GRICE ITALO A-Z V VA

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del mistico – scuola di mistica -- di ‘Vitters’ – la scuola di Sa Piero a Sieve – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Piero a Sieve). Abstract. Keywords: mistic. Witters. Filosofo Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. San Piero a Sieve, Firenze, Toscana.  Essential Italian philosopher. “Never to be confused with the vain Vanini!” -- Grice. Dopo gli studi al ginnasio Michelangiolo di Firenze, si laurea in filosofia a Firenze, discutendo una tesi su “‘Vitters’: metafisico e mistico”! Ha vissuto nel convento agostiniano di S. Spirito a Firenze, ospite di Ciolini. Ha compiuto viaggi e soggiorni di studio in Europa. Insegna filosofia nei licei. Per un triennio storia della filosofia a Firenze e storia della mistica all'Istituto di scienze religiose a Trento.  Ha tenuto seminari e conferenze in università ed accademie italiane e straniere: Genova, Trento, Ancona, Perugia, Urbino, Pavia, Pisa, Macerata, Napoli, Fermo, Parma, Arezzo, Chieti, Roma, Avila, Strasburgo, Berlino. Considerato il maggior studioso di mistica o anche il più importante studioso italiano di Eckhart e della mistica cristiana, ha curato l'edizione italiana delle opera latine di Eckhart, nonché quelle di altri autori spirituali, come AGOSTINO, Gerson, Fénelon, Porete, Taulero, Anonimo Francofortese, Lutero, SILESIO, Czepko, Franck, Weigel, ecc. Lungo un percorso ormai di quasi mezzo secolo, è stato traduttore e curatore di importanti testi della mistica; critico della fenomenologia, da un punto di vista teoretico e storico; filosofo della religione, soprattutto nei suoi rapporti con la ragione e con la fede. V. legge il fenomeno mistico in maniera innovativa ma, soprattutto, pone lo stesso a fondamento di ogni forma ed esperienza religiosa. Tale presupposto impone come fuori da un'esperienza diretta di questo tipo sia pressoché impossibile cogliere il senso, le modalità e le finalità delle varie dottrine e pratiche religiose. Per V., la mistica è un sapere spirituale, inoggettivabile ma, soprattutto, un sapere che è un essere: è l'identità mistica il vero e proprio criterio per discernere il vero dal falso. Tale ermeneutica costituisce una propedeutica all'inverarsi in senso mistico della religione cristiana.  La filosofia di V. si basa su una esperienza spirituale, unitiva e teo-morfica. Centrali appaiono pertanto concetti appartenenti alla sfera semantica della divinizzazione, dell’homoiosis theo, quali vuoto, fondo dell'anima, generazione del logos, complementarità tra distacco ed amore. Tale esperienza risulta comprensibile solo quando si è fatto il vuoto nell'anima attraverso il distacco, diventando in tal modo recettivi alla luce proveniente dall'alto, tali da rendere il soggetto esso stesso luce eterna. Al vuoto in cui si perviene nel distacco corrisponde una pienezza, una traboccante ricchezza ed energia, una gioia sconfinata ed inesauribile. Il rapporto tra il divino e uomo non è quindi statico, di mutua esclusione, ma “dialettico” o dinamico, di reciproca compenetrazione. La “salvezza” viene letta nei parametri teologici di una escatologia realizzata nel presente, come immanente esperienza dello spirito. Essenziale diventa perciò il recupero della antropologia classica corpo, anima, spirito ove l'uomo è un corpo, piccola parte dell'universo; una psiche, fluttuazione infinita di pensieri, sentimenti, volizioni, soggetta al determinismo del tempo, dello spazio, delle circostanze. Ma soprattutto uno spirito universale, eterno, libero, uno nell'uno. L'attualità e l'originalità della posizione di V. ha suscitato e continua a suscitare un acceso dibattito in seno al panorama culturale italiano, filosofico e teologico: nei confronti dell'autore vari infatti sono stati i commenti, le recensioni, i contributi e gli interventi critici da parte di personalità quali (in ordine alfabetico) BOZZO, BALDINI, BIANCHI, CACCIARI, MONTICELLI, ESPOSITO, FORTE, GIVONE, MANCUSO, MUCCI, RAVASI, REALE, TORNO, VATTIMO, e VOLPI.  La particolare rilevanza della filosofia di V. può trasparire anche, ad esempio, dalle seguenti affermazioni in meritocitate in ordine sparsodi alcuni dei suddetti illustri filosofi. GIVONE: “A V., cui siamo debitori d'un lavoro filosofico estremamente prezioso, rivolgiamo questa domanda. A V. dobbiamo non soltanto edizioni impeccabili delle opere di Eckhart, Porete, Silesius, Gerson; ma anche il pensiero vigoroso e chiaro, qualunque cosa gli si posa obiettare, che la mistica è da un lato il cuore e la radice viva di ogni religione, ma dall'altro “la filosofia nel suo senso più reale e profondo”, la conoscenza e la pratica dell'essere e “la gioia dell'essere”. CACCIARI: “È un grosso debito quello che la filosofia e la teologia hanno accumulato in questi anni nei confronti di V.. Grazie al suo instancabile lavoro o sotto la sua direzione il nostro paese può oggi contare su impeccabili edizioni di Gerson, Silesius, Porete ed Eckhart. MUCCI: “In questi tempi di declino dell'ontologia, V. è certamente, in Italia, fuori dell'ambito ecclesiastico, il più illustre studioso di mistica.” REALE: “L'esperienza mistica è comunque per sua natura connessa con il religioso, come viene mostrato nella filosofia di V.i “La mistica delle religioni (Le Lettere) in questi giorni in libreria. V., uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale e internazionale, analizza in modo dettagliato questa esperienza spirituale nell'induismo, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel cristianesimo.” TORNO: “Segnalare un livre de chevet, vale a dire una di quelle opere maneggevoli che mai dovrebbero allontanarsi dal capezzale, è diventato difficile oltre che inattuale. Eppure qualcosa circola, come prova l'ultimo delizioso saggio di V. sulla grazia». FORTE: “L'ultimo bel libro di V. su “Mistica e filosofia” rivela ancora una volta la sua straordinaria competenza di storico e interprete della mistica.” Al pensiero di V. è stato dedicato “Mistica e filosofia in V.” Saggi: “Lontano dal SEGNO. Saggio sul cristianesimo” (La Nuova Italia, Firenze); “Esame della certezza” (Cenacolo, Firenze); “Eckhart. Opere” (Nuova Italia, Firenze); “Dialettica della fede” (Marietti, Casale Monferrato -- Le Lettere, Firenze); “L'esperienza dello spirito” (Augustinus, Palermo); “Mistica e filosofia” (Piemme, Casale Monferrato -- prefazione di CACCIARI -- Le Lettere, Firenze); “Il volto del Dio nascosto: l'esperienza mistica dall'Iliade a Weil” (Mondadori, Milano); “Storia della mistica occidentale” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); “Introduzione alla mistica” (Morcelliana, Brescia); “La morte dell'anima: dalla mistica alla psicologia” (Lettere, Firenze); “La mistica delle grandi religioni” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); Tesi per una riforma religiosa (Lettere, Firenze); La religione della ragione” (Mondadori, Milano); “Sulla grazia” (Lettere, Firenze); “Prego Dio che mi liberi da Dio: la religione come verità e come menzogna” (Bompiani, Milano); “Lessico mistico: le parole della saggezza” (Le Lettere, Firenze) – under M, ‘scuola di mistica fascista’; “Il santo spirito fra religione e mistica” (Morcelliana Brescia); “Oltre il cristianesimo: da Eckhart a Le Saux” (Bompiani, Milano); “Inchiesta su Maria: la storia vera della fanciulla che divenne mito” (Rizzoli, Milano); “Indagine sulla vita eterna” (Mondadori, Milano); “Introduzione a Eckhart -- profilo e testi” (Lettere, Firenze); “L'Anti-Cristo: storia e mito” (Mondadori, Milano); “All'ultimo papa: lettere sull'amore, la grazia, la libertà” (Saggiatore, Milano); “VIO contro Lutero e il falso evangelo” (de' Medici, Firenze); “Il muro del paradisoL dialoghi sulla religione” (Medici, Firenze); “Mistica, psicologia, teologia” (Lettere, Firenze); liceo ginnasio Michelangiolo, Firenze. Mancuso, Lutero è vivo e lotta con noi, s.a., in: <Panorama> Azzarà, su Materialismo Storico   Bio-  Givone, Luce mistica dei moderni in: «Il ManifestoAlias», in il manifesto Alias, V., Mistica e filosofia, Prefazione, Firenze, Le Lettere, Mucci, Il pensiero di V., in «La Civiltà Cattolica»; Reale, Il misticismo vive in tutte le culture. Il testo di V., le «Upanishad» riedite, su corriere. Torno, Alla ricerca della grazia nel segno di Eckhart, «Corriere della Sera», Cultura, Forte, Mistica, l’enigma dell’altro, in «Avvenire», Schiavolin, Mistica e filosofia in V. (Nerbini, Firenze). Mistica Misticismo cristiano Mistica renana Meister Eckhart Hadot Henri Le Saux. Marco Vannini. Vannini. Keywords: the mystic, das mystische, la scuola di mistica fascista. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Vannini e Grice: il mistico di ‘Vitters’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.  

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucchi: la ragione conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Caltanissetta). Filosofo italiano. Caltanissetta. M. Roma -- è stato un filosofo ed attore italiano.  Era il padre dell'attrice Sabina Vannucchi.[1][2]  Biografia  Glauco Onorato e Luigi Vannucchi in una scena di Uomini e topi  Luigi Vannucchi nei panni di Don Rodrigo e Massimo Girotti in una scena de I promessi sposi Luigi Vannucchi nacque a Caltanissetta in una famiglia colta e agiata. Molto presto la famiglia si trasferì in Cirenaica per motivi di lavoro, e dopo tre anni tornò in Italia per stabilirsi a Roma, dove Vannucchi trascorse l'infanzia.[3]  Durante la guerra il padre accettò di lavorare a Modena all'ufficio del Catasto. Qui Vannucchi frequentò brillantemente il liceo classico e si interessò alla letteratura e alla poesia, diplomandosi a diciassette anni. Alla fine del liceo, contro il parere dei genitori, decise d'iscriversi all'Accademia nazionale d'arte drammatica[4] di Roma, diplomandosi nel 1952 assieme ad attori del calibro di Glauco Mauri, Franco Graziosi, Alessandro Sperlì e all'allora allievo regista Andrea Camilleri;[4] già durante i corsi ebbe modo di segnalarsi come attore promettente in occasione dei saggi di fine anno. Prima ancora di diplomarsi, i suoi docenti Silvio D'Amico e Orazio Costa lo fecero debuttare nella parte di Cristo nel lavoro teatrale Donna del Paradiso. Studiò contemporaneamente Lettere e Filosofia, ma lasciò al quarto anno per fare definitivamente l'attore.  Carriera Teatro Nel 1952 entrò a far parte della compagnia Gassman-Squarzina, e ottenne successo con rappresentazioni classiche: affiancò Gassman in Amleto, interpretando la parte di Laerte, poi interpretò Tieste, I Persiani, Antigone e Prometeo. Nel corso del 1954 passò alla compagnia del Teatro Nuovo di Gianfranco de Bosio con diversi spettacoli, tra cui la trasposizione teatrale di Buio a mezzogiorno di Köstler. Nel 1955 Lucio Ardenzi lo coinvolse in una tournée nell'America del Sud[5] - Brasile, Argentina, Uruguay - organizzata con l'appoggio del Ministero dello Spettacolo. Fra i partecipanti attori del calibro di Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi, Renzo Ricci, Eva Magni, Tino Buazzelli, Glauco Mauri, Davide Montemurri, Franca Nuti e Bianca Toccafondi. A parte il Re Lear di Shakespeare, che vedeva riuniti nello stesso spettacolo tutti gli attori principali della compagnia, il repertorio era tutto italiano: Corruzione al Palazzo di giustizia di Ugo Betti, Beatrice Cenci di Alberto Moravia in prima mondiale, Il seduttore di Diego Fabbri.   Luigi Vannucchi in una scena del film I giorni della violenza  Luigi Vannucchi in una scena de Il cappello del prete Nel 1956 cominciò la collaborazione con Memo Benassi nella compagnia del Teatro Regionale Emiliano, con gli spettacoli Inquisizione di Diego Fabbri e Hedda Gabler di Ibsen. Nel 1957 fu scritturato dal Piccolo Teatro di Milano per la parte di Saint Just ne I Giacobini[6] di Federico Zardi con la regia di Giorgio Strehler e nella parte di Florindo nell'Arlecchino servitore di due padroni[6] (1957-58). Negli anni sessanta diventò protagonista televisivo delle più grandi produzioni Rai, raggiungendo una grande popolarità e recitando in più di trenta sceneggiati, quali Tutto da rifare pover'uomo, Una tragedia americana, Delitto e castigo, lo storico I promessi sposi nel ruolo di Don Rodrigo, e in quello di Guido Cavalcanti in Vita di Dante, a fianco di Giorgio Albertazzi.  All'inizio degli anni settanta Vannucchi entrò nella compagnia Gli Associati[7] con Valentina Fortunato, Giancarlo Sbragia, Ivo Garrani, Sergio Fantoni, Valeria Ciangottini, Paola Mannoni ed altri. Alla base di questo sodalizio c'era la volontà di emanciparsi dai teatri stabili, in cui spesso gli attori dovevano sottostare a contratti discutibili e a limitazioni della propria libertà e creatività. Con Gli Associati Vannucchi partecipò a spettacoli di grande successo: Strano interludio, Otello, Inferni, e tanti altri. Uno degli allestimenti più importanti di questa Compagnia fu la rappresentazione de Il vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, sulla vita di Cesare Pavese di cui Vannucchi era protagonista.[8] A questa intensa attività Vannucchi affiancò il cinema, la televisione, la radio, il doppiaggio e altre attività.  Televisione La carriera televisiva lo rese molto popolare al grande pubblico. Oltre ad apparire come attore in spettacoli teatrali trasmessi dalla televisione, partecipò come ospite a trasmissioni di intrattenimento, ma soprattutto continuò ad essere protagonista di sceneggiati televisivi di grande successo:[9] I demoni e Il cappello del prete, con la regia di Sandro Bolchi, A come Andromeda, Giocando a golf una mattina.  Radio  In radio fu il conduttore per due volte di "Voi ed Io" lo storico programma d'intrattenimento radiofonico del mattino tutti i giorni dal lunedì al sabato dalle 9,15 alle 11,30 sul Programma Nazionale Radiorai per un mese intero nel giugno 1970 e settembre 1972.  Cinema Per quanto riguarda il cinema, non sono moltissimi i film girati da Vannucchi, e non tutti di grande successo. Tra questi, La tenda rossa (1970) di Mikhail Kalatozishvili, L'assassinio di Trotsky (1972) di Joseph Losey e Anno uno (1974)[10] di Roberto Rossellini, in cui interpretò il ruolo di Alcide De Gasperi.   Luigi Vannucchi in una scena di Johnny Yuma Morte Nel pieno della maturità artistica, morì suicida ingerendo una forte dose di barbiturici mista ad alcolici nella sua casa di Roma, la sera del 29 agosto 1978, ma il cadavere fu trovato dalla domestica solo la mattina dopo. È sepolto nella tomba di famiglia,[11] nel cimitero della Certosa di Bologna.  Filmografia Il vetturale del Moncenisio, regia di Guido Brignone (1954) Il conte Aquila, regia di Guido Salvini (1955) I fratelli corsi, regia di Anton Giulio Majano (1961) Su è giù, regia di Mino Guerrini (1965) L'arcidiavolo, regia di Ettore Scola (1966) Boris Godunov, regia di Giuliana Berlinguer (1966) Le piacevoli notti, regia di Armando Crispino e Luciano Lucignani (1966) Johnny Yuma, regia di Romolo Girolami (1966) I giorni della violenza, regia di Alfonso Brescia (1967) Domani non siamo più qui, regia di Brunello Rondi (1967) Tiffany memorandum, regia di Sergio Grieco (1967) Il tigre, regia di Dino Risi (1967) La tenda rossa (Krasnaya palatka), regia di Mikheil Kalatozishvili (1970) L'assassinio di Trotsky (The Assassination of Trotsky), regia di Joseph Losey (1972) Anno uno, regia di Roberto Rossellini (1974) Il mio uomo è un selvaggio (Le Sauvage), regia di Jean-Paul Rappeneau (1975) Teatro La guerra di Troia non si farà di Jean Giraudoux, regia dell'allievo Mario Ferrero, Teatro Quirino di Roma, 13, 14, 15 giugno 1950. Saggio accademico Il Poverello di Jacques Copeau, regia di Orazio Costa, Festa del Teatro a San Miniato (1950) Piccolo Teatro della Città di Roma. Parte: Nel Coro Drammatico Donna del Paradiso, mistero medievale tratto da laudi dei secoli XIII e XIV a cura di Silvio D'Amico, regia di Orazio Costa, personaggio: Cristo, Teatro Eliseo di Roma, 30 giugno - 1º luglio 1951. Un cappello di paglia di Firenze di Eugene Labiche e Marc Michel, regia dell'allievo Francesco Savio, personaggio: Achille di Rosalba, Teatro Eliseo di Roma, 25 gennaio - 6 febbraio 1952. Saggio accademico Dialoghi delle Carmelitane (L'ultima al patibolo) di Georges Bernanos, regia di Orazio Costa, personaggio: Il Cavaliere, Festival di San Miniato (1952) Amleto di William Shakespeare, regia di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina, Teatro D'Arte Italiano, personaggio: Laerte, Milano (1952) e tournée Tieste di Seneca, regia di Luigi Squarzina, Teatro d'Arte Italiano (1953) Tre quarti di luna di Luigi Squarzina, regia di Luigi Squarzina, Teatro d'Arte Italiano (1953) Agamennone di Eschilo, regia di Orazio Costa, Festival di Ostia antica (1953) La fuggitiva di Ugo Betti, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Veniero, Teatro La Fenice di Venezia, e breve tournée (1953) I Persiani di Eschilo, regia di Luigi Squarzina, parte: Coro, Roma e tournée (1954) Leonora di F. Troiani, regia di Luigi Squarzina, Roma e tournée (1954) Antigone di Sofocle, regia di Guido Salvini, personaggio: Messo, Vicenza (1954) Prometeo di Eschilo, regia di Luigi Squarzina, aiuto regia di Luigi Vannucchi, Siracusa (1954) Romeo e Giulietta di William Shakespeare, regia di Guido Salvini, parti: Coro e Paride, Verona e tournée (1954) Anche le donne hanno perso la guerra di Curzio Malaparte, regia di Guido Salvini, personaggio: Hans, Biennale di Venezia, XIII festival internazionale del teatro (1954) La vedova di G. B. Cini, regia di Guido Salvini, Vicenza (1954) Corte marziale per l'ammutinamento del Caine di H. Wouk, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Tenente di vascello Thomas Keefer, Roma e tournée (1954) Il sacro esperimento di Hachwalder, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Don Esteban Arago, capitano. Roma e tournée (1954) (Registrato anche per la televisione) Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, regia di Gianfranco De Bosio, Roma e tournée (1954) Re Lear di Shakespeare, regia di Franco Enriquez, personaggio: Edmondo, tournée in Sud America (Santos, S. Paulo, Montevideo, Buenos Aires), 1955-56, compagnia Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi Corruzione al Palazzo di giustizia di Ugo Betti, regia di Gianfranco De Bosio, tournée in Sud America Beatrice Cenci di Alberto Moravia, regia di F. Enriquez, tournée in Sud America Il pellicano ribelle di Bassano, regia di Renzo Ricci, tournée in Sud America Sei personaggi in cerca d'autore di Luigi Pirandello, regia di Renzo Ricci, tournée in Sud America Monsieur de Pourcegnac di Molière, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, impresario Cappelli, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Inquisizione di Diego Fabbri, regia di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Medea di Robinson, regia di Gianfranco De Bosio, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Enrico IV di Luigi Pirandello, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Il Marchese Dinolli, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Hedda Gabler di H. Ibsen, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano. Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) La Giostra di M. Dursi, regia di C. Di Stefano, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Emilia-Romagna, Torino, Sanremo, Genova (1956) Tragico contro voglia di Anton Čechov, regia di Memo Benassi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, Modena (1956) I Giacobini di Federico Zardi, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Saint Just, Piccolo Teatro di Milano (1957) La Vena d'oro di A. Zorzi, regia di Sandro Bolchi, compagnia del Teatro Regionale Emiliano, con Terrieri e Grassilli, Teatro Duse di Bologna (1957) Bertoldo a corte di M. Dursi, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Il Re, compagnia del Teatro Stabile di Torino (1957) Ore disperate di J.J. Hayes, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Hank Griffin, fratello di Glenn, compagnia del Teatro Stabile di Torino (1957) I nostri sogni di Ugo Betti (1958) Uomini e topi di John Steinbeck, regia di E. Ferrieri, personaggio: George, Teatro del Convegno, Milano (1958) Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler, personaggio: Florindo, Germania (anche TV), Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Regno Unito (Londra) (1958) - seconda tournée, gennaio-marzo 1959: Paesi Bassi, Stratford, Marocco, Algeria, Tunisia Angelica di L. Ferrero, regia di Gianfranco De Bosio, personaggio: Orlando, compagnia del Teatro Stabile di Torino, Venezia, Torino (1959) Processo a Oreste, spettacolo con Vittorio Gassman, per l'Estate a Taormina (1959) I sette a Tebe di Eschilo, regia di Mario Landi, personaggio: Messaggero, tournée estiva in Sicilia (Taormina, Palazzolo, Gela, Selinunte, Agrigento, Palermo) (1959) La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio, regia di M. Ferrero, personaggio: Aligi, Pescara (1961) Il castello in Svezia di F. Sagan, regia di M. Ferrero, personaggio: Sebastiano, compagnia Fantoni-Occhini-Vannucchi, tournée (1961) Acque turbate di Ugo Betti, regia di M. Ferrero, personaggio: Gabriele, compagnia Fantoni-Cechini-Vannucchi, tournée (1961) Anfitrione di Plauto, regia di Silverio Blasi, personaggio: Mercurio, tournée estiva (Pompei, Ostia) (1961) Il primogenito di C. Fry, regia di Orazio Costa, personaggio: Mosè, Festival di San Miniato (anche Sassari e TV) (1963) Il diavolo e il buon Dio di Jean-Paul Sartre, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Heinrich, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e Russia (1964) Ciascuno a suo modo di Luigi Pirandello, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Michele Rocca, Teatro Stabile di Genova, tournée in Italia e Russia (1964) Riunione di famiglia di T. S. Eliot, regia di M. Ferrero, personaggio: Harry, Festival di San Miniato (1964) (anche TV) Troilo e Cressida di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Troilo, Teatro Stabile di Genova, Genova, Torino, Milano Zio Vanja di Anton Cechov, regia di Edmo Fenoglio, personaggio: Astrov, con Turi Ferro, Teatro Stabile di Catania (1964) Serata al Club S. Alessio, Teatro privato in casa di Vittorio Gassman, Letture da Flaiano, Arbasino, Soldati (1966) Otello di William Shakespeare, regia di B. Menegatti, personaggio: Otello, Teatro Stabile di Trieste (1966) Jean Paul Sartre, a cura di Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo del Teatro Club, serata unica, Teatro Valle di Roma, 26 aprile 1966. Rose rosse per me di Sean O'Casey, regia di Alessandro Fersen, con Ileana Ghione, Teatro Valle, martedì 6 dicembre 1966. Moravia, per esempio..., a cura di Giuseppe D'Avino e Gerardo Guerrieri, regia di Edmo Fenoglio, spettacolo del Teatro Club, unica serata, Teatro Eliseo di Roma, 15 giugno 1967. La dodicesima notte di William Shakespeare, regia di F. Torriero, personaggio: Malvolio, tournée estiva, Portovenere, Marina di Grosseto, Roccasecca (1967) La Gioconda di Gabriele D'Annunzio, regia di F. Piccoli, personaggio: Lucio. Vittoriale di Pescara (1967) Trieste con tanto amore, recital Trieste, ottobre 1968. Oreste di Euripide, regia di M. Stilo, personaggio: Oreste, compagnia Vannucchi-Cavo-Bosic, tournée estiva, Tindari, Taormina (1969) Persefone di R. Lupi, regia di G. Chanalet, parte: Voce recitante, Firenze (1969) Oedipus rex di Igor' Fëdorovič Stravinskij, regia di Luigi Squarzina, parte: Voce recitante, Firenze (1969) Poesia all'Olimpico, serata presentata e condotta da Giancarlo Sbragia, Teatro Olimpico di Vicenza, 29 aprile 1970. Otello di William Shakespeare, regia di Virginio Puecher, personaggio: Jago, compagnia degli Associati, Verona e tournée estiva e invernale (1970-1971) Strano interludio di Eugene O'Neill, regia di Giancarlo Sbragia, personaggio: Sam, compagnia degli Associati, debutto a Padova e tournée (1971) La figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio, regia di Paolo Giuranna, personaggio: Aligi, Pescara, Torino (1971) Antonio e Cleopatra di William Shakespeare, regia di Luigi Vannucchi, personaggio: Pompeo, compagnia degli Associati, Verona e tournée (1973) Inferni, spettacolo comprendente Canicola di Pier Maria Rosso di San Secondo e Porte chiuse di J. P. Sartre, regia di Giancarlo Sbragia, compagnia degli Associati, tournée, Roma (1973) Il vizio assurdo di Lajolo-Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, personaggio: Cesare, compagnia degli Associati, tournée, Padova, Roma (1973) - seconda tournée ottobre 1974 - Febbraio 1975: Milano, Torino, terza tournée, 20 aprile- 28 maggio 1976: Prato, Sardegna, Sicilia, ecc… (1977, anche registrazione TV) La nuova colonia di Luigi Pirandello, regia di Virginio Puecher, personaggio: Currao, Teatro Quirino di Roma, 21 marzo 1975. Misura per misura di William Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, personaggio: Il Duca,Teatro Argentina di Roma, 21 dicembre 1976. Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, Regia di G. Cobelli, personaggio: Shylock, estate teatrale veronese (1978)[12] Prosa televisiva  Luigi Vannucchi nei panni di Laerte e Memo Benassi in una scena di Amleto (1955) II sacro esperimento di Hochwalder, regia di Silverio Blasi (1954) Kean di Dumas - Sartre, regia di Franco Enriquez (1954) Edipo re di Sofocle, regia di Franco Enriquez (1954) Amleto di William Shakespeare, regia di Vittorio Gassman, regia televisiva di Claudio Fino (1955) Ventiquattr'ore felici di Cesare Meano, regia di Claudio Fino (1956) I nostri sogni di Ugo Betti, regia di Gianfranco de Bosio (1958) Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler (1958) II Tricheco, commedia di R. G. Bosswell, regia di Alberto Gagliardelli, trasmessa il 26 gennaio 1960. Ragazza mia di W. Saroyan, regia di Mario Landi, Roma, romanzo (1960) Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, regia di Daniele D'Anza (1960) Tre giorni a Roma, regia di Giancarlo Zagni (1960) Tutto da rifare pover'uomo di H. Fallada, regia di Eros Macchi – sceneggiato (1960) Un ispettore in casa Birling di J. B. Priestley (1960) Francillon di A. Dumas, personaggio: Enrico de Symeux (1960) Letture natalizie, regia di Edmo Fenoglio, con Anna Maria Guarnieri, Roma (1960) Italia d'oggi, letture, Roma (1961) All'uscita di Luigi Pirandello, regia di F. Fulchignani, Roma (1961) Ritratto di Donna, regia di Edmo Fenoglio, Milano (1961) Essi arrivano in città di J. Priestley, regia di Anton Giulio Majano, Milano (1961) Chiamami bugiardo, regia di Anton Giulio Majano, Milano – sceneggiato (1961) Il più forte di Giocosa, regia di Edmo Fenoglio, Roma (1961) Lettura telescuola, regia di Edmo Fenoglio, Roma (1961) Lettura per bambini, Milano (1962) Errore giudiziario di G. P. Calegari, regia di G.P. Calegari, Milano (1962) Il giro del mondo di C. G. Viola, regia di Anton Giulio Majano (1962) Una tragedia americana di T. Dreiser, regia Anton Giulio Majano (1962) Un braccio di meno di C. Bernari, regia di Anton Giulio Majano, Napoli (1962) La grana di Dersi, regia di Silverio Blasi, Napoli (1962) I diritti dell'anima di Giacosa, regia di Carlo Di Stefano, Milano (1962) Delitto e castigo di Dostoevskij, regia di Anton Giulio Majano (1963) Prima di cena di Rostov, regia di Anton Giulio Majano, Roma (1963) La Maschera e la grazia di Giacosa, regia di Anton Giulio Majano, Roma (1963) Smash – ospite (1963) II Potere e la Gloria di G. Greene, regia di Mario Ferrero, Roma (1963) 1963 - La donna di fiori di Casacci Ciambricco, regia di Anton Giulio Majano, Roma, romanzo, personaggio: Ronald Fuller – sceneggiato (1963) Vita di Dante di G. Prosperi, regia di Vittorio Cottafavi, Roma, tre puntate, personaggio: Guido Cavalcanti (1963) Un mondo sconosciuto, commedia di Henry Denker, regia di Mario Ferrero, trasmessa il 22 settembre 1963. L'Ammiraglio di M. Tobino, regia di Anton Giulio Majano (1965) Giulio Cesare di William Shakespeare, regia di Sandro Bolchi (1965) Notte con Ospiti (1966) Nascita di Cristo (1966) I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, regia di Sandro Bolchi (1967) 1967 - L'Approdo, regia di Vito Molinari – sei presentazioni (voce fuori campo in Lanterna, Lezione sul Boccaccio, Lezione su Pascal, Attualità di Gramsci) Milano – ospite (1967) Venezia città di sogno – voce fuori campo (1967) Ritorno a Firenze (1967) Un grande Europeo, un grande uomo (Adenauer) (1967) In trappola di Pierre Caillol, regia di Flaminio Bollini, traduzione di Roberto Cortese (1967) Non cantare, spara di Leo Chiosso, regia di Daniele D'Anza (1968) Almanacco (Napoleone), Roma – voce fuori campo (1968) Un mondo sconosciuto di H. Denker, regia di Mario Ferrero (1968) Il processo Slansky, regia di Leandro Castellani (1968) Cristoforo Colombo, regia di Vittorio Cottafavi – voce fuori campo (1968) Un volto una storia – voce fuori campo (1969) Giocando a golf una mattina di Francis Durbridge, regia di Daniele D'Anza (1969) Il cappello del prete, dal romanzo di Emilio De Marchi, regia di Sandro Bolchi (1970) Settevoci – ospite (29 marzo 1970) Quel giorno: fatti e testimonianze degli anni '60 (1970) Cinema '70: Taccuino di viaggio di Luchino Visconti – voce fuori campo (1970) Incontri musicali: incontro con Fifth dimension, Roma, 19 aprile 1970 Incontri musicali: Incontro con Odette, Roma, 26 aprile 1970 A come Andromeda di Fred Hoyle e John Elliot, regia Vittorio Cottafavi (1971) I demoni, dal romanzo omonimo di F. Dostoevskij, regia di Sandro Bolchi, trasmesso in 5 puntate, dal 20 febbraio al 19 marzo 1972. La Giostra di Massimo Dursi, regia di Sandro Bolchi (1972) Ieri e oggi, regia di Lino Procacci – partecipazione (1974) Qui squadra mobile, regia di Anton Giulio Majano, Roma – sceneggiato (1976) Chi?, regia di Giancarlo Nicotra, Milano – ospite (1976) Il vizio assurdo di Davide Lajolo e Diego Fabbri, regia di Giancarlo Sbragia, regia televisiva: Lino Procacci (1977) La scuola dei geni di M. Hubay, regia di Andrea Camilleri, Roma, monologo per la serie "Attore solista" (album di monologhi a cura di E. Mauri) (1978) Storie della camorra, regia di Paolo Gazzara – sceneggiato (1978) Misura per misura di W. Shakespeare, regia di Luigi Squarzina, 20 maggio 1978 Prosa radiofonica Rai Angelica, dramma satirico di Leo Ferrero, regia di Gianfranco de Bosio, trasmessa il 17 gennaio 1960. Elettra, tragedia di Hugo von Hofmannsthal, regia di Mario Ferrero, trasmessa il 3 giugno 1962. Doppiaggio Tony Musante in Metti, una sera a cena, Il caso Pisciotta Richard Widmark in Rollercoaster - Il grande brivido Jean Desailly in La calda amante James Coburn in La battaglia di Midway Dean Martin in Bandolero! Clint Eastwood in L'uomo dalla cravatta di cuoio Roy Scheider in Il maratoneta Philippe Noiret in Il deserto dei Tartari Robert Duvall in Quinto potere Clark Gable in Via col vento (ed. 1977) Dirk Bogarde in La caduta degli dei Norman Alden in Tora! Tora! Tora! William Devane in Complotto di famiglia Peter Graves in La donna del West Andrew Duggan in A noi piace Flint Cameron Mitchell in Hombre Edward Mulhare in Caprice - La cenere che scotta Charles Cioffi in Una squillo per l'ispettore Klute Michael Brill in Il mostruoso uomo delle nevi Discografia (parziale) L'uomo Carducci - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco Poesie ispano-americane - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco Rainer Maria Rilke - poesie - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco A. Joszef - poesie - 33 giri (1965) - Istituto Internazionale del disco La ballata di Porta Pia - 33 giri (1971), documento sonoro per celebrare i cento anni di Roma capitale - Discografica Editrice Tirrena (DET) Mettiti uno specchio nell'anima - 45 giri (1972) - Warner Bros., distribuito da Dischi Ricordi S.p.A. Altre attività Nel 1976 fu testimonial della casa produttrice di Grappa Piave, per Carosello, il contenitore pubblicitario della Rai, e per i manifesti murali della stessa campagna.  Note ^ Sabina Vannucchi su Mymovies http://www.mymovies.it/biografia/?a=23096 ^ articolo a pag.7 de "L'Unità" del 31 agosto 1978 Copia archiviata, su archivio.unita.it. URL consultato il 31 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 6 gennaio 2014). ^ Tesi di laurea su Luigi Vannucchi http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=29661  Appendice al libro di Maurizio Giammusso, La fabbrica degli attori, pubblicazione (1989) della Presidenza del Consiglio ^ Sito ufficiale di Anna Proclemer Copia archiviata, su annaproclemer.it. URL consultato il 27 aprile 2013 (archiviato dall'url originale il 4 gennaio 2014).  Archivio del Piccolo Teatro di Milano http://archivio.piccoloteatro.org/foto/index.php?attore=Luigi+Vannucchi ^ Gli Associati su sergiofantoni.it http://www.sergiofantoni.it/index.php?route=imprese/Gli+Associati ^ Il vizio assurdo di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. La Nuova Cultura, 2004, ISBN 88-7889-213-0. ^ Mariagrazia Bruzzone, Piccolo grande schermo. Dalla televisione alla telematica, Bari, Dedalo, 1984, p. 122. ^ Foto del Film ANNO UNO - Luigi VANNUCCHI - Roberto ROSSELLINI - Archivio del Cinema, su photocinema.it. URL consultato il 25 maggio 2013 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016). ^ "L'estremo saluto a Luigi Vannucchi", articolo a pag.7 de "L'Unità" del 2 settembre 1978 Copia archiviata, su archivio.unita.it. URL consultato il 31 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 22 febbraio 2015). ^ Estate Teatrale Veronese http://www.estateteatraleveronese.it/nqcontent.cfm?a_id=13056&tt=estateTeatrale2008 Bibliografia Repertorio del Piccolo Teatro di Milano Tesi di laurea di Sara Ridolfo: Tre maschere di un attore. Per un ritratto di Luigi Vannucchi - Università degli studi di Catania - Anno accademico 2006/2007. Il vizio assurdo, di Diego Fabbri e Davide Lajolo, Ed. Nuova Cultura, Roma 2005 ISBN 88-89362-05-7 Dizionario del cinema italiano: Gli artisti. Gli attori dal 1930 ad oggi - Volume 3 - di Enrico Lancia e Roberto Poppi, 2003 - ed. Gremese EAN 9788884402691 Gli attori, di E.Lancia e R.Poppi, Gremese editore - Roma 2007 ISBN 88-8440-269-7 Piccolo grande schermo. Dalla televisione alla telematica, di Mariagrazia Bruzzone. Ed. Dedalo - Bari 1984 La fabbrica degli attori, di Maurizio Giammusso, pubblicazione della Presidenza del Consiglio - Roma 1989 Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Luigi Vannucchi Collegamenti esterni V come Vannucchi A come Attore (canale), su YouTube. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su Discogs, Zink Media. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation. Modifica su Wikidata Luigi Vannucchi, su MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata Luigi Vannucchi, su Il mondo dei doppiatori, AntonioGenna.net. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su AllMovie, All Media Network. Modifica su Wikidata (EN) Luigi Vannucchi, su AFI Catalog of Feature Films, American Film Institute. Portale Biografie   Portale Cinema   Portale Teatro   Portale Televisione Categorie: Attori italiani del XX secoloNati nel 1930Morti nel 1978Nati il 25 novembreMorti il 29 agostoNati a CaltanissettaMorti a RomaAttori teatrali italianiMorti per suicidioSepolti nel cimitero monumentale della Certosa di BolognaAttori televisivi italianiAttori cinematografici italianiAttori radiofonici italiani[altre]. Nome compiuto: Luigi Vannucchi. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vannucchi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannucci: la ragione conversationale (Pistoia). Filosofo italiano. Pistoia. M. Bagno a Ripoli -- è stato un filosofo, presbitero e teologo italiano dell'Ordine dei Servi di Maria. Ordinato sacerdote, ottenne la Licenza in Teologia presso l'Ateneo Pontificio "Angelicum".  Insegna esegesi, ebraico e greco biblico negli istituti dei Servi di Maria. Si associò per un anno, con alcuni confratelli, alla comunità di Nomadelfia, animata da Saltini.  Con Turoldo, organizza iniziative sociali, come la “Messa della carità”, nella città di Firenze. Da vita a una nuova comunità – dedita al lavoro, all'accoglienza e alla preghiera – all'Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti.  Da allora lascia l'Eremo solo per tenere incontri ed esercizi spirituali, oltre che corsi di Storia delle religioni presso la Pontificia Facoltà Teologica "Marianum".  Le sue attività e i suoi insegnamenti sono di particolare ispirazione per Ronchi.  Opere Il libro della preghiera universale, Libreria Editrice Fiorentina, 1978. Invito alla preghiera, Libreria Editrice Fiorentina, La vita senza fine, CENS, 1985; Servitium, Ogni uomo è una zolla di terra, Edizioni Borla, Il passo di Dio. Meditazioni per l'Avvento, Edizioni Paoline, con Maria di Campello) Il canto dell'allodola. Lettere scelte, Qiqajon, Alchimia e liturgia, Lorenzo de' Medici Press, Camici, Uomo di luce: mistagogia e vita spirituale in Giovanni Vannucci, Il Segno dei Gabrielli, Roberto Taioli, La preghiera cosmica di Giovanni Vannucci, su gianfrancobertagni.it. Portale Biografie   Portale Cattolicesimo Categorie: Presbiteri italiani Teologi italiani  Nati a Pistoia Morti a Bagno a Ripoli Serviti italiani [altre]. Nome compiuto: Giovanni Vannucci.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vantaggiato: la ragione converszionale: occidente ed oriente  (Roma). Filosofo italiano. Professore a contratto  Dipartimento di Storia Culture Civiltà  Dipartimento di Interpretazione e Traduzione  Curriculum vitae. Laureato in Lingua e Letteratura cinese presso l'Università Ca'Foscari di Venezia. Cnsegue il dottorato di ricerca nel medesimo ateneo con una tesi sul manoscritto Xìng zì mìng chū. Durante questo periodo ho trascorso due anni nella Repubblica Popolare Cinese, dapprima a Wǔhàn (Húběi) e successivamente a Dàlián (Liáoníng). Negli ultimi cinque anni ha affiancato le attività di docenza e di ricerca a quelle di interprete giudiziario per la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ascoli Piceno, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bari e inteprete di Conferenza a Pechino presso l'Istituto Confucio dell'Università di Macerata. Nome compiuto: Luca Vantaggiato.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanzina: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Alla Cerimonia di presentazione dei candidati ai Premi David di Donatello per l’anno 2023 David di Donatello David di Donatello alla carriera 2023 Enrico Vanzina (Roma, 26 marzo 1949) è uno sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e regista italiano.  Biografia  Leone d'Oro per meriti letterari ad Enrico Vanzina nella prestigiosa sala Zuccari del Senato della Repubblica Primogenito del regista e sceneggiatore Steno, al secolo Stefano Vanzina, e di Maria Teresa Nati, nonché fratello del regista e produttore Carlo Vanzina, vive sin dalla nascita a stretto contatto con il mondo del cinema: oltre al padre regista, suoi amici in adolescenza sono Claudio e Marco Risi, figli del regista Dino Risi. Ottiene il Baccalaureat francese al Lycée Chateaubriand di Roma nel 1966[1] e si laurea nel 1970 in Scienze politiche all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Nei primi anni settanta il padre lo vuole al suo fianco come aiuto regista per le riprese di L'uccello migratore con Lando Buzzanca, La poliziotta con Mariangela Melato e Piedone a Hong Kong con Bud Spencer; tuttavia capisce presto che la regia non lo interessa e preferisce diventare uno sceneggiatore.  In quarant'anni nel cinema, è stato autore di oltre cento sceneggiature. La prima è quella di Luna di miele in tre del 1976, seguita nello stesso anno da Febbre da cavallo, che molti considerano il suo capolavoro. Ma è assieme al fratello regista Carlo che scrive sceneggiature di film come Sapore di mare, Il pranzo della domenica, Eccezzziunale... veramente, Vacanze di Natale, Yuppies - I giovani di successo, Le finte bionde, Sotto il vestito niente, Via Montenapoleone, Il cielo in una stanza, Ex - Amici come prima!, Mai Stati Uniti e Non si ruba a casa dei ladri.  Nel 1986 fonda la casa di produzione Video 80, che finanzierà sia prodotti per il cinema che fiction televisive[2].  Ha inoltre prodotto molti programmi televisivi, tra cui le serie I ragazzi della 3ª C (1987-1989), Amori (1989), Anni '50 (1998), Anni '60 (1999) e Un ciclone in famiglia (2005-2008).  Nel biennio 1990-91 collabora con la Penta Film di Mario e Vittorio Cecchi Gori come consulente generale e capo della produzione.  Autore anche di commedie teatrali tra le quali Bambini cattivi, messa in scena da Giuseppe Patroni Griffi, e Febbre da cavallo musical ispirato al celebre film, ha pubblicato pure i romanzi Colazione da Bulgari (Salerno Editrice), La vita è buffa (Gremese editore), Le finte bionde, La sera a Roma, Una famiglia italiana (Mondadori), Commedia all'italiana, Il gigante sfregiato, Premio Internazionale di Narrativa Città di Penne, Il mistero del rubino birmano e La donna dagli occhi d'oro (Newton Compton). Nel 2022 vince il Premio Fiuggi sezione Epistolari e Memorie con il suo libro "Diario Diurno" (HarperCollins). Dal 1995 è iscritto come giornalista pubblicista all'Ordine dei Giornalisti del Lazio.[3] Dopo aver collaborato per sette anni al Corriere della Sera, dal 1998 cura una rubrica settimanale di costume per Il Messaggero. Oggi è considerato uno dei massimi esponenti della commedia all'italiana, autore di film di enorme successo di pubblico. Enrico Vanzina ha dichiarato in più occasioni di essere liberale[4], come il padre Steno (che collaborò anche come giornalista al Giornale di Montanelli), e di fede cattolica[5].  Nel 2020 debutta alla regia con Lockdown all'italiana, cui segue due anni dopo Tre sorelle.   Il Presidente Sergio Mattarella saluta Enrico Vanzina, vincitore del David speciale 2023 Nel 2023 riceve il David di Donatello alla carriera.  Nel 2023 riceve il Leone d'Oro per Meriti Letterari al Senato della Repubblica[6] da parte del Gran Premio Internazionale di Venezia, con nomination del Vice Presidente Avv. Pasquale Auricchio e il Patron del Leone d'Oro Dott. Sileno Candelaresi[7].  Nel 2023 approda su Cine34 con la rubrica Vi Racconto[8].  Dal 1994 è sposato con Federica Burger.[9]  Filmografia Sceneggiatore Oh, Serafina!, regia di Alberto Lattuada (1976) Febbre da cavallo, regia di Steno (1976) Luna di miele in tre, regia di Carlo Vanzina (1976) Von Buttiglione Sturmtruppenführer, regia di Mino Guerrini (1977) Tre tigri contro tre tigri, regia di Sergio Corbucci e Steno (1977) Per vivere meglio divertitevi con noi, regia di Flavio Mogherini (1978) La patata bollente, regia di Steno (1979) Figlio delle stelle, regia di Carlo Vanzina (1979) Arrivano i gatti, regia di Carlo Vanzina (1980) Il lupo e l'agnello, regia di Francesco Massaro (1980) Fico d'India, regia di Steno (1980) Una vacanza bestiale, regia di Carlo Vanzina (1980) Il tango della gelosia, regia di Steno (1981) Miracoloni, regia di Francesco Massaro (1981) I fichissimi, regia di Carlo Vanzina (1981) Eccezzziunale... veramente, regia di Carlo Vanzina (1982) Sballato, gasato, completamente fuso, regia di Steno (1982) Sesso e volentieri, regia di Dino Risi (1982) Viuuulentemente mia, regia di Carlo Vanzina (1982) Dio li fa poi li accoppia, regia di Steno (1982) Vado a vivere da solo, regia di Marco Risi (1982) Sapore di mare, regia di Carlo Vanzina (1983) Al bar dello sport, regia di Francesco Massaro (1983) Il ras del quartiere, regia di Carlo Vanzina (1983) Mani di fata, regia di Steno (1983) Mystère, regia di Carlo Vanzina (1983) Sapore di mare 2 - Un anno dopo, regia di Bruno Cortini (1983) Vacanze di Natale, regia di Carlo Vanzina (1983) Un ragazzo e una ragazza, regia di Marco Risi (1984) Amarsi un po'..., regia di Carlo Vanzina (1984) Domani mi sposo, regia di Francesco Massaro (1984) Vacanze in America, regia di Carlo Vanzina (1984) Mi faccia causa, regia di Steno (1984) Sotto il vestito niente, regia di Carlo Vanzina (1985) Yuppies - I giovani di successo, regia di Carlo Vanzina (1986) Italian Fast Food, regia di Lodovico Gasparini (1986) Il commissario Lo Gatto, regia di Dino Risi (1986) Via Montenapoleone, regia di Carlo Vanzina (1987) I miei primi 40 anni, regia di Carlo Vanzina (1987) Montecarlo Gran Casinò, regia di Carlo Vanzina (1987) Cronaca nera – film TV (1987) Animali metropolitani, regia di Steno (1987) Ti presento un'amica, regia di Francesco Massaro (1988) La partita, regia di Carlo Vanzina (1988) Big Man – serie TV, 2 episodi (1988) Le finte bionde, regia di Carlo Vanzina (1989) La più bella del reame, regia di Cesare Ferrario (1989) Fratelli d'Italia, regia di Neri Parenti (1989) Tre colonne in cronaca, regia di Carlo Vanzina (1990) Miliardi, regia di Carlo Vanzina (1991) Piedipiatti, regia di Carlo Vanzina (1991) Sognando la California, regia di Carlo Vanzina (1992) Piccolo grande amore, regia di Carlo Vanzina (1993) I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di Carlo Vanzina (1994) S.P.Q.R. - 2000 e ½ anni fa, regia di Carlo Vanzina (1994) Uomini uomini uomini, regia di Christian De Sica (1995) Io no spik inglish, regia di Carlo Vanzina (1995) Vacanze di Natale '95, regia di Neri Parenti (1995) Selvaggi, regia di Carlo Vanzina (1995) Squillo, regia di Carlo Vanzina (1996) A spasso nel tempo, regia di Carlo Vanzina (1996) Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi (1997) A spasso nel tempo - L'avventura continua, regia di Carlo Vanzina (1997) Banzai, regia di Carlo Vanzina (1997) Simpatici & antipatici, regia di Christian De Sica (1998) Cucciolo, regia di Neri Parenti (1998) Anni '50 – miniserie TV, 4 episodi (1998) Il cielo in una stanza, regia di Carlo Vanzina (1999) Tifosi, regia di Neri Parenti (1999) Anni '60 – miniserie TV, 4 episodi (1999) Vacanze di Natale 2000, regia di Carlo Vanzina (1999) Quello che le ragazze non dicono, regia di Carlo Vanzina (2000) E adesso sesso, regia di Carlo Vanzina (2001) South Kensington, regia di Carlo Vanzina (2001) Un maresciallo in gondola – film TV (2002) Febbre da cavallo - La mandrakata, regia di Carlo Vanzina (2002) Il pranzo della domenica, regia di Carlo Vanzina (2003) Le barzellette, regia di Carlo Vanzina (2004) In questo mondo di ladri, regia di Carlo Vanzina (2004) Il ritorno del Monnezza, regia di Carlo Vanzina (2005) Eccezzziunale veramente - Capitolo secondo... me, regia di Carlo Vanzina (2006) Olé, regia di Carlo Vanzina (2006) Piper – film TV (2007) 2061 - Un anno eccezionale, regia di Carlo Vanzina (2007) Matrimonio alle Bahamas, regia di Claudio Risi (2007) Un ciclone in famiglia – miniserie TV, 22 episodi (2005-2008) Un'estate al mare, regia di Carlo Vanzina (2008) Vip – film TV (2008) Piper - La serie – serie TV, 2 episodi (2009) Un'estate ai Caraibi, regia di Carlo Vanzina (2009) La vita è una cosa meravigliosa, regia di Carlo Vanzina (2010) Ti presento un amico, regia di Carlo Vanzina (2010) Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata, regia di Carlo Vanzina (2011) Ex - Amici come prima!, regia di Carlo Vanzina (2011) Vacanze di Natale a Cortina, regia di Neri Parenti (2011) Buona giornata, regia di Carlo Vanzina (2012) Area Paradiso, regia di Diego Abatantuono (2012) Mai Stati Uniti, regia di Carlo Vanzina (2013) Sapore di te, regia di Carlo Vanzina (2014) Un matrimonio da favola, regia di Carlo Vanzina (2014) Ma tu di che segno 6?, regia di Neri Parenti (2014) Torno indietro e cambio vita, regia di Carlo Vanzina (2015) Miami Beach, regia di Carlo Vanzina (2016) Non si ruba a casa dei ladri, regia di Carlo Vanzina (2016) Caccia al tesoro, regia di Carlo Vanzina (2017) Una festa esagerata, regia di Vincenzo Salemme (2018) Natale a 5 stelle, regia di Marco Risi (2018) Sotto il sole di Riccione, regia degli YouNuts! (2020) Lockdown all'italiana, regia di Enrico Vanzina (2020) Tre sorelle, regia di Enrico Vanzina (2022) Sotto il sole di Amalfi, regia di Martina Pastori (2022) La canzone romana, regia di Enrico Vanzina e Elena Bonelli Produttore Italian Fast Food, regia di Lodovico Gasparini (1986) Cronaca nera – film TV (1987) Il vizio di vivere – film TV (1988) Il decimo clandestino – film TV (1989) Mano rubata – film TV (1989) Cinema – film TV (1989) La moglie ingenua e il marito malato – film TV (1989) Gioco di società – film TV (1989) Vita coi figli – film TV (1990) Maximum Exposure – miniserie TV, 4 episodi (1993) I mitici - Colpo gobbo a Milano, regia di Carlo Vanzina (1994) Io no spik inglish, regia di Carlo Vanzina (1995) Selvaggi, regia di Carlo Vanzina (1995) Fratelli coltelli, regia di Maurizio Ponzi (1997) Buona giornata, regia di Carlo Vanzina (2012) Miami Beach, regia di Carlo Vanzina (2016) Non si ruba a casa dei ladri, non accreditato, regia di Carlo Vanzina (2016) Natale a 5 stelle, regia di Marco Risi (2018) Sotto il sole di Riccione, regia degli YouNuts! (2020) Lockdown all'italiana, regia di Enrico Vanzina (2020) Tre sorelle, regia di Enrico Vanzina (2022) La canzone romana, regia di Enrico Vanzina e Elena Bonelli Regista Lockdown all'italiana (2020) Tre sorelle (2022) Attore L'ultimo gattopardo - Ritratto di Goffredo Lombardo, regia di Giuseppe Tornatore (2010) Titanus 1904, regia di Giuseppe Rossi (2024) Libri Le finte bionde, 1986 Sotto il Colosseo niente, 1994 Colazione da Bulgari, 1996 La vita è buffa, 2000 Vacanze di Natale, 2003 Il mio mondo, 2006 Commedia all'italiana: ritratto di un paese che non cambia, 2008 Una famiglia italiana, 2010 Il gigante sfregiato, 2013 Il mistero del rubino birmano, 2015 La donna dagli occhi d'oro, 2016 La sera a Roma, 2017 Mio fratello Carlo, 2019 Una giornata di nebbia a Milano, 2021 Diario diurno, 2022 Il cadavere del Canal Grande, 2022 Noblesse oblige, 2024 Riconoscimenti Grolla d'oro Premio De Sica Premio Flaiano Nastro d'argento Premio Charlot Telegatto Premio America della Fondazione Italia USA Premio Agnes per il giornalismo Special Award del Premio Alessandro Cicognini[10] Premio Anna Magnani, la VII edizione[11] Premio Sette Colli 2022 David di Donatello 2023[12] Premio Villa Bertelli 2023[13] Leone d'Oro per meriti letterari al Senato della Repubblica 2023[6][14] Gran Trofeo del Premio Letterario Internazionale Casinò di Sanremo Antonio Semeria. Note ^ Fonte: MYmovies. Enrico Vanzina biografia | MYmovies.it. Vedi anche un suo intervento sul Corriere della Sera del 2 ottobre 1993. Archivio Corriere della Sera ^ Enrico Vanzina | Aqua Film Festival, su aquafilmfestival.org, 21 marzo 2018. URL consultato il 5 dicembre 2024. ^ Albo Nazionale dei Giornalisti - consultato l'11 maggio 2022, su odg.it. URL consultato l'11 maggio 2022 (archiviato dall'url originale il 10 maggio 2019). ^ Come, in diverse occasioni, sulla sua rubrica su Il Messaggero ^ Come ha dichiarato nel libro Mio fratello Carlo (2019)  Annarita Borelli, Venerdi' 24 settembre. Sala Zuccari Senato della Repubblica. Gran Premio Internazionale di Venezia. Conferenza sulla Pace e consegna dei Leoni D'Oro., su Obiettivo Notizie, 22 novembre 2023. URL consultato il 26 novembre 2023. ^ Contatti e Organigramma, su Leone doro. URL consultato il 26 novembre 2023. ^ Vi Racconto: la nuova rubrica di Enrico Vanzina su Cine34, su Magazine tivù, 8 novembre 2023. URL consultato il 14 novembre 2023. ^ Chi è Federica Burger, la moglie di Enrico Vanzina, su donnaglamour.it. ^ Copia archiviata, su cityrumors.it. URL consultato il 25 maggio 2020 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2020). ^ Premio Anna Magnani, la VII edizione, su terzapagina.it. ^ David di Donatello 68ª edizione, David Speciale a Enrico Vanzina, su rainews.it. ^ Premio Villa Bertelli 2023, su villabertelli.it. ^ Il Leone d'oro va al pronipote di Enrico Mattei » Pensalibero.it, su Pensalibero.it, Informazione laica on line, 25 novembre 2023. URL consultato il 26 novembre 2023. Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Enrico Vanzina Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Enrico Vanzina Collegamenti esterni Registrazioni di Enrico Vanzina, su RadioRadicale.it, Radio Radicale. Modifica su Wikidata Enrico Vanzina, su MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata (EN) Enrico Vanzina, su IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata (EN) Enrico Vanzina, su AllMovie, All Media Network. Modifica su Wikidata (DE, EN) Enrico Vanzina, su filmportal.de. Modifica su Wikidata V · D · M Vincitori del Premio Internazionale di narrativa "Città di Penne" Portale Biografie   Portale Cinema Categorie: Sceneggiatori italiani del XX secoloSceneggiatori italiani del XXI secoloProduttori cinematografici italianiScrittori italiani del XX secoloScrittori italiani del XXI secoloProduttori cinematografici del XX secoloProduttori cinematografici del XXI secoloNati nel 1949Nati il 26 marzoNati a RomaSceneggiatori figli d'arteStudenti della Sapienza - Università di RomaVincitori del Premio Flaiano di cinematografiaDavid di Donatello alla carriera[altre] Sceneggiatore e produttore cinematografico italiano (n. Roma 1949). Cresciuto a stretto contatto con il mondo del cinema (è figlio del regista S. Vanzina, noto come Steno), negli anni Settanta ha cominciato la sua lunga carriera di sceneggiatore (con Luna di miele in tre, 1976), che lo ha portato a scrivere per importanti nomi del cinema italiano. Insieme con il fratello C. Vanzina, nel 1984 ha fondato la casa di produzione International Video 80. Grazie alle sue commedie (prime fra tutte quelle del ciclo “di Natale” degli anni Ottanta e Novanta), autore tra i più amati dal pubblico italiano (è del 2011 Ex: amici come prima!, del 2012 Buona giornata, del 2013 Mai Stati Uniti, del 2014 Sapore di te e del 2016 Miami Beach e Non si ruba a casa dei ladri), nel 2013 ha esordito nella scrittura con il romanzo Il gigante sfregiato, a cui hanno fatto seguito Il mistero del rubino birmano (2014), La sera a Roma (2018), il testo autobiografico Mio fratello Carlo (2019) e Una giornata di nebbia a Milano (2021). Nel 2020 ha diretto e sceneggiato la pellicola cinematografica Lockdown all'italiana e nel 2023 è stato insignito del David di Donatello Speciale.Nome compiuto: Enrico Vanzina.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vario: la ragione conversazionale della filosofia della vita a Roma – Philosophy of Life -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: IL GIARDINO. In Grice’s time, philosophy was not studied as a separate subject, but under classics. Philosophy wss introduced upon completion of five terms into the B. A. Lit. Hum. Mundle complained: Grice referred to ordinary language as the language employed by any philosopher who had earned a first at Greats – as his pupil Strawson never did! -- Filosofo italiano. L’orto. Friend of FILODEMO (vedi). A poet. One of his works, “On death,” was doubtless shaped by L’Orto. He had a significant influence on VIRGILIO (vedi). His tutor was SIRO (vedi).   Orazio legge davanti al circolo di Mecenate, di cui faceva parte anche Vario Rufo (dipinto di Fedor Bronnikov, del 1863, conservato presso il Museo d'arte di Odessa). Lucio Vario Rufo (in latino Lucius Varius Rufus; Turbigo, prima del 70 a.C. – dopo il 19 a.C.) è stato un poeta romano dell'età augustea.  Biografia  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). (latino) «quem non ille sinit lentae moderator habenae qua velit ire, sed angusto prius ore coercens insultare docet campis fingitque morando.» (italiano) «Che il guidatore della flessibile briglia non lascia andare dove vuole, ma prima frenandolo nella bocca (“ore”), tenuta stretta, gli insegna a galoppare nella piana e trattenendolo lo ammaestra» (Vario Rufo, Frammento Traglia)  Amico di Virgilio, di cui era certamente più grande, Vario fu anch'egli epicureo, come attestato anche da Quintiliano, che lo definisce esplicitamente epicureus[1] e da Filodemo di Gadara, che gli dedicò un trattato Sulla morte[2].  Avrebbe, comunque, introdotto Virgilio nel circolo di Mecenate e, con lui, presentato anche Orazio. Che Virgilio ne fosse amico e ammiratore traspare dal fatto che, negli anni Quaranta, Virgilio, sotto lo pseudonimo di Licida, rimpiangeva di non aver prodotto fino a quel momento nulla di paragonabile alla poesia di Vario o di Elvio Cinna[3]. La gratitudine e la stima di Orazio, invece, è evidente dalla definizione di quest'ultimo di Vario come un maestro dell'epica e l'unico poeta in grado di celebrare le gesta di Marco Vipsanio Agrippa[4].  Ancora la già citata testimonianza di Quintiliano lo pone in stretti rapporti con Augusto: una didascalia[5], infatti, informa che nel 29 a.C. lavorò per i giochi celebrativi in onore della vittoria di Augusto alla battaglia di Azio (31 a.C.) e che Vario ricevette un milione di sesterzi dal princeps. Dopo la morte di Virgilio, fu incaricato da Augusto, insieme a Plozio Tucca, di pubblicare l'Eneide. Dopo questa data non abbiamo altre notizie.  Opere Delle opere di Vario, come detto, celebrate in età augustea non ci restano che magri frammenti. Da Macrobio sappiamo che Vario compose un poema De morte[6], ampiamente riecheggiato da Virgilio.  Orazio, invece, alluderebbe ad un altro poema[7]: secondo uno scoliasta, infatti, si tratterebbe di un panegirico di Augusto[8].  L'opera letteraria più famosa di Vario fu, comunque, la tragedia Tieste[9], che Quintiliano riteneva non essere inferiore ad alcuna tragedia greca[10].  Note ^ Quintiliano, VI 3, 78. ^ Marcello Gigante, Ricerche filodemee, Napoli, Macchiaroli, 1969, pp. 63-122. ^ Bucoliche, IX, 35-36. ^ Orazio, Carmina, I 6. ^ Conservata in un manoscritto a Parigi. ^ Frr. 147-150 Hollis; la notizia è in Macrobio, Saturnalia, VI 1, 39 e 2, 19. ^ Orazio, Satire, I 10, 43. ^ 3 versi di dubbia autenticità (Fr. 152 Hollis). ^ Frr. 154-156 Hollis. ^ Quintiliano, X 1, 98. Bibliografia Adrian Swayne Hollis, Fragments of Roman Poetry: 60 BC-AD 20, Oxford University Press, 2007, pp. 253–281 (testo, traduzione inglese e commento dei frammenti). Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Lucio Vario Rufo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Lucio Vario Rufo Collegamenti esterni Vàrio Rufo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Augusto Rostagni, VARIO RUFO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. Modifica su Wikidata Vàrio Rufo, Lùcio, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Varius, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Lucio Vario Rufo, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Lucio Vario Rufo, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata V · D · M Circolo di Mecenate Controllo di autorità               VIAF (EN) 25977336 · ISNI (EN) 0000 0003 7116 0952 · BAV 495/128740 · CERL cnp00396769 · Europeana agent/base/72310 · LCCN (EN) n83063496 · GND (DE) 118626140 · BNF (FR) cb12221783w (data) · J9U (EN, HE) 987007441971305171   Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Età augustea   Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniPoeti del I secolo a.C.Romani del I secolo a.C.Nati a Turbigo[altre] Vario Rufo, Lucio (Varro)  Poeta epico e tragico romano (sec. I a.C.), amico di Virgilio e di Orazio; ricevette da Augusto, con Plozio Tucca, l'incarico di pubblicare l'Eneide dopo la morte di Virgilio. Un duplice ordine di motivi legittima l'identificazione con lui del Varro di Pg XXII 98: motivi di ordine testuale e motivi di ordine ideologico.  Presso gli amanuensi medievali è documentata un'oscillante e mutevole grafia del nome in questione secondo le forme Varius, Varus, Varrus: è quindi plausibile ortograficamente la lezione dantesca Varro per Vario (la legittimità della lezione Varro è sostenuta dall'ediz. Petrocchi; cfr. anche Bosco). -ALT  In Pg XXII D. stila nei versi in questione un canone poetico a quattro elementi sulla falsariga di quello dei poetae regulati. Sappiamo che in ognuno dei canoni che D. stila nella Commedia Virgilio viene nominato a latere, non inserito, ma generalmente segnalato: è il caso di Varro che funge da segnale di Virgilio. Il canone che qui D. stila è un canone di poeti comici in cui sono rappresentati personaggi dell'antica commedia (Plauto e Terenzio, Cecilio, donde la probabile eco oraziana: " Quid autem / Caecilio Plautoque dabit Romanus ademptum / Vergilio Varioque? ", Ars poet. 53 ss.) e personaggi della commedia nuova nella persona di Persio (Pg XXII 100) che viene nominato significativamente dallo stesso Virgilio. Qualora si consideri questo canone unitamente a quello di If IV (v. ORAZIO), risulta chiara la volontà di D. di qualificare la propria poesia, il valore della sua Commedia, il rapporto con gli auctores nell'ambito di un discorso di ‛ genere poetico ' che travalica il dato specifico per diventare una questione che riguarda le matrici ideologiche della Commedia.  Bibl. - U. Bosco, Particolari danteschi, in " Annali Regia Scuola Norm. Sup. Pisa " s. 2, XI (1942) 143-147 (anche per le questioni della tradizione ortografica dal nome Varro), rist. in D. vicino, Caltanissetta-Roma 1966, 391-398; R. Mercuri, Terenzio nostro antico, in " Cultura Neolatina " XXIX (1969) 84-116 (soprattutto pp. 85-91).Nome compiuto: Lucio Vario Rufo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vario,” Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varisco: la ragione conversazionale, o l’implicatura conversazionale del sommario di criticismo – la scuola di Chiari – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Chiari). Abstract. Keywords: gnothi seauton, implicatura dell’oracolo. Filosofia critica. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Chiari, Brescia, Lombardia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “We all learned about the ‘gnothi seauton’ at Clifton – Varisco composed a full tract about it! Calogero has analysed the implicatures! The idea is that you need a ‘thou’ to tell ‘thou’ ‘knowest THYself” – although the oracular mystique is still there!” – – Nasce da Carlo, direttore del ginnasio locale, e da Giulia Bonatelli, sorella del filosofo BONATELLI (vedasi). Il padre è un cultore appassionato delle lingue e delle civiltà classiche, ma, privo di ambizioni sia accademiche sia scientifiche, rimane per tutta la vita a dirigere il ginnasio di Chiari, giungendo al punto di ri-fiutare la presidenza del liceo di Rimini offertagli, probabilmente per il suo orientamento patriottico, dal governo dello stato unitario, di recente proclamazione. La madre di V. è la seconda moglie del padre, che dalla prima, scomparsa in giovane età, aveva avuto un solo figlio, morto da bambino. Con Giulia, Carlo V.  ebbe, oltre a Bernardino, tre figlie. Rimasto vedovo una seconda volta, si sposa per la terza, di nuovo con una Bonatelli, alla quale pure sopravvisse.  L’infanzia e l’adolescenza di V. sono contraddistinte da un’educazione ispirata a sentimenti patriottici e irredentistici, pervasi da una profonda religiosità. Dopo aver concepito, senza riuscire a portarlo a termine, il disegno di arruolarsi nell’esercito italiano allo scoppio della  guerra di indipendenza – quando è allievo del collegio nazionale di Torino –, in occasione dell’esame con il quale corona il suo percorso scolastico scrive un componimento intriso di un così profondo e sincero sentimento nazionale e contraddistinto da un’enfasi letteraria tanto efficace che gli valse la medaglia d’oro del re, venendo valutato come la migliore prova scritta di italiano tra tutte quelle composte da coloro che, nel suo stesso anno, sostennero l’esame di licenza liceale. Terminato il liceo, V. si iscrive al Poli-Tecnico di Torino, città nella quale svolge il suo percorso scolastico secondario, per poi passare a Padova dove si laurea in ingegneria e conosce la sua futura moglie, Natalina Müller. Il matrimonio lo costringe ad abbandonare la prospettiva di intraprendere una libera professione, cosa che avrebbe richiesto troppo tempo, tenuto conto dei suoi nuovi obblighi, per ottenere un reddito soddisfacente, e lo induce a dedicarsi all’insegnamento della matematica presso l’istituto tecnico di Porto Maurizio. Qui nacquero le sue due figlie, Giulia e Maria, ma, contemporaneamente, inizia a declinare la salute della moglie, che muore. Questa morte prematura fu causa, per V., di una profonda afflizione testimoniata, tra l’altro, da alcune lettere al padre in cui V. dichiara di essere stato trattenuto dal por fine alla propria vita solo dal senso religioso del dovere e della responsabilità nei confronti delle figlie. L’evento luttuoso determinò, inoltre, un lacerante conflitto con il suocero Müller, che lo ritenne responsabile del destino di Natalina, accusandolo di averne causato la morte con l’impedire che lei si trasferisse, per un periodo, in provincia di Padova allo scopo di riprendersi dal logoramento fisico cui i due parti ravvicinati avevano sottoposto il suo gracile organismo. Il suocero attribuiva l’opposizione di V. alla morbosa gelosia da lui nutrita nei confronti della moglie, e non volle mai più rivedere il genero. Nonostante il dolore per la perdita subita, aggravato dalla mortificazione prodotta in lui dalle accuse del suocero, V. si sposa una seconda volta, colla figlia di un preside di Porto Maurizio, ma il matrimonio non durò che i pochi mesi necessari ai due coniugi per rendersi conto dell’incompatibilità dei loro caratteri e delle rispettive esigenze, concludendosi, in breve, con una separazione. È a quel punto che V. si trasferì da Porto Maurizio a Bergamo e che iniziano a intensificarsi i rapporti e gli scambi con lo zio materno: il filosofo BONATELLI (vedasi). Questi, aderente a una visione spiritualistica e religiosa della vita alla quale ispira il proprio pensiero filosofico, esercita progressivamente un’influenza sempre più decisa su V. che, laureato in ingegneria e insegnante di matematica, propende inizialmente per un indirizzo filosofico di orientamento positivistico. È grazie allo zio che in V. si risvegliò un interesse per la filosofia molto meno generico di quanto non fosse la sua istintiva simpatia di scienziato per il positivismo, al quale, comunque, continua a guardare con attenzione anche dopo l’avvio del proprio più diretto impegno filosofico, ma in modo maggiormente avvertito e consapevole dal punto di vista concettuale. Questo più definito interesse per la filosofia lo spinse a esporre, in una serie di contributi – pubblicati negli Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti grazie ai buoni uffici di BONATELLI (vedasi) – le proprie riflessioni di carattere filosofico su tematiche di natura logico-gnoseologica. Apparvero così le Ricerche intorno ai principi fondamentali del pensiero, le Ricerche intorno ai principi fondamentali del ragionamento – cf. H. P. Grice, raziocinio – le conferenze Kant a Stanford -- e il saggio Di una nuova ipotesi intorno ai fondamenti del pensiero. Uscirono, per i tipi di due tipografie, una di Bergamo e l’altra di Padova, Sul problema della conoscenza e Verità di fatto e verità di ragione – Grice: “Leibniz, the inventor of the ‘analytic/synthetic’ dogma!” -- . Con La necessità logica, pubblicato negli Atti della Reale Accademia di scienze morali e politiche di Napoli, si conclude questo intenso periodo di elaborazione filosofica che lo occupa. In precedenza V. pubblica degli scritti di carattere scientifico -- se ne segnalano due: Sui numeri primi e Sulla deviazione apparente del piano di oscillazione di un pendolo dovuta alla rotazione terrestre.  È questa, presumibilmente, la fase alla quale va fatto risalire il suo originario orientamento positivistico, empiristico, deterministico, da lui stesso denunciato e rigettato in seguito, ma che non manca di far sentire la propria influenza anche nei contributi di carattere filosofico. In questi, da un lato, tutto viene ridotto ad atti e, come in H. P. Grice, stati di coscienza, o ‘stati menntali’ o ‘atti mentali’ – ‘mental acts’ – H. P. Grice, “Negation and privation” -- ma, dall’altro, tale distinzione s’intreccia con quella fra esteriorità e interiorità in un modo che non lascia dubbi sul carattere non idealistico di una gnoseologia così concepita. In un quadro filosofico diverso, a distanza di una quindicina d’anni, nell’opera I massimi problemi, si ritrova una distinzione analoga tra ‘sensibile’ e ‘sentito’ – cf. H. P. Grice e G. J. Warnock, ‘videre’, ‘visum’ --. ‘sensum’ – sense data – Grice in Scharwtz, Sensing. La relativa indipendenza del sensibile rispetto al SENTITO – SENSO, SENSVM -- comporta qui che, anche se del sensibile si può avere contezza solo attraverso un atto di apprendimento soggettivo ossia una sensazione individuale, esso sussiste indipendentemente da quell’atto – H. P. Grice, ‘mental act’ -- e può essere oggetto di tanti altri atti distinti di apprendimento soggettivo -- di analoghe sensazioni cioè che, avendolo come contenuto comune, siano espressione di altrettante diverse coscienze individuali. Come contenuto comune di atti di coscienze diverse, esso fornisce la base per conferire alla conoscenza unità e inter-connessione. Ma se questa unità, che potrebbe essere definita ‘dal basso’, fosse la sola, non avremmo mai modo di coniugarla con un sistema organico di leggi razionali, che corrisponde a una unità ‘dall’alto.’ Gli stati di coscienza sono altrettante monadi che possono combinarsi in una unità razionale solo a condizione che la razionalità che li pervade -- e che si riflette tanto nei sentiti – SENSUM – SENSA – cf. Grice e Warnock, ‘VISA’ -- quanto nei sensibili --  sia a sua volta ri-conducibile a un principio unico e sovra-sensibile, l’essere, del quale si tratta di comprendere se rappresenti solo una unità necessaria, rigorosamente governata da leggi deterministiche o non sia a sua volta una unità personale – cf. H. P. Grice, “Personal identity” -- dotata di coscienza e trascendente tutte le coscienze, alle quali, con questo suo trascenderle, fornirebbe, appunto, unità. In effetti, sia pure all’interno della rigida necessità delle leggi dell’essere, la coscienza, fatto tra i fatti, è tuttavia contraddistinta dalla spontaneità, ossia dalla libertà – H. P. Grice, sugar-free, alcohol-free -- e dal finalismo – cf. Grice’ keyword: end -- , che soli possono rendere conto dell’agire del soggetto che ne è depositario; di un soggetto, cioè, influenzato non semplicemente dalle leggi della ragione ma dal sentimento, dalla volontà e dai valori: tutti elementi senza i quali una vera e concreta conoscenza risulterebbe impossibile.  Il pensiero di V. è, pertanto, un pensiero che intende porsi al di là delle alternative fra materialismo e idealismo, immanenza e trascendenza, e che, proprio per questo, è stato spesso interpretato riconducendolo all’uno o all’altro di questi estremi -- nella sua fase matura esclusivamente al secondo. In realtà la sua filosofia dovrebbe, piuttosto, definirsi come un pensiero oscillante fra i termini di questa duplice alternativa, volto a superarla rendendo conto insieme delle esigenze insopprimibili dell’una e dell’altra posizione, anche se tendente ad accentuare, nel suo sviluppo, l’aspetto idealistico -- mantenuto, comunque, a una rigida ‘distanza di sicurezza’ dall’idealismo di Croce e di Gentile, con i quali, soprattutto con il secondo, il rapporto non è mai idilliaco, come risulta dai giudizi spesso sprezzanti che riguardo a V. si trovano formulati nella corrispondenza dei due filosofi -- insieme a quello religioso o trascendente: due tratti che mal si combinano e che infatti inducono V., nella sua ultima riflessione, ad affidarsi sempre più al sentimento religioso come all’autentica chiave per dispiegare, intera, la natura della ragione. Di questo esito conclusivo -- anche se non necessariamente concludente -- è documento l’opera postuma Dall’uomo a Dio – cf. H. P. Grice, From the creature to the Genitor – God as an exegetical device --, la cui importanza agl’occhi di V. è provata dal suo affidarla, per sicurezza, alle poste, senza portarla con sé, ogni volta che si muove tra Chiari e Roma essendo nel frattempo divenuto senatore del Regno d’Italia, perché gli venisse recapitata al suo arrivo. In ogni caso, gli scritti dei suoi esordi filosofici, pubblicati, sono preludio all’opera che da per prima autentica fama e risonanza al suo pensiero, ossia Scienza e opinioni, la quale ottenne il premio reale e gli valge la cattedra universitaria presso l’Ateneo romano, dove insegna. La sua carriera accademica è pertanto piuttosto breve, concludendosi con il pensionamento per raggiunti limiti di età. Ma un ulteriore riconoscimento lo attende: la nomina a senatore, per avere con la sua opera dato lustro all’Italia: carica il cui conferimento dimostra come, anche se le parole commemorative di Federzoni in Senato alla sua morte -- meglio che veterano, PROFETA DEL FASCISMO --, in Senato del Regno, Atti parlamentari, Discussioni -- si devono considerare senz’altro eccessive nella loro enfasi retorica, V. non è ostile al fascismo, che vide nascere probabilmente con favore, data la sua adesione alla causa nazionalista dalla quale è spinto anche a collaborare, per qualche tempo, al periodico di Corradini L’Idea nazionale.  Dopo il fallimento del secondo matrimonio V. vive sempre con la prima figlia, Giulia. La seconda, Maria, alla quale era particolarmente affezionato, si sposa e muore: questo evento gli da l’ultimo grande dolore e ne sconvolse l’incipiente vecchiaia imprimendo un senso tragico all’ultima fase della sua esistenza. Giunto all’età di ottantatré anni, è ricoverato per una sorta di logoramento senile nell’ospedale di Chiari, dove si spense circondato dall’affetto della figlia rimasta sempre con lui e degli allievi più cari accorsi al suo capezzale, tra i quali, in particolare, ZUBIENA (vedasi) e CARABELLESE (vedasi).  Opere. Una bibliografia sostanzialmente completa delle opere di V. è nel lavoro di Alliney, ove non vengono menzionati i tre scritti di carattere scientifico che risalgono ad anni precedenti allo sbocciare della sua vocazione filosofica: Saggio sulla teorica dei rapporti, Padova; Sui numeri primi, Jesi; Sulla deviazione apparente del piano di oscillazione di un pendolo dovuta alla rotazione terrestre, in Giornale scientifico delle scuole secondarie italiane, Fonti e Bibl.: L’unica biografia esistente di Varisco è rappresentata dalle poche pagine della prefazione (L’uomo Varisco) all’opera citata di Giulio Alliney, che di Varisco era nipote, essendo figlio della figlia Maria. La bibliografia su Varisco non è molto recente (segno di un interesse per la sua personalità e il suo pensiero che si è andato spegnendo): P. Carabellese, L’essere e il problema religioso. A proposito del conosci te stesso di B. V., Bari 1914; A. Levi, Il pensiero filosofico di B. V., in Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, 1920; G. Tarozzi, La filosofia di B. V., in Rivista di filosofia, 1923; E. Castelli, Il problema teologico in B. V., in Scritti filosofici per le onoranze nazionali a B. V., Firenze 1925; A. Pastore, Verità e valore nel pensiero filosofico di V., ibid.; P. Carabellese, Il pensiero di B. V., in Giornale critico della filosofia italiana, 1926; E. Castelli, Il pensiero religioso in B. V., in Studium, 1929; E. De Negri, La metafisica di B. V., Firenze 1929; E. Castelli, Il massimo problema nel pensiero e nella vita di B. V., in La scuola cattolica, 1933; C. Ottaviano, Il superamento dell’immanenza in B. V., in Archivio di filosofia, 1934; P. Carabellese, B. V., in Enciclopedia italiana, XXXIV, Roma 1937, s.v.; M.F. Sciacca, B. V., in Logos, 1937; T. Moretti-Costanzi, Il problema dell’uno e dei molti nel pensiero di B. V., Roma 1940; G. Alliney, B. V., Milano 1943; G. Calogero, La filosofia di B. V., Messina-Firenze 1950.Insegna filosofia a Roma e senator. La sua formazione filosofica coincide con la crisi del positivismo.  Si laurea a Pavia. Partendo da posizioni solidamente scientifiche, V. avverte sollecitamente il limite di ogni conoscenza che voglia essere esclusivamente composto di ragione, e scopre insieme la concomitante componente fideistica di ogni affermazione di verità.  Questo ricorso alla fede come sentimento del sopra-naturale è utilizzato da V. sia per affermare la preminenza della filosofia come conoscenza concreta sui processi astrattivi della scienza -- “I massimi problemi” (Milano, Libreria Editrice Milanese) -- sia per approdare ad uno spiritualismo pluralistico con forti accentuazioni teistiche -- “Dall'uomo a Dio” (Padova, Milani).  Altre saggi: “Scienza ed opinione” (Roma, Alighieri); “La patria” (Roma, Provenzani), “Conosci te stesso” (Milano, Libreria Milanese); “La scuola per la vita” (Milano, Isis); “Linee di filosofia critica” (Roma, Signorelli); “Discorsi politici” (Roma, Alberti); “Sommario di filosofia” (Roma, Signorelli). Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dell'Ordine della corona d'Italia, ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia. Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia. Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Sa PIRRZA semana A? I (9 e | 0 Db sb Ò N S LL SOMMARIO FILOSOFIA < CURSI - 3 COLLEZIONE FILOSOFICA a cura di E. CASTELLI VI Il presente lavoro fu, sul principio del corrente anno 1927, pubblicato in tedesco dall’editore Felix Meiner di Lipsia. ALTRE RECENTI PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE Linee di Filosofia Critica — Roma, Signorelli, 1925. Discorsi politici — Roma, De Alberti, 1926. La scuola per la vita — 2° ediz.; Venezia, “La Nuova Italia ,, 1927. DALL'UOMO A DIO (D’Imminente pubblicazione) » BERNARDINO VARISCO BERNARDINO VARISCO. SOMMARIO DI FILOSOFIA ROMA ANGELO SIGNORELLI - EDITORE VIA DEGLI ORFANI, 88 1928 : : Proprietà Letteraria : :(—— — ANGELO SIGNORELLI EDITORE — ROMA Roma, 1928 — Coop. Tip. « Egeria » - Via Marco Polo, 19. CENNI AUTOBIOGRAFICI Il prof. B. Varisco è molto vecchio, essendo nato il 20 aprile 1850, in Chiari, allora una grossa bor- gata oggi una cittaduzza della provincia di Brescia. Il padre suo, Carlo, pur nativo di Chiari, piccolo pro- prietario, e professore nel patrio ginnasio, lo educò accuratamente, facendogli acquistare per tempo una buona cultura latina e italiana. Lo zio paterno ave- va preso parte alla guerra del ’48 e vi era morto valorosamente. Lo zio materno divenne, più tardi, professore di filosotia nelle università, prima di Bo- logna, poi di Padova. La famiglia, molto religiosa e aliena da ogni setta, era italianamente patriot- tica. Sentimento, che nel fanciullo venne precoce- mente chiarito e corroborato, così da rendersi dure- vole, dalla guerra del ’59, e dagli avvenimenti che la seguirono. Sulla fine del ’64 il giovinetto, che | aveva poco più d’un anno prima perduta la madre — donna dedita in tutto alla famiglia, energica e affettuosa, indimenticabile — fu mandato nel col- legio nazionale di Torino, a compiervi gli studi classici. Poi dovette scegliersi una carriera. E tale, che . gli permettesse di non allontanarsi da Chiari, dove il padre già innanzi con gli anni, e le sorelle giova- nissime, avrebbero avuto bisogno di lui; e dove la famiglia, bastantemente stabilita e molto accredìi- tata, poteva prosperar con poco rimanendo unita, meglio che non avrebbe fatto con molto più divi- dendosi. Non inclinato nè all’avvocatura nè alla me- dicina, il giovinetto si decise per l’ingegneria; e la scelta parve, a tutti quelli che avevano diritto e voglia di giudicarla, buona. La fama, di cui nutriva in segreto il desiderio, egli s’immaginava d’acqui- starla, tanto più facilmente, quanto meno la con- nettesse con l’utilità. Ma le circostanze, che durando avrebbero favo- rito i suoi disegni, mutarono mandandoli a monte, ancor prima ch’egli si fosse laureato. Non era più da pensare a esercitar l’ingegneria in Chiari, e molto meno fuori. Bisognava procacciar subito un pane; per sè, alle sorelle provvedeva il padre. Scolaro di- ligente, s’era guadagnata la benevolenza de’ suoi professori; che gli ottennero, cosa non difficile allo- ra, una cattedra di matematica nelle scuole medie. Vi salì sui primi del ’74; ne discese, per salire su quella di filosofia nell’università di Roma, sui primi del ’906. Rendiamo ragione, senza entrare in parti- colari noiosi e inutili, di questo passaggio, dopo un così lungo intervallo. Ai doveri del proprio ufficio, il prof. V. atten- deva con una diligenza, che dai superiori fu lodata e premiata. Nondimeno, egli non trascurò mai la cultura, da cui aveva sperato fama; e che andò man mano assumendo, grazie in parte allo zio materno, un carattere filosofico sempre più spiccato. A inter- sg — valli — rari, perchè i doveri d’ufficio, e le cure della famiglia che si era formato, esigevano pressochè tutto il suo tempo — fece in questo campo qualche tentativo, che non ebbe fortuna. Ma questi scacchi non gl’impedirono di curar l’educazione delle sue figliole, di preparare le sue lezioni, di correggere i lavori de’ suoi alunni, di leggere nelle ore d’ozio i suoi classici e i suoi filosofi, e di prendere degli appunti. Questi crebbero lentamente fino a costituire un insieme, rispettabile per la mole. Il prof. V.li scelse, li ordinò, li corresse, ne mise insieme un lavoro in- trinsecamente abbastanza ‘uno, che mandò mano- scritto a un concorso e che nel ’900 fu premiato. L’anno dopo il manoscritto fu stampato in un bel vo- lume col titolo «Scienza e Opinioni», presto esaurito. Tra il ’901 e il ’905 apparvero parecchie altre pubbli- cazioni; basti ricordare «Forza ed energia» (una di- scussione dell’energetica di Ostwald), e «Dottrine e fatti». Nel ’905 il prof. V. vinceva il concorso alla cattedra di filosofia all’Università di Roma. Nei lavori accennati era espressa una concezio- ne positivistica, o più esattamente naturalistica, del mondo. Meritano qualche rilievo due punti. Primo: le conclusioni dell’indagine scientifica (naturalistica) forse non sono assolutamente vere, ma «constano»; vale a dire: non criticabili scientificamente, nè quindi filosoficamente, potrebbero essere inaccetta- bili sotto un altro punto di vista, sotto quello del sentimento. Perciò il prof. V. rimaneva, e lo disse, teista, o almeno deista, mentre il sistema da lui costituito era schiettamente ateistico. In seguito, la — 8- e distinzione tra il vero e ciò che consta fu da lui molto modificata; ma non mai abbandonata; e in- . somma si riduce alla distinzione tra la filosofia e le. scienze particolari. Secondo : atomista in fisica, il prof. V. ritenne tuttavia, doversi all’atomo attribuire anche dei ca- ratteri psichici; questa supposizione gli parve neces- saria, oltrechè alla psicologia e alla gnoseologia (da lui allora confuse), anche alla fisica. In tal modo, l’atomismo assumeva una tal quale somiglianza con ciò che sarebbe il monadismo leibniziano, se le mo- nadi fossero tra loro connesse causalmente. La somi- glianza divenne anche maggiore in seguito; ma il prof. V. non ammise mai, che le monadi «non aves- sero finestre». Nel Sommario il suo monadismo è sviluppato, così gli pare, con tutta la chiarezza com- patibile con la massima brevità. Il carattere psi- chico degli ultimi elementi fisici lo condusse ad abbandonare il determinismo rigoroso di «Scienza e . opinioni» : la causalità stessa implica, secondo lui un principio d’indeterminazione. Esporre dalla cattedra delle teorie non discusse criticamente sott’ogni aspetto, è una colpa, nella quale il prof. V. non voleva cadere. Perciò l’inse- gnamento universitario gl’impose come un obbligo di approfondire i propri studi, non frettolosi di certo, ma inevitabilmente un po’ frammentari. Già prima d’esser nominato universitario, ma dopo il ’901, egli era venuto in relazione col prof. G. Gen- tile, uscito allora dalla Scuola Normale Superiore di Pisa; dotato, quantunque giovanissimo, d’una cul- ITA + tura eccezionalmente vasta, e profondamente orga- nica. Presto, le relazioni divennero aspre. Ma il prof. V. ha, delle polemiche filosofiche, un concetto — esposto nell’Introduzione al Somma- rio — da cui senza dubbio neanche il G. non è ‘alleno: prima che a combattersi, anzi, più che a combattersi, bisogna pensare a capirsi. E l’appro- fondimento, impostogli, come si disse, per dovere d’ufficio, fu agevolato non poco dal desiderio di ben comprendere il suo contraddittore. — Il G. divenne poi suo collega nell’università romana, ed amico; il prof. V. non dimenticherà mai le segnalate affet- tuose prove di stima, dategli dal G. in più d’un’oc- casione. —: Conseguenza dell’approfondimento fu, che il V. abbandonò îÎl suo vecchio naturalismo, e vide, che la filosofia non è costruibile che sulla base della critica idealistica. Pure accettando questa come punto di partenza, il prof. V. non accetta l’idealismo, che in un certo senso; ma crede che, in un altro senso, il realismo sia ineliminabile. Parrebbe, ch’egli si proponga di costruire un ideo-realismo — espressione da lui stesso usata una volta, ma infelice, — o di accoz- zare sincretisticamente fidealismo e realismo. Non è così. Egli crede, che la stessa critica idealistica, meglio interpretata in qualche punto, implichi, e una certa limitazione dell’idealismo, e una certa rivalutazione del realismo ; crede insomma, che l’ac- cettare l’idealismo puro sia, non meno che l’accet- tare il realismo puro, un contravvenire a quanto vi è di accertato nella critica idealistica. Tutto ciò non 0 è molto chiaro; ma sarà chiarito nel Sommario, e particolarmente nella sua Conclusione. Per il pensiero, che dopo la sua conversione il prof. V. andò sviluppando, si vedano: I massimi problemi (1910, sec. ed. 1914), Conosci te stesso (1912) tradotti l’uno e l’altro in inglese; inoltre pa- recchi art. che riuniti formerebbero un volume orga- nico; Dall’uomo a Dio, in corso di stampa, e il presente Sommario. Da questi ultimi due lavori pre- scinderemo. Agli altri fu opposto, che i problemi veramente massiîni non vi abbiano ricevuto solu- zioni definitive. Opposizione ingiusta. Formulare, in ordine a un qualsivoglia problema, una soluzione; dichiararla definitiva, e riscotere così l’approvazione di quanti pensano allo stesso° modo — è facile, ma inconcludente. La soluzione dev’essere tale, che gli avversari, purchè desiderosi più d’apprendere che di cantar Vittoria, ne siano costretti, se non vogliono contrad- dirsi, a modificare più o meno profondamente le loro idee. Questo è il fine che il prof. V. si propose, al quale ritiene d’essersi andato approssimando; e che: gli sembra conseguito. nei due ultimi lavori. Nessu- no, che intenda le difficoltà del fine si meraviglierà . se ll prof. V., messosi all’opera già vecchio, non sia stato capace di compierla che al termine della sua vita. | Per ultimare questi cenni aggiungiamo, che il prof. Cento, amico del V. di cui era stato uno de’ migliori alunni, ordinò e pubblicò, nel vol. La scuola per la vita (1922), molti scritti pedagogici del suo ie vecchio insegnante; di questo libro sta per uscire la 2° ediz. riveduta e accresciuta. Tra gli scritti peda- gogici, che nel detto vol. non poterono essere inseriti, perchè ne avrebbero turbata l’organicità, ricorderemo La matematica nella scuola media e La convivenza; importanti per chi voglia conoscere il pensiero del- l’A. Finalmente: il prof. V., alienissimo della politi- china spicciola, s’occupò anche di politica ; il suddetto prof. Cento ne raccolse gli articoli su questo argo- mento, che, in un vol. sotto il titolo Discorsì politici, furono pubblicati nel 1926. Il prof. V. è di complessione gracile; ma non ebbe malattie gravi, nè finora gli sono molto gravi gli anni. D'umore prevalentemente lieto, con un’om- bra di tristezza. L’oscurità, in cui vive, non gli ri- sparmiò dolori, che talvolta parvero insopportabili, ma per poco. Ha, ed ebbe sempre fede nella Prov- videnza. sua SS rm- SOMMARIO DI FILOSOFIA INTRODUZIONE Combattere una dottrina, o discuterla, nel mo- do seguito finora pressochè sempre, conclude poco. Una dottrina, che si presenti come parzialmente nuova — le novità ragionevoli sono sempre parziali — dev’essere prima di tutto ben capita, la valuta- zione verrà poi. Ogni dottrina è conseguenza — d’ordinario lo- gicamente inappuntabile, cioè necessaria — d’una. mentalità preformata; per capirla, dobbiamo capire, cioè renderci esplicita, la mentalità su cui si fon- da (1). Senza dubbio, l’autore ha l’obbligo di espri- mersi con chiarezza; ma, in ogni caso, al critico ri- mane da compiere un lavoro, che non è dei più facili. S’intende, che il critico presuppone anch'egli una sua mentalità. Siano A e B le mentalità rispet- tive del critico e dell’autore. Supposto accertato, che delle due mentalità una includa l’altra con qual- cosa di più, la discussione tra il critico e l’autore ha un risultato: se A = B + C, la critica prevale (1) Cap. X: $ 2; Cap. XI: $$ III, IV, V (soprattutto), S VI. suis sulla dottrina; se B = A + D, la dottrina prevale sulla critica (1). E se non si verificasse nessuna delle due ipo- tesi? P. es.: se a chi dice — questo è oro, perchè non intaccabile dagli acidi —, altri opponesse — questo non è oro, perchè non ha quel peso speci- fico (2) —? In questo caso, la dottrina e la critica rimarrebbero di fronte, ostili ma senza toccarsi, per- chè (ci si passi la frase) non riducibili a uno stesso denominatore. Ma un risultato importante sarebbe ottenuto: che per decidere la questione sia neces- sario approfondirla. Se i critici, e gli autori, sì attenessero al meto- do indicato, si risparmierebbero non poche logoma- chie. Se pensassimo più a capirci che a combatterci, le polemiche, inconcludenti non meno che appassio- nate, svanirebbero, dando luogo a una ricerca, nella quale tutti vinceremmo, perchè tutti guadagne- remmo qualcosa. Il campo, in cui anche la lotta è necessaria e santa, non è quello degli studi. Ho indicato il modo, con cui la dottrina, espo- sta sommariamente qui appresso, dev’essere stu- diata. Il modo è una conseguenza della dottrina; il che, se non erro, prova qualcosa in favore di que- sta. Ma per la ragione medesima non sarà ben ca- pita, senza una previa, rapida ma non disattenta, lettura del breve opuscolo. Chi non vuol rileggere, non legga; perderebbe il suo tempo. (1) Cap. XI: $ V. (2) Supponiamo, che nella determinazione del peso specifico si fosse inavvertentemente sostituito all’acqua un liquido che n’avesse i caratteri appariscenti, ma più denso. CAPITOLO I. IL FINE DELLA FILOSOFIA. I. Il sapere umano è frammentario. Più esattamen- te: l’unità, che gli è senza dubbio essenziale, non è d’ordinario avvertita nella sua totalità. Costruire una teoria, o esercitar un mestiere, senza rilevare il nesso intrinseco alle varie proposizioni di quella, o alle varie operazioni di questo, è impossibile. Ma il nesso tra le diverse teorie, tra i diversi mestieri, e in genere tra tutte le manifestazioni del pensiero umano, suol essere lasciato in disparte. Noi viviamo convivendo. É riflettiamo anche, sulla vita e sulla convivenza; ma dalle cognizioni parziali e unilate- rali così ottenute non risulta una sicura concezione di insieme. II. Una tale condizione del sapere non è priva di pericoli. Per es.: non pochi possono e debbono dire di sè: video meliora proboque, deteriora sequor. Perchè la loro cognizione del meglio rimane in loro qualcosa di esternamente sovrapposto alla vita, non — 16 — di compenetrato con la vita: un accessorio, invece d’un costitutivo essenziale. Correlativamente, la loro volontà non si compenetra col loro sapere, benchè vi aderisca; e quindi rimane un capriccio press’a poco inorganico. Per l’uomo, che avesse veramente unificato se stesso — al che si richiede, ch’egli abbia unificato se stesso con gli altri e col tutto —, la co- gnizione del meglio sarebbe ipso ‘facto volizione. III. Ai contrasti, che sorgono internamente a cia- scun uomo, altri se n’aggiungono, tra uomo e uomo, tra un gruppo d’uomini e un altro, p. es. tra delle classi e tra degli Stati. Nessuno crede, che la sop- pressione di simili contrasti sia possibile o desidera- bile. Ma non possiamo non procurar di attenuare i dolori, e lo spreco di forze, che ne derivano. Al che riusciremo tanto più sicuramente, quanto meglio ci sarem persuasi, che un uomo è inseparabile da un gruppo, anzi da un insieme di gruppi ordinato, e che i gruppi sono inseparabili anch’essi gli uni dagli altri. La coscienza dell’unità umana è (condizione sine qua non d’ogni perfezionamento umano. IV. Gl’illuministi credevano d’avere attuata in se stessi questa coscienza, e di lavorare a diffonderla. Eran pieni senza dubbio di buone intenzioni. Ma il loro esempio dimostra, che le buone intenzioni astratte non hanno valore nemmeno come inten- CE, | gr zioni. S’illudevano di potere, senza troppe difficoltà, far della terra un paradiso. Il che ci farebbe sorri- dere, se non ci faicesse fremere il modo, con cui si attuò il loro disegno. Ma una domanda ci s'impone; a parte il fremere, abbiam diritto, noi, di sorridere? Non siam caduti anche noi, recentemente, in un semplicismo analogo all’illuministico? E con delle ‘ conseguenze non meno disastrose? La nostra cultura è cresciuta non poco, d’allora in poi. Ma divenendo anche più frammentaria. Il problema della filosofia — come ci si formi una coscienza concreta e chiara dell’unità — è sempre da risolvere; in che modo? Digitized by Google CAPITOLO II. IL METODO. I. Noi possediamo delle cognizioni accertate, cioè delle scienze, oramai estese a tutto il campo dello scibile. Ogni scienza è, in se stessa, un sistema per- fettamente unificato. Le molte scienze, invece, non sono sistemate o unificate le une rispetto alle altre. Ma che siano sistemabili, non è dubbio. Tra le men- talità infatti, su cui si fonda una scienza qualsivo- glia, e che servono a costruirla, non poche son co- muni a tutte le scienze. Rendiamoci un conto chiaro delle dette mentalità, e mettiamone in evidenza i nessi reciproci. Ridotte così a sistema le scienze, avremo unificato il sapere, cioè costruita la filosofia. II. La filosofia identificata col sistema delle scienze prende il nome di positiva. Di filosofie positive ne furono costruite parecchie inconciliabili tra loro. Ma i positivisti concordano tutti su di un punto essen- — 20 — ziale : il metodo positivo non soltanto è valido, ma il solo valido. Infatti, non c’è altro sapere accer- tato, che lo scientifico, includente anche il volgare nelle sue parti accertate; per conseguenza: tentar di costruire la filosofia con un altro metodo è un lavorare in aria. Discutiamo il metodo. E a tal fine distinguiamo : tra ciò che è « vero» — carattere delle proposizioni, la cui certezza è indiscutibile sott’ogni aspetto —; e ciò che «consta» — carattere delle proposizioni, la cui certezza non è indiscutibile che sotto qualche aspetto. | III La fisica si chiude nel campo dei corpi e delle loro variazioni. Viene così ad ammettere, sia pure implicitamente ma necessariamente, che l’esserci e il variare dei corpi non dipendano da nient’altro. E° «vero», che tutte le nostre cognizioni fisiche deriva- no dall’esperienza e dalla rielaborazione razionale di questa, cioè insomma dal pensiero; che il fisico rifiuta come oggettivamente impossibile tuttociò che risulti assurdo al pensiero; e sche dunque la detta indipendenza è problematica. Ma il fisico, a chi gli opponesse tali difficoltà, risponderebbe: — che il pensiero sia uno strumento imprescindibile per costruire la fisica, lo so anch’io. Ma io sono un fisi- co, non un filosofo. L’attitudine del pensiero a co- struire la fisica è un fatto, che noi constatiamo e di cui ci valiamo; la spiegazione del fatto non è un problema di fisica. sl L= IV. E, sotto il punto di vista fisico, non c’è nulla da opporre. Il fisico prende le mosse da ciò, che a lui e a tutti « consta »; e i risultati, a cui giunge con la sua indagine, constano del pari. Ma chi vo- glia unificar tutto il sapere, non può assumere come « vero » ciò, che semplicemente « consta ». Tra la supposta indipendenza del mondo fisico dal pensiero, e il nostro dettar legge col pensiero al mondo fisico, abbiam rilevata un’opposizione possibile; bisogna, v eliminar quest’opposizione, o riconoscerci non auto- rizzati a trasportare senz’altro la fisica nel campo della filosofia. Che le singole scienze constino, siano cioè indiscutibili nei rispettivi campi, è fuor di que- stione. Ma che cosa valgano in ordine al tutto — in altri termini, che cosa contengano di assoluta- mente indiscutibile o di vero —, non sapremo, se non dopo di aver costruita la filosofia. Il metodo positivistico di costruire la filosofia non è dunque accettabile. Digitized by Google CAPITOLO III. IL METODO FILOSOFICO I. Non può essere che uno solo: discutere critica- mente, sott’ogni aspetto, l’insieme di tutte le for- mazioni mentali. Supponiamo — per un momento, e senza nulla pregiudicare — ultimate le discussioni. L'insieme delle formazioni mentali sarà trasformato in un sistema connesso, di significato chiaro, e di valore accertato sott’ogni aspetto; avremo superata ogni frammentarietà, e costruita la filosofia. II. La sterminata moltitudine delle formazioni, di cuì si deve tener conto, non costituisce una seria difficoltà. Infatti: le formazioni sono già parzial- mente sistemate nelle singole scienze. Distinguiamo in ogni formazione, il valore scientifico e quello filo- sofico. Stabilire il primo, è affare della scienza; la quale, nel suo campo, non è discutibile filosofica- mente. Alla filosofia non rimane che di stabilire il secondo. E questo è il medesimo per tutte le forma- — 24. zioni appartenenti a una medesima scienza; dipende infatti, non dalle particolarità per cui una di esse formazioni differisce da un’altra; bensì dai presup- posti, su cui si fonda la separazione di un determi- nato campo scientifico da tutti gli altri. E a questi presupposti si riducono le formazioni, che la filo- sofia deve discutere. Come si vede, la scienza con- tribuisce alla filosofia, non coi suoi risultati ma cou la sua organizzazione; in ciò propriamente consiste .1l suo valore filosofico. III. Le formazioni mentali, che dovremo discutere, sono comunemente note, in quanto appartengono al saper comune; la loro sintesi non discussa e non molto chiaramente avvertita, costituisce la concezio- ne del mondo, che gli uomini ebbero ab immemora- bili, e di cui tutti siamo dotati all’uscir dall’infan- zia. Col crescere della cultura, collettiva e indivi- duale, questa concezione si sviluppò: arricchendosi nelle formazioni di cui risulta, chiarendosi e conso- lidandosi con l’organizzazione sintetica; le scienze della natura e dell’uomo, che furono conseguenza dello sviluppo, contribuirono efficacissimamente a . promuoverlo. Tuttavia lo sviluppo, notevolissimo sotto altri aspetti, lasciò inalterate le linee fonda- mentali della concezione indicata. Che, all’infuori di eccezioni (Parmenide p. es.) su cui non possiamo fermarci, furono accettate anche dalla filosofia. E, e IV. In proposito, non è da trascurare la riflessione seguente: « Gli uomini si formano dei concetti, che, pur non essendo in generale molto precisi, rendono in complesso abbastanza bene i risultati dell’espe- rienza, come l’hanno fatta intesa ed elaborata; e che dunque hanno dî certo un valore. Ma la filoso- fia, che senz’altro faccia suoi quei concetti, li con- verte spesso in errori; perchè il filosofo li considera come verità esatte sulle quali argomenta, mentre il volgo li considera soltanto come verità pratiche se- condo le quali opera (A. Rosmini, Rinnovam., Lib. III, c. LI; cfr. Nuovo Saggio. Sez. VI, c. XIV, art. V) » (1). La filosofia esige dunque la determinazione dei limiti, entro dei quali, e non al di là, i concetti comuni, e gli scientifici, hanno un valore; in altri termini è costruibile soltanto per mezzo della critica filosofica. (1) Dal mio libro: Scienza e opinioni, p. 683. Digitized by Google CAPITOLO IV. IL SOLIPSISMO. I. E? una dottrina fondata, secondo i suoi difen- sori, su di una critica radicale. Per non svisarla, bi- sogna lasciarla esporre al critico stesso, parlante nella persona prima singolare; così faremo nel pre-. sente capitolo — A me, quando converso e leggo, sembra di venir a conoscere un pensiero altro dal mio, e opposto non di rado al mio: il pensiero degli uomini coi quali converso, e degli autori, di cui leggo i libri. Benchè incrollabile a primo aspetto, questa mia credenza può nondimeno essere messa in dubbio; devo dunque discuterla. Che io, in quanto penso, co- nosca il mio pensiero, s’intende facilmente; ma come io possa conoscere un pensiero altro dal mio, non è chiaro. IH. Anzi: una semplice riflessione dimostra, che la mia cognizione d’un pensiero altro dal mio è im- possibile. Infatti, l’altrui pensiero io non lo cono- sco, se non lo penso; e, se lo penso, il pensiero è mio, non altrui. Lo stesso dicasi di qualsivoglia _ 28 — realtà : p. es., del foglio di carta, su cui scrivo. Tut- to quanto io so del foglio, anche il suo esserci, è pensiero mio e nulla più: io posso certamente sup- porre dei fogli, o degli astri, che non vedo, e che forse non ci saranno; ma il mio supporli è un pen- sarli, e soltanto in questo senso è un conoscere. Con- cludendo : l’ipotesi che una realtà qualsiasi, a me nota, sia fuori del mio pensiero è contraddittoria e perciò da escludere. III. Seguita il solipsista: — mi oppongono di con- fondere la cognizione con l’oggetto conosciuto. L’ob- biezione manca di fondamento: che l’amico sia in viaggio, io lo so da una lettera, la quale non è di certo il viaggio dell’amico. Ma la lettera, e il viaggio dell’amico, e l’amico, non esisterebbero per me, se io non li pensassi: vale a dire: il loro esserci non è, per quel che io ne so, che l’esserci di certi miei pen- sieri. Le distinzioni, che mi son familiari, e che non mì passa per il capo di negare, tra pure immagina- zioni, esperienze, ipotesi, dubbi, mezzi conoscitivi, errori, cognizioni certe, realtà conosciute con esat- tezza maggiore o minore, derivano per intero dalle varie connessioni logiche tra i miei pensieri, e quin- di non mi fanno uscire mai dal campo de’ miei pensieri. | IV. Avanti. Quel pensiero mio, nel quale, per quan- to io sappia, si risolve ogni cosa, è pensiero mio pre- -- 99 — sente. Anche la distinzione tra i miei pensieri pas- sati e i presenti è riferibile alle accennate connessio- ni logiche tra i miei pensieri — tra i miei pensieri presenti! -—; e non ha senso, che dalle medesime connessioni, P. es.: avevo una pallina di cera, e le ho dato la forma d’un cubo. Che io, in questo mo- mento, pensi quella cera e come cubica e come sfe- rica, è troppo evidente. Ma tra le due forme sfe- rica e cubica c’è un’opposizione; che io elimino con una distinzione: la cera è sferica in ordine al pas- sato, cubica in ordine al presente. La temporaneità non è propriamente altro che la coesistenza di due opposti, e d’una riflessione che li rende concilia- bili (1). (1) Da notare i due pregevoli recenti lavori: Adolfo Levi (prof. nella R. Univ. di Pavia) Scep- tica; favorevole al solipsismo; Annibale Pastore (prof. nella R. Univ. di Torino): Il solipsismo; contraria. Ne ho approfittato in q. Cap. IV; e ne approfitto an- che in seguito. 