GRICE ITALO A-Z V VI
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vieri: la ragione conversazionale della filiale fiorentina
dell’accademia – la scuola d Firenze – filosofia fiorentina – la metafisica in
volgare! -- filosofia toscana -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract. Keywords: love,
accademia, dialettica fiorentina – Grice on Athenian Dialectic, and Oxonian
Dialectic – Florentine Dialectic. Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Essential
Italian philosopher. Filosofo italiano. de’, detto Verino primo. Nacque da
Piero, detto Pierozzo, ed è padre di Giambattista, da cui nacque l’omonimo
Francesco, conosciuto come Verino secondo (v. la voce in questo Dizionario). La sua formazione avvenne presso lo studio di
Pisa, dove inizia a insegnare ancor prima di addottorarsi, nell’anno accademico
durante il quale tenne la lettura festiva di arti a Prato, città in cui lo
Studio prende sede l’anno precedente a seguito della ribellione di Pisa al
dominio fiorentino. Nello stesso anno ottenne i gradi dottorali ed è assunto
come professore dello Studio, trasferitosi a Firenze a seguito dell’epidemia di
peste che aveva colpito Prato. V. ricoprì dapprima la cattedra di logica
straordinaria, poi quella di logica ordinaria, e quella di filosofia
straordinaria. È un periodo molto tormentato per lo Studio, che riaprì
stabilmente a Pisa, tornata sotto il dominio fiorentino, ed è assai difficile
ricostruire l’attività di V.. Secondo la Historia Academiae Pisanae di Fabroni,
egli tenne lezioni sulla fisica aristotelica e, interrottasi l’attività
didattica a causa della peste, si sposta a Firenze. Se ne hanno nuovamente
notizie soltanto quando fu chiamato alla cattedra di filosofia dello Studio
fiorentino dal duca Alessandro in persona, che non esitò a conferirgli
l’incarico nonostante durante il governo repubblicano egli fosse stato
gonfaloniere del gonfalone della Sferza. V. da quel momento insegna filosofia
presso lo Studio sino alla morte, raccogliendo attorno a sé un nutrito seguito
di allievi. Né la sua attività di insegnante si limita all’ambiente
universitario, se vogliamo dar credito ai Ricordi di Borghini, dei quali ci è
giunto il manoscritto autografo -- Firenze, Biblioteca nazionale, Magl. --, in
cui vengono rammentate le letture che il filosofo teneva ai monaci della Badia
fiorentina, riscuotendo un notevole successo. Ve. dedicò tutta la sua vita alla
didattica universitaria e divenne un punto di riferimento per l’élite
intellettuale fiorentina, in un momento di transizione, caratterizzato da
continui – e spesso drammatici – rivolgimenti politici. Il suo magistero è
improntato al tentativo di individuare una mediazione tra l’eredità
aristotelica e le istanze platoniche, come si evince dalle uniche sue opere
pervenuteci, ossia le tre lezioni su ALIGHIERI (vedasi) tenute presso
l’Accademia Fiorentina. La prima verte
sull’amore universale a partire dal commento ai versi del Purgatorio; durante
la seconda, la domenica successiva, il filosofo, traendo spunto dall’incipit
del Paradiso, si concentra sull’amore che governa il mondo; la terza, che non ha
luogo la domenica seguente ma quella ancora successiva, è dedicata alla
disamina dei problemi filosofici scaturiti dai temi affrontati nelle due
lezioni precedenti. Il testo delle
pubbliche letture tenute da V., trasmesso dal manoscritto della Biblioteca
nazionale di Firenze, è stampato da Doni nelle Lettioni d’Academici Fiorentini
sopra ALIGHIERI (vedasi). Scritte in volgare, le tre lezioni di V. sono
testimonianza della forte esigenza, avvertita dall’autore, di renderne fruibili
i contenuti a un pubblico ampio, anche al di fuori della ristretta cerchia
accademica; la medesima esigenza che, stando al racconto di Gelli nel
Ragionamento quarto dei Capricci del Bottaio, indusse V., poco prima di morire,
a esporre in volgare nello Studio la metafisica. I versi d’ALIGHIERI (vedasi)
danno l’abbrivio, nelle pagine di V., per riflessioni squisitamente filosofiche,
secondo un modello di commento che poco ha a che vedere con quello erudito di
stampo umanistico e che culmina, nell’ultima lezione, nella definizione
dell’amore come desiderio di generare nel bello. Si tratta di un modo
innovativo e inedito di confrontarsi con i testi poetici che è destinato a fare
scuola, soprattutto presso l’Accademia degli Infiammati di Padova, dove – e non
è un caso – rivestirono ruoli di primo piano proprio due allievi di V., Varchi
e Martelli. Morì a Firenze e fu sepolto
in S. Spirito. Fonti e Bibl.: Archivio
di Stato di Firenze, Tratte, 444 bis, c. 29r; Arte dei medici e speziali, 250,
Libro dei morti, c. 64r. A. Fabroni,
Historia Academiae Pisanae, I, Pisa 1791, p. 309; M. Barbi, Della fortuna di
Dante nel secolo XVI, Pisa 1890, pp. 216-219; F. Bruni, Sistemi critici e
strutture narrative (ricerche sulla cultura fiorentina del Rinascimento),
Napoli 1969, p. 42; M. Plaisance, Les leçons publiques et privées de l’Académie
Florentine (1541-1552), in Id., L’Accademia e il suo principe. Cultura e
politica a Firenze al tempo di Cosimo I e di Francesco de’ Medici, Manziana
2004, pp. 271-280; F. Pignatti, Per F. de’ V., detto il Verino primo. Con uno
sconosciuto epitafio latino di Agnolo Firenzuola, in Schede umanistiche,
2010-11, pp. 143-177.Di famiglia nobile. Insegna a Pisa. Dell’ACCADEMIA, molto
attivo. E contestato dai colleghi per il suo vagheggiare un nuovo circolo dei filosofi
dell’Accademia, improntato su PICO. Suo principale avversario e BORRI. Saggi:
“Liber in quo a calumniis detractorum PHILOSOPHIA defenditur et eius
praestantia demonstrator” (Roma). Grice: “The term ‘accademia’ is mostly misused, as in
The British Accademy – strictly, it is Hekademos, and so, anything connected
with Plato, as in V.’s case! But V. is what I call a co-philosopher. Without
BORRI, or PICO, no V. – and his essay on his ‘demonstration’ of the excellence
of philosophy against her detractors is hardly a best-seller!” Crusca. LEZZIOne
DI M. FRANCESCO DE' VIERI
FIORENTINO, detto il Verino Secondo Per recitarla netf ^4 ce ademi a fiorentina,
nel Confo! afe di M. Federigo
StxoYz} DOVE SI RAGIONA DELL’IDEE
E Delle Bellezze. Dedicdtd all' illu fri (? ty Eccellenti^, signor Conte VL1sSE
Bcntitiogli . IN FIORENZA,
Appretto Giorgio Marcfcottt.
Con licenzi di*
ì»*trÌ4ri. ALL'ILLVSTRISSIMO ED ECCELLENTISS. Signore, llSì?. [onte OLISSE
Hmmglì Mto Sig.oJJeruandifìmo L
desiderio mio era in quella itate con leggere di nuouo all'Accademia di Firenze
fa tisfare in qualche parte a molti e molti obIighi, che io tengo col
Magnifico e prudentifTimo Signor Confblo, e col letteratiflimo e graziofiflìmo
fuo fratello M. Giouambatilfca Strozzi; ed in oltre fé il mio difeorfo era da
querti, & da molti altri così
intendenti, come gentili spiriti approuato e giudicato degno d’cflere vdito e Ietto
da grandi, e da A 2
nonobili, mandarlo in luce Cotto il pregiato nome di V. Ecc.
Ill. la quale (per quello, che mi ha riferito M. Alessandro Catani, uomo così
amatore del vero, come eccellenti^,
nell'arte della Medicina) non meno è fèmpre difpo-ila a difendere e
fauorire le lettere, & le virtù, et i loro profeflbri, che ella fi fia nata
nobiIe, Sc con nobiliffime perfbne di nuouo congiunta, quello dico era
tutto il difideno mio Uluftrifs. &c
Eccellentifs. mio Signore: ma l'infermiti mia, et alcuni negozi] di grandiflima
importanza, m'hanno in guifa impedito, che non (blamente io non ho potuta
leggere quella mia Lezzione, ma ne pure nuederla, & ripulirla, & nondimeno io non poffo, ne debbo mancare di
tetitiare m qualche modo a eentiliffimi Strozzi, et alli altri
gencihfii'mi fpintij & quella mia
fatica difiderà fiderà la protezzione di
V. Ecc. III. ElIa dunque
l'accetti con pronto, &c grato animo, come io prontamente, e con
ardentifsimo difìderio gnene offero, e raccomando, & come io fpero, cKe
ella fia per fare. Le bacio le mani, &c le difidero da Dio non meno ogni
felice contento, che io mi difideri, che ella tenga memoria di me, et di
chiunque rama, &: la nuerifce delli
amatori delle virtù, &c delle
lettere, fènza le quali il mondo altro non {àrebbe, che vn foi tifsimo bofco di
tenebre per Tignoranza, & vna fèlua (pauenteuole, &c brutta, mercè di vna
infinita di vizij, che ci (ì ritrouerrebbero. Dt V e. I.& molto
Mag, e gentile Senatore afFezzionatifsimo Francesco de Vieri detti il
ferino Secondo % 1]V
qual parte del del, in qualided
Lra l efempio, onde natura tot fé Quel bel Info leggiadra: in
ch'ella ^rolfe Afoffrar quaggiù, quanto
la sùpotea? Qual Ninfa in fonti, mfelue mai qual Dee chiome d'oro fi fino jc Laura fctolfe: Quand'^n cor tante in fé lurtute accolfe f Benché lafomma e di mia morte rea? Per diurna
bellezza m damo mira f chi gl’occhi
di cosieigiamai non ~>tde. Come soauemente ellagligira, iVon sa come ^morfana, cr come
ancide; chi non sa come dolce ella filtra 0 M orni dolce farla, e dolce ride
LEZZIONE DI M. FRANCESCO DE’V. detto il
Verino Secondo: Votte si ragiona delle Idee, e delle 'Bellezza . IL PROEMIÒ. É quefto sì honorato luogo, nel quale lòno
ftati per tanti e tanti anni infiniti spiriti
gentili, e vi hanno Magnifico Sig.Confolo, & nobilisfimi Accademici, et Vditori, con i loro leggiadriflìmi dilcorfi
con no minore contentezza, che con iftupore trattenuti. Se quefto luogo dico è
ordinato prima dalla feliciflìma memoria del prudentiflìmo, e magnanimo Gran Duca il
G. D. Cosimo de’ Medici, e poi mantenuto dal Sercniflìmo G.D. Francefco luo figliuolo a quefto fine
lòia mente, che molti colla
diligenza del dire bene, & co
ornamento di parole diuenghino ottimi ambafeiadori, e gentilifiìmi poeti, a
vtilita, grandezza, e diletto di quefìi ftati e di loro S. A. come alcuni fi
penfano; al Filologo dunque, il quale più della verità delle cole fpecolabili,
&deli'az7Ìonihumane tien conto che del graziolo ragionamento, non
apparterrà falire in quefto fteflb luogo: ma fi bene à quelli, i quali
fanno profeflìone di Oratori e di Poeti. Se
più oltre l'Accademia fia ancora inftituitai fine che in quefta lingua
fi eiprima da ogni perfona letterata ogni maniera di concetto^ onde fi
gioui A 4 à 8
Lezzione a quelli, i quali non hanno
potuto con altra lingua intcndere £liarnhzij
degl’oratori, e de Poeti, e gl’alti co
certi Filolòfici. quelli Ioli deono qui
l'altre de letterari, e de Filoiolantiji quali da ogni altro penfiero hf.no
l'animo libero, et non io, prudemiflìir:i,
& giudiziofìrTimi Ac cademici
Se Vditori, il quale negli ftudij
di Ariitotele e di Platone iò no tutto occupato à publica vtilità e nella cura
di tanta mia famiglia, ricercandoli alla
fpècolazione delle cole et al dire acconciamente ozio, e tranquillità d'animo,
con tutto ciò io fon tanto obliato al Magnifico Sig. Confolo, et à M. Giouambatiitaiuo fratello, che io non ho
potuto mancare di non nlalire dopo molti e molti anni in quello cosi degno
luogo per fatisfare per quanto io potrò a loro Signorie, et a voi altri
norbili: ìimi, et gentikiliiru accademici, et Vditori>& perche io non
pollo piacerai con la grazia del dire per non ne fare io proiezione, ne colla
fufHzienza della dottrina pelle molte Se molte occupa/ ioni, et perturbazioni,
ho pen-iamo di compiacerui colla nobiltà, e grandezza del loggetto, del quale
io ragionerò, che tiranno l'Idee delle cole, che (I contengono nella mente
di Dio, et le grazie, et le bellezze di
M. Laura: onde infìeme s'harà più
pròfonda, et più chiara intelligenza di quel dottiiìirno, et gra-2iofilfimo sonetto
del noiiro Petrarca, il cui principio e queito. in qualparte del Cielo, in qual
idea 0J Era l'esempio, onde natura tolfe 0, Quel bel yifo leggiadro: in cWella
x>lfe 3J Mostrar quaggiù, quanto lifiùpotea t Preconi
Magnanimo Sig. Cordolo, e voi nobili/Timi Accademici et Vditori, che vi degnate predarmi grata ydienza più perche
cosi conuiene alla dignità del ioggetto, che è nobilifiìmo, &:allo iplendore
dell’animo volito, che è di gradire le cole alte e diuine, che per alcuna mia
iurfizienza di dottrina, et che per alcuna mia grazia di parole. Per precedere
con più facilità, et con più ordinc,io
Huiderò tutto quello mio ragionamento in tre parti; nella nrima delle
quali fi disputerà, et determinerà delle
Idee, poiché in quello Sonetto il Poeta cene dà occafionemeila feconda pella
medefima ragione decorrerò delle bellerze di M. Laura; quanto pero fa
all'intelligenza di quello Sonetto; nella terza et vltima (urline che tutto
quello, che da me fi farà detto delle Idee, & della bellezza di queib donna
fi conofea elfere, non folo di parere de'più gran Filolòfi, quali fono flati Platone, et Aristotile: ma ancora
di eiYo Petrarcaa del qua le voi fiate cotanto ftudiofi, et il quale cotanto vi
e grato quanto ei merita per il ilio graziofiiìimo poema di eifere letto et vdito
) 10efporrò alcune parole deltcfìo, & moflrerrò l'arti^ io, che quefto
Poeta tiene in ragionare deH'Ic[ee, & della bellezza della (uà donna, et muouerò, et feiorrò alcune
dubita'/ ioni col faucre dunque di
colui; il quale è la vera iàpicn:?a,& la prima verità darò hora mai
principio à quanto io ho propoflo di dire. Intorno al primo punto deiridee, toccheròbre
ementc tre capi, il primo farà lo efporre con efempi quello, che fi unifichino
qtieiìe voci Idee, efempi, fpezie, et vnmerfali, che precedono la moltitudine
de particolari. il fiondo le lì danno l'Idee, ò nò; poiché Ariflotile in tanti luoghi cerca di leuarle via, et Platone
le concerìe quafi in ogni libro delle lue opere, et queito noiiro Poeca. lMtimo
capo farà di quante et quali cole fi ritrouinoi'jdee: da quali tre punti farà
facil cola raccorrc quelle ch'elle fi
Mano. Quanto al ^r imo la cognizione d'vna cofa in quanto ella Terne per
immagine e farne vn'altra, ò à giudicare fé è ben tarta; & ad intenderla à
punto, fi domanda elèmpio e modello ed Idea,
come quel ritratto, che ha nella mente vn'irtcfice d'vno artihzioio, e mirabile
palagio glifer ne à Hrne cosi bene vno, e molti e molti: et à giudicare i hUXi
ic iòno con tutte le regole
dell'arte fabbricati ò nò, io Lezzione
nò, et quanto e'vi fi accollino: quefti medcfimi efèmpl in quanto e1
rapprefentono le forme, che danno lo effcre fpeziale al foggetto, nel quale le fi riceuono, come le
forme nella materia fenfibile e corporale si chiamano spezie e forme. quefti
fteiTì modelli, e quefte fteffe notizie delle colè in quato le Tono vniuerfàli
di più cofe particolari, & di nature vniuerfàli, che ne particolari fi
ritro nano, et fono come cagioni di quefte precedédole di precedenza di natura,
come dell'eterne fecondo i Filofofi, ò ancora di tempo, come delle cofe temporali, et nuoue»
anzi l'Idee, et di precedenza di natura, e di tempo fon prima di qua! fi voglia
creatura, attefo che quelle fon sémpiterne, & ciò che è fuori della diuina
effenza di buono è flato creato di nuouo quado cominciò il tempo, & in que
ila maniera le fi domadono da Greci uniuerfàli innanzi a molti particolari,
come il modello nell'animo dello Scultore
d' vna ftatua, ad efempio del
qual ritratto molte e molte fimiglianti ftatue fi poflbn fare. E ben vero, che
il modello delh artefici, ò vero Idea, e quello, che da Platone, & d’Ariftotile
fi concede in Dio, et in vn certo modo
ancora nel Cielo, fono tra loro differenti; perche l'Idea dello artefice è
prima prela dalle cofe ben fatte da altri, come ancorar idea, & l'immagine, che riluce nello specchio, mercè della cofa, che glie dauanti.
