a creare quello democratico. Cosi, dice V., il mondo delle nazioni
esce d’una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre
superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini s’avevan proposti; de'quali
fini ristretti fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l'umana
generazione in questa terra. Ma già da talune di queste parole di V. si
potrebbe ritrarre che egli tende talvolta a concepire gl’uomini come coscienti
dei propri fini utilitari e incoscienti di quelli morali. Il che conduce
logicamente a spiegare la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la
moralità come un qualcosa d’accidentale
rispetto alla volontà umana e perciò di non veramente morale: una formazione
estrinseca più o meno potente a tenere insieme gl’uomini, o l'opera nascosta d’un
provvidente extramondano. L'utilitarismo s'insinua – IMPLICATURA -- soprattutto
in una pagina nella quale è detto che l'uomo, pella sua corrotta natura,
essendo tiranneggiato dall'amor proprio
pel quale segue principalmente la propria utilità e vuole tutto l'utile per sé
e niuna parte pel compagno e non può porre in conato le passioni per indirizzarle
a giustizia, nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e
generati figliuoli, ama la sua salvezza colla salvezza della famiglia; venuto a
vita civile, ama la sua salvezza colla
salvezza della città di ROMA; distesi gl'imperi sopra più popoli, ama la sua
salvezza colla salvezza della nazione ITALIANA; unite le nazioni in guerre,
paci, alleanze e commerci, ama la sua salvezza colla salvezza di tutto il
genere umano; e in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità
propria. Pella qual ragione, non d’altri
che dal divino provvidente deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare
con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l'umana società; per gli
quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia
conseguire ciò che dee dell'utilità, ch'è quel che dicesi giusto. La pubblica VIRTÙ
ROMANA, scrive altrove, non è altro che
un buon uso che il divino provvidente – Giove -- fa di si gravi, laidi e fieri
vizi privati, perché si conservassero la città di ROMA ne'tempi che le menti
degl’uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben
comune. Senonché l'utilitarismo, come sappiamo, è affafto repugnante alla
concezione etica di V., fondata sulla
coscienza morale o sul pudore; e perciò queste sue affermazioni, che
inconsapevolmente vi condurrebbero, non possono spiegarsi se non come effetto
del turbamento che talora produce in lui la sopravvivenza del concetto
trascendente e teologico circa il divino provvidente, e anche della poca
chiarezza di pensiero, pella quale non
gli riusce di tenere ben distinto il concetto dell’illusioni individuali da
quello dei fini individuali e sostituiva talvolta il secondo dove avrebbe
dovuto trattare solamente del primo. S’il divino provvidente, 1'unità della
religione d'una divinità PROVEDENTE, è
l'unità dello spirito ch’informa e dà vita al mondo delle nazioni,
questa religiosità non può starsene al
pensiero dell'inconsapevole indirizzamento dei fini individuali –GOD WHO MADE
THEE MIGHTY -- a effetti universali, ma deve esplicarsi nel dar vita e vigore
ai fini universali direttamente, e l'uomo sarà tutt'insieme utilitario e
morale, oche s'illuda d’essere morale dov'è utilitario o d’esser utilitario
dov'è effettivamente morale – GRICE
MORALITY CASHING OUT ON DESIRE. A ogni
modo, e nonostante queste oscillazioni o piuttosto confusioni, concepire i fini
particolari di GUILIO CESARE o CATONE come veicolo degl’universali e l’illusioni
come accompagnanti e eoo peranti coll'azione importa concepire dialetticamente
il moto della storia e superare – IL NASO DI CLEOPATRA -- il problema del male.
In V., questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo, tanto in lui domina
l'idea ch’il divino providente governi tutto; e perciò quel che si chiama male,
non solo gli si mostra voluto dagl’uomini sotto sembianza di bene, falsum sub
veri specie, mala sub bonorum simulaci ìs amplectimur, ma dove logicamente svelarglisi come esso stesso una
forma di bene, a quella guisa che bene è la barbarica forza costitutrice della
prima società. In qualche raro luogo dei suoi primi scritti nel quale gl’accade
d’accennare a tali questioni, V. nota che noi altri uomini, a causa della
nostra iniquità onde nosmetipsos, non hanc rerum universitatem spectamus,
le cose che ci contrariano stimiamo
male, quce tamen, quia in mundi commune conferunt, bona sunt. La concezione
della storia diventa in V. veramente oggettiva, affrancata dall'arbitrio
divino, ma non meno dall'impero delle piccole cause – DECAPITATION WILLED
CHARLES I’S DEATH -- e delle spiegazioni aneddotiche; e acquista coscienza del suo fine intrinseco, che è d'intendere il
nesso dei fatti, la logica degl’avvenimenti, d’essere rifacimento razionale d’un
fatto razionale. Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneggiati
dal primo errore, che anzi la concezione teologica, fin dagl’inizi del
Rinascimento ITALIANO, poteva considerarsi decaduta, quanto da quella forma
di storia che appunto allora venne
prendendo nome di PRAMMATICA GROZIANA GRICEIANA, e che restringendosi
all'aspetto personale degl’avvenimenti di GIULIO CESARE e non raggiungendo per
questa via la piena realtà storica, cerca di darsi calore e vita mercé le
riflessioni e gli ammaestramenti politici e morali. Un monumento di storia prammatica sorge nella stessa patria di V.,
contemporaneamente alla sua scienza: la storia civile del regno di Napoli dal
condannato GIANNONE, il quale è veramente l'uomo del suo paese e del suo tempo
e scrive un gran saggio di polemica e anche, per certi rispetti, di storia, ma
tale che, colla sua altezza, dà modo di segnare la tanto maggiore altezza dell'opera di V. Ben altro che
astuzie di papi, vescovi e abati, e semplicità di duchi e imperatori, avrebbe
saputo scoprire V., s’avesse dovuto narrare lui per filo e per segno l’origini
della proprietà e della potenza
ecclesiastica – ecclesiaste -- nel Medioevo. E ben altro, come vedremo, egli
scopri realmente nella storia, tutte le volte che prese a indagarne qualche parte. Nello spirito,
percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi
successivamente all'universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla
violenza all'equità, non può, in conformità della sua eterna natura, se non
ripercorrere il suo corso, ricadere nella violenza e nel senso, e di là
riprendere il moto ascensivo, iniziare
il ricorso. È codesto il significato filosofico del ri-corso di V., ma non è il
modo preciso in cui lo si trova espresso negli scritti di V., dove l'eterno
circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ri-corso
delle cose umane civili. La civiltà va a terminare nella barbarie della
riflessione, peggiore della prima barbarie del senso, che era d’una fierezza
generosa, laddove l'altra è vile, insidiosa e traditrice; e perciò è necessario
che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro
lunghi secoli di una nuova barbarie del senso. Tuttavia, dai fatti storici e
dallo schema sociologico bisogna estrarre e depurare il concetto del ri-corso,
non solo per rendersi conto
dell'assolutezza ed eternità che V. gl’attribuisce, ma anche per giustificare
la rappresentazione storica e la LEGGE SOCIO-logica che si fondano sopra d’esso
e d’esso principalmente attingono la loro forza. Le legge del ri-corso, che era
stat stabilita dai filosofi e politici romani antichi e da quelli italiani del
Rinascimento, si fondano certamente
anch'esse sopra qualche filosofia, ma assai superficiale; onde assumevano a
loro obietto l’estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procuravano di
determinare la successione sopra dati di esperienza o su vaghi raziocini.
Ma V. ha per suo obietto le forme di
cultura, che abbracciano in sé tutti gl’atteggiamenti della vita,
l'economia e il diritto, la religione e
l'arte, la scienza e la lingua; e, riportandole alla loro intima fonte, che è
lo spirito umano, ne stabilisce la successione secondo il ritmo dell’elementari
forme dello spirito. Per questo, tutta l'erudizione che si è spesa per
ravvicinare il ri-corso di V. alle teorie di Platone o di Polibio, di
MACHIAVELLI o di CAMPANELLA, riesce
mediocremente inutile: tanto più che V., il quale, come sappiamo, pure
fraintendendo spesso i suoi predecessori, non si può dire che volesse celarli,
anzi, dove gli pare scorgere riscontri e consensi, se ne pompeggia, non senti
il bisogno di ricordarle o vi accenna con poca stima. L'àvay.óxXtoats di
Polibio, la sua economia della natura secondo la quale si cangiano e tramutano
e al medesimo punto gli stati ritornano, è sembrata quasi un'anticipazione
della storia ideale eterna; pure V. mette Polibio insieme cogl’ altri,
invitando i lettori a considerare quanto, poco, i filosofi abbiano con iscienza
meditato sui principi dei civili governi, e quanto, poco, con verità, Polibio
abbia ragionato sulle loro mutazioni. CAMPANELLA
connette i suoi circoli storici con leggi ASTRO-logiche; e MACHIAVELLI ecco come concepisce la
catastrofe – la congiura contro LORENZO -- che inizia il ri-corso: Quando
l'astuzia e malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di
necessità che il mondo si purghi per uno
dei tre modi, peste, fame e inondazione,
oltre quelli umani delle nuove religioni e lingue, acciocché gl’uomini, essendo
divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente e divengano migliori. Il solo precedente al quale V.
quasi si gloria di riferirsi, è l'antichissima tradizione egiziana – IL NASO DI
CLEOPATRA -- sulla successione delle tre età degli dèi, degl’eroi e degl’uomini,
che interpetra in guisa tutta sua, alla napoletana, e riempie di contenuto
affatto nuovo. Se la filosofìa, che è nel fondo, conferisce forza alla teoria
sociologica di V. del ri-corso, il materiale storico col quale è, per cosi
dire, impastata, v'introduce qualche debolezza. V. ebbe pratica e predilezione
particolare pella storia specialmente
giuridica di ROMA, donde mossero le sue indagini e alla quale si dedica
per anni; e questa storia, sia perché da lui meglio ricercata, sia pella sua
stessa complessità, GRANDIOSITÀ e
durata, fini per parergli la storia tipica o normale, da servire di
misura tutte l’altre, e gli si confuse colla stessa legge del ri-corso. ROMA
offre V. l'asilo di ROMOLO, cioè il
passaggio dallo stato ferino – UOMINI LUPA LUPI -- all'ordinamento politico; l’aristocrazie
OTTIMO OTTIMATI, monarchiche REGNO dapprima solo in apparenza, e poi neppure
nell'apparenza; la REPUBBLICA, uscente dalla lotta contro gl’OTTIMATI e
terminante nell'effettivo PRINCIPATO, cioè
nella forma più perfetta della vita civile; e di qui, per processo degenerativo,
la barbarie della riflessione ossia della civiltà, che è incomparabilmente
peggiore della prima e generosa barbarie della LUPA D’ALBALONGA, e, conseguenza
d’essa, una seconda condizione di divagamento ferino, SENZA LA LUPA CAPITOLINA,
e la nuova barbarie, la nuova gioventù, il Medioevo. La storia di ROMA, a mala pena generalizzata
e integrata qua e là con quella d’ATENE –the importanc of being Dorian --, si
scorge nelle degnità di V. che formolano le leggi della dinamica sociale. Gl’uomini
prima sentono il necessario, dipoi badano all'utile, appresso avvertiscono il
comodo, più innanzi si dilettano del
piacere, quindi si dissolvono nel
lusso di NERONE, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono
prima uomini immani e goffi come i Polifemi, affinché l'uomo ubbidisca all'uomo
nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbidire alla legge nello stato
futuro delle città. Ci vogliono i magnanimi e gl’orgogliosi come gl’Achilli o
ROMOLO o GIULIO CESARE, determinati a non cedere ai loro pari, affinché sulle
famiglie si costituiscano le repubbliche di forma aristocratica degl’OTTIMATI.
Quindi si richiedono i valorosi e giusti, quali gl’Aristidi e gli Scipioni
Africani – l’inizio della filosofia a ROMA – il circolo degli Scipioni --, per
aprire la strada alla libertà popolare. Più innanzi, personaggi
appariscenti con grandi immagini di
virtù accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo fanno strepito di vera
gloria, quali gl’Alessandri e i Cesari, per introdurre le monarchie. Più oltre
ancora, i tristi riflessivi, quali i Tiberi, per istabilirle; e, finalmente, i
furiosi, dissoluti e sfacciati, quali i Caligola, i Neroni, i Domiziani, per
rovesciarle. Per effetto di questo
assottigliamento della storia romana a storia tipica, e insieme della
corpulenza che la storia tipica acquista nella storia di Roma, la legge di V.
del ri-corso è tutta rotta d’eccezioni, assai più frequenti e gravi che la
medesima legge empirica non comporta j talché se il suo schema empirico fosse
tutt'uno, come a lui sembra, colla legge ideale
dello spirito, parrebbe quasi ironia l'affermata costanza d’esso
nell'eternità e nei mondi infiniti. Il disegnato corso delle cose umane, egli scrive, non fecero, nell'antichità,
Cartagine, Capua e Numanzia le tre città che minacciarono di disputare a Roma
l'impero del mondo; perché i cartaginesi furono prevenuti dalla nativa acutezza
africana, che più aguzzarono nei
commerci marittimi; i capuani dalla mollezza del cielo e dall'abbondanza della
Campagna felice; i numantini, perché nel loro primo furore dell'eroismo furono
oppressi dalla potenza romana, comandata d’uno Scipione Africano, vincitore di Cartagine, e assistita
dalle forze del mondo. E dall'antichità saltando ai tempi moderni, gli americani correrebbero ora il corso delle
cose umane, se non fossero stati scoperti dagl’europei; Polonia e Inghilterra
persistono stati aristocratici, tale stima V. la BRITANNIA, perché, non
come la GALLIA, monarchia assoluta, ma
perverranno a perfettissime monarchie, s’il corso naturale delle cose umane
civili non sarà loro impedito da cagioni
straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, secondo la mente
di V., come un vero e proprio ritorno allo stato ferino – l’eta oscura --, se s’apri collo stabilimento dell’universita
di Bologna e la religione del vero Dio, del cristianesimo; né, a ogni modo,
quel ritorno alla ferinità e alla barbarie sembra che sia la sola via che s’offra
alle nazioni, giunte alla loro tbqiVj,
al loro culmine. C'è l'altra che le nazioni corrotte perdano l'indipendenza e
vengano sotto il dominio d’altre migliori. Né, infine, la decadenza è
inevitabile, se uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono serbare
la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione minacciante, e se difatti,
come egli nota, le poche repubbliche
aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali residui del Medioevo, per es., Venezia, riuscivano a conservarsi con
arti di sopraffina sapienza. I suoi propri tempi V. giudica d’alta civiltà: una
compiuta umanità, egli dice, sembra sparsa, oggi, per tutte le nazioni. Pochi
grandi monarchi reggono il mondo dei popoli, e quelli ancora barbari o durano pella perdurante
sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto
del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni, infatti, soggette allo
czar di Moscovia sono di mente pigra; quelle del chan di Tartaria, genti molli;
i popoli sui quali regnano il negus d’Etiopia e i re di Fez e di Marocco,
deboli e parchi. Nella zona temperata il
Giappone celebra un'umanità eroica, somigliante alla romana dei tempi delle
guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una lingua ch’arieggia la latina, qui V. fraintende il ragguaglio d’un missionario
gesuita, con una religione feroce di dèi orribili tutti carichi d'armi infeste,
e qui esagera alquanto un passo di BARTOLI; i cinesi, invece, con una religione
mansueta, coltivano le lettere e sono umanissimi; umani ed esercitanti l’arti
della pace, i popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano alla
mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro religione, e i turchi in
ispecie temperano l'orgoglio colla magnificenza, col fasto, colla liberalità e
colla gratitudine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in grandi
monarchie e dove dappertutto si professa la religione cristiana, la quale
insegna un'idea di Dio infinitamente pura e perfetta e comanda la carità verso
tutto il genere umano. V. ferma l'occhio
sulle confederazioni dei cantoni svizzeri e delle provincie unite d’Olanda, che
gli ricordano le leghe etolie ed achee,
e sul corpo dell'impero germanico, sistema di città libere e di principi
sovrani, che gli sembra quasi saggio d’un grande stato aristocratico, il più
perfetto di tutti – GRICE HEGEL PRUSSIA --, forma ultima degli stati civili,
perché non si può intenderne altra superiore, riproducendo essa la prima,
l'aristocrazia dei patrizi, re sovrani
nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle prime città, ma
riproducendola non più barbarica, anzi sommamente civile. L'Europa sfolgora
dappertutto di tanta umanità, che vi s’abbonda di tutti i beni i quali possono
felicitare l'umana vita non meno pei piaceri della mente e dell'animo che pegli’agi
del corpo; e tutto ciò per virtù della religione cristiana che insegna verità sublimi, servita
dalle più dotte filosofie dei gentili e dalla maggiori lingua del mondo, la
latina, e riunente per tal modo la
sapienza comandata colla ragionata, la più scelta dottrina dei filosofi colla
più colta erudizione dei filologi. Codesta somma civiltà, garantita dal
cristianesimo, sarebbe andata o sta per andare incontro a un nuovo stato ferino? È diffìcile
conoscere quel che veramente V. pensa in proposito. C'è, tra i suoi versi, una
canzone cupamente pessimistica; ma è una effusione e, a ogni modo, piuttosto
che a decadenza sociale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo.
Nelle sue lettere, si fa un triste quadro delle condizioni dell’UNIVERSITA DI
BOLOGNA ai suoi tempi; ma non si spinge lo sguardo fuori di quel campo
ristretto, a considerare la vita sociale e politica. D'altra parte, in un suo
scritto filosofico, nel De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano
tutto essere ormai perfetto e non presentarsi nient'altro da fare, afferma che
s’era nel maggior fervore di progresso: Mundus
iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab hinc annis, quorum
tamen quadringentos barbaries percurrit, quot nova inventa? quot novee artesf qnot novee scientice exeogitatee? Ma si potrebbe osservare che il
De mente heroica è un'orazione detta A NAPOLI, e che forse per questo V. vi fa
tacere i suoi dubbi o i suoi intimi convincimenti. In ogni caso, come adattare nella previsione d’una
imminente decadenza il sorgere di quel fatto del PROVIDENTE che era la sua Scienza,
la quale illumina la vita delle nazioni e ne rende possibile la diagnosi e la
cura? Tutto sommato, è probabile che il pensiero di V. circa le sorti della società a lui
contemporanea sia difficile tanto a cogliere perché, in verità, un pensiero determinato su quel
punto a lui manca, essendo il suo animo tratto in qua e in là da diverse e
opposte tendenze e agitato fra timori e speranze. Se non fosse stata turbata dallo schema della
storia di ROMA, la teoria empirica del ri-corso non sarebbe stata costretta ad
accogliere tante e tanto gravi eccezioni, né si sarebbe impigliata in cosi angosciose perplessità, e
avrebbe pili agevolmente allogato l’osservazioni storiche dell'autore, e,
insomma, si sarebbe presentata con tratti più semplici e generali. Essa sarebbe
consistita sopratutto nella determinazione e illustrazione del nesso tra epoche
di prevalenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva, tra spontanee
e riflesse, onde dalle prime escono le
seconde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la degenerazione e la
decomposizione, si torna alle prime. La storia politica mostra di continuo lo
spettacolo d’aristocrazie che, da forti che erano, si fanno vili e spregevoli,
e cedono all'urto di classi meno affinate o addirittura rozze ma moralmente
più energiche, fintanto che queste,
diventate a loro volta raffinate, raggiunta la più alta fioritura delle idee
storiche di cui portano il germe, entrano in un periodo di decadenza e di
fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente
barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e periodi
speculativi, l'irrigidirsi delle
soluzioni filosofiche nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ritorno alla
mera osservazione del fatto singolo, e il rinascente processo speculativo. E la
storia letteraria ci parla anch'essa di periodi realistici e idealistici,
romantici e classicisti, di corruttela classica che è alessandrinismo e
decadentismo d’ANNUNZIO, e di barbarie FUTURISTICA DI MARINETTI romantica che
da questo risorge. Ecco altrettanti casi di vero e proprio ri-corso vie hi ani.
Ma poiché la natura dello spirito, messa a fondamento di questi cicli, è fuori
del tempo ossia è in ogni istante del tempo, non bisogna esagerare la
distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza,
deve per altro serbare anche una certa
elasticità. Non bisogna mai dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o
democratica, romantica o classica, positiva – GRICE AYER VIENNESE BOMBSHELLS --
o speculativa che si dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, è dato
notare momenti aristocratici e democratici, romantici e classici, positivi e
speculativi, e che quelle distinzioni su
grande scala sono quantitative e di comodo: il che non deve portarci né a
sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo nell'artificiosità, né a
combatterla a oltranza, ricusando i servigi che gli schemi generali e
approssimativi sogliono rendere. Perciò,
quando sia cosi intesa e corretta, non solo non' e' è bisogno d'introdurre
in essa quelle grosse e stridenti
eccezioni che il modellamento – GRICE MODEL IMPLICATURE -- sulla storia
di ROMA e sulla sua catastrofe finale dai mani di goti fa necessarie, ma
le accuse mosse a V. di troppa
uniformità si dileguano. Cuoco, uno dei primi che prendeno a studiare con
intelligenza l'opera di V., nota, a proposito e contro il concetto
del ri-corso, che la natura non si rassomiglia mai a sé stessa, ed è l'uomo che
per comporre le sue osservazioni forma le classi e i nomi. Verissima sentenza,
ma che si volesse applicare a questo caso, non varrebbe solo contro il ri-corso
di V., ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere empirico. Altri
rimprovera a V. d’avere trascurato ordini di cause che hanno importanza grande
nella storia, per es. il clima, le disposizioni naturali delle razze e dei
popoli, gl’avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che V. fa menzione più
volte di tutte queste cose mettendo in rapporto i caratteri dei popoli e i
climi colle forme e vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze
che affrettano il corso naturale ossia
ordinario delle nazioni, come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca,
o l’eruzzione del Vesuvio pella fortuna d’ERCOLANO; il vero è che egli non dove
tenerne conto, o non poteva indugiarvisi, perché il suo assunto concerne le
uniformità e non le differenze, o certe uniformità e non certe altre, che
rispetto alle prime diventavano differenze
trascurabili. Allo stesso modo, e il paragone è calzante ed è più che un
paragone, chi si faccia a notare i caratteri generali delle varie età della
vita, dell’infanzia, della fanciullezza, dell'adolescenza e via dicendo,
trascure di notare gl’acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo i vari climi
o le varie razze o i vari accidenti. Nel
medesimo gruppo d’addebiti, veri e inopportuni insieme, rientra che V. nega la
comunicabilità e compenetrazione reciproca delle civiltà col sostenere
insistentemente che la civiltà nasce separatamente presso i popoli senza sapere
nulla gl’uni degl’altri – ROMA ED ATENE, CARNEADE AL CAMPIDOGLIO -- e perciò senza prendere esempio reciproco. Il quale addebito è stato controbattuto
osservando che V. non manca di ricordare casi d’efficacia d’un popolo
sull'altro e di trasmissione delle civiltà e dei loro prodotti – IL LAOCOONTE
DEL BELVEDERE -- per es., della scrittura alfabetica dai caldei ai
fenici e da questi agli egiziani, e che, a ogni modo, la sua legge è non
empirica ma filosofica e si riferisce
alla spontaneità produttrice dello spirito umano. Senonché, ciò che è in
discussione è appunto l'aspetto empirico e non quello filosofico della legge; e
la risposta giusta sembra a noi, come si è già accennato, che V. non potesse e
non dove tenere conto delle altre circostanze, al modo stesso, per ripigliare
l'esempio, che chi nello studiare le
varie fasi della vita descrive le prime manifestazioni del bisogno sessuale nel
vago fantasticare o in altri fatti consimili della pubertà, non tiene conto
dell'iniziazione all'amore che gl’adolescenti meno esperti possono ricevere dai
piti esperti, quando l'assunto della ricerca concerna non le leggi sociali
dell'imitazione ma le leggi fisiologiche
dello sviluppo organico. E colui che affermasse che pur senza iniziazione e
ammaliziamento il bisogno sessuale si risveglia egualmente e si procaccia
soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che l'incontrastabile
verità d’un'antichissima novellina orientale che Boccaccio inseri nel
Decamerone, ma pronunzia insieme il più
esatto riscontro alla famosa e tanto contrastata dignità di V. Né il ri-corso di V. s’oppone di necessità,
come spesso s’è creduto, al concetto di progresso sociale. Si opporrebbero, se,
invece d’essere semplicemente uniformi, fossero identici, in conformità
dell'idea, che s’è affacciata nell'antichità e nei giorni nostri a qualche cervello stravagante,
dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali. IL RI-PERCORSO DEL CORSO,
il circolo eterno dello spirito, può e deve, sebbene V. non lo dice, pensarsi
non solo diverso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi e crescente
su sé stesso, in guisa che la nuova epoca del senso è in realtà arricchita di
tutto l'intelletto, di tutto lo
svolgimento precedente, e cosi la nuova epoca della fantasia o quella
della mente spiegata. La barbarie ritornata, il Medioevo, fu per tanti rispetti
uniforme all'antica barbarie ecetto BOLOGNA; ma non per ciò deve considerarsi
identica se contenne in sé BOLOGNA e il cristianesimo che compendia e supera il
pensiero antico romano. Tutt'altra
questione è se in V. è esplicito e rilevato il concetto di progresso. V.
non nega il progresso, vi fa anche, quando parla delle condizioni dei suoi
tempi, qualche accenno come a una realtà di fatto; ma non ne ha il concetto, e
molto meno gli dà rilievo. La sua filosofia, se procura l'alta visione del processo
dello spirito ubbidiente alla sua propria legge, ritiene tuttavia, da questa mancanza di
coscienza circa il progressivo arricchimento del reale, qualcosa di desolato e
di triste. Il carattere individuale degl’uomini e degl’avvenimenti –
L’ASSASSINIO DI GIULIO CESARE -- ò, in V., obliterato: individui e avvenimenti
stanno soltanto come casi particolari d’un aspetto dello spirito o d’una
fase della civiltà; e perciò, sempre,
Aristide con Scipione, Alessandro con Cesare, non mai Aristide come Aristide,
Scipione come Scipione, e Alessandro e Cesare come Alessandro e come Cesare.
Progresso importa ufficio privilegiato di ciascun fatto, di ciascun individuo,
ciascuno mettendo la propria nota, insostituibile, nel poema della storia,
e ciascuno rispondente con maggior voce
al suo predecessore. Ma la ragione pella
quale a V. dove fare difetto l'idea di progresso e la sua ricerca storica dove
riuscire unilaterale, non si può scorgere bene se non quando si sia dato uno
sguardo alla sua metafisica. Per metafisica – GRICE STRAWSON PEARS METAPHYSICS
PEARS THE NATURE OF METAPHYSICS -- intendiamo la concezione che ha V. e
COLLINGWOOD -- della realtà tutta e non del solo mondo umano; e includiamo nel
significato della parola anche l'eventuale conclusione negativa che afferma
l'inconoscibilità o l’imperfetta conoscibilità d’una o più -- KANT E CARNAP CITATI DA GRICE -- sfere del
reale, o di quella suprema in cui le
altre si riuniscono. V. pell'appunto, come ci è noto dalla sua gnoseologia,
segna una profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo naturale: il primo
trasparente all'uomo perché fatto dall'uomo – UTTERER’S MEANING, e il secondo
opaco – THOSE SPOTS MEANT NOTHING TO ME, BUT MEASLES TO THE DOCTOR -- perché
Dio, che l'ha fatto, egli ne ha la scienza. E la sua concezione della realtà
totale e ultima, la metafisica da lui esposta tutt'insieme colla sua
gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le concede, d’una probabile ma
inverificabile congettura, la quale si compie nella certezza della teologia
rivelata – NATURE MEANS THAT THOSE SPOTS MEAN MEASLES. Essa rimane perciò senza
possibile congiungimento colla scienza, che procede con metodo sicuro di verità
e prescinde affatto dalla rivelazione. V. non la rifiutò mai; ne discorre nella
sua autobiografia che è contemporanea al sagio sulla scienza; la ricorda con
compiacimento, cioè dopo il saggio sulla scienza, quando la sua vita scientifica era, ed egli
stesso cosi la considera, terminata. Ma, sebbene non la rifiuta, la tenne
sempre come appartata in un angolo della sua mente. Sembrerebbe che, assodato
questo punto, non ci dove essere, circa la metafisica di V., altro da dire
d'importanza filosofica. Pure, non è cosi. E in primo luogo, poiché OGNI PARTE
DELLA FILOSOFIA IMPLICA L’ALTRE – like virtue, it is entire -- e dalla
trattazione d’una delle cosi dette scienze filosofiche particolari – la
filosofia della lingua di CESAROTTI -- si può SEMPRE desumere il carattere del
tutto, è legittimo cercar di determinare, scrutando il saggio sulla scienza,
quale metafisica vi è implicita, ossia quale
complemento filosofico quella scienza LOGICAMENTE sopporta e
richiede. Ora il saggio sulla scienza, che
afferma la conoscibilità piena delle cose umane, e non già nella loro
superficie come in una psicologia, ma nell'intima loro natura; la Scienza, che
raggiunge di là dagl'individui la conoscenza della Mente che informa il mondo
ed è il PROVIDENTE; quella Scienza, che con divino piacere contempla l'eterno
circolo dello Spirto: innalzata che s’era a tale altezza tende necessariamente
all'interpetrazione di tutta la realtà, della natura e di Dio come Mente. Che
questa tendenza fosse oggettiva, della
Scienza, e non soggettiva, di V., nel quale quella scienza, per cosi
dire, s’era pensata, è quasi superfluo
avvertire di nuovo. V., come persona, non solo non la favori, ma anzi la
compresse e represse con tanta energia che non ne lascia apparire traccia nei
suoi saggi. Di nessuna dottrina filosofica ebbe tanto terrore, e contro nessuna
polemizza con tanta frequenza, quanto contro il panteismo animista naturale di
Grice; e forse proprio questa preoccupazione polemica è la sola traccia,
sebbene affatto involontaria, che si possa notare nei suoi saggi, della
tendenza che egli dove sentire in sé. Egli era e voleva restare cristiano e
cattolico: la trascendenza, il Dio personale, la sostanzialità dell'anima, per
quanto la sua scienza non vi conduce, erano bisogni irrefrenabili della
sua coscienza. Ma ciò, come permette a V.
di reprimere soltanto, e non di sopprimere – SVPPRESSIO FALSI VERI -- la logica
e intrinseca tendenza del suo pensiero, cosi dà a noi facoltà di riconoscerla
nella cosa stessa. E a ragione un critico italiano SPAVENTA ha ad affermare che
in V. s’affacci l'esigenza d’una metafisica; e un altro, tedesco e cattolico, defini il sistema di lui un
semipanteismo. Più arrischiato sarebbe forse, col ricordato critico italiano,
spingersi a dire – STONE AGE PHYSICS REGINA SCIENTIARVM -- che V. progredì sul
concetto delle due sostanze cartesiane e dei due attributi spinoziani e della
stessa monade leibniziana, sorpassando il parallelismo e l'armonia prestabilita col distinguere le due PROVIDENTI,
i due attributi, la natura e lo spirito, in modo che uno di essi sia scala
all'altro, e col concepire il punto d’unione e la derivazione del contrario
come spiegamento o sviluppo; onde la natura sarebbe il fenomeno e la base
propria dello spirito, il presupposto che lo spirito fa a sé stesso per
essere veramente spirito, vera unità.
Perché, potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o dei due PROVIDENTI,
la naturale e l'umana, sia ben fondata e ineluttabile conseguenza del concepire
la sostanza come spirito e come mente, non si può dedurre il passaggio
evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita nel concetto di V.
della mente. Per questa seconda e particolare tendenza
occorrono, insomma, prove particolari e documentarie, che s’hanno bensì ma
insufficienti e malsicure, e non nel sistema della Scienza, ma piuttosto in
quello che cronologicamente lo precede. Perché anche la metafisica che V.
delinea non è, com'è sembrato a parecchi e può sembrare a prima vista, priva
di ogni significato e importanza. Essa
dimostra la medesima avversione contro il materialismo e il medesimo amore pell’idealismo – GRICE WHAT
PLATO WAS AFTER -- che anima le
meditazioni della Scienza. La filosofia dell’ORTO ROMANO – del PATER che
Grice amava --, che prende a suo principio il
corpo già formato e diviso in parti
multiformi ultime, composte d'altre parti – IL DUALISMO DI RYLE CHE
GRICE CRITICA -- che per difetto di vuoto interposto si fingono indivisibili,
sembra a lui una filosofia da soddisfare le menti rozze dei fanciulli e le
deboli delle donnicciuole; e con quanto
diletto vede spiegate dall’ORTO ROMANO, ossia
nel poema di Lucrezio, le
forme della natura corporea,
con altrettanto o riso o
compatimento lo vede tratto dalla dura
necessità a perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise della
mente. Di falsa posizione, non meno dell dell’ORTO ROMANO, V. accusa la tìsica
cartesiana, che anch'essa ha per principio il corpo già formato, diversa da
quella dell’ORTO ROMANO e LUCREZIO in ciò che l'una ferma la divisibilità del
corpo negl’atomi, l'altra fa i suoi tre elementi divisibili all'infinito; l'una
pone il moto nel vano, l'altra nel pieno; l'una comincia a formare i suoi infiniti
mondi d’una casuale CLINAZIONE E DE-CLINAZIONE d’atomi dal moto in giù
del proprio loro peso e gravità; l'altra, i suoi indefiniti vortici – ABBAGNANO VEDAS – d’un impeto
impresso a un pezzo di materia inerte INORGANICA e quindi non divisa ancora,
che col moto impresso si divide in quadrelli e impedita dalla sua mole mette in
necessità di sforzarsi a movere in moto retto, e, non potendo per il suo pieno, incomincia, divisa nei suoi
quadrelli, a moversi circa il centro di
ciascun quadrello. Cosi se L’ORTO ROMANO commette il mondo al Caso, Cartesio lo
assoggetta al Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrappone
alla sua fisica una meta-fisica alla maniera platonica – la res cogitans --,
con cui si studia di stabilire due sostanze, una distesa e l'altra
intelligente, e di far luogo a un agente
immateriale, perché queste due parti – che s’incontrano nella glandola
pineale -- non erano congruenti nel sistema, richiedendo la sua fìsica
meccanica dellle machine animate d’un fantasma -- una metafisica come la
dell’ORTO ROMANO, che stabilisce un sol genere di sostanza corporea operante.
Per simili o analoghe ragioni, V. respinge le
filosofie di GASSENDI, di Spinoza e di Locke; e le fisiche d’altri
autori, quella per es. di Boyle – qualita primaria del BULK --, gli parevano
profittevoli pella medicina e pella spargirica – alla CHURCHLANDS, inutili pella
filosofia. Di BONAIUTO GALILEI giudica che avesse mirato la fisica con occhio
di gran geometra, ma non con tutto il
lume della metafisica. Le sue simpatie si volgevano ai filosofi ch’erano
insieme geometri, e perciò alla fisica pitagorica o TIMAICA, secondo la quale
il mondo consta di numeri; alla metafisica dell’ACCADEMIA che dalla forma della
nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per principio di tutte le cose
l'idea eterna sulla scienza e coscienza
che abbiamo di certe eterne verità – GRICE THE CITY OF THE ETERNAL TRUTH
-- che sono nella nostra mente e che non possiamo sconoscere o rinnegare; alla
dottrina, che egli attribuiva a Zenone DEL PORTICO, non di VELIA, dei punti
metafisici; e, infine, alla filosofia del Rinascimento italiano, quando
risplendeno i FICINO,
i PICO della Mirandola, gli STEUCO, i NIFO, i MAZZONI, i PICCOLOMINI, gli ACQUAVIVA e i Patrizzi. Il
concetto fondamentale della sua cosmologia era dato dai punti metafisici, nei
quali trova applicazione il rioperamento della matematica sulla metafisica, da
lui ammesso come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso che dal
punto geometrico nasce la linea e la
superficie, e il punto che viene definito non aver parti dà la dimostrazione
che le linee altrimenti incommensurabili si tagliano eguali nei loro punti;
cosi è lecito postulare punti non più geometrici ma metafisici, i quali, non
estesi, generino l'estensione. Tra Dio, che è quiete, e il corpo, che è moto,
s'interpone mediatore il punto
metafisico, il cui attributo è il conato, ossia l'indefinita virtù e sforzo
dell'universo a mandar fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esistenza
del corpo non è altro che un'indefinita virtù di mantenerlo disteso, la quale
sta egualmente sotto cose distese quantunque disuguali, ed è insieme indefinita
virtù di muovere che sta sotto ai moti
quanto si voglia disuguali. Sotto un granello d’arena – GRICE BLAKE -- vi
ha tal cosa che, dividendosi quel corpicello, dà e sostiene un'infinita
estensione e grandezza; sicché la mole dell'universo tutto, nel corpo del granello,
se non è in atto, è bene in potenza e in virtù. Questo sforzo dell'universo,
che è sotto ogni piccolissimo corpicciuolo, non
è né l'estensione del corpicciuolo né l'estensione dell'universo; è la
mente di Dio, la quale, pura d’ogni corpolenza, agita e muove il tutto. Ogni
particolare determinazione della realtà s’accorda con questa verità
fondamentale. Il tempo si divide, l'eternità è nell'indiviso; le perturbazioni
dell'animo diminuiscono e crescono, la tranquillità d'animo non conosce gradi; le cose estese si corrompono,
le inestese constano nell'indivisibilità; il corpo tollera divisione, la mente
non la tollera – GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL; le opportunità sono nel
punto, i casi in ogni parte; la scienza non si divide, l'opinione genera le
sètte; la virtù non sta né più in qua né più in là, il vizio spazia dappertutto; il retto è uno, le cose prave innumerevoli;
in ogni genere di cose, insomma, l'ottimo viene collocato nell'indivisibile. La
sostanza in genere, che sta sotto e sostiene le cose, si divide nelle due
specie della sostanza distesa, che e quella che sostiene ugualmente estensioni
disuguali, e della sostanza cogitante, che sostiene ugualmente pensieri disuguali; e siccome una parte dell'estensione
è divisa dall'altra ma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte della
cogitazione, cioè a dire un determinato pensiero, è divisa dall'altra ed è
indivisa nella sostanza dell'anima. Proprio dell'anima è il conato, ossia la
libertà, negata affatto ai corpi – GRICE FREE FALL --; e Cartesio, che comincia la sua fisica dal conato dei corpi, l’incomincia
veramente da poeta e ricade nelle concezioni antropomorfiche ANIMISTA
NATURALISTA dei popoli primitivi. Quelli che i meccanici dicono conati, forme,
potenze, sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appressano, come
voleva la meccanica antica, ai loro centri di gravità, o, secondo le teorie della meccanica nuova,
s'allontanano CENTRIPETATICAMENTE – STROPICAMENTE, non con entropia CENTRIFUGAMENTE
-- dai loro centri del moto. E, al pari del conato, e inconcepibile nei corpi
la comunicazione del moto o L’ANIMAZIONE,
concedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la compenetrazione dei corpi, non essendo altro il moto che il corpo
che si muove: la percossa data a una palla è soltanto occasione perché lo
sforzo dell'universo, il quale era si debole nella palla da far sembrare ch’essa
si mantene quieta, si spieghi di più e cosi ci dia apparenza di più sensibile
moto. Coi cartesiani, per altro, e in ispecie con Malebranche, V. s'accorda
circa l'origine dell’idee, inclinando
alla concezione che Dio le crei in noi volta per volta; coi cartesiani altresì
tene che i bruti – GRICE SQUARREL TOBY -- sono macchine; e con tutta la
filosofia del suo tempo riconosce la soggettività delle qualità sensibili.
Lasciando queste ultime dottrine, alle quali V. accenna appena e che non gli
sono proprie, tutta sua veramente è
quella fondamentale dei punti metafisici; giacché l'attribuzione d’essa a un
fantastico Zenone DEL PORTICO, nella cui persona erano fusi e confusi
l'eleate di VELIA e quello del PORTICO, secondo un errore comune nella
letteratura filosofica del tempo, non può ingannare nessuno, e non inganna il
medesimo V. che, messo alle strette,
spiega come fosse stato condotto a interpetrare a quel modo ciò che di Zenone
riferisce Aristotele e conclude che, se quella dottrina non si voleva ricevere
come zenoniana, la si prende per sua propria e non assistita da nomi grandi.
Né, d'altro canto, si può riportarla alla monadologia leibniziana, che è dubbio
se fosse nota a V., che V. a ogni modo
non mentova, laddove pur mentova, con parole d’alta reverenza, Leibniz, e colla
quale la somiglianza è molto vaga, perché i punti metafisici non
sono monadi. Se mai, qualche efficacia si può affermare che avesse sopra d’essa
la scoperta leibniziana e newtoniana, che allora si comincia a divulgare in
Italia anche per opera di taluni amici
personali di V., del calcolo infinitesimale; i cui termini
d'infiniti massimi, minori, maggiori e
via dicendo, egli dice, stravolge l'umano intendimento, perché l'infinito è
schivo d’ogni moltiplicazione e comparazione, se non soccorre una metafìsica la
quale stabilisca che sotto tutti gl’attuali distesi e attuali movimenti sia una
virtù o potenza di estensione e di moto
sempre uguale a sé stessa, cioè infinita. E più giustamente ancora è stato
indagato il confluire nella concezione di V. delle correnti platoniche, del platonismo
della Rinascenza, e di BONAIUTO
GALILEI, particolarmente di queste ultime; il che, per altro, non ne diminuisce
l'originalità. Originalità, senza dubbio, di’un pensare fantasticheggiante e arbitrario, che per tal
ragione rimane senza possibilità di svolgimento e senza efficacia diretta sulla
restante concezione di V. Al recensente del Giornale dei letterati, che chiama
quella metafisica un abbozzo, l'autore risponde che era affatto compiuta: un ABORTO,
invero, piuttostq ch’un abbozzo, e, COME ABORTO, COMPIUTO. E nella Scienza,
oltre qualche richiamo alla negata attribuzione del conato ai corpi, c'è un
solo fuggevole ma curioso tentativo di connessione con una metafìsica
geometrica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata; ed è là dove s’afferma
che sull'ordine delle cose civili corpulente e composte si conviene l'ordine
dei numeri, che sono cose astratte e
purissime, e s’osserva che, infatti, i governi cominciano dall'uno colle
monarchie familiari, passano ai pochi coll’OLIGARCHIA – the many and the wise
few -- le aristocrazie, s'inoltrano ai molti e tutti nelle repubbliche, e
finalmente ritornano all'uno nel principato civile assoluto, sicché l'umanità corre sempre
dall'uno (ROMOLO) all'uno (OTTAVIANO),
dall'assolutismo del paterfamilias a quello de principe illuminato. Ma se si
può e si deve negar valore alla cosmologia di V.; se le contradizioni e l’oscurità
in cui s’avvolge sono manifeste e furono notate dai critici del tempo; è anche
innegabile il carattere ch’essa ha di dinamismo, in opposizione al meccanicismo
della filosofìa contemporanea.
L'escogitazione dei punti metafisici, nella quale Dio appare il gran geometra
che conoscendo fa e facendo conosce le cose dell'universo, è come il simbolo della
necessità di risolvere la natura in termini idealistici. Un V. teologizzante,
un V. agnostico, perfino un V.
immaginoso inventore di romanzi cosmologici e tìsici, si trova qua e là; ma un V. materialista non si
trova in nessuna parte dell'opera sua. Anche questa non ardita metafisica destò
sospetto di panteismo, benché l'autore insiste nella dottrina teologica che il
fare di Dio si converte ab intra col generato e ab extra col fatto, e che
perciò il mondo è creato in tempo; che l'anima umana, la quale, specchio
della divina, pensa l'infinito e l'eterno, non è terminata
da corpo e quindi neppure da tempo, e perciò è immortale; e che in qual modo
l'infinito sia disceso nelle cose finite—IL CIRCOLO DI GRICE -- ciò, se anche
Dio l'insegna, non si potrebbe intendere dall'uomo. Comunque, egli stima
necessario chiudere le risposte ai suoi critici col raccogliere le proposizioni che dimostrano il suo
ortodossismo, e ribadire che essendo Dio altrimente sostanza e altrimente le
creature, e la ragion d'essere – GRICE RATIO ESSENDI -- o l'essenza essendo
propria della sostanza, le sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono
diverse e distinte dalla sostanza di
Dio. La trascendenza limita la mente di V. e,
impedendogli di raggiungere l'unità del reale, gì'impede anche la
conoscenza veramente completa di quel mondo umano, ch'egli aveva cosi
potentemente, con opposto principio, rischiarato. Ed ecco ora perché V., senza
negare il progresso, non poteva averne il concetto. E stato osservato che il
concetto di progresso è estraneo al cattolicismo e prende origine dalla riforma protestante, e che
perciò il cattolico V. dove inibirselo. Ma altresì il concetto del providente
immanente è inconciliabile col cattolicismo, e tuttavia V. lo pensa
profondamente. Il che vuol dire che non l'impulso gli manca, ma piuttosto la
possibilità d’andar oltre un certo segno, dove la sua fede sarebbe stata messa
a troppo aperto sbaraglio. Il progresso,
dedotto dal providente immanente e introdotto nella Scienza, accentua la
differenza nell'uniformità, il sorgere del nuovo a ogni istante, il perpetuo arricchimento del corso
a ogni ri-corso; avrebbe cangiato la storia, d’un rassegnato percorrere e ri-percorrere
il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un dramma che ha in sé la propria ragion d'essere – GRICE
METIER --; avrebbe trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il
pensiero dei mondi infiniti. V., all'affacciarsi di questa visione, arretra
pauroso, si ferma ostinato, e il filosofo è sostituito in lui dal credente.
Dalle cose precedentemente discorse è chiaro che la parte storica della Scienza
non poteva configurarsi come una storia
del genere umano, nella quale ai popoli e agl'individui fosse riconosciuto
l'ufficio proprio e singolare che ciascuno d’essi esercita nel corso degl’avvenimenti.
A tal uopo V. avrebbe dovuto chiudere il suo sistema di pensiero, che in un
punto rimane spezzato e aperto alla concezione religiosa; e innalzare la sua divinità PROVIDENTE a
divinità progrediente, determinando il corso ed il ri-corso come il ritmo interno del
progresso. Ovvero, per raggiungere nella
storia, in senso diametralmente opposto, la visione dell'individualità, dove
abbandonare la sua germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra il
PROVIDENTE ordinario e straordinario, darsi
totalmente in braccio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare
la storia dell'umanità sul disegno che Dio aveva rivelato o permetteva d'
intravvedere. Come credente, egli repugna al primo partito, come filosofo, al
secondo; onde la storia da lui ricostruita non poteva essere, e non fu, storia
universale. Per conseguenza, non fu neppure quello che si chiama filosofia della storia, se a
questa denominazione si rida il significato originario d’una storia universale,
cioè che abbia l'occhio alle maggiori e più nascoste iuncturce rerum, narrata
filosoficamente, vale a dire, più filosoficamente che non si sole dai cronisti,
dagl’aneddotisti e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali. La controversia se a V. o a Herder spetti d’aver fondato la
filosofia della storia, dovrebbe francamente risolversi a favore di Herder,
perché l'opera di costui ha quell'andamento di storia universale che manca alla
Scienza; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare a Herder precursori in
buon numero, a cominciare dai profeti ebraici e dallo schema delle quattro monarchie, che rimase non solo
nel Medioevo ma ben oltre nei tempi moderni lo schema costruttivo della storia
universale. Né sarà fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della
storia in quanto storia universale non costituisce una speciale scienza
filosofica o una storia nettamente distinguibile da altre forme di storia, salvo che, per ismania di renderla autonoma, non se
ne faccia il mostro d’una storia astratta o d’una filosofia storicizzata; e
quando a V. o a Herder s’attribuisce il
vanto d’avere creato colla filosofia della storia una scienza, si rivolge loro
un complimento di dubbia lega: il quale, per ciò che in particolare concerne V.,
è stato cagione che non si scorge il
valore vero dall'opera sua. Infatti, la Scienza d'intorno alla comune
natura delle nazioni, intesa come l'equivoca scienza della filosofia della
storia, Philosophie de l'histoire intitola Michelet la sua riduzione galla dell'opera
di V., non ha lasciato vedere la Scienza come nuova filosofia dello spirito e
iniziale metafisica della mente. Il dissidio che era, nella sua concezione generale, tra scienza e
credenza, riappare, nella storiografia di
V., come divisione e opposizione
tra storia degl’ebrei e storia delle genti, tra storia
sacra e storia profana. La storia ebraica non anda soggetta alla legge della
storia della gente, ha un corso tutto proprio – GRICE E HART --, si spiega con
principi affatto particolari, cioè con l'azione diretta di Dio. La Scienza, che
nella sua parte filosofica non ne da i principi esplicativi, non avrebbe dunque
dovuto trattarne altrimenti nella sua parte storica. E tale sarebbe stato,
forse, il desiderio di V. Ma al desiderio s’oppone, senza parlare del bisogno
in cui egli era di premunirsi della taccia d’empietà, che non sarebbe mancata, il suo scrupolo di uomo di fede e di buona
fede, che lo spinge a cercare una qualche armonia tra le due storie, le quali,
per quanto divise egli le pone, ricordando in proposito che anche un autore
gentile, Tacito, chiama gl’ebrei uomini
insocievoli, entrambe si erano svolte sulla terra e avevano avuto
reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine dell'umanità e nella sua palingenesi per opera
del cristianesimo. Accadde che V. il quale voleva e dove, per l'indirizzo
stesso della sua mente, evitare il racconto della storia universale, e
attenersi insieme ai soli problemi filosoficamente e filologicamente
trattabili, non potesse esimersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal
tentare un qualche congiungimento tra le
due storie, e in pari tempo una qualche apologia della storia sacra cogl’argomenti
forniti dalla scienza e dalla storia. E questa la parte più infelice ma
altamente significante dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in
contrasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua mente, che gl’ebrei
avevano goduto il privilegio di serbare
intatte le loro memorie fino dal principio del mondo, della qual cosa le altre
nazioni si vantavano a vuoto, e che perciò l'origine e successione certa della
storia universale dove domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza di connettere
i suoi concetti circa le civiltà primitive colla cronologia biblica, coll'anno
che si sole assegnare alla creazione del
mondo, colla tradizione del diluvio universale e con quella dei giganti, di
trovare, com'egli dice, la perpetuità della storia sacra colla profana, lo porta
a immaginare le cose più stravaganti. Imperversato dunque nell'anno 1656 dalla creazione il diluvio, e
separatisi i figli di Noè, mentre gl’ebrei iniziano o proseguono la loro
sacra storia con Abramo e gli altri
patriarchi, e poi colla legge data da Dio a Mosè GRICE, tutti i restanti semiti
e i camiti e giapetici, i primi più tardi e per minor tempo, i secondi e i
terzi più presto e per tempo più lungo, caddero nello stato ferino ed errarono
pella terra, bestioni stupidi e feroci. E laddove gl’ebrei, sottomessi al
governo teocratico, severamente educati
e praticanti le abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle altre
razze, senza disciplina né morale né fisica, travolgendosi nel fango, nello
sterco e nell'urina e assorbendo sali nitrici, cosi come di sterco e d’urina la
terra s'ingrassa e diventa feconda, crebbero in corpi mostruosi e giganteschi.
Cento anni pei semiti e dugento per le
altre due razze dura lo stato ferino; fino a quando la terra, che era rimasta a
lungo inzuppata dall'umidore del diluvio universale, asciugandosi manda fuori
esalazioni secche o materie ignite in aria a ingenerare i fulmini. Coi fulmini,
come già sappiamo, e colla mitologia del cielo fulminante che è Giove, si
sveglia nei bestioni la coscienza di Dio
e la coscienza di sé, onde diventano uomini. S’apre cosi l'età degli dèi, che
socialmente è quella di ROMOLO e delle
monarchie familiari dove il padre è re e
sacerdote e nel corso della quale si viene costituendo il sistema delle deità
maggiori, e i giganti mercé le spaventose religioni e l'educazione domestica
che doma la loro carne e sviluppa in
essi l'elemento spirituale, e mercé le lavande, degradano via via alla giusta
corporatura quale hanno gl’uomini che s'incontrailo agl’inizi della susseguente
età eroica. Tale, indicata per sommi capi, come TURNO ED ENEA, E ROMOLO, è la
bizzarra costruzione, fatta da V., dei cominciamenti della storia umana sulla
terra, messi in armonia coi racconti
della storia sacra; e d’essa si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse
guardato al dramma che vi è sotto, alla tormentosa coscienza del credenteche,
lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle stravaganze. Colle quali, a
ogni modo, V. valica sopra una serie di sassi vacillanti. il diluvio, i
giganti, le esalazioni secche, la
fiumana della tradizione religiosa e raggiunge il terreno sodo della
storia critica, dove scopre altresì il primo appoggio della sua filosofia dello
spirito, la ferinità. È d’osservare inoltre che il rapporto colla storia
ebraica, la sola che a lui s'impone come storia vera e propria, cioè come un
unicum, sebbene in modo miracoloso, affatto
individuato, gli suggerì i
rari accenni che s' incontrano nei suoi
scritti ad assegnare ai vari popoli uno speciale ufficio o missione; onde gli
parve talvolta che gl’ebrei rappresentassero la mens, i caldei la ratio e i
giapetici la pliantasia. Parallelamente a questa storia fantastica dei
cominciamenti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi d’apologetica
biblica. V. non tralascia d’arrecare
prove che dovrebbero profanamente confermare i racconti della storia sacra.
Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sarebbero i simiglianti racconti
dei greci e di altri popoli; il governo teocratico, del quale nessuna storia
profana ha notizia precisa e oscuramente vi alludono i poeti nelle loro favole,
si riscontrerebbe nel governo degl’ebrei
innanzi e dopo il diluvio; gl’ebrei avrebbero ignorato la divinazione, perché
vivevano in diretti rapporti col vero Dio, laddove i caldei ebbero la magia o
divinazione secondo i moti degli astri e i popoli d’Europa quella per auspici.
Si sente in tutto ciò, senza dubbio, qualcosa di voluto, un voler vedere o un
voler non vedere, un darsi sulla voce,
un eccitarsi alla persuasione; come è consueto, del resto, in molti credenti
colti e scientificamente educati. V. scrive perfino una volta, nell'esporre la
genesi storica delle forme grammaticali e nell'asserire che i verbi
cominciarono dagl’imperativi – GRICE JUDGING IN TERMS OF VOLITING -- e cioè dai
comandi monosillabici che i padri danno
a mogli, figliuoli e famoli, ES, STA, I, DA, FAC, ecc. – Fido is shaggy, che da
ciò si ricava un'indiretta dimostrazione della verità del cristianesimo, perché
in ebraico la terza persona singola e maschile del perfetto è rappresentata
dalla nuda radice senza alcun segno flessivo: prova evidente che i patriarchi
dovettero dare gl’ordini nelle loro
famiglie a nome di un sol Dio, Deus dixit. Questo, a suo parere, era un fulmine
d’atterrare tutti gli scrittori cheoppinano
gl’ebrei essere stati una colonia uscita da Egitto, quando,
dall'incominciar a formarsi, la lingua ebraica incomincia d’un solo Dio. Sono
fulmini, a dir vero, che invece di fulminare i miscredenti, illuminano la
povertà degl’argomenti sui quali
l'apologetica s’appoggia anche in un uomo come V.; e, oggettivamente considerando,
la divisione introdotta per iscrupolo religioso tra storia sacra e storia
profana, col conseguente trattamento critico di questa e dommatico di quella, e
colle conseguenti strane ipotesi e difese, fa pensare irresistibilmente che il
sottrarsi della storia sacra alla
scienza umana provenga non dall'impotenza della scienza umana, ma
dall'impotenza della storia sacra, cioè, dall'impotenza a serbarsi inalterata
nella scienza; sicché di rado uno scrupolo religioso fu di tanto pericolo alla
causa della religione. Ma V. aveva troppo genuino e rigoroso senso scientifico
da mettersi a fare, e per giunta a
contraggenio, Selden o Bossuet; onde l'armonizzamento colla storia sacra
o l'apologetica rimangono in lui episodi, dai quali si può prescindere. E
poiché, d'altra parte, gli era vietato di profanare del tutto la filosofia e la
storia, e di rappresentare il movimento storico complessivo in base al criterio
del progresso, non gli resta se non guardare i fatti dall'aspetto che la sua filosofia gli concede
libero: quello del re-corso, dell'eterno processo e delle eterne fasi dello
spirito. Qui era la sua forza, qui poteva riconoscere il carattere specifico,
se non propriamente quello individuale, di leggi, costumi, poesie, favole,
d'intere formazioni sociali e culturali che erano state fraintese dalla
storiografia fino ai suoi tempi. E per
questa ragione egli, anziché narrare la storia, dove restringersi a mettere in
luce gl’aspetti comuni di certi gruppi di fatti, appartenenti a tempi e nazioni
varie. Nella Scienza si ha, egli dice,
tutta spiegata la storia, non già particolare ed in tempo delle leggi e dei
fatti de’ROMANI, ma sull'identità in sostanza d'intendere e diversità dei modi lor di spiegarsi. S’arrecheranno, dice
ancora in altra occasione, i fatti a modo di esempli perché s'intendano in
ragion di principi, imperocché vedere avverati i principi nella quasi
innumerabile folla delle conseguenze, egli si dee aspettare da altre opere che
da noi o già se ne son date fuori o già sono alla mano per uscire alla luce
delle stampe. Ossia, come sappiamo, in
quella scienza si ha da una parte una filosofia e dall'altra una descrittiva
empirica, storicamente esemplificata, nella qualeI ROMANI non stanno COME
ROMANI, ma in ciò che hanno di comune con ogni nazione; la storia di ROMA sotto
i re o ai primi tempi della repubblica spiega le sue affinità con quella
dei primi secoli del Medioevo; e Omero
non sta come Omero, ma come esempio della poesia primitiva e, attraverso i
secoli, ritrova e abbraccia il suo fratello, ALIGHIERI. Forza e limite insieme,
perché la storia non consiste di certo, essenzialmente, in queste somiglianze;
ma senza la percezione delle somiglianze come si giungerebbe a fissare le differenze? ALIGHIERI non è Omero, i baroni
non sono i patres r l'ateniese Solone
non è il romano PUBLILIO FILONE, il feudalismo dell'età carolingia e in genere
medievale non è la costituzione sociale
delle età primitive di Roma; ma certamente, per taluni rispetti, Alighieri è
più vicino a Omero che non al Petrarca, i baroni della prima epoca più prossimi ai patres che non alla
posteriore nobiltà di corte, Solone somiglia più a un tribuno o a un dittatore
romano che a qualche altro dei sette savi coi quali suole andare congiunto, il
feudalismo medievale si rischiara col ravvicinamento alle società fondate
sull'economia agraria. Notare queste somiglianze significa negare o rigettare
indietro altre più superficiali e aprire la via alla conoscenza
dell'individualità, indicando la regione approssimativa dove si trova la verità
piena. V., piuttosto che narrare e rappresentare, classifica; ma c'è
classificazione e classificazione: quella che si fa a servigio di un pensiero
superficiale e quella che si fa a servigio di un pensiero profondo. E la
parte storica della Scienza è una grande
sostituzione di classificazioni superficiali con classificazioni profonde. In
questo àmbito, dov'è la forza della storiografia di V., le deficienze e gli
errori provengono non dal dì fuori dei limiti tracciati, ma da cagioni operanti dentro quei limiti
stessi. È stato allegato, in discolpa di V., che gran parte dei suoi
errori sono d’attribuire ai materiali
scarsi e insufficienti dei quali egli dispone; ma scarsi e insufficienti
rispetto alla nostra brama di sapere sono, sempre, i materiali di studio, e nel
giudicare uno storico non può essere questione di ciò, si del modo cauto o
incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone. Ancora è stato detto
che V. ebbe i difetti del suo tempo; e
qui s’è dimenticato che egli nasce nel secolo nel quale s’era svolta la
criticissima filologia di Scaligero BORDONE e di tutta la scuola olandese, e
Che suoi contemporanei sono in Italia Zeno, Maffei e Muratori. Il vero è che la
forma mentale da noi giù, descritta, di V., come turba la pura trattazione
filosofica colle determinazioni della scienza empirica e dei dati storici, cosi
turba la ricerca storica col miscuglio della filosofia e della scienza
empirica. V. è in uno stato come d’ebrezza: confondendo categorie e fatti, si
sente molto spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli diceno e non li
lascia parlare e subito mette loro in bocca la sua risposta. Una frequente
illusione gli fa ravvisare rapporti tra
cose che non ne avevano alcuno; gli muta ogni ipotetica combinazione in
certezza; gli fa leggere negl’autori, invece delle parole esistenti, altre non
mai scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene interiormente pronunzia e
proietta negli scritti altrui. L'esattezza gl’è impossibile, e in quella sua
eccitazione ed esaltazione di spirito,
quasi la disprezza; perché, infatti, dieci, venti, cento errori particolari che
cosa avrebbero tolto alla verità sostanziale? L'esattezza, la diligenza, egli
dice, dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomenti e' hanno della
grandezza, perocché ella è una minuta e, perché minuta, anco tarda virtù.
Etimologie immaginose, interpetrazioni mitologiche arrischiate e infondate, scambi di nomi e
tempi, esagerazioni di fatti, citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle
sue pagine e molte se ne possono vedere notate nella bella edizione della
Scienza, curata da Nicolini, e qualcuna ne noteremo via via anche noi a mo'di
saggio, ma guardandoci dal dargli di continuo sulla voce, e qualche volta rettificando tacitamente le sue citazioni.
Sicché, come parlando della sua filosofia abbiamo osservato che V. non era
ingegno acuto, cosi, parlando della sua storiografia, dobbiamo ora dire che
egli non era ingegno critico. Ma come, negandogli colà l'acume in piccolo, gli
riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondità, cosi anche qui dobbiamo aggiungere che, se V. manca di senso
critico in piccolo, abbonda di quello in grande. Negligente, cervellotico,
affastellato nei particolari; circospetto, logico, penetrativo nei punti
essenziali; scopre il fianco, e talora tutta la persona ai colpi del pili
meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed è atto a ispirare reverenza a
ogni critico e storico, per grande che
sia. E se spaziando sempre negli universali e tutto preso dalle sue geniali
scoperte, molte volte non die tempo ài tempo e non die agio e campo alla sua
forza indagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia inventa miti
e intessé romanzi; dove poi lascia che quella forza liberamente si spiega,
compi anche nel campo della storia cose
mirabili, come c'industrieremo di venire mostrando nei capitoli che seguono. Ma
passare a rassegna l’interpetrazioni storiche di V. per confrontarle, come da
molti si è fatto ed è comune vezzo, con quelle della storiografia odierna e
lodarle o censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; perché, dove c'è
accordo tra i due termini del confronto,
l'accordo potrebbe essere fortuito, e, dove c'ò divergenza, la dottrina recente
potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o conseguenza del tentativo antico, e,
a ogni modo, lo stato odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso
una misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo, oltreché superiore
alle nostre forze, ripigliare tutti i
problemi che V. tratta e tocca per esaminare quel che' di vero o di falso fosse
nelle sue conclusioni, perché tanto varrebbe scrivere un’altra Scienza, meglio
conforme ai nostri tempi. A noi spetta indicare soltanto i principali problemi
storici che egli si propone, riassumere le soluzioni che ne da, e avere
l'occhio sempre allo stato della scienza
non già ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per determinare quali progressi si
debbano a V. nella storia degli studi storici. Il periodo storiografico che
precede V. è tutt'altro che di credulità e di acrisia – cf CRISIA. Trascorsi d’un
pezzo erano i tempi in cui si compilano le cronache del mondo e s’accoglie ogni
favola e ogni più grossolana
falsificazione come storia: i semi sparsi d’alcuni umanisti portano i loro
frutti negl’eruditi italiani, nella scuola giuridica galla, nella già ricordata
di BORDONE, in tutti i grandi cronologi, epigrafisti, archeologi,topografi e
geografi, ch’ordinano le prime e colossali raccolte critiche di fonti pella
storia dell'antichità romana. Anzi, nel
tempo stesso che i filologi andano correggendo e perfezionando i loro
metodie sfatavano imposture e riempivano lacune, si diffonde, per effetto della
filosofia intellettualistica, lo scetticismo, o pirronismo storico come anche è
chiamato, con Bayle, con Fontenelle, con Saint-Evremond e altri molti,
precursori di quella polemica contro la verità e l'utilità della storia di ROMA, che dove
diventare cosi vivace. Quest'ultimo indirizzo è, piuttosto che critico,
ipercritico, mettendo capo alla distruzione della storia in genere; e poiché lo scetticismo storico
rivesti assai spesso il carattere di paradosso a uso della società elegante e
dei belli spiriti, la sua efficacia sul progresso degli studi è assai scarsa,
o, tutt'al più, valse a provocare vigorose reazioni, d’una delle quali è
rappresentante V., a favore della tradizione e dell'autorità. Giova invece
notare le deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei filologi
e antiquari: i quali restituivano testi, svelavano falsificazioni,
ricostruivano serie di sovrani e di magistrati, raddrizzavano la cronologia, contestano perfino alcune
leggende; ma, sia pella mentalità consueta dei puri eruditi e filologi, sia pell'ambiente
generale della cultura, pur vivendo
sempre a contatto dell'antico e del
primitivo, non sentivano punto, e non facevano sentire, l'antico e il
primitivo. Fortissimi nei particolari, erano deboli nelle cose essenziali.
Anche quando alcuno dei più geniali s’accorge,
per es., dell'importanza dei canti
popolari, mezzo di trasmissione storica in tempi in cui manca o era rarissimo
l'uso della scrittura, da queste e simili osservazioni non riceve tale scossa d’esserne
spinto a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita primitiva, come
accadde invece a V., il quale, quasi a un tempo, intese la forma filosofica
del certo e i due periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano
nella storia reale: il periodo oscuro e quello favoloso. Anch'egli moveva d’una
sorta di scetticismo, scetticismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle
nazioni circa l'indole e i fatti dell'antichità romana; e statuiva, nel
combatterli, una serie di canoni o
degnità, che paiono ispirati agl’idola di Bacone, di cui offrono come l'analogo nel
campo della ricerca storica. V. mette in guardia in primo luogo contro le
magnifiche opinioni che s’erano avute fino ai suoi tempi intorno alla
lontanissima e sconosciuta antichità romana: ingenua illusione di cui
trova la sorgente in ciò che l'uomo,
allorché si rovescia nell'ignoranza, fa di sé regola dell'universo e qui è più
vicina l'analogia con Bacone, perché tale enunciato somiglia pell'appunto alla
classe degl’idola tribus in cui la mente fa di sé regola delle cose, ex
analogia hominis, non ex analogia universi. Sopra la medesima osservazione si
fonda il detto che fama crescit eundo, e il di Tacito omne ignotum prò
magnifico est. Donde il vezzo d'interpetrare i costumi antichi coll'aspettazione
di trovarli simili o migliori di quelli moderni e civili. Cosi CICERONE, per un
trasporto di fantasia ammira la mansuetudine degl’antichi romani, che chiamano ospite
il nemico di guerra; non avvedendosi che la cosa sta proprio al rovescio e che gl’ospiti sono HOSTES, stranieri e
nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga usare umanità verso gli
schiavi, ricorda che i padroni sono detti in antico padri di famiglia: quasi
che i patresfamilias non fossero stati disumanissimi, nonché contro gli schiavi
e famoli, contro i medesimi loro figliuoli, adeguati ai famoli. E pello
stesso pregiudizio Grozio, che veramente
V. scambia qui col suo esegeta Gronovio e di costui fraintende le parole,
volendo dimostrare la mitezza degl’antichi germani, reca un gran numero di leggi
barbariche, nelle quali l'omicidio è punito colla multa di pochi danari:
documento, per contrario, di quanto fosse tenuto a vile il sangue dei poveri
vassalli rustici, che sono pell'appunto
gli homìnes, di cui parlano quelle leggi. In secondo luogo, ammoniva di non
prestare fede alla boria delle nazioni, che, come osserva Diodoro siculo, tutte
sia romane sia barbare, caldei, sciti, egizi, cinesi, si vantarono d’avere,
ciascuna prima delle altre, fondata l'umanità, ritrovati i comodi della vita e
serbate le loro memorie fin dall’origini
del mondo. Ciascuna d’esse, non avendo per molte migliaia d'anni avuto
commercio colle altre onde potesse accomunare le notizie, fu, nel buio della
sua cronologia, simile a un uomo che, dormendo in una stanza piccolissima,
nell'errore delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quanto colle
mani la toccherà poi. Chi prenda quei
sognati vanti per notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra
tante nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, offrentisi a gara
come primitive. Colla boria delle nazioni V. mette la boria dei dotti, i quali
ciò ch’essi sanno vogliono che sia antico quanto il mondo; e perciò si
compiacciono nell'immaginare una
inarrivabile riposta sapienza degl’antichi, che coincide poi pell'appunto,
mirabilmente, colle opinioni professate da ciascuno di quei dotti e d’essi
ammantate d’antichità per imporne pili solennemente l'accettazione. In tale
errore cadde non solo Platone, specialmente nelle ricerche del Cratilo, ma
quasi tutti gli storici, antichi e moderni: v’era caduto lo stesso V., che potè, dunque, studiarlo
assai bene in sé medesimo, quando nel De antiquissima crede di trovare nell’etimologie
dei vocaboli latini le prove d’una METAFISICA ITALIANA perfettamente concorde
con quella sua propria della conversione tra verum e factum e dei punti
metafisici. Ai quali tre pregiudizi, e più strettamente alla boria dei dotti, va di séguito il quarto che ora si
chiama delle fonti o degl’influssi di cultura, e che V. sarcasticamente designa
come quello della successione delle scuole pelle nazioni. Secondo tale
dottrina, Zoroastro, per es., avrebbe istruito Beroso pella Caldea, Beroso a
sua volta Mercurio Trismegisto pell'Egitto, Mercurio Atlante legislatore
dell'Etiopia, Atlante Orfeo missionario
della Tracia, e finalmente Orfeo ferma la sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi,
e agevoli, in verità, a quelle prime
nazioni che, appena uscite dallo stato selvaggio, vivevano appollaiate sulle
montagne in siti poco accessibili, sconosciute alle loro medesime confinanti! E
questi lunghi viaggi avrebbero avuto per oggetto di diffondere invenzioni, che ciascuna nazione
poteva fare senz'altro da sé, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli per
guerre e trattati, si ritrovarono simili, è perché contenevano un motivo comune
di vero e nascevano dalle medesime necessità umane. C'era bisogno di supporre
l'efficacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul ROMANO, come usano i pareggiatori delle leggi o
trattatisti del diritto comparato, per ispiegare come si fosse formato il
diritto, riconosciuto in Roma, d’uccidere il ladro di notte? C'era bisogno che
Pitagora anda diffondendo la dottrina della trasmigrazione dell’anime, che si
ritrova perfino in India? Resta il pregiudizio circa gli storici antichi
considerati come informatissimi dei
tempi primitivi, i quali, invece, nel racconto dell’origini, seppero quanto o
meno di noi posteri. Per la storia, V.
legge, o meglio crede di leggere, in Tucidide la confessione che, fino alla
generazione a questo storico precedente, non si conosce nulla della propria
antichità; e osserva altresì che gli storici solo al tempo di Senofonte
cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle cose. LA STORIA DI ROMA si
sole principiarla d’ALBA LONGA; ma con Roma certamente non nasce il mondo, la
quale è una città fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli del Lazio;
e per Roma stessa LIVIO dichiara di non entrare mallevadore della verità dei
fatti concernenti il principio di quella storia colla LUPA, e a proposito della
guerra cartaginese, di cui è in grado di scrivere con più verità, ingenuamente
confessa di non sapere da qual parte
Annibale fa il suo grande e memorabile passaggio in Italia, se dall’Alpi eozie
o dall’appennine. Tanto gli storici antichi erano bene informati! Per questi e
altrettali motivi di scetticismo, tutto
quanto si narra dei romani fino alla guerra cartaginese parve a V. TUTTO
INCERTISSIMO: un territorio quasi res nullius, ove si poteva entrare col
diritto del primo occupante. Egli vi entra armato dei canoni positivi che
nascevano accanto, anzi dal grembo di quelli negativi, che abbiamo riferiti.
Perché, se V. nega fede agli storici
lontani dai tempi e luoghi dei fatti che raccontano, se scredita le
vanterie nazionali, se svela l’illusioni e le ciarlatanerie dei dotti, non
rimane pago per altro a quest'opera di distruzione; e al posto del vecchio e
malfido cacciato via bada a sostituire il nuovo di migliore qualità e di
maggiore resistenza, cioè un complesso di metodi mercé i quali era dato procacciarsi nuovi documenti collo
studiare meglio quelli già posseduti. Ogni avanzamento nelle conoscenze
storiche non s’effettua, in verità, in altra guisa che con questo ritorno dal
racconto ricevuto al documento sottostante, col quale solamente è dato
confermare, rettificare e arricchire il racconto. Il primo metodo che V.
addita, la prima fonte che egli schiude
pella conoscenza delle società antichissime, è l'etimologia della lingua del
LAZIO, che si sole esercitare ai suoi tempi in modo affatto arbitrario, col
raffrontare i suoni di qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali
somiglianze, inferendone la derivazione d’un vocabolo dal latino. Ma affinché
l'etimologizzare sia fruttuoso, bisogna
non dimenticare che la lingua del LAZIO e il testimonio più grave degl’antichi
costumi del popolo del LAZIO, che si celebrarono al tempo in cui si forma essa
lingua; e illuminare perciò, perpetuamente, la lingua del LAZIO coi costumi e i
costumi colla lingua del LAZIO. Cosi l’etimologie d’un vocabolo astratto
(SHAGGINESS) ci porta nel bel mezzo d‘una
società affatto contadinesca, perché 1'INTELLIGERE, per es., richiama il LEGERE
o raccogliere i frutti dei campi, donde LEGUMINA; il DISSERERE, lo spargere
semenze; e la maggior parte dell’espressioni intorno a cose inanimate (those
spots meaning measles) si svelano trasporti dal corpo umano e dalle sue
parti e dagl’umani sensi e passioni,
come bocca per ogni apertura, labbro per orlo di vaso, fronte e spalle per
avanti e dietro, e simili. V. vagheggia un etimologico comune a la lingua del LAZIO, composto di radici
monosillabiche e in gran parte onomatopeiche; un altro delle voci d’origine
straniera, introdotte dopo che le nazioni si furono conosciute tra loro; un terzo, universale, pella scienza
del diritto delle genti, dal quale apparisse come gli stessi uomini, fatti o
cose, guardati con diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto
diversi vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni a tutte le
nazioni, che, spiegando le idee uniformi circa le sostanze e le modificazioni
diverse che le nazioni ebbero nel
pensare intorno alle stesse necessità umane o utilità comuni a tutte, secondo
la diversità dei loro siti, cieli, nature e costumi, narra l’origini delle
diverse lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale comune. La
seconda fonte, schiusa da V., è l'interpetrazione dei miti o favole, che,
conforme alla sua dottrina, non erano
allegorie, invenzioni o imposture, ma la scienza stessa dei popoli primitivi.
Nel Diritto universale V. distinse quattro sensi pei quali gli dèi passarono:
dapprima significando cose naturali – those spots mean measles --, Giove il
cielo, Diana le acque perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il
mare, e cosi via; poi, cose umane naturali,
per es. Vulcano il fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati;
in terzo luogo, fatti sociali; fintanto che,
in ultimo, salirono al cielo, furono assunti agli astri, e le cose terrene e
umane vennero divise dalle divine. Ma nelle Scienze mise in rilievo quasi
esclusivamente il terzo significato, quello sociale, che diventò per lui
l'originario; perché, sembra che egli
pensa, le prime nazioni erano troppo intente a sé stesse, troppo immerse nella
loro dura e difficile vita, da speculare
astraendo dalle cose sociali. Cosi nei miti egli trova riflesse l’istituzioni,
le scoperte, le divisioni sociali, le lotte di classe, i viaggi, le guerre, dei
popoli primitivi. Anche pei tempi abbastanza progrediti V. fu alieno dalle interpetrazioni naturalistiche o filosofiche;
e il Conosci te stesso, attribuito all'antico savio, gli parve nient'altro che
un monito alla plebe ateniese perché conoscesse le proprie forze, trasportato
dipoi a sensi metafisici e morali. Oltre questa ermeneutica sociale, un altro
principio assai importante egli stabilisce: vale a dire che i significati
galanti, lubrici e osceni delle favole
furono tutti intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpetrarono i costumi
antichi sui propri o presero a giustificare le proprie lascivie coll'immaginare
che gli dèi ne avessero dato l'esempio. Onde s’ebbero Giove adultero, Giunone
nemica a morte della virtù degl’Ercoli, la casta Diana che sollecita gl’abbracciamenti
degl’addormentati Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche
donzelle, Marte che come se non basta commettere adulteri in terra li trasporta
fin dentro il mare con Venere, e, peggio ancora, gl’amori di Giove con GANIMEDE
– convito dell’ACCADEMIA -- e dello
stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte a sciogliere il freno al vizio, come per l'appunto accadde
nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella loro forma e
significato originari le favole furono tutte severe e austere, degne di
fondatori di nazioni; e, per es., Apollo che insegue Dafne allude agl'indovini
o àuspici delle nozze, che perseguitavano pelle selve le donne ancora in preda
ai concubiti vagabondi e nefarì; Venere,
che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di matrimoni solenni; gl’eroi,
figliuoli di Giove, non erano già i frutti degl’adulteri, ma gl’eroi nati da
nozze certe e solenni, celebrate colla volontà di Giove che si rivela negl’auspici.
Omnia intenda mundis et immunda immundis: le selve e i picchi delle
montagne non potevano produrre immagini
d’alcove e postriboli. Oltre queste due ricche fonti della lingua del LAZIO e
dei miti, V. ne menziona e adopera una
terza, che chiama dei sima real donzella Polissena, della rovinata casa del
poc'anzi ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli venga
sacrificata sul sepolcro e le sue ceneri assetate di vendetta non bevano l'ultima goccia di quel
sangue innocente. E giù. nell'inferno Achille, domandato d’Ulisse come vi stia
volentieri, risponde che vorrebbe essere un vilissimo schiavo, ma vivo! Questo è l'eroe che Omero, coll'aggiunto
perpetuo d'irreprensibile, àjiójAwv, canta ai popoli in esempio della virtù
eroica. Un siffatto eroe, che pone tutta
la ragione nella punta della lancia, non si può altrimenti intendere se
non come un uomo orgoglioso, il quale ora si direbbe che non si faccia passare
la mosca per innanzi alla punta del naso. Se i più grandi caratteri di Omero
sono tanto sconvenevoli alla nostra natura civile, le comparazioni delle quali
egli si vale hanno a lor materia belve e altre
cose selvagge. E se per i costumi che rappresenta da fanciulli pella
leggerezza delle menti, da femmine pella robustezza della fantasia, da
violentissimi giovani pel fervido bollore della collera, e pelle favole degne
di vecchierella che intrattenga bimbi ond'è piena l'Odissea, non si può
attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j quel suo cotanto riuscire nelle fiere comparazioni non è certamente
da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna filosofia. Né da animo che sia
umanato e impietosito da filosofia potrebbe nascere quella truculenza e
fierezza di stile, onde si descrivono tante e si varie e sanguinose battaglie, tante
e si diverse e tutte in istravaganti guise crudelissime specie di ammazzamenti, che particolarmente formano la
sublimità dell'Ilìade. Ma chi fu, in realtà, Omero? Che cosa di lui dicono gli
antichi scrittori, che cosa si trae dai suoi poemi? A leggere l'Iliade e
l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo ci si avventano agli occhi e ci
offendono stravaganze e incoerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or
di qua or di là a tempi lontanissimi tra
loro: da una parte si vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse,
l'eroe della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la ferocia,
l'atrocità; dall'altra, i lussi di Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di
Circe, i canti delle sirene, i passatempi dei proci, che tentano anzi assediano
le caste Penelopi; da una parte, costumi
rustici e ruvidi, dall'altra giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti
d'intagliare in bassorilievo e fondere in metalli; da una parte, rigida società
eroica, dall'altra, perfino, accenni a libertà popolari. Questi costumi cosi
delicati mal si convengono con gli altri tanto selvaggi e fieri, che nello
stesso tempo si narrano dei medesimi eroi,
particolarmente nell'Iliade. Messi insieme tutti a un tempo, riescono
incompossibili: dai costumi dell'età troiana si sbalza senza transizione a
quelli del tempo di NUMA; talché, ne placidi s coè'ant inmitia, si è costretti
a pensare che i due poemi furono per più età e da più mani lavorati e condotti.
Incoerenze di allusioni geografiche, che anch'esse trabalzano in ambienti fisici diversi e lontani:
l'Iliade all'oriente della Grecia, verso settentrione; l'Odissea,
all'occidente, verso mezzodì. Incoerenze di linguaggio, sconcezze di favellari,
che permangono nonostante l'emendazione d’Aristarco, e pella quale si sono
proposte le più strane teorie, come quella che Omero sarebbe andato
raccogliendo il suo linguaggio da tutte
le varie popolazioni. Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore,
nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto, o da chi altri ne
sia l'autore, e da Plutarco, dallo pseudo Plutarco. Intorno a Omero mancano le
notizie più elementari: proprio dove dagli antichi si tratta di questo che fu
il maggior lume di Grecia, siamo
lasciati affatto al buio. Non si sa di Omero né il tempo in cui visse né il
luogo di nascita: ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendica suo cittadino. Si
narra bensì ch'egli fosse povero e cieco; ma codeste sono di quelle minute
particolarità che mettono sospetto, come muove a riso ciò che dice Longino che
Omero componesse l' Iliade e piu tardi l'Odissea.
Mirabile che si conoscessero queste private faccende di un uomo del quale s'
ignoravano poi due cose da nulla: il tempo e il luogo! E la critica deve
domandarsi, anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo compone due
cosi lunghi poemi, in un'età nella quale non esiste ancora la scrittura;
giacché le tre iscrizioni eroiche, una
di Anfitrione, l'altra d'Ippocoonte e la terza di Laomedonte, delle quali con
troppo buona fede parla Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono
eseguire i falsificatori di medaglie antiche. Per tutte queste considerazioni
sorse in V. il sospetto che Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto,
un personaggio reale, ma anch'esso pella
meta uno di quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nell'antichità
lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se infatti ci si prova a pensare
che i poemi omerici non siano l'invenzione di un individuo, ma due grandi
tesori dei costumi della Grecia antichissima, che contengono la storia del
diritto naturale e dell'età eroica delle genti
greche; se invece che a uno o due poeti singoli si pensa a un popolo
intero poetante; invece che a due opere di getto, a una poesia popolare svoltasi
per secoli: tutto si rischiara e si riaccorda. Si spiegano le stravaganze delle
favole, perché la composizione dell' Iliade e dell'Odissea appartiene alla
terza età di quelle, vere e severe presso i poeti teologi, alterate e corrotte presso gli eroici, e
ricevute cosi corrotte nei due poemi. Si spiegano le varietà dei costumi,
richiamanti le varie età della composizione; e altresì l'Omero, simbolo del più
antico (Illiade) e del più recente (Odissea) tempo della Grecia primitiva. Si
spiega la varietà dei luoghi di nascita e di morte, assegnati al loro autore, e
le varietà dei suoi linguaggi, perché
vari furono i popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, perché ogni
popolo greco volle Omero suo concittadino, pella ragione cioè che essi popoli
pell'appunto furono quest'Omero; e perché fosse detto cieco e mendico, perché
tali erano di solito i cantori che girano pelle fiere recitando le storie.
Bisogna dunque che Omero, perché sia
inteso nella sua verità, venga sperduto dentro la folla dei popoli e
considerato come un'idea o carattere eroico di uomini in quanto narravano
cantando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e inverisimiglianze
nell'Omero finora creduto, diventano nell'Omero qui ritrovato tutte
convenevolezze e necessità. E, innanzi
tutto, gli s’aggiunge una sfolgorantissima lode d'essere stato il primo
storico a noi pervenuto. In Omero si ha il documento della primitiva identità
di storia e poesia, e una conferma di quel che V. crede di leggere in Strabone, cioè che prima d’Erodoto, anzi
prima d’Ecateo milesio, la storia dei popoli fu scritta dai poeti.
Nell'Odissea, volendosi lodare alcuno
per avere ben narrata una storia, si dice averla raccontata da musico e da
cantore. V. non si perde in poco feconde congetture istituendo indagini più
particolari circa il modo di elaborazione dei poemi omerici. Propende tuttavia per
due principali autori poeti, l'uno pell'Iliade, nativo dell'oriente di Grecia,
verso settentrione, l'altro pell’Odissea,
nativo dell'occidente verso mezzodì; e il nome Omero intende come di
compositore e legatore di favole. Ma, d'altro canto, a causa del significato
puramente ideale che per lui ha quel nome, non è da escludere, forse,
l'interpetrazione che i due Omeri
fossero, a loro volta, due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di
cantori popolari. Le persone storiche,
che egli si trova innanzi, sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi
uno chi altro, andano recitando i canti d'Omero nelle fiere e nelle feste pelle
città. Lunga età corse dalla primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i
quali fecero dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi dell’Iliade e
dell'Odissea, donde si deduce quanto
innanzi dovessero essere stati una confusa congerie di cose, e ordinarono che
d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle feste panatenaiche. Comunque, non è di certo in questa
risoluzione materialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o carattere
poetico l'importanza, come, forse, non è la verità, della teoria di V. Dalle incoerenze ch'egli non pel primo nota, e non
sempre con esattezza, la qual cosa, per altro, è di poco rilievo, essendo
agevole compensare le osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui
tralasciate, non c'era rigoroso passaggio logico all'affermazione della non
esistenza di un Omero individuo, principale autore di uno o di entrambi i
poemi. Quelle incoerenze valevano a
dimostrare che il poeta o i poeti lavorarono sopra una ricca materia
tradizionale, della provenienza più varia per luoghi e per tempi, e non tanto
disposta a strati secondo la provenienza, che era a un dipresso l'fpotesi messa
innanzi da Aubignac, quanto piuttosto in tutti i suoi strati mescolata e
sconvolta. Uno o molti poeti, ovvero
molti poeti e un abile collettore dei loro canti, o una società di abili
collettori; queste e altrettali ipotesi si potevano proporre, come si sono
proposte di poi, con pari diritto, e sostenere, come sono state sostenute, con
argomentazioni parimente valide e parimente difettose perché non documentabili.
Ma nel fondo di quella risoluzione di
Omero in un carattere poetico, come analogamente in altre simili risoluzioni
fatte o tentate da V., era la scoperta della lunga e laboriosa genesi storica
attraverso cui era passata la materia di quei poemi, che, in questo senso, ben
potevano dirsi prodotto di collaborazione d’un intero popolo. La sostituzione a Omero di un popolo
di Omeri fu, anche questa volta, la
mitologia tessuta da V. sulla propria
scoperta: mitologia che omnes quivìtes tenerent. L'autorità del SENATO ROMANO
ne venne ristretta, perché laddove, precedentemente, di quel che IL POPOLO
ROMANO delibera i padri si fanno auctores, ora i padri sono essi autori al popolo, che approva la legge secondo
la forinola proposta dal SENATO ROMANO,
o le antiqua, cioè dichiara di non volere novità. La plebe ottenne, inoltre,
l'ultima magistratura ancora non comunicata, la CENSVRA. La legge petelia, che
segui pochi anni dopo, cancella l'ultimo vestigio di legame feudale, il nesso, nexus,
che rende i plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili e li costringe sovente
a lavorare tutta la vita nelle private prigioni di costoro. Quando FABIO
MASSIMO alla divisione tra patriziato e plebe, coi corrispondenti comizi
curiati e tributi, ebbe sostituita la divisione secondo i patrimoni dei
cittadini, ripartiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'ordine
dei nobili venne a sparire affatto, e senatore e cavaliere non furono più
sinonimi di patrizio, né plebeo d'ignobile. Ma al senato rimase il dominio
sovrano sopra i fondi del romano imperio, che era già passato nel popolo; e,
mercé i cosi detti senatoconsulti ultimi o ultimce necessitatis, lo mantenne
con la forza delle armi finché la romana fu repubblica popolare; e quante volte
il popolo tentò di disporne, tante il senato armò i consoli, i quali
dichiararono ribelli e uccisero i tribuni della plebe che avevano promosso quei
tentativi. Il che si spiega con una ragione di feudi sovrani soggetti a
maggiore sovranità, come a V. pare confermato dal detto di Scipione Nasica
nell'armare il popolo CONTRO Tiberio Gracco: Qui rempublicam salvam velit,
consulem sequatur. Aperta con le leggi la porta degli onori alla moltitudine
che comanda nelle repubbliche popolari, non resta altro in tempo di pace che
contendere di potenza, non colla legge ma colle armi; e mercé atti di potenza
comandare leggi per arricchire, quali furono le agrarie dei Gracchi, onde
provennero in pari tempo guerre civili in casa e ingiuste fuori. Tutta la
società, col trionfo della plebe e colla mutazione dello stato d’aristocratico
in popolare, muta fisonomia. Muta, in primo luogo, la flsonomia della famiglia:
nella quale, durante l'impero del patriziato, per serbare le ricchezze dentro
l'ordine, solo tardi furono ammesse le successioni testamentarie e facilmente i
testamenti venivano annullati; dalla successione paterna era escluso il
figliuolo emancipato; l'emancipazione aveva l'effetto di una pena; le
legittimazioni non erano permesse; è da dubitare che le donne succedessero. Ma
nella società democratica, poiché la plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta
la sua forza e potenza nella moltitudine dei figliuoli, si comincia a sentire
la tenerezza del sangue, e i pretori ne considerano i diritti e prendono a
fargli ragione con le honorum possessiones e a sanare coi loro rimedi i vizi o
i difetti dei testamenti, agevolando cosi la divulgazione delle ricchezze, che
sole sono ammirate presso il volgo. Muta il significato degli istituti della
proprietà: il dominio civile non è più di ragion pubblica e si disperde per
tutti i domini privati dei cittadini, che formano ora la città popolare; il
dominio ottimo non è più quello fortissimo, non infievolito da niun peso reale,
neppure pubblico, e significa semplicemente quello che sia libero da ogni peso
privato: il quiritario non è più il dominio di cui il nobile era signore
feudale e che dove venire a difendere nel caso che ne fosse decaduto il cliente
o plebeo, ma è diventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni,
diversamente dal bonitario che si mantiene col solo possesso. Le forme dei
processi, cosi frondose di finzioni, di forinole solenni, di atti simbolici,
sono semplificate e razionalizzate: si comincia a far uso dell'intelletto,
ossia della mente del legislatore e i cittadini si conformano in un'idea di
comune ragionevole utilità, intesa come spirituale di sua natura. Le caussce,
che prima erano forinole cautelate di proprie e precise parole, diventano
affari o negozi, che si solennizzano coi PATTI convenuti e, nei trasferimenti
di dominio, colla tradizione naturale; e solamente nei CONTRATTI che si dicono
compiersi colle parole, nei contratti verbali, cioè nelle stipulazioni, le
cautele rimangono caussce, nell'antica proprietà di questo termine. Cosi il
certo della legge, essendosi la ragione umana spiegata tutta, mette capo nel
vero delle idee, determinate colla ragione delle circostanze dei fatti, che è
una forinola informe di ogni forma particolare, formula naturai, come dice
VARRONE, che a guisa di luce informa di sé, in tutte le ultime minutissime
parti della superficie loro, i corpi opachi dei fatti sopra i quali ella è
diffusa. Nelle repubbliche popolari regna l’cequum bonum, l'equità naturale. Le
crudelissime pene, che si usavano nel tempo delle monarchie familiari e delle
società eroiche, le leggi delle dodici tavole condannavano a essere bruciati
vivi coloro che avevano dato fuoco alle biade altrui, precipitati giù dalla
rupe Tarpea i falsi testimoni GRICE MASSIMA, fatti vivi in brani ì debitori
falliti, vengono sostituite da pene benigne, perché la moltitudine, che è
composta di deboli, è di sua natura incline a compassione. La legge, che era
nelle aristocrazie unica, ferma e religiosamente osservata, si moltiplica nella
democrazie e si fa cangevole e flessibile. Gli spartani, che serbarono
l'aristocrazia, dicevano che in Atene si scrivevano molte leggi, ma le poche
che erano in Isparta s’osservavano: la plebe romana, a guisa dell'ateniese,
comanda tutto dì leggi singolari, e invano Silla, capoparte dei nobili, cerca
di ripararvi alquanto colle questioni perpetue, perché, dopo di lui, si
moltiplicarono di nuovo. Le stesse guerre, crudelissime nelle repubbliche
aristocratiche, che distruggevano le città conquistate e riducevano i vinti in
gruppi di giornalieri sparsi pelle campagne a coltivare a prò dei vincitori, si
mitigano nelle repubbliche popolari, le quali, togliendo ai vinti il diritto
delle genti eroiche, lasciano loro quello naturale delle genti umane. Gl'imperi
si dilatano, perché le repubbliche popolari valgono assai più delle
aristocratiche pelle conquiste, e più ancora vi valgono le monarchie. Eppure,
in questo generale umanarsi dei costumi, scema la sapienza di governo, la virtù
politica. Gli antichi patrizi fanno duramente rispettare la legge; e, avendo
privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilità, a questo grande
interesse particolare, che veniva loro conservato dalla repubblica, posponevano
gl'interessi privati minori, e perciò magnanimamente difendevano il bene dello
stato e saggiamente consigliano intorno ad esso. Per contrario, negli stati
popolari, e perché i cittadini comandano il bene pubblico che si ripartisce
loro in minutissime parti quanti sono essi i cittadini che compongono il
popolo, e pelle cagioni che producono siffatta forma di stati, che sono affetto
d'agi, tenerezza di figliuoli, amore di donna e desiderio di vita, gli uomini
sono portati ad attendere alle ultime circostanze dei fatti che promuovono le
loro private utilità, e perciò all'equobono, che è ciò solo di cui le
moltitudini sono capaci. A cotal punto balza spontanea, perché di lunga mano
preparata e resa necessaria, la monarchia: quella monarchia che gli ordinari
scrittori di politica facevano venir fuori, senza il precorso di tante e si
varie cagioni che debbono condizionarla, di un tratto, al bel principio della
storia umana, cosi come, dice V., nasce, piovendo l'està, una ranocchia. E
molto meno sorse artificialmente, per effetto della favoleggiata legge regia
dell'ignorante grecuzzo Triboniano, colla quale il popolo romano si sarebbe
spogliato del suo sovrano e libero imperio per conferirlo a Ottavio Augusto. La
legge, che le die vita, fu una legge naturale, concepita con questa forinola di
eterna utilità: che poiché nelle repubbliche popolari tutti guardano ai loro
privati interessi ai quali fanno servire le pubbliche armi in eccidio della
propria nazione, per impedire che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un
solo, come tra i romani Augusto, qui »j come scrive Tacito, cuncta beììis
civililms fessa nomine principia su imperium accepit; un solo, che colla forza
delle armi richiami a sé tutte le cure pubbliche e lasci ai soggetti l'attendere
alle loro cose private o a quel tanto delle cose pubbliche che viene loro
permesso, e si circondi di pochi sapienti di stato per consultare coll'equità
civile nei gabinetti circa i pubblici affari. Quel solo è invocato alla pari da
nobili e da plebei: dai nobili, che dopo essere stati abbassati e sottomessi al
governo plebeo, abbandonata l'antica aristocratica volontà d'impero, non
pensano se non ad avere salva almeno la vita comoda; e dai plebei, che dopo
avere sperimentato l'anarchia o la sfrenata demagogia, della quale non si dà
tirannide peggiore, essendo tanti i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti
delle città, fatti accorti dai propri mali, chiedono pace e protezione. La
monarchia è, dunque, una nuova forma del governo popolare. Perché un potente
diventi sovrano, è necessario che il popolo parteggi per lui, ed egli deve
governare popolarmente, agguagliare tutti i soggetti, umiliare i grandi per
tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppressione, mantenere il
popolo soddisfatto e contento circa il sostentamento che gli bisogna pella vita
e circa gli usi della libertà naturale, e adoprare un ben ponderato sistema di
concessioni e privilegi o a interi ordini, nel qua! caso si chiamano privilegi
di libertà, o a persone particolari, promovendo fuori d'ordine uomini di merito
straordinario e di virtù eccezionali. Nella monarchia, che è governo umano al
pari della democrazia, prosegue e s'intensifica quel processo di umanamente o
ingentilimento dei costumi e della legge, che le repubbliche popolari iniziano.
Si sciolgono sempre più i rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia.
Gl'imperatori, ai quali faceva ombra lo splendore della nobiltà, si diedero a
promuovere le ragioni della natura umana, comune a nobili e a plebei; e Augusto
attese a proteggere i fedeco in messi, coi quali nei tempi innanzi, mercé la
puntualità degli eredi gravati, i beni erano passati agi'incapaci di eredità, e
li trasformò in necessità di ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad
effetto. Successe una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entrarono
nell'ordine degli agnati; finché Giustiniano tolse le differenze tra legati e
fedecommessi, confuse la quarta falcidia e trebellianica, distinse poco i
testamenti dai codicilli e adeguò ab intestato, in tutto e per tutto, gli
agnati e i cognati. Tanto la legge romana ultima si profuse in favorire i
testamenti che, laddove anticamente per ogni leggi ero motivo essi erano
invalidati, poi si dovettero interpetrare nel modo che meglio conduce a mantenerli
saldi. Caduto affatto il diritto ciclopico, che i padri avevano esercitato
sulle persone dei figliuoli, anda cadendo altresì quello economico sugli
acquisti dei figliuoli; onde gl'imperatori introdussero prima il peculio
castrense per attrarre i uomini alla guerra, poi il quasicastrense per
invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere contenti quelli che
non erano né soldati né letterati, il peculio avventizio. Tolsero l'effetto
della patria potestà alle adozioni, le quali non si contennero più ristrette
nella cerchia di pochi congiunti; approvarono universalmente le arrogazioni,
difficili alquanto perché è difficile che un pater familias, un sui iiiris, si
sottometta alla patria potestà d'un estraneo; reputarono le emancipazioni quali
benefizi e dettero alle legittimazioni, degn.; le cosi dette prove metafisiche
di V., i fatti dubbi sono asseriti da V. in conformità delle leggi e ritenuti
da lui verità meditate in idea; Il certo, Opere, la sapienza poetica
costituisce quasi tutto il corpo della scienza; le aspre difficultà per
discendere dalle nostre nature ingentilite a quelle degli uomini primitivi e
l'idea della natura simpatetica; una delle ragioni perché nuova la Scienza di
V.; errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero, Sanchez, Schopp; gli errori di
Grozio, Selden e Puffendorf; V. confessa l'errore commesso da lui medesimo nel
De antiquissima; la sapienza poetica è la chiave maestra della Scienza; la
Logica poetica; la sapienza riposta fu intrusa nella poesia dai filosofi; la
poesia è necessità di natura e la prima operazione della mente umana; l'uomo,
prima di riflettere, avverte con animo commosso e, prima di articolare, canta;
la poesia è anteriore alla prosa; il linguaggio proprio e il linguaggio
improprio; la poesia e la metafìsica; nessuno fu insieme gran metafisico e gran
poeta; i poeti sono il senso, i filosofi l'intelletto dell'umanità; il
linguaggio per atti muti; le lingue articolate non sono per convenzione; le
origini delle lingue furon trovate da V. nei principi della poesia; una e
medesima è l'origine del linguaggio e della scrittura; i geroglifici; identità
tra favola, poetica, ed espressione; le cinque parole reali d' Idantura; gli
alti papaveri troncati dal re Tarquinio; analoghi procedimenti espressivi
presso popolazioni selvagge e i volghi; le imprese, bandiere, medaglie, monete;
la favoletta sull'origine delle imprese; le improse primitive furon mutole; le
insegne e bandiere sono una sorta di lingua armata; le teorie di Platone,
Aristotele, ecc. sulla poesia son rovesciate da quella di V.; Il De Cristofaro
è il noto matematico e giureconsulto napoletano, pel quale si veda Amodeo, Vita
matematica napoletana, Napoli, Giannini, e fu amico di V.. Altre notizie
intorno ALL’ORTO ROMANO di Napoli di quel tempo, in Carducci, Opere, Lettera,
erano mai codesti errori e debolezze; E quando usci il De universi iurte tino
principio et fine uno, anzi la Sinopsi che ne da il programma, le prime voci
avverse, che V. senti levarsi, erano tinte da una simulata pietà; contro le
quali egli trova scudo e conforto nella religione stessa, cioè nell'assenso di
Giacchi, primo lume del pili severo e più santo ordine de'religiosi. Ma come
delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci resta notizia
particolare, cosi dei dubbi religiosi, che poterono travagliarlo, non si ha
nemmeno la generica certezza. Tutti gli scritti di V. mostrano che nel suo
animo s’assideva grave, salda, immota, come colonna adamantina, la religione
cattolica: salda e forte cosi da non essere neppure in piccola parte intaccata
dalla critica, che egli inaugura, dei miti. Né soltanto in tutte le esteriori
dimostrazioni V. fu cattolico irreprensibile, e sottomise sempre ogni parola
che mette in istampa alla doppia censura, pubblica e privata, degli amici
ecclesiastici, e fra zimarre sacerdotali e cocolle fratesche, più ancora che
fra toghe di giuristi, menò la sua vita filosofica e letteraria; ma egli giunse
perfino allo scrupolo d'intermettere il commento a Grozio, non sembrandogli
dicevole che un cattolico commenta un autore protestante; ed ebbe cosi delicato
punto d'onore cattolico da non accettare nemmeno la polemica circa i suoi
sentimenti religiosi: Questa difficoltà, dice ai critici del Giornale
de'letterati, come quella che mi fate sull'immortalità dell'anima, dove par che
premiate la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io
giudicherei che andassero più altamente a penetrare in parte la quale,
quantunque si pro i Autob. tegga e sostenga colla vita e coi costumi, pure
s'offende colla stessa difesa. Ma trattiamo le cose! Il suo cattolicesimo si
mostra scevro di materialità e superstizioni, cosi generali nel costume del
tempo, e specie a Napoli dove in ogni avvenimento della vita privata e pubblica
interveniva attore e direttore san Gennaro: era cattolicesimo di animo e di
mente alta, e non di volgo. Ma neppure contro le credenze popolari e le
superstizioni V. assunse le parti di censore; pago di non parlarne, come non si
parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che sono oggetto della nostra
reverenza. Disposizione d'animo analoga per più rispetti a quella verso la
religione ebbe V. verso la vita politica e sociale. Non era nulla in, lui dello
spirito combattivo da apòstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu
di alcuni filosofi della Rinascenza; in ispecie di quel Bruno e di quel
Campanella, che egli, benché, e forse PERCHÉ NAPOLETANO non nomina mai. Certo,
il suo tempo e il suo paese non furono luogo e tempo di rivolgimenti e
rivoluzioni e di quegli ardenti contrasti che suscitano grandi azioni e
passioni politiche. Pure, vi s’agitarono partiti politici, il gallo e
l'austriaco, e si profilò un certo desiderio d'indipendenza nazionale, e
sorsero uomini che dettero l'opera e la vita a questi fini, e furono
perseguitati e andarono profughi; e, segnatamente, giunge in quel tempo al più
alto punto la lotta dello Stato contro la Le cose, cioè, non le obiezioni
religiose, che a lui suonano come offesa personale Risposta al Giornale de'
letterati, in Orazioni ecc., ed. Gentile-Nicolini. Chiesa, e di Napoli contro
Roma, con Giannone, del quale come di tutto quel movimento tacque sempre e
parve non essersi nemmeno accorto. La vita politica sta alta sopra il suo capo,
come il cielo e le stelle; ed egli non si protese mai nel vano sforzo di attingerla.
Come le controversie religiose, cosi quelle politiche e sociali furono il
limite della sua attività. Era veramente uomo apolitico. Di che non si può
fargli colpa né accagionarlo di fiacchezza, perché ogni uomo ha il suo limite,
e una lotta esclude l'altra, un lavoro esclude gli altri lavori.Non che egli si
ritraesse da ogni contatto colla politica e coi rappresentanti di essa.
Purtroppo, dovette corteggiare assai di frequente e l'una e gli altri, con
istorie, orazioni, versi ed epigrafi, latini e italiani; i quali basterebbero
da soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli: il
viceregno, la congiura e rivoluzione tentata dagli autonomisti, la reazione e
il rassodato viccrcgno, la conquista austriaca, il viceregno austriaco, la riconquista
e il regno di Carlo Borbone. Ma egli, molto pei suoi bisogni conversevole, e
professore d’eloquenza nella regia università, dove fornire i componimenti
letterari, richiesti dalle solennità del giorno; cosi come il drappiere lavora,
pelle medesime occasioni, le frange, e lo stuccatore le volute e gli svolazzi.
E quali frange e quali svolazzi! Perdura la moda letteraria; e 'ciò basta per
gran parte a spiegare quel che nelle lodi profuse da V. ci sembra, ed è,
iperbolico e barocco. Del suo animo indifferente e innocente può dare esempio
quel In Autob., ecc.. luogo dell'autobiografia, dove, dopo aver fatto ricordo
del Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per ordine dell'ultimo
viceré duca di Ascalona, continua, come se niente fosse, col riattacco di un
semplice appresso: Appresso, ricevutosi questo reame al dominio austriaco, dal
signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore delle armi cesaree in questo
regno, ebbe l'ordine di comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di Capece
e di Sangro; cioè dei due ribelli contro Filippo V, che il governo precedente
aveva MESSI A MORTE nella repressione della congiura di Macchia, da V. narrata,
veridicamente bensì ma con ossequio al governo costituito, nel De parthenopea
coniuratione. Ma non c'è, in V., bassezza; e, se deve dirsi, in quei suoi
scritti, retore e panegirista, non può dirsi adulatore. L'adulatore, l'uomo
senza coscienza, vilipende e calunnia gli avversari degli uomini da lui
adulati, o colpisce i vinti; e questo è bassezza. V., il quale, pur conoscendo
chi fosse l' italiano, anzi il napoletano, che aveva inviato agli Ada
lipslensìa la noterella contumeliosa contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo
facilmente rovinarlo, perché quella noterella era anticattolica, generosamente
non volle mai svelare quel nome, presta, si, i suoi servigi di professore
d'eloquenza, ma non traffica cogl’interessi dei suoi lodati padroni. Della Vita
di Carafa, composta per commissione, e col provento della quale marita una
figliuola, dice che la lavorò temprata di onore del subietto, di riverenza
verso i principi e di giustizia che si dee aver pella verità. E, per tornare
Autob., Lettera; in Autob., ecc., Autob.] al caso sopraricordato di Capece e di
Sangro, quando nel De parthenopea conluratione egli narra la morte di quei due
nemici della parte trionfante, mostra anche allora, in taluni particolari, il
suo animo gentile; e di Capece, che non volle arrendersi ai soldati, scrive
ostentali s pectus ned eamque infestis armis efflagitans, inexoratus occubuit,
fortissimum mortis genus si causa cohonestasset; e per Sangro, riferita la voce
della grazia fattagli da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: unde maior
damnati, qui iam poenas persolverat, miserano. Senza dubbio, non poteva
essergli, e non gli era, nascosto che la più parte degli individui da lui
lodati vale ben poco. A leggere i suoi scritti panegiristici pare che Napoli ha
allora una nobiltà splendida di virtù, di cultura, di dottrina; eppure,
informando Vitry che gli aveva chiesto notizie circa le condizioni degli studi
in Napoli, V. non cela la realtà: i nobili sono addormentati da'piaceri della
vita allegra -- ONLY THE POOR LEARN AT OXFORD -- Un suo motto satirico circa
quella nobiltà, spesso pezzente ma sempre fastosa e capace di soffrire la fame
in casa pur di sfoggiare in pubblico con cocchi e altre gale, ci è stato
serbato dal suo scolaro GENOVESI. A proposito del letterato duca di Laurenzano
formula la teoria che gli scrittori nobili non possono essere se non
eccellenti; eppure, tra le sue carte io ho trovato il manoscritto di un libro
di quel signore, riscritto da cima a fondo dallo stesso Opp., ed. Ferrari, e
Croce, Critica, Autob., ecc., Dice che molti tiravano le carrozze colle
budella! In Autob., ecc., V. K Contradizioni e transazioni da pover'uomo,
schiacciato dalla miseria e divenuto riguardoso e timido; tanto che riesce
difficile determinare fino a qual punto egli ammira a parole e per compiacenza,
e fin a qual altro il suo sentimento d' inferiorità sociale si muta in
effettiva ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignità e tutto
quello che a lui manca, e che stavano cosi in alto, ed erano i signori. in
Perché, com'è risaputo, le sue condizioni economiche sono sempre tristissime.
Figliuolo d’un libraiuccio di Napoli, è dapprima costretto a recarsi come
precettore domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato a Napoli,
tenta invano d’ottenere il posto di segretario della città, e, avuta per
concorso la cattedra di rettorica, rimane in quell'ufficio collo stipendio annuo
di cento ducati, lire 425. Invano tenta di passare a cattedra di maggiore
importanza: fosse sfortuna, fosse inabilità, uomo di poco spirito intorno alle
cose che riguardano l'utilità, si riconosce esso stesso, dove rinunziare a ogni
avanzamento universitario. È costretto, dunque, ad aiutarsi un po'coi lavori
letterari del genere detto di sopra, e più ancora colle lezioni private; e non
solamente, oltre quella nella pubblica università, tene scuola a casa sua, ma
sale e scende le altrui scale come insegnante di grammatica. Non è fortunato
nella famigli. La moglie è analfabeta, senza le virtù delle donne analfabete,
incapacissima di curare le più piccole Antob.] faccende domestiche; cosicché il
marito dove farne le parti. Dei figliuoli, una femmina gli muore dopo lunga
malattia, e dopo quei lunghi dispendi che inacerbiscono le malattie dei poveri;
un figliuolo maschio gli da grandi dolori ed egli è costretto a invocare
l'intervento della polizia per chiuderlo in una casa di correzione. La sua
irrazionale e sublime tenerezza paterna è tanta, in questa occasione, che al
vedere dalla finestra gl’uffiziali di polizia da lui richiesti i quali venivano
a portar via il figliuolo sciagurato ed amato, corre a costui gridandogli,
Figlio mio, salvati! Ha, invero, animo affettuosissimo: il che si può ritrarre,
fra l'altro, dall'orazione piena di nobiltà e di dolcezza che compone pella
morte della sua amica donna Angela Cimini, dagli accenti di pietà e di sdegno
che ha nella Scienza pelle plebi oppresse, di cui investiga la storia, o pelle
dolenti figure di Priamo e di Polissena, di cui risente la poesia; e perfino da
certi sparsi segni stilistici, come, per es., in quella dignità dove ricorda
che le streghe, per solennizzare le loro stregonerie, uccidono spietatamente e fanno
in brani amabilissimi innocenti bambini, e tutto si turba, in modo inopportuno
ma significante, pella sorte di quei piccini, che adorna nella commossa
fantasia di superlativa amabilità! I maggiori conforti domestici gli vennero
dalla figliuola Luisa, colta e poetessa, e dal figliuolo Gennaro, che lo supplì
e poi gli successe nella cattedra. Quando, nell'elogio della contessa
d'Althann, accenna sarcasticamente ai filosofi che ragionano passeggiando
pegl’ameni giardini o sotto i portici dipinti, non nauseati né afflitti dalle
mogli che infantano e dai figliuoli che nei morbi Villakosa, nelle aggiunte
alVAuloò. languiscono, si sente che parla per diretta esperienza e che lo
pungono ricordi angosciosi della propria vita familiare. Accade molto spesso,
specie ai giorni nostri, di osservare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi
da questo o quello dei più umili doveri; e tanto più bisogna ammirare
quest'uomo di genio, che invece li accetta tutti e, per adoperare una parola
che Flaubert disse di sé medesimo, pensando da semidio, visse costantemente da
borghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di leggere, scrivere,
meditare e comporre i suoi lavori ragionando con amici e tra lo strepito
de'suoi figliuoli. La salute ebbe sempre malferma; gli amici lo chiamano mastro
Tisicuzzo: debole, straziato d’ulceri alla gola, da dolori alle cosce e alle
gambe. Insomma, quel riposo, quell'ozio, quella tranquillità, che altri
filosofi goderono per tutta la loro vita, o per lunghi tratti di questa, a V.