'Al1 primo aspetto, la riflessione del $ IV non sembra connessa col solipsismo; ha per altro lo stesso fon- damento che quelle dei $$ II ,III; almeno per questo era da riferire qui. Digitized by Google CAPITOLO V. DISCUSSIONE DEL SOLIPSISMO. Per le concezioni comuni, sempre accettate an- che da molti filosofi (1), le riflessioni suesposte (2) costituiscono delle gravi difficoltà, che dalla critica non vanno tralasciate, quantunque il senso comune le tralasci perchè non le comprende. Ma per il di- segno, che stiamo abbozzando, è meglio discuterle più tardi (8). All’esauriente valutazione del solipsi- smo esposto — solipsismo in stretto senso (4) — basta l’esame del suo contenuto. Il quale si riassume in una molto semplice formula: non c’è altro pen- (1) P. -es., dai neo-scolastici. (2) Cap. IV. (8) Sul valore d’una filosofia, che le trascuri cfr. Cap. III: $$ III, IV. Per semplificare i confronti, citiamo i luo- ghi dove si espongono, e quindi dove si discutono, le dif- ficoltà ricordate. Cap. IV: $$ I, II; cfr. Cap. VII: $ III; Cap. IV: $ III; cfr. Cap. VII: $ IV; cfr. Cap. VIII: $ IV. (4) L’idealismo, inteso nel senso indicato più oltre (Cap. IX: $ IV, n. 1), si può considerare come una forma di solipsismo. Non però dello stretto solipsismo; benchè sia dubbio, se per mantenersene distinto non debba sacrificare la propria coerenza. Comunque: la discussione di cui alla n. precedente si riferisce anche all’idealismo, non soltanto allo stretto solipsismo, il quale perciò non vi è ricordato. cus 99 siero — includente sensazioni, piaceri, dolori, desi- deri, azioni consapevoli ecc. — fuor di quello soli- tario, che il sig. Tal dei Tali, filosofo solipsista, con- sidera, e come suo esclusivo prodotto, e insieme co- me suo costitutivo. II. Il solipsismo urta contro una difficoltà invinci- bile, che sorge dal suo medesimo contenuto: noi tutti riconosciamo, e non possiamo non riconoscere, al pensiero altrui, e al pensiero temporaneo altrui o nostro, un valore costitutivo essenziale rispetto al nostro pensiero presente. La madre di questo mio figliolo, da un pezzo non c’è più; ma io la ricordo. E ricordo la vita, cessata così rapidamente, che vi-. vemmo insieme; vita, che si risolveva in un’attività presente, ma sempre varia, e che si nutriva di ri- cordì e d’aspettazioni. Anche ora che il figliolo è adulto, io mi preoccupo del suo avvenire; com’egli sì preoccupa del mio, pur sapendo, che cosa può essere per me l’avvenire. Lavora egli, e lavoro bene o male anch’io, ma questo lavoro non sarebbe nè concludente, nè possibile, senza il pensiero che ci è comune, senza i ricordi e le aspettazioni, che lo fon- dano e lo guidano. III. Io amo la mia patria; perchè? Perchè il suo passato è tale, che io, ripensandolo, «in me stesso 83 m’esalto » (1). Il mio esaltarmi, che mi dà una di- rittura e una forza delle quali altrimenti non sarei capace, che giustifica le mie speranze vaghe ma non vane di un avvenire, al quale non arriverò, sarebbe ingiustificato, se non sapessi che, ripensando quel passato, io rivivo, in un contatto aspro ma intimo e caldo, una realtà che mi oltrepassa; una realtà, non riducibile e un’astratta geometrica esigenza del mio solitario pensiero, ma viva e concreta. Io ammiro la Divina Commedia; ma perchè vi sento palpitare un’anima, che fu non meno, anzi molto più, reale della mia; perchè ne riconosco l’a- zione potentemente benefica sulla storia e sulla ci- viltà. IV. Prender la vita sul serio è, per il solipsista, una assoluta inconseguenza. Opporranno: — prender la vita sul serio significa in ultimo : associare alla con- siderazione oggettiva della vita, un certo sentimento. E questo è un fatto come un altro, che non va con- fuso con le sue cause, o con le sue ragioni. La mia contentezza è sempre una realtà, e l’identica realtà, sia o non sia giustificata. — Chiacchiere! L’avaro, a cui avevan rubato l’oro da lui sepolto, non poteva contentarsi di sostituirvi, come gli si consigliava, una pietra. Perchè la pietra non è spendibile; men- tre l’oro posseduto costituisce, appunto perchè non speso, una potenza di spendere, in cui l’avaro si (1) La Divina Commedia, c. IV. , | _ 34 — compiace. La contentezza, quando la si conosca fon- data su di un’illusione svanisce ipso facto. Vi. Più valida in apparenza è quest’altra obbiezio- ne. — Rifiutando il solipsismo perchè inconciliabile col pregio da voi attribuito alla vita, voi avete pre- sentato come argomento un vostro sentimento, il che non è lecito. — Rispondo, Il sentimento è un costi- tutivo della vita; quindi: una concezione, che dalla vita escluda il sentimento, non ha valore conoscitivo. Noi, anche senza filosofia, sappiamo intorno alla vita quanto basta per conoscerla e dirigerla sempre meglio ; e in questo procedimento consistono la vita e il suo pregio. Il procedimento, senza la filosofia, è difettoso perchè frammentario; di qui la ragion di essere della filosofia, che deve integrarlo superan- done la frammentarietà. Una filosofia, qual’è il so- lipsismo, che, invece d’integrare quel procedimento, lo dichiara vano cioè lo nega, è dunque fuor di strada (1). (1) Secondo lo Schopenhauer il solipsismo è paragona- bile a una fortezza di frontiera, che il nemico può lasciarsi alle spalle, perchè le asprezze del terreno, da cui è resa ine- spugnabile, impediscono alla guarnigione d’uscirne. Ma il solipsista sostiene, che fuori della sua fortezza non esiste nè un territorio da proteggere, nè un nemico da combat- tere. Logicamente, riconoscere che il solipsismo non può essere confutato, e accettarlo. son tutt'uno. — ‘A. Levi, nel suo libro cit., confessa che il solipsismo, quantunque logicamente inoppugnabile a parer suo, dà luogo pratica- CAPITOLO VI. LO SPIRITO. I. Ammessa una moltitudine d’uomini, si presenta subito un problema. Il pensiero d’un uomo e quello d’ogni altro sono sempre d’accordo su alcuni punti fondamentali. Non c’è uomo, il quale: 1) non si rap- presenti un mondo fisico, esteso in se stesso (1), e rispetto a lui esterno, vale a dire altro dal suo- pen- siero ; 2) non distribuisca nel tempo le variazioni, da lui apprese, del mondo fisico e del pensiero suo o altrui; 8) non ammetta, che le variazioni si connet- mente a delle gravi obbiezioni. Che da noi furono messe in evidenza. Ma è da rilevare inoltre, che le difficoltà pratiche sono come tali anche teoretiche. Perchè il pensiero teore- tico, e quello pratico, sono un solo e medesimo pensiero, ‘fondamentalmente; in altri termini: sono bensì distingui- bili, ma il separarli è un astrarre, un abbandonare il campo della realtà. | (1) Des Cartes (seguito in ciò da Malebranche, e anche da Spinoza, la cui distinzione tra sostanza e attributi non è da considerare qui), definisce il corpo come res extensa identificando la realtà fisica e l’estensione. Ber geea tano tra loro secondo una legge di causalità (1); 4) non ammetta, che le variazioni, e in particolare certe variazioni, del pensiero, p. es., il passaggio dal- le premesse alle conseguenze, sian soggette a leggi estemporanee, o logiche in stretto senso, applicate sempre quand’anche non formulate in modo espli- cito, e incondizionatamente valide; p. es., ai due principii di contraddizione e del mezzo escluso (2). II. D’altra parte, ogni singolo ha sempre dei costi- tutivi suoi propri, che lo distinguono da ogni altro. P. es., alcuni sono affettuosi, altri egoisti; alcuni sono coraggiosi, altri timidi e irresoluti, alcuni sono: più atti agli studi, e particolarmente a certi studi, altri più atti alla pratica, e particolarmente a una (1) Qui c’è luogo a una suddistinzione: le variazioni fisiche sono tutte connesse causalmente tra loro, e così le variazioni di pensiero tra loro; ma c’è o non c’è luogo a connessione causale tra le variazioni di pensiero e le fisiche? Nella seconda ipotesi conviene ammettere un parallelismo (Spinoza) tra le une e le altre. Per delle ragioni, che sa- ranno esposte più oltre, noi escludiamo il parallelismo. L’in- determinismo, inteso come dev'essere, non esclude che tutte le variazioni siano soggette alla causalità; ma su questo punto ritorneremo più oltre. (2) Non credo, e risulterà dall’insieme di questo lavoro, che l’esigenza della brevità mi abbia ridotto a una soverchia. semplificazione. Del resto, secondo Schopenhauer, le cate- gorie si riducono fondamentalmente a tre: spazio, tempo. (che di certo sono pensati, quantunque non siano concetti),. e causalità. EIRO.: < Quarti certa pratica; e così di seguito. Evidentemente, non è possibile ammettere una moltitudine di singoli e non riconoscere a ciascuno di questi certi costitutivi suoi propri. Tali costitutivi sono anch’essi riduci- bili a pensiero, come risulterà dall’insieme. Ma per il modo con cui vengono comunemente appresi, al- l’infuori della filosofia, sono designati, sotto un aspetto come corporei — ciascuno è in un determi- nato luogo, si muove, si nutre, dorme, lavora, ecc. — sotto un altro aspetto come psichici -— ciascuno sente, ricorda e dimentica, gode e soffre, deside- ra, ecc. — Correlativamente il costitutivo comune (1) si può designare come spirito (2). III. Che relazione passa tra lo spirito, e la realtà? Lo spazio, il tempo, e le leggi così quelle causali come quelle che abbiam dettu logiche in stretto sen- so, non sono separabili dallo spirito; altrimenti non sarebbero, mentre sono, razionali (universali e ne- (1) Accennato qui sopra $ I. (2) Anche S. Paolo distingue nell’uomo il pneuma (spi- rito) e la psiche (anima); invece non distingue la psiche dalla carne (corpo). Anima, e corpo, sono, anche in filosofia, termini generici: non esiste « il » corpo, ma esistono sol- tanto i singoli corpi, lo stesso dicasi delle anime. Invece il termine di Spirito, generico esso pure secondo la gram- matica, non è tale in filosofia; risultando all’evidenza da quanto si notò poco addietro lo Spirito non poter essere che uno solo numericamente. Se poi allo Spirito sia essenziale o no la sua connessione con una moltitudine di psichi (o di corpi) è un punto che rimane per ora impregiudicato. = 98 — . cessarie). Ci troviamo dunque di fronte a un’alter- nativa. O una realtà esiste all’infuori dello spiri- to (1); e bisogna dire, che lo spirito non conosca la realtà che deformandola. Infatti: fuori dello spirito non ci sono leggi logiche in stretto senso, non esiste il tempo, non accadono variazioni, e.non ci sono cause; la realtà fuori dello spirito è dunque assurda e invariabile, mentre lo spirito se la rappresenta co- me logica e come variabile. O la realtà non esiste che nello Spirito; è dunque una sua formazione, o più esattamente una sua creazione. Delle due conce- zioni la prima contraddice alla logica; vale a dire allo Spirito. Non è dunque accettabile che la se- conda (2). IV. Lo Spirito essendo il creatore della realtà, pos- siamo identificarlio con Dio? Le precedenti conclu- (1) E’ almeno dubbio se la formula esprimente que- st’ipotesi abbia un significato. Infatti: supporre che una realtà esista, è supporre, che la nozione di esistenza, e un carattere della realtà siano unum et idem. La nozione di esi- stenza è di certo spirituale, perchè universale. Dunque la realtà viene, dalla stessa formula che la designa come fuori dello Spirito, supposta non fuori dello Spirito. Non insi- stiamo. (2) La prima è dottrina di Kant; per comprendere il procedimento, che lo trasse a formularla, si richiederebbe uno studio, nel quale non possiamo qui addentrarci. Ma la dottrina opposta è la sola vera conseguenza del pensiero kantiano, interpretato più esattamente, che non abbia fatto egli medesimo. All’interpretazione contribuirono Fichte, Hegel, Hartmann; più recentemente, con chiarezza e ori- ginalità notevoli, Croce e Gentile. — 39 — sioni si riassumono dicendo, che lo Spirito è imma- nente nell’uomo (in ciascun uomo). Invece, Dio, suol essere concepito, rispetto all’uomo, come trascen- dente. Ritengono i più, che tra immanenza e tra- scendenza vi sia incompatibilità rigorosa. E hanno ragione di certo, se ciascuna, o anche una sola del- le due, va intesa in senso assoluto. Ma: e se così l’immanenza come la trascedenza non fossero intel- ligibili che in senso relativo? Discutiamo: la discus- sione sarà lunghetta. Finchè non sia finita, continue- remo a valerci del termine di Spirito, evitando quel- lo di Dio che potrebbe riuscir equivoco (1). (1) I neo-scolastici non vogliono saperne d’immanenza ‘ divina; già condannata, così affermano, dalla Chiesa. Mera questione di parole, finchè non sia certo, che l’immanenza dev’essere necessariamente intesa nel senso condannato. Per- chè una discussione sia concludente si richiede un poco di buona volontà, e l’attaccarsi a una parola, senza preoccu- parsi del senso attribuitole da quello con cui si discute, non è prova di buona volontà. Digitized by Google CAPITOLO VII. LO SPIRITO E IL SINGOLO. I. La nozione comune di realtà manca di precisio- ne; costituisce per la filosofia, un punto non d’ar- rivo, ma di partenza. Noi affermiamo, che la realtà — ossia: ciò che da tutti vien designato con questo nome — si risolve senza resto in pensiero dello Spi- rito (1). Gli scolastici vecchi e nuovi oppongono, che Dio (2) crea il mondo fuori di sè; idea che (ammes- sa la relativa trascendenza) è accettabile in quanto esprime una distinzione tra il mondo e Dio. Ma noi (1) Ancora non abbiamo stabilito, se lo Spirito esista soltanto come immanente nei singoli, o abbia inoltre una qualche trascendenza. Ma che lo Spirito’ esista in uno dei due modi, non è dubbio. (2) Nell’esposizione della nostra dottrina, e finchè non sia risoluta la questione di cui alla nota precedente, il ter- mine « Dio » va lasciato in disparte. Ma qui, volendo, per chiarire l’esposizione, discutere con gli scolastici, dobbiamo adottarne la terminologia. Del resto: lo Spirito, se la sua immanenza non è assoluta, coincide, all’infuori di qualche più precisa determinazione, col Dio tradizionale. ta 4 = domandiamo : è possibile qualcosa, di cui Dio non conosca per intiero i caratteri? Ammettere nella realtà un elemento ignoto a Dio, è ammettere, o che Dio creò quell’elemento senza saper bene ciò che fa- cesse, o che l’elemento medesimo è increato. En- . trambe le ipotesi essendo inaccettabili, si conclude che la realtà non può non ridursi a pensiero dello Spirito. | II. Inversamente : ogni singolo conosce delle realtà (esterne), che non sono identificabili con la sua co- gnizione delle realtà medesime, o in genere col suo pensiero. Abbiamo già esposta, contro l’opinione te- stè accennata, un’obbiezione, che sembra insuperabile (Cap. IV; $$ II, III); ma che vien superata con la riflessione seguente. Io so che la collina, sulla cui falda passeggio, non si riduce a quella sola falda, su cui passeggio, che vedo, ecc. Questo io so, quantun- que le altre falde io non le veda, e non le abbia mai vedute. Come lo so? Ecco: la collina è una realtà; la mia cognizione della collina è un’astrazione. Se c’è una collina reale, ce ne devono essere anche le altre falde, a me ignote nelle loro particolarità, non que- sta sola che mi è nota. Un’esigenza logica inelutta- bile del mio pensiero mi costringe ad ammettere, nella collina e generalmente in tutte le realtà note, un elemento che oltrepassa la mia cognizione deter- minata. | — 49 IIIL Il che si rende anche più evidente in ordine al pensiero altrui. Dicono il solipsista e l’idealista (l’ul- timo non accorgendosi di accettare in tal modo il più stretto solipsismo): « l’altrui pensiero io non lo conosco, se non lo penso; e, se lo penso, quel pen- siero è mio, non altrui » (Cap. IV, $ II). La risposta è sempre la medesima. Io so, p. es., che molti si di- vertono; se c’è il divertirsi reale, ce ne devono essere i modi, che tuttavia mi sono in gran parte ignoti. Si può aggiungere in questo caso: il pensiero da me pensato è mio di certo; ma perchè dovrebb’essere soltanto mio? Vada per il solipsista; ma l’idealista come può sostenere l’immanenza dello Spirito, cioè la validità universale del pensiero, se ritiene di non poter conoscere, che un suo pensiero è insieme an- che altrui? Concludendo: lo Spirito, benchè imma- nente (in un senso, che ci riman da precisare) nel singolo, non è identificabile col singolo; infatti, la realtà è tutt’uno col pensiero dello Spirito, mentre non è tutt’uno col pensiero del singolo; quel pensie- ro è concreto, questo è, in diversi gradi, astratto. Digitized by Google CAPITOLO VIII. L’ACCADERE. I. La realtà, concepita come suol essere concepita, ‘ è variabile. Anzi tanto più risulta variabile quanto più se n’approfondisce la scienza. Può essere dub- bio, se nella realtà vi sia qualcosa di permanente, non, se vi accadano dei fatti. A ogni fatto ne pre- cedettero, vi si accompagnano, e ne seguiranno, de- gli altri; dunque l’accadere implica il tempo. Vice- versa il tempo implica un accadere; p. es., la geo- metria non ha oggettivamente che fare col tempo, lo spazio essendo invariabile. II. Ma contro la realtà dell’accadere furono mosse difficoltà, che non dobbiamo trascurare. Il tempo non ha che un?esistenza ideale, secondo la notissima dottrina di Kant. Siccome, secondo la dottrina qui “sopra compendiata (Cap. VII), la realtà è anch’essa ideale, cioè si risolve in pensiero, il tempo non va, quantunque ideale, considerato come una falsifica- zione soggettiva della realtà; bene interpretata, la dottrina di Kant non costituisce dunque un’obbie- zione contro il tempo. Ma ne rimane un’altra già esposta. (Cap. V. $ IV): la temporaneità non sarebbe che « la coesistenza di due opposti e d’una riflessione che li rende compatibili ». Discutiamo. III. — In algebra si dovette introdurre una così detta unità immaginaria î?, definita con l’uguaglianza =—1. Che parve contradditoria, ogni quadrato essendo positivo. A nessuno per altro venne in men- te, che per superare la creduta contraddizione con- venisse ricorrere al tempo, il quale non ha che fare con l’algebra oggettivamente considerata. I quadrati essenzialmente positivi son quelli dei numeri così detti reali; ora, î non è reale in questo senso; la contraddizione dunque non era che apparente. S’era incontrata una difficoltà; superata poi con lo stesso diritto, e fondamentalmente nello stesso modo, con cui si erano superate quelle inerenti alle espressioni : 5-7, 5:7,V7, ecc. IV. Non si ha esempio, fuori di quello controverso che riguarda il tempo, d’un processo logico estempo- raneo, che metta capo a un’opposizione. Del resto: che la cera sia pensata insieme nello stesso modo e col sferica e cubica (Cap. IV, $ IV) è inesatto : il giudizio « la cera è cubica » io l’intendo e v’assento; il giu- dizio « la cera è sferica » io l’intendo ma non v’as- sento; non c’è dunque opposizione, alla quale si ri- chiederebbe che i due giudizi fossero entrambi assen- titi. Se il presente fosse un matematico punctum tem- poris, l’uscirne sarebbe impossibile. Ma se ogni atto consapevole ha una durata, e se nell’intervallo tra il suo cominciamento e la sua fine un secondo atto comincia, la successione di questo a quello è neces- sariamente avvertita (1). Va L’accadere non dà luogo ad alcuna difficoltà es- senziale, una volta eliminata quella, che pareva sor- gere dalla nozione del tempo. Se la realtà è varia- bile, segue, che lo Spirito sia capace di un pensiero variabile; benchè il suo pensiero non sia tutto va- riabile; ma non, che sia soggetto al tempo. Il sin- golo è soggetto al tempo, e dunque non lo crea. Ma il tempo non esiste che in quanto lo Spirito attua un pensiero variabile, sicchè svanirebbe col cessare di un tal pensiero; mentre il singolo è sempre nel tem- po, anche se non pensa o se rimane fisso in un me- desimo pensiero. Anche in ordine al tempo c’è dun- que tra lo Spirito e il singolo, una diversità irridu- cibile. Pare ad alcuni che l’assoluta estemporaneità sia una perfezione, di cui lo Spirito non possa man-. (1) Ho chiarito questo punto nel mio libro di prossima pubblicazione, Dall’uomo a Dio. i Pz care. Nel fatto, attribuirgli questa pretesa perfezio- ne significa negargli l’attitudine a far qualcosa di nuovo. Infine: la coscienza del singolo, non soltanto apprende in ogni momento e realizza qualcosa di nuovo; ma consiste in un tale apprendere, in un tale realizzare; ammessa l’assoluta estemporaneità dello Spirito, la coscienza del singolo non avrebbe che un valore illusorio, anzi non esisterebbe. CAPITOLO IX. IMMANENZA E TRASCENDENZA I. I particolari, per cui un singolo differisce da un altro, son di certo pensieri dello Spirito; questo, per conseguenza, crea il singolo, in quanto forma, dei suoi pensieri, più gruppi distinti. Un gruppo si distingue da un altro, e per la materia e per la for- ma. Per la materia: un gruppo differisce da ogni altro, perchè i pensieri costitutivi dell’uno sono, in parte, benchè non in tutto mai, altri da quelli co- stitutivi d’ogni altro: le sensazioni mie sono sol- tanto mie. Per la forma: caratteristica d’ogni grup- po è una coscienza distinta, sua propria: Tizio e Sempronio conoscono entrambi la storia romana. senza che nessuno di loro sappia, che la conosce an- che l’altro. Con la coscienza distinta è sempre asso- ciata una distinta iniziativa; più tardi vedremo, che la coscienza, e l’iniziativa, sono tutt’uno. II. La formazione dei gruppi, unificati ciascuno da una coscienza distinta, riceve lume da una facile os ‘ 260 servazione. Ciascuno contrae delle abitudini; e una abitudine inveterata costituisce, internamente al soggetto ‘che la contrasse, quasi un altro soggetto, subordinato e parziale, ma distinto, e non privo di una certa indipendenza. Wn’abitudine inveterata non si vince senza uno sforzo, di cui molti sono incapaci. Combattuta, si difende con energia. E con un’accor- tezza talvolta meravigliosa. P. es.: l’uomo che vor- rebbe ma non sa dominarsi, crede, in ogni contra- rietà, che l’irritarsi lo renda forte, mentre concorre a indebolirlo sempre più; cede a una suggestione del- l'abitudine. Che le abitudini riescano perfino a sop- piantare il soggetto principale, immergendolo in una fitta ombra, e divenendo soggetti veri e propri, che si alternano, sono casi rari, ma innegabili. Non affer- miamo che i singoli siano abitudini dello Spirito; ma che la posizione delle abitudini rispetto al singolo presenta, con quella dei singoli rispetto allo Spirito, qualche analogia istruttiva. III. Rispetto a un singolo qualsiasi, l’altro singolo è trascendente (Cap. VII, $$ II, III); in questo senso, che l’altro non si riduce al pensiero del primo. La trascendenza è relativa; perchè ogni singolo è nello | Spirito. Ma non tutto il pensiero dello Spirito è pen- siero di ogni singolo; vale a dire l’immanenza dello Spirito nel singolo è relativa; dunque lo Spirito pos- siede rispetto ad ogni singolo e quanto alla materia, una trascendenza relativa. — 61 — IV. E quanto alla forma? Gi’idealisti (1) affermano, che in ogni singolo il pensante « vero » è lo Spirito; in altri termini: che la coscienza d’ogni singolo è la coscienza che lo Spirito ha di se stesso. A ciò noi opponiamo (2) che se lo Spirito fosse il vero unico pensante, ogni singolo dovrebbe, oltre ai pensier! suoi, pensare anche i pensieri di tutti gli altri sin- goli. Rispondono: i gruppi distinti di pensieri, le coscienze distinte, o insomma i singoli, non hanno valore in filosofia, cioè in una considerazione, che vuole collocarsi nel punto di vista dello Spirito. Ma, replichiamo noi, dalle relazioni tra lo Spirito e i sin- goli è impossibile astrarre, quando si cerca, e in ogni discussione filosofica si cerca, se un autore abbia saputo o no collocarsi nel detto punto di vista. E° ammissibile p. es., che tanto l’aristotelismo, quanto l’idealismo esprimano fedelmente l’autocoscienza dello Spirito? (1) Tra i quali merita una particolarmente onorevole per quanto rapida menzione il Gentile, mio amico e collega nell’univ. romana. Egli ha il merito, non discutibile nè ormai discusso, d’aver dato la forma più coerente all’idea- lismo ; inteso, non soltanto come riduzione di tutto il reale a pensiero (in questo senso anch’io sono idealista), ma come dottrina dell’assoluta immanenza. (2) Avevano già opposto al $ I qui sopra. Digitized by Google CAPITOLO X. NECESSITÀ E CERTEZZA. I. Nel pensiero si distinguono diversi elementi, che d’altra parte sì connettono tra loro. In generale un elemento è suddistinguibile in altri, e risulta perciò dalla connessione di questi altri; sicchè il pensiero ha una struttura molto complicata. Pensare un ele- mento è insieme un distinguerlo e un connetterlo da e con qualche altro. Distinzioni e connessioni sono reciprocamente coessenziali : perchè la coscienza del singolo è una, ma si realizza in una moltitudine di atti. Le distinzioni e le connessioni si estendono a tutto il pensiero ; ma il singolo, essendo limitato, non le avverte mai tutte in modo esplicito. La chiarezza del pensare che può essere maggiore o minore, suf- ficiente a certi fini, e insufficiente a certi altri, con- siste nell’insieme delle distinzioni e delle connessioni avvertite. Perchè il nostro pensare sia un intendere, ossia perchè ce ne si renda un conto esatto, è neces- sario un minimo di chiarezza. II. | Consideriamo i giudizi: a) oggi è lunedì; b) do- mani è martedì; c) domani è mercoledì. Questi giu- dizi sono del tutto inintelligibili all’infuori delle convenzioni tacite, secondo cui si denominano i gior- ni della settimana. Rispetto ai giudizi riferiti, tali convenzioni costituiscono una mentalità preformata imprescindibile. Da quest’esempio risulta, che l’in- tendere o il pensare con chiarezza, implica un rife- rimento a qualche mentalità preformata. Originaria- mente, la mentalità preformata si riduce alla essen- ziale relazione tra il singolo e lo Spirito. III. Un giudizio, che io formuli avendolo inteso con chiarezza, mi è noto; ma un tale conoscere non è ancora un riconoscerne il valore conoscitivo in or- dine ad altro. Nell’esempio testè addotto, i giudizi a) e c) sono incompatibili, posto che a) sia vero, c) è falso, ma non perciò meno intelligibile. Un giu- dizio, perchè abbia valore conoscitivo in ordine ad altro, dev'essere assentito necessariamente. L’assen- tire consiste nel pensare con tutta l’anima, e quindi è teoretico e pratico insieme; laddove il semplice teoretico intendere non ha di gran lunga la stessa DS profondità (1). L’assenso è necessario se, per un (1) Chi disse: iuravi lingua, mentem iniuratam gero, aveva intesa la formula propostagli; ma senz’assentirvi, pur sapendo, che il suo giuramento sarebbe stato interpretato come un assenso. Evidentemente, un assenso insincero non è quel « pensare con tutta l’anima », di cui parliamo. Anzi, la sincerità non basta sempre a costituirlo. In molti casi è possibile, senza mentire, non esprimere ciò che nel nostro pensiero c’è di più intimo e di più vivo, di essenziale alla ii soggetto, il rifiutarlo è un disorganizzare se stesso; la necessità è dunque un’esigenza dell’unità pen- sante (1).. IV. La certezza che un giudizio è vero, è tutt’uno con l’assenso dato necessariamente al giudizio mede- simo. P. es., ammesso come vero il giudizio a), è certo che il giudizio b) è vero, e che il giudizio c) è falso; perchè assentito a), non è possibile non as- sentire b), e non dissentire da c). Come fondata sulla necessità, la certezza non può non essere uni- versale. Ma d’altra parte: che degli essensi opposti si realizzino, è fuori di contestazione. Due religioni. che si escludono, hanno entrambe dei seguaci, di cui non pochi aderiscono di certo con tutta l’anima, cia- scuno alla sua. Una superficie con una faccia sola pare a molti un assurdo e nondimeno è costruibi- nostra personalità. Nel comune linguaggio all’assentire si attribuisce molte volte, fors’anche il più delle volte, un senso attenuato, che noi dobbiamo escludere ; l’osservazione s’intende ripetuta in ordine alla certezza, di cui tra poco. (1) L’empirismo (basti accennare a St. Mill), col ri- durre la necessità razionale a un’associazione indissolubile, vale a dire a causalità psichica, rende impossibile ogni cer- tezza. Infatti un’associazione, che fosse indissolubile per ognuno in quali si vogliano condizioni di spazio, di tempo, d’accadere fisico, e di convivenza, sarebbe fuori della cau- salità, e quindi non sarebbe un?associazione, ma una ra- gione. Appena è da notare, che tolta la certezza, è tolta ogni probabilità: un giudizio non è probabile, quando non si abbia la certezza della sua probabilità. sub le (1). Le risse, delle quali non ci fu mai penu- ria (2), in uomini appassionati finchè si vuole, ma non privi di ragione, sarebbero impossibili, se non implicassero degli assensi opposti. 0 (1) il È Si prenda un foglio rettangolare A B Ad © CD, e lo si ripieghi, come per co- struire un anello, ma dopo di averlo torto sopra se stesso, facendo così coincidere C con B e D con A. E? facile ri- conoscere che l’anello così costruito ha una sola faccia. Vedi anche Cap. IX, $ IV. (2) Così dice Argante nella Gerusalemme liberata. CAPITOLO XI. L'ERRORE. E, Di due che assentano rispettivamente a due giu- dizi opposti, nessuno può, senza rinunziare al pro- prio assenso, ammettere, che l’assenso dell’altro abbia un fondamento necessario. Dei due. giudizi, uno almeno, per semplificare supporremo uno solo, . è un errore; donde una controversia, che durerà © finchè non sia bene accertato, quale sia erroneo. L'errore implica, e l’assenso, e la prova contraria; ma la prova contraria. esclude l’assenso; dunque l’errore non è possibile (1). Rispondiamo : la prova mi libera bensì dall’errore, ma non toglie, nè che io abbia errato, nè che altri se ne fosse accorto. II. Le considerazioni precedenti ci mettono per al- tro in presenza d’una grave difficoltà. Io sono certo (1) Tale è p. es., l’opinione del Gentile; il quale, am- mettendo che lo Spirito sia il pensante vero in ogni singolo, non poteva concludere in altro modo. Ma costruisce così la gnoseologia dello Spirito; non identificabile, secondo noi, con la gnoseologia umana, cfr. Cap. IX, $ IV. di non errare;j ma con ciò sono anche certo che i giudizi opposti al mio sono erronei, benchè gli oppo- sitori se ne ritengano certi. E sono anche certo di avere altre volte errato io stesso con dei giudizi, dei quali ero certo. Il valore della certezza, e della ne- cessità che le serve di fondamento, non sembra dun- que universale. Ma l’ammetter questo è un ricono- scere, che il pensiero umano manca d’ogni valore; conclusione contraddittoria, che non soltanto non deve, ma non può, venire assentita. III. L’assenso a un giudizio implica sempre una mentalità (preformata) (1). Per essere necessario, dovrebbe anche implicar una deduzione rigorosa del giudizio dalla mentalità. La seconda condizione il più delle volte non è soddisfatta, la mentalità non essendo in generale pensata integralmente con chia- rezza, e quindi non potendosene dedurre nulla. Si ha nondimeno l’impressione, confusa ma fortissima, che il non assentire sarebbe un contraddire alla men- talità, vale a dire a noi stessi, e quindi si assente, non già in senso attenuato, ma «con tutta l’anima». Che tali assensi, benchè invincibili psicologicamente, non siano logicamente fondati, è manifesto. E dob- (1) Cfr. Cap. X, $ II. Che i corpi celesti girino intorno alla terra, che il mondo fisico sia tutt’altro dal pensiero, ecc., son opinioni appartenenti a una mentalità preformata co- mune, di certo inconsistente; ma che resistette a lungo, e nel campo della scienza e in quello della filosofia. sui biamo vedere come sia possibile, in ogni caso, arri- vare a quella deduzione rigorosa, che dell’assenso fondato è condizione imprescindibile. IV. La mentalità, dalla quale si vorrebbe dedurre il giudizio, è quella stessa, che lo rende intelligibile. Abbiamo così un primo indizio, valendoci del quale potremo rendere espliciti alcuni almeno tra i giu- dizi di cui la mentalità si compone. Combinando quest’indizio con l’altro, che dalla mentalità si deve poter dedurre il giudizio in discorso, riusciremo a renderne esplicito quel tanto che basti alla dimostra- zione rigorosa. Le « nozioni comuni » da Euclide in- trodotte man mano che gli occorre di valersene, co- stituiscono complessivamente la mentalità fondamen- tale alla sua geometria; non è dubbio, che tale men- talità non fu tutta esplicita fin dal principio; ma che si andò rendendo esplicita un po’ alla volta con un procedimento analogo all’accennato; mentre cor- relativamente la geometria icessava d’essere intui- tiva per divenire dimostrativa. V. Siano A, B due mentalità esplicite; C, D le con- seguenze opposte, supponiamole ridotte a due giu- dizi, che rispettivamente se ne deducono. Formal- «mente C e D sono, quantunque opposti, giustificati. E materialmente? Siasi riconosciuto che A = B + E; concluderemo allora con certezza che il solo C è BRE, ere materialmente giustificato (1). Infatti, all’esigenza, che a D serve di fondamento, soddisfa pure C; men- tre viceversa D non soddisfa che in parte all’esi- genza su cui si fonda C. La difficoltà che avevamo rilevata è dunque risoluta: la possibilità dell’errore si deve ammettere, ma non costituisce una prova in favore dello scetticismo, l’errore infati è correggi- bile sempre, quantunque non sempre da chi lo abbia commesso. VI. La certezza d’un pensiero nuovo è conseguenza necessaria d’una mentalità, preformata rispetto al pensiero medesimo; il quale, accertato che sia, vi si aggrega e così la modifica più o meno. Che la men- talità si deva per una gran parte alla convivenza, è intuitivo. Ma si deve, per un’altra non piccola parte, all’azione volontaria del singolo. Acquistano stabi- lità ed efficacia quei soli elementi, su cui l’atten- zione si concentra. Le impressioni, di cui s’è fatto cenno, appartengono anch’esse alla mentalità, e dunque non sfuggono alla volontà. L’assenso è vo- lontario; e tuttavia non può dirsi libero, che indi- rettamente: cioè in quanto la volontà contribuì pri- ma, e può sempre contribuire, a formare quella mentalità, che lo determina. (1) In via d’esempio consideriamo la controversia tra tolemaici e copernicani. Questi accettavano tutte le osserva- zioni su cui si fondavano quelli, ma ve n’aggiungevano altre di cui a quelli era impossibile rendersi conto. Non ci sono esempi di controversie risolute, non riconducibili allo sche- ma su esposto. CAPITOLO XII. IL SOGGETTO UNIVERSALE. I. Le riflessioni precedenti (1) misero in evidenza, tra lo Spirito e il singolo delle relazioni, che permet- tono di ritenere lo Spirito come l’unico pensante in ogni singolo; di ammettere cioè, che la coscienza del singolo, sempre limitata, e difettosa entro i suoi stessi limiti perchè inseparabile dalla subcoscienza, costituisca l’autocoscienza dello Spirito. Quindi: o lo Spirito è del tutto subconscio, e la subcoscienza è un costitutivo essenziale del pensiero (2), mentre, invece, all’infuori dell’effettivo consapevole « pensa re », il « pensiero » si riduce a una semplice astra- zione, che non può, come pur dovrebbe (8), identifi- (1) Cap. VI: gg I, II, III; Cap. VII: $$ I, II; Cap, VIII: $$ II, IV; Cap. IX: $$ I, III, IV; Cap. X: $ II; (cfr. Cap. IX: $$ III, VI); Cap. XI: gg I, IV, V. (2) Che il pensiero del singolo abbia radice nella sub- coscienza, è un fatto indiscutibile; io, se non ricordassi, non penserei. Perciò appunto è necessario ammettere, che d’ogni mio pensiero, conscio e subconscio, vi sia una co- scienza esplicita. | (3) Cap. VII, $ I. — 62 — carsi con la realtà, concreta piena e totale. O bisogna riconoscere, che lo Spirito implica, non la moltitudine dei singoli (la quale invece lo implica), ma il Sog- getto universale; che insomma è consapevole in se stesso e per conto proprio (1). II. L’esserci del Soggetto (sottintendiamo : univer- sale) consiste del suo pensare (2); variabile in parte, ma sempre pienamente consapevole. Il Soggetto non dimentica, distingue bensì, tra gli elementi presenti, quelli che son tali per la prima volta, e quelli, che furono tali anche in addietro: il non fare simili di- stinzioni sarebbe un dimenticare. L’unità del Sog- getto è, come concreta e pienamente consapevole, più connessa in se medesima, senza paragone, che non sia quella del singolo; eseluderà dunque tutte le opposizioni (8). Da ciò due conseguenze. Prima: le leggi estemporanee. logiche in stretto senso, da (1) Sostituire, in ciò che precede « Soggetto universa- le » a « Spirito » è lecito (e anche doveroso) qualche volta, p. es., Cap. VI, $ III; Cap. IX $ I; ma non sempre, non p. es., Cap. VI, $ II (ultima frase). Donde una (difficoltà, facilmente vincibile da un lettore accurato, ed eliminata per intero dagli sviluppi che seguono. (2) IAlmeno per quel che ne sappiamo noi. Ma io non vedo perchè si abbiano da far delle supposizioni, che, non avendo il minimo fondamento, sono anche necessariamente prive di significato. (8) L’esigenza della propria unità rende impossibile al singolo di ammettere delle opposizioni, Cap. X, $ III; a più forte ragione... 63 — noi riconosciute incondizionatamente valide rispetto al nostro pensiero, sono incondizionatamente valide anche rispetto al pensiero del Soggetto. Seconda: queste medesime leggi estemporanee, in quanto si applicano a un pensiero variabile, danno luogo alle leggi causali. Vale a dire: due variazioni, che attuandosi fossero per metter capo a formazioni tra loro incompatibili, non si attueranno tali quali, ma interferiranno, diciamo, cioè non si attueranno senza modificarsi. III. La necessità estemporanea, e la causale, non sono imposte al Soggetto ab extra, non essendoci niente fuori del Soggetto. E non gli sono imposte nemmeno ab intra; perchè la sola necessità, che il Soggetto implichi, si riduce a lui stesso. Il Soggetto non può non pensare, perchè non può non esserci, ma è impossibile assegnare una ragione, che lo ne- cessiti a pensare piuttosto in un modo che in un altro. — Questa ragione — diranno — è la sua na- tura. — E io rispondo, che la natura del Soggetto sta precisamente nel suo non avere una qualsiasi natura determinata. Il Soggetto impone le leggi o le fa essere, semplicemente col suo pensare; si noti: all’esserci o al valere delle leggi, non importa «come» il Soggetto pensi, basta «che» pensi (1). (1) Des Cartes riconobbe, giustamente, assurda la sup- posizione che il Soggetto sia comunque sottoposto a leggi quali si vogliano: le leggi hanno, al pari del tempo, Cap. IV. Per conseguenza: il Soggetto è libero. — Ap- punto perchè determinato ab intra — dicono alcuni; ma non ripeterà chi abbia capito le considerazioni precedenti. Un essere determinato ab intra — dalla sua natura — è ciò che in fisica sì chiama un «si- stema chiuso », qual’è p. es., con approssimazione grandissima — e non muterebbe di carettere se fosse chiuso rigorosamente — il nostro sistema solare; che differisce toto coelo dal Soggetto, e dall’uomo. Esempi non controversi di esseri determinati ab intra, e che non siano sistemi chiusi, non se ne hanno; il trasportare questa caratteristica dai siste- mi fisici al pensiero è dunque assolutamente illegit- timo. Del resto : le leggi causali non possono da sole determinar l’accadere, che presuppongono, perchè ne sono leggi (1). L’accadere implica un «principio» d’indeterminazione. VIII, $ II, radice nel Soggetto; derivano cioè del suo at- tuarsi pensando. Non però, come D. C. affermò, dal suo capriccio ; il Soggetto non ha capricci. (1) Si confronti qui sopra $ II, gli ultimi due periodi. Per un’esposizione un po’ meno compendiosa, e quindi più chiara cfr. I massimi problemi, Conosci te stesso, e Dal- l’uomo a Dio, di prossima pubblicazione. Gl’indeterministi francesi combattendo l’abitudine invalsa di applicare al pen- siero una concezione meccanica, si resero indiscutibilmente benemeriti. Se poi la loro dottrina positiva sia ben precisa e soddisfacente, lascierò indiscusso. A me sembra d’aver fatto fare all’indeterminismo un passo innanzi. sia V. L’unità costitutiva del singolo è secondaria, limi- tata, e in gran parte subconscia; correlativamente, le iniziative d’ogni singolo non sono, per il semplice loro attuarsi, consapevolmente ben connesse nè tra loro, nè con quelle degli altri singoli, nè con l’esi- genza del tutto. Ecco perchè i fini, che il singolo tende a realizzare sono talvolta, o irrealizzabili, o riprovevoli. Ed ecco insieme perchè il singolo rico- nosce — come pienamente giustificate a’ suoi occhi, ma d’altra parte come limiti o freni all’indetermi- nazione causale delle sue iniziative, -— delle leggi razionali: estemporanee, causali e deontologiche. In- vece: l’unità costitutiva del Soggetto è primaria o fondamentale, include ogni cosa, ed è pienamente consapevole. Quindi: per il Soggetto, l’attuarsi di un’iniziativa, e il suo connettersi consapevolmente in modo razionale con ogni altra, con l’esicenza del creato e del Soggetto medesimo, sono unum et idem. Delle leggi deontologiche si deve dunque dire il me- desimo, che delle altre: il Soggetto non vi è sotto- posto, nel senso in cui vi siamo sottoposti noi; ma le impone, o le fa essere, col solo suo qualsivoglia pensare (1). Da tuttociò risulta, che la nozione del (1) Cfr. $ III. Abbiamo anticipato qualcosa, che soltanto qui appresso riceverà la necessaria integrazione. Per dire, intorno al Soggetto (universale) qualcosa d’intelligibile, il solo mezzo è di paragonarlo col singolo. Il procedimento analogico è fallace; ma noi, al contrario, abbiamo rilevato & Rn. pet Soggetto e quella tradizionale di Dio, sono affini al massimo grado, forse identiche (1). Perciò qui ap- presso, invece che Soggetto (universale), diremo sen- z’altro: Dio. le differenze fondamentali. Col che abbiamo, indirettamente, ridimostrato che lo Spirito implica il Soggetto. Le deficienze del singolo, che permettono di riconoscergli un’esistenza in sè, devono svanire dall’Essere, che al singolo è di fonda- mento. E sono deficienze di coscienza : l’Essere deve dunque includere la coscienza nella massima pienezza. (1') La nozione di Soggetto, così come 'l’abbiamo espo- sta, è meno determinata: esige dunque delle determinazio- ni, che in un così rapido Sommario dobbiamo tralasciare. Potrebbe darsi — anzi apparisce fin d’ora probabile, o certo (si ricordi p. es., quel che dicemmo sulle relazioni tra il . Soggetto e il tempo, tra il Soggetto e il singolo) — che le sue determinazioni ulteriori fossero incompatibili con alcune determinazioni della nozione tradizionale di Dio. Alla quale ultima si giunse con una riflessione tradizionale senza dub- bio, ma su elementi, la cui razionalità non venne in tutto ben accertata. La mia convinzione — che non posso dimo- strare qui, ma che mi sembra d’aver dimostrata nel già ri- cordato libro Dall’uomo a Dio — è, che le determinazioni ulteriori della nozione di Soggetto bastino a giustificare una religione positiva. CAPITOLO XIII. LA CREAZIONE. L, Dio crea il singcio in quanto forma, di certi suoì pensieri, un gruppo, connesso in se medesimo da una spontanea particolare attività. Coscienza e atti- vità, che non esisterebbero, se Dio non le pensasse, che svanirebbero, se Dio cessasse di pensarle (sot- tintendiamo : concretamente); ma che tuttavia si distinguono da questo pensare divino, perchè il pen- sarle divino è un crearle, ossia un pensarle come distinte (1). L’atto, estrinsecazione dell’attività spontanea, è un pensare del singolo; pensare che realizzandosi diventa ipso facto un pensare divino; ‘ma Dio si priva dell’attitudine a prevederlo, perchè il non privarsene sarebbe un rinunziare alla creazio- ne del singolo, che non ci sarebbe se non fosse di- LI stinto (2). Essendo un pensare, l’atto è consapevole, (1) Secondo i teologi, Dio crea fuori di sè. Inteso nel senso in cui si dice fuori di me l’altrui pensiero, a me ignoto, il « fuori » è inammissibile. Il suo vero significato è di esprimere la distinzione di cuîì s’è fatto cenno. (2) Cfr. Cap. IX, $$ I, II. Il punto più oscuro è que- sto: che la coscienza del singolo, pur essendo inclusa nella — 68—- sia pure momentaneamente: attività spontanea, e coscienza (particolare) sono dunque una stessa cosu diversamente considerata (1). II. Da quanto s’è detto risulta, che il singolo co- stituisce, per il Creatore, una limitazione. Ma impo- stasi dal Creatore volontariamente, perchè il creare dei singoli spontanei, e l’imporsela, son tutt’uno. Inutile trattenersi a spiegare, che la coscienza dei divina, si distingue dalla divina. In proposito l’analogia espo- sta Cap. IX, $ II ha un valore indiscutibile; s’intende, sol- tanto come analogia. Le abitudini, che sono mie formazioni, si distinguono da me; anzi, riescono in alcuni casi a staccarsi da me. Il singolo, benchè riferibile al solo volere divino, ir- riducibile dunque a un’abitudine divina, è in ogni modo una formazione divina, la coscienza, che lo costituisce, non è mai staccabile dalla coscienza divina; ma non è assegnabile una ragione, perchè la detta coscienza non possa distinguersi dalla divina. Supporlo, è supporre che il singolo sia capace di creare più, che non sia capace ])io stesso. (1) Cfr. Cap. XII, $$ III, IV, V. Ammettere, che il pensare — universale o particolare poco importa, essendo un pensare tanto l’uno che l’altro — sia determinato causal- mente ab cxtra o ab intra, è ridurlo a un processo fisico. Tl singolo è — mentre Dio non è Cap. XII, $ III — sottopo- sto alla necessità logica e causale; ma ciò non n’esclude anzi ne implica la spontaneità. Wna folla procede lentamente per una via troppo lunga e troppo angusta; procederebbe, se invece che d’uomini si componesse di statue? Il suo proce- dere implica dunque, in ciascuno de’ componenti, un mo- versi, che nel suo realizzarsi è sottoposto a delle determina- zioni causali, ma che, non essendo una conseguenza di esse determinazioni, è spontaneo. _ 69 — singoli è capace di molti gradi. L’atto è sempre conscio in quanto spontaneo; ma, cessato che sia, è dimenticabile, tanto più facilmente, quanto più la coscienza del singolo sia povera di contenuto; il che si vede p. es. nei bimbi. Per spiegare la crea- zione, si deve postulare l’esistenza di moltissimi singoli, la coscienza dei quali non sia capace che di attuazioni momentanee debolissimamente connesse tra loro: cioè di singoli subconsci. Contro un tale postulato non c’è nulla da obbiettare. Dio crea im- mediatamente i singoli, e li aggruppa in sistemi; per tutto il resto, i fattori effettivi della creazione sono i singoli, come or ora esporremo. III. Un atto interferisce con degli altri atti così di singoli diversi come del medesimo singolo. E’ que- sta una conseguenza necessaria: nel primo caso. dell’unità integrale, cioè della coscienza divina uni- versale; nel secondo, anche dell’unità particolare costitutiva del singolo (1). Donde risulta, che l’atto è, per il maggior numero de’ suoi caratteri, deter- minato causalmente, benchè sempre spontaneo, cioè causalmente indeterminato, quanto al suo esserci, o farsi. L’interferire può essere più o meno inteso, e non è osservabile, in molti casi è trascurabile, se ——@» LI (1) Due variazioni (e ogni atto è una variazione) che attuandosi fossero per’ metter capo a formazioni tra loro incompatibili, non si attueranno tali quali, ma interferiran- no, cioè non si attueranno senza modificarsi; cfr. Cap. XII, $ II (in fine). Re, (1 manca di un minimo d’intensità. Può essere imme- diato, a che sì richiede che gli atti siano simultanei; o mediato e temporaneo, qual’è sempre l’interferire di atti non simultanei. IV. L’accadere, di cui risulta la realtà osservabile, si risolve per intiero negli atti, e nel loro interferire. Suo presupposto necessario è Dio, che lo crea pen- sandolo; ma Dio non lo crea o non lo pensa, che in quanto crea o pensa dei singoli, capaci di atti spon- tanei, che interferiscono in grazia della divina uni- tà, in cul tutti sono inclusi. Dobbiamo fare un altro passo. L’ordine della realtà osservabile o del mondo presuppone ancora, che i singoli non siano conte- nuti uniformemente nella divina: unità, bensì ag- gruppati variamente in sistemi; l’interferire interno ‘ a un sistema essendo, in generale, molto più intenso di quello tra sistemi diversi. L’uomo, che voglia con- seguire un fine. deve rendersi un conto chiaro delle circostanze, in cui opera; il che gli sarebbe impos- sibile, se dovesse badare a ogni cosa. La distribu- zione in sistemi, di cui s’è fatto cenno, ha dunque, almeno rispetto all’uomo un valore teleologico indi- scutibile. V. Il mondo fisico si risolve per intiero, a parte la cognizione che ne ha Dio, nell’esperienza comples- siva, di cui l’esperienza d’ogni singolo è una minima MES, j jgesE parte. Il suo apparirci tutt’altro dal pensiero, men- tre si risolve in un sistema complesso di pensieri (s’intende : non astratti), è riferibile a ciò: che gli atti consapevoli, dall’interferire dei quali risulta, non sono da noi avvertiti uno per uno distinta- mente. Il singolo sviluppato ne avverte soltanto quegli effetti sopra di sè, che sono le sensazioni. E la realtà fisica è un sistema di sensazioni oggetti- vato (1). A far ben comprendere la dottrina testè riassunta sarà opportuna qualche ulteriore diluci- dazione. VI. Le mie sensazioni, trattone alcune poche tra quelle oggettivate nel mio corpo, accadono anche se io non lo voglio; le loro cause dunque mi sono esterne. Io so, in grazia del mio comunicare per via di sensazioni con altri singoli, che, oltre alle mie, si danno moltissime altre sensazioni, costituenti un sistema ordinato articolato e conhesso. E so che le sensazioni dipendono dal variare dello stesso loro si- stema; e non, fuorchè in rari casi, dalle volontà. In questo sapere sta l’oggettivazione, cioè il conside- rare il sistema come una realtà esterna. La cogni- zione del mondo fisico non è dunque illusoria; in- fatti, gli elementi, che n’abbiamo indicati, sono reali. E’ soltanto incompleta: noi, fuorchè in un (1) Come già fu detto con chiarezza, e dimostrato al- l’evidenza da Berkeley. =; piccolo numero di casi, non avvertiamo gli atti, o ì pensieri, da cui deriva in ultimo tutto il sistema delle sensazioni (1). | (1) Incompleta è la cognizione anche sotto il punto di vista fisico. Noi siamo lontani dal rappresentarci chiaramente nella sua totalità il sistema delle sensazioni. Che il non saper tutto sia un’illudersi, non si è mai pensato in fisica, e non si deve pensare in filosofia. La dottrina suesposta, e il monadismo leibniziano, presentano, con delle manifeste so- miglianze, qualche differenza che va rilevata. Leibniz intro- duce la nozione di sostanza, che da noi è lasciata in di- sparte; ma il principio, di cui egli fa realmente uso, è, che la monade sia l’unità conscia o subconscia delle sue rappresentazioni ; principio identico al nostro, che il singolo sia l’unità conscia o subconscia de’ suoi pensieri. Su questo punto la differenza è soltanto verbale. Ma ce ne sono di più gravi. Le monadi « non hanno finestre »; nondimeno, tra le rappresentazioni di ciascuna, e quelle di ciascun’altra, vige un’« armonia prestabilita » (cfr. l’esempio notissimo de’ due orologi); per cui tutte insieme costituiscono un si- stema coerente: l’universo. A Leibniz non faremo colpa dell’aver. abbandonato l’idea, non più sostenibile dopo Ma- Jebranche, delle cause grossolanamente transitive. Ma il contrario d’un errore può essere un altro errore. Supposto accertato il fatto, che la realtà si risolva nel detto sistema, l’armonia prestabilita (cfr. l’occasionalismo di M.) sarà, del fatto, nna spiegazione soddisfacente. Siccome per altro le monadi non hanno finestre, nessuna monade può sapere che ce ne sia un’altra. Il fatto, che avevamo supposto, cade, insieme con l’armonia introdotta per spiegarlo. CAPITOLO XIV. IL MONDO UMANO. I. Oltre alla parte, minima senza dubbio, che gli spetta nella creazione dell’universo, l’uomo è, nel- l’universo e subordinatamente a Dio, il creatore del mondo umano. La subordinazione a Dio è inelimi- nabile; perchè l’opera dell’uomo, nel creare il suo mondo, implica necessariamente un ordine teleolo- gico dell’universo. Il mondo umano è anche fisi- co (1). La configurazione della Terra in generale, il variare delle stagioni e delle meteore, i bradisismi e i terremoti, ecc., non dipendono da noi. Ma noi co- struiamo abitazioni strade ponti canali navi mac- chine, irrighiamo e coltiviamo i campi, addomesti- chiamo animali e piante, accumuliamo capitali che poi servono di mezzi; e via, e via. II. La costruzione del nostro mondo fisico esige delle cognizioni, e una collaborazione, possibili sol- (1) Nel senso medesimo, non occorre dirlo, in cui esiste l’universo fisico: Cap. XIII. DER RE tanto nella convivenza. La quale, mentre da un lato implica l’attività conoscitiva e pratica degl’indivi- dui conviventi, è, dall’altro, la formatrice vera de- gl’individuìi, che le devono la lingua, le mentalità, le finalità, e anche la buona volontà. La convivenza, e i suoi effetti — sul mondo fisico, sugl’individui, e sopra di se medesima — risultano dall’interferire delle singole attività. Le mie iniziative interferi- scono: e tra loro, determinando il mio sviluppo in- terno, cioè la sempre più salda organizzazione della mia coscienza, e con le iniziative d’altri singoli, svi- luppati e non sviluppati, accrescendo il contenuto e raffinando così l’organizzazione della mia coscien- za, mentre per un altro verso la mia partecipazione alla convivenza ne viene accresciuta nella quantità, e migliorata nella qualità. III. . L’essenziale del processo accennato sta in ciò: che l’interferire di due iniziative, purchè abbastan- - za intenso per essere avvertito, è sempre una loro parziale unificazione. Due lottino tra loro con ira; oltre alla propria ira, e nella propria ira, ciascuno avverte anche l’ira dell’avversario. Il che prova che le ire, interferendo, si unificarono. Parzialmente: le ire, infatti, restano due, ciascuna con dei caratteri che le sono esclusivi; ma pure in ciascuna vi è, come suo costitutivo, un elemento costitutivo dell’altra. Il pensare dell’uno, e il pensare dell’altro, sono sempre ‘distinti; ma si riducono in parte a un solo ° e medesimo pensare. Questa è la ragione vera non ia avvertita nè dagli idealisti nè dai solipsisti (Cap. IV, $ II), per cui è possibile tra due singoli una comu- nicazione di pensiero, in grazia della quale ciascuno dei due s’accorge, che l’altro è non meno reale di lui stesso. IV. Il mondo intellettuale umano, senza del quale non ci sarebbe il mondo fisico umano, implica la detta comunicazione, cioè l’intendersi, che alla sua volta implica l’interferire, cioè il collaborare. Un eschimese e un malese, naufraghi su d’un’isola de- serta, non s’intendono dapprima, che in quanto col- laborano, aiutandosi a vicenda; così divengono un po’ alla volta capaci di sempre meglio intendersi. Questo non è ridurre il pensiero a pura empiria. Ciascun uomo è uno in se stesso, e incluso in Dio con tutti gli altri, dunque possiede la ragione in germe: il collaborare sviluppa questo germe. Il che sì vede chiaro nella formazione del concetto. L’inte- resse — pratico sempre come interesse, quand’anche diretto verso la cognizione — aggruppa tra loro, e tra loro soltanto, le cose che, per un complesso M di caratteri comuni, sono atte a soddisfarlo. M, da solo, è contraddittorio : un triangolo, non equilatero nè isoscele nè scaleno, ma il cui solo carattere sia d’essere triangolo; un’arancia non matura né acerba ma il cui solo carattere sia d’essere arancia, — sono controsensi. M da solo è dunque impensabile; ma, Se = per l’interesse che vi si associa, diviene distinguibile LI tra gli elementi con cui è sempre accompagnato. Nel distinguerlo consiste il nostro avere il concetto M, o il suo esserci (1). (1) Berkeley, a cui si devono le accennate riflessioni, errò nel dedurne il nominalismo. I gruppi M, di cui dice- vamo, non sono parole ma processi cogitativi. Quantun- que a renderli stabili, senza di che non gioverebbero, si richieda, fuor di alcuni casi, molto semplici e strettamente pratici, la parola. Donde la superiorità immensa dell’uomo sul bruto. Ma la parola condusse a un’interpretazione fal- lace. Triangolo, arancia, ecc., che di certo non sono puri suoni, parvero nomi di realtà oggettive; pensabili da noi, ma l’esserci delle quali non sia riducibile al nostro pen- sarle: «concetti», o «idee». (Platone. Rosmini, approfon- dendo con acutezza e dottrina eccezionali, ridusse le idee platoniche all’unica dell’essere; ma questa rimane pur sem- pre un’idea platonica). Ciò, a che sogliam dare il nome di concetto (l’arancia, il triangolo, ecc.), non può essere, come Platone credeva, una realtà sui generis; una tale pretesa realtà risulta contraddittoria. La dialettica hegeliana che nella contraddizione vede una caratteristica essenziale al concetto, implica necessariamente, che lo Spirito sia, non soltanto superiore al tempo, ina fuori del tempo. Ma il concetto, quando se ne riconosca il ridursi a un processo temporaneo (secondo che abbiamo accennato nel testo e più diffusamente spiegato nel volume Dall’uomo a Dio), insomma, quando si rinunzi alla pretesa di pensarlo diver- samente da come lo pensiamo, non è punto contraddittorio. CAPITOLO XV. LIBERTÀ E MORALITÀ. I. Io voglio, significa: io metto in opera, con per- severante intelligenza, i mezzi migliori per conse- guire certi finì, scelti applicando un criterio. Il vo- lere serio esige dunque: 1) la cognizione del mondo umano, cioè de’ suoi costitutivi — che tutti possono acquistare valor di fini, o di mezzi, o anche di fini per un verso e di mezzi per un altro —, non che delle relazioni, e in particolare delle causali, tra i costitutivi medesimi. Questa è cognizione semplice- mente oggettiva. 2) Una valutazione, implicante un criterio, così dei mezzi rispetto ai fini, che dei fini gli uni rispetto agli altri. Quest’ultima sì ripercuote sulla prima: un mezzo, che farebbe conseguire il fine facilmente con certezza, è scartato, perchè in opposizione col criterio valutativo dei fini. E non è più semplicemente una cognizione oggettiva: un uomo ha degli scrupoli, un altro non ne ha. 8) La perseveranza: non passare senza buona ragione da un fine a un altro, non perdere mai di vista il fine valutato come il più alto. 4) L'intelligenza : l’impre- SEG, (- PS vedibile variare delle condizioni esterne o interne rende necessaria talora una mutazione, o nei mezzi. rivolti a certi fini, o anche nei fini che ci proponia- mo di realizzare. II. Da tuttociò risulta, che il volere non è origina- rio, ma conseguenza dello sviluppo (1), di cui di- viene alla sua volta il fattore più efficace. Ora, lo sviluppo si deve all’interferire necessario di atti che, pur essendo spontanei, sono, per il maggior numero de’ loro caratteri determinati dall’interferire mede- simo (2). Anche la volontà sarà dunque determi- nata, con una prevalenza paragonabile a quella evi- dente nell*accadere fisico ; in guisa cioè, che ì carat- teri essenziali de’ suoì atti siano prevedibili con grande sicurezza (8). D’altra parte: la spontaneità non svanisce in tutto mai, perchè allora svanireb- (1) Individuale collettivo, conoscitivo e pratico, Cap. XIII: $$ II, III, IV. -_—. (2) Cap. XIII, $ III; cfr. Cap. XIV, $ III (in parti- colare le prime linee). (8) E’ certo p. es. che il professore salito in cattedra farà lezione; che il sicario, nel punto in cui sta per com- mettere il delitto, non se ne ritrarrà volontariamente. Il capriccio sta nello scegliere senza criterio fisso; è dunque una volontà in via di formazione, ma rimasta imperfetta. La volontà vera, esclude il capriccio (l’arbitrio indifferente). Anche la spontaneità primitiva lo esclude, perchè non sce- glie; il bimbo di pochi mesi non è capriccioso, benchè paia tale a chi gli attribuisce delle valutazioni comparative pro- prie dell’adulto. Cfr. qui appresso $ III. MI, (| IRE bero, e la coscienza, e lo stesso accadere col suo determinismo. Valendomene, io posso, in ogni caso, modificare, poco finchè si voglia ma nel senso che reputo migliore, il determinismo del mio accadere interno. L’organizzazione, che mi determina, è dun» que per una parte importante, opera mia (1). Io sono libero, significa: io posso lavorare con frutto a rendere sempre più coerente il mio fare-pensare. Alla libertà sono essenziali due momenti: uno di determinazione, l’altro d’indeterminazione ; che non soltanto non si escludono, ma che si esigono e s’in- tegrano a vicenda (2). III. Noi distinguiamo tra l’utilità e la moralità, e riteniamo questa superiore a quella; ecco un crite- rio valutativo, che non passiamo non ammettere, ma del quale dobbiamo renderci un conto chiaro. In proposito l’utilitarismo (8) e il razionalismo pu- ro (4) son dottrine, la cui opposizione sembra con- » (1) Cfr. Cap. IX, $ VI. L’assenso è conseguenza neces- saria di una mentalità; ma la parte che all’uomo spetta nella costruzione di questa, non è mai trascurabile. 'Analo- gamente... (2) Abbiam dovuto limitarci a pochi cenni. Per una discussione meno incompleta cfr. gli altri lavori citati e l’art. Determinismo e libertà, in Riv. di Filos., Genn. Marzo 1923. | (8) Che si fonda sull’edonismo e l’include. La morale sociologica è più consapevole, ma pur sempre utilitaria. (4) Con questo nome designiamo la morale kantiana; cfr. qui appresso $ IV. — 80 — tradditoria : esaminiamole in breve. Le sensazioni sono essenziali alla teoria; i sentimenti (piaceri e do- lori) associati a quelle sono essenziali alla pratica. E la storia dimostra, che la morale apparve tardi, al pari della scienza; conseguenze l’una e l’altra dello sviluppo da una condizione primitiva, in cui le ulte- riori distinzioni ancora non esistevano, e non erano possibili. Ma i bruti benchè abbiano delle sensazioni e dei sentimenti, non riuscirono a costruire nè la mo- rale nè la scienza; dunque la condizione primitiva dell’uomo conteneva in germe le distinzioni ulte- riori. Da questo germe, ossia dalla ragione, impli- cita nella parola e nella convivenza, non è lecito prescindere. Ora la ragione, stando all’uso che gli utilitari ne fanno e ne suppongono fatto, si riduce a uno strumento; mentr’è invece un costitutivo essenziale della realtà, di cui esprime l’unità, e se non fosse tale, non sarebbe uno strumento. L’utili- tarismo è dunque un empirismo insostenibile. IV. La distinzione tra la morale vera e la pratica utilitaria è, dai razionalisti puri, fondata su quella tra l'imperativo categorico e l’ipotetico, e concepita per conseguenza come un’assoluta separazione. Tra 1 moltissimi fini utili ciascuno è costretto a sceglie- re; scelto che abbia, deve, per non contraddirsi, ricorrere a certi mezzi, che dipendono dal fine scel- to: ecco l’imperativo ipotetico. L’imperativo mo- rale invece, non è subordinato a un fine, che gli sia esterno; ha per se stesso un valore, che s’impone a if = ogni singolo ragionevole; sii onesto: ecco l’impera- tivo categorico, ed ecco la morale. Astrattamente parlando non c’è nulla da opporre; ma il pensiero astratto non è mai adeguato alla realtà, quantun- que sia necessario alla cognizione. Nelle considera- zioni qui appresso è indicata, molto sommariamente al solito, la via per uscire dall’astratto, condizione sine qua non per intendere le questioni morali, che sono di tutte le più concrete. V. Una parola non ha significato, che in una lin- gua (1}; similmente: una proposizione, sia pur l’im- perativo categorico, non ha significato, nè dunque valore, che in tutto il sistema del pensiero, includente anche la pratica utilitaria. I fini utili vanno scelti;. ma la scelta, benchè diversa da un singolo a un altro, non è capricciosa; chi non riflette quid ferre recusent, quid valeant humerì, diventa un guasta- mestieri, peccando moralmente. La morale, mentre per un verso limita la scelta, per un altro esige, che una scelta si faccia : infatti, chi non vuole essere un ozioso disonesto, deve procacciar l’utile, anche il pia- cere d’altri e di se medesimo. E’ disonesto così l’a- strarre dall’utile, come il rinchiudervisi; donde una difficoltà, che della morale umana è un costitutivo essenziale. Insomma: l’onesto e l’utile si connettono indissolubilmente. I fini utili sono, in massima parte, (1) P. es.: «desto» è una parola, che appartiene in- sieme, con differenti significati, e all’italiano e al tedesco. 6 i 89 mezzi per conseguirne altri, utili nello stesso modo; c'è dunque nel campo utilitario, un ordine meravi- glioso. E, rispetto a questo, l’ordine morale non è qualcosa di estraneo sovrappostogli; ma, semplice- mente, l’unità, ossia la ragione divina, che lo fonda e lo integra. | VI. L’esigenza pratica umana, fondata sull’ordine divino, si riassume nella formula: superare la fram- mentarietà; subordinare i singoli, che sono molti e diversi, alla suprema unità. Il singolo è subordinato essenzialmente, perchè non esiste fuori della supre- ma unità; ma, come spontaneo, può accostarlesi, o scostarsene ; il detto principio esprime dunque una legge deontologica. Lavorando a subordinarsi, ognu- no procede verso la massima realizzazione di se stesso. E questo è il solo fine stabilmente consegui- bile; infatti, la legge deontologica, benchè violabile dentro certi limiti, ha un fondamento logico: il ten- tar di violarla si riduce dunque a un agitarsi discor- de, vano, e in ultimo disastroso. La legge deontolo- gica è morale o utilitaria? E’ morale perchè vera- iente utilitaria, e veramente utilitaria perchè morale. CONCLUSIONE. L’idealismo ha, sulle altre filosofie, il vantaggio d’averne messo in evidenza i sottintesi problematici. E’, tra tutte, indiscutibilmente, la filosofia più li- bera di sottintesi. Pretendere di «confutarlo», col semplice contrapporgli una qualsiasi delle filosofie già costruite — vale a dire alcuni «principil», di cui l’idealismo revocò in dubbio il valore — non è le- cito. L’idealismo non può essere sottoposto che a una critica «intrinseca»; tale cioè, che lo colga in opposizione con se medesimo. E’ questa la via, nella quale noi siamo entrati risolutamente. L’idealismo critico, del quale ripro- ducemmo in riassunto i dogmi fondamentali, nella forma e col significato che assunsero dopo un secolo e mezzo di sviluppo, fu il nostro punto di partenza. E non ce ne allontanammo, se non perchè un appro- fondimento ulteriore della stessa critica idealistica vi ci costrinse. Degli approfondimenti accennati, basti richiamarne due. Il tempo, ci si disse, o è una forma, di cui lo Spirito riveste una realtà estemporanea (che in tal modo risulterebbe non conosciuta, ma falsificata), o dovrebb’essere una realtà superiore allo Spirito, che lo condizioni e lo domini. Abbiamo notato in contrario, che l’alternativa è incompleta, e quindi mal posta. Lo spirito crea il tempo, in quanto pro- RE 7 pe duce delle novità; neon è dunque sottoposto al tem- po, al quale tutto il creato è sottoposto; $ive nel tempo, ma per la sua stessa iniziativa. | Lo spirite non è tutto in ogni singolo, bensì, ogni singolo è nello Spirito, essendo un gruppo di suoi pensieri. Per conseguenza, i singoli differiscono, e tra loro —- benchè tutti abbiamo in comune d’es- sere nello Spirito — e dallo Spirito. Il quale non può non essere consapevole; perchè, se tale non fosse, la subcoscienza, che d’ogni singolo è costitutiva, sa- rebbe assoluta; mentre un’assoluta subcoscienza è contraddittoria. Come consapevole di se medesimo, e non semplicemente nei singoli ma in se medesimo, lo Spirito è Dio. L’ultima conseguenza, che traemmo dalle pre- messe idealistiche, ha un carattere profondamente realistico; benchè l’essenziale dell’idealismo vi sia conservato; ed anzi messo in una luce più vera. La novità nostra è relativa, e come novità e come no- stra: si riduce ad aver fatto fare alla critica ideali- stica un passo innanzi, piccolo e facile; decisivo, ma in quanto conseguenza necessaria dei già fatti. La gnoseologia del singolo razionale, perchè ineluso in Dio, ma distintone, cioè singolo — è ne- cessariamente realistica; non potendo il singolo, senza contraddire a se stesso, identificare la realtà col pensiero umano in massima parte subconscio. La gnoseologia idealistica non è vera, che in ordine a Dio. Ma Dio, nell’idealismo, non è consa- pevole di sè, che nei singoli; propriamente parlan- do, la realtà massima è dunque inconsapevole. Con- seguenza inconciliabile con l’identificazione di realtà gg e di pensiero. E’ vero, che secondo l’idealismo Dio, cioè lo Spirito è tutto in ogni singolo; sicchè la gno- seologia idealistica sarebbe, se prescindiamo dalla testè rilevata contraddizione, applicabile al singolo. Ma Dio non potendo errare, da quest’applicazione sì conclude, che neanche il singolo non può errare; dunque, se l’idealismo è vero, saranno veri e il rea- lismo, e 11 più grossolano materialismo. Un’ultima osservazione. Oppongono: Dio, se fosse personale, saprebbe tutto ab aeterno; e il sa- pere umano, riducendosi a una parte minima del sapere divino preformato, non sarebbe una costru- zione umana; in sostanza, noi, al mondo, ci sarem- mo per un di più —. Rispondiamo. L’opposizione avrebbe un valore, se Dio fosse fuori del tempo, e se l’uomo non avesse un’attività causalmente indeterminata. Ma non è accettabile nessuna delle due ipotesi. L’uomo essendo incluso in Dio, non può formare un pensiero, che non sia perciò stesso e ipso facto noto a Dio. Ma che Dio conosca in anticipazione, a priori, tutto quanto l’uomo penserà o farà, è da escludere; Dio, creando l’attività umana causalmente indeterminata, impo- se liberamente certi limiti alle sue previsioni. Subor- dinatamente a Dio, e internamente al creato, l’uo- mo è autore del proprio mondo, e del proprio sapere. Cade così l’opposizione in discorso. L’uomo, pur distinguendosi da Dio, è al mondo per qualcosa: per conseguire un fine, che si fonda insieme sull’or- dine divino, e sull’attività umana. Lavorando in questo senso, l’uomo non è ridotto a rispecchiare in sè il pensiero divino; bensì collabora veramente con Dio. a INDICE ——+—+—»y<>@—+w—_@——_— CENNI AUTOBIOGRAFICI INTRODUZIONE CAP. I. — II fine della filosofia . » IH. — Il metodo - » HI. — Il metodo filosofico » IV. — Il solipsismo V. — Discussione del solipsismo VI. — Lo Spirito . VII. — Lo spirito e il singolo VIII. — L’accadere . IX. — Immanenza e trascendenza X. — Necessità e certezza -. XI. — L'errore XII. — Il Soggetto universale XII. — La creazione XIV. — Il mondo umano XV. — Libertà e moralità Conclusione Digitized by Google COLLEZIONE FILOSOFICA diretta da E. CASTELLI . - CasteELLI E.: Filosofia della vita. Saggio di una critica dell’attualismo e di una teoria della pratica . . L10—- . - REDANO’ U.: La crisi dell’idealismo attuale. >» 10 — . - BLonpeL M.: Principio di una logica della vita morale, con lettera prefazione di M. Blondel. Introduzione e tradu- zione a cura di E. Castelli . : A , . L. 6,50 . = Varisco B.: Linee di filosofia critica . . >» 12 — _- Kant A.: I fondamenti della metafisica dei costumi. Tra- duzione, introduzione e note di G. Perticone . L. 6— 6. - VaRrISCO B.: Sommario di filosofia . . . » 7- Prezzo del presente volume LIRE SETTE UNIVER. DI ROMA Donazione L. Vagnetti 46 ISTITUTO DI VIJOSOTIX BIBLIOTECA COLLEZIONE FILOSOFICA A CURA DI E. CASTELLI IV. EIA tr don + NITTI PROPRIETÀ LETTERARIA Tipografia Editrice Laziale - A. Marchesi - 1925 ni BERNARDINO VARISCO asi LINEE DI FILOSOFIA CRITICA ROMA ANGELO SIGNORELLI — EpiTORE VIA DEGLI ORPANI, 88 1925 Digitized by Google PREFAZIONE [I giovani lettori, se traggono come spero qualche van- | taggio dal presente libro, ne sian grati al bravo Prof. Castelli, già mio scolaro. Il quale, per liberarmi dalla fatica dello scrivere, divenutami troppo grave, s’adattò a farmi da intelligente segretario; e aggiunse di suo al libro le note con la firma E | C., ossia quasi tutte. Senza l’aiuto suo efficace, io non sarei venuto a capo di questa mia qualsiasi fatica. Il che sia detto per soddisfazione mia non meno che sua. Roma, settembre 1925. B. VARISCO. ila Te e iinti I a I O ran Pula INTRODUZIONE 1. Ci proponiamo di cercare, se alla filosofia spetti an- cora, nella civiltà moderna, un ufficio; e quale sia quest’uf- ficio. Vedremo, che la filosofia, oggi, non che sia diventata inutile come da molti si crede, può darci essa sola, della nostra civiltà, una concezione organica; dalla quale non possiamo prescindere, se vogliamo padroneggiare i fatti, così da impedire che la nostra civiltà decada senza rimedio. Vedremo altresì, che la filosofia capace di compiere nella civiltà moderna il detto ufficio, può esser considerata come la sintesi o l’anima stessa della nostra civiltà. Anima, che ancora non ha, ma che può e deve acquistare una chiara ‘e vigorosa coscienza di sè. 2. Carattere fondamentale della società moderna, e quin- di anche della civiltà moderna, è la complicazione, già gran- dissima, e che va crescendo sempre. In altri termini : la no- stra vita collettiva si attua mediante un grandissimo numero di funzioni disparate. Quanti e quanto svariati uffici governativi! Quante mani- festazioni diverse dell’attività economica : produttiva, com- merciale, raccoglitrice e distributrice di capitali! Quante forme di cultura, distinte, anzi divenute quasi estranee le une alle altre! | o — 8 — Epaminonda non portava che un pallio; ciascuno di noi ha indosso abitualmente molti capi di vestiario di specie di- verse. La nostra civiltà supera in complicazione la già com- plicata civiltà ellenica, molto più che il nostro vestire non superi in complicazione quello dei contemporanei d’Epami- nonda. 3. La complicazione richiede, per non diventare disastro- sa, una corrispondente coordinazione tra le funzioni, o tra tutte le diverse attività umane. In una società complicata, ciascuno ha, direttamente o no, bisogno di tutti gli altri; e non potrebbe vivere, se questo bisogno rimanesse insoddi- | sfatto. | i La coordinazione tanto necessaria è sempre incompleta. . Il vivere in una società complicata esige anche da ogni sin- : golo un'attività molto più intelligente più intensa più varia i @ più ordinata, che in una società semplice. Perciò la com- plicazione fa crescere il numero degli anormali: spostati e delinquenti. E il crescere degli anormali è un: guaio serio; costituisce un grave ostacolo alla necessaria coordinazione. Quantunque sempre incompleta, la coordinazione può es- - ‘ ser tale, da rendersi via via, grazie allo svolgersi delle atti- vità normali, sempre meno incompleta e più efficace. Ma può essere insufficiente a segno, che lo svolgersi delle atti- vità normali ne risulti gravemente frastornato. La coordina- zione allora va diminuendo: la società si trova in condizio- ni anormali; e la civiltà, ossia la coscienza che la società ha di sè medesima, s’avvia, se non ci si mette riparo, verso la decadenza. 4. Le condizioni presenti sono, tra noi e più o meno dappertutto, anormali, e dunque avviate a diventare sem. — 9 — pre più anormali. Ed è per poco evidente quel che dicevo : che l’anormalità è riferibile al non esserci, tra le funzioni sociali, una coordinazione corrispondente alla loro com- glicazione. «Che la coordinazione sia difettosa, è provato in primo luogo dalle lotte, anche violente, che si vanno rinnovando tra le varie forme d'attività, e che ne scemano di non poco l’effetto utile. Ma c’è dell'altro. Per addurre un solo esempio: noi ci lamentiamo -del caro viveri; d'altra parte, abbiamo accresciute le spese superflue; e diminuito il lavoro, senza riflettere che i prodotti, scemando, rincariscono. 5. Il Governo, che dovrebb’essere l'organo principale della funzione coordinatrice, non la può compiere, se non è sostenuto e aiutato. E quindi rivolge, ogni momento, i più caldi appelli alla cooperazione, cioè alla fiducia, del pubblico. Ma è d’altra parte costretto, per vivere in qualche mo- do, a venire a patti con le forze disgregatrici. E questo gli fa perdere la fiducia, di cui ha bisogno. La fiducia non serve domandarla, e dimostrarne la necessità; biso- gna saperla inspirare. Il pubblico, se ne vogliamo l’ap- poggio, dev’essere, non persuaso con idei ragionamenti astratti, ma trascinato. i Questa critica è ben facile; nessuno crederà, che i no- stri governanti non se ne rendano conto essi per i primi. O dunque? Il fatto sta, che quel pubblico medesimo, il quale non ha fiducia nel Governo perchè lo vede operare in un certo senso, non lo sosterrebbe, forse gli si oppor- rebbe, se lo vedesse tentar di operare in senso contrario. 20 sii cali Mi ER 40 6. Qui, molti s'aspetteranno ch'io metta innanzi la mia brava proposta: qualcosa come un progettino di legge, che, votato ed eseguito, abbia la virtù di eliminare tutti gl'in- convenienti. Secondo un’opinione diffusa, i professori di filosofia pretendono di sapere ogni cosa. Non vogliono ca- pacitarsi, che la ragione umana è limitata, e non può pene- trare il fondo misterioso della realtà. Ecca: io parlavo testè, in via d’esempio delle difficoltà contro cui ci dibattiamo, del caro viveri, e della manifesta” incongruenza tra i lamenti che ne facciamo, e le azioni con cui lavoriamo ad aumentarlo. Ci sia o no, e qualunque sia, il fondo misterioso della realtà, l’incongruenza rilevata, ed ogni altra, è pur sempre la medesima. Non mi s’attribui- scano delle opinioni, che non ho mai nè insegnate nè sognate. lo parlo di quel mondo, che ci è noto in quanto ci viviamo, cioè del mondo umano; d’altro non parlo. | 7. Di questo suo mondo, l’uomo ha costruito la scien- za; più esattamente, ne ha costruito una moltitudine di scienze. L'attività conoscitiva, per attuarsi, dovette spezzar- si, tal quale come l’attività pratica. E come la molteplice at- tività pratica esige una coordinazione, così la moltitudine delle scienze esige un'’unificazione. Riconoscere questa esi- genza, e intenderla; cioè intendere che la cognizione costi- tuisce un organismo: ecco l’ufficio della filosofia. Donde risulta, che mentre le scienze valgono rispetto alle attività pratiche distinte, o in altri termini servono di fondamento alla complicazione; la filosofia, correlativamen- te, vale rispetto alla coordinazione, la quale non può avere altro fondamento. Qui, perchè il seguito sia chiaro, conviene: primo, eli- minare un equivoca possibile, precisando l’indicata nozione — ll — ? di filosofia; secondo: far vedere che la filosofia, per com- piere la sua funzione unificatrice del “sapere, “ossia a per Ser- vire di mezzo alla funzione coordinatrice pratica, non ha punto bisogno d’aver pienamente risoluto il suo problema, che del resto non è mai pienamente risoluto, a DI 8. La filosofia, dicevamo, è l'unificazione del sapere. Ma il sapere può essere ‘unificato in due modi. E cioè: in quello, con cui di molte pietre si costruisce una casa; op- pure in quello, con cui di molti organi risulta un organismo. Dei due, soltanto il secondo è legittimo. Infatti : quantunque l’orologiaio come tale non debba nè possa occuparsi di grammatica, 0 di storia, o di fisiolo- gia; è nondimeno evidente che l’orologeria, come dottrina e come pratica, non ci sarebbe, se non ci fossero degli uo- mini, che adoperano bensì degli orologi, ma li adoperano a. tutt'altro (eccetto gli orologiai) che a studiar gli orologi c0- struiti o a costruirne di nuovi. Basta quest’esempio a dimostrare, che le singole scien- ze (tal quale del resto, che le singole attività pratiche) non hanno valore, anzi non sono possibili, che nella loro unità. Non sono pietre, con cui si possa costruire l’edifizio della filosofia, e che v’entrino restando immutate; sono organi, che hanno esistenza significato e valore soltanto nell’orga- nismo cl che li | unifica. La fisica, p. P. es., è una scienza di valore indiscutibile, in quanto è sistemazione di una_parte dell’esperienza_ umana (dell'esperienza esterna), considerata sotto un aspetto, che alla sua volta è determinato dall’esperienza umana totale considerata nella sua unità. Ma considerata in sè stessa da sola, non ha più significato nè valore; nè dunque possiamo — ron renente nora ——___—_———_———_____ ____ _tttiitttii@òitt@ta@asite esame meno re oe scia dirla un elemento acquisito, una pietra da collegare con al- tre nella costruzione filosofica. 9. Inteso nella sua pienezza, il problema filosofico — intendere, « come » il sapere costituisca un organismo — non si finisce mai di risolvere. Col crescere delle cognizio- ni, la totalità del sapere non soltanto s’ingrandisce, ma si riordina; come sa chiunque abbia imparato gli elementi d’u- na scienza qualsiasi. L'organismo conoscitivo esiste, ma in quanto è in via di sviluppo; la supposizione, che lo si possa descrivere una volta per sempre, non è in fondo che un controsenso. Ma, perchè uno possa lavorare utilmente all’'unificazione della cultura e della civiltà, e quindi anche alla coordina- zione delle attività pratiche, non si richiede, che possieda una dottrina profonda intorno al « come »; basta, che sia ben sicuro del « che ». Il sapere umano è un organismo; l'attività pratica umana è un organismo; e i due organismi, assolutamente insepara- bili, non formano in sostanza che un organismo solo. In queste proposizioni è riassunto l’essenziale di quella filo- sofia, che ha una sua importante funzione da compiere nella \civiltà moderna; e che si può dire filosofia della società mo- è derna, in quanto n’è insieme il prodotto e l’espressione. 10. L'’essersi ben fissati sul « che » basta per eliminare il semplicismo. Noi siamo tutti un po’ semplicisti, perchè abbiamo una cultura, che non è meno frammentaria dell'at- tività pratica. L’uomo, che si è familiarizzato con una parte sola della realtà, non comprende, che le difficoltà vere non sono quelle, che possono sorgere internamente a una parte — 13 determinata, ma quelle, che si devono all’insufficiente coor- dinazione tra le parti. | Poichè la complicazione dà luogo a degl’inconvenienti, al- cuni pensano, che bisognerebbe cercar di semplificare. Ma la ragione, per cui la nostra civiltà è complicata, sta in ciò,. L ogni tentativo di perfezionarla v’introduce delle com- plicazioni. Altri pensano, che il meglio sia di rassegnarsi aspettan- do che la burrasca passi; persuasi, che tutto andrà per il meglio, se anche a noi toccherà di andarne di mezzo. Ma l’uomo non concorre a perfezionare gli altri, se non lavora sempre a perfezionare sè medesimo, sforzandosi di vince- re le difficoltà che gli si attraversano. Questi sforzi devono essere coordinati (l’abbiam detto cento volte): ma per ciò stesso devono essere compiuti; rinunziarvi sarebbe un con- correre per quanto è in noi alla rovina della civiltà. Il semplicismo è disastroso, perchè ci pasce, o d’erba trastulla, o di veleno. La filosofia, se anche non avesse altro. «merito che di eliminare il semplicismo, sarebbe già grande- mente benemerita della civiltà. 1. Chi ben comprenda il principio fondamentale soprae- nunciato, e lo accolga, non come ospite ozioso del pensie- ro astratto, ma come fattore vivo di tutta la vita consape- vole, sa e sente, che il bene suo proprio, e il bene collet- tivo, sono inseparabili, anzi tutt'uno. Ha superato l’egoi- smo non meno che il semplicismo. E non occorre altro, perchè ogni suo fare sia un “cooperare; sia cioè un con- eiadata in n restio correre, per quanto SÌ i stendano le. sue forze, _alla coordina- zione. delle attività “sociali. Non ho ‘detto, si noti: accettate il principio, e vi sarà fa- cile scoprire il rimedio ai mali della nostra civiltà. No: ma. cai 14 n ho detto, che l'accettazione del principio è, purchè sia profonda e sincera, cioè concreta, il rimedio. C’è tra le due formule, una differenza essenziale, che non va trascurata. La buona volontà non è il mezzo per giungere alla virtù, è la virtù essa stessa. 12. Le riflessioni filosofiche, anche soltanto iniziali, non sono accessibili che a pochi. Ma ciò non vuol dire che ser- vano poco. L'opinione pubblica, e quindi anche la moralità media, sono in gran parte formazioni delle classi culte. La cultura, della quale andiamo non a torto superbi, esi- ste, perchè i suoi molti elementi sono tutti profondamente collegati fra loro: costituiscono un'unità. Ma noi, finora, ci siamo fermati sugli elementi, e n’abbiam trascurata (qual- cuno è arrivato fino a negare) l’unità. Con questa conse- guenza : che la nostra cultura o serve di strumento alle fund zioni pratiche distinte, o non è che un ozioso passatempo. Dobbiamo, non tornare indietro, ma oltrepassare il segno a cui ci eravamo irragionevolmente fermati. Procacciamoci una coscienza concreta e pratica dell’unità. E la nostra cultura ci guadagnerà un tanto in organicità e in efficacia. Diverrà quel che dovrebb’essere, un cibo spirituale; di cui anche le moltitudini rozze (la moralità e la cultura delle quali sono in gran parte, come s’è detto, formazioni delle classi culte) potranno rinvigorirsi per collaborare casi; te al bene comune. CAPITOLO I. IL SAPER VOLGARE $ 1. — Valore del saper volgare ° Diciamo saper volgare quello che non è costruito ms- todicamente. Quindi un saper volgare possedevano anche i primitivi, e oggi lo possiedono anche gli uomini rozzi; dove per altro è da notare, che il saper volgare subisce anche presso i rozzi l’influenza di un sapere costruito metodica- mente. Oltre alle modificazioni dovute a questa influenza, ii saper volgare si va sviluppando per virtù propria e così mette capo al sapere metodicamente costruito. Che il saper volgane abbia un valore appare in modo indiscutibile dalle sue relazioni con la pratica; — noi sap- piamo per esempio da tempo immemorabile che il legno secco è combustibile, mentre l’acqua è incombustibile; — che certi vegetali sono mangerecci mentre altri sono vele- nosi. E dirigendoci secondo queste cognizioni possiamo con- Seguire certi fini che invece falliscono se delle cognizioni medesime non teniamo conto. Dunque il saper volgare è veramente un sapere, salvo quanto si avrà occasione di av- vertire più oltre. Bisogna notare che il saper volgare accertato serve di fondamento necessario alla riflessione con cui ci. proponiamo di estenderlo e di approfondirlo. Non è possibile costruire una scienza, e nemmeno fare la critica del saper volgare, senza prendere le mosse da un saper volgare accettato come valido. $ 2. — Come si costruisca il saper volgare Noi qui non indaghiamo la prima origine del saper vol- gare; il che ci condurrebbe ad indagare la prima origine dell’uomo; non essendoci mai stati, a nostra notizia, uomini privi di ogni saper volgare. Cerchiamo soltanto in che modo ciascun individuo si co- struisca il saper volgare di cui è in possesso quando è adulto, ma che certamente non possedeva nei primi giorni di vita. Cerchiamo altresì come le generazioni che si vanno succedendo accrescano il saper volgare di cui erano in pos- sesso le generazioni precedenti. Esponiamo qui appresso gli elementi principali del proce- dimento, con cui si costruisce il saper volgare. $ 3. — Continuazione. L'esperienza Ciascuno ha delle sensazioni; e comunemente si ritiene che le sensazioni derivino dalle azioni che il mondo esterno esercita sopra di noi. Evidentemente peraltro le cose, di cui risulta il mondo esterno, operano le une sulle altre, mentre soltanto negli animali queste azioni provocano delle sensazioni. Dunque dobbiamo ammettere che ciascun ani- male, quindi anche l’uomo, abbia una proprietà non comu- ne alle altre cose, in grazia della quale ad un’azione che subisca tiene dietro una sensazione. Questa proprietà, che non può derivare dall’esperienza perchè un’essere che ‘ «non l’avesse, mancherebbe di sensazioni e quindi anche aaa 17 a fi di esperienza è dunque un costitutivo a priori dell'essere senziente. $ 4. — Continuazione. La ragione L'esperienza è un elemento necessario, ma non il solo, del nostro sapere. Infatti quel sapere che si ricava dall’e- sperienza si presenta con un carattere di accidentalità. Invece noi riconosciamo nel nostro conoscere una neces- sità; e per esempio una necessità che si riferisce al tempo ed una che si riferisce allo spazio. Quanto allo spazio: al- cune cognizioni elementari geometriche sono di patrimonio comune; guanto al tempo: la sua irreversibilità è un carat- tere del quale non possiamo nemmeno supporla privo. In un’altro ordine di idee: tutti escludono che dei fatti possano accadere all’infuori d’ogni causa. Che certe cogni- zioni abbiano il carattere della necessità, noi lo sappiamo, perchè il supporle prive di valore disorganizza il nostro pen- siero ossia ci rende incapaci di ricavare un costrutto da ciò che pensiamo. Tutto ciò si esprime dicendo che noi oltrechè senzienti siamo anche ragionevoli. $ 5. — Continuazione. Esperienza e ragione collegate La sola esperienza si risolve in sensazioni; ma noi con il saper volgare facciamo ben altro che affermare le nostre sensazioni, anzi riconosciamo l’esistenza più o meno fissa o variabile, di certe realtà con dei caratteri corrispondenti alle nostre sensazioni. Ciò vuol dire che noi aggruppiamo le nostre sensazioni secondo certe leggi (le principali sono lo spazio, il tempo, e la causalità); riuscendo in questo modo al concetto di una 2 -- 18 — < realtà sperimentata. Il detto aggruppamento è anch’esso dovuto alla ragione. Per esempio, chi credesse che una certa sensazione s0- nora fosse associabile con certe sensazioni tattili, come ad esempio, che un fiocco di cotone possa mandare il suono di un campanello, passerebbe per insensato. 