GRICE ITALO A-Z V VA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vannini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del mistico – scuola di mistica -- di ‘Vitters’ – la scuola di
Sa Piero a Sieve – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (San Piero a Sieve). Abstract. Keywords: mistic. Witters. Filosofo
Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. San Piero a Sieve, Firenze,
Toscana. Essential Italian philosopher.
“Never to be confused with the vain Vanini!” -- Grice. Dopo gli studi al ginnasio Michelangiolo di Firenze,
si laurea in filosofia a Firenze, discutendo una tesi su “‘Vitters’: metafisico
e mistico”! Ha vissuto nel convento agostiniano di S. Spirito a Firenze, ospite
di Ciolini. Ha compiuto viaggi e soggiorni di studio in Europa. Insegna filosofia
nei licei. Per un triennio storia della filosofia a Firenze e storia della mistica
all'Istituto di scienze religiose a Trento. Ha tenuto seminari e
conferenze in università ed accademie italiane e straniere: Genova, Trento,
Ancona, Perugia, Urbino, Pavia, Pisa, Macerata, Napoli, Fermo, Parma, Arezzo,
Chieti, Roma, Avila, Strasburgo, Berlino. Considerato il maggior studioso
di mistica o anche il più importante studioso italiano di Eckhart e della
mistica cristiana, ha curato l'edizione italiana delle opera latine di Eckhart,
nonché quelle di altri autori spirituali, come AGOSTINO, Gerson, Fénelon,
Porete, Taulero, Anonimo Francofortese, Lutero, SILESIO, Czepko, Franck, Weigel,
ecc. Lungo un percorso ormai di quasi mezzo secolo, è stato traduttore e
curatore di importanti testi della mistica; critico della fenomenologia, da un
punto di vista teoretico e storico; filosofo della religione, soprattutto nei
suoi rapporti con la ragione e con la fede. V. legge il fenomeno mistico in
maniera innovativa ma, soprattutto, pone lo stesso a fondamento di ogni forma
ed esperienza religiosa. Tale presupposto impone come fuori da un'esperienza
diretta di questo tipo sia pressoché impossibile cogliere il senso, le modalità
e le finalità delle varie dottrine e pratiche religiose. Per V., la
mistica è un sapere spirituale, inoggettivabile ma, soprattutto, un sapere che
è un essere: è l'identità mistica il vero e proprio criterio per discernere il
vero dal falso. Tale ermeneutica costituisce una propedeutica all'inverarsi in
senso mistico della religione cristiana. La filosofia di V. si basa su
una esperienza spirituale, unitiva e teo-morfica. Centrali appaiono pertanto
concetti appartenenti alla sfera semantica della divinizzazione, dell’homoiosis
theo, quali vuoto, fondo dell'anima, generazione del logos, complementarità tra
distacco ed amore. Tale esperienza risulta comprensibile solo quando si è
fatto il vuoto nell'anima attraverso il distacco, diventando in tal modo
recettivi alla luce proveniente dall'alto, tali da rendere il soggetto esso stesso
luce eterna. Al vuoto in cui si perviene nel distacco corrisponde una pienezza,
una traboccante ricchezza ed energia, una gioia sconfinata ed
inesauribile. Il rapporto tra il divino e uomo non è quindi statico, di
mutua esclusione, ma “dialettico” o dinamico, di reciproca compenetrazione. La
“salvezza” viene letta nei parametri teologici di una escatologia realizzata
nel presente, come immanente esperienza dello spirito. Essenziale diventa
perciò il recupero della antropologia classica corpo, anima, spirito ove l'uomo
è un corpo, piccola parte dell'universo; una psiche, fluttuazione infinita di
pensieri, sentimenti, volizioni, soggetta al determinismo del tempo, dello
spazio, delle circostanze. Ma soprattutto uno spirito universale, eterno,
libero, uno nell'uno. L'attualità e l'originalità della posizione di V. ha
suscitato e continua a suscitare un acceso dibattito in seno al panorama
culturale italiano, filosofico e teologico: nei confronti dell'autore vari
infatti sono stati i commenti, le recensioni, i contributi e gli interventi
critici da parte di personalità quali (in ordine alfabetico) BOZZO, BALDINI, BIANCHI,
CACCIARI, MONTICELLI, ESPOSITO, FORTE, GIVONE, MANCUSO, MUCCI, RAVASI, REALE, TORNO,
VATTIMO, e VOLPI. La particolare
rilevanza della filosofia di V. può trasparire anche, ad esempio, dalle
seguenti affermazioni in meritocitate in ordine sparsodi alcuni dei suddetti
illustri filosofi. GIVONE: “A V., cui siamo debitori d'un lavoro filosofico
estremamente prezioso, rivolgiamo questa domanda. A V. dobbiamo non soltanto
edizioni impeccabili delle opere di Eckhart, Porete, Silesius, Gerson; ma anche
il pensiero vigoroso e chiaro, qualunque cosa gli si posa obiettare, che la
mistica è da un lato il cuore e la radice viva di ogni religione, ma dall'altro
“la filosofia nel suo senso più reale e profondo”, la conoscenza e la pratica
dell'essere e “la gioia dell'essere”. CACCIARI: “È un grosso debito quello che
la filosofia e la teologia hanno accumulato in questi anni nei confronti di V..
Grazie al suo instancabile lavoro o sotto la sua direzione il nostro paese può
oggi contare su impeccabili edizioni di Gerson, Silesius, Porete ed Eckhart.
MUCCI: “In questi tempi di declino dell'ontologia, V. è certamente, in Italia,
fuori dell'ambito ecclesiastico, il più illustre studioso di mistica.” REALE: “L'esperienza
mistica è comunque per sua natura connessa con il religioso, come viene mostrato
nella filosofia di V.i “La mistica delle religioni (Le Lettere) in questi
giorni in libreria. V., uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale
e internazionale, analizza in modo dettagliato questa esperienza spirituale
nell'induismo, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel
cristianesimo.” TORNO: “Segnalare un livre de chevet, vale a dire una di quelle
opere maneggevoli che mai dovrebbero allontanarsi dal capezzale, è diventato
difficile oltre che inattuale. Eppure qualcosa circola, come prova l'ultimo
delizioso saggio di V. sulla grazia». FORTE: “L'ultimo bel libro di V. su “Mistica
e filosofia” rivela ancora una volta la sua straordinaria competenza di storico
e interprete della mistica.” Al pensiero di V. è stato dedicato “Mistica e
filosofia in V.” Saggi: “Lontano dal SEGNO. Saggio sul cristianesimo” (La
Nuova Italia, Firenze); “Esame della certezza” (Cenacolo, Firenze); “Eckhart.
Opere” (Nuova Italia, Firenze); “Dialettica della fede” (Marietti, Casale
Monferrato -- Le Lettere, Firenze); “L'esperienza dello spirito” (Augustinus,
Palermo); “Mistica e filosofia” (Piemme, Casale Monferrato -- prefazione di CACCIARI
-- Le Lettere, Firenze); “Il volto del Dio nascosto: l'esperienza mistica
dall'Iliade a Weil” (Mondadori, Milano); “Storia della mistica occidentale” (Mondadori,
Milano; Lettere, Firenze); “Introduzione alla mistica” (Morcelliana, Brescia);
“La morte dell'anima: dalla mistica alla psicologia” (Lettere, Firenze); “La
mistica delle grandi religioni” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); Tesi per
una riforma religiosa (Lettere, Firenze); La religione della ragione” (Mondadori,
Milano); “Sulla grazia” (Lettere, Firenze); “Prego Dio che mi liberi da Dio: la
religione come verità e come menzogna” (Bompiani, Milano); “Lessico mistico: le
parole della saggezza” (Le Lettere, Firenze) – under M, ‘scuola di mistica
fascista’; “Il santo spirito fra religione e mistica” (Morcelliana Brescia); “Oltre
il cristianesimo: da Eckhart a Le Saux” (Bompiani, Milano); “Inchiesta su Maria:
la storia vera della fanciulla che divenne mito” (Rizzoli, Milano); “Indagine
sulla vita eterna” (Mondadori, Milano); “Introduzione a Eckhart -- profilo e
testi” (Lettere, Firenze); “L'Anti-Cristo: storia e mito” (Mondadori, Milano);
“All'ultimo papa: lettere sull'amore, la grazia, la libertà” (Saggiatore,
Milano); “VIO contro Lutero e il falso evangelo” (de' Medici, Firenze); “Il
muro del paradisoL dialoghi sulla religione” (Medici, Firenze); “Mistica,
psicologia, teologia” (Lettere, Firenze); liceo ginnasio Michelangiolo, Firenze.
Mancuso, Lutero è vivo e lotta con noi, s.a., in: <Panorama> Azzarà, su
Materialismo Storico Bio- Givone, Luce mistica dei moderni in: «Il ManifestoAlias»,
in il manifesto Alias, V., Mistica e filosofia, Prefazione, Firenze, Le
Lettere, Mucci, Il pensiero di V., in «La Civiltà Cattolica»; Reale, Il
misticismo vive in tutte le culture. Il testo di V., le «Upanishad» riedite, su
corriere. Torno, Alla ricerca della grazia nel segno di Eckhart, «Corriere
della Sera», Cultura, Forte, Mistica, l’enigma dell’altro, in «Avvenire», Schiavolin,
Mistica e filosofia in V. (Nerbini, Firenze). Mistica Misticismo cristiano
Mistica renana Meister Eckhart Hadot Henri Le Saux. Marco Vannini. Vannini. Keywords:
the mystic, das mystische, la scuola di mistica fascista. Refs.: The H. P.
Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Vannini e Grice: il mistico di
‘Vitters’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucchi: la ragione conversazionale – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Caltanissetta).
Filosofo italiano. Caltanissetta. M. Roma -- è stato un filosofo ed attore
italiano. Era il padre dell'attrice Sabina Vannucchi.[1][2]
Biografia Glauco Onorato e Luigi Vannucchi in una scena di Uomini e
topi Luigi Vannucchi nei panni di Don Rodrigo e Massimo Girotti in una
scena de I promessi sposi Luigi Vannucchi nacque a Caltanissetta in una
famiglia colta e agiata. Molto presto la famiglia si trasferì in Cirenaica per
motivi di lavoro, e dopo tre anni tornò in Italia per stabilirsi a Roma, dove
Vannucchi trascorse l'infanzia.[3] Durante la guerra il padre accettò di
lavorare a Modena all'ufficio del Catasto. Qui Vannucchi frequentò
brillantemente il liceo classico e si interessò alla letteratura e alla poesia,
diplomandosi a diciassette anni. Alla fine del liceo, contro il parere dei
genitori, decise d'iscriversi all'Accademia nazionale d'arte drammatica[4] di
Roma, diplomandosi nel 1952 assieme ad attori del calibro di Glauco Mauri,
Franco Graziosi, Alessandro Sperlì e all'allora allievo regista Andrea
Camilleri;[4] già durante i corsi ebbe modo di segnalarsi come attore
promettente in occasione dei saggi di fine anno. Prima ancora di diplomarsi, i
suoi docenti Silvio D'Amico e Orazio Costa lo fecero debuttare nella parte di
Cristo nel lavoro teatrale Donna del Paradiso. Studiò contemporaneamente
Lettere e Filosofia, ma lasciò al quarto anno per fare definitivamente
l'attore. Carriera Teatro Nel 1952 entrò a far parte della compagnia
Gassman-Squarzina, e ottenne successo con rappresentazioni classiche: affiancò
Gassman in Amleto, interpretando la parte di Laerte, poi interpretò Tieste, I
Persiani, Antigone e Prometeo. Nel corso del 1954 passò alla compagnia del
Teatro Nuovo di Gianfranco de Bosio con diversi spettacoli, tra cui la
trasposizione teatrale di Buio a mezzogiorno di Köstler. Nel 1955 Lucio Ardenzi
lo coinvolse in una tournée nell'America del Sud[5] - Brasile, Argentina,
Uruguay - organizzata con l'appoggio del Ministero dello Spettacolo. Fra i
partecipanti attori del calibro di Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi, Renzo
Ricci, Eva Magni, Tino Buazzelli, Glauco Mauri, Davide Montemurri, Franca Nuti
e Bianca Toccafondi. A parte il Re Lear di Shakespeare, che vedeva riuniti
nello stesso spettacolo tutti gli attori principali della compagnia, il
repertorio era tutto italiano: Corruzione al Palazzo di giustizia di Ugo Betti,
Beatrice Cenci di Alberto Moravia in prima mondiale, Il seduttore di Diego
Fabbri. Luigi Vannucchi in una scena del film I giorni della
violenza Luigi Vannucchi in una scena de Il cappello del prete Nel 1956
cominciò la collaborazione con Memo Benassi nella compagnia del Teatro
Regionale Emiliano, con gli spettacoli Inquisizione di Diego Fabbri e Hedda
Gabler di Ibsen. Nel 1957 fu scritturato dal Piccolo Teatro di Milano per la
parte di Saint Just ne I Giacobini[6] di Federico Zardi con la regia di Giorgio
Strehler e nella parte di Florindo nell'Arlecchino servitore di due padroni[6]
(1957-58). Negli anni sessanta diventò protagonista televisivo delle più grandi
produzioni Rai, raggiungendo una grande popolarità e recitando in più di trenta
sceneggiati, quali Tutto da rifare pover'uomo, Una tragedia americana, Delitto
e castigo, lo storico I promessi sposi nel ruolo di Don Rodrigo, e in quello di
Guido Cavalcanti in Vita di Dante, a fianco di Giorgio Albertazzi.
All'inizio degli anni settanta Vannucchi entrò nella compagnia Gli Associati[7]
con Valentina Fortunato, Giancarlo Sbragia, Ivo Garrani, Sergio Fantoni,
Valeria Ciangottini, Paola Mannoni ed altri. Alla base di questo sodalizio
c'era la volontà di emanciparsi dai teatri stabili, in cui spesso gli attori
dovevano sottostare a contratti discutibili e a limitazioni della propria
libertà e creatività. Con Gli Associati Vannucchi partecipò a spettacoli di
grande successo: Strano interludio, Otello, Inferni, e tanti altri. Uno degli
allestimenti più importanti di questa Compagnia fu la rappresentazione de Il
vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, sulla vita di Cesare Pavese di cui Vannucchi
era protagonista.[8] A questa intensa attività Vannucchi affiancò il cinema, la
televisione, la radio, il doppiaggio e altre attività. Televisione La
carriera televisiva lo rese molto popolare al grande pubblico. Oltre ad
apparire come attore in spettacoli teatrali trasmessi dalla televisione,
partecipò come ospite a trasmissioni di intrattenimento, ma soprattutto
continuò ad essere protagonista di sceneggiati televisivi di grande
successo:[9] I demoni e Il cappello del prete, con la regia di Sandro Bolchi, A
come Andromeda, Giocando a golf una mattina. Radio In radio fu il
conduttore per due volte di "Voi ed Io" lo storico programma d'intrattenimento
radiofonico del mattino tutti i giorni dal lunedì al sabato dalle 9,15 alle
11,30 sul Programma Nazionale Radiorai per un mese intero nel giugno 1970 e
settembre 1972. Cinema Per quanto riguarda il cinema, non sono moltissimi
i film girati da Vannucchi, e non tutti di grande successo. Tra questi, La
tenda rossa (1970) di Mikhail Kalatozishvili, L'assassinio di Trotsky (1972) di
Joseph Losey e Anno uno (1974)[10] di Roberto Rossellini, in cui interpretò il
ruolo di Alcide De Gasperi. Luigi Vannucchi in una scena di Johnny
Yuma Morte Nel pieno della maturità artistica, morì suicida ingerendo una forte
dose di barbiturici mista ad alcolici nella sua casa di Roma, la sera del 29
agosto 1978, ma il cadavere fu trovato dalla domestica solo la mattina dopo. È
sepolto nella tomba di famiglia,[11] nel cimitero della Certosa di
Bologna. Filmografia Il vetturale del Moncenisio, regia di Guido Brignone
(1954) Il conte Aquila, regia di Guido Salvini (1955) I fratelli corsi, regia
di Anton Giulio Majano (1961) Su è giù, regia di Mino Guerrini (1965)
L'arcidiavolo, regia di Ettore Scola (1966) Boris Godunov, regia di Giuliana
Berlinguer (1966) Le piacevoli notti, regia di Armando Crispino e Luciano
Lucignani (1966) Johnny Yuma, regia di Romolo Girolami (1966) I giorni della
violenza, regia di Alfonso Brescia (1967) Domani non siamo più qui, regia di
Brunello Rondi (1967) Tiffany memorandum, regia di Sergio Grieco (1967) Il
tigre, regia di Dino Risi (1967) La tenda rossa (Krasnaya palatka), regia di
Mikheil Kalatozishvili (1970) L'assassinio di Trotsky (The Assassination of
Trotsky), regia di Joseph Losey (1972) Anno uno, regia di Roberto Rossellini
(1974) Il mio uomo è un selvaggio (Le Sauvage), regia di Jean-Paul Rappeneau
(1975) Teatro La guerra di Troia non si farà di Jean Giraudoux, regia
dell'allievo Mario Ferrero, Teatro Quirino di Roma, 13, 14, 15 giugno 1950.
Saggio accademico Il Poverello di Jacques Copeau, regia di Orazio Costa, Festa
del Teatro a San Miniato (1950) Piccolo Teatro della Città di Roma. Parte: Nel
Coro Drammatico Donna del Paradiso, mistero medievale tratto da laudi dei
secoli XIII e XIV a cura di Silvio D'Amico, regia di Orazio Costa, personaggio:
Cristo, Teatro Eliseo di Roma, 30 giugno - 1º luglio 1951. Un cappello di
paglia di Firenze di Eugene Labiche e Marc Michel, regia dell'allievo Francesco
Savio, personaggio: Achille di Rosalba, Teatro Eliseo di Roma, 25 gennaio - 6
febbraio 1952. Saggio accademico Dialoghi delle Carmelitane (L'ultima al
patibolo) di Georges Bernanos, regia di Orazio Costa, personaggio: Il
Cavaliere, Festival di San Miniato (1952) Amleto di William Shakespeare, regia
di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina, Teatro D'Arte Italiano, personaggio:
Laerte, Milano (1952) e tournée Tieste di Seneca, regia di Luigi Squarzina,
Teatro d'Arte Italiano (1953) Tre quarti di luna di Luigi Squarzina, regia di
Luigi Squarzina, Teatro d'Arte Italiano (1953) Agamennone di Eschilo, regia di
Orazio Costa, Festival di Ostia antica (1953) La fuggitiva di Ugo Betti, regia
di Luigi Squarzina, personaggio: Veniero, Teatro La Fenice di Venezia, e breve
tournée (1953) I Persiani di Eschilo, regia di Luigi Squarzina, parte: Coro,
Roma e tournée (1954) Leonora di F. Troiani, regia di Luigi Squarzina, Roma e
tournée (1954) Antigone di Sofocle, regia di Guido Salvini, personaggio: Messo,
Vicenza (1954) Prometeo di Eschilo, regia di Luigi Squarzina, aiuto regia di
Luigi Vannucchi, Siracusa (1954) Romeo e Giulietta di William Shakespeare,
regia di Guido Salvini, parti: Coro e Paride, Verona e tournée (1954) Anche le
donne hanno perso la guerra di Curzio Malaparte, regia di Guido Salvini,
personaggio: Hans, Biennale di Venezia, XIII festival internazionale del teatro
(1954) La vedova di G. B. Cini, regia di Guido Salvini, Vicenza (1954) Corte
marziale per l'ammutinamento del Caine di H. Wouk, regia di Luigi Squarzina,
personaggio: Tenente di vascello Thomas Keefer, Roma e tournée (1954) Il sacro
esperimento di Hachwalder, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Don
Esteban Arago, capitano. Roma e tournée (1954) (Registrato anche per la
televisione) Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, regia di Gianfranco De
Bosio, Roma e tournée (1954) Re Lear di Shakespeare, regia di Franco Enriquez,
personaggio: Edmondo, tournée in Sud America (Santos, S. Paulo, Montevideo,
Buenos Aires), 1955-56, compagnia Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi Corruzione
al Palazzo di giustizia di Ugo Betti, regia di Gianfranco De Bosio, tournée in
Sud America Beatrice Cenci di Alberto Moravia, regia di F. Enriquez, tournée in
Sud America Il pellicano ribelle di Bassano, regia di Renzo Ricci, tournée in
Sud America Sei personaggi in cerca d'autore di Luigi Pirandello, regia di
Renzo Ricci, tournée in Sud America Monsieur de Pourcegnac di Molière, regia di
Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, impresario Cappelli,
Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Inquisizione di Diego Fabbri,
regia di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna,
Torino, Sanremo, Genova (1956) Medea di Robinson, regia di Gianfranco De Bosio,
compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino, Sanremo,
Genova (1956) Enrico IV di Luigi Pirandello, regia di Gianfranco De Bosio,
personaggio: Il Marchese Dinolli, compagnia del Teatro Regionale Emiliano,
Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Hedda Gabler di H. Ibsen, regia
di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna,
Torino, Sanremo, Genova (1956) La Giostra di M. Dursi, regia di C. Di Stefano,
compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo,
Genova (1956) Tragico contro voglia di Anton Čechov, regia di Memo Benassi,
compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Modena (1956) I Giacobini di Federico
Zardi, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Saint Just, Piccolo Teatro di Milano
(1957) La Vena d'oro di A. Zorzi, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro
Regionale Emiliano, con Terrieri e Grassilli, Teatro Duse di Bologna (1957)
Bertoldo a corte di M. Dursi, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Il Re,
compagnia del Teatro Stabile di Torino (1957) Ore disperate di J.J. Hayes,
regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Hank Griffin, fratello di Glenn,
compagnia del Teatro Stabile di Torino (1957) I nostri sogni di Ugo Betti
(1958) Uomini e topi di John Steinbeck, regia di E. Ferrieri, personaggio:
George, Teatro del Convegno, Milano (1958) Arlecchino servitore di due padroni
di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Florindo, Germania
(anche TV), Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Regno Unito (Londra) (1958) -
seconda tournée, gennaio-marzo 1959: Paesi Bassi, Stratford, Marocco, Algeria,
Tunisia Angelica di L. Ferrero, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio:
Orlando, compagnia del Teatro Stabile di Torino, Venezia, Torino (1959)
Processo a Oreste, spettacolo con Vittorio Gassman, per l'Estate a Taormina
(1959) I sette a Tebe di Eschilo, regia di Mario Landi, personaggio:
Messaggero, tournée estiva in Sicilia (Taormina, Palazzolo, Gela, Selinunte,
Agrigento, Palermo) (1959) La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio, regia di
M. Ferrero, personaggio: Aligi, Pescara (1961) Il castello in Svezia di F.
Sagan, regia di M. Ferrero, personaggio: Sebastiano, compagnia
Fantoni-Occhini-Vannucchi, tournée (1961) Acque turbate di Ugo Betti, regia di
M. Ferrero, personaggio: Gabriele, compagnia Fantoni-Cechini-Vannucchi, tournée
(1961) Anfitrione di Plauto, regia di Silverio Blasi, personaggio: Mercurio,
tournée estiva (Pompei, Ostia) (1961) Il primogenito di C. Fry, regia di Orazio
Costa, personaggio: Mosè, Festival di San Miniato (anche Sassari e TV) (1963)
Il diavolo e il buon Dio di Jean-Paul Sartre, regia di Luigi Squarzina,
personaggio: Heinrich, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e Russia
(1964) Ciascuno a suo modo di Luigi Pirandello, regia di Luigi Squarzina,
personaggio: Michele Rocca, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e
Russia (1964) Riunione di famiglia di T. S. Eliot, regia di M. Ferrero,
personaggio: Harry, Festival di San Miniato (1964) (anche TV) Troilo e Cressida
di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Troilo, Teatro
Stabile di Genova, Genova, Torino, Milano Zio Vanja di Anton Cechov, regia di
Edmo Fenoglio, personaggio: Astrov, con Turi Ferro, Teatro Stabile di Catania
(1964) Serata al Club S. Alessio, Teatro privato in casa di Vittorio Gassman,
Letture da Flaiano, Arbasino, Soldati (1966) Otello di William Shakespeare,
regia di B. Menegatti, personaggio: Otello, Teatro Stabile di Trieste (1966)
Jean Paul Sartre, a cura di Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo
del Teatro Club, serata unica, Teatro Valle di Roma, 26 aprile 1966. Rose rosse
per me di Sean O'Casey, regia di Alessandro Fersen, con Ileana Ghione, Teatro
Valle, martedì 6 dicembre 1966. Moravia, per esempio..., a cura di Giuseppe
D'Avino e Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo del Teatro
Club, unica serata, Teatro Eliseo di Roma, 15 giugno 1967. La dodicesima notte
di William Shakespeare, regia di F. Torriero, personaggio: Malvolio, tournée
estiva, Portovenere, Marina di Grosseto, Roccasecca (1967) La Gioconda di
Gabriele D'Annunzio, regia di F. Piccoli, personaggio: Lucio. Vittoriale di
Pescara (1967) Trieste con tanto amore, recital Trieste, ottobre 1968. Oreste
di Euripide, regia di M. Stilo, personaggio: Oreste, compagnia Vannucchi-Cavo-Bosic,
tournée estiva, Tindari, Taormina (1969) Persefone di R. Lupi, regia di G.
Chanalet, parte: Voce recitante, Firenze (1969) Oedipus rex di Igor' Fëdorovič
Stravinskij, regia di Luigi Squarzina, parte: Voce recitante, Firenze (1969)
Poesia all'Olimpico, serata presentata e condotta da Giancarlo Sbragia, Teatro
Olimpico di Vicenza, 29 aprile 1970. Otello di William Shakespeare, regia di
Virginio Puecher, personaggio: Jago, compagnia degli Associati, Verona e
tournée estiva e invernale (1970-1971) Strano interludio di Eugene O'Neill,
regia di Giancarlo Sbragia, personaggio: Sam, compagnia degli Associati,
debutto a Padova e tournée (1971) La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio,
regia di Paolo Giuranna, personaggio: Aligi, Pescara, Torino (1971) Antonio e
Cleopatra di William Shakespeare, regia di Luigi Vannucchi, personaggio:
Pompeo, compagnia degli Associati, Verona e tournée (1973) Inferni, spettacolo
comprendente Canicola di Pier Maria Rosso di San Secondo e Porte chiuse di J.
P. Sartre, regia di Giancarlo Sbragia, compagnia degli Associati, tournée, Roma
(1973) Il vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia,
personaggio: Cesare, compagnia degli Associati, tournée, Padova, Roma (1973) -
seconda tournée ottobre 1974 - Febbraio 1975: Milano, Torino, terza tournée, 20
aprile- 28 maggio 1976: Prato, Sardegna, Sicilia, ecc… (1977, anche
registrazione TV) La nuova colonia di Luigi Pirandello, regia di Virginio
Puecher, personaggio: Currao, Teatro Quirino di Roma, 21 marzo 1975. Misura per
misura di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Il
Duca,Teatro Argentina di Roma, 21 dicembre 1976. Il Mercante di Venezia di
William Shakespeare, Regia di G. Cobelli, personaggio: Shylock, estate teatrale
veronese (1978)[12] Prosa televisiva Luigi Vannucchi nei panni di Laerte
e Memo Benassi in una scena di Amleto (1955) II sacro esperimento di
Hochwalder, regia di Silverio Blasi (1954) Kean di Dumas - Sartre, regia di
Franco Enriquez (1954) Edipo re di Sofocle, regia di Franco Enriquez (1954)
Amleto di William Shakespeare, regia di Vittorio Gassman, regia televisiva di
Claudio Fino (1955) Ventiquattr'ore felici di Cesare Meano, regia di Claudio
Fino (1956) I nostri sogni di Ugo Betti, regia di Gianfranco de Bosio (1958)
Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler
(1958) II Tricheco, commedia di R. G. Bosswell, regia di Alberto Gagliardelli,
trasmessa il 26 gennaio 1960. Ragazza mia di W. Saroyan, regia di Mario Landi,
Roma, romanzo (1960) Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, regia di Daniele
D'Anza (1960) Tre giorni a Roma, regia di Giancarlo Zagni (1960) Tutto da
rifare pover'uomo di H. Fallada, regia di Eros Macchi – sceneggiato (1960) Un
ispettore in casa Birling di J. B. Priestley (1960) Francillon di A. Dumas,
personaggio: Enrico de Symeux (1960) Letture natalizie, regia di Edmo Fenoglio,
con Anna Maria Guarnieri, Roma (1960) Italia d'oggi, letture, Roma (1961)
All'uscita di Luigi Pirandello, regia di F. Fulchignani, Roma (1961) Ritratto
di Donna, regia di Edmo Fenoglio, Milano (1961) Essi arrivano in città di J.
Priestley, regia di Anton Giulio Majano, Milano (1961) Chiamami bugiardo, regia
di Anton Giulio Majano, Milano – sceneggiato (1961) Il più forte di Giocosa,
regia di Edmo Fenoglio, Roma (1961) Lettura telescuola, regia di Edmo Fenoglio,
Roma (1961) Lettura per bambini, Milano (1962) Errore giudiziario di G. P.
Calegari, regia di G.P. Calegari, Milano (1962) Il giro del mondo di C. G.
Viola, regia di Anton Giulio Majano (1962) Una tragedia americana di T.
Dreiser, regia Anton Giulio Majano (1962) Un braccio di meno di C. Bernari,
regia di Anton Giulio Majano, Napoli (1962) La grana di Dersi, regia di
Silverio Blasi, Napoli (1962) I diritti dell'anima di Giacosa, regia di Carlo Di
Stefano, Milano (1962) Delitto e castigo di Dostoevskij, regia di Anton Giulio
Majano (1963) Prima di cena di Rostov, regia di Anton Giulio Majano, Roma
(1963) La Maschera e la grazia di Giacosa, regia di Anton Giulio Majano, Roma
(1963) Smash – ospite (1963) II Potere e la Gloria di G. Greene, regia di Mario
Ferrero, Roma (1963) 1963 - La donna di fiori di Casacci Ciambricco, regia di
Anton Giulio Majano, Roma, romanzo, personaggio: Ronald Fuller – sceneggiato
(1963) Vita di Dante di G. Prosperi, regia di Vittorio Cottafavi, Roma, tre
puntate, personaggio: Guido Cavalcanti (1963) Un mondo sconosciuto, commedia di
Henry Denker, regia di Mario Ferrero, trasmessa il 22 settembre 1963.
L'Ammiraglio di M. Tobino, regia di Anton Giulio Majano (1965) Giulio Cesare di
William Shakespeare, regia di Sandro Bolchi (1965) Notte con Ospiti (1966)
Nascita di Cristo (1966) I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, regia di
Sandro Bolchi (1967) 1967 - L'Approdo, regia di Vito Molinari – sei
presentazioni (voce fuori campo in Lanterna, Lezione sul Boccaccio, Lezione su
Pascal, Attualità di Gramsci) Milano – ospite (1967) Venezia città di sogno –
voce fuori campo (1967) Ritorno a Firenze (1967) Un grande Europeo, un grande
uomo (Adenauer) (1967) In trappola di Pierre Caillol, regia di Flaminio
Bollini, traduzione di Roberto Cortese (1967) Non cantare, spara di Leo
Chiosso, regia di Daniele D'Anza (1968) Almanacco (Napoleone), Roma – voce
fuori campo (1968) Un mondo sconosciuto di H. Denker, regia di Mario Ferrero
(1968) Il processo Slansky, regia di Leandro Castellani (1968) Cristoforo
Colombo, regia di Vittorio Cottafavi – voce fuori campo (1968) Un volto una
storia – voce fuori campo (1969) Giocando a golf una mattina di Francis
Durbridge, regia di Daniele D'Anza (1969) Il cappello del prete, dal romanzo di
Emilio De Marchi, regia di Sandro Bolchi (1970) Settevoci – ospite (29 marzo
1970) Quel giorno: fatti e testimonianze degli anni '60 (1970) Cinema '70:
Taccuino di viaggio di Luchino Visconti – voce fuori campo (1970) Incontri
musicali: incontro con Fifth dimension, Roma, 19 aprile 1970 Incontri musicali:
Incontro con Odette, Roma, 26 aprile 1970 A come Andromeda di Fred Hoyle e John
Elliot, regia Vittorio Cottafavi (1971) I demoni, dal romanzo omonimo di F.
Dostoevskij, regia di Sandro Bolchi, trasmesso in 5 puntate, dal 20 febbraio al
19 marzo 1972. La Giostra di Massimo Dursi, regia di Sandro Bolchi (1972) Ieri
e oggi, regia di Lino Procacci – partecipazione (1974) Qui squadra mobile,
regia di Anton Giulio Majano, Roma – sceneggiato (1976) Chi?, regia di
Giancarlo Nicotra, Milano – ospite (1976) Il vizio assurdo di Davide Lajolo e
Diego Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, regia televisiva: Lino Procacci
(1977) La scuola dei geni di M. Hubay, regia di Andrea Camilleri, Roma, monologo
per la serie "Attore solista" (album di monologhi a cura di E. Mauri)
(1978) Storie della camorra, regia di Paolo Gazzara – sceneggiato (1978) Misura
per misura di W. Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, 20 maggio 1978 Prosa
radiofonica Rai Angelica, dramma satirico di Leo Ferrero, regia di Gianfranco
de Bosio, trasmessa il 17 gennaio 1960. Elettra, tragedia di Hugo von
Hofmannsthal, regia di Mario Ferrero, trasmessa il 3 giugno 1962. Doppiaggio
Tony Musante in Metti, una sera a cena, Il caso Pisciotta Richard Widmark in
Rollercoaster - Il grande brivido Jean Desailly in La calda amante James Coburn
in La battaglia di Midway Dean Martin in Bandolero! Clint Eastwood in L'uomo
dalla cravatta di cuoio Roy Scheider in Il maratoneta Philippe Noiret in Il
deserto dei Tartari Robert Duvall in Quinto potere Clark Gable in Via col vento
(ed. 1977) Dirk Bogarde in La caduta degli dei Norman Alden in Tora! Tora!
Tora! William Devane in Complotto di famiglia Peter Graves in La donna del West
Andrew Duggan in A noi piace Flint Cameron Mitchell in Hombre Edward Mulhare in
Caprice - La cenere che scotta Charles Cioffi in Una squillo per l'ispettore
Klute Michael Brill in Il mostruoso uomo delle nevi Discografia (parziale)
L'uomo Carducci - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco Poesie
ispano-americane - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco Rainer
Maria Rilke - poesie - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco A.
Joszef - poesie - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco La ballata
di Porta Pia - 33 giri (1971), documento sonoro per celebrare i cento anni di
Roma capitale - Discografica Editrice Tirrena (DET) Mettiti uno specchio
nell'anima - 45 giri (1972) - Warner Bros., distribuito da Dischi Ricordi
S.p.A. Altre attività Nel 1976 fu testimonial della casa produttrice di Grappa
Piave, per Carosello, il contenitore pubblicitario della Rai, e per i manifesti
murali della stessa campagna. Note ^ Sabina Vannucchi su Mymovies
http://www.mymovies.it/biografia/?a=23096 ^ articolo a pag.7 de
"L'Unità" del 31 agosto 1978 Copia archiviata, su archivio.unita.it.
URL consultato il 31 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 6 gennaio
2014). ^ Tesi di laurea su Luigi Vannucchi
http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=29661 Appendice al libro di
Maurizio Giammusso, La fabbrica degli attori, pubblicazione (1989) della
Presidenza del Consiglio ^ Sito ufficiale di Anna Proclemer Copia archiviata,
su annaproclemer.it. URL consultato il 27 aprile 2013 (archiviato dall'url
originale il 4 gennaio 2014). Archivio del Piccolo Teatro di Milano
http://archivio.piccoloteatro.org/foto/index.php?attore=Luigi+Vannucchi ^ Gli
Associati su sergiofantoni.it
http://www.sergiofantoni.it/index.php?route=imprese/Gli+Associati ^ Il vizio
assurdo di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. La Nuova Cultura, 2004, ISBN
88-7889-213-0. ^ Mariagrazia Bruzzone, Piccolo grande schermo. Dalla
televisione alla telematica, Bari, Dedalo, 1984, p. 122. ^ Foto del Film ANNO
UNO - Luigi VANNUCCHI - Roberto ROSSELLINI - Archivio del Cinema, su
photocinema.it. URL consultato il 25 maggio 2013 (archiviato dall'url originale
il 4 marzo 2016). ^ "L'estremo saluto a Luigi Vannucchi", articolo a
pag.7 de "L'Unità" del 2 settembre 1978 Copia archiviata, su archivio.unita.it.
URL consultato il 31 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 22 febbraio
2015). ^ Estate Teatrale Veronese
http://www.estateteatraleveronese.it/nqcontent.cfm?a_id=13056&tt=estateTeatrale2008
Bibliografia Repertorio del Piccolo Teatro di Milano Tesi di laurea di Sara
Ridolfo: Tre maschere di un attore. Per un ritratto di Luigi Vannucchi -
Università degli studi di Catania - Anno accademico 2006/2007. Il vizio
assurdo, di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. Nuova Cultura, Roma 2005 ISBN
88-89362-05-7 Dizionario del cinema italiano: Gli artisti. Gli attori dal 1930
ad oggi - Volume 3 - di Enrico Lancia e Roberto Poppi, 2003 - ed. Gremese EAN
9788884402691 Gli attori, di E.Lancia e R.Poppi, Gremese editore - Roma 2007
ISBN 88-8440-269-7 Piccolo grande schermo. Dalla televisione alla telematica,
di Mariagrazia Bruzzone. Ed. Dedalo - Bari 1984 La fabbrica degli attori, di
Maurizio Giammusso, pubblicazione della Presidenza del Consiglio - Roma 1989
Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su Luigi Vannucchi Collegamenti esterni V come Vannucchi
A come Attore (canale), su YouTube. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi,
su Discogs, Zink Media. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su
MusicBrainz, MetaBrainz Foundation. Modifica su Wikidata Luigi Vannucchi, su
MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata Luigi Vannucchi, su Il mondo dei
doppiatori, AntonioGenna.net. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su
IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su AllMovie, All
Media Network. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su AFI Catalog of
Feature Films, American Film Institute. Portale Biografie Portale
Cinema Portale Teatro Portale Televisione Categorie:
Attori italiani del XX secoloNati nel 1930Morti nel 1978Nati il 25
novembreMorti il 29 agostoNati a CaltanissettaMorti a RomaAttori teatrali
italianiMorti per suicidioSepolti nel cimitero monumentale della Certosa di
BolognaAttori televisivi italianiAttori cinematografici italianiAttori
radiofonici italiani[altre]. Nome compiuto: Luigi Vannucchi. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vannucchi,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucci: la ragione conversationale (Pistoia). Filosofo italiano. Pistoia. M. Bagno
a Ripoli -- è stato un filosofo, presbitero e teologo italiano dell'Ordine dei
Servi di Maria. Ordinato sacerdote, ottenne la Licenza in Teologia presso
l'Ateneo Pontificio "Angelicum". Insegna esegesi, ebraico e
greco biblico negli istituti dei Servi di Maria. Si associò per un anno,
con alcuni confratelli, alla comunità di Nomadelfia, animata da Saltini. Con
Turoldo, organizza iniziative sociali, come la “Messa della carità”, nella
città di Firenze. Da vita a una nuova comunità – dedita al lavoro,
all'accoglienza e alla preghiera – all'Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel
Chianti. Da allora lascia l'Eremo solo per tenere incontri ed esercizi
spirituali, oltre che corsi di Storia delle religioni presso la Pontificia
Facoltà Teologica "Marianum". Le sue attività e i suoi
insegnamenti sono di particolare ispirazione per Ronchi. Opere Il libro
della preghiera universale, Libreria Editrice Fiorentina, 1978. Invito alla
preghiera, Libreria Editrice Fiorentina, La vita senza fine, CENS, 1985;
Servitium, Ogni uomo è una zolla di terra, Edizioni Borla, Il passo di Dio.
Meditazioni per l'Avvento, Edizioni Paoline, con Maria di Campello) Il canto
dell'allodola. Lettere scelte, Qiqajon, Alchimia e liturgia, Lorenzo de' Medici
Press, Camici, Uomo di luce: mistagogia e vita spirituale in Giovanni Vannucci,
Il Segno dei Gabrielli, Roberto Taioli, La preghiera cosmica di Giovanni
Vannucci, su gianfrancobertagni.it. Portale Biografie Portale
Cattolicesimo Categorie: Presbiteri italiani Teologi italiani Nati a Pistoia Morti a Bagno a Ripoli Serviti
italiani [altre]. Nome compiuto: Giovanni Vannucci.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vantaggiato: la ragione converszionale: occidente
ed oriente (Roma). Filosofo italiano. Professore a
contratto Dipartimento di Storia Culture
Civiltà Dipartimento di Interpretazione
e Traduzione Curriculum vitae. Laureato
in Lingua e Letteratura cinese presso l'Università Ca'Foscari di Venezia. Cnsegue
il dottorato di ricerca nel medesimo ateneo con una tesi sul manoscritto Xìng
zì mìng chū. Durante questo periodo ho trascorso due anni nella Repubblica
Popolare Cinese, dapprima a Wǔhàn (Húběi) e successivamente a Dàlián
(Liáoníng). Negli ultimi cinque anni ha affiancato le attività di docenza e di
ricerca a quelle di interprete giudiziario per la Procura della Repubblica
presso il Tribunale di Ascoli Piceno, la Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Bari e inteprete di Conferenza a Pechino presso l'Istituto
Confucio dell'Università di Macerata. Nome compiuto: Luca Vantaggiato.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanzina: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Alla Cerimonia di
presentazione dei candidati ai Premi David di Donatello per l’anno 2023 David
di Donatello David di Donatello alla carriera 2023 Enrico Vanzina (Roma, 26
marzo 1949) è uno sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e
regista italiano. Biografia Leone d'Oro per meriti letterari ad
Enrico Vanzina nella prestigiosa sala Zuccari del Senato della Repubblica
Primogenito del regista e sceneggiatore Steno, al secolo Stefano Vanzina, e di
Maria Teresa Nati, nonché fratello del regista e produttore Carlo Vanzina, vive
sin dalla nascita a stretto contatto con il mondo del cinema: oltre al padre
regista, suoi amici in adolescenza sono Claudio e Marco Risi, figli del regista
Dino Risi. Ottiene il Baccalaureat francese al Lycée Chateaubriand di Roma nel
1966[1] e si laurea nel 1970 in Scienze politiche all'Università degli Studi di
Roma "La Sapienza". Nei primi anni settanta il padre lo vuole al suo
fianco come aiuto regista per le riprese di L'uccello migratore con Lando
Buzzanca, La poliziotta con Mariangela Melato e Piedone a Hong Kong con Bud
Spencer; tuttavia capisce presto che la regia non lo interessa e preferisce
diventare uno sceneggiatore. In quarant'anni nel cinema, è stato autore
di oltre cento sceneggiature. La prima è quella di Luna di miele in tre del
1976, seguita nello stesso anno da Febbre da cavallo, che molti considerano il
suo capolavoro. Ma è assieme al fratello regista Carlo che scrive sceneggiature
di film come Sapore di mare, Il pranzo della domenica, Eccezzziunale...
veramente, Vacanze di Natale, Yuppies - I giovani di successo, Le finte bionde,
Sotto il vestito niente, Via Montenapoleone, Il cielo in una stanza, Ex - Amici
come prima!, Mai Stati Uniti e Non si ruba a casa dei ladri. Nel 1986
fonda la casa di produzione Video 80, che finanzierà sia prodotti per il cinema
che fiction televisive[2]. Ha inoltre prodotto molti programmi
televisivi, tra cui le serie I ragazzi della 3ª C (1987-1989), Amori (1989),
Anni '50 (1998), Anni '60 (1999) e Un ciclone in famiglia (2005-2008).
Nel biennio 1990-91 collabora con la Penta Film di Mario e Vittorio Cecchi Gori
come consulente generale e capo della produzione. Autore anche di
commedie teatrali tra le quali Bambini cattivi, messa in scena da Giuseppe
Patroni Griffi, e Febbre da cavallo musical ispirato al celebre film, ha
pubblicato pure i romanzi Colazione da Bulgari (Salerno Editrice), La vita è
buffa (Gremese editore), Le finte bionde, La sera a Roma, Una famiglia italiana
(Mondadori), Commedia all'italiana, Il gigante sfregiato, Premio Internazionale
di Narrativa Città di Penne, Il mistero del rubino birmano e La donna dagli
occhi d'oro (Newton Compton). Nel 2022 vince il Premio Fiuggi sezione
Epistolari e Memorie con il suo libro "Diario Diurno"
(HarperCollins). Dal 1995 è iscritto come giornalista pubblicista all'Ordine
dei Giornalisti del Lazio.[3] Dopo aver collaborato per sette anni al Corriere
della Sera, dal 1998 cura una rubrica settimanale di costume per Il Messaggero.
Oggi è considerato uno dei massimi esponenti della commedia all'italiana,
autore di film di enorme successo di pubblico. Enrico Vanzina ha dichiarato in
più occasioni di essere liberale[4], come il padre Steno (che collaborò anche
come giornalista al Giornale di Montanelli), e di fede cattolica[5]. Nel
2020 debutta alla regia con Lockdown all'italiana, cui segue due anni dopo Tre
sorelle. Il Presidente Sergio Mattarella saluta Enrico Vanzina,
vincitore del David speciale 2023 Nel 2023 riceve il David di Donatello alla
carriera. Nel 2023 riceve il Leone d'Oro per Meriti Letterari al Senato
della Repubblica[6] da parte del Gran Premio Internazionale di Venezia, con
nomination del Vice Presidente Avv. Pasquale Auricchio e il Patron del Leone
d'Oro Dott. Sileno Candelaresi[7]. Nel 2023 approda su Cine34 con la
rubrica Vi Racconto[8]. Dal 1994 è sposato con Federica Burger.[9]
Filmografia Sceneggiatore Oh, Serafina!, regia di Alberto Lattuada (1976)
Febbre da cavallo, regia di Steno (1976) Luna di miele in tre, regia di Carlo
Vanzina (1976) Von Buttiglione Sturmtruppenführer, regia di Mino Guerrini
(1977) Tre tigri contro tre tigri, regia di Sergio Corbucci e Steno (1977) Per
vivere meglio divertitevi con noi, regia di Flavio Mogherini (1978) La patata
bollente, regia di Steno (1979) Figlio delle stelle, regia di Carlo Vanzina
(1979) Arrivano i gatti, regia di Carlo Vanzina (1980) Il lupo e l'agnello,
regia di Francesco Massaro (1980) Fico d'India, regia di Steno (1980) Una
vacanza bestiale, regia di Carlo Vanzina (1980) Il tango della gelosia, regia
di Steno (1981) Miracoloni, regia di Francesco Massaro (1981) I fichissimi,
regia di Carlo Vanzina (1981) Eccezzziunale... veramente, regia di Carlo
Vanzina (1982) Sballato, gasato, completamente fuso, regia di Steno (1982)
Sesso e volentieri, regia di Dino Risi (1982) Viuuulentemente mia, regia di
Carlo Vanzina (1982) Dio li fa poi li accoppia, regia di Steno (1982) Vado a
vivere da solo, regia di Marco Risi (1982) Sapore di mare, regia di Carlo
Vanzina (1983) Al bar dello sport, regia di Francesco Massaro (1983) Il ras del
quartiere, regia di Carlo Vanzina (1983) Mani di fata, regia di Steno (1983)
Mystère, regia di Carlo Vanzina (1983) Sapore di mare 2 - Un anno dopo, regia
di Bruno Cortini (1983) Vacanze di Natale, regia di Carlo Vanzina (1983) Un
ragazzo e una ragazza, regia di Marco Risi (1984) Amarsi un po'..., regia di
Carlo Vanzina (1984) Domani mi sposo, regia di Francesco Massaro (1984) Vacanze
in America, regia di Carlo Vanzina (1984) Mi faccia causa, regia di Steno
(1984) Sotto il vestito niente, regia di Carlo Vanzina (1985) Yuppies - I
giovani di successo, regia di Carlo Vanzina (1986) Italian Fast Food, regia di
Lodovico Gasparini (1986) Il commissario Lo Gatto, regia di Dino Risi (1986)
Via Montenapoleone, regia di Carlo Vanzina (1987) I miei primi 40 anni, regia
di Carlo Vanzina (1987) Montecarlo Gran Casinò, regia di Carlo Vanzina (1987)
Cronaca nera – film TV (1987) Animali metropolitani, regia di Steno (1987) Ti
presento un'amica, regia di Francesco Massaro (1988) La partita, regia di Carlo
Vanzina (1988) Big Man – serie TV, 2 episodi (1988) Le finte bionde, regia di
Carlo Vanzina (1989) La più bella del reame, regia di Cesare Ferrario (1989)
Fratelli d'Italia, regia di Neri Parenti (1989) Tre colonne in cronaca, regia
di Carlo Vanzina (1990) Miliardi, regia di Carlo Vanzina (1991) Piedipiatti,
regia di Carlo Vanzina (1991) Sognando la California, regia di Carlo Vanzina
(1992) Piccolo grande amore, regia di Carlo Vanzina (1993) I mitici - Colpo
gobbo a Milano, regia di Carlo Vanzina (1994) S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni fa,
regia di Carlo Vanzina (1994) Uomini uomini uomini, regia di Christian De Sica
(1995) Io no spik inglish, regia di Carlo Vanzina (1995) Vacanze di Natale '95,
regia di Neri Parenti (1995) Selvaggi, regia di Carlo Vanzina (1995) Squillo,
regia di Carlo Vanzina (1996) A spasso nel tempo, regia di Carlo Vanzina (1996)
Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi (1997) A spasso nel tempo -
L'avventura continua, regia di Carlo Vanzina (1997) Banzai, regia di Carlo
Vanzina (1997) Simpatici & antipatici, regia di Christian De Sica (1998)
Cucciolo, regia di Neri Parenti (1998) Anni '50 – miniserie TV, 4 episodi
(1998) Il cielo in una stanza, regia di Carlo Vanzina (1999) Tifosi, regia di
Neri Parenti (1999) Anni '60 – miniserie TV, 4 episodi (1999) Vacanze di Natale
2000, regia di Carlo Vanzina (1999) Quello che le ragazze non dicono, regia di
Carlo Vanzina (2000) E adesso sesso, regia di Carlo Vanzina (2001) South
Kensington, regia di Carlo Vanzina (2001) Un maresciallo in gondola – film TV
(2002) Febbre da cavallo - La mandrakata, regia di Carlo Vanzina (2002) Il
pranzo della domenica, regia di Carlo Vanzina (2003) Le barzellette, regia di
Carlo Vanzina (2004) In questo mondo di ladri, regia di Carlo Vanzina (2004) Il
ritorno del Monnezza, regia di Carlo Vanzina (2005) Eccezzziunale veramente -
Capitolo secondo... me, regia di Carlo Vanzina (2006) Olé, regia di Carlo
Vanzina (2006) Piper – film TV (2007) 2061 - Un anno eccezionale, regia di
Carlo Vanzina (2007) Matrimonio alle Bahamas, regia di Claudio Risi (2007) Un
ciclone in famiglia – miniserie TV, 22 episodi (2005-2008) Un'estate al mare,
regia di Carlo Vanzina (2008) Vip – film TV (2008) Piper - La serie – serie TV,
2 episodi (2009) Un'estate ai Caraibi, regia di Carlo Vanzina (2009) La vita è
una cosa meravigliosa, regia di Carlo Vanzina (2010) Ti presento un amico,
regia di Carlo Vanzina (2010) Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata, regia
di Carlo Vanzina (2011) Ex - Amici come prima!, regia di Carlo Vanzina (2011)
Vacanze di Natale a Cortina, regia di Neri Parenti (2011) Buona giornata, regia
di Carlo Vanzina (2012) Area Paradiso, regia di Diego Abatantuono (2012) Mai
Stati Uniti, regia di Carlo Vanzina (2013) Sapore di te, regia di Carlo Vanzina
(2014) Un matrimonio da favola, regia di Carlo Vanzina (2014) Ma tu di che
segno 6?, regia di Neri Parenti (2014) Torno indietro e cambio vita, regia di
Carlo Vanzina (2015) Miami Beach, regia di Carlo Vanzina (2016) Non si ruba a
casa dei ladri, regia di Carlo Vanzina (2016) Caccia al tesoro, regia di Carlo
Vanzina (2017) Una festa esagerata, regia di Vincenzo Salemme (2018) Natale a 5
stelle, regia di Marco Risi (2018) Sotto il sole di Riccione, regia degli
YouNuts! (2020) Lockdown all'italiana, regia di Enrico Vanzina (2020) Tre
sorelle, regia di Enrico Vanzina (2022) Sotto il sole di Amalfi, regia di
Martina Pastori (2022) La canzone romana, regia di Enrico Vanzina e Elena Bonelli
Produttore Italian Fast Food, regia di Lodovico Gasparini (1986) Cronaca nera –
film TV (1987) Il vizio di vivere – film TV (1988) Il decimo clandestino – film
TV (1989) Mano rubata – film TV (1989) Cinema – film TV (1989) La moglie
ingenua e il marito malato – film TV (1989) Gioco di società – film TV (1989)
Vita coi figli – film TV (1990) Maximum Exposure – miniserie TV, 4 episodi
(1993) I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di Carlo Vanzina (1994) Io no
spik inglish, regia di Carlo Vanzina (1995) Selvaggi, regia di Carlo Vanzina
(1995) Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi (1997) Buona giornata, regia
di Carlo Vanzina (2012) Miami Beach, regia di Carlo Vanzina (2016) Non si ruba
a casa dei ladri, non accreditato, regia di Carlo Vanzina (2016) Natale a 5
stelle, regia di Marco Risi (2018) Sotto il sole di Riccione, regia degli
YouNuts! (2020) Lockdown all'italiana, regia di Enrico Vanzina (2020) Tre
sorelle, regia di Enrico Vanzina (2022) La canzone romana, regia di Enrico
Vanzina e Elena Bonelli Regista Lockdown all'italiana (2020) Tre sorelle (2022)
Attore L'ultimo gattopardo - Ritratto di Goffredo Lombardo, regia di Giuseppe
Tornatore (2010) Titanus 1904, regia di Giuseppe Rossi (2024) Libri Le finte
bionde, 1986 Sotto il Colosseo niente, 1994 Colazione da Bulgari, 1996 La vita
è buffa, 2000 Vacanze di Natale, 2003 Il mio mondo, 2006 Commedia all'italiana:
ritratto di un paese che non cambia, 2008 Una famiglia italiana, 2010 Il
gigante sfregiato, 2013 Il mistero del rubino birmano, 2015 La donna dagli
occhi d'oro, 2016 La sera a Roma, 2017 Mio fratello Carlo, 2019 Una giornata di
nebbia a Milano, 2021 Diario diurno, 2022 Il cadavere del Canal Grande, 2022
Noblesse oblige, 2024 Riconoscimenti Grolla d'oro Premio De Sica Premio Flaiano
Nastro d'argento Premio Charlot Telegatto Premio America della Fondazione
Italia USA Premio Agnes per il giornalismo Special Award del Premio Alessandro
Cicognini[10] Premio Anna Magnani, la VII edizione[11] Premio Sette Colli 2022
David di Donatello 2023[12] Premio Villa Bertelli 2023[13] Leone d'Oro per
meriti letterari al Senato della Repubblica 2023[6][14] Gran Trofeo del Premio
Letterario Internazionale Casinò di Sanremo Antonio Semeria. Note ^ Fonte:
MYmovies. Enrico Vanzina biografia | MYmovies.it. Vedi anche un suo intervento
sul Corriere della Sera del 2 ottobre 1993. Archivio Corriere della Sera ^
Enrico Vanzina | Aqua Film Festival, su aquafilmfestival.org, 21 marzo 2018.
URL consultato il 5 dicembre 2024. ^ Albo Nazionale dei Giornalisti -
consultato l'11 maggio 2022, su odg.it. URL consultato l'11 maggio 2022
(archiviato dall'url originale il 10 maggio 2019). ^ Come, in diverse
occasioni, sulla sua rubrica su Il Messaggero ^ Come ha dichiarato nel libro
Mio fratello Carlo (2019) Annarita Borelli, Venerdi' 24 settembre. Sala
Zuccari Senato della Repubblica. Gran Premio Internazionale di Venezia.
Conferenza sulla Pace e consegna dei Leoni D'Oro., su Obiettivo Notizie, 22
novembre 2023. URL consultato il 26 novembre 2023. ^ Contatti e Organigramma,
su Leone doro. URL consultato il 26 novembre 2023. ^ Vi Racconto: la nuova
rubrica di Enrico Vanzina su Cine34, su Magazine tivù, 8 novembre 2023. URL
consultato il 14 novembre 2023. ^ Chi è Federica Burger, la moglie di Enrico
Vanzina, su donnaglamour.it. ^ Copia archiviata, su cityrumors.it. URL
consultato il 25 maggio 2020 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2020).
^ Premio Anna Magnani, la VII edizione, su terzapagina.it. ^ David di Donatello
68ª edizione, David Speciale a Enrico Vanzina, su rainews.it. ^ Premio Villa
Bertelli 2023, su villabertelli.it. ^ Il Leone d'oro va al pronipote di Enrico
Mattei » Pensalibero.it, su Pensalibero.it, Informazione laica on line, 25
novembre 2023. URL consultato il 26 novembre 2023. Altri progetti Collabora a
Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Enrico Vanzina Collabora a
Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Enrico
Vanzina Collegamenti esterni Registrazioni di Enrico Vanzina, su
RadioRadicale.it, Radio Radicale. Modifica su Wikidata Enrico Vanzina, su
MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata (EN) Enrico Vanzina, su IMDb,
IMDb.com. Modifica su Wikidata (EN) Enrico Vanzina, su AllMovie, All Media
Network. Modifica su Wikidata (DE, EN) Enrico Vanzina, su filmportal.de.
Modifica su Wikidata V · D · M Vincitori del Premio Internazionale di narrativa
"Città di Penne" Portale Biografie Portale Cinema
Categorie: Sceneggiatori italiani del XX secoloSceneggiatori italiani del XXI
secoloProduttori cinematografici italianiScrittori italiani del XX
secoloScrittori italiani del XXI secoloProduttori cinematografici del XX
secoloProduttori cinematografici del XXI secoloNati nel 1949Nati il 26
marzoNati a RomaSceneggiatori figli d'arteStudenti della Sapienza - Università
di RomaVincitori del Premio Flaiano di cinematografiaDavid di Donatello alla
carriera[altre] Sceneggiatore e produttore cinematografico italiano (n. Roma
1949). Cresciuto a stretto contatto con il mondo del cinema (è figlio del
regista S. Vanzina, noto come Steno), negli anni Settanta ha cominciato la sua
lunga carriera di sceneggiatore (con Luna di miele in tre, 1976), che lo ha
portato a scrivere per importanti nomi del cinema italiano. Insieme con il
fratello C. Vanzina, nel 1984 ha fondato la casa di produzione International
Video 80. Grazie alle sue commedie (prime fra tutte quelle del ciclo “di
Natale” degli anni Ottanta e Novanta), autore tra i più amati dal pubblico
italiano (è del 2011 Ex: amici come prima!, del 2012 Buona giornata, del 2013
Mai Stati Uniti, del 2014 Sapore di te e del 2016 Miami Beach e Non si ruba a
casa dei ladri), nel 2013 ha esordito nella scrittura con il romanzo Il gigante
sfregiato, a cui hanno fatto seguito Il mistero del rubino birmano (2014), La
sera a Roma (2018), il testo autobiografico Mio fratello Carlo (2019) e Una
giornata di nebbia a Milano (2021). Nel 2020 ha diretto e sceneggiato la
pellicola cinematografica Lockdown all'italiana e nel 2023 è stato insignito
del David di Donatello Speciale.Nome compiuto: Enrico Vanzina.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vario: la ragione conversazionale della filosofia della
vita a Roma – Philosophy of Life -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: IL GIARDINO. In Grice’s time,
philosophy was not studied as a separate subject, but under classics.
Philosophy wss introduced upon completion of five terms into the B. A. Lit.
Hum. Mundle complained: Grice referred to ordinary language as the language
employed by any philosopher who had earned a first at Greats – as his pupil
Strawson never did! -- Filosofo italiano. L’orto. Friend of FILODEMO (vedi). A
poet. One of his works, “On death,” was doubtless shaped by L’Orto. He had a
significant influence on VIRGILIO (vedi). His tutor was SIRO (vedi). Orazio legge davanti al circolo di Mecenate, di cui
faceva parte anche Vario Rufo (dipinto di Fedor Bronnikov, del 1863, conservato
presso il Museo d'arte di Odessa). Lucio Vario Rufo (in latino Lucius Varius
Rufus; Turbigo, prima del 70 a.C. – dopo il 19 a.C.) è stato un poeta romano
dell'età augustea. Biografia Lo stesso argomento in dettaglio:
Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). (latino) «quem non ille
sinit lentae moderator habenae qua velit ire, sed angusto prius ore coercens
insultare docet campis fingitque morando.» (italiano) «Che il guidatore della
flessibile briglia non lascia andare dove vuole, ma prima frenandolo nella
bocca (“ore”), tenuta stretta, gli insegna a galoppare nella piana e trattenendolo
lo ammaestra» (Vario Rufo, Frammento Traglia) Amico di Virgilio, di cui
era certamente più grande, Vario fu anch'egli epicureo, come attestato anche da
Quintiliano, che lo definisce esplicitamente epicureus[1] e da Filodemo di
Gadara, che gli dedicò un trattato Sulla morte[2]. Avrebbe, comunque,
introdotto Virgilio nel circolo di Mecenate e, con lui, presentato anche
Orazio. Che Virgilio ne fosse amico e ammiratore traspare dal fatto che, negli
anni Quaranta, Virgilio, sotto lo pseudonimo di Licida, rimpiangeva di non aver
prodotto fino a quel momento nulla di paragonabile alla poesia di Vario o di
Elvio Cinna[3]. La gratitudine e la stima di Orazio, invece, è evidente dalla
definizione di quest'ultimo di Vario come un maestro dell'epica e l'unico poeta
in grado di celebrare le gesta di Marco Vipsanio Agrippa[4]. Ancora la
già citata testimonianza di Quintiliano lo pone in stretti rapporti con
Augusto: una didascalia[5], infatti, informa che nel 29 a.C. lavorò per i
giochi celebrativi in onore della vittoria di Augusto alla battaglia di Azio
(31 a.C.) e che Vario ricevette un milione di sesterzi dal princeps. Dopo la
morte di Virgilio, fu incaricato da Augusto, insieme a Plozio Tucca, di
pubblicare l'Eneide. Dopo questa data non abbiamo altre notizie. Opere
Delle opere di Vario, come detto, celebrate in età augustea non ci restano che
magri frammenti. Da Macrobio sappiamo che Vario compose un poema De morte[6],
ampiamente riecheggiato da Virgilio. Orazio, invece, alluderebbe ad un
altro poema[7]: secondo uno scoliasta, infatti, si tratterebbe di un panegirico
di Augusto[8]. L'opera letteraria più famosa di Vario fu, comunque, la
tragedia Tieste[9], che Quintiliano riteneva non essere inferiore ad alcuna
tragedia greca[10]. Note ^ Quintiliano, VI 3, 78. ^ Marcello Gigante,
Ricerche filodemee, Napoli, Macchiaroli, 1969, pp. 63-122. ^ Bucoliche, IX,
35-36. ^ Orazio, Carmina, I 6. ^ Conservata in un manoscritto a Parigi. ^ Frr.
147-150 Hollis; la notizia è in Macrobio, Saturnalia, VI 1, 39 e 2, 19. ^ Orazio,
Satire, I 10, 43. ^ 3 versi di dubbia autenticità (Fr. 152 Hollis). ^ Frr.
154-156 Hollis. ^ Quintiliano, X 1, 98. Bibliografia Adrian Swayne Hollis,
Fragments of Roman Poetry: 60 BC-AD 20, Oxford University Press, 2007, pp.
253–281 (testo, traduzione inglese e commento dei frammenti). Altri progetti
Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Lucio Vario
Rufo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri
file su Lucio Vario Rufo Collegamenti esterni Vàrio Rufo, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata
Augusto Rostagni, VARIO RUFO, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 1937. Modifica su Wikidata Vàrio Rufo, Lùcio, su
sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Varius, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Lucio Vario Rufo, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Lucio
Vario Rufo, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su
Wikidata V · D · M Circolo di Mecenate Controllo di autorità VIAF (EN) 25977336 · ISNI (EN)
0000 0003 7116 0952 · BAV 495/128740 · CERL cnp00396769 · Europeana
agent/base/72310 · LCCN (EN) n83063496 · GND (DE) 118626140 · BNF (FR)
cb12221783w (data) · J9U (EN, HE) 987007441971305171 Portale Antica
Roma Portale Biografie Portale Età augustea
Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniPoeti del I secolo a.C.Romani
del I secolo a.C.Nati a Turbigo[altre] Vario Rufo, Lucio (Varro) Poeta epico e tragico romano (sec. I a.C.),
amico di Virgilio e di Orazio; ricevette da Augusto, con Plozio Tucca,
l'incarico di pubblicare l'Eneide dopo la morte di Virgilio. Un duplice ordine
di motivi legittima l'identificazione con lui del Varro di Pg XXII 98: motivi
di ordine testuale e motivi di ordine ideologico. Presso gli amanuensi medievali è documentata
un'oscillante e mutevole grafia del nome in questione secondo le forme Varius,
Varus, Varrus: è quindi plausibile ortograficamente la lezione dantesca Varro
per Vario (la legittimità della lezione Varro è sostenuta dall'ediz. Petrocchi;
cfr. anche Bosco). -ALT In Pg XXII D.
stila nei versi in questione un canone poetico a quattro elementi sulla
falsariga di quello dei poetae regulati. Sappiamo che in ognuno dei canoni che
D. stila nella Commedia Virgilio viene nominato a latere, non inserito, ma
generalmente segnalato: è il caso di Varro che funge da segnale di Virgilio. Il
canone che qui D. stila è un canone di poeti comici in cui sono rappresentati
personaggi dell'antica commedia (Plauto e Terenzio, Cecilio, donde la probabile
eco oraziana: " Quid autem / Caecilio Plautoque dabit Romanus ademptum /
Vergilio Varioque? ", Ars poet. 53 ss.) e personaggi della commedia nuova
nella persona di Persio (Pg XXII 100) che viene nominato significativamente
dallo stesso Virgilio. Qualora si consideri questo canone unitamente a quello
di If IV (v. ORAZIO), risulta chiara la volontà di D. di qualificare la propria
poesia, il valore della sua Commedia, il rapporto con gli auctores nell'ambito
di un discorso di ‛ genere poetico ' che travalica il dato specifico per
diventare una questione che riguarda le matrici ideologiche della
Commedia. Bibl. - U. Bosco, Particolari
danteschi, in " Annali Regia Scuola Norm. Sup. Pisa " s. 2, XI (1942)
143-147 (anche per le questioni della tradizione ortografica dal nome Varro),
rist. in D. vicino, Caltanissetta-Roma 1966, 391-398; R. Mercuri, Terenzio
nostro antico, in " Cultura Neolatina " XXIX (1969) 84-116
(soprattutto pp. 85-91).Nome compiuto: Lucio Vario Rufo. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vario,” Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Varisco: la ragione conversazionale, o l’implicatura
conversazionale del sommario di criticismo – la scuola di Chiari – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Chiari). Abstract. Keywords: gnothi seauton, implicatura
dell’oracolo. Filosofia critica. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Chiari,
Brescia, Lombardia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “We all learned about the ‘gnothi seauton’ at
Clifton – Varisco composed a full tract about it! Calogero has analysed the
implicatures! The idea is that you need a ‘thou’ to tell ‘thou’ ‘knowest
THYself” – although the oracular mystique is still there!” – – Nasce da Carlo,
direttore del ginnasio locale, e da Giulia Bonatelli, sorella del filosofo BONATELLI
(vedasi). Il padre è un cultore appassionato delle
lingue e delle civiltà classiche, ma, privo di ambizioni sia accademiche sia
scientifiche, rimane per tutta la vita a dirigere il ginnasio di Chiari,
giungendo al punto di ri-fiutare la presidenza del liceo di Rimini offertagli,
probabilmente per il suo orientamento patriottico, dal governo dello stato
unitario, di recente proclamazione. La madre di V. è la seconda moglie del
padre, che dalla prima, scomparsa in giovane età, aveva avuto un solo figlio,
morto da bambino. Con Giulia, Carlo V. ebbe, oltre a Bernardino, tre figlie. Rimasto
vedovo una seconda volta, si sposa per la terza, di nuovo con una Bonatelli,
alla quale pure sopravvisse. L’infanzia
e l’adolescenza di V. sono contraddistinte da un’educazione ispirata a
sentimenti patriottici e irredentistici, pervasi da una profonda religiosità.
Dopo aver concepito, senza riuscire a portarlo a termine, il disegno di
arruolarsi nell’esercito italiano allo scoppio della guerra di indipendenza – quando è allievo del
collegio nazionale di Torino –, in occasione dell’esame con il quale corona il
suo percorso scolastico scrive un componimento intriso di un così profondo e
sincero sentimento nazionale e contraddistinto da un’enfasi letteraria tanto
efficace che gli valse la medaglia d’oro del re, venendo valutato come la
migliore prova scritta di italiano tra tutte quelle composte da coloro che, nel
suo stesso anno, sostennero l’esame di licenza liceale. Terminato il liceo, V.
si iscrive al Poli-Tecnico di Torino, città nella quale svolge il suo percorso
scolastico secondario, per poi passare a Padova dove si laurea in ingegneria e
conosce la sua futura moglie, Natalina Müller. Il matrimonio lo costringe ad
abbandonare la prospettiva di intraprendere una libera professione, cosa che
avrebbe richiesto troppo tempo, tenuto conto dei suoi nuovi obblighi, per
ottenere un reddito soddisfacente, e lo induce a dedicarsi all’insegnamento
della matematica presso l’istituto tecnico di Porto Maurizio. Qui nacquero le
sue due figlie, Giulia e Maria, ma, contemporaneamente, inizia a declinare la
salute della moglie, che muore. Questa morte prematura fu causa, per V., di una
profonda afflizione testimoniata, tra l’altro, da alcune lettere al padre in
cui V. dichiara di essere stato trattenuto dal por fine alla propria vita solo
dal senso religioso del dovere e della responsabilità nei confronti delle
figlie. L’evento luttuoso determinò, inoltre, un lacerante conflitto con il
suocero Müller, che lo ritenne responsabile del destino di Natalina,
accusandolo di averne causato la morte con l’impedire che lei si trasferisse,
per un periodo, in provincia di Padova allo scopo di riprendersi dal
logoramento fisico cui i due parti ravvicinati avevano sottoposto il suo
gracile organismo. Il suocero attribuiva l’opposizione di V. alla morbosa
gelosia da lui nutrita nei confronti della moglie, e non volle mai più rivedere
il genero. Nonostante il dolore per la perdita subita, aggravato dalla
mortificazione prodotta in lui dalle accuse del suocero, V. si sposa una
seconda volta, colla figlia di un preside di Porto Maurizio, ma il matrimonio
non durò che i pochi mesi necessari ai due coniugi per rendersi conto
dell’incompatibilità dei loro caratteri e delle rispettive esigenze,
concludendosi, in breve, con una separazione. È a quel punto che V. si trasferì
da Porto Maurizio a Bergamo e che iniziano a intensificarsi i rapporti e gli
scambi con lo zio materno: il filosofo BONATELLI (vedasi). Questi, aderente a
una visione spiritualistica e religiosa della vita alla quale ispira il proprio
pensiero filosofico, esercita progressivamente un’influenza sempre più decisa
su V. che, laureato in ingegneria e insegnante di matematica, propende inizialmente
per un indirizzo filosofico di orientamento positivistico. È grazie allo zio
che in V. si risvegliò un interesse per la filosofia molto meno generico di
quanto non fosse la sua istintiva simpatia di scienziato per il positivismo, al
quale, comunque, continua a guardare con attenzione anche dopo l’avvio del
proprio più diretto impegno filosofico, ma in modo maggiormente avvertito e
consapevole dal punto di vista concettuale. Questo più definito interesse per
la filosofia lo spinse a esporre, in una serie di contributi – pubblicati negli
Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti grazie ai buoni
uffici di BONATELLI (vedasi) – le proprie riflessioni di carattere filosofico
su tematiche di natura logico-gnoseologica. Apparvero così le Ricerche intorno
ai principi fondamentali del pensiero, le Ricerche intorno ai principi
fondamentali del ragionamento – cf. H. P. Grice, raziocinio – le conferenze
Kant a Stanford -- e il saggio Di una nuova ipotesi intorno ai fondamenti del
pensiero. Uscirono, per i tipi di due tipografie, una di Bergamo e l’altra di
Padova, Sul problema della conoscenza e Verità di fatto e verità di ragione –
Grice: “Leibniz, the inventor of the ‘analytic/synthetic’ dogma!” -- . Con La
necessità logica, pubblicato negli Atti della Reale Accademia di scienze morali
e politiche di Napoli, si conclude questo intenso periodo di elaborazione
filosofica che lo occupa. In precedenza V. pubblica degli scritti di carattere
scientifico -- se ne segnalano due: Sui numeri primi e Sulla deviazione
apparente del piano di oscillazione di un pendolo dovuta alla rotazione
terrestre. È questa, presumibilmente, la
fase alla quale va fatto risalire il suo originario orientamento positivistico,
empiristico, deterministico, da lui stesso denunciato e rigettato in seguito,
ma che non manca di far sentire la propria influenza anche nei contributi di
carattere filosofico. In questi, da un lato, tutto viene ridotto ad atti e,
come in H. P. Grice, stati di coscienza, o ‘stati menntali’ o ‘atti mentali’ –
‘mental acts’ – H. P. Grice, “Negation and privation” -- ma, dall’altro, tale
distinzione s’intreccia con quella fra esteriorità e interiorità in un modo che
non lascia dubbi sul carattere non idealistico di una gnoseologia così
concepita. In un quadro filosofico diverso, a distanza di una quindicina
d’anni, nell’opera I massimi problemi, si ritrova una distinzione analoga tra
‘sensibile’ e ‘sentito’ – cf. H. P. Grice e G. J. Warnock, ‘videre’, ‘visum’
--. ‘sensum’ – sense data – Grice in Scharwtz, Sensing. La relativa
indipendenza del sensibile rispetto al SENTITO – SENSO, SENSVM -- comporta qui
che, anche se del sensibile si può avere contezza solo attraverso un atto di
apprendimento soggettivo ossia una sensazione individuale, esso sussiste
indipendentemente da quell’atto – H. P. Grice, ‘mental act’ -- e può essere
oggetto di tanti altri atti distinti di apprendimento soggettivo -- di analoghe
sensazioni cioè che, avendolo come contenuto comune, siano espressione di
altrettante diverse coscienze individuali. Come contenuto comune di atti di
coscienze diverse, esso fornisce la base per conferire alla conoscenza unità e
inter-connessione. Ma se questa unità, che potrebbe essere definita ‘dal
basso’, fosse la sola, non avremmo mai modo di coniugarla con un sistema
organico di leggi razionali, che corrisponde a una unità ‘dall’alto.’ Gli stati
di coscienza sono altrettante monadi che possono combinarsi in una unità
razionale solo a condizione che la razionalità che li pervade -- e che si
riflette tanto nei sentiti – SENSUM – SENSA – cf. Grice e Warnock, ‘VISA’ -- quanto
nei sensibili -- sia a sua volta ri-conducibile
a un principio unico e sovra-sensibile, l’essere, del quale si tratta di
comprendere se rappresenti solo una unità necessaria, rigorosamente governata
da leggi deterministiche o non sia a sua volta una unità personale – cf. H. P.
Grice, “Personal identity” -- dotata di coscienza e trascendente tutte le
coscienze, alle quali, con questo suo trascenderle, fornirebbe, appunto, unità.
In effetti, sia pure all’interno della rigida necessità delle leggi
dell’essere, la coscienza, fatto tra i fatti, è tuttavia contraddistinta dalla
spontaneità, ossia dalla libertà – H. P. Grice, sugar-free, alcohol-free -- e
dal finalismo – cf. Grice’ keyword: end -- , che soli possono rendere conto
dell’agire del soggetto che ne è depositario; di un soggetto, cioè, influenzato
non semplicemente dalle leggi della ragione ma dal sentimento, dalla volontà e
dai valori: tutti elementi senza i quali una vera e concreta conoscenza
risulterebbe impossibile. Il pensiero di
V. è, pertanto, un pensiero che intende porsi al di là delle alternative fra
materialismo e idealismo, immanenza e trascendenza, e che, proprio per questo,
è stato spesso interpretato riconducendolo all’uno o all’altro di questi
estremi -- nella sua fase matura esclusivamente al secondo. In realtà la sua
filosofia dovrebbe, piuttosto, definirsi come un pensiero oscillante fra i
termini di questa duplice alternativa, volto a superarla rendendo conto insieme
delle esigenze insopprimibili dell’una e dell’altra posizione, anche se tendente
ad accentuare, nel suo sviluppo, l’aspetto idealistico -- mantenuto, comunque,
a una rigida ‘distanza di sicurezza’ dall’idealismo di Croce e di Gentile, con
i quali, soprattutto con il secondo, il rapporto non è mai idilliaco, come
risulta dai giudizi spesso sprezzanti che riguardo a V. si trovano formulati
nella corrispondenza dei due filosofi -- insieme a quello religioso o
trascendente: due tratti che mal si combinano e che infatti inducono V., nella
sua ultima riflessione, ad affidarsi sempre più al sentimento religioso come
all’autentica chiave per dispiegare, intera, la natura della ragione. Di questo
esito conclusivo -- anche se non necessariamente concludente -- è documento
l’opera postuma Dall’uomo a Dio – cf. H. P. Grice, From the creature to the
Genitor – God as an exegetical device --, la cui importanza agl’occhi di V. è
provata dal suo affidarla, per sicurezza, alle poste, senza portarla con sé,
ogni volta che si muove tra Chiari e Roma essendo nel frattempo divenuto
senatore del Regno d’Italia, perché gli venisse recapitata al suo arrivo. In
ogni caso, gli scritti dei suoi esordi filosofici, pubblicati, sono preludio
all’opera che da per prima autentica fama e risonanza al suo pensiero, ossia
Scienza e opinioni, la quale ottenne il premio reale e gli valge la cattedra
universitaria presso l’Ateneo romano, dove insegna. La sua carriera accademica è
pertanto piuttosto breve, concludendosi con il pensionamento per raggiunti
limiti di età. Ma un ulteriore riconoscimento lo attende: la nomina a senatore,
per avere con la sua opera dato lustro all’Italia: carica il cui conferimento
dimostra come, anche se le parole commemorative di Federzoni in Senato alla sua
morte -- meglio che veterano, PROFETA DEL FASCISMO --, in Senato del Regno,
Atti parlamentari, Discussioni -- si devono considerare senz’altro eccessive
nella loro enfasi retorica, V. non è ostile al fascismo, che vide nascere
probabilmente con favore, data la sua adesione alla causa nazionalista dalla
quale è spinto anche a collaborare, per qualche tempo, al periodico di
Corradini L’Idea nazionale. Dopo il
fallimento del secondo matrimonio V. vive sempre con la prima figlia, Giulia.
La seconda, Maria, alla quale era particolarmente affezionato, si sposa e muore:
questo evento gli da l’ultimo grande dolore e ne sconvolse l’incipiente
vecchiaia imprimendo un senso tragico all’ultima fase della sua esistenza. Giunto
all’età di ottantatré anni, è ricoverato per una sorta di logoramento senile
nell’ospedale di Chiari, dove si spense circondato dall’affetto della figlia
rimasta sempre con lui e degli allievi più cari accorsi al suo capezzale, tra i
quali, in particolare, ZUBIENA (vedasi) e CARABELLESE (vedasi). Opere. Una bibliografia sostanzialmente
completa delle opere di V. è nel lavoro di Alliney, ove non vengono menzionati
i tre scritti di carattere scientifico che risalgono ad anni precedenti allo
sbocciare della sua vocazione filosofica: Saggio sulla teorica dei rapporti,
Padova; Sui numeri primi, Jesi; Sulla deviazione apparente del piano di oscillazione
di un pendolo dovuta alla rotazione terrestre, in Giornale scientifico delle
scuole secondarie italiane, Fonti e Bibl.: L’unica biografia esistente di
Varisco è rappresentata dalle poche pagine della prefazione (L’uomo Varisco)
all’opera citata di Giulio Alliney, che di Varisco era nipote, essendo figlio
della figlia Maria. La bibliografia su Varisco non è molto recente (segno di un
interesse per la sua personalità e il suo pensiero che si è andato spegnendo):
P. Carabellese, L’essere e il problema religioso. A proposito del conosci te
stesso di B. V., Bari 1914; A. Levi, Il pensiero filosofico di B. V., in
Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, 1920; G. Tarozzi, La
filosofia di B. V., in Rivista di filosofia, 1923; E. Castelli, Il problema
teologico in B. V., in Scritti filosofici per le onoranze nazionali a B. V.,
Firenze 1925; A. Pastore, Verità e valore nel pensiero filosofico di V., ibid.;
P. Carabellese, Il pensiero di B. V., in Giornale critico della filosofia
italiana, 1926; E. Castelli, Il pensiero religioso in B. V., in Studium, 1929;
E. De Negri, La metafisica di B. V., Firenze 1929; E. Castelli, Il massimo
problema nel pensiero e nella vita di B. V., in La scuola cattolica, 1933; C.
Ottaviano, Il superamento dell’immanenza in B. V., in Archivio di filosofia,
1934; P. Carabellese, B. V., in Enciclopedia italiana, XXXIV, Roma 1937, s.v.;
M.F. Sciacca, B. V., in Logos, 1937; T. Moretti-Costanzi, Il problema dell’uno
e dei molti nel pensiero di B. V., Roma 1940; G. Alliney, B. V., Milano 1943;
G. Calogero, La filosofia di B. V., Messina-Firenze 1950.Insegna filosofia a
Roma e senator. La sua formazione filosofica coincide con la crisi del
positivismo. Si laurea a Pavia. Partendo da posizioni solidamente
scientifiche, V. avverte sollecitamente il limite di ogni conoscenza che voglia
essere esclusivamente composto di ragione, e scopre insieme la concomitante
componente fideistica di ogni affermazione di verità. Questo ricorso alla
fede come sentimento del sopra-naturale è utilizzato da V. sia per affermare la
preminenza della filosofia come conoscenza concreta sui processi astrattivi
della scienza -- “I massimi problemi” (Milano, Libreria Editrice Milanese) -- sia
per approdare ad uno spiritualismo pluralistico con forti accentuazioni
teistiche -- “Dall'uomo a Dio” (Padova, Milani). Altre saggi: “Scienza ed
opinione” (Roma, Alighieri); “La patria” (Roma, Provenzani), “Conosci te
stesso” (Milano, Libreria Milanese); “La scuola per la vita” (Milano, Isis); “Linee
di filosofia critica” (Roma, Signorelli); “Discorsi politici” (Roma, Alberti);
“Sommario di filosofia” (Roma, Signorelli). Cavaliere dell'Ordine della Corona
d'Italia nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dell'Ordine della corona
d'Italia, ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme
ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine
della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine
della Corona d'Italia. Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona
d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della
Corona d'Italia. Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Sa PIRRZA semana
A? I (9 e | 0 Db sb Ò N S LL SOMMARIO FILOSOFIA < CURSI - 3 COLLEZIONE
FILOSOFICA a cura di E. CASTELLI VI Il presente lavoro fu, sul principio del
corrente anno 1927, pubblicato in tedesco dall’editore Felix Meiner di Lipsia.
ALTRE RECENTI PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE Linee di Filosofia Critica —
Roma, Signorelli, 1925. Discorsi politici — Roma, De Alberti, 1926. La scuola
per la vita — 2° ediz.; Venezia, “La Nuova Italia ,, 1927. DALL'UOMO A DIO
(D’Imminente pubblicazione) » BERNARDINO VARISCO BERNARDINO VARISCO. SOMMARIO
DI FILOSOFIA ROMA ANGELO SIGNORELLI - EDITORE VIA DEGLI ORFANI, 88 1928 : :
Proprietà Letteraria : :(—— — ANGELO SIGNORELLI EDITORE — ROMA Roma, 1928 —
Coop. Tip. « Egeria » - Via Marco Polo, 19. CENNI AUTOBIOGRAFICI Il prof. B.
Varisco è molto vecchio, essendo nato il 20 aprile 1850, in Chiari, allora una
grossa bor- gata oggi una cittaduzza della provincia di Brescia. Il padre suo,
Carlo, pur nativo di Chiari, piccolo pro- prietario, e professore nel patrio ginnasio,
lo educò accuratamente, facendogli acquistare per tempo una buona cultura
latina e italiana. Lo zio paterno ave- va preso parte alla guerra del ’48 e vi
era morto valorosamente. Lo zio materno divenne, più tardi, professore di
filosotia nelle università, prima di Bo- logna, poi di Padova. La famiglia,
molto religiosa e aliena da ogni setta, era italianamente patriot- tica.
Sentimento, che nel fanciullo venne precoce- mente chiarito e corroborato, così
da rendersi dure- vole, dalla guerra del ’59, e dagli avvenimenti che la
seguirono. Sulla fine del ’64 il giovinetto, che | aveva poco più d’un anno
prima perduta la madre — donna dedita in tutto alla famiglia, energica e
affettuosa, indimenticabile — fu mandato nel col- legio nazionale di Torino, a
compiervi gli studi classici. Poi dovette scegliersi una carriera. E tale, che
. gli permettesse di non allontanarsi da Chiari, dove il padre già innanzi con
gli anni, e le sorelle giova- nissime, avrebbero avuto bisogno di lui; e dove
la famiglia, bastantemente stabilita e molto accredìi- tata, poteva prosperar
con poco rimanendo unita, meglio che non avrebbe fatto con molto più divi-
dendosi. Non inclinato nè all’avvocatura nè alla me- dicina, il giovinetto si
decise per l’ingegneria; e la scelta parve, a tutti quelli che avevano diritto
e voglia di giudicarla, buona. La fama, di cui nutriva in segreto il desiderio,
egli s’immaginava d’acqui- starla, tanto più facilmente, quanto meno la con-
nettesse con l’utilità. Ma le circostanze, che durando avrebbero favo- rito i
suoi disegni, mutarono mandandoli a monte, ancor prima ch’egli si fosse
laureato. Non era più da pensare a esercitar l’ingegneria in Chiari, e molto
meno fuori. Bisognava procacciar subito un pane; per sè, alle sorelle
provvedeva il padre. Scolaro di- ligente, s’era guadagnata la benevolenza de’
suoi professori; che gli ottennero, cosa non difficile allo- ra, una cattedra
di matematica nelle scuole medie. Vi salì sui primi del ’74; ne discese, per
salire su quella di filosofia nell’università di Roma, sui primi del ’906.
Rendiamo ragione, senza entrare in parti- colari noiosi e inutili, di questo
passaggio, dopo un così lungo intervallo. Ai doveri del proprio ufficio, il
prof. V. atten- deva con una diligenza, che dai superiori fu lodata e premiata.
Nondimeno, egli non trascurò mai la cultura, da cui aveva sperato fama; e che
andò man mano assumendo, grazie in parte allo zio materno, un carattere
filosofico sempre più spiccato. A inter- sg — valli — rari, perchè i doveri
d’ufficio, e le cure della famiglia che si era formato, esigevano pressochè
tutto il suo tempo — fece in questo campo qualche tentativo, che non ebbe
fortuna. Ma questi scacchi non gl’impedirono di curar l’educazione delle sue
figliole, di preparare le sue lezioni, di correggere i lavori de’ suoi alunni,
di leggere nelle ore d’ozio i suoi classici e i suoi filosofi, e di prendere
degli appunti. Questi crebbero lentamente fino a costituire un insieme,
rispettabile per la mole. Il prof. V.li scelse, li ordinò, li corresse, ne mise
insieme un lavoro in- trinsecamente abbastanza ‘uno, che mandò mano- scritto a
un concorso e che nel ’900 fu premiato. L’anno dopo il manoscritto fu stampato
in un bel vo- lume col titolo «Scienza e Opinioni», presto esaurito. Tra il
’901 e il ’905 apparvero parecchie altre pubbli- cazioni; basti ricordare
«Forza ed energia» (una di- scussione dell’energetica di Ostwald), e «Dottrine
e fatti». Nel ’905 il prof. V. vinceva il concorso alla cattedra di filosofia
all’Università di Roma. Nei lavori accennati era espressa una concezio- ne
positivistica, o più esattamente naturalistica, del mondo. Meritano qualche
rilievo due punti. Primo: le conclusioni dell’indagine scientifica
(naturalistica) forse non sono assolutamente vere, ma «constano»; vale a dire:
non criticabili scientificamente, nè quindi filosoficamente, potrebbero essere
inaccetta- bili sotto un altro punto di vista, sotto quello del sentimento.
Perciò il prof. V. rimaneva, e lo disse, teista, o almeno deista, mentre il
sistema da lui costituito era schiettamente ateistico. In seguito, la — 8- e
distinzione tra il vero e ciò che consta fu da lui molto modificata; ma non mai
abbandonata; e in- . somma si riduce alla distinzione tra la filosofia e le.
scienze particolari. Secondo : atomista in fisica, il prof. V. ritenne
tuttavia, doversi all’atomo attribuire anche dei ca- ratteri psichici; questa
supposizione gli parve neces- saria, oltrechè alla psicologia e alla
gnoseologia (da lui allora confuse), anche alla fisica. In tal modo, l’atomismo
assumeva una tal quale somiglianza con ciò che sarebbe il monadismo
leibniziano, se le mo- nadi fossero tra loro connesse causalmente. La somi-
glianza divenne anche maggiore in seguito; ma il prof. V. non ammise mai, che
le monadi «non aves- sero finestre». Nel Sommario il suo monadismo è
sviluppato, così gli pare, con tutta la chiarezza com- patibile con la massima
brevità. Il carattere psi- chico degli ultimi elementi fisici lo condusse ad
abbandonare il determinismo rigoroso di «Scienza e . opinioni» : la causalità
stessa implica, secondo lui un principio d’indeterminazione. Esporre dalla
cattedra delle teorie non discusse criticamente sott’ogni aspetto, è una colpa,
nella quale il prof. V. non voleva cadere. Perciò l’inse- gnamento
universitario gl’impose come un obbligo di approfondire i propri studi, non
frettolosi di certo, ma inevitabilmente un po’ frammentari. Già prima d’esser
nominato universitario, ma dopo il ’901, egli era venuto in relazione col prof.
G. Gen- tile, uscito allora dalla Scuola Normale Superiore di Pisa; dotato,
quantunque giovanissimo, d’una cul- ITA + tura eccezionalmente vasta, e
profondamente orga- nica. Presto, le relazioni divennero aspre. Ma il prof. V.
ha, delle polemiche filosofiche, un concetto — esposto nell’Introduzione al
Somma- rio — da cui senza dubbio neanche il G. non è ‘alleno: prima che a
combattersi, anzi, più che a combattersi, bisogna pensare a capirsi. E l’appro-
fondimento, impostogli, come si disse, per dovere d’ufficio, fu agevolato non
poco dal desiderio di ben comprendere il suo contraddittore. — Il G. divenne
poi suo collega nell’università romana, ed amico; il prof. V. non dimenticherà
mai le segnalate affet- tuose prove di stima, dategli dal G. in più d’un’oc-
casione. —: Conseguenza dell’approfondimento fu, che il V. abbandonò îÎl suo
vecchio naturalismo, e vide, che la filosofia non è costruibile che sulla base
della critica idealistica. Pure accettando questa come punto di partenza, il
prof. V. non accetta l’idealismo, che in un certo senso; ma crede che, in un altro
senso, il realismo sia ineliminabile. Parrebbe, ch’egli si proponga di
costruire un ideo-realismo — espressione da lui stesso usata una volta, ma
infelice, — o di accoz- zare sincretisticamente fidealismo e realismo. Non è
così. Egli crede, che la stessa critica idealistica, meglio interpretata in
qualche punto, implichi, e una certa limitazione dell’idealismo, e una certa
rivalutazione del realismo ; crede insomma, che l’ac- cettare l’idealismo puro
sia, non meno che l’accet- tare il realismo puro, un contravvenire a quanto vi
è di accertato nella critica idealistica. Tutto ciò non 0 è molto chiaro; ma
sarà chiarito nel Sommario, e particolarmente nella sua Conclusione. Per il
pensiero, che dopo la sua conversione il prof. V. andò sviluppando, si vedano:
I massimi problemi (1910, sec. ed. 1914), Conosci te stesso (1912) tradotti
l’uno e l’altro in inglese; inoltre pa- recchi art. che riuniti formerebbero un
volume orga- nico; Dall’uomo a Dio, in corso di stampa, e il presente Sommario.
Da questi ultimi due lavori pre- scinderemo. Agli altri fu opposto, che i
problemi veramente massiîni non vi abbiano ricevuto solu- zioni definitive.
Opposizione ingiusta. Formulare, in ordine a un qualsivoglia problema, una
soluzione; dichiararla definitiva, e riscotere così l’approvazione di quanti
pensano allo stesso° modo — è facile, ma inconcludente. La soluzione dev’essere
tale, che gli avversari, purchè desiderosi più d’apprendere che di cantar
Vittoria, ne siano costretti, se non vogliono contrad- dirsi, a modificare più
o meno profondamente le loro idee. Questo è il fine che il prof. V. si propose,
al quale ritiene d’essersi andato approssimando; e che: gli sembra conseguito.
nei due ultimi lavori. Nessu- no, che intenda le difficoltà del fine si
meraviglierà . se ll prof. V., messosi all’opera già vecchio, non sia stato
capace di compierla che al termine della sua vita. | Per ultimare questi cenni
aggiungiamo, che il prof. Cento, amico del V. di cui era stato uno de’ migliori
alunni, ordinò e pubblicò, nel vol. La scuola per la vita (1922), molti scritti
pedagogici del suo ie vecchio insegnante; di questo libro sta per uscire la 2°
ediz. riveduta e accresciuta. Tra gli scritti peda- gogici, che nel detto vol.
non poterono essere inseriti, perchè ne avrebbero turbata l’organicità,
ricorderemo La matematica nella scuola media e La convivenza; importanti per
chi voglia conoscere il pensiero del- l’A. Finalmente: il prof. V., alienissimo
della politi- china spicciola, s’occupò anche di politica ; il suddetto prof.
Cento ne raccolse gli articoli su questo argo- mento, che, in un vol. sotto il
titolo Discorsì politici, furono pubblicati nel 1926. Il prof. V. è di
complessione gracile; ma non ebbe malattie gravi, nè finora gli sono molto
gravi gli anni. D'umore prevalentemente lieto, con un’om- bra di tristezza.
L’oscurità, in cui vive, non gli ri- sparmiò dolori, che talvolta parvero
insopportabili, ma per poco. Ha, ed ebbe sempre fede nella Prov- videnza. sua
SS rm- SOMMARIO DI FILOSOFIA INTRODUZIONE Combattere una dottrina, o discuterla,
nel mo- do seguito finora pressochè sempre, conclude poco. Una dottrina, che si
presenti come parzialmente nuova — le novità ragionevoli sono sempre parziali —
dev’essere prima di tutto ben capita, la valuta- zione verrà poi. Ogni dottrina
è conseguenza — d’ordinario lo- gicamente inappuntabile, cioè necessaria —
d’una. mentalità preformata; per capirla, dobbiamo capire, cioè renderci
esplicita, la mentalità su cui si fon- da (1). Senza dubbio, l’autore ha
l’obbligo di espri- mersi con chiarezza; ma, in ogni caso, al critico ri- mane
da compiere un lavoro, che non è dei più facili. S’intende, che il critico
presuppone anch'egli una sua mentalità. Siano A e B le mentalità rispet- tive
del critico e dell’autore. Supposto accertato, che delle due mentalità una
includa l’altra con qual- cosa di più, la discussione tra il critico e l’autore
ha un risultato: se A = B + C, la critica prevale (1) Cap. X: $ 2; Cap. XI: $$
III, IV, V (soprattutto), S VI. suis sulla dottrina; se B = A + D, la dottrina
prevale sulla critica (1). E se non si verificasse nessuna delle due ipo- tesi?
P. es.: se a chi dice — questo è oro, perchè non intaccabile dagli acidi —,
altri opponesse — questo non è oro, perchè non ha quel peso speci- fico (2) —?
In questo caso, la dottrina e la critica rimarrebbero di fronte, ostili ma
senza toccarsi, per- chè (ci si passi la frase) non riducibili a uno stesso
denominatore. Ma un risultato importante sarebbe ottenuto: che per decidere la
questione sia neces- sario approfondirla. Se i critici, e gli autori, sì
attenessero al meto- do indicato, si risparmierebbero non poche logoma- chie.
Se pensassimo più a capirci che a combatterci, le polemiche, inconcludenti non
meno che appassio- nate, svanirebbero, dando luogo a una ricerca, nella quale tutti
vinceremmo, perchè tutti guadagne- remmo qualcosa. Il campo, in cui anche la
lotta è necessaria e santa, non è quello degli studi. Ho indicato il modo, con
cui la dottrina, espo- sta sommariamente qui appresso, dev’essere stu- diata.
Il modo è una conseguenza della dottrina; il che, se non erro, prova qualcosa
in favore di que- sta. Ma per la ragione medesima non sarà ben ca- pita, senza
una previa, rapida ma non disattenta, lettura del breve opuscolo. Chi non vuol
rileggere, non legga; perderebbe il suo tempo. (1) Cap. XI: $ V. (2)
Supponiamo, che nella determinazione del peso specifico si fosse
inavvertentemente sostituito all’acqua un liquido che n’avesse i caratteri
appariscenti, ma più denso. CAPITOLO I. IL FINE DELLA FILOSOFIA. I. Il sapere
umano è frammentario. Più esattamen- te: l’unità, che gli è senza dubbio
essenziale, non è d’ordinario avvertita nella sua totalità. Costruire una
teoria, o esercitar un mestiere, senza rilevare il nesso intrinseco alle varie
proposizioni di quella, o alle varie operazioni di questo, è impossibile. Ma il
nesso tra le diverse teorie, tra i diversi mestieri, e in genere tra tutte le
manifestazioni del pensiero umano, suol essere lasciato in disparte. Noi
viviamo convivendo. É riflettiamo anche, sulla vita e sulla convivenza; ma
dalle cognizioni parziali e unilate- rali così ottenute non risulta una sicura
concezione di insieme. II. Una tale condizione del sapere non è priva di
pericoli. Per es.: non pochi possono e debbono dire di sè: video meliora
proboque, deteriora sequor. Perchè la loro cognizione del meglio rimane in loro
qualcosa di esternamente sovrapposto alla vita, non — 16 — di compenetrato con
la vita: un accessorio, invece d’un costitutivo essenziale. Correlativamente,
la loro volontà non si compenetra col loro sapere, benchè vi aderisca; e quindi
rimane un capriccio press’a poco inorganico. Per l’uomo, che avesse veramente
unificato se stesso — al che si richiede, ch’egli abbia unificato se stesso con
gli altri e col tutto —, la co- gnizione del meglio sarebbe ipso ‘facto
volizione. III. Ai contrasti, che sorgono internamente a cia- scun uomo, altri
se n’aggiungono, tra uomo e uomo, tra un gruppo d’uomini e un altro, p. es. tra
delle classi e tra degli Stati. Nessuno crede, che la sop- pressione di simili
contrasti sia possibile o desidera- bile. Ma non possiamo non procurar di
attenuare i dolori, e lo spreco di forze, che ne derivano. Al che riusciremo
tanto più sicuramente, quanto meglio ci sarem persuasi, che un uomo è
inseparabile da un gruppo, anzi da un insieme di gruppi ordinato, e che i
gruppi sono inseparabili anch’essi gli uni dagli altri. La coscienza dell’unità
umana è (condizione sine qua non d’ogni perfezionamento umano. IV.