MANCA SEMPRE. Egli dove fare da Marta e da Maddalena: travagliandosi pelle
necessità pratiche sue e dei suoi; travagliandosi insiememente con sé stesso,
per adempiere alla missione assegnatagli fin dalla nascita e dare forma
concreta al mondo spirituale che gli s’agita dentro. Non c'è bisogno, dunque,
di foggiare o desiderare un V. eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e
politica, quando il V. eroe ci sta innanzi, ed è appunto questo: l'eroe della
vita filosofica. E stato notato da altri Opp., ed. Ferrari, Autob., Autob.] che
egli ebbe carissima la parola eroe e tutti i derivati di essa, eroismo, eroico,
ecc.; e ne fece continuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo è, per
lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi e riappare nei ri-corsi
della storia. Questa forza egli dove sentire in sé medesimo, nel lavorare pella
verità e nell'aprire, abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove vie alla scienza.
Per questa forza, superate le incertezze, gli smarrimenti, gli avvilimenti, che
talvolta lo fecero cadere in un cupo pessimismo individuale e cosmico, come si
vede dalla canzone Affetti d'un disperato, potè sollevarsi alla sicura
professione di metodo scientifico, che enunciò nel De nostri temporis studiorum
ratione, e al suo primo tentativo di applicazione filosofico-storica,
rappresentato dal DE ANTIQUISSIMA ITALORVM SAPIENTIA, e da questo, poi,
disfacendo in parte il suo stesso pensiero e ritessendo col resto una nuova
tela, giungere al De uno universi iuris principio et fine uno e alla Scienza:
dopo anni, egli dice delle scoperte contenute in questa, di continova ed aspra
meditazione. L'opera, menata a termine da quel povero maestro di grammatica e
rettorica, da quel pedagogo che un satirico contemporaneo raffigura stralunato
e smunto, colla ferula in mano, da quel tormentato pater familias, stupisce e,
quasi, spaventa: tanta somma di energia mentale vi è condensata. È un'opera di
reazione e di rivoluzione insieme: reazione al presente per riattaccarsi alla
tradizione dell'antichità e del rinascimento; rivoluzione contro il presente e
il passato per fondare l’avvenire. Nel campo della scienza, l'umile popolano
diventa aristocratico; e quello stile da signori, che egli falsamente loda
nelle misere scritture dei superbi cavalieri e dei pomposi mitrati, era
veramente il suo. Egli aborriva la letteratura galante e socievole, che
comincia a diffondersi dalla Gallia in Italia e negli altri paesi d'Europa, i
libri pelle dame. Ma non meno rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si
chiamano ora manuali, e in cui s’espongono per filo e per segno definizioni
elementari e cose già da altri accertate: ibri che possono giovare soltanto ai
cui per altro V. già abbastanza si sacrifica nella cerchia della scuola perché
dove poi sacrificar loro anche qualcosa della propria inviolabile vita
scientifica. In questa mira ad altro pubblico che a cavalieri: quando scrive,
il suo primo pensiero, la sua prima pratica era: Come riceverebbero le cose da
lui meditate un Platone, un VARRONE, un QVINTO MUZIO SCEVOLA?; e la seconda:
Come riceverà queste cose la posterità. Dei contemporanei, aveva innanzi agli
occhi, esclusivamente, la Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le
Accademie di Europa; un pubblico, a cui non bisognava ripetere ciòche già era
stato trovato e detto nel corso della storia delle scienze e che esso aveva
bene a mente, ma porgere soltanto pensieri che fossero reale avanzamento del
sapere: non libri voluminosi, ma piccioli libricciuoli, tutti pieni di cose
proprie. Un pubblico ideale, insomma, che ingenuamente egli confonde talvolta
con quello dei dotti di professione e dei critici da riviste letterarie;
donde,. la Autob., In Autob., Ordz., ecc., Scienza, ed. Nicolini, Oraz.] poi,
le frequenti sue delusioni. I libri brevi, in materia metafisica, sembra a lui
che avessero, come infatti hanno, particolare efficacia, acconciamente
paragonata alle meditazioni sacre, che brievemente propongono pochi punti, le
quali fanno molto più profitto nelle cose dello spirito che non le prediche più
eloquenti e più spiegate da facondissimi predicatori. Per quest'amore alla
brevità, fu restio dall'aggravare di troppi libri la repubblica letteraria, che
già non regge sotto il peso; lasciò inedite le orazioni, stampò per dovere il
De ratione, ed ebbe, infine, a manifestare più volte il desiderio che, di tutte
le sue opere, sola gli sopravvive la Scienza, la quale contene condensate e
perfezionate tutte le sue indagini. All'aristocrazia dell'ideale
s’accompagnavano nella sua concezione della vita scientifica il più nobile decoro
e la più profonda lealtà. Dalle sue polemiche si potrebbe ricavare un intero
catechismo circa il modo in cui si debbono condurre le dispute letterarie.
Bisogna, egli dice, non mirare a vincere nella disputa, ma a vincere nella
verità -- EPAGOGE DIAGOGE --; onde voleva che quelle si svolgessero con
sedatissima maniera di ragionare, perché chi ha potenza non minaccia e chi ha
ragione non ingiuria; variate tutt'al più da piacevoli motti, i quali diano a
divedere gli animi de'ragionatori esser placidi e tranquilli, non perturbati e
commossi. Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe, face notare: Il
giudizio è in termini troppo generali: e gli uomini gravi non hanno mai di
risposta deguato se non le particolari e determinate opposizioni, che loro sono
fatte. Ai medesimi, quando si appellavano alraffinato Oraz., Tra le altre,
nella lettera a Galiani Autob., e il cui autografo è presso di me. buon gusto
del secolo, il quale ha sbandito, ecc. ecc., risponde sdegnoso: Questa è invero
una grande opposizione, perché opposizione non è; perché, ritirandosi gli
avversari al tribunale del proprio giudizio, con quel dire di codesto che tu
dici non ho idea, da avversari divengono giudici. Alle autorità non intendeva
appoggiarsi, ma neppure le disprezza; dovendo l'autorità farci considerati a
investigare le cagioni che mai potessero gli autori, e massimamente gravissimi,
indurre a questo o a quello opinare. E, accusato di avere commesso il medesimo
peccato di Aristotele attribuendo errori ai filosofi per poterli con agevolezza
confutare, protesta dignitosamente: Io mi contento del mio poco sapere ingenuo,
che essere comparato di mal costume ad un gran filosofo. Della sua equanimità
può dare esempio lo splendido elogio che egli fa di Cartesio, contro il quale
pure era rivolto tutto lo sforzo maggiore del suo pensiero. La sua lealtà è
attestata dal pronto riconoscere i propri errori: Confesso, dice, in un punto,
ai critici del Giornale dei letterati, che la mia divisione è VIZIOSA. Né già
questo, scrive nella Scienza, dee sembrare fasto a taluni che noi non contenti
de'vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle nostre opere, dopo le
disapproviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma
venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocché i
rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le loro opere anche contro le giuste
accuse e ragionevoli ammende d'altrui; altri, che per avventura sono di cuor
picciolo, s'empiono de'favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi
non più s'avanzano a perfezionarle; ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno
ingrandito l'animo di correggere, sup 1 Si vedano pass, le Risposte, in Oraz.,
ecc.] plire ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra. Vita scientifica
proba, come di serio ricercatore del vero: vita sentimentale commossa e rapita,
come di chi giunga a faccia a faccia col vero a lungo bramato e cercato, ed
esulti di poterlo annunziare agli uomini. Di qui la sua alta poesia, che è non
già nei versi, ma nelle prose, e, segnatamente, nella Scienza. V. è poeta,
scrive Tommaseo: dal fumo dà luce, dalle metafisiche astrazioni trae imagini
vive: raccontando, ragiona e, ragionando, dipinge; e pelle cime de'pensieri non
passeggia, ma vola; onde in un suo periodo sovente è più estro lirico che in
odi assai. Certo, fossero anche tutte immaginazioni le sue dottrine, quella
nascita che egli descrive della società, quella rappresentazione delle età
primitive e delle lotte in cui si travagliano e assurgono, plenderebbe ognora,
colle sue gigantesche figure, colle sue robuste passioni, col divino immanente
in quegli aspri petti, come un mirabile poema; e Sanctis vide infatti nella
Scienza l'andamento di un poema, quasi di una nuova Divina commedia. E, come
ALIGHIERI sublime, fu anche più di Dante severo; e se le labbra del ghibellin
fuggiasco pur si mossero talvolta un poco a riso, V. leva veramente innanzi
alla storia un volto che giammai non rise. Del resto, egli che ha avuto tante
censure pel suo stile, non era scrittore volgare; anzi, studioso della buona
forma e della toscanità, non meno che sottile estimatore, al dire di Capasso,
di vocaboli latini Scienza V. e il suo secolo, La storia civile nella
letteraria, Torino, Loescher; un giudizio su V. scrittore. Più ampiamente ora,
Nicolini, nella introd. alla sua ediz. della Scienza Autob., Opp., ed. Ferrari,
Autob. Ma compone male i suoi libri, perché la sua mente non padroneggia tutta
la materia filosofica e storica che accumula; scrive confusamente, perché con
furore e come in preda a un dèmone: donde, le sproporzioni nelle varie parti
dell'opera, nelle singole pagine, nei singoli periodi. Rende talora immagine di
quella bottiglia di cui parla il poeta, piena d'acqua e capovolta di botto,
nella quale l'umore, che vorrebbe uscire, tanto s'affretta e intrica pella via
angusta, che a goccia a goccia fuori esce a fatica. A fatica o a fiotti,
disordinatamente. Un'idea che egli sta enunciando, gliene richiama un'altra, e
questa un fatto, e il fatto un altro fatto; ed egli vuol dire tutto in una
volta, e perciò le parentesi s’aprono nelle parentesd, con ritmo spesso
vorticoso. Ma quei suoi periodi disordinati, come erano materiati di pensieri
originali, cosi sono tutti contesti di frasi possenti, di parole scultorie, di
espressioni commosse, d'immagini pittoresche. Egli scrive male, se cosi piace
dire; ma di quello scriver male, del quale i grandi scrittori portano con sé il
segreto. L'eroismo filosofico di V. non s’afferma soltanto nella lotta
interiore con sé stesso pell'elaborazione della scienza, ma fu sottomesso ad
altre e più dure prove. La posizione mentale, da lui raggiunta, avversa al
presente e, sotto specie di reazione, vòlta all'avvenire, lo condanna
necessariamente all'incomprensione. È codesta, senza dubbio, la sorte di tutti
gli uomini di genio: incompresi intimamente, anche quando la fortuna sociale
sembra secondarli ed essi sollevano entusiasmi e trovano in folla scolari e
ripetitori. Il motto che, secondo la leggenda, Hegel pronunzia sul letto di
morte, uno solo de'miei scolari m’ha inteso, e questi m’ha frainteso, esprime a
meraviglia tale necessità storica: chi è perfettamente inteso nel suo tempo,
muore col suo tempo. Pure, di rado o non mai la sproporzione tra il proprio
pensiero e la incomprensione dei contemporanei fu cosi grande come nel caso di
V. Se altre cagioni d'infelicità non l'avessero tormentato, sarebbe bastata
quest'una. Il desio di laude, che è poi negli animi non volgari desio di vedere
compartecipato, assentito e universalizzato negli altri spiriti ciò che a essi
sembra vero e buono, rimase sempre per lui un van desio. Tanto pid
l'incomprensione e l'indifferenza lo angosciano, in quanto, com'è facile
supporre, aveva piena coscienza, dell'importanza delle proprie scoperte. Egli
sa che il providete gli aveva affidato una missione altissima; sa di esser nato
pella gloria della sua patria, e in conseguenza dell'Italia, perché quivi nato,
e non in Marrocco, esso riusci letterato. Allorché mandò fuori la Scienza, gli
pare come di avere dato fuoco a una mina, e ne aspetta da un momento all'altro
lo scoppio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non gliene parlava; onde
egli scrive a un amico, dopo qualche giorno: In questa città si io fo conto
d’averla mandata al deserto; e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi
in coloro a'quali l'ho mandata, e, se per necessità egli addivenga, di sfuggita
li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro di averla
ricevuta, mi confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto. Egli
aveva creduto, addirittura, a un effetto rapido e immediato; e sperato di
trovare gli animi pronti e gl'intelletti aperti a ricevere e a fecondare i suoi
pensieri, In Aulob., Lettera a Giacchi, in Anteo., nientemeno che tra i suoi
contemporanei e conoscenti di Napoli: tra i frati occupati a comporre e mandare
a memoria prediche verbose, tra i verseggiatori che rimano sonettuzzi, tra gli
avvocati che scrivevano allegazioni! Trovò, invece, moltissimi scettici e
indifferenti, e non pochi irrisori. Già il libro sul Diritto universale, quando
comparve, venne generalmente ripreso per oscuretto, come c'informa Metastasio;
e fu poco letto e avventatamente censurato pelle stravaganze che la lettura
disattenta e a salti fa trovarvi in ogni punto. Paoli, cui l'autore ne aveva
donato copia, vi scrisse sopra un distico celiando sull'incomprensibilità
dell'opera. Peggio fu pella Scienza: si sa che Capasso, che pure era dotto uomo
e bene affetto verso V., provatosi a leggerla, credè di avere smarrito ogni
scintilla d'intendimento, e, buffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal
medico Cirillo. Un erudito senese, nel riferire le impressioni d’una sua visita
a V. e della lettura di qualche suo scritto, lo definì stravagante, privo di
criterio e seccatore. Un nobile napoletano, interrogato a Venezia da Finetti circa
quel che si pensa a Napoli di V., disse che, per un certo tempo costui era
passato per uomo davvero dotto, ma che dipoi, pelle strane sue opinioni, aveva
acquistato fama di squilibrato. E quando die fuori la Scienza? insiste Finetti.
Oh, allora, rispose l'altro, era già diventato affatto pazzo! I maldicenti lo
Latterà a Giacchi in Aniob., In Autob., Lettera di Bandiera ed. da Nicolini e
ristamp. Critica In Autob.] colpivano perfino nella modesta professione da cui
traeva il sostentamento, dicendolo buono ad insegnare dopo aver fatto tutto il
corso de'loro studi, cioè quando erano stati da essi già resi appagati del lor
sapere; o, più insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare, ma a dar
buon indirizzo ad essi maestri; e, cioè, riconoscevano la sua superiorità
soltanto per farsene un argomento da danneggiarlo nella già cosi stentata sua
vita pratica. Né alla generale indifferenza e alla leggerezza o alla malignità
dei critici potevano formare compenso gli amici e lodatori, che anche a V. non mancano.
Come sarebbero potuti mancargli, se egli ne fa una trepida ed attenta cultura
artificiale? Si veda, per es., in qual modo coltiva Giacchi. Lodava di costui
le opere ammirabili, il divinissimo ingegno, la rara sublimità delle
meravigliose e divine idee. Gli annunzia di aver dato a leggere ai letterati
della città l'epistola elogiativa ricevuta da lui, e che tutti ne avevano
ammirato il sublime torno del concepire, eppure egli proprio, rifaceva in
latino d'oro le iscrizioni che Giacchi compone in un latino fratesco! Gli
comunica, altra volta, che le lodi di un Giacchi avevano destato invidia ed
erano state prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spende per
propiziarsi Gaeta, un vanitoso, tutto pieno del proprio merito, negli Elogi di
Gimma fa perfino lodare la sua avvenenza, e che non sa parlare se non di sé
stesso, autore di un panegirico Autob. Furono pubblicate da CROCE in Napoli
nobiliss., e di ììtftvo in Sscondo nappi, alla BUA. deh. di Benedetto XIII, pel
quale, lodato e rilodato da V., non si sazia mai, e provoca, anzi chiede
espressamente, nuove lodi. E V. a inaffiarlo pazientemente della linfa
desiderata: la maravigliosa opera di V. S. I. ; il suo dire da signore; le
digressioni demosteniche; l'eloquenza, che fu la favella filosofica, colla
quale parlano gli antichi accademici, tra i latini Cicerone, e tra gl'italiani
niun altro che V. S. I.! A Solla, che gli era stato scolaro e si era poi
ritirato in provincia, insinua che la sua Scienza aspetta che egli fosse tra i
pochissimi forniti d'alto intendimento, che volessero riceverla con mente
sgombra di tutti i pregiudizi circa i principi dell'umanità. Erano artifizi
ingenui, fanciullaggini pietose, colle quali procura di dare un'illusoria
soddisfazione al suo bisogno di riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi
nervi eccitati. Ma anche a questo modo raccoglie frutti assai poveri. Nelle
lettere di Giacchi, non è parola che provi che costui avesse intesa una sola
delle dottrine di V. o che almeno le avesse considerate con serio interesse.
Gaeta, dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere più ammirate che intese
le opere di lui; e, certamente, non le aveva neppur lette, tutto occupato ad
ammirare la propria prosa. Solla, nel quale V. sembra riporre tante speranze,
giudica l'orazione pella morte di Cimini cosa superiore a tutte le altre opere
dell'autore e alla stessa Scienza. Un simile incauto complimento rivolge a V.
un altro ammiratore, pur caldo e affettuoso, Esteban. Lodi generiche o banali
gli giungevano talvolta, ma più spesso per In Autob. darà vano, ostinati, la
trascuranza e il silenzio, in ricambio di alcuno dei tanti esemplari delle
proprie opere, che invia non solamente ai letterati di Napoli, ma a quelli di
Roma, di Pisa, di Padova, anzi di Germania, di Olanda, d'Inghilterra: ne manda,
perfino, a Newton. Egli ottenne, tutt'al più, di farsi considerare erudito tra
centinaia di eraditi e letterato tra migliaia di letterati: dotto uomo,
insomma; ma niente altro. Senza dubbio, V. ebbe, tra i modesti, tra gl’oscuri,
tra i giovani, schietti ammiratori. Di costoro era il poeta, poi oratore sacro,
Angelis; i già ricordati Solla ed Esteban; Concina di Padova; e altri pochi.
Ma, se il loro affetto era grande, la loro intelligenza era scarsa. Anche il
Concilia confessa, in mezzo i1 fervore dei suoi entusiasmi, di non intendere
troppo bene: I HAVE NO IDEA WHAT THIS MEANS – I HOPE YOU DO Oh quanti
fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono per entro! Cosi avessi io talento da
farne uso e da comprendere il fondo ed il mirabile artificio, che panni
alquanto di ravvisare! Il miglior ufficio, che codesti amici potessero
adempiere, era di lenire con parole buone, se non con intima corrispondenza di
pensieri, l'animo esacerbato di V. Cosi fa Esteban, concludendo la lettera
nella quale procura di rimediare a quel che gli era scappato dalla penna a
proposito dell'orazione per Cimini, e ripete frasi che aveva dovuto cogliere
sulla bocca del maestro: Vivete sicuro che il providente, per canali da V. S.
non immaginati, farà sorgere a V. S. una fonte perenne di glorie immortali!
LodoV., autore del distico, che si legge sotto il ritratto di V., ricevuta la
Scienza Autob., In Autob., nuova, manda all'autore, con pratico senno, un po'
di vino della cantina e un po'di pane del forno della casa della Nunziatella,
con una graziosa letterina nella quale lo prega di accettare codeste cosucce,
comeché semplici, quando né pure il bambino Gesù rifiuta le rozze offerte
de'rustici pastorelli. E gli suggeriva di aggiungere nella simbolica dipintura
che precede l'opera, accanto all'alfabeto, un piccolo nano in atteggiamento di
chi ammirando ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto con
significante dieresi il nome: Lodo-V.! Tra i tanti giovani della sua scuola,
erano alcuni, tutti pieni della dottrina di lui, pronti a difendere il maestro
a spada tratta T ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di giovani. Se
quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine o qualche parte delle
dottrine di V., se ne sarebbero vedute le tracce nella letteratura e nella cultura
della generazione che segui a V.; e, invece, non ne fu nulla o quasi. Appena
qualche sentenza, qualche affermazione storica, qualche concetto isolato e
superficialmente inteso fu ripetuto a Venezia da Conti, a Padova da Concina, da
Luzàn, il quale aveva dimorato a Napoli negli anni della pubblicazione della
Scienza, e qualche cosa di più nella patria dell'autore, da Genovesi e
particolarmente da Galiani. GÌ' invidi, i leggieri, i pettegoli, i
calunniatori, gl'inintelligenti eccitavano in V. scoppi di collera violenta. Di
questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo che con maniera
troppo risentita inveiva contro o gli errori d' ingegno o di dottrina o mal
costume dei letterati suoi emuli, che dove con cristiana carità, e da vero fi i
In Autob., losofo, o dissimulare o compatirgli. Ma, in fondo, quel peccato non
gli spiace: al pari di Dante, vi trova qualche bellezza. L'orazione per Cimini
contiene una specie d'inno alla collera, alla collera eroica, che negli animi
generosi co' suoi bollori turbando e dall'imo confondendo ogni mal nata
riflessione della mente, da cui nasce la razza vile della fraude, dell'inganno,
della menzogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e fidi, e si, interessandoli
della verità, li arma forti campioni della ragione incontro ai torti ed alle
offese. Benché nello scrivere si guardasse a tutto potere dal cadere in quella
passione, la collera si sente tumultuare mal repressa nelle lettere private, in
tutte quelle punte contro i dotti cattivi, che amano più l'erudizione che la
verità, contro il comune degli uomini che è tutto memoria e fantasia, e via
dicendo. Nella conversazione poi, era, a quel che sembra, mordacissimo. Quando,
Romano pubblica un libro contro la tesi di V. relativa alle dodici tavole, V.,
racconta Romano medesimo, sebbene vi fosse stato trattato coi titoli di
dottissimo e di celeberrimo e con ogni altra dimostrazione di reverenza, ci
addenta in maniera che fu di ribrezzo e di orrore a chiunque vi si trovò
presente, vedendo egli di malissima voglia che un garzone come noi si fusse con
lui cimentato. Ma agli scoppi di collera s’alternavano le ricadute nella più
profonda tristezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato che
l'ingiusto odio altrui creò sovente, onde si era np i Opp-ì eJ. Ferrari,
Autob., In Autob., partato dal consorzio umano a vivere solo con sé stesso. Da
quel torpore si riscoteva, talvolta, per qualche istante: Poi ricaggio in me
stesso, e da mie gravi cure sospinto a tornar là dov'era, di me, non per mia
colpa, ho da dolermi. Eppure, fra tanti tormenti e contrarietà e delusioni, in
mezzo a questa tristezza che veniva frequente a ricoprirlo dei suoi neri veli,
V. provò una delle più alte felicità dell'uomo: quel vivere di meditazione
scevra e pura di passione, che allora senza la compagnia tumultuosa e grave del
corpo vive veramente l'uomo solo; quella vita di sicuro possesso, perché
medesimata coll'anima, sempre presta e presente, che gli dimostra il suo essere
fisso nell'Eterno che tutti i tempi misura, e spaziante nell'infinito che tutte
le finite cose comprende; e si il colma di una eterna immensa gioia, non in
certi luoghi invidiosamente né in certi tempi avaramente ristretta, ma che
senza uggia di emulazione, senza tema di scemamento, per ciò unicamente in esso
lui accrescere si potrebbe se ella fosse tuttavia a più e più umane HVMANIORES
menti comunicata e diffusa. Della verità raggiunta non dubitò mai, pur
continuando sempre a elaborarla: sopra il sistema presentato nel libro del
Diritto universale la sua mente, egli dice, riposa sodisfatta. Le fatiche, e
gli stessi dolori che aveva cosi acerbamente sofferti, gli erano cari, perché
attraverso di essi era pervenuto alle sue scoperte: In Autob., Opp., ed.
Ferrari, Lettera a Giacchi in Autob., Benedico ben anni da me spesi nella
meditazione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversità della mia fortuna e
le remore che mi facevano gli esempli infelici degl'ingegni, che han tentato
delle nuove e gravi discoverte. Come poteva non benedire quelle fatiche e quei
dolori e quelle avversità, se ogni qual volta si solleva dal tumulto passionale
dell'uomo empirico e dalle lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostra la
necessità ineluttabile e di quanto egli aveva operato e di quanto aveva
sofferto, e l'ima e l'altra necessità strette in modo tra loro da formarne una
sola e indivisibile? La sua stessa dottrina filosofica gli porge dunque la
medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi liberatrice: quella
dottrina che aveva per centro l'idea del providente immanente o, come si disse
poi, della necessità storica. Sia pur sempre lodato il providente, che quando
agl'infermi occhi mortali sembra lui tutto severa giustizia, allora più che mai
è impiegato in una somma benignità! Perché da questa opera io mi sento aver
vestito un nuovo uomo e provo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della
mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere
che mi ha fatto tal'avversa fortuna; perché questa moda, questa fortuna mi
hanno avvalorato e assistito a lavorare quest'opera. Anzi, non sarà per
avventura egli vero, ma mi piace che fosse vero, quest'opera mi ha informato di
un certo spirito eroico, per lo quale non più mi perturba alcun timore della
morte e sperimento l'animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente,
mi ha fermato come sopra un'alta adamantina ròcca il giudizio Lettera a Corsini
in Autob., di Dio, il quale fa giustizia alle opere d'ingegno colla stima dei
saggi, degli uomini cioè di altissimo intendimento, di erudizione tutta propria,
generosi e magnanimi, intenti a conferire opere immortali nel comune delle
lettere, che sempre e da per tutto furono pochissimi. Il providente gli mostra,
dunque, la necessità di tutto ciò che gli era accaduto e ancora gli accade
nella vita, e, inculcandogli la rassegnazione, gli promette la Gloria. Cosi
l'uomo collerico diventa perfino tollerante: di quella tolleranza, di quella
indulgenza superiore che non è da confondere col volgare tollerantismo.
L'Università, nella quale aveva sperato fare avanzamento e verso cui aveva
rivolto il pensiero nel comporre le prime opere, non aveva voluto sapere di
lui; ed egli si era tutto ritirato in sé stesso a meditare la Scienza. Dunque,
dice con sorriso in cui si sente ancora alcunché d’amaro, questa mia opera io
la debbo all'Università, che, riputandomi immeritevole della cattedra e non
volendomi occupato a trattar paragrafi, mi ha dato l'agio di meditarla: posso
io avergliene più grado di questo? Un amico, il fiorentino Sostegni, in un
sonetto a lui indirizzato, usciva in parole di biasimo contro la città di
Napoli, che aveva tenuto in poco conto il suo gran figlio. E V., nella
risposta, giustifica con nobili parole la patria, dura con lui perché molto da
lui aspettala e molto aveva voluto ottenerne: In Autob., Lettera a Giacchi in
Autob..Severa madre non vezzeggia in seno figlio, che ne fia poscia oscura e
vile; ma grave in viso ancor l'ode e rimira. Da questa condizione di spirito
nasce l’Autobiografia, opera che è stata mal giudicata e del tutto fraintesa da
Ferrari, il quale vi biasima il teleologismo dominante e vi lamenta la mancanza
di una spiegazione psicologica della vita di V. Come se V. medesimo non avesse
professato che l'aveva scritta da filosofo! E che cosa significa scrivere da
filosofo la vita d’un filosofo, se non intendere l'oggettiva necessità del suo
pensiero e scorgerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento che lo
pensò, non apparivano del tutto chiari? V. medita nelle cagioni cosi naturali
come morali, e nell'occasioni della fortuna; medita nelle sue ch'ebbe fin da
fanciullo o inclinazioni o avversioni più ad altre spezie di studi che ad
altre; medita nell'opportunitadi o nelle traversie onde fece o ritardò i suoi
progressi; medita, finalmente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi diritti,
i quali poi avevangli a fruttare le riflessioni, sulle quali lavora l'ultima
sua opera della Scienza, la qual appruovasse tale e non altra aver dovuto
essere la sua vita letteraria. L' Autobiografia di V. è, insomma,
l'applicazione della Scienza alla biografìa dell'autore, alla storia della
propria vita individuale – H. P. Grice, Prejudices and predilections; which
become, The life and opinions of H P. Grice; e il metodo ne è, quanto
originale, altrettanto giusto e vero. Che poi V. riuscisse solo in parte nel
suo assunto, e, cioè, non potesse fare la critica e la storia di sé stesso come
sono in In Autob., Nell'introd. Opere. Autob., grado di farla i critici e gli
storici odierni, e altrimenti saranno quelli futuri, è troppo ovvio perché vi
si debba insistere. L'Autobiografia termina anch'essa con una benedizione alle
avversità, un riconoscimento del providente e una certezza di fama e di gloria.
Negli ultimi anni di sua vita V., aggravato dalla vecchiaia, dalle domestiche
cure e dalle malattie, rinunzia affatto agli studi. Da la tremante man cade il
mio stile e de'pensier s'è chiuso il mio tesauro, esclama in due versi, pieni
di lacrime, di un sonetto. Prepara allora, per una possibile ristampa, le
aggiunte e correzioni alla Scienza, e le incorporò nel definitivo manoscritto
dell'opera; pensò per un momento di mettere a stampa l'operetta De cequilibrio
corporis animantìs, composta molti anni prima e che andò poi smarrita; adempiè
ancora a qualche obbligo di uffizio, come, all'orazione pelle nozze di re Carlo
Borbone. Il figliuolo cominciat a sostituirlo nella scuola, e riceve
definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritira. Vive V. tra i suoi,
come un soldato exacta militici, nel ricordo delle battaglie combattute, nella
coscienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva, Autob., In Autob.,
sonetto pellle nozze di Sangro Autob., ed. cit., Sec. tuppL, In Aidob.y ogni
giorno, qualche ora di lettura dei classici latini da lui più amati e studiati
un tempo. E, in questo suo tramonto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento
dei tormenti: quello che straziò negli ultimi anni di vita un filosofo tanto di
lui più fortunato, Kant, ansioso di dare séguito e compimento al suo sistema
filosofico e consumantesi in una sterile lotta coi pensieri che gli sfuggivano
e le parole che non più gli obbedivano. V. aveva detto tutto ciò che doveva
dire, e conobbe da sé stesso, quale grande storico di sé stesso, il momento in
cui il providente aveva terminato in lui l'opera sua, chiudeva il tesoro dei
pensieri che gli aveva cosi largamente aperto per tanti anni e gli comanda di
deporre la penna. La narrazione delle vicende alle quali anda soggetta la fama
di V. non dev'essere sostituita o frammischiata all'esposizione e giudizio del
pensiero di V., perdendo di vista la storia della filosofia propriamente detta
o turbandola colla storia della cultura. Ma anche quando poi si passi a questa
seconda storia, bisogna guardarsi da un altro genere di errore: dalla pretesa
di giungere a determinare, mercé quella narrazione, se l'opera di V. fosse o no
culturalmente utile, e quanti gradi di utilità le si debbano riconoscere.
Siffatta indagine è priva di significato e la corrispondente misurazione
impossibile et eseguire; perché, se ben si consideri, un unico discepolo può valere
le decine e le centinaia, un effetto solo prodottosi dopo secoli compensare
un'efficacia ritardata per secoli, un oblio immeritato riuscire altrettanto
memorabile e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una mede Restringo in
breve i principali risultati delle ricerche da CROCE fatte sull'argomento ed
esposte nella Bibliografia di V. e nei annessi Supplementi, ai quali lavori
rimando per maggiori particolari e pella documentazione delle cose che qui si
affermano. sima verità, scoperta due volte in modo indipendente, da questa
stessa duplicazione e apparente superfluità ricevere come il crisma della sua
ineluttabile necessità. L'opera di V., si è concluso di solito, fu del tutto
inutile, perché apparsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta sconosciuta
o giunta a notizia quando non poteva insegnare più nulla. E, col dire ciò, si è
blasfemato contro la storia, la quale non ammette nulla d'inutile ed e sempre,
in ogni sua parte, opera, avrebbe detto V., del providente, alle cui ampie
utilità non è lecito applicare piccole misure umane, corte di una spanna. Ebbe
V. rinomanza, lettori, intenditori e seguaci? Si è risposto, con pari
risolutezza, no e si; e, a provare la risposta affermativa, si sono andati
raccogliendo con molta diligenza i ricordi che del nome e delle dottrine di V.
si trovano sparsi negli scritti dei filosofi, accumulando sospetti e indizi su
tracce inconfessate delle sue idee, che si scorgerebbero in libri. Ma un
pensatore come V. non si può dire propriamente conosciuto se non quando di lui
sia stato còlto il pensiero fondamentale e risentito lo spirito animatore. Ora
la maggior parte dei fatti arrecati a documento dell'efficacia dell'opera sua
concernono dottrine particolari, che, avulse dal complesso, furono accettate o
contestate né più né meno di quelle di qualsiasi altro critico ed erudito o
dicitore di paradossi del tempo suo. Tale è il caso, in primo luogo, della
teoria circa l'origine della legge delle dodici tavole, discussa nella polemica
che s’agita fraTanucci e Grandi, oppugnata da Romano, accolta nella Gallia da
Bonamy e rammentata da Terrasson; delle interpretazioni storiche circa i primi
tempi di Roma, ricordate da Chaslellux, seguite e svolte da Duni e, attraverso
costui, sfruttate da Bignon; delle ipotesi sulla preistoria e sulle origini
dell'umanità, adoperate e alterate da Boulanger nella Gallia e da Pagano in
Italia; dei concetti storici e politici, e di quelli sulla poesia e sulla
lingua del LAZIO che si trovano presso Galiani, Pagano, Cesarotti e qualche
altro. Questione pili sostanziale era quella del metodo di studiare e giudicare
le istituzioni politiche e le leggi; pella qual parte Montesquieu fu messo a
paragone con V. e accusato di essersi valso largamente della Scienza senza
citarla. È ormai accertato che Conti in Venezia consiglia al futuro autore
dell'Esprit des lois, come risulta dai diari di quest'ultimo, di comprare a
Napoli il libro di V.: consiglio che fu certamente messo in atto quando
Montesquieu si reca a Napoli, perché un esemplare della Scienza si serba ancora
nella biblioteca del castello de la Bròde. Ma ingegno troppo diverso rispetto
al V., e troppo meno profondo, era quello dello scrittore gallo, da trarre
vitale nutrimento da un'opera come la Scienza; e i vestigi d' imitazione, che
si è creduto di scorgere nell'Esprit des lois, sono assai contestabili e, in
ogni caso, di scarsa importanza. Deve dirsi, per altro, che il merito
generalmente attribuito al Montesquieu, di avere introdotto l'elemento storico
nel diritto positivo, prendendo per tal modo a considerare in guisa veramente
filosofica, come poi scrisse Hegel, la legislazione, quale momento dipendente
di una totalità in rapporto a tutte le altre determinazioni che formano il
carattere di un popolo o di un'epoca; questo inerito, in ordine cosi di tempo
come di eccellenza, spetta invece a V. Come Montesquieu pella scienza della
legislazione, cosi Wolf pella questione omerica, fu sospettato di essersi
giovato tacitamente delle speculazioni di V. Ma Wolf, quando die fuori i
Prolegomena ad Homerum, ignora, almeno direttamente, la Scienza, che non
conobbe se non di nome e poi di fatto pel dono che di quel libro gli fece
Cesarotti. È da notare per altro che i concetti di V. circa il carattere
barbarico e la mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico erano, forse per
opera di Galiani, divulgati dalla Gazette Uttéraire de l'Europe del Suard e
d’Arnaud; e, meglio ancora, che la Scienza era conosciuta e adoperata dal
filologo e archeologo Zoega, il quale la cita in un suo saggio su Omero; e che
con Zoega teneva carteggio Heyne, il quale accusò poi Wolf di avere attinto
alle sue lezioni pella teoria presentata nei Prolegomena – cf GRICE CAJOLED --
IN THE NEW WORLD -- e, in verità, sin d’anti, manifesta l'idea di una genesi
graduale dei poemi omerici; e, infine, che quelle teorie già si profilavano in
Wood e in alcune memorie di Merian. I concetti di V. con o senza il nome del
loro autore – SIDONIO, IMPLICATURA -- erano dunque penetrati in qualche misura
nell'ambiente filologico; e Wolf ne ebbe indubbiamente un certo sentore
indiretto. E, in ogni caso, resta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da
tutti coloro che hanno studiato la questione: che la teoria omerica, cosi come
si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non wolfiana ma vichiana, GRICEIANA
perché tale è veramente in quasi tutti i suoi tratti fondamentali. Del resto,
Wolf, filologo di gran lunga superiore a V. ma anch'esso pensatore assai minore
– KRETZMANN ON GRICE --, non era in grado d'intendere le motivazioni ideali che
avevano condotto il suo predecessore a quella dottrina intorno a Omero; com'è
chiaro dall'articolo, alquanto superficiale, che vi scrisse intorno. Certamente
a Napoli fu in molti una confusa coscienza della grandezza dell'opera di V.; ma
in che propriamente questa grandezza consistesse non si sa determinare, perché
facevano ancora difetto l'esperienza e la preparazione adeguate. E fuori
d'Italia, e in Germania in particolare – i tedeschi amano gl’italiani --, dove
questa preparazione c'era, o almeno ce n'era assai di più, l'opera di V. rimane
generalmente sconosciuta, in parte per il discredito di NAPOLI in cui erano
caduti i libri italiani, in parte pelle difficoltà che lo stile di V. offre
agli stranieri. Quando la Scienza capitò tra le mani di uomini atti a
comprenderla, sembra come se il caso si divertisse a impedirne loro la seria
lettura e l'intelligenza. Hamann si procurò la Scienza da Firenze, in un tempo
in cui si occupava di economia e di fisiocrazia, immaginando che vi si
trattassero tali materie; e rimase deluso quando, nella scorsa che le dette, si
avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche, eseguite per giunta
con scarsa acribia. Goethe l'ebbe a Napoli, con grandi raccomandazioni, da
Filangieri e la porta seco in Germania e la presta a Jacobi; ma solo per una
felice combinazione, piuttosto che per una vera conoscenza o per un chiaro
intuito, avvicinò il nome di V. a quello di Hamann. Herder, che anch'esso
conobbe l'opera di V. non forse mercé l'accenno fattogliene da Hamann nel loro
carteggio, ma piuttosto nel suo viaggio d'Italia, ne discorse in termini
affatto generici e senza avvertire nessuno dei molteplici rapporti che a V. lo
stringevano, in ispecie nelle dottrine sulla lingua del LAZIO e sulla poesia. I
soli che veramente penetrassero la tendenza fondamentale di V. e, pur senza
volerlo, ne riconoscessero la genuina grandezza, furono, a nuova conferma della
salda contestura spirituale del cattolicesimo, gli avversari cattolici, che
egli, allora, ebbe in buon numero: Romano, Lami, Rogadei, e sopra tutti,
Finetti. Videro costoro che V., nonostante i suoi fermi propositi di ortodossia
religiosa, coltiva un' idea del providente affatto difforme da quella della
teologia cristiana, e di Dio fa continua menzione a parole, ma non lo lascia
poi operare effettivamente, come Dio personale, nella storia; che distacca con
taglio cosi netto storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina
affatto naturale e umana delle origini della civiltà, mercé lo stato ferino, e
di quelle della religione, mercé il timore, il pudore e l'universale
fantastico, laddove la dottrina tradizionale cattolica ammette una certa
comunicazione tra la storia sacra e la profana, e nella religione e civiltà
pagana riconosce il lievito operante di una qualche notizia,sia pur vaga, della
primitiva verità rivelata; che, pure protestando di accogliere e rafforzare
l'autorità della Bibbia, egli la mina e scrolla in molti punti; che la sua
critica alla tradizione storica profana, condotta con spirito superbo di
ribellione al passato, poteva aprire l'adito a dannosissimi abusi, perché
istiga ad applicare il medesimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece
poi Boulanger. Un'invettiva, insomma, nella quale erano già accuratamente
indicate tutte le parti che dovevano dipoi entrare a comporre il grandioso
elogio che s’avrebbe indirizzato a V.. Nacque per tal modo tra gli uomini di
chiesa una certa diffidenza verso questo autore; di che, tra l'altro, fu
effetto più tardi, al tempo della restaurazione, la polemica anti-V. di
Colangelo, preceduta da un giudizio di Giustiniani, che dice la Scienza: un
libro il quale da luogo a segnare un'epoca molto infelice in Europa. La critica
dei cattolici contro V. porse materia a un libro assai istruttivo di Labanca:
più oltre in questo volume. Quasi a contrasto, tra i filosofi che in Napoli
coltivano con ardore gli studi sociali e politici e s’accingevano all'opera
attiva della imminente rivoluzione, V. comincia a essere considerato come
filosofo anticlericale e anticattolico, e sorse la leggenda che V. avesse di
proposito e per accorgimento reso oscuro il suo libro per salvarsi dalla
censura ecclesiastica. Quei filosofi presero a leggere e a vantare la Scienza;
disegnarono di ristamparla, perché era divenuta rara, colle altre opere
dell'autore e cogli scritti inediti; prepararono lavori espositivi e critici
sul sistema filosofico e storico di V.; taluno, come Pagano, si prova a
rielaborarlo mescolandolo colle idee del sensismo gallo, e tal altro, come
Filangieri, benché molto lo ammirasse, non ne fu distolto dai sogni del più
roseo riformismo; il tedesco Gerning, che capita a Napoli, nota questo fervore
di studi intorno a V. e augura una traduzione o almeno un estratto tedesco
della Scienza. E quando la caduta della repubblica napoletana spinse quei
filosofi, quelli, tra essi, che scamparono dalle stragi e dai patiboli della
reazione borbonica, agli esili nell'Italia superiore e specialmente in
Lombardia, la fama di V. ebbe i suoi primi ardenti apostoli e missionari.
Cuoco, Lomonaco, Salii e altri patrioti meridionali fecero conoscere la Scienza
a Monti, che ne toccò nella sua prolusione universitaria di Pavia; a Foscolo,
che ne accolse parecchi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di critica;
a Manzoni, che dove poi istituire nel Discorso sulla storia lombarda un celebre
raffronto tra V. e Muratori; e ad altri minori. Cuoco informò intorno a V.
Degérando, che allora lavor alla sua Histoire comparée des sgstèmes
philosophiques; un altro esule, Angelis, mette la Scienza tra le mani di
Michelet; Salti discorre di V. negli articoli della Revue encyclopèdique e in
volumi ed opuscoli scritti in francese. Anche per suggerimento di quei
napoletani, fu a Milano ristampata la Scienza; e altre edizioni e raccolte di
opere minori vicinane non tardarono a comparire. Per tali vicende, V., da
reputazione quasi esclusivamente municipale e napoletana, pervenne a
reputazione nazionale e italiana. Senonché, conforme alle loro personali
disposizioni e alle tendenze del tempo, il primo e principale ammaestramento
che i patrioti studiosi di V. trassero dal suo pensiero, fu POLITICO o di
filosofia politica; e cioè, la critica di quel giacobinismo e di quel
filo-gallismo che avevano fatto cosi cattiva prova negli avvenimenti a Napoli.
Il pensiero di V. li guida a concetti più concreti, e generò un'opera di
capitale importanza, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana di Cuoco.
Similmente, Ballanche, nei suoi Essais de palingénesie sociale, scrive che V.,
se fosse stato noto nell Gallia piu temprano avrebbe esercitato un'azione
moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali che seguirono. Un altro
particolare aspetto di V., la riforma ch'egli inizia della metodologia storica
e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito e lumeggiato da
Iannelli nel libro: Sulla natura e necessità della scienza delle cosa e delle
storie umane. Foscolo principalmente, e coloro che da lui presero ispirazione,
fecero penetrare nella critica e storia letteraria qualcosa delle concezioni di
V. sulla interpetrazione storica della poesia. Invece, in Germania, Jacobi, che
aveva letto il De 1 quali V. trasse un opuscolo: De (Equilibrio corporis
animantis, che molti anni dipoi pensa di pubblicare e che è andato perduto;
onde di quelle, come delle sue speculazioni di fisica, che dovevano costituire
il Liber physicus, non si sa altro se non ciò che egli stesso dice
nell'autobiografia. Tralasciando gli scritti rettorici e per commissione, dei
quali il più esteso è il De rebus gestis Antonii Campitevi, Napoli, Mosca, i
nuovi frutti del suo pensiero, che si andò concentrando sui problemi morali e
storici, prima accennati in una prolusione della quale il sommario è
nell'autobiografia, furono condensati da V., in italiano, in un programma a
stampa di quattro pagine fitte a due colonne, noto sotto il nome di Sinopsi del
diritto universale, e svolti nell'ampia trattazione: De universi iuris uno
principio et fine uno liber units, Napoli, Mosca, compiuta l'anno dopo dal
Liber alter qui est de constantia iurisprudentis, e accresciuta dalle Kotce in
dioos libros, ecc., che rappresentano un ulteriore avanzamento; la quale opera
si suole designare nel suo complesso, seguendo l'esempio dello stesso autore,
col nome di Diritto universale. Questo libro, secondo Cantoni rappresenta il
culmine dell'attività scientifica di V.: giudizio non meno inaccettabile del
precedente. L'autore (Opp.) rifiutò il diritto universale, perché gli pare che
vi perdurassero il pregiudizio e la pretesa di scendere dalla mente di Platone
e degli altri filosofi a quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe
errato in alquante materie ma lo disse anche a ragione, abbozzo della Scienza,
qual è veramente. Le idee sulla poesia vi sono ancora perplesse, Omero non vi è
ancora un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel che divennero
poi, per l'origine delle XII tavole s’affaccia un'ipotesi ibrida, la teoria del
ri-corso vi è appena debolmente adombrata, e insomma cosi la storia ideale
eterna come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono ancora immature.
L'opera è rifusa nelle posteriori, salvo ciò che riguarda la generale filosofia
etica e giuridica, che non è molto originale, e salvo alcuni svolgimenti
storici che nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno. È andato
perduto il manoscritto di un'opera italiana, divisa in due libri, in cui V.
espone le sue dottrine per via negativa, ossia con metodo prevalentemente
polemico. In modo positivo, invece, e in forma concisa, le espose nei Principi
di una Scienza intorno alla comune natura delle nazioni, pella quale sì ritrovano
i principi di altro sistema del diritto naturale delle genti, Napoli, Mosca,
che sono coKOsciuti colla denominazione, anche questa proveniente dall'autore
medesimo, di scienza. Nello stesso anno in cui pubblicò la scienza V. narra la
storia dei suoi studi: Vita di V. scritta da sé medesimo, che fu inserita nella
Raccolta di opuscoli scientifici e filologici di Calogerà, Venezia, Zani. Dei
minori scritti di questo periodo sono notevoli altresì le due orazioni in morte
della contessa di Althann e della marchesana della Petrella Angiola Cimini; il
volumetto Vici vindicice, Napoli, Mosca, contenente una difesa di carattere
personale, con un'importante digressione teorica sul riso, contro una maligna
noterella inserita negli Acta lipsiensia intorno alla Scienza; e alcune lettere
bellissime a Giacchi, a Angioli, a Esperti, a Vitry e a Solla, sul contrasto
tra la sua opera e le condizioni degli studi a quel tempo. Alla scienza V.
pensò di aggiungere una lunga serie di Annotazioni, effettivamente poi scritte
ma andate disperse, in una ristampa che se ne prepara a Venezia. Ma poiché
questa non ebbe più effetto e, d'altro canto, quel libro non lo soddisfaceva se
non proprio pelle materie, egli dice, pell'ordine tenuto, Opp., si risolse a
dare un'esposizione affatto nuova delle sue dottrine nei libri de' principi di
una Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, in questa impressione
con più propia maniera condotti e di molto accresciuti, Napoli, Mosca, che
formano la scienza. Quantunque Cantoni consideri quest'opera come una
variazione del pensiero di V., essa è invece il risultato necessario e la forma
perfetta a cui mettono capo i tentativi precedenti; ed è il libro che, insieme
col De antiquissima e coll'autobiografia, basta a fornire tutto l'essenziale
pella conoscenza del pensiero di lai. Nel Diritto universale e nella Prima
scienza nuova si può spigolare soltanto qualche particolare dipoi tralasciato;
ma, pel resto, vi compaiono le medesime dottrine della scienza in un modo meno
profondo e meno sicuro, e, certamente, meno vichiano. Il confronto particolare
tra queste tre opere fu eseguito con diligenza nei sommarietti apposti da
Ferrari alle sue edizioni della scienza; e moltissimi altri riscontri e più
particolareggiati possono vedersi ora nella edizione della Scienza, curata da
Nicolini. Anche alla redazione V., senza quasi più mutarne l'ordine e la
sostanza, andò facendo molte variazioni e aggiunte, che poi incorporò per gran
parte nel testo in un manoscritto definitivo, sul quale fu condotta l'edizione
dei Principi di una Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, uscita
dopo la morte di V.—GRICE STUDIES IN THE WAY, Napoli, nella stamperia muziana.
Sono serbati nella Biblioteca di Napoli gli autografi cosi di questo
manoscritto come di altri anteriori di aggiunte e correzioni, dai quali
trassero alcuni brani rimasti inediti Giordano, Napoli, e Giudice, Napoli, e
ora tutti i brani inediti e le varianti ha estratto Nicolini pella sua
edizione. Dopo la scienza, V. scrisse pochissime cose notevoli, tra esse,
l'orazione De mente heroica, Napoli, l'aggiunta all'autobiografia e alcuni
sonetti, nei quali, sebbene composti, come quasi tutti i suoi versi, per
occasione e commissione, risuona, qua e là, una nota personale. Degli scritti
minori di V. si fecero raccolte, una delle sole Latince orationes, a cura di
Daniele, Napoli, e l'altra, ricca di cose inedite ma non esente da
raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e latini, a cura del
marchese di Villarosa, Napoli. Villarosa ebbe tutto ciò che avanza delle carte
di V. dal figliuolo di costui, Gennaro; e i preziosi autografi si serbano
ancora a Napoli in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e incenzo, de
Rosa di Villarosa. Delle Opere complete la prima, e si può dire unica edizione
perché riprodotta in tutte le altre, è quella di Ferrari, Milano, Classici
italiani, ristampata con qualche miglionnento. Le Opere a cura di Corcia,
Napoli, tipografia della Sibilla, sono, invece, una scelta; e le Opere a cura
di Preclari, Milano, Bravetta, si arrestano al primo e disordinato volume.
Incompleta e disordinata è anche l'edizione di Napoli, Iovene, che segue
l'edizione di Ferrari, ma pur contiene qualche bazzecola inedita. Materialmente
condotta sulla ferrariana, e poco corretta, è l'edizione napoletana delle Opere
presso la tipografia dei Classici italiani, e Morano; la quale, per altro, e la
più completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Istituzioni oratorie e le
Orazioni latine edite da Galasso, che vennero fuori dopo l'edizioAe Ferrari);
vi sono aggiunte anche versioni italiane del De ratione, del De antiquissima e
del Diritto universale, a cura di Pomodoro. Scritti inediti o sparsi di V., non
compresi in nessuna di tali edizioni, sono raccolti nel Croce, Bibliografìa
vichiana e supplementi, e ricerche e in un opuscolo di Donati: si veda più
oltre. Una edizione critica della scienza è stata pubblicata nella Collana dei
classici della filosofia moderna diretta da Croce e Gentile, Bari, Laterza. È
dovuta a Nicolini, che si e valso per essa degli autografi ed ha arricchito
l'edizione Ferrari, che contene solo i brani soppressi, di tutti i brani delle
redazioni intermedie fino al testo; ha, inoltre, riscontrato le citazioni
vichiane e recato in nota i luoghi degli autori classici e moderni ai quali si
riferiva V.; additati i molti errori d'erudizione, procurando sempre che fosse
possibile di mostrarne la genesi; schiariti i punti oscuri col riferimento alle
altre opere di V.; e, finalmente, riforma, secondo un desiderio più volte
espresso anche da autorevoli letterati come Tommaseo, l'ortografia e la
punteggiatura. Dell'edizione ferrariana sono riprodotti in questa di Nicolini,
ma alquanto ritoccati, gli utili sommarietti. In un'ampia introduzione si
studia V. scrittore e si da notizia delle sue cessive redazioni e
rimanipolazioni della Scienza, escursi mostrano come V. giunse via via alla sua
teoria omerica e all'altra analoga sulla Legge delle XII Tavole; e le ricerche
sono agevolate da un minuto indice analitico. Lo stesso Nicolini, con Croce e
con Gentile, attende a una edizione delle Opere complete, che fa parte della
raccolta degli Scrittori a Italia del Laterza e il cui disegno e indice
particolareggiato si può leggere nel Croce, Supplemento alla Bibliografia
vichiqna. Di questa edizione sono stati pubblicati Le orazioni inaugurali, il
De italorum sapientia e le polemiche, a cura di Gentile e di Nicolini, e
L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di Croce. Le opere
latine di V. sono state più volte tradotte in italiano: il De antiquissima da
un anonimo, che forse fu Monti, e poi da Sarchi; il primo libro del Diritto
universale da Corcia, d’Amante, da Giani e da Sarchi, e tutti i due libri,
nonché il De ratione e il De antiquissima, da Pomodoro. La scienza fu tradotta
in gallo, ma molto abbreviata, da Michelet, col titolo Principes de la
philosophie de l'histoire, Paris, Renouard, e più volte ristampata, e di nuovo,
completa, da un anonimo che si designa come l'auteur de l'Essai sur la
formation du dogme catkolique e che fu la principessa di Belgioioso Cristina
Trivulzi, Paris, Renouard. Completa anche, e fornita di ottime note, è la
traduzione tedesca di Weber, Leipzig, Brockhaus, che suggerimenti e aiuti ebbe
da Orelli. In britannico, si ha solo la versione del libro su Omero, condotta
sulla francese di Michelet e inserita nell'opera di Coleridge, Introduction to
the study of the greek classic poets, London, Murray. Michelet traduce alcune
delle operette minori di V., che si accompagnano alla Scienza nell'edizione
CEuvres choisies de V., Paris, Hachette, e in ristampe. Del primo libro del
Diritto universale si ha un compendio in tedesco di Miiller, primo volumetto di
una serie non proseguita di Kleine Schriften di V., Neubrandeburg, Brùnslow. A
supplemento dell'autobiografia, Villarosa raccolse le notizie degli ultimi anni
della vita di V., e le mise come continuazione di quello scritto nella sua
edizione degli Opuscoli. Questo supplemento, e tutto ciò che di poi è venuto
fuori di documenti o di ricordi di contemporanei intorno a V., si trovano
raccolti nella edizione delle opere di V., intitolato: L'autobiografia, il
carteggio e le poesie varie, a cura di Croce, Bari, Laterza. Posteriormente,
alcune aggiunte, in Croce, Nuove ricerche, e Nuove curiosità storiche, Napoli,
Ricciardi, e nel volumetto di Donati. Le tre sole monografie intorno a V., che
possano ancora essere lette con frutto, quella di Ferrari, pur cosi benemerito
editore, La mente di V., è degna di essere pietosamente dimenticata, sono:
Croce, La filosofìa di V. Cantoni, V., studi critici e comparativi, Torino,
Civelli. Per alcune riserve Faggi, Rivista filosofica italiana, e Gentile,
Critica, Werner, V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien, Braumùller,
Zeitschrift far Philosophie und philos. Kritik, Flint, V. Edinburgh a. Londo.
Traduzione italiana di Finocchietti, Firenze. Dei lavori hi'cvi di carattere
generale hanno singolare pregio Spaventa, V., Prolusione e introduzione alle
lezioni di filosofia, Napoli, Vitale: opera ristampata col titolo: La filosofia
italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea, a cura di Gentile, Bari,
Laterza; Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, Morano; molte
ristampe, Fiorentino, Lettere sopra la Scienza, Firenze; ristampate in Scritti
vari, Napoli, Morano, Cauer, V. und seine Stellung zur modernen Wissenscìiaft
nel Deutsclies Museum, diretto da Prutz e Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs. Pella
trattazione più o meno larga di parti speciali sono da tenere presenti Wolf, V.
iiber den Homer nel Museum der Alterthumsicissenschaft, Berlino, Orelli, V. und
Nìebuhr nello Scìnceizerisches Museum di Aarau, Iannelli, Sulla natura e
necessità della scienza delle cose e delle storie umane, Napoli, Porcelli, e
Milano, Fontana, Amari, Critica di una scienza della legislazione comparata,
Genova, Istituto dei sordomuti. Intorno a questo libro Werner, E. A. in seinem
Verhàltniss zu V., Wien; dai Sitzung sberi elite der phil.-histor. Classe della
Accademia imperiale di Vienna, Acri, Teoria di V. intorno alle idee o
paradimmi, Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao; e con modificazioni
nel volume: Vidcbimus in aenigmate, Bologna, Mareggiani, Cenni, esposizione
della metafisica di V., del volume nel quale nessuno la cercherebbe, perché il
titolo suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del traforo del Gottardo,
Firenze, Cellini, Bouvy, De V. Cartesii adversario, Paris, Hachette, Bouvy, La
critique dantesque: Dante et V., Paris, Leroux, Sorel, Etude sur V. nel Devenir
social, Parigi; e si veda, altresì, dello stesso autore: Le système historique
de Renan Paris, Jacques, Labanca, V. e i suoi critici cattolici, Napoli,
Pierro, Rossi, V. nei tempi di V. Rivista filosofica italiana, Maugain, Etude
sur revolution intellectuelle de l'Italie, Paris, Hachette, Finsler, Homer in
der Neuzeit von Dante bis Goethe, Leipzig, Teubner, Gentile, Studi vichianì,
Messina, Principato. Contiene, tra l'altro, un'importante monografia su Lo
svolgimento della filosofia di V., Nicolini, Galloni e V., Giorn. stor. d.
leti. Hai., Divagazioni omeriche, Firenze, Ariani, Gemmingen, V., Hamann und
Herder, Inaugural dissertation, Bona-Leipzig, Noske, Scrocca, V. nella critica
di Croce, Napoli, Giannini, dal punto di vista cattolico. Donati, Autografi e
documenti vichiani inediti o dispersi, note pella storia del pensiero di V.,
Bologna, Zanichelli. Circa i lavori di CROCE precedenti su V., s’avverta che la
materia del capitolo sulla dottrina estetica vichiana, Croce, Estetica, Bari,
Laterza, è rielaborata; lo critto sull'Etica di V., Critica, è rifuso; e cosi quello
sui Lineamenti di storia, letteraria in V.; gli altri scritti sparsi hanno, in
genere, interesse solamente erudito, filologico o polemico. Posteriormente alla
prima ed. di questo libro, Croce pubblica Le fonti della gnoseologia vichiana,
Atti d. Acc. Pontan.; ristamp. nel voi. Saggio sullo Hegel e altri scritti di
storia della filosofia, Bari, La dottrina del riso e dell'ironia in V.,
ristamp., e la critica omerica, ristamp., Bianchini e V., ristamp. in
Conversazioni critiche, Bari, V. e Ferrari. Dell'influsso di V. sugli studi
italiani CROCE tratta ampiamente nella Storia della storiografia italiana,
Bari. Sulla posizione di V. nella storia della critica dantesca, v. La poesia
di Dante, Bari. Del resto, tutta la letteratura vichiana, con estratti dei libri,
opuscoli e articoli più rari e con documenti inediti, come tutte le più minute
notizie sulle edizioni degli scritti di V., si trovano raccolte nelle tre
memorie, alle quali più volte si è fatto riferimento: Croce, Bibliografìa
vichiana contenente il catalogo delle edizioni, traduzioni e manoscritti delle
opere di V., quello dei giudizi e lavori storico-critici intorno a V, lettere
inedite di V. e a V., documenti e altri scritti inediti o rari, e varie
appendici illustrative, Napoli; estratto dagli Atti dell'Accademia pontanianal
di Napoli; Supplemento alla Bibliografia vichiana, estr. dagli Atti cit., e
Secondo supplemento, estr. dagli Atti cit., riunite anche tutte e tre in un sol
volume col titolo: Bibliografia viciliana, raccolta di tre memorie presentate
all'Accademia pontaniana di Napoli, con appendice di Nicolini,Bari, Laterza.
Continuazione di queste memorie sono le Nuove ricerche sulla vita e le opere di
V. e sul vìchismo, Critica. Si veda anche Pella biografia di V., ora in Nuove
curiosità storiche, Napoli, Ricciardi.OPERE COMPLETE DI GENTILE A CURA
DELLA FONDAZIONE GENTILE PER GLI STUDI FILOSOFICI GENTILE OPERE,
GENTILE STUDI VICHIANI, edizione riveduta e accresciuta, cur. BELLEZZA, SANSONI,
FIRENZE Stampato in Italia. All’amico NICOLINI delle opere di V. editore
e illustratore diligentissimo e intelligente. GENTILE aaccolge in questo
volume, rivedendoli e introducendovi ai luoghi opportuni le aggiunte
consigliatemi da studi posteriori da GENTILE ed altrui, alcuni saggi
concernenti la storia del pensiero di V., la sua biografia e la sua
fortuna. Lo studio sullo svolgimento della filosofia di V. inaugura, li
pare a GENTILE, un nuovo genere di ricerche, che da GENTILE sono state
appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno all'origine e al
significato proprio delle idee di V. V. è stato studiato pell’innanzi in
relazione col suo tempo e colla filosofia dell crisi e post-crisi, ala
quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla cultura di certo non rimase
estraneo, e in essa pertanto bisogna pure che dallo storico sia collocato. V. è anche
e sopra tutto un autodidatta, che molto studia, a suo modo,di antichi
pensatori e filosofi italiani precedenti, alla cui tradizione attinse
taluni de’suoi concetti fondamentali, che elabora bensì e trasforma
profondamente, ma senza riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’
impronta originaria. E questa impronta GENTILE si è studiato di
rimettere alla luce. Palermo. fr. ca De di etnei L’edizione
contiene di più e di meno di quella previa. È un'aggiunta il sagio che
forma un capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul CUOCO, con relativa
appendice, entrato ora a far parte d'un mio volume dedicato a CUOCO,
pubblicato dalla Nuova Italia, Venezia. Ma gli altri saggi che sono nella
prima edizione qui sono tutti conservati, con correzioni e molte aggiunte rese
necessarie da nuovi studi, specialmente di NICOLINI. Al quale vedrà il
lettore quanto gli studi di GENTILE devono di nuove notizie ed osservazioni
sulla biografia e sulla cronologia vichiana. Roma. Degli scritti raccolti
in Studi su V., Il pensiero italiano nel secolo di V. consta di due
recensioni pubblicate nella Critica del CRCE.La prima fase della
filosofia di V. è la prima volta dato in luce nel vol. di Studi pubblicati
in onore di Torraca, Napoli. La seconda e la terza fase usce dapprima in
francese col titolo La philosophie di V. nella rivista France-Italie,
e in tedesco col titolo V.s Stellung in der Gesch. der europàischen
Philosophie, Monatsschrift Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di
Berlino. Dal concetto della grazia a quello della provvidenza è pubblicato
la prima volta nella prima edizione di questi Studi vichiani. Le varie
redazioni della Scienza nel Giorn. Stor.
d. letter. ital.; e sul Figlio di V. nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane,
Napoli, Pierro. Roma. L’edizione è accresciuta d’una Appendice,
in cui sono raccolti due discorsi e una relazione. V. nel ciclo delle
celebrazioni campane, è tenuto nell’aula magna della R. Università di
Napoli nel ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confederazione dei
professionisti e degli artisti, ed è pubblicato in Celebrazioni campane, Urbino,
nella Tiv. Leonardo e a parte nella Biblioteca del Leonardo, Firenze.
V. nel secondo centenario della morte è tenuto all'Accademia d’Italia, in
Firenze, è pubblicato nella Nuova Antologia. La relazione su Cartesio e V. È discussa
alla Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali,
storiche e filologiche, e quindi pubblicata negli Atti di quella
Accademia. Roma. IE AS SERIO A PRIZE I POSE I AES ROSI E PE 67
RS IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO di V. CI ie LL SEO Leopoldo
de’ Medici fonda l'Accademia del Cimento. Per la prima volta, dopo la
condanna di Galileo, scienziati italiani associano i loro sforzi allo
scopo di studiare la natura con ogni indipendenza, e di ripigliare,
contro i ciechi amici della tradizione, la lotta rimasta interrotta nel
1633, quando il maestro era stato condannato e aveva dovuto ritrattare la
dottrina dei Massimi sistemi. L’esempio degli accademici toscani è
imitato dagli Investiganti di Napoli; e nel ’68 è fondato a Roma il primo
Giornale de’ letterati, organo de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono
in voga in Italia Lucrezio e Gassendi. D'altra parte, verso
la metà del secolo seguente, Galileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i
suoi resti sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; sl fa una
pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato: Il metodo
sperimentale trionfa. La filosofia di Locke si diffonde per tutta la
Penisola, che vi resterà fedele per Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il
’50 si spengono gli scrittori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in quel
secolo: Fagiuoli, V., Giannone, Conti, Muratori e Zeno. Un valente
studioso francese, il Mougain, ha voluto studiare 1 lo svolgimento
intellettuale italiano durante I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution
intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ, Paris,
Hachette. Ted. ALZI -—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o. Tr
da (0...] questo periodo di fermento e di preparazione, in cui, tolto V.,
solitario, e dal Maugain, a dir vero, non abbastanza staccato dallo sfondo del
suo quadro, benché non possa non rilevarne l’opposizione alle idee
correnti del tempo, l’ Italia non produce nulla di originale !.
Essa lavora unicamente a riformare la propria cultura, liberandola dal
peso schiacciante della tradizione e procurando di partecipare alla vita
europea. Poiché il centro di questa vita, rimasto fin allora tra noi,
s'era già trasferito, dopo Galileo e dopo Campanella, in altri paesi. I
nomi più insigni che eccellono in questo secolo, più che alla storia
letteraria o alla storia della scienza, appartengono alla storia della cultura,
nel senso che danno i tedeschi a questa espressione; giacché, tolto
sempre V., non creano idee nuove; ripetono, commentano, difendono,
oppugnano, agiscono piuttosto sulla società che sulla scienza, anche se
preparino un nuovo sapere, come chi, agendo appunto sullo spirito del suo
tempo, promuove le condizioni favorevoli a un nuovo progresso reale
dello spirito. Soltanto la tradizione galileiana vive; ma vive
appunto delle idee che aveva messe in onore Galileo, definendo
filosoficamente i nuovi concetti della scienza naturale e della natura:
che furono per lui una nuova filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di
vita religiosa, di vita artistica, di vita filosofica dello spirito, in
cui ogni istante è una posizione nuova e una creazione, in cui
insomma lo spirito vive realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna
traccia cospicua. Questa atonia spirituale ci spiega la gran
fortuna incontrata al principio di questo periodo in Italia dal G assendi,
del quale attrae l’attenzione soltanto la concezione I Contro
questa tesi vedi ora gli studi che B. Croce vien pubblicando nella Critica
(1926): Il pensiero italiano nel Seicento. I quali per altro non
modificano sostanzialmente il concetto della filosofia italiana in quel
secolo, quantunque mettano giustamente in rilievo alcuni notevoli movimenti
d'idee finora poco noti.] meccanica, conforme, metafisicamente, al fiorente
naturalismo galileiano; e alla fine dal Locke, di cui si nota e si
apprezza principalmente l’empirismo, che giustifica anch'esso,
gnoseologicamente, la scienza sperimentale della natura, e, come allo
spirito dei gretti galileiani importava, questa sola. Cartesio sul cadere del
Sei e nei primi trent'anni del Settecento suscita entusiasmi e
opposizioni tenaci, fiere polemiche, un vivo appassionamento: ma non sveglia
nessuno spirito di filosofo. Gl’Italiani accettano e mettono in versi la
diottrica, la fisica, la fisiologia meccanistica di lui: ne adottano il
metodo, come assunto, meramente formale ed estrinseco, di libertà
di filosofare; assunto, che in Italia era trionfato nella storia viva
dello spirito scientifico fin dal primo affermarsi dell’ Umanismo; ed era stato
celebrato nella scuola del Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei
Lincei:, e non aveva quindi bisogno, in realtà, del nuovo puntello
straniero. Ma della metafisica cartesiana appena si bisbiglia; né se ne vede
scosso profondamente nessuno. Son dilettanti, che fanno della filosofia
un passatempo e un argomento di moda nei salotti (Maugain ricorda
Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe potuto ricordare anche Giuseppa
Eleonora Barbapiccola, traduttrice dei Principii di filosofia»: sono
medici, fisici e avvocati, i quali, compiacendosi degli ultimi portati
letterari della filosofia, polemizzano con gli uomini del mestiere,
legati Sempre, anima e corpo, alla Scolastica; 0 tutt'al più
Professori di filosofia, che cambiano autore, come oggi sì cambia testo
nei licei, senza nessuna profonda ragione
1 Vedi G. GABRIELI, JI) carteggio scientifico ed accademico fra
î primi lincei (1603-1630); nelle Mem. d. R. Acc. dei Lincei, cl. sc.
mor.. serie 68, vol. I, fasc. 2°, 1925. ? B. Croce, Supplem.
alla Bibliografia vichiana, Napoli. Incontreremo la Barbapiccola anche nello
scritto sul Figlio di V., cap. I. Sul Concina e sui suoi rapporti col V., cfr. V.,
Autobiografia, ed. Croce, indice dei nomi, al nome. spirituale, e che, per
difendere la loro infrazione alle tradizioni della scuola italiana,
scrivono anch'essi qualche libercolo pro e contro. La metafisica, in
realtà, sarebbe dimenticata, se non avesse una cattedra negli studi
pubblici; e Concina, nella sua prolusione a Padova, ringraziava il
governo veneto di non essersi arreso ai consigli di chi tentava far sopprimere
quella cattedra come inutile e indegna d’una sì illustre università *.
Il Maugain, che giustamente ha preso i Giornali dei letterati, che
in questo tempo si pubblicavano in Italia, a guida delle sue laboriose
ricerche, trovandovi l’eco continua delle questioni che si venivano
dibattendo tra le persone colte, avrebbe anche dovuto seguire la
storia dei principali insegnamenti nelle varie università, i quali
coi programmi e le provvisioni delle autorità, i libri degl’ insegnanti, le
loro polemiche e le attinenze rispettive coi loro avversari, sono
anch'essi i centri di riferimento della cultura temporanea. Pure la
fine del sec. XVII e la prima metà del successivo sono l’epoca del maggior
fiorire degli studi storici in Italia. È il tempo in cui il benedettino
Benedetto Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis
(1708), e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori
imprende arditamente la critica delle leggende agiografiche; Maffei distrugge
le favolose origini dell'ordine costantiniano e illustra con vasta
erudizione le antichità veronesi; Muratori, dopo avere indagato con
occhio di lince le antichità italiane del Medio Evo, mette insieme con
lena infaticabile e con sagace I MAUGAIN critica la sua monumentale
raccolta: per non dire dello stuolo numeroso dei minori eruditi, che
coadiuvano i maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la
compilazione dei giornali, la raccolta e la critica dei documenti. Come
si spiega questa vivacità d’interesse storico durante la stasi generale
della vita più profonda dello spirito, se nella storia si concentrano le
energie dello spirito, se la storia non è concepibile senza le grandi
passioni e senza quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi
pensiamo la storia come la stessa concretezza della filosofia. Il
Maugain, con giusto fiuto della verità, ricollega gli studi storici che
mettono capo al Muratori, e che più propriamente sono studi di erudizione, al
fiorire delle scienze sperimentali: Cette renaissance a lieu durani la
lutte décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent
sans contròle aucune proposition relative aux phénomènes naturels ou aux
étres organisés. Bien
mieux, plusieurs de ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la
première moité du XVIII’, se sont illustrés comme érudits,
connaissaient en détails et admiraient les progrès accomplis depuis
une centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois, ils y avaient
personnellement contribué ». E altrove, non meno giustamente, osserva che
V. si distingue non soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che da
tutti gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Penisola
prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani disdegnavano. Mais selon quelle méthode s’y livre-t-on
? On publie avec le plus grand soin des inscriptions, des textes
importanis et devenus rares. On reproduit par le dessin et l’on décrit
minutieusement des statues antiques, des médarlles, des monnaies. On les
examine de près pour fixer quelque point d’érudition jusqu'alors
incertain, on ne va plus loin; on a épuisé toute la curiosité dont on
était capable. I O. c. Tutto questo è
verissimo. Anche di recente abbiamo assistito a questo fenomeno del
decadere della filosofia nel momento stesso in cui risorgevano e
vigoreggiavano gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori
di questi raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al metodo
delle scienze sperimentali, o, come questa volta si diceva, della
filosofia positiva: raccostamento, che aveva un lato di vero in quanto
positivismo e metodo storico, ciascuno a modo suo e nel suo campo, si
proponeva di ricostruire una verità certa: ossia una verità che constasse
al soggetto, con di più il presupposto ingenuo, che questa ricostruzione
possa aver luogo senza che il soggetto — cioè la mente conscia di sé e
quindi capace di render conto di sé — ci metta nulla del proprio,
delle sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto.
Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano gli studi storici,
in Italia; mancava la storia, come comprensione dello spirito nella sua
concreta attualità. Allora, la storia era morta col Sarpi e col
Pallavicino, rappresentanti di due grandi, opposte, concezioni della
vita; la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile
del Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza intrinseca colle idee
dominanti nella generale cultura italiana, e con radici sprofondate nella
storia economica e politica del Napoletano: anch'essa, come la
Scienza Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano
contemporaneo. Non già, beninteso, che negli studi storici
muratoriani non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono
tutti storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e perciò,
nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che non ha raggiunta la
sua forma vera della comprensione comunque determinata del processo
storico, perché non poteva raggiungerla, non animata, com'era, da
nessuna sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intuizione di
idee che si realizzano nei fatti, non poteva mancare, e non manca in una mente
come quella del V.; e va cercata nella parte più propriamente storica
della Scienza Nuova *. E nessuno meglio di V., nell’orazione De
nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a Francesco Solla e nella
stessa opera maggiore, intese questo vuoto spirituale che vaneggiava
negli studi contemporanei. In conchiusione, la storia che con tanto
amore e tanta fatica ha indagata il Maugain, non è una storia che
ci sì possa compiacere di mostrare fuori di casa nostra. È una
storia assai malinconica. Tolta la tradizione galileiana, che è storia di
epigoni, ancorché non pochi insigni, è tutto lavorio di ripercussione, d’
imitazione, di traduzione e adattamento. Sorgono i Giornali de’
letterati, segno, senza dubbio, di una certa vita, espressione d’un
certo bisogno di studi; ma ad imitazione, e il primo quasi edizione
italiana, del Journal des sgavans. Fioriscono, come s’ è detto, gli studi
critici intorno alle fonti della storia; e Muratori è gloria italiana
incontestabile; ma gl’ Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro
le tracce del Mabillon e degli altri famosi benedettini francesi. I
riformatori della letteratura, che levano la bandiera del vero e dell’utile,
riecheggiano l’estetica razionalistica postcartesiana. Prodotto italiano è
l’Arcadia, dei poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia della
scienza ?, espressione significativa dell’ indifferenza degli spiriti verso il
loro contenuto; e la stessa arcadia sacra, che era cominciata, per altro, dai
primi del Seicento: versificazione di testi religiosi, mescolati ai motivi
comuni allo stile poetico del tempo: Les poètes, dice il Mau I Come ha
dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. V., Bari, Laterza, 1911 (23 ed.,
1922), capp. XIII-XVIII. è Studiata da E. BERTANA nello scritto L'Arcadia della
scienza, Parma, Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia,
saggi e profili, Napoli, Perrella.gain !, ne songeaient aucunement à y méditer
sur les grands problèmes du catholicisme, non plus qu'à exprimer leurs émottons
religieuses. Ils se bornaient à traduire un paragraphe de théologie ou à rimer
quelque passage de la vie des saints. Malinconica storia, dunque, e specchio dell’estrema ruina
della decadenza italiana. Dopo la metà del secolo XVIII, da questa morte
rinascerà la vita, e si preparerà l’Italia che accoglierà la Rivoluzione. Essa
si riscuoterà tutta, e riprenderà la sua via in tutte le manifestazioni della
vita spirituale, e si aprirà un varco nella politica de’ grandi Stati, e
risorgerà come nazione. Ma devo pur dire che nel modo, che ha tenuto l’egregio
Maugain a rimettercela innanzi, essa diventa assai più malinconica che forse
non sia nel fatto: tutta senza colore, senza anima, né anche piccola, né anche
frammentaria: senza significato. Ora, una realtà storica così non c' è. Come ha
costruito il suo libro Maugain ? Ce lo dice egli stesso nella prefazione.
Spogliò otto collezioni di giornali pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750,
dove, se non sempre l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di opere,
delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma, Bologna, Venezia,
Padova, Verona, Bergamo, Milano, Torino e Genova. Scorse parecchie raccolte
importanti di lettere e il Mare magnum della Marucelliana; cercò e studiò
articoli e monografie e libri indicati dal Catalogo metodico della Camera, dal
Giornale storico, dalla Bibliothèque des éerivains de la Compagnie de Jésus di
Backer-Sommervogel. Gli venne così fatto di raccogliere una gran quantità I O.
c.. 2 — (ii —=m_t2t“ zz ic ‘cir —. II di documenti, che gli parve di poter
classificare in tre parti, secondo che si riferissero alla credulità e allo
spirito critico (conseguenza della condanna di Galileo, movimento delle scienze
sperimentali, contrasti tra antichi e moderni, studi di critica storica); alle
lotte tra spiritualisti e materialisti (fortuna di Gassendi, Cartesio e Locke
in Italia e polemiche dei loro seguaci con gli scolastici, attacchi di Doria e
di V.); al vero e all’utile nelle lettere (idee intorno alla poesia prevalse
dalla Poetica del Gravina in poi, giudizi e polemiche, come quella
BouhoursOrsi, sulla letteratura italiana, ritorno ai modelli greci e latini,
caratteri principali della letteratura italiana del tempo). Fatta questa
classificazione, il Maugain si è messo, senz'altro, a stendere il suo lavoro,
ordinando ed esponendo secondo legami cronologici, topografici e per soggetti
il suo vasto materiale. Per copia e sistemazione di materiale bibliografico ne
è venuto infatti un lavoro eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare
qualunque studio sulla storia dello spirito italiano di questo periodo: e
dobbiamo tutti esser grati a questo studioso dello strumento prezioso di
ricerca apprestatoci. I giudizi generali da lui formulati e gl’ indirizzi
delineati dimostrano pure ottimo criterio e larghezza di vedute storiche. Ma
rimane a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con profitto, un senso
profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista a uno spettacolo interessante,
ma troppo da lungi per poter udire le parole degli attori, e seguirne con
l'occhio il commento che ne vien facendo in ciascuno la fisionomia. In uno
studio come questo non è possibile, certo, rappresentare nella loro varietà
psicologica i singoli attori, che vi rientrano, e ritrarre di ciascuno la
fisionomia morale. Una storia dello svolgimento generale dello spirito in un
dato tempo e paese dev'essere per necessità schematica. Ma, d’altro lato, lo
stesso schema, divenendo oggetto di rappresentazione storica, deve assumere una
vita sua nella mente dello storico. Le idee nei loro tratti salienti, vissute
da diversi spiriti, devono venirvi innanzi vive insieme coi motivi che le
sorressero, articolarsi nelle forme in cui si concretarono, riflettere una
situazione storica: avere insomma, anch'esse, quella individualità che è
proprietà necessaria del fatto storico. A ciò i titoli dei libri, come le
designazioni generiche e le etichette estrinseche, è ovvio, non giovano. Per
meschina che sia, poniamo, la filosofia di un cartesiano d’ Italia, non basterà
dire che egli difendeva Cartesio: bisogna mostrare come lo difendeva, e perché;
quale vita il cartesianismo assumeva in lui, quale propriamente era il suo
cartesianismo. Occorreva, se così può dirsi, che il Maugain esponesse con un
po’ più di simpatia storica la materia del suo dotto studio: perché allora ci
saremmo visto innanzi, non un gran movimento, ma un movimento; non degli
spiriti creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia pensante visse
tra la metà del Sei e la metà del Settecento, l’avremmo pure avuta. Giacché non
bisogna dimenticare che quella stessa che diciamo morte, è tale soltanto in un
senso relativo; non sarà una vita palese, appariscente; sarà una vita segreta,
torpida, e presso che invisibile, e pure condizione e momento di quella che fu
dopo la vita più intensa ed evidente; e senza intendere l’una, non è possibile
giungere all’ intendimento dell’altra. La stasi del periodo studiato dal
Maugain non è il progresso della creazione, ma è pure progresso, se è
preparazione al progresso che seguirà. Noi infatti non potremmo intendere l’
Italia nuova, nutrita dalla cultura europea compenetrata con la tradizione
nostra, quale la troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia tutta
del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente, se la innestassimo
immediatamente all’ Italia tutta italiana, creatrice in filosofia come in arte,
maestra ancora all’ Europa tutta, e vivente di una vita spirituale sua, del
Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal 1657 al 1750 è l’ Italia che
accoglie il riflusso della cultura europea, su cui ha esercitato ella
precedentemente un’azione storica rinnovatrice: e in questo lavoro di
riassorbimento, che dev'essere ed è anche di reazione (esempio solenne V.), è
la vita sua nuova rispetto al passato. Il senso di questa vita nuova, se non m'
inganno, non c’ è nel libro di Maugain: forse perché esso è un semplice saggio
», che per diventare una vera storia avrebbe bisogno di una ricerca e di una
ricostruzione più profonda e più intima in ogni sua parte. Il secolo del V. è
stato in Italia negli ultimi tempi argomento di studio di molti, che variamente
hanno tentato di scuotere la vecchia tesi di Giuseppe Ferrari, sostanzialmente
giusta benché espressa in formula troppo rigida e contornata da più di un
giudizio paradossale, secondo il gusto di quello scrittore. Tra questi studiosi
merita che qui si menzioni, anche come tipico esempio di quella passione che in
ogni tempo suscitò con le parti stesse misteriose del suo pensiero e della sua
vita Giambattista V. nelle province meridionali, uno scrittore erudito e
ingegnoso, quantunque variamente indulgente alle tendenze di una cultura
dilettantesca: Raffaele Cotugno. Il quale nel 1890 pubblicò un opuscolo su G.
8. V., il suo secolo e le sue opere. E nel 1914 tornò sul tema in un volume *1,
dove raccolse il miglior frutto de’ suoi lungbi studi. CoTUuGNO, La sorte di V.
e le polemiche scientifiche e letterarie dalla fine del sec. XVII alla metà del
XVIII secolo, Bari, Laterza. Da vari decenni infatti egli era vissuto col suo
autore, non solo come studioso e ammiratore intelligente, ma quasi come un
coetaneo ed amico: raccogliendo libri e ricordi rari non solo del V., ma di
quanti ebbero rapporti con lui, o appartennero in qualunque modo allo stesso
mondo, in cui alla fantasia rievocatrice del Cotugno piace vedere e amare il
suo V.; leggeva e rileggeva, e godeva, come amico che torna sempre con piacere
a conversare con l’amico; e gli piace rendersi sempre più familiare non solo il
suo spirito attuale, ma i casi passati della sua vita, e tutti i particolari,
in cui può vagheggiarlo con l'immaginazione. Non giudica, non critica, non
esamina. Tutto ciò che può tornare ad onore dell’amico gli è bene accetto,
ancorché contraddica all’ idea ch'egli se n’ è formato. Il Cotugno plaude di
gran cuore al V. del Croce. V. crociano (come ad alcuno con giudizio affrettato
piacque affermare »)? — Ma che! Esso è la più vasta, profonda, ed il più che sì
poteva, completa esposizione delle dottrine del sublime pensatore la cui anima
nessuno seppe più e meglio [del Croce] comprendere e penetrare ». — E come va
allora che il vostro V. non è quello del Croce ? Come va, per dirne una, che
voi fate del Gravina, in estetica, un precursore del V.; e il Croce invece ha
detto che precursore egli si può dire nel senso che V., riprendendo le medesime
questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a quello del Gravina ? E
come non vi siete accorto che, se V. del Croce è il vero V., per la vostra tesi
bisognava cercare nel pensiero contemporaneo e anteriore idee a cui potessero
rannodarsi le dottrine estetiche, gnoseologiche, metafisiche, etiche e
storiche, che sono il V. del Croce ? — Egli è che il culto del Cotugno pel V.
non è un culto critico; e però nulla di strano che, senza andar pel sottile, si
fondano in un’ immagine sola quel V. che egli è uso a vedere e V. esaltato
dallo studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia intorno al
pensiero vichiano. Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore ha
evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio: e l’uno è inseparabile
dall’altro. Si vuol dimostrare che G. B. V. non era stato un solitario, un
anacronismo tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso), ma sibbene
una voce de’ tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il suo secolo » 1;
e l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre
precedenti (i più importanti del volume), e che è intitolato, come tutto il
libro, La sorte di G. B. V., torna a ribadire quello che già si sapeva e s’era
sempre detto, che V. non passò inosservato al suo tempo (tutt'altro !), ma non
fu punto capito. Fu dunque un anacronismo, o no ? Se fosse stato la maggior
voce del suo secolo, tutti i pensatori del tempo avrebbero trovato nella
Scienza Nuova la più profonda espressione del loro stesso pensiero, la soddisfazione
più adeguata ai loro maggiori bisogni spirituali. Ciò che anche il Cotugno
documenta che non avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai non ha
più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda di dimostrare il contrario. Lo
stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro, dove l’autore si rifà
dal Medio Evo e dalle contese d’allora tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica,
per venire al risorgimento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle
scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco agl’ intenti del
libro. Lo stesso difetto nella indeterminatezza di molti giudizi particolari;
ma sopra tutto nella incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma
un accessorio di non piccolo interesse in un libro come questo. Il quale
raccoglie attorno al V. una messe 10. c., p. v. copiosa di notizie dirette su
uomini e libri oscuri e non facilmente reperibili, né pur nelle biblioteche
napoletane, intorno alla cultura scientifica, filosofica, letteraria, giuridica
dell’ambiente in cui V. formò la sua; e in cui bisogna perciò rivivere col V.,
chi voglia intenderne pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso della
sua mirabile Autobiografia, che è già essa una guida attraverso lo svolgimento
progressivo del pensiero vichiano, ma ricercato e rifrugato in tutti gli
angoli, in cui posò o passò la faccia malinconica e meditabonda del filosofo,
concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì, com’ è naturale, che non si
guardasse intorno, e non ne risentisse sempre nuovi stimoli all’originalità
delle sue idee. Malgrado tutto, gli studiosi si gioveranno molto del nuovo
libro del Cotugno, che porta molte aggiunte e rettifiche all’ opera del
Maugain; e gli sapranno anche grado di un curioso documento inedito di cui, per
comunicazione dello stesso Cotugno, aveva dato notizia il Croce nelle note
all’Autobiografia, ma che dal Cotugno è integralmente pubblicato nell’appendice
del suo volume: contenente una minuta relazione dell'ultima disgrazia toccata
al povero V., dopo morte, per le strane e villane gelosie della confraternita
laica, a cui era ascritto, e che ne avrebbe dovuto curare perciò il
seppellimento; e invece, dopo aver costretti i professori universitari,
recatisi in forma ufficiale e solenne alle esequie, a ritirarsi, abbandonò il feretro
nel cortile in cui era stato intanto calato, per nuove contestazioni di
prerogative col parroco. La sorte avversa non gli dava requie né pur dopo
morte! Della prima fase di una filosofia si può parlare, com’ è ovvio, in un
senso relativo; perché questa fase, per prima che sia, suppone un processo già
avviato, di cui non sarebbe possibile assegnare l’ inizio assoluto; né è così
chiusa in se stessa, da potersi nettamente distinguere da quelle che le
succederanno; e le succederanno con una continuità di processo, che costituisce
l’unità assoluta, solo astrattamente divisibile, del sistema nel suo storico
svolgimento. Il primo momento di una filosofia può, dunque, essere soltanto
quella forma, nella quale noi possiamo conoscerla attraverso i documenti più
antichi, che di fatto ne possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello
che possiamo sapere anticipatamente che essa fu: ossia come germe o avviamento
del pensiero ulteriormente svolto nella coerenza maggiore e quindi nel
significato più profondo che l’autore seppe conferire al sistema delle proprie
idee. Ogni germe si conosce infatti dal frutto. Del V. gli studiosi conoscono
soltanto due filosofie, o due momenti più rilevanti della sua filosofia: il
primo dei quali è rappresentato dalla orazione De nostri temporis Studiorum
ratione (18 ottobre 1708), dal libro De antiquissima Italorum sapientia, e
dalle due Risposte che V. oppose alle critiche mosse a questo suo libro dal
Giornale dei letterati d’ Italia: il secondo, iniziato nel 1720 col De universi
iuris uno princidio et fine uno, si spiega nel lungo laborioso processo della
Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata, come si vedrà, e la cui
ultima edizione venne in luce nell’anno stesso della morte del filosofo. Lo
stesso V., ricostruendo nella Autobiografia lo svolgimento del proprio
pensiero, fa cominciare dal 1708, dall’orazione sul metodo degli studi de’ suoi
tempi, la storia della propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritrovato
se stesso. Dal 1693 in poi era venuto pubblicando versi e orazioni rettoriche
1. Dal ’99, come professore di rettorica, aveva’ letto quasi tutti gli anni
l’orazione inaugurale nell’università di Napoli, usando proporre universali
argomenti, scesi dalla metafisica in uso della civile »°. E nell’Autobiografia,
dopo aver riferito sommariamente gli argomenti di quelle sue orazioni, fino al
1707, dice: Fin dal tempo della prima orazione..., e per quelle e per tutte
l’altre seguenti e più di tutte per queste ultime, apertamente si vede che V.
agitava un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che in un principio
unisse egli tutto ilsapere umano e divino)»; cioè il principio di una filosofia
ciceronianamente intesa dal nostro professore di rettorica come rerum divinarum
et humanarum scientia; ma tutti questi da lui trattati ne eran troppo lontani.
Ond’egli godé non aver dato alla luce queste orazioni, perché stimò non doversi
gravare di più libri la repubblica delle lettere, la quale per la tanta lor
mole non regge; e solamente dovervi portare in mezzo libri d’ importanti
discoverte e di utilissimi ritrovati ». I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso
d'essere molto più un poeta che non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la
biografia di G. B. V., puntata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor. ital.),
p. 59. 2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a cura di CROCE, Bari,
Laterza (vol. V delle Opere, a cura di B. Croce, G. Gentile, e F. Nicolini,
nella collezione degli Scrittori d’ Italia. Da quest'Autobiografia, quando non
sia altrimenti avvertito, sono tolti tutti i luoghi e le parole del V. riferite
qui appresso nel testo. Così, nel 1725, V. rifiutava le sue orazioni scritte
tra il 1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo i due libri del
Diritto Universale, ma anche, salvo tre soli capitoli, la prima Scienza Nuova,
scrivendo in una prefazione a una nuova edizione della seconda: Né già questo
dee sembrare falso a taluni, che noi, non contenti de’ vantaggiosi giudizi da
tali uomini [quali Giovanni Le Clerc] dati alle nostre opere, dopo le disappruoviamo
e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma venerazione e
stima che noi facciamo di tali uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed
orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e
ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor picciolo,
s'tempiono de’ favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più
s’avvanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno
ingrandito l’ animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di cangiar
questa nostra » *. V., autodidatta, com’egli si compiaceva di affermarsi *, fu
tormentato tutta la vita dall’assillo dei grandi autodidatti; i quali si
trovano quasi d’un tratto, con la cultura personale e tutta propria raccolta
nel loro cervello, a cozzare con quella dei contemporanei; e mal riescono ad
orientarsi, e con fatica e con pentimenti continui e smarrimenti penosi s’
incamminano per la propria via. Sempre scontenti di se medesimi, travagliati da
un bisogno incessante di chiarire il proprio pensiero, porre in termini più
netti i loro problemi, trovarne soluzioni più adeguate: impotenti a guardare
con un solo sguardo la realtà, a volta a volta diversa secondo che la mirano
quale essi avevano imparato per loro conto a vederla, o sì pro Scienza Nuova,
ed. Nicolini, p. 10. bi Va forse con una certa esagerazione: cfr. NICOLINI, Per
la bdiografia di G. B. V., puntata II. DI vano a mirarla qual’ è per i
contemporanei: fluttuanti, quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’ ingegni
più vi- gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. V. sentì tragicamente
questa legge della sua cultura; e ne fu, fino a un certo punto, la vittima,
poiché alla chiarezza delle idee, che covavano nella sua mente, egli non
pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica costanza, per più di un quarto di
secolo, se non tutti gli anni quarantaquattro, che visse nel sec. XVIII; e si
può dire che tutto il suo pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di
gestazione. Gestazione dolorosa ! Il maggior corso di studi, comegli stesso ci
fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas- sati a Vatolla, in
quel di Salerno, piccola terra di poche centinaia d’abitanti, dove attese alla
istruzione dei figli del marchese Domenico Rocca: cioè dai diciotto ai venti-
sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da ogni moto di cultura viva,
com'era allora quella di Napoli, sotto l’ in- flusso della scuola galileiana, e
poi di Gassendi e di De- scartes. Quando V. ne partì, era avviato per gli studi
giuridici; e in giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto istituire i figli
del Rocca. Aveva bensì, ben per tempo, mostrato in che modo di siffatti studi
avrebbe potuto far I Questa la data assegnata ora al soggiorno vatollese dal
NICOLINI, Per la biografia cit., puntata II. 2 A suo dire », giacché ora gli
studi di DONATI (Auto- grafi e documenti vichiani inediti 0 dispersi, Bologna,
Zanichelli, 1921, 38 sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI (Per la biografia
cit., pun- tata II), hanno mostrato che il così detto novennio vatollese » fu
intramezzato da parecchie e non brevi dimore a Napoli e a Portici, e che anzi,
forse, durante quei nove anni, V. dimorò più a Napoli che non a Vatolla. 3
Anche quest'altra affermazione dell’Autobiografia è revocata in dubbio e con
buone ragioni, dal NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), secondo il
quale V. sarebbe entrato in casa Rocca come aio; e, soltanto negli ultimi tempi
del suo soggiorno in quella casa, avrebbe data qualche lezione di
giurisprudenza all’ultimo figliuolo del Rocca (Saverio). pascolo della sua
mente: poiché in essi aveva portato un abito mentale, di analisi e di
penetrazione speculativa, che della giurisprudenza doveva fare semplice materia
di ri- flessione filosofica. Il giovinetto aveva avuto a maestro un gesuita
nominalista, il quale lo aveva spinto allo studio delle Summule di Pietro
Ispano e di Paolo Veneto: e se l'ingegno ancor debole da reggere a quella
specie di logica Crisippea (come rifletteva più tardi lo stesso V.) si smarrì,
si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella di- sfatta dovette restargli una
natural ripugnanza a tale ma- niera di filosofare, tutta astratta, artificiosa
e formale, propria dei terministi. E se un qualche profitto ne ricavò, non poté
essere altro che negativo: il senso forse della va- nità di una filosofia che,
staccati i concetti dalla realtà, e perduto perciò ogni intimo contatto con la
verità, si riduce a giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un senso di
scetticismo, che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non poté esserne snidato
dagli studi di filosofia poco stante ri- presi e continuati sotto la guida d’
un altro gesuita, uomo di acutissimo ingegno, scotista di setta, ma zenonista
nel fondo » :. Presso costui V. ricorda com’egli apprendesse con piacere che le
sostanze astratte hanno più di realtà che i modi del maestro nomi- nalista. Lo
scotista lo trattenne a lungo nella metafisica dell’ente e della sostanza, e lo
invogliò poi a studiarsi da sé le Disputationes metaphysicae di Suarez, su cui
V. passò un intero anno. Perché, posta pure la realtà delle sostanze astratte,
chi assicurerà l’animo invaso una I Zenonismo è la filosofia dal V. attribuita
a Zenone nel De an- liquissima: specie di monadismo dinamico, qui attribuito
allo sco- tista perché questi doveva spiegare la realtà fisica con principii
meta- fisici. Ma intorno al significato di questo zenonismo » nella filosofia
del tempo, vedi il pregevole studio di GIovaNNI Rossi, V. ne' tempi di V.: La
cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica del 1907,015-7. 24 STUDI VICHIANI
volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano identiche a quelle astratte
sostanze ? Sulla via della speculazione della sostanza, aperta da Suarez, si
misero pure i grandi padri della filosofia moderna, Cartesio e Spinoza !: e
riu- scirono a una metafisica che è una matematica, ossia a una costruzione
della realtà meramente pensata, o sol- tanto possibile, come cominciò ad
avvertire Leibniz; di contro alla quale Kant trovò giustificabile lo
scetticismo di Hume. Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il V.
acconciarsi alle lezioni del giurista, dal quale man- dollo poi il padre ?:
tutte ripiene di casi della pratica più minuta dell'uno e dell’altro fòro e dei
quali non ve- deva i principii, siccome quello che dalla metafisica aveva già
incominciato a formare la mente universale a ragio- nar de’ particolari per
assiomi o sien massime ». Sì di- stolse quindi anche da quella scuola, e prese
a studiare da sé le Istituzioni civili del Vulteio e le Canoniche del Canisio.
E qui, specie nel Vulteio, si trovò a suo genio. Sentiva un sommo piacere in
due cose: una in riflettere, nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri
astratti in massime generali di giusto i particolari mo- tivi dell’equità,
ch’avevano i giureconsulti e gli impera- tori avvertiti per la giustizia delle
cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri antichi, che poi avvertì e giu-
I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei Cartesius im Zusammenhang mit der
scholastischen und neueren Philosophie, Fulda, 1893; FREUDENTHAL, Spinoza und
die Scholastik, in Philos. Aufsdtze Eduard Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una
recens. in Zettschr. f. Philos. u. philos. Krit., t.
CVI,113-15; L. BRruNSCHVvICcG, La révolution cartésienne et la notion
spinoziste de la substance, in Revue de métaphys. et de morale, sept. 1904; G.
TH. RICHTER,
Spinozas philos. Terminologie historisch u. immanent Rkritisch untersucht, I
Abth. Leipzig, Barth, 1913; e
le mie note all’ Etica, Bari, Laterza, 1914. 2 Francesco Verde. Sul quale, sul
suo insegnamento e sul tempo in cui V. frequentò la sua scuola privata (1684),
vedere ora NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,44 Sg8., 54 S88. dicò
essere i filosofi dell’equità naturale; l’altra, in osservare con quanta
diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de’
decreti del Senato e degli editti de’ pretori, che interpetrano: la qual cosa
il conciliò agl’ interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri
storici del dritto civile romano » 1. Non Vultelo, dunque, e i giureconsulti
romani furono il suo nutrimento spirituale; ma quella filosofia e quella storia
o filologia, che egli costruiva per mezzo di essi; né la nozione giuridica del
diritto era materia del suo sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva
in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno scotista, con la
sottigliezza filologica di un terminista e di un secentista (poiché, secondo
l’andazzo dei tempi, anch'egli era solito spampinare nelle maniere più corrotte
del poetare moderno, che con altro non diletta che coi trascorsi e col falso »
e della poesia s’era fatto un esercizio d’ ingegno in opere di argutezza »). La
giurisprudenza diventava occasione o materia indifferente a trovare nelle
determinazioni dello spirito umano i principii, i concetti fondamentali, le
sostanze reali, in cui per lo scotismo si risolve tutto il reale, e a
tormentare le parole, in cui tutte le determinazioni dello spirito pigliano
corpo, per farne sprizzare fuori l’anima, il senso riposto. Che era un primo
avviamento del problema vichiano della constantia iurisprudentiae come
constantia philosophiae et constantia philologiae, e della Scienza nuova come
scienza a un tratto del vero e del certo. I Questo il racconto
dell’Autobiografia (1728); alla quale continuo ad attenermi, quantunque il
NicoLINI sospetti essa sia, a siffatto proposito, anacronistica, e cioè che V.
(in perfetta buona fede, s' intende), abbia intruso, in quella che fu
l’effettiva forma mentale dei suoi diciotto anni, parecchio dell’esperienza
spirituale di chi aveva già scritta la prima Scienza Nuova (1725): cfr. Per la
biografia cit., puntata I.] Intanto con questo mondo filosofico, in cui il
giovanetto si chiudeva, attraverso lo studio del diritto si poneva la realtà
che doveva essere oggetto della sua filosofia. Il mondo del diritto è un mondo
umano, creato dalla volontà. Dentro di esso la natura non si vede; né V. poteva
trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei suoi studi di Vatolla,
doveva necessariamente imbattersi nella volontà, nello spirito come libertà.
Profondando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei canoni, al quale lo
portava l’obbligazione contratta col Rocca, in grazia della ragion canonica
inoltratosi a studiar de’ dogmi, si ritrovò poi nel giusto mezzo della dottrina
cattolica d’ intorno alla materia della grazia »; e gli accadde di conoscere e
appropriarsi tale dottrina per l'esposizione di un teologo che faceva vedere la
dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la
calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che o all’una di queste due o
all’altra sì avvicinano ». Posizione, che servì poi al V., secondo egli stesso
dichiara, a spiegare storicamente (umanamente) le origini del diritto romano ed
ogni altra forma di civiltà gentilesca, senza contraddire alla sana dottrina
della grazia; che fu perciò, possiamo dire, il primo nucleo del suo concetto
della Provvidenza, che è l’arbitrio umano accertato e determinato dal senso
comune *: una volontà, non immediata, generica, astratta, ma determinata e concreta
attraverso la storia, nel cui corso razionale si realizza una volontà superiore
a quella dell’ individuo, un fine in cui si risolvono i fini particolari dei
singoli uomini: la grazia. Ma questa unità di divino e di umano, se è
un'esigenza della posizione media tra calvinismo e pelagianismo (astratta
posizione della grazia o volontà divina, e quindi negazione della umana; ed
astratta posizione della volontà I S. N., dign.] umana, e quindi negazione
della divina), ha bisogno, com'è facile intendere, di maturare per divenire un
concetto !. Intanto V. non dissocia lo studio del pensiero da cui discende il
diritto, dallo studio delle parole, in cui il diritto vive. Le Eleganze del
Valla lo rimandano a Cicerone. Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano
del secentismo, e gli fan cercare Dante, Boccaccio e Petrarca =. Orazio gli fa
osservare che la suppellettile più ricca alla poesia è fornita dalla lettura
dei filosofi morali. E studia l’etica aristotelica, che gli mostra il
fondamento del diritto romano essere nella ideale giustizia, di cui parla il
filosofo, architetta nel lavoro delle città. Dalla morale così intesa si volge
alla metafisica di Aristotele; ma questa non gli spiega la ragione del giusto
ideale. Perché ? Allora non sapeva rendersene conto. Passò a Platone; e vi
trovò il fatto suo, perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è pura
idea: che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore di Suarez, andava
cercando, per non cadere, rispetto all’ idea della giustizia o giustizia ideale,
nel nominalismo. Nell’Autobiografia spiega perché alla sua morale trovò il
fondamento in Platone e non in Aristotele, dando delle due dottrine la seguente
caratteristica: Perché la metafisica d'Aristotele conduce a un principio
fisico, il quale è materia, dalla quale si educono le forme particolari, e si
fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori di sé; ma la metafisica di
Platone conduce a un principio metafisico, che è lor idea eterna, che da sé
educe e crea la 1 Vedi in proposito qui appresso il cap. IV: Dal concetto della
grazia a quello della Provvidenza. 2 Così l’Autobiografia. Ma a determinare il
passaggio del V. dal Secentismo al purismo trecentesco concorse moltissimo,
sebbene egli non lo dica, l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per
la biografia cit., puntata III. materia medesima, come uno spirito seminale che
esso stesso si formi l’uovo ». Dove non è propriamente definita né la
metafisica di Aristotele, né quella di Platone. L’ Iddio aristotelico che pensa
se stesso, è troppo pago di sé perché possa fare questo mestiere del vasellaio,
che tragga le forme dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e quindi anche
quella della giustizia. D'altra parte, l’ idea, che è l’ente, per Platone, ha
fuori di sé la materia, che è il non-ente, e non può edurla quindi da sé.
Questo platonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia platonica, ma
posteriore ad Aristotele, neoplatonica. E più in là, dove V. accenna allo
studio della fisica gassendiana e cartesiana da lui potuto fare in quello
stesso torno di tempo, a Vatolla, su Lucrezio e sui Fundamenta physicae del
Regio, dice esplicitamente che queste fisiche gli erano come divertimenti dalle
meditazioni severe sopra i metafisici platonici » 1. E altrove ricorda i
Marsili Ficino, i Pico della Mirandola, e lamenta che i letterati napoletani,
che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chiostri, poi per la moda
cartesiana avessero preso a tutta voga a coltivarle, non già sopra i Platoni e
i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono tanti gran letterati, ma
sopra le Meditazioni di Renato delle Carte ». I Anche a codesto proposito,
l’Autobiografia, secondo il Nicolini, è anacronistica. Antigassendiano e
soprattutto anticartesiano, V. secondo lui, fu soltanto dal 1710 in poi. Nella
sua gioventù,invece, anch'egli partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e
concittadini per Lucrezio (sul quale è da vedere un suo importante giudizio in
Opere, ediz. Ferrari, VI, 138, e cfr. Croce, Filos. di G. B. V.2, p. 203); e,
pur con riserve in fatto di estetica (comuni, del resto, al Caloprese e agli
altri cartesiani napoletani) fu anch’egli per non pochi anni, cartesiano.
Vedere al riguardo NIcOLINI, Per la biografia, puntata III. Aggiungo per
curiosità che le opere di ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esemplare
della magnifica edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato Oggi dalla
famiglia Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del convento di Santa
Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione reca appunto il gran commento
» di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. L’aristotelismo
rifiutato dal giovane V. era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era
ridotto in Averroè !; il platonismo da lui abbracciato è il monismo
emanatistico di Plotino così strettamente affine a quello del De la causa di
Bruno 2. Lo spirito seminale è il Xyog otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei
spiritalia et vIvifica semina, onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo,
emanazione di Dio e vita vitarum, avviverebbe la natura. Punto di capitale
importanza nella storia del pensiero di Giambattista V.. Dal neoplatonismo egli
dovette ricevere un forte impulso ad approfondire il concetto agostiniano della
grazia come mediazione della volontà umana I Cfr. Autob., p. 11: La metafisica
non lo aveva soccorso per gli studi della morale, siccome di nulla soccorse ad
Averroè....» e p. 19: Ne’ chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la
metafisica d’Aristotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi
conferì del suo ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui
risuona l'eco della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un
ravviÌcinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE
SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1; e poi
meglio K. WERNER, G. B. V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien,
Braumiiller, 1881,8-9; per cui cfr. FLINT, V., Edimburgh a. London, 1884,74-5,
128-9. In una recensione della prima edizione di questi studi un critico della
Civiltà Cattolica, quaderno del 5 febbraio 1916, osservava che se V. nella
pref. al Diritto Universale dice che Aristoteles in Ethicis doctrinae civilis
principia vecte aut a divina philosophia esse repetenda: namque haec
metaphysices argumenta Philosophi alteram philosophiae partem statuebant, et ‘
verum divinarum * nomine significabant »: da ciò appare come V. non avesse
nella prima fase de’ suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il Gentile,
l’aristotelismo, quasi dualismo rigido, a cui esso si era ridotto in Averroè ».
Ma io avevo detto: L'aristotelismo rifiutato dal giovane V. era dunque quel
dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè ». Dunque, non io avevo
affermato che V. avesse respinto l’ aristotelismo: questo lo dice esso V.. Io
dicevo invece che, sotto nome di aristotelismo, V. aveva respinto l’averroismo.
Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il fabbro del mondo delle
nazioni di V.].... Plotino lo dice padre e progenitore, ed è il prossimo
dispensator de le forme. Da nol si chiama artefice interno, perché forma la
materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed
esplica lo stipe; da dentro lo stipe cacci i rami» ecc. Così G. Bruno, De la
causa, in Opere italiane, ed. Gentile, I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in
Opera latine conser, I, III, 142. 3 e della divina, e attingere il primo
bisogno dell’immanenza del divino nella natura e nella storia. Una pagina della
Theologia Platonica (IV, I) del Ficino dovette fermare certamente la sua
attenzione, poiché un’eco ne risuona, molti anni dopo, nelle teorie
fondamentali del De antiquissima e della stessa Scienza Nuova; e merita esser
riletta. | Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae imitatio quaedam,
atque haec ars per certas operum rationes fabricat opera, similiter efficit
ipsa natura, et tanto vivaciore sapientioreque arte, quanto efficit efficacius
et efficit pulchriora. Ac si ars vivas rationes habet, quae opera facit non
viventia, neque principales formas inducit, neque integras, quanto magis putandum
est vivas naturae rationes inesse, quae viventia generat, formasque principales
producit et integras ! Quid est ars humana? Natura quaedam materiam tractans
exstrinsecus [cfr. il vasellaio del V.]. Quid natura ? Ars intrinsecus materiam
temperans, ac si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars humana, quamvis
sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et propinquat operi faciundo, ut
certa opera certis consummet ideis, quanto magis ars id naturalis implebit,
quae non ita materiae superficiem per manus aliave instrumenta exteriora
tangit, ut geometrae anima pulverem, quando figuras describit in terra, sed
perinde ut geometrica mens materiam intrinsecus phantasticam fabricat. Sicut
enim geometrae mens, dum figurarum rationes secum ipsa volutat, format imaginibus
figurarum intrinsecus phantasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum
absque labore aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam
sapientia per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem ipsi
coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc materiam quoque facillime
format intrinsecus. Quid artificium ? mens artificis in materia separata. Quid
naturae opus ? naturae mens in coniuncta materia. Tanto igitur huius operis
ordo similior est ordini qui in arte est naturali, quam ordo artificii hominis
arti; quanto et materia propinquior est naturae quam homini, et natura magis
quam homo materiae dominatur. Ergo dubitabis certorum operum certas in natura
ponere rationes ? Imo vero sicut ars humana quia superficiem tangit materiae,
et per contingentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit
contingentes, é sic naturalem artem, quia formas gignit sive eruit
substantialis ex materiae fundo, constat funditus operari per rationes
essentiales atque perpetuas !. E si riscontri quest'altro luogo dello stesso
Ficino nel suo Commento al Parmenide platonico: Cum enim nos per cognitionem
non simus authores rerum, nulla forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi
proportio quaedam; cum vero divina scientia sit causa prima rerum, non ideo res
cogniturus est Deus, quia congruat cum natura rerum, sed ideo cognoscit quoniam
ipse est causa rerum. Qui, cognoscendo se ipsum principium omnium, omnia statim
et cognoscit et facit ?. Nella tradizione platonica italiana questa equazione tra
conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta talvolta come un luogo
comune anche da filosofi che non fecero poi su questo concetto tanta attenzione
da sentire il bisogno di svilupparlo e connetterlo intimamente con le altre
loro dottrine. Così nel trattato De arcanis aeternitatis di G. Cardano
s'incontra una chiara formulazione della stessa dottrina vichiana, quantunque
lasciata lì senza svolgimento e senza rilievo. Il Cardano dice: Anima humana in
corpore posita substantias rerum attingere non potest, sed in illarum
superficie vagatur sensuum auxilio, scrutando mensuras, actiones, similitudines
ac doctrinas. Scientia vero mentis, quae res facit, est quasi ipsa res, velut
etiam in humanis scientia trigoni, quod habeat tres angulos duobus rectis aequales,
eadem ferme est ipsi veritati: unde patet naturalem scientiam alterius generis
esse a vera scientia in nobis 3. E non avrà letto V. questa pagina del Cardano
? Egli non cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è Ficino, Opera, Basilea,
1561, t. I, p. 123. 2? Comm. in Parm., c. 32, in Opera, II, 1149. 3 Tract. de
arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B. Telesio, I, 212. meraviglia, chi pensi
ai suoi profondi scrupoli religiosi. Che egli tuttavia, con quella sua
insaziabile curiosità, che gli faceva cercare ogni sorta di libri, non leggesse
anche di questi filosofi famosi ancorché esecrati quel che trovava nella
biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo di sicuro, ben nota :, non è
credibile. Ora in quella biblioteca sì conservava (e si conserva tuttavia nella
Biblioteca dei Gerolamini, dove i libri del Valletta passarono) l’esemplare
della Scelta d’alcune poesie filosofiche di Settimontano Squilla cavate da’
suoi libri detti La Cantica con l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che
era stato usato e corretto dall'autore medesimo. Ed era libro che il Valletta
non solo possedeva, ma aveva letto? egli stesso, e poteva perciò aver avuto
egli stesso occasione di additare all'amico filosofo e gran divoratore di
libri. In quelle Poesîe V. poté leggere i seguenti versi: Ma lo Senno Primero
che tutte cose feo tutte è insieme, e fue; né per saperle, in lor si muta Deo,
S’egli era quelle già in esser più vero. Tu, inventor, l’opre tue sai, non
impari; e Dio è primo ingegniero. I Autob. ed. CROCE,41, 113, 192. È anzi tanto
più sicuro che con la biblioteca Valletta V. avesse familiarità fin dai suoi
primi studi, in quanto il Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto nella sua
puerizia, fu uno dei suoi primi protettori e colui che lo indusse a porre a
stampa le sue prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,30
sgg., e puntata III. 2 [Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della
Inquisizione in Napoli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta
di poesie, così il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del Campanella.
Ho ricevuto »,scriveva, per es., in una sua lettera inedita al Magliabechi,
serbata nel magliabechiano segnato VIII, 1090, ho ricevuto l’ Incredulo senza
scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte cose riportate dal padre CAMPANELLA
nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione di F. NICOLINI)}. Dio primo
ingegniero » è frase che infatti si ritroverà nello stesso V. !. Il quale,
nell'esposizione degli stessi versi, poté trovare che Dio è il primo ingegniere
avanti la Natura; però sa il tutto; l’ insegna e non l’ impara »?. E in altro
luogo3 dell’esposizione: Se l’alma non sa come s’ è fabbricato il corpo, né
come fece tante membra a tanti usi, né come si frena il calore etc., è segno
ch’essa non fece il corpo»n4. Da questa dottrina neoplatonica non è dubbio che,
quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di sue osservazioni, V.
trarrà l’opposizione scettica della gnoseologia del De antiquissima tra il
sapere divino che è formazione intrinseca della natura, e il sapere umano che è
la formazione estrinseca e superficiale, di cui parla il Ficino 5; ma trarrà
anche la sua intuizione dinamica o, I De antiquissima, in Opere I, 179, e
Vindiciae, in Opere, ed. Fer. rari, IV, 309-310. ® CAMPANELLA, Poeste, ed.
Gentile, p. 33. 3 O. c.. 4 Niun dubbio, io credo, che al V. doverono esser note
anche altre opere del Campanella, e che meriti di essere studiato il problema
delle suggestioni che dové riceverne. Alle osservazioni di A. SARNO,
(Campanella e V., nel Giornale critico della filosofia ital., IV, 1924, p. 137)
altre importanti ce ne sarebbero da aggiungere. Cfr. il mio G. Bruno e il
pensiero del Rinascimento?, Firenze, Vallecchi, 1925, p. 276. Aggiungo qui un
riscontro alla dottrina vichiana della Provvidenza relativa alla eterogenia dei
fini. Campanella (nella Città del sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: Però gli
spagnoli trovaro il resto del mondo, benché il primo trovatore fu il Colombo
nostro genovese, per unirlo tutto a una legge; e questi filosofi saranno
testimoni della verità eletti da Dio; e si vede che noi non sappiamo quello che
facemo, ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per avarizia di danari
cercando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine. Il sole cerca struggere la
terra, non far piante e uomini; ma Dio si serve di loro: in questo sia laudato
». Cfr. ed. Paladino, p. 59. 5 La derivazione neoplatonica di questa dottrina
vichiana è ormai riconosciuta. Vedi Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in
Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913,250-I.
GIAN PaoLo ricorda anche lui questo concetto del conoscere come fare,
attribuendolo agli scolastici: So wie nach den Scholastikern Gott alles
erkennt, weil er es erschafft, so bringht das Kind nur ins geistige Erschaffen
hinein; die Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt dann von selber »:
Levana, $ 131. Ma si tratta di una vaga reminiscenza. com’egli, confondendo in
uno Zenone d’ Elea con quello di Cizio, userà dire, zenonistica !: che è vero e
proprio panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà dar luogo allo
scetticismo della metafisica vichiana, più tardi renderà possibile la profonda
concezione — che è la scoperta di V. — della scienza del mondo umano, 0, com’ è
stato detto, della metafisica della mente. Giacché, una volta ammesso il
concetto neoplatonico, svolto anch'esso dal Ficino ?, che Deus omnia agit et
servat, et in omnibus omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil
agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente nell’operare di una
natura esterna a noi, sarà fuori di noi (onde la nostra conoscenza della natura
non potrà aver verità); ma Dio immanente nella volontà umana sarà I Nell’
Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec. risposta al Giorn. d. letterati
V. parla indifferentemente di Zenone e della sua scuola (de Zenone eiusque
secta, Zenonii) e di Zenone e degli stoici, mostrando perciò di unificare i due
Zenoni. E Znv@vetot in Dio. L., VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di
Zenone, che V. dice malamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI
della Fisica), è la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove
si arresta la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra non
potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione che V. stesso
nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione dei punti metafisici (che
parrebbero questi minimi), risalendo ai numeri zenoniani-pitagorici, è
fantastica. Realmente egli aveva contaminato il concetto dell’ Eleate con la
dottrina stoica, ed il dinamismo del De antiquissima è di origine stoica. Si
chiamino punti metafisici i X6yot orepuatixot, e la metafisica di V. avrà la
sua base nello stoicismo. Con la cui rpévota, quale si ritrova nei
neoplatonici, da Plotino (Enn. III, 2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe
pure essere messa in relazione la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi
par dubbio che al V. lo stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E mi par
degno di nota che la polemica vichiana contro il concetto della divisione all’
infinito opposto da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV, $ 2) si riscontra
puntualmente con quella che contro lo stesso concetto aveva rivolta fin dal
1591 il Bruno nel De triplici minimo, I, 6-8: in cui può parere che si
ripiglino gli argomenti lucreziani in favore dell’atomo, ma in realtà, come in
V., si trasforma l’atomo in conato, o operazione dell'anima del mondo (v.
GENTILE, G. Bruno e il pensiero del Rinascimento,223-4). Le radici delle due
filosofie, bruniana e vichiana, si toccano e s' intrecciano. 2 Theol. plat., II,
7. in nol, proprio come diceva Bruno, più che noi medesimi non siamo dentro a
noi (e la conoscenza del nostro mondo sarà certa) !. A Vatolla giungevano bensì
le novelle di Napoli e delle forme di cultura che colà venivano in auge. La
notizia del nuovo epicureismo, messo in onore dal Gassendi, fa studiare al V.
Lucrezio: la cui dottrina, data già la sua intuizione metafisica, non poteva
non apparirgli quale gli apparve, o almeno, egli asseriva molti anni più tardi,
che gli era apparsa ?: una filosofia da soddisfare le menti corte de’ fanciulli
e le deboli delle donnicciuole ». Questo studio gli servi di gran motivo di
confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone » 3; cioè dei neoplatonici; pensando 4
essere principio delle cose tutte una idea eterna, tutta scevera da corpo, che
nella sua cognizione, ove voglia 5, crea tutte le cose in I Cfr. il concetto
vichiano dell’astuzia della Provvidenza, per cui il vero soggetto nostro
trascende neoplatonicamente il nostro soggetto empirico e i suoi fini
particolari e finiti. ® Si veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della
voga goduta a Napoli dal poema lucreziano, V., più che da lontano e per sentito
dire, ossia a Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per conoscenza diretta,
vale a dire a Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. 3 Ma
non forse, com’ è detto nell’ Autobiografia, durante il periodo vatollese,
bensì alcuni anni più tardi, e forse non troppo prima del 1708. Cfr. NicoLINI,
Per la biografia, puntata III. 4 Autob., p. 17. 5 Non operari eum [Deum]
externos effectus per meram intelligentiam, nisi accedat voluntatis assensus »:
Ficino, Th. fI., II, 11; t. I, p. 107. Può parere la dottrina di S. Tommaso,
Summa theol., I, q. XIV, a. 8. Se non che, per Ficino, come già per Plotino,
come per Bruno e per Spinoza, la volontà razionale di Dio coincide con
l'intelligenza, ed è quindi libera in quanto necessaria. Vedi Th. pi.,
II, 12: Si ubi plus est rationis, ibi sortis est minus, in Deo, qui summa ratio
est, vel fons rationis, nihil potest cogitari fortuitum.... Necessitas autem
ipse est Deus.... Et quoniam necessitati nulla praeest necessitas, ideo ibi est
summa libertas.... At in Deo idem est re ipsa esse, intelligere, velle.
Quamobrem ita est per voluntatem suam intelligentiae essentiaeque suae compos,
ut non modo sicut est et sicut intelligit suapte natura, ita quoque velit,
verum etiam sicut vult, ita intelligat atque existat ». Cfr. PLotINO. Enn.] tempo e le
contiene dentro di sé e contenendole le sostiene » !. A Napoli era salita in
pregio la fisica sperimentale, e si magnificava il nome di Roberto Boyle. V. ne
ebbe sentore; ma egli stesso ci dice di averla voluta da sé lontana.... perché
nulla conferiva alla filosofia dell’uomo.... ed egli principalmente attendeva
allo studio delle leggi romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia
degli umani costumi e la scienza della lingua e del governo romano, che
unicamente si apprende sui latini scrittori ». Il suo spirito graviterà sempre
più verso il mondo umano; di un umanesimo concepito come accade di concepirlo a
chi la realtà umana sia avvezzo a mirare nel diritto positivo, ossia come
società. Ond’ è che non gli parrà mai morale quella degli stoici né quella
degli epicurei, siccome quelle che entrambe sono una morale di solitari ». Poi
venne a sapere aver oscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato
delle Carte »; e cercò averne contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e
giudicata nell’opera del Regio, e l'aveva respinta perché meccanica al pari di
quella di Epicuro. Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta Napoli
cartesiana; e per amor di Cartesio tornata anche alla metafisica 2. Si erano
cominciate a coltivare le Meditazioni metafisiche ». Egli, l’autodidatta,
tuttavia immerso nelle meditazioni severe sopra i metafisici platonici », non
provò per la metafisica cartesiana la stessa ripugnanza che per la fisica. Vide
e non vide il carattere di questa filosofia: non la trovò coerente, perché alla
sua fisica con I Deus ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt, quae nisi essent
in eo, essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino, op. cit., II, 6; G.
Pico, Heptaplus, V, 6. 2? Naturalmente, nell’affermarsi assai sorpreso di
trovar Napoli affatto diversa da quella ch’egli aveva lasciata, V. esagera,
secondo il Nicolini, giacché, come s’è detto, i suoi contatti con la sua città
natale durante il novennio vatollese erano stati frequenti e talora abbastanza
lunghi.] verrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere di sostanza
corporea operante »: e quindi alla sua metafisica una fisica fondata sui
principii spirituali (spiriti seminali) dei corpi. Ed aveva ragione, come
dimostrava in quel torno, a insaputa di V., il Leibniz, che movendo dal cogito
cartesiano, trasformava il meccanismo nel dinamismo. E in conclusione quello
sterile abbozzo metafisico delle Meditazioni, soffocato dal meccanismo quindi
incapace di svolgimento sistematico, parve al V. niente più che un brandello
del platonismo suo. Più tardi, quando s'acuì il suo senso di avversione al
cartesianismo, scrisse addirittura il Descartes non aver fatto altro che
tracciare alquante prime linee di metafisica alla maniera di Platone.... per
avere un giorno il regno anche tra’ chiostri, dove una metafisica materialista
non sarebbe stata mai accolta ». Ingenuo giudizio postumo. Quando, intorno al
1695, poté conoscere le Meditazioni dovette scorgervi tracce luminose di
verità, rese più visibili dal contrasto di esse col giudizio che egli aveva
dato della fisica cartesiana e con l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva
fatto nascere rispetto alla metafisica. L’ inconseguenza cartesiana dové
parergli una felix culpa, da render degno di stima anche ai suoi occhi il
celebrato filosofo francese; e con l’acrisia ermeneutica, della quale doveva
dare nelle sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un primo momento
piuttosto esagerare che attenuare il merito del Cartesio, scorgendovi più
platonismo che realmente non vi sia, e che lo stesso V. più tardi non vi
riconoscesse. Il suo neoplatonismo non era la preparazione più adatta per
entrare nello spirito del cartesianismo, né per quel che è il difetto, né per
quel che è il pregio di esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo
I V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova. pensiero; e
quel Cartesio che vi ammise, fu un Cartesio neoplatonico. Giova chiarire
brevemente questa situazione. L’ intuizione fondamentale cartesiana
(metafisica) è direttamente opposta alla platonica e neoplatonica: in quanto
questa è orientata verso l’ Uno, o l’ Idea, o Dio, come oggetto o come verità;
quella invece verso il pensiero, come soggetto o certezza. Il problema di
Platone è appunto il concetto della verità, quello di Cartesio il concetto
della certezza. Dentro ciascuno di questi concetti le due filosofie ricomprendono,
naturalmente, e costruiscono tutta la realtà, la quale nell’uno e nell’altro è
diversa soltanto se si considera come contenuto del rispettivo concetto, in cui
si organizza. Lo stesso concetto della certezza, c’ è nel platonismo, ma come
momento del concetto della verità; e questo c’ è nel cartesianismo, ma come
momento del concetto della certezza. La differenza, in altri termini, è nel
punto di partenza, in quanto Platone muove dalla massima oggettività (le idee
come mondo intelligibile), e Cartesio dalla massima soggettività (1’ idea come
attività intelligente). V., platoneggiando, muove dalla massima oggettività
(quella idea, che egli dice scevera da corpo): e però in Cartesio, quando vi
trova solo alquante linee di metafisica platonica, non vede il principio, il
centro stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o meglio, vi vede
questo concetto, platonicamente, come momento della verità. Le critiche che
farà più tardi a Cartesio attesteranno appunto questo capovolgimento che egli
fa del cartesianismo. Ma queste critiche, com’ è naturale, verranno più tardi
in conseguenza della logica che egli metteva dentro al suo concetto del
cartesianismo. Qui è l'urto dell’autodidatta col pensiero del tempo suo: poiché
col vecchio cervello esercitato sulle opere della libreria dei Minori
Osservanti di Vatolla egli si trova a pensare un mondo nuovo, prodottosi
intanto nella cultura europea. Lo scetticismo intorno alle scienze naturali,
che trovò a Napoli sostenuto da uomini come Tommaso Cornelio e Leonardo da
Capua ', non doveva fargli specie: anzi veniva incontro a quella opposizione
tra sapienza umana e divina, che egli aveva trovata nei neoplatonici. La
filosofia galileiana di un Luca Antonio Porzio, suo stretto amico ?, dovette
parergli una esemplificazione appunto dell’arte umana incapace d’entrare nell’
interno della natura. Bacone, conosciuto in quel tempo, non destò per altro la
sua ammirazione, che per avere nel De augmentis esposto l’elenco dei desiderati
della scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul mirava il filosofo
inglese nella sua polemica contro la logica aristotelica e nella rivendicazione
del sapere come ricerca della causa reale, non poteva fermare la sua
attenzione. Questa nuova filosofia non poteva avere un significato per lui,
rimasto cogli occhi intenti sulla realtà platonica, oggetto del pensiero.
Eppure il suo cuore non era in quella realtà. La filosofia egli l'aveva cercata
per intendere il mondo umano. Per questo aveva cercato l’etica aristotelica;
per questo ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’ degli averroisti, e
s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è mondo dell’umana volontà,
s'era affacciato alle controversie sulla grazia, e s'era fermato in un concetto
che non negasse l'autonomia del volere umano, ma né pure l'azione su di esso
del volere divino. E facendo sua la metafisica degli zenonisti, per salvare il
suo mondo, era scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo interesse
era tutto in cotesto mondo, non lo aveva attratto I Autob.,21, 33; e del
CORNELIO v. il De ratione philosophandi, in Progymnasmata physica, Napoli,
1688,66 e sgg. Cfr. ora il citato scritto del Croce, Fonti della gnoseologia
vichiana. 2 Autob., p. 37. Boyle con la sua fisica da tutti vantata; ed egli
poté consentire con gli scettici della scienza della natura, e, oltre Platone
raffigurante l’uomo quale deve essere, leggere Tacito che lo rappresenta quale
è, e in Bacone ammirare il magnanimo programma della storia umana futura.
Questo umanesimo è dentro lo stesso vecchio cervello del platonico filosofante;
e preme da dentro per rompere la corteccia, o scioglierla, piuttosto, e
riassorbirla nel circolo della sua vita. Poiché V. non resterà di qua da
Cartesio e da Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con quanta fatica, si sforzerà
di procedere, e di dare intera la vita a quell’umanesimo che gli si agita
dentro ! Né dalla contraddizione si libererà mai del tutto. Quando nel dicembre
1697 si bandisce il concorso per la cattedra di rettorica dell’universià, qual
meraviglia che il nostro umanista, abituato a cercare il pensiero nelle parole,
e nelle parole il pensiero, lettore assiduo di poeti e di filosofi, a
intelligenza del suo diritto romano, vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è
nominato professore di rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare per
tutta la vita. Ma qual meraviglia se il nuovo professore, dovendo per l’
ufficio suo recitare nell’annuale inaugurazione degli studi un discorso
d’occasione, trasformerà ogni volta l’ordinaria parenesi rettorica in una meditazione
filosofica ? II. I primi documenti diretti del pensiero filosofico del V.
(poiché finora abbiamo ragionato dei suoi primi studi vagliando i suoi ricordi,
non anteriori al 1725), sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra
l’ottobre 1699 e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro pubblicate da
Antonio Galasso nel 1867 ! di sul manoscritto, in cui l’autore, non avendole
messe a stampa, le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio da
Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?, e quindi ristampata
più volte nelle varie raccolte delle opere vichiane; ma dal Galasso integrata
del principio che si desiderava. Questi scritti, per altro, da mezzo secolo che
sono venuti alla luce, non sono stati mai studiati con l’attenzione che meritano
le prime manifestazioni di un pensiero così profondamente originale. Quando
furono pubblicati, il Cantoni, che due anni prima aveva pubblicato sul V.
un’ampia monografia (dalla quale, a dir vero, non risulta perché l’autore
giudicasse il filosofo napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò
lodevole l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste orazioni si
aggirano intorno ai vantaggi del sapere e dello studio, e per verità, meno
qualche considerazione qua e là, esse non escono dai luoghi comuni delle mille
orazioni accademiche che si fecero sopra un tale argomento » 5. Roberto Flint,
che è stato degli studiosi più accurati della filosofia vichiana, riconobbe che
le prime tracce di questa son da cercare in queste orazioni, vedendo qual conto
fosse da fare del giudizio che ne dà nella sua Vita lo stesso V.; e fece di
queste orazioni una succinta I Cinque orazioni latine inedite di G. B. V.
pubbl. da un cod. ms. della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di A. GaLasso,
Napoli, Morano, 1869. Una nuova edizione è nel primo volume delle Opere, a cura
di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa edizione mi riferisco in
questo volume ove cito soltanto: Opere, I. 2 JoH. B. Vici, Opuscula,
Neapoli,191-208. 3 V. le mie Orig. della filos. contemp. în Italia, 1%,280-85,
e A. FacGI, Cantoni e V., nella Riv. filos., IX (1906),593 S8g8 4 Il Galasso
premise alle orazioni un lungo discorso col titolo Storia intima della Scienza
Nuova; il quale gira molto largo, e non stringe mai da presso la questione del
valore storico delle orazioni pubblicate. 5 C. CANTONI, recensione del vol. del
Galasso nella Nuova Antologia del 1870, vol XIV, p. 392. analisi !, additando
alcuni concetti, che saranno ripresi e svolti nelle opere posteriori. Ma
l’analisi merita di essere ripresa e guidata da un più pieno concetto storico
dello svolgimento di tutto il pensiero vichiano. Soggetto della prima orazione
è la dimostrazione della sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrinarum
orbem brevi absolvendum maximo cuique esse incitamento; ossia che la conoscenza
dello spirito contiene in sé i principii di tutto lo scibile, poiché nello
spirito umano si contraggono tutte le forme del reale. Era stato un concetto
eloquentemente svolto dal Pico nel De hkomanis dignitate, e anche altrove. Dio,
secondo il Pico, creato il mondo e fatto Adamo, avrebbe detto a questo: Nec
certam sedem, nec propriam faciem, nec munus ullum peculiare tibi dedimus, o
Adam, ut quam sedem, quam faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro
tua sententia, habeas et possideas. Definita caeteris natura intra praescriptas
a nobis leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèrcitus, pro tuo arbitrio, in
cuius manu te posui, tibi illam praefinies. Medium te mundi posui, ut
circumspiceres inde commodius quicquid est in mundo. Nec te coelestem, neque
terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus, ut tur 1psius quasi
arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in quam malueris, tute formam
effingas. Poteris in inferiora, quae sunt bruta, degenerare; poteris in
superiora, quae sunt divina, ex tui animi sententia regenerari ». All’uomo
perciò è dato habere quod optat, 1d esse quod velit. I bruti, da che nascono,
portano seco quel che potranno mai possedere. Gli spiriti supremi (gli angeli)
furono fin da principio, o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti
homini omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater. FLINT,
V.,50-58. Un breve cenno, proporzionato all’ indole del suo libro, ne ha fatto
B. Croce, La filosofia di G. B. V. A seconda di quello che ne avrà coltivato,
ognuno crescerà e fruttificherà. S7 vegetalia, planta fiet; si sensualia,
obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet animal; si intellectualia, angelus
eritt et Dei filius. Et si, nulla creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum
suae se receperit, unus cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris caligine,
qui est super omnia constitutus, omnibus antestabit »*. E per questa sua
onnifaria natura l’uomo si può dire possegga l’ immagine di Dio. Non la sua
natura spirituale, intelligibile, invisibile e incorporea è il carattere
privilegiato che fa ritrovare in lui un'immagine di Dio. La stessa natura è
negli angeli, e più eccellente, e meno commista alla natura contraria. La
proprietà, onde l’uomo si assomiglia a Dio, è questa, che kominis substantta
omnium in se mnaturarum substantias et totius universitatis plenitudinem re
ipsa complectitur ». Re ipsa: vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in
quanto può realizzarle. Con questa sola differenza tra Dio e l’uomo: che il primo
contiene in sé tutto, come principio di tutto; 1l secondo contiene tutto, come
medio tra tutti gli esseri, onde in lui tutti gli esseri inferiori si
nobilitano e i superiori degenerano ?. Ccen questo panteistico concetto
dell’uomo, V. richiama il sacro detto che era scritto a lettere d’oro sul
tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole piene di tanta verità, che dagli
antichi, quantunque alcuni le attribuissero a Pitagora, molti a Talete, altri a
Biante, altri a Chione, tutti, per consentimento generale, vere colonne
dell’umana sapienza, si finì col toglierle a questi stessi sapientissimi
uomini, e ascriverle per unanime consenso all’oracolo pizio. Così parve
meraviglioso che, tam pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab
I Pico, Opera, Basilea, 1601, p. 208. 2 Cfr. Heptapl.] bondanza di significato
profondo. Giacché questo motto non fu escogitato a reprimere la superbia umana,
come pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di considerare la scarsezza
delle forze umane; anzi ad eccitare e incorare gli uomini a quanto v’ è di
grande e di sublime, riconoscendone loro la capacità. Difficile bensì questa
piena cognizione di se medesimo. Difficile in ogni tempo: ma allora poi, a
Napoli, difficilissima. V. ricorderà nella sua Vita: che allora, negli anni
estremi del sec. XVII, tra i suoi concittadini ai quantunque dotti e grandi
ingegni, perché si eran prima tutti e lungo tempo occupati in fisiche
corpuscolari, in isperienze ed in macchine », le Meditazioni cartesiane
riuscivano astrusissime appunto per la difficoltà di ritrar da’ sensi le menti
per meditarvi; onde l'elogio di gran filosofo era: — Costui intende le
Meditazioni di Renato ». Non fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la
contemplazione del mondo intelligibile, in cui si sono esercitati i platonici,
occorreva per una metafisica come la cartesiana. E cartesiano egli, in quanto
platonico, poteva sentirsi nel 1699 dicendo magnus ingenti conatus est revocare
mentem a sensibus et a consuetudine cogitationem abducere». In una dignità della
Scienza Nuova (la LXIII) dirà che la mente umana è inchinata naturalmente co’
sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della
riflessione ad intendere se medesima ». L’ascenso, infatti, pei platonici è
arduo, difficile, e di pochi. Quell’abducere a consuetudine cogitationem
innesta bensì sul vecchio motivo platonico un elemento cartesiano, che è la
critica del sapere ricevuto, della tradizione o della storia positiva. Ma V.
non se n’'accorge, e insiste nel motivo platonico: Af mentis actes, quae omnia
invisit, se ipsam intuens, hebescit. Vel hoc 1 dutob., p. 25. ipso agnoscis
animi iui divinitatem, eumque Dei Opt. Max. simulacrum esse animadvertis ». Par
di riudire Pico. L’animo pel V. è expressissimum simulacrum di Dio, per la
medesima ragione per cui tutti i neoplatonici, da Plotino fino, si può dire, a
Spinoza, concepiscono Dio come uno, non moltiplicabile per se stesso, e quindi
tutto in tutto, e come Dio l’uno: ossia come sua emanazione, suo modo, ogni
unità. Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac rerum universitate
continentur, cognoscitur; ita et animus der rationem, qua dpraestat, per
sagacitatem + et motum, per memoriam et ingenium divinus esse percipitur ». La
molteplicità del mondo fa conoscere Dio, come la molteplicità delle operazioni
psichiche fa conoscere l’anima. Ma, come il molteplice fa conoscere l’ Uno ? Ci
sono due modi di passare dal molteplice all’ Uno: uno dei quali è quello di S.
Tommaso (degli argomenti a posteriori dell'esistenza di Dio), per cui il
molteplice è sostanzialmente differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire
perciò senza il molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è quello
di Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico), per cui il molteplice non è
pensabile senza l’ Uno, poiché solo l’ Uno è pensabile; ma 1’ Uno non si può
pensare se non nell’ infinità dei suoi attributi (che ne costituiscono
l'essenza). Il modo di V. è questo di Spinoza, e non quello di Tommaso: è il
panteista. Ut enim Deus in mundo, ita animus in corpore est. Deus per mundi
elementa, animus per membra corporis humani perfusus; uterque omni concretione
secreti omnique corpore meri I È qui da confrontare questo luogo di Bruno:
Sagacitas facultas distinctiva et apprehensiva circa errores, qui a deceptoribus
fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in potentia partim
indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem percipimus, ita
ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas trig. stat., in Opera,
III, 143. 4 purique agunt». L'uno e l’altro non si confondono (concretione
secreti) con la materia, in cui agiscono. Onde Dio e l’anima senza il mondo e
il corpo saranno, ma non si potranno conoscere. Per ea quae facta sunt
cognoscuntur. Così, se V. dice che mundus vivit quia Deus est; si mundus
pereat, etiam Deus erit, e analogamente corpus sentit quia viget animus; si
corpus occidat, animus tamen est immortalis, egli però premette: Deus semper
actuosus, semper operosus animus; e così pareggia le partite, perché l’agire
lega Dio al mondo e l’anima al corpo, e in generale l’ Uno al molteplice, o,
nel linguaggio cartesiano, la sostanza ali suoi attributi. Che è cartesianismo
rigoroso, come coraggiosamente poi l’affermò Spinoza; ma è pure il
neoplatonismo, assai più antico di Spinoza e di Cartesio. Par di leggere
Giordano Bruno: Er Deus in mundo, et in corpore animus ubique adest, nec usquam
comprehenditur: Deus enim in aethere movet sydera, in aère i1ntorquet fulmina,
in mari procellas ciet, in terra denique cuncta gignit [quindi anche i pensieri
della mente e i decreti della volontà]; mec coelum, nec mare, nec tellus Dei
circumscriptae sunt sedes: mens humana in aure audit, in oculo videt, in
stomacho tirascitur, ridet 1n liene, in corde sapit, in cerebro intelligit, nec
in ulla corporis parte habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia,
et extra Deum nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar, ‘ rector humani
generis, ipse agit atque habet cuncta, neque ipse habetur’ » 3. I Cfr. G.
Bruno, De la causa, dial. II: Se l’anima del mondo e forma universale [cioè la
divinità] se dicono essere per tutto, non s’ intende corporalmente e
dimensionalmente; perché tali non sono; e così non possono essere in parte
alcuna; ma sono tutti per tutto spiritualmente. Come per esempio, anche rozzo,
potreste imaginarvi una voce, la quale è tutta in una stanza, e in ogni parte
di quella; perché da per tutto se intende tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr.
anche 183-4 e Opera lat., III, 41, 57. L'anima individuale in relazione col
corpo ha la stessa individualità, perché sta all'anima del mondo come il modo
alla sostanza spinoziana (v. GENTILE, G. Bruno e il pens. del [ Non ci vuole
molto ad accorgersi che, per quanto, con tutti 1 neoplatonici da Plotino a
Bruno, V. si sforzi di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima,
chiamando questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1, riferendosi al
concetto svolto in questa orazione, una specie di divinità, parlando soltanto,
come qui fa, di una divina quaedam vis cogitandi (per definire la facoltà umana
del pensiero), il rapporto in cui lo spirito umano è posto con Dio, è rapporto
d’ identità, poiché alla distinzione di Deus e animus precede il concetto
panteistico ficiniano: Deus omnia agit. Procedendo su questa strada, V. si
trovò più d'una volta ad essere accusato delle conseguenze pericolose, a cui la
sua filosofia poteva condurre. Il recensore del Giornale de’ letterati vide
profondamente dentro il De antiquissima quando della sostanza vichiana, punto
metafisico (tal quale il minimo di Bruno) inesteso e principio di estensione,
notò che, convenendo cotesti concetti altresì alle sostanze spirituali e
pensanti, se ne potrebbe dedurre che queste ancora sieno principio di
estensione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non assurdo per V., che per
l’appunto, emanatisticamente, superando il corpo formato, a cui s'arrestava per
una falsa posizione la fisica corpuscolare, intendeva edurre la materia dallo
spirito. — V. rispose: Queste difficultà, come quelle che fate dell’
immortalità dell’anima, dove par che premete la mano con ben sette argomenti,
se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a
penetrare in parte, la quale, quantunque si protegga e sostenga con la vita e
col co Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p. 34, e cfr. Theol.
plat., XV, 5 (I, p. 337): Anima tota est in qualibet particula corporis ». Cfr.
PLotINO, Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO, De perenni philos. (1540), IX, 5;
IX, 14; IX, 23. 1 Autob. stumi, pure s’offende con l’ istessa difesa » 1, E
soggiunge, quasi per pura cortesia, un argomento, che schiva bensì l’assurdo,
ma conferma l’ interpretazione monistica dell'avversario; laddove quella
ombrosa sensibilità religiosa, quel ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei
costumi svelano che egli, come Bruno, assegnava la religione allo spirito
pratico, sottraendo la ricerca speculativa ad ogni preoccupazione religiosa 2.
La stessa contraddizione ingenua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in
fondo al lamento, onde V. nel 1720 si doleva oscuramente col p. Giacco di certe
accuse religiose suscitategli contro dalla pubblicazione della Sinopsi del
Diritto universale 3: Le prime voci che in Napoli ho sentito contro da coloro
che han voluto troppo in fretta accusarmi dal medesimo saggio che ne avea dato,
erano tinte di una simulata pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia
d’opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati delle
antiche o piuttosto loro opinioni rovinare coloro che hanno fatto nuove
discoverte nel mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia o se per
ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto genere, si confortava
dicendo al suo corrispondente: Però il grande Iddio ha permesso per sua
infinita bontà I Opere, I, 226-7, 266. ? Per Bruno, v. il mio G. Bruno,160 sgg.
3 Qualcuno a Napoli nel 1720 ricordava forse ancora qualche debolezza giovanile
del V., in fatto di religione. Fausto Nicolini mi comunica in proposito: Che V.
attraversasse nella sua gioventù un periodo di cupo pessimismo, è cosa che gli
Affetti di un disperato non potrebbero mostrare in modo più chiaro. Di più,
ancora nel 1710, V. dirà (prologo del De antiquissima) che i suoi amici più
cari erano Agostino Ariani, Nicola Galizia e Giacinto De Cristofaro. E proprio
contro l’ultimo fu intentato nel 1687-1693 un clamorosissimo processo per
ateismo dal Sant’ Ufficio: processo di cui discorre a lungo l’AMABILE nel suo
libro sul Sant’ Ufficio a Napoli (ne aveva già parlato il GIANNONE) e del quale
esiste anche uno spezzone inedito nella Biblioteca Nazionale (molte notizie
complementari si trovano anche nei Giornali inediti del CONFUORTO e soprattutto
nei carteggi cifrati del nunzio pontificio a Napoli, serbati nella Vaticana).
Dal pro che la religione istessa mi servisse di scudo, e che un padre Giacchi,
primo lume del più severo e più santo ordine de’ religiosi, desse tal giudizio,
per bontà sua, delle mie debolezze » !. Comunque, il suo pensiero viveva dentro
questo mondo, in cui tutto è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva con
profondo sentimento, che ricollega nella storia del nostro pensiero,
direttamente, V. a Bruno, suo forse ignorato precursore; ed è da entrambi
chiamato, con termine neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ? cesso
e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran propaganda e
che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-ateistica fosse parte
della gioventù studiosa napoletana (compreso il Galizia). Finora il nome del V.
non è venuto fuori (disgraziatamente molti nomi nel processo sono indicati con
segni convenzionali). Ma, tenuto conto di tutte le circostanze, non sarebbe
illegittimo congetturare che anche lui, come tanti giovani suoi coetanei,
avesse una parentesi ateistica o semiateistica. E si consideri poi una coincidenza
per lo meno curiosa. Nel Diritto Universale e anche nelle due Scienze Nuove V.
pone ripetutamente l’equazione filii Dei o filii Jovis = eroi, nobili ». Orbene
quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come un forte capo di accusa,
al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali, al dir dei denunzianti, ne
cavavano la conseguenza che l’attributo di filius Dei» dato a Cristo volesse
dire, non già che egli fosse davvero figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli
eroi dell’antichità pagana, che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo stesso
Nicolini non crede di esser giunto sopra questa materia a conclusioni
definitive. I Autob., p. 143. 2 V. lett. del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175.
Che V. abbia potuto leggere qualcuno degli scritti del B. è reso probabile dal
fatto che questi, a tempo del V., dovevano essere familiari tra gli amici
stessi del V.. Che Tommaso Cornelio ne avesse letto qualcuno lo dimostrano i
suoi Proginnasmi. Ma quel Giuseppe Valletta, nella cui biblioteca, come abbiamo
visto (p. 32), V. poté leggere Campanella, aveva pure il De l’ infinito
universo e mondi del Nolano. In un suo libro cominciato a stampate ma rimasto
incompiuto (conservato tra i Mss. della Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149
Q. 26) Sul procedimento del Sant’ Uffizio,LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la
seguente citazione importantissima per la storia della fortuna che ebbero le
opere del Bruno: Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che
disse Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est, et in eo
uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole dell’Apostolo: Unum mundum
condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro 3 Contro gli Accademici, si pose
egli ad esplicare la probabilità di sì fatta sentenza », e audacemente dice....
che noi non dobbiamo condannare il parere In questo suo mondo V. potrà trovare
il principio della Scienza Nuova (il concetto della provvidenza realizzantesi
nella storia). In questa prima fase del suo filosofare egli ha in mente, ma non
vede, l’unità del divino e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico
della Mirandola. Non la vede, perché non ha ancora viva coscienza della realtà
umana; e la sua realtà vera è an di altri filosofi intorno alla pluralità de’
Mondi, quasi ripugnante alle Sacre lettere, perché, se alcun s’applicasse,
dic’egli, a considerar la cosa più da presso e più naturalmente, inveniet cam
certe multum habere probabilitatis. Il che reca non poco di meraviglia in un
uomo di tanta autorità quanto egli certamente si era; e potrebbe, se non altro,
dar luogo alla calunnia, di dire che egli abbia per avventura approvato la
dottrina di Giordano Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse
rimasta affatto incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore e non
vivesse ancora nel suo abbominevole libro scritto della pluralità di Mondi.
Questo, con idea non più intesa, disotterrando le più stravaganti opinioni, già
sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi, fece un nuovo ed inudito sistema;
dove a pruova risplende l’umano ardimento e la libertà non meno di pensar tutto
ciò, che è possibile, che di scrivere tutto ciò che può pensarsi. Nî/
mortalibus arduum, coelum ipsum petitur stultitié. Giace, dice egli, nel mezzo
del nostro Mondo immobile il Sole; e la Terra con perpetue vertigini intorno a
quello s’aggira: come in un Madrialetto, posto nel terzo dialogo: Quanto nel
Cielo, e sotto il Ciel si mira, Non sta, si volge, e gira. Né di ciò contento,
vuole che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna stella sia un altro sole; e
che detti pianeti non siano quei pochi, che noì osserviamo, nettampoco le
stelle: ma infiniti ed innumerabili, e quelli e queste sparse nello spazio
infinito dell’ Universo; che, essendo com'’ei dice, immagine dell’ Onnipotenza
infinita, non dee riconoscere termine alcuno. E non bastando questo alla
vastità della sua immaginazione, s'avanza a dire che tutti questi infiniti
Mondi sono abitati da sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’
interminata ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima
universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla fine questo
scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà, così, dopo
apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando d’una in altra
empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi, se non sono semplici,
sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni degniì Teologi non se
admettano; perché provvidamente considerando, sanno che gli rozzi popoli ed
ignoranti, con questa necessità vegnono a non posser concipere come possa star
la elettione, e dignità, e meriti di giusticia: onde, confidati o desperati
sotto certo fato, sono necessariamente scelleratissimi. Come talvolta certi
correttori di leggi, fede e religione, volendo parere SI cora per lui, come per
i platonici, quella che fa Dio: la natura, la stessa natura di Ficino, di Bruno
e di Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è dentro, ma fuori della
realtà divina; e può solo intuirla risalendo all’ Uno, cioè come operazione non
propria, ma di questo Uno (che è il dommatismo spinoziano). Qui si ferma V.,
restando innanzi al dualismo, e quindi allo scetticismo, che corrode alla
radice la metafisica del De antiquissima. Concludendo, nella Orazione del 1699,
il confronto tra Dio e lo spirito umano, V. dice: Tandem Deus naturae artifex;
animus artium, fas sit dicere, Deus » 1. Formola che coincide a capello con
quella del Ficino, e anticipa la gnoseologia del De antiquissima. C'è l’unità e
c' è l'opposizione: l’unità nelle arti (mondo delle nazioni, si dirà nella
Scienza Nuova), dove, se è vero, come V. ha detto, che Dio en terra cuncta
gignit, lo spirito non crea se non in quanto è esso stesso Dio (senza
metafora); l'opposizione nella natura, dove Dio crea, e l’uomo guarda da fuori.
Da questo punto di partenza V. potrà giungere alla Scienza Nuova, ma non potrà
mai superare la posizione del De antiquissima; perché quella natura, di cui la
metafisica può avere un’ intuizione indimostrabile, essendo fuori dello
spirito, non potrà mai risolversi nello spirito *. savii, hanno infettato tanti
popoli, facendoli dovenir più barbari e scellerati che non eran prima,
dispregiatori del ben fare, ed assicuratissimi ad ogni vizio e ribalderia, per
le conclusioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il contrario dire
appresso gli sapienti è scandaloso, e detrae alla grandezza ed eccellenza
divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile conversazione e
contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso,
tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci
de intenderlo, senza jattura de’ costumi ». (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed.
Gentile, 1%,339 € 301). Su codesto scritto del Valletta, e l'occasione a cui si
riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio, II, 64. I Opere, I, 8. 2 Accenno alla
tesi dello Spaventa circa il concetto della metafisica della mente, di cui la
Scienza Nuova dimostrerebbe per lo meno L'avrebbe superata, se avesse potuto
cangiare il suo mondo, e non essere insomma V. neoplatonico, riportante tutto a
Dio e mirante quindi la natura come parallela allo spirito nelle manifestazioni
di Dio, per concepire non più questa dualità di natura e artes, ma una natura
essa stessa ars di quel Dio che è animus; e ridurre insomma tutto ad ars.
Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente trascendente del reale, che
si organizzeranno alla meglio a poco a poco per la laboriosa meditazione del
mondo umano del diritto e in generale della storia, nella Scienza Nuova, ce ne
sono, e di grandissima importanza, già in questa Orazione del 1699. Poiché fin
da questo scritto il nostro filosofo ha un acuto intuito dell’attività
creatrice dello spirito. La fantasia, nello stesso senso della Scienza Nuova,
autrice di un suo mondo pieno e perfetto, contemplato dalla sapienza poetica,
fa qui la sua prima apparizione: Vis vero illa rerum imagines conformandi, quae
dicitur ‘ phantasia ‘, dum novas formas gignit et procreat, divinitatem
profecto originis asserit et confirmat. Haec finxit maiorum minorumque gentium
deos; haec finxit heroas; haec rerum formas modo vertit, modo componit, modo
secernit; haec res maxime remotissimas ad oculos pontt....». Né questa facoltà
di creare gli dèi è assegnata incidentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro
di Giamblico nel De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato nella Scienza
Nuova a riprova della teoria dei caratteri poetici (dign. XLIV), che cioè gli
Egizi tutti 1 ritrovati_r_r-@y666 l'esigenza; e sono d’accordo col Croce (La
filos. di G. B. V., p. 137; 2% ed. p. 141), nel ritenere che non si possa
parlare di unificazione di natura e spirito in V.: il quale s’arrestò, e doveva
arrestarsi, alla dualità degli attributi. Ma è vero che se egli non sa svolgere
l’esigenza implicita nella posizione della S. N., e deve mantenere la metafisica
del De ant., cotesta esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da
distruggere la posizione del De ant. Per la sua esigenza, V. va al di là di
Spinoza e di Leibniz, ed è kantiano prima di Kant. utili alla vita umana
attribuissero a Mercurio Trimegisto, doveva esser noto al V. fin da quando
scriveva nel ’99: Quid vero illa, quae aut singularem utilitatem, aut summam
admirationem hominibus voluptatemve attulerunt, nonne ethnici homines, suimet
ipsorum ignari, sive ad deos quosdam retulerunt, sive deorum dona esse
existimarunt? Leges, quod iis vitae societas conservetur, deorum donum »
Demosthenes dixit; at eae donum humani animi vestrum similis fuit. Socrates
moralem philosophiam de coelo dictus est devocasse; at is potius animum in
coelum intulit. Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, eloquentiam ad
Mercurium; at ii homines, ut quivis vestrum fuere. Orphei lyra, Argus navis,
inter sidera invecta, vestras hominum mentes luculento testimonio caelestes
esse confirmant. Et, ut hanc rem omnem brevi complectar, dii omnes, quos ob
aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo appinxit antiquitas,
vos estis. Razionalismo
evemeristico, che si fonde nel pensiero fondamentale dell’animus artium deus
(poiché leggi, filosofia morale, medicina, eloquenza, musica e poesia son tutte
arti); e dà alla fantasia creatrice degli dèi, propria degli uomini suimet
ipsorum ignari, un posto nella metafisica generale del nostro pensatore. Che
poi la fantasia creatrice di questi, come dirà più tardi V., caratteri poetici
o ritratti ideali, che sono gli dèi degli antichi, non sia pur fatta creatrice
di tutti gli dèi, antichi o moderni — poiché anche la religione è un’ars — non
vorrebbe dir nulla, se V. avesse la forza di rovesciare il suo mondo sulla
propria base, per fondarlo sullo spirito: allora la sua fantasia, il suo
spirito diverrebbe creatore davvero del cielo e della terra. Per esser tale,
infatti, non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non dovrebbe saperlo: suimet
ipsius ignarus. V., interrogato, a rigore non potrebbe non negare. Questa è, e
rimarrà, una pura esigenza del suo pensiero: non far creare misteriosamente
l'uomo da Dio, ma, razionalmente, Dio dall’uomo. Certo, da queste prime formule
del suo pensiero fino alle dignità più solide e definitive di esso, sta per V.
che gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo
perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (dign. LIII); e in
generale, come per Schelling, prima è il fare e poi il sapere di aver fatto;
verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza Nuova può essere una
dimostrazione di fatto storico della Provvidenza, perché dee essere una storia
degli ordini, che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio, e sovente
contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran città del genere
umano » ®. È dunque stretta dottrina del V., che la piena coscienza del suo
pensiero non può esser nel suo pensiero, ma solo nella riflessione posteriore.
Né la fantasia crea soltanto le religioni. Crea le lingue, con sorprendente
rapidità; sì che a due anni, al più a tre, si sanno omnia verba et res quibus
communis vitae usus continentur; che se si volesse redigerne un vocabolario, vi
occorrerebbero di gran volumi. Così ognuno di noi ha in sé una filosofia, tutto
lo scibile: e non lo sa. Basta attendervi. L’ innatismo platonico si colorisce
di immagini stoiche, dove V. esorta ad eccitare 2/as nobis tot rerum atque
tantarum a prima veritate insitas et quasi consignatas notiones, quae in animo,
tanquam igniculi sepulti, occluduntur; et magnum cunctae eruditionis incendium
excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone platonico, dove lo schiavo ignaro
di geometria, accortamente interrogato, si palesa geometra. Vobiscum sunt,
vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos recte novenitis,
fortunatissimi. Questo innatismo è un
modo della inconsapevolezza originaria dell’anima, quale va concepita nella
dottrina I S. N.. IT. neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso. Lo
spirito umano è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel suo grembo !. Ne
acquista coscienza con la volontà, come richiede il platonismo, dall’&owg
del Convito all'amor Dei intellectualis dell’ Ethica. O insignem desidiosorum
ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia noluerint; quando ut sapientes
simus, id voluntate maxime constat ». E a persuadere che questo tesoro è già
nell'animo, e che basta quindi volere, che cioè veramente lo spirito non
possiede soltanto quello che sa di possedere, come Leibniz nei Nuovi Saggi
anche V. scende all'osservazione di quelle che il filosofo di Lipsia dirà
piccole percezioni. Quivis vestrum cottidie tabulas pictas intuetur, sed
innumera non videt quae pictores observant; cottidie symphonias et cantus
audit, sed quam multa eum fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt ! Non
vi manca altro, conchiude V., che l’arte del vedere e dell’udire. Che più ? La
stessa filosofia non è se non una scoperta, che chi vuole fa dentro di sé, di
un mondo che reca in se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A dimostrazione
di ciò, neoplatonicamente, V. esemplifica ai suoi uditori il processo
filosofico come un itinerario della mente a Dio: a sui ad Dei cognitionem
ascensto. Ma l’esposizione di questo processo riesce affatto nuova e
sorprendente a chi, familiare col V. delle opere da lui pubblicate, legga per
la prima volta queste orazioni che egli, maturata la sua filosofia, rifiutò.
L’acerbo critico di Cartesio qui ci apparisce cartesiano. Vediamo. Etsi de
omnibus omnino rebus mens humana haereat dubitetque, nullo usquam pacto
ambigere potest quod cogitet, nam id ipsum ambigere cogitatio est. Cum itaque
nequeat se non cogitationis consciam agnoscere, ab ea cogitandi conscientia
conficit primum, quod sit res quaedam; nam, si nihil esset, qui cogitaret ?
Questo è il cogito ergo sum cartesiano, se anche non esposto con tutta la
precisione desiderabile (poiché con quel nam sî nihil esset la verità della
proposizione cessa di essere quella res per se nota simplici mentis intuitu che
Cartesio voleva). Ma V. prosegue: Deinde sibi infinitae cuiusdam rei notionem
esse insitam sensit; tum adsumit tantundem in caussa esse oportere quantum in
re est, quae ab ea caussa producatur: hinc denuo colligit, eam infinitae rei
notionem a re, quae sit infinita, provenire. Heic se finitum et imperfectum
agnoscit: itaque infert eam notionem sibi ab infinita quadam re, cuius ipse
aliqua sit particula, obortam esse. Hoc explicato, adsumit: — Quod infinitum
est, in se continet omnia, nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus
complectitur eam notionem sibi esse a natura omnium perfectissima ingenitam.
Proponit iterum: — Quod perfectissimum est, id omnibus est erfectionibus
cumulatum. — Colligit denuo: Itaque ab eo nulla secreta est. Ad haec
assumit: Perfectio est quid esse. Tandem denique concludit: Est igitur Deus. Cumque Deus sit omnia, est omni
pietate dignus !. È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla terza
Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve intendere questo
cartesianismo della prima fase della filosofia di V. ? L’anticartesianismo è la
sola norma legittima della sua interpetrazione. Nel De antiquissima e nella
polemica col Giornale de’ letterati egli svolgerà una critica della certezza
cartesiana, che ha due momenti inseparabili. I) La certezza del cogito è
coscienza, nonscienza. Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat;
conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare I Opere.] non
possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cognizione di quella causa che per
produrre l’effetto non ha bisogno di cosa forestiera?: onde il criterio di
avere scienza di una cosa è il mandarla ad effetto; e che il pruovare della
causa sia il farla; e questo essere assolutamente vero, perché sì converte col
fatto, e la cognizione di esso e la operazione è una cosa istessa »3. V.
avverte che egli non rifiuta perciò l’analisi con la quale il Cartesio perviene
al suo primo vero ». Sarebbe cioè ancora disposto a farla sua, come nella
Orazione del 1699. Io l’appruovo e l’appruovo tanto, che dico anche i Sosi di
Plauto, posti in dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fallace,
acquetarsi a quello sed quom cogito, equidem sum. Ma dico che quel cogito è
segno indubbitato del mio essere; ma, non essendo cagion del mio essere, non
m'’ induce scienza dell’essere » 4. 2) Il vero processo per V. è quest'altro:
Quid in me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis ideam
agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima mens, nempe Deus. Perciò
egli, approvando l’analisi cartesiana, può illustrare il significato del
cogito, dicendo che questo cogito non è ‘causa, ma signum dell’ esse: Nisi
forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex rebus, de quibus omnino dubitare
non possit, ad Dei Opt. Max. cognitionem pervenerit, postquam eum morit, falsa
agnoscat vel ca, quae omnino habebat indubia. Ac proinde ex genere omnes îdeae
de rebus creatis prae idea summi Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus
sunt, quae ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno I Opere, I, 139. 2
Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV. 3 Sec. risp., $ IV: Opere, I,
258. 4 Prima risp., II; cfr. De ant.] autem Deo idea vera sit, quia is unus ex
vero est » 1. E però V. rimprovera al Malebranche, che pur platoneggiava, di
non essersi accorto che la mente umana può ricavare la cognizione, non pure del
corpo, ma di se medesima, soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi
in Deo se cognoscat. È così, completando il processo già esposto: Mens
cogitando se exhibet: Deus in me cogitat: in Deo igitur meam ipsius mentem cognosco
». Sicché la critica vichiana, se si guarda nel suo primo momento, ha un
significato; nel suo complesso ne ha un altro. A V. sfugge interamente il
valore del cogito cartesiano, perché lo vede sempre in quel mondo, in cui non è
centro il pensiero come pensare (ego cogito), ma il pensiero come pensato: l’
Idea, l’ Uno, il Dio platonico e neo-platonico. Il cogito non può essere la
causa dell’esse (cogitansì, come pure evidentemente è per chi attribuisce al
cogito il valore e l'autonomia che gli spetta, perché V. non vuol dimenticare
(e Cartesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo punto) quello che ha
appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse, lo stesso esse cogitans, non è
causa sui, non è sostanza, ma res creata, la quale perciò non ha in sé nessuna
verità, e va riportata alla sua causa, che è la sua sostanza. Il punto di vista
vichiano contro Cartesio è panteistico e antispirituale, precisamente come
quello di Spinoza ?, che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam
hominis non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa critica a Cartesio:
vulgus philosophicum incipere a creaturis, Cartesium incepisse a mente, se
incipere a Deo 3. Cotesto punto di vista V. non sorpassò mai; e in I De ant.,
c. VI; in Opere, I, 173-4. ? V. Epist. 2; la pref. del MEyER ai Princ. philos.
Cartes., e Eth., II, prop. X, sch. 2. 3 Tschirnhaus a Leibniz, in L. STEIN,
Leibniz u. Spinoza, Berlin.] certe aggiunte, poi rifiutate, che faceva nel 1731
alla Scienza Nuova *, ripeteva con leggiere varianti, la stessa critica, sul
principio che gli addottrinati non debbono ammettere alcun vero in metafisica
che non cominci dal vero ente, ch’ è Dio ». Ricorda quivi e critica anche
Spinoza, sforzandosi (con argomenti che dovevano contentar poco lui stesso, e
più tardi infatti vi rinunziò) di dimostrare una reale distinzione tra il mio
essere e il vero Essere. La questione già gli si era presentata nel De
antiquissima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam 1ipsius mentem cognosco;
facendo Dio omnium motuum sive corporum sive animorum primus Auctor. Gli s'era
affacciata negli stessi termini che a Plotino e a tutti quelli che s’eran messi
sulle tracce di lui, finché Spinoza non trasse col coraggio del genio
filosofico la conseguenza necessaria, che sola poteva chiarire il gran difetto
di quel primus Auctor. Unde mala? V. sente tutta la difficoltà: sed heic illae
syrtes, illi scopuli. Quonam pacto Deus mentis humanae motor, et tot prava, tot
foeda, tot falsa, tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà
certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo della cognizione
intellettuale, che è passiva intuizione delle idee oggettive, spiega del pari
platonicamente l'errore con la volontà: che non si sa poi perché non debba
essere della stessa passività dell’ intelletto, se la sua libertà non importa
altro che la possibilità dell'errore. La soluzione del V. è più profonda.
Nessuno, come insegna il Vangelo di Giovanni, può andare al Padre, misi Pater
idem traxerit. E la volontà ? Quomodo trahit, st volentem trahit? V. aveva
accettato e accetta la dottrina agostiniana come la più conforme alla so I
Pubblicate per la prima volta nell’ed. Nicolini,242-3, ma da lui anticipate
nella Critica, VIII (1910), p. 479. stanza (necessità) della volontà divina, e
alla libertà della nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o
meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli nega l’assolutezza del
male, nega il finito come finito, che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo
del De antiquissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande importanza
per l’ intelligenza del pensiero vichiano: Hinc fit quod in ipsis erroribus
Deum aspectu non amittimus nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum
simulacris amplectimur: finita videmus, nos finitos sentimus; sed id ipsum est,
quod infinitum cogitamus: motus a corporibus excitari, a corporibus communicari
nobis videre videmur; sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae
communicationes Deum, et Deum mentem, motus authorem asserunt et confirmant;
prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem, inquieta ut quieta cernimus !. Nel
De antiquissima quindi conchiude tornando a dire ambiguamente: Sed cum neque
rectum, neque unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli în his rebus
nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos de creatis rebus in
ipsis imitamentis Deum Opi. Max. intueri »; come se realmente l’
intelligibilità da lui veduta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento
la quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova: dove i
bestioni diverranno la prima forma necessaria dello spirito divino nel corso
dell’umanità: e la grazia agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza. Ma
torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È chiaro ormai ch’esso è tutto un
cartesianismo platonico, e come dire, capovolto. Tutti i mistici medievali, da
Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano în ?1nteriore homine, per
risalire quindi sopra la mente a Dio. E V. aveva ragione di dire che quel che
c’era di nuovo I De ant., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III,
LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA per lui, in Cartesio, era falso, e il
vero era vecchio: non cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui che cosa aveva
egli letto, per esempio, nella Teologia platonica del Ficino *: Neque audiendi
sunt sceptici, si negaverint in animis nostris esse veritatem, quia videantur
de singulis dubitare. Non enim de omnibus dubitat animus, ut apparuit in
omnibus necessariis veritatibus quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum videri scio. Hoc
mihi iucunde olere scio. Hoc dulciter gustum attingere scio. Quis nesciat
summum bonum esse, quo nihil praestantius ? Et esse vel in homine, vel extra
hominem, et si in homine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis
non certo sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum esse, vel
plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ? oportere Deum esse
corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus, esse necessario
incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il carattere della vecchia
metafisica scrollata dal cogito cartesiano: tutta concetti senza realtà, 0, se
sì vuole, tutta verità senza certezza). Item regulas multas astrologiae et
medicinae certas esse declarat effectus [che è, si badi, il concetto dell'esperimento,
non baconiano, dunque, ma ficiniano di V.]*, ut arithmeticas et geometricas
praetermittam, quibus nihil est certius [che è pure la dottrina vichiana) 3. Et quod maius
est, si quando animus de re aliqua dubitat, tunc etiam de multis est certus. Nam se tunc dubitare non dubitat.
‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a veritate certa id habet certum. Quippe qui se
dubitantem intelligit, verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus
est, de vero igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubitat, in
seipso habet verum, unde non dubitet. Nec ullum verum nisi veritate verum est. Nonigitur oportet I Lib. XI, c. 7;
ed. cit. I, p. 263. 2 Cfr. De ant., c. I, $ 2: Opere, I, 136: In physica ea
meditata probantur, quorum simile quid operemur: et ideo praeclarissima
habentur de rebus naturalibus cogitata, et summa omnium consensione
excipiuntur, si iis experimenta apponamus, quibus quid naturae simile faciamus
». 3 Cfr. sopra30-31, e ancora Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185) e 4 (p. 189),
dove il Ficino chiarisce il carattere soggettivo o mentale delle realtà
matematiche. eum de veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut
Augustinus inquit, praesertim cum non modo se dubitare intelligat, sed quod hoc
intelligit animadvertat, et quod animadvertit agnoscat, ac deinceps in
infinitum. Discernit praeterea dubium animum ab indubio. Nec eum latet quanto
satius foret non dubitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem
cum dubio comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper certus se
investigare, sentire, vivere, esse. Siquidem nihil dubitat qui non est, vivit,
sentit, et investigat. Certus
quoque est se non esse primam veritatem, quippe cum ipsa per se non dubitet.
Scit eam dubitatione et errore non implicare Qui il cartesianismo di V. c’ è
tutto; ma a suo posto: la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto
della verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra mente, la quale
agisce in noi. Giacché in questa assenza della mente nostra a se medesima, o in
questa passività della mente, in quanto mente infinita, si fonda
neoplatonicamente il concetto della inconsapevolezza originaria dello spirito
come fantasia, quale si vede, per la prima volta, nella nostra Orazione. Il
legame intimo dei due concetti è chiaro appunto in Ficino, e mi permetto di
riportare ancora un lungo passo di lui per l’ interesse che ha qui il
chiarimento di questo punto: Mens autem, quae supra nos est, quia purus
intellectus est, puro intelligibili pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem
nostra mens assidue vescitur, si epulis superioris mentis accumbit. Nec iniuria
intelligentiam in anima essentialem perpetuamque locamus, quia ex eo est in
anima, quod convenit cum perpetuis eius essentiae causis. Et sicut animae
ingenitus est appetitus boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius veri
naturalis essentialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut Iamblici
verbis utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior atque
praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione divinus ! Cfr. il
celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.: A Deo errantes per fiagella
reducti sumus ad viam salutis et cognitio- [Iamblicus confirmavit, quod
quemadmodum temporalia contingentiaque per temporalem contingentemque
cognitionem attingimus, ita oportet necessaria et aeterna per essentialem et
perpetuam attingere notionem, quae non aliter inquisitionem nostram antecedit,
quam status motum. Temporalis vero cognitio ita inquisitionem sequitur, ut
contingens effectus motum sequitur ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum
mentis actum, qui quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter actiones
inferiores non intermitti quidem in seipso, quamvis quod animadversionem
pertinet, in viribus inferioribus intermittatur, atque actus intellectus rationalis,
vel rationis intellectualis, qui discursione fiunt, propter operationes
inferiores soleant intermitti, atque e converso. Verum cur non animadvertimus
tam mirabile nostrae illius divinae mentis spectaculum ? Forsitan quia propter
continuam spectandi consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus. Aut
quia mediae vires animae, videlicet ratio et phantasia, cum sint ut plurimum ad
negotia vitae procliviores, mentis illius opera non clare persentiunt, sicut
quando oculus praesens aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis occupata,
quod oculus videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt ocium,
defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae velut in
speculum. Unde et vera
ratiocinatio nascitur ex intelligentia vera, et humana intelligentia ex divina.
Neque mirum est aliquid in mente illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil
enim animadvertimus nisi quod in medias transit vires. Ideo licet saepe vis
concupiscendi esuriat atque sitiat, non prius tamen hoc animadvertimus quam in
phantasiam transeat talis passionis intentio. Nonne nutriendi virtus assidue
agit ? Assiduam tamen actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque
perpetuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia illa debilior,
quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est potius vehementior. Saepe
enim dum canimus aut currimus, canere nos aut currere nequaquam excogitamus,
atque ex hoc attentius operamur. Animadversio enim actionis intentionem
distrahit animae, ac minuit actionem. Tyrones in qualibet arte opera eius artis
sine attentione non agunt, veterani autem, etiam nem divinorum, non per
syllogismum, qui est quasi sagitta qua scopum attingimus a longe absque gustu,
neque modo per authoritatem, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per
tactum intrinsecum in magna suavitate ». si non attendant, habitu quodam et
quasi natura operantur. Quid prohibet talem esse continuam mentis
intelligentiam ? !. Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopenhauer e
Hartmann avrà grande fortuna, finché non si saprà scorgere la potenza creatrice
dello spirito, e però l’unità di queste che Ficino dice mens e ratio. Anche per
V., da principio, la cognizione originaria, la vera cognizione, base d'ogni
riflessione, è questo tesoro non nostro, e quest’asinità, come l’aveva detto
Bruno, che sarà essere, o sostanza, ma non è pensiero; onde l'asino, per dirla
ancora con Bruno, solo se è predestinato, può arrivare alla Gerusalemme della
beatitudine e visione aperta della verità divina: perché gli sopramonta quello,
senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia » 3. V. nella Scienza
Nuova scoprirà una Gerusalemme della ragione tutta spiegata, a cui si conduce
l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in quanto, profondandosi sempre più
nella stessa intuizione neoplatonica, troverà che le forze dell’uomo sono la
stessa forza divina; e l’asino e il cavaliere bruniani diventeranno a’ suoi
occhi un essere solo. III. Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700) si rimane
nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si potrebbe scorgervi un
accento personale e una traccia di elaborazione originale del pensiero
vichiano. Pure il V., quando già aveva tutte quante scritte queste sei orazioni
anteriori al De nostri temporis studiorum ratione, 1 Theol. plat., libr. XII,
c. 4; I, p. 273. * Cabala del cavallo pegaseo. 3 Opp. ital., ed. Gentile,
IT,245-6. questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce
per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello Filomarino !
dimostra che almeno allora non era dell’opinione espressa più tardi nell’
Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno pensava
allora di darla alla repubblica delle lettere; quantunque il suo disegno non
avesse poi esecuzione. La preferenza dell’autore per questa seconda orazione
non può aver altro significato se non che V. attribuiva uno special valore alle
verità quivi contenute, e le sentiva più vivamente nel suo animo. Profondità e
intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte eloquenza con cui
l’autore esprime il suo pensiero in questa orazione, che è tra le pagine più
belle del V.. Egli vi espone principii dell'etica, di cui nella precedente
orazione aveva abbozzata la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque
quam stultum sibi esse neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi
così: la felicità consiste nella cognizione del saggio che conosce se stesso
(nel senso della prima Orazione) e, in se stesso, Dio. Il concetto medesimo
classicamente svolto da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione
neoplatonica del bene come Uno immanente nello stesso molteplice: onde ogni
essere tende all’unità da cui deriva. V. comincia dal contrapposto, che abbiamo
visto in Pico della Mirandola *, tra la natura e l’uomo: la natura, governata
da leggi necessarie, assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può
essere che se stessa e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo,
dotato di una prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà,
onde può accogliere in sé le più aspre contraddizioni. La natura è fatta,
l’uomo si fa: o, come dice Opere, ed. Ferrari, VI, 80-81. ® Vedi anche Ficino,
Theol. plat.] V., nella natura omnia ad aeternum exemplar facta, aeternoque
consilio regi; nell'uomo nedum diversa et contraria, sed a sua communique
natura aliena atque abhorrentia studia, e però, lungo il corso del tempo, un
alzum a se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ? Pel V. della
Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia, quantunque, come ha nettamente
veduto il Croce 1, né anche V. si liberi del tutto della trascendenza in modo
da poter conquistare un pieno concetto del progresso. In questa orazione
tentenna, come Pico, come Ficino, come ogni neoplatonico; e, in fondo, se si va
a vedere, questa che si dice libertà, è servitù, e la vera libertà è quella per
cui si nega la prima, senza conservarla, senza mostrare che soltanto per la
prima si giunge alla seconda. Ad ogni essere Dio prescrive la sua legge.
All’uomo questa, scolpita da V. nello stile delle XII Tavole: Homo mortali
corpore, aeterno animo esto. Ad duas res, verum et honestum, sive adeo mihi
uni, nascitor. Mens verum falsumque cognoscito. Sensus menti ne imponunto.
Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cupiditates rationi
ancillantor. Ne mens de rebus ex opinione, sed sui conscia iudicato; neve
animus ex libidine, sed ratione bonum amplectitor. Bonis animi artibus aeternam
sibi nominis claritudinem parato. Virtute et constantia humanam felicitatem
indipiscitor. Si quis stultus, sive per malam fraudem, sive per luxum, sive per
ignaviam, sive adeo per imprudentiam secus faxit, perduellionis reus sibi 1psi
bellum indicato » 2. La legge dell’uomo, adunque, è un valore che non è valore;
è un dover essere, che è essere; è una volontà, I La filos. di G. B. V.,143-4;
28 ed.,147-8. 2 Riferita con qualche variante dal V. nell’Autob., ed. Croce, p.
28. mere Ade ii LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA che è piuttosto natura.
Si determina in imperativi che, mentre par sì dirigano da Dio all'uomo,
sono rivolti da Dio a se medesimo. L’essere anima e corpo, il
tendere naturalmente (nascitor) a Dio come verità e come bene, il
conoscer la mente il vero e il falso, sono, e devono essere, volontà di
Dio; non sono, né possono essere, volontà dell’uomo. E se le altre
determinazioni della legge umana fossero dello stesso tenore, l’uomo non
si farebbe da sé quel che è (stultus o sapiens); sarebbe tale per
volere di Dio. V., non occorre dirlo, da questo genere di
determinazioni passò ad altre determinazioni che come libere potessero
essere rimesse alla libertà umana (non sottomettere la ragione ai sensi,
ma dar l'impero alla ragione, e a questa soggiogare gli appetiti, mirando
al fine da essa prescritto, e superando per tal modo la guerra tra
le passioni e le razionali aspirazioni); ma, poiché esse non sono se non
le definizioni della natura umana, quale può esser data dalla cognizione
della propria divinità (onde V. conchiude che lex, quam Deus humano
generi sanxit, sapientia est), poiché questa cognizione non può essere
del senso, ma solo della mente, la quale per natura cognoscit verum et
falsum, ed è quindi incapace di errore, non si vede come la legge
potrebbe esser mai liberamente violata: non si vede cioè come queste
altre determinazioni potrebbero esser leggi per la volontà umana
(leggi morali) e non più per la divina (leggi naturali), se V., come altri
prima di lui, non sottintendesse una volontà, che non è mens né sensus, o
meglio è insieme mens e sensus, e però può farsi questo e tornare ad
essere quella. Il motto, pertanto, di questa prima etica vichiana, è
quello della morale stoica e neoplatonica: seguir la natura: Si
sapientiae studiis animum adiungamus, naturam sequimur: sin ab ea ad
stultitiam traducamur, a nostra declinamus natura, et in cam facimus
legem ». Liberar la propria natura (concepita nella sua
originaria divinità astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è
il processo morale: morale, perché eudemonologico, come fu
concepito dalla filosofia greca; eudemonologico, perché
intellettualistico, come fu concepito da Socrate, dalle scuole socratiche
e nel neoplatonismo, per cui il supremo fastigio dello spirito è amor Dei
intellectualis. V. comincia dal ritrarre co’ più foschi colori
una truce immagine della guerra: scontro degli eserciti avversi, e
fiammeggiare degli odii sul campo, quando ferve inesorabile l’ ira e il
furore acceca le menti e una prepotente libidine di strage infierisce negli
animi. E i volti efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di
fiamme cercano nel nemico il punto da ferire, e la mano assale
pugnace, e il ferro passa da parte a parte. Se gli uni respinti indietreggiano,
gli altri incalzano: se questi stan fermi, quelli fanno impeto; dove si
scompiglian le file, penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo
miserando, il campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli
orrori delle devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni.
Ebbene, assai più terribili sono i mali arrecati dalla guerra che
dentro di sé lo stolto fa a se medesimo: onde si perde patria, felicità,
libertà e ogni fortuna. L’anima è parte razionale, parte irrazionale.
Nell’anima irrazionale, secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due
cavalli, maschio e femmina; uno irascibile e l’altro
concupiscibile: uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e
languore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava cupiditas
alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle passioni
(perturbationes), di cui la sorgente è l’amore; che è desiderio,
seilbeneè lontano; speranza, se sl può conseguire; gaudio, se presente;
gelosia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa godere; e quindi
emulazione, invidia se altri .ne ha molto, e noi poco. Ma, ottenuto lo
scopo e strappata la maschera, resta la cosa, e il bene diventa
male, l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne viene
l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la tristezza e il dolore.
Edecco riscuotersi l’altro cavallo, il maschio, l'ira; che si fa audacia,
se può vincere il male; se dispera della vittoria, rinasce
l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è tollerabile, ne viene
la noia (faedium); se trasmoda, lo sbalordimento (stupor). Le gioie
s’alternano perpetuamente ai dolori; ma quanto fugaci le gioie, e come
fallaci tutte le promesse a cui si arrende l'appetito ! Gli stolti
che gli si danno in balìa, veggono talvolta Il soave diletto di un
Archimede occupato, durante il saccheggio di Siracusa, nelle sue
dimostrazioni geometriche; di uno Scipione che, mal compensato da Roma
della distruzione di Cartagine, si ritira tranquillo in una villetta a
studiare e, chiuso nella sua virtù, godere delle meditazioni della
filosofia e del ricordo delle sue grandi gesta. Ma che perciò ? Basta
forse la bellezza della virtù, a metterli, destando il desiderio di sé,
sulla via che sola conduce a quella dolce gioia che non è premio della
virtù, ma la virtù stessa ? La virtù è scienza: scienza del giusto
mezzo o di quei termini, per dirla del poeta, Quos ultra citraque
nequit consistere rectum; è coerenza logica, per cui non si può
lodare la virtù e Seguire il vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si
sottrae all’insania delle gioie vane e delle tormentose cupidigie.
Stulti vita semper ingrata, semper trepida est, semperque is sibi
dissidet, secumque pugnat: semper fastidio sui Llaborat, suique taedet ac
poenitet. Nunquam ei velle ac nolle decretum est ». Lo stolto, dice V.,
semper foris est; nunquam secum habitat. Sconfitto nella
guerra con se stesso, egli vien cacciato dalla sua patria. Dalla patria
del sapiente: non dalla piccola città che un muro e una fossa
serra, ma dalla grande, cui circondano i flammantia moenia del
poeta; non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo con
umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure: dalla città, in
cui con Dio abitano i saggi: il mondo divino, che è la natura degli stoici e
dei neoplatonici, panteisticamente intuita nella sua divinità: etenim ius,
quo haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti mundo et
partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum continet et tuetur ».
Quella ragione, che è in Dio, e costituisce la sapienza divina, è conosciuta
dall’uomo, e costituisce la sapienza umana (ma già dev’essere, com’ è
detto nella prima Orazione, anche nell'uomo, perché questi non la conosce
se non in se stesso); quella ferfecta ratio, come V. dice pure
esplicitamente, qua Deus cuncta
operatur, sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche le passioni, la cui
conoscenza viene ad essere perciò sapientia, quindi superamento della
stultitia, e però libertà virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale
virtù, appunto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio
operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde noi
intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è operazione dell’uomo, ma dello
stesso Dio. A V. infatti par troppo superbo il pensiero degli stoici, che
la virtù (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli par più
vero e più profondo dire: una re nos Deus sur similes reddit, virtute,
qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam aeternae nos compotes facit
felicitatis ». L'amore intellettuale della mente verso Dio, aveva detto
Spinoza, col quale V. era portato
necessariamente ad incontrarsi spesso dalla logica del suo pensiero
1, è lo stesso amore di I
Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti ideali di V.
con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti storici v. B.
CROCE, La filosofia di G. B. V., p. 198; 28 ed., p. 204. I riscontri
della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da Dio:
l’amore cioè con cui Dio ama se medesimo, non in quanto è infinito, ma in
quanto si può esplicare per l’essenza della mente umana considerata sub specie
aeternitatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della mente
CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. V., Milano,
Bortolotti, 1877,103-7, 195-6, additano certamente rassomiglianze non
trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia inesatta; ma non dimostrano
nessun rapporto né storico, né ideale; perché non concernono nessun
concetto specifico dello spinozismo. Ecco invece alcune coincidenze
significative che potranno fornire materia a una speciale indagine.
Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due specie di causa: Causam
adaequatam appello eam, cuius effectus potest clare et distincie per
eandem percipi. Inadaequatam autem seu partialem illam voco, cuius effectus
per ipsam solam intelligi non potest». E V. nella Prima risp. al Giorn. d.
Letter. (Opere, I, 221) avverte: Per vera cagione intendo quella che per
produrre l’effetto non ha di altra bisogno », 0, come spiega nella Sec.
risp. (I, 257), non ha di cosa forestiera bisogno »: quella causa insomma
nella cognizion della quale la scienza consiste, poiché il criterio di
avere scienza di una cosa, è il mandarla ad effetto ». Tutta spinoziana,
più che cartesiana, è la dottrina della sostanza e degli attributi
propugnata nel De antiq., e così riassunta nella Sec. risp. (I, 267):
Sostanza in genere dico esser ciò che sta sotto e sostiene le cose,
indivisibile in sé, divisa nelle cose ch’ella sostiene; e sotto le divise
cose, quantunque disuguali, vi sta egualmente. Dividiamola nelle sue
spezie:sostanza distesa è quella che sostiene estensioni disuguali
egualmente; s o stanza cogitante è quella che sostiene pensieri disuguali
egualmente; e siccome una parte dell’estensione è divisa dall'altra, ma
indivisa nella sostanza del corpo, così una parte della cogitazione, cioè
a dire un pensiero, è divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed è
indivisa nella sostanza dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?, ed.
Ferrari, III, 16). V., De antiq., c. IV,
$ 2 (Opere), riproduce anche la distinzione spinoziana di attributum e
modus. Spinoziano è pure quel che V. dice nella Sec. risposta (I, 268)
intorno all’errore: Io non mai ho inteso dire false le apprensioni
nell’esser loro; perché i sensi, anche allorquando ingannano, fanno
fedelmente l'ufficio loro; ed ogni idea, quantunque falsa, porta seco
qualche realità, essendo il falso, perché nulla, impercettibile. Ma le ho
dette false, in quanto sono urti e spinte al precipizio della mente in
giudizii falsi ». Cfr. SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35
etc. Per Spinoza (E#h., II, pr. 7)
ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum; e per V.
egualmente: L'ordine dell’ idee dee procedere secondo l’ordine delle cose
» e le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che
trattano »: due dignità (LXIV e CVI) che, intese alquanto meglio che non
suonino le parole, si riferiscono allo stesso ordo di Spinoza. Per Spinoza è un corollario della cit.
proposizione quod Dei cogitandi potentia aequalis est ipsius actualì
agendi potentiae; hoc est, quicquid ex infinita Det DI
verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se stesso
!. Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria
felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a natura
sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine eademque connexione
sequitur in Deo obiective»: che è il verum factum convertuntur rispetto a
Dio, di V.. Per Spinoza (E#à., I,
app.) il concetto delle cause finali è antropomorfico (quod scilicet
communtiter supponant homines, omnes res naturales ut ipsum propter finem
agere) e l’interrompere la ricerca delle cause meccaniche ricorrendo ad
Dei voluntatem è un ad ignorantiae asylum confugere. E V.: Gli uomini ignoranti delle naturali
cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per
cose simili, essi dànno alle cose la loro propria natura.... », e La
fisica degli ignoranti è una volgar metafisica, con la quale rendon le cagioni
delle cose ch’ ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i mezzi
de’ quali la volontà divina si serve » (dign.). E altri riscontri si possono aggiungere
come i seguenti: Primum verum
metaphysicum et primum verum logicum unum idemque esse »: V., Notae al Diritto
Universale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?, dign. CVI:
Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che
trattano »; cfr. pure dign.). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10 sch. La fantasia
tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio » (Sc. N.2, dign.
XXXVI; e cfr. oltre,84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract. Theol.pol., c. 2: Nam qui maxime imaginatione pollent, minus
apti sunt ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis
pollent, eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis
temperatam, magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum
intellectu confundatur ». Anche per lo
Spinoza (Etàh., IV, 37 sch. I e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari,
Laterza, 1914, parte IV, nn. 40, 80) la religione è, come pel V., il
principio della vita civile dell’umanità.
A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana del certo
(v. oltre,120 sgg.); ma un accenno a questo concetto è nella sua dottrina
del valore probativo dei fatti storici (a proposito delle profezie) nel
Trattato teologico-politico. Notevole questo luogo delle Annot. in Tract.
th.-pol., VIII, in Opera, Vloten-Land, II, 177: Per res perceptibiles non illas tantum
intelligo, quae legitime demonstrantur, sed etiam illas, quae morali
certitudine amplecti et sine admiratione audire solemus, tametsi
demonstrare nequaquam possunt. Euclidis demonstrationes a quovis
percipiuntur priusquam demonstrantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum
quam praeteritarum, quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura,
instituta et mores, perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt
mathematice demonstrari. Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem
omnem excedere videntur, imperceptibiles dico.Eth., V, prop. 36. Era
dottrina neoplatonica. Mi piace citare qui un luogo di un nostro
neoplatonico, di cui subì l’ influsso anche Spinoza, Leone Ebreo; il quale nei
Dialoghi di amore (1516) dice che se stessa: la virtù, che è rerum
scientia, certa scire, quindi mente adire Deum, che è il sommo bene. Il
saggio, ritraendosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta
libertà (quella libertà che sarebbe stato meglio non avesse mai
compromessa e smarrita per il libero arbitrio !): poiché egli agnoscit quae in nobis sunt, natura sua
libera et propria esse: extra autem postta, serva et alieni iuris
». Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se medesimo, è
gittato nel carcere del corpo:
Tenebricosus carcer esì corpus; triumviri, opinio, falsitas,
error; custodes, sensus, qui in pueris acerrimi, in senibus hebetes, et
in omni vita pravis affectionibus corruptissimi ». Il nosce
te ipsum della prima Orazione diviene nella seconda: sequere naturam. Ma
è sempre lo stesso pro ]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma
contiene in sé l’onestà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che
sia: perché la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti
onesti.... È principio, perché dalla divinità depende l’anima intellettiva
agente di tutte l’onestà umane, la quale non è altro che un piccolo
raggio dell’ infinita chiarezza di Dio appropriato all'uomo per farlo
razionale, immortale e felice. E ancora questafanima intellettiva, per
venire a fare le cose oneste, bisogna che partecipi del lume divino: perché,
non ostante che quella sia prodotta chiara, come raggio della luce
divina, per l’ intendimento della colligazione che tiene col corpo, e per
essere offuscata dalla tenebrosità della materia, non può pervenire all’
illustri abiti de la virtù e lucidi concetti della sapienzia, se non
ralluminata dalla luce divina in tali atti e condizioni, che così come
l’occhio, se ben da sé è chiaro, non è capace di vedere i colori, le
figure e altre cose visibili, senza esser illuminato dalla luce del sole,
la quale, distribuita nel proprio occhio e nell'oggetto che si vede e
nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa la visione oculare
attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro da sé, è di tal
sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla compagnia del rozzo corpo e
così offuscato, che gli è di bisogno essere illuminato dalla luce divina....»;
ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19. Pei rapporti di Leone con Spinoza
vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo, Modena, Vincenzi, 1903; e GENTILE,
Studi sul Rinascimento, Firenze, Vallecchi, 1923, p. 96 sgg. Dopo, un
importante lavoro su Leone fu pubblicato da Ernst AppPEL, Leone Medicos
Lehre vom Weltall u. ihv Verhdltniss zu griech. u. zeitgenòssichen
Anschauungen, notevole per la illustrazione delle fonti di Leone
(Plotino, Ficino): in Arch. f. Gesch. d. Philos., XX (1907), 287-403,
456-96. Vedi ora gli studi del SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos. ital.,
1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen, Mohr,
1926. cesso: onde la metafisica diviene un'etica, ma
un'etica che è una metafisica: un'etica naturalistica, come quella
di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può trovare la sua libertà perché
è un modo della sostanza. Se V. fosse rimasto a questo punto, in cui Deus
operaur e l’uomo non può se non intelligere quel che fa Dio, al
concetto della storia, di un mondo creato dall'uomo, non sarebbe mai
pervenuto. Ma egli ora va ricercando come l’ intelligere umano possa
essere un operari di Dio; unità di contrari, senza di cui la storia della
Scienza Nuova non sarebbe nata nemmeno ?. La terza Orazione (che V.
dice recitata il 18 ottobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) =
riprende la concezione dell’etica adombrata nella precedente, mantenendo
l’opposizione dualistica di natura e uomo, ragione e senso, virtù e passioni, e
quindi il concetto della libertà come prerogativa fatale dell’uomo, prima
origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male che fa l’uomo, lo fa lui, e
tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È rafforzata l'opposizione tra la necessità
naturale e la libertà umana coi colori presso a poco di cui s’era servito, come
s' è 1 Pel tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota del
Ferrari a q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione
ricompaiono nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII. 2 [Infatti nel 1701, causa la
così detta rivoluzione del principe di Macchia, lo Studio napoletano si riaprì,
non secondo la tradizione, il giorno di San Luca (18 ottobre), bensì, senza
alcuna cerimonia inaugurale, il ro novembre. Inoltre in certi Giornali inediti
di ANTONIO BuLIFON (amico del V.), alla data del 18 ottobre 1702, è detto che,
nella riapertura degli Studi avvenuta in quel giorno, il signore Giovanni de V.
fe’ una erudita orazione come lettore di rettorica » (Comunicazione di F.
NicoLINI, al cui lavoro rimando per una più precisa documentazione)]. veduto,
il Pico. Ma esplicitamente deplorata, a differenza del Pico, la sua
prerogativa. At utinam Deus fecisset immortalis naturam humanam sibi itidem, ut
reliquae, mancipatam ! ». Se non che, nell’etica di quest'anno spunta un
elemento nuovo, che rompe l’ascetismo dell’ Orazione precedente. L'uomo,
tornando in se stesso, per seguire la propria natura, vi trova una legge che lo
riporta fuori di se stesso: Maxima quidem et potentissima illa vis est in
hominum animis insita, quae alium alii consociat et comungit ». Pel V. la
filosofia è ancora una naturae vestigatio; ma in questa natura comincia ad
esserci veramente qualche cosa, che non è la natura fatta da Dio, e che non è
male: ed è la soctetas. Questa realtà non è più l’ Uno astratto del
neoplatonico, perché si realizza nella molteplicità; talché la stessa
sapientia, che prima era quel dio che l’ individuo trovava nel fondo della
propria essenza, ora essa stessa è un legame, una comunità, di cui
compartecipano i filosofi. È il mondo del diritto, che comincia a premere in V.
sul neoplatonismo: un empirismo contro una filosofia, ma che ha su questa il
vantaggio di affermare il valore di quel mondo umano, vario, diverso, non
raggomitolato nel pensiero immutabile dell’immutabile verità, ma spiegantesi
attraverso l’amore e l'odio per trionfarne. Legge della società è che il socio
aut rem aut operam conferat in commune; e V. in questa Orazione svolge pedagogicamente
la necessità che i soci di quella società che è costituita dai letterati, dagli
scienziati e dai filosofi adempiano in buona fede secondo il monito del
giureconsulto romano (inter bonos bene agier) cotesta legge. Scarsa l’
importanza scientifica dei singoli precetti di questa morale letteraria esposta
nel séguito dell’orazione; ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi
V. ha occasione di darci notizie assai interessanti per la storia del suo
pensiero filosofico, e indizi manifesti di una crisi che in lui vien maturando.
Dove riprende i filosofastri che contravvengono alla buona legge della
repubblica letteraria non recandovi il contributo di opere proprie, ma badando
a lacerare le altrui, reca ad esempio le ingiurie che si sogliono scagliare
contro Platone, anilium fabellarum auctorem; contro Zenone, vanum mirabilium
promissorem, magnificum, suderbum et fastus plenum; contro Democrito ed
Epicuro, carneos homines; contro Cartesio, naturae pottastrum, € contro
Aristotele, al quale non se ne risparmia nessuna. Lo studioso di buona fede
deve, invece, lodare in ogni scrittore quel che c’è da lodare; e attribuire gli
errori all’umana debolezza. Si te philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae
disserat de animorum immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili vi
idearum, quae de geniis, quae de Deo summo bono, quae de amore a libidine
defoecato; et eum divini cognomentum lure promeruisse cognosces. Audi Stoicos,
quam graviter et severe sapientis constantiam doceant; et tute rigidos ac torvos
virtutis custodes dixeris. Audi Aristotelem, quanto acumine facultatem
dissertatricem universam complexus sit: cui nihil hactenus aliud, nisi quam
explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum addiderunt: quo corde de
re oratoria et poética praecepta tradat; absolutissimum illud de morum
philosophia systema perlege; et ingeniorum miraculum ultro fateberis. Audi
Democritum, quam verisimillima de principiis rerum, de corpusculorum effluvio,
de sensibus contempletur; et Naturae praelucem appellabis. Audi Carthesium,
quae de corporum motu, de passionibus animi, de sensu videndi nova et admiranda
investigarit, quae de primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum in
physicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad aliorum exemplar
factum. Dove, se non m’ inganno,
è un documento assai notevole delle opinioni filosofiche di V. al 1702. Platone
coi rimaneggiamenti neoplatonici (caratteristici il de geniis e il de Deo summo
bono) è sempre, com'era da aspettarsi, il fondamento: su cui si accettano degli
stoici la morale (cfr. Orazione precedente); di Aristotele la logica, la
rettorica, la poetica e l’etica (fusa con la stoica); e, quel che è più
interessante, si fa buon viso non solo a Cartesio, di cui già la prima Orazione
accettava la teoria del primo vero, che il De antiquissima combatterà, e il
metodo geometrico, che sarà sempre, più o meno, vagheggiato come l’ ideale
della dimostrazione scientifica in tutte le opere, fino alla Scienza Nuova; ma,
quel che non ci saremmo davvero aspettati, anche a Democrito, anche a quella
fisica corpuscolare democrito-epicurea e cartesiana, che dal De antiquissima in
poi V. avverserà vigorosamente dallo stesso punto di vista dal quale
contemporaneamente, e per analoghe ispirazioni, la scalzava il Leibniz. La dottrina
dei punti metafisici non era ancor nata; ma è lecito anche sospettare che per
allora V. non vedesse nettamente l’ irriconciliabile contrasto che c’è tra il
meccanismo della fisica corpuscolare e il dinamismo della sua metafisica
platonica. Non è per altro da trascurare che fin d’allora V. non riconosceva
valore di verità, ma soltanto una certa verisimiglianza a quella dottrina
fisica, come probabilmente alla teoria democritea, che poco prima aveva
rinnovato il Locke, della soggettività delle qualità secondarie (cui forse si
allude col de sensibus). Poiché in questa stessa Orazione spuntano quelle
riserve, che egli farà più tardi esplicitamente circa la portata dimostrativa
del metodo geometrico, su cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento;
e s’affaccia quello scetticismo rispetto alla scienza della natura che sarà
svolto poi nel De antiquissima, quando V. acquisterà la chiara coscienza (una
trentina d’anni prima di D. Hume) che la scienza della natura ci è vietata
dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e affermerà esplicitamente che
il razionalismo dei filosofi dal fastoso placito sapientem nihil opinari,
genera l’ordine tutto opposto degli scettici: e opporrà al vero dei matematici
i probabile dei filosofi!. Nella fisica corpuscolare doveva vedere nel 1702 una
verisimiglianza equivalente alla probabilità propria della metafisica del De
antiquissima. E insomma di fronte a quella fisica è da credere che rimanesse in
atto di non irriverente scetticismo; secondo una tendenza ovvia del suo
neoplatonismo (e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che contrappone
l’operare di Dio nella natura all’operare della mente nell'animo: dualismo, per
questo lato non diverso da quello onde l’empirismo inglese doveva minare la
scienza razionalistica cartesiana. Tra gli altri precetti di buona fede
scientifica V. appunto raccomanda di non finger di sapere quello che s’ ignora.
E nella illustrazione di questo precetto fermenta certo lievito di scetticismo,
indice di studi nuovi e di nuovi bisogni mentali. Esempio di ignoranza
dissimulata sotto la maschera della scienza: l’antipatia. La si definisce: una
facoltà che non ne soffre un’altra. Ma che Dio ti benedica, spiègami in che
cosa è riposta questa facoltà. In certa facoltà occulta. Ma appunto di questo
ti prego: spiegami questa facoltà occulta. E zitto. Perché non dire piuttosto
fin da principio: non so ? ?. Fin qui è la polemica cartesiana contro le entità
metafisiche e le qualità occulte degli aristotelici. Poi segue un altro
esempio, che è la satira di un'applicazione car I Sec. visp., in Opere, I,
273-4. 2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta, $ IV in Opere, I,
261, V. poi diede torto così agli aristotelici, che guardano le cose fisiche
con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e così credono esser luce quelle
cose che sono opache »; come ai cartesiani, che con l'aspetto di fisici
guardano le metafisiche cose, per atti e forme finite, cioè non credono esser
luce se non dove ella riflette ». tesiana del metodo geometrico in fisica.
Donde apparisce che fin da principio V. doveva in quella sorta di fisica
incontrare insormontabili difficoltà, e si scorge una certa anticipazione di
una arguta censura mossa più tardi all'abuso di certi metodi strepitosi: S'
immagina che un cartesiano, movendo dalle sue regole, definizioni e postulati,
voglia dimostrare che i corpi lanciati sien portati non dalla gravità, bensì
dalla circumpulsione dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione la
stessa evidenza di quella, che gli angoli di un triangolo sono eguali a due
retti. V. non la vede così chiara. Ma tu hai concesso i principil. SÌ, perché
sono molto verisimili. E allora? Ma, chi sa? Qualcuna di queste regole del moto
di Cartesio potrebbe anche esser falsa. Ossia, potrebbe! Forse che il Malebranche
ne ha scoperta falsa una sola? In conclusione: Quid simulamus et geometricas
demonstrationes homini sanae mentis obtrudimus, quas non assequatur ? Sarebbe
come chi ha buona vista, è sveglio, e non vede la luce del sole. Ma confessiamo
qualche volta la debolezza della nostra natura: :n hoc studia valeant, ut hoc
sciamus vel nescire, vel admodum pauca scire. La differenza tra l’ ignorante e
il dotto, si sa, è che il primo crede di sapere, e il secondo sa d’ ignorare.
Nella quarta Orazione (che dall’autore è attribuita al 18 ottobre 1704)? V.
illustra un concetto ancor più alieno dal mero ascetismo: che i maggiori
vantaggi che sì possono ritrarre dagli studi sono quelli che coincidono Sec.
risp., $ IV: Opere, I 272. 2 Vedi Nota più avanti,92 sgg. So coi fini morali
propri degli studi stessi indirizzati a pro della comunità civile. Egli
s’allontana sempre più dalla concezione mistica dello spirito, attratto dal
vivo senso della realtà storica della natura umana: onde finirà col vedere il
vero e il certo dello spirito soltanto nel senso comune degli uomini. Il sommo
bene non è più soltanto Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la vita
comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è cangiato il punto di
vista; ma la legge morale si riempie di un contenuto, al quale lo spirito prima
era indifferente, e che accentua il motivo dell’ immanenza, di contro a quello
della trascendenza del panteismo acosmico dei neoplatonici. La sapienza o
cognizione di Dio si orienta verso la realtà umana; pur rimanendo mera
cognizione, ed un'etica, perciò, eudemonistica. V. sente il bisogno di spezzare
una lancia in favore dell’ intellettualismo socratico, combattuto da
Aristotele, pigliandosela con coloro che omnium primi hanc humanae societati
perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis honestique’ distinctionem;
et quod natura unum idemque est, falsis opinionibus distraxerunt ». Per V.,
come per Spinoza! e per tutti i platonizzanti, la felicità, consistendo nella
cognizione, che è pure la virtù, non può scompagnarsi da questa, anzi coincide
con questa. V., per altro, introduce di suo una distinzione notevole: distingue
beni fisici e beni spirituali, tralasciando di dimostrare (ma non negando) nei
primi la identità socratica dell’utile e dell’onesto; e restringendosi ai
secondi. Officia, egli nota, quae a mentis opibus animique proveniunt, non sunt
ciusmodi, ut vita, fundus, aedes, quas qui insumit non utitur, qui utitur non
insumit; sed res eius miri generis sunt, ut qui eas tenent, non habeant; qui
donant, hoc ipso quod donani, conser t Eth., IV, prop. 24. LA PRIMA FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA vent; et argute ac vere carum avaros înopes, liberales
dixeris copiosos. Et vero caussarum patrocinia, morborum curationes, agendorum
fugiendorumque consilia uter în suis rationibus referat îs, qui accepit has
res, an qui dederit ? Quod si ita se res habet, necessario illud conficitur:
quo quis eiusmodi officiorum finem sibi ampliorem proponit, uberius eorum
facere compendium mnecesse est. Quis autem amplior finis, quam velle iuvare
quam plurimos, quo uno homines, alius alio proprior ad Deum Opt. Max. accedit,
cuius ea est natura, iuvare omnes ? >. Qui abbiamo, mi pare, un nuovo
orientamento, non per l’ indirizzo etico, che rimane immutato, ma pel concetto
fondamentale dello spirito. L’accessio ad Deum, in cui si continua sempre a
risolvere il processo dello spirito, non è veduta come un ritrarsi dello
spirito dalla molteplicità (della natura corporea) nella propria unità; anzi
come un uscire dalla propria astratta unità e realizzarsi nella molteplicità
(dello stesso spirito, come comunità sociale). V. non guarda più alla natura,
in cui non ha trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di raccogliersi in
sé; ma comincia a guardare alla storia, dove ha ritrovato sempre se stesso,
studiando il diritto. Onde il processo spirituale gli si rovescia, e se prima
era un ascenso a ritroso del descenso divino, ora comincia ad apparirgli un
descenso anch’esso parallelo al divino; e con questo di vantaggio, che il
descenso divino del neoplatonico è decremento di realtà, e il descenso dello
spirito è un incremento di realtà, e quindi piuttosto un ascenso. Lo spirito si
realizza nella comunicazione; non si diffonde perciò, ma si concentra. Non si
tratta più di cieco emanatismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico,
processo teogonico. V. intravvede già oscuramente la via sua, e comincia a
staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via risolutamente s’avanza
nella successiva Orazione (18 ottobre 1705) *, che, proponendosi di provare
respublicas tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes, cum
maxime literis florueruni, ha occasione di svolgere il concetto dialettico
dello spirito che è spuntato nell’ Orazione dell’anno innanzi. Poiché essa si
aggira intorno al concetto della guerra, che riapparisce in aspetto affatto
diverso da quello, in cui era stata rappresentata nell’ Orazione del 1700. Lì
la guerra era dell’uomo in balìa del senso, accecato dalle passioni, artefice
di male agli altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale natura,
nella cui immoltiplicabile unità non può nascere conflitto di sorta. Nata
dall’errore, essa non poteva non esser deplorata come l’errore: effetto di una
libertà malaugurata, non manifestava la divinità, anzi la miseria dell’uomo
alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece l’errore stesso comincia ad
apparire all'uomo, che ha meditato sul mondo umano, qualche cosa di necessario:
ut ad quod verum vecta pergere nati sumus, non nisi per viarum amfractus
circumducamur. Che è ben altra cosa da quella facile impresa che pareva una
volta la filosofia a V. (Oraz. I), per cui ognun che volesse non aveva che a
guardar il tesoro di divina sapienza recatosi in seno dalla nascita. Qui la
filosofia è un’ impresa non meno virile ed ardua della gesta guerriera. Le
forze dello spirito si sublimano ai suoi occhi; non per la loro natura od
origine, ma pel loro valore e destino. An ignoramus, quanta sit animi vis,
quamque admirabilis?... Qui sapientiam ociosam putant, non plane norunt. Ea
enim est hominis emendatio. Nam mens et animus homo: mens autem erroribus
obrupta, animus cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique medetur malo, et
mentem veritate, animum virtute format. Virtus instar ignis actuosa semper....
». Qui tutto è capovolto. La stessa mens, contro cui lo stolto della seconda I
Se questa data assegnata dal V. è esatta.] Orazione si metterebbe arrendendosi
agli appetiti, non è verità, ma errore anch'essa. Il punto di partenza (la
natura umana) non è più il bene, ma il male. L'uomo comincia ad apparire
originariamente non più l’Adamo dell’ Eden, ma il bestione postdiluviano. La
ragione tutta spiegata non è a principio, ma alla fine; e il processo non è un
tornare indietro dopo vani erramenti, ma un andare avanti, sempre avanti, dall’errore
alla verità. I conflitti, quindi, che la guerra deve risolvere, non sono più
accidentali, ma naturali e necessari; e le guerre stesse quo res componanit
vengon dichiarate necessarie al genere umano !. Quid enim sibi volunt graves ex
eo 1ure conceptae formulae, nisi bona pace iniurias ad iuris hostimentum
revocari; sin per pacem non liceat, ut armata vi vindicare inferendas, ulcisci
acceptas ius sit: et fas nationum supremamque iuris gentium legem,
conservationem humanae societatis, quam sapientes volunt, omnium officiorum
moderatricem, armatos milites asserere ac vindicare? ». Le guerre, secondo V.,
si devono definire turis 1udicia; la scienza della guerra humani iuris
prudentia, giurisprudenza internazionale; e, perché tale, atta a nutrirsi, come
è dimostrato anche dallo studio della storia, di tutta la ricchezza spirituale
che in uno Stato è tesorizzata dal fiorire d'ogni cultura letteraria,
scientifica, filosofica, 0, in genere, dello spirito. Sì comincia così ad
intravvedere un vero certo, un razionale provato dalla realtà, un diritto
prodotto dai fatti; un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una sapienza, a
cui collabora il genere umano, in una fatica che non è più vana. V. distingue
due specie di guerre, bella generis inferioris e bella generis superioris; le
guerre di Attila, devastatrici e barbariche, e le guerre di Senofonte, civili
ed edificatrici di civiltà. Inutile qui rilevare il carattere empirico della
distinzione. V. ha distratto il suo sguardo dal mondo intelligibile dei
filosofi platonici; è concentrato nella contemplazione dell’uomo. Nella sesta
Orazione (18 ottobre 1707) ® affronta, come farà più ampiamente nell’orazione
notissima dell’anno dopo, il problema dello svolgimento pieno e graduale dello
spirito dal lato che interessa la pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio
ad universum ingenuarum artium scientiarumque orbem absolvendum invitat, ac
rectum, facilem ac perpetuum in tis addiscendis ordinem exponit. È il problema
stesso della prima Orazione, dove il nosce te ipsum non faceva scoprire altro
che l’astratta natura divina dello spirito umano, e qui invece mette innanzi
tutto un processo di sviluppo di questo spirito, dalla sua natura corrotta alla
scienza. Sviluppo, che non è niente di accidentale, ma la realizzazione dello
spirito; e a cui perciò il pedagogista si appella contro l’usanza di avviare i
giovani allo studio di questa o quella determinata scienza o arte, filiorum
ingenio ad quaenam id factum natumque sit inexplorato, et eorumdem naturae
viribus inexpensis, ex sua animi libidine.... vel invita quam sacpissime
Minerva 2. V. comincia dal descrivere al vivo gli effetti del peccato
originale, oltre il quale la sua mente più tardi non risalirà a vagheggiare lo
stato originario dell’uomo perfetto. Di qua da esso l’uomo non ha più nella
lingua lo strumento di espressione adeguato del proprio pensiero; nella mente
non ha più lo strumento del vero; e quindi si travaglia tra le apparenze
fallaci e le mutevoli opinioni; e, quel che più lo affligge, l'animo non gli
serve 1 Vedi Nota più avanti,92 sgg. 2 Cfr. S. Nuova, Dign. VIII: Le cose fuori
del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano.] più se non a gettarlo
in preda alla tempesta delle passioni. L'emendazione dello spirito consisterà
pertanto nell’eloquenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo, si può
dire, è quello di farsi uomo: certo scire, recte agere, digne loqui. Uomini
divini son quelli che stimolano efficacemente gli uomini al raggiungimento di
cotesto fine. Nec sane alio fictis fabulis poètae sapientissimi Orpheum lyra
mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa, t1sque sese sponte sua ad
symphoniam congerentibus, Thebas moenisse muris; et ob ea merita illius lyram,
delphinum huius in coelum invectum astrisque appictum esse finxerunt. Saxa illa,
illa robora, illae ferae homines stulti sunt: Orpheus, Amphion sapientes, qui
divinarum scientiam huma-. narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni,
erusque fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo ipsorum
amore ad humanitatem colendam, ab inertia ad industriam, ab effrena libertate
ad legum obsequia traducuni ; et viribus feroces cum imbecillis rationis
aequabilitate consociant ». Orfeo e Anfione diverranno per V., più tardi,
ritratti ideali e fantastici universali della prudenza incivilitrice dell’uomo:
ma qui appariscono come i rappresentanti della forza plasmatrice (flexamina
vis) tutta propria della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi
escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città, nel lavoro, costringono
la libertà sotto il freno delle leggi, consociano le loro forze selvagge al
mite governo della ragione: quello insomma che si dirà il mondo delle nazioni. Is perpetuo est
horum studiorum verissimus, amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani dal non doversi
altrove il fine degli studi riporre che in coltivare una specie di divinità
nell'animo nostro, come sosteneva la prima Orazione ! A dichiarazione del
metodo proposto come l’unico da seguire per il raggiungimento del fine proprio
degli studì, V. premette un disegno dell’enciclopedia (:9sam sapientiae
suppellectilem omnem instrumentumque). Disegno, che dà luogo a due
osservazioni. La scienza delle cose divine è distinta in scienza delle cose
naturali, quarum Deus natura est, e scienza delle cose divine propriamente
dette, quarum natura Deus est. Distinzione, come si vede, neoplatonica, fondata
sulla distinzione di un Deus-natura e un Deus supra naturam, com’ è in Bruno.
Le scienze naturali sono: la matematica, di cui è un’applicazione, operaria
appendix, la meccanica; e la fisica, a cui van riportate l’anatomia, studio
della fabbrica del corpo umano, e la medicina, fisica del corpo umano ammalato,
e corollario pratico dell’anatomia. Di queste due scienze naturali qui per la
prima volta sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto tra breve nel
De antiquissima, dove prenderà corpo lo scetticismo prenunciato nell’ Orazione
terza: Naturalium rerum contemplamur vel ca, de quibus tam inter homines
conventt et constat, formas et numeros, de quibus mathesis suas conficit
apodixes ; vel caussas, de quibus maxime inter doctissimos homines disceptatur,
quas explicat physice ». E più innanzi dello studio delle matematiche si dice:
Eo facto adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi, ex dato
vero verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de quibus maxime contenditur,
idem praestare possint ». Il nucleo centrale di quella che è stata detta prima
forma della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato vero accenna già
all’artificiosità delle matematiche, di queste verità, che son tali per noi
perché fatte da noi. Il verum conficere prelude da vicino al verum factum.
L'applicazione della matematica alla fisica è già dichiarata impotente a
conferire a questa la certezza di quella. Ma, come or ora vedremo, V. non ha
raggiunto ancora la chiara coscienza della esigenza di una fisica dinamistica
contenuta nella sua metafisica. Enumerate tutte le discipline, fa osservare
che, salvo le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della somma
astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno non soltanto una parte
teorica (le instituttones quae rerum genera prosequuntur), ma anche una parte
storica; che, nel pensiero del V., non è propriamente la storia delle singole
discipline, ma la concretezza del loro contenuto, l'applicazione delle teorie
ai particolari, l’esemplificazione dei concetti generali nelle specie. Giacché
altro è studiare, poniamo, la lingua latina, in astratto, altro studiarla nei
suoi ottimi scrittori; altro studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo
studio della poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica non
deve né anch’essa contentarsi di generalità; ma descrivere i fenomeni
particolari. I diari clinici con la nota dei così detti rimedi specifici sono
la storia della medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri, nei dommi
e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e della disciplina della Chiesa.