ma l'ldea> che è in Dio et nel Ciclo precede alle cofe, & è caulà delle
cofe, che d fanno: dipoi l'ldea, che è nello arteficemon è fempiterna non
durando fempre l'artefice, ma fi bene quella, che é in Dio et nel Cielo
foftanze incorrottibili éc eterne. finalmente
l'Idea, ò notizia, che ha l'artefice Iella cofa ha due modi d'eflère, vno
vniuerfale nell'ime!letto poffibile, e
l'altroparticolare nel sènso di dentro: il Pittore efempigrazia ha
nell'intelletto l'Idea in vniuerlàle di donna graziofiflima, e nella fantafia
di rieletta, di Laura, ò di qualche
altra limile: il Filofofo naturale ha qucfto concetto dell'Intorno
nell'intelletto, che fa animale ragioneuole e mortale quanto al corpo, e lo
info Inferiori potenze, et immortale quanto alta mente, © vero ragione, e nel senso di dentro, quando
epji applica quefto concetto à Socrate, ò a Platone, ò à qualcun'uitro
particolare: come (ì caua d’Ariftotile nel terzo dell'anima, et nel principio del
primo libro dell'aite del dimoftrare. fecondo l'ordine di natura le notme
vniueriàli precedono le particolarità fecondo l'ordine dei noftro imparare fi
fono ritrouate l'arti, Se le fcicn7C dalla cognizione de'particolari di qui
peruenendo alla cognizione vniuerfale: come c'infegna il Filolòfo nel primo
libro della Metafifica, ò vero lì può
dire, che i concetti vniuerTali precedono i particolari in chi impara l'artì, e
le feien re da altri, che di elfe è perito, & f ciéziato: et poi gli efpe rimenta nelle
cofe particolari, le quali formano di loro fteife ne'sensi i particolari
concetti: Ma rifpcrto àgli inuentori
dell'arti, e delle feienze, prima nafeono i concerti particolari ne’sensi, che
gli’apprendono dalle cole come particolari, poi fene fanno gl’vniuerfali per
opera dell'intelletto agente, i quali rapprefentano le nature vniuerlali, che
ne’particolari fono nafeofte. Ma ritornando alla terza differenza, che è tra
l'Idee, che lono in Dio, e quelle che fono nell'animo dell’artefici, et de’Filofofi, e delli feienziati: quelle hanno
in Dio vn modo di effere, che non è ne vniuerfale ne (ingoiare, come in noi,
non vniuerfale, perche colla notizia vniuerlale delle colè ftà l'ignoranza
de'particolari. può efempigrazia {tare ch'io fappia vniuerlàlmente, che ognuno
degl’uomini è atto a ridere, et infierire non fappia di quelli, che fono
lontani come in Francia, ò in Ilpagna, ò al Perù, ò altroue fé fono atti à ridere, perche io
non so fé fono uomini non gl’auendo mai veduti,
ne vditi, come bene dice ancora Ariftotile nel primo capo dell'arte del
moftrare; ma in Dio non é lecito porre ignoranza, ò imperfezziotie alcuna, non
vi fono ancora i concetti particolari: perche quefti fono del Iònio, che e
virtù materiale, e corruttibile, et egli è immateriale et eterno j come
confck sono 1 nolln Theologi, e come fi
di morirà dal Filofofo nell'ottauo de’principi). reità dunque cheridec, &
con certi delle colè (lana in Dio in vn terzo modo più perretto, e tanto
eccellente che in noi, che dall'intelletto noterò non fi può comprendere, ne
con voce alcuna efplicare ad altri: (è noi potcffimo intendere come Dio intenda le cole, l'intelletto noftro
farebbe di tanta perfezione di quanta è
l'intelletto di Dio, come beniflìmo dif fé il gran Comentatore Auerroe nelle
lue difputazioni contro ad Algazcle: (blamente fi può dare ad intendere
ofciramente con alcuni efempi, vno de quali è queilojfe il fuoco, che è caldo
fecondo i Filolorì naturali in otto gradi i\
intenderle, intenderebbe inficine iè clfere participato fecondo tutti
quelli otto gradi da chi fecondo vn grado
folojcomc l'acqua tiepida, da chi fecondo due gradi, & cosi
decorrendo: Cosi Dio intendendo fé, intende ancora che la (ùa natura è
partecipata da tutte le creature^ più e meno, come confeflbno le cole ftelfe, et
Aristotile nel prime del Cielo al 1.1 00. & ALIGHIERI nel principio del
primo canto del Paradifo cosi dicédo La gloria di colu'h che tutto mttoue,
Ver l\nit*erfo penetra et njhlende
it In >na parte più, armeno
altrove. E quefto è Tefempio del gran Comentatore Auerroe. Tn'altro efempio e
de' Greci. quelli volendo farci comprendere, come Dio, il quale e vna natura
intellettuale indiuifibile intenda infieme le cofe fimilmente indiuifibili, come
lòn gli Angioli, Si le diuilìbili e corporali, come fono 1 corpi celeih, e tutte
l'altre di quaggiù, fuori che l'huomo >
Se cflò huomo ancora che delfvna, e dell'altra natura participa, per vn
mei/.o iòio, che e' la ileifo natura lua impartitale, ci danno lo elèni pio del
punto di mezzo del cerchio, il quale è vaio et indiuifibile, e da ef io denuano infinite linee, et infiniti punti,
che le terminano. Se quello punto ò vero centro fulfc vna natura in* tcUcuuaie, & fi ia:eiideiTe, mtcadereubc fimUmente le
ef ter caufà di tutte le lince, che da elio
deriuano, & de punti che le terminano: cosi Dio a guifa di quello punto
intendendo fc ftefio, donde deriuano
tutte le creature così diuifibili come indiuifibili, & noi iteflì, che
participiamo della condizione e di quefre e di quelle, tutte le intende e
conolce, e cosi noi fteiTì ; è
ben vero, che il punto è colla quantità, et hi fito, ma Dio è foftanza e
leparato dal (ito e da luogo, (e bene e per tutto come
fino a più eccellenti Filoiòh" confeflono come prima vnità, donde è nata
ogni moltitudine, e quefto fi caua da Platone nel Par. come prima forma, vltimo
fine, e primo principio produmuo del tutto, e tutto quello ancora ccnfefta il
medefimo Fiìofofo, parte nel Timeo, e parte nelle lue letcere, & Ariftotelc
ancora nel primo del Cielo, nell'otta 110
de'principij,S: nel 12 della Metafifìca j ancora Dio è per tutto come
ottimo Rè dell'Vnii.erfo, il quale regge
et gouerna col marauielioio ordine, che egli ha di tutte le cole dentro di fé.
E qui è daauuertire, che le bene Dio fi aììbmiglia al punto del circulo, donde
deriuano tutte le creature vgualmenre et immediatamente: non pero tutte lono di
vguaie bontà, et perfettione dotate, ma
quali più e quali meno ne participano, affine che fra loro fufle cosi
marauigliolo ordine, che fa allo ctfere, ed alla bellezza dell'universo, ed iteftimonianza della diuina sapienza, l'ufizio della quale è
dare ordine, e mifura a tutte le cole, et ferue per il cala ad alzare colla
cognizione il noftro intelletto di grado in grado fino a quelli, il quale e
l'alta cagion prima, et cosi coll'amore . dal qual amore, ne furge in noi ogni
atto piufto e retto concorrendoci però la Diuina grazia infieme colla fede colla
Speranza e colla carità, e coll'altre virtù, e doni: cosi ancora non efiendo
tutte le creature vgualmente buone, non fono ancora con vguaie amore in vn
certo modo amate, e dico in vn certo modo: perche quanto allo atto dell'amare.
cosi come Dio è in£nito, così co infinito amore tutte l'ama: ma quato a beni
che vuole e che dà à eia- fami Lezzione
fcuna non già; ma à qual più, et a qual
meno ò men degni: fecondo che le cóuiene loro, & parlando degl’uomini
giufti, & che (ì faluano, qucfti nell'altra vita tutti faranno felici e beati
in Dio, tra gl’angioli, et in sempiterno, ma non con vgtial mifura intenderanno,
e goderanno la Diuina Verità, e Bontà, ma quegli più, che più di qua haranno offeruato ifuoi
fanti comandamenti con fauore della grazia e quegli meno, che meno, come fi
couiene alla Diuina giuftitia, e quefte fono quei molti luoghi ò> molte
manfìoni, che fono nella cafa del celcfte pa-3re, come dirle il vero Maeftro
della verità Chrifto Giesù infìeme Dio ed uomo, e quello ci SIGNIFICA PAOLO Apostolo quando ei diflc, che
fi come le ftelle in cielo fon
differenti di chiarezza, e di fplendore, cosi faranno i giufti in cielo. Più
oltre ancora è da fàpere che tutte le creature quatto furon prodotte per
creatione di niente, furon fatte da Dio folo, et immediate: ma poi quelle di
quaggiù si conferuano per fuccefTione di nuoui particolari, concorrendoci
ancora i cieli, & le cagioni di quaggiù, perche la D. Bontà, come ha
farte partecipi le creature del bene, e dello edere, così ha volfuto,
che ancora elle habbmo virtù di dare lo eflere, & qualche perfezzione ad
altri, perche ci feopriffe il suo amore et i fuoi tanti benefizij,6^fuf fimo tanto più tenuti d’amarlo, e di
riuerirlo fòpra ogni altra poteftà: potrebbe Dio egli folo produrre ogni di
delle creature, e conlèruar le fpezie lènza l'aiuto delle caule feconde, come ci le creò; ma pelle cagioni dette non
volle: ne per quefto alcuna mutazione ònouitàfì pone in Dio: perche egli le
creò quando ab eterno ei propofè di crearle, c cosiauuerrebbe fè'ne creafle
di nuouo, & come accade dell'anime
umane. Platonc, & Aristotile pongano la creazione deH'Vniueriò, ma ab
eterno, come Simplicio ed AQUINO (si
veda) attribuirono loro; et come è forza di dire volendo parlare conforme ad alluce
loro autorità, come altrouc io ho dimoftro.il terz» et vltìmo efempio è de’Latini, i quali hano voluto efpor ci
l'vnità dell'Idea, e la fomma Tua
eccellenza inficme, et il loro efempio è d'vno feudo d'oro, e di vna gioia di
grà valutar quefto fcudo, poniamo per cafò,
vale cèto era zie, et la ^ioia vn
milione di feudi, fé quefto feudo s'intenderle intenderebbe infìeme fé valere
cento crazic: e così le intenderebbe per mezzo della fua natura, e non per
concetti d’argento, e di crazie: così fé la gioia fé conofcefle, conofcerebbe
quel milione di feudi: ma non pella natura dell'oro, ò dell'argéto, ne pella figura delli leu di, ò
delle crazie, ò d'altra moneta. Iddio è
vno feudo ò vna gioia che racchiude in
fé lo eflere, & la perfezzione di
tutte le creature e più in infinito, ma fotto natura di Deità, e così le
intende, e cosi in vn modo quanto allo effere di infinità, quanto allo
intelletto creato è incomprenfibile, e quanto al SIGNIFICARLO AD ALTRI è ineffabile: perche
come fi può dare ad intendere ad altri quello che per noi non polliamo capire, e quello che è infinito come infinito è incomprenfibile dall'intelletto creato, et finito, & Dio
poiché produce ogni cofa di niente (cosi come infinita è la proporzione tra il
niente e quello ch’è attualmente) cosi è d'infinita poteftà, non folo quanto al
durar fempre: ma ancora in vigore. Sino a qui penfcrò, che da voi gentiliflìmi
(piriti fi fia intelo benifs. quello, che SIGNIFICHINO qfte voci Idea,
vniucrfale innanzi a molti particolari, et eséplari, fegue hora che io vi proui breuemente che l'Idee, et efemplari
delle cofe fiano nella mente di Dio; la qual verità non iolamente è confefTata
da noftri Theologi, che non poflbno errare cauandola dalle diurne fcritture,
doue fi dice che Dio è sàpientiiTimo, ottimo, omnipotentiffimo, e che intende
fino i lègreti del cuore: ma ancora fi concede da Platone, e d’Ariftotile
Principi dell’umana fapienza
Platone nel Parmenide pone nell'vno, & nel primo
ente l'Idee, le quali participate ed imitate, fono cagioni
dello cflerc y et delia moltitudine delle cole: nel Timeo pone due mondi, il mondo efèmplare, che iòlo colla mente fi
comprende da noi: et poi il senfibile, che fi conofee ancora col
fenfò. Nel Conuito due Venere vna intellettuale, che é
?ordine, & la grazia, che
refulta dalla moltitudine delle Idee, l'altra celefte, che
confitte nell'ordine di tutte le creature del Cielo, e deirVniuerìo. Cosi
Ariftotile nel primo della Metafifica dice, che la fapienza é vna cognizione di
tutte le cofe pelle prime cagioni, la quale principalmente è in Dio, e di Dio:
adunque lècondo il maeftro ancora di coloro, chc fanno, e che lòno dotti nell’umana