Gl’illuministi credevano d’avere attuata in se stessi questa coscienza, e di
lavorare a diffonderla. Eran pieni senza dubbio di buone intenzioni. Ma il loro
esempio dimostra, che le buone intenzioni astratte non hanno valore nemmeno
come inten- CE, | gr zioni. S’illudevano di potere, senza troppe difficoltà,
far della terra un paradiso. Il che ci farebbe sorri- dere, se non ci faicesse
fremere il modo, con cui si attuò il loro disegno. Ma una domanda ci s'impone;
a parte il fremere, abbiam diritto, noi, di sorridere? Non siam caduti anche
noi, recentemente, in un semplicismo analogo all’illuministico? E con delle ‘
conseguenze non meno disastrose? La nostra cultura è cresciuta non poco,
d’allora in poi. Ma divenendo anche più frammentaria. Il problema della
filosofia — come ci si formi una coscienza concreta e chiara dell’unità — è
sempre da risolvere; in che modo? Digitized by Google CAPITOLO II. IL METODO.
I. Noi possediamo delle cognizioni accertate, cioè delle scienze, oramai estese
a tutto il campo dello scibile. Ogni scienza è, in se stessa, un sistema per-
fettamente unificato. Le molte scienze, invece, non sono sistemate o unificate
le une rispetto alle altre. Ma che siano sistemabili, non è dubbio. Tra le men-
talità infatti, su cui si fonda una scienza qualsivo- glia, e che servono a
costruirla, non poche son co- muni a tutte le scienze. Rendiamoci un conto
chiaro delle dette mentalità, e mettiamone in evidenza i nessi reciproci.
Ridotte così a sistema le scienze, avremo unificato il sapere, cioè costruita
la filosofia. II. La filosofia identificata col sistema delle scienze prende il
nome di positiva. Di filosofie positive ne furono costruite parecchie
inconciliabili tra loro. Ma i positivisti concordano tutti su di un punto
essen- — 20 — ziale : il metodo positivo non soltanto è valido, ma il solo
valido. Infatti, non c’è altro sapere accer- tato, che lo scientifico,
includente anche il volgare nelle sue parti accertate; per conseguenza: tentar
di costruire la filosofia con un altro metodo è un lavorare in aria. Discutiamo
il metodo. E a tal fine distinguiamo : tra ciò che è « vero» — carattere delle
proposizioni, la cui certezza è indiscutibile sott’ogni aspetto —; e ciò che
«consta» — carattere delle proposizioni, la cui certezza non è indiscutibile
che sotto qualche aspetto. | III La fisica si chiude nel campo dei corpi e
delle loro variazioni. Viene così ad ammettere, sia pure implicitamente ma
necessariamente, che l’esserci e il variare dei corpi non dipendano da
nient’altro. E° «vero», che tutte le nostre cognizioni fisiche deriva- no
dall’esperienza e dalla rielaborazione razionale di questa, cioè insomma dal
pensiero; che il fisico rifiuta come oggettivamente impossibile tuttociò che
risulti assurdo al pensiero; e sche dunque la detta indipendenza è
problematica. Ma il fisico, a chi gli opponesse tali difficoltà, risponderebbe:
— che il pensiero sia uno strumento imprescindibile per costruire la fisica, lo
so anch’io. Ma io sono un fisi- co, non un filosofo. L’attitudine del pensiero
a co- struire la fisica è un fatto, che noi constatiamo e di cui ci valiamo; la
spiegazione del fatto non è un problema di fisica. sl L= IV. E, sotto il punto
di vista fisico, non c’è nulla da opporre. Il fisico prende le mosse da ciò,
che a lui e a tutti « consta »; e i risultati, a cui giunge con la sua
indagine, constano del pari. Ma chi vo- glia unificar tutto il sapere, non può
assumere come « vero » ciò, che semplicemente « consta ». Tra la supposta
indipendenza del mondo fisico dal pensiero, e il nostro dettar legge col
pensiero al mondo fisico, abbiam rilevata un’opposizione possibile; bisogna, v
eliminar quest’opposizione, o riconoscerci non auto- rizzati a trasportare
senz’altro la fisica nel campo della filosofia. Che le singole scienze
constino, siano cioè indiscutibili nei rispettivi campi, è fuor di que- stione.
Ma che cosa valgano in ordine al tutto — in altri termini, che cosa contengano
di assoluta- mente indiscutibile o di vero —, non sapremo, se non dopo di aver
costruita la filosofia. Il metodo positivistico di costruire la filosofia non è
dunque accettabile. Digitized by Google CAPITOLO III. IL METODO FILOSOFICO I.
Non può essere che uno solo: discutere critica- mente, sott’ogni aspetto,
l’insieme di tutte le for- mazioni mentali. Supponiamo — per un momento, e
senza nulla pregiudicare — ultimate le discussioni. L'insieme delle formazioni
mentali sarà trasformato in un sistema connesso, di significato chiaro, e di
valore accertato sott’ogni aspetto; avremo superata ogni frammentarietà, e
costruita la filosofia. II. La sterminata moltitudine delle formazioni, di cuì
si deve tener conto, non costituisce una seria difficoltà. Infatti: le
formazioni sono già parzial- mente sistemate nelle singole scienze.
Distinguiamo in ogni formazione, il valore scientifico e quello filo- sofico.
Stabilire il primo, è affare della scienza; la quale, nel suo campo, non è
discutibile filosofica- mente. Alla filosofia non rimane che di stabilire il
secondo. E questo è il medesimo per tutte le forma- — 24. zioni appartenenti a
una medesima scienza; dipende infatti, non dalle particolarità per cui una di
esse formazioni differisce da un’altra; bensì dai presup- posti, su cui si
fonda la separazione di un determi- nato campo scientifico da tutti gli altri.
E a questi presupposti si riducono le formazioni, che la filo- sofia deve
discutere. Come si vede, la scienza con- tribuisce alla filosofia, non coi suoi
risultati ma cou la sua organizzazione; in ciò propriamente consiste .1l suo
valore filosofico. III. Le formazioni mentali, che dovremo discutere, sono
comunemente note, in quanto appartengono al saper comune; la loro sintesi non
discussa e non molto chiaramente avvertita, costituisce la concezio- ne del
mondo, che gli uomini ebbero ab immemora- bili, e di cui tutti siamo dotati
all’uscir dall’infan- zia. Col crescere della cultura, collettiva e indivi-
duale, questa concezione si sviluppò: arricchendosi nelle formazioni di cui
risulta, chiarendosi e conso- lidandosi con l’organizzazione sintetica; le
scienze della natura e dell’uomo, che furono conseguenza dello sviluppo,
contribuirono efficacissimamente a . promuoverlo. Tuttavia lo sviluppo,
notevolissimo sotto altri aspetti, lasciò inalterate le linee fonda- mentali
della concezione indicata. Che, all’infuori di eccezioni (Parmenide p. es.) su
cui non possiamo fermarci, furono accettate anche dalla filosofia. E, e IV. In
proposito, non è da trascurare la riflessione seguente: « Gli uomini si formano
dei concetti, che, pur non essendo in generale molto precisi, rendono in
complesso abbastanza bene i risultati dell’espe- rienza, come l’hanno fatta intesa
ed elaborata; e che dunque hanno dî certo un valore. Ma la filoso- fia, che
senz’altro faccia suoi quei concetti, li con- verte spesso in errori; perchè il
filosofo li considera come verità esatte sulle quali argomenta, mentre il volgo
li considera soltanto come verità pratiche se- condo le quali opera (A.
Rosmini, Rinnovam., Lib. III, c. LI; cfr. Nuovo Saggio. Sez. VI, c. XIV, art.
V) » (1). La filosofia esige dunque la determinazione dei limiti, entro dei
quali, e non al di là, i concetti comuni, e gli scientifici, hanno un valore;
in altri termini è costruibile soltanto per mezzo della critica filosofica. (1)
Dal mio libro: Scienza e opinioni, p. 683. Digitized by Google CAPITOLO IV. IL
SOLIPSISMO. I. E? una dottrina fondata, secondo i suoi difen- sori, su di una
critica radicale. Per non svisarla, bi- sogna lasciarla esporre al critico
stesso, parlante nella persona prima singolare; così faremo nel pre-. sente
capitolo — A me, quando converso e leggo, sembra di venir a conoscere un
pensiero altro dal mio, e opposto non di rado al mio: il pensiero degli uomini
coi quali converso, e degli autori, di cui leggo i libri. Benchè incrollabile a
primo aspetto, questa mia credenza può nondimeno essere messa in dubbio; devo
dunque discuterla. Che io, in quanto penso, co- nosca il mio pensiero,
s’intende facilmente; ma come io possa conoscere un pensiero altro dal mio, non
è chiaro. IH. Anzi: una semplice riflessione dimostra, che la mia cognizione
d’un pensiero altro dal mio è im- possibile. Infatti, l’altrui pensiero io non
lo cono- sco, se non lo penso; e, se lo penso, il pensiero è mio, non altrui.
Lo stesso dicasi di qualsivoglia _ 28 — realtà : p. es., del foglio di carta,
su cui scrivo. Tut- to quanto io so del foglio, anche il suo esserci, è
pensiero mio e nulla più: io posso certamente sup- porre dei fogli, o degli
astri, che non vedo, e che forse non ci saranno; ma il mio supporli è un pen-
sarli, e soltanto in questo senso è un conoscere. Con- cludendo : l’ipotesi che
una realtà qualsiasi, a me nota, sia fuori del mio pensiero è contraddittoria e
perciò da escludere. III. Seguita il solipsista: — mi oppongono di con- fondere
la cognizione con l’oggetto conosciuto. L’ob- biezione manca di fondamento: che
l’amico sia in viaggio, io lo so da una lettera, la quale non è di certo il
viaggio dell’amico. Ma la lettera, e il viaggio dell’amico, e l’amico, non
esisterebbero per me, se io non li pensassi: vale a dire: il loro esserci non
è, per quel che io ne so, che l’esserci di certi miei pen- sieri. Le distinzioni,
che mi son familiari, e che non mì passa per il capo di negare, tra pure
immagina- zioni, esperienze, ipotesi, dubbi, mezzi conoscitivi, errori,
cognizioni certe, realtà conosciute con esat- tezza maggiore o minore, derivano
per intero dalle varie connessioni logiche tra i miei pensieri, e quin- di non
mi fanno uscire mai dal campo de’ miei pensieri. | IV. Avanti. Quel pensiero
mio, nel quale, per quan- to io sappia, si risolve ogni cosa, è pensiero mio
pre- -- 99 — sente. Anche la distinzione tra i miei pensieri pas- sati e i
presenti è riferibile alle accennate connessio- ni logiche tra i miei pensieri
— tra i miei pensieri presenti! -—; e non ha senso, che dalle medesime
connessioni, P. es.: avevo una pallina di cera, e le ho dato la forma d’un
cubo. Che io, in questo mo- mento, pensi quella cera e come cubica e come sfe-
rica, è troppo evidente. Ma tra le due forme sfe- rica e cubica c’è
un’opposizione; che io elimino con una distinzione: la cera è sferica in ordine
al pas- sato, cubica in ordine al presente. La temporaneità non è propriamente
altro che la coesistenza di due opposti, e d’una riflessione che li rende
concilia- bili (1). (1) Da notare i due pregevoli recenti lavori: Adolfo Levi
(prof. nella R. Univ. di Pavia) Scep- tica; favorevole al solipsismo; Annibale
Pastore (prof. nella R. Univ. di Torino): Il solipsismo; contraria. Ne ho
approfittato in q. Cap. IV; e ne approfitto an- che in seguito. 'Al1 primo
aspetto, la riflessione del $ IV non sembra connessa col solipsismo; ha per
altro lo stesso fon- damento che quelle dei $$ II ,III; almeno per questo era
da riferire qui. Digitized by Google CAPITOLO V. DISCUSSIONE DEL SOLIPSISMO.
Per le concezioni comuni, sempre accettate an- che da molti filosofi (1), le
riflessioni suesposte (2) costituiscono delle gravi difficoltà, che dalla
critica non vanno tralasciate, quantunque il senso comune le tralasci perchè
non le comprende. Ma per il di- segno, che stiamo abbozzando, è meglio
discuterle più tardi (8). All’esauriente valutazione del solipsi- smo esposto —
solipsismo in stretto senso (4) — basta l’esame del suo contenuto. Il quale si
riassume in una molto semplice formula: non c’è altro pen- (1) P. -es., dai
neo-scolastici. (2) Cap. IV. (8) Sul valore d’una filosofia, che le trascuri
cfr. Cap. III: $$ III, IV. Per semplificare i confronti, citiamo i luo- ghi
dove si espongono, e quindi dove si discutono, le dif- ficoltà ricordate. Cap. IV: $$ I, II; cfr. Cap.
VII: $ III; Cap. IV: $ III; cfr. Cap. VII: $ IV; cfr. Cap. VIII: $ IV. (4) L’idealismo, inteso nel senso indicato più oltre
(Cap. IX: $ IV, n. 1), si può considerare come una forma di solipsismo. Non
però dello stretto solipsismo; benchè sia dubbio, se per mantenersene distinto
non debba sacrificare la propria coerenza. Comunque: la discussione di cui alla
n. precedente si riferisce anche all’idealismo, non soltanto allo stretto
solipsismo, il quale perciò non vi è ricordato. cus 99 siero — includente
sensazioni, piaceri, dolori, desi- deri, azioni consapevoli ecc. — fuor di
quello soli- tario, che il sig. Tal dei Tali, filosofo solipsista, con- sidera,
e come suo esclusivo prodotto, e insieme co- me suo costitutivo. II. Il
solipsismo urta contro una difficoltà invinci- bile, che sorge dal suo medesimo
contenuto: noi tutti riconosciamo, e non possiamo non riconoscere, al pensiero
altrui, e al pensiero temporaneo altrui o nostro, un valore costitutivo
essenziale rispetto al nostro pensiero presente. La madre di questo mio
figliolo, da un pezzo non c’è più; ma io la ricordo. E ricordo la vita, cessata
così rapidamente, che vi-. vemmo insieme; vita, che si risolveva in un’attività
presente, ma sempre varia, e che si nutriva di ri- cordì e d’aspettazioni.
Anche ora che il figliolo è adulto, io mi preoccupo del suo avvenire; com’egli
sì preoccupa del mio, pur sapendo, che cosa può essere per me l’avvenire.
Lavora egli, e lavoro bene o male anch’io, ma questo lavoro non sarebbe nè
concludente, nè possibile, senza il pensiero che ci è comune, senza i ricordi e
le aspettazioni, che lo fon- dano e lo guidano. III. Io amo la mia patria;
perchè? Perchè il suo passato è tale, che io, ripensandolo, «in me stesso 83
m’esalto » (1). Il mio esaltarmi, che mi dà una di- rittura e una forza delle
quali altrimenti non sarei capace, che giustifica le mie speranze vaghe ma non
vane di un avvenire, al quale non arriverò, sarebbe ingiustificato, se non
sapessi che, ripensando quel passato, io rivivo, in un contatto aspro ma intimo
e caldo, una realtà che mi oltrepassa; una realtà, non riducibile e un’astratta
geometrica esigenza del mio solitario pensiero, ma viva e concreta. Io ammiro
la Divina Commedia; ma perchè vi sento palpitare un’anima, che fu non meno,
anzi molto più, reale della mia; perchè ne riconosco l’a- zione potentemente
benefica sulla storia e sulla ci- viltà. IV. Prender la vita sul serio è, per
il solipsista, una assoluta inconseguenza. Opporranno: — prender la vita sul
serio significa in ultimo : associare alla con- siderazione oggettiva della
vita, un certo sentimento. E questo è un fatto come un altro, che non va con-
fuso con le sue cause, o con le sue ragioni. La mia contentezza è sempre una
realtà, e l’identica realtà, sia o non sia giustificata. — Chiacchiere!
L’avaro, a cui avevan rubato l’oro da lui sepolto, non poteva contentarsi di
sostituirvi, come gli si consigliava, una pietra. Perchè la pietra non è
spendibile; men- tre l’oro posseduto costituisce, appunto perchè non speso, una
potenza di spendere, in cui l’avaro si (1) La Divina Commedia, c. IV. , | _ 34
— compiace. La contentezza, quando la si conosca fon- data su di un’illusione
svanisce ipso facto. Vi. Più valida in apparenza è quest’altra obbiezio- ne. —
Rifiutando il solipsismo perchè inconciliabile col pregio da voi attribuito
alla vita, voi avete pre- sentato come argomento un vostro sentimento, il che
non è lecito. — Rispondo, Il sentimento è un costi- tutivo della vita; quindi:
una concezione, che dalla vita escluda il sentimento, non ha valore
conoscitivo. Noi, anche senza filosofia, sappiamo intorno alla vita quanto
basta per conoscerla e dirigerla sempre meglio ; e in questo procedimento
consistono la vita e il suo pregio. Il procedimento, senza la filosofia, è
difettoso perchè frammentario; di qui la ragion di essere della filosofia, che
deve integrarlo superan- done la frammentarietà. Una filosofia, qual’è il so-
lipsismo, che, invece d’integrare quel procedimento, lo dichiara vano cioè lo
nega, è dunque fuor di strada (1). (1) Secondo lo Schopenhauer il solipsismo è
paragona- bile a una fortezza di frontiera, che il nemico può lasciarsi alle
spalle, perchè le asprezze del terreno, da cui è resa ine- spugnabile,
impediscono alla guarnigione d’uscirne. Ma il solipsista sostiene, che fuori
della sua fortezza non esiste nè un territorio da proteggere, nè un nemico da
combat- tere. Logicamente, riconoscere che il solipsismo non può essere
confutato, e accettarlo. son tutt'uno. — ‘A. Levi, nel suo libro cit., confessa
che il solipsismo, quantunque logicamente inoppugnabile a parer suo, dà luogo
pratica- CAPITOLO VI. LO SPIRITO. I. Ammessa una moltitudine d’uomini, si
presenta subito un problema. Il pensiero d’un uomo e quello d’ogni altro sono
sempre d’accordo su alcuni punti fondamentali. Non c’è uomo, il quale: 1) non
si rap- presenti un mondo fisico, esteso in se stesso (1), e rispetto a lui
esterno, vale a dire altro dal suo- pen- siero ; 2) non distribuisca nel tempo
le variazioni, da lui apprese, del mondo fisico e del pensiero suo o altrui; 8)
non ammetta, che le variazioni si connet- mente a delle gravi obbiezioni. Che
da noi furono messe in evidenza. Ma è da rilevare inoltre, che le difficoltà
pratiche sono come tali anche teoretiche. Perchè il pensiero teore- tico, e
quello pratico, sono un solo e medesimo pensiero, ‘fondamentalmente; in altri
termini: sono bensì distingui- bili, ma il separarli è un astrarre, un
abbandonare il campo della realtà. | (1) Des Cartes (seguito in ciò da
Malebranche, e anche da Spinoza, la cui distinzione tra sostanza e attributi
non è da considerare qui), definisce il corpo come res extensa identificando la
realtà fisica e l’estensione. Ber geea tano tra loro secondo una legge di
causalità (1); 4) non ammetta, che le variazioni, e in particolare certe
variazioni, del pensiero, p. es., il passaggio dal- le premesse alle
conseguenze, sian soggette a leggi estemporanee, o logiche in stretto senso,
applicate sempre quand’anche non formulate in modo espli- cito, e
incondizionatamente valide; p. es., ai due principii di contraddizione e del
mezzo escluso (2). II. D’altra parte, ogni singolo ha sempre dei costi- tutivi
suoi propri, che lo distinguono da ogni altro. P. es., alcuni sono affettuosi,
altri egoisti; alcuni sono coraggiosi, altri timidi e irresoluti, alcuni sono:
più atti agli studi, e particolarmente a certi studi, altri più atti alla
pratica, e particolarmente a una (1) Qui c’è luogo a una suddistinzione: le
variazioni fisiche sono tutte connesse causalmente tra loro, e così le
variazioni di pensiero tra loro; ma c’è o non c’è luogo a connessione causale
tra le variazioni di pensiero e le fisiche? Nella seconda ipotesi conviene
ammettere un parallelismo (Spinoza) tra le une e le altre. Per delle ragioni,
che sa- ranno esposte più oltre, noi escludiamo il parallelismo. L’in-
determinismo, inteso come dev'essere, non esclude che tutte le variazioni siano
soggette alla causalità; ma su questo punto ritorneremo più oltre. (2) Non
credo, e risulterà dall’insieme di questo lavoro, che l’esigenza della brevità
mi abbia ridotto a una soverchia. semplificazione. Del resto, secondo
Schopenhauer, le cate- gorie si riducono fondamentalmente a tre: spazio, tempo.
(che di certo sono pensati, quantunque non siano concetti),. e causalità.
EIRO.: < Quarti certa pratica; e così di seguito. Evidentemente, non è
possibile ammettere una moltitudine di singoli e non riconoscere a ciascuno di
questi certi costitutivi suoi propri. Tali costitutivi sono anch’essi riduci-
bili a pensiero, come risulterà dall’insieme. Ma per il modo con cui vengono
comunemente appresi, al- l’infuori della filosofia, sono designati, sotto un
aspetto come corporei — ciascuno è in un determi- nato luogo, si muove, si
nutre, dorme, lavora, ecc. — sotto un altro aspetto come psichici -— ciascuno
sente, ricorda e dimentica, gode e soffre, deside- ra, ecc. — Correlativamente
il costitutivo comune (1) si può designare come spirito (2). III. Che relazione
passa tra lo spirito, e la realtà? Lo spazio, il tempo, e le leggi così quelle
causali come quelle che abbiam dettu logiche in stretto sen- so, non sono
separabili dallo spirito; altrimenti non sarebbero, mentre sono, razionali
(universali e ne- (1) Accennato qui sopra $ I. (2) Anche S. Paolo distingue
nell’uomo il pneuma (spi- rito) e la psiche (anima); invece non distingue la
psiche dalla carne (corpo). Anima, e corpo, sono, anche in filosofia, termini
generici: non esiste « il » corpo, ma esistono sol- tanto i singoli corpi, lo
stesso dicasi delle anime. Invece il termine di Spirito, generico esso pure
secondo la gram- matica, non è tale in filosofia; risultando all’evidenza da
quanto si notò poco addietro lo Spirito non poter essere che uno solo
numericamente. Se poi allo Spirito sia essenziale o no la sua connessione con
una moltitudine di psichi (o di corpi) è un punto che rimane per ora
impregiudicato. = 98 — . cessarie). Ci troviamo dunque di fronte a un’alter-
nativa. O una realtà esiste all’infuori dello spiri- to (1); e bisogna dire,
che lo spirito non conosca la realtà che deformandola. Infatti: fuori dello
spirito non ci sono leggi logiche in stretto senso, non esiste il tempo, non
accadono variazioni, e.non ci sono cause; la realtà fuori dello spirito è
dunque assurda e invariabile, mentre lo spirito se la rappresenta co- me logica
e come variabile. O la realtà non esiste che nello Spirito; è dunque una sua
formazione, o più esattamente una sua creazione. Delle due conce- zioni la
prima contraddice alla logica; vale a dire allo Spirito. Non è dunque
accettabile che la se- conda (2). IV. Lo Spirito essendo il creatore della
realtà, pos- siamo identificarlio con Dio? Le precedenti conclu- (1) E’ almeno
dubbio se la formula esprimente que- st’ipotesi abbia un significato. Infatti:
supporre che una realtà esista, è supporre, che la nozione di esistenza, e un
carattere della realtà siano unum et idem. La nozione di esi- stenza è di certo
spirituale, perchè universale. Dunque la realtà viene, dalla stessa formula che
la designa come fuori dello Spirito, supposta non fuori dello Spirito. Non
insi- stiamo. (2) La prima è dottrina di Kant; per comprendere il procedimento,
che lo trasse a formularla, si richiederebbe uno studio, nel quale non possiamo
qui addentrarci. Ma la dottrina opposta è la sola vera conseguenza del pensiero
kantiano, interpretato più esattamente, che non abbia fatto egli medesimo.
All’interpretazione contribuirono Fichte, Hegel, Hartmann; più recentemente,
con chiarezza e ori- ginalità notevoli, Croce e Gentile. — 39 — sioni si
riassumono dicendo, che lo Spirito è imma- nente nell’uomo (in ciascun uomo).
Invece, Dio, suol essere concepito, rispetto all’uomo, come trascen- dente.
Ritengono i più, che tra immanenza e tra- scendenza vi sia incompatibilità
rigorosa. E hanno ragione di certo, se ciascuna, o anche una sola del- le due,
va intesa in senso assoluto. Ma: e se così l’immanenza come la trascedenza non
fossero intel- ligibili che in senso relativo? Discutiamo: la discus- sione
sarà lunghetta. Finchè non sia finita, continue- remo a valerci del termine di
Spirito, evitando quel- lo di Dio che potrebbe riuscir equivoco (1). (1) I
neo-scolastici non vogliono saperne d’immanenza ‘ divina; già condannata, così
affermano, dalla Chiesa. Mera questione di parole, finchè non sia certo, che
l’immanenza dev’essere necessariamente intesa nel senso condannato. Per- chè
una discussione sia concludente si richiede un poco di buona volontà, e
l’attaccarsi a una parola, senza preoccu- parsi del senso attribuitole da
quello con cui si discute, non è prova di buona volontà. Digitized by Google
CAPITOLO VII. LO SPIRITO E IL SINGOLO. I. La nozione comune di realtà manca di
precisio- ne; costituisce per la filosofia, un punto non d’ar- rivo, ma di
partenza. Noi affermiamo, che la realtà — ossia: ciò che da tutti vien
designato con questo nome — si risolve senza resto in pensiero dello Spi- rito
(1). Gli scolastici vecchi e nuovi oppongono, che Dio (2) crea il mondo fuori
di sè; idea che (ammes- sa la relativa trascendenza) è accettabile in quanto
esprime una distinzione tra il mondo e Dio. Ma noi (1) Ancora non abbiamo
stabilito, se lo Spirito esista soltanto come immanente nei singoli, o abbia
inoltre una qualche trascendenza. Ma che lo Spirito’ esista in uno dei due
modi, non è dubbio. (2) Nell’esposizione della nostra dottrina, e finchè non
sia risoluta la questione di cui alla nota precedente, il ter- mine « Dio » va
lasciato in disparte. Ma qui, volendo, per chiarire l’esposizione, discutere
con gli scolastici, dobbiamo adottarne la terminologia. Del resto: lo Spirito,
se la sua immanenza non è assoluta, coincide, all’infuori di qualche più
precisa determinazione, col Dio tradizionale. ta 4 = domandiamo : è possibile
qualcosa, di cui Dio non conosca per intiero i caratteri? Ammettere nella
realtà un elemento ignoto a Dio, è ammettere, o che Dio creò quell’elemento
senza saper bene ciò che fa- cesse, o che l’elemento medesimo è increato. En- .
trambe le ipotesi essendo inaccettabili, si conclude che la realtà non può non
ridursi a pensiero dello Spirito. | II. Inversamente : ogni singolo conosce
delle realtà (esterne), che non sono identificabili con la sua co- gnizione
delle realtà medesime, o in genere col suo pensiero. Abbiamo già esposta,
contro l’opinione te- stè accennata, un’obbiezione, che sembra insuperabile
(Cap. IV; $$ II, III); ma che vien superata con la riflessione seguente. Io so
che la collina, sulla cui falda passeggio, non si riduce a quella sola falda,
su cui passeggio, che vedo, ecc. Questo io so, quantun- que le altre falde io
non le veda, e non le abbia mai vedute. Come lo so? Ecco: la collina è una
realtà; la mia cognizione della collina è un’astrazione. Se c’è una collina
reale, ce ne devono essere anche le altre falde, a me ignote nelle loro
particolarità, non que- sta sola che mi è nota. Un’esigenza logica inelutta-
bile del mio pensiero mi costringe ad ammettere, nella collina e generalmente
in tutte le realtà note, un elemento che oltrepassa la mia cognizione deter-
minata. | — 49 IIIL Il che si rende anche più evidente in ordine al pensiero
altrui. Dicono il solipsista e l’idealista (l’ul- timo non accorgendosi di
accettare in tal modo il più stretto solipsismo): « l’altrui pensiero io non lo
conosco, se non lo penso; e, se lo penso, quel pen- siero è mio, non altrui »
(Cap. IV, $ II). La risposta è sempre la medesima. Io so, p. es., che molti si
di- vertono; se c’è il divertirsi reale, ce ne devono essere i modi, che
tuttavia mi sono in gran parte ignoti. Si può aggiungere in questo caso: il
pensiero da me pensato è mio di certo; ma perchè dovrebb’essere soltanto mio?
Vada per il solipsista; ma l’idealista come può sostenere l’immanenza dello
Spirito, cioè la validità universale del pensiero, se ritiene di non poter
conoscere, che un suo pensiero è insieme an- che altrui? Concludendo: lo
Spirito, benchè imma- nente (in un senso, che ci riman da precisare) nel
singolo, non è identificabile col singolo; infatti, la realtà è tutt’uno col
pensiero dello Spirito, mentre non è tutt’uno col pensiero del singolo; quel
pensie- ro è concreto, questo è, in diversi gradi, astratto. Digitized by
Google CAPITOLO VIII. L’ACCADERE. I. La realtà, concepita come suol essere
concepita, ‘ è variabile. Anzi tanto più risulta variabile quanto più se
n’approfondisce la scienza. Può essere dub- bio, se nella realtà vi sia
qualcosa di permanente, non, se vi accadano dei fatti. A ogni fatto ne pre-
cedettero, vi si accompagnano, e ne seguiranno, de- gli altri; dunque l’accadere
implica il tempo. Vice- versa il tempo implica un accadere; p. es., la geo-
metria non ha oggettivamente che fare col tempo, lo spazio essendo invariabile.
II. Ma contro la realtà dell’accadere furono mosse difficoltà, che non dobbiamo
trascurare. Il tempo non ha che un?esistenza ideale, secondo la notissima
dottrina di Kant. Siccome, secondo la dottrina qui “sopra compendiata (Cap.
VII), la realtà è anch’essa ideale, cioè si risolve in pensiero, il tempo non
va, quantunque ideale, considerato come una falsifica- zione soggettiva della
realtà; bene interpretata, la dottrina di Kant non costituisce dunque un’obbie-
zione contro il tempo. Ma ne rimane un’altra già esposta. (Cap. V. $ IV): la
temporaneità non sarebbe che « la coesistenza di due opposti e d’una
riflessione che li rende compatibili ». Discutiamo. III. — In algebra si
dovette introdurre una così detta unità immaginaria î?, definita con
l’uguaglianza =—1. Che parve contradditoria, ogni quadrato essendo positivo. A
nessuno per altro venne in men- te, che per superare la creduta contraddizione
con- venisse ricorrere al tempo, il quale non ha che fare con l’algebra
oggettivamente considerata. I quadrati essenzialmente positivi son quelli dei
numeri così detti reali; ora, î non è reale in questo senso; la contraddizione
dunque non era che apparente. S’era incontrata una difficoltà; superata poi con
lo stesso diritto, e fondamentalmente nello stesso modo, con cui si erano
superate quelle inerenti alle espressioni : 5-7, 5:7,V7, ecc. IV. Non si ha esempio,
fuori di quello controverso che riguarda il tempo, d’un processo logico
estempo- raneo, che metta capo a un’opposizione. Del resto: che la cera sia
pensata insieme nello stesso modo e col sferica e cubica (Cap. IV, $ IV) è
inesatto : il giudizio « la cera è cubica » io l’intendo e v’assento; il giu-
dizio « la cera è sferica » io l’intendo ma non v’as- sento; non c’è dunque
opposizione, alla quale si ri- chiederebbe che i due giudizi fossero entrambi
assen- titi. Se il presente fosse un matematico punctum tem- poris, l’uscirne
sarebbe impossibile. Ma se ogni atto consapevole ha una durata, e se
nell’intervallo tra il suo cominciamento e la sua fine un secondo atto
comincia, la successione di questo a quello è neces- sariamente avvertita (1).
Va L’accadere non dà luogo ad alcuna difficoltà es- senziale, una volta
eliminata quella, che pareva sor- gere dalla nozione del tempo. Se la realtà è
varia- bile, segue, che lo Spirito sia capace di un pensiero variabile; benchè
il suo pensiero non sia tutto va- riabile; ma non, che sia soggetto al tempo.
Il sin- golo è soggetto al tempo, e dunque non lo crea. Ma il tempo non esiste
che in quanto lo Spirito attua un pensiero variabile, sicchè svanirebbe col
cessare di un tal pensiero; mentre il singolo è sempre nel tem- po, anche se
non pensa o se rimane fisso in un me- desimo pensiero. Anche in ordine al tempo
c’è dun- que tra lo Spirito e il singolo, una diversità irridu- cibile. Pare ad
alcuni che l’assoluta estemporaneità sia una perfezione, di cui lo Spirito non
possa man-. (1) Ho chiarito questo punto nel mio libro di prossima
pubblicazione, Dall’uomo a Dio. i Pz care. Nel fatto, attribuirgli questa
pretesa perfezio- ne significa negargli l’attitudine a far qualcosa di nuovo.
Infine: la coscienza del singolo, non soltanto apprende in ogni momento e
realizza qualcosa di nuovo; ma consiste in un tale apprendere, in un tale
realizzare; ammessa l’assoluta estemporaneità dello Spirito, la coscienza del
singolo non avrebbe che un valore illusorio, anzi non esisterebbe. CAPITOLO IX.
IMMANENZA E TRASCENDENZA I. I particolari, per cui un singolo differisce da un
altro, son di certo pensieri dello Spirito; questo, per conseguenza, crea il
singolo, in quanto forma, dei suoi pensieri, più gruppi distinti. Un gruppo si
distingue da un altro, e per la materia e per la for- ma. Per la materia: un
gruppo differisce da ogni altro, perchè i pensieri costitutivi dell’uno sono,
in parte, benchè non in tutto mai, altri da quelli co- stitutivi d’ogni altro:
le sensazioni mie sono sol- tanto mie. Per la forma: caratteristica d’ogni
grup- po è una coscienza distinta, sua propria: Tizio e Sempronio conoscono
entrambi la storia romana. senza che nessuno di loro sappia, che la conosce an-
che l’altro. Con la coscienza distinta è sempre asso- ciata una distinta
iniziativa; più tardi vedremo, che la coscienza, e l’iniziativa, sono tutt’uno.
II. La formazione dei gruppi, unificati ciascuno da una coscienza distinta,
riceve lume da una facile os ‘ 260 servazione. Ciascuno contrae delle
abitudini; e una abitudine inveterata costituisce, internamente al soggetto
‘che la contrasse, quasi un altro soggetto, subordinato e parziale, ma
distinto, e non privo di una certa indipendenza. Wn’abitudine inveterata non si
vince senza uno sforzo, di cui molti sono incapaci. Combattuta, si difende con
energia. E con un’accor- tezza talvolta meravigliosa. P. es.: l’uomo che vor-
rebbe ma non sa dominarsi, crede, in ogni contra- rietà, che l’irritarsi lo
renda forte, mentre concorre a indebolirlo sempre più; cede a una suggestione
del- l'abitudine. Che le abitudini riescano perfino a sop- piantare il soggetto
principale, immergendolo in una fitta ombra, e divenendo soggetti veri e
propri, che si alternano, sono casi rari, ma innegabili. Non affer- miamo che i
singoli siano abitudini dello Spirito; ma che la posizione delle abitudini
rispetto al singolo presenta, con quella dei singoli rispetto allo Spirito,
qualche analogia istruttiva. III. Rispetto a un singolo qualsiasi, l’altro
singolo è trascendente (Cap. VII, $$ II, III); in questo senso, che l’altro non
si riduce al pensiero del primo. La trascendenza è relativa; perchè ogni
singolo è nello | Spirito. Ma non tutto il pensiero dello Spirito è pen- siero
di ogni singolo; vale a dire l’immanenza dello Spirito nel singolo è relativa;
dunque lo Spirito pos- siede rispetto ad ogni singolo e quanto alla materia,
una trascendenza relativa. — 61 — IV. E quanto alla forma? Gi’idealisti (1)
affermano, che in ogni singolo il pensante « vero » è lo Spirito; in altri
termini: che la coscienza d’ogni singolo è la coscienza che lo Spirito ha di se
stesso. A ciò noi opponiamo (2) che se lo Spirito fosse il vero unico pensante,
ogni singolo dovrebbe, oltre ai pensier! suoi, pensare anche i pensieri di
tutti gli altri sin- goli. Rispondono: i gruppi distinti di pensieri, le
coscienze distinte, o insomma i singoli, non hanno valore in filosofia, cioè in
una considerazione, che vuole collocarsi nel punto di vista dello Spirito. Ma,
replichiamo noi, dalle relazioni tra lo Spirito e i sin- goli è impossibile
astrarre, quando si cerca, e in ogni discussione filosofica si cerca, se un
autore abbia saputo o no collocarsi nel detto punto di vista. E° ammissibile p.
es., che tanto l’aristotelismo, quanto l’idealismo esprimano fedelmente l’autocoscienza
dello Spirito? (1) Tra i quali merita una particolarmente onorevole per quanto
rapida menzione il Gentile, mio amico e collega nell’univ. romana. Egli ha il
merito, non discutibile nè ormai discusso, d’aver dato la forma più coerente
all’idea- lismo ; inteso, non soltanto come riduzione di tutto il reale a
pensiero (in questo senso anch’io sono idealista), ma come dottrina
dell’assoluta immanenza. (2) Avevano già opposto al $ I qui sopra. Digitized by
Google CAPITOLO X. NECESSITÀ E CERTEZZA. I. Nel pensiero si distinguono diversi
elementi, che d’altra parte sì connettono tra loro. In generale un elemento è
suddistinguibile in altri, e risulta perciò dalla connessione di questi altri;
sicchè il pensiero ha una struttura molto complicata. Pensare un ele- mento è
insieme un distinguerlo e un connetterlo da e con qualche altro. Distinzioni e
connessioni sono reciprocamente coessenziali : perchè la coscienza del singolo
è una, ma si realizza in una moltitudine di atti. Le distinzioni e le
connessioni si estendono a tutto il pensiero ; ma il singolo, essendo limitato,
non le avverte mai tutte in modo esplicito. La chiarezza del pensare che può
essere maggiore o minore, suf- ficiente a certi fini, e insufficiente a certi
altri, con- siste nell’insieme delle distinzioni e delle connessioni avvertite.
Perchè il nostro pensare sia un intendere, ossia perchè ce ne si renda un conto
esatto, è neces- sario un minimo di chiarezza. II. | Consideriamo i giudizi: a)
oggi è lunedì; b) do- mani è martedì; c) domani è mercoledì. Questi giu- dizi
sono del tutto inintelligibili all’infuori delle convenzioni tacite, secondo
cui si denominano i gior- ni della settimana. Rispetto ai giudizi riferiti,
tali convenzioni costituiscono una mentalità preformata imprescindibile. Da quest’esempio
risulta, che l’in- tendere o il pensare con chiarezza, implica un rife- rimento
a qualche mentalità preformata. Originaria- mente, la mentalità preformata si
riduce alla essen- ziale relazione tra il singolo e lo Spirito. III. Un
giudizio, che io formuli avendolo inteso con chiarezza, mi è noto; ma un tale
conoscere non è ancora un riconoscerne il valore conoscitivo in or- dine ad
altro. Nell’esempio testè addotto, i giudizi a) e c) sono incompatibili, posto
che a) sia vero, c) è falso, ma non perciò meno intelligibile. Un giu- dizio,
perchè abbia valore conoscitivo in ordine ad altro, dev'essere assentito
necessariamente. L’assen- tire consiste nel pensare con tutta l’anima, e quindi
è teoretico e pratico insieme; laddove il semplice teoretico intendere non ha
di gran lunga la stessa DS profondità (1). L’assenso è necessario se, per un
(1) Chi disse: iuravi lingua, mentem iniuratam gero, aveva intesa la formula
propostagli; ma senz’assentirvi, pur sapendo, che il suo giuramento sarebbe
stato interpretato come un assenso. Evidentemente, un assenso insincero non è
quel « pensare con tutta l’anima », di cui parliamo. Anzi, la sincerità non
basta sempre a costituirlo. In molti casi è possibile, senza mentire, non
esprimere ciò che nel nostro pensiero c’è di più intimo e di più vivo, di
essenziale alla ii soggetto, il rifiutarlo è un disorganizzare se stesso; la
necessità è dunque un’esigenza dell’unità pen- sante (1).. IV. La certezza che
un giudizio è vero, è tutt’uno con l’assenso dato necessariamente al giudizio
mede- simo. P. es., ammesso come vero il giudizio a), è certo che il giudizio
b) è vero, e che il giudizio c) è falso; perchè assentito a), non è possibile
non as- sentire b), e non dissentire da c). Come fondata sulla necessità, la
certezza non può non essere uni- versale. Ma d’altra parte: che degli essensi
opposti si realizzino, è fuori di contestazione. Due religioni. che si
escludono, hanno entrambe dei seguaci, di cui non pochi aderiscono di certo con
tutta l’anima, cia- scuno alla sua. Una superficie con una faccia sola pare a
molti un assurdo e nondimeno è costruibi- nostra personalità. Nel comune
linguaggio all’assentire si attribuisce molte volte, fors’anche il più delle
volte, un senso attenuato, che noi dobbiamo escludere ; l’osservazione
s’intende ripetuta in ordine alla certezza, di cui tra poco. (1) L’empirismo
(basti accennare a St. Mill), col ri- durre la necessità razionale a
un’associazione indissolubile, vale a dire a causalità psichica, rende
impossibile ogni cer- tezza. Infatti un’associazione, che fosse indissolubile
per ognuno in quali si vogliano condizioni di spazio, di tempo, d’accadere
fisico, e di convivenza, sarebbe fuori della cau- salità, e quindi non sarebbe
un?associazione, ma una ra- gione. Appena è da notare, che tolta la certezza, è
tolta ogni probabilità: un giudizio non è probabile, quando non si abbia la
certezza della sua probabilità. sub le (1). Le risse, delle quali non ci fu mai
penu- ria (2), in uomini appassionati finchè si vuole, ma non privi di ragione,
sarebbero impossibili, se non implicassero degli assensi opposti. 0 (1) il È Si
prenda un foglio rettangolare A B Ad © CD, e lo si ripieghi, come per co-
struire un anello, ma dopo di averlo torto sopra se stesso, facendo così
coincidere C con B e D con A. E? facile ri- conoscere che l’anello così
costruito ha una sola faccia. Vedi anche Cap. IX, $ IV. (2) Così dice Argante
nella Gerusalemme liberata. CAPITOLO XI. L'ERRORE. E, Di due che assentano
rispettivamente a due giu- dizi opposti, nessuno può, senza rinunziare al pro-
prio assenso, ammettere, che l’assenso dell’altro abbia un fondamento
necessario. Dei due. giudizi, uno almeno, per semplificare supporremo uno solo,
. è un errore; donde una controversia, che durerà © finchè non sia bene
accertato, quale sia erroneo. L'errore implica, e l’assenso, e la prova
contraria; ma la prova contraria. esclude l’assenso; dunque l’errore non è
possibile (1). Rispondiamo : la prova mi libera bensì dall’errore, ma non
toglie, nè che io abbia errato, nè che altri se ne fosse accorto. II. Le
considerazioni precedenti ci mettono per al- tro in presenza d’una grave
difficoltà. Io sono certo (1) Tale è p. es., l’opinione del Gentile; il quale,
am- mettendo che lo Spirito sia il pensante vero in ogni singolo, non poteva
concludere in altro modo. Ma costruisce così la gnoseologia dello Spirito; non
identificabile, secondo noi, con la gnoseologia umana, cfr. Cap. IX, $ IV. di
non errare;j ma con ciò sono anche certo che i giudizi opposti al mio sono
erronei, benchè gli oppo- sitori se ne ritengano certi. E sono anche certo di
avere altre volte errato io stesso con dei giudizi, dei quali ero certo. Il
valore della certezza, e della ne- cessità che le serve di fondamento, non
sembra dun- que universale. Ma l’ammetter questo è un ricono- scere, che il
pensiero umano manca d’ogni valore; conclusione contraddittoria, che non
soltanto non deve, ma non può, venire assentita. III. L’assenso a un giudizio
implica sempre una mentalità (preformata) (1). Per essere necessario, dovrebbe
anche implicar una deduzione rigorosa del giudizio dalla mentalità. La seconda
condizione il più delle volte non è soddisfatta, la mentalità non essendo in
generale pensata integralmente con chia- rezza, e quindi non potendosene
dedurre nulla. Si ha nondimeno l’impressione, confusa ma fortissima, che il non
assentire sarebbe un contraddire alla men- talità, vale a dire a noi stessi, e
quindi si assente, non già in senso attenuato, ma «con tutta l’anima». Che tali
assensi, benchè invincibili psicologicamente, non siano logicamente fondati, è
manifesto. E dob- (1) Cfr. Cap. X, $ II. Che i corpi celesti girino intorno
alla terra, che il mondo fisico sia tutt’altro dal pensiero, ecc., son opinioni
appartenenti a una mentalità preformata co- mune, di certo inconsistente; ma
che resistette a lungo, e nel campo della scienza e in quello della filosofia.
sui biamo vedere come sia possibile, in ogni caso, arri- vare a quella
deduzione rigorosa, che dell’assenso fondato è condizione imprescindibile. IV.
La mentalità, dalla quale si vorrebbe dedurre il giudizio, è quella stessa, che
lo rende intelligibile. Abbiamo così un primo indizio, valendoci del quale
potremo rendere espliciti alcuni almeno tra i giu- dizi di cui la mentalità si
compone. Combinando quest’indizio con l’altro, che dalla mentalità si deve
poter dedurre il giudizio in discorso, riusciremo a renderne esplicito quel
tanto che basti alla dimostra- zione rigorosa. Le « nozioni comuni » da Euclide
in- trodotte man mano che gli occorre di valersene, co- stituiscono
complessivamente la mentalità fondamen- tale alla sua geometria; non è dubbio,
che tale men- talità non fu tutta esplicita fin dal principio; ma che si andò
rendendo esplicita un po’ alla volta con un procedimento analogo all’accennato;
mentre cor- relativamente la geometria icessava d’essere intui- tiva per
divenire dimostrativa. V. Siano A, B due mentalità esplicite; C, D le con-
seguenze opposte, supponiamole ridotte a due giu- dizi, che rispettivamente se
ne deducono. Formal- «mente C e D sono, quantunque opposti, giustificati. E
materialmente? Siasi riconosciuto che A = B + E; concluderemo allora con
certezza che il solo C è BRE, ere materialmente giustificato (1). Infatti,
all’esigenza, che a D serve di fondamento, soddisfa pure C; men- tre viceversa
D non soddisfa che in parte all’esi- genza su cui si fonda C. La difficoltà che
avevamo rilevata è dunque risoluta: la possibilità dell’errore si deve
ammettere, ma non costituisce una prova in favore dello scetticismo, l’errore
infati è correggi- bile sempre, quantunque non sempre da chi lo abbia commesso.
VI. La certezza d’un pensiero nuovo è conseguenza necessaria d’una mentalità,
preformata rispetto al pensiero medesimo; il quale, accertato che sia, vi si
aggrega e così la modifica più o meno. Che la men- talità si deva per una gran
parte alla convivenza, è intuitivo. Ma si deve, per un’altra non piccola parte,
all’azione volontaria del singolo. Acquistano stabi- lità ed efficacia quei
soli elementi, su cui l’atten- zione si concentra. Le impressioni, di cui s’è
fatto cenno, appartengono anch’esse alla mentalità, e dunque non sfuggono alla
volontà. L’assenso è vo- lontario; e tuttavia non può dirsi libero, che indi-
rettamente: cioè in quanto la volontà contribuì pri- ma, e può sempre
contribuire, a formare quella mentalità, che lo determina. (1) In via d’esempio
consideriamo la controversia tra tolemaici e copernicani. Questi accettavano
tutte le osserva- zioni su cui si fondavano quelli, ma ve n’aggiungevano altre
di cui a quelli era impossibile rendersi conto. Non ci sono esempi di
controversie risolute, non riconducibili allo sche- ma su esposto. CAPITOLO
XII. IL SOGGETTO UNIVERSALE. I. Le riflessioni precedenti (1) misero in
evidenza, tra lo Spirito e il singolo delle relazioni, che permet- tono di ritenere
lo Spirito come l’unico pensante in ogni singolo; di ammettere cioè, che la
coscienza del singolo, sempre limitata, e difettosa entro i suoi stessi limiti
perchè inseparabile dalla subcoscienza, costituisca l’autocoscienza dello
Spirito. Quindi: o lo Spirito è del tutto subconscio, e la subcoscienza è un
costitutivo essenziale del pensiero (2), mentre, invece, all’infuori
dell’effettivo consapevole « pensa re », il « pensiero » si riduce a una
semplice astra- zione, che non può, come pur dovrebbe (8), identifi- (1) Cap.
VI: gg I, II, III; Cap. VII: $$ I, II; Cap, VIII: $$ II, IV; Cap. IX: $$ I,
III, IV; Cap. X: $ II; (cfr. Cap. IX: $$ III, VI); Cap. XI: gg I, IV, V. (2)
Che il pensiero del singolo abbia radice nella sub- coscienza, è un fatto
indiscutibile; io, se non ricordassi, non penserei. Perciò appunto è necessario
ammettere, che d’ogni mio pensiero, conscio e subconscio, vi sia una co-
scienza esplicita. | (3) Cap. VII, $ I. — 62 — carsi con la realtà, concreta
piena e totale. O bisogna riconoscere, che lo Spirito implica, non la
moltitudine dei singoli (la quale invece lo implica), ma il Sog- getto
universale; che insomma è consapevole in se stesso e per conto proprio (1). II.
L’esserci del Soggetto (sottintendiamo : univer- sale) consiste del suo pensare
(2); variabile in parte, ma sempre pienamente consapevole. Il Soggetto non
dimentica, distingue bensì, tra gli elementi presenti, quelli che son tali per
la prima volta, e quelli, che furono tali anche in addietro: il non fare simili
di- stinzioni sarebbe un dimenticare. L’unità del Sog- getto è, come concreta e
pienamente consapevole, più connessa in se medesima, senza paragone, che non
sia quella del singolo; eseluderà dunque tutte le opposizioni (8). Da ciò due
conseguenze. Prima: le leggi estemporanee. logiche in stretto senso, da (1)
Sostituire, in ciò che precede « Soggetto universa- le » a « Spirito » è lecito
(e anche doveroso) qualche volta, p. es., Cap. VI, $ III; Cap. IX $ I; ma non
sempre, non p. es., Cap. VI, $ II (ultima frase). Donde una (difficoltà,
facilmente vincibile da un lettore accurato, ed eliminata per intero dagli
sviluppi che seguono. (2) IAlmeno per quel che ne sappiamo noi. Ma io non vedo
perchè si abbiano da far delle supposizioni, che, non avendo il minimo
fondamento, sono anche necessariamente prive di significato. (8) L’esigenza
della propria unità rende impossibile al singolo di ammettere delle
opposizioni, Cap. X, $ III; a più forte ragione... 63 — noi riconosciute
incondizionatamente valide rispetto al nostro pensiero, sono
incondizionatamente valide anche rispetto al pensiero del Soggetto. Seconda:
queste medesime leggi estemporanee, in quanto si applicano a un pensiero
variabile, danno luogo alle leggi causali. Vale a dire: due variazioni, che
attuandosi fossero per metter capo a formazioni tra loro incompatibili, non si
attueranno tali quali, ma interferiranno, diciamo, cioè non si attueranno senza
modificarsi. III. La necessità estemporanea, e la causale, non sono imposte al
Soggetto ab extra, non essendoci niente fuori del Soggetto. E non gli sono
imposte nemmeno ab intra; perchè la sola necessità, che il Soggetto implichi,
si riduce a lui stesso. Il Soggetto non può non pensare, perchè non può non
esserci, ma è impossibile assegnare una ragione, che lo ne- cessiti a pensare
piuttosto in un modo che in un altro. — Questa ragione — diranno — è la sua na-
tura. — E io rispondo, che la natura del Soggetto sta precisamente nel suo non
avere una qualsiasi natura determinata. Il Soggetto impone le leggi o le fa
essere, semplicemente col suo pensare; si noti: all’esserci o al valere delle
leggi, non importa «come» il Soggetto pensi, basta «che» pensi (1). (1) Des
Cartes riconobbe, giustamente, assurda la sup- posizione che il Soggetto sia
comunque sottoposto a leggi quali si vogliano: le leggi hanno, al pari del
tempo, Cap. IV. Per conseguenza: il Soggetto è libero. — Ap- punto perchè
determinato ab intra — dicono alcuni; ma non ripeterà chi abbia capito le
considerazioni precedenti. Un essere determinato ab intra — dalla sua natura —
è ciò che in fisica sì chiama un «si- stema chiuso », qual’è p. es., con
approssimazione grandissima — e non muterebbe di carettere se fosse chiuso
rigorosamente — il nostro sistema solare; che differisce toto coelo dal
Soggetto, e dall’uomo. Esempi non controversi di esseri determinati ab intra, e
che non siano sistemi chiusi, non se ne hanno; il trasportare questa
caratteristica dai siste- mi fisici al pensiero è dunque assolutamente illegit-
timo. Del resto : le leggi causali non possono da sole determinar l’accadere,
che presuppongono, perchè ne sono leggi (1). L’accadere implica un «principio»
d’indeterminazione. VIII, $ II, radice nel Soggetto; derivano cioè del suo at-
tuarsi pensando. Non però, come D. C. affermò, dal suo capriccio ; il Soggetto
non ha capricci. (1) Si confronti qui sopra $ II, gli ultimi due periodi. Per
un’esposizione un po’ meno compendiosa, e quindi più chiara cfr. I massimi
problemi, Conosci te stesso, e Dal- l’uomo a Dio, di prossima pubblicazione.
Gl’indeterministi francesi combattendo l’abitudine invalsa di applicare al pen-
siero una concezione meccanica, si resero indiscutibilmente benemeriti. Se poi
la loro dottrina positiva sia ben precisa e soddisfacente, lascierò indiscusso.
A me sembra d’aver fatto fare all’indeterminismo un passo innanzi. sia V.
L’unità costitutiva del singolo è secondaria, limi- tata, e in gran parte
subconscia; correlativamente, le iniziative d’ogni singolo non sono, per il
semplice loro attuarsi, consapevolmente ben connesse nè tra loro, nè con quelle
degli altri singoli, nè con l’esi- genza del tutto. Ecco perchè i fini, che il
singolo tende a realizzare sono talvolta, o irrealizzabili, o riprovevoli. Ed
ecco insieme perchè il singolo rico- nosce — come pienamente giustificate a’
suoi occhi, ma d’altra parte come limiti o freni all’indetermi- nazione causale
delle sue iniziative, -— delle leggi razionali: estemporanee, causali e
deontologiche. In- vece: l’unità costitutiva del Soggetto è primaria o
fondamentale, include ogni cosa, ed è pienamente consapevole. Quindi: per il
Soggetto, l’attuarsi di un’iniziativa, e il suo connettersi consapevolmente in
modo razionale con ogni altra, con l’esicenza del creato e del Soggetto
medesimo, sono unum et idem. Delle leggi deontologiche si deve dunque dire il
me- desimo, che delle altre: il Soggetto non vi è sotto- posto, nel senso in
cui vi siamo sottoposti noi; ma le impone, o le fa essere, col solo suo
qualsivoglia pensare (1). Da tuttociò risulta, che la nozione del (1) Cfr. $
III. Abbiamo anticipato qualcosa, che soltanto qui appresso riceverà la
necessaria integrazione. Per dire, intorno al Soggetto (universale) qualcosa
d’intelligibile, il solo mezzo è di paragonarlo col singolo. Il procedimento
analogico è fallace; ma noi, al contrario, abbiamo rilevato & Rn. pet
Soggetto e quella tradizionale di Dio, sono affini al massimo grado, forse
identiche (1). Perciò qui ap- presso, invece che Soggetto (universale), diremo
sen- z’altro: Dio. le differenze fondamentali. Col che abbiamo, indirettamente,
ridimostrato che lo Spirito implica il Soggetto. Le deficienze del singolo, che
permettono di riconoscergli un’esistenza in sè, devono svanire dall’Essere, che
al singolo è di fonda- mento. E sono deficienze di coscienza : l’Essere deve
dunque includere la coscienza nella massima pienezza. (1') La nozione di
Soggetto, così come 'l’abbiamo espo- sta, è meno determinata: esige dunque
delle determinazio- ni, che in un così rapido Sommario dobbiamo tralasciare.
Potrebbe darsi — anzi apparisce fin d’ora probabile, o certo (si ricordi p.
es., quel che dicemmo sulle relazioni tra il . Soggetto e il tempo, tra il
Soggetto e il singolo) — che le sue determinazioni ulteriori fossero
incompatibili con alcune determinazioni della nozione tradizionale di Dio. Alla
quale ultima si giunse con una riflessione tradizionale senza dub- bio, ma su
elementi, la cui razionalità non venne in tutto ben accertata. La mia
convinzione — che non posso dimo- strare qui, ma che mi sembra d’aver
dimostrata nel già ri- cordato libro Dall’uomo a Dio — è, che le determinazioni
ulteriori della nozione di Soggetto bastino a giustificare una religione
positiva. CAPITOLO XIII. LA CREAZIONE. L, Dio crea il singcio in quanto forma,
di certi suoì pensieri, un gruppo, connesso in se medesimo da una spontanea
particolare attività. Coscienza e atti- vità, che non esisterebbero, se Dio non
le pensasse, che svanirebbero, se Dio cessasse di pensarle (sot- tintendiamo :
concretamente); ma che tuttavia si distinguono da questo pensare divino, perchè
il pen- sarle divino è un crearle, ossia un pensarle come distinte (1). L’atto,
estrinsecazione dell’attività spontanea, è un pensare del singolo; pensare che
realizzandosi diventa ipso facto un pensare divino; ‘ma Dio si priva
dell’attitudine a prevederlo, perchè il non privarsene sarebbe un rinunziare
alla creazio- ne del singolo, che non ci sarebbe se non fosse di- LI stinto
(2). Essendo un pensare, l’atto è consapevole, (1) Secondo i teologi, Dio crea
fuori di sè. Inteso nel senso in cui si dice fuori di me l’altrui pensiero, a
me ignoto, il « fuori » è inammissibile. Il suo vero significato è di esprimere
la distinzione di cuîì s’è fatto cenno. (2) Cfr. Cap. IX, $$ I, II. Il punto
più oscuro è que- sto: che la coscienza del singolo, pur essendo inclusa nella
— 68—- sia pure momentaneamente: attività spontanea, e coscienza (particolare)
sono dunque una stessa cosu diversamente considerata (1). II. Da quanto s’è
detto risulta, che il singolo co- stituisce, per il Creatore, una limitazione.
Ma impo- stasi dal Creatore volontariamente, perchè il creare dei singoli
spontanei, e l’imporsela, son tutt’uno. Inutile trattenersi a spiegare, che la
coscienza dei divina, si distingue dalla divina. In proposito l’analogia espo-
sta Cap. IX, $ II ha un valore indiscutibile; s’intende, sol- tanto come
analogia. Le abitudini, che sono mie formazioni, si distinguono da me; anzi,
riescono in alcuni casi a staccarsi da me. Il singolo, benchè riferibile al
solo volere divino, ir- riducibile dunque a un’abitudine divina, è in ogni modo
una formazione divina, la coscienza, che lo costituisce, non è mai staccabile
dalla coscienza divina; ma non è assegnabile una ragione, perchè la detta
coscienza non possa distinguersi dalla divina. Supporlo, è supporre che il
singolo sia capace di creare più, che non sia capace ])io stesso. (1) Cfr. Cap.
XII, $$ III, IV, V. Ammettere, che il pensare — universale o particolare poco
importa, essendo un pensare tanto l’uno che l’altro — sia determinato causal-
mente ab cxtra o ab intra, è ridurlo a un processo fisico. Tl singolo è —
mentre Dio non è Cap. XII, $ III — sottopo- sto alla necessità logica e
causale; ma ciò non n’esclude anzi ne implica la spontaneità. Wna folla procede
lentamente per una via troppo lunga e troppo angusta; procederebbe, se invece che
d’uomini si componesse di statue? Il suo proce- dere implica dunque, in
ciascuno de’ componenti, un mo- versi, che nel suo realizzarsi è sottoposto a
delle determina- zioni causali, ma che, non essendo una conseguenza di esse
determinazioni, è spontaneo. _ 69 — singoli è capace di molti gradi. L’atto è
sempre conscio in quanto spontaneo; ma, cessato che sia, è dimenticabile, tanto
più facilmente, quanto più la coscienza del singolo sia povera di contenuto; il
che si vede p. es. nei bimbi. Per spiegare la crea- zione, si deve postulare
l’esistenza di moltissimi singoli, la coscienza dei quali non sia capace che di
attuazioni momentanee debolissimamente connesse tra loro: cioè di singoli
subconsci. Contro un tale postulato non c’è nulla da obbiettare. Dio crea im-
mediatamente i singoli, e li aggruppa in sistemi; per tutto il resto, i fattori
effettivi della creazione sono i singoli, come or ora esporremo. III. Un atto
interferisce con degli altri atti così di singoli diversi come del medesimo
singolo. E’ que- sta una conseguenza necessaria: nel primo caso. dell’unità
integrale, cioè della coscienza divina uni- versale; nel secondo, anche
dell’unità particolare costitutiva del singolo (1). Donde risulta, che l’atto
è, per il maggior numero de’ suoi caratteri, deter- minato causalmente, benchè
sempre spontaneo, cioè causalmente indeterminato, quanto al suo esserci, o
farsi. L’interferire può essere più o meno inteso, e non è osservabile, in
molti casi è trascurabile, se ——@» LI (1) Due variazioni (e ogni atto è una
variazione) che attuandosi fossero per’ metter capo a formazioni tra loro
incompatibili, non si attueranno tali quali, ma interferiran- no, cioè non si
attueranno senza modificarsi; cfr. Cap. XII, $ II (in fine). Re, (1 manca di un
minimo d’intensità. Può essere imme- diato, a che sì richiede che gli atti
siano simultanei; o mediato e temporaneo, qual’è sempre l’interferire di atti
non simultanei. IV. L’accadere, di cui risulta la realtà osservabile, si
risolve per intiero negli atti, e nel loro interferire. Suo presupposto
necessario è Dio, che lo crea pen- sandolo; ma Dio non lo crea o non lo pensa,
che in quanto crea o pensa dei singoli, capaci di atti spon- tanei, che
interferiscono in grazia della divina uni- tà, in cul tutti sono inclusi.
Dobbiamo fare un altro passo. L’ordine della realtà osservabile o del mondo
presuppone ancora, che i singoli non siano conte- nuti uniformemente nella
divina: unità, bensì ag- gruppati variamente in sistemi; l’interferire interno
‘ a un sistema essendo, in generale, molto più intenso di quello tra sistemi
diversi. L’uomo, che voglia con- seguire un fine. deve rendersi un conto chiaro
delle circostanze, in cui opera; il che gli sarebbe impos- sibile, se dovesse
badare a ogni cosa. La distribu- zione in sistemi, di cui s’è fatto cenno, ha
dunque, almeno rispetto all’uomo un valore teleologico indi- scutibile. V. Il
mondo fisico si risolve per intiero, a parte la cognizione che ne ha Dio,
nell’esperienza comples- siva, di cui l’esperienza d’ogni singolo è una minima
MES, j jgesE parte. Il suo apparirci tutt’altro dal pensiero, men- tre si
risolve in un sistema complesso di pensieri (s’intende : non astratti), è
riferibile a ciò: che gli atti consapevoli, dall’interferire dei quali risulta,
non sono da noi avvertiti uno per uno distinta- mente. Il singolo sviluppato ne
avverte soltanto quegli effetti sopra di sè, che sono le sensazioni. E la
realtà fisica è un sistema di sensazioni oggetti- vato (1). A far ben
comprendere la dottrina testè riassunta sarà opportuna qualche ulteriore
diluci- dazione. VI. Le mie sensazioni, trattone alcune poche tra quelle
oggettivate nel mio corpo, accadono anche se io non lo voglio; le loro cause
dunque mi sono esterne. Io so, in grazia del mio comunicare per via di
sensazioni con altri singoli, che, oltre alle mie, si danno moltissime altre
sensazioni, costituenti un sistema ordinato articolato e conhesso. E so che le
sensazioni dipendono dal variare dello stesso loro si- stema; e non, fuorchè in
rari casi, dalle volontà. In questo sapere sta l’oggettivazione, cioè il
conside- rare il sistema come una realtà esterna. La cogni- zione del mondo
fisico non è dunque illusoria; in- fatti, gli elementi, che n’abbiamo indicati,
sono reali. E’ soltanto incompleta: noi, fuorchè in un (1) Come già fu detto
con chiarezza, e dimostrato al- l’evidenza da Berkeley. =; piccolo numero di
casi, non avvertiamo gli atti, o ì pensieri, da cui deriva in ultimo tutto il
sistema delle sensazioni (1). | (1) Incompleta è la cognizione anche sotto il
punto di vista fisico. Noi siamo lontani dal rappresentarci chiaramente nella
sua totalità il sistema delle sensazioni. Che il non saper tutto sia
un’illudersi, non si è mai pensato in fisica, e non si deve pensare in
filosofia. La dottrina suesposta, e il monadismo leibniziano, presentano, con
delle manifeste so- miglianze, qualche differenza che va rilevata. Leibniz
intro- duce la nozione di sostanza, che da noi è lasciata in di- sparte; ma il
principio, di cui egli fa realmente uso, è, che la monade sia l’unità conscia o
subconscia delle sue rappresentazioni ; principio identico al nostro, che il
singolo sia l’unità conscia o subconscia de’ suoi pensieri. Su questo punto la
differenza è soltanto verbale. Ma ce ne sono di più gravi. Le monadi « non
hanno finestre »; nondimeno, tra le rappresentazioni di ciascuna, e quelle di
ciascun’altra, vige un’« armonia prestabilita » (cfr. l’esempio notissimo de’
due orologi); per cui tutte insieme costituiscono un si- stema coerente:
l’universo. A Leibniz non faremo colpa dell’aver. abbandonato l’idea, non più
sostenibile dopo Ma- Jebranche, delle cause grossolanamente transitive. Ma il
contrario d’un errore può essere un altro errore. Supposto accertato il fatto,
che la realtà si risolva nel detto sistema, l’armonia prestabilita (cfr. l’occasionalismo
di M.) sarà, del fatto, nna spiegazione soddisfacente. Siccome per altro le
monadi non hanno finestre, nessuna monade può sapere che ce ne sia un’altra. Il
fatto, che avevamo supposto, cade, insieme con l’armonia introdotta per
spiegarlo. CAPITOLO XIV. IL MONDO UMANO. I. Oltre alla parte, minima senza
dubbio, che gli spetta nella creazione dell’universo, l’uomo è, nel- l’universo
e subordinatamente a Dio, il creatore del mondo umano. La subordinazione a Dio
è inelimi- nabile; perchè l’opera dell’uomo, nel creare il suo mondo, implica
necessariamente un ordine teleolo- gico dell’universo. Il mondo umano è anche
fisi- co (1). La configurazione della Terra in generale, il variare delle
stagioni e delle meteore, i bradisismi e i terremoti, ecc., non dipendono da
noi. Ma noi co- struiamo abitazioni strade ponti canali navi mac- chine,
irrighiamo e coltiviamo i campi, addomesti- chiamo animali e piante,
accumuliamo capitali che poi servono di mezzi; e via, e via. II. La costruzione
del nostro mondo fisico esige delle cognizioni, e una collaborazione, possibili
sol- (1) Nel senso medesimo, non occorre dirlo, in cui esiste l’universo
fisico: Cap. XIII. DER RE tanto nella convivenza. La quale, mentre da un lato
implica l’attività conoscitiva e pratica degl’indivi- dui conviventi, è,
dall’altro, la formatrice vera de- gl’individuìi, che le devono la lingua, le
mentalità, le finalità, e anche la buona volontà. La convivenza, e i suoi
effetti — sul mondo fisico, sugl’individui, e sopra di se medesima — risultano
dall’interferire delle singole attività. Le mie iniziative interferi- scono: e
tra loro, determinando il mio sviluppo in- terno, cioè la sempre più salda
organizzazione della mia coscienza, e con le iniziative d’altri singoli, svi-
luppati e non sviluppati, accrescendo il contenuto e raffinando così
l’organizzazione della mia coscien- za, mentre per un altro verso la mia
partecipazione alla convivenza ne viene accresciuta nella quantità, e
migliorata nella qualità. III. . L’essenziale del processo accennato sta in
ciò: che l’interferire di due iniziative, purchè abbastan- - za intenso per
essere avvertito, è sempre una loro parziale unificazione. Due lottino tra loro
con ira; oltre alla propria ira, e nella propria ira, ciascuno avverte anche
l’ira dell’avversario. Il che prova che le ire, interferendo, si unificarono.
Parzialmente: le ire, infatti, restano due, ciascuna con dei caratteri che le
sono esclusivi; ma pure in ciascuna vi è, come suo costitutivo, un elemento
costitutivo dell’altra. Il pensare dell’uno, e il pensare dell’altro, sono
sempre ‘distinti; ma si riducono in parte a un solo ° e medesimo pensare.
Questa è la ragione vera non ia avvertita nè dagli idealisti nè dai solipsisti
(Cap. IV, $ II), per cui è possibile tra due singoli una comu- nicazione di
pensiero, in grazia della quale ciascuno dei due s’accorge, che l’altro è non
meno reale di lui stesso. IV. Il mondo intellettuale umano, senza del quale non
ci sarebbe il mondo fisico umano, implica la detta comunicazione, cioè l’intendersi,
che alla sua volta implica l’interferire, cioè il collaborare. Un eschimese e
un malese, naufraghi su d’un’isola de- serta, non s’intendono dapprima, che in
quanto col- laborano, aiutandosi a vicenda; così divengono un po’ alla volta
capaci di sempre meglio intendersi. Questo non è ridurre il pensiero a pura
empiria. Ciascun uomo è uno in se stesso, e incluso in Dio con tutti gli altri,
dunque possiede la ragione in germe: il collaborare sviluppa questo germe. Il
che sì vede chiaro nella formazione del concetto. L’inte- resse — pratico
sempre come interesse, quand’anche diretto verso la cognizione — aggruppa tra
loro, e tra loro soltanto, le cose che, per un complesso M di caratteri comuni,
sono atte a soddisfarlo. M, da solo, è contraddittorio : un triangolo, non
equilatero nè isoscele nè scaleno, ma il cui solo carattere sia d’essere
triangolo; un’arancia non matura né acerba ma il cui solo carattere sia
d’essere arancia, — sono controsensi. M da solo è dunque impensabile; ma, Se =
per l’interesse che vi si associa, diviene distinguibile LI tra gli elementi
con cui è sempre accompagnato. Nel distinguerlo consiste il nostro avere il
concetto M, o il suo esserci (1). (1) Berkeley, a cui si devono le accennate
riflessioni, errò nel dedurne il nominalismo. I gruppi M, di cui dice- vamo,
non sono parole ma processi cogitativi. Quantun- que a renderli stabili, senza
di che non gioverebbero, si richieda, fuor di alcuni casi, molto semplici e
strettamente pratici, la parola. Donde la superiorità immensa dell’uomo sul
bruto. Ma la parola condusse a un’interpretazione fal- lace. Triangolo,
arancia, ecc., che di certo non sono puri suoni, parvero nomi di realtà
oggettive; pensabili da noi, ma l’esserci delle quali non sia riducibile al
nostro pen- sarle: «concetti», o «idee». (Platone. Rosmini, approfon- dendo con
acutezza e dottrina eccezionali, ridusse le idee platoniche all’unica
dell’essere; ma questa rimane pur sem- pre un’idea platonica). Ciò, a che
sogliam dare il nome di concetto (l’arancia, il triangolo, ecc.), non può
essere, come Platone credeva, una realtà sui generis; una tale pretesa realtà
risulta contraddittoria. La dialettica hegeliana che nella contraddizione vede
una caratteristica essenziale al concetto, implica necessariamente, che lo
Spirito sia, non soltanto superiore al tempo, ina fuori del tempo. Ma il
concetto, quando se ne riconosca il ridursi a un processo temporaneo (secondo
che abbiamo accennato nel testo e più diffusamente spiegato nel volume
Dall’uomo a Dio), insomma, quando si rinunzi alla pretesa di pensarlo diver-
samente da come lo pensiamo, non è punto contraddittorio. CAPITOLO XV. LIBERTÀ
E MORALITÀ. I. Io voglio, significa: io metto in opera, con per- severante
intelligenza, i mezzi migliori per conse- guire certi finì, scelti applicando
un criterio. Il vo- lere serio esige dunque: 1) la cognizione del mondo umano,
cioè de’ suoi costitutivi — che tutti possono acquistare valor di fini, o di
mezzi, o anche di fini per un verso e di mezzi per un altro —, non che delle
relazioni, e in particolare delle causali, tra i costitutivi medesimi. Questa è
cognizione semplice- mente oggettiva. 2) Una valutazione, implicante un
criterio, così dei mezzi rispetto ai fini, che dei fini gli uni rispetto agli
altri. Quest’ultima sì ripercuote sulla prima: un mezzo, che farebbe conseguire
il fine facilmente con certezza, è scartato, perchè in opposizione col criterio
valutativo dei fini. E non è più semplicemente una cognizione oggettiva: un
uomo ha degli scrupoli, un altro non ne ha. 8) La perseveranza: non passare
senza buona ragione da un fine a un altro, non perdere mai di vista il fine
valutato come il più alto. 4) L'intelligenza : l’impre- SEG, (- PS vedibile
variare delle condizioni esterne o interne rende necessaria talora una
mutazione, o nei mezzi. rivolti a certi fini, o anche nei fini che ci proponia-
mo di realizzare. II. Da tuttociò risulta, che il volere non è origina- rio, ma
conseguenza dello sviluppo (1), di cui di- viene alla sua volta il fattore più
efficace. Ora, lo sviluppo si deve all’interferire necessario di atti che, pur
essendo spontanei, sono, per il maggior numero de’ loro caratteri determinati
dall’interferire mede- simo (2). Anche la volontà sarà dunque determi- nata,
con una prevalenza paragonabile a quella evi- dente nell*accadere fisico ; in
guisa cioè, che ì carat- teri essenziali de’ suoì atti siano prevedibili con
grande sicurezza (8). D’altra parte: la spontaneità non svanisce in tutto mai,
perchè allora svanireb- (1) Individuale collettivo, conoscitivo e pratico, Cap.
XIII: $$ II, III, IV. -_—. (2) Cap. XIII, $ III; cfr. Cap. XIV, $ III (in
parti- colare le prime linee). (8) E’ certo p. es. che il professore salito in
cattedra farà lezione; che il sicario, nel punto in cui sta per com- mettere il
delitto, non se ne ritrarrà volontariamente. Il capriccio sta nello scegliere
senza criterio fisso; è dunque una volontà in via di formazione, ma rimasta
imperfetta. La volontà vera, esclude il capriccio (l’arbitrio indifferente).
Anche la spontaneità primitiva lo esclude, perchè non sce- glie; il bimbo di
pochi mesi non è capriccioso, benchè paia tale a chi gli attribuisce delle
valutazioni comparative pro- prie dell’adulto. Cfr. qui appresso $ III. MI, (|
IRE bero, e la coscienza, e lo stesso accadere col suo determinismo. Valendomene,
io posso, in ogni caso, modificare, poco finchè si voglia ma nel senso che
reputo migliore, il determinismo del mio accadere interno. L’organizzazione,
che mi determina, è dun» que per una parte importante, opera mia (1). Io sono
libero, significa: io posso lavorare con frutto a rendere sempre più coerente
il mio fare-pensare. Alla libertà sono essenziali due momenti: uno di
determinazione, l’altro d’indeterminazione ; che non soltanto non si escludono,
ma che si esigono e s’in- tegrano a vicenda (2). III. Noi distinguiamo tra
l’utilità e la moralità, e riteniamo questa superiore a quella; ecco un crite-
rio valutativo, che non passiamo non ammettere, ma del quale dobbiamo renderci
un conto chiaro. In proposito l’utilitarismo (8) e il razionalismo pu- ro (4)
son dottrine, la cui opposizione sembra con- » (1) Cfr. Cap. IX, $ VI.
L’assenso è conseguenza neces- saria di una mentalità; ma la parte che all’uomo
spetta nella costruzione di questa, non è mai trascurabile. 'Analo- gamente...
(2) Abbiam dovuto limitarci a pochi cenni. Per una discussione meno incompleta
cfr. gli altri lavori citati e l’art. Determinismo e libertà, in Riv. di
Filos., Genn. Marzo 1923. | (8) Che si fonda sull’edonismo e l’include. La
morale sociologica è più consapevole, ma pur sempre utilitaria. (4) Con questo
nome designiamo la morale kantiana; cfr. qui appresso $ IV. — 80 — tradditoria
: esaminiamole in breve. Le sensazioni sono essenziali alla teoria; i
sentimenti (piaceri e do- lori) associati a quelle sono essenziali alla pratica.
E la storia dimostra, che la morale apparve tardi, al pari della scienza;
conseguenze l’una e l’altra dello sviluppo da una condizione primitiva, in cui
le ulte- riori distinzioni ancora non esistevano, e non erano possibili. Ma i
bruti benchè abbiano delle sensazioni e dei sentimenti, non riuscirono a
costruire nè la mo- rale nè la scienza; dunque la condizione primitiva
dell’uomo conteneva in germe le distinzioni ulte- riori. Da questo germe, ossia
dalla ragione, impli- cita nella parola e nella convivenza, non è lecito
prescindere. Ora la ragione, stando all’uso che gli utilitari ne fanno e ne
suppongono fatto, si riduce a uno strumento; mentr’è invece un costitutivo
essenziale della realtà, di cui esprime l’unità, e se non fosse tale, non
sarebbe uno strumento. L’utili- tarismo è dunque un empirismo insostenibile.
IV. La distinzione tra la morale vera e la pratica utilitaria è, dai
razionalisti puri, fondata su quella tra l'imperativo categorico e l’ipotetico,
e concepita per conseguenza come un’assoluta separazione. Tra 1 moltissimi fini
utili ciascuno è costretto a sceglie- re; scelto che abbia, deve, per non
contraddirsi, ricorrere a certi mezzi, che dipendono dal fine scel- to: ecco
l’imperativo ipotetico. L’imperativo mo- rale invece, non è subordinato a un
fine, che gli sia esterno; ha per se stesso un valore, che s’impone a if = ogni
singolo ragionevole; sii onesto: ecco l’impera- tivo categorico, ed ecco la
morale. Astrattamente parlando non c’è nulla da opporre; ma il pensiero
astratto non è mai adeguato alla realtà, quantun- que sia necessario alla
cognizione. Nelle considera- zioni qui appresso è indicata, molto sommariamente
al solito, la via per uscire dall’astratto, condizione sine qua non per
intendere le questioni morali, che sono di tutte le più concrete. V. Una parola
non ha significato, che in una lin- gua (1}; similmente: una proposizione, sia
pur l’im- perativo categorico, non ha significato, nè dunque valore, che in
tutto il sistema del pensiero, includente anche la pratica utilitaria. I fini
utili vanno scelti;. ma la scelta, benchè diversa da un singolo a un altro, non
è capricciosa; chi non riflette quid ferre recusent, quid valeant humerì,
diventa un guasta- mestieri, peccando moralmente. La morale, mentre per un
verso limita la scelta, per un altro esige, che una scelta si faccia : infatti,
chi non vuole essere un ozioso disonesto, deve procacciar l’utile, anche il
pia- cere d’altri e di se medesimo. E’ disonesto così l’a- strarre dall’utile,
come il rinchiudervisi; donde una difficoltà, che della morale umana è un
costitutivo essenziale. Insomma: l’onesto e l’utile si connettono
indissolubilmente. I fini utili sono, in massima parte, (1) P. es.: «desto» è
una parola, che appartiene in- sieme, con differenti significati, e all’italiano
e al tedesco. 6 i 89 mezzi per conseguirne altri, utili nello stesso modo; c'è
dunque nel campo utilitario, un ordine meravi- glioso. E, rispetto a questo,
l’ordine morale non è qualcosa di estraneo sovrappostogli; ma, semplice- mente,
l’unità, ossia la ragione divina, che lo fonda e lo integra. | VI. L’esigenza
pratica umana, fondata sull’ordine divino, si riassume nella formula: superare
la fram- mentarietà; subordinare i singoli, che sono molti e diversi, alla
suprema unità. Il singolo è subordinato essenzialmente, perchè non esiste fuori
della supre- ma unità; ma, come spontaneo, può accostarlesi, o scostarsene ; il
detto principio esprime dunque una legge deontologica. Lavorando a
subordinarsi, ognu- no procede verso la massima realizzazione di se stesso. E
questo è il solo fine stabilmente consegui- bile; infatti, la legge
deontologica, benchè violabile dentro certi limiti, ha un fondamento logico: il
ten- tar di violarla si riduce dunque a un agitarsi discor- de, vano, e in
ultimo disastroso. La legge deontolo- gica è morale o utilitaria? E’ morale
perchè vera- iente utilitaria, e veramente utilitaria perchè morale.
CONCLUSIONE. L’idealismo ha, sulle altre filosofie, il vantaggio d’averne messo
in evidenza i sottintesi problematici. E’, tra tutte, indiscutibilmente, la
filosofia più li- bera di sottintesi. Pretendere di «confutarlo», col semplice
contrapporgli una qualsiasi delle filosofie già costruite — vale a dire alcuni
«principil», di cui l’idealismo revocò in dubbio il valore — non è le- cito.
L’idealismo non può essere sottoposto che a una critica «intrinseca»; tale
cioè, che lo colga in opposizione con se medesimo. E’ questa la via, nella
quale noi siamo entrati risolutamente. L’idealismo critico, del quale ripro-
ducemmo in riassunto i dogmi fondamentali, nella forma e col significato che
assunsero dopo un secolo e mezzo di sviluppo, fu il nostro punto di partenza. E
non ce ne allontanammo, se non perchè un appro- fondimento ulteriore della
stessa critica idealistica vi ci costrinse. Degli approfondimenti accennati,
basti richiamarne due. Il tempo, ci si disse, o è una forma, di cui lo Spirito
riveste una realtà estemporanea (che in tal modo risulterebbe non conosciuta,
ma falsificata), o dovrebb’essere una realtà superiore allo Spirito, che lo
condizioni e lo domini. Abbiamo notato in contrario, che l’alternativa è
incompleta, e quindi mal posta. Lo spirito crea il tempo, in quanto pro- RE 7
pe duce delle novità; neon è dunque sottoposto al tem- po, al quale tutto il
creato è sottoposto; $ive nel tempo, ma per la sua stessa iniziativa. | Lo
spirite non è tutto in ogni singolo, bensì, ogni singolo è nello Spirito,
essendo un gruppo di suoi pensieri. Per conseguenza, i singoli differiscono, e
tra loro —- benchè tutti abbiamo in comune d’es- sere nello Spirito — e dallo
Spirito. Il quale non può non essere consapevole; perchè, se tale non fosse, la
subcoscienza, che d’ogni singolo è costitutiva, sa- rebbe assoluta; mentre
un’assoluta subcoscienza è contraddittoria. Come consapevole di se medesimo, e
non semplicemente nei singoli ma in se medesimo, lo Spirito è Dio. L’ultima
conseguenza, che traemmo dalle pre- messe idealistiche, ha un carattere
profondamente realistico; benchè l’essenziale dell’idealismo vi sia conservato;
ed anzi messo in una luce più vera. La novità nostra è relativa, e come novità
e come no- stra: si riduce ad aver fatto fare alla critica ideali- stica un
passo innanzi, piccolo e facile; decisivo, ma in quanto conseguenza necessaria
dei già fatti. La gnoseologia del singolo razionale, perchè ineluso in Dio, ma
distintone, cioè singolo — è ne- cessariamente realistica; non potendo il
singolo, senza contraddire a se stesso, identificare la realtà col pensiero
umano in massima parte subconscio. La gnoseologia idealistica non è vera, che
in ordine a Dio. Ma Dio, nell’idealismo, non è consa- pevole di sè, che nei
singoli; propriamente parlan- do, la realtà massima è dunque inconsapevole.
Con- seguenza inconciliabile con l’identificazione di realtà gg e di pensiero.
E’ vero, che secondo l’idealismo Dio, cioè lo Spirito è tutto in ogni singolo;
sicchè la gno- seologia idealistica sarebbe, se prescindiamo dalla testè
rilevata contraddizione, applicabile al singolo. Ma Dio non potendo errare, da
quest’applicazione sì conclude, che neanche il singolo non può errare; dunque,
se l’idealismo è vero, saranno veri e il rea- lismo, e 11 più grossolano
materialismo. Un’ultima osservazione. Oppongono: Dio, se fosse personale,
saprebbe tutto ab aeterno; e il sa- pere umano, riducendosi a una parte minima
del sapere divino preformato, non sarebbe una costru- zione umana; in sostanza,
noi, al mondo, ci sarem- mo per un di più —. Rispondiamo. L’opposizione avrebbe
un valore, se Dio fosse fuori del tempo, e se l’uomo non avesse un’attività
causalmente indeterminata. Ma non è accettabile nessuna delle due ipotesi.
L’uomo essendo incluso in Dio, non può formare un pensiero, che non sia perciò
stesso e ipso facto noto a Dio. Ma che Dio conosca in anticipazione, a priori,
tutto quanto l’uomo penserà o farà, è da escludere; Dio, creando l’attività
umana causalmente indeterminata, impo- se liberamente certi limiti alle sue
previsioni. Subor- dinatamente a Dio, e internamente al creato, l’uo- mo è
autore del proprio mondo, e del proprio sapere. Cade così l’opposizione in
discorso. L’uomo, pur distinguendosi da Dio, è al mondo per qualcosa: per
conseguire un fine, che si fonda insieme sull’or- dine divino, e sull’attività
umana. Lavorando in questo senso, l’uomo non è ridotto a rispecchiare in sè il
pensiero divino; bensì collabora veramente con Dio. a INDICE
——+—+—»y<>@—+w—_@——_— CENNI AUTOBIOGRAFICI INTRODUZIONE CAP. I. — II fine
della filosofia . » IH. — Il metodo - » HI. — Il metodo filosofico » IV. — Il
solipsismo V. — Discussione del solipsismo VI. — Lo Spirito . VII. — Lo spirito
e il singolo VIII. — L’accadere . IX. — Immanenza e trascendenza X. — Necessità
e certezza -. XI. — L'errore XII. — Il Soggetto universale XII. — La creazione
XIV. — Il mondo umano XV. — Libertà e moralità Conclusione Digitized by Google
COLLEZIONE FILOSOFICA diretta da E. CASTELLI . - CasteELLI E.: Filosofia della
vita. Saggio di una critica dell’attualismo e di una teoria della pratica . .
L10—- . - REDANO’ U.: La crisi dell’idealismo attuale. >» 10 — . - BLonpeL
M.: Principio di una logica della vita morale, con lettera prefazione di M.
Blondel. Introduzione e tradu- zione a cura di E. Castelli . : A , . L. 6,50 .
= Varisco B.: Linee di filosofia critica . . >» 12 — _- Kant A.: I
fondamenti della metafisica dei costumi. Tra- duzione, introduzione e note di
G. Perticone . L. 6— 6. - VaRrISCO B.: Sommario di filosofia . . . » 7- Prezzo
del presente volume LIRE SETTE UNIVER.
DI ROMA Donazione L. Vagnetti 46 ISTITUTO DI VIJOSOTIX BIBLIOTECA COLLEZIONE
FILOSOFICA A CURA DI E. CASTELLI IV. EIA tr don + NITTI PROPRIETÀ LETTERARIA
Tipografia Editrice Laziale - A. Marchesi - 1925 ni BERNARDINO VARISCO asi
LINEE DI FILOSOFIA CRITICA ROMA ANGELO SIGNORELLI — EpiTORE VIA DEGLI ORPANI,
88 1925 Digitized by Google PREFAZIONE [I giovani lettori, se traggono come
spero qualche van- | taggio dal presente libro, ne sian grati al bravo Prof.
Castelli, già mio scolaro. Il quale, per liberarmi dalla fatica dello scrivere,
divenutami troppo grave, s’adattò a farmi da intelligente segretario; e
aggiunse di suo al libro le note con la firma E | C., ossia quasi tutte. Senza
l’aiuto suo efficace, io non sarei venuto a capo di questa mia qualsiasi
fatica. Il che sia detto per soddisfazione mia non meno che sua. Roma,
settembre 1925. B. VARISCO. ila Te e iinti I a I O ran Pula INTRODUZIONE 1. Ci
proponiamo di cercare, se alla filosofia spetti an- cora, nella civiltà
moderna, un ufficio; e quale sia quest’uf- ficio. Vedremo, che la filosofia,
oggi, non che sia diventata inutile come da molti si crede, può darci essa sola,
della nostra civiltà, una concezione organica; dalla quale non possiamo
prescindere, se vogliamo padroneggiare i fatti, così da impedire che la nostra
civiltà decada senza rimedio. Vedremo altresì, che la filosofia capace di
compiere nella civiltà moderna il detto ufficio, può esser considerata come la
sintesi o l’anima stessa della nostra civiltà. Anima, che ancora non ha, ma che
può e deve acquistare una chiara ‘e vigorosa coscienza di sè. 2. Carattere
fondamentale della società moderna, e quin- di anche della civiltà moderna, è
la complicazione, già gran- dissima, e che va crescendo sempre. In altri
termini : la no- stra vita collettiva si attua mediante un grandissimo numero
di funzioni disparate. Quanti e quanto svariati uffici governativi! Quante mani-
festazioni diverse dell’attività economica : produttiva, com- merciale,
raccoglitrice e distributrice di capitali! Quante forme di cultura, distinte,
anzi divenute quasi estranee le une alle altre! | o — 8 — Epaminonda non
portava che un pallio; ciascuno di noi ha indosso abitualmente molti capi di
vestiario di specie di- verse. La nostra civiltà supera in complicazione la già
com- plicata civiltà ellenica, molto più che il nostro vestire non superi in
complicazione quello dei contemporanei d’Epami- nonda. 3. La complicazione
richiede, per non diventare disastro- sa, una corrispondente coordinazione tra
le funzioni, o tra tutte le diverse attività umane. In una società complicata,
ciascuno ha, direttamente o no, bisogno di tutti gli altri; e non potrebbe
vivere, se questo bisogno rimanesse insoddi- | sfatto. | i La coordinazione
tanto necessaria è sempre incompleta. . Il vivere in una società complicata
esige anche da ogni sin- : golo un'attività molto più intelligente più intensa
più varia i @ più ordinata, che in una società semplice. Perciò la com-
plicazione fa crescere il numero degli anormali: spostati e delinquenti. E il
crescere degli anormali è un: guaio serio; costituisce un grave ostacolo alla
necessaria coordinazione. Quantunque sempre incompleta, la coordinazione può
es- - ‘ ser tale, da rendersi via via, grazie allo svolgersi delle atti- vità
normali, sempre meno incompleta e più efficace. Ma può essere insufficiente a
segno, che lo svolgersi delle atti- vità normali ne risulti gravemente frastornato.
La coordina- zione allora va diminuendo: la società si trova in condizio- ni
anormali; e la civiltà, ossia la coscienza che la società ha di sè medesima,
s’avvia, se non ci si mette riparo, verso la decadenza. 4. Le condizioni
presenti sono, tra noi e più o meno dappertutto, anormali, e dunque avviate a
diventare sem. — 9 — pre più anormali. Ed è per poco evidente quel che dicevo :
che l’anormalità è riferibile al non esserci, tra le funzioni sociali, una
coordinazione corrispondente alla loro com- glicazione. «Che la coordinazione
sia difettosa, è provato in primo luogo dalle lotte, anche violente, che si
vanno rinnovando tra le varie forme d'attività, e che ne scemano di non poco
l’effetto utile. Ma c’è dell'altro. Per addurre un solo esempio: noi ci
lamentiamo -del caro viveri; d'altra parte, abbiamo accresciute le spese
superflue; e diminuito il lavoro, senza riflettere che i prodotti, scemando,
rincariscono. 5. Il Governo, che dovrebb’essere l'organo principale della
funzione coordinatrice, non la può compiere, se non è sostenuto e aiutato. E
quindi rivolge, ogni momento, i più caldi appelli alla cooperazione, cioè alla
fiducia, del pubblico. Ma è d’altra parte costretto, per vivere in qualche mo-
do, a venire a patti con le forze disgregatrici. E questo gli fa perdere la
fiducia, di cui ha bisogno. La fiducia non serve domandarla, e dimostrarne la
necessità; biso- gna saperla inspirare. Il pubblico, se ne vogliamo l’ap-
poggio, dev’essere, non persuaso con idei ragionamenti astratti, ma trascinato.
i Questa critica è ben facile; nessuno crederà, che i no- stri governanti non
se ne rendano conto essi per i primi. O dunque? Il fatto sta, che quel pubblico
medesimo, il quale non ha fiducia nel Governo perchè lo vede operare in un
certo senso, non lo sosterrebbe, forse gli si oppor- rebbe, se lo vedesse
tentar di operare in senso contrario. 20 sii cali Mi ER 40 6. Qui, molti
s'aspetteranno ch'io metta innanzi la mia brava proposta: qualcosa come un
progettino di legge, che, votato ed eseguito, abbia la virtù di eliminare tutti
gl'in- convenienti. Secondo un’opinione diffusa, i professori di filosofia
pretendono di sapere ogni cosa. Non vogliono ca- pacitarsi, che la ragione
umana è limitata, e non può pene- trare il fondo misterioso della realtà. Ecca:
io parlavo testè, in via d’esempio delle difficoltà contro cui ci dibattiamo,
del caro viveri, e della manifesta” incongruenza tra i lamenti che ne facciamo,
e le azioni con cui lavoriamo ad aumentarlo. Ci sia o no, e qualunque sia, il
fondo misterioso della realtà, l’incongruenza rilevata, ed ogni altra, è pur
sempre la medesima. Non mi s’attribui- scano delle opinioni, che non ho mai nè
insegnate nè sognate. lo parlo di quel mondo, che ci è noto in quanto ci
viviamo, cioè del mondo umano; d’altro non parlo. | 7. Di questo suo mondo,
l’uomo ha costruito la scien- za; più esattamente, ne ha costruito una
moltitudine di scienze. L'attività conoscitiva, per attuarsi, dovette spezzar-
si, tal quale come l’attività pratica. E come la molteplice at- tività pratica
esige una coordinazione, così la moltitudine delle scienze esige
un'’unificazione. Riconoscere questa esi- genza, e intenderla; cioè intendere
che la cognizione costi- tuisce un organismo: ecco l’ufficio della filosofia.
Donde risulta, che mentre le scienze valgono rispetto alle attività pratiche
distinte, o in altri termini servono di fondamento alla complicazione; la
filosofia, correlativamen- te, vale rispetto alla coordinazione, la quale non
può avere altro fondamento. Qui, perchè il seguito sia chiaro, conviene: primo,
eli- minare un equivoca possibile, precisando l’indicata nozione — ll — ? di
filosofia; secondo: far vedere che la filosofia, per com- piere la sua funzione
unificatrice del “sapere, “ossia a per Ser- vire di mezzo alla funzione coordinatrice
pratica, non ha punto bisogno d’aver pienamente risoluto il suo problema, che
del resto non è mai pienamente risoluto, a DI 8. La filosofia, dicevamo, è
l'unificazione del sapere. Ma il sapere può essere ‘unificato in due modi. E
cioè: in quello, con cui di molte pietre si costruisce una casa; op- pure in
quello, con cui di molti organi risulta un organismo. Dei due, soltanto il
secondo è legittimo. Infatti : quantunque l’orologiaio come tale non debba nè
possa occuparsi di grammatica, 0 di storia, o di fisiolo- gia; è nondimeno
evidente che l’orologeria, come dottrina e come pratica, non ci sarebbe, se non
ci fossero degli uo- mini, che adoperano bensì degli orologi, ma li adoperano
a. tutt'altro (eccetto gli orologiai) che a studiar gli orologi c0- struiti o a
costruirne di nuovi. Basta quest’esempio a dimostrare, che le singole scien- ze
(tal quale del resto, che le singole attività pratiche) non hanno valore, anzi
non sono possibili, che nella loro unità. Non sono pietre, con cui si possa
costruire l’edifizio della filosofia, e che v’entrino restando immutate; sono
organi, che hanno esistenza significato e valore soltanto nell’orga- nismo cl
che li | unifica. La fisica, p. P. es., è una scienza di valore indiscutibile,
in quanto è sistemazione di una_parte dell’esperienza_ umana (dell'esperienza
esterna), considerata sotto un aspetto, che alla sua volta è determinato
dall’esperienza umana totale considerata nella sua unità. Ma considerata in sè
stessa da sola, non ha più significato nè valore; nè dunque possiamo — ron
renente nora ——___—_———_———_____ ____ _tttiitttii@òitt@ta@asite esame meno re
oe scia dirla un elemento acquisito, una pietra da collegare con al- tre nella
costruzione filosofica. 9. Inteso nella sua pienezza, il problema filosofico —
intendere, « come » il sapere costituisca un organismo — non si finisce mai di
risolvere. Col crescere delle cognizio- ni, la totalità del sapere non soltanto
s’ingrandisce, ma si riordina; come sa chiunque abbia imparato gli elementi
d’u- na scienza qualsiasi. L'organismo conoscitivo esiste, ma in quanto è in
via di sviluppo; la supposizione, che lo si possa descrivere una volta per
sempre, non è in fondo che un controsenso. Ma, perchè uno possa lavorare
utilmente all’'unificazione della cultura e della civiltà, e quindi anche alla
coordina- zione delle attività pratiche, non si richiede, che possieda una
dottrina profonda intorno al « come »; basta, che sia ben sicuro del « che ».
Il sapere umano è un organismo; l'attività pratica umana è un organismo; e i
due organismi, assolutamente insepara- bili, non formano in sostanza che un
organismo solo. In queste proposizioni è riassunto l’essenziale di quella filo-
sofia, che ha una sua importante funzione da compiere nella \civiltà moderna; e
che si può dire filosofia della società mo- è derna, in quanto n’è insieme il
prodotto e l’espressione. 10. L'’essersi ben fissati sul « che » basta per
eliminare il semplicismo. Noi siamo tutti un po’ semplicisti, perchè abbiamo
una cultura, che non è meno frammentaria dell'at- tività pratica. L’uomo, che
si è familiarizzato con una parte sola della realtà, non comprende, che le
difficoltà vere non sono quelle, che possono sorgere internamente a una parte —
13 determinata, ma quelle, che si devono all’insufficiente coor- dinazione tra
le parti. | Poichè la complicazione dà luogo a degl’inconvenienti, al- cuni
pensano, che bisognerebbe cercar di semplificare. Ma la ragione, per cui la
nostra civiltà è complicata, sta in ciò,. L ogni tentativo di perfezionarla
v’introduce delle com- plicazioni. Altri pensano, che il meglio sia di
rassegnarsi aspettan- do che la burrasca passi; persuasi, che tutto andrà per
il meglio, se anche a noi toccherà di andarne di mezzo. Ma l’uomo non concorre
a perfezionare gli altri, se non lavora sempre a perfezionare sè medesimo,
sforzandosi di vince- re le difficoltà che gli si attraversano. Questi sforzi
devono essere coordinati (l’abbiam detto cento volte): ma per ciò stesso devono
essere compiuti; rinunziarvi sarebbe un con- correre per quanto è in noi alla
rovina della civiltà. Il semplicismo è disastroso, perchè ci pasce, o d’erba
trastulla, o di veleno. La filosofia, se anche non avesse altro. «merito che di
eliminare il semplicismo, sarebbe già grande- mente benemerita della civiltà.