La giurisprudenza ha la sua storia nelle singole leggi, nelle interpretazioni
singole dei giureconsulti, nei vari esempi delle cose giudicate. La dottrina
dell’uomo e del cittadino (moralis et civilis), non occorre dirlo, hanno la
loro storia in quella che è la storia per antonomasia, le memorie e gli annali
degli uomini grandi e i pubblici monumenti. Concetto, di cui non c’ è bisogno
di rilevare la grande importanza e le attinenze intime con quell’unità del vero
col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una delle intuizioni
principali, la principale, della Scienza Nuova. Definito quindi il disegno di
una compiuta istruzione onde lo spirito può instaurare la propria natura, V.
trae il suo criterio metodico dalla norma già altra volta invocata a
instaurazione dello spirito etico: in guisa che, per stabilire l’ordine degli
studi, naturam, egli dice, se 88 DI quamur ducem. E infatti la deduzione del
suo metodo è una filosofia dello spirito, di cui in questa ultima delle sue
Orazioni inedite egli segna alcune linee definitive. Le quali saranno riprese
nell’ Orazione dell’anno appresso De nostri temporis studiorum ratione, e non
saranno più cancellate nella ulteriore elaborazione del pensiero vichiano. La
prima proposizione, in cui culmina un pensiero già incontrato nella prima
Orazione, d'origine neoplatonica, suona: Nullum sane dubium est, quin pueritia,
quantum ratione infirma aetas est, tantum memoria valeat »; la quale poco più
oltre vien integrata con l’altra: n ephoebis phantasia plurimum pollet.... nil
autem rationi magis, quam phantasia adversatur », sicché, a suo tempo,
phantasia attenuanda est, ut per cam ipsam ratio invalescat » *. Che saranno
due delle più famose dignità della Scienza Nuova: La fantasia tanto più è
robusta quanto è più debole il raziocinio » 2; e ne’ fanciulli è vigorosissima
la memoria; quindi vivida all'eccesso la fantasia, ch'altro non è che memoria
dilatata o composta»: e tutte insieme uno dei concetti più importanti e
suggestivi della filosofia del V.. Che la memoria sia potente nei fanciulli
vien confermato dall’osservazione, già fatta nella prima Orazione, circa il
ricchissimo patrimonio linguistico che i fanciulli son capaci di accumulare nei
primi tre anni; e dall'altra, che V. dimenticherà nel De antiquissima, ma
rinnoverà più tardi, facendone uno dei canoni capitali della Scienza Nuova: che
cioè la lingua non è creazione della ragione, ma della memoria (o fantasia),
perché pro en I Nella Orazione IV già aveva detto: Atque ea omnia quae memorari
facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus maxime vigent et
phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum materiae vinculis
relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa versetur ignoratione rerum,
sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I, 37. ? Dign.] dotto popolare, e non
frutto di sapienza riposta *. Il corollario pedagogico è, che le lingue sono
gli studi più adatti alla prima età. Superata la quale, spunta la ragione. Ma
lo sviluppo di questa è impedito dal fluttuare delle opinioni, ‘dal prepotere
"della ‘fantasia. Chi non sa che, quando questa ci ha fatto immaginare da
giovinetti città e regioni lontane e mai viste, a stento col progredire degli
anni riusciamo a formarci un'idea diversa ? Tam alte prior caelata est, ut
complanari, et alia super ca induci non posstt. E dell'opposizione tra fantasia
e ragione si fa esperienza nelle donne; le quali, appunto perché ci superano
nella fantasia, fanno meno uso della ragione: onde più degli uomini
soggiacciono alle passioni. L’attenuazione della fantasia è, come siè
accennato, il miglior modo di favorire il vigore della ragione: e però 1
giovani, dopo le lingue, devono studiare la matematica, che è tutto un
esercizio d’ immaginazione, la quale deve spiegare tutte le sue forze per tener
dietro a lunghissime serie di figure e di numeri e cogliere quindi la verità
delle dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto esercizio (per una
specie di eterogenia di fini, onde si gioverà tanto la Scienza Nuova a
intendere lo sviluppo dello spirito), vien rimettendo ogni crassezza e
corpulenza (crassitie et corpulentia): la fantasia, si direbbe, nega se stessa nella
considerazione dei punti e delle linee: la mente umana si liquefà, comincia a
purgarsi, e dal senso passa al pensiero. Giacché, dopo le matematiche, si può
volgere alla fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur sono
corpi; atque ex rebus, quae sensu percipiuntur, par est, quae omnem sensum
effugiuni colligere, adhuc corpora tamen »; appunto mercé la fisica, che studia
« insensibilia Nulla doctrina ratione minus, magis memoria constat, quam
sermonis, nam eius ratio consensus et usus populi est: quem penes arbitrium
est, et ius, et norma loquendi»: Opere, I, 63-4. corpora corumque insensibiles
et figuras et motus, quae sunt naturalum rerum principia et caussae ». (Siamo,
come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà detta poi di falsa
posizione in quanto non trascende i corpi per ispiegarli). Così la mente, fer
gradus, attraverso 1 dati della matematica e i dubbi della fisica, si vien
depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi allo studio delle cose
spirituali, e conoscere con intelletto puro (la mente pura della Dign. LIII) se
stessa, e per se stessa Dio. Scoperta quindi la regola del vero e del falso, si
potrà studiar la logica; e, conosciuto Dio, volgersi alla teologia; e quindi
all’etica, che consegue dall’ intera scienza delle cose divine ed umane. Ma
poco importano 1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello
spirito: molto la legge di questo sviluppo, che è quella a cui s’'atterrà il
pensiero vichiano; e, liberatosi nel De antiquissima dalla intuizione
neoplatonica del mondo, in cui aveva, per così dire, impegnati i suoi occhi
(mondo della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si può salire
all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto Universale e nella sua opera
maggiore, che è poi la vera sua opera, per penetrare in quell’oscuro mondo
dell’uomo, in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che era affatto ignorato da
tutta la filosofia precedente. Conchiudendo: la prima fase del pensiero
vichiano si distingue dalla seconda e dalla terza come l’unità ancora
indistinta di entrambe; quell’unità, a cui bisognerà guardare per intendere le
due fasi consecutive, ciascuna delle quali la porterà tuttavia oscuramente in
se stessa. In questa fase c’ è la metafisica antica dell’essere, in cui la
mente è in quanto cessa di esser mente, il molteplice nega la sua molteplicità,
lo sviluppo si contrae nel suo punto di partenza, e il mondo, come mondo, non
ha valore, e rappresenta un decadimento e una diminuzione di realtà. È la
metafisica antica, platonica per antonomasia; verità senza certezza; oggetto
senza spirito: e quindi trascendenza e scetticismo: il dommatismo di Spinoza e
lo scetticismo di Hume. Ma c’è anche un’altra metafisica, che non è
dell’essere, bensì dello spirito, il cui essere non è se non in quanto si fa
(spiritualmente), attraverso contrasti, sempre composti e sempre rinascenti, in
cui si svolge con incremento continuo la realtà, che non è più concetto
astratto (genera, gli universali della logica aristotelica), ma storia,
particolari, onde si realizza l’universale: individuo. La prima metafisica è
svolta nel De antiquissima. La seconda nelle opere con cui, dieci anni dopo,
dal Diritto Universale in poi, il filosofo riprese la sua attività letteraria.
Ma, come il conato della prima metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo
spirito a farsi natura, la natura umana della seconda è naturalmente portata a
dilettarsi dell'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo conato: spinge il
molteplice a unificarsi, la natura (la natura dello spirito, il sentire senza
avvertire) a farsi spirito (riflessione con mente pura), che, come senso comune
(Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito finito, ed è la stessa
Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il primo conato lega Dio al mondo, e
quindi la metafisica a una storia che, per non esser nostra, non può esser
conosciuta da noi; il secondo lega il mondo come umanità a Dio, e quindi fa
della storia la nostra vera metafisica. Ma V. 1 Scienza Nuova?, ed.
Nicolini,183, 238. .,* E questo istesso è argomento che tali pruove [della S.
N.] sieno d'una Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin
piacere.] ha perfettamente ragione nella Scienza Nuova di ripetere quel che è
lo scetticismo del De antiquissima, e però di conservare la metafisica che non
è nostra (di quel mondo naturale, di cui Dio solo ha la scienza)! insieme con
la nostra metafisica. Le due vedute, le due opere vichiane,"s’ integrano a
vicenda. Il che vuol dire che a fondamento del processo dalla natura a Dio
della Scienza Nuova rimane sempre pel V. un processo da Dio alla natura, un
descenso platonico, che spiega così la tendenza vichiana al panteismo e all’
immanenza e però al soggettivismo e alla metafisica della mente, come la
tendenza, anch’essa incontestabilmente vichiana, al teismo e alla trascendenza,
e però al platonismo e alla metafisica dell’essere. La luce è anche in V. cinta
da un emisfero di tenebre. NOTA Un valente studioso, DONATI pubblica (negli
Annali della Fac. di Giurispr. della Univ. di Perugia, vol. XXX) un’ importante
memoria sui Prolegomeni della filosofia giuridica del V. attraverso le Orazioni
inaugurali dal 1699 al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgimento
del pensiero vichiano attraverso le Orazioni inaugurali, compresa quella del
1708 De nostri temporis studiorum ratione; e ciò in relazione col Diritto
Universale. E si vuol mostrare come a grado a grado si venissero svolgendo i
germi che giunsero a dare i loro frutti maturi nel De uno. E non si può non
congratularsi di questa nuova analisi dei primi scritti del V., che fino a
pochi anni fa solevano passare quasi inosservati: poiché il Donati mette nella
più chiara luce gli addentellati che in essi hanno taluni dei concetti
principali del periodo posteriore della speculazione vichiana, T- -» I Dee
recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire
la scienza di questo mondo naturale, del quale perché Iddio egli il fece, esso
solo ne ha la scienza.] spiegando ottimamente perché le prime sei Orazioni V.
non avesse più pubblicate, e in qual senso rifiutasse tutte le opere anteriori
alla Scienza Nuova seconda; quantunque troppo forse egli si giovi delle tardive
illustrazioni e dichiarazioni dell’Awutobiografia per accertare l’originario
significato dei primissimi scritti. Tutte le sette Orazioni inaugurali sono
considerate strettamente connesse tra loro e tutte destinate a preparare la
trattazione del De uno con la discussione di tutti i problemi critici 0
introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi, distribuendo le prime sei dal
V. lasciate inedite in due trilogie (come le vuol denominate il Donati): l’una
sul fondamento della sapienza, e l’altra sulla destinazione di questa. Alle
quali trilogie seguirebbe da ultimo, a modo di conclusione, l’ Orazione sul
metodo. E poiché il fondamento della sapienza, ossia dello svolgimento
dell’attività razionale conoscitiva dello spirito, consiste nella natura dello
spirito considerata dal V. non come astratta unità isolata, ma, unità del
molteplice, e quindi individualità che ha la sua concretezza nella storia,
nelle attinenze sociali e nella vita comune, dalla prima trilogia è ovvio il
passaggio logico alla seconda, destinata a illustrare i fini della scienza
desunti dalla vita, e a mostrare nella scienza stessa uno strumento per
l’azione e il principio della retta volontà. Onde entrambe le trilogie si
possono a ragione considerare una preparazione analitica di quella sintesi, che
è rappresentata dall’ Orazione sul metodo del 1708, e che V. nella sua
Autobiografia dice come un abbozzo dell’opera che poi lavorò: De universi iuris
uno principio ecc., di cui è appendice l’altra De constantia iurisprudentis ».
La esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De uno è meritevole
d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in modo da riuscire una illustrazione
efficacissima dell’ordine di pensieri adombrati dal filosofo napoletano nella
forma alquanto rettorica di quegli antichi suoi tentativi. Ma, né mi pare che
ne venga un risultato nuovo per gli studi intorno alla formazione della
filosofia vichiana; né che riesca sufficientemente dimostrata la tesi finale
dell’autore, circa l'autonomia del Diritto Universale, come trattazione
speciale di filosofia del diritto, e conclusiva d'un periodo d’indagini
filosofico-giuridiche, dalla Scienza Nuova, come quadro più vasto, a cui il
problema del diritto si sarebbe esteso dopo il De uno. In un punto il Donati
accenna ad una interpretazione della Orazione del 1699 diversa da quella data
da me. Egli ritiene che le dichiarazioni del V. in quella Orazione circa la
potenza creatrice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare l’autonomia
dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per l’ identità che io vidi
in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello stesso luogo io richiamai altri
pensieri analoghi di scrittori del nostro Rinascimento (v. sopra p. 46; e ora
lo studio intorno al Concetto dell’uomo nel Rinascimento, nel mio volume G.
Bruno e il pensiero del Rinascimento); pensieri i quali mettono fuor di dubbio
che questa celebrazione dell’uomo era un motivo tradizionale, caro sopra tutto
agli scrittori neoplatonici, ignari ancora d’ogni vero principio di distinzione
dello spirito umano dal divino, e insufficiente quindi da sola a quella
coscienza dell’assoluta libertà dell’uomo, alla quale più tardi tenderà con
tanto ardore V.. E sta logicamente che, se già nel 1699 V. avesse raggiunto
questa nozione dell'autonomia dell’uomo, non avrebbe potuto, undici anni dopo,
incorrere nello scetticismo del De antiquissima. E quanto ai rapporti del De
uno con la Scienza Nuova, sono essi da considerare o no, come due redazioni
diverse e successive della stessa opera ? Va da sé che l’accentuazione dello
speciale problema del diritto dal V. non ravvisato mai nella sua caratteristica
differenziale che l’autore può aver fatto nel De uno per ragioni estrinseche,
come quelle de’ suoi interessi accademici, non può aver peso per decidere se,
sostanzialmente, il tema in cui si travaglia in entrambe le opere la mente del
V. sia sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti in proposito
dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere perplessità ed equivoci
(p. 81), si riduce a chiarire, secondo lo stesso autore, che quando il
proposito del V. nel De uno ritorna per dar materia alla Scienza Nuova, si
allarga nella sua estensione, si precisa nel suo significato » (ivi). Il che
non costituisce certamente una differenza sostanziale, per la quale s’abbia a
conferire al problema del diritto nella filosofia vichiana quell’ importanza
specifica che esso non ha: almeno fino a che il Donati non ci abbia dato una
dimostrazione più conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello
opuscolo. Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico e
cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran rilievo rispetto alla
storia intellettuale del V., sono quelli che vien conducendo sull’Autobiografia
il NicoLINI. Il quale dagli errori cronologici commessi dal V. nella
ricostruzione della sua vita e del suo pensiero e fors’anche nella datazione
delle sue vecchie Orazioni inedite, è indotto a dubitare se per avventura non
solo l’anticartesianismo ma fors’anche lo stesso neoplatonismo di questa prima
fase del pensiero vichiano non sia, almeno in parte, una coloritura tardiva che
l’autore medesimo fece del proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi
ha amichevolmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra tutto se
si tien presente la logica dello stesso sviluppo del pensiero vichiano, non
voglio qui tralasciare di riferire talune sue osservazioni, delle quali bisogna
tener conto ancorché non bastino a suffragare le conclusioni che il Nicolini
tende a ricavarne. Prima di tutto a proposito del cenno autobiografico sul Di
Capua da me richiamato a p. 39: Non ho fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni
del V. da Tommaso Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che abitava a Napoli
a pochi passi dalla casuccia del V., a San Biagio dei Librai), posso affermare
di sicuro che V. nella sua gioventù fu un fervente ‘ capuista ’, e che il
giudizio non favorevole dato nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di Capua
è, al solito, anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo del V. nel
1728, non nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza puntata del mio lavoro Per
la biografia, ove, tra altri argomenti, son messi in rilievo questi: a) la
prosa giovanile del V. (periodo, costruzione, terminologia e giro di frase) è
modellata esattamente su quella di Lionardo di Capua; b) ancora nel 1715-17 V.
era (almeno letterariamente) così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio
Carafa sulla Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato anche dal
CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa); c) nella famosa disputa
tra il Di Capua e l’Aulisio, che per anni tenne divisa la Napoli dotta in due
partiti avversissimi, che polemizzarono tra loro nel modo più violento, V.,
insieme con altri suoi amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al Di
Capua; tanto che per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio e gli perdonò
soltanto nel 1709, dopo che V. ebbe pubblicato il De studiorum ratione (cfr.
Autobiografia, p. 33). Insomma, qui come in molti altri punti dell’
Autobiografia, V., nel discorrere dei suoi studi giovanili, trasportò alla sua
forma mentis giovanile quella dei suoi sessant'anni: da che la conseguenza che,
per la ricostruzione della primissima fase del suo pensiero, l’Autobiografia è
una fonte assai infida. Diverso, naturalmente, dovrebb’essere il caso per la
ricostruzione del pensiero vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si dovrebbero
pure avere documenti contemporanei nelle Orazioni inaugurali. Senonché, queste,
nel testo in cui ci son pervenute, ci offrono l'effettivo e successivo
svolgimento della mente del V. dal 1699 al 1707 ? Questa la questione. Che il
codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, donde prima il Galasso, poi tu e
io pubblicammo quelle Orazioni, ne contenga non la prima stesura (quella
recitata via via all’ Università) e nemmeno la seconda (di cui restan soltanto
alcune Emendationes), ma soltanto una terza stesura, dimostrai già nella Nota
bibliografica di quel nostro volume vichiano. Resta ora a vedere: I) in qual
tempo V. allestì codesta terza stesura; 2) se nell’allestirla, egli
v’introdusse soltanto correzioni di forma, o non anche mutamenti filosofici più
o meno profondi e correlativi al grado di maggiore maturità raggiunto dal suo
pensiero. Quanto al primo punto, è cosa più che certa che la terza stesura
delle Orazioni può esser bensì posteriore, non mai anteriore al 1708. Basti
dire che nel codice che ce l’ ha serbata (tutto di pugno di Giuseppe V. con
correzioni autografe di Giambattista), le sei Orazioni inaugurali formano un
sol corpo col De studiorum ratione (recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette
s' intitolano complessivamente: De studiorum finibus naturae humanae
convenientibus. Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho iniziati, la redazione
del De studiorum ratione contenuta dal codice anzidetto comincia a sembrarmi
non anteriore ma posteriore al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709), la
data dell’ intero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine del 1709 e 1
principii del 1710. Se poi nell’allestire codesta stesura definitiva V.
introducesse anche nelle prime sei Orazioni mutamenti correlativi alla sua
forma mentale del 1709-10, è impossibile naturalmente dimostrare con una prova
documentaria, perché manca il meglio: il testo primitivo su cui compiere il
raffronto. Tuttavia alcune circostanze, che ti verrò enumerando, rendono, a mio
vedere, la cosa altamente probabile. 1) Il pensiero del V., come tu ben sai,
non fu mai statico, ma sempre ultradinamico. Per citare un esempio solo tra
cento, dalla pubblicazione del De constantia iurisprudentis (1721) a quella
delle Note al Diritto universale (1722) corrono appena pochi mesi: eppur nelle
Note V. svolse, sopra tutto in fatto di mitologia, di estetica e di critica
letteraria, ‘canoni ’ affatto diversi e talora diametralmente opposti a quelli
ch’egli medesimo aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le Orazioni
inaugurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto anni
(1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione e dall’una
all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pensiero già bell’e formato e,
sia pur provvisoriamente, consolidato. L’una illustra l’altra; tutte si
compiono a vicenda; nella sesta si riprende, con altri sviluppi, ma senza alcun
mutamento fonda mentale, il motivo centrale della prima: tutte sei, insomma,
col De studiorum ratione, che dell’edificio è il magnifico coro namento,
formano, come V. voleva che formassero, un blocco solo, un tutto armonico.
Salvo dunque a supporre che il dinamicissimo V. del 1720-44 fosse invece nel
1699-1709 il più statico dei filosofi e degli scrittori, è da ritenere che,
allorché nel 1709 o nel 1710 egli si risolse a riunire tutte le sette Orazioni
(De studiorum ratione compreso) nel De siudiorum finibus naturae hum anae
convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più antiche, mutamenti così
profondi da farle sembrar tutte scritte in un momento solo. O, per dir la
medesima cosa con altre parole, le sette Orazioni non sono sette documenti di
sette momenti diversi del pensiero del V., ma un documento unico d’un momento
solo, naturalmente, l’ultimo (1709 o 1710). 2) Non mancano indizi che V.
allestisse il testo definitivo delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza
guardar nem meno la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto molto
relativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699, 1700, ecc. ecc.)
era materialmente impossibile che V. sbagliasse le date delle singole Orazioni.
Invece curiosissimi errori del genere si trovano nella stesura definitiva e nel
riassunto che V. stesso ne die’ poi nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare
che la terza Orazione (‘terza ’, sempre che le Orazioni furono recitate
effettivamente nell'ordine dal V. e questi non introdusse anche, nella stesura
definitiva, qualche inversione), che la terza Orazione, dicevo, fu pronunziata
il 18 ottobre, non del 1701, secondo afferma V., ma del 1702. E molto maggiori,
e più aggrovigliate, sono le incongruenze cronologiche che si osservano nella
quarta Orazione, alla quale, così nel testo definitivo come nell’Autobiografia,
V. assegna la data del 18 ottobre 1704. A principio di essa si dice che, nei
due precedenti anni scolastici, non c’era stata all’ Università alcuna Orazione
inaugurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata una all’ inizio
dell’anno scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e collega del V.
Giovanni Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore di Istituzioni di diritto
civile (Praelectio ad initium legis ecc. ecc. a D. JOHANNE CHIAIESIO, în
inclyta Academia Neapolitana habita, Neapoli, 1703); e un’altra, a principio
dell’anno scolastico 1702-3, l'aveva recitata proprio Giambattista V. ! V.
soggiunge che causa del suo supposto silenzio nei due anni precedenti era stata
la preparazione della riforma dell’ Università napoletana compiuta dal
cappellano maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese di
Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il beneficio che la
sua cattedra di rettorica, da quadriennale, divenisse perpetua) era stata già
bell’e compiuta venti mesi prima dell’ottobre 1704 mercé la nota prammatica del
28 febbraio 1703. c) Nell’Autobiografia, infine, V. aggiunge che dopo che, il
18 ottobre 1704, aveva recitata ‘ metà’ di questa quarta Orazione, entrò
nell’aula ‘il signor don Felice Lanzina Ulloa, presidente del Sacro Real
Consiglio, in onor di cui egli con molto spirito diede altro torno e più breve
al già detto, e attaccollo con ciò che restava a dire’. E il 18 ottobre 1704
don Felice Lanzina Ulloa era già morto da diciotto mesi, giacché la Gazzetta di
Napoli reca il suo decesso (e proprio di lui, presidente del Sacro Real
Consiglio) nel numero del 20 marzo 1703. 3) Alla sesta Orazione V. assegna,
così nella stesura definitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre
1707. Ma tre mesi prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al due
volte secolare viceregno spagnuolo era sottentrato il viceregno austriaco; e
come loro re i napoletani non avevan più Filippo V di Spagna, ma Carlo
d’Austria. È mai possibile che, in una solenne prolusione universitaria, in un
discorso ufficiale tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così clamorosi, non
si trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di omaggio al nuovo dinasta
? e che non vi accennasse proprio V., i cui scritti ufficiali, come dice
argutamente il Croce, ‘basterebbero da soli a ricostruire la serie delle
vicende cui andò soggetta Napoli dalla fine del secolo decimosettimo alla metà
del decimottavo ’ ? il qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima
dell’ Orazione) aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di preparare
una solenne commemorazione dei martiri della congiura di Macchia ? Allora una
delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno diverso dal 1707, oppure nella
stesura definitiva V. soppresse qualsiasi accenno politico. E, nell’un caso o
nell’altro, si giunge sempre al risultato, che la stesura definitiva è diversa
dal testo primitivo. Comprendo io pel primo che questi dati di fatto sono ancor
troppo poca cosa perché possan già far configurare diversamente la cronologia
(che in questo caso è storia) del pensiero vichiano. E non mancherò certo,
nelle mie future postille all’Autobiografia, di allargare e approfondire l’
indagine. Ma, in fin dei conti, nessuno potrà sconvenire che la sicurezza, che
finora avevamo tutti, che al neoplatonismo V. passasse per lo meno fin dal 1699
(data della prima Orazione) comincia a essere alquanto scossa. E
correlativamente comincia a delinearsi la possibilità che codesto passaggio,
almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel 1708 O 1709, cioè quasi alla
vigilia del giorno in cui, col De antiquissima (1710), V. spiegherà
risolutamente la bandiera anticarte- siana. Neoplatonismo e anticartesianismo,
insomma, potrebbero nel V. esser coevi o quasi: come quasi coevi, del resto, li
dice l’Autobiografia, salvo ad anticipare al 1686-95, e ad asserir già bell'e
compiuto nel 1695, un atteggiamento spirituale, che forse in lui non cominciò a
prender consistenza se non molti anni dopo. Che se poi questi miei dubbi
assurgessero un giorno a certezza, sarebbe molto interessante indagare se e in
qual misura il neo- platonismo del V. venisse determinato dalle sue lunghe e
appas- sionate conversazioni filosofiche con Paolo Mattia Doria, ricor- date
dal V. medesimo nel prologo del De antiquissima e nel- l’Autobiografia ». LA
SECONDA E LA TERZA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA La filosofia di V., se si può
da una parte con- siderare come una delle forme più eminenti dello schietto
spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi- luppatesi dalla
storia particolare d’ Italia, apparisce, dall'altra, a chi ne investighi
accuratamente i più profondi motivi ideali, quasi uno specchio dei principii
fonda- mentali della moderna filosofia europea: francese, inglese e tedesca.
Essa, insomma, come le affermazioni più vigo- rose dello spirito, unisce in sé
e concilia in un solo atto di vita la più larga universalità ideale con la più
con- creta determinatezza storica. E l’aver guardato per solito all'una o
all'altra faccia del pensiero vichiano ha reso molto difficile la piena
intelligenza della sua storica indi- vidualità, mentre ha prodotto, come
conseguenza né- cessaria, quella strana storia della fortuna dello scrittore,
che non so se abbia riscontro in altro scrittore di qual- Stasi letteratura:
quella storia anch'essa a doppia faccia di un illustre ignoto »: di un grande,
anzi grandissimo filosofo per gl’ Italiani, che da un secolo e mezzo non né
Tipetono il nome senza sentirsi vivamente compresi di ammirazione mista a
riverenza come innanzi a uno de’ genti maggiori della loro stirpe, di quelli
che la coscienza d o popolo consacra nel tempio de’ suoi spiriti tutelari; e
d'un filosofo, d’altra parte, ignorato come tale, malgrado sporadici omaggi di
simpatie, di lodi, e di plagi, nel mondo della cultura internazionale *,
Contrasto tanto più significativo, se sl considera che l'ammirazione universale
e sconfinata degli Italiani per V. non aveva punto radici in sentimenti e
tempera- menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché V. sorge in mezzo a
una cultura impregnata d'’ influssi stranieri, segnatamente francesi, e la sua
fama postuma vive e grandeggia attraverso tutto quel secolo XIX, in cui l’
Italia non lavora che ad affiatarsi con la filosofia stra- niera, dal Galluppi,
che meditò tutta la vita la filosofia francese e la tedesca di Kant, fino a
Bertrando Spaventa hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il
positivismo francese e inglese; e si pon mente, d'altro canto, che gli
stranieri, se disconoscevano il valore d’un filosofo della forza del V., non
indugiavano a scorgere ‘ e pregiare in giusta misura altri dei maggiori rappre-
sentanti della genialità italiana. Basti per tutti ricordare il Goethe, di cui
invano Gaetano Filangieri richiamò l’attenzione sulla Scienza Nuova, e che ebbe
invece animo così pronto a intendere e gustare Giordano Bruno, p. es., e il
Manzoni. Onde è chiaro che non, per così dire, la generica italianità di V. fu
ostacolo all’ intelligenza del suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua
italianità parti- colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati
delle forme, in cui gli stessi problemi vichiani si erano pre- sentati nella filosofia
straniera: ossia appunto in quella filosofia che era stata il maggior pascolo
delle loro menti. Uno dei caratteri più appariscenti della italianità del V. è
il suo atteggiamento negativo e polemico verso I Tutti i documenti di questa
singolare storia sono stati con grande amore raccolti da B. Croce, Bibliografia
vichiana, Napoli, 1904 (negli Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento
del 1907, il Secondo supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte
nella Cri- tica.] la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano era
tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le idee dominanti
oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in filosofia, nelle due forme dell’atomismo
gassendista e del matematicismo cartesiano. E V. alla intuizione mate-
rialistica e naturalistica dell’atomismo contrappone la concezione idealistica
e umanistica della storia, e all'astratta contemplazione delle idee chiare e
distinte, oggetto di intuizione e deduzione matematica, il processo
autogenetico della umanità, che vien creando il suo mondo, e nel suo mondo se
stessa. La storia dell’umanità, prima del V. e attorno al V., in Italia e fuori
d'’ Italia, era erudizione (o filologia, per usare la parola dello stesso V.):
rivolta più a raccogliere i documenti esterni dell’attività dello spirito
umano, che a penetrarvi dentro e giovarsene a intendere l’ intimo sviluppo di
quest’attività medesima. Movimento, di certo, tutt’altro che trascurabile, anzi
di grandissima importanza nella storia dello spirito italiano, nella quale
LudoV. Antonio Muratori occupa un posto cospicuo: ma che aveva nondimeno nel
suo presupposto speculativo quel difetto che V. avvertì: di vedere il solo
aspetto esterno di quella realtà, che è il processo storico: quel difetto, di
cui lo stesso V. additò profondamente la correzione nella sua unità di
filologia e filosofia. E anche per questa parte è ormai noto che le menti
italiane entravano in una corrente che moveva dalla Francia *. Contro questa
cultura in voga, di cui notava accortamente le origini forestiere, V. si
vantava di essere autodidascalo » e di far parte per se stesso riannodandosi
alla tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del Cinquecento: ai Ficino,
ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni, 1 Vedi G. Maucain, Étude sur l’évolution
intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ,93 sgg.; agli Steuco. E in
realtà la mentalità del V. si spiega meglio nel suo svolgimento se si ricollega
col pensiero italiano del Rinascimento, anzi che con quello de’ suoi
contemporanei. Non s'intenderebbe mai, per dirne una, perché V. affermi con
tanta insistenza di essere un platonico, egli che è pure l’autore di una delle
filosofie più avverse al platonismo, senza considerare le tracce di platonismo
rimaste nel suo pensiero dallo studio dei filosofi italiani neoplatonici e
neoplatonizzanti del sec. XV e del XVI *. Ma fuori di questa intima parentela
italica della mente vichiana non s’' intenderebbe neppure un’altra delle
caratteristiche più speciali della sua filosofia, che non è stata tra le minori
cause della sua scarsa fortuna nella storia internazionale del pensiero
speculativo: voglio dire la sua forma, affatto impropria, per cui non c’è uno
scritto del V., che si possa additare come esposizione adeguata o
approssimativa della sua dottrina, a quel modo che si fa per Cartesio, per
Spinoza, per Leibniz, per Locke, per Hume e per tanti altri filosofi del
periodo stesso, a cui V. appartiene. Questi, invece, non sì propone mai
chiaramente e direttamente la trattazione del problema, che agita realmente il
suo pensiero, e vi riceve infatti una soluzione. Il suo pensiero filosofico
fondamentale, per motivi estranei alla sua interna struttura logica, ci è
presentato in una forma più atta a deviare l’attenzione da esso che non a
fermarvela sopra e concentrarvela: in una forma impostagli violentemente
dall’autore, più sollecito, apparentemente, d’accentuare questa forma
estrinseca arbitraria che non la sostanza vera ed originale del suo pensiero.
Le opere capitali del V. son due: il De antiquissima Italorum sapientia ex
linguae latinac originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza nuova d’
intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edizione 1730 e ’44). Nella
prima l’autore, come attesta lo stesso titolo, si propone per l’appunto di
dimostrare quale sia la filosofia che può e deve ricavarsi dalle origini della
lingua latina, come quella dottrina che una volta dové esser professata da’ più
antichi saggi d’Italia; e nella seconda come argomento principale della ricerca
viene annunziata una scienza nuova intorno alla natura della società umana
(come si vien realizzando attraverso la storia). Ora la critica ha dimostrato
che i problemi, intorno ai quali si travaglia la mente del V. in queste due
opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enunciati, nei quali è pure
innegabile che egli abbia impegnato di proposito copiose riserve di dottrina e
d’ ingegno, segnatamente nella Scienza Nuova. Chi voglia intendere il De
antiquissima, non deve tenere nessun conto del suo titolo e del proemio, e di tutte
le vane investigazioni che qua e là vi ricorrono, dei riposti concetti, che,
secondo 1l V., supporrebbero talune voci latine, ma limitarsi a considerare in
se stessa questa dottrina che egli pretende rimettere in luce dal più vetusto
tesoro della mente italica, e che non è altro che una dottrina modernissima,
quale poteva essere costruita da esso V. nel 1710. E chi voglia parimenti
penetrare nel pensiero nuovo, che è il nocciolo sostanziale della Scienza
Nuova, non deve arrestarsi agli sforzi faticosi, con cui V. si argomenta di
dimostrare come infatti l’umanità civile percorra e ripercorra nel tempo una
storia ideale eterna, ossia come il processo storico obbedisca a una legge
costante immanente alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto l’assunto
di quel contestabile problema filosofico, che si disse poi di filosofia della
storia »); ma guardare più addentro, per mirare a quella profonda speculazione
(su cui pur costantemente s’aggira il pensiero vichiano) intorno alla natura
dello spirito umano. Della quale egli scopre in 108 STUDI VICHIANI fatti una
scienza nuova, ma che non è altro che una nuova filosofia, un nuovo sistema
filosofico. Il pensiero vichiano perciò è un nocciolo chiuso dentro un forte
guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio, non può gustare quel
pensiero. Ora questo guscio, come dicevo, non si spiegherebbe senza la cultura
speciale del V.: cultura anacronistica, certamente, ma italiana. Quella inutile
fatica che si dà l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di
talune voci latine per farne altrettanti documenti di un pensiero italiano
antichissimo, da farsi risalire, secondo probabili congetture, fino alla
filosofia degli egiziani !, richiama bensì il Cratzlo di Platone 2, ma si
riconnette ben più da presso al metodo dei neoplatonici italiani del
Rinascimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'essere nel sec. XV
e nel XVI, ma diventa una semplice maniera » letteraria nel XVIII; quantunque
qualche suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa V. aver ricevuto dagli
stessi scrittori contemporanei 3. Il neoplatonismo italiano del Quattrocento
risaliva anch'esso, per la trafila di Platone, Filolao, Pitagora, Aglaofemo,
Orfeo, Mercurio Trimegisto, fino all’arcana e favolosa sapienza egiziana 4: ed era
uso comune a tutti i filosofi platonizzanti di esporre il proprio pensiero come
dottrina de’ più famosi ed antichi, ancorché non mai esistiti, filosofi e
sapienti. Tipico per questo rispetto il sincretismo del De perenni philosophia
di Agostino Steuco (1540), dal V. menzionato tra gli autori da lui tenuti in
maggior considerazione. I V., Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $ 1;
Opp., I, 242-8. 2 Ricordato dallo stesso V. nel Proemio. 3 GIOVANNI RossI, V.
nei tempi di V.: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica, vol. X
(1907),602 sgg. 4 Ficino, Argomento premesso alla sua trad. del Pimandro. LA II
E LA II FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Quanto alla Scienza Nuova, non parmi
possibile spieGare la genesi del problema, nella forma in cui vi è proPosto,
senza rifarsi da Platone, dal V. così lungamente meditato in compagnia de’ suoi
filosofi del Rinascimento, € tenuto poi sempre per la maggior guida al vero
filoSofare, quantunque la concezione filosofica incarnatasi nella Scienza Nuova
sia, com’ho accennato, diametralmente contraria ai principii del platonismo.
Che altro, infatti, è la Repubblica platonica se non una sorta di storia ideale
eterna del corso delle nazioni, dedotta in qualche modo dalla speculazione
della natura dello spirito umano; storia, in cui campeggia una forma di Stato
ideale, punto di partenza ideale e ideal punto di arrivo dei singoli periodi
ciclici della perpetua vicenda del mondo, ma che anch'essa non può, nel suo
divenire, spiegarsi se non pel natural moto dei sentimenti e delle idee umane ?
Nella prima edizione della Scienza Nuova, dove discorre della estrema
difficoltà, in cui si trova chi indaghi le prime origini ideali dell'umanità, a
ridursi in quello stato di somma ignotanza », libero dalle comuni invecchiate
anticipazioni », in cui è pur necessario collocarsi per assistere al primo
Svegliarsi d’ogni senso d’umanità », V. dice: Tutte Queste dubbiezze, insieme
unite, non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica verità, la
qual dee esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e densa
notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili
nazioni egli è stato Pur certamente fatto dagli uomini; in conseguenza della
quale per sì fatto immenso oceano di dubbiezze, appare questa sola picciola
terra, dove si possa fermare il piede; che i di lui principii si debbono
ritruovare dentro la natura della nostra mente umana, e nella forza del nostro
intendere». E Platone aveva detto che quante sono le forme degli Stati,
altrettante rischiandi essere le forme dell’anima »: cinque quelle, cinque
queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non dal rovere e dal macigno
procedono le forme politiche, sì dai costumi dei popoli che nel loro mutare
trascinan seco tutto il resto. La differenza tra la ricerca platonica e la
vichiana è certo grandissima per la diversa concezione da cui muovono, della
storia o dell'umanità: ma, senza dire delle analogie particolari, qui si vuole
fermar l’attenzione sul loro comune carattere di speculazione ambigua intorno
alla storia, ora intesa come storia ideale, e ora come storia empirica e
cronologica. E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica questa
impostazione della ricerca è una superfetazione, che deve superare chi voglia
scoprire la sostanza di pensiero filosofico viva nelle due opere. La teoria
delle idee e l'etica della Repubblica infatti non ha che vedere con le fiacche
speculazioni politiche sovrappostevi dall’autore; come le dottrine intorno al
mondo dello spirito svolte dal V. nella Scienza Nuova non hanno intrinseco
legame con la filosofia storica dei corsi e dei ricorsi. E come il filosofo
antico, in quella sua indagine della ideale successione delle forme di
reggimento politico, ritenne 3 più opportuno, perché più evidente, @c
vapyfotepov, indurre dall’ indole degli Stati l’ indole degli uomini che li
creano anziché quella dedurre da questa, e cioè contemplare la natura dello
spirito non in se medesima, nei suoi eterni caratteri, ma nella sua
manifestazione storica ; così il moderno si svia dietro uno sforzo improbo di
rielaborazione logica (e però incongrua) della materia storica, per farne
sprizzare quell’organismo di categorie spirituali, che sono il proprio oggetto
della sua speculazione. I Rep.] Di qui un errore capitale della sua costruzione,
che sì ripeterà nella filosofia della storia di Hegel, e che si può definire
come quel riflesso del dualismo, per cui si pone fuori dell’eterno il
temporaneo, e si persegue pertanto il riscontro del primo nel secondo. Giacché
V. è tratto dal suo pensiero verso la storia ideale eterna, la quale, per
essere eterna, non può avere fuor di sé il tempo, e non deve quindi né
applicarsi, né verificarsi in riscontri assurdi. L’eterno è la risoluzione del
tempo; e però realtà eterna è quella che, se essa è, non può esser altro che
essa. E se, dopo aver concepito una realtà eterna, ne concepiamo ancora una
temporanea, egli è che noi mettiamo da parte la prima per concepire la seconda.
La violenta mescolanza che il V., dualisticamente, è indotto a fare, sulle orme
di Platone, della considerazione speculativa (sub specie aeterni) della storia
con la considerazione empirica (sub specie temdoris), ha fatto della Scienza
Nuova una filosofia della storia, laddove essa avrebbe dovuto esser nella
forma, come è nella sostanza e in ciò che costituisce il suo valore, una
filosofia dello spirito, cioè una metafisica della realtà intesa come spirito.
E come filosofo della storia bisogna dire che V. è stato conosciuto piuttosto
largamente, anche fuori d' Italia. Se non che, come tale, egli, salvo
particolari fortunati, come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per
altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la speculazione
vichiana) non poteva conquistare uno di quei Primi posti, a cui egli senza
dubbio ha diritto, nella storia generale della filosofia. Il guscio, assai duro
a rompersi, celava il nocciolo prezioso. Ma quando, intorno al 1860, la sua
opera maggiore fu riletta attentamente da un pensatore italiano espertissimo
nell’ intendimento dei più vivi pensieri attraverso i quali si è venuta
costituendo la filosofia moderna, Bertrando Spaventa, uno dei più forti
pensatori che abbia avuto l’ Italia, poco noto anche lui fuori d’ Italia per la
cagione stessa del V., cioè per la sua intensa italianità, il guscio fu infranto
:; e dentro al filosofo della storia si cominciò a vedere il filosofo
originalissimo. Del quale un'analisi e ricostruzione ampia e sistematica diede
per primo Benedetto Croce =, mettendo in luce in modo magistrale quelle che si
possono dire le scoperte del celebre pensatore napoletano, ed eloquentemente
dimostrando le ragioni dell'alta valutazione che di esso deve farsi nella
storia universale. Ora, invece che l'originalità del V., io vorrei qui
brevemente rilevare la larga risonanza che hanno in Europa i pensieri
fondamentali della sua filosofia nella seconda e nella terza ed ultima fase del
suo svolgimento e dimostrare così che essa non è un frutto fuor di stagione, sì
uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la speculazione umana nel sec. XVIII,
in guisa da non pure raccogliere la più ricca eredità del passato, ma da
anticipare altresì le più valide conquiste dell’avvenire. La filosofia
vichiana, superata la sua prima fase di preparazione e di orientamento, in cui
rimane sotto l’ influsso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il
proprio punto di vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si svolge per
due principali gradi, nettamente distinti, quan I Da vedere tra i suoi Scritti
filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano, 1900) la prolusione Carattere e
sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI, sino al nostro tempo (1860), la
lettera Paolottismo, positivismo, razionalismo (1868), e La Filosofia ital.
nelle sue rela. con la filos. europea (1861), lez. VI, ed. Gentile, Bari, Laterza,
1908; 2% edizione 1926. è La filosofia di G. B. V., cit. tunque il secondo sia
evidentemente lo svolgimento del primo. L’uno è rappresentato dall’ Orazione De
nostri temporis studiorum ratione (1708) e dal De antiquissima (1710); l’altro
dal Diritto Universale © (1720-21) e dalla Scienza Nuova. In quello si hanno 1
lineamenti di una filosofia kantiana insieme con taluni dei motivi fondamentali
della filosofia, da cui Kant prese le mosse; in questo sono affermati i
principii stessi della filosofia postkantiana, cioè dell’ idealismo tedesco.
Dall’uno all’altro c’ è infatti un passaggio analogo a quello per cui
l’idealismo soggettivo della Critica della ragion pura = diventa in Hegel un
idealismo assoluto. Come nella filosofia kantiana confluiscono la metafisica
del razionalismo leibniziano e lo scetticismo dell’empirismo inglese, così
nella prima filosofia vichiana il principio kantiano della sintesi costruttiva
del sapere umano si presenta come l’accordo di uno scetticismo che ha molti
punti di contatto con quello, posteriore di trent'anni, di David Hume, e di una
metafisica che ha strane somiglianze con quella di Leibniz, da cui è
storicamente indipendente. V. infatti segue questi stessi indirizzi, in cui sì
moveva da una parte l’empirismo inglese e dall'altra il razionalismo francese e
tedesco; ma stringendoli insieme, e riuscendo perciò a cavarne conseguenze che
precorrono di almeno sessant’anni le più profonde vedute del criticismo. | Egli
scorge con Bacone, e più acutamente, il valore dell'esperimento, onde il fisico
sa della natura quel che n E _ I Come si suole designare, sull'esempio
dell’autore, il suo trattato De universi iuris uno principio et fine uno
(1720), compiuto l’anno dopo con un secondo libro: De constantia
îurisprudentis. è Il primo a notare il riscontro della dottrina gnoseologica
del De antiquissima col criticismo kantiano fu F. H. JacoBr nel 1811 nel suo
scritto Von den gottlichen Dingen u. ihrer Offenbarung (Werke.] riesce a
rifarne (utpote 1d pro vero in natura habeamus, cuius quid simile per
experimenta facimus) :: restando negli stessi limiti della dottrina baconiana
che, ferma nel supposto empirista della opposizione della natura allo spirito,
non può riconoscere all’attività di questo una produttività reale: sicché
l’esperimento riesce non a far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne un
quid simile. La teoria vichiana dell'esperimento, del pari che in Bacone e in
Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza sensibile come solo mezzo di
conoscenza diretta della realtà naturale. Ma, con più coerenza di Galileo, V.
si sottrae alla illusione dell’oggettività della geometria o della matematicità
della natura, e combatte il metodo geometrico di Cartesio e dei cartesiani, e
in generale la concezione razionalistica del reale con un nominalismo empirico,
che è scala allo storicismo della sua seconda filosofia. E viene perciò ad
incontrarsi con Hume, che separerà la conoscenza della natura dalla conoscenza
matematica, contrapponendole l'una all’altra in quanto l’una ha per oggetto
verità di fatto e l’altra mere relazioni ideali; e assegnando quindi alla prima
un compito, che non si potrebbe ragionevolmente ascrivere alla seconda,
quantunque neppure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta della causa,
non quale antecedente empirico dell'effetto, ma quale potere o forza
produttiva, per cui solo è possibile, I De antiq., concl. Cfr. cap. II, p.
144-5: Genus humanum innumeris novis veris ditarunt ignis et machina,
istrumenta, quibus utitur recens physica, rerum, quae sint similes peculiarium
naturae operum, operatrix », e Vici Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV,
309): Utinam philosophiae opera daretur cum Verulamii Organo, ut quod
philosophi meditarentur, id ii verum esse experimentis ipsis demonstrarent....
Nam, si ita physicae incumberetur, non solum non pluris fierent a Socrate
sutores quam sophistae, cum illi tamen aliquod faciant opus humano generi
utile, hi vero nullum omnino; sed in eo sane Deo Opt. Max. quodammodo similes
fierent, cuius intelligentia et opus unum idemque sunt». LA II E LA III FASE
DELLA FILOSOFIA VICHIANA secondo che nota Hume, concepire il rapporto causale
come connessione necessaria. La ragione per la quale Hume nega alla matematica
la facoltà di conferire alla fisica il carattere necessario proprio di essa
come scienza razionale e a priori, coincide con quella del V.: ed è l'assoluta
opposizione della mente alla natura, il cui processo è un processo interno,
diverso e remoto da quello della mente, che nell’esperienza può seguire
soltanto le semplici apparenze sensibili nel loro contingente succedersi. La
realtà, in questa seconda forma della filosofia vichiana, è esterna alla mente.
E però V. si schiera contro la Scolastica e la logica del sillogismo, e contro
l’ innatismo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio. Condanna Aristotele,
che metaphysicam recta in physicam intult ; quare de rebus physicis metaphysico
genere disserit. per virtutes et facultates »; convinto che naturae iam
exstantis phaenomena non virtute et potestate explicare par est», e vedendo con
soddisfazione che tam meliorum virtute Pphysicorum illud disserendi genus per
studia et averstonesnaturae, per arcana eiusdem constlia, quas qualitates
occultas vocani, tam, inquam, sunt e physicis scholis eliminata » *. Loda il
Descartes ?, che volle il proprio sentimento regola del vero; perché era
servitù troppo vile star tutto sopra l'autorità »; e volle l’ordine nel
pensare; perché già sì pensava troppo disordinatamente con quelli tanti e tanto
sciolti tra loro obiicies primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro Il
sillogismo e quella deduzione analitica del Descartes, che egli paragona al
sorite stoico, e combatte con la tenacia stessa e gli stessi motivi con cui
contro la logica di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1
De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV: Opere, I,
261-63. Cfr.83-85. 2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5. (al V. familiari per le
Accademiche di Cicerone, da lui espressamente citate, e per le [fotipost di
Sesto Empirico, che deve pure avere studiate, se non altro, attraverso l’
Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis Christianae disciplinae di
Giovan Francesco Pico della Mirandola) *. DI Il metodo deduttivo anche per V. è
sterile: presuppone la scienza, non la costituisce: non tam utilis est ut nova
inveniamus, quam ut ordine disponamus inventa. Così egli paragona i fisici
contemporanei, tutti soddisfatti della loro fisica razionale, chiusa in un
sistema statico di idee ben ordinate, ma senza alcun rapporto vivo con
l’esperienza mutevole, a coloro, quibus aedes a parentibus relictae sunt, ubi
nihil ad magnificentiam et usum desideretur, ut iis tantum amplam supellectilem
mutare loco, aut aliquo tenui opere ad seculi morem exornare relinquatur ».
Costoro, nota V. profondamente, scambiano la natura con la loro fisica (pongono
infatti le loro idee chiare e distinte come la stessa realtà, o verità, da cono
1 Per Cicerone v. la Sec. rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si riferisce ad
Acad., II, 16, 49). Per Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146 (argomento degli
aequivoca) con Hyp. Pirr. II, 23; De antig., I, 3 (dottrina dei segni) con H.
P., II, 10. Per la critica del sillogismo e del sorite v. De nostri temp., VI,
in Opere, I, 89-90, De antig., VII, 5 (Opere, I, 183-4) e Scienza Nuova?, ed.
Nicolini,358-9; e non occorre ricordare la famosa e perentoria critica del
sillogismo di Sesto, H. P., II, 14. Pel Pico v. per ora F. STROWSKI, Montaigne
(nella Collezione dei Grands philosophes), Paris, Alcan, 1906,125-30. Un primo
accenno allo scetticismo accademico prevalso in questa seconda fase della
filosofia vichiana si può scorgere in questo luogo della Orazione III (1701),
in Opere, I, 36: Te iactas, philosophe, principia rerum et caussas assecutum.
In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi adversae sectae alius te putat
errare ? Addiscamus igitur verum studiorum usum; et sciamus, vetitam primi
parentis curiositatem in nobis esse vera rerum cognitione mulctatam. Hoc
disciplinae doctos a vulgo distinguat. Utrique nesciunt: sed vulgus se scire putat,
eruditus ignorare se noscit. Ita sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa
exceptione affirmet: ‘ Aio, ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam
falletur, nec unquam fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘
Aliter putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in Opere, I, 83: Academici
antiqui, Socratem secuti, qui nihil se scire, practerquam nescire affirmabat,
abundantes et ornatissimi ». scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare
perché con la loro scienza ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare la
natura: nos tanto negotio naturae ultra contemplandae liberarunt ®. Che è la
più efficace critica che possa farsi del vecchio apriorismo in nome dei diritti
dell'esperienza. L’empirismo, come ho accennato, trae V. alle. sue conseguenze
nominalistiche, dov’ è il fondamento ultimo della critica del razionalismo
astratto. Combatte infatti nel De nostri temporis l'applicazione del sorite
(metodo deduttivo) alla medicina, avvertendo che nella deduzione non si procede
da una verità antica a una verità nuova, ma si rende esplicito l’ implicito,
cioè si rimane nel vero già posseduto. Afqui morbi semper novi sunt et alri, ut
semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem nunc sum, qui modo fui, dum
aegrotantes proloquerer: innumera namque temporis momenta tam actatis meae
praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad summum diem impellor, tam facti
sunt». E nel De antiquissima poco dopo dirà: ‘ Rectum’ et ‘idem’ res
metaphysicae sunt. Idem ipse mihi videor; sed perenni accessu et decessu rerun,
quae me intrani, a me exeunt, quoquo temporis momento sum alius». E ancora:
Haec est vita rerum, fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia
atque alia aqua proflut » 2. I De mostri temp., $ IV. ? De nostri temp., c. VI
e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102, 164. Cfr. per la VI Orazione qui
sopra86-87. V. così fa sua la dottrina, che PLATONE (Teeteto 154 A) combatteva,
o meglio dalla quale egli, che moveva dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E
prima del V. l'aveva fatta sua in Italia Tommaso Campanella, a cui V. qui sì
rannoda. Basta leggerne questo curioso brano che ha così vivo sapore di
modernità: Però gran stoltizia è credere, che la scienza consista nel sapere
gli universali: che saprò io, se intendo che Pietro è uomo animale razionale,
mentre non intendo le sue qualità e proprietà minutamente ? Vero è che, essendo
impossibile cognoscere tutti gl’ individui, per mancamento fu bisogno imparare
le scienze in universali e in confuso; ma Dio sa le minutissime particolarità
d’ogni cosa; e questa è vera, certa sapienza. Ma la medicina per il bisogno si
avvisa, che non basta sapere [Così nel De studiorum ratione conclude che la
definizione del concetto generico non coglie quel che vi è di proprio nei
singoli casi; e però miglior partito sarà guardare al concreto (ut particularia
consectemur), e attenersi alla induzione. Che febra è questa, ma quando, come
assale, e la complessione dell’ infermo particolare, e del morbo, e del
medicamento; non in communi, cioè del reubarbaro, ma di questo reubarbaro, che
se ha da dare sino alla tale ora »: Del senso delle cose, ed. Bruers, II, 22
(Bari, Laterza, 1925, p. 106). CAMPANELLA, Metaph., V, 2, a. 2: Itaque
principia scientiarum sunt nobis historiae »; e in proposito, RITTER, Gesch. d.
Phil., X, p. 26. BACONE, letto e ammirato da V., dei difetti della medicina del
suo tempo aveva detto nel De augm. scient., IV, 2, (ed. Ellis-Spedding?, I,
590): Solent autem homines naturam tanquam ex praealta turri et a longe
despicere, et circa generalia nimium occupari; quando si descendere placuerit,
et ad particularia accedere, resque ipsas attentius et diligentius inspicere,
magis vera et utilis fieret comprehensio. Itaque huius incommodi remedium non
in eo solum est, ut organum ipsum vel acuant vel roborent, sed simul ut ad
objectum propius accedant. Ideoque dubitandum non est quin si medici, missis
paulisper istis generalibus, naturae obviam ire vellent, compotes ejus fierent,
de quo ait poéta [Ovid., Rem. am. 525]: Et quoniam variant morbi, variabimus
artes; Mille mali species, mille salutis erunt ». E tra i desiderata per i
progressi della medicina aveva osservato (ivi, I,591-2): Primum est,
intermissio diligentiae illius Hippocratis, utilis admodum et accuratae, cui
moris erat narrativam componere casuum circa aegrotos specialium; referendo
qualis fuisset morbi natura, qualis medicatio, qualis eventus. Atque hujus rei
nactis nobis jam exemplum tam proprium atque insigne, in eo scilicet viro qui
tanquam parens artis habitus est, minime opus erit exemplum aliquod forinsecum
ab alienis artibus petere; veluti a prudentia jurisconsultorum, quibus nihil
antiquius quam illustriores casus et novas decisiones scriptis mandare, quo
melius se ad futuros casus muniant et instruant ». Ma più degno di
considerazione, per le sue probabili relazioni col pensiero del V. è forse un
brano della Dissertatio logica (1681) del medico napoletano Luca ANTONIO Porzio
ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo » (come lo chiama V.
nell’Autob., p. 37, ricordando la stretta amicizia e gli spessi ragionamenti
avuti con lui). In questo brano, dopo aver accennata la dottrina platonica e
cartesiana delle idee innate, è detto: Coeterum licet haec majori ex parte
verissima censeri possint; homini tamen, ut satis excultus animo sit, non sufficere
existimo, universalia et communia scientiarum principia. Oportet enim non raro
ad particularia descendere, et singularem alicujus rei nobis scientiam
comparare. Quod non fit nisi assumpto etiam peculiari et proprio aliquo
quaesitae rei principio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi et exercendi
gratia, posse Qual'è, si domanda altrove :, la causa del gran discredito in cui
è caduta oggi la fisica aristotelica ? È troppo universale, laddove gli
esperimenti della fisica moderna riproducono fenomeni peculiari determinati.
Così nella giurisprudenza l’arte non consiste nel possedere summum et generale
regularum, ma nel vedere le circostanze prossime, alle quali non sempre si
possono applicare le disposizioni generali della legge. Ottimi oratori non sono
quelli che discorrono per luoghi comuni, ma quelli che, per dirla con Cicerone,
haerent in propriis. Né gli storici possono contentarsi di narrare i fatti all’
ingrosso, assegnandone cause generiche. Né la sapienza della vita si giova di
massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale Caso per caso, e non
affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dottrinari (fhematici), poiché la realtà è
sempre nuova: e nova, mira, inopinata universalibus illis generibus non
providentur. Così, nel discorso, ogni parola conviene sia propria e adatta a
ciò che a volta a volta si vuol dire; nos arbitratu nostro quaecumque velimus
determinare, et cuiuscunque speculationis, quod lubet statuere principium,
atque inde quaenam investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum
ei, quod sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum
dignitatibus, hoc est propositionibus per se notis, et communibus hominum
Opinionibus, tunc affirmare poterimus, recte nos fuisse speculatus. Si quid
vero consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui, vel sit contra hypothesim,
tunc certi esse possumus de fallacia aliqua nostrarum cogitationum....
Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut ingenium tantummodo exerceamus,
verum etiam ut speculationum et inventionum nostrarum aliquis sit usus,
deducendae illae sunt tum ab universalibus scientiarum principiis et communibus
hominum opinionibus, tum ex peculiari non ficto principio, non ficta hypothesi;
sed quae sit secundum rei naturam, quam indagandam suscepimus. Atque ideo meo
quidem iudicio summe custodienda atque promovenda est rerum omnium historia
sive civilium sive bellicarum, sive physicarum sive aliarum, quarumcunque
rerum, utcunque observatarum. Etenim cum vel ipsa natura universalia non
edoceat, observatarum rerum historia particularia nobis praebet principia
unicuique scientiae propria, quibus adjuti pleraque, quae nobis occulta erant,
dignoscere valeamus »: Opera omnia medica, philosophica et mathematica,
Neapoli, Mosca, MDCCXXXVI, t. 1,379-80. 1 De antiq., c. II, in Opere, I, 144.
giacché loqui universalibus verbis infantium est aut barbarorum. Ed ecco
spuntare una dottrina, che avrà un grande valore nella terza forma della
filosofia vichiana: la dottrina del certo. IIIl Il certo nel pensiero del V. è
il determinato, il positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’
ha realtà, ma astrazione: dottrina, che si collega da una parte con la teoria
dell’ induzione e dall’altra con quella della percezione. In molti luoghi del
De nostri temporis studiorum ratione e del De antiquissima Italorum sapientia,
nonché della polemica a cui questo libro diede luogo, V. raccomanda l’
induzione baconiana, come l'organo proprio della scienza, che vuol costruire il
vero sulla base del certo 1. Ma in un paragrafo del De antiquissima ?, svolge
una teoria della conoscenza che va assai più in là di Bacone. Attribuisce alla
mente tre operazioni: percezione, giudizio e raziocinio ; donde provengono le
tre arti della to pica, o arte di trovare, della critica, o arte di giudicare,
e del metodo,o arte di ordinare razionalmente le materie: ma fondamentali sono
la topica e la critica, ossia le funzioni del percepire e del giudicare. E tra
le due quella che costituisce ed estende il dominio del sapere, la propria
sciendi facultas, è la funzione del percepire, che V. ama chiamare ingegno?3:
che è qualche cosa di analogo, ma anche qualche cosa di supe I E il concetto
ritorna nella Scienza Nuova*, ed. Nic.,358-9. 2? Cap. VII, $ 5. 3 Oltre il De
antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed. Ferrari, IV, 309. riore
alla esperienza o intuizione sensibile di Kant. Alla celebre proposizione di
questo, che l’ intuizione è cieca senza il concetto, e il concetto vuoto senza
l’ intuizione, 11 V. prelude nel suo linguaggio dicendo: Neque inventio sine
tudicio, neque tudicium sine inventione certum esse potest ». E il gi udizio
vichiano è proprio quello che è il concetto puro kantiano, se fuso con
l’invenzione o percezione: laddove si muta in un’ idea a priori, in una
prolessi dommatica a mo’ degli stoici, o in un' idea innata a mo’ di Cartesio,
se diviso dalla percezione. La quale, come operazione propria dell’ ingegno,
non è soltanto l’ intuizione del dato (come l’ intuizione di Kant), ma ogni
intuizione del certo, ossia del nuovo, del proprio o singolo, del reale, onde
si estende la sfera del conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’
ingegno è la forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi inesplorate nel
dominio della natura, ma è anche la forza del poeta nella sua originale
creazione, e dello scienziato che scopre rapporti ideali non più veduti: onde
la dottrina vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’ intuizione
kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei romantici tedeschi. La
percezione è insomma non tanto la esperienza passiva di Kant, base alla
funzione attiva dello Spirito, quanto la stessa pura attività mentale,
creatrice e costruttiva, con cui non si rielabora un contenuto già acquisito,
ma si acquista o si pone il contenuto stesso; e non si rimane perciò nel già
noto, ma si procede di là dal suoi confini: non analytica via, sed sinthetica,
per usare le stesse parole del V., che anticipa con esse la famosa distinzione
della Critica della ragion pura. Academici toti în arte inveniendi, în illa
iudicandi toti Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per V. i
filosofi che non avevano costruito con la ragione sull'esperienza, ma s’eran
limitati a raccogliere le apparenze sensibili e i dati di fatto, senza né pur
giudicarli per affermarli o negarli; i puri empirici, insomma; laddove gli
Stoici, contro cui gli Accademici avevan battagliato, s'erano sbizzarriti a
dommatizzare con la loro presunta scienza naturale della natura; cioè i
razionalisti. Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e degli altri
vuol essere pel V. lo stesso programma annunziato nelle prime parole della
Critica di Kant: Non c’ è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia con
l’esperienza.... ma non per questo tutta la nostra conoscenza deriva dalla
esperienza »: il superamento e la conciliazione del pretto empirismo e della
metafisica razionalistica. Ma, come Kant na tuttavia una manifesta propensione
per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che il V. abbia una
particolar simpatia per i suoi Accademici. Egli serba tutti i suoi strali per
gli Stoici (leggi Cartesio '*), come Kant intitola Critica della ragion pura la
sua opera, che avrebbe pur potuto capovolgere e intitolare Critica della pura
esperienza ». Per questa simpatia verso gli Accademici V. accentua da una parte
lo scetticismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più che tra
qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto, tornato ad ispirarsi alla
filosofia accademica ?, il motivo umanistico-socratico di questa, s’apre la via
dallo scetticismo del De antiquissima alla filosofia positiva della Scienza
Nuova. Al dommatismo cartesiano, che, agli occhi del V., rinnovava quello degli
Stoici, egli contrappose il pro b a bilismo di Carneade 3, salvandone, come
Hume, le matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di un I .... Stoicis,
quibus recentiores respondere videntur »: De nostri temp. in Opere, I, 97; Cfr.
De antiquissima, ivi,138-9. 2? Hume, An enquiry concerning human understanding,
sect. V, part. I in princ., e sect. XII. 3 Cfr. la critica di Descartes nel De
antig., I, 3 e la Sec. risp., in Opere. Vero senza certezza; come il certo del
probabile è senza verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli occhi del V. diventa
quel che è agli occhi di ogni empirista e di ogni scettico: un fatto, un certo,
com’egli dice; un probabile, come avrebbero detto gli Accademici: qualche cosa
che è oggetto di coscienza, non di scienza; quindi privo della certezza, nel
senso cartesiano di esclusione del dubbio. L’essere dell’ I o che pensa, per
esser vero, e non semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare come
l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti. Ma in che consiste la
dimostrazione del matematico? o, in altri termini, in che consiste la verità
del suo sapere ? Se la scienza della natura è offuscata dall’ ignoranza
ineliminabile dell’ intimo processo della natura, onde la causalità cessa di
essere una connessione necessaria, e uno schema d'’ intelligibilità sistematica
dei fatti naturali, nella matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica:
la conoscenza del processo per cui si generano i numeri e le figure (che son la
realtà del matematico); e come quel processo pei fatti naturali è
inattingibile, perché la natura è una realtà opposta allo spirito che la
conosce, così il processo generatore della realtà matematica dovrà, per essere
conoscibile, coincidere col processo conoscitivo; e la causazione essere la
stessa conoscenza. Di qui la or: mula vichiana: verum et factum convertuntur. A
questo concetto della matematica in opposizione al concetto della fisica, che
del resto serpeggiava, ancora immaturo, in Galileo e nella sua scuola, V. fu
spinto e dallo studio dei Neoplatonici (poiché nel Ficino egli aveva letto
qualche cosa di simile) 1, e dal confluire nel suo spirito della nuova
gnoseologia delle matematiche, dell’empirismo della sua scepsi accademizzante e
dei vecchi concetti platonici e scolastici intorno al rapporto di ! Cfr. la
dimostrazione precedente,30 sgg. e più avanti139588. Dio col mondo. Posto il
carattere di verità delle matematiche, riconosciuto da tutta la filosofia, dal
Rinascimento in poi; posto lo scetticismo come negazione della conoscenza
causale della natura come realtà estramentale; posta la naturaco me
realizzazione del pensiero divino (quale la concepiscono tutti gli scolastici e
quei neoplatonici, a cui V. amava rannodarsi); il dommatismo matematico doveva
apparire il rovescio del ricamo dello scetticismo fisico. E così V. fu condotto
a scoprire il suo grande principio del verum factum, per cui la scienza è solo
di ciò che si fa: che è lo stesso concetto con cui Kant doveva, molto più
tardi, giustificare il valore della scienza, quale cognizione, non di un
oggetto che si porga bello e costituito alla mente umana, anzi di un oggetto
costruito appunto dall’atto stesso del conoscere. La scienza, rispetto alla
quale sorge nel De antiquissima la nuova gnoseologia vichiana, è bensì una
scienza puramente formale: piena di verità, ma vuota di certezza. Vuota di
certezza, perché la realtà pel V., nel De antiquissima, resta la natura (l’opera
di Dio): la natura stessa degli empiristi, ma neoplatonicamente o (che, qui, è
lo stesso) spinozisticamente considerata, cioè superata: non però nel monismo
meccanico del filosofo di Amsterdam, sì in una specie di pluralismo dinamico,
che richiama quello di Leibniz. Come Spinoza, V. pone una natura estesa
irriducibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo, supera Spinoza, come lo
supera Hume; giacché non iscambia la causalità razionale (che è
l’intelligibilità della matematica, o della verità senza certezza) con la
causalità reale della natura, e tiene ben distinto l’ordine delle verità di
fatto dall’ordine delle verità di ragione. Spinoza risolve la sua natura
corporea o la molteplicità infinita dei modi dell'estensione nell’unità della
sostanza estesa, la quale nella sua unità è la negazione del corpo e del moto;
ma la sostanza per LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Spinoza non si
sveste mai né può svestirsi dell’estensione, che è attributo irriducibile ad
altri attributi. Per V., invece, come per Leibniz, l’esteso ha il suo principio
nello inesteso, talché la sostanza degli stessi modi corporei è inestesa 1. Né
il movimento si risolve nel meccanismo dell’ impulso che un corpo esercita
sopra un altro corpo, come nel determinismo spinoziano; bensì nel conato stesso
della sostanza, che è a base del corpo. L'’inesteso è il punto metafisico, che
nella metafisica vichiana ora par molti, ora uno, con un'esitazione che non è
in Leibniz, ma che può dimostrare una vista più acuta di quella di Leibniz:
perché la molteplicità è uno dei caratteri fantastici della monade leibniziana,
la quale, come principio del composto, ossia del molteplice, dovrebb'essere
esclusione assoluta della molteplicità. La scienza del punto metafisico viene
ad essere pel V. una sorta di geometria del divino, per la quale non si
penetrerà già nell’attualità o nel certo della natura (oggetto della fisica),
destinato a rimanere un libro chiuso con sette suggelli; al punto che, se Dio
volesse insegnarci egli stesso come l’ infinito (la sostanza) sia sceso in
questi finiti (i modi), noi non potremmo, dice risolutamente il V.,
comprenderlo: perché cotesta è propria scienza di Dio, che fa dell’ infinito il
finito. Si ricordi la dotta ignoranza, o cognizione negativa del Cusano, che V.
non pare abbia conosciuto, ma alle cui fonti dirette o indirette s'’abbeverò
anche lui. Senza trascendere tuttavia la sfera della conoscenza formale
concessa all'uomo, una metafisica è possibile in un senso analogo a quello per
cui Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla t In mundo, quem Deus
condidit, est quaedam individua virtus extensionis, quae, quia individua est,
iniquis exstensis ex aequo sternitur » (De antig., IV, 2; Opp., I, 156). Per le
relazioni di questa dottrina con quelle affini di Bruno, di Spinoza e di Hegel,
v. SPAVENTA, Saggi di critica, Napoli, Ghio.] Critica, indagare i Principii
metafisici della scienza della natura; una metafisica che, conforme allo
spirito d’umile agnosticismo della religione 1, stia nei termini della
geometria 2; e sia una geometria che renda pensabili i dati dell'esperienza,
procurando di spiegare il mondo che è fuori della mente con quello che è dentro
di essa, come pure avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei numeri
fecero il principio di tutte le cose. La fisica infatti ci dà corpi e moto.
Ora, pensare quelli e questo non è possibile senza trascenderli: ché l’essenza
del corpo, ciò che noi pensiamo dicendo corpo, non è niente di esteso e
divisibile, come i corpi, bensì un che d'’ inesteso e indivisibile. Né
l’essenza del movimento si muove; e dev'essere perciò posta di là dal moto. Ma,
se il corpo realizza la propria essenza, questo è un inesteso che si estende; e
se il moto realizza la sua essenza, questa non è neppure l’assoluta quiete, ma
il principio del movimento in fieri. L’inesteso, essenza dell’esteso, è il
punto, concuiinfatti la geometria costruisce le linee, le figure e, in
generale, l’esteso; e se l’esteso si muove, il suo principio sarà principio di
movimento, oltre che di estensione: conato. Il punto metafisico (che è lo
stesso concetto del punto geometrico, non come definizione nominale, ma reale)
e il conato sono i due concetti che, secondo V., rendono intelligibile la
fisica quale apparisce alla mente umana. Ma la metafisica non può andar oltre,
e dire come e perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo sforzo
IChristianae fidei commoda m»: De antig., concl. 2 Et ea ratione geometria a
metaphysica suum verum accipit, et acceptum in ipsam metaphysicam refundit »:
De antig., IV, 2, in Opere Nec.... cum de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam vere
ex numeris constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem essent, explicare
per mundum, quem intra se continerent, studuerunt »: O. c., in Opere.] si
estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia luogo alla natura. La
quale è opera di Dio, e perciò è conosciuta soltanto da lui. Pure quel semplice
sguardo negativo gettato dentro al segreto della natura basta a farci apparire
tutta la meccanica del determinismo una apparenza seco stessa contradittoria.
Come Leibniz, V. non sa più concepire quiete assoluta, né comunicazione di
movimento. Accetta da Malebranche l’occasionalismo 1, e con lui ascrive a Dio
ogni attività: Lo sforzo dell’universo, che sostiene ogni piccolissimo
corpicciuolo,... non è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione dell'universo.
Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpolenza, che agita e muove il tutto »
2. E quel che Dio è al corpi, è anche alle menti, in cui V., traendo
audacemente alla massima coerenza l’ intuizione neoplatonica del Malebranche 3,
non ammette se non quello che vi pensa Dio, omnium motuum, sive corporum sive
animorum, primus auctor. Sicché il dinamismo vichiano del De antiquissima
rispecchia quella critica interna del meccanismo cartesiano che, attraverso
Geulincx e Malebranche, perviene in Leibniz al superamento della fisica come
scienza dei fenomeni (dei corpi formati, come dice V.) nella speculazione dei
punti metafisici, che caratterizza, come tutti sanno, la prima fase della
filosofia leibniziana; ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché, per
quanto si sforzi V. d’ introdurre e affermare nella sua stessa intuizione
emanatistica il concetto della libertà dello spirito (che è la nota più
profonda della monade), I Dunque la percossa non serve ad altro che di
occasione che lo sforzo dell’universo, il quale era sì debole nella palla, che
sembrava star queta, alla percossa si spieghi più, e, più spiegandosi, ci dia
apparenza di più sensibile moto »: Sec. risposta, in Opere, I, 265. * Prima
risp., $ III, Opere. 3 Cfr. De antiq., cap. VI. questo concetto rimane affatto
estraneo al suo pensiero; e il suo punto metafisico, come conato, ondeggia
sempre tra il concetto dell’unica mente di Dio (che è il solo centro reale di
questo mondo) e il concetto dei molti centri individuali di forza. IV. Ma il
concetto della spiritualità e della libertà del reale nello sviluppo ulteriore
del pensiero vichiano fu affermato ben più validamente che nella monadologia
leibniziana. Lo sguardo gettato sulla metafisica della natura, nel suo
significato negativo, è una tappa nella speculazione del V.. Tappa, in cui V.
si è sbarazzato del meccanismo, e si è raffermato nella sua intuizione
giovanile dell’ immanenza di Dio nel reale, e quindi nella mente umana. Della
quale intanto aveva scoperta la legge intrinseca: che è quella di creare il
mondo che è suo, e non poter penetrare nella costituzione di un mondo derivante
da un principio diverso. Questa scoperta, a cui la meditazione dell’antico
scetticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un grandioso ampliamento,
pur che V. avesse volto l'animo a un altro importante suggerimento implicito in
uno dei motivi principali dello scetticismo accademico: voglio dire nel
concetto socratico della conversione della ricerca speculativa dalle cose
naturali o divine alle umane: concetto centrale nella filosofia accademica,
considerata perciò da taluno de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un
ritorno al punto di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate.
Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ratione: come dalla Seconda
risposta al Giornale de’ letterati* si vede chiaramente quanto ben disposto
fosse l'animo del V. ad accogliere quel suggerimento e a fecondarlo dentro di
sé, già fin dal tempo della sua metafisica negativa. Nel primo scritto infatti
lamenta, come grave danno arrecato dal metodo dommatico e scientifico
prevalente nella cultura contemporanea, quel chiudersi negli studi delle
scienze naturali, considerando la natura solo oggetto possibile di scienza,
cioè di cognizione universale e necessaria, e trascurare ogni dottrina morale
perché hominum natura est ab arbitrio incertissima. Certamente, il metodo
aprioristico della scienza fallisce nelle cose umane, dove il variare delle
occasioni e la scelta generano l’ imprevedibile. Ma il senno pratico (frudentia
civilis vitae) non si giova della ricerca del vero (dell’astratto), né i fatti
umani possono valutarsi ex ista mentis regula, quae rigida est; anzi debbono
misurarsi con quella flessibile regola lesbia, che non adatta a sé i corpi, ma
essa si adatta ai corpi; con una specie pertanto di cognizione, che non guardi
alle vette della scienza, sì alle infime particolarità delle cose individuali,
e segua la realtà (il certo) in tutti i suoi mutevoli accidenti mercé il senso
comune, che, in luogo del vero, si contenta e si giova del verisimile. E nello
scritto polemico, contro il matematicismo cartesiano V. asserisce che la
repubblica delle lettere fu così da prima fondata, che 1 filosofi si
contentassero del probabile, esi lasciasse a’ matematici trattare il vero. Mentre
si conservaron questi ordini al mondo, del quale avem notizia, diede la Grecia
tutti i principii delle scienze e delle arti, e quei felicissimi secoli furono
ricchi di inimitabili repubbliche, imprese, lavori e detti e fatti grandi; e
godé l’umana società, da’ greci incivilita, tutti i commodi e tutti 1 piaceri
della vita sopra de’ barbari. Sorse la setta stoica, I $ IV. Questa Sec. risp.
è del 1712. e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar il luogo de’
matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil opinari; e la repubblica
non fruttò alcuna cosa migliore ». Dove chi abbia qualche notizia della
dottrina di Carneade non può non riconoscere il suo probabilismo in servizio
della gpévnotc, che è la stessa prudenza vichiana; come non è possibile
disconoscere la parentela della critica vichiana della morale stoica e
giansenista ! con la polemica anticrisippea di Carneade. Per V., dunque, come
per Carneade e per tutta la tradizione accademica, l’ ideale del filosofo tornò
ad essere Socrate, che anche lui parve primus a rebus occultis et ab ipsa
natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt,
avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et
vitiis, omninoque de bonis rebus et malis quaereret »*. Socrate, che
sconsigliava dallo speculare sulle cose celesti e sul come la divinità produca
ciascuno di quei fenomeni » per non dare in vaneggiamenti non meno assurdi di
quelli in cui era venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era dato così
gran vanto di sapere spiegare gli artifizi messi in opera dagli dei » 3.
Socrate, che, tutto raccolto per la parte sua nello studio dell’uomo, domandava
se, a quella guisa che gli studiosi delle cose umane si credono in grado di
effettuare.... quello che avranno imparato, così parimente gli indagatori delle
cose divine credono, scoperte che abbiano le cause di ciascun fenomeno, di
poterlo produrre quando vogliano, e formare, a un bisogno, i venti, le pioggie,
le stagioni e ogni altra cosa di simil genere » 4. Parole, di cui par di
sentire un'eco lontana in quelle con cui V. enuncia insieme ed illustra la sua
più matura I CROCE, 0. C.,97-8; e cfr. qui appresso, p. 143 Sgg. ? CIcER., Ac.,
I, 15. 3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr. Bertini). 40. c., I. 1, 15. LA Il E
LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA concezione del problema della scienza:
Questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne
possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii dentro le modificazioni
della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar
meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la
scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso
solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle
nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne
potevano conseguire la scienza gli uomini » *®. Non occorre dire che questo
concetto della filosofia, se ha attinenze storiche, di cui non è possibile non
tener conto, con idee della filosofia socratica e accademica, è, nel suo
proprio significato, assolutamente originale; come lo scetticismo del De
antiquissima, malgrado le sue manifeste ispirazioni accademiche, è, col suo
concetto kantiano delle scienze formali matematiche, più moderno dello stesso
scetticismo di D. Hume. Ora, se nel De antiquissima V. anticipava Kant, qui,
nella Scienza Nuova egli precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana era
considerata creatrice di un mondo astratto, avente perciò esclusivamente valore
pel soggetto che lo costruisce, mentre ha fuori di sé la realtà, opera di Dio.
E lo spirito geometrico era dio di un mondo di figure, come Dio poteva dirsi il
geometra di un mondo reale =. Qui invece lo spirito appare creatore di un mondo
saldo, in sé perfetto, qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la storia. La
profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il suo scetticismo lo
richiamava, ha fatto scoprire in questa I Scienza Nuova, ed. Nicolini,172-3. 2
Geometra in illo suo figurarum mundo est quidam Deus, uti Deus Opt. Max. in hoc
mundo animorum et corporum est quidam geometra». Così ripete ancora nel 1729 V.
nelle Vindiciae: Opere, ed. Ferrari.] realtà un essere ignoto all’autore del De
antiquissima, tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da Dio. Il
conato cieco dei punti metafisici, che si risolve nello sforzo dell’universo, e
quindi in Dio, di cui è atto, diventa ora il conato, il qual è proprio
dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo,
effetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì della libera volontà, la qual’è
domicilio e stanza di tutte le virtù » 1. Il punto metafisico quindi diventa
monade; ma anche ben più che monade. Perché nel concetto della monade
leibniziana rimane qualche cosa del concetto dell’estensione, che vuol
superare; giacché ogni monade, come elemento costitutivo del composto, ha
accanto a sé tante altre monadi; sicché è sì spirito, ma limitato e
particolare; è individuo, ma di una individualità che non contiene ancora in sé
l'universalità; quella universalità interna, senza la quale non ci è spirito.
La monade vichiana invece è la trasformazione del punto metafisico, quale lo
concepiva V., tendente a identificarsi con Dio stesso: l’unico spirito, unità
che non ha altre unità fuori di sé, ed è perciò vera, assoluta unità. L’umano
arbitrio (che è il conato della Scienza Nuova) è determinato (accertato, nel
linguaggio vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo ‘ senso comune
vien definito un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto
un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano
»: il gran criterio insegnato alle nazioni dalla Provvedenza divina per
diffinire il certo d’ intorno al diritto natural delle genti » 2, onde s’
intesse tutta la trama della storia. In guisa che lo spirito non è più
concepito né come individuale, che abbia fuori di sé l’uni -_& I S. N, ed.
Nic., p. 183. 2 S. N.2, Dign.] versale, né come universale che abbia fuori di
sé l’ individuale: anzi individuale, in quanto universale, secondo il concetto
che V. era venuto maturando del certo, già accennato nella dottrina dell’unità
della percezione e del giudizio. Il certo delle leggi », dice ora 1, è
un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa
sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor
certo, che in buon latino significa particolarizzato o, come le scuole dicono,
individuato; nel qual senso certum e commune, con troppo latina eleganza, sono
opposti tra loro ». Troppo, perché, secondo V., il comune nel certo può essere
oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato positivo o della forza; ma
non può mancare. E in un’altra tesi fondamentale 2: La filosofia contempla la
ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità
dell'umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo ». La scienza del vero è
la scienza stoica, cartesiana; la scienza delle verità di ragione di Hume: il
dommatismo dell’universale astratto. La co scienza del certo è l’attualità del
fenomeno, che V. nella già accennata critica di Cartesio ha detto non esser
negata neppur dagli scettici: è la verità di fatto di Hume. Alla matematica del
De antiquissima mancava la coscienza del certo: come alla fisica mancava la
scienza del vero. Qui la Scienza Nuova supera l’astrattezza di quelle due
scienze, mercé il concetto della storia, in cui appunto vero e certo
coincidono. E però dopo le parole testé riferite V. soggiungeva, che quella
sentenza dimostrava, aver mancato per metà così i filosofi che non I Dign. CXI.
* Dign. X. accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i
filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’
filosofi; lo che se avessero fatto,... ci avrebber prevenuto nel meditar questa
scienza »; la quale si propone di essere l’unità della filologia e della
filosofia. Il vero accertato o il vero certo è unità di ragione e di fatto,
perché è la stessa ragione che si attua nella volontà (l'umano arbitrio). Non è
pura speculazione sul fatto altrui, ma verum-factum, la realizzazione stessa
dello spirito. La realtà dunque della Scienza Nuova non solo è mente, ma mente
come autocoscienza: non astratta universalità, quale apparisce a se stessa la
mente considerata come oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio
trascendente), ma quella concreta universalità che è il soggetto che si pone
per sé, e si attua raccogliendosi nella coscienza di sé. È insomma la mente
quale si realizza nella storia. Infatti natura di cose altro non è che
nascimento di esse in certi tempi e con certe guise » 1; e la mente vien
manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso il processo storico. Che è il
concetto dello spirito o dell’ idea assoluta, come si sforzerà di pensarlo Hegel.
Non è possibile indagare qui fino a che punto V. sia riuscito a svolgere un tal
concetto. Il suo maggior difetto consiste nel non essersi liberato del tutto
dalla trascendenza e dal dualismo; aver lasciato accanto alla nuova realtà da
lui scoperta (che non tollera compagnia) quella del De antiquissima, ossia la
natura opera di Dio; e aver concepito poi la storia, oggetto della Scienza
Nuova, come qualche cosa per sé stante (un’altra specie di natura) di rimpetto
alla scienza, quasi storia che debba esser rifatta dallo storiografo: dualismo
del tutto analogo a quello con cui V. si rappresentava nel I Dign.]
l'esperimento l’opera del fisico rispetto all’opera indipendente della natura.
Ma questi gravi residui della concezione dualistica antica permangono anche
nell’idealismo assoluto hegeliano, come ora si viene chiarendo: e l’opera del
V. precede di poco meno che un secolo quella di Hegel. NOTA Riproduco qui
appresso un brano d’una mia risposta (pubbl. nella Critica del 1916) a una
recensione che della prima edizione di questo libro fu fatta nella Civiltà
Cattolica del 5 febbraio di quell’anno. Il punto principale dove io e altri
(Jacobi, Spaventa, Croce) avremmo preso un grosso abbaglio, e lo scrittore
della Civiltà Cattolica pretende rimettere le cose a posto, è quel che riguarda
la celebre dottrina gnoseologica del De antiquissima, da me raccostata, per la
sua parte negativa, allo scetticismo di Hume, e per la parte positiva intesa,
come dagli altri maggiori interpreti, quale dottrina analoga alla kantiana, e
raffrontata a certe osservazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il
recensore non ha capito proprio di che si tratta. La distinzione », egli dice,
onde V. separava la geometria e l’aritmetica dalle altre scienze, si fonda sul
supposto che quelle due sono fatte dall’uomo, e le altre no. Né si accorgeva il
bravo uomo che non diversa è la posizione del nostro intelletto davanti alla
matematica di quel che sia di fronte a qualunque altro 0ggetto delle cose; e
anche il punto, la linea, la superficie e la matematica, che diceva dall'uomo
creati ad Dei instar ex nulla re substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti
nella mente per una astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose
corpulente, giacché gli spiriti non hanno né punti né linee né superficie » (p.
340). Gran brav’uomo davvero quel V.! In primo luogo, è da fermar bene che non
le scienze matematiche diceva egli esser fatte dall'uomo: ché questo era
carattere comune (da tutti am messo) a ogni scienza, la teologia esclusa; ma la
differenza specifica del sapere matematico, per la quale questo sapere si salva
dallo scetticismo, è pel V. questa, che cioè anche il suo o0ggetto è fatto da
noi. In secondo luogo, non è possibile stare a ripetere che la matematica è
scienza d’astrazione (ossia empirica) senza lasciarsi sfuggire tutto il
significato della dottrina vichiana; la quale non si riferisce alle relazioni
matematiche che il recensore dice già esistenti e fatte nelle cose e negli
oggetti della nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde
l’uomo mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem intra se
universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche pure, che è in sé
compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con gli oggetti dell’esperienza.
Quanto poi agli elementi di cotesto universo interno alla mente, il punto e
l’unità, s’accomodi pure il recensore se crede che già ineriscano alla materia
delle cose corpulente. Noi amiamo stare col brav’uomo: Atqui utrumque fictumi
punctum enim, si designes, puncium non est; unum si multiplices, non est
amplius unum » (De ant., I, $ 2). Questo, ad ogni modo, sarà apprezzamento, non
accertamento del pensiero vichiano. Ma, dove si tratta di definire il senso di
esso, ecco lo storico della Civiltà Cattolica saltar su a confondere e
cancellare i tratti essenziali della dottrina di cui si vuol discutere 1: Va
però osservato, a non esagerare di troppo la tendenza scettica della norma
vichiana, esser cioè veri criterium et regulam ipsum fecisse, che V., quando
afferma la minor certezza delle altre scienze rimpetto alle matematiche, non
diceva cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già letto nella metafisica
di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate, le cui parole non sembrano
sconosciute al V.. Non pare pertanto che, come afferma il Gentile, proprio
dalla schietta dottrina neoplatonica V. deducesse la sua gnoseologia.... » (p.
341). Malgrado l’abilità dello stile (che vuol dire e non dire), qui
evidentemente si afferma che almeno un addentellato alla gnoseologia del
verum-factum (senza il colorito scettico che assume nel V.) può trovarsi in
Suarez I Del resto, a proposito di un’ interpretazione arbitraria che io avrei
fatta di alcune parole di V., la Civiltà Cattolica ci addita una novissima e
mai sospettata interpretazione del verum-factum, scrivendo: Se, secondo V.,il
vero si converte col fatto, occorre]affermare che nel fatto (!) delle sue
parole sia la verità (!) della sua mente quale intese farcela conoscere » (p.
345). In verità, non si può essere interpreti più fedeli del pensiero d’un
filosofo ! einS. let. 3, Ma (2.0 Re laphysi Mathen Talibus fecta superio Modo
esse te i haec ulteriu Parter Plicite Quod Per ns0 di condert pol di la tele
gin È of cer” dicev* Jla DE i paso! -r.] e in S. Tommaso. Del primo dei quali
si cita Metaph., Disp. I, lect. 5, n. 26; e del secondo Comm. alla metaf., lib.
I, lect. 2. Ma ecco integralmente il luogo del Suarez: Respondetur ! ergo primo
fortasse in aliquo statu posse Metaphysicam humanam esse perfectiorem et
certiorem quam sint Mathematicae: nam, licet acquirendo hanc scientiam solis
natu- ralibus viribus et ordinario modo humano non possit tam per- fecta
obtineri, si tamen noster intellectus iuvetur ab aliqua superiori causa in
ipsomet discursu naturali, vel si ipsa scientia modo supernaturali fiat, licet
res ipsa sit naturalis, potest forte esse tam clara et evidens ut Mathematicas
superet. Quia vero haec responsio magis est theologica quam philosophica, addo
ulterius, quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc partem, inferior
Mathematica in certitudine, nihilominus sim- pliciter et essentialiter esse
nobiliorem: ad quod multum refert quod sit secundum se et ex parte obiecti
certior: nam dignitas obiecti maxime spectat ad dignitatem scientiae et illa
est quae per se redundat in scientiam: imperfectiones autem quae ex parte
nostra miscentur, sunt magis per accidens: et ad hoc tendit definitio data, in
quo sensu nullam involvit repugnantiam». Dove, per aguzzare che si faccia la
vista, non si vede nulla della dottrina vichiana. E S. Tommaso, commentando
quel testo della Metafisica aristotelica, che dice più certe (propriamente, più
esatte, &xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici e più
elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che richiede qualche
dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice: I Al n. 23, a proposito del luogo di
ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a, 14-16, s'era proposta la distinzione tra la
metafisica in noi che ha minor certezza della matematica, e la metafisica in
sé, a cui la matematica stessa è subordinata, e dal cui valore perciò dipende,
poiché res illae de quibus Mathematicae tractant, includunt communia et
trascendentia praedicata de quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa
della metafi- sica, nel numero 25 si opponeva: Haec scientia [sc. Metaph.],
prout in nobis est, semper est minus certa in hac parte, quam Mathematica: ergo
simpliciter est minus certa, quia Metaphysica de qua agimus non est alia nîsì
humana: haec tantum in nobis est. Quid ergo vefert ad nobili- tatem
Metaphysicae, quod secundum se sit angelica ? illud enim erit verum de Metaph.
angelica, non de nostra. Unde tractando de mostra, videtur involvi repugnantia
in illa distinctione secundum se et prout in nobis. Haec enim
optime quadrat et ita est illa usus saepe Arist.in 1° Poster. etin principio
Phys. et Metaph. At vero acconimodata
actibus vel habitibus nostris nullo modo videtur posse habere locum ». Quanto
aliquae scientiae sunt priores naturaliter, tanto sunt certiores: quod ex hoc
patet, quia illae scientiae, quae dicuntur ex additione ad alias, sunt minus
certae scientiis, quae pauciora in sua consideratione comprehendunt, ut
Arithmetica certior est Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex
additione ad ea quae sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id quod
utraque scientia considerat in primum principium, scic. unitatem et punctum.
Punctus enim addit super unitatem situm. Nam ens indivisibile rationem unitatis
constituit; et haec, secundum quod habet rationem mensurae, fit principium
numeri. Punctus autem supra hoc addit situm. Sed scientiae particulares sunt
posteriores secundum naturam universalibus scientiis, quia subiecta earum
addunt ad subiecta scientiarum universalium, sicut patet quod ens mo- bile, de
quo est naturalis philosophia addit supra ens sim- pliciter, de quo est
Metaphysica, et supra ens quantum, de quo est Mathematica: ergo scientia illa,
quae est de ente et maxime universalibus, est certissima. Nec illud est
contrarium, quod dicitur esse ex paucioribus, cum supra dictum sit quod sciat
omnia. Nam universale quidem compre- hendit pauciora in actu, sed plura in
potentia. Et tanto aliqua scientia
est certior, quanto ad sui subiecti considerationem pau- ciora actu
consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae sunt incertissimae, quia
oportet quod considerent multas singu- larium operabilium circumstantias ». La
certezza di cui parla qui Tommaso d’Aquino, l’&xptBoXoyla di Aristotele,
non ha nulla da vedere con la certezza di cui parla V., la certitude
cartesiana, che è il problema di Hume, di Kant e di tutta la filosofia moderna.
Quella è, si può dire, una certezza oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara
di Descartes; questa invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto
nell’og- getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe potuto
rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione di dirne nel mio
studio. Senza dire poi che per Aristotele e per Tom- maso d’Aquino, di questa
certezza, è sì più certa l’aritmetica della geometria, e tutte due della fisica;
ma più certa ancora dell’aritmetica è la metafisica. E senza dire che il
concetto di questa qualsiasi certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto di
contatto con la dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo dire che lo
scrittore della Civiltà Cattolica abbia citato i due luoghi di Suarez e di S.
Tommaso per gettar polvere negli occhi, bisogna pensare che non si sia fatto
ancora una chiara idea di quel che significhi la dottrina del V.. I riscontri
invece tra il concetto del V. e la dottrina del Ficino, seguitata dal
Campanella, di cui ho pure additato luoghi molto significativi, sono così
evidenti, che bisogna proprio voler tenere gli occhi ben chiusi per non
vederli. Il mio recensore vi sorvola per notare poi che sulla identità del vero
col fatto, dal Gentile e dal Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino
dice della verità divina, ove afferma che Dio è veritas, quia producendo esse
dat omnibus (Opera, ed. 1561, I, 97)» e in un altro luogo dove l’arte umana è
paragonata alla divina, e quindi si distingue una veritas operis humani,
adaequatio eius ad hominis mentem e una veritas operis naturalis, quod est
divinae mentis opus, adaequatio ad divinam mentem. Ma egli stesso poi deve
affrettarsi a soggiungere: In ciò il filosofo cristiano platonico non diceva
nulla di nuovo né di diverso dagli scolastici e dall’Aquinate » (p. 342). O
allora ? Se per trovare l’origine del concetto vichiano che lo stesso recensore
è costretto a riconoscere come diverso dal concetto scolastico si deve cercare
in un concetto analogo, è inutile cercare in quelle pagine del Ficino, dove
questi non si allontana dagli scolastici; ma bisogna rivolgersi a quegli altri
punti, sui quali si fermò la mia attenzione, e che il recensore si guarda bene
dal considerare. Ai quali mi piace qui aggiungerne un altro, che sempre più
conferma che il concetto vichiano della verità non è nel filosofo fiorentino
un’osservazione fortuita e senza radici nel suo pensiero. Nella stessa
Theologia platonica, XIII, 3, leggiamo: Unum est illud in primis animadvertendum,
quod artificis solertis opus artificiose constructum non potest quilibet qua
ratione quove modo sit constructum discernere, sed solum qui eodem pollet artis
ingenio. Nemo enim discerneret qua via Archimedes sphaeras constituit aeneas,
eisque motus motibus caelestibus similes tradidit, nisi simili esset ingenio
praeditus. Et qui propter ingenii similitudinem discernit, is certe posset
easdem constituere, postquam agnovit, modo non deesset materia. Cum igitur homo
caelorum ordinem, unde moveantur, quo progrediantur, et quibus mensuris, quidve
pariant, viderit, quis neget eum esse ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et
author ille caelorum ? ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus
fuerit, materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex alia materia,
tamen persimiles ordine ? Nel suo Commentario al Parmenide poi, cap. si trova
un’osservazione, che fu già da noi riferita a p. 31, dove il Ficino dice che la
cognizione umana delle cose materiali, poiché noi non siamo gli autori delle
cose non è altro che una proportio quaedam, laddove Dio le conosce veramente,
perché ne è la causa. Che se qui pare dubitativamente concedere potersi la
cognizione umana intendere forse come proporzione al conosciuto, ossia come
adequazione del soggetto all’oggetto, più oltre, e nella pagina stessa,
dimostrando perché la cognizione divina non importi congruenza dell’ intelletto
divino con le cose materiali e transeunti, mette bene in chiaro la natura
affatto soggettiva d'ogni conoscenza, l’umana compresa: Multo minus actio in
agente manens, id est cognitio, adducit agentem, id est cognoscentem, pro ipso
cognoscendorum modo cognoscere: quod omne cognoscens non simpliciter pro rei
cognitae qualitate, sed pro ipsa cognitivae virtutis natura, forma et
dignitate, cognoscat et iudicet, hinc apparet, quia hominem nobis obiectum
aliter quidem sensus exterior, aliter autem imaginatio viderat, aliter item
ratio, aliter intellectus. Sensus enim solam rem praesentem percipit et
accidentia sola; imaginatio et absentem repetit et quodammodo substantiam
suspicatur, componit, dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque
sensus; ratio vero et haec efficit omnia, et praeterea ad universalem speciem
incorporeamque naturam argumentando se transfert; intellectus denique simul
quodam intuitu conspicit, quae ratio multifariam argumentando circumspicit,
quemadmodum visus obiectum globum semet percipit ut rotundum, tactus autem
saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum conditiones, sed naturam ipsam
suam sequitur [sc. întellectus] cognoscendo: naturam inquam uniformem,
indivisibilem, immutabilem ». Dottrina tra le più atte a confermare la tendenza
della gnoseologia del verum-factum: tendenza scettica, finché non si risolva il
dualismo del soggetto e dell’oggetto. Dal Ficino, e in generale dal platonismo,
ho sostenuto che il V. fosse anche indirizzato verso quella intuizione
panteistica, che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo pensiero
filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni che si tornano
a fare ancora una volta circa l’avversione del V. al panteismo. Nessuno ha mai
dubitato di ciò, e la questione non è questa. Il punto ora contestato è che dal
Ficino il filosofo napoletano potesse ricevere suggestioni panteistiche.
Contestato, LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA bensi, col solito dire
e disdire: perché prima si assicura che se V. lesse e studiò le opere del
Ficino e dei Platonici, non ne bevve però gli errori dommatici »: il che
vorrebbe dire che questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi si garentisce
che quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben ferrato in teologia
cattolica » e che la sua Theologia platonica altro non è che una teologia
cristiana » e che è assai difficile ammettere che il F. e dopo di lui V.
accogliessero il panteismo » (341-2). Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il
Ficino e V., egli accolse il panteismo, perciò incorse nelle condanne della
Chiesa ». Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi hegeliani
napoletani hanno scoperto essi che il buon canonico di Santa Maria del Fiore
accolse l’emanatismo plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo coi dommi
cristiani. Io confesso di non conoscere storico della filosofia degno di questo
nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe bastare per tutti il
Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école d’Alexandrie, che è della
metà del secolo passato, ma che non è stata ancora sostituita. Il quale, dopo
dimostrato che nella stessa Theologia il Ficino espose la dottrina di Plotino avec
un ordre, une clarté, une précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades,
osserva: En devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester orthodoxe. Mais il est
facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la langage de la théologie
chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs Psychologiques dont le
dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien.... mais il les détruit pour les
définitions et les explications tout Alexandrines qu’ il en donne.... La
psychologie de Ficin est encore Plus compléiement alexandrine que sa
théologie», ecc. (t. III, 180-1). Sicché
questa almeno del panteismo ficiniano non è poi la grande eresia alemanna o
napoletana ! DAL CONCETTO DELLA GRAZIA A QUELLO DELLA PROVVIDENZA La quistione
della grazia, come s’ è veduto, fu studiata dal V. negli anni passati a Vatolla
(1686-95). In grazia della ragion canonica », racconta di sé
nell’Autobiografia, inoltratosi a studiar de’ dogmi, sì ritruovò poi nel giusto
mezzo della dottrina cattolica d’intorno alla materia della grazia,
particolarmente con la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna
si aveva seco portato dalla libreria di suo padre ». E la dottrina di questo
teologo V. stesso riassume dicendo che costui con un metodo geometrico fa
vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo come a due estremi tra la
calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che all'una di queste due o
all’altra si avvicinano; la qual disposizione riuscì a lui efficace a meditar
poi un principio di dritto natural delle genti, il quale e fosse comodo a
spiegar le origini del dritto romano ed ogni altro civile gentilesco per quel
che riguarda la storia, e fosse conforme alla sana dottrina della grazia per
quel che ne riguarda la morale filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del
Ricardo e una genealogia della propria dottrina, per così dire, postuma: data
dal V. più di trent'anni dacché aveva letto il teologo sorbonico, e dopo che il
suo pensiero (almeno su questo punto) aveva fatto molto cammino. Non è quindi
privo d’ interesse ricordare quanto del V. ci sia nell’ interpretazione del
Ricardo, e quanto del Ricardo nella genesi del pensiero vichiano. Ne deriverà
qualche nuovo chiarimento intorno a un punto essenziale di questa filosofia. Il
Ricardo, a cui V. si riferisce, è il gesuita francese Stefano Dechamps
(1613-1701), professore della Sorbona, confessore del principe di Condé, autore
di vari scritti polemici di teologia, pubblicati anonimi o sotto lo pseudonimo
di Antonius Richardus *. Gran diffusione ebbero, nel fervore della lotta tra giansenisti
e gesuiti, la sua Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur
censura sacrae Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560, et plures novi
dogmatis propositiones ab eadem merito proscribi et S. Augustini aliorum Patrum
ac veterum theologorum doctrinae adversari demonstratur (1645); di cui una
quarta edizione fu pubblicata a Parigi nel 1646, e una quinta a Colonia nel
1653; e il grosso ?n-folio, al quale V. certamente allude, De haeresi
Janseniana ab apostolica sedes merito proscripta, in tre libri, la cui prima
edizione, incompleta, è del 1645, e la seconda del ‘54. A documentare la
posizione tenuta dal Dechamps meglio di ogni esposizione possono giovare alcune
citazioni testuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti. Contro l’accusa
di pelagianismo, che Martino Chemnitz aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps
riferisce la risposta datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi del
Concilio di Trento: Et sane, inquiunt, quamvis nos a divina misericordia
pendeamus; quamvis nihil boni operetur fidelis, quod in illo non efficiat Deus;
quamvis non solum gratia conferatur ut converti possimus, sed etiam ut
convertamur; etsi gratia haec, quae ad operandum necessaria est et velle facit,
non sit quaecumque inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio:
quamvis I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de Jésus, part. I, t. II, coli.
1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des our. anonymes et pseudon.., Paris,
1884, s. Richardus. Citerò quest’ultima, Lutetiae Paris, Cramoisy.] haec omnia
vere admittamus, homini tamen semper liberum relinquitur divinae operationi
praebere impedimentum, eamque vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba, Chemniti, sunt
liberum arbitrium a divina gratia segregantium !... Haec est Coloniensium
patrum Societatis Iesu sententia, quam Pelagianismi insimulare numquam desinis
!, Per Giansenio non c’è termine medio tra grazia e libero arbitrio; quel
libero arbitrio, che i pelagiani avrebbero preso dalla filosofia profana, e
introdotto in teologia ad extenuandam Christi gratiam. Né vale richiedere,
oltre al libero arbitrio, la grazia: qui semel liberum hominis lapsi arbitrium
indifferentem ad utrumlibet facultatem esse definienit, etsi postea gratiam ad
bene agendum necessariam esse fateatur, abire tamen non potest, quin, S.
Augustino iudice, in Pelagir haeresim incidat ». Tutte calunnie, secondo il
Dechamps. Il quale contesta che non si possa conciliare il concetto della
libertà con quello della grazia, e che Agostino abbia condannato come pelagiano
qualsiasi concetto della libertà, secondo che Giansenio pretende. In primo
luogo bisogna osservare che il libero arbitrio può esser considerato in due
modi, Primo, pro naturali facultate secundum se sumpta quae pro libito potest
alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis omnibus ad agendum requisitis,
agere potest et non agere. Secundo, pro facultate omnibus ad bene agendum
viribus instructa. Quae duo quantum inter se distent, hoc exemplo intelligetur.
Aliud est oculum posito lumine videre posse, aliud habere lumen ad videndum.
Nam qui caecus non est, etsi tenebroso claudatur specu et nulla collustretur
luce, oculos tamen habet, quibus, cum lux adfuerit, videre poterit. Ita aliud
est hominis voluntatem esse eiusmodi, ut, positis omnibus ad agendum
praerequisitis, agere possit et non agere; aliud ea omnia ad bene agendum
praerequisita habere. Primum ad libertatem naturae spectat; secundum Lib, I,
disp. III, ad libertatem gratiae, sive ad laudabilem illum liberi arbitrii
statum, ad quem divina gratia evehimur. Prima libertas deleri peccato non
potest. Nam, etsi voluntas necessariis ad bene agendum praesidiis spolietur,
et, infami daemonis servituti mancipata, ne levissimum quidem melioris vitae
votum de se concipere possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde
necessaria ad bene agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura
afflaverit, agere possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa periit.
Nam tum omnibus gratiae praesidiis destituti, cam in miseriam incidimus, ut non
simus sufficientes cogitare aliquid ex nobis, tanquam ex nobis. Qui cum Calvino
aliisque superioris aevi haereticis congressi sunt Catholici, hanc utriusque
libertatis distinctionem diligenter observaverunt; quod ex illa totius de
libero arbitrio controversiae disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus contra
Calvinum scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); Ignoras», inquit, aliud esse
hominem libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam consentiendi vel
dissentiendi, ut dixi: quod naturae liberum dicitur arbitrium; aliud vero
libertatem meritorie operandi iustitiam: quod liberatum liberum dicitur
arbitrium»!. In secondo luogo, poi, è da notare che non pensa diversamente
sant’Agostino: il quale, quando nega contro Pelagio il libero arbitrio, intende
di questa libertà liberata, principio attivo di bene; ma non nega mai in
conseguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche come principio di
male. Fides Catholica, egli dice, neque liberum arbitrium negat, neque tantum
eci tribuit, ut sine gratia valeat aliquid ». E altrove più chiaramente:
Peccato Adae liberum arbitrium de hominum natura periisse non dicimus, sed ad
peccandum valere in hominibus subditis diabolo ; ad bene autem vivendum non
valere, nisi ipsa voluntas hominis Dei gratia fuerit liberata, et ad omne bonum
actionis, cogitationis, sermonis adiuta ». I Lib. III, disp. II, cap. 18.
Questo concetto insufficiente della libertà negativa s' è già incontrato nel
V., nell’ Orazione del 1700 *. Ma in quella stessa Orazione abbiamo visto
com'’egli sentisse pure il bisogno di qualche cosa di meglio. Certo, nel suo
teologo non trovava un libero arbitrio che senza l’estrinseco aiuto della
divina grazia bastasse a bene operare; quantunque dovesse, senz’alcun dubbio,
esser più soddisfatto da questa dottrina che un’ombra almeno di libertà
lasciava all'uomo; all’ucmo di quella che egli chiamerà umanità gentilesca,
artefice anch'egli del mondo delle nazioni. E non poteva egualmente non
propendere alla sentenza della teologia sorbonica nella questione famosa della
grazia efficace, che è l’altro mcmento della negazione della libertà nel
giansenismo: per cui, l’uomo non è libero prima d'esser redento dalla grazia,
perché, per effetto del peccato, è in potere del diavolo; e non è libero né
anche dopo, perché l’efficacia della grazia redentrice consiste nella necessità
della redenzione. Prima la sua volontà è principio del male, e soltanto del
male; poi, del bene, e soltanto del bene. E non vien concepita mai come
principio degli opposti, quale dev'essere, per esser libera. Anche qui il
gesuita distingue; e se la distinzione tra grazia sufficiente che non è
sufficiente e grazia efficace provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha
una profonda ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la grazia la
libertà, senza la quale la grazia edificherebbe la distruzione. Il Ricardo
riferisce in proposito un luogo del De spiritu et littera (c. 33) di Agostino,
che egli dice un compendio di tutti i libri scritti dal Santo contro i nemici
della grazia e del libero arbitrio: un muro di bronzo contro pelagiani,
manichei, luterani, calvinisti e simili pesti. 1 Vedi sopra65 sgg.. Attendat et
videat non ideo tantum istam voluntatem divino muneri tribuendam, quia ex
libero arbitrio est, quod nobis naturaliter concreatum est; verum etiam quod visorum
suasionibus agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per
Evangelicas exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad hoc
admonent hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iustificantem credendo
confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet in potestate quid ei veniat in
mentem; sed consentire vel dissentire propriae voluntatis est. His ergo modis
quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat; neque enim credere potest
quolibet libero arbitrio, si nulla sit suasio vel vocatio, cui credat; profecto
et ipsum bonum velle Deus operatur in homine, et in omnibus misericordia eius
praevenit nos: consentire vocationi Dei, vel ab ea dissentire, sicut dixi,
propriae voluntatis est!. Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a questa
dottrina di Agostino, sentenziò lhominem praevenienti gratiae posse dissentiri.
Basta perciò questa grazia a salvar l’uomo, nel senso che non gli occorre
altro, se egli vuole salvarsi. Ma egli deve volere. La grazia risana la volontà
(e si dice perciò medicinale). Ma all'uomo già di sana volontà Agostino 3
afferma Deum permisisse atque dimisisse facere quod vellet, e però gratiam in
eius arbitrio reliquisse. E qui c'è un punto, che dové fermare l’attenzione del
V. 4: Insignis est in hanc sententiam planeque divinus locus ille, quo S.
Augustinus Petilianum Donatistarum episcopum sic affatur: Si tibi proponam
quaestionem, quomodo Deus Pater attrahat ad filium homines, quos in libero
dimisit arbitrio, fortasse eam difficile soluturus ess Quomodo enim attrahit,
si dimittit ut quis quod vo I Lib. III, disp. III, cap. 1. 2 Sess. 6, can.
4. 3 De corrept. et gratia, c. 12. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA ISI luerit eligat?
Et tamen utrumque verum est, sed intellectu hoc penetrare pauci valent. Si ergo
fieri potest, ut quos in libero dimisit arbitrio attrahat tamen ad Filium
Pater, sic fieri potest, ut ea quae legum coércitionibus admonentur, non
auferant liberum arbitrium ». Haec S. Augustinus scribit ad Donatistarum
querelas retundendas, qui cum propositis suppliciis ab haeresi sua
deterrebantur, de Catholicis graviter expostulabant in haec verba: Cur vos non
liberum arbitrium unicuique sequi permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus
liberum arbitrium dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbitrium
legum coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per gratiam tractione non
violatur. Unde concludit: Nemo ergo vobis aufert liberum arbitrium, sed vos
diligenter attendite quid potius eligatis: utrum correcti vivere in pace, an in
malitia perseverantes falsi martirii nomine vera supplicia sustinere ». Qua ex
disputatione certissime conficitur quod pugnamus. Primo, quia clarissime et
expressis verbis de gratia medicinali S. Augustinus affirmat, quod gratiae
nullam agendi necessitatem inferentis argumentum esse Jansenius profitetur:
nempe Deum per gratiam homines trabhere: et tamen in libero dimittere arbitrio,
ut quis quod voluerit eligat. Secundo, quia inepta esset illa comparatio, et
contra S. Augustini mentem, si divina ratio sequendi necessitatem imponeret;
nam ex illa Petilianus continuo colligeret, quod unum contendebat: nimirum
intentata a legibus supplicio necessitatem parendi imponere, adeoque libertatem
illam, quae necessitati est inimica, hominibus adimere. V. riferisce ed
accetta, come abbiamo visto !, nel De antiquissima questa soluzione agostiniana
del problema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni (VI, 44): Nemo
potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum ». V. condensa la
soluzione nel motto: Non solum volentem, sed et lubentem trahit, et voluptate
trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721) dirà: Ex divini sacrificiù
meritis divina gratia ita trahit - +À# I Pagg. 59-60. * De an., in Opere, I,
174. ad Deum homines, ut, quemadmodum appositissime D. Augustinus * ex Poeta
docet: .... trahit sua quemque voluptas ». Intorno a questa voluftas 1 Dechamps
disputa molto sottilmente ?, a proposito della grazia a perseverare concessa da
Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato. Per la quale osserva che Agostino
non adopera mai nessuno dei termini da lui usati per esprimere i moti della
volontà, sia come impulsi di essa, sia come aiuti attuali inerenti a lei
stessa. E nota ben dodici di questi termini; sel che si riconducono all’amor
indeliberatus (come spiritus charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei
che hanno per tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo,
condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii dell’uomo beneficato dalla
grazia dopo il peccato, ed esprimenti tutti, perciò, non l’unità primitiva, in
cui la natura ha in se stessa la grazia, ma un'unità che presuppone
l'opposizione. Cum igitur S. Augustinus eiusque discipuli, de statu innocentiae
disputantes, his nominibus natura, naturalis possibilitas, liberum arbitrium,
non solam voluntatem sine vitio, sed ipsam quoque habitualem gratiam, quae
completam bene agendi potestatem illi conferebat, plerumque intelligant, quid
mirum si bona status illius opera vel libero arbitrio adscribant, vel naturae
opera appellent, vel, quod durius videtur, naturaliter fieri contendant ? Audi
S. Augustinum de bono opere disputantem: Hoc opus est gratiae, non naturae:
opus est, inquam, gratiae, quam nobis attulit secundus Adam; non naturae, quam
totam perdidit in semetipso primus Adam, etc. Non est igitur gratia in natura
liberi arbitrii, quia liberum arbitrium ad diligendum Deum primi peccati gran 1
V. rimanda qui al Tract. XXII in Iohannem. Correggi: XXVI, 4. 2 Lib. III, disp.
III, c. 16. | 3 E per la voluptas cita appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann.]
ditate perdidimus ». Quibus verbis manifeste significat opus bonum, quod iam
gratiae tribuit, si Adam non peccasset, fore opus naturae; sed huius rei
caussam inde repetit, quod ante primum peccatum gratia Dei esset in natura
liberi arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum ex parte voluntatis
requiritur !. Questa natura liberi arbitrit, in cui, prima del peccato, era
immanente la gratta, dopo del peccato è perduta; e per quanta voluptas Dio ci
faccia sentire nell’assenso al suo divino suggerimento, essa non può
considerarsi una espressione della stessa umana natura: come la sua voluptas
del poeta latino. E quando perciò V. nel De constantia iurisprudentis raccosta
la voluptas agostiniana a quella virgiliana (e il raccostamento è già implicito
nel lubentem del De antiquissima), egli mette in Agostino e nel Ricardo un po’,
anzi molto del suo pensiero, che tende a risolvere il dualismo insuperabile del
domma della grazia in una fondamentale unità. Ma, tanto nel De antiquissima
quanto nel Diritto Universale V., pure accennando con questa interpretazione
sforzata della dottrina agostiniana a superare il concetto trascendente della
grazia, crede tuttavia di doversi arrestare. E mantiene la necessità della
grazia per spiegare il processo dello spirito. Nella seconda delle due opere
testé menzionate si propone esplicitamente il problema. Contrapposta la
stoltezza dell’uomo caduto alla eroica sapienza di Adamo anteriore al peccato,
concepisce la vita umana come un processo di realizzazione dell’ infinito,
ossia dello spirito. Dio è fosse, nosse, velle infimitum; l’uomo, poiché è
corpo, oltre che spirito, e poiché il corpo è limitato, è mosse velle posse
finitum quod tendit ad infinitum. L’uomo aspira a unirsi con Dio, che è il suo
principio; e questa aspirazione può compiere ! Lib. III, disp.] soltanto
conformandosi all’ordine della natura, nel quale sovrasta per la ragione a
tutti gli animali; ossia sommettendo la volontà alla ragione. Sommissione, in
cui consistette la natura hominis integra, conferita da Dio ad Adamo, ut nullo
sensuum tumultu agitaretur, sed et in sensus ed in cupiditates liberum
pacatumque exerceret imperium. Questa natura integra dell’ucmo, conforme
all’ordine delle cose, è la mnaturalis honestas integra. Ma questa rettitudine
naturale dell’uomo venne corrotta per colpa dell’uomo: in che modo ? Ut
voluntas rationi dominaretur. Donde nasce la passione (cupiditas), che non è
altro che amor sui ipsius, e l’errore, ossia quella iudicii temeritas, qua de
rebus 1udicamus, antequam eas habeamus plane exploratas. Or, come riconquistare
la verità, e ristaurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De
antiquissima *, V. sente la necessità di ammettere un minin.o di umanità a capo
dell’umanità. Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest suo; quia a Deo
sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam Dei lumen in omnibus rebus,
nisi reflexu, saltem radiorum refractu cernere cuique datur. Quare homo falli
nequit, nisi sub aliqua veritatis imagine; vel peccare nequit, nisi sub aliqua
boni specie 2. Ma queste immagini della verità, questi semi di bene non bastano
ancora pel V. a spiegare l’umanità. Hinc aeterni veri semina in homine corrupto
non prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur contra naturae
corruptionem. Conato, che è l’effetto della provvidenza e della grazia divina,
come una cosa sola. Giacché, se qui parla di gra I Vedi sopra59-60. 2 Opere,
ed. Ferrari, III, p. 26. zia, poco prima ha detto provvidenza »; dove,
definendo gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò, quod omnibus
rebus a se creatis quemdam conatum, quoddam 1ngenium indit se conservandi.