8 6. — Continuazione. L’attività pratica E’ noto che l’uomo fino dall’infanzia non sta inerte in attesa di sensazioni, ma ne va in cerca operando sulle cose che operano sopra di lui. Nel tentativo di operare sulle cose, cioè di modificarle a suo modo, s’accorge che le cose gli resistono, che certe loro modificazioni a lui sono impossibili, ed altre otteni- bili soltanto entro certi limiti e procedendo in un certo modo. L’attività pratica è dunque un'importante fattore del- le nostre cognizioni. L'attività pratica è ancora un’espe- rienza; ma tuttavia si distingue da quell’esperienza che acquistiamo anche senza essere attivi, e dunque introduce nelle nostre cognizioni elementi che non derivano dalle semplici sensazioni. i Appena è il caso di notare che tra le nostre cogni :mì sono di speciale importanza quelle che si riferiscono ile connessioni causali, queste riguardano le determinazio di fatti realizzantisi o tra le cose o tra noi e le cose. Per esempio nel fuoco il piombo si squaglia, il ferro si arroventa ietc.; noi per ben digerire certi alimenti dobbiarto sottoporli all’azione del fuoco. Queste ultime cognizioni sono evidentemente acquistabili per mezzo dell’attività pratica; ma lo stesso si può dire anche delle prime, perchè le scam- la 19 = bievoli azioni tra le cose, non hanno importanza per noi che in quanto si connettono con la nostra pratica. $ 7. — Continuazione. La convivenza Da ultimo il saper volgare dipende in modo essenziale dalla convivenza che implica e uno scambio di cognizioni tra i conviventi, e una loro collaborazione. Di un sapere che non si possa esprimere in parole, nes- suno riesce a farsi un’idea; d’altra parte, i bruti che non comunicano per mezzo di parole mancano di un sapere anche . lontanamente paragonabile al nostro. L'uomo essendo par- lante può avere delle tradizioni, e sappiamo infatti che ne ebbe fino dall’antichità più lontana. La tradizione soltanto libera l’uomo dalla necessità, che altrimenti lo dominerebbe, di rifarsi da capo ad ogni generazione. Dunque il saper volgare può essere migliorato, quanto all’estensione, alla profondità ed alla organizzazione interna, soltanto per mezzo della tradizione. Mentre si può dire vi- ceversa che il sapere intanto esiste in quanto è perfezio- nabile: infatti qualsivoglia cognizione che riusciamo a di- stinguere sia nel sapere nostro, sia in quello di cui erano forniti gli uomini più antichi di cui s’abbia notizia, porta i segni manifesti che la caratterizzano come una costruzione presupponente un sapere più antico e naturalmente più im- perfetto. La medesima efficacia dobbiamo riconoscere alla convivenza in ordine alla pratica; infatti la pratica umana ‘ consapevole si distingue dalla pratica istintiva del bruto in quanto si risolve sempre in una collaborazione. (La collabo- razione di cui sono capaci anche i bruti, è, anche nei casi più favorevoli, affatto elementare, istintiva ed incapace di perfezionamento). $ 8. — Insufficienza del saper volgare. L’insufficienza del saper volgare va considerata sotto due aspetti, che hanno bensì tra loro molte relazioni, ma che tuttavia non sono da confondere. In primo luogo il saper volgare apparisce insufficiente in ordine a quella pratica usuale a cui è rivolto e che d'altra parte ne accerta il valore. Per esempio: è impossibile che l’uomo non si sia accorta, fino da un tempo anteriore al cominciamento della storia, che la vegetazione prospera molto meglio nei terreni opportunamente irrigati che negli asciutti. Non sembra tuttavia che questa riflessione abbia risve- gliato in lui l’idea di irrigare artificialmente i campi non irrigati naturalmente ; inoltre : il primitivo se anche avesse avuta una tale idea, non avrebbe saputo come attuarla. Gli esempi si possono moltiplicare. Tutte le arti, siano primitive 0 sviluppate, ci permettono senza dubbio di con- seguire certi fini; ma non ve n’è alcuna che ce li faccia conseguire in ogni caso con sicurezza e senza inconvenienti. Sotto questo primo aspetto l’insufficienza del saper vol- gare non è contestabile. Bensì è da notare che questa in- sufficienza medesima ci trae a perfezionare il sapere. Il bruto poco soffre degl’inconvenienti a cui va soggetto; li sopporta, non potendo fare altro. Invece l’uomo riflessivo e attivo non sa rassegnarsi agl’inconvenienti che derivano dall’insufficienza delle sue cognizioni, ma procura di eli- minarli perfezionando queste ultime. Il perfezionamento del saper volgare, ottenibile nel modo testè indicato, sotto la pressione di esigenze pratiche, non Sr) è di gran lunga rapido e sicuro come lo si desidererebbe. I Perciò sorse il desiderio d’incanalare questo movimento, procedendo con un metodo accuratamente studiato e di riu- scita sicura. In questo modo si giunse a costruire le scienze, delle quali diremo più oltre. $ 9. — Continuazione. Passiamo’ a considerare la questione sotto il secondo aspetto. L’insufficienza di cui ora dobbiamo trattare ha senza dubbio delle ripercussioni su quella di cui abbiamo parlato. Ma riguarda, non la pratica usuale frammentaria, bensì il carattere frammentario del sapere volgare. Questo è inetto a darci della vita una concezione d'insieme, a sug- gerirci una regola sicura di condotta quando si debba non soltanto compiere bene ciascuna singola operazione, ma farle convergere tutte verso un fine più alto, all’infuori del quale i fini particolari e secondari contano ben poco, e molte volte cessano d’essere conseguibili. | L’uomo che possiede il saper volgare e la capacità di applicarlo è prudente. Ma in certi casi la prudenza uma- na risulta inconcludente. Per esempio: un popolo è invaso da una pestilenza o minacciato da una guerra di sterminio. Il saper volgare con la sua ineliminabile frammentarietà non suggerisce alcun rimedio a questi mali e ad altri analo- ghi, di gran lunga peggiori di quelli a cui si rimedia con l’ordinaria prudenza. La riconosciuta insufficienza del saper volgare sotto questo aspetto fu probabilmente ciò che indusse gii uomi- .ni alla riflessione religiosa. Senza dubbio una religione somministra in qualche modo una concezione d’insieme del- Od , prata la realtà e della vita; è un principio unificatore che per- mette e rende possibile una prudenza più efficace perchè più comprensiva. $ 10. — 1 sottintesi del pensiero volgare. Abbiamo già rilevato che il saper volgare non è co- struibile senza l’uso della ragione; ora dobbiamo rilevare una insufficienza inerente \ll’uso istesso della ragione. Mediante quest’uso noi possiamo, da un insieme A di co- gnizioni reali o supposte, in generale di proposizioni, rica- vare con certezza un altro insieme analogo B. Il processo con cui da A si è ricavato B si dice ragionamento; e il ca- rattere del ragionamento per cui si ha la certezza testè in- dicata si dice la sua stringenza. Ma la stringenza del ragio- namento con cui si è ottenuto B, non prova che B sia vero. Per esempio: nelle dimostrazioni geometriche per assurdo si parte da una proposizione con lo scopo di dimostrarne la falsità. La dimostrazione si ottiene ricavando dalla pro- posizione assunta una conseguenza che risulta o intrinseca- mente - contraditoria, o in contraddizione con la proposizio- ne da cui la si è ricavata. Questo procedimento, da Euclide usato frequentemente, suppone che la conseguenza ottenuta sia stata legittimamente ottenuta; cioè che sia possibile un raziocinio stringente, anche se costruito in base ad una proposizione falsa. ‘Per un esempio di estrema semplicità serva il seguente : ammettiamo che ieri l’altro fosse domeni- ca, se ne conclude necessariamente che oggi dev'essere mar- tedì; se noi sappiamo che oggi non è martedì resta provato, non che il detto ragionamento non sia stringente, ma che la proposizione assunta è falsa. Dunque per essere certi che ad a la proposizione ottenuta con un raziocinio siringente è vera, non basta la certezza che il raziocinio è stringente, ma con- viene esaminare l’insieme delle proposizioni, diciamo in generale la premessa, che ne. costituisce la base. Ora questo esame non è possibile se non a condizione che la premessa risulti nota in modo del tutto esplicito; il che non ha sempre luogo. Per esempio chi abbia in ordine alla geometria soltanto le nozioni elementari. più comuni, certa- mente non crede possibili superfici con una sola faccia. Si noti: egli non esclude positivamente le superfici con una faccia sola, ma non pensa neppure a queste superfici che per lui sono affatto impensabili; benchè non abbia enunciato e non possa enunciare la proposizione — superfi- ci con una faccia sola non sono possibili — nondimeno per lui, superfice significa senz'altro ciò che per un geo- metra sarebbe una superficie con due faccie (1). In altri termini: egli ragiona come se negasse la possibilità di su- perfici con una faccia sola, vale a dire sottointende questa ‘negazione. - DI (1) Si abbia il rettangolo A B C D; esso è una superficie a die faccie che potrebbero essere diversamente colorate; i quat- tro lati del rettangolo costituiscono, in complesso, un orlo che separa le due faccie, per cui è impossibile passare dall’una al- l’altra senza o bucare la superficie, o oltrepassare l’orlo. Inteso tutto ciò si avvolga il rettangolo come per farne un’anello ma torcendolo prima in guisa che B vada in C e A in D. Otterremo ancora un’anello; ma si vede immediatamente che dall’uno al- l’altro di due punti situati rispettivamente sulle due faccie del rettangolo A BP C D ora si può sempre passare senza bucare la superficie nè oltrepassare l’orlo. La superficie dell’anello storto così ottenuto ha dunque una sola faccia. AT ETTI] B D Sai alii) rc Similmente Lavoisier, il quale dall’avere osservato che il peso non muta in seguito ad una combustione conclude che nulla si crea e nulla si distrugge, sottointende in primo luogo, che nulla esista di non riducibile a materia; ed in secondo luogo che la permanenza del peso provi la perma- nenza quantitativa della materia; mentre il peso non è che uno dei caratteri della materia, e certamente non è lecito affermare senz’altre prove che la permanenza quantitativa della materia sia provata dalla permanenza di un solo de’ suoi caratteri. Gli esempi addotti provano come sia possibile che la premessa di un ragionamento implichi qualche proposizione sottintesa. Si tratta in questi casi non del sottinteso come figura grammaticale (noi allora sottintendiamo non perchè ignoriamo la proposizione sottintesa ma perchè riteniamo inutile il formularla), bensì di un sottinteso logico. Una proposizione viene itaciuta perchè ignorata, e tut- tavia si discorre come se la proposizione stessa fosse nota e formulata. Il che accade per esserci noi formati una certa abitudine di pensare. Così per esempio il bambino ado- pera molte parole di cui non comprende il significato, re- golandosi, nell’uso che ne fa, sull’uso che ne fanno gli adulti; quest’uso in lui ha per fondamento non il significato vero delle parole in questione, ma semplicemente un’abi- tudine mentale. Che il mettere in evidenza un sottinteso possa riuscire impossibile in certe condizioni od in gene- rale non sia mai facile, risulta evidente. CAPITOLO II. LA SCIENZA $ 1. — La scienza e la limitazione del campo. Si parla molte volte della scienza come se fosse una formazione mentale unica, In realtà una scienza in questo senso non esiste; ma si hanno molte scienze distinte, cia- scuna delle quali ha un oggetto suo proprio diverso da quel- lo di ogni altra. Il campo è dunque per ogni scienza limi- tato; s’intende non ad un certo numero di fatti o di enti osservabili; bensì ai fatti ed agli enti di una determinata classe. Così abbiamo un gruppo di scienze che lavorano tutte nel campo dell’esperienza estesa; ed un gruppo di scienze che studiano tutte il campo dell’esperienza inestesa. iPer delle buone ragioni che più tardi risulteranno evi- denti, ci occuperemo in primo luogo delle prime che van- no anche sotto il nome di scienze fisiche, intese nel senso più generale. Fra le scienze fisiche notiamo in via di esempio: la meccanica, suddivisa in meccanica dei solidi e meccanica dei fluidi, ciascuna suddivisa ulteriormente in scienza del. l’equilibrio e scienza del moto; l’astronomia, come scienza dei corpi celesti; la geologia e la geografia come scienze della terra; la fisica propriamente detta suddivisa in acu- 0 stica ottica, termologia, ed elettrologia, nella quale ulti- IG ma rientra pur distinguendosene la dottrina del magneti- smo; la chimica divisa in organica ed inorganica; la fisio- logia, animale e vegetale; la biologia; e si potrebbe con- tinuare. Tra tutte queste scienze corrono delle relazioni messe in rilievo dalle scienze medesime, reiazioni che sembrano con- traddine a quanto si disse intorno alla limitazione del campo, ma che in fatto non vi contraddicono. Il campo di una scienza © quello di un'altra, quantun- que non del tutto estranei reciprocamente, sono tuttavia molto ben distinti, e le scienze relative, benchè si aiutino a vicenda su alcuni punti e su alcuni altri si confondano qua- si, procedono però in generale indipendentemente l’una — dall'altra. La matematica studia propriamente non la realtà ma delle astrazioni (spazio e numero), che per altro si riferi- scono all’esperienza estesa; quindi anche la matematica rientra nelle scienze di cui si è fatto cenno, Alla limitazione del campo le scienze di cui si è detto devono in gran parte la superiorità che loro appartiene di fronte così al saper volgare come a tutte le altre discipline. Galileo disse che le prime sono dimostrative, laddove le altre sono semplicemente opinabili; rendiamoci brevemen- te ragione di questa superiorità. Soggettivamente, l’uomo che nello studio si chiude in un campo determinato, vi acquista quell’abilità, che nella pra- tica si deve alla divisione del lavoro: un uomo che si de- dichi ad una professione vi può acquistare una grande pe- rizia; mentre colui che pretendesse di esercitarne molte, riuscirebbe in tutte un guastamestieri. Oggettivamente il vantaggio è anche più manifesto e più importante. Nei fatti, quali risultano in complesso all’uo- -- 27 — mo che li esperimenta in quanto li vive, non è difficile rico- noscere il dominio di molte leggi, diverse irriducibili alme- no ad una prima considerazione. Per esempio a determinare il movimento dei treni sulle strade ferrate, concorrono certe leggi meccaniche, certe leggi termiche, l’esattezza di alcune determinazioni tem- poranee, i regolamenti a cui sono sottoposti gli impiegati, la buona volontà con cui questi li applicano, e molte altre circostanze. Tutto ciò forma un’insieme complicato nel quale riesce molto difficile orientarsi; mentre invece se noi studiamo a parte le leggi meccaniche, a parte le leggi termiche, e così di seguito, anche una modesta intelligenza si racca- pezza con facilità. Insomma la divisione del campo applica, si può dire da sè, una regola del metodo Cartesiano. $ 2. — Altre considerazioni sul procedimento scientifico. L'esperienza estesa, la sola di cui si occupino le scienze che ora consideriamo, ha il vantaggio di essere pressapoco la medesima per tutti gli uomini che la compiano nelle mede- sime circostanze; laddove l’esperienza inestesa di un uomo è in fondo incomparabile con quella di un altro. Per esem- pio si consulta un termometro per conoscere la temperatura di una massa d’acqua; è impossibile che sorga, per quanti osservatori si vogliano, un dissenso ineliminabile. Mentre invece Tizio, Caio, Sempronio ecc., che procu- rano di misurare in qualche modo la temperatura immer- gendo le mani nell’acqua potranno discordare non poco in quello che dicono e senza che sia possibile una discussione in contraddittorio. —- 28 —- Inoltre agli elementi, che si ricavano dall’esperienza estesa, è possibile applicare la misura, che può essere spa- ziale o no; e questo per la ragione già detta, che in ordine all'esperienza estesa gli uomini sono d'accordo tra loro. L’esperienza inestesa invece non è misurabile appunto per- chè ciascuno ha la sua che non si lascia paragonare con quella di un altro. La misura poi rende possibile di sosti- tuire nelle scienze in discorso il calcolo al ragionamento verbale. Ora i risultati di un calcolo sono di una certezza iti- discutibile; mentre il ragionamento verbale corre molte volte il pericolo di ammettere od anche di esigere delle interpre- tazioni soggettive che saranno diverse da uomo ad uomo € per conseguenza incerte. Ì Altri mezzi di cui si valgono le scienze naturali sono uti- lizzabili da ogni dottrina; tali sono per esempio l’intenzio- nalità, (cioè il fine soltanto e volutamente conoscitivo) con cui si rilevano e si discutono i fatti; la tradizione conser- vata intatta e sicuramente utilizzabile per mezzo della scrit- tura, della stampa, delle biblioteche, delle scuole e di altre | istituzioni opportunamente organizzate che si vanno perfe- zionando sempre più. Sotto questo punto di vista tutte le discipline comprese quelle dette opinabili da Galileo sono di gran lunga superiori al saper volgare. Ma nelle altre discipline la parte più certa, o meno di- scutibile, rientra nel campo dell'esperienza estesa. Per esempio i numeri della statistica non sono sempre sicuri, e ciò per la natura degli elementi che ce li somministrano ; ma in ogni modo sono assai meno discutibili delle interpre- tazioni che se ne dànno. Similmente nella storia quello che vi è di più certo è ciò. che si ricava dai monumenti e dai documenti. Le scienze giuridiche suppongono delle leggi positive scritte le quali, appunto perchè scritte; si possono leggere: giungendo in proposito alla certa cognizione della lettera; non si può dire altrettanto dello spirito. 8 3. — La scienza non può Condurre ad una concezione d’insieme. Come abbiamo visto la scienza della natura non si oc- cupa espressamente che di studiare l'oggetto. S’indagano le proprietà dei corpi nonchè le leggi delle loro variazioni, ma senza tener conto di ciò che tutte le cognizioni così ottenute si fondano sopra l’esperienza umana, sono pen- sieri umani, € quindi sottoposte alle leggi fondamentali del. pensiero umano. | In alcuni casi la scienza è condotta dal medesimo suo procedimento oggettivo a considerare anche il soggetto co- noscente. Per esempio noi sappiamo che il remo immerso nel- l’acqua obliquamente sembra, ma non è, spezzato; che l'arcobaleno sembra ma non è un corpo, che il movimento: intorno alla terra dei corpi celesti sembra ma non è reale. La scienza riuscì anche a riconoscere nelle osservazioni certi errori personali variabili da un osservatore all’altro anche nelle medesime: circostanze : quando per esempio si vuol determinare l’istante preciso in cui una stella attraversa il meridiano, dovendosi osservare insieme la stella e l’oro- logio, vi è sempre qualche divergenza tra ciò che affermano. due osservatori per quanto esercitati. Questi e simili casi, provano quanto sia ingiustificata la pretesa di giungere ad una cognizione decisiva dell’oggetto senza riguardo al soggetto; ma sono troppo scarsi di nu- — 30 — mero e troppo debolmente collegati tra loro, perchè se ne possa ricavare una dottrina esatta e compiuta circa la rela- zione, che nel fatto conoscitivo passa tra l'oggetto e il sog- getto. e Questa relazione, che il carattere oggettivo della scienza le toglie di studiare in modo completo, è messa fuori di contestazione da una critica molto semplice, già indicata nel punto precedente. La scienza è di certo una costruzione dell’uomo; dunque potrebbe darsi, che i caratteri da noi riconosciuti all’oggetto dipendano in parte almeno da noi che li rileviamo. Inoltre: l’oggetto e il soggetto svani- rebbero con lo svanire della cognizione, e in questa sono inseparabili; non è dunque giustificato il sottintendere, co- me si fa nella scienza, che il soggetto non sia, in ordine all'oggetto, che uno spettatore. Ciò che io apprendo as- sistendo ad un dramma potrei apprenderlo in tutt’altro mo- do, cioè leggendo il lavoro drammatico; ma ciò che io ap- prendo assistendo allo spettacola del mondo non lo posso apprendere in altro modo. Ancora : riconoscere che le leggi necessarie del pensare umano valgoro assolutamente anche per l'oggetto in quanto noto, è riconoscere che il soggetto non soltanto può acqui- stare cognizione dell'oggetto, ma impone a questo le sue leggi e non lo conosce che a questa condizione. Donde si conclude che la nozione stessa di cognizione oggettiva è più complicata di quanto sembri comunemente; anche lo scien- ziato non differisce, sotto questo aspetto, dall’uomo volgare. Che si conoscano degli oggetti è un fatto che non può es- sere messo in dubbio, ma come si conoscano è un proble- ma che non si risolve con la semplice constatazione del fatto, e che dalla scienza non è risoluto, nè risolubile. Per- si chè non entra nel campo di alcuna scienza l’approfondire !e nozioni di soggetto e di cognizione. Ora finchè un tale problema non sia risolto, affermare che l’oggetto esiste, con i caratteri che gli riconosciamo, all’infuori del soggetto, è un credere che una conseguenza sia indipendente dalle premesse. Finalmente : abbiamo già riconosciuto il carattere fram- mentario della scienza; ora, da ciò che certe nostre opi- nioni, considerate ciascuna da se stessa e all’infuori delle altre, hanno un valore per cui si dicono cognizioni, è impos- sibile inferire che il sistema delle dette opinioni abbia del pari un valore conoscitivo; perchè potrebbe darsi che nel connettere tra loro delle proposizioni, ottenute separata- mente, risultasse necessario di modificarne alcune o anche tutte. Così per esempio il valore della moneta, che per semplicità supporremo aurea, si può esprimere coll’asse- gnarne il peso. Hanno valore permutabile oltre alla moneta i prodotti naturali o manufatti che servono alla soddisfazione dei bisogni, e il valore di tutti questi beni si può esprimere facendone l’inventario. Ma se vogliamo renderci un conto complessivo di ciò che una popolazione possiede, ci accor- giamo subito che non ci si riesce col fare semplicemente l’aggregato delle due classi di beni, perchè il valore permu- tabile della moneta rispetto agli altri beni può crescere o diminuire. (iui E. CAPITOLO III. LE RELIGIONI $ 1. — Origine delle religioni La natura varia generalmente con grande regolarità; ‘e sue variazioni corrispondono alle nostre aspettazioni e quin- di non ci preoccupano. Dobbiamo invece preoccuparci del modo in cui si comportano verso di noi gli altri uomini che generalmente operano a capriccio. Ma vi è una terza classe di fatti che assomigliano agli umani per la lora imprevedi- bilità, mentre assomigliano alle variazioni regolari della na- tura per la loro potenza; quali per esempio un uragano, un terremoto. Si comprende che i primitivi abbian riferito i fatti di questa ultima classe ad agenti capricciosi come l’uomo, e per- ciò concepiti antropomorficamente, e tuttavia sterminatamen- te più forti; gli abbiano riferiti cioè a degli Dei. Inoltre : a costituire il sapere umano e la prudenza uma- in na, la tradizione, che dapprima potè essere soltanto familiare, . ebbe di certo una influenza decisiva. Il bene di cui gode una famiglia ordinata, andrebbe perduto quando si trascu- rasse la sapienza trasmessa dagli antenati. Non è difficile comprendere che negli uomini primitivi questo concetto giu- stissimo finisse col far considerare gli antenati quasi come altrettanti Dei. 3 Apollo "degli. deal è etc. — 34 — Le due considerazioni precedenti spiegano il sorgere delle religioni. Gli elementi essenziali di una religione sono: I. La credenza che ci siano certe divinità potentissime quand’anche non onnipotenti; II. La persuasione che le divinità ci si possano rendere propizie con la preghiera, con delle offerte, con l’ubbidirne la volontà che ci si manifestasse ; inoltre III. Con delle cerimonie di significato non chiaro ma ri- tenute indispensabili. Quest'ultimo punto si connette con le superstizioni ma- giche, delle quali si hanno indizi evidenti fino dalla prei- storia, e che rimangono in credito anche in tempi storici e presso popoli non poco inciviliti. Superstizioni che dovettero contribuire a diffondere la persuasione che i fatti naturali ed umani dipendessero da potenze arcane contro le quali non conviene lottare, ma di cui dobbiamo procurar di va- lerci. La magia differisce dalla religione in questo senso almeno : che la seconda si rende propizi gli Dei con la persuasione, mentre la prima presume di poter domare con una specie di violenza i poteri arcani su cui si esercita. Ma non si può non tener conto di questo fatto, che molte religioni si assi- milarono bene o male elementi di carattere magico, per esempio le cerimonie a cui si è accenato. Naturalmente gli antenati non potevano essere Dei che per i loro discendenti. Le altre divinità vennero similmente ad associarsi con determinati popoli; così per esempio Assur ni e enni SA $ 2. — Prima critica delle religioni accennute La diversità innegabile delle religioni, messa in evidenza dalle relazioni tra i popoli che rispettivamente le seguivano, è inconciliabile con l'ipotesi che ogni religione costituisca un orientamento sicuro. Nel caso di una guerra (cfr. per es. l’Iliade, alcuni punti della Storia romana di Livio, etc.) dovette parere, che le divinità dei vincitori avessero supe- rate quelle dei vinti. Dunque la protezione delle nostre divinità ci lascia esposti a gravissimi pericoli, riferibili al- l’azione ostile di autre divinità. E’ vero, che ia differenza tra due religioni è molte volte meno radicale di quanto’ sembri a primo aspetto : l’Apollo dei Greci e il Mitra per- siano sono entrambi divinità solari. Ma il ionda comune poteva difficilmente essere avvertito in antico, e del resto non elimina le differenze reali dovute alla diversa combina- zione degli stessi elementi. Lo sviluppo delle idee morali diede occasione ad una cri- tica ulteriore. Non è possibile ad un uomo profondamente onesto, ammettere, che la Divinità guardi con indifferenza i buoni ed i malvagi, concedendo i suoi favori a chi le offra i doni più ricchi, la invochi servendosi delle formule meglio appropriate più lusinghiere o magicamente più effi- caci; una tale credenza non corrisponde a delle nozioni mo- rali un po’ sviluppate. La mitologia, esclude la bontà morale degli Dei; quan- d’anche si riescisse, mediante interpretazioni poco persuasi- ve perchè stiracchiate a liberarla da questa grave pecca, risulta un aggregato incongruo di favole; non può essere ciò che vorrebbe essere : un’informazione seria intorno agli Dei. sn 36 i La critica religiosa, di cui ora s'è fatto cenno, diede forse il primo, e senza dubbio forte impulso all'indagine filosofica. (Confr. per esempio le riflessioni di Senofane sviluppate poi da Parmenide). © A quell’orientamento ultimo, che la religione aveva pro- messo ma non realizzato, si cercò d’arrivare con un pro- cedimento razionale. | Senza tener dietro ai tentativi, che in proposito furono fatti, notiamo che nonostante la critica, le filosofie antiche s’accordano con le religioni antiche nel lasciare insoluto, anzi nell’ignorare, il problema più importante : furono così le une che le altre, dualistiche. Il dualismo consiste nell’ammettere che gli Dei (o anche l’unico Dio) e gli uomini siano, rispetto al mondo, in situa- zioni fondamentalmente identiche. Gli Dei sono molto più potenti, sono fors’anche i co- struttori del mondo, ma in quel senso a un dipresso in cui gli uomini sono i costruttori dei loro edifizi: gli Dei pos- sono rielaborare profondamente una materia che noi. pos- siamo trasformare soltanto superficialmente; ma la materia è indipendente così dagli Dei come dagli uomini. Perchè le umane discordie non riescano a distruggere tutto quanto vi è di pregevole nella convivenza umana e quindi anche nelle vite singole, si confida nella provvidenza divina. Ma gli Dei, che dovrebbero esercitare la funzione provvidenziale, se fossero molti potrebbero essere discordi essi medesimi, e la nostra fiducia in loro sarebbe ingiu- stificata. | Il politeismo delle religioni antiche va dunque respinto. I filosofi antichi ebbero con la loro critica una gran parte nel metterne più o meno consapevolmente in evidenza l’as- surdità, preparando la vittoria del monoteismo; alcuni di " loro, malgrado il dualismo, furono schietti monoteisti. (Pla- tone, Aristotele). $ 3. — Il Cristianesimo Il Cristianesimo si connette storicamente col giudaismo, a segno da potersene considerare come uno sviluppo. E sfugge alle critiche sopraccennate; infatti è monoteistico, ‘esclude il dualismo poichè afferma che Dio crea il mondo ex nihilo, esclude il rozzo antropomorfismo poichè afferma ‘ che Dio non è soggetta ad alcuna delle debolezze umane, mentre poi riconosce, accentuandola molto più che il giu- | daismo non avesse fatto, una certa comunanza di natura tra l’uomo e Dia. Sopratutto: il Cristianesimo afferma che il ‘‘modo migliore, © piuttosto il solo che valga, di onorare Dio, di innalzarsi a lui, e di pregarlo efficacemente, consiste nella virtù, a diciamo nello sforzo incessante verso il perfe- zionamento interno morale. Una caratteristica dei Cristianesimo, comune anche al giudaismo, è la credenza nella vita futura, nella quale gli uomini avranno una destinazione ultima in relazione col modo con cui avranno soddisfatto i loro doveri verso Dio, cioè i loro doveri morali. Di qui risulta che il Cristianesimo ‘ci dà un orientamento perfetto. Il cristiano, che abbia nel suo intimo vissuto conforme alla sua religione, potrà nella ‘vita presente andare incontro alle più gravi traversie, ma ‘certamente non avrà vissuto nè sofferto invano. Qualunque “siano state le sue vicende sulla terra, la sua vita oltremon- dana sarà eterna e felicissima; il buon cristiano ha dunque in ogni caso fatto bene i suoi conti. . =. e dia $ 4. — Cristianesimo e filosofia Poichè il Cristianesimo sfugge alla critica non evitabile dalle altre religioni, parrebbe non esservi più luogo all’in- dagine filosofica. Ma il Cristianesimo, per quanto evidenti ne siano i pregi, non è universalmente accettato, è anzi negato da molti che lo reputano inconciliabile con le conseguenze più sicure della cultura e della critica. L’apologetica non costituisce una difesa bastante, perchè le due parti non sono bene d’accordo sul significato e sul valore delle premesse. A Cristiani ed a non Cristiani deve dunque importare che la difficoltà inerente alle premesse venga superata, e per superarla non c’è altro mezzo di una indagine critica, cioè di una ricerca filosofica. Ì Tentiamo insomma, si intende con soli mezzi razionali, di costruire una filosofia che possa e debba, in ordine al- meno a’ suoi punti fondamentali, essere comunemente ac- cettata. Così avremo raggiunto alcune cognizioni certe che ci permettono di valutare il Cristianesimo con piena cogni- zion di causa e con un procedimento che non sollevi ob- biezioni. | Il Cristianesimo si fonda su di una rivelazione; ma una rivelazione implica l’esistenza personale di Dio. E l’esi- stenza personale di Dio sarà: o inconciliabile con la filoso- fia critica, o una sua conseguenza. Il Cristianesimo sareb- be da escludere nel primo caso, nel secondo manterrebbe : la sua posizione. Questa via, quantunque molti scrittori Cristiani vi siano già entrati, noi dobbiamo ripercorrerla per nostro conto. perchè lo sviluppo della filosofia presentò le questioni filo- sofiche sotto aspetti nuovi; sicchè vecchie soluzioni dei vec- chi problemi non risultano più indiscutibilmente accettabili. Per costruire la filosofia non è più lecito valersi di un procedimento che non sia critico. Ciò che a primo aspetto sembra una verità evidente può non di rado essere messo in dubbio; donde la necessità di una critica veramente radicale (1). (1) Abbiam rilevato, che per accertare il valore del cristianesi- mo — cosa della più grande importanza, e per gl’increduli e per i credenti — la critica filosofica è assolutamente imprescindibile. Ma siamo lontanissimi dal presumere, che il presente libretto ba- sti alla risoluzione definitiva del problema religioso. Noi qui pos- siamo dare non più di un primo avviamento — serio, per quanto ci sembra, ma semplice avviamento — alla formazione di quella cultura filosofica vasta e solida, che sola permette la soluzione dei problemi umani. Andrebbe fuor di strada il giovane lettore, che dimenticasse quest’avvertenza. Il Cristianesimo presuppone il Dio personale, con certi attri- buti. Questo problema essenzialmente filosofico non è tuttavia che una faccia del problema concernente il Cristianesimo. I libri e le tradizioni, che son la base del Cristianesimo, si possono e si debbono discutere anche storicamente. Neanche la filosofia, del resto, non è costruibile nè intelligibile facendo ‘astrazione dalla sua storia, e diciam pure da tutta la storia; e, intanto, la storia di cui s’è potuto qui tenere un conto esplicito si riduce a dei cenni sommarii. Ancora : il Cristianesimo si presenta, ora e nella storia, sotto parecchie forme; riducibili fondamentalmente a due: Cattolice- simo e Protestantesimo. Accettato che fosse il Cristianesimo, bi- sogna poi decidersi per l’una o per l’altra delle due forme indicate. La risoluzione di questo problema ulteriore, d’una gravità indi- scutibile principalmente per gl’Italiani, va cercata piuttosto nella storia, intesa filosoficamente, che nella filosofia propriamente det- ta. Il breve nostro compendio non poteva dir niente in proposito. Digitized by Google CAPITOLO IV. CENNI STORICI SULLO SVOLGIMENTO DELLA CRITICA $ 1. — Cartesio. Prendiamo le mosse da Cartesio (1) perchè prima di lui non si era mai presentata, con chiarezza, l’idea che biso- gna sottoporre ad una critica radicale non soltanto i risul- tati di un'indagine, ma il suo punto di partenza. Non crediamo che la critica del nostro autore sia stata | sufficientemente radicale; non escludiamo che il Discorso con cui egli vuol dimostrarne la necessità non pecchi di leg- gerezza come notava il Gioberti; ma il fatto è che le sue riflessioni su quest'argomento, se anche non molto conclu- sive, in ogni modo sollevarono un’esigenza che da quel tempo in poi si andò sempre chiarendo e delucidando. Il punto di partenza di Cartesio è questo : « io certamente ho delle gravi ragioni per mettere in dubbio le affermazioni più importanti nel campo della filosofia e della religione; per esempio l’esistenza di un Dio personale. Infatti queste af- (1) Renato Descartes latinamente detto Cartesio (n. 1596 m. nel 1650) filosofo e matematico francese scrisse : Discorso sul Me- todo (1637), del Dubbio Metodico, un trattato sulle Passioni u- mane e le Meditazioni filosofiche. (E. C.). cs 4i — fermazioni si vanno bensì ripetendo ma senza che si sia mai seriamente pensato a ‘discuterne il fondamento. A questo modo io posso, ed in un certo sensa devo, revo- care in dubbio tutte le affermazioni che ho l'abitudine di ritenere come più certe. Resta nondimeno assicurata una verità superiore ad ogni critica: io dubito e quindi pen- so (1), (Cfr. Discorso sul Metodo p. IV). Sicchè l’elemento indubitabile al quale si devono ridurre o dal quale si devono ricavare tutte le cognizioni, è il no- stro pensiero. A questo procedimento lo stesso Cartesio muove una difficoltà : tutto ciò che è conseguenza necessaria del mio pensare, o che non si può negare senza negare il pensiero, deve essere accettato. Ma non potrebbe darsi che tale ne- cessità fosse illusoria ? In altri termini che la ragione, quan- tunque non ci sia possibile di rifiutarne le conclusioni, si muova in un campo affatto estraneo alla realtà ? Secondo Cartesio questo dubbio non si può eliminare se fon | ammettendo | l'esistenza di Dio con gli attributi di asso- VC Iuta i infallibilità e assoluta veridicità. Perciò egli cerca una dimostrazione — perentoria dell’esistenza di Dio; procedi- mento paralogistico in quanto la dimostrazione si conclu- derebbe da uno di quei procedimenti razionali di cui l’effi- cacia dovrebbe risultare dall’esistenza di Dio. Naturalmente : se la ragione di cui si vale un uomo fosse qualche cosa di particolare a lui, una fiducia illimitata nella ragione sarebbe ingiustificata. Ma il fatto stesso che le conseguenze razionalmente otte- —-—6@m—m—m—_——_——_m (1) Cartesio fa un passo innanzi e conclude : io esisto. Ma egli stesso riconosce poi che l’esserci dell’anima consiste nel suo pensare. L'’esserci, che d’altronde non ci sarà di alcun frutto, Si può eliminare come una tautologia. nute ci risultano apoditticamente necessarie, e quindi an- ‘che universali, esclude che la ragione possa. variare da un individuo ad un'altro, — : In aitri termini, la Jagione, un “umana in quanto gli uomini se ne valgono, è di divina _in 1 quanto. è universale, _e non po- , trebbe esistere se _non fosse divina. Non è “dunque il caso ‘ di ” giustificare l’uso della ragione. mediante l’inerrabilità ‘@ veridicità divina, perchè la ragione stessa è il Divino in i quanto noto a noi. | Cartesio non aveva bene penetrato l’esigenza che gli — AVEVA fatto riconoscere nel pensiero il fondamento unico tere, non dev'essere qualcosa | di ‘contrapposto. alla realtà ma qualcosa, da cui la realtà a dipenda ‘necessariamente. x Inteso questo si i comprende ch che il pensiero, in ciò sid che im- : plica di necessario, non può essere sattoposto alla volontà di | Dio, secondo che afferma Cartesio; pretendere che Dio ab- | bia creato liberamente il principio di contraddizione equiva- LI . A : ) ‘ “le a pretendere che Dio possa liberamente sopprimere ia “propria” esistenza. “Un'altro punto su cui la critica di Cartesio appare in- | coerente, consiste nel suo dualismo. Egli distingue infatti ‘ la res cogitans, cioè lo spirito, e la res extensa cioè il cor- ‘ po. L’esistenza della res cogitans, essendo in ultimo l’esi- | stenza del cogitare non da luogo a nessuna difficoltà. Ve- ‘ miamo all’esistenza della res extensa. Dice Cartesio: noi ab- ‘ biamo dello spazio un’idea chiara e distinta; questa idea * essendo chiara e distinta ci fa conoscere il suo ideato. . dì LI 9. LI LI i Dunque l’esistenza di uno spazio reale, ossia di una | res extensa, è dimostrata. Ma si risponde: quello di che i! nostro pensiero ci assicura, cioè quello che troviamo net _ Mostro pensiero, è l’idea di estensione; l’ideato corrispon- a x — 44 — dente, ossia l'estensione reale, non essendo riducibile a pensiero, nè quindi ricavabile dal pensiero, manca, in ordi- ne al procedimento cartesiano, di ogni fondamento : è una di quelle supposte cognizioni che la critica deve mettere in disparte. (Cfr. il primo punto del $ successivo). $ 2. — Malebranche e Spinoza. Il Malebranche (1) è un cartesiano, ma di tutta la sua dot- trina ci limiteremo a rilevare un punto solo. Egli ammette come Cartesio una estensione reale, cioè un’estensione il cui esserci non si riduca semplicemente all’esserci della no- stra idea di estensione. Ma sostiene, che l’esistenza reale dell’estensione a noi è provata soltanto dalla rivelazione; in altri termini: che il processo puramente razionale non ci autorizza a passare da questa idea al suo ideato. Infatti, soggiunge il Malebranche: supponiamo che Dio, il quale ha creato l’estensione reale, annullasse questa medesima estensione, lasciando però sussistere in noi l’idea di esten- sione, cioè l’insieme delle cognizioni che abbiamo intorno allo spazia matematico e al mondo fisico. Siccome tutto ciò che sappiamo dell’estensione reale s' riduce all’idea che ne abbiamo, noi evidentemente, avendo sempre questa mede- sima idea, non ci accorgeremmo che l’estensione reale ha cessato di esistere. Dunque, se prescindiamo dalla rivela- zione, ci è impossibile accertare se l’estensione reale esi- (1) Niccolò Malebranche, filosofo francese del XVII secolo (1638-1715), scrisse importanti lavori: Recherche de la verité, e Entretiens sur la métaphisique dove continuando il pensiero di Cartesio espose la sua teoria dell’occasionalismo della quale si farà cenno a proposito del Leibniz. (E. C.). la sta o no; essendo impossibile a noi di accorgerci del suo s. a- nire, non ci è neanche possibile accorgerci del suo esistere. Su questo punto Malebranche corregge la critica di Carte- sio, e la integra introducendovi un’elementa nuovo del quale riconosceremo in seguito tutta l’importanza (1). Spinoza (2) riconobbe che il dualismo cartesiano, spirito e corpo, non era sostenibile; e credette di introdurre nel cartesianismo una correzione . importante considerando il pensiero e l’estensione come due attributi di una sostanza unica. Notiamo peraltro che, i due attributi essendo tra loro irri- ducibili, resta sempre, malgrado l’unica sostanza della quale “sarebbero attributi, la difficoltà rilevata nella concezione. cartesiana; come cioè sia possibile, prendendo le mosse dal pensiero, concludere qualche cosa che non sia pensie- ro; poco importando se questo qualche cosa è una sostan- za o un attributo. E ciò tanto più in quanto, secondo Spino- za, i diversi modi cioè le variazioni del pensiero e dell’e- (1) Notiamo, facendo una breve digressione, essere almeno molto dubbio se l’esistenza reale dell’estensione possa dirsi ri- velata. Certamente le Sacre Scritture parlano del mondo con lo stesso linguaggio di cui fanno uso gli uomini comunemente. Ma l’uso di questo linguaggio se prova che il mondo fisico esiste in qualche modo, non dà però indicazioni sul modo del suo esistere. Questo modo potrebbe ridursi appunte all’esistenza nel nostro pen- siero dell’idea di estensione. (2) Benedetto Spinoza (1632-1677), pensatore olandese, svolse la. sua dottrina in forma matematica nella sua Ethica more geometri- co demonstrata. Mentre nel razionalismo cartesiano la prima cer- tezza era l’autocoscienza che si ricollegava immediatamente alla conoscenza di Dio, nel razionalismo mistico dello Spinoza il punto di partenza è senz'altro dato dall’intuizione del divino che è l’u- nico contenuto del pensiero immediatamente certo. (E. C.). stensione, sono privi di connessione causale, ma procedono gli uni parallelamente agli altri come ora ora vedremo. Co- me dunque si possa dai midi del pensiero, cioè dai nostri. pensieri, concludere quelli dell’estensione, rimane inespli- cato e incomprensibile. | Il parallelismo suindicato viene da Spinoza espresso con la formula « ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum ». (Cfr. Spinoza-Ethica P. II, prop- VII). Da questa formula risulta che le res non sono idee quantunque ordinate e connesse nello stesso modo che le idee. Come si possa conciliare questa irriducibile diver- sità di natura con l’ipotesi, che le idee ci facciano conoscere ‘ le cose, come è detto espressamente nella formula riferita, Spinoza non dice ne poteva dire. Infine per valerci del- l’argomento di Malebranche, se l'estensione svanisse, noi non ce ne accorgeremmo purchè le nostre idee rimanesse- ro invariate; che dunque l'estensione sia un attributo del- la sostanza unica, è un'ipotesi gratuita e ingiustificata. Questa medesima difficoltà investe anche la nozione Spino- ziana di sostanza. Per substantiam, egli dice, intelligo id, quod per se est, et per se concipitur. (Cfr, Spinoza Ethica, P. I, De Deo Def. III). Se avesse detto semplicemente quod per se cen. cipitur, la formula sarebbe stata chiara, ma avrebbe ridotta la sostanza a qualcosa che si concepisce, cioè a pensiero. Ma oltre al quod per se concipitur Spinoza dice quod per se est; e sorge la questione; che significato abbia l’essere quando non si voglia ridurre ad un concepire $ 3. — Locke. Cartesio era stato un razionalista, cioè aveva messa in rilievo la necessità logica o razionale come un fattore impre- scindibile nella costruzione del sapere; per uscire dal dub- bio egli si fonda su qualcosa di inconcusso che non può es- sere negato senza contraddizione. Locke (1) mette invece in rilievo un'altro fattore del no- stro conoscere: l’esperienza, 0 idiciamo l’insieme delle sensazioni. E contro Cartesio vuol dimostrare che non ci sono idee innate. Lo spirito è, secondo lui, una tavola rasa, sulla quale non vengono segnati caratteri, che sarebbero le . idee, se non dalla esperienza (2). Per le dette ragioni la dottrina di Locke prende il nome di empirismo ed anche di sensismo. E’ peraltro da notare che secondo Locke alla costruzione del sapere non basta che l’esperienza ce ne porga la materia; ma si richiede che . lo spirito eserciti su questa materia un'attività rielaboratrice, da Locke indicata col nome di riflessione. Le sensazioni sono prodotte in noi da cause esterne; ma l'attitudine a rielaborare le sensazioni medesime non può dipendere da quelle stesse cause; non può essere che un carattere proprio (1) Giovanni Locke, filosofo inglese (1632-1704), espose il suo empirismo nel Saggio sull’intelletto umano. (E. C.). (2) Nel polemizzare contro le idee innate, Locke suppone che queste si debbono trovare xb inizio nello spirito con la chiarezza e la determinazione con cui sono presenti allo spirito adulto. Lad- dove Cartesio intendeva di accennare a qualcosa di molto meno : lo spirito non potrebbe giungere alle idee se non avesse in sè qualche disposizione o determinazione di natura ideale. — 48 -- dello spirito. E ammettendo ciò noi veniamo a riconoscere allo spirito qualcosa di innato. Il che d’altronde risulta indi- scutibile. Un foglio di carta è illuminato al pari del mio oc- chio; intanto però io vedo ed il foglio di carta non vede. Un tale diverso comportarsi di fronte alla stessa causa esterna implica necessariamente una diversa natura in ciò che subisce l’azione della causa (1). Nella dottrina di Locke il punto che ha importanza in or- dine alla critica è quanto egli dice intorno all’idea di So- stanza. Poichè i materiali che io metto in opera per costruir- mi l’idea di sostanza o di una certa sostanza, per esempio dell’oro, si riducono a sensazioni, elaborate poi dalla ri- flessione, si conclude che io posso bensì conoscere della sostanza molte qualità o molti caratteri; ma non posso arri- vare in nessun caso a comprendere o a conoscere che sia ciò che ha quei caratteri. (1) Locke era dunque in qualche modo innatista senza saperlo. Il Condillac, che nel resto fu seguace di Locke, volle purificar- ne l’empirismo, riconducendo alla sensazione anche i processi che Locke aveva riferiti alla riflessione. Supponiamo, dice il Con- dillac, che una rosa presentata ad una statua vi determini una sensazione del proprio odore, la statua non può dire : io sento un odor di rosa; perchè la coscienza di una statua si risolve per intero nell’odor di rosa che si è prodotto. Ma supponiamo che la rosa nella statua determini anche la sensazione del proprio colore ; nella coscienza della statua le due sensazioni si distingueranno come diverse. Col prodursi di altre sensazioni, di cui alcune di- verse come le due accennate, altre anche più o meno simili tra loro, si produrranno altre distinzioni ed anche delle assimilazio- ni; ed in ultimo le sensazioni si ordineranno da sè in quelle for- mazioni che Locke avrebbe riferite alla riflessione. Di passaggio : non si può dire che a Condillac sia riuscita perfetta la purifica zione dell’empirismo; infatti la statua per avere delle sensazioni deve possedere un carattere originario che la distingua dalle sta- tue conosciute. i Yo Per esempia: io dico l’oro ha un colore giallo, un certo splendore, un certo peso specifico, una grande malleabili- tà ecc.; dopo di che della cosa che ha i caratteri enumerati non so nulla più di prima. Volendo essere conseguente io dovrei dire: il colore, lo splendore, il peso specifico ecc., sono elementi sensibili collegati tra loro da certe leggi; sicchè, date certe condizioni che generalmente si dicono normali, per «esempio di temperatura, quei caratteri, cioè quegli elementi sensibili, sono tra loro indissolubilmente uniti. E l’esserci di ciò, che si designa col nome di oro, si riduce al permanere, sotto certe condizioni, di quel gruppo di elementi sensibili. Ora chi si esprime nel modo testè indicato, risolve intie- ramente la sostanza in pensiero. Dopo di che non ha più senso il dire che la sostanza materiale non ci è nota; men- tre bisogna invece concludere, che la sostanza materiale non esiste. 3 — Questa, che è la conseguenza legittima del suo empiri- smo, da Locke non fu ricavata; nel che dobbiamo riconosce- re una sua incoerenza. Locke riproduce il dualismo cartesiano tra sostanze pen- santi e sostanze estese, ossia tra spiriti e corpi; e complica il dualismo ammettendo, come fa, che Dio potrebbe ren- dere pensanti anche le sostanze estese. $ 4. — Berkeley. Abbiamo detto che l’empirismo di Locke, per essere con- seguente, avrebbe dovuto risolvere per intiero la materia in sensazioni collegate tra loro da certe leggi. Questa conse- 4 — 50 — guenza fu ricavata da Berkeley (1), seguace dell’empirismo lockiano: l’esserci (della materia) consiste uella percezione — esse est percipi — (2). L'argomento in prova di questa dottrina è il medesimo (già riferito) esposto da Malebranche in ordine allo spazio : ammesso che la materia esista, suppo- niamo che Dio la annulli, pur lasciando intatte le nostre idee relative alla materia (vale a dire le nostre percezioni); di questo fatto noi non ci potremmo accorgere, perchè tutto quanto sappiamo della materia e del mondo fisico si riduce alle nostre idee, che per ipotesi rimarrebbero tali e quali. La materia secondo la concezione realistica è dun- que un'ipotesi ingiustificata. Un’gitro argomento si ricava dalla critica berkleyana alla distinzione tra le qualità primarie e le secondarie della ma- teria. Distinzione che risale a Democrito, ma che era stata formulata con grande chiarezza dal Galileo, ed accettata poi anche da Locke il quale si immaginava di averla scoperta. Qualità primarie secondo Galileo sono: l’estensione, il moto, la forma e le altre necessariamente connesse a que- ste, come per esempio la massa e l'inerzia. Qualità secon- darie sono invece i colori, i sapori, gli odori, il suono, il caldo ed il freddo. Che le qualità seconde siano semplici ———6@€—@——6——@m€__ ———+——6—t (1) Giorgio Berkeley (1685-1753) scrisse un importante Trat- tato sui principî della conoscenza umana (1710), i Dialoghi tra Hy- las e Philonous (1714) nei quali tentò di volgarizzare il suo idea- lismo empirico. (E. C.). (1) Il Berkeley pur continuando e completando il pensiero del Locke riducendo la riflessione e la sensazione a percezione, si differenzia notevolmente dalla rielaborazione fatta dell’empirismo del Locke dal Condillac, perchè mentre per quest’ultimo la per- cezione interiore è una trasformazione dell’esteriore, per i! Ber- keley la percezione esteriore non è che una trasformazione del- - l’interiore. (E. C.). sl affezioni del soggetto, Galileo dimostra nel Saggiatore con tutta evidenza. Una penna per esempio, stropicciata sul dor- so della mano da luogo ad una sensazione di semplice con- tatto, mentre sotto le ascelle provoca il solletico; ma la penna non fa senza dubbio che toccare nello stesso modo nei due casi, e il solletico non è una qualità che le appartenga. Il medesimo si dica dei sapori, che variano con la disposizione degli organi gustativi, dei colori ecc. Ma non c’è colore che non abbia un’estensione ed una forma; viceversa è impossibile vedere un’estensione ed una forma senza in- sieme vederle colorate; questa inseparabilità delle qualità primarie o spaziali, da una qualità secondaria come il co- lore, prova che se la qualità secondaria è un’affezione sog- gettiva devono essere tali anche le qualità primarie. Alla domanda: quale origine abbiano le sensazioni da cui apprendiamo le qualità primarie o secondarie dei corpi, Berkeley risponde che le sensazioni sono determinate nel- l’uomo da Dio secondo certe leggi. La risposta non pare in tutto soddisfacente. Ricorrere a Dio non si dovrebbe se non quando sia esclusa ogni altra spiegazione; inoltre, per- chè abbia un significato preciso, esige intorno a Dio delle cognizioni criticamente discusse, che al punto in cui siamo ci mancano. Un’ultima osservazione. Se io affermo che l’esserci dei corpi consiste nel loro essere percepiti, questa affermazione. (a parte la difficoltà ultimamente accennata riguardo alle origini delle sensazioni) ha certamente un significato, e un fondamento non trascurabile come si è visto poco sopra. Ma non è possibile che io intenda nello stesso modo l’esi- stenza di un’altro soggetto; perchè, se l’esserci dell’altro soggetto consistesse nella percezione che io ne ho, in que- sto caso l’altro soggetto non percepirebbe, in quanto io non percepisco il suo percepire; dunque l’altro soggetto non sarebbe un soggetto; e per evitare la contraddizione bisognerebbe ridursi ad ammettere un soggetto unico, su di che ritorneremo più oltre. $ 5. — Hume Per chiudere questa sommaria trattazione dell’empiri- smo inglese dobbiamo dire qualcosa di David Hume (1), al quale si deve una discussione critica importantissima della nozione di causa. Una qualche nozione di causa l’abbiamo tutti; ma que- sta nozione comune implica sempre la transitività. Si abbia per esempio una bilancia precisa, e si collochino su di un piatto un bicchiere vuoto, sull’altro dei pesi che stabiliscano l’equilibrio. Se versiamo nel bicchiere un po’ d’acqua, il piatto su cui era il bicchiere si abbasserà. Evidentemente, si dice, la causa che ha fatto abbassare il piatto è l’acqua passata nel bicchiere dal recipiente in cui prima era contenuta. Che in questo esempio la causa ri- sulti transitiva pare innegabile. Questo esempio al quale se ne possono aggiungere molti altri anche più familiari, (per es. l’acqua non disseta se non è inghiottita) rappresenta il tipo sul quale si è costruita la nozione volgare di causa. Ma è da notare che l’acqua versata nel bicchiere non a- vrebbe determinato nella bilancia la rottura dell’equilibrio (1) David Hume, filosofo inglese (1711-1776), svolse il suo si- stema nelle Ricerche sull’intendimento umano, sui Principî del- la morale e nel Trattato sulla natura umana (1738). (E. C.). DIS 53 — «P i se non fosse stata pesante. La vera causa essendo il peso, per conoscerla bisognerebbe sapere quel che realmente sia il peso. Senza entrare in questa ricerca basti rilevare che un corpo essendo mobile passa da un luogo ad un altro; ma che il peso di un corpo non può in nessun caso passare ad un’altro corpo; dunque la transitività, che ci pareva colta sul fatto, risulta invece ad una più attenta SONSICCREZIONE qualcosa d’incomprensibile. Prendiamo un’altro esempio: una palla collocata su di un piano orizzontale perfettamente liscio, venga urtata da un’altra palla che si muova su lo stesso piano. Sembra evi- dente che in seguito all’urto la prima palla si debba muo- vere. Infatti, la palla urtante, non può continuare il suo “movimento che tende a farle occupare uno spazio già oc- cupato dall’altra, senza scostare questa. Ma l’evidenza del- l'esempio è illusoria. In primo luogo il movimento è una qualità della palla urtante, ora è impossibile che una qua- lità passi da un corpo ad un'altro; poi: nella interpreta- zione addotta, noi veniamo tacitamente a supporre che le . palle siano impenetrabili, ed è questa supposta impenetra- bilità che ci fa sembrar evidenti l’azione motrice della ur- tante sulla palla urtata. Ora, che i corpi siano impenetrabili, si concede; ma si domanda, per quale ragione si credano . tali. E non si può rispondere altro se non, che i movimenti o le deformazioni succedenti agli urti, sono fatti certi, spie- gabili sltanto con l’impenetrabilità. Così noi ci valiamo del- l’impenetrabilità per concepire la causa e della causa per concepire l’impenetrabilità, girando in un circolo vizioso. La critica di Hume è di un'importanza indiscutibile in quanto mette in luce che la stessa nozione di causa non è molto chiara nè molto precisa, o in altri termini che noi — 54 — quando parliamo di cause non sappiamo con esattezza quello . che diciamo. Dopo di che risulta problematico anche il prin- cipio di causa (ogni fatto ha necessariamente una causa); questo principio infatti non ha un signiticato chiaro finchè non sia ben precisato il concetto di causa. Il detto risultato è però soltanto negativo; converrebbe renderlo positivo sostituendo una nozione ben determinata in luogo della nozione vaga eliminata dalla critica. Hume credette di dover concludere che la nozione di causa non si può fondare che sull’abitudine; noi diciamo che il fuoco è causa della liquefazione del piombo, che il movimento della palla urtante è causa del movimento della palla urtata, etc.; perchè un’esperienza costante ci mostrò che il piombo si liquefa nel fuoco etc.; il che fece sorgere in noi l’aspettazione che le successioni sempre verificate in passato si verificheranno anche in futuro, nonchè l’abitu- dine di prendere come guida simili aspettazioni. A questa interpretazione si oppose, non senza fondamen- to, il dubbio che si fondi essa medesima su di un circolo vizioso. La parola causa non significa in fondo che un’abi- tudine, la quale ha per causa l’esperienza; l’interpretazione cioè suppone quella nozione di causa che dovrebbe costrui- re. Sia come si voglia, Hume stesso riconosce essere im- possibile che delle semplici abitudini soggettive abbiano il valore di connessioni oggettive. La sua dottrina è scetti- | ca su questo punto; il che, non contribuì poco a farla ca- dere in uno scetticismo quasi universale. (Secondo Hume i soli giudizi certi sono quelli analitici, cioè quelli nei quali il predicato è ottenibile analizzando il soggetto (1). Il prin- (1) Consideriamo per es. la proposizione : il solo numero pri- mo pari è 2. Per numero primo si intende un numero divisibile soltanto per se stesso e per l’unità; per numero pari si intende E e re piro gl iii eni - cipio di causa non è analitico, e perciò non può essere in- condizionatamente certo). . Senz'’accettare le conclusioni scettiche di Hume dobbia- mo tuttavia riconoscerle molto istruttive. Hume è un’empi- rista più conseguente che non fosse Locke, e in quanto empirista non riesce a costruire una nozione soddisfacente della causa. Da ciò si conclude, per lo meno con grandissi- ma probabilità, che l’empirismo è incapace di fondare la n»zione di causa, e tutte le altre non esprimibili con giudizi analitici. —-% 00-—m——____ _ o@[r<«T un numero divisibile per 2; da ciò si conclude necessariamente che un numero pari diverso da 2 non può essere primo. Tale di- mostrazione ha il suo fondamento nell'analisi della nozione di « numero: primo pari ». Questa nozione analizzata risulta implica- re due giudizi, che sono contraddittori con la sola eccezione che il numero di cui si parla sia 2. Abbiamo così dato un esempio delle dimostrazioni a fonda- mento analitico. Digitized by Google CAPITOLO V. CONTINUAZIONE $S1.— Leibniz. Le monadi e la loro funzione rappresentativa La sola dottrina di Leibniz che dobbiamo prendere in considerazione si trova esposta nella sua Monadologia (1714). Vi sono egli dice delle cose composte quali sono per esempio i corpi. Non essendo possibile nella divisione di un composto andare all’infinito, bisogna concludere, che ‘e cose composte si risolvono in elementi ultimi che necessa- riamente sono semplici. La geometria dimostra che una cosa estesa è sempre divisibile; dunque i detti elementi ultimi non possono essere | estesi 0 insomma non sono materiali. | A questi elementi ultimi Leibniz (1) da il nome di monadi; le monadi sono dunque sostanze spirituali (2). (1) Goffredo Guglielmo Leibniz (1646-1716) filosofo e matema- tico tedesco lasciò varie opere filosofiche, tra le quali noteremo : la Monadologia; i Nuovi Saggi sull’intelletto umano; La teodicea; Considerazioni sulla dottrina di uno Spirito Universale; Discorso di metafisica. (E. C.). (2) Che dalla geometria venga dimostrata la divisibilità indeft- nita di ogni sostanza estesa è forse discutibile. Indefinitamente divisibile è certamente ‘una qualsivoglia estensione per quanto SSA 38 ss La tunzione propria delle monadi è il percepire o dicia- mo il rappresentare, Ogni monade ha infinite rappresenta- zioni; e nella dottrina di Leibniz della monade non si dice altro se non che ha queste rappresentazioni; sicchè in- ulti- mo per concepire la monade come una sostanza incontriamo a un dipresso la difficoltà medesima che Locke aveva incon- trata nel concetto di sostanza materiale. Non insistiamo su questo punto. Le rappresentazioni che una monade possiede si dividono in due classi, possono essere cioè conscie 0 subconscie ; anzi molte monadi non sarebbero capaci che di rappresen- tazioni subconscie. Il concetto di subcoscienza, introdotto così da Leibniz, è di grande importanza; ma è senza dubbio molto poco chia- ro. Leibniz dimostra però che non è possibile farne a meno malgrado la sua oscurità. Per esempio : io sento il rumore della pioggia, questo ru- more costituisce una mia rappresentazione conscia. La piog- gia consiste nella caduta di moltissime gocciole d’acqua, e se di queste ne cadesse una sola io non sentirei punto il rumore della sua caduta. Peraltro il rumore della pioggia non è che la somma dei rumori dovuti alle singole goccie cadenti. Dunque bisogna dire che il rumore di una goccia piccola; ma che ad ogni divisione di uno spazio corrisponda la divisione della sostanza estesa in quello spazio non sembra lecito affermare. Da ciò che ogni sfera si può dividere geometricamente in due parti con un piano, non risulta che. le due parti materiali della medesima sfera, materialmente considerata, siano separabi li; senza di che la detta sfera materiale sarebbe indivisibile in quanto materiale. Fondandosi su questa osservazione Spinoza aveva asserita la indivisibilità dello spazio, perchè le parti che vi possiamo segnare con delle superfici non sono poi spazialmente separabili. DE ci ea cadente, quantunque non sia una rappresentazione conscia, non è uan rappresentazione Zero, perchè la somma di quanti si vogliono zeri è zero; laddove nel caso considerato la somma di molte rappresentazioni di cui nessuna è conscia costituisce una rappresentazione conscia. Le rappresenta- zioni la cui somma costituisce una rappresentazione con- scia, sono dunque reali benchè inavvertite, il che si espri- me dicendole subcoOnscie. Alle medesime conclusioni si arriva riflettendo sulla di- menticanza e sul ricordo. Avvertire un fatto presente a, e ricordare un fatto passato (avvertito allora ma poi dimen- ticato) b, quanto si voglia simile ad a, non son tutt'uno. Il mio presente avvertire b molte volte provoca, ma in nessun caso non costituisce, il mio ricordarmi, che avevo in addietro avvertito (e poi dimenticato) a. Perchè io ricor- di @, bisogna, non che mi sia presente un fatto b quanto si voglia simile ad a, ma che il medesimo fatto a, passato, mi ridivenga in qualche modo presente, vale a dire si. riaffacci alla mia coscienza. Per esempio: carico, l’orolo- gio e l’ho caricato iersera; i due fatti sono simili all’estre- mo, e tuttavia il presente avvertire: del primo è irriducibile al ricordarsi dell’aliro e viceversa. Le rappresentazioni che possiamo ricordare ci sono ‘dunque in qualche modo pre- senti nell’intervallo tra l’avvertimento e il ricordo; si dice. che sono presenti ma subconscie. Notiamo, che senza il ricordo il pensare attuale non e. possibile; così per esempio noi non potremmo, nè fare al- cun discorso, nè intendere il discorso altrui, se non ricor-. dassimo il significato delle parole; al quale’ tuttavia non pensiamo sempre ma che va risorgendo all’occasione. D’al tra parte se non dimenticassimo nulla, il pensare attuale si renderebbe di nuovo impossibile per il numero eccessivo de- gli elementi presenti. a 60 o Riunendo le due osservazioni si conclude, che alia co- ‘scienza è essenziale d'essere associata con la sub-coscienza, e l’incessante scambiarsi di elementi tra l'una e l’altra. Il che non lascia più alcun dubbio sulla realtà della sub-co- scienza. $ 2. — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano L’insieme delle rappresentazioni, conscie o subconscie, proprie di ciascuna monade, rispecchia l’insieme delle rap- presentazioni, conscie o subconscie, di tutte le monadi. E siccome la realtà si risolve nelle monadi e nelle loro rap- presentazioni, convien dire, che l’insieme delle rappre- sentazioni conscie o subconscie di una monade costituisce una rappresentazione complessiva dell’universo. Si domanda in che modo una monade possa rappresenta- re a se stessa il rappresentare di tutte le altre. Leibniz esclude che ciò possa dipendere da una connessione causale, cioè da uno scambio di azioni tra le monadi. Perchè, dice, le monadi non hanno finestre; cioè in una monade non può entrare nulla dal di fuori, e quindi non vi può entrare sotto forma conscia o subconscia nulla di ciò che sia nella coscienza o nella subcoscienza di un’altra. In tal modo Leibniz viene ad accettare in .sostanza la dottrina delle cause occasionali già espressa da Malebranche (1). Abbiamo già visto, che la concezione transitiva delle (1) La dottrina delle cause occasionali era stata formulata prima ancora del Malebranche da Arnaldo Geulincx; il quale nella me- tafisica aveva affermato che i processi materiali non possono es- sere cause efficienti ma soltanto cause occasionali delle sensa- zioni. (E. C.). “al e cause dà luogo a delle gravi difficoltà che la rendono press'a poco inintelligibile. Non volendo ammettere la tran- sitività della causa, bisogna concludere che il precedente. necessario, detto comunemente causa, non produce l’effet- to, ma è semplicemente l’occasione del prodursi di questo. Così per esempio un uomo riceve un’ingiuria e n’è turbato profondamente; qui sembrano evidenti la transizione e la produzione dell’effetto. Ma si può notare in contrario che il turbamento può essere molto vario da un uomo ad un’al- tro, non tutti siamo irritabili ugualmente. Sembra dunque giustificata l'opinione che l’ingiuria non sia più di un’occa- sione. Data questa, il turbamento segue per un processo tutto interno all’ingiuriato. Malebranche è d’opinione che il solo essere attivo sia Dio; il quale all’occasione produce tutte quelle variazioni che noi, a torto, crediamo effetti di quelle variazioni pre- cedenti che ne furono soltanto l’occasione. La dottrina di Malebranche venne messa in ridicolo, ed in un certo senso vi si presta. Per esempio: la causa vera dello spezzarsi di un vetro non è la sassata che lo colpi, ma Dio che rompe il vetro all’occasione della sassata. Ma considerando la que- stione con qualche profondità, si riconosce facilmente, che la dottrina delle cause occasionali fa dipendere tutto il va- riare da un’ordine che Dio introdusse nel mondo creandolo; insomma riduce le cause a leggi, e non soltanto non sop- prime le connessioni che osserviamo tra i fatti, ma le ren- de intelligibili. La dottrina di Leibniz è molto simile (più che egli mede- simo non credesse) a quella di Malebranche. La ragione per cui le monadi vengono ad accordarsi tra loro, nel senso in- dicato superiormente, quanto alle rappresentazioni, è l’ar- monia prestabilita; vale a dire un’ordine che Dio introdus- -- 62 -- se nel mondo creandolo. Per esempio : due orologi perfetti e ben regolati segneranno sempre la stessa ora, quantunque tra l’uno e l’altro non ci sia nessuno scambio di azioni tran- sitive. L’orologiaio, che ha costruito gli orologi con tutta perfezione, ha con questo realizzato tra loro un’armonia prestabilita. L'esempio dimostra che uno concordanza tra il variarie di due o di quanti si vogliono elementi, orologi 0 monadi, è realizzabile all’infuori di ogni causa intesa tran- sitivamente; mentre viceversa non è realizzabile senza un’ordine razionale, questo essendo conditio sine qua non anche della causazione transitiva. $ 3. — Kant - La rivoluzione copernicana. Nessuna dottrina sarebbe possibile se al pensiero non fosse inerente la necessità estemporanea, o necessità logica. Il pensiero si può dividere nel pensare di un soggetto, € nel pensato che di questo pensare costituisce l’oggetto. Si domanda: se la necessità logica inerente al pensiero, e senza della quale il nostro pensare o svanirebbe, o in ogni caso rimarrebbe privo di valore, sia da riferire al pensare o al pensato, al soggetto o all’oggetto. Secondo Kant (1) la si era sempre, fino a lui, fondata sull’oggetto; egli al contrario la crede fondata sul soggetto; questa è la rivo- luzione da lui stesso chiamata copernicana (2). (1)Emmanuele Kant n. a Koenigsberg nel 1724 e m. nel 1804, svolse il suo criticismo filosofico nella Critica della Ragione Pura (1781), nei Prolegomeni ad ogni metafisica futura che si presenterà come scienza (1783), nella Fondazione della metafisica dei costu- mi (1785) e nella Critica della ragione pratica (1788). (E. C.). (2) Cfr. Critica della Ragion pura. Indroduzione. (E. C.). -—- ‘63 —- Che la necessità sia da riferire al soggetto è facile rico- noscere ; un’uomo, che pensi contrariamente alle leggi lo- giche, disorganizza con ciò il suo proprio pensiero, toglien- dogli la possibilità d'avere un costrutto. Se io assento all’uno e all’altro di due giudizi opposti, ed ho presenti entrambi gli assensi, effettivamente ignoro il mio assentire dal quale dunque non posso ricavare al- cun frutto. Si può dire che ilpensare contrariamente alle leggi logiche rappresenta la esclusione, dalla vita coerente consapevole del soggetto, di quell’oggetto in ordine al quale il soggetto ha pensato a quel modo. Il che si rende mani- festo quando la contravvenzione alla logica viene avvertita dopo che fu più o meno a lungo inavvertita. Nell’atto in cui l'avvertiamo ci accorgiamo immediata- mente, che l’oggetto qualsiasi, a cui pensavamo in quel modo, è ad un tratto svanito di fronte al pensare. Donde ap- pare che la violazione delle leggi logiche, se potesse aver luogo simultaneamente in ordine a tutti gli oggetti, sarebbe un vero suicidio del soggetto conoscente. Dunque la ne- cessità logica non è veramente altro che una esigenza dt] nostro pensare soggettivo. . Non a torto Kant afferma che la necessità logica prima di lui era fatta dipendere dall’oggetto. Per esempio se- condo Platone l'oggetto vero consiste nelle idee che sono assolutamente invariabili. (E' da notare in proposito la di- mostrazione che di questo carattere delle idee sviluppa il Manzoni nel dialogo « dell’Invenzione -). L’Idea essendo invariabile, ed una sola per tutti, le sue relazioni con altre idee saranno pure invariabili ‘ed universalmente valide, cioè necessarie. Così pure tutti quelli che fanno derivare la necessità logica da Dio, concepito come altro dall’uomo, (per esempio gli Scolastici e Cartesio) la derivano dall’og- ia 64-S getto, perchè Dio concepito a quel modo è per noi un og- getto. Ma che la necessità logica si fondi essenzialmente sul soggetto, è, in qualche modo, una cognizione volgare; tutti riconoscono che il violarla è un metterci nell’impossi- bilità di continuare il discorso, e ricorrono a questa impos- sibilità per non accettare le conclusioni logicamente fallaci. Analogamente : l’uomo volgare, benchè ammetta che le qualità sensibili appartengono ai corpi, nondimeno, a chi ne- gasse la luce del sole, opporrebbe; « ma non hai gli occhi nella testa? ». Cioè ricorrerebbe ad un criterio soggettivo. $ 4. — Kant - Le intuizioni fondamentali. Si ritiene comunemente che spazio e tempo siano ine- renti rispettivamente al mondo fisico e all’accadere in ge- nerale; cioè si attribuisce all’uno e all’altro un carattere oggettivo. Kant riflette che noi possiamo immaginare annul- lato il mondo fisico e soppresso l’accadere; ma con queste ipotesi non riusciamo a liberarci dalla spazio e dal tempo che ci rimangono tuttavia presenti, ciò che non accadrebbe se lo spazio e il tempo appartenessero alla realtà oggettiva. Spazio e tempo devono quindi essere forme, di che il sog- getto riveste l’oggetto nell’atto in cui l’apprende (1). Sviluppiamo un poco più distintamente questo pensiero. Noi concepiama lo spazio ad un dipresso come un reci- piente, nel quale si contengono i corpi e accadono i fatti fisici. Ma non possiamo dire che a conoscere un tale reci- piente ci serva di guida l’esperienza, la quale senza dub- (1) Cfr. Critica della Ragion pura. P. I. Estetica trascendentale. (E. C.). © 0 bio ci serve di guida per la cognizione dei recipienti veri e propri, ciascuno dei quali è un corpo. SI E non può essere l’esperienza quella che ci fa conoscere lo spazio, perchè .lo spazio implica una necessità che non si riconosce alle cognizioni fondate sulla sola esperienza. Così per esempio sappiamo dall’esperienza che il fosforo è velenoso e che l’oro è giallo. Ebbene sappiamo che il fo- sforo è capace di uno stato allotropico in cui non è più ve- lenoso; quindi non si può escludere la possibilità che l’oro sia capace di uno stato allotropico in cui non fosse più giallo. Simili possibilità sono invece da escludere in ordine allo spazio; dunque le nostre cognizioni spaziali non derivano dall’esperienza. | Non potendosi dire che lo spazio ci è fatto conoscere dal- l’esperienza, non si può nemmeno dirlo un’astrazione dal- l’esperienza. D'altra parte lo spazio essendo privo di qua- lità sensibili, e assolutamente invariabile, non può nemmeno : essere considerato come una realtà. Resta che lo spazio in primo luogo abbia la sua radice nel soggetto, essendosi già vista che ciò deve dirsi di tutto quanto è necessario; in secondo luogo che l’ordine spaziale sia dal soggetto comu- nicato alle sensazioni, che della esperienza sono i costitutivi materiali. Vale a dire: le notre sensazioni, se mancassero dell’or- dine spaziale, non costituirebbero l’esperienza, benchè ne costituiscano la materia. L’esperienza è una nostra costru- zione, che noi otteniamo attribuendo o imprimendo la forma spaziale alla materia sensazionale; quest’ultima è oggettiva, ma la prima è soggettiva. i Un discorso analogo è applicabile anche al tempo, il qua- le pure implica una necessità. Per esempio: se l’istante A precede l’istante B, e questo precede alla sua volta l’istan- 3) e VENE — 66 -- te C, allora l’istante A precederà in ogni caso l'istante C. Notando, che questa necessità non è riferibile ul precedere in generale, ma soltanto al precedere temporaneo. Per esempio in un circolo, immaginiamo fissato il verso in cui se ne deva percorrere la circonferenza, e siano A, B, C, tre punti della circonferenza. A preceda B, e B preceda C, quando la circonferenza è percorsa nel verso indicato. Cer- tamente potremmo dire, che A precede C; ma potremmo anche dire che C precede A; perchè oltrepassato C, e con- tinuando a percorrere la circonferenza nel verso medesimo, si giunge ad A; il che nel tempo è impossibile. Poichè im- plica la necessità, il tempo avrà la sua radice nel soggetto. Noi abbiamo senza dubbio delle sensazioni date oggetti- vamente; ma non si può dire data oggettivamente la loro successione, perchè in questo caso il tempo sarebbe ogget- tivo come le sensazioni. Bisogna dire invece, che l’ordine temporaneo delle sensazioni è opera del soggetto, il quale soltanto in quel modo riesce a raccapezzarvisi e a cono- scerle. Secondo Kant (e quello che ora ora si disse giustifica ia sua opinione) il tempo è una forma che il soggetto applica a se medesimo; laddove lo spazio è una forma che dal sog- getto è applicata all'oggetto. Le sensazioni sono tempora- nee in quanto sono elementi soggettivi. Siccome però le sensazioni soggettive sono anche gli indizi delle variazioni oggettive (io guardando il cielo mezz'ora fa vedevo azzur- ro, guardando il cielo in questo momento vedo grigio; ab- biamo qui un variare soggettivo che però effettivamente ci dà indizio di un variare nel cielo che dall'essere az- Zurro è passato ad essere nuvoloso), così la forma del tem- po, quantunque applicabile originariamente al soggetto, viene a ricevere un'applicazione anche all’oggetto, cioè anche al- l’accadere fisico. — 6 $ 5. — Kant - I giudizi sintetici a priori e le cutegorie. - Hume aveva creduto che i soli giudizi analitici fossero necessari; e che i giudizi sintetici, ossia quei soli giudizi che accrescono la nostra cognizione, fossero tutti fondati sul- l’esperienza. Se io dico: i corpi sono estesi, formulo un giudizio analitico. Siccome infatti nessuno dirà corpo un elemento inesteso, il detto giudizio non fa che sviluppare la nozione che già si aveva del suo soggetto; per questa ragione il detto giudizio per un verso è necessario; ma per un’altro verso non ci fa conoscere nulla di nuovo. Se in- vece io dico: i corpi sono pesanti, ho formulato un giudi- zio sintetico, il predicato non essendo incluso nel soggetto; questa giudizio per un verso accresce la cognizione, per un’altro verso è fondato sull’esperienza. Kant osserva che vi sono dei giudizi sintetici, e perciò tali da farci conoscere qualcosa di nuovo, e tuttavia non fon- dati sull’esperienza : tale è per esempio il giudizia: non e possibile un fatto senza una causa (1). E’ troppo evidente che nella nozione di fatto la nozione di causa non è in- clusa; per esempio : i corpi celesti girano intorna alla terra con moti circolari uniformi; la causa di questo fatto rimase ignota per moltissimi secoli, e non vi è nulla di assurdo nel supporre che tale relazione reciproca tra la terra ed i corpi celesti non abbia mai cominciato. Il detto giudizio è dunque sintetico e tuttavia non è fondato sull’esperienza: essendo un giudizio necessario, mentre l’esperienza da sola non può farci conoscere nulla di necessario. L’uomo, conosce in quanto giudica, e più propriamente (1) Cfr. Critica della Ragion pura. II. Analitica trascendenta- le. Sezione III ed Introduzione. $ 4. (E. C.). — 68 — in quanto formula dei giudizi sintetici necessari, cioè a priori come dice Kant, ossia non fondati sull’esperienza. Poi- chè tutto quanto è necessario si deve riferire al soggetto bisogna concludere che i giudizi sintetici a priori hanno per fondamenta il soggetto. Insistiamo ancora un momento sul principio di causa. Ri- conosciuto che questo giudizio è necessario e che ha per suo vero e solo fondamento il soggetto, bisogna riconosce- re che il soggetto, in quanto compie la sua funzione di com- prendere l’accadere, viene ad imporre a questo accadere la condizione costitutiva della propria funzione. Possiamo fare un passo più in là: come si è visto anche il tempo è una forma soggettiva, ma un’accadere fuori del tempo è una contraddizione di termini e quindi non è reale. Dunque il soggetto essendo in qualche modo il creatore del tempo, è il creatore anche dell’accadere. In altre pa- role: non si può dire propriamente che io mi faccio un’i- dea dei fatti che accadono, ma che dei fatti accadono in quanto io rivesto di una forma temporanea la realtà. iPer conseguenza l’affermare che in tanto l’accadere è soggetto a delle cause in quanto io l’intendo, ciò che a prima vista poteva parere un paradosso, non ha più nulla. di strano, an- zi appare come una necessità. Se io impongo alla realtà la forma dell’accadere, naturalmente non gliela possq imporre che in quanto esercito sulla realtà la mia funzione conosci- tiva, cioè in quanto l’accadere non è pensabile se non come sottoposto necessariamente a delle cause. Ciò che abbiamo spiegato con qualche minuzia in ordine alla categoria di causa, si può ripetere di tutte le altre (1). (1) Non è da trascurare che Schopenhauer non senza buona ra- gione riduce le categorie a tre soltanto : spazio, tempo, causalità. Secondo Kant, spazio e tempo, non sono categorie ma intuizioni; sono però intuizioni pensate, il che sembra giustificarne la conce- Le categorie si possono in qualche modo ridurre ad idee assolutamente necessarie, ciascuna ‘ad una data classe di considerazioni. Senonchè bisogna guardarsi dall’accet- tare due preconcetti facilmente suggeribili dal termine di idea. L’uno, che le categorie abbiano per fondamento l’og- getto, il reale considerato in se stesso; l’altro, che preesi- stano tali e quali nel soggetto, come per esempio le idee platoniche. Le categorie invece, come si è notato per quel- la di causa, esistono soltanto in questo senso, che il sog- getto deve, per conoscere, compiere una certa sua fun- zione, tale o tale altra, seconda l’aspetto sotto cui conosce; la categoria non esiste che in quanto il soggetto compie la detta funzione. Così per addurre un altro esempio, ciò che io conosco può essere una sola cosa, o una molteplicità di cose, o la totalità delle cose. Non bisogna credere, che all’infuori del soggetto conoscente possano esistere una cosa, o più cose, o tutte le cose; unità, moltiplicità e totalità sono cate- gorie che io impongo alle cose in quanto compio in un dato senso rispetto alle cose la mia funzione conoscitiva. iPar- lare di tutte le categorie messe innanzi da Kant, all’in- tento nostro non si richiede; tanto più che la tavola kan- tiana delle categorie fu censurata non senza fondamento (1). zione come categorie; concezione che non sopprime dallo spazio e dal tempo l’elemento intuitivo che, nelle altre categorie non si riconosce. (1) Secondo Kant le categorie sono 12 suddivisibili in quattro "gruppi: Anal. trascend. Sez. Ill $ 10. I. Quantità : Unità, Plucalità, Totalità. II. Qualità : Realtà, Negazione, Limitazione. III. Relazione : Sostanza ed accidente, Causalità e dipendenza, Reciprocità. IV. Modalità : Possibilità, Esistenza, Necessit. (E. C.). ar ME Quello che importa, per la gravità delle conseguenze che se ne ricavano, si riduce a quanto abbiamo detto, e che vale per tutte le categorie concepite secondo il modo kan- tiano di vedere. Un’ultima osservazione incidentale; Rosmini, discutendo nel « Nuovo Saggio » la dottrina di Kant, interpreta le ca- tegorie come se fossero idee platoniche, allontanandosi così non poco dal pensiero kantiano. Il Rosmini ammette una sola idea come necessaria e insieme sufficiente a costitui- re il pensiero umano e a renderne ragione: l’idea del- l’essere. Dove si potrebbe domandare se invece di ridurre le categorie ad idee non sia forse più a proposito il rico- noscere nell’idea rosminiana di essere una categoria, e diciamo pure la sola categoria veramente fondamentale, ma intesa nel senso kantiano. $ 6. — Kant - Fenomeno e Noumeno Ciò che noi conosciamo attraverso il tempo, lo spazio, e le categorie non è assolutamente separabile dal soggetto conoscente; ossia è qualcosa che se non fosse da noi cono- sciuta non esisterebbe; insomma un fenomeno, la nozione di fenomeno essendo quella di qualcosa il cui esserci con- siste nel suo apparire al soggetto cioè nell’essere avvertito o conosciuto (1). In ordine ai fenomeni vi sono da fare due distinzioni: la prima è quella, fatta pure da Kant, tra fenomeno e illu- sione; l’altra quella tra fenomeno di cui è consapevole sol- (1) Cfr. Crit. d. Ragion Pura. Analitica trascendentale. Lib. Il Cap. HI. (E. C.). dA; per tanto un soggetto, e fenomeno di cui è consapevole ogni soggetto in certe condizioni. | Le due distinzioni non coincidono; per esempio di un mio dolore io soltanto sono consapevole, senza peraltro che lo si possa dire un’illusione. Senza dubbio è difficile provare anzi è forse da escludere che il fenomeno avver- tito da un soggetto e quello avvertito da ogni altro soggetto nelle medesime condizioni siano identici: per esempio io dalla mia finestra vedo il cielo azzurro, ogni altro dalla stessa finestra in quel momento (purchè sano di occhi) ve- drebbe il cielo azzurro; ma non è accertabile © piuttosto credibile che l'azzurro veduto sia identico nei due casi. Per precisare la nozione di fenomeno diverso dall’illusione, bisogna dunque : primo, ricordare che certi fenomeni sono inseparabili da certi soggetti particolari, (per esempio il dolore), secondo prescindere dalle particolarità per cui un fenomeno di un soggetto differisce da quello di un'altro quantunque nei due fenomeni prevalgano dei caratteri co- muni. Così la nozione di fenomeno si può dire stabilita. . Il noumeno invece, o la cosa in sè, non può essere av- vertito, perchè se fosse avvertito sarebbe un fenomeno. In ordine al noumeno, Kant non si esprime sempre nello stesso modo, e qualche sua espressione può far credere che egli lo consideri come un'ipotesi di valore incerto. Ma vi sono pure altre espressioni di Kant, che sembrano decisive in senso contrario. | Egli dice per esempio, che l’apparire implica necessaria- mente qualcosa che apparisca, dove bisogna intendere qual- cosa che non sia lo. stesso apparire. Come anche per eliminare l’opposizione tra determini- smo e Nbertà, opposizione di cui parleremo nel cenno sulla . morale, dice che il soggetto è determinato come fenome- - E é - n TRI mi n Pi, E no ma libero come noumeno. Su di che va rilevato un punto essenziale alla dottrina teoretica di Kant: cioè che la di- stinzione tra fenomeno e noumeno vale anche per il sog- | getto conoscente. L’introduzione del noumeno, che noi ammettiamo non aliena dal pensiero di Kant, dà luogo ad alcune difficoltà. In primo luogo la sua dottrina diventa così fondamentalmente scettica: noi conosciamo soltanto i fenomeni e questi di- pendono in qualsiasi maniera dal noumeno del quale non sappiamo niente; questa in sostanza era l’opinione di Sesto Empirico, di cui non è dubbio lo scetticismo. La ragione che toglie al noumeno d’essere conoscibile sta in ciò, che le categorie sono applicabili soltanto ai fenomeni. Le cate- gorie infatti sono le funzioni conoscitive del soggetto, e precisamente quelle funzioni che all'uomo rendono possi- bile il giudicare. ‘Per conseguenza : ciò che si conosce me- diante le categorie implica senza dubbio la funzione cono- scitiva del soggetto, e dunque non può essere qualcosa che stia da sè all’infuori del soggetto, cioè non può essere noumeno. Si può considerare un fenomeno, se ne. possono consi- derare anche molti (Come per esempio quando si dice che i colori non esistono senza la luce), si possono anche sotto qualche aspetto considerare tutti, come per esempio quan- do si dice che i fenomeni sono tutti variabili; ma le deter- minazioni, uno, molti, e tutti non hanno, per la ragione ad- dotta, nessun significato se applicate al noumeno. Così per esempio noi possiamo parlare di molti soggetti fenomenici ciascuno dei quali è uno; ma non (come pure sottintende Kant particolarmente nella morale) di molti soggetti noume- nici, e a rigore neanche di un soggetto noumenico. Ancora : il noumeno non può essere un’effetto e nep- È narrante enti attiene me PA II un i eo rr pure una causa, perchè il considerarlo in uno qualsivoglia di questi due modi sarebbe un applicargli la nozione di | causa, la quale, per essere una categoria, non è applicabile che ai fenomeni. Crediamo inutile insistere. $ 7. — Fichte. Della filosofia di Fichte vanno rilevati due punti note- voli. Primo: il Fichte (1) mise in evidenza che non ha propriamente un significato parlare di una realtà conosciu- ta o conoscibile che non sia creazione del soggetto; benchè non distingua molto chiaramente i molti soggetti singoli dal soggetto universale (distinzione della quale ci occuperemo ‘ più tardi) riconosce in ogni modo che, accettando la rivolu- zione copernicana di Kant, non è più possibile riferire al- l’oggetto la necessità che nel nostro pensiero si manifesta. Donde si conclude che il valore di tale necessità in ordine all’oggetto ha per suo fondamento la radice soggettiva della stessa necessità. La dottrina di Fichte secondo il senso attribuitole dallo stesso, dà luogo a delle difficoltà che discuteremo nei cenni dedicati al Soggetto Universale; ma costituisce il primo tentativo di interpretare la dottrina di Kant in modo, che, opponendosi all’interpretazione kantiana risulta ben più fe- dele al pensiero kantiano più profondo benchè non bene avvertito dallo stesso Kant, la dottrina del quale, secondo ——m—_—_m——mm6T_€ @—————— m—m—————6——______m (1) Amedeo Fichte (1762-1814) profondo pensatore tedesco svol- se il suo pensiero nella Dottrina della scienza, nella Missione del Dotto e nei Discorsi alla nazione Alemanna. (E. C.). Liar}. GIESIN la sua interpretazione, si riduce in ultimo ad un agnosti- cismo che ne impediva lo sviluppo (1). Un’altro punto sul quale Fichte, sconstandosi da Kant ma interpretandolo nel solo modo coerente, riuscì a formu- 3-3 lare una dottrina dalla quale in filosofia non è più lecito prescindere : la filosofia deve, non già premettere una cri- tica impossibile della ragione umana, ma fondare se me- desima sopra una teoria della conoscenza umana. Supponia- mo di aver compiuto in ogni parte l'indagine scientifica, 0, se non altro, di avere segnato completamente le vie che da questa indagine dovranno essere percorse; non avremo con ciò esaurita ogni possibile indagine. Infatti, e appunto in grazia dell’indagine scientifica, ci rimarrà da indagare precisamente la costruzione scientifica stessa; e la filosofia dovrà coincidere con quest’ultima indagine. (1) Dopo la fioritura idealistica, sorse vivo, in Germania, il de- siderio di ritornare a Kant; le ultime conseguenze a cui si era giunti proseguendo arditamente per la via su cui si era messo Fichte, non parevano accettabili. Quindi ritornare a Kant si in- tese come un ritorno alla interpretazione che lo stesso Kant aveva dato de'la propria dottrina. La filosofia che in tal modo si costruì e che prese il nome di neo-kantismo o neo-criticismo, si diffuse largamente in Europa ed anche in Italia, dove uno dei suoi principali rappresentanti fu Carlo Cantoni, autore di un’opera in tre volumi « Emanuele Kant », che riassume l’opera di questo con delle osservazioni critiche giudiziose. Quest'opera fu ristampata nel 1907 e può sem- pre essere consultata con profitto. Altro meritevole neo-kantiano fu Filippo Masci. I neo-kantiani furono benemeriti sotto alcuni. aspetti; non si può tuttavia negare che il loro dominio si dovette in parte ad una incomprensione dell’esigenza idealistica, in parte anche al dominio esercitato allora dal positivismo del quale Kant veniva consideratr come un’antesignano. Il periodo segnò in or- dine ailo sviluppo della filosofia un intervallo se non vuoto alme- no povero di contenuto. | — 75 Sa Con qualche diversità e forse più chiaramente : la filosofia dovrà essere, o una scienza particolare, come per es. la ma- tematica o la fisica o la scienza del linguaggio ecc., oppure dovrà necessariamente ridursi ad una teoria della scienza o della conoscenza. La prima ipotesi è da scartare per due ragioni: 1. perchè al di là di tutte le scienze particolari vi è luogo ad una teoria della scienza; 2. perchè una scien- za particolare non può condurci, appunto come particolare, a quella concezione sistematica d’insieme a cui la filoso- fia si propone di giungere. Filosofia e teoria della scienza o della conoscenza, sono dunque la stessa cosa; o almeno la filosofia non può con- seguire i suoi fini senza prendere come base le conclusioni della teoria della scienza. Naturalmente la teoria della scienza, perchè abbia un va- lore filosofico, cioè universale, deve della scienza consi- derare il solo carattere conoscitivo; e perciò noi al nome di teoria della scienza di cui si era servito Fichte, prefe- riamo quello di gnoseologia o teoria della conoscenza. E dobbiamo, non già discutere i procedimenti particolari alle singole scienze, ma renderci un conto chiaro ed esauriente della possibilità ed anzi sotto qualche aspetto della neces- sità del conoscere. $ 8. — Necessità di una critica ulteriore. Anche dal breve riassunto fatto appare che il lavoro cri- tico effettuato da Kant è d'importanza notevole; non poche tra le sue riflessioni sono anzi da ritenere decisive in or- dine a ciò che escludono, Tale è per esempio l'esclusione che la necessità razionale abbia un fondamento fuori del soggetto. Ma il valore posi- tivo (affermativo) delle riflessioni medesime non è al- trettanto chiarito nè accertato. Che cosa dobbiamo pensare per esempio del soggetto che nella dottrina di Kant ha pure una situazione primaria ? La distinzione di un uomo dall’altro appartiene nel cam- po dell’esperienza; quindi ciascun uomo si può dire un soggetto empirico. Ma ciascun uomo è capace di conosce- re: dunque il soggetto empirico è conoscente. Ma d'altra parte l’umo dev’essere, come conoscente, il fondamento della necessità, e la necessità non può molti- plicarsi come gli uomini; è la stessa, cioè numericamente | ana sola, per tutti. E qui non si può non domandarsi : come sia possibile che un elemento unico sia nello stesso tempo costitutivo essen- ziale di più soggetti distinti. Un uomo non s’accorge a quanto sembra di aver -comune ‘con