Filofòfia le Idee, ò notizie cji tutte le cofe fono in efio Dio Principe deirVniuerib; nel decimo
delfEthica dimoftra come à Dio ci aflòmigliamo propriamente nell'atto
dell'intendere le cole diuine, et ipecolabilii come ancora quefto medefimo ci
proua Aleffandro Tuo eipofitore nel proemio Jbpra il primo libro della Priora, ò vero de Sillogi(mi; e nel duodecimo
della Metafifica ci infognano Ariftotile, & AleiTandro, che il bene defl'vniuerio è di due maniere, come ancora
il bene dell'elercito de' foldati, l'vno e
elio Capitano degli eferciti, nel
quale ftà principalmente il fine, che è la vittoria, l'altro è l'ordine
fenfibile delle file de'foldati, che pende dall'ordine, che quel Generale hi
nell'animo: coki Dio è bene dell'Vniuerfo in quato è quel ente, et quel bene,
che è amato e desiderato (òpra ogni coià, &
di più l'ordine intelligibile, che è nella mente di Dio di tutte le creami e, dal
quale pende l'ordine ienfibile di elle: Ecco che fecondo Ariftotiie ancora fa
di biiògno concedere l'Idee: come ancora con ragione fi può dimoflrarc,e prima fé a Dio fi niega l'atto dell'intendere
atto nobiliflimo, che operazione più nobile le gli può attribuire? certo ninna et
così fari in tutto oziolo: come bene argomentò quello gran Filoiòfo nel decimo
libro dell'Etnica^ vero de'coltami, e fé egli non intende tutte le codina folo
le ilcifojò le più nobili, adunque egli làprà me di noi, che se incendiamo di
molte et moke, come argomenta
Ariitotile contro ad Empedocle di GIRGENTI, che voleua che Dio non
intendere la difcordia, e le cole diicordanti: ma folo l'amicizia, e le colè
concordi, oltre che le fi concede, che
Dio intenda fc ftcflb, fa di bilògno ancora che egli intenda ih eflère caufa
dogri altra cola da elfo caufata, & dipendente, e la curia, e cioche pende
da eim fa, è oppofto per relazione; in guila che chi ne intende vno, intende
ancora l'altro. Adunque Dio intendendo le fteflò (come confeflbno Annotile, e il
fuo gran Cementatore Auerroe nel duodecimo della iua Metafifica altefto ?i
) s'intende come caufa vniuerlàle di tutte le cofe che da eflò
procedono: e cosi intende ancor quelle, &
quefte notizie ibno l'iftefle Idee, et ritratti delle cofe. Finalmente fé le
cofe delTvniuerfo Iòn ben goucrnate e per i debiti mezzi al loro debito fine
condotte, come si vede, e la natura non intende; adunque e retta eia chi le
intédc, & quelli ò è Dio, ò colà fuperiore à Dio, il che non fi può pure colll'animo fingere, e
penfàrc. La D. M. dunque intendendo le
cofe, & il bene di ciafeuna, & d quello indinzzandolc, come il làettatore la làetta alberzaglio non
conofeiuto da lei, le intende ancora, e le conosce benifiimo; di qui portiamo
intendere comc (b no molto più arroganti quei Filolòfi; i quali colle loro
fofifliche argomentazioni, e perche e' non
iànno rilòluere alcune obiezioni,
ardifcano di dire, che Dio non intende (è non fé ltefib, e che ei regge e
gouerna tutte le altre colè come la natura senza intenderle: di qui dico
polliamo conofeere che quefti tali fono molto più arrogacene non furono quelli
huomini così grandi et di corpò e d'animo, che ardirono mettendo monte (opra
monte di prendere il Cielo: però che
quefti così facendo fi penfàuano
arriuare à celefti corpi: ma quelli più su penlandò di peruenire fino à
Dio, lo priuono dell'intelligenza delle colè. Chi dunque bene e fottilmcnte
confiderà le autorità, & le ragioni non folo di Platone, ma ancora
quclle,che fi cauano da AriAoulc, è forzato di confcffare, u 8 Lezzione Tare, che le Idee e notizie
delle cofe fiano veramente in Dio: et ie bene cucilo filofofo in tanti e tanti luoghi, Se della Logica, e dell'Ethica, e della
Filosbfia naturale, e della Metafisica s'ingegna di leuarle via, inoltrando che
le non fanno ne alla produzione delle cole in alcun genere di caule, ne alla cognizione, e nel duodecimo della Metafifica fi dice che Dio non intende fé non
le itefTò: perche la liia faenza farebbe vile, (e ancora fi cftendeife
all'altre cole, le quali rilpetto a lui fon
molto vili, et imperfette: oltre che fé tante, e tante notizie follerò
nel ilio intelletto, come le fono nel noftro, e non farebbe firnpliciffuno atto
ne pura foftanza, ma vn comporto d'intelletto e di forme intelligibili, e cosi
non farebbe vgualmente perfettiflìmo,
perche la natura intellettuale in lui harebbe ragione di potenza, e le forme di
atti, & perfez.7Ìoni: accioche non legnino cotah incouenienti per non dire impietà, et à fine
(ì parli conforme ad Ariliotele, chc
-vuole 3 che in Dio fia laiapienza, e feienza del tutto, fi dee dire chc
quando egli niega l'Idee, le mega nel
fenso cattino et falso: nel quale l'erano intelc da molti: come bene di ciò
ciauuertilcono i Greci efpofitori: ma quelli dunque i quali penlano, che l'Idee
fiano agenti immediati urincipali, &
fuori delFeifenza diuina, s'ingannono non eifendo congiunte con
materia, nella quale lì fondano le qualità fenfibili, colle quali gl’agenti
naturali alterano 1 pazienti: ma bene l'Idee in Dio fono agenti che indirizzono
le cagioni naturali al bene, e rettamente adoperare; cosi chi penfa che l'Idee
eiìendo forme ieparate fiano Felfenza formale intrinseca delle colè> che
fono fuori di Dio prende grande errore:
ma non già quelli, il quale crede che quelle forme che hanno vno efiere formale
diftinto e multiplice, dipenda da quelle che hanno l'eHerc vnito nella diuina
Eifenza, e che fiano multiplicate folo virtualmente, come di fopra da me fi è
efpoito. E' ancora falfo il penfare che l'Idee fiano cagioni finali che
terminino le generazioni delle colè: attefo 1, 9 attefò che cotali fini s'acquiftono di nuouo, e no precedono la
generazione, ma fon fini per cóformità in quanto i fini, à quali terminano le
generazioni fi confermano con quelli del
mondo ideale, et intelligibil. in vltimo quando fi diccua che l’idee non
feruono a conolcerc, ed intendere le cofe, perche noi le intendiamo, apprendendo
le fimilitudini da effe per via de'ièntimcnti, e dello intelletto. fi dee dire, che quefto argomento folo conchiude che nel
noftro intelletto porTibile nò fiano le notizie delle cole, dì maniera che il
noftro fàpere fia vn ricordarfi come
penfauano i Platonici, percioche l'anime noftre fono come tauole non iicritte –
TAVOLA RASA – Locke – Grice – the bete noire of Empiricism -- e libri no
ilcritti, doue'ii può scriuere ogni cognizione, perche fiamo nello flato doue
fi va dall’imperfezzione alla perfezzione, come dal non potere generare al
potere, dal non làpere al fapere: ma il primo huomo Adamo cosi come ei fu
creato perfetto quanto al corpo, che poteua lubito generare delh altri, così fu
creato perfetto quanto all'anima, e gli furono
infufe da Dio le notizie e le fpetie di tutte le colè quanto baftaua,
acciò potetfe ammaestrare gli altri, & perciò potette porre il nome conveniente
ancora à tutte, come fi dice da Mosé nel Genefi, et tutto quefto conlèntono i
Theologi, come AQUINO nella prima parte delia Somma alla dift.^.art^ . Non lì niega dunque che le idee non fiano in
qualche modo in Dio: anzi è neceifario
che le vi fiano: come da me fi è
dimoftro, e fé in Dio è la làpienza, e cognizione delle colè per la notizia di
fé fteifo, che è la prima cagionc, come Ariftotile confeifa nel primo della
Metafifica, & altroue Platone nel Timeo, & in molti altri luoghi. E qua
do i peripatetici opponendoli à quefta fermiiììma et importatiilìma verità
dicono che Dio fi auuilirebbe fé egli ìntendelie altro che le ftcilo. fi dee rifponderc chc Ariftotile per quefto
argomento nò niega in tutto et per tutto la cognizione dell'altre cole da Dio,
come li è prouato, ma la niega in quel modo che ella è in noi e che la hz
pòtrebbe concernere in Dio qualche imperfezzionCjCO* me auuerrebbe feUio nello intendere
dipcndelfc dalle cof., che fono fuori di lui, e da effe apprenderle le notizie
ci oselle, à guifa che facciamo noi 3
anzi la Icienza di Dio, tra Faltrc differenze ha ancora quella per la quale
ella fi diftingue dalla noìtra: perche
la iiia è caufa delle cofe, e la noitra da elle è cagionata come beniifimo ci
in'ccnail gran Comentatorc nel duodecimo libro della Mctarifica j ci quella altiflìma verità non
meno è conforme alla condizione dell'intelletto diuino, che ella (I fìa ad
Àriftptile, et à Piatene, i quali tra
tutti i filosofanti tengono il preircìpatò: e dico conforme alla condizione di
Dio l'intendere per vn mezzo interno che è la fua diluna efTenza, perche al
primo, e diuino intelletto, come atto puriffimo, e mafTimamcnte non (è gli
conuicne rice i-er le fpcv-ìc da akri,ne
auerle in fé fteife multiplicate: ma all'intelletto noftro come pura potenza, et
come congiunto à materia corporale a
ragione conaicne l'intendei per le fpezie e fimiglianze, riceuute da diuerfe
cole, e riformate dall'intelletto agente cosi ancora l'intendono quégli due
gran Fìiofofì, come di (opra fi è dipioftrato di Dio, e come del modo del
noftro intendere £ d.J chiara e fi tocca da Platone nel Filebo, doue ei dice che
l'anima npfìra è come vn libro non ifcritto, & che GLI SCRITTORI SONO I
CINQUE SENSI, e nel fettimo della republica coll’elèmpio di collii che è legato
in vna fpelonca in guiia che non vede (è non le fimilitudini, e l'ombre delle
colè, et noi fiiiolto le feorge chiariiTimamente, ci monVa co ipe 1 miprrip
dalla notivia delle colè di quaggiù s'alzi alla cognizione delie cofe diuine, et
d’Ariitotile nel ter-io dell'anima: deueper viade'fenfi, et rer virtù dell’ intellètto agente li efpone
come noi intendiamo tutte le cofe e nel icttimo della Metallica fi rende
ragione per rodotte, come determinano beniflìmo i Theolo-- i,& tré'
B j ° gli Lezzione tefo che per
quello che è diritto et retto fi giudica del
torto, & nó al cótrario, come dice Arift. nel 1. dell'anima. Più
oltre molti e molti affermano che in Dio ncn
fo- no i ritratti degli effetti carnali e fortuiti: perche cfuefti non procedono le non da cagioni
indcterminate, & di ra lo, e la
feienza è di quelle cole che dipendono dalle lo ro proprie cagioni et tèmpre; e
fé ciò è vero della faenza noftra quanto più della feienza diuina. Ma quefti fi
ingannano prefupponendo in pnma che rifpetto a Dio G. dia la fortuna ed il caso,
e gl’effetti fortuiti: attefo che Pio intende ogni colà, e rilpetto a lui quefti effetti procedono da cagioni certe, ma
R bene a noi incerte ed occulte, $c fon
«épre nelle loro caufe, come Jccliffe
del Sole, Del Verino. 2$
le;& della Luna nelle loro.
Si penlàno ancora molti de’Platonici che nella
D. Sapiéza nò (ìano i modelli di quelle colè che naicono di
putrcfaz.ione, comc efèmpiprazia de’vermi, si perch'eglino no pelano che in Dio
{ìano i ritratti delle colè vili, si
ancora perche e'fi dano ad intédere che cosi fatte cole nò fi riduchino fotto
l'ordine elsé-tiale delle creature: e nódimeno più dalla produzzione di cosi
fatte cole per virtù de'lumi, e del calore celefte proporzionato ììamo indotti
à venire in quella credè? a, che in Dio fiano Y Idee, che pell'altre cole,
perche elio folo sa quitti gradi di calore bilògna alla loro generazione
formazione, nò altramente che
l'eccellente fabbro sàquato caldo dee elfere il ferro per introdurui qualche
forma, & per farne qualche colà, come confella il grà Co mét. Auerroe: &
pili oltre participàdo quelle colè di qual che forma, e la forma è vn certo
bene e certa perfezzione della materia, con1e
C\ dice nel i.lib. de' princ. all'Si.t.