Così, quando per corporeae naturae vitia, quibus dividitur, atteritur et
corrumpitur, singula quaeque in sua specie conservari non possunt, divina
Bonitas per ipsarum vitia rerum erumpit, et conservati în suo quaeque genere
cuncia. Di guisa che questa bontà non ha funzione diversa dalla sapienza
divina; la quale, quatenus suo quaeque tempore cuncia promat, Divina
Providentia appellatur. Quella divina Provvidenza, le cui vie sono le
opportunità, le occasioni, gli accidenti, attraverso ai quali erompe la divina
Bontà, e fa nascere la virtù, com? virtù dianoetica o sapienza, e virtù etica,
infrenatrice degli affetti, imperfetta nei gentili, o perfetta, qual’ è soltanto
la virtù cristiana, che, reprimendo la filautia, piega l’uomo all’umiltà:. La
virtù si può bensì distinguere in prudenza, temperanza e fortezza; ma a patto
che vadano tutte insiem= congiunte perché la virtù è una, e non dell’uomo. Sed
Dei virtus est, divina gratia, quae suo lumine Christianis perspicue recta
vitae agenda demonstrat: et efficit ut uno genere assensionis et rebus
contembplandis et rebus in vita agendis assentiamur. Uno genere assensionis,
perché spinozianamente o, com'’egli preferisce dire, socraticamente, V. tiene a
confermare quel che ha stabilito nel lemma 4° (Prolog.), che cioè la volontà
libera o razionale coincide con l’ intelletto (voluntas et intellectus unum et
idem sunt, aveva detto SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): Unum
esse genus assensionis, et quo rebus contemplandis, et quo rebus in vita
agendis, perspicue, ut tamen utrarumque fert natura, demonstratis assentimur.
Nam qui officio faciendo non assentitur, is perturbatione aliqua animi id
perspicue faciendum non cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et animus ea
sit defoecatus, hominem poenitet prave facti: quod quia in geometricis rebus
ex. gr. non evenit, quia linearum nulla sunt studia sive affectus nulli, quibus
perturbari homines possint, idcirco in iis ac in vitae officiis faciendis
diversum assensionis genus esse videtur »: V., Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr.42-43. La
virtù concreta è adunque virtù divina; o almeno quel lume della divina grazia,
che rende possibile il volere umano instauratore dell’ordine morale. Che è pel
V. un ordine naturale, ossia ideale, eterno di giustizia: immutabile come fato,
quasi sanctio et veluti vox divinae mentis, al dire di Agostino. E l’uomo vien
instaurando questa eterna giustizia secondo le occasioni di utilità e di
necessità, che la Provvidenza gli vien presentando affinché esso affini e
svolga la sua natura primitiva. Homo erat factus ad Deum contemplandum
colendumque et ad caeteros homines ex Dei pietate complectendos, quae erat
honestas integra: bonae igitur occasiones fuere usus et necessitas, quibus
Divina Providentia rebus ipsis dictantibus », ut eleganter ait Pomponius, hoc
est ipsarum sponte rerum, homines originis vitio dissociatos, non ex honestate
integra, quae ex animo tota erat, prae Dei pietate, quia non integros, sed ex aliqua
honestatis parte, nempe ex corporis utilitatum aequalitate, quae magna et bona
parte corruptos ad colendam societatem retraheret. Uti corpus non est causa,
sed occasio, ut in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas corporis non
est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti !. Qui,
evidentemente, la Provvidenza, senza la quale non ci sarebbe giustizia, e
quindi non ci sarebbe società, è identica con la grazia: la quale opera sulla
volontà umana illuminandola e traendola a Dio con quell’azione che vien
definita dalla sana teologia agostiniana. Onde nella seconda parte del Diritto
Universale (De const. iurisprud.) V. crederà di poter dire che i suoi tur:s
principia sunt maxime conformia santiori de gratia doctrinae. Ratio enim naturalis
est, qua gentes ipsae sibi sunt lex: eaque est lumen divini vultus super omnes
signatum »; et immutabiliter tuetur libertatem humani arbitrii, ut possimus, I
Pagg. 30-31. si volumus, subsistere motus cupiditatis. Sed gentes vel
Christianae ipsae, exsortes divinae gratiae, aliis cupiditatibus, ut humana
gloria, non tam subsistunt, quam deflectant motus cupiditatis, unde edunt
imperfectae virtutis facinora: sola Christi gratia victrix praestat, quam
diximus esse verae virtutis notam !. In una lettera del 1726 all’ab. Esperti V.
accennava alla morale giansenistica, deplorando che in odio della probabile s’
irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?. Morale da stoici, secondo lui,
«i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi » e «negano la Provvidenza, facendosi
strascinare dal fato, ignari che la filosofia, per giovar al genere umano, dee
sollevar a reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura »; ignari
«che si dia Provvidenza divina » e « che si debbano moderare l’umane passioni
con la giustizia e da quella sì moderate farne umane virtù » 3. Tutte
determinazioni che nella Scienza Nuova V. riferisce bensì agli stoici, ma a
quegli stoici, coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti
cartesiani, e quella sorta di razionalisti, che col loro fatalismo e rigorismo
erano pure, ai suoi occhi, i giansenisti 4. Il rigorismo, conseguenza
necessaria del carattere trascendente della dottrina giansenistica della
grazia, era pel V. un lato solo della verità, che egli certamente, nel suo
platonismo, non voleva disconoscere. E nel Diritto Universale, stabilita
l’eternità come nota propria del diritto naturale, ossia della morale,
soggiunge: « Indidem ruris naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis
Christianae auctores rigorem appellant, aeternam in I Pagg. 220-1. * Opere, V,
186. 3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo 1730). Cfr. S. N.! in Opere,
ed. Ferr., p. 14. 4 Egli conosceva e ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi»
e semplici tentativi, i Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed.
Ferr., VI, 127, e Opere, V, 19, 238. telligis »; e nota che di qui viene l’
immutabilità dello stesso giusto volontario: Quod fateri verum omnes necesse
est, qui de divina gratia cum moelioribus sentiunt post D. Augustinum, qui
saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram arbitrii libertatem tueri »;
atque hac ratione iurisprudentiae Christianae propria principia docerent !. E
qui interviene il concetto della sintesi del vero e del certo, ossia della
ragione e dell’autorità o volontà. Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia
non si parla, e V. si contenta di speculare su quella Provvidenza scoperta nel
Diritto Universale, che qui dice «l’architetta di questo mondo delle nazioni »
mediante la sapienza del genere umano: «mente eterna ed infinita, che penetra
tutto e presentisce tutto; la quale, per sua infinita bontà, in quanto
appartiene a questo argomento, ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano
a’ particolari loro fini, per li quali principalmente proposti essi anderebbero
a perdersi, ella fuori e bene spesso contro ogni loro proposito dispone a un
fine universale; per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari
fini, li conserva » *. E nelle successive rielaborazioni dell’opera si profonda
sempre più nella speculazione di questa razionalità positiva del giusto, della
civiltà, del processo storico, insomma, dello spirito umano. Onde, condensando
nelle dignità della seconda Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue
indagini, finirà con l’accorgersi che la sua Provvidenza prescinde affatto
dall’opera del Cristo, e perciò non ha Opere, ed. Ferr., V, p. 52. Per
Sant'Agostino V. qui cita dell'edizione dei Maurini (Parigi, 1679-1700): De
civ. Dei, V, 10, VII, 30 (to. VII): De 7r._ nit., III, 4, e De
corrept. et gr., c. 8, n. 14 (to. X).Il Ferrari riproduce la nota con qualche inesattezza. 2
Opere, ed. Ferrari, IV, 39-40, 41. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA
più niente che fare con la grazia. Laddove la filosofia, secondo la Dign. VI,
considera l’uomo quale deve essere, la legislazione considera l’uomo qual è per
farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia,
dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a traverso tutto il gener
umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e, sì, la fortezza,
l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i
quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la
civile felicità ». Donde il corollario: Questa Degnità pruova esservi
Provvedenza divina, e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale
delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità, ne fa la
giustizia, con la quale si conservi umanamente la generazione degli uomini, che
si chiama gener umano ». La Provvidenza qui, evidentemente, è la stessa logica
onde si rende intelligibile lo stesso fatto storico dell'umanità. Il quale
basta, per V., nella successiva Dignità, a provare che c’è un diritto di natura
o, che è lo stesso, che l’umana natura è socievole, poiché il gener umano da
che si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società », e
le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». E tutto
ciò! prova che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle
passioni virtù; ma che da Dio è aiutato, naturalmente con la divina Provvedenza
e, soprannaturalmente, dalla divina grazia». Ed ecco esplicitamente messa da
parte la grazia, e ricondotta alla sola Provvidenza come razionalità immanente
ogni spiegazione della realtà umana, o di quella natura comune delle nazioni »
che V. chiama sub & I Dign.] bietto adeguato » della propria scienza 1. La
grazia non è negata, di certo, ma dichiarata estranea alla ricerca vichiana. Se
non che, e questa è l’importanza delle riflessioni spese dal V. nella questione
della grazia, il suo concetto della Provvidenza, nato da quello della grazia e
spiccatosi da esso quando V. sentì il bisogno d’una grazia immanente, conserva
sempre la primitiva impronta della dottrina della grazia, quale è propugnata
dal Dechamps. In un corollario infatti della Dign. CIV (la consuetudine è
simile al re.... ») che conferma l’ VIII, l’autore torna a dedurne che l’uomo
non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debole ». E
soggiunge: E ’n conseguenza [questa Degnità] dimostra il primo principio della
cristiana religione, ch’ è Adamo intiero, qual dovette nell’ idea ottima essere
stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii della grazia: che
ella operi nell'uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buone
opere, e sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia;
che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale
naturalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza.... sulla quale la
cristiana conviene con tutte l’altre religioni 2. Dove la dottrina della grazia
coincide perfettamente con quella che abbiamo vista difesa dal Ricardo, se si
bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui necessità si tiene ad
affermare accanto alla grazia efficace; ma dalla grazia si distingue la
Provvidenza, non propria del Cristianesimo, bensì comune a tutte le religioni,
e dal V. concepita come la legge stessa di quel processo dal finito all’
infinito, che è per lui la vita dello spirito come unità 1 Mi attengo qui al
testo del 1730, che è più affine al pensiero del Diritto Universale, ponendo la
giustizia termine medio tra Dio e l’arbitrio umano. 2 S. N.*, ed. Nicolini
CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I di questi due opposti. Sicché, terminando
la Scienza Nuova, ei potrà dire che quella mente che fece il mondo delle
Nazioni, è bensì una sovrumana sapienza, ma che opera senza forza di leggi,
anzi facendo uso degli stessi costumi degli uomini, de’ quali le costumanze
sono tanto libere d’ogni forza, quanto lo è agli uomini celebrare la lor
natura»: E la grazia veniva quindi per lui ad identificarsi, per quanto
oscuramente, con la stessa natura. I S. N, ed. Nicolini LE VARIE REDAZIONI
DELLA SCIENZA NUOVA » E LA SUA ULTIMA EDIZIONE Digitized by Google Non spetta a
me di lodare Fausto Nicolini del lavoro faticoso e difficile da lui condotto a
termine nei tre magnifici volumi della sua edizione della Scienza Nuova 3;
quantunque io sia dei pochissimi che possano personalmente attestare l’amore,
l'entusiasmo che ha sorretto per sei anni o sette questa tempra fortissima di
studioso sagace, instancabile e geniale attraverso la lunghissima via percorsa
per rifare parola per parola la composizione, così singolare anche per gli
sforzi tormentosi costati all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del
pensiero italiano che è l’opera maggiore del V.. L’amore, l'entusiasmo del
Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni, oltre il suo libro. Il quale si apre
con una lucidissima introduzione, che illustra acutamente le complicate
difficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero vichiano, e 1
molteplici tentativi ond’esso si venne a grado a grado accostando alla sua
espressione finale nell'ultima I GIAMBATTISTA V., La Scienza Nuova giusta
l’edizione del 1744, con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni
intermedie inedite e corredata di note storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei
Classici della Filosofia moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913 e 1916
(8°, un vol. in tre parti diLXXXxIV-1274, con ritratto). Del volume uscì
contemporaneamente un'edizione di lusso in cento esemplari numerati, di carta a
mano, formato 8° grande. Dell'opera il N. ha ora in corso di stampa, negli
Scrittori d’ Italia, una nuova edizione in due volumi. Nel primo sarà dato il
testo e una scelta delle varianti di maggiore interesse. Nel secondo saranno
condensate, in un'’esposizione continua, le note, arricchite di molte giunte.
forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei manoscritti e delle
stampe; e dimostra così l'opportunità dei criteri a cui s’ è inspirata la nuova
edizione. Si conchiude con un ricchissimo indice analitico, dove tutti gli
elementi sparsi nel contenuto del difficile libro sono ad uno ad uno
disarticolati e classificati e ordinati alfabeticamente. E tutte le mille e
dugento pagine mostrano il valente editore vigile scrutatore d'ogni parola,
d’ogni sillaba, d'ogni virgola del suo testo, a ricostruire e, qua e là,
perfino a emendare, ma con molta discrezione, l’ intricata né sempre corretta
sintassi dell'autore, a indagare le fonti e le inesattezze e gli equivoci delle
citazioni e dei richiami affollantisi dietro alle deduzioni vichiane, e
schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e rannodare pensieri; e non
posar mai, insomma, finché non abbia accompagnato il suo gran V. al termine del
suo viaggio. Il nome di V. non potrà più disgiungersi da quello del Nicolini;
perché nessuno più studierà la Scienza Nuova senza servirsi di questa edizione
e attingere al tesoro di erudizione, ammassatovi nelle note a dichiarazione
degli accenni e riferimenti onde è sempre complicato il pensiero vichiano. E
questo è il maggior premio e la lode più bella che il Nicolini potesse ambire.
Singolare opera la Scienza Nuova per la sua struttura ! Merito capitale della
edizione del Nicolini è appunto il darci fedelmente il processo di questa
struttura, per ciò beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso
battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De antiquissima Italorum
sapientia (1710), che contiene per alcune parti una dottrina in diretta
antitesi con quella della Scienza Nuova, ma contiene pure il principio
filosofico più profondo, che animerà l’opera maggiore, V. tutti gli altri
trentaquattro anni della sua vita li visse nella meditazione dei problemi, che
sono argomento della Scienza Nuova. Intorno al ’19 1 suoi pensieri avevano
preso già corpo. Ma da quell’anno fino al ’35 o ‘36, quando si può ritenere
abbia data l’ultima forma al libro cui intendeva affidare il suo nome, lavorò a
ben quattro esposizioni diverse del suo pensiero. La prima volta gli die’ forma
nei due libri De universi iuris uno principio et fine uno (1720) e De
constantia turisprudentis (1721): due parti di una stessa opera, che V. stesso
dice del Diritto Universale. Il De constantia comprendeva alla sua volta due
parti: una, molto breve, De constantia philosophiae, esposizione dei principii
filosofici che illuminano tutta la storia del diritto nella sua concreta
realtà, che è tutta la vita spirituale dell’uomo, ossia la civiltà; e l’altra,
assai ampia, De constantia fhilologiae, ricostruzione dei fatti dalle
testimonianze rimasteci, interpretate al lume di quei principii. E qui era un
capitolo: Nova scientia tentatur; donde » (come dirà V. stesso nella sua
Autobiografia) s’ incomincia la filologia a ridurre a principii di scienza,
e.... sopra tal sistema vi si facevano molte ed importanti scoverte di cose
tutte nuove e tutte lontane dall’oppinione di tutti i dotti di tutti i tempi
»!. I Autobiografia ed. Croce,41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale e Scienza
Nuova, v. ora anche NIcoOLINI, Vita di G.B. V., nel Giorn. crit. di filos.
ital., 1925. Ma quanto alla data assegnata dal V. alla Scienza Nuova in forma
negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora qualche suo dubbio: Par difficile
che alla Scienza Nuova in forma negativa V. cominciasse a lavorare fin dal
1722. Basta pensare che nel 1722 V. lavorava intorno alle Note al Diritto
Universale, le quali furon finite di stampare non prima dell’agosto 1722.
Pertanto, malgrado l'affermazione dell’Autobiografia, credo che alla Scienza
Nuova negativa V. si accingesse non prima ma do po la disavventura
universitaria dell’aprile 1723. Essa era già a buon punto nell’ottobre 1723,
giacché il 30 di quel mese Anton Francesco Maria Marmi, informato da [A questa
prima forma ne seguì ben presto un'altra, che non fu più stampata, quantunque
già pronta per la stampa, e già riveduta e approvata dal censore ecclesiastico.
La quale è andata smarrita. Essa dovette essere scritta nel '22 o nel ’23;
perché nella Autobiografia il V., dopo aver narrato la disavventura toccatagli
nel concorso alla cattedra mattutina di leggi (che ebbe luogo tra il gennaio e
l’aprile del ’23), soggiunge che per ciò egli non si ritrasse punto di lavorare
altre opere; come in effetto ne aveva già lavorata una divisa in due libri,
ch'avrebbono occupato due giusti volumi in quarto; nel primo de’ quali andava a
ritrovare I princip del diritto naturale delle genti dentro quegli dell’umanità
delle nazioni per via d’ inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilità di tutto
ciò che ne avevano gli altri innanzi più imaginato che raggionato; in
conseguenza del quale, nel secondo, egli spiegava la Generazione de’ costumi
umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro e favoloso de’ greci
»*: la Scienza Nuova, insomma, «in forma negativa ». Questo manoscritto non
poté essere stampato perché troppo voluminoso; e al povero V. falli la speranza
riposta nel card. Lorenzo Corsini (poi Clemente XII) di averne le spese della
stampa in contraccambio della dedica offertagli. Ed ecco quindi la necessità
(di cui parve qualche suo corrispondente napoletano, informava a sua volta il
Muratori che V. «lavorava sopra un’opera che voleva intitolare Dubbi e desidèri
intorno alla teologia de’ gentili ». Quasi compiuta l’opera era già nel
novembre 1724, e cioè quando V. mandò al Corsini, per mezzo del Monti, la
minuta della dedica (divenuta poi dedica della Scienza Nuova prima). Ma pronto
per la stampa il ms. non fu se non nel maggio 1725: tempo in cui V. lo dié al
canonico Torno per la revisione. Il titolo definitivo che V. voleva dare a
codesta Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il DONATI
(Autografi e documenti vichiani,153 Sgg.): Scienza nuova dintorno aì principii
dell'umanità ». 1 Autobiografia] al V. dover esser grato alla Provvidenza) di
riscrivere la sua opera in forma più stretta e, come a lui parve, anche più
stringente: abbandonando quel metodo negativo che procedeva « per via di dubbi
e desiderii; maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana »;
e facendo un’altra opera « più picciola in vero » (scriveva V. stesso, un mese
dopo stampatala, il 20 nov. 1725), «ma, se non vado errato, di gran lunga più
efficace; nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate
dall’universale delle nazioni, che si prendono per principli, e per un gran
séguito di rilevantissime discoverte, dando altro ordine e più breve e più
spedito a quelle medesime cose che si dubitavan e si ricercavano nella prima,
si truovano tali principii convincere di fatto e 1 filosofi obbesiani e i
filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la Scienza Nuova in forma positiva, che è
quella che, col titolo di Principit di una Scienza Nuova intorno alla natura
delle nazioni, per la quale si ritruovano i principii di altro sistema del
diritto naturale delle genti, venne in luce nel ’25; e che divenne più tardi,
pel V. e per gli studiosi, la prima Scienza Nuova. Ad essa seguì nel ’30 una
nuova edizione, che, cominciata come un’ illustrazione della prima, riuscì poi
una seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari, ma sostanzialmente
conservata, nella terza ed ultima edizione, pubblicata postuma nel ’44. Sicché
le redazioni principali dell’opera son quattro: il Diritto Universale e tre Scienze
Nuove, la prima delle quali, in forma negativa, non ci è pervenuta, e le altre
due sono a stampa. Ma queste sono soltanto le principali! Già la quarta forma
non ebbe, alla sua volta, meno di quattro redazioni: due rappresentate dalle
edizioni ricordate del ’30 e del ‘44; e due, rimaste inedite, e soltanto ora
note per t Lettera a L. Corsini, in A utobiogr. l’accuratissimo spoglio fattone
dal Nicolini dai rispettivi autografi conservati nella Biblioteca Nazionale di
Napoli; e sono due forme intermedie, dove più compendiose dove più ampie della
Scienza Nuova terza, l’una del 1731 e l’altra del ’34 circa. Dal Diritto
Universale alla Scienza Nuova del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le
quali gli stessi problemi vengono risoluti e ripresi complicandosi con nuovi
problemi per essere tornati a risolvere in forma sempre più adeguata, finché
sulle tormentate carte non cadde la stanca mano: da la tremante man cade lo
stile e de’ pensier si è chiuso il mio tesauro; come lo stesso V. dice nel suo
sonetto a Gaetano Brancone, nel 1735 !. Né basta. Le due redazioni intermedie
suddette, rimaste inedite, sono entrambe intitolate Correzioni, miglioramenti
ed aggiunte perché destinate ad essere incorporate all'opera nella ristampa
della Scienza Nuova” seconda », come V. soggiunge al titolo di quelle del 1731.
In realtà, più che una revisione del testo del ’30, ne sono, le une e le altre,
un rifacimento: come quel testo, a sua volta, era riuscito un rifacimento
affatto nuovo del testo anteriore del ’25, quantunque V. credesse prima di
poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera dintorno alla
natura comune delle nazioni, in una maniera eminente ristretto ed unito, e
principalmente ordinato alla discoverta del vero Omero =. Il titolo si spiega
con l’origine di queste ulteriori redazioni, le quali, quasi per generazione
spontanea, nascevano a volta a volta accanto al testo anteriore per l’
insoddisfazione che V. provava, Autobiografia.] appena data forma concreta e
determinata al proprio pensiero. Sicché cominciava da prima a riempire di
postille i margini de’ suoi libri, e poi a stendersi in annotazioni ordinate
con rinvii ai vari luoghi che gli parevano bisognosi d'ampliamenti e
schiarimenti; e poi finiva col rifarsi da capo per dare sistema e unità alle
stesse annotazioni, sì da farne un’opera nuova. Così fece col Diritto
Universale, di cui prima tempestò di postille marginali alcuni esemplari; ma,
dopo quello con particolar cura annotato pel principe Eugenio di Savoia, sentì
di dover fare seguire le Notae în duos libros alterum De uno universi etc.,
alterum De constantia t1urisprudentis (1722): note tanto importanti da
contenere p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al vero Omero.
Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, appena pubblicata, gli die’
materia a scrivere un commento di 600 pagine, che nel ’28 egli, a richiesta del
p. Lodoli e di Antonio Conti, mandava a stampare a Venezia; e se ne iniziava
infatti la stampa colà, poi interrotta per dissidii sorti con l’editore, e non
più proseguita !. E il manoscritto, richiamato dal V. a Napoli, fu da cima a
fondo rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30, con un estro quasi
fatale », al dire dello stesso V.: e fu la Scienza Nuova del ’30. Ma non aveva
ancor finito la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate le prime
Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore faceva in tempo ad
aggiungere a guisa di Errata, in I [Così, fin ora, hanno affermato i biografi,
compreso il Nicolini. Il quale, per altro, per ragioni che sarebbe troppo lungo
riassumere, è giunto ora alla conclusione che le parole dell’Autobiografia: ma,
dopo essersi stampato più della metà di detta opera, avvenne un fatto », ecc.
(ediz. Croce, p. 72), si riferiscano non alle Annotazioni alla Scienza Nuova
prima, di cui anzi non fu stampata nemmeno una riga, ma alla Scienza Nuova
seconda, ossia all'edizione del 1730. V., insomma, riebbe da Venezia il ms.
delle Annotazioni, dopo che già aveva stampata a Napoli più della metà della
Scienza Nuova seconda, e cioè circa a metà del 1730). fondo al volume. E
divulgate appena le prime copie della nuova edizione, ecco V., quasi felice che
un errore provvidenziale notatogli dal principe di Scalea gli dia occasione di
pubblicare una Lettera, a cui può aggiungere una nuova serie d’ importanti
giunte, tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’ comizi curiati (CMA?).
Ma queste prime revisioni rapidissime avevan dato luogo soltanto ad aggiunte
relative ad alcuni luoghi particolari. In dodici paginette del Trascelto (pp.
46578) sono le CMA: e nelle dodici paginette della Lettera al Principe di
Scalea sono comprese, oltre questa lettera, le CMA=?. Dalla continuazione dello
stesso lavoro di revisione, in modo più riposato e in forma più larga, nascono
le CMA:3, che è un manoscritto di duecento pagine fittissime, nel corso del
quale V. s’accorge di fare opera che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza
Nuova prima (1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo tre capitoli
come rifiuta il Diritto Universale, salvando anche di questo due capitoli soli,
di cui era tuttavia contento. E quando, due o tre anni dopo, rifà nelle CMA4
questo nuovo lavoro in un altro grosso manoscritto di centoquaranta pagine,
toglie ancora e aggiunge, e mostra di non essere per anco soddisfatto a pieno
della forma raggiunta dal proprio pensiero. Che infatti tornerà a rielaborare
in quella che sarà la Scienza Nuova terza, ossia la definitiva forma della
Scienza Nuova seconda, ch'egli non poté vedere stampata, e che ci rappresenta
l’ultimo sforzo fatto dall’autore per svolgere con ordine e con sistema tutto
il vasto materiale che gli si avvolgeva dentro la mente, solcato in tutti i
sensi, ma non mai illuminato in pieno, dai lampi del suo genio speculativo.
Sicché, al trar dei conti, e non contando, per la brevità loro, le CMA: e le
CMA?, il Nicolini ha potuto dirci, che ben nove sono state le redazioni (più o
men diverse tra loro) della Scienza Nuova: I. Diritto Universale ; 2. Note al
Diritto Universale ; 3. Scienza Nuova in forma negativa (smarrita); 4. Scienza
Nuova prima; 5. Scienza Nuova veneta (ossia, Scienza Nuova prima con
Annotazioni e commenti, andati anch'essi smarriti); 6. Scienza Nuova seconda
(1730); 7. CMA3; 8. CMA4; o. Scienza Nuova terza (1744; ma scritta tra il ’35 e
il '36 e continuamente corretta fino al 1743). E pure il conto non si può dire
rigorosissimo. Se sl contano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure
contare il saggio » del D. U. che iì V. pubblicò nel ’20, la Sinopsi del D. U.;
quantunque questa supponga forse già scritto, almeno in gran parte, il D. U. Ma
certamente al Diritto Universale bisogna far precedere una prima redazione, a
noi non giunta: per cui la somma complessiva delle redazioni della Scienza
Nuova deve salire a dieci. Il Nicolini stesso ricorda un documento, sul quale
aveva fermato la sua attenzione il Croce, unico frammento di un’opera vichiana
che non possediamo, e che nel 1837 fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla
sua Mente di V.) come prefazione al perduto Commento a Grozio del V. 1. Il Croce
osservò ?, che quella pagina I. non è una prefazione, ma la nota finale di
un’opera (in operis calce, ecc.); 2. non si riferisce ad annotazioni, ma a una
opera originale (sî hos legeris libros); 3. non si riferisce a un commento a
Grozio, perché, nel citare l’opera di questo, se ne dà il titolo per disteso e
s’ invita a metterla a raffronto con quella di esso V....; 4. si riferisce,
invece, I Nelle Opere del V., vol. I,280-1; nella 28 ed., vol. I,250-I. 2
Secondo Supplemento alla Bibliografia vichiana,3-4. 12 a un’opera del V. in più
libri (n tertia universae nostrae tractationis parte). L'opera trattava de
metaphysica, de philologia, de re morali ac civili, de lingua, historia et
iurisprudentia romana..., de ture naturali gentium; V. sì preoccupava di essere
in essa riuscito oscuro; vi aveva esposto cose ‘inaudite’; nella terza parte si
dimostrava falso il labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum
locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria quam mente. Che questa nota
finale non possa concernere il secondo e terzo libro del De antiquissima, è
certo, perché quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o appartiene
al disegno di un’opera che fu la prima idea del Diritto Universale; o (il che
ci sembra più probabile) era destinata a questa opera stessa; la quale, benché
divisa in due libri, essendo il secondo di questi bipartito, si può considerare
come composta di tre parti». Il Nicolini prende le mosse da quest’acuta analisi
del Croce, e ne trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro, di
cui, dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere ritenuto un lavoro
originale, il quale non può essere se non un primo (o secondo, o terzo, o
quarto) getto dell’opera capitale del V. » (p. XXVI). Che si tratti della
materia stessa del Diritto Universale è indubbio. Non solo le parole rilevate
dal Croce, ma altre anche più precise c’ informano con certezza del contenuto
dell’opera, là dove l’autore invita l’equanime lettore che volesse criticarla a
metterglisi contro faribus armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt
numero sepiem vera, ci tam simplicibus, quantum sunt metaphysica, quae ut
agnoscas vera, hominem esse sat est, alia faciliori et feliciori methodo plura
quam nos, in universa historia profana, re poetica, grammatica, morali,
civilique doctrina ad Christianam iurisprudentiam omnia accomodate in unum
systema componas, et sic efficies, ui nostrum sua sponte corruerit. Tutte
queste materie rientrano appunto nel programma del D. U. Ma né la pagina di cui
si tratta, può attribuirsi proprio al D. U., né credo, a ben riflettervi, si
possa parlare di due, e tanto meno di tre o quattro getti di cotesta opera. Che
non sia propriamente il Diritto Universale, quale fu pubblicato nel 1720-21,
risulta da questa sfida lanciata dall’autore al suo immaginario critico, di
fare quanto aveva fatto lui nel suo libro, componendo un ugual numero di
scoperte di storia profana universale, di poetica, di grammatica, di dottrina
morale e civile, in un sistema di cristiana giurisprudenza; deducendo il tutto
da non più che sette principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della
mente umana (quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est). Numero sette, che
non vedo dove si possa rintracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi nei
principii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia philosophiae.
Questi sette principii o verità (vera), così come sono definiti, parrebbero
aver riscontro nei tre elementi d’ogni erudizione divina e umana (mosse, velle,
posse), che nel Diritto Universale sono messi a base di tutto, come quelli quae
tam existere, et nostra esse, quam nos vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14):
ma non sono questi tre elementi. I quali pure erano stati annunziati come
principio di unificazione d’ogni sapere, nell’Orazione inau LI gurale del 1719,
che non ci è stata conservata, ma di I Nel De Uno questa triade veramente è
Posse, nosse, velle (Ferr.?, p. 21). E V. citando, al solito, a memoria, dice
ut D. Augustinus in Confessionibus definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess.
XIII, 11) dà invece quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione
del 1719 (Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine:
Nosse, velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non
credo risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campanella
(che V., per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella Metafisica e
nelle Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle primalità, o della
monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr. (anche per luoghi della Metafisica)
Poesie filosofiche, ed. Gentile,31, 44, 133. E per i rapporti tra V. e
Campanella, vedi sopra31-33.cui V. ci riferisce nella Autobiografia
l'argomento, poi ripetuto testualmente nel Proloquium del Diritto Universale. E
si badi alla partizione che fin d'allora faceva dell'argomento: Quod quo
facilius facitamus, hanc tractationem universam divido in partes tres: in
quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, divinum lumen
sive acternum verum per haec tria quae proposuimus elementa omnes scientias
permeare, casque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias
dirigere et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare; in tertia, quicquid
usquam de divinae ac humanae eruditionis principiis scriptum dictumve sit quod
cum his principiis congruerit, verumy quod dissenserit, falsum esse
demonstremus. Atque
adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de
circulo, de constantia.... » ®. Partizione precisamente identica a quella presupposta dal
commiato dell’opera di cui si tratta, dove l’autore dice al suo critico: ....
Sin postules inconditis rationibus, et distractis auctorum locis, quamquam
numero plurimis, et magis memoria, quam mente, hanc nostram doctrinam
labefactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil respondeam: nam silentum non mihi
adrogantia, res ipsa faciet, quod ea illa ipsa fuerint, quae in tertia nostrae
universae tractationis parte, hoc ipso, quod cum nostris principiis non
congruerini, falsa esse demonstravimus ». Dove l’accenno al contenuto della
terza parte diventa chiarissimo quando si riscontri con l'argomento dell’
Orazione del ’19, messo poi a capo anche del Diritto Universale. Conviene
osservare altresì che le tre parti De uno, Constantia philosophiae e Constantia
philologiae non sono propriamente quelle che l’autore distinse nella sua
succinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era distinta l’opera
smarrita: giacché nell’Autobiografia egli, t Autobiogr., p. 40; cfr. D. U.
Ferrari?, p. 14. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA per indicare come nel
Diritto Universale mantenesse le superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice
esplicitamente che nel De uno pruova la prima e la seconda parte della
dissertazione » (cioè, de origine, de circulo); e nel De constantia
turisprudentis più a minuto sì pruova la terza parte della dissertazione, la
quale in questo libro si divide in due parti, una De constantia philosophiae,
altra De constantia philologiae » *. Dunque, il Diritto Universale fu scritto
dopo la dissertazione del ’19 (e quando nel ’20 V. pubblicò soltanto il primo
libro, De uno, certo egli aveva ancora da scrivere il secondo, De constantia),
la quale altrimenti avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui
sarebbe venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece rispecchia la
sistemazione che la materia aveva nell'opera perduta, questa piuttosto deve
ritenersi anteriore alla dissertazione del ‘19. E per questa ragione, come per
la discrepanza avvertita circa i principii tra l’opera perduta e il Diritto
Universale, bisogna conchiudere che piima di questa opera (scritta tra il ’19 e
il ’21), prima dell’ Orazione inaugurale del ’19, V. dové scrivere un’opera che
possiamo dire la prima forma così del Diritto Universale come della Scienza
Nuova, e di cui ci è giunto il solo commiato. Quando la scrisse ? Certamente
dopo la Vita di Antonio Carafa (1716), perché nell’apparecchiarsi a scrivere
questa vita, ll V. si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure belli et
pacis », che fu il suo quarto auttore » =; aggiuntosi allora a Platone, Tacito
e Bacone: Ugone Grozio, che pone in sistema di un dritto universale tutta la
filosofia e la teologia in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia
delle cose o favolosa o certa, sì della storia I O. c., p. 4I. 2 Autobiogr.]
delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre lingue dotte antiche
che ci son pervenute per mano della cristiana religione »1. Quando scrisse
l’opera perduta, egli non solo aveva letto il De rure delli et pacis (da cui si
può dire, in certo senso, che togliesse il problema), ma lo avea, come ora si
direbbe, superato, potendo enunciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche
inter- vallo tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale cade un altro
lavoro vichiano; perché nell’Autobdiografia si legge che V. molto più poi si
fe’ addentro in quest'opera del Grozio, quando, avendo ella a ristampare, fu
richiesto che vi scrivesse alcune note, che ’1 V. cominciò a scrivere, più che
al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio...; e già
ne aveva scorso il primo libro e la metà del secondo; delle quali poi si
rimase, sulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico adornare di note
opera di auttore eretico » 2. Si rimase, sopra tutto, è da credere, perché dal
lavorio delle note, dall’ intensa meditazione del problema dovette cominciare a
sorgergli nella mente e a prender forma e figura quel systema che doveva esser
suo. Con questi studi », continua infatti V., con queste cognizioni, con questi
quattro autori che egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di piegarli in
uso della cattolica religione, finalmente V. intese [tra il ’17 e il 18] non
esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui accordasse la miglior
filosofia, qual’ è la platonica subordinata alla cristiana religione, con una
filologia che portasse necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono
le due storie, una delle lingue, l’altra delle cose.... Ed in questo
intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del V. quello che egli era ito
nella mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur
grossolanamente nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con
un poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una apertura di studi
pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo argomento ». Che è quello che
conosciamo: e che egli poté proporre, perché già s’era spiccato dalla sua mente
il sistema che fin dalle prime Orazioni (dal 1699) era andato cercando: e che
dev’essere appunto quell’opera anteriore al Diritto Universale, primissimo
incunabulo della Scienza Nuova. Della quale, per concludere queste
osservazioni, si può dire con tutta verità che sono state ben dieci le
redazioni distinte e da considerare come altrettante stazioni attraverso le
quali venne posando e passando il pensiero vichiano. Di queste dieci redazioni
tre, dunque, sono per noi perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova in
forma negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste, due, Diritto
Universale e Note al Diritto Universale, possono pure riguardarsi come un’opera
sola, e fondersi insieme, come fece il Ferrari; quantunque, dato il diverso
momento che esse rappresentano nello svolgimento della dottrina, meglio forse
sarebbe aggiunger le Note a guisa di appendice, all’opera cui si riconnettono.
Resta a sé la Scienza Nuova: del ’25; e fanno corpo insieme le altre quattro
redazioni: Scienza Nuova?, CM A3, CM A4, Scienza Nuova: con le migliori
aggiunte CMA*-:, già a stampa. III. Il Nicolini, facendo l’edizione di questa
terza Scienza Nuova, è partito dal metodo già adottato parzialmente dal
Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di accontentarsi della sola
lezione del 1744, e notò tutte le varianti delle edizioni del 1730 e tutte le
aggiunte inserite in quella del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva,
assistere allo spettacolo delle ultime idee di V., vedere in qual modo egli
stesso si avvedesse di avere qualche volta naufragato contro la realtà
istorica; e.... conoscere le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di V.
dinanzi all’ indifferenza de’ suoi contemporanei » :. Ma ha esteso questo
metodo a CMA:, CMA?, CMA3 e CMA4, in guisa da darci prospetticamente, per
intero, tutto il processo di formazione della Scienza Nuova dalla seconda alla terza
edizione fattane dallo stesso autore. Quanta fatica debba esser costata al
Nicolini questo riscontro e raccordo, può vedere ognuno che scorra con l'occhio
la varia provenienza delle varianti che accompagnano in serie perpetua il
testo, contrassegnate ciascuna dalla sigla della rispettiva redazione a cui
appartiene. Ed è questa forse la parte del suo lavoro, per cui il Nicolini ha
più bene meritato degli studi vichiani, ove si consideri che mercé sua non solo
sono cronologicamente distinti tutti gli elementi di questo tormentoso processo
di pensiero che in cinque o sei anni fece e rifece tante volte con erculei
sforzi l’elaborazione d’un vastissimo materiale di fatti e di idee, ma sono
anche portati a nostra cognizione molteplici documenti o frammenti finora
ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse angosclose oscurità esercita
tanto fascino e desta tanto interesse in noi, che vogliamo leggervi fino al
fondo. Di CMA4 due brani aveva pubblicati il bibliotecario della Biblioteca
Borbonica (ora Nazionale) di Napoli, il can. Antonio Giordano nel 1818 ?. E
messo sulle tracce di questi dimenticati manoscritti vichiani, ora tutti I
Opere, ed. Ferrariz, V, p. XXIII. 2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G.
B. V. tratti da un ms., ecc., Napoli, Giovannitti LE VARIE REDAZIONI DELLA
SCIENZA NUOVA raccolti, come si è accennato, in quella Nazionale, altri pochi
brani, tra i più significativi, dalle stesse CMA4 e da CMA3 aveva potuti
pubblicare, ma poco correttamente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia riprodotti
nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella ingloriosa ma tutt’altro che
spregevole edizione napoletana curata da Francesco Saverio Pomodoro. Ma questi
brani staccati non apparivano nella loro importanza; e ora ci tornano innanzi
accompagnati da tutto lo spoglio dei manoscritti a cui spettano, nel sistema
compiuto di tutto lo svolgimento del pensiero vichiano: ora forma imperfetta di
quello che V. sentì poi di poter esprimere più efficacemente, o più pienamente,
o con maggior concisione; ora elementi espunti più tardi, probabilmente perché
sembrati accessori o discordi dal filo del pensiero principale, o non più
soddisfacenti a quel poderoso intelletto così vigorosamente autocritico: ma che
in ogni caso riescono, qual più qual meno, documenti di alto interesse per lo
studioso. Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava di essere così
tutta accuratamente analizzata e messa in luce. Redazione quasi del tutto
inedita », avverte il Nicolini, e pure di singolare interesse per lo
svolgimento delle idee vichiane », giacché l'edizione del 1730 formava (almeno
nella mente del V.) tutt'uno con la Scienza Nuova prima, la quale appunto
perciò vi è sempre citata, non con questo nome, ma con l’altro generico di ‘
opera ’ o di ‘ Scienza Nuova’, senz'altro. Invece nella nuova redazione,
l’edizione del 1725 non solo non è più presupposta (e quindi V. comincia a
citarla col nome, che è poi restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre
capitoli, rifiutata. E rifiutati altresì sono i due libri del I Scritti inediti
di G. B. V. tratti da un autografo dell’A., Napoli, Stamp. R. Università, 1862.
Diritto Universale, e la Scienza Nuova in forma negativa e tutto ciò che V.
aveva fino allora scritto di filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo
si debba trovare in questa.... redazione, in cui V. aveva voluto raccogliere
quel che del suo pensiero credeva degno di essere trasmesso alla posterità.
Delle quattro redazioni della seconda Scienza Nuova, questa senza dubbio è la
più piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte a quella del 1730,
essa, oltre che molti e lunghi brani intercalati qua e là, presenta ben
quindici capitoli in più », ecc. E si badi che di questi capitoli soltanto
sette rimangono in CMA4. Ebbene, degli altri otto solo una parte rientrarono
nel testo del ’44; e 1 rimanenti e i molti singoli brani soppressi delle stesse
CM 43 come delle CM A* era necessario pure far conoscere. E il Nicolini è stato
colpito dalla importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori dalla
redazione definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trattavasi di capitoli
interi, l’ ha incorporato senz'altro nel testo, avvertendone bensì sempre la
provenienza. Risoluzione certamente arbitraria, quantunque scusata dal
carattere di questa edizione, che vuol essere pure una storia illustrativa di
tutto il testo vichiano; e che per altro non crederei più giustificata in
un’edizione che, pur fornendo notizia delle varianti (se pure ciò sarà più
necessario dopo questa monumentale fatica, che non sarà più da rifare), ci mettesse
innanzi in forma criticamente corretta quella che per l’autore fu, comunque, la
forma definitiva del suo pensiero 1. Tutti i capitoli, adunque, soppressi dopo
CM A3, sono dal Nicolini restituiti al testo; e con essi una sorta di
prefazione, che in quella redazione l’autore aveva scritta col titolo Occasione
di meditarsi I E infatti, nella nuova edizione che va ora preparando, lo stesso
Nicolini ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti.]
quest'opera, e un'appendice, in cui intendeva, oltre due Ragionamenti, uno
dintorno alla legge delle XII tavole venuta da fuori in Roma, e l’altro
dintorno alla legge regia di Triboniano, rifacimenti e riadattamenti di alcune
pagine del Diritto Universale, riprodurre tre luoghi della Scienza Nuova prima,
come tutto ciò che all’autore pareva nel 31 di dover conservare di quei primi
abbozzi della sua opera, che erano stati Diritto Universale e Scienza Nuova *.
Di questi brani e interi capitoli restituiti al testo della Scienza Nuova o
soggiunti a pie’ di esso tra le ‘varianti, buona parte era già nota, benché
scorrettamente pubblicata dal Del Giudice insieme con quella prefazione e
l’appendice. Ma due capitoli compaiono ora come affatto nuovi nella edizione
del Nicolini (pp. 238-44), senza dire delle moltissime varianti, alcune lunghe,
e altre brevi, ma assai significative. E benissimo ha fatto il Nicolini a
darceli col resto dell’opera, benché bisogna pur dirlo a onore del V., che
lavorò con gli occhi aperti attorno a queste sue numerose redazioni, e non
soppresse, credo, mai nulla a caso, ragionevolmente fossero stati soppressi
dall’autore nell’ulteriore revisione del libro. Dei due infatti (lib. II, sez.
1, capp. 3 e 4) il primo, Come da questa debbano tutte l’altre scienze prender
i loro principii, ripete concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti,
in tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle metafisiche di
Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni Locke, è un documento
notabilissimo della posizione intellettuale del V., ma non colpisce nessuno dei
tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira più alto, o perché mira più
basso, e mai al segno giusto. E V. forse sentì che la sua critica contro il
soggettivismo cartesiano era stata fatta per l'appunto da Spinoza (infatti I
Pagg. XXXVII-IX. ? Venne già anticipato nella Critica egli dice che cotal
maniera di filosofare diede lo scandalo a B. Spinosa »)! e andava a finire
nello spinozismo; e non gli consentiva quindi più la critica alla quale egli
subito passa dello Spinoza. In sostanza V., faccia a faccia col panteismo, che
era nel fondo del suo pensiero, doveva dare addietro, e sopprimere il suo
pericoloso saggio di critica. Quanto al Locke, che V. non doveva aver letto, e
che giunge a riguardare come un materialista, egli non poteva non aver qualche
dubbio a dirlo costretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso »; né quindi
poteva fermarsi a credere veramente efficace contro l’empirismo del filosofo
inglese il concetto del vero Essere » anteriore ad ogni esperienza, compresa
quella che il soggetto fa di se stesso. In generale credo sl possa dire
(occorrerebbe un’analisi molto minuta e lunga per dimostrarlo) che l’autore fu
bene avvisato, come sarebbe già da presumere a friori, nei tagli e nelle
modificazioni che venne via via apportando al suo lavoro. Che, del resto, non
diede poi subito al tipografo, poi che l’'ebbe condotto a termine: anzi lo
trattenne parecchi anni presso di sé, e per quanto la luce della sua
intelligenza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita affievolendo, egli
certamente avrebbe avuto tempo e forze per prendere dalle precedenti redazioni
e restituire nell’ultima pezzi già pronti, di cui potesse dirsi soddisfatto. E
quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni. Il Nicolini bensi ha preferito
abbondare, una volta avviato il lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e
commenti, dotti, arguti, inattesi, e sempre luminosi, nel ricchissimo commento,
allargatosi da ultimo per alcuni punti sostanziali in excursus e note
illustrative che sono vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi I
Cfr. SPINoZzA, Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla parte II. LE
VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA rabile di lucidità, intorno alla teoria
vichiana sulla legge delle XII Tavole: nota premessa al primo dei già ricordati
Ragionamenti dell’Appendice. Ma l’erudizione del Nicolini, ancorché laboriosa e
densa, è agile sempre e quasi festosa, perché sorretta e animata da un gioioso
spirito indagatore, che è più contento della difficoltà che delle vie piane ed
aperte, per l'occasione che ne ha a cercare, a scrutare, ad esercitare il suo
acume e il suo fiuto di segugio valente, e stare attorno al suo V. a fargli
lume e rendergli l’omaggio, profondamente sentito, bleno corde, della propria
infinita devozione. Giacché il Nicolini ha vivamente amato il suo V.; e chi
dava di quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice alle stampe del
suo lavoro, se da principio tentò arginare e frenare, come non del tutto
necessaria, quella foga e quell’ impeto di copiosa vena irrompente in questo
commento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha dovuto a poco a poco
ceder egli stesso terreno, e tòrsi di mezzo, e lasciar fare: e ora non può che
plaudire a una somma di lavoro così difficile, così utile, così disinteressato,
e così degno in tutto del gran V., che aspettava da quasi due secoli questo
studio rivendicatore. Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo commento,
aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte, informare di tutto, è
impossibile: o per lo meno, questa recensione dovrebbe quintuplicarsi; e
resterebbe sempre da invitare il lettore della recensione a prendere in mano 1
tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e studiarsi V., ora che lo studio è
tanto agevolato; e quindi a scrutare anche lui, la sua parte, dentro ai
pensieri di questo grande spirito e alle tante congetture che lo strenuo
commentatore ha dovuto pur fare assai spesso per illustrarlo. Io preferisco
perciò fermarmi qui, solo citando un luogo, dei più curiosi, e singolarmente
caratteristico del fare vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta non
di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà, in cui l’annotatore s’
è dovuto dibattere. Latona, dice il V. nell’ Iconomica poetica, partorì i suoi
figliuoli, Apollo e Diana, presso l’acque delle fontane perenni, ch’abbiamo
detto; al cui parto gli uomini diventaron ranocchie, le quali nelle piogge
d’està nascono dalla terra, la qual fu detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono
propriamente della Terra figliuoli » (p. 431). Ranocchie ? Non sappiamo »,
scappò qui a protestare certo pedante dei tanti abbattutisi in V., non sappiamo
in nessun modo intendere come l’autore si facesse a mandar fuori che al parto
di Latona gli uomini diventassero ranocchie, dappoiché questa circostanza non è
punto un mito e solo si rinviene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma,
assai probabilmente », nota il Nicolini, V. aveva in mente quelle che più sopra
ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »; che sono (p. 181) gli uomini allo stato
di pura natura, prima che incominciassero, come dice V., a umanamente pensare
». E perché poi ranocchie ? e dove ne ha parlato Epicuro ? L'immagine avrebbe
potuto essere illustrata da quel luogo di Censorino, De die nat., 4, 9, che ci
serba notizia della dottrina epicurea intorno all'origine naturale dell’uomo:
Democrito Abderitae ex aqua limoque primum visum esse homines procreatos. Nec
longe secus Epicurus: is enim credidit limo calefacto uteros nescio quos
radicibus terrae cohaerentes primum increvisse et infantibus ex se editis
ingenitum lactis umorem natura ministrante praebuisse, quos ita educatos et
adultos genus propagasse » (Usener, Epicurea,225-6) *1. Questi uteri I [Ora, il
Nicolini mi comunica di essere riuscito a trovare il mito a cui precisamente voleva
alludere V. e la fonte a cui, pur con°qualche libertà, egli attinse. Si tratta
del passo delle Metamorfosi ovidiane ov’ è detto che Latona, dopo aver
partorito, nell’ isola Ortigia, Diana e Apollo ed essere stata cacciata di là
da Giunone, giunse coi due neonati in Licia, presso un piccolo lago, e poiché
alcuni villani volevano impedirle di dissetarsi, ella li maledisse e li
trasformò in rane]. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA nella fantasia
corpulentissima del V. diventano quelle ranocchie che nella credenza popolare
nelle piogge d’està nascono dalla terra ». Non dunque ranocchie, ma uomini, e
grossi uomini goffi e fieri », giganti, i Polifemi di Omero, primi padri del
genere umano, per V. come già per Platone. Le ranocchie son simbolo dei primi
uomini, che il mito fa nascere dalla terra: dalla terra e dall’acqua, come dice
Epicuro, e come si può leggere in fondo al mito di Latona che partorisce presso
alle fonti: mito, secondo il quale V. dice perciò che gli uomini diventaron
ranocchie, cioè si rappresentarono alla fantasia quasi, al pari dei batraci,
sorti ex aqua limoque. Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia
vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel bravo Nicolini, che ne
toglie spesso materia a note argutissime, come quella sullo scudo » funebre
napoletano di p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in questa materia. E
basta anche cogli esempi; e faccio punto !. I A proposito di quel che ho detto
nelle174 sgg., Fausto Nicolini mi comunica le seguenti osservazioni: Quando, a
proposito dell’opera di incerto titolo, ho parlato di un primo getto dell’opera
capitale del V., volevo alludere alla Scienza Nuova nel senso largo della
parola, e cioè intesa come quel complesso di problemi a cui V. die’ poi il
titolo di Scienza Nuova. Primo getto dunque del Diritto Universale. E a
confermarmi nella mia opinione mi conforta proprio ciò che in codeste tue
pagine è detto dei contatti evidentissimi tra quest’opera di titolo incerto e
la prolusione del 1719. Insomma la cosa più ovvia sembra a me che V. scrivesse
prima la prolusione del 1719; indi la sviluppasse ai principii del 1720 in
un’opera di poco più ampia e divisa in tre libri (l’opera d’ incerto titolo); e
per ultimo, non più contento di questo lavoro ancor troppo ristretto, si desse
a scrivere, sempre nel 1720, la prima parte del Diritto Universale. Che l’opera
d’ incerto titolo sia anteriore al Diritto Universale è evidente; ma che essa
sia anteriore anche alla prolusione del 1719, mi sembra non solo non evidente
(e a ogni modo non provato), ma anche pochissimo verisimile. Aggiungo, a
sostegno della mia opinione, proprio la sfida all’ immaginario critico che tu
adduci. Critico che non è tanto immaginario. Narra infatti V.
nell’Autobiografia che, dopo aver recitata la prolusione del 1719, ‘ sembrò a
taluni l'argomento, particolarmente per la terza parte, più magnifico che
efficace, dicendo che non di tanto si era compromesso Pico della Mirandola
quando propose sostenere conclusiones de omni scibili’, ecc. A questi critici
appunto, tra i quali par che fossero il Capasso e altri professori universitari
capassiani, è rivolta la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto Universale
V. dice che fu consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente il tema
della prolusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre parti), e
poi dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare tutte le
innumerabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione del 1719;
il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli facesse o volesse
fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non essere scritta, ma
soltanto abbozzata). Pertanto la Scienza Nuova avrebbe avute le seguenti
redazioni: I. Commento a Grozio (1717-8); 2. Orazione del 1719; 3. Opera d°
incerto titolo (sviluppo dell’ Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto
Universale (1720); 5. Diritto Universale; 6. Note al Diritto Universale (1722);
7. Scienza Nuova negativa; 8. Scienza Nuova prima; 9. Scienza Nuova veneta; 10.
Scienza Nuova seconda; 11. Corr. migl. e agg. terze (1731); 12. Corr. migl. e
agg. quarte (1732 o 1733); 13. Scienza Nuova terza (1734-1744). Ciò senza
calcolare alcuni riassunti totali o parziali, come per es. la Giunone in danza
(1721); una conferenza (forse soltanto detta e non mai scritta) tenuta dal V.
in casa del suo antico discepolo Giambattista Filomarino della Rocca (1721 o
1722); la lettera a Monsignor Monti del 18 novembre 1724; l’ampio riassunto
della Scienza Nuova prima recato nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ». IL
FIGLIO DI V. E GL INIZI DELL INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA A NAPOLI. LA
FAMIGLIA DEL V. Di figli, veramente, G. B. V. ne ebbe più d'uno. E se Angelo
Fabroni gli aveva attribuito binos libderos, nel 1818 il marchese di Villarosa
corresse l'affermazione del biografo pisano, portando quel numero a sei. E
sarebbero stati: Luisa, Ignazio, Teresa, un primo Gennaro, morto in tenera età,
un altro Gennaro e Filippo 1. Ma la famiglia del V. fu anche più numerosa, come
dimostrano i registri parrocchiali del Duomo di Napoli. Egli si ammogliò il 12
dicembre 1699 =. Il 17 settembre 1700 ebbe la prima figlia, a cui furono
imposti i nomi di Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una seconda figlia,
non ricordata dal Villarosa, e che fu chiamata Carmelia Nicoletta 4. Il 31
dicembre 1704, una terza figlia, Filippa Anna Silvestra 5, ignorata anch'essa
dal Villarosa. Ma entrambe queste bambine devono essere morte ben presto e aver
lasciato poca memoria di sé I Opuscoli di G. B. V., racc. e pubbl. da C. A. DE
Rosa, march. di ViLLarosa, Napoli, Porcelli, 1818-23, I, 228. 2 VILLAROSA,
Opuscoli, I, 208. 3 Loisa Caetana, secondo l’atto di battesimo, in data 21
settembre 1700 (Parrocchia del Duomo, Battesimi, lib. XI, fol. 87). Ringrazio
l’amico cav. Lorenzo Salazar della cortesia con cui volle ricercarmi queste
notizie nella parrocchia del Duomo. 4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703,
nello stesso libro XI, fol. 109. È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705,
nello stesso lib. XI, fol. 121. nella famiglia :. Il quarto figlio, finalmente,
fu un maschio; nacque il 31 luglio 1706, e si chiamò Ignazio Nicolò Gaetano
Geronimo: fu tenuto al fonte battesimale da donna Teresa Stiammone de’ duchi di
Salza =. Dopo, un’altra femmina, che non ebbe nome Teresa, come dice il
Villarosa, ma Angiola 3, nata nel luglio 1709. Il primo Gennaro vide la luce il
19 luglio 1712; ma non visse fino al dicembre 1715, quando nacque il secondo
Gennaro, che ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel febbraio 1720 infine
chiuse la serie l'ottavo figlio: Filippo Antonio Francesco Gaetano 4. Di tutti
questi figli due soli sembra siano sopravvissuti al padre 5. Giacché Niccolò
Solla 6, autore di una Vita del V., e amico e scolaro del V. stesso, onorato »,
come egli dice, di tutta la sua confidenza ed amore », scrive: Rimasero di lui
due figliuoli: il prime de’ quali gli è stato anche successore nella cattedra
di I [E infatti dai Libri dei defunti della parrocchia del Duomo appare che
Carmelia Nicoletta morì il 27 luglio 1703, e Filippa Anna Silvestra il 28
luglio 1705 (Comunicazione di Fausto NICOLINI, che darà la documentazione delle
sue giunte e correzioni, qui inserite, in un suo studio su G. B. V. nella vita
domestica))]. 2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib. XII (Battesimi dal
17006 al 1739), fol. 4. 1 3 [Più esattamante: al fonte battesimale ricevè i
nomi di Angela Teresa Ippolita, ma in famiglia solevan chiamarla Teresa
(Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4 Tenne al fonte Angiola donna Ippolita
Cantelmi, duchessa di Bruzzano (le cui nozze V. aveva cantate nel 1696 nella
canzone D'’amaranti immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede il
parere per la stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729, ristampato dal
NICOLINI, in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio 1709 (lib. XII dei
Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu battezzato il 24 luglio 1712
(ivi, fol. 41); il secondo, il 26 decembre 1715 (ivi, fol. 64); Filippo, il 18
febbraio 1720 (ivi, fol. 84). 5 [Veramente, quattro: Gennaro II, Filippo, Luisa
e Angiola Teresa. Il Solla, com= si vede, non tenne conto delle femmine
(Comunicazione di F. NicoLINI)]. Erano ridotti a cinque nel 1729, com’ è
attestato da un luogo delle Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123. 6
B. Croc£, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904,45-06. eloquenza » 1; cioè, come
si vedrà, Gennaro: e l’altro, ce lo dice il Villarosa =, Filippo, morì
impiegato nella Regia Dogana di Napoli 3. Di un figliuolo, il cui nome non gli
piacque di ricordare, il Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne informato,
ci fa sapere che amareggiò assai il padre per la sua cattiva indole. Cresciuto
questi in età, lungi di dar opera agli studi ed alle oneste discipline, diessi
interamente in preda ad una vita molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’
vizi di ogni maniera, in guisa che il disonore divenne dell’ intera famiglia ».
Riuscite vane le ammonizioni e le minacce del padre e di autorevoli amici, il
povero V. fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla giustizia per farlo
imprigionare. Ma nel momento che ciò si eseguiva, avvedendosi che i birri già
montavan le scale della casa di lui, e l'oggetto sapendone, trasportato dal
paterno amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando gli disse: Figlio,
salvati. Ma un tal passo di paterna tenerezza non impedì, che la giustizia
avesse il corso dovuto, poiché il figlio condotto venne in prigione, ove dimorò
lunga pezza, finché non diede chiari segni di esser veramente ne’ costumi
mutato » 5. Fu costui Filippo o Ignazio ? I Vita di G. B. V., nel Giornale
arcadico del 1830, t. XLVIII, 97-8. % Opuscoli, I, 228. 3 [Chi, di sicuro, morì
impiegato nella Dogana napoletana fu, veramente, Ignazio. Ma potrebbe anche
darsi che Filippo, dopo il 1744, avesse un posto simile a quello del suo
maggior fratello (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4 Opuscoli, I, 161-2; cfr.
ora Opere, V, 79. 5 [Il racconto del Villarosa, che non è al certo inverisimile
e sarà magari vero, non ha trovato alcuna conferma nei documenti contemporanei
venuti finora alla luce. I quali, per altro, dicono che l’ 8 febbraio 1730
Ignazio V. sposò la ventenne Caterina Tomaselli senza che i genitori di lui, a
differenza che per gli altri loro figliuoli, intervenissero al matrimonio (da
che parrebbe che non lo volessero); e che al matrimonio stesso fu fatto inutile
impedimento canonico da una Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che
Ignazio avesse una relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)]. 194 STUDI
VICHIANI Un documento rintracciato tra le carte vichiane, conservate tuttavia
dagli eredi del marchese Villarosa 1, mi fa propendere a vedere piuttosto
l’ultimo dei due ora nominati nello sciagurato figlio, che addolorò tanto
l’animo paterno. È una Breve nota di ragioni per D. Giov. Battista di V. contro
la magnifica Caterina Tomaselli, in una causa che fu trattata, non è detto
quando, ma certo negli anni più tardi della vita del V. ?, innanzi al Sacro
Real Consiglio. Era morto Ignazio V., lasciando una figlia, a nome Candida; e
la vedova, Caterina Tomaselli, sosteneva che spettasse a lei l'educazione della
bambina, e dovesse esserne escluso l’avo paterno, richiamandosi a decisioni
analoghe del magistrato 3. L’avvocato del V. risponde non essere applicabili
tali decisioni al caso presente; perché, in una di esse, s'era considerato che
il padre della pupilla era emancipato, e quindi poteva far testamento e
lasciare per tutrice la madre; e s'era anche avuto riguardo al fatto che la
madre era persona prudente ed onestissima, mentre l’avo paterno odiava la
pupilla. Di un’altra decisione la ragione era stata che I Rendo qui le più vive
grazie ai signori ing. Tommaso e Vincenzo De Rosa dei marchesi di Villarosa, i
quali hanno gentilmente messe a mia disposizione le preziose carte vichiane,
che già furono del loro bisavolo C. A. De Rosa marchese di Villarosa,
benemerito editore degli Opuscoli di V.. Un catalogo di queste carte pubblicò
poi il NICOLINI in B. CROocE, Secondo supplemento,35-43. 2 [Infatti la causa
ebbe inizio negli ultimi giorni del luglio 1737 (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. 3 (Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida (nata il 5
aprile 1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737, lasciando, in un
testamento commoventissimo, la tutela della figlia, coniunctim et non divisim,
al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di continuare a vivere coi suoceri e
di prestar loro obbedienza e rispetto. Ma, appena un paio di mesi dopo (26
luglio 1737), il filosofo fu costretto a cacciar di casa la nuora. Da che la
lite, terminata o sospesa in un primo momento col trionfo del V. che riuscì,
fino alla sua morte, a tener con sé la nipote; la quale, peraltro, nel giugno
1744, mercé nuovo intervento della giustizia, fu dalla nonna consegnata alla
madre (Comunicazione di F. NICOLINI)]. VI. l’avo era un dissipatore. Di una
terza, che l’avo non era persona di buona fama e condizione. Nella specie della
presente causa, concorre tutto l'opposto; poiché D. Gio. Battista di V., avo
paterno, è persona di somma prudenza, virtù et integrità, come a tutti è noto;
ed all’ incontro detta Caterina Tomaselli persona stravagante ed imprudente e
di non retti costumi, come ben consta. Onde per ogni ragione e giustizia la
tutela ed educazione di detta pupilla deve deferirsi al predetto D. Gio.
Battista di V. avo paterno. Anco perché detto Ignazio di V., padre di detta
pupilla, era figlio di famiglia, e come tale, oltre non poter fare testamento,
ma nemmeno lasciare tutore alla sua figlia.... Detto D. Gio. Battista deve a
sue proprie spese mantenere et alimentare detta pupilla per la tenuità del
peculio di suo padre, che, come profettizio, sarebbe d’esso Gio. Battista. Se
il figlio innominato, di cui parla il Villarosa, non fosse quest’ Ignazio,
bisognerebbe dire che non uno, ma due figli fossero stati il tormento di
Giambattista V. *. Egli amava 1 suol con eccesso di tenerezza; contento
piuttosto di una rispettosa amicizia, che d’un servile Nella commedia in
quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Battista V., Napoli, Stamp. della
Società Filematica, 1824, il figliuolo cattivo sarebbe Filippo. Se non che il
Genoino cita tutte le sue fonti (gli Opuscoli di V. a cura del Villarosa); né
accenna a tradizioni orali. Questa del Genoino dovette essere la commedia dal
titolo G. B. Vizo, che il Programina giornaliero degli spettacoli di Napoli
annunziò per la sera del 7 settembre 1850 e poi per quella del 26 ottobre 1854
al Teatro dei Fiorentini, senza indicare il nome dell'autore. C’ è bensì
nell’elenco dei personaggi un Don Vincenzo » che non compare nella commedia del
Genoino. Ma può trattarsi d’una leggera modifica della scena 38, atto IV del
Genoino, dov’ è descritto l’ incontro di Don Vincenzo Milesio, suocero di
Filippo V., con costui e col padre suo Giambattista. Nessuna delle raccolte
delle commedie del bar. Gio. Carlo Cosenza conservate nelle Biblioteche di
Napoli, compresa la Lucchesi-Palli, ne contiene una su G. B. V.; e sospetto che
la citazione trovatane dal CrocE, Supplem., p. 7, possa esser nata da uno
scambio col Genoino. Un dramma Giambattista V. pubblicò nel 1845 DomENIco
BureFA (Torino, presso Carlo Schiepati): e anche qui, come ricavo da una
recensione di un tal Pier MURANI (Giornale Euganeo, a. III, quad. 5, maggio
1864, Padova), comunicatami da B. CROCE, ci sono pure alcune scene in cui
l’autore ci mostra V. in 196 STUDI VICHIANI timore » 1. La moglie Caterina
Destito 2, analfabeta e meno che mediocre massaia, costrinse lui a pensare a
provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro i piccoli suoi figliuoli
avean di bisogno » 3. Attese alla loro educazione ed istruzione da se medesimo;
ed è bello pensare che, tra un pensiero e un altro della sua alta speculazione,
egli rivolgesse l’animo a coltivare l’ intelligenza delle sue figliuole
predilette: Luisa e Angiola. Furono la sua più cara consolazione. Al p.
Benedetto Laudati, cassinese, quello stesso che, nel gennaio 1716, diede per la
censura ecclesiastica il parere sulla Vita di Antonio Carafa, trovando un
giorno il filosofo a scherzare tra le figliuole, spianata la fronte e un
sorriso spensierato su quella faccia per solito meditabonda, tornarono sulle
labbra quei versi del Tasso: Mirasi qui fra le meonie ancelle Favoleggiar con
la conocchia Alcide. E V. ne rise. La Luisa era il suo orgoglio. Dotata di raro
ingegno, aveva largamente corrisposto alle cure paterne, ed era capace di
scrivere de’ versi non inferiori famiglia, amato e venerato da pochi buoni e
dai figli suoi, tranne da un Filippo, giovane sventato più che malvagio, il
quale lo amareggia con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il Buffa
probabilmente avrà avuto la prima idea del suo dramma dal Genoino. 1 SOLLA,
Vita, p. 97. 2 Figlia di uno scrivano fiscale di Vicaria; nata il 26 novembre
1678: VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. Sopravvisse di quindici anni al marito,
risultando dal necrologio della chiesa dei Padri dell’ Oratorio, detta dei
Gerolamini, che fu ivi sepolta il 3 giugno 1759. Cfr. G. TaGLIALATELA,
Commemorazione di A. Galasso, p. 26, in Atti dell’Acc. Pontaniana, vol. XXII. 3
[Così il Villarosa. E la cosa potrà anche esser vera. I documenti
contemporanei, per altro, dicon soltanto che V. aveva conosciuta la Caterina da
bimbetta (eran vicini di casa), che la sposò per amore, e che ancora dopo
trent'anni di matrimonio parlava di lei con grande affetto e riconoscenza.
S’aggiunga inoltre che la Destito era non figlia, ma sorella di Pietro,
scrivano fiscale di Vicaria (Comunicazione del NICOLINI)]. a quelli che
scrivevano tutte le persone colte, i dotti, come allora si diceva, della
società in cui V. sl aggirava. I versi di lei, il suo canto dovevano scendere
al cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita affaticata. Perché
aveva quell’ornamento in casa 1, egli che ebbe sempre abitazioni così modeste,
poteva accogliere presso di sé uomini insigni e gentildonne dell’alta società
napoletana; e certo doveva condurla seco negli intellettuali ritrovi presso le
nobili dame da lui frequentate con Paolo Doria e gli altri letterati del tempo:
fino al 1727 ordinariamente presso Angiola Cimini, marchesa della Petrella. Oh
il rimpianto pel salotto di questa marchesa, quando, quell’anno, donna Angiola
morì! Chi non conosce l'elogio magnifico che V. ne scrisse e premise a una
raccolta di scritti di tutti i frequentatori di quel salotto, da lui curata ed
ornata del ritratto della marchesa e di molti finissimi fregi? La raccolta, che
allora fece molto rumore in Napoli, e tanto se ne parlò che una mala lingua ne
fece una satira ?. In quell’ Orazione, V., celebrando la grazia di questa
novella Aspasia, anche lei poetessa e curiosa di sapere e di entrare in
questioni filosofiche, ricorda: Ippolita Cantelmi-Stuarta, principessa della
Roccella, donna che con la maestà che le corona la fronte, coll'augusto aspetto
e colle sovrane maniere, congiunte alla singolare altezza I [La Luisa, per
altro, cessò di convivere col padre fin dal settembre 1717, tempo in cui sposò
un Antonio Servillo, e prese a dimorare col marito presso la chiesa della
Pietrasanta (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 2 FRANcEscO VESPOLI, il cui nome
s'incontra non di rado nelle raccolte poetiche di quel tempo, a proposito degli
Ultimi onori di letterati amici in morte di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e
di uno speciale libro di versi pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo
De Angelis, scrisse una satira in ternari, non priva di spirito, tuttora
inedita, che pubblico in appendice (v.343-53) come documento della società a
cui V. appartenne. dell’animo, alla grandezza de’ suoi pensieri ed allo
splendore delle sue azioni, non che tra le nazioni ingentilite, tra’ barbari
stessi dell’ Africa o della Zembla non potrebbe dissimulare e nascondere
d’essere degno generoso rampollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola
che nella nostra casa conobbela, ne concepì tanta ammirazione ed amore! ...». E
chi sa quante altre delle gentildonne celebrate dai versi del V., oltre la
Cantelmi (che era, s'è veduto, sua comare), frequentavano la sua casa!
Letterati, scolari del V., come il De Angelis 2, professori, frati,
predicatori, tutto il circolo degli amici ed ammiratori di lui, doveva spesso
adunarsi nella modesta dimora del Largo dei Gerolamini al n. 12 (dove V. abitò
dal 1704 al ’18), o, più tardi, in quella nel V. delle Grotte della Marra, e
poi nel V. delle Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e per ultimo ai
Giardini dei Santi Apostoli 3. V’intervenne per qualche tempo anche Pietro
Metastasio, giovanissimo, che improvvisava 4. Si leggevano versi: e Luisa 5
leggeva +rr__rm I Opere, ed. Ferrari, VI, 265. 2 Su Gherardo De Angelis o degli
Angioli v. ora lo scritto di ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di
filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908,249-54,
nonché LuIci PAPA, G. D. A., Verona, 1914. 3 Vedi l’art. del MANDARINI, //
centenario di V., ne La Carità, riv. relig. scientif. letter., a. III, quad.
VI, 1868; la nota del CORRERA, in Arch. stor. nap., IV (1879), 407-8; e ora F.
NICOLINI, Per la biografia cit., punt. I,181. 4 F. NUNZIANTE, Metastasio a
Napoli, nella Nuova Antologia del 15 agosto 1895, p. 722, e A. SALZA, in Giorn.
stor. letter. ital., LX, p. 206, n. 2. Nella Vita del signor abate Pietro
Metastasio poeta cesareo, aggiuntevî le massime e sentenze estratte dalle sue
opere, Roma, 1786, a spesa di Gioacchino Puccinelli, p. 98, si asserisce che la
canzonetta Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta dal Metastasio in Napoli nella
sua verde età per la figlia del celebre letterato G. B. V. », col quale spesso
trattava, onde non seppe difendersi di non esser preso da’ vezzi di lei». Ma
questo vago accenno, avverte un accuratissimo studioso della biografia del M.
(SALZA, l. c.), non è confermato. D'altronde, come s’ è detto, Luisa era
maritata fin dal 1717. 5 Il Villarosa diceva di avere presso di sé molte poesie
mss. di VI. IL FIGLIO DI G. B. V. I99 i suoi. Spesso anche cantava. Ecco come
ce la presenta uno dei frequentatori di quel circolo nel 1727: Il mover dolce
di costei mi suole Fermar i sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto Al vago riso
intenti, e al vestir schietto, E più alle saggie oneste alme parole ! Ma,
quando scioglier l’angelico vuole Suo canto dal gentil candido petto, Lo mio
spirto volar sovra è costretto A’ giri eterni, oltra le vie del sole, Sciolto
nuotando in que’ diletti immensi; Tal che il ritorno obblia, né sa l’ incanto,
Se alcun poi nol richiama, e riconsiglia. E ben mi spiace il farmi desto
intanto, Dicendo all’alma: Or dove star mai pensi ? Tu ascolti del tuo gran
Mastro la figlia!. In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a Luisa: O
figliuola di Lui, che °l tutto intese, e le augura serenità di spirito e animo
di attendere alla poesia: Né amare indegne di Fortuna offese, Né d’aspri mali
tempestoso verno Turbin mai lo bel tuo lucido interno Spirto, che a saper nuovo
il cammin prese. Che se in te vedi, hai potestate accolta Di spezzar l’armi a’
minaccevoli astri, Luisa, trovate tra le carte del padre, oltre quelle che sono
sparse per le tante raccolte stampate del tempo: Opuscoli, I, 228. 1 Rime
scelte di GHER. DE ANGELIS, Firenze, MDCCXXX (con pref. di G. B. V.), p. 185.
Ma il 3° libro di queste Rime, a cui questo e l’altro sonetto, che sarà citato,
appartengono, era stato stampato integralmente la prima volta nel 1727. Ad aprir
siegui or tua limpida e colta Vena, che sazia i più superbi mastri: O forte e
saggia, quanto adorna e bella !. Ma erano augurii meramente rettorici. Luisa
ebbe marito; e certamente a lei Giambattista V. diede i mille ducati,
guadagnati con la Vita di A. Carafa, che gli servirono, come raccontava
Gherardo De Angelis, per mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe figli,
o almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era gravemente ammalata, e
si temeva che morisse. E se Luisa era la figlia prediletta, s'immagini il
dolore dell’avo. In quella quaresima, venne a predicare in Duomo il p.
Michelangelo da Reggio, cappuccino eloquentissimo; e contrasse amicizia con
parecchi uomini di lettere e col V., che lo ascoltarono con ammirazione.
Frequentò anche lui la casa del filosofo, allora centro di una vera e propria
scuola letteraria, non ancora ben nota, e degna di essere studiata 3; e
confortò la giovane madre palpitante per la salute della figliuola. Di che V.
credé quasi di aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode del
cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una dedica del V., che
divotamente consacra un rinfuso vago fascetto di fiori colti in Parnaso », cioè
di componimenti poetici scritti in onore di p. Michelangelo da alquanti gentili
spiriti » 4. I Rime scelte, p. 1Io. ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225. 3 Da vedere
per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento, tip. Forche Caudine, 1901,
e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico con un'appendice di sonetti inediti
e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910. 4 Componimenti in lode del P.
Michelangelo da Reggio di Lombardia cappuccino predicatore nel duomo di Napoli
nella quaresima dell’anno MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del V. è
ristampata dal ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal
Ferrari, né dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec.
supplem.,74-5. IL FIGLIO DI G. B. V. 20I Vi sono distici latini e sonetti
italiani di parecchi letterati del solito circolo vichiano; uno, che giova
rilevare, di Gaetano Maria Brancone 1, personaggio di grand'’affare, che presto
incontreremo in un momento importante della biografia ael V.. Ve ne sono,
naturalmente, anche di questo ?. Dopo un sonetto di una giovane donna, il cui
nome ri- corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee, e che era amica
a Luisa V., e cultrice di studi filosofici 3, oltre che di poesia, Giuseppa
Lionora Barbapiccola, ce n'è uno della nostra Luisa, che ha un accento
personale e I Ap. 13. * Ve ne sono due, ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III,
11-12. Ma il primo di essi, che nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che
perdesti il bel candore, nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia tutta al
di fuore. E non saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche che il 3° dei
sonetti, che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle successive (ed.
Pomodoro, p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da Reggio, non si trova in
cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Villarosa (p. 53) reca per titolo
solo: In lode di un Sacro Oratore. Comincia: Ammirdro già un tempo Atene e
Roma. Il Villarosa lo trasse dall'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p. 52.
3 In un sonetto dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE ANGELIS,
rivolgendosi alla Barbapiccola, dice: Questa è colei, che aggiunse altro
splendore Al gran RENATO, del ver tanto amico; E "1 monte aspro di gloria,
ov’ i0 m’ implico, Vinse, pascendo d’onestate il core. Vieni a mirarla, o tu
Francia superba, Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti; Qui scrive ancora
in sua stagione acerba. Più d’essa non la greca Aspasia vanti Ciascuna età, che
le più degne serba ... La Barbapiccola, ricorda uno scrittore napoletano, per
saggio di aver coltivate le moderne dottrine, produsse in italiano una versione
della filosofia di Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI, Vicende della coltura, vol.
V. Napoli, 1786, p. 497). Vedi infatti I principii della filosofia di Renato
Des-cartes, tradotti dal francese, col confronto del latino in cui l’Autore gli
scrisse, da GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli arcadi MiRISTA, Torino,
Mairesse, 1722. Un vol. in 4° di40 + 350 + 18 con figure intercalate. Vedi pure
F. AMoDEO, Dai fratelli Di Martino a Vito Caravelli, negli Atti dell’Accad.
Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N, e CRocg, Suppl. alla Bibl. vich., Napoli o 900
T, ci) 0 “x f dA % a 07, N 7 o U td \\ et | NA S UN II NN si O LÒ Wa: 5 LA ND é
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Ma) Pim < SEEN A tata y KEÉ N Nt Sap to tnt POL IL FIGLIO DI V. Due anni
appresso, in una raccolta nuziale, che reca anche un sonetto di Pietro
Metastasio (Vanne, sposa leggiadra, ove sospira), Luisa rispose con un sonetto
a rime obbligate all’amica Barbapiccola, che le diceva: O tu, che forte
incontro a rei martiri Donna saggia ne vai, lucido esempio Di quel valor che
signoreggia l’empio Fato, e in alto ten posi, e al vero aspiri; Vieni, e tu
aita i giusti miei desiri De la gran coppia a dir ciò, ch’ io contempio ecc. E
Luisa di rimando: Poic’ ho sì l’alma carca di martiri Fatta degl’ infelici un
raro esempio, A cui turba e confonde il rio Fat'empio Ogni voglia leggiadra,
ov’ella aspiri, Com’ornar posso i tuoi giusti desiri Per l’alta coppia, in cui
miro e contempio Mille belle speranze entro il gran tempio Che virtù alzossi in
su gli eterni giri ? Lionora, tu colla tua fronte lieta Chiama Imeneo, a cui,
madre d’eroi, Partenope gentil applaude e gode. E tessi al chiaro innesto or
degna lode Fra dotti cigni co’ be’ carmi tuoi, Ch’ io non oso toccar tant’alta
meta !. Meno male che donna Luisa, in fine, aveva questa distrazione della
letteratura !?. I Vari componimenti per le felicissime nozze degli
eccellentissimi signori D. Tomaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di
Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da PARRINO, e
dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce [...], in Firenze.
Il son. del Metastasio è a p. 64. Ve n’ è uno di Francesco Vespoli (p. 37), e
uno (a p. 25) di G. B. V., che non è stato mai ristampato: Benché io mi veggia
da quel fato oppresso. Credo opportuno ristamparlo in appendice. [Poi fu
ristampato anche dal NICOLINI, 0. C., p. 57]. 2 Un altro sonetto di Luisa V. fu
ristampato da G. FERRARI, nelle Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della mortal
terrestre spoglia, ed . PRIMI ANNI DI GENNARO V. CORSINI E LA PRIMA SCIENZA
NUOVA Ma tra tutti i figli, quello che a lungo sopravvisse al padre, attese, e
seriamente, agli studi stessi di lui, continuò il suo insegnamento
universitario e quasi la tradizione domestica; quello che confortò del suo
affetto filiale gli estremi anni infelici del vecchio filosofo, e ne proseguì
poi con pietoso culto la memoria; quel figlio del V., insomma, che tutti gli
studiosi conobbero, in Napoli, durante tutto il sec. XVIII, e al quale fecero
spesso capo per notizie sul padre, è Gennaro, nato nel dicembre 1715. E di lui
ho creduto opportuno raccogliere le notizie che ci rimangono, perché ne può
derivar qualche luce sulla stessa biografia di Giambattista e sulla sua fama
postuma. E già il grande filosofo fu così tenero de’ suoi figliuoli e così poco
avventurato, che può quasi parere un debito di riconoscenza verso di lui
adunare attorno al suo nome le fronde sparte delle sue memorie domestiche. La
prima volta che vien ricordato Gennaro nella vita del padre, è nel suo
carteggio col card. Lorenzo Corsini, a proposito della prima Scienza Nuova *:
carteggio, le cui date non sono scevre di qualche incertezza. Già il Croce notò
che non si comprende come la risposta negativa del Corsini alla istanza del V.
per le spese di stampa era stato pubblicato nella Raccolta în morte di D.
Giuseppe Alliata Paruta Colonna principe di Villafranca, 1729, per cui G. B. V.
scrisse il sonetto Morte, o d’ invidia vil ministra e fera. I Un accenno
veramente a questo figliuolo aveva già fatto V. stesso nel De const.
iurisprud., II, c, XII, $ 12, in Opere2, ed. Ferrari, III, 270; ed è stato
rilevato da ANTONIO SARNO (Origini dell’ incivilimento, Napoli, 1926). della
prima Scienza Nuova sia, com’è data dal Villarosa 1, del luglio 1726, quando la
prima Scienza Nuova era stata già pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa
avvertenza doveva aver fatta il Ferrari, che corresse senz'altro la data di
quella lettera in 20 luglio 1725 3. Correzione, secondo me, indispensabile (ed
è confermata da quanto dirò in seguito). E, se si accetta questa correzione, si
rifletta un po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non è priva d'interesse.
Nella sua Vita, Giambattista V., dopo avere accennato alla primitiva redazione
dell’opera sua (che avrebbe occupato due giusti volumi in-4°»), della quale ci
rimane solo il disegno esposto dall’autore, nella lettera del 19 novembre 1724,
a mons. Filippo M. Monti 4, continua dicendo: Già l’opera era stata riveduta
dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa napoletana, quando
esso [V.], riflettendo che tal maniera negativa di dimostrare [seguìta nella
primitiva redazione], quanto fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendimento,
poiché con essa nulla più si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di
avversa fortuna, essendo stato messo in una necessità di non poterla dare alle
stampe, e perché pur troppo obbligato dal proprio punto di darla fuori, r itrovandosi
aver promesso di pubblicarla, restrinse tutto il suo spirito in un’aspra
meditazione per ritro I Opuscoli, II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito
alla stampa del Villarosa, ed esso concorda, per la data, con la stampa. È,
tranne la firma, di mano del segretario del Corsini. * Bibliogr. cit., p. 97,
n. 2. 3 Cfr. anche la ristampa delle Opere, Napoli, Jovene, 1840, IV, 134, e
quella Pomodoro, 1860, VI, 80. w 4 CROCE, Bibliografia vichiana,96-7; e ora
Carteggio, in Opere, s 167. 14 varne un metodo positivo, e sì più stretto, e
quindi più ancora efficacep»!; che fu il metodo della edizione uscita in luce
precisamente nel novembre 1725. Il colpo di avversa tortuna, non c'è dubbio, è
la delusione inflittagli dal Corsini, a cui la promessa, qui accennata, di
pubblicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera del maggio 1725; la
lettera, con la quale V. aveva dovuto accompagnare al cardinale l’invio della
sua dedicatoria, che ha per l’appunto la data dell’8 maggio 1725. Si ricordi
infatti la celebre postilla fatta dal povero V. alla sconfortante risposta del
Corsini 2; Lettera di S. E. Corsini, che non ha facultà di somministrare la
spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza Nuova [cioè, della
redazione primitiva 3], onde fui messo in necessità di pensar a questa della
mia povertà, che restrinse il mio spirito [dopo la risposta del cardinale, cioè
dopo il luglio] a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea,
ove era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei
pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché me
’1 trovava promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale » 4. Si
badi: il parere del revisore ecclesiastico don Giulio Torno, che è in fondo al
libricciuolo, con la data del 15 luglio 1725, non può essere se non lo stesso
parere ricordato dal V. nella sua Vita come già scritto dal Torno per la prima
redazione. È vero che vi si dice il libro mole exiguum; ciò che non si sarebbe
potuto dire della prima forma; ma questa dev'essere stata una mutazione forse
la sola, introdotta nella stampa del parere, I Opere, V, 48. 2 Postilla che ho
riletta sull’autografo, in un margine esterno. 3 Lo ha notato anche il CROCE,
op. e loc. cit. 4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa, Opuscoli, II, 255 n.;
ora in Opere, V, 77. perché richiesta dalla mutata mole del libro, rimasto
d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non sottoposto quindi a una nuova
revisione ecclesiastica. Il parere, invece, del censore civile, Giovanni
Chiajese, è scritto dietro ordine del 3 ottobre, e seguito dall’approvazione
per l’imprimatur del 12 ottobre. Sicché devesi riferire alla redazione
pubblicata e già allora certamente tutta stampata, poiché il 18 novembre
successivo ! l’autore poté mandare un certo numero di esemplari del libro,
belli e legati, a Roma 2. E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3. Al
quale V., scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare anche perché
l’opera, per metodo e per estensione, non fosse più quella che gli aveva propriamente
offerta nel maggio innanzi. Non si rileggono senza pietà queste parole:
Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra Eminenza mi aveva già compartito
per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuta nella vostra alta protezione
l’opera da me scritta in due libri, nella quale per via di dubbi e desiderii,
maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana, si andavano
ritrovando i principii dell'umanità delle nazioni, e quindi quei del diritto
natural delle genti, 1a qual opera già era alla mano I Cfr. le importanti
lettere del V. all’ Esperti e al Corsini del 18 e 20 novembre 1725, pubblicate
dal CROCE, Bibliogr.,98-100; e ora Opere, V, 172, 173. Anche la lettera
precedente a Celestino Galiani è del 18 novembre (non ottobre: l’autografo, ora
posseduto dal Croce, potrebbe leggersi in un modo e nell’altro). ® [Anzi, fin
dal 25 ottobre 1725, dopo averne già donati alcuni esemplari ad amici e
conoscenti napoletani, V. ne inviava ad Arienzo un altro a suo p. Giacchi; e
fin dal 3 novembre una cassetta con altri esemplari partiva da Napoli per
Livorno, diretta al letterato ebreo Giuseppe Athias (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. 3 [Era magnificamente rilegato in marocchino e oro: rilegatura che
costò, certamente, al povero V. un’altra cavata di sangue. Ma il Corsini, senza
neppur leggerlo, lo die’ prima a esaminare, e poi lo donò (decembre 1725) al
marchese Alessandro Gregorio Capponi, che, alla sua morte (1746), lo lasciò,
con la restante sua biblioteca, alla Vaticana, ove tuttora si serba (Comunicazione
di F. NICOLINI)]. per istamparsi; e considerando altresì la mia avanzata e
cagionevole età; mi determinai finalmente affatto abbandonar quella, e
consacrare a Vostra Eminenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se non vado
errato, di gran lunga più efficace della prima » !. Questa seconda opera,
dunque, nei mesi che corsero dal luglio al settembre dello stesso anno 1725,
ossia non più che in due mesi, obbligò V., impegnato ormai alla pubblicazione
nonché alla dedica già annunziate al cardinale, diventatone poi immeritevole, a
restringere, com'egli ci racconta, tutto il suo spirito in un’aspra
meditazione, per ritrovare il metodo positivo e più stretto ». Soprattutto più
stretto, povero V.!uSì fatta opera », scrive egli al Corsini, nella stessa lettera
del 30 novembre, aveva io destinato dare alla luce qualche anno dopo, come per
soluzione della prima, quasi d’un problema innanzi proposto ». Non solo però
dare alla luce, ma scrivere anche: benché l'animo gentile vieti al V. di far
intendere al cardinale la pena che questi gli ha cagionata. Il lavoro
vagheggiato quale riposato lavoro di qualche anno, come avrà affaticato, in
quei due mesi, il grande spirito! Aspra meditazione la disse egli stesso; e la
brevità del tempo e il tormento della promessa fatta a un principe di Santa
Chiesa, non devono pure tenersi in conto, per intendere le ragioni
dell’oscurità maggiore della prima Scienza Nuova, e del bisogno che V. sentì di
mutare e rimutare le espressioni di essa, e con le postille sui margini di
tanti esemplari donati agli amici 2, e con l'edizione del 1730, nonché poscia,
del rifacimento radicale della edizione del ’44 ? CROCE, Bibliogr., 99; V.,
Opere, V., 173. 2 Vedi, per gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr.,25-6.
Altre difficoltà cronologiche sorgono dalla lettura della seguente bozza d’una
lettera del V. al Corsini, di cui ho trovato l’autografo inedito tra le solite
carte del Villarosa !: Con l’umiliazione più ossequiosa m'inchino a professar a
Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per l’altezza dell’animo, onde ha Ella
degnato con sensi sì generosi, e proprj della Vostra Grandezza di gradire una
mia umile, e riverente offerta, che io non avendo l’ardire da me stesso,
m’avvanzai d’umiliargliela per mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?. Talché
benedico tutte le mie lunghe e penose fatighe che per lo spazio di tanti anni
ho speso nella meditazione di questa mia Opera che sta per uscire alla luce, ed
in mezzo le avversità della mia Fortuna abbia menato tant’oltre la Vita che
portassi a compimento questo lavoro, che mi ha prodotto il merito, 0 per meglio
dire la buona ventura di compiacersene un principe di S. Chiesa di tanta
Sapienza, e grandezza, di quanta la Fama da per tutto con immortali laudi la
celebra. Onde per non perdere una tanto per me onorevole occasione, con
l’istessa umiltà di spirito mi fo ardito di dare a V.ra Em.za una piena
testimonianza dell’animo mio grato e riverente, di annunciarle propizio questo
giorno tanto nella Chiesa segnalato, e memorabile.... Di questa bozza tutta la
parte che non è in carattere spaziato si ritrova nella lettera pubblicata dal
Villarosa, Ora è stampata nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere, V,168-9,
lett. n. XXVII. ® Per Francesco Buonocore (o Boncore), Philippi V Hispaniarum
regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque Siciliae archiatro et in
Regno Neapolitano medicamentariis universis praefecto », V. scrisse, nel 1738,
un’ iscrizione pubblicata dal FERRARI (Operez, VI, 309). V. nel 1721 lo aveva
pur ricordato nella Giunone in danza: Opere, V, p. 288. Questa notizia della
parte avuta anche dal Buonocore nella offerta del V. al Corsini è nuova. Sullo
stesso Buonocore v. SCHIPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone,
Napoli, Pierro, 1904, 72, 94. 260, 268, 545. 778, 779. con la data del 15
dicembre 1725 *. E l’autografo corrispondente reca infatti questa data. Ora si
può domandare: come mai nella prima bozza di questa lettera del 15 dicembre, V.
poteva dire della Scienza Nuova sta per uscire alla luce », se da un mese egli
ne aveva mandato al Corsini, come s'è visto, alcuni esemplari, e se fin dall’ 8
dicembre ? il cardinale lo aveva ringraziato del dono ricevuto ? Inoltre: che
cosa offrì V. per mezzo del protomedico Buonocore ? Non certo l’opera stampata,
che V. fece consegnare al Corsini nel novembre, per mano del signor abate
Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica? Ma, nella stessa lettera del novembre al
Corsini, V. ricorda il sommo onore, che Sua Eminenza gli aveva già compartito
per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuto nella sua alta protezione
l’opera » nella primitiva redazione 4. Infine: in un'altra bozza di lettera
(che trovasi nella stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa, reca
il testo originale, pure autografo e senza data, della lettera del V. al Corsini,
stampata dal Villarosa 5 con la data del 26 dicembre 1725), è detto, che
l’onore, onde il cardinale l’aveva colmato, compiacendosi di gradire l'umile ed
ossequioso disiderio, di consegnare sotto l'alto e potente patrocinio del
Cardinale un debol parto del suo scarso ingegno, che era per uscire alla luce,
gli dava ora lo spirito di non perdere una tanto per lui onorevole occasione,
di dare a S. E. una piena testimonianza del suo animo umile e riverente, di
annunciarle propizio I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del CROCE).
Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata poi dal Ferrari e dagli
editori posteriori. 3 V. la lett. del 20 novembre 1725 al Corsini. 4 Cfr. anche
la lettera del 18 novembre 1724 allo stesso Monti, in CROCE, Bibliogr.,96-7;
ora in Opere, V, 167. 5 Opuscoli, II, 173-4. questo giorno tanto per noi
segnalato e memorabile, augurandoglielo con que’ più fervidi voti, che l’animo
mio può concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni », ecc. Parole
che si riscontrano tutte nella stampa. Sicché, ancora il 26 dicembre 1725,
l’opera stava per uscire alla luce, e V. introduceva in questa lettera le
parole d’augurio già inserite nella bozza della prima, di dieci giorni innanzi,
e poi soppresse. Non una sola difficoltà, come si vede, sorge da questi
documenti, se non si ammette che, scrivendo a un principe della Cristiana
Repubblica », V. non abbia voluto nella data segnare questa volta l’anno ab
incarnatione, anzi che l’anno comune: trasportando così le due lettere al 1724
!. E questa soluzione vien suggerita dallo stesso stato delle due minute. V.,
dopo aver tentato, nel novembre 1724, la via di monsignor Monti (al quale tornò
nel maggio successivo), aveva indi a poco trovato più speditivo l'intervento
del medico Buonocore, per I E questa dev'essere anche la spiegazione della data
20 luglio 1726 della lett. del Corsini, di cui sopra si disse. È noto che
Innocenzo XII (Pontefice dal 1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare
l’anno, nelle date delle bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates,
Paris, Desprez, 1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di monsignor
Celestino Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca della Società
Storica Napoletana, si hanno lettere di Alessandro Rinuccini al Galiani, del
tempo in cui questi dimorò a Roma per le trattative del concordato, con la
doppia data 1738-9 e 1739-40 (Corrispond., vol. VI, carte 119 sgg., 169 sgg.).
Ciò che prova come anche allora durasse l’uso di far cominciare l’anno ab
incarnatione, scrivendo da Roma o a Roma. [Le correzioni qui sopra proposte
alla cronologia del carteggio del V. col card. Corsini sono state accettate dal
CRrocE nella sua ed. delle lettere vichiane, salvo che per la lett. XXXVI,
pubbl. dal Villarosa e mantenuta anche dal Croce con la data del 15 dic. 1725:
per la quale il Croce osserva: Anche per questa lettera sarebbe da accettare la
data proposta dal Gentile del 1724, se essa non fosse scritta sullo stesso
foglio che contiene la lettera del Corsini dell’ 8 dicembre 1725, esprimente i
ringraziamenti per gli esemplari ricevuti della Scienza Nuova. È, dunque,
effettivamente del 15 dicembre 1725; e quanto alla sua relazione con l’altra
del dicembre 1724 (n. XXVII), è da ritenere che V., serbando tra le sue carte
l’abbozzo di una lettera officiosa non spedita, si valesse di alcune frasi di
essa l’anno dopo »: p. 341). aprire al Corsini il suo desiderio di dedicargli
l’opera, che presto avrebbe data alla luce. Ottenuto così il consenso, il 15
dicembre dello stesso anno 1724, se non prima, dové scrivere la minuta d’una
lettera di ringraziamento e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo,
sembrandogli che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua azione di
grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli ancor più l’animo del cardinale
(prima di accennargli la sua speranza del sussidio per la stampa), rimandò gli
augurii a un altro giorno, e scrisse la lettera, che spedì subito, e che è
quella a stampa con la data del 15 dicembre 1725. Ma conservò la prima minuta,
quasi per ricordarsi degli augurii che aveva poi da inviare: e, a fianco di
essa, dieci giorni dopo, scrisse infatti l’altra lettera, che spedi senza altri
mutamenti, riprendendo per gli augurii quasi i termini stessi già preparati.
Nel maggio poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più di un mese, il Corsini, di
ritorno dalla visita allora fatta alla sua diocesi di Frascati, in cui gli
occorse di metter mano a molte esorbitanti spese », gli confidava di non aver
modo di secondare la sua istanza. E V. non rifiatò. Stampare un libro di 500
fogli, di due volumi in-4°, con lo stipendio che aveva dall’università, di 100
ducati annui! Ma era corsa la promessa a un sì gran signore: e bisognò
restringersi, e dare come i risultati dell’opera, e così stampare, dedicare e
mandare al cardinale il libro, che era costato tanto pensiero, tanta gioia e
tanta amarezza. Un raggio di speranza gli rimise in cuore la lettera con cui il
Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e, protestando la propria riconoscenza,
lo esortò a ripromettersene altresì i proporzionati effetti », pur che gli
avesse indicato le convenevoli aperture d’impiegarlo in cose VILLAROSA, Opusc,
II, 251-2. Ristampata nelle edizioni posteriori. IL FIGLIO DI V. di suo
servigio ».. Che aperture ? Al povero uomo, che aveva allora 57 anni, cresceva
costumato e promettente quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole
da Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli, come s'è veduto. Ed
egli l’amava tanto ! È per natura », rifletteva nell’ Orazione per la Cimini,
che gli ultimi parti soglionci esser più cari per questi due occulti sensi di
umanità: tra perché essi sono li più innocenti, e per conseguenza, che ci hanno
recato maggior piacere, meno disgusti; e perché essi han bisogno di più lunga
difesa, la quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter a quelli al
maggior uopo mancare »!. Se il cardinale procacciasse a Gennaro un benefizio
per farlo chiericare ? La lettera che gli deve avere scritta, non l’abbiamo. Ma
abbiamo la risposta del Corsini, del IQ gennaio 1726 :. Era stato pronto a
rifarsi d’animo il V., e a ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il
cardinale gli ridava sì buone parole, ma nessuna promessa, nessuna speranza; e
accampava di quelle difficoltà, che svelano il poco buon volere: Nel particolare
poi del far conseguire qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo, lo
v’incontro delle difficoltà; imperciocché, oltre all’età tenera di esso
figliuolo, che può fare non piccolo ostacolo, vi è da considerare ancora, che
si trovano in oggi nel palazzo apostolico tante persone di Regno, che non sì
tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza sentesi la provista
». Vana fatica, dunque, battere a questa porta. E V., come soleva, scrisse
malinconicamente sul dorso del foglio del cardinale: Lettera di S. E. Corsini,
con cui dice non poter proccurarmi un beneficio da potersi ordinare 1 Opuscoli,
ed. Villarosa, I, 250-1; Opere, ed. Ferrari, VI, 258. * In VILLAROSA, II, 252 e
nelle edizioni posteriori. un mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un
mese, lo sconsolato filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza per offrire
le sue più umili grazie, e dichiararsi convinto che il differimento
dell’effetto egli nasca dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua avversa
fortuna con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto la potente protezione »
di Sua Eminenza ?. Gennaro non si chiericò più; e, quando, quattro anni dopo,
il padre ristampò, sempre a sue spese, la Scienza Nuova, la dedicò un’altra
volta al Corsini, già divenuto Clemente XII: Al quale », racconta nelle
aggiunte postume alla Vita, da Gennaro date a pubblicare certo più di mezzo
secolo dopo che papa Corsini era morto anche lui, al quale era stata la prima
[edizione] essendo cardinale, dedicata, e si dovette a Sua Santità anche questa
dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote a Lorenzo, gli dava, il 6
gennaio 1731, la consolazione della notizia, che questa seconda edizione aveva
incontrato nel clementissimo animo di Sua Santità tutto il gradimento ».
Nient'altro. Allora, colmato V. di tanto onore », è V. che parla, non ebbe cosa
al mondo più da sperare: onde per l'avanzata età, logora da tante fatiche,
afflitta da tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori nelle cosce
e nelle gambe, e da uno stravagante male, che gli avea divorato quasi tutto
ciò, ch'è al di dentro tra l’osso inferior della testa e ’1 palato, rinunziò
affatto agli studi ». 1 Dall’autografo. Ora in Opere, V, p. 1809 n. 2 La
lettera fu pubblicata anch'essa dal VILLAROSA, II, 172-3; ora V., Opere, V,
192. In questa lettera, è detto che il figliuolo, che si sarebbe dovuto
ordinare, era Gennaro. 3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N. Corsini.
PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL V. AL FIGLIO E MORTE DEL FILOSOFO Il buon Gennaro
continuò con amore gli studi sotto la direzione paterna !, e pensò a farsi la
sua strada col lavoro. E ne aveva bisogno. Al padre, con l’età, cominciava a
pesare indicibilmente quella scuola eterna che era costretto a tenere in casa,
per ingrossare un po’ il sottile soldo universitario. Quando partirono quelle
sanguisughe degli austriaci, e venne a Napoli Carlo di Borbone, incorato forse
dal cappellano maggiore Celestino Galiani, V. si fece innanzi, chiedendo la
carica di regio istoriografo ?, nel giugno 1734. L'’infante don Carlo, si
ricordi, non era entrato in Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del V.
dovevano essere grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da questa consulta,
ancora inedita, mandata al Montealegre: Illustrissimo Signore, Con
riveritissimo biglietto di V. S. Illma dei 30 del caduto mese ho ricevuto i
supremi veneratissimi comandi di S. M., che Iddio guardi, di riferire sopra un
memoriale presentato alla M. S. da Gio. Battista V., lettore di Rettorica in
questa Regia Università; in cui, dopo avere esposte le sue dotte fatiche
letterarie, I Vedi VILLAROSA, Ritratti poetici, ed. 1842,61-62. 2 La supplica
del V. è passata nella Raccolta degli autografi di scienziati ed artisti,
esposta nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli, insieme con la relazione
inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia di entrambe è nel vol. XIV,
incartamento 13, delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie di Stato di
Acton. La supplica del V. fu pubblicata, il 19 aprile 1885, nella Napoli
letteraria, giornale della domenica, a. II, n. 16. Devo alla cortesia
dell’egregio prof. N. BARONE se ho potuto rintracciare nell'Archivio di Stato i
documenti inediti su G. B. e Gennaro V., di cui mi servo in questo lavoro.
supplica S. M. della carica di suo Istoriografo; acciocché possa coronar i suoi
studj col mandare alla posterità le gloriosissime gesta della M. S. Su di ciò
con tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V. S. Ill.ma, esser più che
vero quanto il suddetto V. espone delle sue opere date alla luce. Egli è
certamente uno de’ primi letterati d’ Italia, e singolarissimo ornamento di
questa Regia Università, a cui colle sue dotte fatiche è stato di grand’onore.
Î: pur vero, ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori della medesima Università,
ed insieme poverissimo, non rendendogli più la sua cattedra, dopo il lungo
corso di tanti anni che serve il pubblico, che cento ducati l’anno, oltre a
pochi altri ducati, che ricava dalle fedi, che fa per gli studenti che dagli
studi di lettere umane passano a quei delle leggi; e trovandosi carico di
famiglia, trovasi certamente in grande miseria, dalla quale recargli qualche
sollievo in questi ultimi periodi della sua vita sarebbe cosa degnissima della
somma regal clemenza e carità della M. S. Qui finora non vi è stato l’impiego
d’ Istoriografo. Ma ora che ’1 Signore Iddio ha fatto a questo Regno il tanto
desiderato beneficio di concedergli un proprio Re, che qui risegga, nella
maniera che praticasi negli altri stati ben regolati, un tal impiego vi
vorrebbe; e il detto V. certamente sarebbe abilissimo ad esercitarlo con tutto
il maggior decoro ed applauso che potesse desiderarsi 1, E sottoponendo tutto
all’alta comprensione della M. S., con tutta osservanza resto Di V. S. IllLlma
Napoli, 5 luglio 1734 Dev.mo ed obl.mo servidore C. Arcivescovo di Tessalonica
Cappellano Maggiore. I Nella minuta di questa consulta (Arch. Sta. Napoli,
Relaz. del Cappellano Magg., vol. 6°, dal giugno 1732 all'agosto 1735) sono,
dopo questo punto, cancellate le parole seguenti: Quando poi piacesse al Regal
animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto merito,
coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per assegnargli una
mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si potrebbe assegnar una
pensione ecclesiastica di quella quantità che alla M. S. più piacesse, sopra
qualche Vescovato di regia prelazione allora quando ve ne sarà l’apertura ». Ma
Carlo ebbe da pensare ad altro, allora, che alla nomina del suo istoriografo.
Solo il 2 luglio dell’anno seguente, il Montealegre annunziava al Galiani che
il re si era degnato onorare G. B. V. del titolo ed impiego di suo
istoriografo. E fu notizia applauditissima » in Napoli, secondo riscriveva il
cappellano maggiore, pronto, il 17 di quello stesso mese, a sollecitare il
decreto nei termini più onorevoli per il vecchio V. 1. E il 22 luglio,
finalmente, quel ministro comunicava al filosofo la sua nomina, e l’assegno di
otros cien ducados =. Meschino soldo anche questo. Comunque, aggiunto a quello
che V. percepiva da 38 anni, lo raddoppiava.Né qui si arrestarono le premure di
Celestino Galiani. Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni che V. ebbe notizia
del raddoppiamento del suo soldo, fu nominata una commissione, già sollecitata
dal Galiani stesso, incaricata di proporre le riforme possibili per un migliore
assetto dell'organico dell’ Università. La commissione, a capo della quale fu
il Galiani, si riunì alla presenza del segretario di Stato, marchese di
Montealegre, e del Tanucci; e il 9 ottobre 1735 presentò la sua Relazione per
la riforma dell’ Università. In essa, la cattedra del V. non era dimenticata:
Dell’ Eloquenza latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor
Giambattista V., Istoriografo della M. V.; secondo la nuova pianta, avrà di
dote ducati 200 ». Il 2 novembre successivo, il re approvava questa parte delle
proposte; la quale era stata particolarmente raccomandata da Bernardo Tanucci,
nel suo parere sui lavori della commis I Questo doc., da una copia esistente
nella biblioteca della Società nap. di storia patria, è stato pubblicato da M.
ScHIPA, Carlo di Borbone,739-40; e dal Croce, Bibliogr., p. 85-6. è Pubblicata
la prima volta dal VILLAROSA, nelle sue aggiunte alla Vita del V., Opuscoli, I,
163: quindi ristampata in tutte le edizioni della Vita. sione del 17 ottobre *.