tutti gli altri l'elemento che in lui è il più importante; perciò questa comunanza, che non può essere negata, non sembra sufficientemente giustificata e non si può non desi- derare d’intenderla meglio. Tutto ciò prova che noi, pur tenendo in gran conto le riflessioni kantiane, non possiamo dispensarci dall’appro- fondirle, per determinarne in modo incontrovertibile il pre- ciso valore. CAPITOLO VI. LA CRITICA RADICALE $ 1. — Opportunità di rifarsi da Kant. Quantunque la critica di Kant non sia risultata in tutto chiara e soddisfacente, sembra nondimeno superare in pro- fondità quelle che la precedono, e che vi trovano, in qual- che modo, una reciproca integrazione. L'idea che l’attività mana diretta verso la conoscenza travisi la realtà (no. | nenica) sostituendole una pura fenomenologia, è senz. dubbio discutibilissima. D'altra parte però non sembra po- tersi negare che la necessità logica (ossia lo spazio, il tem- po, e le categorie) abbia la sua radice nel soggetto cono- scente. - Queste due osservazioni sono certamente in opposizione reciproca, E’ prezzo dell’opera esaminare quale trasforma- zione subisca la dottrina di Kant, se l’attività del soggetto venisse considerata come costruttrice di quella medesima realtà, che si propone di conoscere. Allora, e a quanto sembra, soltanto allora, la dottrina, che perderebbe il suo carattere già rilevato di scetticismo, sarebbe libera dalla opposizione radicale, che ci toglie non solo di accettarla, ma persino di ben comprenderne il si- gnificato. Prima però di andare oltre su questa strada, è necessario fissare fino dal principio, con qualche preci- sione, la nozione di soggetto. La quale in Kant rimane piuttosto indeterminata; per la ragione che ora ora esporremo. Ciascun uomo è un sog- getto conoscente; ma ogni cognizione, procacciatasi da qual- siasi uomo, ha un valore universale. Non ha senso dire: io so, p. es., che quest’anello è d’oro; ma un altro sa, che l’anello medesimo è d’ottone. Siamo così ridotti a riconoscere che il pensare di cia- 9cun uomo non è, per la sua parte veramente conoscitiva, dovuto a nessun individuo in quanto altro da 'un’altro; 1l nostro pensare nel detto senso è una costruzione umana, ma che si deve, non a quei caratteri per cui un soggetto sin- golo differisce da un'altro, bensì ad un elemento comune a_tutti gli uomini, cioè ad un elemento numericamente unico, nel quale dobbiamo riconoscere un costitutivo es- senziale di ciascuno. In ciò che segue considereremo que- sto elemento come il vero soggetto conoscente; quanto agli altri elementi che, associandosi con quell’unico, vengono a formare la varietà innumerevole di uomini distinti per ora ne prescindiamo. Il detto elemento unico può essere, per ora, denotato col nome di Spirito. $ 2. — Lo Spirito e la realtà. Lo Spirito non sarebbe il conoscente, mentre non l’ab- biamo concepito se non come tale, se non avesse un oggetto da lui conosciuto. Se per altro vogliamo esser fedeli al pro- posito superiormente formulato, ci conviene ammettere, che quest’oggetto non sia di fronte allo Spirito come una realtà indipendente; ma che l’’esserci dell’oggetto sia riferibile a - 79 —- | quell’attività medesima del soggetto, per mezzo della .qua- le questo conosce l'oggetto. In altri termini: la conoscen- za e l’oggetto conosciuto, sarebbero tutt'uno. Il soggetto sviluppa un’attività sua propria in grazia. della quale si crea un'’oggetto, e insieme conosce l’oggetto creato; no- tando che in questo modo il soggetto pone anche la pro- pria esistenza e nello stesso tempo la conosce. Perchè, se- condo ciò che dicemmo, il soggetto non è conoscente, 0s- sia non esiste, che in quanto conoscel’oggetto, mentre vi- ceversa dobbiamo anche dire, che il soggetto non esiste che in quanto si conosce, perchè] il soggetto è il processo conoscitivo dell'oggetto; e questo processo non può essere conoscitivo che alla condizione di non essere cieco. Con ciò che ora si è detto, la difficoltà fondamentaie inerente al problema conoscitivo, si può dire eliminata. Infatti : se l'oggetto conosciuto esiste all’infuori del pro- cesso conoscitivo, non si può sfuggire alla domanda : in che modo il processo conoscitivo possa cogliere, o investire, 0 penetrare l’oggetto (la moltiplicità stessa dei termini prova l’impossibilità di trovarne uno soddisfacente). E’ chiaro che la domanda non ammette risposta; perchè, se l’oggetto è qualcosa di estraneo al processo conoscitivo, questo sarà da parte sua qualche cosa di estraneo all’og- getto, e non vi sarà conoscenza di sorta. E’ bensì da notare che l’uomo singolo quando vuol ren- dersi conto del processo con cui giunge a conoscere, non soltanto non riesce ad identificare l’oggetto conosciuto col pets conoscere, ma si persuade, che tra l'oggetto cono- sciuto e il suo conoscere C'è opposizione irriducibile. Per esempio: per sapere che l'acqua è una combina- zone di idrogeno ed ossigeno, è stata necessaria farla at- traversare da una corrente elettrica. Intanto il maggior e — 80 — numero di quelli che non sono chimici, possiedono questa cognizione avendola acquistata con l’ascoltare certe lezioni, o con il leggere certi libri. E’ troppo evidente che tra le parole udite o lette e l’acqua non è possibile stabilire iden- tità e nemmeno somiglianza. Vedremo più tardi come sia possibile interpretare questa persuasione comune; la quale: in ogni modo non costituisce un’obbiezione contro la dot- trina esposta finchè. non sia provato che la dottrina esposta €. incapace di renderne ragione. Perchè l’oggetto noto sia sottoposto al tempo, allo spazio, ed alle categorie, tutte forme o determinazioni dell’attività | soggettiva, è ora diventato evidente, come è del pari evi- dente che il soggetto, col tempo lo spazio e le categorie, non falsifica l'oggetto: perchè l'oggetto non esiste che in quanto il soggetto lo crea, e il soggetto non può creare se. non con quelle forme, che. sotto un’aspetto lo fanno essere, mentre sotto di un’altro lo fanno conoscere. $ 3. — Il Tempo. Ma in ordine al tempo sorge una difficoltà. Il soggetto non può conoscere temporaneamente ; vale a dire il proces- so conoscitivo non può essere temporaneo e ciò per la ra- gione medesima per cui non può essere spaziale. ll cono- scere implica una rigorosa unità dei suoi elementi, nell’e- steso invece, e nel temporaneo, le parti, i cui costitutivi si hanno da considerare, sono estranee le une alle altre. Per esempio: un cerchio è da un diametro diviso in due semicerchi di cui ciascuno è fuori dell’altro; analogamente : un'ora, un minuto, un secondo, ecc., si dividono rispetti- vamente in due mezz’ore, in due mezzi minuti, in due cati mezzi secondi, le due metà essendo ciascuna fuori dell’al- tra. Dunque una conoscenza, in generale un pensiero, non “può avere una estensione sia spaziale che temporanea. Lasciando in disparte l’estensione spaziale, che al pensie- ro certamente non si attribuisce, dobbiamo discutere l’e- stensione temporanea. Un pensiero passato non è presen- te, quindi non può costituire vera unità col pensiero pre- sente. Non c'è dubbio, che secondo una impressione in- vincibile della coscienza comune, a noi sembra che il no- stro pensiero si estenda, oltre che nel presente, anche nel passato e in qualche modo anche nel futuro. Siamo in presenza d’un’antinomia, dalla quale dobbiamo liberarci. A tal fine, alcuni dicono: Il nostro pensiero è condizio- nato da una legge logica, senza dubbio estemporanea, che n’esclude gli opposti (contraddittori e contrari); ora gli op- posti si presentano, sia in linea di fatto come pure in grazia dello svolgersi logico del pensiero. E allora noi eliminiamo l'opposizione col niente gli op- posti a tempi diversi. Si noti: non è che noi, avendo già una chiara nozione del tempo, ci se ne valga per eliminare dal pensiero le antinomie. Bensì noi, mentre da una parte pesiamo antinomicamente, laddove dall’altra non ci pos- siamo fermare nel pensiero antinomico, siamo costretti a cercare un mezzo per eliminare l’opposizione tra queste due condizioni; la nozione di tempo non è, in ultimo, che il mezzo di cui abbiamo bisogno. In altri termini: l’esserci della nozione di tempo consiste nel mezzo cercato, cioè nel- l’affermare la coesistenza delle due condizioni. Per esempio, la proposizione : splende il sole, senza dub- bio è presente e si riferisce al presente. Lo stesso dicasi della proposizione : le nubi nascondono il sole. Delle due proposizioni Îla prima si fonda su di una sensazione; la se- 6 i conda su ciò che si dice un ricordo, ma che in ogni modo è una rappresentazione presente, con alcuni caratteri che la fanno differire da una sensazione, ma che ha con questa comune il carattere di essere un’esperienza particolare.. Così essendo, io dovrei dire insieme: il sole risplende, e le nubi nascondono il sole. Impossibile assentire insieme ai due giudizi, perchè opposti; ma impossibile altresì esclu- derne uno qualsiasi, perchè fondati entrambi sull’esperienza. La difficoltà svanisce riferendo i due giudizi a tempi diversi; p. es.: il sole risplende in questo momento; le nubi nascon- devano il sole un’ora fa. 8 4. — Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta. In primo luogo : togliendo al tempo il carattere comune- mente attribuitogli d'essere una determinazione di ogni ac- ‘cadere interno ed esterno, la necessità in cui ci troviamo, di credere al tempo come ad una tale determinazione reale, . diviene inconcepibile se il tempo non si ‘riduce ad una forma soggettiva, in grazia della quale noi ci rappresente- remmo sotto forma temporanea, ossia come un’accadere, ia realtà nella quale va incluso il nostro pensare, che sarebbe di sua natura estemporaneo. Questa è la concezione di Kant, ed è inconciliabile con la dottrina che si ricava dalla critica del kantismo, secondo la quale noi, cioè lo Spirito, non siamo i falsificatori, ma i creatori della realtà. Dire, come dice Kant, che il tempo è inseparabile dallo Spirito, riman vero anche secondo la esposta critica del kantismo; riman vero peraltro in un senso diverso: lo Spirito, nel creare la realtà, le imprime il carattere della temporaneità ; RAEE» IE questa è dunque un carattere della realtà e non una sua deformazione. In secondo luogo : se il tempo non fosse che il mezzo per eliminare l’opposizione tra due giudizi entrambi fondati, ci sarebbe, nel riferire uno di questi al presente, l’altro al passato, un’arbitrarietà ineliminabile, che assolutamente non si riconosce. Riprendiamo l’esempio di prima : il sole risplen- de; le nubi nascondono il sole. Di certo l’opposizione sva- nisce tanto se riferiamo il primo al presente, il secondo al passato, quanto se invece riferiamo il secondo al presente, il primo al passato. L’elemento arbitrario è innegabile; vi- ceversa non ci è assolutamente possibile ammettere quì un arbitrio; noi riferiamo sempre necessariamente al presente quello dei due giudizi che si fonda su di una sensazione, al passato quello che si fonda sul ricordo. La differenza tra il ricordo e la rappresentazione ha dunque un’importanza essenziale in proposito; non. è lecito affermare che il giu- dizio fondato sul ricordo sia fondato sull’esperienza nello stesso modo, con lo stesso diritto, di quello fondato sulla sensazione; se vogliamo intenderci dobbiamo dire in lin- gua povera che il ricordo significa precisamente, benchè presente come ricordo, un'esperienza passata. E allora tutta la esposta interpretazione del tempo svanisce. In terzo luogo : delle opposizioni nel nostro pensiero pre- sente si affacciano senza dubbio; non mai però su di un fon- damento sperimentale, quando non si trascuri di apprezzare la differenza tra sensazione e ricordo. Si affacciano bensì nei processi razionali, o più esattamente, nei processi diretti alla scoperta o _all’esposizione di leggi estemporanee. Ora in questo campo non si ha esempio di opposizioni elimina- bili per mezzo del tempo. Consideriamo un esempio geo- metrico. Si abbia una retta X Y e un punto A fuori di LI questa retta: potrebb’essere che per A non si potesse con- durre ad X Y alcuna parallela; oppure che per A si potesse condurre ad X Y una sola parallela; oppure che per A si potessero condurre ad X Y due parallele (in quest’ultimo caso nessuna delle rette condotte per A, internamente all’an- golo acuto formato dalle due parallele, incontrerebbe la X Y, senza peraltro essere con la X Y nella relazione di pa- rallelismo). L'opposizione tra le tre ipotesi è manifesta; le tre ipotesi del resto sono tutte ugualmente fondate, in quan- to su ciascuna si può costruire una geometria. E’ .certamen- te impossibile che l'opposizione venga eliminata per mezzo del tempo; la geometria infatti esclude assolutamente il tempo, non essendo e non potendo essere sotto nessun aspetto la teoria di un’accadere. L'opposizione si elimina tuttavia molto semplicemente col riconoscere che le tre ipotesi, e. quindi anche le tre geometrie a cui servono di base rispet- tivamente, sono inconciliabili. Insomma delle tre ipotesi una sola può essere vera oggettivamente. | Come si vede l’affermazione che il tempo sia il mezzo per eliminare l’opposizione, risulta ingiustificata; infatti non ha valore nell’opposizione d’indole razionale, mentre il suo va- lore nell’opposizione d’indole sperimentale presuppone il tempo come si è visto e quindi non serve a rendercene ra- gione. i $ 5. — Lo Spirito ed il soggetto. In che relazione stiano lo Spirito secondo la nozione che n'abbiamo esposta, e il soggetto singolo, cioè l’uomo comu- nemente noto, è un problema che rimane ancora da risol- vere. In primo iuogo : dobbiamo certamente abbandonare l’idea che sembra suggerita dalla stessa enunciazione del pro- blema, cioè che lo Spirito e il soggetto siano due realtà re- ciprocamente irriducibili. Si è visto infatti che lo Spirito non imporrebbe, come in- vece impone, le sue leggi ai fatti sperimentabili, se non fosse il creatore di questi fatti; e tra i fatti osservabili vi sono di certo i fatti psichici costituenti la coscienza empirica di ciascun uomo: sensazioni, piaceri e dolori, desideri, ti- mori, aspirazioni, ricordi. | Ciò, che in ciascun uomo si aggiunge in qualche modo al- lo Spirito, è una creazione dello Spirito. Ma ci dobbiamo an- . che intendene bene chiaramente sulla natura di una tale creazione. Un fabbro ferraio con degli utensili, del fuoco è del ferro, costruisce una serratura ; la serratura costruita non è il processo del costruirla. Ma in ordine allo Spirito è im- possibile ammettere una distinzione analoga tra i fatti psi- chici che ne sono creati ed il processo del crearli. Come ab- biamo già rilevato, noi, ricorrendo allo Spirito, riusciamo a omprendere la possibilità della cognizione, precisamente perchè nello Spirito l’oggetto noto e la cognizione coinci- dono. Siccome nello Spirito è impossibile separare il pen- sare dal fare, cioè il processo conoscitivo dal creativo; e d’al- tra parte il processo conoscitivo non è qualcosa che si di- stingua dall’oggetto noto, il medesimo dovrà dirsi anche del processo creativo; cioè i fatti sperimentabili sono pensieri dello Spirito. S’intende pensieri concreti, cioè non privt di alcuna determinazione conoscitiva o pratica. Riassumendo: la realtà fenomenica sarebbe il pensare. dello Spirito; d’altra parte, l'uomo sarebbe ancora lo Spi- rito, ma ridotto ad una parte sola e piccola del suo pensare, in quanto l’esperienza di un uomo è senza dubbio qualcosa di ben piccolo di fronte all’esperienza complessiva di tutti gli uomini e di tutti gli altri soggetti più o meno analoghi agli uomini. Se ora ci domandiamo: in che modo lo spirito, a cui è es- senziale il suo pensare, che non può non essere uno, e quindi un tutto inscindibile, possa collegarsi, qui con una parte minima del suo pensare, là con un’altra parte minima del'o stesso pensare, ecc., così da costituire la moltitudine dei soggetti, non ci sarà facile trovare una risposta soddi- sfacente. Inoltre : lo Spirito sarebbe tutto in ciascun di noi, men- tre non c’è alcun di noi che possieda, che abbia cioè co- struita nella sua coscienza la totalità del pensiero logico. ‘Quello che ia so di Fisica, o di Geometria, o di Storia uma- na ecc., è come niente in paragone di ciò che altri ne san- no; € tuttavia il conoscente sarebbe sempre il medesimo Spirito, in me come in qualunque altro. E ancora: tra gli uomini, e sempre nel campo del pensare logico, non man- cano le più vive opposizioni, dovute certamente a ciò, che di due contendenti, ciascuno ignora, o non valuta conve- nientemente, qualcosa che al pensiero dell’altro è fonda- mentale. Queste opposizioni suppongono dunque delle ignoranze, delle quali d’ordinario ci si rende ragione riflettendo che ciascun uomo è un’essere limitato, mentre secondo la dot- trina che andiamo esponendo, le ignoranze medesime do- vrebbero essere messe a carico dello Spirito; cosa d’altra parte impossibile, perchè lo spirito non è limitato, e perchè (1 Spirito non può ignorare nulla, non essendovi altro in ul- timo che il suo pensiero. Impossibile negare che la dottrina esposta include pa- recchie difficoltà; il che ci costringe a indagare se la critica da cui la dottrina fu ricavata non esiga un ulteriore appro- fondimento. CAPITOLO VII. L’UNICITÀ DEL SOGGETTO $ 1. — La cognizione oggettiva dei soggetti. L’opinione corrente, che i soggetti siano molti, non è senza ‘dubbio eliminata-col riconoscere, come si è fatto, che i sog- getti hanno tutti un pensare comune, Qin _Altri termini che tutti sono determinazioni dello Spirito. Ebbene: am- messo che i soggetti siano molti conviene ammettere, che ciascuno di loro abbia cognizione di parecchi altri, che anzi li possa conoscere tutti. E’ anzi evidente per ciascuno, che delle sue cognizioni una gran parte, possiamo anche dire la parte più importan- te, consiste nella sua cognizione di altri soggetti. Ed ora dobbiamo domandare, se questa cognizione di altri soggetti, anche di un solo, sia possibile. Un soggetto è l’unità di un conoscere; possiamo anche dire con maggiore esattezza : è un conoscere; perchè il co- noscere non ci sarebbe se non fosse unificato. Ora l’altrui conoscere a ciascuno di noi rimane affatto estraneo. Per- chè io se potessi accogliere nella mia coscienza il processo conoscitivo costituente un’altro soggetto, sarei quest’altro soggetta; se almeno il soggetto è la coscienza di un processo conoscitivo. Da ciò si conclude, che se anche ci sono molti soggetti, nessuno di questi può saper nulla di nessun’altro. Il che trasforma la pretesa certezza che ci siano molti sog- getti, in una ipotesi assolutamente inverificabile, cioè in- fondata. Si opporrà : io vedo pure degli uomini di cui ciascuno "a un corpo simile al mio, li sento parlare, ecc.; in certe circo- stanze li aiuto e ne sono aiutato; qualche volta li disturbo e ne sono disturbato ; benchè non possa rendermi consapevole integralmente dei loro processi conoscitivi, tuttavia so qual- cosa di ciò che pensano e di ciò che vogliono; provo per loro simpatia o antipatia; e così di seguito. Tutto ciò è vero, ma non oltrepassa la sfera della mia cognizione concreta. _ In altri termini: che io pensi oggettivamente altri sog- getti aventi con me come tali non poche relazioni, è un fatto indiscutibile che trovo nel mio pensare. Ma per dimo- strare che sia qualcosa di più, converrebbe annullare molte considerazioni già esposte, alle quali pure non si è trovato nulla da opporre, nelle quali anzi abbiamo riconosciuto un valore ‘critico superiore ad ogni eccezione. Per esempio: il dubbio che ora solleviamo sull’ esistenza dell’altro soggetto, è assolutamente comparabile a quello che abbiamo sollevato intorno all’esistenza del mondo fisico. Intorno a questo abbiamo detto con Berkeley: esiste certamente il mio pensiero del mondo fisico; ma che il mondo fisico esista, come si crede comunemente, all’infuori del mio pensiero, è almeno dubbio, anzi è da escludere, perchè, finchè il mio pensiero non muta, esista o non esista il mondo fisico, io me lo rappresenterò SFEIDIS allo stesso modo. Se, in questo ragionamento, alle parole, mondo fisico so- stituiamo le parole altro soggetto, la forma del ragiona- mento rimane invariata, e quindi anche la conclusione: © devo attribuire anche al mondo fisico una esistenza fuori — 89 — del mio pensare, o non posso attribuire una tale esistenza. nemmeno all’altro soggetto. | Contro il solipsismo a cui si arriverebbe in tal modo, non “si ricava nessuna obbiezione dalla dottrina dello spirito quale fu esposta precedentemente. Senza -dubbio, se i soggetti conoscenti sono molti, cia- scuno deve possedere, o più esattamente poter sviluppare un pensiero comune con gli altri; ciascuno cioè dev'essere una determinazione del medesimo Spirito; ma perchè io pos- sa dire : lo Spirito che vive in me non vive soltanto in me, io devo aver ammesso in precedenza di non essere io l’u- nico soggetto; e questo è appunto ciò di che si discute. $ 2.-— L'unità della coscienza. La necessità logica, senza della quale non ci sarebbe co- gnizione, ‘ha, secondo la dottrina di Kant (che su questo pun- to abbiamo riconosciuta superiore alla critica), il suo fonda- mento nel soggetto; vale a dire nell’unità della coscienza 0 del pensiero. Ma se ammettiamo una moltitudine di sogget- ti, l’unità del pensiero non è più ammissibile, quantunque 1 soggetti siano tutti, senza eccezione, determinazioni di un medesimo Spirito. Lo Una coscienza che includa la totalità degli elementi em- pirici, che sono essenziali rispettivamente all’esserci dei di- versi soggetti, non esiste se i soggetti sono molti e cia- scuno è ‘una coscienza distinta dalle altre. lo non posso am- . mettere che un’altro soggetto pensi contrariamente a ciò che lo penso necessariamente. Ma se approfondiamo questo pun- to, riconosceremo, che un tale mio non ammettere si fonda sopra quell'unità chè sono io, e non si fonda su altro. Se per — 90 — esempio io dicessi: a me non è possibile concepire un’e- quazione di secondo grado con più di due radici, ma un al- tro la potrà concepire, io contraddirei a me stesso, non po- tendo io attribuire ad altri una concezione che non fosse una mia concezione. Dunque la molteplicità dei soggetti risolve la realtà in un tritume di pensieri privi di unificazione, quin- di privi di necessità intrinseca, cioè sforniti di ogni valore conoscitivo. Se invece ammetto che tutto il reale sia pensiero mio, e soltanto mio, il reale sarà necessariamente unificato in quel centro che sono io stesso; e la dispersione che ridur- rebbe il pensiero all’assurdo sarà evitata. $ 3. — Discussione del solipsismo. Dalla chiusa del paragrafo primo e dal paragrafo secondo è risultato che per evitare le difficoltà inerenti alla dottri- na dello Spirito, conviene ammettere che vi sia un solo sog- getto conoscente; non già nel senso che i soggetti siano molti ma diffieriscano soltanto per degli elementi empirici; bensì nel senso che vi sia un soggetto empirico unico, as- sociato si intende con la spiritualità che gli inerirebbe in modo esclusivo, e che insomma sarebbe tutt’una con esso. Per chiarire bene questo punto ricordiamo le difficoltà incontrate nella dottrina precedente. Secondo questa dottri- na, lo Spirito non è una coscienza .distinta da quelle dei soggetti singoli; anzi non si rende consapevole che in que- sti. Allora i soggetti singoli sono costitutivi dello Spirito ed essenziali a questo, sono cioè suoi prodotti necessari. E quindi la distinzione tra la logicità dello Spirito e l’acciden- talità che distingue i soggetti singoli tra loro, svanisce, non Qi essendovi nulla di accidentale. La dottrina dello Spirito sa- rebbe dunque in contraddizion: con se stessa. Inoltre: 0 Spirito, quantunque sia il solo conoscente, non può tutta- via conoscere che nei singoli; e perciò manca nel pensare l’unità, solo fondamento possibile della necessità logica. Nell'ipotesi solipsistica svaniscono entrambe le difficol- tà; resta vero che lo Spirito non conosce che in quanto as- sume la forma di un soggetto empirico, ma questa forma essendo unica, l’unità di coscienza è intanto assicurata. Ancora : gli elementi che danno allo Spirito la forma di soggetto empirico, benchè necessari come nell’ipotesi dello Spirito che si realizza in molti singoli, siccome però costitui- scono un gruppo solo, non danno luogo all’opposizione so- pra enunciata tra l’esigenza unitaria dello Spirito che pro- duce questi elementi, e la moltitudine dei loro gruppi, la quale non essendo unificata, per la solita ragione, dovreb- be sfuggire alla necessità. Riman da vedere se il solipsismo non dia luogo a diffi- coltà d’altro genere; il che, se ci limitiamo alla considera- zione del problema conoscitivo sotto l’aspetto in cui ci si è presentato fino ad ora, sembra da escludere. | E° ben certo che tutto quanto io sappia o in qualunque modo io pensi, è incluso nella mia coscienza, e che un pensiero non soddisfacente a questa condizione, mi è asso- lutamente impossibile. Accade che io parli con un’altro e che ne riceva delle informazioni alle quali senza il collo- quio non sarei arrivato. Ma l’altro con cui parlo e il processo con cui l’’altro m’informa, sono certamente pensieri miei, altrimenti non saprei nulla nè del processo, nè del sog- getto con cui parlo. | Dunque non risulta che i nuovi pensieri di cui m’arricchi- sco siano di fatto, e nel senso attribuito comunemente al ter- DE mine, informazioni da me ricevute; quello che certamente risulta è che i nuovi pensieri sono costruiti da me in base: | a quei pensieri miei che sono l’altro soggetto ed il processo informativo, collegati generalmente con altri pensieri, dei quali non è dubbio che siano formazioni mie. Concludendo : il solipsismo è, con lo stesso pensiero vol- gare, in un opposizione molto meno radicale di quanto sem- bri. Stando al pensiero volgare io conosco un'altro soggetto, € l’altro soggetto conosce me. Di queste due affermazioni, la prima, sulla quale non può cadere dubbio, è ammessa dal solipsismo, che non esclude punto l’idea che io mi formo dell’altro soggetto, ed alla quale si riduce la mia cognizione di questo. Il solipsismo nega soltanto che l’altro soggetto co- nosca me; ora su che fondamento posso io attribuine all’altro soggetto una cognizione di me, dal momento che tale cogni- zione rimanendo chiusa nella coscienza dell’altro soggetto, rimane a me del tutto estranea? Negando che l’altro soggetto conosca me, ossia negando al sogget‘o che io penso il carattere di una esistenza non essenzialmente subordinata a me, sembra che il dire: « io conosco l’altro soggetto », diventi una frase priva di signifi- cato. Ma in fatto le resta quel significato che tutti le rico- noscono, cioè di essere l’espressione di un pensiero mio, e svanisce soltanto quel significato che non si riesce in alcun modo, nè a comprendere nè a giustificare. Un esempio: passando per istrada sento uscire da una finestra le grida straziaati di una donna che implora soc- corso; immagino, che là dentro si stia compiendo un de- litto; si tratta invece di un’attrice che studia la sua parte; potrebbe anche trattarsi di un fonografo che riproduce una scena drammatica. sui 93 Su $ 4. — Countinuazione. Anche restando nel campo conoscitivo non sembra in ogni modo che ogni difficoltà sia superata. Io per esempio, leg- go un libro che ritengo scritto molti secoli or sono. Il so- lipsista fa notare che il libro è un pensiero mio e che i pen- sieri suggeritimi dalla lettura, non essendomi noti che in quanto sono inclusi nella mia coscienza, io non sono autoriz- zato a riferirli ad altri che a me; il che richiederebbe che io avessi potuto seguire i pensieri medesimi anche prima che fossero nella mia coscienza; cosa impossibile. E tut- tavia il valor di quei pensieri cambia notevolmente, se io mi decido a considerarli come soltanto miei. Se quei pensieri sono di Cicerone, cioè di un romano vissuto nell’ultimo se- colo prima di Cristo, hanno, come rivelazione della civiltà d’allora, una coerenza, un’importanza ed un significato, che perdono del tutto, se invece sono pensieri unicamente miei, cioè formazioni della mia coscienza, necessarie sen- za dubbio, ma non più di tante altre alle quali non attribui- sco valore di sorta. Il solipsista risponderà che il mio riferire quei pensieri ad un uomo determinato, vissuto in un tempo ed in un luogo determinato e perciò connessi con altri pensieri pro- pri di quell’uomo, di quel luogo e di quel tempo, non mi fa uscire da me stesso, perchè le circostanze di persone, luogo, tempo, non sono considerabili da me-che in quanto sono miei pensieri. Non sembra vi sia da replicare; tuttavia la difficoltà non è superata; essendo certo che per il solipsista conseguente, la storia e il pensiero si riducono in ultimo a delle frivolezze. Costituiscono di certo la sua vita; ma una vita necessaria- mente chiusa in sè stessa perchè unica, non ammette quei valori, che tutti noi riconosciamo perchè li riferiamo ad una —- 94 — collettività non ad alcun uomo isolato. Il che ci mette sulla via, se non di cogliere in fallo il solipsismo, almeno di solle- vare un dubbio in proposito. Il solipsista per sviluppare la sua dottrina, deve necessa. riamente supporre che un pensiero, incluso nella coscienza d’un soggetto, sia escluso dalla coscienza di un'altro. Si può dubitare, non senza fondamento, che il concepire a questo modo la relazione tra la coscienza singola ed il pensiero, sia una concezione materialistica del pensiero. Senza dubbio questo portafoglio, se l’ho in tasca io, non può essere nella tasca di un’altro; ma pur anche nelle cose materiali, se passiamo dal considerarne la collocazione a con- siderarne la proprietà in senso giuridico, l’alternativa di cui sopra svanisce. Tizio e Caio possono essere compro- prietari di una casa; donde risulta, che se un’incendio distrug- ge la proprietà di uno dei due, anche la proprietà dell’altro viene distrutta ipso facto. Una ragione, perchè uno stesso pensiero non possa venire incluso in due coscienze singole, non è stata mai addotta. Non basta certamente che due ab- biano uno stesso pensiero perchè ciascuno dei due conosca un tale pensiero dell’altro. Comunque, fatto sta che una co- munanza parziale di pensiero tra soggetti è ammessa uni- versalmente ; il fatto stesso che due soggetti possono, se- condo l’opinione comune, intendersi, prova, non che i sog- getti siano due e che ci sia un’intendersi, ma che non c'è nulla di assurdo nell’ammettere che due soggetti pensino entro certi limiti concordemente. Il solipsista può interpretare solipsisticamente quei fatti che d’ordinario si spiegano col ricorrere ad una comunanza di pensiero; ma il suo modo di vedere resta ipotetico non meno del modo di vedere opposto. Vedremo più oltre se la questione, che oramai ha fatto un passo innanzi, sia esau- ribile mediante altre considerazioni. CAPITOLO VIII. FORMULAZIONE DEI PROBLEMI FONDAMENTALI $ 1. — Unità di coscienza. L’unità di coscienza è assolutamente imprescindibile co- me base della necessità logica estemporanea, ed anche di quella necessità che si attua nel tempo e che si dice cau- sale, Quanto alla prima è indiscutibile, che delle opinioni op- poste possono mantenersi e svilupparsi finchè non si pre- sentino tutte a un medesimo soggetto pensante; questo loro presentarsi è un collidere che, mettendone in evidenza l'opposizione, rende manifesto come non tutte abbiano .lo stesso valore. Anche uno stesso uomo può contraddirsi a condizione che abbia dimenticato, mentre formula un giudi- zio, il giudizio opposto da lui formulato altra volta; que- st’ultimo giudizio essendo stato dimenticato, non è incluso in una medesima unità di coscienza con l’altro. Perchè vi sia una necessità logica, è dunque necessaria una coscienza, rigorosamente una, e che includa tutto ciò a che si estendo- no le leggi logiche, vale a dire ogni cosa. E questa coscienza una deve essere tale, da non dare luogo alla subcoscienza; l'esempio ultimamente addotto essendo una prova, che l’am- mettere la subcoscienza conduce al medesimo risultato, che l’escludere l’unità di coscienza. -- 96 — $ 2. — Continuazione. Il medesimo può dirsi in ordine alla necessità causale, che si riferisce a delle variazioni. Si abbiano in corso due variazioni riferentisi l’una ad una realtà, l’altra ad un’altra realtà; le due realtà essendo, supponiamo, non unificate nè unificabili. Non è in questo caso possibile addurre una ra- gione perchè le due variazioni debbano modificarsi a vi- cenda, ossia che l’una eserciti una influenza sull’altra. La cosa cambia d’aspetto, se le due variazioni conside- rate sono variazioni di due realtà unificate o insomma di una stessa realtà. Se una delle variazioni supposta sola, fa- cesse acquistare a quella realtà un determinato carattere, e l’altra, supposta sola, facesse acquistare alla realtà nello stesso tempo un carattere opposto, evidentemente le due va- riazioni non si potrebbero realizzare simultaneamente l’una indipendentemente dall'altra; perchè un tale realizzarsi di entrambe farebbe acquistare alla realtà, nello stesso tempo, due caratteri opposti. Che sarebbe la realizzazione di un assurdo. La realizzazione di un assurdo essendo impossibile, bisogna che ciascuna delle due variazioni divenga, in gra- zia della sua contemporaneità con l’altra, diversa da quella che sarebbe stata senza dell’altra, per modo che i caratteri fatti acquistare alla realtà dall’una e dall’altra variazione ri- sultino sempre compatibili. Così per esempio: se una nave fosse dalla corrente trascinata nella direzione A B, e dal vento nella direzione A C, la simultanea realizzazione di questi movimenti, così come si produrrebbero il primo in grazia della sola corrente, il secondo in grazia del solo ven- to, sarà impossibile. I due movimenti si modificheranno l’un l’altro, determinando nella nave un movimento secondo ia risultante. Da quanto si è detto risulta, che le leggi causali suppon- gono delle variazioni, e che le variazioni medesime siano va- riazioni di una medesima realtà; non essendo impossibile per esempio che di due navi, l’una si muova secondo la corren- te, l’altra secondo il vento. Non pare che vi sia luogo a con- siderare l’unità di coscienza. Ma se la realtà in questione fosse qualcosa di anche parzialmente estraneo alla coscien- za, non ci sarebbe ragione di credere, che per la realtà stes- sa l’assurdo, cioè l'unificazione di due pensieri opposti, co- stituisse un’impossibilità. Se l’assurdo è qualcosa che dalla realtà non può venir ammesso, poichè senza dubbio l’as- surdo è applicabile soltanto al pensiero, bisogna concludere che la realtà stessa è pensiero. Così per esempio noi pos- siamo dire che la geometria vale per il mondo fisico in quanto sappiamo che il mondo fisico si estende nello spazio; ma la geometria non ha valore alcuno in ordine alle nostre passioni perchè le nostre passioni non occupano uno spazio. In breve; le relazioni causali, essendo fondate sopra la ne- cessità logica, suppongono che il reale, per cui valgono, sia un pensiero incluso nell’unità della coscienza, la necessità logica non avendo significato che per un tale pensiero. $ 3. — Unità e moltiplicità della coscienza. Tra tutte le dottrine filosofiche il solipsismo ha cer- tamente il grande vantaggio di somministrare una conce- zione chiara e precisa dell’unità di coscienza: la coscien- za non può non essere una dal momento che è unica. Ma se noi ammettiamo, a qual si voglia titolo e’ sotto qualsiasi a- spetto, una molteplicità di soggetti, sorge il problema come si possa parlare di coscienza una, quando si ammettono tan- 7 te coscienze distinte quanti sono i soggetti. La soluzione che di questo problema ci presenta la dottrina dello Spirito, ab- biamo già visto non essere nè in tutto chiara, nè in tutto sod- disfacente. Ammettiam pure che ogni soggetto sia riducibile al me- desimo Spirito associato con diversi gruppi di determina- zioni. Se lo Spirito fosse, in tutto e per tutto, il pensante in ogni soggetto, non si vede che funzione resti alle deter- minazioni per cui un singolo differisce da un altro. Ancora : ‘ciascun di noi essendo lo Spirito, dovrebb’essere consape- vole di questa identità con gli altri; ciò che non è. Siano quante si vogliano le ragioni, con cui si pretende aver dimo- strata la medesimezza. del pensante nei soggetti singoli; noi, anche se non sappiamo rispondere a quelle ragioni, ad ogni modo non viviamo la detta medesimezza, e il solo sup- porla ci fa l'impressione d'un paradosso: come mai son tutt'uno con l'altro, col quale non riesco a mettermi d’ac- cordo? E se la medesimezza è condizione sine qua non del mio conoscere, come mai posso conoscere senz’'accorgermi della medesimezza, ed anzi escludendola ? Contro i tentativi che si fanno per mantenere la moltepli- cità dei soggetti o delle coscienze, viene opposto che i molti soggetti sono soltanto empirici, perchè la necessità è univer- sale, ossia non è qualcosa per cui un soggetto differisca da un altro. Ora che l’empiria possa e debba valere in ordine alla vita vissuta, non è dubbio. Ma la vita in quanto è vis- suta non è la filosofia, la quale ha per iscopo di compren- dere la vita e non di viverla. Dobbiamo rispondere a questa obbiezione. ‘Perciò notiamo: in primo luogo, che il soggetto singolo non è estraneo al pensiero necessario, anzi è, secondo la dottrina dello Spirito, il vero conoscitore della necessità, per- — 99 — chè lo Spirito non si attua che nei soggetti singoli. D’altron- de : se il pensiero necessario è universale, in questo senso» che nessun soggetto può negarlo senza disorganizzare se stesso, non è peraltro universale nel senso che ogni soggetto lo conosca nello stesso modo di un’altro. L’ignorante non si occupa dei problemi che andiamo discutendo ed anzi non ii comprende, benchè anch’egli si valga della necessità logica nella risoluzione dei problemi che gli si presentano. Dun- que i soggetti sono molti anche in ordine alla conoscenza che hanno del pensiero necessario, che si riconosce diversa dall’uno all’altro. Inoltre: sta bene dire che la filosofia non è senz'altro identificabile con la vita vissuta, e non si 0c- cupa delle contingenze particolari a questa. Ma una filosofia che prescindesse dalla vita vissuta, e che dunque non potes- se mettere in chiaro le condizioni perchè una tale vita pos- sa essere vissuta, mancherebbe al suo fine. Infatti : se, malgrado la costruzione filosofica, la vita vis- suta rimanesse qualcosa d’'incomprensibile, anzi qualche cosa che sotto il punto di vista filosofico si dovesse dire impossi- bile, il pensiero di ciascuno si troverebbe scisso in una dua- lità irriducibile all’unità. La filosofia costruita non sarebbe che la sistemazione di un pensiero astratto; e non si vede che valore potrebbe attribuirsi ad una tale sistemazione, dal momento che, malgrado essa e di fronte ad essa, la moltepli- cità empirica non sarebbe nè sistemata nè sistemabile. Mentre poi è troppo evidente, che tra il pensiero necessa- rio e l’esperienza corrono molte relazioni. L’esperienza trova nel pensiero necessario le sue leggi all’infuori delle quali sarebbe impossibile; senza spazio, senza tempo, sen- za categorie, o almeno senza causalità, non è possibile alcuna esperienza. Correlativamente, il processo, a cui ri- corre ogni soggetto per innalzarsi al pensiero necessario, ng n i nn] è costituito, non diciamo in tutto e soltanto, ma per certi fattori che gli sono imprescindibili, dall’esperienza. Per esempio : io non arriverei a costruire l’aritmetica se non avessi l’attitudine a contare; ma il contare implica, da una parte una molteplicità numerabile certamente sperimen- ‘tale, dall’altra, il processo mio del contare, ossia un certo mio compiere degli atti succedentisi nel tempo. Abbiam detto bensì or ora, che il pensiero necessario non è riducibile per intiero a quell’esperienza, mediante la qua- le noi vi ci solleviamo; se così fosse, il pensiero necessario non ci sarebbe. Ma l’elemento, che si-aggiunge all’esperien- za, si risolve nell’unità del soggetto singolo, unità che alla sua volta implica l’unità universale. Io riconosco nel mio pensare un fondamento necessario in quanto esso mio pen- sare, come unificato nella mia coscienza, non tollera nessuna contrarietà intrinseca; e riconosco d’altra parte che la mia u- nità implica una più profonda unità universale, perchè so che le opposizioni escluse dal mio in grazia al suo essere unificato in me, sono escluse anche dal pensare di ogni al- tro singolo. Concludendo; noi dobbiamo assumere insieme così l’unità universale come la molteplicità in ‘ordine al pensiero. Rico- nosciamo la prima in quanto non ci appaghiamo di una mol- teplicità sparpagliata, e riconosciamo la seconda in quanto esigiamo che l’elemento unificatore compia, in ordine alla esperienza, la sua funzione unificatrice. Con questo i due problemi dell’unità e della molteplicità non sono risoluti, ed anzi dai due ne sorge un terzo, come cioè si possano conci- liare unità e molteplicità. li aa $ 4. — La subcoscienza. La subcoscienza non è molto facilmente concepibile; si può nondimeno riconoscerla con certezza come un costi- tutivo essenziale del pensiero in quanto è accentrato in una moltitudine di soggetti singoli. Accenniamo rapidamente i fatti che provano il nostro asserto, e che nel loro insieme servono a determinare la nozione di subcoscienza. Ogni singolo dimentica; evidentemente perchè limitato, cioè incapace di avere presente sempre un troppo gran nu- mero di pensieri distinti. Ma il pensiero dimenticato è gene- ralmente ricordabile; non è dunque svanito con la dimenti- canza. Ìl pensiero di cui posso ricordarmi è, fin quando non lo ricordi, caduto in una subcoscienza che mi è particolare; perchè io soltanto posso ricordarmi di ciò che ho pensato (1). Abbiam già rilevato, che il ricordo non può essere un fatto nuovo, quanto si voglia simile al pensiero precedente; 10 posso leggere un libro senza ricordarmi d’averlo già letto. E che, senza il ricordo, il pensiero attuale non sarebbe generalmente possibile, o sarebbe in ogni caso diversissimo da quello che è. Per accertarsene basti riflettere che il nostro pensare non acquista una precisa determinazione, se non è asso- ciato con la parola; noi se anche non parliamo con altri, dobbiamo, se vogliamo pensare in modo preciso, espri- (1) Fu merito particolare a Leibniz l’avere introdotta con gran- de chiarezza e dimostrato perentoriamente che la subcoscienza è un costitutivo essenziale ad ogni singolo, cioè per adottare il suo linguaggio, ad ogni monade; mentre anzi le monadi affatto sub- conscie sono in numero di gran lunga maggiore. Cfr. $ 1. e 2. del cap. V. -— 102 — mere verbalmente il nostro pensiero a noi stessi. Evi- dentemente le parole, che associamo col nostro pensiero per determinarlo, devono essere significative; ma pensare attualmente il significato di una parola, significa pensare at- tualmente la definizione della parola, e noi attualmente non pensiamo quasi mai, nell’uso che facciamo delle parole, tali definizioni. Possiamo bensì richiamarle all’occorrenza; ma di regola non le pensiamo, e non potremmo pensarle senza turbare il processo che stiamo svolgendo. Si conclude, che i significati delle parole associate col nostro pensiero, sono bensì elementi essenziali al nostro pensiero, ma elementi non attualmente pensati, cioè subconsci. Oltre alla subcoscienza inerente a ciascun soggetto singolo, .ne dobbiamo prendere in considerazione un’altra: per ogni singolo il pensiero dell’altro è in molti casi un pensiero sub- conscio. Consideriamo due che discutono insieme : ciascu- no ha un pensiero attuale integrato come dicevamo da ele- menti subconsci. Ciascuno però, quantunque riconosca, € cioè pensi attualmente, qualcosa dell’altrui pensare attuale, riconosce insieme, che questo qualcosa non esaurisce il pen- sare attuale dell’altro. Insomma: ciascuno dei due, rispetto al pensare dell’altro, è in una situazione simile a quella in cui è di fronte al suo stesso pensare se questo è troppo com- plicato per poter essere tutto presente. Supponiamo per e- sempio che io voglia recitare i primi cinque canti della Divi- na Commedia che ho imparati a memoria; questo mio pen- siero è per la massima parte subcosciente e va poco alla volta risalendo alla coscienza. Vi è qualcosa di simile nella - mia posizione di fronte al pensiero altrui, del quale mi vado rendendo consapevole un po’ alla volta e sempre imperfet- tamente. Il processo con cui me ne rendo consapevole non è un ricordare; ma gli è paragonabile in questo senso, che -- 103 — io so ci andare estendendo la mia cescienza in un campo ‘che attualmente appartiene ad una coscienza distinta dalla mia, e che può appunto per ciò essere assimilato anche dalla mia. $ 5. — Inammissibilità della subcoscienza. Così risulta provato, che la subcoscienza è ineliminabile, dato che i soggetti sian molti e che ciascuno sia limitato. Ma d’altra’ parte non si può non riconoscere che la subcoscienza quantunque ineliminabile non è ammissibile. Un’uomo che sia in atto di pensare, si può trovare, almeno per quanto pare a primo aspetto, in due condizioni diverse : di contemplazione la prima, e di azione la seconda. Noi pos- siamo aver presente un'immagine sensibile oppure un'idea : l'immagine o l’idea sono contemplate in quanto ci limitiamo ad averle presenti nella coscienza. La contemplazione differisce dall’azione della quale par- leremo poi; è una condizione di passività. Può darsi, anzi è sempre il caso, che per proseguire od anche per incominciare la contemplazione si richieda un’azione : attendere all’imma- gine o all’idea, eliminare le sensazioni che ce ne distoglie- rebbero; ma tale azione benchè necessaria perchè si contem- pli, non è per altro un costitutivo della contemplazione. Non tutte le idee sono immagini sensibili; per esempio non sono immagini le idee di causa, di virtù, di vizio ecc. In. che cosa consistano queste idee, dovremo brevemente inda- gare; notiamo intanto che, nei giudizi generali, d’ordinario Soggetto e predicato sono idee non riducibili ad immagini, e che le immagini propriamente dette, perchè si possano intro- durre in un giudizio, devono prima essere convertite in idee. — 104 — pi | Infatti : è chiaro che in un giudizio non è possibile intrpdurre, nemmeno come soggetta, un corpo considerato nella sua con- cretezza; e ciò perchè il corpo è qualcosa di eterogeneo a quella formazione mentale a cui si riduce il giudizio. Per la ragione medesima neanche una sensazione, semblice © associata con altre, può come tale venire introdotta. in un giudizio; e quel che diciamo di una sensazione si deve _dire anche dell'immagine sensibile. i i Quest’impossibilità d'introdurre nel giudizio l’immagine, rimase a lungo inavvertita, e a molti sembra un paradosso, stante il nesso molto stretto tra un’immagine sensibile e l’idea di quest'immagine. Ma è dimostrata, per dt an- che dal modo con cui ora procedono i geometri. Euclide affer- ma, che due rette non possono avere in comune più di un punto; un tal giudizio sembra inferito dalle due idee imma- gini di retta e di punto. Ma la geometria moderna procede in un altro modo; dirà per esempio : esistono degli enti spaziali che si dicono rette ed altri che si dicono punti, caratterizzati gli uni e gli’ altri da certe proposizioni che li collegano, delle quali una è .a riferita, cioè che due rette non possono avere in comune più — di un punto. Questa proposizione però non ha il medesimo senso presso i moderni e presso Euclide, perchè secondo Eu- clide ha un valore intuitivo, cioè si ricava dalle idée im- magini di retta e di punto; mentre secondo i moderni ha un valore di definizione, ossia è una di quelle proposizioni che i geometri assumono per formarsi, di retta e di punto, delle idee ben precise. E’ certo, che, al procedimento costruttivo di queste idee, le immagini di punto e di retta non-rimasero estranee; ma è non meno certo che le idee ottenute come si disse, non hanno più in sè alcun elemento rappresentativo. E questa loro purezza è appunto ciò che rende rigoroso il ra- — 105 — ziocinio geometrico; l'evidenza che si fonda sulle immagini, essendo illusoria, perchè l’immagine come tale non è in- troducibile nè in un giudizio nè in un ragionamento. Quando l’idea non è assolutamente riducibile ad immagine, il nostro contemplarla non può esser altro in sostanza che un’aver presente il nome o il simbolo qualsiasi, che la denoia. Ma si è visto che, propriamente parlando, nessun’idea è riducibile ad immagine; dunque la contemplazione avrebbe in ogni caso per oggetto un semplice nome (0 altro simbolo); questa è appunto l’opinione dei nominalisti, tra i quali, per tacere di più antichi, ricorderemo il Berkeley (1). E’ trop- po evidente che la semplice coscienza di un nome non può essere un fondamento sufficiente al giudizio ed al ragio- namento; il nome dev’essere inseparabilmente associato con qualcosa che ne determini con precisione il significato. Che sarà questo qualcosa ? Richiamiamoci al cenno fatto poco sopra del modo con cui ora si determinano le idee geometriche : noi abbiamo l’idea di punto e di retta, in quanto stabiliamo tra punto e retta, certe relazioni, una delle quali espressa nel giudizio riferito (due rette non possono avere in comune più di un punto). (1) Il nominalismo sorse, per opera di Roscellino (1087) e di Pietro Abelardo, dal dibattuto problema degli universali. I generi e le specie non sono che flatus vocis o sermo, contrariamente a ciò che affermano i realisti. Più tardi verso la prima metà del XIV secolo la teoria dei sermones si ripresentò nuovamente rie- laborata nel terminismo di Guglielmo d’Occam che giungeva al- l’affermazione dell’illusorietà della scienza poichè l’oggetto di que- sta era l’universale cioè un puro segno. Nel pensiero moderno si ricollega al terminismo dell’Occam, Tommaso Hobbes per il qua- le il fine della scienza e quindi del pensiero si riduce in ultima analisi ad un processo assolutamente soggettivo :. alla concordanza delie nostre rappresentazioni. (E. C.). -— 106 — Vale a dire, l'esserci delle idee va cercato fuori della con- templazione, e propriamente in un processo attivo espresso con giudizi e con ragionamenti. Il nome ha un significato, e quindi è simbolo di un’idea in quanto serve a collegare certi giudizi, che appunto per essere collegati sono anche ricordabili quando sia neces- sario pensare in modo chiaro ed esplicito i significati dei nomi. Riassumendo: mentre secondo Platone il principale mo- mento conoscitivo era la presenza dell’idea o la sua con- templazione, il giudizio ed il ragionamento essendo resi pos- sibili da tale presenza dell’idea; dalle riflessioni precedenti risulta, che il vero momento conoscitivo consiste nell’atti- vità che il soggetto estrinseca giudicando e ragionando. La dottrina platonica era conciliabile con la subcoscienza, ed in qualche modo la spiegava; l’idea era un’entità che po- teva essere o non essere nella coscienza, ed il suo presen- tarsi nella coscienza veniva concepito come un ricordarla ; dell’idea eravamo consci nel primo caso e subconsci nel secondo. Ma secondo il modo di vedere suesposto non è l’idea che rende possibili i giudizi; al contrario sono i giu- dizi che rendono possibili 0 costituiscono le idee. Ora il giu- dizio ed il ragionamento sono estrinsecazioni di un'attività necessariamente consapevole. Secondo il modo nuovo d’in- tendere, di cui la stessa esposizione dimostra la superiorità, il pensiero subconscio non è ammissibile. Il pensiero non esiste che in quanto si pensa; e pensare senza saper di pen- sare non è possibile. Questo paragrafo ed il precedente sono tra loro in con- traddizione, il che ci costringe a cercare in che modo la contraddizione si possa eliminare. a 0 $ 6. — La dottrina dell'essere ideale di Rosmini. La dottrina di Platone, della quale si è dato un rapido cenno, fu profondamente rielaborata dal Rosmini (1), il quale riconobbe che tutte le idee, con una sola eccezione, si co- struiscono mediante giudizi. L'eccezione, che a lui parve do- versi fare, coricerne l’idea dell’essere indeterminatissimo. Quest’idea va eccettuata, perchè, dice il Rosmini, nessun giudizio è possibile senza la copula che in ultimo si può ridurre al verbo è, implicante l’idea dell’essere. Ma la copula indica una relazione d’inerenza tra il predi- cato ed il soggetta; e questa relazione non implica necessa- riamente una forma di esistenza. Sia per esempio il giudi- zio : l’assurdo è impensabile. Con questo giudizio noi espri- miamo semplicemente che il tentativo di aderire ad un as- surdo, per esempio di assentire a due giudizi opposti, è tale che l’attività nostra di pensanti ne viene, relativamente al campo a cui si riferisce l’assurdo, disorganizzata. Sicchè il tentativo di accogliere l’assurdo, mette capo non a un pen- siero, bensì alla eliminazione del pensiero. E’ certo che il nostro riferire implica la nostra esistenza, perchè noi se non esistessimo non potremmo fare alcun’o- perazione ; la nostra esistenza per altro, quantunque sia con- dizione del nostro riferire, non è un costitutivo di esso rife- rire; così per esempio nel teorema di Pitagora è asserita una certa relazione tra i lati del triangolo rettangolo, non l’esistenza di un geometra. ——————_—_—_4 (1) Cfr. Antonio Rosmini: Nuovo saggio sull’origine delle idee e Sistema filosofico. (E. C.). = 108: Dunque non è dubbio, che i primi giudizi di riferimento sono possibili all’infuori dell’idea di essere; e che per con- seguenza la costruzione per mezzo di giudizi di tutte le idee, comprese quella di essere, non è più negabile malgrado l'opinione contraria del Rosmini. Il quale del resto, con l’a- ver dimostrato la costruibilità di tutte le altre idee, contribuì non poco a stabilire quella che possiamo considerare come la dottrina certa in proposito. CAPITOLO IX. VERITÀ E CERTEZZA $ 1. — Verità. Si dice vero un giudizio quando il carattere che vi è attri- buito al soggetto come suo predicato, appartiene realmen- te al soggetto. Questa è la nozione comune coincidente: con la definizione scolastica « Veritas est adequatio rei et intellectus ». In un grandissimo numero di casi, questa no- zione ha un valore indiscutibile. Sia per esempio il giudizio : quest’anello è d’oro. Tra i caratteri dell’oro vi è quello di non essere attaccabile dall’acido nitrico. L’anello viene stro- picciato sulla pietra di paragone; la traccia che vi lascia viene bagnata con acido nitrico; se rimane inalterata il giudizio è vero. Similmente : un racconto storico è vera se tutte le fonti concordano in proposito, se non altro, quanto al punto più caratteristico. Per queste ragioni per esempio il giudizio: « Annibale vinse la battaglia di Canne » è indiscutibilmente VETO. o Ma non sempre un giudizio è verificabile nei detti modi 9 in altri analoghi. Le proposizioni geometriche sfuggono ad ogni verificazione sperimentale. Noi o le postuliamo, oppu- re le deduciamo da qualche postulato. Nel primo caso, il dirle vere non può essere che un modo convenzionale per Indicare che le assumiamo come fondamenti per le dimo- — 110 — strazioni successive. L’assumerle non è che un’atto nostro, suggerito forse dall’esperienza, ma non verificabile per mezzo dell'esperienza come abbiamo notato. Nel secondo la proposizione si dice vera per indicare che la dimostra- zione con cui fu dedotta, è criticamente inattaccabile; la verità in questo casa non è che una espressione della cer- tezza della quale sarà detto in seguito. | | Ma vi sono delle proposizioni, che non sono ricavabili dall’esperienza, nè deducibili, e che tuttavia sono da tutti considerate come vere. Tali sono per esempio i giudizi sin- tetici a priori di Kant come sarebbe questo: « non vi è fatto che accada fuori di ogni connessione causale ». La possibilità di verificare sperimentalmente un tale giudizio, è da escludere; l’esperienza non potendosi estendere alla totalità dei fatti. E non è possibile dare del giudizio una di- mostrazione deduttiva; basti ricordare la critica di Hume già riferita. Carattere proprio di questo giudizio e degli altri analoghi è la sua imprescindibilità. Vale a dire noi, se non lo am- mettessimo, vedremmo degenerare in un caos tutte le no- stre nozioni sull’accadere, intorno al quale per conseguen- za non potremmo formulare alcun giudizio. In sostanza, il ‘giudizio è vero perchè non ci è possibile rinunziarvi, ossia perchè siamo certi della sua validità. Anche in questo caso la verità si riconduce alla certezza. | E’ facile vedere che per gli stessi giudizi verificabili, di cui si è parlato poco sopra, bisogna in ultimo presupporre questa riduzione; per esempio, la verificazione del giudi- . zio: quest’anello è d’oro, implica un processo induttivo. Essendosi già verificato in moltissimi casi, e da moltissimi sperimentatori, che l’oro non fu mai attaccato dall’acido ni- trico, si conclude per induzione che in nessun caso l’oro — lil — non sarà attaccato dall’acido nitrico. Riman da sapere in che senso possa dirsi vero un giudizio fondato sull’induzione. Che noi abbiamo delle aspettazioni, è un fatto; ed è anche un fatto che di queste aspettazioni alcune sono smentite altre no. La possibilità che certe nostre aspettazioni coincidano con certe leggi della realtà non è da escludere; ma poichè non tutte le aspettazioni si verificano, sorge il problema del ‘ come si possano distinguere le aspettazioni della prima classe da quelle della seconda. Il criterio distintivo non può essere che questo: quando il supporre fallace un’aspettazione ci toglie la possibilità di ulteriormente orientarci nei fatti di un cert’ordine, allora noi ci teniamo certi che quell’aspetta- zione coincide con una legge della realtà. Questa coincidenza, che sarebbe, secondo le prime osservazioni da cui siamo par- titi, la verità, in quanto è induttivamente fondata è una certezza. La nozione di verità viene così ricondotta per intiero a quella di certezza. $ 2. — La certezza. Che significa il giudizio : io sono certo della tale o della tal altra cosa? Prescindiamo dall’uomo volgare, nel quale talvolta l’ag- gettivo — certo — è adoperata per esprimere l'incertezza; quando cioè noi ci diciamo certi per esprimere che ripu- gnamo ad ammettere la possibilità di ingannarci, e tuttavia non escludiamo assolutamente questa possibilità, nel qual caso diremmo non: « sono certo » ma « 30 ». Nell’accezione più rigorosa noi diciamo di essere certi, per esprimere che non ci è possibile pensare diversamente. — 112 — Ma questa medesima impossibilità esige un'ulteriore inter- pretazione. | Un uomo che volesse in ogni modo assentire a due giu- dizi opposti verrebbe con ciò a disorganizzare il proprio pen- siero in ordine ad un qualsiasi argomento a cui si riferissero i detti giudizi. E’ chiaro per esempio che se io mi ostinassi a voler assentire ai due giudizi: quest’anello è d’oro, e quest’anello è d’ottone dorato, non potrei più intorno a quel- l’anello formarmi alcun pensiero non caotico, venire ad un qualsiasi risultato. Sicchè se fosse possibile ad un uomo di compiere il detto sforzo in ordine a tutti i giudizi opposti possibili, quell'uomo avrebbe cessato di esistere come essere conoscente. Quella certezza di cui ora si è parlato è dunque un'’esi- genza intrinseca della conoscenza come tale, che va ben di- stinta dall’esigenza del soggetto conoscente in quanto è an- che sensitivo. Un uomo prova una grande ripugnanza ad abbandonare un'opinione che abbia fino dall’infanzia ritenuta valida; ma questa ripugnanza, a qualunque segno arrivi, si riferisce a lui come dotato di sentimento, non come soggetta conoscen- te; l'abbandono dell'opinione gli sarà doloroso ma non costi- tuisce la piena disorganizzazione del suo pensare. | Con tutto ciò la certezza non manca di presentare delle difficoltà sulle quali dobbiamo trattenerci. E’ chiaro intanto che la certezza rigorosa, di cui parliamo e che abbiamo carat- terizzata, non esiste se non a condizione di essere universale; si fonda infatti, come notavamo, su di un’esigenza della co- gnizione come tale, o diciamo del soggetto in quanto cono- scente; ora la Cognizione se anche soltanto mia in questo mo- mento, è comunicabile ad ogni soggetto, ed è per conseguen- za universale. — dig D'altra parte si osserva non di rado, che due uomini sono ugualmente certi l’uno e l’altro ma in sensi contrari; nessu- no dei due può, senza disorganizzare il suo pensiero, am- mettere che il pensiero dell’altro non sia disorganizzato. La difficoltà si risolve notando che non sempre l’uomo si rende un conto esplicito di tutto il suo pensiero. Donde viene, che due ricavino rispettivamente le loro con- clusioni da premesse ritenute identiche, senza esser tali; espresse con la medesima formula, che tuttavia è intesa da entrambi con qualche diversità della quale nessuno si rende un conto esplicito. . Concludendo, la certezza, in quanto ha il suo fondamento nell’unità particolare del soggetto singolo, si riferisce alla di- pendenza delle mie conclusioni dalle premesse intese come io le intendo; e può non essere assoluta o diciamo univer- sale, se io non sono certo altresì di intendere le premesse nel senso in cui vanno intese. Per avere questa seconda certezza, io devo eliminare dalle premesse ogni sottinteso, Cioè ogni elemento subconscio. Il problema della certezza si riduce dunque alla elimina- zione del subconscio. Noi sappiamo che la subcoscienza è un costitutivo essenziale del singolo; ma qui si tratta di tra- sformare in coscienza esplicita, non tutta la subcoscienza, ma quel tanto di subcoscienza o di sottinteso, da cui fos:e af- fetta l'intelligenza delle premesse di un ragionamento. Anche ridotta in questi limiti, l'eliminazione della subco- scienza presenta non poche difficoltà. Conviene per altro distinguere la questione di principio dalla questione di fatto. In linea di fatto la difficoltà può sembrare insuperabile in certi casi. Per esempio: se rifacendo cento volte la mede- sima somma ottenessi ogni volta un diverso risultato, non potrei accertarmi se uno dei risultati ottenuti sia esatto, e quale. 8 e e i I PE E PI — 114 — - Ma in linea di principio, la difficoltà è superata. -Ogni sin- golo è incluso in una superiore unità di coscienza, la quale non avendo in sè nulla di subconscio è capace di una cer- tezza assoluta. Per giungere anch'egli a una certezza asso- luta il singolo ha davanti a sè aperta una via sicura: iden- tificare un suo pensiero determinato con la forma che que- sto pensiero assumerebbe nella coscienza universale. & 3. — Certezza e verità. Il criterio della verità si riduce alla certezza, non essen- done possibile un altro come si è visto nel $ primo. La proposizione, di cui siamo certi, viene appunto per ciò designata come vera. Questa designazione significa la coin- cidenza tra ciò che la proposizione dice, e ciò che di fatto esiste; affinchè la definizione della verità, mediante la cer- tezza, non sia priva di senso, noi dobbiamo far vedere che la detta coincidenza è possibile; ossia che gli elementi con-. siderati sono due. | . Si opporrà (cofr. il $ 1), che nessun uomo può saper nulla del reale all’infuori del giudizio ch'egli ne forma. Questo è vero; ma tuttavia la realtà non è tuttuno col giu- dizio che un singolo se’ ne forma, perchè molti singoli pos- sono formare giudizi opposti di una medesima realtà. La real- tà e il giudizio sono dunque due elementi, che possono coin- cidere o no; e quindi la verità del giudizio non è un’espres- sione priva i significato. | | Riman da vedere come sia conoscibile. Sarebbe indiscuti- bilmente conoscibile da chi potesse identificare il proprio pensiero di quella realtà col pensiero Divino della medesima realtà; perchè il pensiero Divino di una realtà è tuttuno con la realtà medesima. — 115 — Ebbene : discorrendo in linea di principio, e senza per ora occuparci del fatto, a l’uomo è certamente possibile (cfr. il $ 2) non di giungere all’identificazione assoluta del pro- prio pensiero col Divino, ma di formarsi un pensiero, che, in ordine ad un pensiero Divino, riproduca i caratteri es- senziali di questo; all’infuori, s'intende, del carattere crea- tivo. Noi conosciamo la verità quando riusciamo a confor- mare, nel modo indicato, il pensiero nostro col pensiero Divino. In linea di fatto, l’ottenere tale conformazione può essere difficile, ma non impossibile; perchè d’impossibilità non è lecito parlare che in linea di principio. Ciascun uomo ha dei preconcetti; alcuni dei quali di ori- gine soggettiva, cioè dovuti a lui, altri d’origine collettiva cioè dovuti alla convivenza. Una riflessione accurata, e una scepsi appoggiata sul criterio della certezza, può rilevare que- sti ed eliminarli. Al che riesce di grande giovamento il con- fronto tra il proprio e l’altrui pensiero; tra il pensiero ela- borato in una convivenza e quello elaborato in altre convi- venze. Il preconcetto, cioè il pensiero non giustificato, è pos- sibile in quanto ciascun uomo è un’essere spontaneo, sempre un po’ capriccioso. Ma precisamente perchè riferibile in ui- timo al capriccio, il preconcetto è particolare; lo scoprirlo è dunque tanto più facile, quanto più esteso è il paragone di cui or ora si è detto. Una verità fondamentale, nota con certezza, è un costi- tutivo essenziale dell’uomo. Ed è il fondamento, su cui l’e- difizio del sapere può essere, con fatica e non senza perdi- tempi, costruito in modo sempre più soddisfacente. TT e ent ta» __—@m———@ — —— rr e Digitized by Google CAPITOLO X. IL TEMPO, LA CAUSALITÀ E L’ACCADERE $ 1. — Il tempo e il pensiero. Secondo la dottrina di Kant, già esposta in moda somma- rio e che riassumiamo, il tempo è una intuizione a priori. Ma possiamo certamente considerarlo come un costitutivo del | pensiero umano; abbiamo infatti sul tempo delle cognizioni su cui si può ragionare. L’essergli essenziale un’intuizione sui generis non costituisce in proposito una difficoltà, perchè anche le sensazioni che pur sono essenziali a tante nostre cognizioni, sono in un certo senso intuizioni. Sempre secondo la dottrina di Kant, il tempo non è reale ossia non esiste che in quanto noi ce ne valiamo in tutto 1l nostro pensiero ed insomma lo pensiamo. Con questa forma noi falsificheremmo la realtà. Ora: mentre non si può ne- gare che il tempo è ideale nel senso testè dichiarato, d’al- tra parte non si può ammettere che il tempo sia una forma falsificatrice della realtà. Il pensiero non detterebbe leggi al- la realtà, se la realtà non fosse riducibile a pensiero essa stessa. In altri termini: lo Spirito, in quanto attua il pen- siero, non si trova di fronte una realtà; ma questa è alla sua volta un’attuazione del pensiero, non distinguibile dal pén- siero che per via di astrazione. — 118 — Riunendo queste riflessioni si conclude, che lo Spirito crea insieme la realtà e il pensiero; più esattamente : crea qual- cosa, che si può considerar come pensiero sotto un aspetto e come realtà sotto un altro. Donde si conclude che il tem- po, essenzialrnente inerente al pensiero, è altresì e appunto perciò, inerente anche alla realtà. Kant aveva ragione di escludere che il tempo fosse in sè stesso una ‘realtà o un carattere della realtà in se stessa, ima si ingannava nel cre- dere ad una realtà fuori del pensiero; la sua dottrina, corret- ta su questo punto, è conciliabile con la nostra che nel tem- po riconosce un costitutivo della realtà. $ 2. — Il tempo e l’accadere. Il tempo non è qualcosa, che in qualunque modo sussista all’infuori dell’accadere. L’accadere implica necessariamen- te qualche novità ; perchè, se tutto rimanesse perpetuamente nelle medesime condizioni, evidentemente non accadrebbe nuHa. Le novità possono ridursi : 1. all’apparire o allo svanire di un essere; 2. all’apparire o allo svanire di alcun carattere di un essere; in questo secondo caso abbiamo la variazione di un essere. Siccome tutto quanto esiste costituisce, in quanto esiste, un’unità, ossia l’unità del pensiero, possiamo considerare ogni accadere come un variare della detta unità, la quale di certo non può nè svanire nè prodursi. | Se non ci fosse un accadere non ci sarebbe neanche il tempo. Infatti se non ci fosse un accadere non ci sarebbero variazioni di sorta, e non si potrebbe dire : l’unità integrale o una qualsiasi unità limitata è ora diversa da quello che era — 119 — prima; non ci sarebbe luogo alla considerazione del prima e del poi, cioè alla considerazione temporanea. Il che riesce a conferma di quanto notavamo poco sopra : il tempo non è una realtà per sè stante, o un carattere per sè stante della realtà; il tempo ha un'esistenza inseparabile dal realizzarsi dell’accadere. ‘ $3.— La causalità come categoria, In proposito sono da ripetere le considerazioni esposte nel $ 1. Non ammettendo che accadano dei fatti Kant escludeva necessariamente che vi fossero delle cause; la causalità è una categoria, cioè una legge a priori lel pensiero applicabile soltanto ai fenomeni, vale a dire o ciò che forma oggetto e contenuto del nostro pensiero. Dalle considerazioni testè ac- cennate, e che riesce facile applicare al nuovo argomento, appare che in questa dottrina di Kant è formulata una ve- rità importante anzi fondamentale; ma che dev'essere cor- retta nel senso, che di fronte al pensiero non sussiste una realtà che ne venga falsificata, mentre anzi la realtà è lo stesso pensiero considerato nella totalità delle sue relazioni. Si comprende così che la causalità, mentre sotto un aspet- to va considerata come una legge del pensiero, sotto un al- tro aspetto va pur considerata come una legge della realtà; della realtà, s’intende, in quanto variabile; se per ipotesi | la realtà fosse invariabile assolutamente non ammetterebbe delle cause. Per conseguenza le cause non sono che leggi dell’acca- dere. Questo risultato non è in pieno accordo con la nozione più comune di causa ; nozione che implica sempre, per quanto in modo impreciso, la transitività, (cfr. $ 5, cap. IV), men- tre finora non fu possibile precisare con chiarezza |che cosa ci sia di transitivo nelle cause. Nelle scienze fisiche, in cui la nozione di causa ricevette la determinazione più pre- cisa e l’applicazione più sicura, il termine stesso di causa venne abbandonato per sostituirvi quello di legge (formulata in generale matematicamente). Noi dunque siamo autorizzati a risolvere la causa in legge; fin quando almeno lo studio. che intraprendiama ci dia occasione di introdurvi un'altro elemento (forse una specie di transitività). $ 4. — Da che dipende l’accadere. Sembra evidente alla prima, che l’accadere non possa di- pendere da nient’altro che dalle cause, di cui appunto per ciò lo si dice un’effetto. Ma in contrario è da notare, che la causa essendo, come finora dobbiamo ammettere, una legge dell’accadere, sup- pone l’accadere di cui è legge. Vale a dire: se non ci fosse un accadere in corso, non ci sarebbe nessuna causa, e quindi nessun accadere si produrrebbe. Il che non esclu- de, che le variazioni siano essenzialmente collegate fra di loro da cause che le determinano; ma esclude che i col- legamenti e le determinazioni siano concepibili all’infuori di un accadere in corso. L’esserci di un accadere in corso è una condizione perchè ci siano delle cause che poi deter- minano alla loro volta un accadere nuovo; ma l’esserci di un accadere in corso non è spiegabile per mezzo della causalità. Insomma: perchè si realizzi un accadere causalmente connesso, è condizione sine qua non, che si realizzino delle — 121 — variazioni causalmente non determinate, che diremo spon- tanee. A questa condizione daremo il nome di principio dell’accadere. Il principio non è da confondere con il co- minciamento ; perchè si richiede anche supposto che l’ac- cadere non abbia mai cominciato, ma duri ab aeterno. L’esempio che segue renderà chiaro il nostro discorso. L’oscillare d’un pendolo s’intende benissimo per via di due leggi causali: della gravità, e della permanenza del movi- mento. Ma queste leggi sono applicabili soltanto a un pen- dolo, che già oscilli; dunque non bastano a spiegarne l’o- scillare. Perchè l'oscillazione, che poi si perpetuerà grazie alle dette leggi, abbia luogo, si richiede un fatto estraneo alle dette leggi: e cioè che il pendolo sia stato rimosso dalla posizione d’equilibrio. Il che riman vero, tanto se l’oscil- lazione dura da un minuto, quanto se dura da tutta l’eter- nità: un pendolo, non rimosso dalla posizione d’equilibrio, non oscillerebbe mai. Il fatto, ricordato qui sopra, deve aver avuto una causa; non è dunque spontaneo. Ma, come s’è visto, nessuna cau- sa è possibile all’infuori d’un accadere in corso. Il problema, che ci si affacciò rispetto all’oscillare del pendolo, si riaf- faccia dunque rispetto alla causa che lo rimosse dalla po- sizione d'’equilibrio, ecc. Concludendo: l’accadere determi- nato causalmente implica di necessità il principio, implica cioè un accadere non determinato causalmente. - $ 5. — HI principio dell’accadere. Un accadere causalmente indeterminato non può essere che l’estrinsecazione di una coscienza, che si realizzi ap- punto con questa estrinsecazione, L'osservazione prova, che sario aa fin dalle prime fasi della vita i bimbi operano incessante- mente, ‘non per conseguire certi fini, ma semplicemente per operare, o in altre parole per vivere. Il bimbo non può essere determinato ab extra perchè allora non sarebbe una .coscienza ma un sistema fisico. Infatti la determinazione ab extra non ha riguardo alla coscienza, e quindi non può esserne l’estrinsecazione. . Ossia: il mondo, la realtà, si risolve in una moltitudine di soggetti, generalmente affatto elementari; lo sviluppo di alcuni, relativamente molto pochi — uomini, e fino a un certo segno anche gli altri animali — essendo conseguenza delle variazioni, che nel mondo realizzano gli atti spontanei dei soggetti. La concezione del mondo, a cui arriviamo, è somigliantissima, sotto un aspetto, a quella monadologica di Leibniz. Ma ne differisce sotto un altro aspetto, che pas- siamo ad esporre. | $ 6. — L’interferire. Il mondo non è il semplice aggregato, ma il sistema, dei soggetti che ne sono i costitutivi: è una vera unità. In prova, basta una semplice riflessione: ciò, che razional- mente risulti assurdo, è oggettivamente, ossia in ordine alla realtà, impossibile. Il mondo è tutto indissolubilmente connesso in se medesimo dalla necessità razionale, o logica; e in questo senso è uno. Del problema — da che dipenda la connessione intrinseca razionale del mondo — ci occu- peremo più oltre; per ora basti aver messo in chiaro l’e- sistenza della connessione indicata, e il conseguente ca- rattere unitario del mondo. Poichè il mondo è uno, è impossibile che i suoi elementi — 123 — varino indipendentemente gli uni dagli altri. Due cose, in quanto è lecito considerarle come due, variano senza dub- bio indipendentemente; di due pezzi di cera, io posso dare all’uno una forma e all’altro un’altra forma. Ma non posso, .a un solo pezzo di cera dare insieme due forme diverse. Un atto, che un soggetto compia, è una variazione del soggetto medesimo, e perciò del mondo. Il mondo essendo uno, le sue variazioni devono essere compatibili razional- mente. Vi è dunque una legge razionale, per cui gli atti sponta- nei sono, generalmente parlando, necessitati a interferire, cioè a modificarsi reciprocamente, così da rendersi compa- tibilii. Dunque la causalità è la conseguenza: di un acca- dere in corso — l’insieme degli atti spontanei —, e di una legge razionale, risolventesi nell’unità del mondo. La struttura del mondo, una sotto un aspetto come s'è. indicato, è sotto un altro aspetto complicatissima. Vale a. dire: la sua unità si risolve immediatamente, non già in soggetti, ma in sistemi — unità secondarie — di soggetti. E un sistema di second’ordine si risolve d’ordinario alla sua volta in sistemi di terz’ordine, risolvibili anch’essi nel- lo stesso moda; ecc. Non ci tratterremo su di una tale com- plicazione di struttura — evidente alla più semplice consi- derazione del mondo; e che dev’essere originaria, non es- sendo possibile che dall’omogeneo risulti per legge di na- tura l’eterogeneo. Ma dobbiam notare, primo: che la struttura del mondo. ha di certo il più gran valore intorno al modo con cui la causalità vi si estrinseca. P. es.: la vita umana sulla Terra sarebbe impossibile, se la Terra distasse dal Sole quanto ne dista Nettuno; e la cultura umana sarebbe stata impossi- bile, se nessun popolo si fosse organizzata politicamente. 124 — Secondo : che la struttura del mondo si va modificando in grazia di quel medesimo accadere, che per una gran parte ne dipende. Poichè ora (e già da moltissimo tempo) nel mondo si conseguono dei fini — poichè ci sono piante, ani- mali e soprattutto uomini — bisogna concludere, che la complicazione primitiva del mondo — cioè quel principio di complicazione che, supposto eterno il mondo, gli fu senza dubbio coeterno — aveva un carattere teleologico indiscu- tibile. Un'ultima osservazione. L’interferire introduce, in ogni atto che interferisca, un elemento causalmente determinato. Non può sopprimerne la spontaneità; perchè lo svanire di questa sarebbe lo svanire dell’atto e quindi anche dell’in- terferire. Ma l’atto, che senza l’interferire non sarebbe che spontaneità, vien dall’interferire arricchito di elementi, © «di caratteri, determinati. L’atto è anch’esso un fattore di queste sue determinazioni; ma un fattore unico, laddove gli altri fattori — gli altri atti, con cui quello interferisce — d’ordinario sono moltissimi; per conseguenza, le determi- nazioni dovute all’interferire sono prevalentemente, benchè non mai unicamente, prodotte ab extra; e il determinismo vi prevale a segno, da render di regola inosservabile il fattore spontaneo. Così, mentre l’atto infantile sfugge ad ogni previsione, le deliberazioni della volontà matura sono prevedibili quasi con esattezza. Le spontaneità, senza delle quali non ci sarebbe un .accadere, sono, tutte insieme, soggette al vincolo infrangi. bile della necessità logica; non c’è dunque pericolo che mandino in rovina il mondo. Nè la scienza. La quale c'è © in quanto prevede; ma non prevede mai con una puntualità ‘matematica. so fa $ 7. — Lo sviluppo del soggetto. Due nozioni, che in addietro abbiamo assunte, sembrano contraddittorie; dobbiamo eliminare quest’apparente con- traddizione. Prima: il soggetto è subconscio, in generale; anzi: ogni soggetto è originariamente subconscio, il che senza dubbio è vero dei soggetti noti. Seconda :.l’atto è la realizzazione d’una coscienza; e perciò appunto è spon- taneo. La contraddizione si elimina con le riflessioni che seguono. Pe L’atto, nella sua primitività, o in quanto sì attua, rea- lizza una coscienza; ma tale,. che il suo contenuto si riduce all’atto medesimo. Invece, la coscienza dell’uomo (anche del bimbo; e il medesimo si dica di quella d’un bruto), ha un contenuto molteplice, dovuto all’interferire (sensazioni, p. es.). Pri- vo di questo contenuto molteplice, l’atto, nella sua primiti- vità, viene dimenticato immediatamente o quasi; essendo notorio, che il ricordo ha per condizione un contenuto mol- teplice, € si realizza tanto più facilmente, quant’è più va- rio e molteplice il contenuto. Segue da ciò, che la coscienza del soggetto, se astraiamo dalla complicazione che v’introduce l’interferine, non sol- tanto è poverissima di contenuto (e perciò va considerata piuttosto come una sub coscienza), ma è priva di continuità nel tempo. Riflettiamo, che il durare a lungo d’un atto è in opposizione con la spontaneità, e che non se ne saprebbe addurre alcuna ragione (ci riferiamo sempre all’atto privo d'altro contenuto); e ci sentiremo inclinati a credere, che il da noi chiamato soggetto (primitivo) sia da risolvere piut- tosto in una successione sconnessa di soggetti momentanei. — 126 — Questa supposizione per altro va esclusa; perchè una successione di coscienze affatto separate non potrebbe mai costituire la coscienza d'una successione; laddove il sog- getto anche pochissimo sviluppato ha coscienza del suo va- jriare. Dobbiamo dunque iassumiere un elemento, senza dubbio sub conscio, ma capace di rendersi consapevole, da cui le coscienze degli atti primitivi d'un soggetto, separate come tali perchè non continuate nel tempo, siano essenzial- mente collegate. Su di che diremo qualcosa nell’ultimo ca- pitolo. | Con ciò, lo sviluppo del soggetto, cioè il formarsi d’una coscienza, parzialmente almeno continua nel tempo, è spie- gato. ln linea di principio, intendiamo; qui non possiamo e non dobbiamo addentrarci nei particolari. Lo sviluppo ri- chiede un interferire opportuno; e perciò il suo realizzarsi prova daccapo che la struttura del mondo ha, come già ven- ne accennato, un carattere teleologico. Riflettendo sul soggetto, che abbia nello sviluppo conse- guito il massimo grado a nostra conoscenza — parliamo d’un massimo generico, non escludente parziali sviluppi ulteriori — ci riman da fare un'ultima osservazione importante. L’atto, grazie al suo interferire con altri, così del soggetto medesimo che d'altri soggetti, e in genere con un accadere complicato interno ed esterno, finisce col modificarsi pro- fondamente, acquistando una crescente ricchezza di conte- nuto e di connessioni, e una grande stabilità, Così trasformato, l’atto è divenuto volontario; e la spon- taneità, che non si perde mai, è divenuta libertà. L’uomo è libero in quanto conosce certi fini, li valuta, ne fa corrispondentemente una scelta, e dirige i suoi atti alla realizzazione dei fini scelti. La libertà, come si vede, im- plica una vita consapevole molto complessa : il bimbo, ap- — 127 — punto perchè la sua vita manca di complessità, non è libe- ro, quantunque spontaneo. Ma, come abbiam notato poco addietro, la complessità introduce nella vita un determini- smo, che finisce col diventare prevalente. La libertà non va confusa col capriccio, anzi, l’uomo è tanto più libero, quanto meno è capriccioso : la libertà è /a coscienza razio- nalmente organizzata. L’organizzazione razionale fa sorgere delle abitudini, che determinano quasi per intiero la condotta e anche l’inten- zione. Ma che non possono mai sopprimere la spontaneità essenziale, pur limitandone il campo. Poichè la coscienpa è spontanea essenzialmente, la sua organizzazione razio- “ nale implica, non la soppressione, ma l’organizzazione ra- zionale della spontaneità. Quindi: un uomo, che disapprovi una sua abitudine, ha sempre, nella propria spontaneità, un mezzo per combatterla. Di certo, la vittoria non è facile, ma la lotta è possibile in ogni caso. CAPITOLO XI. IL PROBLEMA CONOSCITIVO $ 1. — Pensiero e cognizione. Nel pensiero, in quanto è un processo consapevole, il suo esserci, e il suo esser noto al soggetta che lo pensa, coin- cidono. Questa coincidenza costituisce la cognizione imme- diata che ciascuno ha del suo pensiero, senza della quale non ce ne sarebbe alcun'’altra. Ma il pensiero del singolo non è sempre, a rigore anzi non è mai, del tutto consapevole, cioè chiaro e distinto. Sotto questo aspetto, il suo esserci, e il suo esser noto, non coin- cidono. Consideriamo p. es. il pensiero espresso dalla for- mula « io penso »; che alla prima sembra immediatamente noto. In quella formula, « io » non ha il significato mede- «simo per l’uomo volgare, per Leibniz, per Kant, per l’idea- lista post-kantiano, per il solipsista. E il pensiero espresso, pensato, non è pienamente noto senza una mediazione, che prende il nome di riflessione. Riflettere su di un pensiero significa : metterselo innanzi come un oggetto — come p. es. si fa di un biglietto di banca, del quale vogliamo accertare che non sia falsificato — ; e approfondire l'oggetto, indagandone le relazioni. Dove risulta evidente, che la riflessione mediatrice presuppone la cognizione immediata, incompleta quanto si voglia, del pensiero in discorso. 9 — 130 -. Un problema conoscitivo non sorge, non esiste, che °n ordine alla cognizione mediata ; nella quale il pensiero su cui riflettiamo, e quello con cui riflettiamo, sono due, più 0 meno diversi. | . La cognizione mediata cioè oggettiva del pensiero è pos- sibile, perchè ogni pensiero è in essenziale relazione con tutti gli altri costitutivi della realtà; siano, questi, altri pensieri del soggetto riflettente, o pensieri d'altri soggetti, o altri elementi qualisivogliano, seppur ce n'è. La necessità logica infatti ha un valorè universale, ossia è applicabile ad ogni cosa; il che sarebbe da escludere, se anche due soli tra i costitutivi della realtà, pensieri o che altro, fossero privi di essenziali relazioni reciproche. $ 2. — L'esperienza. Da tuttociò risulta, che la riflessione, per chiarire il no- stro pensiero e accertarne il valore o le deficienze, deve tendere soprattutto a eliminarne la frammentarietà. Il pen- siero frammentario, infatti, può includere delle opposizioni rimaste inavvertite; in ogni caso, la cognizione immediata che n’abbiamo è imperfettissima. E per eliminare la frammentarietà, noi dobbiamo : 1) In- trodurre nella riflessione tutto l’insieme dei pensieri che abbiamo, così come li abbiamo. Questo lavoro può esser lungo e faticoso; ma è senza dubbio possibile sempre. (Sulle regole, che permettono di semplificarlo, non ci tratterremo). 2) Moltiplicare quanto più ci riesca i nostri pensieri; e ciò, non per mezza della fantasia, bensì venendo con la realtà in un contatto sempre più vasto, più vario e più intimo: ricorrendo cioè all’esperienza. (La fantasia, quando si associ con l’esperienza, costituisce un aiuto prezioso). L'esperienza è fisica o intellettuale : sono essenziali tanto l'una che l’altra. Per chi studia filosofia, l’esperienza fisica d’osservatorio e di gabinetto, che si chiude in un campo anche fisicamente limitato, e che si vale di strumenti com- plicati, è affatto secondaria; conoscerne i risultati, cioè avere una discreta informazione di scienze fisiche, potrà es- sere forse (ho detto : forse) di qualche utilità; in ogni modo, il filosofo come tale non ha che vedere co’ suoi procedi- menti. L’esperienza fisica davvero importante anche per il. filosofo, è quella comunemente vissuta. Ritorneremo tra po- co su questo argomento. L'esperienza intellettuale consiste nell’assimilarci che fac- ciamo il pensiero altrui: collaborando, conversando, e, in particolare, familiarizzandoci con le opere dei più segnalati pensatori, cinè dei grandi scrittori, antichi e moderni. S'’in- tende, che il filosofo si fermerà prevalentemente sugli scritti filosofici; ma non vi si deve chiudere, altrimenti la sua esperienza intellettuale risulterebbe insufficiente perchè trop- po angusta. $ 3. — Continuazione; che cosa Ci fa conoscere lo studio. Evidentemente, ci fa conoscere, del pensiero altrui, la parte più degna d’essere conosciuta. Questo pensiero altrui è, non meno e forse molto più del nostro, un costitutivo notevole della realtà; col pensarlo e assimilarcelo noi riu- sciamo, nello stesso tempo, a renderci meglio consapevoli, e del nostro stesso pensiero (di cui le relazioni col rima- nente pensisra son costitutivi essenziali generalmente inav- vertiti), e del pensiero comune; ossia d’una realtà, impor- tante per se stessa, e come strumento alla cognizione d'ogni realtà. Insomma : lo studio integra, ordina e consolida quella co- — 132 — munanza di pensiero, che, in grazia della convivenza e in ispecie della parola, s’andò ab immemorabili abbozzando presso ogni popolo per quanto rozzo. Ma la convivenza, con tutte le sue formazioni tra cui lo studio, è, per la comuni- cazione del pensiero tra uomini, soltanto un mezzo indiretto e mediato; che non servirebbe a niente, se non ci fosse, all’infuori della convivenza, una comunicazione diretta e immediata. Ma la comunicazione immediata — cioè anteriore alle forme di cui s’è fatto un rapido cenno, e loro condizione — dà luogo a una grave difficoltà. Perchè il pensiero di Caio e quello di Sempronio comunichino, una somiglianza, e sia grande quanto si vuole, tra il pensiero dell’uno e quello del- l’altro, non basta. E’ infatti notissimo, che due possono aver de’ pensieri molto simili — proporsi p. es. entrambi di sposare una stessa nersona —, senza saper niente l’uno dell'altro. Alla comunicazione si richiede che i due pensieri siano, in parte, un medesimo pensiero numericamente unico. E tale unicità numerica esige, che due coscienze possano in parte ridursi a una sola. Il che sembra contrastare con quanto vi è di più chiaro e di più certo nella nozione co- mune di coscienze distinte. Se la difficoltà rilevata fosse insuperabile, sarebbe da «escludere anche la comunicazione mediata, non la immediata soltanto. Perchè — a parte quanto si disse poco sopra, ‘che la comunicazione mediata implica la immediata — il parziale ridursi a una sola di due coscienze va riferito, non al pro» ‘cesso della comunicazione, bensì al suo essersi realizzata. Chi vuole attenersi a « quanto vi è di più chiaro e di più certo nella nozione comune » ecc., dev’essere dunque di- sposto a negare, che gli uomini si siano comunque intesi mai, nè siano per intendersi. — 133 — 4. — La comunicazione del pensiero, e l’'interferire. All’interferine si richiedono (almeno) due atti. Ma, nel- l'interferire, la separazione tra i due atti — non assoluta neanche prima, perchè gli atti sono inclusi tutti nell’unità del mondo — subisce di necessità una diminuzione. Inter- ferendo, gli atti si modificano a vicenda; vale a dire: un costitutivo dell’uno è diventato costitutivo anche dell’altro, considerando i due atti quali son resi dall’interferire. L’atto volitivo dell’uomo è consapevole; nella coscienza, che lo costituisce, non possono dunque non essere incluse le modificazioni, ossia le determinazioni, che l’interferire v’introdusse; la coscienza di tali determinazioni è una tal ° quale coscienza delle azioni esterne, da cui le determinazio- ni stesse dipendono. L’interferire dell’atto volitivo d’un uomo con l'atto voli- tivo d'un altro è sempre condizionato a un interferire molto complesso e in massima parte indiretto; p. es. all’uso d’un linguaggio, alla condotta quale apparisce osservabilmente. Nondimeno l’interferire di due atti volitivi, pur essendo condizionato come dicevamo, è, in molti casi osservabili, anche diretto. Un malandrino assale un viandante, che si difende alla meglio. S’impegna una lotta. Nella quale i due voleri, che senza la mediazione della lotta si sarebbero a vicenda igno- rati, vengono, dalla mediazione medesima, condotti a in- terferire anche immediatamente. Ciascuno dei due lottanti avverte il volere ostile dell’avversario; avverte inoltre, che il volere ostile dell'avversario è un costitutivo del suo vo- lere. Dobbiamo dunque dire, in un certo senso, che i due voleri si unificano. Soltanto in un certo senso: l’unificazio- -- 134 — ne si realizza per alcuni caratteri, lasciandone fuori alcuni altri; così p. es., se un battello si move sotto l’azione del vento e d’una corrente, le due forze non s’unificano che in quanto ciascuna imprime al battello un certa movimento, € conservano immutati gli altri loro caratteri. Analogamente, i due lottatori hanno sotto un aspetto — non, sott’'ogni aspet- to — un medesimo volere scisso in se medesimo; l’ira è ap- punto conseguenza e indizio della scissione (1). Il problema conoscitivo, per quanto riguarda la conoscen- za del pensiero altrui, e l’approfondimento del nostro, è dun- que risoluto. L’interferire, infatti, alla sua volta subordi- nato all’unità integrale del mondo, rende possibile quella comunicazione di pensiero, che nel problema conoscitivo rappresenta la vera chiave di volta. $ 5. — La cognizione della realtà fisica. La realtà fisica non è riducibile al pensiero d’alcun sog- getto finito individuale: io n’ho esperienza, e fino a un certo segno la conosco; ma il suo esserci non è l’esserci puro e semplice della mia esperienza e della mia cognizione. Dobbiamo chiarir bene questo punto, che sembra giustifi- care le pretensioni del realismo, e su cui l’idealismo passa un po’ leggermente. Cominciamo dal ricordare, che l’esperienza fisica — di- stinguibile dalla intellettuale; cfr. $ 2 — non è separabile (1) Mi son valso in quest’ultimo capoverso d’un mio scritto brevissimo (12 pp.) La Convivenza in Riv. Pedagogica diretta da L. Credaro, 1921. Cfr. in particolare il $ 18. Ma tutto l’articolo servirà, mi pare, a far ben comprendere le questioni sollevate nel presente capitolo. | I o e tale de alienati velinii ditta coat DET te mete e i So A a pg rt» — DI dal pensiero, di cui è un costitutivo, e che alla sua volta n’è un costitutivo — cfr. $ 1, sulla fine. Tutto quello che o so d’un corpo, si riduce a una certa mia esperienza fisica, integrata con l’esperienza fisica d’altri, e rielaborata razio- nalmente. Sembra per conseguenza, che i caratteri del cor- po si riducano in tutto a quelli presentatimi dalla mia espe- rienza, integrata come sopra. E, se così fosse, il corpo non esisterebbe, che in quanto alcuni soggetti ne hanno espe-. rienza. Ma in contrario: la cognizione, che del corpo io possie- do, esclude, per una propria esigenza. logica indeclinabile, che il corpa abbia soltanto i caratteri da me, o da quanti altri soggetti finiti si vogliano, sperimentati. La luna p. es. non fu mai toccata nè da me, nè, ch'io sappia, da soggetti o da corpi qualisivogliano: debbo nondimeno dirla solida, co- strettovi come sono dalla logica dell’esperienza che ne ho. Il realismo, in quanto si limiti a riconoscere, che la no- stra cognizione della realtà fisica oltrepassa la cognizione che attualmente n’abbiano o che potremo acquistare quando che sia, è indiscutibile. Ma il realismo di alcuni filosofi, e di pressochè tutti gli scienziati — ai quali sfugge il carattere fi- losofico di questa loro dottrina — va molto più innanzi. E af- . ferma, che la realtà fisica, benchè se ne conoscano e dun- | que se ne pensino quelle manifestazioni, di cui risulta la nostra esperienza — nel suo intimo vero nocciolo è qualcosa di assolutamente irriducibile a pensiero. Affermazione inaccettabile, perchè irrimediabilmente pri- va d’ogni significato. La realtà, ci dicono, ha un nocciolo (prop. 1); e questo nocciolo non può esser pensato (prop. 2). Ammessa la prop. 2, io mi domando, come si possa intende- re la prop. 1. in una proposizione, il predicato è necessa- riamente un concetto, non la corrispondente realtà; se io — 136 — dico p. es. : la pietra incastonata in questo anello è un bril- lante, nessuno s’immaginerà, che nella mia prop. io abbia messo il brillante materiale. Ma chi afferma insieme le propp. 