1. Chi ben comprenda il principio fondamentale soprae- nunciato, e lo accolga,
non come ospite ozioso del pensie- ro astratto, ma come fattore vivo di tutta
la vita consape- vole, sa e sente, che il bene suo proprio, e il bene collet-
tivo, sono inseparabili, anzi tutt'uno. Ha superato l’egoi- smo non meno che il
semplicismo. E non occorre altro, perchè ogni suo fare sia un “cooperare; sia
cioè un con- eiadata in n restio correre, per quanto SÌ i stendano le. sue
forze, _alla coordina- zione. delle attività “sociali. Non ho ‘detto, si noti:
accettate il principio, e vi sarà fa- cile scoprire il rimedio ai mali della
nostra civiltà. No: ma. cai 14 n ho detto, che l'accettazione del principio è,
purchè sia profonda e sincera, cioè concreta, il rimedio. C’è tra le due formule,
una differenza essenziale, che non va trascurata. La buona volontà non è il
mezzo per giungere alla virtù, è la virtù essa stessa. 12. Le riflessioni
filosofiche, anche soltanto iniziali, non sono accessibili che a pochi. Ma ciò
non vuol dire che ser- vano poco. L'opinione pubblica, e quindi anche la
moralità media, sono in gran parte formazioni delle classi culte. La cultura,
della quale andiamo non a torto superbi, esi- ste, perchè i suoi molti elementi
sono tutti profondamente collegati fra loro: costituiscono un'unità. Ma noi,
finora, ci siamo fermati sugli elementi, e n’abbiam trascurata (qual- cuno è
arrivato fino a negare) l’unità. Con questa conse- guenza : che la nostra
cultura o serve di strumento alle fund zioni pratiche distinte, o non è che un
ozioso passatempo. Dobbiamo, non tornare indietro, ma oltrepassare il segno a
cui ci eravamo irragionevolmente fermati. Procacciamoci una coscienza concreta
e pratica dell’unità. E la nostra cultura ci guadagnerà un tanto in organicità
e in efficacia. Diverrà quel che dovrebb’essere, un cibo spirituale; di cui
anche le moltitudini rozze (la moralità e la cultura delle quali sono in gran
parte, come s’è detto, formazioni delle classi culte) potranno rinvigorirsi per
collaborare casi; te al bene comune. CAPITOLO I. IL SAPER VOLGARE $ 1. — Valore
del saper volgare ° Diciamo saper volgare quello che non è costruito ms-
todicamente. Quindi un saper volgare possedevano anche i primitivi, e oggi lo
possiedono anche gli uomini rozzi; dove per altro è da notare, che il saper
volgare subisce anche presso i rozzi l’influenza di un sapere costruito
metodica- mente. Oltre alle modificazioni dovute a questa influenza, ii saper
volgare si va sviluppando per virtù propria e così mette capo al sapere
metodicamente costruito. Che il saper volgane abbia un valore appare in modo
indiscutibile dalle sue relazioni con la pratica; — noi sap- piamo per esempio
da tempo immemorabile che il legno secco è combustibile, mentre l’acqua è
incombustibile; — che certi vegetali sono mangerecci mentre altri sono vele-
nosi. E dirigendoci secondo queste cognizioni possiamo con- Seguire certi fini
che invece falliscono se delle cognizioni medesime non teniamo conto. Dunque il
saper volgare è veramente un sapere, salvo quanto si avrà occasione di av-
vertire più oltre. Bisogna notare che il saper volgare accertato serve di
fondamento necessario alla riflessione con cui ci. proponiamo di estenderlo e
di approfondirlo. Non è possibile costruire una scienza, e nemmeno fare la
critica del saper volgare, senza prendere le mosse da un saper volgare
accettato come valido. $ 2. — Come si costruisca il saper volgare Noi qui non
indaghiamo la prima origine del saper vol- gare; il che ci condurrebbe ad
indagare la prima origine dell’uomo; non essendoci mai stati, a nostra notizia,
uomini privi di ogni saper volgare. Cerchiamo soltanto in che modo ciascun
individuo si co- struisca il saper volgare di cui è in possesso quando è
adulto, ma che certamente non possedeva nei primi giorni di vita. Cerchiamo
altresì come le generazioni che si vanno succedendo accrescano il saper volgare
di cui erano in pos- sesso le generazioni precedenti. Esponiamo qui appresso
gli elementi principali del proce- dimento, con cui si costruisce il saper
volgare. $ 3. — Continuazione. L'esperienza Ciascuno ha delle sensazioni; e
comunemente si ritiene che le sensazioni derivino dalle azioni che il mondo
esterno esercita sopra di noi. Evidentemente peraltro le cose, di cui risulta
il mondo esterno, operano le une sulle altre, mentre soltanto negli animali
queste azioni provocano delle sensazioni. Dunque dobbiamo ammettere che ciascun
ani- male, quindi anche l’uomo, abbia una proprietà non comu- ne alle altre
cose, in grazia della quale ad un’azione che subisca tiene dietro una sensazione.
Questa proprietà, che non può derivare dall’esperienza perchè un’essere che ‘
«non l’avesse, mancherebbe di sensazioni e quindi anche aaa 17 a fi di
esperienza è dunque un costitutivo a priori dell'essere senziente. $ 4. —
Continuazione. La ragione L'esperienza è un elemento necessario, ma non il
solo, del nostro sapere. Infatti quel sapere che si ricava dall’e- sperienza si
presenta con un carattere di accidentalità. Invece noi riconosciamo nel nostro
conoscere una neces- sità; e per esempio una necessità che si riferisce al
tempo ed una che si riferisce allo spazio. Quanto allo spazio: al- cune
cognizioni elementari geometriche sono di patrimonio comune; guanto al tempo:
la sua irreversibilità è un carat- tere del quale non possiamo nemmeno supporla
privo. In un’altro ordine di idee: tutti escludono che dei fatti possano
accadere all’infuori d’ogni causa. Che certe cogni- zioni abbiano il carattere
della necessità, noi lo sappiamo, perchè il supporle prive di valore
disorganizza il nostro pen- siero ossia ci rende incapaci di ricavare un
costrutto da ciò che pensiamo. Tutto ciò si esprime dicendo che noi oltrechè
senzienti siamo anche ragionevoli. $ 5. — Continuazione. Esperienza e ragione
collegate La sola esperienza si risolve in sensazioni; ma noi con il saper
volgare facciamo ben altro che affermare le nostre sensazioni, anzi
riconosciamo l’esistenza più o meno fissa o variabile, di certe realtà con dei
caratteri corrispondenti alle nostre sensazioni. Ciò vuol dire che noi
aggruppiamo le nostre sensazioni secondo certe leggi (le principali sono lo
spazio, il tempo, e la causalità); riuscendo in questo modo al concetto di una
2 -- 18 — < realtà sperimentata. Il detto aggruppamento è anch’esso dovuto
alla ragione. Per esempio, chi credesse che una certa sensazione s0- nora fosse
associabile con certe sensazioni tattili, come ad esempio, che un fiocco di
cotone possa mandare il suono di un campanello, passerebbe per insensato. 8 6.
— Continuazione. L’attività pratica E’ noto che l’uomo fino dall’infanzia non
sta inerte in attesa di sensazioni, ma ne va in cerca operando sulle cose che
operano sopra di lui. Nel tentativo di operare sulle cose, cioè di modificarle
a suo modo, s’accorge che le cose gli resistono, che certe loro modificazioni a
lui sono impossibili, ed altre otteni- bili soltanto entro certi limiti e
procedendo in un certo modo. L’attività pratica è dunque un'importante fattore
del- le nostre cognizioni. L'attività pratica è ancora un’espe- rienza; ma
tuttavia si distingue da quell’esperienza che acquistiamo anche senza essere
attivi, e dunque introduce nelle nostre cognizioni elementi che non derivano
dalle semplici sensazioni. i Appena è il caso di notare che tra le nostre cogni
:mì sono di speciale importanza quelle che si riferiscono ile connessioni
causali, queste riguardano le determinazio di fatti realizzantisi o tra le cose
o tra noi e le cose. Per esempio nel fuoco il piombo si squaglia, il ferro si
arroventa ietc.; noi per ben digerire certi alimenti dobbiarto sottoporli
all’azione del fuoco. Queste ultime cognizioni sono evidentemente acquistabili
per mezzo dell’attività pratica; ma lo stesso si può dire anche delle prime,
perchè le scam- la 19 = bievoli azioni tra le cose, non hanno importanza per
noi che in quanto si connettono con la nostra pratica. $ 7. — Continuazione. La
convivenza Da ultimo il saper volgare dipende in modo essenziale dalla
convivenza che implica e uno scambio di cognizioni tra i conviventi, e una loro
collaborazione. Di un sapere che non si possa esprimere in parole, nes- suno
riesce a farsi un’idea; d’altra parte, i bruti che non comunicano per mezzo di
parole mancano di un sapere anche . lontanamente paragonabile al nostro. L'uomo
essendo par- lante può avere delle tradizioni, e sappiamo infatti che ne ebbe
fino dall’antichità più lontana. La tradizione soltanto libera l’uomo dalla
necessità, che altrimenti lo dominerebbe, di rifarsi da capo ad ogni
generazione. Dunque il saper volgare può essere migliorato, quanto
all’estensione, alla profondità ed alla organizzazione interna, soltanto per
mezzo della tradizione. Mentre si può dire vi- ceversa che il sapere intanto
esiste in quanto è perfezio- nabile: infatti qualsivoglia cognizione che
riusciamo a di- stinguere sia nel sapere nostro, sia in quello di cui erano forniti
gli uomini più antichi di cui s’abbia notizia, porta i segni manifesti che la
caratterizzano come una costruzione presupponente un sapere più antico e
naturalmente più im- perfetto. La medesima efficacia dobbiamo riconoscere alla
convivenza in ordine alla pratica; infatti la pratica umana ‘ consapevole si
distingue dalla pratica istintiva del bruto in quanto si risolve sempre in una
collaborazione. (La collabo- razione di cui sono capaci anche i bruti, è, anche
nei casi più favorevoli, affatto elementare, istintiva ed incapace di
perfezionamento). $ 8. — Insufficienza del saper volgare. L’insufficienza del
saper volgare va considerata sotto due aspetti, che hanno bensì tra loro molte
relazioni, ma che tuttavia non sono da confondere. In primo luogo il saper
volgare apparisce insufficiente in ordine a quella pratica usuale a cui è
rivolto e che d'altra parte ne accerta il valore. Per esempio: è impossibile
che l’uomo non si sia accorta, fino da un tempo anteriore al cominciamento
della storia, che la vegetazione prospera molto meglio nei terreni
opportunamente irrigati che negli asciutti. Non sembra tuttavia che questa
riflessione abbia risve- gliato in lui l’idea di irrigare artificialmente i
campi non irrigati naturalmente ; inoltre : il primitivo se anche avesse avuta
una tale idea, non avrebbe saputo come attuarla. Gli esempi si possono
moltiplicare. Tutte le arti, siano primitive 0 sviluppate, ci permettono senza
dubbio di con- seguire certi fini; ma non ve n’è alcuna che ce li faccia
conseguire in ogni caso con sicurezza e senza inconvenienti. Sotto questo primo
aspetto l’insufficienza del saper vol- gare non è contestabile. Bensì è da
notare che questa in- sufficienza medesima ci trae a perfezionare il sapere. Il
bruto poco soffre degl’inconvenienti a cui va soggetto; li sopporta, non
potendo fare altro. Invece l’uomo riflessivo e attivo non sa rassegnarsi
agl’inconvenienti che derivano dall’insufficienza delle sue cognizioni, ma
procura di eli- minarli perfezionando queste ultime. Il perfezionamento del
saper volgare, ottenibile nel modo testè indicato, sotto la pressione di
esigenze pratiche, non Sr) è di gran lunga rapido e sicuro come lo si
desidererebbe. I Perciò sorse il desiderio d’incanalare questo movimento,
procedendo con un metodo accuratamente studiato e di riu- scita sicura. In
questo modo si giunse a costruire le scienze, delle quali diremo più oltre. $
9. — Continuazione. Passiamo’ a considerare la questione sotto il secondo
aspetto. L’insufficienza di cui ora dobbiamo trattare ha senza dubbio delle
ripercussioni su quella di cui abbiamo parlato. Ma riguarda, non la pratica
usuale frammentaria, bensì il carattere frammentario del sapere volgare. Questo
è inetto a darci della vita una concezione d'insieme, a sug- gerirci una regola
sicura di condotta quando si debba non soltanto compiere bene ciascuna singola
operazione, ma farle convergere tutte verso un fine più alto, all’infuori del
quale i fini particolari e secondari contano ben poco, e molte volte cessano
d’essere conseguibili. | L’uomo che possiede il saper volgare e la capacità di
applicarlo è prudente. Ma in certi casi la prudenza uma- na risulta
inconcludente. Per esempio: un popolo è invaso da una pestilenza o minacciato
da una guerra di sterminio. Il saper volgare con la sua ineliminabile
frammentarietà non suggerisce alcun rimedio a questi mali e ad altri analo-
ghi, di gran lunga peggiori di quelli a cui si rimedia con l’ordinaria
prudenza. La riconosciuta insufficienza del saper volgare sotto questo aspetto
fu probabilmente ciò che indusse gii uomi- .ni alla riflessione religiosa.
Senza dubbio una religione somministra in qualche modo una concezione d’insieme
del- Od , prata la realtà e della vita; è un principio unificatore che per-
mette e rende possibile una prudenza più efficace perchè più comprensiva. $ 10.
— 1 sottintesi del pensiero volgare. Abbiamo già rilevato che il saper volgare
non è co- struibile senza l’uso della ragione; ora dobbiamo rilevare una
insufficienza inerente \ll’uso istesso della ragione. Mediante quest’uso noi
possiamo, da un insieme A di co- gnizioni reali o supposte, in generale di
proposizioni, rica- vare con certezza un altro insieme analogo B. Il processo
con cui da A si è ricavato B si dice ragionamento; e il ca- rattere del
ragionamento per cui si ha la certezza testè in- dicata si dice la sua
stringenza. Ma la stringenza del ragio- namento con cui si è ottenuto B, non
prova che B sia vero. Per esempio: nelle dimostrazioni geometriche per assurdo
si parte da una proposizione con lo scopo di dimostrarne la falsità. La
dimostrazione si ottiene ricavando dalla pro- posizione assunta una conseguenza
che risulta o intrinseca- mente - contraditoria, o in contraddizione con la
proposizio- ne da cui la si è ricavata. Questo procedimento, da Euclide usato
frequentemente, suppone che la conseguenza ottenuta sia stata legittimamente
ottenuta; cioè che sia possibile un raziocinio stringente, anche se costruito
in base ad una proposizione falsa. ‘Per un esempio di estrema semplicità serva
il seguente : ammettiamo che ieri l’altro fosse domeni- ca, se ne conclude
necessariamente che oggi dev'essere mar- tedì; se noi sappiamo che oggi non è
martedì resta provato, non che il detto ragionamento non sia stringente, ma che
la proposizione assunta è falsa. Dunque per essere certi che ad a la
proposizione ottenuta con un raziocinio siringente è vera, non basta la
certezza che il raziocinio è stringente, ma con- viene esaminare l’insieme
delle proposizioni, diciamo in generale la premessa, che ne. costituisce la
base. Ora questo esame non è possibile se non a condizione che la premessa
risulti nota in modo del tutto esplicito; il che non ha sempre luogo. Per
esempio chi abbia in ordine alla geometria soltanto le nozioni elementari. più
comuni, certa- mente non crede possibili superfici con una sola faccia. Si
noti: egli non esclude positivamente le superfici con una faccia sola, ma non
pensa neppure a queste superfici che per lui sono affatto impensabili; benchè
non abbia enunciato e non possa enunciare la proposizione — superfi- ci con una
faccia sola non sono possibili — nondimeno per lui, superfice significa
senz'altro ciò che per un geo- metra sarebbe una superficie con due faccie (1).
In altri termini: egli ragiona come se negasse la possibilità di su- perfici
con una faccia sola, vale a dire sottointende questa ‘negazione. - DI (1) Si
abbia il rettangolo A B C D; esso è una superficie a die faccie che potrebbero
essere diversamente colorate; i quat- tro lati del rettangolo costituiscono, in
complesso, un orlo che separa le due faccie, per cui è impossibile passare
dall’una al- l’altra senza o bucare la superficie, o oltrepassare l’orlo.
Inteso tutto ciò si avvolga il rettangolo come per farne un’anello ma
torcendolo prima in guisa che B vada in C e A in D. Otterremo ancora un’anello;
ma si vede immediatamente che dall’uno al- l’altro di due punti situati
rispettivamente sulle due faccie del rettangolo A BP C D ora si può sempre
passare senza bucare la superficie nè oltrepassare l’orlo. La superficie
dell’anello storto così ottenuto ha dunque una sola faccia. AT ETTI] B D Sai
alii) rc Similmente Lavoisier, il quale dall’avere osservato che il peso non
muta in seguito ad una combustione conclude che nulla si crea e nulla si
distrugge, sottointende in primo luogo, che nulla esista di non riducibile a
materia; ed in secondo luogo che la permanenza del peso provi la perma- nenza
quantitativa della materia; mentre il peso non è che uno dei caratteri della
materia, e certamente non è lecito affermare senz’altre prove che la permanenza
quantitativa della materia sia provata dalla permanenza di un solo de’ suoi
caratteri. Gli esempi addotti provano come sia possibile che la premessa di un
ragionamento implichi qualche proposizione sottintesa. Si tratta in questi casi
non del sottinteso come figura grammaticale (noi allora sottintendiamo non
perchè ignoriamo la proposizione sottintesa ma perchè riteniamo inutile il
formularla), bensì di un sottinteso logico. Una proposizione viene itaciuta
perchè ignorata, e tut- tavia si discorre come se la proposizione stessa fosse
nota e formulata. Il che accade per esserci noi formati una certa abitudine di
pensare. Così per esempio il bambino ado- pera molte parole di cui non
comprende il significato, re- golandosi, nell’uso che ne fa, sull’uso che ne fanno
gli adulti; quest’uso in lui ha per fondamento non il significato vero delle
parole in questione, ma semplicemente un’abi- tudine mentale. Che il mettere in
evidenza un sottinteso possa riuscire impossibile in certe condizioni od in
gene- rale non sia mai facile, risulta evidente. CAPITOLO II. LA SCIENZA $ 1. —
La scienza e la limitazione del campo. Si parla molte volte della scienza come
se fosse una formazione mentale unica, In realtà una scienza in questo senso
non esiste; ma si hanno molte scienze distinte, cia- scuna delle quali ha un
oggetto suo proprio diverso da quel- lo di ogni altra. Il campo è dunque per
ogni scienza limi- tato; s’intende non ad un certo numero di fatti o di enti
osservabili; bensì ai fatti ed agli enti di una determinata classe. Così
abbiamo un gruppo di scienze che lavorano tutte nel campo dell’esperienza
estesa; ed un gruppo di scienze che studiano tutte il campo dell’esperienza
inestesa. iPer delle buone ragioni che più tardi risulteranno evi- denti, ci
occuperemo in primo luogo delle prime che van- no anche sotto il nome di
scienze fisiche, intese nel senso più generale. Fra le scienze fisiche notiamo
in via di esempio: la meccanica, suddivisa in meccanica dei solidi e meccanica
dei fluidi, ciascuna suddivisa ulteriormente in scienza del. l’equilibrio e
scienza del moto; l’astronomia, come scienza dei corpi celesti; la geologia e
la geografia come scienze della terra; la fisica propriamente detta suddivisa
in acu- 0 stica ottica, termologia, ed elettrologia, nella quale ulti- IG ma
rientra pur distinguendosene la dottrina del magneti- smo; la chimica divisa in
organica ed inorganica; la fisio- logia, animale e vegetale; la biologia; e si
potrebbe con- tinuare. Tra tutte queste scienze corrono delle relazioni messe
in rilievo dalle scienze medesime, reiazioni che sembrano con- traddine a
quanto si disse intorno alla limitazione del campo, ma che in fatto non vi
contraddicono. Il campo di una scienza © quello di un'altra, quantun- que non
del tutto estranei reciprocamente, sono tuttavia molto ben distinti, e le
scienze relative, benchè si aiutino a vicenda su alcuni punti e su alcuni altri
si confondano qua- si, procedono però in generale indipendentemente l’una —
dall'altra. La matematica studia propriamente non la realtà ma delle astrazioni
(spazio e numero), che per altro si riferi- scono all’esperienza estesa; quindi
anche la matematica rientra nelle scienze di cui si è fatto cenno, Alla
limitazione del campo le scienze di cui si è detto devono in gran parte la
superiorità che loro appartiene di fronte così al saper volgare come a tutte le
altre discipline. Galileo disse che le prime sono dimostrative, laddove le
altre sono semplicemente opinabili; rendiamoci brevemen- te ragione di questa
superiorità. Soggettivamente, l’uomo che nello studio si chiude in un campo
determinato, vi acquista quell’abilità, che nella pra- tica si deve alla
divisione del lavoro: un uomo che si de- dichi ad una professione vi può
acquistare una grande pe- rizia; mentre colui che pretendesse di esercitarne
molte, riuscirebbe in tutte un guastamestieri. Oggettivamente il vantaggio è
anche più manifesto e più importante. Nei fatti, quali risultano in complesso
all’uo- -- 27 — mo che li esperimenta in quanto li vive, non è difficile rico-
noscere il dominio di molte leggi, diverse irriducibili alme- no ad una prima
considerazione. Per esempio a determinare il movimento dei treni sulle strade
ferrate, concorrono certe leggi meccaniche, certe leggi termiche, l’esattezza
di alcune determinazioni tem- poranee, i regolamenti a cui sono sottoposti gli
impiegati, la buona volontà con cui questi li applicano, e molte altre
circostanze. Tutto ciò forma un’insieme complicato nel quale riesce molto
difficile orientarsi; mentre invece se noi studiamo a parte le leggi meccaniche,
a parte le leggi termiche, e così di seguito, anche una modesta intelligenza si
racca- pezza con facilità. Insomma la divisione del campo applica, si può dire
da sè, una regola del metodo Cartesiano. $ 2. — Altre considerazioni sul
procedimento scientifico. L'esperienza estesa, la sola di cui si occupino le
scienze che ora consideriamo, ha il vantaggio di essere pressapoco la medesima
per tutti gli uomini che la compiano nelle mede- sime circostanze; laddove
l’esperienza inestesa di un uomo è in fondo incomparabile con quella di un
altro. Per esem- pio si consulta un termometro per conoscere la temperatura di
una massa d’acqua; è impossibile che sorga, per quanti osservatori si vogliano,
un dissenso ineliminabile. Mentre invece Tizio, Caio, Sempronio ecc., che
procu- rano di misurare in qualche modo la temperatura immer- gendo le mani
nell’acqua potranno discordare non poco in quello che dicono e senza che sia
possibile una discussione in contraddittorio. —- 28 —- Inoltre agli elementi,
che si ricavano dall’esperienza estesa, è possibile applicare la misura, che
può essere spa- ziale o no; e questo per la ragione già detta, che in ordine
all'esperienza estesa gli uomini sono d'accordo tra loro. L’esperienza inestesa
invece non è misurabile appunto per- chè ciascuno ha la sua che non si lascia
paragonare con quella di un altro. La misura poi rende possibile di sosti-
tuire nelle scienze in discorso il calcolo al ragionamento verbale. Ora i
risultati di un calcolo sono di una certezza iti- discutibile; mentre il
ragionamento verbale corre molte volte il pericolo di ammettere od anche di
esigere delle interpre- tazioni soggettive che saranno diverse da uomo ad uomo
€ per conseguenza incerte. Ì Altri mezzi di cui si valgono le scienze naturali
sono uti- lizzabili da ogni dottrina; tali sono per esempio l’intenzio- nalità,
(cioè il fine soltanto e volutamente conoscitivo) con cui si rilevano e si
discutono i fatti; la tradizione conser- vata intatta e sicuramente
utilizzabile per mezzo della scrit- tura, della stampa, delle biblioteche,
delle scuole e di altre | istituzioni opportunamente organizzate che si vanno
perfe- zionando sempre più. Sotto questo punto di vista tutte le discipline
comprese quelle dette opinabili da Galileo sono di gran lunga superiori al
saper volgare. Ma nelle altre discipline la parte più certa, o meno di-
scutibile, rientra nel campo dell'esperienza estesa. Per esempio i numeri della
statistica non sono sempre sicuri, e ciò per la natura degli elementi che ce li
somministrano ; ma in ogni modo sono assai meno discutibili delle interpre-
tazioni che se ne dànno. Similmente nella storia quello che vi è di più certo è
ciò. che si ricava dai monumenti e dai documenti. Le scienze giuridiche
suppongono delle leggi positive scritte le quali, appunto perchè scritte; si
possono leggere: giungendo in proposito alla certa cognizione della lettera;
non si può dire altrettanto dello spirito. 8 3. — La scienza non può Condurre
ad una concezione d’insieme. Come abbiamo visto la scienza della natura non si
oc- cupa espressamente che di studiare l'oggetto. S’indagano le proprietà dei
corpi nonchè le leggi delle loro variazioni, ma senza tener conto di ciò che
tutte le cognizioni così ottenute si fondano sopra l’esperienza umana, sono
pen- sieri umani, € quindi sottoposte alle leggi fondamentali del. pensiero
umano. | In alcuni casi la scienza è condotta dal medesimo suo procedimento
oggettivo a considerare anche il soggetto co- noscente. Per esempio noi
sappiamo che il remo immerso nel- l’acqua obliquamente sembra, ma non è,
spezzato; che l'arcobaleno sembra ma non è un corpo, che il movimento: intorno
alla terra dei corpi celesti sembra ma non è reale. La scienza riuscì anche a
riconoscere nelle osservazioni certi errori personali variabili da un osservatore
all’altro anche nelle medesime: circostanze : quando per esempio si vuol
determinare l’istante preciso in cui una stella attraversa il meridiano,
dovendosi osservare insieme la stella e l’oro- logio, vi è sempre qualche
divergenza tra ciò che affermano. due osservatori per quanto esercitati. Questi
e simili casi, provano quanto sia ingiustificata la pretesa di giungere ad una
cognizione decisiva dell’oggetto senza riguardo al soggetto; ma sono troppo
scarsi di nu- — 30 — mero e troppo debolmente collegati tra loro, perchè se ne
possa ricavare una dottrina esatta e compiuta circa la rela- zione, che nel
fatto conoscitivo passa tra l'oggetto e il sog- getto. e Questa relazione, che
il carattere oggettivo della scienza le toglie di studiare in modo completo, è
messa fuori di contestazione da una critica molto semplice, già indicata nel
punto precedente. La scienza è di certo una costruzione dell’uomo; dunque
potrebbe darsi, che i caratteri da noi riconosciuti all’oggetto dipendano in
parte almeno da noi che li rileviamo. Inoltre: l’oggetto e il soggetto svani-
rebbero con lo svanire della cognizione, e in questa sono inseparabili; non è
dunque giustificato il sottintendere, co- me si fa nella scienza, che il
soggetto non sia, in ordine all'oggetto, che uno spettatore. Ciò che io
apprendo as- sistendo ad un dramma potrei apprenderlo in tutt’altro mo- do,
cioè leggendo il lavoro drammatico; ma ciò che io ap- prendo assistendo allo
spettacola del mondo non lo posso apprendere in altro modo. Ancora : riconoscere
che le leggi necessarie del pensare umano valgoro assolutamente anche per
l'oggetto in quanto noto, è riconoscere che il soggetto non soltanto può acqui-
stare cognizione dell'oggetto, ma impone a questo le sue leggi e non lo conosce
che a questa condizione. Donde si conclude che la nozione stessa di cognizione
oggettiva è più complicata di quanto sembri comunemente; anche lo scien- ziato
non differisce, sotto questo aspetto, dall’uomo volgare. Che si conoscano degli
oggetti è un fatto che non può es- sere messo in dubbio, ma come si conoscano è
un proble- ma che non si risolve con la semplice constatazione del fatto, e che
dalla scienza non è risoluto, nè risolubile. Per- si chè non entra nel campo di
alcuna scienza l’approfondire !e nozioni di soggetto e di cognizione. Ora
finchè un tale problema non sia risolto, affermare che l’oggetto esiste, con i
caratteri che gli riconosciamo, all’infuori del soggetto, è un credere che una
conseguenza sia indipendente dalle premesse. Finalmente : abbiamo già riconosciuto
il carattere fram- mentario della scienza; ora, da ciò che certe nostre opi-
nioni, considerate ciascuna da se stessa e all’infuori delle altre, hanno un
valore per cui si dicono cognizioni, è impos- sibile inferire che il sistema
delle dette opinioni abbia del pari un valore conoscitivo; perchè potrebbe
darsi che nel connettere tra loro delle proposizioni, ottenute separata- mente,
risultasse necessario di modificarne alcune o anche tutte. Così per esempio il
valore della moneta, che per semplicità supporremo aurea, si può esprimere
coll’asse- gnarne il peso. Hanno valore permutabile oltre alla moneta i
prodotti naturali o manufatti che servono alla soddisfazione dei bisogni, e il
valore di tutti questi beni si può esprimere facendone l’inventario. Ma se
vogliamo renderci un conto complessivo di ciò che una popolazione possiede, ci
accor- giamo subito che non ci si riesce col fare semplicemente l’aggregato
delle due classi di beni, perchè il valore permu- tabile della moneta rispetto
agli altri beni può crescere o diminuire. (iui E. CAPITOLO III. LE RELIGIONI $
1. — Origine delle religioni La natura varia generalmente con grande
regolarità; ‘e sue variazioni corrispondono alle nostre aspettazioni e quin- di
non ci preoccupano. Dobbiamo invece preoccuparci del modo in cui si comportano
verso di noi gli altri uomini che generalmente operano a capriccio. Ma vi è una
terza classe di fatti che assomigliano agli umani per la lora imprevedi-
bilità, mentre assomigliano alle variazioni regolari della na- tura per la loro
potenza; quali per esempio un uragano, un terremoto. Si comprende che i
primitivi abbian riferito i fatti di questa ultima classe ad agenti capricciosi
come l’uomo, e per- ciò concepiti antropomorficamente, e tuttavia
sterminatamen- te più forti; gli abbiano riferiti cioè a degli Dei. Inoltre : a
costituire il sapere umano e la prudenza uma- in na, la tradizione, che
dapprima potè essere soltanto familiare, . ebbe di certo una influenza
decisiva. Il bene di cui gode una famiglia ordinata, andrebbe perduto quando si
trascu- rasse la sapienza trasmessa dagli antenati. Non è difficile comprendere
che negli uomini primitivi questo concetto giu- stissimo finisse col far
considerare gli antenati quasi come altrettanti Dei. 3 Apollo "degli. deal
è etc. — 34 — Le due considerazioni precedenti spiegano il sorgere delle
religioni. Gli elementi essenziali di una religione sono: I. La credenza che ci
siano certe divinità potentissime quand’anche non onnipotenti; II. La
persuasione che le divinità ci si possano rendere propizie con la preghiera,
con delle offerte, con l’ubbidirne la volontà che ci si manifestasse ; inoltre
III. Con delle cerimonie di significato non chiaro ma ri- tenute
indispensabili. Quest'ultimo punto si connette con le superstizioni ma- giche,
delle quali si hanno indizi evidenti fino dalla prei- storia, e che rimangono
in credito anche in tempi storici e presso popoli non poco inciviliti.
Superstizioni che dovettero contribuire a diffondere la persuasione che i fatti
naturali ed umani dipendessero da potenze arcane contro le quali non conviene
lottare, ma di cui dobbiamo procurar di va- lerci. La magia differisce dalla
religione in questo senso almeno : che la seconda si rende propizi gli Dei con
la persuasione, mentre la prima presume di poter domare con una specie di
violenza i poteri arcani su cui si esercita. Ma non si può non tener conto di
questo fatto, che molte religioni si assi- milarono bene o male elementi di
carattere magico, per esempio le cerimonie a cui si è accenato. Naturalmente gli
antenati non potevano essere Dei che per i loro discendenti. Le altre divinità
vennero similmente ad associarsi con determinati popoli; così per esempio Assur
ni e enni SA $ 2. — Prima critica delle religioni accennute La diversità
innegabile delle religioni, messa in evidenza dalle relazioni tra i popoli che
rispettivamente le seguivano, è inconciliabile con l'ipotesi che ogni religione
costituisca un orientamento sicuro. Nel caso di una guerra (cfr. per es.
l’Iliade, alcuni punti della Storia romana di Livio, etc.) dovette parere, che
le divinità dei vincitori avessero supe- rate quelle dei vinti. Dunque la
protezione delle nostre divinità ci lascia esposti a gravissimi pericoli,
riferibili al- l’azione ostile di autre divinità. E’ vero, che ia differenza
tra due religioni è molte volte meno radicale di quanto’ sembri a primo aspetto
: l’Apollo dei Greci e il Mitra per- siano sono entrambi divinità solari. Ma il
ionda comune poteva difficilmente essere avvertito in antico, e del resto non
elimina le differenze reali dovute alla diversa combina- zione degli stessi
elementi. Lo sviluppo delle idee morali diede occasione ad una cri- tica
ulteriore. Non è possibile ad un uomo profondamente onesto, ammettere, che la
Divinità guardi con indifferenza i buoni ed i malvagi, concedendo i suoi favori
a chi le offra i doni più ricchi, la invochi servendosi delle formule meglio
appropriate più lusinghiere o magicamente più effi- caci; una tale credenza non
corrisponde a delle nozioni mo- rali un po’ sviluppate. La mitologia, esclude
la bontà morale degli Dei; quan- d’anche si riescisse, mediante interpretazioni
poco persuasi- ve perchè stiracchiate a liberarla da questa grave pecca,
risulta un aggregato incongruo di favole; non può essere ciò che vorrebbe
essere : un’informazione seria intorno agli Dei. sn 36 i La critica religiosa,
di cui ora s'è fatto cenno, diede forse il primo, e senza dubbio forte impulso
all'indagine filosofica. (Confr. per esempio le riflessioni di Senofane
sviluppate poi da Parmenide). © A quell’orientamento ultimo, che la religione
aveva pro- messo ma non realizzato, si cercò d’arrivare con un pro- cedimento
razionale. | Senza tener dietro ai tentativi, che in proposito furono fatti,
notiamo che nonostante la critica, le filosofie antiche s’accordano con le
religioni antiche nel lasciare insoluto, anzi nell’ignorare, il problema più
importante : furono così le une che le altre, dualistiche. Il dualismo consiste
nell’ammettere che gli Dei (o anche l’unico Dio) e gli uomini siano, rispetto
al mondo, in situa- zioni fondamentalmente identiche. Gli Dei sono molto più
potenti, sono fors’anche i co- struttori del mondo, ma in quel senso a un
dipresso in cui gli uomini sono i costruttori dei loro edifizi: gli Dei pos-
sono rielaborare profondamente una materia che noi. pos- siamo trasformare
soltanto superficialmente; ma la materia è indipendente così dagli Dei come
dagli uomini. Perchè le umane discordie non riescano a distruggere tutto quanto
vi è di pregevole nella convivenza umana e quindi anche nelle vite singole, si
confida nella provvidenza divina. Ma gli Dei, che dovrebbero esercitare la
funzione provvidenziale, se fossero molti potrebbero essere discordi essi
medesimi, e la nostra fiducia in loro sarebbe ingiu- stificata. | Il politeismo
delle religioni antiche va dunque respinto. I filosofi antichi ebbero con la
loro critica una gran parte nel metterne più o meno consapevolmente in evidenza
l’as- surdità, preparando la vittoria del monoteismo; alcuni di " loro,
malgrado il dualismo, furono schietti monoteisti. (Pla- tone, Aristotele). $ 3.
— Il Cristianesimo Il Cristianesimo si connette storicamente col giudaismo, a
segno da potersene considerare come uno sviluppo. E sfugge alle critiche
sopraccennate; infatti è monoteistico, ‘esclude il dualismo poichè afferma che
Dio crea il mondo ex nihilo, esclude il rozzo antropomorfismo poichè afferma ‘
che Dio non è soggetta ad alcuna delle debolezze umane, mentre poi riconosce,
accentuandola molto più che il giu- | daismo non avesse fatto, una certa comunanza
di natura tra l’uomo e Dia. Sopratutto: il Cristianesimo afferma che il ‘‘modo
migliore, © piuttosto il solo che valga, di onorare Dio, di innalzarsi a lui, e
di pregarlo efficacemente, consiste nella virtù, a diciamo nello sforzo
incessante verso il perfe- zionamento interno morale. Una caratteristica dei
Cristianesimo, comune anche al giudaismo, è la credenza nella vita futura,
nella quale gli uomini avranno una destinazione ultima in relazione col modo
con cui avranno soddisfatto i loro doveri verso Dio, cioè i loro doveri morali.
Di qui risulta che il Cristianesimo ‘ci dà un orientamento perfetto. Il
cristiano, che abbia nel suo intimo vissuto conforme alla sua religione, potrà
nella ‘vita presente andare incontro alle più gravi traversie, ma ‘certamente
non avrà vissuto nè sofferto invano. Qualunque “siano state le sue vicende
sulla terra, la sua vita oltremon- dana sarà eterna e felicissima; il buon
cristiano ha dunque in ogni caso fatto bene i suoi conti. . =. e dia $ 4. —
Cristianesimo e filosofia Poichè il Cristianesimo sfugge alla critica non
evitabile dalle altre religioni, parrebbe non esservi più luogo all’in- dagine
filosofica. Ma il Cristianesimo, per quanto evidenti ne siano i pregi, non è
universalmente accettato, è anzi negato da molti che lo reputano inconciliabile
con le conseguenze più sicure della cultura e della critica. L’apologetica non
costituisce una difesa bastante, perchè le due parti non sono bene d’accordo
sul significato e sul valore delle premesse. A Cristiani ed a non Cristiani
deve dunque importare che la difficoltà inerente alle premesse venga superata,
e per superarla non c’è altro mezzo di una indagine critica, cioè di una
ricerca filosofica. Ì Tentiamo insomma, si intende con soli mezzi razionali, di
costruire una filosofia che possa e debba, in ordine al- meno a’ suoi punti
fondamentali, essere comunemente ac- cettata. Così avremo raggiunto alcune
cognizioni certe che ci permettono di valutare il Cristianesimo con piena
cogni- zion di causa e con un procedimento che non sollevi ob- biezioni. | Il
Cristianesimo si fonda su di una rivelazione; ma una rivelazione implica
l’esistenza personale di Dio. E l’esi- stenza personale di Dio sarà: o
inconciliabile con la filoso- fia critica, o una sua conseguenza. Il
Cristianesimo sareb- be da escludere nel primo caso, nel secondo manterrebbe :
la sua posizione. Questa via, quantunque molti scrittori Cristiani vi siano già
entrati, noi dobbiamo ripercorrerla per nostro conto. perchè lo sviluppo della
filosofia presentò le questioni filo- sofiche sotto aspetti nuovi; sicchè
vecchie soluzioni dei vec- chi problemi non risultano più indiscutibilmente
accettabili. Per costruire la filosofia non è più lecito valersi di un
procedimento che non sia critico. Ciò che a primo aspetto sembra una verità
evidente può non di rado essere messo in dubbio; donde la necessità di una
critica veramente radicale (1). (1) Abbiam rilevato, che per accertare il
valore del cristianesi- mo — cosa della più grande importanza, e per
gl’increduli e per i credenti — la critica filosofica è assolutamente
imprescindibile. Ma siamo lontanissimi dal presumere, che il presente libretto
ba- sti alla risoluzione definitiva del problema religioso. Noi qui pos- siamo
dare non più di un primo avviamento — serio, per quanto ci sembra, ma semplice
avviamento — alla formazione di quella cultura filosofica vasta e solida, che
sola permette la soluzione dei problemi umani. Andrebbe fuor di strada il
giovane lettore, che dimenticasse quest’avvertenza. Il Cristianesimo presuppone
il Dio personale, con certi attri- buti. Questo problema essenzialmente
filosofico non è tuttavia che una faccia del problema concernente il
Cristianesimo. I libri e le tradizioni, che son la base del Cristianesimo, si
possono e si debbono discutere anche storicamente. Neanche la filosofia, del
resto, non è costruibile nè intelligibile facendo ‘astrazione dalla sua storia,
e diciam pure da tutta la storia; e, intanto, la storia di cui s’è potuto qui
tenere un conto esplicito si riduce a dei cenni sommarii. Ancora : il
Cristianesimo si presenta, ora e nella storia, sotto parecchie forme;
riducibili fondamentalmente a due: Cattolice- simo e Protestantesimo. Accettato
che fosse il Cristianesimo, bi- sogna poi decidersi per l’una o per l’altra
delle due forme indicate. La risoluzione di questo problema ulteriore, d’una
gravità indi- scutibile principalmente per gl’Italiani, va cercata piuttosto
nella storia, intesa filosoficamente, che nella filosofia propriamente det- ta.
Il breve nostro compendio non poteva dir niente in proposito. Digitized by
Google CAPITOLO IV. CENNI STORICI SULLO SVOLGIMENTO DELLA CRITICA $ 1. —
Cartesio. Prendiamo le mosse da Cartesio (1) perchè prima di lui non si era mai
presentata, con chiarezza, l’idea che biso- gna sottoporre ad una critica
radicale non soltanto i risul- tati di un'indagine, ma il suo punto di
partenza. Non crediamo che la critica del nostro autore sia stata |
sufficientemente radicale; non escludiamo che il Discorso con cui egli vuol
dimostrarne la necessità non pecchi di leg- gerezza come notava il Gioberti; ma
il fatto è che le sue riflessioni su quest'argomento, se anche non molto
conclu- sive, in ogni modo sollevarono un’esigenza che da quel tempo in poi si
andò sempre chiarendo e delucidando. Il punto di partenza di Cartesio è questo
: « io certamente ho delle gravi ragioni per mettere in dubbio le affermazioni
più importanti nel campo della filosofia e della religione; per esempio
l’esistenza di un Dio personale. Infatti queste af- (1) Renato Descartes
latinamente detto Cartesio (n. 1596 m. nel 1650) filosofo e matematico francese
scrisse : Discorso sul Me- todo (1637), del Dubbio Metodico, un trattato sulle
Passioni u- mane e le Meditazioni filosofiche. (E. C.). cs 4i — fermazioni si
vanno bensì ripetendo ma senza che si sia mai seriamente pensato a ‘discuterne
il fondamento. A questo modo io posso, ed in un certo sensa devo, revo- care in
dubbio tutte le affermazioni che ho l'abitudine di ritenere come più certe.
Resta nondimeno assicurata una verità superiore ad ogni critica: io dubito e
quindi pen- so (1), (Cfr. Discorso sul Metodo p. IV). Sicchè l’elemento
indubitabile al quale si devono ridurre o dal quale si devono ricavare tutte le
cognizioni, è il no- stro pensiero. A questo procedimento lo stesso Cartesio
muove una difficoltà : tutto ciò che è conseguenza necessaria del mio pensare,
o che non si può negare senza negare il pensiero, deve essere accettato. Ma non
potrebbe darsi che tale ne- cessità fosse illusoria ? In altri termini che la
ragione, quan- tunque non ci sia possibile di rifiutarne le conclusioni, si
muova in un campo affatto estraneo alla realtà ? Secondo Cartesio questo dubbio
non si può eliminare se fon | ammettendo | l'esistenza di Dio con gli attributi
di asso- VC Iuta i infallibilità e assoluta veridicità. Perciò egli cerca una
dimostrazione — perentoria dell’esistenza di Dio; procedi- mento paralogistico
in quanto la dimostrazione si conclu- derebbe da uno di quei procedimenti
razionali di cui l’effi- cacia dovrebbe risultare dall’esistenza di Dio.
Naturalmente : se la ragione di cui si vale un uomo fosse qualche cosa di
particolare a lui, una fiducia illimitata nella ragione sarebbe ingiustificata.
Ma il fatto stesso che le conseguenze razionalmente otte- —-—6@m—m—m—_——_——_m
(1) Cartesio fa un passo innanzi e conclude : io esisto. Ma egli stesso
riconosce poi che l’esserci dell’anima consiste nel suo pensare. L'’esserci,
che d’altronde non ci sarà di alcun frutto, Si può eliminare come una
tautologia. nute ci risultano apoditticamente necessarie, e quindi an- ‘che
universali, esclude che la ragione possa. variare da un individuo ad un'altro,
— : In aitri termini, la Jagione, un “umana in quanto gli uomini se ne valgono,
è di divina _in 1 quanto. è universale, _e non po- , trebbe esistere se _non fosse
divina. Non è “dunque il caso ‘ di ” giustificare l’uso della ragione. mediante
l’inerrabilità ‘@ veridicità divina, perchè la ragione stessa è il Divino in i
quanto noto a noi. | Cartesio non aveva bene penetrato l’esigenza che gli —
AVEVA fatto riconoscere nel pensiero il fondamento unico tere, non dev'essere
qualcosa | di ‘contrapposto. alla realtà ma qualcosa, da cui la realtà a
dipenda ‘necessariamente. x Inteso questo si i comprende ch che il pensiero, in
ciò sid che im- : plica di necessario, non può essere sattoposto alla volontà
di | Dio, secondo che afferma Cartesio; pretendere che Dio ab- | bia creato
liberamente il principio di contraddizione equiva- LI . A : ) ‘ “le a
pretendere che Dio possa liberamente sopprimere ia “propria” esistenza. “Un'altro
punto su cui la critica di Cartesio appare in- | coerente, consiste nel suo
dualismo. Egli distingue infatti ‘ la res cogitans, cioè lo spirito, e la res
extensa cioè il cor- ‘ po. L’esistenza della res cogitans, essendo in ultimo
l’esi- | stenza del cogitare non da luogo a nessuna difficoltà. Ve- ‘ miamo
all’esistenza della res extensa. Dice Cartesio: noi ab- ‘ biamo dello spazio
un’idea chiara e distinta; questa idea * essendo chiara e distinta ci fa
conoscere il suo ideato. . dì LI 9. LI LI i Dunque l’esistenza di uno spazio
reale, ossia di una | res extensa, è dimostrata. Ma si risponde: quello di che
i! nostro pensiero ci assicura, cioè quello che troviamo net _ Mostro pensiero,
è l’idea di estensione; l’ideato corrispon- a x — 44 — dente, ossia
l'estensione reale, non essendo riducibile a pensiero, nè quindi ricavabile dal
pensiero, manca, in ordi- ne al procedimento cartesiano, di ogni fondamento : è
una di quelle supposte cognizioni che la critica deve mettere in disparte.
(Cfr. il primo punto del $ successivo). $ 2. — Malebranche e Spinoza. Il
Malebranche (1) è un cartesiano, ma di tutta la sua dot- trina ci limiteremo a
rilevare un punto solo. Egli ammette come Cartesio una estensione reale, cioè
un’estensione il cui esserci non si riduca semplicemente all’esserci della no-
stra idea di estensione. Ma sostiene, che l’esistenza reale dell’estensione a
noi è provata soltanto dalla rivelazione; in altri termini: che il processo
puramente razionale non ci autorizza a passare da questa idea al suo ideato.
Infatti, soggiunge il Malebranche: supponiamo che Dio, il quale ha creato
l’estensione reale, annullasse questa medesima estensione, lasciando però
sussistere in noi l’idea di esten- sione, cioè l’insieme delle cognizioni che
abbiamo intorno allo spazia matematico e al mondo fisico. Siccome tutto ciò che
sappiamo dell’estensione reale s' riduce all’idea che ne abbiamo, noi
evidentemente, avendo sempre questa mede- sima idea, non ci accorgeremmo che
l’estensione reale ha cessato di esistere. Dunque, se prescindiamo dalla
rivela- zione, ci è impossibile accertare se l’estensione reale esi- (1)
Niccolò Malebranche, filosofo francese del XVII secolo (1638-1715), scrisse
importanti lavori: Recherche de la verité, e Entretiens sur la métaphisique
dove continuando il pensiero di Cartesio espose la sua teoria
dell’occasionalismo della quale si farà cenno a proposito del Leibniz. (E. C.).
la sta o no; essendo impossibile a noi di accorgerci del suo s. a- nire, non ci
è neanche possibile accorgerci del suo esistere. Su questo punto Malebranche
corregge la critica di Carte- sio, e la integra introducendovi un’elementa
nuovo del quale riconosceremo in seguito tutta l’importanza (1). Spinoza (2)
riconobbe che il dualismo cartesiano, spirito e corpo, non era sostenibile; e
credette di introdurre nel cartesianismo una correzione . importante
considerando il pensiero e l’estensione come due attributi di una sostanza
unica. Notiamo peraltro che, i due attributi essendo tra loro irri- ducibili,
resta sempre, malgrado l’unica sostanza della quale “sarebbero attributi, la
difficoltà rilevata nella concezione. cartesiana; come cioè sia possibile,
prendendo le mosse dal pensiero, concludere qualche cosa che non sia pensie-
ro; poco importando se questo qualche cosa è una sostan- za o un attributo. E
ciò tanto più in quanto, secondo Spino- za, i diversi modi cioè le variazioni
del pensiero e dell’e- (1) Notiamo, facendo una breve digressione, essere
almeno molto dubbio se l’esistenza reale dell’estensione possa dirsi ri- velata.
Certamente le Sacre Scritture parlano del mondo con lo stesso linguaggio di cui
fanno uso gli uomini comunemente. Ma l’uso di questo linguaggio se prova che il
mondo fisico esiste in qualche modo, non dà però indicazioni sul modo del suo
esistere. Questo modo potrebbe ridursi appunte all’esistenza nel nostro pen-
siero dell’idea di estensione. (2) Benedetto Spinoza (1632-1677), pensatore
olandese, svolse la. sua dottrina in forma matematica nella sua Ethica more
geometri- co demonstrata. Mentre nel razionalismo cartesiano la prima cer-
tezza era l’autocoscienza che si ricollegava immediatamente alla conoscenza di
Dio, nel razionalismo mistico dello Spinoza il punto di partenza è senz'altro
dato dall’intuizione del divino che è l’u- nico contenuto del pensiero
immediatamente certo. (E. C.). stensione, sono privi di connessione causale, ma
procedono gli uni parallelamente agli altri come ora ora vedremo. Co- me dunque
si possa dai midi del pensiero, cioè dai nostri. pensieri, concludere quelli
dell’estensione, rimane inespli- cato e incomprensibile. | Il parallelismo
suindicato viene da Spinoza espresso con la formula « ordo et connexio idearum
idem est ac ordo et connexio rerum ». (Cfr. Spinoza-Ethica P. II, prop- VII).
Da questa formula risulta che le res non sono idee quantunque ordinate e
connesse nello stesso modo che le idee. Come si possa conciliare questa
irriducibile diver- sità di natura con l’ipotesi, che le idee ci facciano
conoscere ‘ le cose, come è detto espressamente nella formula riferita, Spinoza
non dice ne poteva dire. Infine per valerci del- l’argomento di Malebranche, se
l'estensione svanisse, noi non ce ne accorgeremmo purchè le nostre idee
rimanesse- ro invariate; che dunque l'estensione sia un attributo del- la
sostanza unica, è un'ipotesi gratuita e ingiustificata. Questa medesima
difficoltà investe anche la nozione Spino- ziana di sostanza. Per substantiam,
egli dice, intelligo id, quod per se est, et per se concipitur. (Cfr, Spinoza
Ethica, P. I, De Deo Def. III). Se avesse detto semplicemente quod per se cen.
cipitur, la formula sarebbe stata chiara, ma avrebbe ridotta la sostanza a
qualcosa che si concepisce, cioè a pensiero. Ma oltre al quod per se concipitur
Spinoza dice quod per se est; e sorge la questione; che significato abbia l’essere
quando non si voglia ridurre ad un concepire $ 3. — Locke. Cartesio era stato
un razionalista, cioè aveva messa in rilievo la necessità logica o razionale
come un fattore impre- scindibile nella costruzione del sapere; per uscire dal
dub- bio egli si fonda su qualcosa di inconcusso che non può es- sere negato
senza contraddizione. Locke (1) mette invece in rilievo un'altro fattore del
no- stro conoscere: l’esperienza, 0 idiciamo l’insieme delle sensazioni. E
contro Cartesio vuol dimostrare che non ci sono idee innate. Lo spirito è,
secondo lui, una tavola rasa, sulla quale non vengono segnati caratteri, che
sarebbero le . idee, se non dalla esperienza (2). Per le dette ragioni la
dottrina di Locke prende il nome di empirismo ed anche di sensismo. E’ peraltro
da notare che secondo Locke alla costruzione del sapere non basta che
l’esperienza ce ne porga la materia; ma si richiede che . lo spirito eserciti
su questa materia un'attività rielaboratrice, da Locke indicata col nome di
riflessione. Le sensazioni sono prodotte in noi da cause esterne; ma
l'attitudine a rielaborare le sensazioni medesime non può dipendere da quelle
stesse cause; non può essere che un carattere proprio (1) Giovanni Locke,
filosofo inglese (1632-1704), espose il suo empirismo nel Saggio
sull’intelletto umano. (E. C.). (2) Nel polemizzare contro le idee innate,
Locke suppone che queste si debbono trovare xb inizio nello spirito con la
chiarezza e la determinazione con cui sono presenti allo spirito adulto. Lad-
dove Cartesio intendeva di accennare a qualcosa di molto meno : lo spirito non
potrebbe giungere alle idee se non avesse in sè qualche disposizione o
determinazione di natura ideale. — 48 -- dello spirito. E ammettendo ciò noi
veniamo a riconoscere allo spirito qualcosa di innato. Il che d’altronde
risulta indi- scutibile. Un foglio di carta è illuminato al pari del mio oc-
chio; intanto però io vedo ed il foglio di carta non vede. Un tale diverso
comportarsi di fronte alla stessa causa esterna implica necessariamente una
diversa natura in ciò che subisce l’azione della causa (1). Nella dottrina di
Locke il punto che ha importanza in or- dine alla critica è quanto egli dice
intorno all’idea di So- stanza. Poichè i materiali che io metto in opera per
costruir- mi l’idea di sostanza o di una certa sostanza, per esempio dell’oro,
si riducono a sensazioni, elaborate poi dalla ri- flessione, si conclude che io
posso bensì conoscere della sostanza molte qualità o molti caratteri; ma non
posso arri- vare in nessun caso a comprendere o a conoscere che sia ciò che ha
quei caratteri. (1) Locke era dunque in qualche modo innatista senza saperlo.
Il Condillac, che nel resto fu seguace di Locke, volle purificar- ne
l’empirismo, riconducendo alla sensazione anche i processi che Locke aveva riferiti
alla riflessione. Supponiamo, dice il Con- dillac, che una rosa presentata ad
una statua vi determini una sensazione del proprio odore, la statua non può
dire : io sento un odor di rosa; perchè la coscienza di una statua si risolve
per intero nell’odor di rosa che si è prodotto. Ma supponiamo che la rosa nella
statua determini anche la sensazione del proprio colore ; nella coscienza della
statua le due sensazioni si distingueranno come diverse. Col prodursi di altre
sensazioni, di cui alcune di- verse come le due accennate, altre anche più o
meno simili tra loro, si produrranno altre distinzioni ed anche delle
assimilazio- ni; ed in ultimo le sensazioni si ordineranno da sè in quelle for-
mazioni che Locke avrebbe riferite alla riflessione. Di passaggio : non si può
dire che a Condillac sia riuscita perfetta la purifica zione dell’empirismo;
infatti la statua per avere delle sensazioni deve possedere un carattere
originario che la distingua dalle sta- tue conosciute. i Yo Per esempia: io
dico l’oro ha un colore giallo, un certo splendore, un certo peso specifico,
una grande malleabili- tà ecc.; dopo di che della cosa che ha i caratteri
enumerati non so nulla più di prima. Volendo essere conseguente io dovrei dire:
il colore, lo splendore, il peso specifico ecc., sono elementi sensibili
collegati tra loro da certe leggi; sicchè, date certe condizioni che
generalmente si dicono normali, per «esempio di temperatura, quei caratteri,
cioè quegli elementi sensibili, sono tra loro indissolubilmente uniti. E l’esserci
di ciò, che si designa col nome di oro, si riduce al permanere, sotto certe
condizioni, di quel gruppo di elementi sensibili. Ora chi si esprime nel modo
testè indicato, risolve intie- ramente la sostanza in pensiero. Dopo di che non
ha più senso il dire che la sostanza materiale non ci è nota; men- tre bisogna
invece concludere, che la sostanza materiale non esiste. 3 — Questa, che è la
conseguenza legittima del suo empiri- smo, da Locke non fu ricavata; nel che
dobbiamo riconosce- re una sua incoerenza. Locke riproduce il dualismo
cartesiano tra sostanze pen- santi e sostanze estese, ossia tra spiriti e
corpi; e complica il dualismo ammettendo, come fa, che Dio potrebbe ren- dere
pensanti anche le sostanze estese. $ 4. — Berkeley. Abbiamo detto che l’empirismo
di Locke, per essere con- seguente, avrebbe dovuto risolvere per intiero la
materia in sensazioni collegate tra loro da certe leggi. Questa conse- 4 — 50 —
guenza fu ricavata da Berkeley (1), seguace dell’empirismo lockiano: l’esserci
(della materia) consiste uella percezione — esse est percipi — (2). L'argomento
in prova di questa dottrina è il medesimo (già riferito) esposto da Malebranche
in ordine allo spazio : ammesso che la materia esista, suppo- niamo che Dio la
annulli, pur lasciando intatte le nostre idee relative alla materia (vale a
dire le nostre percezioni); di questo fatto noi non ci potremmo accorgere,
perchè tutto quanto sappiamo della materia e del mondo fisico si riduce alle
nostre idee, che per ipotesi rimarrebbero tali e quali. La materia secondo la
concezione realistica è dun- que un'ipotesi ingiustificata. Un’gitro argomento
si ricava dalla critica berkleyana alla distinzione tra le qualità primarie e
le secondarie della ma- teria. Distinzione che risale a Democrito, ma che era
stata formulata con grande chiarezza dal Galileo, ed accettata poi anche da
Locke il quale si immaginava di averla scoperta. Qualità primarie secondo
Galileo sono: l’estensione, il moto, la forma e le altre necessariamente
connesse a que- ste, come per esempio la massa e l'inerzia. Qualità secon-
darie sono invece i colori, i sapori, gli odori, il suono, il caldo ed il
freddo. Che le qualità seconde siano semplici ———6@€—@——6——@m€__ ———+——6—t (1)
Giorgio Berkeley (1685-1753) scrisse un importante Trat- tato sui principî
della conoscenza umana (1710), i Dialoghi tra Hy- las e Philonous (1714) nei
quali tentò di volgarizzare il suo idea- lismo empirico. (E. C.). (1) Il
Berkeley pur continuando e completando il pensiero del Locke riducendo la
riflessione e la sensazione a percezione, si differenzia notevolmente dalla
rielaborazione fatta dell’empirismo del Locke dal Condillac, perchè mentre per
quest’ultimo la per- cezione interiore è una trasformazione dell’esteriore, per
i! Ber- keley la percezione esteriore non è che una trasformazione del- -
l’interiore. (E. C.). sl affezioni del soggetto, Galileo dimostra nel
Saggiatore con tutta evidenza. Una penna per esempio, stropicciata sul dor- so
della mano da luogo ad una sensazione di semplice con- tatto, mentre sotto le
ascelle provoca il solletico; ma la penna non fa senza dubbio che toccare nello
stesso modo nei due casi, e il solletico non è una qualità che le appartenga.
Il medesimo si dica dei sapori, che variano con la disposizione degli organi
gustativi, dei colori ecc. Ma non c’è colore che non abbia un’estensione ed una
forma; viceversa è impossibile vedere un’estensione ed una forma senza in-
sieme vederle colorate; questa inseparabilità delle qualità primarie o
spaziali, da una qualità secondaria come il co- lore, prova che se la qualità
secondaria è un’affezione sog- gettiva devono essere tali anche le qualità
primarie. Alla domanda: quale origine abbiano le sensazioni da cui apprendiamo
le qualità primarie o secondarie dei corpi, Berkeley risponde che le sensazioni
sono determinate nel- l’uomo da Dio secondo certe leggi. La risposta non pare
in tutto soddisfacente. Ricorrere a Dio non si dovrebbe se non quando sia
esclusa ogni altra spiegazione; inoltre, per- chè abbia un significato preciso,
esige intorno a Dio delle cognizioni criticamente discusse, che al punto in cui
siamo ci mancano. Un’ultima osservazione. Se io affermo che l’esserci dei corpi
consiste nel loro essere percepiti, questa affermazione. (a parte la difficoltà
ultimamente accennata riguardo alle origini delle sensazioni) ha certamente un
significato, e un fondamento non trascurabile come si è visto poco sopra. Ma
non è possibile che io intenda nello stesso modo l’esi- stenza di un’altro
soggetto; perchè, se l’esserci dell’altro soggetto consistesse nella percezione
che io ne ho, in que- sto caso l’altro soggetto non percepirebbe, in quanto io
non percepisco il suo percepire; dunque l’altro soggetto non sarebbe un
soggetto; e per evitare la contraddizione bisognerebbe ridursi ad ammettere un
soggetto unico, su di che ritorneremo più oltre. $ 5. — Hume Per chiudere
questa sommaria trattazione dell’empiri- smo inglese dobbiamo dire qualcosa di
David Hume (1), al quale si deve una discussione critica importantissima della
nozione di causa. Una qualche nozione di causa l’abbiamo tutti; ma que- sta
nozione comune implica sempre la transitività. Si abbia per esempio una
bilancia precisa, e si collochino su di un piatto un bicchiere vuoto,
sull’altro dei pesi che stabiliscano l’equilibrio. Se versiamo nel bicchiere un
po’ d’acqua, il piatto su cui era il bicchiere si abbasserà. Evidentemente, si
dice, la causa che ha fatto abbassare il piatto è l’acqua passata nel bicchiere
dal recipiente in cui prima era contenuta. Che in questo esempio la causa ri-
sulti transitiva pare innegabile. Questo esempio al quale se ne possono
aggiungere molti altri anche più familiari, (per es. l’acqua non disseta se non
è inghiottita) rappresenta il tipo sul quale si è costruita la nozione volgare
di causa. Ma è da notare che l’acqua versata nel bicchiere non a- vrebbe
determinato nella bilancia la rottura dell’equilibrio (1) David Hume, filosofo
inglese (1711-1776), svolse il suo si- stema nelle Ricerche sull’intendimento
umano, sui Principî del- la morale e nel Trattato sulla natura umana (1738).
(E. C.). DIS 53 — «P i se non fosse stata pesante. La vera causa essendo il
peso, per conoscerla bisognerebbe sapere quel che realmente sia il peso. Senza
entrare in questa ricerca basti rilevare che un corpo essendo mobile passa da
un luogo ad un altro; ma che il peso di un corpo non può in nessun caso passare
ad un’altro corpo; dunque la transitività, che ci pareva colta sul fatto,
risulta invece ad una più attenta SONSICCREZIONE qualcosa d’incomprensibile.
Prendiamo un’altro esempio: una palla collocata su di un piano orizzontale
perfettamente liscio, venga urtata da un’altra palla che si muova su lo stesso
piano. Sembra evi- dente che in seguito all’urto la prima palla si debba muo-
vere. Infatti, la palla urtante, non può continuare il suo “movimento che tende
a farle occupare uno spazio già oc- cupato dall’altra, senza scostare questa.
Ma l’evidenza del- l'esempio è illusoria. In primo luogo il movimento è una
qualità della palla urtante, ora è impossibile che una qua- lità passi da un
corpo ad un'altro; poi: nella interpreta- zione addotta, noi veniamo
tacitamente a supporre che le . palle siano impenetrabili, ed è questa supposta
impenetra- bilità che ci fa sembrar evidenti l’azione motrice della ur- tante
sulla palla urtata. Ora, che i corpi siano impenetrabili, si concede; ma si
domanda, per quale ragione si credano . tali. E non si può rispondere altro se
non, che i movimenti o le deformazioni succedenti agli urti, sono fatti certi,
spie- gabili sltanto con l’impenetrabilità. Così noi ci valiamo del-
l’impenetrabilità per concepire la causa e della causa per concepire
l’impenetrabilità, girando in un circolo vizioso. La critica di Hume è di
un'importanza indiscutibile in quanto mette in luce che la stessa nozione di
causa non è molto chiara nè molto precisa, o in altri termini che noi — 54 —
quando parliamo di cause non sappiamo con esattezza quello . che diciamo. Dopo
di che risulta problematico anche il prin- cipio di causa (ogni fatto ha
necessariamente una causa); questo principio infatti non ha un signiticato
chiaro finchè non sia ben precisato il concetto di causa. Il detto risultato è
però soltanto negativo; converrebbe renderlo positivo sostituendo una nozione
ben determinata in luogo della nozione vaga eliminata dalla critica. Hume
credette di dover concludere che la nozione di causa non si può fondare che
sull’abitudine; noi diciamo che il fuoco è causa della liquefazione del piombo,
che il movimento della palla urtante è causa del movimento della palla urtata,
etc.; perchè un’esperienza costante ci mostrò che il piombo si liquefa nel
fuoco etc.; il che fece sorgere in noi l’aspettazione che le successioni sempre
verificate in passato si verificheranno anche in futuro, nonchè l’abitu- dine
di prendere come guida simili aspettazioni. A questa interpretazione si oppose,
non senza fondamen- to, il dubbio che si fondi essa medesima su di un circolo
vizioso. La parola causa non significa in fondo che un’abi- tudine, la quale ha
per causa l’esperienza; l’interpretazione cioè suppone quella nozione di causa
che dovrebbe costrui- re. Sia come si voglia, Hume stesso riconosce essere im-
possibile che delle semplici abitudini soggettive abbiano il valore di
connessioni oggettive. La sua dottrina è scetti- | ca su questo punto; il che,
non contribuì poco a farla ca- dere in uno scetticismo quasi universale.
(Secondo Hume i soli giudizi certi sono quelli analitici, cioè quelli nei quali
il predicato è ottenibile analizzando il soggetto (1). Il prin- (1)
Consideriamo per es. la proposizione : il solo numero pri- mo pari è 2. Per
numero primo si intende un numero divisibile soltanto per se stesso e per
l’unità; per numero pari si intende E e re piro gl iii eni - cipio di causa non
è analitico, e perciò non può essere in- condizionatamente certo). .
Senz'’accettare le conclusioni scettiche di Hume dobbia- mo tuttavia
riconoscerle molto istruttive. Hume è un’empi- rista più conseguente che non
fosse Locke, e in quanto empirista non riesce a costruire una nozione
soddisfacente della causa. Da ciò si conclude, per lo meno con grandissi- ma
probabilità, che l’empirismo è incapace di fondare la n»zione di causa, e tutte
le altre non esprimibili con giudizi analitici. —-% 00-—m——____ _ o@[r<«T un
numero divisibile per 2; da ciò si conclude necessariamente che un numero pari
diverso da 2 non può essere primo. Tale di- mostrazione ha il suo fondamento
nell'analisi della nozione di « numero: primo pari ». Questa nozione analizzata
risulta implica- re due giudizi, che sono contraddittori con la sola eccezione
che il numero di cui si parla sia 2. Abbiamo così dato un esempio delle
dimostrazioni a fonda- mento analitico. Digitized by Google CAPITOLO V.
CONTINUAZIONE $S1.— Leibniz. Le monadi e la loro funzione rappresentativa La
sola dottrina di Leibniz che dobbiamo prendere in considerazione si trova
esposta nella sua Monadologia (1714). Vi sono egli dice delle cose composte
quali sono per esempio i corpi. Non essendo possibile nella divisione di un
composto andare all’infinito, bisogna concludere, che ‘e cose composte si
risolvono in elementi ultimi che necessa- riamente sono semplici. La geometria
dimostra che una cosa estesa è sempre divisibile; dunque i detti elementi
ultimi non possono essere | estesi 0 insomma non sono materiali. | A questi
elementi ultimi Leibniz (1) da il nome di monadi; le monadi sono dunque
sostanze spirituali (2). (1) Goffredo Guglielmo Leibniz (1646-1716) filosofo e
matema- tico tedesco lasciò varie opere filosofiche, tra le quali noteremo : la
Monadologia; i Nuovi Saggi sull’intelletto umano; La teodicea; Considerazioni
sulla dottrina di uno Spirito Universale; Discorso di metafisica. (E. C.). (2)
Che dalla geometria venga dimostrata la divisibilità indeft- nita di ogni
sostanza estesa è forse discutibile. Indefinitamente divisibile è certamente
‘una qualsivoglia estensione per quanto SSA 38 ss La tunzione propria delle
monadi è il percepire o dicia- mo il rappresentare, Ogni monade ha infinite
rappresenta- zioni; e nella dottrina di Leibniz della monade non si dice altro
se non che ha queste rappresentazioni; sicchè in- ulti- mo per concepire la
monade come una sostanza incontriamo a un dipresso la difficoltà medesima che
Locke aveva incon- trata nel concetto di sostanza materiale. Non insistiamo su
questo punto. Le rappresentazioni che una monade possiede si dividono in due
classi, possono essere cioè conscie 0 subconscie ; anzi molte monadi non
sarebbero capaci che di rappresen- tazioni subconscie. Il concetto di
subcoscienza, introdotto così da Leibniz, è di grande importanza; ma è senza
dubbio molto poco chia- ro. Leibniz dimostra però che non è possibile farne a
meno malgrado la sua oscurità. Per esempio : io sento il rumore della pioggia,
questo ru- more costituisce una mia rappresentazione conscia. La piog- gia
consiste nella caduta di moltissime gocciole d’acqua, e se di queste ne cadesse
una sola io non sentirei punto il rumore della sua caduta. Peraltro il rumore
della pioggia non è che la somma dei rumori dovuti alle singole goccie cadenti.
Dunque bisogna dire che il rumore di una goccia piccola; ma che ad ogni
divisione di uno spazio corrisponda la divisione della sostanza estesa in
quello spazio non sembra lecito affermare. Da ciò che ogni sfera si può
dividere geometricamente in due parti con un piano, non risulta che. le due
parti materiali della medesima sfera, materialmente considerata, siano separabi
li; senza di che la detta sfera materiale sarebbe indivisibile in quanto
materiale. Fondandosi su questa osservazione Spinoza aveva asserita la
indivisibilità dello spazio, perchè le parti che vi possiamo segnare con delle
superfici non sono poi spazialmente separabili. DE ci ea cadente, quantunque
non sia una rappresentazione conscia, non è uan rappresentazione Zero, perchè
la somma di quanti si vogliono zeri è zero; laddove nel caso considerato la
somma di molte rappresentazioni di cui nessuna è conscia costituisce una
rappresentazione conscia. Le rappresenta- zioni la cui somma costituisce una
rappresentazione con- scia, sono dunque reali benchè inavvertite, il che si espri-
me dicendole subcoOnscie. Alle medesime conclusioni si arriva riflettendo sulla
di- menticanza e sul ricordo. Avvertire un fatto presente a, e ricordare un
fatto passato (avvertito allora ma poi dimen- ticato) b, quanto si voglia
simile ad a, non son tutt'uno. Il mio presente avvertire b molte volte provoca,
ma in nessun caso non costituisce, il mio ricordarmi, che avevo in addietro
avvertito (e poi dimenticato) a. Perchè io ricor- di @, bisogna, non che mi sia
presente un fatto b quanto si voglia simile ad a, ma che il medesimo fatto a,
passato, mi ridivenga in qualche modo presente, vale a dire si. riaffacci alla
mia coscienza. Per esempio: carico, l’orolo- gio e l’ho caricato iersera; i due
fatti sono simili all’estre- mo, e tuttavia il presente avvertire: del primo è
irriducibile al ricordarsi dell’aliro e viceversa. Le rappresentazioni che
possiamo ricordare ci sono ‘dunque in qualche modo pre- senti nell’intervallo
tra l’avvertimento e il ricordo; si dice. che sono presenti ma subconscie.
Notiamo, che senza il ricordo il pensare attuale non e. possibile; così per
esempio noi non potremmo, nè fare al- cun discorso, nè intendere il discorso
altrui, se non ricor-. dassimo il significato delle parole; al quale’ tuttavia
non pensiamo sempre ma che va risorgendo all’occasione. D’al tra parte se non
dimenticassimo nulla, il pensare attuale si renderebbe di nuovo impossibile per
il numero eccessivo de- gli elementi presenti. a 60 o Riunendo le due
osservazioni si conclude, che alia co- ‘scienza è essenziale d'essere associata
con la sub-coscienza, e l’incessante scambiarsi di elementi tra l'una e
l’altra. Il che non lascia più alcun dubbio sulla realtà della sub-co- scienza.
$ 2. — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano L’insieme delle
rappresentazioni, conscie o subconscie, proprie di ciascuna monade, rispecchia
l’insieme delle rap- presentazioni, conscie o subconscie, di tutte le monadi. E
siccome la realtà si risolve nelle monadi e nelle loro rap- presentazioni,
convien dire, che l’insieme delle rappre- sentazioni conscie o subconscie di
una monade costituisce una rappresentazione complessiva dell’universo. Si
domanda in che modo una monade possa rappresenta- re a se stessa il
rappresentare di tutte le altre. Leibniz esclude che ciò possa dipendere da una
connessione causale, cioè da uno scambio di azioni tra le monadi. Perchè, dice,
le monadi non hanno finestre; cioè in una monade non può entrare nulla dal di
fuori, e quindi non vi può entrare sotto forma conscia o subconscia nulla di
ciò che sia nella coscienza o nella subcoscienza di un’altra. In tal modo
Leibniz viene ad accettare in .sostanza la dottrina delle cause occasionali già
espressa da Malebranche (1). Abbiamo già visto, che la concezione transitiva
delle (1) La dottrina delle cause occasionali era stata formulata prima ancora
del Malebranche da Arnaldo Geulincx; il quale nella me- tafisica aveva
affermato che i processi materiali non possono es- sere cause efficienti ma
soltanto cause occasionali delle sensa- zioni. (E. C.). “al e cause dà luogo a
delle gravi difficoltà che la rendono press'a poco inintelligibile. Non volendo
ammettere la tran- sitività della causa, bisogna concludere che il precedente.
necessario, detto comunemente causa, non produce l’effet- to, ma è
semplicemente l’occasione del prodursi di questo. Così per esempio un uomo
riceve un’ingiuria e n’è turbato profondamente; qui sembrano evidenti la
transizione e la produzione dell’effetto. Ma si può notare in contrario che il
turbamento può essere molto vario da un uomo ad un’al- tro, non tutti siamo
irritabili ugualmente. Sembra dunque giustificata l'opinione che l’ingiuria non
sia più di un’occa- sione. Data questa, il turbamento segue per un processo
tutto interno all’ingiuriato. Malebranche è d’opinione che il solo essere attivo
sia Dio; il quale all’occasione produce tutte quelle variazioni che noi, a
torto, crediamo effetti di quelle variazioni pre- cedenti che ne furono
soltanto l’occasione. La dottrina di Malebranche venne messa in ridicolo, ed in
un certo senso vi si presta. Per esempio: la causa vera dello spezzarsi di un
vetro non è la sassata che lo colpi, ma Dio che rompe il vetro all’occasione
della sassata. Ma considerando la que- stione con qualche profondità, si
riconosce facilmente, che la dottrina delle cause occasionali fa dipendere
tutto il va- riare da un’ordine che Dio introdusse nel mondo creandolo; insomma
riduce le cause a leggi, e non soltanto non sop- prime le connessioni che
osserviamo tra i fatti, ma le ren- de intelligibili. La dottrina di Leibniz è molto
simile (più che egli mede- simo non credesse) a quella di Malebranche. La
ragione per cui le monadi vengono ad accordarsi tra loro, nel senso in- dicato
superiormente, quanto alle rappresentazioni, è l’ar- monia prestabilita; vale a
dire un’ordine che Dio introdus- -- 62 -- se nel mondo creandolo. Per esempio :
due orologi perfetti e ben regolati segneranno sempre la stessa ora, quantunque
tra l’uno e l’altro non ci sia nessuno scambio di azioni tran- sitive.
L’orologiaio, che ha costruito gli orologi con tutta perfezione, ha con questo
realizzato tra loro un’armonia prestabilita. L'esempio dimostra che uno
concordanza tra il variarie di due o di quanti si vogliono elementi, orologi 0
monadi, è realizzabile all’infuori di ogni causa intesa tran- sitivamente;
mentre viceversa non è realizzabile senza un’ordine razionale, questo essendo
conditio sine qua non anche della causazione transitiva. $ 3. — Kant - La
rivoluzione copernicana. Nessuna dottrina sarebbe possibile se al pensiero non
fosse inerente la necessità estemporanea, o necessità logica. Il pensiero si
può dividere nel pensare di un soggetto, € nel pensato che di questo pensare
costituisce l’oggetto. Si domanda: se la necessità logica inerente al pensiero,
e senza della quale il nostro pensare o svanirebbe, o in ogni caso rimarrebbe
privo di valore, sia da riferire al pensare o al pensato, al soggetto o
all’oggetto. Secondo Kant (1) la si era sempre, fino a lui, fondata
sull’oggetto; egli al contrario la crede fondata sul soggetto; questa è la rivo-
luzione da lui stesso chiamata copernicana (2). (1)Emmanuele Kant n. a
Koenigsberg nel 1724 e m. nel 1804, svolse il suo criticismo filosofico nella
Critica della Ragione Pura (1781), nei Prolegomeni ad ogni metafisica futura
che si presenterà come scienza (1783), nella Fondazione della metafisica dei
costu- mi (1785) e nella Critica della ragione pratica (1788). (E. C.). (2)
Cfr. Critica della Ragion pura. Indroduzione. (E. C.). -—- ‘63 —- Che la
necessità sia da riferire al soggetto è facile rico- noscere ; un’uomo, che
pensi contrariamente alle leggi lo- giche, disorganizza con ciò il suo proprio
pensiero, toglien- dogli la possibilità d'avere un costrutto. Se io assento
all’uno e all’altro di due giudizi opposti, ed ho presenti entrambi gli
assensi, effettivamente ignoro il mio assentire dal quale dunque non posso
ricavare al- cun frutto. Si può dire che ilpensare contrariamente alle leggi
logiche rappresenta la esclusione, dalla vita coerente consapevole del
soggetto, di quell’oggetto in ordine al quale il soggetto ha pensato a quel
modo. Il che si rende mani- festo quando la contravvenzione alla logica viene
avvertita dopo che fu più o meno a lungo inavvertita. Nell’atto in cui
l'avvertiamo ci accorgiamo immediata- mente, che l’oggetto qualsiasi, a cui pensavamo
in quel modo, è ad un tratto svanito di fronte al pensare. Donde ap- pare che
la violazione delle leggi logiche, se potesse aver luogo simultaneamente in
ordine a tutti gli oggetti, sarebbe un vero suicidio del soggetto conoscente.
Dunque la ne- cessità logica non è veramente altro che una esigenza dt] nostro
pensare soggettivo. . Non a torto Kant afferma che la necessità logica prima di
lui era fatta dipendere dall’oggetto. Per esempio se- condo Platone l'oggetto
vero consiste nelle idee che sono assolutamente invariabili. (E' da notare in
proposito la di- mostrazione che di questo carattere delle idee sviluppa il
Manzoni nel dialogo « dell’Invenzione -). L’Idea essendo invariabile, ed una
sola per tutti, le sue relazioni con altre idee saranno pure invariabili ‘ed
universalmente valide, cioè necessarie. Così pure tutti quelli che fanno
derivare la necessità logica da Dio, concepito come altro dall’uomo, (per
esempio gli Scolastici e Cartesio) la derivano dall’og- ia 64-S getto, perchè
Dio concepito a quel modo è per noi un og- getto. Ma che la necessità logica si
fondi essenzialmente sul soggetto, è, in qualche modo, una cognizione volgare;
tutti riconoscono che il violarla è un metterci nell’impossi- bilità di
continuare il discorso, e ricorrono a questa impos- sibilità per non accettare
le conclusioni logicamente fallaci. Analogamente : l’uomo volgare, benchè
ammetta che le qualità sensibili appartengono ai corpi, nondimeno, a chi ne-
gasse la luce del sole, opporrebbe; « ma non hai gli occhi nella testa? ». Cioè
ricorrerebbe ad un criterio soggettivo. $ 4. — Kant - Le intuizioni
fondamentali. Si ritiene comunemente che spazio e tempo siano ine- renti
rispettivamente al mondo fisico e all’accadere in ge- nerale; cioè si
attribuisce all’uno e all’altro un carattere oggettivo. Kant riflette che noi
possiamo immaginare annul- lato il mondo fisico e soppresso l’accadere; ma con
queste ipotesi non riusciamo a liberarci dalla spazio e dal tempo che ci
rimangono tuttavia presenti, ciò che non accadrebbe se lo spazio e il tempo
appartenessero alla realtà oggettiva. Spazio e tempo devono quindi essere
forme, di che il sog- getto riveste l’oggetto nell’atto in cui l’apprende (1).
Sviluppiamo un poco più distintamente questo pensiero. Noi concepiama lo spazio
ad un dipresso come un reci- piente, nel quale si contengono i corpi e accadono
i fatti fisici. Ma non possiamo dire che a conoscere un tale reci- piente ci
serva di guida l’esperienza, la quale senza dub- (1) Cfr. Critica della Ragion
pura. P. I. Estetica trascendentale. (E. C.). © 0 bio ci serve di guida per la
cognizione dei recipienti veri e propri, ciascuno dei quali è un corpo. SI E
non può essere l’esperienza quella che ci fa conoscere lo spazio, perchè .lo
spazio implica una necessità che non si riconosce alle cognizioni fondate sulla
sola esperienza. Così per esempio sappiamo dall’esperienza che il fosforo è
velenoso e che l’oro è giallo. Ebbene sappiamo che il fo- sforo è capace di uno
stato allotropico in cui non è più ve- lenoso; quindi non si può escludere la
possibilità che l’oro sia capace di uno stato allotropico in cui non fosse più
giallo. Simili possibilità sono invece da escludere in ordine allo spazio;
dunque le nostre cognizioni spaziali non derivano dall’esperienza. | Non
potendosi dire che lo spazio ci è fatto conoscere dal- l’esperienza, non si può
nemmeno dirlo un’astrazione dal- l’esperienza. D'altra parte lo spazio essendo
privo di qua- lità sensibili, e assolutamente invariabile, non può nemmeno :
essere considerato come una realtà. Resta che lo spazio in primo luogo abbia la
sua radice nel soggetto, essendosi già vista che ciò deve dirsi di tutto quanto
è necessario; in secondo luogo che l’ordine spaziale sia dal soggetto comu-
nicato alle sensazioni, che della esperienza sono i costitutivi materiali. Vale
a dire: le notre sensazioni, se mancassero dell’or- dine spaziale, non
costituirebbero l’esperienza, benchè ne costituiscano la materia. L’esperienza
è una nostra costru- zione, che noi otteniamo attribuendo o imprimendo la forma
spaziale alla materia sensazionale; quest’ultima è oggettiva, ma la prima è
soggettiva. i Un discorso analogo è applicabile anche al tempo, il qua- le pure
implica una necessità. Per esempio: se l’istante A precede l’istante B, e
questo precede alla sua volta l’istan- 3) e VENE — 66 -- te C, allora l’istante
A precederà in ogni caso l'istante C. Notando, che questa necessità non è
riferibile ul precedere in generale, ma soltanto al precedere temporaneo. Per
esempio in un circolo, immaginiamo fissato il verso in cui se ne deva
percorrere la circonferenza, e siano A, B, C, tre punti della circonferenza. A
preceda B, e B preceda C, quando la circonferenza è percorsa nel verso
indicato. Cer- tamente potremmo dire, che A precede C; ma potremmo anche dire
che C precede A; perchè oltrepassato C, e con- tinuando a percorrere la
circonferenza nel verso medesimo, si giunge ad A; il che nel tempo è
impossibile. Poichè im- plica la necessità, il tempo avrà la sua radice nel
soggetto. Noi abbiamo senza dubbio delle sensazioni date oggetti- vamente; ma
non si può dire data oggettivamente la loro successione, perchè in questo caso
il tempo sarebbe ogget- tivo come le sensazioni. Bisogna dire invece, che
l’ordine temporaneo delle sensazioni è opera del soggetto, il quale soltanto in
quel modo riesce a raccapezzarvisi e a cono- scerle. Secondo Kant (e quello che
ora ora si disse giustifica ia sua opinione) il tempo è una forma che il
soggetto applica a se medesimo; laddove lo spazio è una forma che dal sog-
getto è applicata all'oggetto. Le sensazioni sono tempora- nee in quanto sono
elementi soggettivi. Siccome però le sensazioni soggettive sono anche gli
indizi delle variazioni oggettive (io guardando il cielo mezz'ora fa vedevo
azzur- ro, guardando il cielo in questo momento vedo grigio; ab- biamo qui un
variare soggettivo che però effettivamente ci dà indizio di un variare nel
cielo che dall'essere az- Zurro è passato ad essere nuvoloso), così la forma
del tem- po, quantunque applicabile originariamente al soggetto, viene a ricevere
un'applicazione anche all’oggetto, cioè anche al- l’accadere fisico. — 6 $ 5. —
Kant - I giudizi sintetici a priori e le cutegorie. - Hume aveva creduto che i
soli giudizi analitici fossero necessari; e che i giudizi sintetici, ossia quei
soli giudizi che accrescono la nostra cognizione, fossero tutti fondati sul-
l’esperienza. Se io dico: i corpi sono estesi, formulo un giudizio analitico.
Siccome infatti nessuno dirà corpo un elemento inesteso, il detto giudizio non
fa che sviluppare la nozione che già si aveva del suo soggetto; per questa
ragione il detto giudizio per un verso è necessario; ma per un’altro verso non
ci fa conoscere nulla di nuovo. Se in- vece io dico: i corpi sono pesanti, ho
formulato un giudi- zio sintetico, il predicato non essendo incluso nel
soggetto; questa giudizio per un verso accresce la cognizione, per un’altro
verso è fondato sull’esperienza. Kant osserva che vi sono dei giudizi
sintetici, e perciò tali da farci conoscere qualcosa di nuovo, e tuttavia non
fon- dati sull’esperienza : tale è per esempio il giudizia: non e possibile un
fatto senza una causa (1). E’ troppo evidente che nella nozione di fatto la
nozione di causa non è in- clusa; per esempio : i corpi celesti girano intorna
alla terra con moti circolari uniformi; la causa di questo fatto rimase ignota
per moltissimi secoli, e non vi è nulla di assurdo nel supporre che tale
relazione reciproca tra la terra ed i corpi celesti non abbia mai cominciato.
Il detto giudizio è dunque sintetico e tuttavia non è fondato sull’esperienza:
essendo un giudizio necessario, mentre l’esperienza da sola non può farci
conoscere nulla di necessario. L’uomo, conosce in quanto giudica, e più
propriamente (1) Cfr. Critica della Ragion pura. II. Analitica trascendenta-
le. Sezione III ed Introduzione. $ 4. (E. C.). — 68 — in quanto formula dei
giudizi sintetici necessari, cioè a priori come dice Kant, ossia non fondati
sull’esperienza. Poi- chè tutto quanto è necessario si deve riferire al
soggetto bisogna concludere che i giudizi sintetici a priori hanno per
fondamenta il soggetto. Insistiamo ancora un momento sul principio di causa.
Ri- conosciuto che questo giudizio è necessario e che ha per suo vero e solo
fondamento il soggetto, bisogna riconosce- re che il soggetto, in quanto compie
la sua funzione di com- prendere l’accadere, viene ad imporre a questo accadere
la condizione costitutiva della propria funzione. Possiamo fare un passo più in
là: come si è visto anche il tempo è una forma soggettiva, ma un’accadere fuori
del tempo è una contraddizione di termini e quindi non è reale. Dunque il
soggetto essendo in qualche modo il creatore del tempo, è il creatore anche
dell’accadere. In altre pa- role: non si può dire propriamente che io mi faccio
un’i- dea dei fatti che accadono, ma che dei fatti accadono in quanto io
rivesto di una forma temporanea la realtà. iPer conseguenza l’affermare che in
tanto l’accadere è soggetto a delle cause in quanto io l’intendo, ciò che a
prima vista poteva parere un paradosso, non ha più nulla. di strano, an- zi
appare come una necessità. Se io impongo alla realtà la forma dell’accadere,
naturalmente non gliela possq imporre che in quanto esercito sulla realtà la
mia funzione conosci- tiva, cioè in quanto l’accadere non è pensabile se non
come sottoposto necessariamente a delle cause. Ciò che abbiamo spiegato con
qualche minuzia in ordine alla categoria di causa, si può ripetere di tutte le
altre (1). (1) Non è da trascurare che Schopenhauer non senza buona ra- gione
riduce le categorie a tre soltanto : spazio, tempo, causalità. Secondo Kant,
spazio e tempo, non sono categorie ma intuizioni; sono però intuizioni pensate,
il che sembra giustificarne la conce- Le categorie si possono in qualche modo
ridurre ad idee assolutamente necessarie, ciascuna ‘ad una data classe di
considerazioni. Senonchè bisogna guardarsi dall’accet- tare due preconcetti
facilmente suggeribili dal termine di idea. L’uno, che le categorie abbiano per
fondamento l’og- getto, il reale considerato in se stesso; l’altro, che preesi-
stano tali e quali nel soggetto, come per esempio le idee platoniche. Le
categorie invece, come si è notato per quel- la di causa, esistono soltanto in
questo senso, che il sog- getto deve, per conoscere, compiere una certa sua
fun- zione, tale o tale altra, seconda l’aspetto sotto cui conosce; la
categoria non esiste che in quanto il soggetto compie la detta funzione. Così
per addurre un altro esempio, ciò che io conosco può essere una sola cosa, o
una molteplicità di cose, o la totalità delle cose. Non bisogna credere, che
all’infuori del soggetto conoscente possano esistere una cosa, o più cose, o
tutte le cose; unità, moltiplicità e totalità sono cate- gorie che io impongo
alle cose in quanto compio in un dato senso rispetto alle cose la mia funzione
conoscitiva. iPar- lare di tutte le categorie messe innanzi da Kant, all’in-
tento nostro non si richiede; tanto più che la tavola kan- tiana delle
categorie fu censurata non senza fondamento (1). zione come categorie;
concezione che non sopprime dallo spazio e dal tempo l’elemento intuitivo che,
nelle altre categorie non si riconosce. (1) Secondo Kant le categorie sono 12
suddivisibili in quattro "gruppi: Anal. trascend. Sez. Ill $ 10. I.
Quantità : Unità, Plucalità, Totalità. II. Qualità : Realtà, Negazione, Limitazione.
III. Relazione : Sostanza ed accidente, Causalità e dipendenza, Reciprocità.
IV. Modalità : Possibilità, Esistenza, Necessit. (E. C.). ar ME Quello che
importa, per la gravità delle conseguenze che se ne ricavano, si riduce a
quanto abbiamo detto, e che vale per tutte le categorie concepite secondo il
modo kan- tiano di vedere. Un’ultima osservazione incidentale; Rosmini,
discutendo nel « Nuovo Saggio » la dottrina di Kant, interpreta le ca- tegorie
come se fossero idee platoniche, allontanandosi così non poco dal pensiero
kantiano. Il Rosmini ammette una sola idea come necessaria e insieme
sufficiente a costitui- re il pensiero umano e a renderne ragione: l’idea del-
l’essere. Dove si potrebbe domandare se invece di ridurre le categorie ad idee
non sia forse più a proposito il rico- noscere nell’idea rosminiana di essere
una categoria, e diciamo pure la sola categoria veramente fondamentale, ma
intesa nel senso kantiano. $ 6. — Kant - Fenomeno e Noumeno Ciò che noi
conosciamo attraverso il tempo, lo spazio, e le categorie non è assolutamente
separabile dal soggetto conoscente; ossia è qualcosa che se non fosse da noi
cono- sciuta non esisterebbe; insomma un fenomeno, la nozione di fenomeno
essendo quella di qualcosa il cui esserci con- siste nel suo apparire al
soggetto cioè nell’essere avvertito o conosciuto (1). In ordine ai fenomeni vi
sono da fare due distinzioni: la prima è quella, fatta pure da Kant, tra
fenomeno e illu- sione; l’altra quella tra fenomeno di cui è consapevole sol-
(1) Cfr. Crit. d. Ragion Pura. Analitica trascendentale. Lib. Il Cap. HI. (E.
C.). dA; per tanto un soggetto, e fenomeno di cui è consapevole ogni soggetto
in certe condizioni. | Le due distinzioni non coincidono; per esempio di un mio
dolore io soltanto sono consapevole, senza peraltro che lo si possa dire
un’illusione. Senza dubbio è difficile provare anzi è forse da escludere che il
fenomeno avver- tito da un soggetto e quello avvertito da ogni altro soggetto
nelle medesime condizioni siano identici: per esempio io dalla mia finestra
vedo il cielo azzurro, ogni altro dalla stessa finestra in quel momento (purchè
sano di occhi) ve- drebbe il cielo azzurro; ma non è accertabile © piuttosto
credibile che l'azzurro veduto sia identico nei due casi. Per precisare la
nozione di fenomeno diverso dall’illusione, bisogna dunque : primo, ricordare
che certi fenomeni sono inseparabili da certi soggetti particolari, (per
esempio il dolore), secondo prescindere dalle particolarità per cui un fenomeno
di un soggetto differisce da quello di un'altro quantunque nei due fenomeni
prevalgano dei caratteri co- muni. Così la nozione di fenomeno si può dire
stabilita. . Il noumeno invece, o la cosa in sè, non può essere av- vertito,
perchè se fosse avvertito sarebbe un fenomeno. In ordine al noumeno, Kant non
si esprime sempre nello stesso modo, e qualche sua espressione può far credere
che egli lo consideri come un'ipotesi di valore incerto. Ma vi sono pure altre
espressioni di Kant, che sembrano decisive in senso contrario. | Egli dice per
esempio, che l’apparire implica necessaria- mente qualcosa che apparisca, dove
bisogna intendere qual- cosa che non sia lo. stesso apparire. Come anche per
eliminare l’opposizione tra determini- smo e Nbertà, opposizione di cui
parleremo nel cenno sulla . morale, dice che il soggetto è determinato come
fenome- - E é - n TRI mi n Pi, E no ma libero come noumeno. Su di che va
rilevato un punto essenziale alla dottrina teoretica di Kant: cioè che la di-
stinzione tra fenomeno e noumeno vale anche per il sog- | getto conoscente.
L’introduzione del noumeno, che noi ammettiamo non aliena dal pensiero di Kant,
dà luogo ad alcune difficoltà. In primo luogo la sua dottrina diventa così
fondamentalmente scettica: noi conosciamo soltanto i fenomeni e questi di-
pendono in qualsiasi maniera dal noumeno del quale non sappiamo niente; questa
in sostanza era l’opinione di Sesto Empirico, di cui non è dubbio lo
scetticismo. La ragione che toglie al noumeno d’essere conoscibile sta in ciò,
che le categorie sono applicabili soltanto ai fenomeni. Le cate- gorie infatti
sono le funzioni conoscitive del soggetto, e precisamente quelle funzioni che
all'uomo rendono possi- bile il giudicare. ‘Per conseguenza : ciò che si
conosce me- diante le categorie implica senza dubbio la funzione cono- scitiva
del soggetto, e dunque non può essere qualcosa che stia da sè all’infuori del
soggetto, cioè non può essere noumeno. Si può considerare un fenomeno, se ne.
possono consi- derare anche molti (Come per esempio quando si dice che i colori
non esistono senza la luce), si possono anche sotto qualche aspetto considerare
tutti, come per esempio quan- do si dice che i fenomeni sono tutti variabili;
ma le deter- minazioni, uno, molti, e tutti non hanno, per la ragione ad-
dotta, nessun significato se applicate al noumeno. Così per esempio noi
possiamo parlare di molti soggetti fenomenici ciascuno dei quali è uno; ma non
(come pure sottintende Kant particolarmente nella morale) di molti soggetti
noume- nici, e a rigore neanche di un soggetto noumenico. Ancora : il noumeno
non può essere un’effetto e nep- È narrante enti attiene me PA II un i eo rr
pure una causa, perchè il considerarlo in uno qualsivoglia di questi due modi
sarebbe un applicargli la nozione di | causa, la quale, per essere una
categoria, non è applicabile che ai fenomeni. Crediamo inutile insistere. $ 7.
— Fichte. Della filosofia di Fichte vanno rilevati due punti note- voli. Primo:
il Fichte (1) mise in evidenza che non ha propriamente un significato parlare
di una realtà conosciu- ta o conoscibile che non sia creazione del soggetto;
benchè non distingua molto chiaramente i molti soggetti singoli dal soggetto
universale (distinzione della quale ci occuperemo ‘ più tardi) riconosce in
ogni modo che, accettando la rivolu- zione copernicana di Kant, non è più
possibile riferire al- l’oggetto la necessità che nel nostro pensiero si
manifesta. Donde si conclude che il valore di tale necessità in ordine
all’oggetto ha per suo fondamento la radice soggettiva della stessa necessità.
La dottrina di Fichte secondo il senso attribuitole dallo stesso, dà luogo a
delle difficoltà che discuteremo nei cenni dedicati al Soggetto Universale; ma
costituisce il primo tentativo di interpretare la dottrina di Kant in modo,
che, opponendosi all’interpretazione kantiana risulta ben più fe- dele al
pensiero kantiano più profondo benchè non bene avvertito dallo stesso Kant, la
dottrina del quale, secondo ——m—_—_m——mm6T_€ @—————— m—m—————6——______m (1)
Amedeo Fichte (1762-1814) profondo pensatore tedesco svol- se il suo pensiero
nella Dottrina della scienza, nella Missione del Dotto e nei Discorsi alla
nazione Alemanna. (E. C.). Liar}. GIESIN la sua interpretazione, si riduce in
ultimo ad un agnosti- cismo che ne impediva lo sviluppo (1). Un’altro punto sul
quale Fichte, sconstandosi da Kant ma interpretandolo nel solo modo coerente,
riuscì a formu- 3-3 lare una dottrina dalla quale in filosofia non è più lecito
prescindere : la filosofia deve, non già premettere una cri- tica impossibile
della ragione umana, ma fondare se me- desima sopra una teoria della conoscenza
umana. Supponia- mo di aver compiuto in ogni parte l'indagine scientifica, 0,
se non altro, di avere segnato completamente le vie che da questa indagine
dovranno essere percorse; non avremo con ciò esaurita ogni possibile indagine.
Infatti, e appunto in grazia dell’indagine scientifica, ci rimarrà da indagare
precisamente la costruzione scientifica stessa; e la filosofia dovrà coincidere
con quest’ultima indagine. (1) Dopo la fioritura idealistica, sorse vivo, in Germania,
il de- siderio di ritornare a Kant; le ultime conseguenze a cui si era giunti
proseguendo arditamente per la via su cui si era messo Fichte, non parevano
accettabili. Quindi ritornare a Kant si in- tese come un ritorno alla
interpretazione che lo stesso Kant aveva dato de'la propria dottrina. La
filosofia che in tal modo si costruì e che prese il nome di neo-kantismo o
neo-criticismo, si diffuse largamente in Europa ed anche in Italia, dove uno
dei suoi principali rappresentanti fu Carlo Cantoni, autore di un’opera in tre
volumi « Emanuele Kant », che riassume l’opera di questo con delle osservazioni
critiche giudiziose. Quest'opera fu ristampata nel 1907 e può sem- pre essere
consultata con profitto. Altro meritevole neo-kantiano fu Filippo Masci. I
neo-kantiani furono benemeriti sotto alcuni. aspetti; non si può tuttavia
negare che il loro dominio si dovette in parte ad una incomprensione
dell’esigenza idealistica, in parte anche al dominio esercitato allora dal
positivismo del quale Kant veniva consideratr come un’antesignano. Il periodo
segnò in or- dine ailo sviluppo della filosofia un intervallo se non vuoto
alme- no povero di contenuto. | — 75 Sa Con qualche diversità e forse più
chiaramente : la filosofia dovrà essere, o una scienza particolare, come per
es. la ma- tematica o la fisica o la scienza del linguaggio ecc., oppure dovrà
necessariamente ridursi ad una teoria della scienza o della conoscenza. La
prima ipotesi è da scartare per due ragioni: 1. perchè al di là di tutte le
scienze particolari vi è luogo ad una teoria della scienza; 2. perchè una
scien- za particolare non può condurci, appunto come particolare, a quella
concezione sistematica d’insieme a cui la filoso- fia si propone di giungere.