Il Tanucci anzi avrebbe voluto che, in riguardo della persona por el merito,
por la necesidad y honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de V. a lo menos
se le deviesen asignar otros cientos » ?. Non si volle confuso il valore della
cattedra con quello del cattedratico ! Ad ogni modo, erano altri 100 ducati:
non aveva mai sperato tanto V. dalla sua misera cattedra quadriennale. Ma don
Giambattista non reggeva più alla fatica dell’ insegnamento. Gennaro, non
saprei dire se dottorato in legge, frequentava la Vicaria, e cercava anche lui
di fare un po’ di quattrini, come avvocato. E il padre, che gli aveva insegnato
con tanta cura il latino, e fatto leggere gli scrittori, cominciò anche a farsi
aiutare da lui; dapprima, forse, nel solo insegnamento privato. Giacché, com’
ho accennato, V. aveva sempre tenuto in casa una scuola di eloquenza e lettere
latine 3, frequentata dai figli dei più scelti gentiluomini della Capitale ». E
uno scolaro del V. ci dice che egli in casa abbassavasi fino a spiegar Plauto,
Terenzio e Tacito. Conservava nondimeno in questa stessa sua umiliazione tutta
la grandezza del proprio carattere. Erano da lui, come di passaggio, avvertiti
i mezzi della lingua, le or gini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria
delle espressioni. Ma, nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle nostre
passioni, a miracolo dipinte in Plauto e Terenzio, I Vedi detta Relazione, £.0
196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34. Di
questa relazione e dell'esito che ebbe, rese conto sommario il prof. F.
AMoDbEO, Le riforme universitarie di Carlo III e Ferd. IV Borbone, negli Atti
dell’Acc. Pont., serie 22, vol. VII, 1902,Ir sgg. 2 Al soldo della cattedra si
riferisce infatti l'estratto di questa relaz. del Tanucci, copiato, a quel che
pare, da F. Daniele e pubbl. dallo ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal
CROCE, Bibl., p. 86. I doscientos ducados », che sembravan focos al Tanucci,
erano proprio quelli proposti per la cattedra di eloquenza. VILLAROSA, nelle
sue Aggiunte alla Vita del V.. penetrando egli ne’ più segreti recessi del
nostro cuore, intrattenevasi lungamente a scoprire le sorgenti delle umane
azioni: e quindi, scorrendo di dovere in dovere, secondo le varie relazioni che
noi abbiamo con Dio, con noi medesimi e cogli altri uomini, passava a
descrivere le prime linee della moral filosofia e del diritto universal delle
genti, condotte poscia a maggior lume e dimostrate in pratica sulle acutissime
riflessioni di Tacito » !. In questa scuola privata, Gennaro dovette fare le sue
prime prove d’insegnante, sotto la guida del padre. Ma le condizioni di questo
s’aggravavano sempre più; e già non si sentiva la forza di trascinarsi fino
all’università, per le sue lezioni ordinarie. Il 1° settembre 1736, un suo
entusiasta ammiratore, professore di metafisica a Padova, il domenicano Nicola
Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da suo fratello Daniele,
amico anch'egli del V. ?), e per quello che doveva avergli detto di sé V.
stesso, gli scriveva: Ella si faccia coraggio, e si governi; ed io non mancherò
di pregare il Signore che la conservi, e l’invigorisca per suo, e mio, e comune
vantaggio del mondo letterato. Mi riverisca quel suo figliuolo, che intendo di
essere di una grande espettazione, per cui sento un ardentissimo amore, e gli
bramo ogni miglior fortuna » 3. E V. gli rispondeva, il 16 dello stesso mese:
La lode del profitto, che Gennaro mio figliuolo, che umilmente vi inchina, fa
negli I SOLLA, Vita di G. B. V., in Giorn. arc., 1830, t. XLVIII, p. 95. Per
questa scuola privata devono essere state scritte le Ammnotazioni sopra gli
Annali di C. Tacito, pubblicate nel 1840, nell’ediz. Jovene delle Opere, IV,
409-418. Ad essa devono anche appartenere la maggior parte dei mss. vichiani
posseduti dal sig. Raffaele Mottola, sui quali v. la Rassegna critica d. lett.
it, del prof. Pércopo, II, 95; e NICOLINI, Sec. supplem.,42, 85-93. 2 Cfr. il
brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE, Bibl., 107-8; e ora in
Opere, V, 218-3. 3 In VILLAROSA, II, 274, e nelle raccolte posteriori. studi
migliori, la qual scrive esserle con piacere giunta all’orecchia, e l’amore che
gentilmente perciò gli portate, gli sono forti stimoli a più vigorosamente
correre la strada della virtù » !. Questa voce giunta fino a Venezia, dove, in
quei mesi, trovavasi il Concina, doveva esser nata dall’approvazione
generalmente incontrata da Gennaro quell’anno, per aver cominciato a sostituire
felicemente il padre nella cattedra di rettorica, con gran compiacimento di
quanti stimavano e amavano V., e gli desideravano pace all’età stanca. Gennaro,
quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento universitario, come sostituto
del padre; e divenne poi il titolare della cattedra, che conservò, vedremo,
fino al 1805. Ma ecco come, in una supplica indirizzata a Ferdinando IV, al
principio del 1797, lo stesso Gennaro ricordava da vecchio l’ inizio del suo
insegnamento. Nelle sue parole trema ancora la commozione che il giovane provò,
nel ’36, a prendere il posto del padre e maestro venerato: S. R. M. Signore, Gennaro
V., pubblico professor di rettorica nella Vostra Regia Università de’ studj di
Napoli, prostrato a’ piedi del Vostro Real Trono, umilmente l’espone, come
finora ha avuta la gloria d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso
della vita d’un uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel seno dell’
Eternità; onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché Gio. Battista V., suo
padre, mancando di giorno in giorno per le sofferte lunghe fatighe del
tavolino, tarlo potentissimo a rodere insensibilmente la salute del corpo; al
che si aggiungeva, che a misura che le forze del corpo gli s’ indebolivano, del
pari l'abbandonava il vigor della mente, logorata dalle continue profonde
meditazioni, il supplicante, mal soffrendo di vederlo con tanto stento
trascinarsi per andar a far lezione, d’ inverno, in I In VILLAROSA, II, 210, e
nelle raccolte posteriori. tanta distanza, gliene dimezzò la fatiga con
incaricarsi prima della dettatura, perché, quando poteva, venisse Egli a farne
la spiega. Un giorno, mentre dettava, vennegli talento, per liberarnelo
intieramente, di avventurarne anche la spiegazione; Dio sa con qual ribrezzo e
palpitazione; e Dio gliela benedisse. Bastogli questo primo cimento, che gli
era stato il più difficile e pericoloso, che tornato in casa disse a suo padre,
che avesse pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a non più
imbarazzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e quanto gli era
riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor Galiani, allora Cappellano Maggiore,
il quale dimostronne sommo piacere, e d'allora cominciò, forse per ciò che
disegnava, a non far passar quasi settimana che non venisse a sentirlo per la
spiega in latino, com’ è costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’
incarico di far l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente, dopo d’aver
servito per quattro anni da sostituto di suo padre, ne umiliò supplica
all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima memoria, ed ottenne dalla di
Lui Real Clemenza, in virtù di favorevolissima consulta del Cappellano
Maggiore, la Cattedra in proprietà nell’anno 1740; la quale di padre in figlio
già n’ è scorso un secolo, che per Sovrana Munificenza gode sua casa, avendola
detto suo padre ottenuta nel 1696 !. Lasciando passare quest’ultima data, che,
in una supplica di poco posteriore, lo stesso Gennaro corregge in 1697 (e
avrebbe dovuto correggere in 1699), per l’esattezza storica bisogna avvertire
due /afsus memoriae, ne’ quali incorre il più che ottuagenario V. secondo; uno,
che la Orazione per l'apertura degli studi, la sua prima Orazione, fu letta da
lui non prima, ma nello stesso anno in cui ebbe la cattedra in proprietà; e
l’altro, che la cattedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne
abbiamo i documenti. Vista la buona prova fatta per quattro anni da Gennaro, e
preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo = .rr I Arch. Sta. Napoli,
Espedienti di Consiglio, fascio 837, I, 12 dicembre 1797. Questo non’ è se non
un brano, da principio, della istanza, il cui séguito darò innanzi.] Galiani
volle, al principio dell’anno accademico 17401741, regolare e assicurare la
condizione del primo nell’ Università. Dové esortare il vecchio filosofo a
presentare al sovrano la seguente supplica, che ci rimane, autografa,
nell’incartamento del relativo espediente di Consiglio: e che io pubblico per
la prima volta. È il pietoso testamento del V., che chiede di lasciare al
figliuolo quella cattedra, che, bene o male, era servita a sostertare la sua
famiglia. S. R. M. Signore, Gio. Battista V., Historiografo regio, e Professor
d’ Eloquenza ne’ Regj studj, prostrato a’ piedi della M. V., umilmente
supplicandola, l’espone come esso da quaranta e più anni ha servito e serve in
questa regia Università nella cattedra di Rettorica, col tenue soldo di cento
ducati annui!, co’quali miseramente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera
famiglia; e perché ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e
quasi oppresso da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue fatighe sofferte
soglion seco portare; e sopra tutto è stretto dalle angustie domestiche, e
dalli strapazzi dell’avversa fortuna, da’ quali sempre, ed ora più che mai,
troppo crudelmente viene malmenato; quali mali del corpo, accompagnati ed uniti
ai più potenti, quali sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno stato
affatto inabile per la vita, non potendo più trascinare il corpo già stanco, e
quasi cadente; di maniera che miseramente vive quasi inchiodato in un letto:
per la qual cosa si è venuto nella necessità di sostituire in suo luogo interinamente
nella Cattedra della Rettorica un suo figliuolo, per nome Gennaro, il quale da
più anni s’ ha indossato il peso di questa carica, ed in essa se ne disimpegna
con qualche soddisfazione del pubblico, e della gioventù; del che ne può essere
bastante pruova il mantenersi l’ istessa udienza, e l’ istesso concorso di
giovani, che esso supplicante soleva avere; e perché esso già si vede in età
cadente, e dall’angustie presenti nelle quali esso ed i suoi vivono, ne
considera e prevede le mag cm. I V. qui ricorda lo stipendio goduto per 38 dei
suoi 43 ann di servizio. giori, nelle quali la sua povera famiglia dovrà cadere
cessando esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra Real Clemenza a
volersi degnare con suo real ordine di conferire la futura sostituzione
proprietaria della mentovata Cattedra di Rettorica in persona di detto suo
figliuolo, acciocché la sua famiglia, dopo la sua mancanza, possa almeno avere
un qualche ricovero, donde in qualche maniera tener da sé lontana una brutta e
vergognosa povertà, nella quale certamente andrà a cadere; e lo riceverà dalla
Vostra Real Munificenza a grazia ut Deus 4. Dal 1737 ministro
dell’ecclesiastico era quel Gaetano Maria Brancone, persona dottissima, al dire
dei contemporanei 2, che già abbiamo incontrato in relazioni letterarie col V..
Il quale, nel 1735, nella raccolta per le nozze di don Raimondo de Sangro,
principe di Sansevero, con donna Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a
lui un sonetto, in cui malinconicamente gli diceva: Né corone, né ostro, o
gemme ed auro Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile, Rimenare il mio già
caduto aprile; Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro; Da la tremante man
cade lo stile, E de’ pensier si è chiuso il mio tesauro 3. Il Brancone
conosceva, dunque da vicino lo stato del V.. E appena avuta la supplica. si
affrettò a trasmetterla, per la consulta, al Galiani con questo decreto 4:
Ill.mo Signore, Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso Juan Bap.ta
de V. haciendo instancia que en remuneracién de sus I Arch. Sta. Napoli. R.
segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti di Consiglio, gennaio 1741, fascio
42: Cautelas de la semana de 8 por todo los 14 de Enero de 1741. ? ScHIPA, Carlo
di Borbone Opere, V, 326. 4 Dispacci dell’ Ecclesiastico.] largos y sefialados
servicios se digne conferir 4 Genaro su hijo la Cathedra de Rectoria (sic) que
està exerciendo con la aprobaci6n que es notoria por la indisposiciòén del
suplicante, me ha ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que
se le ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740. G. M. B. Galiani intanto era dovuto
tornare a Roma per le trattative del Concordato, che indi a poco si conchiuse.
Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del Brancone, scriveva e spediva la
seguente consulta, nobilissima per le cose che dice, e pel modo: S. R. M. Si è
servita V. M. con lettera della Segreteria di Stato per gli affari
ecclesiastici dei 31 del caduto mese rimettermi un memoriale di Giambattista di
V., regio istoriografo, e professor d’eloquenza ne’ regj studj: nel quale, dopo
aver esposto il suo lungo servizio renduto a’ regj studj per lo spazio di
quaranta anni coll’annuo soldo di soli cento ducati, fin a tanto che la sovrana
clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino a dugento; e le angustie della sua povera
famiglia, ch’egli prevede assai maggiori colla sua morte non molto lontana,
attesa la sua età troppo avanzata, e le malattie del corpo, che soffrisce;
supplica la M. V. che con suo regal chirografo voglia degnarsi conferire in
proprietà a Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza, che egli, facendo le
veci d’esso supplicante, esercita da qualche anno a questa parte. . Non vi è
dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista di V. è benemerito della Regia
Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto
onore; e perciò richiede la pubblica gratitudine, che gli si abbia qualche
riguardo. Il suddetto suo figliuolo Gennaro è giovine d’abilità, e
nell’esercizio della detta cattedra incontra certamente tutto l'applauso. Solo
mi dà fastidio, ch’egli nell’ istesso tempo pensi applicarsi al foro, perché il
dover frequentare la Vicaria, che richiede certamente tutto l’uomo, e fare il
professore in una cattedra d’eloquenza, che richiede profondo studio degli
autori greci e latini de’ migliori tempi; sono due mestieri, che insieme non
possono star bene, e per necessità conviene trapazzare o l’uno o l’altro, o
pure cn mt = ur € ev _ pr ne amendue. Quindi sarei di parere, quando non sembri
altrimenti al purgatissimo giudizio della M. V., che potesse il supplicante
Tendersi consolato, ogni qualunque volta però si fusse certo, che il suo
figliuolo, lasciate da parte le occupazioni forensi, fusse Per voltar tutto
l’animo suo agli studj di eloquenza, ed a quei, Che sono necessarj per riuscir
eccellente in tal non facile e stimatissima professione. Che è quanto su di ciò
ho stimato dover sottoporre alla sovrana comprensione della M. V. La Sagra
Regal Persona il Sig.r Iddio sempre più prosperìi e conservi. Roma, 6 gennaio
1741. Umilissimo Vassallo e Cappellano C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1.
Non era giunta da Roma questa consulta, che il Brancone portò, il 12 gennaio,
la supplica del V. col parere del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel
giorno, sollecitò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco della
relazione della segreteria di Stato al re =: A 12 gennaio 1741. Nel Consiglio
di Stato: Essendo il supplicante benemerito della R. Università degli Studj,
alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore, ed essendo il suo
figliuolo Gennaro giovine di abilità, e nell’esercizio della suddetta Cattedra
avendo incontrato tutto l'applauso, S. M. si è degnato conferire in proprietà a
Gennaro la suddetta Cattedra di Eloquenza, la quale egli ha esercitata facendo
le veci di suo Padre da qualche anno a questa parte. Si vede che 11 Brancone
non credette necessario assicurarsi, prima, che Gennaro averebbe abbandonato il
foro. E, quel giorno stesso, poteva far riporre tutto l’incartamento I Nell’
incartamento cit. degli Espedienti di Consiglio: Cautelas de semana 8-14, I,
1741. La minuta di questa consulta è nel vol. 4° delle Relazioni del Cappellano
maggiore, dal 6 gennaio al 26 maggio I74I (mandate da Roma alla corte di
Napoli). 2 Vedi questa relazione in Appendice I.] con la nota apposta sotto il
decreto ora riferito: ex.do en dicho dia a la sec.ria de Hazienda y al M.
Capellan M vy. Infatti recano la stessa data, del 12 gennaio, i due seguenti
dispacci del Brancone al segretario dell'azienda Giovanni Brancaccio, e
all’obispo de Puzol, cioè a Nicola de Rosa, vescovo di Pozzuoli e cappellano
maggiore interino, nell’assenza del Galiani. A Brancaccio,
Decreto: Precedente suplica que ha hecho al Rey don Juan Bap.ta de V.
Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo Don Genaro la Cathedra de
Eloquencia en la Universidad de Estudios que posee y presentemente la està
exerciendo el mismo, respecto 4 que por le edad muy adelantada en que se halla,
y por los muchos achaques que le han sobrevenido, no puede continuar 4
desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en atenci6n 4 ser el
suplicante benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus
doctas obras ha hecho honor, y par consiguiente es capaz de publica gratitud, y
assimismo et que su hijo Genaro es de mucha habilidad como lo ha manifestado de
algunos afios 4 esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra supliendo
las veces de su Padre, en conferir en propiedad por gracia especial al dicho D.
Genaro de V. la citada Cathedra de Eloquencia, con el sueldo que 4 la misma
està sefialado, en remuneraci6n de las circunstancias expresadas. Y de Real
orden lo prevengo 4 Usted por que por la Secretaria 4 su cargo se dé lo
conveniente 4 la Contadoria principal, por que execute el asiento y libramento
de dicha cathedra y sueldo, 4 favor del citado Genaro de V., y que se la
satisfaxa, como y quando et los demés cathedràticos. D. G. Pal. à 12 de Enero
1741. G. M. B.!. Al Obispo de Puzol: Ill.mo Sig. Atendiendo el Rey 4 la
supplica que le ha hecho D.n Juan Bap.ta de V. Historiografo Regio, y
Cathedratico de la Eloquencia 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre
1740-gennaio 1741), carte 131-132 £. VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 227 en la
Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la edad adelantada que
tiene, y a los muchos achaques que le han Sobrevenido, y le impiden de poder
continuar 4 esercer la dicha cathedra, como lo ha executado por lo passado con
mucho beNeficio de la misma Universidad y de los Estudiantes, se dignase
Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està presentemente desempefiando con
publica satisfaciòn; i teniendo su Mag.d al mismo tiempo consideracibn 4 que el
suplicante es benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus
doctas obras ha hecho mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud,
y assimismo et que su hijo Don Genaro es de mucha havilidad, como lo ha
manifestado de algunos afios à esta parte en el exercicio de la mencionada
Cathedra, supliendo las vezes de su Padre, se ha dignado por gracia especial
conferir en propiedad al referido D.n Genaro de V. la enunciada cathedra de
Eloquencia, con el sueldo que està sefialado 4 la misma en remuneracién de las
circunstancias expressadas; i de orden de su Mag.d lo prevengo a Usted, 4 fin
que en esta inteligencia disponga su complimiento, pues ya se ha dado lo
conveniente 4 la contaduria principal para el asiento de la Cathedra y
libramento del sueldo. Dios guarde. Palo 4 12 de Enero 1741 Ill.mo Sig.r Don
Gaetano M.a Brancone !. Questi
documenti rettificano le inesattezze in cui incorse il Villarosa, nel suo
racconto di questo passaggio della cattedra dal V. padre al V. figlio; dove
attribuisce al proprio congiunto Nicola de Rosa ? il merito di quest’ultimo
omaggio reso dallo Stato di Napoli alla gloriosa vecchiezza di G. B. V..
Dev’essere poi del Brancaccio questo altro dispaccio, di cui ho trovato copia a
capo dei pagamenti del soldo di ducati 200, per rate quadrimestrali, a Gennaro
V. dal 1752 in poi, in un Ordinario della Scrivania di razione: 1 Dispacci
dell’ Ecclesiastico, vol. cit., cc. 128 b-129 bd. 2 Nelle Aggiunte alla vita
del V., Opusc., I, 164 (ora Opere, V, 81) e nella Prefaz. allo stesso vol. p.
xv. Secondo il VILLAROSA, il vescovo di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’
istanza del V. padre. Su Magestad con Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa-
decido de los muchos achaques y aîios que tiene Don Juan Bap.ta de V.
Historiografo Regio, por cuyos motivos suplicé a su Real piedad se dignase
conferir à Don Genaro de V. su hijo la citada cathedra de la Universidad de los
estudios que sirve de algunos afios 4 esta parte por sus indisposiciones, vino
en conceder por gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro de V., en
atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con que la desempena y a los
particulares meritos de su Padre y mandé se le considerasse y pagasse el sueldo
que le correspondia desde el mismo dia 12 de Henero de 1741, en adelante al
mismo tiempo que 4 los demas cathedraticos. Nell’ Ordinario segue la nota: cuya
gracia fué con- firmada con otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de 1745 *;
cioè, dopo la morte del padre, e in perpetuo. Quando si diffuse la notizia, nel
gennaio 1741, fu anch'essa applauditissima » per Napoli. Francesco Serao
scrisse al venerando filosofo, congratulandosi vivamente che fosse toccato a un
napoletano la lode di aver promosso sì nobile e liberale provvedimento, qual
era la promozione di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude florentis-
simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli o al Brancaccio, o ad
entrambi. Ego, soggiungeva, qui unus e multis, sed minime vulgari aut
tralaticio animo, familiae tuae decora atque commoda prosequor, nullum finem
faciam plausu ac praedicatione tam illustre facinus concelebrandi : tum animus
est collegas lectissimos exci- tandi, ut de gratiarum actione, tamquam pro
publico 1 Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori pubblici 1754-1805, vol.
32, c. 23. In questa carta e nella successiva sono segnati tutti i pagamenti
fatti a Gennaro V. dal 1° dic. 1752 al 5 aprile 1783. A c. 134, ricomincia la
nota dei pagamenti al medesimo dal 6 giugno 1783 al 2 giugno 1797. A pie’ del
doc. riferito nel testo, è avvertito che il real ordine del 1741 acompafia el
Pliego de la fué Contadoria Principal del mismo (G. V.); e la conferma del 1745
acompaòia el Pliego de D.n Blas Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre
1745 firmato dal Brancone, che ricorderò più innanzi.] ‘ngentique beneficio, ad
supremos aulae proceres habenda, cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil
universae scholae honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3. Tra le
carte di Gennaro si trova anche l’orazione che egli lesse nell’occasione
dell'apertura degli studi, il primo anno che ebbe da titolare la cattedra che era
stata del padre. Trattò questo tema: Sola efficax voluntas littera- rum
studiosam iuventutem perquam doctissimam efficere dotest. Giova qui riferirne
l’esordio: Cum ego die multumque mecum animo volutassem quam difficile sit ex
hoc loco ad dicendum amplissimo verba facere, in quem nihil nisi ingenio
elaboratum et industria perfectum et perpolitum adferri oportere comperio;
dicendum est enim in hoc tam frequenti consessu tot doctissimis Antecessoribus,
am- plissimis patribus, lectissimisgue Auditoribus referto et constipato, magis
magisque huius diei subeundum periculum animus de- spondebat, cum me et dicendi
rudem et rerum omnium impe- ritum ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic
tanto oneri, quod suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem; nam cum id
diu usquequaque versassem, humeros meos prorsus per- ferre non posse
intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque meus et vestra dignitas me
quoque ab incoepto deterrebat. His tot tantisque difficultatibus jactato, quae
me ab hoc optatissimo laudis aditu prohibebant, occurrebat pietatis erga optime
de me meritum patrem officium; quum eum conspicerem senio malisque pene
absumptum, curis confectum, et adversa fortuna usque vexatum et nunc quam
maxime saeviente, corpus vix ac ne vix quidem trahere, aequum esse duxi me
labentem iam aetatem ejus aliqua ex parte substentare; atque ita quodammodo in
animum induxi meum ejus vices, quamquam deterrima comparatione, explere; etenim
erga patrem officium praetendendo, me facile temeritatis vitium effugere posse,
eaque pietatis professione, si non aliqua laude, at certe excusatione dignum
fore arbitratus sum. Cum tandem aliquando me recreavit refecitque
Munificentissimi et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in ordinarium
1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi in Opere, V, 256-7.
Antecessorum numero referri placuit 1; cum enim me hoc tanto tamque praeclaro
munere, nullo ingenii mei periculo facto, di- gnum et parem censuisset, ejus
sacratissimam mentem, qua hoc pene immensum civile corpus informat et inspirat,
et cuncta ratione et consilio recte atque ordine regit et moderatur, plus
vidisse, et meas ingenii vires, quas ego in me non sentirem melius perlustrasse
et penitius introspexisse putavi; quapropter auctus animo, Augustissimi Principis
praesertim judicio, quod mihi maximum adversus obtrectatores propugnaculum esse
poterit, hoc mihi impositum onus alacri animo suscipiendum potius, quam
deponendum censui. Il manoscritto fu riveduto dal padre, che segnò qua e là, in
margine, qualche parola da aggiungere. Così, a un certo punto, Gennaro diceva:
Nulla animi affectio homi- nis tam propria, quam curiositas, quae mihil aliud
est, quam veri quaedam investigandi cupiditas, qua cuncti rerum caussas rimando
veram rerum scientiam prosequun- tur ». E il padre aggiungeva al margine un
fiore poetico: unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ». E già, col
consiglio del padre e sulle orme di consimili orazioni di lui, Gennaro aveva
dovuto scrivere questa sua. Si scoprono, in fatti, in più luoghi i soliti
pensieri, i soliti movimenti oratorii di Giambattista. Gennaro dice ai giovani:
Ne desides et inertes supina vota concipiatis, ut vobis in sinu de coleo
decidat sapientia .... Neve imperitum hominum vulgus imitemini, qui ventri et
somno dediti, et rei familiari solum intenti, id tantum ab hac publica
sapientia mutuari oportere arbitrantur, quantum rebus bene în vita gerendis
sufficere possit ». E il padre, I Queste parole non potevano essere scritte
prima del 12 gennaio 1741. Ma l’ Orazione doveva già essere preparata dalla
metà di dicembre, perché in un angolo dell’ultima pagina (che fa da copertina
al ms.), si legge, della mano stessa di Gennaro, una fede di studi in data
Neap. Il che significa che il Brancone e il Galiani avevano già assicurato l'esito
della supplica al V..] nella solenne Orazione De mente heroica aveva detto, con
ispirazione bensì molto più alta: Ne supina vota concipiatis, ut dormientibus
vobis in sinum de coelo cadat sapientia, eius efficaci desiderio commoveamini,
improbo, invictoque labore facite vestri pericula, quid possitis .... vestras
mentes excutite; et incalescite Deo, quo Dleni estis ». Gennaro, dunque,
consolò gli anni estremi del padre, che morì il 23! gennaio 1744. Ma Gennaro
solo nel 1789 ? poté fargli murare nella chiesa dei Gerolamini, in cui era
stato seppellito, una modesta lapide, che rammenta con quello del padre il nome
della madre coniuge lectissima. Buon figliuolo ! 1 Per la data del giorno v.
Croce, in V., Opere, V, 124. 2 Non 1799, come dice, credo erroneamente, A.
RANIERI, Scritti vari, Napoli, Morano, 1879, I, 144; cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte,
in Opusc., I, 167-8. Tra le lettere di P. Napoli-Signorelli pubblicate da C. G.
MININNI nel suo vol. P. N.-S., vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc.,
Città di Castello, Lapi, 1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al
quale il N.-S. invia due iscrizioni di Gennaro V. per suo Padre » che aveva
trovate tra le proprie carte. LA CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO V. Il padre
morì, come è pur noto, nella casa sui Gradini a Santi Apostoli. E qui ancora
abitava Gennaro nel 1768 1. Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra
l’università, gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro non
si elevò mai alle speculazioni di Giambattista, ma seguì l’indirizzo umanistico
e rettorico degli studi paterni. Continuò, insomma, la men difficile tradizione
domestica. Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del padre e studiò con
pari amore le più leggiadre eleganze della lingua latina. Dev’essere stato un
ottimo insegnante della sua materia; e le idee didattiche accennate nelle sue
Orazioni inaugurali, che ci sono giunte, confermano tale giudizio. Ebbe anche
dottrina classica e acume non volgari: ma fu modestissimo, e il suo titolo
maggiore restò sempre quello di essere figliuolo di Gian Battista V.. Né egli
avrebbe ambito di più, conscio, benché confusamente, della paterna grandezza.
Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi un’ Orazione sul tema: Dissidium
linguae ab animo factum praecipuum corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul
principio di questa, accenna a un’altra Orazione, letta fere multis abhinc
annis, nella quale aveva indagato quidnam esset, quod plures omnibus in
artibus, quam in dicendo admairabiles extitissent. Ma questa non si trova tra le
sue carte. Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leggere l’
Orazione inaugurale, e fu al principio dell’anno I In una copia d’una Orazione
per le nozze di Ferdinando IV (1768) trovo segnato l’ indirizzo di Gennaro
così: A S. Apostolo il Signor D. Gennaro V.. Attaccato alla porteria ».
scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema molto affine a quello della
prima Orazione: Optima studendi ratio ab ipso studio petenda. Ma, qualche anno
prima, il 5 novembre 1768, ebbe a parlare in occasione più solenne alla
gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi IV Neap. ac Sicil. Regis et Mariae
Carolinae Austriae nupius. E queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido
volumetto nel 1775, amicis summo opere adnitentibus, siccome attesta, nel suo
parere, il revisore civile 1, E veramente in quelle occasioni il buon Gennaro
sì fece onore. Lo stesso revisore ricorda che le due Orazioni erano state lette
tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, era un professore di
teologia, ne giudicava così: In e:s tantum nitoris ac dignitatis, totque
Latialis eloquir veneres ubique emicant, ut cas numquam satis laudare quiverim,
mihi si linguae centum sint, oraque centum. Sane parentem ejus doctissimum, Jo.
Baptistam Vicum, immortalis memoriae virum, latine loquentem audire jam videor.
Adeo verum plerumque illud est : Fortes creantur fortibus et bonis » 2. Il
Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745, aveva stabilito la
dotazione fissa di ciascuna cattedra, lasciando quella di eloquenza latina con 200
ducati 3. I L'opuscolo ha questo frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap.
ac Sicil. regis et Mariae Carolinae Austriae oratio a JANUARIO V. Regio
Eloquentiae Professore, ad studiosam Juventutem in R. Neapolitana Academia
solemniter habita Non. Ma l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a p. LI; e
da p. LI a p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, ad
studiosam juventutem habita. La data di pubblicazione risulta dall'ordine dell’
imprimatur (p. LxxxIv), in data 29 settembre 1775. i 2 Il parere di questo
revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del 30 agosto 1775. 3 Vedi il
Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi del Regno di Napoli di AL. DE
SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV,41-42. Ma Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca
elevò la dotazione complessiva dell’ Università da ‘7000, qual’era rimasta fin
dal ’45, a duc. 12613,99. Si accrebbero quindi gli stipendi dei professori. E
della cattedra di Gennaro, chiamata ora di Rettorica e poetica, nel nuovo piano
che 11 marchese della Sambuca comunicò al ministro dell’ecclesiastico con
dispaccio del 26 settembre 1777 !, è detto: Questa Cattedra nella Università
gode ora ducati 200, insegnando sette mesi dell’anno la sola Rettorica. Si
accresce fino a ducati 300, con l'obbligo però d’insegnare per tutto l’anno, a
riserva del mese di ottobre, anche la Poetica » =. Fu duro a Gennaro V.,
passati i 62 anni, restare a insegnare tutta l’estate, rinunziando per
quell'aumento di soldo, a tre mesi di vacanza 3! Ce lo farà dire egli stesso,
tra poco, in una relazione del Cappellano maggiore su certa sua istanza al re,
che riporteremo più innanzi. Ma ad alleggerirgli il peso, nel giugno successivo
(1778), quando appunto, negli anni precedenti, soleva smettere le sue lezioni,
venne a incorarlo un altro segno della regia benevolenza. È noto il dispaccio
del marchese della Sambuca del 22 giugno 1778 4, per cui fu creata la RR.
Accademia delle il testo originale di esso è tra i Dispacci del GATTA, parte
II, t. III, 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli stipendi dei singoli
insegnanti, a cominciare da quello di Biagio Troisi di duc. 800. Ivi a p. 454:
Eloquencia latina que se lee por le Dotor Don Gennaro V., dos cientos ducados
». I Vedilo in DE SARIIs,
lib. X, tit. IV,51-3. Cfr. anche AMoDEO (Rif. universitarie,25, 55) il quale
ignora che questi docc. erano stati pubblicati dal De Sariis, fin dal 1796. 2
Il DE SARIS, ha per isbaglio: Pratica. 3 Fino al 1777 il Calendario di Corte
chiama la cattedra di G. V.: Rettorica. In quello del 1777 (p. 68) si comincia
a dire: Rettorica e poetica. Non è esatto quel che dice sul proposito l’AMODEO,
Riforme,24-5 4 Ristampato dal Minieri Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite
nella città di Napoli, in Arch. stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pubblicato
dal DE SARIIS, lib. X, tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut dell'Accademia nel
t. XIII della Nuova Collez. delle Prammatiche del Regno di Napoli del
GiusTINIANI (Napoli, Stamp. Simoniana, 1805), scienze e belle lettere. L’
Accademia veniva compartita in quattro classi: due per le scienze, Matematica e
Fisica, e due per le lettere: Storia ed erudizione antica e Storia ed
erudizione dei mezzi tempi. Si nominava il presidente, il vice-presidente e un
segretario per ciascuno dei due rami dell’ Accademia; infine, quattro
accademici pensionari ( coll’assegnamento ad ognuno di essi di annui ducati
sessanta »), uno per classe: per la Storia ed erudizione antica, don Gennaro V.
». Presidente, vice-presidente segretari e questi primi quattro accademici
dovevano riunirsi per formare il piano e le regole dell’ Accademia », proporre
il numerc degli accademici pensionari e onorari, e i soggetti per occuparne le
piazze, con riferirsi tutto al Re per la sovrana approvazione ». L’annunzio si
dice destasse in Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare sì meravigliasse
dell’onore segnalato che riceveva Gennaro V.. Certo, egli doveva essere ben
veduto dalla Corte; ma, tra per i suoi meriti personali, e tra per un certo
riflesso della gloria paterna, che veniva affermandosi ogni giorno più saldamente,
doveva essere stimato ed amato anche dagli studiosi. Gli statuti, a cui lo
stesso Gennaro collaborò, furono approvati dal Re con dispaccio del Beccadelli
del 30 settembre di quello stesso anno. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite, tutte
e due al BELTRANI, nella sua memoria, del resto assai diligente, La R. Acc. di
Scienze e belle lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti dell’Accademia
Pontaniana vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62) che il Minieri-Riccio
pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla pubblicazione del MinieriRiccio
il Beltrani non poté intendere il vero carattere del doc., che egli prende per
una semplice /ettera del marchese della Sambuca al principe di Francavilla,
maggiordomo reale (p. 3); laddove si tratta d’un regolare dispaccio di
segreteria, ossia della ordinaria forma ufficiale onde erano annunziate tutte
le determinazioni reali. Su quell’accademia vedere anche F. NICOLINI, in
GALIANI, Dialetto napoletano, Napoli, Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3. I Sono
pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc., t. XIII,58
sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle scienze e delle belle
lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana Munificenza, Stamp. Reale, 1780. Ivi è
anche il lungo elenco dei soci. Facevasi obbligo agli accademici pensionari
d’intervenire a tutte le private e pubbliche assemblee », e di non allontanarsi
dalla capitale, senza averne prima ottenuto in iscritto l'autentica permissione
del presidente ». Infine, si stabiliva: Ogni accademico pensionario sarà
nell’obbligo indispensabile di comporre in ogni anno una memoria su
quell’argomento, che egli, a propria elezione, scerrà dalla serie degli
argomenti dei lavori scientifici annuali ». Giacché non era riconosciuto ai
singoli soci il diritto di scrivere su qualunque soggetto; ma sì di presentare
ogni anno in iscritto un breve parere sul metodo, sugli argomenti e sulla
qualità de’ lavori letterari e scientifici, che potrebbero per tutto il resto
dell’anno in ogni Classe eseguirsi ». Tutti i pareri poi dovevano essere
esaminati da una Deputazione di uomini savi e intelligenti », nominata, per
ciascuna classe, dal presidente, che, com'era stato ordinato nel dispaccio del
22 giugno, sarebbe stato sempre il maggiordomo maggiore di S. M. Gennaro fu
messo a capo della classe di Erudizione e storia antica, che, nel dispaccio
posteriore del 19 gennaio 1783, fu detta di Alta antichità *. | Nel 1788, uscì
il primo ed unico volume degli Atti di quest’ Accademia, contenente gli atti
dalla fondazione sino all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del V. 3; ma il
segretario, Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso istorico preliminare,
esponendo i lavori eseguiti dall’ Acca- [In questo dispaccio (MINIERI-Riccio,
in Arch. Stor. Nap., V. 587), si ordinava ai pensionari di non astenersi senza
il real permesso dal presentare ogni anno una memoria. Non potendo, si
domandasse la grazia di passare tra gli onorari. 2 Atti della R. Acc. delle
scienze e belle lettere di Napoli, Napoli, Don. Campo, 1788, diXCVIII-374 in -4°,
con 18 tavole. 3 Né di altri soci del ramo letterario, salvo una di Dom.
Diodati (della 4® classe, Mezzana Antichità), letta nel 1784 e nel 1786:
Illustrazione delle monete che si mominano nelle Costituzioni delle Due Sicili.
(pp. 313-370). demia in quel primo decennio, ricorda anche la parte di Gennaro:
L'eruditissimo accademico pensionario della III classe don Gennaro V., degno
figliuolo dell’ immortale autore dei Principit di una Scienza Nuova e suo
successore nella cattedra di Eloquenza nel Liceo Napolitano, prese in una
dissertazione con piena erudizione e fina critica ad illustrar Pompei, celebre
città della Campania, sepolta da diciassette secoli dalle ceneri del Vesuvio.
Non ebbe per oggetto di adornar alcune delle discoperte parti di essa, ma di
considerarla col solo lume degli antichi scrittori e di rilevarne le vicende.
Saggio e modesto quanto sagace osservatore, lontano da ogni ambizione di
produrre cosa nuova in un argomento venerabile per la sua antichità, egli
conseguì la rara lode di saper raccogliere con giudizio e disporre e combinare
insieme con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi barlumi
lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di apportar
somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite ricerche !. E ne riporta
un largo sunto ?, compilato con le parole stesse dell’autore, come risulta dal
confronto con l’originale manoscritto, conservato tra le carte Villarosa.
Codesta memoria il Signorelli assegna agli anni anteriori al 1783, anno dei
terremoti delle Calabrie e di Messina, che diedero occasione a speciali
indagini e studi dell’ Accademia 3. Un'altra memoria del V. ricorda poi, letta
nel 1787, sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si attendeva la
continuazione, per pubblicarla nel volume seguente, che non venne più. Questa
memoria era stata preparata da Gennaro con grandissima cura, come apparisce da
molti appunti, che sono tra le sue carte. Dove pure si trova un buon tratto
della medesima, col titolo: Dissertazione sull’ origine, dominio, legislazione,
governo, AttiLXII sgg. ® Pagg. LXIII-LXX. 3 Vedi su ciò la cit. memoria del
BELTRANI. ed uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna Grecia di G.
V. Parte I: Dell’origine della Repubblica di Locri ®. Ma altro dové scrivere per
l'Accademia, anche dopo il 1787; e lo stesso Napoli-Signoi:elli, lodando
altrove il medico Silvestro Finamore di Lanciano d'una memoria sulle antichità
lancianesi mandata all'Accademia in forma d’una serie di questioni, accenna ai
dottissimi giudizi portati su di essa da due nostri valorosi accademici, il
giureconsulto Domenico Diodati ed il regio professor di eloquenza Gennaro V. »;
il quale prende per mano tutti i punti additati nella memoria, e ne illustra
buona parte in quanto gli permette quel periodo tenebroso; e certamente il di
lui esame merita (se pure torni un tempo che ci si conceda ?) che si renda di
pubblica ragione » 3. Quel tempo non tornò più: ma della relazione del V. sulla
memoria del Finamore ci resta una copia di mano del marchese di Villarosa,
insieme con una lettera del 22 giugno 1804 del Finamore, che, avuto sentore,
per la notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione, e non sperando di
vederla presto pubblicata, prega Gennaro V., con cui era entrato in relazione
epistolare, di volergliela comunicare manoscritta *. E altro fors’'anco
scrisse, di cui non ci resta notizia, per l'Accademia. Certo, quest'occasione a
lavori di erudizione storica troppo tardi sorse nella vita di Gennaro, perché
egli fosse ancora in tempo di produrre molti e notevoli frutti. Il suo genere
erano sempre state, come vedremo, ora I Non resta una copia completa, né anche
della parte I; invece, della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono tre
esemplari, fra cui due autografi. ? Per le angustie finanziarie in cui si trovò
l'Accademia, vedi BELTRANI, La RR. Acc. ecc. 3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di
Ferdinando IV adombrato în tre volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381.
I Vedila in Appendice I] zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante
espressione, la frase classica pura: non era andato più oltre. Il suo mondo,
sempre, quel circolo chiuso de’ professori e degli eruditi. Tra i ricordi della
sua lunga vita neppure un alito di affetti domestici. Si trae un largo respiro,
svolgendo le sue carte muffite, quando, finalmente, s'incontra la seguente
lettera, che ci dà al viso quasi un soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di
don Gennaro, forse per una cortesia usatagli dal marchese di Campolattaro.
Dalla cui villa immagino Gennaro scrivesse alla marchesa: Godo immensamente in
sentirvi tutti bene: et infinitamente ringrazio V. S., il Marchesino e don
Andrea della memoria, che avete di me; e le dico che desidererei poter meglio
meritare le cortesie che ricevo. Quelle pere che le mandai, furono da me
raccolte per terra, e come che alla giornata cadono immature, essendone io ora
incaricato, voglio che V. E. ed il Marchesino le vedano; ed intanto le mandai,
perché le avesse riposte, avendomi detto Giovanni che, accadendo l’ istesso
alle sue, egli le ripone perché col tempo vengono alla maturità, sapendo bene
che queste pere d’ inverno anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre
mi dichiaro non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di tutte l’
EE. VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che il Marchesino non
misurasse me alla sua misura, e che si facesse carico della gran disparità
della condizione e dello stato suo e mio, ed ancora della mia corte
compendiosissima; perché una brieve anticipazione porta, che, se non posso far
quel che devo, almeno fo quel che posso. Onde tanto Lui quanto V. E. faccino
conto di tener qui un fattore di campagna: basta che si diano la pena di
mandarmi l’ordine, per far conoscere il piacere di eseguirlo. Poiché state
colla falsa prevenzione che, favorendomi con anticipazione, io mi metta in
cerimonie (veramente vi feci truovar archi e trofei!) per toglier ogni briga, e
per aver l’onore [dei] vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col
contentarmi che la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento
da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex nunc pro hinc
ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria e declinatoria di foro, la
quale è del tenore seguente, videlicet: Dichiaro e mi obbligo etiam cum juramento
quatenus opus, che, anticipandomi l’avviso de’ vostri favori, io sia tenuto
farvi truovare non più né meno né altro di quello che è mio ordinario mangiare,
intendendosi d’anticipazione a solo fine che non restiamo tutti digiuni !.
Intorno al 1790, a cagione di grave infermità sopravvenutagli, Gennaro V. fu
costretto a smettere il suo insegnamento. Non potendo più leggere la memoria
d’obbligo all'Accademia, perdette, non saprei dir quando, anche quel posto. E
si preparò al triste tramonto. Dissi sopra * che, nel 1797, rivolse una
supplica a Ferdinando IV, per esporgli il suo misero stato, e chiedere un
sussidio. Dopo il tratto già riferito, il vecchio V. continuava a raccontare di
sé: Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor cistico, che da tanti anni
aveva alla gola, con un fiume perenne di sangue, che per cinque mesi lo tenne
inchiodato in un fondo di letto, disperato da’ medici, il fu don Nicola
Frongillo, degnissimo Lettore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli
proibì, che non avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe
corso evidente pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene I La lettera
nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né intestazione; ma nello
stesso foglio, a riscontro della minuta della lettera, sono due abbozzi, pure
di mano di Gennaro, della seguente epigrafe: Villam hanc suburbanam breve otii
negotiique confinium atîris salubritate laxiorisque amoenitate prospectus
facile principem N. Blanch Campilactaris Marchio sibi emptam sibi auctam atque
ad ingeniosissimam Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’ Borboni, e
confidava implorando un generoso sussidio dalla munificenza reale. Ma pare che
la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare
l’istanza, abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel
1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione del
1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza di F. de
Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu, com’ è noto,
afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto impiegato e stimato
nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ». Così D. MARINELLI,
Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il sonetto scritto dal
Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei Calendari di corte, da me
veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare mai il nome del Falconieri
come sostituto del V.. Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva perciò
essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo
fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un motivo
personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella sentenza
della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli avvenimenti del 1799 melle
Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per servire alla Storia di
Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe addebitategli dalla
Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani per la Repubblica ». Fu
infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del
1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana
del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo
Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano, 1903, p. 17. Del Falconieri
vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti della
libertà e della patria uccisi dal carnefice, VICHIANI viando tutta la parte
della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i termini
stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo giunto all’età di 82 anni, indebolito
da tutti que’ mali, che ne sono l’ indispensabile conseguenza; ed ammirando
alla giornata la somma Munificenza della M. V. verso di tutti, per cui tanto si
assomiglia al Beneficentissimo Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché
non v’è chi per qualche suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono,
Fonte inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi
la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne
previene li voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante
ben due volte l’ ha sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la
Real Accademia delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta
Antichità, Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale
Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze
S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si
degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual
invidiabilissimo onore per l’eccezione della sua cagionevole salute, per cui
doveva spesso, e lungo tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro
Fonte basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a
larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in
se stesso, in quanta maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando
in mano la chiave delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita
esso vi è ricorso: la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e
ritornossene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al
Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un
generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente
età, in cui ha bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre
luttare coll’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia,
ut Deus. I In questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima
volta, aveva detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo
e gli altri docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono
tolti dagli Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch.
Sta. Napoli). In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccleslastico
fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: 25 febbraio
1797. Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica
stessa dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua
consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del V., aggiungeva: Poiché la
M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che
informi, e manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e
noti i lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente
dal padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio supplicante
don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università
degli Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù.
Sono ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso
supplicante don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo
corso di circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un
tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere
ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M. conferirgli
una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che
stimi più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la
vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo =
L. Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro,
accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto
Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel
febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha
notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre
1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio,
forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di
Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli,
Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappellano, fu presentata
al re, che era a Foggia, e dispose che gli si proponga questo espediente al suo
felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla
pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni
accordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il
soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano
maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797. Qual differenza
dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di
Giambattista V. ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra
relazione al Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo presente,
riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha
ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono
alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate
pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60
anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già
sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza
interruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla
seconda parte, debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista
V., il quale illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col
soldo di soli docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a
docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V.
ordinò che l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche
Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo,
Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I
Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). al
Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di
quelle, che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento
di fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già
servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i
lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta
l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a
dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di
séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V.
M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità
colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli
emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che
per la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del
Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi,
della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo
sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti
docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra
Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo Vassallo = L.
Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26
agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V. sì desse la
giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E
il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario
dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al principe d’
Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si ordinò tosto il concorso
per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in proposito
una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che fosse
allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. Il
Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Rettorica per
la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di V., e
si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale
Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che
dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a
norma de’ Sovrani ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del
proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la
quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla
gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don
Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario
arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’ insegnare le
Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si
eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma
soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare
questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità
nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume
irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono:
e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede
al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione
necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V.
M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac.
don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di
Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che non sia provvista del
professore in esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza
poter pretendere né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre
1797 !. A Gennaro V. però dispiacque la giubilazione, e più una notevole
perdita che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in
pensione gli avrebbe arrecata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il
quale, I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non ebbe se non
questa dura risposta, segnata in margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre
1797. Il re è fermo nella presa risoluzione. Ma V. non si perdé d’animo, e
rinnovò il ricorso, con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss.
R. M. Signore, Gennaro V., pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia
Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente
le rappresenta, che essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real
Carta de’ 9 del caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione coll’intiero
soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti: esso supplicante si dà lo
spirito di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione
è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo
intiero, che la M. V. si è degnata concederli: onde la supplica a volersi
compiacere di accordargli l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto,
secondando in questo la generosa inclinazione del Real Animo Vostro di
beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento
delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige
l’altra mettà. Egli si augura che la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica
era una specie di baccellierato. La Prammatica del conte di Lemos del 1616,
parte III, tit. II, art. I dice: Ordiniamo e comandiamo che niuno studente
grammatico possa passare ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima
essere stato esaminato per lo cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale
a quello che approverà per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua
mano, nella quale dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla
facoltà che domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia altro modo,
non guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin a tanto che non sarà
esaminato ». L'art. 4 stabilisce che per questo esame lo studente, sia
approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore mezzo carlino ». Cfr. ora N.
CORTESE in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su quel
che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi intender l’
istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito distribuirsi alli Lettori
più emeriti, dimenticato nella sua prima supplica; e questo anche è decimato,
esigendone duc. 38. Il che fa crescere la somma del compenso accordatogli dalla
Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi
ricorre a’ piedi della M. V., che è quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle
Beneficenze, ed umilmente la supplica, a volersi degnare fargli godere
l’intiero soldo immune da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora
esentarne il compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti
annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba ripeterlo.
Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed esige in essi
emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli
duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual caso potrebbe la M. V.
degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da
decima, e da ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque detrazione
nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore: confidando
di tutto conseguire dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in
considerazione di un povero suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni
servito; e tutto riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come sopra.
Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18
novembre ‘97: Il C. M. s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo
presente l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ». Il
cappellano maggiore rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui
premette la storia della lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don
Gennaro V., con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo
è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli
si faccia godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla
Cattedra di Rettorica è privativamente annesso l’emolumento delle fedi di
Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che anche il soprasoldo Roma,
1883,264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre
opere letterarie, che sono indicate dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi
unito a questa supplica un breve rapporto della Segreteria, con cui la supplica
doveva esser sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui
avrebbe dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è
traccia. 242 STUDI che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38,
onde fa ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora
dovesse lasciare i detti emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al
soldo di detti D.ti 300, formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la
grazia di ordinarsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti
da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra
detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore.Debbo
inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro V., essendosi a me
presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe desiderato il solo
domandato sussidio senza la giubilazione; affinché gli fosse continuato l’onore
di pubblico Regio Professore fino alla morte. Quindi sommetto
io alla sovrana intelligenza, che l’emolumento delle fedi di Rettorica non si è
dimezzato al supplicante don Gennaro V., se non che per la condizione de’
tempi, in cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea
dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di novello
Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali fedi,
giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non potrebbe
sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro V.
continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui
D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto
compenso per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta
antichità dell’ Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e
negli emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di
annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è
offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo o riconoscenza
veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la sostituzione nella
stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino a che non fosse
provvista di proprietario in esito del concorso ordinato; essendo detto
Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore, ma noto
eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di
attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del
ricorrente don Gennaro V., non vi ha dubbio, che sia stato un effetto
della vostra Sovrana Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi,
considerando il lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli
ama di proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore
di Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha perduto,
così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno amore il
risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e continui
ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza
alcuna, come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio
lungamente conservi e sempre prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di
V. M. = Napoli 25 novembre 1797 = L. Arciv. di Colosso. Allora, il
12 dicembre 1797, il re prese la seguente decisione: Il Re,
prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore
di Rettorica don Gennaro V., permette, che lo stesso rimanga nella
Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al
medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua
pensione di ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della
decima. Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che,
rispetto al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i
suoi R.li ordini. Resti accordato per sostituto il proposto
don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò
se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a
19. Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e
che tutta la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini,
adunque, dové prima assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti;
che gli vennero con questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta
della Suprema particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre,
avendo rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna
nota o indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal
Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ Regj
Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e
Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del
viglietto de’ 2 del suddetto Dicembre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe
di Castelcicala Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini
poté dare questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al
Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando
al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il
decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e
pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico
Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella
cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel
tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana
beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul
Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real
Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di
essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo,
19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel
Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto
al nome di Gennaro V. sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I
Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In
vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V.
Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc.
Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Seguono ivi i
pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d
sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5 dicembre 1805. In pari
data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’
Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di
razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a
Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli
anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero
pensare che fino alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo:
Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, ad occupar la cattedra di
Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro
V. era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli
mostrato non volgar valore, come ordinario professore, nel 1806 meritò di
ottenerla » 1. Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V.,
don Nicola Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del
liceo arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie
furono inaugurate nel chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al
Gesù Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai
Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita
in aedibus Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV
5. dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12
leggesi anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I
Elogio di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria
del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del
metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti poetici,
Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad.
gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche lui della nomina di
sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della nomina d’ordinario nel
1806 per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche
RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO
GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un
Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in
Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo,
Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli,
1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita
civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL FIGLIO DI V.
Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la
solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci
insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo
ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam
offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo,
non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito
V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5
dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel qual
anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte,
riordinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sopprimeva varie cattedre
fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori proprietari
delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubilazione
» 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la giubilazione a
ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre
soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva bensì, come
vedremo, una cattedra di Eloquenza antica e moderna ». Ma appunto a questa un
decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola Ciampitti. V., adunque,
morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi sopra p. 251 n. 2. 3
IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro, che fu pubblicato il 19
agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due giorni prima. 4 V. Collez.
degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic.
1806, Napoli, Stamp. Simoniana,384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez.
delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati nel già
Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg. 5 Collez. degli
editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art.
biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il
Ritratto » di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL SUO INSEGNAMENTO Quando
Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’ Origine della repubblica
di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo De Martino
(1702-1794), l'elegante traduttore in esametri latini del Tempio di Cnido del
Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum
Penthecatosticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere erudite, come i
commentari Ad sex primorum Caesarum genealogicam arborem, pubblicati. L’ab. De
Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?, salsus
attice doctissimus eloquio lepidissimus colloquio 3, fu ispirato dalla sua
facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti versi, che rimangono tra le
carte di questo, nella pressoché illeggibile scrittura 4 dell’autore: non
indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di V.
da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 invece del 1818. Dice che
Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno
dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di una Oratio ibid.
(sc. in R. Neapolit. Acad.) în solemni studior. instauratione, An. 1768; che è
l’ Orazione Optima studendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis
Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti
poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu pubblicata a
Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum
amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel
Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p.
190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Martini,
il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba in vecchie
membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla vena ovidiana ». 4
Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato age AL = _ E Ri ©
n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem quis te virtutis jam
paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo fortuna digni meliore,
sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans Apenninos, Alpes
gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis erit. Ad eundem pro
Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos, Et nitido
praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc bobus abactis
Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe
theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum, tristi
sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam foedum vidit
quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos ungues scalptum
caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad eundem pro
Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam studium,
vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae regio
Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic Locros
memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, «
amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo scritti
col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla
leggenda menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno
(II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di Pompei]
pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem
(Postilla del De M.). Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano
Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem;
mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ?
Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique
addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche
nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro V. insieme col
padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo
per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo
natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione
degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali pel De Martino stava
Gennaro patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note,
aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque
eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram meritissimus patris
successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I
Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua
Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori
antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero
mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al
quale Gennaro V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe
informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi
ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e
vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi
abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini
potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Simoniana, 1789, 17 e 48;
cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del V. e sul vichianismo, in
Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora
era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non
in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse
quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera
del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte
Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V.,
eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis : Desine, Vice,
meum lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et
assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes
magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri
undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla
risposta in prosa che egli fece ai distici del De Martino, e che non vale certo
meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius
Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi
comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu
pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D.
Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino Marchese
di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è
stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di
Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione
dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia
fu scritta. Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata virtus
cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus
decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me
ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot
tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua
molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe
absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore
egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et
sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas
suscipio, in quibus cum sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato
emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere
audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam,
quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo
lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim,
te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum
aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’
sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum
pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impudens videar, quidvis,
potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola
duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et
pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita
canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me
opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis
modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave
quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus
incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria,
sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi
(1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto
giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro (inedita), che è
lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57. 2 Le due Orazioni stampate:
In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. homines morosi et difficiles ut
nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo
quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere
cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud me
plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare
desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum
tuarum: pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique
eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone:
da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium
egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem
atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria
poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori
inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo
jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam
suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis:
tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum:
aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctissimae
monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo
quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes
curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi
non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e
non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci
assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa
pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa
lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle
Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è
ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza
tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra una
conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe
chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato
questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. V. De
nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica
si permetteva di criticare l’indirizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di
additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse
ammonirlo: Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt,
disserenda suscipere ? » e rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea
multum eloquentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc
studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias
artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere
ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de
ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni
doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid
aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate copioseque et ad sensum
communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institutiones oratoriae, che V.
dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum
maxime necessarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del
suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli non ragionò mai delle cose
dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza
altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella
che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre
attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL FIGLIO DI
V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl
corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E
che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del
figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab
animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento
dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto
allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species
ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e
giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima
che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia
proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni,
aveva detto: Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est.
Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque
evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem
praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus
maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in
eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la
fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod,
inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium
tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores
extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam
definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae nonnisi
cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne
nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione
dicendi, haec ab homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti inediti,
Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata, verbis
designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi sive
natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque
aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus
adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis
fontibus hauriuntur, tantum incrementum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio,
quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum,
ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an
funditus everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai
moderni l’intelligenza degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile
anzi, che gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu
figlio del sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis
inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non
animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam, ut nihil
fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum, nihilque
in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio,
secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa
della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in segna: Non enim
tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec
ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse
subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere,
quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi
ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi
proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum
oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse,
et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo
acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua
versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista
artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae
studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda
occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e
maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse
contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam,
in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus
laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil
omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incommodum, haec
gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula
juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo
solida omnis et generosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere
conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia
reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re
subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo
atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut
ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire
dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della
filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti
verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa
conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo
alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum
desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus
exharuit. Gennaro V. si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo
che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso
dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est,
quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae,
etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam
suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia
etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit:
atque adeo si, quod isti ipsi celeri lingua et exercitata operarii fatentur,
verum est, quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt,
satis esse eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis
scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas
inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam
gignit: quonam pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari
liceat, atque ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de
quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab angustis
ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplissimum generum campum
causam educere, nisi res subsit ab oratore percepta penitusque cognita ? V.,
quindi, si fermava a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria
presuppongano la conoscenza delle parti principali della filosofia, per
conchiudere anche lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi
copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’insegnava allor nell’
Università di Napoli una filosofia capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B.
V., nel 1711, aveva detto: Per ciò che riguarda la filosofia; come anticamente
né la dottrina degli epicurei, né degli stoici era utile all’eloquenza (quando
gli epicurei della nuda e semplice esposizione delle cose si contentavano, e
gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso
spirito ha di generoso, infrangeano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne
denudavan le ossa disciolte per soprappiù di lor giunture); così oggi né la
cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie:
questi perché disadorni e rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in
tanto, che io stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur
coltivasi diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi
principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore alcuno,
senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già
dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon
figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo uditorio accademico:
Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum
eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed
tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis
instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, moralem
penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio,
ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori
arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica
doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit
veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non
vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare
di scorgere una reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo
della seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come
tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di conseguire la scienza di questo
mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo
civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la
scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso.
Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro
segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho citato la trad. del
Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus, etsi eum in sapientum numero!
censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero
quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices essent, apud quos verba
faciat, reum pro quo loquatur, Senatum, in quo sit dicenda sententia, non
liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto
ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum
esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane
fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo
illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod,
nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius,
frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes
prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles
et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quodam oratorio (?) non immerito
laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in
vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per
Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia
platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi:
e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come
mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex
seipsis vera invenire conarentur, secondo il principio socratico: neque
scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3.
Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi,
Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine
del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms.
è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del
padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica
platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai
dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che
riservava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate
doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam
constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum
detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in
iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circumfusa jacuerunt.
Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si
lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in
Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di
scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe
Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo ::
Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime,
innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua
me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me
benevolentiae documentum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te
elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro
sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo
angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare
non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et
sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis
moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem,
solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani
maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Napoli,
Coda, 1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto.
Nella Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in
SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe
da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe
essere scritta questa lettera del V.. nostrae religionis praecepta, omniumque
Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes
verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis
immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet?
Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam
suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem
conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc
dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic
praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito
parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem
dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et
suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum
enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita
haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras
nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia
moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset.
Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis proferre audeo,
grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium,
et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul
Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis
incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc
tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis
liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem
utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et
observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo vedi l’
Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789)
del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg. 2 Nella minuta:
demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando
si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né
gli auguri pel buon viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno
della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra
l’agosto e l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior
larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai,
nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina (1768),
giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le
nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini
di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto
che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte
del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve
ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e
in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma,
senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle
secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un
concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante della storia
napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della
costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim
unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc
annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium
imperio subjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum,
Neapolitanorumque cervices diuturno externae dominationis servitio suetas
suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze
storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a
cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare
un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui
esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana ratione
fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine
rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili
imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei
soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio
all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido
acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut
haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale
ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste
efficaci parole: Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus
nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis
res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo
otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus ».
Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il ricordo dei fatti
militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don Carlo
fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il giubilo
della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e private del
re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il
riordinamento della magistratura, e poi la restituzione della Università nel
Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato con un'epigrafe
da G. B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di quelle
feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un documento
interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di Napoli
pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter praecipua pacis ornamenta,
quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non ignaro bonarum
artium disciplinas rerum humanarum esse moderatrices) quam Musis, regno suo
passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui
provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e caratteristica
dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione
del S. Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum
comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum, quae pacis et
tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum totius ferme
Europae magnificentissimum tanto temporis spatio excitavit, quantum vix ad opus
designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori per la Strada Nuova
verso Porta del Carmine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del
Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal Mazzocchi 2, Gennaro dice:
Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata civium
commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit, pontibus
continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc equisque
pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc rotas pati,
perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra etiam duci videmus
? Quid
jactis molibus super contractum mare productae civium inambulationes, et
tutissimum navium receptui portum effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo
dei poveri, cominciata nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede
errabundis, vixque precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum
domicilium nitidius elegantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di
G. B. V. nel ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’
importante articolo di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli
nobilissima, vol. XIII, 1904, 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p.
cxxx; CROCE, I teatri di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA,
o. c., p. 28I. è D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr.
SCHIPA.] Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo
compellerentur imae plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati
dehonestamento essent. E delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid
tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina,
amplitudine, elegantia, amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de
operum magnitudine jure contendere audeamus. E della cascata di Caserta:
Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent, per vetitum ruens,
caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam fando audivit per aérem volitantia
sua natura reptantia filumina ? altissimis jugis profundissimae aequatae
valles, perfossi montes, ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae Villae
sublimis invectus. Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania opera, templa,
theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem admirandaque, quorum
rudera adhuc extantia animos omnium stupore defigunt, rerum tamen naturam non
est supergressa; at rerum ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum
ipsum moliri, nobis concedere cogatur. E gli arazzi di Parma e le porcellane di
Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un accenno anche per queste arti fiorite in
quel felice periodo della storia napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut
advectis, aut perfectis dicam ? Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera
cuncta consulto praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque studio
Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, perspicuitate cum
Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile
contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA,
0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di
porcellane in Capodimonte durante il regno di Carlo Borbone, e La v. fabbrica
di porcellane in Napoli durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss.,
III (1894), 131-8, 182-7. Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato
dall’estro encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta non fu per
Carlo maggiore che non fosse per la città quella di essere scoperta da Carlo; e
che certo essa aveva desiderato di starsene diciassette secoli sotterra per
aspettare tanto scopritore ! Res natura occultas et latentes indagare quoque et
inquirere curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae
viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum patefecerit, quod tamdiu
fortasse obrutum jacere optavit, ut a regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum
minus a Principis gloria lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere
videretur. Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine
anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis,
tanquam antiquitatis miraculum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché
Carlo non s’è accinto anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi
risponde Gennaro con classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed
ammonimento, ut ejus gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram
Ferdinando filio, regi nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche
l’ordine di S. Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato:
Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret,
amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, maximorum praemium meritorum ?.
Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi
SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che
ho citati, vedi In regiis, XVI-XX. elegantiam compositam instructamque genio
suo comparavit. Mi par ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu scritta
la lettera, cioè nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello
(Capodimonte).] aperto. Nel principio del suo male, per non far mancanza, stabilì
per suo Sostituto il Sacerdote secolare don Ignazio Falconieri 1, conosciuto
per le sue opere. Lo partecipò tosto a monsignor Cappellano Maggiore, per
averne il permesso, il quale molto ne commendò la scelta; sempre però che la M.
V. si degni di confermarla. Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione,
dovendolo il supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle angustissime
sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro appoggio, che quello della
Vostra Real Munificenza. Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’
Borboni, e confidava implorando un generoso sussidio dalla munificenza reale.
Ma pare che la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti
di rinnovare l’istanza, abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la
prima volta nel 1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto
un'edizione del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La
giovinezza di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri,
fu, com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto
impiegato e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ».
Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il
sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei
Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare
mai il nome del Falconieri come sostituto del V.. Questi vi figura sempre come
insegnante. Doveva perciò essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che
il modo, in cui fu messo fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato
pel Falconieri un motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è
ricordato nella sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli
avvenimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per
servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe
addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani per la
Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione
napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per
l’organizzazione repubblicana del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco:
SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano,
1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli
italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, VICHIANI
viando tutta la parte della prima supplica, che abbiamo riferita: e
conservando, nel resto, i termini stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo
giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’
indispensabile conseguenza; ed ammirando alla giornata la somma Munificenza
della M. V. verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo
Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche suo
onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte inesausto di
Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi la M. V. è talmente
trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne previene li voti, e ne
risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante ben due volte l’ ha
sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la Real Accademia
delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta Antichità, Greca e
Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale Accademia è divisa:
dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze S. A. R. il
principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo
per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore
per l’eccezione della sua cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo
tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte basta che sappia
su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a larga mano versa le sue
Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in se stesso, in quanta
maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano la chiave
delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso: la
prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornossene supra vota
pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al Trono di V. M., che ne
siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un generoso sussidio dalla
Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente età, in cui ha bisogno
preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare coll’
indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia, ut Deus. I In
questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima volta, aveva
detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri
docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli
Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch. Sta. Napoli).
In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccleslastico fu apposta
(forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: 25 febbraio 1797.
Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa
dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua consulta, che
tardò più mesi, riassunta l’istanza del V., aggiungeva: Poiché la M. V. con
Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che informi, e
manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i
lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal
padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio supplicante don
Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università degli
Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù. Sono
ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante
don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di
circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un tal
soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere ai
bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M. conferirgli una
pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che stimi
più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la vostra
Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo = L.
Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro,
accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto
Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel
febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha
notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre
1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio,
forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di
Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli,
Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappellano, fu presentata
al re, che era a Foggia, e dispose che gli si proponga questo espediente al suo
felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla
pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni
accordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il
soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano
maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797. Qual differenza
dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di
Giambattista V. ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra
relazione al Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo presente,
riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha
ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono
alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate
pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60
anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già
sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza interruzione
la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla seconda parte,
debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista V., il quale
illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli
docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a docati
duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V. ordinò che
l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche Sulla
origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo,
Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I
Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). al
Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle,
che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento di
fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già
servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i
lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta
l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a
dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di
séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V.
M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità
colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli
emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che per
la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del
Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi,
della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo
sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti
docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra
Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo Vassallo = L.
Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26
agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V. sì desse la
giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E
il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario
dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al principe d’
Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si ordinò tosto il concorso
per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in
proposito una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che
fosse allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. Il
Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Rettorica per
la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di V., e
si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale
Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che
dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a
norma de’ Sovrani ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del
proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la
quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla
gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don
Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario
arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’ insegnare le
Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si
eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma
soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare
questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità
nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume
irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono:
e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede
al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione
necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V.
M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac.
don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di Rettorica
della Università dei Regi studi, sin a che non sia provvista del professore in
esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza poter pretendere
né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A Gennaro V.
però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita che l'abbandono
della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione gli avrebbe arrecata.
Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale, I Relazioni del Cappellano
maggiore.] deferito al re, non ebbe se non questa dura risposta, segnata in
margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa
risoluzione. Ma V. non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso, con lievi
mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss. R. M. Signore, Gennaro V.,
pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia Università de’ Studi,
prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente le rappresenta, che
essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del
caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione coll’intiero soldo in pensione,
e gli emolumenti che ha perduti: esso supplicante si dà lo spirito di umilmente
esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla
decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo intiero, che la M. V.
si è degnata concederli: onde la supplica a volersi compiacere di accordargli
l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la generosa
inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è
privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è
dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà. Egli si augura che la mente di
V. M. sia, I L’esame di Rettorica era una specie di baccellierato. La Prammatica
del conte di Lemos del 1616, parte III, tit. II, art. I dice: Ordiniamo e
comandiamo che niuno studente grammatico possa passare ad intendere niuna
facoltà o scienza, senza prima essere stato esaminato per lo cattedratico, seu
lettore di Rettorica, il quale a quello che approverà per sufficiente ed abile,
darà una fede firmata di sua mano, nella quale dichiarerà averlo trovato
idoneo, per poter passare alla facoltà che domanda; e lo Studente che sarà
passato in qualsivoglia altro modo, non guadagnerà il corso in quella facoltà,
che passò infin a tanto che non sarà esaminato ».L'art. 4 stabilisce che per
questo esame lo studente, sia approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore
mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE in Storia della Università di Napoli,
Napoli, Ricciardi.] che su quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che
ha perduto; dovendosi intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc.
47, solito distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima
supplica; e questo anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa crescere la
somma del compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130,
inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è
quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente la
supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune da decima,
siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il compenso accordatogli di
ciò, che ha perduto negli emolumenti annessi alla cattedra, con degnarsi
indicargli da qual fondo debba ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli
anche quel che ritiene ed esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130
ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc.
500: nel qual caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si
corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da decima, e da ogn’altro peso,
essendogli sensibile ogni qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha
bisogno di qualche comodo maggiore: confidando di tutto conseguire
dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un povero
suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto riceverà a
grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come sopra. Ritornata così l’istanza al re,
questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: Il C. M.
s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo presente l’antecedente
sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ». Il cappellano maggiore
rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui premette la storia della
lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don Gennaro V., con ricorso
umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo è immune da ogni peso, e
la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli si faccia godere il
soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla Cattedra di Rettorica è
privativamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli si è
dimezzato: che anche il soprasoldo Roma, 1883,264-67. Era nato a Lecce nel
1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate
dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un breve
rapporto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser sottomessa nel
Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe dovuto esser segnata la
risoluzione del re. Ma di questa non v'è traccia. 242 STUDI che godea di annui
D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V. M.
ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti emolumenti,
il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti 300, formano la
somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di ordinarsi, che gli si
corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti da decima e da ogni altro
peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra detrazione nella sua età
cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore. Debbo inoltre
aggiungere, che lo stesso don Gennaro V., essendosi a me presentato, mi ha
fatto conoscere, che avrebbe desiderato il solo domandato sussidio senza la
giubilazione; affinché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio
Professore fino alla morte. Quindi sommetto io alla sovrana intelligenza, che
l’emolumento delle fedi di Rettorica non si è dimezzato al supplicante don Gennaro
V., se non che per la condizione de’ tempi, in cui è minore il numero di coloro
che si prendono la laurea dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia
provveduta di novello Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di
tali fedi, giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non
potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro V.
continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui D.ti
120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto compenso
per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta antichità dell’
Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e negli emolumenti
delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di annui D.ti 30 per lo
mantenimento del Sostituto, qualora avesse per sostituto il Sacerdote don
Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è offerto di leggere in tale qualità
senza pretendere soldo o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M.
V. per la sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino
a che non fosse provvista di proprietario in esito del concorso ordinato;
essendo detto Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore,
ma noto eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e
di attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del ricorrente don
Gennaro V., non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra Sovrana
Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando il lungo servizio
ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di proseguire per quanto può nel
servigio, e morire coll’onore di Cattedratico, desiderando solo il compenso per
ciò che ha perduto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno
amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e
continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza alcuna,
come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio lungamente conservi e sempre
prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di V. M. = Napoli 25 novembre 1797 =
L. Arciv. di Colosso. Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente
decisione: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio
pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette, che lo stesso rimanga
nella Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al
medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua pensione di
ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Nel
comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto al sostituto
nominato, la M. S. li comunicherà appresso i suoi R.li ordini. Resti accordato
per sostituto il proposto don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non
l’abbia notato, e perciò se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a 19.
Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e che tutta
la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima
assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli vennero con
questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta della Suprema
particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo
rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o
indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal Cappellano
Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ Regj Studj: nel
Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e Commercio lo
rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2
del suddetto Dicembre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala
Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare
questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al Cappellano
maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando al
Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il
decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e
pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico
Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella
cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel
tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana
beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul
Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real Ordine
a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di essersi
dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo, 19
dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel
Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto
al nome di Gennaro V. sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I
Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In
vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V.
Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc.
Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Seguono ivi i
pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d
sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5 dicembre 1805. In pari
data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’
Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di
razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a
Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli
anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero
pensare che fino alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo:
Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, ad occupar la cattedra di
Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro
V. era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli mostrato
non volgar valore, come ordinario professore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1.
Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V., don Nicola Rossi,
che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo arcivescovile
2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie furono inaugurate nel
chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù Vecchio, il 31
ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai Rossi in Regio
Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita in aedibus
Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV 5. dal 21
ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi
anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I Elogio di
N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria del Can. N.
Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del metodo d’
insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti poetici, Napoli,
1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad. gen.
della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche lui della nomina di
sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della nomina d’ordinario nel
1806 per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche
RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO
GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un
Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in
Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo,
Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli,
1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita
civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL FIGLIO DI V.
Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la
solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci
insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo
ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam
offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo,
non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito
V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5
dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel
qual anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe
Bonaparte, riordinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sopprimeva
varie cattedre fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori
proprietari delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per
giubilazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la
giubilazione a ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari
delle cattedre soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre
istituiva bensì, come vedremo, una cattedra di Eloquenza antica e moderna ». Ma
appunto a questa un decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola
Ciampitti. V., adunque, morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. *
Vedi sopra p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro,
che fu pubblicato il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due
giorni prima. 4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.
M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp. Simoniana,384, 385. Lo stesso
Decreto è nella Collez. delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la
P. S. promulgati nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63,
I, 6 sgg. 5 Collez. degli editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di
ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed. 1842
(nell’ed. 1834 non c’ è il Ritratto » di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL
SUO INSEGNAMENTO Quando Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’
Origine della repubblica di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era
l’abate Filippo De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri
latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo
Hirpini poétae in Germanum Penthecatosticon contro l’ Archenholz (1789), e di
varie opere erudite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genealogicam
arborem, pubblicati. L’ab. De Martino, che sapeva comporre esametri e distici
per ogni occasione ?, salsus attice doctissimus eloquio lepidissimus colloquio
3, fu ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti
versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché illeggibile
scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del
1° vol. degli Opuscoli di V. da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816
invece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un
errore, come hanno dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di
una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în solemni studior. instauratione,
An. 1768; che è l’ Orazione Optima studendi ratio del 1774, pubblicata con
quella In Regiis Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA,
Ritratti poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu
pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel
Sepulcretum amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il
NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I,
Napoli, Flauto, 1792, p. 190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa
dell’ab. Filippo Martini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di
sua età serba in vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari
alla vena ovidiana ». 4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe
stato age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem
quis te virtutis jam paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo
fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans
Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis
erit. Ad eundem pro Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene
sepultos, Et nitido praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc
bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit
Vrbe theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum,
tristi sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam
foedum vidit quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos
ungues scalptum caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad
eundem pro Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam
studium, vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae
regio Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic
Locros memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, «
amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo scritti
col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla
leggenda menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno
(II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di Pompei]
pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem
(Postilla del De M.). Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano
Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem;
mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ?
Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique
addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche
nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro V. insieme col
padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo
per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo
natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione
degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali pel De Martino stava
Gennaro patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note,
aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque
eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram meritissimus patris
successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I
Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua
Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori
antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero
mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al
quale Gennaro V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe
informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi
ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e
vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi
abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini
potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Simoniana, 1789, 17 e 48;
cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del V. e sul vichianismo, in
Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora
era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non
in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse
quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera
del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte
Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V., eruditissimo
viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis : Desine, Vice, meum lacrimis
urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et
assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes
magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri
undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla
risposta in prosa che egli fece ai distici del De Martino, e che non vale certo
meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius
Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi
comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu
pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D.
Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino Marchese
di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è
stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di
Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione
dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui
l’elegia fu scritta. Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata
virtus cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus
decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me
ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot
tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua
molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe
absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore
egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et
sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas
suscipio, in quibus cum sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato
emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere
audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam,
quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo
lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim,
te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum
aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’
sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum
pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impudens videar, quidvis,
potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola
duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et
pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita
canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me
opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis
modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave
quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus
incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria,
sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi
(1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto
giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro (inedita), che è
lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57. 2 Le due Orazioni
stampate: In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. homines morosi et
difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in
mustaceo quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum
edere cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud
me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare
desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum
tuarum: pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique
eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone:
da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium
egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem
atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria
poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori
inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo
jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam
suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis:
tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum:
aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctissimae
monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo
quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes
curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi
non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e
non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci
assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa
pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa
lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle
Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è
ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza
tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra una
conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe
chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato
questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. V. De
nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica
si permetteva di criticare l’indirizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di
additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse
ammonirlo: Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt,
disserenda suscipere ? » e rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea
multum eloquentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc
studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias
artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere
ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de
ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni
doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid
aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate copioseque et ad sensum
communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institutiones oratoriae, che V.
dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum
maxime necessarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del
suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli non ragionò mai delle cose
dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza
altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella
che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre
attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL FIGLIO DI
V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl
corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E
che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del
figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab
animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento
dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto
allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species
ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e
giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima
che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia
proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni,
aveva detto: Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est.
Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque
evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem
praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus
maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in
eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la
fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod,
inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium
tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores
extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam
definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae
nonnisi cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur
? Nonne nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et
ratione dicendi, haec ab homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti
inediti, Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata,
verbis designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi
sive natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque
aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus
adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis
fontibus hauriuntur, tantum incrementum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio,
quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum,
ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an funditus
everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni
l’intelligenza degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che
gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del
sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis inventis,
novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non
animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam, ut nihil
fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum, nihilque
in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio,
secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa
della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in segna: Non enim
tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec
ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse
subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere,
quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi
ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi
proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum
oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse,
et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo
acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua
versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista
artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae
studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda
occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e
maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse
contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam,
in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus
laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil
omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incommodum, haec
gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula
juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo
solida omnis et generosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere
conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia
reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re
subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo
atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut
ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire
dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della
filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti
verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa
conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo
alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum
desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus
exharuit. Gennaro V. si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo
che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso
dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est,
quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae,
etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam suggerunt,
et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia etiam aliud
agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit: atque adeo
si, quod isti ipsi celeri lingua et exercitata operarii fatentur, verum est,
quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse
eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis scientia
illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas inanis est
atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam gignit: quonam
pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari liceat, atque
ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de quibus dicit
perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab angustis ejus cancellis,
quod optimum est dicendi genus, in amplissimum generum campum causam educere,
nisi res subsit ab oratore percepta penitusque cognita ? V., quindi, si fermava
a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza
delle parti principali della filosofia, per conchiudere anche lui, come già il
padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi copiose loquentem sapientiam. Ma
quale filosofia ? E s’insegnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia
capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B. V., nel 1711, aveva detto: Per ciò
che riguarda la filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei, né
degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei della nuda e semplice
esposizione delle cose si contentavano, e gli stoici col troppo affettare
sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso,
infrangeano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte
per soprappiù di lor giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica
del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e
rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io stimo
l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi
diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi
principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore alcuno,
senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già
dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon
figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo uditorio accademico:
Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum
eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed
tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis
instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, moralem
penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio,
ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori
arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica
doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit
veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non
vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare
di scorgere una reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo
della seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come
tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di conseguire la scienza di questo
mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo
civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la
scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso.
Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro
segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho citato la trad. del
Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus, etsi eum in sapientum numero!
censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero
quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices essent, apud quos verba
faciat, reum pro quo loquatur, Senatum, in quo sit dicenda sententia, non
liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto
ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum
esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane
fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo
illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod,
nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius,
frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes
prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles
et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quodam oratorio (?) non immerito
laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in
vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per
Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia
platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi:
e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come
mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex
seipsis vera invenire conarentur, secondo il principio socratico: neque
scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3.
Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi,
Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine
del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms.
è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del
padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica
platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai
dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che
riservava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate
doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam
constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum
detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in
iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circumfusa jacuerunt.
Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si
lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in
Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di
scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe
Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo ::
Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime,
innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua
me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me
benevolentiae documentum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te
elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro
sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo
angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare
non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et
sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis
moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem,
solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani
maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Napoli, Coda,
1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto. Nella
Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in
SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe
da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe
essere scritta questa lettera del V.. nostrae religionis praecepta, omniumque
Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes
verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis
immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet?
Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam
suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem
conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc
dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic
praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito
parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem
dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et
suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum
enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita
haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras
nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia
moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset.
Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis proferre audeo,
grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium,
et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul
Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis
incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc
tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis
liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem
utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et
observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo vedi l’
Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789)
del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg. 2 Nella minuta:
demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando
si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né
gli auguri pel buon viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno
della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra
l’agosto e l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior
larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai,
nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina (1768),
giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le
nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini
di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto
che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte
del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve
ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e
in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma,
senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle
secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un
concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante della storia
napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della
costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim
unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc
annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium
imperio subjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum,
Neapolitanorumque cervices diuturno externae dominationis servitio suetas
suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze
storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a
cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare
un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui
esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana
ratione fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine
rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili
imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei
soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio
all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido
acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut
haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale
ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste
efficaci parole: Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus
nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de
nobis res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in
summo otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus
». Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il ricordo dei
fatti militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don
Carlo fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il
giubilo della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e
private del re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle
quali il riordinamento della magistratura, e poi la restituzione della
Università nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato
con un'epigrafe da G. B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche
lui di quelle feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un
documento interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste
di Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter praecipua pacis
ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non
ignaro bonarum artium disciplinas rerum humanarum esse moderatrices) quam
Musis, regno suo passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di
storia, cui provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e
caratteristica dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna
alla costruzione del S. Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum
sibi tantum comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum,
quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum
totius ferme Europae magnificentissimum tanto temporis spatio excitavit,
quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori
per la Strada Nuova verso Porta del Carmine, eseguiti nel 1749, e del ponte
presso al Castello del Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal
Mazzocchi 2, Gennaro dice: Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat,
mare, strata civium commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari
intermittit, pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum,
curribus nunc equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis
expertum nunc rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed
plaustra etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum
mare productae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui portum
effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo dei poveri, cominciata
nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede errabundis, vixque
precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius
elegantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. V. nel
ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante articolo
di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilissima, vol. XIII,
1904, 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri
di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I. è D’
ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae
sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur imae
plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati dehonestamento essent.E
delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid tot villas ad urbium instar
aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia,
amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure
contendere audeamus. E della cascata di Caserta: Praeterea quasi terrae ac
maria sibi satis non essent, per vetitum ruens, caelum ipsum tentare ausus est.
Quis unquam fando audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ?
altissimis jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes, ‘amnisque
longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus. Jactet quamvis
Romana magnitudo sua immania opera, templa, theatra, basilicas, villas denique
suas, magna quidem admirandaque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium
stupore defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum ordinem
invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri, nobis concedere cogatur.
E gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un
accenno anche per queste arti fiorite in quel felice periodo della storia
napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ? Nonne,
ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto praeteream, scimus
figulinam ab eo institutam, summoque studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut
levitate, candore, perspicuitate cum Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio
antea comparabantur, facile contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA
0. c. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE
LA VILLE, La r. fabbrica di porcellane in Capodimonte durante il regno di Carlo
Borbone, e La v. fabbrica di porcellane in Napoli durante 1l regno di
Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), 131-8, 182-7. Degli scavi di
Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro encomiastico, afferma che la gloria
di averla scoperta non fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella
di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva desiderato di starsene
diciassette secoli sotterra per aspettare tanto scopritore ! Res natura
occultas et latentes indagare quoque et inquirere curiosissime aggreditur;
ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae viscera rimando, Herculanum Vesuvii
incendio haustum patefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a
regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria lucis
acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur. Poi, com'era da
aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine anche del Museo
Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis
miraculum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto
anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi risponde Gennaro con
classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed ammonimento, ut ejus
gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi
nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S. Gennaro,
istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato: Postremo, quo munia bene
obita, pericula fortiter suscepta rependeret, amplissimum Divi Januarii Ordinem
instituit, maximorum praemium meritorum ?. Dopo quello di Carlo viene,
naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’
ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis,
XVI-XX. STUDI VICHIANI È vero che per costui almeno si sarebbe dovuto
attendere. E infatti, Gennaro dapprima preferisce insistere sull'esempio da
imitare che Carlo aveva lasciato al figlio. Ma poi s’interrompe: At quorsum
abeo ? fortes degenerem nunquam gignunt aquilae columbam! E si rivolge allo
stesso Ferdinando con parole affettuose: Cogita Te non advenam, sed indigenam
esse; non traducem peregre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis
autem natum esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo tectum;
eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem solum, patriam, patrios
Divos communes habere nobiscum; nostris moribus institutisque imbutum; atque
adeo civem nostrum esse!, etc. Si ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma,
come si vede, s'avviava a diventare il Re Lazzarone! Di Maria Carolina è lodata
la bellezza, la serenità della fronte, la tranquillità dell’aspetto, la grazia,
il sorriso. Tacitus enim ei inest lepos, qui vultus, oris, oculorum alit
augetque quodammodo venustatem, in quibus charites, tribus velut arcibus
insidentes, excubare videntur, ad omnium animos te intuentium alliciendos 2.
Che avrà detto il buon Gennaro de’ suoi amabili principi nel ’99, quando
gl’impiccarono anche il suo Falconieri? In quell’occasione delle nozze di
Ferdinando, compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta alla porta
dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta l’ Orazione: Carolo III
Borbonio Hispaniarum Regi Potentissimo semper Augusto in communi omnium plausu
pro firmata auspicatissimis Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae nuptiis
Neapolitanarum felicitate vel ipse Musarum Numen Apollo e suis excitus adytis
Laeta omina futura canens tanquam praesentissimo Numini pro tanto beneficio
aucturo Caelitum numerum supplicationes ac pulvinaria decernendo respondit. Del
re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non so se Gennaro V. abbia avuto
l’incarico di leggere l’elogio. Tra le sue carte non ci resta se non un
frammento di minuta di un’ Orazione in lode di questo re. Ma sono a stampa le
quattro iscrizioni latine da lui composte pel funerale celebrato in onore di
Carlo III dalla Real Compa gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di
esse dice: Si tuis precibus pronae Dei aures sì votîs invocari incipis pro ea
în quam nos vecepisti fide te prolixe obsecramus ut Ferdinando et Mariae
Carolinae DD. NN. Augustaeque proli 1 Solennità funebre all’eterna memoria di
Carlo III, celebrata nella Real Compagnia de’ Bianchi della Carità sotto
l’invocazione di Santa Sofia e Capuano di Napoli, s. a. In questo opuscolo,
dopo descritto il mausoleo, è detto: Vi si leggevano delle nobili Iscrizioni
composte dal regio prof. della Università don Gennaro V. » (p. 3). L’elogio fu
So dal sacerdote don Bartolomeo De Cesare, professore di S. Teoogia.] semper
propitius adsis cum in eorum incolumitate securitas et felicitas nostra
contineantur. Gennaro V. non fu regio istoriografo come il padre: ma, fosse
obbligo, in certo modo, della sua cattedra di rettorica, fosse gratitudine per
i benefici ricevuti dalla dinastia, fu panegirista ed epigrafista del re. Così
nel 1781, quando tutta Napoli si profuse in dimostrazioni di lutto per la morte
di Maria Teresa (27 novembre 1780) 1, Gennaro diede anche lui in luce un elogio
dell’imperatrice, che non risulta, per altro, scritto per incarico ufficiale 2.
Ma il suo genere era l’epigrafe, in cui gareggiava col collega, professore di
lingua latina e antichità romane, don Emanuele Campolongo, le cui iscrizioni
furono raccolte in due volumi, intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2).
Infatti, quando il 28 giugno 1790 furono celebrati i funerali d’un professore dell’
Università, il valente naturalista Gaetano. De Bottis, le iscrizioni attorno al
mausoleo furono composte dal Campolongo, e una, la più importante, da collocare
sotto il ritratto dell’estinto, scritta dal V.: che in tale genere », dice il
narratore di quei funerali, han presso di noi raggiunto lo schietto ed aureo
genio dell’antichità » 3. I Vedi le due raccolte miscellanee di prose e versi
in morte di Maria Teresa nella Bibl. naz. di Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K
16. Vi è anche un’ Orazione del sac. MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali
celebrati in Procida il 19 febbraio 1781: Napoli, Stamp. Simoniana, s. a. Anche
un martire del ’99! 2? Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO V.
inscriptum; Neapoli, ex tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di 7 più I
inn. in-4°. Stampa di lusso. 3 Solenne funerale di D. Gaet. De Bottis prof.
[...] celebrato nella Torre del Greco sua patria, Napoli, MDCCXC, Stamp.
Migliaccio, p. 6. L’epigrafe di G. V. che contiene tutta la biografia del morto
è a p. 7. V’è anche (pp. 34-9) una canzone dell’ab. don Antonio Jerocades. Tra
le carte di Gennaro sono quattro abbozzi d’una epigrafe per una principessina
reale, morta nel luglio 1783. L'ultimo, al quale pare l’autore si fermasse, è
questo: Regia Infantula Ferd. IV et Mariae Carolinae Austriae filia
infelicissima quasi esset parum ab omnibus naturae et summae Fortunae bonis
ejici luce orba utraque carens nomine a suorun columbario etiam prohibita ad
hoc tantum mata ui omnium expers esset | heic condita®. Nel 1787 morì, ancora
in tenerissima età, un altro figliuolo della feconda Maria Carolina; e Gennaro
scrisse quest'altra epigrafe: Have Animula innocentissima Caroli Titi
dulcissima Augustae Domus Regnique primula nec dum quadrimula spes e 3
Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae moerentissimorum Parentum sinu et
complexu acerbissimo funere erepta amarissimo cunctis relicto desiderio tui.
Vixit annis III. mens. XI dieb. XIII Coelo recepta Ter I à I A 2 i Questo verso
nel primo abbozzo segue: X/V. Kal. Sextil. e ® Ve n'ha tra le carte di Gennaro
anche un’altra bozza. Dai funerali alle nozze. In occasione del matrimonio di
Francesco Borbone il mancato discepolo di Gennaro V. con Maria Clementina d’
Austria, i fratelli Terres presentarono ai principi una tavola di marmo, in cui
erano insieme rappresentate le due effigie regali; e vi scrisse la dedica
Gennaro: Faustissimo Francisci Borboni et Mariae Clementinae Austriae conjugio
dulcissimae spei ac nostrae posteritatis praesidio comperientis ! nostram
felicitatem ex pene tisdem quibus ad nos fontibus ad seipsam promanare hac
marmorea tabula novo picturae genere dedita opera expresso ut quae corporum
conjunctio în speciem oculis subjicitur eadem animorum, dissecto marmore,
penitus inveniatur F. T. pronti et venerabundi D. D. D. 1 Pare si accenni
propriamente al 1790, quando si celebrò il matrimonio di Maria Teresa e Luigia
Amelia di Borbone con Francesco d'Austria e Ferdinando granduca di Toscana, e
si formò, come dice il COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a Vienna il terzo
matrimonio tra le due case di Napoli e di Vienna: questo di Francesco con Maria
Clementina. ? L’anno innanzi, o quell’anno stesso, una tavola simile, con
l’effigie di S. Domenico, fu mandata dai fratelli Terres a Ferdinando duca di
Parma. E pel regalo onde il duca compensò i fratelli Terres, Gennaro scrisse la
seguente epigrafe, la cui minuta è sul retro d’una lettera in data 12 marzo
1789: Ferdinando Parmae Placentiaeque Duci Qui praeclarum Borbonidarum
munificentiae cum Farnesiorum in fovendis alendisque pacis artibus singulari
studio fida societate conjunxit marmoream tabellam cum Divi Dominici ei
praecipuo cultu habiti effigie indelebili quodam picturae genere marmovi
coalescente haud pridem invento atque anaglyptico opere exornatam - cujus
libenter accepta vel maximum proemium fuisset manus munere sive potius cultum
culto rependens suam imaginem maximo aureo numismate graphice expressam
colendam misiît cuius pars aversa drammaticae Poéèseos coronatio ut omnes
cognoscerent Parmensem ditionem uti pridem, ita modo etiam Musarum esse
domicillum atque optimarum artium culiricem pro quo summo beneficio Fratres
Terres Neapolitani Bibliopolae proni et venerabundi cum gratia agunt tum
maximas habent et immortales. Pare che i Terres stampassero anche un’incisione
della medaglia ricevuta, con un’altra iscrizione del V. che comincia: En cur
honor VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 279 Ferdinando IV fa ricostruire un ponte sul
Garigliano; e Gennaro detta l’epigrafe che ne tramandi il ricordo ai posteri®.
Nasce a Ferdinando un altro figlio; e V. raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro
i ringraziamenti del popolo: St antea Dive Januari hanc sacerdotum sacra fronde
redimitorum solemnem pompam caste celebravimus nunc vero solido gaudio perfusi
ingentes tibi gratias agimus quod Maria Carolina felice foecunditate
Ferdinandum alio dulcissimo praesidio auxit quo Augusta Domus pluribus
munimentis insisteret nostraque felicitas stabilius firmaretur. Si celebra la
solita festa a S. Gennaro, e sono del V. le quattro iscrizioni che si leggono
quel giorno nel Duomo; in una delle quali si prega il santo di voler
rappresentare, in suo liquenti cruore », Ferdinando et Carolinae DD. NN.
Totique Domui Augustae perpetuam incolumitatem felicitatemque ac proinde
nostram securitatem. alit artes en cos ingeniorum en effigies Parmae et
Placentiae Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S. Domenico ignoto
pingendi genere et nova diaglyphice nulla ferri ope eleganter exornata. I Vedi
questa e altre epigrafi in Appendice I, scelte tra le molte che restano tra le
carte di Gennaro, per lo più sepolcrali. Con le lodi di Carlo III e di
Ferdinando IV si apre anche la Dissertazione sulla città di Pompei : del primo,
per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia Ercolanese, che veniva certo in
proposito di ricordare in uno scritto con cui s’inauguravano i lavori della
classe d’ Alta Antichità nella nuova Accademia; e del secondo, pel nuovo
impulso dato ai medesimi studi con la nuova istituzione. Per adempiere
[continua l’autore modestissimo] per quanto la scarsezza de’ miei talenti e la
cortissima estensione delle mie cognizioni mi permettono, l’incarico superiore
di gran lunga a me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza, prendo per
oggetto delle mie ricerche la città di Pompei, non già sull’ idea di adornar
alcuna delle discoperte parti di quel tutto, che ancor giace sepolto; ma di
considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e coll’autorità dei greci e
de’ latini, tra i di cui confini alla mia Classe è stato circoscritto il
commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più nobile, perché di tutto da essi
abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per quanto mi sia possibile, le di lei
vicende. Né sulla lusinga di produrre cosa nuova in un argomento, il qual
solamente è venerabile per la sua antichità: quantunque il raccogliere, disporre
e combinar insieme que’ languidi e dispersi barlumi, lasciatici dagli antichi,
potrebbe conciliarsi una qualche sembianza di novità, se fossero da più dotta e
più maestra mano stati ordinati e composti. Ma sulla speranza che siccome que’
venerabili avanzi di antichità, che da Ercolano si estrassero, furon cagione,
che s’ instituisse l’Accademia Ercolanense, così a vicenda questa real
Accademia istituita potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima
del risorgimento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil corso di ben
XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami ercolanensi svelti ed infranti,
rivestiti di sì dotta ed erudita luce da tanti chiarissimi ingegni, che vi
travagliarono, si son resi non meno ammirabili per il buon lume ricevuto, che
per la loro antichità; onde il Museo Ercolanense è divenuto nell’ Europa
cotanto celebre, che può dirsi essere una delle cagioni del frequente concorso
in questa città, per se stessa luminosissima, di tante culte nazioni: quanta, e
quanta maggior confluenza ne attirerebbe, se mai potesse vedersi una
nobilissima città, unico esempio nella storia di tutti i tempi, intieramente
esposta alla luce del sole, e quindi all’ammirazione dell'universo ? Gli scavi
di Pompei, com'è noto, furono intrapresi nell'aprile 1748 !; ma rimasero presto
interrotti; e s’è visto che Gennaro ne faceva un'eredità di gloria lasciata da
re Carlo a Ferdinando. Certo, il nome del figliuolo del V. va ricordato tra
coloro che incitarono efficacemente a quest'opera importantissima. E, come già
altri ha notato ?, a torto è dimenticata la sua monografia su Pompei, la cui
parte più notevole è, come si disse, riferita dal NapoliSignorelli nella sua
Storia dell’ Accademia delle scienze e belle lettere. In questa monografia è
innegabile profonda conoscenza e acuta critica delle fonti letterarie. Chi
vorrà studiare il bel tema degli studi d’erudizione antica in Napoli durante il
sec. XVIII, non potrà trascurare questo scritto del V., e il frammento che ci
resta dell’altro su Locri. Ma non è qui il luogo di farne particolare esame.
Dirò soltanto che ci si vede l’erudito, ma non l’antiquario di professione.
Rifiutate le leggende, non subentra lo sforzo di spremere dalle scarse
testimonianze superstiti quello che esse non possono darci; e il buon senso
mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi congetturali, che
facilmente attraggono lo studioso dell’antichità. Ciò è particolarmente
notevole nella relazione sulla memoria del Finamore intorno alle origini di
Lanciano; dove, nonostante la cadente età » e la languidezza dello spirito »,
accusate sul principio dall'autore, spunta qua e là anche il bonario sorriso
del buon senso contro certi arzigogoli del Finamore, per ottenere che l’
Accademia riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio anzi che una colonia
romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi lancianesi mandate dallo stesso
Finamore all’ Accademia, I FIORELLI, Descriz. di Pompei, Napoli, 1875, p. 22; o
Pomp. antiq. historia, Neapoli, 1860, dov’ è la storia degli scavi. ® BELTRANI,
La R. Acc. di scienze e belle lett., p. 37. Il lavoro del V. non è citato, nota
lo stesso Beltrani, p. 88, nella Bibliografia di Pompei, Ercolano e Stabia di
FRIEDRICH FURCHEIM, Napoli, 1901. il buon V. viene a questa conclusione, che mi
piace riferire: Avrei bramato soddisfare il dotto ed erudito sig. Finamore, se
li monumenti me ne avessero somministrati i mezzi. Ed in questa occasione
sperimento pur troppo vera la natura dell’ambizione, che non respiciîit, che
non si volta mai indietro; la quale, quantunque vizio, quando però si propone
per oggetto la virtù ed il sapere, deve riputarsi ambizione lodevolissima:
siccome Quintiliano dice: quamquam ipsa sit vitium, frequenter tamen causa
viriutum est: e l'ambizioso più si duole di un solo, che abbia innanzi, che
l’attraversi il conseguimento del suo fine, che goda di tanti meno felici, che
gli vengono appresso; e le passioni più commendabili devono essere regolate
sempre da quel ne quid nimis; perché Virtus est medium vitiorum et utrimque
reductum. Avrebbe desiderato il dotto ed erudito cittadino assiem col suo
collega il sacerdote don Uomobuono de’ Buchachi!, con cui est studiorum
societate conjunctus, che Lanciano fosse stato dichiarato municipio, la quale
quasi già non lo è; e non si volge dietro a considerare tant’altre città di
condizione meno ragguardevole che Lanciano, che le vengono appresso. Mi
lusingava di dover fare da avvocato del sig. Finamore in questa sua onestissima
causa; e, mio malgrado, devo farvi la comparsa da fiscale, perché l'autorità e
li monumenti l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha prodotti, punto non lo
suffragano: ma non per questo può dirsi, che egli abbia intieramente perduta la
sua causa: perché quod petit intus habet. Non sente essersi talmente confusi li
diritti, e le prerogative de’ municipi con quelle delle colonie, e questi in
quelli trasfusi in guisa, che gli uni dagli altri non sì distinguevano ? Non
sente da Gellio il nome di municipio già dileguato obscura et obliterata suni
municipiorum jura, quibus uti per innotitiam non queunt ? Non ha inteso, che li
municipi pretesero di cangiar la loro condizione in quella delle colonie, e non
vede le istesse città I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio
storico-critico della città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca
del Ginnasio di Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE, Notizie
sui fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc. Campobasso,
Colitti, 1900. essersi appellate colonie e municipi ? Non ha inteso li distinti
cittadini municipali in sì poco conto presso li romani ? Non conosce quindi,
che il tutto si riduce alla distinzione del nome ? Perché Struggersi per
investir la sua patria di un pregio, che, in tempo che valeva, era in sì poco
conto, ed ora si riduce a un nome vano, in guisa che, se allora municipium e
colonia eran riputati lo stesso, ora questo istesso è divenuto un nulla ? !. In
questa dotta relazione, dove l’ immortal Muratori » è vichianamente detto, con
ammirazione, ingordo voracissimo rivolgitor di biblioteche », è pur degna di
nota, in mezzo all’erudizione archeologica, una disgressione filosofica, o
disgressione in astratto », come dice l’autore; e che egli chiede di poter
fare, giudicandola non capricciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi
applicabile alla nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ». Da
quale autorità, Gennaro non dice; ma basta sentirne il principio per indovinare
l’allusione: È costante che le lingue sieno indici, che ci scoprono li costumi
delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo, dovettero nascere aspre,
dure, orride, esprimendo la rozzezza e la ferocia delle nazioni, che le
parlavano; a misura poi che li costumi a poco a poco s'ingentilirono colle arti
dell’ umanità, si raddolcirono anche le lingue: del che ce ne somministra una
testimonianza la lingua latina, la quale tale la scorgiamo in que’ frammenti
delle leggi delle XII Tavole; e pure cominciava il quarto secolo della
fondazione di Roma. Tal dovette essere, e fu la lingua di Lucilio, di Pacuvio,
di Livio Andronico, di Ennio; e Plauto, che ci è restato, e provenne assai più
tardi, essendo morto nel consolato di Fublio Claudio Pulcro e di L. Porzio
Licinio, cioè nel 570 di Roma, di quante ruvidezze e racidumi è pieno ! Come,
per esempio, nel Prologo dell’Anfitrione: I Di questa relazione rimane una
copia di mano del marchese di Villarosa. Anche all'Accademia credo sia stata
letta una breve Relazione intorno a certe dissertazioni su Virgilio di A. DE
SANCTIS, che resta tra le carte di Gennaro, curioso documento della sua
bonarietà, contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla stessa critica. Ut
vos în vostris voltis mercimoniis Emundis vendundisque. Uno scrittore del
secolo d’oro avrebbe detto: Ut vos in vestris vultis mercimoniis Emendis
vendendisque. Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue delle altre
nazioni: che, a proporzione che colle arti dell’ umanità depressa [fu] la
ferocia de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e quel rumoroso strepito
di voci [perderono]. L’ istesso vediamo esser avvenuto nella ricorsa barbarie
in tutti i dialetti della lingua italiana, che fu una corruzione della latina:
le lingue, le quali ora parliamo, quanto sono differenti da quelle di tre o
quattro secoli addietro ! Si ricordi la Dignità XVII della seconda Scienza
Nuova: I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi
costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo, ch’essi si formaron le lingue
». Ma tutto il pensiero e le espressioni di questo brano sono di (G. B. V.. Le
cui opere Gennaro dové custodire sempre come cosa sacra, e leggere e rileggere,
benché non avesse intelletto pari alle speculazioni paterne; ma per compiacersi
in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla cui ombra svolgevasi la
sua vita tranquilla. Custodiva gelosamente quei libri. Dev’essere un suo
parente chi gli scriveva, nel 1780, la seguente lettera: Casa, 27 luglio 1789.
Veneratissimo mio Sig.r don Gennaro, Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che
(sîc) molto devo, desidera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per
incon I L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti, corrispondente di
G. B. V.. Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la lettera del V. allo zio,
relativa appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi VILLAROSA, Opuscoli, 368-9, e
CROCE, Bibliogr.] trare (sic) certo passo, e restituirvela. Spero dunque che
l’abbiate, e me la favorite, che sarà mia cura di restituirla; e sicuro de’
vostri favori, resto pieno di stima dicendomi Vostro devot.mo servitore obbl.mo
Nicolò Santaniello 1. Non pare che egli abbia avuto nessuna parte nel preparar
la raccolta delle Latinae orationes del padre, pubblicata nel 1767 da Francesco
Daniele 2. Ma questi dové più tardi rivolgere nell’animo il proposito di
raccogliere tutti gli scritti sparsi del V.. E allora certo ricorse a Gennaro
3. Se non che il Daniele in fine non ne fece nulla; e Gennaro per un momento
poté sperare di far lui la desiderata edizione delle opere paterne. È. ormai I
Il ViLLarosa, Opuscoli, III, p. v, parla della casa de’ signori Santaniello, ultimi
eredi del V., sita nella strada dei Mannesi »; e dice che in essa conservavasi
il ritratto di G. B. V. dipinto dal Solimena, che fu distrutto con la casa
stessa da un incendio intorno al 1819 (v. anche Croce, Bibdl., p. 116).
[Filippo Santaniello (mi comunica il Nicolini), sposò Candida V., figlia di
Ignazio, e due figli, Mercurio e Carlo, nati da questo matrimonio, son nominati
nel testamento di Gennaro V., in data 2 settembre 1805). 2 Nella dedica del
libro al Targiani, il Daniele dice d’aver raccolto da sé e da molto tempo
quelle Orazioni. Cfr. CROCE, Bibl., p. 30. 3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti
del V. e di sue lettere, scrivendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce
(Bib/., p. 30) ha richiamato l’attenzione su due lettere del card. Borgia (del
1804) al Daniele, che sono nel carteggio inedito di costui, conservato dalla
Soc. storica napoletana. Importante è anche il seguente brano d’una lettera
allo stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli (l’erudito bibliotecario
veneziano, a cui il Villarosa dedicò il 1° volume degli Opuscoli), da Venezia:
Ho fatto ricerche per le Lettere del V. richieste, e nulla si è trovato. Per
quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già possedute in
Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello. Per quelle al Lodoli non
vi sono ricerche da fare, essendo perite le casse di lui in uno dei Pubblici
Archivi, dove erano trasportate dopo la morte di lui; perché vi si trovavano
scritture di affari di Stato mescolate, e si fece un’asporto (sic) totale senza
discrezione. Per quelle al Porcìa ho fatto cercare in Udine presso li
discendenti del corrispondente col V., e nulla si è trovato. Sicché null’altro
mi resta da fare » (Carteggio di F. Daniele, vol. III, c. 305; Soc. stor.
nap.). Le relazioni del V. coll’abate Conti e col Lodoli il Daniele non poté
conoscerle se non dalle aggiunte, allora inedite, alla Vita del 19 nota la
minuta della prefazione ! che egli già aveva preparata pel primo volume, che
avrebbe dovuto contenere la Scienza Nuova del 1744. Tandem tot flagitatoribus,
tot obtrectatoribus mihi tanquam parum officioso exprobantibus morem gero, a
quibus quasi obsessus quotidie oppugnabar; tandem rogari, atque invitus negare
desino, cum non mea me voluntas, sed rationes meae ab incepto prohiberent: fidem
meam absolvo, dato fidejussore satis superque locuplete, honestissimo
Neapolitano Michaele Stasio, qui onus in se suscepit: tandem Patris mei (cujus
etsìi eundem muneris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis gradu explessem
!) opera omnia.... in unum corpus collecta, in lucem prodeunt. Accennando alla
diuturna meditazione in cui s'era maturata la Scienza Nuova, Gennaro dice che è
questa la ragione principale della pretesa oscurità trovata in quell’opera da
taluni, qui, ne de grege imperitae multitudinis habeantur, quae ca magis
admiratur quae minus intelligit, prorsus damnant quod non intelligunt ». Aliud
est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna vedere un pochino lo stato
d’animo di lui stesso quando leggeva la Scienza Nuova ; aliud est dicere, non
intellago, aliud, non intelligitur : illud modestiae, et suae cujusque
conscientiae potius tribuendum; hoc autem summae arrogantiae indicium, quod
firmissimum supinae ignorantiae argumentum; nam quid est aliud, quam se supra
omnes extollere ac postulare, quod ipse non intelligit, e nemine intelligi
posse ? Nam vere docti quantum sibi desit, sciunt. V., che erano presso
Gennaro, se già questi non le aveva date al march. di Villarosa. A quell’anno,
infatti, devono pur risalire le avvertenze del Daniele comunicate al Villarosa
per una ristampa della Vita del V. (cfr. Croce, Bibl., p. 110); dalle quali
apparisce e la conoscenza delle carte vichiane possedute da Gennaro V., e la
familiarità del Daniele con quest’ultimo, già decrepito. Potrebbe anche
pensarsi che queste ricerche pel Borgia e pel Morelli ei cominciasse a farle
per compiacere al marchesino Villarosa ». I Fu pubblicata dal Croce, Bibl.,
112-13. Non credo poi Gennaro tanto modesto da non credersi uno di questi vere
doctt! Egli ben sentiva per sua esperienza che la Scienza Nuova non est ex eo
librorum genere, saeculi commoditati obsecundantium, quos sagina graves, in
lecto strati, supini et oscitantes, aut fallendi temporis aut somni conciliandi
gratia in manus sumuntur, in quibus omnia extant omnium oculis exposita. Si
iterum legas, leges eundem, ut animum despondens tertio legendi; aurum autem
natura occultum et latens, indagatione ex terrae visceribus, in quibus jacet,
patefaciendum eruendumque. Oh l’animo intento e la commozione di Gennaro, quando
rileggeva per la ventesima o trentesima volta (non aveva letto 35 volte il suo
Tacito il padre, scoprendovi sempre qualche cosa di nuovo ?) la maggiore opera
paterna, con la testa fra le mani, e la memoria che correva indietro a rivedere
il vecchio Giambattista, languente in un angolo tristo della casa, dove Gennaro
rimase! E qual dolore non dové essere per lui che l'edizione non si facesse
più! Negli anni più tardi vi fu chi gli rifece nascere la speranza di veder
ristampati in un corpo gli scritti paterni. Sollecitava l'edizione un giovane
di grande ingegno, che studiava profondamente V. ed era capace d’intenderlc. A
Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto Ignazio Falconieri, che con quel
giovane aveva dimestichezza, e doveva di lì a poco metterlo a grave
repentaglio, traendolo seco segretario nell’organizzazione repubblicana d’un
dipartimento della repubblica del ’99. Questo giovane era Vincenzo Cuoco. Il
quale però, pochi anni più tardi, nel 1804, scrivendo da Milano all’ideologo De
Gérando, ricordava: Una buona edizione di V. [...] forse si sarebbe fatta in
Napoli, ed eransi a tal fine preparati molti materiali. Si era invitato il
figlio, allora ancor vivo !, a ! Al Cuoco, da cinque anni lontano da Napoli,
pareva impossibile che il vecchio Gennaro vivesse tuttavia ! somministrare i
manoscritti del padre. Si eran raccolte molte cose ancor inedite. Una parte di
ciò che erasi preparato trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel mio
amico che voleva far l’edizione: ed ambedue le case furono nel saccheggio
anglo-russo-turco-napoletano saccheggiate. Ed addio edizione di V. »!. Intorno
al 1804, infine, per lo stesso motivo, Gennaro vecchissimo fu visitato dal
marchese Villarosa. Il quale, nella prefazione al primo volume degli Opuscoli
=, non pubblicato, per altro, prima del 1818, quando Gennaro era morto da
tredici anni, racconta che nell’accingersi alla sua raccolta, si diresse al
figlio di Gio. Battista, uomo di antichissimi costumi, per informarlo del suo
proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli opuscoli del padre, che
aveva presso di sé. Il buon vecchio, gravato dagli anni, e più da’ malori,
quasi pianse della letizia per un tale avviso ». E gli diede infatti i pochi
manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle aggiunte alla Vita pubblicata dal
Calogerà. Anche i libri del padre a uno a uno gli erano stati portati via dagli
amici; ma conservava un Tacito tutto dal padre nel margine postillato e qualche
altro latino libro ». Qualche ferro, insomma, del mestiere ! Giacché anche gli
storici il professore di rettorica doveva leggere e illustrare. Delle origini
di questa cattedra si sa poco, come in generale delle origini di tutti
gl’insegnamenti dello Studio di Napoli. Pare sia sorta per le esigenze
umanistiche del Rinascimento napoletano, sotto gli Aragonesi. Il maestro del
Sannazzaro, Giuniano Maio, l’autore del De Matestate, e di un dizionario latino
De priscorum proprietate verborum, il precettore d’ Isabella I RUGGERI, V.