e mercè di lei la materia diuenta qualche cola lpeziale; per qfte cagioni io mi pélo che le bene le lìano vili
qua-to alla materia che le siano però di
qualche perfezzionc quato alla forma, e pche
fon buone a qualche colà, no ci' sedo da Dio, e dalla natura fatta colà alcuna
i damo, ma à qualche fine, & a qualche vtilità: E fé pur alcun voglia te
nerc che ciò che fi genera p putrefazione non fia dell'ordine efséziale delle
colè deH'vniuerib, ne di elle fiano le
Idee in Dio, nò perciò legue, che nò l'intenda per l'Idee di'qlle fpezie più
rimili, e che fono dell'ordine elséziale del Modo, quale di quefte due rifpoile
fia nò lòio più co forme alla dottrina de'più eccell. Filoforanti, ma ancora
(& qfto impòrta all'onore della
D.M.& alla làlute nra) io mene rimetto in quello, ed in ogni altra
cola da me pé fata, detta, ò fcntta, à più
giudiziofi, e lbpra tutto à quello che netiene e determina la
S.M. Chiela Cat. Ap. & Rom. Più oltre della materia prima non e
dicono alcuni Idea non eiìèndo ella forma, ne di lùa natura colà formata, mi;
Dio intendédo le forine, infieme intende il loro foggetto. B 4 t'iwls Lezziome finalmente de’generi delle
cofe non fi pone diftinta idea confiderata come elèmpio dall'Idea delle fpczie:
non fi ritrouando mai i generi fuori
delle loro fpezie. Da tutto cjuello che da me C\ è ragionato dell'Idee fi può raccorre quello
che le fiano, dicendo che le non iòno altro che la ilella divina efienza non
alfolutamettte, ma in quanto le fono fimilitudini, ò ragioni delie Tue creature,
e come quella che è partecipata da efle lotto diuerfi gradi di più, ò meno perfezione, mercè ancora delle
quali di tutte le cole ne ha ottima
prouidenza. Puoflì ancora quella dirHnizione dell'Idee con quella ragione
procedente per diuifione cosi ritronare, & confermare, argomentando in
quella maniera. O Dio intende le cole, che fono fuori della lua diuina
eilen7a,ò nò. non fi può dire che non
l'intenda, perche egli intende le ilef lo, e cosi fc eifere caula d'ogni cola, adunquc
egli intende ancora ciò che è fuori
di lui . il dire che non intenda
aflblutamente farebbe non folo fomma impietà ma ancora vna delle maggiori bugie
che fi poteife dire, perche qual più eccellente operazione Te gli può
attribuire, che lo intendere? più oltre le Dio produce le cofe bene, Se bene le
regge, & gouerna; adunque ancora l'intende, altramente d’n'intelletto
liiperiore iàrebbe retto e guidato, come gli linimenti dallo artefice che sà, & incende quello ch'ei
fa con eifi, & eglino nò: e dunque colà chiara et fermiilìma verità, che
Dio intende, e non lolamuc le fteflb, ma ancora l'altre cofe ch'egh produce, e gouerna,
e di più quelle che nò ha prodotte, & polche Dio l'in fède, e conofce, ò e'
fa quello p vn mezzo che fia fuori di le fteflo, ò che fia in lui. fé fuori di
le follò, ò le fono forme colla materia,
parlando delle cole matenali, ò le lòno fpezie, & fimilitudini
attratte dalla materia, no è ragione noie dire che in alcuno di qfti modi Dio
le intéda si per che'I Tuo lapere
dipéderebbe dalle cole come il noflro, 6c no farebbe in tutto perfetto, si
ancora poi in particolare, perche le egli incédeife le forme, come difterici
nella ma «cri* 2f tenia ad ette voltandola, no farebbe
proportione tra il fuo irttelletto, che è atto puro, & le
forme materiali. noi ancora non conofciamo le cole fé non per mezzo delle
fpezie attratte dalla materia e fpiritali, come fono i Icnfi, & molto piti l'intelletto,
fi.vilmente non lì dee credercene Dio intenda le forme materiali per le fpczie
attratte dalla materia, e dalle fiic condizioni, perche ò le lòno tali per
opera dell'intelletto adente, e cosi
lopra Diobiì ò- gnerebbe porre vn piu nobile intelletto che lo reduceffe
dalla potenza dello intendere e del lapere allo atto, e la dia fcicn7a non farebbe
fempiterna, ma nuoua, ò veramente quefte forme
aitratte, 5: fuori di Dio, fòno di loro natura tari,: cosi Dio nello
intendere dependerebbe d’altri, e non farebbe perfetti/fimo: in niun modo
adunque Dio intende le cole per il mezzo che fia fuori di lui. Kefta che lì vegga come ei le conofea per vn
mezzo che fia dentro di lui; dico adunque che ò que^e ìono le forme, & le
fyezie delle cole, ò elfa diuina elfcnza, fé le fpczie delle colè, ò colla
materia, e cosi egli farebbe materiale, Se non in tu ito ottimo, e pur: filmo
atto, ò lènza materia come l’immagini
fono nello specchio, il quale fé fulfe natura intelligente per effe
intenderebbe le cole, che iono fuori di lui; m quello modo ancora
non è da dire che Dio intenda le creature: però che egli non farebbe atto
purilTimo, ma vn comporto della natura intellettuale, come potenza e d’effe
forme, come atti, fìmilmente non farebbe in tutto ottimo, e perfettiilìmo:
perciò fi dee conchiudere che Dio intenda tutte ie cofè che lbno fuori di lui
per la fùa diuina clfenza, & non pereffa come infmìta: perche cosi intende le iìefio, il
quale è inrmito, fic le creature fono finite; e quale più e quai1 meno
participa dell’efferc e della perfezzione: adunque l'Idee in Dio non fono altro
che eflà diuina ellènza, come rappresentatrici al D. intelletto delle creature, e secondo che
ne partecipano più ò meno. AgoiHno Santo nelli%ro dcÙ'otcStatre ouiitioni alla quiitione
46 le
dirHnifcf CQH LEZZIONE cosi
dicendo che le fono certe fornicò rigioni ftabili, & v fempiterne, e no fono formate, & fi
contengono nella di ulna intelligenza, e che le h di ino lo prona cosi, perche
il Creatore [cf. Grice, the creatures] con retta ragione fa le cofe, &
co altra
l'uo-mo, & coll’altra il cauallo: e che le non pollino effer fuori
del Creatore è manifefto, dice, perche fuori di lui ei non cótéplaua cofa alcuna. AQUINO (si veda), la cui dottrina è
cotanto reale, sicura, e santa, ancor egli nella prima parte della Soma alla q. 15. tiene che
glie ncceflario porre l'Idee nella méte diuina: che le fono più, e che le non
fono altro che ella Diuina cifenz.a non allolutamente confiderata ma in quanto
è efempio et ragione delle cole create da Dio > 6 che pòtrebbe creare. Speditomi nella prima parte dal ragionamento dell'Idee,
leguita hora che in quella feconda io difeorra alquanto delle bellezze di M.
Laura, quanto però appartiene all'intelligenza di quefto Sonetto, doue fa di
bifogno primieramente intendere quello che fi fia la bellezfca, dipoi di quante
fpezie, & terzo in quello che le conuenghino tra loro e in quello che le
fiano differenti. Quanto al primo punto la
bellezza non è altro che vna certa proporzione e grazia che reliilta da
più cofe, onde per il contrario le colè brutte fon tutte quelle che fono
fproporzionate nelle loro parti, &
condizioni, & fenza alcuna grazia.-quetta difHnizione è più prelto
pre(a da principij interni iolamente, de quali ella è compofta, che altramente,
come fono in cambio di forma proporzione e grazia, e in cabio di materia più parti, ò più condizioni: legno di
ciò che vna colà fola, come vn'elemento non fi domanda bello. Puollì
ancora difKnire la bellezza più
perfettamente dicendo ch’ella è vn fiore, ed vna grazia, ò fplendpre. di più bontà, & perfezzioni vnite che è arde
tifììmaméte disiderata. dicesi fiore, grazia,
e splédore per 4i^inguerl4 dal iuo eontiario,, chc. e la bruttezza composta di
più perfezzioni defettiuc vnitc, ma
{proporzionate e discordanti. Più oltre
fi aggiugnc in più bontà, perche come fi é detto vna colà in tutto femplice, &
come fcmplice confiderata non fi domanda
bella, ancora che come partecipe della forma Tua iemplice fia buona, come
fi è'dato l'efempio d'vno elemento.
Terzo ho detto ardentiflìmamente disidcrata, perche cosi ancora la bellezza
Ci diilingue dal bene come bene, che
none cotanto amato e disiderato, e quando pure alcuna forte di bene fia troppo
amato, co . roc dagl’avari fono le
ricchezze, dagl’ambiziofi gl’onori, dal vulgo i piaceri del senso, e che Ci dice e' ne fono innamorati, quefto
auuiene per certa fimilitudine di ecceiliuo amore di qui fi poflbn cauare le
ragioni di alcune òccultilìime verità. Tvnaè, che la materia prima perche e lòftanza femplice, e non
è buona, non eflendo forma, ma lbggetto
atto à riccuere le forme non è bella ne brutta, e fi dee dire propriamente non
bella, & nò buona, & quella medefima cófideratacome informata di tutte
le forme séz’ordine e proporzione è buona: ma bruìta, e come informata delle
forme con ordine e propor.7ione é beila e buona. l'altra nafeoià verità è che Dio perche è Comma bontà e perche
con iòmma ed infinita proporzione et grazia
le contiene tutte in vn modo perfettiflimo, perciò è la fomma ed infinita bellezza, & merita d’eflere amato con ardentifììmo ed infinito
amore, 6 Ce gl’amanti delle terrene e create
bellezze sentono marauigliofi diletti senza alcuno difpiacere quando le ri
mirano come e3 vogliono: quanto più senza coinparatione ne sentono delimcreata, &
diurna bellezza gli An gipli sii in Cielo, e l'anime beate in eflètto, e quaggiù ì giufti et gl’eletti per
ifperanza. In vltimo fi può aggiugnere
alla predetta difhnizione e dire della bellezza veduta: perciochc fino à tanto
che la cofà bella no è veduta, ò con l'occhio corporale, ò eoo quello
dell'anima, eh e la
mente, niuno iène innamora. Onde il noftro Petrarca quando le bellezze della
ina donna gli danno di!piacere, fi doleua
d'auerla guardata dicendo. Occhi
pianate accompagnate il
core, Jt
Che divoftiofalltr morte foftiene.
E Cavalcanti nella lua così dotta, come ofeura Canzone dell'amore dice
che viene da veduta forma che s'intende. Quanto al fecondo punto, che era delle
fpezie dell'ai more quante et quali le fìano. fé vogliamo feguire il
parere di FICINO, il quale più
copioiamente, e più fottilmente chealcun'altro de'Platonici, ragiona d'Amore fopra Famorofo Convito di Platone fi dee dire che le fono di tre
maniere, vna dell'animo, qhe fi conoicc
colla mente, l'altra del corpo, che fi feorge
colla vissa, ed vna delle voci, la quale fi comprende co l'vdito, ma
fé fi riguarda à quello che fi è detto dell'Idee e della
bellezza con Platone e con
Ariftotele di fopra, ed alle parti principali dell'uomo, pare che le
bellezze fiero folo di due maniere, vna del corpo, che si conofee col senfo
della vista & coll'occhio corporale; e l'altra dell’animOjche fi contempla coll'occhio dell'anima, che è la
méte. É volendo difendere il nota M.
Marfilio {pudore apprellb di noi Latini
della Platonica Filofofia fi può dire
che la diuifione di Platone nelle due Venere, cioè nell’intelligibile, &
nella sènfibile, e le quali in quanto (ì
confiderono ncll'Vniuerfò, iòno da Ariitot'ile
chiamate ordine delle cofe intelligibili in Dio, ed ordine ienfibile
nelle ipezie del mondo fuori di Dio, fi può dico dire che quclta diuifione è
prefa dalle oppoite bellézze, atte(o che vna è immateriale ed in Dio,
raltrafcnfib;1e, & tuo ri della diiiina eiìenza, cos'i è preia da due diuerie potente che fono in
noi, e queite (òno l'intelletto ed il senfo.
Ma Ficino via la diuifione, et ibeto diuifione infieme volendo dire cosi
che iàbellezza, et mafiìmamente con- Édérata
neU'iiuomo>ò nella donna, è
ò dell'animo folo, del corpo lòlo, ò dciranimo, & del corpo infìeme: quale è
la bellezza e la grazia delle voci et
de1 gentili ragionamenti; perciochc in
quanto concionano all'orecchio & all'vdito corporale, & con moto
corporale dell'aria, é bellezza corporale, ma in quanto a' gentili concetti, c
nobili affezzioni, Se disij, che le SIGNIFICANO, che fono nell'animo, e
bellezza interna e dell'animo. Puofli ancora dire che le bellezze eflenziah del
mondo grande e del piccolo che e lhuomo, fono di due maniere vna intelligibile^ l'altra senfibile 5 delle
quali quefta cosi è fcala e mezzo à quella, come il senso ierue nelle
cófiderazioni all'intelletto. ma per accidente poi, perche all'intelletto in
noi non iolo ièruc la vifta, ma ancora rvdito, perciò ancora ci fu di bilbgno
della bellezza e grazia delle voci 5 E le alcuno dicerie fefonoeuenzialmente di
due forti di bellezze, ò di Venere una intelligibile, e l'altra sensibile:
donde nasce che alcuni de’maggiori platonici pongono tre sorti d'amori, uno bestiale,
che è IL DESIDERIO grande, che moki hanno di goder la bellezza sensibile co
diletto carnale del tatto. L’altro umano col quale dama la medefima bellezza
con onestà, ò per dir meglio con minore errore fermandoli in efla; ed il terzo
amore è intellettuale e divino e perfetto, perche termina alle diurne bellezze,
le quali iole co le tre divine persòne sono il vero oggetto fruibile, parea
ragionevole che quanti io no gli amori tante fiano le Venere, ò vero le
bellezze eiiendo queite cagioni dell'amore più oltre fi può cercare da qualche
bello ipirito, perche la bellezza fi chiami madre dell'amore, e non padre? e perche
la fi chiami col nome di femmina, fendo cola perfetta, et l'amore col nome di maftio, che è
imperfetto, & cógiunto colla pouertà ò mancamento. Al primo dubbio fi dee
riipondcre chc fecondo i duoi oggetti dell'amore eflenziali, che fono la
bellezza sensibile e l'intelligibile, sono
ancora due amori soli il sensibile, e l'intelligibile; ma per accidente poi; perche
alcune ni hanno dell'animale e del bruto seguendo i piaceri del Ieri lo: diquìé
che l'amor loro è sensuale e brutale insieme. Al secondo dico rimettendomene a
più lottili, ed à più intelligenti che la bellezza si domanda madre e non
padre, e con nome di femmina, e non di maftio, perche la bellezza senza
l'amante atto a innamorarli, e senza il dilcorrerui intorno è cagione
imperfetta dell'amore, come la femmina senza il maftio non può ancor ella
generare ne le ftelle fenza il Iole,
Venendo ora al terzo capo dico che la bellezza intelligibile e la senfibile
conuengono primieramente in più condizioni, poiché tutte e due lbn grazie, fiori,
e fplendori, tutte e due fono di
più perfezzioni, & in pili
forme, ò beni fi fondano, & noninvnfolo.
Terzo tutte e due iòno oggetti di potenze cognoicitrici, e quarto fono
difiderate di amoro{b, et vehementilfimo difiderio. Sono lecondariamente uuette due Venere ò bellezze
tra loro differenti primieramente perche vna è di cofe Ipiritali, l'altra corporali: dipoi vna fi comprende con
l'intelletto, Faitra col fènfo. Terzo vna ne guida Tempre al bene operare, che
è l'intelIettuale bellezza, l'altra talhora ne fa cadere in rei diade
rij,& in più fozzi fatti per
difetto però di noi, et queita è la senfibile. quarto l'intelligibile non fi conofee da noi per
fé fterTa, & chiaramente,
che le fi vedelfe chiaramente, molto più ci accenderebbe d’amoroso desiderio,
che ella non fi, il vederli chiaraméte tocca folo alla bellezza del corpose
però ella lòia ardentimmaméte da noi è amata: come ne moitra l'eiperienza in
ogni fecolo, come ne fanno ampiflìma
tede i'Iftorie, & Petrarca nel Trionfo d'Amore, et come
bene dice il Diuino Platone nel Fedro & la cagione perche la
bellezza fia lommamente amata e difiderata e perche il bene è colà amabile e difidcrabilc, più beni molto più, et le vi
è la grazia ancora in fommo, &
ardentifiìmamentc. In quella vltinia parte di quclto mio difeorfo fi dee
da me lpiegare il raara-iglielò ordine, che uenc in questo Sonetto Petrarca in
celebrare le bellezze della dia Madonna
Laura, et 'fi dcono efporre alcune voci
deltefro: accioche e l'artifizio, e tutto quello che qui dal poeta è detto
della sua donna, s'intenda chiariflimamente, e fi deono muouere Se iiciorre alcune
dubitazioni per difefa di quello che fi farà detto. Quanto all'artifizio, ò vero ordine io ci auuertifco
tre -cole la prima che il poeta primieramente nel primo quadernario ragiona
delle cagioni delle bellezze della tua M. Laura e poi nell'altro quadernario.
ne due terzetti parla delle bellezze,
ieguendo in ciò l'ordine di natura, fecondo il quale le cagioni precedono i
loro effetti. La seconda cola che io ci noto è, che queflo Poeta lodando le
gmzie di lei compitamente dalle loro più prediate cagionile celebra
prima dalle cagioni
antecedenti, che fono l'ideale
bellezza, il cielo, e la natura, dipoi dalla ca^ione che
accompagna quella suà donna, che è il iiio viiòcon legge e maeftria
fatto dalla natura: e terzo da quella, che fegue che è il fine che fegue
all'opera beila,& e per moitrar
quaggiù in terra
quàto lafsù potea. Vedete,vedete vi prego giudiziofiflimi accademici, come
compitamente, e con ordine efàlti le bellezze della lui amata: conforme al
compimento di ciascuna cosa, il quale stà nello aver tre parti il principio, il
mezzo, ed il fine, come con tre prcue ci dimostra il Lizio nel Cielo, cioè
dell'autorità di grandinimi filosofanti, quali furono i pitagorici, dai numero
che fi via in ogni religione di honorare il divino, che é il numero ternario, e
dal perfetto modo di parlare de’greci al quale gli induce la natura delle cose.