Filosofia e teoria della scienza o della conoscenza, sono dunque la stessa
cosa; o almeno la filosofia non può con- seguire i suoi fini senza prendere
come base le conclusioni della teoria della scienza. Naturalmente la teoria
della scienza, perchè abbia un va- lore filosofico, cioè universale, deve della
scienza consi- derare il solo carattere conoscitivo; e perciò noi al nome di
teoria della scienza di cui si era servito Fichte, prefe- riamo quello di
gnoseologia o teoria della conoscenza. E dobbiamo, non già discutere i
procedimenti particolari alle singole scienze, ma renderci un conto chiaro ed
esauriente della possibilità ed anzi sotto qualche aspetto della neces- sità
del conoscere. $ 8. — Necessità di una critica ulteriore. Anche dal breve
riassunto fatto appare che il lavoro cri- tico effettuato da Kant è
d'importanza notevole; non poche tra le sue riflessioni sono anzi da ritenere
decisive in or- dine a ciò che escludono, Tale è per esempio l'esclusione che
la necessità razionale abbia un fondamento fuori del soggetto. Ma il valore
posi- tivo (affermativo) delle riflessioni medesime non è al- trettanto
chiarito nè accertato. Che cosa dobbiamo pensare per esempio del soggetto che
nella dottrina di Kant ha pure una situazione primaria ? La distinzione di un
uomo dall’altro appartiene nel cam- po dell’esperienza; quindi ciascun uomo si
può dire un soggetto empirico. Ma ciascun uomo è capace di conosce- re: dunque
il soggetto empirico è conoscente. Ma d'altra parte l’umo dev’essere, come
conoscente, il fondamento della necessità, e la necessità non può molti-
plicarsi come gli uomini; è la stessa, cioè numericamente | ana sola, per
tutti. E qui non si può non domandarsi : come sia possibile che un elemento
unico sia nello stesso tempo costitutivo essen- ziale di più soggetti distinti.
Un uomo non s’accorge a quanto sembra di aver -comune ‘con tutti gli altri
l'elemento che in lui è il più importante; perciò questa comunanza, che non può
essere negata, non sembra sufficientemente giustificata e non si può non desi-
derare d’intenderla meglio. Tutto ciò prova che noi, pur tenendo in gran conto
le riflessioni kantiane, non possiamo dispensarci dall’appro- fondirle, per
determinarne in modo incontrovertibile il pre- ciso valore. CAPITOLO VI. LA
CRITICA RADICALE $ 1. — Opportunità di rifarsi da Kant. Quantunque la critica
di Kant non sia risultata in tutto chiara e soddisfacente, sembra nondimeno
superare in pro- fondità quelle che la precedono, e che vi trovano, in qual-
che modo, una reciproca integrazione. L'idea che l’attività mana diretta verso
la conoscenza travisi la realtà (no. | nenica) sostituendole una pura
fenomenologia, è senz. dubbio discutibilissima. D'altra parte però non sembra
po- tersi negare che la necessità logica (ossia lo spazio, il tem- po, e le
categorie) abbia la sua radice nel soggetto cono- scente. - Queste due
osservazioni sono certamente in opposizione reciproca, E’ prezzo dell’opera
esaminare quale trasforma- zione subisca la dottrina di Kant, se l’attività del
soggetto venisse considerata come costruttrice di quella medesima realtà, che
si propone di conoscere. Allora, e a quanto sembra, soltanto allora, la
dottrina, che perderebbe il suo carattere già rilevato di scetticismo, sarebbe
libera dalla opposizione radicale, che ci toglie non solo di accettarla, ma
persino di ben comprenderne il si- gnificato. Prima però di andare oltre su
questa strada, è necessario fissare fino dal principio, con qualche preci-
sione, la nozione di soggetto. La quale in Kant rimane piuttosto indeterminata;
per la ragione che ora ora esporremo. Ciascun uomo è un sog- getto conoscente;
ma ogni cognizione, procacciatasi da qual- siasi uomo, ha un valore universale.
Non ha senso dire: io so, p. es., che quest’anello è d’oro; ma un altro sa, che
l’anello medesimo è d’ottone. Siamo così ridotti a riconoscere che il pensare
di cia- 9cun uomo non è, per la sua parte veramente conoscitiva, dovuto a
nessun individuo in quanto altro da 'un’altro; 1l nostro pensare nel detto
senso è una costruzione umana, ma che si deve, non a quei caratteri per cui un
soggetto sin- golo differisce da un'altro, bensì ad un elemento comune a_tutti
gli uomini, cioè ad un elemento numericamente unico, nel quale dobbiamo
riconoscere un costitutivo es- senziale di ciascuno. In ciò che segue
considereremo que- sto elemento come il vero soggetto conoscente; quanto agli
altri elementi che, associandosi con quell’unico, vengono a formare la varietà
innumerevole di uomini distinti per ora ne prescindiamo. Il detto elemento
unico può essere, per ora, denotato col nome di Spirito. $ 2. — Lo Spirito e la
realtà. Lo Spirito non sarebbe il conoscente, mentre non l’ab- biamo concepito
se non come tale, se non avesse un oggetto da lui conosciuto. Se per altro
vogliamo esser fedeli al pro- posito superiormente formulato, ci conviene
ammettere, che quest’oggetto non sia di fronte allo Spirito come una realtà
indipendente; ma che l’’esserci dell’oggetto sia riferibile a - 79 —- |
quell’attività medesima del soggetto, per mezzo della .qua- le questo conosce
l'oggetto. In altri termini: la conoscen- za e l’oggetto conosciuto, sarebbero
tutt'uno. Il soggetto sviluppa un’attività sua propria in grazia. della quale
si crea un'’oggetto, e insieme conosce l’oggetto creato; no- tando che in
questo modo il soggetto pone anche la pro- pria esistenza e nello stesso tempo
la conosce. Perchè, se- condo ciò che dicemmo, il soggetto non è conoscente,
0s- sia non esiste, che in quanto conoscel’oggetto, mentre vi- ceversa dobbiamo
anche dire, che il soggetto non esiste che in quanto si conosce, perchè] il
soggetto è il processo conoscitivo dell'oggetto; e questo processo non può
essere conoscitivo che alla condizione di non essere cieco. Con ciò che ora si
è detto, la difficoltà fondamentaie inerente al problema conoscitivo, si può
dire eliminata. Infatti : se l'oggetto conosciuto esiste all’infuori del pro-
cesso conoscitivo, non si può sfuggire alla domanda : in che modo il processo
conoscitivo possa cogliere, o investire, 0 penetrare l’oggetto (la moltiplicità
stessa dei termini prova l’impossibilità di trovarne uno soddisfacente). E’
chiaro che la domanda non ammette risposta; perchè, se l’oggetto è qualcosa di
estraneo al processo conoscitivo, questo sarà da parte sua qualche cosa di
estraneo all’og- getto, e non vi sarà conoscenza di sorta. E’ bensì da notare
che l’uomo singolo quando vuol ren- dersi conto del processo con cui giunge a
conoscere, non soltanto non riesce ad identificare l’oggetto conosciuto col
pets conoscere, ma si persuade, che tra l'oggetto cono- sciuto e il suo
conoscere C'è opposizione irriducibile. Per esempio: per sapere che l'acqua è
una combina- zone di idrogeno ed ossigeno, è stata necessaria farla at-
traversare da una corrente elettrica. Intanto il maggior e — 80 — numero di
quelli che non sono chimici, possiedono questa cognizione avendola acquistata
con l’ascoltare certe lezioni, o con il leggere certi libri. E’ troppo evidente
che tra le parole udite o lette e l’acqua non è possibile stabilire iden- tità
e nemmeno somiglianza. Vedremo più tardi come sia possibile interpretare questa
persuasione comune; la quale: in ogni modo non costituisce un’obbiezione contro
la dot- trina esposta finchè. non sia provato che la dottrina esposta €.
incapace di renderne ragione. Perchè l’oggetto noto sia sottoposto al tempo,
allo spazio, ed alle categorie, tutte forme o determinazioni dell’attività |
soggettiva, è ora diventato evidente, come è del pari evi- dente che il
soggetto, col tempo lo spazio e le categorie, non falsifica l'oggetto: perchè
l'oggetto non esiste che in quanto il soggetto lo crea, e il soggetto non può
creare se. non con quelle forme, che. sotto un’aspetto lo fanno essere, mentre
sotto di un’altro lo fanno conoscere. $ 3. — Il Tempo. Ma in ordine al tempo
sorge una difficoltà. Il soggetto non può conoscere temporaneamente ; vale a
dire il proces- so conoscitivo non può essere temporaneo e ciò per la ra- gione
medesima per cui non può essere spaziale. ll cono- scere implica una rigorosa
unità dei suoi elementi, nell’e- steso invece, e nel temporaneo, le parti, i
cui costitutivi si hanno da considerare, sono estranee le une alle altre. Per
esempio: un cerchio è da un diametro diviso in due semicerchi di cui ciascuno è
fuori dell’altro; analogamente : un'ora, un minuto, un secondo, ecc., si
dividono rispetti- vamente in due mezz’ore, in due mezzi minuti, in due cati
mezzi secondi, le due metà essendo ciascuna fuori dell’al- tra. Dunque una
conoscenza, in generale un pensiero, non “può avere una estensione sia spaziale
che temporanea. Lasciando in disparte l’estensione spaziale, che al pensie- ro
certamente non si attribuisce, dobbiamo discutere l’e- stensione temporanea. Un
pensiero passato non è presen- te, quindi non può costituire vera unità col
pensiero pre- sente. Non c'è dubbio, che secondo una impressione in- vincibile
della coscienza comune, a noi sembra che il no- stro pensiero si estenda, oltre
che nel presente, anche nel passato e in qualche modo anche nel futuro. Siamo
in presenza d’un’antinomia, dalla quale dobbiamo liberarci. A tal fine, alcuni
dicono: Il nostro pensiero è condizio- nato da una legge logica, senza dubbio
estemporanea, che n’esclude gli opposti (contraddittori e contrari); ora gli
op- posti si presentano, sia in linea di fatto come pure in grazia dello
svolgersi logico del pensiero. E allora noi eliminiamo l'opposizione col niente
gli op- posti a tempi diversi. Si noti: non è che noi, avendo già una chiara
nozione del tempo, ci se ne valga per eliminare dal pensiero le antinomie.
Bensì noi, mentre da una parte pesiamo antinomicamente, laddove dall’altra non
ci pos- siamo fermare nel pensiero antinomico, siamo costretti a cercare un
mezzo per eliminare l’opposizione tra queste due condizioni; la nozione di
tempo non è, in ultimo, che il mezzo di cui abbiamo bisogno. In altri termini:
l’esserci della nozione di tempo consiste nel mezzo cercato, cioè nel-
l’affermare la coesistenza delle due condizioni. Per esempio, la proposizione :
splende il sole, senza dub- bio è presente e si riferisce al presente. Lo
stesso dicasi della proposizione : le nubi nascondono il sole. Delle due
proposizioni Îla prima si fonda su di una sensazione; la se- 6 i conda su ciò
che si dice un ricordo, ma che in ogni modo è una rappresentazione presente,
con alcuni caratteri che la fanno differire da una sensazione, ma che ha con
questa comune il carattere di essere un’esperienza particolare.. Così essendo,
io dovrei dire insieme: il sole risplende, e le nubi nascondono il sole.
Impossibile assentire insieme ai due giudizi, perchè opposti; ma impossibile
altresì esclu- derne uno qualsiasi, perchè fondati entrambi sull’esperienza. La
difficoltà svanisce riferendo i due giudizi a tempi diversi; p. es.: il sole
risplende in questo momento; le nubi nascon- devano il sole un’ora fa. 8 4. —
Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta. In primo luogo :
togliendo al tempo il carattere comune- mente attribuitogli d'essere una
determinazione di ogni ac- ‘cadere interno ed esterno, la necessità in cui ci
troviamo, di credere al tempo come ad una tale determinazione reale, . diviene
inconcepibile se il tempo non si ‘riduce ad una forma soggettiva, in grazia
della quale noi ci rappresente- remmo sotto forma temporanea, ossia come
un’accadere, ia realtà nella quale va incluso il nostro pensare, che sarebbe di
sua natura estemporaneo. Questa è la concezione di Kant, ed è inconciliabile
con la dottrina che si ricava dalla critica del kantismo, secondo la quale noi,
cioè lo Spirito, non siamo i falsificatori, ma i creatori della realtà. Dire,
come dice Kant, che il tempo è inseparabile dallo Spirito, riman vero anche
secondo la esposta critica del kantismo; riman vero peraltro in un senso
diverso: lo Spirito, nel creare la realtà, le imprime il carattere della
temporaneità ; RAEE» IE questa è dunque un carattere della realtà e non una sua
deformazione. In secondo luogo : se il tempo non fosse che il mezzo per
eliminare l’opposizione tra due giudizi entrambi fondati, ci sarebbe, nel
riferire uno di questi al presente, l’altro al passato, un’arbitrarietà
ineliminabile, che assolutamente non si riconosce. Riprendiamo l’esempio di
prima : il sole risplen- de; le nubi nascondono il sole. Di certo l’opposizione
sva- nisce tanto se riferiamo il primo al presente, il secondo al passato,
quanto se invece riferiamo il secondo al presente, il primo al passato. L’elemento
arbitrario è innegabile; vi- ceversa non ci è assolutamente possibile ammettere
quì un arbitrio; noi riferiamo sempre necessariamente al presente quello dei
due giudizi che si fonda su di una sensazione, al passato quello che si fonda
sul ricordo. La differenza tra il ricordo e la rappresentazione ha dunque
un’importanza essenziale in proposito; non. è lecito affermare che il giu-
dizio fondato sul ricordo sia fondato sull’esperienza nello stesso modo, con lo
stesso diritto, di quello fondato sulla sensazione; se vogliamo intenderci
dobbiamo dire in lin- gua povera che il ricordo significa precisamente, benchè
presente come ricordo, un'esperienza passata. E allora tutta la esposta
interpretazione del tempo svanisce. In terzo luogo : delle opposizioni nel nostro
pensiero pre- sente si affacciano senza dubbio; non mai però su di un fon-
damento sperimentale, quando non si trascuri di apprezzare la differenza tra
sensazione e ricordo. Si affacciano bensì nei processi razionali, o più
esattamente, nei processi diretti alla scoperta o _all’esposizione di leggi
estemporanee. Ora in questo campo non si ha esempio di opposizioni elimina-
bili per mezzo del tempo. Consideriamo un esempio geo- metrico. Si abbia una
retta X Y e un punto A fuori di LI questa retta: potrebb’essere che per A non
si potesse con- durre ad X Y alcuna parallela; oppure che per A si potesse
condurre ad X Y una sola parallela; oppure che per A si potessero condurre ad X
Y due parallele (in quest’ultimo caso nessuna delle rette condotte per A, internamente
all’an- golo acuto formato dalle due parallele, incontrerebbe la X Y, senza
peraltro essere con la X Y nella relazione di pa- rallelismo). L'opposizione
tra le tre ipotesi è manifesta; le tre ipotesi del resto sono tutte ugualmente
fondate, in quan- to su ciascuna si può costruire una geometria. E’ .certamen-
te impossibile che l'opposizione venga eliminata per mezzo del tempo; la
geometria infatti esclude assolutamente il tempo, non essendo e non potendo
essere sotto nessun aspetto la teoria di un’accadere. L'opposizione si elimina
tuttavia molto semplicemente col riconoscere che le tre ipotesi, e. quindi
anche le tre geometrie a cui servono di base rispet- tivamente, sono
inconciliabili. Insomma delle tre ipotesi una sola può essere vera oggettivamente.
| Come si vede l’affermazione che il tempo sia il mezzo per eliminare
l’opposizione, risulta ingiustificata; infatti non ha valore nell’opposizione
d’indole razionale, mentre il suo va- lore nell’opposizione d’indole
sperimentale presuppone il tempo come si è visto e quindi non serve a
rendercene ra- gione. i $ 5. — Lo Spirito ed il soggetto. In che relazione
stiano lo Spirito secondo la nozione che n'abbiamo esposta, e il soggetto
singolo, cioè l’uomo comu- nemente noto, è un problema che rimane ancora da
risol- vere. In primo iuogo : dobbiamo certamente abbandonare l’idea che sembra
suggerita dalla stessa enunciazione del pro- blema, cioè che lo Spirito e il
soggetto siano due realtà re- ciprocamente irriducibili. Si è visto infatti che
lo Spirito non imporrebbe, come in- vece impone, le sue leggi ai fatti
sperimentabili, se non fosse il creatore di questi fatti; e tra i fatti
osservabili vi sono di certo i fatti psichici costituenti la coscienza empirica
di ciascun uomo: sensazioni, piaceri e dolori, desideri, ti- mori, aspirazioni,
ricordi. | Ciò, che in ciascun uomo si aggiunge in qualche modo al- lo Spirito,
è una creazione dello Spirito. Ma ci dobbiamo an- . che intendene bene
chiaramente sulla natura di una tale creazione. Un fabbro ferraio con degli
utensili, del fuoco è del ferro, costruisce una serratura ; la serratura
costruita non è il processo del costruirla. Ma in ordine allo Spirito è im-
possibile ammettere una distinzione analoga tra i fatti psi- chici che ne sono
creati ed il processo del crearli. Come ab- biamo già rilevato, noi, ricorrendo
allo Spirito, riusciamo a omprendere la possibilità della cognizione,
precisamente perchè nello Spirito l’oggetto noto e la cognizione coinci- dono.
Siccome nello Spirito è impossibile separare il pen- sare dal fare, cioè il
processo conoscitivo dal creativo; e d’al- tra parte il processo conoscitivo
non è qualcosa che si di- stingua dall’oggetto noto, il medesimo dovrà dirsi
anche del processo creativo; cioè i fatti sperimentabili sono pensieri dello
Spirito. S’intende pensieri concreti, cioè non privt di alcuna determinazione
conoscitiva o pratica. Riassumendo: la realtà fenomenica sarebbe il pensare.
dello Spirito; d’altra parte, l'uomo sarebbe ancora lo Spi- rito, ma ridotto ad
una parte sola e piccola del suo pensare, in quanto l’esperienza di un uomo è
senza dubbio qualcosa di ben piccolo di fronte all’esperienza complessiva di
tutti gli uomini e di tutti gli altri soggetti più o meno analoghi agli uomini.
Se ora ci domandiamo: in che modo lo spirito, a cui è es- senziale il suo
pensare, che non può non essere uno, e quindi un tutto inscindibile, possa
collegarsi, qui con una parte minima del suo pensare, là con un’altra parte
minima del'o stesso pensare, ecc., così da costituire la moltitudine dei
soggetti, non ci sarà facile trovare una risposta soddi- sfacente. Inoltre : lo
Spirito sarebbe tutto in ciascun di noi, men- tre non c’è alcun di noi che
possieda, che abbia cioè co- struita nella sua coscienza la totalità del
pensiero logico. ‘Quello che ia so di Fisica, o di Geometria, o di Storia uma-
na ecc., è come niente in paragone di ciò che altri ne san- no; € tuttavia il
conoscente sarebbe sempre il medesimo Spirito, in me come in qualunque altro. E
ancora: tra gli uomini, e sempre nel campo del pensare logico, non man- cano le
più vive opposizioni, dovute certamente a ciò, che di due contendenti, ciascuno
ignora, o non valuta conve- nientemente, qualcosa che al pensiero dell’altro è
fonda- mentale. Queste opposizioni suppongono dunque delle ignoranze, delle
quali d’ordinario ci si rende ragione riflettendo che ciascun uomo è un’essere
limitato, mentre secondo la dot- trina che andiamo esponendo, le ignoranze
medesime do- vrebbero essere messe a carico dello Spirito; cosa d’altra parte
impossibile, perchè lo spirito non è limitato, e perchè (1 Spirito non può
ignorare nulla, non essendovi altro in ul- timo che il suo pensiero.
Impossibile negare che la dottrina esposta include pa- recchie difficoltà; il
che ci costringe a indagare se la critica da cui la dottrina fu ricavata non
esiga un ulteriore appro- fondimento. CAPITOLO VII. L’UNICITÀ DEL SOGGETTO $ 1.
— La cognizione oggettiva dei soggetti. L’opinione corrente, che i soggetti
siano molti, non è senza ‘dubbio eliminata-col riconoscere, come si è fatto,
che i sog- getti hanno tutti un pensare comune, Qin _Altri termini che tutti
sono determinazioni dello Spirito. Ebbene: am- messo che i soggetti siano molti
conviene ammettere, che ciascuno di loro abbia cognizione di parecchi altri,
che anzi li possa conoscere tutti. E’ anzi evidente per ciascuno, che delle sue
cognizioni una gran parte, possiamo anche dire la parte più importan- te,
consiste nella sua cognizione di altri soggetti. Ed ora dobbiamo domandare, se
questa cognizione di altri soggetti, anche di un solo, sia possibile. Un
soggetto è l’unità di un conoscere; possiamo anche dire con maggiore esattezza
: è un conoscere; perchè il co- noscere non ci sarebbe se non fosse unificato.
Ora l’altrui conoscere a ciascuno di noi rimane affatto estraneo. Per- chè io
se potessi accogliere nella mia coscienza il processo conoscitivo costituente
un’altro soggetto, sarei quest’altro soggetta; se almeno il soggetto è la
coscienza di un processo conoscitivo. Da ciò si conclude, che se anche ci sono
molti soggetti, nessuno di questi può saper nulla di nessun’altro. Il che
trasforma la pretesa certezza che ci siano molti sog- getti, in una ipotesi
assolutamente inverificabile, cioè in- fondata. Si opporrà : io vedo pure degli
uomini di cui ciascuno "a un corpo simile al mio, li sento parlare, ecc.;
in certe circo- stanze li aiuto e ne sono aiutato; qualche volta li disturbo e
ne sono disturbato ; benchè non possa rendermi consapevole integralmente dei
loro processi conoscitivi, tuttavia so qual- cosa di ciò che pensano e di ciò
che vogliono; provo per loro simpatia o antipatia; e così di seguito. Tutto ciò
è vero, ma non oltrepassa la sfera della mia cognizione concreta. _ In altri
termini: che io pensi oggettivamente altri sog- getti aventi con me come tali non
poche relazioni, è un fatto indiscutibile che trovo nel mio pensare. Ma per
dimo- strare che sia qualcosa di più, converrebbe annullare molte
considerazioni già esposte, alle quali pure non si è trovato nulla da opporre,
nelle quali anzi abbiamo riconosciuto un valore ‘critico superiore ad ogni
eccezione. Per esempio: il dubbio che ora solleviamo sull’ esistenza dell’altro
soggetto, è assolutamente comparabile a quello che abbiamo sollevato intorno
all’esistenza del mondo fisico. Intorno a questo abbiamo detto con Berkeley:
esiste certamente il mio pensiero del mondo fisico; ma che il mondo fisico
esista, come si crede comunemente, all’infuori del mio pensiero, è almeno
dubbio, anzi è da escludere, perchè, finchè il mio pensiero non muta, esista o
non esista il mondo fisico, io me lo rappresenterò SFEIDIS allo stesso modo.
Se, in questo ragionamento, alle parole, mondo fisico so- stituiamo le parole
altro soggetto, la forma del ragiona- mento rimane invariata, e quindi anche la
conclusione: © devo attribuire anche al mondo fisico una esistenza fuori — 89 —
del mio pensare, o non posso attribuire una tale esistenza. nemmeno all’altro
soggetto. | Contro il solipsismo a cui si arriverebbe in tal modo, non “si
ricava nessuna obbiezione dalla dottrina dello spirito quale fu esposta
precedentemente. Senza -dubbio, se i soggetti conoscenti sono molti, cia- scuno
deve possedere, o più esattamente poter sviluppare un pensiero comune con gli
altri; ciascuno cioè dev'essere una determinazione del medesimo Spirito; ma perchè
io pos- sa dire : lo Spirito che vive in me non vive soltanto in me, io devo
aver ammesso in precedenza di non essere io l’u- nico soggetto; e questo è
appunto ciò di che si discute. $ 2.-— L'unità della coscienza. La necessità
logica, senza della quale non ci sarebbe co- gnizione, ‘ha, secondo la dottrina
di Kant (che su questo pun- to abbiamo riconosciuta superiore alla critica), il
suo fonda- mento nel soggetto; vale a dire nell’unità della coscienza 0 del
pensiero. Ma se ammettiamo una moltitudine di sogget- ti, l’unità del pensiero
non è più ammissibile, quantunque 1 soggetti siano tutti, senza eccezione,
determinazioni di un medesimo Spirito. Lo Una coscienza che includa la totalità
degli elementi em- pirici, che sono essenziali rispettivamente all’esserci dei
di- versi soggetti, non esiste se i soggetti sono molti e cia- scuno è ‘una
coscienza distinta dalle altre. lo non posso am- . mettere che un’altro
soggetto pensi contrariamente a ciò che lo penso necessariamente. Ma se
approfondiamo questo pun- to, riconosceremo, che un tale mio non ammettere si
fonda sopra quell'unità chè sono io, e non si fonda su altro. Se per — 90 —
esempio io dicessi: a me non è possibile concepire un’e- quazione di secondo
grado con più di due radici, ma un al- tro la potrà concepire, io contraddirei
a me stesso, non po- tendo io attribuire ad altri una concezione che non fosse
una mia concezione. Dunque la molteplicità dei soggetti risolve la realtà in un
tritume di pensieri privi di unificazione, quin- di privi di necessità
intrinseca, cioè sforniti di ogni valore conoscitivo. Se invece ammetto che
tutto il reale sia pensiero mio, e soltanto mio, il reale sarà necessariamente
unificato in quel centro che sono io stesso; e la dispersione che ridur- rebbe
il pensiero all’assurdo sarà evitata. $ 3. — Discussione del solipsismo. Dalla
chiusa del paragrafo primo e dal paragrafo secondo è risultato che per evitare
le difficoltà inerenti alla dottri- na dello Spirito, conviene ammettere che vi
sia un solo sog- getto conoscente; non già nel senso che i soggetti siano molti
ma diffieriscano soltanto per degli elementi empirici; bensì nel senso che vi
sia un soggetto empirico unico, as- sociato si intende con la spiritualità che
gli inerirebbe in modo esclusivo, e che insomma sarebbe tutt’una con esso. Per
chiarire bene questo punto ricordiamo le difficoltà incontrate nella dottrina
precedente. Secondo questa dottri- na, lo Spirito non è una coscienza .distinta
da quelle dei soggetti singoli; anzi non si rende consapevole che in que- sti.
Allora i soggetti singoli sono costitutivi dello Spirito ed essenziali a
questo, sono cioè suoi prodotti necessari. E quindi la distinzione tra la
logicità dello Spirito e l’acciden- talità che distingue i soggetti singoli tra
loro, svanisce, non Qi essendovi nulla di accidentale. La dottrina dello
Spirito sa- rebbe dunque in contraddizion: con se stessa. Inoltre: 0 Spirito,
quantunque sia il solo conoscente, non può tutta- via conoscere che nei
singoli; e perciò manca nel pensare l’unità, solo fondamento possibile della
necessità logica. Nell'ipotesi solipsistica svaniscono entrambe le difficol-
tà; resta vero che lo Spirito non conosce che in quanto as- sume la forma di un
soggetto empirico, ma questa forma essendo unica, l’unità di coscienza è intanto
assicurata. Ancora : gli elementi che danno allo Spirito la forma di soggetto
empirico, benchè necessari come nell’ipotesi dello Spirito che si realizza in
molti singoli, siccome però costitui- scono un gruppo solo, non danno luogo
all’opposizione so- pra enunciata tra l’esigenza unitaria dello Spirito che
pro- duce questi elementi, e la moltitudine dei loro gruppi, la quale non
essendo unificata, per la solita ragione, dovreb- be sfuggire alla necessità.
Riman da vedere se il solipsismo non dia luogo a diffi- coltà d’altro genere;
il che, se ci limitiamo alla considera- zione del problema conoscitivo sotto
l’aspetto in cui ci si è presentato fino ad ora, sembra da escludere. | E° ben
certo che tutto quanto io sappia o in qualunque modo io pensi, è incluso nella
mia coscienza, e che un pensiero non soddisfacente a questa condizione, mi è
asso- lutamente impossibile. Accade che io parli con un’altro e che ne riceva
delle informazioni alle quali senza il collo- quio non sarei arrivato. Ma
l’altro con cui parlo e il processo con cui l’’altro m’informa, sono certamente
pensieri miei, altrimenti non saprei nulla nè del processo, nè del sog- getto
con cui parlo. | Dunque non risulta che i nuovi pensieri di cui m’arricchi- sco
siano di fatto, e nel senso attribuito comunemente al ter- DE mine,
informazioni da me ricevute; quello che certamente risulta è che i nuovi
pensieri sono costruiti da me in base: | a quei pensieri miei che sono l’altro
soggetto ed il processo informativo, collegati generalmente con altri pensieri,
dei quali non è dubbio che siano formazioni mie. Concludendo : il solipsismo è,
con lo stesso pensiero vol- gare, in un opposizione molto meno radicale di
quanto sem- bri. Stando al pensiero volgare io conosco un'altro soggetto, €
l’altro soggetto conosce me. Di queste due affermazioni, la prima, sulla quale
non può cadere dubbio, è ammessa dal solipsismo, che non esclude punto l’idea
che io mi formo dell’altro soggetto, ed alla quale si riduce la mia cognizione
di questo. Il solipsismo nega soltanto che l’altro soggetto co- nosca me; ora
su che fondamento posso io attribuine all’altro soggetto una cognizione di me,
dal momento che tale cogni- zione rimanendo chiusa nella coscienza dell’altro
soggetto, rimane a me del tutto estranea? Negando che l’altro soggetto conosca
me, ossia negando al sogget‘o che io penso il carattere di una esistenza non
essenzialmente subordinata a me, sembra che il dire: « io conosco l’altro
soggetto », diventi una frase priva di signifi- cato. Ma in fatto le resta quel
significato che tutti le rico- noscono, cioè di essere l’espressione di un
pensiero mio, e svanisce soltanto quel significato che non si riesce in alcun
modo, nè a comprendere nè a giustificare. Un esempio: passando per istrada
sento uscire da una finestra le grida straziaati di una donna che implora soc-
corso; immagino, che là dentro si stia compiendo un de- litto; si tratta invece
di un’attrice che studia la sua parte; potrebbe anche trattarsi di un fonografo
che riproduce una scena drammatica. sui 93 Su $ 4. — Countinuazione. Anche
restando nel campo conoscitivo non sembra in ogni modo che ogni difficoltà sia
superata. Io per esempio, leg- go un libro che ritengo scritto molti secoli or
sono. Il so- lipsista fa notare che il libro è un pensiero mio e che i pen-
sieri suggeritimi dalla lettura, non essendomi noti che in quanto sono inclusi
nella mia coscienza, io non sono autoriz- zato a riferirli ad altri che a me;
il che richiederebbe che io avessi potuto seguire i pensieri medesimi anche
prima che fossero nella mia coscienza; cosa impossibile. E tut- tavia il valor
di quei pensieri cambia notevolmente, se io mi decido a considerarli come
soltanto miei. Se quei pensieri sono di Cicerone, cioè di un romano vissuto
nell’ultimo se- colo prima di Cristo, hanno, come rivelazione della civiltà
d’allora, una coerenza, un’importanza ed un significato, che perdono del tutto,
se invece sono pensieri unicamente miei, cioè formazioni della mia coscienza,
necessarie sen- za dubbio, ma non più di tante altre alle quali non attribui-
sco valore di sorta. Il solipsista risponderà che il mio riferire quei pensieri
ad un uomo determinato, vissuto in un tempo ed in un luogo determinato e perciò
connessi con altri pensieri pro- pri di quell’uomo, di quel luogo e di quel
tempo, non mi fa uscire da me stesso, perchè le circostanze di persone, luogo,
tempo, non sono considerabili da me-che in quanto sono miei pensieri. Non
sembra vi sia da replicare; tuttavia la difficoltà non è superata; essendo
certo che per il solipsista conseguente, la storia e il pensiero si riducono in
ultimo a delle frivolezze. Costituiscono di certo la sua vita; ma una vita
necessaria- mente chiusa in sè stessa perchè unica, non ammette quei valori,
che tutti noi riconosciamo perchè li riferiamo ad una —- 94 — collettività non
ad alcun uomo isolato. Il che ci mette sulla via, se non di cogliere in fallo
il solipsismo, almeno di solle- vare un dubbio in proposito. Il solipsista per
sviluppare la sua dottrina, deve necessa. riamente supporre che un pensiero, incluso
nella coscienza d’un soggetto, sia escluso dalla coscienza di un'altro. Si può
dubitare, non senza fondamento, che il concepire a questo modo la relazione tra
la coscienza singola ed il pensiero, sia una concezione materialistica del
pensiero. Senza dubbio questo portafoglio, se l’ho in tasca io, non può essere
nella tasca di un’altro; ma pur anche nelle cose materiali, se passiamo dal
considerarne la collocazione a con- siderarne la proprietà in senso giuridico,
l’alternativa di cui sopra svanisce. Tizio e Caio possono essere compro-
prietari di una casa; donde risulta, che se un’incendio distrug- ge la
proprietà di uno dei due, anche la proprietà dell’altro viene distrutta ipso
facto. Una ragione, perchè uno stesso pensiero non possa venire incluso in due
coscienze singole, non è stata mai addotta. Non basta certamente che due ab-
biano uno stesso pensiero perchè ciascuno dei due conosca un tale pensiero
dell’altro. Comunque, fatto sta che una co- munanza parziale di pensiero tra
soggetti è ammessa uni- versalmente ; il fatto stesso che due soggetti possono,
se- condo l’opinione comune, intendersi, prova, non che i sog- getti siano due
e che ci sia un’intendersi, ma che non c'è nulla di assurdo nell’ammettere che
due soggetti pensino entro certi limiti concordemente. Il solipsista può
interpretare solipsisticamente quei fatti che d’ordinario si spiegano col
ricorrere ad una comunanza di pensiero; ma il suo modo di vedere resta
ipotetico non meno del modo di vedere opposto. Vedremo più oltre se la questione,
che oramai ha fatto un passo innanzi, sia esau- ribile mediante altre
considerazioni. CAPITOLO VIII. FORMULAZIONE DEI PROBLEMI FONDAMENTALI $ 1. —
Unità di coscienza. L’unità di coscienza è assolutamente imprescindibile co- me
base della necessità logica estemporanea, ed anche di quella necessità che si
attua nel tempo e che si dice cau- sale, Quanto alla prima è indiscutibile, che
delle opinioni op- poste possono mantenersi e svilupparsi finchè non si pre-
sentino tutte a un medesimo soggetto pensante; questo loro presentarsi è un
collidere che, mettendone in evidenza l'opposizione, rende manifesto come non
tutte abbiano .lo stesso valore. Anche uno stesso uomo può contraddirsi a
condizione che abbia dimenticato, mentre formula un giudi- zio, il giudizio
opposto da lui formulato altra volta; que- st’ultimo giudizio essendo stato
dimenticato, non è incluso in una medesima unità di coscienza con l’altro.
Perchè vi sia una necessità logica, è dunque necessaria una coscienza,
rigorosamente una, e che includa tutto ciò a che si estendo- no le leggi
logiche, vale a dire ogni cosa. E questa coscienza una deve essere tale, da non
dare luogo alla subcoscienza; l'esempio ultimamente addotto essendo una prova,
che l’am- mettere la subcoscienza conduce al medesimo risultato, che
l’escludere l’unità di coscienza. -- 96 — $ 2. — Continuazione. Il medesimo può
dirsi in ordine alla necessità causale, che si riferisce a delle variazioni. Si
abbiano in corso due variazioni riferentisi l’una ad una realtà, l’altra ad
un’altra realtà; le due realtà essendo, supponiamo, non unificate nè
unificabili. Non è in questo caso possibile addurre una ra- gione perchè le due
variazioni debbano modificarsi a vi- cenda, ossia che l’una eserciti una
influenza sull’altra. La cosa cambia d’aspetto, se le due variazioni conside-
rate sono variazioni di due realtà unificate o insomma di una stessa realtà. Se
una delle variazioni supposta sola, fa- cesse acquistare a quella realtà un
determinato carattere, e l’altra, supposta sola, facesse acquistare alla realtà
nello stesso tempo un carattere opposto, evidentemente le due va- riazioni non
si potrebbero realizzare simultaneamente l’una indipendentemente dall'altra;
perchè un tale realizzarsi di entrambe farebbe acquistare alla realtà, nello
stesso tempo, due caratteri opposti. Che sarebbe la realizzazione di un
assurdo. La realizzazione di un assurdo essendo impossibile, bisogna che
ciascuna delle due variazioni divenga, in gra- zia della sua contemporaneità
con l’altra, diversa da quella che sarebbe stata senza dell’altra, per modo che
i caratteri fatti acquistare alla realtà dall’una e dall’altra variazione ri-
sultino sempre compatibili. Così per esempio: se una nave fosse dalla corrente
trascinata nella direzione A B, e dal vento nella direzione A C, la simultanea
realizzazione di questi movimenti, così come si produrrebbero il primo in
grazia della sola corrente, il secondo in grazia del solo ven- to, sarà
impossibile. I due movimenti si modificheranno l’un l’altro, determinando nella
nave un movimento secondo ia risultante. Da quanto si è detto risulta, che le
leggi causali suppon- gono delle variazioni, e che le variazioni medesime siano
va- riazioni di una medesima realtà; non essendo impossibile per esempio che di
due navi, l’una si muova secondo la corren- te, l’altra secondo il vento. Non
pare che vi sia luogo a con- siderare l’unità di coscienza. Ma se la realtà in
questione fosse qualcosa di anche parzialmente estraneo alla coscien- za, non
ci sarebbe ragione di credere, che per la realtà stes- sa l’assurdo, cioè
l'unificazione di due pensieri opposti, co- stituisse un’impossibilità. Se
l’assurdo è qualcosa che dalla realtà non può venir ammesso, poichè senza
dubbio l’as- surdo è applicabile soltanto al pensiero, bisogna concludere che
la realtà stessa è pensiero. Così per esempio noi pos- siamo dire che la
geometria vale per il mondo fisico in quanto sappiamo che il mondo fisico si
estende nello spazio; ma la geometria non ha valore alcuno in ordine alle
nostre passioni perchè le nostre passioni non occupano uno spazio. In breve; le
relazioni causali, essendo fondate sopra la ne- cessità logica, suppongono che
il reale, per cui valgono, sia un pensiero incluso nell’unità della coscienza,
la necessità logica non avendo significato che per un tale pensiero. $ 3. —
Unità e moltiplicità della coscienza. Tra tutte le dottrine filosofiche il
solipsismo ha cer- tamente il grande vantaggio di somministrare una conce-
zione chiara e precisa dell’unità di coscienza: la coscien- za non può non
essere una dal momento che è unica. Ma se noi ammettiamo, a qual si voglia
titolo e’ sotto qualsiasi a- spetto, una molteplicità di soggetti, sorge il
problema come si possa parlare di coscienza una, quando si ammettono tan- 7 te
coscienze distinte quanti sono i soggetti. La soluzione che di questo problema
ci presenta la dottrina dello Spirito, ab- biamo già visto non essere nè in
tutto chiara, nè in tutto sod- disfacente. Ammettiam pure che ogni soggetto sia
riducibile al me- desimo Spirito associato con diversi gruppi di determina-
zioni. Se lo Spirito fosse, in tutto e per tutto, il pensante in ogni soggetto,
non si vede che funzione resti alle deter- minazioni per cui un singolo
differisce da un altro. Ancora : ‘ciascun di noi essendo lo Spirito,
dovrebb’essere consape- vole di questa identità con gli altri; ciò che non è.
Siano quante si vogliano le ragioni, con cui si pretende aver dimo- strata la
medesimezza. del pensante nei soggetti singoli; noi, anche se non sappiamo
rispondere a quelle ragioni, ad ogni modo non viviamo la detta medesimezza, e
il solo sup- porla ci fa l'impressione d'un paradosso: come mai son tutt'uno
con l'altro, col quale non riesco a mettermi d’ac- cordo? E se la medesimezza è
condizione sine qua non del mio conoscere, come mai posso conoscere
senz’'accorgermi della medesimezza, ed anzi escludendola ? Contro i tentativi
che si fanno per mantenere la moltepli- cità dei soggetti o delle coscienze,
viene opposto che i molti soggetti sono soltanto empirici, perchè la necessità
è univer- sale, ossia non è qualcosa per cui un soggetto differisca da un
altro. Ora che l’empiria possa e debba valere in ordine alla vita vissuta, non
è dubbio. Ma la vita in quanto è vis- suta non è la filosofia, la quale ha per
iscopo di compren- dere la vita e non di viverla. Dobbiamo rispondere a questa
obbiezione. ‘Perciò notiamo: in primo luogo, che il soggetto singolo non è
estraneo al pensiero necessario, anzi è, secondo la dottrina dello Spirito, il
vero conoscitore della necessità, per- — 99 — chè lo Spirito non si attua che
nei soggetti singoli. D’altron- de : se il pensiero necessario è universale, in
questo senso» che nessun soggetto può negarlo senza disorganizzare se stesso,
non è peraltro universale nel senso che ogni soggetto lo conosca nello stesso
modo di un’altro. L’ignorante non si occupa dei problemi che andiamo discutendo
ed anzi non ii comprende, benchè anch’egli si valga della necessità logica
nella risoluzione dei problemi che gli si presentano. Dun- que i soggetti sono
molti anche in ordine alla conoscenza che hanno del pensiero necessario, che si
riconosce diversa dall’uno all’altro. Inoltre: sta bene dire che la filosofia
non è senz'altro identificabile con la vita vissuta, e non si 0c- cupa delle
contingenze particolari a questa. Ma una filosofia che prescindesse dalla vita
vissuta, e che dunque non potes- se mettere in chiaro le condizioni perchè una
tale vita pos- sa essere vissuta, mancherebbe al suo fine. Infatti : se,
malgrado la costruzione filosofica, la vita vis- suta rimanesse qualcosa d’'incomprensibile,
anzi qualche cosa che sotto il punto di vista filosofico si dovesse dire
impossi- bile, il pensiero di ciascuno si troverebbe scisso in una dua- lità
irriducibile all’unità. La filosofia costruita non sarebbe che la sistemazione
di un pensiero astratto; e non si vede che valore potrebbe attribuirsi ad una
tale sistemazione, dal momento che, malgrado essa e di fronte ad essa, la
moltepli- cità empirica non sarebbe nè sistemata nè sistemabile. Mentre poi è
troppo evidente, che tra il pensiero necessa- rio e l’esperienza corrono molte
relazioni. L’esperienza trova nel pensiero necessario le sue leggi all’infuori
delle quali sarebbe impossibile; senza spazio, senza tempo, sen- za categorie,
o almeno senza causalità, non è possibile alcuna esperienza. Correlativamente,
il processo, a cui ri- corre ogni soggetto per innalzarsi al pensiero
necessario, ng n i nn] è costituito, non diciamo in tutto e soltanto, ma per
certi fattori che gli sono imprescindibili, dall’esperienza. Per esempio : io non
arriverei a costruire l’aritmetica se non avessi l’attitudine a contare; ma il
contare implica, da una parte una molteplicità numerabile certamente sperimen-
‘tale, dall’altra, il processo mio del contare, ossia un certo mio compiere
degli atti succedentisi nel tempo. Abbiam detto bensì or ora, che il pensiero
necessario non è riducibile per intiero a quell’esperienza, mediante la qua- le
noi vi ci solleviamo; se così fosse, il pensiero necessario non ci sarebbe. Ma
l’elemento, che si-aggiunge all’esperien- za, si risolve nell’unità del
soggetto singolo, unità che alla sua volta implica l’unità universale. Io
riconosco nel mio pensare un fondamento necessario in quanto esso mio pen-
sare, come unificato nella mia coscienza, non tollera nessuna contrarietà intrinseca;
e riconosco d’altra parte che la mia u- nità implica una più profonda unità
universale, perchè so che le opposizioni escluse dal mio in grazia al suo
essere unificato in me, sono escluse anche dal pensare di ogni al- tro singolo.
Concludendo; noi dobbiamo assumere insieme così l’unità universale come la
molteplicità in ‘ordine al pensiero. Rico- nosciamo la prima in quanto non ci
appaghiamo di una mol- teplicità sparpagliata, e riconosciamo la seconda in
quanto esigiamo che l’elemento unificatore compia, in ordine alla esperienza,
la sua funzione unificatrice. Con questo i due problemi dell’unità e della
molteplicità non sono risoluti, ed anzi dai due ne sorge un terzo, come cioè si
possano conci- liare unità e molteplicità. li aa $ 4. — La subcoscienza. La
subcoscienza non è molto facilmente concepibile; si può nondimeno riconoscerla
con certezza come un costi- tutivo essenziale del pensiero in quanto è
accentrato in una moltitudine di soggetti singoli. Accenniamo rapidamente i
fatti che provano il nostro asserto, e che nel loro insieme servono a
determinare la nozione di subcoscienza. Ogni singolo dimentica; evidentemente
perchè limitato, cioè incapace di avere presente sempre un troppo gran nu- mero
di pensieri distinti. Ma il pensiero dimenticato è gene- ralmente ricordabile;
non è dunque svanito con la dimenti- canza. Ìl pensiero di cui posso ricordarmi
è, fin quando non lo ricordi, caduto in una subcoscienza che mi è particolare;
perchè io soltanto posso ricordarmi di ciò che ho pensato (1). Abbiam già
rilevato, che il ricordo non può essere un fatto nuovo, quanto si voglia simile
al pensiero precedente; 10 posso leggere un libro senza ricordarmi d’averlo già
letto. E che, senza il ricordo, il pensiero attuale non sarebbe generalmente
possibile, o sarebbe in ogni caso diversissimo da quello che è. Per
accertarsene basti riflettere che il nostro pensare non acquista una precisa
determinazione, se non è asso- ciato con la parola; noi se anche non parliamo
con altri, dobbiamo, se vogliamo pensare in modo preciso, espri- (1) Fu merito
particolare a Leibniz l’avere introdotta con gran- de chiarezza e dimostrato
perentoriamente che la subcoscienza è un costitutivo essenziale ad ogni
singolo, cioè per adottare il suo linguaggio, ad ogni monade; mentre anzi le
monadi affatto sub- conscie sono in numero di gran lunga maggiore. Cfr. $ 1. e
2. del cap. V. -— 102 — mere verbalmente il nostro pensiero a noi stessi. Evi-
dentemente le parole, che associamo col nostro pensiero per determinarlo,
devono essere significative; ma pensare attualmente il significato di una
parola, significa pensare at- tualmente la definizione della parola, e noi
attualmente non pensiamo quasi mai, nell’uso che facciamo delle parole, tali
definizioni. Possiamo bensì richiamarle all’occorrenza; ma di regola non le
pensiamo, e non potremmo pensarle senza turbare il processo che stiamo
svolgendo. Si conclude, che i significati delle parole associate col nostro
pensiero, sono bensì elementi essenziali al nostro pensiero, ma elementi non
attualmente pensati, cioè subconsci. Oltre alla subcoscienza inerente a ciascun
soggetto singolo, .ne dobbiamo prendere in considerazione un’altra: per ogni
singolo il pensiero dell’altro è in molti casi un pensiero sub- conscio.
Consideriamo due che discutono insieme : ciascu- no ha un pensiero attuale
integrato come dicevamo da ele- menti subconsci. Ciascuno però, quantunque
riconosca, € cioè pensi attualmente, qualcosa dell’altrui pensare attuale,
riconosce insieme, che questo qualcosa non esaurisce il pen- sare attuale
dell’altro. Insomma: ciascuno dei due, rispetto al pensare dell’altro, è in una
situazione simile a quella in cui è di fronte al suo stesso pensare se questo è
troppo com- plicato per poter essere tutto presente. Supponiamo per e- sempio
che io voglia recitare i primi cinque canti della Divi- na Commedia che ho
imparati a memoria; questo mio pen- siero è per la massima parte subcosciente e
va poco alla volta risalendo alla coscienza. Vi è qualcosa di simile nella -
mia posizione di fronte al pensiero altrui, del quale mi vado rendendo
consapevole un po’ alla volta e sempre imperfet- tamente. Il processo con cui
me ne rendo consapevole non è un ricordare; ma gli è paragonabile in questo
senso, che -- 103 — io so ci andare estendendo la mia cescienza in un campo
‘che attualmente appartiene ad una coscienza distinta dalla mia, e che può
appunto per ciò essere assimilato anche dalla mia. $ 5. — Inammissibilità della
subcoscienza. Così risulta provato, che la subcoscienza è ineliminabile, dato
che i soggetti sian molti e che ciascuno sia limitato. Ma d’altra’ parte non si
può non riconoscere che la subcoscienza quantunque ineliminabile non è
ammissibile. Un’uomo che sia in atto di pensare, si può trovare, almeno per
quanto pare a primo aspetto, in due condizioni diverse : di contemplazione la
prima, e di azione la seconda. Noi pos- siamo aver presente un'immagine
sensibile oppure un'idea : l'immagine o l’idea sono contemplate in quanto ci
limitiamo ad averle presenti nella coscienza. La contemplazione differisce
dall’azione della quale par- leremo poi; è una condizione di passività. Può
darsi, anzi è sempre il caso, che per proseguire od anche per incominciare la
contemplazione si richieda un’azione : attendere all’imma- gine o all’idea,
eliminare le sensazioni che ce ne distoglie- rebbero; ma tale azione benchè
necessaria perchè si contem- pli, non è per altro un costitutivo della
contemplazione. Non tutte le idee sono immagini sensibili; per esempio non sono
immagini le idee di causa, di virtù, di vizio ecc. In. che cosa consistano
queste idee, dovremo brevemente inda- gare; notiamo intanto che, nei giudizi
generali, d’ordinario Soggetto e predicato sono idee non riducibili ad
immagini, e che le immagini propriamente dette, perchè si possano intro- durre
in un giudizio, devono prima essere convertite in idee. — 104 — pi | Infatti :
è chiaro che in un giudizio non è possibile intrpdurre, nemmeno come soggetta,
un corpo considerato nella sua con- cretezza; e ciò perchè il corpo è qualcosa
di eterogeneo a quella formazione mentale a cui si riduce il giudizio. Per la
ragione medesima neanche una sensazione, semblice © associata con altre, può
come tale venire introdotta. in un giudizio; e quel che diciamo di una
sensazione si deve _dire anche dell'immagine sensibile. i i Quest’impossibilità
d'introdurre nel giudizio l’immagine, rimase a lungo inavvertita, e a molti
sembra un paradosso, stante il nesso molto stretto tra un’immagine sensibile e
l’idea di quest'immagine. Ma è dimostrata, per dt an- che dal modo con cui ora
procedono i geometri. Euclide affer- ma, che due rette non possono avere in
comune più di un punto; un tal giudizio sembra inferito dalle due idee imma-
gini di retta e di punto. Ma la geometria moderna procede in un altro modo;
dirà per esempio : esistono degli enti spaziali che si dicono rette ed altri
che si dicono punti, caratterizzati gli uni e gli’ altri da certe proposizioni
che li collegano, delle quali una è .a riferita, cioè che due rette non possono
avere in comune più — di un punto. Questa proposizione però non ha il medesimo
senso presso i moderni e presso Euclide, perchè secondo Eu- clide ha un valore
intuitivo, cioè si ricava dalle idée im- magini di retta e di punto; mentre
secondo i moderni ha un valore di definizione, ossia è una di quelle
proposizioni che i geometri assumono per formarsi, di retta e di punto, delle
idee ben precise. E’ certo, che, al procedimento costruttivo di queste idee, le
immagini di punto e di retta non-rimasero estranee; ma è non meno certo che le
idee ottenute come si disse, non hanno più in sè alcun elemento
rappresentativo. E questa loro purezza è appunto ciò che rende rigoroso il ra-
— 105 — ziocinio geometrico; l'evidenza che si fonda sulle immagini, essendo
illusoria, perchè l’immagine come tale non è in- troducibile nè in un giudizio
nè in un ragionamento. Quando l’idea non è assolutamente riducibile ad
immagine, il nostro contemplarla non può esser altro in sostanza che un’aver
presente il nome o il simbolo qualsiasi, che la denoia. Ma si è visto che,
propriamente parlando, nessun’idea è riducibile ad immagine; dunque la
contemplazione avrebbe in ogni caso per oggetto un semplice nome (0 altro
simbolo); questa è appunto l’opinione dei nominalisti, tra i quali, per tacere
di più antichi, ricorderemo il Berkeley (1). E’ trop- po evidente che la
semplice coscienza di un nome non può essere un fondamento sufficiente al
giudizio ed al ragio- namento; il nome dev’essere inseparabilmente associato
con qualcosa che ne determini con precisione il significato. Che sarà questo
qualcosa ? Richiamiamoci al cenno fatto poco sopra del modo con cui ora si
determinano le idee geometriche : noi abbiamo l’idea di punto e di retta, in
quanto stabiliamo tra punto e retta, certe relazioni, una delle quali espressa
nel giudizio riferito (due rette non possono avere in comune più di un punto).
(1) Il nominalismo sorse, per opera di Roscellino (1087) e di Pietro Abelardo,
dal dibattuto problema degli universali. I generi e le specie non sono che
flatus vocis o sermo, contrariamente a ciò che affermano i realisti. Più tardi
verso la prima metà del XIV secolo la teoria dei sermones si ripresentò
nuovamente rie- laborata nel terminismo di Guglielmo d’Occam che giungeva al-
l’affermazione dell’illusorietà della scienza poichè l’oggetto di que- sta era
l’universale cioè un puro segno. Nel pensiero moderno si ricollega al
terminismo dell’Occam, Tommaso Hobbes per il qua- le il fine della scienza e
quindi del pensiero si riduce in ultima analisi ad un processo assolutamente
soggettivo :. alla concordanza delie nostre rappresentazioni. (E. C.). -— 106 —
Vale a dire, l'esserci delle idee va cercato fuori della con- templazione, e
propriamente in un processo attivo espresso con giudizi e con ragionamenti. Il
nome ha un significato, e quindi è simbolo di un’idea in quanto serve a
collegare certi giudizi, che appunto per essere collegati sono anche
ricordabili quando sia neces- sario pensare in modo chiaro ed esplicito i
significati dei nomi. Riassumendo: mentre secondo Platone il principale mo-
mento conoscitivo era la presenza dell’idea o la sua con- templazione, il
giudizio ed il ragionamento essendo resi pos- sibili da tale presenza
dell’idea; dalle riflessioni precedenti risulta, che il vero momento
conoscitivo consiste nell’atti- vità che il soggetto estrinseca giudicando e
ragionando. La dottrina platonica era conciliabile con la subcoscienza, ed in
qualche modo la spiegava; l’idea era un’entità che po- teva essere o non essere
nella coscienza, ed il suo presen- tarsi nella coscienza veniva concepito come
un ricordarla ; dell’idea eravamo consci nel primo caso e subconsci nel
secondo. Ma secondo il modo di vedere suesposto non è l’idea che rende
possibili i giudizi; al contrario sono i giu- dizi che rendono possibili 0
costituiscono le idee. Ora il giu- dizio ed il ragionamento sono
estrinsecazioni di un'attività necessariamente consapevole. Secondo il modo
nuovo d’in- tendere, di cui la stessa esposizione dimostra la superiorità, il
pensiero subconscio non è ammissibile. Il pensiero non esiste che in quanto si
pensa; e pensare senza saper di pen- sare non è possibile. Questo paragrafo ed
il precedente sono tra loro in con- traddizione, il che ci costringe a cercare
in che modo la contraddizione si possa eliminare. a 0 $ 6. — La dottrina dell'essere
ideale di Rosmini. La dottrina di Platone, della quale si è dato un rapido
cenno, fu profondamente rielaborata dal Rosmini (1), il quale riconobbe che
tutte le idee, con una sola eccezione, si co- struiscono mediante giudizi.
L'eccezione, che a lui parve do- versi fare, coricerne l’idea dell’essere
indeterminatissimo. Quest’idea va eccettuata, perchè, dice il Rosmini, nessun
giudizio è possibile senza la copula che in ultimo si può ridurre al verbo è,
implicante l’idea dell’essere. Ma la copula indica una relazione d’inerenza tra
il predi- cato ed il soggetta; e questa relazione non implica necessa- riamente
una forma di esistenza. Sia per esempio il giudi- zio : l’assurdo è
impensabile. Con questo giudizio noi espri- miamo semplicemente che il tentativo
di aderire ad un as- surdo, per esempio di assentire a due giudizi opposti, è
tale che l’attività nostra di pensanti ne viene, relativamente al campo a cui
si riferisce l’assurdo, disorganizzata. Sicchè il tentativo di accogliere
l’assurdo, mette capo non a un pen- siero, bensì alla eliminazione del
pensiero. E’ certo che il nostro riferire implica la nostra esistenza, perchè
noi se non esistessimo non potremmo fare alcun’o- perazione ; la nostra
esistenza per altro, quantunque sia con- dizione del nostro riferire, non è un
costitutivo di esso rife- rire; così per esempio nel teorema di Pitagora è
asserita una certa relazione tra i lati del triangolo rettangolo, non
l’esistenza di un geometra. ——————_—_—_4 (1) Cfr. Antonio Rosmini: Nuovo saggio
sull’origine delle idee e Sistema filosofico. (E. C.). = 108: Dunque non è
dubbio, che i primi giudizi di riferimento sono possibili all’infuori dell’idea
di essere; e che per con- seguenza la costruzione per mezzo di giudizi di tutte
le idee, comprese quella di essere, non è più negabile malgrado l'opinione
contraria del Rosmini. Il quale del resto, con l’a- ver dimostrato la
costruibilità di tutte le altre idee, contribuì non poco a stabilire quella che
possiamo considerare come la dottrina certa in proposito. CAPITOLO IX. VERITÀ E
CERTEZZA $ 1. — Verità. Si dice vero un giudizio quando il carattere che vi è
attri- buito al soggetto come suo predicato, appartiene realmen- te al
soggetto. Questa è la nozione comune coincidente: con la definizione scolastica
« Veritas est adequatio rei et intellectus ». In un grandissimo numero di casi,
questa no- zione ha un valore indiscutibile. Sia per esempio il giudizio :
quest’anello è d’oro. Tra i caratteri dell’oro vi è quello di non essere
attaccabile dall’acido nitrico. L’anello viene stro- picciato sulla pietra di
paragone; la traccia che vi lascia viene bagnata con acido nitrico; se rimane
inalterata il giudizio è vero. Similmente : un racconto storico è vera se tutte
le fonti concordano in proposito, se non altro, quanto al punto più
caratteristico. Per queste ragioni per esempio il giudizio: « Annibale vinse la
battaglia di Canne » è indiscutibilmente VETO. o Ma non sempre un giudizio è
verificabile nei detti modi 9 in altri analoghi. Le proposizioni geometriche
sfuggono ad ogni verificazione sperimentale. Noi o le postuliamo, oppu- re le
deduciamo da qualche postulato. Nel primo caso, il dirle vere non può essere
che un modo convenzionale per Indicare che le assumiamo come fondamenti per le
dimo- — 110 — strazioni successive. L’assumerle non è che un’atto nostro,
suggerito forse dall’esperienza, ma non verificabile per mezzo dell'esperienza
come abbiamo notato. Nel secondo la proposizione si dice vera per indicare che
la dimostra- zione con cui fu dedotta, è criticamente inattaccabile; la verità
in questo casa non è che una espressione della cer- tezza della quale sarà
detto in seguito. | | Ma vi sono delle proposizioni, che non sono ricavabili
dall’esperienza, nè deducibili, e che tuttavia sono da tutti considerate come
vere. Tali sono per esempio i giudizi sin- tetici a priori di Kant come sarebbe
questo: « non vi è fatto che accada fuori di ogni connessione causale ». La
possibilità di verificare sperimentalmente un tale giudizio, è da escludere;
l’esperienza non potendosi estendere alla totalità dei fatti. E non è possibile
dare del giudizio una di- mostrazione deduttiva; basti ricordare la critica di
Hume già riferita. Carattere proprio di questo giudizio e degli altri analoghi
è la sua imprescindibilità. Vale a dire noi, se non lo am- mettessimo, vedremmo
degenerare in un caos tutte le no- stre nozioni sull’accadere, intorno al quale
per conseguen- za non potremmo formulare alcun giudizio. In sostanza, il
‘giudizio è vero perchè non ci è possibile rinunziarvi, ossia perchè siamo
certi della sua validità. Anche in questo caso la verità si riconduce alla
certezza. | E’ facile vedere che per gli stessi giudizi verificabili, di cui si
è parlato poco sopra, bisogna in ultimo presupporre questa riduzione; per
esempio, la verificazione del giudi- . zio: quest’anello è d’oro, implica un
processo induttivo. Essendosi già verificato in moltissimi casi, e da
moltissimi sperimentatori, che l’oro non fu mai attaccato dall’acido ni- trico,
si conclude per induzione che in nessun caso l’oro — lil — non sarà attaccato
dall’acido nitrico. Riman da sapere in che senso possa dirsi vero un giudizio
fondato sull’induzione. Che noi abbiamo delle aspettazioni, è un fatto; ed è
anche un fatto che di queste aspettazioni alcune sono smentite altre no. La
possibilità che certe nostre aspettazioni coincidano con certe leggi della
realtà non è da escludere; ma poichè non tutte le aspettazioni si verificano,
sorge il problema del ‘ come si possano distinguere le aspettazioni della prima
classe da quelle della seconda. Il criterio distintivo non può essere che
questo: quando il supporre fallace un’aspettazione ci toglie la possibilità di
ulteriormente orientarci nei fatti di un cert’ordine, allora noi ci teniamo
certi che quell’aspetta- zione coincide con una legge della realtà. Questa
coincidenza, che sarebbe, secondo le prime osservazioni da cui siamo par- titi,
la verità, in quanto è induttivamente fondata è una certezza. La nozione di
verità viene così ricondotta per intiero a quella di certezza. $ 2. — La
certezza. Che significa il giudizio : io sono certo della tale o della tal
altra cosa? Prescindiamo dall’uomo volgare, nel quale talvolta l’ag- gettivo —
certo — è adoperata per esprimere l'incertezza; quando cioè noi ci diciamo
certi per esprimere che ripu- gnamo ad ammettere la possibilità di ingannarci,
e tuttavia non escludiamo assolutamente questa possibilità, nel qual caso
diremmo non: « sono certo » ma « 30 ». Nell’accezione più rigorosa noi diciamo
di essere certi, per esprimere che non ci è possibile pensare diversamente. —
112 — Ma questa medesima impossibilità esige un'ulteriore inter- pretazione. |
Un uomo che volesse in ogni modo assentire a due giu- dizi opposti verrebbe con
ciò a disorganizzare il proprio pen- siero in ordine ad un qualsiasi argomento
a cui si riferissero i detti giudizi. E’ chiaro per esempio che se io mi
ostinassi a voler assentire ai due giudizi: quest’anello è d’oro, e
quest’anello è d’ottone dorato, non potrei più intorno a quel- l’anello
formarmi alcun pensiero non caotico, venire ad un qualsiasi risultato. Sicchè
se fosse possibile ad un uomo di compiere il detto sforzo in ordine a tutti i
giudizi opposti possibili, quell'uomo avrebbe cessato di esistere come essere
conoscente. Quella certezza di cui ora si è parlato è dunque un'’esi- genza
intrinseca della conoscenza come tale, che va ben di- stinta dall’esigenza del
soggetto conoscente in quanto è an- che sensitivo. Un uomo prova una grande
ripugnanza ad abbandonare un'opinione che abbia fino dall’infanzia ritenuta valida;
ma questa ripugnanza, a qualunque segno arrivi, si riferisce a lui come dotato
di sentimento, non come soggetta conoscen- te; l'abbandono dell'opinione gli
sarà doloroso ma non costi- tuisce la piena disorganizzazione del suo pensare.
| Con tutto ciò la certezza non manca di presentare delle difficoltà sulle
quali dobbiamo trattenerci. E’ chiaro intanto che la certezza rigorosa, di cui
parliamo e che abbiamo carat- terizzata, non esiste se non a condizione di
essere universale; si fonda infatti, come notavamo, su di un’esigenza della co-
gnizione come tale, o diciamo del soggetto in quanto cono- scente; ora la
Cognizione se anche soltanto mia in questo mo- mento, è comunicabile ad ogni
soggetto, ed è per conseguen- za universale. — dig D'altra parte si osserva non
di rado, che due uomini sono ugualmente certi l’uno e l’altro ma in sensi
contrari; nessu- no dei due può, senza disorganizzare il suo pensiero, am-
mettere che il pensiero dell’altro non sia disorganizzato. La difficoltà si
risolve notando che non sempre l’uomo si rende un conto esplicito di tutto il
suo pensiero. Donde viene, che due ricavino rispettivamente le loro con-
clusioni da premesse ritenute identiche, senza esser tali; espresse con la
medesima formula, che tuttavia è intesa da entrambi con qualche diversità della
quale nessuno si rende un conto esplicito. . Concludendo, la certezza, in
quanto ha il suo fondamento nell’unità particolare del soggetto singolo, si
riferisce alla di- pendenza delle mie conclusioni dalle premesse intese come io
le intendo; e può non essere assoluta o diciamo univer- sale, se io non sono
certo altresì di intendere le premesse nel senso in cui vanno intese. Per avere
questa seconda certezza, io devo eliminare dalle premesse ogni sottinteso, Cioè
ogni elemento subconscio. Il problema della certezza si riduce dunque alla
elimina- zione del subconscio. Noi sappiamo che la subcoscienza è un
costitutivo essenziale del singolo; ma qui si tratta di tra- sformare in
coscienza esplicita, non tutta la subcoscienza, ma quel tanto di subcoscienza o
di sottinteso, da cui fos:e af- fetta l'intelligenza delle premesse di un
ragionamento. Anche ridotta in questi limiti, l'eliminazione della subco-
scienza presenta non poche difficoltà. Conviene per altro distinguere la
questione di principio dalla questione di fatto. In linea di fatto la
difficoltà può sembrare insuperabile in certi casi. Per esempio: se rifacendo
cento volte la mede- sima somma ottenessi ogni volta un diverso risultato, non
potrei accertarmi se uno dei risultati ottenuti sia esatto, e quale. 8 e e i I
PE E PI — 114 — - Ma in linea di principio, la difficoltà è superata. -Ogni
sin- golo è incluso in una superiore unità di coscienza, la quale non avendo in
sè nulla di subconscio è capace di una cer- tezza assoluta. Per giungere
anch'egli a una certezza asso- luta il singolo ha davanti a sè aperta una via
sicura: iden- tificare un suo pensiero determinato con la forma che que- sto
pensiero assumerebbe nella coscienza universale. & 3. — Certezza e verità.
Il criterio della verità si riduce alla certezza, non essen- done possibile un
altro come si è visto nel $ primo. La proposizione, di cui siamo certi, viene
appunto per ciò designata come vera. Questa designazione significa la coin-
cidenza tra ciò che la proposizione dice, e ciò che di fatto esiste; affinchè
la definizione della verità, mediante la cer- tezza, non sia priva di senso,
noi dobbiamo far vedere che la detta coincidenza è possibile; ossia che gli
elementi con-. siderati sono due. | . Si opporrà (cofr. il $ 1), che nessun
uomo può saper nulla del reale all’infuori del giudizio ch'egli ne forma.
Questo è vero; ma tuttavia la realtà non è tuttuno col giu- dizio che un
singolo se’ ne forma, perchè molti singoli pos- sono formare giudizi opposti di
una medesima realtà. La real- tà e il giudizio sono dunque due elementi, che
possono coin- cidere o no; e quindi la verità del giudizio non è un’espres-
sione priva i significato. | | Riman da vedere come sia conoscibile. Sarebbe
indiscuti- bilmente conoscibile da chi potesse identificare il proprio pensiero
di quella realtà col pensiero Divino della medesima realtà; perchè il pensiero
Divino di una realtà è tuttuno con la realtà medesima. — 115 — Ebbene :
discorrendo in linea di principio, e senza per ora occuparci del fatto, a
l’uomo è certamente possibile (cfr. il $ 2) non di giungere all’identificazione
assoluta del pro- prio pensiero col Divino, ma di formarsi un pensiero, che, in
ordine ad un pensiero Divino, riproduca i caratteri es- senziali di questo;
all’infuori, s'intende, del carattere crea- tivo. Noi conosciamo la verità
quando riusciamo a confor- mare, nel modo indicato, il pensiero nostro col
pensiero Divino. In linea di fatto, l’ottenere tale conformazione può essere
difficile, ma non impossibile; perchè d’impossibilità non è lecito parlare che
in linea di principio. Ciascun uomo ha dei preconcetti; alcuni dei quali di
ori- gine soggettiva, cioè dovuti a lui, altri d’origine collettiva cioè dovuti
alla convivenza. Una riflessione accurata, e una scepsi appoggiata sul criterio
della certezza, può rilevare que- sti ed eliminarli. Al che riesce di grande
giovamento il con- fronto tra il proprio e l’altrui pensiero; tra il pensiero
ela- borato in una convivenza e quello elaborato in altre convi- venze. Il preconcetto,
cioè il pensiero non giustificato, è pos- sibile in quanto ciascun uomo è
un’essere spontaneo, sempre un po’ capriccioso. Ma precisamente perchè
riferibile in ui- timo al capriccio, il preconcetto è particolare; lo scoprirlo
è dunque tanto più facile, quanto più esteso è il paragone di cui or ora si è
detto. Una verità fondamentale, nota con certezza, è un costi- tutivo
essenziale dell’uomo. Ed è il fondamento, su cui l’e- difizio del sapere può
essere, con fatica e non senza perdi- tempi, costruito in modo sempre più
soddisfacente. TT e ent ta» __—@m———@ — —— rr e Digitized by Google CAPITOLO X.
IL TEMPO, LA CAUSALITÀ E L’ACCADERE $ 1. — Il tempo e il pensiero. Secondo la
dottrina di Kant, già esposta in moda somma- rio e che riassumiamo, il tempo è una
intuizione a priori. Ma possiamo certamente considerarlo come un costitutivo
del | pensiero umano; abbiamo infatti sul tempo delle cognizioni su cui si può
ragionare. L’essergli essenziale un’intuizione sui generis non costituisce in
proposito una difficoltà, perchè anche le sensazioni che pur sono essenziali a
tante nostre cognizioni, sono in un certo senso intuizioni. Sempre secondo la
dottrina di Kant, il tempo non è reale ossia non esiste che in quanto noi ce ne
valiamo in tutto 1l nostro pensiero ed insomma lo pensiamo. Con questa forma
noi falsificheremmo la realtà. Ora: mentre non si può ne- gare che il tempo è
ideale nel senso testè dichiarato, d’al- tra parte non si può ammettere che il
tempo sia una forma falsificatrice della realtà. Il pensiero non detterebbe
leggi al- la realtà, se la realtà non fosse riducibile a pensiero essa stessa.
In altri termini: lo Spirito, in quanto attua il pen- siero, non si trova di
fronte una realtà; ma questa è alla sua volta un’attuazione del pensiero, non distinguibile
dal pén- siero che per via di astrazione. — 118 — Riunendo queste riflessioni
si conclude, che lo Spirito crea insieme la realtà e il pensiero; più
esattamente : crea qual- cosa, che si può considerar come pensiero sotto un
aspetto e come realtà sotto un altro. Donde si conclude che il tem- po,
essenzialrnente inerente al pensiero, è altresì e appunto perciò, inerente
anche alla realtà. Kant aveva ragione di escludere che il tempo fosse in sè
stesso una ‘realtà o un carattere della realtà in se stessa, ima si ingannava
nel cre- dere ad una realtà fuori del pensiero; la sua dottrina, corret- ta su
questo punto, è conciliabile con la nostra che nel tem- po riconosce un
costitutivo della realtà. $ 2. — Il tempo e l’accadere. Il tempo non è
qualcosa, che in qualunque modo sussista all’infuori dell’accadere. L’accadere
implica necessariamen- te qualche novità ; perchè, se tutto rimanesse
perpetuamente nelle medesime condizioni, evidentemente non accadrebbe nuHa. Le
novità possono ridursi : 1. all’apparire o allo svanire di un essere; 2.
all’apparire o allo svanire di alcun carattere di un essere; in questo secondo
caso abbiamo la variazione di un essere. Siccome tutto quanto esiste
costituisce, in quanto esiste, un’unità, ossia l’unità del pensiero, possiamo
considerare ogni accadere come un variare della detta unità, la quale di certo
non può nè svanire nè prodursi. | Se non ci fosse un accadere non ci sarebbe
neanche il tempo. Infatti se non ci fosse un accadere non ci sarebbero
variazioni di sorta, e non si potrebbe dire : l’unità integrale o una qualsiasi
unità limitata è ora diversa da quello che era — 119 — prima; non ci sarebbe
luogo alla considerazione del prima e del poi, cioè alla considerazione
temporanea. Il che riesce a conferma di quanto notavamo poco sopra : il tempo
non è una realtà per sè stante, o un carattere per sè stante della realtà; il
tempo ha un'esistenza inseparabile dal realizzarsi dell’accadere. ‘ $3.— La
causalità come categoria, In proposito sono da ripetere le considerazioni esposte
nel $ 1. Non ammettendo che accadano dei fatti Kant escludeva necessariamente
che vi fossero delle cause; la causalità è una categoria, cioè una legge a
priori lel pensiero applicabile soltanto ai fenomeni, vale a dire o ciò che
forma oggetto e contenuto del nostro pensiero. Dalle considerazioni testè ac-
cennate, e che riesce facile applicare al nuovo argomento, appare che in questa
dottrina di Kant è formulata una ve- rità importante anzi fondamentale; ma che
dev'essere cor- retta nel senso, che di fronte al pensiero non sussiste una
realtà che ne venga falsificata, mentre anzi la realtà è lo stesso pensiero
considerato nella totalità delle sue relazioni. Si comprende così che la
causalità, mentre sotto un aspet- to va considerata come una legge del
pensiero, sotto un al- tro aspetto va pur considerata come una legge della
realtà; della realtà, s’intende, in quanto variabile; se per ipotesi | la
realtà fosse invariabile assolutamente non ammetterebbe delle cause. Per
conseguenza le cause non sono che leggi dell’acca- dere. Questo risultato non è
in pieno accordo con la nozione più comune di causa ; nozione che implica
sempre, per quanto in modo impreciso, la transitività, (cfr. $ 5, cap. IV),
men- tre finora non fu possibile precisare con chiarezza |che cosa ci sia di
transitivo nelle cause. Nelle scienze fisiche, in cui la nozione di causa
ricevette la determinazione più pre- cisa e l’applicazione più sicura, il
termine stesso di causa venne abbandonato per sostituirvi quello di legge
(formulata in generale matematicamente). Noi dunque siamo autorizzati a
risolvere la causa in legge; fin quando almeno lo studio. che intraprendiama ci
dia occasione di introdurvi un'altro elemento (forse una specie di
transitività). $ 4. — Da che dipende l’accadere. Sembra evidente alla prima,
che l’accadere non possa di- pendere da nient’altro che dalle cause, di cui
appunto per ciò lo si dice un’effetto. Ma in contrario è da notare, che la
causa essendo, come finora dobbiamo ammettere, una legge dell’accadere, sup- pone
l’accadere di cui è legge. Vale a dire: se non ci fosse un accadere in corso,
non ci sarebbe nessuna causa, e quindi nessun accadere si produrrebbe. Il che
non esclu- de, che le variazioni siano essenzialmente collegate fra di loro da
cause che le determinano; ma esclude che i col- legamenti e le determinazioni
siano concepibili all’infuori di un accadere in corso. L’esserci di un accadere
in corso è una condizione perchè ci siano delle cause che poi deter- minano
alla loro volta un accadere nuovo; ma l’esserci di un accadere in corso non è
spiegabile per mezzo della causalità. Insomma: perchè si realizzi un accadere
causalmente connesso, è condizione sine qua non, che si realizzino delle — 121
— variazioni causalmente non determinate, che diremo spon- tanee. A questa
condizione daremo il nome di principio dell’accadere. Il principio non è da
confondere con il co- minciamento ; perchè si richiede anche supposto che l’ac-
cadere non abbia mai cominciato, ma duri ab aeterno. L’esempio che segue
renderà chiaro il nostro discorso. L’oscillare d’un pendolo s’intende benissimo
per via di due leggi causali: della gravità, e della permanenza del movi-
mento. Ma queste leggi sono applicabili soltanto a un pen- dolo, che già
oscilli; dunque non bastano a spiegarne l’o- scillare. Perchè l'oscillazione,
che poi si perpetuerà grazie alle dette leggi, abbia luogo, si richiede un
fatto estraneo alle dette leggi: e cioè che il pendolo sia stato rimosso dalla
posizione d’equilibrio. Il che riman vero, tanto se l’oscil- lazione dura da un
minuto, quanto se dura da tutta l’eter- nità: un pendolo, non rimosso dalla
posizione d’equilibrio, non oscillerebbe mai. Il fatto, ricordato qui sopra,
deve aver avuto una causa; non è dunque spontaneo. Ma, come s’è visto, nessuna
cau- sa è possibile all’infuori d’un accadere in corso. Il problema, che ci si
affacciò rispetto all’oscillare del pendolo, si riaf- faccia dunque rispetto
alla causa che lo rimosse dalla po- sizione d'’equilibrio, ecc. Concludendo:
l’accadere determi- nato causalmente implica di necessità il principio, implica
cioè un accadere non determinato causalmente. - $ 5. — HI principio
dell’accadere. Un accadere causalmente indeterminato non può essere che
l’estrinsecazione di una coscienza, che si realizzi ap- punto con questa
estrinsecazione, L'osservazione prova, che sario aa fin dalle prime fasi della
vita i bimbi operano incessante- mente, ‘non per conseguire certi fini, ma
semplicemente per operare, o in altre parole per vivere. Il bimbo non può
essere determinato ab extra perchè allora non sarebbe una .coscienza ma un
sistema fisico. Infatti la determinazione ab extra non ha riguardo alla
coscienza, e quindi non può esserne l’estrinsecazione. . Ossia: il mondo, la
realtà, si risolve in una moltitudine di soggetti, generalmente affatto
elementari; lo sviluppo di alcuni, relativamente molto pochi — uomini, e fino a
un certo segno anche gli altri animali — essendo conseguenza delle variazioni,
che nel mondo realizzano gli atti spontanei dei soggetti. La concezione del
mondo, a cui arriviamo, è somigliantissima, sotto un aspetto, a quella
monadologica di Leibniz. Ma ne differisce sotto un altro aspetto, che pas-
siamo ad esporre. | $ 6. — L’interferire. Il mondo non è il semplice aggregato,
ma il sistema, dei soggetti che ne sono i costitutivi: è una vera unità. In
prova, basta una semplice riflessione: ciò, che razional- mente risulti
assurdo, è oggettivamente, ossia in ordine alla realtà, impossibile. Il mondo è
tutto indissolubilmente connesso in se medesimo dalla necessità razionale, o
logica; e in questo senso è uno. Del problema — da che dipenda la connessione
intrinseca razionale del mondo — ci occu- peremo più oltre; per ora basti aver
messo in chiaro l’e- sistenza della connessione indicata, e il conseguente ca-
rattere unitario del mondo. Poichè il mondo è uno, è impossibile che i suoi
elementi — 123 — varino indipendentemente gli uni dagli altri. Due cose, in
quanto è lecito considerarle come due, variano senza dub- bio
indipendentemente; di due pezzi di cera, io posso dare all’uno una forma e
all’altro un’altra forma. Ma non posso, .a un solo pezzo di cera dare insieme
due forme diverse. Un atto, che un soggetto compia, è una variazione del
soggetto medesimo, e perciò del mondo. Il mondo essendo uno, le sue variazioni
devono essere compatibili razional- mente. Vi è dunque una legge razionale, per
cui gli atti sponta- nei sono, generalmente parlando, necessitati a
interferire, cioè a modificarsi reciprocamente, così da rendersi compa-
tibilii. Dunque la causalità è la conseguenza: di un acca- dere in corso —
l’insieme degli atti spontanei —, e di una legge razionale, risolventesi
nell’unità del mondo. La struttura del mondo, una sotto un aspetto come s'è.
indicato, è sotto un altro aspetto complicatissima. Vale a. dire: la sua unità
si risolve immediatamente, non già in soggetti, ma in sistemi — unità
secondarie — di soggetti. E un sistema di second’ordine si risolve d’ordinario
alla sua volta in sistemi di terz’ordine, risolvibili anch’essi nel- lo stesso
moda; ecc. Non ci tratterremo su di una tale com- plicazione di struttura —
evidente alla più semplice consi- derazione del mondo; e che dev’essere
originaria, non es- sendo possibile che dall’omogeneo risulti per legge di na-
tura l’eterogeneo. Ma dobbiam notare, primo: che la struttura del mondo. ha di
certo il più gran valore intorno al modo con cui la causalità vi si estrinseca.
P. es.: la vita umana sulla Terra sarebbe impossibile, se la Terra distasse dal
Sole quanto ne dista Nettuno; e la cultura umana sarebbe stata impossi- bile,
se nessun popolo si fosse organizzata politicamente. 124 — Secondo : che la
struttura del mondo si va modificando in grazia di quel medesimo accadere, che
per una gran parte ne dipende. Poichè ora (e già da moltissimo tempo) nel mondo
si conseguono dei fini — poichè ci sono piante, ani- mali e soprattutto uomini
— bisogna concludere, che la complicazione primitiva del mondo — cioè quel
principio di complicazione che, supposto eterno il mondo, gli fu senza dubbio
coeterno — aveva un carattere teleologico indiscu- tibile. Un'ultima
osservazione. L’interferire introduce, in ogni atto che interferisca, un
elemento causalmente determinato. Non può sopprimerne la spontaneità; perchè lo
svanire di questa sarebbe lo svanire dell’atto e quindi anche dell’in-
terferire. Ma l’atto, che senza l’interferire non sarebbe che spontaneità, vien
dall’interferire arricchito di elementi, © «di caratteri, determinati. L’atto è
anch’esso un fattore di queste sue determinazioni; ma un fattore unico, laddove
gli altri fattori — gli altri atti, con cui quello interferisce — d’ordinario
sono moltissimi; per conseguenza, le determi- nazioni dovute all’interferire
sono prevalentemente, benchè non mai unicamente, prodotte ab extra; e il
determinismo vi prevale a segno, da render di regola inosservabile il fattore
spontaneo. Così, mentre l’atto infantile sfugge ad ogni previsione, le
deliberazioni della volontà matura sono prevedibili quasi con esattezza. Le
spontaneità, senza delle quali non ci sarebbe un .accadere, sono, tutte
insieme, soggette al vincolo infrangi. bile della necessità logica; non c’è
dunque pericolo che mandino in rovina il mondo. Nè la scienza. La quale c'è ©
in quanto prevede; ma non prevede mai con una puntualità ‘matematica. so fa $
7. — Lo sviluppo del soggetto. Due nozioni, che in addietro abbiamo assunte,
sembrano contraddittorie; dobbiamo eliminare quest’apparente con- traddizione.
Prima: il soggetto è subconscio, in generale; anzi: ogni soggetto è
originariamente subconscio, il che senza dubbio è vero dei soggetti noti.
Seconda :.l’atto è la realizzazione d’una coscienza; e perciò appunto è spon-
taneo. La contraddizione si elimina con le riflessioni che seguono. Pe L’atto,
nella sua primitività, o in quanto sì attua, rea- lizza una coscienza; ma tale,.
che il suo contenuto si riduce all’atto medesimo. Invece, la coscienza
dell’uomo (anche del bimbo; e il medesimo si dica di quella d’un bruto), ha un
contenuto molteplice, dovuto all’interferire (sensazioni, p. es.). Pri- vo di
questo contenuto molteplice, l’atto, nella sua primiti- vità, viene dimenticato
immediatamente o quasi; essendo notorio, che il ricordo ha per condizione un
contenuto mol- teplice, € si realizza tanto più facilmente, quant’è più va- rio
e molteplice il contenuto. Segue da ciò, che la coscienza del soggetto, se
astraiamo dalla complicazione che v’introduce l’interferine, non sol- tanto è
poverissima di contenuto (e perciò va considerata piuttosto come una sub
coscienza), ma è priva di continuità nel tempo. Riflettiamo, che il durare a
lungo d’un atto è in opposizione con la spontaneità, e che non se ne saprebbe
addurre alcuna ragione (ci riferiamo sempre all’atto privo d'altro contenuto);
e ci sentiremo inclinati a credere, che il da noi chiamato soggetto (primitivo)
sia da risolvere piut- tosto in una successione sconnessa di soggetti
momentanei. — 126 — Questa supposizione per altro va esclusa; perchè una
successione di coscienze affatto separate non potrebbe mai costituire la
coscienza d'una successione; laddove il sog- getto anche pochissimo sviluppato
ha coscienza del suo va- jriare. Dobbiamo dunque iassumiere un elemento, senza
dubbio sub conscio, ma capace di rendersi consapevole, da cui le coscienze
degli atti primitivi d'un soggetto, separate come tali perchè non continuate nel
tempo, siano essenzial- mente collegate. Su di che diremo qualcosa nell’ultimo
ca- pitolo. | Con ciò, lo sviluppo del soggetto, cioè il formarsi d’una
coscienza, parzialmente almeno continua nel tempo, è spie- gato. ln linea di
principio, intendiamo; qui non possiamo e non dobbiamo addentrarci nei
particolari. Lo sviluppo ri- chiede un interferire opportuno; e perciò il suo
realizzarsi prova daccapo che la struttura del mondo ha, come già ven- ne
accennato, un carattere teleologico. Riflettendo sul soggetto, che abbia nello
sviluppo conse- guito il massimo grado a nostra conoscenza — parliamo d’un
massimo generico, non escludente parziali sviluppi ulteriori — ci riman da fare
un'ultima osservazione importante. L’atto, grazie al suo interferire con altri,
così del soggetto medesimo che d'altri soggetti, e in genere con un accadere
complicato interno ed esterno, finisce col modificarsi pro- fondamente,
acquistando una crescente ricchezza di conte- nuto e di connessioni, e una
grande stabilità, Così trasformato, l’atto è divenuto volontario; e la spon-
taneità, che non si perde mai, è divenuta libertà. L’uomo è libero in quanto
conosce certi fini, li valuta, ne fa corrispondentemente una scelta, e dirige i
suoi atti alla realizzazione dei fini scelti. La libertà, come si vede, im-
plica una vita consapevole molto complessa : il bimbo, ap- — 127 — punto perchè
la sua vita manca di complessità, non è libe- ro, quantunque spontaneo. Ma,
come abbiam notato poco addietro, la complessità introduce nella vita un determini-
smo, che finisce col diventare prevalente. La libertà non va confusa col
capriccio, anzi, l’uomo è tanto più libero, quanto meno è capriccioso : la
libertà è /a coscienza razio- nalmente organizzata. L’organizzazione razionale
fa sorgere delle abitudini, che determinano quasi per intiero la condotta e
anche l’inten- zione. Ma che non possono mai sopprimere la spontaneità
essenziale, pur limitandone il campo. Poichè la coscienpa è spontanea
essenzialmente, la sua organizzazione razio- “ nale implica, non la
soppressione, ma l’organizzazione ra- zionale della spontaneità. Quindi: un
uomo, che disapprovi una sua abitudine, ha sempre, nella propria spontaneità,
un mezzo per combatterla. Di certo, la vittoria non è facile, ma la lotta è
possibile in ogni caso. CAPITOLO XI. IL PROBLEMA CONOSCITIVO $ 1. — Pensiero e
cognizione. Nel pensiero, in quanto è un processo consapevole, il suo esserci,
e il suo esser noto al soggetta che lo pensa, coin- cidono. Questa coincidenza
costituisce la cognizione imme- diata che ciascuno ha del suo pensiero, senza
della quale non ce ne sarebbe alcun'’altra. Ma il pensiero del singolo non è
sempre, a rigore anzi non è mai, del tutto consapevole, cioè chiaro e distinto.
Sotto questo aspetto, il suo esserci, e il suo esser noto, non coin- cidono.
Consideriamo p. es. il pensiero espresso dalla for- mula « io penso »; che alla
prima sembra immediatamente noto. In quella formula, « io » non ha il
significato mede- «simo per l’uomo volgare, per Leibniz, per Kant, per l’idea-
lista post-kantiano, per il solipsista. E il pensiero espresso, pensato, non è
pienamente noto senza una mediazione, che prende il nome di riflessione.
Riflettere su di un pensiero significa : metterselo innanzi come un oggetto —
come p. es. si fa di un biglietto di banca, del quale vogliamo accertare che
non sia falsificato — ; e approfondire l'oggetto, indagandone le relazioni.
Dove risulta evidente, che la riflessione mediatrice presuppone la cognizione
immediata, incompleta quanto si voglia, del pensiero in discorso. 9 — 130 -. Un
problema conoscitivo non sorge, non esiste, che °n ordine alla cognizione
mediata ; nella quale il pensiero su cui riflettiamo, e quello con cui
riflettiamo, sono due, più 0 meno diversi. | . La cognizione mediata cioè
oggettiva del pensiero è pos- sibile, perchè ogni pensiero è in essenziale
relazione con tutti gli altri costitutivi della realtà; siano, questi, altri
pensieri del soggetto riflettente, o pensieri d'altri soggetti, o altri
elementi qualisivogliano, seppur ce n'è. La necessità logica infatti ha un
valorè universale, ossia è applicabile ad ogni cosa; il che sarebbe da
escludere, se anche due soli tra i costitutivi della realtà, pensieri o che
altro, fossero privi di essenziali relazioni reciproche. $ 2. — L'esperienza.
Da tuttociò risulta, che la riflessione, per chiarire il no- stro pensiero e
accertarne il valore o le deficienze, deve tendere soprattutto a eliminarne la
frammentarietà. Il pen- siero frammentario, infatti, può includere delle
opposizioni rimaste inavvertite; in ogni caso, la cognizione immediata che
n’abbiamo è imperfettissima. E per eliminare la frammentarietà, noi dobbiamo :
1) In- trodurre nella riflessione tutto l’insieme dei pensieri che abbiamo,
così come li abbiamo. Questo lavoro può esser lungo e faticoso; ma è senza
dubbio possibile sempre. (Sulle regole, che permettono di semplificarlo, non ci
tratterremo). 2) Moltiplicare quanto più ci riesca i nostri pensieri; e ciò,
non per mezza della fantasia, bensì venendo con la realtà in un contatto sempre
più vasto, più vario e più intimo: ricorrendo cioè all’esperienza. (La
fantasia, quando si associ con l’esperienza, costituisce un aiuto prezioso).
L'esperienza è fisica o intellettuale : sono essenziali tanto l'una che
l’altra. Per chi studia filosofia, l’esperienza fisica d’osservatorio e di
gabinetto, che si chiude in un campo anche fisicamente limitato, e che si vale
di strumenti com- plicati, è affatto secondaria; conoscerne i risultati, cioè
avere una discreta informazione di scienze fisiche, potrà es- sere forse (ho
detto : forse) di qualche utilità; in ogni modo, il filosofo come tale non ha
che vedere co’ suoi procedi- menti. L’esperienza fisica davvero importante
anche per il. filosofo, è quella comunemente vissuta. Ritorneremo tra po- co su
questo argomento. L'esperienza intellettuale consiste nell’assimilarci che fac-
ciamo il pensiero altrui: collaborando, conversando, e, in particolare,
familiarizzandoci con le opere dei più segnalati pensatori, cinè dei grandi
scrittori, antichi e moderni. S'’in- tende, che il filosofo si fermerà
prevalentemente sugli scritti filosofici; ma non vi si deve chiudere,
altrimenti la sua esperienza intellettuale risulterebbe insufficiente perchè
trop- po angusta. $ 3. — Continuazione; che cosa Ci fa conoscere lo studio. Evidentemente,
ci fa conoscere, del pensiero altrui, la parte più degna d’essere conosciuta.
Questo pensiero altrui è, non meno e forse molto più del nostro, un costitutivo
notevole della realtà; col pensarlo e assimilarcelo noi riu- sciamo, nello
stesso tempo, a renderci meglio consapevoli, e del nostro stesso pensiero (di
cui le relazioni col rima- nente pensisra son costitutivi essenziali
generalmente inav- vertiti), e del pensiero comune; ossia d’una realtà, impor-
tante per se stessa, e come strumento alla cognizione d'ogni realtà. Insomma :
lo studio integra, ordina e consolida quella co- — 132 — munanza di pensiero,
che, in grazia della convivenza e in ispecie della parola, s’andò ab
immemorabili abbozzando presso ogni popolo per quanto rozzo. Ma la convivenza,
con tutte le sue formazioni tra cui lo studio, è, per la comuni- cazione del
pensiero tra uomini, soltanto un mezzo indiretto e mediato; che non servirebbe
a niente, se non ci fosse, all’infuori della convivenza, una comunicazione
diretta e immediata. Ma la comunicazione immediata — cioè anteriore alle forme
di cui s’è fatto un rapido cenno, e loro condizione — dà luogo a una grave
difficoltà. Perchè il pensiero di Caio e quello di Sempronio comunichino, una
somiglianza, e sia grande quanto si vuole, tra il pensiero dell’uno e quello
del- l’altro, non basta. E’ infatti notissimo, che due possono aver de’
pensieri molto simili — proporsi p. es. entrambi di sposare una stessa nersona
—, senza saper niente l’uno dell'altro. Alla comunicazione si richiede che i
due pensieri siano, in parte, un medesimo pensiero numericamente unico. E tale
unicità numerica esige, che due coscienze possano in parte ridursi a una sola.
Il che sembra contrastare con quanto vi è di più chiaro e di più certo nella
nozione co- mune di coscienze distinte. Se la difficoltà rilevata fosse
insuperabile, sarebbe da «escludere anche la comunicazione mediata, non la
immediata soltanto. Perchè — a parte quanto si disse poco sopra, ‘che la
comunicazione mediata implica la immediata — il parziale ridursi a una sola di
due coscienze va riferito, non al pro» ‘cesso della comunicazione, bensì al suo
essersi realizzata. Chi vuole attenersi a « quanto vi è di più chiaro e di più
certo nella nozione comune » ecc., dev’essere dunque di- sposto a negare, che
gli uomini si siano comunque intesi mai, nè siano per intendersi. — 133 — 4. —
La comunicazione del pensiero, e l’'interferire. All’interferine si richiedono
(almeno) due atti. Ma, nel- l'interferire, la separazione tra i due atti — non
assoluta neanche prima, perchè gli atti sono inclusi tutti nell’unità del mondo
— subisce di necessità una diminuzione. Inter- ferendo, gli atti si modificano
a vicenda; vale a dire: un costitutivo dell’uno è diventato costitutivo anche
dell’altro, considerando i due atti quali son resi dall’interferire. L’atto
volitivo dell’uomo è consapevole; nella coscienza, che lo costituisce, non
possono dunque non essere incluse le modificazioni, ossia le determinazioni,
che l’interferire v’introdusse; la coscienza di tali determinazioni è una tal °
quale coscienza delle azioni esterne, da cui le determinazio- ni stesse
dipendono. L’interferire dell’atto volitivo d’un uomo con l'atto voli- tivo
d'un altro è sempre condizionato a un interferire molto complesso e in massima parte
indiretto; p. es. all’uso d’un linguaggio, alla condotta quale apparisce
osservabilmente. Nondimeno l’interferire di due atti volitivi, pur essendo
condizionato come dicevamo, è, in molti casi osservabili, anche diretto. Un
malandrino assale un viandante, che si difende alla meglio. S’impegna una
lotta. Nella quale i due voleri, che senza la mediazione della lotta si
sarebbero a vicenda igno- rati, vengono, dalla mediazione medesima, condotti a
in- terferire anche immediatamente. Ciascuno dei due lottanti avverte il volere
ostile dell’avversario; avverte inoltre, che il volere ostile dell'avversario è
un costitutivo del suo vo- lere. Dobbiamo dunque dire, in un certo senso, che i
due voleri si unificano. Soltanto in un certo senso: l’unificazio- -- 134 — ne
si realizza per alcuni caratteri, lasciandone fuori alcuni altri; così p. es.,
se un battello si move sotto l’azione del vento e d’una corrente, le due forze
non s’unificano che in quanto ciascuna imprime al battello un certa movimento,
€ conservano immutati gli altri loro caratteri. Analogamente, i due lottatori
hanno sotto un aspetto — non, sott’'ogni aspet- to — un medesimo volere scisso
in se medesimo; l’ira è ap- punto conseguenza e indizio della scissione (1). Il
problema conoscitivo, per quanto riguarda la conoscen- za del pensiero altrui,
e l’approfondimento del nostro, è dun- que risoluto. L’interferire, infatti,
alla sua volta subordi- nato all’unità integrale del mondo, rende possibile
quella comunicazione di pensiero, che nel problema conoscitivo rappresenta la
vera chiave di volta. $ 5. — La cognizione della realtà fisica. La realtà
fisica non è riducibile al pensiero d’alcun sog- getto finito individuale: io
n’ho esperienza, e fino a un certo segno la conosco; ma il suo esserci non è
l’esserci puro e semplice della mia esperienza e della mia cognizione. Dobbiamo
chiarir bene questo punto, che sembra giustifi- care le pretensioni del
realismo, e su cui l’idealismo passa un po’ leggermente. Cominciamo dal
ricordare, che l’esperienza fisica — di- stinguibile dalla intellettuale; cfr.
$ 2 — non è separabile (1) Mi son valso in quest’ultimo capoverso d’un mio
scritto brevissimo (12 pp.) La Convivenza in Riv. Pedagogica diretta da L.
Credaro, 1921. Cfr. in particolare il $ 18. Ma tutto l’articolo servirà, mi
pare, a far ben comprendere le questioni sollevate nel presente capitolo. | I o
e tale de alienati velinii ditta coat DET te mete e i So A a pg rt» — DI dal
pensiero, di cui è un costitutivo, e che alla sua volta n’è un costitutivo —
cfr. $ 1, sulla fine. Tutto quello che o so d’un corpo, si riduce a una certa
mia esperienza fisica, integrata con l’esperienza fisica d’altri, e rielaborata
razio- nalmente. Sembra per conseguenza, che i caratteri del cor- po si
riducano in tutto a quelli presentatimi dalla mia espe- rienza, integrata come
sopra. E, se così fosse, il corpo non esisterebbe, che in quanto alcuni
soggetti ne hanno espe-. rienza. Ma in contrario: la cognizione, che del corpo
io possie- do, esclude, per una propria esigenza. logica indeclinabile, che il
corpa abbia soltanto i caratteri da me, o da quanti altri soggetti finiti si
vogliano, sperimentati. La luna p. es. non fu mai toccata nè da me, nè, ch'io
sappia, da soggetti o da corpi qualisivogliano: debbo nondimeno dirla solida,
co- strettovi come sono dalla logica dell’esperienza che ne ho. Il realismo, in
quanto si limiti a riconoscere, che la no- stra cognizione della realtà fisica
oltrepassa la cognizione che attualmente n’abbiano o che potremo acquistare
quando che sia, è indiscutibile. Ma il realismo di alcuni filosofi, e di
pressochè tutti gli scienziati — ai quali sfugge il carattere fi- losofico di
questa loro dottrina — va molto più innanzi. E af- . ferma, che la realtà
fisica, benchè se ne conoscano e dun- | que se ne pensino quelle
manifestazioni, di cui risulta la nostra esperienza — nel suo intimo vero
nocciolo è qualcosa di assolutamente irriducibile a pensiero. Affermazione
inaccettabile, perchè irrimediabilmente pri- va d’ogni significato. La realtà,
ci dicono, ha un nocciolo (prop. 1); e questo nocciolo non può esser pensato
(prop. 2). Ammessa la prop. 2, io mi domando, come si possa intende- re la
prop. 1. in una proposizione, il predicato è necessa- riamente un concetto, non
la corrispondente realtà; se io — 136 — dico p. es. : la pietra incastonata in
questo anello è un bril- lante, nessuno s’immaginerà, che nella mia prop. io
abbia messo il brillante materiale. Ma chi afferma insieme le propp. 1 e 2,
viene per l'appunto a dire, che nella 1 il %, predicato è una realtà materiale,
Cose dell'altro mondo. $ 6. — Realismo spiritualistico. La concezione, che del
mondo abbiamo esposto nel pre- cedente cap., esclude il dualismo e quindi
l’agnosticismo, perchè riduce a Spirito anche la realtà materiale ;; senza
tuttavia sopprimere la distinzione tra il pensiero conoscitivo e la realtà
conosciuta. Risolve dunque in modo soddisfa- cente le difficoltà rilevate.