Cuoco, 191-92; e cfr. ora Cuoco, Scritti vari, ed. Cortese-Nicolini, I, 314-15.
2? Opusc., I, XIV-XV. d’ Aragona, lesse nello Studio (riaperto nel 1451 da
Alfonso I) dal 1465 al 1488 rettorica, poesia o arte oratoria, col soldo di
trenta o quaranta ducati 1. E nello stesso anno 1465, re Ferdinando creava per
Costantino Lascaris, venuto da Milano al séguito di Ippolita Sforza, di cui era
stato maestro, una cattedra di eloquenza, ma ad lecturam Graecorum auctorum,
poétarum scilicet et oratorum *. Non risulta, del resto, che il Lascaris
v’insegnasse più d'un anno; e alla sua partenza la cattedra dové cadere. Non
così quella di rettorica latina, detta poi anche di umanità, che ebbe maestri
di fama, come Pomponio Gàurico, il quale v’insegnò sempre con la provvisione di
40 ducati dal 1512 al 15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte, dal 1520
al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio, ebbe un assetto
stabile dalla prammatica del 1616, che (parte II, tit. I) ordinò una cattedra
di rettorica con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha da leggere i precetti di
essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per il libro Ad Herennium, et
parte dell’anno alcun oratore, o istoriografo per poter esemplificare detti
precetti » 6. In questo programma, d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza
I Pércopo, Nuovi docc. sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in
Arch. stor. nap., XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Napoli, 1892, p.
CCXVIII; e CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rinascimento, Napoli, Tocco,
1895, docc. cit. nell’ Indice dei nomi, s. Mayo de Juliano ». % CANNAVALE, doc.
13, p. XXI. 3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico e Luca Gàurico ultimo degli
astrologi, Napoli, Pierro, 1895, 69 e 173-7. 4 PÉRCOPO, od. cit. 69 e 177-9.
Per altri nomi oscuri vedi oltre il Pércopo, l. c., il CANNAVALE, p. 87. 5 Dai
documenti pubblicati dal Cannavale risulta (p. 63) che il soldo era salito a 60
duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a 50 duc. nel 1568-69 (p. 70), risalì a 60
nel 1574-75 (p. 72); e vi si mantenne fino al 1580 (p. 74), ultimo anno per cui
si abbia notizia d’un lettore d’humanità: e forse fino al 1616. Per maggiori
particolari sulla cattedra si veda ora il cit. vol. miscellaneo sulla Storia
della Università di Napoli. 6 V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t. XIII,
p. 17. dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento, che in esso ebbe
quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711, G. B. V. dettò di suo le
Institutiones oratoriae, in fondo non fece uno strappo al programma, perché la
sostanza era sempre quella tradizionale. E Gennaro non fece di certo lui la rivoluzione.
Fino al ‘77 insegnò la solita rettorica; dopo gli toccò anche di formare » le
Istituzioni poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano, rinnovato dagli
umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento in poi, col perdurare del generale
indirizzo strettamente classico della cultura e della letteratura. Vedremo tra
poco come timidamente, durante la vita stessa del nostro Gennaro, farà capolino
nello Studio un insegnamento letterario moderno; e quanta fatica durerà ad
affermarsi con carattere e spirito veramente nuovo e indipendente da questo
vecchio istituto umanistico. A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei
maestri di rettorica latina, bisogna render merito dei sani criteri, che, per
ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua disciplina, insistendo sempre
sull'importanza del contenuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le
virtuosità stilistiche e sofistiche, le minuzie grammaticali :, ed incitando i
giovani agli studi seri e profondi. Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima
studendi ratio ab ipso studio petenda, tornando sul tema già trattato nel
1741?, fatta una dipintura satirica delle abituali occupazioni della gioventù
effeminata del tempo, affermava questo bisogno degli studi coltivati con ardore
d’animo e vigoria di volere: aeque naturalis et facilis est vobis sapientiae
adipiscendae ratio, quae est vestramet ipsa voluntas 3. I Sono degni d’esser
letti gli Avvertimenti per l’ insegnamento del latino, da lui dati, pare, per
l'istruzione di qualche figliuolo di signori, e che io sono costretto a
rimandare all’Appendice I. ? Vi sono ripetuti anche de’ periodi. 3 Pag. LXIv.
La volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è difficoltà che non si
superi col buon volere. Ma il fine degli studi non è da riporre nel guadagno.
Sordida haec et vilia sunt litterarum pretia, quae vobis contemnentibus ultro
abunde suppetent. Qui studio flagrat cognitionis et scientiae, is nullo
emolumento ad eas res impellitur: quin etiam qui ingenuis studiis delectantur,
eos videmus nec valetudinis nec rei familiaris habere rationem; omnia perpeti
ipsa cognitione et scientia captos: cum maximis laboribus compensare eam, Rara
in discendo capiunt voluptatem. Di che adduceva ad esempi Anassagora, Carneade,
Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio avrebbe potuto ricordare il padre, se
non l'avesse trattenuto certo pudore domestico, che mai non gli fece
pronunciare quel sacro nome, quando sulla sua bocca potesse suonare lattanza.LA
CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA DALLA SUA ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811 Da
uno sdoppiamento della vecchia cattedra di rettorica, nell’ Università di
Napoli, trasse origine l’insegnamento di letteratura italiana. Quello stesso
marchese della Sambuca, che nel 1778, per porre in attività il genio della
nazione e il talento dei sudditi»! di Sua Maestà, die’ vita, come s’è visto,
all’ Accademia delle scienze e belle lettere, in. quel torno stesso, tentò
anche un ammodernamento dell’ Università con la riforma, che qualche
modificazione importò anche alla cattedra di Gennaro V.. Nel dispaccio con cui
comunicava a Carlo Demarco, ministro del culto (da cui la pubblica istruzione
dipendeva), il nuovo piano dell’ Università, scriveva: La pubblica educazione,
che è stata sempre tra le cure principali di ogni ben regolato governo, per la
influenza, che ha sul costume de’ popoli e su la floridezza dello Stato, con la
cognizione e con l’esercizio delle scienze e delle arti liberali e meccaniche,
necessarie non meno alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua
ricchezza e potenza, col promuoverne e sostenerne il com‘mercio, avea già
richiamata l’attenzione del Re ». Si sente il linguaggio del tempo dei lumi.
Sono quindi ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per l’istruzione.
Dopo queste sue prime sovrane disposizioni, ha il Re voluto rivolgere ancora il
suo pensiero all’ Università degli studi .... Ed avendo S. M. veduto, che
siccome nelle I Disp. cit. pubbliche scuole stabilite nella R. Casa del
Salvatore vi erano alcune lezioni, che anche nell’ Università degli studi faceansi;
e così in questa e in quelle ne mancavano poi molte, che le nuove scoverte
fatte nelle scienze e nelle arti rendevano interessanti: ha perciò disposto che
si combinassero insieme; e, togliendo per una parte quel che vi fosse di
superfluo, e aggiungendo quel che mancasse per l’altra, e alcuni soldi,
ch’'erano nelle scuole, sopprimendo, ed altri, che nell’ Università eran
troppo. tenui, aumentando, si formasse un corpo intero e compiuto di tutto ciò,
ch’ è necessario alla perfetta istituzione della gioventù, cominciando da’
primi elementi fin alla Facoltà delle scienze più sublimi » 1. Affinché tutto
questo corpo completo di studi fosse raccolto in un sol edificio, l’ Università
passò allora nella casa del Salvatore, dov'era già il convitto. Né qui si sono
arrestate le paterne cure del Re. Ha determinato di più, e disposto, che si
formino, oltre all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura ....
altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le belle lettere, con
avere stabilite le pensioni corrispondenti ‘agli accademici ed ai segretari
dell'una e dell’altra, che saranno a suo tempo dalla M. S. dichiarati, col
presidente delle medesime. E siccome queste Accademie si terranno
nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi 2, ha disposto
ancora S. M. che nel medesimo si situino le magnifiche due regali Biblioteche,
Farnesiana e Palatina, destinandole all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi
saranno trasportati li due ricchissimi suoi regali Musei, Farnesiano ed
Ercolanese, per lo stesso uso ». E, perché I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse
della cappellania maggiore, vol. 34, f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato
nel DE SARIIS, Cod. di leggi del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV, Napoli,
Orsini, 1796, 47 S8g 2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia perciò il COLLETTA
(Storîa, lib. II, cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’ istituti insieme con l’
Università al Salvatore. nulla mancasse alla perfezione di que sta grande
opera, ed alla compiuta istruzione della gioventù, si disponeva l'istituzione
di una cattedra di storia naturale, di un orto botanico, di un laboratorio
chimico, e che vi sieno tutte le macchine per fare le esperienze, e le altre
operazioni corrispondenti ». Tutto ciò nel Palazzo degli Studi. Si ordinava
altresì all’ Ospedale degli Incurabili una cattedra di ostetricia e la
formazione di un teatro anatomico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di
un Osservatorio astronomico nella casa del Salvatore. In questa, che si può
dire la riforma universitaria dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese
nel piano dell’ Università, troviamo appunto quella di Eloquenza italiana. Si
dee provvedere», è detto nel Piano, anch'esso del 26 settembre 1777, col soldo
di ducati 300 » ®. E a questa, come alle altre cattedre nuove, si doveva
provvedere per concorso: Solamente », diceva il marchese della Sambuca al
Demarco nel suo dispaccio, solamente, per questa prima volta li maestri delle
nuove cattedre si proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la mia intelligenza,
per combinarsi colla Riforma fatta ». Non passarono infatti tre mesi, che il
ministro Carlo Demarco spediva al cappellano maggiore del tempo, don Matteo
Gennaro Testa Piccolomini, arcivescovo di Cartagine, il seguente dispaccio:
Essendosi fatta presente al Re la rappresentanza di V. S. I. de’ 19 dello
scorso novembre, contenente le terne de’ soggetti proposti per le nuove
cattedre aggiunte all’ Università dei Regi Studi, S. M. ha scelto per
l’Eloquenza italiana don Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per
l’Arte Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese; per la
Storia sagra e profana il prete don Francesco Conforto; I Arch. Sta. Nap.,
Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52. IL FIGLIO DI G. B. V.
295 per l'Agricoltura don Nicola d’Andria; per l’Architettura Civile e
Geometria pratica il Canonico Taralli; per la Geografia e Nautica il p. don
LodoV. Marrano; coll’obbligo però, che debbano tutti tali lettori di persona
far le lezioni, senz'ammettersi sostituti in loro vece nelle cennate rispettive
cattedre nuovamente aggiunte. Rispetto poi alla cattedra di Logica e
Metafisica, S. M. si ha riservato di risolvere in appresso, ed allora a suo
tempo comunicherò a V. S. I. la Real risoluzione. Nel Real nome pertanto
comunico a V. S. I. tal’elezioni de’ cennati lettori, fatte dalla M. S. perché
ne disponga il possesso e l'adempimento; siccome ne ho dato l’avviso a’
medesimi per loro intelligenza. Palazzo, 10 dicembre 1777 !. Chi era don Luigi
Serio ? Nato nel 1744 a V. Equense, esercitava in Napoli la professione
d’avvocato; ma già intorno al ’65 era diventato una celebrità come
improvvisatore. A differenza dei soliti poeti estemporanei, il Serio aveva
solida cultura letteraria e scientifica. Né era privo di buon gusto, come
dimostrano alcune sue polemiche letterarie. La fraseologia dei novatori, della
gente alla moda, gallicizzante ed anglizzante, delle anime sensibili, dei
filosofanti, era un suo odio particolare. Contro costoro scrisse, tra l’altro,
un opuscoletto, pubblicato anonimo, col titolo: Cose e non parole, mettendo in
caricatura gli obblighi filosofici e utilitari, che si volevano addossare alla
poesia. Ma non pare che questo suo odio fosse effetto di un pensiero profondo
»?. Le sue Rime, del resto, raccolte in due volumi nel 1772 e 1775, hanno I
Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 426 (novembre 1777 a gennaio 1778), ff.
140-141; nonché tra le Scritture diverse della Cappellania Maggiore, vol. 34, i
ff. 228-229. Parzialmente lo stesso dispaccio fu pubblicato dal prof. N.
BARONE, Breve memoria intorno ai proff. di diplom. e paleografia nell’ Univ. e
nel G. Archivio, Valle di Pompei CROCE, L. Serio, nel vol.: Aversa a D.
Cimarosa, Napoli, Giannini; e poi nel volume dello stesso Croce, Aneddoti e
profili settecenteschi, Palermo, Sandron, 1914. Sul Serio scrisse più tardi uno
studio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e patriota napoletano del Settecento,
negli Studi di letteratura italiana, pubblicati da E. Pércopo, vol. VI, fasc.
1-2. STUDI VICHIANI scarsissimo valore. Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri
sulla poesta*, dedicati all'abate Galiani: al quale diceva (salvo, nove anni
dopo, nel Vernacchio, a colmarlo di vituperii): Voi siete un letterato di
vivacissimo spirito, di sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete
dunque, se io senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il vostro
giudizio mi servirà di perpetua norma ». Ma più che a questi Pensieri, in cui
pure non mancano buone osservazioni sul mutare degli ideali artistici col
mutare dei secoli, e sui difetti della vuota poesia del tempo, il Serio dové la
cattedra di Eloquenza italiana alla stima guadagnatasi in Corte con le sue
ammirate improvvisazioni, che già quell’anno, 1777, gli avevano procacciato la
nomina di poeta di Corte, nonché l’incarico di rivedere le opere teatrali e
provvedere ai bisogni poetici del S. Carlo*. . Delle ragioni che indussero
all’istituzione della nuova cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli,
facendone risalire il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: Vide il
nostro Re che la gioventù dedita alla greca e latina eloquenza od a svolgere
Demostene, Pindaro ed Omero, o Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così
rozzamente a disviluppare i propri concetti nella materna lingua volgare, come
si ravvisa singolarmente negl’immensi mucchi I Di cui non conosciamo altro che
le prime 12 conservate in una Miscellanea (III st., XV, F., 25) della Società
storica napoletana. 2 Intorno alle lotte che dové sostenere, come revisore
teatrale, per la riforma del melodramma, vedi B. Croce, I teatri di Napoli, Napoli,
Pierro, 1891, 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg., 733 sgg. P. Calà ULLOA,
che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: On peut reconnaître encore
dans quelques pages de Luigi Serio, plus éloquantes et plus spécieuses que
raisonnables, des pensées neuves, et des images heureuses à còté des traits les
plus hasardés. Il eut le torte de semer dans l’arène du palais les fleurs et
les ornements de la poésie. Ses discours portaient l’empreint d’une éloquence
factice et d’un goùt passager; il avait plus d’imagination que de force
d’exprit ». Altri, d’ ingegno anche
inferiore, se laissaient aller, comme Serio, à inonder leur auditoire de fleurs
d’une déclamation académique »: Pensées et souvenirs sur la littérature
contemporaine du Royaume de Naples, Genève, 1859-60, I, 33-4. d’allegazioni ed
altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare a tale inconveniente col fondare
una cattedra di Elo quenza italiana, e fece sì che la lingua di Dante, del
Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi scrittori del secolo decimosesto s’intendesse,
s’imparasse per principii e si pregiasse ». Il pensiero risale certo ad A.
Genovesi, che fu il primo, com'è noto, a insegnare nell’ Università in
italiano, quando iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo la
cacciata de’ gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci di formare un piano
di scuole che poi non poté essere adottato, almeno interamente propose anche
una scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana ; perciocché, mirando
già tutte le nazioni di Europa a rendere volgari e comuni le regole delle arti
e delle scienze, parve all'abate Genovesi necessario che i giovani si
avvezzassero di buon’ora a sapere parlare e scrivere con nettezza ed eleganza
la propria lingua ». Ma questo studio sì necessario », concludeva il biografo
del Genovesi, nel 1770 *, è intanto il più negletto nella nostra educazione ».
Importante è quello che lo stesso Napoli-Signorelli, dopo avere accennato alle
altre cattedre moderne stabilite con la riforma del 1777, ci dice della
impressione che di quelle novità ebbero i contemporanei: Chi crederebbe », egli
esclama, che queste gloriose novità dovessero sembrare innovazioni inutili a
certi vecchioni che non hanno mai inteso più oltre delle istituzioni mediche,
legali e teologiche, della fisica di Aristotele o di Cartesio, e della nuda
pedanteria (ma non altro) delle lingue dotte ? E pure odonsi alcune sparute
larve, ignoranti dell'importanza di tali stabilimenti, mormorarne e torcere il
muso: Quali cattedre ! (van dicendo) lingua italiana, agricoltura, chi I G. M.
GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A. Genovesi, 33 ed., Firenze, 1781, 7I,
9I1-3, 109. mica, commercio, diplomatica, storia naturale, geografia fisica !
Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar la lingua volgare che
parliamo dalle fasce .... Così favellano certi noti annosi maestri, che non mai
seppero passare oltre dei confini della pedanteria e cacciar da sé prisci
vestigia ruris. Ma il gran Ferdinando che d’ingegno e di cognizioni, come di
grandezza d’animo, di possanza e di maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti
idioti eruditi alla vecchia maniera, ha fondate queste nuove scuole
importantissime per rimuovere la gioventù da’ rancidumi, onde non più
comparisca inceppata e coperta di timidezza da collegio a fronte di chi bevve
in migliori fonti » 1. Tra cotesti vecchioni, eruditi alla vecchia maniera, vi
sarà stato anche Gennaro V. ? Non parrà improbabile, se si considera che
realmente, così come nacque, l’insegnamento della letteratura italiana fu una
duplicazione della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università di
Napoli dalla metà del Cinquecento; e se si ripensa alle sue lamentele del 1797
per la sorte toccatagli, di raggiungere dopo 40 anni d’insegnamento quello
stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto: p. es. don
Luigi Serio ! Che cosa abbia precisamente insegnato il Serio sì può argomentare
da un interessante documento rimastoci ?: cioè dal manifesto, con cui. dopo 14
anni d'insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non
sembra vedessero poi la luce. Esso reca la data di Napoli, 16 maggio 179I: Agli
amatori della bella letteratura: I P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando
IV, Napoli, Migliac cio, 1798, 242, 244-5. 2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della
Soc. stor. napoletana. Dalla stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla
pubblica luce le istituzioni dell’eloquenza e della poesia italiana dell’avv.
Luigi Serio, regio cattedratico. Quest'opera sarà divisa in quattro tomi: il
primo conterrà le più importanti questioni intorno all'origine, all’ indole ed
al carattere della lingua; e in esso si tratterà eziandio di tutto ciò, che
principalmente alla grammatica appartiene, ma con animo di veder come esser
possa una delle fonti dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo va l’autore
ritrovando i mezzi, onde si pervenga alla perfezion del gusto, e crede di
esservi riuscito, facendo le seguenti ricerche: I. In che consiste l’artifizio
delle metafore, e quale utilità se ne ricava ? II. Perché le figure, che si
addimandan retoriche, facciano mirabili effetti in qualunque specie di
scrittura e di discorso ? E se ne additerà la cagione nelle passioni, di cui
esse sono, e devono esser il linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri
ingegnosi e i concetti, e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o
riescon freddi e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo,
hanno pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che forma
l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in particolare. V.
L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono idee distinte o confuse ? e
possono esser soggette a un maggiore schiarimento ? VI. Che cosa è stile ? E
qui, abbracciandosi l’antica divisione di stile semplice, temperato e sublime,
se ne dimostreranno i caratteri, e con questa occasione si faranno per lo stile
semplice molte osservazioni sulle lettere familiari, su’ dialoghi, sulle
materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla istoria; e per lo stile
sublime si andrà esaminando in che consista il merito di que’ fortunati
pensieri, che in prosa o in verso riempiscono gli animi de’ lettori in un
medesimo tempo di gioia, di maraviglia e di nobile ardimento. VII. Si faranno
finalmente opportune riflessioni sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il
quarto tomo è destinato alla poesia italiana, e conterrà questi sei trattati,
cioè l'origine della nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del verso, e
come possa servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il dar persona alle
idee; la lirica poesia in generale, e le sue diverse specie; e i principii
della poesia drammatica, e dell’epica.... Addio. L'insegnamento del Serio era,
come si vede, il pendant della rettorica e della poetica insegnata da Gennaro
V.. Questi esemplificava i suoi precetti con la lettura dei classici latini; il
Serio con quella degli scrittori italiani. A’ suoi commenti danteschi accenna
il marchese di Villarosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti
poetici fa dire al Serio: Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura, Talora i
pregi di svelarne avviso. Gli stessi precetti e le teoriche dovevano spesso dar
luogo ad esemplificazioni, e quindi a letture di classici, secondo era
richiesto già dall’antico programma di Rettorica. Lo stesso Villarosa ci dice
che, esercitando il suo ufficio, il Serio ne riscosse non mentite lodi,
perciocché le sue lezioni, pronunziate con brio e piacevolezza, eran ripiene di
recondito sapere, le bellezze additando dell’idioma gentil sonante e puro». Ma
la pagina più bella, scritta dal Serio, fu quella della sua morte » 3. È noto
il racconto commovente del Colletta. Il 13 giugno 1790, il Serio si trasse
dietro i nipoti a combattere contro le schiere di Ruffo, che assaltavano
Napoli: Il vecchio, per grande animo e natural difetto agli occhi, non vedendo
il pericolo, procedeva combattendo con le armi e con la voce. Morì su le sponde
del Sebeto: nome onorato da lui, quando visse, con le muse gentili
dell'ingegno, ed in morte col sangue » 4. Il borbonico Villarosa nota
amaramente che le Muse non furono capaci a salvarlo, ed illagrimato non poté
evitar la taccia di arrogante ed ingrato ». E per lo sdegno, forse, contro
questa ingratitudine dei poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più
saperne di professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di Corte del 1805
la cattedra si dà ancora per vacante 5. Ed. cit., p. 21. O. c., p. 84. B.
CROcE, Aneddoti, p. 298. 4 COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32. 5
Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1805, 122-3 (Napoli, 1805).
Venuto Giuseppe Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un decreto, come fu sopra
accennato, per riorganizzare gli studi universitari sopprimendo parecchie
cattedre, anche di quelle stabilite nel 1777, e alcune istituendone nuove *.
Tra le soppresse con quelle di Diritto di natura, Testo d' Ippocrate, Etica,
Teologia primaria, Testo di S. Tommaso, Storia de’ concili, ecc., v'è anche,
come dissi già, la Rettorica: la cattedra di V. 2. L’ Università fu divisa in
cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia 3 e Scienze naturali. Ma
alle Facoltà erano aggiunte sei cattedre diverse : Commercio; Critica e
diplomatica; Eloquenza antica e moderna; Lingua greca; Lingua ebraica; Lingue
orientali. Nell’ Eloquenza antica e moderna pare s’intendesse fondere i due
insegnamenti di Gennaro V. e di L. Serio; e vi fu nominato 1l già sostituto di
Gennaro, il can. Nicola Ciampitti (decreto 31 dicembre 1806); il quale conservò
la cattedra con quel titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un
decreto del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una cattedra di
Letteratura antica e moderna, nominandone titolare (col soldo di professore di
3* classe, come tutti gli altri delle cattedre diverse ») certo Angelo
Marinelli. Ci è arrivata la Prolusione che il Marinelli lesse quell'anno stesso
în occasione dell'apertura della nuova cattedra di letteratura antica e moderna
eretta nella R. Università degli studi di Napoli ; ed essa accenna alle
ragioni, per cui la coltissima » Accademia di storia e d’antichità, fondata I
Vedi questo Decreto nella Collez. degli editti, determinaz., decreti e leggi di
S. M. da’ 15 febbr. ai 31 dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana), 384 Sgg.,
nonché nell’altra Collezione (pressoché ignota e pure importantissima) delle
leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la P. I. promulgati nel già
Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, Napoli, Fibreno, 1861-3 (3 voll.), I,
6-7. 2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’ Università, che nel 1805 era
passata a Monteoliveto, tornò al palazzo detto del Gesù vecchio ». 3 In questa
Facoltà furono comprese 6 cattedre: 1) logica e metafisica; 2) matematica
semplice; 3) matematica trascendentale; 4) meccanica; 5) fisica sperimentale;
6) astronomia. l’anno innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e garantita » al
governo l'istituzione della nuova cattedra. E ci dà insieme un'idea di quello
che tale insegnamento doveva essere. Non era un uomo volgare questo Marinelli.
Fratello primogenito di Diomede, autore dei noti Giornali, ora in parte
pubblicati, così utili allo storico degli avvenimenti napoletani dal 1794 al
1820 ?, egli, sebbene sacerdote, fu, come il fratello, caldo fautore della
repubblica del 1799. Ma più del fratello dové compromettersi, se, appena caduta
la repubblica, il 14 giugno venne arrestato e condotto al Ponte della
Maddalena, quartier generale del Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il
14 agosto; ed ha sofferto molto dalla vil plebe », notava quel giorno il
fratello 4, come gli altri; e tra l’altro, gli ponevano in bocca ogni lordura,
che trovavano in terra ». Il 27 settembre il fratello notava ancora 5:
Quest’oggi mio fratello Angelo Marinelli mi ha mandato a dire, ch'è stato
condannato ad esser deportato fuori il territorio napole I Con decreto del 17
marzo 1807: vedi la Col/ez. ora citata, I, 30-32. Questa Accademia fu poi,
com'è noto (COLLETTA, Storia, lib. VI, c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch.
Stor. Nap., V, 1880, 595-7) incorporata nella Società reale di Napoli,
istituita da Giuseppe con decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56),
diventata nel 1817 Società Borbonica. Nei Giornali del Marinelli, t. XII,
80-82, è riferito il decreto di costituzione dell’Accademia del 1807; e segue
questo ricordo: Per decreto di S. M. sono nominati Accademici dell’Accademia
Reale d’ Istoria e di Antichità i signori p. Andrés, cav. Arditi, arcivescovo
Capecelatro, abbate Gaetano Carcani, Domenico Cotugno, Francesco Carelli,
abbate Nicola Ciampitti, Francesco Daniele, consigliere di Stato Delfico,
professore Gargiulo, abbate Donato Gigli, abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli,
abbate Girolamo Marano, generale Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo
Bosini, canonico Francesco Rossi, cav. Villa-Rosa ». 2 Vedi la nota su D.
Marinelli in B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 17993, Bari, Laterza,
1912, 187-88; e la cit. pubblicazione della I parte dei Giornali di D. M. a
cura di A. FIORDELISI. 3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, 81-2. 4 Ivi, p. 88.
5 Ivi p. 96. tano, e portato in Marsiglia ». E il 19 novembre, infatti, Angelo,
in Sant’ Elmo, firmava l'obbligo di andare in esilio sua vita durante » *. Onde
il 14 dicembre Diomede poteva registrare con piacere che nella notte il
fratello era stato imbarcato per Marsiglia: Sto contento », scriveva, temendo
di peggio » =. Non ne seppe altro fino al giugno dell’anno dopo, quando Angelo,
dopo sei mesi, gli diede finalmente notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non doveva
rivederlo che nel 1807 la sera del 12 ottobre, dopo otto anni d'esilio ! 4.
Questi meriti patriottici del Marinelli, che, per altro, aveva esercitato
sempre la professione dell’insegnamento, ne fecero un professore dell’
Università, con cattedra istituita per lui, sotto Giuseppe Bonaparte. La sua
reputazione », dice l’ Ulloa 5, e una vita esente da rimproveri furono forse le
vere cause della sua riuscita e del favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede,
quando il giovedì 28 aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©: Questa mattina
Angelo mio fratello ha principiato le lezioni della nuova cattedra, ne’ Regi
Studi, di letteratura antica e moderna !» Ma non convissero quindi che pochi
anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali 7: Angelo Marinelli,
mio fratello germano, nato nel 17658, è passato a miglior vita nella notte a
sei ore venendo il sabato di marzo del 1813. Mi è avvenuta questa disgrazia
dopo una tediosa malattia di quasi tre mesi con idropisia, e poi è terminata
con cangrena nella verga. È stato seppellito il sabato a sera nella I Ivi, p.
112. 2 Ivi, p. 117. 3 Ivi, p. 130. 4 Sotto questa data nel ms. t. XI, p. 708:
Questa sera verso le ore 3 è giunto Angelo mio fratello dopo l’esilio di otto
anni ». 5 Pensées cit., I, 114. 6 Ms. t. XI, p. 723. 7 Dal ms. cit. XI, p. 733.
8 Nacque probabilmente a Longano nel Molise. Congregazione di S. Caterina a
Formello. Esso mio fratello era sacerdote, e professore dell’ Università di
Napoli. Gli primi studi gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu lettore e
rettore per pochi anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare maggiormente, e
aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla populazione della nota
rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi si trattenne essendo passato
in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo di Alessandria e di Casal
Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre del 1807 si ritirò in mia casa, e poco
dopo fu fatto professore nell’ Università, e confirmato dell’organizzazione
seguìta a dì 18 gennaio 1811. Era uomo portato all’ ipocondria, sentenzioso e
grave. Studioso all'eccesso ed era il suo idolo la gloria ed onore nelle
scienze. Giusto nelle sue deliberazioni, e non capace di offendere niuno in
fatti, sebbene in parole spacciasse che la vendetta era il nettare di Giove.
Amava la gioventù e principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei
che lo conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con tutt’i
sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1. Ma torniamo alla
Prolustone. Il Marinelli dice che la nuova cattedra ha di mira particolarmente
l’analisi critica e ragionata de’ classici antichi e moderni » per formare di
una maniera facile e breve » il gusto dei giovani, e abituarli ad apprezzare e
leggere gli autori con discernimento, pronunziare sul loro merito il proprio
giudizio con sicurezza, e, proponendoseli per modelli, lavorare componimenti
solidi e degni dell'immortalità ». I classici da leggere sono i grandi
scrittori di queste quattro epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la
Roma di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici, la Francia di
Luigi XIV. Da essi trar bisogna l’abbondanza e la ricchezza de’ termini, la
varietà delle figure, la maniera di comporre, le immagini, i movimenti,
l’armonia e tutto ciò che evvi di bello, di grande e di squisito I Un nipote di
Angelo Marinelli affermava nel 1887 che un’opera dello zio su la Fisonomia
dell’uomo si conservava manoscritta presso l'arciprete di Longano (Croce, O.
c., p. 187): ma non se ne sa altro. IL FIGLIO DI G. B. V. 305 nel carattere del
loro ingegno e del loro stile ». Dunque, lettura ed analisi di Omero, Sofocle,
Euripide, Pindaro, Tucidide, Virgilio, Orazio, Sallustio, Petrarca !, Tasso,
Ariosto, Corneille, Racine, Fénelon. Studio importantissimo ai tempi nostri,
dice il Marinelli, perché oggi più che mai si trascurano i grandi originali,
che soli formar possono il nostro spirito ». Del resto, il novello insegnante
non intendeva presentare questi classici per modelli perfetti all’ammirazione
cieca degli scolari. Anzi annunziava una critica severa », che, rilevando le
imperfezioni, avrebbe fatto meglio risplendere il merito, come il fuoco dà un
nuovo lustro alla purezza dell’oro ». La censura non fece forse migliori i
cittadini di Roma? Bisogna distinguere le buone guide dalle pericolose. Chi non
sa che Seneca, Lucano e Marino hanno in diverse epoche contribuito a corrompere
il gusto della gioventù ? ». Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto
è egualmente buono, né tutto ciò che è buono, conviene egualmente in tutti i
tempi e luoghi. Chi oserebbe imitare oggidì le noiose enumerazioni d’ Omero e
le similitudini ch'egli prende da cose basse e triviali; i dettagli minutissimi
d’ Ovidio; lo stil concettoso del Marino; le leggi drammatiche tante volte
trascurate dal gran Corneille ? ». Questa dev'essere scuola di critica e di
buon gusto ». E quando questa novella cattedra », dice il Marinelli a’ suoi
uditori, non servisse ad altro ch’ a distruggere quel resto d’amore pe’
concetti e per le arguzie, che regna in quegli spiriti, il di cui gusto non è
ancora depurato, a far amare da coloro che si piccano di comporre, quella
saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mostrare che nelle cose piuttosto
che ne’ termini bisogna I Dante non c'entra: forse perché non si poteva tirare
come il Petrarca (per via degl’ imitatori), al secolo di Leone X. Del resto il
Marinelli conchiude: Questi ed altri scrittori celeberrimi.] cercare la nobiltà
dell’espressione; ad evitare ne’ discorsi quella grandiosità affettata, la
quale egualmente che la semplicità triviale, è contraria alla dignità della
dizione; insomma a scrivere sensatamente, ciò bastar dovrebbe a convincervi
della sua utilità ». Siamo, come sì vede, a un livello molto più alto che col
Serio. Il fondo dell’insegnamento è ancora la rettorica: ma che rivoluzione !
Tutta la precettistica, tutto il convenzionalismo, e il formalismo classico e
pedantesco sono iti: Marinelli è uno schietto romantico; e in qualche accento
ti parrebbe di sentir già il De Sanctis, se non stonasse, tra tanto buon senso
e indipendenza di giudizio, qualche accenno a quel filosofismo, di cui il
Marinelli doveva essersi imbevuto già prima del ’99, e anche più nelle sue
peregrinazioni in Francia e nella Cisalpina. Terminando il suo discorso,
esponeva brevemente il metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe
studiato di sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali, che hanno contribuito
alla nascita, all'incremento ed allo splendore di ciascuna letteratura ».
Avrebbe cercato perché essa, come una pianta, in alcuni climi si è veduta
nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica altrove, non ha prodotto dei
frutti che a forza di cultura, o perché selvatica ha resistito alle cure che si
son prese di ccltivarla ». Avrebbe indagato il perché della mirabile fioritura
delle quattro epoche letterarie. Compiuto questo quadro filosofico delle
vicende e della storia letteraria de’ quattro secoli », sarebbe venuto quindi
all’esame dei classici. Ma bisogna sentire quanto nei criteri qui enunciati per
tale esame questo Marinelli, rimasto finora quasi interamente ignorato,
s’avvicini a principii e metodi molto recenti: Di quelli che col lor sapere e
coll’opera loro si renderon più illustri, parlerò più ampiamente; più
brevemente di quelli che non furon per equal modo famosi. Della vita de’ più
rinomati scrittori accennerò in iscorcio le cose le più importanti, e quelle
particolarmente che contribuir possono a dar lume e risalto maggiore alle lor
produzioni; più diffusamente ragionerò di ciò che appartiene al loro carattere,
al loro sapere, al loro stile. Rileverò i pregi e le bellezze che
sfolgoreggiano nelle opere loro, per promuoverne l’ imitazione. Non passerò
sotto silenzio i difetti che intrusi vi sono, affinché s’evitino. E se parlar
dovrassi di due o più scrittori, che si saranno nello stesso genere segnalati,
non tralascerò di farne il parallelo e di mostrare in che l’ uno sull’altro
primeggi. Infine il Marinelli credeva di conchiudere, che questo insegnamento
avrebbe istruita la gioventù senza obbligarla al meccanismo de’ precetti, e
senza ingolfarla nelle minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli
alle persone di già avanzate negli studi ». Ben presto però il carattere speculativo
di un tale insegnamento dovette prevalere sulla sua parte storica, e la materia
trasformarsi in una filosofia dell’eloquenza. Filosofia dell’eloquenza
s'intitola infatti il libro pubblicato dal Marinelli nel 1811, e dedicato (in
data di Napoli, I La filosofia dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI, professore
di letteratura classica nella Regia Università di Napoli, e socio di varie
Accademie italiane e straniere. In Napoli, 1811, presso Angelo Trani; di
VI-103, in-8°. A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che l’Autore avrà svolto nel
suo corso: ossia intorno alle cause del fiorire delle lettere nei quattro
secoli accennati nella Prolusione del 1808. Una Filosofia dell’eloquenza o sia
l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783 in due grossi volumi in-16°
(in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv. FRANC. ANT. ASTORE, uno de’ martiri
del ’99, nato a Casarano, in Puglia, nel 1742, autore nel 1799 d’un Catechismo
repubblicano e d’una trad. dei Diritti e doveri del cittadino del MaBLY. Vedi
su di lui una notizia di N. MORELLI, in Biografia degli uomini illustri del
Regno di Napoli del Gervasi, vol IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani
benemeriti ecc., Roma, 1883, 34-41, e B. Croce nell'Albo della vivoluz. napol.
del 1799, p. 28. Per la sua condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti del 1799
nelle Due Sicilie, p. cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine Croce, La Rivol.
napoletana. La Filosofia dell’eloquenza ebbe una ristampa a Venezia, e fu
tradotta in francese dall’ Yverdun; ed è certamente opera notevole per la
profonda conoscenza che dimostra della letteratura estetica straniera, specie
francese ed inglese, e per lo strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici
pubblicati quel 2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo della pubblica
istruzione, versando sulla riforma dello studio dell’eloquenza ». Scopo del
libro era quello di mostrare che, più degli aridi precetti de’ retori, una
felice disposizione della natura, il genio, l'entusiasmo, la conoscenza del
mondo ed un ricco corredo di cognizioni filosofiche formano l’uomo eloquente ».
Questa, dice il Marinelli nella sua dedica, è una teoria da me già dimostrata
ad evidenza ». (Dove dimostrata, se non nelle sue lezioni ?) Pure a giudizio di
alcuni essa sembra ancora un problema ». Da qui parrebbe che il suo
insegnamento avesse suscitato qualche critica e forse anche un certo scandalo.
Che insegnava egli dunque ? Un cenno di questo libro non si riterrà fuor di
luogo, se si tien conto delle felici osservazioni che vi abbondano e la grande
rarità di esso. l’anno stesso dal Pagano, vi si fa, delle idee del V. con
quelle dei sensisti. La menziona il CROcE nelle sue Varietà di storia
dell’estetica, nella Rassegna crit. di lett. ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5
(poi in Probl. di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana,
Bari, 1910, p. 385), ma merita uno studio particolare. In quest'opera però la
rettorica è elaborata filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha
altro che il titolo in comune con la Filosofia del Marinelli. Un lavoro sull’A.
fu pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE BroUWER, Franc. Ant. Astore,
patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei, Sc. mor., serie 58, vol. XIV,
299-315. L’Astore fu in amicizia con Gennaro V., com'è dimostrato da una sua
letterina pubblicata dal DE SiMONE, p. 303, dov’ è detto: Vi acchiudo due
esemplari di certe bagattelle poetiche.... di un vostro amico.... il quale....
ve ne presenta un esemplare per vostro uso.... L'altro esemplare al nostro
signor V. ». Insieme coi libri del Marinelli e dell’Astore può esser ricordato
il Saggio filosofico sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE (Siracusa,
Pulejo, 1795, 2 voll.). Ne ho potuto vedere soltanto il 2° volume, dove l'A. si
dimostra un sensista, e si riferisce più d’una volta all’Astore. Questo saggio
», dice D. ScINÀ (Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo
XVIII, Palermo, 1824-27, III, 440-4I), è modellato sul Batteux, e su quelli
francesi, che scrivono di eloquenza più colla teorica, che col sentimento, e
più colla metafisica che col gusto; e come manca di quel senso delicato, vero e
naturale che ci fa il bello sentire; così avviene che di sugose osservazioni
scarseggi, e venga nella scelta degli esempii non di rado a fallare. Cioè non
di meno, se il Gentile non è atto a formare degli oratori o pur de’ poeti, ha
il pregio di tener lontani i giovani dalla pedanteria ». È diviso in due parti,
una negativa, Del vero carattere dell’eloquenza, in cui l’autore critica la
vecchia rettorica; e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla scienza del
comporre, che espone le dottrine critiche del Marinelli. L'esposizione procede
per considerazioni aforistiche ed epigrammatiche; ed è più una serie di
appunti, che una trattazione vera e propria. Rilevata l’importanza del
linguaggio nello sviluppo dello spirito, accennati gli effetti per esso
conseguibili quando tocchi il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che questi
effetti annunciano la forza ed il potere di un’anima che signoreggia sulle
anime mercé l'ascendente della parola » +. E nota subito: Quel che evvi però di
singolare si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad un talento sì
raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che il ridurre, se si potesse, il
genio a precetti. E colui che ha preteso il primo, che gli uomini eloquenti si
debbano all’arte, o 11 dono della parola certamente non possedeva, o era molto
sconoscente ed ingrato verso la natura ». La natura sola fa l’uomo eloquente.
Gli ornamenti studiati delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore”
della scolastica di fronte alla vera filosofia. Qual cosa, infatti, più
triviale quanto il professare e mettere in pratica un’eloquenza sì ridicola ?
Figure ammonticchiate, grandi parole, che non dicono nulla di grande, movimenti
imprestati, che non partono dal cuore, e che per conseguenza non vi giungono
giammai, non suppongono al certo nell’autore e nel maestro alcuna elevazione di
spirito, alcuna sensibilità. Ma la vera eloquenza essendo l'emanazione di
un’anima ad un tempo semplice, forte, grande e sensibile, bisogna in sé
concentrare tutte I L’ULLOA (Pensées, 1, 114), il quale dice anche lui, che
questa Filosofia dell’eloquenza ne manquait pas d’apergus nouveaux et
intéressants » (1, 116), a proposito dei discorsi letti dal Marinelli nella
Pontaniana nota che in quel tempo la conduite des écrivains était inégale et
incorrecte. À
ce défaut près, l’auteur a de la méthode, de l’érudition et du jugement.]
queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché, diciamolo pur con
franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal sorprendente, dal sublime,
lungi non è dall’esprimerlo !. I precetti non hanno prodotto mai nessun
capolavoro. Infatti i grandi scrittori sono d’accordo nel dire che gli squarci
più sorprendenti delle loro opere hanno quasi sempre loro costato minor fatica,
perché sono stati ad essi come ispirati, producendoli. L’eloquenza è nata
avanti le regole della rettorica.Cmero sparso avea di tratti sublimi e
magnifici i suoi poemi divini, ed il teatro greco vantava un Eschilo, un
Sofocle ed un Euripide, prima che lo stile sublime fosse stato definito
da Demetrio Falereo, ed il filosofo di Stagira prescritto avesse regole
sulla tragedia ». La rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il
popolo stesso usa il linguaggio figurato, e nulla più frequente dei
tropi sulla sua bocca. Come nelle leggi la lettera uccide e lo
spirito vivifica, così le teorie rettoriche sono diventate altrettante
gravi catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei
retori moderni, modellate su quelle degli antichi, rigurgitano di definizioni, di regole e
di particolarità, necessarie forse per leggere con profitto gli oratori
latini, ma assolutamente inutili e contrarie anche al genere di
eloquenza, che si professa ai giorni nostri ». Questi retori, «
fanatici per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci
dettero per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero,
senza discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del sentimento e
della ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna ricavarle dagli
stessi principii delle cose », dallo
studio degli uomini, della natura e delle arti medesime. Non devono
essere regole, a cui il genio abbia da sottomettersi servilmente, senza
il diritto di scostarsene ogni volta che ZII gli siano di peso e
d’imbarazzo. Abbia egli la regola per far bene, ma anche la libertà, per
far meglio. Il Gravina avrebbe voluto che il Metastasio radesse il suolo, schiavo della regola,
quando era fornito di penne per tentare un volo di Dedalo, ed apprendesse
le leggi del teatro dalle usanze de’ greci, quando, per ispirazione di
Melpomene, st leggeva l’arte dentro il suo cuore ». Fortuna che la
natura la vinse sull’autorità del maestro! La scuola lo rese autor del
Giustino; il genio ne fece un classico ». Sicché le opere artistiche
bisogna giudicarle non dalle imperfezioni e dalle quisquilie che vi si
rinvengono, ma dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo e,
almeno per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un principio
fondamentale della sua critica. Il poema
di Klopstock », dice il nostro Marinelli, è forse meglio condotto
della Eneide; ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta la
regolarità della Messiade. I drammi di Shakespeare e la Divina Commedia
di Dante hanno delle imperfezioni barbare e disgustevoli; ma a traverso
di quella densa caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino
soli potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno
l’immaginazione; lasciate saltellare e correre a suo bell’agio quel
destrier generoso; esso non è giammai sì bello quanto ne’ suoi
traviamenti .... Abbandonato a se stesso, alle volte cadrà certamente; ma
che ? anche nella sua caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia
che perderebbe colla libertà. La turba dei retori definisce
l’eloquenza: l’arte di ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio
il D’ Alembert: il talento di far passare con rapidità, ed
imprimere con forza nell’anima altrui il sentimento profondo di cui siamo
penetrati ». In tutte le lingue vi sono I Pagg. squarci
eloquentissimi, che non provano nulla, e quindi non si può dire che siano
atti a persuadere; eloquenti sono perché scuotono potentemente chi legge
od ascolta. Quando Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio
di Troia, o le rammemora il congedo che da lei prese Ettore sul punto di
andare a battersi con Achille, non ha certamente disegno di persuaderla.
Ella geme e, piena del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri
il suo cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza
prosaica, non tanto diverse, che, attingendo le loro ricchezze nella
medesima sorgente, non si ravvicinino qualche volta, non si tocchino, non
si confondano ». La distinzione tra poesia e prosa è propriamente
distinzione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli ha un concetto
prettamente vichiano. I poeti classici precedono sempre i prosatori; ed è
agevol cosa a trovarne la ragione. La poesia non è che l’opera della fantasia e
del sentimento. Or i popoli che sortono dalla barbarie, avendo idee ristrette e
limitate, sono per conseguenza sommamente immaginosi. Ciò osservasi di leggieri
nei fanciulli che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al contrario, la prosa
richiede intelletto e spirito di osservazione. Quindi negli uomini sviluppandosi
più presto quelle prime facoltà, che i talenti, i quali suppongono la maturezza
del giudizio, è avvenuto che l’eloquenza pcetica ha sempre fiorito prima della
prosastica in tutte l’epoche della letteratura ». Dopo di che fa veramente
meraviglia che il Marinelli si affanni a dimostrare che la filosofia, lungi dal
nuocere, giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che il più bello
squarcio di eloquenza, se manca del fondo di verità che vien compartito dallo
spirito filosofico, rassomiglia a quel fiorellino, che, pompeggiando in mezzo
al prato, sorprende i primi sguardi, ma, appena colto, langue e si scolora ».
Miscuglio di falso e di vero, in cui senti l’influenza della filosofia di moda,
come là dove Dio non è altrimenti nominato che Ente supremo » da questo curioso
prete della rivoluzione, il quale si dice amasse vestire sempre da laico *.
Pure, un fondo di verità, per dirla con lo stesso Marinelli, nel suo pensiero
c’è; e si scopre subito, quando l’autore soggiunge che per sentire il pregio dell’espressione,
bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi da Verulamio, i Montesquieu e i
Filangieri, unire l’arte di scrivere all’arte di ben pensare ». Non si respira
qui l’aria romantica ? Da anteporre a tutti gli studi dei libri, il più utile e
11 più necessario, lo studio degli uomini e della vita. Volete conoscere gli
uomini ? Vedeteli da vicino, ascoltateli, osservateli continuamente: Una
parola, un colpo d'occhio, un atteggiamento, un gesto ed il silenzio stesso è
alle fiate quel che dà la vita, l’espressione » ?. Non sta negli ornamenti
estrinseci il vero pregio di un’opera d’arte: il capolavoro, spogliato di essi,
conserva tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore rendersi interessante ?
S’investa bene della parte sua, ed esamini a fondo le cagioni e gli effetti
degli avvenimenti. Quando una volta si è renduto padrone della sua materia;
quando si è investito del carattere che dee rappresentare; quando la sua anima
si è riscaldata, per così dire, ai riverberi della sua immaginazione; quando essa
è montata al livello del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale
quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il valore del sentimento
interiore si spande su tutto il suo discorso ». Sobrietà, sopra tutto, e
naturalezza. Se un sol I CROCE, La Rivol. napol.] tratto ha espresso una
passione violenta, ogni aggiunta non fa che guastare. Romantica è anche l’idea
del Marinelli, che bisogna essere originali, ma che, se avete disegno di
depredare le idee altrui, siano almeno quelle, che non alla vostra, ma
all'estere nazioni si appartengono .... Trasporterete tra i vostri nazionali un
nuovo fondo di dottrine, e dilaterete così la sfera delle loro cognizioni ».
C'è ancora in questo libretto, certamente, molto vecchiume rettorico; ma c’è
pure una tendenza, che ha una importanza storica notevole; e qua e là lampeggia
un ingegno critico non comune. I A questo proposito il Marinelli fa una critica
del Laocoonte di Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e libertà di
giudizio (PP. 73-4). Aggiungerò qui in nota che negli Atti della Società
Pontaniana (alla quale il Marinelli appartenne come socio residente), vol. I,
Stamp. Reale, 1810, 93-120, e 213-39, sono due memorie del Marinelli: Cagioni
dei progressi straordinari dei greci nella letter. e nelle belle arti, letta ai
20 dicembre 1808; e Origine e progressi della letter. e delle belle arti presso
1 Romani, letta nella sed. de’ 30 maggio 1809. La prima è una dimostrazione di
quell'amore della bellezza che i greci portarono in tutte le forme della loro
attività. Curioso questo brano in cui si vuol spiegare la semplicità greca: I
greci erano semplicissimi, per la ragione ch’essendo repubblicani, esser
dovevano più liberi e generalmente popolari. Sì, quella libertà ch’eleva
l’animo dei cittadini, fu la prima cagione che contribuì allo sviluppo di quel
popolo classico, poiché la forma del governo influisce essenzialmente sulle
arti e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani che, rispettando il codice
eterno della natura, lasciano ai sudditi la porzione della libertà ch'è loro
necessaria per illuminarsi, bisogno non hanno di minacce e di catene per
tenerli a freno, né innalzar debbono baluardi sulle frontiere per garentire lo
stato dagli insulti stranieri. Il genio, il valore, i lumi e la virtù sono i
figli della libertà ». La seconda memoria è un abbozzo di storia letteraria
romana. A p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine greca delle leggi delle XII
tavole, dice: Non s’ignora che Giambattista V. nella sua Scienza Nuova intorno
alla natura delle cose (sic) ha messo in forse questo fatto; ma il dotto
avvocato Antonio Terrasson in una delle sue memorie inserita negli atti
dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII, l’ ha difeso in modo, che sembra non
potersene più dubitare ». Pur citando il Terrasson (Sulle leggi delle XII
tavole), il Cuoco, invece, nel suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e
con brio la tesi vichiana. DALLA RIFORMA DEL ALLA FINE DEL REGNO. Una Filosofia
dell’eloquenza aveva proposta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, intelletto
veramente superiore, nel piano degli studi universitari, al luogo della
cattedra del Ciampitti (Eloquenza antica e moderna)e di quella del Marinelli,
il cui titolo era propriamente, come s’è veduto: Letteratura antica e moderna.
Il Rapporto e progetto di legge presentato nel 1809 a G. Murat dalla
Commissione straordinaria pel riordinamento della pubblica istruzione nel Regno
di Napoli, di cui fece parte quello spirito illuminato di Melchiorre Delfico,
ma fu relatore e vero autore Vincenzo Cuoco, è il documento pedagogico e
scientifico più notevole, in cui ci sia accaduto d’incontrarci in questa nostra
ricerca. Questa scrittura del potente scrittore di Civitacampomarano, insieme
col Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che
di più notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati tra il
'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo il Cuoco grandeggia in
questo Rapporto come un alto spirito solitario, giacché egli si rannoda
direttamente al pensiero d’un grande morto, rimasto nome sacro ma incompreso
per tutto il periodo che abbiamo qui addietro percorso, e per cui si distese la
vita presso che vuota di Gennaro V.. Il nome del padre di costui ricorre in
questo scritto più d’una volta. Sono esplicitamente richiamate alcune delle
idee più geniali dell’ Orazione De nostri femporis studiorum ratione*. Ma
quando gli accade di I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl.
con note e appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati menzionare
la Scienza Nuova, l’autore esce a dire di essa: Una delle opere le più ardite
che lo spirito umano abbia tentate; e se quell’opera non ha prodotto ancora
tutto quello effetto che dovea produrre, ciò è solo perché era superiore di
mezzo secolo all’età in cui fu scritta. Ma è degno di osservazione, che le idee
di V. vanno sbocciando nelle menti altrui, a misura che la filosofia
dell’erudizione progredisce; e si spacciano da per tutto molte teorie come
novità, mentre non sono altro che semplicissimi corollari della dottrina di V..
Noi non ne facciamo l’enumerazione, perché forse potrebbe dispiacere a molti, i
quali saranno inventori di quelle cose, delle quali potrebbero esser creduti
plagiari:, se mai le opere di V. fossero tanto note, quanto meriterebbero di
esserlo. Quello però che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina di V.
è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue applicazioni; ma n’è rimasta
oscura la teoria generale, da cui tali applicazioni dipendono, e da cui sl
possono rendere più ampie e più certe » ?. Il Cuoco non è certo un plagiario
del V., né anche in questo Rapporto 3: dal V. trae ispirazioni e germi fecondi
di pensiero nuovo. Un esame dell'intero scritto p. 98. Lo scritto del Cuoco
nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I. (dove fu ristampato nel vol.
I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c., p. 61, lo riferisce al 1812. Ma
documenti inediti dell'Archivio di Stato di Napoli (da me pubblicati nel volume
Scritti pedagogici inediti o rari, 251-6) ci attestano che il Rapporto e il
Progetto risalgono al 1809. Si vegga ora in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg.
I Il Cuoco non prende questo termine nel senso ora corrente: ma vuol dire
ripetitori, non originali. Intorno a questa fortuna delle idee vichiane si può
vedere del Cuoco l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato dal RUGGERI,
186-99 (cfr. sopra, 287-88), e una sua Pagina inedita data in luce da M. Romano
nel vol. Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis),
Napoli, Ricciardi, 1908, 181-92. 2 O. c., 132-3. Sui rapporti del Cuoco col V.
si può anche vedere quel che ne ho detto nella Critica del 20 gennaio 1904,
III, 39 sgg.; nel mio Saggio su V. C. pedagogista, che sarà prossimamente
ristampato con la mia Commemorazione di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol.
XXII delle Opere di G. GENTILE, Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)]. sarebbe
qui fuor di luogo. Tuttavia non è possibile, prima di vedere il disegno che il
Cuoco propone e propugna per l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare
anche uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegnamento letterario
nella scuola media. Il Cuoco inizia per questa una riforma capitale, mettendo a
capo di tutte le materie da insegnarvi la lingua italiana, della quale nelle
scuole mezzane non s’era pensato ancora a far oggetto di studio speciale 1. E
bisogna sentire come ragiona la sua proposta. Il linguaggio », egli dice, non è
solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n’è anche
l’istrumento. La prima lingua che noi dobbiamo sapere, è la propria.
L'educazione de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente, allo studio
grammaticale delle lingue morte. Le lingue non sì possono 1 Dopo la cacciata
dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770 dal Tanucci, che ordinò in Napoli il
collegio del Salvatore e altri reali collegi in Aquila, Bari, Capua, Catanzaro,
Chieti, Cosenza, Lecce, Matera e Salerno, restrinse ancora tutto l’
insegnamento letterario al latino e al greco. Vedi il Regolamento degli studi
del Collegio napoletano del SS. Salvatore e de’ Collegi Provinciali, in DE
SARIIS, lib. X, tit. VI, (pp. 53-54) e nelle Prammatiche De reg. studiorum (pp.
42-50). Vedi pure le Istruzioni per le scuole del Salvatore e delle Provincie,
anche del Tanucci (1771), nelle stesse collezioni. Solo per i convittori del
convitto in queste istruzioni si stabili un'ora al giorno di scuola particolare
perlostudio delle lingue italiana, francese e spagnuola, in due soli anni del
corso, che era di otto; fuori, dunque, del programma comune. Nell’ istituzione
dei collegi il Tanucci fu detto seguisse i consigli di Ferdinando Galiani. Vedi
la Vita dell’ab. F. Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, 35-6. Nelle
Lettere di F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914, pubblicate da
NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768, riguardante gli
istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo l’espulsione dei gesuiti.
Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che si potrà dar la cura di
distenderne il piano ai più valenti professori dell’ Università; ma intanto che
si faccia, si potrà senza esitazione servirsi di que’ regolamenti distesi dal
sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di Campagna per il nuovo Collegio di
Sora, messo sotto la sua cura. Kegolamenti, che fan conoscere non meno l’adequatezza
e acume della mente, che le profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli
altri regolamenti dal medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni di
ore ecc. di quel Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso adottati.
apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari; lo avverte benissimo il
proverbio: alzud est grammatice, aliud est latine loqui; e l’esperienza
giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi
e semplici; e tra le grammatiche la più breve è sempre la migliore. Lo studio
della lingua, e non già della grammatica, deve esser lungo; ma ogni studio
soverchio, che si dà alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua, la
quale non si apprende se non colla lettura e retta imitazione de’ classici ».
Tanto buon senso non dico che precorre il tempo del Cuoco; perché troppi ancora
non ne sono capaci. Certo, meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su questo
punto. Noi diremo anche di più », continua il Cuoco: rende più facile lo studio
delle lingue morte il saper bene la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un
meccanismo comune, il quale dipende dalla natura comune delle menti umane ». Da
questo principio vichiano il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a
proposito della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con
metodo filosofico, che faciliti l'apprendimento delle altre lingue. Allo studio
dell’italiana vuole unito quello delle lingue classiche, perché quando esse si
potessero senza danno e senza vergogna ignorare dagli altri popoli, non si
debbono ignorare da noi ». Ma con lo studio delle lingue (tra cui non crede
trascurabili le moderne, sopra tutto la francese) il Cuoco intende che vada di
pari passo la lettura dei classici, così latini e greci come italiani: E questa
continuerà per tutto il tempo delle scuole; e perché non per tutta la vita ?
Sarà cura della Direzione ? il fare una I Il Cuoco doveva avere in mente la
Grammatica generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei
tropi. 2? Avrebbe dovuto essere (Progetto di Decreto, art. 4) un ufficio
preposto a tutta la P. I., alla dipendenza del Ministero dell’ Interno.
ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli adattati alla diversa
età e capacità dei giovanetti: sarà cura de’ professori manodurli in questa
lettura, più utile di qualunque lezione; renderla più utile ancora colle
imitazioni, colle versioni, e con tutti quegli altri generi di esercizi
scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non occorre parlare ». Il concetto,
come ognun vede, giu-tissimo, del Marinelli. Ma dove si nota anche più la
modernità del Cuoco, è nei colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e
della rettorica. Bisogna riferir questo luogo, che è un documento storico di
molto valore: Noi non parliamo particolarmente della poetica e della rettorica.
Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto facile ad apprendersi,
che bastano quattro o cinque lezioni nel finir della grammatica, seguendo il
metodo degli antichi, che tali lezioni alla grammatica solevano unire. Ma
quanta distanza vi è fra il conoscere il meccanismo della versificazione, ed il
saper fare de’ bei versi ? E quanta ancora dal far dei bei versi al fare un bel
poema? Tutto ciò non si fa, se non a forza di genio e di bene intesa imitazione
de’ grandi esemplari. Lo stesso dicasi per la rettorica. Che s’ insegna colle
rettoriche ordinarie ? L’invenzione, quasi che l’inventare consistesse in
altro, che nel paragonar due idee, che già si hanno, per farne sorgere una
terza, che non si ha ancora; e quasi potesse inventare chi non ha idee, e non
ha acquistato, a forza di esercizi matematici e logici, quella versatilità, che
è necessaria per farne più rapidamente i paragoni! La disposizione, quasi che
il disporre abbia altra ragione, che quella di ordinar le idee ed i sentimenti
in modo, che producano il massimo effetto possibile; e quasi che questo non sia
l’ultimo risultato della più profonda cognizione del cuore e dell’ intelletto
umano! L’elocuzione, quasi che la forza intrinseca, principale dello stile, non
dipenda dalla varia associazione e coordinazione delle idee! Che rimane dunque
in quella, che chiamasi rettorica? L'esposizione delle figure delle parole, o
sia de’ t ro pi, la cognizione de’ quali appartiene alla grammatica, ed è di
sua natura tanto facile, che il più grande forse, e certamente il più filosofo
degli scrittori, che ne han trattato (Du Marsais), ha dimostrato, che que’
modi, che noi sogliam chiamar figurati, sono i modi più naturali di esprimerci
!. Che altro finalmente ? La nomenclatura delle varie parti di un nostro
discorso: nomenclatura, chesi può apprendere, e si apprende benissimo, anche
senza maestro; perché si richiede ben poco a sapere, che quando taluno
racconta, fauna narrazione, quando descrive fa unadescrizione. È tutto questo
materia sufficiente per un corso particolare di lezioni ? AI risorgere delle
lettere ci ha nociuto la mala intesa imitazione degli antichi: abbiam ritrovati
di essi alcuni trattati particolari sopra talune parti della rettorica,
sull'invenzione, sui tropi, sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati, gli
abbiamo riuniti, e ne abbiam formato un corpo di scienza, che abbiam destinata
pe’ giovinetti. Avean destinati ai giovinetti i loro libri anche gli antichi ?
Aristotele non parla di rettorica al suo grande allievo, se non dopo i più
profondi studi di morale e di politica; e l’opera rettorica, che di lui
abbiamo, ben dimostra che non poteva esser diversamente: essa non potrebbe
intendersi da un giovine di collegio. Tutta la scuola platonica credeva non
esservi, propriamente parlando, alcun’arte rettorica; e che il saper bene
parlare non altro fosse, che il saper ben pensare e vivamente sentire. Ed alla
scuola platonica non si può per certo rimproverare di disprezzare ciò che non
sapeva. Cicerone ha voluto difendere contro Platone la sua arte; ed ha voluto
dimostrare, che l’oratore ha bisogno di qualche altra cosa, oltre del sapere.
La disputa forse non è ancora decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto
negare, che all’oratore il sapere era indispensabile. Perché invertiamo
l'ordine della natura, e vogliamo insegnare a parlare a coloro che non ancora
sanno pensare ? Onde poi ne avviene, che i giovani de’ nostri collegj sanno
tutto Cygne ? e tutto De Colonia, e non sanno scrivere un biglietto? Perché
turbiamo la classificazione delle scienze, e riuniamo alla rettorica ciò che
deve esser il risultato di altri studi, i quali sono egualmente necessari ?
Perché finalmente non imitiamo i grandi esempi ? Presso gli antichi, lo studio
dell’eloquenza era l’ultimo di tutti; e Cicerone aveva compiuti tutti suoi
studi, quando si esercitava sotto Molone. Cfr. CROCE, Estetica 3, 502-3. 2 Cioè
l’Ars rethorica (1659) tante volte ristampata, di CYGNE, gesuita. Il libro del
De Colonia è più noto. Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco
rimanda a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che questo assalto alla
rettorica non è mosso da quello spirito, per cui certamente l’avrà approvato M.
Delfico, da quel filosofismo astratto che era al fondo della cultura di costui,
ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e che dichiarò anch’esso
guerra alle regole, alle tradizioni, alle pedanterie. Il Cuoco era altra tempra
intellettuale: il suo libro è la Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per
accertarsene, ciò che dice con profondità da cui rimangono ancora assai lontani
i compilatori di certi non ancor dimenticati programmi e pedagogisti della
scuola media. Basta anche notare questa sua osservazione: La storia deve esser
collezione di fatti, e non di riflessioni: quindi non sono del tutto lodevoli
quelle tante istituzioni di storie che coi titoli pomposi di filosofiche, si
sono pubblicate in questi ultimi tempi, per uso de’ giovinetti. Se fate che le
riflessioni precedano i fatti, voi non date più storia, ma riflessioni: e
siccome la storia tiene nelle cose morali il luogo dell’esperienza, voi
rassomigliate ad un maestro di fisica, il quale in vece di esperienza dia
sistemi, in vece di dati dia conseguenze». Questo era genuino pensiero vichiano;
era la buona tradizione paesana. Prima che queste idee del Cuoco nella scuola
trionfino, passeranno ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare F. De Sanctis
che dia mano, nella scuola di V. Bisi, alle lezioni sulla rettorica, o
piuttosto sull’anti-rettorica »; per insegnare allora per la prima volta a una
gioventù che ascolterà plaudente come alla rivelazione della verità che la
rettorica ha per base l’arte del ben pensare, e perciò non può insegnarsi che
ai già provetti nelle discipline filosofiche »; che essa fu una invenzione e
quasi un gioco dei sofisti» e produsse l’indifferenza verso il contenuto e il
disprezzo della verità »; che le regole rettoriche non hanno la loro verità che
nelle forme del pensiero, materia della logica. Ma, come la rettorica non ti dà
il ben dire, così neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme
staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito »!: che la parola non
manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa », e che bisogna perciò studiare
le cose con serietà e libertà d’intelletto. E così rinnovare la critica delle
figure rettoriche e conchiudere proprio come Cuoco che la rettorica svia da’
forti studi, guasta l’intelletto e il cuore », e che bisogna buttare al fuoco
tutte le rettoriche, e che ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta cosa
» =. Il De Sanctis rifarà da sé il cammino: ma l’indirizzo di pensiero, da cui
trarrà i motivi della sua critica, sarà pure una continuazione di quello del
Cuoco, a lui per questo rispetto rimasto ignoto. Ma tutto il pensiero del Cuoco
si compie in ciò che egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone
era la prima volta la costituzione d’una speciale Facoltà di Belle lettere e
filosofia;ela vuole anzia capo di tutte (lasciando le altre cinque del 1806, ma
in un ordine diverso 3). In essa, oltre l’ideologia e l’etica, o teoria de’
sentimenti morali (nell'ordinamento del 1806, l’etica religiosa e filosofica »
era stata aggregata alla Facoltà di teologia, e nella Facoltà di filosofia
s’era istituita una cattedra di logica e metafisica, rimasta immutata fino al
1860), chiede una disciplina filosofica del tutto nuova: quella dell’eloquenza,
I Per imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto (Scritti, p.
94), è necessità aver ragionato ». La logica non insegna a ragionare, ma a
riflettere sulle operazioni logiche dello spirito. ? Vedi per tutto ciò La
giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, 252-3, 254, 250-7. 3 Cioè: 2) scienze
matematiche e fisiche; 3) medicina; 4) giurisprudenza; 5) teologia. A quest’ultima,
oltre l’esegesi e la storia, non lasciava che la teologia dogmatica e morale
evangelica ». Vedi il Prog. di Decreto, artt. 46-59; negli Scritti, 197-200. o,
per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza, la quale chiamar si potrebbe
il complemento della filosofia istrumentale ». Contro la sua proposta il Cuoco
prevede due sorta opposte di avversari: Alcuni troveranno questa cattedra
inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare la rettorica; altri,
perché per mezzo di essa non si faranno mai degli uomini eloquenti ». Ma ai
primi la risposta è facile. È da qualche tempo, che la filosofia si è
impadronita delle materie dell’eloquenza. Questa che i pedanti vorrebero far
credere un’usurpazione, non è che una legittima rivindica di ciò che la
filosofia possedeva nei tempi antichi ». E accenna quindi compendiosamente
quanta luce la filosofia avesse fatta sulla vecchia materia empirica della
rettorica. Ritorna col Du Marsais (ma un Du Marsais cuochiano, o vichiano che
si voglia dire) a rilevare gli errori degli antichi teorici. E dopo aver
disegnato a grandi tratti il quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato
sull’eloquenza », entra in un ordine di considerazioni più fondamentale e più
opportuno : Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore ? Questo sarebbe
duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche si dicesse e si credesse,
non basterebbe. Quando anche tutte le osservazioni finora fatte fossero false,
non ne verrebbe perciò, che non se ne dovessero fare delle vere; perché non ne
verrebbe mai che i precetti potessero rimaner senza ragioni. E se queste
ragioni si debbono ricercare, poiché esse non altronde si possono trarre che
dalla natura dell’uomo, ne verrà sempre che, abbandonate le officine de’
retori, siccome diceva Cicerone, si debba ritornare alle accademie de’
filosofi. È vero, i pedanti perderanno il diritto di censurare il Tasso, perché
avea messo il canto al principio del verso, mentre Virgilio l’avea messo nel
mezzo; i sonettisti, imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la servile
imitazione fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti, di canzoni,
di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di venerdì santo; i
precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o servile, se non vi discostate
dall’originale, o pericoloso, se volete al tempo istesso e discostarvene ed
imitarlo; il genio avrà un campo più libero a correre, ed avrà sempre la
ragione per guida. Ecco la differenza tra la rettorica ordinaria e quella che
da noi si propone. Non è un’affermazione netta: ma chi non vede che cosa
avrebbe dovuto essere questa teoria razionale dell’arte, questa filosofia ? La
critica filosofica della rettorica conduceva dove doveva condurre:
all’estetica. Il Cuoco conviene cogli altri oppositori, che questa sua
rettorica non formerà mai l’uomo eloquente. E quale altra mai lo potrebbe ? Non
vi è eloquenza, ove non vi è ricca vena di pensieri e di affetti ». Ma non è
questo il fine di tale insegnamento. La gioventù ne’ suoi primi anni non si
esercita che a sentire le bellezze dei grandi modelli e ad imitarle: quando
avrà già molto sentito, incomincerà a riflettere sulle proprie sensazioni; e
questa riflessione, lungi dall’infievolire o distruggere le prime sensazioni,
le conserva e le rinvigorisce. I giovani si arresteranno a riflettere sul bello
». Saranno eloquenti, se la natura gli avrà fatti tali; e se la natura tali non
gli avrà fatti, almeno non saranno né stentati, né affettati, per imitare le
parole, i perlodi, lo stile di un antico, che esponeva idee ed affetti diversi
dai loro; saranno semplici ed originali, il che è grandissima parte di bello ».
Insomma, non doveva essere una precettistica, ma una teoria: cioè, per
l'appunto, l’estetica. Lo studio degli scrittori, a cui, non i soli letterati,
ma tutte le persone colte devono essere iniziate, nei ginnasi; e nell’
Università questo studio profondo della teoria dell’eloquenza restituito alla
filosofia ». Il Marinelli, conterraneo del Cuoco, liberale moderato come il
Cuoco, suo compagno d’esilio a Marsiglia 1, quando I Anche il Cuoco, com’ è
noto, fu esiliato dalla Giunta di Stato nell'aprile 1800, e dové partire per
Marsiglia, dove nel marzo l’aveva nel luglio 1811 pubblicava la sua Filosofia
dell’eloquenza, si può credere che non ne avesse già a lungo discorso con
l’autore del Rapporto ? Il libro pare pubblicato col fine di ottenere la nuova
cattedra, qualora le idee del Cuoco fossero trionfate. A ogni modo, le
attinenze del pensiero del Cuoco col libro del Marinelli, dopo tutto ciò che si
è detto, sono innegabili. La sola parte che un programma di studi moderno
desidererebbe, e non sì trova nel piano del Cuoco, è la storia della
letteratura; forse perché egli intendeva che questo studio dovesse, con l’esame
degli scrittori, farsi nei ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare
il sapere storico si scorge in questo stesso Rafporto da quel che dice con
acume e larghezza mirabili delle due cattedre, che propone, di filologia latina
e filologia greca +1: alle quali voleva congiunto l'insegnamento della
Paleografia e della Critica diplomatica (in una sola cattedra); e congiunta
anche ardimento veramente notabilissimo ! una cattedra di filologia universale,
ossia della scienza speciale del V.. Anche la filologia », dice il Cuoco, ha le
sue idee astratte, ha la sua parte filosofica; perché ha le sue regole
universali applicabili ai fatti di tutte le nazioni. Dalla filologia appunto
dei particolari popoli il nostro V. trasse i principii, che poscia espose nella
Scienza Nuova ». E, fatto l’elogio, che s’è visto, di questo libro, continua:
Noi abbiam creduto e glorioso ed utile per la nostra nazione stabilire una
cattedra, nella quale tal filologia universale s’insegnasse ». Filologia, per
cui l’erudizione diventa filosofia, e quello che sappiamo dei preceduto l’altro
molisano, cugino suo, Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI, O. C., 24-25 e M. Romano,
Ricerche su V. Cuoco, Isernia, 1904, p. 23. _* Questa filologia è intesa, alla
maniera del Boeckh, come arte di conoscere e intendere tutti i monumenti, che a
noi sono pervenuti dall’antichità greci e dei romani diventa utile a intendere
ciò che ignoriamo o conosciamo molto imperfettamente della filologia delle
altre nazioni. La stessa filologia greca e romana si illuminano di una luce
tutta nuova; come ha dimostrato V. nel De antiquissima Italorum sapientia e nel
De uno universi juris principio et fine uno. Le parole e i miti sono
considerati conseguenza certa della intrinseca natura della mente umana », e
soggetti a regole costanti. La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è forse
unica in Europa. Ma che importa ? Esiste o non esiste questa scienza ? Ciò non
si può negare, né anche da coloro che non conoscono V.. Essa esiste tanto, che
il solo spirito filosofico del secolo ne ha fatte sviluppare molte varietà di dettaglio
nella testa di molti: perché dunque non insegnarne l’insieme ? ». E chi
l’avrebbe insegnata ? Non credo che il Cuoco ci avesse pensato, e molto meno
che vi si sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri che lui allora ne
sarebbe stato capace !. Ma, se su questo punto imbarazzo ebbe il consigliere
Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito. Gabriele Pepe, che era in grado d'esser
bene informato, nella Necrologia di V. Cuoco, ci fa sapere che il progetto di
questo non fu accettato da re Gioacchino per le opposizioni di un altro
molisano (di Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro dell’ Interno (da cui
dipendeva l’ Istruzione); il quale ne aveva già presentato uno suo, che
naturalmente pre 1 Nel 1792 era stata istituita nell’ Università una cattedra
di storia della filologia, e data ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la
prolusione: Orazione intorno alla concordia della filosofia e della filologia,
s. l. e a., e l'opuscolo Bacone e V., ossia Disegno delle parti della filosofia
corrispondenti alle parti della filologia secondo il piano di Bacone e dì V.
(Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., 6-7, e ora Probl. di estetica, 385-6.
La biblioteca della Società storica per le province napoletane possiede anche
un quaderno delle lezioni del Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne
giureconsulto Nicola Nicolini. Ma presentano assai scarso interesse. Sul
Jerocades vedi G. CaPASSO. Un abate massone nel sec. XVIII, Parma, valse :. Ed
è quello promulgato col decreto 20 novembre 1811. Il quale, per ciò che concerne
l’insegnamento letterario, tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei
non ci entrò; la Facoltà di lettere e filosofia fu bensì costituita, ma con le
cattedre antecedenti alla riforma del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza e
poesia latina. Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si aggiunse la
Letteratura; si introdussero l’ Archeologia greco-latina, la Cronologia e l’
Arabo. Ma, rispetto alla Letteratura italiana, si tornò indietro. Si tornò
all’erudizione pura e alla vecchia rettorica: V. e la filosofia furono
sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si ripiombò nel sec. XVIII.
Marinelli, perduta la cattedra ili letteratura antica e moderna, non ebbe 1’
Eloquenza italiana, malgrado la sua Filosofia dell’eloquenza dedicata a don Giuseppe
Zurlo. Gli toccò di passare, credo nel 1812, alla Cronologia, e l’ Eloquenza
italiana fu data un’altra volta al poeta di Corte, più propriamente
bibliotecario 1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche
del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Progetto
primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istruzione. Ma la
Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di Stato (Sezione
Interno) compilò un secondo progetto modificato (ottobre 1809). Progetto
modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° novembre 1809) perché lo
approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo, ch’era divenuto frattanto (1 o 2
novembre) ministro dell’ Interno, lo fece bocciare (3 novembre). Nel settembre
1811 lo Zurlo compilò (o meglio fece compilare da Matteo Galdi) un terzo
progetto, che pare fosse bocciato dalla Sezione dell’ Interno del Consiglio di
Stato. Il Murat allora nominò una seconda Commissione di quattro ministri, che,
con l’ intervento palese di Melchiorre Delfico e quello clandestino del Cuoco,
compilò un quarto progetto, che finalmente fu approvato (29 novembre 1811) dal
Consiglio di Stato e divenne legge il 13 dicembre 1811. E quest’ultimo progetto
s’accosta più al progetto Cuoco che non al progetto Zurlo. Cfr. NICOLINI, in
Cuoco, Scritti vari, II, 4IO SQg. ? Collezione cit., I, 230-240. Non è esatto,
dunque, ciò che si dice nelle Notizie intorno alla origine, formazione e stato
presente della R. Università di Napoli per l’ Esposizione nazionale di Torino
nel 1884: rettore G. Capuano, Napoli, 1884, p. 48, intorno alla sorte del
progetto Cuoco. del re e più tardi lettore della regina, Angelo Maria Ricci,
che si apprestava a cantare i Fasti di Gioacchino Murat, ma aveva cominciato
già a tesserne le lodi fin dal 18009 con le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva
cantato il felice ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e vuoto
del Ricci, si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo studio della letteratura
italiana non si rialzò più fino al 1860. In una breve notizia biografica sul
poeta di Monopolino, sfuggita ai due recenti studiosi che si sono occupati di
lui, il marchese di Villarosa ? dice che il Ricci ottenne per lasua intemerata
condotta intempo della militare occupazione alcuni letterari impieghi, e fra
questi di esser professore di Eloquenza italiana nella regia Università degli
studi, impiego che conservò anche nel ritorno di re Ferdinando. Dovette tal
onorevole carica rinunziare per motivi di salute, e ritornare ne’ patrii lari».
Il che accadde sul finire del 18173. Il suo insegnamento non I Vedi G. B.
FicoRILLI, A. M. Ricci: la sua vita e le sue opere, Città di Castello, Lapi,
1899, p. 21, e A. SACCHETTI-SASSETTI, La vita e le opere di A. M. Ricci, Rieti,
1898, 22-23. Il 29 ott. 1901 dalla città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A!
poeta A. M. Ricci, Città di Castello, Lapi, 20; contenente ritratti, autografi
ecc., con una notizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. Non si trova
nella raccolta degli Almanacchi di corte posseduta dalla Soc. storica
napoletana (la più ricca che si abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco del
1811, p. 369, Ciampitti insegna ancora Eloquenza antica e moderna e Marinelli
Letteratura antica e moderna. Nell’Alm. del 1813, p. 320, Ciampitti è
all’Eloquenza e poesia latina, Ricci all’Eloquenza e poesia italiana, e
Marinelli alla Cronologia. 2 In nota alle Lettere indiritte al marchese di
Villarosa da diversi uomini illustri racc. e pubbl. da M. TARSIA, con note
biografiche dello stesso Villarosa, Napoli, 1844, 337-39. Una biografia del
Ricci aveva il VILLAROSA inserita già nelle Notizie di alcuni cavalieri del
Sacro Ordine Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è citata dal
SACCHETTISASSETTI, p. X. 3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il lavoro del Ficorilli è
molto accurato e attendibile, per le molte carte e corrispondenze dell’Archivio
di casa Ricci, di cui l’A. poté servirsi. IL FIGLIO DIG. B. V. durò, dunque,
più di sei anni. E il Villarosa ricorda appunto di essersi procurata l'amicizia
di lui udendo spesso le lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava nella
regia Università degli studi, e che spesso terminava con la recita di qualche
suo poetico componimento ». Della qual parte d’insegnamento si possono cercare
i documenti nelle molte centinaia di poesie da lui pubblicate, raccolte in
parte nelle Poesie varie, date in luce in Rieti in sei volumi dal 1828 al 1830.
I documenti del resto li diede egli pubblicando nel 1813 Della vulgare
eloquenza libri due *, indirizzati, come già le lezioni del Serio, Agli amatori
delle lettere italiane. Nulla di nuovo, e pochissimo del mio offro al pubblico
», dice l’autore. Tentai per ardito esperimento di essere oratore e vate ancor
io .... Conobbi nell’arduo cammino quali fossero le regole di véto lusso
magistrale, e quali quelle che contengono teorie fondamentali, appoggiate al
buon senso. Quindi, come ape, mi proposi di sceglier da tutte il più bel fiore
». Ecco la materia che vi è trattata, poiché la semplice indicazione di essa
può bastare a provarci che siamo ricascati nelle vecchie teorie trite, false od
inutili. Nel lb. I: Origine delle lingue volgari: lingua italiana Eloquenza
italiana Del sublime Del bello Del gusto: modo di acquistarlo e di
perfezionarlo: modelli che corrispondono al gusto universale Del genio Degli ornamenti
del discorso, ossia delle figure Dello stile, e sue qualità generiche Stile
epistolare Stile di dialoghi Stile didascalico Stile istorico Stile oratorio
Stile di novelle, e romanzi. Nel lb. II: Della poesia Della poesia descrittiva
Della poesia pastorale Della poesia lirica Della poesia didascalica 1 Non m’ è
riuscito di vedere se non l’edizione, fatta a Napoli, Stamp. del Giornale delle
Due Sicilie (di vVII-199 in-16°), e non ne conobbe una anteriore il
Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è nota al FICORILLI (pp. 21 e 168), il
quale cita una lunga recensione che dell’opera fu fatta nel Nuovo Giornale dei
Letterati. Della poesia epica Della poesia drammatica Della tragedia Della
commedia Del dramma musicale: della favola pastorale: del dramma sentimentale.
Quanto alla materia », dice un recente critico, in gran parte non sì tratta che
dei soliti precetti letterarii; ma tuttavia è notevole nell’autore la
erudizione vasta e la cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i
capolavori dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte straniera » 1.
Curioso quello che soggiunge lo stesso critico: Se, come vasta la erudizione,
avesse avuto egli profondo il giudizio, corretto il gusto e squisito il
sentimento artistico, avrebbe potuto far opera eccellente ». Se cioè non
l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera poteva anche essere eccellente.
Disgraziatamente però, la scrisse il Ricci; il Ricci, disgraziatamente, diede
l’avviata a questo nuovo lungo inglorioso periodo dell’insegnamento della
letteratura nella Università. L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso critico)
contiene osservazioni, precetti e regole che sono, come ho detto, le solite »
=. Dopo il Marinelli, si torna un’altra volta a dire, p. es.: Che sia negletta
la trina unità drammatica, colla quale si pretende che in teatro una sia
l’azione, uno sia il luogo, uno il protagonista ecc., non sì può concedere
senza smentire l’arte e offendere la verisimiglianza ». Quando era professore
di eloquenza a Napoli », scrive un altro critico recente, il quale ha fatto una
lunga analisi I Questa cognizione è specialmente dimostrata nella 3* edizione
del libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti sono accompagnati da
copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è aggiunto qualche nuovo
capitolo; ma non ha più che fare con la storia di cui ci occupiamo, dell’
insegnamento della letteratura nell’ Università. 2 FICORILLI, p. 168. di questa
Vulgare Eloquenza*, il Ricci comprese bene di non poter mai adempiere il suo
debito che seguendo le tracce degli antichi maestri, e in ispecie di Aristotele
». Peccato che non l’avessero compreso, né bene né male, né il Marinelli né il
Cuoco! Partito che fu il Ricci, alla cattedra si dové provvedere per concorso.
Fu il primo che si facesse per questa disciplina. Il 12 marzo 1816 furono
pubblicati i nuovi Statut: per la R. Università degli Studi del Regno di
Napoli?, rimasti immutati fino alla fine del Regno. Questi statuti mantennero
la Facoltà di filosofia e letteratura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e
poesia latina, aggiungendovi, in una cattedra sola, la letteratura; all’
Eloquenza italiana del 1811 sostituirono la Lette ratura italiana3. Ma fu solo
un cambiamento di nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrivevano il
concorso per l’elezione dei professori (art. 50). Si ricordi come seccò la cosa
al Galluppi, quando nel 1831 volle entrare nell’insegnamento universitario 4.
Il concorso sl faceva nella stessa Università, sotto la sorveglianza del
presidente della commissione della P.I. o del rettore dell’ Università. Da un
trattato delle materie sulle quali versava l’insegnamento, a cui si voleva
provvedere, si prendeva a caso, o si ricavava un quesito, che uno dei
professori della Facoltà, delegato dal decano, avrebbe proposto a’ concorrenti;
i quali dovevano tutti SACCHETTI-SASSETTI Questi addirittura conclude che
l’opera si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di letter.
italiana ». ? Collez. cit., I, 424 Sg8& 3 Novità notabile fu l’ istituzione
di una cattedra di Principii generali della Storia », la quale però non fu
subito coperta. Il titolare G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse
valore. Vedi le sue Lezioni Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello
che di lui e del libro ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi,
Napoli, ed. della Critica, 1903, 307-8 in nota. 4 Dal Genovesi al Galluppi.]
commentare e risolvere lo stesso punto o quesito in latino: raccolti tutti in
una sala, col permesso di consultare i libri che avessero portato seco. Di che
dovevasi fare particolare e distinta menzione negli atti del concorso (art.
51-53). | Del concorso, che sulla fine del 1817 o al principio del ’18 si fece
per la letteratura italiana, chi lo vinse, il canonico Michele Bianchi, che dal
1832 al ’35 ebbe tra i suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo tanti
anni, com'era andato; e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha lasciato memoria:
Prima del 1820 quando s’ebbe a fare 11 professore di letteratura italiana nell’
Università, si presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e il
poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento itallano ad un sonetto
del Petrarca, ed una dissertazione latina sopra non so qual secolo della nostra
letteratura. La benedetta dissertazione latina decise il merito. Il Bianchi, professore
in un collegio, avendo abito e facilità di scrivere in latino, poté dire
agevolmente tutto quello che sapeva, dove che gli altri, più o meno impacciati
dalla lingua, dissero meno di quello che sapevano: onde, giudicati
imparzialmente su gli scritti, il Bianchi ebbe il primo luogo, e l’ultimo toccò
al povero Rossetti, che fece qualche errore di grammatica, tutto che avesse
quell’ingegno e quella beata vena di poesia »*. Al canonico Ciampitti, che tirò
innanzi nella Elo quenza, poesia e letteratura latina fino al 1832, anno della
sua morte ? si venne, dunque, ad 1 Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80.
® La sua cattedra fu coperta da un altro canonico, don Nicola Lucignano, nel
1835. L'Almanacco del 1834 la dà ancora come vacante. Del concorso, a cui prese
parte anche Carlo De Sanctis, zio di Francesco, sono ricordati nella Giovinezza
di F. De Sanctis, 66-70, alcuni gustosi particolari. accompagnare il canonico
Bianchi ', Al quale toccò subito di comparire in una pubblicazione ufficiale
dei professori dell’ Università. Giacché sulla fine del 1818, Ferdinando I
ammalò mortalmente, e il Colletta, non sospetto, ci dice che palpitarono a quel
pericolo i napoletani più accorti, per sospetto che il figlio mutasse in peggio
gli ordini civili ; giacché, tenuto proclive al male, avverso alle blandizie di
governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì, ed ebbe feste sacre e
civiche, dove 1 migliori ingegni rappresentarono l’universale contento con rime
e prose, in grosso volume raccolte » 2. In questo volume Pro recuperata
valetudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis Archigymnasti Neapolitani
officium3, miscellanea di scritti gratulatori ed elogiativi in italiano, in
latino, in greco e in ebraico, come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B.
Quaranta, professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog (seguito
bensì dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì una Orazione italiana,
oltre un Carmen latino, un Epigramma greco e alcuni altri distici latini.
Orazione notevole, perché non è una filza di vuote adulazioni; ma un buon
riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdinando. Degno ancora di esser
letto è quello che vi si dice dei provvedimenti e delle riforme relative alla
pubblica istruzione, durante il regno di Ferdinando. Tutte le Orazioni di
questo tempo, a giudizio dell’ Ulloa, che fu scolaro, credo, del Bianchi,
rappresentano un periodo di transizione dalla licenza precedente alla tirannia
del purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi où d’incontestables
mérites couvrent quelques défauts, et Il primo Almanacco di Corte, tra quelli
da me potuti vedere, che porti il nome del Bianchi, come titolare della
cattedra di letteratura italiana, è quello del 1820 Storia, lib. VIII, cap. II,
$ 40. FF 3 Pridie Id., Typis Josephi M. Porcelli, di carte 57 (num. nel solo
recto) in-fo. Pubblicazione
di lusso. font de l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est clair,
rapide, parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment n’étre pas frappé des
observations et des faits qu'il présente rapidement, attestani l’étroite
relation de la criminabité et de l’ignorance ? IL a su toucher avec convenance,
avec retenue, à toutes les phases historiques de l’époque précédente, qui sous
la plume d’un autre écrivain auraieni du étre difficilement traitées » 3. Dei difetti di stile notati in
questo discorso, il Bianchi si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni, dove
all’ Ulloa pare di scorgere uno stile più puro, più paziente e più elaborato, e
teorie di buon critico. E altrove ?, dopo aver ricordati gli Elementi di belle
lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’ Arte del dire di Vito Fornari: Mais,
soggiunge, c'est l’ouvrage du chanoine Michele Bianchi qui dépasse tous ceux
qui écrivent dans le but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il
Bianchi era stato uno dei letterati la cui stima e benevolenza avevano
incoraggiati i lavori della sua prima giovinezza, e l’ Ulloa lo trovava tel
qu'il était dans son ouvrage » 3. Giacché, come insegnante dell’ Università,
aveva quasi un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832 egli die’
in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti 5, di cui così rende
ragione nella prefazione: Da che presi a dettare le mie lezioni nella cattedra
di Lingua e letteratura italiana fui sovente richiesto d’ indicare l’opera di 1
Pensées, I, 322 e 323. L’ Ulloa riferisce anche un tratto dell’ Orazione. 2
Pensées, I, 335. 3
Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, les mots ne sont souvent que des
clous rivés à téte d’or ». 4 L'art. 70 degli Statuti del 1816 diceva: Ogni professore, quando non
abbia ancora stampato le sue istituzioni o trattati, dovrà fare un elenco delle
materie che insegnerà, il quale al principio dell’anno scolastico dovrà
affiggere alla sua cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto, e gli scolari
possano esser preparati pe’ rispettivi esercizi ». 3 Vol. I. Napoli, Criscuolo,
1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. IL FIGLIO DI G. B. V. cui mi giovavo
all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io compilato che che mi occorreva
per l’affidato insegnamento, si chiese e s’ insistette, anche da persone
autorevoli, che divulgassi per le stampe que’ divisamenti riputati adatti e
buoni a formare il gusto letterario de’ giovanetti studiosi. Lasciai nondimeno
trascorrere molti anni prima che m'’ inducessi a secondare simili desiderii e
premure. Ma infine il pensiero che avrei potuto recare alcun utile agli alunni
delle lettere vinse il mio ritegno. E così dalle lezioni scritte per la
cattedra mi feci a tòrre quel tanto, che nel corso di un anno o poco più
potesse nelle scuole insegnarsi. Più che lezioni, sono brevi dissertazioni, non
molto strettamente connesse tra loro. La prima Sull’origine e sulle vicende
della lingua italiana è una breve storia della lingua dalle origini fino alle
polemiche contemporanee tra 1 puristi e gli antipuristi, e combatte così le
affettazioni arcaiche degli uni, come le esagerazioni e la scioperataggine
degli altri. Il Bianchi, uomo di non grande levatura, ma di buon senso,
preferisce attenersi al giusto mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie
sue forme, che non contiene altro che vacue trivialità sul povero Bello,
distinto, per conto della natura » in sensibile, intelligibile e morale, e per
conto degli oggetti » in generale, particolare e convenzionale. L’Orator e il
De oratore di Cicerone fanno le spese dell’erudizione estetica del Bianchi.
Quindi, dopo un capitoletto sul Sublime, seguono queste altre
dissertazioncelle, di cui basterà il titolo: Influenza delle lettere nella
civiltà e nella morale dei popoli. Analisi delle qualità necessarie ad ogni
parlare colto. Rettorica ragionata per le varie sue parti e Poetica ragionata
per li suor rami diversi. Queste ultime tre parti sono la materia del secondo
volumetto. Su per giù, la stessa materia della Vulgare eloquenza del Ricci,
trattata con minor calore e minore sfoggio di dottrina, ma con modestia e buon
senso. Aurea mediocritas : molto mediocre e poco aurea! A che, del resto,
affannarsi a salire in regioni più elevate per quello scarso uditorio che aveva
il canonico Bianchi ? Eravamo ascoltatori soliti », ricorda il Settembrini, un
quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragionava con noi, come con amici, e
soltanto quando ci capitava qualche sconosciuto faceva un po’ di diceria
distesa. Non usava come gli altri professori, che come scoccava la mezz’ora
rompevano a mezzo il discorso, ma s’intratteneva con noi lungamente, e ci
diceva molte belle cose, e finita la lezione lo accompagnavamo per buon tratto
di via, e seguitavamo a ragionare. Quando era io solo con lui, egli usciva alla
politica, parlava de’ tempi trascorsi, di molti uomini, di molti avvenimenti, e
ne giudicava con senno severo: e se parlava di quella che egli chiamava casta
pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e diceva: È nemica di Dio e di Cesare: fu,
è, e sarà principale cagione della servitù d’ Italia. Credete a me che conosco
quali visi si nascondono sotto quelle maschere » !. Insomma era egli», come
soggiunge il Settembrini stesso, un uomo che bisognava guardare da vicino, e
allora lo stimavi e lo amavi. Poco eloquente, di maniere modeste, un po’
pedante, ma dotto assai, liberi sensi, gran bontà di animo ». Il Settembrini ci
dice che ogni volta 1 Ricordanze, I, 77. Sarà stato come dice il Settembrini un
prete liberale, ma alla Gioberti: perché teneva alle glorie e benemerenze della
Chiesa, e quando nel 1825 pronunziò la sua Oratio in solemnt studiorum
instauratione (a MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae Canonico et Litteraturae
Italicae Professore in R. Archigymnasio Neapolitano habita, s. d., di 24 in-4°)
tolse a discorrere quam bene de humanitate vel ideo meruit catholica religio,
quod ad excolendos a barbarie per Europam bonis artibus animos plurimum
contulit » (p. 5). Un'altra Orazione inaugurale lesse nel dicembre 1843: De
litterarum efficientia în animis mentibusque egregie formandis, Neapoli, Cuomo,
MDCCCXLIII, di 20, in-4°. Il discorso è tutto nel titolo. Di lui è pure a
stampa l’opuscolo Alla Consulta de’ Reali dominii di qua dal Faro ragguaglio
della Memoria umiliata al Re mostro signore per la reintegrazione del Vescovo
di Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di 24 in-4°): ma non ha interesse
letterario. IL FIGLIO DI G. B. V. che si partiva dal Bianchi, egli aveva
imparato qualche cosa; e che però la sua memoria gli era cara e onorata. Egli fu,
che, letti con piacere e lodati due dei primi scritti del Settembrini, li fece
vedere a monsignor Colangelo, pregando costui di proporlo come professore in un
collegio. E poiché il Colangelo rispose che quelle cattedre si davano per
esame, fu il Bianchi a spronare il Settembrini all'esame, e fece, quindi, di
lui un professore. Non avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato
a salire quella cattedra stessa di letteratura italiana, il buon canonico
meriterebbe il nostro ricordo e la nostra simpatia. Ma la vera e viva scuola di
letteratura a Napoli allora non era nell’ Università. Lo stesso Settembrini
rammenta che mentre nell’ Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni e a quattro
studenti, il marchese Basilio Puoti aveva in casa sua una fiorita scuola di
lettere italiane, dove convenivano oltre dugento giovani » 1. E dagli
eccitamenti del Puoti a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra tutto dal
potente lievito degli studi filosofici promossi dal Galluppi e dal Colecchi con
l’esposizione e la critica delle moderne dottrine germaniche, e quindi da quel
fervore di pensiero, che dagli scritti dell’eclettismo francese, da Hegel, da
V. attingeva materia di speculazioni non più tentate e motivo a una
trasformazione filosofica degli stessi studi letterari, eromperà la prima
scuola di F. De Sanctis, quale ci è rappresentata nel libro della sua
Giovinezza. Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e subito
arrestatosi, sarà ripreso per virtù di una mente geniale, che creerà la critica
e la storia della letteratura italiana: il contenuto più razionale
dell’insegnamento, di cui ho narrato i timidi inizi e il primo incerto
svolgimento. Ricordanze Bianchi insegnò fino al 1853. Nell’ Almanacco di Corte
dell’anno seguente comparisce professore emerito; e per la cattedra rimasta
vacante di Letteratura italiana non c’è che un sostituto: Stefano Lombardi. Il
quale nel 1831 aveva pubblicate alcune Od: di Q. Orazio Flacco recate in versi
italiani * (20 odi scelte dai quattro libri e 2 epodi): lavoro rapido e
incompleto », dice l’ Ulloa, ma che rivela nel traduttore un bel talento di
traduttore » 2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe una canzone Alla Maestà di
Ferdinando II. _ Nel 1850 il 6 marzo era stato pubblicato un nuovo Decreto col
quale st modificava l'organico della R. Università degli Studi di Napoli 3. L’
Università, divise le scienze fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in
sei Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà di Belle
lettere e filosofia, l’Archeologia e letteratura greca di prima si mutava in
Lingua e archeologia greca, l’Eloquenza, poesia e letteratura latina in
Eloquenza, poesia ed archeologia latina. Le due letterature classiche così eran
bandite: né rimasero più 1 Principii generali della storia. Ma la Letteratura
italiana rimase intatta. Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856
o 1857 il Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco del 1857 non c’è più
il suo nome come di professore emerito. E la sua cattedra ha per titolare don
Geremia Ro I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, 79, in-16°. Nella prefazione l’A.
dice: Dette Odi non andarono esenti di applausi, cosicché mi son reso ardito a
farne dono al pubblico colle stampe. Che se, ora che al giudizio degli occhi
fedeli son elleno sottoposte, pari applausi, benché del pari infruttuosi, mi
arrecheranno, io mi reputerò fortunato ». Dové aspettare un quarto di secolo a
cogliere il frutto ? ® Pensées, II, 172. 3 Collez. cît., IV, 25-8. mano,
sostituto sempre il Lombardi. Doveva esser morto anche il Lucignano, a cui
successe don Gennaro Seguino. Il Romano credo -ia stato l’ultimo professore di
letteratura italiana dell’antico regime. Chi era costui? Un Carneade, come il
Lombardi: e la sua oscurità non è senza significato in questo tramonto della
vecchia cattedra con l'ordinamento che la sorreggeva. Fi lui non ho trovato se
non alcune osservazioni Sopra un pezzo d'avorio dorato esistinte nel R. Museo
borbonico in Napoli (dove si dà appunto per regio professore) pubblicate nel
1858 :: memorietta archeologica bene scritta, con erudizione e non senza
spirito. Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la caduta dei Borboni,
fu dato all’ Università con decreto del prodittatore G. Pallavicino, dal
ministro R. Conforti. Alla Facoltà di filosofia e lettere, oltre la Letteratura
italiana, la latina, la greca, fu data una Storia della letteratura. A questa
venne sostituita, nella successiva legge di P. E. Imbriani del 16 febbreio
1861, la cattedra di Letteratura comparata. Chi abbia insegnato dalle due
cattedre di Letteratura italiana e Letteratura comparata, e che cosa sia stato
insegnato, è noto a tutti. Luigi Settembrini fu nominato alla prima il 24
ottobre 1861 *. Alla seconda il De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo per
quattro anni, dopo che ve l’ebbe richiamato un decreto del 15 ottobre 1871 3. I
Stamperia del Fibreno, di 16 in-169. Misc. 180, I della Bibl. Naz. di Napoli. ®
Sul Settembrini v. TORRACA, L. S., Notizia, Napoli, Morano. CROCE, pref. al
vol. F. DE SANCTIS, La letter. ital. nel sec. XIX, Napoli, Morano; e TORRACA,
F. De S. e la sua seconda scuola, nel periodico La Settimana del 7 dicembre
1902; e poi nel vol. Per F. De S., Napoli, Perrella L’ ANGIOLA Capitolo
serio-burlesco di VESPOLI !. Donn’Angiola Cimina era una donna, ì Ch’eccetto
quando stava ignuda in letto, Come ogni altra portò sempre la gonna. Sol
piacevale andar col busto stretto, 4 Onde poi vogliono i contemplativi, Che le
venisse l'asma e ’1 mal di petto. Benché da certi cicisbei corrivi, 7 Che fur
della buon’anima divoti, Ma d'ogni di lei grazia e favor privi; Dico di certi
poetuzzi ignoti, 10 Pieni di boria e di presunzione, Senza creanza e di scienza
vuoti, I Da una copia esistente in un volume miscellaneo ms. posseduto dalla
Soc. nap. di st. patria (XXII, c. 12) da carta 10 a c. 21. Nello stesso volume
precede un Capitolo di D. Francesco Vespoli sopra il Genio alemanno, anch'esso
in terzine; diretto contro il partito degli austriacanti rimasto in Napoli dopo
la conquista borbonica. L’Angiola consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che
ha più interesse per la conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli
furono già indicati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli.] I quali entro l’Angelica
magione Andavan sol per essere stimati Uomini savi e d’erudizione: Benché da
certi cotali accennati Si dica, che patì Sua Signoria La Marchesana il mal de’
letterati, Cioè d’ostruzione e d’eticìa: Mal, che vien per lo studio e ’l
meditare: O maledetta, o brutta malattia ! Dico adunque così primieramente: È
certo, che le donne per natura Son tutte sceme e deboli di mente; Sembiano
nell’estrinseca figura Più perfette dell’uomo, e più capaci, Non che più vaghe,
e belle di fattura; Ma con ragioni chiare ed efficaci Il contrario si prova
dagli antichi E moderni filosofi veraci. E, senza che in recarle m'’affatichi,
L'esperienza, mastra delle cose, Te ’1 fa vedere, e par che te lo dichi: Paion
le donne a noi meravigliose In bellezza, in savere ed in valore, E tutte l’opre
lor miracolose; Quando c’entra per esse un po’ d'amore, Questo è quel che ci fa
poi travedere, Quest’ è cagione d’ogni nostro errore. Né mi stia a dir Platone
l’ ideate Specie dell’amor suo; ché da lui quelle Per ingannare il vulgo fur
trovate. Virtude e amore, uomini e donne belle, Che star possano insieme, e
senza alcuna Malizia praticar elli con elle, Aristotile il nega, ed a
quest’'una Opinion del suo maestro assegna Il concavo profondo della luna. 67
Sapea, che il senso la ragion disdegna, 70 E che, venendo insieme a competenza,
La ragione va fuori, e ’l senso regna. Io non intendo entrar nell’altrui messe,
Ma dico sol, che non mi meraviglio Di certe decantate poetesse. E senza che ad
alcuna io dia di piglio, 79 Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto, O vi pose
qualch’uom parte e consiglio; Che che intenda provare a tutto costo ss Il nobil
Doria in un volume intero Sebben la giunta strugga il fin proposto !. I Accenna
ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra la donna în quasi che tutte le virtù
più grandi non essere all’uomo inferiore, pubbl. da P. M. Dorta nel 1716. Dal
Doria e dal V. (come narra questi in Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu
iniziata alla filosofia. E di P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte
della Cimini, nella raccolta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie a
lui indirizzate sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref. del V.),
Firenze. Intanto V. stralunato e smunto Colla ferola in mano e ’1 Passerazio 1
N’appella, e vuol ch'io torni al primo assunto. Ei, che suol porre alle parole
il dazio, 131 Nella Raccolta fatta a onore e gloria Della signora ha posto un
gran prefazio? x Lo qual non so s’ è calendario o storia, isà Se avvisi 3, o
pur relazione nova, Se carta scritta per farne baldoria, Ivi il Soave-Austero4
si ritrova Laù Ch’ è l’acro-dolce, che sa fare un cuoco, O l’irco-cervo, ch’in
sua mente cova. V’ è dell’arte rettorica ogni loco; 130 E ’l tanto a lui
diletto paradosso: Chi più ne legge, più n’ intende poco ». Passerat, maestro
d’umanità, autore de’ Commentariù in Catullum, Tibullum et Propertium
(Parisiis, 1608), gran repertorio di erudizione filologica latina; nonché di
altre opere di minore importanza. L’ Orazione în morte di Angiola Cimini
marchesana della Petrella, che V. inserì nel vol. Ultimi onori di letterati
amici in morte di A. C. ecc., Napoli, Mosca. Cfr. CROCE, Bibliogr., p. 17.
Citerò la ristampa che è negli Opuscoli della ed. Ferrari? (vol. VI delle
Opere). Ma noto qui l'errore commesso dal VILLAROSA, nella sua edizione degli
Opuscoli, e ripetuto dagli editori successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non
aver capito (il Villarosa se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota
fatta dal V. a un certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa
incorporarsi nel testo, essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila tra
le Correzioni » innanzi al volume Ultimi onori. 3 Vecchie gazzette. 4 Sul
principio della sua Orazione, V. ne accennava quasi il tema, dicendo che la
Cimini a tutti i saggi uomini che ebbero la sorte di conoscerla e riverirla,
fece intendere i tempi più colti della gentilissima Atene; siccome quella che fu
loro il grande esempio della rara difficil tempra onde si mesce e confonde il
soave austero della virtù » (p. 249). Con identiche parole l’Orazione si
chiude; e il soave austero vi ricorre spesso nel mezzo. Ivi vuol comparir da
gran colosso, Ma vi si scuopre un piedestallo basso E reo s’accusa, allor che
fa il Minosso. Orazion la chiama il babbuasso, ia Ma è lunga e sciocca sì, che
non la puoi Leggere, senza dir più volte: ahi lasso! Com’ è possibil ch’egli
non t’annoi sn Con quel proemio vecchio e riscaldato, E colle cose che seguon
dappoi ? Precise quando del di lei casato ses Fa la descrizione, ed a minuto
Narra la vita e ’1l transito beato ? Quando ci fa veder l’applauso muto, ia
Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori O con un giro d’occhi il bel rifiutot?