1 e 2, viene per l'appunto a dire, che nella 1 il %, predicato è una realtà materiale, Cose dell'altro mondo. $ 6. — Realismo spiritualistico. La concezione, che del mondo abbiamo esposto nel pre- cedente cap., esclude il dualismo e quindi l’agnosticismo, perchè riduce a Spirito anche la realtà materiale ;; senza tuttavia sopprimere la distinzione tra il pensiero conoscitivo e la realtà conosciuta. Risolve dunque in modo soddisfa- cente le difficoltà rilevate. Pochi cenni basteranno a chia-. rire questo punto. In quanto consapevole, il mio atto è conoscitivo di se Stesso; interferendo con altri atti, a in generale con delle variazioni che ne derivano, diviene conoscitivo d’uno realta, che mi era esterna, ma che nella cognizione mi diviene, al- meno parzialmente, interna. Mi limito a considerare il caso, che il mio atto sia bene sviluppato, cioè volitivo (e perciò insieme conoscitivo). E’ indiscutibile che il mio atto, se . interferisce immediatamente con un atto volitivo altrui, dà luogo a una comunicazione tra il mio pensiero e l’altrui, cioè mi fa conoscere, più o meno, il pensiero altrui. Di che ab- biamo già parlato. | Ma il mio atto può interferire con delle variazioni, che, seppure implicano qualche volizione altrui, non la implicano in guisa, da farla interferine immediatamente col mio atto. Rispetto a me, queste variazioni vanno considerate allora come se fossero dovute in tutto a soggetti subconsci; e tali 9 = saranno anche di fatto molte volte. Le variazioni possibili sono, tutte ! gruppi o sistemi di pensieri; perchè ogni atto è un pensiero, e l’interferire degli atti è un reciproco modi- ficarsi e un comunicare di pensieri, subordinatamente a leggi logiche indeclinabili. Quindi: anche l’interferire del mio atto con una qualsiasi variazione consiste in un modifi- icarsi del mio pensiero, e in un suo comunicar col pensiero sistemato in quella variazione. La modificazione subita, e la comunicazione, son tutt’uno : i un elemento, prima estraneo alla mia coscienza, viene ad | unirlesi; modificando così la mia coscienza, e facendola co- | municare con altre. Di tuttociò io m’accorgo; ma in un modo, ‘che merita una riflessione accurata. 87. La rappresentazione del mondo fisico. La modificazione da me subita può essere per me un bene o un male; p. es.: il movimento del treno, su cui viaggio, può trasportarmi dove desidero, ma può invece farmi rompere il collo; in ogni caso, è l’effetto d’una for- za, della quale io devo tenere il massimo conto. Questa forza è la risultante di molti atti spontanei, che interferiro- no; eppure io, in quanto vivo consapevolmente senza co- struir una teoria, non le riconosco un tal carattere. Ciò per due ragioni. Prima: gli atti spontanei, che dan- no la detta risultante, sono, in generale, di soggetti elemen- tari. E a me, un'idea un po’ chiara di quello che sia l’atto di un soggetto elementare — o anche non tanto elemen- tare, p. es. d'una formica o d’un gatto — manca. Idea chia- ra io non ho, che degli atti sviluppati, miei e fino a un certo segno anche altrui; ora, gli atti, di cui ora parliamo, sono RT RIA rsa eg nr IR css ig elementari come i soggetti che li estrinsecano. Seconda : nel- la risultante, cioè nella variazione con cui l’atto mio interfe- risce, gli atti, che ne sono i componenti, sono indistinguibil- mente associati e unificati; sicchè io non li potrei conoscere, quand’anche fossero tutti volizioni analoghe alla mia, e perciò conoscibili senza dubbio una per una. Insomma : la forza, da cui mi conosco determinato, io, in base alla mia esperienza e facendo astrazione da ogni teo- ria, la conosco soltanto genericamente, come una causa 9 una forza che mi determina. Îl suo carattere spirituale mx sfugge; anche perchè l’operare della forza non giustifica il supporla dinetta verso un certo fine, secondo certe cogni- zioni. Il vento, che m'ha portato via il cappello, io non credo, nè che mi conoscesse, nè che abbia voluto farmi dispetto. « E creder credo il vero ». Una realtà spirituale noi ce la rappresentiamo come fi- sica; vale a dire: ce la rappresentiamo in guisa, che ce ne sfugge l’intima spiritualità. Questo non è un falsificarci la realtà; ma soltanto un cenoscerla incompiutamente. Ma tutte le cognizioni, senza eccettuarne le più certe, sono incom- plete. Per esempio: dal contegno, che altri tiene con me, concludo, ch'egli non mi è benevolo; per quali motivi e fino a che segno, non so; ma che non mi sia benevolo è fuor di questione. | CAPITOLO XII. JL PROBLEMA PRATICO $ 1. — Su che si fondi la pratica. L’uomo distingue il bene dal male. C'è, tra i due concetti, un’evidente correlazione; per cui, stabilito qualcosa intorno a uno dei due, se ne ricava subito qualcosa di correlativo in ordine all’altro. Potremo dunque restririgerci a far cenno dei beni; sottintendendo, in gene- rale benchè non sempre, i mali corrispondenti. L’uomo desidera il bene, e procura di assicurarselo (ri- fugge dal male, e procura di scansarlo). Il bene provoca dun- que il desiderio; benchè, d'’altra parte, il desiderio basti per imprimere a ciò che si desidera il carattere di bene. L'attività pratica, sia istintiva che volontaria, è diretta sempre verso il bene. Dell’istintiva non parleremo. La vo- lontaria è consapevole, implica cioè la cognizione del bene, verso cui si dirige come al suo fine : ignoti nulla cupido. Per conseguire un UNE; bisogna conoscere, oltre al fine Stesso (come or ora si è notato) anche i mezzi, che vi si ri- chiedono. Inoltre : il fine, a cui tendiamo perchè lo ritenia- mo un bene, conseguito che sia risulta non di rado un male. Di qui l’essenziale valore pratico della cognizione. Per co- noscere i mezzi ai fini che ci fossimo proposti — e quindi anche per non proporci fini a cui non si conoscessero, 0 ci mancassero, i mezzi — bisogna conoscere profondamente le connessioni causali tra l’attività nostra e la realtà esterna. — 140 — E per non equivocare, scambiando i mali coi beni o vice- “versa, è necessario, da una parte, render esatta la nozione di bene; dall’altra, conoscere le connessioni causali tra l’at- tività nostra, i diversi beni, e i diversi mali. Da tutto ciò risulta, che la risoluzione dei problemi conoscitivi accenna- ti, o insomma la costruzione del sapere umano — costru- zione, che si risolve daccapo in un procedimento pratico —, è, per l'attività pratica, un fine imprescindibile, ossia un bene del più grande valore. | Socrate affermava, che la virtù consistesse nel sapere. A che si oppone i notissimo : “ video meliora proboque, dete- riora sequor » ;. troppo vero per molti. Ma Socrate riteneva (come fu notato p. es. dal Rensi), che il disaccordo tra !a volontà e il sapere implicasse una radicale deficienza e nel- l’uno e nell’altra. Così è. Il sapere infatti è una costruzione volitiva; cioè, come or ora notavamo, pratica. E la volontà si riduce alla spontaneità, organizzata razionalmente, ossia ‘mediante il sapere. Donde si conclude, che vera volontà, e vero sapere, esistono soltanto se unificati, sicchè tra l’uno e l’altra non ci sia contrasto possibile. Quest’unificazione, ‘0 diciamo la perfetta organizzazione dell’uomo, è anch'essa, per l’attività pratica, un fine imprescindibile, ossia un fine del più grande valore. I suoi fini, l’uomo li può conseguire soltanto nella con- vivenza; il che nella pratica introduce delle nuove compli- cazioni, oltre alle già indicate. Una conseguenza di queste complicazioni — sulle quali non insisteremo — è, che i beni sì dividono in due grandi classi. Tra i beni della prima ricor- diamo, in via d’esempio: i piaceri fisiologici, la salute, la sicurezza, la ricchezza, la potenza, la considerazione; i primi due strettamente individuali, mentre gli ultimi quattro non sono possibili che nella convivenza. I beni della secon- — l4l — da si riducono ad uno, alla buona coscienza: « nil conscire sibi, nulla pallescere culpa ». i Diciamo fortunato chi possiede un minimo, del resto im- precisabile, di beni della prima classe; onesto chi possiede: l’unico bene della seconda. E tutti riconoscono, in teoria, che l’essere onesto è meglio dell’essere fortunato, Il proble- ma che vogliam risolvere in ordine alla pratica, è di costrui- re, limitatamente alle linee fondamentali, una dottrina mo- rale; di precisare la nozione d’onestà, nonchè le sue relazioni. con quella di fortuna — o di utilità, per usare il termine: divenuto classico. $ 2. — L'utilitarismo, E’ una dottrina, che riduce l’onesto all’utile. Secondo Bentham, i beni sono quantità, misurabili, e perciò esprimi- bili numericamente, purchè s’abbia riguardo all’insieme dei loro caratteri; tra cui basti notare l’intensità, la durata, la sicurezza, e il numero di quelli che ne godono. Immaginia- mo fatta la somma totale, diciamo B, dei beni; e analoga- mente quella totale, diciamo M, dei mali. Un uomo ragio- nevole non può, nel suo interesse, non desiderare, che la differenza B-M sia positiva, e possibilmente massima. La condotta moralmente buona è quella, che tende a produrre: un tale risultato. Ma il detto computo presuppone, che i beni, abbiano tutti la medesima qualità; condizione sine qua non perchè delle quantità siano sommabili. Parve nondimeno allo Stuart-Mill (1), che l’utilitarismo. potesse, con qualche modificazione, venir mantenuto. Si deb- (1) Il Mill nel suo Utilifarianism (1863) cercò di chiarire la dottrina del moralista precedente tenendo in gran conto l’esigen- za fondamentale del Hume e di Adamo Smith, facendo notare .che il Bentham non aveva sufficientemente avvertito che nel j È 4 - (e * # R | — 142 — ba scegliere tra due beni diversi qualitativamente; la scel- ta parrebbe non poter esser che arbitraria; eppure, ne’ casi d'importanza, tutti riconosceranno, almeno in teoria, che bi- sogna scegliere in un certo modo. Sia. Ma se il criterio, che impone la scelta, è universale, siam fuori dell’utilitarismo. Perchè i beni utili (o della seconda classe; cfr. $ 1 sulla fine) sono realtà empiriche; soggette anch’esse di certo .a leggi logiche universali, ma prive, in quanto empiriche, di carattere universale. Se, viceversa, il criterio manca d’uni- versalità; se, in altri termini, tutti significa soltanto, quelli che rappresentano l’opinione predominante in una conviven- Za — in questo caso a un criterio se ne potrà opporre, con pari diritto, un altro; non essendo possibile, senza ricorrere a un criterio universale, decidere quale sia il migliore tra due criteri particolari. Chi afferma, come fanno Mill e anche Bentham, che un uomo dev’essene disposto a sacrificarsi, quando il sacrifizio riesca utile a un gran numero d’altri, si mette, per giusti- ficar il suo dire, in una situazione peggio che imbarazzante. Il numero di quelli, a cui gioverà un sacrifizio, ha di certo un'importanza, ma non decisiva; la madre, che sacrifica se stessa per salvare il suo bimbo, è degna di lode, non meno € forse più di Pietro Micca. $ 3. — Continuazione. La morale utilitaria non è, come da molti la si crede, ab- bietta Socrate stesso era ‘un utilitario. Ed Epicuro (1) non « sentimento che unisce l’uomo ai propri simili » è da ricercare la fonte del dovere. (E. C.). (1) Epicuro filosofo atomista greco nato nel 341 av. C. Di lui non si conservano che frammenti; la sua dottrina, grazie all’espo- sizione fattane da Lucrezio, e alle discussioni che se ne fecero, è nondimeno ben conosciuta. (E. C.). — 143 — lusinga le passioni; anzi mette in chiaro che l’uomo, per go- | dere quanto più e soffrire quanto meno sia possibile, non ha “mezzo più sicuro, che di esercitare sopra di sè un dominio . vigoroso e costante. A vivere basta poco; a viver bene basta oa ‘ sapersi contentare di questo poco. Impossibile disconoscere : il valore universale di simili suggerimenti. Ii torto vero della morale utilitaria è nella sua incoeren- za, rilevata poco sopra; e della quale in Epicuro sono evi- denti gl’indizi. P. es.: egli attribuisce un valore positivo alla reminiscenza dei piaceri goduti, e giustifica la volon- taria provocazione di tale reminiscenza. Il che va contro a quanto c’è di meglio nell’epicureismo : l’uomo che, non potendo più godere, va rimuginando i g0- dimenti passati, non è l’uomo pago dello stretto necessario, e padrone di sè; corre gran pericolo di cader nell’abbiezio- ne, seppur non vi è già caduto. ‘ Similmente non si può non disapprovare il suo consiglio di astenersi dalla vita pubblica, perchè (da notare il per- chè) la propria quiete vale più delle soddisfazioni ambiziose. Crediamo anche noi, che nella vita pubblica non sian da cercare soddisfazioni ambiziose. Ma l’uomo che, potendo esercitare un’influenza, o sulla pratica della vita pubblica, 0 sulie opinioni riferentisi a tale pratica, si astenga dall’eser- citarla, è un egoista, che non sa goder del bene altrui, e che s’espone a far male i suoi conti anche rispetto a se medesimo. | Queste incongruenze derivano dall’incongruenza fonda- mentale all’utilitarismo, già rilevata. Non è dubbio, che a costruir la morale utilitaria i filosofi s’indussero, in gene- rale (abbiam già ricordata un'eccezione importante),per ave- re trascurata la considerazione di quegli elementi, che alla vita imprimono, e che più ne rendono manifesto, il caratte- re Spirituale. — ded A un ateista coerente, sia 0 no materialista, è impossibile riconoscere altra morale, che l’utilitaria. Epicuro ammette gli Dei: ma esclude, che abbiano qualsiasi parte nel governo del mondo; è dunque in realtà un vero ateista. E il moderno utilitarismo, evidentemente connesso con l’epicureismo, è, ne’ suoi elementi specifici, una formazione dell’illuminismo a tendenze ateistiche. Per essere conseguente, l’ateismo deve negare, che nel mondo vi sia un ordine supremo necessario. Esplicita o no, questa negazione toglie che ci si possa rendere un conto chia- ro di qualsiasi cosa, e meno che mai della pratica umana. $ 4. — Cenno sullo sviluppo storico della morale. Gl'indizi — preziosi quantunque scarsi, e non utilizzabili senza grandi precauzioni — che possediamo intorno alla condizione dei primitivi, e la storia, dimostrano, che la pra- tica umana s'andò man mano modificando, in guisa da realiz- zare fini sempre più complicati, e in parte almeno — secon- do una stima, di cui nulla ci fa parer dubbio il valore — ‘ più elevati. La detta modificazione va dunque ritenuta, în generale, un perfezionamento. Il perfezionamento consiste nella formazione: 1) di idee pratiche, sempre più estese, più esatte, più fortemente con- nesse tra loro e con tutte le altre idee — le quali si vanno rendendo in pari tempo sempre più estese, più fortemente connesse —; insomma : le idee pratiche acquistano un fon- damento sempre più saldo nella cognizione; 2) delle cor- rispondenti volizioni; che, nel modo e per le ragioni di cui ora si è detto, si vanno consolidando e ordinatamente ag- gruppando, in ciascun uomo’ e nella collettività. Si ottiene = 145 = così, che le diverse volizioni s'aiutino tra loro con effica- cia crescente, affermandone insieme per quanto è possibile i contrasti. A questo sviluppo interno corrisponde, a un di presso come il corpo all'anima, lo sviluppo esterno dell’or- ganizzazione collettiva. Per chiarire il discorso testè riferito, un po’ astratto e compendioso, consideriamo una in particolare delle tante for- ze o circostanze modificatrici dell’uomo e della convivenza. L’uomo è molto più esigente rispetto agli altri, che rispetto a sè. In causa propria gli è facile persuadersi, che una con- dotta favorevole alle sue passioni sia per ciò appunto ragio- nevole. Ma trattandosi d’un altro non gli pare più accetta- bile una simile giustificazione; comprende con chiarezza, e dichiara con fermezza, che una soddisfazione immediata È di valore molto scarso, che bisogna pensare anche al poi, e al vasto complicato insieme di tutte le passioni e di tutti gl’interessi, anche altrui. E ciò finisce col creare un’opinio- ne pubblica, superiore in gran parte alle opinioni dei singoli, fondate ‘sulle corrispondenti passioni. La ragione, che nel singolo è ridotta non di rado al silenzio, nell'opinione pub- blica riesce, in parte, a esprimersi con maggior chiarezza, e a rendersi praticamente più efficace. Concludendo : che le presenti condizioni morali siano, al pari di tutte le altre, conseguenza d’uno sviluppo; e che lo sviluppo sia dovuto all’interferire — in ciascun uomo, in ciascuna convivenza, tra le diverse convivenze, tra l’uomo qual è nella convivenza e il mondo esterno — di fatti psi- chici ossia d’elementi empirici, non è dubbio. Ma non se ne ricava, che la morale sia riducibile per in- tiero a un complesso d’elementi empirici causalmente con- nessi. Perchè la connessione causale, cioè l’interferire, im- 10 lg plica, oltre agli ementi che interferiscono, una legge; vale a dire un’unità includente gli elementi medesimi. E la legge. o l’unità non può essere, non è, un elemento empirico. Vi è dunque, nella morale come in tutto il resto, senza eccettuare il così detto mondo fisico, un elemento non ‘empirico. E l’u- tilitarismo, con la sua pretesa fondamentale di riconoscere come reali soltanto i beni empirici, non regge neanche sulla bI base della considerazione storica: è a terra (1). $ 5. — La morale categorica. Dicendo condotta morale s’intende certamente condotta razionale ; il che fu riconosciuto anche dagli utilitaristi. La differenza tra la morale utilitaria, e quella che ci accin- giamo ad esporre, sta nella diversa influenza che alla ragione si riconosce; influenza, che nella morale utilitaria si riduce alla considerazione delle connessioni reciproche tra le azioni, mentre il fine delle azioni rimane l’utile individuale o col- lettivo. Nella morale dell’imperativo categorico, alla ragione | spetta una funzione più importante, cioè quella di ricono- scere 0 di creare un bene che non è riducibile al piacere. Questa morale risponde senza dubbio ad un’esigenza sen- tita, quantunque un po’ in confuso, da ciascuno : val meglio essere onesti e soffrire, che non godere di ogni vantaggio, ———————€@&_————__—€@€@T—@€——n—— (1) La sociologia, e la morale sociologica, sono appunto costrui- te sulla base della considerazione storica. Noi qui non possiamo entrare nei particolari, non di rado notevoli, delle varie sociologie. Dobbiamo contentarci di riferire qualche nome : Comte, Spencer, Ardigò, Durkheim, Asturaro, Pareto. Anche parecchi naturalisti, p. es. Darwin, Romanes, fecero delle incursioni più o meno fe- lici nel campo della morale a fondamento sociologico. — 147 — ma sotto condizione di metter in tacere la propria coscienza. Perciò la formula esprimente la detta morale consiste nel dichiararne categorico l’imperativo, mentre ogni altro im- perativo pratico è ipotetico. In altri termini: le regole pra- tiche sono dirette negli altri casi a conseguire certi fini; hanno valore, ma per chi attribuisca valore ai fini; cioè sup- pongono (e perciò si dicono ipotetiche) la volontà di conse- guire quei fini. Laddove l’imperativo categorico ha valore, non in ordine a fini di cui a un uomo possa importare a un’al- tro no, ma per se stesso. Il fine, a cui tende l’imperativo ca- tegorico, è tutt'uno con l’adempimento dell’imperativo me- desimo; l'imperativo è dunque fondato essenzialmente sulla ragion comune, all’infuori delle particolarità per cui un uomo differisce da un altro. » La formula può essere anche presentata con qualche di- versità. Per ubbidire a un precetto, l’uomo ha certamente un motivo; che può essere, o il timore di gravi conseguenze che derivino dal disubbidire, o il pregio intrinseco ricono- sciuto al precetto. Nel primo caso l’uomo, ubbidendo, serve in ultimo all’interesse; l’ubbidienza dunque non ha che un valore utilitario, e manca di un elevato valore morale. Quan- do invece l’uomo ubbidisce perchè riconosce al precetto un valore intrinseco supremo, il suo ubbidire ha certamente un valore morale, ma non è più l’ubbidire a un’autorità esterna, è semplicemente un ubbidire a sè in quanto ragio- mevole; perciò la morale che stiamo consideranda può dir- si autonoma; laddove la morale diversamente fondata risul- ta eteronoma. | | Si può anche dire : nella morale utilitaria quello che im- porta è il risultato che si ottiene mediante l’azione ; la volonta pura e semplice importa poco. Invece nella morale fondata sulla ragione quello che importa è soltanto la volontà con cui —- 148 -- si opera; non il risultato esterno ma l’intenzione. Si deve sottintendere un’intenzione ferma; tale cioè da passare al- l’azione, quando non ci sia qualche impedimento esterno in- superabile. Se per esempio io vedo un uomo in grave peri- colo, tenterò di salvarlo. Potrò non riuscire; ma il dovere non esige da me se non la volontà energica della riuscita, Quindi la morale in discorso è anche riassumibile dicendo, che la sola cosa moralmente buona è la buona volontà. L'essenziale dell’uomo, e il solo elemento comune a tutti gli uomini, è la ragione; quindi: conformarsi alla ragione, come avente un valore non di mezzo ma di fine, significa: realizzare in noi l’uomo, considerato nella sua unica univer- salità e non nelle sue innumerevoli particolarità. La realiz- zazione di questo elemento universale può non essere piace- vole, ma in ogni modo è per l’uomo stesso il più gran bene, fn quanto è la realizzazione di ciò che l’uomo ha di meglio in se medesimo. Questo bene, diversissimo dal piacere, con- siste nell’assicurare all’uomo la sua dignità, cioè la stima ra- | gionevole di se stesso. Ognuno deve considerare sè, cioè l'elemento universale della sua persona, come il fine vero, non mai come un mezzo per altri fini. Per conseguenza, deve considerare come fini, e non mai come mezzi, anche tutti gli altri uomini (1). Ecco un'ultima forma che possiamo dare all’imperativo catego- rico. (1) Le tre forme or ora esposte vennero formulate con chia- rezza da Kant (Cfr. Kant: Fondazione della metafisica dei co- stumi. Parte II, e la Critica della Ragion Pratica. Da tutto ciò che abbiamo esposto risulta che la dottrina di Kant spezza la pratica umana in due campi eterogenei : quello dell’u- tilità e quello del dovere. Per conseguenza : la morale del Cristia- nesimo, che deriva da un precetto divino, e che implica una san- — 149 —. $ 6. — Critica della dottrina suesposta. [ particolari empirici, per cui un uomo differisce da un altro non sono intelligibili, nè possibili, fuori dell’unità; e dunque son subordinati alla ragione. Tuttavia sono essen- ziali alla ragione in quanto s’attua nell'uomo; e non è dun- que lecito lasciarli da parte. Infatti, primo: benchè i parti- colari varino de uoma a uomo, non c'è per altro alcun uomo che non ne presenti certi o certi altri. L'esistenza di parti- colari, non di quei certi particolari, ha dunque un carattere universale. Donde viene, secondo: che i procedimenti ra- zionali siano possibili soltanto per mezzo dei particolari. L'abbiamo già riconosciuto in ordine alle cognizioni teo- retiche; rileviamolo in ordine alla valutazione pratica. “La ragione di cui si parla e di cui è indiscutibile il su- premo valore morale, non può ridursi a quella ragione astrat- ta, con la quale si costruisce per esempio l’algebra; la ragio- ne astratta non contiene in sè alcun elemento pratico, e dun. zione utilitaria quantunque ultra mondana, secondo la dottrina di Kant non sarebbe una morale. | La separazione rigorosa in ordine alla pratica riproduce quella non meno rigorosa già rilevata in ordine alla teoria, nella quale ultima si contrappongono gli elementi empirici ed i razionali. La critica della morale Kantiana, della quale passiamo a far cen- no, corrisponde ad una simile sulla teoria Kantiana della cono- scenza. Noi abbiamo chiarito che i fatti e la ragione, benchè di- stinguibili, non sono però separabili. La ragione essendo la forma di ciò, di che i fatti costituiscono la materia. Vedremo analogamente. che senza i piaceri ed i dolori non ci sarebbe luogo alla virtù; il che non vuol dire che la virtù sia ricavabile utilitaristicamente dalla sensibilità; bensì che sensibilità e virtù sono elementi assolu- tamente inseparabili. — 150 — que, per applicarsi alla pratica, deve postulare quella praticità ‘ che non include, In altri termini: la morale fondata sulla ragione astratta si varrebbe della ragione soltanto come di strumento, e sarebbe in sostanza una morale utilitaria. Quel. la ragione, in cui sta il massimo valore dell’uomo, deve al contrario includere in sè la pratica; ma la pratica è un fare, un modificarsi e modificare, un attuarsi nel tempo cioè un variare ; insomma non è pensabile all’infuori delle particolari- tà, che sono, benchè variamente, costituitivi essenziali di ognuno. | | Il che si conferma riflettendo, che la dignità, in un uomo che non fosse capace nè di soffrire nè di gioire, non po- trebb’essere offesa nè dal di fuori nè dal di dentro. L'uomo che altri faccia servire di mezzo a’ suoi fini, o che faccia servire di mezzo la parte migliore di sè alla parte inferiore, vede violata o viola egli stesso la sua dignità in quanto soffre di una tale violazione; la quale senza questa sof- ferenza non ci sarebbe. Così : un maltrattamento mi offende perchè ne soffro; se non ne soffrissi non ci sarebbe. In- somma: la dignità esiste vrecisamente perchè può essere violata, e dobbiamo difenderla contro gli altri e contro noi stessi; essendo in ogni caso elementi empirici tanto la vio- lazione che la difesa. Da ultimo: ciascuno deve senza dubbio privarsi del suo piacere, affrontar il suo dolore, piuttosto’ che offendere la dignità sua od altrui; ma deve altresì procacciare l’altrui piacere, allontanare l'altrui dolore, sempre se ciò è concilia- bile con il rispetto alla dignità umana; operare diversamente, quando non ci fosse il motivo accennato, sarebbe un’offen- dere gli altri. E offenderebbe se stesso chi operasse altri- menti rispetto a se stesso. -- 15ì — $ 7. — Conclusione. La ragione umana, cioè la ragione attuata nell’uomo che ne diviene consapevole, si applichi al fare o al conoscere, prenda il nome di morale o di logica, è sempre la medesi- ma : è la legge costitutiva essenziale dell’esperienza. Or ora dicevamo, e dicemmo più volte, che il suo esserci si deve all’esserci dell'Unità universale, includente ogni cosa; nel cap. seg. ritorneremo sull’Unità; per ora lasciamola in di- sparte, fermandoci alla legge. Questa, essendo legge dell’esperienza, non ci sarebbe, se son ci fosse un'esperienza. Qualsiasi pregio da noi ricono- scibile a qualsiasi elemento, e la nostra stessa cognizione dell’elemento, svaninebbero con lo svanire della legge, che realizza ed esprime ogni valore conoscitivo e pratico. L’u- tilitarismo, che dei valori pratici vuole rendersi conto senza badare alla legge che li condiziona, è dunque insostenibile. Insostenibile del pari — e in fondo per la ragion emedesi- ma — è il categorismo; che alla legge bada, ma trascuran- done le necessarie connessioni sperimentali. Il pregio del Mosè di Michelangelo consiste nella forma, non nella ma- teria; eppure la forma è necessariamente forma d’una ma- teria. i La morale non è una pratica sui generis, irriducibile alle altre. Ma è l’espressione più elevata, perchè totale, di quella medesima esigenza razionale, di cui tutte le azioni, consi- derate una per una in gruppi limitati, sono espressioni fram- mentarie. L’uomo sa, in. quanto gli riesce di superare !a frammentarietà nel suo pensare teoretico; ed è onesto, in quanta gli riesce di superare la frammentarietà nel suo fare pratico. Digitized by Google CAPITOLO XIII. DIO $ 1. — Il Soggetto Universale. Il soggetto singolo è limitato : in primo luogo, perchè ine- vitabilmente molti suoi costitutivi sono subconsci. S'è visto infatti, che il più semplice pensiero deve in ogni momento integrarsi con dei ricordi, che si affacciano sempre soltanto in parte; sicchè il pensare con chiarezza è un procedimen- to che in un certo senso non finisce mai. Viceversa: il processo del pensare implica evidentemente la coscienza pensante, che si attua nel compierlo. Dunque la subcoscien- Za, di cui tanti parlano come se non implicasse alcun pro- blema, costituisce invece un problema dei più seri; per- chè, mentre per un verso dobbiamo ammetterla, sembra per un altro verso metter capo a una contraddizione. Ancora, il soggetto singolo è limitato : in secondo luogo, in quanto non è possibile risolvere tutta la realtà nel pen- siero di un singolo: infatti, se non altro, il pensiero del- l’altro singolo differisce, in gran parte irriducibilmente, 4a quello che io ne so; il che si conclude necessariamente da quello che io ne so. Reciprocamente : una realtà, non ri- ducentesi a pensiero pensato,è un contro senso. Anche su questo punto l’imbarazzo apparisce grave, trattandosi di conciliare tra loro elementi, che sembrano contraddittorî. — 154 — Per superare le difficoltà rilevate non c'è che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo; ammettendo, al di sopra d'ogni singolo, il Soggetto Universale. Il pensiero di questo sia: in primo luogo, tutto consapevole; in secondo luogo, creatore d’ogni realtà. (L’esserci della realtà consi- sterebbe nel suo ridursi a pensiero del Soggetto Universale). Allora, la prima difficoltà, quella inerente alla subcoscienza, svanisce: infatti quel pensiero che nel singolo è subcon- scio, essendo perfettamente consapevole nel Soggetto Uni- versale, il problema inerente alla subcoscienza è piena- mente risoluto. Anche l’’altra difficoltà è risoluta : la realtà, che non è riducibile a pensiero del singolo, essendo riducibie a pen- siero del Soggetto Universale. Avevamo già dimostrato non potersi ammettere, che 1 singoli siano assolutamente separati e tra loro indipendenti. C'è senza dubbio, in ogni singolo e come suo costitutivo, qualcosa comune a tutti, a cui abbiam dato il nome di Sp: rito, e che insomma è l'unità suprema, la ragione ultima e la causa prima del mondo. Esattamente come il Soggetto Universale, di cui ora parliamo. Il nostro discorso di poco fa non ha dunque nulla d’ipotetico. Ma importa rilevare, tra Spirito e IRORA Universale, una differenza. Il Soggetto Universale, abbiam detto, è pie- namente consapevole; perchè, se tale non fosse, le difficoltà ricordate (inerenti alla subcoscienza, e alla riduzione a pen- siero della realtà), rimarrebbero insolute. Naturalmente, se anche allo Spirito s'‘attribuisce la pienezza della coscienza, Spirito e Soggetto Universae sarebbero tutt'uno. Ma il fatto sta, che secondo alcuni filosofi (dei quali parliamo col più grande rispetto) lo Spirito non è consapevole, che in quanto è il pensante vero in ogni singolo; donde si conclude, non ie esserci punto una coscienza piena, scevra di subcoscienza. Concezione, che per le ragioni superiormente addotte non possiamo accettare. La questione che abbiam discussa, e sulla quale aggiungeremo a chiarimento alcune riflessioni ul- teriori, non è dunque di parole. $ 2. — Caratteri del Soggetto Universale, Il Soggetto Universale pensa necessariamente, perchè non esisterebbe se non pensasse. Ma da ciò non si conclude, che sia nel suo pensare determinato necessariamente. Il determi- nismo assoluto è, per quanto abbiam visto, incompatibile con la spiritualità, e dunque da escludere anche in ordine al singolo; tanto più in ordine al Soggetto Universale. Quell’iniziativa che al singolo si deve riconoscere, si déve riconoscere anche al Soggetto Universale; ma con que- sta differenza. Il singolo è originariamente spontaneo, ma in quanto è tale non può dirsi libero; la libertà essendo la spontaneità razionalmente organizzata. Invece lo Spirito, es- sendo l’unità pienamente consapevole in cui tutto è incluso è perfettamente razionale; dunque la sua iniziativa non è spontanea soltanto, ma libera. Il Soggetto Universale crea liberamente i suoi pensieri; e propriamente non crea che i suoi pensieri. Supponiamo in- fatti che creasse una realtà non riducibile totalmente a suo pensiero. Vi sarebbe in questa realtà un elemento irriducibile a pensiero del Soggetto Universale. Quest’elemento, essendo fuori del pensiero e perciò non pensato, sarebbe, o creato senza che il creatore se ne rendesse conto, o increato; sup- posizioni entrambe da escludere. S'intende che il pensiero del Soggetto Universale non è sia astratto, com'è generalmente il nostro, di fronte al quaie sussiste una realtà che non gli è riducibile; bensì perfetta- mente concreto. S’intende ancora che il pensiero creato sarà invariabile senza dubbio per quei caratteri che sono conse- guenze necessarie dell’unità creatrice; ma per gli altri può esser variabile; non potendosi al Soggetto Universale negare la capacità di produrre qualcosa di nuovo. Del resto: l’es- serci della realtà variabile prova, che il Soggetto Universale volle, senza esservi necessitato, creare qualcosa di varia- bile. In quanto crea una realtà variabile, il Soggetto Uni- versale crea pure il tempo; al quale non è sottoposto, perchè il tempo non esiste, in ordine al Soggetto Universale, che in quanto questo estrinseca una variabile attività e svanireb- be ipso facto, quando il Soggetto Universale cessasse dal realizzare, cioè dal pensare, delle novità. $ 3. — Relazione tra i singoli e il Soggetto Universale. Il procedimento, con che il Soggetto Universale crea il sin- va si riassume come segue ; | . Il Soggetto Universale costituisce di certi suoi pen- sui un gruppo connesso in se medesimo più strettamente che non con gli altri pensieri estranei al gruppo; 2. Attribuisce a questo gruppo di pensieri una coscien- za, estendentesi non oltre il gruppo, e inclusa di certo nella coscienza del Soggetto Universale, ma tuttavia distintane ; 3. Attribuisce al gruppo medesimo una iniziativa, dalla quale il gruppo è reso capace di modificare se stesso, e in grazia del’interferire, di esercitare un’azione modificatrice anche su altri pensieri del Soggetto Universale aggruppati o no. E’ appena il caso di avvertire che il costituire di certi -- 157 — pensieri un gruppo e l’attribuire al gruppo tanto una co- scienza distinta quanto un ‘iniziativa, sono tre operazioni che in ultimo si riducono a una sola. Infatti come i pensieri del Soggetto Universale costituisco- no un’unità, perchè tutti sono pensieri Suoi, cioè tutti sono inclusi nella sua coscienza; nello stesso modo certi pen- ‘ sieri del Soggetto Universale costituiranno un’unità parziale, perchè inclusi anche in una medesima coscienza limitata e. secondaria. Formare il gruppo, e attribuirgli una coscienza, sono dunque una medesima operazione. D'altra parte una coscienza è sempre necessariamente un'iniziativa; in altri termini: una coscienza, che non operasse, non potreb- b’essere tutt'al più che un ricettacolo indifferente, non la coscienza viva costituente un soggetto. Essendo la coscienza singola capace d'iniziative affatto spontanee, il Soggetto Universale non conosce in anticipa- zione il modo con cui le iniziative medesime si vanno svilup- pando. A primo aspetto quest’affermazione sembra inconci- liabile con l’onniscienza; carattere, che al Soggetto Univer- sale non può esser negato. Ma riflettiamo. 1. La detta limitazione dell’onniscienza non è riferibile a una realtà esterna; è una limitazione, che non ci sarebbe se non fosse voluta dal Soggetto medesimo; il quale po- trebbe anche non volerla, ma rinunziando in questo casa a creare dei soggetti. | 2. L’atto spontaneo, benchè non conosciuto in anticipa- zione come ora dicevamo, è dal Soggetto Universale imme- diatamente conosciuto nel suo attuarsi, perchè il soggetto sin- ‘ golo essendo, anche in ordine alla propria iniziativa, interno : al Soggetto Universale, nella coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia ipso facto anche nella coscienza del Soggetto Universale. — 158 — 3. Abbiamo già visto, che l'’indeterminismo di cia- scun atto è completo bensì riguardo al suo realizzarsi, ma non riguardo al modo con cui si realizza. Il modo è anzi de- terminato quasi per intiero dalle connessioni causali a cui l’atto è sottoposto necessariamente nel suo realizzarsi. Deriva da ciò che il Soggetto Universale, pur non preve- dendo il relizzarsi di un atto, prevede, con un’approssima- zione di gran lunga superiore a quella, con cui l’uomo più dotto formula una legge fisica o psichica, le conse- guenze anche più lontane degli atti che si vanno realizzando. Il che gli rende possibile di esercitare in ordine al mondo quella funzione teleologica di cui la parola Provvidenza «esprime la concezione comune. Notiamo infine, che l’esi- stenza di un mondo, i cui creatori sono i soggetti singoli, non impedisce al Soggetto Universale di influire sul mondo medesimo anche direttamente per via di pensieri esclusivamente suoi, che potranno modificarne anche profon- dissimamente l’accadere. I caratteri, che riconoscemmo al Soggetto Universale, giustificano e impongono la sua fondamentale identificazione col Dio delle religioni monoteistiche. Il Dio, a cui siamo giunti, è degno senza dubbio d’essere amato sopra ogni cosa, con tutta l’anima. Con ciò, la piena risoluzione del problema religioso non è ottenuta; ma il procedimento per ottenerla è indicato con sufficiente chiarezza. | $ 4. — Dio, e la scienza umana. ° Contro il teismo fu sollevata un’obbiezione, che dobbiamo discutere : ammessa l’onniscienza divina, che funzione ri- mane alla ricerca umana? L’uomo, per quante conquiste fac- — 159 — cia nel campo conoscitivo, non riuscirà mai ad accrescere il sapere d’un minima che; la sua opera è dunque vana. Ri-* spondiamo : la ricerca umana serve, se non ad altro, ad accrescere il sapere dei singoli, che non si posson dire onniscienti, e che possono tutti, per molto che sappiano, saper qualcosa di più. Gli oppositori affermano, che in ogni singolo il pensante vero sia uno solo, Dio — un Dio, il quale non pensa che nei singoli —; donde si conclude, che il sapere divino, e il sapere dei singoli, coincidano. Allora, ma soltanto allora, l’obbiezione apparisce fondata : se Dio è onnisciente, son tale anch'io; e la mia ricerca non ha senso. - Se non che, noi respingiamo l’affermazione degli opposi- tori. La discussione tra loro e noi deve cadere su questo punto: se cioè il singolo sia, o no, da identificare con Dio. Le ragioni, che fanno per noi, furono riferite più addietro, e non è il caso di ripeterle ; gli oppositori avranno causa vin- ta, se riescono a confutarle. Ma che una conseguenza della loro dottrina, da noi non accettata, si pnesenti come un'’ob- biezione alla nostra dottrina, è logicamente illegittimo. Non c’è, dicono gli oppositori, una ricerca, ma una costru- zione; che sotto un aspetto è costruzione del sapere, sotto ‘un altro è costruzione della realtà. Questo — cioè che realtà e cognizione sian tutt'uno, è indiscutibilmente vero in ordine a Dio; ma in ordine al singolo? Apro un giornale, per in- formarmi delle novità; vorreste sostenere, che le novità 'e ho create io con l’aprire il giornale? La filosofia, rispondo- no, ha tutt'altro da fare, che tener dietro ai singoli. E anche questo è vero fino a un certo segno; sostenere, che Dio è il pensante vero in ogni singolo, mi sembra un dir qualcosa intorno ai singoli. — 160 — 7 Infine : l’onniscienza divina comporta qualche restrizione, che in Dio non è un difetto, perch’Egli stesso la volle. Dio non crea il mondo umano — popoli, governi, chiese, case, argini, macchine, ecc. ecc. — che in quanto crea, e mette in condizioni favorevoli, degli uomini che lo creano. Ri- spetto al mondo umano si può dire, quantunque non preci- samente nel senso degli oppositori, che la scienza relativa è una costruzione piuttosto che una scoperta. Ma di qui non si ricava niente contro la nostra concezione di Dio PREFAZIONE: INTRODUZIONE CapitoLo I. — Il Saper volgare $ 1 — Valore del saper volgare $ 2 — Come si costruisce il saper vulgare & 3 — Continuazione - L’Esperienza $ 4 — Continuazione - La Ragione . $ 5 — Continuazione - Esperienza e ragione collegate $ 6 — Continuazione L’attività pratica . $ 7 — Continuazione - La convivenza $ 8 — Insufficienza del saper volgare & 9 — Continuazione ‘810 — I sottintesi del pensiero volgare . CapitoLo Il. — La Scienza . $ 1 — La scienza e la limitazione del campo . $ 2 — Altre considerazioni sul procedimento scien- tifico . $ 3 — La scienza non può condurre ad una conce- zione d’insieme CapitoLo III. — Le Religioni . $ 1 — Origine delle religioni PAG. 33 33 — 164 — $ 2-- Prima critica delle religioni accennate . $3— Il Cristianesimo $ 4 — Cristianesimo € filosofia CapitoLo IV. — Cenni storici sullo svolgimento della critica $1— Cartesio . $ 2 — Malebranche e Spinoza . $ 3 — Locke $ 4 — Berkeley $ 5 — Hume CapitoLo V. — Continuazione $ 1 — Leibniz - Le monadi e la loro funzione rap- presentativa $ 2 — Leibniz - Ciò che le monadi rappresentano $ 3 — Kant - La rivoluzione copernicana . $ 4 — Kant - Le intuizioni fondamentali . $ 5 -- Kant - I giudizi sintetici a priori e le categorie $ 6 — Kant - Fenomeno e noumeno . | 8 7 — Fichte a. | $ 8 — Necessità di una critica ulteriore . CapitoLo VI. — La Critica Radicale $ 1 — Opportunità di rifarsi da Kant $ 2 — Lo Spirito e la realtà . $ 3 — IH Tempo | | $4— Osservazioni critiche sulla dottrina del tempo suesposta $ 5.-- Lo Spirito ed il soggetto e n a PaG. 82 84 — 165 — . CapitoLo VII. — L’unicità del Soggetto . $ 1 — La cognizione oggettiva dei soggetti $ 2 — L'unità della coscienza . $ 3 — Discussione del solipsismo $4—- Continuazione CapitoLo VIII. — Formulazione dei problemi fondamentali $ 1 — Unità di coscienza . $ 2 — Continuazione $ 3 — Unità e molteplicità della coscienza $ 4 — La subcoscienza ; $ 5 — Inamissibilità della subcoscienza 8 6 — La dottrina dell’essere ideale di Rosmini CapitoLo IX. — Verità e Certezza $ 1 — Verità $ 2 — Certezza . $ 3 — Certezza e verità CAPITOLO X. — Il tempo, la causalità e l’accadere $ 1 — Il tempo e il pensiero $ 2 — Il tempo e l’accadere $ 3 -- La causalità come categoria $ 4 — Da che dipende l’accadere $5 — Il principio dell’accadere $ 6 — L'interferire 8 7 — Lo sviluppo del soggetto . CapitoLo XI. — Il problema conoscitivo $ 1 — Pensiero e cognizione $ 2 — L'esperienza PAG, 101 103 107 109 109 iui 114 117 117 118 119 120 121 122 125 129 129 130 — 166 — $ 3 — Continuazione : che ci fa conoscere lo studio . $ 4 — La comunicazione del pensiero e l'’interferire. $ 5 — La cognizione della realtà fisica $ 6 — Realismo spiritualistico $ 7 — La rappresentazione del mondo fisico CapitoLo XII. — I! problema pratico » & 1 — Su che si fonda la morale $ 2 — L'’utilitarismo $ 3-— Continuazione . $ 4 — Cenno sullo sviluppo storico della morale $ 5 — La morale categorica $ 6 — Critica della dottrina suesposta $ 7 — Conclusione CapitoLo XII: — Dio $ 1 — Il Soggetto Universale $ 2 — Caratteri del Soggetto Universale $ 3 — Relazione tra i singoli ed il Soggetto Universale $ 4 — Dio, e la scienza umana . 4 30007. 2 lieto albe la e » tn Ir Lin LETT f Ci cp prati LL ITTI ni n INDICE ————————————_——€€& Digitized by Google FINITO DI STAMPARE XXXI OTTOBRE MCMXXV 17 Prezzo L. 12 = .uer-  * P/9- iDinsro varisco 3174 ' 0> TORINC SUL PROBLEMA * ì$ CONOSCENZA jf*!Ì ■* l.v BERGAMO TIP. KAGNANJ K GA1.KAZZI )8fl3. ti TNTRODUZION K Che l'ordinario discorso abbia a fondamento delle norme universali, è un fatto. Queste norme sono molte, ma non s'applicano tutte in ogni discorso, nè tutte hanno una uguale importanza ; alcune essendo costrui¬ bili per mezzo di altre. Si domanda, quali di esse siano, indipendenti o primitive. Un fatto assolutamente primitivo l'ordinario discorso non è. Invero, quando cominciamo ad accorgerei di ragionare, ci troviamo in possesso di un certo nu¬ mero di notizie, che del ragionamento costituiscono l'immediata materia e che, analizzate, rivelano manifeste le teaccie di ragionamenti anteriori. L'ordinario di¬ scorso non è dunque spiegabile completa niente da sé. La domanda formulata si può intendere in relazione, o al ragionamento come un fatto semplicemente am¬ messo, o ad una spiegazione completa del fatto. Nel primo senso, cerchiamo quali siano le norme che i.1 di¬ scorso è inetto a costruire, e che p. c. son primitive in 4 ordine ad esso. Ma una spiegazione completa del ra¬ gionamento, se fosse trovata, ci darebbe anche la co¬ struzione di lineile norme, relativamente primitive. La i/uestione dunque si divide in due, spettanti la prima alla logica, l’altra alta metafisica ; le quali ven¬ nero generalmente confuse. Molti stimarono deducibili con l’onlinari(i ragionamento le norme tutte da una sola ; il che vedremo non essere vero. Altri reputarono ozioso discutere le norme, assumendone in fatto una sola, l'im¬ possibilità di pensare (o d'immaginare) in certe condi¬ zioni, e attribuendo cosi lo stesso peso agli assurdi (p. cs.: un triangolo con quattro vertici) e ai concetti non rappresentabili (g. es. : quello delle dimensioni della terra, o della velocità della luce): anch'essi cadder nel medesimo equivoco, quantunque, per difetto d'ana¬ lisi, se ne credessero fuori. Noi che trattammo le due questioni, con su facente di¬ stinzione per quanto ci pare, in altri lavori (i), le tor¬ niamo a discutere in questo ; diciamone in breve il perchè, iwccssario a conoscersi da chi voglia, dell'opera nostra complessiva, dare un giudizio o cavare un chiaro àostrutto. Gli scritti precedenti avevano per base un’ipotesi (2). La quale si era bensì procurato di formulare con la massima precisione e di chini-ire con molti raffronti; nè aveva altro scopo, in fine, se non di ridurre a una sola le difficoltà che s'incontrano discutendo sotto i di¬ versi aspetti il problema gnoseologico. Inoltre lo svol¬ gimento coerente della trattazione dovrebbe aver con¬ tribuito a fissare il significato dell’ipotesi e a dimo¬ strarne l'utilità ; mentre non si dà forse l’esempio di discussioni gnoseologiche non fondate su qualche ipotesi, espressa, o (eh’è ben peggio) sottintesa (2). Tuttavia, d'un’ ipotesi si può dubitare ch'esprima sol- tanto un modo personale di vedere, che non abbia si- unificato se non in mi cert’ordine di idee, e che quindi presupponga il sistema, a cui si cuoi farla sentire di fondamento. Sarebbe utile sindacare, con una ricerca indipendente dall' ipotesi, i risultati ottenuti per mezzo di essa. Quest’ è uno degli scopi ilei presente lavoro. La questione, logica va risoluta per la prima, (4) o la ricerca mancherebbe di base positiva.; e si risolve con l'analisi del ragionamento. La nuova analisi riproduce sostanzialmente quella che si era fatta altrove. Per l'ac¬ cennata diversità di metodo, non potevamo ritenere ac¬ quisite le conseguenze delie indagini precedenti ; abbiamo perii supposto che il lettore le conoscesse, risparmiando cosi molte dilucidazioni, che sarebbero state ripetizioni. Dilucidazioni e non prove ; del resto, molte cose negli scritti citati, quantunque coordinate all'ipotesi, ne sono Indipendenti. Che ogni discorso sia innanzi tutto e sempre un pro¬ cesso particolare ; che la particolarità d’ogni processo permetta di discutere le norme generali, non discutibili altrimenti, e anzi queste traggano la loro certezza dal¬ l'esigenza propria di ciascun fatto conoscitivo in quanto accade ; che p. c. l'universale non si debba ammettere senza spiegazione, e cioè soltanto dopo di averto co¬ struito per mezzo del particolare ; sono nelle nostre indagini, concetti fondamentali, che a noi par d’avere stabiliti, risolvendo, non trascurando, le difficoltà solle¬ vale in contrario dagl' idealisti. Ma nei due primi lavori, c'è alle volte qualche titubanza nel ricorrere a que’ concetti (à), sicché forse non sempre nè immedia tinnente il lettore avrà compreso il senso da attribuirsi a qualche discussione ; e ciò può essere stato cagione d’equivoco. Confidiamo che dalle nostre espressioni questa volta sia. svanita ogni ambiguità. Abbiamo affermato altrove la necessità di ricorrere ad un algoritmo, perchè l’analisi del ragionamento rie¬ sca sicura : in questo scritto Uaffermasione si troverà confortata di nuove dimostrazioni, che non ci paiono facilmente confutabili. Ma preghiamo s'avverta di non equivocare. Altro è voler sostituire l'algoritmo al di¬ scorso copie strumento di ricerca, altro veder nette for¬ mule fondamentali della topica matematica il solo mezzo jier /are un analisi completa e sicura de! ragionamento, ridotto alla massima semplicità. Questa (e questa sol¬ tanto) è la nostra opinione; fondata su ciò, che l'algo¬ ritmo esclude ogni sottinteso, mentre dall'ordinario di¬ scorso d sottinteso non è mal rigorosamente escludibile. In algori!nm logico avevamo già esposto altrove (0). c dedottene conseguenze, che qui vengono confermate. Quel tentativo ci pare tuttavia esatto : ma come tenta¬ tivo nostro, non possiamo pretendere sia indiscutibile. -\on parliamo delle formule, non inventate da noi, ma le formule esprimevano simbolicamente delle proposi¬ zioni costrutte con un metodo nostro. Rimaneva cosi dubbio, se l'analisi del ragionamento, costituita dal com¬ plesso di quelle formule, avesse un valore oggettivo. •s è riparato, riportando qui tali e quali, da un’accu¬ rata raccolta di formule logiche, quelle riconosciute fondamentali. La logica matematica ha lo stesso rigore e valor formale della matematica pura. La sua attitu¬ dine a ricavare dalle formule che si riferiranno una sene indefinita di conseguenze, è fuori di contestazione. Interpretando e discutendo le formule, riconosciute da essa irredueibdi, siamo dunque certi di discutere delle norme logiche davvero indipendenti (nel primo senso), os¬ sia di fondarci sopra una completa analisi del ragionameli- 7 io. E se ci riascirà di costruire le delle formule con certi mezzi, rimarrà dimostrata la sufficcnza di questi mezzi a spianare il ragionamento. La lettura di quella parte dell’opuscolo, che tratta del! al nord am Ionico, riuscirà noiosa, È un inconveniente al quale non era possibile rimediare, se à vero (7), che il processo razionale non è analizzabile in guisa defini¬ tiva, se non sia ridotto in forma alnoritmica. Però, di latte ^espressioni simboliche si dà la traduzione in lin- guaggio ordinario : e non s’ istituiscono processi alga ritmici, perchè dell’algoritmo non si fa che discutere 1 concetti fondamentali. Benché contenga dette formule, ■/ars/n m„i c un lavoro di logica matema tica : alla quale la discussione di que’ concetti è non meno estranea, che quella del numero di dimensioni attribuibili allo spazio reale, alla geometria. Pelle indagini, rispetto agli altri nostri lavori nuove assolutamente (c non solo in ordine al metodo), cre- iliamo inutile far cenno. Bergamo, Agosto 1893. ¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥¥*¥¥¥¥¥¥*¥¥¥¥¥¥¥¥ CAPITOLO 1°. LE CONDIZIONI DEL RAGION AMENTO I. Delle cose pensabili, alcune ci sembrano indipendenti da noi, p. es. una stella; altre invece sono senza più no¬ stri modi di essere, p. es. un sentimento attuale di gioia o di tristezza. Ma quando la gioia o la tristezza, oltreché provate, vengono pensate (p. es. analizzandole, giudican¬ done il valor morale, assegnandone le cagioni) l'opera¬ zione che si compie non ha niente che fare con un tentativo di mantenere o di mutare quel modo di essere. Il quale allora si distingue da noi che l’esaminiano, si contrappone a noi nell'esame; noi ci riflettiamo, come se fosse indipendente da noi, al pari di una di queU’altre cose. Si dice che la nostra affezione ò presa ogget¬ tivamente. • L'oggettività è in fatto inseparabile dal pensiero. Noi abbiamo con le cose delle attinenze reali, e delle attinenze ideali; ogni azione modificatrice tra noi e le cose.appar- 10 tiene al campo reale, ed è esclusa dal campo ideale : non si conosce la temperatura di un ambiente, se non a con¬ dizione, di non modificarla. La distinzione (anzi l’opposi¬ zione) tra i due campi sarà forse illusoria; non importa: come distinzione di fatto, essa è innegabile. Se in fatto si diano delle cose indipendenti da noi, non si discute. I nostri sentimenti non sono di certo fuori di noi; pure, noi li pensiamo come se ci fossero estranei. Comunque stiano intrinsecamente le cose, il pensiero lo considera tutte a un modo, come indipendenti dal suo proprio atto; e non è possibile che a questa condizione, poiché, supponendola non soddisfatta, troviamo di aver latto altro che pensare. Non v’è cognizione, che non sia oggettiva; reciproca¬ mente, doy’è oggettività, ivi è cognizione; quantunque la semplice oggettività non ci dia la cognizione più compita di cui siamo capaci. Al presentarcisi d’un oggetto, pura¬ mente come oggetto, non se ne conosce alcuna determi¬ nazione; s’afferma nonostante che qualcosa c’è, si conosce. Una sensazione (8) può esser oggetto del pensiero, cioè possiamo pensarci, parlarne. E può esser semplicemente • oggetto , die vuol dire, possiamo non soltanto averla, provarla, ma pensarla, e pensarla indeterminatissimamente» pensare soltanto che qualcosa è accaduto ( il puro acca¬ dere senza determinazioni). Può essere che la sensazione ( o qualche sensazione) riesca oggettiva, semplicemente, e da sé ? Non pare, e per due ragioni. L’immediato acca¬ dere è sempre determinatissimo, è quel certo accadere, non l’accadere in genere ; il semplice oggetto come tale è invece indeterminatissimo. In secondo luogo, una sen¬ sazione, è un nostro modo di essere, almeno in questo senso, che se non fossimo modificati, non sentiremmo. Ma i nostri modi di essere, come tali, non sono ogget¬ tivi. II In ogni modo, anche rispondendo affermativamente alla fatta domanda, che sarebbe assumere un’ipotesi, è pur sempre possibile separar mentalmente il fatto della no¬ stra modificazione, dal fatto che questa riveste il carat¬ tere d'oggetto, quand’anche i due in realtà si riduces¬ sero a un solo. Dicendo in seguito sentire, s’intenderà denotare il primo fatto separatamente preso. Non am¬ mettendo l’ipotesi, i due fatti sarebbero realmente distinti, e l’oggettività il risultato d’un processo, qualunque siasi. Ma la loro distinzione mentale è possibile in ogni caso ; si può dunghie dire, senza pregiudicar nulla, che noi og- gettiviamo, e parlare d’un processo d'oggettivazione. La semplice oggettivazione non ispoglia l’elemento della sua particolarità ; gli elementi pensati sono quei certi tali, benché oggettivamente presi ; non sono ancora delle nozioni universali. Quindi, il concetto a, il concetto h, ecc. (intendendo, concetti primitivi o elementari) pos¬ sono essere queste medesime lettere oggettivamente prese. Si può del resto anche usare ciascuna lettera come segno d'un altro concetto, sia qualsivoglia, purché otte¬ nuto con la semplice oggettivazione d’un elemento dato particolare. 2 . l’n discorso, o processo razionale consapevole, consta di parole, che hanno un senso all'infuori di esso, ossia di concet ti (ele mejiti oggettivi, non però semplicemente og¬ gettivi) conn essi media nte certi atti del pens iero (ope¬ razioni); e presuppone i concetti, di cui risulta. Di molti di questi peraltro è lecito supporre (in un gran numero di casi non si tratta nemmeno d’una supposi¬ zione, ma d’una notizia positiva) (9), che siano risultati 12 (li processi anteriori ; non sarebbero dunque necessari alla possibilità d'un processo qualunque. Ma la semplice oggettività, quantunque non si sia escluso che possa es¬ sere il risultato d'un processo ( anzi, si vedrà più tardi che cosi è, almeno molto probabilmente) non sarà di certo il risultato d’uno di quei processi discorsivi ( i soli, di cui abbiamo chiara e immediata consapevolezza), che la presuppongono, perchè non sono possibili, se non è dato qualche concetto. Del resto, la varietà de’ tentativi fatti per ispiegare l'oggettività, prova che 1* origine di questa è incognita, e va dunque cercata altrove che in un processo chiaramente e immediatamente consapevole. Congiungendo quest’osserazione con la chiusa del § preced., si conclude, che senza le previe oggettivazioni (semplici) di alcuni dati, niun djcorso sarebbe possibile. L'oggettività d'alcuni elementi è dunque una condizione necessaria del discorso, il che non vuol dire, nè che sia la sola necessaria, nè che sia sufficiente. E' intanto manifesto, richiedersi di più che cia¬ scun elemento sia permanente, atto cioè a rimaner nel pensiero per un tempo indeterminato, e anche a riaffac¬ ciarsi a intervalli, per un tempo del pari indeterminato. La cosa non è discutibile; non è per altro cosi liscia come alla prima parrebbe. S'io penso a dieci volte, ciascuno di questi pensieri è un fatto pscicologico assolutamente distinto, com’è distinto ciascuno degli a che compaiono scritti successivamente in un calcolo algebrico; nel pro¬ cesso però essi contano per un elemento solo. Ossia un elemento non è permanente nel pensiero, se non in quanto più elementi vi si considerano come uguali. Non si cerca, in che consista l'identità; si può per altro ammettere, che sia il risultato d'un processo d’identificazione, allo stesso modo e nello stesso senso, che l’oggettività s'é con¬ siderata come il risultato del processo d'oggettivazione 13 La permanenza d'un elemento non è inclusa nella sua semplice oggettività. Un medesimo segno può infatti ricevere successivamente diversi significati, cosi nel lin¬ guaggio usuale, come nell'algoritmo. Non v' è d'altronde uiuna impossibilità nel supporre che un elemento venga Aggettivato in un dato istante, poi in un altro, ecc.; e che tutte queste oggettivazioni rimangano sconnesse, non si facciano valere come una sola. In quello che segue, a meno che non si dica espres¬ samente il contrario, l'oggettivazione s'intenderà sempre accompagnata dall’ identificazione ossia l'oggettività dalla permanenza. Si vedrà in primo luogo come sia possibile costruire il discorso presupponendo queste due sole formo accoppiate ; le quali tuttavia non si prendono come forme universali, ma soltanto come realizzate ne' singoli ele¬ menti ; cioè, non si ragiona sull'oggettività e sulla per¬ manenza in genere, ma si suppone soltanto che siano permanentemente oggettivi certi concetti dati, a, b, c. ecc Si tenterà in ultimo una spiegazione delle forme me¬ desime. 3 . Una parola, cioè un suono articolato qualsiasi, appar¬ tenente p. es. a una lingua sconosciuto, o formata in modo arbitrario, può essere Aggettivata, al pari di qual¬ siasi altro gruppo di sensazioni. (E quanto si dice del suono, s intende anche d una figura che lo rappresenti, o dei fantasmi dell'uno o dell'altra). In questo caso per altro essa non ha significato aldino. Quanto al significalo, la parola lo riceve dalla sua connessione con un gruppo di fatti ; connessione che dovrà ! essere stata Aggettivata, non meno della parola nuda e del H gruppo separatamente preso. In varo, la parola, o denota elementi dell’ordine reale: e il suo significato si confonde quasi che indistinguibilmente con uno schema fantastico, strettamente associatole da un nesso reciproco, mediante il quale essa è collegata a un gruppo più complesso. O rappresenta un concetto astratto, ed è oramai accertato che questi concetti sono solidificazioni, ottenute per mezzo della parola, di certi processi razionali, ossia di certe successioni concatenate di fatti. Che queste connessioni siano necessarie perché le pa¬ role abbiano de' significati, risulta da ciò, che spezzan¬ dosi quelle o alterandosi, il significato della parola sva¬ nisce o muta : del resto, sarebbe strano supporre che un dato accozzo di lettere abbia un' intrinseca misteriosa virtù significativa. Supporle non sufficienti, ossia che non costituiscano esse il significato, benché ne siano una con¬ dizione, è un' introdurre un' ipotesi gratuita, dalla quale si deve prescindere, finché il prescinderne sia possibile. Conviene distinguere tra il significato che una parola puf) ricevere, e quello che essa riceve in un dato mo¬ mento (in quella tal frase, pronunziata in quelle inco¬ stanze). 11 significato di una parola in un dato monpnto, dipende dal numero e dalla natura di quelli tra gri ele¬ menti connessile, che in quel momento sono di fatto pen¬ sati. Ne risulta in primo luogo, che prescindendo pure dalle omonimie, una stessa parola è capace di moltissimi sensi, più o meno diversi, e n'assume in effetto or l'uno or l'altroj In secondo luogo, che il suo effettivo signifi¬ cato è sempre particolare. Infatti : se la parola ch'io pronunzio non risveglia alcun' immagine, nè la reminiscenza sia pur iniziale d'alcun processo, io ho detto una parola senza senso; pensandola, non penso che quel dato suono, cioè un particolare. Se, degli elementi connessile, se ne risvegliano uno, due, ecc k un determinato gruppo, il senso della parola, in quel¬ l'istante, è costituito dal pensiero di quel gruppo: sem¬ pre d' un particolare. Come si spiega allora, che le parole ("eccetto i nomi propri) abbiano anche un significato universale ; anzi, che questo ne sia il vero significato, e secondo l'opi- mone comune, e secondo il fatto ; perchè non si riesce a denotare un determinato oggetto, se non applicando certi artifizi (predisposti nel linguaggio), i quali di più son quasi sempre insufflcenti, se non vengano aiutati da circostanze esterne? I na spiegazione, di certo, è necessaria. Ma perchè sia vera spiegazione, bisognerà che : risulti dall'aver costruito dei concetti e delle proposizioni universali, senza pre¬ supporre nient'altro. che concetti e proposizioni parti¬ colari (presi in quel determinato senso che hanno nel- l'istante in cui si considerano). Perchè, siccome il pen¬ siero non ha mai a sua disposizione che una determi¬ nata materia, e similmente ogni suo atto è del pari quel tato atto determinato, ogni caso contemplato o contem¬ plabile da esso è sempre un caso particolare. Prim i dunque della domanda: su che fondamento si enunciano delle proposizioni universali ? conviene rispondere a que¬ sta altra: in che consiste un'affermazione universale? • La risposta sarà data (per quanto è possibile somma- riamente) nel Gap. V, come un’immediata conseguenza «lei procasso particolare di cui al Cap. IV. Si può dire per altro sin d'ora che la parola non ha un senso univer¬ sale immediatamente e per sè, ossia per il solo fatto che Vlenfl P ensata come significativa ; ma in seguito a una operazione nuova e distinta ; la quale, in che cosa con¬ sista, e da che venga condizionata, rimane tutt’ora in¬ cognito : ma verrà indicata dicendo che la parola è' stata soggetta all' intenitone d‘ universalità. Da questa Iti intenzione non si prescinde (ossia 1* universalità si am¬ mette come non bisognosa di spiegazione) nei Capp. II e IH.i quali non formano propriamente parte della teoria; e hanno il solo scopo di chiarirne 1' intento, e di som¬ ministrarle opportuni mezzi di verifica. 4 he considerazioni che precedono sono in perfetta ar¬ monia con de' modi di vedere, che oramai son divenuti comuni, e si possono dire acquisiti alla scienza. I,a na¬ tura propria dell'atto conoscitivo è di staccare il fallo dalla sua matrice reale, per classificarlo sotto certe ca¬ tegorie universali, ossia per universalizzarlo o idealiz¬ zarlo. Ma questo è un secondo stadio del sapere, a cui ne deve precedere un primo più concreto . nel (piale il fatto si presenti con tutta la sua attuale realtà. Se ciò non fosse, la nostra mente si rimarrebbe confinata perpe¬ tuamente nella regióne dell' ideale, c mancherebbe qua¬ lunque comunicazione colla realtà. Il sapere primo e più concreto è quello che corri¬ sponde alla semplice oggettivazione. Il fatto Aggettivato, è con ciò solo pensato come qualcosa, come indipendente da noi e da tuttodì) che non sia esso stesso. Ma non è ancora classificato; le sue determinazioni son sentite, ma non ancora conosciute, perchè non espresse con formule generali ; nel pensiero del fatto, non c' è niente che si riferisca ad altro, non vi si è per anche ravvisata una moltiplicità organica d'elementi pensati, ma lo si è preso nella sua semplicità originaria, nella sua realtà. L’uni versalizzazione vien dopo : è il risultato d' una seconda operazione, distinta almeno in questo senso, che non è sempre necessariamente associata alla prima. 17 Ma anche nell' universalizzare, e dopo d'avere univer¬ salizzato, il pensiero si trova sempre occupato intorno a ile’ particolari, s’intende già oggetti vati. Un processo razionale qualsiasi suppone delle norme da seguire (la natura e il significato delle quali verranno discussi più ol¬ tre), vogliam dire un tipo da imitare, un modello da ripro¬ durre. Ora, se ogni singolo passo del pensiero rnoi es¬ sere riscontrato a quel modello, bì richiede /’ incessante ri¬ chiamo d’ un passato e la pistone dell' identico e la re¬ pulsione de/ contrario. Ben è vero, che in tutto questo jirocesso il pensiero dee far opera di svincolarsi da’, legami psicologici e sprofondarsi ne' rapporti pura¬ mente obbiettivi. Ma questi si trasformano continua- utente in attnenze soggettive, (10) e a questo solo patto perdurano nell'anima. Di qui l'alta opportunità, per non dire necessità, di fissare i nostri pensamenti pei" mezzo di segni sensibili, e specie della parola. (U) * In ogni processo, v’è l'intenzione d’universalità che gli attribuisco un significato senza confronto più vasto di quello che gli è immediatamente proprio ; ma quest'in¬ tenzione non sarebbe niente, e non significherebbe niente se non fosse applicata a qualcosa. Il processo è insomma e innanzi tutto quel tal processo reale, determinato, e perciò anche particolare. E come particolare ha un si¬ gnificato, eh’ è il fondamento del suo significato univer¬ sale ; perché niun risultato sarebbe ottenibile con un» processo, che in fatto non si svolgesse. Quindi è a din* che ogni processo, quand'anche, sottoposto in un dato senso all’ intenzione d’ universalità, risultasse assurdo, come un processo che s’ è potuto compire su degli ele¬ menti oggetti vati, un qualche significato lo ha senza dubbio, e non può esser questione, che d’interpretarlo , -• i ' / CAPITOLO II. IL RAGIONAMENTO IN GENERALE 5 A (fioche certe parole sensate compongano un discorso sensato, conviene che si succedano in un certo ordine i notando che pure i segni d'interpunzione, rappresentati parlando per mezzo delle pause e del tono, vanno con¬ siderati come parole. Inversamente, parole sensate danno sempre un discorso sensato, purché si succedano in un certo ordine, che non è determinato assolutamente, ma dev'essere un certo tale. (12) Si deve dunque dire che le parole godono di certe proprietà combinatorie, perchè si prestano a certe combinazioni o aggruppamenti, e non a cert altri (alcuno nia non tutte le combinazioni possibili danno un discorso sensato). Le proprietà combinatorie delle parole possono venir definite con formule universali e astratte; e tali sono p. es. le regole grammaticali. Non occorre per altro che queste formule siano conosciute; nè, quand'anche si co- «oscano, le combinazioni regolari ottenute si possono credere sempre ottenute in fatto mediante un’applicazione delle formule. Le combinazioni legittime si formano molte volte in modo interamente, o quasi, meccanico; un gran numero di nessi legittimi tra le parole essendosi resi abituali sino dalla fanciullezza. (13) Ma anche quando la combinazione è deliberatamente vo¬ luta, e costituisce un atto pienamente razionale, non per questo essa è sempre la particolarizzazione d’una formula 19 «onerale, non è dedotta da questa, ma è. o può essere un fatto cogitativo senza riferimento fuorché alla sua matoria individua (s’intende oggettivata); il risultato d'un processo chiuso in sé. e tutto particolare. lo pronuncio due parole di cui penso i significati, quei significati particolari ch’esse hanno per me in quel momento, supposto ch'io non le abbiasoggettate all’ inten¬ zione d’universalità; le pronuncio successivamente, for¬ mandone un gruppo meccanico. In conseguenza dell’essersi formato de' due suoni un gruppo, i gruppi d'altri ele¬ menti che formavano separatamente i significati delle due parole, tendono per associazione a connettersi, e in qualche maniera ci riescono ; se il nuovo gruppo che risulta dalla loro connessione è oggettivabile come tale, la successione delle due parole ha un senso: in caso diverso ne è priva. (La formazione del gruppo risultante può in ogni caso venire impedita, interrompendo il processo, connettere : ciò si ottiene col diriger l'attenzione in un senso opportuno, e, come aiuto estrinseco mediante delle pause tra le parole. Sopra di che non conviene fermarsi più oltre;. Le combinazioni significative sono dunque de' risultati, determinati soltanto entro certi limiti, ma entro questi nocassariamente determinati, dai significati delle parole. Le quali dunque hanno certe proprietà combinatorie, perchè hanno certi significati, e non per altro; le loro proprietà combinatorie si possono considerar come effetti. «lei loro significati. K si dice, effetti, non conseguenze, perchè, quantunque ne siano logicamente deducibili con de processi generali, nel fatto esse reggono il disc«)rso, non in quanto dedotte, nè in quanto deducibili, che anzi non sono d'ordinario nemmeno conosciute tutte ; ma corno effetti reali del pensiero reale de’ significati. Poiché si pensano le tali parole ne' tali sensi, non è possibile com¬ binarle che in que' tali modi. Tant' è vero, che per as 20 sicurare la legittimità delle combinazioni, l'unico mezzo a cui si ricorra, quando non si ragioni in forma, è di pensare con forte attenzione i significati. Quando le combinazioni si facciano soltanto nel modo indicato, com' è quasi sempre il caso nella pratica usuale, il discorso riesce incerto e di dubbio valore. Infatti, il significato particolare d' una parola non è qualcosa di fisso, anzi varia del continuo, per quanto leggermente, e in un discorso appena un po’ lungo, anche a motivo «lolle nuove serie «li fantasmi rievocate dal discorso mede¬ simo, va talvolta soggetto a variazioni di gran rilievo. I,a variazione de' significati renderebbe già da sola il discorso meno coerente ; essa poi tira con se una varia¬ zione nelle proprietà combinatorie. E siccome la parola rosta sempre la medesima, cosi, chi esamini il discorso nel suo complesso, è indotto a crederla presa sempre nel medesimo senso : quindi a«l attribuire alla parola presa in un senso «Ielle proprietà combinatorie che le appar¬ tengono soltanto se la si prende in un altro. Di qui una confusione inestricabile. Questo genere di discorso non riesce conclusivo che frammentariamente, e quando inol¬ tre s'appoggi del continuo a dei «lati «li fatto semplici e immediati, (li) fi A riparare al difetto, si sono formulati certi principi} universali, che non si possono rifiutare senza rendere impossibile qualsiasi ragionamento ; e che, relativamente al loro significato logico (tralasciando «li cercare, se ne abbiano anche un altro) sono fuor di dubbio delle pro¬ prietà combinatorie generalissime. Per esempio : quello che è, è; ossia: una parola ripetuta ha il medesimo senso, che isolata (vi son delle eccezioni apparenti, su oui non aocade fermarsi): una cosa non può essere o 21 insieme non essere : ossia due parole di significato opposto non si possono combinare tra loro ; ecc. E da que’ principii supremi si è dedotto un intiero sistema di regole ; cioè, dalle proprietà combinatorie universali assunte come primitive, se ne son ricavate delle altre comuni a tutte le parole d' una certa classe, a certe classi di gruppi di parole. In questo modo, e la pratica del discorso venne disciplinata, e l'intima struttura dell'organismo intellet¬ tuale che la rendeva possibile, cessò di essere un’ inco¬ gnita assoluta. Ma non si potè impedire che le parole nel discorso non venissero aggruppate secondo proprietà combinatorie diverse da quelle che si erano assunte, o ricavate e di¬ scusse : per es., oltre alle regole propriamente lo¬ giche, si devono anche rispettare quelle grammaticali. Si dirà, le seconde essere conseguenze delle prime ; la qual cosa per altro, se apparisce manifestamente vera all'ingrosso, non sarebbe cosi facile a dimostrare per minuto con tutto il rigore. Comunque, chi abbia ben in¬ teso il precedente §, s’accorge che un discorso eie' soliti, nel quale i termini siano combinati soltanto a tenore di certe regole formulate, è press’apoco impossibile; o che por lo meno è impossibile accertare, se esso goda di tale proprietà. Infatti, le proprietà combinatorie do' termini non sono tutte conosciute, nè forse conoscibili ; raggruppamento che noi facciamo dei termini, non è un applicare certe regole, ma, come si notava, un effetto necessario del significato particolare che s’attribuisce a que’ termini volta per voltar I.aggruppamento viene a essere il risultato di due fattori, di uno soltanto de’ quali noi conosciamo e sappiala dirigere l’azione : laddove l’altro opera a nostra insaputa, meccanicamente; il che ci. rende ugualmente inetti a regolarlo come ad elimi¬ narlo, anzi a decidere se abbia o no concorso a deter- minare il risultalo, e, nel caso del si, in che senso vi abbia concorso. Certo, non va dato a queste riflessioni un peso ec¬ cessivo. Poiché un processo razionale non appoggiato a regole espresse, o voglialo dire schiettamente empirico, (15j ha sempre un significato e un valore appunto pai* la sua particolare o concreta realtà, a più forte ragione riuscirà conclusivo quello, che senza perdere punto della sua concretezza, può essere inoltre intenzionalmente di¬ retto, e riscontrato con delle norme ineccepibili. Ma poiché le cause ond’é resa possibile anzi facile un'in¬ terpretazione dubbia o falsa del suo significato non sono tolte assolutamente di mezzo, il pericolo rimane. S’hanno, a schivarlo, degli aiuti di più; ma de' quali non é pro¬ vata l'assoluta sufllcenza in ogni caso. é. Per eliminare dal processo il fattore meccanico, e ren¬ derlo cosi a un tempo sicuro e pienamente consapevole, CIO) non v'é altro mezzo, che fissare con precisione tutto le proprietà combinatorie di cui si vogliono supporre dotati i termini, e combinare poi questi a tenore delle dette proprietà, e d'esse soltanto. (17; Questo procedi¬ mento urta contro due difficoltà opposte. Supponendolo applicato con rigore, i termini verranno a essere, nel l'atto se anche non nell'intenzione, spogliati di qualunque significato, eccetto quello che ricevono dalle loro proprietà combinatorie (18). Purché, siccome non li combiniamo che a tenore di quello proprietà, qualsiasi nozione relativa ad essi, clic non fosse rappresentata da una di tali proprietà, rimarrebbe senza effetto sulle combinazioni, cioè sull'uso del termine, e quindi estranea al processo che si svolge. Vale a dire: l’insieme delle proprietà combinatorie attribuite a ciascun termine ri- 23 spetto agli altri, ne rappresenta in qualche modo la de¬ finizione ; intendere il termine in un altro senso equi¬ varrebbe a falsare il procedimento, se vien fatto nel corso di questo ; se vien fatto a discorso finito, e per in- terpetrarlo, condurrebbe a un'interpetrazione arbitra¬ ria, forse non assurda, ma in ogni modo non giustificata. Un processo, costruito con l’applicazione rigorosa del metodo, riuscirebbe dunque senza dubbio consapevole e coerente a sè stesso, esatto; ma vuoto. S’è visto, che le parole hanno un significato effettivo, soltanto perché vengono pensate come quei certi elementi della vita in¬ tellettuale cosi come s’è svolta davvero, prese nelle loro connessioni reali. Ma prese a questo modo, le parole hanno una propria indeclinabile esigenza combinatoria. L'usarne invece a tenore di certe norme prestabilite ed esclusive* conduce a de’ risultati, che possono essere incompatibili con gli effettivi significati, e in ogni caso non hanno con questi alcuna connessione immediata o necessaria. Cosi non si studia nè s’analizza nè si discute il fatto conosci¬ tivo : ma, giusta l’osservazione di Stuart Mill. si costruisco la matematica, e nieut’alro che la matematica. Tuttavia, per quanto sia grave questa difficoltà, siccome allo scopo del presente lavoro è necessario conoscere con precisione la struttura del ragionamento, converrà che l’os¬ servazione e l’analisi cadano su di un ragionmento con¬ dotto in guisa da riuscire indubbiamente consapevole ed esatto; cioè secondo il metodo accennato. Si dovrà poi di certo, pensare a interpetrarlo, a dargli un contenuto. Ma s’è vero che da questa seconda indagine non si po¬ trebbe prescindere, è pur verorh’essa non può venir fon¬ data che su di un'analisi precedente ; la quale riuscirebbe senza costrutto, se avesse per oggetto un ragionamento, che, a motivo appunto del suo contenuto immediato, pos¬ sedesse uria coerenza dubbia, e non fosse analizzibile con sicurezza e precisione. 24 Se non che, è possibile {un ragionamento condotto a tenore «lei metodo accennato? E' facile persuadersi, che non è possibile, se non sotto la forma d’un algoritmo analogo all'algebrico; altrimenti, l’algebra non avrebbe avuto bisogno di crearsi un linguaggio suo. Anele sup¬ ponendo stabilite ed esplicitamente enunciate, per ciascuno dei termini «la adoperarsi, le relative proprietà combi¬ natorie: il proposito «li non combinarli se non «lietro queste norme, per «pianto fermo, sarà di esecuzione difficilissima in ciascun caso, e pressa poco impossibile nel complesso. Perchè insomma i termini possono venir combinati anche diversamente ; e troppo è forte la sug¬ gestione prodotta dai loro significati abituali che non si dimenticano (nè si vorrebbe). La geometria, finché asserviva del discorso ordinario, non è riuscita a enunciare tutti i suoi postulati ; è un esempio assai convincente dell’impos- sibilità d’eliminare ogni sottinteso dal discorso ordinario, e non occorre neanche rammentare le condizioni ecce¬ zionalmente favorevoli fatte alla geometria dalla sua ma¬ teria. Invece, simboli come gli algebrici, privi di significato per sè, e che lo ricevono soltanto dal processo in cui vengono introdotti, non possono venir combinati che a tenore delle propietà combinatorie assunte; nell algori tmo v’ha dunque un' applicazione perfetta del metodo accennato, la sola che presentemente si conosca. Rimarrebbe da vedere, se sia possibile un algoritmo logico ; ma su di ciò è inutile entrare in «liscussioni, perchè la logica matematica è un fatto. 25 CAPITOLO IH. L’ALGORITMO LOGICO 8 Pei simboli semplici ili cui si fa uso, alcuni possono venir iletiniG per mezzo d’altri, vale a dire vengono introdotti per semplicità, come equivalenti a certi gruppi di quest’al- tri. Alcuni necessariamente vanno assunti come primi¬ tivi ed elementari. Questi, nello sviluppo algoritmico, non hanno significato che per le proprietà combinatorie ad essi attribuite. Gli uni e gli altri si assumono poi come equivalenti a certi termini (come simboli di certi concetti;; ma l'equivalenza, che del resto non influisce nell’algoritmo, e serve solo a dargli un significato, può essere discussa ; la discussione, evidentemente, non ap¬ partiene alla logica matematica. La quale dunque opera su de’ concetti primitivi, e su concetti definiti. Analogamente ; alcune proprietà combinatorie de’ sim¬ boli primitivi dovranno venir assunte come primitive ; altre degli stessi simboli, e quelle dei simboli definiti, s’ otterranno col processo algoritmico. Le une e le altre si considerano come le espressioni simboliche di certe pro¬ posizioni, con le quali per altro non hanno un vincolo ne¬ cessario nè che importi all’uso algoritmico, e che p. c., potrà e dovrà venire discusso. Nella logica matematica si hanno dunque pr oposizion i primitive e proposizioni dedotte. Nello scegliere tra i diversi elementi (concetti e pro¬ posizioni) quelli da considerarsi come primitivi, vi è manifestamente dell’arbitrario; cosi la medesima scienza 26 è capace di ricevere esposizioni diverse, che per altro non si escludono. Il risultato è sempre un sistema con¬ nesso dei medesimi elementi. Non badando che alla con¬ nessione del sistema, il modo della scelta (purché gli elementi primitivi siano tra di loro indipendenti) non importa; può importare sott’altri aspetti, e specialmente, in ordine : primo, alla semplicità di costruzione del sistema (va preferita la scelta nella quale il numero degli elementi fondamentali è minore) ; secondo, alla interpretabilità del sistema, ossia alla sua traduzione in un sistema di proposizioni significative e vere sotto il punto di vista logico, psicologico e metafisico. Può darsi che una scelta eccellente sotto il primo a- spetto riesca invece poco opportuna sotto il secondo. Ma l’interpretazione deve seguire la costruzione ; quindi al primo criterio va data la prevalenza. E in ogni modo, la discussione correrà tanto minor pericolo di fuorviarsi, quanto più piccolo sia il numero degli elementi su cui s'aggiri. Qui si prenderanno in esame le Formule di logica ma- matematica del prof. G. Peano (10), lavoro breve e accu¬ rato, forse il migliore dal lato della semplicità di co¬ struzione; inoltre puramente algoritmico, il che risparmia la fatica di sceverare ciò che è logica matematica, da ciò che n’ è un' interpretazione discutibile. Si prenderanno in esame i soli punti fondamentali ; e sarebbe evidente¬ mente inutile diffondersi di più. Che le nozioni e le pro¬ posizioni assunte come primitive e indipendenti sian tali di fatto (se non in quanto sarebbe stato possibile ottenerne alcune, assumendone a primitive altre, che invece si co¬ struiscono dall'A, senza per altro che ciò riuscisse a semplificare il processo ), ognuno riconosce immedia¬ tamente; quale sia il numero delle conseguenze dedotte. 27 non importa. La breve esposizione del § sg. è conforme a quella dell'A, salvo poche e insignificanti differenze. 0 1". Simboli semplici, o concetti primitivi. 1) Proposizione : con le lettere A, B,... si esprimono altrettante proposizioni ; proposizioni diverse sono e- spresse da lettere diverse. 2) Definizione : X = A ; con questa scrittura s’attri¬ buisce il nome X al gruppo A di segni, avente già un significato conosciuto. 3) Sostituzione : in un gruppo, sopprimere un segno, e scriverne un altro al suo posto. 4) Conseguenza di, oppure o : per indicare che B è conseguenza di A, o si deduce da A, ossia che B è vera, se A è vera, si scrive Af)B. 5) Congiunto con (moltiplicato per) : la congiunzione si esprime col segno -f, che viene comunemente sottin- / X teso, come il suo analogo in algebra: AB (=A jr ®)» s *‘ /x gnifica la proposizione che si ottiene affermando la A e la B. 6) Negazione di, oppure — . 7) Assurdo, oppure A ( >1 rovescio di V, iniziale di vero). 8) In fine si usano diverse interpunzioni, il cui si¬ gnificato è analogo a quello delle interpunzioni consuete, servono cioè a segnare le separazioni tra i gruppi. L’uso delle interpunzioni sarà chiarito dagli esempi che seguono meglio che non si farebbe a parole. II 0 . Gruppi o proposizioni primitive. le quali significano, che si passa da un sistema di proposizioni a un altro che n' è conseguenza, rispet¬ tivamente : ripetendo una o più volte le proposizioni enunciate , o sopprimendo alcune delle proposi¬ zioni congiunte; o invertendo l’or dine delle proposizioni congiunte, se sono due; l'ordine delle due ul¬ time se sono tre. 14) A o B. o. AC o BC; cioè ai due membri d’uua deduzione si può congiungere una stessa proposizione, 15) A. A 0 B. o B : Se è vera A, e se da A si deduce B,' è vera B. 16) A 0 B. B o C : D. A D C : Se da A si deduce B. e da B si deduce C, da A si deduce C (sillogismo). 17) B. o. A o AB : Se è vera B, da A si deduce AB: ossia, a una proposizione si può sempre congiungere una proposizione vera. 18) A = B. =: A d B. B 3 A (definizione) due pro¬ posizioni si dicono equivalenti, se dalla prima si deduce la seconda, e reciprocamente. 19) A o B. 0 . — B 0 — A : Se da A si deduce B, dalla negazione di B si deduce la negazione di A. 20) — (— A) = A : negando la negazione d'una pro¬ posizione, s’ottiene la primitiva. 21) A -j- B = — ( — A)(— B) (definizione): disgiun¬ gere, o sommare, due proposizioni, significa negare il pro¬ dotto logico delle loro negazioni. 22) A ( — A) = A : il prodotto logico d una proposi¬ zione e della sua negazione è l’assurdo. E’ manifesta l’impossibilità di ottenere questi 22 ele¬ menti con un processo universale (20) ; essi poi, nella loro universalità, non possono neanche venir somministrati dall'esperienza interna o esterna, la quale non dà che 9. A 3 A 10 . A 3 A A 11 . AB 3 A 12 . AB 3 BA 13. ABC 3 ACB particolari. .Sarebbero dunque elementi a priori, e molti di essi, giudizi a priori, evidentemente sintetici ; la lista del Kant verrebbe cosi ad allungarsi parecchio. E tuttavia alla lista manca un elemento ancora, necessariamente presupposto, quantunque non esplicitamente formulato. 10 Ogni procedimento suppone di necessità il concetto di ordine. Un complesso di proposizioni (o di gruppi simbo¬ lici) non ha valore scientifico se non dall’ordine secondo il quale vengono enunciate, a meno che non si considerino tutte come primitive. Presa infatti una qualunque tra le non primitive, si deve sapere di quali tra le precedenti si è fatto uso per costruirla (dimostrarla) ; se poi tra queste ve ne sono delle non primitive, la domanda medesima si ripete in ordine ad esse e cosi di seguito. Si risponderà, che un sistema di proposizioni ha un valore dal proprio ordine logico, il quale è un risultato del processo deduttivo, o piuttosto non consiste in altro fuorché nell'essersi certe proposizioni ottenute dedutti¬ vamente. Non isti dunque che il processo deduttivo esiga il concetto preformato di ordine; perchè il solo ordine al quale è necessità col legarlo, è segnato da esso, e da esso soltanto. La disposizione materiale degli ele¬ menti ha pur essa importanza, ma secondaria: è un aiuto o uu ostacolo secondo che è conforme all'ordine lo¬ gico, o in opposizione con esso; ma non ne è una circo¬ stanza essenziale. Se però l'ordine logico noif è tutt'uno con l'ordine ma¬ teriale, è pur vero che il processo discorsivo è di neces¬ sità ordinato anche materialmente. Se certe operazioni sono state compiute, e non tutte contemporaneamente. alcune saranno state compiute per le prime, altre dopo quelle prime, altre dopo le seconde, eoe. Rendersi uu conto preciso delle operazioni compiute, conoscere il processo, è impossibile, quando non si sappia quali ven¬ nero compiute prima, quali poi, ecc. ossia quando non se ne conosca 1 ordine materiale di successione. Se poi quest'ordine materiale abbia o no una qualche influenza sul risultato, è un punto da discutersi, cioè un teorema da dimostrarsi; a meno che se ne faccia un po¬ stulato il quale sarebbe espresso da una nuova proposi- zioue primitiva. Ma questa proposizione, o il procedimento col quale si dimostrasse quel teorema, presupporrebbero in ogni modo il concetto di ordine materiale. Lo stesso § preced. ce ne somministra delle prove di fatto. Le proposizioni 12 e 13 non hanno assolutamente alcun significato, se i simboli AB, BA, (ABC, ACBJ non si considerino come distinti, poiché supponendoli identici, entrambe le proposizioni non sarebbero che repliche della 9; ora, questi simboli non si distinguono se non per l'ordine dei loro elementi, dal quale p. c. non è fatta astrazione. Ora si discutano in breve alcuni degli elementi di cui sopra. 11 . S'ammette come primitivo il concetto di proposizione. Questo non è per altro un concetto semplice: perchè le proposizioni s'ottengono combinando de' concetti già pos¬ seduti in precedenza, e non sono dunque dei fatti sem¬ plici. per enunciarne una bisogna enunciare il soggetto, il predicato e la copula. S ammette inoltre il concetto di proposizione vera, 31 poiché il segno o posto tra due proposizioni significa : se è vera la prima, è vera la seconda. E questo concetto è abbastanza complesso, perchè sembri opportuno analiz¬ zarlo e cosi precisarlo. Intanto, le proposizioni di cui si si la uso non sono tutte vere allo stesso modo. Quelle che si possono dire semplici perchè espresse con un segno solo, per esempio A, B, C, non importa che sian vere, basta che vengano supposte tali. Ma il con¬ cetto di deduzione implica una proposizione assoluta- mente vera (categorica, non ipotetica.) Scrivere A o B significa: la proposizione con cui si afferma che B è vera sotto la condizione che A sia vera, è vera senza condizione. Si hanno dunque due classi di proposizioni vero, che hanno comune il carattere di essere vere, benché non esattamente nello stesso modo. Questa verità non si può intendere nel senso volgare, secondo il quale è vera una proposizione, che esprime la reale percezione d un fatto, perchè le proposizioni vere in questo senso non appartengono nè all’una, nè all’altra delle due classi riconosciute ; non sono ipotetiche, ma nemmeno catego¬ riche allo stesso titolo, la verità loro è di fatto e non di ragione. E nemmeno è lecito assumere senz'altro la ve¬ rità come un concetto primitivo; si dovrebbero assumere almeno due concetti, corrispondenti alle due classi di proposizioni vere. Ma è poi certo, che i due concetti siano indipendenti l’un dall’altro? rimarrebbe da vedere e alla prima parrebbe che no (21). ^Nelled.lucnlazmni alle formule è espresso il concetto identità, che del rimanente è già presupposto dalle for¬ mule e dal concetto di sostituzione che serve di base alle dimostrazioni. P. es. : si passa da un sistema a un altro che n è conseguenza, ripetendo le proposizioni enunciate anche piu volte: ai due membri d’una deduzione si può oongiungere una stessa proposizione. Il [ragionamento sa- 32 rebbe impossibile, se una proposizione non si potesse considerare come data più di una volta sola, in quel certo istante : se non fosse replicabile all'infinito. Ma il considerar noi una proposizioue in un dato istante, è senza dubbio un fatto: ora, i fatti non si replicano tutti quanti, se anzi non è a dire che, rigorosamente, non se ne replica nemmeno uno. Perché,di certo, il fatto accaduto tempo fa, e la sua replica attuale, son due fatti distinti, per quanto analoghi si vogliano. E an¬ che i segni simultaneamente pensati a, a, a, . son più segui, e non un solo. 11 procedimento non tien conto della loro distinzione, che pur è reale ; e que¬ sto non tener conto della loro distinzione, che è un elemento effettivo del processo, se anche vien passato sotto silenzio, è appunto un considerarli come identici (22). Per queste medesime ragioni, la definizione data di equivalenza riesce illusoria. Si considerino queste due proposizioni ; — 1*) Per definizione, dire che due pro¬ posizioni sono equivalenti, significa, che dalla prima si deduce la seconda, e viceversa ; — 2“) Si assumono come equivalenti le due proposizioni: u) la proposizione A e la proposizione B sono equivalenti ; e b) dalla A si de¬ duce la B e viceversa. Per trovare una qualsiasi differenza di significato tra queste due, bisogna ricorrere alla meta'isica più sottil¬ mente distillata, e forse non basterebbe; ora è ben ma¬ nifesto, che per mezzo della 2") non si definisce il signi¬ ficato di equivalente : lo stesso è dunque a dire della 1*.; Ciò è anche più palese nella scrittura simbolica 18; il segno = essendovi contenuto due volte, la prima come segno da definirsi, la seconda come mezzo di definizione, e p. c. in un senso già noto. Esso ha dunque due signi-, ficati, i quali, se fossero diversi, esigerebbero due segni; se invece, com’ è del resto evidente, coincidono, ecco che il significato del segno = non è definito, ma pre¬ supposto (23). La critica sommaria contenuta in questo e nel prece¬ dente § non infirma il processo algoritmico svolgibile con gli elementi assunti nel § y, considerato in sé stesso : ma si riferisce unicamente al significato attribuibile agli elementi medesimi, quando si vogliano considerare come i risultati di un analisi dell effettivo procedimento ra¬ zionale. Sotto questo punto di vista, non si potrebbe ne¬ gar un peso alle difficoltà messe in evidenza, ed è palese l'utilità di un tentativo diretto a superarle. capitolo V. LE BASI EMPIRICHE DELL’ALGORITMO LOGICO 13. Si assumono come dati certi elementi quali si vogliano p. es. le prime lettere minuscole dell’alfabeto latino «, b,. . . Questi elementi si suppongono in numero de¬ terminato ; il che por ora significa soltanto, che si sup¬ pone la possibilità di premiere successivamente in con¬ siderazioneciascuno degli elementi medesimi, esaurendoli, sicché niuno di essi rimangi trascurato. Ciascuno di questi elementi è un concetto fcf'r. § 1). Le operazioni fondamentali effettuabili sugli elementi dati sono: aggruppare, analizzare, enumerare, denomi¬ nare, paragonare (e quindi) affermare o negare, sostituire. Di queste, chi scrive ha trattato con qualche diffusione in altro lavoro (24), del quale si riassumono qui brevemente i risultati, con le poche variazioni richieste dalla diver¬ sità del punto di vista. Non si discutono i concetti uni¬ versali astratti dello operazioni indicate. I termini che le denotano non vengono qui usati se non in quanto ri- cevono un significato dall’esperienza oggettivata perma¬ nentemente, ma pur sempre [(articolare. Converrà descri¬ vere (affatto sommariamente) questoprocesso sperimentale. Ma le frasi con cui lo si descrive, non solo possono venire, ma vengono quasi che spontaneamente e invincibilmente assoggettate all'intenzione d'universalità (effetto dell'abitu¬ dine) quindi parrà che noi ci aggiriamo sempre tra gii universali, contrariamente a ciò che si dichiara di voler lare. E’ un imbarazzo ma non una vera difficoltà, perchè il lettore, invece che assumere nel loro significato ge¬ nerico le frasi generiche nelle quali s’abbatta, può limi¬ tarsi a compiere le esperienze e osservazioni mentali suggeritegli dalle dette frasi, e starsene senz'altro ai ri¬ sultati particolari cosi ottenuti (oggettivati permanen¬ temente). Egli può far questo, perchè una parola non perde la particolarità del suo significato, se non cessando d'essere significativa addirittura, un processo qualsiasi essendo innanzi tutto e necessariamente quel tale processo par¬ ticolare. Ciò che si consiglia di fare è dunque fatto sem¬ pre e da tutti. E’ vero [ter altro, che non si bada sol¬ tanto a quei certi elementi concreti che in un dato momento costituiscono la materia del pensiero ; si tiene conto pure di tracce lievissime d'elementi passati, d’ac¬ cenni fugaci d'elementi futuri ; mentre si svolge un dato processo, si gettano di quando in quando delle occhiate rapidissime su altri processi che si presentano vaga¬ mente e in complesso, e che non s'ignora potersi svol¬ gere a volontà, e s’alternano queste diverse operazioni conferendole sommariamente tra loro. Ma (lasciando stare che pur in questo più complesso lavoro nel pensiero non cade mai altro che una certa determinata materia il fatto, che questo lavoro ci è divenuto abituale,non) toglie realtà alla prima e più concreta fase di esso, non 35 rende impossibile, quatunque possa riuscire malagevole a chi non abbia acquistati molta abilità di riflessione, di limitarsi alla prima fase solamente, che è appunto quello che si domanda. 