La terza ed ultima cosa che si dee avertire intorno all'ordine, che tiene M. Francesco
in questo e leggiadria ed aitifìziofifs. Sonetto in celebrare le maravigliose bellezze
della sua donna è, che egli procede nel fecondo quadernario e ne’due ternari. In
questa maniera te- ff Lezzione facendosi in prima dalla bellezza
del corpo più alta, quale e quella delle chiome corrispondenti a quella del sole
di cielo, dipoi segue di dire della occulta, conforme in qualche parte à quella
del sole diurno e mutabile, e terzo discende alle bellezze delle parti più basse,
e prima alla bellezza, e leggiadria degl’occhi, che con la vissa si comprende, et
poi della bocca dividendola in tre. Una,
che ancide per pietade, et confitte nel dolce sospirare. L’altra nel dolce esprimere
de’concetti. L'altra nel ridere dolcemente. E tutte e tre appartengono alla
bocca polla; di lòtto a gl’occhi, e quelli Iorio nel mez mezzo tra quella, e il capo, donde efeono i
capelli. Da tutto quello che io ho detto, potete ingegnosissìmi accademici conoscere
che quello nostro poeta non con minore
ordine ed artifìzio che con grazia, Sgmaeflà celebra ed ammira le bellezze e le
grazie del bel viso di M. Laura, e insieme
di qui si può da voi sapere come cosi le bellezze, come ogn'altro bene, s'ha dal
divino fonte d'ogni bontà, e d'ogni bellezza per mezzo de celesti lumi, e della
divina ed ideale bellezza. Quanto all’esposizione delle voci più ofeurc la
prima è quella qllo, che il poeta nitida [per parte del cielo;] alcuni
dellielpofitori di Petrarca per parte del Cielo dicono che egli intende le stelle
parti più dense de’celesti corpi, come i nocchi in un legno, e che egli parla
come accademico, tenendo che l'anime nostre sono tutte create ad vn tratto, e ciascuna
furie alìegnata alla sua stella; come racconta L’ACCADEMIA nel TIMEO (vedasi)
ma a me piace di cfporre per parte del
Cielo, tutta quella parte ò flellata, ò non iftellata, la quale con debito modo
riguarda il luogo dove è ingenerata – H. P. Grice, GENITOR -- , e dove nasce
quella si bella donna j attelb che dalla debita situazionc delle stelle
in cotal parte, come da cause uniuersali nasceno le grazie di lei: come
vogliono gli’astrologi, e cosi piace ancora a quello nostro poeta, come si può vedere in quella £iuzone, il cui principio è queilo. MJ Tdctr
D£L VERTNO. j| 0> Tacer non pcffo, e temo non adopre o, contrario
effetto la mia Imgua al core l dove nella quinta stanza ei dice 1/ dì
che coftei nasce sono UJlelle, Che prodvcon fra voi feliii effetti j, 1/7
luoghi altt er eletti uvna ver l'altra con amor converse. In questa parte del
Cielo: come in cagione efficiente,
mediante il lume et il moto è il bel viio di M. Laura, e nell'idea come
in eiempio [onde natura tolge.] Puoi si
per natura intendere la forma degl’agenti naturali i quali prendono il modello dell'operare bene dal divino, in
quanto da esso sono bene indirizzati fé bene non intendono. O vero per natura si
dee esporre il divino itesso, donde dipende tutta la natura, nel qual SIGNIFICATO
– H. P. Grice, NATURAL MEANING -ancora Tintele il LIZIO quando nel primo del
Cielo ei dice che fa natura fece bene a lpogliare il corpo celedte d’ogni
contrarietà, da che douea elìere eterno, secondo che e^lì lì pensa, piìi pretto guidato da ragioni
uumane che dall’infallibili verità – 2 + 2 = 4 -- , che altramente ci mostrano.
Più oltre leguitando [ per vn cuore dove sono unte virtudi
accolte] Petrarca intende non il cuore, che è parte corporale prima
dell'altre: ma o L’ANIMO, che rifiecie
nel cuore, nel qual ientimento vfìamo di
dire io ho in bocca cioche io ho nel cuore, o vero per l'uno e l'altro: anelò
che formalmente il cuore èl'iiteifo appetito sensitivo, del quale la virtù é
moderatrice, e delle parti materiali gli spiriti sono il soggetto delle spezie
di esse virtà come conofeiute, come
d'ogni altra cosa che si conosce. Quanto alle dubitazioni qui dirà qualche
ingegnoso spirito come può cilere, che il leggiadro viso di M. Laura fulge in
qualche parte del Cielo, e in qualche idea ì atteso che il bel viso di lei è cosa
particolare, e il Cielo, e l'Idea sono
cagioni universali. Dipoi come celebrali Petrarca la bellezza della sua donna, e
dice che la somma e di sua morte rea;
attclà C cht LEZZION E che fé le grazie
dell'ANIMO, e quelle del corpo di lei sono congiurate contro di lui, ed aspirano
a darli morte, sono crudeli, ed unto più fi deono biafimare che lodare quanto
la morte è cosa rea e la vita cosa buona. E finalmente come può Ilare che il
dolce riso di lei, i dolci sospiri, e il
dolce parlare, sono cagioni che amori
iani,e anci da, che
iòno effetti contranj, e douerrebbero nascere da contrarie cagioni, di
maniera che SE i dolci sospiri, il dolce parlare, e il dolce riso danno
all'amante la sanità e la vita; L’amaro sospirare,
RAGIONARE e ridere lo fanno infermare e lo
conduceno à morte. Al primo dubbio e primieramente quanto al cielo di co, che
egli si può considerare in due modi. In uno da per le lenza le cagioni particolari di quaggiù e senza la particolare materia e in un'altro inficine
con quelli agenti e con quella materia
jnel primo modo è vero che il cielo no può eiTerc causa delle cose particolari, come di
particolari leoni, cani, ed uomini, altramente in damo farebbe data dal divinio
la virtù del GENERARE – H. P. Grice GENITOR -- à questi inferiori agenti, nel secondo
modo è ben vero: atteso che ogni movimento di quaggiù fino all'alterazione, per
la quale lì dsipone la materia, e si
generano le cose pende dal movimento e da
lumi dei celesti corpi, come ne mostra cosi l’esperienza, come IL LIZIO ancora nel sècondo della GENERAZIONE – H. P.
Grice, GENITOR -- e della corruzzione e nel
primo della Metheora, oltre che la ragione il medesimo ci
confermalero che SE i cieli con il loro
moto, e con il loro lume non cor correderò gl’agéti di quaggiù alla produzzione
delle coae generali, non conosceremo come il divino è la prima ed uniceraale
cagione di tutte le cose, ed al cielo che interne coll'intelligenze participa
molto più della bontà, che le creature di quello mondo inferiore, farebbe
negata la virtù di comunicarla ad altri, ed all'altre creature mcn buone
conceduta, & l'vno et l'altro farebbe non meno inconveniente
che falso. Secondariamente quanto all'idee,
le quali sono nel divino dico che fé bene le fono cagioni vniuerfali delli
effetti in if pezic da per loro confidente, nondimeno con gli agenti
particolari, et con la particolare materia, fono ancora cagioni particolari.
Puoflì ancora dire che l'Idee, fé fi considerano come forme in Dio che è caufa vniuerfale, in quefta
maniera, ioti caule delli effetti Ipeciali, ed uniuerfali ma fé le fi
contemplano in Dio come cofa che è maftimamente in atto come ancora i
particolarità quella maniera Dio intende più prefto in particolare, che in
vniuerfale, et cosi ancora ne è cagione più oltre che cofà non iòlo fallà, &
empia, ma ancora ridicola farebbe quella de’ Fiiofòfanti, fé credeflero che Dio ch'e l'ottima,
Scleccellentifs. cagione, e che le foftanze particolari, fono più pertette che
Tvniuer(ali, come fi dimoftra d’Ariftotile nel capitolo della foftanza e
nondimeno più prefto fi penlàifero che Dio producefTe rvniuerfali cheleparticolaii,
& che più prefto di quelle che di quefteteneffe cura, perciò vfizio è di
huomo fàuio, pio, et amatore del vero, tenere, che Dio et in vniuerfale, ed in particolare fìa
autore delle cole, et tanto più in particolare, che in vniuerfale: quanto così
fono più perfette che in quel modo e cosi deono credere dello intendere di Dio
e chi non sa rifoluere le argomentazioni più forti che in contrario fono itate
ritrovate da fottili ingegni, dee più prefto in ciò confeffare lz fiia
ignoranza che per non fare quefro che farebbe fegno di modeftia incorrere in quelli tre
grandiflìmi vizij di stoltizia, di menzogna, e d'impietà. Alla terza ed vkima
difficultà fi può rifpódere che gli effetti contrarij poifon nafeere da vn
medefìmo agente ò da due agenti contrarij'. da vn medefìmo in più modi, ò perche
egli fìa diversamente dispotto, ò i fuoi finimenti, o la materia, ò perche in
diuerfit é piafpirià diuerfì fini può vn medefìmo agente effere diuerfamente difpofto &
così cagionare diuerfì eftetti come il gouernatore e maeftro di naue con
la fuà prefenza e coll’arte fùa faiua la
iauc dalle fortune del mare e de'corlali e colla suà C a alfe*
;£ Le 2 z ione fllTcn?!, ò non fapendo ben farti, è caufa
del contrario umilmente fé vn medelìmo agente fi lèrua di linimenti diuerfi,
farà diuerfe operazioni e contrarie, colle
tana- glie esépi grazia vn legnaiuolo caua gli aguti d'vn legno e col
martello ve gii ficca, vn'eccell. pittore le ha buon pennellij & buon
colori fa vna bella figura, le altramente brutta. Che più oltre vn'iftelfo
agente, mercè della divertita della
materia faccia contrarij effetti, è chiaro di qui perche il Sole indurifee la
terra, che e tenera per efiere mefcolata coll'acqua, ed intenerire la
cera. aelFaz.zioni umane vn'iftelfo capitano
delli elèrciti Ce ha per fine la
vittoria per quella rcpubl. pella quale e5 combatte la può conlèguire. fé la
perdita e la rovina ancora di cotanto male può eifere caufa; e cosi la
diuerfità de’fini è caufa ancora, che d’vna medemna cagione effettrice nafehino
diuerfi effetti, in vltimo, che duoi contrarij, contrarij effetti preduchino è
chiaro, il bene accende in noi desiderio
di le il eifo, & di qui è che ci muouiamo per acquiftarlo, il male cagiona
l'odio, ed il fuggirlo dalla fanità procedono le operazioni naturali Se buone, dairinfermità
fono impediti, e fatte imperfette, da queita diftinzione è manifefto come il
dolce sòspirare, parlare, e ridere dell'amata dia la làmta all'amante, fendo li
ella con quefte gra7ie prefente, e l'infermi, e dia morte con la fua ai-lènza, poi come contrarie cagioni
il dolce sòspirare, parlare e ridere, el fare tutto que :o con afprezza et sgarbatamente,
ne lègue ò la sanità e la vita o la malattia, 8c la morte nello amante, effetti
contrarij da contrarie cagioni procedenti. Da tutto quefto mio ragionamento può
ciafeuno di voi gentiliduni, et accortitììrni Accademici, e Vditori haucre comprelò,
chcilnoltro M. Petrarca non con minore
altezza ni concetti, ne con manco beilo ordine hi celebrate le bellezze et le
gra? ie delia suà M. Laura che con maeità e grazia di parole,
ateeiò che egli «el primo quadernario di quello sonetto l'eiàlta da tut- Del Verino.%f te le principali più degne cagioni come tra
le irrumentali è il Cielo con 1 fuoi più benigni lumi, i quali in luoghi alci ed
eletti si ridonarono il di che cortei
nacque, tra l'elemplari l'idea d'vna
graviofilTima donna, tra le agenti la natura prima, ò vero eifa prima, ed
iuprema cagione d'ogni cosa buona, et d'ogni rara bellezza, tra le formali più
notabilità grazia e la Ieggiadna, & tra le ma renali il vifo di queita iva
donna. Confederando più oltre che quello e dotto e gentil poeta nel lecondo
quadernario lèguita, ma più particolarmente
ài renderci ma rauigliofele bellezze di M. Laura, celebrandole fuechio
me, con agguagliarle al finiiììmo ore nel colore, e nello splendore e
preponendole alle chiome fparie all'aura di qual lì voglia ninfa, che (ì
ritroui ne' fonti, & di qual fi voglia
dea habitatrice delle lelue, e credo io, che à più eleuati ingegni
intenia di lodarla di carità attribuì» ta alle ninfe, le quali l'ardore delle
carnali dilettazioni eitinguono con
queita angelica virtù, non altraméte che il fuoco iìa eitinto dall'acqua cosi
voglia Ibpra modo significarci che ella ha in se raccolte le virtù in
eccellenza, il che e colà rara e solitaria come quelli che per attendere alle
diuine specolazioni, fuggono le conversazioni, Se li riducono ad abitare ne’dolchi,
e nelle felue nelmedefimo quadernario magnifica le virtù di queita dia donna dal gran numero che
ella n'ha raccolte nel suo animo quasi
volendo dire che doue nell'altre belle ne è vna, e óuq, ò poche più in lei iòn
tutte cosi dalleilremo poterebbe l'hanno in lui, che è di condurlo à morte per
l'infinite, e grandiilune pailìoni, eoa le quali tutta la fuà vita è mole-Hata,
e quello perche egli non teneua modo, ne anfora in amarle, onde ella molte
volte le gli moitraua disdegnofa, ed adirata;
e questo li reca infiniti tormenti, come pel contrario le benigne accoglierne
vq contento, vn allegrézza lenza termine Tcn#
$8 Lezzione Terzo ed vltimo più
in particolare ci efprimc le grafie e la forza d’alcune parti di
queftabelliiTima, e le?- giadriflìmà donna:
le quali grazie dico iono di alcune parti del corpo, come degl’occhi, del
cuore, e della bocca, e ci annunziano vna maggiore grazia che è quella del suo
bell'animo, quella degl’occhi è divina, e confifbe più che in altro nel
girargli con suavità, e perche per gl’occhi
molto si lcuoprono altrui, le qualità dell'animo: come i più dotti de Fisìonomi
ci dimostrano, & refperienzaftefla: di quìè che dal mouimento fòaue e gentile
degl’occhi si può prendere fpedito argomento del fuo bell'animo dal sòfpirare similmente con soavità,
si conosce vn'animo appaflìonatOi ma con certa moderanza comeauuicne in chi
modera gl’affetti col freno e colla legge della retta ragione. Le grazie
finalmente della bocca Tono il dolce parlare che ci dinota vna moderanza
nell'appetito iralabile che ci ìùole pella bellezza ò per qualche bene che
è m noi più che in altri inluperbire ed il dolce riio dolcezza e piaceuolezza nel
conversare, O Dio immortale con quanta
arte ci fai tu quaggiù in terra ed inquefta materia vedere la tua bontà e le
tue bellezze e con quanto ftupore cosi
dottamente e con tanta leggiadria di parole quefto poeta ce le ha
cfprefTe e cantate in quefto sonetto: perche non ho io potuto con quell'altezza
di concetti, con quel marauigliofo ordine, e con quella maeftà di parole, che fi conuenne, e che
io più defidcrauo difeorrerne digniilfimi accademici, ed uditori? perche dico
non ho io potuto così celebrarle alla presenza vostra? mercè credo io
della debolezza del mio intelletto, e della
rozzezza del mio dire, colle quali imperfezzioni è piaciuto alla diuina prouidenza che io fia, acciò più
illuftre e chiare apparifehino le perfezzioni e le
grazie di molti altri, & atfine che io comprenda, che tanto più fi Del Verino. 0 ri fono obbligato della
grata vdienza, che come corte fiiTimi mi auete data, quanto meno mi II conucniua, e perciò con tutto l’affetto
del cuore ve ne ringrazio. IO HO DETTO. Il Fini. Nome compiuto: Francesco Vieri.