Pochi cenni basteranno a chia-. rire questo punto. In quanto consapevole, il
mio atto è conoscitivo di se Stesso; interferendo con altri atti, a in generale
con delle variazioni che ne derivano, diviene conoscitivo d’uno realta, che mi
era esterna, ma che nella cognizione mi diviene, al- meno parzialmente,
interna. Mi limito a considerare il caso, che il mio atto sia bene sviluppato,
cioè volitivo (e perciò insieme conoscitivo). E’ indiscutibile che il mio atto,
se . interferisce immediatamente con un atto volitivo altrui, dà luogo a una
comunicazione tra il mio pensiero e l’altrui, cioè mi fa conoscere, più o meno,
il pensiero altrui. Di che ab- biamo già parlato. | Ma il mio atto può
interferire con delle variazioni, che, seppure implicano qualche volizione
altrui, non la implicano in guisa, da farla interferine immediatamente col mio
atto. Rispetto a me, queste variazioni vanno considerate allora come se fossero
dovute in tutto a soggetti subconsci; e tali 9 = saranno anche di fatto molte
volte. Le variazioni possibili sono, tutte ! gruppi o sistemi di pensieri;
perchè ogni atto è un pensiero, e l’interferire degli atti è un reciproco modi-
ficarsi e un comunicare di pensieri, subordinatamente a leggi logiche
indeclinabili. Quindi: anche l’interferire del mio atto con una qualsiasi
variazione consiste in un modifi- icarsi del mio pensiero, e in un suo
comunicar col pensiero sistemato in quella variazione. La modificazione subita,
e la comunicazione, son tutt’uno : i un elemento, prima estraneo alla mia
coscienza, viene ad | unirlesi; modificando così la mia coscienza, e facendola
co- | municare con altre. Di tuttociò io m’accorgo; ma in un modo, ‘che merita
una riflessione accurata. 87. La rappresentazione del mondo fisico. La
modificazione da me subita può essere per me un bene o un male; p. es.: il
movimento del treno, su cui viaggio, può trasportarmi dove desidero, ma può invece
farmi rompere il collo; in ogni caso, è l’effetto d’una for- za, della quale io
devo tenere il massimo conto. Questa forza è la risultante di molti atti
spontanei, che interferiro- no; eppure io, in quanto vivo consapevolmente senza
co- struir una teoria, non le riconosco un tal carattere. Ciò per due ragioni.
Prima: gli atti spontanei, che dan- no la detta risultante, sono, in generale,
di soggetti elemen- tari. E a me, un'idea un po’ chiara di quello che sia
l’atto di un soggetto elementare — o anche non tanto elemen- tare, p. es. d'una
formica o d’un gatto — manca. Idea chia- ra io non ho, che degli atti
sviluppati, miei e fino a un certo segno anche altrui; ora, gli atti, di cui
ora parliamo, sono RT RIA rsa eg nr IR css ig elementari come i soggetti che li
estrinsecano. Seconda : nel- la risultante, cioè nella variazione con cui
l’atto mio interfe- risce, gli atti, che ne sono i componenti, sono
indistinguibil- mente associati e unificati; sicchè io non li potrei conoscere,
quand’anche fossero tutti volizioni analoghe alla mia, e perciò conoscibili
senza dubbio una per una. Insomma : la forza, da cui mi conosco determinato,
io, in base alla mia esperienza e facendo astrazione da ogni teo- ria, la
conosco soltanto genericamente, come una causa 9 una forza che mi determina. Îl
suo carattere spirituale mx sfugge; anche perchè l’operare della forza non
giustifica il supporla dinetta verso un certo fine, secondo certe cogni- zioni.
Il vento, che m'ha portato via il cappello, io non credo, nè che mi conoscesse,
nè che abbia voluto farmi dispetto. « E creder credo il vero ». Una realtà
spirituale noi ce la rappresentiamo come fi- sica; vale a dire: ce la
rappresentiamo in guisa, che ce ne sfugge l’intima spiritualità. Questo non è
un falsificarci la realtà; ma soltanto un cenoscerla incompiutamente. Ma tutte
le cognizioni, senza eccettuarne le più certe, sono incom- plete. Per esempio:
dal contegno, che altri tiene con me, concludo, ch'egli non mi è benevolo; per
quali motivi e fino a che segno, non so; ma che non mi sia benevolo è fuor di
questione. | CAPITOLO XII. JL PROBLEMA PRATICO $ 1. — Su che si fondi la
pratica. L’uomo distingue il bene dal male. C'è, tra i due concetti,
un’evidente correlazione; per cui, stabilito qualcosa intorno a uno dei due, se
ne ricava subito qualcosa di correlativo in ordine all’altro. Potremo dunque
restririgerci a far cenno dei beni; sottintendendo, in gene- rale benchè non
sempre, i mali corrispondenti. L’uomo desidera il bene, e procura di
assicurarselo (ri- fugge dal male, e procura di scansarlo). Il bene provoca
dun- que il desiderio; benchè, d'’altra parte, il desiderio basti per imprimere
a ciò che si desidera il carattere di bene. L'attività pratica, sia istintiva
che volontaria, è diretta sempre verso il bene. Dell’istintiva non parleremo.
La vo- lontaria è consapevole, implica cioè la cognizione del bene, verso cui
si dirige come al suo fine : ignoti nulla cupido. Per conseguire un UNE;
bisogna conoscere, oltre al fine Stesso (come or ora si è notato) anche i
mezzi, che vi si ri- chiedono. Inoltre : il fine, a cui tendiamo perchè lo
ritenia- mo un bene, conseguito che sia risulta non di rado un male. Di qui
l’essenziale valore pratico della cognizione. Per co- noscere i mezzi ai fini
che ci fossimo proposti — e quindi anche per non proporci fini a cui non si
conoscessero, 0 ci mancassero, i mezzi — bisogna conoscere profondamente le
connessioni causali tra l’attività nostra e la realtà esterna. — 140 — E per
non equivocare, scambiando i mali coi beni o vice- “versa, è necessario, da una
parte, render esatta la nozione di bene; dall’altra, conoscere le connessioni
causali tra l’at- tività nostra, i diversi beni, e i diversi mali. Da tutto ciò
risulta, che la risoluzione dei problemi conoscitivi accenna- ti, o insomma la
costruzione del sapere umano — costru- zione, che si risolve daccapo in un
procedimento pratico —, è, per l'attività pratica, un fine imprescindibile,
ossia un bene del più grande valore. | Socrate affermava, che la virtù
consistesse nel sapere. A che si oppone i notissimo : “ video meliora proboque,
dete- riora sequor » ;. troppo vero per molti. Ma Socrate riteneva (come fu
notato p. es. dal Rensi), che il disaccordo tra !a volontà e il sapere
implicasse una radicale deficienza e nel- l’uno e nell’altra. Così è. Il sapere
infatti è una costruzione volitiva; cioè, come or ora notavamo, pratica. E la
volontà si riduce alla spontaneità, organizzata razionalmente, ossia ‘mediante
il sapere. Donde si conclude, che vera volontà, e vero sapere, esistono
soltanto se unificati, sicchè tra l’uno e l’altra non ci sia contrasto
possibile. Quest’unificazione, ‘0 diciamo la perfetta organizzazione dell’uomo,
è anch'essa, per l’attività pratica, un fine imprescindibile, ossia un fine del
più grande valore. I suoi fini, l’uomo li può conseguire soltanto nella con-
vivenza; il che nella pratica introduce delle nuove compli- cazioni, oltre alle
già indicate. Una conseguenza di queste complicazioni — sulle quali non
insisteremo — è, che i beni sì dividono in due grandi classi. Tra i beni della
prima ricor- diamo, in via d’esempio: i piaceri fisiologici, la salute, la
sicurezza, la ricchezza, la potenza, la considerazione; i primi due
strettamente individuali, mentre gli ultimi quattro non sono possibili che
nella convivenza. I beni della secon- — l4l — da si riducono ad uno, alla buona
coscienza: « nil conscire sibi, nulla pallescere culpa ». i Diciamo fortunato
chi possiede un minimo, del resto im- precisabile, di beni della prima classe;
onesto chi possiede: l’unico bene della seconda. E tutti riconoscono, in
teoria, che l’essere onesto è meglio dell’essere fortunato, Il proble- ma che
vogliam risolvere in ordine alla pratica, è di costrui- re, limitatamente alle
linee fondamentali, una dottrina mo- rale; di precisare la nozione d’onestà,
nonchè le sue relazioni. con quella di fortuna — o di utilità, per usare il
termine: divenuto classico. $ 2. — L'utilitarismo, E’ una dottrina, che riduce
l’onesto all’utile. Secondo Bentham, i beni sono quantità, misurabili, e perciò
esprimi- bili numericamente, purchè s’abbia riguardo all’insieme dei loro
caratteri; tra cui basti notare l’intensità, la durata, la sicurezza, e il
numero di quelli che ne godono. Immaginia- mo fatta la somma totale, diciamo B,
dei beni; e analoga- mente quella totale, diciamo M, dei mali. Un uomo ragio-
nevole non può, nel suo interesse, non desiderare, che la differenza B-M sia
positiva, e possibilmente massima. La condotta moralmente buona è quella, che
tende a produrre: un tale risultato. Ma il detto computo presuppone, che i
beni, abbiano tutti la medesima qualità; condizione sine qua non perchè delle
quantità siano sommabili. Parve nondimeno allo Stuart-Mill (1), che
l’utilitarismo. potesse, con qualche modificazione, venir mantenuto. Si deb-
(1) Il Mill nel suo Utilifarianism (1863) cercò di chiarire la dottrina del
moralista precedente tenendo in gran conto l’esigen- za fondamentale del Hume e
di Adamo Smith, facendo notare .che il Bentham non aveva sufficientemente
avvertito che nel j È 4 - (e * # R | — 142 — ba scegliere tra due beni diversi
qualitativamente; la scel- ta parrebbe non poter esser che arbitraria; eppure,
ne’ casi d'importanza, tutti riconosceranno, almeno in teoria, che bi- sogna
scegliere in un certo modo. Sia. Ma se il criterio, che impone la scelta, è
universale, siam fuori dell’utilitarismo. Perchè i beni utili (o della seconda
classe; cfr. $ 1 sulla fine) sono realtà empiriche; soggette anch’esse di certo
.a leggi logiche universali, ma prive, in quanto empiriche, di carattere
universale. Se, viceversa, il criterio manca d’uni- versalità; se, in altri
termini, tutti significa soltanto, quelli che rappresentano l’opinione
predominante in una conviven- Za — in questo caso a un criterio se ne potrà
opporre, con pari diritto, un altro; non essendo possibile, senza ricorrere a
un criterio universale, decidere quale sia il migliore tra due criteri
particolari. Chi afferma, come fanno Mill e anche Bentham, che un uomo
dev’essene disposto a sacrificarsi, quando il sacrifizio riesca utile a un gran
numero d’altri, si mette, per giusti- ficar il suo dire, in una situazione
peggio che imbarazzante. Il numero di quelli, a cui gioverà un sacrifizio, ha
di certo un'importanza, ma non decisiva; la madre, che sacrifica se stessa per
salvare il suo bimbo, è degna di lode, non meno € forse più di Pietro Micca. $
3. — Continuazione. La morale utilitaria non è, come da molti la si crede, ab-
bietta Socrate stesso era ‘un utilitario. Ed Epicuro (1) non « sentimento che
unisce l’uomo ai propri simili » è da ricercare la fonte del dovere. (E. C.).
(1) Epicuro filosofo atomista greco nato nel 341 av. C. Di lui non si
conservano che frammenti; la sua dottrina, grazie all’espo- sizione fattane da
Lucrezio, e alle discussioni che se ne fecero, è nondimeno ben conosciuta. (E.
C.). — 143 — lusinga le passioni; anzi mette in chiaro che l’uomo, per go- |
dere quanto più e soffrire quanto meno sia possibile, non ha “mezzo più sicuro,
che di esercitare sopra di sè un dominio . vigoroso e costante. A vivere basta
poco; a viver bene basta oa ‘ sapersi contentare di questo poco. Impossibile
disconoscere : il valore universale di simili suggerimenti. Ii torto vero della
morale utilitaria è nella sua incoeren- za, rilevata poco sopra; e della quale
in Epicuro sono evi- denti gl’indizi. P. es.: egli attribuisce un valore
positivo alla reminiscenza dei piaceri goduti, e giustifica la volon- taria
provocazione di tale reminiscenza. Il che va contro a quanto c’è di meglio
nell’epicureismo : l’uomo che, non potendo più godere, va rimuginando i g0- dimenti
passati, non è l’uomo pago dello stretto necessario, e padrone di sè; corre
gran pericolo di cader nell’abbiezio- ne, seppur non vi è già caduto. ‘
Similmente non si può non disapprovare il suo consiglio di astenersi dalla vita
pubblica, perchè (da notare il per- chè) la propria quiete vale più delle
soddisfazioni ambiziose. Crediamo anche noi, che nella vita pubblica non sian
da cercare soddisfazioni ambiziose. Ma l’uomo che, potendo esercitare
un’influenza, o sulla pratica della vita pubblica, 0 sulie opinioni riferentisi
a tale pratica, si astenga dall’eser- citarla, è un egoista, che non sa goder
del bene altrui, e che s’espone a far male i suoi conti anche rispetto a se
medesimo. | Queste incongruenze derivano dall’incongruenza fonda- mentale all’utilitarismo,
già rilevata. Non è dubbio, che a costruir la morale utilitaria i filosofi
s’indussero, in gene- rale (abbiam già ricordata un'eccezione importante),per
ave- re trascurata la considerazione di quegli elementi, che alla vita
imprimono, e che più ne rendono manifesto, il caratte- re Spirituale. — ded A
un ateista coerente, sia 0 no materialista, è impossibile riconoscere altra
morale, che l’utilitaria. Epicuro ammette gli Dei: ma esclude, che abbiano
qualsiasi parte nel governo del mondo; è dunque in realtà un vero ateista. E il
moderno utilitarismo, evidentemente connesso con l’epicureismo, è, ne’ suoi
elementi specifici, una formazione dell’illuminismo a tendenze ateistiche. Per
essere conseguente, l’ateismo deve negare, che nel mondo vi sia un ordine
supremo necessario. Esplicita o no, questa negazione toglie che ci si possa
rendere un conto chia- ro di qualsiasi cosa, e meno che mai della pratica
umana. $ 4. — Cenno sullo sviluppo storico della morale. Gl'indizi — preziosi
quantunque scarsi, e non utilizzabili senza grandi precauzioni — che possediamo
intorno alla condizione dei primitivi, e la storia, dimostrano, che la pra-
tica umana s'andò man mano modificando, in guisa da realiz- zare fini sempre
più complicati, e in parte almeno — secon- do una stima, di cui nulla ci fa
parer dubbio il valore — ‘ più elevati. La detta modificazione va dunque
ritenuta, în generale, un perfezionamento. Il perfezionamento consiste nella
formazione: 1) di idee pratiche, sempre più estese, più esatte, più fortemente
con- nesse tra loro e con tutte le altre idee — le quali si vanno rendendo in
pari tempo sempre più estese, più fortemente connesse —; insomma : le idee
pratiche acquistano un fon- damento sempre più saldo nella cognizione; 2) delle
cor- rispondenti volizioni; che, nel modo e per le ragioni di cui ora si è
detto, si vanno consolidando e ordinatamente ag- gruppando, in ciascun uomo’ e
nella collettività. Si ottiene = 145 = così, che le diverse volizioni s'aiutino
tra loro con effica- cia crescente, affermandone insieme per quanto è possibile
i contrasti. A questo sviluppo interno corrisponde, a un di presso come il
corpo all'anima, lo sviluppo esterno dell’or- ganizzazione collettiva. Per
chiarire il discorso testè riferito, un po’ astratto e compendioso,
consideriamo una in particolare delle tante for- ze o circostanze modificatrici
dell’uomo e della convivenza. L’uomo è molto più esigente rispetto agli altri,
che rispetto a sè. In causa propria gli è facile persuadersi, che una con-
dotta favorevole alle sue passioni sia per ciò appunto ragio- nevole. Ma
trattandosi d’un altro non gli pare più accetta- bile una simile
giustificazione; comprende con chiarezza, e dichiara con fermezza, che una
soddisfazione immediata È di valore molto scarso, che bisogna pensare anche al
poi, e al vasto complicato insieme di tutte le passioni e di tutti
gl’interessi, anche altrui. E ciò finisce col creare un’opinio- ne pubblica,
superiore in gran parte alle opinioni dei singoli, fondate ‘sulle
corrispondenti passioni. La ragione, che nel singolo è ridotta non di rado al
silenzio, nell'opinione pub- blica riesce, in parte, a esprimersi con maggior
chiarezza, e a rendersi praticamente più efficace. Concludendo : che le
presenti condizioni morali siano, al pari di tutte le altre, conseguenza d’uno
sviluppo; e che lo sviluppo sia dovuto all’interferire — in ciascun uomo, in
ciascuna convivenza, tra le diverse convivenze, tra l’uomo qual è nella
convivenza e il mondo esterno — di fatti psi- chici ossia d’elementi empirici,
non è dubbio. Ma non se ne ricava, che la morale sia riducibile per in- tiero a
un complesso d’elementi empirici causalmente con- nessi. Perchè la connessione
causale, cioè l’interferire, im- 10 lg plica, oltre agli ementi che
interferiscono, una legge; vale a dire un’unità includente gli elementi
medesimi. E la legge. o l’unità non può essere, non è, un elemento empirico. Vi
è dunque, nella morale come in tutto il resto, senza eccettuare il così detto
mondo fisico, un elemento non ‘empirico. E l’u- tilitarismo, con la sua pretesa
fondamentale di riconoscere come reali soltanto i beni empirici, non regge
neanche sulla bI base della considerazione storica: è a terra (1). $ 5. — La
morale categorica. Dicendo condotta morale s’intende certamente condotta razionale
; il che fu riconosciuto anche dagli utilitaristi. La differenza tra la morale
utilitaria, e quella che ci accin- giamo ad esporre, sta nella diversa
influenza che alla ragione si riconosce; influenza, che nella morale utilitaria
si riduce alla considerazione delle connessioni reciproche tra le azioni,
mentre il fine delle azioni rimane l’utile individuale o col- lettivo. Nella
morale dell’imperativo categorico, alla ragione | spetta una funzione più
importante, cioè quella di ricono- scere 0 di creare un bene che non è
riducibile al piacere. Questa morale risponde senza dubbio ad un’esigenza sen-
tita, quantunque un po’ in confuso, da ciascuno : val meglio essere onesti e
soffrire, che non godere di ogni vantaggio, ———————€@&_————__—€@€@T—@€——n——
(1) La sociologia, e la morale sociologica, sono appunto costrui- te sulla base
della considerazione storica. Noi qui non possiamo entrare nei particolari, non
di rado notevoli, delle varie sociologie. Dobbiamo contentarci di riferire
qualche nome : Comte, Spencer, Ardigò, Durkheim, Asturaro, Pareto. Anche
parecchi naturalisti, p. es. Darwin, Romanes, fecero delle incursioni più o
meno fe- lici nel campo della morale a fondamento sociologico. — 147 — ma sotto
condizione di metter in tacere la propria coscienza. Perciò la formula
esprimente la detta morale consiste nel dichiararne categorico l’imperativo,
mentre ogni altro im- perativo pratico è ipotetico. In altri termini: le regole
pra- tiche sono dirette negli altri casi a conseguire certi fini; hanno valore,
ma per chi attribuisca valore ai fini; cioè sup- pongono (e perciò si dicono
ipotetiche) la volontà di conse- guire quei fini. Laddove l’imperativo
categorico ha valore, non in ordine a fini di cui a un uomo possa importare a
un’al- tro no, ma per se stesso. Il fine, a cui tende l’imperativo ca-
tegorico, è tutt'uno con l’adempimento dell’imperativo me- desimo; l'imperativo
è dunque fondato essenzialmente sulla ragion comune, all’infuori delle
particolarità per cui un uomo differisce da un altro. » La formula può essere
anche presentata con qualche di- versità. Per ubbidire a un precetto, l’uomo ha
certamente un motivo; che può essere, o il timore di gravi conseguenze che
derivino dal disubbidire, o il pregio intrinseco ricono- sciuto al precetto.
Nel primo caso l’uomo, ubbidendo, serve in ultimo all’interesse; l’ubbidienza
dunque non ha che un valore utilitario, e manca di un elevato valore morale.
Quan- do invece l’uomo ubbidisce perchè riconosce al precetto un valore
intrinseco supremo, il suo ubbidire ha certamente un valore morale, ma non è
più l’ubbidire a un’autorità esterna, è semplicemente un ubbidire a sè in
quanto ragio- mevole; perciò la morale che stiamo consideranda può dir- si
autonoma; laddove la morale diversamente fondata risul- ta eteronoma. | | Si
può anche dire : nella morale utilitaria quello che im- porta è il risultato
che si ottiene mediante l’azione ; la volonta pura e semplice importa poco.
Invece nella morale fondata sulla ragione quello che importa è soltanto la
volontà con cui —- 148 -- si opera; non il risultato esterno ma l’intenzione.
Si deve sottintendere un’intenzione ferma; tale cioè da passare al- l’azione,
quando non ci sia qualche impedimento esterno in- superabile. Se per esempio io
vedo un uomo in grave peri- colo, tenterò di salvarlo. Potrò non riuscire; ma
il dovere non esige da me se non la volontà energica della riuscita, Quindi la
morale in discorso è anche riassumibile dicendo, che la sola cosa moralmente
buona è la buona volontà. L'essenziale dell’uomo, e il solo elemento comune a
tutti gli uomini, è la ragione; quindi: conformarsi alla ragione, come avente
un valore non di mezzo ma di fine, significa: realizzare in noi l’uomo,
considerato nella sua unica univer- salità e non nelle sue innumerevoli
particolarità. La realiz- zazione di questo elemento universale può non essere
piace- vole, ma in ogni modo è per l’uomo stesso il più gran bene, fn quanto è
la realizzazione di ciò che l’uomo ha di meglio in se medesimo. Questo bene,
diversissimo dal piacere, con- siste nell’assicurare all’uomo la sua dignità,
cioè la stima ra- | gionevole di se stesso. Ognuno deve considerare sè, cioè
l'elemento universale della sua persona, come il fine vero, non mai come un
mezzo per altri fini. Per conseguenza, deve considerare come fini, e non mai
come mezzi, anche tutti gli altri uomini (1). Ecco un'ultima forma che possiamo
dare all’imperativo catego- rico. (1) Le tre forme or ora esposte vennero
formulate con chia- rezza da Kant (Cfr. Kant: Fondazione della metafisica dei
co- stumi. Parte II, e la Critica della Ragion Pratica. Da tutto ciò che
abbiamo esposto risulta che la dottrina di Kant spezza la pratica umana in due
campi eterogenei : quello dell’u- tilità e quello del dovere. Per conseguenza :
la morale del Cristia- nesimo, che deriva da un precetto divino, e che implica
una san- — 149 —. $ 6. — Critica della dottrina suesposta. [ particolari
empirici, per cui un uomo differisce da un altro non sono intelligibili, nè
possibili, fuori dell’unità; e dunque son subordinati alla ragione. Tuttavia
sono essen- ziali alla ragione in quanto s’attua nell'uomo; e non è dun- que
lecito lasciarli da parte. Infatti, primo: benchè i parti- colari varino de
uoma a uomo, non c'è per altro alcun uomo che non ne presenti certi o certi
altri. L'esistenza di parti- colari, non di quei certi particolari, ha dunque
un carattere universale. Donde viene, secondo: che i procedimenti ra- zionali
siano possibili soltanto per mezzo dei particolari. L'abbiamo già riconosciuto
in ordine alle cognizioni teo- retiche; rileviamolo in ordine alla valutazione
pratica. “La ragione di cui si parla e di cui è indiscutibile il su- premo
valore morale, non può ridursi a quella ragione astrat- ta, con la quale si
costruisce per esempio l’algebra; la ragio- ne astratta non contiene in sè
alcun elemento pratico, e dun. zione utilitaria quantunque ultra mondana,
secondo la dottrina di Kant non sarebbe una morale. | La separazione rigorosa
in ordine alla pratica riproduce quella non meno rigorosa già rilevata in
ordine alla teoria, nella quale ultima si contrappongono gli elementi empirici
ed i razionali. La critica della morale Kantiana, della quale passiamo a far
cen- no, corrisponde ad una simile sulla teoria Kantiana della cono- scenza.
Noi abbiamo chiarito che i fatti e la ragione, benchè di- stinguibili, non sono
però separabili. La ragione essendo la forma di ciò, di che i fatti
costituiscono la materia. Vedremo analogamente. che senza i piaceri ed i dolori
non ci sarebbe luogo alla virtù; il che non vuol dire che la virtù sia ricavabile
utilitaristicamente dalla sensibilità; bensì che sensibilità e virtù sono
elementi assolu- tamente inseparabili. — 150 — que, per applicarsi alla
pratica, deve postulare quella praticità ‘ che non include, In altri termini:
la morale fondata sulla ragione astratta si varrebbe della ragione soltanto
come di strumento, e sarebbe in sostanza una morale utilitaria. Quel. la
ragione, in cui sta il massimo valore dell’uomo, deve al contrario includere in
sè la pratica; ma la pratica è un fare, un modificarsi e modificare, un
attuarsi nel tempo cioè un variare ; insomma non è pensabile all’infuori delle
particolari- tà, che sono, benchè variamente, costituitivi essenziali di
ognuno. | | Il che si conferma riflettendo, che la dignità, in un uomo che non fosse
capace nè di soffrire nè di gioire, non po- trebb’essere offesa nè dal di fuori
nè dal di dentro. L'uomo che altri faccia servire di mezzo a’ suoi fini, o che
faccia servire di mezzo la parte migliore di sè alla parte inferiore, vede
violata o viola egli stesso la sua dignità in quanto soffre di una tale
violazione; la quale senza questa sof- ferenza non ci sarebbe. Così : un
maltrattamento mi offende perchè ne soffro; se non ne soffrissi non ci sarebbe.
In- somma: la dignità esiste vrecisamente perchè può essere violata, e dobbiamo
difenderla contro gli altri e contro noi stessi; essendo in ogni caso elementi
empirici tanto la vio- lazione che la difesa. Da ultimo: ciascuno deve senza
dubbio privarsi del suo piacere, affrontar il suo dolore, piuttosto’ che
offendere la dignità sua od altrui; ma deve altresì procacciare l’altrui
piacere, allontanare l'altrui dolore, sempre se ciò è concilia- bile con il
rispetto alla dignità umana; operare diversamente, quando non ci fosse il
motivo accennato, sarebbe un’offen- dere gli altri. E offenderebbe se stesso
chi operasse altri- menti rispetto a se stesso. -- 15ì — $ 7. — Conclusione. La
ragione umana, cioè la ragione attuata nell’uomo che ne diviene consapevole, si
applichi al fare o al conoscere, prenda il nome di morale o di logica, è sempre
la medesi- ma : è la legge costitutiva essenziale dell’esperienza. Or ora
dicevamo, e dicemmo più volte, che il suo esserci si deve all’esserci
dell'Unità universale, includente ogni cosa; nel cap. seg. ritorneremo sull’Unità;
per ora lasciamola in di- sparte, fermandoci alla legge. Questa, essendo legge
dell’esperienza, non ci sarebbe, se son ci fosse un'esperienza. Qualsiasi
pregio da noi ricono- scibile a qualsiasi elemento, e la nostra stessa
cognizione dell’elemento, svaninebbero con lo svanire della legge, che realizza
ed esprime ogni valore conoscitivo e pratico. L’u- tilitarismo, che dei valori
pratici vuole rendersi conto senza badare alla legge che li condiziona, è
dunque insostenibile. Insostenibile del pari — e in fondo per la ragion
emedesi- ma — è il categorismo; che alla legge bada, ma trascuran- done le
necessarie connessioni sperimentali. Il pregio del Mosè di Michelangelo
consiste nella forma, non nella ma- teria; eppure la forma è necessariamente
forma d’una ma- teria. i La morale non è una pratica sui generis, irriducibile
alle altre. Ma è l’espressione più elevata, perchè totale, di quella medesima
esigenza razionale, di cui tutte le azioni, consi- derate una per una in gruppi
limitati, sono espressioni fram- mentarie. L’uomo sa, in. quanto gli riesce di
superare !a frammentarietà nel suo pensare teoretico; ed è onesto, in quanta
gli riesce di superare la frammentarietà nel suo fare pratico. Digitized by
Google CAPITOLO XIII. DIO $ 1. — Il Soggetto Universale. Il soggetto singolo è
limitato : in primo luogo, perchè ine- vitabilmente molti suoi costitutivi sono
subconsci. S'è visto infatti, che il più semplice pensiero deve in ogni momento
integrarsi con dei ricordi, che si affacciano sempre soltanto in parte; sicchè
il pensare con chiarezza è un procedimen- to che in un certo senso non finisce
mai. Viceversa: il processo del pensare implica evidentemente la coscienza
pensante, che si attua nel compierlo. Dunque la subcoscien- Za, di cui tanti
parlano come se non implicasse alcun pro- blema, costituisce invece un problema
dei più seri; per- chè, mentre per un verso dobbiamo ammetterla, sembra per un
altro verso metter capo a una contraddizione. Ancora, il soggetto singolo è
limitato : in secondo luogo, in quanto non è possibile risolvere tutta la
realtà nel pen- siero di un singolo: infatti, se non altro, il pensiero del-
l’altro singolo differisce, in gran parte irriducibilmente, 4a quello che io ne
so; il che si conclude necessariamente da quello che io ne so. Reciprocamente :
una realtà, non ri- ducentesi a pensiero pensato,è un contro senso. Anche su
questo punto l’imbarazzo apparisce grave, trattandosi di conciliare tra loro
elementi, che sembrano contraddittorî. — 154 — Per superare le difficoltà
rilevate non c'è che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo;
ammettendo, al di sopra d'ogni singolo, il Soggetto Universale. Il pensiero di
questo sia: in primo luogo, tutto consapevole; in secondo luogo, creatore
d’ogni realtà. (L’esserci della realtà consi- sterebbe nel suo ridursi a
pensiero del Soggetto Universale). Allora, la prima difficoltà, quella inerente
alla subcoscienza, svanisce: infatti quel pensiero che nel singolo è subcon-
scio, essendo perfettamente consapevole nel Soggetto Uni- versale, il problema
inerente alla subcoscienza è piena- mente risoluto. Anche l’’altra difficoltà è
risoluta : la realtà, che non è riducibile a pensiero del singolo, essendo
riducibie a pen- siero del Soggetto Universale. Avevamo già dimostrato non
potersi ammettere, che 1 singoli siano assolutamente separati e tra loro
indipendenti. C'è senza dubbio, in ogni singolo e come suo costitutivo,
qualcosa comune a tutti, a cui abbiam dato il nome di Sp: rito, e che insomma è
l'unità suprema, la ragione ultima e la causa prima del mondo. Esattamente come
il Soggetto Universale, di cui ora parliamo. Il nostro discorso di poco fa non
ha dunque nulla d’ipotetico. Ma importa rilevare, tra Spirito e IRORA
Universale, una differenza. Il Soggetto Universale, abbiam detto, è pie- namente
consapevole; perchè, se tale non fosse, le difficoltà ricordate (inerenti alla
subcoscienza, e alla riduzione a pen- siero della realtà), rimarrebbero
insolute. Naturalmente, se anche allo Spirito s'‘attribuisce la pienezza della
coscienza, Spirito e Soggetto Universae sarebbero tutt'uno. Ma il fatto sta,
che secondo alcuni filosofi (dei quali parliamo col più grande rispetto) lo
Spirito non è consapevole, che in quanto è il pensante vero in ogni singolo;
donde si conclude, non ie esserci punto una coscienza piena, scevra di
subcoscienza. Concezione, che per le ragioni superiormente addotte non possiamo
accettare. La questione che abbiam discussa, e sulla quale aggiungeremo a
chiarimento alcune riflessioni ul- teriori, non è dunque di parole. $ 2. —
Caratteri del Soggetto Universale, Il Soggetto Universale pensa
necessariamente, perchè non esisterebbe se non pensasse. Ma da ciò non si
conclude, che sia nel suo pensare determinato necessariamente. Il determi-
nismo assoluto è, per quanto abbiam visto, incompatibile con la spiritualità, e
dunque da escludere anche in ordine al singolo; tanto più in ordine al Soggetto
Universale. Quell’iniziativa che al singolo si deve riconoscere, si déve
riconoscere anche al Soggetto Universale; ma con que- sta differenza. Il
singolo è originariamente spontaneo, ma in quanto è tale non può dirsi libero;
la libertà essendo la spontaneità razionalmente organizzata. Invece lo Spirito,
es- sendo l’unità pienamente consapevole in cui tutto è incluso è perfettamente
razionale; dunque la sua iniziativa non è spontanea soltanto, ma libera. Il
Soggetto Universale crea liberamente i suoi pensieri; e propriamente non crea
che i suoi pensieri. Supponiamo in- fatti che creasse una realtà non riducibile
totalmente a suo pensiero. Vi sarebbe in questa realtà un elemento irriducibile
a pensiero del Soggetto Universale. Quest’elemento, essendo fuori del pensiero
e perciò non pensato, sarebbe, o creato senza che il creatore se ne rendesse
conto, o increato; sup- posizioni entrambe da escludere. S'intende che il
pensiero del Soggetto Universale non è sia astratto, com'è generalmente il
nostro, di fronte al quaie sussiste una realtà che non gli è riducibile; bensì
perfetta- mente concreto. S’intende ancora che il pensiero creato sarà invariabile
senza dubbio per quei caratteri che sono conse- guenze necessarie dell’unità
creatrice; ma per gli altri può esser variabile; non potendosi al Soggetto
Universale negare la capacità di produrre qualcosa di nuovo. Del resto: l’es-
serci della realtà variabile prova, che il Soggetto Universale volle, senza
esservi necessitato, creare qualcosa di varia- bile. In quanto crea una realtà
variabile, il Soggetto Uni- versale crea pure il tempo; al quale non è
sottoposto, perchè il tempo non esiste, in ordine al Soggetto Universale, che
in quanto questo estrinseca una variabile attività e svanireb- be ipso facto,
quando il Soggetto Universale cessasse dal realizzare, cioè dal pensare, delle
novità. $ 3. — Relazione tra i singoli e il Soggetto Universale. Il procedimento,
con che il Soggetto Universale crea il sin- va si riassume come segue ; | . Il
Soggetto Universale costituisce di certi suoi pen- sui un gruppo connesso in se
medesimo più strettamente che non con gli altri pensieri estranei al gruppo; 2.
Attribuisce a questo gruppo di pensieri una coscien- za, estendentesi non oltre
il gruppo, e inclusa di certo nella coscienza del Soggetto Universale, ma
tuttavia distintane ; 3. Attribuisce al gruppo medesimo una iniziativa, dalla
quale il gruppo è reso capace di modificare se stesso, e in grazia
del’interferire, di esercitare un’azione modificatrice anche su altri pensieri
del Soggetto Universale aggruppati o no. E’ appena il caso di avvertire che il
costituire di certi -- 157 — pensieri un gruppo e l’attribuire al gruppo tanto
una co- scienza distinta quanto un ‘iniziativa, sono tre operazioni che in
ultimo si riducono a una sola. Infatti come i pensieri del Soggetto Universale
costituisco- no un’unità, perchè tutti sono pensieri Suoi, cioè tutti sono
inclusi nella sua coscienza; nello stesso modo certi pen- ‘ sieri del Soggetto
Universale costituiranno un’unità parziale, perchè inclusi anche in una
medesima coscienza limitata e. secondaria. Formare il gruppo, e attribuirgli
una coscienza, sono dunque una medesima operazione. D'altra parte una coscienza
è sempre necessariamente un'iniziativa; in altri termini: una coscienza, che
non operasse, non potreb- b’essere tutt'al più che un ricettacolo indifferente,
non la coscienza viva costituente un soggetto. Essendo la coscienza singola
capace d'iniziative affatto spontanee, il Soggetto Universale non conosce in
anticipa- zione il modo con cui le iniziative medesime si vanno svilup- pando.
A primo aspetto quest’affermazione sembra inconci- liabile con l’onniscienza;
carattere, che al Soggetto Univer- sale non può esser negato. Ma riflettiamo.
1. La detta limitazione dell’onniscienza non è riferibile a una realtà esterna;
è una limitazione, che non ci sarebbe se non fosse voluta dal Soggetto
medesimo; il quale po- trebbe anche non volerla, ma rinunziando in questo casa
a creare dei soggetti. | 2. L’atto spontaneo, benchè non conosciuto in
anticipa- zione come ora dicevamo, è dal Soggetto Universale imme- diatamente
conosciuto nel suo attuarsi, perchè il soggetto sin- ‘ golo essendo, anche in
ordine alla propria iniziativa, interno : al Soggetto Universale, nella
coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia ipso facto anche
nella coscienza del Soggetto Universale. — 158 — 3. Abbiamo già visto, che
l'’indeterminismo di cia- scun atto è completo bensì riguardo al suo
realizzarsi, ma non riguardo al modo con cui si realizza. Il modo è anzi de-
terminato quasi per intiero dalle connessioni causali a cui l’atto è sottoposto
necessariamente nel suo realizzarsi. Deriva da ciò che il Soggetto Universale,
pur non preve- dendo il relizzarsi di un atto, prevede, con un’approssima-
zione di gran lunga superiore a quella, con cui l’uomo più dotto formula una
legge fisica o psichica, le conse- guenze anche più lontane degli atti che si
vanno realizzando. Il che gli rende possibile di esercitare in ordine al mondo
quella funzione teleologica di cui la parola Provvidenza «esprime la concezione
comune. Notiamo infine, che l’esi- stenza di un mondo, i cui creatori sono i
soggetti singoli, non impedisce al Soggetto Universale di influire sul mondo
medesimo anche direttamente per via di pensieri esclusivamente suoi, che
potranno modificarne anche profon- dissimamente l’accadere. I caratteri, che
riconoscemmo al Soggetto Universale, giustificano e impongono la sua
fondamentale identificazione col Dio delle religioni monoteistiche. Il Dio, a
cui siamo giunti, è degno senza dubbio d’essere amato sopra ogni cosa, con
tutta l’anima. Con ciò, la piena risoluzione del problema religioso non è ottenuta;
ma il procedimento per ottenerla è indicato con sufficiente chiarezza. | $ 4. —
Dio, e la scienza umana. ° Contro il teismo fu sollevata un’obbiezione, che
dobbiamo discutere : ammessa l’onniscienza divina, che funzione ri- mane alla
ricerca umana? L’uomo, per quante conquiste fac- — 159 — cia nel campo
conoscitivo, non riuscirà mai ad accrescere il sapere d’un minima che; la sua
opera è dunque vana. Ri-* spondiamo : la ricerca umana serve, se non ad altro,
ad accrescere il sapere dei singoli, che non si posson dire onniscienti, e che
possono tutti, per molto che sappiano, saper qualcosa di più. Gli oppositori
affermano, che in ogni singolo il pensante vero sia uno solo, Dio — un Dio, il
quale non pensa che nei singoli —; donde si conclude, che il sapere divino, e
il sapere dei singoli, coincidano. Allora, ma soltanto allora, l’obbiezione
apparisce fondata : se Dio è onnisciente, son tale anch'io; e la mia ricerca
non ha senso. - Se non che, noi respingiamo l’affermazione degli opposi- tori.
La discussione tra loro e noi deve cadere su questo punto: se cioè il singolo
sia, o no, da identificare con Dio. Le ragioni, che fanno per noi, furono
riferite più addietro, e non è il caso di ripeterle ; gli oppositori avranno
causa vin- ta, se riescono a confutarle. Ma che una conseguenza della loro
dottrina, da noi non accettata, si pnesenti come un'’ob- biezione alla nostra
dottrina, è logicamente illegittimo. Non c’è, dicono gli oppositori, una
ricerca, ma una costru- zione; che sotto un aspetto è costruzione del sapere,
sotto ‘un altro è costruzione della realtà. Questo — cioè che realtà e
cognizione sian tutt'uno, è indiscutibilmente vero in ordine a Dio; ma in
ordine al singolo? Apro un giornale, per in- formarmi delle novità; vorreste
sostenere, che le novità 'e ho create io con l’aprire il giornale? La
filosofia, rispondo- no, ha tutt'altro da fare, che tener dietro ai singoli. E
anche questo è vero fino a un certo segno; sostenere, che Dio è il pensante
vero in ogni singolo, mi sembra un dir qualcosa intorno ai singoli. — 160 — 7
Infine : l’onniscienza divina comporta qualche restrizione, che in Dio non è un
difetto, perch’Egli stesso la volle. Dio non crea il mondo umano — popoli,
governi, chiese, case, argini, macchine, ecc. ecc. — che in quanto crea, e mette
in condizioni favorevoli, degli uomini che lo creano. Ri- spetto al mondo umano
si può dire, quantunque non preci- samente nel senso degli oppositori, che la
scienza relativa è una costruzione piuttosto che una scoperta. Ma di qui non si
ricava niente contro la nostra concezione di Dio PREFAZIONE: INTRODUZIONE
CapitoLo I. — Il Saper volgare $ 1 — Valore del saper volgare $ 2 — Come si
costruisce il saper vulgare & 3 — Continuazione - L’Esperienza $ 4 —
Continuazione - La Ragione . $ 5 — Continuazione - Esperienza e ragione
collegate $ 6 — Continuazione L’attività pratica . $ 7 — Continuazione - La
convivenza $ 8 — Insufficienza del saper volgare & 9 — Continuazione ‘810 —
I sottintesi del pensiero volgare . CapitoLo Il. — La Scienza . $ 1 — La scienza
e la limitazione del campo . $ 2 — Altre considerazioni sul procedimento scien-
tifico . $ 3 — La scienza non può condurre ad una conce- zione d’insieme
CapitoLo III. — Le Religioni . $ 1 — Origine delle religioni PAG. 33 33 — 164 —
$ 2-- Prima critica delle religioni accennate . $3— Il Cristianesimo $ 4 —
Cristianesimo € filosofia CapitoLo IV. — Cenni storici sullo svolgimento della
critica $1— Cartesio . $ 2 — Malebranche e Spinoza . $ 3 — Locke $ 4 — Berkeley
$ 5 — Hume CapitoLo V. — Continuazione $ 1 — Leibniz - Le monadi e la loro
funzione rap- presentativa $ 2 — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano $ 3
— Kant - La rivoluzione copernicana . $ 4 — Kant - Le intuizioni fondamentali .
$ 5 -- Kant - I giudizi sintetici a priori e le categorie $ 6 — Kant - Fenomeno
e noumeno . | 8 7 — Fichte a. | $ 8 — Necessità di una critica ulteriore .
CapitoLo VI. — La Critica Radicale $ 1 — Opportunità di rifarsi da Kant $ 2 —
Lo Spirito e la realtà . $ 3 — IH Tempo | | $4— Osservazioni critiche sulla
dottrina del tempo suesposta $ 5.-- Lo Spirito ed il soggetto e n a PaG. 82 84
— 165 — . CapitoLo VII. — L’unicità del Soggetto . $ 1 — La cognizione
oggettiva dei soggetti $ 2 — L'unità della coscienza . $ 3 — Discussione del
solipsismo $4—- Continuazione CapitoLo VIII. — Formulazione dei problemi
fondamentali $ 1 — Unità di coscienza . $ 2 — Continuazione $ 3 — Unità e
molteplicità della coscienza $ 4 — La subcoscienza ; $ 5 — Inamissibilità della
subcoscienza 8 6 — La dottrina dell’essere ideale di Rosmini CapitoLo IX. —
Verità e Certezza $ 1 — Verità $ 2 — Certezza . $ 3 — Certezza e verità
CAPITOLO X. — Il tempo, la causalità e l’accadere $ 1 — Il tempo e il pensiero
$ 2 — Il tempo e l’accadere $ 3 -- La causalità come categoria $ 4 — Da che
dipende l’accadere $5 — Il principio dell’accadere $ 6 — L'interferire 8 7 — Lo
sviluppo del soggetto . CapitoLo XI. — Il problema conoscitivo $ 1 — Pensiero e
cognizione $ 2 — L'esperienza PAG, 101 103 107 109 109 iui 114 117 117 118 119
120 121 122 125 129 129 130 — 166 — $ 3 — Continuazione : che ci fa conoscere
lo studio . $ 4 — La comunicazione del pensiero e l'’interferire. $ 5 — La
cognizione della realtà fisica $ 6 — Realismo spiritualistico $ 7 — La
rappresentazione del mondo fisico CapitoLo XII. — I! problema pratico » & 1
— Su che si fonda la morale $ 2 — L'’utilitarismo $ 3-— Continuazione . $ 4 —
Cenno sullo sviluppo storico della morale $ 5 — La morale categorica $ 6 —
Critica della dottrina suesposta $ 7 — Conclusione CapitoLo XII: — Dio $ 1 — Il
Soggetto Universale $ 2 — Caratteri del Soggetto Universale $ 3 — Relazione tra
i singoli ed il Soggetto Universale $ 4 — Dio, e la scienza umana . 4 30007. 2
lieto albe la e » tn Ir Lin LETT f Ci cp prati LL ITTI ni n INDICE
————————————_——€€& Digitized by Google FINITO DI STAMPARE XXXI OTTOBRE
MCMXXV 17 Prezzo L. 12 = .uer- * P/9- iDinsro varisco 3174 ' 0>
TORINC SUL PROBLEMA * ì$ CONOSCENZA jf*!Ì ■* l.v BERGAMO TIP. KAGNANJ K
GA1.KAZZI )8fl3. ti TNTRODUZION K Che l'ordinario discorso abbia a fondamento
delle norme universali, è un fatto. Queste norme sono molte, ma non s'applicano
tutte in ogni discorso, nè tutte hanno una uguale importanza ; alcune essendo
costrui¬ bili per mezzo di altre. Si domanda, quali di esse siano, indipendenti
o primitive. Un fatto assolutamente primitivo l'ordinario discorso non è. Invero,
quando cominciamo ad accorgerei di ragionare, ci troviamo in possesso di un
certo nu¬ mero di notizie, che del ragionamento costituiscono l'immediata
materia e che, analizzate, rivelano manifeste le teaccie di ragionamenti
anteriori. L'ordinario di¬ scorso non è dunque spiegabile completa niente da
sé. La domanda formulata si può intendere in relazione, o al ragionamento come
un fatto semplicemente am¬ messo, o ad una spiegazione completa del fatto. Nel
primo senso, cerchiamo quali siano le norme che i.1 di¬ scorso è inetto a
costruire, e che p. c. son primitive in 4 ordine ad esso. Ma una spiegazione
completa del ra¬ gionamento, se fosse trovata, ci darebbe anche la co¬
struzione di lineile norme, relativamente primitive. La i/uestione dunque si
divide in due, spettanti la prima alla logica, l’altra alta metafisica ; le
quali ven¬ nero generalmente confuse. Molti stimarono deducibili con
l’onlinari(i ragionamento le norme tutte da una sola ; il che vedremo non
essere vero. Altri reputarono ozioso discutere le norme, assumendone in fatto
una sola, l'im¬ possibilità di pensare (o d'immaginare) in certe condi¬ zioni,
e attribuendo cosi lo stesso peso agli assurdi (p. cs.: un triangolo con
quattro vertici) e ai concetti non rappresentabili (g. es. : quello delle
dimensioni della terra, o della velocità della luce): anch'essi cadder nel
medesimo equivoco, quantunque, per difetto d'ana¬ lisi, se ne credessero fuori.
Noi che trattammo le due questioni, con su facente di¬ stinzione per quanto ci
pare, in altri lavori (i), le tor¬ niamo a discutere in questo ; diciamone in
breve il perchè, iwccssario a conoscersi da chi voglia, dell'opera nostra
complessiva, dare un giudizio o cavare un chiaro àostrutto. Gli scritti
precedenti avevano per base un’ipotesi (2). La quale si era bensì procurato di
formulare con la massima precisione e di chini-ire con molti raffronti; nè
aveva altro scopo, in fine, se non di ridurre a una sola le difficoltà che
s'incontrano discutendo sotto i di¬ versi aspetti il problema gnoseologico.
Inoltre lo svol¬ gimento coerente della trattazione dovrebbe aver con¬ tribuito
a fissare il significato dell’ipotesi e a dimo¬ strarne l'utilità ; mentre non
si dà forse l’esempio di discussioni gnoseologiche non fondate su qualche
ipotesi, espressa, o (eh’è ben peggio) sottintesa (2). Tuttavia, d'un’ ipotesi
si può dubitare ch'esprima sol- tanto un modo personale di vedere, che non
abbia si- unificato se non in mi cert’ordine di idee, e che quindi presupponga
il sistema, a cui si cuoi farla sentire di fondamento. Sarebbe utile sindacare,
con una ricerca indipendente dall' ipotesi, i risultati ottenuti per mezzo di
essa. Quest’ è uno degli scopi ilei presente lavoro. La questione, logica va
risoluta per la prima, (4) o la ricerca mancherebbe di base positiva.; e si risolve
con l'analisi del ragionamento. La nuova analisi riproduce sostanzialmente
quella che si era fatta altrove. Per l'ac¬ cennata diversità di metodo, non
potevamo ritenere ac¬ quisite le conseguenze delie indagini precedenti ;
abbiamo perii supposto che il lettore le conoscesse, risparmiando cosi molte
dilucidazioni, che sarebbero state ripetizioni. Dilucidazioni e non prove ; del
resto, molte cose negli scritti citati, quantunque coordinate all'ipotesi, ne
sono Indipendenti. Che ogni discorso sia innanzi tutto e sempre un pro¬ cesso
particolare ; che la particolarità d’ogni processo permetta di discutere le
norme generali, non discutibili altrimenti, e anzi queste traggano la loro
certezza dal¬ l'esigenza propria di ciascun fatto conoscitivo in quanto accade
; che p. c. l'universale non si debba ammettere senza spiegazione, e cioè
soltanto dopo di averto co¬ struito per mezzo del particolare ; sono nelle
nostre indagini, concetti fondamentali, che a noi par d’avere stabiliti,
risolvendo, non trascurando, le difficoltà solle¬ vale in contrario dagl'
idealisti. Ma nei due primi lavori, c'è alle volte qualche titubanza nel
ricorrere a que’ concetti (à), sicché forse non sempre nè immedia tinnente il
lettore avrà compreso il senso da attribuirsi a qualche discussione ; e ciò può
essere stato cagione d’equivoco. Confidiamo che dalle nostre espressioni questa
volta sia. svanita ogni ambiguità. Abbiamo affermato altrove la necessità di
ricorrere ad un algoritmo, perchè l’analisi del ragionamento rie¬ sca sicura : in
questo scritto Uaffermasione si troverà confortata di nuove dimostrazioni, che
non ci paiono facilmente confutabili. Ma preghiamo s'avverta di non equivocare.
Altro è voler sostituire l'algoritmo al di¬ scorso copie strumento di ricerca,
altro veder nette for¬ mule fondamentali della topica matematica il solo mezzo
jier /are un analisi completa e sicura de! ragionamento, ridotto alla massima
semplicità. Questa (e questa sol¬ tanto) è la nostra opinione; fondata su ciò,
che l'algo¬ ritmo esclude ogni sottinteso, mentre dall'ordinario di¬ scorso d
sottinteso non è mal rigorosamente escludibile. In algori!nm logico avevamo già
esposto altrove (0). c dedottene conseguenze, che qui vengono confermate. Quel
tentativo ci pare tuttavia esatto : ma come tenta¬ tivo nostro, non possiamo
pretendere sia indiscutibile. -\on parliamo delle formule, non inventate da
noi, ma le formule esprimevano simbolicamente delle proposi¬ zioni costrutte
con un metodo nostro. Rimaneva cosi dubbio, se l'analisi del ragionamento,
costituita dal com¬ plesso di quelle formule, avesse un valore oggettivo. •s è
riparato, riportando qui tali e quali, da un’accu¬ rata raccolta di formule
logiche, quelle riconosciute fondamentali. La logica matematica ha lo stesso
rigore e valor formale della matematica pura. La sua attitu¬ dine a ricavare
dalle formule che si riferiranno una sene indefinita di conseguenze, è fuori di
contestazione. Interpretando e discutendo le formule, riconosciute da essa
irredueibdi, siamo dunque certi di discutere delle norme logiche davvero
indipendenti (nel primo senso), os¬ sia di fondarci sopra una completa analisi
del ragionameli- 7 io. E se ci riascirà di costruire le delle formule con certi
mezzi, rimarrà dimostrata la sufficcnza di questi mezzi a spianare il ragionamento.
La lettura di quella parte dell’opuscolo, che tratta del! al nord am Ionico,
riuscirà noiosa, È un inconveniente al quale non era possibile rimediare, se à
vero (7), che il processo razionale non è analizzabile in guisa defini¬ tiva,
se non sia ridotto in forma alnoritmica. Però, di latte ^espressioni simboliche
si dà la traduzione in lin- guaggio ordinario : e non s’ istituiscono processi
alga ritmici, perchè dell’algoritmo non si fa che discutere 1 concetti
fondamentali. Benché contenga dette formule, ■/ars/n m„i c un lavoro di logica
matema tica : alla quale la discussione di que’ concetti è non meno estranea,
che quella del numero di dimensioni attribuibili allo spazio reale, alla
geometria. Pelle indagini, rispetto agli altri nostri lavori nuove assolutamente
(c non solo in ordine al metodo), cre- iliamo inutile far cenno. Bergamo,
Agosto 1893. ¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥*¥¥¥¥¥¥*¥¥¥¥¥¥¥¥ CAPITOLO 1°. LE CONDIZIONI
DEL RAGION AMENTO I. Delle cose pensabili, alcune ci sembrano indipendenti da
noi, p. es. una stella; altre invece sono senza più no¬ stri modi di essere, p.
es. un sentimento attuale di gioia o di tristezza. Ma quando la gioia o la
tristezza, oltreché provate, vengono pensate (p. es. analizzandole, giudican¬
done il valor morale, assegnandone le cagioni) l'opera¬ zione che si compie non
ha niente che fare con un tentativo di mantenere o di mutare quel modo di
essere. Il quale allora si distingue da noi che l’esaminiano, si contrappone a
noi nell'esame; noi ci riflettiamo, come se fosse indipendente da noi, al pari
di una di queU’altre cose. Si dice che la nostra affezione ò presa ogget¬
tivamente. • L'oggettività è in fatto inseparabile dal pensiero. Noi abbiamo
con le cose delle attinenze reali, e delle attinenze ideali; ogni azione
modificatrice tra noi e le cose.appar- 10 tiene al campo reale, ed è esclusa
dal campo ideale : non si conosce la temperatura di un ambiente, se non a con¬
dizione, di non modificarla. La distinzione (anzi l’opposi¬ zione) tra i due
campi sarà forse illusoria; non importa: come distinzione di fatto, essa è
innegabile. Se in fatto si diano delle cose indipendenti da noi, non si
discute. I nostri sentimenti non sono di certo fuori di noi; pure, noi li
pensiamo come se ci fossero estranei. Comunque stiano intrinsecamente le cose,
il pensiero lo considera tutte a un modo, come indipendenti dal suo proprio
atto; e non è possibile che a questa condizione, poiché, supponendola non
soddisfatta, troviamo di aver latto altro che pensare. Non v’è cognizione, che
non sia oggettiva; reciproca¬ mente, doy’è oggettività, ivi è cognizione;
quantunque la semplice oggettività non ci dia la cognizione più compita di cui
siamo capaci. Al presentarcisi d’un oggetto, pura¬ mente come oggetto, non se
ne conosce alcuna determi¬ nazione; s’afferma nonostante che qualcosa c’è, si
conosce. Una sensazione (8) può esser oggetto del pensiero, cioè possiamo
pensarci, parlarne. E può esser semplicemente • oggetto , die vuol dire,
possiamo non soltanto averla, provarla, ma pensarla, e pensarla indeterminatissimamente»
pensare soltanto che qualcosa è accaduto ( il puro acca¬ dere senza
determinazioni). Può essere che la sensazione ( o qualche sensazione) riesca
oggettiva, semplicemente, e da sé ? Non pare, e per due ragioni. L’immediato
acca¬ dere è sempre determinatissimo, è quel certo accadere, non l’accadere in
genere ; il semplice oggetto come tale è invece indeterminatissimo. In secondo
luogo, una sen¬ sazione, è un nostro modo di essere, almeno in questo senso,
che se non fossimo modificati, non sentiremmo. Ma i nostri modi di essere, come
tali, non sono ogget¬ tivi. II In ogni modo, anche rispondendo affermativamente
alla fatta domanda, che sarebbe assumere un’ipotesi, è pur sempre possibile
separar mentalmente il fatto della no¬ stra modificazione, dal fatto che questa
riveste il carat¬ tere d'oggetto, quand’anche i due in realtà si riduces¬ sero
a un solo. Dicendo in seguito sentire, s’intenderà denotare il primo fatto
separatamente preso. Non am¬ mettendo l’ipotesi, i due fatti sarebbero realmente
distinti, e l’oggettività il risultato d’un processo, qualunque siasi. Ma la
loro distinzione mentale è possibile in ogni caso ; si può dunghie dire, senza
pregiudicar nulla, che noi og- gettiviamo, e parlare d’un processo
d'oggettivazione. La semplice oggettivazione non ispoglia l’elemento della sua
particolarità ; gli elementi pensati sono quei certi tali, benché
oggettivamente presi ; non sono ancora delle nozioni universali. Quindi, il
concetto a, il concetto h, ecc. (intendendo, concetti primitivi o elementari)
pos¬ sono essere queste medesime lettere oggettivamente prese. Si può del resto
anche usare ciascuna lettera come segno d'un altro concetto, sia qualsivoglia,
purché otte¬ nuto con la semplice oggettivazione d’un elemento dato
particolare. 2 . l’n discorso, o processo razionale consapevole, consta di
parole, che hanno un senso all'infuori di esso, ossia di concet ti (ele mejiti
oggettivi, non però semplicemente og¬ gettivi) conn essi media nte certi atti
del pens iero (ope¬ razioni); e presuppone i concetti, di cui risulta. Di molti
di questi peraltro è lecito supporre (in un gran numero di casi non si tratta
nemmeno d’una supposi¬ zione, ma d’una notizia positiva) (9), che siano
risultati 12 (li processi anteriori ; non sarebbero dunque necessari alla
possibilità d'un processo qualunque. Ma la semplice oggettività, quantunque non
si sia escluso che possa es¬ sere il risultato d'un processo ( anzi, si vedrà
più tardi che cosi è, almeno molto probabilmente) non sarà di certo il
risultato d’uno di quei processi discorsivi ( i soli, di cui abbiamo chiara e
immediata consapevolezza), che la presuppongono, perchè non sono possibili, se
non è dato qualche concetto. Del resto, la varietà de’ tentativi fatti per
ispiegare l'oggettività, prova che 1* origine di questa è incognita, e va
dunque cercata altrove che in un processo chiaramente e immediatamente
consapevole. Congiungendo quest’osserazione con la chiusa del § preced., si
conclude, che senza le previe oggettivazioni (semplici) di alcuni dati, niun djcorso
sarebbe possibile. L'oggettività d'alcuni elementi è dunque una condizione
necessaria del discorso, il che non vuol dire, nè che sia la sola necessaria,
nè che sia sufficiente. E' intanto manifesto, richiedersi di più che cia¬ scun
elemento sia permanente, atto cioè a rimaner nel pensiero per un tempo
indeterminato, e anche a riaffac¬ ciarsi a intervalli, per un tempo del pari
indeterminato. La cosa non è discutibile; non è per altro cosi liscia come alla
prima parrebbe. S'io penso a dieci volte, ciascuno di questi pensieri è un
fatto pscicologico assolutamente distinto, com’è distinto ciascuno degli a che
compaiono scritti successivamente in un calcolo algebrico; nel pro¬ cesso però
essi contano per un elemento solo. Ossia un elemento non è permanente nel
pensiero, se non in quanto più elementi vi si considerano come uguali. Non si
cerca, in che consista l'identità; si può per altro ammettere, che sia il
risultato d'un processo d’identificazione, allo stesso modo e nello stesso
senso, che l’oggettività s'é con¬ siderata come il risultato del processo
d'oggettivazione 13 La permanenza d'un elemento non è inclusa nella sua
semplice oggettività. Un medesimo segno può infatti ricevere successivamente
diversi significati, cosi nel lin¬ guaggio usuale, come nell'algoritmo. Non v'
è d'altronde uiuna impossibilità nel supporre che un elemento venga Aggettivato
in un dato istante, poi in un altro, ecc.; e che tutte queste oggettivazioni
rimangano sconnesse, non si facciano valere come una sola. In quello che segue,
a meno che non si dica espres¬ samente il contrario, l'oggettivazione
s'intenderà sempre accompagnata dall’ identificazione ossia l'oggettività dalla
permanenza. Si vedrà in primo luogo come sia possibile costruire il discorso
presupponendo queste due sole formo accoppiate ; le quali tuttavia non si
prendono come forme universali, ma soltanto come realizzate ne' singoli ele¬
menti ; cioè, non si ragiona sull'oggettività e sulla per¬ manenza in genere,
ma si suppone soltanto che siano permanentemente oggettivi certi concetti dati,
a, b, c. ecc Si tenterà in ultimo una spiegazione delle forme me¬ desime. 3 .
Una parola, cioè un suono articolato qualsiasi, appar¬ tenente p. es. a una
lingua sconosciuto, o formata in modo arbitrario, può essere Aggettivata, al
pari di qual¬ siasi altro gruppo di sensazioni. (E quanto si dice del suono, s
intende anche d una figura che lo rappresenti, o dei fantasmi dell'uno o
dell'altra). In questo caso per altro essa non ha significato aldino. Quanto al
significalo, la parola lo riceve dalla sua connessione con un gruppo di fatti ;
connessione che dovrà ! essere stata Aggettivata, non meno della parola nuda e
del H gruppo separatamente preso. In varo, la parola, o denota elementi
dell’ordine reale: e il suo significato si confonde quasi che
indistinguibilmente con uno schema fantastico, strettamente associatole da un
nesso reciproco, mediante il quale essa è collegata a un gruppo più complesso.
O rappresenta un concetto astratto, ed è oramai accertato che questi concetti
sono solidificazioni, ottenute per mezzo della parola, di certi processi
razionali, ossia di certe successioni concatenate di fatti. Che queste
connessioni siano necessarie perché le pa¬ role abbiano de' significati,
risulta da ciò, che spezzan¬ dosi quelle o alterandosi, il significato della
parola sva¬ nisce o muta : del resto, sarebbe strano supporre che un dato
accozzo di lettere abbia un' intrinseca misteriosa virtù significativa.
Supporle non sufficienti, ossia che non costituiscano esse il significato, benché
ne siano una con¬ dizione, è un' introdurre un' ipotesi gratuita, dalla quale
si deve prescindere, finché il prescinderne sia possibile. Conviene distinguere
tra il significato che una parola puf) ricevere, e quello che essa riceve in un
dato mo¬ mento (in quella tal frase, pronunziata in quelle inco¬ stanze). 11
significato di una parola in un dato monpnto, dipende dal numero e dalla natura
di quelli tra gri ele¬ menti connessile, che in quel momento sono di fatto pen¬
sati. Ne risulta in primo luogo, che prescindendo pure dalle omonimie, una
stessa parola è capace di moltissimi sensi, più o meno diversi, e n'assume in
effetto or l'uno or l'altroj In secondo luogo, che il suo effettivo signifi¬
cato è sempre particolare. Infatti : se la parola ch'io pronunzio non risveglia
alcun' immagine, nè la reminiscenza sia pur iniziale d'alcun processo, io ho
detto una parola senza senso; pensandola, non penso che quel dato suono, cioè
un particolare. Se, degli elementi connessile, se ne risvegliano uno, due, ecc
k un determinato gruppo, il senso della parola, in quel¬ l'istante, è
costituito dal pensiero di quel gruppo: sem¬ pre d' un particolare. Come si
spiega allora, che le parole ("eccetto i nomi propri) abbiano anche un
significato universale ; anzi, che questo ne sia il vero significato, e secondo
l'opi- mone comune, e secondo il fatto ; perchè non si riesce a denotare un
determinato oggetto, se non applicando certi artifizi (predisposti nel
linguaggio), i quali di più son quasi sempre insufflcenti, se non vengano
aiutati da circostanze esterne? I na spiegazione, di certo, è necessaria. Ma
perchè sia vera spiegazione, bisognerà che : risulti dall'aver costruito dei
concetti e delle proposizioni universali, senza pre¬ supporre nient'altro. che
concetti e proposizioni parti¬ colari (presi in quel determinato senso che
hanno nel- l'istante in cui si considerano). Perchè, siccome il pen¬ siero non
ha mai a sua disposizione che una determi¬ nata materia, e similmente ogni suo
atto è del pari quel tato atto determinato, ogni caso contemplato o contem¬
plabile da esso è sempre un caso particolare. Prim i dunque della domanda: su
che fondamento si enunciano delle proposizioni universali ? conviene rispondere
a que¬ sta altra: in che consiste un'affermazione universale? • La risposta
sarà data (per quanto è possibile somma- riamente) nel Gap. V, come
un’immediata conseguenza «lei procasso particolare di cui al Cap. IV. Si può
dire per altro sin d'ora che la parola non ha un senso univer¬ sale
immediatamente e per sè, ossia per il solo fatto che Vlenfl P ensata come
significativa ; ma in seguito a una operazione nuova e distinta ; la quale, in
che cosa con¬ sista, e da che venga condizionata, rimane tutt’ora in¬ cognito :
ma verrà indicata dicendo che la parola è' stata soggetta all' intenitone d‘
universalità. Da questa Iti intenzione non si prescinde (ossia 1* universalità
si am¬ mette come non bisognosa di spiegazione) nei Capp. II e IH.i quali non
formano propriamente parte della teoria; e hanno il solo scopo di chiarirne 1'
intento, e di som¬ ministrarle opportuni mezzi di verifica. 4 he considerazioni
che precedono sono in perfetta ar¬ monia con de' modi di vedere, che oramai son
divenuti comuni, e si possono dire acquisiti alla scienza. I,a na¬ tura propria
dell'atto conoscitivo è di staccare il fallo dalla sua matrice reale, per
classificarlo sotto certe ca¬ tegorie universali, ossia per universalizzarlo o
idealiz¬ zarlo. Ma questo è un secondo stadio del sapere, a cui ne deve
precedere un primo più concreto . nel (piale il fatto si presenti con tutta la
sua attuale realtà. Se ciò non fosse, la nostra mente si rimarrebbe confinata
perpe¬ tuamente nella regióne dell' ideale, c mancherebbe qua¬ lunque
comunicazione colla realtà. Il sapere primo e più concreto è quello che corri¬
sponde alla semplice oggettivazione. Il fatto Aggettivato, è con ciò solo
pensato come qualcosa, come indipendente da noi e da tuttodì) che non sia esso
stesso. Ma non è ancora classificato; le sue determinazioni son sentite, ma non
ancora conosciute, perchè non espresse con formule generali ; nel pensiero del
fatto, non c' è niente che si riferisca ad altro, non vi si è per anche
ravvisata una moltiplicità organica d'elementi pensati, ma lo si è preso nella
sua semplicità originaria, nella sua realtà. L’uni versalizzazione vien dopo :
è il risultato d' una seconda operazione, distinta almeno in questo senso, che
non è sempre necessariamente associata alla prima. 17 Ma anche nell'
universalizzare, e dopo d'avere univer¬ salizzato, il pensiero si trova sempre
occupato intorno a ile’ particolari, s’intende già oggetti vati. Un processo
razionale qualsiasi suppone delle norme da seguire (la natura e il significato
delle quali verranno discussi più ol¬ tre), vogliam dire un tipo da imitare, un
modello da ripro¬ durre. Ora, se ogni singolo passo del pensiero rnoi es¬ sere
riscontrato a quel modello, bì richiede /’ incessante ri¬ chiamo d’ un passato
e la pistone dell' identico e la re¬ pulsione de/ contrario. Ben è vero, che in
tutto questo jirocesso il pensiero dee far opera di svincolarsi da’, legami
psicologici e sprofondarsi ne' rapporti pura¬ mente obbiettivi. Ma questi si
trasformano continua- utente in attnenze soggettive, (10) e a questo solo patto
perdurano nell'anima. Di qui l'alta opportunità, per non dire necessità, di
fissare i nostri pensamenti pei" mezzo di segni sensibili, e specie della
parola. (U) * In ogni processo, v’è l'intenzione d’universalità che gli
attribuisco un significato senza confronto più vasto di quello che gli è
immediatamente proprio ; ma quest'in¬ tenzione non sarebbe niente, e non
significherebbe niente se non fosse applicata a qualcosa. Il processo è insomma
e innanzi tutto quel tal processo reale, determinato, e perciò anche
particolare. E come particolare ha un si¬ gnificato, eh’ è il fondamento del
suo significato univer¬ sale ; perché niun risultato sarebbe ottenibile con un»
processo, che in fatto non si svolgesse. Quindi è a din* che ogni processo,
quand'anche, sottoposto in un dato senso all’ intenzione d’ universalità,
risultasse assurdo, come un processo che s’ è potuto compire su degli ele¬
menti oggetti vati, un qualche significato lo ha senza dubbio, e non può esser
questione, che d’interpretarlo , -• i ' / CAPITOLO II. IL RAGIONAMENTO IN
GENERALE 5 A (fioche certe parole sensate compongano un discorso sensato,
conviene che si succedano in un certo ordine i notando che pure i segni
d'interpunzione, rappresentati parlando per mezzo delle pause e del tono, vanno
con¬ siderati come parole. Inversamente, parole sensate danno sempre un
discorso sensato, purché si succedano in un certo ordine, che non è determinato
assolutamente, ma dev'essere un certo tale. (12) Si deve dunque dire che le
parole godono di certe proprietà combinatorie, perchè si prestano a certe
combinazioni o aggruppamenti, e non a cert altri (alcuno nia non tutte le
combinazioni possibili danno un discorso sensato). Le proprietà combinatorie
delle parole possono venir definite con formule universali e astratte; e tali
sono p. es. le regole grammaticali. Non occorre per altro che queste formule
siano conosciute; nè, quand'anche si co- «oscano, le combinazioni regolari
ottenute si possono credere sempre ottenute in fatto mediante un’applicazione
delle formule. Le combinazioni legittime si formano molte volte in modo
interamente, o quasi, meccanico; un gran numero di nessi legittimi tra le
parole essendosi resi abituali sino dalla fanciullezza. (13) Ma anche quando la
combinazione è deliberatamente vo¬ luta, e costituisce un atto pienamente
razionale, non per questo essa è sempre la particolarizzazione d’una formula 19
«onerale, non è dedotta da questa, ma è. o può essere un fatto cogitativo senza
riferimento fuorché alla sua matoria individua (s’intende oggettivata); il
risultato d'un processo chiuso in sé. e tutto particolare. lo pronuncio due
parole di cui penso i significati, quei significati particolari ch’esse hanno
per me in quel momento, supposto ch'io non le abbiasoggettate all’ inten¬ zione
d’universalità; le pronuncio successivamente, for¬ mandone un gruppo meccanico.
In conseguenza dell’essersi formato de' due suoni un gruppo, i gruppi d'altri
ele¬ menti che formavano separatamente i significati delle due parole, tendono
per associazione a connettersi, e in qualche maniera ci riescono ; se il nuovo
gruppo che risulta dalla loro connessione è oggettivabile come tale, la
successione delle due parole ha un senso: in caso diverso ne è priva. (La
formazione del gruppo risultante può in ogni caso venire impedita,
interrompendo il processo, connettere : ciò si ottiene col diriger l'attenzione
in un senso opportuno, e, come aiuto estrinseco mediante delle pause tra le
parole. Sopra di che non conviene fermarsi più oltre;. Le combinazioni
significative sono dunque de' risultati, determinati soltanto entro certi
limiti, ma entro questi nocassariamente determinati, dai significati delle
parole. Le quali dunque hanno certe proprietà combinatorie, perchè hanno certi
significati, e non per altro; le loro proprietà combinatorie si possono
considerar come effetti. «lei loro significati. K si dice, effetti, non
conseguenze, perchè, quantunque ne siano logicamente deducibili con de processi
generali, nel fatto esse reggono il disc«)rso, non in quanto dedotte, nè in
quanto deducibili, che anzi non sono d'ordinario nemmeno conosciute tutte ; ma
corno effetti reali del pensiero reale de’ significati. Poiché si pensano le
tali parole ne' tali sensi, non è possibile com¬ binarle che in que' tali modi.
Tant' è vero, che per as 20 sicurare la legittimità delle combinazioni, l'unico
mezzo a cui si ricorra, quando non si ragioni in forma, è di pensare con forte
attenzione i significati. Quando le combinazioni si facciano soltanto nel modo
indicato, com' è quasi sempre il caso nella pratica usuale, il discorso riesce
incerto e di dubbio valore. Infatti, il significato particolare d' una parola
non è qualcosa di fisso, anzi varia del continuo, per quanto leggermente, e in
un discorso appena un po’ lungo, anche a motivo «lolle nuove serie «li fantasmi
rievocate dal discorso mede¬ simo, va talvolta soggetto a variazioni di gran
rilievo. I,a variazione de' significati renderebbe già da sola il discorso meno
coerente ; essa poi tira con se una varia¬ zione nelle proprietà combinatorie.
E siccome la parola rosta sempre la medesima, cosi, chi esamini il discorso nel
suo complesso, è indotto a crederla presa sempre nel medesimo senso : quindi
a«l attribuire alla parola presa in un senso «Ielle proprietà combinatorie che
le appar¬ tengono soltanto se la si prende in un altro. Di qui una confusione
inestricabile. Questo genere di discorso non riesce conclusivo che
frammentariamente, e quando inol¬ tre s'appoggi del continuo a dei «lati «li
fatto semplici e immediati, (li) fi A riparare al difetto, si sono formulati
certi principi} universali, che non si possono rifiutare senza rendere
impossibile qualsiasi ragionamento ; e che, relativamente al loro significato
logico (tralasciando «li cercare, se ne abbiano anche un altro) sono fuor di
dubbio delle pro¬ prietà combinatorie generalissime. Per esempio : quello che
è, è; ossia: una parola ripetuta ha il medesimo senso, che isolata (vi son
delle eccezioni apparenti, su oui non aocade fermarsi): una cosa non può essere
o 21 insieme non essere : ossia due parole di significato opposto non si
possono combinare tra loro ; ecc. E da que’ principii supremi si è dedotto un
intiero sistema di regole ; cioè, dalle proprietà combinatorie universali
assunte come primitive, se ne son ricavate delle altre comuni a tutte le parole
d' una certa classe, a certe classi di gruppi di parole. In questo modo, e la
pratica del discorso venne disciplinata, e l'intima struttura dell'organismo
intellet¬ tuale che la rendeva possibile, cessò di essere un’ inco¬ gnita
assoluta. Ma non si potè impedire che le parole nel discorso non venissero
aggruppate secondo proprietà combinatorie diverse da quelle che si erano
assunte, o ricavate e di¬ scusse : per es., oltre alle regole propriamente lo¬
giche, si devono anche rispettare quelle grammaticali. Si dirà, le seconde
essere conseguenze delle prime ; la qual cosa per altro, se apparisce
manifestamente vera all'ingrosso, non sarebbe cosi facile a dimostrare per
minuto con tutto il rigore. Comunque, chi abbia ben in¬ teso il precedente §,
s’accorge che un discorso eie' soliti, nel quale i termini siano combinati
soltanto a tenore di certe regole formulate, è press’apoco impossibile; o che
por lo meno è impossibile accertare, se esso goda di tale proprietà. Infatti,
le proprietà combinatorie do' termini non sono tutte conosciute, nè forse conoscibili
; raggruppamento che noi facciamo dei termini, non è un applicare certe regole,
ma, come si notava, un effetto necessario del significato particolare che
s’attribuisce a que’ termini volta per voltar I.aggruppamento viene a essere il
risultato di due fattori, di uno soltanto de’ quali noi conosciamo e sappiala
dirigere l’azione : laddove l’altro opera a nostra insaputa, meccanicamente; il
che ci. rende ugualmente inetti a regolarlo come ad elimi¬ narlo, anzi a
decidere se abbia o no concorso a deter- minare il risultalo, e, nel caso del
si, in che senso vi abbia concorso. Certo, non va dato a queste riflessioni un
peso ec¬ cessivo. Poiché un processo razionale non appoggiato a regole
espresse, o voglialo dire schiettamente empirico, (15j ha sempre un significato
e un valore appunto pai* la sua particolare o concreta realtà, a più forte
ragione riuscirà conclusivo quello, che senza perdere punto della sua
concretezza, può essere inoltre intenzionalmente di¬ retto, e riscontrato con
delle norme ineccepibili. Ma poiché le cause ond’é resa possibile anzi facile
un'in¬ terpretazione dubbia o falsa del suo significato non sono tolte
assolutamente di mezzo, il pericolo rimane. S’hanno, a schivarlo, degli aiuti
di più; ma de' quali non é pro¬ vata l'assoluta sufllcenza in ogni caso. é. Per
eliminare dal processo il fattore meccanico, e ren¬ derlo cosi a un tempo
sicuro e pienamente consapevole, CIO) non v'é altro mezzo, che fissare con
precisione tutto le proprietà combinatorie di cui si vogliono supporre dotati i
termini, e combinare poi questi a tenore delle dette proprietà, e d'esse
soltanto. (17; Questo procedi¬ mento urta contro due difficoltà opposte.
Supponendolo applicato con rigore, i termini verranno a essere, nel l'atto se
anche non nell'intenzione, spogliati di qualunque significato, eccetto quello
che ricevono dalle loro proprietà combinatorie (18). Purché, siccome non li
combiniamo che a tenore di quello proprietà, qualsiasi nozione relativa ad
essi, clic non fosse rappresentata da una di tali proprietà, rimarrebbe senza
effetto sulle combinazioni, cioè sull'uso del termine, e quindi estranea al
processo che si svolge. Vale a dire: l’insieme delle proprietà combinatorie
attribuite a ciascun termine ri- 23 spetto agli altri, ne rappresenta in qualche
modo la de¬ finizione ; intendere il termine in un altro senso equi¬ varrebbe a
falsare il procedimento, se vien fatto nel corso di questo ; se vien fatto a
discorso finito, e per in- terpetrarlo, condurrebbe a un'interpetrazione
arbitra¬ ria, forse non assurda, ma in ogni modo non giustificata. Un processo,
costruito con l’applicazione rigorosa del metodo, riuscirebbe dunque senza
dubbio consapevole e coerente a sè stesso, esatto; ma vuoto. S’è visto, che le
parole hanno un significato effettivo, soltanto perché vengono pensate come
quei certi elementi della vita in¬ tellettuale cosi come s’è svolta davvero,
prese nelle loro connessioni reali. Ma prese a questo modo, le parole hanno una
propria indeclinabile esigenza combinatoria. L'usarne invece a tenore di certe
norme prestabilite ed esclusive* conduce a de’ risultati, che possono essere
incompatibili con gli effettivi significati, e in ogni caso non hanno con
questi alcuna connessione immediata o necessaria. Cosi non si studia nè
s’analizza nè si discute il fatto conosci¬ tivo : ma, giusta l’osservazione di
Stuart Mill. si costruisco la matematica, e nieut’alro che la matematica.
Tuttavia, per quanto sia grave questa difficoltà, siccome allo scopo del
presente lavoro è necessario conoscere con precisione la struttura del
ragionamento, converrà che l’os¬ servazione e l’analisi cadano su di un
ragionmento con¬ dotto in guisa da riuscire indubbiamente consapevole ed
esatto; cioè secondo il metodo accennato. Si dovrà poi di certo, pensare a
interpetrarlo, a dargli un contenuto. Ma s’è vero che da questa seconda
indagine non si po¬ trebbe prescindere, è pur verorh’essa non può venir fon¬
data che su di un'analisi precedente ; la quale riuscirebbe senza costrutto, se
avesse per oggetto un ragionamento, che, a motivo appunto del suo contenuto
immediato, pos¬ sedesse uria coerenza dubbia, e non fosse analizzibile con
sicurezza e precisione. 24 Se non che, è possibile {un ragionamento condotto a
tenore «lei metodo accennato? E' facile persuadersi, che non è possibile, se
non sotto la forma d’un algoritmo analogo all'algebrico; altrimenti, l’algebra
non avrebbe avuto bisogno di crearsi un linguaggio suo. Anele sup¬ ponendo
stabilite ed esplicitamente enunciate, per ciascuno dei termini «la adoperarsi,
le relative proprietà combi¬ natorie: il proposito «li non combinarli se non
«lietro queste norme, per «pianto fermo, sarà di esecuzione difficilissima in
ciascun caso, e pressa poco impossibile nel complesso. Perchè insomma i termini
possono venir combinati anche diversamente ; e troppo è forte la sug¬ gestione
prodotta dai loro significati abituali che non si dimenticano (nè si vorrebbe).
La geometria, finché asserviva del discorso ordinario, non è riuscita a
enunciare tutti i suoi postulati ; è un esempio assai convincente dell’impos-
sibilità d’eliminare ogni sottinteso dal discorso ordinario, e non occorre
neanche rammentare le condizioni ecce¬ zionalmente favorevoli fatte alla
geometria dalla sua ma¬ teria. Invece, simboli come gli algebrici, privi di
significato per sè, e che lo ricevono soltanto dal processo in cui vengono
introdotti, non possono venir combinati che a tenore delle propietà
combinatorie assunte; nell algori tmo v’ha dunque un' applicazione perfetta del
metodo accennato, la sola che presentemente si conosca. Rimarrebbe da vedere,
se sia possibile un algoritmo logico ; ma su di ciò è inutile entrare in
«liscussioni, perchè la logica matematica è un fatto. 25 CAPITOLO IH.
L’ALGORITMO LOGICO 8 Pei simboli semplici ili cui si fa uso, alcuni possono
venir iletiniG per mezzo d’altri, vale a dire vengono introdotti per
semplicità, come equivalenti a certi gruppi di quest’al- tri. Alcuni
necessariamente vanno assunti come primi¬ tivi ed elementari. Questi, nello
sviluppo algoritmico, non hanno significato che per le proprietà combinatorie
ad essi attribuite. Gli uni e gli altri si assumono poi come equivalenti a
certi termini (come simboli di certi concetti;; ma l'equivalenza, che del resto
non influisce nell’algoritmo, e serve solo a dargli un significato, può essere
discussa ; la discussione, evidentemente, non ap¬ partiene alla logica
matematica. La quale dunque opera su de’ concetti primitivi, e su concetti
definiti. Analogamente ; alcune proprietà combinatorie de’ sim¬ boli primitivi
dovranno venir assunte come primitive ; altre degli stessi simboli, e quelle
dei simboli definiti, s’ otterranno col processo algoritmico. Le une e le altre
si considerano come le espressioni simboliche di certe pro¬ posizioni, con le
quali per altro non hanno un vincolo ne¬ cessario nè che importi all’uso
algoritmico, e che p. c., potrà e dovrà venire discusso. Nella logica
matematica si hanno dunque pr oposizion i primitive e proposizioni dedotte.
Nello scegliere tra i diversi elementi (concetti e pro¬ posizioni) quelli da
considerarsi come primitivi, vi è manifestamente dell’arbitrario; cosi la
medesima scienza 26 è capace di ricevere esposizioni diverse, che per altro non
si escludono. Il risultato è sempre un sistema con¬ nesso dei medesimi
elementi. Non badando che alla con¬ nessione del sistema, il modo della scelta
(purché gli elementi primitivi siano tra di loro indipendenti) non importa; può
importare sott’altri aspetti, e specialmente, in ordine : primo, alla
semplicità di costruzione del sistema (va preferita la scelta nella quale il
numero degli elementi fondamentali è minore) ; secondo, alla interpretabilità
del sistema, ossia alla sua traduzione in un sistema di proposizioni
significative e vere sotto il punto di vista logico, psicologico e metafisico.
Può darsi che una scelta eccellente sotto il primo a- spetto riesca invece poco
opportuna sotto il secondo. Ma l’interpretazione deve seguire la costruzione ;
quindi al primo criterio va data la prevalenza. E in ogni modo, la discussione
correrà tanto minor pericolo di fuorviarsi, quanto più piccolo sia il numero
degli elementi su cui s'aggiri. Qui si prenderanno in esame le Formule di
logica ma- matematica del prof. G. Peano (10), lavoro breve e accu¬ rato, forse
il migliore dal lato della semplicità di co¬ struzione; inoltre puramente
algoritmico, il che risparmia la fatica di sceverare ciò che è logica
matematica, da ciò che n’ è un' interpretazione discutibile. Si prenderanno in
esame i soli punti fondamentali ; e sarebbe evidente¬ mente inutile diffondersi
di più. Che le nozioni e le pro¬ posizioni assunte come primitive e
indipendenti sian tali di fatto (se non in quanto sarebbe stato possibile
ottenerne alcune, assumendone a primitive altre, che invece si co¬ struiscono
dall'A, senza per altro che ciò riuscisse a semplificare il processo ), ognuno
riconosce immedia¬ tamente; quale sia il numero delle conseguenze dedotte. 27
non importa. La breve esposizione del § sg. è conforme a quella dell'A, salvo
poche e insignificanti differenze. 0 1". Simboli semplici, o concetti primitivi.
1) Proposizione : con le lettere A, B,... si esprimono altrettante proposizioni
; proposizioni diverse sono e- spresse da lettere diverse. 2) Definizione : X =
A ; con questa scrittura s’attri¬ buisce il nome X al gruppo A di segni, avente
già un significato conosciuto. 3) Sostituzione : in un gruppo, sopprimere un
segno, e scriverne un altro al suo posto. 4) Conseguenza di, oppure o : per
indicare che B è conseguenza di A, o si deduce da A, ossia che B è vera, se A è
vera, si scrive Af)B. 5) Congiunto con (moltiplicato per) : la congiunzione si
esprime col segno -f, che viene comunemente sottin- / X teso, come il suo
analogo in algebra: AB (=A jr ®)» s *‘ /x gnifica la proposizione che si
ottiene affermando la A e la B. 6) Negazione di, oppure — . 7) Assurdo, oppure
A ( >1 rovescio di V, iniziale di vero). 8) In fine si usano diverse
interpunzioni, il cui si¬ gnificato è analogo a quello delle interpunzioni
consuete, servono cioè a segnare le separazioni tra i gruppi. L’uso delle
interpunzioni sarà chiarito dagli esempi che seguono meglio che non si farebbe
a parole. II 0 . Gruppi o proposizioni primitive. le quali significano, che si
passa da un sistema di proposizioni a un altro che n' è conseguenza, rispet¬
tivamente : ripetendo una o più volte le proposizioni enunciate , o sopprimendo
alcune delle proposi¬ zioni congiunte; o invertendo l’or dine delle
proposizioni congiunte, se sono due; l'ordine delle due ul¬ time se sono tre.
14) A o B. o. AC o BC; cioè ai due membri d’uua deduzione si può congiungere
una stessa proposizione, 15) A. A 0 B. o B : Se è vera A, e se da A si deduce
B,' è vera B. 16) A 0 B. B o C : D. A D C : Se da A si deduce B. e da B si
deduce C, da A si deduce C (sillogismo). 17) B. o. A o AB : Se è vera B, da A
si deduce AB: ossia, a una proposizione si può sempre congiungere una
proposizione vera. 18) A = B. =: A d B. B 3 A (definizione) due pro¬ posizioni
si dicono equivalenti, se dalla prima si deduce la seconda, e reciprocamente.
19) A o B. 0 . — B 0 — A : Se da A si deduce B, dalla negazione di B si deduce
la negazione di A. 20) — (— A) = A : negando la negazione d'una pro¬ posizione,
s’ottiene la primitiva. 21) A -j- B = — ( — A)(— B) (definizione): disgiun¬
gere, o sommare, due proposizioni, significa negare il pro¬ dotto logico delle
loro negazioni. 22) A ( — A) = A : il prodotto logico d una proposi¬ zione e
della sua negazione è l’assurdo. E’ manifesta l’impossibilità di ottenere
questi 22 ele¬ menti con un processo universale (20) ; essi poi, nella loro
universalità, non possono neanche venir somministrati dall'esperienza interna o
esterna, la quale non dà che 9. A 3 A 10 . A 3 A A 11 . AB 3 A 12 . AB 3 BA 13.
ABC 3 ACB particolari. .Sarebbero dunque elementi a priori, e molti di essi,
giudizi a priori, evidentemente sintetici ; la lista del Kant verrebbe cosi ad
allungarsi parecchio. E tuttavia alla lista manca un elemento ancora,
necessariamente presupposto, quantunque non esplicitamente formulato. 10 Ogni
procedimento suppone di necessità il concetto di ordine. Un complesso di
proposizioni (o di gruppi simbo¬ lici) non ha valore scientifico se non
dall’ordine secondo il quale vengono enunciate, a meno che non si considerino
tutte come primitive. Presa infatti una qualunque tra le non primitive, si deve
sapere di quali tra le precedenti si è fatto uso per costruirla (dimostrarla) ;
se poi tra queste ve ne sono delle non primitive, la domanda medesima si ripete
in ordine ad esse e cosi di seguito. Si risponderà, che un sistema di
proposizioni ha un valore dal proprio ordine logico, il quale è un risultato
del processo deduttivo, o piuttosto non consiste in altro fuorché nell'essersi
certe proposizioni ottenute dedutti¬ vamente. Non isti dunque che il processo
deduttivo esiga il concetto preformato di ordine; perchè il solo ordine al
quale è necessità col legarlo, è segnato da esso, e da esso soltanto. La
disposizione materiale degli ele¬ menti ha pur essa importanza, ma secondaria:
è un aiuto o uu ostacolo secondo che è conforme all'ordine lo¬ gico, o in
opposizione con esso; ma non ne è una circo¬ stanza essenziale. Se però
l'ordine logico noif è tutt'uno con l'ordine ma¬ teriale, è pur vero che il
processo discorsivo è di neces¬ sità ordinato anche materialmente. Se certe
operazioni sono state compiute, e non tutte contemporaneamente. alcune saranno
state compiute per le prime, altre dopo quelle prime, altre dopo le seconde,
eoe. Rendersi uu conto preciso delle operazioni compiute, conoscere il
processo, è impossibile, quando non si sappia quali ven¬ nero compiute prima, quali
poi, ecc. ossia quando non se ne conosca 1 ordine materiale di successione. Se
poi quest'ordine materiale abbia o no una qualche influenza sul risultato, è un
punto da discutersi, cioè un teorema da dimostrarsi; a meno che se ne faccia un
po¬ stulato il quale sarebbe espresso da una nuova proposi- zioue primitiva. Ma
questa proposizione, o il procedimento col quale si dimostrasse quel teorema,
presupporrebbero in ogni modo il concetto di ordine materiale. Lo stesso §
preced. ce ne somministra delle prove di fatto. Le proposizioni 12 e 13 non
hanno assolutamente alcun significato, se i simboli AB, BA, (ABC, ACBJ non si
considerino come distinti, poiché supponendoli identici, entrambe le
proposizioni non sarebbero che repliche della 9; ora, questi simboli non si
distinguono se non per l'ordine dei loro elementi, dal quale p. c. non è fatta
astrazione. Ora si discutano in breve alcuni degli elementi di cui sopra. 11 .
S'ammette come primitivo il concetto di proposizione. Questo non è per altro un
concetto semplice: perchè le proposizioni s'ottengono combinando de' concetti
già pos¬ seduti in precedenza, e non sono dunque dei fatti sem¬ plici. per
enunciarne una bisogna enunciare il soggetto, il predicato e la copula. S
ammette inoltre il concetto di proposizione vera, 31 poiché il segno o posto
tra due proposizioni significa : se è vera la prima, è vera la seconda. E
questo concetto è abbastanza complesso, perchè sembri opportuno analiz¬ zarlo e
cosi precisarlo. Intanto, le proposizioni di cui si si la uso non sono tutte
vere allo stesso modo. Quelle che si possono dire semplici perchè espresse con
un segno solo, per esempio A, B, C, non importa che sian vere, basta che
vengano supposte tali. Ma il con¬ cetto di deduzione implica una proposizione
assoluta- mente vera (categorica, non ipotetica.) Scrivere A o B significa: la
proposizione con cui si afferma che B è vera sotto la condizione che A sia
vera, è vera senza condizione. Si hanno dunque due classi di proposizioni vero,
che hanno comune il carattere di essere vere, benché non esattamente nello
stesso modo. Questa verità non si può intendere nel senso volgare, secondo il
quale è vera una proposizione, che esprime la reale percezione d un fatto,
perchè le proposizioni vere in questo senso non appartengono nè all’una, nè
all’altra delle due classi riconosciute ; non sono ipotetiche, ma nemmeno
catego¬ riche allo stesso titolo, la verità loro è di fatto e non di ragione. E
nemmeno è lecito assumere senz'altro la ve¬ rità come un concetto primitivo; si
dovrebbero assumere almeno due concetti, corrispondenti alle due classi di
proposizioni vere. Ma è poi certo, che i due concetti siano indipendenti l’un
dall’altro? rimarrebbe da vedere e alla prima parrebbe che no (21).
^Nelled.lucnlazmni alle formule è espresso il concetto identità, che del
rimanente è già presupposto dalle for¬ mule e dal concetto di sostituzione che
serve di base alle dimostrazioni. P. es. : si passa da un sistema a un altro
che n è conseguenza, ripetendo le proposizioni enunciate anche piu volte: ai
due membri d’una deduzione si può oongiungere una stessa proposizione. Il
[ragionamento sa- 32 rebbe impossibile, se una proposizione non si potesse
considerare come data più di una volta sola, in quel certo istante : se non
fosse replicabile all'infinito. Ma il considerar noi una proposizioue in un
dato istante, è senza dubbio un fatto: ora, i fatti non si replicano tutti
quanti, se anzi non è a dire che, rigorosamente, non se ne replica nemmeno uno.
Perché,di certo, il fatto accaduto tempo fa, e la sua replica attuale, son due
fatti distinti, per quanto analoghi si vogliano. E an¬ che i segni
simultaneamente pensati a, a, a, . son più segui, e non un solo. 11
procedimento non tien conto della loro distinzione, che pur è reale ; e que¬
sto non tener conto della loro distinzione, che è un elemento effettivo del
processo, se anche vien passato sotto silenzio, è appunto un considerarli come
identici (22). Per queste medesime ragioni, la definizione data di equivalenza
riesce illusoria. Si considerino queste due proposizioni ; — 1*) Per
definizione, dire che due pro¬ posizioni sono equivalenti, significa, che dalla
prima si deduce la seconda, e viceversa ; — 2“) Si assumono come equivalenti le
due proposizioni: u) la proposizione A e la proposizione B sono equivalenti ; e
b) dalla A si de¬ duce la B e viceversa. Per trovare una qualsiasi differenza
di significato tra queste due, bisogna ricorrere alla meta'isica più sottil¬
mente distillata, e forse non basterebbe; ora è ben ma¬ nifesto, che per mezzo
della 2") non si definisce il signi¬ ficato di equivalente : lo stesso è
dunque a dire della 1*.; Ciò è anche più palese nella scrittura simbolica 18;
il segno = essendovi contenuto due volte, la prima come segno da definirsi, la
seconda come mezzo di definizione, e p. c. in un senso già noto. Esso ha dunque
due signi-, ficati, i quali, se fossero diversi, esigerebbero due segni; se
invece, com’ è del resto evidente, coincidono, ecco che il significato del
segno = non è definito, ma pre¬ supposto (23). La critica sommaria contenuta in
questo e nel prece¬ dente § non infirma il processo algoritmico svolgibile con
gli elementi assunti nel § y, considerato in sé stesso : ma si riferisce
unicamente al significato attribuibile agli elementi medesimi, quando si
vogliano considerare come i risultati di un analisi dell effettivo procedimento
ra¬ zionale. Sotto questo punto di vista, non si potrebbe ne¬ gar un peso alle
difficoltà messe in evidenza, ed è palese l'utilità di un tentativo diretto a
superarle. capitolo V. LE BASI EMPIRICHE DELL’ALGORITMO LOGICO 13. Si assumono
come dati certi elementi quali si vogliano p. es. le prime lettere minuscole
dell’alfabeto latino «, b,. . . Questi elementi si suppongono in numero de¬
terminato ; il che por ora significa soltanto, che si sup¬ pone la possibilità
di premiere successivamente in con¬ siderazioneciascuno degli elementi
medesimi, esaurendoli, sicché niuno di essi rimangi trascurato. Ciascuno di
questi elementi è un concetto fcf'r. § 1). Le operazioni fondamentali
effettuabili sugli elementi dati sono: aggruppare, analizzare, enumerare,
denomi¬ nare, paragonare (e quindi) affermare o negare, sostituire. Di queste,
chi scrive ha trattato con qualche diffusione in altro lavoro (24), del quale
si riassumono qui brevemente i risultati, con le poche variazioni richieste
dalla diver¬ sità del punto di vista. Non si discutono i concetti uni¬ versali
astratti dello operazioni indicate. I termini che le denotano non vengono qui
usati se non in quanto ri- cevono un significato dall’esperienza oggettivata
perma¬ nentemente, ma pur sempre [(articolare. Converrà descri¬ vere (affatto
sommariamente) questoprocesso sperimentale. Ma le frasi con cui lo si descrive,
non solo possono venire, ma vengono quasi che spontaneamente e invincibilmente
assoggettate all'intenzione d'universalità (effetto dell'abitu¬ dine) quindi
parrà che noi ci aggiriamo sempre tra gii universali, contrariamente a ciò che
si dichiara di voler lare. E’ un imbarazzo ma non una vera difficoltà, perchè
il lettore, invece che assumere nel loro significato ge¬ nerico le frasi
generiche nelle quali s’abbatta, può limi¬ tarsi a compiere le esperienze e
osservazioni mentali suggeritegli dalle dette frasi, e starsene senz'altro ai
ri¬ sultati particolari cosi ottenuti (oggettivati permanen¬ temente). Egli può
far questo, perchè una parola non perde la particolarità del suo significato,
se non cessando d'essere significativa addirittura, un processo qualsiasi
essendo innanzi tutto e necessariamente quel tale processo par¬ ticolare. Ciò che
si consiglia di fare è dunque fatto sem¬ pre e da tutti. E’ vero [ter altro,
che non si bada sol¬ tanto a quei certi elementi concreti che in un dato
momento costituiscono la materia del pensiero ; si tiene conto pure di tracce
lievissime d'elementi passati, d’ac¬ cenni fugaci d'elementi futuri ; mentre si
svolge un dato processo, si gettano di quando in quando delle occhiate
rapidissime su altri processi che si presentano vaga¬ mente e in complesso, e
che non s'ignora potersi svol¬ gere a volontà, e s’alternano queste diverse
operazioni conferendole sommariamente tra loro. Ma (lasciando stare che pur in
questo più complesso lavoro nel pensiero non cade mai altro che una certa
determinata materia il fatto, che questo lavoro ci è divenuto abituale,non) toglie
realtà alla prima e più concreta fase di esso, non 35 rende impossibile,
quatunque possa riuscire malagevole a chi non abbia acquistati molta abilità di
riflessione, di limitarsi alla prima fase solamente, che è appunto quello che
si domanda. 14 I fatti, di cui abbiamo distinta coscienza, sensazioni o
rappresentazioni fantastiche, nel loro accadere immedia¬ tamente manifesto
appariscono segregati, e costituiscono un dato di cui non si potrebbe fare a
meno. Ma il dato non si limita a ciascun di que’ fatti separatamente preso; è
dato insieme qualcos'altro, di cui ci si rende conto dicendo, che que’ fatti
sono distribuiti e connessi in un certo modo. Concepire de’ fatti, non è ancora
concepirne la distribu¬ zione e la connessione ; perchè ciò abbia luogo, occorre
che oltre a que’ fatti, siano concepiti cert’altri elementi, che sono però
sempre elementi di fatto (p. es., il foglio sul quale son distribuite o
mediante il quale risultano connesse le lettere qui scritte, è reale quanto le
lettere ; ma non viene avvertito, o è respinto in seconda linea, quando si
concepisca separatamente alcuna di queste). Concepire i fatti, e concepirne
insieme la distribuzione e connessione, è un avere de’ concetti individui, che
for¬ mano un gruppo (di concetti). II significato di gruppo rimane cosi
determinato dal¬ l'associazione del termine con un certo determinato ac¬
cadere. Non risulta da ciò, che ogni gruppo di concetti deva essere il concetto
d’un gruppo di fatti (concepiti cia¬ scuno distintamente). Sono concepibili de’
cavalli alati, quantunque non se ne siano visti, ma perchè si è visto il modo
d’inserzione delle ali su quegli animali che le hanno. 3fi Siccome del resto i
pensieri sono fatti reali non meno degli altri, contraggono come gli altri
delle connessioni, le quali, oggettivate che siano, ci danno il concetto di un
gruppo di concetti, l’origine del quale non dipende (immediatamente)
dall'esperienza esterna, ma soltanto da quella, il cui sviluppo costituisce il
pensiero. I fatti esterni sono tutti connessi, o costituiscono un solo im¬
menso gruppo, l'universo fisico ; non sono però tutti uniformemente connessi.