14 I fatti, di cui abbiamo distinta coscienza, sensazioni o rappresentazioni fantastiche, nel loro accadere immedia¬ tamente manifesto appariscono segregati, e costituiscono un dato di cui non si potrebbe fare a meno. Ma il dato non si limita a ciascun di que’ fatti separatamente preso; è dato insieme qualcos'altro, di cui ci si rende conto dicendo, che que’ fatti sono distribuiti e connessi in un certo modo. Concepire de’ fatti, non è ancora concepirne la distribu¬ zione e la connessione ; perchè ciò abbia luogo, occorre che oltre a que’ fatti, siano concepiti cert’altri elementi, che sono però sempre elementi di fatto (p. es., il foglio sul quale son distribuite o mediante il quale risultano connesse le lettere qui scritte, è reale quanto le lettere ; ma non viene avvertito, o è respinto in seconda linea, quando si concepisca separatamente alcuna di queste). Concepire i fatti, e concepirne insieme la distribuzione e connessione, è un avere de’ concetti individui, che for¬ mano un gruppo (di concetti). II significato di gruppo rimane cosi determinato dal¬ l'associazione del termine con un certo determinato ac¬ cadere. Non risulta da ciò, che ogni gruppo di concetti deva essere il concetto d’un gruppo di fatti (concepiti cia¬ scuno distintamente). Sono concepibili de’ cavalli alati, quantunque non se ne siano visti, ma perchè si è visto il modo d’inserzione delle ali su quegli animali che le hanno. 3fi Siccome del resto i pensieri sono fatti reali non meno degli altri, contraggono come gli altri delle connessioni, le quali, oggettivate che siano, ci danno il concetto di un gruppo di concetti, l’origine del quale non dipende (immediatamente) dall'esperienza esterna, ma soltanto da quella, il cui sviluppo costituisce il pensiero. I fatti esterni sono tutti connessi, o costituiscono un solo im¬ menso gruppo, l'universo fisico ; non sono però tutti uniformemente connessi. Si danuo connessioni di\eoa¬ mente energiche, e se 1 energia di certe connessioni è molto piccola di fronte a quella di certo altre, può essere trascurata; cosi l’universo si scinde in un gran numero di gruppi, ciascun de’ quali può essere conside¬ rato entro certi limiti come chiuso in sè ; intorno al quale è possibile, vogliam dire, acquistare un gran nu¬ mero di cognizioni, dotate del più alto grado consegui¬ bile d’esattezza, limitando lo studio ad esso solo. Una scissione analoga ha luogo nel nostro stesso pen¬ siero. Se non che nello svolgimento del pensiero la vo¬ lontà ha una parte essenziale ; potendo noi scegliere ogni momento tra diverse operazioni, che ci paiono (quand’an¬ che non fossero) ugualmente possibili. Oltre ai grupp i spontanei di concetti, ai gruppi cioè costituiti dalle con¬ nessioni contratte vicendevolmente da certi concetti, per il semplice fatto del loro essersi formati, vi hanno dunque altresì de’ gruppi volontari, costituiti dal nostro proposito di compire su certi concetti certe operazioni, di considerarli, tutti ed essi soli, come elementi di un solo processo. Questi gruppi volontari hann o un impor¬ tanza speciale. Cosi si ottengono i processi distinti; cioè le nostre o- perazioni mentali non si considerano come tutte conca¬ tenate, e dirette a un solo scopo ; ma si connettono in gruppi o processi diversi, ciascuno dei quali ha un prò- prio intento e un proprio carattere, e si svolge (in ap¬ parenza almeno) indipendentemente dagli altri. Due pro¬ cessi distinti o piu possono, nel loro svolgimento, intrec¬ ciarsi tra loro, senza perdere la distinzione. 15 I gruppi dati si distinguono tra di loro, non perchè vengano concepiti secondo certe forme universali, poiché si suppone che il pensiero non sia giunto ancora a questo stadio, ma per i loro caratteri empirici. La serie è un gruppo, che si distingue per un proprio carattere empirico indefinibile. Si hanno delle serie date, p. es. : gli alberi che crescono lungo la riva d'un fiume, o le operazioni (anche mere oggettivazioni) che si compiono successivamente nel pensiero. Se, di più elementi dati, fissiamo l'attenzione sopra di uno solo, e facciamo quindi variare l'elemento a cui s’attende, ossia la trasportiamo da uno su di un altro, tenendola sempre concentrata sopra d'uno solo, compiamo una serie d'operazioni. La quale però non basta a che gli elementi vengano conce¬ piti in serie ; la successione di più concetti non è ancora il concetto d una successione: questo per altro si forma, oggettivando la serie reale delle operazioni compite. Quando una serie (data, o arbitrariamente costruita, come uell’es.) consta di pochi elementi, essa può essere rappresentata e concepita tutta, pur essendo rappresen¬ tato e concepito ciascun suo elemento : p. es. : ab ; abc ; abcd ; ecc. (Dicendo, che gli elementi devono esser pochi, si vuol dire, che il doppio fatto è condizionato ; ma quan¬ tunque il termine esprima la condizione, si deve mo¬ mentaneamente astrarre dal suo significato relativamente preciso. 11 fatto ora è possibile ora no; negli esempi addotti è possibile, non lo è relativamente alla serie costituita da tutte le lettere di questo scritto ; non si vuol dire altro). 38 Concepire la serie come un elemento (un gruppo og¬ gettivo e permanente), e ciascun elemento nella serie, è avere il concetto d' un carattere che appartiene a ciascun elemento, in quanto è quel tal elemento della serie, o che dicesi il suo posto, o il suo numero d'ordine. Trattandosi di serie che possano venire rappresentate e concepite integralmente c. s., il concetto del numero d’ordine di ciascun suo elemento, e quindi anche del numero degli elementi, è pensato col pensare la serie, od è un elemento del concetto della serie. E’ dunque possibile operare sul detto elemento senza fondarsi su altro, che sulla rappresentazione e sul concetto che s’ha di quella tal serie. In altri termini : chi è in possesso delle parole uno, due, tre, (o d'altri segui equivalenti, 1 , 2, 3,) e sappia inoltre, che in una serie a è il primo elemento, b il secondo, c il terzo e 1’ ultimo (« ha il numero d’ordine 1, ecc.), non ha con ciò un concetto della serie diverso da quello di chi semplicemente pensa l'oggetto abc, o la successione di concetti che s’ottiene pensando prima a, poi b, poi c. Il concetto universale (astratto) di numero, quale si richiede a rendere possibile l’aritmetica, non è esaurito da queste concezioni e rappresentazioni seriali ; ma s’ è vi¬ sto non esser nemmeno necessario perchè in certe serie (di pochi elementi, cioè rappresentabili c. s.) il carattere che contraddistingue ciascun elemento nella serie possa venir concepito. I concetti di questi caratteri si possono dunque anche esprimere, per comodità di linguaggio, ma senza che ciò implichi un’anticipazione sui risultati di processi non ancora studiati, coi termini uno, due,.... ; primo, secondo,.... ; perchè è ben vero che il pieno si¬ gnificato di essi non può essere fissato che mediante uno studio, dal quale ora si prescinde ; ma è vero altresi, che un significato venne già loro attribuito, indipendente¬ mente da quello studio. Col processo indicato non si possono, si comprende, oltrepassar certi limiti, che per altro è impossibile as¬ segnar con precisione a priori ; l’esperienza (interna e personale di ciascun lettore) deciderà. 1G Per indicare un gruppo, gli elementi se ne suppor¬ ranno sempre disposti in una serie, separati dal segno (;), e chiusi occorrendo tra parentesi ; parentesi di varia forma servirebbero a denotare diversi modi di aggrup¬ pamento, che però non verranno particolarmente con¬ siderati. E s'intenderà, che il secondo elemento venga aggruppato al primo; il terzo, al gruppo formato dai primi due, e cosi di seguito. Quindi, il gruppo dipenderà in generale (oltreché dal modo di aggruppamento) dall or¬ dino de’ suoi elementi. Ma due gruppi, in cui il modo di aggruppamento sia il medesimo, e uguali cosi gli ele¬ menti come il loro ordine, non potranno essere diversi; dire, che i due segni (a; b ; c), (a ; b\ c) possano avere significati diversi, è quanto dire, che il segno (a; b ; c) non abbia un significato permanente ; ossia che noo s’abbia il concetto (a ; b ; c). Un gruppo potrà esser denotato con una lettera sola, e si useranno a quest’efletto le maiuscole. Per indicare che una maiuscola è il nome di un certo gruppo, ser¬ virà il segno = ; p. es. A = a ; b. Questa scrittura per altro può venire interpretata in due sensi. Il primo è quelfo ora dichiarato : con essa allora si definisce il segno A, operazione necessaria per¬ chè si possa introdurre A nel processo razionale, poiché A per ipotesi non è uno dei concetti che si suppongono dati, e d’altronde è un segno semplice, non un gruppo, e quindi non potrebb’essere costruito. Ma quando de’ segni come A, B. siano stati defini¬ ti, possiamo considerarli come de’ concetti dati, ed eseguire su di essi le medesime operazioni che sui con¬ cetti primitivi ; formarne p. es. dei gruppi ; A:B. Queste operazioni s’eseguiscono materialmente sui segni, senza alcun riguardo ai loro significati, i quali possono anche venir dimenticati allatto. Che se più tardi divien neces¬ sario ricordarli, a ciò serve la formula A ^ a:b: la quale in tal caso non esprime più la denominazione di nJt mediante A ; ma che il significato di A (di quell’A. che venne introdotto in un dato processo come signifi¬ cativo), è appunto a;b. La detta scrittura ci dà allora l'analisi del gruppo A. (Che le due interpretazioni della formula non coincidano, si rende manifesto, anti¬ cipando per un momento il concetto di proposizione vera. Una denominazione è atratto arbitraria, non vi è ragione per adottarla, ma nemmeno per escluderla, quando la si consideri essa sola; fatta che sia, e a meno che non s intenda di abolirla, conta dunque per una proposizione vera. Un’analisi invece potrebb’essere falsa ; niente vieta che sia in forza d’ un equivoco, ch’io ritengo quell’A che ho introdotto in un processo mentale essere stato definito mediante A= a:b. E’ tuttavia da notare che in qualunque dei due sensi questa formula esprima una proposizione vera, essa esprime una proposizione vera anche nell’altro). 17 La permanenza d' un concetto primitivo a, o dal con¬ cetto d’ un gruppo A, suppone che le attuali rappresen¬ tazioni oggettive di a (di A), le reminiscenze delle rap¬ presentazioni passate, e anche le anticipazioni sulle fu- 41 turo fin quanto sappiamo che a oppure A potrà essere usato significativamente anche in avvenire) si fondano in¬ sieme, in modo che ciascuna non venga considerata come quel tale elemento in fatto distinto da tutti gli altri, ma tutte valgano come un elemento solo. L’ identifica¬ zione suppone dunque un riferimento, sulla natura del quale non si fa per ora considerazione di sorta. E si può dire che questo riferimento s’estenda a tutti gli e- lementi che in un dato istante si trovano nella coscienza; poiché certi soli di essi si identificano fra loro, cert’altri pure si identificano tra loro, e vengono per ciò stesso pensati diversamente dai primi, ossia (poiché si suppon¬ gono pensati insieme) come distinti dai primi. Suppongasi ora che i gruppi A, 15 constino ciascuno di molti elementi, connessi da operazioni complicate e varie. Si pensa il significato dell' uno e dell’altro, svol¬ gendo il processo implicito in ciascuno ; questo però e- sige tempo e fatica, dimodoché nel maggior numero dei casi viene ommesso, contentandoci di operare sui sim¬ boli A, B, come fossero concetti primitivi. Se non che, rispetto a due concetti primitivi a, b, la loro diversità è irreducibile, perchè i loro significati non sono esprimi¬ bili altrimenti che per mezzo dei due segni, effettiva¬ mente diversi. Invece, i significati di A, B, possono venir pensati anche diversamente che per mezzo dei segni A, li ; la diversità di questi non è dunque sufflcente ad as¬ sicurarci della diversità dei significati. Il processo di ri¬ ferimento accennato di sopra, il quale fin che investe i segni nella loro immediata (oggettiva) realtà, di certo non li identifica, li identificherebbe forse, se investisse i significati direttamente, cosa non fattibile se questi si¬ gnificati non sono esplicitamente pensati. Questa titubanza impedisce a un processo contenente A, B di avere un significato cosi preciso ed univoco, 42 come uno che soltanto contenesse elementi primitivi. A ciò si rimedia, paragonando i significati di A. B ; la qualcosa, come risulta ormai chiaramente, non è che un estendere deliberatamente, ai detti significati quel pro¬ cedimento medesimo, che svolgendosi sugli oggetti ele¬ mentari produce la loro permanenza (li trasforma in con¬ cetti) nel punto stesso che rende manifesta la diversità dei risultati «li due o più diverse identificazioni. Se in questa guisa i significati di A, B risultano identici, si dice che A=B. Questa uguaglianza, mentre si com¬ pie il paragone, viene generalmente pensata (non affer¬ mata) come un risultato possibile : per impedire che il concetto dell’eguaglianza pensata acquisti il valore d una affermazione, si connette al simbolo dell’eguaglianza un segno particolare, che ha il medesimo uffizio della can¬ cellatura sovrapposta a una parola o a una cifra, per avvertire che non va letta insieme con le altre, senza toglierle d’esser letta separatamente ; si scriverà A— =B. Risulta cosi chiarito il significato dei termini affermare e negare. Affermare e negare è un riprodurre consape¬ volmente (mediante atti deliberati) quel complesso di cir¬ costanze, al quale è dovuto se delle oggettivazioni s’i- dentificano rendendosi permanenti (de’ concetti si fer¬ mano), o deH’altre si distinguono tra loro (si formano più concetti, e non uno solo). Questo complesso di circostanze, in quanto produce i concetti primitivi (gli elementi ne¬ cessari d’ogni processo consapevole) non è stato discusso nè studiato fin qui ; si è soltanto riconosciuto che una semplice oggettivazione non lo esaurisce. Esso, non meno dell’oggettivazione, forma la parte oscura del processo conoscitivo. L’avere riconosciuto che il fatto è sostanzialmente il medesimo, sia in quanto produce de' concetti primitivi (primitivi rispetto al processo consapevole) permanenti e distinti ; sia in quanto è il risultato del paragone tra de’ 43 risultati del processo consapevole, è importante per due riguardi. Si è ottenuto da una parte una semplificazione: poiché due elementi a e <r sono identici, basterà spie¬ garne uno, o almeno s’avrà un solo elemento sconosciuto in luogo di due. Dall'altra, il fatto, come compiuto nel processo consapevole, e parte di esso, è immediatamente osservabile (anzi, costituisce propriamente ciò che si dice osservare), è quanto si trova di più chiaro nella cono¬ scenza, benché non manchi d'.un fondo oscuro. Appro¬ fittando di quanto v' è in esso di chiaro, è sperabile si riesca a dissipare qualche oscurità del suo fondo, e quindi a intendere la natura del fatto medesimo, in quanto pro¬ duce i concetti primitivi, ossia in quanto è anteriore al processo consapevole. 18 . Le formule A=B, A—=B, si dicono proposizioni. Nell’ ipotesi che si sia ottenuta la seconda, il paragone tra A e B può in molti casi venir proseguito : e in par¬ ticolare può darsi, che, analizzando A vi si riconosca un gruppo, formato di duo sottogruppi distinti, uno dei quali sia B. Indicando con C l'altro sottogruppo, si ottiene al¬ lora la formula (proposizione) A=B;C. Evidentemente, anche le definizioni studiate poco addietro sono altrettante proposizioni affermative. 11 motivo deH’afTermazione è nei due casi diverso, affermandosi che A=B perchè dal paragone risulta 1* impossibilità di distinguere tra i si¬ gnificati di A e di B, mentre quell’impossibilità non ri¬ sulta, ma è voluta, nella definizione, con la quale all’ in¬ significante A si attribuisce un certo significato. Ma il significato deH’aflèrmazione, ossiano i suoi effetti su di un processo razionale successivo, sono sempre i medesimi ; •14 di fare cioè che i due membri di essa contino per un solo elemento. Le formule a=a, a— =ò, non esprimono il risultato d’un paragone deliberatamente fatto; sono tuttavia in¬ terpretabili, in grazia del significato già attribuito ai segni ; e intorpetrate significano : la prima la per¬ manenza del concetto a, o l’identità (indistinguibilità) dei significati di a, ossia l’avere a un significato; la seconda, la distinzione dei concetti a, b, o dei significati di questi due segni. Sono proposizioni inutili, perchè enunciandole, non si fa che dare la forma di un risultato del pensiero a ciò che era stato assunto a materia del processo razio¬ nale, senz’altrimenti elaborare questa materia. Ma la pos¬ sibilità di dare aU’elemento primitivo la forma di risul¬ tato è non di meno degna di nota (cfr. il § preced. di cui si vedono qui confermate le osservazioni). La proposizione n—a (oppure A=A) è necessaria¬ mente vera ; e la a— =a, (oppure A —=A) è ne¬ cessariamente falsa : significandosi con ciò semplicemente, che il fatto reale dell’aver noi il concetto a (dell'avere formato il gruppo A), è affermato dalla prima, e negato dalla seconda. Benché questo punto sia stato a lungo già trattato (23), alcune altre considerasioni in proposito non riusciranno superflue. Le parole : proposizione necessariamente vera, o non significano assolutamente nulla,osi prendono in un senso astratto e universale, o denotano un fatto concreto e particolare. Nel primo caso, tanto vale sopprimerle. Nel secondo si può domandare quale sia questo senso. 11 ri¬ spondere, che il concetto espresso dalle dette parole non si può ottenere combinando concetti che non lo presup¬ pongano, è arbitrario. Ed è inoltre un supporre ciò eh’è in questione; perchè s sta appunto cercando, se i con¬ cetti universali siano costruibili mediante concetti parti- colari. Di più è assurdo parlare di concetti universali non costruibili, ossia di frasi che si pretendono avere un significato, mentre si esclude la possibilità di assegnare comunque tale significato. Frasi di questo genere non a- vrebbero significato alcuno. Poiché ben è vero che a fissare il concetto la parola è necessaria ; ma l’aver la parola un senso consiste nella sua connessione con un processo, l’effettività del quale costituisce il concetto, e che, s’è un processo reale, dev'essere riproducibile. Un con¬ cetto, non esprimibile altrimenti che con quella tal pa¬ rola (p. es. vero) si ridurrebbe a niente più della parola nuda e insignificaute. S’è dovuto far uso di formule universali ; ma ognuno riflettendo sul lavoro compiuto dalla propria intelligenza nel seguirne lo sviluppo, si sarà accorto, che quelle for¬ mule, oltre ad aver quel significato universale, rappre¬ sentavano e descrivevano anzi de’ fatti determinatissimi che si compivano nel suo pensiero. Non si domanda, se non ch'egli le prenda in questo senso; e, poiché ha ef¬ fettuato certe particolari operazioni mentali, veda quale ne sia il risultato. Veda se, negando la coincidenza dei significati di due n (di due A) distintamente pensati, gli riesca di pensare quel segno come avente un significato. La non riuscita del tentativo in un determinato caso, è ciò che si chiama l’avere riconosciuta in quel caso. la verità necessaria di a — a, e la falsità necessaria di a — — a. In ogni altro caso si dovrà ripetere un ten¬ tativo analogo, e star a vedere come riesce. (20) 19 Sostituire in un gruppo A (che potrebbe anch’essere un gruppo di proposizioni, oppure una proposizione sola), di 40 cui a sia un elemento, il concetto h al concetto a è un'o¬ perazione materialmente sempre effettuabile, e che non abbisogna d'essere dichiarata. Il risultato sarà un cer- t’altro gruppo B, A e B differiscono inquanto a. diffe¬ risce da />, e non altrimenti; se la proposizione n=b è vera, e in qualunque senso sia vera, (27) anche la propo¬ sizione A=B sarà vera, e nel medasimo senso. Se dunque son vere le proposizioni A=B:Ci, B=D;C la proposizione A=D;C§ :Ci sarà parimenti vera. S’ot¬ tiene cosi il sillogismo, (28) per mezzo d’una sostituzione. Sostituire, in una prima proposizione A =B;Ci in luogo di B un gruppo che gli è equivalente in virtù d’una seconda lì ^I>:C* dicesi congiungere sillogistica¬ mente le due proposizioni. Il risultato è una conseguenza di entrambe le proposizioni congiunte. Si scriverà : (A=B;G| XB=D;Ca). o.A=D;C J ;C-. Al segno o che ha qui il medesimo significato del §9, non si potrebbe sostituire il segno = ; come risulterà in breve. La congiunzione sillogistica non si può effet¬ tuare che su due proposizioni aventi un termine medio. S’è parlato (§ 14) della scissione, che può anch’essere arbitraria, del processo razionale complessivo in più altri; ciascuno dei quali si considera chiuso in sè medesimo e senza riferimento ad altri. Cosi p. es. noi possiamo in¬ terrompere la lettura d’un libro per incominciare quella d’un altro, risolvere l'un dopo l'altro due problemi in¬ dipendenti, e anche far procedere di pari passo lo studio di duo diverse questioni, nelle quali può darsi che i me¬ desimi segni appariscano con significati diversi. E s’è anche accennata l'importanza essenziale di questa^scis- sione, senza della quale il pensiero cadrebbe a ogni mo¬ mento in contraddizione con sè stesso. E' chiaro, che due proposizioni non possono venire congiunte sillogisticamente, se cosi l'un che l'altra non 47 viene assunta come vera (anche solo in via d’ipotesi e come elemento d'un medesimo processo (20). Ma due o più proposizioni possono venir assunte tutte due come vere e come elementi d’un medesimo processo, anche se non hanno un termine medio : si diranno allora con¬ giunte semplicetnente. E’ questa la moltiplicazione logica di cui al § 0, 5. Anche due proposizioni con un termine medio possono essere semplicemente congiunte (possiamo astenerci dal raffermarne la conseguenza); anzi la loro congiunzione sillogistica ne presuppone la congiunzione semplice. Si può dunque dire, che il congiungere è sempre la stessa operazione (congiunzione semplice); soltanto in qualche caso, quando le proposizioni sono due ed hanno un termine medio, oltre alla formula che esprime 1* im¬ mediato prodotto logico, se ne può enunciare un’altra (la conseguenza ), che potrebbe anche venir ommessa, mentre però la sua negazione non può essere inclusa nel processo medesimo senz’annullarlo ; in altri casi al contrario conviene contentarsi (non volendo affermare più di quanto si sia ottenuto) della formula esprimente il prodotto logico (30). Rappresenti P(A, B)=M un processo qualsiasi, nel quale siano incluse come vere entrambe le proposizioni A, B. Scambiando A con B, s’otterra P(B, A)=N; e non vi è motivo d’ammettere, che debba essere M = N. L’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in M, e l’insieme delle operazioni eseguite sulle A, B in N, sono due fatti complessi; condizionati, per ipotesi, a questi due altri, che rispettivamente in M e in N, le A, B sono state incluse come vere. Questi, ultimi fatti, come com¬ piuti, il primo in M, il secondo in N, sono due e non un solo; ma è impossibile distinguere l’uno dall’altro se non tenendo conto delle loro due effettuazioni, sono stati enunciati entrambi con la medesima frase, son due •18 fatti identici, o l'uno la replica dell’altro. A questi due fatti, dei quali si ha un concetto solo, si riduce la con¬ giunzione di A con B, cosi in M come in N. Nel concetto di congiunzione non entra dunque niente che concerna l’ordine con cui vengono a succedersi le A, B, rispetti - ramente in M e in N, o un ordine qualsiasi in cui A, p, vengano immaginate all*infiori di M e di N. E’ dunque AB BA; e similmente si verificherebbe che ABC=ACB 20 Come si vede, mediante processi particolari, operando cioè esclusivamente su certi elementi dati e in modo pienamente determinato, si sono potuti costruire i con¬ cetti primitivi del § 9, e gli altri che la discussione ha mostrato essere inclusi in quelli. Ciò vuol dire soltanto che nella concreta particolarità di un dato processo, vi è quanto basta, purché gli elementi ne siano oggettivi e permanenti, per attribuire un significato ai termini cor¬ rispondenti, ossia per definirli, non mediante formule di significato universale, ma per via della reale associa¬ zione tra i termini o certi gruppi determinati di fatti conoscitivi. Risultano nello stesso modo costruite le proposizioni del § 9: 10, 12, 13. ; purché in esse al segno o si so¬ stituisca il segno =; e la 10, sotto una forma alquanto diversa ; il valore delle quali è il medesimo che quello dei concetti. Ognuna di esse cioè esprime il risultato di un dato processo effettivamente compiuto, e non si stende più in là. La 22 significa, che delle due proposizioni A, —A una è necessariamente vera, l’altra necessariamente falsai e procedendo come ai § § 17, 18, è facile riconoscervi 49 un risultato a cui s’é inevitabilmente condotti dal para¬ gone delle due propozioni, quando (come sempre; si sup¬ ponga che i segni abbiamo un significato oggettivo per¬ manente. Lo stesso si dica della 20. (etri nota 2»; La 21 si può ottenere come un effettivo risultato, an¬ ziché quale definizione. L’operazione del disgiungere due proposizioni ha il suo fondamento, e trae il suo signifi¬ cato, dalla possibilità di scindere il processo razionale complessivo in più altri, che non abbiano tra loro alcuna connessione almeno pensata e di cui si tenga conto, anzi dal fatto che tali scissioni hanno continuamente luogo, arbitrariamente o no. Scindere in più il processo razio¬ nale equivale ad avviare più processi (contemporaneamente o no), e, di più proposizioni pensate, introdurne, alcune negli uni altre negli altri. Le proposizioni che s'intro¬ ducono in un processo, vengono assunte o considerate ocrae vere in ordine ad esso ; quelle che se ne escludono, gli è come se in ordine ad esso si considerassero false. Di due proposizioni che penso, stabilisco d'introdurne una in un dato processo (oppure devo necessariamente intro- durvene una), senza che sia peranche fissato (o rispettiva¬ mente noto) quale delle due. Una almeno di queste in ordine al detto processo vale dunque come vera e p. c. non sono tutte e due false (§ 9, 21) (31). 21 La proposizione * a) AoB. BoA: q.A=B ossia, dall’essere B conseguenza di A, ed A conseguenza di B, segue la conseguenza, che A e B sono uguali, può 50 esse-e facilmente verificata col solito metodo, di osser¬ vare il particolare processo che le corrisponde. Se AqB, B non può essere negata, quando s ammetta A; ma si potrebbe negare A, e ammettere non ostante B; le due proposizioni sono distinte, Se inoltre Bf)A, allora, qua¬ lunque s’ammetta dello due proposizioni A, B, 1 altra non può essere negata, senza cadere nell assurdo; vale a dire, ciascuno dei due prodotti A( B), ( AJB è assuido p. e c. A e B sono uguali (indistinguibili). Nello stesso modo si verifica la proposizione. b) A=B.O : AoB. BoA. ora per semplicità di notazione si ponga (definizioni): AdB. BdA=M, A=B:=N ; le a), b) diverranno rispettivamente a) MoN b') N 0 M Congiungendo queste due proposizioni, e applicando il metodo con cui s’ è verificata la a), s’ottiene come loro conseguenza, M-=N ; cioè : AqB. BoA:=.A=B (§ 9, 18) Il terzo segno o nella a), e il primo nella b) non si può affermare che abbia lo stesso significato che nel § 19; perchè le due proposizioni AqB, BqA (dove o può avere lo stesso significato che nel § 19) non sono due ugua¬ glianze con un termine medio. Ma tra i due significati non v’ è contraddizione ; perchè nell’uno e nell'altro caso- 0 signfica, non potersi negare la tesi senza cadere in contraddizione ('nell’assurdo). L’ultima proposizione (18, § 9) non si può dire dimostrata sillogisticamente; ma si è accertata empiricamente l’i impossibilità di negarla senza contraddizione; essa è dunque necessariamente vera (cioè: se di fatto connettiamo i simboli A, 13, com’è in¬ dicato nella proposizione, non ci è più possibile assu¬ merla come falsa). Una riflessione importante. S' è visto che il discorso è reso di dubbio valore dall’ impossibilità di sottrarre le parole a delle combinazioni meccaniche fortuite, dipen¬ dente dalla loro connessione con un processo particolare. E ora per verificare le nostre formule, si ricorre sempre allo sviluppo de’ processi particolari corrispondenti. Ma ciò che rende incerto il significato delle parole, è la non coincidenza tra la parola (figura o suono, oggetti vati) e il gruppo variabile di rappresentazioni'che le dà signi¬ ficato con lo starle connesso. Nel nostrjj caso invece, a significa soltanto n (oggettivato permanentemente); A, soltanto A, se non si tien conto della definizione ; tenen¬ done conto, significa p. es. 13 ;C, il quale poi non signi¬ fica se non sé stesso, ecc. Quest’assoluta coincidenza tra il segno e il significato, o insomma, lo svolgerai flel pro¬ cedimento sui soli segni oggettivati, sopprime la detta causa d’oscillazione e d’incertezza. Il processo è dunque nella sua immediata particolarità sicuro e consapevole; a meno che non si revochi in dubbio il valore dell’og- gettivazione permanente. Siccome questo fatto primitivo fu assunto e non di¬ scusso (e s’è dimostrata la necessità d’assumerlo per av¬ viare un discorso) si è dispensati dall’esaminare quel dubbio, per ora. Quando si parla delle incertezze a cui di fatto è sottoposto il discorso, si parla di quelle che pro¬ vengono dalla causa suaccennata, presupposta la validità dell’oggattivazione; si C9rca un mezzo per cautelarsi con¬ tro l’errore, non contro l'illusione trascendentale. Questo mezzo è trovato se anche rimanessimo nell’illusione tra¬ scendentale; della quale uon accadrà discorrere se non quando si tratti di proposito dell’oggottività. 22 L’analisi di un gruppo può in molti casi venire inter¬ rotta prima che si sia giunti agli elementi ultimi e ir¬ resolubili cioè ai concetti primitivi a, b, c, . Anzi, nel discorso comune, dove gli elementi ultimi, che sarebbero le oggettivazioni di fatti rigorosamente sem¬ plici, non si possono, o sicuramente non si sanno assegnare con facilità, le analisi riescono sempre incomplete, per¬ chè niuno avrebbe il tempo e forse neanche il modo di terminarle. Sia p. es. da analizzare il gruppo A, e si riconosca, esserne elemento il sottogruppo B, senza che tuttavia B esaurisca A; il che vuol dire, che per ot¬ tenere A converrebbe aggruppare con B qualche altro elemento (in generale un gruppo,). Che un risultato simile si possa ottenere, senza che sia noto l'elemento che si dovrebbe aggruppare con B è un fatto de’ piu comuni: si sentono continuamente frasi come le seguenti: perchè il vestito sia pronto non basteranno idue giorni: le riparazioni da farsi alla casa non importeranno meno di tanto; ecc. Lo si esprime con la formula : A=B;X. Il simbolo X, separatamente preso, non ha per sè al¬ cun significato (s’ignora, per ipotesi, quale elemento con¬ venga aggruppare con li) ; esso ha un significato soltanto nella formula, la quale esprime per mezzo di esso, e senza non esprimerebbe, che B è uno ma non il solo eie- mento di A. L’avere però la formula un significato viene indirettamente ad attribuire un significato anche ad X. Formule come la superiore possono venir introdotte in un algoritmo (32), nel quale p. c. segni come X verranno a figurare, e vi saranno sottoposti a diverse operazioni: la possibilità a il significato delle quali risultano unica¬ mente dal significato che hanno le formule; ma intanto vengono ad essere stabiliti, e danno quindi un significato ai segni medesimi. E lo stesso evidentemente s’ha da dire delle parole che suppliscono questi nel discorso usuale. Se nel simbolo B;X, si sostituisce ad X un gruppo determinato C , il simbolo B;C che si ottiene non avrà un significato in generale, poiché non è detto che i due gruppi determinati B, C si possono aggruppai^ nel modo indicato con (;). E' tuttavia possibile sostituire a X un gruppo, in guisa che la sostituzione abbia significato, perchè per lo meno, A è il risultato d’un tale sostitu¬ zione. E non vi è nessuna ragione per ammettere a priori, che la sostituzione significativa possibile sia sempre unica ; in molti casi la possibilità di ottenerne parecchie è anzi messa fuori di contestazione dal fatto Rappresentino C,, C^, .. C n altrettanti gruppi sostitui¬ bili ad X e sia : Ai=B;Cy, Aj=B;Cj, .... A^=B;C„, Si possono esprimere questi risultati, dicendo che X è un elemento variabile, capace di assumere i valori Ci. C H ’, e che consegpentemente A t (=B;X) è pure variabile in funzione di X, capace di assumere i valori Ai ..... A u . Ma, se ben si riflette, si riconosce che non si sono introdotte con ciò delle semplici locu¬ zioni. S’è visto infatti, che il simbolo X, privo di significato r»i per sè medesimo, ne acquistava uno, per il solo fatto della sua significazione nella formula, cioè per il suo essere come significati vo nella formula, sottoponibile a certe operazioni determinate. Questo significato si precisa ancor meglio (si rende più indipendente dalla formula) in seguito all’osservazione testé latta; X significa, ora, l’uno oppur l’altro degli elementi noti Ci... Cn dove oppure è il simbolo della disgiunzione, e corrisponde al segno ,+ (§ 9, 21 ). Analogamente, Ax rappresenta l’uno oppur l’altro, o si voglia dire uno qualunque degli elementi K, _A». In altri termini, X e Ax sono elementi indeterminati, sono i simboli di due classi. 23 Ora si può definire la deduzione applicata a un sol gruppo, che sia pure una proposizione semplice. Si diranno dedotti da Ax tutti i gruppi che si ottengono attribuendo a x uno qualunque dei valori ammissibili per x\ vale a dire, sostituendo in B;X alla X uno qualunque de' suoi valori ammissibili. Questo modo d’intendere la deduzione concorda col precedente. Infatti, la deduzione di B;C< (p. es.) da B;X si può mettere sotto questa forma: ( A=B;XJ(X=C/ ; oA-B;C., ossia alla formula del § 19. Notando, che con piena ra¬ giono si è scritto A tanto nella prima che nell’ultima proposizione benché s’avesse potuto scrivere con egual ragione A, e A i rispettivamente. 11 simbolo .«si può con¬ siderare tanto come fisso ma incognito, quanto come va¬ riabile (non lo si concepisce come variabile se non perchè di significato incognito ; cfr § prec.) A è un gruppo fisso, analizzato incompletamente ; se si viene a sapere che il suo elemento incognito X ha il valore C< , sappiamo che A si risolve nel gruppo B;C« . Inversamente: nella proposizione: A=B;C< possiamo sempre considerare B come variabile ; se l);Cj è un valore ammissibile di B (11 che sarebbe vero anche se fòsse il solo valore ammissibile di B e quindi se B in realtà fosse costante), D;C.;Ci sarebbe uno de’ valori ammis¬ sibili di A (oppure, il solo, c. s.); la formula A=D;C* ;Ci si può adunque considerare come il risultato di una deduzione, secondo il concetto esposto in questo parag. a Vi è da fare un’importante avvertenza. Se B è co¬ stante, e D;Ci è il suo unico valore, la formula A==D;Ca;Ci ha esattamente il medesimo signifi¬ cato dell'altra A=B ;C i ; le due non differiscono che per la materialità della scrittura, cioè sono equivalenti. Il processo è solo in apparenza deduttivo. Non è il caso di osservare, che la prima formula è in effetto rica\ata dal a seconda, mediante la sostituzione ecc. ; perchè, se B è costante, ma non ne è immediatamente noto il va¬ ierò fse infatii dev'essere data a parte la formula 3 = P);Cj ), B rappresenta una indeterminata ; ossia un ele¬ mento concepito come variabile. Si ha invece una vera deduzione, quando B è Co viene concepito come) variabile. Poiché dalla deduzione intesa nel primo modo (§ 19) si ricava quella intesa al secondo, e viceversa, i due con¬ cetti dideduzione sono equivalenti f§ 21). Nella deduzione per determinazione d’un elemento variabile, un gruppo dedotto conterrà almeno un elemento variabile di meno, di quello da cui lo si è dedotto. 50 24 a) ABoA r§ 9-, 14 Si consideri B come variabile, indicandolo con X. Fifi i valori ammissibili di X, vi è A ; dunque AXqAA ;« siccome AA=A ; cosi AXqA. b) AqB. 0. ACoBC. rib 14J. Poiché AoB, posto A=M:X, sarà p. es.: B=M; N. Quinli A;C=M;X;C, B;C=M:N;C. B;Csi ottiene con una deternli- nazione della X in A;C; dunque A;CoB;C. Lo stesso vale sostituendo il segno della congiunzione all’ indeterijii- nato (:), c) A. AoB :oB (ìbid. 15;. Questa proposizione non è nemmeno intelligibile, se non ricorrendo ad un concetto più volte ricordato ; che (ioè il pensiero si spezza di latto in più processi, i quali ben¬ ché non si possano dire assolutamente indipendenti, si svolgono nondimeno indipendetemente 1' uno dall'altro, in quanto conoscitivi. Sia noto che AqB ; io posso con tuttociò escludere B da un processo, perchè in niun pro¬ cesso s’includono tutte le proposizioni vere a qualunque titolo. Oppure, posso includere B nel processo, ma senza punto riflettere, che è una conseguenza di A. Ma se in¬ cludo nel processo A, quand’anche non v’ includessi la notizia, che B è conseguenza di A, B si troverebbe in¬ cluso. d) Bo. AqAB fibid. 17;. Impossibile conginngere con una proposizione data A, 57 un’altra proposizione B, se anche B non è data fnon è inclusa nel processo,). E’ chiaro, che dev’essere data, non solamente B, ma anche A; la vera forma della d) sarebbe dunque : B.Ao. AB: ossia BAgAB ; la quale, essendo BA =AB, significa : data una proposizione, se ne deduce, che questa proposizione è data. e AgB. BgC : g.AgC (jb., 16J. Poiché BgC, sarà p. es. : B=M;X, C=M:N. Ma AgB, dunque B contiene una variabile meno di A ; sarà dunque, posto M—P;Q, A=P;Y;X. Sostituendo a M il suo va¬ lore, è C=P;Q;N; ossia AgC. f) AgB.g. — Bg—A. (ib. 19J S’è visto infatti (§ 20), che delle due proposizioni A, — A, una è necessariamente vera. Se non è vera — A, sarà dunque vera A; ma allora è vera anche B, perchè AgB; dunque, se da — B non seguisse — A, ne seguirebbe B ; cioè la proposizione B(—B) non sarebbe assurda. capitolo V.° L’ UNFVERSALIZZAZIONE 25 Poiché abbiamo l’attitudine a denominare, possiamo assumere i simboli primitivi a, "b, c ,..., non come rap¬ presentanti ciascuno sè stesso e nulla più, ma come i nomi ciascuno di un certo gruppo oggettivato di fitti interni quali si vogliano, o anche di fatti esterni. Si chiami r>8 per abbreviare, concetto empirico l’oggettivazione im¬ mediata di uu gruppo dato sperimentalmente, cioè uno di quei concetti che costituiscono la materia prima ordina¬ ria del pensiero. I simboli primitivi a, b, c, .. . rappre¬ senteranno allora ciascuno un concetto empirico. Analo¬ gamente, possiamo assumere che ciascun gruppo di sim¬ boli, A, B, C, . . . . sia il nome (l'un determinato gruppi) di concetti empirici, e cioè di un concetto empirico più complesso (o anche di un concetto non immediatamente empirico se l’agruppamento dei concetti empirici corri¬ spondenti ai simboli semplici è stato fatto in modo anche in parte arbitrario; ma di questa circostanza non si terrà conto). Naturalmente, mentr'è affatto arbitraria la scelta del simbolo semplice con cui denominare un dato concetto empirico assunto come elementare, la composizione del gruppo A, con cui denominare un concetto complesso, dipende dalle denominazioni già scelte per gli elementi di questo, e dai segni d’aggruppamento di simboli che si prenderanno come corrispondenti ai nessi che di più con¬ cetti empirici semplici ne costituiscono uno complesso. In questo modo, le formule date di sopra e tutte le altre costruibili per mezzo loro, sono capaci d'un' in¬ terpretazione. La quale per essere vera, dovrà soddisfare a certe condizioni; basterà accennare la più importante, a cui non è difficile ridurre le altre. Ogni processo algoritmico si fonda su alcune proposizioni, che vengono supposte vere ; e possono sempre venir sup¬ poste vere, purché tra loro non ve ne siano d'incompa¬ tibili (contradditorie) ; cosa questa immediatamente rico¬ noscibile. Se però i simboli rappresentano concetti em¬ pirici, ciascuna di quelle proposizioni diventerà in gene¬ rale categorica, e sarà dunque vera o falsa di necessità ; inoltre due di esse (appunto per la complessità del loro significato) potranno essere incompatibili quand’anche non manifestamente contradditorie. Per assicurarsi che l’interpretazione non sia apparente, sarà dunque neces¬ saria una discussione, forse complicata, e non effettuabile con l’algoritmo. . Ricompariscono qui le cause d’errore, per eli minareto quali venne introdotto l'algoritmo. A rendere esatta l'in¬ terpretazione, non si hanno altri mezzi, che lo spezzare i processi complicati in gruppi noti e semplici di pro¬ cessi semplici, e la diligenza ; mezzi più o meno efficaci, ma non d'assoluta sicurezza. E’ per altro da notare, che non occorre iuterpetrare se non le proposizioni assunte come fondamentali, f33j e i risultati ultimi, affidando all'al¬ goritmo il lavoro deduttivo, che è quello, in cui 1 errore s'insinua piu facilmente. Cosi p. es. si procede nell’appli- care l’algebra a delle questioni di fìsica. 26 E' possibile un'interpretazione dell'algoritmo ; ciò vuol dire, che ne sono possibili tante, quante se ne vogliono. Ninna è assolutamente arbitraria, secondo venne accen¬ nato, ossia deve soddisfare a certo condizioni ; ma sotto queste condizioni è arbitraria, perchè in line non v’jia nesso necessario tra un simbolo e un dato concetto empirico. Per comprendere il vero significato di un ossei \azione cosi semplice, si consideri un esempio ; e sia la deduzione (e, § 24; 1) AoB. BoC: O- AoC, che si è verificata con un processo particolare, gli ele¬ menti del quale erano i puri simboli A, B, ecc., oggetti¬ vamente presi. AoB è una proposizione ipotetica. Si prescinda un mo¬ mento dal linguaggio, ma non dall’oggettivazione, e si lasci 60 stare, che in tal caso il pensiero non potrebbe uscire da uno stato adatto embrionale, come s’è visto altrove. (34). Oggettivando certi dati si otterranno de’ concetti empirici ; riferendo i concetti tra loro, si otterranno due proposi¬ zioni ; riferendo le proporzioni, vi si riconoscerà una relazione di dipendenza logica, la quale si potrà anche (si concede) assumere come semplicemente ipotetica. Mh poiché non si è supposto alcun linguaggio, le operazioni descritte non si saranno effettuate, che aderendo stretta- mente alla materia data: e il loro risultato (la proposi¬ zione ipotetica, esprimente la dipendenza logica ecc.) non sarà pensato, che in quanto è pensata questa materia, non sarà in alcun modo separabile da essa; avremo un pensiero rigorosamente particolare. La stessa relazione di dipendenza, quantunque di sua natura possa venire stabilita tra quanti elementi si vogliono, non sarà pen¬ sata che in quanto corre tra quei certi elementi, e non in separato da questi ; sarà pensata particolarmente (si pensa quella relazione, non la relazione). Nell’espressione algoritmica, le proposizioni sono indi¬ cate con A, B; la dipendenza, con 0 - Questi sono ancora tre oggetti concreti, particolari ; la materia è sempre una materia data, anzi più precisamente circoscritta che nel caso precedente. Ma supposta una connessione 'una corrispondenza i tra questa speciale materia e l’ordinario contenuto empirico del pensiero, questa connessione, non potendo esser posta che dall’arbitrio, riescirà indetermi¬ nata. Quindi la proposizione AoB, nella sua realià è de¬ terminatissima, particolare ; ma considerandola come in- terpetrabile, non possiamo non considerarla come inter- petrabile in quante maniere si vogliano ; rispetto all in¬ tenzione interpetratrice, è indeterminata. Lo stesso dicasi dell’altra premessa e della tesi. 61 Siansi assunta A. B, C, come rispettivamente equm- leiiti a tre proposizioni di significato empirico per mezzo di tre convenzioni : poiché la 1 è verificata con «n pro¬ cesso particolare, in simboli , l i sostituibilità degli ele¬ menti Mentici non ci lascia dubbio sulla verità d. ciò che diviene la 1 sostituendo ai simboli i significati, purcho questi sian tali, da non renderà falsa o insignificante niuna delle premesse. Rimane cosi stabilito, che sia pensare un concetto una proposiziono universale (35). K' pensare un pascolar simbolo, o un gruppo di simboli, con V intenzione, che ciascun simbolo particolare sia il nome di un qualche gruppo empiricamente dato fe oggettivato. Per ì simboli primitivi, questo gruppo è assolutamente indeterminato. pei gruppi di simboli, è ancora indeterminato, ma deve soddisfare a deile condizioni (di cui al § preced.), che si fanno sempre più restrittive ili miao in mino che cresce la complicazione del gruppo simbolico. Quello che dei simboli, è a dire, con delle variazioni facili a trovare, ilei termini del consueto linguaggio. Ea necessità di un linguaggio per la formazione di concetti .universali è cosi nuovamente dimostrata (30). 27. Se X è variabile, capace dei valori B„ Bj , . . • Bfi • ‘ se introducendo A;X in un algoritmo, senza supporre sostituito ad X alcuno de’ suoi valori, si dimostra che A,X gode di una certa proprietà, godranno della proprietà medesima tutti i valori A;Bi,^ A.Bj, . • • A, ti i - - • Cosi una proprietà, riconosciuta in un simbolo particolare con un procedimento particolare, può essere concepita come comune cioè universalizzata. E sé vis o a iove - 02 clie un simbolo della forma A:X corrisponde al concetto di classe. (37). Immaginando che, nelle formule del § 9, A, B, C, . . . siano simboli variabili, ossia rappresentino proposizioni qioiH si vogliano , l'algoritmo è universalizzato in ordine a sé stesso : vale a dire s’ottengono i principi universali del ragionamento. Che vuol dire, immaginare che A, B, (J... siano simboli variabili? Certo che in un processo algorit¬ mico, ciascuna delle A, B, C, . rimane qual’è, e, come s'é detto più volte, non rappresenta che sè stessa; siamo sempre nel particolare. Ma l'introduzione de' simboli variabili è,stata giustifi¬ cata 0? -22). Immediatamente, un simbolo variabile non ha significato che quale elemento d’un gruppo, e come o- spressione di un'analisi incompleta; ma il significato che esso ha nel gruppo no permette l'uso algoritmico, e gli (la cosi un significato indipendente. E il simbolo variabile, usato da solo, per la sua indeterminatezza non si può non considerare determinabile ad arbitrio, cioè atto ad assumere valori quali si vogliano. Considerare le A. B, C,.... come variabili arbitrarie, è dunque un adoperarle come costanti* sapendo che possiamo sostituire in loro vece quelle pro¬ posizioni che vogliamo, e dirigendo l’intenzione su questo nostro sapere. Parrà strano, che il risultato più complesso dell’intel¬ ligenza s’ottenga per mezzo della sua imperfezione; poiché l'origine de’ simboli variabili stà nella nostra inetti¬ tudine a compire certe analisi. Ma se noi avessimo una cosi grande potenza e lucidezza di mente, da tener dietro senza confusione e senza dimenticanze a tutti i processi particolari, avvertendone con distinzione le più minnte circostanze, forse gli universali c i sarebbero inutili. Ogni strumento suppone un difetto, a cui ripara. 28 (VI Chi non fosse rimasto ben capace «iella spiegazione ad¬ dotta, dovrebbe innanzi tutto esaminare , se ve ne sia un'altra possibile. Non si spiega nulla, p. es. ricorrendo a elementi ipotetici, estranei al fatto immediato del pen¬ siero, come sarebbero le idee prese in senso trascendente. Infatti non basta che vi sia un’idea in sè intuibile,convien che la parola ce la faccia intuire; e siccome la parola non adempie tale uffizio per una propria virtù miste¬ riosa, ma soltanto per mezzo delle sue connessioni; né si vede a che serva, in ordine all'intuito d’un' idea uni¬ versale, la connessione con un gruppo particolare, il solo pensabile positivamente in ogni caso ; si ricade nelle medesime difficoltà. Un osservatore spassionato e diligente non tarda ad ac¬ corgersi, che l'addotta spiegazione si riduce a una som¬ maria ma fedele descrizione del fatto. All 'osservazione volgare non riflessiva il fatto pare più semplice che non sia, perchè abituale; e del resto può anch'essero, anzi è quasi sempre più semplice che non lo si sia descritto. A intenderne il come, si rammenti, che della possibilità di rievocare un numero indeterminatamente grande degli elementi connessi con la parola, e di compiere su di questa un numero illimitato d’operazioni future, si può avere non soltanto la cognizione (associando la quale alla parola Aggettivata e connessa di fatto a un certo gruppo, la parola vien sottoposta all'inteuzione d’universalità); ma un sentimento il quale, benché possa riuscire più o meno vivo e distinto, sorge però sempre spontaneo ossia è un effetto meccanico della parola sentita. Il senti¬ mento non è la cognizione; ma può rappresentarla, es¬ serne in qualche modo il segno. 04 L’uso djl linguaggio dicasi volgarmente ("non a torto,/ razionala, quando serve al consegui mento di certi scopi prefìssi. Ora, a ciò non si richiede che tutto quanto è pensabile ne' termini adoperati sia pensato in effetto ; si tratterebbe dell'impossibile. Basta che nel lavoro di concatenare i termini nelle varia proposizioni si abbia una guida, un mezzo qualsiasi, che permetta di prose* guirlo nella direzione opportuna, e di correggere le de¬ viazioni eventuali. E il sentimento, quantunque non sia propriamente norma, è appunto il mezzo, l'aiuto richiesto ; esso colle sue oscillazioni incessanti, la qual cosa più che avvertirci se i termini vengono combinati più o meno couveuientemento ("che somministrare al pensiero l’eccita¬ mento e una prima materia a formulare de' giudizi^: s'intromette addirittura nell’opera in corso, e con la sua propria energia la dirige al (lue desiderato, e spesse volte più presentito che voluto, cioè piuttosto fissato da un sentimento che formulato in una notizia positiva. Quindi si capisce, che oggettivando il sentimento, a noi deve sembrare di conoscere tutto quanto si richiede a rendere possibile razionalmente un dato processo ; e nel fatto, quella che noi chiamiamo un'idea universale, è molte volte una mera oggettivazione d’un sentimento di questa sorte ; il quale viene cosi a far da segno d’ una cognizione. 29 A chi è avvezzo, per lunga consuetudine, a identifi¬ care 1’ universale col divino, un tentativo di costruirlo col particolare dovrà parere empio, e, sotto l’aspetto scientifico, inconcludente. Impossibile cogliere a questo modo il vero universale, norma luminosa e perpetua del- 05 l’intelligenza. La questione peraltro non è, se vi sia un universale divino, molto meno se vi sia un divino (la qual cosa non si mette menomamente in forse, e anzi è confermata da queste ricerche); ma se l'universale che è norma della nostra intelligenza possa essere quello cho si è costruito. E a dimostrare (a fortiori) cosi es¬ sere in fatto, non sarà inutile, alle osservazioni del § pre. aggiungerne qualche altra, donde risulterà, che de’ pro¬ cessi, razionali senza dubbio, possono essere svolti, senza introdurvi in tutta la sua pienezza nemmeno 1* univer¬ sale costruito. Si consideri la serie delle operazioni che servono a risolvere p. es. l’equazione di 2.° grado : x- px q — o Ciascuna cade sulle lettere x, p, q, sui segni +, =, ecc. ; e questi son tutti materialmente coucreti. — Ma questi segni si combinano a tenore di norme universali. — Che le proprietà combinatorie dei detti segni siano espresse in formule, già universalizzate, non si nega di certo ; come non si nega 1’ utilità dell’attitudine a pensar le dette formule universalmente; benché si debba pure ammettere dall'altro lato, che ogni qualvolta occorra di ricordarne una, per eliminare un dubbio, il pensiero cade pur sempre su di una certa formula concreta, e f ap¬ plicarla al caso non è mai altro, che il sostituire nella formula certi elomenti a cert’altri, operazione del pari concreta. Ma le combinazioni si fanno, perchè si sono contratte certe abitudini, (s’ intende, per mezzo di uno studio an¬ teriore/ In ogni fase del processo, noi applichiamo ora l’una ora l’altra dell'abitudini contratte. Ciò che a noi dà una fiducia completa nel processo che svolgiamo, non è tanto la possibilità di ridurlo nelle sue varie fasi a certi tipi prestabiliti ; quanto l’esigenza concreta delle' singole operazioni che si compiono, de’ singoli concetti che via via si assumono fé l’assumere i quali è pur sempre un compiere delle operazioni). Avendo ammesso questo, e fatto quest’altro, noi non ci possiamo esimere dal- l'accettare quel tale risultato ; perchè il rifiutarlo sa¬ rebbe un distruggere l’oggettività del nostro attuale pensiero. Al paragone, la fiducia diciamo cosi astratta inspirata da delle norme universali, il valor delle quali; cosi come sono pensate, è del resto subordinato alla fe¬ deltà della memoria, la quale va soggetta a sbagliare, conta ben poco. Anzi : noi non abbiamo altra certezza di rammentar bene e d' interpretar a dovere una for¬ mula, se non questa medesima esigenza, che si riconosce nel fatto concreto oggettivamente considerato. Quest’oggettività dovrebbe bastare a chi si spaventasse delle possibili conseguenze d’una teoria, che sembra ma¬ terializzare il pensiero. Essa basta ad assicurarci, che una distinzione, almeno di fatto, c’è tra l’accadere cogi¬ tativo e qualunque altro accadere a noi noto. E se non bastasse, nient’altro basterebbe. Sia pur anche l’univer¬ sale un elemento sui generis, non ricavabile dall'ogget¬ tività ; se l’accadere meccanico o schiettamente fisico fosse capace d'assorgere alla seconda forma, perchè non dovrebbe arrivare anche alla prima? CAPITOLO VI. LE SINTESI A PRIORI 30. S’è visto come i giudizi sintetici a priori che, in nu mero non iscarso, parevano indispensabili alla possibilità del processo razionale, siano tutti costruibili con un prò- G7 cesso particolare, siano insomma de' risultati dell' espe¬ rienza interna, ammesso per altro che si tratti d'un'e¬ sperienza mentale, vale a dire oggettiva, e permanente. Conviene ora discutere, se si diano altri giudizi sinte¬ tici a priori. La forma della cognizione si può dire spie¬ gata. ma non è ancora spiegata la cognizione, finché non si sia osservato, se l'applicazione della forma alla materia data abbisogni o no di cert’altri principii; e, nel caso del si, se questi principii siano costruibili in qualche modo, o devano esser dati ossi medesimi, al pari della materia. Prima però, è utile rispondere ad un’ obbiezione gene¬ rale, che probabilmente il lettore avrà formulata fin dalle prime linee ili questo scritto. Assumendo senz'altro l’ oggettività e la permanenza del pensiero, si dirà, non si spiega in effetto nulla; non si fa che trasportare la difficoltà da un punto all’altro. Non si fa che trasportare la difficoltà; verissimo; con ciò per altro si ottengono delle semplificazioni. TI pro¬ blema della conoscenza consta di molti altri, talmente aggrovigliati insieme, che il solo enumerarli sceveran¬ doli distintamente non è una facile impresa. Questa è per altro la prima cosa da tentarsi ; e, che finora qual cosa si sia fatto in questo senso, la stessa obbiezione ri¬ ferita lo riconosco. Pire che costruendo i principii formali della ragione per mezzo dell' oggettività e della perma¬ nenza il problema è spostato e non risoluto, è un am¬ mettere che delle due questioni: come si conoscano i principii, e come s’ ottenga un pensiero oggettivo e per¬ manente, la prima è ridotta ‘alla seconda. La seconda sarà trattata a suo tempo. E quand’anche, studiandola in particolare, la si trovasse ridursi ancora alla prima, qualcosa rimarrebbe del lavoro compiuto ; si sarebbe ciò messo in chiaro, che di questioni ve u' ha una sola, e non due irriducibili tra loro, "è sarebbe cosi p co. Il metodo medesimo di semplificazione verrà ora ap¬ plicato alla discussione de’ principi), che si potrebbero dire misti, ond'è resa possibile l’applicazione de’princi- pii puri sopra ricordati alle varie materie. Anche qui torna opportuno connettere lo studio con una speculazione, se non indiscussa, d’un’autorità ricono¬ sciuta; renderlo al possibile indipendente dai modi dà vedere personali dell’ autore. Invece dunque di andare cercando in astratto quali possano essere que’ principii misti, sarà meglio prenderli quali furono enunciati da 15. Kant; il primo che abbia sollevata la questione, trat¬ tatala di certo con acume e profondità, e condottala . press’ a poco al punto, dov’ essa si trova presentemente. 31. Il giudizio espresso dell' identità 7-|-5=12, è analitico o sintetico ? (3<S). E, posto che fosse sintetico, è a priori o a posteriori? Bisogna prima di tutto distinguere, se la serie nume¬ rica si suppone già formata, almeno lino a 12, o no. Nel primo caso, il giudizio è indubbiamente analitico. Infatti: pensare 12, è pensare il nudo segno nella serie 1, 2, ecc. ; quindi pensarlo come maggiore di 7 (come un elemento che viene dopo 7), e non solo, ma precisamente come il quinto dopo 7. 15’ vero, che 12 può esser pensato anche in altri modi ; p. es. come l’ottavo dopo 1, oppure come il secondo dopo 10 che è il quarto dopo 0 ; ecc. Ma tutte queste maniere di comporre 12 sono semplici immediate conseguenze dell'aver pensato 12 nella serie. Tutti questi giudizi corrispondono dunque a quest’ altro: il triangolo è una figura di tre lati ; cioè sono analitici ; son forme » 09 particolari (incomplete) del concetto fondamentale, ch’è il pensiero de’ segni presi, non separatamente, ina in quella serie determinata. So poi la serie numerica non si presuppone già for¬ mata almeno fin a 12, la questione non ha senso alcuno, nei termini in cui è stata posta. Infatti allora non s' ha punto il concetto di 12; quindi, ammesso che s’abbia il concetto di 7 ; 5, l'uguaglianza 7+5 12 non afferma una relazione tra due concetti. 11 giudizio non è para¬ gonabile a quello che si enuncia, dicendo p. es. : questa medaglia è di bronzo ; dove medaglia e bronzo sono con¬ cetti : non si può dire abbia la medesima forma, differen¬ done per i - origine (a priori invece che a posteriori). Esso non è che la pura definizione del segno 12, privo affatto di significato all' infuori del giudizio. Ora la definizione d’un segno (l’imposizione d’un nome a un dato concetto) è senza dubbio un giudizio sintetico. Supponendolo a priori, non sarebbe però mai uno di quelli, sui quali il Kant ha creduto dover richiamare l’at¬ tenzione degli studiosi, come includenti un mistero im¬ penetrabile. Quando un giudizio esprime, o ci sembra invincibilmente che esprima, una verità oggettiva e ne¬ cessaria, o bisogna spiegarlo, o dichiarar insolubile il problema della conoscenza; e l’essere il giudizio a priori potrà costituire una ragione sufficiente per crederlo ine¬ splicabile. Ma posto che il significato d’ un giudizio non sia che di fissare in modo convenevole e arbitrario l’uso di un segno, non sarebbe più giustificato il farci attorno tanto rumore. Se il giudizio è a priori , vuol dire che noi abbiamo energia sufficiente a stabilire delle conven¬ zioni, senza fondarci sull'esperienza; queste convenzioni sono artifizi che facilitano più o meno il nostro discorso, ma, nè ci danno conoscenze nuove, nè è poi tanto diffi¬ cile astenersi dal credere che ce ne diano ; i differenti 70 sistemi di coordinate astronomiche, da niuno vennero presi per notizie intorno alla distribuzione degli astri. D altronde, è più che dubbio se queste convenzioni siano a priori. 11 concetto che si vuol denominare, se è un concetto e non un processo meramente soggettivo, a\ ia gin un espressione simbolica (mediante parole o al¬ tri segni; 7+5 nel caso considerato), perchè n’assuma una nuova, basta che si stabilisca una connessione mec¬ canica (in via sperimentale) tra la formula precedente e qualche altro elemento; se questa connessione viene Ag¬ gettivata, e convertita cosi in una corrispondenza, il nuovo elemento diviene il nuovo segno, il nuovo nome del concetto. E' evidente p. es., che il seguo 12 è il ri¬ sultato di una deformazione dell - altro 10+2; che è della medesima natura di 7+5. 32. Ma è possibile formarsi il concetto di 7+5, se già con la serie numerica non si è arrivati a 12, supposto p. es. che 7 sia 1 ultimo numero formato? Evidentemente no; in questo caso, l’operazione 7+5 non sarebbe effettuabile con gli elementi che si possiedono, e la formula non a- vrebbe dunque senso alcuno; come non ne hanno le for¬ mule 5—7, | -9, per chi non si sia già formata la serie de’numeri negativi e immaginari; come non ne ha mai la formula 3[5se l’unità è concreta e indivisibile (p. es.: uomo). La questione dunque, presa nella sua forma generale, si riduce alla seguente : come siasi potuta formare la se¬ rie numerica. E questa è risoluta (39). L uomo pensò i primi dieci numeri, oggettivando la serie effettiva delle sue dieci dita, e servendosene a sta- 71 bilire delle corrispondenze tra gli elementi di essa e al tri elementi dati; formò le prime dieci parole-numeri oggettivando e cosi ponendo come corrispondenze delle connessioni meccaniche fin qualunque modo prodottesi ) tra la serie detta oggettività, e una serie, che venne del pari oggettivata, di suoni. Ponendo le dita, non sempli¬ cemente come serie, ma come un gruppo stabilmente connesso (e il gruppo è in vero stabilmente connesso da vincoli meccanici ), senza tuttavia astrarre dalla sua svol- gibilità in serio, ebbe il concetto d’unità di second'ordine, ossia di decina ; e cosi di seguito. Da ciò risulta la possibilità di oltrepassare un qualsiasi limite raggiunto nel formare la serie numerica, e d’ ol trapassarlo senza ricorrere ad altre operazioni che l’og gettivaro e il far corrispondere ( eli' è pur sempre un oggetti vare). Infatti : dato il numero a, prendendolo come un gruppo (come 1) si può immediatamente formare 2 a (si può anzi arrivare fino ad a 9 perchè per ipotesi si sa contare tino ad n)\ ma il nuovo a posto si risolve, come identico al dato, in una serie, la quale corre di seguito alla prima; cosi si forma il concetto di qualunque numero compreso tra a e Za. Questo processo ò illimitato, perchè perfettamente cir¬ colare; subordinatamente però a un complesso di segni, che permettano di (issare il posto nella serie di ciascuna delle successive posizioni, e cosi d’approfittarne. Donde la necessità della numerazione scritta. Nella parlata, è un grand’ imbarazzo quel dover coniare una nuova pa¬ rola per ogni nuovo ordine, d’unità. Ci si è rimediato, più che sufilcientemente per la pratica, formando i gruppi d’unità, pei quali soltanto le parole sono necessarie : milione, bilione, trilione, ecc., numerando all’italiana. Ma in astratto restano sempre le medesime difficoltà. La numerazione scritta invece non conosce confini; ed essa, traendo il proprio significato dalla propria disposizione seriale, prova ad evidenza quanto s'è notato più addietro, che pensare un numero non è se non rappresentarsi og¬ gettivamente una serie, e rilevare il carattere che un dato elemento di questa assiime dal suo essere pensato natia serie (in quel dato posto, effettivamente occupata). L’illimitatezza del processo importa non solo la possi¬ bilità di proseguirlo quanto si vuole; ha inoltre un senso anche più immediato. Nella sua attitudine a mettere in opera il processo, 1’ uomo, senza pur quasi avviarlo, per¬ cepisce, vagamente, però in modo che può sempre venire determinato quanto bisogna, percepisce un campo scon¬ finato apertogli dinnanzi, e nel quale tutte lo sue com¬ binazioni troveranno il posto conveniente. Ossia: dati i numeri qualunque a, b, v' è sempre un numero che nella serie è il b"' .dopo a. Questo numero, sia o, può essere definito o concepito in molte maniere diverse, le quali tutte significano, elio esso è quel certo termine della se¬ rie: e però una qualunque delle dette maniere non la che enunciare sott'una o altra forma il concetto mede¬ simo espresso da r. Vale a dire, i giudizi come a+b~c sono sempre analitici. 33 * L'opinione kantiana non manca di un fondo di verità; ma è viziata dell'aver confuso elementi che andavano te¬ nuti distinti, la qual cosa accade non di rado agl’ ingegni molto acuti, che trattano una data materia senza disporre di tutti i mezzi che vi si richiedono. 11 giudizio aritme¬ tico non esprime un puro e semplice fatto, percli’è uni versale e assoluto, dunque a priori. Sta bene ; ma non ha senso» fuorché supponendo preformata la serie nu¬ merica ; e in questo caso è analitico; la universalità e assolutezza importano questo soltanto : che, quando si ha un concetto, si ha per l’appunto questo concetto.. Non si pretende con ciò, che non vi sia mistero sotto : ma non c’è sotto alcun mistero particolare al giudizio aritmetico ; secondo affermava il Kant. Se poi si considera la serio numerica, non c’è dubbio ch’essa non si può costruire analiticamente : ha dunque un’origine sintetica. E di nuovo sta bene : ma si tratta d’nna sintesi mentale (a priori) o meccanica (a poste¬ riori) ? Che l’uomo, quand’è in possesso della serie nu¬ merica, possa far delle addizioni, è noto ; ma sarebbe un’ illusione strana" immaginarsi, che col medesimo pro¬ cesso si] sia formata la serie medesima. Alllnchè il dire che s’ottengono i numeri con V unire delle unità sia un dir qualcosa, bisogna evidentemente che sia detto, cosa s' intenda per unire, perchè la] parola ha molti sensi, che non fanno tutti al caso. E questo non si può fare, perchè l’unire in aritmetica, se non significa l’operazione con la quale s'ottengono i numeri, non significa niente. Ma l’uomo trova infatto degli elementi meccanicamente connessi in certe serie ; stabilisce delle corrispondenze tra quelli, e gli elementi d’una serie molto semplice a lui familiare; le reminiscenze di questi fatti si connet¬ tono meccanicamente con certi suoni, e queste connes sioni vengono alla loro volta assunte come corrispon¬ denze. Così sorgono ad un tempo i concetti de' numeri e le parole che li esprimono, nello stesso modo che si formano i concetti in generale e le loro espressioni, gli uni dalle altre inseparabili. Il processo non potrebbe nemmeno incominciare, senza le sintesi meccaniche ad esso precedenti ; e, fuori di queste, altre sintesi non vi si riconoscono. Il che non vuol già dire chenon vi si riconosca nient’altro. Il processo non è spiegato.se non supponendo nell'uomo l’attitudine a oggetti vare in modo permanente. Lo spie¬ gare qttest,attitudine è un’ impresa non facile di certo, e fors'anche impossibile. Fin che non ci si sia riusciti non si potranno dire spiegati completamente neanche i giudizi aritmetici. Rimarrebbe vero per altro, die la loro spiegazione non è un problema a sè, ma si riduce a un altro ; e, se ben si ridetta, a quello medesimo che è involto in qualsivoglia concetto, se anche sembri som- ministrato immediatamente dalla più volgare esperienza. 34 Il concetto di numero venne recentemente sottoposto ad una analisi accurata e rigorosa, sotto il punto di vista strettamente aritmetico; (lo) importa far vedere in breve come i risultati se n’accordino con quelli della discussione procedente, e insieme li chiariscano e no vengano completati. Esso concetto si può considerare de¬ finito dalle proposizioni primitive che seguono, e che venne dimostrato essere tutte tra di loro indipendeuti. 1) L’ unità è un numero. 2) Per ogni numero ve n'è uno successivo. 3) Se i successivi di due numeri sono uguali, i numeri sono uguali. 4) L’ unità non è il successivo d’alcun numero. 5) Se, tutte le volte che un numero ha una proprietà P, anche il successivo la possiede, e se 1’ unità ha questa proprietà, ogni numero ha la proprietà P. La prop. 1. ripete manifestamente il suo significato reale delle sintesi meccaniche, in conseguenza delle quali l’esperienza ci somministra de’ gruppi apparente- mente e a primo aspetto chiusi ciascuno in sè medesimo perfettamente contornati e semplici (irriducibili,). Se l'in¬ definita possibilità di analisi via via più minute, ciascuna dello quali dà come risultato degli elementi ancora a- nalizzabili e tutti fra loro molteplicemente connessi, non fosse, come è in fatto, una conseguenza della riflessione; se l'immediata esperienza ci sommistrasse la moltitu¬ dine sterminata d'elementi inafferrabili senza niuna sta¬ bilità d’aggregazione, che vi riconosciamo discutendola, noi non avremmo avuta mai l’occasione di pronunziare la parola uno, in ordine all’esperienza esterna, ed è al¬ meno dubbio se l’avremmo trovata nell’interna. La 2. vien a diro, che i numeri costituiscono una serie ; e l’essere questa una proposizione primitiva, neces¬ saria a determinare il concetto di numero, importa che i numeri sono determinati dal costituire una serie, come appunto è detto noi §§ precedenti ; cosa molto diversa dal concetto volgare, secondo il quale i numeri sono in¬ telligibili all’ infuori della serie, e la serie risulterebbe d’elementi già noti all’infuori di essa. Con la 3. la serie viene considerata come unica. Lo • serie che si possono scrivere, o anche rappresentare o pensare, in quanto reali sono parecchio, e 1’ una dall'al¬ tra distinte. Ma dalla loro materiale distinzione si a- strae, le serie cioè vengano tutte oggettivate e identifi¬ cate tra loro. Se i successivi di due numeri distinta- mente pensati sono uguali, essi sono un numero solo nella serie oggettivamente presa ; quest’ unico numero ha un antecedente solo, che s’identifica con l’uno e con l’altro degli antecedenti de' due numeri pensati La 4. importa, che la serie de' numeri si può risol¬ vere in una serie d’ unità ; e non è una serie chiusa. Il significato della 5., che è il fondamento del cosi detto metodo d'induzione matematica, (41), è chiaro per sè 76 medesimo. Questa proposizione non dipende immediata¬ mente dalle precedenti, come si è avvertito ; è per altro ricavabile dal concetto di serie preso nella sua forma più semplice, quale s'ottiene oggettivando senz’altro delle serie empiricamente date. In una serie limitata (della quale si possano contare tutti gli elementi, nel senso volgare) segnati due -èie- menti, il numero degli elementi compresi tra quei due è sempre limitato. Se poi la serie è illimitata, per es¬ sere circolare il processo di costruzione de' suoi ele¬ menti (come appunto la serie numerica,), qualunque parte di essa sia stata effettivamente costruita, è sempre limitata ; e quindi il numero degli elementi compresi tra due elementi qualunque assegnati (costruiti,) è pur sempre limitato. Rappresenti S la serie; siccome il suo primo elemento ha la proprietà P, e per ipotesi se un elemento di S ha la proprietà P, l'ha pure il successivo, vi saranno più elementi di S aventi la proprietà I’: i quali formeranno una serie S’. Sia, se è possibile, N un elemento di S non appartenente a S’, M un precedente elemento di S, co¬ mune a S’. Poiché tutti gli elementi di S' successivi a M sono anche elementi di S, è manifesto, che percor¬ rendoli si arriverà a N, a meno che il numero degli e- lementi di S fra M ed N non sia illimitato, contro l'ipo¬ tesi. (42) Risulta da ciò, cho il concetto di numero secondo l'e¬ sposizione precedente include quello che risulta dalle cinque proposizioni citate, ed è più completo, perchè permette di dimostrare la 5., invece cho assumerla come primitiva. Per costruire deduttivamente tutta la matematica pura, il solo concetto di numero quale lo si è costruito (in¬ tero e positivo), non basta ; ma che cosa vi si richiede di più? Una serie di convenzioni, destinate a precisare l'uso di certi simboli come se fossero significativi in ogni caso, mentre non lo sono che in casi particolari. L'utilità di queste convenzioni è incontrastata ; ma non bisogna per questo illuderci che, formulandole, noi ci impadro¬ niamo di verità a priori assoluto. Le deduzioni fondate sopra di asse son vere assolutamente, nell'ordine di idee che include le convenzioni medesime, e relativamente a quo' fatti, a cui quelle idee fossero applicabili ; il che significa in ultimo e semplicemente, che le conseguenze d' una proposizione son vere, se ed in quanto è vera la proposizione. Quelle convenzioni sono giudizi sintetici, ma cosi poco a prioì'i, che sono evidentemente sempre suggerite dall’esperienza, cioè, o dall'esperienza esterna O da quella costituita dallo svolgimento anteriore dell’al¬ goritmo. Non ve in esse nient’altro di a priori, che la nostra attitudine a oggettivare e giudicare ; — nel qual senso, non alcuni giudizi soltanto, ma tutti senza ecce¬ zione, dovrebbero dirsi sintetici a priori. 35. Dal concetto di linea retta, si può dedurre che essa sia la più breve tra due punti? 11 Kant risponde di no; dando qui, come in non poche altre circostanze, prova d una singolare perspicacia, che gli faceva talvolta pre¬ correre i risultati di ricerche avviate dopo di lui. Ma egli ci fornisce insieme un esempio del quanto sia facile discorrere equivocamente intorno a proposizioni anche vere (cioè .atte a ricevere un’ interpretazione vera), quando si prescinda dal processo che le rende significative. Dire che la linea retta è la più breve tra due punti non significa nulla, so non si suppone nota la lunghezza 78 duna linea, quanto almeno è necessario affinchè due linee possano venir paragonate in ordine alla loro lun¬ ghezza. Se lo linee sono entrambe rette, o due archi di tiMchi uguali, ecc., le possiamo sovrapporre, e cosi il paragone è subito fatto. Si può anche in tal modo pa¬ ragonare una retta con una spezzata, o due spezzate tra loro. Ma questo mezzo cessa d’essere applicabile, quando si vogliano paragonare una retta o una curva, o anche due curve in generalo, p. es. due archi di cerchi di raggi diversi. Come si fa in questi casi ? In pratica si deforma una delle duo lince flettendola, e tutto è fluito. Ma questo metodo speditivo suppone cho la linea (che veramente allora è un corpo, da duo di¬ mensioni del quale si astrae; sia perfettamente flessibile; vale a dire, si noti, che nel piegarla non muti la sua lunghezza. La supposizione è praticamente giustificata, fino a un certo segno, dal fatto, che, per quante di tali deformazioni si facciano subire al corpo, esso conserva tutte le sue proprietà, eccetto la figura, che del resto e sempre atto a riassumere quante volte si voglia. Ma, anche senza contare, che la conservazione delle proprietà del corpo non è vera se non entro certi limiti, e forse fon dubbio, che oramai è quasi certezza; non ci par vera entro quegli stessi limiti se non per l’imperfezione dei nostri mezzi, non è difficile accorgersi, cho il procedimento pratico non ha teoricamente alcun valore. Se chiamiamo ugualmente lunghi due oggetti a, b, quando b può essere deformato in guisa, da coprire con la sua lunghezza quella di a, si dà implicitamente della lunghezza una definizione, che ne rende impossibile lo studio geo¬ metrico. Lo scopo era di confrontare con la lunghezza di a, non quella di b deformato ma quella di b : e que¬ sto scopo è perduto interamente di vista. Un passo più in là, e riconosceremo che le scopo non è conseguibile; perchè n e b, la retta e la curva, prese come sono, non sono paragonabili. Non sono nemmeno paragonabili duo segmenti d’una stessa linea, che non sia omogenea (che non possa scorrere sopra sè stessaj ; e appena in un certo senso si potrebbe dire, che di due archi d’una tale linea, uno dei quali sia parte dell’altro, il primo sia minore del secondo. Lo stesso concetto universale e astratto di lunghezza svanisce, fuorché se si tratti di linee omogenee e tra loro uguali; esso ha evidentemente un substrato sperimentale, che perde ogni significato, quando si prenda a considerare un mondo di pure forme, come vuol fare la geometria. I” per altro in piena nostra facoltA di introdurre delle convenzioni arbitrarie, e ili sceglierle in modo, che s'ac¬ cordino o press’apoco con i risultati dell’esperienza; il che in altri termini, è poi un formulare de’ giudizi sug¬ geriti dall’esperienza, a posteriori, e farne uso, senza curarci di badar più alle circostanze che ce li hanno suggeriti. K’ noto dagli elementi di geometria, elio si può calcolare in funzione del raggio il perimetro di qualche"poligono regolare inscritto, e quindi quello del suo simile circo- scritto. Conoscendo questi perimetri, si possono poi cal¬ colare quelli dei perimetri, inscritto e circoscritto, ij'un numero doppio di lati. In questo modo, s'arriva a calco¬ lare i perimetri di due poligoni regolari simili, uno inscritto l'altro circoscritto al medesimo cerchio, in cui il numero dei lati sia grande quanto si vuole. Si dimostra poi, che se il numero dei lati cresce, per via del successivo raddop¬ piamento, la differenza fra i perimetri, diminuisce, e che, se il numero de’ lati, che è arbitrario, si prende supe¬ riore a un limite opportunamente scelto, la differenza tra i due perimetri può essere resa minore d’un segmento preso ad arbitrio. Vi è dunque, prescindendo dall'ipotesi 80 controversa «lei segmenti attualmente infinitesimi, un segmento e uno solo, per ogni cerchio, minore del pe¬ rimetro d’ogni poligono regolare circoscritto, e maggiore del perimetro d egni poligono regolare inscritto (43). Possiamo ora ricorrere a una delle solite convenzioni arbitrarie, e chiamare questo segmento la lunghezza della circonferenza: e in modo analogo definire la lunghezza di qualunque altra curva di cui sia nota la costruzione (l’equazione). Questa convenzione ci dà dei risultati sen¬ sibilmente concordi con quelli che s'ottengono applicando i processi pratici suddeseritti ; dunque, adottandola, si ' rendono possibili molte utili applicazioni della geometria alla pratica, li, viceversa, non si può andar incontro a inconvenienti di sorta; perchè in quest'affermazione non c'è, nè errore, nè verità; essa non è che una pura o semplice denominazione, praticamente opportuna; ma le¬ gittima soltanto perchè arbitraria. 30. Si può del resto dimostrare in generale che la geo¬ metria non solo non si fonda su de' giudizi sintetici a priori nel senso kantiano, (44) ma anzi li esclude necessa¬ riamente. Come oramai è notissimo, la geometria esige un certo numero di postulati, ammessi i quali si svolge con metodo rigorosamente deduttivo. Le proposizioni dedotte son giudizi analitici; quelle che servono di fondamento al processo deduttivo in sè stesso, furon già prese in esame, e del resto non sono particolari alla geometria ; restano i postulati. La prima questione da farsi, intorno a certi postulati assunti, è, se siano tutti tra di loro indipendenti. Se non sono, possono darsi due casi : o tra quelli ce n’è d’ineoin- 81 patibili, e bisognerà eliminarli, altrimenti si andrebbe nell’assurdo manifesto; o alcuni sono (quantunque non sembri) deducibili da alcuni altri; e questi soli sono i veri postulati, gli altri vanno considerati come altret¬ tanti teoremi. P. es. : i postulati dell’equivalenza (pei po¬ ligoni e i prismi) e del segmento (dell’angolo e del diedro) son forse già convertiti in teoremi, o prossimi ad essere 1 parrebbe. I postulati indipendenti son giudizi sintetici, senza dubbio; ma a priori o a posteriori? Che siano stati sug¬ geriti dall’esperienza, non c’è il menomo dubbio. 11 con¬ cetto di punto, p. es., non è che il fantasma oggettivato d’un corpo piccolissimo, del quale si considera soltanto la proprietà di occupare un luogo nello spazio, ossia d’a¬ vere con altri punti delle relazioni, che traggono il loro significato esclusivamente da un complesso di fatti os¬ servati, anzi nemmeno di tutti i fatti osservati. Quanto agli altri enti geometrici, come la retta e il piano, ven¬ gono caratterizzati assumendo (come postulati) alcune proprietà, somministrate pure dall’esperienza. Noil si as¬ sumono tutte le proprietà osservate negli oggetti che si dicono rettilinei o piani, perchè si esige che le proprietà assunte siano indipendenti ; e l’esperienza non essendo deduttiva, ci somministra staccati anche quegli elementi, che sono deducibili l'uno dall'altro. (P. es.: l’esperienza ci dice che il corpo a pesa 4,chg. e il corpo b, 2 ; inoltre che due corpi uguali a b pesano insieme quanto a. Essa ci dà separatamente queste tre proposizioni ; mentre la terza è una conseguenza delle due prime). Ma se i postulati non hanno altro fondamento che l’e¬ sperienza, d'onde viene il loro valore assoluto? Non è una scienza esatta, la geometria ? Vi sentireste d’ammet¬ tere la possibilità di un circolo cou duo raggi disuguali, voi, che pur non avrete misurati tutti i raggi di tutti i circoli ? 82 Io non lo chiamerei circolo se avesse due raggi dif¬ ferenti, ecco. La più capricciosa delle convenzioni, una volta introdotta, e fino a quando non se ne prescinda, va rispettata, sotto pena d’assurdo ; cioè ogni fatto ha un’esigenza indeclinabile. Vi è qui senza dubbio un asso¬ luto ; ma, di nuovo, non iscambiamo quest’assoluto, che è uno e il medesimo ne’ fatti di qualunque specie, cogi¬ tativi o no, con degli altri assoluti problematici, che s'an¬ niderebbero gli uni qui, gli altri là, nel seno dei diffe¬ renti processi cogitativi. La geometria è una scienza esatta, nell’ordine delle sue deduzioni; cioè: chi ha ammesso i postulati, non può rifiutare le conseguenze, senza contraddirei. Ma che I postulati abbiano un'assoluta intrinseca necessità, è in¬ tanto una supposizione che non ha niente a che fare con la geometria. Ed è una supposizione tanto falsa, che da al¬ cuni di essi è possibile prescindere ; s’è p. es. costruita una geometria, ammettendo che per due punti passino infinite rette. Naturalmente, col diminuire il numero dei postulati (indipendenti) che s’ammettono, la teoria si fa di mano in mano più scarsa di forme come di materiali; la geometria della retta, p. es (quella che assume i soli po¬ stulati sufficienti a studiare la retta in sè stessa, pre¬ scindendo da uno spazio in cui essa sì trovi, anche dal piano) si riduce a ben poco E, non meno naturalmente, col sopprimere certi postulati, che in ultimo esprimono il risultato d’una lunga elaborazione a cui venne sotto¬ posta l’esperienza, si costruisce una geometria, che non s’accorda più con l’esperienza, ossia che vien provata falsa da questa; rimanendo ciò non di meno una scienza esatta, nel solo vero significato della parola. 83 37. Quando ci si dico che il giudizio : in tutto le muta¬ zioni del mondo fisico rimane invariata la quantità della materia; nella sua forma universale e assoluta non può essere un risultato dell’esperienza, la quale ci som- ministra soltanto de' particolari transitori, si viene a supporre, indirettamente ma necessariamente, che l’espe¬ rienza basti a giustificare quest’altro: in questa ('partico¬ lare determinata) mutazione del mondo fisico, la quan¬ tità della materia è rimasta invariata. Ora una molto fa¬ cile riflessione dimostra, che nemmeno l’ultimo giudizio può essere dalla sola esperienza giustificato, anzi nemmeno suggerito. Che le scienze fisiche (in particolar modo la fisica pro¬ priamente detta, e la chimica) siano vere scienze, da qualche secolo in qua, non si revoca minimamente in dubbio. Ma bisogna pur distinguere tra i loro effettivi risultati, e certe interpretazioni che se ne danno, nell’in¬ tento di comporre con quelli un sistema. Il quale, se vien fatto servire soltanto ad agevolare la concezione complessiva di que’risultati, a rendere altrui possibile 1* orizzontarsi in mezzo al loro numero già cosi grande e sempre crescente, a introdurre della materia delle sud- divisioni, che, per quanto arbitrarie, sono tuttavia indi¬ spensabili a che la ricerca risulti ordinata e consapevole de’ suoi mezzi e de’ suoi fini immediati; rappresenta di certo un artifizio prezioso, ma non è un risultato della scienza : non accresce la cognizione, se non al modo stesso che l’accrescono gli artifizi già toccati di cui fa si gran- d’ uso la matematica; aumenta cioè il numero delle forme arbitrarie, che per sè sole costituiscono un campo vasto 84 e importante per l'esercizio del pensiero, e possono ve¬ nire applicato con vantaggio anche a dirigerne l'azione fuori di quel campo, a condizione che non si dimentichi il loro essere forme arbitrarie. Ma se il sistema si scambia con un risultato positivo della scienza, so lo si prende per una notizia di fatto, si viene ad attribuirgli un valore metafisico; si è costruita una teoria metafìsica, e non una sintesi semplicemente formale delle varie scienze della natura. Perchè sarebbe puerile immaginarsi, che la metafisica consista nell’uso <T una terminologia, la quale del resto s'è già mutata parecchie volte da Talete in poi; la terminologia ha di certo un'importanza, si possono di certo costruire delle metafisiche false, sia poi o non sia possibile costruirne una vera; ma una questione metafisica rimari tale, anche espressa in termini di chimica, o, se si vuole, di glotto¬ logia: Tartaglia era un algebrista, benché si servisse di certi suoi versi meravigliosi, invece di formule. E neanche non serve il dichiarare espressamente che al di là del campo trattato ve n’è un altro, nel «piale ssi riconosce impossibile mettere il piede: se l'essenza della metafìsica stesse nell’imtnaginarsi penetrati o anche soltanto penetrabili tutti i misteri, nessun filosofo potrebbe esser chiamato metafisico. Poi, una cosa soiio lo dichia¬ razioni, un’altra, e troppo spesso una tutt’altra, i fatti. Eccone un esempio. 38. Ci si dice che la forza è permanente. Perche? Impos¬ tile rispondere: la forza è un'immediata manifestazione dell'Inconoscibile. Ma l’Inconoscibile ha pure delle ma¬ nifestazioni non permanenti, quali sono i nostri piaceri. 85 e per fortuna anche i nostri dolori. Inoltre, le manifesta¬ zioni dell' Inconoscibile sono il conoscibile ; e chi mai è in grado di dire che cosa la forza sia? La forza è dunque dell’ Inconoscibile una manifestazione sui generis, è ma¬ nifestazione, ma in un certo senso; in un cert’altro, è essa stessa 1’ Inconoscibile addirittura. Bene. 0 la materia? Anche la materia è permanente. Ma la sua permanenza è un corollario di quella della forza; siamo dunque usciti dall’Inconoscibile? No; per¬ chè la forza non è pensabile astrattamente dalla materia. Anche la materia è in un certo senso l’Inconoscibile, e infatti, che cosa propriamente sia la materia, non lo sap¬ piamo. Non si dice che sia propriamente cosi; ma noi siamo necessitati a pensar cosi. E il moto? e lo spazio? e il tem]>o ? Quante domande, altrettanti misteri. Ma sic¬ come già è inteso, che di misteri ce n’ ha da essere un solo, a ciascuna di queste domande si dà una risposta, naturalmente misteriosa, o sempre la stessa: l’Incono¬ scibile. Cou questi elementi, si costruisca ora il sistema della natura. Ammessi il tempo, lo spazio, il moto, l’indistrut¬ tibilità della materia e la permanenza della forza, am¬ messo l’Inconoscibile che è Yin sè di tutte queste cose (perchè ci oravamo dimenticati di aggiungere, che le cose hanno un in sè), s’ammetta inoltre un universo, che abbia una qualche minima eterogeneità, e non ci sarà più una difficoltà al mondo a concepirne la successiva evoluzione, che mette capo all’ universo qual’ è attual¬ mente conosciuto. Ma come spiegar quella pqr quanto piccola eteroge¬ neità iniziale? L’universo primordiale non potrebb’essere perfettamente omogeneo? Non occorre spiegazione; l’i¬ potesi ultima non è neanche da discutersi: la frase che .esprime il dubbio non ha senso alcuno. Provatevi infatti ' 80 a immaginare un universo perfettamente omogeneo, e v’ accorgerete di non aver fatto nulla. Mentre, invece, un universo eterogeneo, non come il nostro, anzi solo minimamente eterogeneo, tutti se l’immaginano con una chiarezza meridiana. E, già, è sottinteso, che la nostra attitudine a immaginare o non immaginare le cose, è un criterio sicuro della loro esistenza o non esistenza: fatta eccezione soltanto per l’Inconoscibile. Non c’ è da replicare. Si noti per altro, che se un uni* •Terso perfettamente omogeneo è assurdo, perchè incono¬ scibile (volevamo dire inconcepibile), ciò vuol dire che l'Inconoscibile implica necessariamente 1' eterogeneità, come implica la forza, la materia, il moto, lo spazio e il tempo. Ma quest’ Inconoscibile, che non manca di presentarsi per isciogliere i nodi un po’ imbrogliati, come un deus ex machina ; intorno al quale abbiamo tante notizie, che ci servono di strumenti effettivi nella ricerca ; non è te¬ nuto all’ infuori del campo della ricerca medesima, se¬ condo che era stato promesso. Inconoscibile esso è sol¬ tanto perchè non se ne conosce l’intima essenza (e chi ha mai preteso di assegnare, e neanche preso a indagare, l’intima essenza di checchessia?); ma se ne discutono, o piuttosto se ne affermano, molte proprietà, sulle quali poi vien costruito l’intero sistema. Il quale dunque non è nè piu nè meno di un sistema di metafìsica; se vero o falso, non importa. 39. Quanto si è detto intorno ai sistemi, più o meno vasti, che servono a ordinare e classificare il materiale scien¬ tifico, vale per ciascuna singola frase, adoperata, sia nella 87 scienza, che nella più umile e meno pretenziosa conver¬ sazione volgare. Ogni frase ha un senso immediato e po¬ sitivo, in quanto esprime quel tale fatto, anche univer¬ salizzato, in quanto cioè trae il suo significato dalla sua connessione con certi gruppi di fatti esterni e di nostre operazioni mentali; ed ha pure un senso metafisico. L’interpretazione metafisica d’ una frase è il risultato d’un’operazione, che ha con l’oggettivazione una mani¬ festa analogia, anzi vi si riduce. Ogni frase classifica, e quindi si riferisce a un sistema preformato di cate¬ gorie. Il quale invero non è che la solidificazione (otte¬ nuta con la parola) d’ un processo effettivamente com¬ piuto, e sempre in via di ampliarsi e di rinnovarsi, e non è niente all’ infuori del nostro pensiero attuale o reale. Ma nel riferirvici noi oggettiviamo questo sistema come tutto ciò che si pensa ; gli attribuiamo mental¬ mente una realtà concreta e fissa, all’ infuori della par¬ ticolare realtà del processo a cui si riduce. V’è qui uno scoglio, che può essere evitato soltanto dalla semplice natura, o da un'arte molto raffinata ; le mezze arti vi s’infrangono fatalmente. Il volgo prende le sue frasi in senso metafisico, parla di essere e di non essere con più sicurezza di Platone, e aderisce cosi strettamente a queste forme, che il più piccolo e il più fondato dubbio speculativo intorno al loro significato gli riesce incomprensibile, o, se qualcosa vagamente ne intende, gli pare di sentirsi mancare la terra sotto i piedi, di non potere più affermare nulla con certezza. (45) Il filosofo prende anch’egli le sue frasi nel medesimo senso, ma sa che importi questo ;suo prenderle; la frase è per lui un mezzo che facilita il lavoro successivo men¬ tale, non un risultato ultimo da custodire con cura ge¬ losa, e da contemplare con isterile ammirazione. Ma neanche per il volgo le frasi non rappresentano niente 88 di definitivo ; egli non ispecula, ma opera ; non si ferma sull' interpretazione sommaria che pur dà alle sue pa¬ role, ma nelle sue cognizioni qualunque siano vede sol¬ tanto degli aiuti praticamente utili, e secondo l’esigenza della pratica le connette e le corregge. Gli uni e gli altri sono nel vero. La via di mezzo è fallace, perchè guida a confondere la pratica e la teoria ; ciò che appartiene al fatto, e ciò ch’è un puro artifizio mentale per considerarlo insieme con degli altri. Ci si formano cosi dei concetti metafisici, metafisicamente insostenibili. Non occorre dire che si possono commettere di questi errori, senza che tutta la produzione mentale ne rimanga contaminata, perchè il pensiero non è mai perfettamente coerente ; ma sarà sempre meglio schivarli, potendo. 40 Per ritornare al punto da discutersi, l’afiermazione che in un dato sistema di fatti la quantità della materia, è rimasta invariata, non ha senso, se non si presuppone ben determinato il concetto di materia, e anche quello di misura della materia. Questi concetti vanno dunque presi in esame. L’esperienza ci somministra soltanto delle variazioni, o anche delle permanenze? Prescindendo dalla variazione inclusa necessariamente nell' esperienza medesima, in quanto ciò che si chiama una cosa durevole, si di¬ stingue da sè negl’istanti successivi, o almeno le diverse osservazioni che noi ne facciamo, e che costituiscono il fondamento del nostro sapere, sono infatti diverse, non si può negare che noi non riconosciamo un gran nu¬ mero di permanenze, Ma son tutte apparenti. Gli astri 89 ci offrono di giorno in giorno aspetti diversi ; e il nostro vederli, cioè esserne illuminati, è un indizio che cia¬ scun d’essi è sede di una variazionè incessante. Un ani¬ male, una pianta, una montagna, sembrano rimanere gli stessi per un certo tempo ; ma si trasformano del continuo. V'è una specie di permanenza nella variazione, costituita dalla periodicità; ma niuna periodicità minu¬ tamente osservata venne riconosciuta esatta ; e il supporre che ve ne siano di tali, è per lo meno gratuito. Noi però non possiamo concepire una variazione, se non associata con una permanenza : piu fatti, che non avessero nulla di comune, in ciacun dei quali non si ri¬ conoscesse un elemento sempre il medesimo (costante), verrebbero appresi come sconnessi. Se, p. es., su di una strada sono disposte successivamente più carrozze di forme diflerenti, io, anche vedendole una dopo l’altra in condizioni opportune, non avrei la rappresentazioue d'un movimento, che invece si produrrebbe, se le carrozze tessero uguali. La detta condizione, che di fatto non è mai verificata, è tuttavia simulata in molti casi dall' imperfezione delle nostre osservazioni, aiutata anche dalla fantasia ; e l’og- gettivazione dà poi a queste permanenze approssimative e fittizie una realtà mentale, ma, in quanto mentale, as¬ soluta e stabile. Nel raffigurarci il moto della terra in¬ torno al sole, noi pensiamo la terra come sempre u- guale a sè stessa in ogni punto della sua orbita ; nel rappresentarcene le variazioni subite durante il corso del- l’epoche geologiche, dobbiamo del pari supporre un qualcosa, non più rappresentabile in alcun modo, che è rimasto il medesimo in tutte. La fantasia non ha bisogno di un grande sforzo per figurarsi 1’ universo sconvolto dalle più strane vicissitudini ; a condizione però d’im¬ maginare insieme che qualcosa rimanga fìsso in questo succedersi d’avvenimenti. 4 90 Per materia dell’ universo noi intendiamo evidente¬ mente quell'elemento che la natura stessa del pensiero e, come si riconosce facilmente» la sua oggettività per ('appunto) ci obbliga a sottintendere permanente in tutte le sue variazioni. S’avverta bene di non equivocare. l.