Keywords: Pico, Accademia. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft; Luigi
Speranza, “Grice e Vieri: la dialettica fiorentina”, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vigellio: la ragione conversazionale al portico romano –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Absract. Keywords: Storia della filosofia romana. Filosofo italiano. Amico ed
allievo di Panezio. Stoic
philosopher. A friend and pupil of PANEZIO (vedasi), with whom he also lives. He
is noted by CICERONE in “De Oratore” to have also been a friend of Lucio
Licinio CRASSIO (vide), the greatest Roman orator prior to CICERONE. All other
information has been lost. See also List of Stoic philosophers. References:
Blits, “The Heart of Rome: Ancient Rome’s Political Culture”; CICERONE. The
first Stoic philosopher in Rome is the famous Panezio, who joins The Scipionic
Circle, lives for a while in SCIPIONE’s home and travels with him for more than
a year on a public embassy to the East. Besides SCIPIONE, consul, and censor, at
least six *other* consuls study under
Panaetius. They include LELIO and L. FURIO, both of whom, along with SCIPIONE
and Polibio, hear the three Greek philosophers at Rome; FANNIO; Q. Elio
TUBERONE, suffect consul, Q. Mucio SCEVOLA, and Rutilio RUFO. In addition, Spurio
Mummio, one of the legates sent to settle Greek affairs is trained in the doctrine
of il PORTICO (Cicero, “Bruto”). V., friend of CRASSIO, consul, is Panezio’s friend
and pupil, and lives with him (CICERONE, “De oratore”); and Sesto POMPEO, son
of the governor of Macedonia, brother of a consul, and uncle of POMPEO
maggiore, withdraws from politics in order to devote himself to the philosophy
of the Portico (CICERONE, Bruto, De oratore). Portico. Pupil of Panezio. Nome compiuto: Marco
Vigellio. Marcus Vigellius. Luigi Speranza for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vigna: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola --
la ragione conversazionale e la regola d’oro conversazionale – la scuola di
Rosolini – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosolini). Abstract. Keywords: inter-soggettivo
trascendentale. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Rosolini, Siracusa,
Sicilia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia filosofia a
Milano, legandosi in special modo all'insegnamento di BONTADINI (vide) e SEVERINO
(vide). Con SEVERINO si laurea con la tesi, ‘La logica dell'astratto – generale
-- e la logica del concreto – particolare’”. Insegna filosofia a Milano e Venezia.
Presidente della Società italiana di filosofia morale. Si occupa della
filosofia del lizio, o peripato, e di neo-idealismo italiano. Si concentra in
maniera speciale sull'ontologia, proponendo una ‘semantizzazione’ del concetto
di ‘essere’ capace di risolvere la aporia del “parmenidismo” (vide VELIA) di SEVERINO,
che in qualche modo grava anche sulla speculazione di BONTADINI. Questa
‘semantizzazione’ permette di leggere nel ‘divenire’ (“x divenne y”), non
l'annullamento dell'ESSERE (“x e y”), ma piuttosto l’annullamento di UN ENTE.
La differenza fondamentale è proprio quella che passa tra l’essere ‘assoluto’
che *non* diviene, e UN ente finito che comincia e cessa di essere – cfr.
Grice, relative identity in Geach and Myro, and his schema on becoming after
von Wrigt in “Actions and events.” Questa impostazione ha consentito di
raffinare ulteriormente il tema della mediazione metafisica che sfrutta e
compone la posizione necessaria della totalità di un essere con la posizione
della totalità molteplice e mutabile dell'esperienza. Insieme all’analisi
di ontologia, si sono svolte quelle di etica (bio-etica). L'etica è intesa
fondamentalmente come un’annalisi del desiderio o volere, il quale, a sua
volta, è fondamentalmente desiderio di un altro desiderio (“meta-desiderio”),
cioè poi di un altro essere umano – il co-conversazionalista B -- che ci
desideri e ci riconosca. L'etica e così ri-condotta alle dinamiche di una
relazione inter-soggettiva, che si puo descrivere secondo tre modelli basilari.
Il primo modello è il modello griceiano – ariskantiano -- quello regolativo per
l'etica. E quello in cui le soggettività si riconoscono reciprocamente come
delle soggettività, e cioè come delle persone o degl’esseri che pensano e
desiderano in modo trascendentale. Il secondo modello, piu primitive, è quello
trasgressivo della ragione istrumentale. Quello in cui le soggettività
confliggono e cercano di dominare il soggetto che hanno di fronte, trattandolo
come un oggetto o istrumento -- o una cosa manipolabile a loro piacimento. Il
terzo modello, che si colloca a mezza strada fra i due precedenti, è
quello che V. definisce come modello griceiano ‘oblativo,’ in cui, mentre una
delle due soggettività riconosce l'altra e si dispone a trattare l'altra
secondo la cura e il rispetto che le convengono, l'altra soggettività non offre
nessun riconoscimento e cerca di imporsi sulla soggettività riconoscente come
soggettività dominante. Questa impostazione onto-etica si caratterizza per
il tentativo di fondare la regolatività etica del modello ariskantiano di Grice
su argomentazioni che partono dal rilievo irrefutabile della trascendentalità
della persona, la quale si trova invece contraddetta in tutte le situazioni di
rapporto inter-soggettivo ri-conducibili agl’altri due modelli (razionalita
istrumentale – Modelo II --, e razionalita di oppression – Modelo III). L’indagini
di antropologia trascendentale completano e chiudono questo percorso, ponendosi
come il termine medio che stringe e salda l'ontologia all'etica. Il concetto di
‘persona’ viene inteso alla Grice e Strawson come sinergia del concetto di
‘sostanza’ e di quello di relazione (la categoria della relazione di
Aristotele, la relati, o il ‘pros ti’. Sostanza (ousia,
sub-stantia, essential) è classicamente quello che permane e sta in
sé. La relazione, invece, è qui il rapporto intenzionale ad altro da sé. La
persona è una sinergia di sostanza e relazione perché è sia rapporto a se
stesso sia rapporto all'altro da sé, in quanto è essenzialmente una
intenzionalità trascendentale, ovverosia un orizzonte consistente di relazione
all'altro da sé, secondo il corso illimitato del desiderio che lo abita. Saggi:
“La dialettica di GENTILE” in “Giornale critico della filosofia italiana”, “La
religione nella filosofia di GENTILE”, “Giornale critico della filosofia
italiana”, “GENTILE, interprete di Marx”, in Enciclopedia. La
filosofia di GENTILE, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, “Ragione e
religione”(CELUC, Milano); “Filosofia e marxismo” (CELUC, Milano); “Le origini
del marxismo teorico in Italia: il dibattito tra LABRIOLA, CROCE, GENTILE, e
Sorel sui rapporti tra marxismo e filosofia (Città Nuova, Roma); “GRAMSCI: il
pensiero teorico e politico e la questione leninista” (Città Nuova, Roma);
“Invito al pensiero di Aristotele” (Mursia, Milano), “Sostanza e relazione: una
aporetica della persona,” in L'idea di persona, Melchiorre (Vita e Pensiero,
Milano); “L'enigma del desiderio” (San Paolo, Cinisello Balsamo); “La politica
e la speranza” (Lavoro, Roma); “Il frammento e l'intero: -- il toto e la parte
-- indagini sul concetto di essere e sulla stabilità del sapere” (Orthotes, Napoli);
“Sul trascendentale come inter-soggettività originaria”, in “Le avventure del
trascendentale,” Rigobello (Rosenberg, Torino); “Sulla verità e sul bene”
(Petite Plaisance, Pistoia); “Etica del desiderio come etica del
riconoscimento” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: indagini di
struttura sull'umano che ci è comune” (Napoli); “Studi su GENTILE” (Orthotes,
Napoli); “Studi su Marx” (Orthotes, Napoli); “Studi su Aristotele” (Orthotes,
Napoli); “La ragione e la dialettica: studi su Marx e VOLPE” (Marsilio,
Venezia); “Teorie della felicità” (Francisci, Abano Terme); “La qualità
dell'uomo: filosofi e psicologi a confronto” (Angeli, Milano); “Dio e la
ragione” (Marietti, Genova); “L'etica e il suo altro” (Angeli, Milano);
“Strutture del sapere filosofico” (Cardo, Venezia); “La libertà del bene” (Vita
e Pensiero, Milano); “Essere giusti con l'altro” (Rosenberg, Torino); ‘Introduzione
all'etica” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica trascendentale e intersoggettività”
(Vita e Pensiero, Milano); “Multi-culturalismo e identità” (Vita e Pensiero,
Milano); “La persona e i nomi dell'essere: sritti di filosofia in onore di MELCHIORRE”
(Vita e Pensiero, Milano); “Libertà, giustizia e bene in una società plurale” (Vita
e Pensiero, Milano); “Etiche e politiche della post-modernità” (Milano, Vita e
Pensiero); “Etica del plurale: giustizia, riconoscimento, responsabilità” (Vita
e Pensiero, Milano); “Affetti e legami” (Vita e Pensiero, Milano); “La REGOLA
D’ORO come etica universale (Vita e Pensiero, Milano); “BONTADINI e la
metafisica” (Vita e Pensiero, Milano); “Metafisica e violenza” (Vita e
Pensiero, Milano); “Etica di frontiera: nuove forme del bene e del male” (Vita
e Pensiero, Milano); “Di un altro genere: etica al femminile” (Vita e Pensiero,
Milano); Pira. Un san Francesco nel Novecento (AVE, Roma); “Multi-culturalismo
e inter-culturalità: l'etica in questione” (Vita e Pensiero, Milano); “La vita
spettacolare: questioni di etica” (Orthotes, Napoli); “Etica dell'economia: idee
per una critica del riduzionismo economico (Orthotes, Napoli); “Differenza di
genere e differenza sessuale: un problema di etica di frontiera” (Orthotes,
Napoli); “Il dovere dell'ospitalità (Orthotes, Napoli). Dell'interpretazione di
GENTILE offerta da V. discutono, fra gl’altri, Berlanda, “GENTILE e l'ipoteca
kantiana. Linee di formazione del primo attualismo” (Vita e Pensiero, Milano); Bettineschi,
“Critica della prassi assoluta: analisi dell'idealismo di GENTILE” (Orthotes,
Napoli). Si vedano anche “Studi GENTILIANI” (Orthotes, Napoli). Cfr. “Studi
marxiani” (Orthotes, Napoli). Cfr. gli scritti raccolti in V., Studi
aristotelici” (Orthotes, Napoli); Saccardi, Semantizzazione dell'essere e
inferenza metempirica, in Pagani, “Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes,
Napoli). Cfr. anche Messinese, “L'apparire del mondo: dialogo con SEVERINO
sulla ‘struttura originaria’ del sapere” (Mimesis, Milano). “V., invece, che
pur si è formato alla scuola di BONTADINI e di SEVERINO, non segue più i suoi
maestri, perché ormai ritiene che, se si accetta la “semantizzazione
parmenidea” (vide VELIA) dell’essere, non si può evitare di estendere gl’attributi
dell'essere assoluto all’ente, come precisamente è avvenuto nello svolgimento
della filosofia di SEVERINO. L'errore, però, prosegue V., sta proprio in questo
“aver trattato la questione dell'essere come una questione di ESSENZA.” L'errore
viene eliminato convincendosi che la “semantizzazione” dell'essere coincide con
la relazione d’essenza ed esistenza': questo è il 'tratto comune' tra tutti gl’enti". Cfr.
V., “Il frammento e l'intero, Sulla semantizzazione dell'essere.
L'eredità speculativa di BONTADINI, in “BONTADINI e la metafisica.” Si veda
inoltre SOLLIANI, “Dell'essere come essenza: per una rivisitazione del problema
a partire d'AQUINO” in Debili postille, Il frammento e l'Intero, Cfr. anche Pagani,
“Una rivisitazione della via del divenire e Peratoner, Intorno alla
conoscibilità di Dio, la ragione, la fede, in Debili postille, Si veda
poi Barzaghi, Percorsi di rigorizzazione della teologia naturale nella
filosofia neo-classica milanese”, “Rivista di filosofia neo-scolastica”. Cfr.
Vigna, Etica del desiderio umano (in nuce), in Introduzione all'etica,
Aporetica dei rapporti intersoggettivi e sua risoluzione, in Etica
trascendentale e inter-soggettività, Si veda anche il saggio di
Fanciullacci, “Dell'inter-soggettività e del riconoscimento, in Debili
postille, Cfr. V., Sul trascendentale come inter-soggettività originaria. Venuti,
La cura dell’altro come REGOLA D’ORO. Lettera aperta a V., e Zanardo, Sul dono
della differenza, in Debili postille, Per una discussione complessiva del
pensiero di V. si vedano i saggi contenuti in Pagani Debili
postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: una
aporetica della persona.” Si può vedere anche Bettineschi, Finità e infinità
della soggettività. Lettera aperta a V., in Bettineschi, “Intenzionalità e
riconoscimento: scritti di etica e antropologia trascendentale” (Orthotes,
Napoli). Bergamo festival: l'intuizione, su you tube. Malato o persona?, su you
tube. L'etica, you tube.com. Treccani. Intervista a V.: la filosofia morale,
you tube. Tugnoli, V.: il desiderio come orizzonte trascendentale, su mondo-domani.