Si danuo connessioni di\eoa¬ mente energiche, e se 1 energia di certe
connessioni è molto piccola di fronte a quella di certo altre, può essere
trascurata; cosi l’universo si scinde in un gran numero di gruppi, ciascun de’
quali può essere conside¬ rato entro certi limiti come chiuso in sè ; intorno
al quale è possibile, vogliam dire, acquistare un gran nu¬ mero di cognizioni,
dotate del più alto grado consegui¬ bile d’esattezza, limitando lo studio ad
esso solo. Una scissione analoga ha luogo nel nostro stesso pen¬ siero. Se non
che nello svolgimento del pensiero la vo¬ lontà ha una parte essenziale ;
potendo noi scegliere ogni momento tra diverse operazioni, che ci paiono
(quand’an¬ che non fossero) ugualmente possibili. Oltre ai grupp i spontanei di
concetti, ai gruppi cioè costituiti dalle con¬ nessioni contratte
vicendevolmente da certi concetti, per il semplice fatto del loro essersi
formati, vi hanno dunque altresì de’ gruppi volontari, costituiti dal nostro
proposito di compire su certi concetti certe operazioni, di considerarli, tutti
ed essi soli, come elementi di un solo processo. Questi gruppi volontari hann o
un impor¬ tanza speciale. Cosi si ottengono i processi distinti; cioè le nostre
o- perazioni mentali non si considerano come tutte conca¬ tenate, e dirette a
un solo scopo ; ma si connettono in gruppi o processi diversi, ciascuno dei
quali ha un prò- prio intento e un proprio carattere, e si svolge (in ap¬
parenza almeno) indipendentemente dagli altri. Due pro¬ cessi distinti o piu
possono, nel loro svolgimento, intrec¬ ciarsi tra loro, senza perdere la
distinzione. 15 I gruppi dati si distinguono tra di loro, non perchè vengano
concepiti secondo certe forme universali, poiché si suppone che il pensiero non
sia giunto ancora a questo stadio, ma per i loro caratteri empirici. La serie è
un gruppo, che si distingue per un proprio carattere empirico indefinibile. Si
hanno delle serie date, p. es. : gli alberi che crescono lungo la riva d'un
fiume, o le operazioni (anche mere oggettivazioni) che si compiono
successivamente nel pensiero. Se, di più elementi dati, fissiamo l'attenzione
sopra di uno solo, e facciamo quindi variare l'elemento a cui s’attende, ossia
la trasportiamo da uno su di un altro, tenendola sempre concentrata sopra d'uno
solo, compiamo una serie d'operazioni. La quale però non basta a che gli
elementi vengano conce¬ piti in serie ; la successione di più concetti non è
ancora il concetto d una successione: questo per altro si forma, oggettivando
la serie reale delle operazioni compite. Quando una serie (data, o
arbitrariamente costruita, come uell’es.) consta di pochi elementi, essa può
essere rappresentata e concepita tutta, pur essendo rappresen¬ tato e concepito
ciascun suo elemento : p. es. : ab ; abc ; abcd ; ecc. (Dicendo, che gli
elementi devono esser pochi, si vuol dire, che il doppio fatto è condizionato ;
ma quan¬ tunque il termine esprima la condizione, si deve mo¬ mentaneamente
astrarre dal suo significato relativamente preciso. 11 fatto ora è possibile
ora no; negli esempi addotti è possibile, non lo è relativamente alla serie
costituita da tutte le lettere di questo scritto ; non si vuol dire altro). 38
Concepire la serie come un elemento (un gruppo og¬ gettivo e permanente), e
ciascun elemento nella serie, è avere il concetto d' un carattere che
appartiene a ciascun elemento, in quanto è quel tal elemento della serie, o che
dicesi il suo posto, o il suo numero d'ordine. Trattandosi di serie che possano
venire rappresentate e concepite integralmente c. s., il concetto del numero
d’ordine di ciascun suo elemento, e quindi anche del numero degli elementi, è
pensato col pensare la serie, od è un elemento del concetto della serie. E’
dunque possibile operare sul detto elemento senza fondarsi su altro, che sulla
rappresentazione e sul concetto che s’ha di quella tal serie. In altri termini
: chi è in possesso delle parole uno, due, tre, (o d'altri segui equivalenti, 1
, 2, 3,) e sappia inoltre, che in una serie a è il primo elemento, b il
secondo, c il terzo e 1’ ultimo (« ha il numero d’ordine 1, ecc.), non ha con
ciò un concetto della serie diverso da quello di chi semplicemente pensa
l'oggetto abc, o la successione di concetti che s’ottiene pensando prima a, poi
b, poi c. Il concetto universale (astratto) di numero, quale si richiede a
rendere possibile l’aritmetica, non è esaurito da queste concezioni e
rappresentazioni seriali ; ma s’ è vi¬ sto non esser nemmeno necessario perchè
in certe serie (di pochi elementi, cioè rappresentabili c. s.) il carattere che
contraddistingue ciascun elemento nella serie possa venir concepito. I concetti
di questi caratteri si possono dunque anche esprimere, per comodità di
linguaggio, ma senza che ciò implichi un’anticipazione sui risultati di
processi non ancora studiati, coi termini uno, due,.... ; primo, secondo,.... ;
perchè è ben vero che il pieno si¬ gnificato di essi non può essere fissato che
mediante uno studio, dal quale ora si prescinde ; ma è vero altresi, che un
significato venne già loro attribuito, indipendente¬ mente da quello studio.
Col processo indicato non si possono, si comprende, oltrepassar certi limiti,
che per altro è impossibile as¬ segnar con precisione a priori ; l’esperienza
(interna e personale di ciascun lettore) deciderà. 1G Per indicare un gruppo,
gli elementi se ne suppor¬ ranno sempre disposti in una serie, separati dal
segno (;), e chiusi occorrendo tra parentesi ; parentesi di varia forma
servirebbero a denotare diversi modi di aggrup¬ pamento, che però non verranno
particolarmente con¬ siderati. E s'intenderà, che il secondo elemento venga
aggruppato al primo; il terzo, al gruppo formato dai primi due, e cosi di
seguito. Quindi, il gruppo dipenderà in generale (oltreché dal modo di
aggruppamento) dall or¬ dino de’ suoi elementi. Ma due gruppi, in cui il modo
di aggruppamento sia il medesimo, e uguali cosi gli ele¬ menti come il loro
ordine, non potranno essere diversi; dire, che i due segni (a; b ; c), (a ; b\
c) possano avere significati diversi, è quanto dire, che il segno (a; b ; c)
non abbia un significato permanente ; ossia che noo s’abbia il concetto (a ; b
; c). Un gruppo potrà esser denotato con una lettera sola, e si useranno a
quest’efletto le maiuscole. Per indicare che una maiuscola è il nome di un
certo gruppo, ser¬ virà il segno = ; p. es. A = a ; b. Questa scrittura per
altro può venire interpretata in due sensi. Il primo è quelfo ora dichiarato :
con essa allora si definisce il segno A, operazione necessaria per¬ chè si
possa introdurre A nel processo razionale, poiché A per ipotesi non è uno dei
concetti che si suppongono dati, e d’altronde è un segno semplice, non un
gruppo, e quindi non potrebb’essere costruito. Ma quando de’ segni come A, B.
siano stati defini¬ ti, possiamo considerarli come de’ concetti dati, ed
eseguire su di essi le medesime operazioni che sui con¬ cetti primitivi ;
formarne p. es. dei gruppi ; A:B. Queste operazioni s’eseguiscono materialmente
sui segni, senza alcun riguardo ai loro significati, i quali possono anche
venir dimenticati allatto. Che se più tardi divien neces¬ sario ricordarli, a
ciò serve la formula A ^ a:b: la quale in tal caso non esprime più la
denominazione di nJt mediante A ; ma che il significato di A (di quell’A. che
venne introdotto in un dato processo come signifi¬ cativo), è appunto a;b. La
detta scrittura ci dà allora l'analisi del gruppo A. (Che le due
interpretazioni della formula non coincidano, si rende manifesto, anti¬ cipando
per un momento il concetto di proposizione vera. Una denominazione è atratto
arbitraria, non vi è ragione per adottarla, ma nemmeno per escluderla, quando
la si consideri essa sola; fatta che sia, e a meno che non s intenda di
abolirla, conta dunque per una proposizione vera. Un’analisi invece
potrebb’essere falsa ; niente vieta che sia in forza d’ un equivoco, ch’io
ritengo quell’A che ho introdotto in un processo mentale essere stato definito
mediante A= a:b. E’ tuttavia da notare che in qualunque dei due sensi questa
formula esprima una proposizione vera, essa esprime una proposizione vera anche
nell’altro). 17 La permanenza d' un concetto primitivo a, o dal con¬ cetto d’
un gruppo A, suppone che le attuali rappresen¬ tazioni oggettive di a (di A),
le reminiscenze delle rap¬ presentazioni passate, e anche le anticipazioni
sulle fu- 41 turo fin quanto sappiamo che a oppure A potrà essere usato
significativamente anche in avvenire) si fondano in¬ sieme, in modo che
ciascuna non venga considerata come quel tale elemento in fatto distinto da
tutti gli altri, ma tutte valgano come un elemento solo. L’ identifica¬ zione
suppone dunque un riferimento, sulla natura del quale non si fa per ora
considerazione di sorta. E si può dire che questo riferimento s’estenda a tutti
gli e- lementi che in un dato istante si trovano nella coscienza; poiché certi
soli di essi si identificano fra loro, cert’altri pure si identificano tra
loro, e vengono per ciò stesso pensati diversamente dai primi, ossia (poiché si
suppon¬ gono pensati insieme) come distinti dai primi. Suppongasi ora che i
gruppi A, 15 constino ciascuno di molti elementi, connessi da operazioni
complicate e varie. Si pensa il significato dell' uno e dell’altro, svol¬ gendo
il processo implicito in ciascuno ; questo però e- sige tempo e fatica,
dimodoché nel maggior numero dei casi viene ommesso, contentandoci di operare
sui sim¬ boli A, B, come fossero concetti primitivi. Se non che, rispetto a due
concetti primitivi a, b, la loro diversità è irreducibile, perchè i loro
significati non sono esprimi¬ bili altrimenti che per mezzo dei due segni,
effettiva¬ mente diversi. Invece, i significati di A, B, possono venir pensati
anche diversamente che per mezzo dei segni A, li ; la diversità di questi non è
dunque sufflcente ad as¬ sicurarci della diversità dei significati. Il processo
di ri¬ ferimento accennato di sopra, il quale fin che investe i segni nella
loro immediata (oggettiva) realtà, di certo non li identifica, li
identificherebbe forse, se investisse i significati direttamente, cosa non
fattibile se questi si¬ gnificati non sono esplicitamente pensati. Questa
titubanza impedisce a un processo contenente A, B di avere un significato cosi
preciso ed univoco, 42 come uno che soltanto contenesse elementi primitivi. A
ciò si rimedia, paragonando i significati di A. B ; la qualcosa, come risulta
ormai chiaramente, non è che un estendere deliberatamente, ai detti significati
quel pro¬ cedimento medesimo, che svolgendosi sugli oggetti ele¬ mentari
produce la loro permanenza (li trasforma in con¬ cetti) nel punto stesso che
rende manifesta la diversità dei risultati «li due o più diverse
identificazioni. Se in questa guisa i significati di A, B risultano identici,
si dice che A=B. Questa uguaglianza, mentre si com¬ pie il paragone, viene
generalmente pensata (non affer¬ mata) come un risultato possibile : per
impedire che il concetto dell’eguaglianza pensata acquisti il valore d una
affermazione, si connette al simbolo dell’eguaglianza un segno particolare, che
ha il medesimo uffizio della can¬ cellatura sovrapposta a una parola o a una
cifra, per avvertire che non va letta insieme con le altre, senza toglierle
d’esser letta separatamente ; si scriverà A— =B. Risulta cosi chiarito il
significato dei termini affermare e negare. Affermare e negare è un riprodurre
consape¬ volmente (mediante atti deliberati) quel complesso di cir¬ costanze,
al quale è dovuto se delle oggettivazioni s’i- dentificano rendendosi
permanenti (de’ concetti si fer¬ mano), o deH’altre si distinguono tra loro (si
formano più concetti, e non uno solo). Questo complesso di circostanze, in
quanto produce i concetti primitivi (gli elementi ne¬ cessari d’ogni processo
consapevole) non è stato discusso nè studiato fin qui ; si è soltanto
riconosciuto che una semplice oggettivazione non lo esaurisce. Esso, non meno
dell’oggettivazione, forma la parte oscura del processo conoscitivo. L’avere
riconosciuto che il fatto è sostanzialmente il medesimo, sia in quanto produce
de' concetti primitivi (primitivi rispetto al processo consapevole) permanenti
e distinti ; sia in quanto è il risultato del paragone tra de’ 43 risultati del
processo consapevole, è importante per due riguardi. Si è ottenuto da una parte
una semplificazione: poiché due elementi a e <r sono identici, basterà spie¬
garne uno, o almeno s’avrà un solo elemento sconosciuto in luogo di due.
Dall'altra, il fatto, come compiuto nel processo consapevole, e parte di esso,
è immediatamente osservabile (anzi, costituisce propriamente ciò che si dice
osservare), è quanto si trova di più chiaro nella cono¬ scenza, benché non
manchi d'.un fondo oscuro. Appro¬ fittando di quanto v' è in esso di chiaro, è
sperabile si riesca a dissipare qualche oscurità del suo fondo, e quindi a
intendere la natura del fatto medesimo, in quanto pro¬ duce i concetti
primitivi, ossia in quanto è anteriore al processo consapevole. 18 . Le formule
A=B, A—=B, si dicono proposizioni. Nell’ ipotesi che si sia ottenuta la
seconda, il paragone tra A e B può in molti casi venir proseguito : e in par¬
ticolare può darsi, che, analizzando A vi si riconosca un gruppo, formato di
duo sottogruppi distinti, uno dei quali sia B. Indicando con C l'altro
sottogruppo, si ottiene al¬ lora la formula (proposizione) A=B;C.
Evidentemente, anche le definizioni studiate poco addietro sono altrettante
proposizioni affermative. 11 motivo deH’afTermazione è nei due casi diverso,
affermandosi che A=B perchè dal paragone risulta 1* impossibilità di
distinguere tra i si¬ gnificati di A e di B, mentre quell’impossibilità non ri¬
sulta, ma è voluta, nella definizione, con la quale all’ in¬ significante A si
attribuisce un certo significato. Ma il significato deH’aflèrmazione, ossiano i
suoi effetti su di un processo razionale successivo, sono sempre i medesimi ;
•14 di fare cioè che i due membri di essa contino per un solo elemento. Le
formule a=a, a— =ò, non esprimono il risultato d’un paragone deliberatamente
fatto; sono tuttavia in¬ terpretabili, in grazia del significato già attribuito
ai segni ; e intorpetrate significano : la prima la per¬ manenza del concetto
a, o l’identità (indistinguibilità) dei significati di a, ossia l’avere a un
significato; la seconda, la distinzione dei concetti a, b, o dei significati di
questi due segni. Sono proposizioni inutili, perchè enunciandole, non si fa che
dare la forma di un risultato del pensiero a ciò che era stato assunto a
materia del processo razio¬ nale, senz’altrimenti elaborare questa materia. Ma
la pos¬ sibilità di dare aU’elemento primitivo la forma di risul¬ tato è non di
meno degna di nota (cfr. il § preced. di cui si vedono qui confermate le
osservazioni). La proposizione n—a (oppure A=A) è necessaria¬ mente vera ; e la
a— =a, (oppure A —=A) è ne¬ cessariamente falsa : significandosi con ciò
semplicemente, che il fatto reale dell’aver noi il concetto a (dell'avere
formato il gruppo A), è affermato dalla prima, e negato dalla seconda. Benché
questo punto sia stato a lungo già trattato (23), alcune altre considerasioni
in proposito non riusciranno superflue. Le parole : proposizione necessariamente
vera, o non significano assolutamente nulla,osi prendono in un senso astratto e
universale, o denotano un fatto concreto e particolare. Nel primo caso, tanto
vale sopprimerle. Nel secondo si può domandare quale sia questo senso. 11 ri¬
spondere, che il concetto espresso dalle dette parole non si può ottenere
combinando concetti che non lo presup¬ pongano, è arbitrario. Ed è inoltre un
supporre ciò eh’è in questione; perchè s sta appunto cercando, se i con¬ cetti
universali siano costruibili mediante concetti parti- colari. Di più è assurdo
parlare di concetti universali non costruibili, ossia di frasi che si
pretendono avere un significato, mentre si esclude la possibilità di assegnare
comunque tale significato. Frasi di questo genere non a- vrebbero significato
alcuno. Poiché ben è vero che a fissare il concetto la parola è necessaria ; ma
l’aver la parola un senso consiste nella sua connessione con un processo,
l’effettività del quale costituisce il concetto, e che, s’è un processo reale,
dev'essere riproducibile. Un con¬ cetto, non esprimibile altrimenti che con
quella tal pa¬ rola (p. es. vero) si ridurrebbe a niente più della parola nuda
e insignificaute. S’è dovuto far uso di formule universali ; ma ognuno
riflettendo sul lavoro compiuto dalla propria intelligenza nel seguirne lo
sviluppo, si sarà accorto, che quelle for¬ mule, oltre ad aver quel significato
universale, rappre¬ sentavano e descrivevano anzi de’ fatti determinatissimi
che si compivano nel suo pensiero. Non si domanda, se non ch'egli le prenda in
questo senso; e, poiché ha ef¬ fettuato certe particolari operazioni mentali,
veda quale ne sia il risultato. Veda se, negando la coincidenza dei significati
di due n (di due A) distintamente pensati, gli riesca di pensare quel segno
come avente un significato. La non riuscita del tentativo in un determinato
caso, è ciò che si chiama l’avere riconosciuta in quel caso. la verità
necessaria di a — a, e la falsità necessaria di a — — a. In ogni altro caso si
dovrà ripetere un ten¬ tativo analogo, e star a vedere come riesce. (20) 19
Sostituire in un gruppo A (che potrebbe anch’essere un gruppo di proposizioni,
oppure una proposizione sola), di 40 cui a sia un elemento, il concetto h al
concetto a è un'o¬ perazione materialmente sempre effettuabile, e che non
abbisogna d'essere dichiarata. Il risultato sarà un cer- t’altro gruppo B, A e
B differiscono inquanto a. diffe¬ risce da />, e non altrimenti; se la
proposizione n=b è vera, e in qualunque senso sia vera, (27) anche la propo¬
sizione A=B sarà vera, e nel medasimo senso. Se dunque son vere le proposizioni
A=B:Ci, B=D;C la proposizione A=D;C§ :Ci sarà parimenti vera. S’ot¬ tiene cosi
il sillogismo, (28) per mezzo d’una sostituzione. Sostituire, in una prima
proposizione A =B;Ci in luogo di B un gruppo che gli è equivalente in virtù
d’una seconda lì ^I>:C* dicesi congiungere sillogistica¬ mente le due
proposizioni. Il risultato è una conseguenza di entrambe le proposizioni
congiunte. Si scriverà : (A=B;G| XB=D;Ca). o.A=D;C J ;C-. Al segno o che ha qui
il medesimo significato del §9, non si potrebbe sostituire il segno = ; come
risulterà in breve. La congiunzione sillogistica non si può effet¬ tuare che su
due proposizioni aventi un termine medio. S’è parlato (§ 14) della scissione,
che può anch’essere arbitraria, del processo razionale complessivo in più
altri; ciascuno dei quali si considera chiuso in sè medesimo e senza
riferimento ad altri. Cosi p. es. noi possiamo in¬ terrompere la lettura d’un
libro per incominciare quella d’un altro, risolvere l'un dopo l'altro due
problemi in¬ dipendenti, e anche far procedere di pari passo lo studio di duo
diverse questioni, nelle quali può darsi che i me¬ desimi segni appariscano con
significati diversi. E s’è anche accennata l'importanza essenziale di questa^scis-
sione, senza della quale il pensiero cadrebbe a ogni mo¬ mento in
contraddizione con sè stesso. E' chiaro, che due proposizioni non possono
venire congiunte sillogisticamente, se cosi l'un che l'altra non 47 viene
assunta come vera (anche solo in via d’ipotesi e come elemento d'un medesimo
processo (20). Ma due o più proposizioni possono venir assunte tutte due come
vere e come elementi d’un medesimo processo, anche se non hanno un termine
medio : si diranno allora con¬ giunte semplicetnente. E’ questa la moltiplicazione
logica di cui al § 0, 5. Anche due proposizioni con un termine medio possono
essere semplicemente congiunte (possiamo astenerci dal raffermarne la
conseguenza); anzi la loro congiunzione sillogistica ne presuppone la
congiunzione semplice. Si può dunque dire, che il congiungere è sempre la
stessa operazione (congiunzione semplice); soltanto in qualche caso, quando le
proposizioni sono due ed hanno un termine medio, oltre alla formula che esprime
1* im¬ mediato prodotto logico, se ne può enunciare un’altra (la conseguenza ),
che potrebbe anche venir ommessa, mentre però la sua negazione non può essere
inclusa nel processo medesimo senz’annullarlo ; in altri casi al contrario
conviene contentarsi (non volendo affermare più di quanto si sia ottenuto)
della formula esprimente il prodotto logico (30). Rappresenti P(A, B)=M un
processo qualsiasi, nel quale siano incluse come vere entrambe le proposizioni
A, B. Scambiando A con B, s’otterra P(B, A)=N; e non vi è motivo d’ammettere,
che debba essere M = N. L’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in M, e
l’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in N, sono due fatti complessi;
condizionati, per ipotesi, a questi due altri, che rispettivamente in M e in N,
le A, B sono state incluse come vere. Questi, ultimi fatti, come com¬ piuti, il
primo in M, il secondo in N, sono due e non un solo; ma è impossibile
distinguere l’uno dall’altro se non tenendo conto delle loro due effettuazioni,
sono stati enunciati entrambi con la medesima frase, son due •18 fatti
identici, o l'uno la replica dell’altro. A questi due fatti, dei quali si ha un
concetto solo, si riduce la con¬ giunzione di A con B, cosi in M come in N. Nel
concetto di congiunzione non entra dunque niente che concerna l’ordine con cui
vengono a succedersi le A, B, rispetti - ramente in M e in N, o un ordine
qualsiasi in cui A, p, vengano immaginate all*infiori di M e di N. E’ dunque AB
BA; e similmente si verificherebbe che ABC=ACB 20 Come si vede, mediante
processi particolari, operando cioè esclusivamente su certi elementi dati e in
modo pienamente determinato, si sono potuti costruire i con¬ cetti primitivi
del § 9, e gli altri che la discussione ha mostrato essere inclusi in quelli.
Ciò vuol dire soltanto che nella concreta particolarità di un dato processo, vi
è quanto basta, purché gli elementi ne siano oggettivi e permanenti, per
attribuire un significato ai termini cor¬ rispondenti, ossia per definirli, non
mediante formule di significato universale, ma per via della reale associa¬ zione
tra i termini o certi gruppi determinati di fatti conoscitivi. Risultano nello
stesso modo costruite le proposizioni del § 9: 10, 12, 13. ; purché in esse al
segno o si so¬ stituisca il segno =; e la 10, sotto una forma alquanto diversa
; il valore delle quali è il medesimo che quello dei concetti. Ognuna di esse
cioè esprime il risultato di un dato processo effettivamente compiuto, e non si
stende più in là. La 22 significa, che delle due proposizioni A, —A una è
necessariamente vera, l’altra necessariamente falsai e procedendo come ai § §
17, 18, è facile riconoscervi 49 un risultato a cui s’é inevitabilmente
condotti dal para¬ gone delle due propozioni, quando (come sempre; si sup¬
ponga che i segni abbiamo un significato oggettivo per¬ manente. Lo stesso si
dica della 20. (etri nota 2»; La 21 si può ottenere come un effettivo
risultato, an¬ ziché quale definizione. L’operazione del disgiungere due
proposizioni ha il suo fondamento, e trae il suo signifi¬ cato, dalla
possibilità di scindere il processo razionale complessivo in più altri, che non
abbiano tra loro alcuna connessione almeno pensata e di cui si tenga conto,
anzi dal fatto che tali scissioni hanno continuamente luogo, arbitrariamente o
no. Scindere in più il processo razio¬ nale equivale ad avviare più processi
(contemporaneamente o no), e, di più proposizioni pensate, introdurne, alcune
negli uni altre negli altri. Le proposizioni che s'intro¬ ducono in un
processo, vengono assunte o considerate ocrae vere in ordine ad esso ; quelle
che se ne escludono, gli è come se in ordine ad esso si considerassero false.
Di due proposizioni che penso, stabilisco d'introdurne una in un dato processo
(oppure devo necessariamente intro- durvene una), senza che sia peranche
fissato (o rispettiva¬ mente noto) quale delle due. Una almeno di queste in
ordine al detto processo vale dunque come vera e p. c. non sono tutte e due
false (§ 9, 21) (31). 21 La proposizione * a) AoB. BoA: q.A=B ossia,
dall’essere B conseguenza di A, ed A conseguenza di B, segue la conseguenza,
che A e B sono uguali, può 50 esse-e facilmente verificata col solito metodo,
di osser¬ vare il particolare processo che le corrisponde. Se AqB, B non può
essere negata, quando s ammetta A; ma si potrebbe negare A, e ammettere non
ostante B; le due proposizioni sono distinte, Se inoltre Bf)A, allora, qua¬
lunque s’ammetta dello due proposizioni A, B, 1 altra non può essere negata,
senza cadere nell assurdo; vale a dire, ciascuno dei due prodotti A( B), ( AJB
è assuido p. e c. A e B sono uguali (indistinguibili). Nello stesso modo si
verifica la proposizione. b) A=B.O : AoB. BoA. ora per semplicità di notazione
si ponga (definizioni): AdB. BdA=M, A=B:=N ; le a), b) diverranno
rispettivamente a) MoN b') N 0 M Congiungendo queste due proposizioni, e applicando
il metodo con cui s’ è verificata la a), s’ottiene come loro conseguenza, M-=N
; cioè : AqB. BoA:=.A=B (§ 9, 18) Il terzo segno o nella a), e il primo nella
b) non si può affermare che abbia lo stesso significato che nel § 19; perchè le
due proposizioni AqB, BqA (dove o può avere lo stesso significato che nel § 19)
non sono due ugua¬ glianze con un termine medio. Ma tra i due significati non
v’ è contraddizione ; perchè nell’uno e nell'altro caso- 0 signfica, non
potersi negare la tesi senza cadere in contraddizione ('nell’assurdo). L’ultima
proposizione (18, § 9) non si può dire dimostrata sillogisticamente; ma si è
accertata empiricamente l’i impossibilità di negarla senza contraddizione; essa
è dunque necessariamente vera (cioè: se di fatto connettiamo i simboli A, 13,
com’è in¬ dicato nella proposizione, non ci è più possibile assu¬ merla come
falsa). Una riflessione importante. S' è visto che il discorso è reso di dubbio
valore dall’ impossibilità di sottrarre le parole a delle combinazioni meccaniche
fortuite, dipen¬ dente dalla loro connessione con un processo particolare. E
ora per verificare le nostre formule, si ricorre sempre allo sviluppo de’
processi particolari corrispondenti. Ma ciò che rende incerto il significato
delle parole, è la non coincidenza tra la parola (figura o suono, oggetti vati)
e il gruppo variabile di rappresentazioni'che le dà signi¬ ficato con lo starle
connesso. Nel nostrjj caso invece, a significa soltanto n (oggettivato
permanentemente); A, soltanto A, se non si tien conto della definizione ;
tenen¬ done conto, significa p. es. 13 ;C, il quale poi non signi¬ fica se non
sé stesso, ecc. Quest’assoluta coincidenza tra il segno e il significato, o
insomma, lo svolgerai flel pro¬ cedimento sui soli segni oggettivati, sopprime
la detta causa d’oscillazione e d’incertezza. Il processo è dunque nella sua
immediata particolarità sicuro e consapevole; a meno che non si revochi in
dubbio il valore dell’og- gettivazione permanente. Siccome questo fatto
primitivo fu assunto e non di¬ scusso (e s’è dimostrata la necessità
d’assumerlo per av¬ viare un discorso) si è dispensati dall’esaminare quel
dubbio, per ora. Quando si parla delle incertezze a cui di fatto è sottoposto
il discorso, si parla di quelle che pro¬ vengono dalla causa suaccennata,
presupposta la validità dell’oggattivazione; si C9rca un mezzo per cautelarsi
con¬ tro l’errore, non contro l'illusione trascendentale. Questo mezzo è
trovato se anche rimanessimo nell’illusione tra¬ scendentale; della quale uon
accadrà discorrere se non quando si tratti di proposito dell’oggottività. 22
L’analisi di un gruppo può in molti casi venire inter¬ rotta prima che si sia
giunti agli elementi ultimi e ir¬ resolubili cioè ai concetti primitivi a, b,
c, . Anzi, nel discorso comune, dove gli elementi ultimi, che sarebbero le
oggettivazioni di fatti rigorosamente sem¬ plici, non si possono, o sicuramente
non si sanno assegnare con facilità, le analisi riescono sempre incomplete,
per¬ chè niuno avrebbe il tempo e forse neanche il modo di terminarle. Sia p.
es. da analizzare il gruppo A, e si riconosca, esserne elemento il sottogruppo
B, senza che tuttavia B esaurisca A; il che vuol dire, che per ot¬ tenere A
converrebbe aggruppare con B qualche altro elemento (in generale un gruppo,).
Che un risultato simile si possa ottenere, senza che sia noto l'elemento che si
dovrebbe aggruppare con B è un fatto de’ piu comuni: si sentono continuamente
frasi come le seguenti: perchè il vestito sia pronto non basteranno idue
giorni: le riparazioni da farsi alla casa non importeranno meno di tanto; ecc.
Lo si esprime con la formula : A=B;X. Il simbolo X, separatamente preso, non ha
per sè al¬ cun significato (s’ignora, per ipotesi, quale elemento con¬ venga
aggruppare con li) ; esso ha un significato soltanto nella formula, la quale
esprime per mezzo di esso, e senza non esprimerebbe, che B è uno ma non il solo
eie- mento di A. L’avere però la formula un significato viene indirettamente ad
attribuire un significato anche ad X. Formule come la superiore possono venir
introdotte in un algoritmo (32), nel quale p. c. segni come X verranno a
figurare, e vi saranno sottoposti a diverse operazioni: la possibilità a il
significato delle quali risultano unica¬ mente dal significato che hanno le
formule; ma intanto vengono ad essere stabiliti, e danno quindi un significato
ai segni medesimi. E lo stesso evidentemente s’ha da dire delle parole che
suppliscono questi nel discorso usuale. Se nel simbolo B;X, si sostituisce ad X
un gruppo determinato C , il simbolo B;C che si ottiene non avrà un significato
in generale, poiché non è detto che i due gruppi determinati B, C si possono
aggruppai^ nel modo indicato con (;). E' tuttavia possibile sostituire a X un
gruppo, in guisa che la sostituzione abbia significato, perchè per lo meno, A è
il risultato d’un tale sostitu¬ zione. E non vi è nessuna ragione per ammettere
a priori, che la sostituzione significativa possibile sia sempre unica ; in
molti casi la possibilità di ottenerne parecchie è anzi messa fuori di
contestazione dal fatto Rappresentino C,, C^, .. C n altrettanti gruppi
sostitui¬ bili ad X e sia : Ai=B;Cy, Aj=B;Cj, .... A^=B;C„, Si possono
esprimere questi risultati, dicendo che X è un elemento variabile, capace di
assumere i valori Ci. C H ’, e che consegpentemente A t (=B;X) è pure variabile
in funzione di X, capace di assumere i valori Ai ..... A u . Ma, se ben si
riflette, si riconosce che non si sono introdotte con ciò delle semplici locu¬
zioni. S’è visto infatti, che il simbolo X, privo di significato r»i per sè medesimo,
ne acquistava uno, per il solo fatto della sua significazione nella formula,
cioè per il suo essere come significati vo nella formula, sottoponibile a certe
operazioni determinate. Questo significato si precisa ancor meglio (si rende
più indipendente dalla formula) in seguito all’osservazione testé latta; X
significa, ora, l’uno oppur l’altro degli elementi noti Ci... Cn dove oppure è
il simbolo della disgiunzione, e corrisponde al segno ,+ (§ 9, 21 ).
Analogamente, Ax rappresenta l’uno oppur l’altro, o si voglia dire uno
qualunque degli elementi K, _A». In altri termini, X e Ax sono elementi
indeterminati, sono i simboli di due classi. 23 Ora si può definire la
deduzione applicata a un sol gruppo, che sia pure una proposizione semplice. Si
diranno dedotti da Ax tutti i gruppi che si ottengono attribuendo a x uno
qualunque dei valori ammissibili per x\ vale a dire, sostituendo in B;X alla X
uno qualunque de' suoi valori ammissibili. Questo modo d’intendere la deduzione
concorda col precedente. Infatti, la deduzione di B;C< (p. es.) da B;X si
può mettere sotto questa forma: ( A=B;XJ(X=C/ ; oA-B;C., ossia alla formula del
§ 19. Notando, che con piena ra¬ giono si è scritto A tanto nella prima che
nell’ultima proposizione benché s’avesse potuto scrivere con egual ragione A, e
A i rispettivamente. 11 simbolo .«si può con¬ siderare tanto come fisso ma
incognito, quanto come va¬ riabile (non lo si concepisce come variabile se non
perchè di significato incognito ; cfr § prec.) A è un gruppo fisso, analizzato
incompletamente ; se si viene a sapere che il suo elemento incognito X ha il
valore C< , sappiamo che A si risolve nel gruppo B;C« . Inversamente: nella
proposizione: A=B;C< possiamo sempre considerare B come variabile ; se l);Cj
è un valore ammissibile di B (11 che sarebbe vero anche se fòsse il solo valore
ammissibile di B e quindi se B in realtà fosse costante), D;C.;Ci sarebbe uno
de’ valori ammis¬ sibili di A (oppure, il solo, c. s.); la formula A=D;C* ;Ci
si può adunque considerare come il risultato di una deduzione, secondo il
concetto esposto in questo parag. a Vi è da fare un’importante avvertenza. Se B
è co¬ stante, e D;Ci è il suo unico valore, la formula A==D;Ca;Ci ha
esattamente il medesimo signifi¬ cato dell'altra A=B ;C i ; le due non differiscono
che per la materialità della scrittura, cioè sono equivalenti. Il processo è
solo in apparenza deduttivo. Non è il caso di osservare, che la prima formula è
in effetto rica\ata dal a seconda, mediante la sostituzione ecc. ; perchè, se B
è costante, ma non ne è immediatamente noto il va¬ ierò fse infatii dev'essere
data a parte la formula 3 = P);Cj ), B rappresenta una indeterminata ; ossia un
ele¬ mento concepito come variabile. Si ha invece una vera deduzione, quando B
è Co viene concepito come) variabile. Poiché dalla deduzione intesa nel primo
modo (§ 19) si ricava quella intesa al secondo, e viceversa, i due con¬ cetti
dideduzione sono equivalenti f§ 21). Nella deduzione per determinazione d’un
elemento variabile, un gruppo dedotto conterrà almeno un elemento variabile di
meno, di quello da cui lo si è dedotto. 50 24 a) ABoA r§ 9-, 14 Si consideri B
come variabile, indicandolo con X. Fifi i valori ammissibili di X, vi è A ;
dunque AXqAA ;« siccome AA=A ; cosi AXqA. b) AqB. 0. ACoBC. rib 14J. Poiché AoB,
posto A=M:X, sarà p. es.: B=M; N. Quinli A;C=M;X;C, B;C=M:N;C. B;Csi ottiene
con una deternli- nazione della X in A;C; dunque A;CoB;C. Lo stesso vale
sostituendo il segno della congiunzione all’ indeterijii- nato (:), c) A. AoB
:oB (ìbid. 15;. Questa proposizione non è nemmeno intelligibile, se non
ricorrendo ad un concetto più volte ricordato ; che (ioè il pensiero si spezza
di latto in più processi, i quali ben¬ ché non si possano dire assolutamente
indipendenti, si svolgono nondimeno indipendetemente 1' uno dall'altro, in
quanto conoscitivi. Sia noto che AqB ; io posso con tuttociò escludere B da un
processo, perchè in niun pro¬ cesso s’includono tutte le proposizioni vere a
qualunque titolo. Oppure, posso includere B nel processo, ma senza punto riflettere,
che è una conseguenza di A. Ma se in¬ cludo nel processo A, quand’anche non v’
includessi la notizia, che B è conseguenza di A, B si troverebbe in¬ cluso. d)
Bo. AqAB fibid. 17;. Impossibile conginngere con una proposizione data A, 57
un’altra proposizione B, se anche B non è data fnon è inclusa nel processo,).
E’ chiaro, che dev’essere data, non solamente B, ma anche A; la vera forma
della d) sarebbe dunque : B.Ao. AB: ossia BAgAB ; la quale, essendo BA =AB,
significa : data una proposizione, se ne deduce, che questa proposizione è
data. e AgB. BgC : g.AgC (jb., 16J. Poiché BgC, sarà p. es. : B=M;X, C=M:N. Ma
AgB, dunque B contiene una variabile meno di A ; sarà dunque, posto M—P;Q,
A=P;Y;X. Sostituendo a M il suo va¬ lore, è C=P;Q;N; ossia AgC. f) AgB.g. —
Bg—A. (ib. 19J S’è visto infatti (§ 20), che delle due proposizioni A, — A, una
è necessariamente vera. Se non è vera — A, sarà dunque vera A; ma allora è vera
anche B, perchè AgB; dunque, se da — B non seguisse — A, ne seguirebbe B ; cioè
la proposizione B(—B) non sarebbe assurda. capitolo V.° L’ UNFVERSALIZZAZIONE
25 Poiché abbiamo l’attitudine a denominare, possiamo assumere i simboli
primitivi a, "b, c ,..., non come rap¬ presentanti ciascuno sè stesso e
nulla più, ma come i nomi ciascuno di un certo gruppo oggettivato di fitti
interni quali si vogliano, o anche di fatti esterni. Si chiami r>8 per
abbreviare, concetto empirico l’oggettivazione im¬ mediata di uu gruppo dato
sperimentalmente, cioè uno di quei concetti che costituiscono la materia prima
ordina¬ ria del pensiero. I simboli primitivi a, b, c, .. . rappre¬ senteranno
allora ciascuno un concetto empirico. Analo¬ gamente, possiamo assumere che
ciascun gruppo di sim¬ boli, A, B, C, . . . . sia il nome (l'un determinato
gruppi) di concetti empirici, e cioè di un concetto empirico più complesso (o
anche di un concetto non immediatamente empirico se l’agruppamento dei concetti
empirici corri¬ spondenti ai simboli semplici è stato fatto in modo anche in
parte arbitrario; ma di questa circostanza non si terrà conto). Naturalmente,
mentr'è affatto arbitraria la scelta del simbolo semplice con cui denominare un
dato concetto empirico assunto come elementare, la composizione del gruppo A,
con cui denominare un concetto complesso, dipende dalle denominazioni già
scelte per gli elementi di questo, e dai segni d’aggruppamento di simboli che
si prenderanno come corrispondenti ai nessi che di più con¬ cetti empirici
semplici ne costituiscono uno complesso. In questo modo, le formule date di
sopra e tutte le altre costruibili per mezzo loro, sono capaci d'un' in¬
terpretazione. La quale per essere vera, dovrà soddisfare a certe condizioni;
basterà accennare la più importante, a cui non è difficile ridurre le altre.
Ogni processo algoritmico si fonda su alcune proposizioni, che vengono supposte
vere ; e possono sempre venir sup¬ poste vere, purché tra loro non ve ne siano
d'incompa¬ tibili (contradditorie) ; cosa questa immediatamente rico¬
noscibile. Se però i simboli rappresentano concetti em¬ pirici, ciascuna di
quelle proposizioni diventerà in gene¬ rale categorica, e sarà dunque vera o
falsa di necessità ; inoltre due di esse (appunto per la complessità del loro
significato) potranno essere incompatibili quand’anche non manifestamente
contradditorie. Per assicurarsi che l’interpretazione non sia apparente, sarà
dunque neces¬ saria una discussione, forse complicata, e non effettuabile con
l’algoritmo. . Ricompariscono qui le cause d’errore, per eli minareto quali
venne introdotto l'algoritmo. A rendere esatta l'in¬ terpretazione, non si
hanno altri mezzi, che lo spezzare i processi complicati in gruppi noti e
semplici di pro¬ cessi semplici, e la diligenza ; mezzi più o meno efficaci, ma
non d'assoluta sicurezza. E’ per altro da notare, che non occorre iuterpetrare
se non le proposizioni assunte come fondamentali, f33j e i risultati ultimi,
affidando all'al¬ goritmo il lavoro deduttivo, che è quello, in cui 1 errore
s'insinua piu facilmente. Cosi p. es. si procede nell’appli- care l’algebra a
delle questioni di fìsica. 26 E' possibile un'interpretazione dell'algoritmo ;
ciò vuol dire, che ne sono possibili tante, quante se ne vogliono. Ninna è
assolutamente arbitraria, secondo venne accen¬ nato, ossia deve soddisfare a
certo condizioni ; ma sotto queste condizioni è arbitraria, perchè in line non
v’jia nesso necessario tra un simbolo e un dato concetto empirico. Per
comprendere il vero significato di un ossei \azione cosi semplice, si consideri
un esempio ; e sia la deduzione (e, § 24; 1) AoB. BoC: O- AoC, che si è
verificata con un processo particolare, gli ele¬ menti del quale erano i puri
simboli A, B, ecc., oggetti¬ vamente presi. AoB è una proposizione ipotetica.
Si prescinda un mo¬ mento dal linguaggio, ma non dall’oggettivazione, e si
lasci 60 stare, che in tal caso il pensiero non potrebbe uscire da uno stato
adatto embrionale, come s’è visto altrove. (34). Oggettivando certi dati si
otterranno de’ concetti empirici ; riferendo i concetti tra loro, si otterranno
due proposi¬ zioni ; riferendo le proporzioni, vi si riconoscerà una relazione
di dipendenza logica, la quale si potrà anche (si concede) assumere come
semplicemente ipotetica. Mh poiché non si è supposto alcun linguaggio, le
operazioni descritte non si saranno effettuate, che aderendo stretta- mente
alla materia data: e il loro risultato (la proposi¬ zione ipotetica, esprimente
la dipendenza logica ecc.) non sarà pensato, che in quanto è pensata questa
materia, non sarà in alcun modo separabile da essa; avremo un pensiero
rigorosamente particolare. La stessa relazione di dipendenza, quantunque di sua
natura possa venire stabilita tra quanti elementi si vogliono, non sarà pen¬
sata che in quanto corre tra quei certi elementi, e non in separato da questi ;
sarà pensata particolarmente (si pensa quella relazione, non la relazione).
Nell’espressione algoritmica, le proposizioni sono indi¬ cate con A, B; la
dipendenza, con 0 - Questi sono ancora tre oggetti concreti, particolari ; la
materia è sempre una materia data, anzi più precisamente circoscritta che nel
caso precedente. Ma supposta una connessione 'una corrispondenza i tra questa
speciale materia e l’ordinario contenuto empirico del pensiero, questa
connessione, non potendo esser posta che dall’arbitrio, riescirà indetermi¬
nata. Quindi la proposizione AoB, nella sua realià è de¬ terminatissima,
particolare ; ma considerandola come in- terpetrabile, non possiamo non
considerarla come inter- petrabile in quante maniere si vogliano ; rispetto all
in¬ tenzione interpetratrice, è indeterminata. Lo stesso dicasi dell’altra
premessa e della tesi. 61 Siansi assunta A. B, C, come rispettivamente equm-
leiiti a tre proposizioni di significato empirico per mezzo di tre convenzioni
: poiché la 1 è verificata con «n pro¬ cesso particolare, in simboli , l i sostituibilità
degli ele¬ menti Mentici non ci lascia dubbio sulla verità d. ciò che diviene
la 1 sostituendo ai simboli i significati, purcho questi sian tali, da non
renderà falsa o insignificante niuna delle premesse. Rimane cosi stabilito, che
sia pensare un concetto una proposiziono universale (35). K' pensare un
pascolar simbolo, o un gruppo di simboli, con V intenzione, che ciascun simbolo
particolare sia il nome di un qualche gruppo empiricamente dato fe oggettivato.
Per ì simboli primitivi, questo gruppo è assolutamente indeterminato. pei
gruppi di simboli, è ancora indeterminato, ma deve soddisfare a deile
condizioni (di cui al § preced.), che si fanno sempre più restrittive ili miao
in mino che cresce la complicazione del gruppo simbolico. Quello che dei
simboli, è a dire, con delle variazioni facili a trovare, ilei termini del
consueto linguaggio. Ea necessità di un linguaggio per la formazione di
concetti .universali è cosi nuovamente dimostrata (30). 27. Se X è variabile,
capace dei valori B„ Bj , . . • Bfi • ‘ se introducendo A;X in un algoritmo,
senza supporre sostituito ad X alcuno de’ suoi valori, si dimostra che A,X gode
di una certa proprietà, godranno della proprietà medesima tutti i valori A;Bi,^
A.Bj, . • • A, ti i - - • Cosi una proprietà, riconosciuta in un simbolo
particolare con un procedimento particolare, può essere concepita come comune
cioè universalizzata. E sé vis o a iove - 02 clie un simbolo della forma A:X
corrisponde al concetto di classe. (37). Immaginando che, nelle formule del §
9, A, B, C, . . . siano simboli variabili, ossia rappresentino proposizioni
qioiH si vogliano , l'algoritmo è universalizzato in ordine a sé stesso : vale
a dire s’ottengono i principi universali del ragionamento. Che vuol dire,
immaginare che A, B, (J... siano simboli variabili? Certo che in un processo
algorit¬ mico, ciascuna delle A, B, C, . rimane qual’è, e, come s'é detto più
volte, non rappresenta che sè stessa; siamo sempre nel particolare. Ma
l'introduzione de' simboli variabili è,stata giustifi¬ cata 0? -22).
Immediatamente, un simbolo variabile non ha significato che quale elemento d’un
gruppo, e come o- spressione di un'analisi incompleta; ma il significato che
esso ha nel gruppo no permette l'uso algoritmico, e gli (la cosi un significato
indipendente. E il simbolo variabile, usato da solo, per la sua
indeterminatezza non si può non considerare determinabile ad arbitrio, cioè
atto ad assumere valori quali si vogliano. Considerare le A. B, C,.... come
variabili arbitrarie, è dunque un adoperarle come costanti* sapendo che
possiamo sostituire in loro vece quelle pro¬ posizioni che vogliamo, e
dirigendo l’intenzione su questo nostro sapere. Parrà strano, che il risultato
più complesso dell’intel¬ ligenza s’ottenga per mezzo della sua imperfezione;
poiché l'origine de’ simboli variabili stà nella nostra inetti¬ tudine a
compire certe analisi. Ma se noi avessimo una cosi grande potenza e lucidezza
di mente, da tener dietro senza confusione e senza dimenticanze a tutti i
processi particolari, avvertendone con distinzione le più minnte circostanze,
forse gli universali c i sarebbero inutili. Ogni strumento suppone un difetto,
a cui ripara. 28 (VI Chi non fosse rimasto ben capace «iella spiegazione ad¬
dotta, dovrebbe innanzi tutto esaminare , se ve ne sia un'altra possibile. Non
si spiega nulla, p. es. ricorrendo a elementi ipotetici, estranei al fatto
immediato del pen¬ siero, come sarebbero le idee prese in senso trascendente.
Infatti non basta che vi sia un’idea in sè intuibile,convien che la parola ce la
faccia intuire; e siccome la parola non adempie tale uffizio per una propria
virtù miste¬ riosa, ma soltanto per mezzo delle sue connessioni; né si vede a
che serva, in ordine all'intuito d’un' idea uni¬ versale, la connessione con un
gruppo particolare, il solo pensabile positivamente in ogni caso ; si ricade
nelle medesime difficoltà. Un osservatore spassionato e diligente non tarda ad
ac¬ corgersi, che l'addotta spiegazione si riduce a una som¬ maria ma fedele
descrizione del fatto. All 'osservazione volgare non riflessiva il fatto pare
più semplice che non sia, perchè abituale; e del resto può anch'essero, anzi è
quasi sempre più semplice che non lo si sia descritto. A intenderne il come, si
rammenti, che della possibilità di rievocare un numero indeterminatamente
grande degli elementi connessi con la parola, e di compiere su di questa un
numero illimitato d’operazioni future, si può avere non soltanto la cognizione
(associando la quale alla parola Aggettivata e connessa di fatto a un certo
gruppo, la parola vien sottoposta all'inteuzione d’universalità); ma un
sentimento il quale, benché possa riuscire più o meno vivo e distinto, sorge
però sempre spontaneo ossia è un effetto meccanico della parola sentita. Il
senti¬ mento non è la cognizione; ma può rappresentarla, es¬ serne in qualche
modo il segno. 04 L’uso djl linguaggio dicasi volgarmente ("non a torto,/
razionala, quando serve al consegui mento di certi scopi prefìssi. Ora, a ciò
non si richiede che tutto quanto è pensabile ne' termini adoperati sia pensato
in effetto ; si tratterebbe dell'impossibile. Basta che nel lavoro di
concatenare i termini nelle varia proposizioni si abbia una guida, un mezzo
qualsiasi, che permetta di prose* guirlo nella direzione opportuna, e di
correggere le de¬ viazioni eventuali. E il sentimento, quantunque non sia
propriamente norma, è appunto il mezzo, l'aiuto richiesto ; esso colle sue
oscillazioni incessanti, la qual cosa più che avvertirci se i termini vengono
combinati più o meno couveuientemento ("che somministrare al pensiero
l’eccita¬ mento e una prima materia a formulare de' giudizi^: s'intromette
addirittura nell’opera in corso, e con la sua propria energia la dirige al (lue
desiderato, e spesse volte più presentito che voluto, cioè piuttosto fissato da
un sentimento che formulato in una notizia positiva. Quindi si capisce, che
oggettivando il sentimento, a noi deve sembrare di conoscere tutto quanto si
richiede a rendere possibile razionalmente un dato processo ; e nel fatto,
quella che noi chiamiamo un'idea universale, è molte volte una mera
oggettivazione d’un sentimento di questa sorte ; il quale viene cosi a far da
segno d’ una cognizione. 29 A chi è avvezzo, per lunga consuetudine, a
identifi¬ care 1’ universale col divino, un tentativo di costruirlo col
particolare dovrà parere empio, e, sotto l’aspetto scientifico, inconcludente.
Impossibile cogliere a questo modo il vero universale, norma luminosa e
perpetua del- 05 l’intelligenza. La questione peraltro non è, se vi sia un
universale divino, molto meno se vi sia un divino (la qual cosa non si mette
menomamente in forse, e anzi è confermata da queste ricerche); ma se
l'universale che è norma della nostra intelligenza possa essere quello cho si è
costruito. E a dimostrare (a fortiori) cosi es¬ sere in fatto, non sarà
inutile, alle osservazioni del § pre. aggiungerne qualche altra, donde
risulterà, che de’ pro¬ cessi, razionali senza dubbio, possono essere svolti,
senza introdurvi in tutta la sua pienezza nemmeno 1* univer¬ sale costruito. Si
consideri la serie delle operazioni che servono a risolvere p. es. l’equazione
di 2.° grado : x- px q — o Ciascuna cade sulle lettere x, p, q, sui segni +, =,
ecc. ; e questi son tutti materialmente coucreti. — Ma questi segni si
combinano a tenore di norme universali. — Che le proprietà combinatorie dei
detti segni siano espresse in formule, già universalizzate, non si nega di
certo ; come non si nega 1’ utilità dell’attitudine a pensar le dette formule
universalmente; benché si debba pure ammettere dall'altro lato, che ogni
qualvolta occorra di ricordarne una, per eliminare un dubbio, il pensiero cade
pur sempre su di una certa formula concreta, e f ap¬ plicarla al caso non è mai
altro, che il sostituire nella formula certi elomenti a cert’altri, operazione
del pari concreta. Ma le combinazioni si fanno, perchè si sono contratte certe
abitudini, (s’ intende, per mezzo di uno studio an¬ teriore/ In ogni fase del
processo, noi applichiamo ora l’una ora l’altra dell'abitudini contratte. Ciò
che a noi dà una fiducia completa nel processo che svolgiamo, non è tanto la
possibilità di ridurlo nelle sue varie fasi a certi tipi prestabiliti ; quanto
l’esigenza concreta delle' singole operazioni che si compiono, de’ singoli
concetti che via via si assumono fé l’assumere i quali è pur sempre un compiere
delle operazioni). Avendo ammesso questo, e fatto quest’altro, noi non ci
possiamo esimere dal- l'accettare quel tale risultato ; perchè il rifiutarlo
sa¬ rebbe un distruggere l’oggettività del nostro attuale pensiero. Al
paragone, la fiducia diciamo cosi astratta inspirata da delle norme universali,
il valor delle quali; cosi come sono pensate, è del resto subordinato alla fe¬
deltà della memoria, la quale va soggetta a sbagliare, conta ben poco. Anzi :
noi non abbiamo altra certezza di rammentar bene e d' interpretar a dovere una
for¬ mula, se non questa medesima esigenza, che si riconosce nel fatto concreto
oggettivamente considerato. Quest’oggettività dovrebbe bastare a chi si
spaventasse delle possibili conseguenze d’una teoria, che sembra ma¬
terializzare il pensiero. Essa basta ad assicurarci, che una distinzione,
almeno di fatto, c’è tra l’accadere cogi¬ tativo e qualunque altro accadere a
noi noto. E se non bastasse, nient’altro basterebbe. Sia pur anche l’univer¬
sale un elemento sui generis, non ricavabile dall'ogget¬ tività ; se l’accadere
meccanico o schiettamente fisico fosse capace d'assorgere alla seconda forma,
perchè non dovrebbe arrivare anche alla prima? CAPITOLO VI. LE SINTESI A PRIORI
30. S’è visto come i giudizi sintetici a priori che, in nu mero non iscarso,
parevano indispensabili alla possibilità del processo razionale, siano tutti
costruibili con un prò- G7 cesso particolare, siano insomma de' risultati dell'
espe¬ rienza interna, ammesso per altro che si tratti d'un'e¬ sperienza
mentale, vale a dire oggettiva, e permanente. Conviene ora discutere, se si
diano altri giudizi sinte¬ tici a priori. La forma della cognizione si può dire
spie¬ gata. ma non è ancora spiegata la cognizione, finché non si sia
osservato, se l'applicazione della forma alla materia data abbisogni o no di
cert’altri principii; e, nel caso del si, se questi principii siano costruibili
in qualche modo, o devano esser dati ossi medesimi, al pari della materia.
Prima però, è utile rispondere ad un’ obbiezione gene¬ rale, che probabilmente
il lettore avrà formulata fin dalle prime linee ili questo scritto. Assumendo
senz'altro l’ oggettività e la permanenza del pensiero, si dirà, non si spiega
in effetto nulla; non si fa che trasportare la difficoltà da un punto
all’altro. Non si fa che trasportare la difficoltà; verissimo; con ciò per
altro si ottengono delle semplificazioni. TI pro¬ blema della conoscenza consta
di molti altri, talmente aggrovigliati insieme, che il solo enumerarli
sceveran¬ doli distintamente non è una facile impresa. Questa è per altro la
prima cosa da tentarsi ; e, che finora qual cosa si sia fatto in questo senso,
la stessa obbiezione ri¬ ferita lo riconosco. Pire che costruendo i principii
formali della ragione per mezzo dell' oggettività e della perma¬ nenza il
problema è spostato e non risoluto, è un am¬ mettere che delle due questioni:
come si conoscano i principii, e come s’ ottenga un pensiero oggettivo e per¬
manente, la prima è ridotta ‘alla seconda. La seconda sarà trattata a suo
tempo. E quand’anche, studiandola in particolare, la si trovasse ridursi ancora
alla prima, qualcosa rimarrebbe del lavoro compiuto ; si sarebbe ciò messo in
chiaro, che di questioni ve u' ha una sola, e non due irriducibili tra loro,
"è sarebbe cosi p co. Il metodo medesimo di semplificazione verrà ora ap¬
plicato alla discussione de’ principi), che si potrebbero dire misti, ond'è
resa possibile l’applicazione de’princi- pii puri sopra ricordati alle varie
materie. Anche qui torna opportuno connettere lo studio con una speculazione,
se non indiscussa, d’un’autorità ricono¬ sciuta; renderlo al possibile
indipendente dai modi dà vedere personali dell’ autore. Invece dunque di andare
cercando in astratto quali possano essere que’ principii misti, sarà meglio
prenderli quali furono enunciati da 15. Kant; il primo che abbia sollevata la
questione, trat¬ tatala di certo con acume e profondità, e condottala . press’
a poco al punto, dov’ essa si trova presentemente. 31. Il giudizio espresso
dell' identità 7-|-5=12, è analitico o sintetico ? (3<S). E, posto che fosse
sintetico, è a priori o a posteriori? Bisogna prima di tutto distinguere, se la
serie nume¬ rica si suppone già formata, almeno lino a 12, o no. Nel primo
caso, il giudizio è indubbiamente analitico. Infatti: pensare 12, è pensare il
nudo segno nella serie 1, 2, ecc. ; quindi pensarlo come maggiore di 7 (come un
elemento che viene dopo 7), e non solo, ma precisamente come il quinto dopo 7.
15’ vero, che 12 può esser pensato anche in altri modi ; p. es. come l’ottavo
dopo 1, oppure come il secondo dopo 10 che è il quarto dopo 0 ; ecc. Ma tutte
queste maniere di comporre 12 sono semplici immediate conseguenze dell'aver
pensato 12 nella serie. Tutti questi giudizi corrispondono dunque a quest’ altro:
il triangolo è una figura di tre lati ; cioè sono analitici ; son forme » 09
particolari (incomplete) del concetto fondamentale, ch’è il pensiero de’ segni
presi, non separatamente, ina in quella serie determinata. So poi la serie
numerica non si presuppone già for¬ mata almeno fin a 12, la questione non ha
senso alcuno, nei termini in cui è stata posta. Infatti allora non s' ha punto
il concetto di 12; quindi, ammesso che s’abbia il concetto di 7 ; 5,
l'uguaglianza 7+5 12 non afferma una relazione tra due concetti. 11 giudizio
non è para¬ gonabile a quello che si enuncia, dicendo p. es. : questa medaglia
è di bronzo ; dove medaglia e bronzo sono con¬ cetti : non si può dire abbia la
medesima forma, differen¬ done per i - origine (a priori invece che a posteriori).
Esso non è che la pura definizione del segno 12, privo affatto di significato
all' infuori del giudizio. Ora la definizione d’un segno (l’imposizione d’un
nome a un dato concetto) è senza dubbio un giudizio sintetico. Supponendolo a
priori, non sarebbe però mai uno di quelli, sui quali il Kant ha creduto dover
richiamare l’at¬ tenzione degli studiosi, come includenti un mistero im¬
penetrabile. Quando un giudizio esprime, o ci sembra invincibilmente che
esprima, una verità oggettiva e ne¬ cessaria, o bisogna spiegarlo, o dichiarar
insolubile il problema della conoscenza; e l’essere il giudizio a priori potrà
costituire una ragione sufficiente per crederlo ine¬ splicabile. Ma posto che
il significato d’ un giudizio non sia che di fissare in modo convenevole e
arbitrario l’uso di un segno, non sarebbe più giustificato il farci attorno
tanto rumore. Se il giudizio è a priori , vuol dire che noi abbiamo energia
sufficiente a stabilire delle conven¬ zioni, senza fondarci sull'esperienza;
queste convenzioni sono artifizi che facilitano più o meno il nostro discorso,
ma, nè ci danno conoscenze nuove, nè è poi tanto diffi¬ cile astenersi dal
credere che ce ne diano ; i differenti 70 sistemi di coordinate astronomiche,
da niuno vennero presi per notizie intorno alla distribuzione degli astri. D
altronde, è più che dubbio se queste convenzioni siano a priori. 11 concetto
che si vuol denominare, se è un concetto e non un processo meramente
soggettivo, a\ ia gin un espressione simbolica (mediante parole o al¬ tri
segni; 7+5 nel caso considerato), perchè n’assuma una nuova, basta che si
stabilisca una connessione mec¬ canica (in via sperimentale) tra la formula
precedente e qualche altro elemento; se questa connessione viene Ag¬ gettivata,
e convertita cosi in una corrispondenza, il nuovo elemento diviene il nuovo
segno, il nuovo nome del concetto. E' evidente p. es., che il seguo 12 è il ri¬
sultato di una deformazione dell - altro 10+2; che è della medesima natura di
7+5. 32. Ma è possibile formarsi il concetto di 7+5, se già con la serie
numerica non si è arrivati a 12, supposto p. es. che 7 sia 1 ultimo numero
formato? Evidentemente no; in questo caso, l’operazione 7+5 non sarebbe
effettuabile con gli elementi che si possiedono, e la formula non a- vrebbe
dunque senso alcuno; come non ne hanno le for¬ mule 5—7, | -9, per chi non si
sia già formata la serie de’numeri negativi e immaginari; come non ne ha mai la
formula 3[5se l’unità è concreta e indivisibile (p. es.: uomo). La questione
dunque, presa nella sua forma generale, si riduce alla seguente : come siasi
potuta formare la se¬ rie numerica. E questa è risoluta (39). L uomo pensò i
primi dieci numeri, oggettivando la serie effettiva delle sue dieci dita, e
servendosene a sta- 71 bilire delle corrispondenze tra gli elementi di essa e
al tri elementi dati; formò le prime dieci parole-numeri oggettivando e cosi
ponendo come corrispondenze delle connessioni meccaniche fin qualunque modo
prodottesi ) tra la serie detta oggettività, e una serie, che venne del pari oggettivata,
di suoni. Ponendo le dita, non sempli¬ cemente come serie, ma come un gruppo
stabilmente connesso (e il gruppo è in vero stabilmente connesso da vincoli
meccanici ), senza tuttavia astrarre dalla sua svol- gibilità in serio, ebbe il
concetto d’unità di second'ordine, ossia di decina ; e cosi di seguito. Da ciò
risulta la possibilità di oltrepassare un qualsiasi limite raggiunto nel
formare la serie numerica, e d’ ol trapassarlo senza ricorrere ad altre
operazioni che l’og gettivaro e il far corrispondere ( eli' è pur sempre un
oggetti vare). Infatti : dato il numero a, prendendolo come un gruppo (come 1)
si può immediatamente formare 2 a (si può anzi arrivare fino ad a 9 perchè per
ipotesi si sa contare tino ad n)\ ma il nuovo a posto si risolve, come identico
al dato, in una serie, la quale corre di seguito alla prima; cosi si forma il
concetto di qualunque numero compreso tra a e Za. Questo processo ò illimitato,
perchè perfettamente cir¬ colare; subordinatamente però a un complesso di
segni, che permettano di (issare il posto nella serie di ciascuna delle
successive posizioni, e cosi d’approfittarne. Donde la necessità della
numerazione scritta. Nella parlata, è un grand’ imbarazzo quel dover coniare
una nuova pa¬ rola per ogni nuovo ordine, d’unità. Ci si è rimediato, più che
sufilcientemente per la pratica, formando i gruppi d’unità, pei quali soltanto
le parole sono necessarie : milione, bilione, trilione, ecc., numerando
all’italiana. Ma in astratto restano sempre le medesime difficoltà. La numerazione
scritta invece non conosce confini; ed essa, traendo il proprio significato
dalla propria disposizione seriale, prova ad evidenza quanto s'è notato più
addietro, che pensare un numero non è se non rappresentarsi og¬ gettivamente
una serie, e rilevare il carattere che un dato elemento di questa assiime dal
suo essere pensato natia serie (in quel dato posto, effettivamente occupata).
L’illimitatezza del processo importa non solo la possi¬ bilità di proseguirlo
quanto si vuole; ha inoltre un senso anche più immediato. Nella sua attitudine
a mettere in opera il processo, 1’ uomo, senza pur quasi avviarlo, per¬
cepisce, vagamente, però in modo che può sempre venire determinato quanto
bisogna, percepisce un campo scon¬ finato apertogli dinnanzi, e nel quale tutte
lo sue com¬ binazioni troveranno il posto conveniente. Ossia: dati i numeri
qualunque a, b, v' è sempre un numero che nella serie è il b"' .dopo a.
Questo numero, sia o, può essere definito o concepito in molte maniere diverse,
le quali tutte significano, elio esso è quel certo termine della se¬ rie: e
però una qualunque delle dette maniere non la che enunciare sott'una o altra
forma il concetto mede¬ simo espresso da r. Vale a dire, i giudizi come a+b~c
sono sempre analitici. 33 * L'opinione kantiana non manca di un fondo di
verità; ma è viziata dell'aver confuso elementi che andavano te¬ nuti distinti,
la qual cosa accade non di rado agl’ ingegni molto acuti, che trattano una data
materia senza disporre di tutti i mezzi che vi si richiedono. 11 giudizio
aritme¬ tico non esprime un puro e semplice fatto, percli’è uni versale e
assoluto, dunque a priori. Sta bene ; ma non ha senso» fuorché supponendo
preformata la serie nu¬ merica ; e in questo caso è analitico; la universalità
e assolutezza importano questo soltanto : che, quando si ha un concetto, si ha
per l’appunto questo concetto.. Non si pretende con ciò, che non vi sia mistero
sotto : ma non c’è sotto alcun mistero particolare al giudizio aritmetico ;
secondo affermava il Kant. Se poi si considera la serio numerica, non c’è
dubbio ch’essa non si può costruire analiticamente : ha dunque un’origine
sintetica. E di nuovo sta bene : ma si tratta d’nna sintesi mentale (a priori)
o meccanica (a poste¬ riori) ? Che l’uomo, quand’è in possesso della serie nu¬
merica, possa far delle addizioni, è noto ; ma sarebbe un’ illusione
strana" immaginarsi, che col medesimo pro¬ cesso si] sia formata la serie
medesima. Alllnchè il dire che s’ottengono i numeri con V unire delle unità sia
un dir qualcosa, bisogna evidentemente che sia detto, cosa s' intenda per
unire, perchè la] parola ha molti sensi, che non fanno tutti al caso. E questo
non si può fare, perchè l’unire in aritmetica, se non significa l’operazione
con la quale s'ottengono i numeri, non significa niente. Ma l’uomo trova
infatto degli elementi meccanicamente connessi in certe serie ; stabilisce
delle corrispondenze tra quelli, e gli elementi d’una serie molto semplice a
lui familiare; le reminiscenze di questi fatti si connet¬ tono meccanicamente
con certi suoni, e queste connes sioni vengono alla loro volta assunte come
corrispon¬ denze. Così sorgono ad un tempo i concetti de' numeri e le parole
che li esprimono, nello stesso modo che si formano i concetti in generale e le
loro espressioni, gli uni dalle altre inseparabili. Il processo non potrebbe
nemmeno incominciare, senza le sintesi meccaniche ad esso precedenti ; e, fuori
di queste, altre sintesi non vi si riconoscono. Il che non vuol già dire chenon
vi si riconosca nient’altro. Il processo non è spiegato.se non supponendo
nell'uomo l’attitudine a oggetti vare in modo permanente. Lo spie¬ gare
qttest,attitudine è un’ impresa non facile di certo, e fors'anche impossibile.
Fin che non ci si sia riusciti non si potranno dire spiegati completamente neanche
i giudizi aritmetici. Rimarrebbe vero per altro, die la loro spiegazione non è
un problema a sè, ma si riduce a un altro ; e, se ben si ridetta, a quello
medesimo che è involto in qualsivoglia concetto, se anche sembri som-
ministrato immediatamente dalla più volgare esperienza. 34 Il concetto di
numero venne recentemente sottoposto ad una analisi accurata e rigorosa, sotto
il punto di vista strettamente aritmetico; (lo) importa far vedere in breve
come i risultati se n’accordino con quelli della discussione procedente, e
insieme li chiariscano e no vengano completati. Esso concetto si può
considerare de¬ finito dalle proposizioni primitive che seguono, e che venne
dimostrato essere tutte tra di loro indipendeuti. 1) L’ unità è un numero. 2)
Per ogni numero ve n'è uno successivo. 3) Se i successivi di due numeri sono
uguali, i numeri sono uguali. 4) L’ unità non è il successivo d’alcun numero.
5) Se, tutte le volte che un numero ha una proprietà P, anche il successivo la
possiede, e se 1’ unità ha questa proprietà, ogni numero ha la proprietà P. La
prop. 1. ripete manifestamente il suo significato reale delle sintesi
meccaniche, in conseguenza delle quali l’esperienza ci somministra de’ gruppi
apparente- mente e a primo aspetto chiusi ciascuno in sè medesimo perfettamente
contornati e semplici (irriducibili,). Se l'in¬ definita possibilità di analisi
via via più minute, ciascuna dello quali dà come risultato degli elementi
ancora a- nalizzabili e tutti fra loro molteplicemente connessi, non fosse,
come è in fatto, una conseguenza della riflessione; se l'immediata esperienza
ci sommistrasse la moltitu¬ dine sterminata d'elementi inafferrabili senza
niuna sta¬ bilità d’aggregazione, che vi riconosciamo discutendola, noi non
avremmo avuta mai l’occasione di pronunziare la parola uno, in ordine
all’esperienza esterna, ed è al¬ meno dubbio se l’avremmo trovata nell’interna.
La 2. vien a diro, che i numeri costituiscono una serie ; e l’essere questa una
proposizione primitiva, neces¬ saria a determinare il concetto di numero,
importa che i numeri sono determinati dal costituire una serie, come appunto è
detto noi §§ precedenti ; cosa molto diversa dal concetto volgare, secondo il
quale i numeri sono in¬ telligibili all’ infuori della serie, e la serie
risulterebbe d’elementi già noti all’infuori di essa. Con la 3. la serie viene
considerata come unica. Lo • serie che si possono scrivere, o anche
rappresentare o pensare, in quanto reali sono parecchio, e 1’ una dall'al¬ tra
distinte. Ma dalla loro materiale distinzione si a- strae, le serie cioè
vengano tutte oggettivate e identifi¬ cate tra loro. Se i successivi di due
numeri distinta- mente pensati sono uguali, essi sono un numero solo nella
serie oggettivamente presa ; quest’ unico numero ha un antecedente solo, che
s’identifica con l’uno e con l’altro degli antecedenti de' due numeri pensati
La 4. importa, che la serie de' numeri si può risol¬ vere in una serie d’ unità
; e non è una serie chiusa. Il significato della 5., che è il fondamento del
cosi detto metodo d'induzione matematica, (41), è chiaro per sè 76 medesimo.
Questa proposizione non dipende immediata¬ mente dalle precedenti, come si è
avvertito ; è per altro ricavabile dal concetto di serie preso nella sua forma
più semplice, quale s'ottiene oggettivando senz’altro delle serie empiricamente
date. In una serie limitata (della quale si possano contare tutti gli elementi,
nel senso volgare) segnati due -èie- menti, il numero degli elementi compresi
tra quei due è sempre limitato. Se poi la serie è illimitata, per es¬ sere
circolare il processo di costruzione de' suoi ele¬ menti (come appunto la serie
numerica,), qualunque parte di essa sia stata effettivamente costruita, è
sempre limitata ; e quindi il numero degli elementi compresi tra due elementi
qualunque assegnati (costruiti,) è pur sempre limitato. Rappresenti S la serie;
siccome il suo primo elemento ha la proprietà P, e per ipotesi se un elemento
di S ha la proprietà P, l'ha pure il successivo, vi saranno più elementi di S
aventi la proprietà I’: i quali formeranno una serie S’. Sia, se è possibile, N
un elemento di S non appartenente a S’, M un precedente elemento di S, co¬ mune
a S’. Poiché tutti gli elementi di S' successivi a M sono anche elementi di S,
è manifesto, che percor¬ rendoli si arriverà a N, a meno che il numero degli e-
lementi di S fra M ed N non sia illimitato, contro l'ipo¬ tesi. (42) Risulta da
ciò, cho il concetto di numero secondo l'e¬ sposizione precedente include
quello che risulta dalle cinque proposizioni citate, ed è più completo, perchè
permette di dimostrare la 5., invece cho assumerla come primitiva. Per
costruire deduttivamente tutta la matematica pura, il solo concetto di numero
quale lo si è costruito (in¬ tero e positivo), non basta ; ma che cosa vi si
richiede di più? Una serie di convenzioni, destinate a precisare l'uso di certi
simboli come se fossero significativi in ogni caso, mentre non lo sono che in
casi particolari. L'utilità di queste convenzioni è incontrastata ; ma non
bisogna per questo illuderci che, formulandole, noi ci impadro¬ niamo di verità
a priori assoluto. Le deduzioni fondate sopra di asse son vere assolutamente,
nell'ordine di idee che include le convenzioni medesime, e relativamente a quo'
fatti, a cui quelle idee fossero applicabili ; il che significa in ultimo e
semplicemente, che le conseguenze d' una proposizione son vere, se ed in quanto
è vera la proposizione. Quelle convenzioni sono giudizi sintetici, ma cosi poco
a prioì'i, che sono evidentemente sempre suggerite dall’esperienza, cioè, o dall'esperienza
esterna O da quella costituita dallo svolgimento anteriore dell’al¬ goritmo.
Non ve in esse nient’altro di a priori, che la nostra attitudine a oggettivare
e giudicare ; — nel qual senso, non alcuni giudizi soltanto, ma tutti senza
ecce¬ zione, dovrebbero dirsi sintetici a priori. 35. Dal concetto di linea
retta, si può dedurre che essa sia la più breve tra due punti? 11 Kant risponde
di no; dando qui, come in non poche altre circostanze, prova d una singolare
perspicacia, che gli faceva talvolta pre¬ correre i risultati di ricerche
avviate dopo di lui. Ma egli ci fornisce insieme un esempio del quanto sia
facile discorrere equivocamente intorno a proposizioni anche vere (cioè .atte a
ricevere un’ interpretazione vera), quando si prescinda dal processo che le
rende significative. Dire che la linea retta è la più breve tra due punti non
significa nulla, so non si suppone nota la lunghezza 78 duna linea, quanto
almeno è necessario affinchè due linee possano venir paragonate in ordine alla
loro lun¬ ghezza. Se lo linee sono entrambe rette, o due archi di tiMchi
uguali, ecc., le possiamo sovrapporre, e cosi il paragone è subito fatto. Si
può anche in tal modo pa¬ ragonare una retta con una spezzata, o due spezzate
tra loro. Ma questo mezzo cessa d’essere applicabile, quando si vogliano
paragonare una retta o una curva, o anche due curve in generalo, p. es. due
archi di cerchi di raggi diversi. Come si fa in questi casi ? In pratica si
deforma una delle duo lince flettendola, e tutto è fluito. Ma questo metodo
speditivo suppone cho la linea (che veramente allora è un corpo, da duo di¬
mensioni del quale si astrae; sia perfettamente flessibile; vale a dire, si
noti, che nel piegarla non muti la sua lunghezza. La supposizione è
praticamente giustificata, fino a un certo segno, dal fatto, che, per quante di
tali deformazioni si facciano subire al corpo, esso conserva tutte le sue
proprietà, eccetto la figura, che del resto e sempre atto a riassumere quante
volte si voglia. Ma, anche senza contare, che la conservazione delle proprietà
del corpo non è vera se non entro certi limiti, e forse fon dubbio, che oramai
è quasi certezza; non ci par vera entro quegli stessi limiti se non per
l’imperfezione dei nostri mezzi, non è difficile accorgersi, cho il procedimento
pratico non ha teoricamente alcun valore. Se chiamiamo ugualmente lunghi due
oggetti a, b, quando b può essere deformato in guisa, da coprire con la sua
lunghezza quella di a, si dà implicitamente della lunghezza una definizione,
che ne rende impossibile lo studio geo¬ metrico. Lo scopo era di confrontare
con la lunghezza di a, non quella di b deformato ma quella di b : e que¬ sto
scopo è perduto interamente di vista. Un passo più in là, e riconosceremo che
le scopo non è conseguibile; perchè n e b, la retta e la curva, prese come
sono, non sono paragonabili. Non sono nemmeno paragonabili duo segmenti d’una
stessa linea, che non sia omogenea (che non possa scorrere sopra sè stessaj ; e
appena in un certo senso si potrebbe dire, che di due archi d’una tale linea,
uno dei quali sia parte dell’altro, il primo sia minore del secondo. Lo stesso
concetto universale e astratto di lunghezza svanisce, fuorché se si tratti di
linee omogenee e tra loro uguali; esso ha evidentemente un substrato
sperimentale, che perde ogni significato, quando si prenda a considerare un
mondo di pure forme, come vuol fare la geometria. I” per altro in piena nostra
facoltA di introdurre delle convenzioni arbitrarie, e ili sceglierle in modo,
che s'ac¬ cordino o press’apoco con i risultati dell’esperienza; il che in
altri termini, è poi un formulare de’ giudizi sug¬ geriti dall’esperienza, a
posteriori, e farne uso, senza curarci di badar più alle circostanze che ce li
hanno suggeriti. K’ noto dagli elementi di geometria, elio si può calcolare in
funzione del raggio il perimetro di qualche"poligono regolare inscritto, e
quindi quello del suo simile circo- scritto. Conoscendo questi perimetri, si
possono poi cal¬ colare quelli dei perimetri, inscritto e circoscritto, ij'un
numero doppio di lati. In questo modo, s'arriva a calco¬ lare i perimetri di
due poligoni regolari simili, uno inscritto l'altro circoscritto al medesimo
cerchio, in cui il numero dei lati sia grande quanto si vuole. Si dimostra poi,
che se il numero dei lati cresce, per via del successivo raddop¬ piamento, la
differenza fra i perimetri, diminuisce, e che, se il numero de’ lati, che è
arbitrario, si prende supe¬ riore a un limite opportunamente scelto, la
differenza tra i due perimetri può essere resa minore d’un segmento preso ad
arbitrio. Vi è dunque, prescindendo dall'ipotesi 80 controversa «lei segmenti
attualmente infinitesimi, un segmento e uno solo, per ogni cerchio, minore del
pe¬ rimetro d’ogni poligono regolare circoscritto, e maggiore del perimetro d
egni poligono regolare inscritto (43). Possiamo ora ricorrere a una delle
solite convenzioni arbitrarie, e chiamare questo segmento la lunghezza della
circonferenza: e in modo analogo definire la lunghezza di qualunque altra curva
di cui sia nota la costruzione (l’equazione). Questa convenzione ci dà dei
risultati sen¬ sibilmente concordi con quelli che s'ottengono applicando i
processi pratici suddeseritti ; dunque, adottandola, si ' rendono possibili
molte utili applicazioni della geometria alla pratica, li, viceversa, non si
può andar incontro a inconvenienti di sorta; perchè in quest'affermazione non
c'è, nè errore, nè verità; essa non è che una pura o semplice denominazione,
praticamente opportuna; ma le¬ gittima soltanto perchè arbitraria. 30. Si può
del resto dimostrare in generale che la geo¬ metria non solo non si fonda su
de' giudizi sintetici a priori nel senso kantiano, (44) ma anzi li esclude
necessa¬ riamente. Come oramai è notissimo, la geometria esige un certo numero
di postulati, ammessi i quali si svolge con metodo rigorosamente deduttivo. Le
proposizioni dedotte son giudizi analitici; quelle che servono di fondamento al
processo deduttivo in sè stesso, furon già prese in esame, e del resto non sono
particolari alla geometria ; restano i postulati. La prima questione da farsi,
intorno a certi postulati assunti, è, se siano tutti tra di loro indipendenti.
Se non sono, possono darsi due casi : o tra quelli ce n’è d’ineoin- 81
patibili, e bisognerà eliminarli, altrimenti si andrebbe nell’assurdo
manifesto; o alcuni sono (quantunque non sembri) deducibili da alcuni altri; e
questi soli sono i veri postulati, gli altri vanno considerati come altret¬
tanti teoremi. P. es. : i postulati dell’equivalenza (pei po¬ ligoni e i
prismi) e del segmento (dell’angolo e del diedro) son forse già convertiti in
teoremi, o prossimi ad essere 1 parrebbe. I postulati indipendenti son giudizi
sintetici, senza dubbio; ma a priori o a posteriori? Che siano stati sug¬
geriti dall’esperienza, non c’è il menomo dubbio. 11 con¬ cetto di punto, p.
es., non è che il fantasma oggettivato d’un corpo piccolissimo, del quale si
considera soltanto la proprietà di occupare un luogo nello spazio, ossia d’a¬
vere con altri punti delle relazioni, che traggono il loro significato
esclusivamente da un complesso di fatti os¬ servati, anzi nemmeno di tutti i
fatti osservati. Quanto agli altri enti geometrici, come la retta e il piano,
ven¬ gono caratterizzati assumendo (come postulati) alcune proprietà,
somministrate pure dall’esperienza. Noil si as¬ sumono tutte le proprietà
osservate negli oggetti che si dicono rettilinei o piani, perchè si esige che
le proprietà assunte siano indipendenti ; e l’esperienza non essendo deduttiva,
ci somministra staccati anche quegli elementi, che sono deducibili l'uno dall'altro.
(P. es.: l’esperienza ci dice che il corpo a pesa 4,chg. e il corpo b, 2 ;
inoltre che due corpi uguali a b pesano insieme quanto a. Essa ci dà
separatamente queste tre proposizioni ; mentre la terza è una conseguenza delle
due prime). Ma se i postulati non hanno altro fondamento che l’e¬ sperienza,
d'onde viene il loro valore assoluto? Non è una scienza esatta, la geometria ?
Vi sentireste d’ammet¬ tere la possibilità di un circolo cou duo raggi
disuguali, voi, che pur non avrete misurati tutti i raggi di tutti i circoli ?
82 Io non lo chiamerei circolo se avesse due raggi dif¬ ferenti, ecco. La più
capricciosa delle convenzioni, una volta introdotta, e fino a quando non se ne
prescinda, va rispettata, sotto pena d’assurdo ; cioè ogni fatto ha un’esigenza
indeclinabile. Vi è qui senza dubbio un asso¬ luto ; ma, di nuovo, non
iscambiamo quest’assoluto, che è uno e il medesimo ne’ fatti di qualunque
specie, cogi¬ tativi o no, con degli altri assoluti problematici, che s'an¬
niderebbero gli uni qui, gli altri là, nel seno dei diffe¬ renti processi
cogitativi. La geometria è una scienza esatta, nell’ordine delle sue deduzioni;
cioè: chi ha ammesso i postulati, non può rifiutare le conseguenze, senza
contraddirei. Ma che I postulati abbiano un'assoluta intrinseca necessità, è
in¬ tanto una supposizione che non ha niente a che fare con la geometria. Ed è
una supposizione tanto falsa, che da al¬ cuni di essi è possibile prescindere ;
s’è p. es. costruita una geometria, ammettendo che per due punti passino infinite
rette. Naturalmente, col diminuire il numero dei postulati (indipendenti) che
s’ammettono, la teoria si fa di mano in mano più scarsa di forme come di
materiali; la geometria della retta, p. es (quella che assume i soli po¬
stulati sufficienti a studiare la retta in sè stessa, pre¬ scindendo da uno
spazio in cui essa sì trovi, anche dal piano) si riduce a ben poco E, non meno
naturalmente, col sopprimere certi postulati, che in ultimo esprimono il
risultato d’una lunga elaborazione a cui venne sotto¬ posta l’esperienza, si
costruisce una geometria, che non s’accorda più con l’esperienza, ossia che
vien provata falsa da questa; rimanendo ciò non di meno una scienza esatta, nel
solo vero significato della parola. 83 37. Quando ci si dico che il giudizio :
in tutto le muta¬ zioni del mondo fisico rimane invariata la quantità della
materia; nella sua forma universale e assoluta non può essere un risultato
dell’esperienza, la quale ci som- ministra soltanto de' particolari transitori,
si viene a supporre, indirettamente ma necessariamente, che l’espe¬ rienza
basti a giustificare quest’altro: in questa ('partico¬ lare determinata)
mutazione del mondo fisico, la quan¬ tità della materia è rimasta invariata.
Ora una molto fa¬ cile riflessione dimostra, che nemmeno l’ultimo giudizio può
essere dalla sola esperienza giustificato, anzi nemmeno suggerito. Che le
scienze fisiche (in particolar modo la fisica pro¬ priamente detta, e la
chimica) siano vere scienze, da qualche secolo in qua, non si revoca
minimamente in dubbio. Ma bisogna pur distinguere tra i loro effettivi
risultati, e certe interpretazioni che se ne danno, nell’in¬ tento di comporre
con quelli un sistema. Il quale, se vien fatto servire soltanto ad agevolare la
concezione complessiva di que’risultati, a rendere altrui possibile 1*
orizzontarsi in mezzo al loro numero già cosi grande e sempre crescente, a
introdurre della materia delle sud- divisioni, che, per quanto arbitrarie, sono
tuttavia indi¬ spensabili a che la ricerca risulti ordinata e consapevole de’
suoi mezzi e de’ suoi fini immediati; rappresenta di certo un artifizio
prezioso, ma non è un risultato della scienza : non accresce la cognizione, se
non al modo stesso che l’accrescono gli artifizi già toccati di cui fa si gran-
d’ uso la matematica; aumenta cioè il numero delle forme arbitrarie, che per sè
sole costituiscono un campo vasto 84 e importante per l'esercizio del pensiero,
e possono ve¬ nire applicato con vantaggio anche a dirigerne l'azione fuori di
quel campo, a condizione che non si dimentichi il loro essere forme arbitrarie.
Ma se il sistema si scambia con un risultato positivo della scienza, so lo si
prende per una notizia di fatto, si viene ad attribuirgli un valore metafisico;
si è costruita una teoria metafìsica, e non una sintesi semplicemente formale
delle varie scienze della natura. Perchè sarebbe puerile immaginarsi, che la
metafisica consista nell’uso <T una terminologia, la quale del resto s'è già
mutata parecchie volte da Talete in poi; la terminologia ha di certo un'importanza,
si possono di certo costruire delle metafisiche false, sia poi o non sia
possibile costruirne una vera; ma una questione metafisica rimari tale, anche
espressa in termini di chimica, o, se si vuole, di glotto¬ logia: Tartaglia era
un algebrista, benché si servisse di certi suoi versi meravigliosi, invece di
formule. E neanche non serve il dichiarare espressamente che al di là del campo
trattato ve n’è un altro, nel «piale ssi riconosce impossibile mettere il
piede: se l'essenza della metafìsica stesse nell’imtnaginarsi penetrati o anche
soltanto penetrabili tutti i misteri, nessun filosofo potrebbe esser chiamato
metafisico. Poi, una cosa soiio lo dichia¬ razioni, un’altra, e troppo spesso
una tutt’altra, i fatti. Eccone un esempio. 38. Ci si dice che la forza è
permanente. Perche? Impos¬ tile rispondere: la forza è un'immediata
manifestazione dell'Inconoscibile. Ma l’Inconoscibile ha pure delle ma¬
nifestazioni non permanenti, quali sono i nostri piaceri. 85 e per fortuna
anche i nostri dolori. Inoltre, le manifesta¬ zioni dell' Inconoscibile sono il
conoscibile ; e chi mai è in grado di dire che cosa la forza sia? La forza è
dunque dell’ Inconoscibile una manifestazione sui generis, è ma¬ nifestazione,
ma in un certo senso; in un cert’altro, è essa stessa 1’ Inconoscibile
addirittura. Bene. 0 la materia? Anche la materia è permanente. Ma la sua
permanenza è un corollario di quella della forza; siamo dunque usciti
dall’Inconoscibile? No; per¬ chè la forza non è pensabile astrattamente dalla
materia. Anche la materia è in un certo senso l’Inconoscibile, e infatti, che
cosa propriamente sia la materia, non lo sap¬ piamo. Non si dice che sia
propriamente cosi; ma noi siamo necessitati a pensar cosi. E il moto? e lo
spazio? e il tem]>o ? Quante domande, altrettanti misteri. Ma sic¬ come già
è inteso, che di misteri ce n’ ha da essere un solo, a ciascuna di queste
domande si dà una risposta, naturalmente misteriosa, o sempre la stessa:
l’Incono¬ scibile. Cou questi elementi, si costruisca ora il sistema della natura.
Ammessi il tempo, lo spazio, il moto, l’indistrut¬ tibilità della materia e la
permanenza della forza, am¬ messo l’Inconoscibile che è Yin sè di tutte queste
cose (perchè ci oravamo dimenticati di aggiungere, che le cose hanno un in sè),
s’ammetta inoltre un universo, che abbia una qualche minima eterogeneità, e non
ci sarà più una difficoltà al mondo a concepirne la successiva evoluzione, che
mette capo all’ universo qual’ è attual¬ mente conosciuto. Ma come spiegar
quella pqr quanto piccola eteroge¬ neità iniziale? L’universo primordiale non
potrebb’essere perfettamente omogeneo? Non occorre spiegazione; l’i¬ potesi
ultima non è neanche da discutersi: la frase che .esprime il dubbio non ha
senso alcuno. Provatevi infatti ' 80 a immaginare un universo perfettamente
omogeneo, e v’ accorgerete di non aver fatto nulla. Mentre, invece, un universo
eterogeneo, non come il nostro, anzi solo minimamente eterogeneo, tutti se
l’immaginano con una chiarezza meridiana. E, già, è sottinteso, che la nostra
attitudine a immaginare o non immaginare le cose, è un criterio sicuro della
loro esistenza o non esistenza: fatta eccezione soltanto per l’Inconoscibile.
Non c’ è da replicare. Si noti per altro, che se un uni* •Terso perfettamente
omogeneo è assurdo, perchè incono¬ scibile (volevamo dire inconcepibile), ciò
vuol dire che l'Inconoscibile implica necessariamente 1' eterogeneità, come
implica la forza, la materia, il moto, lo spazio e il tempo. Ma quest’
Inconoscibile, che non manca di presentarsi per isciogliere i nodi un po’
imbrogliati, come un deus ex machina ; intorno al quale abbiamo tante notizie,
che ci servono di strumenti effettivi nella ricerca ; non è te¬ nuto all’
infuori del campo della ricerca medesima, se¬ condo che era stato promesso.
Inconoscibile esso è sol¬ tanto perchè non se ne conosce l’intima essenza (e
chi ha mai preteso di assegnare, e neanche preso a indagare, l’intima essenza
di checchessia?); ma se ne discutono, o piuttosto se ne affermano, molte
proprietà, sulle quali poi vien costruito l’intero sistema. Il quale dunque non
è nè piu nè meno di un sistema di metafìsica; se vero o falso, non importa. 39.
Quanto si è detto intorno ai sistemi, più o meno vasti, che servono a ordinare
e classificare il materiale scien¬ tifico, vale per ciascuna singola frase,
adoperata, sia nella 87 scienza, che nella più umile e meno pretenziosa conver¬
sazione volgare. Ogni frase ha un senso immediato e po¬ sitivo, in quanto
esprime quel tale fatto, anche univer¬ salizzato, in quanto cioè trae il suo
significato dalla sua connessione con certi gruppi di fatti esterni e di nostre
operazioni mentali; ed ha pure un senso metafisico. L’interpretazione
metafisica d’ una frase è il risultato d’un’operazione, che ha con
l’oggettivazione una mani¬ festa analogia, anzi vi si riduce. Ogni frase
classifica, e quindi si riferisce a un sistema preformato di cate¬ gorie. Il
quale invero non è che la solidificazione (otte¬ nuta con la parola) d’ un
processo effettivamente com¬ piuto, e sempre in via di ampliarsi e di rinnovarsi,
e non è niente all’ infuori del nostro pensiero attuale o reale. Ma nel
riferirvici noi oggettiviamo questo sistema come tutto ciò che si pensa ; gli
attribuiamo mental¬ mente una realtà concreta e fissa, all’ infuori della par¬
ticolare realtà del processo a cui si riduce. V’è qui uno scoglio, che può
essere evitato soltanto dalla semplice natura, o da un'arte molto raffinata ;
le mezze arti vi s’infrangono fatalmente. Il volgo prende le sue frasi in senso
metafisico, parla di essere e di non essere con più sicurezza di Platone, e
aderisce cosi strettamente a queste forme, che il più piccolo e il più fondato
dubbio speculativo intorno al loro significato gli riesce incomprensibile, o,
se qualcosa vagamente ne intende, gli pare di sentirsi mancare la terra sotto i
piedi, di non potere più affermare nulla con certezza. (45) Il filosofo prende
anch’egli le sue frasi nel medesimo senso, ma sa che importi questo ;suo
prenderle; la frase è per lui un mezzo che facilita il lavoro successivo men¬
tale, non un risultato ultimo da custodire con cura ge¬ losa, e da contemplare
con isterile ammirazione. Ma neanche per il volgo le frasi non rappresentano
niente 88 di definitivo ; egli non ispecula, ma opera ; non si ferma sull'
interpretazione sommaria che pur dà alle sue pa¬ role, ma nelle sue cognizioni
qualunque siano vede sol¬ tanto degli aiuti praticamente utili, e secondo
l’esigenza della pratica le connette e le corregge. Gli uni e gli altri sono
nel vero. La via di mezzo è fallace, perchè guida a confondere la pratica e la
teoria ; ciò che appartiene al fatto, e ciò ch’è un puro artifizio mentale per
considerarlo insieme con degli altri. Ci si formano cosi dei concetti
metafisici, metafisicamente insostenibili. Non occorre dire che si possono
commettere di questi errori, senza che tutta la produzione mentale ne rimanga
contaminata, perchè il pensiero non è mai perfettamente coerente ; ma sarà
sempre meglio schivarli, potendo. 40 Per ritornare al punto da discutersi,
l’afiermazione che in un dato sistema di fatti la quantità della materia, è
rimasta invariata, non ha senso, se non si presuppone ben determinato il
concetto di materia, e anche quello di misura della materia. Questi concetti
vanno dunque presi in esame. L’esperienza ci somministra soltanto delle variazioni,
o anche delle permanenze? Prescindendo dalla variazione inclusa necessariamente
nell' esperienza medesima, in quanto ciò che si chiama una cosa durevole, si
di¬ stingue da sè negl’istanti successivi, o almeno le diverse osservazioni che
noi ne facciamo, e che costituiscono il fondamento del nostro sapere, sono
infatti diverse, non si può negare che noi non riconosciamo un gran nu¬ mero di
permanenze, Ma son tutte apparenti. Gli astri 89 ci offrono di giorno in giorno
aspetti diversi ; e il nostro vederli, cioè esserne illuminati, è un indizio
che cia¬ scun d’essi è sede di una variazionè incessante. Un ani¬ male, una
pianta, una montagna, sembrano rimanere gli stessi per un certo tempo ; ma si
trasformano del continuo. V'è una specie di permanenza nella variazione,
costituita dalla periodicità; ma niuna periodicità minu¬ tamente osservata
venne riconosciuta esatta ; e il supporre che ve ne siano di tali, è per lo
meno gratuito. Noi però non possiamo concepire una variazione, se non associata
con una permanenza : piu fatti, che non avessero nulla di comune, in ciacun dei
quali non si ri¬ conoscesse un elemento sempre il medesimo (costante),
verrebbero appresi come sconnessi. Se, p. es., su di una strada sono disposte
successivamente più carrozze di forme diflerenti, io, anche vedendole una dopo
l’altra in condizioni opportune, non avrei la rappresentazioue d'un movimento,
che invece si produrrebbe, se le carrozze tessero uguali. La detta condizione,
che di fatto non è mai verificata, è tuttavia simulata in molti casi dall'
imperfezione delle nostre osservazioni, aiutata anche dalla fantasia ; e l’og-
gettivazione dà poi a queste permanenze approssimative e fittizie una realtà
mentale, ma, in quanto mentale, as¬ soluta e stabile. Nel raffigurarci il moto
della terra in¬ torno al sole, noi pensiamo la terra come sempre u- guale a sè
stessa in ogni punto della sua orbita ; nel rappresentarcene le variazioni
subite durante il corso del- l’epoche geologiche, dobbiamo del pari supporre un
qualcosa, non più rappresentabile in alcun modo, che è rimasto il medesimo in
tutte. La fantasia non ha bisogno di un grande sforzo per figurarsi 1’ universo
sconvolto dalle più strane vicissitudini ; a condizione però d’im¬ maginare
insieme che qualcosa rimanga fìsso in questo succedersi d’avvenimenti. 4 90 Per
materia dell’ universo noi intendiamo evidente¬ mente quell'elemento che la
natura stessa del pensiero e, come si riconosce facilmente» la sua oggettività
per ('appunto) ci obbliga a sottintendere permanente in tutte le sue
variazioni. S’avverta bene di non equivocare. l.\.ltro è dire che il pensiero è
necessitato, non si sa perchè, a concepire la materia come permanente, dove
bisogna supporre che s’abbia della materia un concetto, diverso da quello della
sua permanenza (e infatti si dice, che il giudizio : la materia è permanente, è
sintetico a priori) ; — altro dire che il pensiero è necessitato, perchè
oggettivo, a supporre che q. c. rimanga perma¬ nente in tutte le variazioni
dell'universo, e dare a que¬ sta permanenza oggettivamente pensata il nome di
ma¬ teria. Chi accetta la prima affermazione, è obbligato a saper dire, che
cosa la materia sia; chi accetta la se¬ conda, dovrà riconoscere, che se vi
sono de’ giudizi a- nalitici, tale di certo è quello, in virtù del quale la
materia viene stimata permanente. Che la nozione qui data della materia
riproduca quella che tutti ne hanno, sarà riconosciuta da chiunque non confonda
le nozioni con de’ fantasmi privi di significato e del resto capricciosamente
variabili ; i quali bensì accompagnano sempre, or 1’ uno or l’altro o anche
molti insieme, la nozione, e le danno concretezza o vivacità. Si può inoltre
persuadersene, avvertendo la correlati¬ vità dei due concetti di materia e di
forma. Se, di una palla di cera, io ne faccio un puttino, dico che la cera (la
materia) è rimasta la stessa ; perchè la mia opera¬ zione, intenzionalmente
almeno, è caduta sulla sola forma. Se poi fo gettare in bronzo quel puttino,
dico che la forma non ha variato, perchè l’operazione è caduta sulla sola
materia. In tutte le cose osservabili vi è materia e forma ; e tutte lo cose
osservabili sono variabili Ma se 91 noi facciamo astrazione dall’uno o
dall'altro dei due e- lementi, non abbiamo più dinnanzi a noi la cosa, siam
fuori del campo dell’esperienza, cioè della variazione. Quindi la forma senza
materia è qualcosa cosi assoluta- mente invariabile, che il pensarne la
variazione è un assurdo in termini ; tali sono le figure geometriche (40), e,
in un altro campo, ma per il medesimo motivo, le idee platoniche. La stessa
invariabilità, e nel medesimo senso, come per la stessa ragione, appartiene
alla ma¬ teria informe, cioè pensata astrattamente da ogni forma. C’è bisogno
di dire, che non trovandosi mai materia senza forma, nè forma senza materia, il
considerarle che noi facciamo astrattamente 1’ una dall’ altra non è che un
semplice nostro artifizio, suggerito dall’esperienza, ma che tuttavia non vale
se non in quanto serve a si¬ stemare ordinatamente le nostre cognizioni? C’ è
bisogno d’aggiungere, che il potere noi comporre il concetto d’un corpo,
riunendo i due di materia e di forma (p. es. : una palla di bronzo) non ci
autorizza a credere che il corpo, nè l’universo, risulti in fatto dalla
combinazione di due tali elementi, come se ciascuno avesse una pro¬ pria
distinta realtà? E che in ogni modo, quello che sr airerma dell’uno si dovrebbe
affermare anche dell’altro? per cui, chi attribuisce alla materia un’entità
metafisica, è logicamente obbligato ad attribuire la medesima realtà alle
forme, ossia alle idee? 4L 4 Il principio: la materia è permanente, ha dunque
if medesimo valore dell’ altro già citato : in ogni cerchio, due( raggi
qualunque sono uguali. Tutt’e due esprimono l’equivalenza di certe forme, o,
che torna lo stesso, l’e- 92 sigenza dì certe posizioni, una volta compiute e
non re¬ vocate. Non c’ è pericolo che 1’ esperienza contraddica mai r uno o r
altro principio ; perchè, nè una figura con duo raggi disuguali si chiama
cerchio, nè un elemento varia¬ bile corrisponde al concetto di materia. Ma nè
l’uno nè l'altro ci somministrano alcuna notizia positiva intorno all’accadere
reale; il quale non può essere conosciuto (è una pedanteria ripeterlo) che per
via d’ esperienza. — Ma, — potrebbe obbiettare qualche chimico : — as¬ serendo
la permanenza della materia noi non intendiamo punto ingolfarci in quegli
equivoci metafisici che c’impu¬ tate (47;. Noi non intendiamo uscire d’una
linea dal campo sperimentale. Intendiamo affermare che se certi elementi, tra i
quali (tra i quali soltanto) si vuole istituire un’e¬ sperienza, pesano p. es.