\.ltro è dire che il pensiero è necessitato, non si sa perchè, a concepire la materia come permanente, dove bisogna supporre che s’abbia della materia un concetto, diverso da quello della sua permanenza (e infatti si dice, che il giudizio : la materia è permanente, è sintetico a priori) ; — altro dire che il pensiero è necessitato, perchè oggettivo, a supporre che q. c. rimanga perma¬ nente in tutte le variazioni dell'universo, e dare a que¬ sta permanenza oggettivamente pensata il nome di ma¬ teria. Chi accetta la prima affermazione, è obbligato a saper dire, che cosa la materia sia; chi accetta la se¬ conda, dovrà riconoscere, che se vi sono de’ giudizi a- nalitici, tale di certo è quello, in virtù del quale la materia viene stimata permanente. Che la nozione qui data della materia riproduca quella che tutti ne hanno, sarà riconosciuta da chiunque non confonda le nozioni con de’ fantasmi privi di significato e del resto capricciosamente variabili ; i quali bensì accompagnano sempre, or 1’ uno or l’altro o anche molti insieme, la nozione, e le danno concretezza o vivacità. Si può inoltre persuadersene, avvertendo la correlati¬ vità dei due concetti di materia e di forma. Se, di una palla di cera, io ne faccio un puttino, dico che la cera (la materia) è rimasta la stessa ; perchè la mia opera¬ zione, intenzionalmente almeno, è caduta sulla sola forma. Se poi fo gettare in bronzo quel puttino, dico che la forma non ha variato, perchè l’operazione è caduta sulla sola materia. In tutte le cose osservabili vi è materia e forma ; e tutte lo cose osservabili sono variabili Ma se 91 noi facciamo astrazione dall’uno o dall'altro dei due e- lementi, non abbiamo più dinnanzi a noi la cosa, siam fuori del campo dell’esperienza, cioè della variazione. Quindi la forma senza materia è qualcosa cosi assoluta- mente invariabile, che il pensarne la variazione è un assurdo in termini ; tali sono le figure geometriche (40), e, in un altro campo, ma per il medesimo motivo, le idee platoniche. La stessa invariabilità, e nel medesimo senso, come per la stessa ragione, appartiene alla ma¬ teria informe, cioè pensata astrattamente da ogni forma. C’è bisogno di dire, che non trovandosi mai materia senza forma, nè forma senza materia, il considerarle che noi facciamo astrattamente 1’ una dall’ altra non è che un semplice nostro artifizio, suggerito dall’esperienza, ma che tuttavia non vale se non in quanto serve a si¬ stemare ordinatamente le nostre cognizioni? C’ è bisogno d’aggiungere, che il potere noi comporre il concetto d’un corpo, riunendo i due di materia e di forma (p. es. : una palla di bronzo) non ci autorizza a credere che il corpo, nè l’universo, risulti in fatto dalla combinazione di due tali elementi, come se ciascuno avesse una pro¬ pria distinta realtà? E che in ogni modo, quello che sr airerma dell’uno si dovrebbe affermare anche dell’altro? per cui, chi attribuisce alla materia un’entità metafisica, è logicamente obbligato ad attribuire la medesima realtà alle forme, ossia alle idee? 4L 4 Il principio: la materia è permanente, ha dunque if medesimo valore dell’ altro già citato : in ogni cerchio, due( raggi qualunque sono uguali. Tutt’e due esprimono l’equivalenza di certe forme, o, che torna lo stesso, l’e- 92 sigenza dì certe posizioni, una volta compiute e non re¬ vocate. Non c’ è pericolo che 1’ esperienza contraddica mai r uno o r altro principio ; perchè, nè una figura con duo raggi disuguali si chiama cerchio, nè un elemento varia¬ bile corrisponde al concetto di materia. Ma nè l’uno nè l'altro ci somministrano alcuna notizia positiva intorno all’accadere reale; il quale non può essere conosciuto (è una pedanteria ripeterlo) che per via d’ esperienza. — Ma, — potrebbe obbiettare qualche chimico : — as¬ serendo la permanenza della materia noi non intendiamo punto ingolfarci in quegli equivoci metafisici che c’impu¬ tate (47;. Noi non intendiamo uscire d’una linea dal campo sperimentale. Intendiamo affermare che se certi elementi, tra i quali (tra i quali soltanto) si vuole istituire un’e¬ sperienza, pesano p. es. 100 grammi; pesati gli eloment medesimi dopo l’esperienza, tenuto conto delle disper¬ sioni inevitabili e degli errori d’osservazione, si trove¬ ranno pesare ancora 100 grammi. Questo è il vero signi¬ ficato del principio, inteso a modo nostro, e racchiudo una positiva notizia di fatto, fondamentale per tutte le scienze della natura, la quale invece sarebbe esclusai stando alla vostra interpretazione. — Supponiamo che a pesare ci servissimo di una bilancia a molla di perfetta sensibilità; e che le pesate si faces¬ sero, prima dell’esperienza, all'equatore; dopo, al polo: s’otterrebbe ancora il medesimo numero di grammi a capello? o anche se lo due pesate s’immaginassero fatte su due pianeti differenti; in Giove e in Cerere p. es.? o se la molla fosse casi delicata, da tener conto dell’au¬ mento di gravità, dovuto ai bolidi caduti nell’ intervallo sulla terra? Si risponde che queste obbiezioni non concludono ; perchè, dicendo che le due pesate ci daranno sempre ri' multati uguali, s’intende, escluse quelle variazioni di cir‘ 93 costanze cho farebbero variare il peso, anche rimanendo di certo la stessa la quantità di materia; come, p. es., se niuna esperienza avesse avuto luogo. Ma se il peso può \ariare pei circostanze a noi note (e fors’ anche per al¬ tre a noi incognite) rimanendo la stessa la quantità di materia, si domanda, come mai la costanza o la varia¬ zione di peso possa servir di criterio per inferirne la permanenza o meno della quantità di materia? Noi ci aggiriamo pur sempre nel cerchio delle forme arbitrarie, dal quale è vano tentar d’uscire, perchè, fuori di quel cerchio, non vi sono che dei fatti, rilevabili cia¬ scuno per sè, e classificabili per mezzo delle forme, ma tra i quali e le forme corre un’assoluta diversità, per¬ chè le forme valgono in quanto permanenti, e i fatti sono variabili. Qualunque cosa accada, sarà accaduta in un certo modo, che si potrà conoscere, o almeno vagamente immaginare. Di qualunque fatto si potrà dunque dare una spiegazione positiva, o intendere che n’è possibile se non altro una spiegazione teorica. Un fatto, che apparisse in¬ conciliabile con la permanenza della materia (e s’è visto, che tali latti sono possibili, anzi accadono, e noi non ce n accorgiamo per difetto di strumenti opportuni), potrà dunque venir sempre interpetrato senza sacrificare il prin¬ cipio. A tal fine basterà mutare il consueto modo d'in¬ terpretare certe circostanze; e cosi, p. es., abbandonare il concetto volgare, che il peso d’ un corpo sia una sua proprietà intrinseca, e assumere invece quest’altro, che il peso sia un risultato della mutua attrazione dei corpi tei restri ecc. ; basterà insomma variare opportunamente gli artifizi che ci servono a sistemare ordinatamente i fatti. Poiché il nostro pensiero rifiuta assolutamente la contraddizione, e dei resto è inesauribilmente fecondo di forme le più varie, non c’è dubbio che troveremo sem¬ pre un modo d intendere i fatti, in accordo col principio che afferma la permanenza di ciò che vien presupposto permanente. Ma tuttociò non somministra il più lontano principio di prova dell' esistenza in natura d’ un che permanente, e neanche della nostra necessità d’ ammettere una tale esistenza come reale. Sarebbe inutile fermarsi a esaminare, se le scienze fì¬ siche esigano altri giudizi sintetici a priori. Benché se ne sia discusso uno solo, la forma della trattazione è stata tale, da autorizzare una conclusione universale. I giudizi a priori, di cui le dette scienze non possono fare a meno, sono tutti analitici. 42. C o*- ìa 1 CN- Da qualche osservazione precedente sembrerebbe infe¬ rirsi, che almeno la metafisica debba fondarsi su de’ giu¬ dizi sintetici a priori. S’ è detto invero che il giudizio : la materia è permanente, inteso come un giudizio sinte¬ tico, apparteneva alla metafìsica, e non alla scienza della natura. Di certo, con quel giudizio, preso nel senso in¬ dicato, s’entra in un campo, eh’ è di spettanza esclusiva della metafisica; ma ciò non significa punto, che esso ci dia una cognizione metafisica. A ciò si richiederebbe, che fosse un giudizio vero; mentre invece è oggettivamente inintelligibile ; essendosi dimostrato, fin troppo a lungo, che un concetto di materia, che non sia quello d’ una permanenza, dell' ultima permanenza onde è resa possi¬ bile la concezione di qualunque variazione, è una chimera. La questione dunque è rimasta impregiudicata; e conviene affrontarla direttamente. Il concetto di accadere, include o no quello di causa? Non si può rispondere, se non si suppone noto il concetto di causa (su quello di accadere non v’è discussione; es¬ sendo evidentemente somministrato, o piuttosto essendone 95 somministrata la materia, dall' esperienza). E secondo che a causa s’intende in un modo o nell’ altro, le risposte saranno in generale diverse. Secondo il Rosmini, l'accadere implj c a un incominciare: un fatto che incomincia, viene Pensato come un effetto, e 1 effetto poi implica la causa. In questo discorso vi è una difficoltà relativa all’incominciare. Un fatto che in¬ comincia, lia dei precedenti ; ma bisogna che si distingua da questi, altrimenti non sarebbe un fatto nuovo che incomincia, bensì la continuazione d'un fatto già avviato. Se però la distinzione fosse assoluta, il percepire l'in- cominciamento del fatto sarebbe tutt’altro che percepire il fatto come un effetto: sarebbe la percezione d’un quid, che si crea da sé. Se la distinzione non è assoluta, il fatto non e nuovo, non incomincia, che sotto un certo aspetto : alcuni suoi elementi c’erano già, e non fanno che continuare ; altri cominciano ; e intorno a questi (nei quali viene a ridursi il nocciolo della questione) risorge l'obbiezione ora toccata. Questa oscurità sembra inseparabile dal concetto di causa. Per dire che A è causa di II, non basta che A fi preceda B; bisogna di più che in B si riconosca compe¬ netrato e continuato qualche cosa proprio e caratteristico di A (1 energia di B dev’essere una trasformazione di quella di A, si dice; ma il concetto d’energia è molto oscuro, e, nel linguaggio comune, richiede di venir di¬ lucidato con quello di causa). Ma bisogna ancora che tra II ed A vi sia un distacco ; senza di che s’ avrebbe una cosa sola, e non due. L’elemento comune a entrambe si concepisce facilmente, perchq A è dato per ipotesi. Il difficile sta nel concepire il diverso : che cosa sia e come si formi quella, per cui l’elemento si dice trasformato passando da A in B. S’io riempio d’acqua un bicchiere, niuno dirà che l’acqua } sia la causa, che produce nel bicchiere l'effetto d’esser 96 pieno ; il processo causale s' è compiuto in me. Il modo però, col quale i corpi operano gli uni sugli altri, si può paragonare al passaggio di un fluido da uno in altro vaso. Immaginiamo che un corpo sia caldo, non per altro, se non perchè contiene una data massa di calorico ; so il corpo ne tocca un altro, una certa quan¬ tità del lluido passerà dal primo al secondo ; cosi il primo s’ è ralfredato, e riscaldato il secondo. Adottando e ge¬ neralizzando questo modo di vedere, dal processo causale sarebbe eliminato ciò che lo rende più oscuro, l'azione, la forza. Ma la spiegazione non è sostenibile, per tante ragioni oramai notissime. Una vera e propria causalità non sembra potersi escludere nemmeno dal mondo fisico; della vita, c tanto meno della vita intellettuale e morale, non è neanche il caso di discorrere. Bel resto, e come notava acutamente il Rosmini, quan¬ d’anche il concetto di causa fosse illusorio, la difficoltà proposta non sarebbe meno reale. Se non si danno cause, ma soltanto successioni, come mai gli uomini hanno in¬ torbidato e reso astruso il concetto semplicissimo di suc¬ cessione, trasformandolo cosi stranamente? E, in ordine all'argomento che s' è preso a trattare, come s’è potuto pronunziare il giudizio: tutto quanto accado deve avere una causa? 43 Per chiarire queste difficoltà, riesce opportuno appro¬ fittare di alcuni risultati otteuuti altrove. (48) L’accadere è connesso, e necessariamente connesso. Non s'opponga che quest afiermata connessione dell’accadere non ha altro fondamento, che il concetto medesimo di causa ; non sarebbe esatto Le distihzioni, che scindono l'acca- dere complessivo in un gran numero di gruppi, ciascuno dei quali a primo aspetto sembra chiuso in sè medesimo, svaniscono, senza che vi si richieda una discussione me¬ tafisica, a una riflessione minuta e diligente. Nel fallo, esse non sono rilevate, se non perchè l'osservazione im¬ mediata è approssimativa, e trascura un gran numero d'elementi per altro osservabili ; come quella ch’è diretta da motivi pratici. Nel pensiero, le distinzioni corrispon¬ dono ad altrettante oggettivazioni distinte, e unicamente da queste traggono un significato. Con che diritto affermo io che il tavolino è una cosa, il tappeto che lo copre un’altra, il calamaio posto sul tappeto una terza, tutte e tre indipendenti tra loro, 1’ una all’altra estranee completamente ? Perchè le posso separare, considerandole a una a una ; e, considerate cosi, mi risultano sempre le medesime di quand'erano in¬ sieme. Ma fino a che punto è completa e decisiva la mia osservazione in ciascun caso ? Non lo so ; non so quale sia l'esatta composizione dei gruppi ai quali ho imposto quei tre nomi, fin dove per l'appunto ciascuno si stenda. Iti alcune mutazioni, accadute in alcune delle cose stesse mentre stavano insieme, io mi accorgo be¬ nissimo ; e non vedo una ragione per affermare, nè che le mutazioni sarebbero avvenute, anche tenendo le cose separate una dall’altra, nè che le da me osservate sian le sole accadute. Del resto, io posso ben separare una cosa da un'altra, ma non è vero che in seguito a qual¬ sivoglia di tali separazioni la cosa (qualsiasi cosa) rimanga sempre la stessa. Nè mi è possibile separarla davvero da tutte le altre, cosi d’aver U diritto d'aflèrmarne l’indi¬ pendenza. Quando s'afferma che l'accadere nella sua realtà (come accadere) è necessariamente connesso, si rileva sempli¬ cemente il fatto, che le distinzioni precise, le segrega- 98 zioni assolute, di cui è pieno il nostro concetto del l'ac¬ cade re, sono forme di questo nostro concetto ; suggerite bensì dall’esperienza, ma solo perchè l’esperienza è sem¬ pre incompleta e approssimativa ; e p. c. dotate non più che d’un valore pratico. E si noti, che quantunque il riconoscimento espresso e in termini del fatto accennato sia l'opera della riflessione, anzi della riflessione filosofica ; il fatto nondimeno è chiaramente o universalmente noto. La notizia ce n’è somministrata dal procedimento stesso dell’oggettivazione (di cui parrebbe una correzione il riconoscimento del fatto). Questo foglio non è qualcosa di fìsso e di circoscritto, è anzi teatro di variazioni innumerevoli, e si mescola inces¬ santemente con la realtà esteriore : esso riflette luce verso gli altri corpi, e ne riceve luce riflessa ; assorbe vapor acqueo dall’ambiente, e ne emette, ecc. Conoscendolo però io lo penso come una cosa, assolutamente ; non lo penso, se non in quanto me ne formo nn’ idea, la quale non va soggetta alle variazioni medesime, perchè p. es., l' idea non assorbe ne’ emette vapor acqueo; ecc. At¬ tribuendo a un certo gruppo di sensazioni una realtà indipendente, io mi son fatto un’ idea del foglio, ho reso il foglio oggetto del mio pensiero. Sbaglio, con questo? Che! In una combinazioni di pensieri non si tratta già di introdurre il foglio reale, perchè sia un errore sostituirgli una cosa tanto diversa. In una combinazioni di pensieri non entrano che pen¬ sieri ; il risultato n'è tanto reale, quanto quello d' una combinazione chimica ; sbaglierei se lo interpretassi come dovuto a una combinazione d’elementi immediatamente dati. Quest’errore però quantunque teoricamente non impossibile, è tale praticamente ne’ casi più semplici. Il processo d'oggettivazione che ha prodotto l’idea, o piut- 99 tosto, nell’essersi compiuto il quale consiste l’idea, è noto, indipendentemente dalla riflessione, perchè sta in esso il conoscere. Che le idee non siano le cose, noi lo sappiamo pèr il fatto medesimo, che le idee ce le for¬ miamo noi. Sappiamo cioè (quantunque una riflessione imperfetta ce lo fac. ia qualche volta dimenticare) che l’assoluta segregazione, la realtà indipendente, che sono attribuiti a delle idee, s’ottengono da noi oggettivando le cose ; non sono qualità dell’accadere, poiché rappre¬ sentano soltanto la forma del nostro conoscere. Il giudizio : 1 accadere è necessariamente connesso, è dunque analitico. 44 Questo principio non coincide rigorosamente con quello di causalità : è vero tuttavia, che molte inferenze si cre¬ dono fondate sul secondo, le quali sarebbero piuttosto da connettere col primo. Le parole : fatto sconnesso ; implicano un giudizio contradditorio, non rappresentano dunque un concetto che si possa introdurre in un pro¬ cesso obbiettivo. Quando di un fatto si domanda una spiegazione, non è tanto lu causa di esso che importa conoscere (benché sia vero, che rassegnarne la causa co¬ stituirebbe una spiegazione sufllcente; dond’è che per il volgo, spiegazione e causa sono spesse volte sinonimi) ; ma se ne vogliono conoscere tante connessioni, che il fatto riesca concepibile senza assurdità. Un fatto, di certo, non sarà mai percepito senza con¬ nessioni afratto, per la ragióne medesima che in un ■circolo non si troveranno mai due raggi differenti. Ma la domanda di spiegazione va riferita a un sistema già adottato per l’ordinamento dei fatti, e quindi a un com- 100 plesso di spiegazioni, già ammesse come sufficienti. All' in¬ fuori d'uu tale sistema, un fatto sembrerebbe spiegato da quelle tante connessioni che se n'apprenderebbero apprendendolo, e l’appprendimento delle quali costitui¬ rebbe il nostro concetto del fatto ; quantunque le con¬ nessioni apprese non fossero che una minima parte delle connessioni reali. Difatti, il bruto e il bambino non sembrano meravigliarsi di nulla; e, per addurre un esem¬ pio meno problematico, moltissime cose paiono ovvie al volgo, che il dotto riconosce inesplicabili; l’inquietudine interrogatrice cresce, col crescere della cultura, e in quel campo medesimo, che si sarebbe detto esaurito Due fatti che si presentino in circostanze tanto o quanto diverse, sono sperimentalmente due fatti diversi, e non sarebbero oggettivati in uno stesso modo (1‘ uno considerato come una ripetizione dell'altro) se l’oggetti- vazione fosse completa, cioè si riferisse a tutti gli ele¬ menti di quel certo gruppo. Ma essa ne trascura sempre molti, senza tuttavia positivamente escluderli ; molte volte cade, non sull'accadere immediato, ma su di uno schema fantastico, che può indill'erentemente esser fatto corri- •spondero a più fatti diversi ; e se cade sull'accadere im¬ mediato, non lo oggettiva mai senza in qualche modo schematizzarlo. I fatti A, B, C, come corrispondenti al medesimo schema M, si dicono uguali ; i sotto gruppi dati a, b, c, che rispettivamente conviene congiungere ad M per ottenere A, B, C, si dicono circostanze acces¬ sorie e variabili del. fatto. Sottentra poi la riflessione, e riconosce, che il distinguere in l’esenzmle e accessorio ciò che è ugualmente dato, non può avere che un signi¬ ficato pratico, e altrimenti è arbitrario e gratuito. Cosi si forma il concetto che diremo 1’, composti di M, e di fi, b, c. Se ora accado il fatto A, esso, nella sua immediatezza. 101 sarebbe Spiegato dalle connessioni che ne sono insepa¬ rabili ; m i noi lo consideriamo come una realizzazione di P, del quale peraltro l’esperienza nou ci dà realizzati che M, ed a. Noi non troviamo uell'accadere osservato tutte le connesssioni che costituiscono il nostro concetto di quell’accadere ; quindi l'accadere medesimo ci appa¬ risce inesplicabile, e tale è veramente, secondo quel nostro concetto. Cosi sorge la domanda di una spiega¬ zione. Non si è dato che un esempio del come sorga tal© domanda ; ma basta a dimostrare in generale, che il J suo allacciarsi non è punto in contraddizione con la teoria preceilente, anzi u’ è una molto semplice conseguenza. Senza ricorrere al concetto di causa, e applicando quello solo di connessione incomparabilmente più sem¬ plice, si può dunque immaginare un sistema estesissimo di spiegazioni; il quale si rende completo concludendo, sempre con l’applicare il medesimo processo esplicativo, dall’aecadere, compreso il pensare, un Assoluto, che serve all'uno e all’altro di fondamento e di spiegazione definitiva (49). La notizia dell’Assoluto è dunque indipendente dal concetto di causa ; vero è bene, che in tal modo l’Asso¬ lato non può essere concepito che indeteterminatissima- mente; rimanendo incerto, se esso sia causa dell’acca- dere, nel senso più ovvio della parola, e cosi distinto dal- l'accadere, o invece non si risolva nel gruppo comple¬ ssivamente costituito dai fatti tutti quanti per via delle loro connessioni reciproche. 45.* , Discutendo il pr incip io di causa, si è riusciti al prin¬ cipio di connessione ; e s’è visto, l’ultimo esser sufficiente a somministrare le spiegazioni che si credono ottenute 102 con l’applicazione del primo. Ma quale sarà l'origine del coucetto di causa, poiché di certo non è tutt'uno con quello di connessione? Oltre ai concetti, noi abbiamo de’ sentimenti. Le con¬ nessioni, in cui un sentimento sia impegnato, noi non le pensiamo soltanto, le viviamo. Perciò esse ci si presen*- tano fornite d'un carattere speciale inco.nunicabile; che non si definisce nè si descrive, ma si sente, e s’ac¬ cenna, dicendo che in esse noi siamo attivi o passivi, che esse sono manifestazioni d’energia; frasi che significano, trattarsi di connessioni, in cui è impegnato un senti¬ mento. Il mondo sarebbe un puro concetto, se non si connet¬ tesse col sentimento; pensare la realtà è pensare un gruppo di connessioni, alle quali il sentimento non sia e- straneo (50). Dal sentimento che vi s’accompagna, il pen¬ siero riceve un contenuto, che associandosi alla nozione, la rende la nozione d'un reale. Perciò, pensando la realtà, noi non possiamo non attribuirle i caratteri del senti¬ mento; attenuati all’estremo, per isfuggire alle difficoltà messe in evidenza dalla riflessione ; (51) ma che restano pur sempre caratteri affettivi per l’origine e pel conte¬ nuto. Pensare delle connessioni come reali, è dunque un vederci delle manifestazioni d’energia, cioè un supporvi qualcosa d'analogo a ciò ch’è immediato nel sentimento. E ciò viene significato dicendo, che le si pensano come relazioni di causa ad effetto, e viceversa. Ma il contenuto affettivo, quantunque si associ alla no¬ zione, non è una nozione; e riman dunque all'infuori del processo deduttivo; come il contenuto fantastico dei concetti di piano, sfera, cerchio, ecc., rimane all'infuori della deduzione geometrica. Il lavorio logico del pensiero si compie dunque sempre in base al principio di connes¬ sione, secondo che venne chiarito di sopra. La causa si 103 ottiene materializzando il concetto di connessione con raggiungervi il fantasma attenuato d' un sentimento ; e l’aggiunta non muta la forma del pensiero, anzi non la riguarda, ma soltanto somministra al pensiero un conte¬ nuto reale. Invero, noi parliamo del continuo, a proposito della realtà esterna, d’azioni e di passioni, eh' è quanto dire di cause e d’effetti ; se una martellata ha spezzata una pietra, non ci par che basti il dire che i due fatti sono connessi ; ci pare d’intendere, inoltre, nel martello una misteriosa attività, nella pietra una non meno misteriosa recettività. Che qui s’abbia un concetto, associato a dei fantasmi la cui origine ultima è il sentimento, apparisce manifesto ; ma non è ugualmente facile distinguere con precisione i due elementi associati. Ebbene, si ricorra alla scienza, che osserva, ma discute altresi, e nel discutere deve, quand’ anche non volesse, lavorare sui concetti soli’ Che dice la scienza? Essa non è riuscita a trovar delle cose che facciano, e dell’ altre che patiscano ; delle cose che diano, e dell’ altre che ricevano ; riconosce impossi¬ bile un’azioae senza un’uguale reazione; riconosce cioè (pure servendosi del linguaggio volgare) il parallelismo delle semplici connessioni, dove il volgo si figurava 1 op¬ posizione della causa all’ effetto. L’ opposizione è dunque un elemento meramente fantastico; ciò che si pensa col fantasma è soltanto la connessione. Che una qualche discussione metafisica sia possibile, senza ricorrere a giudizi sintetici a priori, è provato col fatto. Fin dove si possa proseguire su questa via, se gli aridi cenni dati qui sopra e altrove (52) sian capaci d’una maggior estensione e determinazione, senza cambiare il metodo ; o se nemmeno cambiandolo sia sperabile di ar. rivare a nulla di più soddisfacente ; è un altra questione, d’importanza grande senza dubbio, ma relativamente se¬ condaria; perchè il punto di massima, oramai, è deciso- 104 CAPITOLO VII. L’ OGGETTIVAZIONE. 40. E’ ora opportuno rendere in breve ragione del come il Kant fosse condotto a porre que' suoi giudizi a priori, e ad incardinarvi il problema della conoscenza. L’analisi di qualunque processo discorsivo disfintamente osservabile, co lo risolve in un certo numero di giudizi, concatenati; ed è poi chiaro che tale dev’essere la com¬ posizione d’ogni processo compiuto con parole o tradu¬ cibile in parole; perchè una serie di parole non ha si¬ gnificato, se quelle non formano una o più proposizioni. Non ne risulta, evidentemente, che i giudici siano gli elementi semplici e irriducibili d’ ogni procèsso. Ma ciò non toglie verità nè scema l’importanza dell'analisi. La quale, per quanto facile a ripetersi da chi sia stato posto sull avviso, richiedeva, ad esser fatta la prima volta, a- bitudine a riflettere ed acume tutt'altro che volgari. Non pare che sia stato assolutamente primo il Kant a fare quest’ osservazione ; ma, di certo, egli por primo la formulò con chiarezza e precisione ; e, conseguentemente, riconobbe che per ispiegare il pensiero conviene spiegare il giudizio. Esaminando poi le varie classi di giudizi, gli parve, che solamente i sintetici a priori fossero bisognosi di spiegazione. In questi, il predicato non ci può essere suggerito dall esperienza, chè in tal caso il giudizio non esprimerebbe una verità assoluta, nè vien ricavato dal- T analisi del soggetto ; rimane dunque che sia aggiunto da noi, per una legge necessaria dell’intendere. Il pen- 105 sare sarebbe dunque un plasmare la materia data secondo certe forme fatalmente predeterminate, un guardarla at¬ traverso certe lenti, delle quali non possiamo fare a meno. Si noti che queste forme, in quanto non si prendono come il risultato della elaborazione subita dall’esperienza nel meccanesimo psichico, nè come artifizi arbitrari della volontà che aggruppa certi elementi a suo modo secondo i suoi lini, ma vi si vuol riconoscere una necessità estra¬ nea al fatto perchè dal fatto non iscaturisce, e insieme sovrapponente"!isi in modo inesplicabile, vengono ad avere con le idee platoniche molta più affinità, che il loro introduttore forse non s’immaginasse, àia ciò sia detto por incidenza. Il Rosmini rifletté, che in ogni modo il problema non era tuttavia risoluto; rimaneva da spiegare come ci si formi il concetto del soggetto, in tutti i giudizi; e anche quello del predicato ne'sintetici a posteriori; perchè l’e¬ sperienza ci somministra bensì de’fatti, ma non de’con¬ cetti. E per risolverlo, ripresa in esame la proposizione kantiana: le idee si formano con de’giudizi: la riconobbe generalmente vera; ma le mise di fronte quest altra, che pur si riconosce vera in fatto (con l’esperienza del di¬ scorso): i giudizi si formano con delle idee. Il circolo era cosi compiuto. Per uscirne, essendo ad¬ dirittura inconcepibile un giudizio senza idee precedenti, bisognava ammettere un’ idea almeno anteriore a ogni giudizio (innata). E bastava ammetterne una, perchè, reso da quella possibile il giudicare, si potevano con de’giu¬ dizi costruire tutte le altre. Ottenne cosi un sistema, che' rappresentava un perfezionamento notevole cosi del pla¬ tonismo, come in un certo senso anche del kantismo; riunendo i due opposti indirizzi, e completandoli 1’ uno con l’altro. 100 Un sistema, s’aggiunga, il quale non ammetterebbe repliche (quanto all'essenziale, s’intende; de’particolari qui non si discorre), se il cerchio fosse cosi perfettamente chiuso, come parve all’ autore, e come (se si guarda ai risultati), dev’ essere parso a tutti quelli che dopo hanno preso in esame la difficoltà, e non si sono contentati di sfuggirla. Per altro, da circa trentanni, il Bonatelli di¬ stingueva il giudizio logico, il quale connette delle idee preformate, dal giudizio psicologico, il quale senza pre¬ supporne alcuna, lo forma. Il circolo non sarebbe allora altrimenti chiuso. La questione è dunque ridotta a vedere se ciò che il Bonatelli chiama giudizio psicologico, e dallo scrivente venne altrove chiamato posizione, si possa descrivere e caratterizzare con tanta precisione, da escludere ogni dubbio sulla sua realtà di fatto. 47. Ammesso un pensiero permanentemente oggettivo, ma che non abbia altri caratteri fuori di questi, che sia cioè un pensiero particolare e di particolari, senz altra forma che l’oggettività (l’essere quel tale elemento preso all’in- fuori da ogni sua connessione reale con altri e col sog¬ getto), e atto però a durare e a riprodursi identico a sè stesso, risulta dalla discussione precedente che tutto il successivo lavoro mentale è spiegato ; si possono cioè co¬ struire, senza urtare in difficoltà insormontabili, tanto i priucipii come i concetti universali, puri e misti. E 1 am¬ mettere quel pensiero non è introdurre un’ipotesi, ma riconoscere un fatto; l’osservazione ci rivela, che ogni più complicato processo intellettivo si risolve in una succes¬ sione connessa di pensieri che hanno quei caratteri e quelli 107 soli; son essi gli elementi concreti che danno realtà al processo, che ne costituiscono l’effettivo accadere. D'altra parte, quest’ elemento la cui realtà di fatto non può ve¬ nire nemmono discussa, non è costruibile in modo alcuno,, essendo supposto da ogni procedimento col quale si ten¬ tasse di ottenerlo. E’ un elemento primitivo, in ordine a qualsiasi processo razionale osservabile, e cosi in ordine al giudizio, espresso o esprimibile in parole. Ciò non prova per altro che sia assolutamente primitivo, che non possa essere alla sua volta il risultato d’ un processo anteriore, non osserva¬ bile per la sua estrema semplicità, o anche perchè esso medesimo è la condizione o il mezzo dell'osservazione > non esclude che se ne cerchi 1’ origino, o se ne indagh* l’intima struttura. Dei due suoi caratteri, l’oggettività e la permanenza, si prenderà per ora in considerazione il primo soltanto I poiché venne notato, che questo può presentarsi senza di quello ; dove il secondo senza del primo non è pensa¬ bile (un concetto permanente è innanzi tutto un con¬ cetto). Equi si presenta il problema: se 1’ oggettivazione sia possibile, senza che vi preceda una qualche idea uni¬ versale. Il problema è diverso da quello accennato poco ad¬ dietro, e già risoluto; è espresso su per giù noi mede¬ simi termini, ma presi con un’intenzione diversa. Le nozioni, riconosciute costruibili mediante il pensiero og¬ gettivo, son quelle che ci servono di norme esplicite in ogni processo razionale osservabile, cioè nel discorso. Niuna di queste norme, in quanto esplicitamente pensata (formulabile), avrà servito di strumento alla formazione del pensiero oggettivo : perchè, ed ogni lrase consta di parole oggettivate, e il processo di cui 1' oggettività fosse un risultato, sarebbe inconsapevole, o di certo non ri- 108 flesso, e p. c. non condotto intenzionalmente dietro la f uida d ' re " ole espresse. Ma potrebbe anche darsi, che la possibilità d' un tal processo anteriore al pensiero e- plicito, richiegga qualcosa, che esplicitamente formulata si trovi coincidere con alcuno dei concetti universali c0 _ stimiti, o con qualche altro di cui non s’è fatta menzione. Si potrebbe anche supporre, che l’oggettività fosse un elemento dato addirittura. Ma quantunque si parli d’im pensiero oggettivo, cioè il discorso cada, necessariamente sul concetto universale di questo pensiero, in realtà ì pensieri oggettivi di fatto sono tanti, quanti gli elementi oggettivabili. Che questi elementi, come reali, sian dati si capisce; ma ammettere che per di più sia data di cia¬ scuno anche V oggettività, equivarrebbe press’ a poco al- 1 ammettere il platonismo, in un altro senso, se vogliamo, e con 1 accompagnamento di idee accessorie diverse. Sa¬ rebbe, in ogni modo, un’ipotesi eccessiva, e da non ri¬ corrervi se non quando fosse provata l'impossibilità di una soluzione più semplice; propriamente parlando, l'i¬ potesi non darebbe nemmeno una soluzione. Fra ì concetti generali di cui non s’è fatta menzione, il piu importante, e al quale è facile ridurre tutti gli altri, è quello di essere; qualcuno avrà già pensato, s * sia Untato di costruirlo, per nascondere . dlfetto delIa te o r >a- Il dubbio, che l’idea dell’ essere sia torse il fondamento necessario, il mezzo all’oggetti- dazióne, è giustificato dallo svolgimento della ricerca fi¬ losofica, e pressoché inevitabile; è similmente manifesto, che 1 oggettivazione, o dipende dall’ idea dell’ essere o da nessun’altra. ’ 109 48. Paragonando l’o gget tività e l'essere, si riconosce im¬ mediatamente che i due concetti si riducono a un solo. Un elemento oggettivato è preso assolutamente, all'in¬ fuori di tutte le sue connessioni, quindi, e come chiuso in sé, e come invariabile ; come una cosa, secondo un’e¬ spressione che si è usata già parecchie volte; ossia come un essere. D altra parte, l’essere è assoluto, immutabile, ecc. ; precisamente al pari dell'oggetto come tale. Senza dubbio, del mondo fisico, di me, di questo libro, di qual¬ cosa di meno consistente se è possibile, si dice che ci siamo; e qui s’incontrano delle difficoltà, dalle quali la dottrina dell'essere non ha mai saputo districarsi soddi¬ sfacentemente. Pure, ni una cosa sarebbe, se non fosse in qualche senso almeno relativamente assoluta e invaria¬ bile, e solo in questo senso, essa è, e solo prendendola o supponendola assumibile in questo senso, di lei si dice che è. Ci si trova dunque di fronte a un dilemma ben semplice: o la nozione di essere non è che quella d'og¬ getto, o l’ oggettività presuppone la nozione dell'essere. Al secondo partito s'appigliò esplici amente il Rosmini. Implicitamente però vi s’erano appigliati tutti i suoi predecessori; senza eccettuarne il Kant; il quale, ne¬ gando che noi fossimo in grado di conoscere o di saper di conoscere le cose in sé, credeva presumibilmente di dir qualcosa, ossia supponeva di parlare a gente, a cui non mancasse la nozione di questo in sà. L’opinione del Rosmini ha in suo favore il fatto, che in ogni proposizione il verbo essere si trova espresso, o vi si può considerare come implicito e sempre esplicabile. IMa bisogna vedere che ufizio questo verbo vi compia. 110 Nelle proposizioni teoretiche o puramente concettuali (p. es.: i mammiferi sono vertebrati; 7f5=12), Y è serve senz'altro di copula. Il Rosmini s’è industriato di stabi¬ lire, che nel connettere il soggetto col predicato, pure in queste proposizioni, non si fa che applicare l’idea universale di essere; ma i suoi tentativi, i più perfetti in questo senso, sono artiflziosi e complicati ; il che ba¬ sterebbe a rendere preferibile una soluzione più semplice. Tra il senso astratto, accennato superiormente, di essere, e il senso che ha l ’è nel giudizio, non si trova, con l'os¬ servazione diretta, la quale non si saprebbe dire quali difficoltai possa incontrare, connessione o somiglianza di sorta. Eppure, se 1' è fosse un’ applicazione del concetto di essere, tra i due sensi ci dovrebb’ essere una strettis¬ sima analogia ; e che non ci dovrebbe sfuggire, posto che entrambi ci sian noti, o che l’intendere il secondo non sia se non un momentaneo deviare dal primo, particola- rizzandolo nell’applicazione. Anzi : f è dei giudizi considerati, non ha propriamente senso alcuno all infuori del giudizio, ben diversamente da essere, o dall’ d assolutamente preso (p. es. nel giu¬ dizio. I>io è; dove si sa che sia Dio, o anche quel che se ne dica, dicendo che è). Dicendo: il cammello è un ruminante, i soli concetti preformati, sui quali si opera, non sono che ruminante e cammello; del cammello io non predico altro.se non il ruminante; non faccio altra operazione sui due concetti, che di riferirli l'uno all'al tro; 1 è esprime questo mio riferire; non il riferire in genere, pensabilissimo da sè, ma questo riferire, il pre¬ ciso atto di riferimento eh' io compio, e che non è nulla, all’ infuori dei tuoi termn. Nei giudizi pratici, dove s’afferma una realtà (p. es. : fabbricano una casa) la spiegazione rosminiana è senza confronto più ovvia e naturale; non può tuttavia venir Ili ammessa come definitiva senza circolo; poiché si vuole appunto decidere, se l'essere si riduca all’oggettività, o viceversa. Prescindendo da ogni ipotesi, il dato puro e immediato dell’ esperienza non si può intendere costituito che da un complesso di fatti. Il fatto reale si distingue dal fatto pensato (io posso pensare il giorno, anche di notte); intendendosi di fatti esterni. Nei fatti interni, bi¬ sogna distinguere: se si tratta di pensieri, sono sempre reali, o non sono (pensare un pensiero a, se non è pen¬ sare a, è pensare); se di sentimenti, questi possono essere reali o semplicemente pensati. La realtà del sentimento è immediata; il fatto esterno si giudica reale o no, se¬ condo che è o non è connesso con un sentimento reale. Affermare la realtà d’ un fatto, è dunque affermarne la connessione; diretta o indiretta, con un nostro sentimento attuale (reale); la connessione è in generale indiretta, in questo senso, che di alcuni fatti s’afferma la realtà per¬ chè immediatamente connessi col sentimento ; stabilita poi la realtà di quelli, la realtà d’altri può essere rico¬ nosciuta dalla loro connessione coi primi, senza ricorrere (immediatamente) al sentimento (53). Le affermazioni concernenti la realtà sono dunque possibili e intelligibili, senza che sia necessaria l’idea u- niversale di essere. S’aggiunga, che per mezzo di questa idea le relazioni poste risulterebbero sempre puramente ideali, senza poter mai attingere reffettiva realtà ; l’ap¬ plicazione dell’ idea di essere, oltreché non necessaria a giustificare i giudizi di cui si tratta, non è neanche suf- ficente. L’ipotesi in discorso va dunque abbandonata. Il tentativo di ridurre l'oggetto all’essere non essendo riuscito, è forza attenersi all’altro lato del dilemma, e ridurre l’essere all’oggetto. Si ricavano di qui molte im¬ portanti conseguenze, alcune delle quali vennero da chi scrive rapidamente accennate altrove, (51) e che qui non 112 è il caso di svolgere. Relativamente alla questione pro¬ posta, se ne ricava intanto, che il supporre necessaria la nozione quanto si voglia implicita dell’essere (o altra nozione, del che è fin anche inutile trattare particolar¬ mente) all oggettivazione, non ha fondamento. Ma questo è un risultato negativo, e rende più che mai vivo il desiderio, di vedere un po' chiaro nel seno stesso dell oggetti razione ; quantunque sia prevedibile la impossibilità d'appagarlo, se non imperfettamente. 49 Si rammentino le seguenti circostanze di fatto. 1) . Il pensiero non è possibile senza un dato, il quale è soltanto un accadere, ma non un accadere qualunque. Se 1'accadere esterno non ci modificasse, noi non sapremmo nulla; il dato nella sua immediatezza è costituito da un accadere interno, donde al pensiero la materia», che non gli potrebbe venire d'altronde. Al pensiero è neces¬ saria la sensazione. 2) . La sensazione è sensazione nostra ; noi non possiamo intendere un sentire, senza un sentito e un senziente* Ma la distinzione del senziente dal sentito, eh’è essenziale al concetto di sensazione, è del pari essenziale alla sen¬ sazione come semplice fatto ? L’analisi del concetto non si può prendere per- analisi del fatto, menti-’ è almeno dubbio se il concepire un fatto sia imprimergli una forma ad esso estranea (l’oggettività ; sbando a ciò che venne osservato sin dal principio, non vi è dubbio di sorta). Il modo di comportarsi degli animali, di fronte ai fatti e, steini, intieramente analogo al nostro, farebbe supporre di si. Ma le reazioni che si compiono nell'animale ci sono propriamente incognite, e potrebbe darsi che noi le as- similissimo alle nostre, obbedendo a una suggestione che ci viene dalla nostra intima esperienza. Se poi tale con¬ formità di reazioni s'ammettesse come indiscutibilmente vera, bisognerebbe dire che un pensiero iniziale non fosse estraneo ai bruti (agli animali superiori). Per ogni fatto noi supponiamo una cosa, di cui quello sia un fatto. Ma quantunque il fatto sia di quella cosa, non ne segue punto che il fatto sia un essere per sé della cosa. Analogamente: se nel fatto la cosa è per sè (vale a dire, se l'accadere considerato è un sentire) non ne segue che nel fatto la cosa sia insieme e per sé e per altro: che non solo il fatto, ma la relazione stabi¬ lita da questo tra la cosa e un altra, sia un essere per sè della cosa. Il sentire può adunque essere un fatto semplice, che nella sua immediatezza non implichi nes¬ suna dualità. Noi non possiamo non pensarlo duplice, riferendoci alle condizioni che ne rendono possibile l'ac¬ cadere ; ma il suo accadere immediato (senza riguardo allo dette condizioni) lo possiamo concepire senza du- ' plicità. Supporre che la implichi sarebbe dunque un in¬ trodurre un' ipotesi gratuita. Noi siamo un sentimento, ma un sentimento oggettivato. Dicendo io, non s’esprime una nozione astratta, come rii cendo p. es. mammifero ; ma neanche un nudo fatto nel suo immediato accadere, perchè il fatto come semplice¬ mente tale non è esprimibile nè pensabile; accade e nulla più. Io è un concetto, non generico però ; belisi il concetto di quel particolare accadere (sentimento): un sentimento pensato. L’io è dunque inseparabile dal pro¬ cesso conoscitivo; dove non c'è pensiero, non c' è un io. :t). Nel processo cogitativo,* invece, vi è l’oggetto, e vi è l’io. Sul primo punto è inutile ritornare. Quanto al secondo, il pensiero è sempre di qualche pensante: ma in un senso ben diverso da quello, in cui la sen- Ili sazione ò sempre di qualche senziente. Perchè la sensa¬ zione, semplicemente come tale (considerando l’accadere, all infuori delle sue condizioni) non implica dualità; è un sentire. Mei pensiero invece vi è sempre riferimento ossia il riferimento gli è essenziale. Non si .là giudizio senza copula; o la copula, secondo venne osservalo, e- sprime appunto l'atto del riferire. Son io che pronunzio la copula, e. per mezzo di essa, con certi materiali previa¬ mente acquisiti al pensiero, ne compongo degli altri. Es¬ senziale al pensiero, la copula si può tuttavia dir estra¬ nea al pensiero oggettivo ; essa non è qualcosa di ogget¬ ti rato, è il mio diretto ingerirmi fra gli elementi ogget¬ ti'i. per riferirli uno all'altro. Nel riferimento la dua¬ lità è immediata, cioè concepita nella concezione del semplice accadere del fatto ; perchè «al fatto si richie¬ dono certi elementi dati e di più l'azione di metterli in relazione l'uno con l’altro. 11 pensiero è dunque, oltreché oggettivo, anche sog¬ gettivo; è impossibile intrinsecamente (e non solo in ordine alle sue condizioni) prescindendo dal soggetto. Viceversa, risulta dalle considerazioni svolte sotto 2), che il concetto del soggetto svanisce, prescindendo da un pensiero di questo soggetto. Ciò che non pensa, potrà ben essere per sè, ma, poiché non pensa questo suo es¬ sere per sè, non è un io, un soggetto. 4) Soggetto e oggetto, nel pensiero, sono, non soltanto necessariamente connessi, ma correlativi. Oggettivare è segregare da ogni altro elemento, e anche dal me che segrega; perchè, se latto del segregare entrasse come un elemento nel risultato, la segregazione non sarebbe piena, il risultato verrebbe preso relativamente, non as¬ solutamente. I,'oggettivazione è un prescindere anche dal me, e presuppone il me. E poi evidente, che il concetto del me presuppone 115 ]'oggettivazione, e nou quella del me soltanto. Io penso me, in quanto mi distinguo da q. c., che non sono io. Non si distingue A da II, se pel fatto medesimo B non si distinguo da A. 5) Finalmente, nel pensiero s'ottengono de’ risultati : cioè il pensiero è un processo, che si può anzi si deve chiamar causale, benché si tratti certamente d' una ca¬ usalità d’ un genere particolare, e da non confondersi leggermente con nessun’altra. In altri termini, il pensiero è, uno sviluppo di energia, resa in qualche modo sensi¬ bile dal sentimento, che dal pensiero mai non si scom¬ pagna. E al sentimento si riduce quel non so che inde¬ finibile e misterioso, che si riconosce in ogni atto del pensiero ; e che, mentre sembra assolutamente refrat¬ tario alla cognizione, ne forma insieme l'elemento più vivo o caratteristico. L’energia insita nel pensiero si connette con quella che si manifesta nel dato; e da questa connessione il pensiero non solo è reso possibile, ma acquista un va¬ lore all’ infuori dolla propria sfera; perchè ne' suoi ri¬ sultati, qualunque siano, l’esigenza del dato non cessa mai di farsi sentire. 50 Riunendo queste osservazioni, che si conclude ? In qualunque modo l’oggettivazione avvenga la l’or-; inazione del soggetto (55) le deve essere contemporanea. Anzi ; la formazione del sogg etto e quella dell’oggetto hanno da essere un solo e me desim o fatto, non due fatti contemporanei e comunque connessi; perchè soggetto e oggetto non sono semplicemente connessi, bensì corre¬ lativi. Analogamente, la formazione, in una spranga d'ac- iir. ciaio, d'uii ]iolo magnetico australe, non è un l'atto ili» stinto ne’ distinguibile dalla formazione nella stessa spranga d' un polo magnetico boreale. Il dat o è costituito da uu gruppo di fatti, dotati del medesimo carattere d'essere interni ; astraendo da ogni ipotesi, circa un loro sostegno sostanziale comune (il die non esclude, che un tale sostegno non sia neces¬ sario perchè siano possibili) si dia al gruppo il nome di coscienza. Anteriormente al pensiero, e indipendente¬ mente da esso, la co scienz a è un teatro d'azioni scain- bjevoli ; ne son prova i fatti, e le loro connessioni, doude il gruppo complessivo è suddiviso in un gran numero di sottogruppi variabili. Nella coscienza, ha dunque luogo u no_ sv iluppo d’energia. La formazione simultanea del soggetto e dell'oggetto, scinde manifestamente la coscienza in due grappi ; del resto, può darsi die non tutta la coscienza venga scissa, ma che un numero maggiore o minore de' gruppi pree¬ sistenti in essa rimanga nella condizione primitiva. Consi¬ derando soltanto quella parte d. c. in cui ebbe luogo la scissione, renerai» corrispondente apparisce [per intero conce ntrata nel soggetto, che viene cosi t ad essere il centro del sentimento; un vero io. I .'ogge tto non rimane assolutamente inattivo ; ma, nella correlazione tra esso e il soggetto, la sua energia non si manifesta, e \i rimane estranea. Conseguentemente, anche l'energia del secondo sembra senza azione sul primo, ed esaurirsi tutta quanta, in ordine a questo, nel mantenere la scissione o contrapposizione. Quindi è che l'oggetto a noi pare semplicemente presente. Ma quan¬ tunque l'energia del soggetto non produca (relativamente alla contrapposizione, s'intende) che folletto indicato, il suo estrinsecarsi è nondimeno necessario. E di estrin¬ secarla noi siamo consapevoli : ogni l'atto cogitativo è uu fatto nostro, un'azione del soggetto. 117 Alla domanda, come possa essersi prodotta la scissione, non si saprebbe da^risposta più semplice, nè 'impli¬ cante un minor num^o di supposizioni, se non ricor¬ rendo all’energia, di cui era già una manifestazione .la coscienza (oscura}, prima che la scissione avvenisse. Si può dire in generale, che questa nuova manifestazione della medesima energia è determinata dalle sue mani¬ festazioni precedenti ; l’iniziarsi del pensiero è subordi¬ nato alla storia anteriore della coscienza, al numero, alla complessità, alla stabilità, alle connessioni tra i sotto¬ gruppi in cui la coscienza era stata divisa e suddivisa dalla elaborazione meccanica. A priori non si saprebbe affermare niente di più preciso, senza pericolo d’errare. Questa è la spiegazione, che, assunta in via d’ipotesi, in altri lavori, dall’autore di questo scritto, ha reso possibile introdurre nella discussione di alcuni problemi filosofici una maggiore semplicità, la quale, se anche egli non avesse saputo approfittarne, potrà non di meno facilitare successive ricerche, sue o d’altri. L’essersi ora ottenuta la medesima formula come un risultato positivo sembra indicare che essa esprima realmente il fatto iniziale del pensiero nelle sue circostanze caratteristiche. L’osservata coincidenza rende inutile una più minuta discussione della formula ; e in particolare la ricerca, del come il pensiero iniziale, oggettivo ma non più che og¬ gettivo, si renda permanente; questo problema essendo già stato risoluto in base all’ ipotesi, che ora venne di¬ mostrata (56). NOTE 1) llic. int aj forni, d. pens. (Alti J. H. Ist. Ven., ser. VII. tom 111); Hic. ini. ai princ. fond. d. rag. (Alti c. s. lom. IV); La n**- cess. log. (Alti d. II. Are. di Nap.; voi. XXVI); nelle citazioni rispettivamente: meni. I, mem. Il, mcm. III. 2) Mem. I. 5 $ 23 sgg.; mem. Il, 5 5 8 sgg- 5) Se ne vedrà qualche esempio nei Capp. VI, VII. 4) Si noti perù che il riconoscere le condizioni perchè un ra¬ gionamento sia possibile, quali risultano dall'osservazione d**l fatto, senza discuterle, senza tentare di spiegarle, è parte dell'a¬ nalisi del ragionamento: e una parte, senza della quale il rima¬ nente non può avere un significato preciso. 5) Ci par d'avere scansalo completamente questo difetto nella mem. III. alla quale rimandiamo per ogni maggior dilucidazione, che questo libro lasciasse a desiderare in proposito. Perchè quan¬ tunque ci siamo industriati d'includere nell'opuscolo quanl’era necessario a renderlo intelligibile e in sè definitivo, abbiamo pur dovuto imporci de’ limiti, relativamente mollo angusti; d'altronde la questione è diflicile e complessa, e qui non accadeva conside¬ rarla che sotto alcuni aspetti soltanto. 6' Meni. IL, Sez. IL, Capp. HI e IV. 7) Cfr. Cap. 11. 8) li lo stesso dicasi d'un fantasma, o d'tin gruppo delle une o degli altri, o misto. 9) Cfr. | 3. 10) Le quali per altro possono e devono essere oggettivate sempre- Secondo il nostro modo di vedere, l’opposizione non è tanto tra la soggettività del processo e l’oggeltivilà de’ risultati, poiché ogni elemento del processo e il processo medesimo vengono pensali (oggettivamente); quanto tra la particolarità del primo e I' u ni ver/ salila de' secondi. / I!) Ronatelli, La ('.ose. e il mecc. ecc. ; pagg. 278 sgg. 252 sgg. I passi in corsivo sono riprodotti ; alcuni altri abbiamo compendisi!. li) L’osservazione, ovv ; a, ma non perciò meno importanti), è dovuta a Platone:... quir (nomina) consequenter dirla ali^uid exprimunt, invieem congruunl ; qua> vero continuità nihit signifknnt non conveniunl.... ex tolis nomini/ms ordine prolntis orntin nuvfiiam e/ficitur, ncque rursus ex verbis absque numinibus pronunciata. In Sopii. 13/ Cfr. Meni. II.; { 13; e altrove. 14) Ciò non detrae da quanto si disse più addietro, circa il valore d’ogni processo oggettivabile preso in sé medesimo. L'in- eoerenza e la confusione sallan fuori, quando si suppone che una parola abbia sempre conservato il medesimo senso, e le stesse proprietà combinatorie; il che appunto è un prescindere dalla particolarità pienamente determinata del processo di fatto; ossia un sottoporlo, più o meno completamente, all' intenzione d' universalità. 15) Razionale ed empirico; queste parole parranno aggruppate secondo delle proprietà combinatorie veramente nuove, e costi¬ tuenti una privativa dell'autore. Certo, è spiacevole servirsi d’un linguaggio insolito, e che sembra contraddire a delle verità universalmente riconosciute; ma certe volle non se ne può far di meno, e cioè quando la teoria sottintesa dal linguaggio comune (e che talvolta rappresenta, non il buon senso, tua la buona for¬ tuna di certe speculazioni filosofiche) si trovi essere in difetto. Benché in addietro il nostro modo di vedere sia stato spiegalo a snlficenza, perchè non sia lecito imputarci con leggerezza degli assurdi, ripetiamo qui, che noi diciamo razionale tulio quanto è pensalo, e p. c.. anche quanto venne semplicemente oggettivaio. Ma un che semplicemente oggettivaio, e dunque non ancora clas¬ sificalo (universalizzato), è appunto preso come quel late ele¬ mento, posto nella sua immediata realtà; ossia è insieme un ele¬ mento di fallo (empirico). 16) Alla pratica imporla che il processo «ia sicuro (che guidi a 121 condii dure-con esattezza); la teoria ne vuoi conoscere la struttura, e il significato relativo a qualunque ordine di riflessione. 17) L'altro metodo, consistente nel definire con esattezza i ter¬ mini da introdurre nel discorso, sostituendo poi sempre nel pen¬ siero la definizione al definito, se venga rigorosamente applicalo coincide col superiore. Notiamo intanto, che non tutti i termini si possono definire; l'imbarazzo che no segue è per altro più appa¬ rente che reale. Infatti, di alcuni termini il significalo è determi¬ natissimo e intuitiv amente chiaro (p. es.: spazio, tempo); quello di altri oscilla in una sfera molto vasta, ma la sfera è stabile per la sua stessa vastità, donde al termine un senso non dubbio, purché lo si prenda nella sua massima indeterminazione (p, es.: essere) Fra questi e quelli si sceglieranno i termini, elle diremo primitivi, con cui definire gli altri. Poiché i termini primitivi hanno tutti uy significato nolo e fisso, godranno anche di proprietà combinatorie note e fisse,; invero ogni dubbio, ogni oscillazione in una di queste proprietà, produrrebbe un dubbio o un'oscilla¬ zione nel significato dei termini. E se nel significato «l’un termine v’è qualcosa non rappresentala da una proprietà combinatoria, questa cosa, qualunque siasi, rimane estranea all'uso del termine, c in ordine all’uso è come se non ci fosse. (P. es. le rappresen¬ tazioni fantastiche, associale cosi strettamente ai nostri concetti spaziali, che sembrano costituirne l'intero contenuto, rimangono e- stranee alla deduzione geometrica; servono bensì a darle un si¬ gnificalo pratico, e le somministrano degli aiuti, non essenziali, e non scevri di pericoli). Uno qualunque poi de’ termini definiti* non ha altro uffizio che di rappresentare un certo gruppo di ter¬ mini primitivi, (o un gruppo di gruppi, cec.), e gode le proprietà combinatorie del gruppo, le quali risultano da quelle de’ termini primitivi che c’entrano, e dalla struttura del gruppo, risultato anch’essa delle proprietà combinatorie dei termini primitivi. In realtà non s’è fallo che assumere i termini primitivi con certe • proprietà combinatorie; e quelli,.nel solo significato che ricevono dalle loro proprietà combinatorie assunte. — Si è parlato di sole definizioni nominali, perchè in un processo rigoroso, le definizioni ■li cose valgono soltanto per definizioni nominali. Se, p. es. si definisce la retta, come la linea determinala da due punti, la teoria che si svolge non ci darà le proprietà della retta volgarmente intesa, ma quelle di una linea determinata da due punti. Se poi ’a definizione esaurisca o no il concetto volgare, è un altra que¬ stione, estranea alla teoria che si è supposto di svolgere. 18i Scegliamo tra mollissimi un esempio dall'algebra elementare. Il significato di a» se ni è intero e positivo, è: un prodotto di m fattori ugual i ad a. Consideriamo ora il sìmbolo a' , e attri¬ buiamogli una proprietà combinatoria : questa p. es., che se p, q, r sono tre valori quali si vogliano di x tali eh e. p -\-q —r, i due simboli ni’.n't ed a r si debbano assumere come equivalenti (La proprietà è deducibile dalla def. preced., se p. q, r sono in¬ teri positivi; ma qui la si suppone semplicemente assunta). In base a questa proprietà, a* può essere sviluppato in una serie, convergente per qualsiasi valore finito di x, reale o no, ossia ri¬ ceve un significalo aritmeticamente definito. Ma questo significato non coincide con quello che risulta dalla def. preced., eccetto per i valori interi e positivi di x. L’assumere per il simbolo la detta proprietà combinatoria, è stato dunque un prescindere dal suo primitivo significato, ed è stalo un attribuirgliene implicitamente un altro. Il significalo primitivo di un simbolo, e quello che gli s’attribuisce attribuendogli una proprietà combinatoria, possono non coincidere, anche se questa è dedotta dal significato primitivo 19) Iti», ili Mal., diretta dal medesimo, voi. L: pag. 2i e 182. 20) Salva l’oss. del 8 prec. Il processo è trasformabile; ma non pare capace di semplificazioni essenziali. Ogni trasformazione esi¬ gerebbe un numero d’elementi primitivi non minore, e forse maggiore. 21) Qui si vede il processo puramente logico intrecciarsi con una questione prettamente metafisica ; la quale, come si vede, non vi è introdotta abilrariamente, nè per via di sottigliezze discuti bili, è anzi messa direttamente innanzi dal processo considerato esclusivamente in sè medesimo. Il che se da una parte prova l’impossibilità di esaurire certi problemi positivi senza urtar nella metafisica, lascia supporre dall’altra, che la risoluzione di un problema positivo possa talvolta condurre direttamente alla riso¬ luzione d'un problema metafisico; contrariamente a un'opinione ai giorni nostri molto in voga. 1/ osservazione falla poco addietro ci assicura, clic non è pos¬ sibile alcun processo puramente ipotetico; poiché in ognuno entra necessaria. nente qualche proposizione categorica. Del resto che il formalismo possa condurre a degli errori, l'algebra stessa ce ne somministra degli esempi. Siano l'.Q due polinomi interi, in x\ c rappresenti R una serie infinita, a coefficienti indeterminati. Si assuma come identica I’: Q=R se ne ricava P = OR, mediante la (piale, applicando il metodo de’ coefficienti indeterminati, si possono determinare quanti si vogliono coefficienti di II. La forma di R è cosi determinata ; e l’eguaglianza anteriore riesce in fatto identica. L'anliprecedente invece non ó vera, se non dentro il vero cerchio di convergenza di li. ossia in generale é erronea; mentre il processo col quale la si è ottenuta, formalmente, è il medesimo di quello con cui. dal sapere che VOrrdxS, si deduca che 40(8-3. 22) Dire che 72 e 27 sono due numeri diversi; che l'ago della bussola, e l'elice del bastimento, hanno pesi diversi; non parrà speriamo, un pronunziare delle proposizioni senza senso. (Tutti le proposizioni paiono senza senso, a chi manca della preparazione necessaria per intenderle; ma per intendere quelle due, non oc¬ corre una culluia filosofica mollo vasta). Ebbene idrotico e divelto, son due termini correlativi, e p. c., ò lauto possibile un proce¬ dimento che non presupponga l'identico, quanto uno che nou presupponga il diverso. 23) . Che — abbia il medesimo senso, esprima esso una defini¬ zione, o, p. es. un teorema, è manifesto anche dall’algebra elemen¬ ti tare P. es. a m: " = t — ni « una definizione o un teorema, secon- r ii dochè m non è od è divisibile per n; in\nlrambi i casi, quell'u¬ guaglianza esprime la sostituibilità dell'un membro all'altro, e, algori Unicamente, non esprime altro. Ma la sostituibilità non serve a definire l'uguaglianza: dire che due simboli sono sostituibili, significa infatti, che due formule che differiscono solo in quanto una ne contiene l'uno, l'altra l'altro, sono equivalenti. La (18) esprime una proprietà del segno =:, ma che non può servir a de¬ finirlo, perchè lo suppone noto. E’ impossibile definire il concetto di uguaglianza mediante altri concetti o processi universali, per costruire questa nozione bisogna ricorrere all’accadere cogitativo- particolare, come s'è chiarito altrove. 124 24 1 Mera. II, sez. I. 23) Cfr. Mem. 1(1. 26. Non si dice che a - - a è assurda, come se già s'avesse il concetto universale di assurdo; si chiama assurda quella pro¬ posizione. per indicare che essa toglie significato al simbolo a as- sunto come significativo. Lussurilo rimane ,-osi definito al solilo dalla connessione del termine con un determinato processo 27. Dopo la discussione fatta sulla verità assoluta (necessaria) delle proposizioni, chiunque può supplire da sé quanto riguarda i vari sensi in cui una proposizione può esser vera o falsa - cfr meni. II. Sez. II. 28) Una forma di sillogismo. Ma tutte forse le proposizioni sono riducibili al tipo A=B;C, e quindi tutti i sillogismi alla forma surriferita: cfr. c. s. 29' Si suol dire che le proposizioni vengono enunciale sónni. tantamente; ma la simultaneità, o va intesa nel senso dichiaralo o non ha senso alcuno. P. es. : so che oggi fa hel tempo, e so. qual è il prezzo unitario di una merce; tengo conto della prima notizia nei preparativi d una pas S()ggiata , .iella seconda nel com¬ puto d un pagamento; ma le du e rimangono estranee l una al- laltia. Por I opposto, un processo dura talvolta degli anni, senza perdere la sua connessione; è facile allora che vi si vengano a introdurre clementi a cui dapprima non si pensava, e elio alcuni de primitivi cadano in dimenticanza; tuttavia, e gli uni e gli altri possono venir congiunti sillogisticamente (per via indiretta) nel processo, quantunque non pensali insieme. SO) l.a congiunzione sillogistica sarebbe un caso particolare della congiunzione semplice. 31) l.a disgiunzione rende possibile lo scindersi del pensiero in più processi distinti, è l’atto che lo scinde. l.a formazione di gruppi è un risultato della distinzione de’ processi ; di fa to. un gruppo s'ottiene con certe operazioni connesse soltanto tra loro (ottennio che sia, il gruppo però può venir connesso con altri, ecc.; L’uso della punteggiatura (| 9) non ha significato se non dalla possibilità d’introdurre in un processo delle pause o delle interruzioni, ossia di scinderlo in parti (gruppi) che poi vengono connesse. 125 K’ da notare una difficoltà. Si è finora supposto che le pro¬ posizioni introdotte in un processo vi si introducano come vere Ma un processo è un gruppo d'operazioni, tra le quali vi potreb¬ bero essere delle disgiunzioni e delle negazioni; le proposizion* che ne costituiscono la materia non sarebbero allora tutte assunte come vere in ordine ad esso. In questi casi, il precorso si scinde in più, concatenati dalle proposizioni assunte come vere in lutti. In una teoria completa del ragionamento andrebbe minutamente discusso ciò cho qui basti avere accennato. (Nella meni. II. $ 79. s’è visto, che una proposizione in genere può ridursi alla forma affermativa). ò2i l>. es.: (A=B;X)(6=C;Y).o.A= jf;Z; posto Y;X=Z. o3j In pratica, invece di [assumere come date cerio proposizioni algoritmiche, e d’ interpretarle in senso empirico, si assumono come date certe proposizioni di significato empirico, e si procura d esprimerle algoriimicamente. La connessione tra due insiemi di proposizioni, algoritmiche, o di significalo empirico, rimane la stessa, in qualunque dei due modi venga stabilita. 54) Cfr. meni. I. 40 sgg. 55) Cfr. § 3, penule capv. 56) Cfr. meni. I, §8 40 sgg. 57) Cfr. mera, HI, Gap. II. Ivi si troverà sciolta Gobbi azione relativa al numero finito ile - valori ammissibili per un simbolo variabile. Cfr. poco sotto. 58) Questo giudizio, e in genero quelli della matematica pura, non si potrebbero chiamare misti, il campo della matematica pura è una patte di quello delle forme logiche astratte. Si parla qui di questi giudizi, per mettere insieme la discussione di tutti quelli, che sono n priori secondo il Kant. Per ben intendere quello che si dice de'numeri, si cfr. quelli che l'autore ne ha già scritto nella meta. Il, Sez. 1. Gap. V. 59) Cfr. Mem. 11., Sez. I., Gap. V; di cui qui si riassumono i risultati. . 40, Per opera principalmente del Dedekind. Ci atterremo sostan¬ zialmente all'isposizione del prof. Peano. (Cfr. una sua nota nella Hiv. cit.) Vii Questo metodo fu dapprima applicato, pressoché contempo- rancamente, da M. Micci o da B. Pascal. 42/ Questa dimostrazione, la p-ima che si conosca della impor¬ tante prop. 5, è dovuta al prof. G. Veronese: v. Fond.di Geom. ecc. 43) Abbiamo accennato il processo della geometria elementare ; — per giustificare completamente l'affermazione, Insognerebbe dimo¬ strare, che il teorema è indipendente del numero dei lati del poligono primitivo, e anche dalla legge con cui se ne va aumenlando il nu¬ mero dei lati. Ma è noto che queste proposizioni sono state •puro dimostrate. 44) Mei senso kantiano; perchè; secondo venne più volte notato ogni giudizio, anche quelli die il Kant dice a posteriori suppone l’oggetiiv ita, ossia un elemento che si può dire a priori, e un’o¬ perazione che si può dire una sintesi, almeno lino a discussione compita. Ma in questo senso sarebbero sintetici n priori lutti i giudizi, v non alcuni soliamo. 45) Monde la necessità di procedere con estrema cautela nel- l.av viare a certe disquisizioni i giovani (che, qualunque ne siano l'educazione e le disposizioni, sono sempre mi po' volgo). La massima generale, che la verità non può nuocere, come tutte le massime anzi le frasi generiche isolatamente prese, non significa nulla. 46) Ciò che in geometria si dice mutare una figura, non è nient allro che un rimuovere il nostro pensiero dalla figura di prima a un’altra. S'adopera molte volle o quasi sempre un lin¬ guaggio materiale perchè più comodo; ina una figura mutata e quella di prima si possono paragonare; dunque la figura di prima rimane ; ossia vera mutazione non c'è stala, e quella che si dice illutazione della figura, non è che l'assumere un’altra fi¬ gura. 47) li' superfluo avvertire che noi non s'imputa nè questo né alcun altro equivoco, nè ai chimici, né ai fisici I Ina soltanto a quelli , si chiamino come vogliono, che scambiano delle formule identiche per delle verità oggettive, fisiche o metafìsiche. E’ noto come la scienza vada eliminando via via per sé medesima questi elementi eterogenei, appiccicatile da uni riflessione incompleta. 48i C.fr. mem. III. Le cose che prendiamo in prestilo da altri scrini, abbiamo cura di presentarlo qui sotto forma tale, che 127 riescano intelligibili, e, per quanto è da noi dimostrate, prescin¬ dendo dai modi di vedere che ci hanno in questi servito di fon¬ damento e di guida. Cosi il presente potrà servire agli altri di utile riscontro. 49) .Mera. Ili ; Cap. VI. fili) Cfr. 8 48. .Ili Dalla riflessione soltanto. Di fatti il selvaggio e il bambino, li queste difficoltà mostrano di sapere ben poco: per loro tulio animato, in tutto s’immaginano un sentimento simile a quello die provano. , o2,i Cfr. Meni. III. :i5 Cfr. Donatelli, op. cil. pag. 2!) sgg. Ji4) Meni. III. ;. ;j) Qui si parla del soggetto come tale; non d una sostanza die del soggetto costituisca l'intima e permanenti realtà. Il nostro girilo reale, non sarebbe ancora un soggetto,in esso non fwsse sorto il pensiero, sarebbe soltanto qualcosa, capace di di- ventare un soggetto. 56) Meni I. 8! 34 sgg.  ’ I ù,~r 4. B. VAGISCO IL PROBLEMA DELLA LIBERTI NOTA CHI TIC A Estratto dalla Rivinta di b'iloso/ia e Scienze affini diretta « animili, dal prof. Giovanni Marchesini, dell Università di Padova Marzo-Aprile 1907 - Anno IX. voi. I, n. 3-i Abbonamento annuo anticipato : per l’interno L. I»; per l’estero L. 12 Opus.c. BOLOGNA STABILIMENTO POLIGKAFICO EMILIANO (GIÀ zamorani k ai-tikrtazzi) Piazza CJalderini. ti - Palazzo“Loup 1907 INDICE DEGLI ARTICOLI ORIGINALI DELL’ ANNATA 1906 Akdigó R. - La filosofia oggi nel campo del sapere .... Pag. -Atto riflesso e atto volontario. -1 tre momenti critici nella storia della gnostica della filosofia moderna. * -Il sogno della veglia. * Barii.i.ari M. - Le nuove esigenze della filosofia del diritto. » Calò 6. - Studi di filosofia morale. (Rassegna critica) . . » Cantalamessa C. G. - Scienza e fede. * Coi.ozza G. A. - Storia dell’ istruzione e dell’ educazione . » Dandolo G. - Studi di psicologia gnoseologica. » -La metafisica della sensazione. * FoÀ E. - La guide di Dante nella Divina Commedia. (Note di pedagogia). * Gai. ni F. - La teoria dell’ equilibrio in paiologia. (Nota critica). * Limentani L. - Per una teoria della previsione psicologica. » Marchesini Antonio - Appunti sulla dottrina pedagogica di A. Schopenhauer. * Marchesini Giovanni. - L’equivoco della coscienza moderna. » -Per un questionario sull’ insegnamento della filosofia nella Scuola media. » _Miseria e incongruenze della pedagogia nazionale . . » -I concorsi per esami. » _L’Istituto di Pedagogia sperimentale di Milano. ... » Marucci A. - Per un nuovo ordinamento degli studi filo¬ sofici in Italia.. .. Mazzai.orso G. - La qptXfa aristotelica (come fondamento di una distinzione fra morale e diritto). Mondoi.eo R. - Di alcuni problemi della Pedagogia con¬ temporanea ... -Intorno al convegno filosofico di Milano. Pietropaoi.o F. - 11 positivismo di Vincenzo De Grazia . . » RaN/.oi.i C. - Positivismo e idealismo. (Nota critica) .... » _Sulle origini del moderno idealismo . . . .. » _Per l'originalità del pensiero italiano. A. Binet e R. Ardigò. * Rotta P. - D’una psicologia pragmatica della credenza . » Severi F. - Problemi della scienza. » Tarozzi G. - L’ispirazione umanitaria nell'arte. (Morale ed arte). * _Il professore di scuola media e il suo futuro compito .civile e morale. (In memoria di Giuseppe Kirner). ... » VarisCo B. - I diritti ilei sentimento. » 2 461 613 94 278 273 583 187 e 336 632 402 431 74 e 213 667 12 276 556 733 739 717 573 115 e 123 728 370 268 313 569 542 527 24 649 45 r f 3 /)- IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ « NOTA CRITICA I. Cominciamo coi porre il problema chiaramente in termini ; cioè con lo stabilire il concetto della libertà umana. « Esser io> libero significa esser io causa, sic et simpliciter , di certi fatti ; ed io, io solo, sono causa di certi fatti, perchè sono un sistema, che sotto certi rispetti ed entro certi limiti è chiuso; cioè che opera secondo quello che è, non rappresenta un semplice organo di trasmis- sioue d' una forza esterna ». Così scrivevo auni sono ( ! ); esprimendo, mi pareva e mi pare, il concetto comune di libertà; quello, che ognuno di noi ricava dall’esperienza ch'egli ha dell’operare così proprio come itegli altri uomini. S’opporrà: — un bruto è pure fino a un certo segno un sistema (psichico) chiuso, che opera secondo quello che è; tuttavia, nessuno crede i bruti liberi nel medesimo senso in cui si dicoh liberi gli uomini.— A che si risponde: « La mancanza di rappresentazioni oggettive fisse, che non siano quelle di cose divenute familiari per abitudine, e conse¬ guentemente di rappresentazioni di fiui che non siano immediati, rende impossibile nel bruto la formazione d’un nucleo addensato di psichicità, capace d’un’azione indipendente dalla pressione esterna momentanea; perciò il bruto manca di volere nel senso preciso di questo termine: e a ciò si riduce, sotto questo aspetto, la sua differenza da noi; come la 0) A proposito iì' una recente pubblicazione : — G. Calò : Il problema della libertà nel pensiero contemporaneo , in-S.° di pp. XII, 22S; Palermo. R. Sandron, ed , 1906. A questo libro si riferiscono le citazioni elle non abbiano altra indicazione. (|) Scienza e opinioni, p. 572; cfr. il mio art. 1 diritti del sentimento , pubbl. in q. Rivista, genn.-febb. 1906, p. 17 segg. dell'ed. a parte. Se occorre dirlo, ne'miei Bcritti sul problema della libertà io non ebbi altro intento che di lavorare a prepararne* lontanamente la soluzione, ingegnandomi di contribuire ad eliminarne de’ malintesi. Risolvibile àie et nunc in maniera definitiva il problema non ini sembra; per le ragioni, che ini l'anno creder cosi, cfr. p. es. 1' altro mio art. La teoria della conoscenza, nel- 1 ultimo n. della Rivista /iloso/ìca ; p. 19 sgg. dell'ediz. a parte. IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 2 differenza tra uomo e uomo si riduce alla maggiore o minore compat¬ tezza e indipendenza del nucleo medesimo » (*). Non sarà inopportuna qualche altra citazione. « La mia volontà è una forza, che produce degli effetti, e che assume un pregio, non solo in astratto, ma nella realtà della vita vissuta, correlativo a quello degli effetti che produce.... Gli atti di questa forza sono atti miei, e i risul¬ tati che produce hanno per causa me stesso; perchè io non sono altro che questa forza.... Gli uomini sono comunemente persuasi di esser liberi, cioè di non essere nelle loro anioni » (propriamente, in certe loro azioni) « determinati da cause esterne. Risulta da quanto s' è detto, che questa persuasione è fondata ed esatta, semprechè sussista; infatti, chi è tra¬ scinato ad operare da una sopraffazione esterna, ha coscienza del suo essere trascinato, e non si crede libero in quel caso » ( s ). Ripeto: la persuasione (che abbiamo d’esser liberi; liberi nel senso indicato) è fondata ed esatta, semprechè sussista. Dunque: l’idea che la detta persuasione sia illusoria, ed unicamente fondata sull’ ignoranza delle cause reali di quelle azioni, che diciamo fatte volontariamente o liberamente ila noi, è insostenibile. E vero: l’io, quantunque semplice in un senso, è poi dotato d’ una grande complicazione interna, di cui abbiamo coscienza, ma gli elementi della quale ci sfuggono in massima parte. Quali siano le componenti, o le radici ultime, della sua volontà, 1’ uomo del volgo ignora. Nè il filosofo è molto oiù innanzi; le dottrine che si hauno in proposito, lasciando star che sono incerte perchè sempre con¬ troverse, si riducono ad alcune generalità, insufficientissime perchè uno, per loro mezzo, si renda un conto preciso di ciò che si passa dentro di lui. Ma tutto ciò riguarda le origini e le condizioni del volere ; non il volere come una realtà psichica viva e attuale. lo voglio, ed in conseguenza opero. (Se non ci sono impedimenti esterni, che qui non si hanno da prendere in considerazione, e che in ogni caso non mi tolgono di volere). Da qualunque insieme di circostanze sia stata condizionata, comunque sia accaduta, la mia volizione è la mia volizione; i suoi effetti psichici sopra di me, ed anche que’suoi effetti esterni, che la seguono immancabilmente in date circostanze, hanno per causa essa sola, ossia me in quanto voglio. Prendendo la libertà nel senso che abbiamo indicato, un problema della libertà non esiste. Il senso comune può dormire tra due guanciali; le indagini ulteriori dei filosofi nou lo toccano. 2. In queste indagini ulteriori si oltrepassa la realtà immediata del soggetto, per vedere di scoprirne le condizioni, che sono poi le condi¬ zioni della volontà. Ogni soggetto personale differisce da ogni altro per certe particola rltà sue; possiede una certa struttura interna, una certa natura, un certo carattere. Inoltre (quest’ è un punto, che crediamo d’ avere fissato) ogni ’ ( l ) Scienza e opinioni, p. 569. | a ) Ibid., p. 56S sg. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ 3 soggetto possiede una forza, o piuttosto è una forza, i cui effetti esterni dipendono in parte da circostanze esterne, ma che basta in ogni caso a produrre essa sola certi effetti interni. Si domanda, come questa forza o potenza si estrinsechi volta per volta in atti singoli determinati. E qui ci troviamo di fronte a due dottrine opposte. (Io mi limito a considerar le diversità delle dottrine in ciò che hanno di essenziale al proposito nostro, di fondamentalmente irriducibile; questa limitazione, del resto, è utile a meglio comprendere l'indole vera della questione). Secondo il determinismo (voglio dire, secondo quella forma di deter¬ minismo, che sola mi pare sostenibile) il soggetto è capace bensì di determinarsi da se stesso e da sè solo a volere; ma il suo volere, appunto perdi’è un’estrinsecazione o un’espressione della personalità, alla quale viene anche imputato (p. 196), è determinato da ciò che il soggetto è nell’istante in cui vuole. E intendiamoci. Dicendo, che la volizione è determinata da ciò che il soggetto è, nell’ istante in cui vuole, non si presuppone di necessità, che il soggetto sia qualcosa, o che vi sia in esso qualcosa, di costante e di fisso Dice bene l’A.: « la personalità e 1’esercizio della volontà sono in funzione reciproca; se la volizione è libera in quanto è un prodotto della personalità » (precisamente, cfr. § 1) « questa a sua volta. .. si modifica.... in base a ogni determinazione della volontà, è insomma anch' essa, almeno in parte, un prodotto della libera attività del soggetto » (p. 199). Il sog¬ getto è ora, almeno in parte, quale fu reso dalla sua storia precedente, che avrà lasciato delle traccie consapevoli nella reminiscenza, e delle traode inconsapevoli nelle abitudini, efficaci le une e le altre; ma la reminiscenza e le abitudini di cui il soggetto è dotato sono elementi effettivi di ciò che il soggetto è. 10 non voglio discutere qui la dottrina, che ha i suoi prò e i suoi rontra, secondo la quale il soggetto avrebbe un carattere fondamentale affatto invariabile; mi contento di notare, che non è punto essenziale al determinismo. Il quale consiste, come dicevamo, nell' assumere che ogni volizione sia un effetto necessario di ciò che il soggetto è quando la compie. Se poi le volizioni, che il soggetto va compiendo, e che di certo lo modificano più o meno, possano, o no, modificarlo a segno, da non lasciar sussistere in esso niente del vecchio, eccetto la continuità della coscienza personale, niente rileva in ordine ad una discussione, che s' aggira sul genere della dipendenza di una volizione da ciò che il sog¬ getto è nell’ istante in cui la compie. 11 concetto del determinismo rimane cosi precisato. La dottrina opposta, o assolutismo come dissi altra volta (*), consiste propriamente nell’ escludere, che la volizione sia necessariamente deter- ( l ) Nell'art. I diritti del sentimi già cit. Che la denominazione sia delle pili felici, non pretendo; ina non saprei quale altra sostituire. Liberismo non va; perchè il deter¬ minismo, secondo il concetto esposto, non esclude la libertà secondo il concetto comune. Indeterminismo è troppo indeterminato; può riferirsi ad altro che alle volizioni, e lasciar una parto al caso. Assolutismo è ancora un meno male. 4 IL PROBLEMA DELLA LIBERTA minata da ciò che il soggetto è uell’ istante in cui la compie. Volen¬ dogli dare una forma positiva, possiamo dire, che l’assolutismo attribuisce al soggetto la proprietà di creare (p. 196); di produrre, almeno in sè, delle novità assolute, ossia delle novità, che non sono predisposte nel- P insieme delle attuali determinazioni del soggetto medesimo. Negare al soggetto la potenza creativa è, quantunque molti nouse ne siano accorti, cadere nel determinismo. « Quando vogliamo, e nei limiti in cui vogliamo, noi vogliamo perchè vogliamo. Se osserviamo il pro¬ cesso di deliberazione e di scelta, noi vediamo eh’ esso si pone sempre o fra i mezzi capaci di farci raggiungere uu fine, o tra diversi fini tra loro irriducibili. Nel primo caso. .. la scelta è... determinata dal fine me¬ desimo.... Nel secondo caso invece la scelta tra i due fini è di solito determinata da un altro motivo implicitamente scelto, cioè da un’ altra volizione.... Continuando l’analisi d’una volizione.... noi troviamo infine un punto a cui dobbiamo fermarci, una scelta ultima e irriducibile da cui quella attuale, in ultima istanza, dipende.... Questa scelta originaria (?) e fondamentale.... è, possiamo dire, una posizione assoluta operata dalla volontà,... e non ha la sua ragiou sufficiente se non in se stessa ». « Ognun vede che questa scelta.... non è accordabile col principio di causa: se si crede d’accordarli, come fa il Rosmini, colP ammettere che causa della scelta è appunto il volere libero che di causa in potenza diventa causa in atto, ideutificandosi col motivo e diventando cosi ragion sufficiente dell’azione, si riesce soltanto a dare una causa.... all'azione, ma non se ne assegna alcuna alla scelta.... La scelta, ponen¬ dosi qui fra i due motivi ultimi e irriducibili » (bene soggettivo e bene oggettivo) « non ha un motivo.... » (p. 213-15). E cosi è precisato anche il concetto dell’ assolutismo. Rimane da vedere quale dei due concetti costituisca la nozione adeguata ed esatta della potenza volitiva. Ecco il problema. 3. Prima di tutto sarà bene che ci sbarazziamo da parecchie questioni, con cui venne sempre (vieue anche dal n. A.) intralciata la principale; a torto, e con l'unico risultato di renderne più difficile la soluzione, anzi di non lasciarla concepire ne’suoi veri e semplici termini. Un’obbiezione all’assolutismo, che dai deterministi fu sempre messa in campo come invincibile, che gli assolutisti si credettero in obbligo di confutare (imbrogliandocisi parecchio), e alla quale aneli’ io in qualche precedente lavoro diedi uu peso eccessivo, è la seguente: L’assolutismo deve necessariamente ammettere una qualche volizione senza causa; ora, un accadere sema causa non esprime un concetto, è una frase priva di significato. (Le mie volizioni hanno per causa me; per altro, nell’ ipotesi assolutistica, io voglio, almeno in certi casi, seuza esservi determinato da nessuna cagione, l’abbiam visto con le parole del u. A. In questo senso, volere è creare; non ha causa assegnabile). In quanto presume di ridurre l’assolutismo all’assurdo, 1’obbiezione non regge. 9 IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 5 Che niente accada senza una causa, non è, come pare a me d' aver dimostrato chiaramente (*), un principio necessario'. Nel mondo fìsico, •noi riteniamo impossibile qualsiasi variazione nell’essere o nell’accadere, •senza un’ anlecedente variazione nelle circostanze ( ! ). Questo riteniamo, perchè 1’ osservazione fisica più accurata di quei casi, in cui potè sem¬ brare che avvenimenti disuguali si fossero realizzati in circostanze uguali, ci obbligò sempre a riconoscere, che le circostanze erano pur disuguali. Anche in fisica dunque il determinismo ha per unico fonda¬ mento l’osservazione. Ora, nel campo dei fatti psichici volontari l’osser¬ vazione delle circostanze riesce troppo difficile per essere decisiva. Che volizioni differenti siano riconducibili sempre a circostanze differenti, o che viceversa si realizzino anche in circostanze uguali, non è, dall’osser¬ vazione, provato nè escluso con sicurezza perentoria. L’ obbiezione, tratta da un preteso processo all’ infinito, che sarebbe incluso in ogni volizione assolutamente libera, non differisce dalla pre¬ cedente che per la forma più grossolana. AH’ assolutista voi opponete, che il suo volere attuale, se non è 1’ effetto di cause involontarie, deve essere stato voluto da lui (con un atto volitivo, del quale s'ha da dire il medesimo; donde il processo all’infinito). Conciò venite a sottintendere, che il volere sia 1’effetto di qualche causa; mentre l’assolutismo con¬ siste appunto nell’ammettere che il soggetto sia capace di volere, perchè è capace di produrre in sè, di sè, una novità assoluta, di creare in sè un modo nuovo di essere! Se tentiamo di risolvere il volere in un pro¬ cesso causale, pure supponendolo assolutamente libero, di necessità lo risolveremo in un processo all'infinito, del quale io, malgrado l’opinione contraria del Bonatelli, riconosco l’impossibilità ( 3 ) ; ma questa impos¬ sibilità non prova che il concetto di volere assolutamente libero sia contraddittorio, se prima non è dimostrato che il volere si può risolvere in un processo causale, la qual cosa dagli assolutisti è negata. Se i deterministi hanno torto di movere agli assolutisti delle obbie¬ zioni, che s’ aggirano in circoli viziosi, gli assolutisti hanno torto alla lor volta di considerare come decisivi contro il determinismo in genere degli argomenti, che valgono soltanto contro alcune forme rozze di deter¬ minismo. Quante volte non si è sentito ripetere, che il determinismo consiste nell’estendere illegittimamente all’accadere psichico quello che (*) In Paralip alta e.onosc. e in Dottrine e fatti (P uno e l'altro pubbl. a Pavia nel 1905). Cfr. pure la nifa Teor . d. co nosr .. Roma 1900. (v) Bisogna poi distinguere le variazioni in connesse e non connesse: cfr. in prop, i due ultimi libri cit. In questo argomento non facile, sul quale ho parecchio da aggiun¬ gere (non da mutarel a ciò che scrissi, qui non è allatto il caso d'entrare. ( a ) Cfr. Dottrine e fatti ; dove per altro è preso in esame, non il preteso processo all' i n tini to incluso nella volizione, ma quello incluso nell'atto conoscitivo Non ci son da mutare che alcuni termini, perchè quanto si dice nell* un caso risulti applicabile all'altro. Cfr. il n. A.: « il dire che una volizione presuppone un'infinita di altre voli¬ zioni identiche, è come dire che la volontà circola in se stessa, ha in sè la sua vagirne, è libertà, ». 6 IL PEOBLBMA DELLA LIBERTA è vero soltanto per l’accadere fìsico, all’accadere psichico volontario quello che è vero soltanto per l’involontario! Chi fa di queste genera¬ lizzazioni senza fondamento, erra : ma si può essere deterministi, senza cadere in errori simili. Si può. dico, riconoscere, che 1’ attribuir all’uomo * una potenza creatrice presenta delle difficoltà, senza perciò immaginarsi, che la volizione sia determinata nella stessa maniera di una combina¬ zione chimica, o della sazietà che tien dietro a un piacere prolungato. Quante volte non si è sentito ripetere, che il determinismo consiste nel confondere i motivi, e le ragioni, con gl’ impulsi ! Ma si può non far nessuna confusione, ed ammettere tuttavia che, data la ragione, o il motivo, da una parte, e dall’ altra quel certo soggetto reale, costituito cosi e cosi, la volizione segua necessariamente. (Su questo argomento, cfr. più oltre al § 7). L’errore di quegli assolutisti, che credono il determinismo inconci¬ liabile col concetto comune di libertà (errore, dal quale neanche il n. A non va esente) venne, mi pare, confutato con sufficiente chiarezza nel § 1. « L’atto del volere è compiuto da me, esclusivamente. Ma io, che lo compio, esisto già, con una certa complicazioue interna, con un certo carattere. Dal mio carattere, io sono necessitato ad operare in un certo modo. Stando alla locuzione, sembra che il mio carattere sia qualcosa di esterno a me, che mi si contrapponga e mi domini ; ma, in fatto, aver io uh certo carattere significa esser io un certo uomo ; esser io deter¬ minato nell’operare dal mio carattere importa, che io operi cosi e cosi, perchè son tale e tale, non per altro.... 11 sentimento della libertà non è illusorio ; illusoria è soltanto l’interpretazione che ne danno certi filo¬ sofi, secondo la dottrina dei quali bisognerebbe dire, che le nostre voli¬ zioni non dipendano nemmeno da noi; nei qual caso sarebDero tutto quel che si vuole, fuorché nostre volizioni » ( l ). 4. A torto pure, secondo me, la tesi dell' assolutismo viene, dall’ A. e da molti, counessa con quella del sostanzialismo. « Cosa costituisce l’unità dei vari momenti dell’atto volitivo nel suo complesso, cioè dei vari giudizi o motivi, che in essi son formulati, e della decisione ? Cosa potrebbe esservi traverso ad essi di permanente, se non una sostanza?.... Noi siamo dunque costretti ad ammettere una identità sostanziale e più che fenomenica, una realtà che costituisca il legame di tutti i momenti della deliberazione e rispetto alla quale questa abbia un senso e un valore pratico ». Dunque « la contingenza fenome- nistica è contradditoria della volontà e.... dove è la" prima non può (>) Da una mia comunicazione al Congresso di psicologia, tenuto a Roma nel 1905 ; cfr. gli Alti (Roma, Korzaui, 1906), p. 353. Cfr. pure Scienza e opinioni, pp. 568-/3. « La nozione di liberta... assoluta », metafisica, « è oscura, e non posseduta che da filosofi ; l'uomo del volgo, dicendosi libero, non esprime se non la sua certezza, d' esser egli la causa di certe sue azioni. Se poi questo suo esser causa dipenda o no da delle condizioni, è un punto, fino al quale la riflessione di chi non abbia una speciale prepa¬ razione filosofica non si spinge, o sul quale non è capace di formarsi un’ opinione ben determinata » ( ibid ., p. 569). * IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 7 esser la seconda ... dunque, per attingere il vero concetto della libertà » si deve « risalire a una sostanza che sia per sè stessa spontaneità e origine d’ energia.... 11 fenomeno non ci può dare che una libertà nega¬ tiva ....: ma la libertà che più importa è quella consistente nel rapporto del fenomeno, cioè della volizione, collo spirito individuale, coll attività creatrice che la determina. Il fenomeno... , motivo o volizione.non può essere staccato da ciò che si considera come sua causa, non può esserne considerato in qualche modo indipendente.... se non per I intervento d' una sostanza dotata d* uno speciale potere, d’ un io che lo fa e, per una qualche parte almeno, lo crea.... Solo là, dove abbiamo da fare con una sostanza attiva, creatrice, libera, possiamo veramente parlare d una pos¬ sibilità effettiva, che non è l'attuale, il fatto, il reale, il presente concreto, ma non è neppure una semplice categoria logica » ( pp. 10>- 10). Ancora: « ....non si può parlare di libertà ilei volere se non si ammette che un volere esiste, ma come realtà e non come fenomeno, in un unità di sostanza, non in una pluralità d'esistenze distinte.... Tanto il deter¬ minismo.... quanto il contingeutismo fenomenista eliminano 1 io come sostanza, come realtà distinta dalle sue singole determinazioni.... In ambedue i casi l' io non interviene nella serie «de’ suoi fenomeni », cau¬ sata o incausata che sia...., perchè esso o non esiste o.... è compieta- mente inerte e passivo. Però, ambedue queste dottrine avverse non rendon poi conto della costituzione della personalità»; laddove «un atto volitivo..., in tanto è chiamato libero in quanto è un prodotto di una personalità....» (p. 196 sg). Cfr. p. 200: «Se dunque l'io è qualcosa di reale e distinto, sebbene non separato dai fatti psichici che gli appar¬ tengono, esso avrà la capacità di agire come un reale, cioè d’ intervenire negli stessi processi in cui la vita cosciente si svolge e di dar loro una direzione speciale, senza che la sua azione possa dirsi determinata perchè non ha altra'causa che.... lo stesso io ». Non va. Un io concreto, p. es. il prof. Calò, è sostanza (tcptiTT) oùola) in questo senso, che rispetto a sè stesso e ad altri è un dato empirico, e in un giudizio può essere soltanto soggetto. Anche l’io astratto — di cui si parla p. es. nel giudizio : I' io è libero — si può dir sostanza in un altro senso (Ssutépa oùo£a). Quelli, che negano la sostanzialità del me, non la negano (se hanno un’oncia di discernimento, ed io suppongo di averne) in nessuno di questi due sensi; affermano, che l’io manca d’un substrato permanente, o che se l’ha n* è affatto distinto (sicché il sub¬ strato come tale sarebbe una cosa, ma non ancora e per sè un io). L’io, dicono, ha coscienza di sé ; dunque, nieute che non sia nella coscienza può costituirlo in tutto nè in parte ('). Ora, nella coscienza non ci sono (i) Potrebbe esserne una condizione, anche una condizione sitte qua non. Perciò chi scrive, quantunque ritenga fenomenico il me, non crede possibile separarlo assolutamente da ogni sostanza. Su questo punto, e in genere su quanto è discusso in q. §., cfr. Scienza e opinioni, pp. 247-54 e 355-7 ; inoltre, Paralip. alfa con. Se avesse tenuto conto delle osservazioni da me fatte ne' 11. cit. e altrove, sarebbe forse venuto fatto all’ A. di stabilir la sua dottrina su basi più solide. 8 IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ che fenomeni transitori. E la loro unità; ma questa ci apparisce come la continuità d’un fluire, non come la permanenza d' un quid invariabile; 10 muto sempre, e solo in quanto ricordo posso dirmi ciononostante il medesimo io; l’unità è la proprietà d’un insieme di fenomeni, non un elemento a parte. Sia come si voglia: l’io, di cui si nega la sostanzialità, è per altro 11 medesimo a capello di cui parlano i sostanzialisti ; sicché il credere, che negando la sostanzialità si neghi la realtà, non ha un' ombra di fon¬ damento. 11 movimento della luna è reale, non meno della luna, dia¬ mine! Supposto dunque, che io neghi la sostanzialità della luna, ciò non vorrebbe dire, ch'io neghi la realtà della luna; ma soltanto, che l’ipotesi d’un’assoluta permanenza mi pare inutile per connettere in una teoria tutto quanto intorno alla luna ci è fatto conoscere dal- l'osservazione. Realtà e fenomeno sono concetti antitetici, se riferiti all' esperienza esterna : il remo, parzialmente immerso nell’ acqua, appa¬ risce piegato, quantunque sia diritto. Ma riferiti all’ esperienza interna si riducono ad uno: la realtà d’un mal di capo in che altroconsiste.se non nell’essere un mal di capo, cioè uno stato di coscienza, cioè un fenomeno ? 1 fatti psichici d’ un medesimo soggetto interferiscono tra loro. E il soggetto, vale a dire 1’ unità dei fatti medesimi, è un elemento essen¬ zialissimo del loro interferire, può « intervenire negli stessi processi in cui la sua vita cosciente si svolge»; non soltanto le psichicità distinte a, b , c... operano P una sull’ altra, come i movimenti delle singole palle d’un biliardo; ma quella psichicità superiore eh'è l'unità di tutte le altre, o il soggetto, non costituisce il semplice luogo in cui si realiz¬ zino le dette azioni, opera invece alla sua volta, e con molta maggior efficacia. Su ciò siamo tutti d’accordo; almeno, io son pienamente d'ac¬ cordo con l’A. Nasce una questione: l’attitudine ad operare, che alla unità come tale senza dubbio compete, si può considerar come un'atti¬ tudine a creare, a produrre in sè delle assolute novità, non predisposte; od, invece, le sue manifestazioni sono determinate necessariamente sem¬ pre dall’ intima struttura di essa unità ? A risolver tale questione, io non vedo che vantaggio si possa trarre dal sollevarne Un' altra: se cioè la detta unità sia o non sia una sostanza. Mentre la prima riguarda le leggi secondo cui opera 1’ unità, la quale di certo esiste, e di certo opera; nel discutere la seconda si cerca invece, se P unità costituisca o non costituisca un’ assoluta permanenza. Le due hanno differenti oggetti, e per conseguenza son estranee — L’unità non sostanziale, di semplice associazione, — dirà l’Au¬ tore — non può essere in possesso d'altra forza, che della risul¬ tante delle sue componenti ; è dunque di necessità determinata. — Non può ? Che i sistemi fisici siano determinati, risulta vero in linea di fatto ; ma io non ammetto, neanche per essi, che il determinismo sia dimostrabile a priori; molto meno son disposto ad ammetterlo dimostra- IL-PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 9 strabile per i sistemi psichici, che differiscono dai fisici tota coelo (non foss’altro, l’energia de' primi non è permanente, nè misurabile). Se una risultante non può, per necessità intrinseca, essere assolutamente libera, 1' assolutismo è a terra. Perchè l'io personale, concreto, empirico, feno¬ menico (cioè conscio di sè, non irreale), ogni uomo insomma, è di certo una risultante. Il prof. Calò (anche in questo credo che siam d’accordo) nor. c’è sempre stato, e non s'è creato da lui; è una creatura divina, o un prodotto cosmico; nel primo istante, le sue potenze, i suoi carat¬ teri, ecc. furono determinati ab extra ; è dunque una risultante. Quando 1’ A. afferma dover 1’ io essere una sostanza, per avere « la capacità di agire come un reale », e quindi per esser libero, non lo capisco. Non ripeto, che l’io senza dubbio è reale, è anzi quello che v'ha di più reale, quand’ anche non sia, o forse perchè non è, una sostanza. Ma sappiamo noi forse per filo e per segno come i reali « agiscano »? E i reali son tutti liberi? Affermarlo equivarrebbe a negarlo, perchè sarebbe un sopprimere la distinzione degli esseri e dei fatti in liberi e non liberi. E l’operare d’una sostanza non potrebbe essere necessariamente determinato, sia dalle condizioni interne che dalle circostanze esterne? Gli atomi assoluti, su cui la fisica fondava, e in parte fonda tuttavia, le sue dottrine rigorosamente deterministiche, non erano concepiti come sostanze ? 