Venezia, su unive Bollettino della Società filosofica italiana, Centro di etica
generale ed applicata, su centro di etica. Centro inter-universitario per gli studi
sull’etica, su venus unive. Società italiana di filosofia morale, Intervento su
La Pira, su avvenire. Attualismo, problematicismo, metafisica, su filosofia. La
politica e il sacro, su in schibboleth. Bisognerebbe oggi parlare
piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti dinanzi ad un
certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo
siamo nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito
in sé ciò che una volta era, almeno in parte, contenuto della sfera politica;
ma lo siamo soprattutto nel senso che il compito politico sembra troppo
difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito da coloro che
ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo di
disseminazione di progettualità creativa in seno alla società civile sembra
corrispondere una sorta di discredito e di scetticismo quanto alla sfera
politica. La sfera politica sembra non riuscire più ad occuparsi della
cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione
corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma
certo non soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di
spreco. Il cittadino medio tende perciò a ritrarsi dalla politica o
semplicemente cerca di profittarne. Di fronte all’ingestibilità della
progettualità politica, e pure di fronte al discredito della politica, si
capisce perché vi sia un generale movimento di conversione dai fini ai
fondamenti della comune convivenza. Ma questa conversione a me pare, in
realtà, non tanto una conversione dalla progettualità politica
all’amministrazione della società civile, quanto una qualche conversione
dalla politica all’etica. Ci si è convertiti all’etica, quasi per
esaurimento della sfera politica: questo ho appena suggerito. Ma l’etica
non pare offrire uno spettacolo diverso dalla politica, nonostante oggi
la si chiami fuori, l’etica, per dirimere, quasi giudice supremo, i conflitti
tra il politico, il sociale e il privato; anche l’etica, infatti, ha i suoi
problemi, né suscita consensi facili, quando si va a determinare caso per
caso che cosa può dirsi garantito dall’etica. Sono note ad es. le
polemiche sulla bioetica, tanto per citare uno dei temi oggi forse più
rilevanti, anche per le sue immediate ripercussioni in ambito politico.
Dobbiamo dunque mettere sul conto della nostra quotidianità una eclisse
anche dell’accordo sulle convinzioni etiche? Così pare. E il
multiculturalismo spinge nello stesso senso. Fino a qualche decennio fa la
trasgressione prendeva di mira la legge politica (si ricordi la temperie
sessantottina); oggi quel tipo di trasgressione sembra rientrata e sembra,
appunto, presa di mira anche l’etica. Cito solo un sintomo, ma vistoso:
ciò che si discute con sempre maggiore frequenza è la possibilità di
stabilire regole per tutti che siano regole puramente convenzionali o
formalistiche, anche sul piano etico. L’area anglosassone, più
sperimentata in fatto di multiculturalismo, ha avanzato non poche
proposte in tal senso. Ma bisogna pur dire che ogni formalismo
convenzionalistico contiene in sé il difetto radicale di valere tanto per le
cose buone quanto per quelle malvagie (anche una organizzazione mafiosa
rispetta una serie di convenzioni...), sicché serve solo a scansare il
problema fondamentale, anzi che a risolverlo. Ed è qui che il bisogno di
stare al sostanziale tende alla compensazione dell’etica, lmeno nel senso
di ricorrere ad elementi o frammenti di rimandi all’etica, per ottenere
coesione e consenso. Una certa fiducia nell’universale rispetto
dell’essere umano e un certo rimando ad una fede paiono non di rado un
collante più potente di qualsiasi considerazione ideologica, visto anche
il discredito su larga scala patito dalle ideologie novecentesche. Eppure,
dell’etica e della politica, in realtà, nessuno può fare a meno. L’etica e
la politica, come tutte le cose “necessarie” per la vita degli uomini, si
raccomandano da sole. Come tutte le cose necessarie, l’etica e la politica
ricompaiono e persino dominano anche là dove le si vuole a tutti i costi
esorcizzare. Solo che tutte queste cose prendono vesti diverse da quelle di una
volta: tendono a frantumarsi in molti rivoli o assumono andamenti
carsici. Per esempio, l’etica e la politica diventano oggi cura del mondo della
natura o riscatto del femminile, lotta per l’integrazione delle etnie o
sostegno per gli emigranti e gli emarginati. Comunque, quando e a misura
che appaiono onorate, queste dimensioni del senso della vita umana
sembrano rendere possibile la convivenza, perché esse si presentano come
custodi di ciò che accomuna gli esseri umani nel profondo. Più di quanto
accada alla semplice fattualità dell’ethos. L’etica e la politica
sembrano qualcosa di infinitamente più prezioso dell’ethos. Sono in
effetti il giudizio sull’ethos a partire dalla verità del desiderio umano, se
intendiamo per ethos ciò che appare come la realizzazione
storico-fattuale di tale desiderio. Abbiamo evocato la “verità” a
proposito del desiderio umano. In realtà, l’etica e la politica, sono
solitamente intese come il luogo del riferimento all’”oggettività”
normativa. Ma l’”oggettività” qui che cos’è, se non la “verità” di quel
che il desiderio del singolo o della collettività desidera? Una certa
eclisse dell’etica e della politica, in particolare, sembra l’eclisse della
consapevolezza di questo legame originario con la verità dell’esistenza. E
allora? Come far fronte a questa “sfida” paradossale del nostro tempo, che
vorrebbe fare a meno dell’universale verità, proprio mentre la invoca per
governare la frammentazione delle esperienze dei singoli e dei molti?
Semplificando non poco, io azzarderei questo tipo di risposta. Un codice
universale di natura semplicemente teorica, cioè veritativa, sembra
diventato di fatto improponibile. Questo non significa che sia impossibile.
Significa semplicemente che la cultura dominante, incline al relativismo e allo
scetticismo, non lo cerca e non lo vuole. In fondo, ne dispera. Eppure,
tenta di rimediare a questo fallimento epocale mediante la ricerca di un
codice pratico. È degna di rilievo la circostanza che gli “ultimi fuochi” della
“fondazione” di qualcosa siano, nel pensiero filosofico occidentale, di tipo
eticopratico (cfr. ad es. le proposte di Apel). Ma anche la fondazione
dell’eticità, purtroppo, è un che di teorico. Perciò non funziona più di tanto.
Ossia: anche l’etica e la filosofia della politica dividono. Sembra che
unisca, piuttosto, la pratica tout court, forse perché nella pratica ci
si deve necessariamente determinare così e così. La pratica è “reale”, si
pensa, o è almeno la riconduzione del pensiero alla realtà (laddove la
teoria è la riconduzione della realtà al pensiero e quindi sembra offrire
un margine maggiore alla variazione soggettiva). Per una metafisica del
bene comune Ma non ci si illude anche da questa parte? È possibile. E
tuttavia la pratica, come alternativo terreno di intesa, sembra più efficace
della teoria, perché si orienta al reale, e il reale tendenzialmente
unifica, se e quando ci è dinanzi (almeno in qualche modo), più di quanto
non accada alla teoria, che soffre degli equivoci insuperabili della
comunicazione. Ma una maggiore approssimazione al nostro obbiettivo
richiede una manovra aggiuntiva. Noi dobbiamo cercare ciò in cui gli esseri
umani possono praticamente convenire, ossia ciò che li può praticamente
accomunare. Orbene, ciò che tutti desideriamo è almeno questo: d’essere
riconosciuti e onorati nella nostra umana soggettività. Detto in altri termini,
ogni soggettività umana chiede d’essere riconosciuta come un orizzonte di
senso inoltrepassabile, cioè intenzionalmente infinito, perché tale essa
è per via del logos che la informa. Ma le soggettività sono molte. E come
è possibile che più orizzonti intenzionalmente infiniti coesistano? Non si
riesce facilmente a capire proprio questo. Sulle prime, più infinità, per
quanto semplicemente intenzionali, sembrano incompossibili. L’una sembra
togliere all’altra proprio tale carattere (Sartre). Di qui l’impulso al
conflitto e quindi alla potenziale esterminazione dell’altro. E in effetti
l’esito è inevitabile, se ogni soggettività viene innanzi esigendo,
anzitutto, dall’altra il riconoscimento della propria trascendentalità.
Cioè imponendolo. L’altra, per lo più, farà lo stesso con la prima. Così
entrambe le soggettività finiranno per lottare per la vita e per la
morte. Non così, se ogni soggetto, anziché esigere d’essere riconosciuto
nella sua trascendentalità, viene innanzi offrendo, anzitutto, il proprio
riconoscimento della trascendentalità dell’altro. Non così, se l’altro,
riconosciuto, viene innanzi riconoscendo a sua volta la trascendentalità del
primo. Poiché la trascendentalità in tal caso non è predata, ma
reciprocamente offerta, accade che ognuna delle due coscienze sia
riconosciuta dall’altra. E poiché ognuna liberamente riconosce, resta nella
propria trascendentalità anche quando lascia essere l’altra allo stesso modo.
Due trascendentalità, così chiasmaticamente incrociate, non sono più
incompossibili, anzi si sostengono e si alimentano a vicenda. L’inciampo
dell’ostilità reciproca è qui tolto in via di principio. Il primo codice
universale e il più efficace è dunque il principio del reciproco
riconoscimento. In effetti, il principio del reciproco riconoscimento è il
codice universale più praticabile: un gesto di riconoscimento può esser
fatto da chiunque lo voglia. La sequenza che ho sinora esposto si può
riassumere così: possiamo tornare alla politica solo se transitiamo per
un’etica del riconoscimento reciproco. Ma il riconoscimento reciproco implica
inevitabilmente trattare ogni essere umano come fine in sé. Cioè come
qualcosa di inoltrepassabile. Cioè come libero dall’ambiguità delle relazioni
di dominio. La vita umana non può che abitare questo luogo, se andiamo
alla sua regola secondo verità. Ma come in concreto si struttura la
salvaguardia della vita umana nella società civile? Credo che si possa
agevolmente rispondere a questa domanda riproponendo nel giusto ordine
tre grandi convinzioni che da tempo immemorabile gli esseri umani hanno tentato
in un modo o nell’altro di onorare: la libertà del gesto, che fa dell’azione
una azione umana nella sua dignità, la mira del bene, che riscatta la
libertà da possibili ambiguità, la giustizia del gesto che fa della mira
del bene una questione non solo della vita del singolo, ma anche della vita di
tutti. Vediamo partitamente queste tre convinzioni, che rendono possibile
l’umana convivenza come società civile e che devono essere protette dall’umana
convivenza come società politica. Il primo breve discorso che vorrei
fare è quello sul bene1, perché sono convinto del fatto che dal bene
cominci propriamente la possibilità di una determinazione equilibrata
delle altre due parole: la libertà e la giustizia e perché il bene custodisce
in sommo grado la natura sacro-santa della vita umana. La vulgata
precedenza della libertà sul bene e sulla giustizia è in realtà un
capovolgimento della vera sequenza teorica. Dobbiamo tale errata
precedenza alla modernità. Essa compare con solennità epocale per la prima
volta nelle parole d’ordine della rivoluzione francese: libertà,
eguaglianza, fraternità. Da allora in poi ha fatto, purtroppo, molta
strada. Dico “purtroppo”, perché sono dell’avviso che, cominciando dalla
libertà si onora un essere umano, ma solo cominciando dal bene lo si
orienta in modo conveniente nei suoi propositi di vita, singolare o
collettiva. E un essere umano è libero soprattutto per questo, per
confrontarsi col bene. Il bene è infatti il fine d’ogni azione e nella
vita pratica tutto prende senso dal fine. Ma lasciamo i discorsi formali
e veniamo a qualche considerazione un po’ più contenutistica. Chiediamoci,
anzitutto, perché nel corso della modernità il bene è stato gradualmente messo
da parte (il grande discrimine è il Kant della Critica della ragion
pratica). La risposta a questo interrogativo è nota ai metafisici solo la richiamo ed è duplice. Prima parte: il tema del
bene è stato accantonato, perché strettamente legato
all’ontologia metafisica, da Kant in poi (v. Critica della ragion pura),
per comune convinzione, considerata impossibile. L’ontologia metafisica,
veicolata, specialmente da Wolff in avanti, come un sapere sistematico,
con l’aura dell’assolutezza, era simbolicamente accostata, in termini
politici, a qualcosa come la monarchia assoluta e/o il papato. Ma questo, in
molti spiriti liberi, significava inevitabilmente dispotismo,
autoritarismo, inquisizione e simili. La modernità è rappresentabile, da questo
punto di vista, come la rivolta della soggettività contro un simile
apparato, in nome d’un nuovo fondamento di senso: la soggettività
medesima, cui appartiene essenzialmente l’attributo trascendentale della
libertà. Il cogito cartesiano inaugura questa stagione, anche se
l’emergenza della figura della libertà è da addebitare alla stagione
illuministica. Ma vediamo l’altra parte. Nella modernità il riferimento al
divino, cui il bene era da molti secoli, in ultima istanza, rapportato,
si attenua fortemente e gradualmente; dall’Umanesimo in avanti, viene innanzi,
e anche occupa per intero lo scenario, l’essere umano con il suo mondo.
Il contenuto del bene diventa proprio questo. Non è, il bene, sparito
dalla circolazione delle idee: ha solo mutato nome. E del resto non
poteva sparire, perché fa parte del modo in cui necessariamente viviamo.
Dunque, il bene della soggettività moderna in rivolta è la soggettività
medesima: in versione singolare o in versione comunitaria. Troviamo
l’espressione più netta della rotazione di senso nella prima e nella terza
parola della sequenza della 1 Mi permetto rimandare al vol. da me curato,
La libertà del bene, Vita e Pensiero, Milano e spec. al mio saggio su
Bene e male. Una riconsiderazione. Per una metafisica del bene comune
rivoluzione francese: la libertà e la fraternità. A seconda che si propenda per
il primato dell’una o dell’altra parola, si avrà nel seguito il
liberalismo o il collettivismo. Da allora, a mio avviso, non è cambiato
molto su questo terreno. Tutti i pensatori etico-politici moderni e molti
dei pensatori contemporanei si schierano tendenzialmente da una parte o
dall’altra. Direi che questa vulgata ha per ora pochi avversari. Ma a
breve le cose potrebbero cambiare. Timidamente si fa innanzi presso
alcuni post-moderni (ad es. Foucault) e presso alcuni esponenti radicali
del pensiero verde (v. Bateson, ad es.) l’oltrepassamento della centralità del
soggetto e dei soggetti, in direzione di un paganesimo cosmicizzante.
Nietzsche è il piccolo padre anche di questa nuova ondata. La cosa era
forse in certo modo prevedibile. Una volta eliminato il Dio della
metafisica e della religione, il piccone della critica si è andato esercitando,
anzi si è andato accanendo sulla portata trascendentale della soggettività,
e ne ha decretato la fine. E allora, cosa può diventare riferimento
ultimo del senso, messo da parte Dio e l’uomo, se non il cosmo, che è poi
la terza della grandi parole della metafisica, ancora presenti nella
critica kantiana come indicazioni sistematiche ideali? Questa recente direzione
di marcia lavora sulla fine della soggettività trascendentale forse anche
a partire da un certo fascino indotto dalla vita materiale: la durezza delle
dinamiche economiche, apparentemente incontrollabili; il trionfo della
tecnologia, dilatabile, si opina, senza limiti; il fascino della
biosfera, che fa sognare una sorta di unità mistica quanto alle forme di
vita, compresa la vita umana; la rete mediatica che influisce potentemente sui
costumi e produce condotte eteronome di massa, l’enorme flusso migratorio,
che relativizza tutto ciò che la soggettività singola ha costruito come propria
storia. La soggettività moderna, insomma, ne sembra schiacciata. Marx
pensava ancora di mettere innanzi la grandezza della specie umana per
governare la storia. I contemporanei si sono arresi, quando anche questa
variante consolatoria è fallita. Le voci che fanno dell’umanità un
giocattolo in balia di mani più forti, come sono quelle della tecnologia o
quelle delle forze naturali, sono sempre più ascoltate. Personalmente,
resto scettico di fronte ai tentativi di oltrepassamento dell’orizzonte della
soggettività in una neutra oggettività. Neutra, poi, non proprio, perché si
colora subito di irrazionalità, arbitrarietà, crudeltà e cinismo.