100 grammi; pesati gli eloment medesimi dopo l’esperienza, tenuto conto delle
disper¬ sioni inevitabili e degli errori d’osservazione, si trove¬ ranno pesare
ancora 100 grammi. Questo è il vero signi¬ ficato del principio, inteso a modo
nostro, e racchiudo una positiva notizia di fatto, fondamentale per tutte le
scienze della natura, la quale invece sarebbe esclusai stando alla vostra
interpretazione. — Supponiamo che a pesare ci servissimo di una bilancia a molla
di perfetta sensibilità; e che le pesate si faces¬ sero, prima dell’esperienza,
all'equatore; dopo, al polo: s’otterrebbe ancora il medesimo numero di grammi a
capello? o anche se lo due pesate s’immaginassero fatte su due pianeti
differenti; in Giove e in Cerere p. es.? o se la molla fosse casi delicata, da
tener conto dell’au¬ mento di gravità, dovuto ai bolidi caduti nell’ intervallo
sulla terra? Si risponde che queste obbiezioni non concludono ; perchè, dicendo
che le due pesate ci daranno sempre ri' multati uguali, s’intende, escluse
quelle variazioni di cir‘ 93 costanze cho farebbero variare il peso, anche
rimanendo di certo la stessa la quantità di materia; come, p. es., se niuna
esperienza avesse avuto luogo. Ma se il peso può \ariare pei circostanze a noi
note (e fors’ anche per al¬ tre a noi incognite) rimanendo la stessa la
quantità di materia, si domanda, come mai la costanza o la varia¬ zione di peso
possa servir di criterio per inferirne la permanenza o meno della quantità di
materia? Noi ci aggiriamo pur sempre nel cerchio delle forme arbitrarie, dal
quale è vano tentar d’uscire, perchè, fuori di quel cerchio, non vi sono che
dei fatti, rilevabili cia¬ scuno per sè, e classificabili per mezzo delle
forme, ma tra i quali e le forme corre un’assoluta diversità, per¬ chè le forme
valgono in quanto permanenti, e i fatti sono variabili. Qualunque cosa accada,
sarà accaduta in un certo modo, che si potrà conoscere, o almeno vagamente
immaginare. Di qualunque fatto si potrà dunque dare una spiegazione positiva, o
intendere che n’è possibile se non altro una spiegazione teorica. Un fatto, che
apparisse in¬ conciliabile con la permanenza della materia (e s’è visto, che
tali latti sono possibili, anzi accadono, e noi non ce n accorgiamo per difetto
di strumenti opportuni), potrà dunque venir sempre interpetrato senza
sacrificare il prin¬ cipio. A tal fine basterà mutare il consueto modo d'in¬
terpretare certe circostanze; e cosi, p. es., abbandonare il concetto volgare,
che il peso d’ un corpo sia una sua proprietà intrinseca, e assumere invece
quest’altro, che il peso sia un risultato della mutua attrazione dei corpi tei
restri ecc. ; basterà insomma variare opportunamente gli artifizi che ci
servono a sistemare ordinatamente i fatti. Poiché il nostro pensiero rifiuta
assolutamente la contraddizione, e dei resto è inesauribilmente fecondo di
forme le più varie, non c’è dubbio che troveremo sem¬ pre un modo d intendere i
fatti, in accordo col principio che afferma la permanenza di ciò che vien
presupposto permanente. Ma tuttociò non somministra il più lontano principio di
prova dell' esistenza in natura d’ un che permanente, e neanche della nostra
necessità d’ ammettere una tale esistenza come reale. Sarebbe inutile fermarsi
a esaminare, se le scienze fì¬ siche esigano altri giudizi sintetici a priori.
Benché se ne sia discusso uno solo, la forma della trattazione è stata tale, da
autorizzare una conclusione universale. I giudizi a priori, di cui le dette
scienze non possono fare a meno, sono tutti analitici. 42. C o*- ìa 1 CN- Da
qualche osservazione precedente sembrerebbe infe¬ rirsi, che almeno la
metafisica debba fondarsi su de’ giu¬ dizi sintetici a priori. S’ è detto
invero che il giudizio : la materia è permanente, inteso come un giudizio
sinte¬ tico, apparteneva alla metafìsica, e non alla scienza della natura. Di
certo, con quel giudizio, preso nel senso in¬ dicato, s’entra in un campo, eh’
è di spettanza esclusiva della metafisica; ma ciò non significa punto, che esso
ci dia una cognizione metafisica. A ciò si richiederebbe, che fosse un giudizio
vero; mentre invece è oggettivamente inintelligibile ; essendosi dimostrato,
fin troppo a lungo, che un concetto di materia, che non sia quello d’ una
permanenza, dell' ultima permanenza onde è resa possi¬ bile la concezione di
qualunque variazione, è una chimera. La questione dunque è rimasta
impregiudicata; e conviene affrontarla direttamente. Il concetto di accadere,
include o no quello di causa? Non si può rispondere, se non si suppone noto il
concetto di causa (su quello di accadere non v’è discussione; es¬ sendo
evidentemente somministrato, o piuttosto essendone 95 somministrata la materia,
dall' esperienza). E secondo che a causa s’intende in un modo o nell’ altro, le
risposte saranno in generale diverse. Secondo il Rosmini, l'accadere implj c a
un incominciare: un fatto che incomincia, viene Pensato come un effetto, e 1
effetto poi implica la causa. In questo discorso vi è una difficoltà relativa
all’incominciare. Un fatto che in¬ comincia, lia dei precedenti ; ma bisogna
che si distingua da questi, altrimenti non sarebbe un fatto nuovo che
incomincia, bensì la continuazione d'un fatto già avviato. Se però la
distinzione fosse assoluta, il percepire l'in- cominciamento del fatto sarebbe
tutt’altro che percepire il fatto come un effetto: sarebbe la percezione d’un
quid, che si crea da sé. Se la distinzione non è assoluta, il fatto non e
nuovo, non incomincia, che sotto un certo aspetto : alcuni suoi elementi
c’erano già, e non fanno che continuare ; altri cominciano ; e intorno a questi
(nei quali viene a ridursi il nocciolo della questione) risorge l'obbiezione
ora toccata. Questa oscurità sembra inseparabile dal concetto di causa. Per
dire che A è causa di II, non basta che A fi preceda B; bisogna di più che in B
si riconosca compe¬ netrato e continuato qualche cosa proprio e caratteristico
di A (1 energia di B dev’essere una trasformazione di quella di A, si dice; ma
il concetto d’energia è molto oscuro, e, nel linguaggio comune, richiede di
venir di¬ lucidato con quello di causa). Ma bisogna ancora che tra II ed A vi
sia un distacco ; senza di che s’ avrebbe una cosa sola, e non due. L’elemento
comune a entrambe si concepisce facilmente, perchq A è dato per ipotesi. Il
difficile sta nel concepire il diverso : che cosa sia e come si formi quella,
per cui l’elemento si dice trasformato passando da A in B. S’io riempio d’acqua
un bicchiere, niuno dirà che l’acqua } sia la causa, che produce nel bicchiere
l'effetto d’esser 96 pieno ; il processo causale s' è compiuto in me. Il modo
però, col quale i corpi operano gli uni sugli altri, si può paragonare al
passaggio di un fluido da uno in altro vaso. Immaginiamo che un corpo sia
caldo, non per altro, se non perchè contiene una data massa di calorico ; so il
corpo ne tocca un altro, una certa quan¬ tità del lluido passerà dal primo al
secondo ; cosi il primo s’ è ralfredato, e riscaldato il secondo. Adottando e
ge¬ neralizzando questo modo di vedere, dal processo causale sarebbe eliminato
ciò che lo rende più oscuro, l'azione, la forza. Ma la spiegazione non è
sostenibile, per tante ragioni oramai notissime. Una vera e propria causalità
non sembra potersi escludere nemmeno dal mondo fisico; della vita, c tanto meno
della vita intellettuale e morale, non è neanche il caso di discorrere. Bel
resto, e come notava acutamente il Rosmini, quan¬ d’anche il concetto di causa
fosse illusorio, la difficoltà proposta non sarebbe meno reale. Se non si danno
cause, ma soltanto successioni, come mai gli uomini hanno in¬ torbidato e reso
astruso il concetto semplicissimo di suc¬ cessione, trasformandolo cosi
stranamente? E, in ordine all'argomento che s' è preso a trattare, come s’è
potuto pronunziare il giudizio: tutto quanto accado deve avere una causa? 43
Per chiarire queste difficoltà, riesce opportuno appro¬ fittare di alcuni
risultati otteuuti altrove. (48) L’accadere è connesso, e necessariamente
connesso. Non s'opponga che quest afiermata connessione dell’accadere non ha
altro fondamento, che il concetto medesimo di causa ; non sarebbe esatto Le
distihzioni, che scindono l'acca- dere complessivo in un gran numero di gruppi,
ciascuno dei quali a primo aspetto sembra chiuso in sè medesimo, svaniscono,
senza che vi si richieda una discussione me¬ tafisica, a una riflessione minuta
e diligente. Nel fallo, esse non sono rilevate, se non perchè l'osservazione
im¬ mediata è approssimativa, e trascura un gran numero d'elementi per altro
osservabili ; come quella ch’è diretta da motivi pratici. Nel pensiero, le
distinzioni corrispon¬ dono ad altrettante oggettivazioni distinte, e
unicamente da queste traggono un significato. Con che diritto affermo io che il
tavolino è una cosa, il tappeto che lo copre un’altra, il calamaio posto sul
tappeto una terza, tutte e tre indipendenti tra loro, 1’ una all’altra estranee
completamente ? Perchè le posso separare, considerandole a una a una ; e,
considerate cosi, mi risultano sempre le medesime di quand'erano in¬ sieme. Ma
fino a che punto è completa e decisiva la mia osservazione in ciascun caso ?
Non lo so ; non so quale sia l'esatta composizione dei gruppi ai quali ho
imposto quei tre nomi, fin dove per l'appunto ciascuno si stenda. Iti alcune
mutazioni, accadute in alcune delle cose stesse mentre stavano insieme, io mi
accorgo be¬ nissimo ; e non vedo una ragione per affermare, nè che le mutazioni
sarebbero avvenute, anche tenendo le cose separate una dall’altra, nè che le da
me osservate sian le sole accadute. Del resto, io posso ben separare una cosa
da un'altra, ma non è vero che in seguito a qual¬ sivoglia di tali separazioni
la cosa (qualsiasi cosa) rimanga sempre la stessa. Nè mi è possibile separarla
davvero da tutte le altre, cosi d’aver U diritto d'aflèrmarne l’indi¬ pendenza.
Quando s'afferma che l'accadere nella sua realtà (come accadere) è necessariamente
connesso, si rileva sempli¬ cemente il fatto, che le distinzioni precise, le
segrega- 98 zioni assolute, di cui è pieno il nostro concetto del l'ac¬ cade
re, sono forme di questo nostro concetto ; suggerite bensì dall’esperienza, ma
solo perchè l’esperienza è sem¬ pre incompleta e approssimativa ; e p. c.
dotate non più che d’un valore pratico. E si noti, che quantunque il
riconoscimento espresso e in termini del fatto accennato sia l'opera della
riflessione, anzi della riflessione filosofica ; il fatto nondimeno è
chiaramente o universalmente noto. La notizia ce n’è somministrata dal
procedimento stesso dell’oggettivazione (di cui parrebbe una correzione il
riconoscimento del fatto). Questo foglio non è qualcosa di fìsso e di
circoscritto, è anzi teatro di variazioni innumerevoli, e si mescola inces¬
santemente con la realtà esteriore : esso riflette luce verso gli altri corpi,
e ne riceve luce riflessa ; assorbe vapor acqueo dall’ambiente, e ne emette,
ecc. Conoscendolo però io lo penso come una cosa, assolutamente ; non lo penso,
se non in quanto me ne formo nn’ idea, la quale non va soggetta alle variazioni
medesime, perchè p. es., l' idea non assorbe ne’ emette vapor acqueo; ecc. At¬
tribuendo a un certo gruppo di sensazioni una realtà indipendente, io mi son
fatto un’ idea del foglio, ho reso il foglio oggetto del mio pensiero. Sbaglio,
con questo? Che! In una combinazioni di pensieri non si tratta già di
introdurre il foglio reale, perchè sia un errore sostituirgli una cosa tanto
diversa. In una combinazioni di pensieri non entrano che pen¬ sieri ; il
risultato n'è tanto reale, quanto quello d' una combinazione chimica ;
sbaglierei se lo interpretassi come dovuto a una combinazione d’elementi
immediatamente dati. Quest’errore però quantunque teoricamente non impossibile,
è tale praticamente ne’ casi più semplici. Il processo d'oggettivazione che ha
prodotto l’idea, o piut- 99 tosto, nell’essersi compiuto il quale consiste
l’idea, è noto, indipendentemente dalla riflessione, perchè sta in esso il
conoscere. Che le idee non siano le cose, noi lo sappiamo pèr il fatto
medesimo, che le idee ce le for¬ miamo noi. Sappiamo cioè (quantunque una
riflessione imperfetta ce lo fac. ia qualche volta dimenticare) che l’assoluta
segregazione, la realtà indipendente, che sono attribuiti a delle idee,
s’ottengono da noi oggettivando le cose ; non sono qualità dell’accadere,
poiché rappre¬ sentano soltanto la forma del nostro conoscere. Il giudizio : 1
accadere è necessariamente connesso, è dunque analitico. 44 Questo principio
non coincide rigorosamente con quello di causalità : è vero tuttavia, che molte
inferenze si cre¬ dono fondate sul secondo, le quali sarebbero piuttosto da
connettere col primo. Le parole : fatto sconnesso ; implicano un giudizio contradditorio,
non rappresentano dunque un concetto che si possa introdurre in un pro¬ cesso
obbiettivo. Quando di un fatto si domanda una spiegazione, non è tanto lu causa
di esso che importa conoscere (benché sia vero, che rassegnarne la causa co¬
stituirebbe una spiegazione sufllcente; dond’è che per il volgo, spiegazione e
causa sono spesse volte sinonimi) ; ma se ne vogliono conoscere tante
connessioni, che il fatto riesca concepibile senza assurdità. Un fatto, di
certo, non sarà mai percepito senza con¬ nessioni afratto, per la ragióne
medesima che in un ■circolo non si troveranno mai due raggi differenti. Ma la
domanda di spiegazione va riferita a un sistema già adottato per l’ordinamento
dei fatti, e quindi a un com- 100 plesso di spiegazioni, già ammesse come
sufficienti. All' in¬ fuori d'uu tale sistema, un fatto sembrerebbe spiegato da
quelle tante connessioni che se n'apprenderebbero apprendendolo, e
l’appprendimento delle quali costitui¬ rebbe il nostro concetto del fatto ;
quantunque le con¬ nessioni apprese non fossero che una minima parte delle
connessioni reali. Difatti, il bruto e il bambino non sembrano meravigliarsi di
nulla; e, per addurre un esem¬ pio meno problematico, moltissime cose paiono
ovvie al volgo, che il dotto riconosce inesplicabili; l’inquietudine
interrogatrice cresce, col crescere della cultura, e in quel campo medesimo,
che si sarebbe detto esaurito Due fatti che si presentino in circostanze tanto
o quanto diverse, sono sperimentalmente due fatti diversi, e non sarebbero
oggettivati in uno stesso modo (1‘ uno considerato come una ripetizione
dell'altro) se l’oggetti- vazione fosse completa, cioè si riferisse a tutti gli
ele¬ menti di quel certo gruppo. Ma essa ne trascura sempre molti, senza
tuttavia positivamente escluderli ; molte volte cade, non sull'accadere
immediato, ma su di uno schema fantastico, che può indill'erentemente esser
fatto corri- •spondero a più fatti diversi ; e se cade sull'accadere im¬
mediato, non lo oggettiva mai senza in qualche modo schematizzarlo. I fatti A,
B, C, come corrispondenti al medesimo schema M, si dicono uguali ; i sotto
gruppi dati a, b, c, che rispettivamente conviene congiungere ad M per ottenere
A, B, C, si dicono circostanze acces¬ sorie e variabili del. fatto. Sottentra
poi la riflessione, e riconosce, che il distinguere in l’esenzmle e accessorio
ciò che è ugualmente dato, non può avere che un signi¬ ficato pratico, e
altrimenti è arbitrario e gratuito. Cosi si forma il concetto che diremo 1’,
composti di M, e di fi, b, c. Se ora accado il fatto A, esso, nella sua
immediatezza. 101 sarebbe Spiegato dalle connessioni che ne sono insepa¬ rabili
; m i noi lo consideriamo come una realizzazione di P, del quale peraltro
l’esperienza nou ci dà realizzati che M, ed a. Noi non troviamo uell'accadere
osservato tutte le connesssioni che costituiscono il nostro concetto di
quell’accadere ; quindi l'accadere medesimo ci appa¬ risce inesplicabile, e
tale è veramente, secondo quel nostro concetto. Cosi sorge la domanda di una
spiega¬ zione. Non si è dato che un esempio del come sorga tal© domanda ; ma
basta a dimostrare in generale, che il J suo allacciarsi non è punto in
contraddizione con la teoria preceilente, anzi u’ è una molto semplice
conseguenza. Senza ricorrere al concetto di causa, e applicando quello solo di
connessione incomparabilmente più sem¬ plice, si può dunque immaginare un
sistema estesissimo di spiegazioni; il quale si rende completo concludendo,
sempre con l’applicare il medesimo processo esplicativo, dall’aecadere,
compreso il pensare, un Assoluto, che serve all'uno e all’altro di fondamento e
di spiegazione definitiva (49). La notizia dell’Assoluto è dunque indipendente
dal concetto di causa ; vero è bene, che in tal modo l’Asso¬ lato non può
essere concepito che indeteterminatissima- mente; rimanendo incerto, se esso
sia causa dell’acca- dere, nel senso più ovvio della parola, e cosi distinto
dal- l'accadere, o invece non si risolva nel gruppo comple¬ ssivamente
costituito dai fatti tutti quanti per via delle loro connessioni reciproche.
45.* , Discutendo il pr incip io di causa, si è riusciti al prin¬ cipio di
connessione ; e s’è visto, l’ultimo esser sufficiente a somministrare le
spiegazioni che si credono ottenute 102 con l’applicazione del primo. Ma quale
sarà l'origine del coucetto di causa, poiché di certo non è tutt'uno con quello
di connessione? Oltre ai concetti, noi abbiamo de’ sentimenti. Le con¬
nessioni, in cui un sentimento sia impegnato, noi non le pensiamo soltanto, le
viviamo. Perciò esse ci si presen*- tano fornite d'un carattere speciale
inco.nunicabile; che non si definisce nè si descrive, ma si sente, e s’ac¬
cenna, dicendo che in esse noi siamo attivi o passivi, che esse sono
manifestazioni d’energia; frasi che significano, trattarsi di connessioni, in
cui è impegnato un senti¬ mento. Il mondo sarebbe un puro concetto, se non si
connet¬ tesse col sentimento; pensare la realtà è pensare un gruppo di
connessioni, alle quali il sentimento non sia e- straneo (50). Dal sentimento
che vi s’accompagna, il pen¬ siero riceve un contenuto, che associandosi alla
nozione, la rende la nozione d'un reale. Perciò, pensando la realtà, noi non
possiamo non attribuirle i caratteri del senti¬ mento; attenuati all’estremo,
per isfuggire alle difficoltà messe in evidenza dalla riflessione ; (51) ma che
restano pur sempre caratteri affettivi per l’origine e pel conte¬ nuto. Pensare
delle connessioni come reali, è dunque un vederci delle manifestazioni
d’energia, cioè un supporvi qualcosa d'analogo a ciò ch’è immediato nel
sentimento. E ciò viene significato dicendo, che le si pensano come relazioni
di causa ad effetto, e viceversa. Ma il contenuto affettivo, quantunque si
associ alla no¬ zione, non è una nozione; e riman dunque all'infuori del
processo deduttivo; come il contenuto fantastico dei concetti di piano, sfera,
cerchio, ecc., rimane all'infuori della deduzione geometrica. Il lavorio logico
del pensiero si compie dunque sempre in base al principio di connes¬ sione,
secondo che venne chiarito di sopra. La causa si 103 ottiene materializzando il
concetto di connessione con raggiungervi il fantasma attenuato d' un sentimento
; e l’aggiunta non muta la forma del pensiero, anzi non la riguarda, ma
soltanto somministra al pensiero un conte¬ nuto reale. Invero, noi parliamo del
continuo, a proposito della realtà esterna, d’azioni e di passioni, eh' è
quanto dire di cause e d’effetti ; se una martellata ha spezzata una pietra,
non ci par che basti il dire che i due fatti sono connessi ; ci pare
d’intendere, inoltre, nel martello una misteriosa attività, nella pietra una
non meno misteriosa recettività. Che qui s’abbia un concetto, associato a dei
fantasmi la cui origine ultima è il sentimento, apparisce manifesto ; ma non è
ugualmente facile distinguere con precisione i due elementi associati. Ebbene,
si ricorra alla scienza, che osserva, ma discute altresi, e nel discutere deve,
quand’ anche non volesse, lavorare sui concetti soli’ Che dice la scienza? Essa
non è riuscita a trovar delle cose che facciano, e dell’ altre che patiscano ;
delle cose che diano, e dell’ altre che ricevano ; riconosce impossi¬ bile
un’azioae senza un’uguale reazione; riconosce cioè (pure servendosi del
linguaggio volgare) il parallelismo delle semplici connessioni, dove il volgo
si figurava 1 op¬ posizione della causa all’ effetto. L’ opposizione è dunque
un elemento meramente fantastico; ciò che si pensa col fantasma è soltanto la
connessione. Che una qualche discussione metafisica sia possibile, senza
ricorrere a giudizi sintetici a priori, è provato col fatto. Fin dove si possa
proseguire su questa via, se gli aridi cenni dati qui sopra e altrove (52) sian
capaci d’una maggior estensione e determinazione, senza cambiare il metodo ; o
se nemmeno cambiandolo sia sperabile di ar. rivare a nulla di più soddisfacente
; è un altra questione, d’importanza grande senza dubbio, ma relativamente se¬
condaria; perchè il punto di massima, oramai, è deciso- 104 CAPITOLO VII. L’
OGGETTIVAZIONE. 40. E’ ora opportuno rendere in breve ragione del come il Kant
fosse condotto a porre que' suoi giudizi a priori, e ad incardinarvi il
problema della conoscenza. L’analisi di qualunque processo discorsivo
disfintamente osservabile, co lo risolve in un certo numero di giudizi,
concatenati; ed è poi chiaro che tale dev’essere la com¬ posizione d’ogni
processo compiuto con parole o tradu¬ cibile in parole; perchè una serie di
parole non ha si¬ gnificato, se quelle non formano una o più proposizioni. Non
ne risulta, evidentemente, che i giudici siano gli elementi semplici e
irriducibili d’ ogni procèsso. Ma ciò non toglie verità nè scema l’importanza
dell'analisi. La quale, per quanto facile a ripetersi da chi sia stato posto
sull avviso, richiedeva, ad esser fatta la prima volta, a- bitudine a
riflettere ed acume tutt'altro che volgari. Non pare che sia stato
assolutamente primo il Kant a fare quest’ osservazione ; ma, di certo, egli por
primo la formulò con chiarezza e precisione ; e, conseguentemente, riconobbe
che per ispiegare il pensiero conviene spiegare il giudizio. Esaminando poi le
varie classi di giudizi, gli parve, che solamente i sintetici a priori fossero
bisognosi di spiegazione. In questi, il predicato non ci può essere suggerito
dall esperienza, chè in tal caso il giudizio non esprimerebbe una verità
assoluta, nè vien ricavato dal- T analisi del soggetto ; rimane dunque che sia
aggiunto da noi, per una legge necessaria dell’intendere. Il pen- 105 sare
sarebbe dunque un plasmare la materia data secondo certe forme fatalmente
predeterminate, un guardarla at¬ traverso certe lenti, delle quali non possiamo
fare a meno. Si noti che queste forme, in quanto non si prendono come il
risultato della elaborazione subita dall’esperienza nel meccanesimo psichico,
nè come artifizi arbitrari della volontà che aggruppa certi elementi a suo modo
secondo i suoi lini, ma vi si vuol riconoscere una necessità estra¬ nea al
fatto perchè dal fatto non iscaturisce, e insieme sovrapponente"!isi in
modo inesplicabile, vengono ad avere con le idee platoniche molta più affinità,
che il loro introduttore forse non s’immaginasse, àia ciò sia detto por
incidenza. Il Rosmini rifletté, che in ogni modo il problema non era tuttavia
risoluto; rimaneva da spiegare come ci si formi il concetto del soggetto, in
tutti i giudizi; e anche quello del predicato ne'sintetici a posteriori; perchè
l’e¬ sperienza ci somministra bensì de’fatti, ma non de’con¬ cetti. E per
risolverlo, ripresa in esame la proposizione kantiana: le idee si formano con
de’giudizi: la riconobbe generalmente vera; ma le mise di fronte quest altra,
che pur si riconosce vera in fatto (con l’esperienza del di¬ scorso): i giudizi
si formano con delle idee. Il circolo era cosi compiuto. Per uscirne, essendo
ad¬ dirittura inconcepibile un giudizio senza idee precedenti, bisognava
ammettere un’ idea almeno anteriore a ogni giudizio (innata). E bastava
ammetterne una, perchè, reso da quella possibile il giudicare, si potevano con
de’giu¬ dizi costruire tutte le altre. Ottenne cosi un sistema, che'
rappresentava un perfezionamento notevole cosi del pla¬ tonismo, come in un
certo senso anche del kantismo; riunendo i due opposti indirizzi, e
completandoli 1’ uno con l’altro. 100 Un sistema, s’aggiunga, il quale non
ammetterebbe repliche (quanto all'essenziale, s’intende; de’particolari qui non
si discorre), se il cerchio fosse cosi perfettamente chiuso, come parve all’
autore, e come (se si guarda ai risultati), dev’ essere parso a tutti quelli
che dopo hanno preso in esame la difficoltà, e non si sono contentati di
sfuggirla. Per altro, da circa trentanni, il Bonatelli di¬ stingueva il
giudizio logico, il quale connette delle idee preformate, dal giudizio
psicologico, il quale senza pre¬ supporne alcuna, lo forma. Il circolo non
sarebbe allora altrimenti chiuso. La questione è dunque ridotta a vedere se ciò
che il Bonatelli chiama giudizio psicologico, e dallo scrivente venne altrove
chiamato posizione, si possa descrivere e caratterizzare con tanta precisione,
da escludere ogni dubbio sulla sua realtà di fatto. 47. Ammesso un pensiero
permanentemente oggettivo, ma che non abbia altri caratteri fuori di questi,
che sia cioè un pensiero particolare e di particolari, senz altra forma che
l’oggettività (l’essere quel tale elemento preso all’in- fuori da ogni sua
connessione reale con altri e col sog¬ getto), e atto però a durare e a
riprodursi identico a sè stesso, risulta dalla discussione precedente che tutto
il successivo lavoro mentale è spiegato ; si possono cioè co¬ struire, senza
urtare in difficoltà insormontabili, tanto i priucipii come i concetti
universali, puri e misti. E 1 am¬ mettere quel pensiero non è introdurre
un’ipotesi, ma riconoscere un fatto; l’osservazione ci rivela, che ogni più
complicato processo intellettivo si risolve in una succes¬ sione connessa di
pensieri che hanno quei caratteri e quelli 107 soli; son essi gli elementi
concreti che danno realtà al processo, che ne costituiscono l’effettivo
accadere. D'altra parte, quest’ elemento la cui realtà di fatto non può ve¬
nire nemmono discussa, non è costruibile in modo alcuno,, essendo supposto da
ogni procedimento col quale si ten¬ tasse di ottenerlo. E’ un elemento
primitivo, in ordine a qualsiasi processo razionale osservabile, e cosi in
ordine al giudizio, espresso o esprimibile in parole. Ciò non prova per altro
che sia assolutamente primitivo, che non possa essere alla sua volta il
risultato d’ un processo anteriore, non osserva¬ bile per la sua estrema
semplicità, o anche perchè esso medesimo è la condizione o il mezzo
dell'osservazione > non esclude che se ne cerchi 1’ origino, o se ne indagh*
l’intima struttura. Dei due suoi caratteri, l’oggettività e la permanenza, si
prenderà per ora in considerazione il primo soltanto I poiché venne notato, che
questo può presentarsi senza di quello ; dove il secondo senza del primo non è
pensa¬ bile (un concetto permanente è innanzi tutto un con¬ cetto). Equi si
presenta il problema: se 1’ oggettivazione sia possibile, senza che vi preceda
una qualche idea uni¬ versale. Il problema è diverso da quello accennato poco
ad¬ dietro, e già risoluto; è espresso su per giù noi mede¬ simi termini, ma
presi con un’intenzione diversa. Le nozioni, riconosciute costruibili mediante
il pensiero og¬ gettivo, son quelle che ci servono di norme esplicite in ogni
processo razionale osservabile, cioè nel discorso. Niuna di queste norme, in
quanto esplicitamente pensata (formulabile), avrà servito di strumento alla
formazione del pensiero oggettivo : perchè, ed ogni lrase consta di parole
oggettivate, e il processo di cui 1' oggettività fosse un risultato, sarebbe
inconsapevole, o di certo non ri- 108 flesso, e p. c. non condotto
intenzionalmente dietro la f uida d ' re " ole espresse. Ma potrebbe anche
darsi, che la possibilità d' un tal processo anteriore al pensiero e- plicito,
richiegga qualcosa, che esplicitamente formulata si trovi coincidere con alcuno
dei concetti universali c0 _ stimiti, o con qualche altro di cui non s’è fatta
menzione. Si potrebbe anche supporre, che l’oggettività fosse un elemento dato
addirittura. Ma quantunque si parli d’im pensiero oggettivo, cioè il discorso
cada, necessariamente sul concetto universale di questo pensiero, in realtà ì
pensieri oggettivi di fatto sono tanti, quanti gli elementi oggettivabili. Che
questi elementi, come reali, sian dati si capisce; ma ammettere che per di più
sia data di cia¬ scuno anche V oggettività, equivarrebbe press’ a poco al- 1
ammettere il platonismo, in un altro senso, se vogliamo, e con 1
accompagnamento di idee accessorie diverse. Sa¬ rebbe, in ogni modo, un’ipotesi
eccessiva, e da non ri¬ corrervi se non quando fosse provata l'impossibilità di
una soluzione più semplice; propriamente parlando, l'i¬ potesi non darebbe
nemmeno una soluzione. Fra ì concetti generali di cui non s’è fatta menzione,
il piu importante, e al quale è facile ridurre tutti gli altri, è quello di
essere; qualcuno avrà già pensato, s * sia Untato di costruirlo, per nascondere
. dlfetto delIa te o r >a- Il dubbio, che l’idea dell’ essere sia torse il
fondamento necessario, il mezzo all’oggetti- dazióne, è giustificato dallo
svolgimento della ricerca fi¬ losofica, e pressoché inevitabile; è similmente
manifesto, che 1 oggettivazione, o dipende dall’ idea dell’ essere o da
nessun’altra. ’ 109 48. Paragonando l’o gget tività e l'essere, si riconosce
im¬ mediatamente che i due concetti si riducono a un solo. Un elemento
oggettivato è preso assolutamente, all'in¬ fuori di tutte le sue connessioni,
quindi, e come chiuso in sé, e come invariabile ; come una cosa, secondo un’e¬
spressione che si è usata già parecchie volte; ossia come un essere. D altra parte,
l’essere è assoluto, immutabile, ecc. ; precisamente al pari dell'oggetto come
tale. Senza dubbio, del mondo fisico, di me, di questo libro, di qual¬ cosa di
meno consistente se è possibile, si dice che ci siamo; e qui s’incontrano delle
difficoltà, dalle quali la dottrina dell'essere non ha mai saputo districarsi
soddi¬ sfacentemente. Pure, ni una cosa sarebbe, se non fosse in qualche senso
almeno relativamente assoluta e invaria¬ bile, e solo in questo senso, essa è,
e solo prendendola o supponendola assumibile in questo senso, di lei si dice
che è. Ci si trova dunque di fronte a un dilemma ben semplice: o la nozione di
essere non è che quella d'og¬ getto, o l’ oggettività presuppone la nozione
dell'essere. Al secondo partito s'appigliò esplici amente il Rosmini.
Implicitamente però vi s’erano appigliati tutti i suoi predecessori; senza
eccettuarne il Kant; il quale, ne¬ gando che noi fossimo in grado di conoscere
o di saper di conoscere le cose in sé, credeva presumibilmente di dir qualcosa,
ossia supponeva di parlare a gente, a cui non mancasse la nozione di questo in
sà. L’opinione del Rosmini ha in suo favore il fatto, che in ogni proposizione
il verbo essere si trova espresso, o vi si può considerare come implicito e
sempre esplicabile. IMa bisogna vedere che ufizio questo verbo vi compia. 110
Nelle proposizioni teoretiche o puramente concettuali (p. es.: i mammiferi sono
vertebrati; 7f5=12), Y è serve senz'altro di copula. Il Rosmini s’è industriato
di stabi¬ lire, che nel connettere il soggetto col predicato, pure in queste
proposizioni, non si fa che applicare l’idea universale di essere; ma i suoi
tentativi, i più perfetti in questo senso, sono artiflziosi e complicati ; il
che ba¬ sterebbe a rendere preferibile una soluzione più semplice. Tra il senso
astratto, accennato superiormente, di essere, e il senso che ha l ’è nel
giudizio, non si trova, con l'os¬ servazione diretta, la quale non si saprebbe
dire quali difficoltai possa incontrare, connessione o somiglianza di sorta.
Eppure, se 1' è fosse un’ applicazione del concetto di essere, tra i due sensi
ci dovrebb’ essere una strettis¬ sima analogia ; e che non ci dovrebbe
sfuggire, posto che entrambi ci sian noti, o che l’intendere il secondo non sia
se non un momentaneo deviare dal primo, particola- rizzandolo
nell’applicazione. Anzi : f è dei giudizi considerati, non ha propriamente
senso alcuno all infuori del giudizio, ben diversamente da essere, o dall’ d
assolutamente preso (p. es. nel giu¬ dizio. I>io è; dove si sa che sia Dio,
o anche quel che se ne dica, dicendo che è). Dicendo: il cammello è un
ruminante, i soli concetti preformati, sui quali si opera, non sono che
ruminante e cammello; del cammello io non predico altro.se non il ruminante;
non faccio altra operazione sui due concetti, che di riferirli l'uno all'al
tro; 1 è esprime questo mio riferire; non il riferire in genere, pensabilissimo
da sè, ma questo riferire, il pre¬ ciso atto di riferimento eh' io compio, e
che non è nulla, all’ infuori dei tuoi termn. Nei giudizi pratici, dove
s’afferma una realtà (p. es. : fabbricano una casa) la spiegazione rosminiana è
senza confronto più ovvia e naturale; non può tuttavia venir Ili ammessa come
definitiva senza circolo; poiché si vuole appunto decidere, se l'essere si
riduca all’oggettività, o viceversa. Prescindendo da ogni ipotesi, il dato puro
e immediato dell’ esperienza non si può intendere costituito che da un
complesso di fatti. Il fatto reale si distingue dal fatto pensato (io posso
pensare il giorno, anche di notte); intendendosi di fatti esterni. Nei fatti
interni, bi¬ sogna distinguere: se si tratta di pensieri, sono sempre reali, o
non sono (pensare un pensiero a, se non è pen¬ sare a, è pensare); se di
sentimenti, questi possono essere reali o semplicemente pensati. La realtà del
sentimento è immediata; il fatto esterno si giudica reale o no, se¬ condo che è
o non è connesso con un sentimento reale. Affermare la realtà d’ un fatto, è
dunque affermarne la connessione; diretta o indiretta, con un nostro sentimento
attuale (reale); la connessione è in generale indiretta, in questo senso, che
di alcuni fatti s’afferma la realtà per¬ chè immediatamente connessi col
sentimento ; stabilita poi la realtà di quelli, la realtà d’altri può essere
rico¬ nosciuta dalla loro connessione coi primi, senza ricorrere
(immediatamente) al sentimento (53). Le affermazioni concernenti la realtà sono
dunque possibili e intelligibili, senza che sia necessaria l’idea u- niversale
di essere. S’aggiunga, che per mezzo di questa idea le relazioni poste risulterebbero
sempre puramente ideali, senza poter mai attingere reffettiva realtà ; l’ap¬
plicazione dell’ idea di essere, oltreché non necessaria a giustificare i
giudizi di cui si tratta, non è neanche suf- ficente. L’ipotesi in discorso va
dunque abbandonata. Il tentativo di ridurre l'oggetto all’essere non essendo
riuscito, è forza attenersi all’altro lato del dilemma, e ridurre l’essere
all’oggetto. Si ricavano di qui molte im¬ portanti conseguenze, alcune delle
quali vennero da chi scrive rapidamente accennate altrove, (51) e che qui non
112 è il caso di svolgere. Relativamente alla questione pro¬ posta, se ne
ricava intanto, che il supporre necessaria la nozione quanto si voglia
implicita dell’essere (o altra nozione, del che è fin anche inutile trattare particolar¬
mente) all oggettivazione, non ha fondamento. Ma questo è un risultato
negativo, e rende più che mai vivo il desiderio, di vedere un po' chiaro nel
seno stesso dell oggetti razione ; quantunque sia prevedibile la impossibilità
d'appagarlo, se non imperfettamente. 49 Si rammentino le seguenti circostanze
di fatto. 1) . Il pensiero non è possibile senza un dato, il quale è soltanto
un accadere, ma non un accadere qualunque. Se 1'accadere esterno non ci
modificasse, noi non sapremmo nulla; il dato nella sua immediatezza è
costituito da un accadere interno, donde al pensiero la materia», che non gli
potrebbe venire d'altronde. Al pensiero è neces¬ saria la sensazione. 2) . La
sensazione è sensazione nostra ; noi non possiamo intendere un sentire, senza
un sentito e un senziente* Ma la distinzione del senziente dal sentito, eh’è
essenziale al concetto di sensazione, è del pari essenziale alla sen¬ sazione
come semplice fatto ? L’analisi del concetto non si può prendere per- analisi
del fatto, menti-’ è almeno dubbio se il concepire un fatto sia imprimergli una
forma ad esso estranea (l’oggettività ; sbando a ciò che venne osservato sin
dal principio, non vi è dubbio di sorta). Il modo di comportarsi degli animali,
di fronte ai fatti e, steini, intieramente analogo al nostro, farebbe supporre
di si. Ma le reazioni che si compiono nell'animale ci sono propriamente
incognite, e potrebbe darsi che noi le as- similissimo alle nostre, obbedendo a
una suggestione che ci viene dalla nostra intima esperienza. Se poi tale con¬
formità di reazioni s'ammettesse come indiscutibilmente vera, bisognerebbe dire
che un pensiero iniziale non fosse estraneo ai bruti (agli animali superiori).
Per ogni fatto noi supponiamo una cosa, di cui quello sia un fatto. Ma
quantunque il fatto sia di quella cosa, non ne segue punto che il fatto sia un
essere per sé della cosa. Analogamente: se nel fatto la cosa è per sè (vale a
dire, se l'accadere considerato è un sentire) non ne segue che nel fatto la
cosa sia insieme e per sé e per altro: che non solo il fatto, ma la relazione
stabi¬ lita da questo tra la cosa e un altra, sia un essere per sè della cosa.
Il sentire può adunque essere un fatto semplice, che nella sua immediatezza non
implichi nes¬ suna dualità. Noi non possiamo non pensarlo duplice, riferendoci
alle condizioni che ne rendono possibile l'ac¬ cadere ; ma il suo accadere
immediato (senza riguardo allo dette condizioni) lo possiamo concepire senza
du- ' plicità. Supporre che la implichi sarebbe dunque un in¬ trodurre un' ipotesi
gratuita. Noi siamo un sentimento, ma un sentimento oggettivato. Dicendo io,
non s’esprime una nozione astratta, come rii cendo p. es. mammifero ; ma
neanche un nudo fatto nel suo immediato accadere, perchè il fatto come
semplice¬ mente tale non è esprimibile nè pensabile; accade e nulla più. Io è
un concetto, non generico però ; belisi il concetto di quel particolare
accadere (sentimento): un sentimento pensato. L’io è dunque inseparabile dal
pro¬ cesso conoscitivo; dove non c'è pensiero, non c' è un io. :t). Nel
processo cogitativo,* invece, vi è l’oggetto, e vi è l’io. Sul primo punto è
inutile ritornare. Quanto al secondo, il pensiero è sempre di qualche pensante:
ma in un senso ben diverso da quello, in cui la sen- Ili sazione ò sempre di
qualche senziente. Perchè la sensa¬ zione, semplicemente come tale
(considerando l’accadere, all infuori delle sue condizioni) non implica
dualità; è un sentire. Mei pensiero invece vi è sempre riferimento ossia il
riferimento gli è essenziale. Non si .là giudizio senza copula; o la copula,
secondo venne osservalo, e- sprime appunto l'atto del riferire. Son io che
pronunzio la copula, e. per mezzo di essa, con certi materiali previa¬ mente
acquisiti al pensiero, ne compongo degli altri. Es¬ senziale al pensiero, la copula
si può tuttavia dir estra¬ nea al pensiero oggettivo ; essa non è qualcosa di
ogget¬ ti rato, è il mio diretto ingerirmi fra gli elementi ogget¬ ti'i. per
riferirli uno all'altro. Nel riferimento la dua¬ lità è immediata, cioè
concepita nella concezione del semplice accadere del fatto ; perchè «al fatto
si richie¬ dono certi elementi dati e di più l'azione di metterli in relazione
l'uno con l’altro. 11 pensiero è dunque, oltreché oggettivo, anche sog¬
gettivo; è impossibile intrinsecamente (e non solo in ordine alle sue
condizioni) prescindendo dal soggetto. Viceversa, risulta dalle considerazioni
svolte sotto 2), che il concetto del soggetto svanisce, prescindendo da un
pensiero di questo soggetto. Ciò che non pensa, potrà ben essere per sè, ma, poiché
non pensa questo suo es¬ sere per sè, non è un io, un soggetto. 4) Soggetto e
oggetto, nel pensiero, sono, non soltanto necessariamente connessi, ma
correlativi. Oggettivare è segregare da ogni altro elemento, e anche dal me che
segrega; perchè, se latto del segregare entrasse come un elemento nel
risultato, la segregazione non sarebbe piena, il risultato verrebbe preso
relativamente, non as¬ solutamente. I,'oggettivazione è un prescindere anche
dal me, e presuppone il me. E poi evidente, che il concetto del me presuppone
115 ]'oggettivazione, e nou quella del me soltanto. Io penso me, in quanto mi
distinguo da q. c., che non sono io. Non si distingue A da II, se pel fatto
medesimo B non si distinguo da A. 5) Finalmente, nel pensiero s'ottengono de’
risultati : cioè il pensiero è un processo, che si può anzi si deve chiamar
causale, benché si tratti certamente d' una ca¬ usalità d’ un genere
particolare, e da non confondersi leggermente con nessun’altra. In altri
termini, il pensiero è, uno sviluppo di energia, resa in qualche modo sensi¬
bile dal sentimento, che dal pensiero mai non si scom¬ pagna. E al sentimento
si riduce quel non so che inde¬ finibile e misterioso, che si riconosce in ogni
atto del pensiero ; e che, mentre sembra assolutamente refrat¬ tario alla
cognizione, ne forma insieme l'elemento più vivo o caratteristico. L’energia
insita nel pensiero si connette con quella che si manifesta nel dato; e da
questa connessione il pensiero non solo è reso possibile, ma acquista un va¬
lore all’ infuori dolla propria sfera; perchè ne' suoi ri¬ sultati, qualunque
siano, l’esigenza del dato non cessa mai di farsi sentire. 50 Riunendo queste
osservazioni, che si conclude ? In qualunque modo l’oggettivazione avvenga la
l’or-; inazione del soggetto (55) le deve essere contemporanea. Anzi ; la
formazione del sogg etto e quella dell’oggetto hanno da essere un solo e me
desim o fatto, non due fatti contemporanei e comunque connessi; perchè soggetto
e oggetto non sono semplicemente connessi, bensì corre¬ lativi. Analogamente,
la formazione, in una spranga d'ac- iir. ciaio, d'uii ]iolo magnetico australe,
non è un l'atto ili» stinto ne’ distinguibile dalla formazione nella stessa
spranga d' un polo magnetico boreale. Il dat o è costituito da uu gruppo di
fatti, dotati del medesimo carattere d'essere interni ; astraendo da ogni
ipotesi, circa un loro sostegno sostanziale comune (il die non esclude, che un
tale sostegno non sia neces¬ sario perchè siano possibili) si dia al gruppo il
nome di coscienza. Anteriormente al pensiero, e indipendente¬ mente da esso, la
co scienz a è un teatro d'azioni scain- bjevoli ; ne son prova i fatti, e le
loro connessioni, doude il gruppo complessivo è suddiviso in un gran numero di
sottogruppi variabili. Nella coscienza, ha dunque luogo u no_ sv iluppo
d’energia. La formazione simultanea del soggetto e dell'oggetto, scinde
manifestamente la coscienza in due grappi ; del resto, può darsi die non tutta
la coscienza venga scissa, ma che un numero maggiore o minore de' gruppi pree¬
sistenti in essa rimanga nella condizione primitiva. Consi¬ derando soltanto
quella parte d. c. in cui ebbe luogo la scissione, renerai» corrispondente
apparisce [per intero conce ntrata nel soggetto, che viene cosi t ad essere il
centro del sentimento; un vero io. I .'ogge tto non rimane assolutamente
inattivo ; ma, nella correlazione tra esso e il soggetto, la sua energia non si
manifesta, e \i rimane estranea. Conseguentemente, anche l'energia del secondo
sembra senza azione sul primo, ed esaurirsi tutta quanta, in ordine a questo,
nel mantenere la scissione o contrapposizione. Quindi è che l'oggetto a noi
pare semplicemente presente. Ma quan¬ tunque l'energia del soggetto non produca
(relativamente alla contrapposizione, s'intende) che folletto indicato, il suo
estrinsecarsi è nondimeno necessario. E di estrin¬ secarla noi siamo
consapevoli : ogni l'atto cogitativo è uu fatto nostro, un'azione del soggetto.
117 Alla domanda, come possa essersi prodotta la scissione, non si saprebbe
da^risposta più semplice, nè 'impli¬ cante un minor num^o di supposizioni, se
non ricor¬ rendo all’energia, di cui era già una manifestazione .la coscienza
(oscura}, prima che la scissione avvenisse. Si può dire in generale, che questa
nuova manifestazione della medesima energia è determinata dalle sue mani¬
festazioni precedenti ; l’iniziarsi del pensiero è subordi¬ nato alla storia
anteriore della coscienza, al numero, alla complessità, alla stabilità, alle
connessioni tra i sotto¬ gruppi in cui la coscienza era stata divisa e suddivisa
dalla elaborazione meccanica. A priori non si saprebbe affermare niente di più
preciso, senza pericolo d’errare. Questa è la spiegazione, che, assunta in via
d’ipotesi, in altri lavori, dall’autore di questo scritto, ha reso possibile
introdurre nella discussione di alcuni problemi filosofici una maggiore
semplicità, la quale, se anche egli non avesse saputo approfittarne, potrà non
di meno facilitare successive ricerche, sue o d’altri. L’essersi ora ottenuta
la medesima formula come un risultato positivo sembra indicare che essa esprima
realmente il fatto iniziale del pensiero nelle sue circostanze caratteristiche.
L’osservata coincidenza rende inutile una più minuta discussione della formula
; e in particolare la ricerca, del come il pensiero iniziale, oggettivo ma non
più che og¬ gettivo, si renda permanente; questo problema essendo già stato
risoluto in base all’ ipotesi, che ora venne di¬ mostrata (56). NOTE 1) llic.
int aj forni, d. pens. (Alti J. H. Ist. Ven., ser. VII. tom 111); Hic. ini. ai
princ. fond. d. rag. (Alti c. s. lom. IV); La n**- cess. log. (Alti d. II. Are.
di Nap.; voi. XXVI); nelle citazioni rispettivamente: meni. I, mem. Il, mcm.
III. 2) Mem. I. 5 $ 23 sgg.; mem. Il, 5 5 8 sgg- 5) Se ne vedrà qualche esempio
nei Capp. VI, VII. 4) Si noti perù che il riconoscere le condizioni perchè un
ra¬ gionamento sia possibile, quali risultano dall'osservazione d**l fatto,
senza discuterle, senza tentare di spiegarle, è parte dell'a¬ nalisi del
ragionamento: e una parte, senza della quale il rima¬ nente non può avere un
significato preciso. 5) Ci par d'avere scansalo completamente questo difetto
nella mem. III. alla quale rimandiamo per ogni maggior dilucidazione, che
questo libro lasciasse a desiderare in proposito. Perchè quan¬ tunque ci siamo
industriati d'includere nell'opuscolo quanl’era necessario a renderlo
intelligibile e in sè definitivo, abbiamo pur dovuto imporci de’ limiti,
relativamente mollo angusti; d'altronde la questione è diflicile e complessa, e
qui non accadeva conside¬ rarla che sotto alcuni aspetti soltanto. 6' Meni. IL,
Sez. IL, Capp. HI e IV. 7) Cfr. Cap. 11. 8) li lo stesso dicasi d'un fantasma,
o d'tin gruppo delle une o degli altri, o misto. 9) Cfr. | 3. 10) Le quali per
altro possono e devono essere oggettivate sempre- Secondo il nostro modo di
vedere, l’opposizione non è tanto tra la soggettività del processo e
l’oggeltivilà de’ risultati, poiché ogni elemento del processo e il processo
medesimo vengono pensali (oggettivamente); quanto tra la particolarità del
primo e I' u ni ver/ salila de' secondi. / I!) Ronatelli, La ('.ose. e il mecc.
ecc. ; pagg. 278 sgg. 252 sgg. I passi in corsivo sono riprodotti ; alcuni
altri abbiamo compendisi!. li) L’osservazione, ovv ; a, ma non perciò meno
importanti), è dovuta a Platone:... quir (nomina) consequenter dirla ali^uid
exprimunt, invieem congruunl ; qua> vero continuità nihit signifknnt non
conveniunl.... ex tolis nomini/ms ordine prolntis orntin nuvfiiam e/ficitur,
ncque rursus ex verbis absque numinibus pronunciata. In Sopii. 13/ Cfr. Meni.
II.; { 13; e altrove. 14) Ciò non detrae da quanto si disse più addietro, circa
il valore d’ogni processo oggettivabile preso in sé medesimo. L'in- eoerenza e
la confusione sallan fuori, quando si suppone che una parola abbia sempre
conservato il medesimo senso, e le stesse proprietà combinatorie; il che
appunto è un prescindere dalla particolarità pienamente determinata del
processo di fatto; ossia un sottoporlo, più o meno completamente, all'
intenzione d' universalità. 15) Razionale ed empirico; queste parole parranno
aggruppate secondo delle proprietà combinatorie veramente nuove, e costi¬
tuenti una privativa dell'autore. Certo, è spiacevole servirsi d’un linguaggio
insolito, e che sembra contraddire a delle verità universalmente riconosciute;
ma certe volle non se ne può far di meno, e cioè quando la teoria sottintesa
dal linguaggio comune (e che talvolta rappresenta, non il buon senso, tua la
buona for¬ tuna di certe speculazioni filosofiche) si trovi essere in difetto.
Benché in addietro il nostro modo di vedere sia stato spiegalo a snlficenza,
perchè non sia lecito imputarci con leggerezza degli assurdi, ripetiamo qui,
che noi diciamo razionale tulio quanto è pensalo, e p. c.. anche quanto venne
semplicemente oggettivaio. Ma un che semplicemente oggettivaio, e dunque non
ancora clas¬ sificalo (universalizzato), è appunto preso come quel late ele¬
mento, posto nella sua immediata realtà; ossia è insieme un ele¬ mento di fallo
(empirico). 16) Alla pratica imporla che il processo «ia sicuro (che guidi a
121 condii dure-con esattezza); la teoria ne vuoi conoscere la struttura, e il
significato relativo a qualunque ordine di riflessione. 17) L'altro metodo,
consistente nel definire con esattezza i ter¬ mini da introdurre nel discorso,
sostituendo poi sempre nel pen¬ siero la definizione al definito, se venga
rigorosamente applicalo coincide col superiore. Notiamo intanto, che non tutti
i termini si possono definire; l'imbarazzo che no segue è per altro più appa¬
rente che reale. Infatti, di alcuni termini il significalo è determi¬ natissimo
e intuitiv amente chiaro (p. es.: spazio, tempo); quello di altri oscilla in
una sfera molto vasta, ma la sfera è stabile per la sua stessa vastità, donde
al termine un senso non dubbio, purché lo si prenda nella sua massima
indeterminazione (p, es.: essere) Fra questi e quelli si sceglieranno i
termini, elle diremo primitivi, con cui definire gli altri. Poiché i termini
primitivi hanno tutti uy significato nolo e fisso, godranno anche di proprietà
combinatorie note e fisse,; invero ogni dubbio, ogni oscillazione in una di
queste proprietà, produrrebbe un dubbio o un'oscilla¬ zione nel significato dei
termini. E se nel significato «l’un termine v’è qualcosa non rappresentala da
una proprietà combinatoria, questa cosa, qualunque siasi, rimane estranea
all'uso del termine, c in ordine all’uso è come se non ci fosse. (P. es. le
rappresen¬ tazioni fantastiche, associale cosi strettamente ai nostri concetti
spaziali, che sembrano costituirne l'intero contenuto, rimangono e- stranee
alla deduzione geometrica; servono bensì a darle un si¬ gnificalo pratico, e le
somministrano degli aiuti, non essenziali, e non scevri di pericoli). Uno
qualunque poi de’ termini definiti* non ha altro uffizio che di rappresentare
un certo gruppo di ter¬ mini primitivi, (o un gruppo di gruppi, cec.), e gode
le proprietà combinatorie del gruppo, le quali risultano da quelle de’ termini
primitivi che c’entrano, e dalla struttura del gruppo, risultato anch’essa
delle proprietà combinatorie dei termini primitivi. In realtà non s’è fallo che
assumere i termini primitivi con certe • proprietà combinatorie; e quelli,.nel
solo significato che ricevono dalle loro proprietà combinatorie assunte. — Si è
parlato di sole definizioni nominali, perchè in un processo rigoroso, le
definizioni ■li cose valgono soltanto per definizioni nominali. Se, p. es. si
definisce la retta, come la linea determinala da due punti, la teoria che si
svolge non ci darà le proprietà della retta volgarmente intesa, ma quelle di
una linea determinata da due punti. Se poi ’a definizione esaurisca o no il
concetto volgare, è un altra que¬ stione, estranea alla teoria che si è
supposto di svolgere. 18i Scegliamo tra mollissimi un esempio dall'algebra
elementare. Il significato di a» se ni è intero e positivo, è: un prodotto di m
fattori ugual i ad a. Consideriamo ora il sìmbolo a' , e attri¬ buiamogli una
proprietà combinatoria : questa p. es., che se p, q, r sono tre valori quali si
vogliano di x tali eh e. p -\-q —r, i due simboli ni’.n't ed a r si debbano
assumere come equivalenti (La proprietà è deducibile dalla def. preced., se p.
q, r sono in¬ teri positivi; ma qui la si suppone semplicemente assunta). In
base a questa proprietà, a* può essere sviluppato in una serie, convergente per
qualsiasi valore finito di x, reale o no, ossia ri¬ ceve un significalo
aritmeticamente definito. Ma questo significato non coincide con quello che
risulta dalla def. preced., eccetto per i valori interi e positivi di x.
L’assumere per il simbolo la detta proprietà combinatoria, è stato dunque un
prescindere dal suo primitivo significato, ed è stalo un attribuirgliene
implicitamente un altro. Il significalo primitivo di un simbolo, e quello che
gli s’attribuisce attribuendogli una proprietà combinatoria, possono non
coincidere, anche se questa è dedotta dal significato primitivo 19) Iti», ili
Mal., diretta dal medesimo, voi. L: pag. 2i e 182. 20) Salva l’oss. del 8 prec.
Il processo è trasformabile; ma non pare capace di semplificazioni essenziali.
Ogni trasformazione esi¬ gerebbe un numero d’elementi primitivi non minore, e
forse maggiore. 21) Qui si vede il processo puramente logico intrecciarsi con
una questione prettamente metafisica ; la quale, come si vede, non vi è
introdotta abilrariamente, nè per via di sottigliezze discuti bili, è anzi
messa direttamente innanzi dal processo considerato esclusivamente in sè
medesimo. Il che se da una parte prova l’impossibilità di esaurire certi
problemi positivi senza urtar nella metafisica, lascia supporre dall’altra, che
la risoluzione di un problema positivo possa talvolta condurre direttamente
alla riso¬ luzione d'un problema metafisico; contrariamente a un'opinione ai
giorni nostri molto in voga. 1/ osservazione falla poco addietro ci assicura,
clic non è pos¬ sibile alcun processo puramente ipotetico; poiché in ognuno
entra necessaria. nente qualche proposizione categorica. Del resto che il
formalismo possa condurre a degli errori, l'algebra stessa ce ne somministra
degli esempi. Siano l'.Q due polinomi interi, in x\ c rappresenti R una serie
infinita, a coefficienti indeterminati. Si assuma come identica I’: Q=R se ne
ricava P = OR, mediante la (piale, applicando il metodo de’ coefficienti
indeterminati, si possono determinare quanti si vogliono coefficienti di II. La
forma di R è cosi determinata ; e l’eguaglianza anteriore riesce in fatto
identica. L'anliprecedente invece non ó vera, se non dentro il vero cerchio di
convergenza di li. ossia in generale é erronea; mentre il processo col quale la
si è ottenuta, formalmente, è il medesimo di quello con cui. dal sapere che
VOrrdxS, si deduca che 40(8-3. 22) Dire che 72 e 27 sono due numeri diversi;
che l'ago della bussola, e l'elice del bastimento, hanno pesi diversi; non
parrà speriamo, un pronunziare delle proposizioni senza senso. (Tutti le
proposizioni paiono senza senso, a chi manca della preparazione necessaria per
intenderle; ma per intendere quelle due, non oc¬ corre una culluia filosofica
mollo vasta). Ebbene idrotico e divelto, son due termini correlativi, e p. c.,
ò lauto possibile un proce¬ dimento che non presupponga l'identico, quanto uno
che nou presupponga il diverso. 23) . Che — abbia il medesimo senso, esprima
esso una defini¬ zione, o, p. es. un teorema, è manifesto anche dall’algebra
elemen¬ ti tare P. es. a m: " = t — ni « una definizione o un teorema,
secon- r ii dochè m non è od è divisibile per n; in\nlrambi i casi, quell'u¬
guaglianza esprime la sostituibilità dell'un membro all'altro, e, algori
Unicamente, non esprime altro. Ma la sostituibilità non serve a definire
l'uguaglianza: dire che due simboli sono sostituibili, significa infatti, che
due formule che differiscono solo in quanto una ne contiene l'uno, l'altra
l'altro, sono equivalenti. La (18) esprime una proprietà del segno =:, ma che
non può servir a de¬ finirlo, perchè lo suppone noto. E’ impossibile definire
il concetto di uguaglianza mediante altri concetti o processi universali, per
costruire questa nozione bisogna ricorrere all’accadere cogitativo-
particolare, come s'è chiarito altrove. 124 24 1 Mera. II, sez. I. 23) Cfr.
Mem. 1(1. 26. Non si dice che a - - a è assurda, come se già s'avesse il
concetto universale di assurdo; si chiama assurda quella pro¬ posizione. per
indicare che essa toglie significato al simbolo a as- sunto come significativo.
Lussurilo rimane ,-osi definito al solilo dalla connessione del termine con un
determinato processo 27. Dopo la discussione fatta sulla verità assoluta
(necessaria) delle proposizioni, chiunque può supplire da sé quanto riguarda i
vari sensi in cui una proposizione può esser vera o falsa - cfr meni. II. Sez.
II. 28) Una forma di sillogismo. Ma tutte forse le proposizioni sono riducibili
al tipo A=B;C, e quindi tutti i sillogismi alla forma surriferita: cfr. c. s.
29' Si suol dire che le proposizioni vengono enunciale sónni. tantamente; ma la
simultaneità, o va intesa nel senso dichiaralo o non ha senso alcuno. P. es. :
so che oggi fa hel tempo, e so. qual è il prezzo unitario di una merce; tengo
conto della prima notizia nei preparativi d una pas S()ggiata , .iella seconda
nel com¬ puto d un pagamento; ma le du e rimangono estranee l una al- laltia.
Por I opposto, un processo dura talvolta degli anni, senza perdere la sua
connessione; è facile allora che vi si vengano a introdurre clementi a cui
dapprima non si pensava, e elio alcuni de primitivi cadano in dimenticanza;
tuttavia, e gli uni e gli altri possono venir congiunti sillogisticamente (per
via indiretta) nel processo, quantunque non pensali insieme. SO) l.a
congiunzione sillogistica sarebbe un caso particolare della congiunzione
semplice. 31) l.a disgiunzione rende possibile lo scindersi del pensiero in più
processi distinti, è l’atto che lo scinde. l.a formazione di gruppi è un
risultato della distinzione de’ processi ; di fa to. un gruppo s'ottiene con
certe operazioni connesse soltanto tra loro (ottennio che sia, il gruppo però
può venir connesso con altri, ecc.; L’uso della punteggiatura (| 9) non ha
significato se non dalla possibilità d’introdurre in un processo delle pause o
delle interruzioni, ossia di scinderlo in parti (gruppi) che poi vengono
connesse. 125 K’ da notare una difficoltà. Si è finora supposto che le pro¬
posizioni introdotte in un processo vi si introducano come vere Ma un processo
è un gruppo d'operazioni, tra le quali vi potreb¬ bero essere delle
disgiunzioni e delle negazioni; le proposizion* che ne costituiscono la materia
non sarebbero allora tutte assunte come vere in ordine ad esso. In questi casi,
il precorso si scinde in più, concatenati dalle proposizioni assunte come vere
in lutti. In una teoria completa del ragionamento andrebbe minutamente discusso
ciò cho qui basti avere accennato. (Nella meni. II. $ 79. s’è visto, che una
proposizione in genere può ridursi alla forma affermativa). ò2i l>. es.:
(A=B;X)(6=C;Y).o.A= jf;Z; posto Y;X=Z. o3j In pratica, invece di [assumere come
date cerio proposizioni algoritmiche, e d’ interpretarle in senso empirico, si
assumono come date certe proposizioni di significato empirico, e si procura d
esprimerle algoriimicamente. La connessione tra due insiemi di proposizioni,
algoritmiche, o di significalo empirico, rimane la stessa, in qualunque dei due
modi venga stabilita. 54) Cfr. meni. I. 40 sgg. 55) Cfr. § 3, penule capv. 56)
Cfr. meni. I, §8 40 sgg. 57) Cfr. mera, HI, Gap. II. Ivi si troverà sciolta
Gobbi azione relativa al numero finito ile - valori ammissibili per un simbolo
variabile. Cfr. poco sotto. 58) Questo giudizio, e in genero quelli della
matematica pura, non si potrebbero chiamare misti, il campo della matematica pura
è una patte di quello delle forme logiche astratte. Si parla qui di questi
giudizi, per mettere insieme la discussione di tutti quelli, che sono n priori
secondo il Kant. Per ben intendere quello che si dice de'numeri, si cfr. quelli
che l'autore ne ha già scritto nella meta. Il, Sez. 1. Gap. V. 59) Cfr. Mem.
11., Sez. I., Gap. V; di cui qui si riassumono i risultati. . 40, Per opera
principalmente del Dedekind. Ci atterremo sostan¬ zialmente all'isposizione del
prof. Peano. (Cfr. una sua nota nella Hiv. cit.) Vii Questo metodo fu dapprima
applicato, pressoché contempo- rancamente, da M. Micci o da B. Pascal. 42/
Questa dimostrazione, la p-ima che si conosca della impor¬ tante prop. 5, è
dovuta al prof. G. Veronese: v. Fond.di Geom. ecc. 43) Abbiamo accennato il
processo della geometria elementare ; — per giustificare completamente
l'affermazione, Insognerebbe dimo¬ strare, che il teorema è indipendente del
numero dei lati del poligono primitivo, e anche dalla legge con cui se ne va
aumenlando il nu¬ mero dei lati. Ma è noto che queste proposizioni sono state
•puro dimostrate. 44) Mei senso kantiano; perchè; secondo venne più volte
notato ogni giudizio, anche quelli die il Kant dice a posteriori suppone
l’oggetiiv ita, ossia un elemento che si può dire a priori, e un’o¬ perazione
che si può dire una sintesi, almeno lino a discussione compita. Ma in questo
senso sarebbero sintetici n priori lutti i giudizi, v non alcuni soliamo. 45)
Monde la necessità di procedere con estrema cautela nel- l.av viare a certe disquisizioni
i giovani (che, qualunque ne siano l'educazione e le disposizioni, sono sempre
mi po' volgo). La massima generale, che la verità non può nuocere, come tutte
le massime anzi le frasi generiche isolatamente prese, non significa nulla. 46)
Ciò che in geometria si dice mutare una figura, non è nient allro che un
rimuovere il nostro pensiero dalla figura di prima a un’altra. S'adopera molte
volle o quasi sempre un lin¬ guaggio materiale perchè più comodo; ina una
figura mutata e quella di prima si possono paragonare; dunque la figura di
prima rimane ; ossia vera mutazione non c'è stala, e quella che si dice
illutazione della figura, non è che l'assumere un’altra fi¬ gura. 47) li'
superfluo avvertire che noi non s'imputa nè questo né alcun altro equivoco, nè
ai chimici, né ai fisici I Ina soltanto a quelli , si chiamino come vogliono,
che scambiano delle formule identiche per delle verità oggettive, fisiche o
metafìsiche. E’ noto come la scienza vada eliminando via via per sé medesima
questi elementi eterogenei, appiccicatile da uni riflessione incompleta. 48i
C.fr. mem. III. Le cose che prendiamo in prestilo da altri scrini, abbiamo cura
di presentarlo qui sotto forma tale, che 127 riescano intelligibili, e, per
quanto è da noi dimostrate, prescin¬ dendo dai modi di vedere che ci hanno in
questi servito di fon¬ damento e di guida. Cosi il presente potrà servire agli
altri di utile riscontro. 49) .Mera. Ili ; Cap. VI. fili) Cfr. 8 48. .Ili Dalla
riflessione soltanto. Di fatti il selvaggio e il bambino, li queste difficoltà
mostrano di sapere ben poco: per loro tulio animato, in tutto s’immaginano un
sentimento simile a quello die provano. , o2,i Cfr. Meni. III. :i5 Cfr.
Donatelli, op. cil. pag. 2!) sgg. Ji4) Meni. III. ;. ;j) Qui si parla del
soggetto come tale; non d una sostanza die del soggetto costituisca l'intima e
permanenti realtà. Il nostro girilo reale, non sarebbe ancora un soggetto,in
esso non fwsse sorto il pensiero, sarebbe soltanto qualcosa, capace di di-
ventare un soggetto. 56) Meni I. 8! 34 sgg. ’
I ù,~r 4. B. VAGISCO IL PROBLEMA DELLA LIBERTI NOTA CHI TIC A Estratto dalla
Rivinta di b'iloso/ia e Scienze affini diretta « animili, dal prof. Giovanni
Marchesini, dell Università di Padova Marzo-Aprile 1907 - Anno IX. voi. I, n.
3-i Abbonamento annuo anticipato : per l’interno L. I»; per l’estero L. 12
Opus.c. BOLOGNA STABILIMENTO POLIGKAFICO EMILIANO (GIÀ zamorani k ai-tikrtazzi)
Piazza CJalderini. ti - Palazzo“Loup 1907 INDICE DEGLI ARTICOLI ORIGINALI DELL’
ANNATA 1906 Akdigó R. - La filosofia oggi nel campo del sapere .... Pag. -Atto
riflesso e atto volontario. -1 tre momenti critici nella storia della gnostica
della filosofia moderna. * -Il sogno della veglia. * Barii.i.ari M. - Le nuove
esigenze della filosofia del diritto. » Calò 6. - Studi di filosofia morale.
(Rassegna critica) . . » Cantalamessa C. G. - Scienza e fede. * Coi.ozza G. A.
- Storia dell’ istruzione e dell’ educazione . » Dandolo G. - Studi di
psicologia gnoseologica. » -La metafisica della sensazione. * FoÀ E. - La guide
di Dante nella Divina Commedia. (Note di pedagogia). * Gai. ni F. - La teoria
dell’ equilibrio in paiologia. (Nota critica). * Limentani L. - Per una teoria
della previsione psicologica. » Marchesini Antonio - Appunti sulla dottrina
pedagogica di A. Schopenhauer. * Marchesini Giovanni. - L’equivoco della
coscienza moderna. » -Per un questionario sull’ insegnamento della filosofia
nella Scuola media. » _Miseria e incongruenze della pedagogia nazionale . . »
-I concorsi per esami. » _L’Istituto di Pedagogia sperimentale di Milano. ... »
Marucci A. - Per un nuovo ordinamento degli studi filo¬ sofici in Italia.. ..
Mazzai.orso G. - La qptXfa aristotelica (come fondamento di una distinzione fra
morale e diritto). Mondoi.eo R. - Di alcuni problemi della Pedagogia con¬
temporanea ... -Intorno al convegno filosofico di Milano. Pietropaoi.o F. - 11
positivismo di Vincenzo De Grazia . . » RaN/.oi.i C. - Positivismo e idealismo.
(Nota critica) .... » _Sulle origini del moderno idealismo . . . .. » _Per
l'originalità del pensiero italiano. A. Binet e R. Ardigò. * Rotta P. - D’una
psicologia pragmatica della credenza . » Severi F. - Problemi della scienza. »
Tarozzi G. - L’ispirazione umanitaria nell'arte. (Morale ed arte). * _Il
professore di scuola media e il suo futuro compito .civile e morale. (In
memoria di Giuseppe Kirner). ... » VarisCo B. - I diritti ilei sentimento. » 2
461 613 94 278 273 583 187 e 336 632 402 431 74 e 213 667 12 276 556 733 739
717 573 115 e 123 728 370 268 313 569 542 527 24 649 45 r f 3 /)- IL PROBLEMA
DELLA LIBERTÀ « NOTA CRITICA I. Cominciamo coi porre il problema chiaramente in
termini ; cioè con lo stabilire il concetto della libertà umana. « Esser io>
libero significa esser io causa, sic et simpliciter , di certi fatti ; ed io,
io solo, sono causa di certi fatti, perchè sono un sistema, che sotto certi
rispetti ed entro certi limiti è chiuso; cioè che opera secondo quello che è,
non rappresenta un semplice organo di trasmis- sioue d' una forza esterna ».
Così scrivevo auni sono ( ! ); esprimendo, mi pareva e mi pare, il concetto
comune di libertà; quello, che ognuno di noi ricava dall’esperienza ch'egli ha
dell’operare così proprio come itegli altri uomini. S’opporrà: — un bruto è
pure fino a un certo segno un sistema (psichico) chiuso, che opera secondo
quello che è; tuttavia, nessuno crede i bruti liberi nel medesimo senso in cui
si dicoh liberi gli uomini.— A che si risponde: « La mancanza di
rappresentazioni oggettive fisse, che non siano quelle di cose divenute
familiari per abitudine, e conse¬ guentemente di rappresentazioni di fiui che
non siano immediati, rende impossibile nel bruto la formazione d’un nucleo
addensato di psichicità, capace d’un’azione indipendente dalla pressione
esterna momentanea; perciò il bruto manca di volere nel senso preciso di questo
termine: e a ciò si riduce, sotto questo aspetto, la sua differenza da noi;
come la 0) A proposito iì' una recente pubblicazione : — G. Calò : Il problema
della libertà nel pensiero contemporaneo , in-S.° di pp. XII, 22S; Palermo. R.
Sandron, ed , 1906. A questo libro si riferiscono le citazioni elle non abbiano
altra indicazione. (|) Scienza e opinioni, p. 572; cfr. il mio art. 1 diritti
del sentimento , pubbl. in q. Rivista, genn.-febb. 1906, p. 17 segg. dell'ed. a
parte. Se occorre dirlo, ne'miei Bcritti sul problema della libertà io non ebbi
altro intento che di lavorare a prepararne* lontanamente la soluzione,
ingegnandomi di contribuire ad eliminarne de’ malintesi. Risolvibile àie et
nunc in maniera definitiva il problema non ini sembra; per le ragioni, che ini
l'anno creder cosi, cfr. p. es. 1' altro mio art. La teoria della conoscenza,
nel- 1 ultimo n. della Rivista /iloso/ìca ; p. 19 sgg. dell'ediz. a parte. IL
PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 2 differenza tra uomo e uomo si riduce alla maggiore o
minore compat¬ tezza e indipendenza del nucleo medesimo » (*). Non sarà
inopportuna qualche altra citazione. « La mia volontà è una forza, che produce
degli effetti, e che assume un pregio, non solo in astratto, ma nella realtà
della vita vissuta, correlativo a quello degli effetti che produce.... Gli atti
di questa forza sono atti miei, e i risul¬ tati che produce hanno per causa me
stesso; perchè io non sono altro che questa forza.... Gli uomini sono
comunemente persuasi di esser liberi, cioè di non essere nelle loro anioni »
(propriamente, in certe loro azioni) « determinati da cause esterne. Risulta da
quanto s' è detto, che questa persuasione è fondata ed esatta, semprechè
sussista; infatti, chi è tra¬ scinato ad operare da una sopraffazione esterna,
ha coscienza del suo essere trascinato, e non si crede libero in quel caso » (
s ). Ripeto: la persuasione (che abbiamo d’esser liberi; liberi nel senso
indicato) è fondata ed esatta, semprechè sussista. Dunque: l’idea che la detta
persuasione sia illusoria, ed unicamente fondata sull’ ignoranza delle cause
reali di quelle azioni, che diciamo fatte volontariamente o liberamente ila
noi, è insostenibile. E vero: l’io, quantunque semplice in un senso, è poi
dotato d’ una grande complicazione interna, di cui abbiamo coscienza, ma gli
elementi della quale ci sfuggono in massima parte. Quali siano le componenti, o
le radici ultime, della sua volontà, 1’ uomo del volgo ignora. Nè il filosofo è
molto oiù innanzi; le dottrine che si hauno in proposito, lasciando star che
sono incerte perchè sempre con¬ troverse, si riducono ad alcune generalità,
insufficientissime perchè uno, per loro mezzo, si renda un conto preciso di ciò
che si passa dentro di lui. Ma tutto ciò riguarda le origini e le condizioni
del volere ; non il volere come una realtà psichica viva e attuale. lo voglio,
ed in conseguenza opero. (Se non ci sono impedimenti esterni, che qui non si
hanno da prendere in considerazione, e che in ogni caso non mi tolgono di
volere). Da qualunque insieme di circostanze sia stata condizionata, comunque
sia accaduta, la mia volizione è la mia volizione; i suoi effetti psichici
sopra di me, ed anche que’suoi effetti esterni, che la seguono immancabilmente
in date circostanze, hanno per causa essa sola, ossia me in quanto voglio.
Prendendo la libertà nel senso che abbiamo indicato, un problema della libertà
non esiste. Il senso comune può dormire tra due guanciali; le indagini
ulteriori dei filosofi nou lo toccano. 2. In queste indagini ulteriori si
oltrepassa la realtà immediata del soggetto, per vedere di scoprirne le
condizioni, che sono poi le condi¬ zioni della volontà. Ogni soggetto personale
differisce da ogni altro per certe particola rltà sue; possiede una certa
struttura interna, una certa natura, un certo carattere. Inoltre (quest’ è un
punto, che crediamo d’ avere fissato) ogni ’ ( l ) Scienza e opinioni, p. 569.
| a ) Ibid., p. 56S sg. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ 3 soggetto possiede una
forza, o piuttosto è una forza, i cui effetti esterni dipendono in parte da
circostanze esterne, ma che basta in ogni caso a produrre essa sola certi
effetti interni. Si domanda, come questa forza o potenza si estrinsechi volta
per volta in atti singoli determinati. E qui ci troviamo di fronte a due
dottrine opposte. (Io mi limito a considerar le diversità delle dottrine in ciò
che hanno di essenziale al proposito nostro, di fondamentalmente irriducibile;
questa limitazione, del resto, è utile a meglio comprendere l'indole vera della
questione). Secondo il determinismo (voglio dire, secondo quella forma di
deter¬ minismo, che sola mi pare sostenibile) il soggetto è capace bensì di
determinarsi da se stesso e da sè solo a volere; ma il suo volere, appunto
perdi’è un’estrinsecazione o un’espressione della personalità, alla quale viene
anche imputato (p. 196), è determinato da ciò che il soggetto è nell’istante in
cui vuole. E intendiamoci. Dicendo, che la volizione è determinata da ciò che
il soggetto è, nell’ istante in cui vuole, non si presuppone di necessità, che
il soggetto sia qualcosa, o che vi sia in esso qualcosa, di costante e di fisso
Dice bene l’A.: « la personalità e 1’esercizio della volontà sono in funzione
reciproca; se la volizione è libera in quanto è un prodotto della personalità »
(precisamente, cfr. § 1) « questa a sua volta. .. si modifica.... in base a
ogni determinazione della volontà, è insomma anch' essa, almeno in parte, un
prodotto della libera attività del soggetto » (p. 199). Il sog¬ getto è ora,
almeno in parte, quale fu reso dalla sua storia precedente, che avrà lasciato
delle traccie consapevoli nella reminiscenza, e delle traode inconsapevoli
nelle abitudini, efficaci le une e le altre; ma la reminiscenza e le abitudini
di cui il soggetto è dotato sono elementi effettivi di ciò che il soggetto è. 10
non voglio discutere qui la dottrina, che ha i suoi prò e i suoi rontra,
secondo la quale il soggetto avrebbe un carattere fondamentale affatto
invariabile; mi contento di notare, che non è punto essenziale al determinismo.
Il quale consiste, come dicevamo, nell' assumere che ogni volizione sia un
effetto necessario di ciò che il soggetto è quando la compie. Se poi le
volizioni, che il soggetto va compiendo, e che di certo lo modificano più o
meno, possano, o no, modificarlo a segno, da non lasciar sussistere in esso
niente del vecchio, eccetto la continuità della coscienza personale, niente
rileva in ordine ad una discussione, che s' aggira sul genere della dipendenza
di una volizione da ciò che il sog¬ getto è nell’ istante in cui la compie. 11
concetto del determinismo rimane cosi precisato. La dottrina opposta, o
assolutismo come dissi altra volta (*), consiste propriamente nell’ escludere,
che la volizione sia necessariamente deter- ( l ) Nell'art. I diritti del
sentimi già cit. Che la denominazione sia delle pili felici, non pretendo; ina
non saprei quale altra sostituire. Liberismo non va; perchè il deter¬ minismo,
secondo il concetto esposto, non esclude la libertà secondo il concetto comune.
Indeterminismo è troppo indeterminato; può riferirsi ad altro che alle
volizioni, e lasciar una parto al caso. Assolutismo è ancora un meno male. 4 IL
PROBLEMA DELLA LIBERTA minata da ciò che il soggetto è uell’ istante in cui la
compie. Volen¬ dogli dare una forma positiva, possiamo dire, che l’assolutismo
attribuisce al soggetto la proprietà di creare (p. 196); di produrre, almeno in
sè, delle novità assolute, ossia delle novità, che non sono predisposte nel- P
insieme delle attuali determinazioni del soggetto medesimo. Negare al soggetto
la potenza creativa è, quantunque molti nouse ne siano accorti, cadere nel
determinismo. « Quando vogliamo, e nei limiti in cui vogliamo, noi vogliamo
perchè vogliamo. Se osserviamo il pro¬ cesso di deliberazione e di scelta, noi
vediamo eh’ esso si pone sempre o fra i mezzi capaci di farci raggiungere uu
fine, o tra diversi fini tra loro irriducibili. Nel primo caso. .. la scelta
è... determinata dal fine me¬ desimo.... Nel secondo caso invece la scelta tra
i due fini è di solito determinata da un altro motivo implicitamente scelto,
cioè da un’ altra volizione.... Continuando l’analisi d’una volizione.... noi
troviamo infine un punto a cui dobbiamo fermarci, una scelta ultima e
irriducibile da cui quella attuale, in ultima istanza, dipende.... Questa
scelta originaria (?) e fondamentale.... è, possiamo dire, una posizione
assoluta operata dalla volontà,... e non ha la sua ragiou sufficiente se non in
se stessa ». « Ognun vede che questa scelta.... non è accordabile col principio
di causa: se si crede d’accordarli, come fa il Rosmini, colP ammettere che
causa della scelta è appunto il volere libero che di causa in potenza diventa
causa in atto, ideutificandosi col motivo e diventando cosi ragion sufficiente
dell’azione, si riesce soltanto a dare una causa.... all'azione, ma non se ne
assegna alcuna alla scelta.... La scelta, ponen¬ dosi qui fra i due motivi
ultimi e irriducibili » (bene soggettivo e bene oggettivo) « non ha un
motivo.... » (p. 213-15). E cosi è precisato anche il concetto dell’
assolutismo. Rimane da vedere quale dei due concetti costituisca la nozione
adeguata ed esatta della potenza volitiva. Ecco il problema. 3. Prima di tutto
sarà bene che ci sbarazziamo da parecchie questioni, con cui venne sempre
(vieue anche dal n. A.) intralciata la principale; a torto, e con l'unico
risultato di renderne più difficile la soluzione, anzi di non lasciarla
concepire ne’suoi veri e semplici termini. Un’obbiezione all’assolutismo, che
dai deterministi fu sempre messa in campo come invincibile, che gli assolutisti
si credettero in obbligo di confutare (imbrogliandocisi parecchio), e alla
quale aneli’ io in qualche precedente lavoro diedi uu peso eccessivo, è la
seguente: L’assolutismo deve necessariamente ammettere una qualche volizione
senza causa; ora, un accadere sema causa non esprime un concetto, è una frase
priva di significato. (Le mie volizioni hanno per causa me; per altro, nell’
ipotesi assolutistica, io voglio, almeno in certi casi, seuza esservi
determinato da nessuna cagione, l’abbiam visto con le parole del u. A. In
questo senso, volere è creare; non ha causa assegnabile). In quanto presume di
ridurre l’assolutismo all’assurdo, 1’obbiezione non regge. 9 IL PROBLEMA DELLA
LIBERTÀ 5 Che niente accada senza una causa, non è, come pare a me d' aver
dimostrato chiaramente (*), un principio necessario'. Nel mondo fìsico, •noi
riteniamo impossibile qualsiasi variazione nell’essere o nell’accadere, •senza
un’ anlecedente variazione nelle circostanze ( ! ). Questo riteniamo, perchè 1’
osservazione fisica più accurata di quei casi, in cui potè sem¬ brare che
avvenimenti disuguali si fossero realizzati in circostanze uguali, ci obbligò
sempre a riconoscere, che le circostanze erano pur disuguali. Anche in fisica
dunque il determinismo ha per unico fonda¬ mento l’osservazione. Ora, nel campo
dei fatti psichici volontari l’osser¬ vazione delle circostanze riesce troppo
difficile per essere decisiva. Che volizioni differenti siano riconducibili
sempre a circostanze differenti, o che viceversa si realizzino anche in
circostanze uguali, non è, dall’osser¬ vazione, provato nè escluso con
sicurezza perentoria. L’ obbiezione, tratta da un preteso processo all’
infinito, che sarebbe incluso in ogni volizione assolutamente libera, non
differisce dalla pre¬ cedente che per la forma più grossolana. AH’ assolutista
voi opponete, che il suo volere attuale, se non è 1’ effetto di cause
involontarie, deve essere stato voluto da lui (con un atto volitivo, del quale
s'ha da dire il medesimo; donde il processo all’infinito). Conciò venite a
sottintendere, che il volere sia 1’effetto di qualche causa; mentre
l’assolutismo con¬ siste appunto nell’ammettere che il soggetto sia capace di
volere, perchè è capace di produrre in sè, di sè, una novità assoluta, di
creare in sè un modo nuovo di essere! Se tentiamo di risolvere il volere in un
pro¬ cesso causale, pure supponendolo assolutamente libero, di necessità lo
risolveremo in un processo all'infinito, del quale io, malgrado l’opinione
contraria del Bonatelli, riconosco l’impossibilità ( 3 ) ; ma questa impos¬ sibilità
non prova che il concetto di volere assolutamente libero sia contraddittorio,
se prima non è dimostrato che il volere si può risolvere in un processo
causale, la qual cosa dagli assolutisti è negata. Se i deterministi hanno torto
di movere agli assolutisti delle obbie¬ zioni, che s’ aggirano in circoli
viziosi, gli assolutisti hanno torto alla lor volta di considerare come
decisivi contro il determinismo in genere degli argomenti, che valgono soltanto
contro alcune forme rozze di deter¬ minismo. Quante volte non si è sentito
ripetere, che il determinismo consiste nell’estendere illegittimamente
all’accadere psichico quello che (*) In Paralip alta e.onosc. e in Dottrine e
fatti (P uno e l'altro pubbl. a Pavia nel 1905). Cfr. pure la nifa Teor . d. co
nosr .. Roma 1900. (v) Bisogna poi distinguere le variazioni in connesse e non
connesse: cfr. in prop, i due ultimi libri cit. In questo argomento non facile,
sul quale ho parecchio da aggiun¬ gere (non da mutarel a ciò che scrissi, qui
non è allatto il caso d'entrare. ( a ) Cfr. Dottrine e fatti ; dove per altro è
preso in esame, non il preteso processo all' i n tini to incluso nella
volizione, ma quello incluso nell'atto conoscitivo Non ci son da mutare che
alcuni termini, perchè quanto si dice nell* un caso risulti applicabile
all'altro. Cfr. il n. A.: « il dire che una volizione presuppone un'infinita di
altre voli¬ zioni identiche, è come dire che la volontà circola in se stessa,
ha in sè la sua vagirne, è libertà, ». 6 IL PEOBLBMA DELLA LIBERTA è vero soltanto
per l’accadere fìsico, all’accadere psichico volontario quello che è vero
soltanto per l’involontario! Chi fa di queste genera¬ lizzazioni senza
fondamento, erra : ma si può essere deterministi, senza cadere in errori
simili. Si può. dico, riconoscere, che 1’ attribuir all’uomo * una potenza
creatrice presenta delle difficoltà, senza perciò immaginarsi, che la volizione
sia determinata nella stessa maniera di una combina¬ zione chimica, o della
sazietà che tien dietro a un piacere prolungato. Quante volte non si è sentito
ripetere, che il determinismo consiste nel confondere i motivi, e le ragioni,
con gl’ impulsi ! Ma si può non far nessuna confusione, ed ammettere tuttavia
che, data la ragione, o il motivo, da una parte, e dall’ altra quel certo soggetto
reale, costituito cosi e cosi, la volizione segua necessariamente. (Su questo
argomento, cfr. più oltre al § 7). L’errore di quegli assolutisti, che credono
il determinismo inconci¬ liabile col concetto comune di libertà (errore, dal
quale neanche il n. A non va esente) venne, mi pare, confutato con sufficiente
chiarezza nel § 1. « L’atto del volere è compiuto da me, esclusivamente. Ma io,
che lo compio, esisto già, con una certa complicazioue interna, con un certo
carattere. Dal mio carattere, io sono necessitato ad operare in un certo modo.
Stando alla locuzione, sembra che il mio carattere sia qualcosa di esterno a
me, che mi si contrapponga e mi domini ; ma, in fatto, aver io uh certo
carattere significa esser io un certo uomo ; esser io deter¬ minato
nell’operare dal mio carattere importa, che io operi cosi e cosi, perchè son
tale e tale, non per altro.... 11 sentimento della libertà non è illusorio ;
illusoria è soltanto l’interpretazione che ne danno certi filo¬ sofi, secondo
la dottrina dei quali bisognerebbe dire, che le nostre voli¬ zioni non
dipendano nemmeno da noi; nei qual caso sarebDero tutto quel che si vuole,
fuorché nostre volizioni » ( l ). 4. A torto pure, secondo me, la tesi dell'
assolutismo viene, dall’ A. e da molti, counessa con quella del sostanzialismo.
« Cosa costituisce l’unità dei vari momenti dell’atto volitivo nel suo
complesso, cioè dei vari giudizi o motivi, che in essi son formulati, e della
decisione ? Cosa potrebbe esservi traverso ad essi di permanente, se non una sostanza?....
Noi siamo dunque costretti ad ammettere una identità sostanziale e più che
fenomenica, una realtà che costituisca il legame di tutti i momenti della
deliberazione e rispetto alla quale questa abbia un senso e un valore pratico
». Dunque « la contingenza fenome- nistica è contradditoria della volontà e....
dove è la" prima non può (>) Da una mia comunicazione al Congresso di
psicologia, tenuto a Roma nel 1905 ; cfr. gli Alti (Roma, Korzaui, 1906), p.
353. Cfr. pure Scienza e opinioni, pp. 568-/3. « La nozione di liberta...
assoluta », metafisica, « è oscura, e non posseduta che da filosofi ; l'uomo
del volgo, dicendosi libero, non esprime se non la sua certezza, d' esser egli
la causa di certe sue azioni. Se poi questo suo esser causa dipenda o no da
delle condizioni, è un punto, fino al quale la riflessione di chi non abbia una
speciale prepa¬ razione filosofica non si spinge, o sul quale non è capace di
formarsi un’ opinione ben determinata » ( ibid ., p. 569). * IL PROBLEMA DELLA
LIBERTÀ 7 esser la seconda ... dunque, per attingere il vero concetto della
libertà » si deve « risalire a una sostanza che sia per sè stessa spontaneità e
origine d’ energia.... 11 fenomeno non ci può dare che una libertà nega¬ tiva
....: ma la libertà che più importa è quella consistente nel rapporto del
fenomeno, cioè della volizione, collo spirito individuale, coll attività
creatrice che la determina. Il fenomeno... , motivo o volizione.non può essere
staccato da ciò che si considera come sua causa, non può esserne considerato in
qualche modo indipendente.... se non per I intervento d' una sostanza dotata d*
uno speciale potere, d’ un io che lo fa e, per una qualche parte almeno, lo
crea.... Solo là, dove abbiamo da fare con una sostanza attiva, creatrice,
libera, possiamo veramente parlare d una pos¬ sibilità effettiva, che non è
l'attuale, il fatto, il reale, il presente concreto, ma non è neppure una
semplice categoria logica » ( pp. 10>- 10). Ancora: « ....non si può parlare
di libertà ilei volere se non si ammette che un volere esiste, ma come realtà e
non come fenomeno, in un unità di sostanza, non in una pluralità d'esistenze
distinte.... Tanto il deter¬ minismo.... quanto il contingeutismo fenomenista
eliminano 1 io come sostanza, come realtà distinta dalle sue singole
determinazioni.... In ambedue i casi l' io non interviene nella serie «de’ suoi
fenomeni », cau¬ sata o incausata che sia...., perchè esso o non esiste o.... è
compieta- mente inerte e passivo. Però, ambedue queste dottrine avverse non
rendon poi conto della costituzione della personalità»; laddove «un atto
volitivo..., in tanto è chiamato libero in quanto è un prodotto di una
personalità....» (p. 196 sg). Cfr. p. 200: «Se dunque l'io è qualcosa di reale
e distinto, sebbene non separato dai fatti psichici che gli appar¬ tengono,
esso avrà la capacità di agire come un reale, cioè d’ intervenire negli stessi
processi in cui la vita cosciente si svolge e di dar loro una direzione
speciale, senza che la sua azione possa dirsi determinata perchè non ha altra'causa
che.... lo stesso io ». Non va. Un io concreto, p. es. il prof. Calò, è
sostanza (tcptiTT) oùola) in questo senso, che rispetto a sè stesso e ad altri
è un dato empirico, e in un giudizio può essere soltanto soggetto. Anche l’io
astratto — di cui si parla p. es. nel giudizio : I' io è libero — si può dir
sostanza in un altro senso (Ssutépa oùo£a). Quelli, che negano la sostanzialità
del me, non la negano (se hanno un’oncia di discernimento, ed io suppongo di
averne) in nessuno di questi due sensi; affermano, che l’io manca d’un
substrato permanente, o che se l’ha n* è affatto distinto (sicché il sub¬
strato come tale sarebbe una cosa, ma non ancora e per sè un io). L’io, dicono,
ha coscienza di sé ; dunque, nieute che non sia nella coscienza può costituirlo
in tutto nè in parte ('). Ora, nella coscienza non ci sono (i) Potrebbe esserne
una condizione, anche una condizione sitte qua non. Perciò chi scrive,
quantunque ritenga fenomenico il me, non crede possibile separarlo
assolutamente da ogni sostanza. Su questo punto, e in genere su quanto è
discusso in q. §., cfr. Scienza e opinioni, pp. 247-54 e 355-7 ; inoltre,
Paralip. alfa con. Se avesse tenuto conto delle osservazioni da me fatte ne'
11. cit. e altrove, sarebbe forse venuto fatto all’ A. di stabilir la sua
dottrina su basi più solide. 8 IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ che fenomeni
transitori. E la loro unità; ma questa ci apparisce come la continuità d’un
fluire, non come la permanenza d' un quid invariabile; 10 muto sempre, e solo
in quanto ricordo posso dirmi ciononostante il medesimo io; l’unità è la
proprietà d’un insieme di fenomeni, non un elemento a parte. Sia come si
voglia: l’io, di cui si nega la sostanzialità, è per altro 11 medesimo a
capello di cui parlano i sostanzialisti ; sicché il credere, che negando la
sostanzialità si neghi la realtà, non ha un' ombra di fon¬ damento. 11
movimento della luna è reale, non meno della luna, dia¬ mine! Supposto dunque,
che io neghi la sostanzialità della luna, ciò non vorrebbe dire, ch'io neghi la
realtà della luna; ma soltanto, che l’ipotesi d’un’assoluta permanenza mi pare
inutile per connettere in una teoria tutto quanto intorno alla luna ci è fatto
conoscere dal- l'osservazione. Realtà e fenomeno sono concetti antitetici, se
riferiti all' esperienza esterna : il remo, parzialmente immerso nell’ acqua,
appa¬ risce piegato, quantunque sia diritto. Ma riferiti all’ esperienza
interna si riducono ad uno: la realtà d’un mal di capo in che altroconsiste.se
non nell’essere un mal di capo, cioè uno stato di coscienza, cioè un fenomeno ?
1 fatti psichici d’ un medesimo soggetto interferiscono tra loro. E il
soggetto, vale a dire 1’ unità dei fatti medesimi, è un elemento essen¬
zialissimo del loro interferire, può « intervenire negli stessi processi in cui
la sua vita cosciente si svolge»; non soltanto le psichicità distinte a, b ,
c... operano P una sull’ altra, come i movimenti delle singole palle d’un
biliardo; ma quella psichicità superiore eh'è l'unità di tutte le altre, o il
soggetto, non costituisce il semplice luogo in cui si realiz¬ zino le dette
azioni, opera invece alla sua volta, e con molta maggior efficacia. Su ciò
siamo tutti d’accordo; almeno, io son pienamente d'ac¬ cordo con l’A. Nasce una
questione: l’attitudine ad operare, che alla unità come tale senza dubbio
compete, si può considerar come un'atti¬ tudine a creare, a produrre in sè
delle assolute novità, non predisposte; od, invece, le sue manifestazioni sono
determinate necessariamente sem¬ pre dall’ intima struttura di essa unità ? A
risolver tale questione, io non vedo che vantaggio si possa trarre dal
sollevarne Un' altra: se cioè la detta unità sia o non sia una sostanza. Mentre
la prima riguarda le leggi secondo cui opera 1’ unità, la quale di certo
esiste, e di certo opera; nel discutere la seconda si cerca invece, se P unità
costituisca o non costituisca un’ assoluta permanenza. Le due hanno differenti
oggetti, e per conseguenza son estranee — L’unità non sostanziale, di semplice
associazione, — dirà l’Au¬ tore — non può essere in possesso d'altra forza, che
della risul¬ tante delle sue componenti ; è dunque di necessità determinata. —
Non può ? Che i sistemi fisici siano determinati, risulta vero in linea di
fatto ; ma io non ammetto, neanche per essi, che il determinismo sia
dimostrabile a priori; molto meno son disposto ad ammetterlo dimostra-
IL-PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 9 strabile per i sistemi psichici, che differiscono
dai fisici tota coelo (non foss’altro, l’energia de' primi non è permanente, nè
misurabile). Se una risultante non può, per necessità intrinseca, essere
assolutamente libera, 1' assolutismo è a terra. Perchè l'io personale,
concreto, empirico, feno¬ menico (cioè conscio di sè, non irreale), ogni uomo
insomma, è di certo una risultante. Il prof. Calò (anche in questo credo che
siam d’accordo) nor. c’è sempre stato, e non s'è creato da lui; è una creatura
divina, o un prodotto cosmico; nel primo istante, le sue potenze, i suoi carat¬
teri, ecc. furono determinati ab extra ; è dunque una risultante. Quando 1’ A.
afferma dover 1’ io essere una sostanza, per avere « la capacità di agire come
un reale », e quindi per esser libero, non lo capisco. Non ripeto, che l’io
senza dubbio è reale, è anzi quello che v'ha di più reale, quand’ anche non
sia, o forse perchè non è, una sostanza. Ma sappiamo noi forse per filo e per
segno come i reali « agiscano »? E i reali son tutti liberi? Affermarlo
equivarrebbe a negarlo, perchè sarebbe un sopprimere la distinzione degli
esseri e dei fatti in liberi e non liberi. E l’operare d’una sostanza non
potrebbe essere necessariamente determinato, sia dalle condizioni interne che
dalle circostanze esterne? Gli atomi assoluti, su cui la fisica fondava, e in
parte fonda tuttavia, le sue dottrine rigorosamente deterministiche, non erano
concepiti come sostanze ? 5, Già dissi, che la tesi assolutistica io non la
considero punto come assurda ( 1 ) ; alla «flagrante contraddizione tra la
volizione libera e il principio di causa » (p. 219), io non do nessun peso (*).