Quando la di lei collera egli onora 148 Col titolo d’eroica, e dietro a lei
Cesare allega, ed Alessandro ancora?? I V. racconta che, nei trattenimenti
letterari soliti in casa della Cimini, ella, al dirsi le cose degne di
applauso, applaudivale o con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il
casto petto sporgendo in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con
un soave giro de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali atti i
riguardanti ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la gravità del
giudizio, e sopra tutto la somma modestia, con la quale si guardava di parere
intendente col non professando d’ intendere, o vero di sembrar saggia col non
diffinitivamente approvare » (p. 266). 2? Parlando del temperamento collerico
di Angiola, V. avverte che la sua era collera ragionevole e generosa e quale
appunto a donna di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età
questa nobil fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E
diede saggio insieme di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono di sé
tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri. Quando abortir la fa ne’ mesi
sei, ini E piagne gli campioni iti sotterra Ch’eran, Dio buono! tutti maschi, e
bei? Quando la fa veder distesa in terra ie Battere il capo al duro pavimento
?: O ‘1 gran fatto! o ’1 malanno che l’afferra ! E questo detto sia per
compimento iui Di tutta l’opra di sopr’accennata Di questo arcipedante pien di
vento. Ond' io non so capir, dove appoggiata sea Sia la gran lode, che ne fa il
Sostegni, Con che, se non è burla, è una frittata 3. Cesare Augusto, ch’ebbe
tanti regni, 163 Che piantarvi i confini gli convenne E porvi ancor del non
plus ultra i segni; 1 La Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto
prematuro; ché la collera virile », dice V., di che ella abbondava, depredando
l’umidore che facevale mestieri per nmudrire i feti già fatti grandi, fece per
mala sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’ medici giudicato, ella
facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu fatale. Ma V. non parla dei «
campioni » della satira. 2 V., facendo la storia della collera eroica della
Cimini, ricorda pure, che bambina «ove mai non era ella compiaciuta di un
qualche suo fanciullesco talento, si crucciava a tal segno, che, gittatasi
lunga a terra, tutta vi si affliggeva, fino a percuotersi sul duro pavimento il
tenero capo » (p. 254). 3 Nella Introduzione di Roberto Luigi Sostegni,
canonico regolare lateranense, agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione
del V. « sublimissima », e che per essa «si scorge, poter l’Italiana Eloquenza
ascendere a quell’altezza a cui la Grecia e la Romana pervenne, qualora
l’istessa morale, e civil sapienza.... l’invigorisca e sostengala ». Un sonetto
del Sostegni al V. (Opere2, VI, 410) finisce: O chiaro V., o sol pari a te
stesso. Nello stesso vol., p. 80, un sonetto del De Angelis dice: E basta poi
per simulacro eterno Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti, La prosa del divin
V. e Roberto! Nipote al zio, che vinse, vide, e venne, 1% Pur quando si partì
per l’altra vita, Tal onor da’ vassalli non ottenne, Qual Donn’Angiola nostra,
poiché gita 19 AI ciel se n’è, da’ Letterati Amici! Ha per tributo, come lor
favorita. E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA Si mostrar grati, ed i
Petrarchi e i Danti Per le loro Laurette e Beatrici, Così per lei si veggon
tanti e tanti in Nostri partenopei cigni canori, Che non v’ ha qui de’ frati
zoccolanti. Vi son poeti, medici e dottori, 178 Plebei, civili, dame, e
cavalieri, E laici, e cherci, anco predicatori; E congiunti, e paesani, e
forestieri, lei E buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani, La maggior parte
innamorati veri. Non altramenti che al carname i cani, Sono accorsi costoro a
tal impresa; E Dio il voglia, non vengano alle mani. Nacque da precedenza la contesa
Tra quei che furo ammessi alla Raccolta. Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa:
Cosa, che ha posto la città in rivolta, Talché hinc inde vi son forti partiti,
E se non sai il perché, di grazia, ascolta. I V. nella perorazione della sua
Orazione: «Letterati amici, che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste
» ecc. (p. 272). Ma la frase è già nel frontispizio della Raccolta. Un tal
Gerardo, ch'ora gli eruditi Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon Gherardo. Giovine
d’anni ventidue compiti 2, Piccolo di statura, ma gagliardo, Di bocca grande e
di naso canino, D'occhi che ti spaventan collo sguardo: Di viso magro, giallo e
saturnino, Col mento fesso e un poi rivolto in suso, Bello come la statua di
Pasquino, Veste di negro di paglietta all’uso, Cammina alla carlona, e sempre
astratto, Parla da vecchio 3, e scrive assai confuso, Vogliono alcuni che sia
mezzo matto; Io credo che sia tutto; e testimonio N° è quanto ha scritto, ed
anche il suo ritratto. Or egli, che al comporre è un gran demonio, Vo’ dir che
spaccia versi anche dormendo, Per grazia special di Sant'Antonio, Improvvisante
più del reverendo Quondam Fanelli e del siciliano, Ch’or ha nel molo un
concorso stupendo, L'avv. Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per
la Cimini (Ultimi onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto nel Quarto
libro delle Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la canzone di quest’ Ulloa
per la Cimini, tutta affettature arcaizzanti, intende la punta satirica del
Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un volume di Lettere erudite, Napoli, 1699.
? Infatti Gherardo De Angelis era nato ad Eboli (prov. di Salerno). 3 Visi
potrebbe vedere un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725 il p. Sostegni
aveva apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume delle sue Rime toscane:
Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ? Perlege; dispeream ni tibi
Nestor erit. APPENDICE L’ ha fatta alli compagni suoi di mano, sà Col libro, c'
ha stampato in questo mese: Azion veramente da villano ! Azion, che non ha
scuse o difese, 217 Azion di lui degna e di suoi pari, Azion da scriverla al
paese, Dove i nobili sono i bufalari, Paese di mal’aria e mal costume, Buono
bensì per pascervi i somari. N’era Priapo il protettore e ’1 nume; das Or Eboli
si vanta aver costui, Che ’n istampa gli ha dato onore e lume. Ma ritorniamo
all’azion di lui, ciù Ch’ io non vorrei, col troppo andar vagando, Tirarmi
addosso la censura altrui. Il fatto è come siegue. Allora quando sii Nella
Raccolta dagli amici s'era Di Lei detto il più bello e ’1 più ammirando; Anzi
Gerardo in mezzo a quella schiera ass Contribuito avea la maggior parte 1, La
qual potea passar per lode intera; Volle egli solo poi farla da Marte. 235 Ed
ecco, presto presto, ha dato in luce Su lo stesso soggetto un libro a parte.
Per Quarto di sue Rime lo produce ass Senza il Terzo d’avanti; e, ad
ingrandirlo, Rime vecchie per entro vi riduce ?. ! Del DE ANGELIS infatti ci
sono una canzone e tredici sonetti (Pp. 75-91). l 2 Angiola Cimina Marchesana
della Petrella defunta, poesia (sic) d’ANGELIS, Firenze, 1728. A p. 9: Inco-
[Leggilo, e dimmi poi se puoi capirlo, E se a me ne dimandi, io ti rispondo,
Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo. Gran cose vi vedrai dell’altro mondo, E
ridicoli conti puerili, E fatti inverisimili in abbondo; Un gran mescuglio di
contrari stili, Improprietà di voci, oscuri sensi, Componimenti rozzi e pensier
vili; E barbarismi, e solecismi immensi, Ed atti di superbia e di dispregio, E
dati ad altri ed a se stesso incensi. E queste cose, che sarian di sfregio In
altri, non che error sommi e notabili, Sono oggigiorno in lui di stima e pregio
! Ma presso chi ? presso cervelli instabili, O presso pochi, che l’adulan solo
Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *. Gli dicon, che sua fama ha fatto
un volo Sì strepitoso ed alto, che già s’ode Il nome suo dall’uno all’altro
polo. ]mincia il quarto libro de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc.
Nella dedica a donna Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice: Sendosi
partita da questa terra l’anima benedetta di A. C., santa, e saggia nobile
Donna, come a V. E. e per l’ Italia si è già noto, dopo aver pubblicata in
laude sua la sublimissima Orazione il gran Giambattista V. maestro mio, e molti
altri elevati ingegni che la conobbero, prose e rime, le quali un libro
compongono, io, fra tutti gli amici suoi e per l’età e per consiglio minore, ho
voluto in onor di sì alta memoria, agli uomini che verranno queste poesie
tramandare ». ! Famoso Spedale di Napoli. Né s’accorge il meschino, che tal
lode Ha dato al suo profitto un tal tracollo, Per non aver le basi vere e sode.
Io son pronto a giurare, e a porvi il collo, Ch’ancor costui non sa dov’ è
Parnaso, Né che son tra lor le Muse e Apollo; Che se sapesse onde pisciò il
Pegaso, Tante carte sporcato non avrebbe, Né de’ classici autor parlato a caso.
Infatti, colmé suole, ei non direbbe, Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha
vinto, E che il gran Tasso buono stil non ebbe. O dove sei, gran papa Sisto
quinto ! E pur quel tuo poeta una parola, Per forza della rima a dir fu spinto.
Ma il vizio, che s’'apprende in detta scuola, sn Quest’ è, di morder gli altri,
e assiem grattarsi, Quando cavano fuor qualche lor fola. Procura bensì ognun di
segnalarsi 280 In far meglio dell’altro l’antiquario, Con voci malagevoli a
spiegarsi; Anzi il lor mastro ! un nuovo dizionario i S°' ha fatto di vocaboli
a capriccio, Che non mai registrò il vocabolario. Quindi è che, s’egli scrive,
fa un pasticcio ade Pieno di fracidume; e, se discorre, Fa l’alto-basso che
suol fare il miccio. V.. PER LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO E DONNA IPPOLITA DE
DURA Sonetto di G. B. V.!. Bench’ io mi veggia da quel fato oppresso, Che l’
ingiust'odio altrui creò sovente, E affatto lungi dalla molta gente Viva, che
appena me trovi in me stesso; Poiché il raro valor dal Ciel concesso A voi,
bell’alme, unisce Amor possente, Al pubblico piacer mio spirto sente Disio di
riveder l’alto Permesso, E cantar lieto in dilettosa schiera Vostro nodo real,
gli onor degli avi, E svelar que’ futuri invitti germi. Poi ricaggio in me
stesso, e da mie gravi Cure sospinto a tornar là dov'era, Di me, non per mia
colpa, ho da dolermi. Dalla raccolta: Vari componimenti per le felicissime
nozze degli eccellentissimi signori D. Tommaso Caracciolo marchese di
Casalbore, principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de’ Duchì d’ Erce,
raccolti da GENNARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura
duca d’ Erce, Firenze. Di questa rarissima raccolta si conserva copia nella
Biblioteca Villarosa. RELAZIONE DELLA SEGRETERIA DI STATO AL RE SULLA SUPPLICA
DJ G. B. V. PEL CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA AL FIGLIO. Sefior,
Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de V., Historiografo Regio y Profesor de
eloquencia en la Universidad de Estudios, son ya mas de quarenta afios, que ha
servido y sirve en dicha Universidad la Cathedra de Rectorica, col en tenue
sueldo de cien Ducados annuales, que le ha servido para el mantenimiento de su
pobre familia, hallandose ya en edad muy adelantada agravado y oprimido de
muchos achaques, y con especialidad de las angustias domesticas, y de la
contraria fortuna, por lo que se ha visto obligado et substituir en su lugar
interinamente en el servicio de dicha Cathedra 4 su hijo Genaro, mozo de
habilidad, y que asta aora ha sabido cumplir con publica satisfaciòn, suplica 4
V. M. se digne conferir la propiedad de dicha Cathedra al mismo Genaro, para
que despues del fallecimiento del mismo, pueda su pobre familia quedar con
algun apoio. El Capellan Maior representa a V. M. que el sobredicho Juan Bap.ta
de V. es benemerito de la Regia Universidad de Estudios, 4 la qual con sus
doctos trabajos ha hecho mucho onor; por lo que requiere la publica gratitud,
que se le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo de habilidad, y
portandose ciertamente en el exercicio de su Ca 358 STUDI VICHIANI thedra con
todo aplauso, solo puede ser de algun reparo que la aplicazion del mismo et los
tribunales, pueda serle de embarazo, requiriendo una y otra aplicacion, cadauna
por si, todo un hombre, y la Cathedra de Eloquencia un profundo estudio en los
Autores Griegos y Latinos; por lo que le parezze puede V. M. consolar al
suplicante; quando haya la certidumbre de que dicho su hijo, dejando la
aplicacion 4 los tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la
eloquencia, y 4 los demàs que son necessarios para ser excelente en tal
profesion no facil, y éstimadissima. DISPACCI PER LA GIUBILAZIONE DI V, I. Al Cappellano maggiore.
Informato il Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con l’ultima sua consulta
del 12 del caduto agosto, che al Lettore emerito di Rettorica nella R.
Università degli Studi D. Gennaro V. siano mancati ducati 120 l’anno, cioè
ducati 60, che godea come direttore dell’Alta antichità nell’Accademia Regale,
ducati 30 pel sostituto che dee mantenere, e per altri emolumenti che gli sono
minorati; ha S. M. con suoi sacri caratteri risoluto che gli si dia la
giubilazione con l’intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduto.
Nel real nome lo partecipo a V. S. I. per intelligenza sua e del ricorrente, e
per l'adempimento. Palazzo, 9 settembre Alla Segreteria dell’ Azienda.
Informato il Re da quanto gli ha consultato il Cappellan maggiore, che al
Lettore benemerito di Rettorica nella Regia I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’
Ecclesiastico. Università degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano mancati
docati centoventi l’anno, cioè docati sessanta che godeva come Direttore del
Ramo dell’Alta antichità nell’Accademia Reale, docati trenta per il Sostituto
che deve mantenere, e per altri emolumenti che gli sono minorati, ha S.M. con
suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la giubilazione coll’ intero
soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti. Lo partecipo di suo real
ordine a V. S. Ill.ma, affinché da codesta Scrivania di razione se ne disponga
l'adempimento. Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd. Corradini = Sig. Principe
d’ Ischitella. Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82: Scrivania di razione, Lettori
pubblici. EPIGRAFI DI V.: I, Lirim Saepe robora cautesque Et quicquid sibi
obstet Nedum fluitantem scafam Secum în praeceps abridientem Ac proinde moriem
trajicientibus Minitabundum Ferdinandus IV Bonc Reip. natus Optimo censilio
Firmissimi pontis Quadrato lapide extructi Patientem effecit ut qui antea
multos dies in ripis haerere Cogebantur In posterum Ejus furorem Despectantes
Tuto et continuo itinere Transtirent ?. Utinam Pie VI Pontifex O. M. Isthaec
tua marmorea effigies Tuorum in Catholicum Orbem menitorum Memoria non
vinceretur. Deus vere Averrunce Si Per te clades Per te calamitates Avertuntur
Uno ore tuam fidem imploramus 1 Traggo dagli autografi posseduti dai sigg.
Villarosa queste altre quattro epigrafi di Gennaro V. per l’ interesse storico
che esse possono avere, lasciando ad altri di ricercare le occasioni per cui
vennero scritte. » Di questa iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro
altre varianti, ma di poca importanza. Adsis dexter adsis praesens semper
propitius adsis Et cuncta nobis merito ingruentia mala Prohibeas In Vesuvit Jam
propinqui hostis Cladem Subjectis longinquisque Semper minitantis Iram cohibes
Qui anno superiore Annum integrum et plus eo Quasi ratione et consilio Sensim
ignem in alvo concepit = Paulatim egessit Eoque levi lapsu In rivos deductum
Doctus iter melius Innocuus devolvit Forsitan uti metu antea tuo nutui semper
parut Posthac consuetudine tuae voluntati votisque nostris obsecundare
assuescet. Regium hoc Templum Maximum Cavense Sanctae Dei Genttricis
Elisabetham invisentis Nomine, et tu tela augustum A. D. N. Ferdinando IV Rege
Jure Patronatus sibr vindicatum Erigi a solo coeptum An. MDVII Tum mole
fatiscens sua refectum Consecratum vero VI Non. Majas Terrae dehinc motibus.
Labefactum et restitutum Quum adhuc ultimam manum expeciaret Ordo Populusq.
Cavensis Eadem pecunia publica, quae illud evexit, refecitque Collata ut alias
a suis Pontificibus In opus symbola Absolutum tandem sublaqueavit Omnique ex
parte prisco squalore deterso Picturis opereque albario exornatum In novam hanc
splendidioremque formam Redigendum curavit I Credo accenni al gran miracolo,
operato [da S. Gennaro il 22 di ottobre del 1767], quando nel comparir sul
Ponte [della Maddalena] la statua d’argento del Santo, cessò di botto
l'eruzione » del Vesuvio (D’OnoFRJ, Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul
Ponte stesso la statua del Santo, con la destra levata verso il vulcano.
AVVERTIMENTI ! PER L’INSEGNAMENTO DEL LATINO di V. Essendo il ragazzo, siccome
si scrive, di talento, e che promette di sé liete speranze, sia cura del dotto
ed avveduto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di grammatica, li quali
poi dovrà dediscere; ma sopratutto esercitarlo nelle coniugazioni e
declinazioni, e nei principali precetti della sintassi; e tutto il di più
farglielo apprendere dall’ interpretazione de’ scrittori latini, essendo
grandissima la distanza del parlare de’ grammatici dal parlare de’ latini.
Questo basti: che nello spiegare lo scrittore latino gli facci fare in ogni
membro una minuta analisi delle parti che lo compongono, e non lasci passare
neppur la menoma particella senza spiegargliene la proprietà e la
significazione; e nella ripetizione farsene render conto. Di poi quel tratto
che ha spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto, acciocché il
fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a nobilmente spiegare le
idee, non essendoci esercizio più profittevole per la gioventù quanto quello
delle traduzioni; poiché, avendo il giovane [da] trasportare da lingua in
lingua, ed avendo ciascuna lingua un genio particolare di concepire, e quindi
spiegare le idee, egli è costretto di riflettere I Dall’autografo esistente tra
le carte Villarosa.] ed esaminare la maniera propria con cui lo scrittore
latino ha concepito, e quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi di
concepirlo e di spiegarlo secondo il gusto particolare della sua lingua natìa.
E questo è quello che si chiama spirito di lingua, che rende l’acquisto di una
lingua tanto difficile, che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla
conseguire; dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare più
tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto vantaggio rechi ad un
giovane il continuo esercizio delle versioni, che, oltre al conseguire lo
spirito della lingua da cui trasporta, senza accorgersene, acquista e la norma
di saper con naturalezza ordinare li pensieri, e quindi saperli con felicità
concepire, e quindi con nobiltà e chiarezza spiegarli, consistendo tutta la
difficoltà nel concepire. Un pensiero felicemente concepito, sarà sempre
facilmente spiegato: Verba provisam rem non invita sequuntur. Onde Cicerone
disse: Oplimus dicendi magister stylus. Sento che sia esercitato nel tradurre
Cornelio Nipote e Virgilio. Perché due scrittori così vicini per l’età in cui
fiorirono, e così lontani per il genere in cui scrissero ?_ Non istimo proprio
ad un ragazzo, che appena sta imparando il volgar latino, metter in mano
Virgilio, che, come poeta, studia di allontanarsene quanto più può, secondo
quel detto di Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso che se, per
far apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lingua italiana, si
mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto.Li poeti, perché alia lingua
loquuntur, devono riserbarsi all’ultimo. Il giusto metodo d'’ istituire la
gioventù nello studio della lingua latina sarebbe farle prima apprendere
la lingua volgare e familiare latina, e per questa dovrebbesi ricorrere
alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e Terenzio, essendo
gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì raggirano nell’uso della vita
privata; ma non si deve, per far apprendere la purità della volgar
lingua, esporre la gioventù al pericolo di corrompere la purità de’
costumi, che è quel che più deve interessare. Si eviti questo scoglio e
si sostituiscano l’ Epistole familiari di Cicerone, li di cui argomenti
sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che il giovane acquista
il sermone volgar latino. Spedito che sia il giovane nell'acquisto
della lingua volgare privata, mettergl’ in mano gli elegantissimi
Commentari di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà la lingua pubblica,
tanto necessaria per le arti della pace e della guerra; ed in essi
la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale e tanta, che ne
riportò il grande elogio di Cicerone, che, parlando de’ Commentari di Cesare,
dice che egli li lasciò, perché poi ci fosse stato chi potesse scriverne l’
istoria: ma poi soggiunge: stultis gratum facere potuit, perché gli
uomini dotti ed avveduti disperarono poterne scrivere una storia
con quella limpidezza e eleganza, con cui Cesare scrisse li suoi
Commentari. | E Virgilio fu il solo tra i latini che non solamente
sostenne, ma ancora rivendicò la gloria del nome romano contro la superbia de’
disprezzanti greci, che solevan distinguersi da tutte le altre nazioni; e
ciò con qualche ragione in rapporto alla felicità della lor lingua. Il qual
pregio li romani stessi, che chiamavano barbara la maestosa lingua latina
quante volte volevano metterla al confronto della greca, con somma
ingenuità confessarono; come, fra gli altri attestati, ve n'è quello di
Plauto nella comedia intitolata Asinara, ove fa dire al Prologo, che
l’autore di quella comedia era stato Demofilo, poeta greco, e che M.
Accio Plauto l’aveva tradotta in latino: Demophilus scripsit, Marcus
vortit barbare, cioè latine. Così, al contrario, di rimbalzo, li romani
poterono rivendicare la gloria del loro nome con opporre a tutta la
Grecia il solo Virgilio, ché tutta la Grecia non aveva prodotto un
ingegno così stupendo e quasi divino, il quale feliciter audax era
riuscito egualmente ammirabile in tutti tre li caratteri del dire, nel
tenue ed umile nelle sue Bucoliche, nel florido ed ornato nelle Georgiche, nel
grande e sublime nell’ Eneide: e Torquato Tasso ardì d’imitarlo e
riuscì felice in due solamente: essendo costante in tutti li scrittori di
qualunque genere sieno, che chi è riuscito in una delle tre note, non è
riuscito nelle altre due; e così a vicenda: ed in fatti nella
pittura, la quale è sorella della
poesia: Poéma est pictura loquens, mutum pictura poéma. li
principi delle tre famose scuole che fecero risorgere tanto felicemente
la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel carattere tenue e delicato,
Tiziano nel complesso e carnuto, Michelangelo Buonarota nel robusto e
lacertoso, ciascuno non uscì fuori dei confini che si aveva
prescritti. Non dico poi di Orazio, il quale nelle sue liriche non
solo tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò una forma di
dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile, che dopo di lui
fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno osò scrivere in quel
genere di poesia, in cui Orazio summum tetigerat; così inimitabile che
può dirsi, che egli fu il primo e l’unico che vi fosse riuscito.
Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la ragione perché
li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la loro locuzione lontanissima
dalla volgare, intendendo di escludere in rapporto della locuzione li
poeti comici, li quali solamente sono poeti riguardo all’ invenzione
della favola; imperciocché, per quel che s’appartiene alla locuzione,
devono usare una locuzione affatto volgare, come sopra si è detto.
Poi farlo passare alla lezione di chi cerca di elevarsi un poco al
di sopra del sermon volgare; ed a questo primo grado subentia la
locuzione oratoria, la quale, quantunque deve conformarsi al senso
comune, nulla di meno deve usare una maniera di ragionare più culta e più
elaborata, in guisa però che facciasi intendere dall’uom volgare; quindi
passare alla lezione delle Orazioni di Cicerone. Spedito che
sarà il giovane degli oratori, passi alla storia; la quale usa una
locuzione posta in mezzo tra la locuzione oratoria e la locuzione
poetica, perché lo storico ha da far due parti in comedia, le parti di
oratore, nelle allocuzioni, che fanno generali all’eserciti, magistrati a
popoli, come sono ammirabili quelle di Livio; ed ha da sostener le
parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di assedi, di espugnazioni di
città; onde Cicerone dice, che in historia funduntur verba prope pottarum: non
assolutamente poetiche; ma prope pottarum. Finalmente far passare il
giovane alla lezione de’ poeti; la di cui locuzione è lontanissima dalla
volgare, perché, siccome devono dilettare colla novità delle favole, così
ancora colle novità della locuzione, dall’ammirazione delle quali novità nasce
il diletto: usano nuove forme di dire che inebbriano l’anima di piacere;
richiamano in uso voci antiche e disusate, le quali, perché disusate,
chiamate in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le
quali, come le mode straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si foggia
un nuovo genere di dire: ed ecco quel di CICERONE, 04tae alia lingua loquuntur.
E questo sarebbe il metodo profittevole alla gioventù nella lezione de’
scrittori latini. LETTERA DI FINAMORE A V, Ill.mo Signore, Signore e
Padrone Col.mo, Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante
con quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che
inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]destia 1; mi fo un
dovere di ringraziarvi distintament[e delle] gentilissime espressioni,
onde, ad onta del mio de[bole ingegno ?], mi onorate. Quindi protesto le mie
indelebili.... zioni alla vostra generosità che si compiacque.... non
solo di compatire una mia memoria sullfe antichi]tà di questa mia patria,
rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di considerarmi non indegno di esservi
aggregato. Allora io non seppi qual ne fosse stato il degno censore,
mentre ne ottenni la patente di socio nazionale; ma, colla pubblicazione
che nel 1798 fece il dotto segretario Napoli-Signorelli del primo
tomo del Regno di Ferdinando IV, p. 381, dove rilevai che vi compiaceste
fare alla stessa memoria vari commenti e proporre alcuni dubi da
sciogliersi da me medesimo, mi cadde il pensiero di leggere le vostre
erudite riflessioni ed approfittarmene pria che si pubblicassero negli
atti della R. A. Questo medesimo desiderio, anziché mancare, mi si
avanza di più in più, dopocché ho acquistata la vostra pa 1 Supplisco,
quanto è possibile, quel che manca per uno strappo dell’autografo.] dronanza,
e vi prego quanto so e posso di rimettermene una copia, giacché non
sappiamo quando si potranno riaprire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi
compiacerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il mio
ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo grande.Veramente
da una medaglia urbica disotterrata qui anni a dietro, del peso di una
libra di bronzo, coll’epigrafe greca ANZANON e nel rovescio ®P, si
conosce che il nome poi latinizzato di Anxanum, sempre identico a questa
città, sia di origine greca; ma non saprei donde derivi la sua vera
etimologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal particolare, scusando
sempre la mia impertinenza. Ai maestri di filosofia si dee sempre
ricorrere in simile rincontro. Volendomi onorare di vostri
graditissimi comandi non meno de’ vostri caratteri, vi prego di
diriggermi le vostre lettere per la posta, e di significarmi se per la
stessa possa diriggervi a dirittura le mie. Sono intanto con
la più perfetta stima e divozione di V. S. Illma
Lanciano. Div. obblig.mo Serv. Vostro FINAMORE
!. I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. Se Giambattista
V. redivivo vedesse questa Italia senza né Spagnuoli né Austriaci,
padrona di sé, grande tra le grandi nazioni di Europa direttrici della
civiltà, conscia della sua dignità, fiera della gloria de’ suoi figli
maggiori, che anche nei secoli più bui e più duri della divisione
politica e della servitù la fecero con l’altezza dell’ ingegno celebrata
e ricercata da tutte le genti più culte, potente collaboratrice, maestra
privilegiata d’ogni arte più splendida e d’ogni più originale scienza: la
vedesse questa Italia tutta qui convenuta in ispirito a rendergli onore in
questa aula magnifica della sua rinnovata università; Giambattista V.
sarebbe, non sorpreso, ma sbigottito di così insigne riconoscimento, che
egli non avrebbe mai sperato. Ma poiché, per alta che fosse
la sua intelligenza, l’animo era ingenuo come di fanciullo e sensibile
alla lusinga della lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo
alla schietta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora
una volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sofferte durante tutta
la sua grama esistenza; poiché queste traversie infine erano state la
causa per cui egli si ritirasse e concentrasse sempre più nella sua solitaria
meditazione e facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo capolavoro, la
Scienza Nuova; e fosse, insomma, Giambattista V.. Aveva pubblicato da
poche settimane, anzi da pochi giorni, il suo gran libro; e con quanta
trepidazione ne aspettasse i primi giudizi dei concittadini nessuno dei
quali (egli pur lo sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto
dei profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere
dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e superba, ma tutta
piena di alta fede religiosa: In questa città sì io fo conto di
averla mandata al diserto, e sfuggo tutti i luoghi celebri per non
abbattermi in coloro a’ quali l’ ho io mandata; che, se per necessità
egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né
pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla
io mandata al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ ingegno a
me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità propostemi affine di meritare
alcun luogo decoroso nella mia città: ma poiché questa università me ne
ha riputato immeritevole, io certamente debbo questa sola opera tutta a
questa università, la quale, non avendomi voluto occupato a legger
paragrafi, mi ha dato l’agio di meditarla ». (Dove si accenna alla
gravissima delusione toccatagli nel concorso alla importante cattedra di
Diritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva preparando da
molto tempo). Sia per sempre lodata la
Provedenza, che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutta
rigor di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma benignità
! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un nuovo uomo, e pruovo
rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della mia avversa fortuna, e
di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere, che mi ha fatto
tale avversa fortuna, perché questa moda, questa fortuna mi hanno
avvalorato ed assistito a lavorare quest'opera. Anzi (non sarà per
avventura egli vero, ma mi piace stimarlo vero) quest'opera mi ha
informato d'un certo spirito eroico, per lo quale non più mi perturba
alcuno timore della morte e sperimento l’animo non più curante di parlare degli
emoli. Finalmente mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il
giudizio di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima
de’ saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi »
!. Lett. al p. Giacco, in V., L’Autob., il Carteggio e le poesie
varie, ed. Croce-Nicolini. V. nasce in uno stambugio sopra la botteguccia
del padre, in via San Biagio dei Librai, n 3I. Giacché il padre era
libraio, figlio d’un contadino di Maddaloni: modestissimo libraio, sposato a
una povera donna, figliuola, a sua volta, d’un carrozziere. Famiglia
numerosa: otto figli. Ambiente povero, buio, triste: dove, anche
senza la tremenda caduta da una scala per cui il fanciullo settenne si
ruppe il cranio e perdette molto sangue ed ebbe bisogno di tre anni di
cure per riaversi o muore, prediceva il
cerusico, o sopravvive idiota! era
impossibile che non crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come
restò tutta la vita. Dal n. 31 il padre si trasferì al n. 23, di
rimpetto al Banco della Pietà !: anche qui bottega e mezzanino soprastante.
Poca aria e poca luce, e povertà. Quando perciò il fanciullo a dieci anni
poté tornare a scuola, l’anda1e e il venire erano boccate d’aria
vivificanti; quantunque non ci fossero giuochi né spassi per lui
studiosissimo, cresciuto tra i libri, impaziente della necessaria
lentezza e gradualità dello studiare in comune con coetanei men veloci
nell’apprendere. E per la sua malinconia e precocità, ombroso,
puntiglioso. Abbreviò il corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora
autodidatta; e iscrittosi poi nel Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vecchio) alla
seconda classe di grammatica, se ne ritrasse però prima della fine
dell’anno scolastico per un torto fattogli dai maestri in una gara in cui
aveva vinto i primi della classe. Si chiuse nella libreria paterna e nel
mezzanino di sopra. E giorno e notte sui libri. Da sé quindi, a furia,
compì gli studî di grammatica e di umanità: tutta la sua istituzione
letteraria. Scoraggiato, per la filosofia, da una astrusissima logica,
che gli era stata consigliata, si svogliò e distrasse. Tentò più
tardi tornare dai Gesuiti; ma quantunque il maestro quivi gli desse
! Per tutte le abitazioni del V. cfr. Note all’Autobiografia, dove
sono i risultati delle molteplici sagaci esaurienti ricerche del Nicolini.] il
gusto d’una metafisica che andò a genio al giovinetto allora forse quindicenne,
gli parve che troppo costui andasse per le lunghe con le sue scolastiche
distinzioni e sottodistinzioni; e si ritrasse pertanto da capo a studio
privato, e da sé condusse a termine, con grande applicazione, il corso di
filosofia; dal quale si accedeva alla Università. In questa, dopo avere
fatto da sé, solo frequentando per un paio di mesi lo studio d’un
canonico vicino di casa, insegnante di diritto di molta fama, s' immatricolò
nel 1688 alla facoltà di Leggi; e vi fu iscritto per quattro anni. Ma non
vi mise mai piede, dividendo il suo tempo tra gli studî giuridici, i
lette1arî e i filosofici, pei quali allora come sempre qui a Napoli
grande era l’ interesse delle persone colte. Una volta tentò i tribunali,
in una causa civile, in difesa del padre. E la fortuna gli arrise; ma
sentì egli che non era nato per la carriera forense. Accettò l'offerta di
recarsi a Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa di certi
signori. E lì rinvigorì la salute, che tia gli stenti di Napoli era
minacciata da tisi; e lontano dalle angustie familiari ebbe per nove anni
ozio e serenità d’animo e agio per compiere il maggior corso, com'’egli
più tardi ricordava, de’ suoi studî. Non aveva peraltro trovato la sua
via. Le letture dei libri recenti di cui nelle sue gite a Napoli si
provvedeva, non erano ordinate. Ma ogni autore metteva in movimento lo
spirito del giovane, lo faceva pensare. E quelle meditazioni
assidue erano più feconde d’ogni più metodica lettura. Ci rimane di
quel tempo una canzone Affetti di un disperato, documento del pessimismo
a cui di tratto in tratto lo spingevano l’ incertezza dell'avvenire, il
pensiero della famiglia lontana miserabile, e sopra tutto il bisogno
inappagato di trovare, in quella sua indole raccolta e meditabonda, una
soluzione a certi problemi angosciosi. Erano i problemi che letture e
forse ricordi di conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini
all’ateismo venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intravvedere
prima confusamente, poi scorgere in maniera sempre più chiara e paurosa
per la sua anima severamente educata nella fede religiosa e di tempra
profondamente mistica. Ma anche i dubbî, gli errori, che più tardi
ricorderà !, degli anni giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro
nel proprio pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei
Platonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento speculativo
incrollabile alle sue sante credenze. Il periodo del ritiro cilentano
ebbe termine; e V. tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il padre
vecchio; sui fratelli non era da fare assegnamento. Bisognava provvedere
alla famiglia, oltre che alla propria persona. Ricerca affannosa di
un’occupazione stabile, anche umile. E intanto ripetizioni, anche
elementari, mal retribuite e difficili a trovare. Lavori letterari
d'occasione (orazioni, sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra
soddisfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano
autorevoli personaggi cercavano onorato collocamento. Un d'essi non seppe
far di meglio che consigliargli di farsi frate. Chiese la carica di
segretario del Municipio, che era ufficio, allora, da letterato, poiché
si carteggiava in lingua latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni
dopo, finalmente, concorse alla cattedra universitaria di Eloquenza; e l'ottenne.
Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno, poco più di 35 lire al mese,
oltre gli emolumenti non cospicui provenienti dai certificati che l'insegnante
di quella cattedra rilasciava per l’immatricolazione degli studenti alle
varie facoltà. E di cento ducati rimase lo stipendio di V., finché
nel 1735 una riforma di tutto l’ordinamento universitario I Lett.
al p. Giacco del 12 ottobre 1720. Per questi errori giovanili del V. v. CROCE,
La filos. di G. B. V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI, Difesa dell’autorità
della S. Scrittura contro G. B. V., Bari; NICOLINI, La giovinezza di G. B. V.,
Bari; A. Corsano, Umanesimo e religione in G. B. V., Bari. non
glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re Carlo di Borbone,
seguendo il suggerimento del suo cappellano maggiore, uomo di larga mente e
dottrina, molto benevolo estimatore di V., lo nominò istoriografo regio con
altri cento ducati di assegno. Ma V. era già presso che al termine della
sua carriera; e se fin allora, pur tra disagi, rinunzie e sacrifizi
inenarrabili aveva potuto trascinare avanti l’esistenza, s'era dovuto aiutare
con i proventi d’uno studio privato di rettorica, aperto in una sua
casetta in V.lo dei Giganti, mutata cinque anni dopo in altra alquanto
più ampia al largo dei Gerolamini. Cambiò casa ancora tre volte; e
finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini dei Santi Apostoli, dove muore. Appena
ottenuta la cattedra universitaria, V. non perdette tempo: sposò una povera
donna analfabeta e, quel che è più, inetta al governo della casa; e ne
ebbe via via otto figli, cinque dei quali sopravvissero; e due
procurarono al padre grandi gioie, ma uno altresì dolori acerbissimi.
Com’egli vivesse in mezzo ad essi fanciulli, lo dice egli stesso
nell’accenno che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti al costume suo di
meditare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei familiari e allo
strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il silenzio di cui sente il
bisogno ogni scrittore ! Ma la stessa cattedra modesta avuta in sorte gli
procurava almeno una volta l’anno una segnalata soddisfazione;
poiché al professore di Eloquenza spettava di leggere, nel giorno dell’
inaugurazione degli studî, un’orazione latina, sopra argomento d’ interesse
generale e filosofico, alla presenza di tutti 1 colleghi e degl’illustri
personaggi che erano invitati allora come oggi a tale solenne cerimonia. V.
ne aveva occasione I Autob.] ad esporre nel latino aureo, di cui
la familiarità quotidiana con gli scrittori classici lo aveva reso
maestro, i più alti concetti che nelle sue meditazioni veniva maturando
intorno alla natura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce
oggi possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia
posteriore. E V. doveva in quelle occasioni cominciare ad assaporare il
gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra tutte le cose e tutte le
idee, acquista la coscienza di non so che divino, che è la sua forza e la
sorgente della sua superiore certezza. Onde a lui veniva fatto di dire,
non potersi il fine degli studî altrove collocare che nel proposito di
coltivare una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua
filosofia platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione
della divina essenza delle idee, che l’uomo scopre con la riflessione
dentro il proprio animo, e quindi di questa natura eroica, come già diceva
Platone, ossia partecipe del divino, che è propria dello spirito umano
che venga in possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’
ispirazione più profonda del carattere religioso del suo pensiero e di quella
lirica commozione che scuote ognora più vigorosamente la sua filosofia. Scrive
infatti vivendo il suo pensiero come una demoniaca rivelazione interiore,
che lo eleva al di sopra di sé e gli dà quella certezza che il
pensiero umano attribuisce alla mente divina. Comporre quelle
orazioni, leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui si raccoglieva
il fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e poi per
giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora solenne, e
illudersi magari sul valore degli applausi di cui, sì sa, raramente
l’uditorio è avaro all’oratore che finisce di parlare, era pure un motivo
di compiacimento. In parte era anche appagamento dell’amor proprio di
letterato, a cui V., come i suoi coetanei spasimanti per gli ozî, le
parate e i mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse in
modo anche superiore all’ordinario, in ragione del candore
dell’uomo vissuto per lo più fuori del mondo); ma in parte era la
gioia che prova ogni nobile spirito al cospetto della verità o di
quella che innanzi gli splende come tale. Lampi di luce che rischiaravano
a un tratto la penombra faticosa e triste a cui il povero filosofo
abitualmente era condannato. Ma l’animo ne era spinto a innalzarsi dalle
miserie della vita quotidiana al puro cielo dei grandi pensieri luminosi
e rinfiancato a durare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti e
umili, prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori
antichi e moderni che lo traevano in su, alle cose serene e
immortali. Quelle orazioni, salvo qualche riecheggiamento di filosofia
cartesiana, allora diffusa a Napoli come l’ultimo figurino di Francia, si
aggirano tra le idee platoniche. Ondeggiano pertanto tra la
raffigurazione di un divino mondo trascendente, di là da questo della
vita nostra mista di luce e di tenebre, di dolori e di gioie, di essere e di
non essere, e un acuto senso dell’unità profonda del divino e dell'umano, e
però della grandezza e potenza creatrice dell’uomo considerato in quella
sua spirituale essenza, dove l’alta vena del divino preme a scorgere
l’uomo alla cognizione del vero e alla volontà del bene e ad ogni arte
che conferisce ai mortali il dominio delle loro passioni e delle forze
stesse della natura. Ma cogli anni l’orizzonte di V. si allargava e
arricchiva. Leggeva Bacone, che con la sua critica dell’antico
sapere, fondato su presupposti razionali e costruito per deduzione
raziocinativa, col suo vigoroso appello all’esperienza, al particolare, al
mondo che non è nel pensiero, ma di fronte ad esso, non conosciuto a
priori, ma da conoscere, da studiar sempre perché non mai abbastanza
conosciuto, con l’alto suo grido dell’ instauratio magna ab imis
fundamentis a cui la scienza moderna doveva accingersi, gli aprì quasi
gli occhi ad una seconda vista. Cogttata et visa (titolo di uno scritto
baconiano) divenne uno de’ motti prediletti di V.. Pensare,
analizzare i pensieri, criticare le opinioni ricevute nell’animo, sì; ma
prima vedere, percepire, aprire l’animo al nuovo, con cui la vigile
esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote, lo trasforma. Cartesio a
lui platonico aveva già mostrato chiaramente il carattere tutto moderno
di quel pensiero a cui il filosofo francese richiamava; e che non era più
pensiero in sé, la verità divina a cui lo spirito umano aspira, ma il
pensare dell’uomo che ha coscienza di sé, del fatto in cui esso consiste.
Fatto umano, ma certo. Coscienza, non propriamente scienza. Fatto
che è lì nello spirito umano, nella coscienza che questo ha di sé; non
più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore che è discutibile che
possa attribuirsi alla verità, quale il pensiero, analizzando e
deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di quel valore di certezza, che
è il primo postulato del pensiero moderno, stanco d'ogni dommatismo e di
ogni affermazione, per logica che sia, della quale naturalmente si possa
dubitare. Altro il vero, altro il certo. E la sete di certezza, ossia di
una verità che non sia passivamente ricevuta, ma acquistata come la
verità che consti, e sia nostra verità, della quale non si possa dubitare
senza rinunziare al pensare, e che perciò regga a ogni critica, e sia da
accogliere non perché si abbia la fortuna o sfortuna di appartenere a una
chiesa, a una scuola, a una gente, ma perché si è uomini dotati di
ragione; questa è l’ inquietudine salutare che muove il pensiero
moderno: nella filosofia, come nella religione, nella politica e in
ogni forma della cultura. Inquietudine non di spiriti scettici,
rassegnati alla propria ignoranza, anzi di spiriti positivi, costruttori, che
han bisogno di possedere saldamente la realtà. E questa
inquietudine riempie l’animo di V. quando nel 1708, riprendendo
l’abitudine da un biennio intermessa delle orazioni inaugurali, scrisse
il discorso De nostri temporis studiorum ratione, pubblicato con aggiunte
l’anno dopo. È una polemica contro l’ imperante cartesianismo, contro
quel filosofare superbo, sprezzante di ogni erudizione storica od
esperienza o poesia, o forma, in genere, della vita spirituale che non
sia puro pensiero o astratta ragione: filosofare sordo alla storia, alla
vita sociale, ai sensi, alle passioni, d’un astratto spirito tutto
ragione, senza né memoria, né fantasia, né percezione sensibile, chiuso in sé e
lavorante nel vuoto. Rivendicazione quindi del concreto, del particolare, dello
storicamente determinato; di quello che non si deduce, ma si
apprende, direttamente, materia di topica», come V. ama dire nel
linguaggio della retorica tradizionale, prima che di critica». Filologia, non filosofia. Ma
affermazione insieme della necessità della critica, della filosofia a
complemento e intelligenza d'ogni sapore filologico o comunque di fatto.
Certo e insieme vero. Su questo punto si concentrò l’attenzione del
filosofo, che l’anno appresso si trovava ad aver delineato nella mente
tutto un sistema di filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima
parte contenente la metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opuscolo,
stampato postumo verso la fine del secolo in una rivista napoletana
finora irreperibile, la parte seconda relativa alla fisica; e tralasciò
la terza, la morale, poiché la materia di essa venne assorbita nelle
maggiori opere posteriori. Questo De antiquissima Italorum sapientia
diede fama all'autore, facendolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’
importante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale de’
Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e V.. Ma quel che
attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il quadro: non la
dottrina espostavi, in cui era l'originalità e l’importanza storica,
notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipotesì artificiosa e falsa con cui questa
dottrina era presentata come dottrina antichissima degli Italiani,
attestata dalle etimologie di alcune voci della lingua latina interpretate
col metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi di cui
il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso V., quando
dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone in poli avevano attribuito
ai primitivi una sapienza riposta, ossia una vera e propria filosofia. Ma
la cornice, come accade, compromise il quadro, poiché gli uomini guardano
più alla forma che alla sostanza; e la sostanza, che era una
scoperta da fare epoca, passò inosservata. Era la soluzione del
problema della moderna filosofia, dell’unità, come dirà V. stesso,
del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle idee con i
fatti, o, secondo una formula prediletta da V., della filosofia con la
filologia. Giacché in questa prima parte del De antiquissima V. premetteva
alla stringata esposizione della sua metafisica una sorta di dinamismo spiritualistico
analogo alla contemporanea monadologia leibniziana, che ben servirà di
sfondo alla filosofia che V. svolgerà poi nella Scienza Nuova un cenno di teoria del conoscere che ha
una strana somiglianza, pur essendone differentissima, con la celeberrima
teoria che sarebbe stata esposta settant'anni dopo da Kant nella Critica
della ragion pura. Dove tutti gli storici della filosofia asseriscono
aver ricevuto del pari soddisfazione, ed essere stati quindi conciliati,
gli opposti indirizzi filosofici precedenti dell’età moderna: quello
empiristico che comincia con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume
e quello razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di
Leibniz. Ma la conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni
prima in questo modestissimo libricciolo vichiano con la teoria fermata
in un motto di conio scolastico diventato poi quasi proverbiale: verum et
factum convertuntur; ossia, il vero consiste nel fatto, poiché chi sa è chi fa,
e della natura non fatta da noi, noi non possiamo osservare perciò e
conoscere se non le apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto
Galileo; e del perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta
in forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza per
congettura, probabile e soddisfacente per la ragione, ma priva di quella
certezza, che è carattere specifico del sapere scientifico. Con certezza
noi possiamo sapere quel tanto di cui noi siamo autori. Poco, secondo le
prime riflessioni suggerite a V. dalla sua scoperta: ossia le grandezze
matematiche, che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le
costruiamo (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così
anche per V. in questa prima forma della sua gnoseologia, le matematiche,
come per Galileo e per la massima parte dei pensatori contemporanei,
rimangono il tipo della scienza perfetta. Non impoita per altro qui
vedere quali scienze V. conceda alla mente umana; importa invece il
carattere che egli attribuisce alla scienza: questo carattere costruttivo della
realtà che ne è l'oggetto. Concetto che evidentemente nega la
preesistenza dell’oggetto alla mente che lo conosce, e conferisce a
questa un’attività creatrice di quel mondo che essa è in grado di
conoscere; sicché la certezza del fatto viene a coincidere con questa intimità
della mente al mondo di cui è artefice. È la certezza del poeta che è il
creatore de’ suoi fantasmi, come Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò
dentro di essi, e ne conosce tutti i segreti. La verità è, sì, pensiero
(evidenza delle idee alla mente), come voleva Cartesio; ma il
pensiero non è spettatore di quel che si rappresenta, bensì
produttore. Il fatto di cui perciò siamo certi, non è quello di cui siamo
testimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli attori (costruendolo o
ricostruendolo). Si vedrà poi se noi siamo costruttori e creatori
di astratti numeri e di astratte entità geometriche, o di qualche
cosa di più saldo e reale; e cioè di quanto il nostro potere s’assomiglia
a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la via è aperta. E V.
procederà. Procede speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei
colloqui amichevoli e tra gli strepiti domestici. I coetanei non
sospetteranno questo nuovo mondo che egli viene tentando e scrutando con
trepidazione. Quelle sue pretese etimologie delle parole più filosofiche
della lingua latina lo avevan fatto apparire agli occhi dei letterati
piuttosto un pedante che un pensatore: lo avevan screditato cervello
balzano e incline ad abusare della dottrina, anziché dimostrare
l’elevatezza eccezionale del suo ingegno filosofico. Un lavoro
storico scritto tra per commissione, la Vita di Carafa, gli diede occasione di
leggere il De iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli fece
cercare gli altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni Selden e
Samuele Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero più vasto e concreto
orizzonte che non fosse quello degli astratti concetti ricavabili o no da
poche etimologie latine: il mondo della storia al suo primo uscire dalla
barbarie alla civiltà mediante il formarsi del diritto. Tutta una storia
da ricostruire solo in piccola parte filologicamente, e nel suo
complesso invece per congetture e argomenti di ragione appoggiata a
considerazioni filosofiche intorno alla natura umana. Il problema dell’origine
storica e ideale del diritto gli si affacciò subito come il problema
dell’origine e della natura dell’umanità, o della civiltà (poesia e religione,
istituzioni sociali e giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme
delle cose umane, dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza
dell’uomo: quello che più tardi V. stesso dirà
mondo delle nazioni ». Problema di preistoria, che era poi un
problema di storia, ma sopra tutto un problema di filosofia. Poiché
le origini non si prestavano a essere ricostruite e interpretate se
non al lume della stessa natura operante nel processo storico del diritto
e in genere della civiltà; e quindi in base al concetto di questa natura
onde si rende intelligibile ogni punto del processo storico. Il grande
posto che occupava nella cultura e nell'ordinamento universitario il
Diritto romano veniva per tal via ad illuminarsi agli occhi del V. di nuova
luce. Quelle antiche fonti della giurisprudenza romana, che agli
occhi suoi erano state fin allora argomento di osservazioni
filologiche, a un tratto si innalzarono a sorgenti della più
veneranda sapienza; le parole diventarono cose, la filologia si
trasfigurò in filosofia. Donde una più intensa applicazione
del V. al diritto. Quindi l’idea di non più tentate ricostruzioni del
diritto romano e di tutta la storia che nel diritto converge; e la
pubblicazione del Diritto Universale, ossia di due volumi, uno De
universi juris uno principio et fine uno e l’altro De constantia
iurisprudentis, preceduti dalla Sinopsti del diritto universale (foglio
volante che anticipava l’ idea dell’opera) e seguito nel ’22 dalle Notae,
contenenti aggiunte e correzioni. Quindi la speranza per qualche anno
accarezzata e finita nella dolorosissima delusione che s'è veduta, di
poter aspirare alla grande cattedra mattutina di Jus civile (che gli avrebbe
sestuplicato il troppo magro stipendio). Ma, sopra tutto, il primo
scontro, per così dire, in campo aperto, di V., studioso, filosofo,
scopritore di nuove idee e grande riformatore della scienza del suo
tempo, coi rappresentanti di questa, che erano poi gli uomini con cui egli
doveva vivere e fare 1 conti. Il largo giro delle questioni abbracciate
nel Diritto Universale, non pure giuridiche e filosofiche, ma religiose,
storiche e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di
scienze morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore
vi propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni dopo
sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima volta nel '25, la
seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non poteva non mettere in qualche modo il
campo a rumore. Ma la sorte del Diritto Universale fu subito quella che
sarà più tardi la sorte dell’opera maggiore e più matura. La forma del
pensiero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così intenzionalmente
rivoluzionaria rispetto alle opinioni tradizionali, così ostentata, col
solito candore del filosofo, la propria originalità, così frammentarie e
affrettate le prove filologiche dove ne occorressero, così pregnanti e
sommarie quelle filosofiche a cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e
pure involuta e contorta l'andatura del pensatore, tutto rapito
nella gioia delle sue intuizioni e nulla curante del pubblico a cui pur
s' indirizzava, da procurare al V. la taccia di oscurità, che pesò a lungo, in
vita e dopo, sulla opinione che si ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e
la fortuna del suo pensiero, e gli diede mala voce tra i contemporanei.
Gli venne la fama di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo
di buon senso, stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e
anche peggio. Amici, o malevoli, tutti celieranno sulla oscurità
del filosofo. Era ripreso comunemente per oscuretto, scrisse con la sua
mite bonomia il Metastasio. L’acre Giannone dava ragione a quel dotto
napoletano che si stomacava in
vedere che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si travagliano
per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del V., quando, per
non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno fiutare i suoi
librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, non si peritò di
battezzarla la cosa più sciapita e trasonica insieme che si potesse mai
leggere. Di certe composizioni letterarie del filosofo, come di
quell’orazione che egli scrisse con magnificenza di stile per la morte
d’una culta gentildonna, che lo aveva degnato della sua benevola
amicizia, Angiola Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un
letterato di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che
girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro di scuola.
V. stranulato e smunto Colla ferola in mano e ’l Passerazio
(che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della orazione per
un’altra dama, che V. stesso mostrava a un letterato senese venuto a
fargli visita nel 1726, questi scriveva a un amico le stranezze notatevi,
aggiungendo: Il bello che vi ha in
questo discorso è che nella prima sola facciata vi sono due periodi, nel
primo dei quali tra ’1 nome agente ed il verbo ci corrono undici versi e
nel secondo quattordici ». Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un
esemplare della Scienza Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo
distico: Culpa mea est, solus si non capio tua dicta; Culpa tua est,
nemo si tua dicta capit. E certamente era in buona parte colpa del
V. se nessuno, proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia
in una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa: So
bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fantasia: e perciò hanno
sparlato tanto della Nuova scienza, perché quella rovescia tutto ciò che
essi con errore si ricordavano e si avevano immaginato de’ principî di tutta la
divina ed umana erudizione. Pochissimi sono mente » 1. Vero altresì
quel che egli dice nella stessa lettera e altrove della cultura
contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi vuoti I
Autob.] e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è sintesi, e alla
critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del facile, del
chiaro, ignorando che la facilità così fiacca ed avvelena gl’ ingegni
siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva; e quel correr dietro ai
compendî, ai manuali, ai dizionari, che sono il cimitero delle scienze.
Tutto verissimo; ma restava che egli, fisso nelle idee che sgorgavano con
vena abbondante e impetuosa dalla sua potente ispirazione, ne era trascinato
come da un estro, da un furore eroico, e non sentiva più il freno
dell’arte; non era più in grado di mettersi avanti il suo pensiero per
introdurvi quell’ordine, che si richiede a dare unità così a un periodo,
come ad un libro o a tutto un sistema di idee. Ma coloro che favoleggiano
di tragedia vichiana, di una lotta trilustre incessante del V. con la sua
materia, ribelle ad ogni regola, ad ogni lavoro che la riducesse a
lucidus ordo, a forma efficace e persuasiva, e la rendesse prima di
tutto ben chiara e distinta allo stesso V., non distinguono in
questa famosa questione della oscurità di V. due cose differentissime.
C'è l'oscurità oggettiva, per dir così, e c’ è l'oscurità soggettiva.
L'una propria del pensiero non logicamente configurato, quale dev’essere perché
possa valere in sé, essere comunicato altrui ed inteso da chi ascolta
come da chi parla, da chi legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità
sentita dallo stesso autore, che vede e non vede, ma sospetta le lacune
che non sa colmare nel suo pensiero, e non possiede insomma la verità che
gli brilla da lungi davanti, che egli si sforza di raggiungere ma non vi
riesce. La proclamazione frequente che s’ incontra in V. delle proprie
scoperte dimostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero;
e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espressioni scultoree
che si scolpiscono infatti nella fantasia del lettore e non si
dimenticano più, sprezzante di ogni cura didascalica, tutto vibrante di
passione e infuso di trionfante eloquenza che si spande con l’empito d’una
forza di natura tutte qualità che sono caratteristiche della prosa
vichiana e ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire l’
incanto dimostrano che egli è convinto
bensì di trattare cose molto difficili, e che richiedono lunga e aspra
meditazione ad essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per
difetto loro, trovano oscuro quel che splende alla sua mente di
luce abbagliante. Non è un maestro esemplare perché, sotto la
spinta del dèmone che lo possiede, non pensa più agli scolari che stanno
ad ascoltarlo; e si chiude in un soliloquio, che non deve servire se non
per lui stesso. Così, perché il V. si affida sempre alla memoria, che
troppo spesso l’ inganna e lascia correre ne’ suoi libri tante citazioni
sbagliate ? Perché non s' è presa la cura di controllare i ricordi delle
sue letture e magari corredare le sue affermazioni con note esatte
che confortassero e alutassero il lettore al riscontro delle fonti
di cui egli si serviva ? È lo stesso motivo che fa sdegnare a ogni
schietto poeta il commento della sua poesia, quantunque un buon commento
storico e filologico riesca sempre utilissimo alla piena intelligenza del
lavoro poetico. Ma il poeta, in quanto tale, è assorto in un suo mondo,
dove non sono né lettori né ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito,
come Dio. V., quantunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal
primo abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza
Nuova e fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre tenuto
presente l’opera sua, postillando, aggiungendo, correggendo, in essa,
sottraendosi alle angustie della vita terrena, domestica e sociale, fu
assorto, felice. E in quel continuo sforzo di revisione e ritocco è
l’artista che accarezza la sua creatura, e rinnova il calore e il dolce
gusto della creazione. Bisogna sentire questo calore, questo vigore
poetico dello scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello
stesso pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pagina
presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina dove si assiste al
primo apparire dei sensi di umanità tra gli uomini, ancora fieri
bestioni: Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a
crear le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori
dell'umanità gentilesca quando dugento
anni dopo il diluvio per lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia....
(perché tanto di tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che,
disseccata dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse
esalazioni secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i
fulmini) il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni
spaventosissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima
volta un’ impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che
dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi
sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro
covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non
sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché
in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca
all’effetto la sua natura.e la natura loro era in tale stato, d’uomini
tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro
violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato,
che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette
maggiori, che col fischio de’ fulmini e col fragore de’ tuoni volesse
loro dir qualche cosa. In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima
favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè
Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante;
si popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi che sel
finsero, sel credettero, e con ispaventose religioni il temettero, il
riverirono e l’osservarono ! AI centro del quadro, dunque, la religione.
Essa crea e mantiene, secondo V., la civiltà, stringe gli uomini a una legge,
è fondamento e forza dello Stato, perché primo principio e radice
di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea, 10zza da principio e
tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo, gli parla e può correggerlo con
la sua forza strapotente, dà inizio alla sua vita e dispiega i germi
segreti che sono nella sua natura, passando dalla venere vaga al
matrimonio e ai primi nuclei sociali, dal nomadismo errabondo alle sedi
fisse, all'occupazione della terra, all'agricoltura, e a tutte le forme
della vita civile. E quando le società decadono, dalla religione debbono
rifarsi, e però da quello stato tutto fantasia in cui l’uomo crea la sua
fede e ne è investito, sorretto, animato, S. N. ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso
377. e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione ed
estro. Ma la religione di V. scopritore della scienza nuova
non è propriamente quella di V. cattolico sincero e fervente: non è
quella che interviene dall’alto nella vita umana naturale per salvarla con una
forza superiore di cui l’uomo non potrebbe venire mai in possesso da se
medesimo. Egli distingue infatti il popolo eletto, privilegiato della grazia
divina, dalle nazioni gentili, o
tutte perdute » 1, come dice una volta; la cui storia si propone
di spiegare con rigoroso senso scientifico per vie affatto naturali; in
quanto ogni uomo, come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza
è appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza del
mondo naturale, è conoscibile perché prodotto della mente umana, e
intelligibile secondo la logica di questa mente; e dà luogo perciò a
questa nuova scienza che non è, come una volta si diceva, la filosofia
della storia, ma, al dire dello stesso V., la metafisica della mente » 2.
E questa non può ammettere, per la sua natura filosofica, presupposto di sorta;
neanche religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio universale (de
omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di una scienza che
potesse dedursi da un principio certo, V. a capo della sua ricerca
insiste sulla necessità di vestire per alquanto, non senza una vtolentissima
forza, la natura degli uomini primitivi che andarono tratto tratto a
disimparare la lingua d’Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che
di soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giunsero
a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò, ridurci in uno stato di una
somma ignoranza di tutta l’umana e divina erudizione.... poiché in cotal
lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo
delle gentili nazioni egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In
mezzo a un oceano di dubbiezze su queste remote origini
dell'umanità, I S. N. ed. Nic. cv. 47. ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e
passim. Questa metafisica è filosofia dell’Umanità per la serie delle cagioni
»; filosofia dell’Autorità o storia universale delle nazioni per lo séguito degli effetti. S. N.! cv. .3
S. NI ed. Nic. cv. cit. non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto
della nostra fede, ma pel quale non est hic locus) appare questa sola picciola terra dove
si possa fermare il piede: che i di lui principii sì debbono ritruovare dentro
la natura della nostra mente umana e nella forza del nostro intendere »
1. Infatti quella Provvidenza che per V. illumina la mente
dell’uomo, genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero
volere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado tessendo
questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvidenziale, logico, indirizzato
al dispiegarsi dell’umana natura ossia all’arricchimento progressivo
dell'umanità di questo mondo, non è la Provvidenza trascendente o
soprannaturale, che faccia agire gli uomini quasi inconsapevoli strumenti
di fini superiori. L'uomo ha libero arbitrio, osserva V., per
quanto debole; arbitrio di fare delle passioni virtù; arbitrio che da Dio
è aiutato naturalmente con la divina provvidenza, e soprannaturalmente dalla
divina giazia ». Questo aluto soprannaturale della grazia V. non
nega; è ben lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro,
dove campeggia l’azione naturale della Provvidenza. Essa è l’architetta
di questo mondo delle nazioni. E perché ? Perché, nota V., non possono gli uomini in umana società
convenire, se non convengono in un senso umano che vi sia una divinità la
quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3. È questo senso umano, che
fa il miracolo: quello che V.Da tener presente il classico luogo della seconda
Scienza Nuova: Ma, in tal densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima
da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non
tramonta, di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in
dubbio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli
uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî
dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a
chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi
seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo
naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia
mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano
conseguire la scienza gli uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. ). Sul
conato, che è libertà v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689. 3
S. NU ed. Nic. cv. 45. dice senso comune, anch'esso definito da lui fabbro di questo mondo delle nazioni»:
quello che a tutti i più antichi sapienti delle nazioni gentili fa temere spaventosamente
gli déi ch'essi stessi si avevano finti. E coincide perciò come unità della religione d’una divinità
provvedente» con l’ unità dello spirito, che informa e dà vita a questo
mondo di nazioni » 1, Questa Provvidenza è anche platonicamente definita
una mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto, la
quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro
fini, per gli quali.... essi anderebbero a perdersi, fuori e bene spesso
contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale » 2. Opera essa
con la regola della sapienza volgare, la quale è un senso comune di
ciascun popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in
tutte le nostre umane azioni così che facciano acconcezza in ciò
che ne sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione ». Ogni nazione
ha il suo senso comune; ma tutti i sensi comuni convengono e concorrono nella
sapienza del genere umano » 3. Giacché questo senso comune
che fa tutto, non va confuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera
tante volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il proposito e
l’ intendimento di lui. Perché pur gli uomini», conferma V. a conclusione
della sua opera nell’edizione definitiva, hanno essi fatto questo mondo
di nazioni: ma egli è questo mondo, senza dubbio uscito da una mente
spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi
fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini
ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre
adoperati per conservare l’umana generazione in questa terra.
Imperciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disperdere i loro
parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni, onde surgono le famiglie;
vogliono i padri esercitare smoderatamente gl’ imperi paterni sopra i clienti,
e gli assoggettiscono I S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915. 2
S. N.! ed. Nic.] agl’ imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli
ordini regnanti ne’ nobili abusare la libertà signorile sopra i
plebei, e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà
popolare; vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi,
e vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi in tutti i
vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i loro sudditi, e gli
dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni più forti; vogliono le
nazioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne gli avanzi dentro le
solitudini, donde, qual fenice, nuovamente risurgono ». Ebbene: Questo che fece tutto ciò, fu pur
mente, perché ’1 fecero gli uomini con intelligenza; non fu fato, perché
’1 fecero con elezione; non caso, perché con perpetuità, sempre così
faccendo, escono nelle medesime cose » !. La storia è prodotto
della libertà dello spirito; il quale ha la sua logica universale,
divina, provvidenziale, consistente nella legge dello stesso sviluppo
spirituale. Questo attraversa tre gradi: senso, ancora inconsapevole;
avvertimento di questo senso; ragione o
mente tutta spiegata ». E tutta la storia con ritmo costante passa
eternamente per tre stati, divino, eroico ed umano, correndo e ricorrendo
questo libero processo dello spirito, e informando a volta a volta tutte
le forme della propria vita alla legge del grado di sviluppo in cui
lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la divinità e tutto
attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano potere; ora sentendo in sé la
divina natura e fidando nell’ invitta forza del proprio eroico volere;
ora riconoscendo l'universalità della natura umana e placando perciò l’
impeto e la fierezza del più forte per piegarlo al diritto della ragione
eguale per tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza,
alla filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la
forza immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur finisce per
fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità degl’ individui e
delle nazioni. Onde queste decadono, ma per risorgere, poiché la
dissoluzione della civiltà, che si è tutta piegata nella struttura
giuridica e morale dello Stato, è ri I S. N. 1744, ed. Nic.] torno alla
barbarie primitiva; ossia al provvidenziale principio da cui la civiltà trae la
sua origine. L'uomo infatti allo stato primitivo non è cosa inerte che
debba essere messa in moto da una forza estranea; ha in sé, nei semt
eterni di vero che, secondo V., giacciono sepolti in noi, in quella
sorta di mens anim di cui parlavano i Latini, il principio del
movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende nulla da fuori:
né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno dei corollari più celebri
di questa dottrina, la negazione vichiana della origine greca delle Leggi delle
XII tavole. E la legge dei corsi e ricorsi, per cui le nazioni
risorgono tornando ai principii, se giova a spiegare il Medio Evo
come una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo classico e a
scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa intendere la grandezza di
Dante che per il primo V. giudica,
con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, il toscano Omero »
3 è pure e prima di tutto la legge
eterna della mente umana. La quale non aspetta secoli e millennii
per tornare ai suoi principii. Torna e ritorna con eterno moto circolare
in ogni ideale momento della sua vita. È il ritmo della sua costante,
immanente natura. Giacché se può dirsi che l’ individuo abbia, nel corso
irreversibile della sua vita naturale, come tre età distinte e
successive, una fanciullezza divina e tutta poetica, una giovinezza eroica
e una maturità fatta di riflessione, la vita tutta dello spirito si
mantiene per uno sviluppo che è acquisto di forme nuove e conservazione
delle precedenti. L’uomo sano, finché non infermi e discenda per la china
degli anni, non perde né la divina ingenua fanciullezza, né l’eroica animosa
giovinezza dello spirito. Soltanto così è possibile la poesia
dell’artista provetto, e l’operare risoluto e magnanimo dell’uomo esperto delle
leggi della vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli anni a invocare
la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo braccio e I S.
N. ed. Nic.
cv. 2 S. N. , ed. Nic., cv. . 3 S. N. 1744, ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett. 26 dic.
1725, in Autob., p. 195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed.
Ferrari.] a fermare il suo cuore; anzi a tener vivo nel suo segreto il
fanciullino pascoliano, senza di cui la stessa natura s’ inaridisce e il mondo,
spopolato dei nostri fantasmi, diviene un deserto. V. non attribuì mai a’ suoi
corsi e ricorsi quella rigidità meccanica, che altri ha creduto. Quanta luce
egli con tal suo concetto dello spirito umano e della storia in cui questo si
specchia abbia gettato sul mondo dell’arte, sulla morale, sul diritto; quante
intuizioni felici e divinatrici abbia quindi avute nell’ interpretazione e
ricostruzione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i primi secoli
della storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen, ancorché costoro abbiano
preferito tacere e misconoscere il precursore geniale; come egli abbia creato
del pari la moderna critica omerica, non è possibile dire con la necessaria
chiarezza in quest'ora. Né v’ è modo qui di illustrare il carattere
preromantico del pensiero vichiano, cioè il suo antirazionalismo e la sua
accentuazione dei momenti prelogici dello spirito: nonché il suo profondo
concetto della storicità della realtà spirituale che si fa gradualmente quello
che è, senza salti né arbitrii. Onde è stato detto che tutto il secolo
decimonono è già nella Scienza Nuova. Certo, essa fu il libro oscuro, ma singolarmente
suggestivo, che i patrioti napoletani del ’99 studiarono, anche senza
intenderlo tutto, come il libro sacro delle nuove generazioni. Il libro che
Cuoco, quando, fallita la rivoluzione giacobina, il problema dell’ Italia una e
indipendente cominciò a porsi con una profonda coscienza storica, realistica e
veramente politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E gli esuli
napoletani lo additavano a Milano al principio del secolo, quando l’ Italia si
svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano la potente originalità delle
dottrine vichiane e ne traevano suggestioni e idee ispiratrici; e V. diventava
il filosofo italiano. E se dal Cuoco Mazzini attinse o fu confortato ad
accogliere l’ ideale dell’unità e la convinzione che l’ Italia non potesse esser
fatta se non dagl’ Italiani; se Rosmini e Gioberti, lavorando a dare agli
Italiani una coscienza filosofica che li riscattasse da ogni servaggio
spirituale, che non è mai altro che un aspetto del servaggio politico, ebbero
un nome, un grande nome a cui appellarsi, di filosofo che altamente
rappresentasse l’ ingegno speculativo italiano; l’ Italia moderna, ricordando
V., deve sentire che da lui comincia la sua nuova storia. È Lo storico che
prenda a studiare le relazioni del V. con Caitesio, si trova innanzi a due
problemi distinti e diversi. Uno è quello dei giudizi del filosofo italiano sul
francese; l’altro delle reali attinenze storiche tra i problemi della filosofia
vichiana e quelli venuti su per opera di Cartesio. Il problema dei giudizi, sui
quali preferiscono insistere gli studiosi del V., e in Italia negli ultimi
quaranta anni ne abbiamo avuti di veramente insigni basta nominare B. Croce e
F. Nicolini, che hanno fatto ogni possibile luce sugli angoli più oscuri della
vita, degli scritti, dei tempi e della fortuna del V. è un problema che
appartiene più alla biografia che alla storia della filosofia, quantunque non
sia possibile staccare del tutto il pensiero dalla personalità del filosofo, né
si possa prescindere dai motivi che a volta a volta egli ebbe per assumere
questi o quegli atteggiamenti verso i rappresentanti tipici di certe dottrine,
senza rischiare di togliere al pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e
il suo significato storico. D'altra parte, nella biografia d’un filosofo la sua
filosofia non è un elemento secondario o da collocarsi sullo stesso piano con
altri elementi che possono sembrare di pari importanza. Perché infine la
sostanza della personalità ideale o storica d’un filosofo è nel pensiero, anzi
nella logica del pensiero in cui vennero assorbiti tutti gl’interessi della sua
vita. Di guisa che se i particolari biografici d’un pensatore rischiarano la
sua mente e le sue dottrine, di quei particolari stessi non è possibile
intelligente valutazione e rappresentazione efficace e concludente, a chi non
li sappia scorgere nella luce del pensiero in cui essi storicamente ebbero il
principio vivente di quel tanto di realtà che spetta loro storicamente. Si
potrà dire che in una rappresentazione compiuta e coerente della realtà storica
d’un filosofo elementi biografici e speculativi debbono richiamarsi
reciprocamente e costituire tutti insieme un sistema unico e compatto. Ma
bisogna soggiungere che l’anima di questo sistema sarà evidentemente la logica
delle dottrine che lo dominarono. Sostanziale dunque e preliminare il secondo
problema, relativo alle attinenze storiche obbiettive tra filosofia vichiana e
filosofia cartesiana. Attinenze che non è facile fissare, a mio parere, se non
si distinguono nella prima tre fasi diverse, tutte connesse intrinsecamente tra
loro in guisa da costituire un unico processo di svolgimento, ma nettamente
distinte l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero di
V. sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si trova nella Scienza Nuova,
anzi nella seconda edizione di questa. Queste tre fasi sono: La fase
neoplatonizzante, rappresentata dalle giovanili Orazioni inaugurali, da V.
riordinate e ritoccate, ma non giudicate mai degne di venire alla luce, e
pubblicate infatti solo nel secolo XIX. La fase critico-empirizzante
rappresentata principalmente dal De nostri temporis studiorum ratione, dal De
antiquissima Italorum sapientia e dalle polemiche che tennero dietro a
quest’operetta col Giornale dei letterati. La fase metafisica in cui si disegnò
la nuova filosofia della storia, come filosofia della mente, abbozzata da prima
nel Diritto Universale e svolta quindi nella prima e seconda Scienza Nuova. La
prima fase contiene i germi della seconda e della terza, ma non ancora distinti
e non fecondati dal vivo soffio dei problemi a cui la mente del V. si aprì per
effetto dell’ intensa meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui
son documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui assunti nella
seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta la sua filosofia è in questa
seconda fase, quando da Cartesio, da Bacone, dalle correnti prevalse anche per
opera del Galilei nel pensiero moderno, V., per dirla kantianamente, si svegliò
dal sonno dommatico della vecchia metafisica, in cui la lettura e l'ammirazione
dei nostri grandi Platonici del Rinascimento l'avevano già immerso. Con
Cartesio egli comincia a sentire il problema della certezza; con Bacone scorge
la sterilità del procedere deduttivo astratto della pura ragione, caro alla
Scolastica medievale e contemporanea, e di quel metodo. geo- metrico che con i
Cartesiani eta venuto in grande onore tra i facili filosofanti alla moda della
seconda metà del Seicento; e la necessità del fatto, del nuovo, del concreto,
dell’esperienza e dell'esperimento: ma sente pure la fenomenalità del sapere
scientifico intorno ai fatti della natura, tra i quali ogni nesso causale
interno è impossibile allo spirito umano che la natura sì rappresenta
dualisticamente come esterna ed estranea allo spirito. Quel dubbio, che
Cartesio, dopo averlo energicamente svegliato, sopisce col dommatismo dell’
idea di Dio, e che attraverso l’empirismo dovrà necessariamente sboccare allo
scetticismo di Hume, è il potente lievito della speculazione vichiana, tutta rivolta
nel secondo e nel terzo periodo a risol- vere il problema d’un sapere che
unisca il certo dell’empirismo col vero della ragione, della logica, del
pensiero puro. Problema che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura,
assumerà ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il pen- siero
nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda coscienza dell'autonomia
del soggetto nella sua assoluta posizione di puro soggetto che si stacca
dall'oggetto, e deve uscire da questa sua astratta e vuota soggettività per
ricon- quistare l’oggetto, dov’ è la sua vita, questo dubbio affatto cartesiano
e punto platonico, che non s’ è impossessato an- cora del V. nelle giovanili
Orazioni inaugurali (nella prima delle quali l’autore cartesianeggia, ma
ripetendo Cartesio senza metterne in rilievo l’originalità, anzi mettendolo
sullo stesso piano di Agostino e Ficino); questo dubbio che nel De antiquissima
V. sente anche più profondamente del filosofo francese, con la sua distinzione
tra scientia e conscientia, la sua teoria tutta fenomenistica e scettica del
signum che non è causa; esso è il punto di partenza della più significativa
teoria di V. da lui formulata col celebre motto: verum et factum convertuntur.
Che sarà il tema della Scienza Nuova. Quando V. intende e fa suo il problema
cartesiano della certezza egli diventa il primo vero cartesiano nella folla dei
cartesiani di Napoli; ma un carte- siano che già combatte Cartesio; perché non
si contenta più del carattere intuitivo e immediato del cogito ergo sum che non
è, ai suoi occhi, se non semplice accorgimento, constata- zione, coscienza di
un fatto; non è spiegazione e quindi reale possesso o scienza della verità che
per tale coscienza si viene a intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno
del nuovo sa- pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere che il
pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza di essere pensante; è
bensì scienza, deduzione, costruzione (tenere formam seu genus quo res fiat) di
questo essere. Il quale, cioè, allora veramente si conosce e si apprende e di-
venta saldo scoglio in mezzo a quell’oceano di dubbiezze in cui lo spirito è
gittato dalla critica cartesiana, quando s' in- tenda quale esso è: non essere
immediato, ma essere che è sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se
medesimo. Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello spirito; non
innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che sarà poi un secolo più tardi
illuminismo); ma graduale passaggio dello spirito dall’ ignoranza al sapere,
dalla fantasia corpu- lenta, anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta
spiegata; e restituito il suo valore alla memoria e alla cognizione del
passato, e alle lingue e alla filologia; e la religione anch'essa non lasciata
in disparte e come espulsa dal processo razionale dello spirito, salvo ad
essere invocata da ultimo a complemento e puntello della vita morale e sociale
dell’uomo, ma rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove
essa anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel prodotto della sua
creatrice potenza. Insomma, quando co- mincia ad essere cartesiano, V. è già
anticartesiano, e non risparmia più gli strali della sua ben munita faretra
contro Cartesio e cartesiani, contro metodi e dottrine del proprio tempo. E pai
che rimandi sempre dal nuovo all’antico, da Cartesio a Platone e seguaci,
laddove il motivo della sua insistente polemica è più moderno ancora di tutti i
motivi della filosofia contemporanea: è un cartesianismo approfon- dito e
affrancato dalle catene del dommatismo vecchio stile con cui Cartesio s'era da
se medesimo tornato a incatenare. V. ebbe un senso acuto della novità e
originalità assoluta del suo filosofare. Basti rammentare il titolo della sua
opera maggiore, preannunziata in modo solenne nel Diritto Universale (nova
scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere a’ suoi con- tinui appelli a
Platone, e si sforza di confondere la sua dottrina con quella di Agostino, non
ha occhi per vedere la luce del sole. V., senza dubbio, ha incertezze? e
ambiguità di espressione. Ce ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia
familiarità con la storia del pensiero umano, si può meravigliare delle
professioni di fede e delle personali proteste in cui egli De const. iurispr.
Caratteristica, a mio avviso, quella che V. ebbe nella serie di Correzioni,
miglioramenti e aggiunte alla Scienza Nuova seconda, scritte nel 1731, e che il
NicoLINI nella sua edizione inserì a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 ma
giustamente relegò in appendice nella nuova edizione, dal titolo Riprensione
delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinoza e di Locke.
Preparata per una futura ristampa della seconda S. N., l’autore invece non
l’accolse nella ristampa. Perché? Pel sapore panteistico di essa, come è stato
creduto ? Certo il rimesce di frequente nel trepidante ma schietto candore
delle convinzioni che gli sono confitte più addentro nell’animo, poiché l’uomo,
nella sua formazione mentale, fu naturalmente investito da poderose correnti di
cultura tradizionale e costretto quindi, in un faticoso travaglio tre e quattro
volte decennale, a lottare contro la sua vecchia anima per liberarsi da ogni
scoria che gl’ impedisse di veder chiaro co’ propri occhi e fare del froprio
sentimento regola del vero, giusta il monito cartesiano, che V. accetta e
apprezza nel suo giusto valore (Sec. risp., in Opere, ed. Laterza). Quello che
V. riesce a dire di nuovo, di suo, quella verità nella cui coscienza egli si
esalta e sente la propria vita immortale, non è platonico, né baconiano, né
cartesiano, né lockiano, né tanto meno conforme alla dottrina tradizionale dei
Padri o dei dottori della Chiesa. È la sua scoperta. La quale contrappone il
mondo delle nazioni, o della storia, o della mente (com’egli pur dice), al
mondo della natura, per attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al
primo è possibile, un ideale di scienza non più tentata mai nel passato: dove
Dio opera nella sua razionalità o provvidenza attraverso il senso comune degli
uomini: ossia mediante lo stesso pensiero umano nel suo universale cammino dal
senso alla ragione, dalla schiavitù alla libertà: un cammino il cui ritmo è
intelligibile perché divino insieme ed umano, anzi divino veramente in quanto
umano. E il dualismo è superato, perché per intendere e sapere il pensiero può
rinunziare all’ inutile conato di uscir da sé, anzi deve profondarsi in se
medesimo. Rispetto a questo umanismo, o spiritualismo che si dica, o piuttosto,
se mi sì consente, rispetto a questo idealismo provero che vi si muove a
Cartesio, rinverga con quello analogo di Spinoza, che cioè il filosofo francese
abbia cominciato dal pensiero dell’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale
è quella di Dio, eterno, infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di
filosofare, spinoziano o no, per cui si comincia da un'idea e si procede more
geometrico, era di quel genere metafisico (tutto verità senza certezza) a cui
V. aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare più nel quadro del suo
sistema. della Scienza Nuova, il mondo di Cartesio, con le sue tre sostanze,
una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed estensione) è un’anticaglia da
relegare per sempre in soffitta. La filosofia cessa di essere quella vuota
metafisica, che sarà condannata da Kant, e di cui il pensiero moderno, malgrado
tutti gli sforzi che si fanno sempre per galvanizzare i morti, non vuol proprio
più sapere. Non è più metafisica, perché diventa tutt'uno, come inculca V., con
la filologia: con la scienza del certo, del fatto, che è fatto per noi che se
ne ha esperienza, ed è perciò nostro fatto, immediata posizione del soggetto
nel suo mondo. E quindi il vero della filosofia, l’ idea, oggetto una volta di
pura speculazione, o meglio costruzione di un astratto pensiero dommatico,
senza base nell’ intimo dell'esperienza, che è lo stesso sentire, o il
soggetto, è tiamontato. Il cogito cartesiano che nel tempo stesso che V.
cominciava a filosofare aveva incontrato l’ irriducibile opposizione del
sentire di Locke, veniva per tal modo da V., anche più risolutamente che non sarà
da Kant mezzo secolo dopo, risoluto e inverato nella sintesi dei due termini
opposti. Il 23 gennaio di quest'anno si compiva il secondo centenario della
morte di Giambattista V.. E se le contingenze presenti non consentono che la
data sia celebrata come la grandezza dell’uomo meriterebbe, e come infatti ci
si preparava a celebrarla quando non erano ancora prevedibili i luttuosi
avvenimenti degli ultimi mesi; non è possibile che l'Accademia la lasci passare
sotto silenzio. Che se il rimbombo dei cannoni potesse infatti coprire la voce
d’Italia, che suona tra le genti Dante, Michelangelo, V. e dice Roma, Firenze,
Napoli, allora veramente dovremmo credere che la barbarica forza della civiltà
meccanica possa prevalere sulle forze immortali dello spirito. E se le ansie
dell’ora ci costringono a limitare a breve ed austera cerimonia la
commemorazione di V., questa tuttavia deve significare il sentimento profondo
religioso con cui il popolo italiano intende custodire i ricordi sacri delle
sue origini e dei fondatori della sua realtà morale. Potranno gli stranieri non
conoscere l’altezza spirituale di V., come si può dire s’ inchinino tutti
universalmente innanzi a Dante o Michelangelo; come certamente non riescono ad
ostentare un fiero disprezzo per i valori che si compendiano nei nomi di Roma e
di Firenze, città privilegiate di più vasta orma dello spirito creatore
dell’uomo, senza una segreta trepidazione come per un atto di sacrilega
infamia. Per molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni della grandezza
di V.; di lui avevano piuttosto un sentore che un chiaro concetto; a lui
s'accostavano con la sacra reverenza con cui gli uomini s’accostano a un Nume,
tanto più esaltato nell'animo, quanto più misterioso, e cioè men conosciuto ed
inteso. Grande il fascino esercitato dallo scrittore, e avidamente cercate per
un secolo dalla sua morte le sue opere, di cui le edizioni si moltiplicavano,
principalmente a Napoli e a Milano, ed eran citate in ogni sorta di libri; e
tracce della lettura di quelle opere sono frequenti presso che in tutti gli
scrittori italiani degli ultimi decenni del Settecento e dei primi del secolo
seguente: molte le monografie e le ricerche intorno ad alcune delle più
celebrate dottrine del filosofo. Il quale per altro, anche dopo la doppia
edizione delle sue opere complete dovuta a Giuseppe Ferrari, alla vigilia e
all'indomani del ’48, doveva aspettare chi lo scoprisse e ne svelasse
criticamente il pensiero: ciò che fecero due insigni storici napoletani,
Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis. Paragonabile anche per questo
rispetto a Dante, che, sia detto subito, V. fu il primo a scoprire nella sua
schietta sostanza poetica guardata per la prima volta e intesa dall'alto punto
di vista estetico a cui V. con la sua filosofia si sollevò. A Dante per più
secoli segno di sconfinata ammirazione, consacrato col titolo di divino », ma
stretto dentro una folta selva di letteratura dotta, più o meno filosofica o
mistica, ed erudita e ingegnosa ed anche astrusa, ma aliena dalla poesia
dantesca; e tutta esteriore: commenti e discussioni e lezioni accademiche sull’
interpretazione dell’allegoria, sulla struttura dei tre regni, sul sistema
morale e punitivo dell’Alighieri, e illustrazioni filologiche e polemiche.
Storia lunga copiosa accidentata della fortuna esterna del Poeta, da farne una
biblioteca; la quale può dimostrare come si possa infinitamente amare un genio
come un uomo qualsiasi, dell'uno o dell’altro sesso, senza intenderlo. La
stessa sorte toccata a V. nel primo secolo dalla sua morte. Ma non accade
altrettanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana ? Una folla di
mediocri li riverisce e si dà attorno per provar loro una sconfinata devozione:
ombre che li seguono per tutto dove possono, e fan corteo pompeggiandosi
dell'onore che è per loro la familiarità con quegli uomini illustri. E in
verità la costoro intelligenza, per modesta che sia, non è del tutto chiusa a
una certa vaga ma insistente e ferma intuizione di ciò che è grande; ed è causa
infatti che i grandi si rassegnino e non sentano fastidio di siffatti
corteggiamenti e persecuzioni da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in
forma banale e stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta
compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata, schietta, sincera di un
consenso che è conforto ambito dal genio: la conferma del valore della sua
opera che nell’approvazione ed ammirazione degl’ incolti e dei semplici può
avere anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato su ragioni sempre
discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo grande sente dentro di sé la voce
che l’approva e l’assicura, quando questa voce interna riecheggia da altre
anime plaudenti, acquista solennità, come di voce di popolo che è voce di Dio.
Dentro perciò la fortuna esterna corre un filo d’oro, più o meno consapevole,
di critica interna e di serio e obbiettivo giudizio, quasi di progressiva
conquista che il genio fa gradatamente degli spiriti di un popolo, attraverso i
quali si viene rivelando e si attua in tutta l’energia della sua potenza ispiratrice
e formativa anche al di là dei limiti segnati alla coscienza dell’ individuo
dalla sua esistenza mortale. Tanto è difficile dire ciò che della realtà
storica è opera di un individuo determinato, e ciò che dei suoi fantasmi e de’
suoi pensieri è svolgimento e maturazione dovuta alla collaborazione delle
menti, in cui la vita di quello si perpetua e più compiutamente si realizza. La
fortuna esterna di V. culmina nelle ricordate edizioni delle sue opere a cura
di Giuseppe Ferrari, che sciolse il voto ardente dei patrioti napoletani del
’99, specialmente di Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli
scritti vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti più
originali di V. nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni e propugnatore appunto
di una edizione completa delle opere. I lavori illustrativi e critici di
Ferrari sono ancora parziali e talvolta unilaterali intuizioni di quella mente
di V., che lo scrittore milanese fece tema di molte esercitazioni storiche e
filosofiche tra l’erudito e il brillante. Ma hanno valore di gran lunga
inferiore delle sparse osservazioni in cui, poco meno di mezzo secolo innanzi,
aveva spaziato l’alto intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico di
razza. La vera scoperta di V. fu resa possibile dopo Ferrari, quando la storia
del pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò sotto l'influsso dei movimenti
spirituali d’oltralpe del periodo romantico. Comunque, nei decenni della lunga
vigilia V. fu presente e operò nel pensiero italiano. Quello che ne apprese
Cuoco e trasfuse nel suo Saggio sulla rivoluzione napoletana e nel suo romanzo
Platone in Italia, s' è dimostrato in tutta la sua importanza quando codeste
opere negli ultimi decenni le abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere
nello spirito che le animava e che più chiaro ed organico era manifesto negli
articoli anonimi che Cuoco nei primi anni del secolo pubblicò a Milano nel
Giornale Italiano. Articoli per più di un secolo dimenticati; ma avevano
fecondato le menti dei lettori contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione
di Mazzini giovane; il quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi Zibaldoni,
traendone ispirazione alla politica unitaria e costruttiva di cui doveva essere
l’apostolo. Quella politica che insegnò agl’ Italiani, ed è da augurarsi che
possa tuttavia insegnare, che la libertà e quindi l’unità e l’ indipendenza
d’un popolo non può essere un grazioso dono degli altri, ma una conquista a
prezzo di sacrifici e di piena dedizione. Che era concetto vichiano: non
esserci valore spirituale che possa provenire d’altronde che dallo spontaneo
sviluppo della stessa attività dello spirito. E non basta il binomio
Cuoco-Mazzini a provare la grande importanza storica dell’azione esercitata dal
V. in questo periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non si
trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi nello stesso tempo, è
il concetto dell’uomo, e quindi dell’ Italiano, di Vittorio Alfieri: vichiana
l’anticipazione ch'egli pur fa della conquista ulteriore di uno degli elementi più
cospicui dell’ italianità quale prese forma e splendore nella coscienza della
nuova Italia: voglio dire del giudizio su Dante, che prima V. e poi l’Alfieri
cominciano a vedere nella sua reale grandezza poetica. E da V. e da Alfieri il
giudizio passa in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e diventa uno
dei cardini della coscienza nazionale esaltata nel Primato. Non è possibile
asserire che Alfieri abbia letto V.. Ma, oltre il giudizio su Dante, un altro
punto ravvicina Alfieri a V.: il suo misogallismo, che in V. è critica di
Cartesio e del suo astratto razionalismo; critica che diverrà uno dei motivi
dominanti della filosofia giobertiana, ossia una delle forme principali della
mentalità italiana del secolo decimonono, come fu in V. un precorrimento del
Romanticismo. Con Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti, dei
nostri pensatori del Risorgimento il più affine a V. pel carattere realistico,
storicistico e spiccatamente religioso della sua filosofia, V. comincia a
campeggiare nel quadro del pensiero italiano; e la sua figura giganteggia, erma
colossale nel cammino del nuovo popolo che s’avanza sulla scena della storia
europea. Tutti gli altri nostri filosofi, dopo il Rinascimento, parteciparono
al lavoro speculativo degli altri paesi, s’ interessarono a problemi sorti
fuori d’ Italia, echeggiarono idee maturate altrove; si tennero al corrente, ma
non ebbero una propria fisonomia. V. fu solo, in disparte, in alto, con una
potente originalità di pensiero, tanto connesso all’ intima storia della mente
italiana, quanto difforme e divergente da ogni filosofia esotica, e perciò poco
accessibile e poco apprezzato dagli stranieri. Filosofo italiano per
eccellenza, espressione profonda del genio della stirpe; il quale veniva
incontro a questa nel momento in cui questa sentiva più vivo il bisogno di
sentire indipendente e originale e possente la propria personalità nazionale.
Italianissimo V.; vichiana la nuova Italia, che, riconquistando energica
coscienza di sé, sentiva maturare in se stessa il suo nuovo destino. Una delle
guide spirituali dell’ Italia del Risorgimento, come tutti sanno, Alessandro
Manzoni. Di Manzoni, che in gioventù fu amico di Cuoco e sentì la sua influenza
anche per l'apprezzamento di V., sono celebri quelle pagine del Discorso sopra
alcuni punti della storia Longobardica in cui si paragona Muratori a V., e si
esalta il secondo come complemento essenziale della storia tutta fatti e
documenti. Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu V. a indicare,
com’egli diceva, l’unità della filologia e della filosofia come l’ ideale del
sapere storico. Ma chi volesse scrutare gli elementi vichiani della mentalità
manzoniana, non si dovrebbe arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare
uno degli effetti di non minore significato dell’azione di V. su Manzoni in uno
dei caratteri fondamentali della personalità manzoniana. Il grande scrittore
lombardo è sì arguto, sorridente, ironico; ma s’ingannerebbe a partito chi,
guardando a questo suo aspetto, si lasciasse sfuggire la serietà profonda, la
religiosa austerità, quasi giansenistica, che è alla base della filosofia con
cui egli vede la vita in grande e in piccolo, nel tragico de’ suoi eventi
maggiori e anche nel comico dei piccoli fatti e individui che vi concorrono.
Serietà per cui tutto, anche le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e
di tutto bisogna render conto a Dio, poiché nulla vi è nella giornata di
futile, né in alcun momento la vità può togliersi come un passatempo, un
giuoco, per cui sia dato scherzare e agire a capriccio. Ogni cosa al suo posto
è retta dalla Provvidenza e ha una sua legge divina, che l’uomo deve sapere
scorgere e rispettare. E non solo fuero magna debetur reverentia, ma anche
all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e tutto si deve prendere sul
serio. Quando l’ Italia cominciò a svegliarsi, Manzoni le insegnò quest’arte
che è necessaria alla vita; e che, ahimè, non si può dire che tutti gli
Italiani abbiano bene appresa. Quanto avessero bisogno di tale insegnamento
sanno quanti pongono mente al boccaccesco, al bernesco, o burchiellesco, e a
quanto di letterario, e accademico, e arcadico l’Italia barocca ereditò dal
Rinascimento, quando l’arte e la letteratura fecero divorzio dalla vita e dalla
religione a cui la vita necessariamente s’ informa. Di tal vedere tutta la vita
in questa serietà che pone l’uomo sempre in faccia a Dio a rendergli conto
d’ogni sua azione, d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento, grande maestro
agl’ Italiani prima di Manzoni era stato Alfieri. Che scrive sì anche lui
satire e commedie; ma è poeta tragico e nelle sue più belle rime d’amore
s’ispira a una musa malinconica. Egli non ride, non sa più ridere. E Mazzini e
Gioberti? Chi ne conosce 1 ritratti non sa sospettare su quelle vaste fronti un
contrarsi anche fugace e atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro volto, come su
quello del padre Alfieri, quale fu visto dal Foscolo a Firenze, errare dov’Arno
è più deserto, :/ pallor della morte e la speranza. Ma il primo esemplare di
questa serietà agli Italiani, che avevano tanto riso di tante cose, era stato
V., che i contemporanei di Napoli poterono povero V. vissuto sempre in angustie
domestiche, in umiltà di stato, tra disagi dolorosi, in malferma salute,
costretto a mendicare come il pane quotidiano accattato a frustoa frusto con
lezioni private poiché lo stipendio universitario era oltremodo magro, così il
sorriso dei potenti e la stima dei coetanei poterono, dico, raffigurare
satiricamente come un malinconico disgraziato; e che ne’ suoi scritti non
abbandona mai il tono solenne e sacerdotale del maestro di verità, se non per
qualche raro sfogo di polemica amara, ché nessuna facezia, nessun tratto di
spirito riesce mai a liberare lo scrittore dalla stretta che lo avvince al suo
argomento. Anche nel suo volto severo il pallore della morte. Pregio ? difetto
? Il riso, che è pure uno dei segni superiori dell'umana intelligenza, è sempre
difetto se prima non sia passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico,
che è sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino. E finché
questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia gustato del calice amaro
della vita sperimentata come duro sforzo di abnegazione etica, il riso è
fatuità insana e corruttrice. Da V. a Manzoni è un tono affatto nuovo nella
letteratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di quegl’italiani seri che
giuravano di credere ora e sempre, e sentivano la santità del giuramento; degli
Italiani pronti a morire per la loro fede, che fu la sostanza della loro
Patria. V. per altro non si lega strettamente alla storia del pensiero italiano
come un precursore di idee e di caratteristiche vitali del pensiero italiano
posteriore. Egli una volta apparve un’oasi nel deserto, un miracolo nel secolo
dei razionalisti e dei matematici: singolare nel tempo suo, staccato dal suo
prossimo passato come dal tempo che lo seguì; e tardi gli storici si accorsero
di dover ritornare a lui per continuarlo. Ma la verità è che come da V.
procede, dapprima in modo oscuro e poi con coscienza più chiara e critica, l’ Italia
moderna, egli non si stacca dal fondo del glorioso Rinascimento, quando l’
Italia toccò le più alte cime della sua genialità creatrice. Gli studi recenti
hanno dimostrato che egli, quando leva al cielo Platone, ha la mente piuttosto
ai Platonici italiani del Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al
Pico; e che a molti segni è dato argomentare che del movimento platonizzante
italiano che doveva pure esercitare un forte influsso in Inghilterra da Bacone
in poi orientata verso la scienza italiana, come già verso la nostra
letteratura — V. dové conoscere anche i rappresentanti più maturi, se pur la
pietà religiosa gli vietò di nominarli, Bruno e Campanella; e opere di loro,
molto rare, poté leggere nella Biblioteca Valletta (passata poi ai Padri dell’Oratorio);
e tracce del loro pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi scritti;
e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento scientifico di
Galileo: anche lui legato al movimento filosofico dei platonici fiorentini. Lo
studio dei primi scritti e di alcune delle idee maestre di V. ha messo in
chiara luce questi suoi rapporti con la filosofia italiana del Rinascimento.
Della quale è traccia anche in certe forme antiquate del suo pensiero —
questioni che si propone, autori che amò citare, ormai, al suo tempo,
generalmente dimenticati, e modi di dire che talora paiono sue invenzioni e
hanno anch'essi una storia. E la dottrina di Giambattista V. può per molti
rispetti esser considerata la conclusione di quella filosofia. Talché in lui si
annodano e si saldano la filosofia italiana dei nuovi tempi — che torna a
partecipare con sue proprie esigenze e una sua nota originale al comune lavoro
speculativo dell’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che aveva
fatto epoca, e attirato l’attenzione universale; e di fronte alla Riforma e
alla Controriforma aveva rappresentato un indirizzo di pensiero libero da’ più
angusti preconcetti delle parti opposte, e quindi capace di conciliare le
avverse ragioni degli uni e degli altri in una concezione realistica dell'unità
insopprimibile dell’ individuo e della obiettiva realtà storica; in quella che
il Gioberti dirà la dialettica della libertà e della autorità. In V. dunque il
centro di tutto il pensiero italiano. Riassume egli il passato e, approfondendo
i principii, anticipa l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza
nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché oscuramente, essi
sentono rivivere tutti i grandi pensieri per cui l’Italia del Rinascimento è un
faro di luce a tutto il mondo: ed è l’Italia che eleva l’uomo nella coscienza
delle sue divine prerogative e della potenza creatrice del suo pensiero,
esploratore e dominatore della natura, scopritore e inventore, instauratore del
regno dello spirito nel mondo, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo
conscio della miracolosa arte che possiede nel pensiero, e che fa di lui un
secondo Dio continuatore del primo; e gli fa toccare il fondo della verità
cristiana, per cui Dio s’ incarna nell'uomo; dell’uomo peccatore, ma che deve
redimersi anche sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e su questa via di
redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la sua vera natura; portato
perciò a creare un suo mondo: mente che non è solo mente umana, ma umana
insieme e divina. Grande fiducia perciò dell’uomo in se medesimo; ma fondata
sulla fede che è la sua vita, che nel suo pensiero si adempia il pensiero di
Dio, e che perciò questi sia presente a noi, più che noi non si sia a noi
medesimi. E sarà la gran fede cristiana di Manzoni; ma sarà anche il grande
insegnamento religioso (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e
Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente crea l'esistente
e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti metterà a base d’ogni scienza e
della sua stessa dottrina politica. Sono pensieri vichiani; ma V. li estrasse
dalla filosofia del nostro Rinascimento. E ne fece la sua forza di resistenza a
dottrine straniere in voga come il germe del suo pensiero vitale. In Europa allora
tenevano il campo il razionalismo francese di Cartesio e l’empirismo inglese di
Locke. Da Cartesio era venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si era
aperta la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare il sensismo, il
materialismo e ogni dottrina negativa della libertà e della sostanzialità dello
spirito; nonché lo scetticismo scrollatore di ogni fede nell’attività
costruttiva dell’ intelligenza. A questi movimenti in vario modo metafisici e
dommatici o distruttivi del valore del sapere scientifico, e tutti in fine
avversi alle credenze morali e religiose che sono a fondamento della sana vita
spirituale dell’uomo, si opporrà nell’ultimo ventennio del secolo XVIII la
filosofia critica di Kant; la quale finirà col battere in breccia empirismo e
razionalismo e col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana,
operando una radicale rivoluzione nel punto di vista fondamentale d’ogni
pensiero. Osservò Kant infatti che il mondo che noi dobbiamo conoscere e in cui
ci spetta di operare, non è concepibile se non in funzione dell’attività
costruttiva dello spirito; attività che è perciò condizione dell’esperienza e
non può essere un suo prodotto. Soggettivo quindi il sapere, ma di una
soggettività che non infirma il valore del pensiero, una volta che si cessi dal
cercare cotesto valore in un impossibile ragguaglio del pensiero con una realtà
in sé irraggiungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli occhi per
riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo Stesso pensiero costruisce
col suo potere creatore universalmente valido, derivante, di là
dall’esperienza, da un principio trascendentale, da cui l’esperienza stessa è
resa possibile; e che insomma è l’uomo in quanto è al centro attivo del mondo.
Concetto che, una volta enunciato dal grande filosofo germanico, ha svegliato
nell'uomo la coscienza e la responsabilità di questa sua posizione centrale
nell'universo. E da questa coscienza trassero origine le più grandi filosofie
del secolo scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni ramo delle
scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni del secolo, quel
romanticismo che fu sì principalmente un movimento letterario, ma fu pure una
vasta riforma di tutta la vita dello spirito e dell’atteggiamento dell’uomo nel
mondo. Poiché allora l’uomo si sentì il protagonista non pure di quel ristretto
settore della realtà che contrapponendosi alla natura è governato dalla
libertà; ma dell’universa realtà, la natura compresa, che l’uomo anima della
sua propria vita interiore, pervadendola del suo sentire e di tutta la forza
del suo spirito, traendola con l’ impeto della sua passione e con l’energia del
suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe della sconfinata e possente
attività che nella coscienza si svela a Se stessa e si compone e indirizza in
assoluta libertà verso 1 fini trascendenti dello spirito. Questo romanticismo è
la forma più cospicua della mentalità del secolo XIX nel periodo creatore, che
è della prima metà del secolo; creatore del Risorgimento italiano e di tutte le
rivoluzioni da cui sorse la nuova Europa. Nella filosofia kantiana esso ebbe la
sua forma classica, come posizione di problemi radicalmente nuovi e avviamento
a un concetto della realtà; il quale poté offendere le intelligenze pigre e adagiate
nella comune e immediata concezione del mondo, e suscitare quindi ribellioni e
reazioni tenaci e fierissime a guisa di una santa battaglia in difesa del senso
comune; ma non perdé più terreno, e s’insinuò anche negli avversari, e divenne
a poco per volta come la seconda vista del pensiero umano, sempre più convinto
della verità elementare, che questo mondo, in cui viviamo e moriamo, per cui
batte il nostro cuore nella scienza e nella vita, è certamente il mondo
dell’uomo: il nostro mondo. Di questo romanticismo il precursore è V., critico
di Cartesio e di Locke, nemico di ogni filosofare meccanizzante e
matematizzante, consapevole dell’originalità dello spirito e della sterilità di
un sapere tutto deduttivo e analitico; sensibilissimo alla profonda differenza
tra la realtà umana, che è sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la
pretesa natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza il suo
intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello che egli chiamava mondo
delle nazioni », la storia, creazione dell’uomo, prodotto della umana mente ».
Dentro il quale la mente perciò sl ritrova, si orienta e opera sicura senza
uscire da sé: e opera non pure come ragione con la scienza e la filosofia, ma
opera già come senso e fantasia, già con l'animo ancora perturbato e commosso
». E questo non ha bisogno di aspettare il sorgere della ragione tutta spiegata
per credere nella divinità, scoprire la propria immortalità e farsi un sistema
di concetti universali, sebbene fantastici. Fantastici, ma già veri, pregni di
sapienza poetica, che ha la sua logica, e precede quella dei filosofi. E lo
spirito è sempre tutto, ogni sapere e ogni virtù, anche nella sua infanzia; un
eterno sviluppo, un continuo progresso, onde l’uomo è sempre lo stesso uomo e
un uomo sempre diverso, attraverso tutte le età della vita individuale e tutte
le epoche che si possono distinguere nella storia: un uscir d'infanzia e
procedere dalla fanciullezza all’età matura per tornare poi alle origini, in un
perpetuo ritmo di corsi e ricorsi, dalla barbarie alla civiltà della ragione
tutta spiegata ». Questo ritmo rende possibile un Medio Evo barbarico dopo le
età luminose di Grecia e di Roma, ma non va preso, s’ intende, alla lettera,
poiché a base del processo temporale in cui le epoche si succedono V. vede una
storia ideale eterna, in cui la successione è contratta nell’ immanente vita
dello spirito, dove l’ infanzia e la fanciullezza son dentro allo stesso
adulto; come l’adulto è nel bambino; e la poesia non è cacciata di nido dalla
filosofia, ma ne è come l’anima interna e la scaturigine segreta. Mai filosofo
aveva visto così addentro nei recessi dello spirito, e compreso come V. la
serietà della poesia, cioè della forma più ingenua e primitiva dello spirito;
che i filosofi, da Platone a Cartesio, tendevano piuttosto a disprezzare, quasi
che la ragione con le idee innate di Platone, e le idee chiare e distinte di
Cartesio fosse una subitanea e immediata rivelazione, una luce trascendente che
potesse a un tratto folgorare e distruggere, come inadeguati e vani tentativi,
le forme inferiori dello spirito. Per V. nel piccolo c’ è il grande; nella
poesia la serietà e il significato della più illuminata sapienza: ogni forma,
completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità. E questa fin da
principio presente nella religione, madre d’ogni umanità, e però d'ogni
civiltà: anch’essa destinata a purificarsi e ad elevarsi dalle concezioni
materiali a quelle più astratte e ideali: ma palese sempre in ogni forma anche
in apparenza più ripugnante al sentimento raffinato della cultura; poiché la
Provvidenza, come scopre V., fa degli umani vizi virtù. La Provvidenza è quel
comune senso » che fa uomo l’uomo, quel pensiero profondo dalla logica
infallibile che muove e dirige tutte le azioni degli uomini, vicini a Dio e
sotto la sua guida anche quando ne sembrano più lontani. E tanto più l’uomo si
profonda in se stesso, tanto più si coltiva ed impara, e tanto più sente e
scopre il divino nell’animo proprio. E si accerta della verità del principio
kantiano, da V., settanta anni prima della Critica della ragion pura, scolpito
nel motto famoso: verum et factum convertuntur, che diverrà la chiave di volta
della sua Scienza Nuova: che cioè la verità non è scoperta da noi, ma fatta;
ossia che il vero mondo non è un antecedente dello spirito ma il mondo che egli
crea come regno dello spirito: l’arte, la religione, la scienza, lo Stato,
tutta la storia, che diventa intelligibile se viene intesa come opera
dell’uomo. Diventa intelligibile, si giustifica e riempie il cuore dell’uomo
del nobile orgoglio della sua potenza e insieme del più umile sentimento di
religiosità: poiché egli non può non sentire in sé autore del mondo una potenza
superiore che trascende la sua limitata personalità e attua all’ infinito la
sua virtù creatrice. Idee oscure, che sono però convinzioni piantate nel più
profondo dell'animo. Come V. le volle trovare e additare nel mondo del diritto
prima e poi in tutta la storia, splendenti di subitanei bagliori che illuminano
di luce vivissima aspetti vari e diversi della vita degli individui e delle
nazioni più familiari alla cultura classica e moderna di V.. Semina flammae,
pensieri suggestivi, verità improvvise e lampeggianti, tanto più accolte con
meraviglia e con gioia, quanto più largamente profuse a piene mani in mezzo ad
astruse osservazioni quasi secentescamente ingegnose e ad un’erudizione
classica e moderna non di rado indigesta e mista di fantasie favolose. Molti
motti pregnanti di V., come tanti versi di Dante, son divenuti proverbiali; e
molti egli perciò ne sigillò col nome di degnità», come a dire assiomi; e sono
spesso il distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che nella
maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la sua vita, abbozzata
prima e poi ripresa più volte, e ritoccata sempre fino alla morte con innumeri
postille e annotazioni, brillano come stelle splendenti in un firmamento
caliginoso, è la bellezza, l’attrattiva, il fascino di V.. In queste luci il
maggior motivo che, anche al lettore intricato nelle mille difficoltà che in
menti inesperte suscita la lettura dello scrittore napoletano, fa amare questo
libro difficile, aspro, duro; che tuttavia non si può deporre senza che rinasca
la brama di riprenderlo e ritornare a leggerlo con la speranza di capirci prima
o poi qualche cosa di particolarmente importante e di scoprire una paglia d’oro
in mezzo al terreno sabbioso. Qui l’ incanto della Scienza Nuova, in cui gl’
Italiani vedranno sempre l’estratto della più riposta sapienza dei loro padri e
la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero moderno: il
segreto della. filosofia che concilia l’uomo con Dio, gl’infonde la fede nella
vita, e gli fa sentire dentro non so che divino che lo eleva al di là di tutti
i limiti dell’umano e di tutte le miserie terrene, senza farlo cedere perciò
alla tentazione del maligno, anzi raumiliandolo ad ora ad ora nel sentimento
del nulla che l’uomo è appena si allontani da Dio. Fu cattolico o immanentista
? Questione spesso dibattuta quasi per dividere gli animi concordi nel sentire
la grandezza di V.: questione di scarso interesse storico e che si risolve
negando che per V. ci potesse essere tra i due termini l’opposizione
inconciliabile che c’è per chi si domanda se egli fu cattolico o immanentista. Nessun
dubbio che egli si sarebbe ribellato a chi lo avesse voluto tirare da una parte
o dall’altra. E nessun dubbio, perciò, che l’ insegnamento di V. non è fatto
per dividere gl’ Italiani; i quali vogliono una filosofia dell’ immanenza, che
concentri nella libertà dello spirito l’ infinito universo, ma vogliono pure
vivere della fede della loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a
cercare in se medesimi il principio in cui le parti avverse potranno
conciliarsi superando gli esclusivismi che han sempre del paradosso e del
fazioso. Da V. impareranno sempre gl’ Italiani a disdegnare le fazioni. Dedica
Nota bibliografica Il pensiero italiano nel secolo del V. La prima fase della
filosofia vichiana La seconda e la terza fase della filosofia vichiana Dal
concetto della ‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’ Le varie redazioni della
Scienza Nuova e la sua ultima edizione Il figlio di V. e gl’inizi dell’
insegnamento di letteratura italiana nella Università di Napoli La famiglia di
V. Primi anni di Gennaro V.. Il card. Corsini e la prima Scienza Nuova
Passaggio della cattedra del V. al figlio e morte del Filosofo 4. La carriera
accademica di Gennaro V. Gli scritti di V. e il suo insegnamento. La cattedra
di letteratura italiana dalla sua origine alla riforma. Dalla riforma alla fine
del Regno L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di VESPOLI. II. Per le nozze di
Caracciolo e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di V. Relazione della Segreteria
di Stato al Re sulla supplica di V. pel conferimento della sua cattedra al figlio.
Dispacci per la giubilazione di V. Epigrafi di V. Avvertimenti per l’
insegnamento del latino di V. Lettera di Finamore a V. V. nel ciclo delle
celebrazioni campane. Cartesio e V. V.nell’anniversario della morte. OPERE
COMPLETE DI GENTILE OPERE SISTEMATICHE Sommario di pedagogia. Vol. I: Pedagogia
generale; vol. II: Didattica. Teoria generale dello spirito come atto puro. I
fondamenti della filosofia del diritto. Sistema di logica come teoria del
conoscere. La riforma dell’educazione. La filosofia dell’arte. Genesi e
struttura della società. OPERE STORICHE Storia della filosofia (dalle origini a
Platone: inedita). Storia della filosofia italiana (fino a Valla). I problemi
della Scolastica e il pensiero italiano. Studi su ALIGHIERI. Il pensiero italiano
del Rinascimento. Studi sul Rinascimento. Studi vichiani (V.). L'eredità
d’Alfieni. Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi. Albori
della nuova Italia. Cuoco.Capponi e la cultura toscana. Manzoni e Leopardi.
Rosmini e Gioberti. I profeti del Risorgimento italiano. La riforma della
dialettica hegeliana. La filosofia di Marx. Spaventa. Il tramonto della cultura
siciliana. Le origini della filosofia contemporanea in Italia Il modernismo e 1
rapporti tra religione e filosofia. OPERE VARIE Introduzione alla filosofia.
Discorsi di religione. Difesa della filosofia. Educazione e scuola laica. La
nuova scuola media. La riforma della scuola în Italia. Preliminari allo studio
del fanciullo. Guerra e fede. Dopo la vittoria. Politica e cultura FRAMMENTI
Frammenti di estetica e di teoria della storia. Frammenti di critica e storia
letteraria. Frammenti di filosofia. Frammenti di storia della filosofia.
EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja Carteggio Gentile-Maturi. Carteggi
vari.Civelli Via Faenza, Firenze. Nome compiuto: Giovanni Battista Vico.
Giambattista Vico. Keywords: Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vico” “Vico
e Grice,” Villa Grice, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
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