Nietzsche ancora una volta ha già predetto l’essenziale, cioè ha visto in
anticipo la deriva di ciò che segue alla morte di Dio. Egli voleva
reagire a questa deriva, con un rinnovato umanesimo. E noi siamo forse
ancora al punto in cui egli si era fermato; dobbiamo, cioè, capire che
fare quanto al nostro destino di umani, ora che cominciamo a nutrire seri
dubbi sulla capacità nostra di governare la terra. Chiedersi da che
parte andare è lo stesso che chiedersi qual è il nostro bene, il bene per
noi post-moderni. S’intende: trattandosi del nostro bene, si tratta del bene
non solo di un singolo, ma anche dei molti e in una società pluralistica.
Si tratta del bene comune dell’intera umanità. A guardare le cose un po’
dall’alto, vien da dire che oggi bisognerebbe decidere quale delle tre
grandi parole della metafisica prima citate può interessare una società
pluralistica come riferimento di senso. Dico “può interessare”. Faccio, in
altri termini, un discorso di “persuasività”, non un discorso di stretta
“verità”. Se dovessi fare un discorso di stretta verità, dovrei molto
semplicemente affermare che il primo e, in certo senso, l’unico oggetto
degno dell’attenzione originaria di un essere umano è l’assoluto. Cioè,
solo Dio è degno, in ultima istanza, dei nostri desideri e dei nostri pensieri.
Nessun altro e nient’altro. La stragrande parte degli uomini, in modo più
o meno rozzo o più o meno sofisticato, pensa spontaneamente così e in
qualche modo cerca di onorare questo modo di pensare. L’enorme impatto
sulla faccia della terra delle convinzioni religiose è lì a testimoniarlo. Solo
una sparuta minoranza, in realtà, per lo più abitante dell’Occidente
opulento e post-industriale, si permette, a questo riguardo, forme
insistite o incistate di scetticismo a trecentosessanta gradi. Se si vuol
fare, tuttavia, un discorso di persuasività etico-politica, cioè un
discorso che si fonda su una serie di evidenze abbastanza facili da percepire
per i più, allora il discorso sul bene in una società pluralistica non
può che essere centrato sugli esseri umani. Non certo sulla natura, la
quale deve essere, sì, oggetto di cura, perché è il nostro “grande corpo
organico”, ma, appunto, di una cura subordinata alla cura degli umani;
non, purtroppo, su un Dio trascendente, perché non tutti lo riconoscono, perché
di Lui, comunque, nulla possiamo sapere in linea puri intellectus, eccetto
l’esistenza sua, e quel che ne diciamo quanto alla sua essenza, ci divide
più di qualsiasi altra cosa. Insomma, resta l’uomo come fine. In termini
etico-politici, cioè di pragmatica possibilità di stringere accordi
potenzialmente universali, una impostazione come quella ad es. di Hans Jonas
potrebbe essere accettabile. Ma studiosi come Rawls o Habermas – cf.
Habermas on Grice – Thomson, Reading Habermas reading Grice – Speranza -- propongono
strategie simili. Del resto, se questo primato antropologico venisse
perseguito a fondo, sarebbe più facile per molti sentire in cuor proprio
il bisogno di volgersi all’origine ontologico-metafisica della buona qualità
dei rapporti tra noi, anche perché una parte, almeno, dell’umanità
sicuramente continuerà a testimoniare il nesso tra la pratica della
fraternità e il rimando inevitabile ad una suprema e universale
Paternità. Lì abita in ultima istanza il sacro-santo della vita. Ma qui
devo lasciare in sospeso il tema, perché andrebbe nel senso della teologia
politica, su cui è bene che sia altri a dire. Ora andiamo al tema
della giustizia. Come è noto, l’etica pubblica si divide tra i sostenitori del
primato della giustizia come elemento procedurale e formale
dell’architettura della convivenza umana e i sostenitori del primato del
bene o dei beni come acquisizione sostantiva. Lo abbiamo accennato prima.
Io credo, invece, che si tratti di due “cifre”, la giustizia e il bene,
per nulla alternative, anche perché entrambe “originarie”. Se ben si
riflette, appare sufficientemente chiaro che il giusto è un certo rapporto,
mentre il bene è il termine di un rapporto. Giusto, poi è il rapporto buono,
mentre il bene non si risolve semplicemente nel rapporto giusto. Il
rapporto giusto è solo uno dei beni possibili. I due significati, dunque,
non sono propriamente equivalenti (il bene, ad evidentiam, ha una
estensione maggiore), anche se l’uso linguistico tende a trattarli quasi in
modo sinonimico. È vero, piuttosto, che essi in qualche modo si
determinano a vicenda, perché il bene non È anche evidente che l’oggetto
cui ci si rapporta è più importante del rapporto. Il rapporto è una realtà
intenzionale, mentre il bene è una realtà ontologica. Naturalmente, anche la
realtà intenzionale è in qualche modo Per una metafisica del bene
comune può prescindere da un certo rapporto e il giusto non può fare a
meno del riferimento al bene. E tuttavia, se è vero che il bene non può
fare a meno d’essere un rapporto, ciò che nel determinare il bene importa
è, in primo luogo, la natura dell’oggetto cui ci si rapporta; parimenti,
se il giusto non può fare a meno di una relazione ai beni (questo è
specialmente evidente nella giustizia di tipo distributivo, ma poi appare
anche in quella di tipo commutativo), la natura del bene è per il giusto
relativamente indifferente. Si può stare nel giusto con beni piccoli o
con grandi beni. Conta, appunto la natura del rapporto, cioè che si
tratti di un rapporto in cui non manchi l’uguaglianza (commutativa o
distributiva che sia). Che ne è della giustizia in una società veramente
civile? La domanda importa che si trovi un rapporto giusto per tutti,
indipendentemente da una certa identità culturale. Ora, che cosa è
anzitutto giusto per qualsiasi essere umano? Ossia: quale rapporto un
essere umano giudica come tale che non viola le proprie attese originarie
di giustizia? La risposta obbligata mi par questa: per un essere umano è
anzitutto giusto o ingiusto ciò che concerne l’immediato rapporto suo con
gli altri esseri umani. E il rapporto giusto è il rapporto che rispetta,
anzi onora e quindi si prende cura della soggettività nella sua
trascendentalità; è il rapporto che lascia essere gli esseri umani come
tali, cioè non li riduce a oggetti manipolabili; è il rapporto, per dirla
kantianamente, che tratta un essere umano sempre anche come fine e mai
come semplice mezzo. Abbiamo già detto che questo, universalmente praticato,
è proprio solo del rapporto di riconoscimento reciproco, perché solo nel
riconoscimento reciproco le due o più soggettività si lasciano essere come
tali. Bene e giustizia, dunque, qui convengono. Soltanto qui. E questo
per il fatto che l’essenza di un essere umano è d’essere un rapporto.
Egli è, dunque il bene del rapporto e, nel contempo, il rapporto del bene,
se si rapporta riconoscendo. S’intende, secondo le forme della
finitudine. Non ho inteso, con ciò, dimenticare la complessità e la
difficoltà di trovare criteri appropriati per la giusta distribuzione dei beni
della terra. Non v’è dubbio che il concetto di giustizia passa, innanzi
tutto e per lo più, per questa pratica quotidiana. Ma la giusta distribuzione
dei beni non è che l’effetto, in parte, e in parte l’individuazione
simbolica del giusto rapporto tra noi, che è, appunto, il rapporto di
riconoscimento reciproco. Giustizia dunque come riconoscimento della
dignità di un essere umano, delle sue opportunità d’ingresso alla vita e
del suo onesto disegno di fioritura. È a questo punto che può cominciare
l’istruzione del tema della libertà. La libertà non può che essere
l’ultima delle tre parole, e non la prima. Questo non significa che essa
non sia altrettanto originaria delle altre due. Significa solo che è
ordinata alle altre due, mentre non è vera l’affermazione reciproca. Lo
smarrimento di quest’ordine, che direi onto-etico, è forse una delle più
grandi sciagura della modernità. E noi viviamo ancora sull’onda di quella
deriva. I moderni hanno fatto della libertà una magica parola, cui tutto
dovrebbe essere sottomesso; ma la libertà, come prima ho ricordato, fa la
dignità del gesto di un essere umano, non ne fa, da sola, la bontà, anche
per il fatto incontestabile che esistono, e come!, gesti di libertà
cattivi. qualcosa e quindi ha una valenza ontologica, ma l’ha di seconda
battuta. Un po’ come accade alla verità rispetto all’essere. Una
società veramente civile è possibile pensarla, solo se si oltrepassa la
convinzione moderna del primato assoluto e incondizionato della libertà e
si accede al primato assoluto e incondizionato del bene di e per ogni
essere umano (che comprende di certo anche la sua condizione di libero,
ma non si riduce a quella). Né basta dire che la mia libertà finisce,
quando comincia la libertà dell’altro, che è lo slogan più noto della
tradizione liberale. Non basta, anzitutto, perché questo slogan confligge
teoricamente con l’idea del primato incondizionato della libertà. La
libertà dell’altro invocata come limitante è, infatti, un bene
dell’altro; quindi la libertà è limitata, come dev’essere, dal bene e non è
affatto incondizionata. Solo il bene lo è. Non basta poi perché, riducendo il
bene dell’altro alla libertà dell’altro, si tace di tanti altri beni dell’altro
che devono costituire, anch’essi, un limite alla mia libertà. Non è
sufficiente, infatti, che l’altro sia libero. Se l’altro è libero di morire di
fame, e io sono libero di mangiare a crepapelle, la mia libertà è la
maschera penosa e vigliacca di un delitto. Io mi approprio in esclusiva
dei beni della terra che sono comuni e di fatto escludo l’altro che ne ha
gli stessi diritti. Così lo lascio morire. C’è un senso, tuttavia, secondo
cui la libertà può esser concepita come incondizionata, ma non è il senso
difeso dalla tradizione teorica liberale: io la chiamo: la libertà del
bene, cioè la libertà di fare il bene. Qui la libertà è incondizionata,
perché gode, per una sorta di simbiosi, dell’incondizionatezza del bene.
Poiché in una società veramente civile, la libertà come arbitrio non può
avere solo l’altrui libertà come limite, ma deve avere come limite tutti
i diritti dell’altro, compreso certo anche quello della sua libertà, per questo
l’umana libertà deve farsi carico di tutto ciò che la giustizia invoca
per l’altro. È questa la ragione per cui le società liberali sono
incapaci di essere veramente civili, nonostante l’abbondanza delle
dichiarazioni in contrario. Esse dimenticano facilmente, o meglio, occultano il
lato della cura e della giusta promozione dell’altro e così proteggono di
fatto le situazioni discriminanti, che sono poi la radice permanente della
conflittualità endemica. La situazione nordamericana è un esempio per
molti versi eclatante. Sotto il manto della libertà, messicani, asiatici e neri
praticano in massa gli umili mestieri che consentono ai bianchi una vita
agiata. Sono liberi d’esser poveri… Più o meno come accade in Italia per la
fascia degli immigrati extracomunitari. Se la libertà del bene guida
l’azione, allora la mira è il bene dell’altro, cioè l’altro come bene. È
anche il mio bene, ma di me come l’altro di un altro. Solo così io posso
conseguire, storicamente parlando, il massimo bene. Sulle prime, questa
affermazione può parere per- sino patetica: l’invocazione del “buon
cuore” come regola di condotta in un mondo che il pluralismo tende
piuttosto ad indurire. Una riflessione accorta però è in grado di far vedere
che il mio bene, cioè poi la mia fioritura di vita, può avere senso solo se il
movimento del desiderio verso l’oggetto a lui conveniente, il bene,
appunto, compie il giro della referenza immediata all’alterità e di
quella all’identità in modo mediato. Mediato, appunto
dall’alterità. Rimando di nuovo al vol. La libertà del bene, cit., e
stavolta spec. alla mia Introduzione Per una metafisica del bene comune.
Provo a tirare in breve le fila del mio discorso. Posso anche far presto,
perché tutte le fila conducono, come si è di certo inteso, allo stesso
punto: alla cifra del riconoscimento come forma regolativa dell’esistenza
degli esseri umani. Una società veramente civile infatti è possibile, se
i molti si onorano reciprocamente, cioè appunto, reciprocamente si riconoscono.
È questo il senso primo (primo per noi) del bene comune. Nel reciproco
riconoscimento, ognuno è signore dell’altro (in quanto riconosciuto nella
propria trascendentalità, quindi come oriz- zonte inoltrepassabile di
senso) e ognuno è servo dell’altro (in quanto riconosce nell’altro la
signoria del senso). Le forme democratiche di vita politica tendono ad
approssimarsi a queste dinamiche più d’ogni altra forma. Nella democrazia
infatti l’autorità del cittadi- no su un altro cittadino è o dovrebbe
essere semplicemente di tipo funzionale. Tutti sono eguali, cioè tutti
sono signori, ma fatti signori gli uni dagli altri, mai da se
stessi. All’interno della cifra del riconoscimento, come regola
universale, prendono un sen- so determinato, come si è detto, tanto il
bene, quanto la giustizia e la libertà come realiz- zazione e, insieme,
protezione del bene comune. Bene significa voler ciò che consente la mia
fioritura di vita; bene è dunque volermi bene, volendo bene altri come quegli
che tale fioritura in me rende possibile. Altri, naturalmente, solo che
lo si voglia o, meglio, solo che lo si creda, può essere scritto –
dovrebbe anche essere scritto – con la maiuscola (la dinamica relazionale
è la stessa). Il bene comune in una società veramente civile è questo,
essenzialmente. Giustizia significa rendere ad ognuno ciò che gli spetta
(unicuique suum). Ma ciò che spetta ad ognu- no è anzitutto d’essere
trattato come una soggettività (trascendentale). Cioè come un essere
umano in totalità. La reciprocità riconoscente è dunque il luogo della massima
giustizia per ognuno di noi. Libertà significa non arbitrio incondizionato,
bensì libertà di fare il bene. E poiché il primo bene, storicamente
parlando, è l’esserci d’altri per me, libertà del bene vuol dire di nuovo
libertà di riconoscere l’altro come il mio bene. Come il bene che tutti
accomuna. Nome compiuto: Carmelo Vigna. Keywords: being, essence, essenza,
essere, inter-soggetivo, tre tipi di inter-soggetivo: trascendentale,
oppressivo, istrumentale, being and becoming. Refs.: H. P. Grice Papers,
Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e Vigna: la regola d’oro conversazionale” –
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
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