Assolutismo, e determinismo, sono entrambi del pari concepibili in astratto ;
cercare, quale dei due sia vero, significa semplicemente cercare quale
costituisca una esatta nozione della realtà concreta. Vediamo. ( l l Ilo, su
questo punto, mutato alquanto di parere, da quando pubblicavo Scienza e opinioni:
cfr. La conoscenza ; Parahp. alla con.; Dottrine e fatti. La mutazione, come si
vede, non è recente: e fu conseguenza naturale di dottrine, già formulate, ma
non pienamente sviluppate, nel primo dei detti libri. ( a ) Noto: 1’A., poiché
la pensa egli pure cosi, non doveva attribuir all' apriori « un valore
obiettivo necessario » fibni). Soggiunge infatti : « anche il principio di
ragione non è applicabile se non là dove esso rappresenta un' esigenza reale
d'applicabilità per il pensiero e non abbiamo diritto d* imporlo a quelle sfere
del reale la cui natura si ribella ad essere spiegata col meccanismo della
causalità necessaria » Ip. 2510). Se io, per appli¬ care un principio di
ragione, devo accertarmi prima, che « rappresenti un'esigenza reale», questo
prova, che l'esigenza reaie non mi è svelata dalla ragioue sola, ina che io
debbo rassegnarmi a ricavarla dall'esperienza. Conseguentemente, l 1 , apri ori
non ha, necessariamente e per sé, un valore oggettivo ; ossia : ciò che è vero
nel mio pensiero astratto può non esser vera conoscenza del reale. Per es.: in
astratto, 1 -f 1 = 2, sempre ; in concreto, se in una stalla chiudo un coniglio
: maschio) e un altro coniglio (femmina', può darsi che, aprendo la stalla dopo
qualche tempo, ci trovi piti di 2 conigli. I.e leggi della ragione sono anche
leggi della realtà, se ed in r/uanlo i concetti, su cui la ragione discorre,
sono cognizioni adeguate della realtà. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ IO «Come il
processo esplicativo deve fermarsi.... a corti principi primi suffir : enti a
se stessi, cosi il processo causalo deve fermarsi ... a certi cominciamenti
assoluti, incausati, liberi.... » (p. 221 ). Deve! deve! 11 pro¬ cesso
esplicativo si ferma, perchè arriva di fatto a de' principi non oltrepassabili
(non mi fermo a discutere, in che senso questi si possan dire sufficienti a se
stessi). II processo causale si fermerà, se arriverà di fatto ai comiuciamenti
assoluti; ma che ci debba arrivare, chi ce ne assicura ? « Noi siamo costretti
ad ammettere questo elemento che non richiede alcuna spiegazióne nelle
determinazioni della volontà » (ibid.). Dopo tutto quanto io ebbi a scrivere in
parecchie occasioni sul concetto di spiegazione ( x ), mi fa un po’ di
meraviglia, che per combattere il determinismo lo si presenti come un tentativo
di spiegare 1’ inesplica¬ bile. Avreste ragione se io, per spiegare la
volizione, pretendessi che debba avere ilei 1 e cause; ma se io vi dico
semplicemente, che tali cause et sono, e si rilevano al pari di quelle d’ogni
altro fatto! « E d’altra parte, lo stesso determinista non è costretto ad
ammettere, come motivo ultimo di condotta, un’essenza individuale eh’è qualcosa
d’indicibile, di incalcolabile, di ribelle ad ogni analisi, e che può essere
solamente sen¬ tito ? » {ibid.). Ma quello che è solamente (!) sentito è il
xdjs tt, il dato primo e fondamentale, ciò, da cui non è possibile prescindere
volendo conoscere la realtà. E perchè io I’ ammetto, vorreste obbligarmi ad
ammettere degli elementi non sentiti, non dati, e dei quali v’ immaginale
d’aver dimostrato, che ci debbono essere! Per dimostrare, o per accertare,
l'assoluta libertà, non ci sono (mi pare) che due mezzi. Uno diretto, il
testimonio della coscienza teore¬ tica: io sento di esser libero; in questo
caso, la libertà sarebbe da rico¬ noscere come data immediatamente di fatto.
L'altro indiretto, il testi¬ monio della coscienza morale: debbo, dunque posso;
negare la libertà sarebbe dichiarar impossibile un dato di fatto. Entrambi
presentano delle grandi difficoltà. La coscienza teoretica realmente comune
prova irrefragabilmente che l’uomo è libero nel significato comune o volgare di
cui al § 1 ; prova che il volere, se è determinato, lo è da dei motivi e da
delle ragioni, congiuntamente al carattere (all’intima costituzione del soggetto),
non da delle cause fisiche o fisiologiche o psicologiche d’ altro geuere.
esterne al soggetto: prova che l’io è causa delle sue volizioni (almeno in
certi casi); ma non c’informa sul come ne sia causa, lascia cioè insoluta la
no«tra questione. 11 sentimento, invocato dagli assolutisti, non è quello
provato anche dal volgo, il quale non s’è mai posto il problema della libertà
assoluta, e dicendosi libero non fa che affermare la distinzione ricordata: non
può essere che un sentimento più fino, più profondo, più perspicace. Ora i
deterministi, che pure son liberi secondo i loro avver¬ sari, negano di provare
quest’altro sentimento. 0 gli uni son troppo (*) Fin da* miei Studi di fìlos.
naturale ; Pavia, 1903. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ sottili, e nella coscienza
vedono quello che non c’è, ma che a loro farebbe comodo ci fosse; o gli altri
sono troppo ottusi, e nella coscienza non vedono quello che c’è, ma che a loro
dà noia; il pregiudizio in favore d’una tesi è capace di produrre simili
abbagli. Errano gli uni o gli altri, è ben certo; ma questa certezza non ci è
d’aiuto a sapere da che parte si erri. 11 medesimo, press'a poco, si dica in
ordine alla coscienza morale. 11 dovere, manifestamente, non s'estende pi'T in
là del potere. Nell ipotesi deterministica, tutto quanto dipende da me si
riconduce, iu ultimo, al mio carattere primitivo, da me non creato ma ricevuto;
e che sarebbe la vera cagione anche delle successive mutazioni (se hanno luogo)
del mio carattere. Riman vero, ciononostante, che quanto dipende da me non
dipende propriamente che da me; io, infatti, ho, anzi sono quel carat¬ tere.
Del mio ben operare il merito, in ultimo, risale a chi mi fece a quel modo,
s’io fui fatto a quel modo liberamente con intenzione (questa è pur dottrina
cristiana!); comunque, io opero bene, la mia esistenza è un bene per gli altri
e per me. L’esistenza di Tizio, invece, è uu male per lui e per gli altri. Non
occorre di più, perchè si riconosca, tra Tizio e me, una distinzione di pregio,
espressa dicendo buono me, cattivo Tizio. Agli assolutisti di provare, che
buono e cattivo sono termini significa¬ tivi per altro, che perchè esprimono
tale distinzione. A tal fine, il ricor¬ rere a quella « forma speciale
d’esperienza », di cui fa cenno 1’ A. (p. 222), non serve. Credo anch’io, col
De Sarlo, che la moralità si fondi su di un’esperienza sui generis ('); ma
quest'esperienza sui generis, in quanto è comune a tutti, se ci somministra
delle distinzioni, non è poi sufficiente a dirimere le divergenze sulla loro
interpretazione ulteriore. Anche in questo caso, come nel precedente, gli
assolutisti si fondano dunque su di un sentimento, affermato da loro ma dagli
avversari negato: il pregio morale positivo o negativo io lo sento essere, non
solo superiore a tutti gli altri, ma infinito e assoluto, sicché uon è
possibile scaricarlo definitivamente su chi mi fece qual sono. Ebbene : una
questione, che s’aggira intorno a de'sentimenti, non si risolverà, fino a
quando non mutino alcuni di questi; risultato al quale si deve arri¬ vare (i
sentimenti fondati sul falso non sono perpetui), ma dal quale siamo tuttavia
lontani ( 2 ). ti. Rilevata la controvertibilità delle prove adducibili a
favore della tesi assolutistica, tocchiamo di alcuni argomenti contrari; che io
non dirò decisivi, ma che finora non vennero confutati. E sperar di accertare
metafisicamente T assolutismo, senza confutarli, è vano ( 3 ). (') Da ani per
altro non si ricava, che * * la legge morale.... non sia contenuta nella
volontà > (p. 222} ; mi sembra, che si ricavi piuttosto il contrario. Ma il
dimostrarlo esigerebbe un discorso lunghetto, che sarà meglio rimettere ad
altra occasione. (*) Per tutto q. §, cfr. Scienza e opinioni, pp. 562-94: per
la chiusa, l'art. cit. : La teor. d. conosc., al 1. c. I») In fondo, io sono
assolutista: lo dissi cento volte. Ma gli argomenti zoppi mi paiono zoppi,
anche se addotti a difesa d'opinioni, che mi paion vere. 12 IL PROBLEMA DELLA
LIBERTA « Risolvere.... il problema dell’esistenza d’uno spirito e della sua
attività è anche risolvere quello della possibilità di accrescere la quan¬ tità
d’energia fisica » (perchè non anche di diminuirla, e fin d' annul¬ larla?) ».
La quale possibilità è appunto un presupposto della libertà in quanto è un
presupposto di questa l’esistenza d’una sostanza spirituale di cui la libertà è
proprietà specifica. E la negazione di quella possibi¬ lità non implica
soltanto la negazione della libertà, ma l’inesplicabilitଠassoluta dei
rapporti tra spirito e materia e della reale attività del primo ». (p. 195 sg.').
Posto, che la quantità dell’energia fisica possa essere accresciuta, si
domanda, come mai l'esperienza ce l’abbia sempre fatta parere costante.
Convengo, che « il principio della costanza dell’energia » sia « sempli¬
cemente d’ordine sperimentale » (p. 192); ma è precisamente questo suo
carattere, ciò che ne fa una minaccia per la tesi dell’ A. (* *). Noi non siamo
affatto necessitali a credere costante l’energia (la notizia del principio è di
fresca data); ma, che farci ? sembra davvero che l’energia fisica sìa costante!
come si concilia un tal fatto con delle teorie che lo escluderebbero? L’«
ipotesi », che lo spirito possa creare dell'energia, « non contrasta.... coi
principi della fisica, i quali son circoscritti al campo dell’energia fisica »
(p. 195). Queste parole sarebbe stato meglio che l’A. non avesse scritte: come
mai la possibilità di crear dell’energia fisica non contrasta con la costanza
osservata? Osservata, dico, anche dove l’energia fisica è prodotta da un uomo,
cou uno sforzo difficile di volontà. L'ipotesi non è assurda; e non si può
nemmeno éscludere a priori, che dell'esperienze più esatte delle nostre siano
forse per confermarla; per ora, dobbiamo ritenerla priva di fondamento Per ciò
poi che riguarda « l’inesplicabilità ilei rapporti tra spirito e materia », io
non tirerò in campo le mie spiegazioni ( ! ), diverse da quelle che l’A.
combatte, e che non cadono sotto le medesime difficoltà. Noterò soltanto, in
primo luogo, che I’ inesplicabilità, se ci risultasse, dovremmo ben rassegnarci
ad ammetterla. In secondo luogo, che la permanenza dell’energia fisica è una
legge, che potrebbe stare quand’anche nou ci fosse altra realtà, che psichica,
e il mondo fisico si riducesse a pura fenomenalità. Quella morale, che
dell’assolutismo è per un verso la prova e per un altro la conseguenza, è press
- a poco incomprensibile, se non s’ammette un Dio personale. E un Dio
personale, che regga il mondo e lo diriga verso un fine buono, dovrebbe
prevedere anche gli atti degli spiriti liberi; a parte il dovrebbe , il
cristianesimo riconosce in Dio queste pre¬ visioni. Ora, « se le determinazioni
della volontà son libere, esse debbono essere anche assolutamente imprevedibili
» (p. 127). E vero, che l’A. le (*) I/A. avrebbe potuto accorgersene, se avesse
lette alcune cose mie: La conosc. e Paralip. (del quale ultimo libro egli pur
cita nella Prefaz. il primo art.). (*) Scienza e opinioni, pp. 323-52. La
dottrina ivi esposta è indipendente dall" ipo¬ tesi, con la quale è messa
in connessione. IL PROBLEMA BELLA LIBERTA 13 dice « imprevedibili per una
conoscenza.... non diversa dall’umana » (ibid.)\ restrizione, che fa un
contrasto bizzarro con l’avverbio assolutamente. La diversità dell’intelligenza
divina dalla nostra non basta per eliminar la questione, sul come conciliare la
prescienza divina con la libertà umana. L’A. accetta la soluzione di S.
Agostino: secondo il quale « Dio non prevede, ma vede con uno sguardo unico
tutta la realtà ». (p. 129). Ma se in Dio le previsioni son visioni, segue, die
il reale sia fuori del tempo rispetto a Dio, e dunque sia in se stesso fuori
del tempo. Segue, che il tempo sia una semplice forma dello spirito finito, e
l'acca¬ dere una semplice parvenza. S. Agostino ci conduce direttamente a Kant.
L'A., mentre combatte la dottrina di quest’ultimo (pp. 1-7), con l'ade¬ rire a
quella del primo la rende inevitabile. Del resto, su gli argomenti da lui
addotti contro il kantismo c'è da ridire. Per esempio: « o si consi¬ derano i
fenomeni e la loro connessione causale come pure parvenze (*), aventi un valore
relativo alla nostra conoscenza imperfetta, e allora si giunge a negare alla
scienza quell’obbiettività e quell'assolutezza che Kant rivendicò cosi
vittoriosamente (?) contro lo scetticismo dell’ Hume... ». E questo è contro
l’espressa dottrina di Kant; il quale credette d’aver collocata su basi
granitiche l'oggettività e l’assolutezza della scienza, precisamente con l'aver
dimostrato, che oggetto di questa sono le par¬ venze sole. Tiriamo avanti: «...
o la serie fenomenica è in sè chiusa, continua, non solo, ma ha una realtà e
una vera consistenza obiettiva, e allora bisogna ritenere, eh’essa in qualche
modo reagisca sulla realtà nottmenica..,.. ». Punto. La serie fenomenica,
oggetto della nostra cogni¬ zione, essendo il modo con cui ci apparisce la
realtà noumeniea, non può reagire su questa. Il vizio fondamentale delle
dottrine di Kant, e che, malgrado la loro profondità e fecondità, le rende
inammissibili, sta nell’ avere ridotto a parvenze irreali anche i fatti
psichici, di cui ed in cui è consapevole lo spirito finito, l’io personale, che
dunque perde anche esso ogni realtà. Se la persona è parvenza nel senso
kantiano ( io la ritengo un fenomeno, che è quanto dire una parvenza, ma reale)
il pro¬ blema della conoscenza, e quello della libertà, cessano entrambi di
avere un significato assegnabile. Esser liberi nel senso degli assolutisti
significa, secondo che nota giustamente l’A., esser atti a creare. Un'
attitudine a creare non sembra poter essere limitata; l’uomo dunque « sarebbe onnipotente
quanto alla deliberazione (P esecuzione è altra cosa). » Ma che sia, non pare ;
« 1’ energia volitiva è limitata sempre, benché non ugualmente in tutti. E
cresce con l’esercizio, scema con l’ozio, dipende dal tener di vita; ossia è
condi- (») Parvenza = Krscheinung = fenomeno. Dico nel linguaggio delia
(Rosolia kantiana. Secondo me, il tatto di coscienza è fenomenico e reale
insieme; reale perchè e in quanto fenomenico; ma qui entriamo in un tutt'altro
ordine di idee. 14 IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ lionata » (')• È assai P<ù
facile desiderar che volere; intanto, un uomo che, sano, era sfrenato ne'suoi
desideri, affranto dalle sofferenze non desidererà più che un momento di
sollievo. A fortiori.... Da Dio doman¬ diamo un aiuto (a volere, intendiamoci),
di cui ci sentiamo bisognosi ; preghiamo: et ne nos inducas in tentationem. Le
abitudini, anche le buone, finiscono col diventare invincibili. E siamo
creatori? 7. Un'ultima difficoltà: «.se un atto volitivo non ha una causa. non
sarà esso moralmente indifferente.. .? » A questa domanda, che si fa egli
stesso (p. 219), l’A. cosi risponde : « Sono due errori comuni il credere che
una volontà libera non possa subire l'applicazione delle cate¬ gorie etiche e
il credere che la responsabilità abbia bisogno della neces¬ sità causale. Se il
motivo morale non è causa necessaria della volizione, ciò non prova affatto che
la volizione sia in se stessa indifferente.... la volontà diventa morale o
immorale secondo che liberamente accetta o rinnega il motivo morale, la legge
del bene. Nè può dirsi che la libertà escluda la responsabilità: ciò sarebbe
esatto solo nel caso che il fatto libero fosse considerato per sè stante e
isolato non solo dal suo motivo, ma dell’io stesso» (p. 221 seg.). Tutto ciò
non mi sembra nè decisivo, nè chiaro! 1 ). Cominciamo dal mettere la questione
sotto una forma ragionevole. Tizio ha un dovere da compiere. Per compiere
un’azione, per volerla s’ intende, ha un motivo, o diciamo una ragione. Può non
volere, s è un galantuomo? Il senso comune risponde: no. Si sente dire ogni
momento: il tale non è capace di fare o di non fare (di volere o di non volere)
questo e questo; lo conosco troppo bene. E se Peffetto non corrisponde
all’aspettazione, si soggiunge malinconicamente: m ero ingannato; il tale non è
quel galantuomo che supponevo. Ma Tizio (dotato anch’egli di senso comune)
s’indispettirebbe: come, non posso non volere? chi, o che cosa, mi ci sforza,
dunque? Nessuno, e niente; l’abbiamo riconosciuto. La volizione è un atto
compiuto da lui. non fattogli compiere; ma ciò non vuol dire, che non (') Cfr.
gli Alti cit. del Congr. di psicol.; p. 358. (v) Il libro di cui parlo, e di
cui discuto soltanto quelle dottrine, che non mi sembrano accettabili, è una
prova, e non la prima, dell' ingegno vivo e della cultura seria dell A. Ma
venne scritto forse un po'troppo alia lesta; certo, la chiusa n'è strozzata,
eccessi¬ vamente compendiosa, di fronte all’ importanza della materia trattata
o piuttosto sfiorata, e alla maggior diffusione d'altre parti meno essenziali.
Chi credesse che io, appartenendo ad un’altra scuola, non abbia la mente o
l’animo conveuientemente ben disposti verso le dottrine dell'A.. s'
ingannerebbe. Secondo me, bisogna che tulle le opinioni si facciano avanti,
perchè ciascuna produca, sulla cultura, gii utili elfelti di cui è capace;
un*opinione, che dominasse da sola, finirebbe con 1‘esser male interpretata,
col diventar un dirizzone. Questo solo domando ad una filosofia: che risponda
seriamente alle obbie¬ zioni serie; o che, se non può, riconosca in sè una
lacuna (forse colmabile col tempo; qualcosa rimarrà pur da fare anche ai
posteri!). Una filosofia cera non dovrebbe inai- Iterarsi a una simile
intimazione. IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 1S sia un atto detertninato dal suo
carattere di galantuomo, e dalla notizia ch’egli aveva di quella ragione; da
una necessità intrinseca , non da una forza esterna; ma determinato ,
L’attribuzione giusta, che Tizio fa della sua volizione a se stesso, non prova
dunque, che la volizione non sia determinata; che poi la volizione sia
effettivamente determinata nel detto modo, risulta da ciò, che a Tizio, se non
la compie, mentre conosceva la detta ragione, verrà negato il carattere di
galantuomo. L'A., che sem¬ bra sostenere il contrario, dice in sostanza il
medesimo; « la volontà, » vaio a dire il soggetto, « diventa morale o immorale
secondo che libe¬ ramente accetta o rinnega il motivo»; Tizio dunque non è, ma
ogui volta che vuole, e secondo come vuole, diventa galantuomo o birbante,
èssen¬ dogli del pari possibile conformarsi alla ragione conosciuta e allonta¬
narsene, bisogna convenire, che quantunque la ragione e il suo contrario sian
cose in se stesse molto differenti; nondimeno Tizio è, di fronte ad esse, in
una posizione d’indifferenza. Se «la scelta originaria e fondamentale è una
posizione assoluta, e non ha la sua ragion sufficiente se non in se stessa, non
ha un motivo » (v. s. § 2); se, in ultimo, quei motivi secondo cui ci si regola
« uoi li pre¬ feriamo perchè li preferiamo, li vogliamo perchè li vogliamo» (p.
211); negare che il soggetto, nel deliberare, si trovi in una condizione d
indif¬ ferenza, è quanto negare il tempo e sostener la realtà dell'accadere.
Ora, un soggetto indifferente potrà liberamente accettare la legge; ma, dal
momento che vuole senza un motivo, l'accetterà, non perché la legge è la legge,
bensì per capriccio. Quindi, o le categorie morali non hanno senso, o al
soggetto è applicabile soltanto quella di malvagità. Respon¬ sabile il soggetto
rimane, in quanto sopporterà le conseguenze del suo aver volulo; ma queste, se
favorevoli, non saranno mai da considerare come un premio. Chiudo con due
parole, che non si riferiscono al libro del Calò, ma che potranno chiarire
qualche punto della discussione precedente. Agli argomenti da me addotti altra
volta('), per dimostrare non esserci via di mezzo fra il determinismo e
l’indifferentismo, il sig. Caviglione oppose « che talvolta 1' uomo opera non
per un impulso ma per una ragione , ed anzi combatte un impulso con una
ragione. In tal caso non vi è de¬ terminismo , perchè una ragione è una
possibilità, un astratto, un’ idea e non una realtà e quindi nemmeno un
impulso; nè d'altra parte vi è indifferentismo, giacché l’uomo allora opera
secondo una ragione e per ( 8 ) Se l’operare dell'uomo non fosse determinato
Idal carattere e dai motivi) « non avrebbero senso le varietà dei caratteri; le
distinzioni espresse dicendo: questi è buono, questi cattivo, questi energico,
quell* altro indolente, ecc., non si sarebbero potute for¬ mare * (Atti ('il.,
p. 253 1 ; 1' umanità, infatti, sarebbe una collezione caotica di creatori
capricciosi. f *C 0( 16 IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ una ragione» ('). Certo, non
vi è indifferentismo; che per altro non vi sia determinismo il sig. C. non
avrebbe potuto inferire da ciò, che la ragione non è un impulso, se non si
fosse arbitrariamente messo in testa, che il solo determinismo possibile stia
nel ridurre le ragioni ad impulsi; come se per far movere un uomo non ci fosse
altro mezzo cha gli urtoni! Le ragioni sono incapaci di operare come la realtà,
sapevamcelo; ma sono perciò incapaci di operare? Il sig. C. s'immagina d’aver
confutato il determinismo, laddove non ha fatto che rilevar la trita
distinzione tra il determinismo degi’ impulsi e quello dei motivi. « L’uomo »,
soggiunge, « è appunto libero quando e perchè può astrarre e riflettere» (*).
Questo si chiama sfondare degli usci aperti. L’attitudine ad astrarre e a
riflettere imprime alle azioni dell’uomo che la eserciti un carattere, che le
distingue da quelle de! bruto, e anche da quelle dell uomo che in un dato caso
non astragga nè rifletta; un tal carattere si esprime dicendo libere le dette
azioni. Abbiamo a fare qui col concetto comune (volgare) di libertà, sul quale
nou è possibile una controversia sensata. Di ben altro si tratta. L’uomo, che
astrae e che riflette, è poi metafisicamente libero di volere come se non
avesse astratto nè riflettuto? Posto che sia, non si dovrà dire che la
volizione è indifferente ai risultati dell'astrazione e della riflessione? ( 3
). B. V a it i sco ('/ Aiti cit p. 354. <*l Ibid. P) Al sig. Caviglione «
importa far sapere che le ulteriori spiegazioni date . da me verbalmente al
congresso ricordato, in risposta alle sue obbiezioni, e non riferite negli
Atti, « non hanno menomata la sua difficolta . (Alti cit., p. 354, n.|. Ossia
glimporta far sapere, che ha ragione lui. Voglio anch’io contribuire alla
soddisfazione del suo desiderio. E non mi lamento, se il compilatore degli Atti
diede al solo sig. C. l'oppor¬ tunità di pronunziare una sentenza deiinitiva Di
farmi giudice in causa propria io non no desiderio, nè bisogno. FASCICOLI
ARRETRATI s’invieranno, a porto assegnato, e dietro invio del prezzo indicato:
l’annata 18994.2.° semestre) a L. una : i fascicoli Marzo-Dicembre 1904 per L.
quattro: J'intiera annata 1906 per L. sei: i nove rimanenti fascicoli
disponibili, delle varie annate, per L. tre; o per L. una. a ogni richiesta,
minima, di tre. Complessivamente, tutti i fascicoli giacenti saranno ceduti per
L. 12 (anziché 14). Dei fascicoli cedibili riportiamo più sotto i sommari. Si
ommette la parte bibliografica, ecc. (Spedire cartolina-vaglia,
anticipatamente, ai prof. GIOVANNI MARCHESINI, Padova). Volume I f1899) -
Luglio: E. Z AMOHANI : Ilella continuità del progresso intellettuale. - A.
Mariio : Sulla educabilità dei degenerati inorali. - G. Tarozzi: La crisi del
positivismo e il problema filosofie). — Agosto: A. Faggi : Un'antinomia dello
spirito umano. - G. Marchesini : il fatto minimo e la continuità naturale. - L.
Lkynariu : Per la critica d’ arte. — Settembre: V. Gemini : Dell - osservazione
psichica esterna. - G. Marchesini: c. s. - M. Pn.o : Stato e Chiesa in Italia.
- G. Sergi : La cura e l’educazione ilei fanciulli deficienti. — Ottobre: P.
Possi: La niente di G. Maz¬ zini e la psicofisiologia. - F. LuzzaTTO: La morale
sociale di Iacopo Stallini. - F. Pik- tiiofaolo: 11 genio. — Novembre: A.
Groppali : 11 nuovo indirizzo della sociologia americana contemporanea. - 0.
Tarozzi : Per una critica del determinismo. - II. Bianchi: Gli studi religiosi
in Italia e il prof. Labanca. - V. Vitali: La scuola e l’accresci¬ mento della
pazzia. - B. Attolico: Sull’educazione sessuale. — Dicembre: 11. Ardigò: 1!
conoscere nella filosofia del medio evo e nell' attuale. - R. Bianchi : c. s. -
G. Pighini La funzione evolutiva del dolore e del pessimismo. - N. D’Alfonso:
Per le prime nozioni d’ una grammatica logica. Volume II (Ì900) - Gennaio: - R.
AriUGÒ: L’indistinto e il distinto nella formazione naturale. - G. Dandolo :
Intorno al problema psicologico. - G. Marchesini : Il simbolismo nella
conoscenza. - A. Martinazzoli: La pedagogia moderna. — Febbraio: A. Faggi:
Questioni logiche e psicologiche. - G. Taiiozzi : La Filosofia del dolore e
l’arte. - A. Baratono: Sulla classificazione dei fatti psichici. - V. Benini :
Del libero arbitrio — Giugno-Luglio: R. Ardici 1 : 11 noumeno di E. Kant. - R.
Die la Grasskrie: Du ròle auxiliaire et supplétif de la pensée pure dans le
langage. - N. D’Alfonso: 11 Re Lear. - (5. Gentile: Discussioni pedagogiche. -
A. Poloni: L’insegnamento della morale nelle scuole normali. Volitino 111
(1900) - Agosto: R. Ardigò: L’atto umano antiegoistico. - G. Villa: Sulla
psicologia contemporanea. - V. Benini: Del valore dei sentimenti. - F. Del
Greco: Sulla psicologia della invenzione - V. Woi.f-Bassi : In difesa di
l’esta- lozzi. — Ottobre: II. De la Grasserie : Du but et des efi'ets de la
pénalité. - E. Troilo: La filosofia di G. Bruno. - C. Ranzoli : c. s. - U.
Pizzoli: Laboratorio di Pedagogia scientifica in Crevalcore. — Novembre: G.
Zuccantk : Da Democrito a Epicuro. - R. De la Grasserie: c. s. - A. Faggi: Sui
limiti del determinismo scientifico. Voi. VI (1902) - Aprile: P. Orano: Carlo
Cattaneo e la sua dottriua scienti¬ fica. - R. Marini: Considerazioni sull’
opera omerica e la filosofia greca (eont.). - R. De la Grasserie: Du ròle
psychologique et sociologique du monde et de la mode (coni.). - V. Vitali: La
politica della Scuola. - E. Zamorani. Filosofia e filosofia. Volume VII (1902)
- Luglio: V. Benini: La felicità negativa. - A. Martinaz- zoli: Intorno alle
dottrine vicinane di ragion poetica. - A. Baratono : Energia e psiche. - P.
Rossi: Per la storia della psicologia collettiva. - A. Renda: Le pazzie
sociali. - S. Gilffrioa : Comlmoni generali Us.l istruzione puu-‘iu G. B.
Milesi : L'i ipotesi della gravità nella biologia. - F sociale di Carlo
Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire estetista, in sociologia. - F. Dei. Greco: c.
s. - GACbbca : Pedagogi ■ Coalizioni generali dell'istruzione pubblica in
Italia. — Settembre:' L’ ipotesi della gravità nella biologia. - F. MoMK^ano :
11 pensiero ‘ • .... . . rv o..~. ... i o Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire
estetista. - F. Puglia: L’individuo , _ g*Cksca : Pedagogia e pedologia. - G.
Caras- III DUt-IVIVglU. *- • " -. . . g A l,i ; Una lacuna uella
trattazione aristotelica dello spazio. Volume X [Ì904) - Marzo-Aprile: G.
Tarozzi: Libertà - G. De Angelis: Brano di logica formai*. della geologia
(Stratigrafia) - C. Ranzoli: c. s. - G. Del Vecchio: Diritto e personalità
mu*na nella stona del pensiero - F. Moffa : L'etica di Democrito - G. Trespioli
: Il pensi--, ^giuridico e sociale d'Italia nell evo moderno Maggio-tìitlgllO :
- G. A. Colozza-G. Marchesini: La coordinazione delle materie e gli insegnanti
spe¬ ciali nelle nostre «cuoi -, medie - G. Vailati : A proposito di un passo
del Teeteto e di una dimostrazione di Euclide - F. Moffa • o. s. - G.
Trespioli: c. s. - C. Ranzoli: «R&vbla 'Ielle api» di G. Mandeville. - F.
Momigliano: c. s. - G. PREVBB^a confessioni nel B^ffismo e nel Cristianesimo
(Nota). — Settembre-Ottobre: R. AròkJò: ( onoseers - . G Marciiesin i: Verso il
nuovo idealismo? - A. Ferro: 11 materialismo - G. Chiabra : 5W-V M. Montkssori
: Influenza delle condizioni di famiglia sul livello intellettuale de'gli
scolari - F. Pietropaolo: Questioni psicologiche. — Novembre-Dicembre: R. Ar-
digò: Pensare - Volere - G. Brunelli: 11 concetto di individuo in biologia. -
G. Allara: Coscienza, sentimento dell’io, autocoscienza - G. Calò: Del preteso
paralogismo di Melisso di Samo. • Voi. XIV fi906) - Gennaio-Febbraio: Armgò :
La filosofia oggi nel campo del sapere. - G. Marchesini: L’equivoco della
coscienza moderna. - G. Tarozzi: L’ispi¬ razione umanitaria nell'Arte (Morale
ed Arte). - B. Varisco: I diritti del sentimento - L. Limentani: Per una
teorica della previsione sociologica. - M.Barillari: Le nuove esigenze della
filosofia del diritto. - R. Mondolfo: Di alcuni problemi della Pedagogia
contemporanea. — Marzo-Aprile: Ardigò: Atto riflesso e atto volontario. - G.
Dan¬ dolo; Studi di Psicologia gnoseologica. - !.. Limentani: c. s. - R.
Mondolfo: c. s. - C. Ranzoli: Positivismo e idealismo. - G. C. Cantalamessa :
Scienza e fede. - G. Mar¬ chesini: Per un questionario sull’insegnamento della
filosofia nella Scuola media. - G. Calò: Studi di filosofia morale. —
Maggio-Gingilo: C. Ranzoli: Sulle origini del mo¬ derno idealismo. - G. Dandolo
: c. s.-F. Pietropaolo: 11 positivismo di \ incenzoDe Grazia. - E. FoÀ : Le
guide di Dante nella Divina Commedia (Note di Pedagogia). - F. Galoi: La teoria
dell’equilibrio in Patologia. * Voi. XV (Ì906) - Luglio-Settembre: Ardigò: 1
tre momenti critici della gno¬ stica della'Filosofia moderna. - F. Severi:
Problemi della Scienza. - P. Rotta: D‘una Psicologia pragmatica della credenza.
- G. Marchesini : Miseria e incongruenze della Pedagogia nazionale. - C.
Ranzoli: Per l'originalità del pensiero italiano (A. Binet e R. Ardigò). - G.
Mazzalorso: La quAla aristotelica (come fondamento di una distinzione fra
morale e diritto). - G. A. Colozza : Storia dell’istruzione e dell’educazione.
— Ottobre-Dicembre: Ardigò: 11 sogno della veglia. - G. Dandolo: La Metafisica
della sensazione - G. Tarozzi: Il Professore di Scuola media e il suo futuro
còmpito civile e morale (in memoria di G. Kirner).— Antonio Marchesini: Appunti
sulla Pedagogia di A. Schopenhauer. - A. MaROCCI: Per un nuovo ordinamento
degli stqdi filosofici in Italia. - R. Mondolfo: Intorno al Convegno filosofico
di Milano. - G. Marchesini: I con¬ corsi per esame. - L’istituto di Pedagogia
sperimentale di Milano. Bologna - Stabilimento Poligrafico Emiliano - Piazza
Calderini, 6 (Palazzo Loup) LA FINALITÀ DELLA VITA © CAT gn PCS
i - È Lu << a SCSI 2. wunderbar im hochsten ci Grade ‘ist und bleibt das
Beginnen - Per eines zweckmAssigen Naturlaufes. e! si ni " p « . . - - E
RI (Herbart, Fin. in. d. Phil. $ 155). SETA SII Via 9% >< » CHA A | “2 «
Ogni fatto cì si presenta sempre in relazione con degli altri. Queste
relazioni, o passano tra un fatto e dei prece- denti, e si dicono relazioni
causali; o sono dirette a rea- lizzare un'armonia, la regolarità d’un processo,
e si dicono relazioni finali. La scoperta così delle une come delle altre
nell’accadere biologico è l’ intento dell'analisi scientifica. Teniamo dietro
all’ embriologia d’ un fiore: vedremo for- marsi e crescere de’ gruppi di
cellule, il che a parer no- stro costituisce le condizioni causali della
formazione del fiore; ma se volessimo descrivere questo processo, senza
riguardo ai fini verso dei quali converge, mancherebbero, alla nostra immagine
della natura, ì tratti più essenziali. Così essendo, non si può non rimanere
stranamente mera- vigliati, quando si legge, che il solo vero problema della
fisiologia consiste nell’ esporre le connessioni causali dei fatti biologici,
quando si sente parlare con disprezzo della (1) A proposito di una recente
pubblicazione: J. Reinke, Philos. d. Bo- tanik; Lipsia, Barth, 1915; pp. VI,
201; in citaz. R. Rivista Filosofica. 38 590 LA FINALITÀ DELLA VITA valutazione
teleologica delle strutture e dei processi. Certo, nessuno può, nell’ analisi
scientifica dell’ organismo, tra- scurar le relazioni causali; la causalità
vale nell'organismo così universalmente come nella natura morta, come in ogni
accadere, materiale o psichico. Ma non per questo le connessioni finali sono
meno importanti; anzi, nell’ orga- nismo, sono molte volte più chiare e più
certe, che non le causali. Il penetrare dell'amido nel tubero della patata è in
dipendenza funzionale dal bisogno della pianta, rispetto alla sua durata nel
prossimo periodo vegetativo: la prepa- razione e l'azione della diastasi, dalla
necessità che quel- l’amido venga disciolto, per il germogliare de' nuovi ram-
polli; come la formazione del fiore è in dipendenza fun- zionale dai semi che
si debbono produrre, Qui, le condizioni dell’ accadere sono posteriori nel
tempo all’ accadere mede- simo. Naturalmente, le medesime connessioni sono
anche rappresentabili causalmente. I nuovi rampolli non possono germogliare dal
tubero, se in questo non era accumulato dell’ amido, e se l’amido non veniva
sciolto dalla diastasi; i semì poterono maturare soltanto, perchè al loro
sviluppo precedette la formazione del fiore. Similmente possiamo dire : le
corolle ed il miele (1) servono di allettamento agli insetti (2); oppure:
gl’insetti volano sui fiori, perchè al- lettati dalle corolle vistose e dal
miele. In tutti questi casì vediamo connesse relazioni causali e relazioni
finali; e, negli organismi precisamente come nelle macchine, la cau- salità
viene in servizio della finalità. Sarebbe insensato volersi rappresentare una
macchina senza la relazione (1) I succhi zuccherini, con cui le api formano il
miele, ma che sono cer- cati avidamente da moltissimi insetti. (2) Le cuì
visite ai fiori hanno, com'è noto, un’ importanza capitale, per la fecondazione.
LA FINALITÀ DELLA VITA 591 finale tra le sue parti; del pari, la pretensione di
spie- gare causalmente un organismo, trascurando le relazioni finali tra le sue
parti, non avrebbe nessun interesse scientifico. La spiegazione causale,
sufficiente in fisica, già diviene incompiuta nella dottrina delle macchine; in
fisio- logia, la considerazione causale e la finale sono ugualmente
giustificate; non è possibile astrarre più dall’ una che dal- l’altra ». (R.,
pp. 22-28; v. inoltre pp. 28-34 parecchi esempi caratteristici, che provano la
finalità biologica, e l’ impos- sibilità di trascurarla in uno studio
scientifico della vita. Rilevo questo passo, p. 34: Eulero disse, che l’
occhio, in finalità, oltrepassa qualsiasi macchina; non importa, se i moderni
vi hanno scoperto qualche secondario difetto di costruzione: la finalità
dell'occhio è quella, che poteva bastare). Ritengo anch'io, che, in linea
d'osservazione, tanto siamo autorizzati e obbligati a riconoscere una finalità
nella vita, quanto a riconoscere la mancanza di finalità nell’ ac- cadere
inorganico. Una distinzione è data; così chiara e precisa, come qualunque
altra, o più. « Mentre nella fisica e nella chimica sono applicabili soltanto
le considerazioni causali, nella fisiologia si devono introdurre insieme e le
causali e le finali. L'accadere puramente fisico è a-finale; in questo senso
vale il detto di Kant, esser il fine estraneo alla natura; ma d'altronde anche
gli organismi e il pro- toplasma vivente son estranei alla fisica e alla chimica;
nelle proprietà delle singole combinazioni chimiche e dei processi fisici come
tali non si trova niente, che si possa chiamare fine ; questo apparisce
soltanto nel modo, con cui quelle combinazioni e quei processi vengono a
connettersi negli animali e nelle piante. Senza connessioni finali, un
Otganismo non può esser pensato; per ciò la biologia non Fa E 592 LA FINALITÀ
DELLA VITA può esser definita come semplice fisica o chimica degli or- ganismi.
Negando la finalità negli organismi, sì negano: gli organismi; perchè senza
finalità non è concepibile nemmeno una macchina: ma ogni finalità, e nella mac-
china e nell'organismo, presuppone un meccanismo; perciò, connessioni causali e
connessioni finali sono strettamente. congiunte: due faccie d'un medesimo fenomeno.
Scoprire le connessioni finali negli organismi, è un problema di scienza ;
conoscerne il fondamento, è un problema di me- tafisica. Darwin fece il
tentativo, di trasformare in fisico questo problema di metafisica; il tentativo
non è riuscito. Perciò, in biologia, dobbiamo assumere la finalità come
qualcosa di dato; e precisamente come un fatto dato »... (R. p. 35 sg.) 2.
Vediamo di non lasciarci fuorviare da concetti filosofici. confusi e imprecisi.
Cercare il fondamento delle connes- sioni finali date, è, dice il R., un
problema di metafisica. Se, con questo, vuole soltanto significare, che il
biologo come tale non ha obbligo, né mezzo, di risolvere il pro- blema, io non
bo niente in contrario. Ma se intende che il problema sia intrinsecamente insolubile,
od immaginario, faccio per mio conto le più ampie riserve. Ecco qui due fogli
di carta, uno bianco e uno gialliccio. Son tolti da una stessa risma, e
identici: salvochè il secondo fu tenuto. per qualche tempo in un luogo umido.
Con questa sp?e- gazione, la differenza di colore non è soppressa; rimane un
dato di fatto, precisamente come prima. Se a voi preme soltanto di riconoscere
il dato qual’ è, avete il diritto di prescindere dalla spiegazione; potete, in
un certo senso, LA FINALITÀ DELLA VITA 593 chiamarla metafisica, e lavarvene le
mani; con che per altro non avete punto escluso che sia vera, e così positi-
vamente certa, come l'osservazione a cui vi limitate. Bevo due sorsi da uno
stesso bicchiere, l’ uno prima, l’altro dopo di aver gustata una certa vivanda;
provo due sa- pori differenti. La differenza dei sapori è innegabile; ma è
tuttavia manifesto, esser lecito e obbligatorio affermarla soltanto come
fenomeno soggettivo. Nel passo ultimamente citato del R., ho notato, sotto-
lineando, che la finalità viene da lui chiamata indifferen- ‘temente, a poche
linee di distanza, un fatto e un fenomeno. L' usare questi due termini come
sinonimi è una consue- tudine ammissibile nella scienza, dove sì è molto ben
d’ac- cordo su ciò, di che si tratta; ma equivoca in filosofia (1). Essenziale
ai fatti è l’ indipendenza, ai fenomeni la dipen- denza dall’ osservatore : la
rotazione della terra può essere un fatto: il veder io tramontar il sole è di
certo un feno- meno. La questione gnoseologica, se accadano veri fatti, o se
l’accadere sia soltanto fenomenico, dobbiamo qui lasciarla in disparte. Ha
ragione il R.: se la finalità fosse un sem. plice modo nostro di concepire il
dato, lo stesso dovrebbe dirsi della causalità (p. 34); dunque, chi vuol
ridurre a causalità ia finalità, non può fondarsi ragionevolmente sul preteso
carattere fenomenico di questa. Si noti d'altronde: se la finalità non ci
apparisse nella natura, che in quanto fosse una forma inerente al nostro
spirito, l’accadere natu. rale ci apparivebbe tutto ordinato a de' fini; mentre
non ci pare così ordinata che una sua parte, relativamente pic- «cola (2). Il
che vale in genere per la dottrina (di Kant) (1) Ho seguito io pure la
consuetudine, in parecchi miei scritti. Non vo- glio far il pedante; ma un
linguaggio preciso, benché non se ne debba sperar troppo, è tuttavia da
preferire. (2) Herbart, Einl. in d. Phil., ed. Hartenst., 52, p. 275 sg. 594 LA
FINALITÀ DELLA VITA delle forme inerenti allo spirito. Ammettendola, bisogna
dire, dello spirito, che tenga pronto per ogni dato l’ in- sieme delle sue
forme, sempre le stesse. Mentre poi di- stingue una varietà di dati, ai quali
applica ora certe forme, ora cert’ altre. Dobbiamo dunque riconoscere nel dato
altrettante relazioni con le nostre forme, quante son le figure, gl’intervalli
di tempo, le connessioni. causali, ecc., che troviamo nell’ esperienza (1); in
altri termini, che le forme, secondo cui si concepisce il dato, sian de-
terminate da certe proprietà corrispondenti del dato me- desimo. Ancora più in
generale: supposto (e non concesso} che la realtà esterna sia una formazione
soggettiva, si deve poi confessare, che il soggetto individuale (Tizio, che s'
immagina di conoscere una realtà esterna) è una forma- zione analoga. Sicchè,
soggetto viene ad aver due significati diffeventi. Primo, e in questo senso lo
ditemo S, come il substrato, o come il centro superiore d’ unità, di tutti i
fenomeni. Secondo, e in quest'altro senso lo diremo Z, come una formazione
particolare, come un centro minore d’ unità dei fenomeni, come quella tale
persona consapevole di sè; a cui è contrapposta un’altra formazione È, la
realtà esterna. Che, tanto Z quanto £, rientrino in S; sarà un vero metafisico,
dal quale per altro non è menomamente sop- pressa od infivmata la distinzione
osservabile tra 7 ed A. Quindi, confondere degli elementi di A con degli
elementi di I, non è essere kantiani più o meno conseguenti; è, senz'altro,
equivocare. La causalità, e la finalità, son ele- menti di A, non di Z.
Riconoscer questo, è confessarsi, nella sostanza, realisti; perchè, quanto alla
dipendenza di KR da S. e può esser interpretata in senso realistico, e non va
presa in alcuna considerazione, quando si tratta soltanto (1) Id. ibid. , p.
258. LA FINALITÀ DELLA VITA 595 di sapere, in che relazione sian tra loro certi
elementi di R; nel nostro caso, la finalità e la causalità. Ci pensino (se ne
son capaci) i corifei di quel facile idealismo, che ora dilaga per le vie, come
il materialismo di trent'anni or sono. w Qualcosa bisogna dire intoruo al
concetto di causa. La critica di Hume, gli argomenti, e le arguzie più o meno
fine, del Mach, valgono contro il pregiudizio, che noì, con le nostre leggi e
con le nostre forze, si penetri la con- nessione de' fatti nella sua natura, e
si possa trarre par- tito da tale notizia per prevedere con apodittica certezza
il futuro (1). Ma non escludono, che tra un fatto e certi precedenti o
concomitanti, diciamo tra un fatto e certe circostanze, vi siano delle
connessioni. Delle quali, consi- derate nella loro intrinseca realtà (in &,
noi non abbiamo nè cì possiam formare alcun concetto determinato; ma pos- siamo
e dobbiamo affermare indeterminatamente l'esistenza; chi non si senta
«’ammettere, che in un sistema, p. es. d'astri, l’accadere possa risultare indifferentemente
lo stesso o diverso, con qualunque configurazione del sistema. Cosa, che non è
ammessa nemmeno da BING SA TRIRISt, perch' è în troppo manifesta opposizione
con l’ esperienza. Gl' inde- (1) Di questo pregiudizio è molto più facile farsi
beffe, come n'è invalsa la moda, che tentar di sostituirlo con un concetto più
giusto. Così accade, che vi sacrifichino tuttavia molti, che s' immaginano d°
averlo superato. Per esempio il R.; il quale non s'è accorto, che la
spiegazione da lui data della finalità con le sue dominanti, è appunto una
delle pretese spiegazioni, messe in burletta dal Mach; non s'è accorto, che
citando e approvando il Mach e l' Hume, tirava de’ sassi nella sua colombaja.
596 LA FINALITÀ DELLA VITA terministi non credono, che una pietra, toltole il
sostegno, sia così libera d’andarsene dove le piace, come un uc- cello a cui si
apra la gabbia. Dicono bensi, che non po- tendo noi osservare le minime
particolarità di nessun fatto, non possiam nemmeno escludere, che in queste mi-
nime particolarità si nasconda qualcosa, che quantunque non sia propriamente un
capriccio (ne' fatti fisici!), vi equi- valga, quanto all’accadere. Senza
discutere a fondo questa singolare teoria (1), noterò, che quando si vuole
studiare la correlazione tra i fatti fisici e i fatti biologici, così gli uni
che gli altri vanno presi quali ce li dà l’ osservazione, comunque imperfetta;
l’almanaccare intorno a ciò, che (1) L'ho discussa nei Paralip. alla conosc.,
art. La filos. d. conting.; e in Dottrine e fatti, (Pavia, 1905) art. La
necessità, L'acqua m'ha sempre disse- tato. Ma di quel fatto, ch'è il
dissetarmi, le minime particolarità mi stuggono; io dunque non posso escludere
perentoriamente, che l'acqua, e la mia gola, abbiano de' capricci. Questi
capricci, benché non escludibili perentoriamente, sono per altro supposti,
perchè i fatuù osservati non ce ne danno prova né indizio. L'acqua m° ha sempre
dissetato fino a tutt’ oggi; mi disseterà do- mani? Affermandolo, io formulo
un'ipotesi; ma formulo del pari un' ipo- tesi, dubitandone. Con questa
differenza, tra le due: che la prima è sugge- rita da un'aspettazione,
risultata finora degna della mia fiducia; mentre la seconda non è suggerita che
da un capriccio (si tratta qui d'un vero ca- priccio). Quest* esempio dà una
chiara idea comparativa di quello che siano, e di quello che valgano, il
determinismo e l° indeterminismo, in fisica. Il Vailati scrisse in qualche
luogo, se non m° inganno, che il determinismo consiste semplicemente nell’
astenersi da quella ipotesi, che, pure al parer mio, é implicita nel
determinismo. Mh! Col semplice astenersi non si for- mula una teoria, non
s'ottiene un concetto: astenersi dal pensare a un modo, in quanto puro
astenersi, è non pensare, Il mio calamajo non é determi- nista ; ciò non vuol
dire, che sia indeterminista. L' indeterminista, non sol- tanto si astiene
dall’ ipotesi deterministica; ve ne sostituisce un’ altra; ri- man da sapere,
quale sia meglio fondata. Che il Poincaré sia indeterminista, a me non pare un
argomento. Il P. é un maestro in matematica; ma fosse anche un maestro in
filosofia, del che dubito: vogliamo rifarci daccapo & surare in verba
magistri? LA FINALITÀ DELLA VITA 597 sarebbe forse rivelato da osservazioni,
che nessuno ha com- piute, non conclude. Una pietra cade sempre, toltole il so-
stegno; e per tutte le diversità osservabili tra caduta e ca- . duta, si
osserva sempre una diversità corrispondente di circostanze ; ecc. Questo è ciò
che si vuol dire, quando si afferma, che i fatti fisici sono determinati, o
connessi con le circostanze; e riman vero, qualunque capriccio si oc- culti
nelle profondità dell’ inosservabile; sarà vero soltanto per i fatti presi
all'ingrosso (come lì osserviamo); ma noi, appunto, ci proponiamo di studiare
la correlazione tra i fatti fisici presi all'ingrosso, e i fatti biologici
presi all’ in- grosso: altra materia di studio non essendo in pronto, per ora.
A proposito di capriccio, o d'assoluto caso, è bene fer- marsi un momento a
dissipare un equivoco. Secondo Helm- holtz (R., p. 25), e secondo moltissimi
altri, il principio di causa non è che il presupposto d'una regolarità univer-
sale dell’accadere. E senza dubbio impossibile far delle pre visioni
apoditticamente certe a scadenza illimitata, se non sul fondamento di leggi
note, che siano senza eccezioni. E tutto quanto sappiamo di positivo e di ben
determinato intorno alle connessioni causali, si riduce alle leggi fisiche; il
che spiega perfettamente l'opinione dell’ Helmholtz. Ma io domando: può la
fisica, o la filosofia, dimostrare la va- lidità incondizionata di una sola
delle leggi fisiche? Non se ne discorre nemmeno (1). Esservi, tra i fatti,
delle con- nessioni causali, significa, soltanto, esservi, tra ciascun fatto e
le circostanze (ossia in ultimo tra vari fatti), una correlazione, la cui
radice reale ci sfugge per intiero, ma tale, che per ogni variazione in un
accadere è sempre as- (1) Io non ne discorro, perché ne ho discorso a lungo, ed
esaurientemente per quanto mi pare, altra volta : cfr. i miei scritti citati.
598 LA FINALITÀ DELLA VITA segnabile una corrispondente variazione nelle
circostanze. Questo, non altro, è il dato dell’ osservazione, il risultato
.dell'induzione: tutto il di più, e ìl diverso, è semplice . fantasmagoria. Se,
ed in quanto, certe circostanze riman- gono invariabili — e rimarranno, o no,
secondochè l’ uni- verso è costituito cosi o così; del che non sappiamo niente,
o ben poco — certi fatti si ripeteranno sempre } medesimi, si seguiranno con
regolarità, od in sostanza varranno sem- pre certe leggi. Ma le circostanze
potrebbero anche variar in guisa, che nessuna legge fisica formulabile da noi
avesse più che una validità limitata nel tempo e nello spazio. In questo caso,
|’ universo, ad un'osservazione abbastanza estesa el abbastanza lunga, risulterebbe
affatto ex-lege, l’accadere apparirebbe affatto accidentale; ma non perciò sì
dovrebbe dire, che i fatti non avessero delle cause, poi- chè quest’
accidentalità sarebbe anzi un effetto delle cause naturali, sarebbe il
risultato necessario delle connessioni tra i fatti. L'identificare la causalità
con la regolarità è dunque uno scambiare l’oggettivo col soggettivo, elementi
di R ed elementi di /; un errore, che va evitato. Le leggi, note a noi, son
concetti nostri; frasi, o formule algebriche (p. es. /mm'/r?, che dà la
gravitazione tra due masse m, m' alla distanza r) con le quali esprimiamo il
succedersiì de’ fatti, come l’osserviamo; la connessione causale tra 1 fatti è
invece quella proprietà reale, incognita in sè stessa, perchè i fatti si succedono
in quel modo che osserviamo. Sarà, o non sarà, che de’ fatti si succedano
sempre a un modo; comunque, il concetto, che noi ci formiamo del loro
succedersi, e la proprietà del reale, per cui si succedono sempre o non sempre
a un modo, non sono da confondere. Come non sono da confondere le
rappresentazioni di fine, proprie soltanto di noi, e d'altri esseri più o meno
LA FINALITÀ DELLA VITA 599 simili a noi, con le condizioni reali, perchè de’
fatti acca- dano così, da realizzare i fini che noi ci ravpresentiamo. I fini,
che noi ci rappresentiamo, sono elementi soggettivi, appartenenti ad Z; le
condizioni, perchè si realizzino, son elementi oggettivi, appartenenti ad A.
L'essere, queste con- dizioni, elementi di A, non è certamente una ragione,
perchè io le confonda con altri elementi di A; io devo, anche in A, cercare con
discernimento, non lasciarmi guidar dal caso, nè da un mio preconcetto, nel
prendervi o sce- gliervi i materiali per edificare un sistema. Devo però aste-
nermi, possibilmente, del servirmi d'un elemento di 7, dove ne bisogna uno di
A; il che sarebbe un crearmi all’inten- dere un ostacolo diverso ma non meno
grave. Il problema, che sì tratta di risolvere, la soluzione del quale, benchè
non sia di competenza dei fisici nè dei biologi, s' impone a chiunque voglia
farsi del mondo un'idea, che non sia l'ac. cozzaglia casuale di più idee
contraddittorie, ci si presenta ora con molta chiarezza. Accadono de’ fatti,
connessi tra loro soltanto causalmente; che, per quanto ce ne dice l’os-
servazione (astrazion fatta da ogni filosofia, e da ogni cre- denza,
sistematiche) sono a-finali. Una pietra, scagliata sba- datamente da un
ragazzaccio, segue la sua trajettoria, senza deviarne perchè questa la porti a
passare per un luogo, dove s’ abbatte a trovarsi nel medesimo istante la testa
di un povero piccino. E accadono de' fatti, che sono eviden- tissimamente
finali; i fatti biologici (non questi soltanto sono finali; ma di questi
soltanto parliamo). Accadono, quelli e questi, nello stesso mondo; sono, in molti
casi, variazioni d'una stessa cosa, e gli uni e gli altri; hanno, gli uni con
gli altri, delle connessioni, la realtà delle quali non può assolutamente
essere negata. Le condizioni per l’accadere de’ fatti a-finali, e quelle, per
l’accadere dei 600 LA FINALITÀ DELLA VITA fatti finali, nella realtà dunque non
si escludono; rimane, che siano da noi concepite in modo non contraddittorio ;
che cioè possano coesistere in Z i corrispondenti di condi- zioni, che in A di
fatto coesistona: ecco il problema. Come sì vede (se ne ricordino quei tanti,
che per combattere una dottrina scelgono la comoda via d’interpretarla a modo
loro), non si tratta di farci un concetto adeguato né della causalità nè della
finalità; ma di farci delle cose un con- cetto complessivo, inadeguato fin che
si vuole, che non escluda la reale compatibilità delle eause e de' fini; un
concetto, che non sia la pura giustaposizione di due con- cetti contraddittori.
Dobbiamo, come dissi cento volte, non spiegare la realtà, che non è spiegabile;
ma ingegnarci di mettere un po' di coerenza in quel che ne pensiamo. 4. Il R.
introduce un’intiera gerarchia di forze. Si hanno forze energetiche (1) e forze
non energetiche; suddivise, queste ultime, in forze di sistema, dominanti, e
forze psi- chiche (p. 39 sg.). Forza poi significa: « tuttociò che opera, e
produce qualche variazione ». In accordo con Hume: « la forza è l'attività
producente, il nesso causale, consi- derato dalla parte della causa; » e con
Helmbholtz: « la legge, riconosciuta come potenza oggettiva, dicesi forza ».
Con ciò, soggiunge R., « l'idea di forza è definita con tutta la precisione
desiderabile » (p. 38). Questa precisione a me non riesce di vederla. Attività,
causa, forza, potenza, power, (1) Al R. non è ignota la distinzione, che i
fisici fanno tra forza ed energia ; il suo linguaggio per altro non ne tiene il
debito conto, e dà facilmente luogo a degli equivoci. Ma per noi la cosa non ha
grande importanza, © nou c'insisto. nai — se n — * LA FINALITA DELLA VITA 601
Machi, IWirksamkeil, produrre, hervorrufen, hervorbrin- gen, ecc., ecc., son
parole, ciascuna delle quali non ha un significato, che in quanto accenna
vagamente ad una stessa proprietà del reale, al determinismo dei fatti. Perciò
la defi- nizione addotta si riduce ad una mera tautologia (1). « Nella scienza
della natura in generale, e nella biologia in parti- colare, non è possibile »,
dice il R. (pag. 37), « far a meno. dell'idea di forza ». Poichè i fatti ci
risultano determinati ; vale a dire: poiché l'osservazione ci rivela una
corrispon- denza tra i fatti e le circostanze, sicchè quelli si ripetono o no,
secondochè queste durano o mutano; è manifesta l'impossibilità di riflettere
sulla natura, senza pensare al determinismo de’ fatti; di parlarne, senza una
parola cor- rispondente; e sia p. es. forza. Quel pensiero, affatto ge- nerico,
non costituisce la cognizione determinata d’alcun processo naturale; dobbiamo
ingegnarci di procacciargli una più grande ricchezza e varietà di contenuto. Ma
non ci si riesce col semplice assumere, che il significato di forza si risolva
nella somma dei significati di più altri termini (forza energetica e non
energetica, ecc.), se il significato di ciascuno di questi è sempre soggetto
alla medesima es- senziale indeterminazione. Poichè l'oggetto del nostro studio
è la realtà, le parole di cui facciamo uso ‘non possono avere un significato
che valga, non servono a ordinare i nostri concetti, e a farli meglio
corrispondere al reale studiato, che in quanto esprimono de’ dati precisi
d’osservazione. Se mi si dice, che il tal corpo cade in virtù della gravità;
che il tal altro si dilata, in virtù dell'energia termica; io ne so in ultimo
quanto prima. Il mio sapere non s’accresce, che osservando certe correlazioni
tra fatti. Tra i movimenti (1) « Der in dem vorliegenden Buche entwickelte
Kraftbegriff ist unklar und vieldeutig »; cosi C. Detto, in una recens. del
libro del R.: Deutsche Literatztg, a. 1905, n. 47. 602 LA FINALITÀ DELLA VITA
de’ pianeti, e le loro posizioni rispetto al sole; tra l'arro- ventarsi d'un
pezzo di ferro e la combustione che accade in un fornello; vi sono delle
correlazioni, che io posso co- noscere ; tutte le mie cognizioni determinate
circa la na- tura son di questo genere; le parole con cui le esprimo, non hanno
un significato al mondo, che in quanto servono ad esprimerle. Ci sono delle
forze energetiche, o, in ter'- mini più esatti, delle energie. Vale a dire?
Vale a dire. nelle variazioni fisico-chimiche si riconoscono certe rela- zioni
numeriche tra quantità osservabili, sian le quantità d'una medesima specie, o
di specie diversa (qualitativamente uguali o disuguali). Un pendolo, in
posizione inclinata, pos- siede una certa energia potenziale ; ossia, è in
condizione di moversi, rimosso l'impedimento. Rimovo l’impedimento: il pendolo
discende, acquistando un'energia cinetica, e per- dendo parte dell'energia
potenziale. Arrivato al punto più basso della trajettoria, risale, fino ad
un'altezza pari a quella da cui è disceso: perciò, l'energia cinetica
acquistata si considera come equivalente alla potenziale perduta. Mentre si
move, urti contro un ostacolo, e si fermi: l'energia ci- netica è svanita,
senza che la potenziale sia cresciuta; ma, ecco, apparisce una forma nuova
d'energia, termica p. es.; la quale pure si considera, per analoghe ragioni,
equivalente all'energia cinetica svanita. E via discorrendo. Queste son
cognizioni, di fatti e di relazioni tra fatti, certe; concetti, di cui non
abbiamo presentemente alcun motivo per non ritenerlì adeguati (1). Ma che delle
energie, d’una a (1) È accaduto per l’addietro e accadrà molto probabilmente
anche in avvenire, che un aumento di cognizioni ci faccia riconoscere un errore
in quella, che ci pareva una verità indiscutibile. Ma fondandoci sulle
cognizioni che abbiamo, si fa qualcosa, utile anche ad una loro successiva
correzione; fantasticando su delle cognizioni, che forse non si realizzeranno,
benché cre- dute possibili ora da noi. si buttano il tempo e la fatica. LA
FINALITÀ DELLA VITA 603 sola specie o di più, esistano come cose reali, io, per
quanto sia realista, non mi vedo necessitato nè autorizzato ad as- sumere;
l’ammetterlo mi sembra un trasportare, affatto inopportunamente, in A degli
elementi di /. Sicchè, quando il R. riferisce alle sue dominanti, come alle
vere cause, la formazione di nuovi tessuti, ecc., non mi sembra faccia niente
di più di quelli che riferivano l’azione dell’oppio alla sua virtù dormitiva.
Tra i fatti dell’orga- nismo e quelli del mondo inorganico, vi sono, e delle
diffe- renze, e delle correlazioni, manifeste. La questione se l’ac- cadere
organico sia o non sia irriducibile all’inorganico, ed in che senso gli sia
irriducibile, dato che sia, come pare anche a me, non è risoluta, non è neanche
messa in termini chiari, se non come concernente il modo, che di necessità non
dev’ essere contraddittorio, di concepir insieme le differenze e le
correlazioni. Così le une, come le altre, dovrebbero esser concepite, secondo
che si osser vano. Poichè non accadono i soli fatti osservati, supporre qualche
fatto ben determinato, non essenzialmente inosser- vabile. non è del resto
illecito; e può esser necessario, non volendo lasciar indiscusso l'importante
problema. Una tale supposizione, quando per suo mezzo si elimini, tra de’
nostri concetti, un’antinomia, che non sembri eliminabile altrimenti, possiede
una vera utilità, fors'anche una grande probabilità. Ma incaricare
indelerminatamente una forza di ciò che dev'esser fatto perchè le cose vadano,
non è, neanche, forvmular un'ipotesi discutibile ; è, soltanto, un riesprimere
in termini apparentemente risolutivi lo stesso problema che si dovrebbe
risolvere. Dire, che i fatti orga- nici hanno per cause le dominanti, forze
inconsciamente intelligenti e finali; non significa nient'altro, se non che
que' fatti sono irriducibili agl’inorganici, senz’ajutarci a 604 LA FINALITÀ
DELLA VITA conciliare l’irriducibilità e la connessione (1). Io non par- tecipo
al pregiudizio, comune secondo il R. (p. 37), in fa- vore delle forze
meccaniche ; mi rifiuto di cousiderar la forza, meccanica o no, come un deus ex
machina. Inoltre: una difficoltà gravissima, finora non superata da nessuno,
contro l’intervenzione, in un sistema d’energie fisiche, di forze non
energetiche, (astrazion fatta dalle forze di sistema, di cui parlerò più oltre,
e che assolutamente non si posson dire forze, a nessun titolo), (p. 39 sg.,
cfr. p. 43); è costituita dalla permanenza dell’ energia fisica. Il R.
riconosce questa permanenza; ma s' immagina di vincer quella difficoltà,
considerando, col Mach, la permanenza come valida nel solo campo del mondo
inorganico. Stiamo ai fatti. Un uomo lavora in un ambiente chiuso. Respirando,
brucia una quantità, misurabile, di carbonio; la quale, bruciata in un
fornello, avrebbe sviluppato a calorie. La temperatura dell'ambiente sale di
alcuni gradi, corrispon- denti alla comunicazione di d calorie. Infine,
l'equivalente termico del lavoro compiuto sia c calorie. Discutendo 1 ri-
sultati di molte osservazioni, si conclude che a — db + c. Bruci
nell'organismo, o in un fornello, un tanto di car- bone dà sempre un ‘tanto di
calore. Dunque, non equivo- chiamo. Che in tutto l'accadere siano riconoscibili
delle energie permanenti, non sta; non se ne riconoscono, p. es., nell’accadere
psichico. Ma le energie fisiche (s'intende, la loro somma, in un sistema
chiuso) rimangono permanenti, anche se prendono parte alla vita. E ciò sembra
escludere, che i fatti fisici, a cui danno luogo gli organismi, sian
condizionati ad altro, che a circostanze fisiche. Salgo una scala : l'energia
potenziale del mio covpo cresce. L'aumento (1) « Die Dominauten sind nichts
anderes, als der zur Ursache germachte Inhalt ihres Begriffes »; Detto, l. c.
LA FINALITÀ DELLA VITA 605 è compensato da un’equivalente diminuzione d’altre
energie. Se, data (o non data) quella certa condizione d’ equilibrio tra le
energie del mio corpo e dell'ambiente, il mio innal- zarmi potesse tuttavia non
accadere (o accadere), una certa quantità d'energia fisica potrebbe venir
distrutta (o creata). Con questo, io non ho spiegato nulla. Dunque, non m'op-
ponete, ch’io pretenda ridurre a fisico tutto l’accadere ; il che io non
pretendo punto nè poco. Di fatti fisici, senz'an- tecedenti fisici, non s'ha un
esempio certo (perch’io mova un braccio, il mio volerlo movere non basta, si
richiede inoltre l'integrità d'un nervo ecc.); ammettere che n’'acca- dano è
formulare un'ipotesi. Chi vuol giovarsi di quest’ipo- tesì, contro la quale io
non ho alcun pregiudizio aprioristico, deve, almeno, formularla in guisa, da
eliminarne ogni re- pugnanza con de’ fatti accertati. Ossia deve sciogliere la
difficoltà. che ho messa in rilievo. load de Molto più delle forze immaginate
serve a chiarire il concetto della vita il paragone tra gli organismi e le mac-
chine. Una macchina è un sistema fisico, in cui l’accadere si compie bensì
all'infuori d'ogni finalità, del tutto cau- salmente; ma in guisa da realizzare
certi fini; e ciò in grazia dell’aveve la macchina una certa struttura. Un or-o
ganismo è pure un sistema fisico, dotato d'una certa strut- tura. È vero, che
gli animali danno luogo anche a dei fatti . psichici, assolutamente
irriducibili ai fisici; ma qui ci pro- poniamo di parlare di quel solo accadere
degli organismi, ch'è osservabile, o certo non essenzialmente inosservabile,
dall’ esterno. V' è, negli organismi, un accadere fisico, la cui finalità,
manifesta, è indipendente dalla psiche: la vita Rivista Filosofica. 39 606 LA
FINALITÀ DELLA VITA delle piante, e quella che si. dice vegetativa negli
animali, mancano d'un correlato psichico. A parte l’accadere psi- chico, pare a
me, che la finalità dell’ accadere fisico ne- gli organismi si possa. come
nelle macchine, riferire alla lovo struttura. Il che viene sostanzialmente
ammesso, fino ad un certo segno, dello stesso R. (1). Dicono i vitalisti, che
nell’ accadere organico si manifesta l’attività di certe forze, diverse da
quelle riconoscibili nel semplice accadere fisico-chimico. Se questo sia
positivamente accertato, non (1) Secondo il R., dalla struttura dipendono certe
forze speciali, Syste- mkréfte, alle quali è dovuta l’ influenza causale della
struttura (p. 40). II concetto di forza viene qui applicato molto male a
proposito. Coi concetti di spazio e di tempo — di certe figure, d' una certa
loro distribuzione, e d° un certo variare di questa — non si costruisce la
fisica. P. es.: i centri di due sfere geometriche distinte possono venir a
coincidere; ma che cosa accadrà, se due sfere fisiche si vanno incontro lungo
la retta dei cecstri? Per costruire deduttivamente la fisica è necessario
assumere certi postulati, ricavabili soltanto dall’ osservazione. S' intende,
che le deduzioni sono con- formi all' accadere, in quanto, e finché, i
postulati esprimono le relazioni effettive tra’ fatti. Il contenuto positivo
del concetto di forza (o d° energia; per noi la distinzione non importa), ciò
che in questo concetto vi è di ben determinato e d’ applicabile in fisica, è
costituito per intiero dai detti po- stulati. I quali, e includono i concetti
di spazio e di tempo (l'accadere fisico essendo spaziale temporaneo), e
consistono appunto nell’ affermare certe re- lazioni tra degli elementi e la
loro distribuzione, tra una distribuzione e le sue successive. Donde viene, che
il supporre, oltre a certe. forze fisiche, a, db, c,..., dell'altre forze, f,,
fe. ..., dipendenti dalla distribuzione delle prime, non abbia propriamente un
senso; il fattore, costituito dalla distribuzione, essendo già incluso in a,
db, cy... Io non faccio il processo alle frasi; ma non voglio che
s°interpretino ‘alla lettera, convertendole in errori, delle frasi,
giustificate soltanto dal desiderio di evitare gl’ impicci d' un linguaggio
sempre e inappuntabilmente esatto. Si potrà dire, pi es.: in meccanica celeste,
si deve tener conto della distribuzione degli astri, ol- treché delle attrazioni.
Niente di male; purché non ci ei metta in mente, che fra gli astri operi una
forza altra dall' attrazione, e proveniente dalla distribuzione; che sarebbe un
supporre l° attrazione indipendente dalla di- stributione. ei sa ì LA FINALITÀ
DELLA VITA 607 #0; ma posso ammetterlo, senza derogare alla mia opi- nione, che
tutto quanto accade nell’ organismo di diverso dell’ accadere fisico (ad
eccezione delle psichicità) non di. penda che dalla struttura. Abbiamo escluso
che la vita, in quanto è risolvibile in fatti esterni, costituisca un'eccezione
alla permanenza dell’ energia. Ma non è punto escluso, che la struttura
determini negli organismi delle trasfor= mazioni d'energia, che siano estranee
all’accadere inor= .ganico. Un pendolo oscilli liberamente; astrazion fatta
dalla resistenza del mezzo, e dall’attrito nel punto di sospensione, non
abbiamo qui che una trasformazione periodica reciproca di due energie, cinetica
e potenziale; energie d'altra specie. non sono da prendere in considerazione.
Ma se il pendolo viene a un tratto, mentre sale, ad urtare contro un osta-
colo, entreranno in campo delle nuove forme d’ energia; l'energia cinetica non
si trasformerà tutta in potenziale. ma parzialmente in calove. Niente vieta
che, in grazia della struttura, negli organismi si formino, a spese delle loro
energie fisiche in istretto senso, delle energie di specie di- versa. Le quali
si potrebbero e si dovrebbero dire vitali; ma sarebbero sempre fisiche nel
senso, che sarebbero il risultato d’ una trasformazione d’ energie fisiche,
dovuta alla struttura; sarebbero, alla loro volta, ritrasformabili in fisiche,
secondo certi equivalenti; e, insomma, se ne. dovrebbe tener conto, nel
valutare la somma invariabile delle energie in un sistema chiuso. Facciamo
astrazione, per ora, da tutto quanto riguarda le origini: consideriamo. un
organismo nella sua esistenza di fatto, e nella sua vita. normale. L'attività
dell'organismo è quella. delle forze fi-. siche accumulatevi; le quali bensì
operano. in modo parti» colare, correlativamente alla struttura; potendo ,
anche darsi, (non l' affermo, nè |’ escludo), che in conseguenza della 608 LA
FINALITÀ DELLA VITA struttuta medesima subiscano delle trasformazioni, senza
esempio nel miondo fnorganico. Quest'è un punto, ché sì può dire assodato;
formarsî, dell’ attività organica nelle dette condizioni, un altro concetto, è
spalantare gratuita- mente la porta a delle ipotesi affatto arbitratie. Così
es- sendo, non è più il caso di cercare da ché dipenda la fi- nalità della vita
nelle dette condizioni. I fini, che noi ci rappresentiamo, vengono realizzati
nell’ accadere dalla struttura di certi corpi, macchine ed organismi; la strut:
tura sarebbe dunque l'elemento di R, corrispondente a quell’elemento di I, che
è costituito dalle rappresentazioni di fini. Precisamente come il reale
connettersi de' fatti (reale connettersi, che possiamo e dobbiamo affermare,
quantunque non ne conoscianto il fondamento) è l'elemento di R, corrispondente
a quell’elemento di /, che è costituito dalle nozioni di leggi. Ma l’analogia
tra un organismo e una macchina manca in un punto essenzialissimo : la macchina
è incapace di ri- parare sè stessa, e di riprodurne una simile. Perciò il R. sì
crede autorizzato a supporre negli organismi qualcosa, che non ha l'analogo nelle
macchine : le dominanti; che sarebbero le vere forze autoformatrici
(selbstbildenden Kréfte) degli organismi. Un cervello già in essere opera per
mezzo dellè energié fisiche accumulatevi, e secondo la sua struttura (1), come
s’è detto; ma senza le dominanti non avrebbe potuto formarsi (p. 41). Certo:
non è suppo- nibile che un cervello, nè un infusorio, si formi da sè in un
mondo inorganico; ammetterlo è ammettere una fina- lità realizzata, mancando lé
condizioni reali della sua réa lizzazione : un controsenso. Ma gli organismi
sono forma- zioni di organismi preesistenti. La struttura, ih un ambiente (1) «
Mit Systemkràften »; cfr. la nota preced. LA FINALITÀ DELLA .YITA 609 adatto, è
la condizione necessaria e sufficjente della vita normale; perchè non sarebbe
anche della riproduzione ? (ed eventualmente delle riparazioni *). Pretandere
che la struttura non, possa, negli organismi, valere a niente di più che nelle
macchine, sarebbe un trascurare la supe- rigrità quasi che infinita, rispetto
alla struttura, dei primi sulle seconde. Per fabbricare una macchina, gi met-
tono insieme de’ pezzi, di cui ciascuno ha ricevuto sol- tanto una convepiante
forma esterna; nop s'ottiene in tal modo, che il coordinamento di gerti moti,
privi d'analogia con le operazioni occorrenti a fabbricare la macchina. Un
organismo, per quanto suddiviso, risulta sempre di parti, diverse profondamente
dalla materia inorganica; dotate d'un’intima struttura, e d'una composizione
chimica speci- ficamente caratteristiche. Ritenere, che una struttura senza
confronto più fina debba essere il mezzo alla realizzazione di fini senza
confronto più complessi e più armonici, non $ un perdersì in supposizioni
vuote; è stare ai fatti. Del resto, se negli animali superiori, che yivono
benissimo genza riprodursi, la riproduzione può sembrare un'attività
essenzialmente diversa da quella, che si estrinseca nella vita normale, negli
organismi inferiori vivere, p riprodursi, voglion dire press'a poco il
medegimo. Una cellula sì nu- tre, cresce, si bipartisge. Non dico già, che
questi fatti non siano marayigliosi, o ch'io mi senta di spiegarli. Ogni fatto
è meraviglioso, € e dpi inesplicabile; senza ggcettuarne i fatti fisici più
semplici. Ma il nutrirsi, crescere, bipartinsi d'una cellula, son fatti meno
complicati, e quanto all’agca- dere, e quanto alla finalità, che la
circolaziane del sangue. Poichè siamo d'agcordo nell ‘ammebtere, che questa
abbia Rella piruttura le condizioni necessarie e sufficienti, non possiamo più
ragionevolmente fupporre, che per la ripro- 610 LA FINALITÀ DELLA VITA duzione
d'una cellula sian da cercare altre condizioni, es- senzialmente diverse.
Tutti, senza eccezione, i fatti vitali, a cui dà luogo un organismo quanto si
voglia complicato, accadono, o nelle singole cellule componenti, o tra esse
cellule. Quanto accade in una cellula, è condizionato alla sua struttura, e
all'ambiente; quanto accade tra più cellule è, similmente, condizionato alla
struttura delle singole cel- lule, a quella del sistema, e all'ambiente.
Astrazion fatta dalle prime origini, dall’apparire, non di questa cellula, o di
questo mammifero, ma del pr1m0 organismo, un indizio, che l’accadere organico
sia determinato da altro, che da forze fisiche, e dalle condizioni fatte ad
esse dalla struttura, non si saprebbe indicare. i 6. Le specie ora viventi
degli organismi ebbero un comin- ciamento : per via di creazioni dirette, o
d’evoluzione ? Più che nove decimi dei moderni biologi sono evoluzionisti ;
quella dell'evoluzione rimane però sempre un’ ipotesi; il trasformarsi d’una
specie in un'altra non è un fatto pro- vato. L'argomento massimo, per cui
riteniamo di gran lunga superiore il concetto d’evoluzione, preso nella sua
forma generica (le sue più precise determinazioni, tuttavia controverse, non
sono discutibili: che sul terreno stretta- mente biologico, hanno un interesse
filosofico secondario, ed io non entrerò in proposito in alcun particolare), si
può iidurre a questo? ‘la scienza, in ciò che ha di positivamente accertato, e
la riflessione filosofica, modificarono le nostre idee ‘sul mondo @ intorno a
Dio, così da escludere come incongrua l'ipotesi contraria delle creazioni
dirette. Poichè il mondo fisico è abbandonato alle cause naturali, 0 a leggi =
= o di < — Rina aio nn LA FINALITÀ DELLA VITA 611 affatto generali (quel che
sappiamo della sua storia, non ri- vela in nessun caso l’ intervento immediato
della potenza creatrice), supporre che lo stesso debba dirsi anche del mondo
organico, sembra il partito più probabile, se non il solo ragionevole. E un Dio,
che fa di tanto in tanto qual- cosa di nuovo, è troppo più simile all'uomo, di
quanto ci sembri lecito ammettere. La creazione, per noi così limi- tati, non
può essere che un mistero. Quelli stessi, che am- mettono un Dio personale,
sentono, con chiarezza e con forza crescenti, che la pretensione di saper
qualcosa in- torno all'atto creativo, di scinderlo in una serie di momenti e di
fatti determinati, è temeraria, e opposta in fine ad un sentimento, che sia
religioso con profondità. — Ma se Dio stesso ce ne ha detto qualcosa? — Io non
voglio entrare in una discussione teologica : s'intende che, non entrandoci, mi
credo vietate così le negazioni come le affermazioni. Che noi si possa, per
fede, saper qualcosa del mondo, non escludo; cerco quel che se ne può sapere
per altra via. — Ammessa l'ipotesi dell'evoluzione, ci rimangono da ri- solvere
due problemi fondamentali: 1° come mai certi or- ganismi semplicissimi (forse
molto più semplici, che i più semplici organismi unicellulari noti a noi)
abbiano potuto, svolgendosi, dar luogo ad una così grande varietà d’orga- nîsmi
complicatissimi; 2° quale possa essere stata l’ origine di quei primi organismi
semplicissimi, che chiamerò germi senz'altro. Parlo soltanto di possibilità;
tralasciando, come dissi, ogni discussione di particolari, ogni ricerca intorno
al concreto come, così dell'origine come dell’ evoluzione dei germi. Una
dottrina, che urti contro delle assolute impossibilità, che si fondi su dei
principii, di cui si pro- vasse, che sono intrinsecamente inetti all’ ufficio
al quale da essa dottrina vengono rivolti, sarebbe confutata, qua- 612 LA
FINALITÀ DELLA VITA lunque ne fossero del resto i vantaggi, e per quanto ci
apparisse coerente, astrazion fatta da quel fondamentale difetto, rimasto forse
inavvertito: così p. es. un progetto di edifizio, in cui si fossero dimenticate
le scale, non varrebbe niente, per quanti ne fossero gli altri pregi. Se invece
i due problemi accennati ci risultassero non intrinsecamente irrisolvibili, se
intravedessimo la possibilità di risolverli, tenuto conto delle loro
caratteristiche essenziali, e in ac- curdo con le altre cognizioni accertate,
l'ipotesi dell’ evo- luzione, senz’ essere dimostrata, conserverebbe intatto il
valore, di cui s'è fatto cenno; e sarebbe lecito seguitare a lavorarvi attorno,
con la speranza di cavarne un costrutto. La caratteristica essenziale ai due
problemi consiste nel- l’ esser l’ uno e l’altro un problema di finalità. Un
orga- nismo di una data specie si svolge, si trasforma in una specie
differente. Che questo accadere sia riferibile all’ a- zione sola di cause
fisiche, cioè a-finali, è senza dubbio un paradosso. L'ipotesi, che un accadere
a-finale si tras- formi, per sè stesso, in finale, non sarà contraddittoria in
termini; ma è tanto probabile, come che mettendo insieme a caso de' caratteri
di stampa si componga la Divina Com- media; o che de' pezzi di ferro agitati
promiscuamente in una cassa finiscano con l’aggregavsi in una macchina. É
inutile insistere su questo punto: sul quale non mi sem- brano possibili due
opinioni, quando siasi ben compreso una volta, di che si tratti. (R., pp.
142-83 : cfr. anche Hartmann: Abstammungslehre ecc., in Vierteljahrschrift ecc.
pubbl. da P. Barth; a. XXIX, fascic. IJ; in ispecie pp. 239-62. Rilevo questo
passo: « Nicht das ist das Wun- derbare, dass die Theile (d'un organismo)
einander iber- haupt korrelativ beeinflussen, sondern Wlass sie einander so
beeinflussen, dass das Ergebniss dem Zwecke des == LL - e NE fizizo= — = — LA
FINALITÀ DELLA VITA 613 grosseren Ganzen dient » p. 260 sg. V. anche la Phil.
d. Unbew. d. stesso A., 11 ed., P. III, pp. 333: 474). Le variazioni dell’
ambiente, la loro influenza inevitabile (me- vamente causale) sulle funzioni
organiche, la possibilità che quiste sì modifichino, le variazioni accidentali,
o do- vute agli accoppiamenti, nella struttura degli organismi, la correlazione
(causale) tra la struttura d'un organismo e la sua composizione chimica (sopra
di che il Le-Dantec ha formulato, in un libro di cui ho reso conto, una dot- trina,
in gran parte ipotetica, ma degna di consider azione), ecc., ecc.: tutti questi
fattori, non finali, ci rendono ra- gione benei della non invariabilità degli
animali e delle piante; ma non dell’ essersi le variazioni realizzate di fatto
così, da conseguire certi fini, e da render ne possibili certi altri. Un
fattore finale assolutamente non è escludibile ; quale sarà È Io non vedo,
perchè non potrebb' essere costituito pre- cisamente dalla struttura,
includente anche la forma esterna, degli organismi che prendon parte
all'accadere considerato. Il modificarsi lento, nel corso di molte generazioni,
delle funzioni e degli organi, sia per adattarsi alle mutate cir- costanze, sia
per svolgere con efficacia delle attitudini di- ciamo embrionali, è, in ultimo,
il risultato del modo, con cuì si compiono le ponSuAle funzioni vitali. Sembra
dunque che la struttura, come è bastevole ad assicurare, entro certi limiti, la
finalità di queste per la vita dell’ individuo, possa riuscir bastevole ad
assicurare la finalità di quelle modificazioni, sia per la perpetuazione che
per lo sviluppo via via più opportuno delle generazioni successive. Senza
dubbio, nè questa finalità più alta, nè quella più modesta che si riferisce
alla vita individuale, non sono conseguibili, se l’ambiente non offre una certa
opportunità di condizioni. 614 LA FINALITÀ DELLA VITA 2 Ma è un fatto fuori d’
ogni contestazione, che la finalità degli organismi, comunque se ne immagini il
fondamento, non è conseguibile senza certe ‘condizioni dell’ ambiente : il
prodotto, se ha un fattore finale, ne ha pure un altro, semplicemente causale ;
circostanza, che deve metterci in guardia contro ogni esagerazione circa il
valutare l' im- portanza del primo fattore. i Il problema da risolvere (non ce
ne dimentichiamo!) è di procurar che il nostro concetto del mondo non sia con-
traddittorio in sè stesso, nè in opposizione con alcun dato dell’ esperienza.
Nel mondo valgono certe leggi, e si con- seguono certi fini. Supporre che la
legge, o il fine, siano introdotti assolutamente da noi nell’accadere, non ha,
come accennavamo, alcun senso. Ma non ha senso neanche il supporre, che la
legge o il fine come tali, cioè i nostri concetti di legge o di fine, sian
fattori dell’accadere. L'una e l'altra opinione confonde l’ oggettivo col
soggettivo, R° con I. La legge di gravitazione non è, che si sappia, scol- pita
nel firmamento; e fosse; che ne saprebbero gli astri? Quello, che il tubo
gastroenterico sa dei fini della dige- stione. Dobbiamo dire, esservi nel mondo
qualcosa di cor- rispondente al nostro concetto di legge, e qualcosa di cor-
rispondente al nostro cuncetto di fine. Qualcosa ; ma che cosa ? Nessuno può
vantarsi di saperlo; ma, insomma, per quello a che possono arrivare le nostre
osservazioni e i nostri discorsi, abbiam concluso, ‘che in tanto valgono dellé
leggi, in quanto il mondo ha una certa configurazione, e In tanto si conseguono
certi fini da certi esseri, in quanto questi sono dotati d'una certa struttura
(e vivono in un certo ambiente). Struttura, e configurazione, “son elementi
osservabili (1), evidentemente connessi col fine, 0 rispettiva» (1) Ea
analoghi: come analoghi sono i concetti di legge e di fine, che rientrano
entrambi in quelio d° ordine. Nei movimenti dei corpi celesti noi LA FINALITÀ
DELLA VITA 615 mente con la legge: non abbiamo alcun motivo, per dubitar che
siano i corrispondenti oggettivi, di cui andiamo in cerca; di più: il solo
formular questo dubbio costituisce un’ ipo- tesi, che presentemente almeno
apparisce avventata e priva di senso. | ci Ammettere, che se nella realtà
valgono certe leggi, e si conseguiscono certi fini, quelle valgano, e questi si
con- seguiscano, perchè certi ‘elementi (energie, forze, particelle materiali,
o monadi spirituali; al proposito presente nori rileva) danno luogo a de’ fatti
tra i quali v'è una connessione necessaria; in altri termini, che l’accadere
sia riferibile a delle cause, e soltanto a delle cause; non significa punto,
come da molti erroneamente si crede, che quel tal quale ordine, che
nell’accadere ci si manifesta, sia dovuto al puro e seraplice caso. De’ fatti,
durante un intervallo di tempo, si succedono in un certo ordine, perchè, al
principio di quell’intervallo, il mondo aveva una certa configurazione. L’aveva
in seguito ad un accadere precedente ; ma questo accadere precedente s'era pur
esso realizzato in un mondo, che aveva una certa configurazione ; quindi, ci
dovette es- sere un qualche ordine anche nell’accadere precedente. L'ordine
successivo non è, dunque, fortuito ; è, semplice- mente, un effetto, ma di
cause, che non erano assoluta- non vediamo che leggi (semplice causalità),
perché non ce ne importa, se non in quanto c’importa che il nostro mondo non
vada sottosopra. Nei pro- cessi vitali rileviamo invece dei fini, perché c°
importano direttamente. E perché vediamo che non si compiono sempre ugualmente
bene. Ma, se le no- Stre osservazioni astronomiche fossero abbastanza estese
nello spazio e nel tempo, vedremmo probabilmente, che nemmeno le leggi relative
non sono senza eccezioni. | 616 LA FINALITÀ DELLA VITA mente disordinate, che,
oltre ad esistere, erano sistemate così ‘0 così; è insomma il risultato d'un
ordine anteriore. Che, alla sua volta, era il risultato d’uno ad esso
anteriore; e così di seguito, senza fine. L'ordine, io non lo sopprimo; né
presumo di spiegarlo. Chi presume di spiegare l'ordine, cioè di spiegarne il
cominciamento, presuppone di necessità un mondo inizialmente in assoluto
disordine. Io ammetto, che un mondo inizialmente affatto disordinato (dato, e
non concesso, che questa frase non sia vuota di senso) non si sarebbe ordinato
mai; ma escludo, che ad uno stato iniziale del mondo sia possibile risalire,
scientificamente. « Nel fatto, niente di quanto accade nell'universo è spie-
gabile se non presupponendo un universo con lo stesso grado di complessità, che
ora vi osserviamo. Il vero dato, l’unico dato, è precisamente un universo
infinitamente vario e complesso, le forme del quale non ammettono altra
spiegazione, fuor di quella che si ottiene riconducendole ad altre forme
dell'universo medesimo ; che si va rimutando senza posa, perchè si è andato
sempre rimutando; che pro- duce in sè una varietà estrema di cose e di fatti,
perchè è sempre stato, è essenzialmente, un insieme estrema- mente vario di
cose e di fatti » (1); e che ammette ora un qualche ordine, perchè un qualche
ordine ha sempre ammesso. Seguendo il medesimo discorso, potremo dire
addirittura, che il mondo ammette la vita, con le sue fina- lità, perchè ha
sempre ammesso una qualche vita; ed avremo, del problema concernente la vita,
una soluzione, forse la più probabile. E che non implica punto l’ ipotesi degli
organismi ignei del Fechner ; perchè le trasmigrazioni dei germi attraverso gli
spazi non sono intrinsecamente (1) Trascrivo questo brano da un miu vecchio
libro: Scienza e opinioni, pag. 202.4. i LA FINALITÀ DELLA VITA 617 più
difficili, che le migrazioni delle piante sulla superficie terrestre. Senza
contare che, in un mondo, nel quale c'è un qualche ordine, la formazione di
germi dalla materia inorganica, in certe condizioni, forse non è assolutamente
da escludere; la finalità della vita non essendo (come s'è | avvertito più
sopra in una nota) che un caso particolare dì quell’ordine, di cui le leggi
fisiche rappresentano un altro caso particolare. Io non cscludo per un partito
preso, nè assolutamente, che le idee, in particolare quelle d'ordine e di fine,
abbiano influenza sull’accadere. Per mettere insieme questo articolo, io
dovetti leggere un libro, appuntare le mie riflessioni, e rielaborare la materia
così accumulata. Riferire tuttociò a delle semplici cause, diverse quanto si
voglia dalle fisiche, ma indipendenti da ogni finalità, sarebbe il colmo
dell’as- surdo. L'articolo, io l'ho scritto perchè avevo qualcosa da dire, e da
far capire. Le idee di questi miei fini ebbero, nella composizione, una parte
essenzialissima ; io ho cancel- lato, aggiunto, variato l'ordine d'alcune
parti, unicamente in servizio dei detti fini. Laddove nella stufa la legna non
muterebbe il suo bruciare se, per una qualsiasi circostanza, l’effetto, invece
che il riscaldamento della stanza, risultasse l’incenerimento delle mie
carabattole. Le idee di fine, in generale i pensieri, servono di certo. Benchè
sia vero, che se in ordine all’ interferenza tra pensieri e fatti vogliamo formavci
un concetto non contraddittorio, cioè non appa- garci di parole, dovrem
superare la difficoltà, toccata più addietro (v. s. p. 604), e costituita dalla
perinanenza dell’ener- Gia fisica; sopra di che non dirò altro per questa
volta. Che le idee servano a qualcosa, è fuor di dubbio; per quanto possa
essere difficile farsi una nozione chiara del come servano. Ma le idee, che
servono, o vogliam dire che do- 618 LA FINALITÀ DELLA VITA minano, sono le
pensate da noi, cioè i pensieri nostri. E un soggetto analogo a me, il mio
cuore, perchè il suo palpito sia regolato, a mia insaputa, dall'idea d'un fine?
— Il fatto, che il suo movimento è così regolato, prova che l'idea di fine
concorre a vegolarlo: un’ idea inconscia. — Già: un'idea inconscia. Vale a dire
qualcosa, che da un soggetto sarà concepito come un’idea di fine; ma che nel
cuore, in tutto il relativo accadere (a parte la concezione, punto es-
senziale, che se ne formi un soggetto) è altra cosa, che l’idea quale potrebb'
essere concepita dal soggetto. Altra cosa: tutti ne convengono, poichè nessuno
afferma, che il cuore si regoli secondo un effettivo pensiero. L'aggettivo
inconscia, connesso col sostantivo idea, ne muta il signifi. cato;
inevitabilmente, perchè le idee, che sian tali sic et simpliciter, non sono
inconscie, costituiscono anzi tutto quanto vi è di più e di meglio conscio. Un’
idea inconscia è dunque senza dubbi qualcosa d'altro, che l’idea propria- mente
detta: che altro? E lo domandate? È il correlato in R di quell’elemento di I,
ch'è l’idea; poichè l’afferma- zione vostra, che l’idea risiede in qualche modo
in A, non ha fondamento nè senso fuorchè questo : che la vostra no- zione di R
non è possibile senza quell’ idea. Qual'è, in A, il correlato dell'idea ?
L'osservazione prova, che mutando in un reale ciò, che si dice secondo i casi
configurazione 0 struttura, bisogna poi mutare l’idea, secondo cui si conce-
pisce quel reale; dunque il correlato, o vogliam dire l’ idea nel suo stato
d’incoscienza, è la configurazione 0 la strut tura. LA FINALITÀ DELLA VITA 619
Per stabilire con prontezza una distinzione importante, io accettai più
addietro ($ 2) l'ipotesi, che tanto Z quanto R siano formazioni in un S,
fondamento o substrato di tutto l’ accadere. Qualcuno, prendendo Ie mosse da
questa ipotesi, potrebbe ora oppormi: — ciò, che voi chiamate configurazione, o
struttura, e che in A vi apparisce con queste forme, non è daccapo che un’idea
in S. — E sarà. Ma dell’ esistenza di S vi è, nell'esperienza fisica o nella
psichica, nel pensiero e in quel che sappiamo delle sue con- dizioni, una prova
o un indizio? — La connessione causale de’ fatti — ci dicono — è inesplicabile,
se non ammettendo | che i fatti abbiano un fondamento o un centro comune. — Ma,
domando io, se n° è forse trovata la spiegazione, per mezzo d' un S comunque
concepito ? Ci fu detto bensi, che la spiegazione, a questo modo, è possibile,
o bella e sco- perta; ma a questo si riduce tutto quanto ci fu detto: e la
spiegazione effettiva rimane sempre un pio desiderio. Noi non conosciamo, nè S,
nè come i fatti vi si radichino ; la speranza di venir, con queste meditazioni,
a capo di qualcosa, è dunque vana del tutto. Ammettendo S, divien possibile
concepire un'idea, fuori della coscienza d'un uomo, e d’ogni soggetto
particolare analogo all’ uomo? Sicchè sia lecito attribuir una realtà a delle
idee, considerate ogget- tivamente? Si; a condizione per altro, che S venga
con- cepito come un soggetto consapevole. Perchè, se S è in- conscio, se ne può
e se ne deve dire, per questo verso, quel medesimo che di R. Nella realtà
osservata l’idea non Gsiste, come idea; non può esservi che ur qualcosa di cor-
rispondente. Questo ,. non perchè la realtà sia osservata, 620 LA FINALITÀ
DELLA VITA ma perchè è inconscia; infatti, noi non abbiamo difficoltà ad
ammettere delle idee come tali nel pensiero d'altri uo- mini, benchè l
esistenza di questi ci risulti dall’ osserva- zione. Ora, se S è inconscio,
come R, non può contenere, più di PR, l’idea come tale, ma soltanto un qualcosa
che le corrisponda. Con l'introduzione di S non si è dunque fatto un menumo
passo avanti; per la realizzazione del- l'ordine (legge o fine), siam ridotti a
doverci contentare d'un qualcosa di corrispondente all'idea, lasciando in di-
sparte l’idea; l'ipotesi di S apparisce tanto oziosa, quanto la pura e semplice
sovrapposizione del simbolo S al sim- bolo R; tant'è, che abbandoniamo
addirittura il concetto inutile di .S, e che stiamo al solo A. Rimane da
considerar l' ipotesi, che S sia un soggetto cosciente. L'ordine, se fondato in
idee (vere idee) di leggi e di fini, regolatrici del mondo in quanto pensate da
un Creatore sapiente e buono, sarà assoluto e invariabile ; se fondato su delle
configurazioni, che mutano, e ciascuna delle quali ha una sfera d'azione
limitata, sarà soltanto relativo e precario. Ebbene : l’ ordine, che osserviamo
nel mondo, è assoluto e invariabile, o relativo e precar 10? La risposta non è
difficile. Patagonando le condizioni presenti e le passate dell’ umanità,
sembra innegabile un perfezio- namento ; ed è fors’ anche lecito assumere che
questo per- (/iotamenta sia per continuare, e per intensificarsi. L’ipo- tesi,.
che tra qualche secolo, o tra qualche millenio, la terra sia popolata per
intiero di galantuomini, abbastanza intelligenti, e abbastinza paghi della loro
sorte, non sembra da escludere come assolutamente fantastica. Un tale stato di
cose non potrà, in ogni modo, perpetuarsi. Muore ogni animale ; morirà di cer
to anche il genere umano; e tutto l'immenso lavoro, da esso compiuto fin dalle
sue origini, LA FINALITÀ DELLA VITA 621 sarà come non fatto. Senza dubbio, la
vita, sotto varie forme, si perpetua; ma le sue evoluzioni faticose e dolo-
rose non si connettono con continuità. Che l’ universo tenda verso un fine
desiderabile, non sembra. E un'anima, ‘che dovesse attraversare l'un dopo
l’altro i cicli vitali d'una serie senza termine, rimanendo conscia della sua
identità, e memore del passato, non potrebbe che sentirsi condannata ad un
atroce supplizio. Se c'è, nel mondo, un ordine invariabile ;:e non è certo, nè
forse probabile, che vi sia) si riduce a qualche legge fisica, priva di
qualsiasi pregio; come p. es. quella di gravitazione, che potrebbe variare
senza inconvenienti, purchè variasse con sufficiente lentezza. Motivi seri per
credere che le configurazioni, essendo precarie, siano insufficienti a mantener
nel mondo quell’ordine, che vi osserviamo, e ch'è del pari precario, non sono
assegnabili. Per dimostrare teleologicamente l' e- sistenza di Dio, bisogna
considerare un tutt’ altr” ordine, da quello rivelatoci dall'esperienza
scientifica. Sentire Dio, è sentire un fine, al di là di questo mondo. B.
VARISCO. Iivista Filosofica. 40 CONDIZIONI D' ABBONAMENTO —>>>aoec©€
La Rivista Filosofica si pubblica in cinque fascicoli, - ciascuno di 144 pp. circa,
formanti un sol volume, non in- feriore a 720 pp. e quindi pari in complesso ai
due volumi che venivano pubblicati dalla Azvista italzana di Filosofia. Il 1°
fascicolo esce alla fine di Febbraio, il 2° entro Aprile, il 3° entro Giugno,
il 4° entro Ottobre, il ‘5° entro Dicembre. dT ABBONAMENTO ANNUO Poesia; Gdo £
Ci + doi Per l'Estero . . . .. ..,> 14. — = ) Un fascicolo separato. . . . .
>» 3. L'abbonamento si paga anticipatamente e si puo anche dividere in due
rate uguali, la prima da payarsi appena ricevuto il primo fascicolo l'altra non
più tardi del mese di Giugno. ZE La Rivista mantiene anche per l’ entrante.
annata le condi- zioni di pubblicazione e di abbonamento degli anni precedenti,
ed entrerà col prossimo fascicolo nel suo VIII anno di vita colla fiducia di
poter giovare all’ intento massimo che si è proposto, quello cioé di promovere
senza criteri esclusivi gli studi filosofici in Italia e difendere la causa
della filosofia nel nostro ordina- mento scolastico. Te - Per le bozze, per gli
estratti e la spedizione dei fascicoli rivolgersi sempre alla Tipografia
Successori Bizzoni. «Jo. I corrispondenti e collaboratori sono pregati di
rivol- gersi alla Direzzone della Rivista Filosofica, Va Cardano 4, Pavia, per
tutto ciò che concerne la redazione del Giornale. I manoscritti non pubblicati,
salvo impegno contrario, non si restituiscono. se La Rivista annuncia tutte le
pubblicazioni nuove che le sono spedite in dono e fa di regola una recensione
di quelle che riceve in doppio esemplare.Nome compiuto: Bernardino Varisco.
Keywords: know theyself, oracular implicature, Calogero. Refs.: The H. P. Grice
Papers, BANC MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Varisco: per un sommario di
filosofia critica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Commenti
Posta un commento