5, Già dissi, che la tesi assolutistica io non la considero punto come assurda ( 1 ) ; alla «flagrante contraddizione tra la volizione libera e il principio di causa » (p. 219), io non do nessun peso (*). Assolutismo, e determinismo, sono entrambi del pari concepibili in astratto ; cercare, quale dei due sia vero, significa semplicemente cercare quale costituisca una esatta nozione della realtà concreta. Vediamo. ( l l Ilo, su questo punto, mutato alquanto di parere, da quando pubblicavo Scienza e opinioni: cfr. La conoscenza ; Parahp. alla con.; Dottrine e fatti. La mutazione, come si vede, non è recente: e fu conseguenza naturale di dottrine, già formulate, ma non pienamente sviluppate, nel primo dei detti libri. ( a ) Noto: 1’A., poiché la pensa egli pure cosi, non doveva attribuir all' apriori « un valore obiettivo necessario » fibni). Soggiunge infatti : « anche il principio di ragione non è applicabile se non là dove esso rappresenta un' esigenza reale d'applicabilità per il pensiero e non abbiamo diritto d* imporlo a quelle sfere del reale la cui natura si ribella ad essere spiegata col meccanismo della causalità necessaria » Ip. 2510). Se io, per appli¬ care un principio di ragione, devo accertarmi prima, che « rappresenti un'esigenza reale», questo prova, che l'esigenza reaie non mi è svelata dalla ragioue sola, ina che io debbo rassegnarmi a ricavarla dall'esperienza. Conseguentemente, l 1 , apri ori non ha, necessariamente e per sé, un valore oggettivo ; ossia : ciò che è vero nel mio pensiero astratto può non esser vera conoscenza del reale. Per es.: in astratto, 1 -f 1 = 2, sempre ; in concreto, se in una stalla chiudo un coniglio : maschio) e un altro coniglio (femmina', può darsi che, aprendo la stalla dopo qualche tempo, ci trovi piti di 2 conigli. I.e leggi della ragione sono anche leggi della realtà, se ed in r/uanlo i concetti, su cui la ragione discorre, sono cognizioni adeguate della realtà. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ IO «Come il processo esplicativo deve fermarsi.... a corti principi primi suffir : enti a se stessi, cosi il processo causalo deve fermarsi ... a certi cominciamenti assoluti, incausati, liberi.... » (p. 221 ). Deve! deve! 11 pro¬ cesso esplicativo si ferma, perchè arriva di fatto a de' principi non oltrepassabili (non mi fermo a discutere, in che senso questi si possan dire sufficienti a se stessi). II processo causale si fermerà, se arriverà di fatto ai comiuciamenti assoluti; ma che ci debba arrivare, chi ce ne assicura ? « Noi siamo costretti ad ammettere questo elemento che non richiede alcuna spiegazióne nelle determinazioni della volontà » (ibid.). Dopo tutto quanto io ebbi a scrivere in parecchie occasioni sul concetto di spiegazione ( x ), mi fa un po’ di meraviglia, che per combattere il determinismo lo si presenti come un tentativo di spiegare 1’ inesplica¬ bile. Avreste ragione se io, per spiegare la volizione, pretendessi che debba avere ilei 1 e cause; ma se io vi dico semplicemente, che tali cause et sono, e si rilevano al pari di quelle d’ogni altro fatto! « E d’altra parte, lo stesso determinista non è costretto ad ammettere, come motivo ultimo di condotta, un’essenza individuale eh’è qualcosa d’indicibile, di incalcolabile, di ribelle ad ogni analisi, e che può essere solamente sen¬ tito ? » {ibid.). Ma quello che è solamente (!) sentito è il xdjs tt, il dato primo e fondamentale, ciò, da cui non è possibile prescindere volendo conoscere la realtà. E perchè io I’ ammetto, vorreste obbligarmi ad ammettere degli elementi non sentiti, non dati, e dei quali v’ immaginale d’aver dimostrato, che ci debbono essere! Per dimostrare, o per accertare, l'assoluta libertà, non ci sono (mi pare) che due mezzi. Uno diretto, il testimonio della coscienza teore¬ tica: io sento di esser libero; in questo caso, la libertà sarebbe da rico¬ noscere come data immediatamente di fatto. L'altro indiretto, il testi¬ monio della coscienza morale: debbo, dunque posso; negare la libertà sarebbe dichiarar impossibile un dato di fatto. Entrambi presentano delle grandi difficoltà. La coscienza teoretica realmente comune prova irrefragabilmente che l’uomo è libero nel significato comune o volgare di cui al § 1 ; prova che il volere, se è determinato, lo è da dei motivi e da delle ragioni, congiuntamente al carattere (all’intima costituzione del soggetto), non da delle cause fisiche o fisiologiche o psicologiche d’ altro geuere. esterne al soggetto: prova che l’io è causa delle sue volizioni (almeno in certi casi); ma non c’informa sul come ne sia causa, lascia cioè insoluta la no«tra questione. 11 sentimento, invocato dagli assolutisti, non è quello provato anche dal volgo, il quale non s’è mai posto il problema della libertà assoluta, e dicendosi libero non fa che affermare la distinzione ricordata: non può essere che un sentimento più fino, più profondo, più perspicace. Ora i deterministi, che pure son liberi secondo i loro avver¬ sari, negano di provare quest’altro sentimento. 0 gli uni son troppo (*) Fin da* miei Studi di fìlos. naturale ; Pavia, 1903. IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ sottili, e nella coscienza vedono quello che non c’è, ma che a loro farebbe comodo ci fosse; o gli altri sono troppo ottusi, e nella coscienza non vedono quello che c’è, ma che a loro dà noia; il pregiudizio in favore d’una tesi è capace di produrre simili abbagli. Errano gli uni o gli altri, è ben certo; ma questa certezza non ci è d’aiuto a sapere da che parte si erri. 11 medesimo, press'a poco, si dica in ordine alla coscienza morale. 11 dovere, manifestamente, non s'estende pi'T in là del potere. Nell ipotesi deterministica, tutto quanto dipende da me si riconduce, iu ultimo, al mio carattere primitivo, da me non creato ma ricevuto; e che sarebbe la vera cagione anche delle successive mutazioni (se hanno luogo) del mio carattere. Riman vero, ciononostante, che quanto dipende da me non dipende propriamente che da me; io, infatti, ho, anzi sono quel carat¬ tere. Del mio ben operare il merito, in ultimo, risale a chi mi fece a quel modo, s’io fui fatto a quel modo liberamente con intenzione (questa è pur dottrina cristiana!); comunque, io opero bene, la mia esistenza è un bene per gli altri e per me. L’esistenza di Tizio, invece, è uu male per lui e per gli altri. Non occorre di più, perchè si riconosca, tra Tizio e me, una distinzione di pregio, espressa dicendo buono me, cattivo Tizio. Agli assolutisti di provare, che buono e cattivo sono termini significa¬ tivi per altro, che perchè esprimono tale distinzione. A tal fine, il ricor¬ rere a quella « forma speciale d’esperienza », di cui fa cenno 1’ A. (p. 222), non serve. Credo anch’io, col De Sarlo, che la moralità si fondi su di un’esperienza sui generis ('); ma quest'esperienza sui generis, in quanto è comune a tutti, se ci somministra delle distinzioni, non è poi sufficiente a dirimere le divergenze sulla loro interpretazione ulteriore. Anche in questo caso, come nel precedente, gli assolutisti si fondano dunque su di un sentimento, affermato da loro ma dagli avversari negato: il pregio morale positivo o negativo io lo sento essere, non solo superiore a tutti gli altri, ma infinito e assoluto, sicché uon è possibile scaricarlo definitivamente su chi mi fece qual sono. Ebbene : una questione, che s’aggira intorno a de'sentimenti, non si risolverà, fino a quando non mutino alcuni di questi; risultato al quale si deve arri¬ vare (i sentimenti fondati sul falso non sono perpetui), ma dal quale siamo tuttavia lontani ( 2 ). ti. Rilevata la controvertibilità delle prove adducibili a favore della tesi assolutistica, tocchiamo di alcuni argomenti contrari; che io non dirò decisivi, ma che finora non vennero confutati. E sperar di accertare metafisicamente T assolutismo, senza confutarli, è vano ( 3 ). (') Da ani per altro non si ricava, che * * la legge morale.... non sia contenuta nella volontà > (p. 222} ; mi sembra, che si ricavi piuttosto il contrario. Ma il dimostrarlo esigerebbe un discorso lunghetto, che sarà meglio rimettere ad altra occasione. (*) Per tutto q. §, cfr. Scienza e opinioni, pp. 562-94: per la chiusa, l'art. cit. : La teor. d. conosc., al 1. c. I») In fondo, io sono assolutista: lo dissi cento volte. Ma gli argomenti zoppi mi paiono zoppi, anche se addotti a difesa d'opinioni, che mi paion vere. 12 IL PROBLEMA DELLA LIBERTA « Risolvere.... il problema dell’esistenza d’uno spirito e della sua attività è anche risolvere quello della possibilità di accrescere la quan¬ tità d’energia fisica » (perchè non anche di diminuirla, e fin d' annul¬ larla?) ». La quale possibilità è appunto un presupposto della libertà in quanto è un presupposto di questa l’esistenza d’una sostanza spirituale di cui la libertà è proprietà specifica. E la negazione di quella possibi¬ lità non implica soltanto la negazione della libertà, ma l’inesplicabilitଠassoluta dei rapporti tra spirito e materia e della reale attività del primo ». (p. 195 sg.'). Posto, che la quantità dell’energia fisica possa essere accresciuta, si domanda, come mai l'esperienza ce l’abbia sempre fatta parere costante. Convengo, che « il principio della costanza dell’energia » sia « sempli¬ cemente d’ordine sperimentale » (p. 192); ma è precisamente questo suo carattere, ciò che ne fa una minaccia per la tesi dell’ A. (* *). Noi non siamo affatto necessitali a credere costante l’energia (la notizia del principio è di fresca data); ma, che farci ? sembra davvero che l’energia fisica sìa costante! come si concilia un tal fatto con delle teorie che lo escluderebbero? L’« ipotesi », che lo spirito possa creare dell'energia, « non contrasta.... coi principi della fisica, i quali son circoscritti al campo dell’energia fisica » (p. 195). Queste parole sarebbe stato meglio che l’A. non avesse scritte: come mai la possibilità di crear dell’energia fisica non contrasta con la costanza osservata? Osservata, dico, anche dove l’energia fisica è prodotta da un uomo, cou uno sforzo difficile di volontà. L'ipotesi non è assurda; e non si può nemmeno éscludere a priori, che dell'esperienze più esatte delle nostre siano forse per confermarla; per ora, dobbiamo ritenerla priva di fondamento Per ciò poi che riguarda « l’inesplicabilità ilei rapporti tra spirito e materia », io non tirerò in campo le mie spiegazioni ( ! ), diverse da quelle che l’A. combatte, e che non cadono sotto le medesime difficoltà. Noterò soltanto, in primo luogo, che I’ inesplicabilità, se ci risultasse, dovremmo ben rassegnarci ad ammetterla. In secondo luogo, che la permanenza dell’energia fisica è una legge, che potrebbe stare quand’anche nou ci fosse altra realtà, che psichica, e il mondo fisico si riducesse a pura fenomenalità. Quella morale, che dell’assolutismo è per un verso la prova e per un altro la conseguenza, è press - a poco incomprensibile, se non s’ammette un Dio personale. E un Dio personale, che regga il mondo e lo diriga verso un fine buono, dovrebbe prevedere anche gli atti degli spiriti liberi; a parte il dovrebbe , il cristianesimo riconosce in Dio queste pre¬ visioni. Ora, « se le determinazioni della volontà son libere, esse debbono essere anche assolutamente imprevedibili » (p. 127). E vero, che l’A. le (*) I/A. avrebbe potuto accorgersene, se avesse lette alcune cose mie: La conosc. e Paralip. (del quale ultimo libro egli pur cita nella Prefaz. il primo art.). (*) Scienza e opinioni, pp. 323-52. La dottrina ivi esposta è indipendente dall" ipo¬ tesi, con la quale è messa in connessione. IL PROBLEMA BELLA LIBERTA 13 dice « imprevedibili per una conoscenza.... non diversa dall’umana » (ibid.)\ restrizione, che fa un contrasto bizzarro con l’avverbio assolutamente. La diversità dell’intelligenza divina dalla nostra non basta per eliminar la questione, sul come conciliare la prescienza divina con la libertà umana. L’A. accetta la soluzione di S. Agostino: secondo il quale « Dio non prevede, ma vede con uno sguardo unico tutta la realtà ». (p. 129). Ma se in Dio le previsioni son visioni, segue, die il reale sia fuori del tempo rispetto a Dio, e dunque sia in se stesso fuori del tempo. Segue, che il tempo sia una semplice forma dello spirito finito, e l'acca¬ dere una semplice parvenza. S. Agostino ci conduce direttamente a Kant. L'A., mentre combatte la dottrina di quest’ultimo (pp. 1-7), con l'ade¬ rire a quella del primo la rende inevitabile. Del resto, su gli argomenti da lui addotti contro il kantismo c'è da ridire. Per esempio: « o si consi¬ derano i fenomeni e la loro connessione causale come pure parvenze (*), aventi un valore relativo alla nostra conoscenza imperfetta, e allora si giunge a negare alla scienza quell’obbiettività e quell'assolutezza che Kant rivendicò cosi vittoriosamente (?) contro lo scetticismo dell’ Hume... ». E questo è contro l’espressa dottrina di Kant; il quale credette d’aver collocata su basi granitiche l'oggettività e l’assolutezza della scienza, precisamente con l'aver dimostrato, che oggetto di questa sono le par¬ venze sole. Tiriamo avanti: «... o la serie fenomenica è in sè chiusa, continua, non solo, ma ha una realtà e una vera consistenza obiettiva, e allora bisogna ritenere, eh’essa in qualche modo reagisca sulla realtà nottmenica..,.. ». Punto. La serie fenomenica, oggetto della nostra cogni¬ zione, essendo il modo con cui ci apparisce la realtà noumeniea, non può reagire su questa. Il vizio fondamentale delle dottrine di Kant, e che, malgrado la loro profondità e fecondità, le rende inammissibili, sta nell’ avere ridotto a parvenze irreali anche i fatti psichici, di cui ed in cui è consapevole lo spirito finito, l’io personale, che dunque perde anche esso ogni realtà. Se la persona è parvenza nel senso kantiano ( io la ritengo un fenomeno, che è quanto dire una parvenza, ma reale) il pro¬ blema della conoscenza, e quello della libertà, cessano entrambi di avere un significato assegnabile. Esser liberi nel senso degli assolutisti significa, secondo che nota giustamente l’A., esser atti a creare. Un' attitudine a creare non sembra poter essere limitata; l’uomo dunque « sarebbe onnipotente quanto alla deliberazione (P esecuzione è altra cosa). » Ma che sia, non pare ; « 1’ energia volitiva è limitata sempre, benché non ugualmente in tutti. E cresce con l’esercizio, scema con l’ozio, dipende dal tener di vita; ossia è condi- (») Parvenza = Krscheinung = fenomeno. Dico nel linguaggio delia (Rosolia kantiana. Secondo me, il tatto di coscienza è fenomenico e reale insieme; reale perchè e in quanto fenomenico; ma qui entriamo in un tutt'altro ordine di idee. 14 IL PROBLEMA BELLA LIBERTÀ lionata » (')• È assai P<ù facile desiderar che volere; intanto, un uomo che, sano, era sfrenato ne'suoi desideri, affranto dalle sofferenze non desidererà più che un momento di sollievo. A fortiori.... Da Dio doman¬ diamo un aiuto (a volere, intendiamoci), di cui ci sentiamo bisognosi ; preghiamo: et ne nos inducas in tentationem. Le abitudini, anche le buone, finiscono col diventare invincibili. E siamo creatori? 7. Un'ultima difficoltà: «.se un atto volitivo non ha una causa. non sarà esso moralmente indifferente.. .? » A questa domanda, che si fa egli stesso (p. 219), l’A. cosi risponde : « Sono due errori comuni il credere che una volontà libera non possa subire l'applicazione delle cate¬ gorie etiche e il credere che la responsabilità abbia bisogno della neces¬ sità causale. Se il motivo morale non è causa necessaria della volizione, ciò non prova affatto che la volizione sia in se stessa indifferente.... la volontà diventa morale o immorale secondo che liberamente accetta o rinnega il motivo morale, la legge del bene. Nè può dirsi che la libertà escluda la responsabilità: ciò sarebbe esatto solo nel caso che il fatto libero fosse considerato per sè stante e isolato non solo dal suo motivo, ma dell’io stesso» (p. 221 seg.). Tutto ciò non mi sembra nè decisivo, nè chiaro! 1 ). Cominciamo dal mettere la questione sotto una forma ragionevole. Tizio ha un dovere da compiere. Per compiere un’azione, per volerla s’ intende, ha un motivo, o diciamo una ragione. Può non volere, s è un galantuomo? Il senso comune risponde: no. Si sente dire ogni momento: il tale non è capace di fare o di non fare (di volere o di non volere) questo e questo; lo conosco troppo bene. E se Peffetto non corrisponde all’aspettazione, si soggiunge malinconicamente: m ero ingannato; il tale non è quel galantuomo che supponevo. Ma Tizio (dotato anch’egli di senso comune) s’indispettirebbe: come, non posso non volere? chi, o che cosa, mi ci sforza, dunque? Nessuno, e niente; l’abbiamo riconosciuto. La volizione è un atto compiuto da lui. non fattogli compiere; ma ciò non vuol dire, che non (') Cfr. gli Alti cit. del Congr. di psicol.; p. 358. (v) Il libro di cui parlo, e di cui discuto soltanto quelle dottrine, che non mi sembrano accettabili, è una prova, e non la prima, dell' ingegno vivo e della cultura seria dell A. Ma venne scritto forse un po'troppo alia lesta; certo, la chiusa n'è strozzata, eccessi¬ vamente compendiosa, di fronte all’ importanza della materia trattata o piuttosto sfiorata, e alla maggior diffusione d'altre parti meno essenziali. Chi credesse che io, appartenendo ad un’altra scuola, non abbia la mente o l’animo conveuientemente ben disposti verso le dottrine dell'A.. s' ingannerebbe. Secondo me, bisogna che tulle le opinioni si facciano avanti, perchè ciascuna produca, sulla cultura, gii utili elfelti di cui è capace; un*opinione, che dominasse da sola, finirebbe con 1‘esser male interpretata, col diventar un dirizzone. Questo solo domando ad una filosofia: che risponda seriamente alle obbie¬ zioni serie; o che, se non può, riconosca in sè una lacuna (forse colmabile col tempo; qualcosa rimarrà pur da fare anche ai posteri!). Una filosofia cera non dovrebbe inai- Iterarsi a una simile intimazione. IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ 1S sia un atto detertninato dal suo carattere di galantuomo, e dalla notizia ch’egli aveva di quella ragione; da una necessità intrinseca , non da una forza esterna; ma determinato , L’attribuzione giusta, che Tizio fa della sua volizione a se stesso, non prova dunque, che la volizione non sia determinata; che poi la volizione sia effettivamente determinata nel detto modo, risulta da ciò, che a Tizio, se non la compie, mentre conosceva la detta ragione, verrà negato il carattere di galantuomo. L'A., che sem¬ bra sostenere il contrario, dice in sostanza il medesimo; « la volontà, » vaio a dire il soggetto, « diventa morale o immorale secondo che libe¬ ramente accetta o rinnega il motivo»; Tizio dunque non è, ma ogui volta che vuole, e secondo come vuole, diventa galantuomo o birbante, èssen¬ dogli del pari possibile conformarsi alla ragione conosciuta e allonta¬ narsene, bisogna convenire, che quantunque la ragione e il suo contrario sian cose in se stesse molto differenti; nondimeno Tizio è, di fronte ad esse, in una posizione d’indifferenza. Se «la scelta originaria e fondamentale è una posizione assoluta, e non ha la sua ragion sufficiente se non in se stessa, non ha un motivo » (v. s. § 2); se, in ultimo, quei motivi secondo cui ci si regola « uoi li pre¬ feriamo perchè li preferiamo, li vogliamo perchè li vogliamo» (p. 211); negare che il soggetto, nel deliberare, si trovi in una condizione d indif¬ ferenza, è quanto negare il tempo e sostener la realtà dell'accadere. Ora, un soggetto indifferente potrà liberamente accettare la legge; ma, dal momento che vuole senza un motivo, l'accetterà, non perché la legge è la legge, bensì per capriccio. Quindi, o le categorie morali non hanno senso, o al soggetto è applicabile soltanto quella di malvagità. Respon¬ sabile il soggetto rimane, in quanto sopporterà le conseguenze del suo aver volulo; ma queste, se favorevoli, non saranno mai da considerare come un premio. Chiudo con due parole, che non si riferiscono al libro del Calò, ma che potranno chiarire qualche punto della discussione precedente. Agli argomenti da me addotti altra volta('), per dimostrare non esserci via di mezzo fra il determinismo e l’indifferentismo, il sig. Caviglione oppose « che talvolta 1' uomo opera non per un impulso ma per una ragione , ed anzi combatte un impulso con una ragione. In tal caso non vi è de¬ terminismo , perchè una ragione è una possibilità, un astratto, un’ idea e non una realtà e quindi nemmeno un impulso; nè d'altra parte vi è indifferentismo, giacché l’uomo allora opera secondo una ragione e per ( 8 ) Se l’operare dell'uomo non fosse determinato Idal carattere e dai motivi) « non avrebbero senso le varietà dei caratteri; le distinzioni espresse dicendo: questi è buono, questi cattivo, questi energico, quell* altro indolente, ecc., non si sarebbero potute for¬ mare * (Atti ('il., p. 253 1 ; 1' umanità, infatti, sarebbe una collezione caotica di creatori capricciosi. f *C 0( 16 IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ una ragione» ('). Certo, non vi è indifferentismo; che per altro non vi sia determinismo il sig. C. non avrebbe potuto inferire da ciò, che la ragione non è un impulso, se non si fosse arbitrariamente messo in testa, che il solo determinismo possibile stia nel ridurre le ragioni ad impulsi; come se per far movere un uomo non ci fosse altro mezzo cha gli urtoni! Le ragioni sono incapaci di operare come la realtà, sapevamcelo; ma sono perciò incapaci di operare? Il sig. C. s'immagina d’aver confutato il determinismo, laddove non ha fatto che rilevar la trita distinzione tra il determinismo degi’ impulsi e quello dei motivi. « L’uomo », soggiunge, « è appunto libero quando e perchè può astrarre e riflettere» (*). Questo si chiama sfondare degli usci aperti. L’attitudine ad astrarre e a riflettere imprime alle azioni dell’uomo che la eserciti un carattere, che le distingue da quelle de! bruto, e anche da quelle dell uomo che in un dato caso non astragga nè rifletta; un tal carattere si esprime dicendo libere le dette azioni. Abbiamo a fare qui col concetto comune (volgare) di libertà, sul quale nou è possibile una controversia sensata. Di ben altro si tratta. L’uomo, che astrae e che riflette, è poi metafisicamente libero di volere come se non avesse astratto nè riflettuto? Posto che sia, non si dovrà dire che la volizione è indifferente ai risultati dell'astrazione e della riflessione? ( 3 ). B. V a it i sco ('/ Aiti cit p. 354. <*l Ibid. P) Al sig. Caviglione « importa far sapere che le ulteriori spiegazioni date . da me verbalmente al congresso ricordato, in risposta alle sue obbiezioni, e non riferite negli Atti, « non hanno menomata la sua difficolta . (Alti cit., p. 354, n.|. Ossia glimporta far sapere, che ha ragione lui. Voglio anch’io contribuire alla soddisfazione del suo desiderio. E non mi lamento, se il compilatore degli Atti diede al solo sig. C. l'oppor¬ tunità di pronunziare una sentenza deiinitiva Di farmi giudice in causa propria io non no desiderio, nè bisogno. FASCICOLI ARRETRATI s’invieranno, a porto assegnato, e dietro invio del prezzo indicato: l’annata 18994.2.° semestre) a L. una : i fascicoli Marzo-Dicembre 1904 per L. quattro: J'intiera annata 1906 per L. sei: i nove rimanenti fascicoli disponibili, delle varie annate, per L. tre; o per L. una. a ogni richiesta, minima, di tre. Complessivamente, tutti i fascicoli giacenti saranno ceduti per L. 12 (anziché 14). Dei fascicoli cedibili riportiamo più sotto i sommari. Si ommette la parte bibliografica, ecc. (Spedire cartolina-vaglia, anticipatamente, ai prof. GIOVANNI MARCHESINI, Padova). Volume I f1899) - Luglio: E. Z AMOHANI : Ilella continuità del progresso intellettuale. - A. Mariio : Sulla educabilità dei degenerati inorali. - G. Tarozzi: La crisi del positivismo e il problema filosofie). — Agosto: A. Faggi : Un'antinomia dello spirito umano. - G. Marchesini : il fatto minimo e la continuità naturale. - L. Lkynariu : Per la critica d’ arte. — Settembre: V. Gemini : Dell - osservazione psichica esterna. - G. Marchesini: c. s. - M. Pn.o : Stato e Chiesa in Italia. - G. Sergi : La cura e l’educazione ilei fanciulli deficienti. — Ottobre: P. Possi: La niente di G. Maz¬ zini e la psicofisiologia. - F. LuzzaTTO: La morale sociale di Iacopo Stallini. - F. Pik- tiiofaolo: 11 genio. — Novembre: A. Groppali : 11 nuovo indirizzo della sociologia americana contemporanea. - 0. Tarozzi : Per una critica del determinismo. - II. Bianchi: Gli studi religiosi in Italia e il prof. Labanca. - V. Vitali: La scuola e l’accresci¬ mento della pazzia. - B. Attolico: Sull’educazione sessuale. — Dicembre: 11. Ardigò: 1! conoscere nella filosofia del medio evo e nell' attuale. - R. Bianchi : c. s. - G. Pighini La funzione evolutiva del dolore e del pessimismo. - N. D’Alfonso: Per le prime nozioni d’ una grammatica logica. Volume II (Ì900) - Gennaio: - R. AriUGÒ: L’indistinto e il distinto nella formazione naturale. - G. Dandolo : Intorno al problema psicologico. - G. Marchesini : Il simbolismo nella conoscenza. - A. Martinazzoli: La pedagogia moderna. — Febbraio: A. Faggi: Questioni logiche e psicologiche. - G. Taiiozzi : La Filosofia del dolore e l’arte. - A. Baratono: Sulla classificazione dei fatti psichici. - V. Benini : Del libero arbitrio — Giugno-Luglio: R. Ardici 1 : 11 noumeno di E. Kant. - R. Die la Grasskrie: Du ròle auxiliaire et supplétif de la pensée pure dans le langage. - N. D’Alfonso: 11 Re Lear. - (5. Gentile: Discussioni pedagogiche. - A. Poloni: L’insegnamento della morale nelle scuole normali. Volitino 111 (1900) - Agosto: R. Ardigò: L’atto umano antiegoistico. - G. Villa: Sulla psicologia contemporanea. - V. Benini: Del valore dei sentimenti. - F. Del Greco: Sulla psicologia della invenzione - V. Woi.f-Bassi : In difesa di l’esta- lozzi. — Ottobre: II. De la Grasserie : Du but et des efi'ets de la pénalité. - E. Troilo: La filosofia di G. Bruno. - C. Ranzoli : c. s. - U. Pizzoli: Laboratorio di Pedagogia scientifica in Crevalcore. — Novembre: G. Zuccantk : Da Democrito a Epicuro. - R. De la Grasserie: c. s. - A. Faggi: Sui limiti del determinismo scientifico. Voi. VI (1902) - Aprile: P. Orano: Carlo Cattaneo e la sua dottriua scienti¬ fica. - R. Marini: Considerazioni sull’ opera omerica e la filosofia greca (eont.). - R. De la Grasserie: Du ròle psychologique et sociologique du monde et de la mode (coni.). - V. Vitali: La politica della Scuola. - E. Zamorani. Filosofia e filosofia. Volume VII (1902) - Luglio: V. Benini: La felicità negativa. - A. Martinaz- zoli: Intorno alle dottrine vicinane di ragion poetica. - A. Baratono : Energia e psiche. - P. Rossi: Per la storia della psicologia collettiva. - A. Renda: Le pazzie sociali. - S. Gilffrioa : Comlmoni generali Us.l istruzione puu-‘iu G. B. Milesi : L'i ipotesi della gravità nella biologia. - F sociale di Carlo Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire estetista, in sociologia. - F. Dei. Greco: c. s. - GACbbca : Pedagogi ■ Coalizioni generali dell'istruzione pubblica in Italia. — Settembre:' L’ ipotesi della gravità nella biologia. - F. MoMK^ano : 11 pensiero ‘ • .... . . rv o..~. ... i o Cattaneo. - M. Pilo: Baudelaire estetista. - F. Puglia: L’individuo , _ g*Cksca : Pedagogia e pedologia. - G. Caras- III DUt-IVIVglU. *- • " -. . . g A l,i ; Una lacuna uella trattazione aristotelica dello spazio. Volume X [Ì904) - Marzo-Aprile: G. Tarozzi: Libertà - G. De Angelis: Brano di logica formai*. della geologia (Stratigrafia) - C. Ranzoli: c. s. - G. Del Vecchio: Diritto e personalità mu*na nella stona del pensiero - F. Moffa : L'etica di Democrito - G. Trespioli : Il pensi--, ^giuridico e sociale d'Italia nell evo moderno Maggio-tìitlgllO : - G. A. Colozza-G. Marchesini: La coordinazione delle materie e gli insegnanti spe¬ ciali nelle nostre «cuoi -, medie - G. Vailati : A proposito di un passo del Teeteto e di una dimostrazione di Euclide - F. Moffa • o. s. - G. Trespioli: c. s. - C. Ranzoli: «R&vbla 'Ielle api» di G. Mandeville. - F. Momigliano: c. s. - G. PREVBB^a confessioni nel B^ffismo e nel Cristianesimo (Nota). — Settembre-Ottobre: R. AròkJò: ( onoseers - . G Marciiesin i: Verso il nuovo idealismo? - A. Ferro: 11 materialismo - G. Chiabra : 5W-V M. Montkssori : Influenza delle condizioni di famiglia sul livello intellettuale de'gli scolari - F. Pietropaolo: Questioni psicologiche. — Novembre-Dicembre: R. Ar- digò: Pensare - Volere - G. Brunelli: 11 concetto di individuo in biologia. - G. Allara: Coscienza, sentimento dell’io, autocoscienza - G. Calò: Del preteso paralogismo di Melisso di Samo. • Voi. XIV fi906) - Gennaio-Febbraio: Armgò : La filosofia oggi nel campo del sapere. - G. Marchesini: L’equivoco della coscienza moderna. - G. Tarozzi: L’ispi¬ razione umanitaria nell'Arte (Morale ed Arte). - B. Varisco: I diritti del sentimento - L. Limentani: Per una teorica della previsione sociologica. - M.Barillari: Le nuove esigenze della filosofia del diritto. - R. Mondolfo: Di alcuni problemi della Pedagogia contemporanea. — Marzo-Aprile: Ardigò: Atto riflesso e atto volontario. - G. Dan¬ dolo; Studi di Psicologia gnoseologica. - !.. Limentani: c. s. - R. Mondolfo: c. s. - C. Ranzoli: Positivismo e idealismo. - G. C. Cantalamessa : Scienza e fede. - G. Mar¬ chesini: Per un questionario sull’insegnamento della filosofia nella Scuola media. - G. Calò: Studi di filosofia morale. — Maggio-Gingilo: C. Ranzoli: Sulle origini del mo¬ derno idealismo. - G. Dandolo : c. s.-F. Pietropaolo: 11 positivismo di \ incenzoDe Grazia. - E. FoÀ : Le guide di Dante nella Divina Commedia (Note di Pedagogia). - F. Galoi: La teoria dell’equilibrio in Patologia. * Voi. XV (Ì906) - Luglio-Settembre: Ardigò: 1 tre momenti critici della gno¬ stica della'Filosofia moderna. - F. Severi: Problemi della Scienza. - P. Rotta: D‘una Psicologia pragmatica della credenza. - G. Marchesini : Miseria e incongruenze della Pedagogia nazionale. - C. Ranzoli: Per l'originalità del pensiero italiano (A. Binet e R. Ardigò). - G. Mazzalorso: La quAla aristotelica (come fondamento di una distinzione fra morale e diritto). - G. A. Colozza : Storia dell’istruzione e dell’educazione. — Ottobre-Dicembre: Ardigò: 11 sogno della veglia. - G. Dandolo: La Metafisica della sensazione - G. Tarozzi: Il Professore di Scuola media e il suo futuro còmpito civile e morale (in memoria di G. Kirner).— Antonio Marchesini: Appunti sulla Pedagogia di A. Schopenhauer. - A. MaROCCI: Per un nuovo ordinamento degli stqdi filosofici in Italia. - R. Mondolfo: Intorno al Convegno filosofico di Milano. - G. Marchesini: I con¬ corsi per esame. - L’istituto di Pedagogia sperimentale di Milano. Bologna - Stabilimento Poligrafico Emiliano - Piazza Calderini, 6 (Palazzo Loup)  LA FINALITÀ DELLA VITA © CAT gn PCS i - È Lu << a SCSI 2. wunderbar im hochsten ci Grade ‘ist und bleibt das Beginnen - Per eines zweckmAssigen Naturlaufes. e! si ni " p « . . - - E RI (Herbart, Fin. in. d. Phil. $ 155). SETA SII Via 9% >< » CHA A | “2 « Ogni fatto cì si presenta sempre in relazione con degli altri. Queste relazioni, o passano tra un fatto e dei prece- denti, e si dicono relazioni causali; o sono dirette a rea- lizzare un'armonia, la regolarità d’un processo, e si dicono relazioni finali. La scoperta così delle une come delle altre nell’accadere biologico è l’ intento dell'analisi scientifica. Teniamo dietro all’ embriologia d’ un fiore: vedremo for- marsi e crescere de’ gruppi di cellule, il che a parer no- stro costituisce le condizioni causali della formazione del fiore; ma se volessimo descrivere questo processo, senza riguardo ai fini verso dei quali converge, mancherebbero, alla nostra immagine della natura, ì tratti più essenziali. Così essendo, non si può non rimanere stranamente mera- vigliati, quando si legge, che il solo vero problema della fisiologia consiste nell’ esporre le connessioni causali dei fatti biologici, quando si sente parlare con disprezzo della (1) A proposito di una recente pubblicazione: J. Reinke, Philos. d. Bo- tanik; Lipsia, Barth, 1915; pp. VI, 201; in citaz. R. Rivista Filosofica. 38 590 LA FINALITÀ DELLA VITA valutazione teleologica delle strutture e dei processi. Certo, nessuno può, nell’ analisi scientifica dell’ organismo, tra- scurar le relazioni causali; la causalità vale nell'organismo così universalmente come nella natura morta, come in ogni accadere, materiale o psichico. Ma non per questo le connessioni finali sono meno importanti; anzi, nell’ orga- nismo, sono molte volte più chiare e più certe, che non le causali. Il penetrare dell'amido nel tubero della patata è in dipendenza funzionale dal bisogno della pianta, rispetto alla sua durata nel prossimo periodo vegetativo: la prepa- razione e l'azione della diastasi, dalla necessità che quel- l’amido venga disciolto, per il germogliare de' nuovi ram- polli; come la formazione del fiore è in dipendenza fun- zionale dai semi che si debbono produrre, Qui, le condizioni dell’ accadere sono posteriori nel tempo all’ accadere mede- simo. Naturalmente, le medesime connessioni sono anche rappresentabili causalmente. I nuovi rampolli non possono germogliare dal tubero, se in questo non era accumulato dell’ amido, e se l’amido non veniva sciolto dalla diastasi; i semì poterono maturare soltanto, perchè al loro sviluppo precedette la formazione del fiore. Similmente possiamo dire : le corolle ed il miele (1) servono di allettamento agli insetti (2); oppure: gl’insetti volano sui fiori, perchè al- lettati dalle corolle vistose e dal miele. In tutti questi casì vediamo connesse relazioni causali e relazioni finali; e, negli organismi precisamente come nelle macchine, la cau- salità viene in servizio della finalità. Sarebbe insensato volersi rappresentare una macchina senza la relazione (1) I succhi zuccherini, con cui le api formano il miele, ma che sono cer- cati avidamente da moltissimi insetti. (2) Le cuì visite ai fiori hanno, com'è noto, un’ importanza capitale, per la fecondazione. LA FINALITÀ DELLA VITA 591 finale tra le sue parti; del pari, la pretensione di spie- gare causalmente un organismo, trascurando le relazioni finali tra le sue parti, non avrebbe nessun interesse scientifico. La spiegazione causale, sufficiente in fisica, già diviene incompiuta nella dottrina delle macchine; in fisio- logia, la considerazione causale e la finale sono ugualmente giustificate; non è possibile astrarre più dall’ una che dal- l’altra ». (R., pp. 22-28; v. inoltre pp. 28-34 parecchi esempi caratteristici, che provano la finalità biologica, e l’ impos- sibilità di trascurarla in uno studio scientifico della vita. Rilevo questo passo, p. 34: Eulero disse, che l’ occhio, in finalità, oltrepassa qualsiasi macchina; non importa, se i moderni vi hanno scoperto qualche secondario difetto di costruzione: la finalità dell'occhio è quella, che poteva bastare). Ritengo anch'io, che, in linea d'osservazione, tanto siamo autorizzati e obbligati a riconoscere una finalità nella vita, quanto a riconoscere la mancanza di finalità nell’ ac- cadere inorganico. Una distinzione è data; così chiara e precisa, come qualunque altra, o più. « Mentre nella fisica e nella chimica sono applicabili soltanto le considerazioni causali, nella fisiologia si devono introdurre insieme e le causali e le finali. L'accadere puramente fisico è a-finale; in questo senso vale il detto di Kant, esser il fine estraneo alla natura; ma d'altronde anche gli organismi e il pro- toplasma vivente son estranei alla fisica e alla chimica; nelle proprietà delle singole combinazioni chimiche e dei processi fisici come tali non si trova niente, che si possa chiamare fine ; questo apparisce soltanto nel modo, con cui quelle combinazioni e quei processi vengono a connettersi negli animali e nelle piante. Senza connessioni finali, un Otganismo non può esser pensato; per ciò la biologia non Fa E 592 LA FINALITÀ DELLA VITA può esser definita come semplice fisica o chimica degli or- ganismi. Negando la finalità negli organismi, sì negano: gli organismi; perchè senza finalità non è concepibile nemmeno una macchina: ma ogni finalità, e nella mac- china e nell'organismo, presuppone un meccanismo; perciò, connessioni causali e connessioni finali sono strettamente. congiunte: due faccie d'un medesimo fenomeno. Scoprire le connessioni finali negli organismi, è un problema di scienza ; conoscerne il fondamento, è un problema di me- tafisica. Darwin fece il tentativo, di trasformare in fisico questo problema di metafisica; il tentativo non è riuscito. Perciò, in biologia, dobbiamo assumere la finalità come qualcosa di dato; e precisamente come un fatto dato »... (R. p. 35 sg.) 2. Vediamo di non lasciarci fuorviare da concetti filosofici. confusi e imprecisi. Cercare il fondamento delle connes- sioni finali date, è, dice il R., un problema di metafisica. Se, con questo, vuole soltanto significare, che il biologo come tale non ha obbligo, né mezzo, di risolvere il pro- blema, io non bo niente in contrario. Ma se intende che il problema sia intrinsecamente insolubile, od immaginario, faccio per mio conto le più ampie riserve. Ecco qui due fogli di carta, uno bianco e uno gialliccio. Son tolti da una stessa risma, e identici: salvochè il secondo fu tenuto. per qualche tempo in un luogo umido. Con questa sp?e- gazione, la differenza di colore non è soppressa; rimane un dato di fatto, precisamente come prima. Se a voi preme soltanto di riconoscere il dato qual’ è, avete il diritto di prescindere dalla spiegazione; potete, in un certo senso, LA FINALITÀ DELLA VITA 593 chiamarla metafisica, e lavarvene le mani; con che per altro non avete punto escluso che sia vera, e così positi- vamente certa, come l'osservazione a cui vi limitate. Bevo due sorsi da uno stesso bicchiere, l’ uno prima, l’altro dopo di aver gustata una certa vivanda; provo due sa- pori differenti. La differenza dei sapori è innegabile; ma è tuttavia manifesto, esser lecito e obbligatorio affermarla soltanto come fenomeno soggettivo. Nel passo ultimamente citato del R., ho notato, sotto- lineando, che la finalità viene da lui chiamata indifferen- ‘temente, a poche linee di distanza, un fatto e un fenomeno. L' usare questi due termini come sinonimi è una consue- tudine ammissibile nella scienza, dove sì è molto ben d’ac- cordo su ciò, di che si tratta; ma equivoca in filosofia (1). Essenziale ai fatti è l’ indipendenza, ai fenomeni la dipen- denza dall’ osservatore : la rotazione della terra può essere un fatto: il veder io tramontar il sole è di certo un feno- meno. La questione gnoseologica, se accadano veri fatti, o se l’accadere sia soltanto fenomenico, dobbiamo qui lasciarla in disparte. Ha ragione il R.: se la finalità fosse un sem. plice modo nostro di concepire il dato, lo stesso dovrebbe dirsi della causalità (p. 34); dunque, chi vuol ridurre a causalità ia finalità, non può fondarsi ragionevolmente sul preteso carattere fenomenico di questa. Si noti d'altronde: se la finalità non ci apparisse nella natura, che in quanto fosse una forma inerente al nostro spirito, l’accadere natu. rale ci apparivebbe tutto ordinato a de' fini; mentre non ci pare così ordinata che una sua parte, relativamente pic- «cola (2). Il che vale in genere per la dottrina (di Kant) (1) Ho seguito io pure la consuetudine, in parecchi miei scritti. Non vo- glio far il pedante; ma un linguaggio preciso, benché non se ne debba sperar troppo, è tuttavia da preferire. (2) Herbart, Einl. in d. Phil., ed. Hartenst., 52, p. 275 sg. 594 LA FINALITÀ DELLA VITA delle forme inerenti allo spirito. Ammettendola, bisogna dire, dello spirito, che tenga pronto per ogni dato l’ in- sieme delle sue forme, sempre le stesse. Mentre poi di- stingue una varietà di dati, ai quali applica ora certe forme, ora cert’ altre. Dobbiamo dunque riconoscere nel dato altrettante relazioni con le nostre forme, quante son le figure, gl’intervalli di tempo, le connessioni. causali, ecc., che troviamo nell’ esperienza (1); in altri termini, che le forme, secondo cui si concepisce il dato, sian de- terminate da certe proprietà corrispondenti del dato me- desimo. Ancora più in generale: supposto (e non concesso} che la realtà esterna sia una formazione soggettiva, si deve poi confessare, che il soggetto individuale (Tizio, che s' immagina di conoscere una realtà esterna) è una forma- zione analoga. Sicchè, soggetto viene ad aver due significati diffeventi. Primo, e in questo senso lo ditemo S, come il substrato, o come il centro superiore d’ unità, di tutti i fenomeni. Secondo, e in quest'altro senso lo diremo Z, come una formazione particolare, come un centro minore d’ unità dei fenomeni, come quella tale persona consapevole di sè; a cui è contrapposta un’altra formazione È, la realtà esterna. Che, tanto Z quanto £, rientrino in S; sarà un vero metafisico, dal quale per altro non è menomamente sop- pressa od infivmata la distinzione osservabile tra 7 ed A. Quindi, confondere degli elementi di A con degli elementi di I, non è essere kantiani più o meno conseguenti; è, senz'altro, equivocare. La causalità, e la finalità, son ele- menti di A, non di Z. Riconoscer questo, è confessarsi, nella sostanza, realisti; perchè, quanto alla dipendenza di KR da S. e può esser interpretata in senso realistico, e non va presa in alcuna considerazione, quando si tratta soltanto (1) Id. ibid. , p. 258. LA FINALITÀ DELLA VITA 595 di sapere, in che relazione sian tra loro certi elementi di R; nel nostro caso, la finalità e la causalità. Ci pensino (se ne son capaci) i corifei di quel facile idealismo, che ora dilaga per le vie, come il materialismo di trent'anni or sono. w Qualcosa bisogna dire intoruo al concetto di causa. La critica di Hume, gli argomenti, e le arguzie più o meno fine, del Mach, valgono contro il pregiudizio, che noì, con le nostre leggi e con le nostre forze, si penetri la con- nessione de' fatti nella sua natura, e si possa trarre par- tito da tale notizia per prevedere con apodittica certezza il futuro (1). Ma non escludono, che tra un fatto e certi precedenti o concomitanti, diciamo tra un fatto e certe circostanze, vi siano delle connessioni. Delle quali, consi- derate nella loro intrinseca realtà (in &, noi non abbiamo nè cì possiam formare alcun concetto determinato; ma pos- siamo e dobbiamo affermare indeterminatamente l'esistenza; chi non si senta «’ammettere, che in un sistema, p. es. d'astri, l’accadere possa risultare indifferentemente lo stesso o diverso, con qualunque configurazione del sistema. Cosa, che non è ammessa nemmeno da BING SA TRIRISt, perch' è în troppo manifesta opposizione con l’ esperienza. Gl' inde- (1) Di questo pregiudizio è molto più facile farsi beffe, come n'è invalsa la moda, che tentar di sostituirlo con un concetto più giusto. Così accade, che vi sacrifichino tuttavia molti, che s' immaginano d° averlo superato. Per esempio il R.; il quale non s'è accorto, che la spiegazione da lui data della finalità con le sue dominanti, è appunto una delle pretese spiegazioni, messe in burletta dal Mach; non s'è accorto, che citando e approvando il Mach e l' Hume, tirava de’ sassi nella sua colombaja. 596 LA FINALITÀ DELLA VITA terministi non credono, che una pietra, toltole il sostegno, sia così libera d’andarsene dove le piace, come un uc- cello a cui si apra la gabbia. Dicono bensi, che non po- tendo noi osservare le minime particolarità di nessun fatto, non possiam nemmeno escludere, che in queste mi- nime particolarità si nasconda qualcosa, che quantunque non sia propriamente un capriccio (ne' fatti fisici!), vi equi- valga, quanto all’accadere. Senza discutere a fondo questa singolare teoria (1), noterò, che quando si vuole studiare la correlazione tra i fatti fisici e i fatti biologici, così gli uni che gli altri vanno presi quali ce li dà l’ osservazione, comunque imperfetta; l’almanaccare intorno a ciò, che (1) L'ho discussa nei Paralip. alla conosc., art. La filos. d. conting.; e in Dottrine e fatti, (Pavia, 1905) art. La necessità, L'acqua m'ha sempre disse- tato. Ma di quel fatto, ch'è il dissetarmi, le minime particolarità mi stuggono; io dunque non posso escludere perentoriamente, che l'acqua, e la mia gola, abbiano de' capricci. Questi capricci, benché non escludibili perentoriamente, sono per altro supposti, perchè i fatuù osservati non ce ne danno prova né indizio. L'acqua m° ha sempre dissetato fino a tutt’ oggi; mi disseterà do- mani? Affermandolo, io formulo un'ipotesi; ma formulo del pari un' ipo- tesi, dubitandone. Con questa differenza, tra le due: che la prima è sugge- rita da un'aspettazione, risultata finora degna della mia fiducia; mentre la seconda non è suggerita che da un capriccio (si tratta qui d'un vero ca- priccio). Quest* esempio dà una chiara idea comparativa di quello che siano, e di quello che valgano, il determinismo e l° indeterminismo, in fisica. Il Vailati scrisse in qualche luogo, se non m° inganno, che il determinismo consiste semplicemente nell’ astenersi da quella ipotesi, che, pure al parer mio, é implicita nel determinismo. Mh! Col semplice astenersi non si for- mula una teoria, non s'ottiene un concetto: astenersi dal pensare a un modo, in quanto puro astenersi, è non pensare, Il mio calamajo non é determi- nista ; ciò non vuol dire, che sia indeterminista. L' indeterminista, non sol- tanto si astiene dall’ ipotesi deterministica; ve ne sostituisce un’ altra; ri- man da sapere, quale sia meglio fondata. Che il Poincaré sia indeterminista, a me non pare un argomento. Il P. é un maestro in matematica; ma fosse anche un maestro in filosofia, del che dubito: vogliamo rifarci daccapo & surare in verba magistri? LA FINALITÀ DELLA VITA 597 sarebbe forse rivelato da osservazioni, che nessuno ha com- piute, non conclude. Una pietra cade sempre, toltole il so- stegno; e per tutte le diversità osservabili tra caduta e ca- . duta, si osserva sempre una diversità corrispondente di circostanze ; ecc. Questo è ciò che si vuol dire, quando si afferma, che i fatti fisici sono determinati, o connessi con le circostanze; e riman vero, qualunque capriccio si oc- culti nelle profondità dell’ inosservabile; sarà vero soltanto per i fatti presi all'ingrosso (come lì osserviamo); ma noi, appunto, ci proponiamo di studiare la correlazione tra i fatti fisici presi all'ingrosso, e i fatti biologici presi all’ in- grosso: altra materia di studio non essendo in pronto, per ora. A proposito di capriccio, o d'assoluto caso, è bene fer- marsi un momento a dissipare un equivoco. Secondo Helm- holtz (R., p. 25), e secondo moltissimi altri, il principio di causa non è che il presupposto d'una regolarità univer- sale dell’accadere. E senza dubbio impossibile far delle pre visioni apoditticamente certe a scadenza illimitata, se non sul fondamento di leggi note, che siano senza eccezioni. E tutto quanto sappiamo di positivo e di ben determinato intorno alle connessioni causali, si riduce alle leggi fisiche; il che spiega perfettamente l'opinione dell’ Helmholtz. Ma io domando: può la fisica, o la filosofia, dimostrare la va- lidità incondizionata di una sola delle leggi fisiche? Non se ne discorre nemmeno (1). Esservi, tra i fatti, delle con- nessioni causali, significa, soltanto, esservi, tra ciascun fatto e le circostanze (ossia in ultimo tra vari fatti), una correlazione, la cui radice reale ci sfugge per intiero, ma tale, che per ogni variazione in un accadere è sempre as- (1) Io non ne discorro, perché ne ho discorso a lungo, ed esaurientemente per quanto mi pare, altra volta : cfr. i miei scritti citati. 598 LA FINALITÀ DELLA VITA segnabile una corrispondente variazione nelle circostanze. Questo, non altro, è il dato dell’ osservazione, il risultato .dell'induzione: tutto il di più, e ìl diverso, è semplice . fantasmagoria. Se, ed in quanto, certe circostanze riman- gono invariabili — e rimarranno, o no, secondochè l’ uni- verso è costituito cosi o così; del che non sappiamo niente, o ben poco — certi fatti si ripeteranno sempre } medesimi, si seguiranno con regolarità, od in sostanza varranno sem- pre certe leggi. Ma le circostanze potrebbero anche variar in guisa, che nessuna legge fisica formulabile da noi avesse più che una validità limitata nel tempo e nello spazio. In questo caso, |’ universo, ad un'osservazione abbastanza estesa el abbastanza lunga, risulterebbe affatto ex-lege, l’accadere apparirebbe affatto accidentale; ma non perciò sì dovrebbe dire, che i fatti non avessero delle cause, poi- chè quest’ accidentalità sarebbe anzi un effetto delle cause naturali, sarebbe il risultato necessario delle connessioni tra i fatti. L'identificare la causalità con la regolarità è dunque uno scambiare l’oggettivo col soggettivo, elementi di R ed elementi di /; un errore, che va evitato. Le leggi, note a noi, son concetti nostri; frasi, o formule algebriche (p. es. /mm'/r?, che dà la gravitazione tra due masse m, m' alla distanza r) con le quali esprimiamo il succedersiì de’ fatti, come l’osserviamo; la connessione causale tra 1 fatti è invece quella proprietà reale, incognita in sè stessa, perchè i fatti si succedono in quel modo che osserviamo. Sarà, o non sarà, che de’ fatti si succedano sempre a un modo; comunque, il concetto, che noi ci formiamo del loro succedersi, e la proprietà del reale, per cui si succedono sempre o non sempre a un modo, non sono da confondere. Come non sono da confondere le rappresentazioni di fine, proprie soltanto di noi, e d'altri esseri più o meno LA FINALITÀ DELLA VITA 599 simili a noi, con le condizioni reali, perchè de’ fatti acca- dano così, da realizzare i fini che noi ci ravpresentiamo. I fini, che noi ci rappresentiamo, sono elementi soggettivi, appartenenti ad Z; le condizioni, perchè si realizzino, son elementi oggettivi, appartenenti ad A. L'essere, queste con- dizioni, elementi di A, non è certamente una ragione, perchè io le confonda con altri elementi di A; io devo, anche in A, cercare con discernimento, non lasciarmi guidar dal caso, nè da un mio preconcetto, nel prendervi o sce- gliervi i materiali per edificare un sistema. Devo però aste- nermi, possibilmente, del servirmi d'un elemento di 7, dove ne bisogna uno di A; il che sarebbe un crearmi all’inten- dere un ostacolo diverso ma non meno grave. Il problema, che sì tratta di risolvere, la soluzione del quale, benchè non sia di competenza dei fisici nè dei biologi, s' impone a chiunque voglia farsi del mondo un'idea, che non sia l'ac. cozzaglia casuale di più idee contraddittorie, ci si presenta ora con molta chiarezza. Accadono de’ fatti, connessi tra loro soltanto causalmente; che, per quanto ce ne dice l’os- servazione (astrazion fatta da ogni filosofia, e da ogni cre- denza, sistematiche) sono a-finali. Una pietra, scagliata sba- datamente da un ragazzaccio, segue la sua trajettoria, senza deviarne perchè questa la porti a passare per un luogo, dove s’ abbatte a trovarsi nel medesimo istante la testa di un povero piccino. E accadono de' fatti, che sono eviden- tissimamente finali; i fatti biologici (non questi soltanto sono finali; ma di questi soltanto parliamo). Accadono, quelli e questi, nello stesso mondo; sono, in molti casi, variazioni d'una stessa cosa, e gli uni e gli altri; hanno, gli uni con gli altri, delle connessioni, la realtà delle quali non può assolutamente essere negata. Le condizioni per l’accadere de’ fatti a-finali, e quelle, per l’accadere dei 600 LA FINALITÀ DELLA VITA fatti finali, nella realtà dunque non si escludono; rimane, che siano da noi concepite in modo non contraddittorio ; che cioè possano coesistere in Z i corrispondenti di condi- zioni, che in A di fatto coesistona: ecco il problema. Come sì vede (se ne ricordino quei tanti, che per combattere una dottrina scelgono la comoda via d’interpretarla a modo loro), non si tratta di farci un concetto adeguato né della causalità nè della finalità; ma di farci delle cose un con- cetto complessivo, inadeguato fin che si vuole, che non escluda la reale compatibilità delle eause e de' fini; un concetto, che non sia la pura giustaposizione di due con- cetti contraddittori. Dobbiamo, come dissi cento volte, non spiegare la realtà, che non è spiegabile; ma ingegnarci di mettere un po' di coerenza in quel che ne pensiamo. 4. Il R. introduce un’intiera gerarchia di forze. Si hanno forze energetiche (1) e forze non energetiche; suddivise, queste ultime, in forze di sistema, dominanti, e forze psi- chiche (p. 39 sg.). Forza poi significa: « tuttociò che opera, e produce qualche variazione ». In accordo con Hume: « la forza è l'attività producente, il nesso causale, consi- derato dalla parte della causa; » e con Helmbholtz: « la legge, riconosciuta come potenza oggettiva, dicesi forza ». Con ciò, soggiunge R., « l'idea di forza è definita con tutta la precisione desiderabile » (p. 38). Questa precisione a me non riesce di vederla. Attività, causa, forza, potenza, power, (1) Al R. non è ignota la distinzione, che i fisici fanno tra forza ed energia ; il suo linguaggio per altro non ne tiene il debito conto, e dà facilmente luogo a degli equivoci. Ma per noi la cosa non ha grande importanza, © nou c'insisto. nai — se n — * LA FINALITA DELLA VITA 601 Machi, IWirksamkeil, produrre, hervorrufen, hervorbrin- gen, ecc., ecc., son parole, ciascuna delle quali non ha un significato, che in quanto accenna vagamente ad una stessa proprietà del reale, al determinismo dei fatti. Perciò la defi- nizione addotta si riduce ad una mera tautologia (1). « Nella scienza della natura in generale, e nella biologia in parti- colare, non è possibile », dice il R. (pag. 37), « far a meno. dell'idea di forza ». Poichè i fatti ci risultano determinati ; vale a dire: poiché l'osservazione ci rivela una corrispon- denza tra i fatti e le circostanze, sicchè quelli si ripetono o no, secondochè queste durano o mutano; è manifesta l'impossibilità di riflettere sulla natura, senza pensare al determinismo de’ fatti; di parlarne, senza una parola cor- rispondente; e sia p. es. forza. Quel pensiero, affatto ge- nerico, non costituisce la cognizione determinata d’alcun processo naturale; dobbiamo ingegnarci di procacciargli una più grande ricchezza e varietà di contenuto. Ma non ci si riesce col semplice assumere, che il significato di forza si risolva nella somma dei significati di più altri termini (forza energetica e non energetica, ecc.), se il significato di ciascuno di questi è sempre soggetto alla medesima es- senziale indeterminazione. Poichè l'oggetto del nostro studio è la realtà, le parole di cui facciamo uso ‘non possono avere un significato che valga, non servono a ordinare i nostri concetti, e a farli meglio corrispondere al reale studiato, che in quanto esprimono de’ dati precisi d’osservazione. Se mi si dice, che il tal corpo cade in virtù della gravità; che il tal altro si dilata, in virtù dell'energia termica; io ne so in ultimo quanto prima. Il mio sapere non s’accresce, che osservando certe correlazioni tra fatti. Tra i movimenti (1) « Der in dem vorliegenden Buche entwickelte Kraftbegriff ist unklar und vieldeutig »; cosi C. Detto, in una recens. del libro del R.: Deutsche Literatztg, a. 1905, n. 47. 602 LA FINALITÀ DELLA VITA de’ pianeti, e le loro posizioni rispetto al sole; tra l'arro- ventarsi d'un pezzo di ferro e la combustione che accade in un fornello; vi sono delle correlazioni, che io posso co- noscere ; tutte le mie cognizioni determinate circa la na- tura son di questo genere; le parole con cui le esprimo, non hanno un significato al mondo, che in quanto servono ad esprimerle. Ci sono delle forze energetiche, o, in ter'- mini più esatti, delle energie. Vale a dire? Vale a dire. nelle variazioni fisico-chimiche si riconoscono certe rela- zioni numeriche tra quantità osservabili, sian le quantità d'una medesima specie, o di specie diversa (qualitativamente uguali o disuguali). Un pendolo, in posizione inclinata, pos- siede una certa energia potenziale ; ossia, è in condizione di moversi, rimosso l'impedimento. Rimovo l’impedimento: il pendolo discende, acquistando un'energia cinetica, e per- dendo parte dell'energia potenziale. Arrivato al punto più basso della trajettoria, risale, fino ad un'altezza pari a quella da cui è disceso: perciò, l'energia cinetica acquistata si considera come equivalente alla potenziale perduta. Mentre si move, urti contro un ostacolo, e si fermi: l'energia ci- netica è svanita, senza che la potenziale sia cresciuta; ma, ecco, apparisce una forma nuova d'energia, termica p. es.; la quale pure si considera, per analoghe ragioni, equivalente all'energia cinetica svanita. E via discorrendo. Queste son cognizioni, di fatti e di relazioni tra fatti, certe; concetti, di cui non abbiamo presentemente alcun motivo per non ritenerlì adeguati (1). Ma che delle energie, d’una a (1) È accaduto per l’addietro e accadrà molto probabilmente anche in avvenire, che un aumento di cognizioni ci faccia riconoscere un errore in quella, che ci pareva una verità indiscutibile. Ma fondandoci sulle cognizioni che abbiamo, si fa qualcosa, utile anche ad una loro successiva correzione; fantasticando su delle cognizioni, che forse non si realizzeranno, benché cre- dute possibili ora da noi. si buttano il tempo e la fatica. LA FINALITÀ DELLA VITA 603 sola specie o di più, esistano come cose reali, io, per quanto sia realista, non mi vedo necessitato nè autorizzato ad as- sumere; l’ammetterlo mi sembra un trasportare, affatto inopportunamente, in A degli elementi di /. Sicchè, quando il R. riferisce alle sue dominanti, come alle vere cause, la formazione di nuovi tessuti, ecc., non mi sembra faccia niente di più di quelli che riferivano l’azione dell’oppio alla sua virtù dormitiva. Tra i fatti dell’orga- nismo e quelli del mondo inorganico, vi sono, e delle diffe- renze, e delle correlazioni, manifeste. La questione se l’ac- cadere organico sia o non sia irriducibile all’inorganico, ed in che senso gli sia irriducibile, dato che sia, come pare anche a me, non è risoluta, non è neanche messa in termini chiari, se non come concernente il modo, che di necessità non dev’ essere contraddittorio, di concepir insieme le differenze e le correlazioni. Così le une, come le altre, dovrebbero esser concepite, secondo che si osser vano. Poichè non accadono i soli fatti osservati, supporre qualche fatto ben determinato, non essenzialmente inosser- vabile. non è del resto illecito; e può esser necessario, non volendo lasciar indiscusso l'importante problema. Una tale supposizione, quando per suo mezzo si elimini, tra de’ nostri concetti, un’antinomia, che non sembri eliminabile altrimenti, possiede una vera utilità, fors'anche una grande probabilità. Ma incaricare indelerminatamente una forza di ciò che dev'esser fatto perchè le cose vadano, non è, neanche, forvmular un'ipotesi discutibile ; è, soltanto, un riesprimere in termini apparentemente risolutivi lo stesso problema che si dovrebbe risolvere. Dire, che i fatti orga- nici hanno per cause le dominanti, forze inconsciamente intelligenti e finali; non significa nient'altro, se non che que' fatti sono irriducibili agl’inorganici, senz’ajutarci a 604 LA FINALITÀ DELLA VITA conciliare l’irriducibilità e la connessione (1). Io non par- tecipo al pregiudizio, comune secondo il R. (p. 37), in fa- vore delle forze meccaniche ; mi rifiuto di cousiderar la forza, meccanica o no, come un deus ex machina. Inoltre: una difficoltà gravissima, finora non superata da nessuno, contro l’intervenzione, in un sistema d’energie fisiche, di forze non energetiche, (astrazion fatta dalle forze di sistema, di cui parlerò più oltre, e che assolutamente non si posson dire forze, a nessun titolo), (p. 39 sg., cfr. p. 43); è costituita dalla permanenza dell’ energia fisica. Il R. riconosce questa permanenza; ma s' immagina di vincer quella difficoltà, considerando, col Mach, la permanenza come valida nel solo campo del mondo inorganico. Stiamo ai fatti. Un uomo lavora in un ambiente chiuso. Respirando, brucia una quantità, misurabile, di carbonio; la quale, bruciata in un fornello, avrebbe sviluppato a calorie. La temperatura dell'ambiente sale di alcuni gradi, corrispon- denti alla comunicazione di d calorie. Infine, l'equivalente termico del lavoro compiuto sia c calorie. Discutendo 1 ri- sultati di molte osservazioni, si conclude che a — db + c. Bruci nell'organismo, o in un fornello, un tanto di car- bone dà sempre un ‘tanto di calore. Dunque, non equivo- chiamo. Che in tutto l'accadere siano riconoscibili delle energie permanenti, non sta; non se ne riconoscono, p. es., nell’accadere psichico. Ma le energie fisiche (s'intende, la loro somma, in un sistema chiuso) rimangono permanenti, anche se prendono parte alla vita. E ciò sembra escludere, che i fatti fisici, a cui danno luogo gli organismi, sian condizionati ad altro, che a circostanze fisiche. Salgo una scala : l'energia potenziale del mio covpo cresce. L'aumento (1) « Die Dominauten sind nichts anderes, als der zur Ursache germachte Inhalt ihres Begriffes »; Detto, l. c. LA FINALITÀ DELLA VITA 605 è compensato da un’equivalente diminuzione d’altre energie. Se, data (o non data) quella certa condizione d’ equilibrio tra le energie del mio corpo e dell'ambiente, il mio innal- zarmi potesse tuttavia non accadere (o accadere), una certa quantità d'energia fisica potrebbe venir distrutta (o creata). Con questo, io non ho spiegato nulla. Dunque, non m'op- ponete, ch’io pretenda ridurre a fisico tutto l’accadere ; il che io non pretendo punto nè poco. Di fatti fisici, senz'an- tecedenti fisici, non s'ha un esempio certo (perch’io mova un braccio, il mio volerlo movere non basta, si richiede inoltre l'integrità d'un nervo ecc.); ammettere che n’'acca- dano è formulare un'ipotesi. Chi vuol giovarsi di quest’ipo- tesì, contro la quale io non ho alcun pregiudizio aprioristico, deve, almeno, formularla in guisa, da eliminarne ogni re- pugnanza con de’ fatti accertati. Ossia deve sciogliere la difficoltà. che ho messa in rilievo. load de Molto più delle forze immaginate serve a chiarire il concetto della vita il paragone tra gli organismi e le mac- chine. Una macchina è un sistema fisico, in cui l’accadere si compie bensì all'infuori d'ogni finalità, del tutto cau- salmente; ma in guisa da realizzare certi fini; e ciò in grazia dell’aveve la macchina una certa struttura. Un or-o ganismo è pure un sistema fisico, dotato d'una certa strut- tura. È vero, che gli animali danno luogo anche a dei fatti . psichici, assolutamente irriducibili ai fisici; ma qui ci pro- poniamo di parlare di quel solo accadere degli organismi, ch'è osservabile, o certo non essenzialmente inosservabile, dall’ esterno. V' è, negli organismi, un accadere fisico, la cui finalità, manifesta, è indipendente dalla psiche: la vita Rivista Filosofica. 39 606 LA FINALITÀ DELLA VITA delle piante, e quella che si. dice vegetativa negli animali, mancano d'un correlato psichico. A parte l’accadere psi- chico, pare a me, che la finalità dell’ accadere fisico ne- gli organismi si possa. come nelle macchine, riferire alla lovo struttura. Il che viene sostanzialmente ammesso, fino ad un certo segno, dello stesso R. (1). Dicono i vitalisti, che nell’ accadere organico si manifesta l’attività di certe forze, diverse da quelle riconoscibili nel semplice accadere fisico-chimico. Se questo sia positivamente accertato, non (1) Secondo il R., dalla struttura dipendono certe forze speciali, Syste- mkréfte, alle quali è dovuta l’ influenza causale della struttura (p. 40). II concetto di forza viene qui applicato molto male a proposito. Coi concetti di spazio e di tempo — di certe figure, d' una certa loro distribuzione, e d° un certo variare di questa — non si costruisce la fisica. P. es.: i centri di due sfere geometriche distinte possono venir a coincidere; ma che cosa accadrà, se due sfere fisiche si vanno incontro lungo la retta dei cecstri? Per costruire deduttivamente la fisica è necessario assumere certi postulati, ricavabili soltanto dall’ osservazione. S' intende, che le deduzioni sono con- formi all' accadere, in quanto, e finché, i postulati esprimono le relazioni effettive tra’ fatti. Il contenuto positivo del concetto di forza (o d° energia; per noi la distinzione non importa), ciò che in questo concetto vi è di ben determinato e d’ applicabile in fisica, è costituito per intiero dai detti po- stulati. I quali, e includono i concetti di spazio e di tempo (l'accadere fisico essendo spaziale temporaneo), e consistono appunto nell’ affermare certe re- lazioni tra degli elementi e la loro distribuzione, tra una distribuzione e le sue successive. Donde viene, che il supporre, oltre a certe. forze fisiche, a, db, c,..., dell'altre forze, f,, fe. ..., dipendenti dalla distribuzione delle prime, non abbia propriamente un senso; il fattore, costituito dalla distribuzione, essendo già incluso in a, db, cy... Io non faccio il processo alle frasi; ma non voglio che s°interpretino ‘alla lettera, convertendole in errori, delle frasi, giustificate soltanto dal desiderio di evitare gl’ impicci d' un linguaggio sempre e inappuntabilmente esatto. Si potrà dire, pi es.: in meccanica celeste, si deve tener conto della distribuzione degli astri, ol- treché delle attrazioni. Niente di male; purché non ci ei metta in mente, che fra gli astri operi una forza altra dall' attrazione, e proveniente dalla distribuzione; che sarebbe un supporre l° attrazione indipendente dalla di- stributione. ei sa ì LA FINALITÀ DELLA VITA 607 #0; ma posso ammetterlo, senza derogare alla mia opi- nione, che tutto quanto accade nell’ organismo di diverso dell’ accadere fisico (ad eccezione delle psichicità) non di. penda che dalla struttura. Abbiamo escluso che la vita, in quanto è risolvibile in fatti esterni, costituisca un'eccezione alla permanenza dell’ energia. Ma non è punto escluso, che la struttura determini negli organismi delle trasfor= mazioni d'energia, che siano estranee all’accadere inor= .ganico. Un pendolo oscilli liberamente; astrazion fatta dalla resistenza del mezzo, e dall’attrito nel punto di sospensione, non abbiamo qui che una trasformazione periodica reciproca di due energie, cinetica e potenziale; energie d'altra specie. non sono da prendere in considerazione. Ma se il pendolo viene a un tratto, mentre sale, ad urtare contro un osta- colo, entreranno in campo delle nuove forme d’ energia; l'energia cinetica non si trasformerà tutta in potenziale. ma parzialmente in calove. Niente vieta che, in grazia della struttura, negli organismi si formino, a spese delle loro energie fisiche in istretto senso, delle energie di specie di- versa. Le quali si potrebbero e si dovrebbero dire vitali; ma sarebbero sempre fisiche nel senso, che sarebbero il risultato d’ una trasformazione d’ energie fisiche, dovuta alla struttura; sarebbero, alla loro volta, ritrasformabili in fisiche, secondo certi equivalenti; e, insomma, se ne. dovrebbe tener conto, nel valutare la somma invariabile delle energie in un sistema chiuso. Facciamo astrazione, per ora, da tutto quanto riguarda le origini: consideriamo. un organismo nella sua esistenza di fatto, e nella sua vita. normale. L'attività dell'organismo è quella. delle forze fi-. siche accumulatevi; le quali bensì operano. in modo parti» colare, correlativamente alla struttura; potendo , anche darsi, (non l' affermo, nè |’ escludo), che in conseguenza della 608 LA FINALITÀ DELLA VITA struttuta medesima subiscano delle trasformazioni, senza esempio nel miondo fnorganico. Quest'è un punto, ché sì può dire assodato; formarsî, dell’ attività organica nelle dette condizioni, un altro concetto, è spalantare gratuita- mente la porta a delle ipotesi affatto arbitratie. Così es- sendo, non è più il caso di cercare da ché dipenda la fi- nalità della vita nelle dette condizioni. I fini, che noi ci rappresentiamo, vengono realizzati nell’ accadere dalla struttura di certi corpi, macchine ed organismi; la strut: tura sarebbe dunque l'elemento di R, corrispondente a quell’elemento di I, che è costituito dalle rappresentazioni di fini. Precisamente come il reale connettersi de' fatti (reale connettersi, che possiamo e dobbiamo affermare, quantunque non ne conoscianto il fondamento) è l'elemento di R, corrispondente a quell’elemento di /, che è costituito dalle nozioni di leggi. Ma l’analogia tra un organismo e una macchina manca in un punto essenzialissimo : la macchina è incapace di ri- parare sè stessa, e di riprodurne una simile. Perciò il R. sì crede autorizzato a supporre negli organismi qualcosa, che non ha l'analogo nelle macchine : le dominanti; che sarebbero le vere forze autoformatrici (selbstbildenden Kréfte) degli organismi. Un cervello già in essere opera per mezzo dellè energié fisiche accumulatevi, e secondo la sua struttura (1), come s’è detto; ma senza le dominanti non avrebbe potuto formarsi (p. 41). Certo: non è suppo- nibile che un cervello, nè un infusorio, si formi da sè in un mondo inorganico; ammetterlo è ammettere una fina- lità realizzata, mancando lé condizioni reali della sua réa lizzazione : un controsenso. Ma gli organismi sono forma- zioni di organismi preesistenti. La struttura, ih un ambiente (1) « Mit Systemkràften »; cfr. la nota preced. LA FINALITÀ DELLA .YITA 609 adatto, è la condizione necessaria e sufficjente della vita normale; perchè non sarebbe anche della riproduzione ? (ed eventualmente delle riparazioni *). Pretandere che la struttura non, possa, negli organismi, valere a niente di più che nelle macchine, sarebbe un trascurare la supe- rigrità quasi che infinita, rispetto alla struttura, dei primi sulle seconde. Per fabbricare una macchina, gi met- tono insieme de’ pezzi, di cui ciascuno ha ricevuto sol- tanto una convepiante forma esterna; nop s'ottiene in tal modo, che il coordinamento di gerti moti, privi d'analogia con le operazioni occorrenti a fabbricare la macchina. Un organismo, per quanto suddiviso, risulta sempre di parti, diverse profondamente dalla materia inorganica; dotate d'un’intima struttura, e d'una composizione chimica speci- ficamente caratteristiche. Ritenere, che una struttura senza confronto più fina debba essere il mezzo alla realizzazione di fini senza confronto più complessi e più armonici, non $ un perdersì in supposizioni vuote; è stare ai fatti. Del resto, se negli animali superiori, che yivono benissimo genza riprodursi, la riproduzione può sembrare un'attività essenzialmente diversa da quella, che si estrinseca nella vita normale, negli organismi inferiori vivere, p riprodursi, voglion dire press'a poco il medegimo. Una cellula sì nu- tre, cresce, si bipartisge. Non dico già, che questi fatti non siano marayigliosi, o ch'io mi senta di spiegarli. Ogni fatto è meraviglioso, € e dpi inesplicabile; senza ggcettuarne i fatti fisici più semplici. Ma il nutrirsi, crescere, bipartinsi d'una cellula, son fatti meno complicati, e quanto all’agca- dere, e quanto alla finalità, che la circolaziane del sangue. Poichè siamo d'agcordo nell ‘ammebtere, che questa abbia Rella piruttura le condizioni necessarie e sufficienti, non possiamo più ragionevolmente fupporre, che per la ripro- 610 LA FINALITÀ DELLA VITA duzione d'una cellula sian da cercare altre condizioni, es- senzialmente diverse. Tutti, senza eccezione, i fatti vitali, a cui dà luogo un organismo quanto si voglia complicato, accadono, o nelle singole cellule componenti, o tra esse cellule. Quanto accade in una cellula, è condizionato alla sua struttura, e all'ambiente; quanto accade tra più cellule è, similmente, condizionato alla struttura delle singole cel- lule, a quella del sistema, e all'ambiente. Astrazion fatta dalle prime origini, dall’apparire, non di questa cellula, o di questo mammifero, ma del pr1m0 organismo, un indizio, che l’accadere organico sia determinato da altro, che da forze fisiche, e dalle condizioni fatte ad esse dalla struttura, non si saprebbe indicare. i 6. Le specie ora viventi degli organismi ebbero un comin- ciamento : per via di creazioni dirette, o d’evoluzione ? Più che nove decimi dei moderni biologi sono evoluzionisti ; quella dell'evoluzione rimane però sempre un’ ipotesi; il trasformarsi d’una specie in un'altra non è un fatto pro- vato. L'argomento massimo, per cui riteniamo di gran lunga superiore il concetto d’evoluzione, preso nella sua forma generica (le sue più precise determinazioni, tuttavia controverse, non sono discutibili: che sul terreno stretta- mente biologico, hanno un interesse filosofico secondario, ed io non entrerò in proposito in alcun particolare), si può iidurre a questo? ‘la scienza, in ciò che ha di positivamente accertato, e la riflessione filosofica, modificarono le nostre idee ‘sul mondo @ intorno a Dio, così da escludere come incongrua l'ipotesi contraria delle creazioni dirette. Poichè il mondo fisico è abbandonato alle cause naturali, 0 a leggi = = o di < — Rina aio nn LA FINALITÀ DELLA VITA 611 affatto generali (quel che sappiamo della sua storia, non ri- vela in nessun caso l’ intervento immediato della potenza creatrice), supporre che lo stesso debba dirsi anche del mondo organico, sembra il partito più probabile, se non il solo ragionevole. E un Dio, che fa di tanto in tanto qual- cosa di nuovo, è troppo più simile all'uomo, di quanto ci sembri lecito ammettere. La creazione, per noi così limi- tati, non può essere che un mistero. Quelli stessi, che am- mettono un Dio personale, sentono, con chiarezza e con forza crescenti, che la pretensione di saper qualcosa in- torno all'atto creativo, di scinderlo in una serie di momenti e di fatti determinati, è temeraria, e opposta in fine ad un sentimento, che sia religioso con profondità. — Ma se Dio stesso ce ne ha detto qualcosa? — Io non voglio entrare in una discussione teologica : s'intende che, non entrandoci, mi credo vietate così le negazioni come le affermazioni. Che noi si possa, per fede, saper qualcosa del mondo, non escludo; cerco quel che se ne può sapere per altra via. — Ammessa l'ipotesi dell'evoluzione, ci rimangono da ri- solvere due problemi fondamentali: 1° come mai certi or- ganismi semplicissimi (forse molto più semplici, che i più semplici organismi unicellulari noti a noi) abbiano potuto, svolgendosi, dar luogo ad una così grande varietà d’orga- nîsmi complicatissimi; 2° quale possa essere stata l’ origine di quei primi organismi semplicissimi, che chiamerò germi senz'altro. Parlo soltanto di possibilità; tralasciando, come dissi, ogni discussione di particolari, ogni ricerca intorno al concreto come, così dell'origine come dell’ evoluzione dei germi. Una dottrina, che urti contro delle assolute impossibilità, che si fondi su dei principii, di cui si pro- vasse, che sono intrinsecamente inetti all’ ufficio al quale da essa dottrina vengono rivolti, sarebbe confutata, qua- 612 LA FINALITÀ DELLA VITA lunque ne fossero del resto i vantaggi, e per quanto ci apparisse coerente, astrazion fatta da quel fondamentale difetto, rimasto forse inavvertito: così p. es. un progetto di edifizio, in cui si fossero dimenticate le scale, non varrebbe niente, per quanti ne fossero gli altri pregi. Se invece i due problemi accennati ci risultassero non intrinsecamente irrisolvibili, se intravedessimo la possibilità di risolverli, tenuto conto delle loro caratteristiche essenziali, e in ac- curdo con le altre cognizioni accertate, l'ipotesi dell’ evo- luzione, senz’ essere dimostrata, conserverebbe intatto il valore, di cui s'è fatto cenno; e sarebbe lecito seguitare a lavorarvi attorno, con la speranza di cavarne un costrutto. La caratteristica essenziale ai due problemi consiste nel- l’ esser l’ uno e l’altro un problema di finalità. Un orga- nismo di una data specie si svolge, si trasforma in una specie differente. Che questo accadere sia riferibile all’ a- zione sola di cause fisiche, cioè a-finali, è senza dubbio un paradosso. L'ipotesi, che un accadere a-finale si tras- formi, per sè stesso, in finale, non sarà contraddittoria in termini; ma è tanto probabile, come che mettendo insieme a caso de' caratteri di stampa si componga la Divina Com- media; o che de' pezzi di ferro agitati promiscuamente in una cassa finiscano con l’aggregavsi in una macchina. É inutile insistere su questo punto: sul quale non mi sem- brano possibili due opinioni, quando siasi ben compreso una volta, di che si tratti. (R., pp. 142-83 : cfr. anche Hartmann: Abstammungslehre ecc., in Vierteljahrschrift ecc. pubbl. da P. Barth; a. XXIX, fascic. IJ; in ispecie pp. 239-62. Rilevo questo passo: « Nicht das ist das Wun- derbare, dass die Theile (d'un organismo) einander iber- haupt korrelativ beeinflussen, sondern Wlass sie einander so beeinflussen, dass das Ergebniss dem Zwecke des == LL - e NE fizizo= — = — LA FINALITÀ DELLA VITA 613 grosseren Ganzen dient » p. 260 sg. V. anche la Phil. d. Unbew. d. stesso A., 11 ed., P. III, pp. 333: 474). Le variazioni dell’ ambiente, la loro influenza inevitabile (me- vamente causale) sulle funzioni organiche, la possibilità che quiste sì modifichino, le variazioni accidentali, o do- vute agli accoppiamenti, nella struttura degli organismi, la correlazione (causale) tra la struttura d'un organismo e la sua composizione chimica (sopra di che il Le-Dantec ha formulato, in un libro di cui ho reso conto, una dot- trina, in gran parte ipotetica, ma degna di consider azione), ecc., ecc.: tutti questi fattori, non finali, ci rendono ra- gione benei della non invariabilità degli animali e delle piante; ma non dell’ essersi le variazioni realizzate di fatto così, da conseguire certi fini, e da render ne possibili certi altri. Un fattore finale assolutamente non è escludibile ; quale sarà È Io non vedo, perchè non potrebb' essere costituito pre- cisamente dalla struttura, includente anche la forma esterna, degli organismi che prendon parte all'accadere considerato. Il modificarsi lento, nel corso di molte generazioni, delle funzioni e degli organi, sia per adattarsi alle mutate cir- costanze, sia per svolgere con efficacia delle attitudini di- ciamo embrionali, è, in ultimo, il risultato del modo, con cuì si compiono le ponSuAle funzioni vitali. Sembra dunque che la struttura, come è bastevole ad assicurare, entro certi limiti, la finalità di queste per la vita dell’ individuo, possa riuscir bastevole ad assicurare la finalità di quelle modificazioni, sia per la perpetuazione che per lo sviluppo via via più opportuno delle generazioni successive. Senza dubbio, nè questa finalità più alta, nè quella più modesta che si riferisce alla vita individuale, non sono conseguibili, se l’ambiente non offre una certa opportunità di condizioni. 614 LA FINALITÀ DELLA VITA 2 Ma è un fatto fuori d’ ogni contestazione, che la finalità degli organismi, comunque se ne immagini il fondamento, non è conseguibile senza certe ‘condizioni dell’ ambiente : il prodotto, se ha un fattore finale, ne ha pure un altro, semplicemente causale ; circostanza, che deve metterci in guardia contro ogni esagerazione circa il valutare l' im- portanza del primo fattore. i Il problema da risolvere (non ce ne dimentichiamo!) è di procurar che il nostro concetto del mondo non sia con- traddittorio in sè stesso, nè in opposizione con alcun dato dell’ esperienza. Nel mondo valgono certe leggi, e si con- seguono certi fini. Supporre che la legge, o il fine, siano introdotti assolutamente da noi nell’accadere, non ha, come accennavamo, alcun senso. Ma non ha senso neanche il supporre, che la legge o il fine come tali, cioè i nostri concetti di legge o di fine, sian fattori dell’accadere. L'una e l'altra opinione confonde l’ oggettivo col soggettivo, R° con I. La legge di gravitazione non è, che si sappia, scol- pita nel firmamento; e fosse; che ne saprebbero gli astri? Quello, che il tubo gastroenterico sa dei fini della dige- stione. Dobbiamo dire, esservi nel mondo qualcosa di cor- rispondente al nostro concetto di legge, e qualcosa di cor- rispondente al nostro cuncetto di fine. Qualcosa ; ma che cosa ? Nessuno può vantarsi di saperlo; ma, insomma, per quello a che possono arrivare le nostre osservazioni e i nostri discorsi, abbiam concluso, ‘che in tanto valgono dellé leggi, in quanto il mondo ha una certa configurazione, e In tanto si conseguono certi fini da certi esseri, in quanto questi sono dotati d'una certa struttura (e vivono in un certo ambiente). Struttura, e configurazione, “son elementi osservabili (1), evidentemente connessi col fine, 0 rispettiva» (1) Ea analoghi: come analoghi sono i concetti di legge e di fine, che rientrano entrambi in quelio d° ordine. Nei movimenti dei corpi celesti noi LA FINALITÀ DELLA VITA 615 mente con la legge: non abbiamo alcun motivo, per dubitar che siano i corrispondenti oggettivi, di cui andiamo in cerca; di più: il solo formular questo dubbio costituisce un’ ipo- tesi, che presentemente almeno apparisce avventata e priva di senso. | ci Ammettere, che se nella realtà valgono certe leggi, e si conseguiscono certi fini, quelle valgano, e questi si con- seguiscano, perchè certi ‘elementi (energie, forze, particelle materiali, o monadi spirituali; al proposito presente nori rileva) danno luogo a de’ fatti tra i quali v'è una connessione necessaria; in altri termini, che l’accadere sia riferibile a delle cause, e soltanto a delle cause; non significa punto, come da molti erroneamente si crede, che quel tal quale ordine, che nell’accadere ci si manifesta, sia dovuto al puro e seraplice caso. De’ fatti, durante un intervallo di tempo, si succedono in un certo ordine, perchè, al principio di quell’intervallo, il mondo aveva una certa configurazione. L’aveva in seguito ad un accadere precedente ; ma questo accadere precedente s'era pur esso realizzato in un mondo, che aveva una certa configurazione ; quindi, ci dovette es- sere un qualche ordine anche nell’accadere precedente. L'ordine successivo non è, dunque, fortuito ; è, semplice- mente, un effetto, ma di cause, che non erano assoluta- non vediamo che leggi (semplice causalità), perché non ce ne importa, se non in quanto c’importa che il nostro mondo non vada sottosopra. Nei pro- cessi vitali rileviamo invece dei fini, perché c° importano direttamente. E perché vediamo che non si compiono sempre ugualmente bene. Ma, se le no- Stre osservazioni astronomiche fossero abbastanza estese nello spazio e nel tempo, vedremmo probabilmente, che nemmeno le leggi relative non sono senza eccezioni. | 616 LA FINALITÀ DELLA VITA mente disordinate, che, oltre ad esistere, erano sistemate così ‘0 così; è insomma il risultato d'un ordine anteriore. Che, alla sua volta, era il risultato d’uno ad esso anteriore; e così di seguito, senza fine. L'ordine, io non lo sopprimo; né presumo di spiegarlo. Chi presume di spiegare l'ordine, cioè di spiegarne il cominciamento, presuppone di necessità un mondo inizialmente in assoluto disordine. Io ammetto, che un mondo inizialmente affatto disordinato (dato, e non concesso, che questa frase non sia vuota di senso) non si sarebbe ordinato mai; ma escludo, che ad uno stato iniziale del mondo sia possibile risalire, scientificamente. « Nel fatto, niente di quanto accade nell'universo è spie- gabile se non presupponendo un universo con lo stesso grado di complessità, che ora vi osserviamo. Il vero dato, l’unico dato, è precisamente un universo infinitamente vario e complesso, le forme del quale non ammettono altra spiegazione, fuor di quella che si ottiene riconducendole ad altre forme dell'universo medesimo ; che si va rimutando senza posa, perchè si è andato sempre rimutando; che pro- duce in sè una varietà estrema di cose e di fatti, perchè è sempre stato, è essenzialmente, un insieme estrema- mente vario di cose e di fatti » (1); e che ammette ora un qualche ordine, perchè un qualche ordine ha sempre ammesso. Seguendo il medesimo discorso, potremo dire addirittura, che il mondo ammette la vita, con le sue fina- lità, perchè ha sempre ammesso una qualche vita; ed avremo, del problema concernente la vita, una soluzione, forse la più probabile. E che non implica punto l’ ipotesi degli organismi ignei del Fechner ; perchè le trasmigrazioni dei germi attraverso gli spazi non sono intrinsecamente (1) Trascrivo questo brano da un miu vecchio libro: Scienza e opinioni, pag. 202.4. i LA FINALITÀ DELLA VITA 617 più difficili, che le migrazioni delle piante sulla superficie terrestre. Senza contare che, in un mondo, nel quale c'è un qualche ordine, la formazione di germi dalla materia inorganica, in certe condizioni, forse non è assolutamente da escludere; la finalità della vita non essendo (come s'è | avvertito più sopra in una nota) che un caso particolare dì quell’ordine, di cui le leggi fisiche rappresentano un altro caso particolare. Io non cscludo per un partito preso, nè assolutamente, che le idee, in particolare quelle d'ordine e di fine, abbiano influenza sull’accadere. Per mettere insieme questo articolo, io dovetti leggere un libro, appuntare le mie riflessioni, e rielaborare la materia così accumulata. Riferire tuttociò a delle semplici cause, diverse quanto si voglia dalle fisiche, ma indipendenti da ogni finalità, sarebbe il colmo dell’as- surdo. L'articolo, io l'ho scritto perchè avevo qualcosa da dire, e da far capire. Le idee di questi miei fini ebbero, nella composizione, una parte essenzialissima ; io ho cancel- lato, aggiunto, variato l'ordine d'alcune parti, unicamente in servizio dei detti fini. Laddove nella stufa la legna non muterebbe il suo bruciare se, per una qualsiasi circostanza, l’effetto, invece che il riscaldamento della stanza, risultasse l’incenerimento delle mie carabattole. Le idee di fine, in generale i pensieri, servono di certo. Benchè sia vero, che se in ordine all’ interferenza tra pensieri e fatti vogliamo formavci un concetto non contraddittorio, cioè non appa- garci di parole, dovrem superare la difficoltà, toccata più addietro (v. s. p. 604), e costituita dalla perinanenza dell’ener- Gia fisica; sopra di che non dirò altro per questa volta. Che le idee servano a qualcosa, è fuor di dubbio; per quanto possa essere difficile farsi una nozione chiara del come servano. Ma le idee, che servono, o vogliam dire che do- 618 LA FINALITÀ DELLA VITA minano, sono le pensate da noi, cioè i pensieri nostri. E un soggetto analogo a me, il mio cuore, perchè il suo palpito sia regolato, a mia insaputa, dall'idea d'un fine? — Il fatto, che il suo movimento è così regolato, prova che l'idea di fine concorre a vegolarlo: un’ idea inconscia. — Già: un'idea inconscia. Vale a dire qualcosa, che da un soggetto sarà concepito come un’idea di fine; ma che nel cuore, in tutto il relativo accadere (a parte la concezione, punto es- senziale, che se ne formi un soggetto) è altra cosa, che l’idea quale potrebb' essere concepita dal soggetto. Altra cosa: tutti ne convengono, poichè nessuno afferma, che il cuore si regoli secondo un effettivo pensiero. L'aggettivo inconscia, connesso col sostantivo idea, ne muta il signifi. cato; inevitabilmente, perchè le idee, che sian tali sic et simpliciter, non sono inconscie, costituiscono anzi tutto quanto vi è di più e di meglio conscio. Un’ idea inconscia è dunque senza dubbi qualcosa d'altro, che l’idea propria- mente detta: che altro? E lo domandate? È il correlato in R di quell’elemento di I, ch'è l’idea; poichè l’afferma- zione vostra, che l’idea risiede in qualche modo in A, non ha fondamento nè senso fuorchè questo : che la vostra no- zione di R non è possibile senza quell’ idea. Qual'è, in A, il correlato dell'idea ? L'osservazione prova, che mutando in un reale ciò, che si dice secondo i casi configurazione 0 struttura, bisogna poi mutare l’idea, secondo cui si conce- pisce quel reale; dunque il correlato, o vogliam dire l’ idea nel suo stato d’incoscienza, è la configurazione 0 la strut tura. LA FINALITÀ DELLA VITA 619 Per stabilire con prontezza una distinzione importante, io accettai più addietro ($ 2) l'ipotesi, che tanto Z quanto R siano formazioni in un S, fondamento o substrato di tutto l’ accadere. Qualcuno, prendendo Ie mosse da questa ipotesi, potrebbe ora oppormi: — ciò, che voi chiamate configurazione, o struttura, e che in A vi apparisce con queste forme, non è daccapo che un’idea in S. — E sarà. Ma dell’ esistenza di S vi è, nell'esperienza fisica o nella psichica, nel pensiero e in quel che sappiamo delle sue con- dizioni, una prova o un indizio? — La connessione causale de’ fatti — ci dicono — è inesplicabile, se non ammettendo | che i fatti abbiano un fondamento o un centro comune. — Ma, domando io, se n° è forse trovata la spiegazione, per mezzo d' un S comunque concepito ? Ci fu detto bensi, che la spiegazione, a questo modo, è possibile, o bella e sco- perta; ma a questo si riduce tutto quanto ci fu detto: e la spiegazione effettiva rimane sempre un pio desiderio. Noi non conosciamo, nè S, nè come i fatti vi si radichino ; la speranza di venir, con queste meditazioni, a capo di qualcosa, è dunque vana del tutto. Ammettendo S, divien possibile concepire un'idea, fuori della coscienza d'un uomo, e d’ogni soggetto particolare analogo all’ uomo? Sicchè sia lecito attribuir una realtà a delle idee, considerate ogget- tivamente? Si; a condizione per altro, che S venga con- cepito come un soggetto consapevole. Perchè, se S è in- conscio, se ne può e se ne deve dire, per questo verso, quel medesimo che di R. Nella realtà osservata l’idea non Gsiste, come idea; non può esservi che ur qualcosa di cor- rispondente. Questo ,. non perchè la realtà sia osservata, 620 LA FINALITÀ DELLA VITA ma perchè è inconscia; infatti, noi non abbiamo difficoltà ad ammettere delle idee come tali nel pensiero d'altri uo- mini, benchè l esistenza di questi ci risulti dall’ osserva- zione. Ora, se S è inconscio, come R, non può contenere, più di PR, l’idea come tale, ma soltanto un qualcosa che le corrisponda. Con l'introduzione di S non si è dunque fatto un menumo passo avanti; per la realizzazione del- l'ordine (legge o fine), siam ridotti a doverci contentare d'un qualcosa di corrispondente all'idea, lasciando in di- sparte l’idea; l'ipotesi di S apparisce tanto oziosa, quanto la pura e semplice sovrapposizione del simbolo S al sim- bolo R; tant'è, che abbandoniamo addirittura il concetto inutile di .S, e che stiamo al solo A. Rimane da considerar l' ipotesi, che S sia un soggetto cosciente. L'ordine, se fondato in idee (vere idee) di leggi e di fini, regolatrici del mondo in quanto pensate da un Creatore sapiente e buono, sarà assoluto e invariabile ; se fondato su delle configurazioni, che mutano, e ciascuna delle quali ha una sfera d'azione limitata, sarà soltanto relativo e precario. Ebbene : l’ ordine, che osserviamo nel mondo, è assoluto e invariabile, o relativo e precar 10? La risposta non è difficile. Patagonando le condizioni presenti e le passate dell’ umanità, sembra innegabile un perfezio- namento ; ed è fors’ anche lecito assumere che questo per- (/iotamenta sia per continuare, e per intensificarsi. L’ipo- tesi,. che tra qualche secolo, o tra qualche millenio, la terra sia popolata per intiero di galantuomini, abbastanza intelligenti, e abbastinza paghi della loro sorte, non sembra da escludere come assolutamente fantastica. Un tale stato di cose non potrà, in ogni modo, perpetuarsi. Muore ogni animale ; morirà di cer to anche il genere umano; e tutto l'immenso lavoro, da esso compiuto fin dalle sue origini, LA FINALITÀ DELLA VITA 621 sarà come non fatto. Senza dubbio, la vita, sotto varie forme, si perpetua; ma le sue evoluzioni faticose e dolo- rose non si connettono con continuità. Che l’ universo tenda verso un fine desiderabile, non sembra. E un'anima, ‘che dovesse attraversare l'un dopo l’altro i cicli vitali d'una serie senza termine, rimanendo conscia della sua identità, e memore del passato, non potrebbe che sentirsi condannata ad un atroce supplizio. Se c'è, nel mondo, un ordine invariabile ;:e non è certo, nè forse probabile, che vi sia) si riduce a qualche legge fisica, priva di qualsiasi pregio; come p. es. quella di gravitazione, che potrebbe variare senza inconvenienti, purchè variasse con sufficiente lentezza. Motivi seri per credere che le configurazioni, essendo precarie, siano insufficienti a mantener nel mondo quell’ordine, che vi osserviamo, e ch'è del pari precario, non sono assegnabili. Per dimostrare teleologicamente l' e- sistenza di Dio, bisogna considerare un tutt’ altr” ordine, da quello rivelatoci dall'esperienza scientifica. Sentire Dio, è sentire un fine, al di là di questo mondo. B. VARISCO. Iivista Filosofica. 40 CONDIZIONI D' ABBONAMENTO —>>>aoec©€ La Rivista Filosofica si pubblica in cinque fascicoli, - ciascuno di 144 pp. circa, formanti un sol volume, non in- feriore a 720 pp. e quindi pari in complesso ai due volumi che venivano pubblicati dalla Azvista italzana di Filosofia. Il 1° fascicolo esce alla fine di Febbraio, il 2° entro Aprile, il 3° entro Giugno, il 4° entro Ottobre, il ‘5° entro Dicembre. dT ABBONAMENTO ANNUO Poesia; Gdo £ Ci + doi Per l'Estero . . . .. ..,> 14. — = ) Un fascicolo separato. . . . . >» 3. L'abbonamento si paga anticipatamente e si puo anche dividere in due rate uguali, la prima da payarsi appena ricevuto il primo fascicolo l'altra non più tardi del mese di Giugno. ZE La Rivista mantiene anche per l’ entrante. annata le condi- zioni di pubblicazione e di abbonamento degli anni precedenti, ed entrerà col prossimo fascicolo nel suo VIII anno di vita colla fiducia di poter giovare all’ intento massimo che si è proposto, quello cioé di promovere senza criteri esclusivi gli studi filosofici in Italia e difendere la causa della filosofia nel nostro ordina- mento scolastico. Te - Per le bozze, per gli estratti e la spedizione dei fascicoli rivolgersi sempre alla Tipografia Successori Bizzoni. «Jo. I corrispondenti e collaboratori sono pregati di rivol- gersi alla Direzzone della Rivista Filosofica, Va Cardano 4, Pavia, per tutto ciò che concerne la redazione del Giornale. I manoscritti non pubblicati, salvo impegno contrario, non si restituiscono. se La Rivista annuncia tutte le pubblicazioni nuove che le sono spedite in dono e fa di regola una recensione di quelle che riceve in doppio esemplare.Nome compiuto: Bernardino Varisco. Keywords: know theyself, oracular implicature, Calogero. Refs.: The H. P. Grice Papers, BANC MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Varisco: per un sommario di filosofia critica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

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